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Non si possono
giudicare altro che positivamente i risultati sia del Consiglio Nato-Russia di
Bucarest, sia del diciottesimo faccia a faccia fra Bush e Putin in Crimea. Sono
scomparsi i toni di sfida all’Occidente usati da Putin negli ultimi mesi. Si è
riaffermata invece (più esplicitamente nel vertice di Crimea) la comunanza di
interessi storico-strategici della Russia, degli Stati Uniti e dell’Europa di
fronte alle minacce del mondo d’oggi. Rimangono divergenze, ma c’è l’impegno ad
affrontarle. Non possiamo che rallegrarcene.
Ma non si può non prendere atto che noi europei veniamo a collocarci, dopo
questi due grandi incontri, in un ruolo quasi di ruota di scorta, rispetto a
Stati Uniti e Russia. Mentre la Russia, che pure ha una potenza militare oggi
di dubbia efficacia, una potenza economica inferiore a quella di uno qualsiasi
dei grandi Paesi europei, e un’influenza politica relativa negli affari
mondiali, è riuscita a vedersi nuovamente riconosciuta la posizione di partner
naturale della superpotenza americana di fronte alle sfide del nuovo secolo. Se
questo era il prezzo da pagare all’orgoglio ferito russo per recuperare la
Russia, col suo immenso potenziale futuro, a una politica di partnership
globale con l’Occidente, di cui da tempo sosteniamo la necessità, è convenuto
pagarlo. Ma dobbiamo chiederci, confrontando l’uno all’altro i documenti
conclusivi delle due conferenze (quello di Bucarest di intollerabile lunghezza:
segno di limitata concentrazione sulle questioni essenziali), se la politica
estera dell’Unione Europea sia all’altezza dei nostri interessi, in un mondo
che più complicato di così non potrebbe essere.
Il confronto fra i documenti conclusivi delle due conferenze è istruttivo. Tre
giorni dopo aver rifiutato, al termine del vertice di Bucarest, di firmare
insieme con la Nato una «dichiarazione congiunta», Putin ha firmato una
altisonante «Dichiarazione-Quadro Strategica Russo-Americana».
La dichiarazione impegna i due Paesi a «dimostrare una leadership congiunta
nell’affrontare le nuove sfide alla pace e sicurezza globale», e ad «offrire
una leadership globale su un vasto raggio di sforzi comuni», contro la
diffusione delle armi di distruzione di massa e dei loro mezzi di lancio. La
sfida a due al mondo è lanciata. È bensì vero che le due «superpotenze», come
si diceva un tempo, hanno anche «manifestato il loro interesse a creare un
sistema capace di rispondere alle potenziali minacce missilistiche, al quale la
Russia, gli Stati Uniti e l’Europa partecipino come partner eguali». Ma in
questa definizione su quello che è forse il nodo più importante da sciogliere
fra noi e loro, se c’è «l’Europa» non c’è l’Unione Europea. Di questo però
possiamo dolerci soltanto con noi stessi. E non siamo i soli.
Lo slancio un po’ avventuroso col quale la Francia di Sarkozy si è tuffata
nella politica dell’Unione, con ambizioni di leadership, ma anche di
cooperazione stretta con gli altri «grandi» europei (Inghilterra e Germania;
l’Italia è per ora fuori giuoco), dicendosi preparata a riprendere anche quel
ruolo di membro a pieno titolo della Nato che De Gaulle aveva rigettato tanto
tempo fa, dimostra la consapevolezza francese dello scompenso fra potenzialità
e potenza dell’Europa, e sue assunzioni di responsabilità nel quadro globale.
Noi, europei e italiani, non siamo assenti dalle aree di crisi, per carità. Ma
siamo presenti, in più d’un caso, con autoimposte «regole d’ingaggio» che
limitano i nostri rischi, ma anche il nostro contributo alla difesa della pace
in quelle aree. Eppure questo è nostro interesse vitale, come lo è di dar prova
di una presenza politico-militare tale da far pesare i nostri punti di vista
sulle scelte dell’Alleanza atlantica, accanto ai punti di vista, talvolta
giusti ma talaltra disastrosamente sbagliati, degli Stati Uniti.
Sembra che non ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso il mondo in cui
viviamo. È stata giustamente deplorata la virtuale assenza dei temi di politica
estera, e quindi della politica di difesa, dal dibattito elettorale in corso in
Italia, da parte di tutti. È una distrazione pericolosa, che rischiamo di
pagare cara in avvenire. Vogliamo capire che non viviamo in un mondo di pace?
Oltre l’orizzonte non ci sono soltanto Paesi impegnati a fondo, e ben vengano,
a entrare nel mondo del benessere (e forse, chissà, della democrazia). Ci sono
anche «popoli a sviluppo ritardato» che scaricano le loro frustrazioni in uno
sfoggio mortale di cieca aggressività verso chi ha già vinto la sfida della
povertà e dell’ingiustizia. Non è questo un mondo da affrontare armati soltanto
di buone intenzioni.
Il mondo al quale Russia e Usa offrono la loro «joint leadership» viene
giustamente descritto, nella loro «dichiarazione strategica», come un mondo
ricco di «minacce alla pace, incluso il terrorismo internazionale e la
proliferazione delle armi di distruzione di massa». Per far fronte a queste
minacce - Bush e Putin hanno ragione - le buone parole non bastano.
«Le Olimpiadi —
spiegava giorni fa Michael Green, fino a due anni fa assistente speciale della
Casa Bianca per i rapporti con l'Asia — sono il momento in cui la Cina si apre
al mondo. Se le facciamo fallire, Pechino perderà la faccia. Dopo, diventerà
molto più difficile lavorare con loro su tutto, dai diritti umani al
contenimento della Corea del Nord». Mentre in Europa cresce la protesta per le
repressioni nel Tibet, la sensazione è che l'America di Bush, che ha giustificato
la guerra in Iraq con la causa del ripristino dei diritti umani calpestati da
Saddam, ora si volti dall'altra parte, presumibilmente per gli stretti rapporti
economici tra i due Paesi.
Si può pensare
perfino a un atteggiamento comune del mondo anglosassone, visto che anche il
britannico Gordon Brown fin qui ha evitato di criticare con troppa durezza il
regime cinese. In realtà il Bush che non solo esclude il boicottaggio dei
Giochi, ma conferma la sua presenza alla cerimonia d'apertura, non è il
«cowboy» tanto spregiudicato quanto ricattabile entrato nell'immaginario di
molti di noi. Stavolta si comporta da presidente pragmatico — in questo, sì,
anglosassone — che promuove lo sviluppo degli scambi commerciali, ma è
ugualmente pronto a incontrare per la prima volta il Dalai Lama alla Casa
Bianca (ottobre scorso) e a presenziare alla consegna della medaglia d'oro del
Congresso al leader spirituale dei tibetani. Ora, mentre conferma che andrà a
Pechino, Bush telefona al presidente Hu per chiedergli di avviare un dialogo
vero col Dalai Lama e preme sul governo cinese non solo sulla questione
tibetana ma anche su Taiwan, i rapporti con l'Iran, il fair trade.
Certo, vedendo la
protesta che arriva fino in cima al Golden Gate di San Francisco e Hillary Clinton
e Barack Obama che gli chiedono di disertare la cerimonia, si può avere la
sensazione di una spaccatura tra democratici e repubblicani. In realtà tutti si
muovono con prudenza: nessuno, fin qui, ha infatti proposto il boicottaggio
delle Olimpiadi, uno strumento che anche i liberal del New York Times giudicano
inefficace e, anzi, controproducente. E Obama la scorsa settimana ha detto che
va trovato il giusto equilibrio tra le pressioni su Pechino per il rispetto dei
diritti umani e la necessità di coltivare relazioni positive con la Cina nel
lungo periodo. Parole dalle quali trapela la stessa preoccupazione di Bush per
quella che il presidente chiama la «complessità delle relazioni Usa-Cina».
Più sbrigativo,
semmai, il conservatore McCain che, con un radicalismo un po' sbarazzino, vuole
escludere tanto i russi quanto i cinesi dai summit del G-7, che—dice— deve
rappresentare Paesi non solo industrializzati ma anche democratici. Bush,
stavolta, rischia di più: prova a negoziare sorridendo, anziché minacciando.
Non è facile, ma i cinesi sanno che il presidente può cancellare il suo vaggio
a Pechino anche all' ultimo momento. E che il Dalai Lama è, per loro, in Tibet,
l'unico interlocutore possibile. E flessibile.
08 aprile 2008
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Issando la bandiera tibetana sul Golden Gate gli studenti di San Francisco
hanno fatto sbarcare in America la protesta anti-cinese che ha per obiettivo i
Giochi Olimpici. Sono stati tre ventenni a scalare una delle torri del ponte
sul Pacifico simbolo della California, portando lo striscione con la scritta
«One World. One Dream. Free Tibet» (Un mondo. Un Sogno. Tibet Libero) ad
altezza tale da obbligare la polizia a bloccare la circolazione su una corsia
per diverse ore al fine di poterlo rimuovere. E’ solo l’anticipo delle proteste
che si preparano a San Francisco in vista dell’arrivo della torcia olimpica,
attesa per domani, in una delle città degli Stati Uniti con la più alta
percentuale di immigrati cinesi ed asiatici.
Hillary Clinton è stata la prima a comprendere il significato del blitz sul
Golden Bridge ed ha affidato ad un comunicato rovente la richiesta al
presidente George W. Bush di «rinunciare ad essere alla cerimonia d’apertura
dei Giochi». La Casa Bianca difende con i propri portavoce la scelta di non
disertare l’inizio delle Olimpiadi e ciò consente a Hillary di diventare il
leader politico americano che sostiene il boicottaggio. «Le violenze in Tibet,
il non intervento sul Sudan per bloccare il genocidio in Darfur e le violazioni
dei diritti umani negano gli ideali rappresentati dai Giochi» tuona Hillary,
senza spingersi a chiedere il ritiro degli atleti Usa ma aumentando la pressione
su Bush affinché faccia un passo indietro.
La protesta a favore del Tibet si presenta come l’unico terreno capace di
accomunare i tre candidati presidenti, altrimenti divisi su tutto. Barack
Obama, rivale della Clinton nella corsa alla nomination democratica, pur non
spingendosi lontano come Hillary confessa di essere «combattuto» e di avere «la
mente divisa» fra la protesta per la violazione dei diritti umani in Tibet e
per il sostegno di Pechino al Sudan da un lato e la necessità di salvare i Giochi
«momento di incontro del mondo» dall’altro. E il candidato repubblicano John
McCain incalza Pechino su un altro fronte: chiede al presidente cinese Hu
Jintao di «aprire il dialogo con il Dalai Lama, uomo di pace».
La convergenza fra le proteste sul Golden Gates e le parole dei candidati
presidenti lasciano intendere che in America prevale lo spirito di solidarietà
con il Tibet espresso da Nancy Pelosi, presidente della Camera dei
Rappresentanti, nella visita fatta al Dalai Lama nei giorni più duri della repressione
in Tibet. Il vento soffia nella direzione indicata da Mia Farrow, l’attrice che
per prima si è schierata contro i Giochi di Pechino trovando il consenso di
Steven Spielberg. Da qui lo scenario di una pressione crescente su Bush
affinché cancelli il viaggio di inizio agosto a Pechino. Farlo per il
presidente Usa significherebbe rinunciare alla politica del doppio binario -
dialogo strategico e critiche sui diritti umani - che ha finora distinto i suoi
rapporti con Pechino. Ma il tam tam di Washington suggerisce di aspettare
ancora qualche settimana per comprendere cosa farà davvero il presidente: la
decisione finale potrebbe essere presa solo dopo l’incontro con Benedetto XVI
(che visiterà gli Usa dal 15 al 20 aprile), con il quale Bush finora ha condiviso
tutte le mosse compiute a favore della libertà religiosa nella Repubblica
Popolare.
I
GRANDI E L'EUROPA DI SCORTA ( da "Stampa, La"
del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: È stata giustamente deplorata la virtuale assenza dei temi di politica estera, e quindi della politica di difesa, dal dibattito elettorale in corso in Italia, da parte di tutti. È una distrazione pericolosa, che rischiamo di pagare cara in avvenire. Vogliamo capire che non viviamo in un mondo di pace? Oltre l'orizzonte non ci sono soltanto Paesi impegnati a fondo,
Hillary
a Bush: boicotta la cerimonia di apertura dei Giochi D'Alema rilancia:
invitiamo il Dalai Lama al summit della Ue. Il presidente del Comitato
Olimpico: dialogo sul Tibet ( da "Unita, L'"
del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: amministrazione Bush di "aver sbagliato a ridimensionare l' aspetto dei diritti civili nella propria linea politica sulla Cina". La Clinton ha esortato i cinesi ad approfittare di questo momento "come opportunità per tener testa alle aspirazioni umane universali per il rispetto dei diritti umani, ideali che i Giochi olimpici rappresentano"
<L'alternativa
anticapitalistica non è un sogno E oggi è possibile perseguirla. Più di
ieri...> ( da "Liberazione"
del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: in politica economica ed estera? La lotta alla precarietà con l'abolizione del pacchetto Treu, la legge 30 di Berlusconi ripresa da Prodi nel pacchetto sul welfare. Politica estera: ritiro immediato e incondizionato dell'Italia da tutte le missioni militari e abbattimento delle spese militari salite a 29,
Piace
agli evangelici, è giovane e donna Condoleezza vuole fare il vice McCain?
( da "Liberazione"
del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: è forte in politica estera, stessa materia del veterano dell'Arizona, che probabilmente avrebbe bisogno di qualcuno che coprisse la materia economica. E poi, per finire, Rice sarà anche considerata, ma è la più stretta e fedele collaboratrice di un presidente che è il meno popolare della storia d'America.
NEW
YORK Cinquantaquattro anni, parla bene il russo, il francese e il tedesco. E’
( da "Messaggero,
Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract: colta e ha una bella preparazione di politica estera. Sulla carta, il segretario di Stato Condoleezza Rice sarebbe una perfetta candidata alla vicepresidenza. E difatti non passa settimana senza che il suo nome non venga fatto come possibile braccio destro di John McCain, il senatore dell'Arizona candidato alla Casa Bianca per il partito repubblicano.
( da "Stampa, La" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Arrigo Levi I GRANDI
E L'EUROPA DI SCORTA Non si possono giudicare altro che positivamente i
risultati sia del Consiglio Nato-Russia di Bucarest, sia del diciottesimo
faccia a faccia fra Bush e Putin in Crimea. Sono
scomparsi i toni di sfida all'Occidente usati da Putin negli ultimi mesi. Si è
riaffermata invece (più esplicitamente nel vertice di Crimea) la comunanza di
interessi storico-strategici della Russia, degli Stati Uniti e dell'Europa di
fronte alle minacce del mondo d'oggi. Rimangono divergenze, ma c'è l'impegno ad
affrontarle. Non possiamo che rallegrarcene. Ma non si può non prendere atto
che noi europei veniamo a collocarci, dopo questi due grandi incontri, in un
ruolo quasi di ruota di scorta, rispetto a Stati Uniti e Russia. Mentre la
Russia, che pure ha una potenza militare oggi di dubbia efficacia, una potenza
economica inferiore a quella di uno qualsiasi dei grandi Paesi europei, e
un'influenza politica relativa negli affari mondiali,
è riuscita a vedersi nuovamente riconosciuta la posizione di partner naturale
della superpotenza americana di fronte alle sfide del nuovo secolo. Se questo
era il prezzo da pagare all'orgoglio ferito russo per recuperare la Russia, col
suo immenso potenziale futuro, a una politica di
partnership globale con l'Occidente, di cui da tempo sosteniamo la necessità, è
convenuto pagarlo. Ma dobbiamo chiederci, confrontando l'uno all'altro i
documenti conclusivi delle due conferenze (quello di Bucarest di intollerabile
lunghezza: segno di limitata concentrazione sulle questioni essenziali), se la politica estera dell'Unione Europea sia all'altezza dei
nostri interessi, in un mondo che più complicato di così non potrebbe essere.
Il confronto fra i documenti conclusivi delle due conferenze è istruttivo. Tre
giorni dopo aver rifiutato, al termine del vertice di Bucarest, di firmare
insieme con la Nato una "dichiarazione congiunta", Putin ha firmato
una altisonante "Dichiarazione-Quadro Strategica Russo-Americana". La
dichiarazione impegna i due Paesi a "dimostrare una leadership congiunta
nell'affrontare le nuove sfide alla pace e sicurezza globale", e ad
"offrire una leadership globale su un vasto raggio di sforzi comuni",
contro la diffusione delle armi di distruzione di massa e dei loro mezzi di
lancio. La sfida a due al mondo è lanciata. È bensì vero che le due
"superpotenze", come si diceva un tempo, hanno anche
"manifestato il loro interesse a creare un sistema capace di rispondere
alle potenziali minacce missilistiche, al quale la Russia, gli Stati Uniti e
l'Europa partecipino come partner eguali". Ma in questa definizione su
quello che è forse il nodo più importante da sciogliere fra noi e loro, se c'è
"l'Europa" non c'è l'Unione Europea. Di questo però possiamo dolerci
soltanto con noi stessi. E non siamo i soli. Lo slancio un po' avventuroso col
quale la Francia di Sarkozy si è tuffata nella politica
dell'Unione, con ambizioni di leadership, ma anche di cooperazione stretta con
gli altri "grandi" europei (Inghilterra e Germania; l'Italia è per
ora fuori giuoco), dicendosi preparata a riprendere anche quel ruolo di membro
a pieno titolo della Nato che De Gaulle aveva rigettato tanto tempo fa,
dimostra la consapevolezza francese dello scompenso fra potenzialità e potenza
dell'Europa, e sue assunzioni di responsabilità nel quadro globale. Noi,
europei e italiani, non siamo assenti dalle aree di crisi, per carità. Ma siamo
presenti, in più d'un caso, con autoimposte "regole d'ingaggio" che
limitano i nostri rischi, ma anche il nostro contributo alla difesa della pace
in quelle aree. Eppure questo è nostro interesse vitale, come lo è di dar prova
di una presenza politico-militare tale da far pesare i nostri punti di vista
sulle scelte dell'Alleanza atlantica, accanto ai punti di vista, talvolta
giusti ma talaltra disastrosamente sbagliati, degli Stati Uniti. Sembra che non
ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso il mondo in cui viviamo. È stata giustamente deplorata la virtuale assenza dei temi di politica estera, e quindi della politica di difesa, dal dibattito
elettorale in corso in Italia, da parte di tutti. È una distrazione pericolosa,
che rischiamo di pagare cara in avvenire. Vogliamo capire che non viviamo in un
mondo di pace? Oltre l'orizzonte non ci sono soltanto Paesi impegnati a fondo,
e ben vengano, a entrare nel mondo del benessere (e forse, chissà, della
democrazia). Ci sono anche "popoli a sviluppo ritardato" che
scaricano le loro frustrazioni in uno sfoggio mortale di cieca aggressività
verso chi ha già vinto la sfida della povertà e dell'ingiustizia. Non è questo
un mondo da affrontare armati soltanto di buone intenzioni. Il mondo al quale
Russia e Usa offrono la loro "joint leadership" viene giustamente
descritto, nella loro "dichiarazione strategica", come un mondo ricco
di "minacce alla pace, incluso il terrorismo internazionale e la
proliferazione delle armi di distruzione di massa". Per far fronte a
queste minacce - Bush e Putin hanno ragione - le buone
parole non bastano. CONTINUA A PAGINA 35.
( da "Unita, L'" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
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l'edizione del Hillary a Bush: boicotta la cerimonia
di apertura dei Giochi D'Alema rilancia: invitiamo il Dalai Lama al summit
della Ue. Il presidente del Comitato Olimpico: dialogo sul Tibet di Umberto De
Giovannangeli Il PRESIDENTE americano George W.Bush
deve evitare di prender parte alla cerimonia di apertura dei Giochi di Pechino,
"alla luce degli eventi recenti e in assen- za di cambiamenti di vasta
portata da parte del governo cinese": a chiederlo è la candidata
democratica alla nomination per la Casa Bianca, Hillary Clinton, in una
dichiarazione diffusa negli Usa. La senatrice ed ex First Lady, commentando gli
eventi in Tibet e "il fallimento da parte del governo cinese nell'usare
pienamente il proprio peso con il Sudan per frenare il genocidio in
Darfur", ha accusato l'amministrazione Bush di "aver sbagliato a ridimensionare l' aspetto dei diritti
civili nella propria linea politica sulla Cina". La
Clinton ha esortato i cinesi ad approfittare di questo momento "come
opportunità per tener testa alle aspirazioni umane universali per il rispetto
dei diritti umani, ideali che i Giochi olimpici rappresentano". Gli
americani, ha aggiunto la senatrice, sosterranno con forza la tutela delle
libertà religiose e d'espressione. Nello stesso tempo, la Clinton ha escluso
ipotesi di boicottaggio da parte degli atleti Usa, "che hanno lavorato
duro per guadagnarsi il diritto a competere alle Olimpiadi". Da Washington
a Roma. "Continuo a insistere che l'Europa debba esercitare una forte
pressione sulla Cina per spingere i cinesi al dialogo con il Dalai Lama e le
forze di opposizione del Tibet. Bisogna continuare a pressare: io ho proposto
che il Consiglio Europeo inviti il Dalai Lama. Sarebbe un atto politicamente molto forte". Così il ministro degli Esteri
italiano Massimo D'Alema. Roma rilancia è si fa portatrice in sede europea di
una proposta "politicamente forte". Forte
perché, spiega a l'Unità una fonte della Farnesina, il Consiglio Europeo è
l'organismo che riunisce i capi di Stato o di governo dell'Ue e il presidente
della Commissione europea: "Si tratterebbe - spiega sempre la fonte - di
un'assoluta novità rispetto al passato visto che il Dalai Lama ha già parlato
davanti all'Europarlamento". Al contempo, l'Italia non lascia cadere la
proposta di inviare in missione a Pechino la troika europea ai massimi livelli
(l'attuale presidenza di turno slovena, la prossima, francese e la presidenza
della Ue". La prospettiva evocata dalla diplomazia italiana incrocia un
cambiamento di tono da parte del mondo dello sport. Il Comitato olimpico
internazionale alza la voce contro la Cina, per la prima volta, si dice molto
preoccupato e chiede una soluzione pacifica in Tibet. Ma la Cina insiste: la
fiaccola dei Giochi, il cui giro del mondo si fa giorno dopo giorno più
travagliato a causa delle proteste anticinesi, farà tappa a Lhasa, la capitale
del Tibet. "Il passaggio della fiaccola viene preso come obiettivo",
ha detto il presidente del Cio Jacques Rogge parlando ieri a Pechino in una
riunione con i rappresentanti dell'Associazione dei Comitati Olimpici Nazionali
(Anoc). "Il Cio ha espresso seria preoccupazione e chiede una rapida e
pacifica soluzione in Tibet - ha proseguito - La violenza per qualsiasi ragione
non è compatibile con i valori della fiaccola e dei Giochi olimpici". Un
invito, velato ma chiaro, a Pechino a riconsiderare la decisione di far passare
da Lhasa la fiaccola olimpica. Pechino lo ha subito respinto. In una conferenza
stampa convocata in tutta fretta, il responsabile per la comunicazione del
Comitato Organizzatore (Bocog) Wang Hui, ha detto che la staffetta della
fiaccola "è un evento sportivo e non deve essere politicizzato"
"Credo che su questo punto Rogge abbia la mia stessa opinione", ha
aggiunto Wang. L'inflessibilità cinese ha dato però un segnale di cedimento:
per la prima volta, il telegiornale della notte della tv ufficiale Cctv1 ha
brevemente accennato agli incidenti che hanno costellato il passaggio della
fiaccola a Londra, l'altro ieri e a Parigi ieri. La presentatrice del tg delle
22 locali (le 16 italiane) ha detto che "un piccolo gruppo di persone ha
tentato di perturbare il passaggio della torcia a Parigi e Londra". In
precedenza erano andate in onda immagini del passaggio della fiaccola a Parigi,
con una forte presenza di poliziotti e con l'inviato della Cctv che si
rallegrava per "la calorosa accoglienza degli abitanti di Parigi, dei
cinesi d'oltremare e degli studenti cinesi".
( da "Liberazione" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
"L'alternativa
anticapitalistica non è un sogno E oggi è possibile perseguirla. Più di
ieri..." Angela Mauro Marco Ferrando, parli di unificazione delle banche
in un unico istituto restituito al controllo dei lavoratori. Bellissimo, ma non
pensi mai che possa essere solo un sogno? Presentiamo un programma di
alternativa anticapitalista, non ci rassegnamo a considerarla un sogno.
Attaccare il potere delle banche significa rivendicare l'abbattimento del
debito di milioni di lavoratori e famiglie povere nei confronti di banche
usuraie. Quale sarebbe il primo atto di un governo Ferrando, in politica economica ed estera? La lotta alla precarietà con
l'abolizione del pacchetto Treu, la legge 30 di Berlusconi ripresa da Prodi nel
pacchetto sul welfare. Politica estera: ritiro
immediato e incondizionato dell'Italia da tutte le missioni militari e abbattimento
delle spese militari salite a 29,9 miliardi di euro con il governo
Prodi, il 15-16 per cento in più rispetto a Berlusconi. Un ministro
dell'Economia e degli Esteri ideale? Per l'economia, un buon operaio
sindacalista che con le grandi imprese e le grandi banche usi lo stesso pugno
di ferro che loro hanno usato contro il mondo del lavoro negli ultimi 20 anni.
Agli Esteri, un militante di un movimento di solidarietà con il popolo
palestinese che abroghi il trattato di cooperazione economico e militare dell'Italia
con Israele. A quanto puntate nella prova del voto? Al salto quantitativo e
organizzativo del Partito Comunista dei Lavoratori (ride) . Usciremo dalla
campagna elettorale con una forza organizzativa triplicata rispetto a quando
siamo entrati, è già un successo. Nelle urne vi penalizzerà lo scarto tra
utopia e realtà? Bisogna ricostruire nei giovani la consapevolezza della
necessità di una alternativa anticapitalistica. Se vi si rinuncia e la si
considera un sogno si va verso la rassegnazione. Oggi c'è uno spazio più grande
per lo sviluppo di un'alternativa anticapitalistica. Ma se ci sono operai che
votano Berlusconi? C'è stato un arretramento della coscienza delle grandi
masse, ma ovunque si accumulano malcontento e pulsioni radicali. Sta ad una sinistra
anticapitalistica e rivoluzionaria indirizzare queste pulsioni contro le classi
dominanti. Hai sempre contestato la non-violenza bertinottiana. Bossi torna a
parlare di fucili e lotta armata. Come la mettiamo? Bossi fa demagogia, ma più
la sinistra abbassa il tono della propria radicalità anticapitalistica, più
spiana la strada alla capacità di richiamo di queste suggestioni reazionarie.
La cultura bertinottiana della non violenza rimuove la violenza quotidiana
delle classi dominanti contro la maggioranza dell'umanità ed è servita da
segnale politico di autolegittimazione presso le classi dominanti del paese,
per dire: non siamo una sinistra rivoluzionaria, possiamo stare al governo. Voi
ci pensate al governo? Non vi rinunciamo. Vogliamo costruire un ponte tra gli
obiettivi immediati - lotta alla precarietà, no alle missioni militari, difesa
dei diritti civili - e la prospettiva di un governo dei lavoratori di
alternativa anticapitalistica. Punti di riferimento? I Soviet nella prima
Russia rivoluzionaria o la Comune di Parigi. Si può dire che alle urne il
vostro "avversario" diretto sia Sinistra Critica? Loro hanno votato
la fiducia a Prodi, noi non lo avremmo mai fatto. Vogliamo costruire un partito
comunista, abbiamo una caratterizzazione operaio-popolare, loro appaiono più
come area di movimento intellettualistica. Altre passioni a parte la politica? Da ragazzino suonavo la batteria in una band, i
Capuleti, facevamo cover dei Beatles e dei Rolling Stones... 08/04/2008.
( da "Liberazione" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Uno stratega
repubblicano in Tv: "Ci sta provando". La Segretaria di Stato ha già
smentito Piace agli evangelici, è giovane e donna Condoleezza vuole fare il
vice McCain? Una battuta durante un'intervista Tv del mattino ha creato la
notizia. Lo stratega repubblicano Dan Senor era ospite in uno studio Abc e tra
le altre cose si è lasciato scappare: "Condi sta facendo attivamente
campagna da alcune settimane" per farsi includere nel ticket come
vicepresidente. A sostegno della sua affermazione Senor ha riferito che la
Segretaria di Stato ha "fatto visita" ad uno dei più influenti snodi
del conservatorismo a Washington. Il luogo è la sede di "America for Tax
Reform", un gruppo di pressione per l'abolizione di tutte le tasse
possibili guidato da Grover Norquist, che riunisce figure di spicco e organizza
incontri con i leader. "Quello che lo staff di McCain deve prendere in
considerazione - ha spiegato Senor - è se vuole o meno puntare su di un volto
nuovo, qualcuno molto più giovane, magari un governatore non molto noto alla
gente a cui serviranno diverse settimane per farsi conoscere, oppure su
qualcuno che la gente riconosce" e in questo senso, ha affermato Senor:
"Condi è un'opzione". "Non ho notato nessun segnale di questo
tipo". Così McCain ha spiegato che l'idea di una candidatura di Condi gli
suona del tutto inaspettata. Ai giornalisti, comunque, il candidato
repubblicano ha detto: "credo che sia una grande americana, è stata di
modello per tanti milioni di americani". La stessa Rice, una settimana fa,
aveva smentito l'ipotesi. Se uno volesse continuare con le speculazioni di
quelle che si sono immediatamente messe in moto potrebbe aggiungere che
Condoleezza si è di recente lanciata in una difesa indiretta del reverendo
Wright (il pastore di Obama). In quell'occasione Rice si spese per spiegare
quanto può essere duro crescere neri negli Stati Uniti. Qualche commentatore di
estrema destra aveva storto la bocca, ma quello poteva essere un tentativo di
sfondare in una fascia dell'elettorato, gli afroamericani, tra le più lontane
dai repubblicani. Se il candidato democratico fosse Obama, cercare voti neri
sarebbe però uno sforzo inutile. Certo, Condoleezza è donna ed è giovane, una
buona cosa per un candidato che avrà l'età come handicap. La donna
afroamericana è anche un lasciapassare per le cattiverie contro Obama o
Clinton: gli attacchi scorretti contro il candidato democratico non potranno
essere etichettati come sessisti o razzisti se in corsa dall'altra parte c'è
Condoleezza.Purtroppo per lei, Rice di mestiere fa la Segretario di Stato, è forte in politica
estera, stessa materia del veterano
dell'Arizona, che probabilmente avrebbe bisogno di qualcuno che coprisse la
materia economica. E poi, per finire, Rice sarà anche considerata, ma è la più
stretta e fedele collaboratrice di un presidente che è il meno popolare della
storia d'America. Non esattamente un punto di forza - almeno nella
prossima campagna elettorale. La forza di Condi sta nel suo essere una fedele
di quelle coi fiocchi e molto popolare tra l'elettorato repubblicano Doc. Se è
vero che uno dei grandi problemi di McCain sarà il disincanto, avere al suo
fianco una candidata capace di restituire entusiasmo a una delle colonne del
voto al Grand Old Party potrebbe essere un'idea. Se l'ipotesi Rice non si
concretizzasse, chi potrebbe essere la faccia giusta? Un giovane governatore o
una faccia conosciuta? Mitt Romney, già candidato preferito dell'establishement
è conservatore sui valori, forte in economia, ha soldi da spendere ed è amico
dei Bush. Ma lui e McCain non si piacciono e si sono
scambiati bordate pesanti nei primi mesi di primarie. Il senatore ex
democratico Joe Liebermann potrebbe attrarre vot indipendenti ma non piacerebbe
ai conservatori. Una possibilità potrebbe essere un governatore, magari Charlie
Christ della Florida, che ha aiutato McCain a vincere lo Stato e potrebbe
essere utile a conquistarlo a novembre. Ma per uno che farà la campagna
sull'Iraq e il terrorismo, un politico locale senza esperienza può non essere
abbstanza. Scegliere un vice è cosa difficile, ma McCain ha ancora qualche
mese, può trattare, ragionare, consultarsi. Se continua così, i democratici
potrebbero essere ridotti a scegliere un vice dopo l'estate. m. mazz.
08/04/2008.
( da "Messaggero, Il" del 08-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Dal nostro
corrispondente ANNA GUAITA NEW YORK - Cinquantaquattro anni, parla bene il russo,
il francese e il tedesco. E' elegante, colta e ha una bella
preparazione di politica
estera. Sulla carta, il segretario di Stato
Condoleezza Rice sarebbe una perfetta candidata alla vicepresidenza. E difatti
non passa settimana senza che il suo nome non venga fatto come possibile
braccio destro di John McCain, il senatore dell'Arizona candidato alla Casa
Bianca per il partito repubblicano. Il nome della Rice è comparso nelle
cronache televisive: "Condi sta facendo campagna per la posizione di
vice", ha detto un politologo del canale Fox News. Ma a gettare acqua
fredda sull'ipotesi è intervenuto lo stesso McCain, che ha commentato:
"Non me ne ero neanche accorto che ci fossero dei segnali in questo
senso". E ieri pomeriggio è scesa in campo la Rice, attraverso un amico
fidato: "Condi vuole solo tornarsene a vivere una vita normale". Non
è la prima volta che la Rice nega interessi vicepresidenziali, e non sarà
neanche l'ultima volta che il suo nome verrà fatto circolare. Il partito la
ama, ma i "realisti" riconoscono che la signora, brillante per quanto
sia, ha "troppo bagaglio", nel senso che la sua figura è fin troppo
strettamente collegata a George Bush, e soprattutto
alla gestione della guerra in Iraq. E non va dimenticato che John McCain stesso
nel passato l'ha criticata per non aver saputo amministrare bene il
dopo-guerra. McCain deve mantenere un difficile equilibrio nella sua campagna:
difendere la guerra, nella quale crede, ma criticarne la gestione iniziale, che
condanna come caotica. Oggi, avrà occasione di chiarire meglio la sua
posizione, quando al Senato si presenterà il generale David Petraeus, che deve
riferire sull'andamento della controffensiva lanciata un anno fa. Guerra a
parte, è anche vero che McCain fa fatica a coagulare intorno a sè il sostegno
dell'ala più conservatrice del partito, e alla fine non è detto che non sia
proprio lui a chiedere alla signora Rice di "correre" al suo fianco.
Una squadra McCain-Rice diminuirebbe l'effetto "storico" sia di una
candidatura Clinton, cioè della prima donna candidata alla Casa Bianca, sia di
una candidatura Obama, il primo afro-americano. I due democratici sono ancora
occupatissimi a combattere l'uno contro l'altro. Il loro prossimo appuntamento
è il