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Federico  Novelli

INDICE

 

·     Riflessione n° 209 del 4-11-2026  Trump sconfitto dal suo infantilismo antropologico e politico.  

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Riflessione n° 209 del 4-11-2026

Trump sconfitto dal suo infantilismo antropologico e politico.

(torna all’indice)

Alle elezioni di mid terme, i Democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, sottraendo ai Repubblicani il controllo del Congresso.

Trump è stato sconfitto in parte  dalla valentia (scarsina)  posta in essere dai dem, ma soprattutto  dalle conseguenze del suo stesso modo di essere e di  esercitare il potere. E’ stato comodo ed infantile atteggiarsi ad autocrate per i primi due anni del secondo mandato, approfittando del capitale politico, di credibilità e militare  accumulato dagli Stati Uniti negli ultimi 80 anni, ma per i cittadini americani i suoi atteggiamenti sono risultati privi di prestigio e buffoneschi.

Trump non ha capito  la differenza fra forza/autoritarismo  e autorevolezza. Un leader può imporre la propria volontà, intimidire gli interlocutori e gli alleati, fare dichiarazioni da Capitan Fracassa e cercare continuamente lo scontro; ma governare richiede intanto un buon livello culturale( e mi sembra che Trump non ne goda) e, parallelamente   deve dimostrare capacità di comprendere i problemi (interni e di geopolitica),  capacità di mediazione, di autocontrollo, di sapersi muovere sullo scacchiere internazionale, di saper costruzione alleanze, di saper gestire sapientemente (sic!) gli alleati. Ma le soluzioni fornite da Trump ai suoi fan e al mondo  sono risultate fallimentari.

Gli errori di Trump  (ma ad impossibilia nemo tenetur) dimostrano il suo infantilismo antropologico e, possono essere così sintetizzati:

1.  Personalizzazione del potere. Trump ha trasformato le elezioni di metà mandato in un giudizio sulla propria persona, neanche sulla politica da lui impostata nei primi due anni, invitando gli elettori a considerarlo come se fosse direttamente candidato. “Votate come se sulla scheda ci fosse il mio nome” è un invito a non riflettere sulla qualità della sua azione.

2.  Incapacità di riconoscere gli errori. Dopo ogni sconfitta, sbandierata per travolgente vittoria (vedi la guerra con l’Iran) ha cercato di attribuirne la responsabilità ad altri (leggi: alleati Nato) o, per i problemi interni, ai candidati repubblicani, anziché assumersene almeno una parte.

3.  Confusione fra consenso e obbedienza. Aver ottenuto la fedeltà di una parte del Partito repubblicano non significa aver conservato il consenso dell'elettorato americano. Anzi, il consenso per fedeltà può essere mantenuto solo se il capo è in grado di prendere decisioni corrette a favore di tutti, in questo caso dei cittadini americani. Ai primi manifesti errori, la fedeltà viene velocemente accantonata.

4.  Difficoltà a distinguere gli avversari dai nemici. La politica condotta prevalentemente attraverso lo scontro può finire per allontanare anche elettori che non sono necessariamente vicini ai Democratici.

5.  Mancanza assoluta di educazione come persona: la messa alla berlina di Zelensky nello studio ovale (anche per il suo abbigliamento) è la prova lampante del suo non sapersi tenere, di saper essere forte con i deboli e debole con i forti (secondo lui, Putin e il suo petrolio). Ha cercato di intimorire l’ucraino ma ha solo dimostrato un deficit di educazione  interpersonale (col concorso dei genitori).

C'è poi un aspetto istituzionale: per i prossimi due anni Trump dovrà confrontarsi con un Congresso controllato dall'opposizione, che potrà ostacolare le sue iniziative legislative e intensificare i controlli sull'amministrazione. Le  sue dichiarazioni dopo la sconfitta elettorale sono quanto di più infantile e falso si possa concepire nell’uomo che occupa il posto più potente del mondo. Trump ha dichiarato che accetterà i risultati delle elezioni di metà mandato e che è pronto a collaborare con i Democratici. “Sono assolutamente disposto ad accettare tali risultati”, ha detto in un’intervista al New York Times. “Beh, sapete, non vediamo l’ora di lavorare con loro”, ha aggiunto Trump “Probabilmente troveremo un accordo“. Ma parallelamente Trump ha postato su Truth un’immagine di un cappellino da baseball con la scritta “veto” in evidenza, ribandendo la minaccia di bloccare ogni iniziativa dei dem.

La questione più interessante, a mio avviso, è questa: l’infante Trump ha cercato di trasformare il Partito repubblicano in uno strumento politico, un braccio armato della propria volontà. Ma così facendo ha  indebolito la capacità dei suoi di rappresentare una società americana molto più articolata di quanto non riescano a comprendere  lui e il  suo movimento.

Il suo infantilismo  va letto proprio come l'incapacità di comprendere che il potere democratico non è una proprietà personale: è un mandato continuamente sottoposto al giudizio dei cittadini; che la decisione più utile e giusta per i cittadini non è quella derivante dalla “distruzione” dell’avversario/nemico.

In conclusione,  cittadini americani hanno preso sul serio il suo invito (“Votate come se il mio nome fosse sulla scheda”) ed hanno di conseguenza  espresso il loro  giudizio elettorale molto severo sulla persona del presidente e su quella dei  sui suoi candidati.

Mi auguro che Vance possa mitigare le vendette progettate dal bambino Trump.