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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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TARTICOLI DEL 27-30 novembre 2008       #TOP



Report "Laici e chierici"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Laici e chierici (21)


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

Dalle pietre tombali è scomparso il crocifisso ( da "Secolo XIX, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: certamente resta in tante opere anche "laiche" un anelito all'infinito che è insopprimibile nell'uomo. Ed è tangibile anche in certi paesaggi, penso a Sirotti, che non hanno nulla di religioso in senso classico». Paolo Veardo, cattolico di sinistra e politico nelle fila dell Partito democratico, nella vita è assessore ai servizi cimiteriali.

santa sede L'Udc va in pellegrinaggio a Loreto per vedere se i cattolici la seguono ( da "Riformista, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Dice al Riformista che sono stati principalmente i richiami del Papa intorno alla necessità che vi siano laici cristiani seriamente impegnati in politica a originare l'assise lauretana. «Il Papa - spiega - non ha chiesto semplicemente ai politici cattolici di dire la loro e di essere incisivi quando in ballo ci sono le questioni etiche.

Dare stabilità all'Italia non... ( da "Giornale.it, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sottolineare il fatto che in questi anni Forza Italia è divenuto un partito moderno, popolare e di massa, casa comune di cattolici e di riformisti, di laici e di credenti, dimostrandosi oltretutto capace di elaborare una propria cultura, una propria piattaforma politica, una propria organizzazione e, non ultima, una propria originale selezione democratica della classe dirigente.

Staglieno, la mortenon batte tifo e passioni ( da "Secolo XIX, Il" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: spazio a un crescente laicismo, o almeno così pensa Monsignor Giuseppe Lanfranconi, cappellano di 87 anni della chiesa del cimitero monumentale, che ha affidato alla penna il suo sfogo personale scrivendo un articolo sul settimanale della Curia, "Il Cittadino". "E' triste per un prete notare tutta questa assenza di crocifissi - dice - fa male vedere questa trascuratezza religiosa.

Vittime occidentali due pesi e due misure ( da "Corriere della Sera" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sono stati combattuti come agenti dello straniero e visti come avamposti dell'Occidente: «motivi speciosi: in realtà osteggiati in quanto unica presenza non armata nel caos tribale dell'Iraq». Cattolico e medievalista, gran conoscitore dell'universo musulmano Franco Cardini sostiene che il clima contro i cristiani negli ultimi anni è molto peggiorato e mette in guardia contro l'

Guardarsi dentro, con o senza fede ( da "Corriere della Sera" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Terza Pagina - data: 2008-11-28 num: - pag: 57 categoria: REDAZIONALE Confronti Il laico David Grossman e la cattolica Susanna Tamaro Guardarsi dentro, con o senza fede DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME — Diversi, lontani. O simili, vicinissimi. Si presentano a parlare d'interiorità, Susanna Tamaro e David Grossman.

ROMA Con una punta di malizia, il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione si stupisce del... ( da "Messaggero, Il" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: accogliendo il monito di Papa Benedetto XVI, secondo il quale «non c'è laicità senza fede». Onorevole Buttiglione, tanto fermento intorno al vostro appuntamento nasconde il timore che l'Udc voglia egemonizzare i movimenti cattolici? «Niente di più sbagliato. Noi ci siamo limitati a gettare un amo e ci disponiamo ad ascoltare.

Illuminare i luoghi della cultura per dare più charme ai musei ( da "Stampa, La" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: CON DANTE FERRETTI E GÉRARD FOUCAULT Illuminare i luoghi della cultura per dare più charme ai musei «Illuminare i luoghi dell'arte» è il tema dell'incontro fra Dante Ferretti e Gérard Foucault sulla luce nei musei, che si svolge lunedì 1 dicembre, alle ore 17,30, al Museo Egizio di Torino via Accademia delle Scienze 6.

Nota a margine: Gramsci e la damnatio memoriae del liberale ( da "EUROPA ON-LINE" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: papa laico, scrisse nel 1942 quel capolavoro politico che fu il Perché non possiamo non dirci cristiani proprio allo scopo di legittimare i cattolici a governare quello ch?era stato, prima del fascismo, lo stato liberale; e Togliatti venne da Mosca nel 1944 a collaborare coi residui di quello stato proclamando la ?

dopo vent'anni riapre il cinema bristol - francesca parisini ( da "Repubblica, La" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Qui ha casa un nuovo concetto di laicità; per trovare un´esperienza laica non basta andare alla Cineteca», ha attaccato il vescovo bolognese chiedendo alle istituzioni locali di sostenere economicamente l´Anec, l´associazione cattolica degli esercenti dei cinema. «Quando ci sono risorse da distribuire - ha proseguito il delegato della Conferenza Episcopale -

Ce la farà il professor Giulio T. a diventare un capo? ( da "Riformista, Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma disponibile a difenderlo quand'è il caso, è contro la finanziarizazione, ma è stato finanziariamente creativo, è laico, ma valoriale. Caratteristica numero due. Secondo Formica, Tremonti è l'unico uomo politico che ha forza, fantasia, immaginazione per scomporre e ricomporre il quadro politico a partire da questa duttilità.

Il volto terrestre di Simone Weil ( da "Riformista, Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Non lo è né per la cultura laico-progressista, di cui ha svelato le micidiali illusioni, né per la cultura cattolica, di cui ha mostrato la tendenza all'idolatria. Eppure anche quando parla di cose che ci sembrano incomprensibili o ineffabili - il soprannaturale, la purezza, l'amore di Dio - riesce a essere straordinariamente familiare,

E la Merkel disse: Silvio, come va con Casini? ( da "Corriere della Sera" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ecco il motivo per cui Rocco Buttiglione si è fatto promotore della «tre giorni di Loreto», una sorta di stati generali con l'associazionismo cattolico, arcipelago di sigle e di esperienze, eterogeneo e politicamente diviso da quando è scomparsa la Dc. Prima di recarsi nelle Marche, Casini ieri ha attraversato il Tevere per un incontro riservato con le gerarchie ecclesiali.

La carità cristiana migliora ( da "Tempo, Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Quando si viene in contatto con i fedeli dell'Opus Dei, (sacerdoti diocesani e comuni laici), sospetti, pregiudizi e deformazioni cadono. San Josemaría pregava ogni giorno per questi amici: così li considerava». Quanto c'è di Opus Dei nel futuro della Chiesa Cattolica? «Il futuro è nelle mani di Dio, che ha assicurato la sua assistenza alla Chiesa.

quarant'anni di dibattito su "adista" ( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Le "omelie laiche" qui pubblicate sono, originariamente, apparse nel corso di vari anni su "Adista", l´agenzia di stampa laica che da più di 40 anni diffonde informazione religiosa a tutto campo e senza reticenze, inspirandosi alla laicità concepita, con il teologo Cuminetti, quale «assunzione di aporie e contraddizioni,

le prediche dei laici senza pulpito - augusto cavadi ( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Infatti è stato appena pubblicato Fuoritempio (Di Girolamo, Trapani 2008, 208 pagine, 15 euro), una raccolta di "omelie laiche" che commentano i testi della liturgia cattolica del ciclo B (le pagine bibliche, cioè, che per un anno intero saranno lette in tutte le chiese del mondo a partire da domenica 30 novembre).

anche raul chiede "un santo per cuba" - leonardo coen ( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: La sua biografia è perfetta per la Chiesa quanto per lo Stato laico e formalmente ateo cubano: visse dal 1820 al 1889 e per mezzo secolo dedicò tutta la sua vita, tutte le sue energie fisiche e morali, ad aiutare e a curare i poveri, gli schiavi e i feriti dell´interminabile sanguinosissima guerra d´indipendenza contro la Corona spagnola.

Burlando va in crisi a parlare di crisi del Pd ( da "Giornale.it, Il" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: come si fa a trovare un programma condiviso o come mettere insieme laici e cattolici. C'è chi perfino parla di «classe dirigente gerontocratica», di politici «che difendono le loro cariche come posti di lavoro», di «enti non ben amministrati» e chi addirittura si lascia andare a uno «stiamo uccidendo le primarie».

Il Saladino che salverà l'Occidente ( da "Corriere della Sera" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: idea di una sinistra nel cui Dna Buttafuoco vorrebbe inscrivere una vocazione alla «sovversione» e al «laicismo ». Quanto alla nostalgia del Sacro che pervade Cabaret Voltaire, certo l'eclissi denunciata da Buttafuoco rappresenta una perdita grave per l'umanità; altra cosa però è farne una bandiera da contrapporre in blocco ai valori democratici.

<Scelgo la politica Il mio partito per l'Europa cristiana> ( da "Corriere della Sera" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il laicismo, il multiculturalismo... Secondo, sul piano economico è destinata a soccombere davanti a un capitalismo selvaggio e disumano, senza regole etiche né diritti umani, perfettamente rappresentato dalla Cina comunista: c'è una crisi strutturale, l'Europa deve ridefinire il suo modello di sviluppo mettendo al centro regole e valori,

Liberali ed europei per le radici cristiane ( da "Tempo, Il" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laicismo, il programmato abbandono della (kantiana) legge morale e della religione abbiano condotto a immani tragedie. Non stupisca in questo senso l'accostamento della fede alla ragione: il libro di Pera si apre infatti con una lettera di colui che ha incentrato il proprio altissimo magistero di Pontefice sulla imprescindibile armonia tra rivelazione cristiana e giudizio razionale.


Articoli

Dalle pietre tombali è scomparso il crocifisso (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 27-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Dalle pietre tombali è scomparso il crocifisso devozione & società Il prete di Staglieno: anche i simboli sportivi fanno concorrenza al sacro MONSIGNOR Giuseppe Lanfranconi, rettore della chiesa del cimitero di Staglieno, lancia un allarme alla Curia del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, con un intervento sul settimanale della Curia "Il Cittadino": «Segnali di un laicismo che cresce». E il suo pensiero, che nasce guardando le tombe, si allarga ai riti oggi laici della morte. «Quanta mentalità senza speranza che trapela anche nelle pagine dei necrologi - scrive - "è mancato", "si è spento", ha lasciato i suoi cari", "è partito per l'ultimo viaggio"... se poi consideriamo che oggi almeno il cinquanta per cento dei cadaveri viene cremato, si aggiunge un altro elemento: sul frontale dei loculi contenenti le urne cinerarie c'è appena il posto per qualche fiore, persino i ceri sono vietati». Ed è un dibattito che si apre e coinvolge tanti aspetti della società: quello economico, prima di tutto (le decorazioni tombali costano e la cremazione è più conveniente di una sepoltura tradizionale). Ma anche il sentimento religioso, le tradizioni popolari, il gusto artistico. Perché se il cimitero monumentale di Staglieno è inserito a pieno diritto nei percorsi artistici, è anche perché la scultura ha un legame fortissimo con la religione e con le radici cristiane dell'Europa. «Sì, l'arte deve tantissimo alla religione e alla credenza dell'immortalità dell'anima - dice Colette Bozzo Dufour, storica dell'arte medievale - e la crisi del linguaggio oggi la coinvolge pienamente. Però, se anche la produzione moderna non è strettamente legata ai riti della sepoltura, certamente resta in tante opere anche "laiche" un anelito all'infinito che è insopprimibile nell'uomo. Ed è tangibile anche in certi paesaggi, penso a Sirotti, che non hanno nulla di religioso in senso classico». Paolo Veardo, cattolico di sinistra e politico nelle fila dell Partito democratico, nella vita è assessore ai servizi cimiteriali. «Io non avevo mai notato il fenomeno che monsignor Lanfranconi denuncia - risponde - ma certo la cosa non mi stupisce minimamente. È il mondo che cambia, la societàè sottoposta a un fenomeno di laicizzazione continua e costante». Siamo in uno stato laico, continua, e ognuno è libero di comportarsi come ritiene più opportuno. «Gli arredi funebri non fanno che testimoniare questo fenomeno. Ma basta frequentare le chiese la domenica per rendersene conto». La sociologa Gianna Schelotto preferisce puntare l'attenzione sulla mutazione dell'oggetto-tomba e del suo linguaggio. «Una volta le lapidi erano piene di frasi fatte e retorica - dice - si leggevano frasi come "si è spento tra le braccia del Signore" oppure "è tornato alla casa del Padre". Oggi si allarga l'utilizzo di una tomba più laica, ma non significa necessariamente che ci sia meno fede. La retorica funeraria in sé, è un dato di fatto, è cambiata. E allora, molte volte, si preferisce citare un poeta che un santo». «Io ritengo che le radici di un popolo, che sono la sua storia, vadano mantenute - è il pensiero di Franco Bampi, esperto di storia e tradizioni genovesi - si deve essere orgogliosi di quello che si è. Allora, visto che noi abbiamo una solida storia cattolica, perché vergognarcene? Io sono per il ripristino delle croci. Però credo anche che la Chiesa dovrebbe farsi interprete, come ha fatto per secoli, del pensiero e dei sentimenti del popolo. da un po' di tempo a questa parte non lo fa, o lo fa meno. Le conseguenze di questo fenomeno si manifestano, evidentemente, anche nelle parole e nei simboli sulla tomba». Daniele Grillo grillo@ilsecoloxix.it Bruno Viani viani@ilsecoloxix,it 27/11/2008 ' 27/11/2008 nuove mode e segni dei tempiLa retorica funeraria è molto cambiata. A volte, si preferisce citare un poeta che un santo Gianna Schelottosociologa 27/11/2008 [+] www.ilsecoloxix.it 27/11/2008 Sul nostro sito è possibile commentare la notizia ed esprimere la propria opinione 27/11/2008

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santa sede L'Udc va in pellegrinaggio a Loreto per vedere se i cattolici la seguono (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 27-11-2008)

Argomenti: Laicita'

santa sede L'Udc va in pellegrinaggio a Loreto per vedere se i cattolici la seguono CENTRISMI. L'obiettivo è intercettare l'associazionismo e i movimenti ecclesiali: la base che conta, e porta voti. Ma a raccogliere l'invito sono soprattutto le seconde file. di Paolo Rodari L'Udc ricomincia da Loreto, con tanto di preghiere (lodi e vesperi), un pellegrinaggio e parecchio dibattito. L'idea, portata avanti da Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione e Luca Marconi è quella di riuscire laddove, da tempo, il partito non riesce ad arrivare del tutto. Ovvero ai movimenti ecclesiali, all'associazionismo cattolico, insomma alla base che conta (e porta voti). Non è sufficiente, dunque, trovarsi intorno a un tavolo - come accadrà nella cittadina marchigiana da venerdì a domenica prossima - per dibattere sul tema "Non c'è laicità senza fede". Occorre andare oltre, provare ad accattivare l'immaginazione dei movimenti e delle associazioni che soprattutto di preghiera vivono: di qui, appunto, il pellegrinaggio (dal salone dei compressi al santuario) e le preghiere (lodi al mattino, i vesperi la sera). L'Udc ha voluto invitare tutte e duecento le sigle del mondo dell'associazionismo cattolico italiano. C'è da ricostruire il futuro. C'è da guardare avanti in un momento non certo facile. Per questo serve la base. Serve il popolo che magari, in futuro, permetterà all'unico partito dichiaratamente d'ispirazione cattolica di fare meglio di quanto abbia fatto alle scorse politiche. E serve il confronto. Per questo, l'ordine è quello di non parlare della Costituente di centro, dell'unione in corso d'opera tra Udc e Rosa Bianca. Non è il momento adatto. Prima serve cementare l'identità dei potenziali elettori. Poi, il resto verrà. Luca Marconi è un fiume in piena. Dice al Riformista che sono stati principalmente i richiami del Papa intorno alla necessità che vi siano laici cristiani seriamente impegnati in politica a originare l'assise lauretana. «Il Papa - spiega - non ha chiesto semplicemente ai politici cattolici di dire la loro e di essere incisivi quando in ballo ci sono le questioni etiche. No, piuttosto ha chiesto loro di essere protagonisti in ogni aspetto della vita sociale: dall'economia alla politica, e così via». Già, il Papa. Oltre a lui, sarebbe bello sapere cosa ne pensano i vescovi, figli ancora della linea voluta dal cardinale Camillo Ruini secondo la quale non serve più un unico partito cattolico bensì diversi politici cattolici sparsi in tutti i partiti, a proposito del ritiro di Loreto. Marconi ha una sua visione: «La Conferenza episcopale italiana osserva e basta. Non interferisce. Noi andiamo a Loreto per guardarci in faccia. Per incontrarci. Faremo anche una preghiera per l'Italia così come la fece proprio a Loreto il cardinale Ruini nel lontano 1998. Ascolteremo quanto le varie associazioni cattoliche avranno da dirci. Parteciperemo alla messa d'apertura presieduta da frate Antonio Belpiede, portavoce della Provincia cappuccina di padre Pio? Insomma, mi sembra che nemmeno ai tempi della Democrazia Cristiana si svolgevano raduni di questo genere». A scorrere l'elenco dei partecipanti, in effetti, il mondo dell'associazionismo cattolico e dei movimento ecclesiali è al gran completo. Seppure, a conti fatti, siano presenti maggiormente le seconde file. Ma, comunque, la rappresentanza è eterogenea. Ci sono quelli che alle recenti politiche hanno votato Pd per scelta. Altri che sono rimasti fedeli all'Udc. E quelli che oltre il Pdl non andranno mai. Mancherà Carlo Costalli, presidente del Mcl. Lui, una sua convention, l'ha organizzata a Roma proprio il prossimo fine settimana. «Il nostro - dice - è un ritrovarci assieme oltre i partiti». E ancora: «Non si tratta di buttar giù un elenco di cose buoniste da realizzare, ma di fare rete su temi decisivi come il rispetto della vita, la tutela della famiglia, la solidarietà ai più deboli, l'accoglienza, la collaborazione. Ma non sarà facile, perché dobbiamo misurarci con una cultura dirompente, sostenuta da lobby minoritarie ma potenti e determinate, che è chiaramente antagonista dell'identità cristiana». Non è facile fare rete. A Loreto l'Udc ci prova. Chissà cosa verrà fuori. 27/11/2008

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Dare stabilità all'Italia non... (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 27-11-2008)

Argomenti: Laicita'

n. 284 del 2008-11-27 pagina 1 Dare stabilità all?Italia non è cesarismo di Sandro Bondi Gentile Direttore, questa polemica sul «cesarismo» appare francamente infondata, capziosa e poco rispondente alla realtà e alle esigenze vere della politica italiana. Innanzitutto, bisognerebbe distinguere fra il «cesarismo» applicato alla sfera del governo e il «cesarismo» riguardante i partiti politici del centrodestra. Per quanto riguarda la prima questione, più che di cesarismo bisognerebbe parlare della necessità di garantire all?Italia, specialmente in questo momento, governabilità e stabilità politica. In Italia dobbiamo ancora acquisire quel forte potere dell?esecutivo che in tutti i Paesi europei è un traguardo conquistato e non contestato, mentre da noi ci troviamo in una situazione ancora condizionata da un assemblearismo che lungi dal tradursi in un doveroso controllo del Parlamento sull?azione del governo, si esaurisce in bizantinismi tanto defatiganti quanto inefficaci. L?attuale governo gode di un ampio consenso nel Paese, fra tutti gli strati sociali, proprio perché ha saputo assicurare decisioni rapide ed efficaci, senza per questo nuocere alla centralità del Parlamento. Non bisogna frenare il governo su questa strada, anzi è augurabile che il governo sia incoraggiato e sostenuto dalle forze politiche della maggioranza, a proseguire nell?adozione di provvedimenti urgenti, che rispondono agli interessi generali del Paese, come quelli che il ministro dell?Economia Giulio Tremonti ha assunto nel pieno della crisi internazionale, e come quelli che oggi si annunciano per la ripresa dell?economia. Questa necessità non contrasta con il ruolo del Parlamento, perché un governo forte e autorevole ha bisogno di un Parlamento altrettanto forte e autorevole. Per quanto riguarda invece la seconda questione, provo una grande amarezza soprattutto perché osservo da tempo una diffusa incapacità di analizzare i mutamenti positivi intervenuti in questi anni, nell?evoluzione di Forza Italia e una sostanziale sottovalutazione dei risultati non scontati conseguiti nella creazione del nuovo Partito della Libertà. Certo la nascita, la crescita e lo sviluppo di Forza Italia è avvenuta attorno alla leadership di Silvio Berlusconi. Non sarò certo io a negare il valore della leadership carismatica nella politica dei partiti moderni e l?influenza determinante che svolge tuttora Berlusconi nell?assicurare una tenuta e una coesione all?alleanza del centrodestra. Ma non posso non sottolineare il fatto che in questi anni Forza Italia è divenuto un partito moderno, popolare e di massa, casa comune di cattolici e di riformisti, di laici e di credenti, dimostrandosi oltretutto capace di elaborare una propria cultura, una propria piattaforma politica, una propria organizzazione e, non ultima, una propria originale selezione democratica della classe dirigente. La mia idea è sempre stata, sì, quella di un partito fondato sulla leadership, ma un partito come corpo, come comunione di valori di speranze, di impegno. Allo stesso modo sono sempre stato favorevole a una democrazia degli elettori e non dei partiti: una democrazia però che si organizza sul territorio, che vive in una rete di iniziative, di presenze, di partecipazione al governo locale, di spirito di servizio. Oggi - come ha scritto De Rita - viviamo tutti come componenti solitarie di una società che ha perso luoghi, occasioni e meccanismi di integrazione sociale. Restiamo molecole che possono accostarsi ma che non si legano e integrano fra loro. Occorre invece far maturare una cultura delle relazioni, partendo dal basso, dalle piccole relazioni e strutture della vita quotidiana. Come dimostra la presenza comunitaria della Chiesa, che vivifica il territorio, con la diffusa attività delle parrocchie, case religiose, movimenti, associazioni, centri di volontariato. Questa è anche l?altra faccia del federalismo, che considera la vita locale come modello di coesione sociale capace di suscitare comportamenti e iniziative di responsabilità. Questa cultura influenza - io credo - anche il modello di partito che vogliamo edificare. Il nuovo partito nasce sulla condivisione di questi valori, di questa visione della società, del futuro dell?Italia. Negli ultimi anni ho speso tutte le mie capacità e la mia sensibilità personale per unire, per tenere insieme, per aggregare, per infondere il sentimento della solidarietà di partito, della comune appartenenza a un progetto di rinnovamento dell?Italia. Ho contribuito, insieme a Fabrizio e a tutta la classe dirigente di Forza Italia, a far crescere il partito, rinnovarlo, ad assistere Berlusconi nel proposito di una svolta generazionale nel partito e ora anche nel governo, che si è realizzata e che rappresenta uno dei motivi di forza dell?attuale governo. Perché non riconoscere tutto questo? Perché ricominciare sempre la discussione, che pure è utile, da giudizi e definizioni che, al di là delle intenzioni, alimentano innumerevoli equivoci e malintesi? Perché non valorizzare i tanti momenti di riflessione comune e di impegno unitario che, dagli incontri di Todi all?assemblea costituente del Partito della Libertà, ci hanno visto preparare insieme il progetto che oggi vediamo realizzarsi, e che rappresenta un evento storico nella vita del nostro Paese? Ministro della Cultura © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Staglieno, la mortenon batte tifo e passioni (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 28-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Staglieno, la mortenon batte tifo e passioni tombe & fantasia Primeggiano simboli e colori di Genoa e Sampdoria. Ma ci sonoanche i segni degli amori che i defunti hanno coltivato in vita genova. Una sciarpa della Sampdoria legata tra due rami di rose, una Mercedes in miniatura incastonata alla base della lapide, un grifone scolpito nella pietra a forma di Lanterna di Genova. E pochi crocifissi. Sono alcuni dei segni-simboli che contraddistinguono molte tombe del cimitero di Staglieno dove pare che la fervente religiosità di un tempo stia lasciando spazio a un crescente laicismo, o almeno così pensa Monsignor Giuseppe Lanfranconi, cappellano di 87 anni della chiesa del cimitero monumentale, che ha affidato alla penna il suo sfogo personale scrivendo un articolo sul settimanale della Curia, "Il Cittadino". "E' triste per un prete notare tutta questa assenza di crocifissi - dice - fa male vedere questa trascuratezza religiosa. Oggi la fede è in crisi e chi è fedele preferisce non manifestarlo. E pensare che nel cimitero inglese c'è pieno di croci.". Facendo un giro tra le lapidi salta effettivamente agli occhi l'assenza non solo di crocifissi, ma in molti casi anche di statuette religiose, o di scritte tipiche. Ci sono invece perle blu e conchiglie bianche, pietre ambrate, simboli del Genoa o della Sampdoria (persino una sciarpa dell'Inter avvolge interamente una lapide) pupazzi e disegni fatti a mano. Alcune lapidi sono a forma di Lanterna di Genova, le scritte composte e quasi ripetitive di un tempo sono sostituite, spesso, da frasi scritte di getto in preda al dolore della perdita. Una signora, intenta nel Campo due a sistemare la tomba della madre, sembra confermare le parole del cappellano: "Sono cattolica nell'animo - spiega mentre dispone sulla terra, in ordine, le pietre marine che lei stessa ha dipinto per la madre - non ho bisogno di mostrare ulteriori segni. Non serve mettere un crocifisso in più, io so in cosa credo così come lo sapeva lei" dice indicando la foto della cara estinta. E' una tomba semplice che a ben guardare non sembra per nulla cristiana: fiori alla base della lapide di ardesia (scolpita dalla nipote della defunta) che è l'unico elemento solido della tomba, e per il resto fiori e ciuffi d'erba. Sopra sono disposti i sassi raccolti direttamente dal mare, colorati per formare un papavero rosso. "Non serve spendere soldi - afferma guardando la sua composizione- siamo polvere". E a proposito di questioni economiche oggigiorno realizzare una tomba in marmo con scritta e statuina costa circa 3 mila euro. Spese che non tutti possono permettersi e infatti anche lì la crisi comincia a farsi sentire: "Anche prima la gente aveva pochi soldi ma per la lapide del caro defunto era disposta persino a farseli prestare - commenta Franco Repetto della ditta "Paolo Repetto" specializzata in monumenti funebri- oggi non c'è più questa attenzione, i valori sono cambiati e il defunto scende tra le priorità delle spese. Intendiamoci i crocifissi vanno sempre, ma le Madonne di Lourdes o della Guardia sono calate" . "Se si è cristiani bisogna manifestarlo - riprende Lanfranconi - mettere la sciarpa della squadra preferita anziché un crocifisso è segno di leggerezza. Poi certo ci sono gli atei e su quello non discuto, ma non credo che tutti quelli di cui parliamo siano atei". E il problema pare non essere solo l'assenza di crocifissi: "Qui al cimitero ne vedo ogni giorno una diversa: donne che vengono quotidianamente, inginocchiate sulle lapidi per pulirle a fondo con strofinacci e prodotti di ogni tipo quasi che fosse il salotto di casa, e mai che le vedo a pregare. Uomini che girano per il campo fumando o con la radio. Miseria, siamo in un Camposanto, dove è finito il rispetto? Dov'è la fede? ". angelica giambelluca 28/11/2008 Non ci sono parole per esprimere quanto siamo addolorati per la scomparsa di Gabriella Un abbraccio a Mirta e Berndt dai compagni della quinta classe della scuola germanica e dai loro genitori. I condomini di via Napoli 30 partecipano al dolore della famiglia Bocian-Barisione per la perdita della signora Gabriella Barisione Gli Amici di Paganini sono vicini alla famiglia e all'Associazione Anfossi nel ricordo del MAESTRO Sergio Bonfanti = È mancata l'anima generosa Maria ma vivrà sempre nei nostri comportamenti. Danno il triste annuncio i figli Luigi e Lucia, la nuora Andreina, la consuocera Irene ed i nipoti Amedeo, Federico, Samuele, M'Hamed, Susanna e Francesca. Il funerale verrà celebrato sabato 29 novembre alle ore 10 nella Parrocchia di San Pietro alla Foce. Il Santo Rosario viene recitato oggi venerdi 28 novembre alle ore 18 in detta Chiesa. Genova, 27 novembre 2008 La Generale Pompe Funebri Spa Tel. 010.41.42.41 = È serenamente mancato Giovanni Battista Dolcino (Bacci) Lo annunciano con profondo dolore la moglie Lidia, la figlia Antonella con Gianni, l'amato nipote Nicolò ed i parenti tutti. I funerali hanno luogo oggi alle ore 11,45 nell'Abbazia di San Siro di Struppa. La presente vale da partecipazione e ringraziamento. O.F. Mariarosa Barletta Cell. 349.09.71.420 L'Amministratore Delegato della Società Editoriale Perrone Stefano Sisti ed il Direttore Generale di Publirama Maurizio Introna, sono affettuosamente vicini ad Antonella per la scomparsa del caro papà Giovanni Battista Il Vice Direttore di Publirama Osvaldo Calabrese, partecipa con affetto al dolore di Antonella per la perdita del caro papà Giovanni Battista Tutti i colleghi di Publirama, dipendenti ed agenti, sono vicini ad Antonella in questo triste momento per la perdita del caro papà Giovanni Battista Annamaria Franca e Giancarlo Strada partecipano al dolore della moglie e dei figli per la scomparsa dell' AVVOCATO Vittorio Maggiani e ricorderanno sempre i bei momenti della lunga amicizia. Zoe Bagnara Fontana si unisce al dolore della famiglia Maggiani per la scomparsa del caro Vittorio I condomini, gli inquilini e l'amministratore di via Malta 4 partecipano commossi al dolore della famiglia per la scomparsa del caro AVVOCATO Vittorio Maggiani Corrado e Dora Ricci profondamente addolorati per la scomparsa del carissimo amico Vittorio Maggiani partecipano commossi al lutto della famiglia. Franco e Adriana Frescura si associano al dolore dei familiari per la perdita di Vittorio Maggiani un grande amico ed un grande Avvocato. Gianni e Maria Teresa Frisara piangono l'insostituibile amico AVVOCATO Vittorio Maggiani che ha profondamente segnato la loro vita. Rimane la ricchezza del suo pensiero e del suo affetto. È mancato Giuseppe Germanò Lo annunciano i familiari. Il funerale avrà luogo sabato 29 novembre alle ore 8,15 nella Cappella delle camere ardenti Ospedale Galliera. Genova, 28 novembre 2008. La Generale Pompe Funebri Spa Tel. 010.41.42.41 I condomini del Villaggio Nuragheddu partecipano commossi al dolore della famiglia per la perdita del caro Maurizio Tura = È mancato all'affetto dei suoi cari Carmelo Minniti Lo annunciano la moglie Franca, i figli Giuseppe e Clara con Roberto e i parenti tutti. I funerali si svolgeranno Sabato 29 novembre, alle ore 10 presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Vittoria. Un particolare ringranziamento al Dott. Berlingheri e alla Sig.ra Agata dell'Associazione Gigi Ghirotti e alla Dott.ssa Serra del D.H. pad.8 Villa Scassi. Si prega di non inviare fiori ma eventuali offerte all'Associazione Gigi Ghirotti. La Generale Pompe Funebri Spa Tel. 010.414241 Ha raggiunto l'amatissima Paola ed il figlio Gigi il DOTTORE Giorgio Ulrico Olivero di anni 88 Ne danno il triste annuncio la nuora Gabriella, il nipote Giorgio, la sorella Marisa con il marito Mario, i nipoti e i parenti tutti. I funerali avranno luogo nella Chiesa Parrocchiale S. Lorenzo di Cairo Montenotte sabato 29 c.m. alle ore 10,30. Il marito, la figlia Patrizia e le sorelle, invitano parenti ed amici a un momento di preghiera per la cara Silvana Rossi venerdì 28 alle ore 16,30 presso la Chiesa di S. Maria della Cella, Ge-Sampierdarena. Papà ti ricordo con occhi indagatori chiuso nel tuo orgoglio isolano, con i tuoi silenzi e le tue commozioni mi hai trasmesso amore. Sii libero di amare lassù, forse ritroverai il sereno. Tua figlia Brunella. = È mancata all'affetto dei suoi cari Liliana Zaccheo in Boggio di anni 84 Ne danno il triste annuncio il marito Giuseppino, i figli Maria Luisa, Marco e Maurizio. Il funerale si svolge oggi, venerdi 28 novembre alle ore 11,45 presso la Chiesa di S. Martino d'Albaro. La presente quale partecipazione e ringraziamento. Genova, 28 novembre 2008 La Generale Pompe Funebri Spa Tel. 010.41.42.41 Il fratello Damiano con Flavia e Federica piangono la scomparsa della cara Liliana di cui ricordano l'estrema generosità e dolcezza. I colleghi, gli amici ed il personale tutto della Anatomia Patologica Ospedaliera del San Martino partecipano al dolore del dottor Maurizio Boggio per la perdita della cara mamma signora Liliana Zaccheo Il presidente professor Franco Henriquet, i consiglieri e tutta l'Associazione Gigi Ghirotti partecipano al dolore di Eugenio, Isa e Francesco per la perdita della cara Liliana Zaccheo Boggio Grazia ricevuta da Papa Wojtyla di farlo santo. Liliana. 2007â??28â??novembreâ??2008 Apollonio Derosas La tua famiglia ti ricorda. Tiziana Fulle Un caro ricordo, un rimpianto infinito. Tua sorella Ivana. Nelâ??terzoâ??anniversarioâ??delâ??ritornoâ??allaâ??Casaâ??delâ??Padreâ??nellaâ??Comunioneâ??delâ??maritoâ??Bernardo di Maria Berio Perrando il figlio ed i parenti ne ricordano nel Signore la luminosa esistenza. Una S. Messa di suffragio sarà celebrata il 28 novembre alle ore 18 nella Chiesa della S.S. Annunziata dei R. Padri Minimi di Imperia. 28/11/2008 DIVISI DAL TIFO Anche l'ultima dimora segna l'eterna divisione di Genova fra le sue squadre del cuore, il Genoa e la Samp. Una girandola rossoblù e un fregio blucerchiato ricordano la passione di una vita 28/11/2008 UN SIMBOLO E' PER SEMPRE La Lanterna simboleggia Genova. La sua riproduzione immortala la genovesità (o la genoanità, vedi sotto) di un congiunto scomparso 28/11/2008 L'AUTO, CHE PASSIONE Riposto in una teca ricavata nella tomba il modellino di una vettura. La passione dello scomparso lo accompagna nel sonno eterno 28/11/2008 PIPPO E' SEMPRE UNA SIMPATICA COMPAGNIA c'è anche un eroe dei fumetti di Walt Disney fra i possibili compagni dei defunti nella loro ultima dimora 28/11/2008 I COLORI DELLA FEDE CALCISTICA Il rossoblù sembra essere diventato il colore d'ordinanza nel cimitero monumentale di Staglieno. Ecco due esempi 28/11/2008

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Vittime occidentali due pesi e due misure (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 28-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-11-28 num: - pag: 9 categoria: REDAZIONALE Strategia Colpiti bersagli di Paesi ricchi per conquistare più visibilità Vittime occidentali due pesi e due misure Il (colpevole) silenzio sulle altre stragi indiane SEGUE DALLA PRIMA E' dunque questo il misero bilancio etico della strage di Mumbai: vittime di serie A e di serie B, doppio standard in materia di diritti umani, due pesi e due misure anche nel momento estremo della verità? Insomma i morti si pesano e non si contano? «I morti purtroppo non sono eguali, ci identifichiamo di più con il connazionale a rischio perché proprio la globalizzazione ha scatenato nuovi giochi di identità. E poi ci angosciamo di più a vedere assediato quell'albergo dove magari siamo stati o dove volevamo andare a Natale, e ora ci tocca pure cambiare le vacanze, e scegliere la più sicura Sicilia». Così Andrea Riccardi professore di Storia contemporanea che nel '68 è andato controcorrente, ha riletto il Vangelo e ha fondato la comunità di Sant'Egidio. Mentre un altro professore di Storia contemporanea, il laico Giovanni Sabbatucci, risponde alla domanda enunciando una specie di legge al riguardo: «C'è sempre una correlazione inversa fra il grado di coinvolgimento nella tragedia e la distanza, sia essa fisica o culturale. Non si giustifica eticamente, ma è innegabile che sia così». Anche se, continua Sabbatucci, questa legge sembrerebbe contraddetta dallo scarso rilievo dato dai media europei alle persecuzioni cristiane in India: anche qui una congiura della distrazione perché soltanto quest'estate, in Orissa, stato dell'India orientale, sarebbero stati massacrati (secondo il partito comunista del luogo) cinquecento cristiani: «A Kandhamal siamo stati trattati peggio degli animali: ogni cosa indegna, ogni tortura è stata possibile contro di noi» secondo la testimonianza di padre Bernard Dighal ad AsiaNews. Ma in realtà — continua Sabbatucci — questa scarsa attenzione mediatica ai martiri non contraddice la legge di cui sopra, perché ormai «non sussiste più la comune appartenenza alla cristianità come un dato primario». Insomma, secondo lo storico, è un altro dato di fatto che le radici cristiane, nonostante i tentativi di ravvivarle anche da parte di grandi laici politici (per esempio Nicolas Sarkozy) e intellettuali (JÜrgen Habermas e Bernard- Henri Lévy), sono, nella percezione comune, meno forti di un tempo. In realtà il cristiano perseguitato fa «un po', ma solo un po' notizia se è italiano» aggiunge Riccardi. «Anche se spesso gli rinfacciano di essersela andata a cercare mettendosi a rischio. E invece io penso che queste persone disorientino perché sono testimonianze conturbanti per il nostro mondo europeo infragilito». Martiri così diversi — continua Riccardi — da quelli musulmani perché danno la vita e non la tolgono, portano spesso nuove aperture e sono segno di contraddizione. In Orissa, per esempio, i cristiani indiani «avevano grande capacità attrattiva perché in nome dell'eguaglianza evangelica volevano far uscire i paria dalle caste». E i cristiani iracheni, che erano in Mesopotamia molto prima dell'Islam, sono stati combattuti come agenti dello straniero e visti come avamposti dell'Occidente: «motivi speciosi: in realtà osteggiati in quanto unica presenza non armata nel caos tribale dell'Iraq». Cattolico e medievalista, gran conoscitore dell'universo musulmano Franco Cardini sostiene che il clima contro i cristiani negli ultimi anni è molto peggiorato e mette in guardia contro l'idea un po' edulcorata che abbiamo delle religioni in India che «non sono pacifiche ma piuttosto militari come il buddismo, o persecutorie come i sik e gli indù. Siamo di fronte a una religionizzazione della politica e il modo migliore per neutralizzarla è quello su cui ha insistito il Santo Padre, mai abbassare la guardia sul dialogo». Ma, visto che l'Islam è una fede distinta in un numero indefinito di comunità autocefale — il che vuol dire che ogni comunità risponde solo a se stessa — trovare l'interlocutore non sarà facile. Maria Luisa Agnese

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Guardarsi dentro, con o senza fede (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 28-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-11-28 num: - pag: 57 categoria: REDAZIONALE Confronti Il laico David Grossman e la cattolica Susanna Tamaro Guardarsi dentro, con o senza fede DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME — Diversi, lontani. O simili, vicinissimi. Si presentano a parlare d'interiorità, Susanna Tamaro e David Grossman. Lei con un'ode al Dio creatore: «Dietro la realtà c'è sempre un'altra realtà. Conosci seicento tipi di fiori e poi scopri che in natura ce ne sono ventimila: che cos'è quest'abbondanza di colori? Che necessità c'è d'averla?». Lui con l'elogio alla creatività senza Dio: «Per me, è molto importante essere un non credente, vivere in un mondo in cui non ci sia Dio. Stare nel caos, evitando la consolazione». Università di Gerusalemme, ultimo faccia a faccia italo-israeliano: dopo Magris e Yehoshua, salgono sul ring la scrittrice italiana che più vende nel mondo ( Va' dove ti porta il cuore: 14 milioni di copie) e lo scrittore israeliano che più vende in Italia ( A un cerbiatto somiglia il mio amore: 90 mila copie in un mese). D'affine hanno l'età, il successo. Si studiano, fanno melina raccontando la convivenza con la scrittura. Finché non è Marina Valensise, l'arbitro, a spingerli sul tema che appassiona entrambi: ascoltarsi, guardarsi dentro. Che sia per la voce sola della fede, come la religiosa Susanna. O vedendo alla voce amore, come il laico David. «Io non abrogo Dio, non sono così presuntuoso — dice l'ebreo Grossman —. Ogni scrittore è religioso, perché trova un senso a cose che non hanno senso. Ma è necessario vivere la paura della ricerca senza consolazioni. Conosco molti che hanno Dio nella loro vita, ma non sono passivi. Se c'è una cosa che non sopporto, è la passività della fede». La Tamaro ha un sussulto: «Ma che vita triste!». E rivendica la liberazione che è credere: «La fede non è passività. Apre alla vita. è lucidità, stupore, camminare e partecipare alla comprensione della vita. Se non mi stupisco, non capisco il mondo. Non parlo di Dio, ma d'intuire qualcosa che mi sfugge, di curiosità, perché tutti nasciamo e abbiamo davanti a noi la morte. E io sono molto curiosa di sapere: c'è troppa realtà, perché intorno ci sia soltanto questa realtà». Lui non è convinto: «La religione è un'esigenza umana, prego anch'io e capisco la preghiera individuale. Non quella di massa, però. Non so godere di quest'ombrello, Susanna. Voglio che il significato del mondo derivi da me». Lei: «La religione è una cosa molto grezza e ho amici non credenti che hanno risposte che io non ho. Però ho una certezza: il cammino d'un uomo è comprensione dell'amore. Una cosa fragilissima, altro che mettersi sotto un ombrello». David scuote la testa. Susanna incalza: «Tutti e due scriviamo libri per bambini...». «Ho letto i tuoi, Susanna, mi piace molto la storia della bimba che diventa donna e aspetta amore, ma nessuno ne ha...». «Vedi? T'interessi all'amore: non credo che tu sia un ateo». Francesco Battistini David Grossman e Susanna Tamaro

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ROMA Con una punta di malizia, il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione si stupisce del... (sezione: Laici e chierici)

( da "Messaggero, Il" del 28-11-2008)

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Venerdì 28 Novembre 2008 Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA Con una punta di malizia, il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione si stupisce della curiosità e dell'agitazione che si sta sviluppando intorno all'iniziativa che il partito organizza a partire da oggi a Loreto, che chiuderà lo stesso Buttiglione, al quale parteciperanno il leader centrista, Pier Ferdinando Casini e il segretario Lorenzo Cesa. Obiettivo, ascoltare le istanze del mondo cristiano, accogliendo il monito di Papa Benedetto XVI, secondo il quale «non c'è laicità senza fede». Onorevole Buttiglione, tanto fermento intorno al vostro appuntamento nasconde il timore che l'Udc voglia egemonizzare i movimenti cattolici? «Niente di più sbagliato. Noi ci siamo limitati a gettare un amo e ci disponiamo ad ascoltare. Dopo di che, certo, da centristi diremo anche la nostra. L'Udc ha soltanto il merito di aver colto il fermento che arriva dal popolo dei cristiani e, in generale, dei laici che con le loro azioni sono, di fatto, impegnati in politica, ma non si fidano della politica». E perchè dovrebbero fidarsi dell'Udc? «Per la sua capacità di ascolto. Il solo merito che abbiamo è aver colto il rinnovamento che arriva da quel popolo, che fa politica, ma che non si sente rappresentato da nessun partito. Questa è gente che vota o per l'uno, o per l'altro, ma che non sente il voto come affermazione della propria identità». E voi siete pronti a farli sentire a casa loro? «Noi ci limitiamo a registrare come ci sia una forte rinascita dell'impegno cristiano. C'è sempre più gente che crede, che va a messa, che si impegna nel volontariato. E che vuole partecipare. Anche in altri mondi, come quello ebraico, c'è un impegno molto simile alla nostra concezione di adoperarsi per il bene comune. Il nostro appello è stato molto ascoltato. A Loreto arriveranno in moltissimi. Noi stessi siamo rimasti sorpresi delle risposte ricevute da questo mondo, anche se, spesso, a titolo personale». Dopo il Family day però ci fu un tentativo da parte della politica di rappresentare quel mondo autoconvocato. Ma tutto si è risolto nella cooptazione di qualche leader da parte dei partiti. Ora cosa cambia? «Questa volta è diverso. Noi centristi ci disponiamo anche a un percorso penitenziale..». In che senso, scusi? «Nel senso che il pellegrinaggio nella "Santa casa" di Loreto per noi ha il significato di una espiazione da parte della politica, che viene vissuta come "sporca" dai cristiani impegnati e di un'assunzione di responsabilità in nome dei valori della famiglia, sempre trascurati». Il governo però ha provveduto in qualche modo.. «Ha fatto solo un'elemosina ai poveri, non ha pensato alle famiglie. L'Udc invece mette al primo posto la fatica di allevare dei figli, in contrasto con i messaggi che vengono fatti passare a livello culturale. E aspira a ricomporre la frattura secondo la quale i cattolici di sinistra si occupano dei poveri e quelli di destra della vita. Per noi sono invece valori da tenere insieme in un partito nuovo, che non sia alchimia politica, ma che dia rappresentanza a un mondo finora inascoltato».

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Illuminare i luoghi della cultura per dare più charme ai musei (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 28-11-2008)

Argomenti: Laicita'

CON DANTE FERRETTI E GÉRARD FOUCAULT Illuminare i luoghi della cultura per dare più charme ai musei «Illuminare i luoghi dell'arte» è il tema dell'incontro fra Dante Ferretti e Gérard Foucault sulla luce nei musei, che si svolge lunedì 1 dicembre, alle ore 17,30, al Museo Egizio di Torino via Accademia delle Scienze 6. Dante Ferretti e Gérard Foucault, «progettista illuminotecnico», indagano sul ruolo della luce in ambito museale: un elemento in grado di influire non solo sulla conservazione delle opere quanto sul modo in cui vengono lette, fruite comprese. La luce che serve l'arte non è solo espressione tecnica quanto il risultato di una scelta consapevole fatta nel rispetto dell'artista, di ogni singola opera esposta e dell'intero percorso visivo in cui è inserita. Introduce Chiara Aghemo. Occorre iscriversi allo 071/ 758.86.74.

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Nota a margine: Gramsci e la damnatio memoriae del liberale (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 28-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Nota a margine: Gramsci e la damnatio memoriae del liberale FEDERICO ORLANDO RISPONDE Cara Europa, ho letto su un giornale ateo-clericale, il Foglio, un articolo un po? fuori moda per quel giornale, firmato Mauro Mellini. Si intitola ?Orgoglio liberale? ed ha un sommario tra l?ironico e il metafisico: «Difesa energica del liberalismo e del Risorgimento dalla damnatio memoriae clericalmente corretta». L?articolo mi ha colpito perché invece di parlare di monsignori di santini e di conversioni in punto di morte, affronta il problema politico dei postcomunisti che hanno accantonato Gramsci ma non hanno affrontato, «nella loro lunga marcia verso i valori liberali», la negazione del Risorgimento liberale da parte del filosofo sardo. Che fa il pari con la negazione clericale del Risorgimento. Eppure quelle due culture si ritrovano nelle ascendenze del Pd, che è un partito nazionale. IGNAZIO MONACO, TARANTO CARO IGNAZIO, anche la Dc e il Pci erano partiti nazionali: l?una governando, l?altro facendo un?opposizione costituzionale. In fondo Croce, papa laico, scrisse nel 1942 quel capolavoro politico che fu il Perché non possiamo non dirci cristiani proprio allo scopo di legittimare i cattolici a governare quello ch?era stato, prima del fascismo, lo stato liberale; e Togliatti venne da Mosca nel 1944 a collaborare coi residui di quello stato proclamando la ?via nazionale? del comunismo italiano. Insomma, si tratta di un problema ormai storico, ma non superato. Non superato perché i cattolici e i comunisti sono diventati, sì, nazionali, ma non liberali (come ricorda Mauro Mellini, vecchio parlamentare radicale, autore di battaglie indimenticate sui diritti civili e sulla giustizia). Scrive Mellini che, se gli eredi del Pci continuano ad esaltare la loro marcia verso i valori liberali, il pollice verso del dimenticato Gramsci nei confronti del Risorgimento liberale sembra invece sia ancora un punto fermo del politicamente corretto. Gramsci fu uno dei tanti che avrebbero voluto un Risorgimento diverso da quello che doveva essere e fu, cioè rivoluzione liberale nazionale, e lo scomunicò in quanto «rivoluzione agraria mancata». Sai bene, peraltro, che per Gobetti si trattò di «Risorgimento senza eroi», ossia, secondo il demoradicale Dorso, di «conquista regia». Per non dire della chiesa, per la quale il Risorgimento fu «usurpazione» dei diritti del papa da parte della ?setta? laico-massonica, come conclamavano il Sillabo e l?intransigentismo postunitario. Senza rimozione di queste culture antistoriche, il paese non troverà mai le sue radici; e il Pd non diventerà una costruzione solida. Glielo impedirà qualcosa di più che le divergenze (non personali ma di analisi e strategia) tra D?Alema e Veltroni. Essi dovranno pur misurarsi, insieme agli ex popolari e, se non si sporcano, ai superstiti liberali, su questo nodo di fondo: altrimenti l?Italia resterà sempre il paese scettico ma baciapile, anarchico ma reazionario, che solo una destra naturalmente scettica e baciapile, anarchica e reazionaria (hai letto l?articolo di Angelo Bertani su Europa di ieri?) può interpretare e governare. Così, anziché occuparsi dei suoi nodi identitari non risolti, l?Italia deve bagatellare se il bacio di Gramsci morente all?immaginetta fu conversione in punto di morte o fantasia di allucinati. A riguardo, condivido quel che ha scritto Paolo Franchi sul Corriere della sera: «A proposito della conversione di Gramsci, ce la caveremmo con qualche sbadiglio, un paio di pacate dichiarazioni di storici e magari un leggero incremento delle vendite in libreria dei Quaderni dal carcere». Che la materia sia invece finita, insieme a Luxuria, a Soru, a Villari «nel frullatore sempre acceso della sinistra», è cosa che ci dispiace per Gramsci, Luxuria, Soru e per il Pd. Che però dovrà decidere cosa farà da grande.

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dopo vent'anni riapre il cinema bristol - francesca parisini (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 29-11-2008)

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Pagina III - Bologna Il caso Il vescovo Vecchi inaugura la sala parrocchiale di via San Ruffillo. "Non date i fondi soltanto alla Cineteca" Dopo vent´anni riapre il cinema Bristol FRANCESCA PARISINI Consegnate alla preistoria del cinema, le sale parrocchiali dove si battevano i denti dal freddo, la pellicola saltava ogni due per tre e il parroco censurava le scene anche solo lontanamente osè, dopo vent´anni, o quasi, di inattività ieri ha riaperto il Bristol, schermo ad alta tecnologia della Chiesa di San Ruffillo, 266 posti a sedere in panno blu e caldi rivestimenti in legno chiaro. E una delle dieci sale parrocchiali di Bologna (dieci sui 21 schermi della città) per la quale ieri, Monsignor Ernesto Vecchi, chiamato a tenere a battesimo la riapertura, ha invocato il sostegno delle istituzioni pubbliche. «Qui ha casa un nuovo concetto di laicità; per trovare un´esperienza laica non basta andare alla Cineteca», ha attaccato il vescovo bolognese chiedendo alle istituzioni locali di sostenere economicamente l´Anec, l´associazione cattolica degli esercenti dei cinema. «Quando ci sono risorse da distribuire - ha proseguito il delegato della Conferenza Episcopale - non bisogna guardare destra e sinistra, ma guardare l´uomo. Cattolico significa ?secondo il tutto´». Ad accendere il proiettore del nuovo cinema Bristol di via Toscana 146 sarà tutte le sere il gestore di molti altri schermi cittadini, dal Chaplin di Porta Saragozza (sala parrocchiale anche questa) al Medica di via Montegrappa, poi il Capitol di via Indipendenza e lo StarCity di Rastignano. «La sala guarderà particolarmente alle famiglie», promette. SEGUE A PAGINA XVII

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Ce la farà il professor Giulio T. a diventare un capo? (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 29-11-2008)

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Ce la farà il professor Giulio T. a diventare un capo? di Marco Ferrante Con l'eccezione di Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, nessun uomo politico italiano è mai stato così divisivo come Giulio Tremonti. Ma la storia di Craxi e Berlusconi è quella di due capi partito, cosa che Tremonti non è ancora. Eppure non c'è azione, intervento, trovata tremontiana che non susciti una reazione intellettuale o emotiva nel sistema che lo circonda. La classe dirigente italiana che lavora a cavallo tra politica ed economia si trova in continuazione a fare i conti con lui, quando se la prende con la globalizzazione o quando rinnega le cartolarizzazioni, quando cita Ratzinger, quando chiede la galera per i banchieri che sbagliano, o rinnova la centralità di Dio patria e famiglia. Dice Rino Formica, il solo uomo politico di un altro tempo che ha avuto con lui un rapporto di formazione e di intimità (che ancora oggi resiste) che questa funzione di stimolo divisivo trent'anni fa ce l'avevano i grandi intellettuali. «Un articolo di Norberto Bobbio, un articolo di Leonardo Sciascia o di Pierpaolo Pasolini potevano mettere in moto una riflessione pubblica». In una fase storica che produce meno classe dirigente intellettuale, il professor Tremonti, giurista a Pavia, allievo di Gian Antonio Micheli, ma anche ministro dell'Economia che sviluppa un piano di leadership popolare, è capace come dice ancora Formica di «incidere contemporaneamente sulla politica come tavola di dottrina e vademecum d'azione». Sotto gli occhi Ovviamente - siccome nella politica c'è un elemento sportivo, di osservazione della competizione e di gusto per lo spettacolo che si svolge lì sotto, nell'arena - la questione che tutti si pongono è: ce la farà l'allievo di Micheli, il professionista borghese (nato in una valle del Nord), il pamphlettista di successo, il ministro dell'economia in conflitto d'interesse con la sua metà intellettuale (giacché deve gestire ottimisticamente una situazione prevista con un dose di apocalittica assertività) a diventare un grande leader politico, un capo? Forse, in questa nuova fase della lunghissima transizione italiana, è la più interessante sfida che abbiamo sotto gli occhi. Dopo tutto, la storia di Giulio Tremonti si iscrive nel graduale e oscillante processo in cui esponenti di una trasversale élite orientata sui temi dell'economia (perché centrali ai tempi della globalizzazione), si affaccia alla vita pubblica con la tentazione di assumere responsabilità politica. Da questo punto di vista la storia di Tremonti è la storia di un pezzo della borghesia, dopo la crisi dei partiti. E a vario titolo, con aspirazioni diverse, si spinge sino al limitare del crepaccio in fondo al quale si svolge la lotta. Negli ultimi anni questo processo si è intensificato, la richiesta di energie nuove è aumentata, le tentazioni e le timidezze si sono rincorse: da Mario Monti, a Luca di Montezemolo, Corrado Passera, Tommaso Padoa-Schioppa, Mario Draghi, persino Alessandro Profumo o Domenico Siniscalco, pezzi di élite considerati in transito potenziale tra il sistema economico finanziario e istituzionale, e quello politico. Di questi uomini il professor Tremonti - il primo di loro ad aver creduto nella dimensione politica del sè - è quello che di gran lunga si è spinto più avanti. Senso del dramma Per ragionare sulle sue chance, bisogna partire dai punti di forza e quelli di debolezza. La principale forza di Tremonti rispetto alla media dell'attuale classe dirigente politica è il senso storico e - al contrario di Silvio Berlusconi - il senso drammatico della politica. Indipendentemente dal merito tecnico (e cioè se sia o non sia una buona idea), Tremonti propone una nuova Bretton Woods, cioè un accordo globale sul funzionamento dei mercati internazionali, innanzitutto perché sa cos'era la prima Bretton Woods, cioè la conferenza sull'assetto del sistema finanziario internazionale e il regime dei cambi nel dopoguerra. Tremonti si pone in una prospettiva di processo storico, perché il suo apprendistato passa per fatto generazionale, formazione specifica e interesse culturale per l'idea che la politica è un pezzo della storia. Ha una struttura politicamente responsabile (insieme a Maurizio Sacconi è l'unico uomo del centro destra a non essersi occupato del caso Villari, simbolo - patetico - di una generale insipienza). Se Berlusconi è un creatore di pop (dall'estremo capolavoro delle corna in una foto di gruppo fino al pubblico riconoscimento del genio umoristico di una battuta contro di lui fatta da un avversario: Al Tappone, copyright Marco Travaglio), Tremonti mostra un distacco elitario che sta dentro l'idea della politica come dramma. La contrapposizione tra l'ottimismo di Berlusconi e il pessimismo del suo ministro dell'economia - che qualcuno ha persino maliziosamente attribuito a un disegno tremontiano - in realtà nasce dalla differenza culturale: Berlusconi è un cantante confidenziale, Tremonti un interprete drammatico. Cos'è il mercatismo Il secondo punto di forza del ministro dell'Economia è la fantasia. Esempi. E' il primo ministro occidentale a cogliere l'eccezionalità della crisi finanziaria in atto; è uno dei promotori della finanza creativa (ancorché oggi neghi di averla frequentata); è l'inventore dell'otto per mille, primo vero test di avvicinamento sostanziale alla chiesa cattolica: Tremonti ideò il meccanismo di attribuzione proporzionale dell'inoptato, che conservava alla Chiesa la grande maggior parte delle devoluzioni Irpef. Questa fantasia la ritroverete anche in un certo gusto - a volte troppo sofisticato - della propaganda. Mercatismo è un caso tipico. Compare per la prima volta in un libro del 2005, "Rischi fatali". Sostanzialmente è l'uovo del comunismo depositato nella cultura liberale: il mercatismo - ha spiegato - è il trasferimento nel campo del mercato di una ideologia dogmatica e assoluta. Cioè il metodo comunista al servizio del liberalismo economico. E' un generatore di evocazioni laterali e remote. Elenco di alcune citazioni di Tremonti: la pace di Westfalia, la rivista annuale Ordo (una pubblicazione-laboratorio del 1948 di economisti sociali di mercato tedeschi), Jean-Baptiste Colbert e il colbertismo (sebbene una volta abbia raccontato che l'idea fosse nata da una indiscrezione di Siniscalco che aveva visto un libro su Colbert sulla scrivania del ministro), Barak Obama come l'imperatore postpartisan Adriano e Bill Clinton come l'imperatore dissolutissimo Eliogabalo (Antonin Artaud gli fece fare una fine terribile), Walter Rathenau - ministro dell'industria di Weimar e modello di Paul Arnheim ne "L'uomo senza qualità" di Robert Musil che utilizzò per polemizzare a distanza con Guido Rossi - e infine "Church and Economy", un saggio del cardinale Ratzinger del 1985 citato la scorsa settimana all'apertura dell'anno accademico della Cattolica. Ha il gusto del copywriter di lusso. Ecco una tipica soluzione espressiva tremontiana, da una intervista di quasi due anni fa, in un passaggio a proposito dell'Europa di sessatantacinque anni fa, usò "la barbarie meccanizzata del nazismo". La caratteristica principale dell'intelligenza di Tremonti sta nella sua applicazione: per formazione appartiene a una categoria di persone capace di passare con disinvoltura dal dossier tecnico all'analisi di problemi generali in cui è richiesta una visione. Un tempo era un tipico patrimonio della classe dirigente italiana: da Guido Carli, a Nino Andreatta, a Bruno Visentini. La tecnica e l'umanesimo. Oggi sono rimasti Francesco Forte, Giuliano Amato e Guido Rossi, e in una generazione più giovane, Tremonti. E' uno che sa guardare le cose da un altro lato «e dunque è in grado di smontare - come gli riconosce Nicola Rossi - i luoghi comuni». Chatam House Il ministro dell'economia ha un altro punto di forza. Ha senso del potere, ed è resistente, perseverante, tignoso. Cerca spazio e lo ottiene. Ha combattutto, per esempio, una lunga battaglia con Antonio Fazio. E' in guerra da anni con le elitè tecnocratiche che non sono legittimate dal consenso politico e che - dal suo punto di vista - vogliono potere senza responsablità. Il simbolo di queste élite lo ha individuato da molto tempo in Mario Draghi, il più inernazionalizzato degli uomini della nostra classe dirigente. I due non amano che la questione venga spiegata nella sua evidente schematicità. Ma è una semplice storia di potere, identità e punti vista. Per Tremonti è finito il tempo del primato dei tecnici, Draghi è vissuto per tutta la vita in quella dimensione e non ne conosce un'altra. Tremonti vuole il suo spazio all'estero, è interessato ai riconoscimenti della comunità internazionale (il 13 novembre, per esempio è stato ospite di una istituzione e luogo di discussione culturale poco aperto nei confronti degli italiani come Chatham House), l'altro non vuole cedere il suo, di spazio. Forse Tremonti non è abbastanza elastico da schivare gli ostacoli, però c'è in lui una apprezzabile franchezza negli obiettivi e nell'individuazione degli avversari: non bluffa e di solito tende a scegliersi avversari alla sua altezza (il rischio è ovviamente quello di perdere, ma questo lo vedremo più avanti). Per il momento - l'evoluzione è ancora in atto - dopo la grave sconfitta personale del 2004, con l'allontanamento dal ministero dell'economia determinato da alcuni errori di valutazione e dall'aver aperto contemporaneamente troppi fronti di battaglia, ha capito l'importanza delle reti di alleanza e dei rapporti con gli uomini chiave: già da tempo ha appianato i contrasti con Giuseppe Guzzetti, capo delle Fondazioni bancarie - antica e solida cultura del potere democristiana - con cui si battè alcuni anni fa ricavandone una netta sconfitta. Ha stretto un'alleanza di fatto, basata su una reciproca stima e considerazione dei pesi, con il più coriaceo e centrale banchiere italiano, Cesare Geronzi, la cui cultura della stabilità, degli equilibri praticabili e dell'inclusività fin dove possibile, sta prevalendo nel sistema economico e finanziario. Debolezze Da qui si può partire per ragionare sui punti di debolezza del ministro dell'Economia. Il principale: sicuramente oggi è in una posizione più forte di quella di quattro anni fa, e ha irrobustito il suo sistema di relazioni, ma di base tende a riprodurre delle costanti che potrebbero esporlo a errori tattici. In questa fase il rischio principale è di nuovo l'apertura di troppi fronti di battaglia. Con i banchieri innanzitutto. I manager bancari temono la sua avanzata, non gli piace che egli abbia cercato di condizionare a dichiarazioni di resa gli aiuti dello stato alla ripatrimonializzazione delle banche (vedremo nei prossimi giorni se funzionerà il compromesso recepito dal provvedimento varato ieri dal consiglio dei ministri). Si dice che avesse individuato in Alessandro Profumo, il capo di Unicredit, il primo obiettivo della sua offensiva. Ma, in realtà il caso Profumo, ha coinciso con l'apertura di una discussione generale con la categoria dei banchieri, che da un lato lo teme e lo prende molto sul serio, ma dall'altro, proprio perché lo prende sul serio, difficilmente consentirà l'individuazione di capri espiatori o la concessione di troppi spazi d'influenza reale sull'economia. Anche perché queste tensioni - da Tremonti in realtà sempre negate - arrivano in coincidenza di una crisi economica che richiederebbe coesione e che in teoria rappresenterebbe per il ministro dell'Economia un test della sua capacità di leadership, di guida di una classe dirigente in difficoltà. Lo stesso rischio lo corre nei confronti del parlamento che, come fa di solito con i ministri del Tesoro, chiede risorse economiche, cui lui oppone la rigidità del patto di stabilità europeo, come lucchetto dei conti pubblici (più complesso è stabilire nel merito quanto in questa fase siamo nelle condizione di fare politiche economiche in deficit). Poi c'è lo scontro ai confini della questione antropologica con gli economisti liberisti. Tremonti li accusa di non aver capito la crisi, loro - i macroeconomisti lib - rispondono che anche lui non aveva letto i rapporti della Banca dei regolamenti internazionali di cui è azionista, sul tema dei controlli fallaci da parte delle autorità di vigilanza. Alberto Alesina e Francesco Gavazzi hanno scritto un pamphlet - La crisi, può la politica salvare il mondo? - che pur senza mai nominarlo si pone come unico obiettivo il ministro dell'Economia e le sue idee sul primato della politica e di sostegno a forme di neointerventismo pubblico. Per contrastare l'influenza degli economisti liberisti ha tessuto una rete di rapporti per avere nei giornali dei punti di riferimento: dal Sole 24 Ore, al Messagero, fino all'Osservatore Romano e al Corriere della Sera, principale quotidiano italiano, dove si è aperto uno spazio di commento per Alberto Quadrio Curzio, preside di Scienze politiche alla Cattolica, economista a lui molto vicino. Una gentilezza ottriata Il punto è - ed è un'altra sfumatura del tema dello scontro perenne come componente del tremontismo - che un certo deficit di pacificazione nell'azione del ministro dell'Economia crea a volte tensioni difficilmente governabili in un sistema di potere come quello del centrodestra: Tremonti, cioè, è un catalizzatore di gelosie. A giugno assistemmo a uno spettacolo glorioso di tremontismo attivo, quando convocò i giornalisti per una conferenza stampa al ministero del Tesoro - sala dell'Alleanza - in cui veniva presentata la squadra di governo economica alla prova del Dpef + Finanziaria. Il ministro dell'Economia, che detesta il Dpef e ha promosso la Finanziaria triennale anticipata a giugno, dava la parola ai ministri vassalli con uno strano garbo di ospite quasi sorpreso dalla sua stessa, ottriata, gentilezza. Il rischio, secondo alcuni osservatori del mondo del centrodestra, è che questa cosa alla lunga possa aumentare le frizioni con altre componenti della maggioranza e/o del governo, e creare dei problemi con Berlusconi, anche a causa della continua dialettica tra pessimismo e ottimismo. E che qualcuno provi a far fare a Giulio T., il resuscitatore di Jean-Baptiste Colbert la fine del di lui predecessore Nicolas Fouquet: la requisizione di quella specie di Vaux-le-Vicomte che è diventato il superministero di via XX settembre. La politica italiana ha un problema generale: la fissità in cui ciascuno tende a reiterare il suo ruolo. Il Pd è dilaniato da uno scontro che si protrae da vent'anni tra due ex ragazzi della Fgci, e poi del Pci e poi del Pds e dei Ds. Gianfranco Fini si sgancia ancora una volta dalla complicanza psicologica del delfinato - il delfinato è un'arte difficilissima. E Tremonti dà dei ladri ai banchieri che lo avevano sconfitto nel 2004 e fa pace con Domenico Siniscalco. Frecciate di un leader In generale la questione si può riassumere così: Tremonti è un solitario il quale sa che la solitudine è una componente intima del potere che va vestita, però, della solidarietà di parte di chi ti sta accanto, ed è anche un outsider alle prese con la necessità duplice, da un lato di integrarsi e dall'altro di distinguersi. E' alle prese con un processo di costruzione della leadership in cui è sottoposto al confronto con le culture alternative del potere, la principale delle quali è quella di Gianni Letta. Su questo giornale, Paolo Messa ha acutamente riprodotto un documento cui ha attribuito un valore politico, il necrologio bipolare che Letta ha dedicato a Sandro Curzi «un combattente, un amico, un avversario. Se ti batte non ti meravigli perché ne riconosci il valore. Ma quando ti capita di infilarlo, allora la soddisfazione è maggiore. Un esempio di come si possa rimanere coerenti e aperti, fedeli ai propri principi senza disconoscere quelli degli altri». L'alternativa tremontiana è più drastica, secca, impietosa, orientata - secondo chi lo studia - all'annientamento dialettico dell'avversario. Dice Rino Formica di avergli fatto notare una sfumatura retorica a proposito dei suoi discorsi pubblici: «Un grande leader politico tiene la parola per trenta minuti e lancia una sola frecciata all'avversario, non trenta frecciate». Il lato pop del consenso L'incognita più profonda per Tremonti riguarda la sua vocazione maggioritaria. Tremonti è un uomo politico che non ha mai vissuto la prova del consenso in prima persona. Il suo gradimento è per ora solo misurato dai sondaggi. La sua forza politica si basa su un rapporto con la Lega, nei confronti della quale ha svolto un lavoro di cerniera, rispetto al resto del centrodestra. Il processo di attribuzione a Tremonti di una quota della vittoria elettorale alle scorse politiche deriva da un riflesso del nostro proporzionalismo. La Lega è cresciuta. E abbiamo tasferito sull'esito del risultato elettorale leghista, il riflesso del successo editoriale di La paura e la speranza, il pamphlet antiglobal di un politico affine alla Lega. Tremonti è il più interessato a uscire da questa forma di ambiguità. Sa di dover mettere alla prova la sua vocazione maggioritaria. Già da alcuni anni effettua dei test di dialogo diretto con il popolo. Lo ha fatto nel 2003 fa cercando il consenso sulla partita Parmalat, ma non funzionò. Lo ha rifatto sugli stesi temi, proponendo la Robin tax contro banchieri e petrolieri per finanziare la social card, un provvedimento di cui vedremo gli effetti di gradimento popolare. Lo ha fatto sostituendo di fatto il meccanismo sulla portabilità dei mutui messo a punto da Pierluigi Bersani, con la rinegoziazione dell'importo rateale concordato con l'Abi. Ogni tanto cerca l'applauso quando promette la galera per i banchieri o quando minaccia le dimissioni sul decreto salvamanager. Negli ultimi tempi ha cominciato a rivolgersi anche direttamente a un elettorato tradizionalmente di sinistra, a cui rivolge in varie declinazioni di volta in volta una rivalutazione culturale di Marx o aperture di critica sociale al capitalsimo. Scomposizione Del resto, Tremonti ha due caratteristiche che in questa prospettiva potrebbero tornargli utili. La prima è fondamentale per un leader politico: è duttile. E' liberale, ma è anche colbertista, è contro il patto di stabilità, ma disponibile a difenderlo quand'è il caso, è contro la finanziarizazione, ma è stato finanziariamente creativo, è laico, ma valoriale. Caratteristica numero due. Secondo Formica, Tremonti è l'unico uomo politico che ha forza, fantasia, immaginazione per scomporre e ricomporre il quadro politico a partire da questa duttilità. «Tremonti crede che le ideologie non siano finite. E che la destra debba riattualizzare, per esempio, il dio padre e famiglia. Ma sa anche che bisogna fare politica senza schematismi, pragmaticamente: oggi pro-mercato, domani pro-stato. In politica bisogna affrontare la realtà pragmaticamente. Credo che voglia essere pronto nel caso in cui si presenti un nuovo quadro: la guerra scoppiata intorno alla globalizzazione, e ai suoi effetti, è enorme, fa saltare destra e sinistra per come le conosciamo. Tremonti ritiene - e credo che abbia ragione - che stiamo andando verso l'abbassamento del tenore di vita delle aree sviluppate del mondo. Non si candida a essere un piazzista di una modernità che non c'è più, ma alla costruzione di una stabilità che sia ragionevolmente possibile». Dunque, se la storia dovesse subire una brusca accelerazione - questo è più o meno il ragionamento - la crisi della globalizzazione imporrà agli schieramenti di riaggregarsi in un altro modo. E Tremonti si candida a stare sul confine. In una intervista al Foglio del febbraio del 2007 spiegò una cosa interessante: «La destra ha una chance per elaborare dottrine, principi, idee e simboli nuovi e superiori a quelli della sinistra. Un esempio, è quello della politica ambientale. (?) La nostra nuova filosofia politica può e deve essere sviluppata su una curva politica molto più lunga: contenere la dimensione dell'uomo, il rapporto dell'uomo con la natura, la fiducia in un'evoluzione progressiva della scienza. (?) Il mercatismo non ha gli strumenti per l'analisi sull'ambiente, perché conosce solo un paradigma, il pil». Certo, Giulio T. potrebbe essere il primo prodotto del mercato occidentale della politica ai tempi della globalizzazione esplosa. Oppure questo non accadrà. Il mondo non subirà alcuna accelerazione e le sue chance andranno valutate in uno schema più normale, in un'evoluzione senza millenarismi, a partire dal modo in cui saprà gestire la crisi economica. Qualunque cosa accada, però, nella sua marcia verso la leadership dovrà necessariamente attraversare una nuova cruna. Dice Edmondo Berselli: «Gli manca lo spirito della carogna politica. Se sarà un tempo di tessitori un Tremonti incavourrito, istituzionale dunque, può farcela. Ma secondo me gli manca ancora l'idea, la struttura, della potere come fardello». Il potere come fardello - non solo come esito di una vittoria politica - è il peso che troverete sulle spalle di Adriano imperatore, e che Adriano imperatore accetta di portare, ed elaborare, molto prima di diventare un modello postpartisan. 29/11/2008

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Il volto terrestre di Simone Weil (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 29-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Il volto terrestre di Simone Weil riletture. "Attesa di Dio" rivela una pensatrice innamorata della creazione e della bellezza. Non una gnostica odiatrice del mondo. di Filippo La Porta Simone Weil non è un autore "accogliente". Non lo è né per la cultura laico-progressista, di cui ha svelato le micidiali illusioni, né per la cultura cattolica, di cui ha mostrato la tendenza all'idolatria. Eppure anche quando parla di cose che ci sembrano incomprensibili o ineffabili - il soprannaturale, la purezza, l'amore di Dio - riesce a essere straordinariamente familiare, vicina alla meditazione solitaria di un adolescente. Per quale ragione? Perché, credo, il suo pensiero parte sempre in modo preliminare dall'esperienza, da ciò che è a tutti accessibile, da come funziona la natura umana a livello elementare. Niente a che vedere con una immagine vulgata di martire e figura "spirituale", di semi-anoressica devota fino al fanatismo e all'autoconsunzione! Come si evince da questa raccolta di scritti del '41-?42, Attesa di Dio (Adelphi, 350 pp., 25 euro), curata con rigore critico da Concetta D'Angelo, e accompagnata da un saggio di Giancarlo Gaeta - la Weil non ci chiede mai di credere in Dio, né pretende da noi alcuna fede. Piuttosto ci invita al riconoscimento obiettivo dei dati originari dell'esistenza, e da lì avvia un ragionamento verticale, affilato come il rasoio di Occam. Le sei lettere che costituiscono il nucleo dell'opera, indirizzate al padre domenicano Joseph-Marie Perrin, ci permettono di ridimensionare l'immagine, alimentata da Augusto Del Noce, di una Weil gnostica. No, lei non intende affatto svalutare il mondo, non pensa che sia una creazione del demiurgo cattivo. Benché tentata dal manicheismo, è convinta che il mondo sia la nostra patria. In una pagina abbagliante spiega come l'amore per la bellezza, presente in ogni tradizione religiosa dell'antichità, è stato quasi cancellato nel cristianesimo. Eppure questo amore per la bellezza è per lei la via più semplice per accostarsi a Dio, dato che compassione e rispetto per le pratiche religiose sono cose assai rare. Difficile oggi maneggiare il pensiero di Simone Weil, il suo lessico per noi così dissonante, la sua originale antropologia religiosa, nel "dibattito culturale". Però se riusciamo a leggerla semplicemente facendo interagire la nostra esperienza con la sua, quasi "alle spalle" delle mode e delle idee dominanti, può accaderci di far risuonare dentro di noi qualche verità preziosa. 29/11/2008

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E la Merkel disse: Silvio, come va con Casini? (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 29-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-11-29 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Sette giorni Il premier non risponde alla Cancelliera. Il leader udc: da lui acrimonia, ma mai dire mai E la Merkel disse: Silvio, come va con Casini? SEGUE DALLA PRIMA Per superare la sfida decisiva delle Europee, l'Udc sta cercando di rafforzare la propria identità, confidando così di rafforzarsi nel consenso. Ecco il motivo per cui Rocco Buttiglione si è fatto promotore della «tre giorni di Loreto», una sorta di stati generali con l'associazionismo cattolico, arcipelago di sigle e di esperienze, eterogeneo e politicamente diviso da quando è scomparsa la Dc. Prima di recarsi nelle Marche, Casini ieri ha attraversato il Tevere per un incontro riservato con le gerarchie ecclesiali. A Loreto, dopo aver ascoltato un mondo che conosce, gli chiederà di assumere un impegno. Perché bisogna pur trovare «un modo per rispondere al messaggio del Papa», perché «il volontariato e il non-profit rimangono importanti, ma Benedetto XVI chiede oggi ai cattolici di avere anche un ruolo attivo e in prima fila nella politica ». A suo tempo la richiesta del Pontefice fu accompagnata da un appello al «ricambio generazionale», messaggio che il leader centrista interpreta come «sollecitazione a individuare nuove classi dirigenti ». E l'appuntamento di Loreto serve anche a questo. L'offensiva centrista sul fronte cattolico può avere una duplice lettura: sfidare il Cavaliere per sottrargli «un mondo che è scontento del governo» e affrancarsi definitivamente dal centrodestra; oppure drenare consensi al centrosinistra in vista di una futura intesa con l'attuale maggioranza. Casini non dà una soluzione al rebus. Certo, attacca Berlusconi e il suo esecutivo «zeppo di laici per non dire altro», contesta le scelte di palazzo Chigi «che non ha tenuto fede agli impegni sul quoziente familiare e sui fondi alle scuole paritarie». Ma resta sul filo del fuorigioco, senza mai oltrepassarlo. Infatti — nonostante il premier miri a fargli attorno terra bruciata — ha respinto finora le avances e i disegni di Massimo D'Alema: «Non mi piace il "modello Prodi" », dice. O forse, più correttamente, non lo convince. Perché l'idea di porsi alla guida di un'area di centro alleata del Pd gli appare debole ed esposta ai complotti che per ben due volte hanno messo in crisi il Professore. «Eppoi io continuo a far parte dell'area moderata. E non intendo muovermi da qui». Sembra di riascoltare il ragionamento che Casini fece sette anni fa, quando — appena eletto presidente della Camera — prese un fazzoletto di carta e con una penna tracciò una riga per dividerlo a metà: «Io sto da questa parte e non sarò mai un trasformista». «Quello schema è cambiato», commenta ora: «E l'ha cambiato Berlusconi». Il leader centrista è consapevole dell'«acrimonia » che il premier gli riserva, non la capisce, eppure non esclude un riavvicinamento: «Mai dire mai». Chissà se il Cavaliere la pensa allo stesso modo, se è vero che fu lui a far saltare in Abruzzo l'alleanza tra Pdl e Udc, appena gli pronunciarono quel nome. Lo stesso nome che gli ha fatto la settimana scorsa Angela Merkel al vertice italo- tedesco di Trieste: «Silvio, come va con Casini? ». Pare che il premier non abbia inteso la traduzione dell'interprete. Epperò «mai dire mai». Per esempio, nessuno avrebbe mai pensato a un riavvicinamento tra il capo udc e Gianfranco Fini, dopo la rottura di otto mesi fa, quando l'allora leader di An sposò l'idea berlusconiana del Pdl e mollò «l'amico Pier». «Con lui non avrei più dovuto prendere un caffè», ha confidato Casini dopo l'incontro avvenuto due settimane fa: «Ma è la politica, bellezza. Abbiamo discusso del passato, lo abbiamo fatto con franchezza. Era ora di guardare al futuro ». è da vedere se sarà un futuro condiviso. Com'è da vedere se a Loreto il mondo dell'associazionismo deciderà di schierarsi con i centristi per difendere i valori cattolici in politica. Resta da capire quante divisioni ha il Vaticano, e quante lasceranno Berlusconi per Casini. Francesco Verderami

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La carità cristiana migliora (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 29-11-2008)

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stampa IntervistaIl Prelato dell'Opus Dei monsignor Javier Echevarría parla di fede e vita A ottant'anni dalla fondazione l'Opera è attivissima e piena di entusiasmo «La carità cristiana migliora la nostra vita di tutti i giorni» Ottanta anni fa un grande evento di fede e di vita: la nascita dell'Opus Dei. Con Monsignor Javier Echevarría, Prelato dell'Opus Dei, entriamo nel senso profondo del grande evento. Monsignor Javier Echevarría, il 2 ottobre 1928, 80 anni fa, Josemaria Escrivà, fonda l'Opus Dei. Il cristiano «contemplativo itinerante»: fra tutte, questa ci sembra la forza, il carisma che ha permesso all'Opera di entrare di slancio nel terzo millenno. «Quel giorno di 80 anni fa, San Josemaría ebbe dal Signore un'illuminazione intellettuale su cosa sarebbe stata l'Opus Dei: una moltitudine di persone comuni, di ogni razza, professione e condizione sociale che si sforza di vivere pienamente il cristianesimo. Fedeli che cercano di trasformare le cose di tutti i giorni in occasioni per incontrare Dio. è questo il senso del "contemplativo in mezzo al mondo": colui che, con l'aiuto di Dio e nonostante le sue debolezze, cerca di scoprire Gesù Cristo in ogni evento della sua esistenza». «Che la tua - si legge nel libro del fondatore "Cammino" - non sia una vita sterile. Sii utile, lascia una traccia e incendia tutti i cammini della terra col fuoco di Cristo che porti nel cuore». «Gesù ha trascorso la sua esistenza terrena impegnato a portare il suo messaggio di salvezza con il suo esempio, con le sue azioni, con la sua dedizione a chi gli stava attorno, senza riposo, fino alla morte sulla Croce. è questo l'ideale che trascina ogni cristiano autentico. Come diceva il fondatore dell'Opus Dei, per un innamorato di Gesù ogni momento è un tempo prezioso per rendere la vita più gradevole agli altri». I membri dell'Opera sono considerati mistici «con la cravatta giusta». Negli anni scorsi, siete stati oggetto di una campagna stampa, a livello internazionale, di una inusitata violenza e giudicati «elite laica del cattolicesimo», «fanatici da deprogrammare». Che cosa è rimasto di quelle critiche velenose? «Si dice - e a me non sembra una cosa buona - che la metà degli uomini critica l'altra metà. Non si deve dare importanza alle falsità. Si risponde con la carità e con la coerenza della propria vita. In molti casi, poi, le informazioni non corrette o calunniose sono l'occasione per dare informazioni giuste. Come tutte le realtà cristiane, l'Opera non si può capire finché non la si incontra personalmente e alla luce della fede. Quando si viene in contatto con i fedeli dell'Opus Dei, (sacerdoti diocesani e comuni laici), sospetti, pregiudizi e deformazioni cadono. San Josemaría pregava ogni giorno per questi amici: così li considerava». Quanto c'è di Opus Dei nel futuro della Chiesa Cattolica? «Il futuro è nelle mani di Dio, che ha assicurato la sua assistenza alla Chiesa. L'Opera continuerà a impegnarsi, in unione con tutti gli altri membri della Chiesa, per portare il messaggio di salvezza del Vangelo. Mostrando al mondo che la santità è ciò che Dio si aspetta da ciascuno di noi "qui e ora". Mi fa piacere ricordare che tante persone nei cinque continenti si meravigliano con gioia di questa possibilità: essere santi nel mondo». Si può fare una lettura «civile» della proposta di Josemaria Escrivà? «Il lavoro, inteso come l'insieme delle opere quotidiane, è luogo in cui ciascuno può incontrare Dio. Tutte le attività oneste possono essere santificate; tutto ciò che è umano può - direi, deve - rientrare nel rapporto con Dio. Questa intuizione, proclamata solennemente dal Concilio Vaticano II, è una rivoluzione silenziosa: una moltitudine di persone, fatta di studenti responsabili, professionisti e operai laboriosi, mariti e mogli fedeli, cittadini impegnati per il bene di tutti. Ciò ha certamente una "lettura civile", perché la vita cristiana contribuisce a umanizzare la società e renderla un posto migliore». Le ondate del «relativismo morale e dottrinale» sembrano distruttive. Lei ha il polso dei sacerdoti dell'Opera che lavorano in ogni parte del mondo. Cosa la preoccupa di più? «Il relativismo morale è una manifestazione del disagio interiore che sperimenta chi non ha ancora incontrato Dio. Il più alto servizio che possono fare i sacerdoti è di portare le anime a Dio, di farle partecipare dell'immenso dono dell'Eucaristia e riconciliarle con Lui attraverso il sacramento della Penitenza. Quanta pace nasce dal ritrovato rapporto con il Signore. Il messaggio del Vangelo fa capire che Dio ci vuole felici. Tra le diverse priorità, direi che una fondamentale è la santità delle persone che devono portare Cristo agli altri: si deve essere uomini e donne di orazione, di retta dottrina, di virtù, di dedizione a tutti». E poi c'è la Pontificia Università della Santa Croce. E da poco il Campus Bio-Medico. Educazione e biotecnologie, sembrano essere le vostre nuove frontiere. «La prima frontiera del lavoro dell'Opera è l'apostolato personale; ma San Josemaría ha spronato i fedeli dell'Opera a far nascere iniziative educative e assistenziali che si prendessero sulle spalle problemi concreti della società. Questo è ciò che cercano di fare al Campus Bio-Medico: un'università e un ospedale in cui la competenza dei medici possa essere accompagnata da una grande umanità, così come al Centro Elis a Roma si cerca di insegnare ai ragazzi a essere bravi professionisti e uomini completi. E poi c'è l'Università della Santa Croce che forma molti sacerdoti, religiosi e laici alla teologia, al diritto canonico, alla filosofia e alla comunicazione istituzionale. Un piccolo esempio di come sarebbe la società se fosse permeata dai valori cristiani». Di lei si sente parlare poco. Ha scelto la linea di un operoso silenzio. Ci sono donne e uomini che bussano ancora alla vostra porta, che vogliono abbracciare l'ideale di vita di san EScrivà? «Le persone che si avvicinano all'Opera lo fanno perché cercano Dio. L'Opus Dei non ha altro scopo che aiutare fedeli comuni a riscaldare la temperatura spirituale delle loro vite per crescere nella fede e nell'amore alla Chiesa». Giovanni Paolo II vi ha aiutato, erigendo l'Opera a «Prelatura». In voi si è rispecchiata l'idea del grande papa scomparso di una Chiesa Cattolica solidale con tutti, maestra indiscussa di verità. Questo «feeling» continua anche con papa Benedetto XVI? «L'unione dei fedeli con il Romano Pontefice è una caratteristica essenziale della Chiesa e, pertanto, dell'Opera. Quando San Josemaría arrivò a Roma passò l'intera notte in orazione guardando la finestra degli appartamenti del Papa. Anche a noi ha insegnato ad avere una devozione filiale per il Papa. Benedetto XVI, in piena continuità con Giovanni Paolo II è un pastore esemplare. Per tutti i cattolici è un esempio di che cosa significhi il cristianesimo autentico». Il 28 novembre è stato il 25 anniversario dell'erezione in Prelatura Personale, come avete vissuto questa ricorrenza? «è stata un'occasione per riscoprire la grande verità, espressa da San Josemaría: dal fatto che tu ed io ci comportiamo come Dio vuole, dipendono molte cose grandi».

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quarant'anni di dibattito su "adista" (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)

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Pagina XIX - Palermo La curiosità Quarant´anni di dibattito su "Adista" Le "omelie laiche" qui pubblicate sono, originariamente, apparse nel corso di vari anni su "Adista", l´agenzia di stampa laica che da più di 40 anni diffonde informazione religiosa a tutto campo e senza reticenze, inspirandosi alla laicità concepita, con il teologo Cuminetti, quale «assunzione di aporie e contraddizioni, sofferenza e rabbia, speranza e sogno». La redazione di "Adista" è a Roma, dove vengono pubblicate sia l´edizione cartacea (distribuita su abbonamento) che l´edizione telematica (www. adista. it); ma il fondatore è il siciliano Giovanni Avena, tra i più noti protagonisti della stagione post-conciliare del cattolicesimo italiano. Proprio in questi giorni è in atto un cambio al timone dell´agenzia di stampa: dopo sette anni, Eletta Cucuzza lascia la direzione e le subentra Angelo Bertani, già direttore del quindicinale della Fuci "Ricerca"; poi responsabile della redazione romana di "Avvenire" e fondatore di "Segno Sette" (un settimanale agile e vivace, che si diffonde ben oltre i confini dell´Azione cattolica); infine dal 1992 al 1995 caporedattore di "Jesus" e vicedirettore di "Famiglia cristiana".

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le prediche dei laici senza pulpito - augusto cavadi (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina XIX - Palermo Le prediche dei laici senza pulpito Società e valori secondo Bertinotti, Caselli e altri liberi pensatori Un libro corale crocevia dove si confrontano le identità più diverse AUGUSTO CAVADI Avete mai ascoltato una omelia domenicale predicata da Fausto Bertinotti, da Giancarlo Caselli o da Gianni Vattimo? In una chiesa è improbabile. Ma fuori, da oggi, è possibile. Infatti è stato appena pubblicato Fuoritempio (Di Girolamo, Trapani 2008, 208 pagine, 15 euro), una raccolta di "omelie laiche" che commentano i testi della liturgia cattolica del ciclo B (le pagine bibliche, cioè, che per un anno intero saranno lette in tutte le chiese del mondo a partire da domenica 30 novembre). La chiave di lettura di queste prediche molto singolari è efficacemente formulata da Valerio Gigante e Luca Kocci, i due giornalisti curatori del volume: «Nella navata in penombra, passi in punta di piedi. Cercano Cose nascoste ai dotti e ai sapienti ma vuoto è il Sepolcro del sacro. è là fuori, oltre il sagrato, un venticello leggero soffia sulla vita e le dà la parola. Parole di donne, parola di uomo. Parola di Dio. Commenti al Vangelo di chi si è "svestito": priva di paramenti, dottrina e gerarchie, ma non per questo "senza Dio"». L´iniziativa ha qualcosa di rivoluzionario: in una fase storica in cui i professionisti del sacro accettano di buon grado di occupare gli spazi pubblici dove sempre più flebile si fa la voce dei laici, qui - al contrario - viene restituito il diritto di parola sul cristianesimo a uomini e donne, ritenuti dalla gerarchia ecclesiastica "non addetti" perché o eretici o profani. Fra i vari interventi meritano una sottolineatura i non pochi contributi femminili, firmati non solo da teologhe (come Adriana Zarri, Lidia Maggi, Maria Caterina Jacobelli) ma anche da storiche (come Anna Carfora e Adriana Valerio), geografe (come Giuliana Martirani), giornaliste (come Gabriella Caramore), operatrici sociali (come Rita Giaretta) e politiche (come Giancarla Codrignani). Ad esempio una di loro, Antonietta Potente, commenta così il versetto del vangelo secondo Marco "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini": «Da questo testo non nasce una comunità gerarchica di discepoli, ma piuttosto la passione condivisa di alcuni compagni. Coloro che narrano, narrano chi era il loro amico, come l´avevano incontrato e come si erano sintetizzati con lui. Noi lo abbiamo enfatizzato al punto da farlo diventare un testo istituzionale. è invece profondamente quotidiano ed umano. Era normale che Gesù facesse gruppo con altri compagni; era normale che questi compagni fossero semplicemente pescatori. Era normale perché il lavoro del pescatore è un lavoro di ricerca, di attesa, di profonda stanchezza. Il desiderio di incontro, di ritornare, di fare casa, certamente era intenso e molto grande in queste persone. Nella narrazione di Marco non troviamo descritta l´organizzazione di un gruppo, ma semplicemente la nascita di legami, di sensibilità, di passioni intorno ad un sogno comune. Non siamo davanti a un traguardo, ma ad una partenza. E´ bello perché è un testo popolare, potremmo dire proletario, mistico e politico allo stesso tempo, dove nella narrazione si mescola l´affetto e la scoperta della dignità del proprio lavoro, della propria condizione sociale, delle proprie rivendicazioni quotidiane che ricercano incessantemente la vita: è un testo che i discepoli raccontano per descrivere e spiegare la loro piccola e grande storia di liberazione e perché altri e altre si riscoprano in essa». Insomma, dopo tanto dibattito pubblico sulla laicità, finalmente un libro che - invece di teorizzarvi sopra - ne dà una esemplificazione concreta: non uno spazio vuoto in cui ognuno evita di auto-rappresentarsi per quello che è, bensì un crocevia dove si incontrano le identità più diverse. Con la libertà di dirsi ateo o indifferente, anzi addirittura di raccontare la fatica della propria ricerca e il conforto di qualche spiraglio di senso.

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anche raul chiede "un santo per cuba" - leonardo coen (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 17 - Esteri Anche Raul chiede "un santo per Cuba" Castro in prima fila alla cerimonia di beatificazione di Frà Olallo Nella grande piazza di Camaguey c´erano almeno diecimila fedeli, arrivati in pellegrinaggio da quasi tutta l´isola LEONARDO COEN DAL NOSTRO INVIATO CAMAGUEY - Succede questo, a Cuba. Che venerdì, nel giorno in cui Medvedev incontra per un´ora e un quarto Fidel Castro, il quotidiano Granma, organo ufficiale del Comitato del partito comunista cubano dedichi invece la prima pagina alla beatificazione di Frà Olallo Valdès di ieri a Camaguey e non all´importantissimo ospite russo. Poco importa se poi il giornale lo ha fatto ieri, con tanto di "riflessione" in seconda pagina del Comandante Fidel sul giovane capo del Cremlino («Mi ha lasciato un alto concepto sulla sua qualità intellettuale» ha scritto Fidel). Perché quella prima pagina su Frà Olallo è uno "strappo" inconsueto: o meglio, è un altro segnale che - sia pure lentamente e prudentemente - il governo cubano vuole attivare con il Vaticano e con la Chiesa cattolica un rapporto non più conflittuale ma cooperativo: provare a camminare avendo a cuore le sorti dei cubani e quindi del Paese. Infatti è ancor più significativo l´aver deciso di ritrasmettere la cerimonia ieri sera sulla tv pubblica, in "differita" (ma in una fascia oraria di alta audience), e di averlo soprattutto annunciato già da qualche giorno: nella grande immacolata piazza Virgen de la Caridad c´erano almeno diecimila fedeli, in pellegrinaggio da quasi tutta Cuba. Parecchi, sono arrivati a piedi. I parrocchiani di don Domingo Oropesa, da Cienfuegos, per esempio. Questa gente, hanno visto i cubani ieri sera in tv, all´ora di cena. E, in prima fila tra la folla, Raul Castro: compassato, in abito scuro. Come con Medvedev. A fianco, Esteban Lazo, il vicepresidente del Consiglio di Stato e Caridad Diego, la responsabile dell´ufficio Affari Religiosi del partito comunista cubano. Una presenza niente affatto simbolica, concretamente politica: per di più in una città come Camaguey, bastione cattolico e sotto sotto, rimasto conservatore. Non c´erano solo le telecamere della tv cubana, ieri mattina alle otto. C´erano quelle della Cnn, e un nugolo di altri emittenti internazionali ad immortalare l´evento, la prima beatificazione in terra cubana da quando sbarcarono i primi sacerdoti (550 anni fa). E non è un caso che anche Granma lo abbia sottolineato, «la beatificazione si celebrerà per la prima volta nella nostra patria», enfatizzando sulla "patria". Frà Olallo non poteva non essere il personaggio più adatto e più "trasversale" per un simile avvenimento. La sua biografia è perfetta per la Chiesa quanto per lo Stato laico e formalmente ateo cubano: visse dal 1820 al 1889 e per mezzo secolo dedicò tutta la sua vita, tutte le sue energie fisiche e morali, ad aiutare e a curare i poveri, gli schiavi e i feriti dell´interminabile sanguinosissima guerra d´indipendenza contro la Corona spagnola. Apparteneva all´ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, dunque era un «venerabile servo di Dio». Ma si era prodigato sino al totale sacrificio per i patrioti e per i diseredati, e questo lo pone nell´olimpo degli eroi cubani «rivoluzionari», al fianco di un altro contemporaneo, il leggendario Ignacio Agramonte, l´allevatore che si pose a capo della rivolta contro gli spagnoli esplosa nella provincia di Camaguey a metà del 1868. "El Major" sarebbe morto quattro anni dopo, a soli 32 anni, in battaglia. Naturalmente, per bocca del cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle cause dei santi, la Chiesa esprime la sua enorme soddisfazione, «sono passati dieci anni dalla visita storica di papa Giovanni Paolo II a Cuba. La diocesi di Camaguey e tutta la Chiesa di Cuba vivono oggi un periodo memorabile». Commenti analoghi hanno avuto il cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell´Avana, e Juan Garcia Rodriguez, arcivescovo di Camaguey, che hanno officiato la cerimonia con tutti i vescovi cubani. E con monsignor Felipe Estevez, arcivescovo di Miami. Altro dettaglio cerimoniale da non sottovalutare: indirettamente, ricorda la comunità cubana in esilio. A molte letture, dunque, si presta la beatificazione di Frà Olallo. E tutte, potrebbero condurre molto lontano. SEGUE A PAGINA 8

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Burlando va in crisi a parlare di crisi del Pd (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 30-11-2008)

Argomenti: Laicita'

n. 287 del 2008-11-30 pagina 2 Burlando va in crisi a parlare di crisi del Pd di Riccardo Re Il governatore: «La destra prende voti ma non sa che farsene». E Tonini s'attacca a Obama (...) tutti i mega dirigenti voluti e piazzati dal centrosinistra. Tonini intanto annuncia che «se Obama ha vinto in Virginia il Pd può vincere in Veneto» e che «la crisi sta per cambiamento, che apre speranza al Pd, partito nato come formazione culturale di ricerca». Finito? No, il senatore svela anche i suoi sette punti programmatici che spaziano «da un'identità riconosciuta nella visione umanistica della politica» alla «democrazia decidente». Solo che a quel punto, la platea militante, come da programma, inizia a porre domande. Allora sì, che almeno gli elettori di centrosinistra parlano di crisi nel Pd. Chiedono perfino a Tonini come si fanno a riempire concretamente quei sette punti, come si fa a trovare un programma condiviso o come mettere insieme laici e cattolici. C'è chi perfino parla di «classe dirigente gerontocratica», di politici «che difendono le loro cariche come posti di lavoro», di «enti non ben amministrati» e chi addirittura si lascia andare a uno «stiamo uccidendo le primarie». E allora, per esempio, viene fuori che Tonini non vuole un partito del Nord, mentre altri come Chiamparino quel partito lo vorrebbero. Insomma dibattito aperto in casa Pd. Non a caso partito del dialogo, e pazienza se il dialogo resta nel partito. Basta non parlare di crisi. Del centrosinistra naturalmente. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Il Saladino che salverà l'Occidente (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 30-11-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-11-30 num: - pag: 33 categoria: REDAZIONALE La provocazione Un saggio processa le certezze democratiche e stronca la figura di Voltaire Il Saladino che salverà l'Occidente Pietrangelo Buttafuoco rivaluta l'islamismo e invoca il ritorno al Sacro di DARIO FERTILIO L' espressione Cabaret Voltaire, oltre a evocare la culla storica del dadaismo, a Zurigo, e più di recente un pretenzioso complesso inglese funk-punk-rock, secondo Pietrangelo Buttafuoco coincide con la metafora nera dell'Occidente. Viene da essa infatti il titolo del suo ultimo saggio, appena pubblicato in copertina dorata da Bompiani (pagine 225, e 18). L'autentico bersaglio polemico di Buttafuoco, giornalista militante con ascendenze di destra e scrittore di successo soprattutto per Le uova del Drago (Mondadori) — un romanzo in cui racconta la Seconda guerra mondiale in Sicilia dalla parte dei perdenti — è il mondo globale in cui viviamo. Che gli appare un laboratorio asettico e dissacrante, in cui impera l'indifferenza morale, è obbligatoria l'allergia a qualsiasi fede, viene abolita ogni differenza naturale (tra conservatori e progressisti, ma anche tra uomini e donne), ci si sposa con partner dello stesso sesso e — pur scandalizzandosi per la lapidazione delle adultere ordinata dalla sharia islamica — non si esita a mettere in palio fanciulle illibate nei reality show. L'occidentale Cabaret Voltaire, insomma, per Buttafuoco è un gran brutto posto, un trionfo dell'anarchia dove l'unico comandamento universalmente rispettato è il «diritto di avere tutti i diritti », l'adozione del conformismo consumista è obbligatorio, l'adorazione della democrazia americana e il disprezzo dell'islam sono scontati, con inevitabile, annessa esportazione di guerre giuste. Va da sé che il Voltaire di Buttafuoco, eroe negativo e fonte di riprovevole modernismo, non è il filosofo della tolleranza, l'autore della celebre e fin troppo banalizzata affermazione — «non condivido la tua opinione ma sono pronto a morire affinché tu possa esprimerla» — quanto piuttosto l'autore dell'opera in cinque atti Il fanatismo, ossia Maometto profeta, in cui il primo musulmano è presentato come mostro tirannico e traditore. Trattando di Maometto, Voltaire lascia cadere la maschera illuminista e si abbandona visceralmente — conclude Buttafuoco — al «pregiudizio postumo per eccellenza, quello contro il moro». Ma non sta nemmeno qui il nocciolo più duro della polemica. Nel petto del Voltaire, giudicato colonialista e un po' razzista verso l'islam, Buttafuoco prende di mira infatti il cuore e l'anima dell'illuminismo nato dopo la sconfitta dei turchi a Vienna. Voltaire per lui è l'ideologo ispiratore di ogni modernità ostile «alla presenza del Sacro nel mondo», tutto preso dall'esigenza di «dimostrare la falsità e la pericolosità della fede senza la guida della ragione». Ed è questo appunto il peccato più grave secondo l'autore, tanto da farne il baricentro concettuale del saggio: è la cacciata del sentimento religioso dai cuori umani, il rifiuto del Mito e della Tradizione da cui emana, lo sradicamento dei valori su cui poggia la civiltà mediterranea (dunque, comprensiva anche dell'islam), il disprezzo per la preghiera e il rito politicamente scorretti, l'esaltazione di modelli fatti di cartapesta al posto dei veri, grandi eroi. Fra questi personaggi inattuali ma salvifici, nel solco di Thomas Carlyle, Buttafuoco colloca una eccentrica trinità anti-illuministica, che comprende curiosamente il filosofo Heidegger, il pontefice Wojtyla e l'ayatollah Khomeini, definiti «tre fior di anticapitalisti», capaci di «travolgere uomini e cose nel passaggio dal materiale all'immateriale ». Non bisogna pensare a un anti-occidentalismo preconcetto, comunque, e tanto meno a una simpatia di Buttafuoco per la militanza dura e pura dei talebani afghani, se non addirittura per i fanatici di Al Qaeda. Si intuisce piuttosto, già nella dedica rispettosa a Giuliano Ferrara — il quale ieri ricambiava sul Foglio denunciando il suo «orrore ideologico», però «illuminato da scintille di bellezza» — che il saggio va letto secondo i canoni dell'espressività panflettistica, dell'eccesso colto, della passione esibita per il rito anche cruento, non escluso quello pagano, magari crudele, purché storicamente fondato ed esteticamente seducente. L'ammirazione plaudente al «trionfo barocco di Cordoba», al film di Mel Gibson sulla passione di Cristo, ai miracoli di Padre Pio e San Gennaro, alle meditazioni mistiche di Pavel Florenskij sino al carisma dell'islam «che sveglia l'istinto del Sacro da troppo tempo sopito in occidente», offrono al lettore illuminazioni e suggerimenti capaci di spiazzare fior di progressisti, politicamente impermeabili al pensiero reazionario. E tuttavia bisogna pur rilevare che l'ammirato Thomas Carlyle, con il suo culto romantico e antidemocratico degli eroi, è collocato dal liberale Hayek nel pantheon ideologico pre-nazista. La categoria della destra, cui Buttafuoco attribuisce la necessità di radicarsi nella Tradizione, oltre che «un'estetica guerriera e un codice aristocratico che è più o meno quello di Federico II o del Saladino», somiglia molto a un arcaismo concettuale; come del resto l'idea di una sinistra nel cui Dna Buttafuoco vorrebbe inscrivere una vocazione alla «sovversione» e al «laicismo ». Quanto alla nostalgia del Sacro che pervade Cabaret Voltaire, certo l'eclissi denunciata da Buttafuoco rappresenta una perdita grave per l'umanità; altra cosa però è farne una bandiera da contrapporre in blocco ai valori democratici. Un filosofo religioso come Paul Ricoeur non ha ricordato forse che in ogni tempo il Sacro ha fatto la sua irruzione nel mondo anche attraverso la violenza e il terrore? Per cui distinguere fra un mito e l'altro, porre un argine alle pulsioni salvifiche e anteporre Locke all'eroico Saladino potrebbe non essere soltanto un'idea da piccoli borghesi. Guerriero Un'immagine del Saladino (in arabo Salah al-Din), vissuto fra il 1137/1138 e il 1193. Condottiero curdo, fu tra i più grandi strateghi di tutti i tempi e fondatore della dinastia ayyubide in Egitto e Siria

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<Scelgo la politica Il mio partito per l'Europa cristiana> (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 30-11-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-11-30 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE L'intervista «Io sono assolutamente contrario alla guerra di religione o di civiltà. Lascio il giornalismo» Magdi Cristiano Allam: aperti a tutti, compresi i musulmani «Scelgo la politica Il mio partito per l'Europa cristiana» MILANO — Sicuro? «Sicurissimo». E come si chiama? «Protagonisti per l'Europa Cristiana». Magdi Cristiano Allam, asciutto, quasi esile, non dimostra neanche un po' i suoi 56 anni e ha un sorriso da ragazzino mentre apre la brochure con simbolo e nome del partito che ha fondato. Di là dalla porta e giù in strada, l'auricolare all'orecchio, gli uomini della scorta sorvegliano che sia tutto tranquillo. «"Protagonisti", capisce? La via del riscatto passa da noi stessi». Mentre parla distoglie lo sguardo e fissa un punto nel vuoto, come leggesse dentro di sé. In fondo sono cose che ha scritto molte volte, solo che ora è diverso. «Dopo 35 anni» lascia il giornalismo e crea un partito. Questo pomeriggio, a Roma, un'assemblea di cinquanta soci fondatori darà vita alla nuova formazione (da oggi è attivo il sito www.protagonistiec.it). «Ci presenteremo alle Europee del 7 giugno 2009. Da domani inizieremo a lavorare, raccogliere firme, creare circoli in tutta Italia per darci un radicamento nel territorio ». Passare dall'altra parte della barricata non le fa effetto? «Fin da piccolo, quando mi chiedevano "cosa vuoi fare da grande?", rispondevo: il giornalista o il politico. Le mie passioni. Giornalista lo sono diventato e con soddisfazione. Ma negli ultimi tempi ho sentito crescere la necessità di andare oltre la testimonianza e agire: mettendo in pratica ciò che per anni ho scritto e detto nei tantissimi incontri in giro per l'Italia con decine di migliaia di persone ». Cominciamo dal nome e del simbolo... «Nel logo, vede?, sono indicati tre binomi che rappresentano i passaggi fondamentali del mio percorso spirituale, culminato nell'adesione piena e convinta al cristianesimo: "Verità e Libertà", il cuore della civiltà europea; "Fede e Ragione", l'essenza della civiltà cristiana; e infine "Valori e Regole", il fondamento dell'azione di riscatto dalla deriva etica nella quale è precipitata la nostra Europa cristiana». Un partito religioso? «No, il mio non è un partito religioso né si rivolge solo ai cristiani. è un partito laico che proclama uno stato di emergenza etica in Europa e individua nella civiltà cristiana la verità storica delle radici del nostro Continente, il nostro punto di riferimento irrinunciabile, da riscoprire e difendere. Siamo aperti a tutte le persone di buona volontà, compresi i musulmani...». Be', magari i musulmani sarà più difficile, no? «Ma perché? L'Europa "è" cristiana!». Si può obiettare che l'Europa è «anche» cristiana, e in misura importante, ma è pure Atene e Roma, è Federico II e la convivenza di culture, la rivoluzione scientifica, le varie espressioni del pensiero laico eccetera... «Non lo nego, e le considero tutte realtà positive e importanti, ma le radici giudaico-cristiane sono il binario principale e oggi rappresentano una necessità: è la loro dimenticanza che ci ha portati al relativismo etico e religioso, alla deriva. L'Europa rischia il suicidio». Quindi, che farete? «Insieme, da "protagonisti", definiremo un programma a partire da tre considerazioni. Primo, l'Europa attraversa una crisi profonda di valori e di identità, è succube di malattie ideologiche come il buonismo, il laicismo, il multiculturalismo... Secondo, sul piano economico è destinata a soccombere davanti a un capitalismo selvaggio e disumano, senza regole etiche né diritti umani, perfettamente rappresentato dalla Cina comunista: c'è una crisi strutturale, l'Europa deve ridefinire il suo modello di sviluppo mettendo al centro regole e valori, e noi offriremo soluzioni concrete. E, terzo, c'è un estremismo islamico che minaccia la nostra identità e sfruttando una concezione formale del nostro diritto è riuscito a imporci l'Islam e la cultura dell'islamicamente corretto, a legittimare la sharia». E quando? «Anche in Italia, per dire, ci sono stati casi in cui si è legittimata la poligamia nel rispetto della "specificità" della religione. E poi, le stesse posizioni del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, quando al Meeting di Rimini ha detto che tutte le religioni hanno in sé i germi della pace e la violenza tradisce la vera fede... ma questa non è la realtà dell'Islam! Come quando si parla di Islam moderato!». L'alternativa è lo scontro totale. «Ma no, questo è un errore in cui si incorre spesso. Io sono assolutamente contrario alla guerra di religione o di civiltà. Dico che dobbiamo distinguere tra religioni e persone. Un cristiano è tenuto a rispettare e amare i musulmani come persone. E il dialogo è tra persone, non tra le religioni. Magari le fedi sono radicalmente diverse ma le persone possono e devono essere accomunate dai diritti fondamentali e dai valori non negoziabili, come la sacralità della vita o il bene comune. Non siamo chiamati a pronunciarci sulla compatibilità dei "musulmani" in astratto. La domanda riguarda le persone concrete, i musulmani che vengono qui per migliorare le loro condizioni di vita o perché cercano maggiore libertà: possiamo convivere in modo pacifico e costruttivo? In questi termini la mia risposta è senz'altro sì. Se partiamo dalla certezza di una piattaforma comune di diritti e doveri, di regole che valgono per tutti». In politica il contrario del relativismo è l'assolutismo. «Ma io parlo di relativismo etico e culturale, non nego il ruolo della politica come mediazione e arte del possibile, e difendo la più assoluta libertà, senza alcuna discriminazione. Dico però che quest'Europa non ha un anima e senz'anima è destinata a soccombere. Affermo il primato dell'etica». Nel 2006 disse di non aver votato. E alle ultime Politiche? «Non ho votato neanche stavolta. Con l'abolizione delle preferenze, la triste realtà sono quasi mille parlamentari designati da sei persone, i leader dei partiti che ce l'hanno fatta, e non dal popolo italiano. Ma c'è un'altra ragione: mi sentivo lontano da una politica priva di valori». Si diceva volesse scendere in campo con Berlusconi... «Ci vuole un bel coraggio... Ma se l'ho criticato proprio per aver sostenuto che il Pdl è "anarchico" sul piano dei valori!». Quindi? Quale gruppo, quali alleanze? «Oggi i partiti di ispirazione cristiana, in Europa, confluiscono nel Ppe, non è che ci sia scelta. Destra e sinistra sono definizioni superate, per fortuna. Ora ritengo che sia fondamentale dare vita a un nuovo soggetto politico che cammini sulle sue gambe, ragioni con la propria testa e si distingua nel considerare valori e regole come fondamento dell'impegno per la riforma etica della politica. Non mi pongo il problema delle alleanze né della soglia di sbarramento, anche se ci fosse. Penso a quando nacque la Lega: riuscì a farcela perché aveva idee forti e provocatorie e, una volta messa alla prova, amministrò bene il territorio». è minacciato di morte, non teme di esporsi ancora di più? «Davanti a ciò che percepivo come vocazione e missione di vita non mi sono mai tirato indietro. Così ho fatto da giornalista e così farò come politico. La paura non l'ho mai presa in considerazione: le mie scelte si basano sulla fede in ciò che sento dentro». Gian Guido Vecchi

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Liberali ed europei per le radici cristiane (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 30-11-2008)

Argomenti: Laicita'

stampa Liberali ed europei per le radici cristiane Il nuovo libro di Marcello Pera, «Perché dobbiamo dirci cristiani» (Mondadori, pag. 196) analizza e scardina impietosamente con preciso metodo filosofico alcuni fondamentali e dirompenti paradossi che il nostro tempo pratica e non ravvisa come tali. Possiamo dichiararci autenticamente liberali ed europei rinunciando a riconoscere le nostre radici cristiane? Possiamo davvero dirci moderni riponendo la nostra fiducia esclusivamente nella razionalità scientifica del sapere positivo? Abbiamo motivo di ritenere che l'unico atteggiamento umano legittimo, anche dal punto di vista più schiettamente laico, sia quello di sradicare dal nostro pensiero e dalla nostra convivenza sociale e politica le ragioni della fede? Al costo e con il gusto intellettuale di contraddire le opinioni più convenzionali dei nostri giorni, Pera risponde negativamente a questi interrogativi e si oppone in tal modo all'apostasia del cristianesimo che contraddistingue la nostra epoca. Riscoprendo la sua vocazione più efficacemente filosofica, l'ex presidente del Senato si tuffa quindi in una decostruzione originale e vera (poiché antitetica alla voga filosofica sessantottarda dei Foucault o dei Derrida) delle apparenti certezze contemporanee. E, forse ancora paradossalmente, i maestri di questa necessaria riaffermazione razionale e laica del cristianesimo quale base della civiltà occidentale sono geni speculativi della grandezza di Kant, Croce, Locke, Toqueville. Veri e propri padri del liberalismo moderno, i quali vengono rivisitati e correttamente interpretati per illustrare la sostanziale evanescenza di una società che pretenda di prosperare unicamente su meccanismi procedurali neutri, separati da ogni dottrina del bene; con ciò abdicando a una fondazione dei diritti e dei doveri ancorata a istituzioni dipendenti da sicuri giudizi di valore. Che senso potrebbero insomma assumere il liberalismo, la democrazia, l'etica e la stessa idea di Europa se accettiamo di sottometterci alla voce della maggioranza degli intellettuali, degli ideologi, dei politici che predicano la morte di Dio, e con essa la totale impossibilità di individuare un vincolo, un limite, una posizione univoca e ragionevole? Oggi sembrano dunque prevalere il relativismo e la pluralità delle vedute slegate da ogni reale giudizio di valore proprio della religione cristiana, come se questo successo preludesse illuministicamente al progressivo trionfo dell'Umanità multiculturale, finalmente liberata dagli orpelli di una visione stabilmente trascendente della cultura e della convivenza. Peccato, però, che la storia del Novecento con le sue catastrofi si sia incaricata di smentire simili visioni ottimistiche. E peccato che, a dispetto dello scientismo e del laicismo, il programmato abbandono della (kantiana) legge morale e della religione abbiano condotto a immani tragedie. Non stupisca in questo senso l'accostamento della fede alla ragione: il libro di Pera si apre infatti con una lettera di colui che ha incentrato il proprio altissimo magistero di Pontefice sulla imprescindibile armonia tra rivelazione cristiana e giudizio razionale. «Ella analizza l'essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti - scrive Benedetto XVI all'autore del libro - mostrando che all'essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell'immagine cristiana di Dio». Non esiste autentica libertà umana senza riferimento religioso, poiché l'uomo può infine trovare «le ragioni della sua speranza» soltanto nel messaggio cristiano.

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