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Booktalk: Lei ha scritto per
decenni su avvenimenti di attualità e sulla storia contemporanea. Rispetto a
questo quadro temporale, in qualche modo ha cambiato il suo punto di vista?
Chomsky:
Naturalmente, ho acquisito maggiori conoscenze. E di conseguenza, anche i miei
punti di vista sono mutati. Sebbene non nelle linee fondamentali. Ad esempio,
in “Interventions”, ho sottolineato il riscontro di una serie di indicazioni
obiettive. Per citarne una, fintanto che non avevo letto le rivelazioni di
Taylor-Kiernan sui bombardamenti USA della Cambogia, non avevo idea di quanto
sconvolgenti fossero gli ordini trasmessi da Kissinger – ordini di questa
natura difficilmente rintracciabili negli archivi di qualche stato – o di come
strumentalmente gli Stati Uniti avessero dato luogo alla formazione dei Khmer
Rossi, argomenti in precedenza solo supposti. E vi sarebbero tanti altri begli
affari!
Booktalk: Cosa pensa potrebbe succedere se
l’esercito Statunitense si ritirasse dall’Iraq?
Chomsky: Non è
possibile affermare nulla con sicurezza.
Una possibilità è che l’opinione pubblica Irachena, del tutto coerentemente
come lo è stata e lo è ancora, rimanga nelle sue conclusioni, che la presenza
dell’esercito di occupazione sia la causa più importante della violenza interna
– compresa la più recente “ondata” di massacri – come rilevato dai sondaggi ad
ampio raggio di ABC-BBC-NHK diffusi il 10 settembre, il giorno prima delle
dichiarazioni di Petraeus, e come ampiamente comunicato da voi.
Se così, il ritiro dell’esercito di invasione dovrebbe ridurre le tensioni e
potrebbe condurre a un qualche tipo di riconciliazione fra gli Iracheni. Questo
viene anche anticipato da un certo numero di specialisti. O, al peggio,
potrebbe succedere qualcosa come è successo quando i Russi si sono ritirati
dall’Afghanistan e sono subentrate le forze del terrorismo fondamentalista
Islamico appoggiate dagli USA, riducendo il paese a brandelli, con una tale
violenza e distruzione che la popolazione ha dato il benvenuto ai Talebani. Non
vi è modo di sapere cosa accadrebbe con una certa sicurezza.
Booktalk: Il suo saggio su Hugo Chavez non evidenzia
alcuna preoccupazione rispetto alle libertà democratiche e civili in Venezuela.
È questa la sua opinione?
Chomsky:
Francamente, la questione importante è ciò che i Venezuelani pensano su questi
argomenti. Su questo, abbiamo prove abbastanza sostanziali. Una fonte
importante sono i sondaggi effettuati da Latinobarometro, la più autorevole
organizzazione sondaggistica Cilena, che controlla con regolarità e in maniera
profonda le opinioni pubbliche in America Latina. Il loro ultimo rilevamento in
America Latina trova che il Venezuela occupa il primo posto, ex-aequo con
l’Uruguay, fra i governi liberamente eletti, per il suo supporto alla democrazia,
valutazione che si è accentuata in modo deciso durante gli anni di Chavez. E
che i Venezuelani eccellono su ogni altro paese per ottimismo rispetto alle
aspettative economiche. Nei media non mancano le censure accanite e il biasimo
nei confronti di Chavez, ma non ho visto nulla su questi sondaggi.
La mia impressione è che siamo in presenza di una miscela di forme certamente
promettenti di partecipazione democratica, che si accompagnano ad una diffusa
corruzione e a tendenze autoritarie che sono potenzialmente pericolose. Le
libertà civili sono state generalmente protette, e perfino i critici più duri,
che proprio non scherzano, lo ammettono. Alcune critiche Occidentali più
pesanti riguardano il rifiuto del governo di rinnovare la licenza di trasmettere
alla RCTV (che ora trasmette solo via cavo). Sono d’accordo che questo è stato
sbagliato. Sono anche d’accordo con i commenti Occidentali, che “questo non
potrebbe succedere da noi”. Per tante buone ragioni. Questo non potrebbe
succedere da noi, dato che se fosse successo un colpo di stato militare negli
Stati Uniti con il rovesciamento del governo, lo scioglimento del Congresso e
della Corte Suprema e di ogni istituzione democratica, e se la CBS, tanto per
dire, avesse pubblicamente sostenuto il golpe e grossolanamente distorto quello
che stava succedendo per facilitarne gli eventi, anche se poi il colpo di stato
venisse respinto da una insurrezione popolare, allora la CBS non avrebbe potuto
vedere la sua licenza revocata 5 anni più tardi. Piuttosto, i proprietari e i
manager dell’emittente si sarebbero trovati da tanto tempo in prigione e con
tutta probabilità avrebbero dovuto aspettarsi la pena di morte. È bello
sottoporre a critiche le violazioni dei diritti da parte di un nemico pubblico,
ma dovrebbero esser posti dei limiti all’ipocrisia!
Booktalk: Qual’è la sua opinione sui candidati che
concorrono alle primarie Presidenziali del Partito Democratico?
Chomsky:
Restando ai candidati in corsa, non ne ricevo una buona impressione. Prendiamo
Barack Obama, ad esempio. Nel New York Times del 2 novembre 2007, un articolo
in prima pagina riferisce sulle sue posizioni in politica estera, espresse in
una intervista esclusiva. L’articolo si apre riferendo che, se eletto, Obama
offrirebbe una “eventuale promessa, di non indurre in Iran ‘un cambiamento di
regime’”, però solo se l’Iran bloccasse “le sue azioni irresponsabili” in Iraq,
cessando di appoggiare “attività terroristiche” e si dimostrasse pronto a
collaborare con gli Stati Uniti sulle “problematiche nucleari”. Quindi, non una
promessa, ma solo una “eventuale promessa”, in relazione ad un “buon
comportamento”.
Teniamo chiaramente presente che la minaccia della forza rappresenta ancora una
grave violazione della Carta delle Nazioni Unite, ma sembra che questo non
costituisca argomento di preoccupazione. Infatti, dobbiamo costringerci a
fissare la nostra attenzione sull’idea che l’Iran stia mettendo in atto “azioni
irresponsabili” in Iraq e, nel contempo, sull’assunto che Noi Abbiamo Diritti
sul Mondo, tanto che, se noi invadiamo ed occupiamo un altro paese, ogni
interferenza con le nostre azioni deve essere da noi considerata
“irresponsabile”.
Sul “terrorismo” e sulle “problematiche nucleari” rimando ai commenti su
“Interventions”, che chiaramente incidono solo sulla superficie, ma bastano per
illustrare quanto queste dichiarazioni di Obama siano sbalorditive: ancora una
volta, non costituisce eccezione il presupposto che Noi Abbiamo Diritti sul
Mondo.
I candidati differiscono un po’ su questi argomenti. Qui non abbiamo lo spazio
per andare sui dettagli. Fra tutti i candidati, le posizioni portate avanti da
Edwards mi sembravano le migliori, ma forse sarebbe più preciso dire “le meno
sgradevoli”.
Booktalk: Da “What is at Stake in Iraq – Cosa c’è in
gioco in Iraq”, citiamo:
“Comunque, in via generale - in
Iraq, negli Stati Uniti o in qualsiasi altra parte – l’opinione pubblica non
viene considerata pertinente dagli artefici delle politiche, a meno che possa
costituire ostacolo alle scelte adottate. Vi sono sempre più indicazioni del
profondo disprezzo per la democrazia da parte dei pianificatori e dei loro
accoliti, accompagnamenti usuali di un flusso di bolsa retorica sull’amore
della democrazia e delle missioni messianiche per promuovere la democrazia.”
Questo passo potrebbe facilmente
riguardare qualsiasi campo della politica estera degli USA, non solo per
l’Iraq. Molte parti del suo libro “Interventions” sono aperture di finestre su
come gli artefici della politica non tengano in nessun conto e mostrino palese
disprezzo per le pubbliche opinioni, quando valutate di ostacolo. Due domande:
se gli Stati Uniti non esprimono una democrazia rappresentativa quando
pianificano e danno attuazione alla loro politica estera, allora come
definirebbe tutto questo? Potrebbe spiegare i meccanismi per cui questi
progettisti della politica abbindolano (se questo non è il giusto termine,
quale sceglierebbe lei?) l’opinione pubblica in modo da ricevere il sostegno
alla loro politica estera?
Chomsky: Gli
Stati Uniti sono una democrazia formale, ma adempiono alle funzioni
democratiche solo parzialmente. Forse, sono il paese più libero nel mondo, ma
esiste una divaricazione grandiosa fra pubblica opinione e politiche pubbliche
su molte problematiche essenziali – e su molte di queste, io penso, la pubblica
opinione è molto più sensibile e, se seguita, potrebbe condurre verso un
cammino per un mondo migliore. Non passerò in rassegna le ragioni di questo,
discusse in un capitolo in “Interventions” e con maggiori particolari altrove:
di recente nel mio libro “Failed States”. Ed analizzate anche da Benjamin Page
e Marshall Bouton in “The Foreign Policy Disconnect”, che dimostrano come
l’opinione pubblica tenda ad essere coerente e abbastanza stabile nel tempo.
Alle volte la propaganda mediatico-governativa inganna il pubblico, drammatici
esempi quelli specifici su Saddam e sull’11 settembre. Noi conosciamo molto
bene i mezzi di comunicazione: la propaganda mediatico-governativa viene messa
in azione in modo così intenso, da ottenere effetti decisamente riscontrabili.
Ma piuttosto spesso, l’opinione pubblica non si lascia raggirare e continua ad
opporsi alle decisioni politiche governative, dei media, e di ristrette cerchie
elitarie, come viene dimostrato da studi sull’opinione pubblica.
Booktalk: Perché la necessità di esternazioni
altamente retoriche e messianiche? Chi costituisce il loro auditorio, le stesse
loro vittime, l’opinione pubblica?
Chomsky: Si va
ben oltre! Gli Stati Uniti sono lungi dall’essere inusitati a questo riguardo,
condizionati dall’erudizione e dalla generale oratoria pubblica, contrariamente
alle illusioni su una “eccezionalità Americana”. La Gran Bretagna, la Francia
ed altri paesi hanno presentato più o meno le stesse modalità, particolarmente
nei loro giorni di posto al sole. Questo lo è stato anche per i peggiori
mostri: Hitler, Mussolini, i fascisti Giapponesi, ecc. La retorica è abbastanza
comunemente altera e messianica – e probabilmente anche con un certo seguito,
come dimostrato da documenti interni. Ne ho presi in visione molti di questi,
nero su bianco, fin dagli anni Sessanta.
Booktalk: Ancora da “What is at Stake in Iraq – Cosa
c’è in gioco in Iraq”, citiamo:
“Molti osservatori temono che il
ritiro USA dall’Iraq potrebbe portare ad una guerra civile, già pronta a
spiccare il volo, e ad un deterioramento del paese. Sulle conseguenze della
ritirata, noi abbiamo il diritto al nostro personale giudizio, anche questo
comunque basato su deboli informazioni e incerto, …tanto quanto quello
dell’intelligence USA. Ma queste opinioni non hanno importanza. Quello che
importa è ciò che pensano gli Iracheni. O meglio, questo è quello che dovrebbe
essere importante.”
Tutti i giudizi che riguardano il
ritiro degli USA sono effettivamente, e allo stesso modo, basati su deboli
informazioni e incerti? Esistono alcuni strumenti di logica, storia o direttive
morali che si dimostrano più giustificati di altri in questo processo?
Chomsky:
Esistono alcune differenze. Persone come Juan Cole e Hans von Sponeck sono
meglio informate di Dick Cheney, Donald Rumsfeld, o Condoleezza Rice, come
rivelano i documenti. (N.d.tr.: Juan Cole, professore di Storia moderna
mediorientale e sud-asiatica all’Università del Michigan; Hans von Sponeck,
coordinatore umanitario delle Nazioni Unite a Baghdad).
Esistono dei semplici principi guida morali, che sono purtroppo quasi
uniformemente rigettati. Il più evidente è il principio di universalità, il
fondamento di ogni codice morale, che dovrebbe essere preso in considerazione
in modo serio: “quello che è giusto per me è giusto anche per te; quello che è
ingiusto per te e ingiusto anche per me”.
La storia ci fornisce insegnamenti che possono essere messi in discussione. Gli
strumenti di logica dovrebbero essere incontrovertibili.
Booktalk: Cosa avverrebbe se gli Iracheni,
attraverso un processo legittimo, richiedessero alle forze Statunitensi di
rimanere, perfino con un aumento della loro presenza?
Chomsky: Gli
aggressori dovrebbero prestare seria attenzione alla volontà delle loro vittime.
Se gli Afgani, negli anni Ottanta, avessero desiderato che gli invasori Russi
rimanessero, addirittura con un aumento della loro presenza, questo avrebbe
dovuto costituire un fattore per indurre i Russi a non ritirarsi. Per inciso,
molti Afgani con tanta probabilità se lo erano augurati, ad esempio le donne di
Kabul, che avevano conquistato molti diritti sotto l’occupazione dei Russi, e
certamente non venivano deliziate dalle azioni dei prediletti di Reagan, come
quel comandante terrorista Gulbuddin Hekmatyar, la cui forma di divertimento
era di gettare acido in faccia alle donne che lui considerava troppo libere. Ma
la questione è puramente accademica, in entrambi i casi.
Booktalk: Da “The Cold War Between Washington and
Tehran – La Guerra Fredda fra Washington e Teheran”, citiamo:
“Per gli Stati Uniti, il problema
principale in Medio Oriente è stato, e rimane, l’effettivo controllo delle sue
immense risorse energetiche. L’accesso alle risorse è questione secondaria.
Dato che il petrolio vi si trova a fiumi, questo scorre in ogni dove. Ci si
rende conto che il suo controllo è uno strumento di dominio globale.”
Una parte importante delle sue
tesi rispetto all’egemonia degli Stati Uniti considera il loro ruolo nel
controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente. La citazione sopra
riportata distingue tra controllo ed accesso al petrolio nella regione.
L’opinione pubblica Americana fa questa stessa distinzione, e se no, perché?
Chomsky: Non
ho mai visto uno studio in merito, ma dubito veramente molto che il pubblico
faccia questa distinzione. Presupponendo di no, le motivazioni dovrebbero
essere chiare. Le analisi e i commenti nei media e nei giornali raramente fanno
questa distinzione, e sfortunatamente nemmeno la intellettualità. Invece, la
distinzione è veramente chiara ed importante.
Booktalk: Il controllo di queste risorse da parte
degli Stati Uniti necessariamente equivale al dominio globale; perché non
vedere come sia necessario proteggere e mantenere queste risorse lontane dalle
mani di dittatori, tiranni e terroristi?
Chomsky:
Questo controllo, non “necessariamente” procura il dominio globale, ma risulta
un fattore cruciale, come la Gran Bretagna ha dovuto convenire un secolo fa, e
gli strateghi Statunitensi hanno riscontrato dal momento in cui gli USA sono
diventati la potenza dominante globale dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Seriamente, non possiamo suggerire che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti
abbiano cercato di mantenere le risorse fuori dalle mani di dittatori, tiranni
e terroristi. Anzi, tutto il contrario. Sia la Gran Bretagna che gli USA (ed
altri attori minori) si sono impegnati a mantenere le risorse in tali mani,
fino a quando costoro si sono comportati da clienti obbedienti. Basta prestare
attenzione alle loro azioni nel corso degli anni – per esempio, all’appoggio
concesso alla tirannia dell’Arabia Saudita, lo stato Islamico più estremamente
fondamentalista nel mondo; o alla loro imposizione in Iran del regime dello
Scià, un brutale tiranno e torturatore, con il rovesciamento di un governo
parlamentare; o alla loro incontenibile euforia quando il dittatore Suharto ha
preso il potere, distruggendo il sistema parlamentare, sovrintendendo al
massacro di centinaia di migliaia di persone in pochi mesi, instaurando un
regime di terrore e violenza, ma mettendo a disposizione le ricche risorse del
paese, come il petrolio, allo sfruttamento Occidentale - comunque restando “una
specie di nostro fantoccio”, come veniva descritto dall’amministrazione
Clinton, senza mai entrare nel merito di quanto spaventosi fossero i crimini da
lui commessi (regolarmente con l’appoggio degli Stati Uniti e della Gran
Bretagna, fra gli altri).
Ma mettendo da parte il fatto che la storia drammaticamente rifiuta le
opinioni, è indubbiamente vero che i leader politici ritengono e vedono le loro
azioni come favorevoli, nel miglior interesse del mondo. Come avevo già citato,
questo atteggiamento è quasi universale, tipico anche dei peggiori mostri.
Possiamo anche porci alcune fondamentali domande: (1) Desideriamo un mondo in
cui ad una grande potenza viene assicurata l’autorità di far ricorso alla forza
e alla violenza per decidere come le risorse del mondo dovrebbero essere
controllate? (2) E se sì, vogliamo scegliere quale ruolo assegnare allo stato
che è considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo, anche in
Europa, come dimostrano inchieste internazionali? Io presumo che la risposta
alla domanda (1) dovrebbe essere negativa, lasciando in discussione la (2),
dato che una risposta avrebbe bisogno di una piccola elaborazione.
Booktalk: Da “The Cold War Between Washington and
Tehran – La Guerra Fredda fra Washington e Teheran”, citiamo:
“Per Washington, la principale
colpa di Teheran è stato il suo porsi come sfida, risalendo nel tempo al
rovesciamento dello Scià nel 1979 e alla crisi degli ostaggi all’ambasciata
Statunitense. Il ruolo sinistro svolto dagli USA in Iran in anni precedenti è
stigmatizzato dalla storia. A ripagare della sfida Iraniana, Washington
immediatamente ripiegò ad appoggiare l’aggressione all’Iran da parte di Saddam
Hussein, che causò centinaia di migliaia di morti e lasciò la regione in
rovina. Poi vennero feroci sanzioni, e sotto Bush, il rifiuto di un approccio
diplomatico Iraniano, a vantaggio di crescenti minacce di diretta aggressione.”
Tutto quello che appare come sfida
all’egemonia Statunitense diventa la principale motivazione degli interventi
militari USA all’estero, e l’Iran non fa eccezione. Lei può brevemente spiegare
cosa significa “egemonia USA”, e come questo viene presentato all’opinione
pubblica Americana dai nostri dirigenti eletti?
Chomsky: La
sfida è un fattore, alle volte, completamente esplicito. Così, documenti
interni degli anni Kennedy-Johnson identificano Castro come una minaccia,
giustificando quindi il terrorismo USA su larga scala e lo strangolamento
economico, come metodi di “sfida a buon esito” a Castro da parte della politica
degli Stati Uniti, con riferimento al passato alla Dottrina Monroe.
Egemonia significa la capacità di coercizione e di controllo sugli altri. Non è
mai assoluta, anche sotto Stalin ed Hitler. Ma questo è abbastanza vicino alla
realtà. Viene presentata all’opinione pubblica come categoria nobile e benigna,
che richiede abnegazione nell’interesse della gente che soffre nel mondo.
Comunque questa è una replica di un vecchio disco. La stessa cosa è stata vera
, spesso con le medesime parole, per altre potenze dominanti, anche per i
peggiori mostri citati da me prima. Ho potuto constatarlo in molti casi.
Booktalk: Può sviluppare l’argomento relativo al
processo di come il ruolo sinistro svolto dagli USA in Iran in anni precedenti
venga stigmatizzato dalla storia? Come avviene che giornalisti, commentatori e
dirigenti politici siano tutti impotenti a dare un indirizzo a questa storia
imposta? Che siano tutti collusi?
Chomsky: Il
processo è assolutamente semplice ed è stato anche studiato dal mondo
accademico. Nel mio libro “Necessary Illusions”, ho preso in considerazione
molte fonti, la più importante delle quali è lo studio accurato di Mansour
Farhang e William Dorman, “The US Press and Iran”, che analizza nei dettagli
come i media abbiano cancellato le violazioni estreme dei diritti umani sotto
la tirannia dello Scià, con gli USA dietro alle quinte, mentre all’improvviso
siano diventati appassionatamente sensibili ai diritti umani appena lo Scià
veniva cacciato e l’Iran scivolava dal ruolo di cliente a quello di nemico
pubblico. Questo è del tutto emblematico. Perché? Una semplice e ragionevole
risposta è fornita da George Orwell nel sua introduzione (mai pubblicata) a
“Animal Farm – La fattoria degli Animali). Orwell vi discuteva su come nella
libera Inghilterra le idee impopolari potevano venire eliminate senza l’uso
della forza, producendo una situazione che, a questo riguardo, egli affermava,
non era interamente dissimile dalla mostruosità totalitaria che egli aveva
messo in satira. La principale motivazione consiste nel fatto che le norme
predominanti della cultura intellettuale inculcano nelle classi istruite il
concetto che vi sono certe cose che “non si dovrebbero dire, o
addirittura…pensare!”. Io ritengo che, se ci facciamo un’autoanalisi onesta,
possiamo con tutta facilità trovare degli esempi.
Booktalk: La dirigenza politica USA dovrebbe essere
considerata responsabile per i crimini di guerra commessi contro l’Iran da
Saddam Hussein, con il sostegno degli Stati Uniti? Cosa dovrebbe succedere
prima, in modo che questa giurisdizione venisse applicata e le persone accusate
assicurate alla giustizia?
Chomsky: Se
noi accettiamo l’elementare principio morale dell’universalità, allora non vi è
dubbio che i dirigenti politici USA dovrebbero essere considerati responsabili
per il loro consapevole appoggio a crimini orrendi, ma ancor di più per i
crimini da loro stessi direttamente commessi. A questo proposito, vale
ricordare le parole eloquenti del Giudice Robert Jackson a Norimberga,
riportate in “Interventions”, che esplicitamente rimandano a questa questione.
Cosa dovrebbe accadere prima, in modo che si debba applicare a noi stessi i
principi che tanto severamente applichiamo agli altri? Qualcosa come una
rivoluzione morale. Questo è ben lungi dall’essere possibile. Vi sono stati
considerevoli progressi a questo riguardo nel corso degli anni, sebbene vi sia
ancora tanta strada da fare.
Booktalk: Da “Interventions”, citiamo:
“In Occidente, ogni dichiarazione
diretta del Presidente Iraniano Mahmoud Ahmadinejad immediatamente viene
riportata nelle prime pagine, tradotta a volte in dubbio modo. Ma come ben si sa,
Ahmadinejad non esercita il controllo sulla politica estera, che invece è
tenuto nelle mani del Supremo Leader Ayatollah Ali Khamenei.”
Come interpreta lei lo scambio di
vedute fra il Rettore della Columbia Univ. Lee Bollinger e il Presidente
Iraniano Mahmoud Ahmadinejad? Un tale evento avrebbe potuto essere condotto in
modo differente, con migliori risultati, e come? Se questo incontro fosse
avvenuto al MIT e lei avesse partecipato al dibattito con il Presidente
Iraniano sulle problematiche importanti del mondo, quali sarebbero state le
domande che avrebbe desiderato rivolgergli?
Chomsky: Il
commento più pertinente che io ho letto sul comportamento del Rettore
Bollinger, e sulla reazione dei mezzi di comunicazione, è stata una
corrispondenza in Asia Times, che esprimeva, io immagino, l’opinione prevalente
esterna al mondo Occidentale:
“Una dimensione di arroganza Occidentale che lascia più che sgomenti…è la
diatriba con cui il Rettore della Columbia University, Lee Bollinger, ha scelto
di “salutare” il suo ospite, un capo di stato…Fosse stato il Presidente Bush
accolto nella stessa maniera in qualche università del mondo in via di sviluppo
– e i motivi ci sarebbero tutti per qualificarlo come “dittatore meschino e
crudele” – il Pentagono istantaneamente sarebbe passato a modalità
“bombardamento-con-democrazia”.”
A questo commento, noi possiamo aggiungere che i crimini di Bush hanno superato
di molto ogni altro attribuito a Ahmadinejad.
Indubbiamente, l’incontro avrebbe potuto essere condotto in modo differente, e
non c’è bisogno di discussione. La Columbia University aveva già fornito molti
esempi in merito.
Poche ore prima del discorso di Ahmadinejad alla Columbia, l’Università aveva
dato il benvenuto al Presidente del Turkmenistan, ben noto come paese di…
vivace democrazia con un record astronomico sui diritti umani – e pieno di gas
naturale, tanto agognato dagli Stati Uniti. Non veniva considerata necessaria
alcuna diatriba.
Non tanto tempo prima, il Rettore Bollinger aveva ben accolto il dittatore
militare del Pakistan, Pervez Musharraf. Egli aveva aperto il suo smaccato
discorso di benvenuto, affermando che “Raramente noi abbiamo un’opportunità
come questa di salutare una personalità di una tale importanza mondiale. È con
immensa gratitudine ed eccitazione che accolgo il Presidente Musharraf e la sua
signora…alla Columbia University…Signor Presidente, nel condividere con noi i
vostri pensieri e le vostre intuizioni, voi fornirete ai nostri studenti, la
classe dirigente di domani, le dirette conoscenze sul mondo che la loro
generazione erediterà. Presidente Musharraf, noi la ringraziamo per essere qui
oggi, e le diamo il benvenuto alla Columbia University.”
Ad intensificare la metafora, mentre Bollinger rimbrottava Ahmadinejad, la
polizia antisommossa di Musharraf sparava gas lacrimogeni e picchiava giuristi
e difensori dei diritti umani, che protestavano contro il progetto di Musharraf
di essersi fatto rieleggere mentre era ancora a capo dell’esercito. E quindi
stava sul punto di promulgare la legge marziale.
Soffermiamoci sull’Iran; poco tempo dopo che lo Scià era stato messo sul trono
dal colpo di stato militare organizzato dagli USA e dalla Gran Bretagna,
spodestando il sistema parlamentare Iraniano, nel 1955 la Columbia University
aveva invitato il despota a partecipare al “Gabriel Silver Memorial Lecture”
dedicato alla Pace Internazionale, assegnandogli inoltre la laurea ad honorem.
Nella sua prolusione, lo Scià raccomandava che “Noi dobbiamo essere forti
internamente ed esternamente in modo sufficiente da cancellare ogni tentazione
di sovversione interna, appoggiata dall’esterno.” Il resoconto del New York
Times non registrava alcun imbarazzo. Il titolo di apertura recitava: “Lo Scià
elogia gli USA per la loro politica di pace; il Sovrano dell’Iran invita
l’Occidente a sostenere l’indipendenza delle Nazioni” – proprio come gli Stati
Uniti e la Gran Bretagna avevano fatto con tanta grazia e nobiltà nel suo
paese!
Certamente sì, vi sono molti modi di accogliere tiranni e torturatori, mentre
si conformano alla dottrina di stato.
Nessuno era stato incoraggiato a contestare Ahmadinejad. Semplicemente veniva
sottoposto ad insulti e al ridicolo. Forse la volgarità più infantile veniva
raggiunta dal New Yorker, che riportava in copertina Ahmadinejad in un servizio
igienico con il piede che si allungava alla vicina tazza-box. Le stupide
osservazioni di Ahmadinejad attorno agli omosessuali in Iran avevano suscitato
in modo particolare il ridicolo del giornale, offendendo in modo pesante gli
Occidentali, che avevano un tale primato stellare nella…difesa dei diritti dei
gay, sin da quando avevano conquistato l’indipendenza, secoli fa. Chi potrebbe
immaginare che il Presidente Bush possa essere stato governatore di uno stato
che metteva fuori legge la sodomia, per esempio. E chi potrebbe immaginare che
il governo Britannico possa avere assassinato lo scienziato matematico ed
informatico Alan Turing, costringendolo a sottoporsi ad una terapia ormonale a
causa del suo “disturbo”, inducendolo al suicidio. Eravamo nel 1953, anno che
ha un certo significato nelle relazioni USA-Gran Bretagna/Iran.
Se vi fosse stato un dibattito programmato, e se fossi stato invitato a
parteciparvi, avrei rifiutato. Comunque, la possibilità è così remota che non
vi è alcuna necessità di discussione a proposito.
Booktalk: Può farci partecipi delle sue
considerazioni intorno a Hugo Chavez e Osama Bin Laden, che hanno utilizzato i
suoi testi e il suo nome nei discorsi in cui veniva criticata la politica
estera degli USA? Durante la sua relazione all’Assemblea Generale dell’ONU,
Chavez ha portato con sé sul podio il libro “Hegemony or Survival”; e Bin Laden
ha fatto riferimento a lei come un esempio di illuminato punto di vista
Statunitense sulle problematiche mondiali. Lei, avrebbe preferito che non lo
avessero fatto, o per lei questo risulta irrilevante, o riscontra una qualche
valenza nei loro tentativi di utilizzare il suo lavoro quando inviano messaggi
al mondo?
Chomsky: Bin
Laden ha espresso la sua approvazione per il fatto che mi sono opposto
all’invasione dell’Iraq. Per questo, avrei forse dovuto approvare l’invasione?
Bin Laden ha anche lanciato un avvertimento relativo alla minaccia del
riscaldamento del globo. Allora, dovremmo vendere le nostre biciclette per
acquistare fuoristrada Humvees? Bin Laden è andato ben oltre al suo occasionale
riferimento alla mia persona, quando ha raccomandato un libro di Michael
Scheuer, l’agente ultra-falco della CIA che condanna Bush per il suo
“delicato”approccio all’uso della forza ed esorta ad agire senza tanto rispetto
per le libertà civili, se necessario. Io dubito che Scheuer se ne sia curato (o
che sia stato interpellato per questo). Perché dovrei darmi tanti pensieri di
ciò? Lo stesso vale per Hugo Chavez. Se lui desidera raccomandare il mio libro,
perché dovrei preoccuparmi?
Booktalk: Nel corso della storia, civiltà potenti
sono collassate. Appare inevitabile che gli Stati Uniti dovranno subire la
stessa sorte nel tempo. Quali sono le sue previsioni, se, quando e perché gli
USA subiranno un simile destino?
Chomsky: Nella
storia non esiste nulla di inevitabile. Previsioni sugli avvenimenti umani
difficilmente hanno un alto grado di accuratezza, per tante buone ragioni.
Troppo dipende dalla volontà e dalle scelte. Più importanti delle congetture
sono le azioni a contribuire a dare forma al futuro.
Booktalk: Come può un’idea come l’Anarchismo (in
tutte le sue sfaccettature – in modo particolare l’anarco-sindacalismo, vale a
dire, la forma dell’economia partecipativa) divenire più appetibile per
l’elettorato Statunitense?
Chomsky: Io
non penso che questo sia particolarmente complesso. Nella storia Americana le
idee hanno forti radici, argomento che io ed altri autori abbiamo discusso. Io
credo che le idee stiano semplicemente sottopelle per la cosiddetta gente
normale. Quanto a come portare queste (o altre) idee più vicino al centro
dell’attenzione e dell’attivismo, non esistono chiavi magiche, ma i soliti,
sempre validi, strumenti: l’istruzione, l’organizzazione, le azioni, con le
modalità più opportune a seconda delle circostanze. In passato si è lavorato
molto, ritengo che bisognerà farlo anche in futuro.
Booktalk: Qual’é il modo più logico, o equilibrato,
o saggio (scelga lei il termine) per rapportarsi alle problematiche delle armi
nucleari, o delle altre armi di distruzione di massa; e quali sono i rischi
corsi dagli artefici della politica degli Stati Uniti in questo campo?
Chomsky: L’80%
degli Americani ritengono che gli USA dovrebbero onorare i loro obblighi legali
secondo il Trattato di Non Proliferazione impegnandosi negli sforzi “in buona
fede” per eliminare le armi nucleari, insieme a tutte le altre potenze
atomiche. Io ritengo che questo sarebbe veramente saggio! A volte, gli artefici
della politica si sono mossi in questa direzione: uno dei casi importanti da
portare ad esempio sono le iniziative “Nunn-Lugar”. Ma spesso questi strateghi
hanno agito per intensificare i rischi di “tra poco l’apocalisse”, per citare
l’avvertimento di Robert McNamara. L’amministrazione Bush è notoria per questo.
Non sarebbe necessario una volta ancora passare in rassegna altri casi (un
certo numero di esempi, oltre che in altre parti, sono stati citati in
“Interventions”).
Booktalk: Quali sono le sue considerazioni relative
a "An Inconvenient Truth – Un’imbarazzante Verità”di Al Gore: la sua
condivisione del Premio Nobel per la Pace 2007, le sue premesse fondamentali,
le sue proposte per delle soluzioni, il suo bagaglio politico che egli porta
nella discussione; essenzialmente, lei è d’accordo con le conclusioni raggiunte
dal Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici IPCC, e se così, cosa
sarà necessario modificare economicamente per invertire il corso delle cose
lontano da una catastrofe climatica?
Chomsky: Gore
ha svolto un ruolo costruttivo nel portare all’attenzione del grande pubblico
queste problematiche cruciali. Io non possiedo le competenze per formulare un
giudizio autonomo, ma penso che sia giusto assumere come convincenti le
conclusioni dell’IPCC, con tutta probabilità non sufficientemente
allarmistiche, come un certo numero di uomini di scienza autorevoli hanno fino
ad ora osservato. Bisognerebbe stabilire le operazioni per mitigare la
probabile crisi, forse catastrofica, attraverso la conservazione e lo sviluppo
delle fonti energetiche rinnovabili non dannose, e mediante cambiamenti
nell’organizzazione sociale ed economica, nei modi più opportuni, anche se non
incombesse una crisi ambientale. Qui non è opportuno entrare nei dettagli, ma
ci si augura che almeno le linee generali siano a tutti familiari.
20 marzo 2008
Fonte: http://www.Booktalk.org
http://www.zcommunications.org/zspace/noamChomsky
Noam Chomsky's ZSpace Page
(Traduzione di Curzio Bettio di
Soccorso Popolare di Padova)
Non ce l'hanno fatta
George W. Bush e Vladimir Putin, nel loro ultimo incontro da presidenti,
a trovare un accordo sullo Scudo Spaziale. E nessuno, in realtà, se
l'aspettava. Ma il vertice dell'addio di Soci ha prodotto lo stesso un
documento ambizioso: una dichiarazione strategica che mira ad illuminare la
strada ai successori dei leader della Casa Bianca e del Cremlino, una carta
nautica da seguire tra gli scogli insidiosi dei rapporti tra Mosca e
Washington. Una lunga lista: dai trattati sul disarmo alla lotta al terrorismo,
dalla non-proliferazione nucleare alla cooperazione economica.
È stato un incontro anomalo sotto numerosi aspetti quello dei presidenti russo
e americano sul Mar Nero, una occasione finale dove le esigenze più immediate
della transizione si sono intrecciate col desiderio reciproco, nel crepuscolo
delle loro presidenze, di essere ben giudicati dalla Storia.
In quest'ottica ha avuto un ruolo importante la presenza a Soci di Dmitri
Medvedev, l'erede di Putin, che ha avuto un faccia a faccia con Bush e ha
partecipato ai due pranzi (ieri sociale, oggi di lavoro) che hanno fatto da
cornice al summit.
Ai giornalisti che gli chiedevano un giudizio a caldo sul prossimo leader del
Cremino, Bush ha risposto «l'ho incontrato solo per 20 minuti. Ma mi sembra un
tipo diretto, una persona in gamba». Ma stavolta non ha voluto rivelare, a
differenza del famoso primo incontro con Putin, che cosa «ha letto nella sua
anima».
Ma il vertice di Soci è vissuto soprattutto sulla dinamica del rapporto tra
Bush e Putin, che si sono riempiti di complimenti reciproci ancora più del
solito («È un forte leader. Ho sempre avuto grande rispetto per lui», ha
affermato il presidente americano. «È sempre stato un piacere
avere a che fare con lui», ha replicato Putin).I due, nel tentativo di
agevolare la transizione ai loro successori, hanno ribadito nella conferenza stampa
il loro impegno a lasciare in eredità un rapporto costruttivo. In un documento
congiunto hanno dichiarato la loro scelta strategica di relazioni costruttive
che vadano oltre i limiti della deterrenza.
In questo quadro di buona volontà resta però ancora da superare lo scoglio
dello scudo spaziale. Putin ha detto: «Il nostro atteggiamento fondamentale
verso questo programma non è cambiato». Restano invariate le diffidenze. E in
particolare continua ad essere giudicata inaccettabile la decisione americana
di installare le due basi del sistema in Polonia e Repubblica Ceca, due paesi
dell'est europeo. Ma si è aperto uno spiraglio: alcune della garanzie promesse
dagli americani sono apparse a Putin degne di essere approfondite. «La cosa
migliore sarà quella di lavorare insieme», ha affermato il leader del Cremlino.
Il punto centrale è la creazione di un sistema che veda - come sottolinea una
dichiarazione a parte sullo scudo concordata a Soci - Stati Uniti, Russia ed
Europa impegnati come «partner uguali». A queste condizioni Putin ha espresso
un «cauto ottimismo» sulla possibilità di arrivare al successo. «Ma il
diavolo e nei dettagli», ha aggiunto. Anche Bush ha ammesso «che c'è ancora
molto lavoro da fare» per convincere i russi che «si tratta di un sistema di
difesa e non di offesa» e che non è mirato contro Mosca. Dal vertice dell'addio
è uscito qualche contentino: il presidente Bush ha detto di sostenere la Russia
nella sua richiesta di ingresso nel WTO (l'Organizzazione per il Commercio
Mondiale) e di essere inoltre favorevole all'abolizione nei confronti di Mosca
dell'emendamento Jackson-Vanik, un residuo della Guerra Fredda che collega i
rapporti commerciali al rispetto dei diritti umani, una norma che è sempre
stata vista come il fumo negli occhi dai dirigenti russi.
L'unico momento di irritazione di Putin durante il duetto con Bush è giunto
quando, in conferenza stampa, il discorso è scivolato sull'espansione a est
della Nato. «È una politica che riflette la vecchia logica del passato quando
la Russia era vista come un nemico - ha affermato il presidente della Russia -
Oggi non è più così».
La conferenza stampa congiunta di Soci ha permesso di chiarire un interrogativo
importante sulla autonomia di potere di Medvedev rispetto al suo patrocinatore Putin
quando sarà presidente. Rispondendo ad una domanda specifica Putin ha affermato
che sarà Medvedev il responsabile delle scelte di politica estera della Russia
e sarà quindi lo stesso Medvedev a rappresentare la Russia ai grandi vertici
internazionali, a cominciare da quello del prossimo G8 in programma a luglio in
Giappone, che vedrà il grande esordio del nuovo leader del Cremlino sulla
ribalta internazionale. Ma questo è il futuro. Il presente oggi apparteneva
tutto a Bush e a Putin, la strana coppia che per sette anni è riuscita a
mantenere un insolito rapporto d'amicizia, invulnerabile agli alti (pochi) e ai
bassi (molti) dei rapporti tra i due paesi.
Per l'ultima volta hanno potuto godere insieme dei riflettori della cronaca
internazionale. L'immagine del vertice che li mostra ammirare il tramonto di
Soci, due ombre scure contro il sole morente, è forse la più efficace per
illustrare il loro stato d'animo.
Una «Road Map» strategica fra Usa e Russia: di
questo si è parlato nella dacia presidenziale con vista sul Mar Nero nella cena
che ha dato inizio al summit fra Vladimir Putin e George W. Bush.
L'iniziativa di un documento congiunto sulle prossime tappe del dialogo
strategico fra Mosca e Washington è stata concordata fra i due leader
nell'intento di lasciare in eredità ai successori un legame stabile. Entrambi i
presidenti stanno per lasciare la carica: Putin il 7 maggio cederà il passo a
Dmitry Medvedev - presente al summit - mentre il 20 gennaio 2009 si insedierà
alla Casa Bianca il successore di Bush. E' stato Sergei Prikodko, consigliere
di Putin, ad anticipare che «il documento strategico è in via di definizione» e
includerà anche «un riferimento alla difesa antimissile» ma Dana Perino,
portavoce di Bush, ha messo le mani avanti: «Sullo scudo non ci sarà accordo,
continueremo a lavorarci dopo Soci».
Indiscrezioni trapelate dalla delegazioni russa e americana suggeriscono che
nel testo si parlerà anche del Trattato Start sul disarmo nucleare che scade
nel 2009, del Trattato sulle forze convenzionali, delle armi nello spazio, di
lotta alla proliferazione e di antiterrorismo. Sarà comunque il linguaggio
finale sulla difesa antimissile a indicare l'indice di convergenza.
«Avremo un dialogo cuore a cuore» ha assicurato Bush arrivando nella dacia,
dove per prima cosa Putin gli ha mostrato il plastico degli impianti delle
Olimpiadi invernali che si svolgeranno a Soci nel 2014. Subito dopo hanno
assistito allo spettacolo folcloristico di un coro cosacco e secondo la
testimonianza di Dana Perino «I due presidenti si sono alzati dal tavolo e si
sono uniti alle danze in quella che mi è sembrata la versione russa di una
danza africana».
Il balletto non ha tuttavia cancellato le divisioni sull'allargamento della
Nato. A confermarlo è stata la tappa di Bush a Zagabria, dove ha pronunciato
sulla Piazza San Marco un discorso teso a celebrare proprio ciò che Mosca teme
di più. «Voi croati vi siete battuti per la libertà, ora siete nella Nato e se
sarete minacciati l'America sarà con voi, l'Alleanza è aperta all'adesione di
tutte le nazioni della regione» ha detto Bush di fronte a circa cinquemila
persone, citando non solo Macedonia, Bosnia, Montenegro e Kosovo ma anche la
Serbia legata a doppio filo con il Cremlino. «Speriamo che una libera e
prospera Serbia trovi presto il suo legittimo posto nella famiglia d'Europa»
sono state le parole di Bush in una piazza coperta di bandiere dei due Paesi.
Mostrandosi tutt'altro che intimorito dalle critiche rivoltegli da Putin
sull'apertura a Ucraina e Georgia, Bush ha rivendicato il merito di un'Alleanza
cresciuta grazie all'adesione di 10 Paesi ex comunisti. Ed ha chiesto alle
giovani democrazie dell'Est di aiutare il Medio Oriente a «conquistare la
libertà» proprio come l'America aiutò loro durante la Guerra Fredda. «Vi
saranno riconoscenti sapendo che gli siete stati al fianco nel momento del
bisogno» ha detto Bush, chiudendo la festa con un omaggio a Papa Wojtyla, che
fu alleato di Reagan contro il comunismo: «Quando venne in Croazia pregò per la
pace, le sue preghiere sono state ascoltate, oggi c'è pace in Croazia».
<Quel
logo è una svastica>. Imbarazzo al summit progressista
( da "Corriere
della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract:
Scene di un
cambio di stagione politica. Di un giorno nel quale Prodi non ha potuto non
pensare alla pacca ricevuta il giorno prima a Bucarest, nel suo ultimo vertice
Nato, da parte di George W. Bush. Ancora Prodi: "Quanto è cambiato il
mondo in questo decennio. Quanto ha pesato la guerra in Iraq.
<I
veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà
dell'Occidente> ( da "Corriere della Sera"
del 06-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract:
tutti
rivendicano solo motivi politici. Accusano gli Usa di Bush di imperialismo,
distinguendo molto bene, inoltre, tra i Paesi e i loro leader. All'interno di
questi ultimi, tra Bush e Blair da un lato e i governanti europei, più
apprezzati, dall'altro ". Un'analoga ricerca Gallup su cittadini americani
rivela che il 6% giustifica attacchi a civili,
Gli
Usa hanno così mantenuto un deficit della bilancia estera che crea masse di
dollari aff ( da "Messaggero, Il"
del 06-04-2008)
Argomenti: Politica
estera USA
Abstract:
rivalutazioni
del cambio per alleggerire le pressioni politiche americane, ma continuano ad
accumulare dollari e a perseguire le loro strategie geopolitiche. Abbiamo più
volte denunciato che l'euroarea paga lo scotto di questa politica perché, pur
avendo la propria bilancia estera in sostanziale equilibrio, subisce l'effetto
della debolezza del dollaro che induce l'euro a rivalutarsi.
( da "Corriere
della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-06 num: - pag: 14 categoria:
REDAZIONALE Forum mondiale Il simbolo cambiato nella notte. Prodi incontra
Clinton: "Mi ha detto che negli Usa va avanti chi è fuori dalla politica" "Quel logo è una svastica".
Imbarazzo al summit progressista DAL NOSTRO INVIATO WATFORD (Gran Bretagna) -
Romano Prodi è entrato già nella fase post-Palazzo Chigi della sua vita. Anche
se resterà in carica per gli affari correnti fino all'insediamento del prossimo
governo italiano, in un albergo nella campagna inglese umida e rigogliosa il
presidente del Consiglio ha cominciato a fare ieri quello che farà con l'avvio
della nuova legislatura: la vita di uno di quegli ex capi di governo invitati a
parlare dai centri studi stranieri, di uno di quegli ex dirigenti politici che
non sta più in prima fila e tuttavia non si preclude cariche autorevoli per il
futuro, a cominciare magari da un incarico per le Nazioni Unite. Il caso ha
voluto che nella sua particolare traiettoria di "incumbent" che ha
deciso di non incombere sulle prossime elezioni il Professore abbia incrociato,
lungo il cammino, un ex capo di Stato intenzionato a tornare in qualche modo al
potere grazie alla moglie. "Bill Clinton mi ha raccontato dei suoi impegni
nella campagna elettorale. Mi ha detto che negli Stati Uniti va avanti chi è
fuori dalla politica", ha riferito Prodi alla
fine di una conferenza del "Progressive governance roundtable", un
consesso di leader di centro-sinistra. "Proprio come in Italia, ho fatto
presente a Clinton. Gli ho spiegato che su questo da noi un libro ha venduto un
milione di copie, che in un manifesto una candidata ha rivendicato la sua
inesperienza politica anche se poi lo ha dovuto
ritirare", ha aggiunto Prodi. Il libro era La Casta di Gian Antonio Stella
e Sergio Rizzo. "Clinton sottolineava l'estraneità alla politica
per criticare Barack Obama, è chiaro. La sua tesi è che se l'economia andrà
peggio, l'antipolitica crescerà", ha continuato
Prodi. Non va bene, l'economia. Né negli Usa né altrove. E l'altra sera, in una
cena a Londra, agli invitati alla conferenza l'aveva spiegato nei dettagli
Dominique Strauss-Kahn, il capo del Fondo monetario internazionale. Previsioni
negative per la crescita americana, le sue, con dubbi sull'affidabilità del
sistema finanziario. "Siamo ciechi", ha sostenuto Prodi nel dibattito
all'hotel "Grove" di Watford. Si riferiva alle crisi improvvise di
banche e di fondi per mutui per proporre di creare un organismo internazionale
che "abbia il controllo della finanza ", del suo stato di salute.
Vista ottima di certo non avevano avuto alcuni dei curatori dell'immagine del
convegno di ieri. Il simbolo originario della conferenza conteneva un segno
molto simile a una svastica, l'opposto di quanto era utile al premier
britannico Gordon Brown, il padrone di casa, per fare bella figura. Così
venerdì notte a Watford c'era stato gran da fare per correggere striscioni,
cartelli, opuscoli. Conta l'immagine, conta. è vero che Bill Clinton se n'è infischiato
di parlare all'uditorio succhiando una caramella mentre i suoni della sua
saliva venivano amplificati, saranno le foto a fare il giro del mondo. Per
arginare la concorrenza del senatore di colore Obama verso Hillary, però,
Clinton marito è stato contento di farsi ritrarre con il presidente sudafricano
Thabo Mbeki e la presidente liberiana Ellen Johnson-Sirleaf, neri al cento per
cento. Scene di un cambio di stagione politica. Di un giorno nel quale Prodi non ha potuto non pensare alla
pacca ricevuta il giorno prima a Bucarest, nel suo ultimo vertice Nato, da
parte di George W. Bush. Ancora Prodi: "Quanto è cambiato il mondo in questo
decennio. Quanto ha pesato la guerra in Iraq. E come era duro su questo
Tony Blair. Ricordo una riunione a porte chiuse nel G8 di Sea Island, eravamo
soltanto in nove intorno a un tavolo piccolo. Blair era il più duro sull'Iraq.
Vladimir Putin si alzo in piedi e gli urlò: "You are not god!", non
sei dio...". Conferenza Da sinistra, l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi,
il ministro degli Esteri britannico David Miliband, il premier britannico
Gordon Brown e l'ex presidente americano Bill Clinton a Watford in Gran
Bretagna (Ansa/Epa) Maurizio Caprara.
( da "Corriere
della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-06 num: - pag: 12 categoria:
REDAZIONALE La ricerca La Gallup ha condotto un sondaggio in 35 Paesi: la più
grande indagine sui musulmani realizzata fino a oggi "I veri islamici?
Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente" Odio per
l'Occidente, appoggio al terrorismo, rifiuto di democrazia e diritti umani
(delle donne in particolare), religione come guerra santa o almeno strumento di
conflitto. Quanto di questo è vero oggi per i musulmani (un miliardo e 300
milioni) del mondo? La risposta è: ben poco. E a fornirla è l'istituto
americano indipendente di ricerche Gallup, che dal 2001 post 11 settembre a
fine
( da "Messaggero,
Il"
del 06-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Di PAOLO SAVONA Gli
Usa hanno così mantenuto un deficit della bilancia estera
che crea masse di dollari affluiti in parte significativa nelle riserve
ufficiali della Cina attraverso gli acquisti fatti per difendere il rapporto di
cambio fisso dello yuan-renmimbi. Invece di prendere atto delle mutate
condizioni globali gli Stati Uniti continuano a chiedere alla Cina una drastica
rivalutazione della loro moneta, se non proprio il passaggio ai cambi
flessibili. La Cina non ha interesse a farlo, né lo farà finché il sistema da
loro scelto regge lo sviluppo interno e serve le loro strategie globali.
Accettano piccole rivalutazioni del cambio per alleggerire
le pressioni politiche americane, ma continuano ad accumulare dollari e a
perseguire le loro strategie geopolitiche. Abbiamo più volte denunciato che l'euroarea
paga lo scotto di questa politica perché, pur avendo la propria bilancia estera in
sostanziale equilibrio, subisce l'effetto della debolezza del dollaro che
induce l'euro a rivalutarsi. La nostra moneta è alle soglie di un
rapporto di 1,60 con il dollaro, che sembrava impossibile, e rischiamo entro il
2009 di raggiungere 1,75/1,80 al procedere della rivalutazione dello
yuan-renmimbi e della trasformazione in euro delle riserve ufficiali in
dollari. Anche l'Europa, quindi, dipende dalle strategie monetarie della Cina.
Stati Uniti da un lato e Unione Europea dall'altro si limitano a prendere atto
di ciò che sta avvenendo e sembrano non aver preso coscienza dell'importanza
dei mutamenti che stanno avvenendo nel contesto geopolitico, ancor prima e ancor
più di quello geoeconomico. A un osservatore esterno non resta che invocare una
maggiore attenzione al problema, rivolgendosi alle autorità del proprio paese.
Si rendano conto che il problema nasce economico e finisce politico. In politica estera.