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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “PD A CONGRESSO”

 

 

 

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Report "PD" 28-31 luglio 2009


Indice degli articoli

Sezione: PD Congresso

Congresso Pd, ora si apre lo scontro patrimoniale ( da "Unita, L'" del 28-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: letto, così come ora, lui che sostiene al congresso Bersani, non ha degnato di una risposta l'uscita di Franceschini. Al dipartimento Tesoreria dei Ds l'hanno sentito però sbottare con un sonoro «ma al netto de che?», quando ha letto il passaggio in cui il segretario Pd ha sostenuto che «al netto dei debiti» il patrimonio delle Fondazioni dovrebbe andare a finire al nuovo partito.

I cammelli del Pd hanno l'aria di sognare il Gran Restauratore, Bersani ( da "Foglio, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema (e nel caso, pure quelli presenti), nei primi dei Novanta, è sempre spuntata, a un certo punto, la questione se essere vagante Carovana (Achille, temerariamente, due anni fa la ripropose pure a Veltroni e Fassino: col terzo manco ci provò) o piuttosto dogmatica Caserma.

La saputella di provincia che fa la predica al Pd ma mette solo zizzania ( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea politica che nella più ampia discussione,

Non c'è pace nel Pd Ora è scoppiata la guerra dei soldi ( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per la futura leadership -

Serracchiani, la saputella di provincia che mette zizzania ( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea politica che nella più ampia discussione,

Non c'è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi ( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per la futura leadership -

Gli svogliati del bottone pronti per il mare Insolita tranquillità tra i banchi. Ministre in tiro Gioco delle parti tra i democratici, con la veltroniana Madia a conversare con D'A ( da "Unita, L'" del 29-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: D'Alema, Bersani, Letta e Ugo Sposetti (ex tesoriere ds), discutono insieme. Tra i temi, di sicuro, quello del patrimonio Ds che Franceschini vorrebbe nel Pd e sul quale Bersani sceglie un oculato silenzio. Ogni mozione lavora sugli indecisi, grandi movimenti.

Bersani spiega il suo Pd ( da "Riformista, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: D'Alema e Veltroni. Prima che le assise iniziassero, in molti avevano previsto l'ennesimo "D'Alema versus Veltroni", stavolta per interposta persona. Domanda: se Bersani dovesse vincere il congresso, che ne sarà di "Massimo" ma soprattutto di "Walter", che è schierato contro di lui.

Mi chiamo Bersani Risolvo problemi ( da "Riformista, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: In un forum con la redazione del Riformista, Pier Luigi Bersani spiega come cambieranno il Pd e il centrosinistra se verrà eletto segretario. Dalla promozione dei giovani, al ruolo che avranno Veltroni e D'Alema. «Dal congresso usciranno una maggioranza e una minoranza. Non sono tipo da "accrocchi"».

800mila tessere, 3 in corsa Calabria: un iscritto ogni 30 ( da "Manifesto, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Il primo a rispondergli è stato proprio Massimo D'Alema, considerato il principale responsabile del logoramento di Veltroni. «Sono d'accordo», ha detto. d'alema: radici di sinistra, nel passato c'È l'identitÀ «Abbiamo fondato un partito nuovo per abolire il trattino tra le parole centro-sinistra, non per cancellare la sinistra.

IL CONGRESSO DEL PD ( da "Manifesto, Il" del 29-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Il primo a rispondergli è stato proprio Massimo D'Alema, considerato il principale responsabile del logoramento di Veltroni. «Sono d'accordo», ha detto. D'Alema: radici di sinistra, nel passato c'è l'identità «Abbiamo fondato un partito nuovo per abolire il trattino tra le parole centro-sinistra, non per cancellare la sinistra.

Boccuzzi ( da "Tempo, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: A Veltroni l'ha detto che andava con Bersani? «No. Non ho mai pensato di dovergli chiedere il permesso. Non solo io, ma tutti quelli che si sono candidati sono stati sempre molto indipendenti». Che cosa l'ha delusa di Veltroni? «Nulla, non sono deluso da lui».

ROMA - Nel candidarsi Dario Franceschini si dice convinto di aver fatto la scelta giusta ... ( da "Messaggero, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema o Veltroni. Sul rinnovamento Bersani ha insistito, prendendo le distanza dai suoi avversari: «la ruota deve girare» ma per promuovere davvero una nuova generazione bisogna evitare «mosse puramente simboliche». Bersani ha anche rifiutato il voto in suo favore alle primarie, offertogli da Storace: «La mia risposta è a.

Una voce, Berty e Nichi già nel Pd ( da "Foglio, Il" del 30-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: ingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”. Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per declinare lo slogan “tutti dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso. Ceccanti ha trascritto e confrontato i discorsi di Bersani con il contenuto della mozione che lo sostiene.

La mappa delle regioni democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie ( da "EUROPA ON-LINE" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: della prima segreteria Veltroni, mentre all'interno della mozione Bersani ancora manca un'indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori dell'ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da Arzignano,

"si è candidato contro di me" scontro d'alema-franceschini ( da "Repubblica, La" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Massimo D´Alema la pensa in tutt´altro modo, e critica la strada imboccata dal Pd, prima con Veltroni («ha avuto un´opportunità e l´ha usata male. Sono dispiaciuto perchè non ha ottenuto i risultati sperati») e ora con Franceschini. «E´ prevalsa un´idea di partito leaderistico dove conta più il leader che gli iscritti».

( da "Riformista, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: poi deve fare i conti con la Binetti e con Rutelli. Ma intanto ha fatto questa dichiarazione. Io penso a un partito in cui non ci sia il "sì ma anche", "va bene, ma anche". Si presentano proposte che di volta in volta sono frutto di una riflessione, anche nei circoli». Ecco, la parolina magica, i circoli, la democrazia partecipata.

Chi tocca Di Pietro muore: ecco i da Tonino ( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Ma ora D'Alema è l'ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l'uomo che l'anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture.

Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati da Tonino ( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema è l?ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l?uomo che l?anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture.

Ecco l'articolo che Franceschini non ha letto>( da "Foglio, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: ingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”. Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per declinare lo slogan “tutti dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso. Ceccanti ha trascritto e confrontato i discorsi di Bersani con il contenuto della mozione che lo sostiene.

Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati ( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: Alema è l?ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l?uomo che l?anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture.

La mappa delle regioni dem. Pochi accordi, si decide alle primarie ( da "EUROPA ON-LINE" del 31-07-2009)
Argomenti: PD

Abstract: della prima segreteria Veltroni, mentre all'interno della mozione Bersani ancora manca un'indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori dell'ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da Arzignano,


Articoli

Articoli della sezione: PD Congresso

Congresso Pd, ora si apre lo scontro patrimoniale (sezione: PD Congresso)

( da "Unita, L'" del 28-07-2009)

Argomenti: PD

Congresso Pd, ora si apre lo scontro patrimoniale SIMONE COLLINI La questione patrimoniale irrompe nel congresso Pd. «Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto tutti insieme, visto che non ci sarebbe ragione né giuridica né politica perché ciò non accadesse». Eccole le parole pronunciate da Dario Franceschini domenica a Bertinoro. Poche parole che non sono sfuggite ai sostenitori della mozione Bersani, i quali però hanno sentito aria di trappola e si sono ben guardati dal replicare. Il che non vuol dire però che la polemica, fuori dai circuiti dell'ufficialità, non stia divampando. LA SFIDA DEL RINNOVAMENTO Franceschini sta caratterizzando la propria candidatura come quella che più garantirebbe il rinnovamento, e anche ieri si è acceso uno scontro con i sostenitori dell'ex ministro dopo che Beppe Fioroni ha detto che non ci si deve offendere quando si parla di «nuovo contro vecchio», inteso come «rifugio securizzante nel già visto». Bersani non si può permettere di lasciare questa bandiera nelle mani dell'avversario, e per dimostrare che la sua candidatura non guarda al passato ha rotto un tabù non da poco: «Serve una nuova narrazione - ha detto sabato durante un'iniziativa della sinistra del Pd - quando parliamo dei Ds i giovani non ci capiscono». E dopo una mossa del genere si è ben guardato dal difendere la scelta della Quercia di affidare i beni immobiliari a delle Fondazioni create ad hoc in tutta Italia. «Chiedete a Fassino cosa ne pensi dell'uscita di Franceschini», si limitano a dire a Santi Apostoli, quartier generale della mozione 1. Riferimento tutt'altro che casuale, visto che alcuni mesi fa il responsabile Esteri del Pd aveva avuto su questo argomento un acceso botta e risposta, in pieno Transatlantico, con Pierluigi Mantini, deputato della Margherita ora passato con l'Udc. Ma anche Fassino si è ben guardato dall'intervenire sulla questione, invitando invece entrambi gli schieramenti a «stare tutti un po' calmini». Tesorieri contro Non stanno però troppo calmi i tesorieri. Mauro Agostini, che controlla i cordoni della borsa del Pd, è d'accordo con la richiesta di Franceschini. Non a caso ha dedicato alla «ambiguità di fondo» delle Fondazioni Ds e alla blindatura, «con un percorso opaco», dei beni immobiliari della Quercia anche diversi passaggi di un libro («Il tesoriere») che ha pubblicato il mese scorso. Ugo Sposetti non ha replicato quando l'ha letto, così come ora, lui che sostiene al congresso Bersani, non ha degnato di una risposta l'uscita di Franceschini. Al dipartimento Tesoreria dei Ds l'hanno sentito però sbottare con un sonoro «ma al netto de che?», quando ha letto il passaggio in cui il segretario Pd ha sostenuto che «al netto dei debiti» il patrimonio delle Fondazioni dovrebbe andare a finire al nuovo partito. Il tesoriere Ds sostiene infatti che i 2.399 immobili di proprietà della Quercia sono stati blindati da un lato per pagare alle banche un debito di 160 milioni di euro per i mutui stipulati in passato (e che dovrebbe essere estinto entro il luglio 2011), dall'altro per non disperdere un patrimonio anche storico. «Non vogliamo mica fargli fare la fine dei beni della Dc», dicono con una battuta tutt'altro che neutra a Via Nazionale, ricordando i 35 milioni di euro di immobili svaniti nel nulla tra le varie scissioni e i vari passaggi tra lo Scudocrociato e il Ccd, l'Udc, il Ppi, la Margherita. Che ha "solo" 1 milione 700 mila euro di debiti, ma nessun bene immobile per farvi fronte. E anzi, da quanto si legge nel bilancio del partito, i diellini sono ancora in attesa di ricevere dal Pd il pagamento dell'affitto del Nazareno, ex sede della Margherita scelta da Veltroni dopo la non entusiasmante esperienza del Loft. Ma il tesoriere diellino Luigi Lusi evita di aprire in questo momento una polemica sull'argomento con Franceschini, che sostiene al congresso. Comunque l'argomento è delicato per tutti e nessuno ha interesse a farlo rimanere sotto i riflettori durante lo scontro congressuale. Non a caso, quando Sposetti un mese fa ha scritto nella relazione al bilancio Ds che gli immobili della Quercia trasferiti alle Fondazioni «sono per la quasi totalità utilizzati dalle organizzazioni territoriali del Pd, il più delle volte a titolo gratuito», è stato il Nazareno a guardarsi dal replicare. Almeno in via ufficiale. Dopo l'uscita di Franceschini sulle Fondazioni Ds, si accende lontano dai riflettori la polemica tra tesorieri. Quello della Quercia sostiene che gli immobili sono già utilizzati dal Pd «il più delle volte a titolo gratuito».

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I cammelli del Pd hanno l'aria di sognare il Gran Restauratore, Bersani (sezione: PD Congresso)

( da "Foglio, Il" del 28-07-2009)

Argomenti: PD

28 luglio 2009 mica le frattocchie, ma neanche piu' la convention I cammelli del Pd hanno l'aria di sognare il Gran Restauratore, Bersani Alla luce di San Gregorio Magno, “studiato per capire come riuscire ad impiantare un’organizzazione come la chiesa”, e al ritmo di Vasco Rossi, “quando decisi di candidarmi molta gente mi diceva che in questo partito non ci si ritrovava e io gli rispondevo che invece un senso ce l’ha”, Pier Luigi Bersani – l’unico politico con un residuato di chioma non in grado d’impensierire neanche il barbiere di paese – prova a rimettere ordine. La restaurazione, dicono gli avversari – e il pugno dalemiano giurano d’intravedere dietro lo stritolamento del democratico cicaleccio. “Un partito serio”, preferisce lui. “Un partito vero”, sospirano i sostenitori. Perché nello sterminato asilo Mariuccia in cui si è mutato il Pd – comici, candidati (e comici), veline (di carta, quell’altre stanno di là), discussioni di quelle che la testa scoppia e neanche la vedi, tale e quale la coda, costituenti e primarie, innovatori e spensieratini, serracchianismo vociante e grillismo all’assalto – alla fine il primo che suona lo stop della ricreazione rischia di fare il colpaccio. Fin dagli anni passati di Occhetto e di D’Alema (e nel caso, pure quelli presenti), nei primi dei Novanta, è sempre spuntata, a un certo punto, la questione se essere vagante Carovana (Achille, temerariamente, due anni fa la ripropose pure a Veltroni e Fassino: col terzo manco ci provò) o piuttosto dogmatica Caserma. Quel primo scontro andò come andò – “A quanto pare la Carovana è rientrata in caserma”, commentò il più anziano e autorevole tra gli editorialisti dell’Unità) – questo secondo promette di finire allo stesso modo. Mica tanto per il richiamo alle radici del socialismo, e neanche per un assoluto desiderio di ordine e legge, solo di due o tre pallide norme sensate e una situazione quantomeno comprensibile di caos. E là dove s’innalzava il baffo arcigno ora si nota la cordiale pelata; là dove veleggiava l’Ikarus ora c’è la quasi certezza che al più potrebbe comparire un fresco cocomero da affettare. Sarà l’ordine bersaniano quasi sicuramente a trionfare sul vagabondaggio degli ultimi anni, la cordiale restaurazione, il fraterno allineamento. Così che ultimamente, debitamente lodato San Gregorio e incessantemente esaltato Vasco, Bersani ha pure cominciato a prendere ad esempio Papa Giovanni, che zitto zitto che “fece il primo cardinale nero e il Concilio”. Ci sono cose che né a Bettola (il suo paese natio, tanto che un giorno in tivvù la Bignardi meravigliata voleva sapere: “Ma Bettola come bettola?”) né nel resto del vasto paese Bersani si sforza neanche più di provare a farsi piacere. Anche cose all’apparenza minori, ma che fanno intendere l’approdo finale. Per esempio: “Non possiamo spendere tutti i soldi in comunicazione”, va ripetendo a destra e a manca. Tutta una mania e una scuola e un abuso. Ecco, le scuole di partito, per esempio. A Bersani questo fatto che invece di insegnare modestamente a fare leggi, a scrivere una delibera, a comprendere un decreto si risolvano sempre in belle chiacchierate, per dire con il pur utilissimo Rifkin o altri, “gente che ci costa un sacco di soldi”, estetica dell’intervento e tutti a casa senza pensiero, piace poco. “Se vince – raccontano dal sottotetto di Santi Apostoli, dove i suoi si sono accasati, bella sede evocativa e caldo torrido – è una delle prime cose che cambierà”. Mica le Frattocchie, ma neanche più le convention. Un paio di settimane fa, alla festa del Pd a San Giuliano Terme, Bersani la sua idea di partito l’ha spiegata come più chiaro non si potrebbe: “Abbiamo lasciato procedere un po’ troppo l’idea che fare un partito moderno significasse confonderlo con la società così com’è: una sorta d’idrovora in cui si tira su tutto ciò che c’è. Un partito è invece un’associazione che ha una missione fuori di sé: il nostro scopo è rendere questa società più decente… Nel momento in cui ti metti in associazione con altri, ti dai delle idee e operi delle scelte. Lo ripeto: noi non siamo uno spazio dove ognuno cerca di affermarsi, ma siamo un soggetto”. E allora, ecco ciò che dopo un’ascesa bersaniana non si potrà più essere, per esempio “il partito del weekend”, né autobus né taxi, anzi dolersi di aver “liquidato troppo in fretta l’ideologia”. E perciò, girando girando, Web o non Web, nel furore del nuovismo, va in giro usando parole tipo “fabbrica”, “chi suda”, “deboli”, “quartieri”, persino “un nuovo civismo” ha invocato, e la sognante “bocciofila” catapultata nell’irreale di Facebook. E quegli iscritti e quegli elettori messi gli uni di fronte agli altri, così scappano gli uni e scappano gli altri – sospiro. E, convincente o meno, alla fine la Carovana magari accetterà di fermarsi: stanchi i cammelli, stufi gli elettori, stanchissimi i militanti… © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Stefano Di Michele

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La saputella di provincia che fa la predica al Pd ma mette solo zizzania (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di martedì 28 luglio 2009 La saputella di provincia che fa la predica al Pd ma mette solo zizzania di Redazione Salita alla ribalta con un discorso web di 13 minuti, non ha più smesso di dare lezioni. Ha una risposta per tutto, sempre con parole senza senso COERENZA Ripete: «Basta farci le scarpe fra noi». Poi dà le pagelle ai dirigenti Fatto suo lo slogan del dentifricio Durban's, con quella bocca può dire quel che vuole, Debora Serracchiani non se ne fa mancare una. È da mesi in uno stato di irrefrenabile euforia che sfoga straparlando. Ogni giornalista a corto di spunti ma con due colonne da riempire con lei va sul sicuro. Il nuovo idolo del Pd ha tempo per tutti e una risposta su tutto. Volete per esempio conoscere il suo pensiero sul «giusto equilibrio tra rispetto dei diritti e rispetto delle coscienze individuali?». Voi, probabilmente, ve ne infischiate. Ma il «Circolo online Pd Obama» ci teneva a saperlo e lei non si è fatta pregare: «Gli individui - ha spiegato - devono essere messi nella possibilità di scegliere, nel rispetto della coscienza di ciascuno». Rigiratele come vi pare, ma né la domanda, né la risposta hanno un qualsivoglia senso. Per voi leggerle è stato una perdita secca di tempo. Debora ha invece aggiunto un'altra tacca alla sua nomea di Pizia della sinistra. Nell'asserzione i fan rinverranno significati reconditi, messaggi di riscossa, parole finalmente di sinistra. Qualsiasi cosa Debora dica è infatti presa per oro colato sia che rientri nei canoni occidentali della comprensibilità, sia che ne prescinda, come nel caso in specie. Il fenomeno Serracchiani, più che riguardare questa trentottenne con frangetta, illustra il patetico smarrimento dell'elettorato del Pd. A secco da anni di speranze e soddisfazioni, la sinistra è costretta a scambiare l'entusiasmo senza capo né coda di questa ragazza di provincia per il sole dell'avvenire. Il bello dell'equivoco è che la prima a credere ai propri poteri taumaturgici è la fanciulla stessa. Di qui, il suo costante imperversare. Negli ultimi tre giorni si è talmente espansa che ha riempito di sé quotidiani, tv locali, femminili e la rete internettiana nel suo complesso. Mi limito a una ponderata selezione. Con una premessa. Debora è salita alla ribalta nel marzo scorso all'Assemblea dei circoli del Pd lanciando un appello all'unità del partito: basta farci le scarpe tra noi, troviamo una linea condivisa, il nemico da battere è Berlusconi. Bene, entrata anche lei nell'agone, si è subito smentita. Salendo in cattedra ha dato le pagelle ai papaveri del Pd, con particolare attenzione ai candidati segretari. L'autostrada per seminare ulteriore zizzania in un campo già folto di infestanti. Il voto più benevolo è stato per il suo prediletto, Dario Franceschini. Sei e mezzo, ma con nota a margine: «Si deve impegnare di più». A Franceschini la signorina deve tutto. Dal lancio mediatico, all'elezione a deputato europeo. Se tanto mi dà tanto, dagli amici mi guardi Iddio. Un sei ha ricevuto Pierluigi Bersani, principale rivale di Franceschini, «anche se - avverte simpaticamente Debora - nessuno si è accorto che si è candidato». Il terzo in gara, Ignazio Marino, mago del bisturi e delle note spese, si è beccato l'insufficienza. «Non abbiamo bisogno di un chirurgo, ma di un segretario a tutto campo», ha chiosato l'esuberante, appioppandogli un misero cinque. Stesso voto a Max D'Alema col rimprovero, senti chi parla, di intrufolarsi dappertutto come il prezzemolo. Max, arricciati i baffi, ha replicato alla maestrina da par suo: «Vorrei capire questa cattedra quando l'ha avuta». Infine, con apparente modestia e spocchia vera, si è auto data tra il cinque e il sei dicendo: «Devo sforzarmi per cambiare gli altri (del Pd, ndr) e non cambiare me stessa». Tradotto: vado benissimo così; spero solo che il partito non mi corrompa. Sottinteso: non voglio trasformarmi in un'ameba anch'io. Questo vi dà l'idea che la giovinetta ha di se stessa: una forza integra capitata in un corpo infetto con l'alta missione di guarirlo. Con quali mezzi l'ha detto domenica facendo con Franceschini un po' di campagna elettorale in favore del medesimo. In jeans e maglietta si è presentata con Dario, in analogo look confidenziale, a duecento simpatizzanti romagnoli nella Rocca di Bertinoro. Dopo un preambolo serioso e vagamente babbione del segretario uscente, la sbarbatella tutto pepe ha impugnato l'ascia e preso la parola: «Disciplina. Disciplina, ecco quello che ci vuole. Giusto discutere, ma quando la linea è stata scelta, va rispettata». Pausa a effetto e stilettata: «Chi non segue la linea deve essere spedito ad attaccare i manifesti per punizione». La cosa è piaciuta moltissimo ai vecchi militanti e ai togliattiani frammisti al pubblico, tanto che uno ha chiesto speranzoso: «Torniamo al centralismo democratico (l'antico modo di tacere e obbedire proprio del Pci, ndr)?». La risposta sincera sarebbe stata sì, ma lei abile e à la page ha invece replicato: «Ma no, il mio è solo buonsenso democratico, quello che non abbiamo avuto per troppo tempo e che ci ha fatto perdere voti e credibilità». La ricetta di Debora è, in sostanza, pugno di ferro. Basta con le autoanalisi, le sedute di gruppo, la miriade di opinioni, il piangersi addosso. È lo stesso atteggiamento che piacque tanto nella famosa assise di marzo quando con un discorsetto di tredici minuti, la sconosciuta avvocatessa di Udine, salì alla ribalta nazionale. In quell'occasione, disse due parole chiave che mandarono in visibilio i presenti: «Basta», «È follia». Il basta riferito alla linea politica ondivaga di Veltroni, il follia al fatto che troppi nel Pd mettono bocca. Ma, attanagliata anche lei dal vuoto di idee del partito cui si candida mosca cocchiera, non delineò uno straccio di programma. Riuscì solo a dire - e tutti ad ascoltarla al settimo cielo - che non voleva l'Italia del Berlusca. E giù la solita immagine burletta del Cav: le ronde, le tv, il conflitto di interessi, il lodo Alfano. Silenzio sui magistrati d'assalto, le intercettazioni alla De Magistris, la ripulitura di Napoli dai rifiuti accumulati da Bassolino e benedetti come reliquie da Prodi, ecc. Nei fatti, la solita retorica volatile dei D'Alema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea politica che nella più ampia discussione, nella più approfondita mediazione che è necessaria... ecc». In quei tredici minuti riuscì anche a elogiare lo stile da strada di Di Pietro, contrapponendolo a quello fiacco dei suoi leader. «Noi cominciamo i nostri discorsi con "Io", l'Idv invece comincia, "Berlusconi dice", "L'Idv pensa"... d'ora in avanti facciamo come loro». Poi concluse con la sviolinata a Dario (appena succeduto a Veltroni) che le ha spalancato la carriera: «Tu, Franceschini, hai il compito di dare credibilità nuova a questo partito e ci stai riuscendo alla grande». Neofita sì, ma paraventa pure. È passata alle cronache anche l'altra turibolata in pro di Dario: «Lo sostengo perché è simpatico». «Lo era anche Totò», è stato il meno caustico dei commenti che suoi compagni di partito le hanno rovesciato addosso. Se Serracchiani non è una fan di Totò - inteso stavolta come Di Pietro - poco ci manca. Con Beppe Grillo, che dell'ex pm è una costola, intrattiene via blog una melensa e rispettosa corrispondenza. «Caro Beppe... in fondo stiamo lavorando per uno stesso obiettivo. Ti prego di concedermi il beneficio del dubbio. Forse la strada che ho scelto io (ma quale sia non dice, ndr) è quella più indicata per rinnovare la politica. Lasciami provare». Risposta ammansita di Grillo: «Forse sei una persona giusta, ma nel posto sbagliato... In bocca al lupo». Nel breve arco di questi mesi, Debora è già riuscita a scrivere un libro Il coraggio che manca, ovviamente al Pd e che invece in lei ribolle. Frase chiave: «Io non ho sponsor, io sono quella che sono e devo crearmi uno spazio sul campo». Insomma, il dubbio non è il suo forte. A darle fumo al cervello è stato l'ottimo risultato delle Europee. Solo in base ai famosi tredici minuti al microfono, le fideiste truppe democratiche del Friuli le hanno dato 74mila voti. Nessuno dei luoghi ha fatto meglio. Il Cav ne ha avuti novemila meno e il candidato ufficiale del Pd, Luigi Berlinguer, consunto cugino dell'indimenticabile icona, ne ha racimolati solo undicimila. Avrebbe probabilmente perso la testa anche uno che partiva da più lontano. Debora è una romana diventata friulana per amore. Fatte le medie in istituto di suore della Capitale - con relativo successo delle pie donne poiché, sia pure credente non è praticante - si innamorò a vent'anni di Riccardo. Per seguirlo, si è trasferita ventiduenne a Udine dove convivono tuttora felicemente con due cani e tre gatti. Per un po' si è accontentata di esercitare l'avvocatura nel foro che, se non erro, fu quello in cui debuttò il celebre Carnelutti. Finché, nel 2006, la politica entrò prepotente nella sua vita. Divenne consigliere provinciale dei Ds. L'anno scorso ha preso la guida del Pd cittadino. Ora è candidata alla segreteria regionale del partito. Veltroni la vuole pure vicesegretario di Franceschini se costui vincerà. Intanto deve andare ogni settimana a Strasburgo e prosegue a pieno ritmo con la professione. Se riuscirà in tutto, non saprà probabilmente a chi dare i resti. Nel frattempo, si accontenta di dare entusiasticamente i numeri. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Non c'è pace nel Pd Ora è scoppiata la guerra dei soldi (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di martedì 28 luglio 2009 Non c'è pace nel Pd Ora è scoppiata la guerra dei soldi di Vincenzo La Manna Nel mirino di Franceschini i palazzi che furono del Pci: torna lo spettro della scissione. Fassino: «Stiamo calmi» RomaCi mancavano solo i piccioli. Come se non bastasse lo stillicidio quotidiano offerto da chi si considera esponente del «nuovo» e accusa di «vecchio» il compagno di banco. O di chi sbandiera il vessillo della laicità tout court in faccia al collega di opinione opposta. Ma tant'è. Il Pd non finisce mai di annoiare, non c'è che dire. E adesso, riciccia fuori pure la vecchia ferita della «dote», evidentemente mai rimarginata del tutto. Un nervo scoperto, quello del patrimonio pre-nuziale dei due non più novelli ma sempre litigarelli sposi, che agita ancora i sonni dei possidenti Pci-Pds-Ds e dei giovani di belle speranze ex Ppi-Margherita. Una questione non di poco conto, rilanciata a freddo - anzi a caldo, visto che il diretto interessato corre per la riconferma - nientemeno che dal segretario. È Dario Franceschini, infatti, chiudendo due giorni fa il seminario estivo della Scuola di politica di Salvatore Vassallo, nella rossa Romagna, ad approfittare di chi in platea chiede lumi, sulle decine di fondazioni in mano ai suoi cugini politici, per sentenziare: «Il Partito democratico è un soggetto giuridicamente nuovo e non ha ereditato né attivi, né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto insieme». Insieme, dunque, sottolinea l'ex Dl, convinto che non ci sia «ragione giuridica né politica perché ciò non accada». Sarà. Intanto, però, seduto accanto alla tanto young macchina di voti Debora Serracchiani, ma poco democrat quando dice di voler spedire i dissidenti, chi non segue cioè la linea ufficiale del capo, ad «attaccare manifesti sui muri», Franceschini assesta un colpo preciso. Diretto al principale antagonista del suo stesso schieramento, tanto per parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per la futura leadership -. Detto questo, penso che Franceschini abbia parlato da segretario ma anche da candidato, buttando la palla dall'altra parte, verso Bersani. A questo punto, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi» l'ex ministro diessino. Secondo Pierluigi Mantini, un tempo nel comitato di tesoreria Pd, passato da fine marzo nella squadra dei centristi, sarebbe utile sapere invece cosa ne pensi Piero Fassino. Già, proprio lui, l'attuale coordinatore della mozione franceschiniana, anni fa segretario dei Ds, che pensò bene a inizio gennaio di apostrofarlo, si fa per dire, in pieno Transatlantico e a microfoni di Radio radicale aperti («hai detto solo cazz..., mi sono rotto i c...»), perché reo di essersi lamentato con Libero, tra le tante cose, che molti circoli del Pd pagano l'affitto ai Ds. Seguì un botta e risposta di smentite. «Il nuovo partito alimenta il vecchio», ribadisce però adesso il deputato Udc, che premette: «È interesse di tutti che vi siano chiarezza e trasparenza sugli assetti proprietari e i nodi politici reali. Ma non voglio rivangare vecchie polemiche, visto che me ne sono pure andato da quel partito». Poi, però, aggiunge: «Ho accettato le scuse, ma devo mettere a verbale che venni aggredito per aver detto che vi era un ruolo troppo organizzato dei Ds, con le sue fondazioni, mentre adesso Fassino non dice nulla, nonostante Franceschini abbia affermato che è ora di finirla. Insomma, quando ne parlavo io, era un tabù. Comunque, spero che non se lo mangi...». Non avverrà. Fassino si fa sentire solo per smentire il «fantasma» di una scissione, di un ipotetico divorzio tra i coniugi finiti sotto lo stesso tetto. E per invitare tutti a stare «un po' calmini». Ma «il problema patrimoniale rimane», riconosce un esponente cattolico di lungo corso, orfano della guida di Francesco Rutelli. Quello che, per Rosy Bindi, farebbe bene a preparare i bagagli, se non si sentisse più integrato nel gruppo. Ma questa è un'altra storia, una delle tante. Come la sorta di catena di Sant'Antonio sui «nostalgici» ammalati di «berlusconite», avviata da Beppe Fioroni, a cui s'iscrivono per replicare a vicenda Livia Turco e Giorgio Merlo, tanto per citare il filone polemico di ieri. Ma «la vera paura», confida sconsolato un ex sottosegretario, «è che continui così fino ad ottobre». © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Serracchiani, la saputella di provincia che mette zizzania (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di martedì 28 luglio 2009 Serracchiani, la saputella di provincia che mette zizzania di Giancarlo Perna Salita alla ribalta con un discorso web di 13 minuti, non ha più smesso di dare lezioni. Ha una risposta per tutto, sempre con parole senza senso Fatto suo lo slogan del dentifricio Durban’s, con quella bocca può dire quel che vuole, Debora Serracchiani non se ne fa mancare una. è da mesi in uno stato di irrefrenabile euforia che sfoga straparlando. Ogni giornalista a corto di spunti ma con due colonne da riempire con lei va sul sicuro. Il nuovo idolo del Pd ha tempo per tutti e una risposta su tutto. Volete per esempio conoscere il suo pensiero sul «giusto equilibrio tra rispetto dei diritti e rispetto delle coscienze individuali?». Voi, probabilmente, ve ne infischiate. Ma il «Circolo online Pd Obama» ci teneva a saperlo e lei non si è fatta pregare: «Gli individui - ha spiegato - devono essere messi nella possibilità di scegliere, nel rispetto della coscienza di ciascuno». Rigiratele come vi pare, ma né la domanda, né la risposta hanno un qualsivoglia senso. Per voi leggerle è stato una perdita secca di tempo. Debora ha invece aggiunto un’altra tacca alla sua nomea di Pizia della sinistra. Nell’asserzione i fan rinverranno significati reconditi, messaggi di riscossa, parole finalmente di sinistra. Qualsiasi cosa Debora dica è infatti presa per oro colato sia che rientri nei canoni occidentali della comprensibilità, sia che ne prescinda, come nel caso in specie. Il fenomeno Serracchiani, più che riguardare questa trentottenne con frangetta, illustra il patetico smarrimento dell’elettorato del Pd. A secco da anni di speranze e soddisfazioni, la sinistra è costretta a scambiare l’entusiasmo senza capo né coda di questa ragazza di provincia per il sole dell’avvenire. Il bello dell’equivoco è che la prima a credere ai propri poteri taumaturgici è la fanciulla stessa. Di qui, il suo costante imperversare. Negli ultimi tre giorni si è talmente espansa che ha riempito di sé quotidiani, tv locali, femminili e la rete internettiana nel suo complesso. Mi limito a una ponderata selezione. Con una premessa. Debora è salita alla ribalta nel marzo scorso all’Assemblea dei circoli del Pd lanciando un appello all’unità del partito: basta farci le scarpe tra noi, troviamo una linea condivisa, il nemico da battere è Berlusconi. Bene, entrata anche lei nell’agone, si è subito smentita. Salendo in cattedra ha dato le pagelle ai papaveri del Pd, con particolare attenzione ai candidati segretari. L’autostrada per seminare ulteriore zizzania in un campo già folto di infestanti. Il voto più benevolo è stato per il suo prediletto, Dario Franceschini. Sei e mezzo, ma con nota a margine: «Si deve impegnare di più». A Franceschini la signorina deve tutto. Dal lancio mediatico, all’elezione a deputato europeo. Se tanto mi dà tanto, dagli amici mi guardi Iddio. Un sei ha ricevuto Pierluigi Bersani, principale rivale di Franceschini, «anche se - avverte simpaticamente Debora - nessuno si è accorto che si è candidato». Il terzo in gara, Ignazio Marino, mago del bisturi e delle note spese, si è beccato l’insufficienza. «Non abbiamo bisogno di un chirurgo, ma di un segretario a tutto campo», ha chiosato l’esuberante, appioppandogli un misero cinque. Stesso voto a Max D’Alema col rimprovero, senti chi parla, di intrufolarsi dappertutto come il prezzemolo. Max, arricciati i baffi, ha replicato alla maestrina da par suo: «Vorrei capire questa cattedra quando l’ha avuta». Infine, con apparente modestia e spocchia vera, si è auto data tra il cinque e il sei dicendo: «Devo sforzarmi per cambiare gli altri (del Pd, ndr) e non cambiare me stessa». Tradotto: vado benissimo così; spero solo che il partito non mi corrompa. Sottinteso: non voglio trasformarmi in un’ameba anch’io. Questo vi dà l’idea che la giovinetta ha di se stessa: una forza integra capitata in un corpo infetto con l’alta missione di guarirlo. Con quali mezzi l’ha detto domenica facendo con Franceschini un po’ di campagna elettorale in favore del medesimo. In jeans e maglietta si è presentata con Dario, in analogo look confidenziale, a duecento simpatizzanti romagnoli nella Rocca di Bertinoro. Dopo un preambolo serioso e vagamente babbione del segretario uscente, la sbarbatella tutto pepe ha impugnato l’ascia e preso la parola: «Disciplina. Disciplina, ecco quello che ci vuole. Giusto discutere, ma quando la linea è stata scelta, va rispettata». Pausa a effetto e stilettata: «Chi non segue la linea deve essere spedito ad attaccare i manifesti per punizione». La cosa è piaciuta moltissimo ai vecchi militanti e ai togliattiani frammisti al pubblico, tanto che uno ha chiesto speranzoso: «Torniamo al centralismo democratico (l’antico modo di tacere e obbedire proprio del Pci, ndr)?». La risposta sincera sarebbe stata sì, ma lei abile e à la page ha invece replicato: «Ma no, il mio è solo buonsenso democratico, quello che non abbiamo avuto per troppo tempo e che ci ha fatto perdere voti e credibilità». La ricetta di Debora è, in sostanza, pugno di ferro. Basta con le autoanalisi, le sedute di gruppo, la miriade di opinioni, il piangersi addosso. è lo stesso atteggiamento che piacque tanto nella famosa assise di marzo quando con un discorsetto di tredici minuti, la sconosciuta avvocatessa di Udine, salì alla ribalta nazionale. In quell’occasione, disse due parole chiave che mandarono in visibilio i presenti: «Basta», «è follia». Il basta riferito alla linea politica ondivaga di Veltroni, il follia al fatto che troppi nel Pd mettono bocca. Ma, attanagliata anche lei dal vuoto di idee del partito cui si candida mosca cocchiera, non delineò uno straccio di programma. Riuscì solo a dire - e tutti ad ascoltarla al settimo cielo - che non voleva l’Italia del Berlusca. E giù la solita immagine burletta del Cav: le ronde, le tv, il conflitto di interessi, il lodo Alfano. Silenzio sui magistrati d’assalto, le intercettazioni alla De Magistris, la ripulitura di Napoli dai rifiuti accumulati da Bassolino e benedetti come reliquie da Prodi, ecc. Nei fatti, la solita retorica volatile dei DAlema, Veltroni, Franceschini con un di più di vivaci anacoluti e oscurità come queste (tratte dal discorso che ha furoreggiato tra i militanti su You Tube): «Io credo che il problema del Pd è che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea politica che nella più ampia discussione, nella più approfondita mediazione che è necessaria... ecc». In quei tredici minuti riuscì anche a elogiare lo stile da strada di Di Pietro, contrapponendolo a quello fiacco dei suoi leader. «Noi cominciamo i nostri discorsi con “Io”, l’Idv invece comincia, “Berlusconi dice”, “L’Idv pensa”... d’ora in avanti facciamo come loro». Poi concluse con la sviolinata a Dario (appena succeduto a Veltroni) che le ha spalancato la carriera: «Tu, Franceschini, hai il compito di dare credibilità nuova a questo partito e ci stai riuscendo alla grande». Neofita sì, ma paraventa pure. è passata alle cronache anche l’altra turibolata in pro di Dario: «Lo sostengo perché è simpatico». «Lo era anche Totò», è stato il meno caustico dei commenti che suoi compagni di partito le hanno rovesciato addosso. Se Serracchiani non è una fan di Totò - inteso stavolta come Di Pietro - poco ci manca. Con Beppe Grillo, che dell’ex pm è una costola, intrattiene via blog una melensa e rispettosa corrispondenza. «Caro Beppe... in fondo stiamo lavorando per uno stesso obiettivo. Ti prego di concedermi il beneficio del dubbio. Forse la strada che ho scelto io (ma quale sia non dice, ndr) è quella più indicata per rinnovare la politica. Lasciami provare». Risposta ammansita di Grillo: «Forse sei una persona giusta, ma nel posto sbagliato... In bocca al lupo». Nel breve arco di questi mesi, Debora è già riuscita a scrivere un libro Il coraggio che manca, ovviamente al Pd e che invece in lei ribolle. Frase chiave: «Io non ho sponsor, io sono quella che sono e devo crearmi uno spazio sul campo». Insomma, il dubbio non è il suo forte. A darle fumo al cervello è stato l’ottimo risultato delle Europee. Solo in base ai famosi tredici minuti al microfono, le fideiste truppe democratiche del Friuli le hanno dato 74mila voti. Nessuno dei luoghi ha fatto meglio. Il Cav ne ha avuti novemila meno e il candidato ufficiale del Pd, Luigi Berlinguer, consunto cugino dell’indimenticabile icona, ne ha racimolati solo undicimila. Avrebbe probabilmente perso la testa anche uno che partiva da più lontano. Debora è una romana diventata friulana per amore. Fatte le medie in istituto di suore della Capitale - con relativo successo delle pie donne poiché, sia pure credente non è praticante - si innamorò a vent’anni di Riccardo. Per seguirlo, si è trasferita ventiduenne a Udine dove convivono tuttora felicemente con due cani e tre gatti. Per un po’ si è accontentata di esercitare l’avvocatura nel foro che, se non erro, fu quello in cui debuttò il celebre Carnelutti. Finché, nel 2006, la politica entrò prepotente nella sua vita. Divenne consigliere provinciale dei Ds. L’anno scorso ha preso la guida del Pd cittadino. Ora è candidata alla segreteria regionale del partito. Veltroni la vuole pure vicesegretario di Franceschini se costui vincerà. Intanto deve andare ogni settimana a Strasburgo e prosegue a pieno ritmo con la professione. Se riuscirà in tutto, non saprà probabilmente a chi dare i resti. Nel frattempo, si accontenta di dare entusiasticamente i numeri. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Non c'è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 28-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di martedì 28 luglio 2009 Non c’è pace nel Pd: scoppiata la guerra dei soldi di Vincenzo La Manna Ecco il trucco degli ex comunisti: fondazioni per salvare il "tesoro". Nel mirino di Franceschini i palazzi che furono del Pci: torna lo spettro della scissione. Fassino frena: "Stiamo calmi". Sposetti, il cassiere che sbanca sempre Roma - Ci mancavano solo i piccioli. Come se non bastasse lo stillicidio quotidiano offerto da chi si considera esponente del «nuovo» e accusa di «vecchio» il compagno di banco. O di chi sbandiera il vessillo della laicità tout court in faccia al collega di opinione opposta. Ma tant’è. Il Pd non finisce mai di annoiare, non c’è che dire. E adesso, riciccia fuori pure la vecchia ferita della «dote», evidentemente mai rimarginata del tutto. Un nervo scoperto, quello del patrimonio pre-nuziale dei due non più novelli ma sempre litigarelli sposi, che agita ancora i sonni dei possidenti Pci-Pds-Ds e dei giovani di belle speranze ex Ppi-Margherita. Una questione non di poco conto, rilanciata a freddo - anzi a caldo, visto che il diretto interessato corre per la riconferma - nientemeno che dal segretario. è Dario Franceschini, infatti, chiudendo due giorni fa il seminario estivo della Scuola di politica di Salvatore Vassallo, nella rossa Romagna, ad approfittare di chi in platea chiede lumi, sulle decine di fondazioni in mano ai suoi cugini politici, per sentenziare: «Il Partito democratico è un soggetto giuridicamente nuovo e non ha ereditato né attivi, né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto insieme». Insieme, dunque, sottolinea l’ex Dl, convinto che non ci sia «ragione giuridica né politica perché ciò non accada». Sarà. Intanto, però, seduto accanto alla tanto young macchina di voti Debora Serracchiani, ma poco democrat quando dice di voler spedire i dissidenti, chi non segue cioè la linea ufficiale del capo, ad «attaccare manifesti sui muri», Franceschini assesta un colpo preciso. Diretto al principale antagonista del suo stesso schieramento, tanto per parafrasare Walter Veltroni: ovvero, Pierluigi Bersani. Dalle cui parti, almeno per il momento, nessuno osa replicare alla querelle pecuniaria. «Si tratta di un tema aperto e non mi sembra scandaloso sollevare la questione - commenta invece Sandro Gozi, prodiano della prima ora e adesso sostenitore di Ignazio Marino, il chirurgo terzo incomodo nella battaglia per la futura leadership -. Detto questo, penso che Franceschini abbia parlato da segretario ma anche da candidato, buttando la palla dall’altra parte, verso Bersani. A questo punto, sarebbe interessante sapere cosa ne pensi» l’ex ministro diessino. Secondo Pierluigi Mantini, un tempo nel comitato di tesoreria Pd, passato da fine marzo nella squadra dei centristi, sarebbe utile sapere invece cosa ne pensi Piero Fassino. Già, proprio lui, l’attuale coordinatore della mozione franceschiniana, anni fa segretario dei Ds, che pensò bene a inizio gennaio di apostrofarlo, si fa per dire, in pieno Transatlantico e a microfoni di Radio radicale aperti («hai detto solo cazz..., mi sono rotto i c...»), perché reo di essersi lamentato con Libero, tra le tante cose, che molti circoli del Pd pagano l’affitto ai Ds. Seguì un botta e risposta di smentite. «Il nuovo partito alimenta il vecchio», ribadisce però adesso il deputato Udc, che premette: «è interesse di tutti che vi siano chiarezza e trasparenza sugli assetti proprietari e i nodi politici reali. Ma non voglio rivangare vecchie polemiche, visto che me ne sono pure andato da quel partito». Poi, però, aggiunge: «Ho accettato le scuse, ma devo mettere a verbale che venni aggredito per aver detto che vi era un ruolo troppo organizzato dei Ds, con le sue fondazioni, mentre adesso Fassino non dice nulla, nonostante Franceschini abbia affermato che è ora di finirla. Insomma, quando ne parlavo io, era un tabù. Comunque, spero che non se lo mangi...». Non avverrà. Fassino si fa sentire solo per smentire il «fantasma» di una scissione, di un ipotetico divorzio tra i coniugi finiti sotto lo stesso tetto. E per invitare tutti a stare «un po’ calmini». Ma «il problema patrimoniale rimane», riconosce un esponente cattolico di lungo corso, orfano della guida di Francesco Rutelli. Quello che, per Rosy Bindi, farebbe bene a preparare i bagagli, se non si sentisse più integrato nel gruppo. Ma questa è un’altra storia, una delle tante. Come la sorta di catena di Sant’Antonio sui «nostalgici» ammalati di «berlusconite», avviata da Beppe Fioroni, a cui s’iscrivono per replicare a vicenda Livia Turco e Giorgio Merlo, tanto per citare il filone polemico di ieri. Ma «la vera paura», confida sconsolato un ex sottosegretario, «è che continui così fino ad ottobre». © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Gli svogliati del bottone pronti per il mare Insolita tranquillità tra i banchi. Ministre in tiro Gioco delle parti tra i democratici, con la veltroniana Madia a conversare con D'A (sezione: PD Congresso)

( da "Unita, L'" del 29-07-2009)

Argomenti: PD

Gli svogliati del bottone pronti per il mare Insolita tranquillità tra i banchi. Ministre in tiro Gioco delle parti tra i democratici, con la veltroniana Madia a conversare con D'Alema e Bersani M.Ze. Aula semideserta al mattino, pienone al momento del voto, con la neoministra Michela Vittoria Brambilla che fa una gaffe e si piazza nella poltrona centrale, quella destinata al premier. Quando Berlusconi arriva è costretta a rimediare. E rimedia anche Antonio Di Pietro, che quando deve votare entra nel panico: si inceppa il meccanismo, una funzionaria arriva, consegna una nuova tessera e lui sbaglia: pigia il verde. Urla di panico dei suoi, correzione. Nervi tesi a Montecitorio con il Pd alle prese con il congresso e il Pdl con la mina del Sud. Mentre in Aula si procede con le dichiarazioni di voto sul Dl anticrisi sono queste le vere partite che si stanno giocando. In aula la bionda Marianna Madia siede tra Pierluigi Bersani e Massimo D'Alema: parlano fitto. Bersani sorride, Madia annuisce, poi continua con D'Alema. Un piatto ghiotto per i fotografi, una veltroniana che ormai da tempo tutti danno, più o meno scherzosamente, per dalemiana. Nuove geografie? Appena dietro, il ministro Tremonti, parla a lungo con Piero Fassino, entrambi appassionati alla questione Settentrionale. Tremonti parla, Fassino annuisce. Poco prima l'ex segretario Ds discuteva con Beppe Fioroni di strategie congressuali. Una sintonia inimmaginabile ai tempi del Family Day. D'Alema, Bersani, Letta e Ugo Sposetti (ex tesoriere ds), discutono insieme. Tra i temi, di sicuro, quello del patrimonio Ds che Franceschini vorrebbe nel Pd e sul quale Bersani sceglie un oculato silenzio. Ogni mozione lavora sugli indecisi, grandi movimenti. Altro dubbio: il siluro che ha investito il terzo candidato, Ignazio Marino, su cui pesa la vicenda dei doppi rimborsi quando era a capo dell'Ismett di Palermo, a chi porterà consensi? Intense previsioni. Il quartier generale di Pdl e Lega, invece, si concentra davanti al buvette: c'è il Cavaliere. A Bossi,«vieni a vedere i lavori di ricostruzione in Abruzzo», Per chiunque una parola di conforto: il piano del Sud? «Ci stiamo lavorando». Competenze alla Prestigiacomo? «Ci stiamo lavorando». La guerra Tremonti-Micicché? «Sto mediando». Ai rapporti tesi con la Chiesa, invece, ci pensa Gasparri: «Mi pare ci sia una serenità nel mondo cattolico perché c'è questa maggioranza». Transatlantico

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Bersani spiega il suo Pd (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 29-07-2009)

Argomenti: PD

«Rinnovamento vero, nessun patto segreto» Bersani spiega il suo Pd FORUM. L'ex ministro risponde alle domande del "Riformista". «Non sono un nostalgico. Con me segretario, la ruota girerà». Il candidato parla della modifica delle primarie e del nuovo centrosinistra. «La maggioranza è nei guai. Lavoriamo col resto delle opposizioni al cantiere di un'alleanza larga, democratica, "di progresso". Io sono per un bipolarismo plurale». al riformista. Pier Luigi Bersani nella redazione del Riformista coi giornalisti e il direttore ... di Tommaso Labate «Se diventerò segretario del Pd, allora vedrete nei fatti quello che ho in testa per il rinnovamento. A un dibattito sull'innovazione fatto così, a chiacchiere, preferisco non partecipare. Ma se toccherà a me...». Gli avversari l'hanno etichettato come il candidato del fronte "nostalgico". E Pier Luigi Bersani, durante il forum con la redazione del Riformista, ha rovesciato l'accusa. Presentando il partito che sarà, se sarà, con la sua elezione a leader del Pd. Dal "ruolo" che avranno D'Alema&Veltroni alla promozione dei giovani, passando dalla riforma dello strumento delle primarie. L'obiettivo? «Tra vent'anni, quando le nuove generazioni ci chiederanno da dove arriva il Pd, cosa gli rispondiamo? Che è nato da Ds e Margherita? Suvvia, non scherziamo... Io ho chiare quali devono essere le radici culturali: quelle socialiste e quelle cattolico popolari. Qualcuno pensa che sia un'idea ottocentesca? Stupidaggini. Voglio un partito che sia a sinistra, democratico e liberale. Che dia vita a una nuova coalizione». E le alleanze? «Ecco, io non ho cancellato dal mio vocabolario la "vocazione maggioritaria"- risponde Bersani - : va messo in piedi un progetto completo, senza trattini, anche perché non voglio appaltare pezzi di programma a nessuno. Servono alleanze larghe, democratiche e "di progresso". Cominciamo a costruire una politica comune delle opposizioni». E aggiunge: «Tutte queste cose non sono mica in contraddizione con l'idea di far crescere il Pd, anzi. L'esperienza insegna che se tieni aperte le canalette, l'acqua ti arriva. Se invece le tieni chiuse, più semplicemente, no». Le primarie e il «rischio Storace». «L'avrete notato, no? Io insisto molto sul profilo dell'identità. Credo che un partito sia uno strumento e che la sua missione sia fuori di lui. Per questo credo che non possiamo correre il rischio di fare del Pd un campo di forze che finisce per perdere di vista la sua missione», spiega Bersani. E i tanti rischi delle primarie per l'elezione del leader aperte a tutti, comprese a Francesco Storace, che il 25 ottobre andrà a votare proprio per lui? L'ex ministro risponde: «Questa specie di distanza antropologica che abbiamo creato tra "elettori" e "iscritti" ha seminato solo guai. Durante l'ultima campagna elettorale, una signora anziana, non un'iscritta ma un'elettrice, mi ha chiesto: "Perché vi si vede in giro soltanto quando avete bisogno del voto?". Il paradosso, fin qui, è stato proprio questo: prima abbiamo chiamato a raccolta gli elettori, poi li abbiamo liquidati con tanti saluti. Oggi torniamo a convocarli, senza neanche chiedergli la carta d'identità...». Morale? «Questo tipo di percorso comporta molti rischi - incalza il candidato -. Lo dimostrano anche le parole di Storace, al quale rispondo con un messaggio chiaro e semplice: A.A.A. astenersi perditempo. Un partito non può non essere prima di tutto una comunità». L'ex ministro dello Sviluppo economico ha già nel cassetto la bozza per la modifica delle primarie: «Se il partito deciderà per le primarie del segretario, comunque non potranno più svolgersi senza un albo degli elettori certificato. Nei congressi va utilizzato un sistema misto, in cui le tessere conteranno per il 50 per cento o giù di lì. L'altro 50 verrà determinato dal numero dei voti presi dal Pd in ogni singola città». Già, le tessere. L'ex ministro dello Sviluppo economico spiega che alla fine saranno «800mila circa. Io non faccio parte della macchina organizzativa del Pd per cui spero - aggiunge - che siano tutte controllate e certificate. E spero che su questo argomento si possa finalmente arrivare a sdrammatizzare». D'Alema e Veltroni. Prima che le assise iniziassero, in molti avevano previsto l'ennesimo "D'Alema versus Veltroni", stavolta per interposta persona. Domanda: se Bersani dovesse vincere il congresso, che ne sarà di "Massimo" ma soprattutto di "Walter", che è schierato contro di lui. L'ex ministro risponde: «L'ho detto presentando la mia candidatura: sono il candidato di nessuno che pensa ci sia bisogno di tutti. Adesso però aggiungo un'altra cosa. Se toccherà a me guidare il Pd non permetterò che nes-su-no (scandisce, ndr) di quelli che ci hanno portato fino a qui venga sfregiato da chicchessia. La "ditta" - continua Bersani - non si piccona. Ci deve essere rispetto per tutti». La promozione dei "nuovi". L'ex ministro giura che risponderà coi fatti «alla polemica balorda che c'è stata a proposito del nuovo-vecchio». E annuncia: «Dobbiamo passare sempre più compiti nelle mani della nuova generazione che è già in campo. Penso ai tanti ragazzi che sono impegnati sul territorio, ai nostri giovani amministratori locali. Il compito della mia generazione sarà quello di lanciarli in pista ma anche di proteggerli. Dobbiamo capire tutti che la ruota adesso deve girare». Gli si obietta che anche Franceschini, nel creare a febbraio il gruppo dirigente nazionale, ha dato vita a una segreteria piena di facce nuove, di cui però si son subito perse le tracce. «A me - replica Bersani - non piacciono le mosse puramente simboliche. Per questo non ne farò. Al Pd serve un meccanismo meritocratico per la selezione della classe dirigente. Soltanto così garantiremo il passaggio di consegne ai giovani. Io ho già deciso: se vincerò io, ogni organismo verrà formato per la metà da componenti espressi dai livelli territoriali di base. Questo è il modo di mandare avanti chi davvero si forma alla politica». Bassolino, Loiero&co. In un dibattito congressuale che finora non ha brillato per fair play, a Bersani è stato chiesto conto di alcuni suoi sponsor. Della serie: "Come fai a rinnovare se hai con te Bassolino e Loiero?", è stata l'accusa che gli è stata mossa, negli ultimi giorni, da molti sostenitori di Franceschini. L'ex ministro risponde così, senza pensarci: «Vedete, finora io non ho mai detto nulla contro nessuno. Però non posso stare zitto di fronte ad attacchi che distorcono la realtà dei fatti. Tra l'altro, tanto per parlare di chi c'era prima, gli ex segretari di Ds e Margherita sostengono tutti Franceschini...». E Bassolino? E Loiero? «In questi due anni non si può certo imputare a me un mancato rinnovamento. E comunque sia lo ripeto: non sottovaluto l'esigenza, e lo dimostrerò, mandare avanti la nuova generazione. Ma lo voglio dire con chiarezza: questo processo non può essere creato con gli ostracismi. Una cosa è certa: tutti devono capire che la ruota deve girare». Nostalgico? Comunista? Emiliano?. Eppure, mentre Bersani è atteso alla prova dei fatti, le etichette si sprecano. "Nostalgico". «Non lo sono affatto e rifiuto questa etichetta. Certo, non sono un amante delle chiacchierate vuote sull'innovazione e magari faccio tesoro della memoria. Ma voi lo sapete che sono diventato presidente dell'Emilia Romagna dopo un accesissimo dibattito in cui criticai il concetto di "modello emiliano"? E io sarei un nostalgico?». Altro giro, altra etichetta: "comunista". Bersani prima ricorda il suo antico pallino «sulle tradizioni socialista e cattolico-popolare». Poi la butta sul ridere, evocando (senza citarlo) un famoso adagio veltroniano: «Oh, non sto mica qui a dire che non sono mai stato nel Pci, s'intende». L'ultima etichetta è geografica: "troppo emiliano". «L'Emilia non ha mai espresso nessun segretario di Pci-Pds-Ds. Ma la cosa che mi ha fatto tremare in passato è stata un'altra. Quando divenni ministro per la prima volta, seppi che nessun emiliano aveva mai ricoperto un incarico di governo prima di me. E visto che per entrare nell'esecutivo dovetti dimettermi dalla giunta, ci pensai per giorni e giorni: "E se faccio brutta figura?"». «Nessun patto, nessun accrocchio». Come si risveglierà il partito dopo il congresso? Ci saranno una maggioranza e una minoranza? E i patti tra i due fronti principali, di cui danno conto le classiche voci di corridoio? Bersani, sul punto, è netto: «Ovvio, usciremo dal congresso con una maggioranza e una minoranza. Io conosco me stesso e so già da ora che se devo promuovere un giovane bravo, non andrò a vedere se ha sostenuto Franceschini oppure no. Ma una cosa è certa: non mi sono mai piaciuti i "grandi patti" che annacquano le sfide franche e non sono proprio il tipo da "accrocchi"». Proprio un "accrocchio" avrebbe potuto fermare le lancette del congresso e rinviarlo all'anno dopo: la determinazione di Bersani l'ha impedito. Quando risente la storia di un mese fa, l'ex ministro s'abbandona a un sorriso che la dice lunga: «Lo so, l'ho sentita anch'io questa storia. In ogni caso, ho ribadito in ogni occasione che non avevo alcuna intenzione di fermarmi. E visto che ho fiutato l'aria di una scissone silenziosa, visto che ho capito che molti dei nostri ci stavano per abbandonare, ho preferito dirlo con nettezza che non mi sarei mai fermato». Idv, Udc e la coalizione che verrà. Nonostante ripeta che «non è detto che il segretario del Pd sia il candidato premier», Bersani ragiona come se avesse già in testa un suo schema: «Un progetto completo, di sinistra e liberale, senza trattini». La start-up? «Dobbiamo mettere in cantiere delle proposte istituzionali ed elettorali partendo da un ragionamento che va fatto col resto delle opposizioni. Al contrario di quanto si è fatto tempo fa, non è che se ho un'idea di riforma vado a dirla per primo a Berlusconi». Nell'ottica bersaniana, quel cantiere sarà il cemento della nuova alternativa al Cavaliere. «Iniziando proprio dalla costruzione per le alleanze alle prossime regionali», spiega il candidato alla segreteria del Pd. Riguardo a Casini, che ha già negato l'ingresso dell'Udc in un nuovo centrosinistra, Bersani spiega: «Il primo passo è difficile per chiunque, serve tranquillità strategica. Vedete, tutti i partiti dell'opposizione devono essere preoccupati della curvatura populistica che può prendere la legislatura. Non solo: siamo di fronte all'acuirsi di una crisi economica e sociale. Il nervosismo che c'è nella maggioranza non dipende tanto dalle veline del premier ma dall'incombere di un grande problema di finanza pubblica. La fine dell'avanzo primario è la bandierina che lo segnala...». Viste le premesse, l'ex ministro dice che «la sperimentazione dell'alternativa a Berlusconi va iniziata subito». Dunque «alleanze larghe, democratiche, "di progresso"». E il cordone ombelicale che lega ancora il Pd a Di Pietro? Così Bersani: «Io rimango esterrefatto quando vedo Di Pietro che attacca il presidente della Repubblica e lo denuncio pure pubblicamente. È chiaro che noi e l'Italia dei valori abbiamo un modo diverso di fare opposizione. Ma più che l'ex pm, mi preoccupa il pezzo di paese che ragiona in quel modo lì. La vera "vocazione maggioritaria" è ingrandirsi al punto di intercettarlo, non annunciare la rottura di un'alleanza». Le regionali. Il cantiere deve essere sperimentato alle regionali. Bersani sarebbe pronto a cedere qualche presidenza a Casini? «Mah», risponde lui, «per questo tipo di discussioni bisogna sentire il territorio». Primarie sempre, anche nel caso in cui il governatore del Pd uscente (tipo Loiero o Marrazzo...) sia solo al primo mandato? «Sì», risponde secco l'ex ministro. «Le primarie vanno fatte anche in questo caso. Io la penso così». I rapporti con la Lega. «Sono sostenitore di un bipolarismo con caratteri "plurali". Non mi piacciono le sigle definitive, tipo "centrosinistra stretto" oppure "largo"», spiega Bersani. Che però torna a segnalare la certezza che «il centrodestra, da qui in avanti, avrà problemi molto seri». Domanda: se guiderà il principale partito di centrosinistra, cercherà di "pescare" forze anche dall'attuale centrodestra? Risposta: «Io non credo alla differenza antropologica tra destra e sinistra. E credo inoltre che sia necessario aprire anche a forze sociali che oggi stanno di là». E il dialogo con la Lega? Bersani la mette così: «I rapporti con la Lega vanno posti in termini concorrenziali più attivi. Non possiamo mica pensare che loro siano quelli con l'elmetto in testa perché non è così. Morale? Dobbiamo innanzitutto riconoscerli e non snobbarli». E ancora, sempre sulle camicie verdi: «È vero che, ronde a parte, non hanno inventato mai nulla. Ma anche noi, non possiamo stare fermi alle nostre grandi invenzioni degli anni Settanta. Il mutuo riconoscimento con la Lega sarebbe già un passo avanti perché tra di noi ci sia una concorrenza nazionale...». E l'armonizzazione Nord-Sud, che sta tormentando i sonni di Berlusconi? «Su questo, mi creda, noi siamo avanti mille miglia rispetto a loro. Certo, non è facile arrivare a un equilibrio tra Settentrione e Meridione. Ma non è impossibile. Pensate,ad esempio, a un credito d'imposta automatico rispetto a una legge come la 488. O al fatto che se fai la riforma del commercio o delle parafarmacie, la cosa piace al Nord ma dà più effetti al Sud. Oppure ai meccanismi premiali per le realtà del Mezzogiorno che raggiungono un certo livello nei singoli servizi». «Non m'appassiona la Rai». Bersani sorride quando gli si fa notare che sembra più uomo di governo che di partito. Parla più agevolmente di contratto di lavoro («Non esattamente la proposta Ichino, ma sì a un processo di unificazione dei contratti») e riforma delle pensioni («Lavoriamo pure a un meccanismo graduale e volontario che porti all'innalzamento dell'età pensionabile, però pensiamo anche al livello delle pensioni da qui a vent'anni») che di nomine Rai. «Non m'appassiona la Rai», dice sorridendo. «Le nomine? Non le ho mai cercate. Per quel che è possibile, cerco sempre di starne alla larga. Certo, anche quelle vanno fatte. Ma una nomina è buona se quello che hai nominato poi non lo senti più...». L'ipotesi governissimo. L'ex ministro dello Sviluppo economico sembra pronto a ogni evenienza. «Il centrodestra sta per entrare in seria difficoltà», ripete. E se capitasse l'ipotesi governissimo? «Non dimentichiamoci che di là c'è un signore che si chiama Silvio Berlusconi. E non mi sembra proprio il tipo di persona che organizzerebbe una grande cerimonia per salutare tutti e farsi da parte serenamente». Quanto al sexgate, Bersani non sembra appassionarsene più di tanto. «Queste vicende hanno dato un colpo non banale alla nostra credibilità internazionale. Ma un partito non è un'autorità morale. Certo, noi abbiamo l'obbligo di chiedere serietà e sobrietà. Le valutazioni morali spettano ad altri». 29/07/2009

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Mi chiamo Bersani Risolvo problemi (sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 29-07-2009)

Argomenti: PD

Mi chiamo Bersani Risolvo problemi sexygate Due new entry nel giro di escort baresi per il premier d'Esposito a pagina 9 di Tommaso Labate «Rinnovamento? Se toccherà a me guidare il Pd, la ruota girerà davvero». In un forum con la redazione del Riformista, Pier Luigi Bersani spiega come cambieranno il Pd e il centrosinistra se verrà eletto segretario. Dalla promozione dei giovani, al ruolo che avranno Veltroni e D'Alema. «Dal congresso usciranno una maggioranza e una minoranza. Non sono tipo da "accrocchi"». E sul governo: «Il centrodestra è nei guai. Ma non per le veline». alle pagine 2 e 3 29/07/2009

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800mila tessere, 3 in corsa Calabria: un iscritto ogni 30 (sezione: PD Congresso)

( da "Manifesto, Il" del 29-07-2009)

Argomenti: PD

800mila tessere, 3 in corsa Calabria: un iscritto ogni 30 Non sono un milione ma nemmeno seicentomila. La cifra ufficiale degli iscritti Pd sta esattamente nel mezzo tra le aspirazioni delle vigilia e le prime, tragiche, indiscrezioni sul tesseramento: alla fine le tessere sono 820.607. È il dato ufficiale della commissione nazionale del congresso che ieri ha spiegato anche di aver escluso l'aspirante quarto uomo, Amerigo Rutigliano, perché ha presentato a sostegno della sua candidatura firme di non iscritti al partito. Boom delle iscrizioni, come previsto, in Campania: 119mila iscritti e più. Ma al primo posto resta sempre l'Emilia Romagna con 140mila tesserati. Clamoroso il caso della Calabria che alla fine ha messo insieme 58.454 tessere, praticamente nella regione ogni trenta abitanti, neonati compresi, c'è un iscritto al Pd. Eppure secondo i responsabili del partito: «I tesserati sono tutti certificati, vivi e vegeti». Franceschini: poi una tregua cofferati e nerozzi con lui «Io voglio un partito solido, con circoli e militanti, ma non basta più un modello di 50 anni fa». Così Dario Franceschini ha presentato la sua idea di Pd, ricevendo ieri l'appoggio ufficiale di Sergio Cofferati e di altri dirigenti di area Cgil come Paolo Nerozzi e Carlo Podda. «La proposta di Franceschini interpreta al meglio le nostre idee», ha detto Nerozzi. «Serve un visibile profilo di sinistra nel Pd», ha aggiunto Cofferati. Secondo il quale «il partito deve avere un tratto ottocentesco, una struttura radicata sul territorio». Franceschini ha continuato a incalzare il suo avversario Bersani sostenendo che solo lui può dirsi garante di un Pd «plurale» e non «dominato da una sola cultura». Poi il segretario uscente dei democratici ha lanciato un appello: «Togliamoci dalla testa che chi vince cominci ad essere tritato dopo il congresso». Il primo a rispondergli è stato proprio Massimo D'Alema, considerato il principale responsabile del logoramento di Veltroni. «Sono d'accordo», ha detto. d'alema: radici di sinistra, nel passato c'È l'identitÀ «Abbiamo fondato un partito nuovo per abolire il trattino tra le parole centro-sinistra, non per cancellare la sinistra. Sarebbe un'operazione micidiale», ha detto ieri Massimo D'Alema. Secondo il quale «non si può cancellare solo una parte della nostra tradizione, un partito si definisce dalla sua identità». D'Alema ha risposto a Franceschini dicendo che «chi dice che non vuole un partito come 50 anni la fa per attribuire a noi l'intenzione di compiere un viaggio nostalgico. Invece ricostruire l'identità e rimettere le radici non è un'operazione nostalgia ma è necessario per riprendere i voti, oggi e domani, nei ceti popolari e nel mondo del lavoro». Secondo D'Alema il Pd «deve trovare un equilibrio tra la spinta innovativa e la capacità di rappresentare il suo patrimonio di storie e di valori che è essenziale per il futuro».

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IL CONGRESSO DEL PD (sezione: PD Congresso)

( da "Manifesto, Il" del 29-07-2009)

Argomenti: PD

IN breve IL CONGRESSO DEL PD 800mila tessere, 3 in corsa Calabria: un iscritto ogni 30 Non sono un milione ma nemmeno seicentomila. La cifra ufficiale degli iscritti Pd sta esattamente nel mezzo tra le aspirazioni delle vigilia e le prime, tragiche, indiscrezioni sul tesseramento: alla fine le tessere sono 820.607. È il dato ufficiale della commissione nazionale del congresso che ieri ha spiegato anche di aver escluso l'aspirante quarto uomo, Amerigo Rutigliano, perché ha presentato a sostegno della sua candidatura firme di non iscritti al partito. Boom delle iscrizioni, come previsto, in Campania: 119mila iscritti e più. Ma al primo posto resta sempre l'Emilia Romagna con 140mila tesserati. Clamoroso il caso della Calabria che alla fine ha messo insieme 58.454 tessere, praticamente nella regione ogni trenta abitanti, neonati compresi, c'è un iscritto al Pd. Eppure secondo i responsabili del partito: «I tesserati sono tutti certificati, vivi e vegeti». Franceschini: poi una tregua cofferati e nerozzi con lui «Io voglio un partito solido, con circoli e militanti, ma non basta più un modello di 50 anni fa». Così Dario Franceschini ha presentato la sua idea di Pd, ricevendo ieri l'appoggio ufficiale di Sergio Cofferati e di altri dirigenti di area Cgil come Paolo Nerozzi e Carlo Podda. «La proposta di Franceschini interpreta al meglio le nostre idee», ha detto Nerozzi. «Serve un visibile profilo di sinistra nel Pd», ha aggiunto Cofferati. Secondo il quale «il partito deve avere un tratto ottocentesco, una struttura radicata sul territorio». Franceschini ha continuato a incalzare il suo avversario Bersani sostenendo che solo lui può dirsi garante di un Pd «plurale» e non «dominato da una sola cultura». Poi il segretario uscente dei democratici ha lanciato un appello: «Togliamoci dalla testa che chi vince cominci ad essere tritato dopo il congresso». Il primo a rispondergli è stato proprio Massimo D'Alema, considerato il principale responsabile del logoramento di Veltroni. «Sono d'accordo», ha detto. D'Alema: radici di sinistra, nel passato c'è l'identità «Abbiamo fondato un partito nuovo per abolire il trattino tra le parole centro-sinistra, non per cancellare la sinistra. Sarebbe un'operazione micidiale», ha detto ieri Massimo D'Alema. Secondo il quale «non si può cancellare solo una parte della nostra tradizione, un partito si definisce dalla sua identità». D'Alema ha risposto a Franceschini dicendo che «chi dice che non vuole un partito come 50 anni la fa per attribuire a noi l'intenzione di compiere un viaggio nostalgico. Invece ricostruire l'identità e rimettere le radici non è un'operazione nostalgia ma è necessario per riprendere i voti, oggi e domani, nei ceti popolari e nel mondo del lavoro». Secondo D'Alema il Pd «deve trovare un equilibrio tra la spinta innovativa e la capacità di rappresentare il suo patrimonio di storie e di valori che è essenziale per il futuro».

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Boccuzzi (sezione: PD Congresso)

( da "Tempo, Il" del 30-07-2009)

Argomenti: PD

stampa L'intervista L'operaio della Thyssen oggi deputato Pd si schiera con l'ex ministro: «Voglio un partito popolare» Boccuzzi «Walter, mi spiace ma scelgo Bersani» «Scelgo Bersani». Non dica perché è simpatico che come battuta è già vecchia. «No, non glielo dico. Non è il mio modo di intendere la politica». Antonio Boccuzzi è rimasto un po' lo stesso. Solo i capelli, raccolti in una coda, si sono allungati. Per il resto è ancora l'operaio della Thyssen, l'unico sopravvissuto. E allora, perché Bersani? «Anzitutto perché spero ancora in una politica che non parli politichese, che parli come la gente normale. Ecco, vorrei un Pd veramente popolare». D'accordo, è un congresso non un corso di dizione... «E infatti le ho detto anzitutto l'aspetto formale. Il Pd non viene compreso, i suoi leader non sono capiti dalla base. Poi ci sono le questioni sostanziali». E quali sono? «Due su tutte. Della mozione Bersani mi ha convinto la parte sul lavoro, la lotta alla precarizzazione e il sostegno verso la stabilizzazione. Guardi, quando ero bambino e andavo in giro con mio padre passavano le Fiat 131, le Argenta e lui con orgoglio diceva: "Quella l'ho fatta io". Ecco, si è perso lo spirito del lavoro, l'attaccamento all'azienda se ogni sei mesi devi cambiare società». Solo il lavoro? «No, l'altro aspetto è quello relativo alla scuola, investire sulla scuola. Più in generale questo sembra, parafrasando il famoso film, non un Paese per giovani. Vorremmo che il Pd tornasse a far sognare i ragazzi. La sicurezza, altro elemento fondamentale, sintomo di civiltà, deve essere uguale per tutti, per i ricchi e per i poveri, per gli italiani e per gli stranieri, per chi è famoso e per chi non lo è, secondo un principio di giustizia e di uguaglianza che nel nostro Paese e ancora lungi dal divenire». A Veltroni l'ha detto che andava con Bersani? «No. Non ho mai pensato di dovergli chiedere il permesso. Non solo io, ma tutti quelli che si sono candidati sono stati sempre molto indipendenti». Che cosa l'ha delusa di Veltroni? «Nulla, non sono deluso da lui». E da cosa? «Ero convinto che il Pd potesse essere un'esperienza che ne raccogliesse tante diverse. Non è stato così, quel progetto è per ora in parte fallito». E va con quelli che pensano l'esatto contrario? «Non penso assolutamente sia il contrario. Con la mozione Bersani si sono schierati la Bindi e Letta, così come con la mozione Franceschini si è schierato Piero Fassino, l'ultimo segretario dei Ds. L'amalgama tra le diverse anime del Pd, è elemento fondamentale per la nascita di un grande partito che milioni di italiani si aspettano». Dietro Bersani c'è il vecchio? «Ma quando mai. Io ho compiuto due giorni fa 36 anni. Ci sono Esposito, che stimo molto, Boccia, Ginefra, Bordo, Berretta, Orlando. Ce ne sono tanti e altri verranno». Che Pd sogna lei? «Un partito che sia radicato sul territorio. Vede, spesso mi dicono dopo le manifestazioni "Finalmnete uno che abbiamo capito che voleva dire"». E Franceschini non si capisce? «Guardi, quello che non mi è piaciuto è quel parlare di vittoria dopo le Europee, dopo aver perso sette punti. Una cosa inconcepibile». Tutto da buttare l'attuale segretario? «No, ho condiviso la prima parte. L'assegno ai disoccupati, le proposte, il fatto di cominciare dal lavoro. È stata una buona fase». Poi s'è messo a inseguire il gossip. «Ecco, quello non l'ho condiviso. Assurdo inseguire Berlusconi. Il Pd deve fare la sua politica, non capisco questo continuo dipendere in qualche modo dal premier. Nel bene e nel male».

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ROMA - Nel candidarsi Dario Franceschini si dice convinto di aver fatto la scelta giusta ... (sezione: PD Congresso)

( da "Messaggero, Il" del 30-07-2009)

Argomenti: PD

Giovedì 30 Luglio 2009 Chiudi ROMA - Nel candidarsi Dario Franceschini si dice «convinto di aver fatto la scelta giusta». «Il congresso sarà la prova di maturità che serve al Pd - ha detto ieri sera alla festa romana dei democratici. - C'è bisogno di un confronto vero e di una vittoria vera per fare le cose di cui questo partito ha bisogno. Non dobbiamo temere il confronto perché dopo il 25 ottobre saremo tutti nello stesso partito». Pier Luigi Bersani intanto ha annunciato che, se vincerà, eviterà «accrocchi» con la minoranza e metterà in moto «la ruota» del rinnovamento, senza tuttavia permettere «che nessuno di quelli che ci hanno portati fin qui venga sfregiato», siano essi D'Alema o Veltroni. Sul rinnovamento Bersani ha insistito, prendendo le distanza dai suoi avversari: «la ruota deve girare» ma per promuovere davvero una nuova generazione bisogna evitare «mosse puramente simboliche». Bersani ha anche rifiutato il voto in suo favore alle primarie, offertogli da Storace: «La mia risposta è a.a.a. astenersi perditempo». Accanto al confronto tra i due leader prosegue anche la battaglia tra le macchine congressuali. Ora tutto è concentrato sulle candidature alle segreterie regionali (da presentare entro domani). Ieri la mozione Franceschini ha annunciato la candidatura in Piemonte dell'ex ministro Damiano. Ma il caso più clamoroso è la candidatura in Puglia di Michele Emiliano, sindaco di Bari. Emiliano aveva già espresso una preferenza «politica» per Bersani, ma la mozione Bersani ha adottato un criterio di incompatibilità: i segretari regionali non devono essere parlamentari né sindaci. Per Franceschini invece non vale alcuna incompatibilità, tanto che ha candidato la Serracchiani in Friuli e Cofferati in Liguria. E così Emiliano per conservare la carica di segretario ha scelto Franceschini e aperto un conflitto con D'Alema, che era stato uno dei suoi maggiori sostenitori nella competizione al Comune di Bari.

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Una voce, Berty e Nichi già nel Pd (sezione: PD Congresso)

( da "Foglio, Il" del 30-07-2009)

Argomenti: PD

30 luglio 2009 Ceccanti: "Siate benvenuti, ma per governare" Una voce, Berty e Nichi già nel Pd Bertinotti ha archiviato la sinistra-sinistra e invita tutti nel partito unico del centro-sinistra, Bersani abbraccia il bipolarismo ma con Franceschini ancora non va d'accordo Voce surreale ma non tanto. Girava ieri nelle redazioni politiche: Bertinotti e Vendola già nel Pd. Fausto Bertinotti, nel corso di un dibattito pubblico con Dario Franceschini, ha dichiarato chiusa l’esperienza delle due sinistre. “Ci ho creduto, ma ora devo prendere atto che c’è spazio a malapena per una sola sinistra”. Niente più sinistra-sinistra dunque, ma un partito unico del centrosinistra che vada da Rifondazione a Di Pietro passando per Nichi Vendola, Pannella e Franceschini. Bertinotti lo pensa da tempo, lo aveva spiegato al suo ex giornale, Liberazione, e poi lo ha anche ripetuto alla Stampa, due settimane fa. Rivolgendosi al complesso dei rivoli in cui si è divisa la sinistra, l’ex presidente della Camera ha detto che “dovrebbero essere tutti più umili e capaci di rimettersi in discussione, abbandonando recinti, simboli e vecchie ideologie. E’ necessario un partito con tutti quelli che oggi sono all’opposizione e che si sentono più o meno di sinistra, da Rifondazione all’Idv, dal Pd al partito di Vendola, dai socialisti ai Verdi, dai comunisti italiani ai Radicali”. Tutti dentro il Pd, tutti dentro il partito dell’Unione, si direbbe. E invece no. Perché Bertinotti – lo ha detto lui stesso pochi giorni fa in una lettera a Valentino Parlato sul Manifesto – non vuole far “confluire la sinistra nel Pd”. Ma vuole, col Pd, un partito nuovo. Questione di nomi, pare. Il problema della sinistra, dicono. L’idea di un grande Partito che riunisca tutti i riformismi piace a Bertinotti come pure a Vendola, a Pier Luigi Bersani, a Dario Franceschini e a importanti sostenitori di Ignazio Marino quali Sergio Chiamparino. Piace pure a Franco Marini, fautore dell’ipotesi della doppia tessera, e a Pietro Ichino che più di tutti ha manifestato interesse per un allargamento ai Radicali e ai Socialisti. Eppure non si intendono tra loro. E l’opzione di “tutti dentro il Pd” resta un fiume carsico, trasversale a tutte le fazioni ma strozzato da ambiguità lessicali che confondono l’azione politica. Chiamparino, lo ha spiegato al Foglio, dice che “bisogna unire i dispersi della sinistra” ma contemporaneamente dice pure che “il Pd deve esplodere per ricomporsi”. Franceschini, già vice di Walter Veltroni, è tra gli ideatori della vocazione maggioritaria e lo ha dimostrato più volte. Ai tempi del governo Prodi, per esempio, parlando alla corrente degli ambientalisti democrat disse loro: “I Verdi siamo noi”. Eppure il segretario democratico – come hanno notato alcuni osservatori – non ha avuto la prontezza di spirito, lunedì scorso, di rivolgersi a Bertinotti, dopo che il padre della sinistra-sinistra dichiarava di fronte a lui conclusa un’epoca, per offrirgli la tessera del partito unico. Né, tantomeno, Franceschini sembra intendersi col proprio principale sfidante alla segreteria, Pier Luigi Bersani. Che dice Bersani? “Non è più un teorico della frantumazione proporzionalista”, sostiene il senatore democratico Stefano Ceccanti. “Bersani ha molto modificato i contenuti della propria mozione, anche per l’ingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”. Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per declinare lo slogan “tutti dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso. Ceccanti ha trascritto e confrontato i discorsi di Bersani con il contenuto della mozione che lo sostiene. Lo sfidante di Franceschini, che aveva impostato la propria mozione su un ritorno alle radici socialdemocratiche dei Ds, nel discorso di presentazione ufficiale della propria candidatura all’Ambra Jovinelli di Roma, ha spazzato via l’impianto proporzionalista e multipolare. “Noi scegliamo un modello parlamentare – ha detto l’ex ministro – da elaborare in collaborazione con chi crede a un bipolarismo maturo”. Bipolarismo maturo e alleanze secondo “una vocazione maggioritaria che le renda possibili”, perché costruite su vincoli programmatici. Dice Ceccanti: “Tutti d’accordo sul fatto che sia venuto il momento di aprire le porte del Pd. Ma chi entra deve accettare l’idea che questo è un partito di governo”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo

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La mappa delle regioni democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie (sezione: PD Congresso)

( da "EUROPA ON-LINE" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

Articolo Sei in Interni 31 luglio 2009 La mappa delle regioni democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie Scadono oggi i termini per le candidature nei territori. Incertezza in Lazio, Puglia e Veneto Si chiudono questa sera alle 20 i termini per la presentazione delle candidature a segretario del Pd in ciascuna delle venti regioni. In linea di massima, ciascuna mozione presenta ovunque un proprio nome. Negli ultimi giorni, infatti, le ipotesi di convergenza su un singolo rappresentante sono di gran lunga diminuite rispetto a quanto era possibile rilevare nelle settimane precedenti. Il quadro, comunque, non è ancora completo. Rimangono da definire, infatti, alcuni tasselli, che si chiariranno solo oggi. In alcuni casi, le singole mozioni hanno preferito ritardare la pubblicazione del nome del proprio candidato (soprattutto in casa Marino). In altri, però, rimangono da sciogliere alcuni nodi, sia sulla possibilità di accordi trasversali, sia su una pluralità di candidati tra cui scegliere, rispettando anche gli equilibri interni alla singola mozione. Per il momento, si segnalano solamente cinque donne candidate: Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia), Mariangela Bastico (Emilia Romagna) e Francesca Barracciu (Sardegna) sostenute da Franceschini, Ileana Argentin (Lazio) e Fernanda Gigliotti (Calabria) per Marino. Piemonte ancora diviso Nel 2007 era stata una delle regioni in cui le primarie avevano fatto segnare una spaccatura netta, con la necessità perfino di ricorrere al riconteggio dei voti tra le liste che sostenevano Gianluca Susta e Gianfranco Morgando. A prevalere era stato quest'ultimo, un cattolico democratico che a questo giro ha scelto di sostenere Bersani, ma aveva proposto la propria riconferma con l'intenzione di ottenere anche l'appoggio delle altre mozioni. Dopo una prima fase di dialogo, in cui questa possibilità sembrava potersi concretizzare, mercoledì i franceschiniani hanno preferito proporre il nome dell'ex ministro Cesare Damiano. Ieri Susta ha invitato Morgando a desistere dal candidarsi e Giorgio Merlo ha invitato a «non rompere l'unità del partito alla vigilia di una delicata e difficile competizione regionale». Ma il segretario uscente intende comunque andare avanti. Veneto, Puppato in calo Le quotazioni della giovane Laura Puppato, proposta originariamente dai piombini come possibile candidato unitario in Veneto, sono indicate in netto calo. Franceschini si è affidato ad Andrea Causin, già componente della prima segreteria Veltroni, mentre all'interno della mozione Bersani ancora manca un'indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori dell'ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da Arzignano, centro del Vicentino del quale è stato sindaco fino a poche settimane fa. In questo caso, Marino sarebbe pronto a presentare un proprio nome, che dicono i referenti veneti della terza mozione s'incuneerebbe tra i bersaniani, creando non poche difficoltà al loro interno. I "buchi" della mozione 1 Lazio, Puglia, Basilicata. Insieme al Veneto, sono le tre regioni in cui all'interno della mozione Bersani non si è ancora riusciti a trovare un candidato. Il nome lucano dovrebbe uscire dal ballottaggio tra Salvatore Adduce e Roberto Speranza. Ancora più ingarbugliata la situazione capitolina, dove tra la vecchia guardia dalemiana e le altre componenti della mozione uno (dal presidente della regione Marrazzo a quello della provincia Zingaretti, fino alla new entry di marca rutelliana Milana) il confronto proseguirà probabilmente fino all'ultimo momento disponibile per trovare il nome da schierare. Emiliano ci spera ancora In Puglia, invece, il sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano sembra aver completato il proprio peregrinare tra le mozioni, accasandosi definitivamente con Franceschini. Proposto inizialmente dai sostenitori di Marino come possibile candidato unitario, fautore di un accordo con D'Alema per un nome "gradito" come proprio successore, adesso rischia di ritrovarsi con il solo sostegno della mozione 2. «Sto pregando perché D'Alema faccia la cosa giusta», ha detto in attesa che l'ex premier raggiunga oggi Bari per chiudere la trattativa. In realtà, tra i bersaniani non mancano le alternative. In pole position c'è l'ex parlamentare europeo Enzo Lavarra. Il gruppo vicino a Enrico Letta è tornato però ieri a insistere per candidare Francesco Boccia, contro il quale gioca però il proprio incarico di deputato, che contrasta con la regola interna alla mozione, secondo la quale non saranno candidate personalità che ricoprono già altri ruoli istituzionali. Il poker siciliano Per lo stesso motivo, è stata stoppata in Sicilia la candidatura di Giuseppe Lumia, senatore per il quale gran parte dei supporter bersaniani dell'isola avevano chiesto una deroga ai dirigenti nazionali. Da Roma è però giunto un no netto, accompagnato dalla designazione come candidato ufficiale della mozione di Bernardo Mattarella, figlio dell'ex presidente della regione assassinato da Cosa nostra e vicino a Rosy Bindi. Lumia, comunque, non si è tirato indietro e oggi presenterà la propria candidatura da indipendente «per un Partito democratico siciliano, e sottolineo siciliano», ha detto ieri in chiara polemica con i referenti nazionali della mozione Bersani. Al suo fianco si potrebbe schierare gran parte del gruppo dirigente di provenienza diessina, ma anche molti lettiani. Se entro stasera non ci saranno scossoni, dunque, la Sicilia sarà l'unica a presentare quattro candidati per la segreteria regionale del Pd. Oltre a Mattarella e Lumia, infatti, è già in campo Giuseppe Lupo (chiamato da Franceschini nella propria segreteria e oggi suo sostenitore), mentre la mozione Marino dovrebbe proporre Giuseppe Missina. Solo tre i candidati unitari Dunque, il proposito di scindere il confronto sui territori da quello nazionale, è andato quasi ovunque disatteso. In nessuna regione due mozioni sostengono lo stesso candidato (anche se nello schieramento di Marino rimangono diverse incertezze, che alla fine potrebbero far propendere per una convergenza su qualche nome già in campo), mentre sono solo tre i segretari scelti all'unanimità: Raimondo Donzel in Valle d'Aosta, Palmiro Ucchielli nelle Marche, Silvio Paolucci in Abruzzo. Rudy Francesco Calvo

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"si è candidato contro di me" scontro d'alema-franceschini (sezione: PD Congresso)

( da "Repubblica, La" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

Pagina 14 - Interni "Si è candidato contro di me" scontro D´Alema-Franceschini L´ex ministro: "Il patrimonio Ds? Si prenda anche i debiti" ROMA - Demolire i partiti fondatori del Pd, tagliare i ponti con la tradizione dei Ds e della Margherita, «è stato un errore». Il meccanismo per l´elezione del segretario, con il congresso prima e le primarie poi, è una gigantesca «conta interna», pensata come «se ci fossimo solo noi», il che produce una «stagnazione per mesi, e si rivela un danno per il paese». Poi, l´attacco diretto che D´Alema sferra a Franceschini: «L´ho voluto io al governo, come sottosegretario alle riforme istituzionali, e mi dispiace per le polemiche personali. Però... ». Però il segretario ha voluto caratterizzare la sua ricandidatura «innanzitutto contro quelli che c´erano prima e il risultato paradossale è che tutti quelli di prima lo sostengono, salvo il sottoscritto. Questo, ripensandoci, fa ritenere che ci si rivolgesse contro una sola persona... ». Contro D´Alema stesso cioè. Una guerra personale dunque, si è convinto l´ex ministro degli Esteri, che decide a questo punto di alzare il tiro. «Franceschini vuole dentro il Pd tutto il patrimonio dei Ds? Allora ne parli con Fassino, che ha preso la decisione di fare una fondazione, e si prenda anche i debiti». Il segretario legge sulle agenzie le anticipazioni dell´intervista che D´Alema ha concesso al direttore di Panorama, e decide che non è il momento per una replica sul piano personale. E´ alla linea politica che il leader del Pd si affida per contrastare l´ex ministro, e il suo candidato Bersani. Il doppio passaggio congressuale, le primarie aperte che D´Alema considera come superflue? «Dobbiamo capirlo: chi vota lì fa parte di noi, non si tratta di estranei», spiega all´assemblea degli Ecodem di Ermete Realacci. Al congresso ci sarà un confronto vero, senza ipocrisie, «senza sterili dibattiti ideologici che la gente non capisce come quello fra partito solido e partito liquido». Ci vuole un partito solido ma non del secolo scorso, con gli iscritti ma anche con le persone che si sentono del Pd ma non si riconoscono nella militanza. Invoca uno stop alle polemiche, ma evidentemente invano, «la rappresentazione all´esterno deve essere ad una voce sola, non possiamo trasferire fuori le questioni interne». Massimo D´Alema la pensa in tutt´altro modo, e critica la strada imboccata dal Pd, prima con Veltroni («ha avuto un´opportunità e l´ha usata male. Sono dispiaciuto perchè non ha ottenuto i risultati sperati») e ora con Franceschini. «E´ prevalsa un´idea di partito leaderistico dove conta più il leader che gli iscritti». Una scelta sbagliata perché su questo terreno esiste già un modello ineguagliabile: Berlusconi. Un modello costruito con ben altri mezzi e con una struttura molto potente, «noi invece abbiamo indebolito l´unica struttura che avevamo: il partito». Però Piero Fassino è convinto che la strada imboccata da Franceschini sia quella giusta. Con una sua riconfermata segreteria il Pd «potrà aprire i ponti con le altre culture riformiste», per rimettere in moto il processo di aggregazione del centrosinistra. E´ la mozione che «più di tutte» rappresenta quel che vogliono diventare i democratici. Ma Pier Luigi Bersani, in Calabria per incontrare i giovani del sud, fa piazza pulita della vocazione maggioritaria: «La nostra è una proposta politica che apre un discorso di alleanze, non come autosufficienza ma in un quadro di bipolarismo, che chiarisca il fatto che non vogliamo fare da soli». Intanto, il terzo candidato annuncia: non faremo accordi con nessuno. «Se perderemo – dice Ignazio Marino- stileremo un documento con dieci punti fondamentali della nostra mozione, soltanto chi li accetterà avrà il nostro voto». (u.r.)

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(sezione: PD Congresso)

( da "Riformista, Il" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

«Offese contro di me Un'ernia vale più di quelle note spese» FORUM. Ignazio Marino torna sulla vicenda Pittsburgh: «Non sono stato licenziato», spiega i motivi delle querele e perché le «gravissime accuse» di alcuni giornali sono infondate. Il candidato alle primarie tratteggia il "suo" Partito democratico, fatto di circoli, senza correnti e con le alleanze basate sui programmi. E spiega su quali temi puntare in vista del congresso. ignazio marino. Il candidato alle primarie del Pd al Riformista col direttore Antonio Polito e la ... di Tonia Mastrobuoni «Meglio operare un'ernia che gonfiare una nota spese». Ignazio Marino è visibilmente teso sulla bufera scoppiata attorno alle presunte irregolarità amministrative che secondo il Foglio gli sarebbero costate nel 2002 le dimissioni dalla guida dell'Ismett di Palermo. Ma dopo giorni di pressioni, smentite e querele, al candidato leader del Partito democratico scappa anche una risata. «Invece di fare una nota spese gonfiata da cinquemila euro, direi che è più conveniente operare un'ernia. È certamente meno stressante, si fa in un quarto d'ora e ne vale tremila». In questo forum con il Riformista, il chirurgo genovese torna sul merito della questione, si professa offeso per le «gravissime bugie» apparse su alcuni giornali e conferma le querele non solo al quotidiano di Ferrara ma anche a quelli che «hanno messo le bugie pure nei titoli». Il senatore piddino parla lungamente del partito che ha in mente, «liberato dalle correnti e di democrazia partecipativa», spiega le "sue" primarie imperniate su temi concreti ma tratteggia anche qualche scenario postcongressuale. Per Marino è scontato, ad esempio, che chi vince le primarie può legittimamente aspirare tra tre anni a correre per la presidenza del Consiglio, qualsiasi siano le alleanze. Stanco di essere identificato soltanto con il tema della laicità, che considera «un metodo», come un grande democristiano cui ammette di ispirarsi, Aldo Moro, Marino rilancia i punti su cui vorrebbe confrontarsi con gli altri due candidati alle primarie. A Pierluigi >Bersani e Dario Franceschini chiede un dibattito sul precariato, sulle ricette contro la crisi economica, ma anche sulle donne, sull'aborto, sul nucleare e sulle unioni civili. E racconta, ancora una volta ridacchiando, che al momento non riesce «purtroppo» a confrontarsi con il pubblico del Pd perché al Democratic Party di Genova, quello nazionale, c'è un programma che pullula di ministri «e non riescono a trovare un buco in cui inserirmi». In apertura del forum, il tema non può che essere quello che lo ha catapultato sulle prime pagine dei giornali. Il siluro di Pittsburgh, la lettera sulle irregolarità amministrative dell'università americana che aveva collaborato alla fondazione del centro di Palermo diretto dal chirurgo. «La risposta l'ho data già e, anzi, sarebbe interessante se ogni politico italiano accusato di qualcosa avesse la mia stessa abitudine di documentare tutto su internet», si scalda. Ribadisce che si è dimesso perché c'era già un contratto con l'università di Jefferson, dopo una lunga trattativa. «Avevo già deciso di andarmene ma c'è stato un conflitto, ma in una situazione del genere i toni conflittuali possono capitare. Oltretutto - sottolinea - ci sono stati con l'amministrazione, mai con l'università». Il chirurgo che ha acquisito fama mondiale per i trapianti al fegato racconta di referenze «che fanno arrossire, stellari». Soprattutto, pubbliche, «ben visibili sul sito del chirurgo fondatore del centro trapianti di Pittsburgh». Lì, oltre al lungo curriculum di Marino, puntualizza, «c'è scritto anche che la decisione di lasciare la direzione del centro di Palermo è stata improntata alla più alta eticità ed è una decisione presa in coscienza, discussa con lui. Questo è il fondatore del centro trapianti di Pittsburgh, ancora in vita quindi interpellabile». Il chirurgo è amareggiato anche per «le altre, gravissime bugie che mi hanno offeso moltissimo. Non sono stato licenziato, se ci sono state irregolarità o discrepanze sui rimborsi, sono cose che accadono e che vengono ricontrollate in quelle università ogni sei mesi. E non vengono mai utilizzate per dire che uno non è una persona per bene». Marino racconta di aver saputo da molti centri in cui ha lavorato in passato che una serie di giornali hanno chiamato per avere informazioni su di lui: «Alla fine dovrò ringraziarli. Mi hanno raccontato le università che i giornalisti sembravano delusi per i commenti positivi. L'intenzione di una cosa organizzata così, telefonando in tutto il mondo, non mi pare quella di fare uno scoop. Ma di capire se una persona può essere eliminata dalla corsa alla segreteria del Partito democratico. Soprattutto nel momento in cui quella persona dice che vuole elevare il dibattito congressuale e non fare il dibattito sulle correnti, sugli individui e su tutte quelle cose che stanno danneggiando questo straordinario progetto». Nei giorni scorsi ha dato mandato agli avvocati di querelare il Foglio, ma anche «gli altri giornali che hanno messo anche nei titoli le bugie. Altrettanto grave, per me, è l'accusa del Giornale pubblicata in prima pagina che io sarei un esperto di eutanasia. Per un chirurgo che ha passato tutta la vita a salvare vite umane in due paesi - io ho la licenza negli Stati Uniti e in Italia - l'accusa di omicidio volontario, è un'offesa davvero gravissima e sarà molto difficile per il Giornale dimostrare che sono un esperto di eutanasia». Marino spazza l'aria con la mano, «basta, parliamo di politica». Terreno meno insidioso? Almeno il chirurgo americanizzato può andare all'attacco. «Mi sembra su tanti temi Pierluigi Bersani e Dario Franceschini (li cita sempre per nome e cognome, ndr), pur facendo politica da oltre un terzo di secolo, sono evidentemente in grave difficoltà». Troppe anime, secondo Marino, compongono le squadre di Franceschini e Bersani, «spesso inconciliabili tra di loro». Un esempio? «Pierluigi Bersani è sostenuto da alcune persone convinte che si debbano fare i respingimenti, mentre altri pensano il contrario. Ha politici dalla sua parte che pensano che la vicenda di Welby sia un eclatante caso di eutanasia, altri pensano che sia un riconoscimento della libertà di scelta rispetto alle terapie come è scritto nell'articolo 32 della Costituzione. Gli stessi problemi, in aree simili, si trovano nell'area di Dario Franceschini». Al contrario, il candidato alle primarie Pd scandisce che la sua è una mozione e una sfida politica «dei sì e dei no chiari», compresa la querelle di questi giorni sulle correnti. «Da quando io ho affermato che vorrei una sola corrente nel partito, quella dei circoli, tutti si dichiarano favorevoli a scioglierle. Parole molto apprezzabili, ma quand'è che Bersani e Franceschini si decideranno a passare ai fatti? Noi della mozione Marino non abbiamo correnti». Forse per un attimo, nella foga dell'anticorrentismo, il chirurgo dimentica che c'è chi lo ha già iscritto a una fazione antica. Che molti pensano che dietro di lui ci sia l'ex plenipotenziario di Veltroni, Goffredo Bettini. «Dietro di me non c'è proprio nessuno, affianco a me ci sono moltissime persone valide. Certo, c'è anche un intellettuale e un politico come Bettini, eravamo "compagni di banco" al Senato durante il governo Prodi. Penso che sia una persona di grande generosità intellettuale ma ha già detto pubblicamente che il suo sarà un contributo intellettuale». La domanda nasce spontanea, sul partito «dei sì e dei no chiari». Marino può correre per la leadership con quest'idea, ma poi si tratterà, se vince le primarie, di governare anche le mille anime del partito contro le quali punta oggi il dito. «Ha visto che dopo la mia proposta sulle unioni civili è intervenuto subito anche Franceschini?», replica, «È ovvio», sorride malizioso, «poi deve fare i conti con la Binetti e con Rutelli. Ma intanto ha fatto questa dichiarazione. Io penso a un partito in cui non ci sia il "sì ma anche", "va bene, ma anche". Si presentano proposte che di volta in volta sono frutto di una riflessione, anche nei circoli». Ecco, la parolina magica, i circoli, la democrazia partecipata. Cosa c'entrano con una eventuale querelle sulle coppie di fatto o su una norma della finanziaria? «Se non si trova un accordo tra dirigenti del Pd, io sono per convocare rapidamente tutti i circoli d'Italia e fare discussioni collegiali. Dobbiamo avere meccanismi di democrazia partecipata come esistono negli Stati Uniti e in altri paesi. In America, quando il governo decide di cambiare delle cose nella sanità, manda dei gruppi a parlarne nel paese reale e dà addirittura, sul Federal register, un tempo per dare a tutti l'opportunità di dire cosa pensano. Questo è il partito a cui penso». E chi non ci sta? Marino insiste: «Dopo una consultazione così ampia bisogna raggiungere una decisione che venga lealmente supportata da tutti. Ma dico, è così difficile fare come hanno fatto Barack Obama e Hillary Clinton? Non è che si siano scambiati esattamente delle gentilezze, durante le primarie. Ma dal giorno dopo della vittoria di Obama si sono messi a lavorare assieme. Questo è il salto culturale da far fare al nostro partito». Quindi, se vince le primarie, imbarcherà Franceschini e Bersani nella squadra? «Bè, sicuramente l'idea è quella di coinvolgere le intelligenze migliori. Certamente, ho un'idea inclusiva del partito». Quindi? «Vedremo». Se alle primarie vince uno dei suoi avversari? «Io mi candido a fare il segretario del partito. Se non ci riuscissi e il voto della nostra mozione fosse importante, non faremo patti con nessuno. Ci riuniremmo, stabiliremmo una decina di punti irrinunciabili e sulla base di quei punti daremmo sostegno a un candidato o a un altro». E chi conquista la segreteria del Partito democratico in autunno può correre per Palazzo Chigi o il candidato premier andrà concordato con gli altri partner della coalizione? «Io immagino che debba essere anche il candidato premier. Però è una discussione da fare tra tre anni». Marino candidato premier? «Se il popolo democratico lo vuole, non vedo perché no». A proposito. Che pensa il candidato-chirurgo del premier Berlusconi, ha bisogno di cure? «Spero non le mie, io curo casi gravi. Ma mia moglie mi conosce molto bene e immagino che anche la moglie di Berlusconi lo conosca molto bene. Se ha detto che è malato, c'è da fidarsi». Tornando all'attualità, alle primarie del Pd, il senatore è consapevole che la stampa gli ha cucito addosso un'etichetta. «Ho parlato di tutto, delle proposte per la crisi economica, ho parlato sugli immigrati, la sicurezza, la sicurezza sul lavoro e mi associano sempre alla laicità, quando non ne ho quasi parlato, di recente. E poi per me la laicità è un metodo nel porsi e nell'interpretare la nostra Costituzione. Pensiamo a un grande uomo della Democrazia cristiana ma anche profondamente laico come Aldo Moro. Era credente, ma mostrava un atteggiamento profondamente laico nell'interpretazione dei valori che doveva discutere in Parlamento. Nella fase costituente ha introdotto elementi di laicità». Marino ricorda il suo contributo all'articolo 32 della Costituzione, quello che stabilisce che la salute debba essere garantita a tutti. Il 27 gennaio del 1947 - il giorno prima era stata scritta la prima parte - Moro «ha insistito tutta la mattina che questo era un principio importantissimo, ma che doveva essere garantita ma non obbligatoria. Che ognuno doveva poter scegliere per conto suo. Questo non l'ha detto Ignazio Marino, l'ha detto Aldo Moro nel 1947». Ci sono però alcuni temi che ricorrono nelle sue battaglie molto associati alla laicità. Una è quella sul testamento biologico. Ma c'è anche l'aborto, sul quale, insiste, che l'Italia «vanta la legge più equilibrata dell'occidente. I più giovani non ricordano, io che ho 54 anni sì: le notti, i brividi, le angosce di quando ero specializzando in chirurgia negli anni Settanta e al pronto soccorso arrivavano donne di tutte le età con l'utero perforato dagli aghi delle cosiddette mammane». Il senatore è notoriamente cattolico, «ma mi confortò molto quello che mi disse una volta un teologo, Karl Golser, vescovo di Bolzano. Anche la Chiesa riconosce un elemento che si chiama la conscientia perplexa: il tribunale supremo è quello della propria coscienza». E nelle ore convulse della riunione Aifa su pillola abortiva Ru486, Marino non si tira indietro neanche su questo: «io credo che questo tipo di decisione debba avvenire nel dialogo personale tra medico e paziente, è sbagliato proibirla tout court». A questi argomenti di lotta se ne aggiunge un altro, molto "suo", che continua a distinguerlo da Bersani e Franceschini. Marino propone le unioni civili, non i Dico, per le coppie di fatto. «È aberrante una situazione in cui due persone che non sono sposate ma magari hanno dei figli e uno dei due si sente male - perché questa è la realtà, è inutile che ci giriamo intorno - e viene messo in rianimazione, l'altro non può neanche colloquiare con i medici. Ci sono tre milioni di persone che vivono assieme senza essere sposati, che rischiano questa situazione perché non c'è un certificato di matrimonio. Una barbarie». Certo, sarà difficile allearsi con l'Udc, con questo programma. Marino si stringe nelle spalle: «questo lo diranno loro, non io. Assieme alla squadra che governerà il partito, se vincerò le primarie, deciderò quali punti saranno irrinunciabili, per noi, questo è certo». Una stranezza, nel suo programma, è che non c'è un paragrafo dedicato alle donne. «Verissimo. Le donne che hanno partecipato con me al programma me l'hanno chiesto esplicitamente: non bisogna mettere le donne in una riserva indiana, hanno detto. Invece abbiamo inserito molte cose nelle singole sezioni. Proposte antidiscriminazione nell'ingresso del lavoro. Abbiamo immaginato che il congedo alla nascita del figlio sia equamente distribuito tra uomo e donna. L'altro aspetto è che appoggiamo la questione dell'aumento età pensionistica per le donne: ma tutte le risorse liberate vanno indirizzate verso politiche per loro. E poi, insomma, sarà simbolico, ma è assurdo che alla Camera non ci sia un asilo nido. Io non amo molto le quote rosa, ma mi rendo conto che siamo talmente indietro che anche sulle presenze in politica e nei consigli di amministrazione, vanno presi provvedimenti drastici. Non più del 60%, ma non meno del 40% di presenza obbligatoria nei cda, questo proponiamo». Su un punto, il senatore sembra convinto del vantaggio competitivo su Bersani e Franceschini, semplicemente perché non hanno ancora preso una posizione netta. «Vorrei sapere - osserva - cosa pensano i nostri alleati della precarietà. Sono, come diciamo noi, per il contratto unico a tempo indeterminato con salario minimo garantito come nella maggior parte dei paesi occidentali?». Marino ammette di propendere per la proposta Ichino, piuttosto che per la versione Boeri-Garibaldi, ma «l'importante è mantenere il punto fermo di un contratto unico e di un salario minimo e un sistema di disincentivi che prevedano che nel momento in cui un'azienda vorrà lasciar andare un dipendente potrà farlo in situazioni straordinarie, quando cambia la ragione sociale o l'obiettivo. Ma con un disincentivo anche nel fatto che dovrà farsi carico di una parte sostanziale di quel reddito di solidarietà e della formazione permanente in modo che diventi una risorsa, che continui ad arricchirsi e non diventi un precario abbandonato a se stesso». 31/07/2009

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Chi tocca Di Pietro muore: ecco i da Tonino (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 31 luglio 2009 Chi tocca Di Pietro muore: ecco i «folgorati» da Tonino di Francesco Cramer Quasi tutti gli uomini scelti dall'ex pm oggi sono finiti nella polvere Dall'amico Cianci all'alleato Veltri. Stessa sorte per Prodi e Veltroni RomaIl suo passato da tuta blu lo ha aiutato. Perito elettronico, l'emigrante ventenne Di Pietro s'è spaccato la schiena in Baviera a lucidar posate e sgobbare in falegnameria. Lui, un Cipputi qualsiasi con la valigia di cartone gonfia di canotte e ambizioni, lustrava forchette e cucchiai a suon di Sidol la mattina, troncava assi di legno con lame dentate il pomeriggio. Più avanti, politicamente ma non solo, avrebbe fatto lo stesso coi suoi compagni di strada: avrebbe dato splendore a vecchi arnesi di Palazzo per poi segarli, avrebbe aiutato amici per poi danneggiarli. Una cinica e spietata catena di montaggio del pulire e poi sporcare, del costruire e poi distruggere. È stato così per Pasqualino Cianci, amico d'infanzia finito nella melma con una accusa di uxoricidio. «Ti difendo io», s'è subito lanciato in soccorso Tonino, toga sulle spalle perché ex magistrato. Peccato che appena accortosi che Pasqualino era spacciato, non solo l'ha abbandonato ma l'ha pure spinto più giù nel pantano, passando dalla parte dell'accusa. Un passo indietro: marzo 1998, l'astro calante della magistratura s'è già scaraventato in politica da un po' ma il «mastro Geppetto» di Montenero di Bisaccia vuol farsi un partito tutto suo. E lo fa con un antico strumento degli affari pubblici: Elio Veltri, ex sindaco di Pavia, ex Psi, ex Pci, ex Dp, ex Pds, ex Democrazia e legalità. I due sono come Ric e Gian: inseparabili. Veltri riacquista luminosità e splendore. «Il Paese ha bisogno di lui» sentenzia l'Elio che di Tonino fa il portavoce. Ma poi la voce si fa stridula e a Di Pietro viene a noia. I bagliori seguenti sono soltanto per le scintille che fanno i due appena si toccano. Veltri si pente, sbatte la porta nel 2001 e appena può accusa il leader dell'Italia dei (dis)valori: «Pessima gestione del movimento, inadeguata scelta delle persone, incarichi dati a personaggi sballati» e chi più ne ha più ne metta. Segato dal partito, di Veltri rimangono i trucioli. Analoga piallatura subita da Achille Occhetto, storico segretario della svolta Pci-Pds. Reduce dalla scuffia elettorale nel 1994, l'Achille s'è rifugiato nello scantinato della politica. Stufo delle ragnatele, si butta tra le braccia dipietriste nel 2004, ignaro che l'abbraccio sarebbe stato mortale. Con Tonino si presenta alle europee di quell'anno con una lista tutta nuova: Società civile-Di Pietro-Occhetto. Un flop: 2,1%. E di civile, nella successiva separazione tra i due, c'è ben poco. Occhetto fonda il Cantiere per il bene comune e da lì inizia la sua guerra contro Tonino sul fronte dei rimborsi elettorali: «S'è incamerato i denari anche nostri», l'accusa. Grane sul grano, insomma. L'abbraccio con Tonino è di quelli che stritolano e così anche Akel politicamente muore, dopo una lenta agonia nella diatriba infinita del seggio Ue. Chi deve sedere a Strasburgo, visto che Di Pietro è intanto divenuto ministro? Occhetto o Beniamino Donnici? Di Pietro tifa Donnici e alla fine Occhetto rimane carbonizzato. Abbrustolito come un altro dipietrista «a tempo»: il baffuto Giulietto Chiesa, anch'egli imbufalito con l'Idv sulla questione dei rimborsi elettorali ed eletto a Strasburgo nella lista occhettian-dipietrista. Botte da orbi pure con lui, con tanto di reciproche querele. «Con quel figuro non voglio avere rapporti», ringhia Giulietto. Un anno fa la sentenza: Chiesa deve pagare al partito 600 euro quale contributo annuale dei deputati europei per la durata dell'incarico parlamentare. Scottato dal tocco dell'ex pm, è in pratica sparito. L'ultima opaca apparizione alle scorse Europee: candidato in Lettonia per la lista «Per i diritti umani in una Lettonia unita». Della serie chi tocca Tonino muore. Pure al líder Massimo D'Alema non ha portato fortuna la liaison con Di Pietro. È stato lui a spalancargli le porte di Palazzo Madama quando, correva l'anno 1997, per il blindatissimo collegio del Mugello si doveva rimpiazzare il seggio lasciato vacante da Pino Arlacchi. Scontato tripudio. Ma ora D'Alema è l'ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l'uomo che l'anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture. Di Pietro oggi, specie a sinistra, continua a fare il falegname nel cantiere della politica mentre il Professore è un Chi l'ha visto del Palazzo. Una delle sue ultime comparsate è stata a Bologna, in municipio, assieme a tre capi tribù africani che lo hanno vestito come un pagliaccio e incoronato loro rappresentante a Bruxelles. Decisamente autolesionista, invece, Veltroni: è stato lui a siglare il patto con l'ex pm che, per tutta riposta, ha cominciato a divorargli il Pd. Pensava che l'alleanza con l'Idv l'avrebbe fatto brillare di più, invece a scintillare è soltanto Tonino. E Walter? Arrugginito. Come quei vecchi cucchiai della Baviera. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati da Tonino (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 31 luglio 2009 Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati da Tonino di Francesco Cramer Quasi tutti gli uomini scelti dall’ex pm oggi sono finiti nella polvere. Dall’amico Cianci all’alleato Veltri. Stessa sorte per Prodi e Veltroni. Anche Giulietti dice no all'Idv e va nel gruppo misto Roma - Il suo passato da tuta blu lo ha aiutato. Perito elettronico, l’emigrante ventenne Di Pietro s’è spaccato la schiena in Baviera a lucidar posate e sgobbare in falegnameria. Lui, un Cipputi qualsiasi con la valigia di cartone gonfia di canotte e ambizioni, lustrava forchette e cucchiai a suon di Sidol la mattina, troncava assi di legno con lame dentate il pomeriggio. Più avanti, politicamente ma non solo, avrebbe fatto lo stesso coi suoi compagni di strada: avrebbe dato splendore a vecchi arnesi di Palazzo per poi segarli, avrebbe aiutato amici per poi danneggiarli. Una cinica e spietata catena di montaggio del pulire e poi sporcare, del costruire e poi distruggere. è stato così per Pasqualino Cianci, amico d’infanzia finito nella melma con una accusa di uxoricidio. «Ti difendo io», s’è subito lanciato in soccorso Tonino, toga sulle spalle perché ex magistrato. Peccato che appena accortosi che Pasqualino era spacciato, non solo l’ha abbandonato ma l’ha pure spinto più giù nel pantano, passando dalla parte dell’accusa. Un passo indietro: marzo 1998, l’astro calante della magistratura s’è già scaraventato in politica da un po’ ma il «mastro Geppetto» di Montenero di Bisaccia vuol farsi un partito tutto suo. E lo fa con un antico strumento degli affari pubblici: Elio Veltri, ex sindaco di Pavia, ex Psi, ex Pci, ex Dp, ex Pds, ex Democrazia e legalità. I due sono come Ric e Gian: inseparabili. Veltri riacquista luminosità e splendore. «Il Paese ha bisogno di lui» sentenzia l’Elio che di Tonino fa il portavoce. Ma poi la voce si fa stridula e a Di Pietro viene a noia. I bagliori seguenti sono soltanto per le scintille che fanno i due appena si toccano. Veltri si pente, sbatte la porta nel 2001 e appena può accusa il leader dell’Italia dei (dis)valori: «Pessima gestione del movimento, inadeguata scelta delle persone, incarichi dati a personaggi sballati» e chi più ne ha più ne metta. Segato dal partito, di Veltri rimangono i trucioli. Analoga piallatura subita da Achille Occhetto, storico segretario della svolta Pci-Pds. Reduce dalla scuffia elettorale nel 1994, l’Achille s’è rifugiato nello scantinato della politica. Stufo delle ragnatele, si butta tra le braccia dipietriste nel 2004, ignaro che l’abbraccio sarebbe stato mortale. Con Tonino si presenta alle europee di quell’anno con una lista tutta nuova: Società civile-Di Pietro-Occhetto. Un flop: 2,1%. E di civile, nella successiva separazione tra i due, c’è ben poco. Occhetto fonda il Cantiere per il bene comune e da lì inizia la sua guerra contro Tonino sul fronte dei rimborsi elettorali: «S’è incamerato i denari anche nostri», l’accusa. Grane sul grano, insomma. L’abbraccio con Tonino è di quelli che stritolano e così anche Akel politicamente muore, dopo una lenta agonia nella diatriba infinita del seggio Ue. Chi deve sedere a Strasburgo, visto che Di Pietro è intanto divenuto ministro? Occhetto o Beniamino Donnici? Di Pietro tifa Donnici e alla fine Occhetto rimane carbonizzato. Abbrustolito come un altro dipietrista «a tempo»: il baffuto Giulietto Chiesa, anch’egli imbufalito con l’Idv sulla questione dei rimborsi elettorali ed eletto a Strasburgo nella lista occhettian-dipietrista. Botte da orbi pure con lui, con tanto di reciproche querele. «Con quel figuro non voglio avere rapporti», ringhia Giulietto. Un anno fa la sentenza: Chiesa deve pagare al partito 600 euro quale contributo annuale dei deputati europei per la durata dell’incarico parlamentare. Scottato dal tocco dell’ex pm, è in pratica sparito. L’ultima opaca apparizione alle scorse Europee: candidato in Lettonia per la lista «Per i diritti umani in una Lettonia unita». Della serie chi tocca Tonino muore. Pure al lÍder Massimo DAlema non ha portato fortuna la liaison con Di Pietro. è stato lui a spalancargli le porte di Palazzo Madama quando, correva l’anno 1997, per il blindatissimo collegio del Mugello si doveva rimpiazzare il seggio lasciato vacante da Pino Arlacchi. Scontato tripudio. Ma ora D’Alema è l’ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l’uomo che l’anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture. Di Pietro oggi, specie a sinistra, continua a fare il falegname nel cantiere della politica mentre il Professore è un Chi l’ha visto del Palazzo. Una delle sue ultime comparsate è stata a Bologna, in municipio, assieme a tre capi tribù africani che lo hanno vestito come un pagliaccio e incoronato loro rappresentante a Bruxelles. Decisamente autolesionista, invece, Veltroni: è stato lui a siglare il patto con l’ex pm che, per tutta riposta, ha cominciato a divorargli il Pd. Pensava che l’alleanza con l’Idv l’avrebbe fatto brillare di più, invece a scintillare è soltanto Tonino. E Walter? Arrugginito. Come quei vecchi cucchiai della Baviera. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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Ecco l'articolo che Franceschini non ha letto (sezione: PD Congresso)

( da "Foglio, Il" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

31 luglio 2009 Una voce, Berty e Nichi già nel Pd Ecco l'articolo che Franceschini non ha letto Bertinotti ha archiviato la sinistra-sinistra e invita tutti nel partito unico del centro-sinistra, Bersani abbraccia il bipolarismo ma con Franceschini ancora non va d'accordo Voce surreale ma non tanto. Girava ieri nelle redazioni politiche: Bertinotti e Vendola già nel Pd. Fausto Bertinotti, nel corso di un dibattito pubblico con Dario Franceschini, ha dichiarato chiusa l’esperienza delle due sinistre. “Ci ho creduto, ma ora devo prendere atto che c’è spazio a malapena per una sola sinistra”. Niente più sinistra-sinistra dunque, ma un partito unico del centrosinistra che vada da Rifondazione a Di Pietro passando per Nichi Vendola, Pannella e Franceschini. Bertinotti lo pensa da tempo, lo aveva spiegato al suo ex giornale, Liberazione, e poi lo ha anche ripetuto alla Stampa, due settimane fa. Rivolgendosi al complesso dei rivoli in cui si è divisa la sinistra, l’ex presidente della Camera ha detto che “dovrebbero essere tutti più umili e capaci di rimettersi in discussione, abbandonando recinti, simboli e vecchie ideologie. E’ necessario un partito con tutti quelli che oggi sono all’opposizione e che si sentono più o meno di sinistra, da Rifondazione all’Idv, dal Pd al partito di Vendola, dai socialisti ai Verdi, dai comunisti italiani ai Radicali”. Tutti dentro il Pd, tutti dentro il partito dell’Unione, si direbbe. E invece no. Perché Bertinotti – lo ha detto lui stesso pochi giorni fa in una lettera a Valentino Parlato sul Manifesto – non vuole far “confluire la sinistra nel Pd”. Ma vuole, col Pd, un partito nuovo. Questione di nomi, pare. Il problema della sinistra, dicono. L’idea di un grande Partito che riunisca tutti i riformismi piace a Bertinotti come pure a Vendola, a Pier Luigi Bersani, a Dario Franceschini e a importanti sostenitori di Ignazio Marino quali Sergio Chiamparino. Piace pure a Franco Marini, fautore dell’ipotesi della doppia tessera, e a Pietro Ichino che più di tutti ha manifestato interesse per un allargamento ai Radicali e ai Socialisti. Eppure non si intendono tra loro. E l’opzione di “tutti dentro il Pd” resta un fiume carsico, trasversale a tutte le fazioni ma strozzato da ambiguità lessicali che confondono l’azione politica. Chiamparino, lo ha spiegato al Foglio, dice che “bisogna unire i dispersi della sinistra” ma contemporaneamente dice pure che “il Pd deve esplodere per ricomporsi”. Franceschini, già vice di Walter Veltroni, è tra gli ideatori della vocazione maggioritaria e lo ha dimostrato più volte. Ai tempi del governo Prodi, per esempio, parlando alla corrente degli ambientalisti democrat disse loro: “I Verdi siamo noi”. Eppure il segretario democratico – come hanno notato alcuni osservatori – non ha avuto la prontezza di spirito, lunedì scorso, di rivolgersi a Bertinotti, dopo che il padre della sinistra-sinistra dichiarava di fronte a lui conclusa un’epoca, per offrirgli la tessera del partito unico. Né, tantomeno, Franceschini sembra intendersi col proprio principale sfidante alla segreteria, Pier Luigi Bersani. Che dice Bersani? “Non è più un teorico della frantumazione proporzionalista”, sostiene il senatore democratico Stefano Ceccanti. “Bersani ha molto modificato i contenuti della propria mozione, anche per l’ingresso tra le sue file di Rosy Bindi ed Enrico Letta”. Così anche Bersani ha un proprio modo speciale per declinare lo slogan “tutti dentro il Pd”. Uguale agli altri, ma diverso. Ceccanti ha trascritto e confrontato i discorsi di Bersani con il contenuto della mozione che lo sostiene. Lo sfidante di Franceschini, che aveva impostato la propria mozione su un ritorno alle radici socialdemocratiche dei Ds, nel discorso di presentazione ufficiale della propria candidatura all’Ambra Jovinelli di Roma, ha spazzato via l’impianto proporzionalista e multipolare. “Noi scegliamo un modello parlamentare – ha detto l’ex ministro – da elaborare in collaborazione con chi crede a un bipolarismo maturo”. Bipolarismo maturo e alleanze secondo “una vocazione maggioritaria che le renda possibili”, perché costruite su vincoli programmatici. Dice Ceccanti: “Tutti d’accordo sul fatto che sia venuto il momento di aprire le porte del Pd. Ma chi entra deve accettare l’idea che questo è un partito di governo”. Leggi cosa ha detto Franceschini © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo

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Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati (sezione: PD Congresso)

( da "Giornale.it, Il" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

articolo di venerdì 31 luglio 2009 Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati di Francesco Cramer Quasi tutti gli uomini scelti dall’ex pm oggi sono finiti nella polvere. Dall’amico Cianci all’alleato Veltri. Stessa sorte per Prodi e Veltroni. Anche Giulietti dice no all'Idv e va nel gruppo misto Roma - Il suo passato da tuta blu lo ha aiutato. Perito elettronico, l’emigrante ventenne Di Pietro s’è spaccato la schiena in Baviera a lucidar posate e sgobbare in falegnameria. Lui, un Cipputi qualsiasi con la valigia di cartone gonfia di canotte e ambizioni, lustrava forchette e cucchiai a suon di Sidol la mattina, troncava assi di legno con lame dentate il pomeriggio. Più avanti, politicamente ma non solo, avrebbe fatto lo stesso coi suoi compagni di strada: avrebbe dato splendore a vecchi arnesi di Palazzo per poi segarli, avrebbe aiutato amici per poi danneggiarli. Una cinica e spietata catena di montaggio del pulire e poi sporcare, del costruire e poi distruggere. è stato così per Pasqualino Cianci, amico d’infanzia finito nella melma con una accusa di uxoricidio. «Ti difendo io», s’è subito lanciato in soccorso Tonino, toga sulle spalle perché ex magistrato. Peccato che appena accortosi che Pasqualino era spacciato, non solo l’ha abbandonato ma l’ha pure spinto più giù nel pantano, passando dalla parte dell’accusa. Un passo indietro: marzo 1998, l’astro calante della magistratura s’è già scaraventato in politica da un po’ ma il «mastro Geppetto» di Montenero di Bisaccia vuol farsi un partito tutto suo. E lo fa con un antico strumento degli affari pubblici: Elio Veltri, ex sindaco di Pavia, ex Psi, ex Pci, ex Dp, ex Pds, ex Democrazia e legalità. I due sono come Ric e Gian: inseparabili. Veltri riacquista luminosità e splendore. «Il Paese ha bisogno di lui» sentenzia l’Elio che di Tonino fa il portavoce. Ma poi la voce si fa stridula e a Di Pietro viene a noia. I bagliori seguenti sono soltanto per le scintille che fanno i due appena si toccano. Veltri si pente, sbatte la porta nel 2001 e appena può accusa il leader dell’Italia dei (dis)valori: «Pessima gestione del movimento, inadeguata scelta delle persone, incarichi dati a personaggi sballati» e chi più ne ha più ne metta. Segato dal partito, di Veltri rimangono i trucioli. Analoga piallatura subita da Achille Occhetto, storico segretario della svolta Pci-Pds. Reduce dalla scuffia elettorale nel 1994, l’Achille s’è rifugiato nello scantinato della politica. Stufo delle ragnatele, si butta tra le braccia dipietriste nel 2004, ignaro che l’abbraccio sarebbe stato mortale. Con Tonino si presenta alle europee di quell’anno con una lista tutta nuova: Società civile-Di Pietro-Occhetto. Un flop: 2,1%. E di civile, nella successiva separazione tra i due, c’è ben poco. Occhetto fonda il Cantiere per il bene comune e da lì inizia la sua guerra contro Tonino sul fronte dei rimborsi elettorali: «S’è incamerato i denari anche nostri», l’accusa. Grane sul grano, insomma. L’abbraccio con Tonino è di quelli che stritolano e così anche Akel politicamente muore, dopo una lenta agonia nella diatriba infinita del seggio Ue. Chi deve sedere a Strasburgo, visto che Di Pietro è intanto divenuto ministro? Occhetto o Beniamino Donnici? Di Pietro tifa Donnici e alla fine Occhetto rimane carbonizzato. Abbrustolito come un altro dipietrista «a tempo»: il baffuto Giulietto Chiesa, anch’egli imbufalito con l’Idv sulla questione dei rimborsi elettorali ed eletto a Strasburgo nella lista occhettian-dipietrista. Botte da orbi pure con lui, con tanto di reciproche querele. «Con quel figuro non voglio avere rapporti», ringhia Giulietto. Un anno fa la sentenza: Chiesa deve pagare al partito 600 euro quale contributo annuale dei deputati europei per la durata dell’incarico parlamentare. Scottato dal tocco dell’ex pm, è in pratica sparito. L’ultima opaca apparizione alle scorse Europee: candidato in Lettonia per la lista «Per i diritti umani in una Lettonia unita». Della serie chi tocca Tonino muore. Pure al lÍder Massimo DAlema non ha portato fortuna la liaison con Di Pietro. è stato lui a spalancargli le porte di Palazzo Madama quando, correva l’anno 1997, per il blindatissimo collegio del Mugello si doveva rimpiazzare il seggio lasciato vacante da Pino Arlacchi. Scontato tripudio. Ma ora DAlema è l’ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani. Per non parlare di Prodi, l’uomo che l’anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture. Di Pietro oggi, specie a sinistra, continua a fare il falegname nel cantiere della politica mentre il Professore è un Chi l’ha visto del Palazzo. Una delle sue ultime comparsate è stata a Bologna, in municipio, assieme a tre capi tribù africani che lo hanno vestito come un pagliaccio e incoronato loro rappresentante a Bruxelles. Decisamente autolesionista, invece, Veltroni: è stato lui a siglare il patto con l’ex pm che, per tutta riposta, ha cominciato a divorargli il Pd. Pensava che l’alleanza con l’Idv l’avrebbe fatto brillare di più, invece a scintillare è soltanto Tonino. E Walter? Arrugginito. Come quei vecchi cucchiai della Baviera. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

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La mappa delle regioni dem. Pochi accordi, si decide alle primarie (sezione: PD Congresso)

( da "EUROPA ON-LINE" del 31-07-2009)

Argomenti: PD

Articolo Sei in Interni 31 luglio 2009 La mappa delle regioni dem. Pochi accordi, si decide alle primarie Scadono oggi i termini per le candidature nei territori. Incertezza in Lazio, Puglia e Veneto Si chiudono questa sera alle 20 i termini per la presentazione delle candidature a segretario del Pd in ciascuna delle venti regioni. In linea di massima, ciascuna mozione presenta ovunque un proprio nome. Negli ultimi giorni, infatti, le ipotesi di convergenza su un singolo rappresentante sono di gran lunga diminuite rispetto a quanto era possibile rilevare nelle settimane precedenti. Il quadro, comunque, non è ancora completo. Rimangono da definire, infatti, alcuni tasselli, che si chiariranno solo oggi. In alcuni casi, le singole mozioni hanno preferito ritardare la pubblicazione del nome del proprio candidato (soprattutto in casa Marino). In altri, però, rimangono da sciogliere alcuni nodi, sia sulla possibilità di accordi trasversali, sia su una pluralità di candidati tra cui scegliere, rispettando anche gli equilibri interni alla singola mozione. Per il momento, si segnalano solamente cinque donne candidate: Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia), Mariangela Bastico (Emilia Romagna) e Francesca Barracciu (Sardegna) sostenute da Franceschini, Ileana Argentin (Lazio) e Fernanda Gigliotti (Calabria) per Marino. Piemonte ancora diviso Nel 2007 era stata una delle regioni in cui le primarie avevano fatto segnare una spaccatura netta, con la necessità perfino di ricorrere al riconteggio dei voti tra le liste che sostenevano Gianluca Susta e Gianfranco Morgando. A prevalere era stato quest'ultimo, un cattolico democratico che a questo giro ha scelto di sostenere Bersani, ma aveva proposto la propria riconferma con l'intenzione di ottenere anche l'appoggio delle altre mozioni. Dopo una prima fase di dialogo, in cui questa possibilità sembrava potersi concretizzare, mercoledì i franceschiniani hanno preferito proporre il nome dell'ex ministro Cesare Damiano. Ieri Susta ha invitato Morgando a desistere dal candidarsi e Giorgio Merlo ha invitato a «non rompere l'unità del partito alla vigilia di una delicata e difficile competizione regionale». Ma il segretario uscente intende comunque andare avanti. Veneto, Puppato in calo Le quotazioni della giovane Laura Puppato, proposta originariamente dai piombini come possibile candidato unitario in Veneto, sono indicate in netto calo. Franceschini si è affidato ad Andrea Causin, già componente della prima segreteria Veltroni, mentre all'interno della mozione Bersani ancora manca un'indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori dell'ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli ultimi giorni si è fatta strada l'ipotesi del giovane Stefano Fracasso da Arzignano, centro del Vicentino del quale è stato sindaco fino a poche settimane fa. In questo caso, Marino sarebbe pronto a presentare un proprio nome, che dicono i referenti veneti della terza mozione s'incuneerebbe tra i bersaniani, creando non poche difficoltà al loro interno. I "buchi" della mozione 1 Lazio, Puglia, Basilicata. Insieme al Veneto, sono le tre regioni in cui all'interno della mozione Bersani non si è ancora riusciti a trovare un candidato. Il nome lucano dovrebbe uscire dal ballottaggio tra Salvatore Adduce e Roberto Speranza. Ancora più ingarbugliata la situazione capitolina, dove tra la vecchia guardia dalemiana e le altre componenti della mozione uno (dal presidente della regione Marrazzo a quello della provincia Zingaretti, fino alla new entry di marca rutelliana Milana) il confronto proseguirà probabilmente fino all'ultimo momento disponibile per trovare il nome da schierare. Emiliano ci spera ancora In Puglia, invece, il sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano sembra aver completato il proprio peregrinare tra le mozioni, accasandosi definitivamente con Franceschini. Proposto inizialmente dai sostenitori di Marino come possibile candidato unitario, fautore di un accordo con D'Alema per un nome "gradito" come proprio successore, adesso rischia di ritrovarsi con il solo sostegno della mozione 2. «Sto pregando perché D'Alema faccia la cosa giusta», ha detto in attesa che l'ex premier raggiunga oggi Bari per chiudere la trattativa. In realtà, tra i bersaniani non mancano le alternative. In pole position c'è l'ex parlamentare europeo Enzo Lavarra. Il gruppo vicino a Enrico Letta è tornato però ieri a insistere per candidare Francesco Boccia, contro il quale gioca però il proprio incarico di deputato, che contrasta con la regola interna alla mozione, secondo la quale non saranno candidate personalità che ricoprono già altri ruoli istituzionali. Il poker siciliano Per lo stesso motivo, è stata stoppata in Sicilia la candidatura di Giuseppe Lumia, senatore per il quale gran parte dei supporter bersaniani dell'isola avevano chiesto una deroga ai dirigenti nazionali. Da Roma è però giunto un no netto, accompagnato dalla designazione come candidato ufficiale della mozione di Bernardo Mattarella, figlio dell'ex presidente della regione assassinato da Cosa nostra e vicino a Rosy Bindi. Lumia, comunque, non si è tirato indietro e oggi presenterà la propria candidatura da indipendente «per un Partito democratico siciliano, e sottolineo siciliano», ha detto ieri in chiara polemica con i referenti nazionali della mozione Bersani. Al suo fianco si potrebbe schierare gran parte del gruppo dirigente di provenienza diessina, ma anche molti lettiani. Se entro stasera non ci saranno scossoni, dunque, la Sicilia sarà l'unica a presentare quattro candidati per la segreteria regionale del Pd. Oltre a Mattarella e Lumia, infatti, è già in campo Giuseppe Lupo (chiamato da Franceschini nella propria segreteria e oggi suo sostenitore), mentre la mozione Marino dovrebbe proporre Giuseppe Missina. Solo tre i candidati unitari Dunque, il proposito di scindere il confronto sui territori da quello nazionale, è andato quasi ovunque disatteso. In nessuna regione due mozioni sostengono lo stesso candidato (anche se nello schieramento di Marino rimangono diverse incertezze, che alla fine potrebbero far propendere per una convergenza su qualche nome già in campo), mentre sono solo tre i segretari scelti all'unanimità: Raimondo Donzel in Valle d'Aosta, Palmiro Ucchielli nelle Marche, Silvio Paolucci in Abruzzo. Rudy Francesco Calvo

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