HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli
www.mauronovelli.it
|
DOSSIER “LAICI & CHIERICI” |
|
TARTICOLI DEL 27-30 novembre 2008
#TOP
·
Articoli
Laici e chierici (21)
Dalle pietre tombali è scomparso il crocifisso
( da "Secolo
XIX, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: certamente resta in tante opere anche "laiche" un anelito all'infinito che è insopprimibile nell'uomo. Ed è tangibile anche in certi paesaggi, penso a Sirotti, che non hanno nulla di religioso in senso classico». Paolo Veardo, cattolico di sinistra e politico nelle fila dell Partito democratico, nella vita è assessore ai servizi cimiteriali.
santa
sede L'Udc va in pellegrinaggio a Loreto per vedere se i cattolici la seguono
( da "Riformista,
Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Dice al Riformista che sono stati principalmente i richiami del Papa intorno alla necessità che vi siano laici cristiani seriamente impegnati in politica a originare l'assise lauretana. «Il Papa - spiega - non ha chiesto semplicemente ai politici cattolici di dire la loro e di essere incisivi quando in ballo ci sono le questioni etiche.
Dare
stabilità all'Italia non... ( da "Giornale.it, Il"
del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sottolineare il fatto che in questi anni Forza Italia è divenuto un partito moderno, popolare e di massa, casa comune di cattolici e di riformisti, di laici e di credenti, dimostrandosi oltretutto capace di elaborare una propria cultura, una propria piattaforma politica, una propria organizzazione e, non ultima, una propria originale selezione democratica della classe dirigente.
Staglieno,
la mortenon batte tifo e passioni
( da "Secolo
XIX, Il" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: spazio a un crescente laicismo, o almeno così pensa Monsignor Giuseppe Lanfranconi, cappellano di 87 anni della chiesa del cimitero monumentale, che ha affidato alla penna il suo sfogo personale scrivendo un articolo sul settimanale della Curia, "Il Cittadino". "E' triste per un prete notare tutta questa assenza di crocifissi - dice - fa male vedere questa trascuratezza religiosa.
Vittime
occidentali due pesi e due misure
( da "Corriere
della Sera" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: sono stati combattuti come agenti dello straniero e visti come avamposti dell'Occidente: «motivi speciosi: in realtà osteggiati in quanto unica presenza non armata nel caos tribale dell'Iraq». Cattolico e medievalista, gran conoscitore dell'universo musulmano Franco Cardini sostiene che il clima contro i cristiani negli ultimi anni è molto peggiorato e mette in guardia contro l'
Guardarsi
dentro, con o senza fede ( da "Corriere della Sera"
del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Terza Pagina - data: 2008-11-28 num: - pag: 57 categoria: REDAZIONALE Confronti Il laico David Grossman e la cattolica Susanna Tamaro Guardarsi dentro, con o senza fede DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME — Diversi, lontani. O simili, vicinissimi. Si presentano a parlare d'interiorità, Susanna Tamaro e David Grossman.
ROMA
Con una punta di malizia, il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione si stupisce
del... ( da "Messaggero, Il"
del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: accogliendo il monito di Papa Benedetto XVI, secondo il quale «non c'è laicità senza fede». Onorevole Buttiglione, tanto fermento intorno al vostro appuntamento nasconde il timore che l'Udc voglia egemonizzare i movimenti cattolici? «Niente di più sbagliato. Noi ci siamo limitati a gettare un amo e ci disponiamo ad ascoltare.
Illuminare
i luoghi della cultura per dare più charme ai musei
( da "Stampa,
La" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: CON DANTE FERRETTI E GÉRARD FOUCAULT Illuminare i luoghi della cultura per dare più charme ai musei «Illuminare i luoghi dell'arte» è il tema dell'incontro fra Dante Ferretti e Gérard Foucault sulla luce nei musei, che si svolge lunedì 1 dicembre, alle ore 17,30, al Museo Egizio di Torino via Accademia delle Scienze 6.
Nota
a margine: Gramsci e la damnatio memoriae del liberale
( da "EUROPA
ON-LINE" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
papa laico, scrisse
nel 1942 quel capolavoro politico che fu il Perché non possiamo non dirci
cristiani proprio allo scopo di legittimare i cattolici a governare quello
ch?era stato, prima del fascismo, lo stato liberale; e Togliatti venne da Mosca
nel
dopo
vent'anni riapre il cinema bristol - francesca parisini
( da "Repubblica,
La" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Qui ha casa un nuovo concetto di laicità; per trovare un´esperienza laica non basta andare alla Cineteca», ha attaccato il vescovo bolognese chiedendo alle istituzioni locali di sostenere economicamente l´Anec, l´associazione cattolica degli esercenti dei cinema. «Quando ci sono risorse da distribuire - ha proseguito il delegato della Conferenza Episcopale -
Ce
la farà il professor Giulio T. a diventare un capo?
( da "Riformista,
Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: ma disponibile a difenderlo quand'è il caso, è contro la finanziarizazione, ma è stato finanziariamente creativo, è laico, ma valoriale. Caratteristica numero due. Secondo Formica, Tremonti è l'unico uomo politico che ha forza, fantasia, immaginazione per scomporre e ricomporre il quadro politico a partire da questa duttilità.
Il
volto terrestre di Simone Weil ( da "Riformista, Il"
del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Non lo è né per la cultura laico-progressista, di cui ha svelato le micidiali illusioni, né per la cultura cattolica, di cui ha mostrato la tendenza all'idolatria. Eppure anche quando parla di cose che ci sembrano incomprensibili o ineffabili - il soprannaturale, la purezza, l'amore di Dio - riesce a essere straordinariamente familiare,
E
la Merkel disse: Silvio, come va con Casini?
( da "Corriere
della Sera" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Ecco il motivo per cui Rocco Buttiglione si è fatto promotore della «tre giorni di Loreto», una sorta di stati generali con l'associazionismo cattolico, arcipelago di sigle e di esperienze, eterogeneo e politicamente diviso da quando è scomparsa la Dc. Prima di recarsi nelle Marche, Casini ieri ha attraversato il Tevere per un incontro riservato con le gerarchie ecclesiali.
La
carità cristiana migliora ( da "Tempo, Il"
del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Quando si viene in contatto con i fedeli dell'Opus Dei, (sacerdoti diocesani e comuni laici), sospetti, pregiudizi e deformazioni cadono. San Josemaría pregava ogni giorno per questi amici: così li considerava». Quanto c'è di Opus Dei nel futuro della Chiesa Cattolica? «Il futuro è nelle mani di Dio, che ha assicurato la sua assistenza alla Chiesa.
quarant'anni
di dibattito su "adista"
( da "Repubblica,
La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Le "omelie laiche" qui pubblicate sono, originariamente, apparse nel corso di vari anni su "Adista", l´agenzia di stampa laica che da più di 40 anni diffonde informazione religiosa a tutto campo e senza reticenze, inspirandosi alla laicità concepita, con il teologo Cuminetti, quale «assunzione di aporie e contraddizioni,
le
prediche dei laici senza pulpito - augusto cavadi
( da "Repubblica,
La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: Infatti è stato appena pubblicato Fuoritempio (Di Girolamo, Trapani 2008, 208 pagine, 15 euro), una raccolta di "omelie laiche" che commentano i testi della liturgia cattolica del ciclo B (le pagine bibliche, cioè, che per un anno intero saranno lette in tutte le chiese del mondo a partire da domenica 30 novembre).
anche
raul chiede "un santo per cuba" - leonardo coen
( da "Repubblica,
La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: La sua biografia è perfetta per la Chiesa quanto per lo Stato laico e formalmente ateo cubano: visse dal 1820 al 1889 e per mezzo secolo dedicò tutta la sua vita, tutte le sue energie fisiche e morali, ad aiutare e a curare i poveri, gli schiavi e i feriti dell´interminabile sanguinosissima guerra d´indipendenza contro la Corona spagnola.
Burlando
va in crisi a parlare di crisi del Pd
( da "Giornale.it,
Il" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: come si fa a trovare un programma condiviso o come mettere insieme laici e cattolici. C'è chi perfino parla di «classe dirigente gerontocratica», di politici «che difendono le loro cariche come posti di lavoro», di «enti non ben amministrati» e chi addirittura si lascia andare a uno «stiamo uccidendo le primarie».
Il
Saladino che salverà l'Occidente ( da "Corriere della Sera"
del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: idea di una sinistra nel cui Dna Buttafuoco vorrebbe inscrivere una vocazione alla «sovversione» e al «laicismo ». Quanto alla nostalgia del Sacro che pervade Cabaret Voltaire, certo l'eclissi denunciata da Buttafuoco rappresenta una perdita grave per l'umanità; altra cosa però è farne una bandiera da contrapporre in blocco ai valori democratici.
<Scelgo
la politica Il mio partito per l'Europa cristiana>
( da "Corriere
della Sera" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: il laicismo, il multiculturalismo... Secondo, sul piano economico è destinata a soccombere davanti a un capitalismo selvaggio e disumano, senza regole etiche né diritti umani, perfettamente rappresentato dalla Cina comunista: c'è una crisi strutturale, l'Europa deve ridefinire il suo modello di sviluppo mettendo al centro regole e valori,
Liberali
ed europei per le radici cristiane
( da "Tempo,
Il" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Abstract: laicismo, il programmato abbandono della (kantiana) legge morale e della religione abbiano condotto a immani tragedie. Non stupisca in questo senso l'accostamento della fede alla ragione: il libro di Pera si apre infatti con una lettera di colui che ha incentrato il proprio altissimo magistero di Pontefice sulla imprescindibile armonia tra rivelazione cristiana e giudizio razionale.
( da "Secolo XIX, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Dalle pietre tombali
è scomparso il crocifisso devozione & società Il prete di Staglieno: anche
i simboli sportivi fanno concorrenza al sacro MONSIGNOR Giuseppe Lanfranconi,
rettore della chiesa del cimitero di Staglieno, lancia un allarme alla Curia
del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, con un intervento sul
settimanale della Curia "Il Cittadino": «Segnali di un laicismo che cresce». E il suo pensiero, che nasce guardando
le tombe, si allarga ai riti oggi laici della morte. «Quanta mentalità senza
speranza che trapela anche nelle pagine dei necrologi - scrive - "è
mancato", "si è spento", ha lasciato i suoi cari", "è
partito per l'ultimo viaggio"... se poi consideriamo che oggi almeno il
cinquanta per cento dei cadaveri viene cremato, si aggiunge un altro elemento:
sul frontale dei loculi contenenti le urne cinerarie c'è appena il posto per
qualche fiore, persino i ceri sono vietati». Ed è un dibattito che si apre e
coinvolge tanti aspetti della società: quello economico, prima di tutto (le
decorazioni tombali costano e la cremazione è più conveniente di una sepoltura
tradizionale). Ma anche il sentimento religioso, le tradizioni popolari, il
gusto artistico. Perché se il cimitero monumentale di Staglieno è inserito a
pieno diritto nei percorsi artistici, è anche perché la scultura ha un legame
fortissimo con la religione e con le radici cristiane dell'Europa. «Sì, l'arte
deve tantissimo alla religione e alla credenza dell'immortalità dell'anima -
dice Colette Bozzo Dufour, storica dell'arte medievale - e la crisi del
linguaggio oggi la coinvolge pienamente. Però, se anche la produzione moderna
non è strettamente legata ai riti della sepoltura, certamente
resta in tante opere anche "laiche" un anelito all'infinito che è
insopprimibile nell'uomo. Ed è tangibile anche in certi paesaggi, penso a
Sirotti, che non hanno nulla di religioso in senso classico». Paolo Veardo,
cattolico di sinistra e politico nelle fila dell Partito democratico, nella vita
è assessore ai servizi cimiteriali. «Io non avevo mai notato il fenomeno
che monsignor Lanfranconi denuncia - risponde - ma certo la cosa non mi
stupisce minimamente. È il mondo che cambia, la societàè sottoposta a un
fenomeno di laicizzazione continua e costante». Siamo in uno stato
laico, continua, e ognuno è libero di comportarsi come ritiene più opportuno.
«Gli arredi funebri non fanno che testimoniare questo fenomeno. Ma basta
frequentare le chiese la domenica per rendersene conto». La sociologa Gianna
Schelotto preferisce puntare l'attenzione sulla mutazione dell'oggetto-tomba e
del suo linguaggio. «Una volta le lapidi erano piene di frasi fatte e retorica
- dice - si leggevano frasi come "si è spento tra le braccia del
Signore" oppure "è tornato alla casa del Padre". Oggi si allarga
l'utilizzo di una tomba più laica, ma non significa necessariamente che ci sia
meno fede. La retorica funeraria in sé, è un dato di fatto, è cambiata. E
allora, molte volte, si preferisce citare un poeta che un santo». «Io ritengo
che le radici di un popolo, che sono la sua storia, vadano mantenute - è il
pensiero di Franco Bampi, esperto di storia e tradizioni genovesi - si deve
essere orgogliosi di quello che si è. Allora, visto che noi abbiamo una solida
storia cattolica, perché vergognarcene? Io sono per il ripristino delle croci.
Però credo anche che la Chiesa dovrebbe farsi interprete, come ha fatto per
secoli, del pensiero e dei sentimenti del popolo. da un po' di tempo a questa
parte non lo fa, o lo fa meno. Le conseguenze di questo fenomeno si
manifestano, evidentemente, anche nelle parole e nei simboli sulla tomba».
Daniele Grillo grillo@ilsecoloxix.it Bruno Viani viani@ilsecoloxix,it
27/11/2008 ' 27/11/2008 nuove mode e segni dei tempiLa retorica funeraria è molto
cambiata. A volte, si preferisce citare un poeta che un santo Gianna
Schelottosociologa 27/11/2008 [+] www.ilsecoloxix.it 27/11/2008 Sul nostro sito
è possibile commentare la notizia ed esprimere la propria opinione 27/11/2008
( da "Riformista, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'
santa sede L'Udc va in
pellegrinaggio a Loreto per vedere se i cattolici la
seguono CENTRISMI. L'obiettivo è intercettare l'associazionismo e i movimenti
ecclesiali: la base che conta, e porta voti. Ma a raccogliere l'invito sono
soprattutto le seconde file. di Paolo Rodari L'Udc ricomincia da Loreto, con
tanto di preghiere (lodi e vesperi), un pellegrinaggio e parecchio dibattito.
L'idea, portata avanti da Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione e Luca Marconi è
quella di riuscire laddove, da tempo, il partito non riesce ad arrivare del
tutto. Ovvero ai movimenti ecclesiali, all'associazionismo cattolico, insomma
alla base che conta (e porta voti). Non è sufficiente, dunque, trovarsi intorno
a un tavolo - come accadrà nella cittadina marchigiana da venerdì a domenica
prossima - per dibattere sul tema "Non c'è laicità senza fede".
Occorre andare oltre, provare ad accattivare l'immaginazione dei movimenti e
delle associazioni che soprattutto di preghiera vivono: di qui, appunto, il
pellegrinaggio (dal salone dei compressi al santuario) e le preghiere (lodi al
mattino, i vesperi la sera). L'Udc ha voluto invitare tutte e duecento le sigle
del mondo dell'associazionismo cattolico italiano. C'è da ricostruire il
futuro. C'è da guardare avanti in un momento non certo facile. Per questo serve
la base. Serve il popolo che magari, in futuro, permetterà all'unico partito
dichiaratamente d'ispirazione cattolica di fare meglio di quanto abbia fatto
alle scorse politiche. E serve il confronto. Per questo, l'ordine è quello di
non parlare della Costituente di centro, dell'unione in corso d'opera tra Udc e
Rosa Bianca. Non è il momento adatto. Prima serve cementare l'identità dei
potenziali elettori. Poi, il resto verrà. Luca Marconi è un fiume in piena. Dice al Riformista che sono stati principalmente i richiami del
Papa intorno alla necessità che vi siano laici cristiani seriamente impegnati
in politica a originare l'assise lauretana. «Il Papa - spiega - non ha chiesto
semplicemente ai politici cattolici di dire la loro e di
essere incisivi quando in ballo ci sono le questioni etiche. No,
piuttosto ha chiesto loro di essere protagonisti in ogni aspetto della vita
sociale: dall'economia alla politica, e così via». Già, il Papa. Oltre a lui,
sarebbe bello sapere cosa ne pensano i vescovi, figli ancora della linea voluta
dal cardinale Camillo Ruini secondo la quale non serve più un unico partito
cattolico bensì diversi politici cattolici sparsi in
tutti i partiti, a proposito del ritiro di Loreto. Marconi ha una sua visione:
«La Conferenza episcopale italiana osserva e basta. Non interferisce. Noi
andiamo a Loreto per guardarci in faccia. Per incontrarci. Faremo anche una
preghiera per l'Italia così come la fece proprio a Loreto il cardinale Ruini
nel lontano 1998. Ascolteremo quanto le varie associazioni cattoliche avranno
da dirci. Parteciperemo alla messa d'apertura presieduta da frate Antonio
Belpiede, portavoce della Provincia cappuccina di padre Pio? Insomma, mi sembra
che nemmeno ai tempi della Democrazia Cristiana si svolgevano raduni di questo
genere». A scorrere l'elenco dei partecipanti, in effetti, il mondo
dell'associazionismo cattolico e dei movimento ecclesiali è al gran completo.
Seppure, a conti fatti, siano presenti maggiormente le seconde file. Ma,
comunque, la rappresentanza è eterogenea. Ci sono quelli che alle recenti
politiche hanno votato Pd per scelta. Altri che sono rimasti fedeli all'Udc. E
quelli che oltre il Pdl non andranno mai. Mancherà Carlo Costalli, presidente
del Mcl. Lui, una sua convention, l'ha organizzata a Roma proprio il prossimo
fine settimana. «Il nostro - dice - è un ritrovarci assieme oltre i partiti». E
ancora: «Non si tratta di buttar giù un elenco di cose buoniste da realizzare,
ma di fare rete su temi decisivi come il rispetto della vita, la tutela della
famiglia, la solidarietà ai più deboli, l'accoglienza, la collaborazione. Ma
non sarà facile, perché dobbiamo misurarci con una cultura dirompente,
sostenuta da lobby minoritarie ma potenti e determinate, che è chiaramente
antagonista dell'identità cristiana». Non è facile fare rete. A Loreto l'Udc ci
prova. Chissà cosa verrà fuori. 27/11/2008
( da "Giornale.it, Il" del 27-11-2008)
Argomenti: Laicita'
n. 284 del
2008-11-27 pagina 1 Dare stabilità all?Italia non è cesarismo di Sandro Bondi
Gentile Direttore, questa polemica sul «cesarismo» appare francamente
infondata, capziosa e poco rispondente alla realtà e alle esigenze vere della politica
italiana. Innanzitutto, bisognerebbe distinguere fra il «cesarismo» applicato
alla sfera del governo e il «cesarismo» riguardante i partiti politici del
centrodestra. Per quanto riguarda la prima questione, più che di cesarismo
bisognerebbe parlare della necessità di garantire all?Italia, specialmente in
questo momento, governabilità e stabilità politica. In Italia dobbiamo ancora
acquisire quel forte potere dell?esecutivo che in tutti i Paesi europei è un
traguardo conquistato e non contestato,
mentre da noi ci troviamo in una situazione ancora condizionata da un
assemblearismo che lungi dal tradursi in un doveroso controllo del Parlamento
sull?azione del governo, si esaurisce in bizantinismi tanto defatiganti quanto
inefficaci. L?attuale governo gode di un ampio consenso nel Paese, fra tutti
gli strati sociali, proprio perché ha saputo assicurare decisioni rapide ed
efficaci, senza per questo nuocere alla centralità del Parlamento. Non bisogna
frenare il governo su questa strada, anzi è augurabile che il governo sia
incoraggiato e sostenuto dalle forze politiche della maggioranza, a proseguire
nell?adozione di provvedimenti urgenti, che rispondono agli interessi generali
del Paese, come quelli che il ministro dell?Economia Giulio Tremonti ha assunto
nel pieno della crisi internazionale, e come quelli che oggi si annunciano per
la ripresa dell?economia. Questa necessità non contrasta con il ruolo del
Parlamento, perché un governo forte e autorevole ha bisogno di un Parlamento
altrettanto forte e autorevole. Per quanto riguarda invece la seconda
questione, provo una grande amarezza soprattutto perché osservo da tempo una
diffusa incapacità di analizzare i mutamenti positivi intervenuti in questi
anni, nell?evoluzione di Forza Italia e una sostanziale sottovalutazione dei
risultati non scontati conseguiti nella creazione del nuovo Partito della
Libertà. Certo la nascita, la crescita e lo sviluppo di Forza Italia è avvenuta
attorno alla leadership di Silvio Berlusconi. Non sarò certo io a negare il valore
della leadership carismatica nella politica dei partiti moderni e l?influenza
determinante che svolge tuttora Berlusconi nell?assicurare una tenuta e una
coesione all?alleanza del centrodestra. Ma non posso non sottolineare
il fatto che in questi anni Forza Italia è divenuto un partito moderno,
popolare e di massa, casa comune di cattolici e di
riformisti, di laici e di credenti, dimostrandosi oltretutto capace di
elaborare una propria cultura, una propria piattaforma politica, una propria
organizzazione e, non ultima, una propria originale selezione democratica della
classe dirigente. La mia idea è sempre stata, sì, quella di un partito
fondato sulla leadership, ma un partito come corpo, come comunione di valori di
speranze, di impegno. Allo stesso modo sono sempre stato
favorevole a una democrazia degli elettori e non dei partiti: una democrazia
però che si organizza sul territorio, che vive in una rete di iniziative, di
presenze, di partecipazione al governo locale, di spirito di servizio. Oggi -
come ha scritto De Rita - viviamo tutti come componenti solitarie di una
società che ha perso luoghi, occasioni e meccanismi di integrazione sociale.
Restiamo molecole che possono accostarsi ma che non si legano e integrano fra
loro. Occorre invece far maturare una cultura delle relazioni, partendo dal
basso, dalle piccole relazioni e strutture della vita quotidiana. Come dimostra
la presenza comunitaria della Chiesa, che vivifica il territorio, con la
diffusa attività delle parrocchie, case religiose, movimenti, associazioni,
centri di volontariato. Questa è anche l?altra faccia del federalismo, che
considera la vita locale come modello di coesione sociale capace di suscitare
comportamenti e iniziative di responsabilità. Questa cultura influenza - io
credo - anche il modello di partito che vogliamo edificare. Il nuovo partito
nasce sulla condivisione di questi valori, di questa visione della società, del
futuro dell?Italia. Negli ultimi anni ho speso tutte le mie capacità e la mia
sensibilità personale per unire, per tenere insieme, per aggregare, per
infondere il sentimento della solidarietà di partito, della comune appartenenza
a un progetto di rinnovamento dell?Italia. Ho contribuito, insieme a Fabrizio e
a tutta la classe dirigente di Forza Italia, a far crescere il partito,
rinnovarlo, ad assistere Berlusconi nel proposito di una svolta generazionale
nel partito e ora anche nel governo, che si è realizzata e che rappresenta uno
dei motivi di forza dell?attuale governo. Perché non riconoscere tutto questo?
Perché ricominciare sempre la discussione, che pure è utile, da giudizi e
definizioni che, al di là delle intenzioni, alimentano innumerevoli equivoci e
malintesi? Perché non valorizzare i tanti momenti di riflessione comune e di
impegno unitario che, dagli incontri di Todi all?assemblea costituente del
Partito della Libertà, ci hanno visto preparare insieme il progetto che oggi
vediamo realizzarsi, e che rappresenta un evento storico nella vita del nostro
Paese? Ministro della Cultura © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri
4 - 20123 Milano
( da "Secolo XIX, Il" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Staglieno, la
mortenon batte tifo e passioni tombe & fantasia Primeggiano simboli e
colori di Genoa e Sampdoria. Ma ci sonoanche i segni degli amori che i defunti
hanno coltivato in vita genova. Una sciarpa della Sampdoria legata tra due rami
di rose, una Mercedes in miniatura incastonata alla base della lapide, un
grifone scolpito nella pietra a forma di Lanterna di Genova. E pochi
crocifissi. Sono alcuni dei segni-simboli che contraddistinguono molte tombe
del cimitero di Staglieno dove pare che la fervente religiosità di un tempo
stia lasciando spazio a un crescente laicismo, o almeno così pensa Monsignor Giuseppe Lanfranconi, cappellano
di 87 anni della chiesa del cimitero monumentale, che ha affidato alla penna il
suo sfogo personale scrivendo un articolo sul settimanale della Curia, "Il
Cittadino". "E' triste per un prete notare tutta questa assenza di
crocifissi - dice - fa male vedere questa trascuratezza religiosa. Oggi
la fede è in crisi e chi è fedele preferisce non manifestarlo. E pensare che
nel cimitero inglese c'è pieno di croci.". Facendo un giro tra le lapidi
salta effettivamente agli occhi l'assenza non solo di crocifissi, ma in molti
casi anche di statuette religiose, o di scritte tipiche. Ci sono invece perle
blu e conchiglie bianche, pietre ambrate, simboli del Genoa o della Sampdoria
(persino una sciarpa dell'Inter avvolge interamente una lapide) pupazzi e
disegni fatti a mano. Alcune lapidi sono a forma di Lanterna di Genova, le
scritte composte e quasi ripetitive di un tempo sono sostituite, spesso, da
frasi scritte di getto in preda al dolore della perdita. Una signora, intenta
nel Campo due a sistemare la tomba della madre, sembra confermare le parole del
cappellano: "Sono cattolica nell'animo - spiega mentre dispone sulla
terra, in ordine, le pietre marine che lei stessa ha dipinto per la madre - non
ho bisogno di mostrare ulteriori segni. Non serve mettere un crocifisso in più,
io so in cosa credo così come lo sapeva lei" dice indicando la foto della
cara estinta. E' una tomba semplice che a ben guardare non sembra per nulla
cristiana: fiori alla base della lapide di ardesia (scolpita dalla nipote della
defunta) che è l'unico elemento solido della tomba, e per il resto fiori e
ciuffi d'erba. Sopra sono disposti i sassi raccolti direttamente dal mare,
colorati per formare un papavero rosso. "Non serve spendere soldi -
afferma guardando la sua composizione- siamo polvere". E a proposito di
questioni economiche oggigiorno realizzare una tomba in marmo con scritta e
statuina costa circa 3 mila euro. Spese che non tutti possono permettersi e
infatti anche lì la crisi comincia a farsi sentire: "Anche prima la gente
aveva pochi soldi ma per la lapide del caro defunto era disposta persino a
farseli prestare - commenta Franco Repetto della ditta "Paolo Repetto"
specializzata in monumenti funebri- oggi non c'è più questa attenzione, i
valori sono cambiati e il defunto scende tra le priorità delle spese.
Intendiamoci i crocifissi vanno sempre, ma le Madonne di Lourdes o della
Guardia sono calate" . "Se si è cristiani bisogna manifestarlo -
riprende Lanfranconi - mettere la sciarpa della squadra preferita anziché un
crocifisso è segno di leggerezza. Poi certo ci sono gli atei e su quello non
discuto, ma non credo che tutti quelli di cui parliamo siano atei". E il problema
pare non essere solo l'assenza di crocifissi: "Qui al cimitero ne vedo
ogni giorno una diversa: donne che vengono quotidianamente, inginocchiate sulle
lapidi per pulirle a fondo con strofinacci e prodotti di ogni tipo quasi che
fosse il salotto di casa, e mai che le vedo a pregare. Uomini che girano per il
campo fumando o con la radio. Miseria, siamo in un Camposanto, dove è finito il
rispetto? Dov'è la fede? ". angelica giambelluca 28/11/2008 Non ci sono
parole per esprimere quanto siamo addolorati per la scomparsa di Gabriella Un
abbraccio a Mirta e Berndt dai compagni della quinta classe della scuola
germanica e dai loro genitori. I condomini di via Napoli 30 partecipano al
dolore della famiglia Bocian-Barisione per la perdita della signora Gabriella
Barisione Gli Amici di Paganini sono vicini alla famiglia e all'Associazione
Anfossi nel ricordo del MAESTRO Sergio Bonfanti = È mancata l'anima generosa
Maria ma vivrà sempre nei nostri comportamenti. Danno il triste annuncio i
figli Luigi e Lucia, la nuora Andreina, la consuocera Irene ed i nipoti Amedeo,
Federico, Samuele, M'Hamed, Susanna e Francesca. Il funerale verrà celebrato
sabato 29 novembre alle ore 10 nella Parrocchia di San Pietro alla Foce. Il
Santo Rosario viene recitato oggi venerdi 28 novembre alle ore
( da "Corriere della Sera" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-11-28 num: - pag: 9 categoria:
REDAZIONALE Strategia Colpiti bersagli di Paesi ricchi per conquistare più
visibilità Vittime occidentali due pesi e due misure Il (colpevole) silenzio
sulle altre stragi indiane SEGUE DALLA PRIMA E' dunque questo il misero
bilancio etico della strage di Mumbai: vittime di serie A e di serie B, doppio
standard in materia di diritti umani, due pesi e due misure anche nel momento
estremo della verità? Insomma i morti si pesano e non si contano? «I morti
purtroppo non sono eguali, ci identifichiamo di più con il connazionale a
rischio perché proprio la globalizzazione ha scatenato nuovi giochi di
identità. E poi ci angosciamo di più a vedere assediato quell'albergo dove
magari siamo stati o dove volevamo andare a Natale, e ora ci tocca pure
cambiare le vacanze, e scegliere la più sicura Sicilia». Così Andrea Riccardi
professore di Storia contemporanea che nel '68 è andato controcorrente, ha
riletto il Vangelo e ha fondato la comunità di Sant'Egidio. Mentre un altro
professore di Storia contemporanea, il laico Giovanni Sabbatucci, risponde alla
domanda enunciando una specie di legge al riguardo: «C'è sempre una
correlazione inversa fra il grado di coinvolgimento nella tragedia e la distanza,
sia essa fisica o culturale. Non si giustifica eticamente, ma è innegabile che
sia così». Anche se, continua Sabbatucci, questa legge sembrerebbe contraddetta
dallo scarso rilievo dato dai media europei alle persecuzioni cristiane in
India: anche qui una congiura della distrazione perché soltanto quest'estate,
in Orissa, stato dell'India orientale, sarebbero stati
massacrati (secondo il partito comunista del luogo) cinquecento cristiani: «A
Kandhamal siamo stati trattati peggio degli animali: ogni cosa indegna, ogni
tortura è stata possibile contro di noi» secondo la testimonianza di padre
Bernard Dighal ad AsiaNews. Ma in realtà — continua Sabbatucci — questa scarsa
attenzione mediatica ai martiri non contraddice la legge di cui sopra, perché
ormai «non sussiste più la comune appartenenza alla cristianità come un dato
primario». Insomma, secondo lo storico, è un altro dato di fatto che le radici
cristiane, nonostante i tentativi di ravvivarle anche da parte di grandi laici
politici (per esempio Nicolas Sarkozy) e intellettuali (JÜrgen Habermas e
Bernard- Henri Lévy), sono, nella percezione comune, meno forti di un tempo. In
realtà il cristiano perseguitato fa «un po', ma solo un po' notizia se è
italiano» aggiunge Riccardi. «Anche se spesso gli rinfacciano di essersela
andata a cercare mettendosi a rischio. E invece io penso che queste persone
disorientino perché sono testimonianze conturbanti per il nostro mondo europeo
infragilito». Martiri così diversi — continua Riccardi — da quelli musulmani
perché danno la vita e non la tolgono, portano spesso nuove aperture e sono
segno di contraddizione. In Orissa, per esempio, i cristiani indiani «avevano
grande capacità attrattiva perché in nome dell'eguaglianza evangelica volevano
far uscire i paria dalle caste». E i cristiani iracheni, che erano in
Mesopotamia molto prima dell'Islam, sono stati combattuti
come agenti dello straniero e visti come avamposti dell'Occidente: «motivi
speciosi: in realtà osteggiati in quanto unica presenza non armata nel caos
tribale dell'Iraq». Cattolico e medievalista, gran conoscitore dell'universo
musulmano Franco Cardini sostiene che il clima contro i cristiani negli ultimi
anni è molto peggiorato e mette in guardia contro l'idea un po'
edulcorata che abbiamo delle religioni in India che «non sono pacifiche ma
piuttosto militari come il buddismo, o persecutorie come i sik e gli indù.
Siamo di fronte a una religionizzazione della politica e il modo migliore per
neutralizzarla è quello su cui ha insistito il Santo Padre, mai abbassare la
guardia sul dialogo». Ma, visto che l'Islam è una fede distinta in un numero
indefinito di comunità autocefale — il che vuol dire che ogni comunità risponde
solo a se stessa — trovare l'interlocutore non sarà facile. Maria Luisa Agnese
( da "Corriere della Sera" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-11-28 num:
- pag: 57 categoria: REDAZIONALE Confronti Il laico David Grossman e la
cattolica Susanna Tamaro Guardarsi dentro, con o senza fede DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE GERUSALEMME — Diversi, lontani. O simili, vicinissimi. Si presentano
a parlare d'interiorità, Susanna Tamaro e David Grossman. Lei con un'ode
al Dio creatore: «Dietro la realtà c'è sempre un'altra realtà. Conosci seicento
tipi di fiori e poi scopri che in natura ce ne sono ventimila: che cos'è
quest'abbondanza di colori? Che necessità c'è d'averla?». Lui con l'elogio alla
creatività senza Dio: «Per me, è molto importante essere un non credente,
vivere in un mondo in cui non ci sia Dio. Stare nel caos, evitando la
consolazione». Università di Gerusalemme, ultimo faccia a faccia
italo-israeliano: dopo Magris e Yehoshua, salgono sul ring la scrittrice
italiana che più vende nel mondo ( Va' dove ti porta il cuore: 14 milioni di
copie) e lo scrittore israeliano che più vende in Italia ( A un cerbiatto
somiglia il mio amore: 90 mila copie in un mese). D'affine hanno l'età, il
successo. Si studiano, fanno melina raccontando la convivenza con la scrittura.
Finché non è Marina Valensise, l'arbitro, a spingerli sul tema che appassiona
entrambi: ascoltarsi, guardarsi dentro. Che sia per la voce sola della fede,
come la religiosa Susanna. O vedendo alla voce amore, come il laico David. «Io
non abrogo Dio, non sono così presuntuoso — dice l'ebreo Grossman —. Ogni
scrittore è religioso, perché trova un senso a cose che non hanno senso. Ma è
necessario vivere la paura della ricerca senza consolazioni. Conosco molti che
hanno Dio nella loro vita, ma non sono passivi. Se c'è una cosa che non
sopporto, è la passività della fede». La Tamaro ha un sussulto: «Ma che vita
triste!». E rivendica la liberazione che è credere: «La fede non è passività.
Apre alla vita. è lucidità, stupore, camminare e partecipare alla comprensione
della vita. Se non mi stupisco, non capisco il mondo. Non parlo di Dio, ma
d'intuire qualcosa che mi sfugge, di curiosità, perché tutti nasciamo e abbiamo
davanti a noi la morte. E io sono molto curiosa di sapere: c'è troppa realtà,
perché intorno ci sia soltanto questa realtà». Lui non è convinto: «La
religione è un'esigenza umana, prego anch'io e capisco la preghiera individuale.
Non quella di massa, però. Non so godere di quest'ombrello, Susanna. Voglio che
il significato del mondo derivi da me». Lei: «La religione è una cosa molto
grezza e ho amici non credenti che hanno risposte che io non ho. Però ho una
certezza: il cammino d'un uomo è comprensione dell'amore. Una cosa
fragilissima, altro che mettersi sotto un ombrello». David scuote la testa.
Susanna incalza: «Tutti e due scriviamo libri per bambini...». «Ho letto i
tuoi, Susanna, mi piace molto la storia della bimba che diventa donna e aspetta
amore, ma nessuno ne ha...». «Vedi? T'interessi all'amore: non credo che tu sia
un ateo». Francesco Battistini David Grossman e Susanna Tamaro
( da "Messaggero, Il" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Venerdì 28 Novembre 2008
Chiudi di CLAUDIA TERRACINA ROMA Con una punta di malizia, il presidente
dell'Udc Rocco Buttiglione si stupisce della curiosità e dell'agitazione che si
sta sviluppando intorno all'iniziativa che il partito organizza a partire da
oggi a Loreto, che chiuderà lo stesso Buttiglione, al quale parteciperanno il
leader centrista, Pier Ferdinando Casini e il segretario Lorenzo Cesa.
Obiettivo, ascoltare le istanze del mondo cristiano, accogliendo
il monito di Papa Benedetto XVI, secondo il quale «non c'è laicità senza fede».
Onorevole Buttiglione, tanto fermento intorno al vostro appuntamento nasconde
il timore che l'Udc voglia egemonizzare i movimenti cattolici? «Niente
di più sbagliato. Noi ci siamo limitati a gettare un amo e ci disponiamo ad
ascoltare. Dopo di che, certo, da centristi diremo anche la nostra.
L'Udc ha soltanto il merito di aver colto il fermento che arriva dal popolo dei
cristiani e, in generale, dei laici che con le loro azioni sono, di fatto,
impegnati in politica, ma non si fidano della politica». E perchè dovrebbero
fidarsi dell'Udc? «Per la sua capacità di ascolto. Il solo merito che abbiamo è
aver colto il rinnovamento che arriva da quel popolo, che fa politica, ma che
non si sente rappresentato da nessun partito. Questa è gente che vota o per
l'uno, o per l'altro, ma che non sente il voto come affermazione della propria
identità». E voi siete pronti a farli sentire a casa loro? «Noi ci limitiamo a
registrare come ci sia una forte rinascita dell'impegno cristiano. C'è sempre
più gente che crede, che va a messa, che si impegna nel volontariato. E che
vuole partecipare. Anche in altri mondi, come quello ebraico, c'è un impegno
molto simile alla nostra concezione di adoperarsi per il bene comune. Il nostro
appello è stato molto ascoltato. A Loreto arriveranno
in moltissimi. Noi stessi siamo rimasti sorpresi delle risposte ricevute da
questo mondo, anche se, spesso, a titolo personale». Dopo il Family day però ci
fu un tentativo da parte della politica di rappresentare quel mondo autoconvocato.
Ma tutto si è risolto nella cooptazione di qualche leader da parte dei partiti.
Ora cosa cambia? «Questa volta è diverso. Noi centristi ci disponiamo anche a
un percorso penitenziale..». In che senso, scusi? «Nel senso che il
pellegrinaggio nella "Santa casa" di Loreto per noi ha il significato
di una espiazione da parte della politica, che viene vissuta come
"sporca" dai cristiani impegnati e di un'assunzione di responsabilità
in nome dei valori della famiglia, sempre trascurati». Il governo però ha provveduto
in qualche modo.. «Ha fatto solo un'elemosina ai poveri, non ha pensato alle
famiglie. L'Udc invece mette al primo posto la fatica di allevare dei figli, in
contrasto con i messaggi che vengono fatti passare a livello culturale. E
aspira a ricomporre la frattura secondo la quale i cattolici
di sinistra si occupano dei poveri e quelli di destra della vita. Per noi sono
invece valori da tenere insieme in un partito nuovo, che non sia alchimia
politica, ma che dia rappresentanza a un mondo finora inascoltato».
( da "Stampa, La" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
CON
DANTE FERRETTI E GÉRARD FOUCAULT Illuminare i luoghi della cultura per dare più
charme ai musei «Illuminare i luoghi dell'arte» è il tema dell'incontro fra
Dante Ferretti e Gérard Foucault sulla luce nei musei, che si svolge lunedì 1
dicembre, alle ore 17,30, al Museo Egizio di Torino via Accademia delle Scienze
6. Dante
Ferretti e Gérard Foucault, «progettista illuminotecnico», indagano sul ruolo
della luce in ambito museale: un elemento in grado di influire non solo sulla
conservazione delle opere quanto sul modo in cui vengono lette, fruite
comprese. La luce che serve l'arte non è solo espressione tecnica quanto il
risultato di una scelta consapevole fatta nel rispetto dell'artista, di ogni
singola opera esposta e dell'intero percorso visivo in cui è inserita.
Introduce Chiara Aghemo. Occorre iscriversi allo 071/ 758.86.74.
( da "EUROPA ON-LINE" del 28-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Nota a margine:
Gramsci e la damnatio memoriae del liberale FEDERICO ORLANDO RISPONDE Cara
Europa, ho letto su un giornale ateo-clericale, il Foglio, un articolo un po?
fuori moda per quel giornale, firmato Mauro Mellini. Si intitola ?Orgoglio liberale?
ed ha un sommario tra l?ironico e il metafisico: «Difesa energica del
liberalismo e del Risorgimento dalla damnatio memoriae clericalmente corretta».
L?articolo mi ha colpito perché invece di parlare di monsignori di santini e di
conversioni in punto di morte, affronta il problema politico dei postcomunisti
che hanno accantonato Gramsci ma non hanno affrontato, «nella loro lunga marcia
verso i valori liberali», la negazione del Risorgimento liberale da parte del
filosofo sardo. Che fa il pari con la negazione clericale del Risorgimento.
Eppure quelle due culture si ritrovano nelle ascendenze del Pd, che è un
partito nazionale. IGNAZIO MONACO, TARANTO CARO IGNAZIO, anche la Dc e il Pci
erano partiti nazionali: l?una governando, l?altro facendo un?opposizione
costituzionale. In fondo Croce, papa laico, scrisse nel 1942 quel capolavoro
politico che fu il Perché non possiamo non dirci cristiani proprio allo scopo
di legittimare i cattolici a governare quello ch?era stato, prima del fascismo, lo stato
liberale; e Togliatti venne da Mosca nel
( da "Repubblica, La" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina III - Bologna
Il caso Il vescovo Vecchi inaugura la sala parrocchiale di via San Ruffillo.
"Non date i fondi soltanto alla Cineteca" Dopo vent´anni riapre il
cinema Bristol FRANCESCA PARISINI Consegnate alla preistoria del cinema, le
sale parrocchiali dove si battevano i denti dal freddo, la pellicola saltava
ogni due per tre e il parroco censurava le scene anche solo lontanamente osè,
dopo vent´anni, o quasi, di inattività ieri ha riaperto il Bristol, schermo ad
alta tecnologia della Chiesa di San Ruffillo, 266 posti a sedere in panno blu e
caldi rivestimenti in legno chiaro. E una delle dieci sale parrocchiali di
Bologna (dieci sui 21 schermi della città) per la quale ieri, Monsignor Ernesto
Vecchi, chiamato a tenere a battesimo la riapertura, ha invocato il sostegno delle
istituzioni pubbliche. «Qui ha casa un nuovo concetto di
laicità; per trovare un´esperienza laica non basta andare alla Cineteca», ha
attaccato il vescovo bolognese chiedendo alle istituzioni locali di sostenere
economicamente l´Anec, l´associazione cattolica degli esercenti dei cinema.
«Quando ci sono risorse da distribuire - ha proseguito il delegato della
Conferenza Episcopale - non bisogna guardare destra e sinistra, ma
guardare l´uomo. Cattolico significa ?secondo il tutto´». Ad accendere il
proiettore del nuovo cinema Bristol di via Toscana 146 sarà tutte le sere il
gestore di molti altri schermi cittadini, dal Chaplin di Porta Saragozza (sala
parrocchiale anche questa) al Medica di via Montegrappa, poi il Capitol di via
Indipendenza e lo StarCity di Rastignano. «La sala guarderà particolarmente
alle famiglie», promette. SEGUE A P
( da "Riformista, Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Ce la farà il
professor Giulio T. a diventare un capo? di Marco Ferrante Con l'eccezione di
Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, nessun uomo politico italiano è mai stato così divisivo come Giulio Tremonti. Ma la storia di
Craxi e Berlusconi è quella di due capi partito, cosa che Tremonti non è
ancora. Eppure non c'è azione, intervento, trovata tremontiana che non susciti
una reazione intellettuale o emotiva nel sistema che lo circonda. La classe
dirigente italiana che lavora a cavallo tra politica ed economia si trova in
continuazione a fare i conti con lui, quando se la prende con la
globalizzazione o quando rinnega le cartolarizzazioni, quando cita Ratzinger,
quando chiede la galera per i banchieri che sbagliano, o rinnova la centralità
di Dio patria e famiglia. Dice Rino Formica, il solo uomo politico di un altro
tempo che ha avuto con lui un rapporto di formazione e di intimità (che ancora
oggi resiste) che questa funzione di stimolo divisivo trent'anni fa ce
l'avevano i grandi intellettuali. «Un articolo di Norberto Bobbio, un articolo
di Leonardo Sciascia o di Pierpaolo Pasolini potevano mettere in moto una
riflessione pubblica». In una fase storica che produce meno classe dirigente
intellettuale, il professor Tremonti, giurista a Pavia, allievo di Gian Antonio
Micheli, ma anche ministro dell'Economia che sviluppa un piano di leadership
popolare, è capace come dice ancora Formica di «incidere contemporaneamente
sulla politica come tavola di dottrina e vademecum d'azione». Sotto gli occhi
Ovviamente - siccome nella politica c'è un elemento sportivo, di osservazione
della competizione e di gusto per lo spettacolo che si svolge lì sotto,
nell'arena - la questione che tutti si pongono è: ce la farà l'allievo di
Micheli, il professionista borghese (nato in una valle del Nord), il
pamphlettista di successo, il ministro dell'economia in conflitto d'interesse
con la sua metà intellettuale (giacché deve gestire ottimisticamente una
situazione prevista con un dose di apocalittica assertività) a diventare un
grande leader politico, un capo? Forse, in questa nuova fase della lunghissima
transizione italiana, è la più interessante sfida che abbiamo sotto gli occhi.
Dopo tutto, la storia di Giulio Tremonti si iscrive nel graduale e oscillante
processo in cui esponenti di una trasversale élite orientata sui temi
dell'economia (perché centrali ai tempi della globalizzazione), si affaccia
alla vita pubblica con la tentazione di assumere responsabilità politica. Da
questo punto di vista la storia di Tremonti è la storia di un pezzo della
borghesia, dopo la crisi dei partiti. E a vario titolo, con aspirazioni
diverse, si spinge sino al limitare del crepaccio in fondo al quale si svolge
la lotta. Negli ultimi anni questo processo si è intensificato, la richiesta di
energie nuove è aumentata, le tentazioni e le timidezze si sono rincorse: da
Mario Monti, a Luca di Montezemolo, Corrado Passera, Tommaso Padoa-Schioppa,
Mario Draghi, persino Alessandro Profumo o Domenico Siniscalco, pezzi di élite
considerati in transito potenziale tra il sistema economico finanziario e
istituzionale, e quello politico. Di questi uomini il professor Tremonti - il
primo di loro ad aver creduto nella dimensione politica del sè - è quello che
di gran lunga si è spinto più avanti. Senso del dramma Per ragionare sulle sue
chance, bisogna partire dai punti di forza e quelli di debolezza. La principale
forza di Tremonti rispetto alla media dell'attuale classe dirigente politica è
il senso storico e - al contrario di Silvio Berlusconi - il senso drammatico
della politica. Indipendentemente dal merito tecnico (e cioè se sia o non sia
una buona idea), Tremonti propone una nuova Bretton Woods, cioè un accordo
globale sul funzionamento dei mercati internazionali, innanzitutto perché sa
cos'era la prima Bretton Woods, cioè la conferenza sull'assetto del sistema
finanziario internazionale e il regime dei cambi nel dopoguerra. Tremonti si
pone in una prospettiva di processo storico, perché il suo apprendistato passa per fatto generazionale, formazione specifica e
interesse culturale per l'idea che la politica è un pezzo della storia. Ha una
struttura politicamente responsabile (insieme a Maurizio Sacconi è l'unico uomo
del centro destra a non essersi occupato del caso Villari, simbolo - patetico -
di una generale insipienza). Se Berlusconi è un creatore di pop (dall'estremo
capolavoro delle corna in una foto di gruppo fino al pubblico riconoscimento
del genio umoristico di una battuta contro di lui fatta da un avversario: Al
Tappone, copyright Marco Travaglio), Tremonti mostra un distacco elitario che
sta dentro l'idea della politica come dramma. La contrapposizione tra
l'ottimismo di Berlusconi e il pessimismo del suo ministro dell'economia - che
qualcuno ha persino maliziosamente attribuito a un disegno tremontiano - in
realtà nasce dalla differenza culturale: Berlusconi è un cantante
confidenziale, Tremonti un interprete drammatico. Cos'è il mercatismo Il
secondo punto di forza del ministro dell'Economia è la fantasia. Esempi. E' il
primo ministro occidentale a cogliere l'eccezionalità della crisi finanziaria
in atto; è uno dei promotori della finanza creativa (ancorché oggi neghi di
averla frequentata); è l'inventore dell'otto per mille, primo vero test di
avvicinamento sostanziale alla chiesa cattolica: Tremonti ideò il meccanismo di
attribuzione proporzionale dell'inoptato, che conservava alla Chiesa la grande
maggior parte delle devoluzioni Irpef. Questa fantasia la ritroverete anche in
un certo gusto - a volte troppo sofisticato - della propaganda. Mercatismo è un
caso tipico. Compare per la prima volta in un libro del 2005, "Rischi
fatali". Sostanzialmente è l'uovo del comunismo depositato nella cultura
liberale: il mercatismo - ha spiegato - è il trasferimento nel campo del
mercato di una ideologia dogmatica e assoluta. Cioè il metodo comunista al
servizio del liberalismo economico. E' un generatore di evocazioni laterali e
remote. Elenco di alcune citazioni di Tremonti: la pace di Westfalia, la
rivista annuale Ordo (una pubblicazione-laboratorio del 1948 di economisti
sociali di mercato tedeschi), Jean-Baptiste Colbert e il colbertismo (sebbene
una volta abbia raccontato che l'idea fosse nata da una indiscrezione di
Siniscalco che aveva visto un libro su Colbert sulla scrivania del ministro),
Barak Obama come l'imperatore postpartisan Adriano e Bill Clinton come
l'imperatore dissolutissimo Eliogabalo (Antonin Artaud gli fece fare una fine
terribile), Walter Rathenau - ministro dell'industria di Weimar e modello di Paul
Arnheim ne "L'uomo senza qualità" di Robert Musil che utilizzò per
polemizzare a distanza con Guido Rossi - e infine "Church and
Economy", un saggio del cardinale Ratzinger del 1985 citato la scorsa
settimana all'apertura dell'anno accademico della Cattolica. Ha il gusto del
copywriter di lusso. Ecco una tipica soluzione espressiva tremontiana, da una
intervista di quasi due anni fa, in un passaggio a proposito dell'Europa di
sessatantacinque anni fa, usò "la barbarie meccanizzata del nazismo".
La caratteristica principale dell'intelligenza di Tremonti sta nella sua
applicazione: per formazione appartiene a una categoria di persone capace di
passare con disinvoltura dal dossier tecnico all'analisi di problemi generali
in cui è richiesta una visione. Un tempo era un tipico patrimonio della classe
dirigente italiana: da Guido Carli, a Nino Andreatta, a Bruno Visentini. La
tecnica e l'umanesimo. Oggi sono rimasti Francesco Forte, Giuliano Amato e
Guido Rossi, e in una generazione più giovane, Tremonti. E' uno che sa guardare
le cose da un altro lato «e dunque è in grado di smontare - come gli riconosce
Nicola Rossi - i luoghi comuni». Chatam House Il ministro dell'economia ha un
altro punto di forza. Ha senso del potere, ed è resistente, perseverante,
tignoso. Cerca spazio e lo ottiene. Ha combattutto, per esempio, una lunga
battaglia con Antonio Fazio. E' in guerra da anni con le elitè tecnocratiche
che non sono legittimate dal consenso politico e che - dal suo punto di vista -
vogliono potere senza responsablità. Il simbolo di queste élite lo ha
individuato da molto tempo in Mario Draghi, il più inernazionalizzato degli
uomini della nostra classe dirigente. I due non amano che la questione venga
spiegata nella sua evidente schematicità. Ma è una semplice storia di potere,
identità e punti vista. Per Tremonti è finito il tempo del primato dei tecnici,
Draghi è vissuto per tutta la vita in quella dimensione e non ne conosce
un'altra. Tremonti vuole il suo spazio all'estero, è interessato ai
riconoscimenti della comunità internazionale (il 13 novembre, per esempio è stato ospite di una istituzione e luogo di discussione
culturale poco aperto nei confronti degli italiani come Chatham House), l'altro
non vuole cedere il suo, di spazio. Forse Tremonti non è abbastanza elastico da
schivare gli ostacoli, però c'è in lui una apprezzabile franchezza negli
obiettivi e nell'individuazione degli avversari: non bluffa e di solito tende a
scegliersi avversari alla sua altezza (il rischio è ovviamente quello di
perdere, ma questo lo vedremo più avanti). Per il momento - l'evoluzione è
ancora in atto - dopo la grave sconfitta personale del 2004, con
l'allontanamento dal ministero dell'economia determinato da alcuni errori di
valutazione e dall'aver aperto contemporaneamente troppi fronti di battaglia,
ha capito l'importanza delle reti di alleanza e dei rapporti con gli uomini
chiave: già da tempo ha appianato i contrasti con Giuseppe Guzzetti, capo delle
Fondazioni bancarie - antica e solida cultura del potere democristiana - con cui
si battè alcuni anni fa ricavandone una netta sconfitta. Ha stretto un'alleanza
di fatto, basata su una reciproca stima e considerazione dei pesi, con il più
coriaceo e centrale banchiere italiano, Cesare Geronzi, la cui cultura della
stabilità, degli equilibri praticabili e dell'inclusività fin dove possibile,
sta prevalendo nel sistema economico e finanziario. Debolezze Da qui si può
partire per ragionare sui punti di debolezza del ministro dell'Economia. Il
principale: sicuramente oggi è in una posizione più forte di quella di quattro
anni fa, e ha irrobustito il suo sistema di relazioni, ma di base tende a
riprodurre delle costanti che potrebbero esporlo a errori tattici. In questa
fase il rischio principale è di nuovo l'apertura di troppi fronti di battaglia.
Con i banchieri innanzitutto. I manager bancari temono la sua avanzata, non gli
piace che egli abbia cercato di condizionare a dichiarazioni di resa gli aiuti
dello stato alla ripatrimonializzazione delle banche
(vedremo nei prossimi giorni se funzionerà il compromesso recepito dal
provvedimento varato ieri dal consiglio dei ministri). Si dice che avesse
individuato in Alessandro Profumo, il capo di Unicredit, il primo obiettivo
della sua offensiva. Ma, in realtà il caso Profumo, ha coinciso con l'apertura
di una discussione generale con la categoria dei banchieri, che da un lato lo
teme e lo prende molto sul serio, ma dall'altro, proprio perché lo prende sul
serio, difficilmente consentirà l'individuazione di capri espiatori o la
concessione di troppi spazi d'influenza reale sull'economia. Anche perché
queste tensioni - da Tremonti in realtà sempre negate - arrivano in coincidenza
di una crisi economica che richiederebbe coesione e che in teoria
rappresenterebbe per il ministro dell'Economia un test della sua capacità di
leadership, di guida di una classe dirigente in difficoltà. Lo stesso rischio
lo corre nei confronti del parlamento che, come fa di solito con i ministri del
Tesoro, chiede risorse economiche, cui lui oppone la rigidità del patto di stabilità
europeo, come lucchetto dei conti pubblici (più complesso è stabilire nel
merito quanto in questa fase siamo nelle condizione di fare politiche
economiche in deficit). Poi c'è lo scontro ai confini della questione
antropologica con gli economisti liberisti. Tremonti li accusa di non aver
capito la crisi, loro - i macroeconomisti lib - rispondono che anche lui non
aveva letto i rapporti della Banca dei regolamenti internazionali di cui è
azionista, sul tema dei controlli fallaci da parte delle autorità di vigilanza.
Alberto Alesina e Francesco Gavazzi hanno scritto un pamphlet - La crisi, può
la politica salvare il mondo? - che pur senza mai nominarlo si pone come unico
obiettivo il ministro dell'Economia e le sue idee sul primato della politica e
di sostegno a forme di neointerventismo pubblico. Per contrastare l'influenza
degli economisti liberisti ha tessuto una rete di rapporti per avere nei
giornali dei punti di riferimento: dal Sole 24 Ore, al Messagero, fino
all'Osservatore Romano e al Corriere della Sera, principale quotidiano
italiano, dove si è aperto uno spazio di commento per Alberto Quadrio Curzio,
preside di Scienze politiche alla Cattolica, economista a lui molto vicino. Una
gentilezza ottriata Il punto è - ed è un'altra sfumatura del tema dello scontro
perenne come componente del tremontismo - che un certo deficit di pacificazione
nell'azione del ministro dell'Economia crea a volte tensioni difficilmente
governabili in un sistema di potere come quello del centrodestra: Tremonti,
cioè, è un catalizzatore di gelosie. A giugno assistemmo a uno spettacolo
glorioso di tremontismo attivo, quando convocò i giornalisti per una conferenza
stampa al ministero del Tesoro - sala dell'Alleanza - in cui veniva presentata
la squadra di governo economica alla prova del Dpef + Finanziaria. Il ministro
dell'Economia, che detesta il Dpef e ha promosso la Finanziaria triennale
anticipata a giugno, dava la parola ai ministri vassalli con uno strano garbo
di ospite quasi sorpreso dalla sua stessa, ottriata, gentilezza. Il rischio,
secondo alcuni osservatori del mondo del centrodestra, è che questa cosa alla
lunga possa aumentare le frizioni con altre componenti della maggioranza e/o
del governo, e creare dei problemi con Berlusconi, anche a causa della continua
dialettica tra pessimismo e ottimismo. E che qualcuno provi a far fare a Giulio
T., il resuscitatore di Jean-Baptiste Colbert la fine del di lui predecessore
Nicolas Fouquet: la requisizione di quella specie di Vaux-le-Vicomte che è
diventato il superministero di via XX settembre. La politica italiana ha un
problema generale: la fissità in cui ciascuno tende a reiterare il suo ruolo.
Il Pd è dilaniato da uno scontro che si protrae da vent'anni tra due ex ragazzi
della Fgci, e poi del Pci e poi del Pds e dei Ds. Gianfranco Fini si sgancia
ancora una volta dalla complicanza psicologica del delfinato - il delfinato è
un'arte difficilissima. E Tremonti dà dei ladri ai banchieri che lo avevano
sconfitto nel 2004 e fa pace con Domenico Siniscalco. Frecciate di un leader In
generale la questione si può riassumere così: Tremonti è un solitario il quale
sa che la solitudine è una componente intima del potere che va vestita, però,
della solidarietà di parte di chi ti sta accanto, ed è anche un outsider alle
prese con la necessità duplice, da un lato di integrarsi e dall'altro di
distinguersi. E' alle prese con un processo di costruzione della leadership in
cui è sottoposto al confronto con le culture alternative del potere, la
principale delle quali è quella di Gianni Letta. Su questo giornale, Paolo
Messa ha acutamente riprodotto un documento cui ha attribuito un valore
politico, il necrologio bipolare che Letta ha dedicato a Sandro Curzi «un
combattente, un amico, un avversario. Se ti batte non ti meravigli perché ne riconosci
il valore. Ma quando ti capita di infilarlo, allora la soddisfazione è
maggiore. Un esempio di come si possa rimanere coerenti e aperti, fedeli ai
propri principi senza disconoscere quelli degli altri». L'alternativa
tremontiana è più drastica, secca, impietosa, orientata - secondo chi lo studia
- all'annientamento dialettico dell'avversario. Dice Rino Formica di avergli
fatto notare una sfumatura retorica a proposito dei suoi discorsi pubblici: «Un
grande leader politico tiene la parola per trenta minuti e lancia una sola
frecciata all'avversario, non trenta frecciate». Il lato pop del consenso
L'incognita più profonda per Tremonti riguarda la sua vocazione maggioritaria.
Tremonti è un uomo politico che non ha mai vissuto la prova del consenso in prima
persona. Il suo gradimento è per ora solo misurato dai sondaggi. La sua forza
politica si basa su un rapporto con la Lega, nei confronti della quale ha
svolto un lavoro di cerniera, rispetto al resto del centrodestra. Il processo
di attribuzione a Tremonti di una quota della vittoria elettorale alle scorse
politiche deriva da un riflesso del nostro proporzionalismo. La Lega è
cresciuta. E abbiamo tasferito sull'esito del risultato elettorale leghista, il
riflesso del successo editoriale di La paura e la speranza, il pamphlet
antiglobal di un politico affine alla Lega. Tremonti è il più interessato a
uscire da questa forma di ambiguità. Sa di dover mettere alla prova la sua
vocazione maggioritaria. Già da alcuni anni effettua dei test di dialogo diretto
con il popolo. Lo ha fatto nel 2003 fa cercando il consenso sulla partita
Parmalat, ma non funzionò. Lo ha rifatto sugli stesi temi, proponendo la Robin
tax contro banchieri e petrolieri per finanziare la social card, un
provvedimento di cui vedremo gli effetti di gradimento popolare. Lo ha fatto
sostituendo di fatto il meccanismo sulla portabilità dei mutui messo a punto da
Pierluigi Bersani, con la rinegoziazione dell'importo rateale concordato con
l'Abi. Ogni tanto cerca l'applauso quando promette la galera per i banchieri o
quando minaccia le dimissioni sul decreto salvamanager. Negli ultimi tempi ha
cominciato a rivolgersi anche direttamente a un elettorato tradizionalmente di
sinistra, a cui rivolge in varie declinazioni di volta in volta una rivalutazione
culturale di Marx o aperture di critica sociale al capitalsimo. Scomposizione
Del resto, Tremonti ha due caratteristiche che in questa prospettiva potrebbero
tornargli utili. La prima è fondamentale per un leader politico: è duttile. E'
liberale, ma è anche colbertista, è contro il patto di stabilità, ma disponibile a difenderlo quand'è il caso, è contro la
finanziarizazione, ma è stato finanziariamente creativo, è laico, ma valoriale. Caratteristica
numero due. Secondo Formica, Tremonti è l'unico uomo politico che ha forza,
fantasia, immaginazione per scomporre e ricomporre il quadro politico a partire
da questa duttilità. «Tremonti crede che le ideologie non siano finite.
E che la destra debba riattualizzare, per esempio, il dio padre e famiglia. Ma sa
anche che bisogna fare politica senza schematismi, pragmaticamente: oggi
pro-mercato, domani pro-stato. In politica bisogna
affrontare la realtà pragmaticamente. Credo che voglia essere pronto nel caso
in cui si presenti un nuovo quadro: la guerra scoppiata intorno alla
globalizzazione, e ai suoi effetti, è enorme, fa saltare destra e sinistra per
come le conosciamo. Tremonti ritiene - e credo che abbia ragione - che stiamo
andando verso l'abbassamento del tenore di vita delle aree sviluppate del mondo.
Non si candida a essere un piazzista di una modernità che non c'è più, ma alla
costruzione di una stabilità che sia ragionevolmente possibile». Dunque, se la
storia dovesse subire una brusca accelerazione - questo è più o meno il
ragionamento - la crisi della globalizzazione imporrà agli schieramenti di
riaggregarsi in un altro modo. E Tremonti si candida a stare sul confine. In
una intervista al Foglio del febbraio del 2007 spiegò una cosa interessante:
«La destra ha una chance per elaborare dottrine, principi, idee e simboli nuovi
e superiori a quelli della sinistra. Un esempio, è quello della politica
ambientale. (?) La nostra nuova filosofia politica può e deve essere sviluppata
su una curva politica molto più lunga: contenere la dimensione dell'uomo, il
rapporto dell'uomo con la natura, la fiducia in un'evoluzione progressiva della
scienza. (?) Il mercatismo non ha gli strumenti per l'analisi sull'ambiente,
perché conosce solo un paradigma, il pil». Certo, Giulio T. potrebbe essere il
primo prodotto del mercato occidentale della politica ai tempi della
globalizzazione esplosa. Oppure questo non accadrà. Il mondo non subirà alcuna
accelerazione e le sue chance andranno valutate in uno schema più normale, in
un'evoluzione senza millenarismi, a partire dal modo in cui saprà gestire la
crisi economica. Qualunque cosa accada, però, nella sua marcia verso la
leadership dovrà necessariamente attraversare una nuova cruna. Dice Edmondo
Berselli: «Gli manca lo spirito della carogna politica. Se sarà un tempo di tessitori
un Tremonti incavourrito, istituzionale dunque, può farcela. Ma secondo me gli
manca ancora l'idea, la struttura, della potere come fardello». Il potere come
fardello - non solo come esito di una vittoria politica - è il peso che
troverete sulle spalle di Adriano imperatore, e che Adriano imperatore accetta
di portare, ed elaborare, molto prima di diventare un modello postpartisan.
29/11/2008
( da "Riformista, Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Il volto terrestre
di Simone Weil riletture. "Attesa di Dio" rivela una pensatrice
innamorata della creazione e della bellezza. Non una gnostica odiatrice del mondo.
di Filippo La Porta Simone Weil non è un autore "accogliente". Non lo è né per la cultura laico-progressista, di cui ha svelato
le micidiali illusioni, né per la cultura cattolica, di cui ha mostrato la
tendenza all'idolatria. Eppure anche quando parla di cose che ci sembrano
incomprensibili o ineffabili - il soprannaturale, la purezza, l'amore di Dio -
riesce a essere straordinariamente familiare, vicina alla meditazione
solitaria di un adolescente. Per quale ragione? Perché, credo, il suo pensiero parte
sempre in modo preliminare dall'esperienza, da ciò che è a tutti accessibile,
da come funziona la natura umana a livello elementare. Niente a che vedere con
una immagine vulgata di martire e figura "spirituale", di
semi-anoressica devota fino al fanatismo e all'autoconsunzione! Come si evince
da questa raccolta di scritti del '41-?42, Attesa di Dio (Adelphi, 350 pp., 25
euro), curata con rigore critico da Concetta D'Angelo, e accompagnata da un
saggio di Giancarlo Gaeta - la Weil non ci chiede mai di credere in Dio, né
pretende da noi alcuna fede. Piuttosto ci invita al riconoscimento obiettivo
dei dati originari dell'esistenza, e da lì avvia un ragionamento verticale,
affilato come il rasoio di Occam. Le sei lettere che costituiscono il nucleo
dell'opera, indirizzate al padre domenicano Joseph-Marie Perrin, ci permettono
di ridimensionare l'immagine, alimentata da Augusto Del Noce, di una Weil
gnostica. No, lei non intende affatto svalutare il mondo, non pensa che sia una
creazione del demiurgo cattivo. Benché tentata dal manicheismo, è convinta che
il mondo sia la nostra patria. In una pagina abbagliante spiega come l'amore
per la bellezza, presente in ogni tradizione religiosa dell'antichità, è stato quasi cancellato nel cristianesimo. Eppure questo amore
per la bellezza è per lei la via più semplice per accostarsi a Dio, dato che
compassione e rispetto per le pratiche religiose sono cose assai rare.
Difficile oggi maneggiare il pensiero di Simone Weil, il suo lessico per noi
così dissonante, la sua originale antropologia religiosa, nel "dibattito
culturale". Però se riusciamo a leggerla semplicemente facendo interagire
la nostra esperienza con la sua, quasi "alle spalle" delle mode e
delle idee dominanti, può accaderci di far risuonare dentro di noi qualche
verità preziosa. 29/11/2008
( da "Corriere della Sera" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-11-29 num: - pag: 17 categoria:
REDAZIONALE Sette giorni Il premier non risponde alla Cancelliera. Il leader
udc: da lui acrimonia, ma mai dire mai E la Merkel disse: Silvio, come va con
Casini? SEGUE DALLA PRIMA Per superare la sfida decisiva delle Europee, l'Udc
sta cercando di rafforzare la propria identità, confidando così di rafforzarsi
nel consenso. Ecco il motivo per cui Rocco Buttiglione si è
fatto promotore della «tre giorni di Loreto», una sorta di stati generali con
l'associazionismo cattolico, arcipelago di sigle e di esperienze, eterogeneo e
politicamente diviso da quando è scomparsa la Dc. Prima di recarsi nelle
Marche, Casini ieri ha attraversato il Tevere per un incontro riservato con le
gerarchie ecclesiali. A Loreto, dopo aver ascoltato un mondo che
conosce, gli chiederà di assumere un impegno. Perché bisogna pur trovare «un
modo per rispondere al messaggio del Papa», perché «il volontariato e il
non-profit rimangono importanti, ma Benedetto XVI chiede oggi ai cattolici di avere anche un ruolo attivo e in prima fila
nella politica ». A suo tempo la richiesta del Pontefice fu accompagnata da un
appello al «ricambio generazionale», messaggio che il leader centrista
interpreta come «sollecitazione a individuare nuove classi dirigenti ». E
l'appuntamento di Loreto serve anche a questo. L'offensiva centrista sul fronte
cattolico può avere una duplice lettura: sfidare il Cavaliere per sottrargli
«un mondo che è scontento del governo» e affrancarsi definitivamente dal
centrodestra; oppure drenare consensi al centrosinistra in vista di una futura
intesa con l'attuale maggioranza. Casini non dà una soluzione al rebus. Certo,
attacca Berlusconi e il suo esecutivo «zeppo di laici per non dire altro», contesta
le scelte di palazzo Chigi «che non ha tenuto fede agli impegni sul quoziente
familiare e sui fondi alle scuole paritarie». Ma resta sul filo del fuorigioco,
senza mai oltrepassarlo. Infatti — nonostante il premier miri a fargli attorno
terra bruciata — ha respinto finora le avances e i disegni di Massimo D'Alema:
«Non mi piace il "modello Prodi" », dice. O forse, più correttamente,
non lo convince. Perché l'idea di porsi alla guida di un'area di centro alleata
del Pd gli appare debole ed esposta ai complotti che per ben due volte hanno
messo in crisi il Professore. «Eppoi io continuo a far parte dell'area
moderata. E non intendo muovermi da qui». Sembra di riascoltare il ragionamento
che Casini fece sette anni fa, quando — appena eletto presidente della Camera —
prese un fazzoletto di carta e con una penna tracciò una riga per dividerlo a
metà: «Io sto da questa parte e non sarò mai un trasformista». «Quello schema è
cambiato», commenta ora: «E l'ha cambiato Berlusconi». Il leader centrista è
consapevole dell'«acrimonia » che il premier gli riserva, non la capisce,
eppure non esclude un riavvicinamento: «Mai dire mai». Chissà se il Cavaliere
la pensa allo stesso modo, se è vero che fu lui a far saltare in Abruzzo
l'alleanza tra Pdl e Udc, appena gli pronunciarono quel nome. Lo stesso nome
che gli ha fatto la settimana scorsa Angela Merkel al vertice italo- tedesco di
Trieste: «Silvio, come va con Casini? ». Pare che il premier non abbia inteso
la traduzione dell'interprete. Epperò «mai dire mai». Per esempio, nessuno
avrebbe mai pensato a un riavvicinamento tra il capo udc e Gianfranco Fini,
dopo la rottura di otto mesi fa, quando l'allora leader di An sposò l'idea
berlusconiana del Pdl e mollò «l'amico Pier». «Con lui non avrei più dovuto
prendere un caffè», ha confidato Casini dopo l'incontro avvenuto due settimane
fa: «Ma è la politica, bellezza. Abbiamo discusso del passato, lo abbiamo fatto
con franchezza. Era ora di guardare al futuro ». è da vedere se sarà un futuro
condiviso. Com'è da vedere se a Loreto il mondo dell'associazionismo deciderà
di schierarsi con i centristi per difendere i valori cattolici
in politica. Resta da capire quante divisioni ha il Vaticano, e quante
lasceranno Berlusconi per Casini. Francesco Verderami
( da "Tempo, Il" del 29-11-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa IntervistaIl
Prelato dell'Opus Dei monsignor Javier Echevarría parla di fede e vita A ottant'anni
dalla fondazione l'Opera è attivissima e piena di entusiasmo «La carità
cristiana migliora la nostra vita di tutti i giorni» Ottanta anni fa un grande
evento di fede e di vita: la nascita dell'Opus Dei. Con Monsignor Javier
Echevarría, Prelato dell'Opus Dei, entriamo nel senso profondo del grande
evento. Monsignor Javier Echevarría, il 2 ottobre 1928, 80 anni fa, Josemaria
Escrivà, fonda l'Opus Dei. Il cristiano «contemplativo itinerante»: fra tutte,
questa ci sembra la forza, il carisma che ha permesso all'Opera di entrare di
slancio nel terzo millenno. «Quel giorno di 80 anni fa, San Josemaría ebbe dal
Signore un'illuminazione intellettuale su cosa sarebbe stata l'Opus Dei: una
moltitudine di persone comuni, di ogni razza, professione e condizione sociale
che si sforza di vivere pienamente il cristianesimo. Fedeli che cercano di
trasformare le cose di tutti i giorni in occasioni per incontrare Dio. è questo
il senso del "contemplativo in mezzo al mondo": colui che, con
l'aiuto di Dio e nonostante le sue debolezze, cerca di scoprire Gesù Cristo in
ogni evento della sua esistenza». «Che la tua - si legge nel libro del
fondatore "Cammino" - non sia una vita sterile. Sii utile, lascia una
traccia e incendia tutti i cammini della terra col fuoco di Cristo che porti
nel cuore». «Gesù ha trascorso la sua esistenza terrena impegnato a portare il
suo messaggio di salvezza con il suo esempio, con le sue azioni, con la sua
dedizione a chi gli stava attorno, senza riposo, fino alla morte sulla Croce. è
questo l'ideale che trascina ogni cristiano autentico. Come diceva il fondatore
dell'Opus Dei, per un innamorato di Gesù ogni momento è un tempo prezioso per
rendere la vita più gradevole agli altri». I membri dell'Opera sono considerati
mistici «con la cravatta giusta». Negli anni scorsi, siete stati oggetto di una
campagna stampa, a livello internazionale, di una inusitata violenza e
giudicati «elite laica del cattolicesimo», «fanatici da deprogrammare». Che
cosa è rimasto di quelle critiche velenose? «Si dice - e a me non sembra una
cosa buona - che la metà degli uomini critica l'altra metà. Non si deve dare
importanza alle falsità. Si risponde con la carità e con la coerenza della
propria vita. In molti casi, poi, le informazioni non corrette o calunniose sono
l'occasione per dare informazioni giuste. Come tutte le realtà cristiane,
l'Opera non si può capire finché non la si incontra personalmente e alla luce
della fede. Quando si viene in contatto con i fedeli
dell'Opus Dei, (sacerdoti diocesani e comuni laici), sospetti, pregiudizi e
deformazioni cadono. San Josemaría pregava ogni giorno per questi amici: così
li considerava». Quanto c'è di Opus Dei nel futuro della Chiesa Cattolica? «Il
futuro è nelle mani di Dio, che ha assicurato la sua assistenza alla Chiesa.
L'Opera continuerà a impegnarsi, in unione con tutti gli altri membri della
Chiesa, per portare il messaggio di salvezza del Vangelo. Mostrando al mondo
che la santità è ciò che Dio si aspetta da ciascuno di noi "qui e
ora". Mi fa piacere ricordare che tante persone nei cinque continenti si
meravigliano con gioia di questa possibilità: essere santi nel mondo». Si può
fare una lettura «civile» della proposta di Josemaria Escrivà? «Il lavoro,
inteso come l'insieme delle opere quotidiane, è luogo in cui ciascuno può
incontrare Dio. Tutte le attività oneste possono essere santificate; tutto ciò
che è umano può - direi, deve - rientrare nel rapporto con Dio. Questa
intuizione, proclamata solennemente dal Concilio Vaticano II, è una rivoluzione
silenziosa: una moltitudine di persone, fatta di studenti responsabili,
professionisti e operai laboriosi, mariti e mogli fedeli, cittadini impegnati
per il bene di tutti. Ciò ha certamente una "lettura civile", perché
la vita cristiana contribuisce a umanizzare la società e renderla un posto
migliore». Le ondate del «relativismo morale e dottrinale» sembrano
distruttive. Lei ha il polso dei sacerdoti dell'Opera che lavorano in ogni
parte del mondo. Cosa la preoccupa di più? «Il relativismo morale è una
manifestazione del disagio interiore che sperimenta chi non ha ancora
incontrato Dio. Il più alto servizio che possono fare i sacerdoti è di portare
le anime a Dio, di farle partecipare dell'immenso dono dell'Eucaristia e
riconciliarle con Lui attraverso il sacramento della Penitenza. Quanta pace
nasce dal ritrovato rapporto con il Signore. Il messaggio del Vangelo fa capire
che Dio ci vuole felici. Tra le diverse priorità, direi che una fondamentale è
la santità delle persone che devono portare Cristo agli altri: si deve essere
uomini e donne di orazione, di retta dottrina, di virtù, di dedizione a tutti».
E poi c'è la Pontificia Università della Santa Croce. E da poco il Campus
Bio-Medico. Educazione e biotecnologie, sembrano essere le vostre nuove
frontiere. «La prima frontiera del lavoro dell'Opera è l'apostolato personale;
ma San Josemaría ha spronato i fedeli dell'Opera a far nascere iniziative
educative e assistenziali che si prendessero sulle spalle problemi concreti
della società. Questo è ciò che cercano di fare al Campus Bio-Medico:
un'università e un ospedale in cui la competenza dei medici possa essere
accompagnata da una grande umanità, così come al Centro Elis a Roma si cerca di
insegnare ai ragazzi a essere bravi professionisti e uomini completi. E poi c'è
l'Università della Santa Croce che forma molti sacerdoti, religiosi e laici
alla teologia, al diritto canonico, alla filosofia e alla comunicazione
istituzionale. Un piccolo esempio di come sarebbe la società se fosse permeata
dai valori cristiani». Di lei si sente parlare poco. Ha scelto la linea di un
operoso silenzio. Ci sono donne e uomini che bussano ancora alla vostra porta,
che vogliono abbracciare l'ideale di vita di san EScrivà? «Le persone che si
avvicinano all'Opera lo fanno perché cercano Dio. L'Opus Dei non ha altro scopo
che aiutare fedeli comuni a riscaldare la temperatura spirituale delle loro
vite per crescere nella fede e nell'amore alla Chiesa». Giovanni Paolo II vi ha
aiutato, erigendo l'Opera a «Prelatura». In voi si è rispecchiata l'idea del
grande papa scomparso di una Chiesa Cattolica solidale con tutti, maestra
indiscussa di verità. Questo «feeling» continua anche con papa Benedetto XVI?
«L'unione dei fedeli con il Romano Pontefice è una caratteristica essenziale
della Chiesa e, pertanto, dell'Opera. Quando San Josemaría arrivò a Roma passò
l'intera notte in orazione guardando la finestra degli appartamenti del Papa.
Anche a noi ha insegnato ad avere una devozione filiale per il Papa. Benedetto
XVI, in piena continuità con Giovanni Paolo II è un pastore esemplare. Per
tutti i cattolici è un esempio di che cosa significhi
il cristianesimo autentico». Il 28 novembre è stato il
25 anniversario dell'erezione in Prelatura Personale, come avete vissuto questa
ricorrenza? «è stata un'occasione per riscoprire la grande verità, espressa da
San Josemaría: dal fatto che tu ed io ci comportiamo come Dio vuole, dipendono
molte cose grandi».
( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XIX - Palermo
La curiosità Quarant´anni di dibattito su "Adista" Le "omelie laiche" qui pubblicate sono,
originariamente, apparse nel corso di vari anni su "Adista", l´agenzia
di stampa laica che da più di 40 anni diffonde informazione religiosa a tutto
campo e senza reticenze, inspirandosi alla laicità concepita, con il teologo
Cuminetti, quale «assunzione di aporie e contraddizioni, sofferenza e
rabbia, speranza e sogno». La redazione di "Adista" è a Roma, dove
vengono pubblicate sia l´edizione cartacea (distribuita su abbonamento) che
l´edizione telematica (www. adista. it); ma il fondatore è il siciliano
Giovanni Avena, tra i più noti protagonisti della stagione post-conciliare del
cattolicesimo italiano. Proprio in questi giorni è in atto un cambio al timone
dell´agenzia di stampa: dopo sette anni, Eletta Cucuzza lascia la direzione e
le subentra Angelo Bertani, già direttore del quindicinale della Fuci
"Ricerca"; poi responsabile della redazione romana di
"Avvenire" e fondatore di "Segno Sette" (un settimanale
agile e vivace, che si diffonde ben oltre i confini dell´Azione cattolica);
infine dal 1992 al 1995 caporedattore di "Jesus" e vicedirettore di
"Famiglia cristiana".
( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina XIX - Palermo
Le prediche dei laici senza pulpito Società e valori secondo Bertinotti,
Caselli e altri liberi pensatori Un libro corale crocevia dove si confrontano
le identità più diverse AUGUSTO CAVADI Avete mai ascoltato una omelia
domenicale predicata da Fausto Bertinotti, da Giancarlo Caselli o da Gianni
Vattimo? In una chiesa è improbabile. Ma fuori, da oggi, è possibile. Infatti è stato appena pubblicato Fuoritempio (Di Girolamo, Trapani 2008, 208
pagine, 15 euro), una raccolta di "omelie laiche" che commentano i
testi della liturgia cattolica del ciclo B (le pagine bibliche, cioè, che per
un anno intero saranno lette in tutte le chiese del mondo a partire da domenica
30 novembre). La chiave di lettura di queste prediche molto singolari è
efficacemente formulata da Valerio Gigante e Luca Kocci, i due giornalisti
curatori del volume: «Nella navata in penombra, passi in punta di piedi.
Cercano Cose nascoste ai dotti e ai sapienti ma vuoto è il Sepolcro del sacro.
è là fuori, oltre il sagrato, un venticello leggero soffia sulla vita e le dà
la parola. Parole di donne, parola di uomo. Parola di Dio. Commenti al Vangelo
di chi si è "svestito": priva di paramenti, dottrina e gerarchie, ma
non per questo "senza Dio"». L´iniziativa ha qualcosa di
rivoluzionario: in una fase storica in cui i professionisti del sacro accettano
di buon grado di occupare gli spazi pubblici dove sempre più flebile si fa la
voce dei laici, qui - al contrario - viene restituito il diritto di parola sul
cristianesimo a uomini e donne, ritenuti dalla gerarchia ecclesiastica
"non addetti" perché o eretici o profani. Fra i vari interventi
meritano una sottolineatura i non pochi contributi femminili, firmati non solo
da teologhe (come Adriana Zarri, Lidia Maggi, Maria Caterina Jacobelli) ma
anche da storiche (come Anna Carfora e Adriana Valerio), geografe (come
Giuliana Martirani), giornaliste (come Gabriella Caramore), operatrici sociali
(come Rita Giaretta) e politiche (come Giancarla Codrignani). Ad esempio una di
loro, Antonietta Potente, commenta così il versetto del vangelo secondo Marco
"Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini": «Da questo testo
non nasce una comunità gerarchica di discepoli, ma piuttosto la passione
condivisa di alcuni compagni. Coloro che narrano, narrano chi era il loro amico,
come l´avevano incontrato e come si erano sintetizzati con lui. Noi lo abbiamo
enfatizzato al punto da farlo diventare un testo istituzionale. è invece
profondamente quotidiano ed umano. Era normale che Gesù facesse gruppo con
altri compagni; era normale che questi compagni fossero semplicemente
pescatori. Era normale perché il lavoro del pescatore è un lavoro di ricerca,
di attesa, di profonda stanchezza. Il desiderio di incontro, di ritornare, di
fare casa, certamente era intenso e molto grande in queste persone. Nella
narrazione di Marco non troviamo descritta l´organizzazione di un gruppo, ma
semplicemente la nascita di legami, di sensibilità, di passioni intorno ad un
sogno comune. Non siamo davanti a un traguardo, ma ad una partenza. E´ bello
perché è un testo popolare, potremmo dire proletario, mistico e politico allo
stesso tempo, dove nella narrazione si mescola l´affetto e la scoperta della
dignità del proprio lavoro, della propria condizione sociale, delle proprie
rivendicazioni quotidiane che ricercano incessantemente la vita: è un testo che
i discepoli raccontano per descrivere e spiegare la loro piccola e grande
storia di liberazione e perché altri e altre si riscoprano in essa». Insomma,
dopo tanto dibattito pubblico sulla laicità, finalmente un libro che - invece
di teorizzarvi sopra - ne dà una esemplificazione concreta: non uno spazio
vuoto in cui ognuno evita di auto-rappresentarsi per quello che è, bensì un
crocevia dove si incontrano le identità più diverse. Con la libertà di dirsi
ateo o indifferente, anzi addirittura di raccontare la fatica della propria
ricerca e il conforto di qualche spiraglio di senso.
( da "Repubblica, La" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Pagina 17 - Esteri
Anche Raul chiede "un santo per Cuba" Castro in prima fila alla
cerimonia di beatificazione di Frà Olallo Nella grande piazza di Camaguey
c´erano almeno diecimila fedeli, arrivati in pellegrinaggio da quasi tutta
l´isola LEONARDO COEN DAL NOSTRO INVIATO CAMAGUEY - Succede questo, a Cuba. Che
venerdì, nel giorno in cui Medvedev incontra per un´ora e un quarto Fidel
Castro, il quotidiano Granma, organo ufficiale del Comitato del partito
comunista cubano dedichi invece la prima pagina alla beatificazione di Frà
Olallo Valdès di ieri a Camaguey e non all´importantissimo ospite russo. Poco
importa se poi il giornale lo ha fatto ieri, con tanto di
"riflessione" in seconda pagina del Comandante Fidel sul giovane capo
del Cremlino («Mi ha lasciato un alto concepto sulla sua qualità intellettuale»
ha scritto Fidel). Perché quella prima pagina su Frà Olallo è uno
"strappo" inconsueto: o meglio, è un altro segnale che - sia pure lentamente
e prudentemente - il governo cubano vuole attivare con il Vaticano e con la
Chiesa cattolica un rapporto non più conflittuale ma cooperativo: provare a
camminare avendo a cuore le sorti dei cubani e quindi del Paese. Infatti è
ancor più significativo l´aver deciso di ritrasmettere la cerimonia ieri sera
sulla tv pubblica, in "differita" (ma in una fascia oraria di alta
audience), e di averlo soprattutto annunciato già da qualche giorno: nella
grande immacolata piazza Virgen de la Caridad c´erano almeno diecimila fedeli,
in pellegrinaggio da quasi tutta Cuba. Parecchi, sono arrivati a piedi. I
parrocchiani di don Domingo Oropesa, da Cienfuegos, per esempio. Questa gente,
hanno visto i cubani ieri sera in tv, all´ora di cena. E, in prima fila tra la folla,
Raul Castro: compassato, in abito scuro. Come con Medvedev. A fianco, Esteban
Lazo, il vicepresidente del Consiglio di Stato e Caridad Diego, la responsabile
dell´ufficio Affari Religiosi del partito comunista cubano. Una presenza niente
affatto simbolica, concretamente politica: per di più in una città come
Camaguey, bastione cattolico e sotto sotto, rimasto conservatore. Non c´erano
solo le telecamere della tv cubana, ieri mattina alle otto. C´erano quelle
della Cnn, e un nugolo di altri emittenti internazionali ad immortalare
l´evento, la prima beatificazione in terra cubana da quando sbarcarono i primi
sacerdoti (550 anni fa). E non è un caso che anche Granma lo abbia
sottolineato, «la beatificazione si celebrerà per la prima volta nella nostra
patria», enfatizzando sulla "patria". Frà Olallo non poteva non
essere il personaggio più adatto e più "trasversale" per un simile
avvenimento. La sua biografia è perfetta per la Chiesa
quanto per lo Stato laico e formalmente ateo cubano: visse dal 1820 al 1889 e
per mezzo secolo dedicò tutta la sua vita, tutte le sue energie fisiche e
morali, ad aiutare e a curare i poveri, gli schiavi e i feriti
dell´interminabile sanguinosissima guerra d´indipendenza contro la Corona
spagnola. Apparteneva all´ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio,
dunque era un «venerabile servo di Dio». Ma si era prodigato sino al totale
sacrificio per i patrioti e per i diseredati, e questo lo pone nell´olimpo
degli eroi cubani «rivoluzionari», al fianco di un altro contemporaneo, il leggendario
Ignacio Agramonte, l´allevatore che si pose a capo della rivolta contro gli
spagnoli esplosa nella provincia di Camaguey a metà del 1868. "El
Major" sarebbe morto quattro anni dopo, a soli 32 anni, in battaglia.
Naturalmente, per bocca del cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito
della Congregazione delle cause dei santi, la Chiesa esprime la sua enorme
soddisfazione, «sono passati dieci anni dalla visita storica di papa Giovanni
Paolo II a Cuba. La diocesi di Camaguey e tutta la Chiesa di Cuba vivono oggi
un periodo memorabile». Commenti analoghi hanno avuto il cardinale Jaime
Ortega, arcivescovo dell´Avana, e Juan Garcia Rodriguez, arcivescovo di
Camaguey, che hanno officiato la cerimonia con tutti i vescovi cubani. E con
monsignor Felipe Estevez, arcivescovo di Miami. Altro dettaglio cerimoniale da
non sottovalutare: indirettamente, ricorda la comunità cubana in esilio. A
molte letture, dunque, si presta la beatificazione di Frà Olallo. E tutte,
potrebbero condurre molto lontano. SEGUE A PAGINA 8
( da "Giornale.it, Il" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
n. 287 del 2008-11-30
pagina 2 Burlando va in crisi a parlare di crisi del Pd di Riccardo Re Il
governatore: «La destra prende voti ma non sa che farsene». E Tonini s'attacca
a Obama (...) tutti i mega dirigenti voluti e piazzati dal centrosinistra.
Tonini intanto annuncia che «se Obama ha vinto in Virginia il Pd può vincere in
Veneto» e che «la crisi sta per cambiamento, che apre speranza al Pd, partito
nato come formazione culturale di ricerca». Finito? No, il senatore svela anche
i suoi sette punti programmatici che spaziano «da un'identità riconosciuta
nella visione umanistica della politica» alla «democrazia decidente». Solo che
a quel punto, la platea militante, come da programma, inizia a porre domande.
Allora sì, che almeno gli elettori di centrosinistra parlano di crisi nel Pd.
Chiedono perfino a Tonini come si fanno a riempire concretamente quei sette
punti, come si fa a trovare un programma condiviso o come
mettere insieme laici e cattolici. C'è chi perfino parla di «classe dirigente gerontocratica», di
politici «che difendono le loro cariche come posti di lavoro», di «enti non ben
amministrati» e chi addirittura si lascia andare a uno «stiamo uccidendo le
primarie». E allora, per esempio, viene fuori che Tonini non vuole un
partito del Nord, mentre altri come Chiamparino quel partito lo vorrebbero.
Insomma dibattito aperto in casa Pd. Non a caso partito del dialogo, e pazienza
se il dialogo resta nel partito. Basta non parlare di crisi. Del centrosinistra
naturalmente. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano
( da "Corriere della Sera" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-11-30 num: - pag: 33
categoria: REDAZIONALE La provocazione Un saggio processa le certezze
democratiche e stronca la figura di Voltaire Il Saladino che salverà
l'Occidente Pietrangelo Buttafuoco rivaluta l'islamismo e invoca il ritorno al
Sacro di DARIO FERTILIO L' espressione Cabaret Voltaire, oltre a evocare la
culla storica del dadaismo, a Zurigo, e più di recente un pretenzioso complesso
inglese funk-punk-rock, secondo Pietrangelo Buttafuoco coincide con la metafora
nera dell'Occidente. Viene da essa infatti il titolo del suo ultimo saggio,
appena pubblicato in copertina dorata da Bompiani (pagine 225, e 18).
L'autentico bersaglio polemico di Buttafuoco, giornalista militante con
ascendenze di destra e scrittore di successo soprattutto per Le uova del Drago
(Mondadori) — un romanzo in cui racconta la Seconda guerra mondiale in Sicilia
dalla parte dei perdenti — è il mondo globale in cui viviamo. Che gli appare un
laboratorio asettico e dissacrante, in cui impera l'indifferenza morale, è
obbligatoria l'allergia a qualsiasi fede, viene abolita ogni differenza
naturale (tra conservatori e progressisti, ma anche tra uomini e donne), ci si
sposa con partner dello stesso sesso e — pur scandalizzandosi per la
lapidazione delle adultere ordinata dalla sharia islamica — non si esita a
mettere in palio fanciulle illibate nei reality show. L'occidentale Cabaret
Voltaire, insomma, per Buttafuoco è un gran brutto posto, un trionfo
dell'anarchia dove l'unico comandamento universalmente rispettato è il «diritto
di avere tutti i diritti », l'adozione del conformismo consumista è
obbligatorio, l'adorazione della democrazia americana e il disprezzo dell'islam
sono scontati, con inevitabile, annessa esportazione di guerre giuste. Va da sé
che il Voltaire di Buttafuoco, eroe negativo e fonte di riprovevole modernismo,
non è il filosofo della tolleranza, l'autore della celebre e fin troppo
banalizzata affermazione — «non condivido la tua opinione ma sono pronto a
morire affinché tu possa esprimerla» — quanto piuttosto l'autore dell'opera in
cinque atti Il fanatismo, ossia Maometto profeta, in cui il primo musulmano è
presentato come mostro tirannico e traditore. Trattando di Maometto, Voltaire
lascia cadere la maschera illuminista e si abbandona visceralmente — conclude
Buttafuoco — al «pregiudizio postumo per eccellenza, quello contro il moro». Ma
non sta nemmeno qui il nocciolo più duro della polemica. Nel petto del
Voltaire, giudicato colonialista e un po' razzista verso l'islam, Buttafuoco prende
di mira infatti il cuore e l'anima dell'illuminismo
nato dopo la sconfitta dei turchi a Vienna. Voltaire per lui è l'ideologo
ispiratore di ogni modernità ostile «alla presenza del Sacro nel mondo», tutto
preso dall'esigenza di «dimostrare la falsità e la pericolosità della fede
senza la guida della ragione». Ed è questo appunto il peccato più grave secondo
l'autore, tanto da farne il baricentro concettuale del saggio: è la cacciata
del sentimento religioso dai cuori umani, il rifiuto del Mito e della
Tradizione da cui emana, lo sradicamento dei valori su cui poggia la civiltà
mediterranea (dunque, comprensiva anche dell'islam), il disprezzo per la
preghiera e il rito politicamente scorretti, l'esaltazione di modelli fatti di
cartapesta al posto dei veri, grandi eroi. Fra questi personaggi inattuali ma
salvifici, nel solco di Thomas Carlyle, Buttafuoco colloca una eccentrica
trinità anti-illuministica, che comprende curiosamente il filosofo Heidegger,
il pontefice Wojtyla e l'ayatollah Khomeini, definiti «tre fior di
anticapitalisti», capaci di «travolgere uomini e cose nel passaggio dal
materiale all'immateriale ». Non bisogna pensare a un anti-occidentalismo
preconcetto, comunque, e tanto meno a una simpatia di Buttafuoco per la
militanza dura e pura dei talebani afghani, se non addirittura per i fanatici
di Al Qaeda. Si intuisce piuttosto, già nella dedica rispettosa a Giuliano
Ferrara — il quale ieri ricambiava sul Foglio denunciando il suo «orrore
ideologico», però «illuminato da scintille di bellezza» — che il saggio va
letto secondo i canoni dell'espressività panflettistica, dell'eccesso colto,
della passione esibita per il rito anche cruento, non escluso quello pagano,
magari crudele, purché storicamente fondato ed esteticamente seducente. L'ammirazione
plaudente al «trionfo barocco di Cordoba», al film di Mel Gibson sulla passione
di Cristo, ai miracoli di Padre Pio e San Gennaro, alle meditazioni mistiche di
Pavel Florenskij sino al carisma dell'islam «che sveglia l'istinto del Sacro da
troppo tempo sopito in occidente», offrono al lettore illuminazioni e
suggerimenti capaci di spiazzare fior di progressisti, politicamente
impermeabili al pensiero reazionario. E tuttavia bisogna pur rilevare che
l'ammirato Thomas Carlyle, con il suo culto romantico e antidemocratico degli
eroi, è collocato dal liberale Hayek nel pantheon ideologico pre-nazista. La
categoria della destra, cui Buttafuoco attribuisce la necessità di radicarsi
nella Tradizione, oltre che «un'estetica guerriera e un codice aristocratico
che è più o meno quello di Federico II o del Saladino», somiglia molto a un
arcaismo concettuale; come del resto l'idea di una sinistra
nel cui Dna Buttafuoco vorrebbe inscrivere una vocazione alla «sovversione» e
al «laicismo ». Quanto alla nostalgia del Sacro che pervade Cabaret Voltaire,
certo l'eclissi denunciata da Buttafuoco rappresenta una perdita grave per
l'umanità; altra cosa però è farne una bandiera da contrapporre in blocco ai
valori democratici. Un filosofo religioso come Paul Ricoeur non ha ricordato
forse che in ogni tempo il Sacro ha fatto la sua irruzione nel mondo anche
attraverso la violenza e il terrore? Per cui distinguere fra un mito e l'altro,
porre un argine alle pulsioni salvifiche e anteporre Locke all'eroico Saladino
potrebbe non essere soltanto un'idea da piccoli borghesi. Guerriero Un'immagine
del Saladino (in arabo Salah al-Din), vissuto fra il 1137/1138 e il 1193.
Condottiero curdo, fu tra i più grandi strateghi di tutti i tempi e fondatore
della dinastia ayyubide in Egitto e Siria
( da "Corriere della Sera" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-11-30 num: - pag: 17 categoria:
REDAZIONALE L'intervista «Io sono assolutamente contrario alla guerra di
religione o di civiltà. Lascio il giornalismo» Magdi Cristiano Allam: aperti a
tutti, compresi i musulmani «Scelgo la politica Il mio partito per l'Europa
cristiana» MILANO — Sicuro? «Sicurissimo». E come si chiama? «Protagonisti per
l'Europa Cristiana». Magdi Cristiano Allam, asciutto, quasi esile, non dimostra
neanche un po' i suoi 56 anni e ha un sorriso da ragazzino mentre apre la
brochure con simbolo e nome del partito che ha fondato. Di là dalla porta e giù
in strada, l'auricolare all'orecchio, gli uomini della scorta sorvegliano che
sia tutto tranquillo. «"Protagonisti", capisce? La via del riscatto
passa da noi stessi». Mentre parla distoglie lo sguardo e fissa un punto nel
vuoto, come leggesse dentro di sé. In fondo sono cose che ha scritto molte
volte, solo che ora è diverso. «Dopo 35 anni» lascia il giornalismo e crea un
partito. Questo pomeriggio, a Roma, un'assemblea di cinquanta soci fondatori
darà vita alla nuova formazione (da oggi è attivo il sito
www.protagonistiec.it). «Ci presenteremo alle Europee del 7 giugno 2009. Da
domani inizieremo a lavorare, raccogliere firme, creare circoli in tutta Italia
per darci un radicamento nel territorio ». Passare dall'altra parte della
barricata non le fa effetto? «Fin da piccolo, quando mi chiedevano "cosa
vuoi fare da grande?", rispondevo: il giornalista o il politico. Le mie
passioni. Giornalista lo sono diventato e con soddisfazione. Ma negli ultimi
tempi ho sentito crescere la necessità di andare oltre la testimonianza e
agire: mettendo in pratica ciò che per anni ho scritto e detto nei tantissimi
incontri in giro per l'Italia con decine di migliaia di persone ». Cominciamo
dal nome e del simbolo... «Nel logo, vede?, sono indicati tre binomi che
rappresentano i passaggi fondamentali del mio percorso spirituale, culminato
nell'adesione piena e convinta al cristianesimo: "Verità e Libertà",
il cuore della civiltà europea; "Fede e Ragione", l'essenza della
civiltà cristiana; e infine "Valori e Regole", il fondamento
dell'azione di riscatto dalla deriva etica nella quale è precipitata la nostra
Europa cristiana». Un partito religioso? «No, il mio non è un partito religioso
né si rivolge solo ai cristiani. è un partito laico che proclama uno stato di
emergenza etica in Europa e individua nella civiltà cristiana la verità storica
delle radici del nostro Continente, il nostro punto di riferimento
irrinunciabile, da riscoprire e difendere. Siamo aperti a tutte le persone di
buona volontà, compresi i musulmani...». Be', magari i musulmani sarà più
difficile, no? «Ma perché? L'Europa "è" cristiana!». Si può obiettare
che l'Europa è «anche» cristiana, e in misura importante, ma è pure Atene e
Roma, è Federico II e la convivenza di culture, la rivoluzione scientifica, le
varie espressioni del pensiero laico eccetera... «Non lo nego, e le considero
tutte realtà positive e importanti, ma le radici giudaico-cristiane sono il binario
principale e oggi rappresentano una necessità: è la loro dimenticanza che ci ha
portati al relativismo etico e religioso, alla deriva. L'Europa rischia il
suicidio». Quindi, che farete? «Insieme, da "protagonisti",
definiremo un programma a partire da tre considerazioni. Primo, l'Europa
attraversa una crisi profonda di valori e di identità, è succube di malattie
ideologiche come il buonismo, il laicismo, il
multiculturalismo... Secondo, sul piano economico è destinata a soccombere
davanti a un capitalismo selvaggio e disumano, senza regole etiche né diritti
umani, perfettamente rappresentato dalla Cina comunista: c'è una crisi
strutturale, l'Europa deve ridefinire il suo modello di sviluppo mettendo al
centro regole e valori, e noi offriremo soluzioni concrete. E, terzo,
c'è un estremismo islamico che minaccia la nostra identità e sfruttando una
concezione formale del nostro diritto è riuscito a imporci l'Islam e la cultura
dell'islamicamente corretto, a legittimare la sharia». E quando? «Anche in Italia,
per dire, ci sono stati casi in cui si è legittimata la poligamia nel rispetto
della "specificità" della religione. E poi, le stesse posizioni del
cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso, quando al Meeting di Rimini ha detto che tutte le religioni
hanno in sé i germi della pace e la violenza tradisce la vera fede... ma questa
non è la realtà dell'Islam! Come quando si parla di Islam moderato!».
L'alternativa è lo scontro totale. «Ma no, questo è un errore in cui si incorre
spesso. Io sono assolutamente contrario alla guerra di religione o di civiltà.
Dico che dobbiamo distinguere tra religioni e persone. Un cristiano è tenuto a
rispettare e amare i musulmani come persone. E il dialogo è tra persone, non
tra le religioni. Magari le fedi sono radicalmente diverse ma le persone
possono e devono essere accomunate dai diritti fondamentali e dai valori non
negoziabili, come la sacralità della vita o il bene comune. Non siamo chiamati
a pronunciarci sulla compatibilità dei "musulmani" in astratto. La
domanda riguarda le persone concrete, i musulmani che vengono qui per
migliorare le loro condizioni di vita o perché cercano maggiore libertà:
possiamo convivere in modo pacifico e costruttivo? In questi termini la mia
risposta è senz'altro sì. Se partiamo dalla certezza di una piattaforma comune
di diritti e doveri, di regole che valgono per tutti». In politica il contrario
del relativismo è l'assolutismo. «Ma io parlo di relativismo etico e culturale,
non nego il ruolo della politica come mediazione e arte del possibile, e
difendo la più assoluta libertà, senza alcuna discriminazione. Dico però che
quest'Europa non ha un anima e senz'anima è destinata a soccombere. Affermo il
primato dell'etica». Nel 2006 disse di non aver votato. E alle ultime
Politiche? «Non ho votato neanche stavolta. Con l'abolizione delle preferenze,
la triste realtà sono quasi mille parlamentari designati da sei persone, i
leader dei partiti che ce l'hanno fatta, e non dal popolo italiano. Ma c'è
un'altra ragione: mi sentivo lontano da una politica priva di valori». Si
diceva volesse scendere in campo con Berlusconi... «Ci vuole un bel coraggio...
Ma se l'ho criticato proprio per aver sostenuto che il Pdl è
"anarchico" sul piano dei valori!». Quindi? Quale gruppo, quali
alleanze? «Oggi i partiti di ispirazione cristiana, in Europa, confluiscono nel
Ppe, non è che ci sia scelta. Destra e sinistra sono definizioni superate, per
fortuna. Ora ritengo che sia fondamentale dare vita a un nuovo soggetto
politico che cammini sulle sue gambe, ragioni con la propria testa e si
distingua nel considerare valori e regole come fondamento dell'impegno per la
riforma etica della politica. Non mi pongo il problema delle alleanze né della
soglia di sbarramento, anche se ci fosse. Penso a quando nacque la Lega: riuscì
a farcela perché aveva idee forti e provocatorie e, una volta messa alla prova,
amministrò bene il territorio». è minacciato di morte, non teme di esporsi
ancora di più? «Davanti a ciò che percepivo come vocazione e missione di vita
non mi sono mai tirato indietro. Così ho fatto da giornalista e così farò come
politico. La paura non l'ho mai presa in considerazione: le mie scelte si
basano sulla fede in ciò che sento dentro». Gian Guido Vecchi
( da "Tempo, Il" del 30-11-2008)
Argomenti: Laicita'
stampa Liberali ed
europei per le radici cristiane Il nuovo libro di Marcello Pera, «Perché
dobbiamo dirci cristiani» (Mondadori, pag. 196) analizza e scardina
impietosamente con preciso metodo filosofico alcuni fondamentali e dirompenti
paradossi che il nostro tempo pratica e non ravvisa come tali. Possiamo
dichiararci autenticamente liberali ed europei rinunciando a riconoscere le
nostre radici cristiane? Possiamo davvero dirci moderni riponendo la nostra
fiducia esclusivamente nella razionalità scientifica del sapere positivo?
Abbiamo motivo di ritenere che l'unico atteggiamento umano legittimo, anche dal
punto di vista più schiettamente laico, sia quello di sradicare dal nostro
pensiero e dalla nostra convivenza sociale e politica le ragioni della fede? Al
costo e con il gusto intellettuale di contraddire le opinioni più convenzionali
dei nostri giorni, Pera risponde negativamente a questi interrogativi e si
oppone in tal modo all'apostasia del cristianesimo che contraddistingue la
nostra epoca. Riscoprendo la sua vocazione più efficacemente filosofica, l'ex
presidente del Senato si tuffa quindi in una decostruzione originale e vera
(poiché antitetica alla voga filosofica sessantottarda dei Foucault o dei
Derrida) delle apparenti certezze contemporanee. E, forse ancora
paradossalmente, i maestri di questa necessaria riaffermazione razionale e
laica del cristianesimo quale base della civiltà occidentale sono geni
speculativi della grandezza di Kant, Croce, Locke, Toqueville. Veri e propri
padri del liberalismo moderno, i quali vengono rivisitati e correttamente
interpretati per illustrare la sostanziale evanescenza di una società che
pretenda di prosperare unicamente su meccanismi procedurali neutri, separati da
ogni dottrina del bene; con ciò abdicando a una fondazione dei diritti e dei
doveri ancorata a istituzioni dipendenti da sicuri giudizi di valore. Che senso
potrebbero insomma assumere il liberalismo, la democrazia, l'etica e la stessa
idea di Europa se accettiamo di sottometterci alla voce della maggioranza degli
intellettuali, degli ideologi, dei politici che predicano la morte di Dio, e
con essa la totale impossibilità di individuare un vincolo, un limite, una
posizione univoca e ragionevole? Oggi sembrano dunque prevalere il relativismo
e la pluralità delle vedute slegate da ogni reale giudizio di valore proprio
della religione cristiana, come se questo successo preludesse
illuministicamente al progressivo trionfo dell'Umanità multiculturale,
finalmente liberata dagli orpelli di una visione stabilmente trascendente della
cultura e della convivenza. Peccato, però, che la storia del Novecento con le
sue catastrofi si sia incaricata di smentire simili visioni ottimistiche. E
peccato che, a dispetto dello scientismo e del laicismo, il
programmato abbandono della (kantiana) legge morale e della religione abbiano
condotto a immani tragedie. Non stupisca in questo senso l'accostamento della
fede alla ragione: il libro di Pera si apre infatti con una lettera di colui
che ha incentrato il proprio altissimo magistero di Pontefice sulla
imprescindibile armonia tra rivelazione cristiana e giudizio razionale.
«Ella analizza l'essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti - scrive
Benedetto XVI all'autore del libro - mostrando che all'essenza del liberalismo
appartiene il suo radicamento nell'immagine cristiana di Dio». Non esiste
autentica libertà umana senza riferimento religioso, poiché l'uomo può infine
trovare «le ragioni della sua speranza» soltanto nel messaggio cristiano.