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DOSSIER “POLITICA ESTERA USA” |
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DOSSIER |
T ARTICOLI DAL 17 al 19 aprile 2008
#TOP
È
<positiva> la laicità a stelle e strisce. Mea culpa sui preti pedo li
( da "EUROPA
ON-LINE" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
guarda come
fosse un marziano il cronista europeo che le chiede un parere sul papa e dice:
"Penso che sarà molto importante il dialogo con Bush. Il papa potrà dire
qualcosa d'importante al presidente, soprattutto sulla politica estera". E
poi dicono che i giovani di qui non si interessano alla religione e alla
politica. La verità è che qui si trova tutto e il contrario di tutto.
Il
papa da bush: "dio benedica l'america" - marco politi
( da "Repubblica,
La" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Bush:
"Dio benedica l'America" Accordo con Washington su lotta all'aborto e
al terrorismo: "Ma no alla tortura" Archiviate le divergenze dei
tempi di Wojtyla sulla politica estera MARCO POLITI DAL NOSTRO INVIATO
WASHINGTON - Arriva alla Casa Bianca in limousine nera l'ex soldatino bavarese,
catturato e poi liberato dagli americani negli ultimi sussulti della seconda
guerra mondiale.
Viaggi
americani 2 il premier britannico oltreoceano è un flop
( da "Riformista,
Il" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Brown li
incontrerà domani - avranno a conti fatti una politica estera simile, non più
da unica superpotenza globale isolata e isolazionista. Strada che lo stesso
Bush sembra avviato a intraprendere ma su cui non sembra intenzionato ad
accompagnarsi allo scontroso Gordon che per 8 anni l'ha snobbato o almeno ne ha
dato l'idea.
Silvio
III corre a mettersi l'elmetto per Bush Nuove regole d'ingaggio in Libano e più
soldati in Afghanistan . L'ambasciatore Usa: siamo entusiasti
( da "Unita,
L'" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
per una cena
con Bush negli Usa"; o di chi non vuole "ricacciare la Russia
nell'Oriente". Per ora ospita Vladimir Putin nella sua Villa in Costa
Smeralda, fino a venerdì. Una gestione della politica estera tutta personale.
Per dire, "al telefono con il presidente del Libano ho garantito la
continuità dell'attenzione del nostro Paese e il sostegno alla democrazia del
suo"
Il
Medioriente visto da destra ( da "Unita, L'"
del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Prima
impegnativa esternazione del neopremier in politica estera, e prima gaffe.
"Stamattina (ieri per chi legge, ndr) ho parlato con il presidente del
Libano e gli ho garantito il nostro sostegno e la continuità", dice ai
giornalisti Berlusconi. Potenza del Cavaliere: la sua risalita a Palazzo Chigi
ha determinato un "miracolo" a Beirut: sì, perché è a tutti noto,
George
W., un presidente <criptocattolico> E c'è chi scommette sulla sua
conversione ( da "Corriere della Sera"
del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
secondo il
quale per capire Bush bisogna leggere le sue scelte di politica interna con le
lenti del cattolicesimo. Paul Weyrich, celebre attivista della destra
religiosa, si spinge ancora oltre, scommettendo che, esaurito il suo mandato
presidenziale, Bush seguirà le orme di Tony Blair, convertendosi al
cattolicesimo.
Il
Papa e Bush, impegno <in difesa della vita>
( da "Corriere
della Sera" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Esteri -
data: 2008-04-17 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Missione a Washington
Compleanno alla Casa Bianca per Benedetto XVI e un lungo incontro privato con
il presidente Usa Il Papa e Bush, impegno "in difesa della vita" Il
Pontefice ammette per la prima volta: "La crisi dei preti pedofili gestita
in modo pessimo"
Benedetto
XVI benedice l'America di Bush e <dell'ordine morale> nel nome di Dio
( da "Liberazione"
del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Inoltre Bush,
artefice di un muro anti-immigrati tra Usa e Messico, è costretto a scrivere
che ci vuole una politica coordinata dell'immigrazione. Ma in fondo anche il
repubblicano McCain contesta qualcosa a Bush. La fila degli invitati alla
cerimonia è lunghissima fin dalla prima mattina, elegante, ordinata e molto
yankee,
E
oggi con Putin vertice su energia e Nato
( da "Tempo,
Il" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
ambasciatore
Usa in Italia Ronald Spogli: "Vediamo con grande entusiasmo la prospettiva
di tornare a lavorare con il prossimo governo". Grande amico di George
W.Bush, Berlusconi non troverà difficile entrare in sintonia con il suo/sua
successore. Chiunque sia. Perché in fondo il Cavaliere si è dimostrato, in
politica estera, un gran Richeliu.
Una
nuova Farnesina dal sapore commerciale
( da "Tempo,
Il" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Cambierà lo stile
della politica estera. Minore partecipazione collettiva delle strutture
nazionali guidate dalla Farnesina e maggiore capacità di indirizzo e di guida
del capo del governo. Il Ministero degli Esteri, d'altronde, ha da tempo
modificato la sua struttura per renderla più coerente agli indirizzi
metodologici dei governi che si succedono.
<Libano,
da rivedere le regole d'ingaggio>
( da "Avvenire"
del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
Per quanto
riguarda la politica estera del prossimo governo, il Cavaliere ha in agenda
incontri con i leader mondiali che da sempre gli sono più vicini: Vladimir
Putin e George W. Bush. Si comincia oggi con Putin a Villa Certosa in Sardegna.
A seguire, a strettissimo giro di posta, una cena con il presidente Bush.
Scontro
tra Serbia e ONU sul voto dei serbi-kosovari alle prossime elezioni
( da "Voce
d'Italia, La" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
se dovesse
vincere la compagine politica ultranazionalista di Nikolic, allontanando
ulteriormente la Serbia dall'Europa. Il responsabile della politica estera
dell'Unione Europea Javier Solana confida nell'offerta dell'Accordo di
Stabilizzazione e Associazione proposta alla Serbia in novembre (gia' bocciata,
in realta', da Olanda e Belgio che chiedono a Belgrado la consegna dell'
Altrove
( da "Espresso,
L' (abbonati)" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
specie quanto
alla politica estera. Ma non è affatto scritto che il nuovo inquilino della
Casa Bianca possa far dimenticare gli insuccessi afghano e iracheno. Cominciamo
dall'eredità di Bush junior. Il quale appare oggi come il leader che ha giocato
e perso la carta della 'guerra al terrorismo' per affermare il 'momento
unipolare'.
Cultura
Nel 1959 ha offerto rifugio al Dalai Lama, quando egli scappò davanti
all'occupazione cinese... ( da "Repubblica, La"
del 18-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
uso della
forza da parte del governo di Pechino" e per aver invece "adottato
una politica di appeasement nei confronti della Cina, con scarsa considerazione
per l'onore nazionale del Paese e l'indipendenza della politica estera".
Pochi osservatori, tuttavia, sono persuasi che in analoghe circostanze il Bjp
si sarebbe comportato in modo diverso.
Guerre
sporche da rimodulare ( da "Manifesto, Il"
del 19-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Abstract:
convinti che
la politica estera si faccia anche con l'invio di contingenti militari in giro
per il mondo. Non ritirando i soldati italiani dall'Afghanistan e inviando
oltre 2.500 uomini in Libano, il duo Prodi-D'Alema ha lasciato nelle mani di
Berlusconi un potenziale bellico da impiegare in azioni di guerra vere e
proprie.
( da "EUROPA ON-LINE" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
IL VIAGGIO DEL PAPA
NEGLI USA È "positiva" la laicità a stelle e strisce. Mea culpa sui
preti pedo li ALDO MARIA VALLI Washington "La cosa più curiosa è che
quando questo viaggio venne annunciato nessuno qui in America sembrava
interessato al papa. Invece adesso c'è una grande partecipazione e anche i mass
media si sono mobilitati". Monsignor Sambi, nunzio apostolico negli Stati
Uniti, nonostante il gran lavoro di questi giorni non ha perso il buonumore da
romagnolo verace. Nel giardino della nunziatura a Washington, tra scoiattoli
che corrono nei prati e alberi in fiore, sembra di essere in una fiaba. Ma i
preparativi non si fermano un istante. Operai sono al lavoro perché la
residenza possa ospitare il papa al meglio e poi c'è da preparare la cena per
il compleanno, il numero 81, del pontefice. Cena che il papa ha preferito a
quella data da Bush, non per mancanza di cortesia ma
perché il protocollo non prevede che un pontefice partecipi a cene di gala.
Mentre il monsignore controlla che tutto proceda, sull'aereo in volo da Roma
Benedetto ha già esternato. Parole di dura condanna nei confronti dello
scandalo pedofilia, che tanta sofferenza e tanti problemi, anche economici, ha
creato alla Chiesa americana. "Mai più sacerdoti pedofili. Ci vergogniamo
profondamente e faremo tutto il possibile perché questo non si ripeta più. I
pedofili saranno completamente esclusi dal sacerdozio". Parole ovvie e
dovute, considerata l'attesa da queste parti, dove non passa giorno senza che
alla Chiesa cattolica venga abbinato lo scandalo pedofilia. Secondo Sambi molto
più interessanti sono le parole che il papa ha dedicato all'idea di laicità. Il
modello Usa piace al papa tedesco. La laicità praticata qui è secondo Benedetto
"positiva", perché non esclude e non emargina la fede religiosa ma le
permette di essere parte viva della società e della politica.
Su questo punto concorda anche Mary Ann Glendon, ambasciatrice americana presso
la Santa Sede, la signora di ferro che dietro un dolce sorriso difende la politica di Bush da ogni critica e
dice: "Le cose che uniscono Santa Sede e Casa Bianca sono molto più
numerose e sostanziali di quelle che dividono". Anche la signora Glendon
ritiene che la laicità a stelle e strisce sia per il papa un modello da seguire
e, possibilmente, esportare in Europa. Questa è la libertà autentica. Nessuna
commistione tra sfera temporale e spirituale, ma ampio spazio per quest'ultima nella
vita sociale e politica. S'incomincia a capire perché
il papa interessa. I temi che porta con sé toccano da vicino la cultura di
questo grande paese. Lo pensa perfino Alicia, quindici anni, faccina furba e
capelli rigorosamente biondi. Appena uscita dalla cattedrale di San Patrizio a
New York, vascello neogotico in un mare di grattacieli incombenti, guarda come fosse un marziano il cronista europeo che le chiede
un parere sul papa e dice: "Penso che sarà molto importante il dialogo con
Bush. Il papa potrà dire qualcosa d'importante al presidente,
soprattutto sulla politica
estera". E poi dicono che i giovani di
qui non si interessano alla religione e alla politica. La
verità è che qui si trova tutto e il contrario di tutto. Le parrocchie
che chiudono per mancanza di religiosi e di fedeli ma anche quelle che vedono
una fioritura di iniziative, i cattolici che si costruiscono una "fede fai
da te" ma anche quelli che vedono in Benedetto il simbolo di un'identità
forte, i cattolici democratici che giudicano malissimo la politica
della curia romana. A questa Chiesa parlerà Benedetto, cercando di fare quello
che ogni papa deve fare quando visita i fratelli: confermarli nella fede. Il
tutto condito in salsa elettorale americana. Una fonte autorevole ci ha detto
che sia Obama sia Hillary sia Mc Cain hanno chiesto al Vaticano di poter
incontrare Benedetto, convinti che una foto e una stretta di mano avrebbero
portato loro una bella manciata di voti cattolici. Da Roma ovviamente è
arrivato un cortese ma fermo diniego, e così l'unica mano che il papa stringerà
sarà quella di Bush, che se ne va dalla Casa Bianca e
che vuole suggellare l'addio con questo incontro per far capire che lui e il
Vaticano non sono così lontani, nonostante l'Iraq. In effetti dopo il grande gelo
calato quando Giovanni Paolo II disse ripetutamente e chiaramente che la guerra
non è il mezzo per risolvere le controversie internazionali, ora con Benedetto
è tornato un clima più disteso. Sarà l'atteso discorso all'Onu il momento per
far capire, da parte del successore del papa polacco, che la visione della
Santa Sede non è cambiata.
( da "Repubblica, La" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Il Papa da Bush: "Dio benedica l'America" Accordo con Washington su
lotta all'aborto e al terrorismo: "Ma no alla tortura" Archiviate le
divergenze dei tempi di Wojtyla sulla politica estera MARCO
POLITI DAL NOSTRO INVIATO WASHINGTON - Arriva alla Casa Bianca in limousine
nera l'ex soldatino bavarese, catturato e poi liberato dagli americani negli
ultimi sussulti della seconda guerra mondiale. Il ciuffo bianco, che gli
esce ribelle dallo zucchetto, un sorriso radioso, la "gioia di essere in
mezzo a voi". Sventolano le bandiere, diecimila ospiti d'onore, fra cui
alcuni reduci dall'Afghanistan e dall'Iraq, applaudono entusiasti. Fuori dalla
Casa Bianca spiccano cartelloni contro il silenzio della Chiesa contro chi ha
coperto gli abusi sessuali. Sul prato della residenza presidenziale si svolge
un incontro da cartolina. Joseph Ratzinger, oggi romano pontefice, è salutato
da ventuno salve di cannone e proclama: "Arrivo da amico", elogiando
l'America "generosa" nel rispondere ai bisogni umani immediati,
favorire lo sviluppo e soccorrere le vittime di catastrofi naturali. Il
presidente protestante George W. Bush lo omaggia in
latino: "Pax tecum. L'America ha bisogno del vostro messaggio.
Conservateci nelle vostre preghiere". Sorride soddisfatto Bush, mentre ascolta sull'attenti l'inno nazionale, la mano
destra poggiata sul cuore. Perché in questa mattinata soleggiata, tra
coreografie della banda in costume settecentesco, gorgheggi e arpeggi, auguri
cantati di "Happy Birthday, Santo Padre", Benedetto XVI accantona
graziosamente differenze e contrasti tra la visione internazionale della Santa
Sede e la politica dell'amministrazione Bush. Come se non ci fosse stata la guerra in Iraq, come se
già nel 1999, incontrando il presidente Clinton a St.Louis, papa Wojtyla non
avesse messo in guardia dalle tentazioni dell'unilateralismo statunitense,
evocando il Faraone punito da Dio per la sua "superbia". Papa
Ratzinger elogia l'America credente, che ha "forgiato l'anima della
nazione", esprime fiducia che il popolo americano troverà ispirazione
nelle sue credenze religiose per costruire una società più umana e libera.
Esorta alla virtù, l'autodisciplina, la responsabilità verso i meno fortunati e
si dice convinto che gli Stati Uniti appoggeranno gli sforzi internazionali per
risolvere i conflitti e promuovere il progresso. "God bless
America!". Canto e controcanto. George W.Bush gli
presenta una "nazione che prega". Una nazione compassionevole, i cui
cittadini "ogni giorno nutrono gli affamati, confortano i malati, hanno
cura degli infermi". Parla come dal pulpito il cristiano rinato Bush e presenta un'America gran madre della consolazione:
"Ovunque nel mondo gli Stati Uniti lavorano per sradicare il malessere,
alleviare la povertà, promuovere pace e portare la luce della speranza nelle
tenebre della tirannia". L'America (la sua America) è una nazione moderna,
guidata da verità eterne, la "più innovativa, creativa, dinamica del
mondo" e tra le "più religiose". Un trascinante spot di fine
mandato con tanto di condanna della dittatura del relativismo e l'affermazione
che in un pianeta, dove c'è chi invoca il nome di Dio per giustficare odio e
terrorismo "noi abbiamo bisogno del vostro messaggio che Dio è amore".
Papa e Presidente insieme sul palco, nel segno dei grandi valori. La foto di
gruppo - a pochi mesi dalle elezioni presidenziali - è perfetta. Bush in piedi applaude ostentatamente il pontefice, osannato
dagli invitati. Benedetto XVI ascolta rispettosamente la predica presidenziale.
Seguono, al termine, tre quarti d'ora di colloqui tra Ratzinger e Bush e (separatamente) tra i Segretari di Stato Rice e
Bertone. Il comunicato congiunto elenca i valori su cui sono impegnati Usa e
Vaticano: tutela di matrimonio e vita, diritti umani, libertà religiosa, lotta
contro la povertà e le epidemie specie in Africa. Comune attenzione all'America
latina e ai problemi degli immigrati. Poi un accenno alla sovranità del Libano,
alla "visione di due stati Palestina e Israele", all'Iraq e alla
preoccupante situazione delle comunità cristiane. Nella comune opposizione a
terrorismo e fondamentalismo religioso affiora un solo distinguo. Precisa il
comunicato che la lotta al terrorismo "esige metodi appropriati,
rispettosi della persona umana e dei suoi diritti". A Guantanamo e alle
torture il Vaticano dice no. Nel pomeriggio Benedetto XVI cambia registro.
All'incontro generale con l'episcopato lancia l'allarme per il fossato
crescente che si apre tra l'appartenenza religiosa e la prassi quotidiana.
"E' coerente andare a messa la domenica e poi sfruttare i poveri o avere
comportamenti sessuali contrari alla morale cattolica?". E' coerente
praticare aborti, divorziare, creare coppie di fatto? Egoismo, materialismo,
individualismo sono i peccati denunciati dal Papa. Che ribadisce la condanna
della pedofilia, ma si scaglia con durezza contro il clima di pornografia
diffusa in cui crescono i bambini occidentali.
( da "Riformista, Il" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Viaggi americani 2
il premier britannico oltreoceano è un flop Inseguito dal fantasma di Tony
Blair Gordon Brown non trova l'alleato Il primo ministro a Wall Street per un
confronto con i banker sul credit crunch Londra. La situazione in patria per
Brown non è affatto rosea. Dalle mancate elezioni autunnali che in molti hanno
visto come un atto di codardia non ha fatto che perdere punti in popolarità tra
i britannici che ora in massa rimpiangono Blair. La sua prima visita Usa in
veste di Primo ministro avrebbe dovuto essere una boccata di ossigeno per
Gordon ma rischia di essere eclissata da quella papale. Il fatto che
l'amministrazione Bush non si sia preoccupata di
informare il governo britannico della coincidenza la dice lunga sull'importanza
che Bush dà al successore di Blair e sulla poca
destrezza con cui si muovono Brown e i suoi collaboratori. Eppure gli argomenti
in ballo non sono questioni da poco. Se giocato e pubblicizzato bene il suo
soggiorno americano avrebbe potuto avere una portata davvero globale. Così,
dice perfido il Guardian , Gordon rischia di aver la stessa risonanza del terzo
Capo di Stato straniero in visita della settimana, il coreano Lee Myung-bak,
che arriverà a Washington venerdì. Giorno in cui Brown intendeva raddrizzare
l'ago della bilancia dei rapporti Europa-Usa raffreddatisi notevolmente negli
ultimi anni e al cui interno la Gran Bretagna, grazie soprattutto ai precedenti
interventi di Blair e al suo personale rapporto prima con Clinton e poi con Bush, ha giocato un ruolo importante e potrebbe ora avere
una funzione ancora più decisiva. Ovviamente se si muove bene. Cosa che il
goffo scozzese, per quanto ben intenzionato e con un programma di riforme e di
riadattamenti di istituzioni internazionali, prima tra tutte l'Onu, non sembra
essere riuscito a programmare. Brown, con le sue prese di posizione nelle
vicende dello Zimbabwe e con la sua conoscenza della realtà del continente
africano, oltre che ovviamente grazie all'importanza e al peso del
Commonwealth, potrebbe ritagliarsi uno spazio di primo piano all'interno della
scacchiera mondiale. Decisivo anche per la novità che è stata la vera
rivelazione della campagna e cioè che chiunque vinca, Clinton, Obama o McCain -
Brown li incontrerà domani - avranno a conti fatti una politica estera simile, non più da unica superpotenza globale isolata e
isolazionista. Strada che lo stesso Bush sembra
avviato a intraprendere ma su cui non sembra intenzionato ad accompagnarsi allo
scontroso Gordon che per 8 anni l'ha snobbato o almeno ne ha dato l'idea.
Per gli americani esiste un solo inglese, che in molti avrebbero voluto come
Presidente, ma che non può presentarsi perché nato nel Vecchio Continente:
l'intramontabile Tony. E che tale continuerà ad essere sia per i suoi nuovi
incarichi e compiti di qua e di là dall'oceano, sia perché, la settimana prossima,
quando le euforie papiste saranno svanite, chi sarà l'acclamato e riverito
ospite? Proprio lui, Tony Blair. E l'economia? Il fiore all'occhiello di Brown
che addirittura si accollava il successo dei governi Blair come dovuto alla
propria accortezza finanziaria? Beh, anche questo è un mezzo mito. Del resto,
come diceva Keynes, che in molti in questi giorni citano e invocano, i mercati
sono influenzati molto più di quanto ci si renda conto dal fattore umano,
emotività, insicurezza, indecisione, impulsività. Ieri ponderose ricerche di
grandi università hanno rivelato come i mercati siano volatili perché gestiti
da maschi troppo giovani pronti a rischiare per via dell'alto livello di
testosterone mentre un numero maggiore di donne e maschi maturi servirebbero a
stabilizzarli, specie in tempi di crunch internazionale. A casa più nessuno ha
fiducia in Brown. Speriamo che a Wall Street riesca a incoraggiare gli
amministratori della ricchezza mondiale verso la manovra che caldeggia e che
potrebbe ristabilizzare la situazione globale specie dall'essenziale punto di
vista psicologico della ripresa della fiducia. Certo lui ne ha bisogno se è
arrivato ad ammettere di essersi appellato più volte all'amico Tony in questi
mesi di difficoltà e incertezze. Erica Newbury.
( da "Unita, L'" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai consultando
l'edizione del Silvio III corre a mettersi l'elmetto per Bush
"Nuove regole d'ingaggio in Libano e più soldati in Afghanistan".
L'ambasciatore Usa: siamo entusiasti di Natalia Lombardo/ Roma L'ALLEATO fidato
degli Usa che promette subito di "cambiare le regole d'ingaggio" per
i militari in Libano e forse rafforzare le truppe in Afghanistan: Berlusconi si
vanta dei rapporti internazionali e oggi ospiterà Putin in Sardegna. Annuncia misure
"impopolari" per l'Italia con "tagli agli enti inutili, agli
sprechi e ai privilegi nella Pubblica Amministrazione". Ieri a Palazzo
Grazioli il primo vertice con tutti i leader vincitori: Umberto Bossi,
Gianfranco Fini e l'autonomista siciliano Raffaele Lombardo, omaggiato dal
leader del Pdl per il "record alle regionali che con il 65 % dei voti ha
doppiato la Finocchiaro al 30". E all'Mpa Berlusconi ha promesso oltre al
Ponte (di cui ha ripreso la pratica del cantiere) il "federalismo
compensativo" per il Sud e un ministero. A Bossi il federalismo
"solidale" e di nuovo ne garantisce la lealtà. Ma la squadra di
governo è ancora in alto mare, il cavaliere impone un comodo top secret in nome
della Costituzione; nel vertice non si trova la "quadra", così Bossi
scocciato è tornato al Nord. Personalità della sinistra nel governo modello
Sarkozy? Berlusconi non lo esclude, "ho inventato io questo metodo con
Amato alla Convenzione Europea", si vanta, ma non sembra averci pensato. E
per i ballottaggi il leader del Pdl ora trova "utile" il voto dei
fuoriusciti e fa un appello: "Udc e Destra votino Alemanno" per
espugnare anche il Campidoglio. Silvio III vuole subito dare l'immagine di chi
ha in mano il mondo, di chi alza il telefono e fissa un appuntamento "per una cena con Bush negli Usa"; o di chi non
vuole "ricacciare la Russia nell'Oriente". Per ora ospita Vladimir
Putin nella sua Villa in Costa Smeralda, fino a venerdì. Una gestione della politica estera tutta personale. Per dire, "al telefono con il presidente
del Libano ho garantito la continuità dell'attenzione del nostro Paese e il
sostegno alla democrazia del suo", spiega Berlusconi nella
conferenza stampa dopo il vertice a Palazzo Grazioli, "ciò non toglie che
non riesamineremo le regole d'ingaggio", perché "i nostri militari
non hanno alcuna possibilità di reazione". Il ministro della Difesa,
Parisi, gli ricorda che "in Libano non ci sono regole d'ingaggio distinte
per i soldati italiani", ma quelle che "valgono per tutta la missione
Unifil delle Nazioni Unite. È all'interno dell'Onu che il problema andrebbe,
nel caso, posto e ridefinito". La politica estera
così affine a quella di Bush viene subito accolta con
"grande entusiasmo" dall'ambasciatore degli Usa in Italia, Ronald
Spogli, che pure riconosce per gli Usa "un rapporto estremamente positivo
con il governo precedente". Ma l'ambasciatore detta all'Italia l'agenda
delle "riforme da fare nei primi 100 giorni": quelle del
"sistema giudiziario, del sistema pensionistico, del mercato del lavoro e
del sistema scolastico". Più cautela da parte dell'aspirante ministro
degli Esteri Frattini riguardo all'aumento di militari in Afghanistan: "Se
lo chiedessero l'Onu e la Nato, sarebbe indispensabile". Il segretario
generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, che incontrerà il nuovo premier una
volta insediato, afferma che "l'Italia è già molto impegnata in
Afghanistan", certo se vuole inviare elicotteri come Sarkozy sono graditi.
E il sottosegretario di Stato Usa Volker apprezza già "qualsiasi ulteriore
contributo che l'Italia voglia dare". Potrebbe realizzarsi il disegno
dell'ex ministro Martino: meno truppe in Libano e più in Afghanistan.
( da "Unita, L'" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stai consultando
l'edizione del Il Medioriente visto da destra Umberto De Giovannangeli Segue
dalla Prima E lo fa con un'affermazione inquietante nella sua pericolosa
genericità: "Esamineremo attentamente le regole di ingaggio dei nostri
soldati in Libano, che sono in una situazione abbastanza particolare perché non
possono reagire in determinate circostanze", afferma Berlusconi in una
conferenza stampa al termine di un vertice del Pdl. Quali siano queste
"nuove regole", il neo premier non lo dice, probabilmente non lo sa.
Così come sfugge al Cavaliere che quella in atto nel Sud Libano è una missione
Onu e che solo in questo ambito è possibile discutere ed eventualmente
modificare i caveat che presiedono l'azione dei caschi blu. Concetto che
l'ancora in carica ministro della Difesa, Arturo Parisi, prova a spiegare al
primo ministro entrante: "In Libano - afferma - non ci sono regole
d'ingaggio distinte per i soldati italiani e quelli degli altri Paesi, ma
regole d'ingaggio che valgono per tutti i militari della missione Unifil delle
Nazioni Unite; la loro eventuale modifica spetta dunque all'Onu". E
aggiunge: "Ogni Governo ha il diritto e il dovere di esaminare le regole
d'ingaggio alle quali sono sottoposti i propri militari. Ma ricordando che in
Libano non ci sono regole d'ingaggio distinte per i soldati italiani, ma regole
di ingaggio che valgono per tutta la missione Unifil, che è una missione delle
Nazioni Unite. È all'interno dell'Onu - conclude il ministro della Difesa - che
il problema andrebbe perciò nel caso posto e ridefinito". Prima impegnativa esternazione del neopremier in politica estera, e prima gaffe. "Stamattina (ieri per chi legge, ndr) ho
parlato con il presidente del Libano e gli ho garantito il nostro sostegno e la
continuità", dice ai giornalisti Berlusconi. Potenza del Cavaliere: la sua
risalita a Palazzo Chigi ha determinato un "miracolo" a Beirut: sì,
perché è a tutti noto, ma evidentemente non a lui, che da tempo il Libano
è nel pieno di una gravissima crisi istituzionale, il Paese dei Cedri è senza
presidente, per uno scontro senza sbocchi tra la maggioranza parlamentare
antisiriana e l'opposizione vicina a Damasco. Domanda d'obbligo: ma con chi ha
parlato Berlusconi? Risposta ufficiosa, e un po' imbarazzata, di fonti
diplomatiche italiane: probabilmente il Cavaliere si voleva riferire al
presidente del Parlamento libanese, lo sciita Nabih Berri. Ma se così è, chissà
se qualcuno del suo éntourage ha fatto sapere a Berlusconi che Berri è alleato
di Hezbollah, il movimento sciita libanese che l'indicato (a sua insaputa?) neo
ministro degli Esteri, Franco Frattini, si fa vanto di aver fatto inserire,
nella sua passata esperienza di titolare della Farnesina, nella lista nera Ue
(assieme ad Hamas) delle organizzazioni terroristiche mediorientali.
L'opposizione, con il responsabile Esteri del Pd Lapo Pistelli, chiede
spiegazioni al neopremier, ricordando: "Senza intenti polemici, ritengo
necessario chiarire al leader del Pdl, Silvio Berlusconi, che le regole
d'ingaggio dei nostri soldati in Libano non possono essere decise in maniera
autonoma dal nostro Paese, poiché si tratta di una missione che avviene sotto
il mandato delle Nazioni Unite", sottolinea Pistelli. Il chiarimento richiesto
non ottiene soddisfazione. Il Cavaliere tace. Un silenzio inquietante, perché
il Libano è una polveriera pronta ad esplodere e in quella polveriera sono
impegnati più di duemila soldati italiani. "In questa situazione
esplosiva, ogni parola va ponderata, soppesata...", dice a l'Unità un
diplomatico di lungo corso, profondo conoscitore della realtà libanese e
mediorientale. Un consiglio di cui Silvio Berlusconi dovrebbe far tesoro. E al
più presto.
( da "Corriere della Sera" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-17 num: - pag: 17 categoria:
REDAZIONALE Il caso Il "Washington Post": Casa Bianca influenzata
dalle dottrine della Chiesa di Roma George W., un presidente
"criptocattolico" E c'è chi scommette sulla sua conversione SEGUE
DALLA PRIMA La provocazione, pubblicata qualche giorno fa dal Washington Post,
hafatto infuriare i democratici (impegnati a conquistare il voto cristiano) e i
"blogger " radicali che hanno elencato su Internet le politiche
sostenute dalla Casa Bianca - dall'invasione dell'Iraq al ricorso alla pena di
morte - incompatibili con la dottrina della Chiesa. Del resto gli Usa un
presidente cattolico l'hanno già avuto: il democratico John Kennedy. Lo sa bene
anche Daniel Burke, l'autore dell'articolo comparso sul "Post", che è
la firma di punta del "Religious News Service", primo servizio
d'informazione religiosa d'America. Ma Burke sostiene che, mentre Kennedy tenne
la religione il più lontano possibile dalle sue funzioni presidenziali, Bush, pur essendo un cristiano metodista, ha aperto senza
alcuna riserva la porta della Casa Bianca alla dottrina e agli insegnamenti
della Chiesa di Roma. Quindi, così come Bill Clinton è stato definito "il
primo presidente nero d'America" per le sue iniziative a favore della
minoranza di colore, Bush potrebbe essere chiamato
"il primo presidente cattolico" per le politiche da lui adottate a
livello federale ispirandosi ai principi cristiani. è il caso, ad esempio,
dell'"iniziativa basata sulla fede" - la struttura della Casa Bianca
che finanzia le organizzazioni religiose impegnate nella soluzione di problemi
sociali come l'aiuto ai poveri e il recupero dei giovani abbandonati nelle
periferie degradate delle metropoli - sostenuta con vigore dalla Casa Bianca in
applicazione del concetto di sussidiarietà: un principio di matrice cattolica
che Bush ha studiato a fondo. Burke va più in là:
dipinge un Bush affascinato dalla storia millenaria
della Chiesa, dalla sua disciplina, dalla profondità della sua teologia, e poi
dà la parola a Michael Gerson, il consigliere che per anni ha scritto i
discorsi del presidente, secondo il quale per capire Bush bisogna leggere le sue scelte di politica interna
con le lenti del cattolicesimo. Paul Weyrich, celebre attivista della destra
religiosa, si spinge ancora oltre, scommettendo che, esaurito il suo mandato
presidenziale, Bush seguirà le orme di Tony Blair, convertendosi al cattolicesimo.
A parlare di conversione e di Bush "cattolico
nascosto" (come fa anche l'ex direttore della "Faith Based
Initiative" della Casa Bianca, DiIulio) si rischia di fare della
"fantareligione ". Non c'è, però, dubbio alcuno che il pensiero
cattolico abbia un'influenza profonda sull'attuale presidente. Il grande
pubblico se ne accorge oggi, quando Bush riserva al
Papa onori che non hanno precedenti nei sette anni della sua presidenza. Gli
analisti politici ne erano consapevoli da tempo, visto che Bush
si è circondato di collaboratori cattolici molto più dei suoi predecessori e
che aveva cominciato a manifestare grande attenzione per la Chiesa romana prima
ancora di divenire presidente: da governatore del Texas, mentre si preparava a
lanciare la sua candidatura, convocò alcuni intellettuali cattolici che lo
istruirono sui principi della dottrina sociale della Chiesa. Appena insediato,
nel gennaio del 2001, come primo atto ufficiale invitò, poi, a cena
l'arcivescovo McCarrick mentre Karl Rove, il suo celebre "braccio
destro", pur essendo un episcopale, chiese che i suoi uffici nella West
Wing della Casa Bianca venissero benedetti da un sacerdote cattolico. Certo,
sulla figura di Bush ci sono controversie anche
all'interno del mondo ecclesiastico: per i cattolici progressisti, ad esempio,
il presidente è il leader che si impegna più di altri per sconfiggere l'Aids in
Africa, ma è anche l'uomo di governo che, tagliando le tasse solo ai ricchi, ha
aumentato i divari sociali e ha trascurato i poveri. Massimo Gaggi.
( da "Corriere della Sera" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-17 num: -
pag: 17 categoria: REDAZIONALE Missione a Washington Compleanno alla Casa
Bianca per Benedetto XVI e un lungo incontro privato con il presidente Usa Il
Papa e Bush, impegno "in difesa della vita" Il Pontefice ammette
per la prima volta: "La crisi dei preti pedofili gestita in modo
pessimo" Nello Studio ovale una breve preghiera "in favore
della famiglia". C'erano anche la moglie e una delle figlie del presidente
DAL NOSTRO INVIATO WASHINGTON - La reazione della Chiesa americana allo
scandalo dei preti pedofili "non è stata facile" e a volte fu
"gestita in pessimo modo": lo ha detto ieri Benedetto XVI ai 436
vescovi statunitensi. La seconda giornata del papa negli Usa - dove resterà
fino a domenica - era iniziata con un ricevimento alla Casa Bianca aperto da un
discorso del presidente Bush, secondo il quale il
mondo ha oggi bisogno della predicazione del papa "per non cadere preda
del fanatismo e del terrorismo". Sui preti pedofili il papa ha riaffermato
il sentimento di "vergogna" e di "enorme dolore " che aveva
confidato martedì ai giornalisti in aereo e ribadito la linea della
"tolleranza zero " per "eliminare questo male ovunque esso
capiti". Nuove in assoluto per un papa, compreso Wojtyla, sono state
invece le parole di autocritica sul comportamento della Chiesa: "La
risposta a simile situazione non è stata facile e, come indicato dal presidente
della vostra Conferenza episcopale, è stato "talvolta gestito in pessimo
modo". Ora che la dimensione e la gravità del problema sono compresi più
chiaramente, avete potuto adottare misure di rimedio e disciplinari più
adeguate e promuovere un ambiente sicuro che offre maggiore protezione ai
giovani". Nulla il Papa ha specificato sul "pessimo modo" di
quella reazione ma negli ambienti dell'episcopato statunitense si interpretano
quelle parole come un'allusione alla prassi di spostare i preti coinvolti nello
scandalo da un luogo all'altro senza allontanarli dalle attività
"pastorali ". E anche all'abitudine di fidarsi di consulenti
"clinici" che indicavano come "guarite" persone risultate
poi recidive per anni e decenni. In mattinata, alla Casa Bianca, Benedetto XVI
aveva detto che "la democrazia può fiorire" solo quando i leader
politici "sono guidati dalla verità e ispirano le decisioni alla saggezza
generata dal principio morale ". Se queste parole erano musica per le
orecchie di Bush, metodista "rinato", il
presidente ne aveva appena suonata un'altra gradita al Papa: "In un mondo
dove alcuni invocano il nome di Dio per giustificare atti di terrorismo,
assassinio, e odio, abbiamo bisogno del suo messaggio che Dio è amore".
Dopo l'incontro pubblico, il Papa e il presidente ne hanno avuto uno privato al
termine nel quale - informa un comunicato - hanno affermato il "comune
impegno" nella "difesa e promozione della vita, del matrimonio e
della famiglia ", come nell'istruzione delle "generazioni
future", nel promuovere uno "sviluppo sostenibile ", nella
"lotta alla povertà e alle malattie epidemiche specialmente in
Africa". Hanno anche sollecitato una "soluzione del conflitto
israelo-palestinese in linea con la visione dei due Stati" e il soccorso
allo "precarietà delle comunità cristiane in Iraq e in Medio
Oriente". Papa e presidente (con moglie e figlie) hanno quindi pregato
insieme nello Studio Ovale in favore della famiglia. Ieri Joseph Ratzinger
festeggiava l'81Ë? compleanno: "Siamo commossi e onorati che abbia deciso
di trascorrerlo con noi", ha detto il presidente Bush
ricevendo il pontefice sul prato della Casa Bianca. A quelle parole la folla
degli invitati ha intonato il canto "Happy birthday " e il papa si è
alzato in piedi per ringraziare con il sorriso e il gesto delle braccia. Luigi
Accattoli GUARDA l'incontro tra il Papa e Bush su
www.corriere.it Il menù Benedetto XVI (81 anni) con Bush
(61) alla Casa Bianca, la torta di compleanno e una bimba tra i fedeli. Il menù
del pranzo per 25 alla Nunziatura: burrata, tagliolini al tartufo, guanciale di
vitello, soufflé all'arancia, torta con spumante del Cilento.
( da "Liberazione" del 17-04-2008)
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Il presidente Usa:
"Contro la dittatura del relativismo, abbiamo bisogno del suo messaggio
sulla sacralità della vita" Benedetto XVI benedice l'America di Bush e "dell'ordine morale" nel nome di Dio
Washington (nostro inviato) Pope blesses America , il papa benedice l'America.
E benedice anche George W. Bush. A Ratzinger piacciono
gli States che pongono la vita pubblica sotto "l'ordine morale basato
sulla signoria di Dio"; l'America che "non esita ad introdurre nei
discorsi pubblici ragioni morali radicate nella fede biblica"; la
religiosità dei padri fondatori e il loro rispetto per un'unica legge naturale,
pur nel pluralismo delle confessioni. Non gli piacciono invece le
"insidie" a questo stesso "modello": lo "scandalo dato
dai cattolici che promuovono un presunto diritto all'aborto", il
"materialismo" che si fa ammaliare dalle "possibilità illimitate
della scienza". Non gli piacciono nemmeno i vescovi liberal che, infatti,
striglia nel suo discorso pomeridiano nel santuario nazionale dell'Immacolata.
Il Papa fa felice Bush nel giardino della Casa Bianca
in una cornice festosa e densa di sottintesi elettorali. Il presidente che se
ne infischiò degli appelli alla pace di Wojtyla può mostrarsi raggiante. E' la
rivincita dei teo-con. L'Amministrazione ha fatto strappi al protocollo pur di
festeggiare come un amico papa Ratzinger nel giorno del suo 81° compleanno. Ma
nel successivo colloquio riservato, il presidente si becca qualche rimprovero,
come si può dedurre dal comunicato congiunto. Si è parlato di vita, famiglia e
lotta al terrorismo ma nella nota si ricordano anche "le condizioni
precarie dei cristiani in Iraq", la Palestina, il Liabno e si rimarca la
necessità di combattere il terrorismo "con mezzi appropriati che
rispettino la persona e i suoi diritti". E' chiaro il riferimento alla
tortura. Inoltre Bush, artefice di
un muro anti-immigrati tra Usa e Messico, è costretto a scrivere che ci vuole
una politica coordinata dell'immigrazione. Ma in fondo anche il repubblicano
McCain contesta qualcosa a Bush. La fila degli invitati alla
cerimonia è lunghissima fin dalla prima mattina, elegante, ordinata e molto
yankee, dall'obelisco fino al prato della White House . Sono dodicimila,
mai così tanti, neppure per la regina d'Inghilterra. Anche Benedetto XVI ha
fatto una strappo alle regole: non c'era mai stata una visita papale in piena
campagna elettorale. I tre candidati alla presidenza non si fanno vedere, però
tutti sanno che Bush appoggia McCain. Entrano in tuta
mimetica alcuni soldati e soldatesse feriti in Iraq, una benda sull'occhio
sacrificato o le stampelle per una bomba sparata male, tutti convocati qui a
fare da tragico colore ai discorsi ufficiali. Un veterano del Vietnam,
protestante, vende bandierine vaticane e poco lontano manifestano le vittime
dei preti pedofili. Bush "papeggia":
"In un'epoca dominata dalla dittatura del relativismo, abbiamo bisogno del
suo messaggio sulla sacralità della vita", proclama rivolto a Benedetto
XVI che risponde con elogi al modello di una "laicità secondo Dio"
che ha già contrapposto al "laicismo" dell'Europa: "La
democrazia - afferma - può fiorire soltanto quando i leader politici sono
guidati dalla verità e portano nelle decisioni la saggezza generata dal
principio morale" perché "religione e moralità costituiscono sostegni
indispensabili per la prosperità politica". Non
un cenno critico nel discorso ufficiale alla politica estera
degli Usa. Al contrario Ratzinger sottolinea che "l'America si è sempre
mostrata generosa e continuerà a sostenere gli sforzi pazienti della diplomazia
internazionale volti a risolvere i conflitti". Al pomeriggio, con i
vescovi americani, il Papa non è tenero. Le cose vanno male nella chiesa.
Sferzante sui preti pedofili: "La vicenda è stata gestita talvolta in modo
pessimo". Ora - prosegue - "la gravità del problema è stata compresa
più chiaramente" e sono state adottate "misure di rimedio e
disciplinari". Ma Benedetto XVI ribatte che "l'abuso sessuale dei
minori" ammorba l'intera società in cui dilaga la pornografia e i giovani
non vengono educati a "una sana comprensione della sessualità".
Inevitabile l'approdo alla famiglia. In America aumentano divorzi e
"infedeltà", è "allarmante" il calo dei matrimoni cattolici
e si diffondono le "coabitazioni". Ad incrinare il tanto decantato
modello americano sono inoltre gli "abbandoni" della chiesa. Sta
parlando soltanto di problemi interni? No. Punta il dito contro l'incoerenza di
quei cattolici che "promuovono comportamenti sessuali contrari
all'insegnamento" o "contraddicono il diritto alla vita" o avallano
"procedure mediche contrarie alla fede" o - vivaddio - "ignorano
o sfruttano i poveri". F.F. 17/04/2008.
( da "Tempo, Il" del 17-04-2008)
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Stampa La nuova politica estera E oggi con Putin vertice su energia e Nato
Il Cavaliere parte in quarta. E affronta subito i grandi temi di politica estera. E lo fa con il vecchio amico Putin. Oggi
infatti il leader russo, primo a congratularsi con Berlusconi per la vittoria
alle legislative, sarà in Sardegna ospite di Villa Certosa. E i temi che i due
affronteranno saranno molti. Dai rapporti tra Russia e blocco occidentale ai
problemi energetici. Si parlerà anche di Alitalia che in queste ore vede il
ritorno di interesse da parte della russa Aeroflot. Uscendo, come nel suo
stile, dal cerimoniale, Berlusconi fa. A dispetto dei risolini di certa stampa
e delle critiche, spesso invidiose, di tanti politici di sinistra. Infatti,
nonostante i modi a volte forse poco consueti nei contesti internazionali,
Silvio Berlusconi è riuscito sempre a coniugare dialogo e interessi nazionali
riscuotendo successi e stima tra i leader mondiali. E si può partire da quanto
ottenuto in quel disgraziato G8 di Genova nel 2001 alla ormai famosa stretta di
mano tra Bush e Putin al vertice Nato di Pratica di
Mare nel novembre 2002. Battute e scherzi sono l'arma vincente della diplomazia
berlusconiana. Per due giorni così Villa Certosa a Porto Rotondo sarà al centro
dell'interesse degli osservatori internazionali. Berlusconi e Putin avranno
modo di partecipare anche all'esercitazione anticendio che si sta svolgendo in
questi giorni e vede la presenza di oltre 500 uomini di Italia, Francia,
Grecia, Portogallo e Spagna, in quella che è stata battezzata operazione
"Five 5". E alla quale è stato invitato anche il capo della
Protezione civile russa. Putin sarà reduce da un incontro con Abu Mazen che ha
visto proprio ieri a Mosca e sicuramente si confronterà con l'amico Silvio sul
Medio Oriente. Il Cavaliere tra le prime visite all'estero ha in programma
quella in Israele e avere una visione condivisa con Mosca sulle questioni in
quell'area: dal Libano all'Iran, è un grande passo avanti per la diplomazia
italiana e non solo. Berlusconi rassicurerà Putin sulla posizione italiana sia
per l'allargamento a Est della Nato che per il Kosovo, ferita aperta con
l'Unione europea. Il premier in pectore del resto conta sui buoni rapporti con
Parigi, un cambio di rotta anche rispetto al suo precedente mandato. L'asse con
Sarkozy e i buoni rapporti con Putin sono una garanzia soprattutto rispetto ai
problemi energetici. E il premier russo arriverà in Sardegna direttamente da
Tripoli dove con il colonnello Gheddafi avrà parlato di vendita di armamenti ma
soprattutto di energia. Ma la due giorni con Putin potrebbe rivelare anche un
colpo a sorpresa del Cavaliere. Berlusconi potrebbe far dialogare, al suo
telefono, l'ospite Putin con Bush visto che quindici
giorni fa, nell'incontro, freddino, a Soci sul Mar Nero non hanno chiarito
molto. E invece proprio il leader del Popolo della Libertà può appianare le
asprezze di quello scudo anti missile che tanto inquieta Mosca. E dalla Casa
Bianca non vedono l'ora di tornare a collaborare con Silvio. L'ha confermato
anche l'ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli:
"Vediamo con grande entusiasmo la prospettiva di tornare a lavorare con il
prossimo governo". Grande amico di George W.Bush, Berlusconi
non troverà difficile entrare in sintonia con il suo/sua successore. Chiunque
sia. Perché in fondo il Cavaliere si è dimostrato, in politica estera,
un gran Richeliu.
( da "Tempo, Il" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
Stampa dopo il
fallimento della bonino Una nuova Farnesina dal sapore commerciale Abbiamo
sollecitato durante la campagna elettorale i due maggiori partiti contendenti a
esprimersi sulla politica estera, ma né il Pdl né il
Pd hanno ritenuto necessario pubblicamente distinguersi su un tema che ha
trovato, sostanzialmente, risposte bi-partisan nel corso dell'ultima breve
legislatura, anche per merito del ministro D'Alema. Non abbiamo motivo di
immaginare un cambio di politica estera nel prossimo
futuro. L'Italia, paese fondatore dell'Unione Europea, resta un pilastro del
sistema bruxellese. Nello stesso tempo Roma parteciperà attivamente
all'Alleanza Atlantica e curerà i rapporti privilegiati che la legano ai suoi
alleati, a cominciare dagli Stati Uniti, senza dimenticare il ruolo che le
compete di grande paese industrializzato all'interno del suo contesto
geografico: il Mediterraneo. Cambierà lo stile della politica estera. Minore partecipazione collettiva delle strutture nazionali
guidate dalla Farnesina e maggiore capacità di indirizzo e di guida del capo
del governo. Il Ministero degli Esteri, d'altronde, ha da tempo modificato la
sua struttura per renderla più coerente agli indirizzi metodologici dei governi
che si succedono. Se nello scorso secolo una delle peculiarità della
diplomazia era quella di rappresentare in lunghe permanenze all'estero il
proprio paese, oggi gli Esteri applicano un sistema di super esperta guida
centralizzata per materia e per competenza geografica. Non saremmo per nulla
meravigliati se il prossimo ministro degli Esteri, quasi certamente Frattini, e
il segretario generale della Farnesina, l'ambasciatore Massolo, fossero affiancati
nel loro lavoro da una nuova struttura governativa a Palazzo Chigi, capace di
rendere al meglio la speciale propensione a direttamente operare dell'on.
Berlusconi, che troverà sul campo molte novità. I suoi amici Blair e Aznar non
sono più al potere; George W. Bush si appresta a
lasciare la Casa Bianca; Putin potrà, a partire dal 7 maggio, essere solo un
eccellente mediatore con il nuovo presidente Medvedev. Il Trattato di Lisbona,
poi, ha modificato il sistema di relazioni europee. Sarkozy adora a tal punto
l'Italia, gli italiani e naturalmente le italiane, da proporre in continuazione
idilli, che si possono subito infrangere per materiali interessi (Air France?),
e la signora Merkel guarda al nuovo capo di Palazzo Chigi con la consueta
teutonica diffidenza. La crisi di governo e le elezioni hanno impedito al
vecchio esecutivo di partecipare attivamente alla Conferenza Nato in Georgia;
oggi gli Stati Uniti si aspettano un maggior impegno italiano in Afghanistan.
Non solo. Gli avvenimenti impongono un rafforzamento di ruolo in Medio Oriente
con una maggiore calibratura filo israeliana. La situazione economica chiede un
rapido coinvolgimento del Commercio Estero e dell'Ice presso la Farnesina, dopo
il fallimento delle Attività Produttive prima e dell'ex ministro radicale
Bonino poi; un dossier che Berlusconi conosce bene.
( da "Avvenire" del 17-04-2008)
Argomenti: Politica estera USA
CRONACA 17-04-2008 politica estera "Libano, da rivedere le regole
d'ingaggio" DA MILANO MAURIZIO CARUCCI L' Italia rivedrà le regole di
ingaggio del proprio contingente impegnato in Libano con le forze
multinazionali. Lo ha detto ieri, tra l'altro, Silvio Berlusconi. "Ho
sentito il presidente del Libano ha spiegato il leader del Pdl . Ho garantito
continuità e attenzione alla situazione del Libano e il nostro sostegno alla
democrazia di quel Paese con responsabilità. Riesamineremo le regole di
ingaggio delle nostre forze armate per la situazione dei nostri militari,
abbastanza particolare, ovvero che non hanno possibilità di reazione davanti ai
fatti in cui si trovano". L'Italia ha circa 2.400 uomini impegnati
nell'ambito della missione Unifil dell'Onu in Libano. Alle affermazioni del
presidente del Consiglio in pectore ha replicato il ministro della Difesa
Arturo Parisi: "Ogni governo ha il diritto e il dovere di esaminare le
regole d'ingaggio alle quali sono sottoposti i propri militari. Ma ricordando
che in Libano non ci sono regole d'ingaggio distinte per i soldati italiani, ma
regole di ingaggio che valgono per tutta la missione Unifil, che è una missione
delle Nazioni Unite. È all'interno dell'Onu che il problema andrebbe perciò nel
caso posto e ridefinito". Per quanto riguarda la politica estera del prossimo governo, il Cavaliere ha in agenda incontri con i
leader mondiali che da sempre gli sono più vicini: Vladimir Putin e George W. Bush. Si comincia oggi con Putin a Villa Certosa in Sardegna. A
seguire, a strettissimo giro di posta, una cena con il presidente Bush. L'incontro con 'zar' Vladimir non ha un'agenda
prefissata, ma la Russia è un Paese strategico per l'Italia, essendo una
potenza energetica dalla quale siamo fortemente dipendenti. E per l'Europa
Berlusconi ha sollecitato i Paesi europei ad avere un rapporto più ravvicinato
con Mosca, spesso attaccata per la gestione della questione cecena e per la sua
politica energetica. Putin è entrato poi di recente in
rotta di collisione con la Nato, minacciando iniziative militari, dopo la
proposta di Bush di aprire le porte dell'alleanza a
Ucraina e Georgia, Paesi con i quali ha ora rapporti conflittuali e considerati
nella sua sfera di influenza. Berlusconi ha spezzato una lancia a favore di
Putin sostenendo che la proposta è percepita come una minaccia dalla Russia e
rischia di allontanarla dall'Europa. Sulla politica estera
italiana, intanto, si è soffermato anche l'ambasciatore degli Usa in Italia
Ronald Spogli: "Per quanto riguarda la politica estera
abbiamo goduto di un rapporto estremamente positivo con il governo italiano
precedente, facendo insieme tantissime cose in Afghanistan, Kossovo, Libano e
Iran. Abbiamo affrontato la maggior parte di queste questioni anche col
precedente governo Berlusconi; quindi vediamo con grande entusiasmo e interesse
la prospettiva di lavorare ancora di più con questo nuovo esecutivo". Il
Cavaliere pensa già agli scenari in Medio Oriente La replica del ministro
Parisi: il problema va posto all'Onu Oggi incontro con Putin a Villa Certosa.
( da "Voce d'Italia, La" del 17-04-2008)
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Esteri Kosovo: la
sovranita' evanescente Scontro tra Serbia e ONU sul voto dei serbi-kosovari
alle prossime elezioni Kostunica: legittimazione dell'appartenenza del Kosovo
alla Serbia. Ivanko: solo l'UNMIK puo' indire elezioni. Pristina, 17 apr. ? Uno
Stato sovrano, una regione autonoma, una terra secessionista: nessuna di queste
definizioni riesce a descrivere pienamente l'attuale Kosovo. È la somma e, allo
stesso tempo, la sottrazione, l'affermazione e la negazione di quelli che sono
i diritti d'autodeterminazione, d'integrita' territoriale e di legalita'
internazionale, tanto che anche gli amministratori delle Nazioni Unite vi si
stanno perdendo al suo interno, ansiosi di lasciare tutto nelle mani delle
forze europee il prossimo 15 giugno. La confusione che regna nelle file della
missione UNMIK, che governa la regione/Stato dal 1999, e' stata smascherata
dalle elezioni parlamentari serbe che si terranno l'11 maggio; il ministro
serbo per il Kosovo Slobodan Samardzic, infatti, ha richiesto ai vertici della
missione UNMIK che alla consultazione elettorale possano partecipare anche i
100mila serbi-kosovari, sulla base della risoluzione ONU 1244 che prevede la
sovranita' di Belgrado sul Kosovo (evocata piu' volte da Belgrado e da Mosca).
Ribadendo le dichiarazioni di qualche giorno fa del capo dell'UNMIK a Pristina,
Joachim Ruecker, il suo portavoce Alexander Ivanko ha, pero', risposto
negativamente proprio citando la stessa risoluzione secondo la quale
"l'unica autorita' autorizzata a indire elezioni in Kosovo e'
l'UNMIK". Ce ne sarebbe a sufficienza per scrivere un trattato di
"schizofrenia politica": la stessa
risoluzione delle Nazioni Unite ignorata nel giorno della dichiarazione
d'indipendenza del Kosovo che ritorna a essere principio fondamentale appena
due mesi dopo. Un diritto internazionale "pret a portait" che non
potra' giovare a nessuno e che sta alzando il livello di tensione all'interno
della popolazione kosovara. Dal canto suo, la Serbia, che ha subito definito
"illegale e nulla" la Costituzione del Kosovo votata il 9 aprile
scorso, insiste nel rivendicare la sua sovranita' sulla regione e considera la
prossime elezioni come legittimazione dell'appartenenza del Kosovo alla Serbia
e come affermazione del "sentimento nazionale serbo"; il rischio e'
che questo sfoci in un nuovo "sentimento nazionalista serbo" se dovesse vincere la compagine politica
ultranazionalista di Nikolic, allontanando ulteriormente la Serbia dall'Europa.
Il responsabile della politica
estera dell'Unione Europea Javier Solana
confida nell'offerta dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione proposta
alla Serbia in novembre (gia' bocciata, in realta', da Olanda e Belgio che
chiedono a Belgrado la consegna dell'ex generale Ratko Mladic, ricercato
per crimini di guerra) come compensazione per il Kosovo; il premier serbo
Kostunica ha, pero', piu' volte ribadito che l'eventuale entrata in Europa non
potra' mai essere considerata come una contropartita equa e che la Serbia non
rinuncera' mai alla sua integrita' territoriale. In Kosovo convivono non solo
due identita' etniche, ma due realta' territoriali: la sovranita' del nuovo
governo del Kosovo e' evanescente come una nuvola di fumo perche' fondata
sull'accettazione di fatto di una quarantina di Stati e sull'inefficienza delle
Nazioni Unite nella gestione UNMIK degli ultimi otto anni. Prova tangibile le
dichiarazioni di Ivanko sulla risoluzione 1244 che hanno palesato la finzione
di uno Stato creato sulla violazione dell'integrita' territoriale di un altro e
della legalita' internazionale. Considerando la particolarita' della situazione
kosovara non e', comunque, prudente e corretto, affidarsi a ragionamenti
estremi e, percio', neanche ignorare le spinte indipendentiste e le
rivendicazioni della maggioranza albanese; la linea ambigua adottata dalle
Nazioni Unite e da molti Stati europei non aiuta, quindi, le popolazioni
coinvolte e gli osservatori esterni a capire quale sia l'idea di futuro in cui
il Kosovo puo' sperare. Mario Pasquali.
( da "Espresso, L' (abbonati)" del 17-04-2008)
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OPINIONI ALTROVE
L'eredità di George Bush di Lucio Caracciolo Chiunque
sia il prossimo presidente degli Stati Uniti, partirà con l'apertura di credito
che spetta a chi segue un fallimento. Perché in America come nel resto del
mondo, gli otto anni di George W. Bush sono
considerati più o meno disastrosi, specie quanto alla politica estera. Ma non è affatto scritto che il nuovo inquilino della Casa
Bianca possa far dimenticare gli insuccessi afghano e iracheno. Cominciamo
dall'eredità di Bush junior. Il quale appare oggi come il leader che ha giocato e
perso la carta della 'guerra al terrorismo' per affermare il 'momento
unipolare'. Ossia per consolidare gli Stati Uniti come unica
superpotenza. Ciò grazie all'effetto delle due campagne, previste rapide e
vittoriose, su Kabul e Baghdad. è successo il contrario: le guerre sono ancora
in corso e gli Usa non sanno come uscirne senza perdere la faccia. E
l'insabbiamento americano ha contribuito a risvegliare gli appetiti di potenza
di vecchi e nuovi rivali, dalla Russia alla Cina ad altri ancora, vincitori provvisori
della 'guerra al terrorismo'. Al di là del contenimento del terrorismo
islamico, sarà nel rapporto con cinesi e russi che si giocherà la grande
partita geopolitica planetaria di questo secolo. Ne
sono consapevoli tutti gli aspiranti alla Casa Bianca, da Barack Obama a
Hillary Clinton e a John McCain. I quali devono quindi azzeccare la quadratura
del cerchio: evitare la sconfitta nella 'guerra al terrorismo' e ristabilire le
distanze con Mosca e Pechino, come si conviene a chi vuole comunque dettare le
regole del gioco globale. Sarebbe vano interpretare le opzioni dei diversi
candidati sulla base della semplice appartenenza al campo repubblicano o
democratico. Lo spartiacque è molto più profondo e sottile: divide i realisti
dagli idealisti. Certo, nessuno dei due gruppi è tagliato con l'accetta e la politica provvede a correggere preconcetti troppo rigidi
(vale anche per l'ultimo quadriennio Bush, molto più
pragmatico del primo). Ma in linea di principio tutti i presidenti americani
sono chiamati a pagare un omaggio, spesso sincero, all'idealismo, salvo
annacquarlo nel trial and error di ogni giorno. Sotto Bush,
la componente idealista - o meglio rivoluzionaria - ha preso inizialmente il
sopravvento, lasciandosi peraltro utilizzare da interessi poco trasparenti
(Cheney e il suo mondo imprenditoriale) e ancor meno patriottici. Negli ultimi
anni, alla Casa Bianca è prevalsa la tecnocrazia istintivamente conservatrice,
dai militari all'intelligence alla diplomazia e a parte del grande business,
che ha cercato di impedire che l'avventurismo bushiano producesse altri danni.
è così che è stata bloccata in extremis la guerra all'Iran. Ma il dilemma
resta: bombardare l'Iran o accettare la bomba iraniana? Sarà questa la prima
sfida strategica del futuro presidente. A quanto pare McCain, alle strette,
opterebbe per la prima ipotesi, e così pure Hillary, mentre Obama inclinerebbe
per la scelta conservativa. In ogni caso l'Iran è la chiave di volta per
stabilizzare l'Iraq e l'Afghanistan, per uscire dalle due campagne almeno con
un 'pareggio', se non effettivo almeno tale nella percezione e nel giudizio
dell'opinione pubblica americana. Teheran o la si blandisce o la si distrugge.
Continuando a non scegliere, non si sciolgono i nodi della guerra al
terrorismo. Ma solo dopo aver chiuso in qualche modo questa partita, il nuovo
presidente degli Stati Uniti d'America potrà dedicarsi a quella decisiva: come
convivere con cinesi e russi nel secolo XXI.
( da "Repubblica, La" del 18-04-2008)
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Cultura Nel
( da "Manifesto, Il" del 19-04-2008)
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Berlusconi Guerre
sporche da "rimodulare" Da Beirut a Kabul La destra vuol lasciare
solo pochi soldati in Libano, indebolendo così l'Unifil, e tuffarsi nel pantano
afghano Michele Giorgio Il ritorno al potere in Italia di Berlusconi e della
destra ha immediatamente posto interrogativi su quale sarà la linea del nuovo
governo nel fragile quadro mediorientrale, alla luce anche delle dichiarazioni
del futuro premier, favorevole a modificare le "regole d'ingaggio"
dei soldati italiani in Libano del sud. Nelle relazioni tra Italia e Israele
non ci saranno sorprese. È prevista un'aderenza totale alle politiche di Tel
Aviv nei confronti di palestinesi ed arabi, frutto anche della linea di
"opposizione attiva" all'Islam, ovunque esso sia, portata avanti dalla
destra italiana. D'altronde anche l'esecutivo uscente di centrosinistra ha
mantenuto stretti rapporti, a tutti i livelli, con Israele, garantendo il
rispetto dell'accordo di cooperazione scientifica e militare (ma anche tra
servizi segreti) con Tel Aviv voluto dal precedente governo di centrodestra. Le
limitate aperture fatte da Romano Prodi e dal ministro degli esteri D'Alema al
dialogo con Hamas (vincitore delle ultime elezioni palestinesi) sono state
estemporanee, senza alcun seguito concreto in sede europea e, in ogni caso, non
hanno turbato le relazioni tra i due paesi, definite eccellenti in più di una
occasione dal ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni. Su Israele e
Palestina, Berlusconi dirà quel poco che non è già stato detto e fatto dagli
ultimi governi. La partita vera perciò si gioca in Libano. Qui emerge uno degli
errori più gravi commessi da Prodi e D'Alema, convinti che
la politica estera si faccia anche con l'invio di contingenti militari in giro per
il mondo. Non ritirando i soldati italiani dall'Afghanistan e inviando oltre
2.500 uomini in Libano, il duo Prodi-D'Alema ha lasciato nelle mani di
Berlusconi un potenziale bellico da impiegare in azioni di guerra vere e
proprie. Ciò che preoccupa meno al momento è proprio l'intenzione di
Berlusconi di modificare le regole d'ingaggio dei nostri soldati in Libano del
sud, con l'obiettivo di impegnarli - come vorrebbe Israele - nel disarmo di
Hezbollah, senza tenere in alcun conto che le violazioni della tregua seguita
al conflitto del 2006 sono state compiute - lo dicono i rapporti dell'Onu -
dall'aviazione israeliana che entra costantemente nello spazio aereo libanese.
L'evidente ignoranza della risoluzione Onu 1701, che precisa l'impegno della
missione Unifil a garanzia della tregua tra Hezbollah e Israele, impedisce a
Berlusconi di comprendere che le regole d'ingaggio non le decide l'Italia ma le
Nazioni Unite. In ogni caso non solo l'opposizione libanese guidata da
Hezbollah ma anche anche la maggioranza antisiriana che fa capo a Fuad Siniora
hanno bocciato, sia pure per motivi diversi, le intenzioni di Berlusconi che
ieri è stato costretto a fare marcia indietro. "Non ci saranno cambiamenti
nella missione - ha precisato Berlusconi dopo l'incontro con Vladirmir Putin -
per le regole d'ingaggio ho detto che le dovremo rivedere e ne parleremo con i
nostri militari. Se saranno richieste di buonsenso le accetteremo". Più
inquietante è perciò l'idea di "rimodulare" l'impegno italiano in
Libano del sud, come aveva anticipato il mese scorso l'ex ministro della difesa
Antonio Martino. "Rimodulare" vuol dire ridurre il numero dei
soldati: dai 2.500 di oggi a poche centinaia, per spostare più truppe in
Afghanistan. E visto che il contingente italiano rappresenta la componente più
importante dell'Unifil, ciò potrebbe causare il collasso della missione in un
momento molto delicato per il Medio Oriente, in cui si fanno insistenti le voci
di un conflitto imminente tra Siria e Israele e di una nuova offensiva di Tel
Aviv contro Hezbollah, prima dell'attacco contro le centrali nucleari iraniane.