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PRIVILEGIA NE IRROGANTO     di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

 

 

 

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Report "Laici e chierici"  6-30 giugno 2009


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

se dio rinasce - roberto festa ( da "Repubblica, La" del 06-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: più sicura, rispetto ai tentativi dei laici». Da cattolico praticante, poi, non pensa che i pontificati interventisti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI costituiscano una minaccia alla laicità dell´Occidente: «Le idee del Vaticano non sono necessariamente quelle della maggioranza dei cattolici - spiega.

Questa scuola corrosa dai chierici in cattedra ( da "Secolo XIX, Il" del 07-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Udc una fanatica religiosa anti testamento biologico, tal Dorina Bianchi, per metterla al posto del cattolico laico Ignazio Marino. Sul governo in carica è inutile far conto, visto il suo ostentato disinteresse per i principi repubblicani. Cui antepone quanto gli conviene e i relativi sondaggi. Pierfranco Pellizzetti è opinionista di Micromega.

Ue, al via il giro delle poltrone Un match tra Italia e Polonia ( da "Corriere della Sera" del 07-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolico accreditato di ottimi contatti con il Vaticano: il suo nome è stato gettato sul piatto da Silvio Berlusconi. Il polacco è il candidato di bandiera dei Paesi dell'Est, è un politico assai stimato pure negli Usa. Ma l'italiano può contare anch'egli su buone carte, per esempio sul fatto che l'Italia non ha mai avuto la presidenza dell'

finisce la serie vincente di zapatero i popolari avanzano, maggioranza fragile - guido rampoldi ( da "Repubblica, La" del 08-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolico, Jaime Oreja, che gli portava il voto della destra aznarista. E´ stata una scelta saggia e ha confermato le qualità strategiche del segretario. Leader all´apparenza dimessa e dall´immagine non scintillante, insomma il contrario di Zapatero, con cui ha sempre perso i duelli televisivi, Rajoy tuttavia è riuscito a spostare verso il centro un partito che Aznar aveva radicalizzato.

la crisi travolge anche il mito zapatero - guido rampoldi ( da "Repubblica, La" del 08-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolico, Jaime Oreja, che gli portava il voto della destra aznarista. E´ stata una scelta saggia e ha confermato le qualità strategiche del segretario. Leader all´apparenza dimessa e dall´immagine non scintillante, insomma il contrario di Zapatero, con cui ha sempre perso i duelli televisivi, Rajoy tuttavia è riuscito a spostare verso il centro un partito che Aznar aveva radicalizzato.

Il docente sospeso e la battaglia per l'ora alternativa ( da "Manifesto, Il" del 08-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Quale laicità, i principi traditi dalla pratica». Il quadro che emerge è una sottomissione completa alla volontà del Vaticano. Non c?è differenza tra nord e sud. Alla domanda «la scuola aiuta nella scelta? Come siete stati informati?», la risposta tipica è: «Il modulo da compilare ci è stato consegnato senza particolari spiegazioni al riguardo.

LE SBERLE DEL VOTO ( da "Manifesto, Il" del 09-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Non si può andare con l'Opus Dei e negare i diritti civili a un elettorato laico e anche cattolico adulto. Non si può, con la scusa di non demonizzare Berlusconi, infliggere a un elettorato semplicemente democratico le leggi fatte ad personam, le insolenze alla magistratura, le porcherie fiscali e quelle personali del cavaliere.

Famiglia e divorzio, le vie laiche di Lazzati ( da "Corriere della Sera" del 11-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: 39 Personaggi A cent'anni dalla nascita, una lettera alla Segreteria di Stato vaticana illustra il carattere dell'intellettuale cattolico Famiglia e divorzio, le vie laiche di Lazzati Così resistette alle pressioni di Gabrio Lombardi, in difesa delle «esigenze nuove» di MARCO GARZONIO C ent'anni fa nasceva Giuseppe Lazzati.

Prima volta di un presidente Usa: Obama cita Gesù (invece di Dio) ( da "Giornale.it, Il" del 11-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la prima di questo genere nella storia degli Stati Uniti. Un altro record per Barack Obama, il presidente dalle tante identità: filoislamico con i musulmani, devoto con i cristiani, laico con il popolo giovane disincantato e modernista, che, mobilitandosi su Facebook, sui blog, sui social network, gli ha spianato il cammino.

morassut: "da alemanno solo promesse nessuna espulsione, anzi più clandestini" ( da "Repubblica, La" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: è un bellissimo rapporto di dialogo e di esperienze con le associazioni laiche e cattoliche; bisogna realizzare un tavolo di integrazione e lavoro con i dipartimenti delle politiche sociali, dell´urbanistica, del patrimonio e con i municipi. Se non hanno i paraocchi possono usare anche la nostra istruttoria: si possono realizzare campi che non siano baraccopoli».

SUFFRAGIO UNIVERSALE UNA RIVOLUZIONE ITALIANA ( da "Corriere della Sera" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: una intesa che avrebbe garantito a Giolitti l'appoggio dei cattolici contro l'impegno ad accantonare la legge sul divorzio, difendere le scuole confessionali, garantire alle attività economico-sociali dei cattolici lo stesso trattamento che lo Stato riservava a quelle dei laici. Nelle elezioni del 1913 i votanti furono 5.

Tra Franceschini e Bersani spunta il dottor Marino ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Tra Franceschini e Bersani spunta il dottor Marino PARTITO DEMOCRATICO Tra Franceschini e Bersani spunta il dottor Marino Nella corsa per la segreteria del Pd spunta il terzo uomo, il cattolico Ignazio Marino, chirurgo, icona delle battaglie laiche. D'Alema: io candidato in estrema ratio PAGINA

Credere e curare, il chirurgo cattolico che piace ai laici ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Cattolico, laico - nel senso di Giuseppe Lazzati, quel concetto cristiano secondo cui la polis, per essere vera «città dell'uomo» e casa comune, deve essere «laica» -, favorevole alla legge sull'aborto. Genovese, classe 55. Dopo anni di studio a Pittsburg (Pennsylvania), nel '99 torna in Italia per fondare l'Ismett,

Se il terzo uomo fa il dottore ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: e se fosse cattolico ma anche un simbolo, quasi un'icona, delle battaglie laiche? E se fosse un mezzo dalemiano, ma non riducibile alla famiglia dell'ex ministro? Come prevedibile, la tregua chiesta da Dario Franceschini ai maggiorenti del suo partito poche ore prima dello spoglio elettorale, non ha retto.

Religione cattolica a scuola: riprendere il passo per la laicità ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Religione cattolica a scuola: riprendere il passo per la laicità Antonia Sani Deve essere stata la schiacciante percentuale del numero di alunni che preferirebbero insegnamenti come «diritti umani», «Storia delle religioni» e altro all'«ora di religione» a far perdere la testa a qualche insegnante e alla dirigenza,

Fioroni all'ex premier: fatti da parte Nell'area ds avanza la carta Marino ( da "Corriere della Sera" del 12-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ultimo rappresenta in termini di valori di laicità (l'ultima sua battaglia, in questo campo, è stata quella su Eluana Englaro). E i cattolici del Partito democratico, soprattutto i teodem alla Binetti, avrebbero certamente da ridire. Quella di Marino, naturalmente, si presenta come una candidatura «minoritaria» rispetto a quelle di Bersani e Franceschini,

un corpo a corpo in attesa del gong - pietro jozzelli ( da "Repubblica, La" del 13-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Renzi intuisce che non è solo questione di permessi di soggiorno e usa parole condivisibili da laici e cattolici sul rispetto dei diritti dell´uomo, emigrante o no. Franano entrambi all´esame di cittadinanza. Chi è più fiorentino, il rignanese Renzi o l´antico pisano Galli? Giù sberleffi, freddure, sarcasmi etc. etc. Insomma, un piccolo teatrino da bar sport di periferia fiorentina.

Mentre si moltiplicano le notizie sulla contestazione cattolica, da Medellin ad Amsterda... ( da "Unita, L'" del 13-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Mentre si moltiplicano le notizie sulla «contestazione» cattolica, da Medellin ad Amsterdam, da Vallombrosa a Parma a Sorrento a Catania, dove un sempre maggior numero di credenti, sacerdoti e laici, denuncia il carattere di classe della Chiesa «ufficiale», sapete cosa hanno fatto a Pavia sabato scorso?

Realacci per tutelare l'Ambiente e Binetti per salvare il Pd da Ignazio Marino. Fatti un po
...
( da "Unita, L'" del 13-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: se le pulsioni cattolico-laiche del chirurgo-senatore Pd, che si intestò la battaglia sul testamento biologico, dovessero prendere piede. Vicino all'area dalemiana, Marino sarebbe realmente intenzionato a giocare da candidato. Lo stesso D'Alema, che ha confermato l'appoggio esplicito a Bersani, ha sondato le reali intenzioni del senatore e pur sconsigliandolo lo ha trovato «

genova resiste a berlusconi ma ora smettete di litigare - don paolo farinella ( da "Repubblica, La" del 14-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: era berlusconista-leghista si ritrova meno italiana, meno europea, meno sicura, meno democratica, meno etica, meno cattolica, meno cristiana e meno laica. Al monoteismo berlusconista subentra il pantheon idolatrico di una Paese poltiglia senza un cuore e quel che è peggio senza un´anima. Con la complicità peccaminosa dei cattolici.

Podestà con l'incognita cattolica A Pontida si apre il rave padano ( da "Riformista, Il" del 14-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: uno laico, l'altro cattolico), ma perché negli anni le due correnti si sono sfidate più volte all'interno del partito di Silvio Berlusconi. Sono questioni legate alla rappresentanza sul territorio, attriti di lunga data, su coordinamenti regionali e provinciali, posti di potere per piazzare i propri uomini nei posti più graditi,

Se nel Pd i diversi litigano è meglio la scissione ( da "Riformista, Il" del 14-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: In attesa che la sinistra laica democratica socialista abbia leader più maturi che, consci di essere minoranza nel paese, devono portare più rispetto alle idee e alle persone di quei cattolici democratici disponibili ad allearsi con loro, se vogliono governare e costruire qualcosa.

migliaia di fedeli al vomero per la festa del corpus domini - antonio tricomi ( da "Repubblica, La" del 15-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: religiosi e laici, esponenti del volontariato, associazioni e confraternite con i loro gonfaloni. Sepe ha presieduto la concelebrazione eucaristica con i vescovi ausiliari Antonio Di Donna e Filippo Iannone. L´omelia del cardinale ha preso le mosse dalla lettura del Libro dell´Esodo, della Lettera di San Paolo agli Ebrei e del passo del Vangelo di Marco sulla preparazione dell´

ballottaggi/2 ( da "Riformista, Il" del 16-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: spiazza gli esponenti stessi del Pdl, sia di parte laica, provenienti dalla costola di Alleanza Nazionale, che di parte cattolica. Carlo Fidanza, vice presidente del Pdl in comune a Milano, non usa mezzi termini: «La maglietta di Salvini è realtà: la Padania è un'invenzione storico-geografica e quindi non è Italia.

Mogol e i temini di Povia ( da "Riformista, Il" del 16-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Con Beppino Englaro o con la Chiesa Cattolica? Omosessuali si nasce, malati, e si guarisce, da grandi? Insomma, la peggiore Italia sfottuta da Gaber in cos'è la destra cos'è la sinistra, in versione cos'è laico e cos'è cattolico. Per Mogol, nell'intervista rilasciata ad Aldo Cazullo al "Corriere della sera", il testo di Povia ha qualcosa in più anche se non è dato saperlo cosa sia,

Buttafuoco trasforma la geopolitica nel ( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Perché c'è uno Stato fortemente laico che in nome della "libertà" lo proibisce. Come proibisce ai preti cattolici di indossare la tonaca». Quale pubblico potrà essere attratto dal Grande Gioco?. «Chiunque desideri veder più chiaro nella realtà di oggi. Perché tutto quel che pensavamo di aver lasciato nei libri di storia,

un papa in armi sulle mura così inizia il dominio della chiesa - brunella torresin ( da "Repubblica, La" del 17-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: e Paolo Prodi di «secolarizzazione della chiesa e clericalizzazione dello stato». Persino Francesco Guicciardini, storiografo e uomo di stato fiorentino, che nel 1529 Clemente VII inviò a Bologna come legato di ampi poteri, si arrese al proprio limite di essere un laico, poco più - si lamentò - d´un servitore dei «maladetti preti».

Il Papa vuole obbedienza a cominciare dall'Austria ( da "Riformista, Il" del 17-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il prefetto del Clero Claudio Hummes, il prefetto dell'Educazione Cattolica Zenon Grocholewski, il presidente dei Laici Stanislaw Rylko, e i principali esponenti dell'episcopato austriaco a cominciare dall'arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn e dal nunzio Peter Stephan Zurbriggen - ha aperto le danze.

Ciampi: laico e cattolico senza pregiudizi ( da "Corriere della Sera" del 17-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ex presidente della Repubblica al libro con la sua tesi di laurea scritta alla vigilia della Costituente Ciampi: laico e cattolico senza pregiudizi «Così scoprii il diritto alla libertà religiosa. Fedele alla Chiesa e al Risorgimento» di CARLO AZEGLIO CIAMPI I l testo di questo lavoro giovanile è riemerso, imprevedibilmente, dal fondo del cassetto dove da gran tempo «riposava ».

Anticipò una stagione ( da "Corriere della Sera" del 17-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: tra Stato e confessioni diverse dalla cattolica. In ultima analisi si trattava degli «accordi particolari» di Ciampi e delle «intese» di cui al futuro articolo 8, comma terzo, della Costituzione che ha visto, tardivamente ma efficacemente, aprirsi la «stagione delle intese» a metà degli anni Ottanta grazie ai primi governi presieduti da esponenti dei partiti laici,

il cardinale martini "un concilio sul divorzio" - eugenio scalfari ( da "Repubblica, La" del 18-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Che cosa può unire oggi cattolici e laici». Lui fece una premessa (fare premesse è una sua abitudine per meglio definire l´argomento). Disse: «Non sono qui per fare proselitismo, perciò non parleremo di fede e di teologia ma di etica e di convinzioni». A mia volta lo ringraziai e la discussione cominciò, ma ci accorgemmo subito che eravamo d´accordo su tutto,

carlo maria martini "la chiesa ripensi alla confessione" - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 18-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica. Le sembrano problemi di facile soluzione? Possono interessare anche un laico non credente come lei?». Mi guarda sorridente e si riassesta sulla sedia che scricchiola e mi viene il timore che sia malferma ma lui mi rassicura: «E´ solida,

Com'è stato l'anno d'oro della famiglia Abete da Apcom ad Assonime ( da "Riformista, Il" del 18-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: esponenti dell'ala più laica confindustriale, e Luigi Abete leader dell'altra anima dell'associazione. Vinse Abete che cercò di rafforzare la rappresentanza dei giovani. Abete, si ritaglia nel mondo confindustriale un ruolo di democristiano progressista. Una collocazione che porterà i suoi frutti nel 1992.

Mentore sapendo di smentire ( da "Foglio, Il" del 18-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: una riunione di moralisti bensì una manifestazione politica laica, appoggiata dal clero cattolico che aveva combattuto con noi laici dissenzienti dall?ortodossia ipersecolarista le buone battaglie contro una legislazione zapaterista e contro la pretesa di fare degli embrioni umani carne di porco per il diritto di aver figli (anche piuttosto sani perché scelti nel parco buoi dell?

No Martini ( da "Foglio, Il" del 18-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: definito dal famoso moralista laico come “un personaggio di notevole intraprendenza”, che sarebbe una formale diminutio di persona non grata se non si attagliasse, la definizione, al suo stesso autore. Si è anche mediocremente giustificato, cosa che un principe della chiesa dovrebbe evitare di fare: per lavorare di penitenza,

Tendenza 24 luglio tra i delusi del Cav. C'è chi potrebbe fare il Dino Grandi? ( da "Riformista, Il" del 19-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: duri del berlusconismo e che è stato frettolosamente emarginato. Penso a Giuliano Urbani, l'ideatore di Forza Italia, in cui rappresentava l'anima laica e liberale. Il mondo degli scontenti di Berlusconi comprende anche figure di secondo piano. Fra i quasi cento parlamentari del Pdl che mancano spesso alla conta dell'aula molti sono i non premiati che hanno qualcosa da recriminare.

C'è posta per i preti Una lettera papale contro i detrattori ( da "Riformista, Il" del 19-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: la cosiddetta "Iniziativa dei laici" (Laieninitiativ). Si tratta, in sostanza, di un appello di cattolici austriaci che chiede l'abolizione dell'obbligo del celibato per i sacerdoti, il ritorno in attività dei preti sposati, l'apertura del diaconato anche alle donne e l'ordinazione dei cosiddetti "viri probati".

ROMA - Macchinette come quelle che sono fuori delle farmacie. Per comprare profilattici anch... ( da "Messaggero, Il" del 19-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laica al 100%», boccia la distribuzione. «Avrei preferito corsi di educazione sessuale», suggerisce. Ancora no dal Moige, il Movimento italiano genitori, e dall'Azione Cattolica. Sì dal circolo omosessuale Mario Mieli, dagli studenti della sinistra (l'Unione degli studenti), contari quelli di Azione studentesca vicina alla destra.

Aborto in Spagna, no dei vescovi al governo ( da "Corriere della Sera" del 19-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laiche e soprattutto cattoliche, perché si uniscano all'opposizione, guidata dal Partito popolare. Il disegno di legge «costituisce un serio passo indietro rispetto all'attuale depenalizzazione, di per sé già ingiusta», ha sostenuto il portavoce della Cee, Juan Antonio Martinez Camino, presentando un documento di 11 pagine,

"ex voto, preghiere, pellegrinaggi l'altra faccia della torino magica" - vera schiavazzi ( da "Repubblica, La" del 20-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: esponenti delle istituzioni laiche? «Da laico e perfino da laicista quale sono mi verrebbe da dire che non è auspicabile. Ma da studioso devo vedere la cosa da un altro punto di vista, e riflettere sull´antica questione della funzione civile, o meno, della religione. In questo caso della religione cattolica, a lungo identificata come quella prevalente anche se non unica nel nostro Paese.

Fischietti e striscioni. Il premier: mi fate disgusto ( da "Corriere della Sera" del 20-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: «Per me il calcio è una religione laica». C'è tempo anche per un inedito. Una nuova barzelletta su Berlusconi che spiega al Padre Eterno come organizzare il paradiso in una società per azioni, ma Dio si domanda perché dovrebbe essere solo vicepresidente. In piazza si vede anche qualche bandiera dell'Udc.

Don Gallo, un coro con le trans del ghetto ( da "Secolo XIX, Il" del 21-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: molto più laica di celebrazioni ed eventi, nel cuore della città vecchia più degradata: il ghetto, lo storico quartiere ebraico dove oggi si concentrano i bassi delle trans genovesi. Lì la Comunità di San Benedetto ha portato le canzoni e la musica di De André («Faber e la città vecchia, musica, arte, dialoghi») con le letture di Claudio Pozzani la banda degli Ottoni ai scoppio,

Pluralismo religioso difficile, difficile laicità ( da "Manifesto, Il" del 22-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: con la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, con la Sacra arcidiocesi ortodossa d'Italia e con l'Unione induista d'Italia. D'altro canto, invece, si rafforzano giorno dopo giorno i privilegi per la chiesa cattolica: basti pensare agli aiuti economici e al mondo della scuola. Siamo ben lontani da uno stato seriamente laico.

Da De Gasperi a Berlusconi Il Vaticano non rompe con Berlusconi, ma indica il modello da s... ( da "Stampa, La" del 22-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: e la sua attività di uomo di Stato «senza mai servirsi della Chiesa per fini politici»; e aggiunge che «in lui convissero spiritualità e politica». Cosa c'è di comune fra De Gasperi (il povero cattolico dalla riconosciuta dirittura morale, fedele ai valori cristiani, che non si serve della Chiesa per fini politici ecc.

l'etica della democrazia - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 22-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: tanto dalle culture religiose quanto dal pensiero politico laico. La Chiesa cattolica ha di fatto concesso qualcosa alla distinzione, dato che - pur continuando ad affermare che la politica si fonda in ultima istanza sulla morale - ha rifiutato di far dipendere la legittimità di un uomo politico dalla moralità dei suoi comportamenti privati (fino a quando non fanno scandalo pubblico)

informazione, società e politica convegno sull'impegno dei cattolici ( da "Repubblica, La" del 23-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: don Tonino Palmese e Franco Miano presidente nazionale dell´Azione cattolica, oltre ai giornalisti Massimo Milone e Pino Nardi. «Negli ultimi tempi, a Napoli, c´è stata una rinnovata attenzione da parte della Chiesa alla domanda educativa che viene dal basso - spiega don Palmese -. Le parrocchie hanno dimostrato notevole capacità di mobilitazione.

Renzi vince e lancia il "Pd pd" ( da "Riformista, Il" del 23-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: da cattolico impegnato in politica e rispettoso delle istituzioni laiche, andrò a pregare sulla tomba di Giorgio La Pira»), ma che lo ha premiato, dandogli i numeri per avere voce in capitolo non solamente sul futuro della città, ma anche all'interno del suo partito: «Spero di dare una mano al Partito democratico e fare il "

La Bresso: il Nord per noi resta un problema ( da "Corriere della Sera" del 23-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Da laica non la preoccupa un accordo con il centro cattolico? «In Piemonte l'Udc ha un approccio laico. E a livello nazionale, l'alleanza con i cattolici la stiamo già sperimentando all'interno del Pd». E la Lega? Continua la sua avanzata al Nord.

Amministrative, i risultati del secondo turno ( da "Corriere della Sera" del 23-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Laici riformisti, Sinistra aperta per Ferrara FORLÌ definitivi FIRENZE definitivi PRATO definitivi TERNI definitivi Roberto Balzani Alessandro Rondoni Matteo Renzi Giovanni Galli Massimo S. Carlesi Roberto Cenni Leopoldo Di Girolamo Antonio Baldassarre 55% 45% 60% 40% 49,1% 50,9% 53% 47% Pdl, Lega, Udc,

Che peccato. Stava per risolversi l'insolubile questione cattolica che agita e paralizza da sem... ( da "Messaggero, Il" del 23-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Stava per risolversi l'insolubile questione cattolica che agita e paralizza da sempre il Pd, diviso fra laici e religiosi. Sembrava a un certo punto che quel partito stesse vincendo a Milano (ma poi no) e già immaginavamo processioni, con inginocchiamento democrat, davanti alla Madonnina, autrice del grande miracolo.

Amato: è il partito dei sette piccoli indiani No alle primarie, parlate con una voce sola ( da "Corriere della Sera" del 24-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Manca ancora l'amalgama tra laici e cattolici? «Leggevo con grande rimpianto il ricordo di Lazzati sul Corriere, e pensavo che nel Pd non abbiamo Lazzati e questa è la prova che il partito non c'è. Perché abbiamo cattolici intransigenti e laici intransigenti che tendono a mettersi in conflitto l'uno con l'altro.

Rotondi: ( da "Secolo XIX, Il" del 25-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: «So che molti cattolici volevano contestare il Gay Pride, evento che il cardinale non ha osteggiato». Intercederà con il presidente della Cei perchè riceva una delegazione di Arcigay? «Sono laico. Tutto mi si può chiedere, tranne che intercedere. Teniamo separati i campi».

la lezione del vangelo è unire e non escludere - don andrea gallo ( da "Repubblica, La" del 26-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: adozione di una legislazione laica non discriminante. Si e´ disposti a togliere la demonizzazione, ma si è lontani nel riconoscere che si tratta di "naturalità" sia pure di minoranza. Una volta riconosciuto il valore di una affettività omosessuale, fin dove questa potrà spingersi sul piano morale e poi sul piano giuridico?

Il termine "morale" può avere diverse accezioni, tutte afferenti, se non talora c... ( da "Messaggero, Il" del 27-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: La morale può essere laica o religiosa. E quest'ultima attribuisce direttamente a Dio l'emanazione della legge morale. La Chiesa cattolica non ha mai mancato di far sentire la propria voce su tutti i temi della vita quotidiana, proprio in considerazione di questa natura divina della norma di cui si fa portatrice

una manovra da tre soldi che non salva il paese - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 28-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Per la prima volta il riformismo aveva un partito democratico e laico che rappresentava un terzo degli italiani. Oggi quella rappresentanza è scesa da un terzo ad un quarto. è stata una sconfitta politica ma non la fine di un disegno. Le amministrative sono state anch´esse una sconfitta, in una fase tuttavia in cui l´intera sinistra europea è stata travolta.

"le mie canzoni? solo domande" paoli oggi dal vivo ad arezzo - fulvio paloscia ( da "Repubblica, La" del 28-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Paoli oggi dal vivo ad Arezzo In quel pezzo parlo di pietas laica e comprensione per i vinti: tutti ormai paiono interessati solo a cercare colpevoli senza capire FULVIO PALOSCIA (segue dalla prima di cronaca) S´intitola Il pettirosso e racconta di un vecchio che stupra una ragazzina. Solo che Paoli, domani all´Anfiteatro romano di Arezzo per la sola data toscana (21.

Fortebraccio stalinista? Lo ha scritto ieri, con grossolana approssimazione, Pierluigi Battista sul ... ( da "Unita, L'" del 28-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: LAICO, ESILARANTE Nel libro, presentato ieri nella sala municipale di San Giorgio, con il Sindaco Valerio Guarandi, l'assessore Fabio Govoni, Marisa Rodano e Emanuele Macaluso, c'è tutto un altro Fortebraccio. Scintillante, ironico, laico, esilarante.

Che schifo il sesso al sapore di fragola impartito ai quattordicenni ( da "Foglio, Il" del 28-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: amore e delle sue leggi, dei suoi tempi, delle sue libidinose attese e realizzazioni umane, troppo umane, questo andazzo, ecco una notizia per gli esteti improvvisati della morale pubblica, comincia in prima media a cura della scuola repubblicana, unica, d?obbligo e laica. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

( da "Giornale.it, Il" del 29-06-2009)
Argomenti: Laicita'>

Abstract: È un quotidiano laico, ma con una forte componente cattolica». «Le filippiche di don Sciortino su Famiglia cristiana?». «Non le condivido. Sono il primo ad auspicare maggiore sobrietà negli uomini pubblici. Ma non accetto che si usi il pretesto della vita privata per attacchi politici».

"Prego anche per Scalfari: e così lo strapperò all'inferno" ( da "Giornale.it, Il" del 29-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: è un quotidiano laico, ma con una forte componente cattolica». «Le filippiche di don Sciortino su Famiglia cristiana?». «Non le condivido. Sono il primo ad auspicare maggiore sobrietà negli uomini pubblici. Ma non accetto che si usi il pretesto della vita privata per attacchi politici».

Pierluigi, il chierichetto che scioperò a messa ( da "Stampa, La" del 30-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Bersani è un laico convinto, ma a suo tempo ha fatto la tesi di laurea su "Grazia e autonomia umana nella prospettiva ecclesiologica di san Gregorio Magno". E' il più ordinato e il più composto tra i personaggi che vengono dal Pci, ha l'aplomb dell'uomo serioso, eppure in privato è un frizzantissimo viveur.

( da "Corriere della Sera" del 30-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ancora sui contenuti: la laicità è un valore sollecitato da molti dei vostri, anche dai giovani appena riuniti al Lingotto. «Non esiste un problema laicità, è un dibattito fumoso. Il Pd non può essere che laico, ma non in assenza di valori. Sentite le piazze e le varie chiese, si decida nell'interesse generale della nazione.

C'è una vocazione che fa parte del patrimonio secolare della città e il Papa durante ... ( da "Messaggero, Il" del 30-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Penso alle parrocchie, alle associazioni d'ispirazione cattolica che si occupano di giovani, anziani e famiglie. Questo valore aggiunto è irrinunciabile per poter costruire col contributo di tutti, laici e cattolici, una città veramente capitale dell'accoglienza e della solidarietà».

Serve un patto laici-cattolici per la famiglia ( da "Secolo XIX, Il" del 30-06-2009)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Serve un patto laici-cattolici per la famiglia luca volontè Nei giorni scorsi il Cardinale Angelo Bagnasco ha ricordato quanto sia fondamentale l'affetto costante della «comunità cristiana nell'accompagnare i nuovi nuclei (familiari) e i loro progetti di vita».


Articoli

se dio rinasce - roberto festa (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 43 - Cultura SE DIO RINASCE Parla il filosofo cattolico charles taylor di cui esce "l´età secolare" perché la religione non minaccia il mondo laico grazie al profano Gli effetti della modernità sotto una luce nuova e sorprendente La secolarizzazione nata nell´Occidente cristiano si afferma grazie alla Riforma ROBERTO FESTA Barack Obama ha intessuto il suo discorso del Cairo di riferimenti al Corano, al Talmud, alla Bibbia. Fatto apparentemente insolito, per il presidente di un paese i cui Padri Fondatori guardavano la religione con sospetto e molta preoccupazione. «I preti temono il progresso della scienza come le streghe l´avanzare della luce», scrisse Thomas Jefferson, l´autore della Dichiarazione di Indipendenza. Ma «la religione, apparentemente sconfitta dalla storia, è oggi ovunque», spiega Charles Taylor, che per illustrare il concetto ha scritto le 1070 pagine di L´età secolare (Feltrinelli, euro 60). Taylor, professore emerito alla McGill University di Montréal, è autore di almeno un paio di libri fondamentali per la filosofia contemporanea (Hegel, Radici dell´Io). Il suo ultimo lavoro, L´età secolare appunto, spazia dalla storia alla sociologia, dalla teologia all´arte, dalla filosofia all´antropologia, per descrivere la vittoria di un mondo senza Dio, ma al contempo l´emergere di una spiritualità divisa, diffusa, irriducibile. «è vero, non c´è più un Dio unico, granitico, indiscutibile», racconta Taylor da Berlino, dove si trova per un periodo di studio. Nel giro di pochi secoli, è la sua tesi, l´Occidente è passato da un mondo in cui era praticamente impossibile non credere in Dio, a un sistema aperto, plurale, che ammette, e in molti casi incoraggia, l´incredulità. «Ma questo non significa assenza della religione, o tramonto delle esigenze spirituali dell´uomo», spiega Taylor, «tutt´altro. La modernità moltiplica le opzioni, religiose e non, sviluppa nuovi impulsi spirituali, molto più frazionati, rispetto al passato, rintracciabili nell´arte, nella musica, negli aspetti più quotidiani della vita". è insomma un mondo spezzato, in cui i singoli, e le comunità, annaspano per cercare un senso alle proprie esistenze, una forma alle proprie aspirazioni. Il passaggio, secondo Taylor, rende la vita più interessante e meno semplice. «La crisi, tratto distintivo della modernità, non deriva soltanto dal tramonto di una versione indiscutibile di trascendenza. Nasce dalla religione stessa, che nelle versioni attuali incoraggia l´analisi di noi stessi, le domande su chi siamo, su dove siamo diretti. è insomma la religione del dubbio, tipica di un´età di crisi». Non è una visione pacificata, dell´uomo e della vita, quella offerta da questo filosofo canadese, cattolico praticante, un passato di impegno politico (nel socialdemocratico "New Democratic Party"), la capacità di risultare gradito a comunitaristi e post-moderni, due tra i gruppi egemoni della filosofia anglosassone contemporanea. Ai primi, Taylor ha offerto una visione che bilancia i diritti dei singoli e quelli della più larga società, in cui gli individui-cittadini sono plasmati da culture e valori delle loro comunità. L´appello al pensiero post-moderno è invece venuto con l´idea di una filosofia che non crede nella verità ma nel potere del linguaggio, che vede le azioni umane guidate da forze esterne, incontrollabili, più che dal sé, dalla ragione, dall´adesione a una religione consapevole. «Non possiamo esimerci dal guardare sopra le nostre spalle, di tanto in tanto - scrive in L´età secolare - lanciando occhiate oblique, vivendo anche la nostra fede in una condizione di dubbio e di incertezza». Anche questa incertezza, del resto, è stata una conquista faticosa, un processo per nulla lineare, in cui vecchie versioni del sacro si sono dissolte e nuovi inizi hanno continuamente mutato fede e pratiche religiose degli uomini. In L´età secolare, Taylor contrasta l´idea di una modernità che si sviluppa attraverso la crescita di scienza e razionalità, e la progressiva rimozione della religione dalla sfera pubblica. «La secolarizzazione nasce all´interno dell´Occidente cristiano - racconta - soprattutto con la Riforma, che afferma una concezione antropocentrica della religione, una visione avversa al magico e attenta ai diritti individuali. è quello il terreno fertile per l´emergere del mondo secolarizzato». Credere a un processo ordinato, dalla fede all´incredulità, significa per Taylor trascurare la complessità degli uomini. «Non c´è stata la semplice rimozione dell´ostacolo religioso, da parte di un uomo sempre uguale a se stesso. Ci sono stati secoli di invenzioni, di pratiche di vita, di nuovi modi di concepire se stessi, il rapporto con gli altri e con il mondo esterno». La versione attuale della secolarizzazione, secondo il filosofo, si sarebbe comunque cristallizzata nell´Ottocento, in età vittoriana: «L´Illuminismo aveva un´idea ancora molto forte di provvidenza, di creatore benevolo che regola i rapporti tra gli uomini e con la Natura». Nell´Ottocento invece, emergerebbe un´altra concezione dell´ordine naturale, «per nulla provvidenziale, ma piena di sangue, di tensione alla sopravvivenza e all´evoluzione. è il quadro concettuale che definisce i campi opposti della scienza e della religione, e che resta vivo ancora oggi». Alcuni recensori laici di L´età secolare (per esempio Andrew Koppelman su Dissent) hanno scritto che Taylor è «un cattolico che cerca di affermare il suo, personale, teismo». In realtà, mentre la conversazione procede, il filosofo concede tranquillamente che «ci sono molti modi per fondare una teoria dei diritti umani, e quella religiosa non è migliore, più sicura, rispetto ai tentativi dei laici». Da cattolico praticante, poi, non pensa che i pontificati interventisti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI costituiscano una minaccia alla laicità dell´Occidente: «Le idee del Vaticano non sono necessariamente quelle della maggioranza dei cattolici - spiega. In certi casi coincidono, in altri no. è evidente per esempio che nel mondo cattolico esistono posizioni molto diverse sulla questione del controllo delle nascite, o su quella dei diritti gay. E sono posizioni che per la gran parte non coincidono con quelle ufficiali del Vaticano». Anche i recenti episodi di scontro e intolleranza religiosa negli Stati Uniti non vanno, secondo Taylor, enfatizzati: «Quanto successo a George Tiller, il medico assassinato dagli anti-abortisti in Kansas, è sicuramente terribile, ma non ha un vero seguito nella società americana. Non è l´inizio di un trend, può essere facilmente isolato». Il mondo laico non ha insomma, per Charles Taylor, di che temere. La religione non costituisce una minaccia alla società liberale: «Il ruolo dei regimi laici non è quello di contenere la religione. C´è una sorta di assolutismo esagerato, in queste posizioni». Nel mondo mobile, disperso, spezzato di Taylor non esiste del resto possibilità di ritorno a una visione unitaria. Il pluralismo è un dato di fatto, la secolarizzazione una via senza ritorno, l´incertezza un dato costante della vita. Nell´età secolare non ci sono vincitori e sconfitti, non c´è un Dio che scompare e l´incredulità che trionfa, ma solo un orizzonte frammentato di identità, aspirazioni, opzioni. «Il senso più profondo ella secolarizzazione è proprio questo - conclude Taylor. Nessuno ha vinto. Nessuno può vincere».

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Questa scuola corrosa dai chierici in cattedra (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 07-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Questa scuola corrosa dai chierici in cattedra pierfranco pellizzetti «La prima battaglia per la democrazia la si combatte difendendo la scuola pubblica», tuonava Dario Franceschini nei suoi ultimi comizi elettorali. E così, prima ancora che "di sinistra", diceva "qualcosa di repubblicano, di civico". Ma la scuola pubblica non è sotto minaccia soltanto per la politica di prosciugamento finanziario e tagli promosso dal duo Gelmini-Tremonti. Perché, all'azione devastatrice esterna se ne affianca da tempo una per vie interne, molto meno visibile quanto ben più insidiosa: la lenta corrosione dei principi ideali e delle ragioni stesse che fanno della scuola pubblica la colonna portante della democrazia reale. Dunque, la strategia - definibile "entrista" e in cui spicca Comunione e Liberazione, organizzazione in bilico tra affari e fondamentalismo religioso - che destabilizza silenziosamente l'impianto culturale dell'insegnamento come laicità del pensiero attraverso l'immissione di un personale docente portatore e propugnatore di valori alternativi. Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra, dicevano i latini. E queste gocce, diventate il fiume carsico che quotidianamente trascina via frammenti preziosi di un mosaico cognitivo dato per intangibile e finalizzato a forgiare personalità da "buoni cittadini", sono le centinaia di professoresse e professori entrati nelle aule quali insegnanti di religione e poi regolarizzati, stabilizzandoli nel ruolo come docenti titolati in qualsivoglia materia. Senza selezioni né concorsi (tra l'altro, in spregio alla folla di precari in attesa da decenni della legittima certezza di un posto di lavoro sicuro). Con evidenti effetti sovversivi riguardo al ruolo esercitato. Infatti, se la scuola repubblicana è per principio fedele alla Repubblica italiana, la fedeltà di queste nuove immissioni tende invece a rivolgersi (spesso esclusivamente) verso chi li ha scelti e messi in cattedra: i propri vescovi. Situazione acuita dal fatto che nei paesi civili "religione" significa "storia delle religioni", mentre nelle nostre istituzioni scolastiche il tutto si riduce a "dottrina di Santa Romana Chiesa". Sicché ne risultano stravolti i criteri stessi d'insegnamento. Per cui il "sommo Dante"è tale perché sbatte gli eretici all'inferno, non in quanto straordinario esponente intellettuale della propria epoca (che talvolta era capace di inserire lampi di poesia in un ragionamento tra il politico e il teologico); Galileo Galilei viene misurato esclusivamente sul metro dell'ortodossia e dell'abiura, a prescindere dal valore intrinseco del suo contributo rivoluzionario. Per cui la nobiltà della didattica risulta troppo spesso svilita a puro indottrinamento, agit-prop. Come ne danno preoccupante testimonianza recenti casi di "questioni sensibili" affrontate nelle nostre aule in discussioni che hanno visto gli ex professori (e professoresse) di religione, ormai ascesi al rango di tuttologi, fare sovente la parte del leone; quali cinghie di trasmissione delle tesi dell'alto clero vaticano presentate come verità indiscutibili: dalle vicende drammatiche di Eluana Englaro, costretta a vegetare in una sorta di non-vita imposta dall'alimentazione forzata a mezzo sondino, alle posizioni del Papa in Africa riguardo alla contraccezione per i malati di Aids. Insomma, un'evidente e permanente minaccia per lo spirito critico, matrice in prospettiva di obbedienti greggi papiste. Bene ha fatto il cattolico Franceschini a porre il problema. Resta da vedere quanto i maggiorenti del suo partito intendano seguirlo. Quegli stessi che sfilarono all'Udc una fanatica religiosa anti testamento biologico, tal Dorina Bianchi, per metterla al posto del cattolico laico Ignazio Marino. Sul governo in carica è inutile far conto, visto il suo ostentato disinteresse per i principi repubblicani. Cui antepone quanto gli conviene e i relativi sondaggi. Pierfranco Pellizzetti è opinionista di Micromega. 07/06/2009 Professori di religione entrati senza concorso capovolgono i valori dell'insegnamento 07/06/2009

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Ue, al via il giro delle poltrone Un match tra Italia e Polonia (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 07-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 07/06/2009 - pag: 9 Ue, al via il giro delle poltrone Un match tra Italia e Polonia Gara per la presidenza del parlamento e i commissari DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BRUXELLES E adesso, parte la carambola. Chiuse le urne, inizia nelle istituzioni europee il gioco dei grandi equilibri. O per dirla più prosaicamente, delle poltrone. Si comincia con i presidenti della Commissione Europea e dell'Europarlamento, e si continua con 5 componenti della stessa Commissione, probabilmente da sostituire: i titolari dei portafogli delle telecomunicazioni (Viviane Reding), dei diritti dei consumatori (Meglena Kuneva), dello sviluppo (Louis Michel), della politica regionale (Danuta Hübner) e del bilancio (Dalia Grybauskaité). Fino ad oggi in congedo elettorale perché candidati nei rispettivi Paesi, se verranno eletti non potranno tornare a Bruxelles (la lituana Grybauskaité è già stata eletta presidente a Vilnius). Ma è poi la Commissione intera che si avvia alla fine del suo mandato quinquenna-- le, dopo l'estate: e a meno di un prolungamento di qualche mese (nella speranza che vada in porto il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona) si sa già che buona parte degli attuali commissari (27, uno per ogni Paese) lasceranno il posto ad altri. Due nomi fra tutti: quelli dei commissari alla concorrenza, Neelie Kroes, e al mercato interno, Charles Mc- Creevy, accusati di aver seguito un «doppio standard» nell'affrontare la crisi e gestire le norme sugli aiuti di Stato. La Germania punta ai loro portafogli, e così la Francia. L'Italia dovrebbe conservare il suo commissario ai trasporti, Antonio Tajani. Ma prima ancora si giocherà un'altra «poltronissima», la presidenza del Parlamento. Nel centrodestra, cioè fra i popolari europei, è in corsa già da un anno l'ex primo ministro polacco Jerzy Buzek. E nella stessa area, corre per lo stesso posto anche l'italiano Mario Mauro, cattolico accreditato di ottimi contatti con il Vaticano: il suo nome è stato gettato sul piatto da Silvio Berlusconi. Il polacco è il candidato di bandiera dei Paesi dell'Est, è un politico assai stimato pure negli Usa. Ma l'italiano può contare anch'egli su buone carte, per esempio sul fatto che l'Italia non ha mai avuto la presidenza dell'Europarlamento, e la rivendica; poi, sul fatto che secondo i sondaggi, la componente italiana del Ppe è destinata a diventare la più forte; e infine, su meriti personali: gli stessi avversari riconoscono a Mauro, nei 10 anni trascorsi a Strasburgo, una gran capacità di sgobbare. Dall'area laica, cioè dai liberaldemocratici dell'Adle, punta invece a quella carica l'inglese Graham Watson, altro candidato di peso: se il centrodestra consoliderà la sua maggioranza, non avrà però possibilità. Poi, c'è la carambola della Commissione. Il nome del suo futuro presidente dovrebbe essere scelto il 18-19 giugno, al Consiglio dei capi di Stato e di governo, e poi essere approvato dal nuovo Europarlamento, il giorno dopo la sua prima riunione, cioè il 15 luglio. Ma alcuni, come Nicolas Sarkozy, vogliono rinviare tutto a ottobre, a dopo il referendum in Irlanda. I nomi in ballo: il capo dei socialisti europei, il danese Poul Nyrup Rasmussen; l'inglese Tony Blair, sponsorizzato da Berlusconi; e l'attuale presidente della stessa Commissione, il portoghese José Manuel Barroso. Sarà il vincitore delle elezioni, a decidere quasi tutto. Potrebbe scegliere la strada meno rischiosa: Barroso è da un anno accreditato per la successione a se stesso. Navigatore di lungo corso, ha contro di sé un'acida opposizione francese ma raccoglie i consensi di spagnoli, portoghesi, tedeschi, scandinavi, e (forse) italiani. Potrebbe essere abbastanza. Nell'Europa «unita», se hai l'accordo di una metà è sempre abbastanza. L'esecutivo Il capo della Commissione dovrebbe essere scelto a giugno, ma Sarkozy vuole rinviare a ottobre Luigi Offeddu

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finisce la serie vincente di zapatero i popolari avanzano, maggioranza fragile - guido rampoldi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 08-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 15 - Esteri Finisce la serie vincente di Zapatero i Popolari avanzano, maggioranza fragile Il Psoe nettamente punito dalle urne per la prima volta dal 2004 Spagna I popolari di Rajoy salgono al 42% e si sposta verso il centro l´asse del partito Il premier ha sottovalutato la crisi e l´elettorato gli ha fatto pagare un conto salato GUIDO RAMPOLDI DAL NOSTRO INVIATO MADRID - Perdono anche i socialisti spagnoli, l´unica sinistra dell´Europa maggiore dal 2004 sempre vittoriosa nelle grandi competizioni elettorali. E la loro sconfitta è così netta (-5% rispetto alle europee precedenti) da far sospettare la fine di un ciclo. Logorato dallo stato dell´economia, Zapatero sembra aver perso il suo tocco magico. In ogni caso avrà qualche problema in più nel governare la Spagna senza una maggioranza in parlamento, una condizione che lo obbliga a contrattare volta in volta l´appoggio di partiti minori. Vince il Partido popular di Mariano Rajoy. Rimonta i socialisti e li supera di quasi 4 punti percentuali (42% contro 38,6). Un successo tanto nitido permette a Rajoy di disarmare l´opposizione interna, una destra dura che progettava di riprendersi il partito con un congresso straordinario, e mette definitivamente in salvo il segretario dalle trame dei suoi avversari. Ma il Pp resterà un equivoco, la somma di due partiti nemici che convivono solo per un calcolo di potere mentre progettano di farsi fuori. Da una parte il Pp centrista e moderato di Rajoy; dall´altra il Pp neocons e clericale di Aznar e di parte della curia. Già ieri sera i socialisti tentavano di archiviare la sconfitta come l´effetto inevitabile di una crisi durissima. Centrata dai tempi di Aznar sulle banche e sul mattone, l´economia spagnola ha subìto più di altre la crisi dei subprimes. Migliaia di aziende piccole e medie hanno chiuso, le case invendute si avviano a superare il milione e stando alla cartellonistica del Partido Popular, un giovane su tre è disoccupato (un giovane su sei la media europea). Forse Zapatero ha sottovalutato la crisi; di sicuro è stato frenato dalla necessità di patteggiare ogni legge con i partitini che gli prestano i voti. I socialisti negano ritardi, affermano di aver riorientato il modello economico e promettono che per la fine della legislatura (2012) la Spagna avrà un´economia ad alto valore aggiunto, in cui i settori di punta (informatica, energie rinnovabili, aerospaziale, biotecnologie) conteranno per il 14% del prodotto nazionale. Nella prima legislatura (2004-2008) la spesa per la ricerca e per l´istruzione è cresciuta del 167 e del 93%, un incremento stratosferico se paragonato in termini percentuali agli investimenti italiani negli stessi settori. Ma trasformare il modello economico di un Paese è impresa titanica, e i risultati non sono mai immediati. Costretto a giocare in difesa dalla crisi, il premier ha mostrato la consueta abilità nello spostare la campagna sui territori a lui più convenienti. Per coinvolgere una base apatica ha cercato di provocare il clero più conservatore, le cui reazioni scomposte lo hanno spesso aiutato a mobilitare l´anticlericalismo, forte in un paese che ha visto molta gerarchia cattolica collaborare con Franco fino alla morte del dittatore (1975). Così il governo ha presentato una proposta di legge sull´aborto che teneva da sei anni nel cassetto (disciplina le interruzioni della gravidanza grossomodo come oggi in Italia) e per renderla ancor più indigeribile al clero vi ha inserito la possibilità di abortire a 16 anni senza il permesso o la conoscenza dei genitori (il parlamento probabilmente la emenderà, anche deputati del Psoe sono perplessi). A quattro giorni dal voto il giornale socialista più ortodosso, Publico, ha annunciato interventi per togliere i crocefissi da ogni luogo pubblico, come ospedali o caserme (nelle scuole sono da tempo quasi introvabili). Alcuni prelati hanno reagito, anche se non tutti con la veemenza in cui Zapatero sperava; ma il Partido Popular si è tenuto lontano da una polemica che ne avrebbe mostrato le divisioni. Che il Pp sia un partito fratturato lo conferma anche un misterioso caso di spionaggio interno esploso proprio alla vigilia di queste elezioni (a Madrid la destra del partito avrebbe fatto spiare i suoi avversari). Per nascondere la spaccatura Rajoy ha affidato la campagna elettorale ad un conservatore cattolico, Jaime Oreja, che gli portava il voto della destra aznarista. E´ stata una scelta saggia e ha confermato le qualità strategiche del segretario. Leader all´apparenza dimessa e dall´immagine non scintillante, insomma il contrario di Zapatero, con cui ha sempre perso i duelli televisivi, Rajoy tuttavia è riuscito a spostare verso il centro un partito che Aznar aveva radicalizzato. Ed è riuscito a sopravvivere al rancore degli aznaristi, che lo considerano un usurpatore; alla diffidenza dei clericali, cui risulta troppo laico; e al disprezzo del giornalismo aggregato, che lo deride come fiacco, ambiguo e perdente. Questo schieramento era pronto a spodestarlo con un congresso straordinario se avesse perso le elezioni. Ma esce sconfitto dalle urne. La campagna elettorale ha visto poche idee e molti colpi bassi. L´unico argomento che ha messo d´accordo gli uni e gli altri è stato Berlusconi. L´intera stampa spagnola picchia a martello sul premier per scelta bipartisan: lo considera non tanto un leader della destra europea quanto un´autobiografia dell´Italia.

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la crisi travolge anche il mito zapatero - guido rampoldi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 08-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 17 - Esteri La crisi travolge anche il mito Zapatero I popolari del moderato Rajoy sorpassano gli ultimi socialisti abituati a vincere Spagna Il successo dell´opposizione non cancella però le profonde divisioni del Pp Il voto rischia di rendere più difficile la vita al governo di minoranza guidato dallo Psoe GUIDO RAMPOLDI DAL NOSTRO INVIATO MADRID - Perdono anche i socialisti spagnoli, l´unica sinistra dell´Europa maggiore dal 2004 sempre vittoriosa nelle grandi competizioni elettorali. E la loro sconfitta è così netta (-5% rispetto alle europee precedenti) da far sospettare la fine di un ciclo. Logorato dallo stato dell´economia, Zapatero sembra aver perso il suo tocco magico. In ogni caso avrà qualche problema in più nel governare la Spagna senza una maggioranza in parlamento, una condizione che lo obbliga a contrattare volta in volta l´appoggio di partiti minori. Vince il Partido popular di Mariano Rajoy. Rimonta i socialisti e li supera di quasi 4 punti percentuali (42% contro 38,6). Un successo tanto nitido permette a Rajoy di disarmare l´opposizione interna, una destra dura che progettava di riprendersi il partito con un congresso straordinario, e mette definitivamente in salvo il segretario dalle trame dei suoi avversari. Ma il Pp resterà un equivoco, la somma di due partiti nemici che convivono solo per un calcolo di potere mentre progettano di farsi fuori. Da una parte il Pp centrista e moderato di Rajoy; dall´altra il Pp neocons e clericale di Aznar e di parte della curia. Già ieri sera i socialisti tentavano di archiviare la sconfitta come l´effetto inevitabile di una crisi durissima. Centrata dai tempi di Aznar sulle banche e sul mattone, l´economia spagnola ha subìto più di altre la crisi dei subprimes. Migliaia di aziende piccole e medie hanno chiuso, le case invendute si avviano a superare il milione e stando alla cartellonistica del Partido Popular, un giovane su tre è disoccupato (un giovane su sei la media europea). Forse Zapatero ha sottovalutato la crisi; di sicuro è stato frenato dalla necessità di patteggiare ogni legge con i partitini che gli prestano i voti. I socialisti negano ritardi, affermano di aver riorientato il modello economico e promettono che per la fine della legislatura (2012) la Spagna avrà un´economia ad alto valore aggiunto, in cui i settori di punta (informatica, energie rinnovabili, aerospaziale, biotecnologie) conteranno per il 14% del prodotto nazionale. Nella prima legislatura (2004-2008) la spesa per la ricerca e per l´istruzione è cresciuta del 167 e del 93%, un incremento stratosferico se paragonato in termini percentuali agli investimenti italiani negli stessi settori. Ma trasformare il modello economico di un Paese è impresa titanica, e i risultati non sono mai immediati. Costretto a giocare in difesa dalla crisi, il premier ha mostrato la consueta abilità nello spostare la campagna sui territori a lui più convenienti. Per coinvolgere una base apatica ha cercato di provocare il clero più conservatore, le cui reazioni scomposte lo hanno spesso aiutato a mobilitare l´anticlericalismo, forte in un paese che ha visto molta gerarchia cattolica collaborare con Franco fino alla morte del dittatore (1975). Così il governo ha presentato una proposta di legge sull´aborto che teneva da sei anni nel cassetto (disciplina le interruzioni della gravidanza grossomodo come oggi in Italia) e per renderla ancor più indigeribile al clero vi ha inserito la possibilità di abortire a 16 anni senza il permesso o la conoscenza dei genitori (il parlamento probabilmente la emenderà, anche deputati del Psoe sono perplessi). A quattro giorni dal voto il giornale socialista più ortodosso, Publico, ha annunciato interventi per togliere i crocefissi da ogni luogo pubblico, come ospedali o caserme (nelle scuole sono da tempo quasi introvabili). Alcuni prelati hanno reagito, anche se non tutti con la veemenza in cui Zapatero sperava; ma il Partido Popular si è tenuto lontano da una polemica che ne avrebbe mostrato le divisioni. Che il Pp sia un partito fratturato lo conferma anche un misterioso caso di spionaggio interno esploso proprio alla vigilia di queste elezioni (a Madrid la destra del partito avrebbe fatto spiare i suoi avversari). Per nascondere la spaccatura Rajoy ha affidato la campagna elettorale ad un conservatore cattolico, Jaime Oreja, che gli portava il voto della destra aznarista. E´ stata una scelta saggia e ha confermato le qualità strategiche del segretario. Leader all´apparenza dimessa e dall´immagine non scintillante, insomma il contrario di Zapatero, con cui ha sempre perso i duelli televisivi, Rajoy tuttavia è riuscito a spostare verso il centro un partito che Aznar aveva radicalizzato. Ed è riuscito a sopravvivere al rancore degli aznaristi, che lo considerano un usurpatore; alla diffidenza dei clericali, cui risulta troppo laico; e al disprezzo del giornalismo aggregato, che lo deride come fiacco, ambiguo e perdente. Questo schieramento era pronto a spodestarlo con un congresso straordinario se avesse perso le elezioni. Ma esce sconfitto dalle urne. La campagna elettorale ha visto poche idee e molti colpi bassi. L´unico argomento che ha messo d´accordo gli uni e gli altri è stato Berlusconi. L´intera stampa spagnola picchia a martello sul premier per scelta bipartisan: lo considera non tanto un leader della destra europea quanto un´autobiografia dell´Italia.

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Il docente sospeso e la battaglia per l'ora alternativa (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 08-06-2009)

Argomenti: Laicita'

SCUOLA Il docente sospeso e la battaglia per l’ora alternativa Militant A Nei confronti di Alberto Marani, docente di Matematica e Fisica del Liceo Scientifico “Righi” di Cesena, sospeso per due mesi dall’insegnamento e dallo stipendio per la sua indagine sull’ora di religione cattolica e ora alternativa, non c’è solo solidarietà ma gratitudine. Caro Alberto, la tua voce è la nostra voce. Proporrei per l’inizio del prossimo anno scolastico un’indagine simile in tutte le scuole italiane di tutti gli ordini e gradi. A cominciare dalla materna e dalle elementari, ossia da quando i piccoli alunni hanno dai tre ai dieci anni. Molte mamme e papà non se l’aspettano nemmeno di ritrovarsi davanti la maestra di religione cattolica così presto. Nell’assenza di alternative molti pensano: «Va bè, male non gli fa». E tanti docenti aggiungono: «Ma sì, male non gli fa e poi faranno solo canti di pace». Ma non è vero. Quando una bimba di quattro anni torna a casa dicendo: «Mamma, chiudi gli occhi e la bocca per dieci secondi, senti che buio e silenzio? Prima era tutto così: buio e silenzio. Poi è arrivato il papà di Gesù e ha creato tutto quello che vediamo e sentiamo». Ecco serviti i canti di pace. E Darwin e l’evoluzione della specie. E allora si capisce quanto sia giusto quello che ha fatto Alberto Marani e cosa ci sia in ballo anche dal lato economico: un miliardo di euro l’anno per stipendi a docenti scelti dal vicariato e assunti in corsia preferenziale. Ma siamo in Italia e non potendo escludere l’ora di religione dall’orario scolastico, possiamo avere almeno l’ora alternativa? Anche la Cgil ha presentato un’inchiesta condotta in un circuito di scuole settentrionali (Piemonte) e meridionali (Puglia e Lucania) dal titolo: «Quale laicità, i principi traditi dalla pratica». Il quadro che emerge è una sottomissione completa alla volontà del Vaticano. Non c’è differenza tra nord e sud. Alla domanda «la scuola aiuta nella scelta? Come siete stati informati?», la risposta tipica è: «Il modulo da compilare ci è stato consegnato senza particolari spiegazioni al riguardo. La maestra ha spiegato che c’era un solo bambino musulmano che non si avvaleva. Abbiamo avuto un’impressione di forzatura della scelta, ad un’altra mamma che aveva barrato due opzioni contrarie, la maestra ha detto che era meglio che la bambina facesse religione per non restare isolata dai compagni. Alla fine abbiamo deciso di far fare religione cattolica alla bambina». L’arma fondamentale per far allineare tutti è che non c’è mai un’offerta chiara dell’ora alternativa. La scuola sostiene di doverla offrire se la richiedono i genitori, i genitori se l’aspettano dalla scuola. Il risultato è che al momento di decidere cosa fare nessuna mamma o papà sa dove andrà e cosa farà il proprio figlio. Per una sorta di tacito accordo, l’ora alternativa è un’ora di ciondolamento se non proprio di discriminazione. Per concludere: tutti i laici e democratici, genitori e docenti e alunni delle scuole superiori devono battersi per l’ora alternativa. La cosa più innovativa sarebbe chiedere l’accorpamento di due classi durante l’ora di religione. Nella nostra piccola scuola del Casilino a Roma, all’Iqbal Masih, proporremo questo. E con i soldi del cd “Il rap di Enea” i genitori del coordinamento compreranno 8 scacchiere da destinare a chi fa l’ora alternativa. Molti studi riferiscono che facendo scacchi si migliora in matematica.

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LE SBERLE DEL VOTO (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 09-06-2009)

Argomenti: Laicita'

LE SBERLE DEL VOTO Rossana Rossanda Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile. Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare. Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile. Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto. L'astensione non le ha mai corrette. Ancora più derisorio appare che alcuni dei loro esponenti, già sicuri contro qualsiasi verosimiglianza storica, della vocazione bipartitica degli italiani - che dal 7 giugno è, per i politicisti, la vittima principale - dichiarino che i risultati sono abbastanza buoni. Fa impressione sentire dal Pd che esso «sta tenendo bene il campo». Il Pd deve riconoscere al più presto che la miscela di cui è fatto è indigeribile per chiunque vorrebbe un riformismo dotato di qualche senso. Non si può andare con l'Opus Dei e negare i diritti civili a un elettorato laico e anche cattolico adulto. Non si può, con la scusa di non demonizzare Berlusconi, infliggere a un elettorato semplicemente democratico le leggi fatte ad personam, le insolenze alla magistratura, le porcherie fiscali e quelle personali del cavaliere. Voglio ammettere che un terzo degli italiani s'è abituato ad ammirare l'improntitudine e l'impunità, ma per gli altri due terzi è difficile ingoiarle. Infine, la mancanza nel Pd di qualunque sensibilità sociale, sia pur moderata, la voglia non nascosta di mettersi al seguito di Emma Marcegaglia, e nello stesso tempo la mancanza di qualsiasi altra credibile sinistra sociale - credibile nel senso di dare ai lavoratori dipendenti più importanza che alle proprie velleità di protagonismo - ha probabilmente regalato all'astensione o al protezionismo di Tremonti una parte dei voti di quegli operai, i quali hanno poche scelte davanti al perdere il lavoro e con esso la sussistenza. CONTINUA|PAGINA5 Leggere oggi che Massimo D'Alema ha raccolto i suoi non per proporre una correzione di linea ma per confermare la sua promessa di fare segretario del partito Bersani, liberalizzatore dei taxi, fa cadere le braccia. Per ultimo, due parole sulla scomparsa della sinistra radicale, quella che ha disperso fra gli altri anche il mio voto. Sbaglia Asor Rosa dicendo al Corriere che nessuno ha tentato di evitarle la sbandata che ha preso. Molti di noi hanno tentato e senza volere per noi proprio nulla. Solo per timore che accadesse quel che era molto probabile e che infatti è accaduto. E non proponevamo partiti pasticciati, solo di dare una certa rappresentanza a una lista unitaria, quindi anche di sensibilità parzialmente diverse, ma di sicura onestà, fedeltà di sinistra e competenza. Non hanno voluto. Anzi, mi si corregga se sbaglio, in particolare Ferrero e Diliberto non hanno voluto. Non è che con ciò abbiano salvato il comunismo. A Pd, Rifondazione e Sinistra e Libertà suggeriamo di mandare i loro dirigenti in congedo al più presto. E se in mezzo a loro ci sono - e sappiamo che ci sono - persone serie e ragionevoli, chiediamo che riflettano al più presto su come leggere senza troppi svarioni i problemi che il 2009 sbandiera alle sinistre. È vero che ce ne sono almeno due, ma tutte e due hanno a che fare con i disastri prodotti dal capitalismo, più o meno selvaggio, o dalle illibertà politiche e civili. Tutto è scritto, basta saper leggere.

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Famiglia e divorzio, le vie laiche di Lazzati (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 11-06-2009)

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Corriere della Sera sezione: Terza Pagina data: 11/06/2009 - pag: 39 Personaggi A cent'anni dalla nascita, una lettera alla Segreteria di Stato vaticana illustra il carattere dell'intellettuale cattolico Famiglia e divorzio, le vie laiche di Lazzati Così resistette alle pressioni di Gabrio Lombardi, in difesa delle «esigenze nuove» di MARCO GARZONIO C ent'anni fa nasceva Giuseppe Lazzati. Le tappe della biografia dell'ex rettore della Cattolica descrivono un percorso culturale, civile, da chi in cattedra avrebbe dovuto dare l'esempio). Sembra un paradosso, eppure l'attualità di Lazzati deriva da come egli riuscì a far proprio il magistero di Ambrogio, che amò e approfondì per la vita. Dal patrono di Milano prese la capacità di realizzare una miscela unica di valori civili e istanze spirituali. L'«ambrosianità» di Lazzati (milanese di Porta Cicca, come amava rivendicare) lo portò a essere un animatore (nel senso evangelico: sale e lievito della terra) e un traghettatore. Accompagnò i cattolici dalla monarchia alla Repubblica, spinse ampi pezzi di Chiesa a dismettere le abitudini del clericalismo e a conquistare laicità e democrazia, stimolò l'opinione pubblica cattolica a esercitare l'autonomia della coscienza e a farsi carico ciascuno delle proprie responsabilità perché la Chiesa diceva si ama e si serve da cristiani adulti. Anche se tale libertà di spirito poteva costare sofferenze. E queste non furono risparmiate a Lazzati. Ne è un esempio la lettera inedita (di cui riportiamo a fianco uno stralcio) che nel novembre del 1972 dovette scrivere a monsignor Benelli, sostituto alla Segreteria di Stato. Il professor Gabrio Lombardi aveva denunciato la Cattolica in Vaticano per il solo fatto di aver organizzato un convegno di studi sulla riforma del diritto di famiglia. Il presidente del Comitato per il referendum sul divorzio era andato giù pesante, accusando in via preventiva che l'Ateneo avrebbe sostenuto tesi inaccettabili dal punto di vista cattolico. Benelli, atteggiando equidistanza, di fatto obbligò Lazzati a giustificarsi. Il Rettore difese con fermezza il diritto e la missione d'un istituto universitario a fare ricerca scientifica e dibattere temi d'attualità, cercando di coniugare «principi irrinunciabili » ed «esigenze nuove». E tirò dritto. Grande libertà interiore e autorevolezza, peraltro conquistata sul campo, Giuseppe Lazzati le aveva dimostrate già due anni prima. Nel momento in cui cominciò a farsi strada l'ipotesi di una mobilitazione dei cattolici contro la legge sul divorzio, prese carta e penna e scrisse a Paolo VI. Non contestava la «formale democraticità» del referendum, ma diceva chiaro al Papa «che per la materia cui si applicherebbe (il referendum) mi sembrerebbe gravido di conseguenze. Esso finirebbe per portare sulle piazze un argomento che rifiuta, per la sua natura essenzialmente religiosa, la tecnica del comizio; esso allargherebbe un fossato». E quattro anni dopo, a referendum indetto, in un'intervista ad «Avvenire» diceva: «Pur restando intatta la contrarietà dei cattolici al divorzio, essi non possono imporre a chi non crede una legge che solo la fede rende possibile. È una questione di libertà: la Chiesa è esplicita nel dichiarare che la fede non si impone e ciò non può non avere le sue conseguenze». Correva l'anno 1974. E «il coraggio richiesto a chi sa irrinunciabile il rischio della libertà » è ancora oggi meta per i cristiani. Di questo è convinta la Chiesa ambrosiana, visto che nel 1996 il cardinal Martini chiuse il processo di beatificazione a livello diocesano, sostenendo che il «servo di Dio Giuseppe Lazzati» poteva essere indicato come «modello per i cristiani ». Da allora si attende una risposta da Roma. Giuseppe Lazzati presenta agli studenti della Cattolica il cardinale Karol Wojtyla. È il 1977. L'anno dopo sarà eletto Papa Il ricordo Giuseppe Lazzati nacque il 22 giugno 1909 a Milano, dove si spense, a 77 anni, nel 1986. Intellettuale, docente e deputato della Dc, nel 1968 divenne rettore dell'Università Cattolica. In occasione del centenario di Lazzati, nel Duomo di Milano si svolgerà alle 17.30 di sabato prossimo una messa presieduta dal cardinale Dionigi Tettamanzi. Per ricordarlo è uscito il volume di Luca Frigerio: «Lazzati, il maestro, il testimone, l'amico» (Paoline, pp. 316, e 22) in cui raccontano il «loro» Lazzati, tra gli altri, Carlo Maria Martini, Bruno Forte, Gianfranco Ravasi, Oscar Luigi Scalfaro, Achille Silvestrini, Bartolomeo Sorge, con la prefazione di Dionigi Tettamanzi

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Prima volta di un presidente Usa: Obama cita Gesù (invece di Dio) (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 11-06-2009)

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n. 140 del 2009-06-11 pagina 14 Prima volta di un presidente Usa: Obama cita Gesù (invece di Dio) di Marcello Foa I suoi predecessori avevano evitato il riferimento per non irritare ebrei e musulmani Barack invece a sorpresa spiazza tutti. Ma a messa non ci va quasi mai La Fede è un mistero, quella di Obama ancor di più. Più lo conosci e meno lo capisci. La settimana scorsa, dopo la sua appassionata apertura al mondo islamico dal podio dell'Università del Cairo, molti si sono chiesti se un pezzetto del cuore del presidente degli Stati Uniti non fosse islamico, tanto era il trasporto con cui si è rivolto ai musulmani. Ma dall'altra parte dell'Oceano, nella sua America, Barack Hussein Obama, che qualcuno scherzosamente ha già soprannominato Barack Zelig Obama, è talmente credente da mostrarsi più cristiano di Bush. Non nei toni: George era un evangelico fondamentalista, un teocon, convinto di avere un rapporto particolare con Dio. «Sono certo che il Signore voglia che io sia presidente», affermò prima di giurare per il suo secondo mandato alla Casa Bianca. E quando decise di invadere l'Irak disse, in un'intervista a Bob Woodward: «Non parlo con mio padre, ma con il Padre che sta nei Cieli». Modesto Bush, ma non troppo fuori dagli schemi in un'America dove il primo cittadino assume il potere giurando sulla Bibbia e in cui le invocazioni a Dio sono ricorrenti. Al Dio cristiano, che è anche quello ebraico e musulmano; dunque politicamente corretto. Ma mai a Gesù; perché per gli ebrei non è il Messia e per i musulmani non è il figlio di Allah, sebbene lo considerino un profeta che prepara l'avvento di Maometto. Gesù, maneggiare con cura. In tempi recenti nessun presidente, nemmeno Bush, aveva osato violare il tabù se non in circostanze informali o strettamente religiose, come il giorno di Natale o quello di Pasqua proprio per non esporsi al rischio di inutili polemiche a sfondo religioso. Nessuno, tranne Obama, che in quattro mesi lo ha nominato sovente e in occasioni importanti, come il 17 maggio nel discorso all'Università di Notre Dame, quando, evocando i suoi trascorsi alla periferia di Chicago, ricordò di essersi trovato «a lavorare non solo per la Chiesa, ma nella Chiesa» e che «questo mi ha portato a Cristo». Un mese prima aveva citato una parabola di Gesù per sollecitare l'America «a ricostruire la nostra casa sulla roccia e non sulla sabbia». Frasi degne di un fervente cristiano, che però così devoto forse non è. Esaminando la sua agenda di lavoro, i cronisti del sito Politico si sono accorti che il presidente non va a Messa. Bush non parlava di Gesù, ma la domenica in chiesa non mancava mai. Obama in quattro mesi ci è andato solo il giorno di Pasqua e qualche volta a Camp David, perlomeno secondo i portavoce della Casa Bianca, che però non hanno saputo precisare quante, né il nome del prete che ha celebrato le funzioni. Già, perché da quando ha lasciato la Trinity United Church of Christ del pastore estremista Jeremy Wright, suo grande amico e padre spirituale, Barack non ha trovato un'altra Chiesa, perlomeno non a Washington, né sua moglie, la pia Michelle, che però ha trovato il tempo per lo shopping e per selezionare il cane delle figlie, il giocoso Bo, che ha avuto l'onore di una conferenza stampa di presentazione sul prato della Casa Bianca, la prima di questo genere nella storia degli Stati Uniti. Un altro record per Barack Obama, il presidente dalle tante identità: filoislamico con i musulmani, devoto con i cristiani, laico con il popolo giovane disincantato e modernista, che, mobilitandosi su Facebook, sui blog, sui social network, gli ha spianato il cammino. Ed ecumenico alla Casa Bianca. Ma a chi ha affidato l'Ufficio della Fede? A un giovane pentecostale di 26 anni, dallo spirito molto aperto. I conservatori per ora non abboccano. «Le citazioni di Gesù meritano un plauso - dichiara Tony Perkins, presidente di un gruppo cristiano tradizionalista - ma penso che si tratti di operazioni di facciata per coprire decisioni anti-cristiane, quali l'aborto». Il reverendo Barry Lynn afferma «di non aver bisogno di presidenti che mi ricordino in continuazione quanto siano religiosi». E David Kuo, ex collaboratore di Bush per l'Ufficio della Fede, che lasciò la Casa Bianca disilluso, non vede «grandi differenze tra i due presidenti: come Bush ieri, Obama usa il linguaggio e le citazioni religiose solo a fini politici». Secondo Kuo, Obama sogna di far rinascere i Cristiani di sinistra, un movimento che si richiama a Martin Luther King e a Dorothy Day, l'attivista che fondò negli anni Trenta il movimento dei Lavoratori cattolici. Obiettivo: le presidenziali del 2012. Nel nome di Dio (o di Gesù), naturalmente. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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morassut: "da alemanno solo promesse nessuna espulsione, anzi più clandestini" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2009)

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Pagina IX - Roma Il segretario regionale del Pd all´attacco contro l´immobilismo del Campidoglio Morassut: "Da Alemanno solo promesse Nessuna espulsione, anzi più clandestini" Un anno di promesse, ma nei risultati c´è solo «il nulla». Il segretario regionale del Pd, Roberto Morassut, affonda la lama nel Piano nomadi della giunta Alemanno, sprofondato nell´ennesimo passo falso con la sospensiva del Tar sull´appaltone da 14 milioni per la vigilanza nei campi. L´analisi - presentata ieri mattina ai giornalisti in una conferenza stampa nel «campo esempio di integrazione» di Candoni - è dura: «Alemanno aveva promesso ventimila espulsioni di persone con precedenti penali - dice Morassut - ma non ne ha potuta fare nemmeno una, e il numero di clandestini è aumentato. Ha detto che Veltroni sbagliava con i Villaggi della solidarietà, ma alla fine è arrivato sulla stessa linea. Aveva promesso lo sgombero di Casilino 900 ma è ancora lì, anzi ci hanno portato acqua e luce. Intanto è rinato il Casilino 700, che sta tornando com´era». Sottratte le buone intenzioni, per il Pd resta solo il re nudo: «Le politiche per l´integrazione della comunità rom si costruiscono con le risorse, e con un lavoro quotidiano e concreto. Ci sono leggi e fondi messi a disposizione da Regione, ministero degli Interni e Ue; c´è un bellissimo rapporto di dialogo e di esperienze con le associazioni laiche e cattoliche; bisogna realizzare un tavolo di integrazione e lavoro con i dipartimenti delle politiche sociali, dell´urbanistica, del patrimonio e con i municipi. Se non hanno i paraocchi possono usare anche la nostra istruttoria: si possono realizzare campi che non siano baraccopoli». «Però - chiarisce il consigliere regionale Luisa Laurelli, neo eletta parlamentare Ue - vogliamo sapere dal Comune qual è il loro programma, perché noi non siamo cassieri disinteressati a conoscere come vengano spesi i nostri soldi». E l´assessore provinciale alle Politiche sociali, Claudio Cecchini, ricorda: «Il 18 febbraio abbiamo presentato con il prefetto il regolamento regionale dei campi nomadi, e dal quel giorno c´è a disposizione un fondo di 23 milioni. Entro 30 giorni il Comune avrebbe dovuto predisporre un piano: a oggi non c´è». (p. g. b.)

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SUFFRAGIO UNIVERSALE UNA RIVOLUZIONE ITALIANA (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-06-2009)

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Corriere della Sera sezione: Lettere al Corriere data: 12/06/2009 - pag: 51 Risponde Sergio Romano SUFFRAGIO UNIVERSALE UNA RIVOLUZIONE ITALIANA Non so spiegarmi come mai Giolitti, che secondo molti è stato fra i più illuminati governanti liberali che l'Italia abbia avuto, si sia battuto per il suffragio universale sapendo in partenza che esso avrebbe affossato il suo stesso partito o l'idea che lui medesimo incarnava. Non è forse un esempio di suicidio politico? Lorenzo Milanesi Milano Caro Milanesi, L ei allude alle elezioni del 1913 nelle quali, per la prima volta in Italia il suffragio, pur restando esclusivamente maschile, fu esteso senza distinzioni di censo anche agli analfabeti che avessero fatto il servizio militare o compiuto trent'anni. Dalla relazione di Giolitti al re per lo scioglimento della Camera, risultò che gli elettori sarebbero pressoché triplicati: da 3.319.207 a 8.672.249. Con l'allargamento del suffragio Giolitti propose un'altra misura: una indennità parlamentare (6 mila lire all'anno) per tutti i deputati che non avessero stipendio o pensione a carico del bilancio dello Stato. Ai fautori dell'indennità, in anni precedenti, Giolitti aveva sempre dato una risposta che piacerebbe agli autori e ai lettori de «La casta»: «Il Paese stimerà più il Parlamento quando i deputati saranno pagati, o attualmente che non lo sono?». Ma nel 1913 cambiò idea sostenendo che occorreva, con l'allargamento del suffragio, favorire la presenza in Parlamento di deputati provenienti dalle classi di cui erano rappresentanti. Questa «rivoluzione» fu giudicata in modi diversi. Molti applaudirono, ma qualcuno sostenne che il suffragio universale e l'indennità erano la mossa opportunistica con cui un politico scaltro sperava di comperare la collaborazione dei socialisti al governo. Il disegno, se queste erano le intenzioni, fallì. Ma non credo che fosse la principale motivazione della riforma. Giolitti agiva a mente fredda, senza entusiasmi idealistici, ma sapeva guardare lontano. Era convinto che l'Italia non potesse crescere economicamente e socialmente senza allargare il numero di coloro che partecipavano alla vita pubblica. Nel ventennio precedente il Paese aveva fatto grandi progressi, risanato il debito estero, conquistato una colonia sulla sponda settentrionale dell'Africa. Era ora che il suo sistema elettorale venisse corretto e adattato alla realtà sociale. Giolitti sapeva tuttavia che il suffragio universale avrebbe rafforzato le sinistre. Da questa preoccupazione nacque il «patto Gentiloni »: una intesa che avrebbe garantito a Giolitti l'appoggio dei cattolici contro l'impegno ad accantonare la legge sul divorzio, difendere le scuole confessionali, garantire alle attività economico-sociali dei cattolici lo stesso trattamento che lo Stato riservava a quelle dei laici. Nelle elezioni del 1913 i votanti furono 5.100.615, vale a dire circa il 60% degli aventi diritto. I deputati giolittiani furono 304, i socialisti 52, i socialisti riformisti 19, i radicali 73, i repubblicani 17 e i cattolici 20. Per Giolitti, quindi, non si trattò di un suicidio. Il declino della democrazia liberale comincia con la legge proporzionale del 1919; e non fu colpa sua.

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Tra Franceschini e Bersani spunta il dottor Marino (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)

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Tra Franceschini e Bersani spunta il dottor Marino PARTITO DEMOCRATICO Tra Franceschini e Bersani spunta il dottor Marino Nella corsa per la segreteria del Pd spunta il terzo uomo, il cattolico Ignazio Marino, chirurgo, icona delle battaglie laiche. D'Alema: io candidato in estrema ratio PAGINA 4

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Credere e curare, il chirurgo cattolico che piace ai laici (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Credere e curare, il chirurgo cattolico che piace ai laici (d.p) Nel 2003 se n'era tornato nella 'sua'' America, sbattendo la porta. «Non tornerò a lavorare in Italia. Almeno finché prevarrà la cultura del privilegio personale, sino a quando si creeranno ostacoli a chi sa far bene invece di cercare di far meglio». Cattolico, laico - nel senso di Giuseppe Lazzati, quel concetto cristiano secondo cui la polis, per essere vera «città dell'uomo» e casa comune, deve essere «laica» -, favorevole alla legge sull'aborto. Genovese, classe 55. Dopo anni di studio a Pittsburg (Pennsylvania), nel '99 torna in Italia per fondare l'Ismett, l'Istituto mediterraneo dei trapianti, a Palermo. Un'eccellenza. Poi, quattro anni dopo, getta la spugna: difficoltà tecniche, burocrazia - denuncia -, insomma «il modello italiano». Uomo di scienza e di fede, di scelte clamorose e riflessione, di rotture e mediazioni. E uomo di Red, l'associazione dalemiana, ma lontano dalle liturgie e irriducibile alle ragioni di corrente. Ignazio Marino è uno dei chirurghi più famosi in Italia. Il grande pubblico impara a conoscerlo nel 2000, in occasione del caso delle gemelline siamesi Marta e Milagros, nate attaccate. La polemica lo oppose al collega Carlo Marcelletti, scomparso qualche settimana fa. Marino fece il gran rifiuto, non volle operare le bambine, nonostante il via libera del comitato etico. «Non me la sento di operare, per un problema di coscienza - disse -. Mi fa orrore l'idea di sacrificare una delle due bambine sulla base di una scelta premeditata. Farei l'intervento solo se esistesse la possibilità teorica di salvarle entrambe oppure di non sapere quale delle due non può sopravvivere. Ma decidere di metter fine a una vita a tavolino, questo no. Non lo farò mai». A questi principi, al «credere e curare» - titolo di un suo libro - è rimasto sempre fedele. Tant'è che, per fare un esempio, il suo rapporto con i radicali non è iniziato fra rose e fiori, come invece è adesso, dopo l'ultima comune battaglia contro la legge sul testamento biologico voluta a tutti costi dalla destra. Quando nel 2006 il professore tornò in Italia, di nuovo clamorosamente, da Filadelfia dove dirigeva il centro trapianti del Jefferson Medical College, chiamato da Massimo D'Alema per candidarsi come indipendente dei Ds, Maria Antonietta Farina vedova Coscioni non nascose la sua delusione. Il professore aveva dichiarato di essere «contrario a creare embrioni per la ricerca scientifica. Si può tra gli embrioni congelati - aveva concesso - individuare quelli che hanno esaurito le capacità vitali e riproduttive». Marino come Binetti, dissero i radicali. Sbagliando diagnosi, come si accorsero quando trovarono Marino al proprio fianco nella battaglia di Piergiorgio Welby. E il professore oggi è iscritto al partito radicale transnazionale. In effetti Marino era stato richiamato in Italia dai Ds proprio per bilanciare la nascente stella dei teodem, mediatica per lo più, cavallo di Troia della destra vaticana nelle file del centrosinistra. Contro di loro nel 2006 e poi nel 2008, Marino ha messo in atto una marcatura a zona. Sul testamento biologico, e siamo ormai ai nostri giorni, ha fatto una lotta senza quartiere ai guelfi di casa sua e di casa Pdl, ma poi ha fatto parte del gruppo di quelli che, con i teodem, cercavano una linea comune per il Pd. Non l'hanno trovata, per ora. Mettendo in imbarazzo i suoi, ha sposato la linea dei radicali lanciando lui stesso l'idea di un referendum contro la legge sul testamento biologico, se mai dovesse passare. È stato amico e solidale con la battaglia di papà Englaro, che definisce «un eroe civile dei nostri tempi».

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Se il terzo uomo fa il dottore (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)

Argomenti: Laicita'

SINISTRATI D'Alema: «Io candidato al congresso Pd? Un'extrema ratio. Stando così le cose sto con Bersani». Ma le cose potrebbero non stare così. Spunta il nome di Ignazio Marino, simbolo delle battaglie etiche, amico dei radicali. E dell'ex ministro degli Esteri Se il terzo uomo fa il dottore Daniela Preziosi Come prevedibile la tregua chiesta da Dario F Ese il terzo uomo al congresso Pd esistesse davvero e stesse per saltare fuori, e fosse in qualche misura un democratico molto amato e molto fuori dagli schieramenti interni, e non fosse solo un ballon d'essai , un diversivo, una fantasia uscita dall'insonnia di Goffredo Bettini, che un mese fa l'aveva buttata là, come ipotesi per carità, ai giornalisti? E se di mestiere facesse il medico chirurgo, prestato alla politica, e se fosse cattolico ma anche un simbolo, quasi un'icona, delle battaglie laiche? E se fosse un mezzo dalemiano, ma non riducibile alla famiglia dell'ex ministro? Come prevedibile, la tregua chiesta da Dario Franceschini ai maggiorenti del suo partito poche ore prima dello spoglio elettorale, non ha retto. Anche se stavolta la pax interna ha una data di scadenza ravvicinata, la direzione del 26 giugno in cui si decideranno le regole per giocare la partita del congresso. Ieri, al 'Ritorno della Tribuna politica' della sua Red Tv, D'Alema ha sparato la sua bordata. Aveva, sì, smentito l'intenzione di candidarsi segretario. Ieri invece ha aggiustato il tiro: «Siccome sono favorevole al ricambio della classe dirigente, il ritorno di una persona che ha già ricoperto certi ruoli va considerato come un'extrema ratio». Come dire: l'estrema possibilità non è da escludere, nel «momento della verità» che sarà il congresso. Anche se «stando così le cose, appoggio Bersani, che ha la forza politica e culturale e anche un linguaggio ed è perfettamente in grado di fare il segretario del Pd». In ogni caso nel partito l'ex ministro «vorrà fare di più» e spera che «non si creino ostracismi». «Stando così le cose». E se invece le cose cambiassero, e si trovasse un nuovo candidato? Di fatto la battaglia congressuale è aperta. Franceschini non lo dice apertamente ma non smentisce chi gli attribuisce l'intenzione di ripresentarsi. Forte dell'appoggio di Walter Veltroni, che da due giorni è tornato a dichiarare come ai vecchi tempi: in Transatlantico ha giurato davanti ai giornalisti

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Religione cattolica a scuola: riprendere il passo per la laicità (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2009)

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Religione cattolica a scuola: riprendere il passo per la laicità Antonia Sani Deve essere stata la schiacciante percentuale del numero di alunni che preferirebbero insegnamenti come «diritti umani», «Storia delle religioni» e altro all'«ora di religione» a far perdere la testa a qualche insegnante e alla dirigenza, se una sanzione così severa è stata inflitta al professor Marani del Liceo Righi di Cesena. Sempre più ci meravigliamo del Consiglio di disciplina del Cnpi che dovrebbe comprendere il fior fiore dei docenti, in grado di discernere, che non può certo limitarsi a mitigare la sanzione o a proporre provvedimenti come quello che ha colpito alcuni mesi fa il professor Franco Coppoli per aver staccato il crocefisso dalla parete durante la sua ora di lezione. Ma ciò che nella vicenda di Cesena ci pare degno di nota è la dimostrazione di quanto sia radicata nell'opinione pubblica la concezione che basterebbe un insegnamento formativo «certo» e «programmato» per aver assicurata la laicità della scuola. Come se l'insegnamento della religione cattolica (irc) fosse una materia «normale», sia pure facoltativa, alla quale giustapporre altri insegnamenti considerati alla sua stregua. Ciò ci dà la misura di quanto ci siamo allontanati dalle battaglie di principio dei primi anni dell'entrata in vigore del nuovo Concordato (1984), che provocarono la famosa sentenza della Corte Costituzionale in nome della tutela del principio di non discriminazione su cui si fonda lo stesso Nuovo Concordato (art. 9). Quella sentenza (n. 203 del 1989) proclamò infatti lo stato di assoluto non obbligo per tutti coloro che non si avvalgono dell'irc, poiché non ci sono alternative paragonabili, la cui scelta dipende da un'esigenza della propria coscienza (e non dal fatto se vi siano proposte alternative più o meno stimolanti); tale sentenza cancellava di fatto la Mozione parlamentare del 1986 che aveva considerato «opzionale» la scelta facoltativa dell'irc prevedendo per i non avvalenti un insegnamento alternativo «certo», in un certo senso «equivalente». La richiesta di attività formative, preventivamente predisposte dal Collegio dei docenti, incontra oggi il favore di molti genitori e anche di studenti, se l'offerta è interessante. Si torna così alla visione pragmatica della Mozione del 1986, poiché contrariamente al principio sancito dalla Corte costituzionale, tale offerta viene messa in alternativa all'irc. Questa procedura, ammesso che le scuole riescano a metterla in atto, non salvaguarda comunque il principio di non discriminazione, poiché resta lo scoglio della valutazione. Chi - in piena legittimità - rifiuta una qualsiasi attività formativa in alternativa all'irc, uscendo dall'edificio o non svolgendo alcuna attività, continua ad essere penalizzato non avendo il voto di un docente nel Consiglio di Classe. Un esempio evidente lo abbiamo nella vicenda dei crediti scolastici nell'ammissione all'Esame di Stato, assegnati anche al docente di religione cattolica e di attività alternativa, nei pur rari casi dove essa sia stata attivata su richiesta. Ma c'è un altro risvolto. Il nuovo Regolamento predisposto dal ministro Gelmini non prevede più la presenza del docente di attività alternative del Consiglio di classe, ma solo una sua breve nota informativa relativa all'insegnamento e al profitto. Protestano, ovviamente, genitori e qualche sindacato, poiché il campo è lasciato libero al docente di religione. Paradossalmente questo provvedimento avrebbe un lato buono, anzi due: la cancellazione della discriminazione all'interno delle diverse scelte dei non avvalenti e l'emergere - con luminosa evidenza - della discriminazione tra coloro che seguono l'irc e hanno un apposito docente e appositi programmi e tutti gli altri. Non sarebbe il caso, considerati i tagli che rendono ancor più difficile l'organizzazione di attività alternative già oggi scarse, di riprendere la battaglia per una collocazione dell'irc all'esterno dell'orario scolastico obbligatorio, rifiutando la sua omologazione alle altre materie con l'istituzione di alternative curricolarizzate, in nome del principio di non discriminazione? Non sarebbe questo un passo importante per una scuola almeno un po' più laica?

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Fioroni all'ex premier: fatti da parte Nell'area ds avanza la carta Marino (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 12-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Politica data: 12/06/2009 - pag: 14 Dietro le quinte Si rafforza quello che per celia viene chiamato il «movimento per la liberazione da D'Alema, Veltroni e Fassino» Fioroni all'ex premier: fatti da parte Nell'area ds avanza la carta Marino ROMA Da una parte, Massimo D'Alema, dall'altra Beppe Fioroni. Il primo ha gli occhi di quasi tutto il Pd addosso. C'è chi si chiede se alla fine appoggerà veramente Pierluigi Bersani, chi è convinto che tenterà la mediazione con Dario Franceschini, chi invece si domanda se sia stato attirato dai discorsi fattigli l'altro ieri da Fausto Bertinotti: «Se tu ti muovessi, si potrebbe lavorare tutti insieme a un grande soggetto della sinistra». Il secondo, Fioroni, è uno dei grandi sostenitori di Dario Franceschini. Ha sbarrato la strada della presidenza del partito all'ex ministro degli Esteri e ha bocciato l'ipotesi veltroniana di affiancare al segretario Debora Serracchiani, nel ruolo di vice. I due big del Partito democratico parlano a lungo, alla Camera dei Deputati. E dopo quel colloquio Fioroni si infila in uno dei corridoi di Montecitorio per raggiungere l'infermeria dove si fa fare un elettrocardiogramma. Non è una barzelletta o una delle tante storielle autoironiche che i parlamentari del Pd si raccontano l'un l'altro per sdrammatizzare la situazione. E' esattamente quel che è accaduto, è il segno che nel Partito democratico la fibrillazione è ormai arrivata al massimo livello. Del resto, l'oggetto della conversazione tra l'ex popolare e il presidente della Fondazione Italianieuropei è quello che è. Fioroni spiega a D'Alema che «è necessario un rinnovamento » e aggiunge: «Noi ex Margherita lo abbiamo fatto. Franco Marini ha compiuto un passo indietro e ora ci siamo io, Franceschini ed Enrico Letta. Persino Rutelli, che certo non è anziano, si è defilato in favore di Paolo Gentiloni che pure ha i suoi stessi anni. Tra gli ex Ds non è successo niente di tutto ciò: ci siete ancora tu, Walter e Piero Fassino, sempre gli stessi, eppure di 'volti nuovi' ne avete». E dopo questa conversazione in D'Alema è andata maturando la convinzione che se non si trova un compromesso, allora tanto vale andare al congresso con Bersani. Comunque le parole pronunciate da Fioroni lasciano capire bene quale sia il nuovo fenomeno che sta prendendo piede nel Pd. Al partito lo chiamano, per celia ma fino a un certo punto, il «movimento di liberazione da D'Alema, Veltroni e Fassino». E' un movimento spontaneo e non certo unito, anzi, è diviso in due tronconi. Perché se gli ex della Margherita vogliono un rinnovamento che permetta all'attuale segretario di poter lavorare e gestire il partito senza il fiato dei leader di un tempo sul collo, dalle parti degli ex Ds e nei dintorni dell'area laica del Pd sta accadendo qualcosa di veramente nuovo. Ossia si sta facendo strada una candidatura al di fuori degli schemi collaudati di partito. Finalmente il cosiddetto terzo uomo dovrebbe scendere in campo. Sin qui non c'è niente di ufficiale, ma è da qualche tempo che il senatore Ignazio Marino e alcuni esponenti del Pd a lui vicini stanno sondando i compagni di partito per vedere che cosa ne pensino di una candidatura che scompaginerebbe tanti giochi. I favorevoli sono molti. Innanzitutto i quarantenni del Pd, quasi tutti ex diessini, che si trovano a disagio, stretti come sono dalla competizione Franceschini-Bersani. Molti di loro sono ex veltroniani che non hanno più intenzione di seguire il loro leader. I nomi? Andrea Orlando, che di Veltroni è stato il portavoce, Andrea Martella, Alessandro Maran... per citarne alcuni. Ma in questi ultimi giorni Marino ha parlato anche con alcuni dalemiani «eretici» come Gianni Cuperlo. D'altra parte il chirurgo-senatore ha ottimi rapporti con il presidente della Fondazione Italianieuropei: quando tornò in Italia dagli Stati uniti fu anche D'Alema a convincerlo. E c'è un altro nome dietro questa candidatura: quello di Goffredo Bettini, che ha una grande familiarità con il chirurgo-senatore, e non da ora. Tanto che qualche mese fa il segretario del gruppo Pd a Montecitorio Roberto Giachetti aveva insinuato che l'ex coordinatore stesse già lavorando a una candidatura alternativa a quella di Franceschini e aveva fatto proprio il nome di Ignazio Marino. E' chiaro che se alla fine il chirurgo-senatore rompesse ogni indugio e scendesse in campo la sua sortita creerebbe un certo scompiglio. Nel campo degli ex Ds, sicuramente, che si troverebbero a dover scegliere tra Bersani e Marino, con tutto quello che quest'ultimo rappresenta in termini di valori di laicità (l'ultima sua battaglia, in questo campo, è stata quella su Eluana Englaro). E i cattolici del Partito democratico, soprattutto i teodem alla Binetti, avrebbero certamente da ridire. Quella di Marino, naturalmente, si presenta come una candidatura «minoritaria» rispetto a quelle di Bersani e Franceschini, che sono sostenute dagli apparati del Pd, ma potrebbe riaprire i giochi e rianimare un confronto che al momento sembra fossilizzato nelle vecchie logiche di partito. Faccia a faccia Duro colloquio tra i due ex ministri. Fioroni: è ora che tu, Walter e Piero facciate un passo indietro come Marini Nuova sintonia Ex veltroniani come Orlando e dalemiani eretici come Cuperlo d'accordo sul nome del chirurgo «campione della laicità» Senatore Ignazio Marino Maria Teresa Meli

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un corpo a corpo in attesa del gong - pietro jozzelli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina VI - Firenze UN CORPO A CORPO IN ATTESA DEL GONG PIETRO JOZZELLI (segue dalla prima di cronaca) A parole, sono d´accordissimo nel relegare nell´angolo Valdo Spini, ma tutti e due non trovano la strada per parlare non a Spini ma a quel 12% e passa di elettori di sinistra che stanno sulla porta indecisi se andare al mare il 21 o a votare. Renzi dice che non vuole accordicchi. Ma basta chiedere un voto umile quando questi elettori vorrebbero un po´ di considerazione, almeno un invito ad esserci senza apparire reprobi? Renzi padroneggia molti dossier, spiega e rispiega (anche a Galli) che cosa si deve o non si deve fare, si vede che si sente il primo della classe, lascia l´impressione di avere un´idea non banale della complessità dei problemi, della città, delle compatibilità: in più (l´hanno votato soprattutto uomini e donne del Pd) rivendica di essere il candidato del partito, riservandosi una sensibilità personale ora su questo ora su quel tema trattato in maniera frettolosa dal programma del Pd. Galli ha una bella immagine, atletico, uomo di sport e di televisioni, non gli giova arrabbiarsi perché la faccia, altrimenti accattivante, prende una piega dura, gli occhi s´impietriscono e le parole diventano continuamente ripetitive. Rivendica la sua autonomia dal Pdl (sennò come fa a trasformare il 32% del centrodestra in qualcosa di più?) ma nella foto che lo ritrae in piazza Ognissanti accanto a Berlusconi, chi secondo voi è quello che detta la linea? Renzi snocciola cifre, fa analisi comparate, si presenta come un ragazzone un po´ goliarda ma fa capire che sa cosa vuol dire amministrare. Galli rivendica la sua lontananza dalla politica, si definisce un uomo che cerca efficienza, dà prova ora di buon senso ora di senso un po´ troppo comune. Si accendono soprattutto su due questioni: emigrazione-sicurezza, grado di fiorentinità non essendo Firenze il loro borgo natìo. Galli non ha le durezze dei leghisti e vuole apparire come un uomo comune, ma nella sua idea di sicurezza non c´è neanche l´accenno al dramma epocale. Renzi intuisce che non è solo questione di permessi di soggiorno e usa parole condivisibili da laici e cattolici sul rispetto dei diritti dell´uomo, emigrante o no. Franano entrambi all´esame di cittadinanza. Chi è più fiorentino, il rignanese Renzi o l´antico pisano Galli? Giù sberleffi, freddure, sarcasmi etc. etc. Insomma, un piccolo teatrino da bar sport di periferia fiorentina. Sono stanchi, si vede, di girare a mille, forse per questo lo scontro si eleva raramente, non si vede un jab o un montante di bella fattura, ma tanto lavoro ai fianchi, con l´avversario che ogni tanto alza la testa, per vedere se il gong è vicino.

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Mentre si moltiplicano le notizie sulla contestazione cattolica, da Medellin ad Amsterda... (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 13-06-2009)

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Mentre si moltiplicano le notizie sulla «contestazione» cattolica, da Medellin ad Amsterdam, da Vallombrosa a Parma a Sorrento a Catania, dove un sempre maggior numero di credenti, sacerdoti e laici, denuncia il carattere di classe della Chiesa «ufficiale», sapete cosa hanno fatto a Pavia sabato scorso? Hanno creato, nel corso di una «fastosa» cerimonia religiosa in quella Certosa, 28 nuovi cavalieri dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il neo cavaliere si inginocchia e il celebrante gli domanda: «Che cosa chiedi?», «Chiedo di ricevere l'investitura di cavaliere per difendere il Santo Sepolcro». Allora il consacrante gli dà tre colpetti di spada su una spalla e gli consegna un paio di speroni e un gran mantello bianco Musica, e siamo a posto. Questo succede nel '68, quando, fortunatamente, nessuno al mondo minaccia il Santo Sepolcro, tanto è vero che il compito attuale dei cavalieri, sempre in speroni e mantello, consiste nel versare fondi per la costruzione di asili, ospedali e scuole in Terra Santa. È una buona idea, dal momento che noi, qui in Italia, non abbiamo nessun bisogno di questa roba. Che ce ne faremmo? Se andate in un qualsiasi paese delle Isole o del Meridione, per dire delle regioni più felici, non avete che da chiedere: «Cos'è quel bel fabbricato?», «L'asilo» e «E quegli altri due laggiù, imponenti?», «Quelli sono la scuola e l'ospedale. Belli, eh?». Intanto passa un signore frettoloso, avvolto in un gran mantello. È un cavaliere del Santo Sepolcro che si avvia verso la Terra Santa. Qui non c'è più bisogno di lui, abbiamo già tutto. Ha scritto il Corriere che «sono i capitani d'industria che infoltiscono le schiere dell'Ordine». L'avremmo giurato, e adesso se gli operai, una mattina, vedranno arrivare in fabbrica il padrone con gli speroni e col ferraiolo, come fra' Diavolo, faranno bene a non chiedergli aumenti di paga. Il cavaliere non può. Gli erano rimaste alcune migliaia di lire dopo l'acquisto della «Maserati», ma le ha già spedite in Terra Santa per salvarsi l'anima. Da l'Unità del 25 settembre 1968

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Realacci per tutelare l'Ambiente e Binetti per salvare il Pd da Ignazio Marino. Fatti un po
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(sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 13-06-2009)

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Realacci per tutelare l'Ambiente e Binetti per salvare il Pd da Ignazio Marino. Fatti un po' di conti le candidature per la segreteria - vere, inventate, desunte, annunciate, confermate o mezzo smentite - salgono a 10 (Filippo Andreatta compreso, messo in elenco da Giuliano Ferrara). Così, nel Pd, prima dei ballottaggi, e in tempi di «tregua» elettorale. Ci sarà «un ambientalista» tra coloro che chiederanno il via libera congressuale per le primarie, «io o un altro» chiarisce «Ermete». A ottobre, però, potrebbe scendere in campo anche Paola Binetti, esponente simbolo dei teodem. «Mi candido alla leadership morale del partito - spiega - Marino è un bluff, perché in tutte le sue posizioni ha palesato ampie sacche di ambiguità». BINETTI CONTRO MARINO? Guai - secondo Binetti - se le pulsioni cattolico-laiche del chirurgo-senatore Pd, che si intestò la battaglia sul testamento biologico, dovessero prendere piede. Vicino all'area dalemiana, Marino sarebbe realmente intenzionato a giocare da candidato. Lo stesso D'Alema, che ha confermato l'appoggio esplicito a Bersani, ha sondato le reali intenzioni del senatore e pur sconsigliandolo lo ha trovato «molto motivato». Nessun passo indietro, quindi. Conseguente passo avanti di Binetti? Così pare, stando a ieri. Il presidente di ItalianiEuropei ha sostenuto, tra l'altro, che una sua candidatura alla leadership del Pd non è all'ordine del giorno. Scenderei in campo solo in casi estremi: ha spiegato D'Alema. Ma come evolveranno di qui a qualche settimana le dinamiche precongressuali? FRANCESCHINI «VALUTA» Una porzione d'incertezza dipende da Dario Franceschini, preoccupato - al momento - di evitare che il Pd si mostri disunito in vista dei ballottaggi. Si ricandiderà o manterrà fede all'annuncio di lasciare «a ottobre»? Le sue decisioni non dipenderanno soltanto da una scelta personale, ma da «un quadro di riferimento» che si pone in continuità/discontinuità con una fase di esperienza democratica che parte dalle primarie. Per eleggere Franceschini, ricordano ambienti a lui vicini, si spesero sia Veltroni che Fassino. Così come ci fu l'ok di Marini, D'Alema, Bersani, ecc. L'eventuale scelta di ricandidarsi, adesso - sulla quale influiranno anche i risultati dei ballottaggi - non potrà non avvenire nel segno di «una marcata autonomia» e del censimento dei «sostegni» che dovrebbero venire a questa linea. Anche la formazione della «squadra», in sostanza, non sarebbe indifferente per l'operazione ricandidatura. Che punterebbe, in modo deciso, «sulle nuove generazioni e sui territori». AL LINGOTTO NIENTE IMBUCATI Da una parte Cofferati, Chiamparino, Cacciari, ecc. dall'altra un gruppo dirigente rinnovato, con Debora Serracchiani e altri esponenti del movimento dei «piombini» che tornerà al Lingotto a fine mese per «ripartire da dove si avviò il Pullman di Veltroni»? «Abbiamo tutta la vita davanti - ironizza Peppe Civati, uno dei leader dei "piombini" - A Torino faremo una riflessione approfondita sul partito. Verranno in molti, da tutta Italia. Certo che abbiamo invitato Franceschini. Vorremmo che lui e altri utilizzino quello spazio di confronto, e non da imbucati...». Il RINNOVAMENTO DI BERSANI Pier Luigi Bersani, nel frattempo, trascorre il week end «mettendo giù» alcune idee per la sua piattaforma congressuale. Ieri ha partecipato al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria, a Santa Margherita Ligure. «Bisogna parlare con tutto il mondo della produzione - spiega - impresa, lavoratori, consumatori». Anche Bersani lavora alla costruzione della squadra. L'obiettivo - dicono i suoi - è «il rinnovamento vero, profondo e non fru fru del Partito democratico». L'impegno è quello di promuovere giovani amministratori locali, sindaci, competenze «fresche» già sperimentate anche nelle direzioni generali dei ministeri. L'obiettivo - anche programmatico - è di non farsi schiacciare nel ruolo «del conservatore», del «passatista», di chi tutela un vecchio «patrimonio diessino». «Sono sempre stato un allevatore di cavalli e continuerò ad esserlo - ripete spesso Bersani - Con me si sono formati molti giovani dirigenti. Il rinnovamento del Pd dovrà essere vero, non superficiale o improvvisato».

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genova resiste a berlusconi ma ora smettete di litigare - don paolo farinella (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 14-06-2009)

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Pagina XXI - Genova Genova resiste a berlusconi ma ora smettete di litigare DON PAOLO FARINELLA «Se Atene piange, Sparta non ride». Finite le elezioni, si può tirare un sospiro di sollievo per un solo semplice motivo: papi è stato stoppato. Il monoteismo berlusconiano e clerico-fascista non ha sfondato il traguardo più volte propinato con l´arte della bugiarda sicumera del «siamo già al 40-45 per cento». Il Quirinale si allontana, l´orgia di potere è strozzata in gola e papi non può presentarsi in Europa come il vincitore dell´ordalia. Le bugie hanno le gambe corte e non basta il rialzo dei tacchi per darsi una statura da statista. Chi nasce nano moralmente non può morire gigante, semmai può aspirare a fare la scimmia nei consessi internazionali. «L´omino di rimmel» di fronte al sogno infranto di essere incoronato «papi d´Italia», può consolarsi con la battuta dello statista Winston Churchill che oggi commenterebbe: E´ arrivata una macchina vuota ed è sceso Berlusconi. Ora che ci siamo consolati da soli, possiamo pure piangere liberamente su queste elezioni europee e amministrative che confermano la stabilità della destra xenofoba in tutta Europa (Olanda, Austria e Repubblica Ceca e in parte Italia) e lo spappolamento delle bussole di orientamento: ognuno è andato per conto suo alla ricerca di chi potesse «difendere» un interesse minimale fuori di un contesto generale, senza un progetto di Europa e di città. Uno spettro si aggira per l´Europa: la «paura» della contaminazione con lo straniero di cui però abbiamo bisogno. Nel mondo cattolico ha vinto la paura del Vangelo che i cattolici hanno svenduto al mercato dell´immoralità per meno di trenta denari. Nelle città domina la religione di convenienza, il mercato dello scambio, il rituale pagano dell´utile che nulla hanno da spartire con il messaggio austero del Vangelo. I vescovi hanno balbettato sussurri, venendo meno al loro dovere di richiamare alla radicalità evangelica i credenti per grazia e all´esempio morale chi per governare si dichiara, falsamente, affine alla dottrina della Chiesa. Invece hanno concesso libertà di scempio. La Liguria segue l´andazzo nazionale, ma Genova si conferma medaglia d´oro della resistenza e città antifascista per vocazione. Nel quartiere del Lagaccio dove sorgerà la moschea, però, il Pd crolla di 15 punti, il Pdl di 4, mentre la Lega sale di 5 punti. Anche l´Italia dei Valori va forte come in tutto il territorio nazionale, ma non basta per fermare il virus berlusconista-leghista della xenofobia che sta diventando il collante del Paese. Ci auguriamo e speriamo che da qui alle regionali del prossimo anno, Regione, Provincia e Comune cessino di litigare anche sulla locazione dell´ospedale di Genova ovest, dando uno spettacolo da ballatoio e propongano un progetto a largo respiro per Regione, Provincia e Comune, collaborando insieme previamente. Possibile che ancora non capiscono che i litigi e le ripicche li uccidono? Le parole del Vangelo sono una mannaia: «Nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi»? (Mt 12,25). Eppure, Sindaco e Presidenti di Regione e Provincia hanno studiato! Le scadenze sono prossime: l´anno venturo per la Regione e fra tre anni per il Comune. Meditate, gente, meditate! Dal punto di vista della politica globale, il Pd ha perso 4 milioni di voti, cioè l´avanzo primario delle primarie ottenute con Prodi; il Pdl ne perde tre di quelli che aveva rubato con le illusioni, ma è indubitabile che l´Italia dell´era berlusconista-leghista si ritrova meno italiana, meno europea, meno sicura, meno democratica, meno etica, meno cattolica, meno cristiana e meno laica. Al monoteismo berlusconista subentra il pantheon idolatrico di una Paese poltiglia senza un cuore e quel che è peggio senza un´anima. Con la complicità peccaminosa dei cattolici.

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Podestà con l'incognita cattolica A Pontida si apre il rave padano (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 14-06-2009)

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Podestà con l'incognita cattolica A Pontida si apre il rave padano PROVINCIA DI MILANO. Non tutta Cl è compatta sul candidato pdl. Le amicizie trasversali di Penati potrebbero riservare sorprese. Intanto la Lega raduna il suo popolo per prepararsi ai ballottaggi. E pensare alle Regionali 2010. di Alessandro Da Rold Sono alleate nel centrodestra, ma allo stesso tempo si apprestano alla sfida delle regionali del 2010, quando scadrà il mandato di Roberto Formigoni alla presidenza della regione Lombardia, vero oggetto del desiderio della Lega Nord di Umberto Bossi: la frangia del Popolo delle Libertà legata a Comunione e Liberazione e il Carroccio si ritrovano assieme a fare da ago della bilancia nel ballottaggio del 21 giugno per la provincia di Milano. Non è un caso evidentemente, perché il confronto sul territorio tra le due forze politiche più rappresentative del tessuto economico-politico lombardo dovrà passare pure per la scelta tra i due candidati Guido Podestà e Filippo Penati. La posizione di Cl (e del suo punto di riferimento politico) in questa campagna elettorale è stata ondivaga nei confronti del candidato del centrodestra. In pubblico, Formigoni ha sempre appoggiato Podestà, ma in viale Monza, sede ormai storica di Forza Italia, conoscono bene l'inimicizia che corre tra i due. Non solo perchè ci troviamo di fronte a due concezioni differenti di pensiero politico (uno laico, l'altro cattolico), ma perché negli anni le due correnti si sono sfidate più volte all'interno del partito di Silvio Berlusconi. Sono questioni legate alla rappresentanza sul territorio, attriti di lunga data, su coordinamenti regionali e provinciali, posti di potere per piazzare i propri uomini nei posti più graditi, dagli enti locali alle aziende municipalizzate. Non deve essere passata inosservata nell'entourage di Podestà la prima pagina del Foglio di ieri, con una gigantografia di Penati e un dettagliato articolo su questo «ex comunista che rappresenta e doma la Milano leghista». L'orientamento del quotidiano di Giuliano Ferrara è noto, come anche l'amicizia e la stima che legano Roberto Formigoni a Pierluigi Bersani, uniti nella difesa delle piccole e medie imprese di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Bersani è grande amico di Penati, «compagno di bevute» nell'hinterland meneghino, quindi non sarebbe nemmeno un caso vedere qualche ciellino alle urne fare un segno sull'ex sindaco di Sesto San Giovanni. Per la Lega Nord il discorso è molto differente. Oggi a Pontida Bossi e i suoi faranno il punto sull'ultima tornata elettorale che li ha incoronati come seconda forza politica incontrastata nel lombardo-veneto. Non solo. C'è da festeggiare il superamento della soglie del 10 per cento alle Europee, compresa la vittoria in alcune roccaforti del centrosinistra, Venezia in particolare, contesa al ballottaggio con la candidata leghista favorita. La Lega non si ferma qui e sullo storico pratone, i ministri Luca Zaia e Roberto Calderoli faranno sicuramente più di un riferimento agli obiettivi reali del Carroccio: la presidenza in regione Veneto e in regione Lombardia. I giochi non sono ancora fatti, dovranno trovare la quadra Bossi e Berlusconi, ma come ha più volte ripetuto Formigoni «questa regione vale come almeno due ministeri». È la Lombardia, rappresentante del 20,9 per cento del Pil italiano, il terreno su cui la Lega vuole piazzare le proprie bandiere. Oggi a Pontida sono attesti leghisti da tutta Europa, persino dall'Armenia, simbolo - secondo i leghisti - del perché la Turchia in Europa non dovrà mai entrarci. E' la venticinquesima volta che il popolo del Carroccio si riunisce. Secondo gli organizzatori arriveranno più di 50mila persone. C'è persino uno spazio per piantare le proprie tende e parcheggiare i camper. Una sorta di rave padano, che ha avuto inizio ieri sera con la festa dei giovani esponenti del Carroccio insieme al Senatur: canti, balli, tra polenta e bicchieroni di amaro Braulio, il liquore valtellinese per eccellenza. Maurizio Martina, segretario regionale del Partito democratico, dalle colonne del Corriere ieri si è rivolto proprio a loro per il voto a Milano del 21 giugno: «Solo Penati vi garantisce». A Matteo Salvini, segretario provinciale, e compagni il messaggio è arrivato, ma è difficile venga recepito. Nell'appoggio a questa tornata elettorale al Pdl, ci sono di mezzo gli interessi sulla regione il prossimo anno e le comunali del 2011. Formigoni e i suoi sanno bene di doversi guardare dalla Lega, ma allo stesso tempo temono gli attriti con Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. E la vittoria di Podestà contro Penati resta ancora un'incognita. 14/06/2009

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Se nel Pd i diversi litigano è meglio la scissione (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 14-06-2009)

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Se nel Pd i diversi litigano è meglio la scissione La soluzione sensata è sempre la scissione. Il problema irriducibile restano le questioni etiche e l'incapacità di far convivere all'interno di uno stesso contenitore diversi orientamenti. Perciò ci si divida e, nella chiarezza, si costituisca un'alleanza su modello dell' Ulivo. I lettiani, Rutelli e qualche veltroniano fondino la sezione italiana del Pde con adesione all'Alde, diventando il polo di centro dell'alleanza. Il Pd si caratterizzi per un profilo più laico, si allarghi a sinistra (Vendola?). Non ci saranno più problemi di convivenza, la Pollastrini potrà farà le sue battaglie liberamente con il marchio Pd, Rutelli potrà fare le sue con il marchio Pde. Ma quando poi si troveranno a governare come finirà? Finirà come l'altra volta, con la sfiducia dopo 2 anni di logoramento e di mal di pancia. Forse la migliore soluzione è che Rutelli, Letta e i Popolari vadano tutti nell'Udc. Si alleino con il Pdl sostituendosi alla Lega Nord. Andrebbero all'aria anni di lavoro ma almeno ne guadagnerebbe il Paese. In attesa che la sinistra laica democratica socialista abbia leader più maturi che, consci di essere minoranza nel paese, devono portare più rispetto alle idee e alle persone di quei cattolici democratici disponibili ad allearsi con loro, se vogliono governare e costruire qualcosa. Certo che se l'intenzione dei laicisti è l'egemonia, i cattolici-democratici faranno pesare le loro idee altrove, riducendo la sinistra a mera rappresentanza, e lo faranno! Emilio da www.ilriformista.it 14/06/2009

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migliaia di fedeli al vomero per la festa del corpus domini - antonio tricomi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 15-06-2009)

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Pagina V - Napoli Grande folla per il cardinale Crescenzio Sepe. Il rito si è svolto per la prima volta nei quartieri collinari Migliaia di fedeli al Vomero per la festa del Corpus Domini Presenti anche molti esponenti del volontariato e confraternite con i loro gonfaloni ANTONIO TRICOMI MigliaiA di fedeli hanno seguito ieri pomeriggio la celebrazione del Corpus Domini, che per la prima volta è stata celebrata in una chiesa dei quartieri collinari. Il cardinale Crecenzio Sepe ha accolto la comunità dei credenti nella parrocchia di Santa Maria della Rotonda in via Undici fiori del Melarancio, traversa di via Pietro Castellino, quartiere Arenella. La processione che ne è seguita si è svolta lungo le strade del Vomero: via Saverio Altamura, via Simone Martini, via Vincenzo Scala. Santa Maria della Rotonda è un´ampia chiesa a pianta circolare costruita negli anni Sessanta. Ieri pomeriggio, nonostante il caldo, era gremita. Chi non era riuscito a trovare posto all´interno, sostava negli spazi all´aperto che circondano il tempio, oppure in strada. Molti fedeli, religiosi e laici, esponenti del volontariato, associazioni e confraternite con i loro gonfaloni. Sepe ha presieduto la concelebrazione eucaristica con i vescovi ausiliari Antonio Di Donna e Filippo Iannone. L´omelia del cardinale ha preso le mosse dalla lettura del Libro dell´Esodo, della Lettera di San Paolo agli Ebrei e del passo del Vangelo di Marco sulla preparazione dell´ultima cena. «Le letture che abbiamo ascoltato - ha detto Sepe - sottolineano il valore del sangue nell´alleanza tra l´uomo e Dio. Nel libro dell´Esodo, Mosè sparge il sangue di un animale. Poi sarà il sangue stesso di Dio a solennizzare la sua amicizia con l´uomo». Cristo istituisce il sacramento dell´eucarestia, ricorda il cardinale, nel corso dell´ultima cena. «Nel momento in cui un apostolo lo stava rinnegando e un altro lo stava tradendo. Ciò vuol dire che l´eucarestia elimina ogni peccato, ogni miseria, ogni sofferenza». Un´omelia dal carattere fortemente teologico, a illustrare la celebrazione del mistero essenziale e più significativo della fede cattolica. Sepe invita i fedeli a riflettere su San Tommaso e sugli autori del Medioevo (il Corpus Domini fu istituito nel 1264 da papa Urbano IV). E poi, ancora, «sul pane che dev´essere spezzato e condiviso, sul vino che dev´essere versato e distribuito». E termina con l´abituale esortazione in vernacolo «‘a Maronna v´accumpagna». Conclusa l´omelia, il cardinale Sepe si è posto alla guida della processione che da Santa Maria della Rotonda ha raggiunto, attraversando il Vomero, la parrocchia di Nostra Signora del Sacro Cuore in via Vincenzo Scala.

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ballottaggi/2 (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 16-06-2009)

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ballottaggi/2 di Alessandro Da Rold Milano. Guido Podestà, candidato per il Pdl alle elezioni provinciali di Milano, con un fazzoletto verde al collo, in stile "vecchio militante con scudo celtico e salamella da sagra leghista". Accanto a lui, Matteo Salvini, capogruppo della Lega Nord a Palazzo Marino, con una maglietta con sopra scritto «Padania is not Italy». Continua a far discutere la fotografia di domenica scorsa a Pontida, durante il "rave padano" di festeggiamenti della Lega Nord, dove il berlusconiano Podestà ha fatto la sua comparsa accanto ai colonnelli del Carroccio. «Vittima del patto d'acciaio tra Bossi e Silvio Berlusconi» sussurra qualcuno nel centrodestra. Trattasi in sostanza, del risultato dell'incontro tra il Senatur e il Cavaliere all'indomani del voto del 7 giugno, con l'impegno del primo a far votare i suoi ai ballottaggi e del secondo a non votare al referendum. Promessa quest'ultima ribadita dallo stesso Podestà che ha annunciato di non ritirare la scheda referendaria. Ma, a nemmeno una settimana dal voto per il ballottaggio contro Filippo Penati, quello scatto così inconsueto, spiazza gli esponenti stessi del Pdl, sia di parte laica, provenienti dalla costola di Alleanza Nazionale, che di parte cattolica. Carlo Fidanza, vice presidente del Pdl in comune a Milano, non usa mezzi termini: «La maglietta di Salvini è realtà: la Padania è un'invenzione storico-geografica e quindi non è Italia. In ogni caso non accettiamo lezioni da chi considerava la Lega secessionista una costola della sinistra». Al grattacielo Pirelli, roccaforte di Comunione e Liberazione, c'è chi l'ha presa sul ridere, soprattutto per una frase espressa da Podestà: «Il colore verde è sempre stato nel mio cuore». Un balletto padano sul pratone di Pontida che mette ancora più in dubbio il voto formigoniano, orientato pubblicamente a votare centrodestra, ma privatamente più proiettato verso il centrosinistra. Chi invece non l'ha presa per niente bene è l'Udc, che ha lasciato carta bianca ai suoi elettori. Ufficiale la richiesta di ieri nel primo pomeriggio da parte dello stesso Podestà: «Credo che gli elettori dell'Udc siano maturati e si ritrovino con facilità con noi e spero nella coerenza della sua dirigenza rispetto alla loro posizione in Regione Lombardia e a Palazzo Marino». Richiesta formalizzata pure da Maurizio Lupi, vicepresidente alla Camera e sponda cattolica nel Pdl. Ma Pierferdinando Casini risponde picche e, dopo una riunione a Roma con i vertici lombardi, allontana ogni dubbio: «L'Udc ha deciso di riaffermare con convinzione la propria linea di autonomia e, in questo contesto - si legge in una nota - la linea di libertà di voto per i propri elettori al ballottaggio di domenica prossima per la presidenza della Provincia». Penati invece può ritenersi soddisfatto dopo la giornata di ieri, incassando due voti storicamente vicini al centrodestra. Da un lato il Partito dei Pensionati di Elisabetta Fatuzzo, a cui l'ex sindaco di Sesto San Giovanni ha promesso un assessorato. Dall'altro Alberto Veronesi, figlio dell'oncologo Umberto, che alle ultime elezioni si è presentato con l'Mpa di Raffaele Lombardo. A sorpresa Penati incassa persino l'appoggio di una figura della destra più dura, quella del Movimento Sociale Italiano: Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse che si definisce un uomo di «sinistra». «Io e molti altri che hanno la stessa mia storia voteremo Penati da eretici. Perchè oggi il problema dell'Italia è il plutocrate bugiardo Berlusconi e non vogliamo che anche la provincia di Milano, dopo la Regione e il Comune, finiscano nelle sue mani». A Palazzo Isimbardi si incrociano le dita. 16/06/2009

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Mogol e i temini di Povia (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 16-06-2009)

Argomenti: Laicita'

scanzonati Mogol e i temini di Povia Per Mogol, "Luca era gay" di Povia è la migliore canzone dell'anno, come testi. Poiché le notizie brutte non vengono mai da sole, Povia ha annunciato, nel ringraziare il premio ricevuto da Mogol, che il prossimo pezzo che vorrebbe portare a Sanremo è una canzone su Eluana Englaro. Dimostrando la sua inclinazione a sfruttare il clamore mediatico che i temi, politici e non musicali, delle sue canzoni gli garantiscono. Canzoni referendarie, bipolari, nel senso politico e forse anche mentale. Canzoni la cui forza, per quanto riguarda il testo, è nella polarizzazione degli italiani. Pro o contro. Con Beppino Englaro o con la Chiesa Cattolica? Omosessuali si nasce, malati, e si guarisce, da grandi? Insomma, la peggiore Italia sfottuta da Gaber in cos'è la destra cos'è la sinistra, in versione cos'è laico e cos'è cattolico. Per Mogol, nell'intervista rilasciata ad Aldo Cazullo al "Corriere della sera", il testo di Povia ha qualcosa in più anche se non è dato saperlo cosa sia, quel qualcosa in più. Anzi, c'è anche la malcelata consapevolezza che testo di Povia non brilli per talento. A Mogol piace perché «racconta un fatto di vita, usando la prima persona. È un testo sincero, senza retorica: una poesia che non nasce dall'ispirazione talentuosa ma dall'esposizione di una verità quotidiana. Povia ha intinto la penna in un in­chiostro molto simile al sangue». Ora, quale sia la verità quotidiana non è dato capirlo, mentre è chiaro anche a Mogol che la poesia non nasce da una ispirazione talentuosa. A Mogol piace il tema, la suggestione della prima persona quasi autobiografica, l'anticonformismo. Anticonformismo? «Se un eterosessuale diventa gay, non c'è colpa. Perché dovrebbe esserci se un gay diventa eterosessuale?» Mogol paragona il testo di Povia a "Il tempo di morire" e a "Il mio canto libero". Possibile? Sì, perché Povia se la prende con i «retaggi del passato», dice Mogol: «L'Italia di allora era una società conformista. E c'è una coppia che si ribella alle convenzioni e rivendica i diritti dell'individuo, della persona, dell'amore». Dunque, perché regga il parallelo, secondo Mogol viviamo in una società conforme ai gay. Dove diventare eterosessuale è anticonformista. Forse è vero, certo Mogol è troppo avanti, un po' come il Battisti seconda maniera, quella di Panella. Rileggere per credere alcuni versi del testo di Povia. Bastano i primi. «Luca dice: prima di raccontare il mio / cambiamento sessuale volevo chiarire che / se credo in Dio non mi riconosco nel pensiero dell'uomo che su questo / argomento è diviso». E poi «non sono andato da psicologi psichiatri preti o scienziati sono andato nel mio / passato ho scavato e ho capito tante cose di me». Poi, però, cita Freud e il suo rapporto con i genitori, a dimostrazione che non c'è bisogno di andare da un analista, perché è la psicanalisi a venire da te. Il Luca ch'era gay di Povia sostiene di essere diventato tale perché il padre non era autoritario e la madre era gelosa delle altre donne, poi si sono separati e lui si è perso tra le braccia degli uomini. Per Mogol, in sintesi, «è la storia di un ragazzo che cercava il padre e non voleva tradire la madre». Anche Amleto era omosessuale? Per questo rifiuta Ofelia? Essere o non essere gay, dunque, deriva dalla mancanza di autorità genitoriali? I froci di oggi sono figli del '68? Non c'è tempo per rispondere a queste domande perché Povia minaccia nuove imprese. All'Adnkronos, commentando le belle parole di Mogol, «uno dei pochi che ha capito la buona fede del pezzo», annuncia: «Sto scrivendo un brano su Eluana Englaro che vorrei presentare a Sanremo». Sul tema - politico, non musicale - dell'omosessualità ovviamente è tornato a palle incantenate: quelli che hanno criticato "Luca era gay" «avrebbero potuto spiegare che l'Organizzazione mondiale della sanità ha detto che in caso di omosessualità indesiderata ognuno può cercare la propria sessualità. Non ho mai detto che l'omosessualità è una malattia. Molti attivisti gay non sono seri e inculcano nella gente la teoria che ogni individuo nasce omosessuale invece non c'è alcuna prova certa». Poi se la prende con Vladimir Luxuria, che aveva criticato Mogol per aver rinnegato i propri testi. In effetti, tirandolo per la giacchetta. «Mogol si è scordato del Mogol di qualche anno fa. Qualche anno fa, insieme ad Ambra Angiolini, ho fatto un musical che si chiamava "Emozioni" e che si basava proprio sulle splendide canzoni nate da uno dei più bei matrimoni artistici della musica italiana, quello tra Mogol e Battisti. Tra i testi che scegliemmo c'erano anche canzoni come "Il giardino dei ciliegi", dove si sottolinea che "le anime non hanno sesso..." e "Questione di cellule" dove si legge: "non è questione di cellule / ma della scelta che si fa / la mia è di non vivere a meta"». Luxuria, sostiene Povia, si «dà la zappa sui piedi. Il gay pride rovina l'immagine dei gay, se fossi gay mi incavolerei. Dire che Mogol rinnega i suoi testi è una stupidaggine, Luxuria sa bene che è possibile la mia storia». E cita anche il caso di Grillini. «Grillini mi sta simpatico, alla fine fa il suo gioco. Ma nel suo libro scrive che la madre gli ha voluto troppo bene e il padre è come se non l'avesse mai conosciuto: insomma sembra che racconti l'inizio della mia canzone». Solo che Grillini è ancora gay. Povia, infine, passa all'auto-assoluzione, e condanna dell'altro, per mancanza di prove. «Luxuria non ha le prove di essere nato transessuale come io non ho le prove che sono nato etero. Poi se uno prova a cambiare come ha fatto Luca, che ha scavato nel suo passato guardandosi allo specchio, non bisogna criminalizzarlo. Ci sono etero che diventano omosessuali e viceversa». di Luca Mastrantonio 16/06/2009

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Buttafuoco trasforma la geopolitica nel (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2009)

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n. 144 del 2009-06-16 pagina 35 Buttafuoco trasforma la geopolitica nel «Grande gioco» di Paolo Scotti In onda il venerdì in seconda serata. Ospiti della prima puntata Mikhalkov, Rushdie e Carlo Rossella Roma«Credo che un programma così, la tv non l'abbia mai fatto». Ha ragione Pasquale D'Alessandro, vicedirettore di Raidue: un esperimento come Il Grande Gioco (in onda per quattro venerdì nella seconda serata di Raidue, a partire dal 19 giugno) non si era ancora visto. Ci voleva l'intuito controcorrente di Pietrangelo Buttafuoco - «intellettuale spettinato», lo definisce D'Alessandro - per tentarlo. «L'idea è semplice ma sofisticata al tempo stesso - spiegano -. Parte dalla considerazione che la pagina meno letta dei quotidiani è quella della politica estera. Perché? Perché non ci si rende conto che la storia d'oggi è una risposta a quella di ieri. E una previsione di quella futura. Basta trovare le giuste chiavi interpretative; e - come in un gioco - partendo dagli scenari geopolitici di ieri possiamo intuire gli assetti dello scacchiere di domani». Fantapolitica? «No: un legittimo esercizio intellettuale. La luce del passato e del presente che illuminano lo scenario del futuro». Due mappe geografiche campeggeranno nello studio del Grande Gioco. A destra il mondo com'è oggi; a sinistra come potrebbe diventare domani. La troupe in giro per il mondo raccoglierà interviste e materiale sulle più diverse situazioni politiche internazionali. Molto materiale filmato, rarissimo o inedito («Della politica estera anche la tv si occupa poco: abbiamo trovato immagini da far saltare sulla poltrona») arricchirà il discorso. E la presenza in studio di ospiti prestigiosi - nella prima puntata il regista e attore Nikita Mikhalkov, lo scrittore Salman Rushdie, il giornalista Carlo Rossella, il saggista Franco Cardini - «aiuteranno ad approfondire il senso della storia attraverso vie poco battute». Ad esempio? «Da giornalista, so quanta mistificazione c'è nel nostro mestiere. E quanto materiale interessante viene messo da parte ogni giorno - risponde Buttafuoco -. Ebbene: perché non recuperarlo? Esso può offrire punti di vista completamente diversi. Pensiamo alla Turchia. Il velo, che da noi è simbolo di oppressione, lì è emblema di libertà. Perché? Perché c'è uno Stato fortemente laico che in nome della "libertà" lo proibisce. Come proibisce ai preti cattolici di indossare la tonaca». Quale pubblico potrà essere attratto dal Grande Gioco?. «Chiunque desideri veder più chiaro nella realtà di oggi. Perché tutto quel che pensavamo di aver lasciato nei libri di storia, la cronaca ce lo ripresenta ogni giorno». © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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un papa in armi sulle mura così inizia il dominio della chiesa - brunella torresin (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 17-06-2009)

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Pagina XI - Bologna Un papa in armi sulle mura così inizia il dominio della Chiesa Il terzo volume della Storia della città viene presentato oggi in San Giorgio in Poggiale BRUNELLA TORRESIN Un papa in armi sulle mura di Bologna: così lo vide e lo descrisse un illustre viaggiatore dell´epoca, Erasmo da Rotterdam, e con l´immagine di Giulio II Della Rovere in cotta di maglia ha inizio l´Età moderna. è il 1506, e a Bologna il dominio della Chiesa si protrarrà fino all´arrivo delle truppe napoleoniche. La storia di questi tre secoli è la materia de del terzo volume della monumentale Storia di Bologna, avviata dall´omonimo istituto nell´ambito delle manifestazioni di Bologna 2000, con il sostegno della Fondazione Carisbo e del Comune e pubblicata da Bononia University Press. «Bologna nell´età moderna», in due tomi di rispettive 950 e 1400 pagine, dedicati a Istituzioni, Forme del potere, Economia e società e a Cultura, Istituzioni culturali, Chiesa e vita religiosa, è curata da Adriano Prosperi, docente di storia moderna all´università di Pisa dopo esserlo stato a lungo all´Alma Mater, che ha lavorato su un impianto a lungo discusso con Paolo Prodi. L´opera sarà presentata oggi, alle 17.30, in San Giorgio in Poggiale (via Nazario Sauro 22), dallo stesso curatore assieme a Angelo Varni e Mauro Felicori, con un saluto di Fabio Roversi-Monaco e un´introduzione di Renato Zangheri. Caduta la signoria dei Bentivoglio, che si era sovrapposta agli ordinamenti del libero Comune, nel 1506 la città divenne dunque vice capitale dello Stato della Chiesa. Nel 1530 fu cornice dell´incoronazione imperiale di Carlo V; nel 1547 vi si spostò il Concilio di Trento (ne parla il saggio di Giuseppe Alberigo). Ridolfo Campeggi, un testimone di primo Seicento, scrisse che alla difesa delle mura e delle nove Porte fortificate si era sostituita la protezione di nove santuari dedicati alla Madonna: un´identificazione tra la città e la figura maternamente protettiva che durerà fino ai giorni nostri. Per tre secoli, fino al 1796, sullo sfondo di ripetuti tentativi da parte delle potenze straniere di assumere il controllo delle città e dei ducati padani, Bologna fu la cerniera nervosa dell´Europa cattolica che guardava con apprensione al Nord. Fu una frontiera clericale che non risparmiò le attività dello Studio, colpendo la presenza degli studenti d´Oltralpe, che mortificò il progresso delle scienze e delle idee sotto stretta sorveglianza dell´Inquisizione (ne scrive Guido Dall´Olio), e avviò nuove persecuzioni contro gli Ebrei (ne scrive Maria Giuseppina Muzzarelli). E tuttavia tra Sei e Settecento la scienza nuova a Bologna poté contare su interpreti come Marcello Malpighi e Luigi Galvani (ne scrive Marco Bresadola). E nelle arti liberali il governo del cardinale Gabriele Paleotti dal 1566 impresse i caratteri che si manifestarono nell´Accademia dei Carracci. «Il sovrapporsi di una amministrazione centralizzata e clericale alle istituzioni di governo tradizionali - scrive nell´introduzione Adriano Prosperi - suscitò continue frizioni e comportò conseguenze di ogni genere nell´articolazione del potere politico, nell´organizzazione finanziaria, nell´ amministrazione della giustizia». La religione assunse a Bologna una funzione di saldatura istituzionale, come non si riscontra altrove: tanto che Prosperi suggerisce l´espressione di «guelfismo diffuso» e Paolo Prodi di «secolarizzazione della chiesa e clericalizzazione dello stato». Persino Francesco Guicciardini, storiografo e uomo di stato fiorentino, che nel 1529 Clemente VII inviò a Bologna come legato di ampi poteri, si arrese al proprio limite di essere un laico, poco più - si lamentò - d´un servitore dei «maladetti preti».

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Il Papa vuole obbedienza a cominciare dall'Austria (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 17-06-2009)

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VATICANO una riunione a porte chiuse per fare il punto su abusi liturgici e "caso linz" Il Papa vuole obbedienza a cominciare dall'Austria FEDELTÀ INTEGRALE. Ratzinger convoca l'episcopato di Vienna e prelati di curia per chiarire il caso "Wagner". A due giorni dall'apertura dell'anno sacerdotale, Benedetto XVI chiede più rigore. Attesa per l'uscita d'un testo papale sull'Osservatore. di Paolo Rodari Si è di fatto aperto con due giorni di anticipo l'anno che Benedetto XVI ha deciso di dedicare ai preti. Anche se ufficialmente il tutto comincerà dopo domani in Vaticano coi vespri solenni presieduti dal Pontefice, una riunione a porte chiuse che ha avuto luogo ieri e l'altro ieri nella Sala Bologna - presente il Pontefice, il prefetto dei Vescovi Giovanni Battista Re, il prefetto della Dottrina della Fede William Levada, il prefetto del Clero Claudio Hummes, il prefetto dell'Educazione Cattolica Zenon Grocholewski, il presidente dei Laici Stanislaw Rylko, e i principali esponenti dell'episcopato austriaco a cominciare dall'arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn e dal nunzio Peter Stephan Zurbriggen - ha aperto le danze. Ratzinger, infatti, ricevendo la crème della curia e dell'episcopato austriaco ha voluto chiarire definitivamente la questione "Gerhard Wagner" e, nel farlo, ha voluto insistere sull'obbedienza che preti e vescovi debbono a Roma e al magistero: solo sacerdoti e vescovi che vivono il proprio ministero in «fedeltà integrale al Concilio Vaticano II e al magistero post-conciliare della Chiesa», in sintonia d'intenti dunque con Roma, possono esser certi della giustezza del proprio operare. Parole che hanno in qualche modo preceduto un documento che Benedetto XVI farà uscire sull'Osservatore Romano in edicola domani pomeriggio proprio in vista dell'apertura dell'anno sacerdotale. Un documento che suona a mo' d'una Lettera Enciclica dedicata al clero in miniatura, e che ruota attorno alla necessità che i preti, ispirandosi alla figura del Curato D'Ars, sappiamo vivere in comunione ecclesiale, essere d'esempio a coloro che nei seminari intraprendono la strada del sacerdozio, vivere di preghiera e di dedizione alla Chiesa e, soprattutto, combattere la secolarizzazione che, impietosa, ha annacquato anche molti di coloro che si sono dedicati a Dio attraverso il sacerdozio: la secolarizzazione deve cessare d'entrare nella Chiesa. È la Chiesa che deve investire della sua presenza il mondo secolarizzato. Insomma, quella del Papa nell'incontro a porte chiese di ieri e dell'altro ieri è stata un'entrèe di quanto cercherà di comunicare ai preti nel corso di quest'anno. Il caso "Wagner" non deve ripetersi. Monsignor Wagner era stato designato dal Papa quale vescovo ausiliare di Linz. Buona parte del clero locale e dell'episcopato, poco tenuto a bada dal presidente della conferenza episcopale Schoenborn, ha reagito chiedendo il ritiro della nomina a motivo delle posizioni giudicate troppo conservatrici del presule e, caso più unico che raro, è riuscita nel suo intento. Peccato che poi, nelle settimane successive, Benedetto XVI sia stato informato di come una parte dei coloro che hanno chiesto le dimissioni del vescovo interpretino il proprio ministero: è in Austria che alcuni preti vivono in perenne stato di concubinato giustificando innanzi ai fedeli il proprio status. È in Austria che gli abusi liturgici più sgradevoli trovano un fertile campo d'espressione. Ne è un esempio che ha colpito molto la sensibilità di diversi porporati della curia romana la processione del Corpus Domini messa in opera da don Helmut Part, parroco della Stadtpfarre Urfahr a Linz (cfr. foto in alto a sinistra). Al posto dell'ostia consacrata, egli mostra ai fedeli un qualcosa che assomiglia a una grande pagnotta: insomma, altro che «fedeltà integrale» al Vaticano II. Ratzinger è consapevole come centrale nella vita della Chiesa sia la liturgia. E affinché abusi liturgici non si verifichino più ha portato a Roma, qualche mese fa quale prefetto del Culto Divino, il cardinale Antonio Cañizares Llovera. E come segretario della congregazione ieri ha nominato Joseph Augustine Di Noia, domenicano, finora sottosegretario della Dottrina della Fede. Di Noia ha preso il posto di Ranjith che torna in Sri Lanka come arcivescovo di Colombo. Venne chiamato a Roma da Ratzinger pochi mesi dopo l'elezione. In seguito al motu proprio Summorum Pontificum col quale il Pontefice ha "reintrodotto" il rito antico, Ranjith ha denunziato l'inadempienza di alcuni vescovi verso la messa in pratica della disposizione papale. Denunce che non sono piaciute a una parte della curia che ha fatto pressioni per sostituire Ranjith. Ecco, quindi, l'arrivo di Di Noia, uno studioso più che uno uomo di governo. 17/06/2009

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Ciampi: laico e cattolico senza pregiudizi (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-06-2009)

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Corriere della Sera sezione: Cultura data: 17/06/2009 - pag: 38 Il documento L'introduzione dell'ex presidente della Repubblica al libro con la sua tesi di laurea scritta alla vigilia della Costituente Ciampi: laico e cattolico senza pregiudizi «Così scoprii il diritto alla libertà religiosa. Fedele alla Chiesa e al Risorgimento» di CARLO AZEGLIO CIAMPI I l testo di questo lavoro giovanile è riemerso, imprevedibilmente, dal fondo del cassetto dove da gran tempo «riposava ». La casualità della circostanza che mi aveva riportato alla memoria quel lontano impegno di studente fu poi lo spunto occasionale per una di quelle conversazioni amabili, mai troppo impegnative, che spesso sono la piacevole conclusione di un'ottima cena. Questo il prologo; l'epilogo è in questo volume. Esso vede la luce per la garbata, affettuosa «pressione» di Francesco Margiotta Broglio, nonché per la forza persuasiva e l'alto consiglio di Francesco Paolo Casavola. Il tema trattato nella tesi di laurea in Giurisprudenza fu da me autonomamente scelto e sottoposto al relatore, il professor Costantino Jannaccone, che lo approvò senza richiedere alcuna modifica. Eravamo nel 1945. A distanza di tanti anni la decisione di misurarmi con un tema complesso come quello della libertà religiosa, con l'attrezzatura culturale di cui può disporre uno studente, ancorché già laureato in lettere classiche all'Università di Pisa e diplomato alla «Normale», mi appare scelta temeraria; tuttavia non riuscii a sottrarmene, tanti erano i fattori che concorsero a rendermela pressoché obbligata. Furono determinanti quelli di luogo e tempo; non meno lo furono quelli di natura più personale che, incidendo direttamente sulla mia formazione, avevano fatto maturare in me ideali e valori ai quali conformare la mia visione della vita. L'essere nato a Livorno, fondata come città-asilo, l'avervi vissuto gli anni cruciali per lo sviluppo della personalità, vuol dire aver «respirato » l'aria di un luogo da sempre crogiuolo di mille diversità: di storie, di culture, di costumi, di tradizioni. Di esse, non poche avevano radici nella diversità di credo religioso. In una città di mare, poi, il porto è il simbolo stesso dell'apertura e dell'accoglienza; ne racchiude l'essenza più profonda, ne rappresenta l'anima. Se i luoghi mi disponevano naturaliter a riconoscere alla libertà religiosa il valore di un diritto fondamentale e inalienabile della persona, i tempi rendevano quel tema palpitante di passione civile. Esso investiva, di petto, scelte che avrebbero inciso nella anatomia e nella fisiologia della nostra ancora gracile democrazia; scelte che avrebbero impresso il «sigillo» allo Stato repubblicano al quale da poco la volontà del popolo aveva dato vita. L'Assemblea Costituente che stava per cominciare i suoi lavori avrebbe visto svolgersi sul tema della libertà religiosa un dibattito dai toni molto aspri, che condusse a uno scontro durissimo: sull'articolo 7 rischiò di consumarsi tra le forze politiche una lacerazione che avrebbe potuto rivelarsi esiziale per le sorti della giovane Repubblica. Personalmente mi riconoscevo in pieno nelle posizioni di Piero Calamandrei. Non sentivo contraddizione alcuna tra il sentimento religioso al quale ero stato educato in famiglia e a scuola, nell'istituto retto dai Gesuiti dove avevo frequentato l'intero ciclo del ginnasio-liceo, e la formazione laica vissuta negli anni della «Normale ». Ambedue le etiche si incentrano sul rispetto della persona umana. Del resto nel mio stesso ambiente famigliare si combinava senza disagio alcuno una duplice fedeltà: quella alla Chiesa cattolica e quella ai valori del Risorgimento. L'anno accademico 1945-46, in cui attesi al lavoro sulla libertà religiosa, coincise con il termine della giovinezza; una giovinezza segnata, come quella dei miei coetanei, dal fascismo e, soprattutto, dalla guerra e dagli eventi seguiti all'8 settembre del 1943. L'armistizio mi colse proprio a Livorno, dove, proveniente dall'Albania, ero appena giunto per una breve licenza. Quello che seguì fu per me, e per molti altri italiani, un periodo di inaudita durezza, e non solo per le enormi difficoltà di ordine materiale. La durezza di quella realtà di smarrimento, di totale mancanza di riferimenti istituzionali fu tale che nell'animo di un giovane poteva accelerare il processo di maturazione della coscienza, rinsaldandone la fibra morale; oppure, al contrario, gettare nell'animo di uno stato di confusa disperazione e, privo di riferimenti morali, renderlo cinico e spregiudicato. La sorte, benevola, mi concesse di ritrovare, nella clandestinità trascorsa alla macchia, il mio maestro Guido Calogero. Mentre i boschi d'Abruzzo e la generosità della sua gente ci offrivano provvidenziale riparo dal «nemico», ripresi con Calogero, con l'assiduità e l'intensità imposte dalla vita clandestina, a frequentare quella «scuola dell'Uomo» alla quale ero stato introdotto negli anni della Normale. Con ben più urgenti interrogativi mi ponevo ora di fronte al mio antico professore! Calogero, di formazione e convinzioni schiettamente laiche, politicamente di orientamento liberal-socialista, possedeva a mio avviso, una visione altamente «religiosa » della vita. In lui il principio cristiano dell'amore verso il prossimo si inverava nel rispetto pieno, incondizionato del-- l'alterità, presupposto di ogni libertà, civile, politica, religiosa. Ritornare alle mie giovanili riflessioni sul tema della libertà religiosa, quando il tempo trascorso da allora è quello di una intera vita, mi porta a «rivisitarle» sullo sfondo delle scelte in seguito compiute; a verificare la loro coerenza con gli ideali, le convinzioni, i sentimenti che mossero un venticinquenne, nell'Italia del 1945, a misurarsi con siffatto tema, ad avvertirne la pregnanza di significato nella vita dell'individuo, come tale e in quanto membro della collettività. Gli ideali e i valori ai quali mi sono formato dei quali sono debitore all'insegnamento e all'esempio di tanti Maestri, religiosi e laici sono stati la bussola che ha orientato la mia vita. Essi hanno concorso a dare voce a quel «maestro interiore» al cui ascolto Sant'Agostino rinvia ogni uomo per discernere il cammino dell'esistenza; per orientare la propria condotta nella vita pubblica come in quella privata. Ché non c'è cesura tra le due. L'una e l'altra «rientrano nella sfera della coscienza intesa come atto che unisce la conoscenza razionale con l'azione libera». Ricavo quest'ultimo passaggio dalla lettura di un recente, denso articolo dedicato a Luigi Sturzo. Mi piace qui ricordare la «ricetta» che egli formulava per la Politica, ma che è ugualmente valida nelle scelte, grandi e piccole, che quotidianamente operiamo: «rettitudine delle intenzioni, finalità buone e mezzi onesti». Una prescrizione impastata della stessa sostanza morale dell'esortazione «siate religiosi e onesti», che sul finire degli anni Venti la mia nonna paterna rivolgeva a figli e nipoti, in una sorta di testamento spirituale scritto quando sentiva che ormai il suo tempo «si era fatto breve».

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Anticipò una stagione (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 17-06-2009)

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Corriere della Sera sezione: Cultura data: 17/06/2009 - pag: 38 Carlo Azeglio Ciampi a Firenze nel 1943. Fu in quel periodo che, dopo la laurea in Lettere, cominciò a studiare Giurisprudenza (Ansa) Il tema Tutelare le minoranze Anticipò una stagione di FRANCESCO MARGIOTTA BROGLIO A lle armi dall'11 luglio del 1941 fino al termine della guerra, poi professore incaricato di italiano e latino al liceo Guerrazzi di Livorno, Carlo Azeglio Ciampi riesce a laurearsi in Giurisprudenza all'Università di Pisa nel luglio del '46 con centodieci e lode, discutendo una tesi in diritto ecclesiastico su «La libertà delle minoranze religiose» (relatore l'ordinario della materia, Costantino Jannaccone). Il laureando si proponeva di analizzare la legislazione allora in vigore sulle minoranze religiose per verificare se il trattamento che veniva loro riservato corrispondesse «non ad un ideale astratto di libertà religiosa, ma a quella libertà concreta che è ormai una fondamentale conquista dello spirito umano, e la cui sostanza è che la manifestazione del sentimento religioso sia individuale che collettivo non incontri limiti se non nel dovere morale, nel rispetto dell'alterità» e sottolineava che questa libertà significava «anche libertà di discussione, di propaganda, di proselitismo». Si interrogava, inoltre, sul rapporto tra libertà religiosa e uguaglianza dei culti, rispondendo che in regimi non separatisti «l'introduzione della libertà di coscienza e di religione non induce senz'altro l'attuazione della parificazione dei culti». A prescindere dal «regime» dei culti, è «l'uguaglianza dei cittadini indipendentemente dalla loro professione religiosa» ad essere, per Ciampi, un «fondamento dello Stato moderno». Nelle conclusioni, infine, prospettava «particolari accordi che potranno concludersi con i singoli culti, in seguito all'interessamento dello Stato ai problemi religiosi in senso aconfessionale». Il futuro presidente della Repubblica non poteva sicuramente immaginare, nel luglio del '46, che i costituenti avrebbero finito per adottare soluzioni pienamente compatibili con le originali formulazioni esposte nella dissertazione di laurea in Giurisprudenza. Ma ancora meno poteva sapere che quelle formulazioni non potevano non trovare, come trovarono, la più attenta ed alta valutazione da parte del relatore, Costantino Jannaccone, che in esse aveva ritrovato molte consonanze con le sue rivendicazioni della libertà di coscienza e di religione e con la sua originale concettualizzazione dei «concordati interni» tra Stato e confessioni diverse dalla cattolica. In ultima analisi si trattava degli «accordi particolari» di Ciampi e delle «intese» di cui al futuro articolo 8, comma terzo, della Costituzione che ha visto, tardivamente ma efficacemente, aprirsi la «stagione delle intese» a metà degli anni Ottanta grazie ai primi governi presieduti da esponenti dei partiti laici, repubblicani e socialisti, i movimenti politici verso i quali si erano, poi, indirizzati gli appartenenti a quel Partito d'Azione che aveva visto, tra i suoi militanti, anche il «dottor Carlo Azeglio Ciampi».

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il cardinale martini "un concilio sul divorzio" - eugenio scalfari (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 1 - Prima Pagina Il cardinale Martini "Un Concilio sul divorzio" EUGENIO SCALFARI Il volto è dimagrito ma gli occhi d´un azzurro intenso lo illuminano ancora di più. Mi guarda fisso, come per riconoscermi. Sono molti anni che non ci incontriamo anche se ci siamo sentiti spesso scambiandoci a distanza sentimenti e pensieri. Sono passati tredici anni da quel dibattito a due voci organizzato da don Vincenzo Paglia, allora assistente ecclesiastico della comunità di Sant´Egidio, nel grande salone di palazzo della Cancelleria a Roma, dinanzi ad una platea gremita di sacerdoti d´ogni provenienza con i loro variopinti costumi: vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa in talare e zucchetto rosso, copti, patriarchi della Chiesa orientale, pastori protestanti, anglicani. C´erano anche, ricordo, quattro monaci buddisti. Molti i gesuiti, in veste nera e fascia alla vita, venuti ad ascoltare lui, il loro compagno di seminario e di religione diventato poi cardinale e arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini. Quel dibattito aveva come tema: «La pace è il nome di Dio» con un sottotitolo: «Che cosa può unire oggi cattolici e laici». Lui fece una premessa (fare premesse è una sua abitudine per meglio definire l´argomento). Disse: «Non sono qui per fare proselitismo, perciò non parleremo di fede e di teologia ma di etica e di convinzioni». A mia volta lo ringraziai e la discussione cominciò, ma ci accorgemmo subito che eravamo d´accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall´alto, io dall´autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell´incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista. SEGUE ALLE PAGINE 48 E 49

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carlo maria martini "la chiesa ripensi alla confessione" - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 18-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 48 - Cultura Carlo maria martini "La chiesa ripensi alla confessione" Nell´incontro di Eugenio Scalfari con il cardinale, l´ex vescovo di Milano spiega la necessità di un confronto sui temi più attuali. Partendo da una maggiore apertura verso chi si separa "A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti Il Signore lo sa" "Non penso ad un Vaticano III ma dobbiamo riprendere slancio e capire la società" "Il ruolo dei fedeli è troppo spesso passivo, andrebbe esercitato con molta più pienezza" "C´è chi si ritiene buon cristiano perché va a messa e avvicina i figli ai sacramenti" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Da allora la figura dell´arcivescovo di Milano è stata per me un punto di riferimento, ho seguito la sua opera pastorale diretta ai credenti e il suo dialogo costante con i non credenti, il suo rapporto con il cardinal Silvestrini, con Pietro Scoppola, con la comunità di Sant´Egidio, con le varie anime della Compagnia di Gesù. Ho letto i suoi libri e in particolare le Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ed ora quello appena uscito Siamo tutti nella stessa barca, un lungo dialogo con don Luigi Verzè, fondatore dell´ospedale di San Raffaele a Milano e dell´Università che porta lo stesso nome. Quel binomio Martini-Verzè ha stupito molti amici del cardinale. Il fondatore del San Raffaele è un personaggio di notevole intraprendenza che ha ben poco in comune con Martini. Perché ha scelto proprio lui come interlocutore? Il cardinale risponde così: «Io e don Luigi siamo molto diversi sia per temperamento sia per formazione; sono diverse le nostre biografie ed anche le nostre visioni politiche e sociali. Non so se don Luigi ed io abbiamo le stesse soluzioni di fronte a scelte sempre più difficili. Ma siamo insieme sulla stessa barca, la barca della Chiesa, pur con tutte le nostre diversità. Ci accomuna un grande amore verso la Chiesa, un´ardente passione per il Verbo Incarnato Gesù Cristo e il desiderio che la Chiesa incontri e comprenda la società moderna». La spiegazione è chiara, le differenze tra i due emergono dal libro ma l´obiettivo comune è quello di porre all´attenzione dei cristiani cattolici problemi non più oltre rinviabili. Domando a Martini quale siano quei problemi in ordine di importanza. «Anzitutto l´atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina o l´elezione dei Vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica. Le sembrano problemi di facile soluzione? Possono interessare anche un laico non credente come lei?». Mi guarda sorridente e si riassesta sulla sedia che scricchiola e mi viene il timore che sia malferma ma lui mi rassicura: «E´ solida, stia tranquillo, sono io che mi muovo troppo». Ci troviamo in una stanza molto sobria, un tavolo lungo e qualche sedia, nella casa di riposo dei gesuiti a Gallarate. Il cardinale, prima di ricevermi, ha incontrato una cinquantina di preti venuti dal dintorno milanese. Volevano ascoltare le sue parole di fede e di speranza in una società sempre meno cristiana e sempre più indifferente. Indifferente verso che cosa? gli chiedo. «Non c´è più una visione del bene comune. Il sentimento dominante è di difendere il proprio interesse particolare e quello del proprio gruppo. Magari pensano di essere buoni cristiani perché qualche volta vanno a messa e fanno avvicinare i loro figli ai sacramenti. Ma il cristianesimo non è quello, non soltanto quello. I sacramenti sono importanti se coronano una vita cristiana. La fede è importante se procede insieme alla carità. Senza la carità la fede è cieca. Senza la carità non c´è speranza e non c´è giustizia». Lei, cardinal Martini, ha affermato in molte occasioni l´importanza della carità, ma forse bisogna definire con esattezza che cosa lei intenda con questa parola. Non credo che si limiti al far del bene al prossimo. «Far del bene, aiutare il prossimo è certamente un aspetto importante ma non è l´essenza della carità. Bisogna ascoltare gli altri, comprenderli, includerli nel nostro affetto, riconoscerli, rompere la loro solitudine ed esser loro compagni. Insomma amarli. La carità non è elemosina. La carità predicata da Gesù è partecipazione piena alla sorte degli altri. Comunione degli spiriti, lotta contro l´ingiustizia». Nel suo libro Conversazioni notturne lei dice che i peccati sono numerosi e la Chiesa ne enumera molti ma, a suo parere, il vero peccato del mondo - lei dice proprio così se ben ricordo - il vero peccato del mondo è l´ingiustizia e la diseguaglianza. Se ho ben capito le sue parole, la carità è lottare contro l´ingiustizia? «Gesù disse che il regno di Dio sarà dei poveri, dei deboli, degli esclusi. Disse che la Chiesa avrebbe avuto come missione di essere vicina a loro. Questa è la carità del popolo di Dio predicata dal suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza». Cardinale, che cosa intende per popolo di Dio? E´ il laicato cattolico il popolo Dio? «Tutta la Chiesa è popolo di Dio, la gerarchia, il clero, i fedeli». I fedeli hanno un ruolo attivo nel governo della Chiesa, nella partecipazione, nell´amministrazione dei sacramenti, nella scelta dei loro pastori? «Hanno certamente un ruolo ma dovrebbero esercitarlo con molta più pienezza. Troppo spesso è un ruolo passivo. Ci sono state epoche nella storia della Chiesa nelle quali la partecipazione attiva delle comunità cristiane era molto più intensa. Quando prima ho parlato d´una dilagante indifferenza pensavo proprio a questo aspetto della vita cristiana. Qui c´è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea e in quella italiana». Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni? «Questi sono aspetti esterni, non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente qui e subito ma per i figli e i nipoti, le generazioni che verranno». La chiesa istituzionale fa abbastanza in questa direzione? «Fa molto, ma dovrebbe fare molto di più». Cardinal Martini, vorrei porle una questione piuttosto delicata. Un noto scrittore cattolico, Vittorio Messori, ha scritto recentemente che la Chiesa istituzionale, cioè il Vaticano con la sua Segreteria di Stato i suoi Nunzi sparsi in tutto il mondo, le sue strutture di Curia, non può sanzionare i vizi privati dei potenti. Il suo compito è stipulare accordi, Concordati, affrontare problemi concreti da potere a potere. Fece accordi con Hitler, con Mussolini, con Pinochet, con Franco, con Craxi. Se li avesse pubblicamente giudicati sui loro comportamenti, sulla loro moralità, non avrebbe potuto operare politicamente come è suo compito. Il problema semmai - secondo Messori - riguarda il confessore, ammesso che qualcuno di quei potenti si confessi. Comunque il tema della salvezza riguarda il clero pastorale, i parroci e i vescovi con cura di anime. Lei è d´accordo con questa distinzione tra istituzioni vaticane e clero con funzioni pastorali? «In verità non sono molto d´accordo, la distinzione che fa Messori ci richiama ad una fase in cui esisteva ancora il potere temporale e il Papa era anzitutto un sovrano; ma quel potere grazie a Dio è finito e non può essere restaurato. E´ una fortuna che sia finito. Certo esiste una struttura diplomatica della Santa Sede, ma composta pur sempre di sacerdoti il cui fine ultimo è quello di testimoniare la predicazione evangelica ed il suo contenuto profetico. Aggiungo che la struttura diplomatica, secondo me, è fin troppo ridondante e impegna fin troppo le energie della Chiesa. Non è stato sempre così. Nella storia della Chiesa per molti e molti secoli questa struttura non è neppure esistita e potrebbe in futuro essere fortemente ridotta se non addirittura smantellata. Il compito della Chiesa è di testimoniare la parola di Dio, il Verbo Incarnato, il mondo dei giusti che verrà. Tutto il resto è secondario». Le Chiese protestanti non hanno anch´esse strutture consimili? Non sono necessarie per tutelare la libertà religiosa e lo spazio pubblico di cui la Chiesa ha bisogno per diffondere i suoi valori? «Le Chiese protestanti non hanno strutture accentrate e potenti come la nostra. Hanno assetti molto diversi. Sono, da questo punto di vista, più deboli della Chiesa cattolica ma per altri aspetti più coese con i fedeli». Il problema che lei solleva indubbiamente esiste. Riguarda i Vescovi? Forse la figura del Papa, che esiste soltanto nella Chiesa cattolica, ha come conseguenza un certo temporalismo che è sopravvissuto al potere temporale propriamente detto. «Il Papa è innanzitutto il Vescovo di Roma. Per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra e gli dobbiamo amore, rispetto e obbedienza senza però dimenticare che la chiesa apostolica si regge su due pilastri: il Papa e la sua comunione con i Vescovi. Ricordo che nel Concistoro che precedette l´ultimo Conclave, ci fu un dibattito preliminare per individuare una sorta di identikit del futuro pontefice. Quando toccò a me di parlare dissi che noi dovevamo eleggere il vescovo di Roma. Volevo dire con ciò che è sempre comunque prevalente la capacità e la vocazione pastorale rispetto a quella diplomatica o teologica». Lei disse questo? Che voi, il Conclave, dovevate eleggere il Vescovo di Roma? «Le sembra un´eresia? Invece questo è il mandato costante secondo la dottrina e la tradizione evangelica». Il tempo passava e di argomenti che avrei voluto discutere con il cardinal Martini ce n´erano ancora molti, ma temevo di affaticarlo troppo. Glielo dissi, ma mi rispose che potevamo continuare. C´era un tema che mi stava a cuore. Gli dissi che leggendo il suo ultimo libro, quello scritto con don Verzè, m´era parso di capire una sua propensione a proporre un altro Concilio, una sorta di Vaticano III. La spinta del Vaticano II si era indebolita? Non bisognava riprendere il discorso e portarlo più avanti? La risposta che ne ebbi a me è sembrata molto innovatrice e anche imprevista. «Non penso ad un Vaticano III. E´ vero che il Vaticano II ha perso una parte della sua spinta. Voleva che la Chiesa si confrontasse con la società moderna e con la scienza, ma questo confronto è stato marginale. Noi siamo ancora lontani dall´aver affrontato questo problema e sembra quasi che abbiamo rivolto il nostro sguardo più all´indietro che non in avanti. Bisogna riprendere lo slancio ma per far questo non è necessario un Vaticano III. Ciò detto io sono favorevole ad un altro Concilio, anzi lo ritengo necessario, ma su temi specifici e concreti. Ritengo anzi che bisognerebbe attuare ciò che fu suggerito anzi decretato dal Concilio di Costanza, cioè convocare un Concilio ogni venti o trent´anni ma con un solo argomento o due al massimo». Questa sarebbe una rivoluzione nel governo della Chiesa. «A me non pare. La Chiesa di Roma, non a caso, si chiama apostolica. Ha una struttura verticale ma al tempo stesso anche orizzontale. La comunione dei vescovi con il papa è un organo fondamentale della Chiesa». E quale sarebbe il tema del Concilio che lei auspica? «Il rapporto della Chiesa con i divorziati. Riguarda moltissime persone e famiglie e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque affrontato con saggezza e preveggenza. Ma c´è anche un altro argomento che un prossimo Concilio dovrebbe affrontare: quello del percorso penitenziale della propria vita. Vede, la confessione è un sacramento estremamente importante ma ormai esangue. Sono sempre meno le persone che lo praticano ma soprattutto il suo esercizio è diventato quasi meccanico: si confessa qualche peccato, si ottiene il perdono, si recita qualche preghiera e tutto finisce così. Nel nulla o poco più. Bisogna ridare alla confessione una sostanza che sia veramente sacramentale, un percorso di pentimento e un programma di vita, un confronto costante con il proprio confessore, insomma una direzione spirituale». Ci alzammo. Mi disse di aver letto il mio ultimo libro L´uomo che non credeva in Dio e di averci trovato alcune assonanze con la sua visione del bene comune. Lo ringraziai. Io le sono molto vicino, gli dissi, ma non credo in Dio e lo dico con piena tranquillità di spirito. «Lo so, ma non sono preoccupato per lei. A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti. Lei non lo sa, ma il Signore sì». Fui tentato di abbracciarlo, ma siamo un po´ tremolanti tutti e due ed avremmo rischiato di finir per terra. Ci siamo stretti la mano promettendoci di rivederci presto.

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Com'è stato l'anno d'oro della famiglia Abete da Apcom ad Assonime (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 18-06-2009)

Argomenti: Laicita'

evoluzioni Si può rimanere al centro del potere romano durante la recessione Com'è stato l'anno d'oro della famiglia Abete da Apcom ad Assonime tentativo di Saga. L'associazione delle spa ha nominato Luigi nuovo presidente per il biennio 2009-2011. Suo fratello Giancarlo è stato appena confermato alla guida della Federcalcio. Il culmine di un'ascesa iniziata negli Ottanta. Amici di famiglia. Della Valle, Montezemolo, Miccio e Mastella. di Gianmaria Pica Un 2009 che rimarrà negli annali per la famiglia Abete. Martedì Assonime, l'associazione fra le società italiane per azioni, ha nominato un nuovo presidente per il biennio 2009-2011: l'economista-imprenditore, presidente della Bnl, Luigi Abete. A lasciargli il posto sarà Vittorio Mincato, che è lì dal 2005, anno in cui lasciò la carica di amministratore delegato dell' Eni. Recentemente il fratello Giancarlo, è stato confermato (con il 98 per cento dei voti) per altri quattro anni alla guida della Federcalcio. A maggio la società Eps (Editoriale progetto e servizio, che tra le altre cose ha in pancia anche la quota dell'Asca) della famiglia Abete ha rilevato da Telecom Italia Media il 60 per cento dell'agenzia di stampa Apcom. Ma questo è soltanto il punto più alto, per ora, dell'ascesa - iniziata negli anni Ottanta - per una delle famiglie dell'imprenditoria romana. Luigi Abete ha sempre fatto attività associativa e imprenditoriale. «La recente nomina a capo di Assonime - dice un amico - è il frutto di un lento e lungo lavorìo diplomatico». Luigi Abete ha una fitta rete di imprenditori -amici che va da Luca Cordero di Montezemolo, conosciuto ai tempi della scuola - entrambi hanno studiato al Massimiliano Massimo, la scuola dei gesuiti frequentata anche dal Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi - a Diego Della Valle, da Innocenzo Cipolletta - presidente delle Ferrovie dello Stato - a Clemente Mastella, da Mauro Miccio a Paolo Panerai - amministratore delegato di Class Editori. L'interesse per l'informazione iniziò a metà degli anni Ottanta. Nel settembre del 1985, la Dc decise di vendere l'agenzia di stampa Asca. Il compratore? Un giovane Luigi Abete reduce dell'esperienza a capo dei Giovani di Confindustria e presidente dell'Unione degli industriali di Roma. L'accordo era semplice: il venditore - l'Affidavit, finanziaria della Democrazia cristiana - si accollò tutti i debiti, mantenne una partecipazione del 10 per cento nella proprietà dell'Asca e il diritto di esprimere il gradimento sul direttore; il compratore (A.Be.Te. acronimo di azienda beneventana tipografica editoriale), invece, si fa carico delle liquidazioni e di tutti gli asset negativi. Per Luigi Abete, l'acquisto dell'agenzia della Dc, rappresenterà una promozione nel mondo dell'informazione: è una diversificazione della propria attività che partendo da sette tipografie si era già allargata all'editoria libraria e ora a quella quotidiana. Forte del suo potere nell'establishment cattolico quattro anni più tardi, il 29 aprile 1989 grazie a lui, per la prima volta degli imprenditori privati entrano nella proprietà di Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che in quegli anni era sull'orlo del fallimento. Luigi Abete, all'epoca vicepresidente di Confindustria, riuscì a mettere in piedi una cordata di imprenditori di area cattolica che rilevarono il 45 per cento del quotidiano. «Per comprendere e capire il pensiero di Abete - raccontano alcune fonti vicine al presidente Bnl - bisogna partire dal rapporto con Piero Pozzoli». Abete aveva sostenuto la candidatura di Pozzoli alla presidenza a capo dei Giovani industriali. Pozzoli era molto amato dai Giovani e aveva lavorato molto per rafforzare i legami con i settori più avanzati della società. Erano gli anni mitici della rivista l'Impresa. Ma il peso politico dei Giovani non riusciva a spostare gli equilibri di fondo. Dimessosi Pozzoli, in questa situazione difficile, i Giovani furono chiamati a pronunciarsi tra Carlo Patrucco e Aldo Belleli, esponenti dell'ala più laica confindustriale, e Luigi Abete leader dell'altra anima dell'associazione. Vinse Abete che cercò di rafforzare la rappresentanza dei giovani. Abete, si ritaglia nel mondo confindustriale un ruolo di democristiano progressista. Una collocazione che porterà i suoi frutti nel 1992. Forte del sostegno dei Giovani industriali e di larghi settori dell'associazione, il quarantacinquenne Abete risulta il più votato alla presidenza di Confindustria dopo Cesare Romiti. Negli anni del suo mandato la Confindustria cambiò pelle, si ibridò: entrarono le aziende partecipate dallo Stato (ex Iri). Fu il presidente della concertazione, dell'accordo del 1993, il presidente della supplenza delle classi dirigenti eocnomiche rispetto alla politica decimata dagli avvisi di garanzia. Poi cominciò per lui una fase più difficile, in ombra. Si rimise in pista quando andò a fare il presidente della Banca Nazionale del Lavoro. E partecipò attivamente allo scontro dell'estate del 2005 nel sistema economico e finanziario: le opa e le contropa che portarono Antonveneta agli olandesi di Abn, la Bnl a Bnp Paribas, Rcs saldamente nelle mani del patto di sindacato e Antonio Fazio alle dimissioni da governatore di Banca d'Italia. Lui stava dalla parte di quelli che avrebero vinto, la grande coalizione che in quel momento andava da Giulio Tremonti a Clemente Mastella, a Diego Della Valle, a Luca di Montezemolo. Anche grazie a quella vittoria, la famiglia Abete è rimasta in gioco negli snodi di potere nella capitale. Questo non dipende solo da Luigi, ma anche da suo fratello Giancarlo Abete, fratello minore, più riservato, ma con doti spiccate di intelligenza politica e finanziaria. Insieme a Luigi, Giancarlo guida il gruppo di famiglia. L'attività principale è quella nel settore tipografico, commesse dal Poligrafico e dal settore editoriale. Poi ci sono le parteciopazioni nelle agenzie di informazione e nel business pubblicitario e cinematografico, interessi nei servizi - dalla contabilità all'industria grafica - e interessi immobiliari e agricoli. Non è un impero, ma è una solida ricchezza cittadina. «Luigi si occupa sviluppo e strategia, mentre Giancarlo della gestione finanziaria», dice un vecchio amico. Anche Giancarlo ha avuto la stessa formazione cattolico-gesuita. Passione che negli anni Settanta si trasformerà in una passione politica. Nel 1979 Giancarlo si candida alle elezioni politiche con la Democrazia cristiana, e proprio con la Dc sarà eletto onorevole nella ottava, nona e decima legislatura dal 1979 al 1992. Oltre alla politica, l'interesse dell'altro Abete è il calcio, il potere calcistico. Dal 1989 al 1990 è stato a capo del settore tecnico della Figc, incarico con il quale ha avuto inizio la sua carriera in Federcalcio. Legato ad Antonio Matarrese, il primo novembre del 1990, appena quarantenne, è stato eletto presidente della Lega delle società di calcio di serie C. Adesso, quello che si cerca di capire nel mondo della finanza romana, è quali sono gli obiettivi degli Abete e le loro strategie. (1. continua) 18/06/2009

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Mentore sapendo di smentire (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 18-06-2009)

Argomenti: Laicita'

18 giugno 2009 Mentore sapendo di smentire Manconi invita il Cav. all'ipocrisia e il Foglio al moralismo, l'Elefante gli ricorda il paradigma di Leporello Dal Foglio del 12 giugno 2009 Al direttore - Sarebbe davvero sciocco archiviare sotto il genere letterario di gossip l’intero dibattito pubblico sviluppatosi in queste settimane intorno alla categoria di “illibatezza della minorenne”. O sottrarsi a quel dibattito quasi fosse un tema così futile da risultare degradante o destinato a funzionare come un’ulteriore arma di “distrazione di massa”. O, dopo il risultato elettorale, come un semplice ma insidiosissimo errore di percorso di Silvio Berlusconi. Le cose non stanno affatto così. Dietro tutta questa vicenda, emergono almeno due importanti questioni di etica, che vale la pena approfondire. La prima riassumibile in un interrogativo: Silvio Berlusconi avrebbe potuto partecipare, come ha fatto, da trionfatore morale al Family day di San Giovanni (12 maggio 2007), se questo si fosse svolto, poniamo, tra quindici giorni? Insomma esiste, deve esistere, una qualche apprezzabile affinità (se non coerenza) tra stile di vita personale e messaggio pubblico? Contrariamente a quanto si crede, la risposta della Chiesa cattolica è sempre stata negativa: no, non è lo stile di vita, i comportamenti privati, le relazioni domestiche che qualificano il “buon cristiano” impegnato in politica. Sono solo ed esclusivamente le sue “opere”: in altre parole, e in estrema sintesi, le leggi che produce. Sotto questo profilo, resta decisiva una intervista di Camillo Ruini risalente ormai a un decennio fa: in quella circostanza, fu nettissima la distinzione tra attività politica e legislativa e opzioni private, tracciata dall’allora presidente della Cei: e fu altrettanto chiara l’indicazione di come fosse la prima a qualificare l’identità cristiana dell’uomo pubblico. Non stupisce: per la Chiesa l’uomo è naturaliter peccatore e, dunque, la sua fallibilità (la “debolezza della carne”) è un dato storico e teologico che si mette nel conto e che va affrontato e risolto con una adeguata vita sacramentale: in questo caso, col ricorso a quel sacramento della confessione che è parte integrante dell’esperienza del cristiano. Questo, nell’ambito della comunità ecclesiale. Ma in quello della sfera pubblica, il cardinale Bagnasco e lo stesso Silvio Berlusconi e Giuliano Ferrara hanno sottovalutato, probabilmente, un dato di realtà. Vale la pena qui citare Joseph Ratzinger che, appena pochi giorni fa, ha stigmatizzato le “immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna”. Ecco, è a questo punto che interviene una contraddizione non eludibile: la “spettacolarizzazione” (voluta prima che subita) ha reso inservibile il ricorso a quella categoria fondamentale della vita pubblica che è l’ipocrisia. In altri termini, è proprio vero – come recita un detto abusato ma felicissimo – che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù e la “dissimulazione onesta” è, oltre che il segno della consapevolezza del “male” che si commette, il riconoscimento dell’accettazione dell’ordine (morale) costituito, delle sue regole condivise, dei suoi limiti accettati (anche quando violati nei fatti). Dunque, uno strumento di coesione sociale. Ma se quello strumento si rivela traballante perché lo scarto tra le dichiarazioni pubbliche di partecipazione a quell’ordine (celebrato, per esempio, dal Family day) e le violazioni private dello stesso risulta troppo ampio, quella dissimulazione onesta non regge più. L’ipocrisia, qui intesa come virtù pubblica, ha bisogno di senso della misura, eleganza del tratto ed equilibrio nella postura. L’ipocrisia, in altre parole, non è quella robetta là che credono i bigotti di destra e di sinistra: è, piuttosto, una specifica narrazione morale. Che esige una sua peculiare sincerità: uno schietto e aperto proporsi nella propria complessità e contraddittorietà e nella propria dichiarata ambiguità. In caso contrario, risulta – fatalmente – niente più che una sfacciata e mediocre improntitudine. Che è altra cosa. Certo, è probabile che non sia stata questa la ragione principale del mancato successo elettorale di Silvio Berlusconi: ma è la scintillante rappresentazione ideologico-morale da lui realizzata che ha perso una quota non insignificante del suo fascino, in quella sequenza imbarazzante e imbarazzata di reticenze, bugiette, menzognucce, vereconde ammissioni e fiere negazioni. Insomma, “mento sapendo di smentire” (Dario Vergassola). C’è, poi, un ulteriore motivo di riflessione che Ferrara (il Foglio del 1 giugno scorso) afferra ma che, a mio avviso, non riesce a controllare. E che costituisce la seconda questione etica che emerge da questo affaire. Ferrara esalta il comportamento del premier, come manifestazione sublime del carattere nazionale, dell’antropologia borghese, dell’identità psicologica e culturale propria del vitalismo imprenditoriale e creativo, del familismo amorale e dello spirito di clan come strumento di integrazione e di ascesa sociale. Pertanto, Ferrara vede in Berlusconi innanzitutto una attitudine licenziosa e irriverente, un tratto trasgressivo e dinamico, un elemento caratteriale proprio di una natura mercuriale e satirista, giocosa e femminile, libertaria e ribelle. Contrappone tutto ciò, e la cultura che lo alimenta, al “moralismo machofobico di certi ambienti cattolici” e a “tutta quella bella gente dell’Espresso e dintorni, questi giornalisti laici bigami, trigami o in quadricromia”; e soprattutto lo contrappone a quella “sociologia comprendente” che si muove “intorno alle famiglie superallargate, scisse, sghembe, single o di altro disordine”, per appunto “comprenderle” e riconoscere loro diritti. Qui l’ossessione ideologica di Ferrara finisce col giocargli un brutto scherzo. Se fosse vero, quanto il direttore del Foglio scrive, saremmo di fronte, con Berlusconi, a una figura di moderno libertino, gaudente e goloso, ironico e autoironico, umanista e “ripopolatore del mondo”. Ma se fosse davvero questa la cultura incarnata da Berlusconi, l’esito “politico” sarebbe assai diverso. Il libertino non è, infatti, quell’esemplare di doppiezza bigotta e tartufesca che una certa narrativa nazionale ha voluto rappresentare nella galleria dei tipi italiani. Il libertino autentico ha due tratti che sembrano sfuggire completamente a Ferrara e che non sembrano rientrare in alcun modo nella raffigurazione che egli stesso fa del suo Silvio Berlusconi. Il primo tratto è una sorta di fondo tragico che conduce al cinismo, inteso non come sguardo opaco e privo di riferimenti morali, bensì come coscienza drammatica dell’inutilità degli umani sforzi e della loro sostanziale vanità. Il secondo tratto è rappresentato proprio da quella “capacità di comprendere” che Ferrara così tanto detesta. Per buttarla in politica (e me ne scuso), il libertino non chiede per sé, faccio per dire, il riconoscimento delle “coppie di fatto”: ma proprio la sua idea del mondo, e la coscienza della sofferenza che lo affligge, lo induce a guardare con favore (non dico ad adoperarsi perché avvenga) l’istituzionalizzazione delle unioni civili. “Certo, le circostanze non sono favorevoli. E quando mai?”: come canta Giovanni Lindo Ferretti, da me (vanamente) sottratto a quei reazionari del Foglio. Luigi Manconi Caro Manconi, io non esalto alcuno, né mi esalto, cerco bensì di spiegare con qualche ironia e quando mi riesca anche con spirito beffardo, e di spiegare prima di tutto a me stesso, quel fenomeno prodigioso che è Silvio Berlusconi, da molti anni sconosciuto e onnipresente protagonista della scena pubblica italiana e internazionale. Non ho mai scritto che è un libertino. Ho detto al contrario che non è un dongiovanni ma un vendicatore di torti paragonabile alla statua del Cumenda o addirittura un Leporello, gran carattere che schiaffeggia la classe dei signori dell’establishment con le sue facezie e con le sue geniali scurrilità. La grande virtù di Berlusconi, lo sappiamo tutti, o dovremmo saperlo, è una perigliosa, lunga, affannata e ilare fuga dal tragico. Figuriamoci il libertinismo, con il suo contorno di sadismo, violenza, trasgressione nel segno dell’odio verso Dio. Voi bacchettoni di sinistra, che mi avete sempre fatto la morale perché non accetto di trasformare i desideri particolari di ogni specie in diritti, a scapito di antiche e onorate istituzioni come la maternità, il matrimonio e altre ancora, non riuscite a capire che il Family day, da me sempre ricordato come Dies familiae, non era una riunione di moralisti bensì una manifestazione politica laica, appoggiata dal clero cattolico che aveva combattuto con noi laici dissenzienti dall’ortodossia ipersecolarista le buone battaglie contro una legislazione zapaterista e contro la pretesa di fare degli embrioni umani carne di porco per il diritto di aver figli (anche piuttosto sani perché scelti nel parco buoi dell’eugenetica). Berlusconi fu trionfatore, e lo sarebbe anche domani, perché diede una mano, una manina incerta ma vistosamente utile, a vincere quelle due battaglie. Per il resto, non credo di dover ricordare a voi, che avete condiviso la sua impostazione sotto elezioni, quanto mi abbia fatto arrabbiare la dichiarazione congiunta Berlusconi-Veltroni dell’anarchia etica come sostrato del conflitto civile che esclude le questioni che contano dai confronti elettorali (giocati sull’Alitalia invece che sulla tragedia della manipolazione della vita umana). Due fiacchi agnostici, all’occasione, non due libertini. Manconi vuole abbellire lo spregevole assalto agli stili di vita di un uomo pubblico, perché ha un certo senso estetico nonostante di mestiere faccia il sociologo, e all’uopo fa l’elogio dell’ipocrisia. Certo Berlusconi dovrebbe darsi una calmata ed essere un poco più riservato ed ipocrita, ma senza esagerare, altrimenti assomiglierebbe pericolosamente a Franceschini e a tutti quei cattolici mediocri che sostituiscono il senso del peccato con l’educazione civica, e non è questa la sua natura, aggiungo per fortuna. Spero che su questo, ma ne dubito, sia d’accordo anche Manconi. Comunque c’è James Hillman, junghiano e sociologo o antropologo a suo modo, che ha capito tutto da prima. Ne Il codice dell’anima, appena riedito utilmente da Adelphi in edizione economica, c’è scritto tutto quel che si deve sapere su Casoria, a parte i dettagli inutili riferiti dagli scrutatori di buchi della serratura. Andate al V capitolo, e già il titolo dice tutto: Esse est percipi. Come fu che alcuni grandi, compresi un Washington e un Roosevelt, scoprirono il geniale soldato, il grande politico, ma anche ad altri capitò di selezionare l’eccelso torero, la stella della letteratura, l’asso di baseball? Attraverso quella delicata cosa che è il patronage, la vocazione a denudare corpi e anime e a percepire negli altri una dote e a farla vivere (il risvolto è il destino degli altri di vivere attraverso una percezione che li fa essere). Casi, alla fine, di casting azzeccato (sebbene pretelevisivo, con un risvolto umanistico, diciamo, più evidente): Hamilton delfino di Washington, Lyndon Johnson, Manolete, Gertrude Stein, tutte stelle che non avrebbero brillato senza questa selezione, anche improvvisata, dai contorni talvolta ambigui, questo casting ad altezze eccelse. Nel riportare le sue storie favorite sul genio percettivo, Hillman nota che “oggi sarebbero probabilmente considerate esempi di favoritismo da parte del professore o casi di attrazione omosessuale tra due maschi o spiegate in qualche altro modo che riduce il dono della percezione a una questione di meschino interesse personale”. E insiste: “C’è rimasta ben poca carità nelle nostre interpretazioni dei rapporti tra due persone, specialmente se una delle due è giovane e l’altra più grande, se una ha il potere e l’altra no. Forse, avendo perduto il potere percettivo, siamo capaci soltanto di percepire, come unica affinità elettiva tra due persone, il potere”. E conclude: “ Oggi quasi non riusciamo più a credere a queste relazioni basate sull’affetto del cuore. Abbiamo imparato a vedere le cose con l’occhio dei genitali. Non sappiamo immaginare rapporti basati sull’immaginazione. Per la nostra cultura il desiderio deve per forza essere inconsciamente sessuale, le relazioni accoppiamenti, le confessioni sincere, sotto sotto, manipolazioni seduttive”. Ecco, caro Manconi, la sottocultura di sinistra è peggio dell’ignoranza romantica, che faceva dire a John Keats: “Non conosco altro che la santità degli affetti del Cuore e la verità dell’Immaginazione”. Per Hillman questa frase “ci apre gli occhi sul terreno transumano dell’arte del mentore”. Ecco, il mentore. Magari un mentore che sa di smentire, ma pur sempre un mentore. L’anziano politico, l’imprenditore al culmine del successo pubblico e privato, l’uomo del casting, il mentore – appunto – che affolla le feste di bella gioventù e seleziona con brio leporellesco, senza tante ambizioni ma senza tutto quel risvolto di genitalità che ci vedono i suoi denigratori bacchettoni e molto, molto ipocriti: ecco qualcosa che le sottoculture non riusciranno mai a capire. E mi dispiace. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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No Martini (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 18-06-2009)

Argomenti: Laicita'

18 giugno 2009 No Martini Riflesso nella vanità di Scalfari, il venerabile gesuita è insopportabile Eugenio Scalfari spesso tira fuori il peggio dei suoi interlocutori, perché li sfida in una gara di narcisismo camuffata da emulazione intellettuale e morale, per giunta nobile. Accadde anche ieri in una conversazione su Repubblica con il cardinale Carlo Maria Martini, che ha deciso di passare questi anni venerabili alla ricerca non del giusto, del bello, del vero e del buono ma del consenso, comunque sia. Da Scalfari Martini si è lasciato sgridare per aver scritto un libretto modesto, a quattro mani, con don Luigi Verzè, definito dal famoso moralista laico come “un personaggio di notevole intraprendenza”, che sarebbe una formale diminutio di persona non grata se non si attagliasse, la definizione, al suo stesso autore. Si è anche mediocremente giustificato, cosa che un principe della chiesa dovrebbe evitare di fare: per lavorare di penitenza, il confessionale giusto non è il lettorato di Repubblica. Martini ricorda spesso il vangelo, che sarebbe anche il suo mestiere. Sostiene che bisognerebbe smantellare la chiesa come istituzione, diplomazia e rocciosità della sede petrina prima di ogni altra cosa; tutto quello che non è spiritualità e pauperismo è istituzionalismo o residuo temporalista, deriva costantiniana, orrida alleanza con il potere. Bisognava fare Papa un pastore, non un teologo o un diplomatico, nell’ultimo conclave. E va bene. Abbiamo capito. Ma è andata così, e sarà da farsene una ragione, se si voglia risultare persuasivi nel ragionare intorno alla chiesa di Benedetto XVI. Martini dimentica però di citare il vangelo in quel versetto che ci sembra di ricordare dedicato al matrimonio: l’uomo non disgiunga ciò che Dio ha unito. Il carattere sacramentale del matrimonio non interessa l’esegeta biblico fattosi pastore dei divorziati risposati, che vorrebbe addirittura dedicare un concilio non già alla vasta piaga sociologica e spirituale della distruzione della famiglia moderna attraverso il divorzio, l’aborto e altri ammennicoli del diavolo: no, Martini vuole fare un concilio per alleviare il disagio spirituale dei divorziati che si risposano e chiedono l’eucaristia, infatti il cardinale intuisce il numero sempre crescente dei peccatori (dal punto di vista della chiesa) e vuole ingurgitarli tutti come segni dei tempi, correzioni di un’etica cattolica cattiva in quanto formalistica e antirelativistica, numeri di un consenso decisivo per l’alleanza con il mondo com’è. Già che c’è, Martini definisce la frequenza dei sacramenti, della messa e le vocazioni come “aspetti esterni, non sostanziali” della vita cristiana, che sarebbe solo e soltanto carità, e forse fede e speranza. A Martini, dice infine Scalfari, piace Scalfari, che è un “ateo perfetto”; a entrambi, dicono in coro Scalfari e Martini, dispiacciamo noi atei imperfetti, che manifestiamo liberamente, in nome di una ragione più larga e varia del razionalismo conformista, una certa ironica ma sincera devozione per la dottrina, l’annuncio e la liturgia cattoliche. Sinceramente, e gentilmente, ricambiamo. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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Tendenza 24 luglio tra i delusi del Cav. C'è chi potrebbe fare il Dino Grandi? (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 19-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Tendenza 24 luglio tra i delusi del Cav. C'è chi potrebbe fare il Dino Grandi? di Peppino Caldarola «La situazione si è fatta grave, persino seria». L'editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri descrive lo sconcerto di un noto estimatore, e suggeritore, di Berlusconi di fronte allo scandalo scoppiato dopo le rivelazioni, affidate ad un pm di Bari, di una signorina che dichiara di aver trascorso almeno una notte a palazzo Grazioli. Ma la penna acuminata di Ferrara non è rivolta contro gli organi di stampa che accusano il premier ma parla del mondo che circonda Berlusconi. C'è aria da "24 luglio" permanente, denuncia Ferrara, una vigilia di rivolta che si respirerebbe anche fra gli amici più stretti di Berlusconi. Le agenzie di stampa hanno registrato meno difese d'ufficio del premier di altre occasioni. Se Berlusconi si era sentito solo durante l'attacco di Repubblica sul caso Noemi, per buona parte della giornata di mercoledì e di giovedì deve aver provato una sensazione ancora più angosciosa. Anche Ferrara per la prima volta parla di una «licenziosità dei comportamenti difficile da classificare», mentre in altre circostanze aveva cercato di ridimensionare l'impatto di una condotta esagerata. Il "24 luglio permanente" ha bisogno di un Dino Grandi che prepara l'ordine del giorno e di gerarchi che si apprestino a sostenerlo. A chi pensa, se pensa a questo, Giuliano Ferrara? In verità solo Ferrara può chiarire il senso della sua invettiva che peraltro principalmente rivolta contro quanti hanno dimostrato «stupidità o inesperienza politico-istituzionale». Noi che nulla sappiamo di complotti, anzi che fieramente siamo ostili alle manovre oscure di corridoio, possiamo cercare di capire in quali ambienti va maturando in modo abbastanza esplicito e pubblico un dissenso o distinzioni rispetto alla gestione Berlusconi. Conviene indagare piuttosto che sulla «stupidità» di alcuni consiglieri o sulla doppiezza di alcuni amici sleali su un mondo culturale, intriso di ambizioni politiche, che comincia a sentirsi stretto nella maglie berlusconiane. Non è un mistero ormai che un'alternativa culturale prima ancora che politica stia albergando dalle parti del presidente della Camera. L'iniziativa di Fini si svolge ormai a tutto campo e non conosce soste. L'ex capo di An sta descrivendo il profilo di una nuova destra tollerante sui diritti civili, legalitaria sul piano istituzionale, libertaria e filo-atlantica in politica estera. E' una dimensione da capo dello Stato quella che sembra avvolgere il presidente della Camera che non lascia passare giorno senza distinguersi dal premier sulla politica corrente o sulle prospettive. E' difficile immaginarlo come congiurato, piuttosto va segnalata una continua erosione a suo favore di consensi di quella parte di mondo dell'impresa, della diplomazia e della politica che cerca nella destra una alternativa a Berlusconi. Il secondo nome è quello di Giulio Tremonti, anche lui difficilmente catalogabile come un congiurato anti-Berlusconi. Ma il ministro da mesi ha rivoltato come un calzino la propria immagine pubblica. Da liberista è diventato anti-mercatista, non ha preso quasi più parte ad alcuna polemica contro l'opposizione se non quelle rese necessarie dalla battaglia politica quotidiana, aspira a diventare, fra i ministri del Tesoro, quello che stabilisce un nesso sempre più stretto fra buona economia e valori etici. Anche Tremonti sta costruendo una leadership che guarda ai poteri forti e alle cancellerie del mondo occidentale. Questa nuova stagione di Berlusconi ha deluso anche altri protagonisti di primo piano dell'ascesa e del consolidamento del berlusconismo. Pensiamo a uomini della politica che negli ultimi anni si erano costruiti un profilo politico-culturale di frontiera e che sono stati, con qualche brutalità, accantonati. Fra questi sicuramente c'è Giuseppe Pisanu, dc di tradizione di sinistra, buon ministro degli Interni, uomo di raccordo con quella parte del mondo cattolico che aveva per decenni commerciato con la Dc. Pisanu ora è nelle retrovie del berlusconismo e si è segnalato per l'iniziativa con Fini e D'Alema nella recente visita di Gheddafi. L'isolamento dell'ex ministro ha senza dubbio tolto molta professionalità all'entourage che circonda il premier e rischia di far sentire la propria mancanza in momenti caldi come quello che ci apprestiamo ad attraversare. Un'altra stella caduta dal firmamento berlusconiano è senza dubbio l'ex presidente del Senato, Marcello Pera. Ultimo sopravvissuto della schiera di professori che avevano scelto di fare politica con il Cavaliere, Pera da una sponda laica si era caratterizzato per il dialogo con un cardinale poi diventato papa. Il rapporto con Ratzinger l'aveva lanciato ai primi posti fra gli uomini di frontiera della nuova destra. La sua caduta non può non aver provocato malessere e incrinato una rete di rapporti. Nel mondo dei delusi c'è sicuramente un altro intellettuale che ha conosciuto il successo negli anni duri del berlusconismo e che è stato frettolosamente emarginato. Penso a Giuliano Urbani, l'ideatore di Forza Italia, in cui rappresentava l'anima laica e liberale. Il mondo degli scontenti di Berlusconi comprende anche figure di secondo piano. Fra i quasi cento parlamentari del Pdl che mancano spesso alla conta dell'aula molti sono i non premiati che hanno qualcosa da recriminare. Se da tutto questo può scaturire in un "24 luglio permanente" è congettura da indovino. 19/06/2009

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C'è posta per i preti Una lettera papale contro i detrattori (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 19-06-2009)

Argomenti: Laicita'

vaticano ratzinger apre l'anno sacerdotale e risponde a chi vuole abolire il celibato C'è posta per i preti Una lettera papale contro i detrattori omelia. Le iniziative di Milingo in Africa. Una lettera giunta dall'Austria sul tavolo del Prefetto del Clero. E, non ultima, un'intervista del cardinale Carlo Maria Martini su Repubblica. Benedetto XVI interviene sul tema dellla vocazione e della castità dei preti, fa l'identikit dell'uomo di Chiesa e propone il modello del Santo Curato d'Ars, sacerdote che non si arrese mai di fronte ai «deserti dei confessionali». di Paolo Rodari L'anno sacerdotale che si apre questa sera in Vaticano con la recita dei Vespri condita da un'importante omelia di Benedetto XVI (il testo riassumerà l'intensa Lettera del Papa per l'apertura dell'anno sacerdotale resa nota ieri dal Vaticano) cade nel momento giusto. A scorrere le cronache di questi giorni, infatti, svariati appaiono gli attacchi diretti proprio alla vocazione sacerdotale, cuore pulsante della vita della Chiesa. E, infatti, non a caso, è stato ieri il segretario del Clero, l'arcivescovo Mauro Piacenza, a parlare sull'Osservatore Romano di attacchi senza precedenti contro il sacerdozio. Attacchi che, in qualche modo, sono diretti anche contro una delle caratteristiche principali della stessa vocazione sacerdotale, il celibato. Divenuto una prassi nella Chiesa cattolica di rito latino, il celibato è oggi un vincolo sul quale, non ultimo, Benedetto XVI ha speso svariate parole. Prima ci si è messo Emmanuel Milingo. È di questi giorni la notizia che il vescovo scomunicato dalla Chiesa cattolica dopo le sue note vicende con Moon, sta lavorando in Africa per togliere consensi e preti alla Chiesa: nello Zambia, il Vaticano ha dovuto scomunicare padre Luciano Mbewe con l'accusa di aver creato la Chiesa Apostolica Nazionale Cattolica dello Zambia unendosi apertamente al movimento "Preti Sposati Ora" di Milingo. In Kenya, invece, è stato un piccolo gruppo di preti cattolici impegnati nell'abolizione della regola del celibato per il clero latino a sostenere di volere ordinare - incapperebbe con questo gesto automaticamente nella scomunica - un vescovo senza il permesso della Santa Sede. Poi è stata la volta del cardinale Christoph Schoenborn. Il presidente dei vescovi austriaci, convocato tre giorni fa da Ratzinger per relazionare sul caso Gerhard Wagner (nominato vescovo ausiliare di Linz, si è dovuto fare da parte per le proteste del clero locale che lo hanno ritenuto troppo conservatore), ha portato al prefetto del Clero, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, la cosiddetta "Iniziativa dei laici" (Laieninitiativ). Si tratta, in sostanza, di un appello di cattolici austriaci che chiede l'abolizione dell'obbligo del celibato per i sacerdoti, il ritorno in attività dei preti sposati, l'apertura del diaconato anche alle donne e l'ordinazione dei cosiddetti "viri probati". Schoenborn ha chiesto a Hummes di leggere il documento «con attenzione». E ha anche parlato della cosa in un'intervista rilasciata alla Radio Vaticana. Infine ecco un'intervista (di ieri) del cardinale arcivescovo emerito di Milano, Carlo Maria Martini, il quale oltre a proporre non tanto un Concilio Vaticano III quanto un Concilio dedicato interamente alla questione dei divorziati, dice che uno dei problemi che attanagliano la Chiesa è quello del «celibato dei preti». La Lettera di Benedetto XVI si muove a un'altezza diversa. Non risponde direttamente alla questione del celibato, ma alza lo sguardo indicando il cuore d'una vocazione, quella sacerdotale, che nell'accettazione del celibato ha senz'altro uno dei suoi punti di maggiore forza e fascino. L'esempio a cui Ratzinger vuole tutti guardino è uno: san Giovanni Maria Vianney, altrimenti noto come Curato d'Ars. È il suo esempio, la sua storia fatta di lunghi anni trascorsi in parrocchia a confessare e dire messa, a dipingere quell'identikit di prete a cui il Pontefice vuole tutti guardino. Il Curato d'Ars era mezzo analfabeta. Ma con il suo amore all'eucaristia e con una dedizione incondizionata ai suoi parrocchiani - «Mio Dio accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita», disse la prima volta che giunse ad Ars - riuscì a creare un movimento spirituale incredibile attorno alla sua chiesa. Scrive Benedetto XVI: «Entrava in chiesa prima dell'aurora e non ne usciva che dopo l'Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui». Ai suoi parrocchiani insegnava con la testimonianza della vita. Era dal suo esempio che i fedeli imparavano a pregare: era convinto che dalla messa dipendesse tutto il fervore d'un prete. Passava con un solo movimento interiore dall'altare al confessionale, dove vi rimaneva anche per sedici ore al giorno: «I sacerdoti - ha spiegato Benedetto XVI - non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo o quel sacramento». Quello di Benedetto XVI è un invito ai preti a riscoprire la grandezza della propria vocazione. Certo, ci vuole anche allenamento: «La grande disavventura per noi parroci - disse il Curato d'Ars - è che l'anima s'intorpidisce». Sono continuate le infedeltà dei preti: situazioni «mai abbastanza deplorate». Il Curato d'Ars rispondeva al peccato in questo modo: «Teneva a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale». In confessionale faceva così: «Do ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto». Egli seppe vivere in interezza i tre consigli evangelici: povertà, castità e obbedienza. Una possibilità valida anche oggi. 19/06/2009

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ROMA - Macchinette come quelle che sono fuori delle farmacie. Per comprare profilattici anch... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 19-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Venerdì 19 Giugno 2009 Chiudi di CARLA MASSI ROMA - Macchinette come quelle che sono fuori delle farmacie. Per comprare profilattici anche a scuola. Per provare a sostenere, così, un campagna di prevenzione anti-Aids e di educazione sessuale. La Provincia di Roma ha votato la mozione e, dal prossimo anno, nei corridoi di licei e istituti superiori potremmo già trovare i distributori a gettone. La mozione è passata con 19 voti favorevoli (13 Pd, 3 Sinistra e libertà, 1 del Pdl, il vicepresidente della Provincia Francesco Petrocchi, 1 Gruppo misto e 1 Idv), 7 contrari (Pdl) e un astenuto (Destra). «A settembre gli studenti avranno questa opportunità - spiega Nicola Zingaretti presidente della Provincia di Roma - oltre a corsi sulla legalità, sulla memoria, sulla creatività e sull'educazione ambientale». Tempo dell'ultimo sì nel consiglio provinciale ed è partita la bagarre: no di alcuni scienziati, politici Pdl divisi, studenti interdetti, cattolici schierati contro. «Credo che per contrastare l'Aids - commenta il viceministro della Salute Ferruccio Fazio - tutti i mezzi siano utili. C'è una ridotta percezione del rischio che potrebbe portare ad una recrudescenza della malattia. Va combattuta con campagne di informazione e con tutti i mezzi a disposizione, compresi quelli messi in campo dalla Provincia di Roma». «Un'iniziativa positiva» stigmatizza Cesare Cursi, responsabile Sanità del Pdl. Visione esattamente opposta quella dell'assessore alle Scuole del comune di Roma, Laura Marsilio (Pdl) secondo la quale «i distributori rischiano di dare un messaggio sbagliato e di non raggiungere l'obiettivo». Fernando Aiuti, l'immunologo che tra i primi in Italia si occupò di Aids all'inizio degli anni Ottanta e oggi presidente della commissione Sanità del Comune di Roma frena: «A scuola non si va per fare sesso, dunque sono contrario all'installazione. Appena fuori dalle scuole però sono favorevole». La psicologa Anna Oliverio Ferraris, psicologa che si definisce «laica al 100%», boccia la distribuzione. «Avrei preferito corsi di educazione sessuale», suggerisce. Ancora no dal Moige, il Movimento italiano genitori, e dall'Azione Cattolica. Sì dal circolo omosessuale Mario Mieli, dagli studenti della sinistra (l'Unione degli studenti), contari quelli di Azione studentesca vicina alla destra. Certo che è che gli addetti ai lavori, prime le associazioni delle persone sieropositive, sono allarmati per la scarsa consapevolezza dei giovanissimi rispetto all'Aids. La considerano una malattia «che si cura» e, nella maggior parte dei casi, non riescono a percepirla come un'infezione grave da cui proteggersi. «Dicono che si tratta di una patologia africana - fa sapere Rosaria Iardino, presidente di Nps, Network italiano di persone sieropositive -, sono convinti che la pillola anticoncezionale tenga lontano anche il virus. Ripetono che è un male che guarisce. Quando andiamo a fare campagne di prevenzione nelle scuole mostrano incoscienza e, purtroppo, molta arroganza nel loro non sapere. Non hanno informazioni né a scuola, né in famiglia né dal medico di famiglia». Proprio per sensibilizzare le nuove generazioni Nps, con il patrocinio dei ministeri della Gioventù e delle Pari opportunità, ha indetto un concorso per ragazzi tra i 16 e i 26 anni: girare uno spot di 40 secondi audio o video sulla prevenzione dell'Aids (informazioni su www.hivideo.it). Dal 21 giugno, su All Music e Radio Deejay, nell'ambito di una campagna di sensibilizzazione, andrà in onda uno spot diretto e interpretato da Giorgio Pasotti con Martina Stella, Claudia Pandolfi, Anna Safroncik, Pietro Taricone e Vincenzo Cantatore.

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Aborto in Spagna, no dei vescovi al governo (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 19-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Esteri data: 19/06/2009 - pag: 19 Madrid La conferenza episcopale: i cattolici non votino Aborto in Spagna, no dei vescovi al governo «Legge immorale». «State al vostro posto» DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MADRID Avviso ai naviganti, qualunque bandiera battano: «Nessun cattolico coerente con la propria fede potrà votare a favore dell'aborto », non ammette diserzioni la Conferenza episcopale spagnola. Che si è attirata l'immediata reazione del governo, attraverso Elena Salgado, ministra dell'Economia: «I vescovi, come al solito, non sanno quale sia il loro posto. Lascino lavorare il parlamento ». Il conto alla rovescia è iniziato in Spagna: entro settembre, o al più tardi ottobre, si discuterà al congresso la riforma della legge sull'aborto in vigore dal 1985. Il governo socialista di Zapatero può contare sull'appoggio esterno di altri partiti e ha già dimostrato di avere i numeri per far passare il progetto. Ieri i vescovi si sono appellati alle coscienze dei deputati, laiche e soprattutto cattoliche, perché si uniscano all'opposizione, guidata dal Partito popolare. Il disegno di legge «costituisce un serio passo indietro rispetto all'attuale depenalizzazione, di per sé già ingiusta», ha sostenuto il portavoce della Cee, Juan Antonio Martinez Camino, presentando un documento di 11 pagine, fitte di critiche alla riforma. A cominciare dall'inquadramento dell'aborto in una legge sulla «salute sessuale e riproduttiva»: «Si riconosce così la qualifica di diritto, un diritto protetto addirittura dallo Stato, a qualcosa che in realtà è un attentato ». Questo è, per la gerarchia ecclesiastica spagnola, il peccato originale della riforma. Un peccato mortale: se Zapatero cancella il carcere per chi abortisce anche fuori tempo massimo, i vescovi minacciano con la scomunica chiunque lo faccia o aiuti a farlo pur nel rispetto della legalità statale. Negli ultimi 24 anni, la legge spagnola ha considerato l'aborto un reato, ammettendo però alcune eccezioni: la gravidanza frutto di violenza sessuale può essere interrotta entro la 12esima settimana; quando si riscontrano anomalie nel feto, si può intervenire fino alla 22esima settimana. L'ultima condizione è anche la più vaga: si può abortire senza limiti di tempo se esistono rischi per la «salute psichica o fisica» della madre. Le modifiche, studiate da un comitato di esperti per il ministero dell'Uguaglianza e della Sanità, oltre a eliminare arresto e reclusione per chi abortisca fuori dai termini della legge, prevedono la possibilità di interrompere la gravidanza liberamente entro la 14esima settimana, ed entro la 22esima se esistono rischi di salute per la madre o per il nascituro. Oltre questo lasso di tempo, sarà necessario il parere di una commissione di specialisti. La novità che ha suscitato più resistenze nel paese è quella che autorizza le minorenni, tra i 16 e i 18 anni, a sottoporsi all'intervento senza il consenso dei genitori, ed eventualmente senza neppure informarli. Pochi giorni fa, le organizzazioni antiabortiste si sono mobilitate in una campagna di pressione, inviando quattro email al secondo ai 350 deputati spagnoli perché appoggiassero una mozione dei popolari per il rinvio della riforma. Ma il progetto ha superato agevolmente, martedì scorso, il primo scoglio. Conferenza Episcopale Il portavoce Juan Antonio Martinez Camino Elisabetta Rosaspina

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"ex voto, preghiere, pellegrinaggi l'altra faccia della torino magica" - vera schiavazzi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 20-06-2009)

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Pagina XVII - Torino La patrona Stasera la processione della Consolata richiamerà ancora la folla e lo storico del Cristianesimo Giovanni Filoramo spiega perché "Ex voto, preghiere, pellegrinaggi l´altra faccia della Torino magica" I devoti la considerano capace di guarigioni e salvezze miracolose Ma anche l´esoterismo ha qui una tradizione... VERA SCHIAVAZZI C´erano una volta gli ex voto, piccoli dipinti su legno che affrescavano con ingenuità scene "miracolose", bambini salvati dai flutti, case risparmiate dall´incendio, occhi e gambe risanati. C´erano una volta le processioni, grandi occasioni di festa e di preghiera, con le "autorità" in prima fila e statue portate a spalle. C´erano una volta e ci sono ancora, declinate in ogni città secondo storie dal sapore leggendario, come quella che si ricorderà stasera quando, alle 20.30, i fedeli guidati dall´arcivescovo Severino Poletto partiranno dal Santuario della Consolata per poi passare, dopo il tradizionale percorso in centro, sotto il Comune, dove il sindaco incontrerà brevemente il cardinale. è l´occasione giusta, dunque, per riflettere su un tipo di devozione che potrebbe parere d´altri tempi. Ma che, secondo Giovanni Filoramo, docente di Storia del Cristianesimo all´Università di Torino, è lontana dall´essere tramontata. Professor Filoramo, qual è oggi il senso di una grande preghiera pubblica, addirittura itinerante, che coinvolge simbolicamente l´intera città? «Per rispondere faccio un lungo passo indietro. Trent´anni fa avevamo organizzato col professor Franco Bolgiani un convegno proprio dedicato agli ex voto della Consolata. Già allora credevamo di avere a che fare con un fenomeno quasi estinto, da considerare sotto il profilo storico più che dell´attualità sociale. Ma ci sbagliavamo: i responsabili del Santuario ci mostrarono un costante flusso di nuovi arrivi. Non ho i dati numerici necessari per dire se le cose sono rimaste uguali, ma certo non si tratta di un modo di vivere la fede in via di estinzione, così come non lo sono i pellegrinaggi. E neppure le processioni». è un modo di credere che appartiene ai più anziani? «Non necessariamente. Pensiamo ai nuovi cittadini di Torino e dell´Italia, alle migliaia di cattolici arrivati dall´Est Europa, insieme agli ortodossi, o dall´Africa e dall´Asia. Queste comunità hanno certamente contribuito alla vitalità di forme di religiosità che magari non appartengono più a quegli italiani che vivono in modo più élitario la loro appartenenza a una confessione». Dunque, in questo contesto di fenomeno popolare, è "normale" che si tratti di un´occasione pubblica, alla quale partecipano anche esponenti delle istituzioni laiche? «Da laico e perfino da laicista quale sono mi verrebbe da dire che non è auspicabile. Ma da studioso devo vedere la cosa da un altro punto di vista, e riflettere sull´antica questione della funzione civile, o meno, della religione. In questo caso della religione cattolica, a lungo identificata come quella prevalente anche se non unica nel nostro Paese. è un "matrimonio d´interessi", quello tra religione e istituzioni, che gioca in superficie e ripercorre schemi antichi. Questo forse non risveglia la religiosità più autentica degli individui, ma contribuisce a rassicurare gli animi in mancanza di certezze più solide». Qual è, in particolare, il significato della devozione alla Consolata per i torinesi? «Come sappiamo, la fede in questa Madonna è cresciuta notevolmente in seguito all´assedio francese del 1706 (ricordato da una lapide che tuttavia riporta erroneamente la data del 1704, ndr), cioè a un momento di particolare crisi e paura nella storia di Torino. Ed è proprio in quel momento, di fatto, che i cittadini scelsero la Consolata come patrona. Così è rimasto nel sentimento popolare, e non è difficile comprendere come anche oggi, in momenti difficili sia pure del tutto diversi, molte persone possano riconoscersi nella devozione a figure mediatrici, come appunto la Consolata, in grado di "parlare con Dio" e di ottenere da lui benefici concreti, immediati, dalla guarigione a altre forme di protezione o di salvezza». I laici si rassegnino, insomma? «Non vorrei fare paragoni irriguardosi, ma ho appena finito di scrivere un piccolo saggio per una Storia dell´esoterismo che verrà pubblicata da Einaudi. E ho constatato come, nonostante la pretesa razionalità del nostro tempo e della sua classe dirigente, essa continui a rivolgersi, più o meno apertamente, a forme di predizione del futuro che di razionale hanno ben poco. Anche questa è una tradizione, ben radicata, di Torino».

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Fischietti e striscioni. Il premier: mi fate disgusto (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 20-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 20/06/2009 - pag: 2 Il caso Momenti di tensione durante un comizio di sostegno al candidato alla Provincia di Milano Fischietti e striscioni. Il premier: mi fate disgusto Una cinquantina di giovani protesta. La replica dal palco: siete solo dei poveri comunisti CINISELLO BALSAMO (Milano) La rabbia di Silvio Berlusconi esplode come un candelotto di dinamite appena sale sul palco di Cinisello Balsamo, storica roccaforte rossa della provincia di Milano, ora al ballottaggio. Il premier è in piazza Gramsci per chiudere la campagna elettorale di Guido Podestà, candidato del centrodestra per la presidenza della Provincia di Milano. Sul palco insieme a lui ci sono Roberto Calderoli, Ignazio La Russa, Maurizio Lupi. Una cinquantina di ragazzi e ragazze lo contestano a suon di fischietti e di striscioni. Cantano bella ciao, urlano «vergognati», sventolano due cartelli. Sul primo c'è scritto «libertà di espressione», nel secondo «siamo donne, non siamo veline». Normale amministrazione in qualsiasi altra occasione. Berlusconi, si sarebbe limitato a qualche battuta, liquidando la faccenda in pochi secondi. Ieri, no. Come se il premier non aspettasse altro per dare fuoco alle polveri. Risponde ai contestatori, ma in realtà risponde al centrosinistra, alle inchieste dei giornali, alla magistratura. È un crescendo rossiniano. «Vedo che c'è una manifestazione, evviva, così tutti possono vedere la differenza tra noi e loro attacca il premier . Noi non andremmo mai ad una loro manifestazione a disturbare. Siete solo dei poveri comunisti, oggi come sempre. Mi fate pena e disgusto». Parole urlate e ripetute più volte. La polizia interviene. Circonda i ragazzi (ma vicino ai contestatori si nota anche un consigliere di Rifondazione di Cinisello e un assessore regionale dell'Italia dei Valori) e li sospinge verso i limiti estremi della piazza. Ci sono momenti di tensione fino a quando, almeno i più giovani, sono a «distanza di sicurezza» dal palco. Non basta a Berlusconi. Che allarga il tiro. Ormai, non si rivolge più a chi l'ha fischiato ma ai suoi «nemici storici»: il centrosinistra, la magistratura, i giornali. «È inutile che sperate di buttare giù il governo e la maggioranza con trame giudiziarie e attacchi mediatici. Siamo la maggioranza e in un Paese democratico la maggioranza governa. Sono invidiosi, non capiscono le persone: alla mia età potrei ritirarmi ma per come si comportano mi costringono a rimanere». La voce è roca. I supporter del Popolo della Libertà si spellano le mani. Gli piace vedere il loro capo all'attacco, a testa bassa. Gli piace ascoltare la rappresentazione della propria diversità. «Noi grida Berlusconi siamo antropologicamente diversi. Loro sono ancora dei poveri comunisti ». Già la sinistra. Che non viene risparmiata. «Analfabeti della democrazia», «senza dignità». Prende spunto dalla manifestazione romana per l'Abruzzo e spara ad alzo zero: «Io mi indigno poco ma questa settimana mi sono indignato molto». È l'incipit. Ecco il seguito: «Hanno organizzato delle manifestazione sul nulla, mandando gente che non aveva nulla da chiedere e hanno strumentalizzato le speranze, la paura e i morti. Vergogna!». Venti minuti. Tanto è durato il comizio di Berlusconi. Dieci di sfogo. Negli altri dieci tira la volata a Podestà e attacca il presidente della Provincia uscente, Filippo Penati. «Penati è stato incatenato, pover'uomo, dai veti della sua maggioranza, una lunga serie di no». Chiede che Provincia, Regione e Comune abbiano un solo colore politico, quello del centrodestra «per garantire sintonia tra le tre istituzioni ». E assicura che settimana prossima tornerà a parlare di calcio, «di Kaká, di Milan, di Inter». «Per me il calcio è una religione laica». C'è tempo anche per un inedito. Una nuova barzelletta su Berlusconi che spiega al Padre Eterno come organizzare il paradiso in una società per azioni, ma Dio si domanda perché dovrebbe essere solo vicepresidente. In piazza si vede anche qualche bandiera dell'Udc. Gli elettori cattolici applaudono. Maurizio Giannattasio La protesta Un momento della contestazione durante il comizio del premier a Cinisello Balsamo per la chiusura, ieri, della campagna elettorale nella storica roccaforte rossa della provincia di Milano, ora al ballottaggio. «Abbiamo anche la contestazione: evviva!» ha detto Berlusconi L'affondo «Sono analfabeti della democrazia. E sono invidiosi, non capiscono le persone: alla mia età potrei ritirarmi, ma per come si comportano mi costringono a rimanere»

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Don Gallo, un coro con le trans del ghetto (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 21-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Don Gallo, un coro con le trans del ghetto«anche loro hanno diritto di lavorare» il ricordo di de andrè UN PRETE di trincea, non troppo allineato con le gerarchie ma deciso a rimanere fedele alla sua visione del Vangelo. Eccolo, uno dei tanti volti della Chiesa (il cardinale Angelo Bagnasco ha recentemente parlato, in riferimento alla sua opera fuori dal coro, di una «fantasia del bene» che arricchisce il mondo cattolico) fatta di sacerdoti che non andranno mai in pensione: don Andrea Gallo, classe 1928, il primo luglio si appresta a festeggiare il suo cinquantesimo di sacerdozio, alla vigilia dell'ottantunesimo compleanno. Lo farà al don Bosco di Sampierdarena, dove monsignor Luigi Bettazzi («vescovo padre del Concilio Vaticano II») celebrerà una messa alle 18. E poi di nuovo il giorno dopo, alla stessa ora nella chiesa del Carmine, con una celebrazione nella stessa parrocchia da dove era partita l'avventura di don Gallo all'indomani del '68. Ma ieri il sacerdote (il "Vecio" per i ragazzi di San Benedetto) ha aperto una serie molto più laica di celebrazioni ed eventi, nel cuore della città vecchia più degradata: il ghetto, lo storico quartiere ebraico dove oggi si concentrano i bassi delle trans genovesi. Lì la Comunità di San Benedetto ha portato le canzoni e la musica di De André («Faber e la città vecchia, musica, arte, dialoghi») con le letture di Claudio Pozzani la banda degli Ottoni ai scoppio, la chitarra Esteve di Faber, e un coro sorprendente formato dalle voci delle trans di vico Untoria e dintorni, sul palco insieme a don Gallo. «Non chiamatelo più ghetto - ha detto don Andrea - questa è una cittadella dove le persone sanno convivere senza discriminazioni. Quanto moralismo pruriginoso, invece, attorno a noi: con tutti gli scandali ai quali assistiamo quotidianamente, ci si preoccupa delle lavoratrici del sesso. Ma è un diritto anche questo, ve lo dice un prete: è giusto offrire occasioni di riscatto, ma solo partendo dal rispetto delle persone». Poi, in piazzetta dei Fregoso: «Il centro storico non è un salotto, è un luogo vissuto da tante persone diverse. Dobbiamo resistere a ogni speculazione, nel Seicento Genova aveva sei moschee, oggi sembra un problema averne una sola». Battaglie di un prete che ha trovato i suoi compagni di strada fuori dalle parrocchie, ma non ha mai rinnegato l'impegno preso con la sua Chiesa mezzo secolo fa. 21/06/2009

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Pluralismo religioso difficile, difficile laicità (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 22-06-2009)

Argomenti: Laicita'

DIVINO Pluralismo religioso difficile, difficile laicità Filippo Gentiloni Pluralismo delle religioni difficile e quindi difficile laicità. Ci sono voluti ben otto anni perché finalmente l'Unione delle chiese valdesi e metodiste e l'Unione delle chiese avventiste ottenessero la revisione delle «intese» con lo stato italiano. Il 26 maggio scorso, infatti, la commissione affari costituzionali della Camera ha approvato le modifiche chieste dalle due chiese (ora manca solo la firma del Presidente della Repubblica). Un pubblico riconoscimento e qualche novità. Ora anche per i valdesi si apre la possibilità, nell'ambito della ripartizione dei fondi dell'8 per mille, di accedere alla consistente fetta derivante dalle moltissime quote non espresse. Finora soltanto il 40 per cento dei contribuenti esprime una preferenza: ora la legge prescrive che le quote non espresse siano ripartite in maniera proporzionale alle firme ricevute. Le due dirigenti delle due chiese: «Siamo liete di questo risultato per due ragioni: in primo luogo perché, accedendo anche ai fondi non destinati dal contribuente potremo aumentare il nostro investimento negli interventi educativi, sociali e culturali che già realizziamo in Italia e all'estero. Al tempo stesso, è importante che il Parlamento abbia approvato norme che riconoscono e rafforzano quel pluralismo religioso e quella piena libertà religiosa che è garantita dalla Costituzione ma fino ad oggi solo parzialmente realizzata». Si noti che altre sei Intese già siglate con diverse confessioni religiose sono ancora in attesa della approvazione ufficiale: quelle con la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova, con l'Unione buddista Italiana, con la Chiesa apostolica in Italia, con la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, con la Sacra arcidiocesi ortodossa d'Italia e con l'Unione induista d'Italia. D'altro canto, invece, si rafforzano giorno dopo giorno i privilegi per la chiesa cattolica: basti pensare agli aiuti economici e al mondo della scuola. Siamo ben lontani da uno stato seriamente laico.

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Da De Gasperi a Berlusconi Il Vaticano non rompe con Berlusconi, ma indica il modello da s... (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 22-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Da De Gasperi a Berlusconi Il Vaticano non rompe con Berlusconi, ma indica il modello da seguire, per chi governa, in De Gasperi, «il povero cattolico della Valsugana», dice Benedetto XVI, al quale è toccato dire di no al Papa nel '52, quando lo statista trentino, attenendosi alla sua moralità e al suo passato antifascista, si oppose a una coalizione con le destre fino a che anche Pio XII si arrese. Di De Gasperi il Papa ricorda «la riconosciuta dirittura morale, basata su una indiscussa fedeltà ai valori umani e cristiani» e la sua attività di uomo di Stato «senza mai servirsi della Chiesa per fini politici»; e aggiunge che «in lui convissero spiritualità e politica». Cosa c'è di comune fra De Gasperi (il povero cattolico dalla riconosciuta dirittura morale, fedele ai valori cristiani, che non si serve della Chiesa per fini politici ecc.) e Berlusconi? Nulla. Ma allora, dal momento che il modello da seguire è De Gasperi, da tempo il Vaticano avrebbe dovuto rompere con Berlusconi. Eppure non lo fa. Perché? Si possono indicare tante ragioni, ma certamente una di queste è il finanziamento del governo Berlusconi alle scuole private, con conseguente svilimento della pubblica; cosa che De Gasperi, ossequiente alla Costituzione (art. 33), non fece. ANTONIO ODONE, TORINO La gente vede sente e rifiuta Leggo sulla Stampa dell'allarme della Chiesa per la fuga dei fedeli dai confessionali, leggo l'appello del Papa ai sacerdoti e ai fedeli, leggo la lista dei peccati ritenuti mortali e mi sorge un dubbio: ma ci sono o ci fanno? Ci avevano insegnato che bisogna amare il prossimo, che si deve vivere nella morale, che lo scandalo è peccato gravissimo e non fanno parola per stigmatizzare i comportamenti scandalosi che il potere ci propina ogni giorno. Hanno fatto della famiglia una bandiera, hanno alzato i toni contro le coppie di fatto, hanno negato i sacramenti ai divorziati, e hanno stretto alleanza proprio con chi della famiglia ha spregio, non a parole, ma con i fatti. Hanno fatto i duri con i deboli e si sono inginocchiati davanti ai potenti fingendo di non sapere e di non vedere. E ora lanciano un grido d'allarme? Ora si preoccupano? Ma non hanno capito che l'attuale situazione di assoluto vuoto morale è anche merito di quella frangia di Chiesa che ha taciuto, che ha messo l'interesse davanti all'uomo? Non hanno capito che in mezzo a tanta gente che non legge un quotidiano, non vede un telegiornale, si lascia manipolare facilmente ce n'è tanta altra che queste cose le vede, le sente e le rifiuta? FIORELLA LEONARDI Il premier non deve chiarire niente Con tutto il rispetto, Berlusconi il Presidente secondo me non deve «chiarire» un bel niente. E proprio in base a una autentica visione laica cristiana. Ma che diavolo! Non è il Vangelo ad ammonire cipiglioso: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra»? Eppoi la sacralità del privato dov'è? Non vale per tutti? «La moglie di Cesare» che dev'essere in un certo modo può solleticare il bacchettonismo moralistico. Che iceberg di contraddizioni! E il gran mondo mediatico Pd, novello Titanic, come accecato da un dio vendicatore, ci punta diritto... Ma non si vede un'altra lampante verità, che il cosiddetto immaginario collettivo nel suo intimo invidia chi ha il privilegio di rilassarsi in paradisi terrestri? Queste montagne di indignazione si rivelano subito strumentali e fatte di volatile spuma... Dov'è andata a finire la lezione di fondo di uno dei pochi grandi liberali che abbiamo avuto, Machiavelli: il taglio netto fra politica e morale secondo cui l'uomo - anche, e soprattutto, quello politico - va giudicato per quello che fa di buono o di male per la collettività, non per quello che fa a casa sua. Che peccato! Che provincialismo mentale! GIUSEPPE MARANO MONTELLA (AV) Che cosa vuole la signora D'Addario? Vorrei cercare di capire la signora D'Addario: se è vero che è stata pagata per partecipare a certe feste e se ha accettato il compenso, che cosa vuole in più? Avete già visto un panettiere che vende il suo pane e poi denuncia il cliente perché lo ha comperato? BRUNO CERRATO

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l'etica della democrazia - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 22-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina 27 - Commenti L´ETICA DELLA DEMOCRAZIA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Si imponeva al principe, proprio perché fosse un buon politico, l´esercizio delle più comuni forme di moralità: la rettitudine, l´onestà, la mansuetudine, la magnanimità. Virtù umana e virtù civile del principe non dovevano divergere: la loro sconnessione era indizio di decadenza pubblica, non solo di privata malvagità è in età moderna che si fa strada l´idea che i comportamenti privati dei politici possano essere irrilevanti politicamente, perché l´esistenza collettiva ha un´intrinseca e autonoma moralità, diversa da quella che riguarda i singoli individui. Così, nella tradizione aperta da Machiavelli e proseguita nella Ragion di Stato, i valori politici sono la sicurezza, la potenza e la gloria dello Stato; si tratta di fini e di ideali che consentono al governante, per realizzarli, comportamenti difformi dalla morale tradizionale; e poiché si chiede all´uomo politico solo il successo, con ogni mezzo, della sua azione politica, la sua vita privata non è più importante. La distinzione fra morale e politica che così si istituisce è controversa, e viene a volte accettata e a volte respinta tanto dalle culture religiose quanto dal pensiero politico laico. La Chiesa cattolica ha di fatto concesso qualcosa alla distinzione, dato che - pur continuando ad affermare che la politica si fonda in ultima istanza sulla morale - ha rifiutato di far dipendere la legittimità di un uomo politico dalla moralità dei suoi comportamenti privati (fino a quando non fanno scandalo pubblico); mentre al contrario nel mondo protestante - meno nel luteranesimo e più nel calvinismo - si è lottato contro la corruzione e la peccaminosità dei principi, e si è preteso da loro, come da tutti i fedeli (ossia da tutti i cittadini), una linearità di comportamento morale che non distinguesse fra pubblico e privato. Certamente, ne sono nati fanatismi e ipocrisie, cacce alle streghe e conformismi; ma ne è nata anche l´attitudine delle pubbliche opinioni a chiedere conto ai potenti della loro integrità personale oltre che della loro capacità politica. Secondo uno stile che si è affermato pienamente negli Usa, un popolo di uomini liberi ha l´orgoglio di non farsi governare da politici corrotti. Pare a molte delle culture politiche europee liberali che questo sia moralismo politico, per quanto di orientamento democratico. E quindi la tradizione liberaldemocratica tiene ferma la distinzione fra morale e politica, poiché crede nella separazione fra privato e pubblico; e auspica tanto dall´uomo politico quanto dal semplice cittadino il rispetto della morale (di una delle molte possibili morali) nei comportamenti privati, mentre esige che la conformità alla legge (che incorpora inevitabilmente diffuse credenze morali, ma che con la morale non coincide per nulla) sia la regola dell´agire pubblico di chiunque. Mentre le violazioni della morale sono faccende private (di privacy), rispetto alla legge sono concesse agli uomini politici (non ai semplici cittadini) deroghe e eccezioni, segreti e opacità, ma in misura molto limitata e esclusivamente per il superiore interesse della cosa pubblica. Tutto chiaro, dunque? La liberaldemocrazia europea ha risolto la millenaria questione del rapporto fra morale e politica privatizzando la morale e giuridificando la politica? Per nulla. Infatti, come è assurdo immaginare una democrazia viva e vitale in una società di persone rispettose della legge ma tutte e sempre moralmente abiette, così è impensabile che un grande governante sia anche radicalmente e sistematicamente immorale nella vita privata. In realtà è evidente che la liberaldemocrazia per essere vitale deve negare tanto la piena sovrapposizione fra politica e morale quanto la loro totale separatezza, tanto il moralismo quanto il cinismo, e deve esigere che fra politica e morale si istituisca una qualche relazione. Questa - non formalizzabile in norme di legge eppure, per una sorta di istinto, chiara alle pubbliche opinioni informate - consiste in una sorta di analogia, ovvero in una vicinanza o almeno in una non radicale contrapposizione, fra il modo in cui un uomo di potere tratta coloro che gli sono vicini (la sua morale) e il modo in cui governa i cittadini, e risponde a loro (la sua politica). La legittimazione dei leader, insomma, non sta solo nell´aver vinto le elezioni, ma nel saper rispettare in ogni circostanza e in ogni momento il fine ultimo - politico e insieme morale - della democrazia, l´ethos democratico: la libertà degli individui, la dignità dei cittadini, l´umanità delle persone. Decadenza c´è quando di questa analogia - civile, e non fanatica - né i politici né i cittadini sentono la necessità.

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informazione, società e politica convegno sull'impegno dei cattolici (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 23-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina XIV - Napoli Don Palmese Martirani Informazione, società e politica convegno sull´impegno dei cattolici Le parrocchie hanno dimostrato notevole capacità di mobilitazione. Occorre un salto di qualità Penso alla battaglia contro la privatizzazione dell´acqua e quella sul nucleare o per la scuola Nella complessità e nei vuoti della trama napoletana, la Chiesa - come quella del sud che, a febbraio scorso, firma il manifesto contro il "federalismo egoista" del nord - è già scuola di "formazione"? E le varie anime della militanza cristiana, integrata alle forze laiche del volontariato sul territorio, quante volte si sono fatte promotrici sul campo di cittadinanza attiva e di cultura politica? Interrogativi che affiancano la discussione che si apre oggi, a Napoli, grazie all´Unione regionale dell´Ucsi (unione cattolica stampa italiana) guidata dalla giornalista Donatella Trotta, in occasione del cinquantenario della fondazione nazionale, con un incontro in programma alle 18 nella Cappella Palatina del Maschio Angioino. Il forum, dal titolo "L´impegno dei cattolici nella capitale del Mezzogiorno. Stampa, società, politica", promosso con il Comune, vuole riflettere, schivando il rischio di "celebrazioni encomiastiche", sul cammino da svolgere e sulle sfide, insieme con testimoni di varia sensibilità. Partecipano, oltre al cardinale Crescenzio Sepe, i docenti dell´Ateneo Federico II Giuliana Martirani e Giuseppe Cacciatore, don Tonino Palmese e Franco Miano presidente nazionale dell´Azione cattolica, oltre ai giornalisti Massimo Milone e Pino Nardi. «Negli ultimi tempi, a Napoli, c´è stata una rinnovata attenzione da parte della Chiesa alla domanda educativa che viene dal basso - spiega don Palmese -. Le parrocchie hanno dimostrato notevole capacità di mobilitazione. Ora forse c´è bisogno di un salto successivo. Anche perché, a dispetto di questa capacità di dialogo e di formazione, si è assistito ad un rallentamento del coinvolgimento dei cattolici nella politica, anche a seguito della disgregazione di formazioni specifiche». Da qualche anno, tuttavia, Napoli è anche il racconto in positivo di un "esercito" di pastori e di una guida, come quella del cardinale Sepe, che si è fatto interlocutore per eccellenza della sete di giustizia, etica pubblica e servizi sociali della città "tormentata". Altri spunti arriveranno da due libri appena usciti: "Il cattolicesimo politico napoletano dall´età giolittiana all´Italia repubblicana" di Giuseppe Palmisciano e "Napoli Anno Zero", conversazione con Lucio Pirillo di Corrado Castiglione. Riflette la docente Giuliana Martirani: «In questo momento storico, credo sia molto importante ritornare al pre-politico, diverso però dall´impegno sociale degli anni Ottanta e Novanta, che sboccò nel volontariato. L´attivismo politico dei cattolici, pur nelle loro diverse composizioni, ha avuto qui il merito di battersi con compattezza per obiettivi concreti: penso alla battaglia contro la privatizzazione dell´acqua, quella sul nucleare, o per la scuola e la formazione». La Martirani ha anche un´altra visione: «In Campania viviamo in un deja-vu da anni. Questo, in teologia, sarebbe peccato dell´accidia. A Napoli bisogna scuotersi dell´accidia più diffusa, anche per le note mancanze di una borghesia tanto sonnolenta. C´è un´accidia accademica, politica, anche sociale». Che non basterà, forse, un esercito di preti a scuotere. (conchita sannino)

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Renzi vince e lancia il "Pd pd" (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 23-06-2009)

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gigliato da presidente della provincia a sindaco: «è il successo di una squadra. ora c'è molto da lavorare» «Partito democratico per davvero» Renzi vince e lancia il "Pd pd" FIRENZE. Con venti punti di distacco da Giovanni Galli, il candidato del centrosinistra conquista il Comune. Il suo primo impegno: «Andrò a pregare sulla tomba di La Pira». di Sonia Oranges Ha ballato da solo e ha vinto. Matteo Renzi ha distaccato di una ventina di punti Giovanni Galli nella disfida fiorentina per il governo di Palazzo Vecchio, incassando una vittoria importante per il centrosinistra, ma ancor più importante per il profilo di outsider senza peli sulla lingua, pronto anche a esprimere il proprio dissenso verso la nomenklatura pd, che si è cucito addosso, pronto a passare prima o poi all'incasso del congresso che verrà. Per quel 60% di preferenze sfiorate cui corrisponde il mesto 40% di Galli, Renzi ieri ha per prima cosa ringraziato di cuore la cittadinanza: «È un momento molto emozionante, il risultato che si è configurato è molto serio e molto positivo», diceva ieri a vittoria indubitabile, mentre nel comitato di piazza Ravenna si faceva festa, in attesa del bagno di folla, a scrutinio chiuso, in piazza Santissima Annunziata. Un risultato che non era poi così scontato, visto che Galli è assai ben inserito nella Curia cui guardava di certo anche Renzi (forte finanche della benedizione della rigorosa teodem Paola Binetti), e non dispiaceva neanche a certa sinistra tanto impegnata nel volontariato quanto infastidita dalla pervicacia con cui il candidato pd ha rivendicato il proprio ambizioso progetto politico come la sua identità cattolica. La stessa ostinazione con cui, all'indomani del primo turno Renzi ha escluso qualsiasi accordo sia con Rifondazione che con l'Udc, cedendo solamente alla fine corsa alla tentazione di chiedere (e ottenere) l'aiuto di quell'8% di voti andato al primo turno a Valdo Spini con il sostegno di Rifondazione e di parte della sinistra, escludendo però «alcun accordicchio perché chi mi ha votato vuole così». Una mossa evidentemente azzeccata, proprio quando la battaglia elettorale stava diventando senza esclusione di colpi, scandita da dossier presentati in Procura su presunti sprechi nella gestione del denaro pubblico alla Provincia formato Renzi (154mila euro spesi in tre anni per pranzi e cene di rappresentanza, una carta di credito da 10mila euro al mese e 70mila euro di viaggi negli Usa, secondo il senatore pdl Achille Totaro e il consigliere provinciale Guido Sensi che si sono presi la briga di fornire ai giudici, in pieno ballottaggio, notizie e documenti sfortunatamente incompleti perché andati perduti), e dalla conseguente querela del candidato pd che, messo alle corde, ha liquidato le accuse come «inventate dai fascisti», sfoderando un lessico da lottatore che mal si sposa con il suo primo impegno da sindaco («da cattolico impegnato in politica e rispettoso delle istituzioni laiche, andrò a pregare sulla tomba di Giorgio La Pira»), ma che lo ha premiato, dandogli i numeri per avere voce in capitolo non solamente sul futuro della città, ma anche all'interno del suo partito: «Spero di dare una mano al Partito democratico e fare il "Pd-Pd", cioè il "Partito democratico per davvero", governando bene Firenze. Governare questa città è un'emozione grandissima». Sarà, ma Renzi di certo si candida ad avere un ruolo nel prossimo possibile congresso, come Debora Serracchiani e Pippo Civati con cui ha dato vita a un'iniziativa comune proprio pochi giorni fa a Firenze. Su quel che accadrà a Palazzo Vecchio nella sua stagione, però, ci va piano: «Ora abbiamo un obiettivo, quello di governare questa città. È la vittoria di una squadra. Non è il momento di lanciarsi in voli pindarici sugli organigrammi interni. Da domattina c'è molto da lavorare, sia per i cento punti del nostro programma, sia per resistuire la passione ricevuta in campagna elettorale». Se ne riparlerà giovedì, quando il nuovo sindaco s'insedierà a Palazzo Vecchio, al posto di Leonardo Doeinici eletto a Bruxelles. Lo stesso Domenici che nell'autunno scorso, quando Renzi cominciò la sua corsa in affollatissime primarie, diventò il volto scettico del centrosinistra navigato di fronte allo scalpitare del "giovane" margheritino cui, non a caso, ieri è stata destinata la prima telefonata di Francesco Rutelli: «Ha meritato una squillante vittoria che profuma di futuro». Di certo Renzi, in qualche modo, ieri si è preso la sua rivincita. Al suo fianco si è già schierato il suo successore a Palazzo Medici Riccardi, Andrea Barducci, passato al primo turno elettorale: «Potremo continuare a sviluppare l'intesa che abbiamo trovato insieme in questi anni in Provincia». Barducci in Provincia era il vice dell'attuale sindaco. E, c'è da scommetterci, Renzi la sua rivincita la farà fruttare. 23/06/2009

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La Bresso: il Nord per noi resta un problema (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 23-06-2009)

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Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 23/06/2009 - pag: 11 Il governatore del Piemonte «In certe zone c'è quasi paura di votare centrosinistra. Ma nella mia regione l'alleanza con l'Udc ha funzionato» La Bresso: il Nord per noi resta un problema ROMA «In Piemonte siamo andati molto bene». Il governatore Mercedes Bresso non può non essere contenta per i risultati del Pd nella sua Regione. Elenca le vittorie nelle Province di Torino e di Alessandria e nelle città del Cuneese: Alba, Bra, Saluzzo, Fossano, Savignano. Eppure, complessivamente, il Pd non può certo esultare per i risultati al Nord. Ha tenuto in alcune realtà, ma ha perso Milano, Venezia, Savona e Belluno, solo per citarne alcune. C'è ancora un problema Nord per il Pd? «Sì, è vero, per noi il Nord resta un problema. Politico ma ormai anche di potere». In che senso? «Ci sono situazioni di accerchiamento quasi totale. I cittadini hanno quasi paura di votare centrosinistra per non sembrare delle mosche bianche». Siamo vicini all'egemonia culturale. «Non so se culturale, ma certamente politica. In casi del genere anche buoni amministratori soccombono. Servono personalità molto forti per vincere, ma non tutti sono eroi». Saitta, a Torino, lo ha detto apertamente: hanno votato me non il centrosinistra. «È un fenomeno normale nel ballottaggio. Prevale la voglia di rivincita, da una parte, e il giudizio sugli amministratori». E conta anche l'unità dello schieramento. «Certamente. In alcune città abbiamo perso a causa delle divisioni interne, delle risse, delle liste disgiunte. Ma le vittorie in Piemonte sono impressionanti. Significano che dopo la sconfitta delle Europee sta tornando la voglia di votare». Sono risultati resi possibili in alcuni casi dal ruolo decisivo dell'Udc. Come a Torino e Alessandria. «Non so se decisivo, ma certo importante. Innanzitutto dal punto di vista psicologico: la gente si è convinta che potevamo farcela ed è andata a votare. I voti non sempre si addizionano ma le volontà sì». C'è chi vede nel Piemonte un laboratorio per future intese anche a livello nazionale con i centristi. «Può essere, siamo abituati a essere un laboratorio. Questi risultati sono un segnale anche nazionale». Da laica non la preoccupa un accordo con il centro cattolico? «In Piemonte l'Udc ha un approccio laico. E a livello nazionale, l'alleanza con i cattolici la stiamo già sperimentando all'interno del Pd». E la Lega? Continua la sua avanzata al Nord. «La gente crede ancora ai suoi slogan. Anche se di federalismo fiscale nella loro legge non c'è traccia. E anche se il problema della sicurezza non è risolto. Può essere un boomerang per loro: prima o poi la gente se ne accorgerà». Nel frattempo il Pd potrebbe prendere l'iniziativa. «Non è facile con un premier che ha sei reti televisive. Con una crisi economica che colpisce soprattutto il Nord. E con due regioni, Lombardia e Veneto, che sono state complessivamente ben amministrate». Che fine ha fatto il dibattito sul partito del Nord? «Non esiste l'ipotesi di un Pd autonomo al Nord, perché il Nord non esiste, come non esiste la Padania. Ci sono i galli, i longobardi, i veneti: siamo completamente diversi. Il Pd deve essere invece fortemente autonomo a livello regionale». E magari lasciarsi alle spalle quel sentore di centralismo romano. E radicarsi sul territorio. «La fusione tra Ds e Margherita ci ha fatto un po' perdere di vista il radicamento. Però stiamo cominciando a cambiare. E poi Franceschini è di Ferrara. E al Congresso due dei candidati saranno del Nord». \\ Non esiste l'ipotesi di un Pd autonomo al Nord Ma stiamo cambiando: al congresso due candidati saranno settentrionali Governatore Mercedes Bresso Alessandro Trocino

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Amministrative, i risultati del secondo turno (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 23-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 23/06/2009 - pag: 18 Ballottaggi I dati Amministrative, i risultati del secondo turno Nelle Province 14 vanno al centrosinistra, 8 al centrodestra. Nei Comuni bilancio di 11 a 5 Al Nord Pdl e Lega da record. Buon esito del Pd al Sud: la spunta in quattro città su sei CREMONA definitivi PADOVA definitivi BOLOGNA definitivi FERRARA definitivi Il voto nei Comuni Gian Carlo Corada Oreste Perri Flavio Zanonato Marco Marin Flavio Delbono Alfredo Cazzola Tiziano Tagliani Giorgio Dragotto 48,5% 51,5% 52% 48% 60,7% 39,3% 56,8% 43,2% Pd, Idv, Verdi, Sinistra, Cr. nel cuore, Cr. per la Libertà, Dissonanze, P. Pens. Pdl, Lega, Udc, Ceraso Gente per Cr., Gente nuova, Obiettivo Cr. Pd, Idv, P. Soc., Prc-Sin. eu.-Pdci, Città sicura, Innovazione, Padova con Zanonato, Sin. per Padova Pdl, Lega, Udc, Intesa veneta, Dc, Padova sicura, Padova con Marin, Mpa, Prog. Nordest, P. Pens. Pdl, Lega, Udc, Socialisti ferraresi Pd, Idv, Verdi, Bo. 2014, Bo. al centro, Prc-Sin. eu.-Pdc, Sin. per Bologna Pdl, Lega, Cazzola sindaco, I tuoi diritti Co.da.cons, Terzo polo di centro - Dc Pd, Idv, Verdi, Laici riformisti, Sinistra aperta per Ferrara FORLÌ definitivi FIRENZE definitivi PRATO definitivi TERNI definitivi Roberto Balzani Alessandro Rondoni Matteo Renzi Giovanni Galli Massimo S. Carlesi Roberto Cenni Leopoldo Di Girolamo Antonio Baldassarre 55% 45% 60% 40% 49,1% 50,9% 53% 47% Pdl, Lega, Udc, Pri Pdl, Baldassarre sindaco Pd, Idv, Verdi, Prc, Apriti Forlì, Nuova Romagna per Balzani, Sin. per Forlì Pd, Idv, Com. fiorentini, Sin. per Firenze, Facce nuove a Palazzo Vecchio, Lista Renzi Pdl, Lega, C. cittadini, Firenze animalista, Galli sindaco, No tramvia, Pens. dem. ita. Pd, Idv, Pdci, Repubblicani europei, Pli, Sinistra e libertà Pdl, Lega, Udc, Destra, Giovani pratesi, Po. civica, Po. libera & sicura, Taiti per Po., Soc. rif., I Soc. libertà Pd, Idv, Prc-Sin. eu.-Pdci, Sin. e libertà, P. Pens., Progetto Terni cittaperta ANCONA definitivi ASCOLI PICENO definitivi AVELLINO definitivi BARI definitivi Fiorello Gramillano Giacomo Bugaro Antonio Canzian Guido Castelli Giuseppe Galasso Massimo Preziosi Michele Emiliano S. Di Cagno Abbrescia 56,7% 43,3% 49,3% 50,7% 61,6% 38,4% 59,8% 40,2% Pd, Idv, Verdi-altri, P. Soc., Rep. europei, Prc-Sin. eu.-Pdci Pdl, Lega, Udc, Noi per Ancona, Rialzati Ancona Pd, Idv, Prc-Sin. eu.-Pdci, L'alveare, La primavera di Ascoli Pdl, Lega, Il sindaco che ti ascolta, Lavoro legalità, Udeur Pd, Idv, P. Soc., La sinistra, Av. futura, Dem. per Av., Pens. per l'Irpinia, Uniti per Av. Pdl, Udc, Udeur, Nuovo Psi, Destra, De Gregorio Italiani nel mondo, Mpa, Vento di centro, All. centro per libertà Pd, Idv, Verdi,Prc-Sin. eu.-Pdci, Emiliano per Bari, Udc, Si. per Ba., I Mod., Lav. e Pen., Real. pugl., Ba. avanti, Città nostra Pdl,N.Psi,Lega mer.,All.centro-Pri-Mpa,Dem. pop e cri.,Pli,Destra,Puglia prima di tutto,Di Cagno Abbrescia,Per il Sud,Psdi,Sud in mov.,Gr. ind. lib. BRINDISI definitivi FOGGIA definitivi POTENZA definitivi CALTANISSETTA definitivi Salvatore Brigante Domenico Mennitti Giovanni Mongelli Enrico Santaniello Vito Santarsiero Giuseppe M. Molinari Fiorella Luigia Falci Michele Campisi 47,5% 52,5% 53,4% 46,6% 59,3% 40,7% 44,8% 55,2% Pdl, Pri, Alleanza per le periferie, Brindisi c'è Pd, Idv, Udc, Sviluppo e lavoro, Popolari, Rep. eu., Impegno sociale, Br. socialista Pd, P.Soc, Udc, Prc-Sin. eu.-Pdci, Sin. per Fg., Lambresa sindaco, Mongelli per Fg., Amare Fg, Rosa bianca Pdl, Udeur, N.Psi, Pri, Prima Fg, Lib. Dc, Dem. Pop. e crist., All. di centro per libertà, La Puglia prima di tutto Pd, Verdi, Pop. uniti, Santarsiero per Pz., Sinistra per Basilicata, La Potenza dei cittadini Pdl, I Soc., Dem. e cattolici, Fed. di centro, Giov.fed.luc., Grande Luc., Per la città, Pz. delle libertà, Unione dem. di Bas. Pd, Idv, Liberi di sperare, Patto per Caltanissetta, Prc-Pdc-Sin. eu. Pdl, Dc, Campisi Città nuova, Diversi insieme - Mov. civ. per Cl., Campisi sindaco, All. azzurra, Città nuova

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Che peccato. Stava per risolversi l'insolubile questione cattolica che agita e paralizza da sem... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 23-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Martedì 23 Giugno 2009 Chiudi Che peccato. Stava per risolversi l'insolubile questione cattolica che agita e paralizza da sempre il Pd, diviso fra laici e religiosi. Sembrava a un certo punto che quel partito stesse vincendo a Milano (ma poi no) e già immaginavamo processioni, con inginocchiamento democrat, davanti alla Madonnina, autrice del grande miracolo.

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Amato: è il partito dei sette piccoli indiani No alle primarie, parlate con una voce sola (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 24-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 24/06/2009 - pag: 15 L'intervista «La Serracchiani è una brava ragazza e spero ce ne siano tanti come lei. Però Armstrong vinse il Tour che era già famoso» Amato: è il partito dei sette piccoli indiani No alle primarie, parlate con una voce sola L'ex premier: governo istituzionale? La Carta lo consente e il Cavaliere potrebbe considerarlo Presidente Amato, cosa la colpisce di questo voto? «È chiaro che dal punto di vista referendario si è avuto quel che si è meritato. Io non sono riuscito a leggere la scheda, neppure con i miei occhiali da lettura; e, anche se fossi riuscito a leggerla, non avrei capito niente. L'elettore avrebbe dovuto capire cosa gli veniva chiesto dal colore della scheda, non dalle parole che aveva davanti. Volendo affossare il referendum, la strada prescelta in questi anni è la più adatta». Il referendum è morto? «Chiedetemi se sono favorevole al divorzio o no, chiedetemi se sono favorevole al fatto che i candidati al Parlamento siano tutti in un listone bloccato o se li devo scegliere io; allora vi accorgerete che il referendum non è morto. Purtroppo, il referendum illeggibile è nato quando fu inventato il referendum manipolativo, che tagliuzzava articoli per rovesciarne il significato. La Corte costituzionale ebbe il grave torto di ammetterlo, per poi arretrare quando era troppo tardi. È così che la furbizia italiana ha distrutto lo strumento prezioso che aveva in mano». E il significato del voto politico? «È quello ben commentato dai giornali. È chiarissimo il forte avanzamento del centrodestra negli enti locali. E tuttavia la cosa che più mi è piaciuta è una vignetta che diceva: il centrosinistra non è riuscito a essere all'altezza neppure del suo pessimismo». Cioè per il Pd poteva andare peggio? «Tirava aria di débâcle, e invece c'è stata una tenuta, nonostante le sconfitte nello stesso Nord; perché, se guardiamo ai risultati, in molte città e province nel Nord nelle quali il centrosinistra ha perso, ha perso con percentuali molto prossime al 50. Il che significa che è ancora vivo e vitale. Certo, molti governi cittadini e provinciali li ha persi: Milano, Venezia e pure un simbolo come il comune di Prato; dove però ha vinto la provincia. Segno che i voti di differenza erano proprio pochi». L'alleanza con l'Udc è un'indicazione per il futuro? «L'Udc come alleato ha contribuito a vittorie che altrimenti non ci sarebbero state e su questo si dovrà riflettere anche per le scelte di riforma elettorale. Si affaccia però il grande problema politico del centrosinistra in generale e del Pd in particolare. Dagli elettori viene un segnale: siete ancora in tempo a costruire un partito; per cortesia, fatelo. Questo risultato è ancora una lettera di simpatia degli elettori a un partito mai nato». Il duello che si profila tra Franceschini e Bersani aiuterà a costruire il Pd? «Non vedrei questo come tempo di duelli. Si ritiene che se non si fa una scelta rapida sul segretario si rimane nell'incertezza. Io sono vecchio, risalgo a tempi che precedono le primarie; pensi che dinosauro sono. Purtroppo le primarie hanno grande valore democratico, ma esprimono solo Frank Sinatra contro tutti. In una situazione come questa, c'è un gran bisogno di un gruppo dirigente coeso. Sette piccoli indiani che lavorano insieme e che dicono alla tribù: siamo tutti uniti». Le primarie andrebbero rinviate? «Non il congresso. Ma vedrei volentieri il coagularsi di un gruppo dirigente che esprime concordemente un segretario e che rimanda al futuro la scelta di Frank Sinatra; anche perché Frank Sinatra non c'è. Io voglio bene a tutti questi giovani, ma non vedo tra di loro The Voice. Un piccolo coro sarebbe più adatto». Non c'è neppure il partito? «Il Pd non è ancora nato e si poggia sui filamenti organizzati dei vecchi partiti. Si rischia, con questo tipo di gara, di rinsaldarli ancora di più l'uno contro l'altro, salvo qualche piccolo incrocio. Per questo vedere il gruppo dirigente unito che costruisce il nuovo partito su nuovi filamenti mi pare la cosa più soddisfacente e più produttiva». Quindi tra Franceschini e Bersani lei non sceglie. «Scelgo il gruppo dirigente. Naturalmente quel gruppo dirigente dovrebbe indicare uno dei suoi componenti come suo segretario; però tutti gli sorriderebbero, e lui sarebbe l'espressione di tutti. Ma è appunto un matusa che le parla». Che impressione le fa la Serracchiani? «È una brava ragazza e spero ce ne siano tanti come lei. Però Armstrong vinse il Tour quando era già un corridore maturo». Manca ancora l'amalgama tra laici e cattolici? «Leggevo con grande rimpianto il ricordo di Lazzati sul Corriere, e pensavo che nel Pd non abbiamo Lazzati e questa è la prova che il partito non c'è. Perché abbiamo cattolici intransigenti e laici intransigenti che tendono a mettersi in conflitto l'uno con l'altro. Quei cattolici e quei laici capaci non solo di dialogare, ma anche di convenire in nome del bene comune non è che non ci siano; ma non sono loro a segnare le posizioni del partito. Quando si legge e lo abbiamo letto che i dirigenti del Pd si rallegrano per aver trovato finalmente in tema di bioetica la loro posizione comune in una astensione, si chiude il libro con tristezza». Come valuta il voto europeo? «Chiaroscurale. C'è una crisi socialista generalizzata (Grecia a parte), segno del mancato adeguamento dei socialisti al nuovo secolo. E c'è la perdita di seggi da parte dei partiti di governo a beneficio a volte dell'estrema sinistra, come in Portogallo, a volte di gruppi o nazionalisti e xenofobi, come in Austria e nel Regno Unito. Ma in Francia la débâcle socialista è andata a vantaggio dei verdi e della terza via di Cohn-Bendit. Anche in Germania i democristiani perdono ma alla loro destra non si affaccia nessuno, mentre avanzano liberali e verdi. Segnali interessanti ». Che idea si è fatto della vicenda di Berlusconi? Caso politico? O gossip? «Non è gossip. Io non condivido la tesi molto italiana per cui il privato è sempre estraneo al pubblico. Per una semplice ragione: in tutti i Paesi ci sono richieste che vengono fatte alla moglie di Cesare; non vedo perché al marito della moglie di Cesare quelle richieste non si debbano fare. E' una vicenda che io considero preoccupante. Detto questo, se torniamo ai risultati elettorali europei, l'Italia è uno dei pochi paesi in cui il centrodestra di governo ha andamenti sempre robusti, anche se ora inferiori alle sue aspettative, che non lasciano spazio al formarsi di partiti alla sua destra. Certo questo lo fa pagando prezzi politici abbastanza elevati alla Lega Nord, che tuttavia continua a tenere dentro l'area di governo. Non c'è dubbio che Berlusconi lascerà un vero patrimonio politico; solo che è un patrimonio politico costruito troppo attorno a lui. Cosa potrebbe accadere quando non sarà più lui il coagulo, è una domanda che nel centrodestra si devono porre». È possibile un lento logoramento? O forse anche una caduta? «Sinceramente: non lo so. E una situazione che non avevo previsto, e di cui non sono in grado di valutare le conseguenze: tutto è affidato ai sentimenti che potrà provocare e alla capacità del premier di tirarsene fuori. Mi pare che non sia una questione liquidabile come frutto di fantasie o di complotti altrui. Sono troppi i piccoli protagonisti, per essere tutti parte di un qualche disegno». Da costituzionalista lei ritiene legittimo il lodo Alfano? «Lo lasci dire alla Corte Costituzionale. Io l'ho trovato abbastanza osé, rispetto a precedenti che hanno per destinatari i capi di Stato e non i capi di governo o i presidenti delle Camere. Tra l'altro il lodo pone problemi delicati nei rapporti tra il presidente del consiglio e i ministri: se è una garanzia non per la persona ma per la funzione, entrambi esercitano la funzione di governo; per cui non si vede perché uno sì e gli altri no. In ogni caso, nella vicenda che oggi stiamo un po' ansiosamente vivendo non è cruciale il profilo penale. Alla moglie di Cesare non si chiede solo di non commettere reati». Sta dicendo che è una questione politica? «Etica e politica. È sbagliato che tutto venga visto in chiave giudiziaria, per cui ogni mio comportamento che risulta penalmente irrilevante va bene e io ho comunque ragione. Non è detto che le cose stiano così». Presidente, lei nel Natale 2007, con Prodi pericolante, escluse in un'intervista al Corriere la possibilità di un governo istituzionale. La esclude anche ora? «La Costituzione non lo esclude. È la vicenda politica che può escluderlo: nel nostro caso non era possibile un'alternativa al governo Prodi, anche perché era l'unica espressione di una maggioranza debolissima. Ora c'è un'ampia maggioranza, che non si è posta il problema perché finora non ha avuto ragione di porselo. Ma potrebbe ritenere di doverlo fare, proprio per la sua ampiezza, davanti alla concreta prospettiva di uno scioglimento fosse pure per escludere soluzioni diverse dallo stesso scioglimento». Ma qual è lo scenario possibile? «Le ho già detto che non lo so, anche perché non conosco i fatti. Una cosa è chiara: l'evoluzione può essere negativa anche se la vicenda non ha alcun particolare risvolto penale. Dipende dalla forza della corrosione in corso. E immagino che, in una situazione particolarmente difficile, potrebbe essere lo stesso presidente del Consiglio a concorrere nell'opinione che prima di andare al voto possa servire una fase di decantazione». Aldo Cazzullo

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Rotondi: (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 25-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Rotondi: «Contrarioalle adozioniper le coppie gay» l'intervista Il ministro Pdl per l'Attuazione del programma oggi al convegno sui matrimoni tra omosessuali «IL MINISTRO Rotondi e Arcigay si confrontano sul matrimonio omosessuale e sull'adozione per coppie dello stesso sesso». Di primo acchito, suona curiosa la strana coppia del convegno che si terrà oggi pomeriggio al Ducale. Divertito, il ministro (già Dc e ora Pdl) per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, conferma. Con una premessa: «Non dirò cose rivoluzionarie». Come si colloca un ex di vecchia scuola dc e ministro di un governo di destra a un incontro di Arcigay? «Ho espresso una posizione meno chiusa di altri, sulla legalizzazione delle convivenze tra persone dello stesso sesso. E comunque andrò più per ascoltare, che per parlare. So che ci saranno giuristi europei e sono interessato a sentirli. Ma è normale che un ministro venga invitato. E che accetti. Tenga conto che sulle mie posizioni non impegno mai il governo». Tant'è che il governo non sembra dare aperture alle unioni gay. «La legge che ho presentato scontenta tutti: favorevoli e contrari alla legalizzazione delle unioni. Dunque, è segno che è una buona legge. Anche se ferma. Il primo compito di un politico cristiano è cercare di tenere unita la società. Per questo, mi ritrovo con il cardinale Bagnasco che ha spento la polemica scegliendo la strada della discrezione e della comprensione». Mica tanto. All'Arcigay che da mesi invoca un incontro, il cardinale non ha manco risposto. «So che molti cattolici volevano contestare il Gay Pride, evento che il cardinale non ha osteggiato». Intercederà con il presidente della Cei perchè riceva una delegazione di Arcigay? «Sono laico. Tutto mi si può chiedere, tranne che intercedere. Teniamo separati i campi». La Chiesa non dovrebbe aprirsi? «La Chiesa non è ostile all'amore universale. Separerei le affermazioni dall'amorevole comprensione per chi si discosta. La mia è scuola Dc, sono per evitare fratture nella società. Ecco perché sono molto contento di partecipare al convegno. È un bellissimo fatto di civiltà. Un bel confronto educativo. Tant'è che sono a Genova con moglie e una figlia». Se la porta al convegno Arcigay? «È piccola. Lei spera piuttosto in un bagno di mare». Destinazione Portofino? «Siamo per spiagge più popolari. Meglio la Finale Ligure del maestro Donat Cattin». Via ministro, lei è un vecchio Dc, ha capito benissimo. «Diciamo che l'obbedienza è a Portofino, ma il Dna è la Dc di Donat Cattin. La Liguria ha espresso grandi uomini. Mettiamoci anche Scajola, che sempre dalla Dc arriva...». Dc che non si sarebbe mai fatta frullare come sta accadendo al primo ministro da oltre un mese... «No, guardi, è sempre successa la stessa cosa, quando si vuole discreditare un politico. Accade sempre che una mano esperta vada a rovistare nei cassetti, trovando pietanze pronte su ordinazione. Pietanze messe in tavola dalle barbe finte dell'intelligence? «Io non l'ho detto. L'ha detto lei». Non è che una volta si faceva con maggiore discrezione? «Nel privato, ognuno fa quello che vuole. L'italia una volta separava pubblico e privato. Non come in America, dove i politici moralisti poi venivano presi con le mani nel sacco ai bagni pubblici. E poi, guardi, si tratta di feste nelle quali il sesso è estraneo. Si cena e si canta senza nulla di morboso». Messaggio ricevuto. Torniamo al tema del dibattito: favorevole al matrimonio gay? «La Dc ha presentato una proposta che dà risposte, pur riaffermando l'unicità invalicabile della famiglia. So che Mancuso, presidente dell'Arcigay, non condivide. Ma ci si confronta con serenità. Senza crociate. Con spazio sia al Gay Pride, sia al Family Day». Family Day in pubblico e in privato un boom di seconde nozze... «Noi sottolineiamo la famiglia cattolica come unica. Ma sono favorevole a risolvere il tema della convivenza con strumenti giuridici che non si sovrappongano al matrimonio». E dato che i matrimoni saltano alla grande, si discute una riduzione dei tre anni di separazione prima del divorzio. Favorevole? «Per me il matrimonio è indissolubile. La legge non mi riguarda». Ma voterebbe la riduzione? «Non sono pregiudizialmente contrario. Non facciamo crociate, è importante trovare una convergenza». Vecchia scuola Dc... Quanto all'adozione per le coppie gay? «È un tema che non vorrei toccare. Sarei costretto a dire no. Ed essendo ospite loro, mi pare poco carino». Due politici della sua coalizione hanno bollato il Pride come «oscena e immonda carnevalata». «Be', carnevalata come termine sottintende una qualche piacevolezza. Allora, perché impedirglielo?». patrizia albanese [+] www.ilsecoloxix.it Commenta la notizia sul nostro sito 25/06/2009

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la lezione del vangelo è unire e non escludere - don andrea gallo (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 26-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina VII - Genova L´INTERVENTO La lezione del Vangelo è unire e non escludere Un patto di tenerezza rivolto soprattutto ai genitori omosessuali DON ANDREA GALLO (segue dalla prima di cronaca) Il 3 Maggio 1998 Mons. Alois Kothgasser vescovo cattolico di Innsbruck ha rilasciato questa dichiarazione sul giornale della diocesi: "Nel 1993 Mons. Reinhold Stecher aveva convocato un forum diocesano…ora con l´affidamento di un incarico ufficiale, a un gruppo di agenti pastorali, uomini e donne, intendo dare un segno ulteriore. Le persone omosessuali possono aiutarci in questo. Infatti, esse sono state sempre duramente perseguitate a causa della loro forma di vita, nel nostro Paese non da ultimo nel periodo nazista." Per la prima volta nel 1975 il Magistero della Chiesa riconosce l´esistenza di una costituzione omosessuale immodificabile. Il catechismo della Chiesa cattolica del 1992 ripetendo la dottrina sessuale tradizionale, così riassume la posizione del magistero della chiesa: gli atti di omosessualità sono contrari alla legge naturale. Vengono poste alcune domande critiche, sia dalla teologia dalla esegesi biblica, sia dalle persone omosessuali. In sintesi, se le affermazioni bibliche sul comportamento omosessuale sono storicamente e culturalmente condizionate, possono essere usate "sic et simpliciter" per condannare senza appello le relazioni omosessuali? Le scienze umane del nostro tempo non hanno alcuna importanza per il giudizio morale? "L´incontro fra due persone orientate in senso omosessuale non può essere anche espressione di comunicazione, di amore personale? Lo scopo della Pastorale è "la piena e naturale accettazione di ogni persona, che possiede la stessa dignità in quanto creatura e figlia di Dio e arricchisce grazie alla sua specifica costituzione tutti gli altri".(Heinz) Occorrono interlocutori competenti e profondamente "in ascolto". La Pastorale rende giustizia alle persone omosessuali solo se viene elaborata e attuata insieme a loro. Il fatto che oggi diverse Tradizioni si confrontino significa forse che dentro le loro stesse definizioni esistono non poche contraddizioni. Rimaniamo in dialogo sincero con tutte le componenti di Santa Madre Chiesa nel rispettoso ascolto della Gerarchia, ma non rinunciamo alla scoperta di una Teologia, di una pratica pastorale, di una Catechesi ispirata da Gesù venuto per servire e non per essere servito. La Comunità San Benedetto partecipa al Gay Pride. Personalmente auspico abbia una forza provocatoria e propositiva notevole. Il mio invito a Transessuali, Lesbiche, Gay, Queer, Bisessuali e a tutte le emarginazioni che popolano la Terra è di ascoltare la Parola di Dio che ci stimola a "scegliere la vita", in un unione sempre più fraterna in un patto di tenerezza, per promuovere una cultura e un pratica dell´accoglienza reciproca. Desidero in particolar modo esprimere la mia vicinanza ai Genitori di figli omosessuali. A me sembra compito di un prete chiedere ai vescovi di: - promuovere un´iniziativa per approfondire l´argomento; - creare uno spazio di confronto tra e con le esperienze dei gruppi dei gay; - dar seguito, anche attingendo a esperienze straniere, alla sollecitazione di uno sviluppo evangelico della pastorale a 360 gradi; Il presupposto più importante per un vero dialogo è il fatto di comunicare con loro e non fermarsi a parlare di loro per censurarli drasticamente. Una Chiesa che sa di dover restare sempre a fianco delle minoranze, rifiuta come inumana e non cristiana ogni forma di diffamazione e discriminazione e non si ferma a sentenze definitive. La condanna ufficiale delle relazioni omosessuali da parte della Chiesa non può che rafforzare la "tabuizzazione", discriminazione ed emarginazione molto diffusa. E inoltre decisivo l´impegno politico sociale verso l´adozione di una legislazione laica non discriminante. Si e´ disposti a togliere la demonizzazione, ma si è lontani nel riconoscere che si tratta di "naturalità" sia pure di minoranza. Una volta riconosciuto il valore di una affettività omosessuale, fin dove questa potrà spingersi sul piano morale e poi sul piano giuridico? Nel cuore di tanti giovani c´è voglia di libertà e felicità rompendo quelle ipocrite perimetrazioni che le culture del dominio della discriminazione hanno costruito. Per me Cristiano e Prete resta una consapevolezza: tutta la vita di Gesù manifesta che senza la forza che viene dalla fiducia in Dio non si può compiere questo cammino di liberazione.

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Il termine "morale" può avere diverse accezioni, tutte afferenti, se non talora c... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 27-06-2009)

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Sabato 27 Giugno 2009 Chiudi Il termine "morale" può avere diverse accezioni, tutte afferenti, se non talora coincidenti, all'etica, dal greco ethos, ovvero costume, consuetudine di una collettività. La moralità è da intendersi invece come relativa ai costumi e ai comportamenti dell'individuo. E può essere dunque intesa come l'insieme dei valori di un gruppo sociale determinato in un periodo storico determinato anch'esso. La morale può essere laica o religiosa. E quest'ultima attribuisce direttamente a Dio l'emanazione della legge morale. La Chiesa cattolica non ha mai mancato di far sentire la propria voce su tutti i temi della vita quotidiana, proprio in considerazione di questa natura divina della norma di cui si fa portatrice

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una manovra da tre soldi che non salva il paese - (segue dalla prima pagina) (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 28-06-2009)

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Pagina 29 - Commenti UNA MANOVRA DA TRE SOLDI CHE NON SALVA IL PAESE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) L´architettura normativa di quella ridicola manovra si appoggia su due interventi: un "bonus" alle aziende che invece di licenziare o mettere in cassa integrazione i propri dipendenti in esubero li trattengano presso di sé in attesa che la tempesta abbia termine e la riduzione del 50 per cento della fiscalità sugli utili reinvestiti nei processi produttivi. Soprattutto su questo secondo intervento punta il ministro dell´Economia, anche lui assai imbronciato nei confronti di Draghi, dell´Istat, dell´Ocse, della Banca mondiale, profeti di sventura da ridurre al silenzio «almeno fino al prossimo settembre». «Zittire le Cassandre», questo è il succo di ciò che il governo ha in mente per uscire dalla crisi che attanaglia il mondo intero: un programma di politica economica non solo risibile ma sciagurato. * * * Il "bonus" alle imprese per evitare i licenziamenti. Non se ne conosce ancora l´ammontare e la relativa copertura e c´è una ragione che spiega questo silenzio: si ignora infatti quali e quante saranno le aziende che vorranno aderire a quell´invito e come saranno in grado di dimostrare di aver cambiato parere sul licenziamento dei loro dipendenti. I criteri per accertare questo auspicabile ravvedimento dovranno infatti esser rigorosi per non dar luogo a truffe ai danni dell´erario. Anche supponendo che truffe non vi saranno resta comunque incerto che quel ravvedimento virtuoso vi sarà in misura apprezzabile e resta altrettanto incerto che si tratti d´un ravvedimento utile. Se il "bonus" sarà troppo esiguo le aziende non avranno alcun interesse ad accettarlo; se invece sarà adeguato, la perdita per l´erario sarà gravosa e difficile la sua copertura. Assai meglio sarebbe rafforzare con quelle risorse il sistema degli ammortizzatori sociali lasciando libere le imprese di calibrare al meglio il personale necessario alla produzione. Ma veniamo al nocciolo del provvedimento, l´esenzione del 50 per cento di gravame fiscale sugli utili reinvestiti. Anche qui l´ammontare delle risorse necessarie è puramente ipotetico poiché è ipotetico l´ammontare degli utili destinati ad esser reinvestiti. Il provvedimento specifica con apprezzabile chiarezza quali siano gli investimenti che meritano l´esenzione fiscale; si tratta di un ventaglio ridotto, di fatto riservato alle imprese medie e grandi che dispongono di programmi innovativi sia nel campo dei prodotti sia in quello dei processi di produzione. C´è tuttavia un però che riguarda la tempistica: per dar luogo all´investimento degli utili occorre che gli utili vi siano e qui la scrematura sarà purtroppo vistosa in tempi di crisi. Ma poi è necessario che quegli utili siano destinati agli investimenti indicati nel provvedimento. Soltanto l´esame rigoroso dei bilanci aziendali sarà in grado di dimostrare che l´operazione di reinvestimento è stata effettuata, il che significa che la riduzione del carico tributario avrà luogo al più presto nella primavera del 2010 e non nei prossimi cento giorni come Emma Marcegaglia avrebbe voluto. Tremonti del resto non si smentisce, se c´è un politico coerente è lui. La sua politica è sempre stata quella di guadagnar tempo sperando che il futuro sia migliore. Fece così nella legislatura 2001-2006, quando impiantò la sua politica sui condoni, sulle operazioni di "swap", sulla cartolarizzazione d´una parte del patrimonio pubblico immobiliare. Il risultato fu la caduta verticale dell´avanzo di bilancio, l´aumento altrettanto verticale della spesa e la flessione delle entrate tributarie. Ora le condizioni sono cambiate e la politica di guadagnar tempo mantenendo possibilmente il consenso popolare si appoggia ad una tecnica profondamente diversa. Si tratta infatti di promettere e addirittura di inserire nella legislazione provvedimenti di sostegno alla produzione postergandone l´esecutività ad un anno da oggi. A quel punto se la tempesta sarà passata gli stimoli saranno diventati inutili ma comunque peseranno gravemente sulle casse dello Stato. Oggi che servirebbero «per scongiurare il precipizio» non se ne vede alcuno e tutto resta come prima. I salvagenti per aiutare i naufraghi che rischiano di morire sono stati gettati ad alcuni chilometri di distanza dal luogo del naufragio. Questo è esattamente il senso dei provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri. Altro di consistente non c´è. Eppure un modo per soccorrere i naufraghi c´era ed è stato più volte indicato in questi mesi sia dalle imprese interessate sia dagli economisti e dall´opposizione. Si trattava di mettere immediatamente in pagamento i debiti dello Stato nei confronti di molte imprese e perfino delle pubbliche amministrazioni locali. L´ammontare di questi debiti è stimata in 80 miliardi. I creditori privati e pubblici si sarebbero accontentati di una prima tranche di 30 miliardi con i quali avrebbero rimborsato alle banche i prestiti ricevuti per sopravvivere e i cospicui interessi nel frattempo maturati. Anche le banche, rientrando da esposizioni già molto protratte, avrebbero acquistato maggior libertà di manovra per nuove erogazioni tanto invocate e reclamate. L´operazione sarebbe dunque utile ed anzi necessaria da ogni punto di vista ma presenta un piccolo inconveniente: in questo caso si tratta infatti di soldi veri, da pagare immediatamente. Tremonti, che pure aveva promesso di accogliere quelle richieste, ora fa il sordo. Il suo premier poi, anche lui impegnato in prima persona, ha addirittura perso l´udito. Nel frattempo trastullano le imprese, gli industriali, i commercianti, col "bonus" e con il credito di imposta ad un anno data. Chi ha orecchi per udire e occhi per vedere, intenda e giudichi. * * * Il governatore Draghi, reo di imitare la Cassandra omerica, è stato dal canto suo d´una chiarezza cristallina. La diagnosi esposta due giorni fa (che ha suscitato l´ira funesta di Tremonti e del suo premier) è questa: la domanda interna e internazionale è piatta o discendente e ancor più lo sarà nei prossimi sei mesi in parallelo con l´aumento della disoccupazione e con la discesa complessiva del monte-salari. In simili condizioni le imprese sono restie ad investire e l´economia precipita nella recessione. Il nostro reddito pro capite è intanto il più basso d´Europa, al tredicesimo posto della classifica, seguito soltanto dalla Grecia e dalla Slovenia. La questione dunque si gioca interamente sui consumi e sul sostegno dei redditi dei disoccupati e cassintegrati. Tutto il resto è puro spettacolo volto a mantenere il consenso dietro ad un sipario di chiacchiere. Ed ecco perché si vuole zittire chi parla della crisi che c´è ed è ancora ben lontana dall´esser stata superata. * * * Sull´argomento economico non mi resta per ora altro da scrivere e potrei fermare qui le mie riflessioni domenicali, ma c´è un altro tema al quale vorrei dedicare qualche osservazione ed è il preannunciato congresso (il primo dopo quello di fondazione) del Partito democratico. è utile farlo ora questo congresso, non solo perché previsto dallo statuto con una procedura in realtà piuttosto barocca, ma anche perché tra un anno ci saranno le elezioni regionali, un appuntamento di notevole importanza al quale il Pd non può arrivare senza aver preso le necessarie decisioni sulla propria identità e la propria struttura. Il congresso può rappresentare un momento di rilancio positivo oppure la vigilia d´un´implosione se si trasformerà in una rissa di tutti contro tutti. Questo rischio non è affatto remoto, esiste anzi incombe e spetta soprattutto ai militanti di quel partito di scongiurarlo oppure, con comportamenti impropri e non avveduti, renderlo inevitabile. Non è avveduta la formazione di gruppi e gruppetti, il pullulare di capi e capetti, lo sbriciolamento del comune sentire, la velleità di formulare programmi fondati su parole vuote, affermazioni generiche, ricerca e costruzione di nicchie incapaci di governare ma capacissime di impedire ogni azione efficace. Un partito riformista di massa non è mai esistito in Italia da quando esiste lo Stato unitario. Oggi esiste e conta all´incirca dieci milioni di voti. Paragonare questi voti, la loro composizione sociale e la loro identità riformista al vecchio Partito comunista è un errore madornale. Altrettanto madornale è l´errore di chi si rifacesse a vecchie appartenenze cattolico-popolari. Quel che rimaneva di quei due partiti oscillava un anno fa per il primo (Ds) attorno al 16 per cento e per il secondo (Margherita) intorno all´11. I dirigenti di entrambi arrivarono alla conclusione che le due storie si erano interamente esaurite. Questo fu il vero atto di nascita del Pd e questa fu la ragione dell´insediamento di Veltroni alla sua guida. Il risultato elettorale delle elezioni politiche del 2007, con il 33,4 per cento dei voti, non fu una sconfitta come tutti ritennero, ma una vittoria. Per la prima volta il riformismo aveva un partito democratico e laico che rappresentava un terzo degli italiani. Oggi quella rappresentanza è scesa da un terzo ad un quarto. è stata una sconfitta politica ma non la fine di un disegno. Le amministrative sono state anch´esse una sconfitta, in una fase tuttavia in cui l´intera sinistra europea è stata travolta. C´è però un dato da tener presente: tutti i partiti, con la sola eccezione della Lega, hanno indietreggiato in cifre assolute. Perfino Di Pietro: alle amministrative il suo partito ha perso il 9 per cento in voti assoluti. Così, chi più chi meno, tutti gli altri. La Lega ha ripreso gli stessi voti delle precedenti elezioni. è dunque il partito del non-voto o del voto inutilmente disperso che va interpellato, rimotivato, riportato in linea e questo dovrebbe essere il vero compito del congresso del Pd. Un problema analogo si pone al Pdl che ha anch´esso subito una profonda diminuzione in termini di voti assoluti, ma lì le cause sono diverse: si sta allontanando l´elettorato cattolico e moderato. Se quell´emorragia non si fermerà l´attuale gruppo dirigente del Pdl dovrà trovare nel suo interesse i modi per invertire il trend. Affare loro ma anche di chi non la pensa come loro perché il problema della democrazia interessa tutti e a tutti dovrebbe stare a cuore. Il Partito democratico, per ritornare a quel tema, può e deve confrontare due diversi modi di intendere l´identità, la struttura e i valori culturali del partito. E non è vero che parte da zero. Il programma che Veltroni espose al Lingotto rappresenta ancora, a rileggerlo oggi, una piattaforma più che accettabile con qualche integrazione soprattutto sul versante laico che allora fu troppo sottaciuto. Comunque non partono da zero i democratici italiani. Debbono contarsi su diverse visioni del bene comune, se ce ne sono di diverse; oppure su due diverse personalità e biografie. Chi osserva da fuori questa vicenda non vede spazio per terzi e quarti candidati, sembra già ardua una visione duplice, tre o quattro sarebbero un tentativo di dividere l´atomo, che francamente servirebbe solo a nascondere la rissa generale e l´implosione. Se è questo che i militanti di quel partito vogliono, nessuno potrà impedirglielo. Sappiano soltanto che l´implosione significherà sotterrare per un tempo indefinibile l´esistenza di un riformismo democratico in un Paese invaso dalla demagogia, dalla corruttela e da pulsioni autoritarie sempre più evidenti.

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"le mie canzoni? solo domande" paoli oggi dal vivo ad arezzo - fulvio paloscia (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 28-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Pagina XI - Firenze Il pettirosso "Le mie canzoni? Solo domande" Paoli oggi dal vivo ad Arezzo In quel pezzo parlo di pietas laica e comprensione per i vinti: tutti ormai paiono interessati solo a cercare colpevoli senza capire FULVIO PALOSCIA (segue dalla prima di cronaca) S´intitola Il pettirosso e racconta di un vecchio che stupra una ragazzina. Solo che Paoli, domani all´Anfiteatro romano di Arezzo per la sola data toscana (21.15, 10-25 euro, 0575/353215), come sempre non giudica, ma preferisce dare un segno diverso ad una vicenda che il benpensare comune considera borderline: nonostante la violenza, l´adolescente perdona l´uomo, che muore tra le sue braccia. Come vede quello che sta accadendo in Italia un cantautore che ha scritto un pezzo così? «Di Maradona, i napoletani dicevano che era un dio del pallone ma anche un uomo di merda. Distinguevano il calciatore dall´essere umano. Con Berlusconi io mi comporto allo stesso modo. Attacchiamolo come politico, per il resto sono fatti suoi. Non vorrei che la gente desse giudizi sul mio privato. Figuriamoci sul suo». In questa strana Italia, c´è anche Mogol che decide di dare a Luca era gay di Povia un premio per il miglior testo di una canzone italiana. Non a Capossela, Battiato o Jovanotti, in finale anche loro. «I premi sono una buffonata. Dovrebbero essere oggettivi, e invece partono sempre da un punto di vista particolare. In questo caso, la morale. L´artista non fa qualcosa che ha valore perché affronta un argomento forte, scottante. Ma per come svolge quel dato soggetto. Oggi invece fa parlare di sé chi sceglie il linguaggio dei beceri. Da cui, ne Il pettirosso, mi sono tenuto lontano». Però l´hanno accusata di essere indulgente con la pedofilia. «Solo le dittature danno una valutazione morale all´arte. Il pettirosso non parla di perdono, ma di pietas laica. è comprensione per gli ultimi, i vinti, anche quelli peggiori: se uno è a terra, io non gli tiro i calci in faccia. Questa invece è un´epoca in cui si ha un gran bisogno di incolpare sempre qualcuno. L´importante è condannare senza capire. Il vecchio della mia canzone vive un disagio. è un matto. E i matti non si condannano». Anche la religione cattolica afferma questo. «Io però nelle mie canzoni pongo domande. Non dispenso certezze, come fa la Chiesa. Non ho mai creduto né nelle risposte né in chi le dà. Le risposte le danno i preti, depositari della parola di Dio. Oggi far credere quello che non è vero è diventata una prassi. L´importante è dire, non fare». Da cosa nasce la sua vicinanza con gli ultimi? «A 17 anni, d´estate, non andai in vacanza e prestai servizio al manicomio di Vercelli. Quell´esperienza mi ha segnato, soprattutto ciò che accadeva nel padiglione degli omosessuali. Ho capito che l´uomo, in ogni situazione, anche la più estrema, cerca sempre di nascondere il diverso da sé. Che la pietà si cerca dove è più difficile averne. La pietà facile è falsa. Puzza di retorica».

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Fortebraccio stalinista? Lo ha scritto ieri, con grossolana approssimazione, Pierluigi Battista sul ... (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 28-06-2009)

Argomenti: Laicita'

BRUNO GRAVAGNUOLO Fortebraccio stalinista? Lo ha scritto ieri, con grossolana approssimazione, Pierluigi Battista sul Corsera. In margine alle celebrazioni per il ventesimo anniversario della scomparsa del grande corsivista de l'Unità, occasione in cui il nostro giornale ha ripubblicato tanti dei sui micidiali articoletti. Ma lo «slogan» è l'ultimo dei tributi pagati alla banalità e ai luoghi comuni dominanti. E senza fare il minimo sforzo di rileggerselo, Fortebraccio, alias Mario Melloni. Eppure la possibilità di falsificare quella tesi bugiarda non manca. Ed è lo splendido volume con testi di Michele Serra e Marisa Rodano, Fortebraccio. Vita e satira di Mario Melloni, edito da Diabasis per conto della Fondazione Duemila e del Comune di San Giorgio di Piano, paesino natale di Melloni. LAICO, ESILARANTE Nel libro, presentato ieri nella sala municipale di San Giorgio, con il Sindaco Valerio Guarandi, l'assessore Fabio Govoni, Marisa Rodano e Emanuele Macaluso, c'è tutto un altro Fortebraccio. Scintillante, ironico, laico, esilarante. E persino ammiratore (ricambiato) di Montanelli. Già, ma l'Urss? Ne fu ammiratore sottotono, con undestatement, e mai oltranzista. Proprio al modo in cui poteva esserlo un comunista italiano degli anni '60, non fanatico o mitizzante. Del resto Fortebraccio aveva riscosso il plauso anche di Silone nel 1956, quando già filocomunista e cacciato dalla Dc, aveva mostrato sul Dibattito politico simpatia per i lavoratori ungheresi insorti. Secondo un filo conduttore che sarà il punto d'onore di Fortebraccio, «un Signore contro Lorsignori». Ovvero, lo stare dalla parte degli umili, la vera élite patrizia meritevole di plauso nell'Italia Dc. Perciò firma «shakespiriana», inventata da Maurizio Ferrara, che era come il caffè mattutino per i lettori de l'Unità, tra il 1967 e il 1982 allorchè la sua rubrica con bollino rosso (Oggi) acquistò cadenza settimanale: «se abbiamo torto dimostratecelo». E di questo e di tante altre cose sul leggendario giornalista, s'è parlato a San Giorgio di Piano, borgo a portici amatissimo da Melloni, dove egli - figlio di segretario comunale nacque nel 1902 - prima di andare a Modena, Bologna, Genova, Milano. Macaluso ha fatto il ritratto di un cattolico del dissenso ante-litteram, sbalzato in scena dall'antifascismo e protagonista della Dc del dopoguerra. Sicché, antifascismo, degasperismo di sinistra, e poi polemica in nome della «questione sociale» contro una Chiesa chiusa e integralista, almeno fino al Concilio. E infine il «settarismo» di Fortebraccio. Ovvio che c'era, in quell'Italia, ma era di sapore cavalleresco e deflagrante. E per di più ricondotto nei termini di una «disciplina» realistica e ragionevole: quella del Pci, che diventò la sua famiglia. Marisa Rodano ha ricordato l'amicizia sua e di Franco Rodano con Melloni, e soprattutto un modo di essere credente: libero e rigoroso. Anche irridente, ma serio e adulto. Merce rara nell'Italia di oggi, bigotta e licenziosa, integrista e arrogante. Resterebbe da dire dei lettori e dei giovani che lo adoravano come una icona di pulizia morale e feroce allegria. Bene, quelle doti «terragne» erano anche il frutto di una cultura raffinatissima: Proust, Gide, i grandi aforisti francesi, e Dickens e Gramsci. La cui lezione egemonica si scaricava in irrestibili piccoli capolavori di polemica. Lo «Spadolini affetto da pinguedine e parledine», «Lamalfissima addolorata», «Cariglia dalla fronte inutilmente spaziosa». No, troppo divertente per essere stalinista. E chi lo nega, bacchettone è. Avercene come lui contro questa destra.

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Che schifo il sesso al sapore di fragola impartito ai quattordicenni (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 28-06-2009)

Argomenti: Laicita'

28 giugno 2009 Anticipazione dal Foglio del 29 giugno Che schifo il sesso al sapore di fragola impartito ai quattordicenni «Come hai fatto a votare quello stronzo?», domandò la supercolumnist Maureen Dowd a suo fratello dopo la trionfale rielezione di W. nel 2004. «Non voglio che mia figlia a quattordici anni riceva come prima informazione sul corpo e sull’amore una lezione esemplare: vestire di preservativo una banana. Ok?». La Dowd, intercettata e colpita nel suo celebre snobismo liberal, raccontò il tutto sul New York Times, e noi informammo i lettori del Foglio. Che oggi devono sapere quanto segue, senza nessuno spirito bigotto. Si discute molto della vita privata spericolata e festaiola del capo del governo, e con spirito giusto di allarme, magari con qualche pruriginosa venatura censoria, ma è considerata notizia locale ogni cosa che riguarda invece l’essenza del nostro modo di vivere. Gli esperti d’amore, una specie di setta psico-sessuale modernista, vogliono mettere nelle scuole romane la bandiera del preservativo, per desiderio della Provincia che in merito ha approvato una mozione con l’appoggio del viceministro Ferruccio Fazio; non solo, a Milano volevano continuare quella trastula di nome educazione sessuale, che dura da trent’anni e che consiste, una volta illustrata l’anatomia maschile e femminile, nel mettere in collegamento “l’attività sessuale”, aberrante dizione sociobiologica che starebbe per amore erotismo e agape, con malattie sessuali, gravidanze intese come malattie, aborti e profilattici. Udite, sta per aprirsi un nuovo “caso Zanzara”, dal nome del giornaletto milanese che liberò la bella gioventù anni Sessanta dalla criminale oppressione sessuale subita, o almeno così sembrava. Ma alla rovescia. Il benemerito settimanale cattolico di Cl Tempi, diretto da Gigi Amicone, ha obiettato il 5 maggio scorso contro il “sesso al sapore di fragola” che sarebbe la sostanza del programma tutto piacere aborto profilattico e malattie dispiegato dal libertinismo in cattedra davanti alle quattordicenni e ai ragazzini, ini, ini. E l’Asl di Milano ha emanato una circolare che vieta ai suoi operatori di impartire educazione sessuale a chi abbia meno di sedici anni. Scandalo lettere e minacce di genitori progressisti contro questa decisione «bigotta e inspiegabile». Seguiremo con meticoloso interesse. Intanto vorremmo che riflettessero tutti coloro, come Goffredo Fofi, che si preoccupano di rimettere in trincea le minoranze etiche (c’è un suo sapido e un po’ folle pamphlet da Laterza su questo tema); è vero forse, come loro dicono, che il popolo è stato rincoglionito dai ricchi e famosi, non sa più chi è, e si comporta male, con le minorenni che si offrono agli idoli della tv e madri e padri che le accompagnano all’altare del sacrificio: vero, forse, ma questo andazzo di cooperazione al nulla, e di sradicamento dell’amore e delle sue leggi, dei suoi tempi, delle sue libidinose attese e realizzazioni umane, troppo umane, questo andazzo, ecco una notizia per gli esteti improvvisati della morale pubblica, comincia in prima media a cura della scuola repubblicana, unica, d’obbligo e laica. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

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(sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 29-06-2009)

Argomenti: Laicita'>n. 26 del 2009-06-29 pagina 11 «Prego per Scalfari: così non riuscirà ad andare all'inferno» di Redazione Il direttore di Radio Maria: «Repubblica fa militanza anticristiana Il suo fondatore lo demolisco, ma poi lo raccomando a Dio» È un uomo felice don Livio Fanzaga. Felice di essere prete. Da 25 anni è il factotum di Radio Maria, quella dei rosari recitati in diretta. Ogni giorno, due milioni di persone pendono dalle sue labbra. Molti ascoltano don Livio guidando l'auto mentre proclama con allegra cadenza bergamasca che la Madonna è tra noi, Dio esiste, Gesù ci ama, il Paradiso ci aspetta. Questa succursale del Padreterno è nel centro di Meda, tra Como e Lecco. Ora è in una palazzina in affitto. Entro l'anno traslocherà nei pressi, in una sede di proprietà. Don Livio, capelli candidi corti, mi accoglie in una stanzetta al termine della sua seguitissima rassegna stampa mattutina in un simil clergyman di sua creazione. Camicia azzurro oratorio da cui sbuca la maglia bianca che fa le veci del solino, croce al petto, pantaloni grigi. «Mi sono appena cambiato. Al microfono faccio certe sudate!», dice e non gli daresti mai 69 anni per l'energia che sprizza, né più di 20 per l'entusiasmo che ti comunica. «Sarà fiero del suo enorme seguito», dico sedendo tra una statua bianca della Madonna di Medjugorje e i ritratti, dono di un seguace pittore, degli idoli di don Livio: De Gasperi, La Pira, Wojtyla e un altro paio di papi. «Alla quantità non penso mai. Farei lo stesso anche se l'ascoltatore fosse uno solo. Considero Radio Maria una grande famiglia cui indicare la meta della vita. Un popolo in cammino con la Chiesa verso l'eternità», dice con largo sorriso. Annotazione che faccio una volta per tutte, perché don Livio sorride sempre. Su uno scaffale sono allineati dei pescecani di legno a fauci spalancate. Chiedo lumi. «Rappresentano chi, pur desiderandolo, non si converte mai. La fame del mondo è infatti molto più forte della fame di Dio», risponde con l'aria di saperla lunga sul gregge di Radio Maria. Un gregge che don Livio ha allargato a dismisura negli anni. Non solo in Italia, con i suoi 850 ripetitori, Radio Maria ha una copertura nazionale superiore alla Rai, ma è un network diffuso nelle varie lingue in 50 Paesi. Solo in Tanzania, a maggioranza islamica, ha sei milioni di ascoltatori. «Al microfono ripete di continuo "Cari amici". Chi pensa di avere di fronte?». «Prima della radio, mi ero abituato per 20 anni a parlare alla gente in una parrocchia di Milano. Radio Maria è una grande parrocchia dell'etere. Con una differenza su quella reale: molti ascoltatori non vengono in chiesa da anni. Io li spingo a Dio e a migliaia, ascoltandomi, si avvicinano di nuovo a Lui. È una radio di conversione». «Nella rassegna stampa con quali criteri giudica i giornali e i fatti del mondo?». «In base all'etica cristiana attenendomi all'insegnamento della Chiesa. Non mi piace cantare per conto mio». «Critica spesso Corsera e Repubblica. Sono antireligiosi?». «Più Repubblica che il Corriere il quale dà qualche spazio alle prospettive cristiane. Repubblica è invece inaccettabilmente atea e materialista. Passi l'anticlericalismo, sempre legittimo. Ma il giornale di Scalfari, a cominciare dal fondatore, fa dell'anticristianesimo militante. Non c'è un cristiano in tutta la redazione». «Che giornali legge più volentieri, a parte Avvenire?». «Corriere e Giornale. Il primo per editorialisti come Galli della Loggia. Del Giornale mi piace il direttore, che ha fatto con coraggio la battaglia per la vita. Ho anche due amici Brambilla e Tornielli. È un quotidiano laico, ma con una forte componente cattolica». «Le filippiche di don Sciortino su Famiglia cristiana?». «Non le condivido. Sono il primo ad auspicare maggiore sobrietà negli uomini pubblici. Ma non accetto che si usi il pretesto della vita privata per attacchi politici». «Giorni fa ha lodato Montezemolo che l'ha spuntata su Mosley per la Formula uno. "Mai mettersi contro Luca", ha chiosato. È un suo ascoltatore?». «Lo ignoro, ma penso che prima risorsa di un Paese siano gli uomini capaci. Ovunque vada, Luca fa bene. Guardi la Ferrari prima e dopo di lui. Ce ne fossero», dice da tifoso ed ex sportivo: pallone in parrocchia; salto in lungo, in alto e molto altro in seminario. «Ogni tanto al microfono parla in rima. È il suo lato folle?». «Finita la rassegna stampa, faccio la pausa del "caffeino". Una gag in rima, come la vignetta di un giornale. La rima non è molto intellettuale ma ha efficacia popolare». «Quella di oggi?». «"Sto Barroso è diventato palloso" per la multa Ue all'Italia perché le donne vanno in pensione prima degli uomini. Solo chi ignora la loro vita - lavoro, casa, figli - può pretendere di equipararle» dice e mimando i gesti della massaia aggiunge: «Vivo solo e so bene la fatica di lavare e stirare». Com'è nata la sua vocazione? «Famiglia operaia molto religiosa. A quattordici anni, finite le Commerciali, papà si aspettava che lavorassi. Ma conobbi un missionario in Cina e volli fare lo stesso. Andai in seminario a Finale Ligure e per nove anni non sono più tornato a Dalmine (Bg) dai miei. Era la regola dei seminari di allora. Mi sono laureato in Teologia, a Roma in Filosofia e ho mancato, per un esame, Scienze politiche». Nemmeno un flirt adolescente? «Nulla. Mai avuto dubbi sulla vocazione. Oggi, Dio lo sento molto e non mi manca niente. Da ragazzo avevo in testa l'avventura eroica della missione. Ho trascorso un anno in Africa. La famiglia non mi ha mai attirato. Non poteva soddisfare l'ideale che mi affascinava: dedicarmi al prossimo e alle grandi realizzazioni come Radio Maria». Che nacque dopo il suo incontro con la Gospa di Medjugorje. «La svolta radicale della mia vita nell'85, quattro anni dopo l'apparizione ai ragazzi croati. Che fosse apparsa in un Paese comunista mi ha sempre colpito. Sono andato a Medjugorje e mentre concelebravo la messa ho avuto un'illuminazione: qui la Madonna vive, perciò il cristianesimo è la religione vera». Pensa davvero che la Madonna appaia ai contadinelli croati, di Lourdes o di Fatima? «Appare per una ragione precisa: il mondo rischia l'autodistruzione e la Madonna viene per salvarci. Ho imparato il croato e parlato tanto con i sei veggenti. La loro sincerità è assoluta. Non ho mai sentito fischiarmi le orecchie. E non sono un credulone». Crede sul serio nell'Aldilà? «Credo nella vita eterna, nell'immortalità dell'anima, nell'incontro con Gesù. Dio mi dà ogni giorno dei segni». L'ultimo? «Quello di ieri, non glielo posso dire. Gliene racconto un altro. Guidavo l'auto per Medjugorje. Ebbi un colpo di sonno e precipitai restando in bilico su un burrone. Agli angeli ho gridato: "Anche voi dormite!". Riuscii a uscire dall'auto. Mi inerpicai e sulla strada incontrai un gruppo di operai che con una corda tirarono su la macchina. Un quarto d'ora dopo ero di nuovo in viaggio verso la Madonna. Il Padreterno con cui mi ero arrabbiato mi aveva dato la risposta». Aspira alla santità? «È dovere di ogni cristiano. Io sento un'intima amicizia con Gesù. Se invece s'intende la perfezione, sono lontano mille miglia». Ha dei vizi? «Il principale è essere uomo di battaglia: demolisco l'avversario. Poi mi pento e prego per lui». Anche per Scalfari? «Tutti i giorni. Non riuscirà ad andare all'inferno. Prego troppo. Quando si saprà salvato, mi ringrazierà». La considerano un cattolico conservatore. «Socialmente sono un mezzo sindacalista, come due dei miei sei fratelli. Sono per un'equa distribuzione della ricchezza. Ma non ritengo che la sinistra faccia per la gente più della destra. La ricchezza, per distribuirla, va prodotta. In teologia seguo l'ortodossia cattolica di Ratzinger». Ha detto: "Il cristianesimo è l'unica religione vera". Ma la Chiesa dialoga, è sfumata, relativista. «Gesù è il solo salvatore del mondo. Buddha, Maometto, gli altri, sono uomini. Hanno frammenti di verità, ma solo Cristo è Dio. Loro sono marciti, l'unico risorto è Gesù». Cosa pensa del Concilio? «Grande creatività e grandi sconquassi. I seminari, introdotta una malintesa libertà, in pochi anni si sono svuotati. Il Concilio ha valorizzato il mondo, ma senza indicarne i pericoli. Solo Wojtyla e Ratzinger, il suo braccio dogmatico, hanno risalito la china». Che impressione ebbe degli islamici in preghiera davanti al Duomo? «Pessima. Ho assistito sulla spiaggia di Dakar alla preghiera di migliaia di musulmani col sole che sorgeva e un silenzio celeste. Lì vedevi la trascendenza. A Milano solo provocazione politica». Il silenzio diplomatico del cardinale Tettamanzi? «La sua linea è integrare ed evitare conflitti. Credo possa avere effetto. I musulmani quando trovano persone che gli vogliono bene, si aprono. In Italia si convertono dai 50 ai 100 islamici l'anno, in Francia dai 400 ai 500. Conversioni vere, non emotive come spesso nelle spose di musulmani». Rosy Bindi ha detto: "Non possiamo lasciare che sia Radio Maria a formare la coscienza dei cristiani". «I cattolici del Pd ci sentono lontani, ma sui temi etici sono loro a essere lontani dalla Chiesa. Bindi è per i Dico, la Chiesa è contro. Noi siamo per il cattolicesimo integrale, loro per un cristianesimo diluito. Bindi è un politico, a me interessa l'Aldilà». Chi è più attento ai valori cristiani, destra o sinistra? «Il centrodestra perché nelle sue file ci sono più cattolici. A sinistra la loro presenza è poco incisiva». Come si rilassa dai rumori del mondo? «Pregando. È la mia attività principale. Passo il tempo con Gesù e Maria che per me sono vivi. Altri svaghi non ho. In vacanza vado a Medjugorje. Di lì, mi collego per telefono con Radio Maria. Scrivo cinque libri l'anno. Ma sono in gran forma e non sono mai depresso». Quale peccatuccio si concederà nella pausa estiva? «Farò lunghe sieste a Medjugorje. Così la notte potrò salire sulla montagna dell'apparizione e pregare guardando le stelle». © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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"Prego anche per Scalfari: e così lo strapperò all'inferno" (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 29-06-2009)

Argomenti: Laicita'

n. 26 del 2009-06-29 pagina 11 "Prego anche per Scalfari: e così lo strapperò all’inferno" di Redazione Il direttore di Radio Maria: "Repubblica fa militanza anticristiana Il suo fondatore lo demolisco, ma poi lo raccomando a Dio" è un uomo felice don Livio Fanzaga. Felice di essere prete. Da 25 anni è il factotum di Radio Maria, quella dei rosari recitati in diretta. Ogni giorno, due milioni di persone pendono dalle sue labbra. Molti ascoltano don Livio guidando l’auto mentre proclama con allegra cadenza bergamasca che la Madonna è tra noi, Dio esiste, Gesù ci ama, il Paradiso ci aspetta. Questa succursale del Padreterno è nel centro di Meda, tra Como e Lecco. Ora è in una palazzina in affitto. Entro l’anno traslocherà nei pressi, in una sede di proprietà. Don Livio, capelli candidi corti, mi accoglie in una stanzetta al termine della sua seguitissima rassegna stampa mattutina in un simil clergyman di sua creazione. Camicia azzurro oratorio da cui sbuca la maglia bianca che fa le veci del solino, croce al petto, pantaloni grigi. «Mi sono appena cambiato. Al microfono faccio certe sudate!», dice e non gli daresti mai 69 anni per l’energia che sprizza, né più di 20 per l’entusiasmo che ti comunica. «Sarà fiero del suo enorme seguito», dico sedendo tra una statua bianca della Madonna di Medjugorje e i ritratti, dono di un seguace pittore, degli idoli di don Livio: De Gasperi, La Pira, Wojtyla e un altro paio di papi. «Alla quantità non penso mai. Farei lo stesso anche se l’ascoltatore fosse uno solo. Considero Radio Maria una grande famiglia cui indicare la meta della vita. Un popolo in cammino con la Chiesa verso l’eternità», dice con largo sorriso. Annotazione che faccio una volta per tutte, perché don Livio sorride sempre. Su uno scaffale sono allineati dei pescecani di legno a fauci spalancate. Chiedo lumi. «Rappresentano chi, pur desiderandolo, non si converte mai. La fame del mondo è infatti molto più forte della fame di Dio», risponde con l’aria di saperla lunga sul gregge di Radio Maria. Un gregge che don Livio ha allargato a dismisura negli anni. Non solo in Italia, con i suoi 850 ripetitori, Radio Maria ha una copertura nazionale superiore alla Rai, ma è un network diffuso nelle varie lingue in 50 Paesi. Solo in Tanzania, a maggioranza islamica, ha sei milioni di ascoltatori. «Al microfono ripete di continuo “Cari amici”. Chi pensa di avere di fronte?». «Prima della radio, mi ero abituato per 20 anni a parlare alla gente in una parrocchia di Milano. Radio Maria è una grande parrocchia dell’etere. Con una differenza su quella reale: molti ascoltatori non vengono in chiesa da anni. Io li spingo a Dio e a migliaia, ascoltandomi, si avvicinano di nuovo a Lui. è una radio di conversione». «Nella rassegna stampa con quali criteri giudica i giornali e i fatti del mondo?». «In base all’etica cristiana attenendomi all’insegnamento della Chiesa. Non mi piace cantare per conto mio». «Critica spesso Corsera e Repubblica. Sono antireligiosi?». «Più Repubblica che il Corriere il quale dà qualche spazio alle prospettive cristiane. Repubblica è invece inaccettabilmente atea e materialista. Passi l’anticlericalismo, sempre legittimo. Ma il giornale di Scalfari, a cominciare dal fondatore, fa dell’anticristianesimo militante. Non c’è un cristiano in tutta la redazione». «Che giornali legge più volentieri, a parte Avvenire?». «Corriere e Giornale. Il primo per editorialisti come Galli della Loggia. Del Giornale mi piace il direttore, che ha fatto con coraggio la battaglia per la vita. Ho anche due amici Brambilla e Tornielli. è un quotidiano laico, ma con una forte componente cattolica». «Le filippiche di don Sciortino su Famiglia cristiana?». «Non le condivido. Sono il primo ad auspicare maggiore sobrietà negli uomini pubblici. Ma non accetto che si usi il pretesto della vita privata per attacchi politici». «Giorni fa ha lodato Montezemolo che l’ha spuntata su Mosley per la Formula uno. “Mai mettersi contro Luca”, ha chiosato. è un suo ascoltatore?». «Lo ignoro, ma penso che prima risorsa di un Paese siano gli uomini capaci. Ovunque vada, Luca fa bene. Guardi la Ferrari prima e dopo di lui. Ce ne fossero», dice da tifoso ed ex sportivo: pallone in parrocchia; salto in lungo, in alto e molto altro in seminario. «Ogni tanto al microfono parla in rima. è il suo lato folle?». «Finita la rassegna stampa, faccio la pausa del “caffeino”. Una gag in rima, come la vignetta di un giornale. La rima non è molto intellettuale ma ha efficacia popolare». «Quella di oggi?». «“Sto Barroso è diventato palloso” per la multa Ue all’Italia perché le donne vanno in pensione prima degli uomini. Solo chi ignora la loro vita - lavoro, casa, figli - può pretendere di equipararle» dice e mimando i gesti della massaia aggiunge: «Vivo solo e so bene la fatica di lavare e stirare». Com’è nata la sua vocazione? «Famiglia operaia molto religiosa. A quattordici anni, finite le Commerciali, papà si aspettava che lavorassi. Ma conobbi un missionario in Cina e volli fare lo stesso. Andai in seminario a Finale Ligure e per nove anni non sono più tornato a Dalmine (Bg) dai miei. Era la regola dei seminari di allora. Mi sono laureato in Teologia, a Roma in Filosofia e ho mancato, per un esame, Scienze politiche». Nemmeno un flirt adolescente? «Nulla. Mai avuto dubbi sulla vocazione. Oggi, Dio lo sento molto e non mi manca niente. Da ragazzo avevo in testa l’avventura eroica della missione. Ho trascorso un anno in Africa. La famiglia non mi ha mai attirato. Non poteva soddisfare l’ideale che mi affascinava: dedicarmi al prossimo e alle grandi realizzazioni come Radio Maria». Che nacque dopo il suo incontro con la Gospa di Medjugorje. «La svolta radicale della mia vita nell’85, quattro anni dopo l’apparizione ai ragazzi croati. Che fosse apparsa in un Paese comunista mi ha sempre colpito. Sono andato a Medjugorje e mentre concelebravo la messa ho avuto un’illuminazione: qui la Madonna vive, perciò il cristianesimo è la religione vera». Pensa davvero che la Madonna appaia ai contadinelli croati, di Lourdes o di Fatima? «Appare per una ragione precisa: il mondo rischia l’autodistruzione e la Madonna viene per salvarci. Ho imparato il croato e parlato tanto con i sei veggenti. La loro sincerità è assoluta. Non ho mai sentito fischiarmi le orecchie. E non sono un credulone». Crede sul serio nell’Aldilà? «Credo nella vita eterna, nell’immortalità dell’anima, nell’incontro con Gesù. Dio mi dà ogni giorno dei segni». L’ultimo? «Quello di ieri, non glielo posso dire. Gliene racconto un altro. Guidavo l’auto per Medjugorje. Ebbi un colpo di sonno e precipitai restando in bilico su un burrone. Agli angeli ho gridato: “Anche voi dormite!”. Riuscii a uscire dall’auto. Mi inerpicai e sulla strada incontrai un gruppo di operai che con una corda tirarono su la macchina. Un quarto d’ora dopo ero di nuovo in viaggio verso la Madonna. Il Padreterno con cui mi ero arrabbiato mi aveva dato la risposta». Aspira alla santità? «è dovere di ogni cristiano. Io sento un’intima amicizia con Gesù. Se invece s’intende la perfezione, sono lontano mille miglia». Ha dei vizi? «Il principale è essere uomo di battaglia: demolisco l’avversario. Poi mi pento e prego per lui». Anche per Scalfari? «Tutti i giorni. Non riuscirà ad andare all’inferno. Prego troppo. Quando si saprà salvato, mi ringrazierà». La considerano un cattolico conservatore. «Socialmente sono un mezzo sindacalista, come due dei miei sei fratelli. Sono per un’equa distribuzione della ricchezza. Ma non ritengo che la sinistra faccia per la gente più della destra. La ricchezza, per distribuirla, va prodotta. In teologia seguo l’ortodossia cattolica di Ratzinger». Ha detto: “Il cristianesimo è l’unica religione vera”. Ma la Chiesa dialoga, è sfumata, relativista. «Gesù è il solo salvatore del mondo. Buddha, Maometto, gli altri, sono uomini. Hanno frammenti di verità, ma solo Cristo è Dio. Loro sono marciti, l’unico risorto è Gesù». Cosa pensa del Concilio? «Grande creatività e grandi sconquassi. I seminari, introdotta una malintesa libertà, in pochi anni si sono svuotati. Il Concilio ha valorizzato il mondo, ma senza indicarne i pericoli. Solo Wojtyla e Ratzinger, il suo braccio dogmatico, hanno risalito la china». Che impressione ebbe degli islamici in preghiera davanti al Duomo? «Pessima. Ho assistito sulla spiaggia di Dakar alla preghiera di migliaia di musulmani col sole che sorgeva e un silenzio celeste. Lì vedevi la trascendenza. A Milano solo provocazione politica». Il silenzio diplomatico del cardinale Tettamanzi? «La sua linea è integrare ed evitare conflitti. Credo possa avere effetto. I musulmani quando trovano persone che gli vogliono bene, si aprono. In Italia si convertono dai 50 ai 100 islamici l’anno, in Francia dai 400 ai 500. Conversioni vere, non emotive come spesso nelle spose di musulmani». Rosy Bindi ha detto: “Non possiamo lasciare che sia Radio Maria a formare la coscienza dei cristiani”. «I cattolici del Pd ci sentono lontani, ma sui temi etici sono loro a essere lontani dalla Chiesa. Bindi è per i Dico, la Chiesa è contro. Noi siamo per il cattolicesimo integrale, loro per un cristianesimo diluito. Bindi è un politico, a me interessa l'Aldilà». Chi è più attento ai valori cristiani, destra o sinistra? «Il centrodestra perché nelle sue file ci sono più cattolici. A sinistra la loro presenza è poco incisiva». Come si rilassa dai rumori del mondo? «Pregando. è la mia attività principale. Passo il tempo con Gesù e Maria che per me sono vivi. Altri svaghi non ho. In vacanza vado a Medjugorje. Di lì, mi collego per telefono con Radio Maria. Scrivo cinque libri l’anno. Ma sono in gran forma e non sono mai depresso». Quale peccatuccio si concederà nella pausa estiva? «Farò lunghe sieste a Medjugorje. Così la notte potrò salire sulla montagna dell’apparizione e pregare guardando le stelle». © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Pierluigi, il chierichetto che scioperò a messa (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 30-06-2009)

Argomenti: Laicita'

PRIMA PROTESTA... IN CHIESA LE ORIGINI Chi è il candidato che domani lancia la sfida per guidare il Pd Personaggio Il papà benzinaio, e una famiglia mai sotto i riflettori «Non mi sembrava giusto come venivano lasciate le mance Così ci togliemmo la tunica» Nato a Bettola, paesino cattolico. Una tesi di laurea su San Gregorio Magno Pierluigi, il chierichetto che scioperò a messa FABIO MARTINI ROMA Nello staff di Bersani già lo sanno: «La signora Daniela non ci sarà». Neppure stavolta. Domani, al teatro romano Ambra Jovinelli, Pierluigi Bersani - l'eterno delfino che a 57 anni ha deciso di nuotare da solo - finalmente lancerà la sua sfida per la conquista della leadership del Pd, ma tra i settecento che lo ascolteranno in platea, non ci sarà la moglie. E non ci saranno neppure le due vivacissime figlie, la Elisa di 24 anni che si sta laureando in Storia antica e la Margherita di 18, che va ancora a scuola ed è quella che somiglia di più a papà. Le tre Bersani e in particolare la signora Daniela, farmacista a Piacenza, non amano i riflettori, di loro non si conoscono visi né foto. Pierluigi condivide. E' lo stile della casa. In compenso l'idea di far precedere il discorso dell'Ambra Jovinelli da tanti fervorini dei comprimari, come si usava fare ai tempi del Pci, è stata scartata: Bersani sarà "costretto" a parlare soltanto lui, un tributo alla personalizzazione che il candidato ha confessato di vivere con un filo di imbarazzo. Ma a forza di nascondersi, a forza di dire «Obbedisco» al suo amico Massimo D'Alema che in passato lo ha ripetutamente invitato a non candidarsi, la rinuncia stava diventando la sua cifra politica. L'Amleto di Bettola. Con un effetto paradossale, rilevato da diversi sondaggi riservati: in quanto a fiducia Bersani va fortissimo, è stabilmente nella "top five" guidata da Giorgio Napolitano, ma quanto a popolarità la classifica è meno lusinghiera. Dunque, ispira fiducia ma non è popolare: è soltanto l'ultima di una gustosissima sequenza di dicotomie che segnano un personaggio sfaccettato, nel quale convivono pulsioni diversissime. Come racconta lui stesso, il piccolo Pierluigi nasce in «una famiglia cattolica in un paesino bianco» che si chiama Bettola. L'inevitabile carriera da chierichetto si conclude col ragazzino che promuove uno sciopero contro il parroco: «Non mi sembrava giusto il meccanismo con cui venivano lasciate le mance. Una domenica di maggio, prima della messa, ci siamo tolti la tunica». Bersani è un laico convinto, ma a suo tempo ha fatto la tesi di laurea su "Grazia e autonomia umana nella prospettiva ecclesiologica di san Gregorio Magno". E' il più ordinato e il più composto tra i personaggi che vengono dal Pci, ha l'aplomb dell'uomo serioso, eppure in privato è un frizzantissimo viveur. Lo puoi trovare in un locale di via Veneto mentre sorseggia birra, suona al pianoforte e canta. E anche se ha una passione per l'hard rock, il Bersani cantante va sul "classico": le arie di Verdi, le canzoni di Vasco Rossi, ma anche "In ginocchio da te" di Gianni Morandi. Piace alle donne «per quel suo approccio virile e galante, da maschilista emiliano», come racconta una onorevole del Pd. Non disdegna i pettegolezzi ed è un battutista perfido. Non appena il Veltroni segretario cominciò ad offendersi per le prime, velate critiche, Bersani confidò: «C'ha la pellicina sottile, Walter...». Un bon vivant, che però non è un fissato della politica autoreferenziale: a parte Vasco Errani non ha amici politici e in estate gli piace rifugiarsi nei silenzi della Barbagia. Tre anni fa il prefetto di Nuoro lo avvisò: «Ministro, dovremmo seguirla, lei capisce...». E lui, scherzando ma per far capire lo spirito: «Se dovessi scomparire, sarei tra i rapitori, non tra i rapiti!». Figlio di un meccanico che aveva anche una pompa di benzina, Bersani è un uomo di sinistra che piace ai padroni: nessuno altro nel centrosinistra - meno che mai Dario Franceschini - ha tanti rapporti con i big di quel mondo. Ma Bersani confida: «Amici di tutti, ma parenti di nessuno». Fa conferenze su Sant'Agostino e su Pelagio, ma per via del suo pragmatismo è amatissimo dalla Compagnia delle Opere. Ospite fisso del Meeting di Rimini, qualche anno fa, nel tripudio dei ciellini, Bersani arrivò a dire: «Se vuol rifondarsi, la sinistra deve partire dal vostro retroterra ideale». Parole che certo non ripeterà oggi, inaugurando la sede del suo Comitato in piazza Santi Apostoli, nello stesso palazzo dove aveva sede l'Ulivo di Prodi. Un'esperienza, dirà, che evoca «una stagione vincente». E per guardare al futuro, Bersani vuole recuperare il meglio del passato, a cominciare dalla lenzuolata delle privatizzazioni, di cui oggi ricorre il terzo "anniversario" e che lui rilancerà: «Lì c'era dentro l'idea che le nuove generazioni hanno la possibilità di accedere a certe professioni, soltanto se si rompono le incrostazioni corporative». Nel discorso per la nomination non ha programmato svolte spettacolari. E non cavalcherà il nuovismo di Franceschini, che Bersani intende ribattezzare con un termine eloquente: «Eclettismo».

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(sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 30-06-2009)

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Corriere della Sera sezione: Politica data: 30/06/2009 - pag: 13 Beppe Fioroni Il leader dell'area popolare: Bindi e Letta con Bersani? Rischioso unire gli opposti «Con Franceschini per un partito autonomo No a chi rimpiange il collateralismo Cgil» ROMA «Neanche un mese fa il Pd veniva dato per morto e si immaginava un Berlusconi al 43, persino 45%. Invece abbiamo tenuto. Ora però dobbiamo andare avanti, e il congresso è l'occasione». Beppe Fioroni, parlamentare ed ex ministro per il centrosinistra, fedele alle sue radici democristiane prima e popolari poi, traduce l'«andare avanti» con «discutere di programmi e di valori, di politica e non di nomi. Se tutto si ferma alle candidature, magari tre e poi quattro, diventa un congresso che... sotto il vestito niente ». Non c'è nessuno, nel Partito democratico, che non raccomandi «parliamo di programmi». «Tutti lo dicono, però si dibatte solo di futuro segretario». Lei su questo come si schiera? «Per me esistono solo due possibilità: Pierluigi Bersani e Dario Franceschini. Io sono per Franceschini perché esprime un profilo di coraggio, rispetto a una linea che per paura ripropone esperienze sicure ma asfittiche, già viste ». Diceva di stare ai programmi? «Per dimostrarci vera alternativa serve un 'Pd del Paese' che parli a tutti per farci uscire, tutti insieme, dalla crisi. Non possiamo avere un partito che separi il Nord dal Sud, gli operai dagli imprenditori; e non è più il tempo di rappresentare una classe o di essere mediatori tra classi sociali. Dobbiamo lavorare per unire imprenditoria e lavoro e per l'unità sindacale. Basta con il collateralismo». Si riferisce ai sostenitori di Bersani, tipo D'Alema? «Nel Pd c'è chi da quella parte ha cavalcato il no della Cgil all'accordo sul contratto. È drammatico che qualcuno abbia pensato che la crisi avrebbe portato gli italiani a dividersi, acuendo le tensioni». Propone di isolare la Cgil? Ci sono già diversi partiti affini alle altre sigle sindacali. «No, ascoltiamo tutti. Ma poi l'autonomia delle forze sociali, dei corpi intermedi, va rispettata sempre. Noi dobbiamo rappresentare il Paese, non una sola parte; pensiamo a riconquistare ceti medi e ceti popolari». Unire tutto non rischia di creare confusione? Guardando i risultati di Italia dei Valori e Lega, sembra che l'elettorato ami piuttosto le posizioni nette. «Se si vuole guidare il Paese, bisogna fare sintesi. Di Pietro? Potremo parlare con lui e con altri per battere la destra, ma il Pd deve avere una funzione centrale. Restando ai temi concreti, dobbiamo mantenere il valore della Costituzione contro ogni revisionismo da sdoganamento. E sulla sicurezza, materia forse finora sottovalutata, ritengo che lo Stato non debba cedere mai, purché nel rispetto della dignità umana». Da oggi comincia una settimana di riunioni contrapposte: Bersani e Franceschini presentano le proprie candidature, ma poi Veltroni, voi ex ppi, Rutelli... Non rischia di apparire un vecchio gioco di correnti e di potere? «La contaminazione tra culture e valori è una ricchezza. Il congresso dovrà costruire un pensiero nuovo. Chi vince deve essere in grado di ricomprendere anche le ragioni degli altri, altrimenti si va incontro a scissioni a non finire, fino alla scissione dell'atomo ». Contrariamente a lei, i suoi ex colleghi di Partito popolare Rosy Bindi ed Enrico Letta appoggiano Bersani. «Mi auguro che Bersani sia chiaro. Vedo un rischio di voler unire gli opposti con eccesso di duttilità, e questo non sarebbe utile all'Italia». Ancora sui contenuti: la laicità è un valore sollecitato da molti dei vostri, anche dai giovani appena riuniti al Lingotto. «Non esiste un problema laicità, è un dibattito fumoso. Il Pd non può essere che laico, ma non in assenza di valori. Sentite le piazze e le varie chiese, si decida nell'interesse generale della nazione. Non scimmiottiamo il Pdl, che quando vuole rimediare qualche voto cattolico tira fuori sala parto e rianimazione». Daria Gorodisky

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C'è una vocazione che fa parte del patrimonio secolare della città e il Papa durante ... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 30-06-2009)

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Martedì 30 Giugno 2009 Chiudi C'è una vocazione che fa parte del patrimonio secolare della città e il Papa durante l'Angelus ha espresso il desiderio che gli abitanti di Roma conservino il patrimonio cristiano della loro città anche nei loro modi di pensare e agire. Così Benedetto XVI, nel giorno della festa di San Pietro e Paolo: «Prego costantemente affinché Roma mantenga viva la sua vocazione cristiana non solo conservando inalterato il suo immenso patrimonio spirituale e culturale, ma anche perchè i suoi abitanti possano tradurre la bellezza della fede ricevuta in modi concreti di pensare e agire ed offrano così a quanti, per varie ragioni vengono in questa Città, un'atmosfera carica di umanità e valori evangelici». Parole raccolte dal sindaco della capitale, Gianni Alemanno: «Ringrazio il Santo Padre per avere ancora una volta sottolineato la necessità di sostenere coloro che io definisco operatori di pace: uomini e donne che operano affinchè in città si diffonda un'atmosfera carica di umanità e valori evangelici. Roma ha un debito di riconoscenza nei loro confronti. Penso alle parrocchie, alle associazioni d'ispirazione cattolica che si occupano di giovani, anziani e famiglie. Questo valore aggiunto è irrinunciabile per poter costruire col contributo di tutti, laici e cattolici, una città veramente capitale dell'accoglienza e della solidarietà».

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Serve un patto laici-cattolici per la famiglia (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 30-06-2009)

Argomenti: Laicita'

Serve un patto laici-cattolici per la famiglia luca volontè Nei giorni scorsi il Cardinale Angelo Bagnasco ha ricordato quanto sia fondamentale l'affetto costante della «comunità cristiana nell'accompagnare i nuovi nuclei (familiari) e i loro progetti di vita». La situazione sociale del Paese vede un aumento delle convivenze e dell'età media degli sposi, non mancano le preoccupazioni della Chiesa ma anche la provvisorietà dell'intera società che deriva da impegni instabili di coppia. In questo contesto, l'aumento anche su scala europea dei figli nati fuori dal matrimonio non può essere considerato superficialmente. Bagnasco ha ricordato che al «cuore della coppia e della famiglia fondata sul matrimonio sta la sua vocazione di grembo naturale della vita, di prima scuola di umanità, dove le diverse generazioni imparano ed esercitano ogni giorno il gusto e le virtù del vivere». Ormai, in gran parte dei Paesi occidentali, il morbo del relativismo che ha colpito la famiglia (obiettivo primario della ideologia marxista-leninista e de suoi imitatori sessantottini) sta producendo danni enormi, aumento di spesa per il welfare e costi per la rieducazione dei giovani. L'impegno della Chiesa, utilissimo anche per lo Stato laico, e l'efficacia dei corsi di preparazione al matrimonio è indispensabile, dev'essere «un chiaro impianto catecumenale, un'occasione per riscoprire la fede e per incontrare il Signore». Alle stesse comunità cristiane è chiesto di divenire sempre più«viva e vitale?cioè che lasci intravedere il Volto di Cristo, il rapporto sponsale tra Lui e la Chiesa», accompagnare affettuosamente le coppie. In Italia non siamo in Inghilterra, dove da qualche tempo una terribile riforma educativa pretende, come dice il Times, di entrare nelle case e giudicare l'educazione data dai genitori ai propri figli. Tuttavia anche in Italia, come nell'intero mondo occidentale, dobbiamo assumerci la responsabilità verso quella cultura diffusa, fatta di «stili di vita e comportamenti conclamati che hanno influsso sul modo di pensare e agire di tutti, in particolare i più giovani che hanno il diritto di vedersi presentare ideali alti e nobili, come di vedere modelli di comportamento coerenti». Seppur esista e vada onorata la moltitudine enorme di popolo che vive questi ideali umani e evangelici, le preoccupazioni non mancano. Non mancano per la Chiesa, nella quale i fedeli laici sposati sono chiamati a presentare l'ordinaria gioia e faticosa delizia della fedeltà matrimoniale, ma non dovrebbero dormire sonni tranquilli nemmeno i responsabili politici. Infatti, come emerge dai lavori del 29° Incontro Interministeriale tra i responsabili delle politiche familiari dei 47 Paesi del Consiglio di Europa (Vienna, 16 e 17 giugno scorsi), sono ormai la maggioranza dei Paesi europei e occidentali che stanno introducendo nelle politiche familiari misure di appoggio alla genitorialità nei momenti di crisi, valorizzando "alleanze per le famiglie" che siano locali e diffuse, supportando la famiglia e i singoli genitori con centri di consulenza, anche accompagnando il desiderio di avere figli (oggi le coppie europee desiderano più di 2.5 figli e ne accolgono meno di due). E aiuti vanno alla genitorialità positiva, alle società family friendly, nelle quali le coppie siano accompagnate nei periodi di crisi per evitare destabilizzazioni familiari, alle sfide culturali per rilanciare la positività della famiglia, a reti di responsabilità sociale e aziendale. Così maturano nuove sfide fiscali, urbanistiche e tariffarie, che sono al centro del confronto e della competizione virtuosa tra le altre nazioni. Il Cardinale Bagnasco e la Cei certamente sanno far tesoro dell'evoluzione positiva e sorprendente che sta germogliando nei dibattiti tra le 47 nazioni della grande Europa, ma non sfuggirà ai laici del Forum delle Famiglie, in Italia e in Europa, l'opportunità di confrontarsi partendo sempre dal positivo che c'è in molte esperienze e nazioni. Tuttavia, la "genitorialità positiva" laica e la "gioia matrimoniale" religiosa, presuppongono certo una limpida chiarezza di diritti e doveri, ma ancor più una comunicazione di testimoni credibili, controcorrente rispetto ai modelli dominanti (seppur in via di superamento) e forse perciò ancor più affascinanti e ricercati per la loro originalità, perché sono la risposata adeguata alla domanda di amore di ciascuno di noi. La soluzione prima della crisi sociale ed educativa che viviamo, passa dalla famiglia. Speriamo che in molti abbiano ascoltato Bagnasco o, quantomeno, sappiano leggere ciò che sta accadendo nella realtà occidentale. luca volontèè parlamentare dell'Udc. 30/06/2009 In Europa ci sono esempi virtuosi di politiche che riescono a favorire la ripresa della natalità 30/06/2009

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