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DOSSIER “POLITICA ESTERA USA”

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T ARTICOLI DELL’11-4-2008        #TOP


IN EVIDENZA

 

"Se Ucraina e Georgia nella Nato Mosca manderà truppe al confine" La presa di posizione dei vertici militari fa salire la tensione internazionale. "Un potente blocco militare alle frontiere verrà considerato una minaccia alla Russia" (La Repubblica 11-4-2008)

MOSCA - La Russia prenderà "iniziative militari" lungo il confine, se davvero Ucraina e Georgia entreranno a far parte della Nato. Lo ha detto il capo di Stato maggiore, generale Iuri Baluevski, citato dalla stampa di Mosca. Una notizia che fa crescere la tensione internazionale, a pochi giorni dal vertice in cui George W. Bush (che spinge per l'ingresso dei due paesi nell'Alleanza atlantica) e Vladimir Putin non hanno trovato un'intesa comune su questo tema.

"Ci saranno misure non solo di carattere militare - ha detto il generale - ma anche di altri tipi". Baluevski ha sottolineato che la Russia è perfettamente in grado di difendersi e di "trovare una degna risposta" al problema dell'allargamento e all'installazione a est di missili anti-missile americani. Le forze di difesa antiaerea russa, ha sottolineato il comandante supremo delle forze aeree Aleksandr Zielin, "sono dotate di tecniche efficaci, in grado di individuare, trovare e distruggere sia i mezzi militari attuali che quelli in prospettiva".

E anche il ministero degli Esteri entra nella questione attraverso il portavoce Mikhail Kaminin (a Mosca è atteso il responsabile della diplomazia ucraina Vladimir Ogrisko): "L'apparizione alle frontiere russe di un potente blocco militare sarà interpretata da Mosca come una diretta minaccia alla sua sicurezza, e non siamo soddisfatti dalle dichiarazioni che questo processo non è diretto contro di noi".
(11 aprile 2008)


Report "Estero USA"

Bush congela il ritiro dall'iraq ma taglia i turni al fronte dei soldati - arturo zampaglione ( da "Repubblica, La" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: elettori di mettere a frutto la lunga esperienza in politica estera e militare: aveva fama di essere un "pragmatico", non un "neo-con" come i personaggi che hanno ispirato le avventure internazionali di Bush. Ma ora, secondo quanto riferisce il New York Times, McCain, nel creare un gruppo di consiglieri di politica estera, ha aperto le porte a famosi neo-con come Robert Kagan e l'

I palestinesi: <Obama è con noi> ( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: è una pericolosa semplificazione pensare che la nostra unica opzione in politica estera sia accettare senza discutere il nostro approccio tradizionale alla questione arabo-israeliana o, alternativamente, non riconoscere il legame speciale che c'è tra noi e Israele". Secondo Obama, il ruolo degli Usa "richiede di ascoltare e parlare a entrambe le parti".

Bush sospende il ritiro dall'Iraq ( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE La guerra Dopo luglio "pausa di riflessione" di 45 giorni. Quindi una nuova verifica Bush sospende il ritiro dall'Iraq Petraeus ottiene più tempo per consolidare i progressi George W.

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 17 categoria: ALTRI... ( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 17 categoria: ALTRI OGGETTI esplosivo del dibattito politico. Nel vetrino non sono più tanto i suoi rapporti con il reverendo Jeremiah Wright, il pastore della Trinity United Church di Chicago che maledice l'America e non nasconde idee anti-semite, che Obama ha condannato senza però sconfessarlo del tutto.

Il politologo Bricmont: Tibet e Kosovo, diritti umani o ingerenza camuffata? ( da "Manifesto, Il" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Così la politica estera della sinistra diventa simile a quella della destra. Esistono due versioni dell'imperialismo. La destra è per la lotta al terrorismo, per la difesa dei propri interessi sul campo. La sinistra per la violazione dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale.

E per gli Usa sarà inevitabile il Veltrusconi ( da "Liberazione" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: di ingenuità che gli deriva dalla scarsa dimestichezza con un dibattito politico sofisticato come quello italiano - l'ambasciatore dice chiaro e tondo che per lui, per l'America, per Bush non cambierà nulla. Vinca Berlusconi o vinca Veltroni. Non cambierà nulla, semplicemente, perché i leader dei due principali partiti italiani sono assai simili.

Boicottaggio Pechino anche Bush sembra pensarci ( da "Voce d'Italia, La" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Esteri Clinton e Obama chiedono a Bush di non presenziare all'inaugurazione Boicottaggio Pechino: anche Bush sembra pensarci Politici americani sempre piu' favorevoli, spinti dall'opinione pubblica mondiale Milano, 11 apr.- Il mondo occidentale sembra pensarci.


Articoli

Bush congela il ritiro dall'iraq ma taglia i turni al fronte dei soldati - arturo zampaglione (sezione: Estero USA)

( da "Repubblica, La" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

I nostri successi Bush congela il ritiro dall'Iraq ma taglia i turni al fronte dei soldati Il presidente: "Adesso siamo sulla strada giusta" La violenza è diminuita. Prima eravamo sulla difensiva, adesso all'attacco. Siamo sulla strada giusta Il New York Times all'attacco: "Con John McCain stanno tornando in auge i neocon" ARTURO ZAMPAGLIONE NEW YORK - George W. Bush ha usato ieri toni enfatici nel descrivere i risultati raggiunti dal "surge", cioè dal potenziamento della presenza militare americana in Iraq affidato 15 mesi fa al generale David Petraeus, ma ha anche fatto capire che non ci sarà un ritiro consistente delle truppe prima della scadenza del suo mandato. Il futuro della guerra, quindi, sarà nelle mani del suo successore alla Casa Bianca. "L'invio di rinforzi ha portato a una svolta strategica importante", ha osservato il presidente in un discorso in cui ha ribadito senza tentennamenti la sua linea di sempre: "La violenza è diminuita. Prima eravamo sulla difensiva adesso all'attacco. Siamo sulla strada giusta". Ma a dispetto dei presunti successi in Iraq, descritto come "punto di convergenza" dei due arci-nemici degli Stati Uniti, Al Qaeda e Iran, lo stesso Bush ha ammesso che le sfide restano "serie e complesse": tali da consigliargli una battuta d'arresto nel ritiro delle truppe a partire dal primo agosto, quando si sarà tornati ai livelli dell'anno scorso. Sarà poi Petraeus a consigliare sul da farsi. è comunque probabile che al passaggio delle consegne tra Bush e il suo successore, nel gennaio 2009, ci saranno ancora in Iraq poco meno di 140mila soldati. In compenso saranno accorciati i tempi di permanenza al fronte, che dagli attuali 15 mesi, considerati troppo gravosi dal Pentagono, passeranno a 12. "Un passo avanti e due indietro", è stato il commento ironico del capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, che ha ricordato come, dopo cinque anni di una operazione militare che costa al contribuente americano 5mila dollari al secondo, non si intraveda ancora una via di uscita. I soldati continuano a morire - è stata da poco superata quota 4mila - in un conflitto che somiglia sempre di più una guerra civile. E il Pentagono è allo stremo delle forze. I parlamentari democratici, a cominciare da Hillary Clinton e Barack Obama, avevano approfittato martedì e mercoledì delle udienze al Congresso del generale Petraeus e dell'ambasciatore americano a Bagdad, Ryan Crocker, per sottolineare le ambiguità della Casa Bianca, ironizzare sul trionfalismo del Pentagono e criticare una guerra da tempo impopolare. Ma pur avendo la maggioranza parlamentare, i democratici hanno le mani legate. L'anno scorso il loro tentativo di imporre una data per il ritiro delle truppe fu bloccato dal veto di Bush, e non sono mai riusciti a racimolare abbastanza voti repubblicani per superarlo. La loro minaccia di bloccare i fondi per la guerra è sempre a doppio taglio: rischiano di essere criticati per lasciare le truppe al fronte senza i mezzi necessari per difendersi (lo stesso potrebbe ripetersi tra poco con la richiesta aggiuntiva fatta ieri da Bush). Così l'unica vera speranza è di riconquistare la Casa Bianca e imporre il ritiro dei soldati. Ma anche su questo obiettivo la Clinton e Obama continuano a litigare. Finora Hillary doveva difendersi dagli attacchi di Obama sull'Iraq, avendo a suo tempo votato a favore della guerra. Ma ora è l'ex-first lady a lanciare la controffensiva, sostenendo di essere l'unica veramente contraria alla guerra, perché il rivale si limita a parole generiche e i suoi collaboratori (come fu il caso di Samantha Power, poi licenziata) non pensano affatto a un ritiro in tutta fretta. Obama, naturalmente, cerca di difendere le sue credenziali anti-guerra: "è giunta l'ora di voltare pagina", ha ribadito ieri. L'unico candidato favorevole alla permanenza dei soldati in Iraq resta il repubblicano John McCain, che spera di far leva sui risultati del "surge" e sullo spirito patriottico degli americani per vincere le elezioni di novembre. Ma proprio sull'Iraq compaiono alcune crepe nel fronte della destra. Il senatore ha sempre promesso agli elettori di mettere a frutto la lunga esperienza in politica estera e militare: aveva fama di essere un "pragmatico", non un "neo-con" come i personaggi che hanno ispirato le avventure internazionali di Bush. Ma ora, secondo quanto riferisce il New York Times, McCain, nel creare un gruppo di consiglieri di politica estera, ha aperto le porte a famosi neo-con come Robert Kagan e l'ex-ambasciatore all'Onu John Bolton. Di qui l'irritazione dei "pragmatici": Colin Powell (che ieri ha ribadito la sua stima per Obama), Richard Armitage e Brent Scowcroft, l'ex braccio destro di Bush senior, da sempre settico sulla guerra in Iraq.

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I palestinesi: <Obama è con noi> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE Relazioni Sotto esame i rapporti del senatore con i critici arabi di Israele I palestinesi: "Obama è con noi" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Se fosse eletto presidente, Barack Obama continuerebbe a considerare Israele "il più forte alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente", ma sarebbe molto più incline ad assumere una posizione più equilibrata nel conflitto con i palestinesi, ascoltando anche le ragioni di questi ultimi. Lo spiega il candidato democratico alla Casa Bianca, in una lunga intervista alla JTA, l'agenzia di informazione ebraica, sicuramente destinata a sollevare nuovi dubbi e polemiche del fronte conservatore sulla solidità dell'impegno di Obama nei confronti di Israele. "Io non mi considero in nessun campo, tranne quello del buon senso", risponde il senatore dell'Illinois alla domanda se favorisce chi considera l'alleanza con lo Stato ebraico una priorità assoluta, ovvero chi chiede un approccio più bilanciato. E aggiunge: "è una pericolosa semplificazione pensare che la nostra unica opzione in politica estera sia accettare senza discutere il nostro approccio tradizionale alla questione arabo-israeliana o, alternativamente, non riconoscere il legame speciale che c'è tra noi e Israele". Secondo Obama, il ruolo degli Usa "richiede di ascoltare e parlare a entrambe le parti". Sia Israele che l'Autorità palestinese devono essere "considerati responsabili per gli accordi firmati", anche se il candidato democratico riconosce che "il mancato rispetto delle passate intese è avvenuto più spesso nel campo palestinese, soprattutto per quanto riguarda la prosecuzione della violenza". L'intervista alla JTA cade mentre Barack Obama è nuovamente sotto il microscopio dei media americani, sul tema più Candidato Il senatore Obama.

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Bush sospende il ritiro dall'Iraq (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE La guerra Dopo luglio "pausa di riflessione" di 45 giorni. Quindi una nuova verifica Bush sospende il ritiro dall'Iraq Petraeus ottiene più tempo per consolidare i progressi George W. lancia un monito a Teheran: "Deve smettere di finanziare gli estremisti che combattono le forze Usa" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Il generale David Petraeus "avrà tutto il tempo necessario" per consolidare i miglioramenti nella sicurezza e stabilizzare ulteriormente la situazione in Iraq. George Bush sospende a termine la riduzione delle truppe americane in Mesopotamia, che avrebbe dovuto iniziare in estate. Ma il presidente anticipa anche che i soldati Usa cambieranno il loro ruolo, trasformandosi progressivamente in forze d'appoggio. E allenta l'enorme pressione che sta mettendo a durissima prova l'esercito degli Stati Uniti, annunciando a partire dal 1Ë? agosto una riduzione da 15 a 12 mesi dei turni di permanenza sul campo. In un discorso dalla Casa Bianca, Bush cerca di conciliare gli opposti: saluta i progressi politici, economici e di sicurezza conseguiti dal "surge", ma definisce l'Iraq ancora "il punto di convergenza" dei due maggiori pericoli fronteggiati oggi dall'America, al-Quaeda e l'Iran. A Teheran, il presidente lancia un preciso monito: "Deve smettere di finanziare, addestrare e armare gli estremisti che combattono le forze Usa e i nostri partner iracheni. Se l'Iran fa la scelta sbagliata, l'America agirà per proteggere i suoi interessi, le sue truppe e i suoi alleati". Dunque il ritiro entro luglio dei 20 mila uomini, schierati lo scorso anno per lanciare l'escalation, non sarà il preludio a una ulteriore riduzione delle truppe. Come suggerito da Petraeus, il capo della missione in Mesopotamia, Bush approva il congelamento per 45 giorni del numero totale di uomini, al termine del quale ci sarà una nuova verifica. La riduzione, come spiega il ministro della Difesa Robert Gates, potrebbe riprendere in autunno. Ma lo stesso capo del Pentagono dubita che entro fine d'anno si possa scendere sotto quota 100 mila, dai 140 mila soldati che saranno ancora in Iraq a fine luglio. L'intervento del presidente giunge al termine dei due giorni di audizioni congressuali di Petraeus e dell'ambasciatore Ryan Crocker, i quali hanno definito "fragili e reversibili " i progressi sul terreno compiuti in Iraq. Una valutazione che ha portato a conclusioni affatto diverse da quelle di Bush i leader della maggioranza democratica al Congresso, secondo i quali il presidente sta gettando le basi per rovesciare sul suo successore il peso di una guerra senza fine, che sta estenuando l'esercito e rovinando le finanze del Paese. "Bush - ha detto il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama - non ha risposto alla domanda più importante: come porremo fine a una guerra che non ci rende più sicuri?". Obama ha confermato che se venisse eletto, porterebbe a casa tutte le truppe da combattimento entro 16 mesi. P. Val. Democratici Per l'opposizione il presidente rovescerà sul suo successore il peso di una guerra senza fine Da sinistra, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush e il generale David Petraeus, comandante in capo delle truppe americane in Iraq.

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 17 categoria: ALTRI... (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 17 categoria: ALTRI OGGETTI esplosivo del dibattito politico. Nel vetrino non sono più tanto i suoi rapporti con il reverendo Jeremiah Wright, il pastore della Trinity United Church di Chicago che maledice l'America e non nasconde idee anti-semite, che Obama ha condannato senza però sconfessarlo del tutto. A mettere in allarme i sostenitori di Israele, è anche la nomina nel suo team di politica estera di Daniel Kurtzer, ex ambasciatore Usa in Egitto e a Gerusalemme, autore di un libro sui negoziati di pace in Medio Oriente, nel quale invoca una maggior pressione americana sullo Stato ebraico, che secondo lui non avrebbe pagato alcun prezzo per il mancato smantellamento degli insediamenti nei territori occupati, come invece aveva promesso. Kurtzer, ex speech-writer di James Baker quando questi era segretario di Stato, non è mai stato una figura popolare in Israele, dov'è considerato troppo filo-palestinese. Insieme a Robert Malley e a Samantha Power, dimessasi dalla campagna per aver definito Hillary un mostro ma ancora influente, Kurtzer è considerato parte di un nucleo di consiglieri meno favorevole verso Gerusalemme. Sin da febbraio, Obama ha cercato di parare le critiche, dichiarandosi più volte "incrollabile sostenitore di Israele e delle sue esigenze di sicurezza". E molti leader della comunità ebraica americana gliene hanno dato atto, mentre sul piano elettorale gli attacchi hanno avuto poco effetto. Ma la percezione di un candidato più sensibile alla causa palestinese rimane. Secondo un'inchiesta pubblicata ieri dal Los Angeles Times, i palestinesi d'America sono convinti a torto o a ragione che Obama sia il loro uomo. A riprova viene citata la sua lunga amicizia personale con Rashid Khalidi, oggi docente di studi arabici alla Columbia University, forte critico di Israele e già consigliere di Yasser Arafat nei negoziati di Daytona. Khalidi è un moderato, che condanna la violenza di Hamas e definisce crimini di guerra gli attentati dei kamikaze, ma difende il diritto dei palestinesi a resistere all'occupazione israeliana. Un altro attivista palestinese di Chicago, Ali Abunimah, ha detto al quotidiano che Obama si sarebbe scusato per non poter parlare di più della causa palestinese durante la campagna elettorale. Il portavoce di Barack, David Axelrod, ha smentito che il senatore abbia mai pronunciato quelle parole. Paolo Valentino Equidistanza Secondo il candidato democratico, il ruolo degli Usa "richiede di ascoltare e parlare a entrambe le parti".

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Il politologo Bricmont: Tibet e Kosovo, diritti umani o ingerenza camuffata? (sezione: Estero USA)

( da "Manifesto, Il" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Emanuela Irace Kosovo. Afghanistan. Iraq. "Giustificare la guerra in nome dei diritti umani è la nuova ideologia imperialista". Lo dice il fisico belga Jean Bricmont, scienziato della politica e professore all'Università di Lovanio, autore del saggio pluritradotto Imperialismo umanitario, che abbiamo incontrato a Roma. E non fa sconti. Né all'Ue, né all'Italia, né agli Usa. Secondo Bricmont, allievo di Chomsky e Russell, "la sinistra sta diventando complice delle più grandi secessioni occidentaliste". Sotto l'unico controllo di chi esporta democrazia made in Usa. Lei parla di Paternalismo neo-coloniale. Si giustifica la guerra in nome dei diritti umani? È cambiata l'ideologia ma il colonialismo è radicato nella mentalità corrente. La guerra è impresentabile all'opinione pubblica. Alle lobbies. Da trent'anni la comunicazione è più sofisticata. Si fa scudo delle battaglie umanitarie. I movimenti femministi. Quelli per la liberazione dei popoli oppressi. Stabilendo così un diritto di ingerenza, che è solo il diritto del più forte. La fine del diritto. Il modello è l'autonomia. Il diritto all'autodeterminazione dei popoli. No. Il modello è smembrare. De-costruire i nuovi imperi attraverso la secessione: Cina, Russia, ma anche Serbia. Non si tratta di autonomia per il Tibet, Cecenia e Kosovo. La lotta di indipendenza Nazionale deve passare da una fase militare a una propriamente economica. Senza la quale l'indipendenza politica, statuale, è un contenitore vuoto. L'indipendenza di un paese non si misura solo con il gran o e la tecnologia da cui dipende. L'ideologia di diritti umani che possano scavalcare ogni confine di sovranità, è un' ingerenza camuffata. Così la politica estera della sinistra diventa simile a quella della destra. Esistono due versioni dell'imperialismo. La destra è per la lotta al terrorismo, per la difesa dei propri interessi sul campo. La sinistra per la violazione dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale. Ma così facendo la sinistra è diventata più imperialista della destra classica, ha sostenuto la Guerra in Afghanistan e la secessione del Kosovo. Nelle guerre recenti ha fatto poca opposizione e praticamente nessuna alla minaccia di Bush contro l'Iran. Con la fine del comunismo, l'ideologia dei diritti umani e della democrazia da esportare, ha rimpiazzato il marxismo, il socialismo e la lotta di classe. Lei per quale versione propende. Io sono per il negoziato. Non per aggredire uno stato. La guerra in Iraq è stata una catastrofe umanitaria peggio della Palestina e del Darfur. Cina e Russia hanno screditato la politica degli Stati Uniti. L'Europa no. La Commissione europea, Solana, tutto il mondo sa che il Kosovo è in mano a mafiosi, ma nessuno ha il potere per dirlo. È una catastrofe. Che all'Europa non interessa denunciare. Ma così il diritto internazionale è completamente stravolto. Una catastrofe senza soluzioni Finchè si ragiona imponendo la verità non si vuole discutere. Si entra nel campodell'opposizione tra bene e male. Occidente e Islam. Scontro di civiltà. Buoni e cattivi. Ma chi lo decide e perché? Non ci guadagna nessuno. I rapporti di forza sono a vantaggio dell'Occidente. Per mezzi e tecnologia. Se i difensori dei diritti umani fossero coerenti, dovrebbero condannare Usa e Israele. L'Italia ha un ruolo importante in funzione euro mediterranea. Insieme alla Spagna. Potrebbe giocare una funzione di pace e mediazione con il mondo arabo e nel conflitto isrelo-palestinese. Ma gli Stati Uniti osteggiano questa politica. Io sono per stabilire delle relazioni, non per diabolizzare. Ci vuole modestia. Non assolutismo. La Polis greca era democratica con i propri cittadini, ma faceva uso e commercio di schiavi.

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E per gli Usa sarà inevitabile il Veltrusconi (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stefano Bocconetti Governa chi vince. Anche di un solo voto. Walter Veltroni l'ha scandito parlando coi cronisti, ieri, mentre si avvicinava alla centonovesima tappa del suo tour elettorale, a Milano. Ma non ci credeva neanche lui. Così come non ci crede chi davvero sa come vanne le cose in questo paese. E in questa particolare "categoria" di persone rientra , a pieno diritto, anche l'ambasciatore americano a Roma. Il suo lavoro, in gran parte, è proprio questo: capire, prevedere cosa accadrà in Italia. Bene, l'altra sera - ora italiana, pomeriggio a New York, in un orario comunque impossibile per una piccola testata come la nostra - Ronald Spogli, l'ambasciatore, era a casa sua, a due passi da Brooklyn. Partecipava ad una festa, organizzata da un'associazione che promuovono il made in Italy negli States. E alla vigilia del voto, il diplomatico, sollecitato dagli uomini di affari, s'è abbandonato ad una valutazione sul prossimo risultato elettorale. "Letto", naturalmente, dal suo angolo di visuale. E con franchezza - e con un po' di ingenuità che gli deriva dalla scarsa dimestichezza con un dibattito politico sofisticato come quello italiano - l'ambasciatore dice chiaro e tondo che per lui, per l'America, per Bush non cambierà nulla. Vinca Berlusconi o vinca Veltroni. Non cambierà nulla, semplicemente, perché i leader dei due principali partiti italiani sono assai simili. Sono uguali. "Le ricette dei due schieramenti si sovrappongono", dice. All'incontro di New York non c'erano telecamere, nè fotografi. Così nessuno è in grado di dire se sul volto di Spogli ci fosse un po' di nostalgia. Quando una frase come quella avrebbe potuto rivolgerla al suo paese, quando fra i democratici e i repubblicani le differenze era sottili. Tanto sottili da essere impercettibili. E non come adesso, tanto più se vincerà Obama alle primarie, con uno scontro che sembra coinvolgere tutto. La politica sociale, educativa, la politica estera, la stessa concezione della democrazia. Forse Spogli ha nostalgia di quell'America, comunque a lui ora piace quel che avviene nel nostro "bel paese". Quello dove i due leader si assomigliano al punto da "sovrapporsi". E se questa è la premessa, lui dice di più: e si schiera per un governo di "larghe intese". 6 11/04/2008.

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Boicottaggio Pechino anche Bush sembra pensarci (sezione: Estero USA)

( da "Voce d'Italia, La" del 11-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Esteri Clinton e Obama chiedono a Bush di non presenziare all'inaugurazione Boicottaggio Pechino: anche Bush sembra pensarci Politici americani sempre piu' favorevoli, spinti dall'opinione pubblica mondiale Milano, 11 apr.- Il mondo occidentale sembra pensarci. Sembra pensarci seriamente al boicottaggio delle olimpiadi di Pechino, o ad un'altra formula di protesta più morbida. La pressione da parte dell'opinione pubblica e degli attivisti pro-Tibet con manifestazioni che hanno avuto risonanza mondiale, tranne che nelle Repubblica Popolare Cinese naturalmente, sembrano forse potre contribuire ad orientare le decisioni dei policy-maker americani ed europei. Aveva rotto il ghiaccio Sarkozy un paio di settimane fa mettendo in dubbio la partecipazione francese. E' ormai nota la posizione di assoluto rifuto di partecipare all'inaugurazione di Pechino 2008 espressa dal primo ministro britannico Gordon Brown, mentre si attende ancora a Parigi di sapere se alla fine Nicolas Sarkozy prenderà o meno parte alla cerimonia di apertura dei Giochi. Washington, il giorno dopo il passaggio della fiaccola in California, ha fatto sapere che il presidente degli Stati Uniti George Bush sarà a Pechino per i Giochi, ma che potrebbe non presenziare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi, il 6 agosto. Il portavoce della Casa Bianca Dana Perino ha però evitato di fornire una risposta certa circa la presenza di Bush alla cerimonia di apertura dei Giochi. "E' prematuro dire quale sarà il programma di viaggio del presidente - ha detto Perino, sottolineando che in ogni caso il presidente Usa non mancherà di fare pressioni - in pubblico e in privato, prima, durante e dopo le Olimpiadi." "Il boicottaggio dipenderà molto da quello che si saprà in futuro visto che per ora sono poche le informazioni uscite dal Tibet, non si ha un quadro completo, bisogna capire realmente la gravità dei fatti. Con internet e le altre tecnologie è comunque probabile che si riesca a sapere di più. Poi bisogna vedere come evolverà la situazione, se la repressione continuerà, ovviamente ora non è possibile dare delle certezze. Altro elemento importante che influenzerà la scelta di Bush sarà il comportamento della comunità internazionale, ovviamente non vuole essere il solo protagonista di questo boicottaggio" ha detto Marco Vincenzino Executive Director del Global Strategy Project di Washington. Bush ha chiesto alla Cina di avviare trattative diplomatiche con i rappresentanti del Dalai Lama, mentre il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno considerando la possibilità di aprire un consolato americano in Tibet. La Rice ha inoltre sottolineato che è stato chiesto al governo di Pechino di autorizzare la presenza di un maggior numero di diplomatici americani nella regione, considerando inadeguato quello fino ad ora concesso. Gli Stati Uniti, in coincidenza col monito di Pechino al Cio, stanno valutando di emanare una risoluzione che imponga alla Cina di porre fine alla violenta repressione delle manifestazioni di protesta in favore dell'autonomia del Tibet. Nei giorni scorsi anche la senatrice di New York Hillary Clinton, candidata alla nomination democratica per la Casa Bianca, aveva invitato il presidente Bush a disertare la cerimonia di apertura dei Giochi. Oggi anche Barack Obama ha chiesto a Bush di non andarci. Per quanto riguarda l'opinione pubblica e la spinta di altri politici Vincenzino non pensa stia influenzando così tanto le scelte politiche “prima di tutto perchè la stessa opinione pubblica americana non è poi così interessata a quello che sta avvenendo in Tibet. Forse se la fiaccola fosse passata anche in altre città e ci fossero state altre manifestazioni l'influenza sarebbe stata maggiore. Certo sono arrivate notizie da Parigi e Londra, dove credo che lì sì l'opinione pubblica si sia fatta sentire, ma in America non così tanto. Ci sono la guerra in Iraq, i problemi economici, le primarie, insomma tanti fattori che spostano l'attenzione della gente da questo problema". Eppure la Cina comincia a essere vista realmente come una minaccia per lo meno da alcuni esponenti politici che pare possano pensare di approfittare della situazione per crearle problemi interni. Mc Cain per esempio si è detto scettico su un ingresso della Cina nel G9. “McCain sta facendo questo anche perchè ha problemi di re-indirizzo della sua politica – ha aggiunto Vincenzino-, è vero che ha vinto le primarie, però non tutti i Repubblicani sono con lui. Una parte del partito è sicuramente favorevole a questa esclusione della Cina dal G8 quindi lui ha rilasciato queste affermazioni per guadagnare consensi. Con ciò però non voglio dire che sia tutta una semplice tattica politica, c'è sicuramente anche una componente ideologica nella sua scelta".Vincenzino infine ha dichiarato la sua opinione personale: "bisogna distinguere. Un boicottaggio completo come quello avvenuto nell'80 a Mosca sicuramente non va fatto, ma per quanto riguarda la cerimonia ci si deve pensare. Anche secondo me comunque bisogna aspettare di avere maggiori informazioni e vedere la scelta della comunità internazionale". Molto più decise e stringate le parole alla Voce d'Italia-News ITALIA PRESS di Aldo Vagnozzi, State Representative of Michigan, politico democratico di origine italiana: “Per come stanno andando le cose e il consenso intorno alla decisione, il Presidente non dovrebbe prendere parte all'apertura dei giochi olimpici per dimostrare un vero appoggio a quanto sta succedendo ed è successo in Tibet”. Anche il parlamento UE pare concordare. Una risoluzione approvata oggi con 580 voti a favore e 24 contrari dall'Aula del Parlamento europeo, firmata da tutti i gruppi maggiori, chiede ai paesi membri dell'Unione europea di assumere una posizione comune rispetto alla partecipazione all'inaugurazione dei Giochi olimpici e di valutare un'eventuale rifiuto a presenziarvi, qualora la Cina non apra un dialogo col Dalai Lama. L'Eurocamera fa rilevare come i negoziati tra le autorità di Pechino e il Dalai Lama non abbiano portato a risultati per quanto concerne l'autonomia politica, culturale e religiosa del Tibet. La risoluzione invita la Cina al rispetto dei diritti umani e delle minoranze, e a ratificare senza indugio e comunque prima dei Giochi olimpici la Convenzione internazionale sui diritti politici e civili, adottando una moratoria sulla pena di morte come chiesto dalla risoluzione ONU del 18 dicembre 2007.

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