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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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TARTICOLI DEL  5-9 novembre 2008      #TOP



Report "Laici e chierici"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Laici e chierici (17)


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

il mondo sta cambiando - pietro soldi ( da "Repubblica, La" del 05-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolico liberale e l´altro democratico laico, conoscevano bene la lezione di Nitti e non meno quella della scuola keynesiana, e consapevolmente rifiutavano una visione tutta ideologica della politica di sviluppo. La loro idea nasceva da una severa lettura storico-politica della realtà del Paese, nella quale individuavano un generale ritardo economico e civile rispetto al mondo

LA GUERRA RIMOSSA DEI DUE ANTIFASCISMI ( da "Corriere della Sera" del 05-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: antifascisti cattolici, antifascisti laici, antifascisti socialisti. Niente come quella sequenza di esecuzioni sommarie smentisce la leggenda di un unico antifascismo, monolitico, compatto, cementato da un comune nemico. La fine vittoriosa della lotta antifascista innescò una guerra tra due opposti antifascismi, quello antitotalitario e quello di matrice comunista.

(Ud) ( da "Corriere della Sera" del 05-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Non entrando in merito alla diatriba piena di significato storico, vorrei porle una domanda da cattolico che vuole uno Stato laico: quando il Vaticano entra nelle questioni italiane tipo i Di.Co, il testamento biologico, l'uso degli anticoncezionali, le separazioni, ecc., non è, allo stesso modo, un'intromissione negli affari interni dello Stato italiano?

Otto anni fa, alla Convention democratica di Los Angeles, comparve un senatore dell'Illinois ch... ( da "Messaggero, Il" del 05-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Barack frequenta sia scuole laiche che cattoliche (rimarrà da adulto cristiano, legato a un gruppo protestante). A dieci anni torna alle Hawaii, a vivere con i genitori della mamma, con quella nonna che è appena morta e a cui era molto legato. Anni difficili, quelli. Ha raccontato Obama, parlando delle sue ubriacature di allora,

Veltroni chiude il caso: <Binetti ha sbagliato> ( da "EUROPA ON-LINE" del 06-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma di sponda laica, giudica «inquietante » il ricorso alla commissione di garanzia, anche se, ammette, «ogni tanto un po? più di rispetto e riflessione non guasterebbero». L?obiettivo da raggiungere per Giachetti semmai è un altro: «Da un partito democratico vorrei una battaglia per la definitiva cancellazione dei reati d?

sanità, ultimo avviso dal governo - ottavio lucarelli ( da "Repubblica, La" del 06-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: E che mette sul piede di guerra i dipendenti del presidio ospedaliero di Acerra che, assieme a cittadini, sindacati e associazioni laiche e cattoliche di volontariato, si riuniscono stamattina davanti ai cancelli di "Villa dei fiori" per protestare contro la Regione.

L'ECCENTRICO SALVEMINI IRREGOLARE DELLA POLITICA ( da "Corriere della Sera" del 07-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: prima in Italia e poi negli Stati Uniti: non c'era problema sociale che lui non conoscesse in profondità, proponendo sempre soluzioni «laiche». Gianni Celletti giovanni.celletti@in.it Caro Celletti, N on ricordo l'articolo a cui lei allude e non ho sotto mano la collezione del Mondo, ma la proposta avanzata da Salvemini non mi sorprende.

il ritorno dei cattolici di base - paolo griseri ( da "Repubblica, La" del 07-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Torino Domani un convegno a Santa Rita Il ritorno dei cattolici di base PAOLO GRISERI Nel marzo del 2007 aveva fatto scalpore la lettera aperta al cardinale Poletto in cui criticavano alcuni atteggiamenti della gerarchia ecclesiastica e chiedevano un confronto più aperto tra laici e sacerdoti. Ora sono riuniti in associazione, la rete «Chiccodisenape», hanno un sito internet (

verso un patto contro il fanatismo - marco politi roma ( da "Repubblica, La" del 07-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: riconoscimento che il vertice di Roma non è stato una parata di intenzioni buoniste, ma il frutto di uno stato d´allarme. La Chiesa cattolica e la parte dell´intellighenzia musulmana, più attenta allo scenario internazionale e più insofferente della derive integraliste, si sono accorti entrambi che la stabilità mondiale esige una sorta di patto di pacificazione Croce e Mezzaluna.

Due sinistre senza sinistra ( da "EUROPA ON-LINE" del 08-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: e cercando la grande referenza trasversale, che in Italia consentì ai partiti laici della mai realizzata ?terza forza? (vedi I profeti disarmati, di Mirella Serri, Corbaccio, p.240, euro 18), di fare maggioranza sui singoli problemi della civilizzazione laica (divorzio, aborto, diritto di famiglia, femminismo) e non laica?

Cristiani perseguitati e buon esempio ( da "EUROPA ON-LINE" del 08-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Certo: è giusto che cattolici e laici siano solidali con tutti coloro che subiscono ingiustizie e violenze, tanto più per motivi religiosi. Ma il miglior modo di difenderli è dimostrare che i cattolici non sono tra gli aggressori del mondo islamico o di quello induista;

Franzoni e la chiesa dei poveri Il "Dom" compie ottant'anni in questi giorni e nel suo "Laboratorio di religione" pratica la fede come atto di responsabilità Una vita spesa dalla p ( da "Unita, L'" del 08-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma la responsabilità politica e sociale va impiegata laicamente, anche perché il percorso sarà condiviso con persone di altri fedi o nessuna. A ottant'anni Giovanni Franzoni continua ad essere impegnato come sempre. Sta lavorando al quarto volume della sua opera omnia, porta avanti un progetto per costruire una centrale fotovoltaica ed eolica in un ospedale di Gaza.

Rodolfo Lorenzoni In Perché credo c'è davvero tutta la ... ( da "Tempo, Il" del 08-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cresciuto nel più laico e razionalista degli ambienti culturali (la Torino degli anni '60) Messori viene quasi folgorato da un'evidenza che gli si impone inaspettatamente ma indubitabilmente, l'evidenza della rivelazione cristiana. Le pagine più significative e sorprendenti del testo sono proprio quelle in cui lo scrittore tenta di descrivere quel momento decisivo,

WASHINGTON Barack Obama, nonostante le sue posizioni a favore della libertà di aborto, ha con... ( da "Messaggero, Il" del 08-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: aborto tra i criteri di scelta, lasciando però alla fine libertà di coscienza ai propri fedeli. Evidentemente nè il "laico" McCain nè l'ultraconservatrice Sarah Palin davano sufficienti garanzie. Contro Kerry, invece, i presuli erano stati molto più duri, favorendo, nonostante le divergenze sull'Iraq, la vittoria di Bush junior.

La mappa delle disparità negli ospedali della capitale ( da "Unita, L'" del 09-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: stato dato. Sessantanove posti in più al Campus biomedico dell'Opus Dei (che così arriva a 240 posti convenzionati) hanno mandato su tutte le furie il municipio Roma XI e i medici laici della Asl Rm C (e non solo). Soprattutto perché nella stessa Asl, al Cto, vengono tagliati ben 128 posti letto su 246 e viene chiesto di riconvertirsi a cliniche specializzate come la Fabia Mater,

<La santificazione di Pacelli? Non tocca a noi ebrei giudicare> ( da "Corriere della Sera" del 09-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: processo di revisione nella teologia cattolica nei confronti degli ebrei. Ciò che era avvenuto nella Shoah, nel cuore dell'Europa cristiana, era stato troppo grave, troppo drammatico. Dai primi anni Cinquanta religiosi ebrei e cristiani hanno iniziato a parlarsi. La Chiesa ha rivisto le sue posizioni sui perfidi judei, sugli ebrei responsabili della persecuzione e passione di Cristo.

ALCESTE SANTINI PIO XII è STATO UN ECCEZIONALE DONO DI DIO . NEL VALUTARE, A CINQ... ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 09-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: rivolta da secoli dai cattolici agli ebrei per avviare anche con questi ultimi un dialogo che oggi è in pieno svolgimento. Ogni Pontefice è figlio del suo tempo come lo è stato Pio XII e su certe questioni nuove che già si profilavano, sia sul piano teologico che socio-politico, fu, come significativamente ha rilevato Benedetto XVI,


Articoli

il mondo sta cambiando - pietro soldi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 05-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina VIII - Napoli IL MONDO STA CAMBIANDO PIETRO SOLDI pecie se il liberismo è la dottrina del libero gioco del mercato rispetto al quale gli interventi regolatori e programmatori dello Stato assumono fatalmente le sembianze dell´orco che sconvolge la vita felice del villaggio. è un insegnamento che adesso assume carattere di urgenza e di maggiore forza per la imprevista gravità della crisi in cui siamo precipitati; ma non è una lezione nuova, dal momento che la più viva cultura del Novecento, ricercando le vie dello sviluppo economico-sociale in un sistema politico liberale e democratico, ha condotto alla dialettica distinzione tra liberalismo e liberismo. Ha senso politico-culturale guardare ai fatti di casa nostra, con un po´ di buona memoria. Nell´Italia del boom, quasi cinquant´anni fa, un liberaldemocratico di schietto sentire come Francesco Campagna scriveva: «La politica di sviluppo è la politica liberale dei nostri tempi in tutto il mondo; ma non è e non può essere una politica liberista». è una proposizione che riassume bene il nucleo centrale del dibattito di politica economica che allora impegnava il centrosinistra in fase di gestazione. Il grande tema è quello di una politica di programmazione economica, i cui più lucidi fautori sono Ugo La Malfa e Pasquale Saraceno. Ma quel disegno di programmazione non ebbe mai sbocco politico-istituzionale. Il suo fallimento ha lasciato dietro di sé problemi irrisolti che pesano tuttora gravemente sulla condizione del Paese. Occorre ribadire con chiarezza che non era una concezione vincolistica, o socialistica, della programmazione economica, tale da far temere che potesse distorcere la logica di mercato. Saraceno e La Malfa, uno cattolico liberale e l´altro democratico laico, conoscevano bene la lezione di Nitti e non meno quella della scuola keynesiana, e consapevolmente rifiutavano una visione tutta ideologica della politica di sviluppo. La loro idea nasceva da una severa lettura storico-politica della realtà del Paese, nella quale individuavano un generale ritardo economico e civile rispetto al mondo euro-occidentale, ritardo a cui conferiva un carattere specifico lo storico dualismo tra Nord e Sud. Volevano una programmazione dello sviluppo pienamente improntata a criteri razionali e pragmatici, sapendo che occorreva superare le debolezze della politica liberista, le quali non erano state vinte anche quando il Paese aveva rinunciato al protezionismo e si era aperto alla concorrenza internazionale. Dagli anni Settanta, in Italia "programmazione economica" è diventato un termine tabù nel dibattito politico-culturale. Una scossa potrebbe darla il dibattito sull´attuale crisi dell´economia mondiale, almeno per bocca degli uomini più pensosi e preparati del Paese. In fondo, come affermava Salvatore Cafiero, storico direttore della Svimez, la programmazione economica di concezione liberale non è più che «un metodo di coordinamento dell´azione pubblica diretta al superamento degli squilibri strutturali del Paese, di cui l´arretratezza meridionale è l´aspetto più grave». Un metodo, come pure è stato detto, che «deve fissare fini, tempi, mezzi, procedure e, non ultimo, operare un rigoroso controllo dei risultati». Qual è il demone illiberale che s´annida in un tale metodo? La risposta dovrebbero darla gli attuali riformisti democratici.

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LA GUERRA RIMOSSA DEI DUE ANTIFASCISMI (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 05-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-11-05 num: - pag: 49 categoria: REDAZIONALE Elzeviro Pannunzio nel saggio di Mirella Serri LA GUERRA RIMOSSA DEI DUE ANTIFASCISMI di PIERLUIGI BATTISTA C' era un giornale, negli anni successivi alla Liberazione, che dava conto con ostinata meticolosità degli innumerevoli omicidi a sfondo politico che stavano funestando, da Nord a Sud, la lotta politica dell'Italia alla riscoperta della democrazia. Il giornale era Risorgimento Liberale e il direttore era Mario Pannunzio. Quell'opera di denuncia rimase isolata e inascoltata. Scorreva in quei mesi non pacificati non solo il «sangue dei vinti» fascisti descritto da Giampaolo Pansa, ma anche quello di una parte dei vincitori antifascisti che si ritrovò vittima dell'arrogante disegno di chi, unito nella Resistenza contro i tedeschi e la Repubblica di Salò, puntò le armi fratricide per falciare gli ex alleati. I delitti raccontati in diretta da Risorgimento Liberale colpivano antifascisti liberali, antifascisti cattolici, antifascisti laici, antifascisti socialisti. Niente come quella sequenza di esecuzioni sommarie smentisce la leggenda di un unico antifascismo, monolitico, compatto, cementato da un comune nemico. La fine vittoriosa della lotta antifascista innescò una guerra tra due opposti antifascismi, quello antitotalitario e quello di matrice comunista. Una guerra sanguinosa. Le temeraria opera di smascheramento promossa da Pannunzio dalle colonne del suo giornale viene riportata alla luce nel nuovo libro di Mirella Serri, I profeti disarmati (Corbaccio, pp. 229, e 18) già raccontato su queste pagine da Antonio Carioti. Storica della cultura, critica letteraria, autrice di studi «dissacranti» su Giaime Pintor e sul percorso ambiguo degli intellettuali «redenti » che frequentarono il fascismo e si trasformarono in antifascisti occultando le parti più compromettenti delle proprie biografie, Mirella Serri si è avvicinata al giornale di Pannunzio con un taglio «culturale». Voleva ristudiare uno dei luoghi più importanti dove si radunavano le migliori intelligenze dell'antifascismo liberale. Si è imbattuta in una galleria degli orrori costruita attraverso materiali di cronaca dimenticata o deliberatamente rimossa. Ha così messo in luce quanto sia stata difficile in Italia la stessa sopravvivenza di una cultura minoritaria, ma che non è mai venuta meno agli imperativi di una lotta sui due fronti del totalitarismo. La mitologia antifascista (non i valori dell'antifascismo, che sono un'altra cosa) prevede che chiunque abbia partecipato alla battaglia contro il fascismo meriti perciò una indistruttibile patente democratica. L'antifascismo liberale, invece, giustifica la sua naturale collocazione antifascista con il ripudio del totalitarismo in quanto tale. Del totalitarismo nazista e fascista e di quello comunista. Nel nome della comune lotta contro Hitler, le potenze democratiche dell'Occidente si allearono con Stalin, ma mai si sarebbero sognate di rendere eterna un'alleanza anche dopo la sconfitta del comune nemico. Ecco, gli antifascisti liberali, cattolici, socialdemocratici, socialisti autonomisti, laici ebbero nei confronti dell'antifascismo comunista un comportamento analogo. E per questo, a giudicare dalle pagine di Pannunzio riesumate da Mirella Serri, pagarono un prezzo molto elevato. Una lotta per l'egemonia culturale all'interno dell'antifascismo — è questo il quadro concettuale che ispira I profeti disarmati — ebbe, sul piano della cronaca, inattese implicazioni cruente. La scientifica precisione con cui vennero colpiti bersagli appartenenti alle varie anime dell'antifascismo antitotalitario e non comunista sta a dimostrare che quella battaglia fu vissuta dall'antifascismo comunista come uno scontro senza esclusione di colpi, destinato a condizionare tutt'intera la vicenda politica e culturale del dopoguerra. La possibilità di ritrovare un frammento del piccolo universo liberale (antifascista e anticomunista) che non arretrò di fronte a una guerra culturale nei confronti del totalitarismo è uno dei meriti principali di questo libro. Che ricostruisce vicende, se non sconosciute, messe al bando dalla memoria collettiva dell'Italia repubblicana. E il profilo di un intellettuale, Mario Pannunzio, che non volle piegarsi ai diktat del conformismo. \\ L'antitotalitarismo liberale e laico contro i comunisti

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(Ud) (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 05-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-11-05 num: - pag: 45 categoria: BREVI (Ud) STATO E CHIESA Le ingerenze Caro Romano, il Vaticano, giustamente, reputa l'attacco di Israele sulla questione della beatificazione di Pio XII come una inaccettabile intromissione negli affari interni della Chiesa. Non entrando in merito alla diatriba piena di significato storico, vorrei porle una domanda da cattolico che vuole uno Stato laico: quando il Vaticano entra nelle questioni italiane tipo i Di.Co, il testamento biologico, l'uso degli anticoncezionali, le separazioni, ecc., non è, allo stesso modo, un'intromissione negli affari interni dello Stato italiano? Pietro Caredda Carbonia Non tutte le ingerenze e intromissioni hanno la stessa importanza e lo stesso rilievo. Quella di chi pretende di dire alla Chiesa chi debba o non debba santificare mi sembra, per esempio, particolarmente ridicola. Quanto agli interventi della Chiesa nelle scelte dello Stato italiano, credo che occorra fare una distinzione. Se esprime un giudizio morale sulle sue leggi, esercita un diritto. Quando dà istruzioni di voto ai cittadini italiani, come accadde all'epoca del referendum sulla procreazione assistita, il governo dovrebbe ricordare che la Santa Sede non ha soltanto diritti. Ha anche dei doveri.

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Otto anni fa, alla Convention democratica di Los Angeles, comparve un senatore dell'Illinois ch... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 05-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Mercoledì 05 Novembre 2008 Chiudi di PIER PAOLO PITTAU Otto anni fa, alla Convention democratica di Los Angeles, comparve un senatore dell'Illinois che nessuno aveva invitato, e a cui, ovviamente, non era stato pagato il viaggio. Barak Obama dovette comprarsi il biglietto d'aereo per fare, poi, un semplice atto di presenza. Erano i tempi in cui - lui ci scherza ancora adesso - la gente storpiava il suo cognome: lo chiamavano «Alabama», «Yo Mama»... Pochi anni fa Obama era uno sconosciuto al di fuori del suo Stato, l'Illinois, anche se qualcuno era rimasto colpito da un discorso che aveva tenuto alla Convention democratica del 2004. Pochi mesi dopo la Convention Obama aveva stravinto le elezioni per entrare al Senato di Washington: solo allora questo senatore di 43 anni - il quinto senatore nero nella storia americana - contrario alla guerra in Iraq prima ancora dell'invasione del marzo 2003, avvocato che aveva rifiutato le offerte di ricchi studi legali per lavorare con i poveri di Chicago, cominciò ad essere notato nella capitale, ad attirare l'attenzione dei media. La storia di Obama comincia dal Kenya, nella regione di Kimusu, dove non per nulla in questi giorni si è fatto un gran tifo per Barack, sognando un Luo alla Casa Bianca. In quella parte del Kenya, nell'etnia Luo, nacque il padre di Obama. «Attraverso un duro lavoro e perseveranza - ha raccontato Obama - mio padre ottenne una borsa di studio per studiare in un posto magico, l'America». Il padre di Barack studia alle Hawaii, e lì conosce una giovane americana un po' hippy arrivata dal Kansas con i genitori. I due si sposano, e il 4 agosto 1961 Barack Obama nasce a Honolulu. Quando ha due anni, però, il padre se ne va per studiare a Harvard, si laurea e torna in Kenya per sempre. Divorziata, la mamma si risposa con un indonesiano, e Barack, sei anni, va con la famiglia a Jakarta. Comincia la scuola, e benché padre e patrigno siano musulmani, Barack frequenta sia scuole laiche che cattoliche (rimarrà da adulto cristiano, legato a un gruppo protestante). A dieci anni torna alle Hawaii, a vivere con i genitori della mamma, con quella nonna che è appena morta e a cui era molto legato. Anni difficili, quelli. Ha raccontato Obama, parlando delle sue ubriacature di allora, delle fumate di marijuana, di alcuni contatti con la cocaina: «Vivevo in una famiglia bianca, ma mi chiamavo Barack ed ero nero: alle Hawaii non passavo inosservato». Il gran salto a New York, alla Columbia University per studiare scienze politiche. Poi tre anni come assistente sociale a Chicago. Poi, nel 1988, l'ammissione alla Harvard Law School, la laurea in legge, il ritorno a Chicago per impegnarsi nell'assistenza legale ai più poveri. E a Chicago conosce un'avvocatessa nera, Michelle Robinson, che diventerà sua moglie e gli darà due figlie, Malia e Natasha. L'ascesa politica comincia nel 1996 con l'ingresso nel Senato dell'Illinois, e nel 2004 Obama entra nel Senato Usa. E' alla sinistra del Partito Democratico, vuole il disimpegno dall'Iraq, dialogare con Iran, Cuba e Nord Korea, però una linea più dura con alleati come Arabia Saudita e Pakistan. Ha una voce profonda, un'eloquenza alla Martin Luther King (ma non si offre come rappresentante dei neri); come Kennedy, che a Truman disse che «il mondo sta cambiando e le vecchie formule non servono più», Obama ha fatto di «change», cambiamento, la sua parola d'ordine insieme con «audacia della speranza». E il senatore nero, per sua ammissione grande giocatore di poker e amante del rischio, affronta il rischio più grande candidandosi nel 2007 alla Casa Bianca. Lo annuncia in una piazza di Springfield, in Illinois, dove 150 anni prima Lincoln aveva chiamato gli americani all'unità. Lincoln, uno dei suoi ispiratori con Gandhi e Luther King. Obama vince ancora una sfida, quella contro l'altro candidato, la senatrice Clinton, che dura dal gennaio a giugno di quest'anno; poi anche i Clinton lo sostengono, e l'«audacia della speranza» spinge ad appoggiarlo anche due repubblicani influenti, l'ex segretario di Stato Colin Powell e l'ex portavoce della Casa Bianca Scott McLellan. La marcia di Obama procede. Dove si presenta è accolto da migliaia di persone come una superstar, i fondi per la campagna che riesce ad attirare battono tutti i record. Obama - più nessuno sbaglia il suo nome - è il nuovo sogno americano.

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Veltroni chiude il caso: <Binetti ha sbagliato> (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 06-11-2008)

Argomenti: Laicita'

«Il Pd è contro l?omofobia, ma non facciamo processi alle idee» Veltroni chiude il caso: «Binetti ha sbagliato» RUDY FRANCESCO CALVO Il caso lo ha chiuso Walter Veltroni, senza nemmeno attendere la riunione della commissione di garanzia presieduta da Luigi Berlinguer, alla quale sono stati presentati una quarantina di ricorsi contro le frasi pronunciate da Paola Binetti, che affiancavano l?omosessualità alla pedofilia. Ieri mattina il segretario è intervenuto per dire che «le posizioni del Pd su temi di grande importanza, come l?uguaglianza dei diritti e la lotta a ogni fenomeno discriminatorio come l?omofobia, sono chiarissime» e che «singole voci che assumono posizioni diverse da queste non rappresentano l?opinione del partito, ma esprimono un parere personale. Un parere ? è stato ancora più chiaro Veltroni ? che nel caso della recente intervista dell?onorevole Binetti è sbagliato». L?ammonimento politico è chiaro, ma per il segretario non può spingersi oltre, fino alla possibilità di assumere provvedimenti disciplinari, perché «credo che in un grande partito come il nostro non possano esistere ?reati d?opinione? o processi per idee che vengono espresse». Alle stesse conclusioni è giunta anche la commissione di garanzia, che ieri sera ha approvato all?unanimità un documento in cui si precisa che «l?ordinamento del Pd non prevede sanzioni specifiche legate alle dichiarazioni personali» e quindi «non è applicabile alcuna sanzione in ordine alle dichiarazioni rese dall?onorevole Binetti». La commissione presieduta da Berlinguer ha voluto sottolineare comunque che «i documenti fondativi del Pd sottendono una priorita difesa della dignità della persona » e quindi ha richiamato tutti «a evitare di alimentare ogni inaccettabile pregiudizio che possa condurre alla discriminazione delle persone in ragione di propri orientamenti sessuali». Le dichiarazioni di Veltroni comunque avevano già chiuso la questione per Anna Paola Concia, che sin dall?inizio aveva chiesto un intervento di natura politica contro le esternazioni di Binetti, senza la necessità di provvedimenti disciplinari. Una posizione condivisa anche da molti esponenti di matrice cattolica del partito. Per Giorgio Merlo, «le opinioni liberamente espresse non possono neanche lontanamente essere oggetto di processi pubblici o di larvata sconfessione per un successivo pentimento ». E il presidente dei cristiano sociali Mimmo Lucà, che spiega di non condividere le affermazioni di Binetti, considera comunque «abnorme che su di esse si imbastiscano processi». Roberto Giachetti, un altro rutelliano come Binetti, ma di sponda laica, giudica «inquietante » il ricorso alla commissione di garanzia, anche se, ammette, «ogni tanto un po? più di rispetto e riflessione non guasterebbero». L?obiettivo da raggiungere per Giachetti semmai è un altro: «Da un partito democratico vorrei una battaglia per la definitiva cancellazione dei reati d?opinione dai nostri codici, invece di traslarli nella vita interna del partito». A fianco di Binetti si schierano tre senatori Dem, Daniele Bosone, Emanuela Baio e Paolo Rossi, che giudicano «spropositati ed evidentemente strumentali » gli attacchi rivolti alla deputata ex teodem e invitano «coloro che stanno in modo inutile, anzi dannoso, spendendo tempo ad allontanare Binetti dal partito ad abbassare i toni, avere più rispetto per le opinioni altrui e impegnarsi con eguale vigore alla costruzione e non alla distruzione del Pd. Dobbiamo includere e non escludere».

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sanità, ultimo avviso dal governo - ottavio lucarelli (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 06-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina VI - Napoli Sanità, ultimo avviso dal governo "Possibile un commissario in Campania". Bocchino insiste su Scalera Il sottosegretario Martini dopo il Lazio avverte "le altre regioni con forte disavanzo" Santangelo, manager del Pascale: "Sarebbe una scelta disastrosa" OTTAVIO LUCARELLI «Dopo il Lazio probabilmente arriveranno altri commissariamenti nella sanità». La frustata è di Francesca Martini, sottosegretario al Welfare, che avverte: «I piani di rientro non stanno andando bene nonostante le risorse aggiuntive messe a disposizione delle sei regioni con forti disavanzi che non avevano razionalizzato la spesa e la rete ospedaliera». Avviso anche alla Campania, dunque, dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi sul nome del possibile commissario indicato dalla destra nel deputato Giuseppe Scalera, presidente dell´Ordine dei medici di Napoli e parlamentare. E per questo "incompatibile", secondo l´assessore regionale alla Sanità Angelo Montemarano. Per il quale comunque «il commissariamento non è in calendario, perché la Campania ha superato finora tutti gli esami ed il prossimo è già fissato a metà gennaio». Scalera ribatte che «non c´è incompatibilità tra parlamentare e commissario», ma i poteri speciali vengono comunque visti da più parti come «il peggiore dei mali». Soprattutto dai candidati della lista "Costruiamo insieme" guidata da Gabriele Peperoni, che si oppone alla conferma di Scalera. Lista in cui trova posto anche il cognato dell´assessore regionale Angelo Montemarano, Giuseppe Tortoriello, consigliere uscente che tre anni fa era alleato di Scalera. Così come molti altri degli esponenti della lista anti-Scalera, tra i quali non solo Peperoni, vicepresidente uscente, ma anche Gennaro Volpe che avverte: «La sua lista è troppo politicizzata e i politici si sa, hanno ben poco tempo da dedicare all´Ordine». Una battaglia comunque segnata dal rischio commissariamento. Con Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl alla Camera, che commenta: «Scalera è il più idoneo in quel ruolo in Campania». Commissariamento che invece è «il peggiore dei mali» secondo il professore Mario Santangelo, manager del Pascale: «Sarebbe un disastro perché produce troppi effetti negativi. è importante invece portare avanti, votare in consiglio regionale e migliorare ancora il piano ospedaliero lavorando sulla riorganizzazione dei servizi e sulla riutilizzazione del personale che si trova oggi presso ospedali o servizi da sopprimere». Ma non c´è solo il rischio commissariamento su cui deciderà il governo. Al lavoro è anche la Camera, che ieri ha istituito una commissione di inchiesta sugli "errori in campo sanitario" e sulle "cause dei disavanzi sanitari regionali". «Un atto dovuto e importante», secondo il deputato del Pd Luisa Bossa, ex sindaco di Ercolano: «Troppi errori, troppe denunce di pazienti e familiari. Troppe decisioni prese fuori dagli ospedali e contro gli ospedali stessi perché non si istituisse questa commissione. Una scelta unanime e importante del Parlamento». Governo e Parlamento al lavoro, ma anche in consiglio regionale la commissione sanità guidata dal diessino Angelo Giusto ha avviato l´esame del piano ospedaliero approvato nei giorni scorsi in giunta, che prevede la riduzione delle Asl da 13 a 8 e il taglio di una cinquantina di poltrone. Esame scattato con le audizioni degli operatori irpini, di sindacati e associazioni di categoria. Franco D´Ercole, capo dell´opposizione di centrodestra, protesta: «Un piano ospedaliero che è stato reso necessario dalla sciagurata e spendacciona gestione della sanità nella nostra regione negli ultimi dieci anni». Un piano che annuncia tagli e sacrifici. E che mette sul piede di guerra i dipendenti del presidio ospedaliero di Acerra che, assieme a cittadini, sindacati e associazioni laiche e cattoliche di volontariato, si riuniscono stamattina davanti ai cancelli di "Villa dei fiori" per protestare contro la Regione.

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L'ECCENTRICO SALVEMINI IRREGOLARE DELLA POLITICA (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 07-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-11-07 num: - pag: 53 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano L'ECCENTRICO SALVEMINI IRREGOLARE DELLA POLITICA Mi sembra di ricordare che Salvemini, ancora negli anni Cinquanta, dalle colonne del Mondo di Pannunzio, proponesse al Partito repubblicano e a quello liberale di unificarsi. La proposta fu respinta da La Malfa, che preferì ricordare che il Pri era «un piccolo partito di massa». D'accordo, nell'attuale realtà politica non esiste traccia di quel disegno divenuto pertanto anacronistico, ma a livello di conoscenza storica non può essere interessante riparlarne, soprattutto ricordando che Gaetano Salvemini, «erede delle lezioni di Carlo Cattaneo», fu forse il più lucido dei liberal democratici uscito dalle rovine del regime fascista? Fu storico di fama e politologo credibile, uomo coltissimo alla cui cultura aggiungeva una lunga esperienza di vita politica attiva, prima in Italia e poi negli Stati Uniti: non c'era problema sociale che lui non conoscesse in profondità, proponendo sempre soluzioni «laiche». Gianni Celletti giovanni.celletti@in.it Caro Celletti, N on ricordo l'articolo a cui lei allude e non ho sotto mano la collezione del Mondo, ma la proposta avanzata da Salvemini non mi sorprende. L'idea di una fusione tra repubblicani, liberali e socialdemocratici per tenere testa all'egemonia culturale del partito comunista e alla crescente influenza dei cattolici nella vita politica, riflette le sue convinzioni soprattutto negli anni in cui i due grandi partiti di massa stavano progressivamente restringendo gli spazi dell'Italia liberal-democratica. Gaetano Salvemini fu sempre un imprevedibile «irregolare » della politica e della cultura italiane. Il suo marxismo e la sua adesione al partito socialista nel 1893 non gli impedirono di seguire con interesse le lezioni di un filosofo del realismo politico, Gaetano Mosca, e di studiare con passione il federalismo di Carlo Cattaneo. Aderì al gruppo della Voce, la rivista diretta da Giuseppe Prezzolini, e lo abbandonò nel 1911 quando sostenne, contrariamente ai suoi amici, che la conquista della Libia («uno scatolone di sabbia») era un errore. Ma si staccò contemporaneamente dal socialismo e fondò una rivista, L'Unità, a cui collaborarono molti liberali progressisti. Si presentò alle elezioni del 1913 in un collegio meridionale, fu sconfitto dalla macchina elettorale dei notabili locali e scrisse un tagliente libello contro Giovanni Giolitti («Il ministro della malavita»). Ma dette dell'era giolittiana, più tardi, un giudizio equilibrato e intelligente. Fu interventista nel 1915, ma contrario al revanscismo nazionalista del primo dopoguerra. Fu parlamentare nel 1919 e condivise, nonostante le divergenze degli anni precedenti, le grandi linee della politica estera di Giolitti. Combatté il fascismo, soprattutto dopo il delitto Matteotti, fu arrestato, processato, privato della cittadinanza italiana, esule prima in Francia, poi negli Stati Uniti. Ma nei gruppi degli esuli antifascisti non esitò mai ad assumere posizioni «stonate» e non conformiste. Anche negli anni in cui il partito comunista pretendeva di esercitare il monopolio dell'antifascismo, Salvemini riuscì a essere contemporaneamente antifascista e anticomunista. La sua posizione, quando fu uno dei principali collaboratori del Mondo di Mario Pannunzio, è riassunta bene in un libro recente di Massimo Teodori («Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista », edito da Marsilio) di cui ho segnalato la pubblicazione in una risposta dedicata a Ignazio Silone. Nelle vivaci discussioni del 1952 su socialisti e liberali, Salvemini sostenne che vi erano in Italia, «isolati gli uni dagli altri, molti uomini e donne di alto valore morale e intellettuale, ma "disgustati" dalle manovre dei politicanti, anche liberali, repubblicani e socialdemocratici ». Per uscire dall'inerzia occorreva una «terza via» indipendente da democristiani e comunisti. Constatò con amarezza che i partiti liberali, democratici, socialdemocratici, riformisti e repubblicani avevano progressivamente dissipato il loro credito e dette un'ulteriore prova del suo nonconformismo in occasione delle elezioni del 1953. Mentre molti intellettuali gridavano allo scandalo contro la «legge truffa» (il premio di maggioranza per i partiti apparentati a cui gli elettori avessero dato più del 50% dei voti), Salvemini sostenne la proposta di De Gasperi e la necessità di un'alleanza con la Dc sulla base di garanzie programmatiche. «Nacque allora, scrive Teodori, l'espressione "stringiti fortemente il naso", (...) coniata da Salvemini per il voto a favore di Pri, Pli e Psdi» e più tardi usata, in altre circostanze, da Montanelli.

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il ritorno dei cattolici di base - paolo griseri (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 07-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XI - Torino Domani un convegno a Santa Rita Il ritorno dei cattolici di base PAOLO GRISERI Nel marzo del 2007 aveva fatto scalpore la lettera aperta al cardinale Poletto in cui criticavano alcuni atteggiamenti della gerarchia ecclesiastica e chiedevano un confronto più aperto tra laici e sacerdoti. Ora sono riuniti in associazione, la rete «Chiccodisenape», hanno un sito internet (www. chiccodisenape. wordpress. com) e organizzano il loro primo convegno pubblico dal titolo: «Vi ho chiamato amici. Laici responsabili per il Vangelo e il mondo». L´appuntamento è per domani alle 9 nella Sala conferenze della chiesa di Santa Rita in via Vernazza 30 a Torino. Erano molti anni che a Torino non si svolgeva un´iniziativa di questo rilievo promossa dai cattolici di base. Al convegno prenderanno la parola tre teologi (Giuseppe Ruggeri, Serena Noceti e Marco Vergottini) che hanno seguito i tre gruppi di lavoro in cui in questi mesi si è divisa la platea dei firmatari della lettera. Al centro delle tre relazioni («Ricercare le parole per dire Dio nel nostro tempo», «Essere cristiani nel mondo» e «Sperare in una chiesa di comunione e di profezia») c´è il nodo del rapporto tra laici e religiosi in una chiesa che, scrivono i relatori, ha «irrigidito la sua struttura verticistica riabilitando la concezione del cattolicesimo come religione etico-politica». La richiesta ai vescovi è, ancora una volta, quella di concedere ai laici un maggiore spazio di autonomia «perché il dialogo non è pratica corrente oggi nella vita della chiesa». Al termine del convegno il lavoro della nuova associazione dovrebbe proseguire con la creazione di due gruppi di studio incaricati di produrre, nei prossimi mesi, un documento teorico di inquadramento generale e di analisi della situazione attuale della chiesa cattolica e un documento di proposte concrete per modificare i rapporti tra laici e sacerdoti. In sostanza, dicono i promotori del convegno di domani, si tratta di proporre soluzioni che «ribaltino la procedura di oggi secondo la quale la gerarchia si pronuncia e i laici si arrabattano». Obiettivo che si può raggiungere «riprendendo le indicazioni sul ruolo dei laici che emergevano dai lavori del Concilio Vaticano II».

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verso un patto contro il fanatismo - marco politi roma (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 07-11-2008)

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Pagina 48 - Cultura Islam e Vaticano: l´incontro si è concluso all´insegna della concretezza VERSO UN PATTO CONTRO IL FANATISMO Superato l´incidente di Ratisbona E Bertone torna su Pio XII: "La sua beatificazione è affare della Santa sede. Oltraggiose le accuse degli ebrei" MARCO POLITI ROMA ascerà un comitato anti-crisi per fronteggiare insieme, cristiani e musulmani, l´esplodere di conflitti e violenze. Sarà un po´ come il "telefono rosso" che negli anni della Guerra fredda collegò Stati Uniti e Urss impedendo la catastrofe nucleare. «Oggi sono più ottimista di ieri, ora guardiamo oltre Ratisbona», commenta al termine del primo vertice cattolico-islamico il gran muftì di Sarajevo Mustafà Ceric, capo della delegazione musulmana. Il comitato, che entrambe le parti si sono impegnate a studiare come organo permanente per gestire «risposte coordinate a conflitti e altre emergenze», è il segno che il vertice convocato da Benedetto XVI su impulso di un appello di 138 studiosi e leader musulmani si è svolto nella concretezza. Ceric, che ha vissuto in prima persona il dramma della feroce guerra di Bosnia e che ha invitato il pontefice a Sarajevo, sottolinea asciutto: «Ci sono conflitti che vanno prevenuti e risolti». Ed è il riconoscimento che il vertice di Roma non è stato una parata di intenzioni buoniste, ma il frutto di uno stato d´allarme. La Chiesa cattolica e la parte dell´intellighenzia musulmana, più attenta allo scenario internazionale e più insofferente della derive integraliste, si sono accorti entrambi che la stabilità mondiale esige una sorta di patto di pacificazione Croce e Mezzaluna. «Ci siano riuniti per un senso di urgenza e di allarme di fronte all´idea inaccettabile che le religioni potessero essere percepite come cause di conflitto. Chiesa cattolica e Islam hanno egualmente una dimensione globale e insieme vogliamo rapporti sostanziali, una comunicazione sincera, una comprensione più profonda», dichiara Ingrid Mattson, presidente della Società islamica dell´America del nord. E fa impressione sentire questa professoressa, in giacca-tunica rossa, un fazzoletto giallo e nero in testa, parlare con verace accento americano a nome dei seguaci islamici che negli States l´hanno democraticamente eletta. Davvero questo è il secolo delle mescolanze. Il giudizio della Mattson converge con quello del cardinale Jean - Louis Tauran, che ha coordinato il vertice. «Sono soddisfatto - ci confida - perché abbiamo registrato una grande atmosfera di fiducia e poi ci sono i punti del comunicato!». Sì, i paragrafi della dichiarazione finale testimoniano un desiderio di operatività. C´è l´impegno a garantire la dignità umana «su basi eguali per uomini e donne». C´è l´impegno al rispetto a «rispettare la persona e le sue scelte in materia di coscienza e di religione». C´è l´affermazione che i credenti hanno il diritto a propri luoghi di culto, al rispetto della pratica pubblica e privata, alla salvaguardia delle proprie convinzioni, a non vedere dileggiati simboli e figure che considerano sacri. Paragrafo dopo paragrafo vengono definiti e confermati principi fondamentali. Non è il linguaggio degli appelli di tipo religioso, è qualcosa di più. Dalla precisione delle definizioni traspare lo sforzo di creare un codice di comportamento di lungo respiro. Dice la Mattson: «Noi, le nostre comunità con le loro differenze, rappresentiamo la corrente maggioritaria del mondo musulmano. Ci sarà chi si oppone, ma saranno voci che rimarranno ai margini». In effetti i paragrafi riecheggiano il tono di un trattato. «Noi affermiamo che nessuna religione né i suoi seguaci debbano essere esclusi dalla società. Noi riconosciamo che il creato di Dio nella sua pluralità di culture, civiltà, lingue e genti è una fonte di ricchezza e non dovrebbe mai diventare causa di tensioni e conflitti. Noi siamo convinti, cattolici e musulmani, del dovere di promuovere un´accurata informazione sulla religione dell´altro. Noi professiamo che cattolici e musulmani sono chiamati a essere strumenti di amore e di armonia tra i credenti e l´umanità intera, respingendo ogni oppressione, violenza aggressiva e terrorismo, specialmente se commessi in nome della religione». C´è molto in questi paragrafi delle questioni sollevate dalla Chiesa cattolica negli ultimi anni. Il documento costituisce il primo risultato della linea del cardinale Bertone tesa a trasformare l´«incidente di Ratisbona» in occasione di confronto operativo con l´islam. Ma in ultima analisi costituisce anche un successo per la tesi tenacemente sostenuta da Ratzinger che le religioni debbano misurarsi con il metro dell´agire pubblico razionale e che la prova di questa razionalità - al fondo laica - sta nel garantire i diritti fondamentali della persona umana. Ma nell´iniziativa partita dalla Lettera dei 138 saggi musulmani si avverte anche la voglia di liberarsi dall´abbraccio mortale del fanatismo fondamentalista. «La libertà di religione include il diritto di cambiare religione», conferma l´iraniano Seyyed Nasr, docente alla George Washington University della capitale americana. Papa Ratzinger, ricevendo i partecipanti al vertice, ha riassunto il nesso tra fede e diritti. Le discriminazioni ai danni dei credenti e le «persecuzioni spesso violente, a cui sono soggetti, sono atti inaccettabili e ingiustificabili. Tanto più gravi e deplorevoli se vengono condotte nel nome di Dio». Per Benedetto XVI «il nome di Dio può essere solo un nome di pace, fraternità, giustizia e amore». Ne va della credibilità stessa delle religioni. Ora passa ai politici e ai leader religiosi sul campo la responsabilità di assicurare tutte le libertà. Fatto un passo avanti nei rapporti con l´Islam, resta aperta la questione di Pio XII, che ha inasprito le relazioni con l´ebraismo. Proprio ieri il cardinale Bertone è tornato sull´argomento. Con parole dure: «La beatificazione è di esclusiva competenza della Santa Sede. Pio XII non era il Papa di Hitler, queste accuse sono oltraggiose e insostenibili», ha detto. L´incidente, in questo caso, non è ancora chiuso.

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Due sinistre senza sinistra (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 08-11-2008)

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Dopo la ne dell?Unione e la nascita del Pd, forse verso un?altra scissione Due sinistre senza sinistra Dal lungo suicidio nei venti mesi del governo Prodi alla percezione di essere stata espulsa dalla politica. Due libri fanno il punto sulla ?scomparsa? della sinistra e altro FEDERICO ORLANDO La corte d?assise di Roma ha condannato a 29 anni e all?espulsione dall?Italia, a pena scontata, il romeno Mailat, che nell?autunno 2007 aveva stuprato derubato e ucciso la signora Giovanna Reggiani, che dalla metropolitana tornava a casa. Rodolfo Brancoli, collaboratore di Prodi nell?ex sede dell?Ulivo a piazza Santi Apostoli, annota nel suo libro Fine corsa ? Le sinistre italiane dal governo al suicidio (Garzanti, p.300, euro 16,50) ogni episodio di quel lungo suicidio, delirato per venti mesi e infine realizzato. Tutti i sindaci del centrosinistra, da Torino a Salerno, erano esasperati dall?impotenza del governo di fronte al fastidio e alle ferite che i loro amministrati subivano da scippatori o lavavetri, ladri e omicidi. Ai primi di s e t t e m b r e , quando Prodi riuscì a «mettere allo studio un pacchetto di interventi da articolare in vari provvedimenti legislativi» (!), e dopo che un Veltroni furibondo per l?assassinio della signora Giovanna aveva portato a palazzo Chigi una intimazione di sfratto, il segretario di Rifondazione Giordano commentò: «Vorrei evitare che tutta la costruzione del Partito democratico si limiti (limitasse, non è meglio?) ad avere come unico e solo avversario i lavavetri ». E il compagno ministro della solidarietà sociale Ferrero: «Basta inseguire le logiche della destra, la percezione dell?angoscia e della paura, fare demagogia con misure di polizia ». Quello stesso 5 settembre, il ministro dell?interno Giuliano Amato denunciava a la Repubblica «la tara culturale che affligge una parte della sinistra», una forza incapace di capire che «sinistra non vuol dire lasciare impunita l?illegalità». A giro di posta, gli replicava la senatrice Gagliardi su Liberazione: «Il ministro Amato sbeffeggia la sinistra cavalcando la destra e la repressione»; mentre il manifesto, sempre top, intitolava ?Bandito Giuliano?. Non si sa se ?bandito? dalla sinistra o se nuova lupara di Montelepre. L?angosciato Parisi, che come ministro della difesa era stato coinvolto nel confezionamento del ?pacchetto?, «mi parlò sconsolato ? rivela Brancoli ? di una ?disgregazione culturale? senza rimedio» (p.273). Il resto è agonia. Della disgregazione e delle convulsioni agoniche della sinistra, che nemmeno dall?elezione di Obama ha avuto un brivido di speranza unitaria, vedremo altri episodi oggi e domani. Oggi Nichi Vendola, sconfitto da Ferrero al congresso di Rifondazione col 47 per cento, presenta l?associazione ?Per la Sinistra?, che insieme a Bertinotti, Fava, Migliore, Gianni dovrebbe fare la scissione subito dopo le europee («dopo e non prima ? spiega Bertinotti ? perché se l?alleanza comunista di Ferrero prende più voti, la nostra associazione nasce morta»). Domani il Pci Marco Rizzo, col filosofo Vattimo e il cantante Baccini, lanciano la «lavagna telematica», dove i proletari di tutta Italia potranno descrivere le pene del loro sfruttamento. Di tutta la sinistra, ma soprattutto di questa, residuata dopo la decisione di Veltroni di far correre il Pd da solo, dibattono legioni di Dottori in un referto di 350 pagine intitolato Sinistra senza sinistra ? idee plurali per uscire dall?angolo (Feltrinelli, 14 euro). C?è tutta l?accademia della sinistra pensante, quindi plurale: D?Eramo, Urbinati, Veca, Freccero, Zagrebelsky, Ruffolo, Viano, Cassese, Revelli, Rodotà, Saraceno, Paquino, Boeri, fior da fiore. Leggendo, si può esser certi che la sinistra abbia percepito d?essere stata espulsa dalla politica, non solo dal parlamento. Meno certo che essa ne individui le cause, al di là della rottura storica di Veltroni. Piuttosto, sembra affascinata dalla decisione di Berlusconi di concederle un?altra bombola di ossigeno per partecipare, con simboli e nomi del libro Cuore, alle elezioni europee: a questo serviva il preteso sbarramento al 5 per cento, costringere Veltroni a dire no, e consentire alla fungaia di tenersi viva, con gli 1, i 2, i 3 per cento, a danno del Pd. Ma idee per consentire invece a Pd e ?sinistra radicale? una loro possibile ricomposizione in una socialdemocrazia moderna o , meglio,una sinistra obamiana che oggi c?est plus facile da pronunciare, se ne trovano molte nella Summa feltrinelliana. Nadia Urbinati spiega che non è per nulla tramontato il bisogno di visioni del mondo, perché le nostre frustrazioni e aspirazioni vogliono essere legate in un discorso compiuto, affinché ci si possa riconoscere come parte di un progetto pubblico. E Gianfranco Pasquino docet che «il tempo delle socialdemocrazie non è passato; e che non è arrivato il tempo dei partiti che vogliano esprimere politiche di sinistra rimanendo programmaticamente privi di cultura politica e senza basi sociali». Purtroppo, la Summa non spiega se ce la farebbe a battere la destra un partito riformista che escludesse a priori, come fa il professore del Mulino, i riformismi liberali, popolari (cattolici), radicali che egli non cita. E uno si domanda: non è che tali esclusioni siano, al pari delle ideologie idolatrate nella loro pura e dura antiteticità, anch?esse lasciti dell?Ottocento e della prima repubblica? Non sarebbe meglio proporsi di comporre il partito riformista creando l?aspettativa realistica della novità, come ha fatto Obama in America; e cercando la grande referenza trasversale, che in Italia consentì ai partiti laici della mai realizzata ?terza forza? (vedi I profeti disarmati, di Mirella Serri, Corbaccio, p.240, euro 18), di fare maggioranza sui singoli problemi della civilizzazione laica (divorzio, aborto, diritto di famiglia, femminismo) e non laica? Forse uno spostamento d?attenzione dai partiti alla società, potrebbe dare di nuovo armi ai profeti disarmati e soluzioni ai cittadini.

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Cristiani perseguitati e buon esempio (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 08-11-2008)

Argomenti: Laicita'

CATTO Cristiani perseguitati e buon esempio ANGELO BERTANI Alle ambiguità della ?religione civile? è dedicato il lucido intervento di Gustavo Zagrebelsky su Micromega (anche su Repubblica del 31 ottobre). In una società definita come materialista, disgregata, priva di nerbo morale, è forte la tentazione di rivalutare il cattolicesimo come «sostegno della società politica, come medicina delle sue infermità, come fattore di identità ed esorcismo della violenza che quella società in frantumi cova nel suo seno». Certo è legittimo che la società civile si attenda un contributo da tutte le forze culturali e spirituali, nella comune responsabilità per i destini dell?uomo; sarebbe sbagliato invece delegare alla Chiesa la cura dell?ethos e dell?identità di un popolo, magari in alleanza «con progetti politici che nulla hanno a che fare con la fede religiosa, ma sono interessati ad un?alleanza per la difesa di una non meglio precisata civiltà occidentale». Questa visione comporta insidie per la laicità e per la democrazia; aggrava quello scontro di civiltà che (quasi) tutti dicono di non volere. E per la Chiesa significherebbe abbandonare l?impostazione della Gaudium et Spes e rischiare una secolarizzazione radicale: ridursi a strumento per la conservazione dell?ordine esistente e per nuove crociate. Perciò è almeno sospetta la campagna «per difendere i cristiani perseguitati ». Anche senza ricordare Magdi Allam, basta leggere Ernesto Galli della Loggia (?Le spalle al Cristianesimo?, Corsera 3 novembre) o rileggere Angelo Panebianco (?Persecuzioni anticattoliche. Il silenzio dei cristiani?, Corsera 7 settembre). Certo: è giusto che cattolici e laici siano solidali con tutti coloro che subiscono ingiustizie e violenze, tanto più per motivi religiosi. Ma il miglior modo di difenderli è dimostrare che i cattolici non sono tra gli aggressori del mondo islamico o di quello induista; rispettano gli immigrati di altre religioni o etnie? né sono la ?riserva morale? di quelli che bombardano senza criterio le popolazioni dell?Iraq o dell?Afghanistan e che rubano le risorse a mezzo mondo. Ha ragione Fulvio Scaglione quando ricorda che a non fare il loro dovere di difendere tutti i cittadini dalle violenze sono spesso i governi di quei paesi che noi chiamiamo moderati o filoccidentali, come l?Arabia saudita. Per difendere tutti gli uomini dalle violenze bisogna sostenere realmente i paesi tolleranti e democratici; e dare buon esempio a casa propria. Con Obama una speranza si apre, forse. La ?reciprocità? non vuol dire maltrattare gli islamici se quelli maltrattano i cristiani; vuol dire piuttosto dare il buon esempio a casa nostra e persuadere a fare altrettanto. In passato non è sempre avvenuto così.

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Franzoni e la chiesa dei poveri Il "Dom" compie ottant'anni in questi giorni e nel suo "Laboratorio di religione" pratica la fede come atto di responsabilità Una vita spesa dalla p (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 08-11-2008)

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Franzoni e la chiesa dei poveri Il "Dom" compie ottant'anni in questi giorni e nel suo "Laboratorio di religione" pratica la fede come atto di responsabilità Una vita spesa dalla parte degli "altri": i poveri, gli emarginati, i dimenticati. «Ma restiamo ai margini del Vaticano» Si chiama "Il laboratorio di religione" la riunione di Giovanni Franzoni con i bambini, la domenica prima della messa. Non c'è alcuna dottrina da imparare, piuttosto da riflettere sul significato della scelta di fede e delle responsabilità che porta con sé. Ho un ricordo di ore veloci, passate ad ascoltare e discutere sui temi più diversi. Una volta Giovanni, come sempre l'abbiamo chiamato in Comunità mentre per alcuni è sempre Dom Franzoni, ci spiegava la distinzione tra profeti autentici, vicini alle persone semplici, e i profeti pagati dal principe, dal potere. Anche da bambino, ero interessato al mio tempo e non capivo perché Dio avesse mandato profeti solo nell'antico Israele. Giovanni accolse l'obiezione e passammo alcune settimane a farci raccontare e leggere di profeti contemporanei: tra gli altri, Don Milani, Monsignor Romero, Martin Luther King. Giovanni Franzoni siede certamente tra loro, anche se è ben più giovane compiendo solo ottant'anni in questi giorni. Nessuno tra quelli che la conoscono avrebbe dubbi sul valore profetico della sua vita, della sua fede, del suo pensiero. Nella comunità di Base di San Paolo a Roma, di cui è tra i fondatori, la messa è servita collettivamente. Ci sono molte voci autorevoli, ma ogni voce ha il suo spazio, anche se appena arrivata. Non c'è un pastore fisso, o una gerarchia strutturata. Chi vuole può alzarsi e condividere le sue preghiere o il suo pensiero sulle letture della Bibbia e sui fatti del tempo corrente. Naturalmente si recita il Padre Nostro e si spezza il pane, come fanno i cristiani in tutto il mondo. La comunità, mi spiega Giovanni Franzoni, è parte della Chiesa, ma sta ai suoi margini. E' appena tollerata dalla Curia romana, ma ha molti amici e fratelli sparsi in tutto il mondo. Da quando, nel 1974, si è dimesso da Abate di San Paolo fuori le mura, una carica che ha il rango di delegato diretto del Papa, la comunità si riunisce in dei locali molto semplici al 152 di via Ostiense a Roma. La riflessione del Concilio Vaticano II, punto di partenza di questa esperienza, aveva un senso carico di valore per l'impegno politico e sociale. La Chiesa dei poveri non poteva non porsi il problema delle cause che generavano marginalità e oppressione. Non bastava più la purezza dogmatica, era necessaria l'azione. Era il tempo della teologia della Liberazione, dei cristiani di base, esperienze che più recentemente hanno contribuito al movimento "Noi siamo Chiesa" che chiede alle gerarchie maggiore partecipazione, apertura e tolleranza, il sacerdozio femminile. Vivere col Vangelo in una mano e il quotidiano nell'altra, era uno dei motti tipici degli esordi. Eppure i cattolici in politica, osservo, sono associati ai conservatori, alla destra. Non è vero, mi corregge Giovanni Franzoni, Joe Biden, il vice di Obama, per esempio è un cattolico aperto e progressista. Tuttavia, insiste, è giusta una grande prudenza nell'usare la propria fede come una bandiera. Noi non vogliamo strumentalizzare l'aggettivo "cristiano" per una posizione politica. La scelta di fede non è razionale, ma deriva da una esperienza religiosa personale. L'esperienza di fede porta all'assunzione di responsabilità, ma la responsabilità politica e sociale va impiegata laicamente, anche perché il percorso sarà condiviso con persone di altri fedi o nessuna. A ottant'anni Giovanni Franzoni continua ad essere impegnato come sempre. Sta lavorando al quarto volume della sua opera omnia, porta avanti un progetto per costruire una centrale fotovoltaica ed eolica in un ospedale di Gaza. C'è poi la Comunità e il laboratorio con i bambini. Gli chiedo di dire qualcosa alle persone che lo hanno ascoltato e letto, rimanendone ispirate e mosse. Non sono per l'amore da ricambiare, mi dice, sono per l'amore solare. Sono per l'irradiazione e non il circolo chiuso. Se qualcosa ho dato, vorrei che chi ha ricevuto trovi il modo di dare a sua volta. Dice: bisogna rievocare le motivazioni, coltivare l'autonomia personale, e la maturazione delle proprie scelte. In questo tempo dominato dalla paura e dall'angoscia, non abbiamo bisogno di leader, ma di responsabilità. A ottant'anni si pensa a quando si verrà meno, conclude sorridendo. Spero che ciò non abbia alcun impatto sull'impegno collettivo, il cui motore deve ormai essere indipendente da me. Come esseri umani dobbiamo cercare di costruire qualcosa di positivo, sempre ridendo, e rimanendo capaci di ascoltare la felicità della natura.

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Rodolfo Lorenzoni In Perché credo c'è davvero tutta la ... (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 08-11-2008)

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stampa Rodolfo Lorenzoni In «Perché credo» c'è davvero tutta la ... Rodolfo Lorenzoni In «Perché credo» c'è davvero tutta la vita di un uomo, di un intellettuale, di un cattolico. Vittorio Messori, in questo libro-confessione scritto con Andrea Tornielli (Piemme edizioni), racconta fino in fondo i passaggi più importanti e determinanti della sua esistenza, rivelando anche particolari fino ad oggi sconosciuti. E si tratta di un percorso tanto emblematico quanto stupefacente: cresciuto nel più laico e razionalista degli ambienti culturali (la Torino degli anni '60) Messori viene quasi folgorato da un'evidenza che gli si impone inaspettatamente ma indubitabilmente, l'evidenza della rivelazione cristiana. Le pagine più significative e sorprendenti del testo sono proprio quelle in cui lo scrittore tenta di descrivere quel momento decisivo, che gli avrebbe aperto la strada a una vita di instancabile ricerca culturale e dottrinale, fino a permettergli di diventare il più rappresentativo intellettuale cattolico italiano. Per rendere conto di quella circostanza Messori non può che esprimersi così: «Qui sto, non posso nient'altro». Perché è difficile, se non impossibile, riferire con esattezza di una fase vitale così profonda e complessa come quella di una - per quanto anomala - conversione. E quindi si deve ricorrere ad un lessico perentorio («Qui sto») che rimandi all'ineluttabile e improvviso affermarsi di una certezza assoluta: Dio esiste, il Vangelo è il luogo della Verità, non posso fare a meno di spendere il resto della mia vita a professare e approfondire quella Verità. Il viaggio di Messori comincia proprio lì, in quella torrida estate torinese in cui Gesù, per così dire, lo sorprende: tutto ciò che arriva dopo non è altro che il continuo dipanarsi di «una vita per rendere ragione della fede», cioè del cammino di ricerca al servizio della Parola, nella speranza di confermare i credenti nella fede e di persuadere gli atei. Un cammino che comincia con «Ipotesi su Gesù», il primo risultato di una faticosa ricerca, un testo che diventerà un best seller internazionale senza precedenti. E prosegue poi con centinaia e centinaia di libri, articoli, interventi, conferenze, che si dipartono però invariabilmente «da un angolo appartato in cui riflettere su come convincere che la speranza esiste, che il credente non è un credulo, che il cristiano non è un cretino». Da quell'angolo appartato, Messori oggi consegna ai lettori «sè stesso», in questo che è forse il suo libro più aperto e più sinceramente autobiografico.

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WASHINGTON Barack Obama, nonostante le sue posizioni a favore della libertà di aborto, ha con... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 08-11-2008)

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Sabato 08 Novembre 2008 Chiudi WASHINGTON Barack Obama, nonostante le sue posizioni a favore della libertà di aborto, ha conquistato l'elettorato cattolico statunitense: dai dati sugli exit poll diffusi dal Pew Forum on Religion and Pubblic Life (uno dei maggiori istituti statistici americani), il senatore afro-americano ha ottenuto il voto del 54% dei cattolici degli States, mentre il suo avversario repubblicano, John McCain, si è fermato al 44%. Un salto in avanti notevole: nel 2004, il 52% dei cattolici avevano infatti votato per George W. Bush, e il 47% per il democratico John Kerry (cattolico, ma osteggiato dai vescovi perché troppo filo-abortista). Il senatore nero è avanzato anche tra i protestanti: il 45% di loro lo ha votato, anche se la maggioranza è rimasta repubblicana; nel 2004 Kerry aveva ottenuto il 40% del voto protestante. I cristiani rappresentano la religione dominante negli Stati Uniti, ovvero circa l'82% di una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti. Alle varie chiese protestanti tradizionali, divise in una decina di denominazioni (dai battisti agli anglicani, dai luterani ai metodisti) appartengono oltre il 50% degli statunitensi; i cattolici costituiscono il 25% circa della popolazione (un dato in continua crescita grazie ai latinos) e i restanti cristiani a comunità minori, come ad esempio i Testimoni di Geova. Il dato interessante, sia nel caso dei protestanti che dei cattolici, è che il senatore di origine africana ha conquistato consensi tra i bianchi, anche se il guadagno più consistente è stato tra gli altri gruppi etnici. Obama è avanzato del 5% tra gli evangelici bianchi, tradizionalmente repubblicani, e del 4% tra i bianchi cattolici. Sulla Cns, agenzia di stampa della Conferenza episcopale cattolica statunitense, si ammette che gli elettori hanno basato il loro voto in primo luogo su questioni come l'economia, l'assistenza sanitaria e la guerra in Iraq, anzichè su temi su cui tradizionalmente si incentrano le preoccupazioni religiose, come l'aborto o le unioni tra persone dello stesso sesso. Negli Stati dove i vescovi hanno martellato di più sulle questioni etiche, ad esempio in Missouri o in Pennsylvania, i cattolici hanno dato il loro voto in percentuale maggiore a McCain. Stavolta la Conferenza episcopale americana, nella sua dichiarazione pre-elettorale Faithful Citizenship, aveva sì sottolineato l'importanza dell'aborto tra i criteri di scelta, lasciando però alla fine libertà di coscienza ai propri fedeli. Evidentemente nè il "laico" McCain nè l'ultraconservatrice Sarah Palin davano sufficienti garanzie. Contro Kerry, invece, i presuli erano stati molto più duri, favorendo, nonostante le divergenze sull'Iraq, la vittoria di Bush junior.

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La mappa delle disparità negli ospedali della capitale (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 09-11-2008)

Argomenti: Laicita'

La mappa delle disparità negli ospedali della capitale Nella Asl RmE la più alta concentrazione di ospedali è il frutto della presenza di policlinici universitari (Sant'Andrea), cattolici (Gemelli), ospedali pubblici: San Filippo Neri o privati: Aurelia Hospital. Un solo ospedale a cinquanta chilometri o tre a dieci minuti di auto, tanto da avere l'imbarazzo della scelta su dove andare. Succede oggi, a Roma e Provincia, succederà nel 2010 con il riordino della rete ospedaliera portato a compimento. Un riordino a metà che, se il restyling della sanità laziale passasse così com'è, non centrerebbe l'obiettivo di eguaglianza. Gli abitanti di Ladispoli per raggiungere l'ospedale più vicino, per esempio il Sant'Eugenio all'Eur o il nosocomio di Civitavecchia, dovranno comunque percorrere 50 o 30 chilometri. Se invece abiti a Roma, per esempio al Trionfale, hai a dieci minuti d'auto, nientemeno che il San Filippo Neri e i policlinici Gemelli e Sant'Andrea. E infatti nella Asl Rm F (Civitavecchia), la più sfornita, oggi c'è meno di un posto letto per mille abitanti (0,96) mentre nella Asl Rm E, i posti letto per 1000 abitanti, sono dieci volte di più: 10,24. Il governatore-commissario alla sanità Piero Marrazzo, costretto a revisionare tutta la sanità regionale sotto la minaccia di dimissionamento e per esigenze di risparmio, ha messo mano anche alla rete ospedaliera. A tagliare i posti letto là dove sono troppi ci si prova, soprattutto con tagli sul pubblico, ma eguali servizi sanitari sul territorio, per i cittadini, sono ancora un miraggio. Se il piano di riordino della rete ospedaliera oggi allo studio delle parti sociali, dei privati e delle commissioni regionali, dovesse essere approvato così com'è, infatti, nella Asl Rm F i posti letto non aumenterebbero neppure di una unità. Nella Asl Rm E il taglio di 464 posti letto entro il 2009, abbasserebbe l'indice di letti per mille abitanti di un punto, portandolo a 9.30, ma lascerebbe la Asl di due policlinici universitari e di grandi cliniche private-convenzionate, al top dei posti letto. Restano aperti, nella E, i grandi privati convenzionati. Un destino diverso da quello che tocca a due ospedali pubblici in chiusura: il San Giacomo e il Forlanini. Tornando al territorio, se i più sfortunati in sanità sono i residenti della provincia Ovest, non va meglio a Est, dove la Asl Rm G (Tivoli- Guidonia) resta, prima e dopo il riordino, a un posto letto e mezzo per mille abitanti. Terzi nella classifica dei cittadini con meno servizi sanitari nel quartiere, sono i residenti della Asl Rm B (2,16 letti per mille abitanti) che però, con il riordino, acquistano 150 posti letto al policlinico di Tor Vergata. Dovrebbero arrivare per fine 2009: «Ammesso che la Regione, con queste ristrettezze di cassa, trovi i soldi»- dicono laconici dal policlinico. C'è poi la questione dei privati convenzionati: vero è che nella Asl Rm C, ad esempio, 6 cliniche private sono oggetto di riconversione ma d'altra parte è stato dato. Sessantanove posti in più al Campus biomedico dell'Opus Dei (che così arriva a 240 posti convenzionati) hanno mandato su tutte le furie il municipio Roma XI e i medici laici della Asl Rm C (e non solo). Soprattutto perché nella stessa Asl, al Cto, vengono tagliati ben 128 posti letto su 246 e viene chiesto di riconvertirsi a cliniche specializzate come la Fabia Mater, nota come uno dei centri nascita più importanti della città. Per qualcuno è anche piccola la sforbiciata subita dal Gemelli che, nonostante l'alto indice di posti letto della Asl Rm E, sconta un taglio di 160 letti su 1906. Che fare? Per la Cgil Roma e Lazio il piano sanitario, che contiene il riordino della rete ospedaliera e che Marrazzo vuole portare al tavolo tecnico governativo del 15 novembre, andava fatta con altri tempi: venti giorni, per esaminarlo e chiuderlo, sono troppo pochi. Anche perché c'è da esaminare, nel dettaglio, la specialità dei posti letto tagliati. Ma questo è un altro capitolo. GIOIA SALVATORI gsalvatori@unita.it

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<La santificazione di Pacelli? Non tocca a noi ebrei giudicare> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 09-11-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-11-09 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Intervista L'ex deputato israeliano: passo indietro nel dialogo tra le fedi «La santificazione di Pacelli? Non tocca a noi ebrei giudicare» Avraham Burg: politica e religione non vanno mischiate Secondo Burg per gli israeliani e i loro media la questione di Pio XII è un fatto marginale, quasi esoterico ROMA — «Il Vaticano intende beatificare Papa Pio XII? E che me ne importa! La cosa non mi riguarda. Sono un ebreo israeliano e un cittadino del mondo, mica un cattolico o un membro del clero». Così esclama per telefono Avraham Burg mentre viaggia in auto tra Tel Aviv e Gerusalemme. Una reazione decisamente controcorrente. è difficilissimo trovare in Israele e tra la diaspora qualcuno dell'intellighenzia ebraica che risponda in questo modo sulla figura di Papa Pacelli e l'annosa questione dei «silenzi» della Santa Sede nei confronti dell'Olocausto. Persino un intellettuale disinibito e provocatorio come Tom Segev, che negli ultimi anni ha scatenato un vespaio di polemiche con il suo libro-denuncia sulle «responsabilità israeliane» nello scoppio della Guerra del 1967, non esita a ribadire: «Certo che Pio XII ci riguarda. Studiare ed eventualmente mettere a fuoco i suoi possibili silenzi è parte della lotta contro l'antisemitismo ». Ma per Avraham («Avrhum» come lo chiamavano i vecchi compagni nel partito laburista, quando era deputato e poi presidente dell'Agenzia Ebraica a Gerusalemme) assolutamente la questione non va messa in questi termini. «Io sono un laico e un politico. Non ho mai pensato che politica e religione debbano essere mischiati. Lotto contro questo pericoloso miscuglio in Israele e a maggior ragione non intendo intromettermi nelle faccende interne alla Chiesa di Roma», commenta riprendendo le tesi di fondo del suo libro-provocazione uscito in ebraico nel 2007 e appena pubblicato in Italia col titolo: «Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico». Dunque, nessun problema se la Chiesa santifica Pio XII? «Assolutamente no. Anzi, devo ammettere che la questione mi tocca molto poco. Non vi ho mai davvero riflettuto sopra. Come del resto credo che poco interessi alla grande maggioranza degli israeliani. Per i nostri media è un fatto marginale, una questione distante, quasi esoterica. Sono per la netta distinzione tra fede e politica. Sulla problematica dell'antisemitismo ho invece pensato che fosse una malattia delle società e delle organizzazioni che lo diffondono, non degli ebrei. Israele dunque non dovrebbe assolutamente immischiarsi in ciò che fanno in Santa Sede. Se la vedano tra di loro cattolici, con il Papa, con la loro storia e con i loro archivi sulla Seconda Guerra Mondiale. Se invece affrontiamo il problema sul piano dei rapporti tra religione ebraica e cristiana, allora le cose sono diverse». E cioè? «Intendo dire che Pio XII santo non è il mio santo, lo è per i cattolici credenti. Così lo sono i loro angeli e i loro Papi. Sono loro, non nostri, certo non miei». E sul piano del dialogo tra le due fedi? «Beh, in quella sfera la prospettiva cambia». Cosa intende? «Da dopo la Seconda Guerra Mondiale abbiamo assistito ad un graduale processo di revisione nella teologia cattolica nei confronti degli ebrei. Ciò che era avvenuto nella Shoah, nel cuore dell'Europa cristiana, era stato troppo grave, troppo drammatico. Dai primi anni Cinquanta religiosi ebrei e cristiani hanno iniziato a parlarsi. La Chiesa ha rivisto le sue posizioni sui perfidi judei, sugli ebrei responsabili della persecuzione e passione di Cristo. Il Concilio Vaticano Secondo con la Dichiarazione Nostra Aetate nel 1964 ha rivisto la propria teologia nei confronti del Popolo della Bibbia. Ed è allora che è scattato anche il processo che ha condotto al riconoscimento diplomatico tra Stato di Israele e Santa Sede nel 1993». Dunque politica e teologia sono andate di pari passo? «Voglio solo dire che c'è stato un processo di dialogo tra le due religioni, che ha avuto anche conseguenze politiche. Ma questo è nato da una riflessione interna alla Chiesa. Ora da parte cattolica si intende compiere una rottura unilaterale nel dialogo religioso tramite la beatificazione di Pio XII? Beh, lo ripeto, sono fatti loro. Certamente ciò rappresenterà un passo indietro nel rapporti tra le due fedi. Ma non sta a me intervenire. In Vaticano avranno già valutato i pro e i contro, sta solo a loro decidere ». Lorenzo Cremonesi

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ALCESTE SANTINI PIO XII è STATO UN ECCEZIONALE DONO DI DIO . NEL VALUTARE, A CINQ... (sezione: Laici e chierici)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 09-11-2008)

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ALCESTE SANTINI Pio XII è stato un «eccezionale dono di Dio». Nel valutare, a cinquant'anni dalla morte, la figura e l'opera di Pio XII, Benedetto XVI ha osservato che «l'attenzione si è concentrata in modo eccessivo su una sola problematica, trattata per di più in maniera piuttosto unilaterale», alludendo ai suoi «silenzi» verso il nazismo nella seconda guerra mondiale e al rapporto con gli ebrei. E, per far rimarcare che questa unilateralità «ha impedito un approccio adeguato a una figura di grande spessore storico-teologico», ha ringraziato, ricevendoli in udienza ieri, i partecipanti di varie nazioni al Congresso su «L'eredità del Magistero di Pio XII e il Concilio Vaticano II» per iniziativa delle Pontificie Università Gregoriana e Lateranense. Papa Ratzinger ha, quindi, parlato del magistero pacelliano caratterizzato da una «vasta e benefica ampiezza» e di una «eccezionale qualità» che costituisce «una preziosa eredità di cui la Chiesa ha fatto e continua a fare tesoro». Benedetto XVI ha evitato, però, di tornare sul tanto discusso e scabroso periodo della seconda guerra mondiale e del rapporto con il nazismo di quel Pontefice, ponendo l'accento sui suoi «insegnamenti» attraverso ben quaranta encicliche (fra cui Mystici Corporis e la Divini afflante Spiritu), sui numerosi documenti e discorsi prodotti dal 1939 al 1958. Ha ricordato la «intelligenza diplomatica» di quel Pontefice che se, da una parte, cercò di invocare la pace e adoperarsi perché l'Italia non entrasse in guerra, preferì poi tacere di fronte alle razzie naziste contro ebrei e antifascisti nella stessa Roma ai cui abitanti fu vicino quando fu bombardata dagli anglo-americani. Ha ricordato la sua attenzione nella formazione dei laici sul piano sociale e politico, senza ricordare la Dc e le sue vicende nella vita italiana postbellica, ed ha taciuto, non solo, sulla scomunica dei comunisti il 1 luglio 1949, ma anche del modo con cui celebrò nel 1950 il primo Anno Santo del dopoguerra nel segno del «ritorno nell'unica Chiesa» e del «perdono per quanti vi facessero ritorno» secondo il concetto «Extra Ecclesia nulla salus», al di fuori della Chiesa cattolica non c'è salvezza. Toccò, infatti, a Giovanni XXIII aprire la Chiesa cattolica alle diverse realtà, culture e religioni del mondo proprio con il Concilio Vaticano II da lui convocato rimuovendo, al tempo stesso, l'accusa di «deicidio» rivolta da secoli dai cattolici agli ebrei per avviare anche con questi ultimi un dialogo che oggi è in pieno svolgimento. Ogni Pontefice è figlio del suo tempo come lo è stato Pio XII e su certe questioni nuove che già si profilavano, sia sul piano teologico che socio-politico, fu, come significativamente ha rilevato Benedetto XVI, «un uomo misurato e realista, alieno da facili ottimismi, diffidente nei confronti del fanatismo e del sentimentalismo». Trovano così la risposta quanti avrebbero voluto che si qualificasse per gesti profetici e dirompenti che non ha compiuto come, per esempio, la denuncia aperta e clamorosa degli orribili eccidi del regime nazista. Aprì, però, conventi, monasteri e lo stesso Vaticano a molti perseguitati e ricercati dalle polizie nazista e fascista.

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