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“Più dei tanti che tumultuano, i tiranni temono i pochi che
pensano”. (Platone) |
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R I F L E S S I O N I Novembre – Dicembre 2 0
2 6 di Mauro Novelli |
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INDICE ·
Riflessione n° 209 del 4-11-2026 Trump sconfitto dal suo infantilismo
antropologico e politico. ·
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Riflessione n° 209 del 4-11-2026
Trump sconfitto dal suo infantilismo antropologico e politico.
Trump
è stato sconfitto in parte dalla
valentia (scarsina) posta in essere
dai dem, ma soprattutto dalle
conseguenze del suo stesso modo di essere e di esercitare il potere. E’ stato comodo ed infantile
atteggiarsi ad autocrate per i primi due anni del secondo mandato,
approfittando del capitale politico, di credibilità e militare accumulato dagli Stati Uniti negli ultimi
80 anni, ma per i cittadini americani i suoi atteggiamenti sono risultati
privi di prestigio e buffoneschi. Trump
non ha capito la differenza fra
forza/autoritarismo e autorevolezza.
Un leader può imporre la propria volontà, intimidire gli interlocutori e gli alleati,
fare dichiarazioni da Capitan Fracassa e cercare continuamente lo scontro; ma
governare richiede intanto un buon livello culturale( e mi sembra che Trump
non ne goda) e, parallelamente deve
dimostrare capacità di comprendere i problemi (interni e di
geopolitica), capacità di mediazione,
di autocontrollo, di sapersi muovere sullo scacchiere internazionale, di
saper costruzione alleanze, di saper gestire sapientemente (sic!) gli
alleati. Ma le soluzioni fornite da Trump ai suoi fan e al mondo sono risultate fallimentari. Gli
errori di Trump (ma ad impossibilia
nemo tenetur) dimostrano il suo infantilismo antropologico e, possono essere
così sintetizzati: 1. Personalizzazione del potere.
Trump ha trasformato le elezioni di metà mandato in un giudizio sulla propria
persona, neanche sulla politica da lui impostata nei primi due anni,
invitando gli elettori a considerarlo come se fosse direttamente candidato. “Votate
come se sulla scheda ci fosse il mio nome” è un invito a non riflettere sulla
qualità della sua azione. 2. Incapacità di riconoscere gli
errori. Dopo ogni sconfitta, sbandierata per travolgente vittoria (vedi la
guerra con l’Iran) ha cercato di attribuirne la responsabilità ad altri
(leggi: alleati Nato) o, per i problemi interni, ai candidati repubblicani, anziché
assumersene almeno una parte. 3. Confusione fra consenso e
obbedienza. Aver ottenuto la fedeltà di una parte del Partito repubblicano
non significa aver conservato il consenso dell'elettorato americano. Anzi, il
consenso per fedeltà può essere mantenuto solo se il capo è in grado di
prendere decisioni corrette a favore di tutti, in questo caso dei cittadini
americani. Ai primi manifesti errori, la fedeltà viene velocemente
accantonata. 4. Difficoltà a distinguere gli
avversari dai nemici. La politica condotta prevalentemente attraverso lo
scontro può finire per allontanare anche elettori che non sono
necessariamente vicini ai Democratici. 5. Mancanza assoluta di educazione
come persona: la messa alla berlina di Zelensky nello studio ovale (anche per
il suo abbigliamento) è la prova lampante del suo non sapersi tenere, di
saper essere forte con i deboli e debole con i forti (secondo lui, Putin e il
suo petrolio). Ha cercato di intimorire l’ucraino ma ha solo dimostrato un
deficit di educazione interpersonale
(col concorso dei genitori). C'è
poi un aspetto istituzionale: per i prossimi due anni Trump dovrà
confrontarsi con un Congresso controllato dall'opposizione, che potrà
ostacolare le sue iniziative legislative e intensificare i controlli
sull'amministrazione. Le sue
dichiarazioni dopo la sconfitta elettorale sono quanto di più infantile e
falso si possa concepire nell’uomo che occupa il posto più potente del mondo.
Trump ha dichiarato che accetterà i risultati delle elezioni di
metà mandato e che è pronto a collaborare con i Democratici. “Sono
assolutamente disposto ad accettare tali risultati”, ha detto in
un’intervista al New York Times. “Beh, sapete, non vediamo l’ora di lavorare
con loro”, ha aggiunto Trump “Probabilmente troveremo un accordo“. Ma
parallelamente Trump ha postato su Truth un’immagine di un cappellino da
baseball con la scritta “veto” in evidenza, ribandendo la minaccia di
bloccare ogni iniziativa dei dem. La
questione più interessante, a mio avviso, è questa: l’infante Trump ha
cercato di trasformare il Partito repubblicano in uno strumento politico, un braccio
armato della propria volontà. Ma così facendo ha indebolito la capacità dei suoi di
rappresentare una società americana molto più articolata di quanto non
riescano a comprendere lui e il suo movimento. Il
suo infantilismo va letto proprio come
l'incapacità di comprendere che il potere democratico non è una proprietà
personale: è un mandato continuamente sottoposto al giudizio dei cittadini;
che la decisione più utile e giusta per i cittadini non è quella derivante dalla
“distruzione” dell’avversario/nemico. In
conclusione, cittadini americani hanno
preso sul serio il suo invito (“Votate come se il mio nome fosse sulla
scheda”) ed hanno di conseguenza
espresso il loro giudizio
elettorale molto severo sulla persona del presidente e su quella dei sui suoi candidati. Mi
auguro che Vance possa mitigare le vendette progettate dal bambino Trump. |
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