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DOSSIER “POLITICA ESTERA USA”

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Intervista a Noam Chomsky in occasione della presentazione del suo libro “Interventions” (6 aprile 2008) (Da pane-rose.it)

Booktalk: Lei ha scritto per decenni su avvenimenti di attualità e sulla storia contemporanea. Rispetto a questo quadro temporale, in qualche modo ha cambiato il suo punto di vista?
Chomsky: Naturalmente, ho acquisito maggiori conoscenze. E di conseguenza, anche i miei punti di vista sono mutati. Sebbene non nelle linee fondamentali. Ad esempio, in “Interventions”, ho sottolineato il riscontro di una serie di indicazioni obiettive. Per citarne una, fintanto che non avevo letto le rivelazioni di Taylor-Kiernan sui bombardamenti USA della Cambogia, non avevo idea di quanto sconvolgenti fossero gli ordini trasmessi da Kissinger – ordini di questa natura difficilmente rintracciabili negli archivi di qualche stato – o di come strumentalmente gli Stati Uniti avessero dato luogo alla formazione dei Khmer Rossi, argomenti in precedenza solo supposti. E vi sarebbero tanti altri begli affari!

Booktalk: Cosa pensa potrebbe succedere se l’esercito Statunitense si ritirasse dall’Iraq?
Chomsky: Non è possibile affermare nulla con sicurezza.
Una possibilità è che l’opinione pubblica Irachena, del tutto coerentemente come lo è stata e lo è ancora, rimanga nelle sue conclusioni, che la presenza dell’esercito di occupazione sia la causa più importante della violenza interna – compresa la più recente “ondata” di massacri – come rilevato dai sondaggi ad ampio raggio di ABC-BBC-NHK diffusi il 10 settembre, il giorno prima delle dichiarazioni di Petraeus, e come ampiamente comunicato da voi.
Se così, il ritiro dell’esercito di invasione dovrebbe ridurre le tensioni e potrebbe condurre a un qualche tipo di riconciliazione fra gli Iracheni. Questo viene anche anticipato da un certo numero di specialisti. O, al peggio, potrebbe succedere qualcosa come è successo quando i Russi si sono ritirati dall’Afghanistan e sono subentrate le forze del terrorismo fondamentalista Islamico appoggiate dagli USA, riducendo il paese a brandelli, con una tale violenza e distruzione che la popolazione ha dato il benvenuto ai Talebani. Non vi è modo di sapere cosa accadrebbe con una certa sicurezza.

Booktalk: Il suo saggio su Hugo Chavez non evidenzia alcuna preoccupazione rispetto alle libertà democratiche e civili in Venezuela. È questa la sua opinione?
Chomsky: Francamente, la questione importante è ciò che i Venezuelani pensano su questi argomenti. Su questo, abbiamo prove abbastanza sostanziali. Una fonte importante sono i sondaggi effettuati da Latinobarometro, la più autorevole organizzazione sondaggistica Cilena, che controlla con regolarità e in maniera profonda le opinioni pubbliche in America Latina. Il loro ultimo rilevamento in America Latina trova che il Venezuela occupa il primo posto, ex-aequo con l’Uruguay, fra i governi liberamente eletti, per il suo supporto alla democrazia, valutazione che si è accentuata in modo deciso durante gli anni di Chavez. E che i Venezuelani eccellono su ogni altro paese per ottimismo rispetto alle aspettative economiche. Nei media non mancano le censure accanite e il biasimo nei confronti di Chavez, ma non ho visto nulla su questi sondaggi.
La mia impressione è che siamo in presenza di una miscela di forme certamente promettenti di partecipazione democratica, che si accompagnano ad una diffusa corruzione e a tendenze autoritarie che sono potenzialmente pericolose. Le libertà civili sono state generalmente protette, e perfino i critici più duri, che proprio non scherzano, lo ammettono. Alcune critiche Occidentali più pesanti riguardano il rifiuto del governo di rinnovare la licenza di trasmettere alla RCTV (che ora trasmette solo via cavo). Sono d’accordo che questo è stato sbagliato. Sono anche d’accordo con i commenti Occidentali, che “questo non potrebbe succedere da noi”. Per tante buone ragioni. Questo non potrebbe succedere da noi, dato che se fosse successo un colpo di stato militare negli Stati Uniti con il rovesciamento del governo, lo scioglimento del Congresso e della Corte Suprema e di ogni istituzione democratica, e se la CBS, tanto per dire, avesse pubblicamente sostenuto il golpe e grossolanamente distorto quello che stava succedendo per facilitarne gli eventi, anche se poi il colpo di stato venisse respinto da una insurrezione popolare, allora la CBS non avrebbe potuto vedere la sua licenza revocata 5 anni più tardi. Piuttosto, i proprietari e i manager dell’emittente si sarebbero trovati da tanto tempo in prigione e con tutta probabilità avrebbero dovuto aspettarsi la pena di morte. È bello sottoporre a critiche le violazioni dei diritti da parte di un nemico pubblico, ma dovrebbero esser posti dei limiti all’ipocrisia!

Booktalk: Qual’è la sua opinione sui candidati che concorrono alle primarie Presidenziali del Partito Democratico?
Chomsky: Restando ai candidati in corsa, non ne ricevo una buona impressione. Prendiamo Barack Obama, ad esempio. Nel New York Times del 2 novembre 2007, un articolo in prima pagina riferisce sulle sue posizioni in politica estera, espresse in una intervista esclusiva. L’articolo si apre riferendo che, se eletto, Obama offrirebbe una “eventuale promessa, di non indurre in Iran ‘un cambiamento di regime’”, però solo se l’Iran bloccasse “le sue azioni irresponsabili” in Iraq, cessando di appoggiare “attività terroristiche” e si dimostrasse pronto a collaborare con gli Stati Uniti sulle “problematiche nucleari”. Quindi, non una promessa, ma solo una “eventuale promessa”, in relazione ad un “buon comportamento”.
Teniamo chiaramente presente che la minaccia della forza rappresenta ancora una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite, ma sembra che questo non costituisca argomento di preoccupazione. Infatti, dobbiamo costringerci a fissare la nostra attenzione sull’idea che l’Iran stia mettendo in atto “azioni irresponsabili” in Iraq e, nel contempo, sull’assunto che Noi Abbiamo Diritti sul Mondo, tanto che, se noi invadiamo ed occupiamo un altro paese, ogni interferenza con le nostre azioni deve essere da noi considerata “irresponsabile”.
Sul “terrorismo” e sulle “problematiche nucleari” rimando ai commenti su “Interventions”, che chiaramente incidono solo sulla superficie, ma bastano per illustrare quanto queste dichiarazioni di Obama siano sbalorditive: ancora una volta, non costituisce eccezione il presupposto che Noi Abbiamo Diritti sul Mondo.
I candidati differiscono un po’ su questi argomenti. Qui non abbiamo lo spazio per andare sui dettagli. Fra tutti i candidati, le posizioni portate avanti da Edwards mi sembravano le migliori, ma forse sarebbe più preciso dire “le meno sgradevoli”.

Booktalk: Da “What is at Stake in Iraq – Cosa c’è in gioco in Iraq”, citiamo:
“Comunque, in via generale - in Iraq, negli Stati Uniti o in qualsiasi altra parte – l’opinione pubblica non viene considerata pertinente dagli artefici delle politiche, a meno che possa costituire ostacolo alle scelte adottate. Vi sono sempre più indicazioni del profondo disprezzo per la democrazia da parte dei pianificatori e dei loro accoliti, accompagnamenti usuali di un flusso di bolsa retorica sull’amore della democrazia e delle missioni messianiche per promuovere la democrazia.”
Questo passo potrebbe facilmente riguardare qualsiasi campo della politica estera degli USA, non solo per l’Iraq. Molte parti del suo libro “Interventions” sono aperture di finestre su come gli artefici della politica non tengano in nessun conto e mostrino palese disprezzo per le pubbliche opinioni, quando valutate di ostacolo. Due domande: se gli Stati Uniti non esprimono una democrazia rappresentativa quando pianificano e danno attuazione alla loro politica estera, allora come definirebbe tutto questo? Potrebbe spiegare i meccanismi per cui questi progettisti della politica abbindolano (se questo non è il giusto termine, quale sceglierebbe lei?) l’opinione pubblica in modo da ricevere il sostegno alla loro politica estera?

Chomsky: Gli Stati Uniti sono una democrazia formale, ma adempiono alle funzioni democratiche solo parzialmente. Forse, sono il paese più libero nel mondo, ma esiste una divaricazione grandiosa fra pubblica opinione e politiche pubbliche su molte problematiche essenziali – e su molte di queste, io penso, la pubblica opinione è molto più sensibile e, se seguita, potrebbe condurre verso un cammino per un mondo migliore. Non passerò in rassegna le ragioni di questo, discusse in un capitolo in “Interventions” e con maggiori particolari altrove: di recente nel mio libro “Failed States”. Ed analizzate anche da Benjamin Page e Marshall Bouton in “The Foreign Policy Disconnect”, che dimostrano come l’opinione pubblica tenda ad essere coerente e abbastanza stabile nel tempo. Alle volte la propaganda mediatico-governativa inganna il pubblico, drammatici esempi quelli specifici su Saddam e sull’11 settembre. Noi conosciamo molto bene i mezzi di comunicazione: la propaganda mediatico-governativa viene messa in azione in modo così intenso, da ottenere effetti decisamente riscontrabili. Ma piuttosto spesso, l’opinione pubblica non si lascia raggirare e continua ad opporsi alle decisioni politiche governative, dei media, e di ristrette cerchie elitarie, come viene dimostrato da studi sull’opinione pubblica.

Booktalk: Perché la necessità di esternazioni altamente retoriche e messianiche? Chi costituisce il loro auditorio, le stesse loro vittime, l’opinione pubblica?
Chomsky: Si va ben oltre! Gli Stati Uniti sono lungi dall’essere inusitati a questo riguardo, condizionati dall’erudizione e dalla generale oratoria pubblica, contrariamente alle illusioni su una “eccezionalità Americana”. La Gran Bretagna, la Francia ed altri paesi hanno presentato più o meno le stesse modalità, particolarmente nei loro giorni di posto al sole. Questo lo è stato anche per i peggiori mostri: Hitler, Mussolini, i fascisti Giapponesi, ecc. La retorica è abbastanza comunemente altera e messianica – e probabilmente anche con un certo seguito, come dimostrato da documenti interni. Ne ho presi in visione molti di questi, nero su bianco, fin dagli anni Sessanta.

Booktalk: Ancora da “What is at Stake in Iraq – Cosa c’è in gioco in Iraq”, citiamo:
“Molti osservatori temono che il ritiro USA dall’Iraq potrebbe portare ad una guerra civile, già pronta a spiccare il volo, e ad un deterioramento del paese. Sulle conseguenze della ritirata, noi abbiamo il diritto al nostro personale giudizio, anche questo comunque basato su deboli informazioni e incerto, …tanto quanto quello dell’intelligence USA. Ma queste opinioni non hanno importanza. Quello che importa è ciò che pensano gli Iracheni. O meglio, questo è quello che dovrebbe essere importante.”
Tutti i giudizi che riguardano il ritiro degli USA sono effettivamente, e allo stesso modo, basati su deboli informazioni e incerti? Esistono alcuni strumenti di logica, storia o direttive morali che si dimostrano più giustificati di altri in questo processo?

Chomsky: Esistono alcune differenze. Persone come Juan Cole e Hans von Sponeck sono meglio informate di Dick Cheney, Donald Rumsfeld, o Condoleezza Rice, come rivelano i documenti. (N.d.tr.: Juan Cole, professore di Storia moderna mediorientale e sud-asiatica all’Università del Michigan; Hans von Sponeck, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite a Baghdad).
Esistono dei semplici principi guida morali, che sono purtroppo quasi uniformemente rigettati. Il più evidente è il principio di universalità, il fondamento di ogni codice morale, che dovrebbe essere preso in considerazione in modo serio: “quello che è giusto per me è giusto anche per te; quello che è ingiusto per te e ingiusto anche per me”.
La storia ci fornisce insegnamenti che possono essere messi in discussione. Gli strumenti di logica dovrebbero essere incontrovertibili.

Booktalk: Cosa avverrebbe se gli Iracheni, attraverso un processo legittimo, richiedessero alle forze Statunitensi di rimanere, perfino con un aumento della loro presenza?
Chomsky: Gli aggressori dovrebbero prestare seria attenzione alla volontà delle loro vittime. Se gli Afgani, negli anni Ottanta, avessero desiderato che gli invasori Russi rimanessero, addirittura con un aumento della loro presenza, questo avrebbe dovuto costituire un fattore per indurre i Russi a non ritirarsi. Per inciso, molti Afgani con tanta probabilità se lo erano augurati, ad esempio le donne di Kabul, che avevano conquistato molti diritti sotto l’occupazione dei Russi, e certamente non venivano deliziate dalle azioni dei prediletti di Reagan, come quel comandante terrorista Gulbuddin Hekmatyar, la cui forma di divertimento era di gettare acido in faccia alle donne che lui considerava troppo libere. Ma la questione è puramente accademica, in entrambi i casi.

Booktalk: Da “The Cold War Between Washington and Tehran – La Guerra Fredda fra Washington e Teheran”, citiamo:
“Per gli Stati Uniti, il problema principale in Medio Oriente è stato, e rimane, l’effettivo controllo delle sue immense risorse energetiche. L’accesso alle risorse è questione secondaria. Dato che il petrolio vi si trova a fiumi, questo scorre in ogni dove. Ci si rende conto che il suo controllo è uno strumento di dominio globale.”
Una parte importante delle sue tesi rispetto all’egemonia degli Stati Uniti considera il loro ruolo nel controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente. La citazione sopra riportata distingue tra controllo ed accesso al petrolio nella regione. L’opinione pubblica Americana fa questa stessa distinzione, e se no, perché?

Chomsky: Non ho mai visto uno studio in merito, ma dubito veramente molto che il pubblico faccia questa distinzione. Presupponendo di no, le motivazioni dovrebbero essere chiare. Le analisi e i commenti nei media e nei giornali raramente fanno questa distinzione, e sfortunatamente nemmeno la intellettualità. Invece, la distinzione è veramente chiara ed importante.

Booktalk: Il controllo di queste risorse da parte degli Stati Uniti necessariamente equivale al dominio globale; perché non vedere come sia necessario proteggere e mantenere queste risorse lontane dalle mani di dittatori, tiranni e terroristi?
Chomsky: Questo controllo, non “necessariamente” procura il dominio globale, ma risulta un fattore cruciale, come la Gran Bretagna ha dovuto convenire un secolo fa, e gli strateghi Statunitensi hanno riscontrato dal momento in cui gli USA sono diventati la potenza dominante globale dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Seriamente, non possiamo suggerire che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti abbiano cercato di mantenere le risorse fuori dalle mani di dittatori, tiranni e terroristi. Anzi, tutto il contrario. Sia la Gran Bretagna che gli USA (ed altri attori minori) si sono impegnati a mantenere le risorse in tali mani, fino a quando costoro si sono comportati da clienti obbedienti. Basta prestare attenzione alle loro azioni nel corso degli anni – per esempio, all’appoggio concesso alla tirannia dell’Arabia Saudita, lo stato Islamico più estremamente fondamentalista nel mondo; o alla loro imposizione in Iran del regime dello Scià, un brutale tiranno e torturatore, con il rovesciamento di un governo parlamentare; o alla loro incontenibile euforia quando il dittatore Suharto ha preso il potere, distruggendo il sistema parlamentare, sovrintendendo al massacro di centinaia di migliaia di persone in pochi mesi, instaurando un regime di terrore e violenza, ma mettendo a disposizione le ricche risorse del paese, come il petrolio, allo sfruttamento Occidentale - comunque restando “una specie di nostro fantoccio”, come veniva descritto dall’amministrazione Clinton, senza mai entrare nel merito di quanto spaventosi fossero i crimini da lui commessi (regolarmente con l’appoggio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, fra gli altri).
Ma mettendo da parte il fatto che la storia drammaticamente rifiuta le opinioni, è indubbiamente vero che i leader politici ritengono e vedono le loro azioni come favorevoli, nel miglior interesse del mondo. Come avevo già citato, questo atteggiamento è quasi universale, tipico anche dei peggiori mostri.
Possiamo anche porci alcune fondamentali domande: (1) Desideriamo un mondo in cui ad una grande potenza viene assicurata l’autorità di far ricorso alla forza e alla violenza per decidere come le risorse del mondo dovrebbero essere controllate? (2) E se sì, vogliamo scegliere quale ruolo assegnare allo stato che è considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo, anche in Europa, come dimostrano inchieste internazionali? Io presumo che la risposta alla domanda (1) dovrebbe essere negativa, lasciando in discussione la (2), dato che una risposta avrebbe bisogno di una piccola elaborazione.

Booktalk: Da “The Cold War Between Washington and Tehran – La Guerra Fredda fra Washington e Teheran”, citiamo:
“Per Washington, la principale colpa di Teheran è stato il suo porsi come sfida, risalendo nel tempo al rovesciamento dello Scià nel 1979 e alla crisi degli ostaggi all’ambasciata Statunitense. Il ruolo sinistro svolto dagli USA in Iran in anni precedenti è stigmatizzato dalla storia. A ripagare della sfida Iraniana, Washington immediatamente ripiegò ad appoggiare l’aggressione all’Iran da parte di Saddam Hussein, che causò centinaia di migliaia di morti e lasciò la regione in rovina. Poi vennero feroci sanzioni, e sotto Bush, il rifiuto di un approccio diplomatico Iraniano, a vantaggio di crescenti minacce di diretta aggressione.”
Tutto quello che appare come sfida all’egemonia Statunitense diventa la principale motivazione degli interventi militari USA all’estero, e l’Iran non fa eccezione. Lei può brevemente spiegare cosa significa “egemonia USA”, e come questo viene presentato all’opinione pubblica Americana dai nostri dirigenti eletti?

Chomsky: La sfida è un fattore, alle volte, completamente esplicito. Così, documenti interni degli anni Kennedy-Johnson identificano Castro come una minaccia, giustificando quindi il terrorismo USA su larga scala e lo strangolamento economico, come metodi di “sfida a buon esito” a Castro da parte della politica degli Stati Uniti, con riferimento al passato alla Dottrina Monroe.
Egemonia significa la capacità di coercizione e di controllo sugli altri. Non è mai assoluta, anche sotto Stalin ed Hitler. Ma questo è abbastanza vicino alla realtà. Viene presentata all’opinione pubblica come categoria nobile e benigna, che richiede abnegazione nell’interesse della gente che soffre nel mondo. Comunque questa è una replica di un vecchio disco. La stessa cosa è stata vera , spesso con le medesime parole, per altre potenze dominanti, anche per i peggiori mostri citati da me prima. Ho potuto constatarlo in molti casi.

Booktalk: Può sviluppare l’argomento relativo al processo di come il ruolo sinistro svolto dagli USA in Iran in anni precedenti venga stigmatizzato dalla storia? Come avviene che giornalisti, commentatori e dirigenti politici siano tutti impotenti a dare un indirizzo a questa storia imposta? Che siano tutti collusi?
Chomsky: Il processo è assolutamente semplice ed è stato anche studiato dal mondo accademico. Nel mio libro “Necessary Illusions”, ho preso in considerazione molte fonti, la più importante delle quali è lo studio accurato di Mansour Farhang e William Dorman, “The US Press and Iran”, che analizza nei dettagli come i media abbiano cancellato le violazioni estreme dei diritti umani sotto la tirannia dello Scià, con gli USA dietro alle quinte, mentre all’improvviso siano diventati appassionatamente sensibili ai diritti umani appena lo Scià veniva cacciato e l’Iran scivolava dal ruolo di cliente a quello di nemico pubblico. Questo è del tutto emblematico. Perché? Una semplice e ragionevole risposta è fornita da George Orwell nel sua introduzione (mai pubblicata) a “Animal Farm – La fattoria degli Animali). Orwell vi discuteva su come nella libera Inghilterra le idee impopolari potevano venire eliminate senza l’uso della forza, producendo una situazione che, a questo riguardo, egli affermava, non era interamente dissimile dalla mostruosità totalitaria che egli aveva messo in satira. La principale motivazione consiste nel fatto che le norme predominanti della cultura intellettuale inculcano nelle classi istruite il concetto che vi sono certe cose che “non si dovrebbero dire, o addirittura…pensare!”. Io ritengo che, se ci facciamo un’autoanalisi onesta, possiamo con tutta facilità trovare degli esempi.

Booktalk: La dirigenza politica USA dovrebbe essere considerata responsabile per i crimini di guerra commessi contro l’Iran da Saddam Hussein, con il sostegno degli Stati Uniti? Cosa dovrebbe succedere prima, in modo che questa giurisdizione venisse applicata e le persone accusate assicurate alla giustizia?
Chomsky: Se noi accettiamo l’elementare principio morale dell’universalità, allora non vi è dubbio che i dirigenti politici USA dovrebbero essere considerati responsabili per il loro consapevole appoggio a crimini orrendi, ma ancor di più per i crimini da loro stessi direttamente commessi. A questo proposito, vale ricordare le parole eloquenti del Giudice Robert Jackson a Norimberga, riportate in “Interventions”, che esplicitamente rimandano a questa questione.
Cosa dovrebbe accadere prima, in modo che si debba applicare a noi stessi i principi che tanto severamente applichiamo agli altri? Qualcosa come una rivoluzione morale. Questo è ben lungi dall’essere possibile. Vi sono stati considerevoli progressi a questo riguardo nel corso degli anni, sebbene vi sia ancora tanta strada da fare.

Booktalk: Da “Interventions”, citiamo:
“In Occidente, ogni dichiarazione diretta del Presidente Iraniano Mahmoud Ahmadinejad immediatamente viene riportata nelle prime pagine, tradotta a volte in dubbio modo. Ma come ben si sa, Ahmadinejad non esercita il controllo sulla politica estera, che invece è tenuto nelle mani del Supremo Leader Ayatollah Ali Khamenei.”
Come interpreta lei lo scambio di vedute fra il Rettore della Columbia Univ. Lee Bollinger e il Presidente Iraniano Mahmoud Ahmadinejad? Un tale evento avrebbe potuto essere condotto in modo differente, con migliori risultati, e come? Se questo incontro fosse avvenuto al MIT e lei avesse partecipato al dibattito con il Presidente Iraniano sulle problematiche importanti del mondo, quali sarebbero state le domande che avrebbe desiderato rivolgergli?

Chomsky: Il commento più pertinente che io ho letto sul comportamento del Rettore Bollinger, e sulla reazione dei mezzi di comunicazione, è stata una corrispondenza in Asia Times, che esprimeva, io immagino, l’opinione prevalente esterna al mondo Occidentale:
“Una dimensione di arroganza Occidentale che lascia più che sgomenti…è la diatriba con cui il Rettore della Columbia University, Lee Bollinger, ha scelto di “salutare” il suo ospite, un capo di stato…Fosse stato il Presidente Bush accolto nella stessa maniera in qualche università del mondo in via di sviluppo – e i motivi ci sarebbero tutti per qualificarlo come “dittatore meschino e crudele” – il Pentagono istantaneamente sarebbe passato a modalità “bombardamento-con-democrazia”.”
A questo commento, noi possiamo aggiungere che i crimini di Bush hanno superato di molto ogni altro attribuito a Ahmadinejad.
Indubbiamente, l’incontro avrebbe potuto essere condotto in modo differente, e non c’è bisogno di discussione. La Columbia University aveva già fornito molti esempi in merito.
Poche ore prima del discorso di Ahmadinejad alla Columbia, l’Università aveva dato il benvenuto al Presidente del Turkmenistan, ben noto come paese di… vivace democrazia con un record astronomico sui diritti umani – e pieno di gas naturale, tanto agognato dagli Stati Uniti. Non veniva considerata necessaria alcuna diatriba.
Non tanto tempo prima, il Rettore Bollinger aveva ben accolto il dittatore militare del Pakistan, Pervez Musharraf. Egli aveva aperto il suo smaccato discorso di benvenuto, affermando che “Raramente noi abbiamo un’opportunità come questa di salutare una personalità di una tale importanza mondiale. È con immensa gratitudine ed eccitazione che accolgo il Presidente Musharraf e la sua signora…alla Columbia University…Signor Presidente, nel condividere con noi i vostri pensieri e le vostre intuizioni, voi fornirete ai nostri studenti, la classe dirigente di domani, le dirette conoscenze sul mondo che la loro generazione erediterà. Presidente Musharraf, noi la ringraziamo per essere qui oggi, e le diamo il benvenuto alla Columbia University.”
Ad intensificare la metafora, mentre Bollinger rimbrottava Ahmadinejad, la polizia antisommossa di Musharraf sparava gas lacrimogeni e picchiava giuristi e difensori dei diritti umani, che protestavano contro il progetto di Musharraf di essersi fatto rieleggere mentre era ancora a capo dell’esercito. E quindi stava sul punto di promulgare la legge marziale.
Soffermiamoci sull’Iran; poco tempo dopo che lo Scià era stato messo sul trono dal colpo di stato militare organizzato dagli USA e dalla Gran Bretagna, spodestando il sistema parlamentare Iraniano, nel 1955 la Columbia University aveva invitato il despota a partecipare al “Gabriel Silver Memorial Lecture” dedicato alla Pace Internazionale, assegnandogli inoltre la laurea ad honorem. Nella sua prolusione, lo Scià raccomandava che “Noi dobbiamo essere forti internamente ed esternamente in modo sufficiente da cancellare ogni tentazione di sovversione interna, appoggiata dall’esterno.” Il resoconto del New York Times non registrava alcun imbarazzo. Il titolo di apertura recitava: “Lo Scià elogia gli USA per la loro politica di pace; il Sovrano dell’Iran invita l’Occidente a sostenere l’indipendenza delle Nazioni” – proprio come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano fatto con tanta grazia e nobiltà nel suo paese!
Certamente sì, vi sono molti modi di accogliere tiranni e torturatori, mentre si conformano alla dottrina di stato.
Nessuno era stato incoraggiato a contestare Ahmadinejad. Semplicemente veniva sottoposto ad insulti e al ridicolo. Forse la volgarità più infantile veniva raggiunta dal New Yorker, che riportava in copertina Ahmadinejad in un servizio igienico con il piede che si allungava alla vicina tazza-box. Le stupide osservazioni di Ahmadinejad attorno agli omosessuali in Iran avevano suscitato in modo particolare il ridicolo del giornale, offendendo in modo pesante gli Occidentali, che avevano un tale primato stellare nella…difesa dei diritti dei gay, sin da quando avevano conquistato l’indipendenza, secoli fa. Chi potrebbe immaginare che il Presidente Bush possa essere stato governatore di uno stato che metteva fuori legge la sodomia, per esempio. E chi potrebbe immaginare che il governo Britannico possa avere assassinato lo scienziato matematico ed informatico Alan Turing, costringendolo a sottoporsi ad una terapia ormonale a causa del suo “disturbo”, inducendolo al suicidio. Eravamo nel 1953, anno che ha un certo significato nelle relazioni USA-Gran Bretagna/Iran.
Se vi fosse stato un dibattito programmato, e se fossi stato invitato a parteciparvi, avrei rifiutato. Comunque, la possibilità è così remota che non vi è alcuna necessità di discussione a proposito.

Booktalk: Può farci partecipi delle sue considerazioni intorno a Hugo Chavez e Osama Bin Laden, che hanno utilizzato i suoi testi e il suo nome nei discorsi in cui veniva criticata la politica estera degli USA? Durante la sua relazione all’Assemblea Generale dell’ONU, Chavez ha portato con sé sul podio il libro “Hegemony or Survival”; e Bin Laden ha fatto riferimento a lei come un esempio di illuminato punto di vista Statunitense sulle problematiche mondiali. Lei, avrebbe preferito che non lo avessero fatto, o per lei questo risulta irrilevante, o riscontra una qualche valenza nei loro tentativi di utilizzare il suo lavoro quando inviano messaggi al mondo?
Chomsky: Bin Laden ha espresso la sua approvazione per il fatto che mi sono opposto all’invasione dell’Iraq. Per questo, avrei forse dovuto approvare l’invasione? Bin Laden ha anche lanciato un avvertimento relativo alla minaccia del riscaldamento del globo. Allora, dovremmo vendere le nostre biciclette per acquistare fuoristrada Humvees? Bin Laden è andato ben oltre al suo occasionale riferimento alla mia persona, quando ha raccomandato un libro di Michael Scheuer, l’agente ultra-falco della CIA che condanna Bush per il suo “delicato”approccio all’uso della forza ed esorta ad agire senza tanto rispetto per le libertà civili, se necessario. Io dubito che Scheuer se ne sia curato (o che sia stato interpellato per questo). Perché dovrei darmi tanti pensieri di ciò? Lo stesso vale per Hugo Chavez. Se lui desidera raccomandare il mio libro, perché dovrei preoccuparmi?

Booktalk: Nel corso della storia, civiltà potenti sono collassate. Appare inevitabile che gli Stati Uniti dovranno subire la stessa sorte nel tempo. Quali sono le sue previsioni, se, quando e perché gli USA subiranno un simile destino?
Chomsky: Nella storia non esiste nulla di inevitabile. Previsioni sugli avvenimenti umani difficilmente hanno un alto grado di accuratezza, per tante buone ragioni. Troppo dipende dalla volontà e dalle scelte. Più importanti delle congetture sono le azioni a contribuire a dare forma al futuro.

Booktalk: Come può un’idea come l’Anarchismo (in tutte le sue sfaccettature – in modo particolare l’anarco-sindacalismo, vale a dire, la forma dell’economia partecipativa) divenire più appetibile per l’elettorato Statunitense?
Chomsky: Io non penso che questo sia particolarmente complesso. Nella storia Americana le idee hanno forti radici, argomento che io ed altri autori abbiamo discusso. Io credo che le idee stiano semplicemente sottopelle per la cosiddetta gente normale. Quanto a come portare queste (o altre) idee più vicino al centro dell’attenzione e dell’attivismo, non esistono chiavi magiche, ma i soliti, sempre validi, strumenti: l’istruzione, l’organizzazione, le azioni, con le modalità più opportune a seconda delle circostanze. In passato si è lavorato molto, ritengo che bisognerà farlo anche in futuro.

Booktalk: Qual’é il modo più logico, o equilibrato, o saggio (scelga lei il termine) per rapportarsi alle problematiche delle armi nucleari, o delle altre armi di distruzione di massa; e quali sono i rischi corsi dagli artefici della politica degli Stati Uniti in questo campo?
Chomsky: L’80% degli Americani ritengono che gli USA dovrebbero onorare i loro obblighi legali secondo il Trattato di Non Proliferazione impegnandosi negli sforzi “in buona fede” per eliminare le armi nucleari, insieme a tutte le altre potenze atomiche. Io ritengo che questo sarebbe veramente saggio! A volte, gli artefici della politica si sono mossi in questa direzione: uno dei casi importanti da portare ad esempio sono le iniziative “Nunn-Lugar”. Ma spesso questi strateghi hanno agito per intensificare i rischi di “tra poco l’apocalisse”, per citare l’avvertimento di Robert McNamara. L’amministrazione Bush è notoria per questo. Non sarebbe necessario una volta ancora passare in rassegna altri casi (un certo numero di esempi, oltre che in altre parti, sono stati citati in “Interventions”).

Booktalk: Quali sono le sue considerazioni relative a "An Inconvenient Truth – Un’imbarazzante Verità”di Al Gore: la sua condivisione del Premio Nobel per la Pace 2007, le sue premesse fondamentali, le sue proposte per delle soluzioni, il suo bagaglio politico che egli porta nella discussione; essenzialmente, lei è d’accordo con le conclusioni raggiunte dal Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici IPCC, e se così, cosa sarà necessario modificare economicamente per invertire il corso delle cose lontano da una catastrofe climatica?
Chomsky: Gore ha svolto un ruolo costruttivo nel portare all’attenzione del grande pubblico queste problematiche cruciali. Io non possiedo le competenze per formulare un giudizio autonomo, ma penso che sia giusto assumere come convincenti le conclusioni dell’IPCC, con tutta probabilità non sufficientemente allarmistiche, come un certo numero di uomini di scienza autorevoli hanno fino ad ora osservato. Bisognerebbe stabilire le operazioni per mitigare la probabile crisi, forse catastrofica, attraverso la conservazione e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili non dannose, e mediante cambiamenti nell’organizzazione sociale ed economica, nei modi più opportuni, anche se non incombesse una crisi ambientale. Qui non è opportuno entrare nei dettagli, ma ci si augura che almeno le linee generali siano a tutti familiari.

20 marzo 2008

Fonte: http://www.Booktalk.org
http://www.zcommunications.org/zspace/noamChomsky Noam Chomsky's ZSpace Page

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

 


Bush-Putin, vertice d'addio senza accordo  (L’Unità 6-4-2008)

Non ce l'hanno fatta George W.  Bush e Vladimir Putin, nel loro ultimo incontro da presidenti, a trovare un accordo sullo Scudo Spaziale. E nessuno, in realtà, se l'aspettava. Ma il vertice dell'addio di Soci ha prodotto lo stesso un documento ambizioso: una dichiarazione strategica che mira ad illuminare la strada ai successori dei leader della Casa Bianca e del Cremlino, una carta nautica da seguire tra gli scogli insidiosi dei rapporti tra Mosca e Washington. Una lunga lista: dai trattati sul disarmo alla lotta al terrorismo, dalla non-proliferazione nucleare alla cooperazione economica.

È stato un incontro anomalo sotto numerosi aspetti quello dei presidenti russo e americano sul Mar Nero, una occasione finale dove le esigenze più immediate della transizione si sono intrecciate col desiderio reciproco, nel crepuscolo delle loro presidenze, di essere ben giudicati dalla Storia.

In quest'ottica ha avuto un ruolo importante la presenza a Soci di Dmitri Medvedev, l'erede di Putin, che ha avuto un faccia a faccia con Bush e ha partecipato ai due pranzi (ieri sociale, oggi di lavoro) che hanno fatto da cornice al summit.

Ai giornalisti che gli chiedevano un giudizio a caldo sul prossimo leader del Cremino, Bush ha risposto «l'ho incontrato solo per 20 minuti. Ma mi sembra un tipo diretto, una persona in gamba». Ma stavolta non ha voluto rivelare, a differenza del famoso primo incontro con Putin, che cosa «ha letto nella sua anima». 

Ma il vertice di Soci è vissuto soprattutto sulla dinamica del rapporto tra Bush e Putin, che si sono riempiti di complimenti reciproci ancora più del solito («È un forte leader. Ho sempre avuto grande rispetto per lui», ha affermato il presidente americano. «È sempre stato un piacere
avere a che fare con lui», ha replicato Putin).I due, nel tentativo di agevolare la transizione ai loro successori, hanno ribadito nella conferenza stampa il loro impegno a lasciare in eredità un rapporto costruttivo. In un documento congiunto hanno dichiarato la loro scelta strategica di relazioni costruttive che vadano oltre i limiti della deterrenza.

In questo quadro di buona volontà resta però ancora da superare lo scoglio dello scudo spaziale. Putin ha detto: «Il nostro atteggiamento fondamentale verso questo programma non è cambiato». Restano invariate le diffidenze. E in particolare continua ad essere giudicata inaccettabile la decisione americana di installare le due basi del sistema in Polonia e Repubblica Ceca, due paesi dell'est europeo. Ma si è aperto uno spiraglio: alcune della garanzie promesse dagli americani sono apparse a Putin degne di essere approfondite. «La cosa migliore sarà quella di lavorare insieme», ha affermato il leader del Cremlino. Il punto centrale è la creazione di un sistema che veda - come sottolinea una dichiarazione a parte sullo scudo concordata a Soci - Stati Uniti, Russia ed Europa impegnati come «partner uguali». A queste condizioni Putin ha espresso un «cauto ottimismo» sulla possibilità di arrivare al successo.  «Ma il diavolo e nei dettagli», ha aggiunto. Anche Bush ha ammesso «che c'è ancora molto lavoro da fare» per convincere i russi che «si tratta di un sistema di difesa e non di offesa» e che non è mirato contro Mosca. Dal vertice dell'addio è uscito qualche contentino: il presidente Bush ha detto di sostenere la Russia nella sua richiesta di ingresso nel WTO (l'Organizzazione per il Commercio Mondiale) e di essere inoltre favorevole all'abolizione nei confronti di Mosca dell'emendamento Jackson-Vanik, un residuo della Guerra Fredda che collega i rapporti commerciali al rispetto dei diritti umani, una norma che è sempre stata vista come il fumo negli occhi dai dirigenti russi.
 
L'unico momento di irritazione di Putin durante il duetto con Bush è giunto quando, in conferenza stampa, il discorso è scivolato sull'espansione a est della Nato. «È una politica che riflette la vecchia logica del passato quando la Russia era vista come un nemico - ha affermato il presidente della Russia - Oggi non è più così».

La conferenza stampa congiunta di Soci ha permesso di chiarire un interrogativo importante sulla autonomia di potere di Medvedev rispetto al suo patrocinatore Putin quando sarà presidente. Rispondendo ad una domanda specifica Putin ha affermato che sarà Medvedev il responsabile delle scelte di politica estera della Russia e sarà quindi lo stesso Medvedev a rappresentare la Russia ai grandi vertici internazionali, a cominciare da quello del prossimo G8 in programma a luglio in Giappone, che vedrà il grande esordio del nuovo  leader del Cremlino sulla ribalta internazionale. Ma questo è il futuro. Il presente oggi apparteneva tutto a Bush e a Putin, la strana coppia che per sette anni è riuscita a mantenere un insolito rapporto d'amicizia, invulnerabile agli alti (pochi) e ai bassi (molti) dei rapporti tra i due paesi.

Per l'ultima volta hanno potuto godere insieme dei riflettori della cronaca internazionale. L'immagine del vertice che li mostra ammirare il tramonto di Soci, due ombre scure contro il sole morente, è forse la più efficace per illustrare il loro stato d'animo.


Bush e Putin: l’ultima road map. In un documento le tappe del disarmo nucleare e il futuro del Trattato Cfe Di Maurizio Molinari (La Stampa 6-4-2008)

Una «Road Map» strategica fra Usa e Russia: di questo si è parlato nella dacia presidenziale con vista sul Mar Nero nella cena che ha dato inizio al summit fra Vladimir Putin e George W. Bush.
L'iniziativa di un documento congiunto sulle prossime tappe del dialogo strategico fra Mosca e Washington è stata concordata fra i due leader nell'intento di lasciare in eredità ai successori un legame stabile. Entrambi i presidenti stanno per lasciare la carica: Putin il 7 maggio cederà il passo a Dmitry Medvedev - presente al summit - mentre il 20 gennaio 2009 si insedierà alla Casa Bianca il successore di Bush. E' stato Sergei Prikodko, consigliere di Putin, ad anticipare che «il documento strategico è in via di definizione» e includerà anche «un riferimento alla difesa antimissile» ma Dana Perino, portavoce di Bush, ha messo le mani avanti: «Sullo scudo non ci sarà accordo, continueremo a lavorarci dopo Soci».
Indiscrezioni trapelate dalla delegazioni russa e americana suggeriscono che nel testo si parlerà anche del Trattato Start sul disarmo nucleare che scade nel 2009, del Trattato sulle forze convenzionali, delle armi nello spazio, di lotta alla proliferazione e di antiterrorismo. Sarà comunque il linguaggio finale sulla difesa antimissile a indicare l'indice di convergenza.
«Avremo un dialogo cuore a cuore» ha assicurato Bush arrivando nella dacia, dove per prima cosa Putin gli ha mostrato il plastico degli impianti delle Olimpiadi invernali che si svolgeranno a Soci nel 2014. Subito dopo hanno assistito allo spettacolo folcloristico di un coro cosacco e secondo la testimonianza di Dana Perino «I due presidenti si sono alzati dal tavolo e si sono uniti alle danze in quella che mi è sembrata la versione russa di una danza africana».
Il balletto non ha tuttavia cancellato le divisioni sull'allargamento della Nato. A confermarlo è stata la tappa di Bush a Zagabria, dove ha pronunciato sulla Piazza San Marco un discorso teso a celebrare proprio ciò che Mosca teme di più. «Voi croati vi siete battuti per la libertà, ora siete nella Nato e se sarete minacciati l'America sarà con voi, l'Alleanza è aperta all'adesione di tutte le nazioni della regione» ha detto Bush di fronte a circa cinquemila persone, citando non solo Macedonia, Bosnia, Montenegro e Kosovo ma anche la Serbia legata a doppio filo con il Cremlino. «Speriamo che una libera e prospera Serbia trovi presto il suo legittimo posto nella famiglia d'Europa» sono state le parole di Bush in una piazza coperta di bandiere dei due Paesi. Mostrandosi tutt'altro che intimorito dalle critiche rivoltegli da Putin sull'apertura a Ucraina e Georgia, Bush ha rivendicato il merito di un'Alleanza cresciuta grazie all'adesione di 10 Paesi ex comunisti. Ed ha chiesto alle giovani democrazie dell'Est di aiutare il Medio Oriente a «conquistare la libertà» proprio come l'America aiutò loro durante la Guerra Fredda. «Vi saranno riconoscenti sapendo che gli siete stati al fianco nel momento del bisogno» ha detto Bush, chiudendo la festa con un omaggio a Papa Wojtyla, che fu alleato di Reagan contro il comunismo: «Quando venne in Croazia pregò per la pace, le sue preghiere sono state ascoltate, oggi c'è pace in Croazia».



Report "Estero USA"

<Quel logo è una svastica>. Imbarazzo al summit progressista ( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: Scene di un cambio di stagione politica. Di un giorno nel quale Prodi non ha potuto non pensare alla pacca ricevuta il giorno prima a Bucarest, nel suo ultimo vertice Nato, da parte di George W. Bush. Ancora Prodi: "Quanto è cambiato il mondo in questo decennio. Quanto ha pesato la guerra in Iraq.

<I veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente> ( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: tutti rivendicano solo motivi politici. Accusano gli Usa di Bush di imperialismo, distinguendo molto bene, inoltre, tra i Paesi e i loro leader. All'interno di questi ultimi, tra Bush e Blair da un lato e i governanti europei, più apprezzati, dall'altro ". Un'analoga ricerca Gallup su cittadini americani rivela che il 6% giustifica attacchi a civili,

Gli Usa hanno così mantenuto un deficit della bilancia estera che crea masse di dollari aff ( da "Messaggero, Il" del 06-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA

Abstract: rivalutazioni del cambio per alleggerire le pressioni politiche americane, ma continuano ad accumulare dollari e a perseguire le loro strategie geopolitiche. Abbiamo più volte denunciato che l'euroarea paga lo scotto di questa politica perché, pur avendo la propria bilancia estera in sostanziale equilibrio, subisce l'effetto della debolezza del dollaro che induce l'euro a rivalutarsi.


Articoli


<Quel logo è una svastica>. Imbarazzo al summit progressista (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-06 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Forum mondiale Il simbolo cambiato nella notte. Prodi incontra Clinton: "Mi ha detto che negli Usa va avanti chi è fuori dalla politica" "Quel logo è una svastica". Imbarazzo al summit progressista DAL NOSTRO INVIATO WATFORD (Gran Bretagna) - Romano Prodi è entrato già nella fase post-Palazzo Chigi della sua vita. Anche se resterà in carica per gli affari correnti fino all'insediamento del prossimo governo italiano, in un albergo nella campagna inglese umida e rigogliosa il presidente del Consiglio ha cominciato a fare ieri quello che farà con l'avvio della nuova legislatura: la vita di uno di quegli ex capi di governo invitati a parlare dai centri studi stranieri, di uno di quegli ex dirigenti politici che non sta più in prima fila e tuttavia non si preclude cariche autorevoli per il futuro, a cominciare magari da un incarico per le Nazioni Unite. Il caso ha voluto che nella sua particolare traiettoria di "incumbent" che ha deciso di non incombere sulle prossime elezioni il Professore abbia incrociato, lungo il cammino, un ex capo di Stato intenzionato a tornare in qualche modo al potere grazie alla moglie. "Bill Clinton mi ha raccontato dei suoi impegni nella campagna elettorale. Mi ha detto che negli Stati Uniti va avanti chi è fuori dalla politica", ha riferito Prodi alla fine di una conferenza del "Progressive governance roundtable", un consesso di leader di centro-sinistra. "Proprio come in Italia, ho fatto presente a Clinton. Gli ho spiegato che su questo da noi un libro ha venduto un milione di copie, che in un manifesto una candidata ha rivendicato la sua inesperienza politica anche se poi lo ha dovuto ritirare", ha aggiunto Prodi. Il libro era La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. "Clinton sottolineava l'estraneità alla politica per criticare Barack Obama, è chiaro. La sua tesi è che se l'economia andrà peggio, l'antipolitica crescerà", ha continuato Prodi. Non va bene, l'economia. Né negli Usa né altrove. E l'altra sera, in una cena a Londra, agli invitati alla conferenza l'aveva spiegato nei dettagli Dominique Strauss-Kahn, il capo del Fondo monetario internazionale. Previsioni negative per la crescita americana, le sue, con dubbi sull'affidabilità del sistema finanziario. "Siamo ciechi", ha sostenuto Prodi nel dibattito all'hotel "Grove" di Watford. Si riferiva alle crisi improvvise di banche e di fondi per mutui per proporre di creare un organismo internazionale che "abbia il controllo della finanza ", del suo stato di salute. Vista ottima di certo non avevano avuto alcuni dei curatori dell'immagine del convegno di ieri. Il simbolo originario della conferenza conteneva un segno molto simile a una svastica, l'opposto di quanto era utile al premier britannico Gordon Brown, il padrone di casa, per fare bella figura. Così venerdì notte a Watford c'era stato gran da fare per correggere striscioni, cartelli, opuscoli. Conta l'immagine, conta. è vero che Bill Clinton se n'è infischiato di parlare all'uditorio succhiando una caramella mentre i suoni della sua saliva venivano amplificati, saranno le foto a fare il giro del mondo. Per arginare la concorrenza del senatore di colore Obama verso Hillary, però, Clinton marito è stato contento di farsi ritrarre con il presidente sudafricano Thabo Mbeki e la presidente liberiana Ellen Johnson-Sirleaf, neri al cento per cento. Scene di un cambio di stagione politica. Di un giorno nel quale Prodi non ha potuto non pensare alla pacca ricevuta il giorno prima a Bucarest, nel suo ultimo vertice Nato, da parte di George W. Bush. Ancora Prodi: "Quanto è cambiato il mondo in questo decennio. Quanto ha pesato la guerra in Iraq. E come era duro su questo Tony Blair. Ricordo una riunione a porte chiuse nel G8 di Sea Island, eravamo soltanto in nove intorno a un tavolo piccolo. Blair era il più duro sull'Iraq. Vladimir Putin si alzo in piedi e gli urlò: "You are not god!", non sei dio...". Conferenza Da sinistra, l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro degli Esteri britannico David Miliband, il premier britannico Gordon Brown e l'ex presidente americano Bill Clinton a Watford in Gran Bretagna (Ansa/Epa) Maurizio Caprara.

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<I veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente> (sezione: Estero USA)

( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-06 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE La ricerca La Gallup ha condotto un sondaggio in 35 Paesi: la più grande indagine sui musulmani realizzata fino a oggi "I veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente" Odio per l'Occidente, appoggio al terrorismo, rifiuto di democrazia e diritti umani (delle donne in particolare), religione come guerra santa o almeno strumento di conflitto. Quanto di questo è vero oggi per i musulmani (un miliardo e 300 milioni) del mondo? La risposta è: ben poco. E a fornirla è l'istituto americano indipendente di ricerche Gallup, che dal 2001 post 11 settembre a fine 2007 ha realizzato un'impresa mai tentata prima. Un'inchiesta in 35 Paesi con maggioranze o larghe minoranze musulmane (Usa compresi, per l'Europa solo Londra, Parigi e Berlino), su un campione di 50 mila persone rappresentative del 90% dei fedeli ad Allah del pianeta. Il libro ( Who Speaks for Islam?) è appena uscito negli Stati Uniti, domani sarà presentato a Londra (Tony Blair ha chiesto allo staff Gallup un briefing personale). "E al di là di ideologie, politica, slogan e media, sfata i miti sull'Islam alla base del concetto dello scontro di civiltà", dice al Corriere da Washington John Esposito, professore della Georgetown University, autore dell'immensa ricerca con Dalia Mogahed, capo del Gallup Center for Muslim Studies. "Nonostante i risultati, quasi nessuno ha criticato il lavoro: perfino l'ex esperto della Cia su Bin Laden, Michael Scheuer, l'ha raccomandato a tutti, in primis ai nostri politici ". Iniziamo dal sostegno al terrorismo, l'accusa più comune. In base alla ricerca, i "radicali" (intesi come chi giustifica l'11 settembre) sono il 7%. "Tanti ma in decisa minoranza - dice Esposito -. Ancor più interessante è che tale posizione non ha alcuna base religiosa: la devozione di chi è pro e contro gli attacchi ai civili è la stessa, anzi chi li condanna lo fa spesso citando il Corano, mentre in quel 7% tutti rivendicano solo motivi politici. Accusano gli Usa di Bush di imperialismo, distinguendo molto bene, inoltre, tra i Paesi e i loro leader. All'interno di questi ultimi, tra Bush e Blair da un lato e i governanti europei, più apprezzati, dall'altro ". Un'analoga ricerca Gallup su cittadini americani rivela che il 6% giustifica attacchi a civili, contro il 4% dei sauditi e il 2% di iraniani e libanesi. Anche l'"odio per l'Occidente" non trova riscontro. Anzi: tecnologia, leggi sociali, libertà, sono ammirate dalla stragrande maggioranza (radicali compresi), mentre i regimi musulmani sono criticati. La democrazia è un valore cercato da oltre il 90% (secondo solo alla giustizia), purché ispirata però da principi religiosi. "La divisione tra Stato e Chiesa come l'intendiamo noi non c'è - spiega Esposito - anche se quasi nessuno vuole teocrazie, nemmeno in Iran. I religiosi non devono partecipare alla creazione delle leggi né al governo. Da notare che per il 57% degli americani la Bibbia dovrebbe ispirare le nostre leggi e per quasi la stessa percentuale i religiosi dovrebbero essere legislatori". La Sharia, la legge religiosa, per circa il 60% dei musulmani dovrebbe essere una delle fonti del diritto, con il resto diviso tra chi la vuole come unica fonte (specie in Egitto), e chi non la vuole affatto (solo in Turchia è la maggioranza). Sorprese (per molti) arrivano anche dal capitolo donne. La maggior parte degli intervistati (uomini e donne) vuole pari diritti (ad esempio il 73% dei sauditi e l'89% degli iraniani), percentuali ancor più alte chiedono pari opportunità di lavoro e piena libertà di voto per i due sessi. E sul fronte delle libertà di parola e di religione (nell'inchiesta non c'è una parte specifica su ebrei e cristiani) le risposte positive toccano simili percentuali. Risultati sorprendenti? E allora perché l'innegabile difficoltà (per usare una metafora) nelle relazioni tra Islam e Occidente? "Sorprendenti non più di tanto, i dati si riferiscono alla maggioranza silenziosa di questi Paesi, persone che non rispondono nemmeno al telefono e che siamo anche andati a scovare nelle case per avere campioni affidabili ", risponde Esposito. Ma molto negativa, aggiunge, è la diffusissima percezione tra i musulmani che l'Occidente non li rispetti. "I doppi standard di Bush e alleati, la guerra in Iraq, l'appoggio incondizionato a Israele e ai regimi arabi autoritari, la disinformazione sull'Islam al punto di utilizzarlo come arma contro Obama, tutto ciò fa temere a quasi tutti che gli Usa vogliano interferire, dominare, perfino invadere i loro Paesi". E le cose stanno peggiorando, aggiunge Esposito: "Sta succedendo, è già successo ovunque, perfino in Paesi una volta pro-America e moderati come il Marocco e la Turchia ". Cecilia Zecchinelli.

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Gli Usa hanno così mantenuto un deficit della bilancia estera che crea masse di dollari aff (sezione: Estero USA)

( da "Messaggero, Il" del 06-04-2008)

Argomenti: Politica estera USA

Di PAOLO SAVONA Gli Usa hanno così mantenuto un deficit della bilancia estera che crea masse di dollari affluiti in parte significativa nelle riserve ufficiali della Cina attraverso gli acquisti fatti per difendere il rapporto di cambio fisso dello yuan-renmimbi. Invece di prendere atto delle mutate condizioni globali gli Stati Uniti continuano a chiedere alla Cina una drastica rivalutazione della loro moneta, se non proprio il passaggio ai cambi flessibili. La Cina non ha interesse a farlo, né lo farà finché il sistema da loro scelto regge lo sviluppo interno e serve le loro strategie globali. Accettano piccole rivalutazioni del cambio per alleggerire le pressioni politiche americane, ma continuano ad accumulare dollari e a perseguire le loro strategie geopolitiche. Abbiamo più volte denunciato che l'euroarea paga lo scotto di questa politica perché, pur avendo la propria bilancia estera in sostanziale equilibrio, subisce l'effetto della debolezza del dollaro che induce l'euro a rivalutarsi. La nostra moneta è alle soglie di un rapporto di 1,60 con il dollaro, che sembrava impossibile, e rischiamo entro il 2009 di raggiungere 1,75/1,80 al procedere della rivalutazione dello yuan-renmimbi e della trasformazione in euro delle riserve ufficiali in dollari. Anche l'Europa, quindi, dipende dalle strategie monetarie della Cina. Stati Uniti da un lato e Unione Europea dall'altro si limitano a prendere atto di ciò che sta avvenendo e sembrano non aver preso coscienza dell'importanza dei mutamenti che stanno avvenendo nel contesto geopolitico, ancor prima e ancor più di quello geoeconomico. A un osservatore esterno non resta che invocare una maggiore attenzione al problema, rivolgendosi alle autorità del proprio paese. Si rendano conto che il problema nasce economico e finisce politico. In politica estera.

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