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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “PD A CONGRESSO” |
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Congresso Pd, ora si
apre lo scontro patrimoniale (
da "Unita, L'" del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: letto, così come ora, lui che sostiene al congresso
Bersani, non ha degnato di una risposta l'uscita di Franceschini. Al
dipartimento Tesoreria dei Ds l'hanno sentito però sbottare con un sonoro «ma
al netto de che?», quando ha letto il passaggio in cui il segretario Pd ha
sostenuto che «al netto dei debiti» il patrimonio delle Fondazioni dovrebbe
andare a finire al nuovo partito.
I cammelli del Pd hanno
l'aria di sognare il Gran Restauratore, Bersani (
da "Foglio, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Alema (e nel caso, pure quelli presenti), nei primi dei
Novanta, è sempre spuntata, a un certo punto, la questione se essere vagante
Carovana (Achille, temerariamente, due anni fa la ripropose pure a Veltroni e
Fassino: col terzo manco ci provò) o piuttosto dogmatica Caserma.
La saputella di
provincia che fa la predica al Pd ma mette solo zizzania (
da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Alema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci
anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i
militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la
leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea
politica che nella più ampia discussione,
Non c'è pace nel Pd Ora
è scoppiata la guerra dei soldi (
da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani.
Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle
pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare
la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso
sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per
la futura leadership -
Serracchiani, la
saputella di provincia che mette zizzania (
da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Alema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci
anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i
militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la
leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea
politica che nella più ampia discussione,
Non c'è pace nel Pd:
scoppiata la guerra dei soldi (
da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani.
Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle
pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare
la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso
sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per
la futura leadership -
Gli svogliati del
bottone pronti per il mare Insolita tranquillità tra i banchi. Ministre in tiro
Gioco delle parti tra i democratici, con la veltroniana Madia a conversare con
D'A ( da "Unita, L'" del 29-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: D'Alema, Bersani, Letta e Ugo Sposetti (ex tesoriere ds),
discutono insieme. Tra i temi, di sicuro, quello del patrimonio Ds che
Franceschini vorrebbe nel Pd e sul quale Bersani sceglie un oculato silenzio.
Ogni mozione lavora sugli indecisi, grandi movimenti.
Argomenti: PD
Abstract: D'Alema e Veltroni. Prima che le assise iniziassero, in
molti avevano previsto l'ennesimo "D'Alema versus Veltroni", stavolta
per interposta persona. Domanda: se Bersani dovesse vincere il congresso, che
ne sarà di "Massimo" ma soprattutto di "Walter", che è
schierato contro di lui.
Mi chiamo Bersani
Risolvo problemi ( da "Riformista, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: In un forum con la redazione del Riformista, Pier Luigi
Bersani spiega come cambieranno il Pd e il centrosinistra se verrà eletto
segretario. Dalla promozione dei giovani, al ruolo che avranno Veltroni e
D'Alema. «Dal congresso usciranno una maggioranza e una minoranza. Non sono
tipo da "accrocchi"».
800mila tessere, 3 in
corsa Calabria: un iscritto ogni 30 (
da "Manifesto, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Il primo a rispondergli è stato proprio Massimo D'Alema,
considerato il principale responsabile del logoramento di Veltroni. «Sono
d'accordo», ha detto. d'alema: radici di sinistra, nel passato c'È l'identitÀ
«Abbiamo fondato un partito nuovo per abolire il trattino tra le parole
centro-sinistra, non per cancellare la sinistra.
IL CONGRESSO DEL PD (
da "Manifesto, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Il primo a rispondergli è stato proprio Massimo D'Alema,
considerato il principale responsabile del logoramento di Veltroni. «Sono
d'accordo», ha detto. D'Alema: radici di sinistra, nel passato c'è l'identità
«Abbiamo fondato un partito nuovo per abolire il trattino tra le parole
centro-sinistra, non per cancellare la sinistra.
Boccuzzi (
da "Tempo, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: A Veltroni l'ha detto che andava con Bersani? «No. Non ho
mai pensato di dovergli chiedere il permesso. Non solo io, ma tutti quelli che
si sono candidati sono stati sempre molto indipendenti». Che cosa l'ha delusa
di Veltroni? «Nulla, non sono deluso da lui».
ROMA - Nel candidarsi
Dario Franceschini si dice convinto di aver fatto la scelta giusta ... (
da "Messaggero, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Alema o Veltroni. Sul rinnovamento Bersani ha insistito,
prendendo le distanza dai suoi avversari: «la ruota deve girare» ma per
promuovere davvero una nuova generazione bisogna evitare «mosse puramente
simboliche». Bersani ha anche rifiutato il voto in suo favore alle primarie,
offertogli da Storace: «La mia risposta è a.
Una voce, Berty e Nichi
già nel Pd ( da "Foglio, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: ingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”.
Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per declinare lo slogan “tutti
dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso. Ceccanti ha trascritto e
confrontato i discorsi di Bersani con il contenuto della mozione che lo
sostiene.
La mappa delle regioni
democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie (
da "EUROPA ON-LINE" del 31-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: della prima segreteria Veltroni, mentre all'interno della
mozione Bersani ancora manca un'indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori
dell'ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio
sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma
negli ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da
Arzignano,
"si è candidato
contro di me" scontro d'alema-franceschini (
da "Repubblica, La" del 31-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Massimo D´Alema la pensa in tutt´altro modo, e critica la
strada imboccata dal Pd, prima con Veltroni («ha avuto un´opportunità e l´ha
usata male. Sono dispiaciuto perchè non ha ottenuto i risultati sperati») e ora
con Franceschini. «E´ prevalsa un´idea di partito leaderistico dove conta più
il leader che gli iscritti».
Abstract: poi deve fare i conti con la Binetti e con Rutelli. Ma intanto ha fatto questa dichiarazione. Io penso a un partito in cui non ci sia il "sì ma anche", "va bene, ma anche". Si presentano proposte che di volta in volta sono frutto di una riflessione, anche nei circoli». Ecco, la parolina magica, i circoli, la democrazia partecipata.
Argomenti: PD
Abstract: Ma ora D'Alema è l'ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l'uomo che l'anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture.
Abstract: Alema è l?ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l?uomo che l?anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture.
Abstract: ingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”.
Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per declinare lo slogan “tutti
dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso. Ceccanti ha trascritto e
confrontato i discorsi di Bersani con il contenuto della mozione che lo
sostiene.
Chi tocca Di Pietro
muore: i folgorati ( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: Alema è l?ombra di se stesso, impallidito e spento,
costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare
di Prodi, l?uomo che l?anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori
pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture.
La mappa delle regioni
dem. Pochi accordi, si decide alle primarie (
da "EUROPA ON-LINE" del 31-07-2009)
Argomenti: PD
Abstract: della prima segreteria Veltroni, mentre all'interno della
mozione Bersani ancora manca un'indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori
dell'ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio
sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma
negli ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da
Arzignano,
(
da "Unita, L'"
del 28-07-2009)
Argomenti: PD
Congresso Pd, ora si apre lo scontro patrimoniale SIMONE
COLLINI La questione patrimoniale irrompe nel congresso Pd. «Ci sono fondazioni
Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e
tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto tutti
insieme, visto che non ci sarebbe ragione né giuridica né politica perché ciò
non accadesse». Eccole le parole pronunciate da Dario Franceschini domenica a
Bertinoro. Poche parole che non sono sfuggite ai sostenitori della mozione Bersani, i quali però hanno sentito aria di trappola e si
sono ben guardati dal replicare. Il che non vuol dire però che la polemica,
fuori dai circuiti dell'ufficialità, non stia divampando. LA SFIDA DEL
RINNOVAMENTO Franceschini sta caratterizzando la propria candidatura come
quella che più garantirebbe il rinnovamento, e anche ieri si è acceso uno
scontro con i sostenitori dell'ex ministro dopo che Beppe Fioroni ha detto che
non ci si deve offendere quando si parla di «nuovo contro vecchio», inteso come
«rifugio securizzante nel già visto». Bersani non si
può permettere di lasciare questa bandiera nelle mani dell'avversario, e per
dimostrare che la sua candidatura non guarda al passato ha rotto un tabù non da
poco: «Serve una nuova narrazione - ha detto sabato durante un'iniziativa della
sinistra del Pd - quando parliamo dei Ds i giovani non ci capiscono». E dopo
una mossa del genere si è ben guardato dal difendere la scelta della Quercia di
affidare i beni immobiliari a delle Fondazioni create ad hoc in tutta Italia.
«Chiedete a Fassino cosa ne pensi dell'uscita di Franceschini», si limitano a
dire a Santi Apostoli, quartier generale della mozione 1. Riferimento
tutt'altro che casuale, visto che alcuni mesi fa il responsabile Esteri del Pd
aveva avuto su questo argomento un acceso botta e risposta, in pieno
Transatlantico, con Pierluigi Mantini, deputato della Margherita ora passato
con l'Udc. Ma anche Fassino si è ben guardato dall'intervenire sulla questione,
invitando invece entrambi gli schieramenti a «stare tutti un po' calmini».
Tesorieri contro Non stanno però troppo calmi i tesorieri. Mauro Agostini, che
controlla i cordoni della borsa del Pd, è d'accordo con la richiesta di
Franceschini. Non a caso ha dedicato alla «ambiguità di fondo» delle Fondazioni
Ds e alla blindatura, «con un percorso opaco», dei beni immobiliari della
Quercia anche diversi passaggi di un libro («Il tesoriere») che ha pubblicato
il mese scorso. Ugo Sposetti non ha replicato quando l'ha letto,
così come ora, lui che sostiene al congresso Bersani, non ha
degnato di una risposta l'uscita di Franceschini. Al dipartimento Tesoreria dei
Ds l'hanno sentito però sbottare con un sonoro «ma al netto de che?», quando ha
letto il passaggio in cui il segretario Pd ha sostenuto che «al netto dei
debiti» il patrimonio delle Fondazioni dovrebbe andare a finire al nuovo
partito. Il tesoriere Ds sostiene infatti che i 2.399 immobili di
proprietà della Quercia sono stati blindati da un lato per pagare alle banche
un debito di 160 milioni di euro per i mutui stipulati in passato (e che
dovrebbe essere estinto entro il luglio 2011), dall'altro per non disperdere un
patrimonio anche storico. «Non vogliamo mica fargli fare la fine dei beni della
Dc», dicono con una battuta tutt'altro che neutra a Via Nazionale, ricordando i
35 milioni di euro di immobili svaniti nel nulla tra le varie scissioni e i
vari passaggi tra lo Scudocrociato e il Ccd, l'Udc, il Ppi, la Margherita. Che
ha "solo" 1 milione 700 mila euro di debiti, ma nessun bene immobile
per farvi fronte. E anzi, da quanto si legge nel bilancio del partito, i
diellini sono ancora in attesa di ricevere dal Pd il pagamento dell'affitto del
Nazareno, ex sede della Margherita scelta da Veltroni
dopo la non entusiasmante esperienza del Loft. Ma il tesoriere diellino Luigi
Lusi evita di aprire in questo momento una polemica sull'argomento con
Franceschini, che sostiene al congresso. Comunque l'argomento è delicato per
tutti e nessuno ha interesse a farlo rimanere sotto i riflettori durante lo
scontro congressuale. Non a caso, quando Sposetti un mese fa ha scritto nella
relazione al bilancio Ds che gli immobili della Quercia trasferiti alle
Fondazioni «sono per la quasi totalità utilizzati dalle organizzazioni
territoriali del Pd, il più delle volte a titolo gratuito», è stato il Nazareno
a guardarsi dal replicare. Almeno in via ufficiale. Dopo l'uscita di
Franceschini sulle Fondazioni Ds, si accende lontano dai riflettori la polemica
tra tesorieri. Quello della Quercia sostiene che gli immobili sono già
utilizzati dal Pd «il più delle volte a titolo gratuito».
(
da "Foglio, Il"
del 28-07-2009)
Argomenti: PD
28 luglio 2009 mica le frattocchie, ma neanche piu' la
convention I cammelli del Pd hanno l'aria di sognare il Gran Restauratore, Bersani Alla luce di San Gregorio Magno, “studiato per
capire come riuscire ad impiantare unorganizzazione come la chiesa”, e al ritmo di Vasco Rossi, “quando decisi di candidarmi molta gente mi
diceva che in questo partito non ci si ritrovava e io gli rispondevo che invece
un senso ce lha”, Pier Luigi Bersani
– lunico politico con un residuato di chioma non in grado
dimpensierire neanche il barbiere di paese –
prova a rimettere ordine. La restaurazione, dicono gli avversari – e il pugno
dalemiano giurano dintravedere dietro lo stritolamento del democratico
cicaleccio. “Un partito serio”, preferisce lui. “Un partito vero”, sospirano i
sostenitori. Perché nello
sterminato asilo Mariuccia in cui si è mutato il Pd – comici, candidati (e
comici), veline (di carta, quellaltre stanno di là), discussioni di quelle che la testa
scoppia e neanche la vedi, tale e quale la coda, costituenti e primarie, innovatori e spensieratini, serracchianismo vociante e
grillismo allassalto – alla fine il primo che suona lo stop della
ricreazione rischia di fare il colpaccio. Fin dagli anni passati di Occhetto e
di DAlema (e
nel caso, pure quelli presenti), nei primi dei Novanta, è sempre spuntata, a un
certo punto, la questione se essere vagante Carovana (Achille, temerariamente,
due anni fa la ripropose pure a Veltroni e Fassino: col terzo manco ci provò) o
piuttosto dogmatica Caserma. Quel
primo scontro andò come andò – “A quanto pare la Carovana è rientrata in
caserma”, commentò il più anziano e autorevole tra gli editorialisti dellUnità) – questo secondo
promette di finire allo stesso modo. Mica tanto per il richiamo alle radici del
socialismo, e neanche per un assoluto
desiderio di ordine e legge, solo di due o tre pallide norme sensate e una
situazione quantomeno comprensibile di caos. E là dove sinnalzava il baffo
arcigno ora si nota la cordiale pelata; là dove veleggiava lIkarus ora cè la quasi certezza che al più potrebbe comparire un fresco
cocomero da affettare. Sarà lordine bersaniano quasi sicuramente a
trionfare sul vagabondaggio degli ultimi anni, la cordiale restaurazione, il
fraterno allineamento. Così che ultimamente, debitamente lodato San Gregorio e incessantemente
esaltato Vasco, Bersani ha pure cominciato a prendere
ad esempio Papa Giovanni, che zitto zitto che “fece il primo cardinale nero e
il Concilio”. Ci sono cose che né a Bettola (il suo paese natio, tanto che un
giorno in tivvù la Bignardi meravigliata voleva sapere: “Ma Bettola come
bettola?”) né nel resto del vasto paese Bersani si
sforza neanche più di provare a farsi piacere. Anche cose allapparenza minori, ma
che fanno intendere lapprodo finale. Per esempio: “Non possiamo spendere tutti i soldi in
comunicazione”, va ripetendo a destra e a manca. Tutta una mania e una scuola e
un abuso. Ecco, le scuole di partito, per esempio. A Bersani
questo fatto che invece di insegnare modestamente a fare leggi, a scrivere una
delibera, a comprendere un decreto si risolvano sempre in belle chiacchierate,
per dire con il pur utilissimo Rifkin o altri, “gente che ci costa un sacco di
soldi”, estetica dellintervento e tutti a casa senza pensiero, piace poco. “Se
vince – raccontano dal
sottotetto di Santi Apostoli, dove i suoi si sono accasati, bella sede
evocativa e caldo torrido – è una delle prime cose che cambierà”. Mica le
Frattocchie, ma neanche più le convention. Un paio di settimane fa, alla festa
del Pd a San Giuliano Terme, Bersani la sua idea di
partito lha spiegata come più chiaro non si potrebbe: “Abbiamo
lasciato procedere un po troppo lidea che fare un partito moderno
significasse confonderlo con la società così comè: una sorta
didrovora in cui si tira su tutto ciò che cè. Un partito è invece
unassociazione che ha una missione fuori di sé: il nostro scopo è rendere
questa società più decente… Nel momento in cui ti metti in associazione con
altri, ti dai delle idee e operi delle scelte. Lo ripeto: noi non siamo uno spazio dove ognuno cerca di affermarsi, ma
siamo un soggetto”. E allora, ecco ciò che dopo unascesa bersaniana non
si potrà più essere, per esempio “il partito del weekend”, né autobus né taxi,
anzi dolersi di aver “liquidato troppo in fretta lideologia”. E perciò, girando girando, Web o non Web, nel
furore del nuovismo, va in giro usando parole tipo “fabbrica”, “chi suda”,
“deboli”, “quartieri”, persino “un nuovo civismo” ha invocato, e la sognante
“bocciofila” catapultata nellirreale di Facebook. E quegli iscritti e quegli elettori messi gli uni
di fronte agli altri, così scappano gli uni e scappano gli altri – sospiro. E,
convincente o meno, alla fine la Carovana magari accetterà di fermarsi: stanchi
i cammelli, stufi gli elettori, stanchissimi i militanti… © 2009 - FOGLIO
QUOTIDIANO di Stefano Di Michele
(
da "Giornale.it, Il"
del 28-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 28 luglio 2009 La saputella di
provincia che fa la predica al Pd ma mette solo zizzania di Redazione Salita
alla ribalta con un discorso web di 13 minuti, non ha più smesso di dare
lezioni. Ha una risposta per tutto, sempre con parole senza senso COERENZA
Ripete: «Basta farci le scarpe fra noi». Poi dà le pagelle ai dirigenti Fatto
suo lo slogan del dentifricio Durban's, con quella bocca può dire quel che
vuole, Debora Serracchiani non se ne fa mancare una. È da mesi in uno stato di
irrefrenabile euforia che sfoga straparlando. Ogni giornalista a corto di
spunti ma con due colonne da riempire con lei va sul sicuro. Il nuovo idolo del
Pd ha tempo per tutti e una risposta su tutto. Volete per esempio conoscere il
suo pensiero sul «giusto equilibrio tra rispetto dei diritti e rispetto delle
coscienze individuali?». Voi, probabilmente, ve ne infischiate. Ma il «Circolo
online Pd Obama» ci teneva a saperlo e lei non si è fatta pregare: «Gli
individui - ha spiegato - devono essere messi nella possibilità di scegliere,
nel rispetto della coscienza di ciascuno». Rigiratele come vi pare, ma né la
domanda, né la risposta hanno un qualsivoglia senso. Per voi leggerle è stato
una perdita secca di tempo. Debora ha invece aggiunto un'altra tacca alla sua
nomea di Pizia della sinistra. Nell'asserzione i fan rinverranno significati
reconditi, messaggi di riscossa, parole finalmente di sinistra. Qualsiasi cosa
Debora dica è infatti presa per oro colato sia che rientri nei canoni
occidentali della comprensibilità, sia che ne prescinda, come nel caso in
specie. Il fenomeno Serracchiani, più che riguardare questa trentottenne con
frangetta, illustra il patetico smarrimento dell'elettorato del Pd. A secco da
anni di speranze e soddisfazioni, la sinistra è costretta a scambiare
l'entusiasmo senza capo né coda di questa ragazza di provincia per il sole
dell'avvenire. Il bello dell'equivoco è che la prima a credere ai propri poteri
taumaturgici è la fanciulla stessa. Di qui, il suo costante imperversare. Negli
ultimi tre giorni si è talmente espansa che ha riempito di sé quotidiani, tv
locali, femminili e la rete internettiana nel suo complesso. Mi limito a una
ponderata selezione. Con una premessa. Debora è salita alla ribalta nel marzo
scorso all'Assemblea dei circoli del Pd lanciando un appello all'unità del
partito: basta farci le scarpe tra noi, troviamo una linea condivisa, il nemico
da battere è Berlusconi. Bene, entrata anche lei nell'agone, si è subito
smentita. Salendo in cattedra ha dato le pagelle ai papaveri del Pd, con
particolare attenzione ai candidati segretari. L'autostrada per seminare
ulteriore zizzania in un campo già folto di infestanti. Il voto più benevolo è
stato per il suo prediletto, Dario Franceschini. Sei e mezzo, ma con nota a
margine: «Si deve impegnare di più». A Franceschini la signorina deve tutto.
Dal lancio mediatico, all'elezione a deputato europeo. Se tanto mi dà tanto,
dagli amici mi guardi Iddio. Un sei ha ricevuto Pierluigi Bersani,
principale rivale di Franceschini, «anche se - avverte simpaticamente Debora -
nessuno si è accorto che si è candidato». Il terzo in gara, Ignazio Marino,
mago del bisturi e delle note spese, si è beccato l'insufficienza. «Non abbiamo
bisogno di un chirurgo, ma di un segretario a tutto campo», ha chiosato
l'esuberante, appioppandogli un misero cinque. Stesso voto a Max D'Alema col rimprovero, senti chi parla, di intrufolarsi
dappertutto come il prezzemolo. Max, arricciati i baffi, ha replicato alla
maestrina da par suo: «Vorrei capire questa cattedra quando l'ha avuta».
Infine, con apparente modestia e spocchia vera, si è auto data tra il cinque e
il sei dicendo: «Devo sforzarmi per cambiare gli altri (del Pd, ndr) e non
cambiare me stessa». Tradotto: vado benissimo così; spero solo che il partito
non mi corrompa. Sottinteso: non voglio trasformarmi in un'ameba anch'io.
Questo vi dà l'idea che la giovinetta ha di se stessa: una forza integra
capitata in un corpo infetto con l'alta missione di guarirlo. Con quali mezzi
l'ha detto domenica facendo con Franceschini un po' di campagna elettorale in
favore del medesimo. In jeans e maglietta si è presentata con Dario, in analogo
look confidenziale, a duecento simpatizzanti romagnoli nella Rocca di
Bertinoro. Dopo un preambolo serioso e vagamente babbione del segretario
uscente, la sbarbatella tutto pepe ha impugnato l'ascia e preso la parola:
«Disciplina. Disciplina, ecco quello che ci vuole. Giusto discutere, ma quando
la linea è stata scelta, va rispettata». Pausa a effetto e stilettata: «Chi non
segue la linea deve essere spedito ad attaccare i manifesti per punizione». La
cosa è piaciuta moltissimo ai vecchi militanti e ai togliattiani frammisti al
pubblico, tanto che uno ha chiesto speranzoso: «Torniamo al centralismo
democratico (l'antico modo di tacere e obbedire proprio del Pci, ndr)?». La
risposta sincera sarebbe stata sì, ma lei abile e à la page ha invece
replicato: «Ma no, il mio è solo buonsenso democratico, quello che non abbiamo
avuto per troppo tempo e che ci ha fatto perdere voti e credibilità». La
ricetta di Debora è, in sostanza, pugno di ferro. Basta con le autoanalisi, le
sedute di gruppo, la miriade di opinioni, il piangersi addosso. È lo stesso
atteggiamento che piacque tanto nella famosa assise di marzo quando con un
discorsetto di tredici minuti, la sconosciuta avvocatessa di Udine, salì alla
ribalta nazionale. In quell'occasione, disse due parole chiave che mandarono in
visibilio i presenti: «Basta», «È follia». Il basta riferito alla linea politica
ondivaga di Veltroni, il follia al fatto che troppi
nel Pd mettono bocca. Ma, attanagliata anche lei dal vuoto di idee del partito
cui si candida mosca cocchiera, non delineò uno straccio di programma. Riuscì
solo a dire - e tutti ad ascoltarla al settimo cielo - che non voleva l'Italia
del Berlusca. E giù la solita immagine burletta del Cav: le ronde, le tv, il
conflitto di interessi, il lodo Alfano. Silenzio sui magistrati d'assalto, le
intercettazioni alla De Magistris, la ripulitura di Napoli dai rifiuti
accumulati da Bassolino e benedetti come reliquie da Prodi, ecc. Nei fatti, la
solita retorica volatile dei D'Alema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci anacoluti e oscurità come
queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i militanti su You Tube):
«Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la leadership intesa come il
mezzo per una linea politica di sintesi, una linea politica che nella più ampia
discussione, nella più approfondita mediazione che è necessaria... ecc».
In quei tredici minuti riuscì anche a elogiare lo stile da strada di Di Pietro,
contrapponendolo a quello fiacco dei suoi leader. «Noi cominciamo i nostri
discorsi con "Io", l'Idv invece comincia, "Berlusconi
dice", "L'Idv pensa"... d'ora in avanti facciamo come loro». Poi
concluse con la sviolinata a Dario (appena succeduto a Veltroni)
che le ha spalancato la carriera: «Tu, Franceschini, hai il compito di dare
credibilità nuova a questo partito e ci stai riuscendo alla grande». Neofita
sì, ma paraventa pure. È passata alle cronache anche l'altra turibolata in pro
di Dario: «Lo sostengo perché è simpatico». «Lo era anche Totò», è stato il
meno caustico dei commenti che suoi compagni di partito le hanno rovesciato
addosso. Se Serracchiani non è una fan di Totò - inteso stavolta come Di Pietro
- poco ci manca. Con Beppe Grillo, che dell'ex pm è una costola, intrattiene
via blog una melensa e rispettosa corrispondenza. «Caro Beppe... in fondo
stiamo lavorando per uno stesso obiettivo. Ti prego di concedermi il beneficio
del dubbio. Forse la strada che ho scelto io (ma quale sia non dice, ndr) è
quella più indicata per rinnovare la politica. Lasciami provare». Risposta
ammansita di Grillo: «Forse sei una persona giusta, ma nel posto sbagliato...
In bocca al lupo». Nel breve arco di questi mesi, Debora è già riuscita a
scrivere un libro Il coraggio che manca, ovviamente al Pd e che invece in lei
ribolle. Frase chiave: «Io non ho sponsor, io sono quella che sono e devo
crearmi uno spazio sul campo». Insomma, il dubbio non è il suo forte. A darle
fumo al cervello è stato l'ottimo risultato delle Europee. Solo in base ai
famosi tredici minuti al microfono, le fideiste truppe democratiche del Friuli
le hanno dato 74mila voti. Nessuno dei luoghi ha fatto meglio. Il Cav ne ha
avuti novemila meno e il candidato ufficiale del Pd, Luigi Berlinguer, consunto
cugino dell'indimenticabile icona, ne ha racimolati solo undicimila. Avrebbe
probabilmente perso la testa anche uno che partiva da più lontano. Debora è una
romana diventata friulana per amore. Fatte le medie in istituto di suore della
Capitale - con relativo successo delle pie donne poiché, sia pure credente non
è praticante - si innamorò a vent'anni di Riccardo. Per seguirlo, si è
trasferita ventiduenne a Udine dove convivono tuttora felicemente con due cani
e tre gatti. Per un po' si è accontentata di esercitare l'avvocatura nel foro
che, se non erro, fu quello in cui debuttò il celebre Carnelutti. Finché, nel
2006, la politica entrò prepotente nella sua vita. Divenne consigliere
provinciale dei Ds. L'anno scorso ha preso la guida del Pd cittadino. Ora è
candidata alla segreteria regionale del partito. Veltroni
la vuole pure vicesegretario di Franceschini se costui vincerà. Intanto deve
andare ogni settimana a Strasburgo e prosegue a pieno ritmo con la professione.
Se riuscirà in tutto, non saprà probabilmente a chi dare i resti. Nel
frattempo, si accontenta di dare entusiasticamente i numeri. © IL GIORNALE ON
LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 28-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 28 luglio 2009 Non c'è pace nel Pd Ora
è scoppiata la guerra dei soldi di Vincenzo La Manna Nel mirino di Franceschini
i palazzi che furono del Pci: torna lo spettro della scissione. Fassino:
«Stiamo calmi» RomaCi mancavano solo i piccioli. Come se non bastasse lo
stillicidio quotidiano offerto da chi si considera esponente del «nuovo» e
accusa di «vecchio» il compagno di banco. O di chi sbandiera il vessillo della
laicità tout court in faccia al collega di opinione opposta. Ma tant'è. Il Pd
non finisce mai di annoiare, non c'è che dire. E adesso, riciccia fuori pure la
vecchia ferita della «dote», evidentemente mai rimarginata del tutto. Un nervo
scoperto, quello del patrimonio pre-nuziale dei due non più novelli ma sempre
litigarelli sposi, che agita ancora i sonni dei possidenti Pci-Pds-Ds e dei
giovani di belle speranze ex Ppi-Margherita. Una questione non di poco conto,
rilanciata a freddo - anzi a caldo, visto che il diretto interessato corre per
la riconferma - nientemeno che dal segretario. È Dario Franceschini, infatti,
chiudendo due giorni fa il seminario estivo della Scuola di politica di
Salvatore Vassallo, nella rossa Romagna, ad approfittare di chi in platea
chiede lumi, sulle decine di fondazioni in mano ai suoi cugini politici, per
sentenziare: «Il Partito democratico è un soggetto giuridicamente nuovo e non
ha ereditato né attivi, né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo
che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano
andare a finire al Pd, che abbiamo fatto insieme». Insieme, dunque, sottolinea
l'ex Dl, convinto che non ci sia «ragione giuridica né politica perché ciò non
accada». Sarà. Intanto, però, seduto accanto alla tanto young macchina di voti
Debora Serracchiani, ma poco democrat quando dice di voler spedire i
dissidenti, chi non segue cioè la linea ufficiale del capo, ad «attaccare
manifesti sui muri», Franceschini assesta un colpo preciso. Diretto al
principale antagonista del suo stesso schieramento, tanto per parafrasare Walter Veltroni: ovvero,
Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare
alla querelle pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra
scandaloso sollevare la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della
prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo
nella battaglia per la futura leadership -. Detto questo, penso che
Franceschini abbia parlato da segretario ma anche da candidato, buttando la
palla dall'altra parte, verso Bersani. A questo punto,
sarebbe interessante sapere cosa ne pensi» l'ex ministro diessino. Secondo
Pierluigi Mantini, un tempo nel comitato di tesoreria Pd, passato da fine marzo
nella squadra dei centristi, sarebbe utile sapere invece cosa ne pensi Piero Fassino.
Già, proprio lui, l'attuale coordinatore della mozione franceschiniana, anni fa
segretario dei Ds, che pensò bene a inizio gennaio di apostrofarlo, si fa per
dire, in pieno Transatlantico e a microfoni di Radio radicale aperti («hai
detto solo cazz..., mi sono rotto i c...»), perché reo di essersi lamentato con
Libero, tra le tante cose, che molti circoli del Pd pagano l'affitto ai Ds.
Seguì un botta e risposta di smentite. «Il nuovo partito alimenta il vecchio»,
ribadisce però adesso il deputato Udc, che premette: «È interesse di tutti che
vi siano chiarezza e trasparenza sugli assetti proprietari e i nodi politici
reali. Ma non voglio rivangare vecchie polemiche, visto che me ne sono pure
andato da quel partito». Poi, però, aggiunge: «Ho accettato le scuse, ma devo
mettere a verbale che venni aggredito per aver detto che vi era un ruolo troppo
organizzato dei Ds, con le sue fondazioni, mentre adesso Fassino non dice
nulla, nonostante Franceschini abbia affermato che è ora di finirla. Insomma,
quando ne parlavo io, era un tabù. Comunque, spero che non se lo mangi...». Non
avverrà. Fassino si fa sentire solo per smentire il «fantasma» di una
scissione, di un ipotetico divorzio tra i coniugi finiti sotto lo stesso tetto.
E per invitare tutti a stare «un po' calmini». Ma «il problema patrimoniale
rimane», riconosce un esponente cattolico di lungo corso, orfano della guida di
Francesco Rutelli. Quello che, per Rosy Bindi, farebbe
bene a preparare i bagagli, se non si sentisse più integrato nel gruppo. Ma questa
è un'altra storia, una delle tante. Come la sorta di catena di Sant'Antonio sui
«nostalgici» ammalati di «berlusconite», avviata da Beppe Fioroni, a cui
s'iscrivono per replicare a vicenda Livia Turco e Giorgio Merlo, tanto per
citare il filone polemico di ieri. Ma «la vera paura», confida sconsolato un ex
sottosegretario, «è che continui così fino ad ottobre». © IL GIORNALE ON LINE
S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 28-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 28 luglio 2009 Serracchiani, la
saputella di provincia che mette zizzania di Giancarlo Perna Salita alla
ribalta con un discorso web di 13 minuti, non ha più smesso di dare lezioni. Ha
una risposta per tutto, sempre con parole senza senso Fatto suo lo slogan del
dentifricio Durbans, con quella bocca può dire quel che vuole, Debora
Serracchiani non se ne fa
mancare una. è da mesi in uno stato di irrefrenabile euforia che sfoga
straparlando. Ogni giornalista a corto di spunti ma con due colonne da riempire
con lei va sul sicuro. Il nuovo idolo del Pd ha tempo per tutti e una risposta
su tutto. Volete per esempio conoscere il suo pensiero sul «giusto equilibrio
tra rispetto dei diritti e rispetto delle coscienze individuali?». Voi,
probabilmente, ve ne infischiate. Ma il «Circolo online Pd Obama» ci teneva a
saperlo e lei non si è fatta pregare: «Gli individui - ha spiegato - devono
essere messi nella possibilità di scegliere, nel rispetto della coscienza di
ciascuno». Rigiratele come vi pare, ma né la domanda, né la risposta hanno un
qualsivoglia senso. Per voi leggerle è stato una perdita secca di tempo. Debora
ha invece aggiunto unaltra tacca alla sua nomea di Pizia della sinistra.
Nellasserzione i fan rinverranno significati reconditi, messaggi di
riscossa, parole finalmente di sinistra. Qualsiasi cosa Debora dica è infatti
presa per oro colato sia che rientri nei
canoni occidentali della comprensibilità, sia che ne prescinda, come nel caso
in specie. Il fenomeno Serracchiani, più che riguardare questa trentottenne con
frangetta, illustra il patetico smarrimento dellelettorato del Pd. A
secco da anni di speranze e
soddisfazioni, la sinistra è costretta a scambiare lentusiasmo senza capo
né coda di questa ragazza di provincia per il sole dellavvenire. Il bello
dellequivoco è che la prima a credere ai propri poteri taumaturgici è la
fanciulla stessa. Di qui, il
suo costante imperversare. Negli ultimi tre giorni si è talmente espansa che ha
riempito di sé quotidiani, tv locali, femminili e la rete internettiana nel suo
complesso. Mi limito a una ponderata selezione. Con una premessa. Debora è salita
alla ribalta nel marzo scorso allAssemblea dei circoli del Pd lanciando un appello
allunità del partito: basta farci le scarpe tra noi, troviamo una linea
condivisa, il nemico da battere è Berlusconi. Bene, entrata anche lei
nellagone, si è subito smentita. Salendo in
cattedra ha dato le pagelle ai papaveri del Pd, con particolare attenzione ai
candidati segretari. Lautostrada per seminare ulteriore zizzania in un campo già
folto di infestanti. Il voto più benevolo è stato per il suo prediletto, Dario Franceschini. Sei e mezzo, ma con nota a margine:
«Si deve impegnare di più». A Franceschini la signorina deve tutto. Dal lancio
mediatico, allelezione a deputato europeo. Se tanto mi dà tanto, dagli
amici mi guardi Iddio. Un sei ha ricevuto Pierluigi Bersani, principale rivale di
Franceschini, «anche se - avverte simpaticamente Debora - nessuno si è accorto
che si è candidato». Il terzo in gara, Ignazio Marino, mago del bisturi e delle
note spese, si è beccato linsufficienza. «Non abbiamo bisogno di un chirurgo, ma di un segretario a tutto campo», ha chiosato lesuberante,
appioppandogli un misero cinque. Stesso voto a Max DAlema col rimprovero, senti chi parla, di intrufolarsi
dappertutto come il prezzemolo. Max, arricciati i baffi, ha replicato alla
maestrina da par suo: «Vorrei capire questa cattedra quando lha avuta». Infine, con
apparente modestia e spocchia vera, si è auto data tra il cinque e il sei
dicendo: «Devo sforzarmi per cambiare gli altri (del Pd, ndr) e non cambiare me
stessa». Tradotto: vado benissimo così; spero
solo che il partito non mi corrompa. Sottinteso: non voglio trasformarmi in unameba anchio.
Questo vi dà lidea che la giovinetta ha di se stessa: una forza integra
capitata in un corpo infetto con lalta missione di guarirlo. Con quali mezzi lha detto domenica facendo con Franceschini un po di
campagna elettorale in favore del medesimo. In jeans e maglietta si è
presentata con Dario, in analogo look confidenziale, a duecento simpatizzanti
romagnoli nella Rocca di Bertinoro. Dopo un
preambolo serioso e vagamente babbione del segretario uscente, la sbarbatella
tutto pepe ha impugnato lascia e preso la parola: «Disciplina. Disciplina, ecco
quello che ci vuole. Giusto discutere, ma quando la linea è stata scelta, va
rispettata». Pausa a effetto e
stilettata: «Chi non segue la linea deve essere spedito ad attaccare i
manifesti per punizione». La cosa è piaciuta moltissimo ai vecchi militanti e
ai togliattiani frammisti al pubblico, tanto che uno ha chiesto speranzoso:
«Torniamo al centralismo democratico (lantico modo di tacere e obbedire proprio del Pci,
ndr)?». La risposta sincera sarebbe stata sì, ma lei abile e à la page ha
invece replicato: «Ma no, il mio è solo buonsenso democratico, quello che non
abbiamo avuto per troppo tempo e che ci ha fatto
perdere voti e credibilità». La ricetta di Debora è, in sostanza, pugno di
ferro. Basta con le autoanalisi, le sedute di gruppo, la miriade di opinioni,
il piangersi addosso. è lo stesso atteggiamento che piacque tanto nella famosa
assise di marzo quando con un discorsetto di tredici minuti, la sconosciuta
avvocatessa di Udine, salì alla ribalta nazionale. In quelloccasione, disse due
parole chiave che mandarono in visibilio i presenti: «Basta», «è follia». Il
basta riferito alla linea politica ondivaga di Veltroni, il follia al fatto che troppi nel Pd mettono
bocca. Ma, attanagliata anche lei dal vuoto di idee del partito cui si candida
mosca cocchiera, non delineò uno straccio di programma. Riuscì solo a dire - e
tutti ad ascoltarla al settimo cielo - che non voleva lItalia del Berlusca. E
giù la solita immagine burletta del Cav: le ronde, le tv, il conflitto di
interessi, il lodo Alfano. Silenzio sui magistrati dassalto, le
intercettazioni alla De Magistris, la ripulitura di Napoli dai rifiuti accumulati da Bassolino e benedetti come reliquie
da Prodi, ecc. Nei fatti, la solita retorica volatile dei DAlema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci
anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i
militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la
leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea
politica che nella più ampia discussione, nella più approfondita mediazione che è necessaria...
ecc». In quei tredici minuti riuscì anche a elogiare lo stile da strada di Di
Pietro, contrapponendolo a quello fiacco dei suoi leader. «Noi cominciamo i
nostri discorsi con “Io”, lIdv invece comincia, “Berlusconi dice”, “LIdv
pensa”... dora in avanti facciamo come
loro». Poi concluse con la sviolinata a Dario (appena succeduto a Veltroni) che le ha spalancato la carriera: «Tu,
Franceschini, hai il compito di dare credibilità nuova a questo partito e ci
stai riuscendo alla grande». Neofita sì, ma paraventa pure. è passata alle
cronache anche laltra turibolata in pro di Dario: «Lo sostengo perché è
simpatico». «Lo era anche Totò», è stato il meno caustico dei commenti che suoi
compagni di partito le hanno rovesciato addosso. Se Serracchiani non è una fan
di Totò - inteso stavolta come
Di Pietro - poco ci manca. Con Beppe Grillo, che dellex pm è una costola,
intrattiene via blog una melensa e rispettosa corrispondenza. «Caro Beppe... in
fondo stiamo lavorando per uno stesso obiettivo. Ti prego di concedermi il beneficio del dubbio. Forse la strada che ho scelto io (ma
quale sia non dice, ndr) è quella più indicata per rinnovare la politica.
Lasciami provare». Risposta ammansita di Grillo: «Forse sei una persona giusta,
ma nel posto sbagliato... In bocca al lupo». Nel breve arco di questi mesi,
Debora è già riuscita a scrivere un libro Il coraggio che manca, ovviamente al
Pd e che invece in lei ribolle. Frase chiave: «Io non ho sponsor, io sono
quella che sono e devo crearmi uno spazio sul campo». Insomma, il dubbio non è
il suo forte. A darle fumo al cervello è stato lottimo risultato delle
Europee. Solo in base ai famosi tredici minuti al microfono, le fideiste truppe
democratiche del Friuli le hanno dato 74mila voti. Nessuno dei luoghi ha fatto
meglio. Il Cav ne ha avuti novemila meno e
il candidato ufficiale del Pd, Luigi Berlinguer, consunto cugino dellindimenticabile icona,
ne ha racimolati solo undicimila. Avrebbe probabilmente perso la testa anche
uno che partiva da più lontano. Debora è una romana diventata friulana per amore. Fatte le medie in istituto di suore
della Capitale - con relativo successo delle pie donne poiché, sia pure
credente non è praticante - si innamorò a ventanni di Riccardo. Per
seguirlo, si è trasferita ventiduenne a Udine dove convivono tuttora felicemente con due cani e tre gatti. Per un po si è accontentata di
esercitare lavvocatura nel foro che, se non erro, fu quello in cui
debuttò il celebre Carnelutti. Finché, nel 2006, la politica entrò prepotente
nella sua vita. Divenne consigliere provinciale dei
Ds. Lanno scorso ha preso la guida del Pd cittadino. Ora è
candidata alla segreteria regionale del partito. Veltroni la vuole pure
vicesegretario di Franceschini se costui vincerà. Intanto deve andare ogni
settimana a Strasburgo e prosegue a pieno ritmo con la professione. Se riuscirà
in tutto, non saprà probabilmente a chi dare i resti. Nel frattempo, si
accontenta di dare entusiasticamente i numeri. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. -
Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Giornale.it, Il"
del 28-07-2009)
Argomenti: PD
articolo di martedì 28 luglio 2009 Non cè pace nel Pd:
scoppiata la guerra dei soldi di Vincenzo La Manna Ecco il trucco degli ex
comunisti: fondazioni per salvare il "tesoro". Nel mirino di
Franceschini i palazzi che furono del Pci: torna lo spettro della scissione. Fassino frena: "Stiamo calmi".
Sposetti, il cassiere che sbanca sempre Roma - Ci mancavano solo i piccioli.
Come se non bastasse lo stillicidio quotidiano offerto da chi si considera
esponente del «nuovo» e accusa di «vecchio» il compagno di banco. O di chi
sbandiera il vessillo della laicità tout court in faccia al collega di opinione
opposta. Ma tantè. Il Pd non finisce mai di annoiare, non cè che dire.
E adesso, riciccia fuori pure la vecchia ferita della «dote», evidentemente mai
rimarginata del tutto. Un nervo
scoperto, quello del patrimonio pre-nuziale dei due non più novelli ma sempre
litigarelli sposi, che agita ancora i sonni dei possidenti Pci-Pds-Ds e dei
giovani di belle speranze ex Ppi-Margherita. Una questione non di poco conto, rilanciata
a freddo - anzi a caldo, visto che il diretto interessato corre per la
riconferma - nientemeno che dal segretario. è Dario Franceschini, infatti,
chiudendo due giorni fa il seminario estivo della Scuola di politica di
Salvatore Vassallo, nella rossa Romagna, ad approfittare di chi in platea
chiede lumi, sulle decine di fondazioni in mano ai suoi cugini politici, per
sentenziare: «Il Partito democratico è un soggetto giuridicamente nuovo e non
ha ereditato né attivi, né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo
che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano
andare a finire al Pd, che abbiamo fatto insieme». Insieme, dunque, sottolinea
lex
Dl, convinto che non ci sia «ragione giuridica né politica perché ciò non accada». Sarà. Intanto, però, seduto accanto alla
tanto young macchina di voti Debora Serracchiani, ma poco democrat quando dice
di voler spedire i dissidenti, chi non segue cioè la linea ufficiale del capo,
ad «attaccare manifesti sui muri», Franceschini assesta un colpo preciso.
Diretto al principale antagonista del suo stesso schieramento, tanto per parafrasare Walter Veltroni: ovvero,
Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare
alla querelle pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra
scandaloso sollevare la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della
prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo
nella battaglia per la futura leadership -. Detto questo, penso che
Franceschini abbia parlato da segretario ma anche da candidato, buttando la
palla dallaltra parte, verso Bersani. A questo punto, sarebbe interessante sapere cosa ne
pensi» lex ministro diessino. Secondo Pierluigi Mantini, un tempo
nel comitato di tesoreria Pd, passato
da fine marzo nella squadra dei centristi, sarebbe utile sapere invece cosa ne
pensi Piero Fassino. Già, proprio lui, lattuale coordinatore della mozione franceschiniana,
anni fa segretario dei Ds, che pensò bene a inizio gennaio di apostrofarlo, si fa per dire, in pieno Transatlantico e
a microfoni di Radio radicale aperti («hai detto solo cazz..., mi sono rotto i
c...»), perché reo di essersi lamentato con Libero, tra le tante cose, che
molti circoli del Pd pagano laffitto ai Ds. Seguì un botta e
risposta di smentite. «Il nuovo partito alimenta il vecchio», ribadisce però
adesso il deputato Udc, che premette: «è interesse di tutti che vi siano
chiarezza e trasparenza sugli assetti proprietari e i nodi politici reali. Ma
non voglio rivangare vecchie polemiche, visto che me ne sono pure andato da
quel partito». Poi, però, aggiunge: «Ho accettato le scuse, ma devo mettere a
verbale che venni aggredito per aver detto che vi era un ruolo troppo
organizzato dei Ds, con le sue fondazioni, mentre adesso Fassino non dice
nulla, nonostante Franceschini abbia affermato che è ora di finirla. Insomma,
quando ne parlavo io, era un tabù. Comunque, spero che non se lo mangi...». Non
avverrà. Fassino si fa sentire solo per smentire il «fantasma» di una
scissione, di un ipotetico divorzio tra i coniugi finiti sotto lo stesso tetto.
E per invitare tutti a stare «un po calmini». Ma «il problema patrimoniale rimane»,
riconosce un esponente cattolico di lungo corso, orfano della guida di
Francesco Rutelli.
Quello che, per Rosy Bindi, farebbe bene a preparare i bagagli, se non si
sentisse più integrato nel gruppo. Ma questa è unaltra storia, una delle
tante. Come la sorta di catena di SantAntonio sui «nostalgici» ammalati
di «berlusconite», avviata da Beppe Fioroni, a cui siscrivono per replicare
a vicenda Livia Turco e Giorgio Merlo, tanto per citare il filone polemico di
ieri. Ma «la vera paura», confida sconsolato un ex sottosegretario, «è che
continui così fino ad ottobre». © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961
(
da "Unita, L'"
del 29-07-2009)
Argomenti: PD
Gli svogliati del bottone pronti per il mare Insolita
tranquillità tra i banchi. Ministre in tiro Gioco delle parti tra i democratici,
con la veltroniana Madia a conversare con D'Alema e Bersani M.Ze. Aula semideserta al mattino, pienone al
momento del voto, con la neoministra Michela Vittoria Brambilla che fa una
gaffe e si piazza nella poltrona centrale, quella destinata al premier. Quando
Berlusconi arriva è costretta a rimediare. E rimedia anche Antonio Di Pietro,
che quando deve votare entra nel panico: si inceppa il meccanismo, una
funzionaria arriva, consegna una nuova tessera e lui sbaglia: pigia il verde.
Urla di panico dei suoi, correzione. Nervi tesi a Montecitorio con il Pd alle
prese con il congresso e il Pdl con la mina del Sud. Mentre in Aula si procede
con le dichiarazioni di voto sul Dl anticrisi sono queste le vere partite che
si stanno giocando. In aula la bionda Marianna Madia siede tra Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema: parlano
fitto. Bersani sorride, Madia annuisce, poi continua
con D'Alema. Un piatto ghiotto per i fotografi, una
veltroniana che ormai da tempo tutti danno, più o meno scherzosamente, per
dalemiana. Nuove geografie? Appena dietro, il ministro Tremonti, parla a lungo
con Piero Fassino, entrambi appassionati alla questione Settentrionale.
Tremonti parla, Fassino annuisce. Poco prima l'ex segretario Ds discuteva con
Beppe Fioroni di strategie congressuali. Una sintonia inimmaginabile ai tempi
del Family Day. D'Alema, Bersani, Letta e Ugo Sposetti (ex tesoriere ds), discutono insieme. Tra i temi,
di sicuro, quello del patrimonio Ds che Franceschini vorrebbe nel Pd e sul
quale Bersani sceglie un oculato silenzio. Ogni mozione lavora sugli indecisi,
grandi movimenti. Altro dubbio: il siluro che ha investito il terzo
candidato, Ignazio Marino, su cui pesa la vicenda dei doppi rimborsi quando era
a capo dell'Ismett di Palermo, a chi porterà consensi? Intense previsioni. Il
quartier generale di Pdl e Lega, invece, si concentra davanti al buvette: c'è
il Cavaliere. A Bossi,«vieni a vedere i lavori di ricostruzione in Abruzzo»,
Per chiunque una parola di conforto: il piano del Sud? «Ci stiamo lavorando».
Competenze alla Prestigiacomo? «Ci stiamo lavorando». La guerra Tremonti-Micicché?
«Sto mediando». Ai rapporti tesi con la Chiesa, invece, ci pensa Gasparri: «Mi
pare ci sia una serenità nel mondo cattolico perché c'è questa maggioranza».
Transatlantico
(
da "Riformista, Il"
del 29-07-2009)
Argomenti: PD
«Rinnovamento vero, nessun patto segreto» Bersani spiega il suo Pd FORUM. L'ex ministro risponde alle
domande del "Riformista". «Non sono un nostalgico. Con me segretario,
la ruota girerà». Il candidato parla della modifica delle primarie e del nuovo
centrosinistra. «La maggioranza è nei guai. Lavoriamo col resto delle
opposizioni al cantiere di un'alleanza larga, democratica, "di
progresso". Io sono per un bipolarismo plurale». al riformista. Pier Luigi
Bersani nella redazione del Riformista coi giornalisti
e il direttore ... di Tommaso Labate «Se diventerò segretario del Pd, allora
vedrete nei fatti quello che ho in testa per il rinnovamento. A un dibattito
sull'innovazione fatto così, a chiacchiere, preferisco non partecipare. Ma se
toccherà a me...». Gli avversari l'hanno etichettato come il candidato del
fronte "nostalgico". E Pier Luigi Bersani,
durante il forum con la redazione del Riformista, ha rovesciato l'accusa.
Presentando il partito che sarà, se sarà, con la sua elezione a leader del Pd.
Dal "ruolo" che avranno D'Alema&Veltroni alla promozione dei giovani, passando dalla riforma
dello strumento delle primarie. L'obiettivo? «Tra vent'anni, quando le nuove
generazioni ci chiederanno da dove arriva il Pd, cosa gli rispondiamo? Che è
nato da Ds e Margherita? Suvvia, non scherziamo... Io ho chiare quali devono
essere le radici culturali: quelle socialiste e quelle cattolico popolari.
Qualcuno pensa che sia un'idea ottocentesca? Stupidaggini. Voglio un partito
che sia a sinistra, democratico e liberale. Che dia vita a una nuova
coalizione». E le alleanze? «Ecco, io non ho cancellato dal mio vocabolario la
"vocazione maggioritaria"- risponde Bersani
- : va messo in piedi un progetto completo, senza trattini, anche perché non
voglio appaltare pezzi di programma a nessuno. Servono alleanze larghe,
democratiche e "di progresso". Cominciamo a costruire una politica
comune delle opposizioni». E aggiunge: «Tutte queste cose non sono mica in
contraddizione con l'idea di far crescere il Pd, anzi. L'esperienza insegna che
se tieni aperte le canalette, l'acqua ti arriva. Se invece le tieni chiuse, più
semplicemente, no». Le primarie e il «rischio Storace». «L'avrete notato, no?
Io insisto molto sul profilo dell'identità. Credo che un partito sia uno
strumento e che la sua missione sia fuori di lui. Per questo credo che non
possiamo correre il rischio di fare del Pd un campo di forze che finisce per
perdere di vista la sua missione», spiega Bersani. E i
tanti rischi delle primarie per l'elezione del leader aperte a tutti, comprese
a Francesco Storace, che il 25 ottobre andrà a votare proprio per lui? L'ex
ministro risponde: «Questa specie di distanza antropologica che abbiamo creato
tra "elettori" e "iscritti" ha seminato solo guai. Durante
l'ultima campagna elettorale, una signora anziana, non un'iscritta ma un'elettrice,
mi ha chiesto: "Perché vi si vede in giro soltanto quando avete bisogno
del voto?". Il paradosso, fin qui, è stato proprio questo: prima abbiamo
chiamato a raccolta gli elettori, poi li abbiamo liquidati con tanti saluti.
Oggi torniamo a convocarli, senza neanche chiedergli la carta d'identità...».
Morale? «Questo tipo di percorso comporta molti rischi - incalza il candidato
-. Lo dimostrano anche le parole di Storace, al quale rispondo con un messaggio
chiaro e semplice: A.A.A. astenersi perditempo. Un partito non può non essere
prima di tutto una comunità». L'ex ministro dello Sviluppo economico ha già nel
cassetto la bozza per la modifica delle primarie: «Se il partito deciderà per
le primarie del segretario, comunque non potranno più svolgersi senza un albo
degli elettori certificato. Nei congressi va utilizzato un sistema misto, in
cui le tessere conteranno per il 50 per cento o giù di lì. L'altro 50 verrà
determinato dal numero dei voti presi dal Pd in ogni singola città». Già, le
tessere. L'ex ministro dello Sviluppo economico spiega che alla fine saranno
«800mila circa. Io non faccio parte della macchina organizzativa del Pd per cui
spero - aggiunge - che siano tutte controllate e certificate. E spero che su
questo argomento si possa finalmente arrivare a sdrammatizzare». D'Alema e Veltroni. Prima che le assise iniziassero, in molti avevano previsto
l'ennesimo "D'Alema versus Veltroni", stavolta per interposta persona. Domanda: se Bersani dovesse vincere il congresso, che ne sarà di "Massimo"
ma soprattutto di "Walter", che è schierato contro di lui.
L'ex ministro risponde: «L'ho detto presentando la mia candidatura: sono il
candidato di nessuno che pensa ci sia bisogno di tutti. Adesso però aggiungo
un'altra cosa. Se toccherà a me guidare il Pd non permetterò che nes-su-no
(scandisce, ndr) di quelli che ci hanno portato fino a qui venga sfregiato da
chicchessia. La "ditta" - continua Bersani -
non si piccona. Ci deve essere rispetto per tutti». La promozione dei
"nuovi". L'ex ministro giura che risponderà coi fatti «alla polemica
balorda che c'è stata a proposito del nuovo-vecchio». E annuncia: «Dobbiamo
passare sempre più compiti nelle mani della nuova generazione che è già in
campo. Penso ai tanti ragazzi che sono impegnati sul territorio, ai nostri
giovani amministratori locali. Il compito della mia generazione sarà quello di
lanciarli in pista ma anche di proteggerli. Dobbiamo capire tutti che la ruota
adesso deve girare». Gli si obietta che anche Franceschini, nel creare a
febbraio il gruppo dirigente nazionale, ha dato vita a una segreteria piena di
facce nuove, di cui però si son subito perse le tracce. «A me - replica Bersani - non piacciono le mosse puramente simboliche. Per
questo non ne farò. Al Pd serve un meccanismo meritocratico per la selezione
della classe dirigente. Soltanto così garantiremo il passaggio di consegne ai
giovani. Io ho già deciso: se vincerò io, ogni organismo verrà formato per la
metà da componenti espressi dai livelli territoriali di base. Questo è il modo
di mandare avanti chi davvero si forma alla politica». Bassolino,
Loiero&co. In un dibattito congressuale che finora non ha brillato per fair
play, a Bersani è stato chiesto conto di alcuni suoi
sponsor. Della serie: "Come fai a rinnovare se hai con te Bassolino e Loiero?",
è stata l'accusa che gli è stata mossa, negli ultimi giorni, da molti
sostenitori di Franceschini. L'ex ministro risponde così, senza pensarci:
«Vedete, finora io non ho mai detto nulla contro nessuno. Però non posso stare
zitto di fronte ad attacchi che distorcono la realtà dei fatti. Tra l'altro,
tanto per parlare di chi c'era prima, gli ex segretari di Ds e Margherita
sostengono tutti Franceschini...». E Bassolino? E Loiero? «In questi due anni
non si può certo imputare a me un mancato rinnovamento. E comunque sia lo
ripeto: non sottovaluto l'esigenza, e lo dimostrerò, mandare avanti la nuova
generazione. Ma lo voglio dire con chiarezza: questo processo non può essere
creato con gli ostracismi. Una cosa è certa: tutti devono capire che la ruota
deve girare». Nostalgico? Comunista? Emiliano?. Eppure, mentre Bersani è atteso alla prova dei fatti, le etichette si
sprecano. "Nostalgico". «Non lo sono affatto e rifiuto questa
etichetta. Certo, non sono un amante delle chiacchierate vuote sull'innovazione
e magari faccio tesoro della memoria. Ma voi lo sapete che sono diventato
presidente dell'Emilia Romagna dopo un accesissimo dibattito in cui criticai il
concetto di "modello emiliano"? E io sarei un nostalgico?». Altro
giro, altra etichetta: "comunista". Bersani
prima ricorda il suo antico pallino «sulle tradizioni socialista e
cattolico-popolare». Poi la butta sul ridere, evocando (senza citarlo) un
famoso adagio veltroniano: «Oh, non sto mica qui a dire che non sono mai stato
nel Pci, s'intende». L'ultima etichetta è geografica: "troppo
emiliano". «L'Emilia non ha mai espresso nessun segretario di Pci-Pds-Ds.
Ma la cosa che mi ha fatto tremare in passato è stata un'altra. Quando divenni
ministro per la prima volta, seppi che nessun emiliano aveva mai ricoperto un
incarico di governo prima di me. E visto che per entrare nell'esecutivo dovetti
dimettermi dalla giunta, ci pensai per giorni e giorni: "E se faccio
brutta figura?"». «Nessun patto, nessun accrocchio». Come si risveglierà
il partito dopo il congresso? Ci saranno una maggioranza e una minoranza? E i
patti tra i due fronti principali, di cui danno conto le classiche voci di
corridoio? Bersani, sul punto, è netto: «Ovvio,
usciremo dal congresso con una maggioranza e una minoranza. Io conosco me
stesso e so già da ora che se devo promuovere un giovane bravo, non andrò a
vedere se ha sostenuto Franceschini oppure no. Ma una cosa è certa: non mi sono
mai piaciuti i "grandi patti" che annacquano le sfide franche e non
sono proprio il tipo da "accrocchi"». Proprio un
"accrocchio" avrebbe potuto fermare le lancette del congresso e
rinviarlo all'anno dopo: la determinazione di Bersani
l'ha impedito. Quando risente la storia di un mese fa, l'ex ministro
s'abbandona a un sorriso che la dice lunga: «Lo so, l'ho sentita anch'io questa
storia. In ogni caso, ho ribadito in ogni occasione che non avevo alcuna
intenzione di fermarmi. E visto che ho fiutato l'aria di una scissone
silenziosa, visto che ho capito che molti dei nostri ci stavano per
abbandonare, ho preferito dirlo con nettezza che non mi sarei mai fermato».
Idv, Udc e la coalizione che verrà. Nonostante ripeta che «non è detto che il
segretario del Pd sia il candidato premier», Bersani
ragiona come se avesse già in testa un suo schema: «Un progetto completo, di
sinistra e liberale, senza trattini». La start-up? «Dobbiamo mettere in
cantiere delle proposte istituzionali ed elettorali partendo da un ragionamento
che va fatto col resto delle opposizioni. Al contrario di quanto si è fatto
tempo fa, non è che se ho un'idea di riforma vado a dirla per primo a
Berlusconi». Nell'ottica bersaniana, quel cantiere sarà il cemento della nuova
alternativa al Cavaliere. «Iniziando proprio dalla costruzione per le alleanze
alle prossime regionali», spiega il candidato alla segreteria del Pd. Riguardo
a Casini, che ha già negato l'ingresso dell'Udc in un nuovo centrosinistra, Bersani spiega: «Il primo passo è difficile per chiunque,
serve tranquillità strategica. Vedete, tutti i partiti dell'opposizione devono
essere preoccupati della curvatura populistica che può prendere la legislatura.
Non solo: siamo di fronte all'acuirsi di una crisi economica e sociale. Il
nervosismo che c'è nella maggioranza non dipende tanto dalle veline del premier
ma dall'incombere di un grande problema di finanza pubblica. La fine
dell'avanzo primario è la bandierina che lo segnala...». Viste le premesse,
l'ex ministro dice che «la sperimentazione dell'alternativa a Berlusconi va
iniziata subito». Dunque «alleanze larghe, democratiche, "di progresso"».
E il cordone ombelicale che lega ancora il Pd a Di Pietro? Così Bersani: «Io rimango esterrefatto quando vedo Di Pietro che
attacca il presidente della Repubblica e lo denuncio pure pubblicamente. È
chiaro che noi e l'Italia dei valori abbiamo un modo diverso di fare
opposizione. Ma più che l'ex pm, mi preoccupa il pezzo di paese che ragiona in
quel modo lì. La vera "vocazione maggioritaria" è ingrandirsi al
punto di intercettarlo, non annunciare la rottura di un'alleanza». Le
regionali. Il cantiere deve essere sperimentato alle regionali. Bersani sarebbe pronto a cedere qualche presidenza a Casini?
«Mah», risponde lui, «per questo tipo di discussioni bisogna sentire il
territorio». Primarie sempre, anche nel caso in cui il governatore del Pd
uscente (tipo Loiero o Marrazzo...) sia solo al primo mandato? «Sì», risponde
secco l'ex ministro. «Le primarie vanno fatte anche in questo caso. Io la penso
così». I rapporti con la Lega. «Sono sostenitore di un bipolarismo con
caratteri "plurali". Non mi piacciono le sigle definitive, tipo
"centrosinistra stretto" oppure "largo"», spiega Bersani. Che però torna a segnalare la certezza che «il
centrodestra, da qui in avanti, avrà problemi molto seri». Domanda: se guiderà
il principale partito di centrosinistra, cercherà di "pescare" forze
anche dall'attuale centrodestra? Risposta: «Io non credo alla differenza
antropologica tra destra e sinistra. E credo inoltre che sia necessario aprire
anche a forze sociali che oggi stanno di là». E il dialogo con la Lega? Bersani la mette così: «I rapporti con la Lega vanno posti
in termini concorrenziali più attivi. Non possiamo mica pensare che loro siano
quelli con l'elmetto in testa perché non è così. Morale? Dobbiamo innanzitutto
riconoscerli e non snobbarli». E ancora, sempre sulle camicie verdi: «È vero
che, ronde a parte, non hanno inventato mai nulla. Ma anche noi, non possiamo
stare fermi alle nostre grandi invenzioni degli anni Settanta. Il mutuo
riconoscimento con la Lega sarebbe già un passo avanti perché tra di noi ci sia
una concorrenza nazionale...». E l'armonizzazione Nord-Sud, che sta tormentando
i sonni di Berlusconi? «Su questo, mi creda, noi siamo avanti mille miglia
rispetto a loro. Certo, non è facile arrivare a un equilibrio tra Settentrione
e Meridione. Ma non è impossibile. Pensate,ad esempio, a un credito d'imposta
automatico rispetto a una legge come la 488. O al fatto che se fai la riforma
del commercio o delle parafarmacie, la cosa piace al Nord ma dà più effetti al
Sud. Oppure ai meccanismi premiali per le realtà del Mezzogiorno che
raggiungono un certo livello nei singoli servizi». «Non m'appassiona la Rai». Bersani sorride quando gli si fa notare che sembra più uomo
di governo che di partito. Parla più agevolmente di contratto di lavoro («Non
esattamente la proposta Ichino, ma sì a un processo di unificazione dei
contratti») e riforma delle pensioni («Lavoriamo pure a un meccanismo graduale
e volontario che porti all'innalzamento dell'età pensionabile, però pensiamo
anche al livello delle pensioni da qui a vent'anni») che di nomine Rai. «Non
m'appassiona la Rai», dice sorridendo. «Le nomine? Non le ho mai cercate. Per
quel che è possibile, cerco sempre di starne alla larga. Certo, anche quelle
vanno fatte. Ma una nomina è buona se quello che hai nominato poi non lo senti
più...». L'ipotesi governissimo. L'ex ministro dello Sviluppo economico sembra
pronto a ogni evenienza. «Il centrodestra sta per entrare in seria difficoltà»,
ripete. E se capitasse l'ipotesi governissimo? «Non dimentichiamoci che di là
c'è un signore che si chiama Silvio Berlusconi. E non mi sembra proprio il tipo
di persona che organizzerebbe una grande cerimonia per salutare tutti e farsi
da parte serenamente». Quanto al sexgate, Bersani non
sembra appassionarsene più di tanto. «Queste vicende hanno dato un colpo non
banale alla nostra credibilità internazionale. Ma un partito non è un'autorità
morale. Certo, noi abbiamo l'obbligo di chiedere serietà e sobrietà. Le
valutazioni morali spettano ad altri». 29/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 29-07-2009)
Argomenti: PD
Mi chiamo Bersani Risolvo
problemi sexygate Due new entry nel giro di escort baresi per il premier
d'Esposito a pagina 9 di Tommaso Labate «Rinnovamento? Se toccherà a me guidare
il Pd, la ruota girerà davvero». In un forum con la
redazione del Riformista, Pier Luigi Bersani spiega
come cambieranno il Pd e il centrosinistra se verrà eletto segretario. Dalla
promozione dei giovani, al ruolo che avranno Veltroni e D'Alema. «Dal congresso usciranno una maggioranza e una minoranza. Non
sono tipo da "accrocchi"». E sul governo: «Il centrodestra è
nei guai. Ma non per le veline». alle pagine 2 e 3 29/07/2009
(
da "Manifesto, Il"
del 29-07-2009)
Argomenti: PD
800mila tessere,
(
da "Manifesto, Il"
del 29-07-2009)
Argomenti: PD
IN breve IL CONGRESSO DEL PD 800mila tessere,
(
da "Tempo, Il"
del 30-07-2009)
Argomenti: PD
stampa L'intervista L'operaio della Thyssen oggi deputato
Pd si schiera con l'ex ministro: «Voglio un partito popolare» Boccuzzi «Walter,
mi spiace ma scelgo Bersani» «Scelgo Bersani». Non dica perché è simpatico che come battuta è già
vecchia. «No, non glielo dico. Non è il mio modo di intendere la politica».
Antonio Boccuzzi è rimasto un po' lo stesso. Solo i capelli, raccolti in una
coda, si sono allungati. Per il resto è ancora l'operaio della Thyssen, l'unico
sopravvissuto. E allora, perché Bersani? «Anzitutto
perché spero ancora in una politica che non parli politichese, che parli come
la gente normale. Ecco, vorrei un Pd veramente popolare». D'accordo, è un
congresso non un corso di dizione... «E infatti le ho detto anzitutto l'aspetto
formale. Il Pd non viene compreso, i suoi leader non sono capiti dalla base.
Poi ci sono le questioni sostanziali». E quali sono? «Due su tutte. Della
mozione Bersani mi ha convinto la parte sul lavoro, la
lotta alla precarizzazione e il sostegno verso la stabilizzazione. Guardi,
quando ero bambino e andavo in giro con mio padre passavano le Fiat 131, le
Argenta e lui con orgoglio diceva: "Quella l'ho fatta io". Ecco, si è
perso lo spirito del lavoro, l'attaccamento all'azienda se ogni sei mesi devi
cambiare società». Solo il lavoro? «No, l'altro aspetto è quello relativo alla
scuola, investire sulla scuola. Più in generale questo sembra, parafrasando il
famoso film, non un Paese per giovani. Vorremmo che il Pd tornasse a far
sognare i ragazzi. La sicurezza, altro elemento fondamentale, sintomo di
civiltà, deve essere uguale per tutti, per i ricchi e per i poveri, per gli
italiani e per gli stranieri, per chi è famoso e per chi non lo è, secondo un
principio di giustizia e di uguaglianza che nel nostro Paese e ancora lungi dal
divenire». A Veltroni l'ha
detto che andava con Bersani? «No. Non ho mai pensato di dovergli chiedere il permesso. Non
solo io, ma tutti quelli che si sono candidati sono stati sempre molto
indipendenti». Che cosa l'ha delusa di Veltroni? «Nulla,
non sono deluso da lui». E da cosa? «Ero convinto che il Pd potesse
essere un'esperienza che ne raccogliesse tante diverse. Non è stato così, quel
progetto è per ora in parte fallito». E va con quelli che pensano l'esatto
contrario? «Non penso assolutamente sia il contrario. Con la mozione Bersani si sono schierati la Bindi e Letta,
così come con la mozione Franceschini si è schierato Piero Fassino, l'ultimo
segretario dei Ds. L'amalgama tra le diverse anime del Pd, è elemento
fondamentale per la nascita di un grande partito che milioni di italiani si
aspettano». Dietro Bersani c'è il vecchio? «Ma quando
mai. Io ho compiuto due giorni fa 36 anni. Ci sono Esposito, che stimo molto,
Boccia, Ginefra, Bordo, Berretta, Orlando. Ce ne sono tanti e altri verranno».
Che Pd sogna lei? «Un partito che sia radicato sul territorio. Vede, spesso mi
dicono dopo le manifestazioni "Finalmnete uno che abbiamo capito che
voleva dire"». E Franceschini non si capisce? «Guardi, quello che non mi è
piaciuto è quel parlare di vittoria dopo le Europee, dopo aver perso sette
punti. Una cosa inconcepibile». Tutto da buttare l'attuale segretario? «No, ho
condiviso la prima parte. L'assegno ai disoccupati, le proposte, il fatto di
cominciare dal lavoro. È stata una buona fase». Poi s'è messo a inseguire il
gossip. «Ecco, quello non l'ho condiviso. Assurdo inseguire Berlusconi. Il Pd
deve fare la sua politica, non capisco questo continuo dipendere in qualche
modo dal premier. Nel bene e nel male».
(
da "Messaggero, Il"
del 30-07-2009)
Argomenti: PD
Giovedì 30 Luglio 2009 Chiudi ROMA - Nel candidarsi Dario
Franceschini si dice «convinto di aver fatto la scelta giusta». «Il congresso
sarà la prova di maturità che serve al Pd - ha detto ieri sera alla festa
romana dei democratici. - C'è bisogno di un confronto vero e di una vittoria
vera per fare le cose di cui questo partito ha bisogno. Non dobbiamo temere il
confronto perché dopo il 25 ottobre saremo tutti nello stesso partito». Pier
Luigi Bersani intanto ha annunciato che, se vincerà,
eviterà «accrocchi» con la minoranza e metterà in moto «la ruota» del
rinnovamento, senza tuttavia permettere «che nessuno di quelli che ci hanno
portati fin qui venga sfregiato», siano essi D'Alema o Veltroni. Sul rinnovamento Bersani ha
insistito, prendendo le distanza dai suoi avversari: «la ruota deve girare» ma
per promuovere davvero una nuova generazione bisogna evitare «mosse puramente
simboliche». Bersani ha anche rifiutato il voto in suo favore alle primarie,
offertogli da Storace: «La mia risposta è a.a.a. astenersi perditempo».
Accanto al confronto tra i due leader prosegue anche la battaglia tra le
macchine congressuali. Ora tutto è concentrato sulle candidature alle
segreterie regionali (da presentare entro domani). Ieri la mozione Franceschini
ha annunciato la candidatura in Piemonte dell'ex ministro Damiano. Ma il caso
più clamoroso è la candidatura in Puglia di Michele Emiliano, sindaco di Bari.
Emiliano aveva già espresso una preferenza «politica» per Bersani,
ma la mozione Bersani ha adottato un criterio di
incompatibilità: i segretari regionali non devono essere parlamentari né
sindaci. Per Franceschini invece non vale alcuna incompatibilità, tanto che ha
candidato la Serracchiani in Friuli e Cofferati in Liguria. E così Emiliano per
conservare la carica di segretario ha scelto Franceschini e aperto un conflitto
con D'Alema, che era stato uno dei suoi maggiori
sostenitori nella competizione al Comune di Bari.
(
da "Foglio, Il"
del 30-07-2009)
Argomenti: PD
30 luglio 2009 Ceccanti: "Siate benvenuti, ma per
governare" Una voce, Berty e Nichi già nel Pd Bertinotti ha archiviato la
sinistra-sinistra e invita tutti nel partito unico del centro-sinistra, Bersani abbraccia il bipolarismo ma con Franceschini ancora non
va d'accordo Voce surreale ma non tanto. Girava ieri nelle redazioni politiche:
Bertinotti e Vendola già nel Pd. Fausto Bertinotti, nel corso di un dibattito
pubblico con Dario Franceschini, ha dichiarato chiusa lesperienza delle due
sinistre. “Ci ho creduto, ma ora devo
prendere atto che cè spazio a malapena per una sola sinistra”. Niente più
sinistra-sinistra dunque, ma un partito unico del centrosinistra che vada da
Rifondazione a Di Pietro passando per Nichi Vendola, Pannella e Franceschini.
Bertinotti lo pensa da
tempo, lo aveva spiegato al suo ex giornale, Liberazione, e poi lo ha anche
ripetuto alla Stampa, due settimane fa. Rivolgendosi al complesso dei rivoli in
cui si è divisa la sinistra, lex presidente della Camera ha detto che “dovrebbero essere tutti più umili e capaci di rimettersi in
discussione, abbandonando recinti, simboli e vecchie ideologie. E necessario un partito
con tutti quelli che oggi sono allopposizione e che si sentono più o meno
di sinistra, da Rifondazione allIdv, dal Pd al partito di Vendola, dai socialisti ai Verdi, dai
comunisti italiani ai Radicali”. Tutti dentro il Pd, tutti dentro il partito
dellUnione, si direbbe. E invece no. Perché Bertinotti – lo ha
detto lui stesso pochi giorni fa in una lettera a Valentino Parlato sul Manifesto – non vuole far “confluire la
sinistra nel Pd”. Ma vuole, col Pd, un partito nuovo. Questione di nomi, pare.
Il problema della sinistra, dicono. Lidea di un grande Partito che riunisca tutti i
riformismi piace a Bertinotti come pure a
Vendola, a Pier Luigi Bersani, a Dario Franceschini e
a importanti sostenitori di Ignazio Marino quali Sergio Chiamparino. Piace pure
a Franco Marini, fautore dellipotesi della doppia tessera, e a Pietro Ichino che più di
tutti ha manifestato interesse per un allargamento ai
Radicali e ai Socialisti. Eppure non si intendono tra loro. E lopzione di “tutti
dentro il Pd” resta un fiume carsico, trasversale a tutte le fazioni ma
strozzato da ambiguità lessicali che confondono lazione politica.
Chiamparino, lo ha spiegato al
Foglio, dice che “bisogna unire i dispersi della sinistra” ma
contemporaneamente dice pure che “il Pd deve esplodere per ricomporsi”.
Franceschini, già vice di Walter Veltroni, è tra gli
ideatori della vocazione maggioritaria e lo ha dimostrato più volte. Ai tempi
del governo Prodi, per esempio, parlando alla corrente degli ambientalisti
democrat disse loro: “I Verdi siamo noi”. Eppure il segretario democratico –
come hanno notato alcuni osservatori – non ha avuto la prontezza di spirito,
lunedì scorso, di rivolgersi a Bertinotti, dopo che il padre della
sinistra-sinistra dichiarava di fronte a lui conclusa unepoca, per offrirgli la
tessera del partito unico. Né, tantomeno, Franceschini sembra intendersi col
proprio principale sfidante alla segreteria, Pier
Luigi Bersani. Che dice Bersani?
“Non è più un teorico della frantumazione proporzionalista”, sostiene il
senatore democratico Stefano Ceccanti. “Bersani ha
molto modificato i contenuti della propria mozione, anche per lingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”.
Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per
declinare lo slogan “tutti dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso.
Ceccanti ha trascritto e confrontato i discorsi di Bersani
con il contenuto della mozione che lo sostiene. Lo sfidante di Franceschini,
che aveva impostato la propria mozione su un ritorno alle radici
socialdemocratiche dei Ds, nel discorso di presentazione ufficiale della
propria candidatura allAmbra Jovinelli di Roma, ha spazzato via limpianto proporzionalista e multipolare. “Noi scegliamo un
modello parlamentare – ha detto lex ministro – da elaborare in collaborazione con chi crede a
un bipolarismo maturo”. Bipolarismo maturo e alleanze secondo “una vocazione
maggioritaria che le renda possibili”, perché
costruite su vincoli programmatici. Dice Ceccanti: “Tutti daccordo sul fatto che
sia venuto il momento di aprire le porte del Pd. Ma chi entra deve accettare
lidea che questo è un partito di governo”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di
Salvatore Merlo
(
da "EUROPA ON-LINE"
del 31-07-2009)
Argomenti: PD
Articolo Sei in Interni 31 luglio 2009 La mappa delle
regioni democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie Scadono oggi i
termini per le candidature nei territori. Incertezza in Lazio, Puglia e Veneto
Si chiudono questa sera alle 20 i termini per la presentazione delle candidature
a segretario del Pd in ciascuna delle venti regioni. In linea di massima,
ciascuna mozione presenta ovunque un proprio nome. Negli ultimi giorni,
infatti, le ipotesi di convergenza su un singolo rappresentante sono di gran
lunga diminuite rispetto a quanto era possibile rilevare nelle settimane
precedenti. Il quadro, comunque, non è ancora completo. Rimangono da definire,
infatti, alcuni tasselli, che si chiariranno solo oggi. In alcuni casi, le
singole mozioni hanno preferito ritardare la pubblicazione del nome del proprio
candidato (soprattutto in casa Marino). In altri, però, rimangono da sciogliere
alcuni nodi, sia sulla possibilità di accordi trasversali, sia su una pluralità
di candidati tra cui scegliere, rispettando anche gli equilibri interni alla
singola mozione. Per il momento, si segnalano solamente cinque donne candidate:
Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia), Mariangela Bastico (Emilia
Romagna) e Francesca Barracciu (Sardegna) sostenute da Franceschini, Ileana
Argentin (Lazio) e Fernanda Gigliotti (Calabria) per Marino. Piemonte ancora
diviso Nel 2007 era stata una delle regioni in cui le primarie avevano fatto
segnare una spaccatura netta, con la necessità perfino di ricorrere al
riconteggio dei voti tra le liste che sostenevano Gianluca Susta e Gianfranco
Morgando. A prevalere era stato quest'ultimo, un cattolico democratico che a
questo giro ha scelto di sostenere Bersani, ma aveva
proposto la propria riconferma con l'intenzione di ottenere anche l'appoggio
delle altre mozioni. Dopo una prima fase di dialogo, in cui questa possibilità
sembrava potersi concretizzare, mercoledì i franceschiniani hanno preferito
proporre il nome dell'ex ministro Cesare Damiano. Ieri Susta ha invitato
Morgando a desistere dal candidarsi e Giorgio Merlo ha invitato a «non rompere
l'unità del partito alla vigilia di una delicata e difficile competizione
regionale». Ma il segretario uscente intende comunque andare avanti. Veneto,
Puppato in calo Le quotazioni della giovane Laura Puppato, proposta originariamente
dai piombini come possibile candidato unitario in Veneto, sono indicate in
netto calo. Franceschini si è affidato ad Andrea Causin, già componente della prima segreteria Veltroni, mentre
all'interno della mozione Bersani ancora manca un'indicazione
unitaria. Una parte dei sostenitori dell'ex ministro sostiene ancora una
convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha
annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli
ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da
Arzignano, centro del Vicentino del quale è stato sindaco fino a poche
settimane fa. In questo caso, Marino sarebbe pronto a presentare un proprio
nome, che dicono i referenti veneti della terza mozione s'incuneerebbe tra i
bersaniani, creando non poche difficoltà al loro interno. I "buchi"
della mozione 1 Lazio, Puglia, Basilicata. Insieme al Veneto, sono le tre
regioni in cui all'interno della mozione Bersani non
si è ancora riusciti a trovare un candidato. Il nome lucano dovrebbe uscire dal
ballottaggio tra Salvatore Adduce e Roberto Speranza. Ancora più ingarbugliata
la situazione capitolina, dove tra la vecchia guardia dalemiana e le altre
componenti della mozione uno (dal presidente della regione Marrazzo a quello
della provincia Zingaretti, fino alla new entry di marca rutelliana Milana) il
confronto proseguirà probabilmente fino all'ultimo momento disponibile per
trovare il nome da schierare. Emiliano ci spera ancora In Puglia, invece, il
sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano sembra aver completato il
proprio peregrinare tra le mozioni, accasandosi definitivamente con
Franceschini. Proposto inizialmente dai sostenitori di Marino come possibile
candidato unitario, fautore di un accordo con D'Alema
per un nome "gradito" come proprio successore, adesso rischia di
ritrovarsi con il solo sostegno della mozione 2. «Sto pregando perché D'Alema faccia la cosa giusta», ha detto in attesa che l'ex
premier raggiunga oggi Bari per chiudere la trattativa. In realtà, tra i
bersaniani non mancano le alternative. In pole position c'è l'ex parlamentare
europeo Enzo Lavarra. Il gruppo vicino a Enrico Letta
è tornato però ieri a insistere per candidare Francesco Boccia, contro il quale
gioca però il proprio incarico di deputato, che contrasta con la regola interna
alla mozione, secondo la quale non saranno candidate personalità che ricoprono
già altri ruoli istituzionali. Il poker siciliano Per lo stesso motivo, è stata
stoppata in Sicilia la candidatura di Giuseppe Lumia, senatore per il quale
gran parte dei supporter bersaniani dell'isola avevano chiesto una deroga ai
dirigenti nazionali. Da Roma è però giunto un no netto, accompagnato dalla
designazione come candidato ufficiale della mozione di Bernardo Mattarella,
figlio dell'ex presidente della regione assassinato da Cosa nostra e vicino a
Rosy Bindi. Lumia, comunque, non si è tirato indietro e oggi presenterà la
propria candidatura da indipendente «per un Partito democratico siciliano, e
sottolineo siciliano», ha detto ieri in chiara polemica con i referenti
nazionali della mozione Bersani. Al suo fianco si
potrebbe schierare gran parte del gruppo dirigente di provenienza diessina, ma
anche molti lettiani. Se entro stasera non ci saranno scossoni, dunque, la Sicilia
sarà l'unica a presentare quattro candidati per la segreteria regionale del Pd.
Oltre a Mattarella e Lumia, infatti, è già in campo Giuseppe Lupo (chiamato da
Franceschini nella propria segreteria e oggi suo sostenitore), mentre la
mozione Marino dovrebbe proporre Giuseppe Missina. Solo tre i candidati unitari
Dunque, il proposito di scindere il confronto sui territori da quello
nazionale, è andato quasi ovunque disatteso. In nessuna regione due mozioni
sostengono lo stesso candidato (anche se nello schieramento di Marino rimangono
diverse incertezze, che alla fine potrebbero far propendere per una convergenza
su qualche nome già in campo), mentre sono solo tre i segretari scelti
all'unanimità: Raimondo Donzel in Valle d'Aosta, Palmiro Ucchielli nelle Marche,
Silvio Paolucci in Abruzzo. Rudy Francesco Calvo
(
da "Repubblica, La"
del 31-07-2009)
Argomenti: PD
Pagina 14 - Interni "Si è candidato contro di
me" scontro D´Alema-Franceschini L´ex ministro:
"Il patrimonio Ds? Si prenda anche i debiti" ROMA - Demolire i
partiti fondatori del Pd, tagliare i ponti con la tradizione dei Ds e della
Margherita, «è stato un errore». Il meccanismo per l´elezione del segretario,
con il congresso prima e le primarie poi, è una gigantesca «conta interna»,
pensata come «se ci fossimo solo noi», il che produce una «stagnazione per
mesi, e si rivela un danno per il paese». Poi, l´attacco diretto che D´Alema sferra a Franceschini: «L´ho voluto io al governo,
come sottosegretario alle riforme istituzionali, e mi dispiace per le polemiche
personali. Però... ». Però il segretario ha voluto caratterizzare la sua
ricandidatura «innanzitutto contro quelli che c´erano prima e il risultato
paradossale è che tutti quelli di prima lo sostengono, salvo il sottoscritto.
Questo, ripensandoci, fa ritenere che ci si rivolgesse contro una sola
persona... ». Contro D´Alema stesso cioè. Una guerra
personale dunque, si è convinto l´ex ministro degli Esteri, che decide a questo
punto di alzare il tiro. «Franceschini vuole dentro il Pd tutto il patrimonio
dei Ds? Allora ne parli con Fassino, che ha preso la decisione di fare una
fondazione, e si prenda anche i debiti». Il segretario legge sulle agenzie le
anticipazioni dell´intervista che D´Alema ha concesso
al direttore di Panorama, e decide che non è il momento per una replica sul
piano personale. E´ alla linea politica che il leader del Pd si affida per
contrastare l´ex ministro, e il suo candidato Bersani.
Il doppio passaggio congressuale, le primarie aperte che D´Alema
considera come superflue? «Dobbiamo capirlo: chi vota lì fa parte di noi, non
si tratta di estranei», spiega all´assemblea degli Ecodem di Ermete Realacci.
Al congresso ci sarà un confronto vero, senza ipocrisie, «senza sterili
dibattiti ideologici che la gente non capisce come quello fra partito solido e
partito liquido». Ci vuole un partito solido ma non del secolo scorso, con gli
iscritti ma anche con le persone che si sentono del Pd ma non si riconoscono
nella militanza. Invoca uno stop alle polemiche, ma evidentemente invano, «la
rappresentazione all´esterno deve essere ad una voce sola, non possiamo
trasferire fuori le questioni interne». Massimo D´Alema la pensa in tutt´altro modo, e critica la strada imboccata dal
Pd, prima con Veltroni («ha avuto un´opportunità e l´ha usata male. Sono dispiaciuto
perchè non ha ottenuto i risultati sperati») e ora con Franceschini. «E´
prevalsa un´idea di partito leaderistico dove conta più il leader che gli iscritti».
Una scelta sbagliata perché su questo terreno esiste già un modello
ineguagliabile: Berlusconi. Un modello costruito con ben altri mezzi e con una
struttura molto potente, «noi invece abbiamo indebolito l´unica struttura che
avevamo: il partito». Però Piero Fassino è convinto che la strada imboccata da
Franceschini sia quella giusta. Con una sua riconfermata segreteria il Pd
«potrà aprire i ponti con le altre culture riformiste», per rimettere in moto
il processo di aggregazione del centrosinistra. E´ la mozione che «più di
tutte» rappresenta quel che vogliono diventare i democratici. Ma Pier Luigi Bersani, in Calabria per incontrare i giovani del sud, fa
piazza pulita della vocazione maggioritaria: «La nostra è una proposta politica
che apre un discorso di alleanze, non come autosufficienza ma in un quadro di
bipolarismo, che chiarisca il fatto che non vogliamo fare da soli». Intanto, il
terzo candidato annuncia: non faremo accordi con nessuno. «Se perderemo dice Ignazio Marino-
stileremo un documento con dieci punti
fondamentali della nostra mozione, soltanto chi li accetterà avrà il nostro
voto». (u.r.)
(
da "Riformista, Il"
del 31-07-2009)
Argomenti: PD
«Offese contro di me Un'ernia vale più di quelle note spese» FORUM. Ignazio Marino torna sulla vicenda Pittsburgh: «Non sono stato licenziato», spiega i motivi delle querele e perché le «gravissime accuse» di alcuni giornali sono infondate. Il candidato alle primarie tratteggia il "suo" Partito democratico, fatto di circoli, senza correnti e con le alleanze basate sui programmi. E spiega su quali temi puntare in vista del congresso. ignazio marino. Il candidato alle primarie del Pd al Riformista col direttore Antonio Polito e la ... di Tonia Mastrobuoni «Meglio operare un'ernia che gonfiare una nota spese». Ignazio Marino è visibilmente teso sulla bufera scoppiata attorno alle presunte irregolarità amministrative che secondo il Foglio gli sarebbero costate nel 2002 le dimissioni dalla guida dell'Ismett di Palermo. Ma dopo giorni di pressioni, smentite e querele, al candidato leader del Partito democratico scappa anche una risata. «Invece di fare una nota spese gonfiata da cinquemila euro, direi che è più conveniente operare un'ernia. È certamente meno stressante, si fa in un quarto d'ora e ne vale tremila». In questo forum con il Riformista, il chirurgo genovese torna sul merito della questione, si professa offeso per le «gravissime bugie» apparse su alcuni giornali e conferma le querele non solo al quotidiano di Ferrara ma anche a quelli che «hanno messo le bugie pure nei titoli». Il senatore piddino parla lungamente del partito che ha in mente, «liberato dalle correnti e di democrazia partecipativa», spiega le "sue" primarie imperniate su temi concreti ma tratteggia anche qualche scenario postcongressuale. Per Marino è scontato, ad esempio, che chi vince le primarie può legittimamente aspirare tra tre anni a correre per la presidenza del Consiglio, qualsiasi siano le alleanze. Stanco di essere identificato soltanto con il tema della laicità, che considera «un metodo», come un grande democristiano cui ammette di ispirarsi, Aldo Moro, Marino rilancia i punti su cui vorrebbe confrontarsi con gli altri due candidati alle primarie. A Pierluigi >Bersani
e Dario Franceschini chiede un dibattito sul precariato, sulle ricette contro la crisi economica, ma anche sulle donne, sull'aborto, sul nucleare e sulle unioni civili. E racconta, ancora una volta ridacchiando, che al momento non riesce «purtroppo» a confrontarsi con il pubblico del Pd perché al Democratic Party di Genova, quello nazionale, c'è un programma che pullula di ministri «e non riescono a trovare un buco in cui inserirmi». In apertura del forum, il tema non può che essere quello che lo ha catapultato sulle prime pagine dei giornali. Il siluro di Pittsburgh, la lettera sulle irregolarità amministrative dell'università americana che aveva collaborato alla fondazione del centro di Palermo diretto dal chirurgo. «La risposta l'ho data già e, anzi, sarebbe interessante se ogni politico italiano accusato di qualcosa avesse la mia stessa abitudine di documentare tutto su internet», si scalda. Ribadisce che si è dimesso perché c'era già un contratto con l'università di Jefferson, dopo una lunga trattativa. «Avevo già deciso di andarmene ma c'è stato un conflitto, ma in una situazione del genere i toni conflittuali possono capitare. Oltretutto - sottolinea - ci sono stati con l'amministrazione, mai con l'università». Il chirurgo che ha acquisito fama mondiale per i trapianti al fegato racconta di referenze «che fanno arrossire, stellari». Soprattutto, pubbliche, «ben visibili sul sito del chirurgo fondatore del centro trapianti di Pittsburgh». Lì, oltre al lungo curriculum di Marino, puntualizza, «c'è scritto anche che la decisione di lasciare la direzione del centro di Palermo è stata improntata alla più alta eticità ed è una decisione presa in coscienza, discussa con lui. Questo è il fondatore del centro trapianti di Pittsburgh, ancora in vita quindi interpellabile». Il chirurgo è amareggiato anche per «le altre, gravissime bugie che mi hanno offeso moltissimo. Non sono stato licenziato, se ci sono state irregolarità o discrepanze sui rimborsi, sono cose che accadono e che vengono ricontrollate in quelle università ogni sei mesi. E non vengono mai utilizzate per dire che uno non è una persona per bene». Marino racconta di aver saputo da molti centri in cui ha lavorato in passato che una serie di giornali hanno chiamato per avere informazioni su di lui: «Alla fine dovrò ringraziarli. Mi hanno raccontato le università che i giornalisti sembravano delusi per i commenti positivi. L'intenzione di una cosa organizzata così, telefonando in tutto il mondo, non mi pare quella di fare uno scoop. Ma di capire se una persona può essere eliminata dalla corsa alla segreteria del Partito democratico. Soprattutto nel momento in cui quella persona dice che vuole elevare il dibattito congressuale e non fare il dibattito sulle correnti, sugli individui e su tutte quelle cose che stanno danneggiando questo straordinario progetto». Nei giorni scorsi ha dato mandato agli avvocati di querelare il Foglio, ma anche «gli altri giornali che hanno messo anche nei titoli le bugie. Altrettanto grave, per me, è l'accusa del Giornale pubblicata in prima pagina che io sarei un esperto di eutanasia. Per un chirurgo che ha passato tutta la vita a salvare vite umane in due paesi - io ho la licenza negli Stati Uniti e in Italia - l'accusa di omicidio volontario, è un'offesa davvero gravissima e sarà molto difficile per il Giornale dimostrare che sono un esperto di eutanasia». Marino spazza l'aria con la mano, «basta, parliamo di politica». Terreno meno insidioso? Almeno il chirurgo americanizzato può andare all'attacco. «Mi sembra su tanti temi Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (li cita sempre per nome e cognome, ndr), pur facendo politica da oltre un terzo di secolo, sono evidentemente in grave difficoltà». Troppe anime, secondo Marino, compongono le squadre di Franceschini e Bersani, «spesso inconciliabili tra di loro». Un esempio? «Pierluigi Bersani è sostenuto da alcune persone convinte che si debbano fare i respingimenti, mentre altri pensano il contrario. Ha politici dalla sua parte che pensano che la vicenda di Welby sia un eclatante caso di eutanasia, altri pensano che sia un riconoscimento della libertà di scelta rispetto alle terapie come è scritto nell'articolo 32 della Costituzione. Gli stessi problemi, in aree simili, si trovano nell'area di Dario Franceschini». Al contrario, il candidato alle primarie Pd scandisce che la sua è una mozione e una sfida politica «dei sì e dei no chiari», compresa la querelle di questi giorni sulle correnti. «Da quando io ho affermato che vorrei una sola corrente nel partito, quella dei circoli, tutti si dichiarano favorevoli a scioglierle. Parole molto apprezzabili, ma quand'è che Bersani e Franceschini si decideranno a passare ai fatti? Noi della mozione Marino non abbiamo correnti». Forse per un attimo, nella foga dell'anticorrentismo, il chirurgo dimentica che c'è chi lo ha già iscritto a una fazione antica. Che molti pensano che dietro di lui ci sia l'ex plenipotenziario di Veltroni, Goffredo Bettini. «Dietro di me non c'è proprio nessuno, affianco a me ci sono moltissime persone valide. Certo, c'è anche un intellettuale e un politico come Bettini, eravamo "compagni di banco" al Senato durante il governo Prodi. Penso che sia una persona di grande generosità intellettuale ma ha già detto pubblicamente che il suo sarà un contributo intellettuale». La domanda nasce spontanea, sul partito «dei sì e dei no chiari». Marino può correre per la leadership con quest'idea, ma poi si tratterà, se vince le primarie, di governare anche le mille anime del partito contro le quali punta oggi il dito. «Ha visto che dopo la mia proposta sulle unioni civili è intervenuto subito anche Franceschini?», replica, «È ovvio», sorride malizioso, «poi deve fare i conti con la Binetti e con Rutelli. Ma intanto ha fatto questa dichiarazione. Io penso a un partito in cui non ci sia il "sì ma anche", "va bene, ma anche". Si presentano proposte che di volta in volta sono frutto di una riflessione, anche nei circoli». Ecco, la parolina magica, i circoli, la democrazia partecipata. Cosa c'entrano con una eventuale querelle sulle coppie di fatto o su una norma della finanziaria? «Se non si trova un accordo tra dirigenti del Pd, io sono per convocare rapidamente tutti i circoli d'Italia e fare discussioni collegiali. Dobbiamo avere meccanismi di democrazia partecipata come esistono negli Stati Uniti e in altri paesi. In America, quando il governo decide di cambiare delle cose nella sanità, manda dei gruppi a parlarne nel paese reale e dà addirittura, sul Federal register, un tempo per dare a tutti l'opportunità di dire cosa pensano. Questo è il partito a cui penso». E chi non ci sta? Marino insiste: «Dopo una consultazione così ampia bisogna raggiungere una decisione che venga lealmente supportata da tutti. Ma dico, è così difficile fare come hanno fatto Barack Obama e Hillary Clinton? Non è che si siano scambiati esattamente delle gentilezze, durante le primarie. Ma dal giorno dopo della vittoria di Obama si sono messi a lavorare assieme. Questo è il salto culturale da far fare al nostro partito». Quindi, se vince le primarie, imbarcherà Franceschini e Bersani nella squadra? «Bè, sicuramente l'idea è quella di coinvolgere le intelligenze migliori. Certamente, ho un'idea inclusiva del partito». Quindi? «Vedremo». Se alle primarie vince uno dei suoi avversari? «Io mi candido a fare il segretario del partito. Se non ci riuscissi e il voto della nostra mozione fosse importante, non faremo patti con nessuno. Ci riuniremmo, stabiliremmo una decina di punti irrinunciabili e sulla base di quei punti daremmo sostegno a un candidato o a un altro». E chi conquista la segreteria del Partito democratico in autunno può correre per Palazzo Chigi o il candidato premier andrà concordato con gli altri partner della coalizione? «Io immagino che debba essere anche il candidato premier. Però è una discussione da fare tra tre anni». Marino candidato premier? «Se il popolo democratico lo vuole, non vedo perché no». A proposito. Che pensa il candidato-chirurgo del premier Berlusconi, ha bisogno di cure? «Spero non le mie, io curo casi gravi. Ma mia moglie mi conosce molto bene e immagino che anche la moglie di Berlusconi lo conosca molto bene. Se ha detto che è malato, c'è da fidarsi». Tornando all'attualità, alle primarie del Pd, il senatore è consapevole che la stampa gli ha cucito addosso un'etichetta. «Ho parlato di tutto, delle proposte per la crisi economica, ho parlato sugli immigrati, la sicurezza, la sicurezza sul lavoro e mi associano sempre alla laicità, quando non ne ho quasi parlato, di recente. E poi per me la laicità è un metodo nel porsi e nell'interpretare la nostra Costituzione. Pensiamo a un grande uomo della Democrazia cristiana ma anche profondamente laico come Aldo Moro. Era credente, ma mostrava un atteggiamento profondamente laico nell'interpretazione dei valori che doveva discutere in Parlamento. Nella fase costituente ha introdotto elementi di laicità». Marino ricorda il suo contributo all'articolo 32 della Costituzione, quello che stabilisce che la salute debba essere garantita a tutti. Il 27 gennaio del 1947 - il giorno prima era stata scritta la prima parte - Moro «ha insistito tutta la mattina che questo era un principio importantissimo, ma che doveva essere garantita ma non obbligatoria. Che ognuno doveva poter scegliere per conto suo. Questo non l'ha detto Ignazio Marino, l'ha detto Aldo Moro nel 1947». Ci sono però alcuni temi che ricorrono nelle sue battaglie molto associati alla laicità. Una è quella sul testamento biologico. Ma c'è anche l'aborto, sul quale, insiste, che l'Italia «vanta la legge più equilibrata dell'occidente. I più giovani non ricordano, io che ho 54 anni sì: le notti, i brividi, le angosce di quando ero specializzando in chirurgia negli anni Settanta e al pronto soccorso arrivavano donne di tutte le età con l'utero perforato dagli aghi delle cosiddette mammane». Il senatore è notoriamente cattolico, «ma mi confortò molto quello che mi disse una volta un teologo, Karl Golser, vescovo di Bolzano. Anche la Chiesa riconosce un elemento che si chiama la conscientia perplexa: il tribunale supremo è quello della propria coscienza». E nelle ore convulse della riunione Aifa su pillola abortiva Ru486, Marino non si tira indietro neanche su questo: «io credo che questo tipo di decisione debba avvenire nel dialogo personale tra medico e paziente, è sbagliato proibirla tout court». A questi argomenti di lotta se ne aggiunge un altro, molto "suo", che continua a distinguerlo da Bersani e Franceschini. Marino propone le unioni civili, non i Dico, per le coppie di fatto. «È aberrante una situazione in cui due persone che non sono sposate ma magari hanno dei figli e uno dei due si sente male - perché questa è la realtà, è inutile che ci giriamo intorno - e viene messo in rianimazione, l'altro non può neanche colloquiare con i medici. Ci sono tre milioni di persone che vivono assieme senza essere sposati, che rischiano questa situazione perché non c'è un certificato di matrimonio. Una barbarie». Certo, sarà difficile allearsi con l'Udc, con questo programma. Marino si stringe nelle spalle: «questo lo diranno loro, non io. Assieme alla squadra che governerà il partito, se vincerò le primarie, deciderò quali punti saranno irrinunciabili, per noi, questo è certo». Una stranezza, nel suo programma, è che non c'è un paragrafo dedicato alle donne. «Verissimo. Le donne che hanno partecipato con me al programma me l'hanno chiesto esplicitamente: non bisogna mettere le donne in una riserva indiana, hanno detto. Invece abbiamo inserito molte cose nelle singole sezioni. Proposte antidiscriminazione nell'ingresso del lavoro. Abbiamo immaginato che il congedo alla nascita del figlio sia equamente distribuito tra uomo e donna. L'altro aspetto è che appoggiamo la questione dell'aumento età pensionistica per le donne: ma tutte le risorse liberate vanno indirizzate verso politiche per loro. E poi, insomma, sarà simbolico, ma è assurdo che alla Camera non ci sia un asilo nido. Io non amo molto le quote rosa, ma mi rendo conto che siamo talmente indietro che anche sulle presenze in politica e nei consigli di amministrazione, vanno presi provvedimenti drastici. Non più del 60%, ma non meno del 40% di presenza obbligatoria nei cda, questo proponiamo». Su un punto, il senatore sembra convinto del vantaggio competitivo su Bersani e Franceschini, semplicemente perché non hanno ancora preso una posizione netta. «Vorrei sapere - osserva - cosa pensano i nostri alleati della precarietà. Sono, come diciamo noi, per il contratto unico a tempo indeterminato con salario minimo garantito come nella maggior parte dei paesi occidentali?». Marino ammette di propendere per la proposta Ichino, piuttosto che per la versione Boeri-Garibaldi, ma «l'importante è mantenere il punto fermo di un contratto unico e di un salario minimo e un sistema di disincentivi che prevedano che nel momento in cui un'azienda vorrà lasciar andare un dipendente potrà farlo in situazioni straordinarie, quando cambia la ragione sociale o l'obiettivo. Ma con un disincentivo anche nel fatto che dovrà farsi carico di una parte sostanziale di quel reddito di solidarietà e della formazione permanente in modo che diventi una risorsa, che continui ad arricchirsi e non diventi un precario abbandonato a se stesso». 31/07/2009( da "Giornale.it,
Il" del 31-07-2009)
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( da "Giornale.it,
Il" del 31-07-2009)
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( da "Foglio,
Il" del 31-07-2009)
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( da "Giornale.it,
Il" del 31-07-2009)
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( da "EUROPA
ON-LINE" del 31-07-2009)
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