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T ARTICOLI DEL 12-4-2008 #TOP
IN EVIDENZA
Washington , 15:12
TERRORISMO: BUSH SAPEVA E
AUTORIZZO' USO "WATERBOARDING"
George
W. Bush pur non avendo mai partecipato alle riunioni in cui la Cia e i suoi piu'
stretti collaboratori discussero delle tecniche di interrogatorio da riservare
ai piu' pericolosi terroristi di al Qaeda, non solo ne era a conoscenza ma le
autorizzo'. "Abbiamo cominciato a serrare i ranghi per proteggere gli
americani", ha dichiarato Bush in un'intervista alla Abc in cui ha
riconosciuto di essere "consapevole che la squadra responsabile della
sicurezza nazionale ha avuto incontri sulla materia. E ho dato la mia
approvazione". Alle riunioni, in cui si diede il via libera, tra la'altro,
alla controversa tecnica del waterboarding, in cui viene simulato l'annegamento
del sospetto, parteciparono il vicepresidente Dick Cheney, anche gli allora
segretario di Stato Colin Powell, segretario alla Difesa Donald Rumsfeld,
consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice e direttore della Cia
George Tenet.
Bush
congela il ritiro dall'iraq ma taglia i turni al fronte dei soldati - arturo
zampaglione ( da "Repubblica, La"
del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: elettori di mettere a frutto la lunga esperienza in politica estera e militare: aveva fama di essere un "pragmatico", non un "neo-con" come i personaggi che hanno ispirato le avventure internazionali di Bush. Ma ora, secondo quanto riferisce il New York Times, McCain, nel creare un gruppo di consiglieri di politica estera, ha aperto le porte a famosi neo-con come Robert Kagan e l'
I
palestinesi: <Obama è con noi>
( da "Corriere
della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: è una pericolosa semplificazione pensare che la nostra unica opzione in politica estera sia accettare senza discutere il nostro approccio tradizionale alla questione arabo-israeliana o, alternativamente, non riconoscere il legame speciale che c'è tra noi e Israele". Secondo Obama, il ruolo degli Usa "richiede di ascoltare e parlare a entrambe le parti".
Bush
sospende il ritiro dall'Iraq ( da "Corriere della Sera"
del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE La guerra Dopo luglio "pausa di riflessione" di 45 giorni. Quindi una nuova verifica Bush sospende il ritiro dall'Iraq Petraeus ottiene più tempo per consolidare i progressi George W.
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 17
categoria: ALTRI... ( da "Corriere della Sera"
del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 17 categoria: ALTRI OGGETTI esplosivo del dibattito politico. Nel vetrino non sono più tanto i suoi rapporti con il reverendo Jeremiah Wright, il pastore della Trinity United Church di Chicago che maledice l'America e non nasconde idee anti-semite, che Obama ha condannato senza però sconfessarlo del tutto.
Il
politologo Bricmont: Tibet e Kosovo, diritti umani o ingerenza camuffata?
( da "Manifesto,
Il" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Così la politica estera della sinistra diventa simile a quella della destra. Esistono due versioni dell'imperialismo. La destra è per la lotta al terrorismo, per la difesa dei propri interessi sul campo. La sinistra per la violazione dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale.
E
per gli Usa sarà inevitabile il Veltrusconi
( da "Liberazione"
del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: di ingenuità che gli deriva dalla scarsa dimestichezza con un dibattito politico sofisticato come quello italiano - l'ambasciatore dice chiaro e tondo che per lui, per l'America, per Bush non cambierà nulla. Vinca Berlusconi o vinca Veltroni. Non cambierà nulla, semplicemente, perché i leader dei due principali partiti italiani sono assai simili.
Boicottaggio
Pechino anche Bush sembra pensarci
( da "Voce
d'Italia, La" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: Esteri Clinton e Obama chiedono a Bush di non presenziare all'inaugurazione Boicottaggio Pechino: anche Bush sembra pensarci Politici americani sempre piu' favorevoli, spinti dall'opinione pubblica mondiale Milano, 11 apr.- Il mondo occidentale sembra pensarci.
( da "Repubblica, La" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
I nostri successi Bush congela il ritiro dall'Iraq ma taglia i turni al fronte
dei soldati Il presidente: "Adesso siamo sulla strada giusta" La
violenza è diminuita. Prima eravamo sulla difensiva, adesso all'attacco. Siamo
sulla strada giusta Il New York Times all'attacco: "Con John McCain stanno
tornando in auge i neocon" ARTURO ZAMPAGLIONE NEW YORK - George W. Bush ha usato ieri toni enfatici nel descrivere i risultati
raggiunti dal "surge", cioè dal potenziamento della presenza militare
americana in Iraq affidato 15 mesi fa al generale David Petraeus, ma ha anche
fatto capire che non ci sarà un ritiro consistente delle truppe prima della
scadenza del suo mandato. Il futuro della guerra, quindi, sarà nelle mani del
suo successore alla Casa Bianca. "L'invio di rinforzi ha portato a una
svolta strategica importante", ha osservato il presidente in un discorso
in cui ha ribadito senza tentennamenti la sua linea di sempre: "La
violenza è diminuita. Prima eravamo sulla difensiva adesso all'attacco. Siamo
sulla strada giusta". Ma a dispetto dei presunti successi in Iraq,
descritto come "punto di convergenza" dei due arci-nemici degli Stati
Uniti, Al Qaeda e Iran, lo stesso Bush ha ammesso che
le sfide restano "serie e complesse": tali da consigliargli una
battuta d'arresto nel ritiro delle truppe a partire dal primo agosto, quando si
sarà tornati ai livelli dell'anno scorso. Sarà poi Petraeus a consigliare sul
da farsi. è comunque probabile che al passaggio delle consegne tra Bush e il suo successore, nel gennaio 2009, ci saranno
ancora in Iraq poco meno di 140mila soldati. In compenso saranno accorciati i
tempi di permanenza al fronte, che dagli attuali 15 mesi, considerati troppo
gravosi dal Pentagono, passeranno a 12. "Un passo avanti e due indietro",
è stato il commento ironico del capogruppo democratico al Senato, Harry Reid,
che ha ricordato come, dopo cinque anni di una operazione militare che costa al
contribuente americano 5mila dollari al secondo, non si intraveda ancora una
via di uscita. I soldati continuano a morire - è stata da poco superata quota
4mila - in un conflitto che somiglia sempre di più una guerra civile. E il
Pentagono è allo stremo delle forze. I parlamentari democratici, a cominciare
da Hillary Clinton e Barack Obama, avevano approfittato martedì e mercoledì
delle udienze al Congresso del generale Petraeus e dell'ambasciatore americano
a Bagdad, Ryan Crocker, per sottolineare le ambiguità della Casa Bianca,
ironizzare sul trionfalismo del Pentagono e criticare una guerra da tempo
impopolare. Ma pur avendo la maggioranza parlamentare, i democratici hanno le
mani legate. L'anno scorso il loro tentativo di imporre una data per il ritiro
delle truppe fu bloccato dal veto di Bush, e non sono
mai riusciti a racimolare abbastanza voti repubblicani per superarlo. La loro
minaccia di bloccare i fondi per la guerra è sempre a doppio taglio: rischiano
di essere criticati per lasciare le truppe al fronte senza i mezzi necessari
per difendersi (lo stesso potrebbe ripetersi tra poco con la richiesta
aggiuntiva fatta ieri da Bush). Così l'unica vera
speranza è di riconquistare la Casa Bianca e imporre il ritiro dei soldati. Ma
anche su questo obiettivo la Clinton e Obama continuano a litigare. Finora
Hillary doveva difendersi dagli attacchi di Obama sull'Iraq, avendo a suo tempo
votato a favore della guerra. Ma ora è l'ex-first lady a lanciare la
controffensiva, sostenendo di essere l'unica veramente contraria alla guerra,
perché il rivale si limita a parole generiche e i suoi collaboratori (come fu
il caso di Samantha Power, poi licenziata) non pensano affatto a un ritiro in
tutta fretta. Obama, naturalmente, cerca di difendere le sue credenziali
anti-guerra: "è giunta l'ora di voltare pagina", ha ribadito ieri.
L'unico candidato favorevole alla permanenza dei soldati in Iraq resta il
repubblicano John McCain, che spera di far leva sui risultati del
"surge" e sullo spirito patriottico degli americani per vincere le
elezioni di novembre. Ma proprio sull'Iraq compaiono alcune crepe nel fronte della
destra. Il senatore ha sempre promesso agli elettori di
mettere a frutto la lunga esperienza in politica estera e
militare: aveva fama di essere un "pragmatico", non un
"neo-con" come i personaggi che hanno ispirato le avventure
internazionali di Bush. Ma ora, secondo quanto riferisce il New York Times, McCain, nel
creare un gruppo di consiglieri di politica estera,
ha aperto le porte a famosi neo-con come Robert Kagan e l'ex-ambasciatore
all'Onu John Bolton. Di qui l'irritazione dei "pragmatici": Colin
Powell (che ieri ha ribadito la sua stima per Obama), Richard Armitage e Brent
Scowcroft, l'ex braccio destro di Bush senior, da
sempre settico sulla guerra in Iraq.
( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE
Relazioni Sotto esame i rapporti del senatore con i critici arabi di Israele I
palestinesi: "Obama è con noi" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON -
Se fosse eletto presidente, Barack Obama continuerebbe a considerare Israele
"il più forte alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente", ma sarebbe
molto più incline ad assumere una posizione più equilibrata nel conflitto con i
palestinesi, ascoltando anche le ragioni di questi ultimi. Lo spiega il
candidato democratico alla Casa Bianca, in una lunga intervista alla JTA,
l'agenzia di informazione ebraica, sicuramente destinata a sollevare nuovi
dubbi e polemiche del fronte conservatore sulla solidità dell'impegno di Obama
nei confronti di Israele. "Io non mi considero in nessun campo, tranne quello
del buon senso", risponde il senatore dell'Illinois alla domanda se
favorisce chi considera l'alleanza con lo Stato ebraico una priorità assoluta,
ovvero chi chiede un approccio più bilanciato. E aggiunge: "è una pericolosa semplificazione pensare che la nostra unica
opzione in politica
estera sia accettare senza discutere il
nostro approccio tradizionale alla questione arabo-israeliana o,
alternativamente, non riconoscere il legame speciale che c'è tra noi e
Israele". Secondo Obama, il ruolo degli Usa "richiede di ascoltare e
parlare a entrambe le parti". Sia Israele che l'Autorità
palestinese devono essere "considerati responsabili per gli accordi
firmati", anche se il candidato democratico riconosce che "il mancato
rispetto delle passate intese è avvenuto più spesso nel campo palestinese,
soprattutto per quanto riguarda la prosecuzione della violenza".
L'intervista alla JTA cade mentre Barack Obama è nuovamente sotto il
microscopio dei media americani, sul tema più Candidato Il senatore Obama.
( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: - pag: 16
categoria: REDAZIONALE La guerra Dopo luglio "pausa di riflessione"
di 45 giorni. Quindi una nuova verifica Bush sospende il
ritiro dall'Iraq Petraeus ottiene più tempo per consolidare i progressi George
W. lancia un
monito a Teheran: "Deve smettere di finanziare gli estremisti che
combattono le forze Usa" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Il
generale David Petraeus "avrà tutto il tempo necessario" per
consolidare i miglioramenti nella sicurezza e stabilizzare ulteriormente la
situazione in Iraq. George Bush sospende a termine la
riduzione delle truppe americane in Mesopotamia, che avrebbe dovuto iniziare in
estate. Ma il presidente anticipa anche che i soldati Usa cambieranno il loro
ruolo, trasformandosi progressivamente in forze d'appoggio. E allenta l'enorme
pressione che sta mettendo a durissima prova l'esercito degli Stati Uniti,
annunciando a partire dal 1Ë? agosto una riduzione da
( da "Corriere della Sera" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-11 num: -
pag: 17 categoria: ALTRI OGGETTI esplosivo del dibattito politico. Nel vetrino
non sono più tanto i suoi rapporti con il reverendo Jeremiah Wright, il pastore
della Trinity United Church di Chicago che maledice l'America e non nasconde
idee anti-semite, che Obama ha condannato senza però sconfessarlo del tutto.
A mettere in allarme i sostenitori di Israele, è anche la nomina nel suo team
di politica estera di Daniel Kurtzer, ex ambasciatore
Usa in Egitto e a Gerusalemme, autore di un libro sui negoziati di pace in
Medio Oriente, nel quale invoca una maggior pressione americana sullo Stato
ebraico, che secondo lui non avrebbe pagato alcun prezzo per il mancato
smantellamento degli insediamenti nei territori occupati, come invece aveva
promesso. Kurtzer, ex speech-writer di James Baker quando questi era segretario
di Stato, non è mai stato una figura popolare in Israele, dov'è considerato
troppo filo-palestinese. Insieme a Robert Malley e a Samantha Power, dimessasi
dalla campagna per aver definito Hillary un mostro ma ancora influente, Kurtzer
è considerato parte di un nucleo di consiglieri meno favorevole verso
Gerusalemme. Sin da febbraio, Obama ha cercato di parare le critiche,
dichiarandosi più volte "incrollabile sostenitore di Israele e delle sue esigenze
di sicurezza". E molti leader della comunità ebraica americana gliene
hanno dato atto, mentre sul piano elettorale gli attacchi hanno avuto poco
effetto. Ma la percezione di un candidato più sensibile alla causa palestinese
rimane. Secondo un'inchiesta pubblicata ieri dal Los Angeles Times, i
palestinesi d'America sono convinti a torto o a ragione che Obama sia il loro
uomo. A riprova viene citata la sua lunga amicizia personale con Rashid
Khalidi, oggi docente di studi arabici alla Columbia University, forte critico
di Israele e già consigliere di Yasser Arafat nei negoziati di Daytona. Khalidi
è un moderato, che condanna la violenza di Hamas e definisce crimini di guerra
gli attentati dei kamikaze, ma difende il diritto dei palestinesi a resistere all'occupazione
israeliana. Un altro attivista palestinese di Chicago, Ali Abunimah, ha detto
al quotidiano che Obama si sarebbe scusato per non poter parlare di più della
causa palestinese durante la campagna elettorale. Il portavoce di Barack, David
Axelrod, ha smentito che il senatore abbia mai pronunciato quelle parole. Paolo
Valentino Equidistanza Secondo il candidato democratico, il ruolo degli Usa
"richiede di ascoltare e parlare a entrambe le parti".
( da "Manifesto, Il" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Emanuela Irace
Kosovo. Afghanistan. Iraq. "Giustificare la guerra in nome dei diritti
umani è la nuova ideologia imperialista". Lo dice il fisico belga Jean
Bricmont, scienziato della politica e professore
all'Università di Lovanio, autore del saggio pluritradotto Imperialismo
umanitario, che abbiamo incontrato a Roma. E non fa sconti. Né all'Ue, né
all'Italia, né agli Usa. Secondo Bricmont, allievo di Chomsky e Russell,
"la sinistra sta diventando complice delle più grandi secessioni
occidentaliste". Sotto l'unico controllo di chi esporta democrazia made in
Usa. Lei parla di Paternalismo neo-coloniale. Si giustifica la guerra in nome
dei diritti umani? È cambiata l'ideologia ma il colonialismo è radicato nella
mentalità corrente. La guerra è impresentabile all'opinione pubblica. Alle
lobbies. Da trent'anni la comunicazione è più sofisticata. Si fa scudo delle
battaglie umanitarie. I movimenti femministi. Quelli per la liberazione dei
popoli oppressi. Stabilendo così un diritto di ingerenza, che è solo il diritto
del più forte. La fine del diritto. Il modello è l'autonomia. Il diritto
all'autodeterminazione dei popoli. No. Il modello è smembrare. De-costruire i
nuovi imperi attraverso la secessione: Cina, Russia, ma anche Serbia. Non si
tratta di autonomia per il Tibet, Cecenia e Kosovo. La lotta di indipendenza
Nazionale deve passare da una fase militare a una propriamente economica. Senza
la quale l'indipendenza politica, statuale, è un
contenitore vuoto. L'indipendenza di un paese non si misura solo con il gran o e
la tecnologia da cui dipende. L'ideologia di diritti umani che possano
scavalcare ogni confine di sovranità, è un' ingerenza camuffata. Così la politica
estera della sinistra diventa simile a quella
della destra. Esistono due versioni dell'imperialismo. La destra è per la lotta
al terrorismo, per la difesa dei propri interessi sul campo. La sinistra per la
violazione dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale. Ma così
facendo la sinistra è diventata più imperialista della destra classica, ha
sostenuto la Guerra in Afghanistan e la secessione del Kosovo. Nelle guerre
recenti ha fatto poca opposizione e praticamente nessuna alla minaccia di Bush contro l'Iran. Con la fine del comunismo, l'ideologia
dei diritti umani e della democrazia da esportare, ha rimpiazzato il marxismo,
il socialismo e la lotta di classe. Lei per quale versione propende. Io sono
per il negoziato. Non per aggredire uno stato. La guerra in Iraq è stata una
catastrofe umanitaria peggio della Palestina e del Darfur. Cina e Russia hanno
screditato la politica degli Stati Uniti. L'Europa no.
La Commissione europea, Solana, tutto il mondo sa che il Kosovo è in mano a
mafiosi, ma nessuno ha il potere per dirlo. È una catastrofe. Che all'Europa
non interessa denunciare. Ma così il diritto internazionale è completamente
stravolto. Una catastrofe senza soluzioni Finchè si ragiona imponendo la verità
non si vuole discutere. Si entra nel campodell'opposizione tra bene e male.
Occidente e Islam. Scontro di civiltà. Buoni e cattivi. Ma chi lo decide e
perché? Non ci guadagna nessuno. I rapporti di forza sono a vantaggio
dell'Occidente. Per mezzi e tecnologia. Se i difensori dei diritti umani
fossero coerenti, dovrebbero condannare Usa e Israele. L'Italia ha un ruolo
importante in funzione euro mediterranea. Insieme alla Spagna. Potrebbe giocare
una funzione di pace e mediazione con il mondo arabo e nel conflitto
isrelo-palestinese. Ma gli Stati Uniti osteggiano questa politica.
Io sono per stabilire delle relazioni, non per diabolizzare. Ci vuole modestia.
Non assolutismo. La Polis greca era democratica con i propri cittadini, ma
faceva uso e commercio di schiavi.
( da "Liberazione" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stefano Bocconetti
Governa chi vince. Anche di un solo voto. Walter Veltroni l'ha scandito
parlando coi cronisti, ieri, mentre si avvicinava alla centonovesima tappa del suo
tour elettorale, a Milano. Ma non ci credeva neanche lui. Così come non ci
crede chi davvero sa come vanne le cose in questo paese. E in questa
particolare "categoria" di persone rientra , a pieno diritto, anche
l'ambasciatore americano a Roma. Il suo lavoro, in gran parte, è proprio
questo: capire, prevedere cosa accadrà in Italia. Bene, l'altra sera - ora
italiana, pomeriggio a New York, in un orario comunque impossibile per una
piccola testata come la nostra - Ronald Spogli, l'ambasciatore, era a casa sua,
a due passi da Brooklyn. Partecipava ad una festa, organizzata da
un'associazione che promuovono il made in Italy negli States. E alla vigilia
del voto, il diplomatico, sollecitato dagli uomini di affari, s'è abbandonato
ad una valutazione sul prossimo risultato elettorale. "Letto",
naturalmente, dal suo angolo di visuale. E con franchezza - e con un po' di ingenuità che gli deriva dalla scarsa dimestichezza con un
dibattito politico sofisticato come quello italiano - l'ambasciatore dice
chiaro e tondo che per lui, per l'America, per Bush non cambierà
nulla. Vinca Berlusconi o vinca Veltroni. Non cambierà nulla, semplicemente,
perché i leader dei due principali partiti italiani sono assai simili.
Sono uguali. "Le ricette dei due schieramenti si sovrappongono",
dice. All'incontro di New York non c'erano telecamere, nè fotografi. Così
nessuno è in grado di dire se sul volto di Spogli ci fosse un po' di nostalgia.
Quando una frase come quella avrebbe potuto rivolgerla al suo paese, quando fra
i democratici e i repubblicani le differenze era sottili. Tanto sottili da
essere impercettibili. E non come adesso, tanto più se vincerà Obama alle
primarie, con uno scontro che sembra coinvolgere tutto. La politica
sociale, educativa, la politica estera, la stessa concezione
della democrazia. Forse Spogli ha nostalgia di quell'America, comunque a lui
ora piace quel che avviene nel nostro "bel paese". Quello dove i due
leader si assomigliano al punto da "sovrapporsi". E se questa è la
premessa, lui dice di più: e si schiera per un governo di "larghe
intese". 6 11/04/2008.
( da "Voce d'Italia, La" del 11-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Esteri
Clinton e Obama chiedono a Bush di non
presenziare all'inaugurazione Boicottaggio Pechino: anche Bush sembra
pensarci Politici americani sempre piu' favorevoli, spinti dall'opinione
pubblica mondiale Milano, 11 apr.- Il mondo occidentale sembra pensarci. Sembra pensarci seriamente al
boicottaggio delle olimpiadi di Pechino, o ad un'altra formula di protesta più
morbida. La pressione da parte dell'opinione pubblica e degli attivisti
pro-Tibet con manifestazioni che hanno avuto risonanza mondiale, tranne che
nelle Repubblica Popolare Cinese naturalmente, sembrano forse potre contribuire
ad orientare le decisioni dei policy-maker americani ed europei. Aveva rotto il
ghiaccio Sarkozy un paio di settimane fa mettendo in dubbio la partecipazione
francese. E' ormai nota la posizione di assoluto rifuto di partecipare
all'inaugurazione di Pechino 2008 espressa dal primo ministro britannico Gordon
Brown, mentre si attende ancora a Parigi di sapere se alla fine Nicolas Sarkozy
prenderà o meno parte alla cerimonia di apertura dei Giochi. Washington, il
giorno dopo il passaggio della fiaccola in California, ha fatto sapere che il
presidente degli Stati Uniti George Bush sarà a
Pechino per i Giochi, ma che potrebbe non presenziare alla cerimonia di
apertura delle Olimpiadi, il 6 agosto. Il portavoce della Casa Bianca Dana
Perino ha però evitato di fornire una risposta certa circa la presenza di Bush alla cerimonia di apertura dei Giochi. "E'
prematuro dire quale sarà il programma di viaggio del presidente - ha detto
Perino, sottolineando che in ogni caso il presidente Usa non mancherà di fare
pressioni - in pubblico e in privato, prima, durante e dopo le Olimpiadi."
"Il boicottaggio dipenderà molto da quello che si saprà in futuro visto che
per ora sono poche le informazioni uscite dal Tibet, non si ha un quadro
completo, bisogna capire realmente la gravità dei fatti. Con internet e le
altre tecnologie è comunque probabile che si riesca a sapere di più. Poi
bisogna vedere come evolverà la situazione, se la repressione continuerà,
ovviamente ora non è possibile dare delle certezze. Altro elemento importante
che influenzerà la scelta di Bush sarà il
comportamento della comunità internazionale, ovviamente non vuole essere il
solo protagonista di questo boicottaggio" ha detto Marco Vincenzino
Executive Director del Global Strategy Project di Washington. Bush ha chiesto alla Cina di avviare trattative diplomatiche
con i rappresentanti del Dalai Lama, mentre il segretario di Stato americano
Condoleezza Rice ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno considerando la
possibilità di aprire un consolato americano in Tibet. La Rice ha inoltre
sottolineato che è stato chiesto al governo di Pechino di autorizzare la
presenza di un maggior numero di diplomatici americani nella regione,
considerando inadeguato quello fino ad ora concesso. Gli Stati Uniti, in
coincidenza col monito di Pechino al Cio, stanno valutando di emanare una
risoluzione che imponga alla Cina di porre fine alla violenta repressione delle
manifestazioni di protesta in favore dell'autonomia del Tibet. Nei giorni
scorsi anche la senatrice di New York Hillary Clinton, candidata alla
nomination democratica per la Casa Bianca, aveva invitato il presidente Bush a disertare la cerimonia di apertura dei Giochi. Oggi
anche Barack Obama ha chiesto a Bush di non andarci.
Per quanto riguarda l'opinione pubblica e la spinta di altri politici
Vincenzino non pensa stia influenzando così tanto le scelte politiche “prima di
tutto perchè la stessa opinione pubblica americana non è poi così interessata a
quello che sta avvenendo in Tibet. Forse se la fiaccola fosse passata anche in
altre città e ci fossero state altre manifestazioni l'influenza sarebbe stata
maggiore. Certo sono arrivate notizie da Parigi e Londra, dove credo che lì sì
l'opinione pubblica si sia fatta sentire, ma in America non così tanto. Ci sono
la guerra in Iraq, i problemi economici, le primarie, insomma tanti fattori che
spostano l'attenzione della gente da questo problema". Eppure la Cina comincia
a essere vista realmente come una minaccia per lo meno da alcuni esponenti
politici che pare possano pensare di approfittare della situazione per crearle
problemi interni. Mc Cain per esempio si è detto scettico su un ingresso della
Cina nel G9. “McCain sta facendo questo anche perchè ha problemi di
re-indirizzo della sua politica – ha aggiunto
Vincenzino-, è vero che ha vinto le primarie, però non tutti i Repubblicani
sono con lui. Una parte del partito è sicuramente favorevole a questa
esclusione della Cina dal G8 quindi lui ha rilasciato queste affermazioni per
guadagnare consensi. Con ciò però non voglio dire che sia tutta una semplice
tattica politica, c'è sicuramente anche una componente
ideologica nella sua scelta".Vincenzino infine ha dichiarato la sua
opinione personale: "bisogna distinguere. Un boicottaggio completo come
quello avvenuto nell'