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DOSSIER “POLITICA ESTERA USA”

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I grandi e l'Europa di scorta   ARRIGO LEVI  (La Stampa 8-4-2008)

Non si possono giudicare altro che positivamente i risultati sia del Consiglio Nato-Russia di Bucarest, sia del diciottesimo faccia a faccia fra Bush e Putin in Crimea. Sono scomparsi i toni di sfida all’Occidente usati da Putin negli ultimi mesi. Si è riaffermata invece (più esplicitamente nel vertice di Crimea) la comunanza di interessi storico-strategici della Russia, degli Stati Uniti e dell’Europa di fronte alle minacce del mondo d’oggi. Rimangono divergenze, ma c’è l’impegno ad affrontarle. Non possiamo che rallegrarcene.

Ma non si può non prendere atto che noi europei veniamo a collocarci, dopo questi due grandi incontri, in un ruolo quasi di ruota di scorta, rispetto a Stati Uniti e Russia. Mentre la Russia, che pure ha una potenza militare oggi di dubbia efficacia, una potenza economica inferiore a quella di uno qualsiasi dei grandi Paesi europei, e un’influenza politica relativa negli affari mondiali, è riuscita a vedersi nuovamente riconosciuta la posizione di partner naturale della superpotenza americana di fronte alle sfide del nuovo secolo. Se questo era il prezzo da pagare all’orgoglio ferito russo per recuperare la Russia, col suo immenso potenziale futuro, a una politica di partnership globale con l’Occidente, di cui da tempo sosteniamo la necessità, è convenuto pagarlo. Ma dobbiamo chiederci, confrontando l’uno all’altro i documenti conclusivi delle due conferenze (quello di Bucarest di intollerabile lunghezza: segno di limitata concentrazione sulle questioni essenziali), se la politica estera dell’Unione Europea sia all’altezza dei nostri interessi, in un mondo che più complicato di così non potrebbe essere.

Il confronto fra i documenti conclusivi delle due conferenze è istruttivo. Tre giorni dopo aver rifiutato, al termine del vertice di Bucarest, di firmare insieme con la Nato una «dichiarazione congiunta», Putin ha firmato una altisonante «Dichiarazione-Quadro Strategica Russo-Americana».

La dichiarazione impegna i due Paesi a «dimostrare una leadership congiunta nell’affrontare le nuove sfide alla pace e sicurezza globale», e ad «offrire una leadership globale su un vasto raggio di sforzi comuni», contro la diffusione delle armi di distruzione di massa e dei loro mezzi di lancio. La sfida a due al mondo è lanciata. È bensì vero che le due «superpotenze», come si diceva un tempo, hanno anche «manifestato il loro interesse a creare un sistema capace di rispondere alle potenziali minacce missilistiche, al quale la Russia, gli Stati Uniti e l’Europa partecipino come partner eguali». Ma in questa definizione su quello che è forse il nodo più importante da sciogliere fra noi e loro, se c’è «l’Europa» non c’è l’Unione Europea. Di questo però possiamo dolerci soltanto con noi stessi. E non siamo i soli.

Lo slancio un po’ avventuroso col quale la Francia di Sarkozy si è tuffata nella politica dell’Unione, con ambizioni di leadership, ma anche di cooperazione stretta con gli altri «grandi» europei (Inghilterra e Germania; l’Italia è per ora fuori giuoco), dicendosi preparata a riprendere anche quel ruolo di membro a pieno titolo della Nato che De Gaulle aveva rigettato tanto tempo fa, dimostra la consapevolezza francese dello scompenso fra potenzialità e potenza dell’Europa, e sue assunzioni di responsabilità nel quadro globale. Noi, europei e italiani, non siamo assenti dalle aree di crisi, per carità. Ma siamo presenti, in più d’un caso, con autoimposte «regole d’ingaggio» che limitano i nostri rischi, ma anche il nostro contributo alla difesa della pace in quelle aree. Eppure questo è nostro interesse vitale, come lo è di dar prova di una presenza politico-militare tale da far pesare i nostri punti di vista sulle scelte dell’Alleanza atlantica, accanto ai punti di vista, talvolta giusti ma talaltra disastrosamente sbagliati, degli Stati Uniti.

Sembra che non ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso il mondo in cui viviamo. È stata giustamente deplorata la virtuale assenza dei temi di politica estera, e quindi della politica di difesa, dal dibattito elettorale in corso in Italia, da parte di tutti. È una distrazione pericolosa, che rischiamo di pagare cara in avvenire. Vogliamo capire che non viviamo in un mondo di pace? Oltre l’orizzonte non ci sono soltanto Paesi impegnati a fondo, e ben vengano, a entrare nel mondo del benessere (e forse, chissà, della democrazia). Ci sono anche «popoli a sviluppo ritardato» che scaricano le loro frustrazioni in uno sfoggio mortale di cieca aggressività verso chi ha già vinto la sfida della povertà e dell’ingiustizia. Non è questo un mondo da affrontare armati soltanto di buone intenzioni.

Il mondo al quale Russia e Usa offrono la loro «joint leadership» viene giustamente descritto, nella loro «dichiarazione strategica», come un mondo ricco di «minacce alla pace, incluso il terrorismo internazionale e la proliferazione delle armi di distruzione di massa». Per far fronte a queste minacce - Bush e Putin hanno ragione - le buone parole non bastano.


Se Bush sorride di Massimo Gaggi ( Il Corriere della Sera 8-4-2008)

 

«Le Olimpiadi — spiegava giorni fa Michael Green, fino a due anni fa assistente speciale della Casa Bianca per i rapporti con l'Asia — sono il momento in cui la Cina si apre al mondo. Se le facciamo fallire, Pechino perderà la faccia. Dopo, diventerà molto più difficile lavorare con loro su tutto, dai diritti umani al contenimento della Corea del Nord». Mentre in Europa cresce la protesta per le repressioni nel Tibet, la sensazione è che l'America di Bush, che ha giustificato la guerra in Iraq con la causa del ripristino dei diritti umani calpestati da Saddam, ora si volti dall'altra parte, presumibilmente per gli stretti rapporti economici tra i due Paesi.

Si può pensare perfino a un atteggiamento comune del mondo anglosassone, visto che anche il britannico Gordon Brown fin qui ha evitato di criticare con troppa durezza il regime cinese. In realtà il Bush che non solo esclude il boicottaggio dei Giochi, ma conferma la sua presenza alla cerimonia d'apertura, non è il «cowboy» tanto spregiudicato quanto ricattabile entrato nell'immaginario di molti di noi. Stavolta si comporta da presidente pragmatico — in questo, sì, anglosassone — che promuove lo sviluppo degli scambi commerciali, ma è ugualmente pronto a incontrare per la prima volta il Dalai Lama alla Casa Bianca (ottobre scorso) e a presenziare alla consegna della medaglia d'oro del Congresso al leader spirituale dei tibetani. Ora, mentre conferma che andrà a Pechino, Bush telefona al presidente Hu per chiedergli di avviare un dialogo vero col Dalai Lama e preme sul governo cinese non solo sulla questione tibetana ma anche su Taiwan, i rapporti con l'Iran, il fair trade.

Certo, vedendo la protesta che arriva fino in cima al Golden Gate di San Francisco e Hillary Clinton e Barack Obama che gli chiedono di disertare la cerimonia, si può avere la sensazione di una spaccatura tra democratici e repubblicani. In realtà tutti si muovono con prudenza: nessuno, fin qui, ha infatti proposto il boicottaggio delle Olimpiadi, uno strumento che anche i liberal del New York Times giudicano inefficace e, anzi, controproducente. E Obama la scorsa settimana ha detto che va trovato il giusto equilibrio tra le pressioni su Pechino per il rispetto dei diritti umani e la necessità di coltivare relazioni positive con la Cina nel lungo periodo. Parole dalle quali trapela la stessa preoccupazione di Bush per quella che il presidente chiama la «complessità delle relazioni Usa-Cina».

Più sbrigativo, semmai, il conservatore McCain che, con un radicalismo un po' sbarazzino, vuole escludere tanto i russi quanto i cinesi dai summit del G-7, che—dice— deve rappresentare Paesi non solo industrializzati ma anche democratici. Bush, stavolta, rischia di più: prova a negoziare sorridendo, anziché minacciando. Non è facile, ma i cinesi sanno che il presidente può cancellare il suo vaggio a Pechino anche all' ultimo momento. E che il Dalai Lama è, per loro, in Tibet, l'unico interlocutore possibile. E flessibile.

08 aprile 2008


Andare a Pechino? Ora Bush ne vuole parlare con il Papa. A metà aprile la visita in Usa del Pontefice. Di Maurizio Molinari (La Stampa 8-4-2008)

CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Issando la bandiera tibetana sul Golden Gate gli studenti di San Francisco hanno fatto sbarcare in America la protesta anti-cinese che ha per obiettivo i Giochi Olimpici. Sono stati tre ventenni a scalare una delle torri del ponte sul Pacifico simbolo della California, portando lo striscione con la scritta «One World. One Dream. Free Tibet» (Un mondo. Un Sogno. Tibet Libero) ad altezza tale da obbligare la polizia a bloccare la circolazione su una corsia per diverse ore al fine di poterlo rimuovere. E’ solo l’anticipo delle proteste che si preparano a San Francisco in vista dell’arrivo della torcia olimpica, attesa per domani, in una delle città degli Stati Uniti con la più alta percentuale di immigrati cinesi ed asiatici.

Hillary Clinton è stata la prima a comprendere il significato del blitz sul Golden Bridge ed ha affidato ad un comunicato rovente la richiesta al presidente George W. Bush di «rinunciare ad essere alla cerimonia d’apertura dei Giochi». La Casa Bianca difende con i propri portavoce la scelta di non disertare l’inizio delle Olimpiadi e ciò consente a Hillary di diventare il leader politico americano che sostiene il boicottaggio. «Le violenze in Tibet, il non intervento sul Sudan per bloccare il genocidio in Darfur e le violazioni dei diritti umani negano gli ideali rappresentati dai Giochi» tuona Hillary, senza spingersi a chiedere il ritiro degli atleti Usa ma aumentando la pressione su Bush affinché faccia un passo indietro.

La protesta a favore del Tibet si presenta come l’unico terreno capace di accomunare i tre candidati presidenti, altrimenti divisi su tutto. Barack Obama, rivale della Clinton nella corsa alla nomination democratica, pur non spingendosi lontano come Hillary confessa di essere «combattuto» e di avere «la mente divisa» fra la protesta per la violazione dei diritti umani in Tibet e per il sostegno di Pechino al Sudan da un lato e la necessità di salvare i Giochi «momento di incontro del mondo» dall’altro. E il candidato repubblicano John McCain incalza Pechino su un altro fronte: chiede al presidente cinese Hu Jintao di «aprire il dialogo con il Dalai Lama, uomo di pace».

La convergenza fra le proteste sul Golden Gates e le parole dei candidati presidenti lasciano intendere che in America prevale lo spirito di solidarietà con il Tibet espresso da Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Rappresentanti, nella visita fatta al Dalai Lama nei giorni più duri della repressione in Tibet. Il vento soffia nella direzione indicata da Mia Farrow, l’attrice che per prima si è schierata contro i Giochi di Pechino trovando il consenso di Steven Spielberg. Da qui lo scenario di una pressione crescente su Bush affinché cancelli il viaggio di inizio agosto a Pechino. Farlo per il presidente Usa significherebbe rinunciare alla politica del doppio binario - dialogo strategico e critiche sui diritti umani - che ha finora distinto i suoi rapporti con Pechino. Ma il tam tam di Washington suggerisce di aspettare ancora qualche settimana per comprendere cosa farà davvero il presidente: la decisione finale potrebbe essere presa solo dopo l’incontro con Benedetto XVI (che visiterà gli Usa dal 15 al 20 aprile), con il quale Bush finora ha condiviso tutte le mosse compiute a favore della libertà religiosa nella Repubblica Popolare.


Report "Estero USA"

I GRANDI E L'EUROPA DI SCORTA ( da "Stampa, La" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: È stata giustamente deplorata la virtuale assenza dei temi di politica estera, e quindi della politica di difesa, dal dibattito elettorale in corso in Italia, da parte di tutti. È una distrazione pericolosa, che rischiamo di pagare cara in avvenire. Vogliamo capire che non viviamo in un mondo di pace? Oltre l'orizzonte non ci sono soltanto Paesi impegnati a fondo,

Hillary a Bush: boicotta la cerimonia di apertura dei Giochi D'Alema rilancia: invitiamo il Dalai Lama al summit della Ue. Il presidente del Comitato Olimpico: dialogo sul Tibet ( da "Unita, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: amministrazione Bush di "aver sbagliato a ridimensionare l' aspetto dei diritti civili nella propria linea politica sulla Cina". La Clinton ha esortato i cinesi ad approfittare di questo momento "come opportunità per tener testa alle aspirazioni umane universali per il rispetto dei diritti umani, ideali che i Giochi olimpici rappresentano"

<L'alternativa anticapitalistica non è un sogno E oggi è possibile perseguirla. Più di ieri...> ( da "Liberazione" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: in politica economica ed estera? La lotta alla precarietà con l'abolizione del pacchetto Treu, la legge 30 di Berlusconi ripresa da Prodi nel pacchetto sul welfare. Politica estera: ritiro immediato e incondizionato dell'Italia da tutte le missioni militari e abbattimento delle spese militari salite a 29,

Piace agli evangelici, è giovane e donna Condoleezza vuole fare il vice McCain? ( da "Liberazione" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: è forte in politica estera, stessa materia del veterano dell'Arizona, che probabilmente avrebbe bisogno di qualcuno che coprisse la materia economica. E poi, per finire, Rice sarà anche considerata, ma è la più stretta e fedele collaboratrice di un presidente che è il meno popolare della storia d'America.

NEW YORK Cinquantaquattro anni, parla bene il russo, il francese e il tedesco. E’ ( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: colta e ha una bella preparazione di politica estera. Sulla carta, il segretario di Stato Condoleezza Rice sarebbe una perfetta candidata alla vicepresidenza. E difatti non passa settimana senza che il suo nome non venga fatto come possibile braccio destro di John McCain, il senatore dell'Arizona candidato alla Casa Bianca per il partito repubblicano.


Articoli

I GRANDI E L'EUROPA DI SCORTA (sezione: Estero USA)

( da "Stampa, La" del 08-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Arrigo Levi I GRANDI E L'EUROPA DI SCORTA Non si possono giudicare altro che positivamente i risultati sia del Consiglio Nato-Russia di Bucarest, sia del diciottesimo faccia a faccia fra Bush e Putin in Crimea. Sono scomparsi i toni di sfida all'Occidente usati da Putin negli ultimi mesi. Si è riaffermata invece (più esplicitamente nel vertice di Crimea) la comunanza di interessi storico-strategici della Russia, degli Stati Uniti e dell'Europa di fronte alle minacce del mondo d'oggi. Rimangono divergenze, ma c'è l'impegno ad affrontarle. Non possiamo che rallegrarcene. Ma non si può non prendere atto che noi europei veniamo a collocarci, dopo questi due grandi incontri, in un ruolo quasi di ruota di scorta, rispetto a Stati Uniti e Russia. Mentre la Russia, che pure ha una potenza militare oggi di dubbia efficacia, una potenza economica inferiore a quella di uno qualsiasi dei grandi Paesi europei, e un'influenza politica relativa negli affari mondiali, è riuscita a vedersi nuovamente riconosciuta la posizione di partner naturale della superpotenza americana di fronte alle sfide del nuovo secolo. Se questo era il prezzo da pagare all'orgoglio ferito russo per recuperare la Russia, col suo immenso potenziale futuro, a una politica di partnership globale con l'Occidente, di cui da tempo sosteniamo la necessità, è convenuto pagarlo. Ma dobbiamo chiederci, confrontando l'uno all'altro i documenti conclusivi delle due conferenze (quello di Bucarest di intollerabile lunghezza: segno di limitata concentrazione sulle questioni essenziali), se la politica estera dell'Unione Europea sia all'altezza dei nostri interessi, in un mondo che più complicato di così non potrebbe essere. Il confronto fra i documenti conclusivi delle due conferenze è istruttivo. Tre giorni dopo aver rifiutato, al termine del vertice di Bucarest, di firmare insieme con la Nato una "dichiarazione congiunta", Putin ha firmato una altisonante "Dichiarazione-Quadro Strategica Russo-Americana". La dichiarazione impegna i due Paesi a "dimostrare una leadership congiunta nell'affrontare le nuove sfide alla pace e sicurezza globale", e ad "offrire una leadership globale su un vasto raggio di sforzi comuni", contro la diffusione delle armi di distruzione di massa e dei loro mezzi di lancio. La sfida a due al mondo è lanciata. È bensì vero che le due "superpotenze", come si diceva un tempo, hanno anche "manifestato il loro interesse a creare un sistema capace di rispondere alle potenziali minacce missilistiche, al quale la Russia, gli Stati Uniti e l'Europa partecipino come partner eguali". Ma in questa definizione su quello che è forse il nodo più importante da sciogliere fra noi e loro, se c'è "l'Europa" non c'è l'Unione Europea. Di questo però possiamo dolerci soltanto con noi stessi. E non siamo i soli. Lo slancio un po' avventuroso col quale la Francia di Sarkozy si è tuffata nella politica dell'Unione, con ambizioni di leadership, ma anche di cooperazione stretta con gli altri "grandi" europei (Inghilterra e Germania; l'Italia è per ora fuori giuoco), dicendosi preparata a riprendere anche quel ruolo di membro a pieno titolo della Nato che De Gaulle aveva rigettato tanto tempo fa, dimostra la consapevolezza francese dello scompenso fra potenzialità e potenza dell'Europa, e sue assunzioni di responsabilità nel quadro globale. Noi, europei e italiani, non siamo assenti dalle aree di crisi, per carità. Ma siamo presenti, in più d'un caso, con autoimposte "regole d'ingaggio" che limitano i nostri rischi, ma anche il nostro contributo alla difesa della pace in quelle aree. Eppure questo è nostro interesse vitale, come lo è di dar prova di una presenza politico-militare tale da far pesare i nostri punti di vista sulle scelte dell'Alleanza atlantica, accanto ai punti di vista, talvolta giusti ma talaltra disastrosamente sbagliati, degli Stati Uniti. Sembra che non ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso il mondo in cui viviamo. È stata giustamente deplorata la virtuale assenza dei temi di politica estera, e quindi della politica di difesa, dal dibattito elettorale in corso in Italia, da parte di tutti. È una distrazione pericolosa, che rischiamo di pagare cara in avvenire. Vogliamo capire che non viviamo in un mondo di pace? Oltre l'orizzonte non ci sono soltanto Paesi impegnati a fondo, e ben vengano, a entrare nel mondo del benessere (e forse, chissà, della democrazia). Ci sono anche "popoli a sviluppo ritardato" che scaricano le loro frustrazioni in uno sfoggio mortale di cieca aggressività verso chi ha già vinto la sfida della povertà e dell'ingiustizia. Non è questo un mondo da affrontare armati soltanto di buone intenzioni. Il mondo al quale Russia e Usa offrono la loro "joint leadership" viene giustamente descritto, nella loro "dichiarazione strategica", come un mondo ricco di "minacce alla pace, incluso il terrorismo internazionale e la proliferazione delle armi di distruzione di massa". Per far fronte a queste minacce - Bush e Putin hanno ragione - le buone parole non bastano. CONTINUA A PAGINA 35.

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Hillary a Bush: boicotta la cerimonia di apertura dei Giochi D'Alema rilancia: invitiamo il Dalai Lama al summit della Ue. Il presidente del Comitato Olimpico: dialogo sul Tibet (sezione: Estero USA)

( da "Unita, L'" del 08-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Stai consultando l'edizione del Hillary a Bush: boicotta la cerimonia di apertura dei Giochi D'Alema rilancia: invitiamo il Dalai Lama al summit della Ue. Il presidente del Comitato Olimpico: dialogo sul Tibet di Umberto De Giovannangeli Il PRESIDENTE americano George W.Bush deve evitare di prender parte alla cerimonia di apertura dei Giochi di Pechino, "alla luce degli eventi recenti e in assen- za di cambiamenti di vasta portata da parte del governo cinese": a chiederlo è la candidata democratica alla nomination per la Casa Bianca, Hillary Clinton, in una dichiarazione diffusa negli Usa. La senatrice ed ex First Lady, commentando gli eventi in Tibet e "il fallimento da parte del governo cinese nell'usare pienamente il proprio peso con il Sudan per frenare il genocidio in Darfur", ha accusato l'amministrazione Bush di "aver sbagliato a ridimensionare l' aspetto dei diritti civili nella propria linea politica sulla Cina". La Clinton ha esortato i cinesi ad approfittare di questo momento "come opportunità per tener testa alle aspirazioni umane universali per il rispetto dei diritti umani, ideali che i Giochi olimpici rappresentano". Gli americani, ha aggiunto la senatrice, sosterranno con forza la tutela delle libertà religiose e d'espressione. Nello stesso tempo, la Clinton ha escluso ipotesi di boicottaggio da parte degli atleti Usa, "che hanno lavorato duro per guadagnarsi il diritto a competere alle Olimpiadi". Da Washington a Roma. "Continuo a insistere che l'Europa debba esercitare una forte pressione sulla Cina per spingere i cinesi al dialogo con il Dalai Lama e le forze di opposizione del Tibet. Bisogna continuare a pressare: io ho proposto che il Consiglio Europeo inviti il Dalai Lama. Sarebbe un atto politicamente molto forte". Così il ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema. Roma rilancia è si fa portatrice in sede europea di una proposta "politicamente forte". Forte perché, spiega a l'Unità una fonte della Farnesina, il Consiglio Europeo è l'organismo che riunisce i capi di Stato o di governo dell'Ue e il presidente della Commissione europea: "Si tratterebbe - spiega sempre la fonte - di un'assoluta novità rispetto al passato visto che il Dalai Lama ha già parlato davanti all'Europarlamento". Al contempo, l'Italia non lascia cadere la proposta di inviare in missione a Pechino la troika europea ai massimi livelli (l'attuale presidenza di turno slovena, la prossima, francese e la presidenza della Ue". La prospettiva evocata dalla diplomazia italiana incrocia un cambiamento di tono da parte del mondo dello sport. Il Comitato olimpico internazionale alza la voce contro la Cina, per la prima volta, si dice molto preoccupato e chiede una soluzione pacifica in Tibet. Ma la Cina insiste: la fiaccola dei Giochi, il cui giro del mondo si fa giorno dopo giorno più travagliato a causa delle proteste anticinesi, farà tappa a Lhasa, la capitale del Tibet. "Il passaggio della fiaccola viene preso come obiettivo", ha detto il presidente del Cio Jacques Rogge parlando ieri a Pechino in una riunione con i rappresentanti dell'Associazione dei Comitati Olimpici Nazionali (Anoc). "Il Cio ha espresso seria preoccupazione e chiede una rapida e pacifica soluzione in Tibet - ha proseguito - La violenza per qualsiasi ragione non è compatibile con i valori della fiaccola e dei Giochi olimpici". Un invito, velato ma chiaro, a Pechino a riconsiderare la decisione di far passare da Lhasa la fiaccola olimpica. Pechino lo ha subito respinto. In una conferenza stampa convocata in tutta fretta, il responsabile per la comunicazione del Comitato Organizzatore (Bocog) Wang Hui, ha detto che la staffetta della fiaccola "è un evento sportivo e non deve essere politicizzato" "Credo che su questo punto Rogge abbia la mia stessa opinione", ha aggiunto Wang. L'inflessibilità cinese ha dato però un segnale di cedimento: per la prima volta, il telegiornale della notte della tv ufficiale Cctv1 ha brevemente accennato agli incidenti che hanno costellato il passaggio della fiaccola a Londra, l'altro ieri e a Parigi ieri. La presentatrice del tg delle 22 locali (le 16 italiane) ha detto che "un piccolo gruppo di persone ha tentato di perturbare il passaggio della torcia a Parigi e Londra". In precedenza erano andate in onda immagini del passaggio della fiaccola a Parigi, con una forte presenza di poliziotti e con l'inviato della Cctv che si rallegrava per "la calorosa accoglienza degli abitanti di Parigi, dei cinesi d'oltremare e degli studenti cinesi".

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<L'alternativa anticapitalistica non è un sogno E oggi è possibile perseguirla. Più di ieri...> (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 08-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

"L'alternativa anticapitalistica non è un sogno E oggi è possibile perseguirla. Più di ieri..." Angela Mauro Marco Ferrando, parli di unificazione delle banche in un unico istituto restituito al controllo dei lavoratori. Bellissimo, ma non pensi mai che possa essere solo un sogno? Presentiamo un programma di alternativa anticapitalista, non ci rassegnamo a considerarla un sogno. Attaccare il potere delle banche significa rivendicare l'abbattimento del debito di milioni di lavoratori e famiglie povere nei confronti di banche usuraie. Quale sarebbe il primo atto di un governo Ferrando, in politica economica ed estera? La lotta alla precarietà con l'abolizione del pacchetto Treu, la legge 30 di Berlusconi ripresa da Prodi nel pacchetto sul welfare. Politica estera: ritiro immediato e incondizionato dell'Italia da tutte le missioni militari e abbattimento delle spese militari salite a 29,9 miliardi di euro con il governo Prodi, il 15-16 per cento in più rispetto a Berlusconi. Un ministro dell'Economia e degli Esteri ideale? Per l'economia, un buon operaio sindacalista che con le grandi imprese e le grandi banche usi lo stesso pugno di ferro che loro hanno usato contro il mondo del lavoro negli ultimi 20 anni. Agli Esteri, un militante di un movimento di solidarietà con il popolo palestinese che abroghi il trattato di cooperazione economico e militare dell'Italia con Israele. A quanto puntate nella prova del voto? Al salto quantitativo e organizzativo del Partito Comunista dei Lavoratori (ride) . Usciremo dalla campagna elettorale con una forza organizzativa triplicata rispetto a quando siamo entrati, è già un successo. Nelle urne vi penalizzerà lo scarto tra utopia e realtà? Bisogna ricostruire nei giovani la consapevolezza della necessità di una alternativa anticapitalistica. Se vi si rinuncia e la si considera un sogno si va verso la rassegnazione. Oggi c'è uno spazio più grande per lo sviluppo di un'alternativa anticapitalistica. Ma se ci sono operai che votano Berlusconi? C'è stato un arretramento della coscienza delle grandi masse, ma ovunque si accumulano malcontento e pulsioni radicali. Sta ad una sinistra anticapitalistica e rivoluzionaria indirizzare queste pulsioni contro le classi dominanti. Hai sempre contestato la non-violenza bertinottiana. Bossi torna a parlare di fucili e lotta armata. Come la mettiamo? Bossi fa demagogia, ma più la sinistra abbassa il tono della propria radicalità anticapitalistica, più spiana la strada alla capacità di richiamo di queste suggestioni reazionarie. La cultura bertinottiana della non violenza rimuove la violenza quotidiana delle classi dominanti contro la maggioranza dell'umanità ed è servita da segnale politico di autolegittimazione presso le classi dominanti del paese, per dire: non siamo una sinistra rivoluzionaria, possiamo stare al governo. Voi ci pensate al governo? Non vi rinunciamo. Vogliamo costruire un ponte tra gli obiettivi immediati - lotta alla precarietà, no alle missioni militari, difesa dei diritti civili - e la prospettiva di un governo dei lavoratori di alternativa anticapitalistica. Punti di riferimento? I Soviet nella prima Russia rivoluzionaria o la Comune di Parigi. Si può dire che alle urne il vostro "avversario" diretto sia Sinistra Critica? Loro hanno votato la fiducia a Prodi, noi non lo avremmo mai fatto. Vogliamo costruire un partito comunista, abbiamo una caratterizzazione operaio-popolare, loro appaiono più come area di movimento intellettualistica. Altre passioni a parte la politica? Da ragazzino suonavo la batteria in una band, i Capuleti, facevamo cover dei Beatles e dei Rolling Stones... 08/04/2008.

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Piace agli evangelici, è giovane e donna Condoleezza vuole fare il vice McCain? (sezione: Estero USA)

( da "Liberazione" del 08-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Uno stratega repubblicano in Tv: "Ci sta provando". La Segretaria di Stato ha già smentito Piace agli evangelici, è giovane e donna Condoleezza vuole fare il vice McCain? Una battuta durante un'intervista Tv del mattino ha creato la notizia. Lo stratega repubblicano Dan Senor era ospite in uno studio Abc e tra le altre cose si è lasciato scappare: "Condi sta facendo attivamente campagna da alcune settimane" per farsi includere nel ticket come vicepresidente. A sostegno della sua affermazione Senor ha riferito che la Segretaria di Stato ha "fatto visita" ad uno dei più influenti snodi del conservatorismo a Washington. Il luogo è la sede di "America for Tax Reform", un gruppo di pressione per l'abolizione di tutte le tasse possibili guidato da Grover Norquist, che riunisce figure di spicco e organizza incontri con i leader. "Quello che lo staff di McCain deve prendere in considerazione - ha spiegato Senor - è se vuole o meno puntare su di un volto nuovo, qualcuno molto più giovane, magari un governatore non molto noto alla gente a cui serviranno diverse settimane per farsi conoscere, oppure su qualcuno che la gente riconosce" e in questo senso, ha affermato Senor: "Condi è un'opzione". "Non ho notato nessun segnale di questo tipo". Così McCain ha spiegato che l'idea di una candidatura di Condi gli suona del tutto inaspettata. Ai giornalisti, comunque, il candidato repubblicano ha detto: "credo che sia una grande americana, è stata di modello per tanti milioni di americani". La stessa Rice, una settimana fa, aveva smentito l'ipotesi. Se uno volesse continuare con le speculazioni di quelle che si sono immediatamente messe in moto potrebbe aggiungere che Condoleezza si è di recente lanciata in una difesa indiretta del reverendo Wright (il pastore di Obama). In quell'occasione Rice si spese per spiegare quanto può essere duro crescere neri negli Stati Uniti. Qualche commentatore di estrema destra aveva storto la bocca, ma quello poteva essere un tentativo di sfondare in una fascia dell'elettorato, gli afroamericani, tra le più lontane dai repubblicani. Se il candidato democratico fosse Obama, cercare voti neri sarebbe però uno sforzo inutile. Certo, Condoleezza è donna ed è giovane, una buona cosa per un candidato che avrà l'età come handicap. La donna afroamericana è anche un lasciapassare per le cattiverie contro Obama o Clinton: gli attacchi scorretti contro il candidato democratico non potranno essere etichettati come sessisti o razzisti se in corsa dall'altra parte c'è Condoleezza.Purtroppo per lei, Rice di mestiere fa la Segretario di Stato, è forte in politica estera, stessa materia del veterano dell'Arizona, che probabilmente avrebbe bisogno di qualcuno che coprisse la materia economica. E poi, per finire, Rice sarà anche considerata, ma è la più stretta e fedele collaboratrice di un presidente che è il meno popolare della storia d'America. Non esattamente un punto di forza - almeno nella prossima campagna elettorale. La forza di Condi sta nel suo essere una fedele di quelle coi fiocchi e molto popolare tra l'elettorato repubblicano Doc. Se è vero che uno dei grandi problemi di McCain sarà il disincanto, avere al suo fianco una candidata capace di restituire entusiasmo a una delle colonne del voto al Grand Old Party potrebbe essere un'idea. Se l'ipotesi Rice non si concretizzasse, chi potrebbe essere la faccia giusta? Un giovane governatore o una faccia conosciuta? Mitt Romney, già candidato preferito dell'establishement è conservatore sui valori, forte in economia, ha soldi da spendere ed è amico dei Bush. Ma lui e McCain non si piacciono e si sono scambiati bordate pesanti nei primi mesi di primarie. Il senatore ex democratico Joe Liebermann potrebbe attrarre vot indipendenti ma non piacerebbe ai conservatori. Una possibilità potrebbe essere un governatore, magari Charlie Christ della Florida, che ha aiutato McCain a vincere lo Stato e potrebbe essere utile a conquistarlo a novembre. Ma per uno che farà la campagna sull'Iraq e il terrorismo, un politico locale senza esperienza può non essere abbstanza. Scegliere un vice è cosa difficile, ma McCain ha ancora qualche mese, può trattare, ragionare, consultarsi. Se continua così, i democratici potrebbero essere ridotti a scegliere un vice dopo l'estate. m. mazz. 08/04/2008.

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NEW YORK Cinquantaquattro anni, parla bene il russo, il francese e il tedesco. E’ (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Dal nostro corrispondente ANNA GUAITA NEW YORK - Cinquantaquattro anni, parla bene il russo, il francese e il tedesco. E' elegante, colta e ha una bella preparazione di politica estera. Sulla carta, il segretario di Stato Condoleezza Rice sarebbe una perfetta candidata alla vicepresidenza. E difatti non passa settimana senza che il suo nome non venga fatto come possibile braccio destro di John McCain, il senatore dell'Arizona candidato alla Casa Bianca per il partito repubblicano. Il nome della Rice è comparso nelle cronache televisive: "Condi sta facendo campagna per la posizione di vice", ha detto un politologo del canale Fox News. Ma a gettare acqua fredda sull'ipotesi è intervenuto lo stesso McCain, che ha commentato: "Non me ne ero neanche accorto che ci fossero dei segnali in questo senso". E ieri pomeriggio è scesa in campo la Rice, attraverso un amico fidato: "Condi vuole solo tornarsene a vivere una vita normale". Non è la prima volta che la Rice nega interessi vicepresidenziali, e non sarà neanche l'ultima volta che il suo nome verrà fatto circolare. Il partito la ama, ma i "realisti" riconoscono che la signora, brillante per quanto sia, ha "troppo bagaglio", nel senso che la sua figura è fin troppo strettamente collegata a George Bush, e soprattutto alla gestione della guerra in Iraq. E non va dimenticato che John McCain stesso nel passato l'ha criticata per non aver saputo amministrare bene il dopo-guerra. McCain deve mantenere un difficile equilibrio nella sua campagna: difendere la guerra, nella quale crede, ma criticarne la gestione iniziale, che condanna come caotica. Oggi, avrà occasione di chiarire meglio la sua posizione, quando al Senato si presenterà il generale David Petraeus, che deve riferire sull'andamento della controffensiva lanciata un anno fa. Guerra a parte, è anche vero che McCain fa fatica a coagulare intorno a sè il sostegno dell'ala più conservatrice del partito, e alla fine non è detto che non sia proprio lui a chiedere alla signora Rice di "correre" al suo fianco. Una squadra McCain-Rice diminuirebbe l'effetto "storico" sia di una candidatura Clinton, cioè della prima donna candidata alla Casa Bianca, sia di una candidatura Obama, il primo afro-americano. I due democratici sono ancora occupatissimi a combattere l'uno contro l'altro. Il loro prossimo appuntamento è il 22 in Pennsylvania, dove Hillary è ancora favorita. Ma la senatrice deve fare i conti le clamorose dimissioni (licenziamento, dicono alcuni) dello stratega della sua campagna, Mark Penn, dopo che si è scoperto che la sua società di pubbliche relazioni faceva campagna a favore del governo colombiano che spera in un trattato di libero commercio con gli Usa, una proposta che la Clinton invece combatte duramente.

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