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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “LAICI & CHIERICI” |
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ARCHIVIO GEN. DEL
DOSSIER |
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Silvio
è pensionabile ma Dario non lo sa
( da "Riformista,
Il" del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laici e
cattolici, accasermati per sopravvivenza nella zattera di Forza Italia, sono in
cammino per cercare la via del dopo Berlusconi. Nel Partito democratico il
processo di decantazione non è diverso, anche se debole è il suo manifestarsi,
perché su di esso pesa la sconfitta per irrilevanza innovativa.
Chi
è Bernardin, il cardinale citato da Obama america
( da "Riformista,
Il" del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
il rapporto
tra clero e laicato, il rapporto tra religione e politica, il magistero della
Chiesa e la pastorale, la capacità della Chiesa di abbracciare le minoranze
razziali ed etniche, le disponibilità finanziarie della Chiesa e
l'organizzazione delle realtà cattoliche sociali (scuole e ospedali).
I
timori di De Gasperi
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Ma il suo
antifascismo e la sua concezione laica della politica venivano osservati con
sospetto: un atteggiamento che la cerchia di Pio XII non avrebbe abbandonato
mai. La figlia Maria Romana ricorda che il pontefice non volle incontrare in
udienza privata De Gasperi presidente del Consiglio, una volta tornata la
libertà: «Allora era difficile parlarsi.
Galileo
TRA DUE SCIENZE LA POESIA DEL MONDO NASCOSTA TRA LE STELLE
( da "Manifesto,
Il" del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laica ha
elaborato sistemi di valori che mutano in rapporto alle evoluzioni delle
società, a differenza di quanto la Chiesa pretende per le proprie concezioni
scientifiche e etiche. In margine al convegno su Galileo dell'Istituto Stensen,
un dialogo con Paolo Galluzzi, direttore del Museo della Scienza di Firenze
Marco Piccolino Da più di un quarto di secolo Paolo Galluzzi dirige
Galileo
TRA DUE SCIENZE ( da "Manifesto, Il"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laica ha
elaborato sistemi di valori che mutano in rapporto alle evoluzioni delle
società, a differenza di quanto la Chiesa pretende per le proprie concezioni
scientifiche e etiche. In margine al convegno su Galileo dell'Istituto Stensen,
un dialogo con Paolo Galluzzi, direttore del Museo della Scienza di Firenze
Marco Piccolino Da più di un quarto di secolo Paolo Galluzzi dirige
I
cattorelativisti ( da "Foglio, Il"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
è un
esibizionismo strumentale dei valori cristiani: è una mancanza di laicità e
allo stesso tempo di rispetto per la fede”. Sempre stati molto attenti, i
cattolici d?imprinting progressista, a tenere separate le valutazioni
riconducibili a convinzioni etiche o religiose e il piano civile, circoscritto
e protetto dalla sfera della laicità.
-
valerio petrarca ( da "Repubblica, La"
del 27-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
li si guarda
come fonte di ispirazione e come guida per la nostra vita di uomini nel mondo,
allora essi hanno da dire ogni giorno a ognuno qualcosa di nuovo. Se non altro
ci danno la misura, scandalosa forse più per la Chiesa istituzionale che per il
mondo dei laici, della distanza tra il mondo che i vangeli prefigurano e il
mondo che tutti abbiamo contribuito a fare.
Reggio,
al voto con un solo comunista La
Argomenti: Laicita'
Abstract:
figura
internazionale nella lotta allo sfruttamento sessuale dei minori: «La cultura
laica è morta. Nel Pd non c'è ricambio, solo lotta per il potere». La torta è
succulenta. Tra macchine agricole e suini, ceramiche e Parmigiano, gli asili
«più belli del mondo» e un'immigrazione record a dispetto di una disoccupazione
contenuta, Reggio regge ancora la scena nell'Emilia che cambia.
Argomenti: Laicita'
Abstract:
far passare
Berlusconi come difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po' di pudore...
«Vede, io sono per una visione laica della politica. Non mi pongo il problema
Berlusconi e valori cattolici. Piuttosto mi chiedo: che cosa ha fatto di
positivo? E penso tra l'altro al libro bianco, alla politica estera, alla
gestione delle emergenze come in Abruzzo,
Una
bella giornata in biblioteca Siamo i bambini e le bambine della scuola primaria
Domeni... ( da "Stampa, La"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laico e lungi
dall'essere un baciapile, per definizione e convinzione e difensore
riconosciuto di libertà e democrazia, che scrive: «Il cristianesimo è stato la
più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta: così grande, così
comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze», e ancora: «Neppure sono
valide le altre comuni accuse alla chiesa cristiana cattolica per la
Nel
Pd niente anagrafe ma in entrambi i sensi
( da "Riformista,
Il" del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Se invece
dico che bisogna saper conciliare punti di vista diversi tra cattolici, laici e
agnostici lascio intendere che mi voglio tenere le mani libere nel gioco
parlamentare. Cioè antepongo le esigenze tattiche alla difesa di un principio.
E per i nostri elettori fa una bella differenza. Io dico che il Pd ha bisogno
di una figura completamente nuova nel modo di proporsi,
L'educatore
dia l'esempio ( da "Riformista, Il"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
del Concilio
ha inteso stabilire una discontinuità con la Tradizione della Chiesa,
travalicando ad esempio i confini oggettivamente esistenti tra la gerarchia e
il laicato, guardando alla Chiesa con un taglio orizzontale che escludeva il
riferimento a Dio, in aperto contrasto con la dottrina cattolica». Insomma ha
tradito il Concilio. (uc) 29/05/2009
L'onore
dei socialisti non può ripartire da Craxi
( da "Secolo
XIX, Il" del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Gli anni in
cui il dialogo tra laici e cattolici metteva in campo Paolo Sylos Labini,
Claudio Napoleoni e Giorgio Fuà da un lato, Pasquale Saraceno dall'altro. Mica
gli attuali furbetti dei rispettivi quartierini! Anni di riviste intese come
laboratori culturali: da "Ragionamenti" di Franco Momigliano,
Alessandro Pizzorno e Roberto Guiducci alle pagine giolittiane di "
ALCESTE
SANTINI CITTà DEL VATICANO. BENEDETTO XVI HA AFFERMATO, INCONTRANDO IERI TUTTI
I VES... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Benedetto XVI
ha, così, invitato il laicato cattolico ad operare «concorde» affinché «non
manchi nel Paese la coscienza della piena verità sull'uomo», vale a dire quella
cristiana, pur ammettendo che, in questo campo, permane una certa «precarietà»
nel senso che è necessario un maggiore impegno.
L'Occidente
e l'anima cristiana alla riscoperta dei valori perduti
( da "Corriere
della Sera" del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
37 Dialogo Un
intellettuale laico e un cardinale cercano una via per scongiurare il rischio
di un'identità debole L'Occidente e l'anima cristiana alla riscoperta dei
valori perduti La religione e le forze politiche, economiche e militari nella
storia di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA e CAMILLO RUINI Camillo Ruini Esiste un
problema che attraversa la storia,
L'
Occidente ( da "Corriere della Sera"
del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
la divisione
che attraversa i campi laico e cattolico, ricombinandoli su due fronti misti e
contrapposti. Da un lato gli intellettuali fedeli alla tradizione liberale,
dall'altro, i «laicisti», desiderosi di confinare il cattolicesimo e la
religione al puro ambito privato. E insieme a loro, i cattolici progressisti,
che Ruini definisce «disincarnati».
La
svolta del filosofo Massimo ( da "Foglio, Il"
del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laico” Sini,
ma del cattolico Adriano Pessina, nella sessione dedicata a “L?etica, la
medicina e lo stato”, a partire dal rapporto tra la politica, lo stato e le
questioni che riguardano il confine tra vita e morte. “Il mio punto di vista –
ROSANNA
BORZILLO SI MUOVERANNO IN 25MILA DALLA BASILICA DEL CARMINE MAGGIORE.
L'APPUNTAMENT... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
«Laici adulti
e responsabili - commenta Mario Di Costanzo, responsabile diocesano della
Consulta dei laici- critici e e presenti: in pellegrinaggio a Pompei per fede
profonda. Gente di cui ha bisogno la nostra città: partecipi e pronti a
impegnarsi per la pace e la giustizia e per ricostruire i luoghi della speranza».
Sui
temi etici la Chiesa interviene, non impone
( da "Secolo
XIX, Il" del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
8) La
ripetuta opposizione di «Stato laico» a «Stato etico» o a «Stato religioso»
conduce inevitabilmente a una visione di gestione dei poteri della maggioranza
non sottoposta ad altri principi generali che non siano l'arbitrio del potere
stesso. 9) La Costituzione della Repubblica recita all'art.
firenze,
doppio ostacolo per il bimbo l'anima rossa e i signori del mattone - alberto
statera ( da "Repubblica, La"
del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
cioè una
piazza laica e non religiosa, Matteo è bravo e disinvolto. E sono certo che per
le primarie non ha fatto accordi con poteri e poterini». Ma poi? Che cosa non
dice Domenici? Il fatto è che di quei 16 mila voti alle primarie la leggenda
metropolitana vuole che più di 3 mila siano venuti da destra, dalle truppe
cammellate di Denis Verdini,
Il
cardinal Martini risponde ai lettori del Corriere
( da "Corriere
della Sera" del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
al cardinale
e riflette un'esigenza che molti avvertono: riprendere un dialogo tra la Chiesa
Cattolica e la società civile. Nessuno meglio di Carlo Maria Martini può
assolvere codesto compito. Il mondo laico e quello della fede sovente non
riescono a comprendersi, in talune occasioni dibattono sui fraintendimenti e
non sui valori di riferimento.
Se
Berlusconi fosse gay, tutto sarebbe in ordine
( da "Foglio,
Il" del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
questi
giornalisti laici bigami, trigami o in quadricromia, gente che si vanta, che si
compiace di sé, che conquista e stende prede sessuali a più non posso, ora se
la tirano da protocolli istituzionali viventi, si alleano con la cosiddetta (da
loro) sessuofobia dei preti, mostrano di detestare negli altri quello che
alberga in loro,
Argomenti: Laicita'
Abstract:
che per la
Chiesa Cattolica simboleggia il contrario di Babele: lo Spirito Santo che
permette a uomini di lingue e culture diverse di capirsi». L'invito ai
parrocchiani era stato affisso sulla bacheca dei giorni scorsi. «Crediamo di
poter pregare anche insieme ai nostri fratelli musulmani che chiamano Dio con
un nome diverso da quello che usiamo noi cattolici»
la
nuova politica elettorale degli uomini senza qualità - edmondo berselli
( da "Repubblica,
La" del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laica,
"weberiana" della politica. A lungo il conflitto politico in Italia è
stato uno scontro bruciante di culture: si pensi alla stagione che va dal 18
aprile 1948 alla battaglia del 1976, con i "due vincitori" designati
da Aldo Moro, la Dc e il Pci, potenzialmente i pilastri di un futuro bipartitismo
"meno imperfetto"
quel
patto segreto tra la destra e la chiesa - alberto statera
( da "Repubblica,
La" del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Gianfranco
Fini a tentare di smarcarsi dal berlusconismo anche in nome della laicità dello
Stato. Non c´è divorzio che possa incrinare quella sorta di nuovo Concordato de
facto, nonostante le critiche della Chiesa del Vangelo alla «partnership» delle
alte gerarchie con il politico amorale per eccellenza. Quella partnership
consolidata recentemente con il Papa, in realtà viene da lontano,
Quella
Repubblica che meritava di essere festeggiata Visti da
( da "Riformista,
Il" del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
socialiste, o
cattoliche, come le Fiamme Verdi, o laiche, come Giustizia e libertà (Pajetta,
Iotti, Dossetti, Taviani, Boldrini, solo per citarne alcuni), e avevano
vissuto, durante la Resistenza, l'esperienza comune della lotta di liberazione
«Nascosti nelle canoniche», come ha ricordato Nilde Iotti.
Pannella
vs i fondamentalisti ( da "Riformista, Il"
del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
al vecchio
leone radicale sono state sufficienti poche battute per svelare la debolezza
delle posizioni avverse. Sopratutto in quel tratto del dibattito in cui il
fronte cattolico ha sostenuto che le vere distinzioni non passano tra laici e
cattolici, ma tra "laicisti" (i cattivi) e i cattolici, che hanno
ovviamente sempre ragione .
Niente
carri armati e tempi ristretti Cerimonia
Argomenti: Laicita'
Abstract:
dopo essere
stata soppressa «perché ritenuta in contrasto col pacifismo laico e soprattutto
quello cattolico». Marco Nese Applausi I vigili del fuoco che sono intervenuti
in Abruzzo hanno sfilato su un camion con un cartello della Protezione civile
Apprezzamento Il capo dello Stato ha detto di aver apprezzato «la sobrietà e il
rigore»
IL
DIALOGO CONTRO L'OTTUSITÀ ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
scuola laica
e statale che aiuta i cittadini del futuro a vivere al meglio nella società che
si sta delineando. Questi segnali non sono isolati. Colpiscono per la loro
forza e per la serena convinzione di chi li diffonde e fanno parte di un
movimento di opinione in crescita, lontano dagli isterismi che hanno
caratterizzato le ultime campagne elettorali centrate sulla paura dell'
Battesimocivilein
spagna ( da "Secolo XIX, Il"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Ad aprire la
cerimonia laica, le note dell'Inno dell'Allegria, suonato dalla banda del
paese, al quale è seguito un discorso del sindaco e il benvenuto al nuovo nato
e la lettura dei diritti all'educazione, al libero pensiero e alle attività
sociali citati nella Carta Europea del Bambino.
PAOLA
DEL VECCHIO MADRID. DAVID, DUE MESI, è IL PRIMO BEBè A RICEVERE IN ANDALUSIA UN
&... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Ad aprire la
cerimonia laica, le note dell'Inno dell'Allegria suonato dalla banda del paese,
poi il discorso di benvenuto del sindaco: «Tutti qui presenti abbiamo oggi
assunto l'impegno ad educati nei valori della pace, della libertà e della
giustizia sociale». Quindi, la lettura dei diritti all'educazione, al libero
pensiero e alle attività sociali.
il
rischio del non voto - michele serra
( da "Repubblica,
La" del 04-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
e la presenza
nel Pd di una componente clericale (che non è sinonimo di cattolica) che
boicotta in partenza ogni riforma laica sembrano, tra i tanti, i due elementi
più respingenti. Così respingenti da rischiare di mettere in ombra perfino le
evidenti conseguenze che l´astensione avrebbe sulla scena politica: rafforzare
ulteriormente il centrodestra.
Davide
Di sinistra con orgoglio Vorrei un Pd che avesse un NOME, un SIMBOLO, un
COLORE, una CO... ( da "Unita, L'"
del 05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Io da
cattolico sogno un partito dove le diverse anime socialista e cattolica
democratica si uniscano in un disegno preciso, senza sgambetti. Piera Più
operai meno teodem Vorrei un Pd laico senza Rutelli, la Binetti e tanti altri
che di laico non hanno nulla.
La
Spagna abolisce i simboli religiosi negli spazi pubblici
( da "Secolo XIX, Il" del
05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
progressi
nella laicità dello Stato», indicati da Zapatero come il motore dell'attuale legislatura,
hanno subito finora una drastica battuta d'arresto. E, al di là degli annunci,
sono stati rinviati alla seconda metà del mandato bis del premier. Nonostante
l'aumento del 34% dei finanziamenti alla chiesa cattolica deciso nella passata
legislatura,
I
Radicali sono tornati di moda e con Emma sognano il bis del '99
( da "Riformista, Il" del
05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
I
cattolici avevano storto il muso, i laici li avevano salutati come l'antidoto
alla presenza della Binetti. Mesi e mesi di convivenza difficile, di voti
parlamentari talvolta difformi, poi la rottura finale. Emma in verità non è
rimasta insensibile ad alcune battaglie di Franceschini.
Laici
spiazzati dalla chiesa bifronte ( da "Manifesto, Il"
del 05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Questa
visione non può che essere un punto di vista rigorosamente laico. Anche quando
si schierano dalla parte dei «poveri» perché «deboli», quei settori del mondo
cattolico che lo fanno, vedono il conflitto sociale in termini del tutto
diversi da quella che, almeno sinora, è stata la cultura della sinistra.
( da "Riformista, Il"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Silvio è
pensionabile ma Dario non lo sa Silvio Berlusconi è pensionabile, Dario
Franceschini è in cassa integrazione. Sono due facce della stessa medaglia. Il
film della transizione è al suo finale. I colori sono sfumati per la nebbia e
per il calare del sole. Corriamo il rischio di trovarci seduti in terra,
confusi e storditi. Berlusconi impazza: dopo aver chiesto la eliminazione dei
fastidiosi partiti alleati, ha capito che le difficoltà esterne si moltiplicano
se diventano problemi all'interno di un unico contenitore. Questo nuovo
disagio, non evitato con un Parlamento di nominati, Berlusconi vuole superarlo
con l'eliminazione dell'85 per cento dei parlamentari. Presto arriveremo alla
soppressione delle elezioni, considerate ludi cartacei e alla loro sostituzione
con i sondaggi affidati agli eredi di Gianni Pilo. Ma Berlusconi ha più di una
ragione per essere nervoso: le vicende familiari e la consapevolezza
dell'ineluttabile invecchiamento; le infinite traversie giudiziarie e i suoi
negativi riflessi sulle proprie attività aziendali; la crescente ed esosa
pressione rivendicativa degli alleati e la declinante fedeltà del nucleo dei
coraggiosi della prima ora; la perdita di efficacia dello stantio repertorio
delle vecchie battute e delle rimasticate barzellette; e tante altre piccole e
consumate astuzie di un avventato venditore di incanti e seduzioni. Però, la
questione che più lo turba è il temporale che porta nel suo seno: l'irregolare
dilatarsi di un consenso ottenuto per suggestione emotiva del combinato
disposto di una crisi di sistema, sostenuta dalla massificazione per le paure
del domani. Berlusconi già scorge nel tumido ventre della sua area di consenso,
la formazione di corpi autonomi organizzati od organizzabili intorno a
soluzioni ideali e pratiche della crisi nazionale al di fuori dello schema
rozzo della contrapposizione tra destra revanscista e sinistra decrepita.
Socialisti e liberali, imprenditori ed operai, laici e cattolici, accasermati per sopravvivenza
nella zattera di Forza Italia, sono in cammino per cercare la via del dopo
Berlusconi. Nel Partito democratico il processo di decantazione non è diverso,
anche se debole è il suo manifestarsi, perché su di esso pesa la sconfitta per
irrilevanza innovativa. Franceschini ha rimesso in circolazione il
vecchio disco rotto dell'antiberlusconismo giudiziario e si va esercitando
negli antichi giochi del trasformismo ottocentesco rovesciando i ruoli degli
attori nel palcoscenico della politica. Ed è così che un ex democristiano
decanta la storia del Partito comunista italiano e recita la favola dei capi
saggi e buoni, e che un ex Pci prega sulla tomba dei politici cattolici, santi e guerrieri, e fa propria una narrazione encomiastica
dell'apporto miracoloso, per sapienza e per grazia, della Democrazia cristiana,
baluardo di civiltà e caposaldo democratico della vita nazionale. Ma anche nel
Partito democratico si vanno formando aree di insofferenti alle facili
omologazioni, e germogliano pensieri e riflessioni che rifiutano i vecchi
giochi di palazzo. Le minoranze politiche sopravvissute, presenti nelle
organizzazioni di testimonianza, hanno un compito difficile da svolgere: devono
attivare e mettere insieme le forze vitali della contestazione interna del Pdl
e del revisionismo culturale interno al Pd. Si capisce bene che questa funzione
non è riconducibile alla vecchia pratica che scopre e utilizza i due forni. Il
problema per le nuove generazioni non è la scelta tra diverse panetterie, è,
invece, la ricerca di una farina nuova e di un diverso lievito per il pane del
domani. Per ora cerchiamo di anticipare il pensionamento di Berlusconi e di
interrompere la cassa integrazione di Franceschini. Il resto sarà più vicino,
perché il tramonto è promettente. di Rino Formica 26/05/2009
( da "Riformista, Il"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Chi è Bernardin,
il cardinale citato da Obama america L'arcivescovo di Chicago è stato quello che Carlo Maria Martini è ancora oggi in
Italia: il simbolo di una certa idea della Chiesa cattolica Nel suo discorso
all'Università di Notre Dame, Barack Obama ha citato un unico cattolico: il
cardinale di Chicago Joseph Bernardin. Il cardinale, spentosi nel 1996, è stato e ancora resta, nell'immaginario americano, un'icona.
È stato - se è legittimo il paragone - quello che il
cardinale di Milano Carlo Maria Martini è ancora oggi in Italia: il simbolo di
una certa idea della Chiesa cattolica. Bernardin divenne cardinale di Chicago,
allora la diocesi più grande d'America, nel 1982. Obama ha incrociato la sua
strada con quella del cardinale nella Chicago degli anni 80 e 90, quelli in cui
egli torna da Harvard, trova moglie, sceglie la strada del sociale e poi della
politica. Quelli sono anche gli anni in cui troneggia la figura di Bernardin,
cardinale e arcivescovo di Chicago, prima arcivescovo di Cincinnati, segretario
della Conferenza episcopale americana dal 1968 al 1972, poi presidente.
Insomma, un protagonista della vita della Chiesa e in generale nella vita
pubblica americana. L'eredità di Bernardin è soprattutto legata a due episodi.
Il primo - ultimo in ordine cronologico - si sviluppa nell'estate del 1996. Nel
mese di agosto, tre mesi prima di morire, il cardinale lancia il suo programma
più ambizioso: il Catholic Common Ground Initiative. Si tratta di un progetto
ampio, che interessa la liturgia, il ruolo delle donne nella Chiesa, il rapporto tra clero e laicato, il rapporto tra religione e politica,
il magistero della Chiesa e la pastorale, la capacità della Chiesa di
abbracciare le minoranze razziali ed etniche, le disponibilità finanziarie
della Chiesa e l'organizzazione delle realtà cattoliche sociali (scuole e
ospedali). L'agenda era un calibrato mix per soddisfare sia l'ala
conservatrice della Chiesa, sia quella liberal. Tra i 25 partecipanti al
comitato, risultavano teologhe femministe come Elizabeth A. Johnson e teologi
conservatori come Michael Novak; sindacalisti come John Sweeney, dell'Afl-Cio e
collaboratori di Ronald Reagan come lo storico John T. Noonan. Il presupposto
di Bernardin, e dei partecipanti al progetto (tra cui sei vescovi, tra essi
quelli di Milwaukee e Los Angeles) è che la Chiesa cattolica, divisa tra
conservatori e progressisti, sconvolta dallo scandalo dei preti pedofili, in
preda a una crisi di vocazioni sacerdotali, avesse bisogno di identificare un
common ground, un terreno comune su cui tornare a costruire. Bernardin informò
il segretario di Stato, Angelo Sodano, e il prefetto della congregazione della
Dottrina della fede, Joseph Ratzinger, il presidente della Conferenza
episcopale americana, Anthony Pilla, e infine diede l'annuncio del suo
progetto. Poche ore dopo l'annuncio, il cardinale Bernard Law di Boston criticò
il progetto; il giorno dopo, lo stesso fece il cardinale James Hickey di
Washington. Tempo dieci giorni, e anche il cardinale Anthony Bevilacqua di
Philadelphia e il cardinale Adam Maida di Detroit criticano l'annuncio. Grazie
a questa manifestazione alquanto rara di polemica in pubblico, la Chiesa
cattolica americana scoprì la profondità delle divisioni che attraversavano la
sua gerarchia. Il secondo episodio è legato allo scandalo dell'abuso dei minori
da parte di preti. Alla fine del 1991, Bernardin aveva scoperto che un prete
della sua diocesi, già colpevole di abusi e "perdonato", non soltanto
si era ripetuto, ma era stato anche ricollocato in un
seminario. Il cardinale di Chicago aveva allora immediatamente instaurato un
comitato che aveva identificato e allontanato possibili colpevoli; aveva
inoltre costituito un secondo comitato - interamente composto da laici - che
avrebbe raccolto e verificato le accuse contro i preti. Quello che Bernardin
colse è che queste commissioni dovevano essere indipendenti dal clero per poter
non soltanto essere effettive, ma soprattutto per essere credibili di fronte
all'opinione pubblica. La restaurazione dell'integrità della Chiesa doveva
passare attraverso una rinuncia all'autogestione dell'istituzione. La credibilità
poteva essere restaurata attraverso un limite all'autonomia. Il modello Chicago
fu replicato in molte altre diocesi. Nel giugno 1993, il New York Times
(edizione domenicale) riportò i risultati di un'analisi compiuta da due preti
su dati rilasciati dalla diocesi di Chicago: il numero dei minori abusati
oscillava da
( da "Corriere della Sera"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Cultura data: 26/05/2009 - pag: 30 Anteprima Una nuova biografia
svela gli aspetti più privati dello statista, dalle difficoltà in matematica
alla passione per la moglie di MASSIMO FRANCO I timori di De Gasperi «Sono
troppo vecchio?» Ultrasessantenne, temeva di non riuscire a governare C he
Alcide De Gasperi portasse dei polsini inamidati non può sorprendere, perché
alla fine del XIX secolo erano di uso abbastanza comune anche fra gli studenti
liceali come lui. Stupisce un po' di più che fossero ricamati con strani
geroglifici costituiti da segni di algebra. E non perché il futuro presidente
del Consiglio e cofondatore della Dc avesse una passione nascosta per la
matematica; semplicemente, erano «un aiuto per superare la paura agli esami di
maturità », confessò alla figlia Maria Romana, incuriosita da quelle strane
reliquie adolescenziali del collegio arcivescovile di Trento. Aggiunse subito:
«Tutto questo ha poca importanza». «E allora perché le hai conservate?», lo
incalzò la figlia. «È stata mia madre e poi mia sorella Marcellina che non
buttava via niente», fu la risposta dello statista. Un secolo dopo, bisogna
ringraziare queste due donne; e non solo perché offrono una giustificazione a
quanti stanno per dare gli esami e si affidano a qualche «aiuto» eterodosso.
Soprattutto, quei due polsini anacronistici sono un tributo postumo alla
normalità degasperiana. Scalfiscono la sua immagine mitica di un'integrità
senza macchie, sciogliendola in una dimensione più umana. Come le lettere alla
moglie Francesca, nelle quali il politico trentino, di tredici anni più
vecchio, le confidava: «Mi piaci anche nella tua esuberanza di vitalità fisica.
Mi piaci... Ma lasciamo stare le tue virtù, per non farti arrossire». Lo
scritto, del 22 aprile 1922, frantuma l'altro stereotipo: quello di De Gasperi
«cattolico dominato dalla fissazione della mortificazione, della sopportazione
e dell'astinenza». Sono frammenti privati della biografia quasi monumentale, in
tre volumi e a più mani (in totale quasi 2.000 pagine), che la Fondazione De
Gasperi e l'editore Rubbettino stanno per pubblicare. Il primo ricordo affiora
insieme a molti altri nella presentazione della figlia, Maria Romana. La
citazione della missiva, invece, è del professor Giorgio Vecchio, ordinario di
Storia contemporanea all'Università di Parma, che ha curato gli anni del
fascismo dal 1926 al 1943: quelli in cui De Gasperi fu «esule in patria». Sono
entrambi nel primo volume, il più denso e curioso dal punto di vista
strettamente biografico. L'altro, curato dallo storico Francesco Malgieri,
percorre la storia italiana dal fascismo alla democrazia. Mentre il terzo, di
cui è autore il professor Pier Luigi Ballini, accompagna soprattutto la
politica estera di De Gasperi. L'intenzione dichiarata è quella di entrare più
in profondità nel personaggio; di completare le biografie già uscite, mettendo
a disposizione le carte di tutti gli archivi. La mole dei documenti impressiona
e la ricostruzione risulta minuziosa: sebbene in qualche passaggio vada a
scapito della sintesi. Emerge la formazione culturale, prima che politica, di
un De Gasperi studente all'Università di Vienna, capitale di un'Austria
cattolica percorsa da un diffuso «antisemitismo sociale». Le pagine riportano
ricordi familiari impastati con i drammi politici di quel tempo. Lasciano
affiorare senza diplomatismi la storia di un rapporto stretto e insieme
sofferto con le gerarchie vaticane; la nascita e la fine del Partito popolare
di don Luigi Sturzo; il fascismo e i quattro mesi di carcere a Regina Coeli, a
Roma. Perfino il capitolo sulle radici religiose di De Gasperi, affidato a
Giovan Battista Re, cardinale vicino alla famiglia, è disseminato di notizie
«minori», utili a inquadrare la vita di questo personaggio politico che
l'Italia di oggi osserverebbe come un marziano. Nel 1942, quando ancora doveva
iniziarsi la sua storia di rifondatore dell'Italia dopo la Seconda guerra
mondiale, De Gasperi si sentiva stanco. Era spaventato dalla propria età,
«perché tutti, parlando dei sessantenni, dicono spesso: è un uomo finito,
troppo vecchio...». E non bastava tenere a mente che «Galileo scrisse il
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano nel 1632,
e cioè a 68 anni»: l'età che aveva allora il premier britannico Winston
Churchill, annotava De Gasperi come elemento di conforto. D'altronde, a quel
tempo era veramente un escluso. La sua carriera politica era stata stroncata
vent'anni prima con la fine del Ppi e l'avvento della dittatura fascista. E per
quanto fosse frugale, i soldi non bastavano per mantenere una famiglia
numerosa: l'incarico di collaboratore della Biblioteca Vaticana non gli dava
abbastanza. Il suo lavoro era di catalogare per ore i libri. E raccontava ad un
amico che il sistema era quello della Library of Congress a Washington, e che
la Fondazione statunitense Carnegie finanziava la sua diffusione. Ma «nel
Vaticano », si lamentava De Gasperi, «tutto diventa americano tranne gli
stipendi...». Ai vertici della Santa Sede doveva molto, compresa la libertà. Ma il suo antifascismo e la sua concezione laica della politica
venivano osservati con sospetto: un atteggiamento che la cerchia di Pio XII non
avrebbe abbandonato mai. La figlia Maria Romana ricorda che il pontefice non
volle incontrare in udienza privata De Gasperi presidente del Consiglio, una
volta tornata la libertà: «Allora era difficile parlarsi. I Papi
andavano solo a Castelgandolfo». Era un'altra epoca, certo. I pontefici erano
meno accessibili di quanto sarebbero diventati nei decenni successivi. Ma
questo non basta a cancellare l'ombra di incomprensione fra Pio XII ed il
maggior esponente politico cattolico del dopoguerra. L'uomo della
ricostruzione; il capo del governo che in nove anni riportò il Paese nella
comunità internazionale; e riuscì a convincere l'Italia ad adottare la
democrazia vista come «anti-rivoluzione», teorizzando che «rovesciare un
governo coll'insurrezione è come gettare sul pavimento un orologio per
regolarlo ». Rimane da chiedersi che cosa rappresenti De Gasperi nel Belpaese del
Duemila. Da un frammento della biografia, sappiamo l'idea che lui si era fatto
del nuovo millennio. Ne accennò mentre era malato in una clinica romana. I
genitori di una bambina ricoverata in una stanza accanto alla sua proiettarono
un filmino intitolato Nell'anno 2mila. Ci sarebbe stato
«il completo mascolinizzamento della donna, la quale va a passeggio e al
circolo, mentre l'omo col grembiale fa la provvista». De Gasperi scrisse alla
moglie che per fortuna «al 2 mila ancora ce ne manca e che noi abbiamo figliato
veramente sei stata tu solo femminucce». Dei testimoni di quel tempo, uno dei
pochi sopravvissuti è Giulio Andreotti. Il senatore a vita affiora
ripetutamente nei tre volumi. E ha scritto una «Presentazione» alla biografia
che è troppo definire anche solo scarna: sono sette righe in tutto. L'ultima
dice: «Ciascuno leggerà con emozione e profitto». Dopo la vittoria Qui a
fianco: De Gasperi tiene una conferenza stampa dopo le elezioni vittoriose del
( da "Manifesto, Il"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Galileo TRA DUE
SCIENZE LA POESIA DEL MONDO NASCOSTA TRA LE STELLE La cultura laica ha elaborato sistemi di valori che mutano in rapporto alle
evoluzioni delle società, a differenza di quanto la Chiesa pretende per le
proprie concezioni scientifiche e etiche. In margine al convegno su Galileo
dell'Istituto Stensen, un dialogo con Paolo Galluzzi, direttore del Museo della
Scienza di Firenze Marco Piccolino Da più di un quarto di secolo Paolo Galluzzi
dirige l'Istituto Museo di Storia della Scienza, una delle rare
istituzioni culturali che nel nostro paese abbia saputo affrontare con efficacia
le sfide della modernità, punto di riferimento essenziale per chi, in ogni
angolo del mondo, si interessi a Galileo e alla sua storia. Al museo vero e
proprio, in cui si conservano molti importanti cimeli del grande scienziato
(tra questi i suoi primi telescopi), si affianca una biblioteca che possiede la
collezione storiografica più importante del mondo sul caso Galileo, oltre a un
sito web specializzato e a una collezione di opere digitali che non ha eguali
in Italia e che si deve in grande misura proprio all'energia di Galluzzi. Dal
palazzo del Lungarno in cui ha sede l'Imss si intravede la collina di Arcetri,
luogo del «continuato carcere ed esilio dalla città» cui la condanna della
Chiesa aveva costretto lo scienziato toscano, umiliandolo ma non domandone le
energie intellettuali. Proprio ad Arcetri infatti Galileo scrisse una delle sue
opere maggiori, i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
scienze, che riuscì a far pubblicare nel 1638 eludendo le proibizioni
ecclesiastiche. E a Galluzzi, osservatore privilegiato della vicenda
galileiana, rivolgiamo dunque alcune domande sul convegno internazionale «Il
'caso Galileo'. Una rilettura storica, filosofica, teologica» organizzato
dall'Istituto Stensen, che si inaugura oggi a Firenze alla presenza del
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Professor Galluzzi, lei ha più
volte espresso giudizi critici sul modo spesso tortuoso in cui la Chiesa ha
affrontato, anche in tempi recenti, la vicenda di Galileo, a dispetto di proclami
ufficiali di revisione e di autocritica. Come valuta il fatto che il convegno
di Firenze sul «caso Galileo» sia organizzato da una istituzione religiosa di
matrice cattolica? Il programma del convegno e l'elenco dei partecipanti fanno
subito capire che si tratta di un'iniziativa di approfondimento
storico-scientifico del caso Galileo. La presenza nel comitato istituzionale di
un gruppo nutrito di istituzioni culturali di prestigio garantisce questo
carattere dell'iniziativa. Che sia stato l'Istituto
Stensen, diretto da un gesuita, a promuovere il convegno è cosa che apprezzo
sinceramente. I lavori del convegno porteranno di certo nuovi elementi utili
alla ricostruzione e alla comprensione di complessi aspetti della vicenda. Se
poi tutto questo metterà in moto l'auspicato riesame sincero del caso Galileo
da parte della cultura cattolica ufficiale, è una cosa che personalmente mi
auguro, ma che non posso prevedere. La Chiesa, apparentemente in prima linea
contro il «relativismo culturale», in nome di sue verità immutabili, fa spesso
riferimento, in relazione al caso Galileo, ad autori appartenenti a questa area
culturale, autori di scarso credito nella comunità degli storici e in
particolare degli studiosi galileiani (lei ha fatto i nomi dei tedeschi
Brandmüller e Greipel, ma si potrebbero citare diversi italiani (e non solo),
alcuni dei quali molto in vista, soprattutto nel mondo dei media). Qual è
dunque il suo parere sulla significativa «convergenza parallela» verificatasi
storicamente tra posizioni della Chiesa verso Galileo e certi atteggiamenti
antiscientifici della cultura moderna, più o meno venati di irrazionalismo e di
relativismo culturale? Per complesse ragioni storiche, la cultura moderna,
soprattutto a partire dal primo Novecento, ha accusato la scienza di proporre
una visione fredda e spersonalizzante del mondo, che poco risponderebbe a certe
pulsioni fondamentali dell'uomo nei suoi rapporti con il reale. Galileo, grande
protagonista del processo che ha portato alla nascita della scienza moderna e alla
matematizzazione della fisica, è diventato, per schiere di filosofi, scrittori,
artisti, il simbolo di questa scienza oggettiva e «disumana» (basti pensare a
Husserl e Koestler, e in parte a Brecht). Molte e diverse le accuse rivoltegli,
tutte poco fondate su una analisi storica approfondita della sua opera.
Inoltre, alcune filosofie moderne fanno riferimento a visioni consolatorie
della realtà umana, che certo trovano poca corrispondenza nel pensiero
galileiano, un pensiero che indubbiamente non offre all'uomo visioni
immediatamente rassicuranti. Per Galileo, l'uomo non solo non è collocato più
al centro dell'Universo ma non è neppure il fine ultimo del creato, l'essere
verso cui tutto tende e per cui tutto è stato creato
(Leopardi svilupperà in senso decisamente pessimistico questo aspetto del
pensiero galileiano). La Chiesa, che propone una visione del mondo basata su
una posizione di assoluto privilegio dell'uomo nel disegno salvifico di Dio, si
è trovata di fatto più vicina a visioni filosofiche consolatorie e declinanti
verso l'irrazionale (a dispetto spesso della loro irreligiosità), che al
razionalismo culturale di impronta galileiana. E spesso, nei suoi atteggiamenti
apologetici, ne ha sfruttato le argomentazioni. Tra le argomentazioni di inizio
Novecento a cui la Chiesa ha attinto vi sono anche quelle riprese da Giovanni
Paolo II nel discorso conclusivo dei lavori della Commissione da lui creata nel
1979 per il riesame del caso Galileo. Il Papa ribadì allora che Galileo era stato condannato perché non aveva fornito prove sufficienti
del sistema copernicano (e la Chiesa giustificava e di fatto assolveva così i
suoi esponenti dalle responsabilità nella condanna). Concedeva però allo
scienziato pisano il merito di essere stato miglior
teologo dei teologi di allora. Questo perché, dichiarando che la Bibbia non è
scritta per offrire una visione scientifica del mondo, ma per indicare la via
della salvezza dell'uomo, avrebbe precorso l'ermeneutica biblica moderna («la
Bibbia - aveva detto Galileo- insegna Come si vadia al cielo, e non come vadia
il cielo»). Quella di Galileo migliore teologo che epistemologo (con,
dall'altra parte, Bellarmino ottimo epistemologo ma teologo meno perspicuo) è
un paradosso che la Commissione Galileiana ha ripreso opportunisticamente da
Pierre Duhem, e che poco resiste all'analisi critica. Mi preme qui solo
sottolineare che gli atti del processo Galileo mostrano come i giudici di
allora non presero per nulla in esame il problema della validità scientifica
della visione copernicana sostenuta da Galileo. L'unica direttiva a cui si fece
riferimento fu l'autorità assoluta di verità che la Chiesa pretendeva di avere
in ogni campo, e il conseguente diritto che si arrogava di condannare, anche
nel modo più tragico, chiunque dissentisse dalle sue vedute. Un caso Galileo,
inteso non come avvenimento storico, ma come espressione di tensione tra due
diverse visioni del mondo, potrebbe a suo avviso ancora verificarsi? Sì
certamente, e si è difatti verificato tra Cinque e Seicento, quando le scienze
geologiche proponevano un'età della Terra smisuratamente più grande dei circa
seimila anni desunti dai computi delle vite dei patriarchi biblici, e in
seguito con Darwin. Ed è sempre in agguato, sebbene adesso la Chiesa delimiti
la sfera in cui si ritiene depositaria di verità assolute alle problematiche
morali. Molto spesso però aspetti della ricerca scientifica vengono ritenuti
ricchi di implicazioni etiche e questo è fonte di conflitti potenziali tra la
Chiesa e il mondo della scienza (e altri settori della società). La cultura
laica ha elaborato anch'essa sistemi di valori etici (grandi pensatori l'hanno
fatto nel corso dei secoli), ma questi, sottoposti alla storicità, mutano ed
evolvono in rapporto alle profonde trasformazioni storiche e geografiche delle
società, a differenza di quanto la Chiesa pretende - almeno in linea di
principio- per le proprie concezioni in materia. A proposito di questo
conflitto possibile che esiste ed esisterà forse sempre, la mia opinione
personale è che si debba adottare una posizione per cui, se da una parte non si
deve cercare necessariamente lo scontro tra le due visioni, neppure si deve
considerare necessariamente negativo il suo verificarsi. Per concludere, l'idea
che Galileo abbia spoeticizzato l'universo con la sua visione freddamente
matematica le sembra suffragata dall'analisi dell'opera del grande scienziato?
Chi ha la fortuna di leggere Galileo trova a volte pagine bellissime ricche di
profonde emozioni umane, di meraviglia, di vera poesia. Galileo amava il mondo,
la vita, la letteratura, l'arte, i piccoli e grandi piaceri della vita, aveva
un senso profondo dell'amicizia. Chi lo accusa di aver tolto dal mondo la
poesia, in molti casi mostra che Galileo non solo non l'ha capito, ma spesso
non l'ha neppure letto. Foto: IL COMPASSO DI GALILEO GALILEI, CONSERVATO
ALL'ISTITUTO MUSEO DI STORIA DELLA SCIENZA A FIRENZE. IN BASSO UN RITRATTO DEL
GRANDE SCIENZIATO DIPINTO NEL 1858 DA IVAN PETROVICH KELER-VILIANDI
( da "Manifesto, Il"
del 26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
LA POESIA DEL
MONDO NASCOSTA TRA LE STELLE Galileo TRA DUE SCIENZE La cultura laica ha elaborato sistemi di valori che mutano in rapporto alle
evoluzioni delle società, a differenza di quanto la Chiesa pretende per le
proprie concezioni scientifiche e etiche. In margine al convegno su Galileo
dell'Istituto Stensen, un dialogo con Paolo Galluzzi, direttore del Museo della
Scienza di Firenze Marco Piccolino Da più di un quarto di secolo Paolo Galluzzi
dirige l'Istituto Museo di Storia della Scienza, una delle rare
istituzioni culturali che nel nostro paese abbia saputo affrontare con
efficacia le sfide della modernità, punto di riferimento essenziale per chi, in
ogni angolo del mondo, si interessi a Galileo e alla sua storia. Al museo vero
e proprio, in cui si conservano molti importanti cimeli del grande scienziato
(tra questi i suoi primi telescopi), si affianca una biblioteca che possiede la
collezione storiografica più importante del mondo sul caso Galileo, oltre a un
sito web specializzato e a una collezione di opere digitali che non ha eguali
in Italia e che si deve in grande misura proprio all'energia di Galluzzi. Dal
palazzo del Lungarno in cui ha sede l'Imss si intravede la collina di Arcetri,
luogo del «continuato carcere ed esilio dalla città» cui la condanna della
Chiesa aveva costretto lo scienziato toscano, umiliandolo ma non domandone le
energie intellettuali. Proprio ad Arcetri infatti Galileo scrisse una delle sue
opere maggiori, i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove
scienze, che riuscì a far pubblicare nel 1638 eludendo le proibizioni
ecclesiastiche. E a Galluzzi, osservatore privilegiato della vicenda
galileiana, rivolgiamo dunque alcune domande sul convegno internazionale «Il
'caso Galileo'. Una rilettura storica, filosofica, teologica» organizzato
dall'Istituto Stensen, che si inaugura oggi a Firenze alla presenza del
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Professor Galluzzi, lei ha più
volte espresso giudizi critici sul modo spesso tortuoso in cui la Chiesa ha
affrontato, anche in tempi recenti, la vicenda di Galileo, a dispetto di
proclami ufficiali di revisione e di autocritica. Come valuta il fatto che il
convegno di Firenze sul «caso Galileo» sia organizzato da una istituzione
religiosa di matrice cattolica? Il programma del convegno e l'elenco dei
partecipanti fanno subito capire che si tratta di un'iniziativa di
approfondimento storico-scientifico del caso Galileo. La presenza nel comitato
istituzionale di un gruppo nutrito di istituzioni culturali di prestigio
garantisce questo carattere dell'iniziativa. Che sia stato
l'Istituto Stensen, diretto da un gesuita, a promuovere il convegno è cosa che
apprezzo sinceramente. I lavori del convegno porteranno di certo nuovi elementi
utili alla ricostruzione e alla comprensione di complessi aspetti della
vicenda. Se poi tutto questo metterà in moto l'auspicato riesame sincero del
caso Galileo da parte della cultura cattolica ufficiale, è una cosa che
personalmente mi auguro, ma che non posso prevedere. La Chiesa, apparentemente
in prima linea contro il «relativismo culturale», in nome di sue verità
immutabili, fa spesso riferimento, in relazione al caso Galileo, ad autori
appartenenti a questa area culturale, autori di scarso credito nella comunità
degli storici e in particolare degli studiosi galileiani (lei ha fatto i nomi
dei tedeschi Brandmüller e Greipel, ma si potrebbero citare diversi italiani (e
non solo), alcuni dei quali molto in vista, soprattutto nel mondo dei media).
Qual è dunque il suo parere sulla significativa «convergenza parallela»
verificatasi storicamente tra posizioni della Chiesa verso Galileo e certi
atteggiamenti antiscientifici della cultura moderna, più o meno venati di
irrazionalismo e di relativismo culturale? Per complesse ragioni storiche, la
cultura moderna, soprattutto a partire dal primo Novecento, ha accusato la
scienza di proporre una visione fredda e spersonalizzante del mondo, che poco
risponderebbe a certe pulsioni fondamentali dell'uomo nei suoi rapporti con il
reale. Galileo, grande protagonista del processo che ha portato alla nascita
della scienza moderna e alla matematizzazione della fisica, è diventato, per
schiere di filosofi, scrittori, artisti, il simbolo di questa scienza oggettiva
e «disumana» (basti pensare a Husserl e Koestler, e in parte a Brecht). Molte e
diverse le accuse rivoltegli, tutte poco fondate su una analisi storica
approfondita della sua opera. Inoltre, alcune filosofie moderne fanno
riferimento a visioni consolatorie della realtà umana, che certo trovano poca
corrispondenza nel pensiero galileiano, un pensiero che indubbiamente non offre
all'uomo visioni immediatamente rassicuranti. Per Galileo, l'uomo non solo non
è collocato più al centro dell'Universo ma non è neppure il fine ultimo del
creato, l'essere verso cui tutto tende e per cui tutto è stato
creato (Leopardi svilupperà in senso decisamente pessimistico questo aspetto
del pensiero galileiano). La Chiesa, che propone una visione del mondo basata
su una posizione di assoluto privilegio dell'uomo nel disegno salvifico di Dio,
si è trovata di fatto più vicina a visioni filosofiche consolatorie e
declinanti verso l'irrazionale (a dispetto spesso della loro irreligiosità),
che al razionalismo culturale di impronta galileiana. E spesso, nei suoi
atteggiamenti apologetici, ne ha sfruttato le argomentazioni. Tra le argomentazioni
di inizio Novecento a cui la Chiesa ha attinto vi sono anche quelle riprese da
Giovanni Paolo II nel discorso conclusivo dei lavori della Commissione da lui
creata nel 1979 per il riesame del caso Galileo. Il Papa ribadì allora che
Galileo era stato condannato perché non aveva fornito
prove sufficienti del sistema copernicano (e la Chiesa giustificava e di fatto
assolveva così i suoi esponenti dalle responsabilità nella condanna). Concedeva
però allo scienziato pisano il merito di essere stato
miglior teologo dei teologi di allora. Questo perché, dichiarando che la Bibbia
non è scritta per offrire una visione scientifica del mondo, ma per indicare la
via della salvezza dell'uomo, avrebbe precorso l'ermeneutica biblica moderna
(«la Bibbia - aveva detto Galileo- insegna Come si vadia al cielo, e non come
vadia il cielo»). Quella di Galileo migliore teologo che epistemologo (con,
dall'altra parte, Bellarmino ottimo epistemologo ma teologo meno perspicuo) è
un paradosso che la Commissione Galileiana ha ripreso opportunisticamente da
Pierre Duhem, e che poco resiste all'analisi critica. Mi preme qui solo
sottolineare che gli atti del processo Galileo mostrano come i giudici di
allora non presero per nulla in esame il problema della validità scientifica
della visione copernicana sostenuta da Galileo. L'unica direttiva a cui si fece
riferimento fu l'autorità assoluta di verità che la Chiesa pretendeva di avere
in ogni campo, e il conseguente diritto che si arrogava di condannare, anche
nel modo più tragico, chiunque dissentisse dalle sue vedute. Un caso Galileo,
inteso non come avvenimento storico, ma come espressione di tensione tra due
diverse visioni del mondo, potrebbe a suo avviso ancora verificarsi? Sì
certamente, e si è difatti verificato tra Cinque e Seicento, quando le scienze
geologiche proponevano un'età della Terra smisuratamente più grande dei circa
seimila anni desunti dai computi delle vite dei patriarchi biblici, e in
seguito con Darwin. Ed è sempre in agguato, sebbene adesso la Chiesa delimiti la
sfera in cui si ritiene depositaria di verità assolute alle problematiche
morali. Molto spesso però aspetti della ricerca scientifica vengono ritenuti
ricchi di implicazioni etiche e questo è fonte di conflitti potenziali tra la
Chiesa e il mondo della scienza (e altri settori della società). La cultura
laica ha elaborato anch'essa sistemi di valori etici (grandi pensatori l'hanno
fatto nel corso dei secoli), ma questi, sottoposti alla storicità, mutano ed
evolvono in rapporto alle profonde trasformazioni storiche e geografiche delle
società, a differenza di quanto la Chiesa pretende - almeno in linea di
principio- per le proprie concezioni in materia. A proposito di questo
conflitto possibile che esiste ed esisterà forse sempre, la mia opinione
personale è che si debba adottare una posizione per cui, se da una parte non si
deve cercare necessariamente lo scontro tra le due visioni, neppure si deve
considerare necessariamente negativo il suo verificarsi. Per concludere, l'idea
che Galileo abbia spoeticizzato l'universo con la sua visione freddamente
matematica le sembra suffragata dall'analisi dell'opera del grande scienziato?
Chi ha la fortuna di leggere Galileo trova a volte pagine bellissime ricche di
profonde emozioni umane, di meraviglia, di vera poesia. Galileo amava il mondo,
la vita, la letteratura, l'arte, i piccoli e grandi piaceri della vita, aveva
un senso profondo dell'amicizia. Chi lo accusa di aver tolto dal mondo la
poesia, in molti casi mostra che Galileo non solo non l'ha capito, ma spesso non
l'ha neppure letto.
( da "Foglio, Il" del
26-05-2009)
Argomenti: Laicita'
26 maggio 2009 I
cattorelativisti Così è nata la svolta super intransigente degli ex cattolici adulti, progressisti e anti Cav. "Io amo
pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”. Così parlò il ministro
per la Famiglia Rosy Bindi, ai tempi dello scontro sui Dico. E ai tempi del
referendum sulla legge 40: “Cè un esibizionismo
strumentale dei valori cristiani: è una mancanza di laicità e allo stesso tempo
di rispetto per la fede”. Sempre stati molto attenti, i cattolici
dimprinting progressista, a tenere separate le valutazioni
riconducibili a convinzioni etiche o religiose e il piano civile, circoscritto e
protetto dalla sfera della laicità. Nel caso dello status della famiglia e dei
privati costumi sessuali, la sfera laica diventa quella dei diritti della
persona; e i diritti individuali vanno visti con veduta larga, nel
riconoscimento del pluralismo culturale e della compiuta secolarizzazione. Ma
adesso per Rosy Bindi “Berlusconi emerge come la figura del corruttore morale.
Il limite è stato superato… Cè
una corruzione morale praticata nei confronti di donne, di minorenni”, ha detto alla
Stampa. E allora tanti saluti alla privacy, qui non è più tempo di occuparsi
delle cose di Dio, urge raddrizzare i comportamenti degli uomini. Non solo
Bindi. Nella chiesa progressista e di (ex?) ampie vedute è scattato qualcosa,
un riflesso condizionato. Il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio
Sciortino ha accompagnato un duro editoriale del settimanale con unintervista
allUnità, in cui fa sua una linea accusatoria da giudice Kenneth Starr:
“Chi ha responsabilità pubbliche non può essere sfiorato neanche dal sospetto”. Corroborata
dai richiami alla “sobrietà”, nuova parola dordine
della chiesa italiana: “La via per afferrmarsi non può passare attraverso il
mondo dello spettacolo”. Ancora più duro monsignor Alessandro Plotti, vescovo emerito di
Pisa, per il quale “vicende che chiamano così pesantemente in causa la vita
privata del capo del governo non possono non lederne la credibilità personale”.
Voce storica dellepiscopato progressista, critico della Cei
di Camillo
Ruini e della chiesa dei “valori non negoziabili”, stavolta Plotti sfodera
anche il riferimento al Papa Ratzinger che “stigmatizza gli effetti pubblici
del relativismo morale”. Mentre per Beppe Fioroni il presidente del Consiglio
istiga i giovani a “sostituire lessere con
lavere”. Giocoforza intepretare la svolta neo-intransigentista degli ex cattolici
adulti nel segno del puro antiberlusconismo. Ma lex
teodem Paola Binetti, a suo tempo accusata di parlare troppo di Dio dagli
stessi compagni di fede e partito, se ne discosta. Certo auspicherebbe un chiarimento dal
premier, ma trova sbagliata ed eccessiva la buriana su Noemi e, in linea con
monsignor Bagnasco, vorrebbe vedere il governo incalzato sulla crisi e non
sulla vita privata del suo capo. Ma spiega anche che non è solo
antiberlusconismo: “In questa vicenda è scattato a livello di costume, anche a
livello inconscio, qualcosa daltro. Cè
qualcosa che tocca un senso più profondo, cè un aspetto di pruderie”. E
anche il cattolicesimo progressista si scoprì un poco prude.
( da "Repubblica, La"
del 27-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina VIII -
Napoli VALERIO PETRARCA el 1920, all´età di otto anni, Arturo Paoli assiste
mentre va a casa della nonna a una sparatoria tra fascisti e antifascisti in
una piazza di Lucca. La vista del sangue e il contatto con la morte gli
tormentano l´esistenza, tanto che la madre ogni sera, per fargli prendere
sonno, gli racconta storie, ma non sono di evasione, sono storie di verità. Una
volta gli dice: «Figlio mio, il mondo è fatto così, è ingiusto, la vita non è
una passeggiata, è una lotta per la giustizia». Queste parole di verità hanno
funzionato nella mente di Paoli come un´iniziazione all´età adulta, come un
dispositivo per interpretare il mondo e la vita fino a confondersi con lo
spirito del Vangelo. La biografia di Paoli illustra in maniera chiarissima una
cosa che spesso risulta confusa nel grande dibattito tra ragione e fede, logica
e metafisica. Le fedi, o anche semplicemente l´idea secondo cui il mondo non è
il tutto, non ci dicono direttamente e necessariamente che cosa dobbiamo fare,
come dobbiamo comportarci nel mondo. Si esplicitano piuttosto attraverso
principi considerati sacri. Questi, nel dettare alcuni comportamenti e nel
condannarne altri, dipendono direttamente e necessariamente dal dominio della
logica e solo indirettamente sono sotto il dominio della fede che li ha
generati. Credere per esempio nella natura umana e divina di Cristo e nella sua
morte e resurrezione non ha a che fare con la logica, ma con la fede. Ma da
questa fede, che sacralizza l´esempio di Cristo, discendono idee e
comportamenti giudicabili secondo logica e ragione. La vita di Arturo Paoli
spiega tutto ciò in modo più comprensibile. Durante la seconda guerra mondiale,
appena ordinato sacerdote, Paoli assiste alla persecuzione nazifascista degli
ebrei. Se il suo comportamento fosse stato guidato in
modo diretto e astratto dalla fede, egli avrebbe potuto dirsi: difendere ebrei
che non credono nemmeno nella divinità e nella resurrezione di Cristo non
compete ai cristiani, a maggior ragione in una condizione così sbilanciata di
forza. Ma poiché dalla fede cristiana predicata dal Vangelo discendono dei
principi (la predilezione nei confronti di ogni persona oppressa e bisognosa di
giustizia), la logica voleva che un cristiano trovasse tutti i mezzi possibili
per salvare la vita di innocenti perseguitati. E dunque il giovane sacerdote
toscano agisce attivamente come membro della Resistenza e in particolare della
rete clandestina della Delegazione per l´Assistenza degli Emigranti Ebrei
diretta da Giorgio Nissim (il nome di Arturo Paoli resterà come «Giusto tra le
Nazioni» nel Giardino del museo Yad Vashem di Gerusalemme). è dunque la logica
del Vangelo a scandire necessariamente le scelte di Paoli, in alcuni casi in
modo perfino prevedibile: le sue posizioni all´interno della Gioventù Italiana
di Azione Cattolica (Giac), che determineranno il suo allontanamento durante la
presidenza di Luigi Gedda; l´entrare a far parte dei "Piccoli Fratelli di
Gesù", la congregazione ispirata all´esempio di Charles de Foucauld; la permanenza
in Algeria negli anni Cinquanta; la vita tra i minatori sardi; la condivisione
dell´esistenza prima con i boscaioli haceros e poi con le vittime dei
colonnelli in Argentina; la predilezione per le donne derelitte del Brasile;
fino al suo impegno più recente nella denuncia contro l´idolatria del mercato
globale e contro il disprezzo del Vangelo implicito nel comportamento di alcuni
cittadini e nelle leggi del governo italiano nei confronti dei migranti. Se si
guarda ai vangeli come opere letterarie, o come frammenti per enunciare dogmi,
è difficile dire qualcosa di nuovo. Se invece, come ha fatto Paoli, li si guarda come fonte di ispirazione e come guida per la nostra
vita di uomini nel mondo, allora essi hanno da dire ogni giorno a ognuno
qualcosa di nuovo. Se non altro ci danno la misura, scandalosa forse più per la
Chiesa istituzionale che per il mondo dei laici, della distanza tra il mondo
che i vangeli prefigurano e il mondo che tutti abbiamo contribuito a fare.
( da "Corriere della Sera"
del 27-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Politica data: 27/05/2009 - pag: 15 Verso il voto Le
amministrative / I protagonisti Reggio, al voto con un solo comunista La
«ribelle» ex sindaco fa tremare il Pd Delrio: «Ho contro una Santa Alleanza
poco trasparente». Candidati, quasi spariti i «rossi» DAL NOSTRO INVIATO REGGIO
EMILIA Un comunista c'è, almeno uno. E ha persino l'ardire di candidarsi a
sindaco. Si chiama Giuliano Rovacchi, per tutti Johnny. E siccome non è un
timido, l'ha anche scritto a caratteri cubitali sui manifesti elettorali: «Il
sindaco comunista». Non solo: sapendo che il treno del multietnicismo è
arrivato in queste terre quando ancora Berlusconi costruiva palazzine, e di
immigrati con diritto di voto ce n'è quindi più di uno, il Rovacchi-Johnny ha pensato
di declinare il suo appello elettorale in inglese, arabo e in cirillico. Così
tutto il mondo sa. Quello che in pochi sanno, però, è che lui è l'unico
candidato «rosso» di Reggio Emilia alle amministrative. Sì, nella terra di
Nilde Iotti e di Prampolini, delle svolte togliattiane e dei bagni di folla
berlingueriani, di nipoti del Pci non c'è ombra. Diciassette liste. Nove
candidati sindaci. Una maionese impazzita. Dice Pierluigi Castagnetti,
parlamentare pd, cresciuto a Reggio sotto l'ombrello dc e considerato uno dei
padri protettori della giunta di Graziano Delrio, primo sindaco del dopoguerra
senza falce e martello nell'albero genealogico: «C'è un'enorme frammentazione.
Il virus dell'antipolitica e la stanchezza dell'elettorato hanno mandato in
pezzi il senso d'appartenenza di una volta». E Marco Scarpati, 49 anni,
candidato sindaco per la lista «Gente di Reggio» e figura
internazionale nella lotta allo sfruttamento sessuale dei minori: «La cultura
laica è morta. Nel Pd non c'è ricambio, solo lotta per il potere». La torta è
succulenta. Tra macchine agricole e suini, ceramiche e Parmigiano, gli asili
«più belli del mondo» e un'immigrazione record a dispetto di una disoccupazione
contenuta, Reggio regge ancora la scena nell'Emilia che cambia. Al
governo, saldamente, c'è il Pd. E un sindaco, Delrio, cattolico, 9 figli, di
professione medico, che da queste elezioni ha tutto da perdere, visto che nel
2004 fu eletto con il 65% dei voti. Il suo problema, più che un'improbabile
sconfitta, è quello di passare alla storia come il primo sindaco di
centrosinistra costretto al ballottaggio: «Sarebbe una battuta a vuoto sotto il
profilo politico, ma non credo avverrà ». Contro di lui si muove una piovra a
più teste. Delrio la chiama «Santa Alleanza». E ne parla come qualcosa di
politicamente perverso: «Un agglomerato dai fini poco trasparenti: Pdl, Lega,
Udc e lista Spaggiari...». Appunto, Antonella Spaggiari, detta «la Zarina »,
uno dei cavalli di razza del Pci-Pds-Ds reggiano: per 13 anni sindaco,
veltroniana, poi presidente della Fondazione Manodori, legata a Capitalia e ora
all'Unicredit. Facendo piangere qualche vecchio compagno, si è candidata contro
il Pd, contro il suo passato. Immediata la scomunica, da Franceschini a
Veltroni: «Scelta rancorosa, si è messa fuori dal partito ». Lei, mai iscritta
al Pd, anche se continua a dirsi «di sinistra», è andata avanti a testa bassa.
Sotto un nugolo di accuse. La più lieve è di essersi candidata solo per
regolare vecchi conti. La più pesante di avere dietro, in veste di suggeritore,
Franco Bonferroni, dc di lungo corso con frequentazioni berlusconiane e un
curriculum non sempre lineare. Nel suo salotto sarebbe stata confezionata la
candidatura della Zarina per togliere ossigeno a Delrio e regalare al Pdl uno
storico ballottaggio. Un piano che Fabio Filippi, 52 anni, candidato
berlusconiano, conferma: «La Spaggiari toglierà almeno 10 punti al Pd e io me
la giocherò fino all'ultimo...». L'ha perfino annunciato a Berlusconi: «Gli ho
detto: stavolta, Cavaliere, ce la faccio». E il premier? «Mi ha risposto: non
ci credo, ma se mi sbaglio, metto le tende a Reggio...». Il sindaco Graziano
Delrio, 49 anni Centrodestra Fabio Filippi con Mara Carfagna L'outsider
Antonella Spaggiari, 52 anni Francesco Alberti
( da "Corriere della Sera"
del 28-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Primo Piano data: 28/05/2009 - pag: 6 Giorgio Vittadini Il
fondatore della Compagnia delle Opere: chi è senza peccato scagli la prima
pietra. Gli elettori non vogliono interferenze ma provvedimenti concreti «No ai
Torquemada, il premier governi» ROMA Cominciamo dalla coerenza, professore: se
un politico come Silvio Berlusconi sostiene il Family Day, dal punto di vista
cristiano non dovrebbe comportarsi di conseguenza? «Vede, io credo molto nel
peccato originale e me lo sento addosso. E questo riguarda tutti: chi è senza
peccato, scagli la prima pietra. Si figuri se mi metto a giudicare come fossi
un Torquemada il comportamento morale degli altri». Giorgio Vittadini,
fondatore della Compagnia delle Opere e oggi presidente della Fondazione per la
sussidiarietà, non si scompone: «Ci sono altri ordini di giudizio, e per
fortuna un cristiano lo sa». Il Pdl e il governo, però, si accreditano come
difensori dei valori cattolici. Una parte consistente
del mondo cattolico li ha sostenuti. Secondo lei, le polemiche sul caso Noemi e
i comportamenti privati del premier cambiano qualcosa nel giudizio sul governo?
«Non possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo svolgimento
dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche, quasi si volesse dare
loro un valore giudiziario. I fatti da appurare sarebbero infiniti e si
ricreerebbe quel tipo di sospetto generalizzato di cui abbiamo sofferto nel
dopo Tangentopoli». Ma la questione morale? «La questione morale è una tensione
al vero, non soltanto una coerenza. In questo senso ricordo che nell'87, ad
Assago, Don Giussani spiegò che la questione morale generale nasce
dall'appiattimento del desiderio dei giovani e dal cinismo degli adulti.
Astenia e mancanza di desiderio: questa è la questione che genera tutte le
questioni morali. Hanno ragione i vescovi a porla all'interno dell'emergenza
educativa. Se vogliamo parlare di moralità della politica partiamo da qui,
dall'emergenza educativa, sennò ci prendiamo in giro». Va bene, ma qui c'è un
caso specifico... «I vescovi hanno detto che oggi come ieri, in Italia, di
questioni morali ce ne sono tante, ed è giusto tenerle vive tutte. Hanno
aggiunto: 'Ognuno ha la propria coscienza, la propria capacità di giudizio'.
Sono d'accordo. E dico che la esprimerà nelle prossime elezioni, se vuole ». In
che senso? «Nel senso che la prossima volta farà quello che vuole. Ma adesso
c'è un governo in azione che deve rispondere dei suoi atti, abbiamo problemi
gravi da affrontare. E chi ha votato, cattolico o no, ha il diritto di avere un
governo che governi, senza altre interferenze». Berlusconi rischia di essere
danneggiato nell'elettorato cattolico? «Don Giussani affrontò il tema dei
cristiani e del governo in un'intervista del '96: spiegava che l'essenziale è
la devozione sincera al bene comune e la competenza reale adeguata. Su questo
giudica un cristiano. Io valuto un governo sul fatto che tuteli la dignità
della persona, favorisca la sussidiarietà come welfare partecipato dalla gente,
sviluppi la libertà di educazione e così via. Se è così, bene. Dopodiché
risponderà del suo comportamento davanti a Dio, se ci crede». Il professor
Paolo Prodi diceva al «Corriere»: far passare Berlusconi
come difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po' di pudore... «Vede, io sono per una visione
laica della politica. Non mi pongo il problema Berlusconi e valori cattolici. Piuttosto mi chiedo: che cosa
ha fatto di positivo? E penso tra l'altro al libro bianco, alla politica
estera, alla gestione delle emergenze come in Abruzzo, alla tutela della
vita. Punto. In tutta questa faccenda ho l'impressione che si voglia riesumare
una sorta di clericalismo dal punto di vista degli anticlericali ». Gian Guido
Vecchi Giorgio Vittadini, fondatore nel 1986 della Compagnia delle Opere,
attualmente ricopre l'incarico di presidente della Fondazione per la
Sussidiarietà
( da "Stampa, La" del
29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Una bella
giornata in biblioteca Siamo i bambini e le bambine della scuola primaria
Domenico Savio di Asti. Con questa lettera vorremmo ringraziare Mauro e Luisa
della biblioteca ragazzi della Biblioteca Astense, perché in occasione della
manifestazione letteraria «Passepartout junior» ci hanno coinvolti in
un'esperienza veramente straordinaria: abbiamo partecipato a un laboratorio
insieme all'autore Ferdinando Albertazzi di libri per ragazzi, e con l'aiuto di
un'esperta musicologa abbiamo rivissuto la lettura del libro «Anime accese». Il
libro già in classe ci era piaciuto molto, ma grazie a questo laboratorio lo
abbiamo rivissuto in maniera davvero emozionante! Grazie a Mauro e Luisa e alla
Biblioteca Astense che ancora una volta ci sono stati vicini nel nostro
percorso per diventare insieme a loro dei lettori appassionati! GLI ALUNNI
DELLE QUINTE scuola primaria San Domenico Savio Sonno della ragione o malafede?
Ho trovato molto interessante la lettera di Enrico Vaudano, pubblicata su La
Stampa il 19 maggio. Gli interrogativi che si pone circa la presentazione delle
liste elettorali nei comuni di Cellarengo e di Dusino S. Michele denominate
«Fascismo e Libertà», sono sicuramente in netto contrasto con le leggi che
proibiscono l'apologia del fascismo. In proposito erano già state presentate
delle denunce in altre occasioni, che sono state regolarmente respinte dalla
Commissione Elettorale. Vaudano dice: «in quale sonno della ragione era
piombata la Commissione Elettorale per accettare queste liste?». Io aggiungo
che più che «il sonno della ragione» potè l'ignavia e una buona dose di
malafede di alcuni componenti della Commissione a non voler impedire fosse
gettato fango sulla medaglia d'oro al Valor Militare per Attività Partigiana
della quale è insignita la bandiera della nostra Provincia, ottenuta dal valore
dei nostri martiri della libertà. DIONIGI ACCOSSATO consigliere provinciale
Ancora sulla croce in sala consiliare Il signor Sergio Asbelli, sabato 16
maggio, ravvisa dietro il simbolo della croce cristiana «morte e distruzione», cita
Crociate e Inquisizione, quest'ultima tacciata di «danni enormi allo sviluppo
culturale e sociale della civiltà occidentale», infine evoca l'immagine
conclusiva e apocalittica dei morti a milioni per Aids, imputabili (soltanto a
lei?) alla Chiesa cattolica. Dunque, a nessuno viene in mente di difendere
Roberto Bellarmino in toto né di negare i processi alle streghe ovvero il
supplizio di Giordano Bruno, ma, signor Asbelli, se ci fu come ovvio
Controriforma, ci furono anche Alfonso Maria de' Liguori e/o Filippo Neri, ma
tant'è, la citazione pare a senso unico. Inviterei allora il signor Asbelli
alla lettura di un'opera breve quanto pregnante, «Perché non possiamo non dirci
cristiani», firmato Benedetto Croce, sicuramente filosofo laico
e lungi dall'essere un baciapile, per definizione e convinzione e difensore
riconosciuto di libertà e democrazia, che scrive: «Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che
l'umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così
feconda di conseguenze», e ancora: «Neppure sono valide le altre comuni accuse
alla chiesa cristiana cattolica per la corruttela... perché ogni
istituto reca in sé il pericolo della corruttela... La chiesa cristiana
cattolica, anche nel corso del Medioevo e, più tardi, per corruttela di papi,
clero e frati, giovandosi di spiriti cristiani che rifiammeggiavano dentro i
suoi quadri, si rinsanguò e si riformò tacitamente più volte. Un istituto non
muore per i suoi errori accidentali». Giovandosi di spiriti cristiani, appunto:
de' Liguori, Filippo Neri, piuttosto che Bellarmino, Croce docet, le par poco,
signor Asbelli? Infine, al signor Massimo Bonfiglio, pubblicato il 17 maggio,
una domanda «pertinente»: quale simbolo «dello Stato» propone di mettere nelle
chiese, in nome della solita «par condicio»? Il primo Presidente della
Repubblica, il benemerito Enrico de Nicola? Sandro Pertini? Il Presidente in
carica? È questo il tributo «a Cesare»? FERNANDA MARCHISIO
( da "Riformista, Il"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Nel Pd niente
anagrafe ma in entrambi i sensi Caro direttore, ho letto con interesse
l'intervista rilasciata da Massimo D'Alema al Riformista sabato scorso. E sono
rimasto colpito dalla sua analisi sul Pd e sulle prospettive di rinnovamento
del partito. D'Alema sostiene, con una punta polemica, che per nominare un
nuovo segretario non serve la retorica del giovanilismo. Sono d'accordo con
lui. Aggiungo che, secondo me, non serve neanche la retorica sul giovanilismo
dei bei tempi andati. Lui, ricorda, era già nella direzione del partito
comunista a 25 anni. Con maestri come Amendola, Terracini, Ingrao, sottolinea.
Converrà con me che oggi, purtroppo, maestri del genere non ce ne sono più. E
che magari, oggi, si arriva in politica a 35, 40 anni perché prima si fanno
altri lavori. I tempi della politica come unico mestiere della vita,
fortunatamente, sono finiti. Diciamoci un'altra bella cosa. La vecchia
politica, almeno a sinistra, ha un vizio d'origine. Pensa sempre che le
difficoltà nel trovare consenso si risolvano con la tattica, le alleanze, il
posizionamento in un punto conveniente dell'arco politico. Io, invece, credo di
no. Credo che il consenso per il Pd aumenterà quando il Pd smetterà di pensare
ad alleanze e tattiche e comincerà a parlare alla gente, a starla a sentire, a
dare le risposte che la gente si aspetta da noi. Se invece sulle questioni più
scottanti noi diventiamo prudenti e reticenti, gli elettori si rivolgono a
qualcuno che prende posizione più chiaramente. Invece mi trovo d'accordo con
D'Alema quando dice che bisogna favorire il rinnovamento nel partito. Poi però
bisognerebbe spiegare agli elettori come mai i dirigenti sono sempre quelli da
quindici anni a questa parte, e dopo una serie di batoste elettorali piuttosto
dure da digerire. Penso che D'Alema sia stato un
eccellente ministro degli Esteri, e che lo sarebbe ancora, in futuro. E penso
la stessa cosa riguardo a tanti ex ministri dei nostri governi. Ma sono anche
convinto che le loro stesse capacità tecniche e politiche, li rendano inadatti
a guidare il partito e a proporsi come leader che parlano un nuovo linguaggio
agli elettori. La semplicità nella comunicazione non è un problema solo di
comunicazione. È proprio un problema politico. La semplicità è un impegno
preciso, perché se io dico che sul testamento biologico ognuno deve decidere
per sé, prendo un impegno preciso, chiaro e vincolante. Se
invece dico che bisogna saper conciliare punti di vista diversi tra cattolici, laici e agnostici lascio
intendere che mi voglio tenere le mani libere nel gioco parlamentare. Cioè
antepongo le esigenze tattiche alla difesa di un principio. E per i nostri
elettori fa una bella differenza. Io dico che il Pd ha bisogno di una figura
completamente nuova nel modo di proporsi, e non vedo nessuno della
vecchia generazione che la possa incarnare. In ogni caso è vero che l'età non
deve essere una discriminante. Ci sono quarantenni, che stanno ai vertici del
Pd ora e che stavano nell'Ulivo prima, difficili da spendere come facce nuove
anche se sono abbastanza giovani. Credo però che chi, giovane o no, voglia
veramente cambiare le cose debba metterci la faccia e assumersi dei rischi. E
debba farlo in vista del prossimo congresso altrimenti è inutile fare tante
critiche. Per quanto riguarda l'azione politica, mi vengono in mentre tre aree
fondamentali in cui il Pd dovrebbe fare sentire la sua voce. Il primo riguarda
la laicità, i diritti civili, le libertà personali. Tutti temi sui quali, dal
caso Englaro in poi, abbiamo fatto vistosi passi indietro, che ai nostri
elettori non sono piaciuti. Magari è il caso di riportare l'attenzione sul
rispetto e la dignità dell'individuo, sull'inaccettabile intromissione e
comportamento dei mass media nel caso Englaro, sulla necessità che le leggi
rispondano a criteri laici. Secondo punto, collegato al primo, l'estensione di
diritti e tutele a lavoratori precari o flessibili, immigrati, nuovi soggetti
in difficoltà o esclusi. La buona politica deve saper comprendere chi sono i
deboli di oggi e orientare verso di loro le risorse, dare la possibilità a
ognuno di giocare veramente la propria partita, sostenendoli con servizi
efficaci. Perché questo conviene a tutti. Terzo punto, fondamentale, riguarda
proprio la vita del partito. Il Pd ha bisogno di coinvolgere nelle sue
decisioni la gente che ha votato per noi alle primarie. È impensabile che il
partito continui a essere dominato solo da apparati sempre meno rappresentativi
degli elettori, sempre più chiusi nella difesa di sé stessi. Anche perché se
non cominciamo ad ascoltare chi ha votato alle primarie e scaviamo un fosso
ancora più largo tra noi e loro, alla prima occasione i nostri elettori ci
presenteranno il conto. capogruppo Pd commissione per le Politiche dell'Unione
europea, Camera dei deputati Sandro Gozi* 29/05/2009
( da "Riformista, Il"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
L'educatore dia
l'esempio L'educatore dia l'esempio. A chi pensava il Papa? Questa volta ci ha
pensato direttamente l'Osservatore Romano. L'interpretazione orientata in senso
politico del discorso del Papa, intervenuto ieri all'Assemblea generale della
Conferenza episcopale italiana, non viene da un lancio di agenzia, né dalla
domanda maliziosa di un giornalista sul fattore "bellezza" in politica
cui il presule di turno non sa sottrarsi, viene da quel capolavoro di allusione
che è il titolo dell'edizione odierna del quotidiano ufficioso della Santa
Sede: «Un vero educatore sa unire autorità ed esemplarità». Sono parole di
Benedetto XVI rivolte ai pastori della Chiesa italiana, ma è impossibile non
leggerle, urlate su quattro colonne sulla prima pagina del giornale diretto da
Gian Maria Vian, in riferimento al «Fareste educare i vostri figli da
quest'uomo?» pronunciato l'altroieri dal segretario del Partito democratico
Dario Franceschini. Il titolo non tradisce certo la lettera delle parole del
Papa. Non sappiamo quanto ne traduca lo spirito. Ma questa del rapporto fra la
lettera e lo spirito è vicenda ben conosciuta agli uomini di Chiesa. Mercoledì
sera Benedetto XVI ha ricordato, in un altro discorso, che c'è una «corrente
interpretativa che appellandosi a un presunto "spirito" del Concilio ha inteso stabilire una discontinuità con la
Tradizione della Chiesa, travalicando ad esempio i confini oggettivamente
esistenti tra la gerarchia e il laicato, guardando alla Chiesa con un taglio
orizzontale che escludeva il riferimento a Dio, in aperto contrasto con la
dottrina cattolica». Insomma ha tradito il Concilio. (uc) 29/05/2009
( da "Secolo XIX, Il"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
L'onore dei
socialisti non può ripartire da Craxi Pierfranco Pellizzetti La diaspora
socialista a seguito della catastrofe del Psi, avvenuta agli inizi degli anni
Novanta, ha sparso storie personali lungo l'intero arco delle formazioni di
partito sbucate fuori nel dopo Tangentopoli. Ma questa riallocazione di singoli
si accompagna a una permanente nostalgia dell'identità perduta, che ultimamente
ha indotto molti "reduci" a fondare reti territoriali di circoli che
tengono viva la fiammella della propria tradizione. Già dalle loro
denominazioni, che si richiamano a grandi pensatori liberalsocialisti
dimenticati, da Carlo Rosselli a Guido Calogero. Alla fine dello scorso
novembre questi circoli si sono riuniti per la prima volta vicino a Tortona, in
quel di Volpedo (paese natale di Pelizza, il pittore che dipinse ne "Il
Quarto Stato" l'icona del conflitto sociale ottocentesco), dando vita a un
vero e proprio collegamento; appunto, "Il Gruppo di Volpedo". Il
prossimo appuntamento sarà qui a Genova nel mese di giugno. "Recuperare
l'onore socialista"è il tema che ritorna costantemente nelle loro
discussioni; quasi un'ossessione, spia di traumi psicologici non ancora
superati. Ma che non saranno superati se tale recupero continuerà a
indirizzarsi nella direzione sbagliata. Ossia, verso una sorta di
idealizzazione del "craxismo"; in cui il "lider maximo"
Bettino viene trasfigurato in agnello sacrificale, perseguitato e poi colpito a
morte da una congiura giudiziaria; rappresentata alla stregua di un colpo di
Stato strisciante. A conferma della totale perdita di memoria storica, che
dovrebbe rammentare ai "nostalgici" che - semmai - il periodo legato
al nome di Craxi coincide con la dilapidazione del loro patrimonio ideale,
svenduto in cambio dell'accreditamento di una mutazione genetica del proprio
personale politico, che andava assumendo il cinismo affaristico come nuovo
tratto distintivo. Gente che a Milano la si chiamava "i craxatori".
Semmai altra è la storia da recuperare in quanto a "onore socialista",
particolarmente di questi tempi; tempi in cui la politica mondiale, alle prese
con la crisi del capitalismo finanziario, ripensa (attualizzandoli) concetti
che in Italia ebbero un chiaro copyright socialista: le riflessioni sulla
govenance strategica dello sviluppo. L'onore di una vicenda che - tra la
seconda metà degli anni Cinquanta e la prima dei Settanta - vide in prima fila
esponenti del PSI. Dunque, i nomi di Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi,
degli intellettuali raccolti attorno al Comitato per la programmazione
economica (CIPE): Giorgio Ruffolo, Gino Giugni, Federico Mancini. Senza
dimenticare quel Giuliano Amato che fa da trait-d'union nel passaggio dai
generosi sogni di quegli anni lontani al disincanto rampantistico e dolcevitaro
- per non dire di peggio - della fase successiva. Quella fu una stagione di
particolare fervore intellettuale; in cui si pose, magari in modalità
tecnocratiche, il problema della modernizzazione italiana. La stagione dei
Piani: da quello Vanoni per ridurre il divario tra Nord e Sud a quello Fanfani
per l'edilizia popolare, a quello Sinigaglia per la siderurgia. Gli anni in cui il dialogo tra laici e cattolici metteva in campo Paolo Sylos Labini, Claudio Napoleoni e Giorgio
Fuà da un lato, Pasquale Saraceno dall'altro. Mica gli attuali furbetti dei
rispettivi quartierini! Anni di riviste intese come laboratori culturali: da
"Ragionamenti" di Franco Momigliano, Alessandro Pizzorno e Roberto
Guiducci alle pagine giolittiane di "Passato e presente". E il
tema era già quello di oggi: il rapporto tra Stato e Mercato, il ruolo
regolatore dell'intervento pubblico. Certo, allora si subiva il fascino della
pianificazione centralistica, ora si pensa in termini di accompagnamento e
regia. Eppure lo spirito progettuale e l'orientamento sanamente illuministico
non era molto diverso da quello che anima le migliori esperienze europee in
atto. Che sia un liberale a ricordarlo a socialisti in cerca di onore da
recuperare è solo l'ennesima dimostrazione dell'attuale smarrimento. Pierfranco
Pellizzetti (pellizzetti@ fastwebnet.it) è opinionista di Micromega. 29/05/2009
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 29-05-2009)
Argomenti: Laicita'
ALCESTE SANTINI
Città del Vaticano. Benedetto XVI ha affermato, incontrando ieri tutti i
vescovi italiani riuniti in assemblea, che è «divenuta un'urgenza e perfino
un'emergenza» operare per un «progetto educativo» che faccia «crescere uomini
maturi e responsabili» per ridare alla società «una coerente e completa visione
dell'uomo», riferendosi ai tanti fatti negativi e preoccupanti che registra la
cronaca. «In un tempo in cui è forte il fascino di concezioni relativistiche e
nichilistiche della vita - ha proseguito il Pontefice - e la legittimità stessa
dell'educazione è in discussione, il primo contributo che possiamo offrire è
quello di testimoniare la nostra fiducia nell'uomo». C'è, quindi, bisogno di
«educatori autorevoli» ed «esemplari» sul piano della testimonianza a cui le
nuove generazioni possano guardare «con fiducia», ha detto il Papa che domenica
prossima presiederà «l'Agorà dei giovani italiani». Un'iniziativa per la quale
i vescovi, i parroci e tutto l'associazionismo cattolico, si sono mobilitati da
tempo. Una sfida che anche il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei,
riconosce come prioritaria e che costituirà il tema centrale dell'azione della
Chiesa italiana nel prossimo decennio. «Un vero educatore - ha sottolineato
Ratzinger - mette in gioco in primo luogo la sua persona e sa unire autorità e
esemplarità» nello svolgimento del compito delicato che gli è stato affidato dalla società. L'altro tema trattato dal Papa
all'assemblea dei vescovi italiani, ha riguardato la sollecitazione per
cristiani e non cristiani di «promuovere una diffusa mentalità a favore della
vita in ogni suo aspetto», riferendosi a questioni aperte come l'aborto,
l'eutanasia, la legge sul testamento biologico su cui è aperto da tempo un
dibattito. Benedetto XVI ha, così, invitato il laicato
cattolico ad operare «concorde» affinché «non manchi nel Paese la coscienza
della piena verità sull'uomo», vale a dire quella cristiana, pur ammettendo
che, in questo campo, permane una certa «precarietà» nel senso che è necessario
un maggiore impegno. Dopo aver ricordato la tragedia del terremoto che
ha potuto constatare personalmente recandosi a L'Aquila, il pensiero del Papa è
andato alla crisi economica e finanziaria mondiale i cui effetti stanno
colpendo le fasce più deboli della popolazione. Ha, quindi, sottolineato
l'urgenza di interventi di solidarietà e di aiuti più efficaci. E, dopo aver
apprezzato le iniziative dei vescovi per costituire un fondo di solidarietà
nazionale denominato «Prestito della speranza», Papa Ratzinger ha rinnovato una
ulteriore «richiesta di generosità» a tutti gli italiani. Con questa «colletta»
- ha spiegato rifacendosi a San Paolo che da allora le organizzava - si vuole
aiutare «quanti hanno perduto il lavoro» e le «tante famiglie» in grave
difficoltà.
( da "Corriere della Sera"
del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Cultura data: 30/05/2009 - pag: 37 Dialogo Un
intellettuale laico e un cardinale cercano una via per scongiurare il rischio
di un'identità debole L'Occidente e l'anima cristiana alla riscoperta dei
valori perduti La religione e le forze politiche, economiche e militari nella
storia di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA e CAMILLO RUINI Camillo Ruini Esiste un
problema che attraversa la storia, quello del rapporto innegabile tra la
fede cristiana e le forze politiche, economiche e militari che operano nella
storia. Se lo scontro tra i franchi e gli arabi si fosse risolto in modo
differente, il futuro religioso della Francia sarebbe stato
molto probabilmente assai diverso, come è accaduto in Oriente e nell'Africa del
Nord, dove il conflitto ebbe un esito opposto, cioè la vittoria degli arabi.
Ernesto Galli della Loggia Ciò richiama il rapporto complesso e difficile del
cristianesimo con la guerra, con la ragione delle armi. Almeno storicamente, il
cristianesimo non è stato di certo pacifista. Non è stato programmaticamente e «naturaliter» bellicista come
l'islam, ma ha sempre valutato con realismo l'uso politico delle armi,
considerandolo un'eventualità da vagliare di volta in volta nelle sue
motivazioni, ma che non era possibile mettere al bando. Ruini Qualcosa che
faceva parte della vicenda umana... Il rapporto dell'esperienza e della
testimonianza cristiana non soltanto con il ricorso alle armi, ma più in
generale con la forza storica, con le potenze della storia, è un tema
estremamente difficile ma inevitabile. Nella Chiesa, soprattutto oggi, è molto
viva la tendenza a rifiutare tutto ciò, a liberare il cristianesimo da ogni
contaminazione di questo genere. Secondo me, però, una tale contestazione, pur
avendo molte ottime ragioni, rimane unilaterale, non solo per quanto riguarda
il passato, ma anche in rapporto al presente e al futuro: non è mai possibile,
infatti, adottare una prospettiva puramente disincarnata. Galli Sono d'accordo.
A me sembra, tra l'altro, che chi abbraccia questa posizione di fatto sconfessi
quasi tutta la storia della Chiesa. Ambisce a un'idea totalmente disincarnata
del suo ruolo. Pensa a una religione che possa, anzi debba, essere vissuta solo
come dettame etico individuale, non curandosi affatto di quale possa essere la
sua incidenza storica concreta, e cioè il suo posto nello spazio pubblico di
una cultura. Ruini Restano però aperti problemi grandissimi, perché, sebbene la
storia dia in buona misura ragione alla posizione incarnata, rimane un nodo di
fondo: l'essenza stessa dell'annuncio evangelico richiede infatti, quantomeno,
che il rapporto del cristianesimo con le forze storiche sia sempre tenuto sotto
il controllo e il giudizio delle istanze evangeliche. Questa è la tensione
interna e ineliminabile del rapporto tra la fede e la storia. Galli Ciò che lei
dice mi pare confermi quella che, da quando è iniziato il nostro incontro, io
chiamo la «missione impossibile» della Chiesa: tradurre nella storia un
messaggio di assolutezza morale che deriva dalla trascendenza divina. Ruini
Bisogna coniugare l'assolutezza morale con il realismo storico: questa è la
sfida di sempre, che probabilmente si riproporrà nel secolo che è da poco
iniziato. Galli È interessante osservare che, peraltro, oggi la posizione
dominante nella cultura occidentale riguardo a questo problema è molto diversa
rispetto ai diciannove secoli precedenti. Attualmente, nella nostra società
prevale una sorta di eticismo obbligatorio che rende oltremodo difficile un
qualsiasi approccio realistico alla questione della guerra. E alla Chiesa si
chiede proprio di essere il portavoce più appassionato e intransigente di
questo approccio eticistico. Ruini Un approccio che poi, di fatto, non viene
adottato nella politica reale. Galli Infatti. Nessuno sembra seguirlo davvero
nelle faccende in cui sono in gioco interessi che lo riguardano da vicino.
Ciononostante, c'è una sorta di interdetto pubblico a dare voce a questo
approccio realistico. Se si parla ufficialmente, allora bisogna per forza
affermare che la stella polare dev'essere la coerenza. Una posizione, questa,
che di solito prelude alla messa sotto accusa della Chiesa, se minimamente
esita a trasferire il dover essere nella realtà. Tutto ciò configura
indubbiamente un dato nuovo, che forse ha avuto inizio con la polemica
protestante contro la «politica romana»... Ruini Lei non collegherebbe questo
dato nuovo con la crisi dell'autostima dell'Occidente? Galli Anche. Con la
perdita della consapevolezza delle proprie ragioni storiche, analoga a quella
che hanno sperimentato i cristiani e i cattolici.
Anche questi stanno smarrendo o hanno smarrito, mi pare, il senso delle proprie
ragioni storiche. E anche loro si rifugiano spessissimo in quello che io chiamo
l'eticismo, il moralismo astratto... Ruini La questione è indubbiamente molto
grande e difficile, e tuttavia in qualche modo «seconda» rispetto al fatto che
sia l'Occidente sia la Chiesa in Occidente hanno un rapporto difficile con se
stessi, con la propria storia, hanno una debole coscienza della propria
identità: è da qui che prende maggiore vigore, in maniera unilaterale, un
approccio di tipo disincarnato. CHARLES DE STEUBEN, CARLO MARTELLO ALLA
BATTAGLIA DI POITIERS (OLIO, 1834-1837) \\ Almeno storicamente, il
cristianesimo non è stato di certo pacifista \\ Non è
mai possibile adottare una prospettiva puramente disincarnata
( da "Corriere della Sera"
del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Cultura data: 30/05/2009 - pag: 37 Su due fronti Tesi liberali
contro i laicisti L' Occidente rischia di perdere l'anima, ma se non rinnegherà
i valori cristiani potrà salvarsi. L'interesse di questo libro, composto a
quattro mani e due voci da Ernesto Galli della Loggia e Camillo Ruini, sta
certo nel tema, ma anche nella identità della coppia d'autori. Confini, dialogo
sul cristianesimo e il mondo contemporaneo (Mondadori, pp. 204, e 18) nasce dal
dialogo fra un intellettuale laico, Galli della Loggia, e il cardinale Ruini,
fino a poco tempo fa vicario del Papa per la diocesi di Roma. Un saggio
coraggiosamente autocritico, in cui a volte il primo denuncia le chiusure
dogmatiche dei laici, e spesso il secondo ammette i conformismi cattolici. Occorre, concordano i due interlocutori, che
l'Occidente riprenda fiducia in se stesso e si riconcili con il patrimonio
culturale e storico del cristianesimo. Persino nei campi più delicati, a
cominciare dall'impiego della forza per ragioni di difesa. Ritorna l'antica
questione della «guerra giusta» (espressione mai usata ma sottintesa anche
nelle pagine che anticipiamo). Sullo sfondo, la divisione
che attraversa i campi laico e cattolico, ricombinandoli su due fronti misti e
contrapposti. Da un lato gli intellettuali fedeli alla tradizione liberale,
dall'altro, i «laicisti», desiderosi di confinare il cattolicesimo e la
religione al puro ambito privato. E insieme a loro, i cattolici progressisti, che Ruini definisce «disincarnati». Dario
Fertilio
( da "Foglio, Il" del
30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
30 maggio 2009 La
svolta del filosofo Massimo D'Alema riunisce la sua scuola dialogando coi cattolici e congedandosi dal blairismo Esattamente un anno
fa, la prima edizione della scuola estiva di filosofia e politica organizzata
dalla fondazione ItalianiEuropei si concentrava sul tema “Religione e
democrazia”, e si concludeva con una mezza crisi diplomatica tra la fondazione
e il Vaticano, ma anche tra Massimo DAlema e un buon pezzo
del Partito democratico, per via del suo discorso conclusivo sulla “tentazione demoniaca del
potere” da cui la chiesa avrebbe dovuto guardarsi. Per la seconda edizione,
tenuta dal 22 al 24 maggio a Marina di Camerota, la scelta dellargomento
è caduta nonostante tutto nella stessa direzione: “Il futuro della natura umana”. Questa volta,
in compenso, il rischio dello scontro con la chiesa è stato
scongiurato subito. Non che il confine tra laici e cattolici
non sia emerso chiaramente, dopo tre giorni di discussioni sulla natura umana e
sui limiti della scienza, sul diritto allautodeterminazione
e sulle ragioni della fede. Ma la sua trasposizione sul piano politico è
risultata molto meno scontata di quanto si sarebbe potuto pensare allinizio.
Il dibattito su biopolitica e ruolo dello stato nelle questioni che
riguardano il confine tra vita e morte, infatti, ha finito per intrecciarsi
fino a confondersi con il dibattito sulla crisi finanziaria e sul ruolo dello stato nelleconomia, rendendo
molto più complicato segnare un confine tra destra e sinistra. E con il suo
intervento alla tavola rotonda conclusiva, tutto incentrato sulla critica a un
certo “liberalismo antipolitico” divenuto egemone anche a sinistra, quel confine DAlema
lo ha tracciato, ma non dove previsto. “Il futuro della natura umana” è il
titolo di un saggio di JÜrgen Habermas. Introducendo i lavori della scuola,
però, Massimo Adinolfi spiega la scelta non con Habermas, ma con Chesterton. E
in particolare con
il libro in cui lo scrittore si rivolgeva “alla specie umana, cui tanti dei
miei lettori appartengono”, a dimostrazione di come nulla, in questo campo,
debba essere dato per scontato. Ma se lesistenza di una
specie umana non sembra comunque un fatto particolarmente controverso, e il compito di
stabilire cosa sia e chi vi appartenga può essere lasciato alla biologia,
stabilire in cosa consista la natura umana, sempre ammesso che esista, è molto
più complicato. Secondo Parmenide, spiega il filosofo Carlo Sini allinizio
della sua relazione, con cui si apre la sessione su “La filosofia e lo statuto
del vivente”, luomo è “eidos phos”, colui che sa. Lilluminato dal
“sapere/vedere”. Per essere più precisi, luomo è colui che, in quanto ha
visto, sa. E
quel che luomo ha visto, diversamente da tutti gli
altri esseri viventi, è la morte. “Qui non ci sono differenze di cultura e di
storia, perché le differenze di cultura e di storia muovono di qui”, dice Sini.
Il giovane Hegel, scrivendo “Lo spirito del cristianesimo e il suo destino”, ricordava senzaltro
laffermazione di Parmenide. Anche per Hegel, infatti, luomo è
“lilluminato”. E il mondo è “la vita che accade”. Dunque, prosegue Sini
tra una citazione di Hegel che riprende Parmenide e una di Dilthey che commenta Hegel, passando
rapidamente per il “Tractatus” di Wittgenstein, è da qui che bisogna partire,
perché “se non si parte dalla vita si parte da unastrazione”.
E partendo dalla vita si torna a Hegel, con la sua distinzione tra zoè e phos
(da non
confondere con la distinzione tra zoè e bios, su cui sintratterrà
lungamente il professor Francesco De Sanctis il giorno dopo, in una relazione
pronunciata quasi interamente in greco antico, con scarsissime concessioni al
latino). Distinzione fondamentale, questa tra zoè e phos, e cioè tra vita immediata
(“Husserlianamente, potremmo dire, precategoriale”, aggiunge Sini per farsi
capire) e vita riflessa, vita pensata, vita illuminata dal sapere. Ma è alla
fine dellexcursus, in una vertiginosa sintesi dellintera
filosofia occidentale portata a termine in dieci minuti netti, saltando forse
soltanto Plotino e Gianni Vattimo, che Carlo Sini arriva al punto. “Quello che
Hegel ci ha insegnato – scandisce – e che non ci hanno insegnato né Parmenide,
né Kant, Fichte
o Schelling, è la storicità essenziale della vita stessa”. Di qui “lessenziale
storicità” di ogni biologia. Loggettività di cui la scienza si vanta non
può quindi far dimenticare che quello della scienza è un lavoro, un fare delle
cose, che il mondo
non si limita a osservarlo e a spiegarlo, ma sempre lo modifica. Ragion per
cui, dinanzi a chi dice che la vita è sacra e intangibile – come dinanzi a chi
afferma che essa è solo una scarica elettrica – compito del filosofo è
replicare: “Dimmi che lavoro fai, quando dici e intendi così; mostrami le tue
operazioni”. Anche se a prima vista non si direbbe, la polemica con quello che
DAlema chiamerà il “liberalismo antipolitico” è appena dietro
langolo. Il passo che più sorprende in questa direzione non è però del “laico” Sini, ma del
cattolico Adriano Pessina, nella sessione dedicata a “Letica,
la medicina e lo
stato”, a partire dal rapporto tra la politica, lo stato e le questioni che riguardano il confine tra vita e
morte. “Il mio punto di vista – esordisce Pessina – muove da una critica di
quelle visioni del problema che presuppongono troppo disinvoltamente un uomo
libero, adulto, autonomo”. Una concezione delluomo
come “contraente di un inesistente contratto rawlsiano… roba da Walt Disney” (e
già qui il
settore marxista della platea trattiene a stento lovazione).
Polemizzando con Piergiorgio Donatelli e con la sua appassionata difesa
dellautonomia individuale, la critica di Pessina non risparmia il “mito
dellautorealizzazione, perché non possiamo misconoscere che noi siamo sempre
impregnati dellaltro”. Ma soprattutto, e più in generale,
non risparmia il liberalismo, che si rivela “una bussola insufficiente, quando
si tratti di cure prolungate, cure palliative e anche di giustizia nei
confronti delle
persone che si prendono cura di coloro che ne hanno bisogno, perché prima di
avere il diritto di rifiutare le cure bisogna avere le cure”. Occorre invece un
“ethos condiviso”, fondato sui principi di “uguaglianza e pari dignità di tutti
gli uomini”, perché “non basta alla democrazia il mero aspetto procedurale”.
Quel che serve è insomma “una coscienza critica che non si accontenti di una
democrazia qualsiasi”, ma aspiri a “estendere il diritto di cittadinanza alla
nuda qualità di quellessere umano che è il fondamento e il senso stesso dellagire
politico”. La scena si ripete il giorno dopo, nella sessione su “Luomo e
la tecnica”, quando alla relazione del laico Aldo Schiavone (di cui i lettori
del Foglio hanno potuto leggere ampi stralci sul giornale di sabato) si contrappone quella di
monsignor Pierangelo Sequeri. “Rischio di ingovernabilità della tecnica,
effetti collaterali che riteniamo dannosi e che non riusciamo a governare
razionalmente… ma la tecnica non era la figlia naturale della ragione? Comè
possibile che
non si riesca a governarla razionalmente? Non è mica lamore,
o la religione…”. La verità, prosegue Sequeri, è che ormai “scriviamo dio con
la minuscola e Tecnica con la maiuscola, perché abbiamo cominciato a
mitizzarla, il che significa: a farne un luogo accogliente per le nostre preghiere… perché
se è chiaro che comanda comunque, non resta che mostrarsi buoni sudditi”. Buona
parte della platea, compresi diversi filosofi che da tempo collaborano con la
fondazione ItalianiEuropei, si ritrova piuttosto spiazzata. Concorde sulle
conclusioni di tanti autorevoli esponenti del “pensiero laico” ascoltati con
partecipe attenzione, sulla legge 40 come sul testamento biologico, sulle
premesse filosofiche e politiche è colta però dal sospetto di essere assai più
daccordo con i loro contraddittori cattolici.
Crisi dei valori e crisi finanziaria sintrecciano
quindi definitivamente, e inestricabilmente, nella sessione successiva, con la
relazione di Laura Bazzicalupo. Relazione incentrata sulla “sussunzione della vita stessa nella logica
economica”. Dopo una “rappresentazione delleconomia
classica che offriva ancora, attraverso il concetto cardine di valore-lavoro,
un luogo di mediazione possibile alla politica per costruirvi diritti e
protezione… la svolta neoliberale arretra lindagine sulla logica
del comportamento soggettivo, sullagente economico che decide in una
situazione di scarsità, scegliendo in base a criteri di convenienza e di
utilità”. Homo oeconomicus che investe ormai tutto se stesso – immaginario contraente di un contratto
che non esiste, si potrebbe dire – in un sistema che presuppone però individui
sempre pienamente “liberi di scegliere” e perfettamente razionali (sulla base
di una concezione utilitarista della “natura umana”). Ad affrontare i problemi
attuali in termini certamente familiari alluditorio,
sia pure in inglese, ci pensa quindi lo spagnolo Alberto Moreiras, nel
dibattito che segue la sua relazione su “Affirmative Biopolitics”. Alla fin
fine, dice Moreiras, il punto resta sempre “the primacy of the political”. DAlema,
seduto in platea, non può che approvare. A dominare gli ultimi ventanni,
dice infatti il presidente di ItalianiEuropei nel corso della tavola rotonda
finale con Giancarlo Bosetti e Avishai Margalit, è stato un
“liberalismo antipolitico” che ha esercitato la sua egemonia anche sulla
sinistra, schiacciata su una linea di pura e semplice difesa dei “diritti
individuali”. Linea giusta in linea di principio, sintende,
ma che ha prodotto una “frattura tra sinistra e popolo”, perché “non cè
dubbio che il populismo della destra dà una risposta a un bisogno di
rassicurazione, comunità… che sente soprattutto chi è più debole e più esposto
ai rischi della globalizzazione”. E sarebbe davvero arduo indicare in queste
parole dove
cominci la critica alla “sinistra liberale” suggestionata dal modello
clintoniano e blairiano (per non dire subalterna allideologia
neoliberista) e dove la critica alla “sinistra laica”. Prima del sacrosanto diritto a
rifiutare le cure viene il diritto a riceverne, dice DAlema,
riprendendo quasi testualmente – e forse inconsapevolmente, dato che a quel
dibattito non aveva assistito – largomento già adottato da Pessina.
Nessuna abiura, va da sé, di quella svolta liberale che ha visto lo stesso
DAlema,
negli anni Novanta, tra i suoi principali protagonisti, ma “il liberalismo è un
campo di battaglia”, dice ora il presidente di ItalianiEuropei. E così,
rimettendoli in fila, si potrebbe forse rintracciare un filo comune in buona
parte degli interventi. Un accostamento che molto probabilmente farebbe
inorridire buona parte delle persone coinvolte – dal laico Sini al cattolico
Pessina, da monsignor Sequeri a DAlema – e cioè, per
dirla (approssimativamente) con le parole dello stesso Sini, che ognuno di noi ha il proprio “mondo-ambiente” da
cui si separa e con cui al tempo stesso si pone in relazione, ricavandone così
il proprio “orizzonte di senso”. E il grande cambiamento di cui tutti parlano
sta forse proprio qui: nel diverso orizzonte in cui sembra ora collocarsi DAlema,
passato il tempo dei grandi incontri con Bill Clinton e Tony Blair sulla Terza
Via di una sinistra liberale oggi drammaticamente in crisi, e non solo in
Italia. “Dinanzi alle enormi diseguaglianze aperte nel mondo – dice ad esempio
il presidente
di ItalianiEuropei – anche unidea di uguaglianza
come semplice uguaglianza delle opportunità appare insufficiente”.
E una svolta significativa, sebbene ancora soltanto abbozzata. Ma
soprattutto è significativo che nel suo progressivo spostamento a sinistra, in cui tanti
avevano indicato la segreta intenzione di abbandonare il Partito democratico
per tornare a una classica divisione tra socialdemocratici e democristiani, DAlema
prenda le mosse, al contrario, proprio da un incontro con il pensiero cattolico. Un cambiamento di
orizzonte di cui sembra di poter rinvenire le tracce da molte parti. Nei
continui attestati di reciproca stima tra Giulio Tremonti e Romano Prodi, per
esempio, o nella rivista dei padri dehoniani (Il regno) in cui proprio in
questi giorni si parla della crisi economica (tra una citazione di Karl Marx e
laltra di Giovanni Paolo II) non come “malattia del sistema” ma
come “inevitabile conseguenza di una logica puramente funzionale”. “Il futuro
della natura umana” è il titolo della seconda edizione dellInternational
Summer School di Filosofia e Politica, organizzata dalla fondazione
ItalianiEuropei dal 22 al 24 maggio a Marina di Camerota. Conclusa da una
tavola rotonda su “La politica e le trasformazioni dellumano”, con Massimo DAlema,
Avishai Margalit e Giancarlo Bosetti, alla scuola hanno partecipato
intellettuali e studiosi di diversa formazione e di diverse competenze. Tra gli
altri il filosofo Carlo Sini e il matematico Giulio Giorello, il senatore
Ignazio Marino, Monsignor Pierangelo Sequeri, Aldo Schiavone, Alberto Moreiras, Adriano
Pessina, Laura Bazzicalupo, Eligio Resta. di Francesco Cundari
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 30-05-2009)
Argomenti: Laicita'
ROSANNA BORZILLO
Si muoveranno in 25mila dalla basilica del Carmine Maggiore. L'appuntamento è
alle 12,30. La Madonna di Pompei veglierà e accompagnerà tutti coloro che
raggiungono per devozione, a piedi, il santuario: in un'auto-cappella, messa a
disposizione del vescovo Carlo Liberati, viene portato infatti in processione
anche il quadro della Madonna del Rosario. Coppie, famiglie, bambini, giovani
da tutta la Campania, ma anche da altre parti d'Italia perché il pellegrinaggio
a piedi a Pompei è diventato un atto di fede che supera i confini della
regione. Tanti i sacerdoti pronti a confessare nel camper della legalità dell'ufficio
diocesano di pastorale giovanile che seguirà il lunghissimo corteo. Poi, nel
piazzale del meeting di Pompei il lungo abbraccio con la Vergine, alle 21,30,
nella celebrazione eucaristica, presieduta dal cardinale Sepe, dopo un faticoso
pellegrinaggio, promosso dall'azione cattolica diocesana, da oltre
sessant'anni. Di fede e di devozione che ancora oggi sono forti e che
cancellano la stanchezza del tragitto, il caldo, la fatica. Durante il
pellegrinaggio a piedi, ancora in tanti si convertono, molti ringraziano per le
grazie ricevute, offrono omaggi floreali all'auto-cappella con il quadro della
Madonna che verrà poi omaggiato dai fedeli. Oggi la Chiesa di Napoli è ancora
una volta pellegrina e attraversa tante strade, tante cittadine della provincia:
ore 16 Portici; ore 16,30 Ercolano, ore 17,30 Torre del Greco, ore 18,30
Leopardi; ore 20,30 Torre Annunziata. «Quelle strade - spiega Titty Amore,
presidente diocesana dell'Ac - troppo spesso insanguinate e trasfigurate
dall'ingiustizia, dalla violenza e dall'illegalità, per imparare da Maria, la
Madre del Signore, a essere testimoni e costruttori di carità ciascuno con il
suo contributo personale nella vita quotidiana delle nostre città». «Camminate
nella carità»: il tema di quest'anno, recuperando lo stile della sobrietà«.
aggiunge Titty Amore. «Laici adulti e responsabili -
commenta Mario Di Costanzo, responsabile diocesano della Consulta dei laici-
critici e e presenti: in pellegrinaggio a Pompei per fede profonda. Gente di
cui ha bisogno la nostra città: partecipi e pronti a impegnarsi per la pace e
la giustizia e per ricostruire i luoghi della speranza».
( da "Secolo XIX, Il"
del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Sui temi etici la
Chiesa interviene, non impone giuseppe sandro mela I recenti accesi dibattiti
sui rapporti tra religione, etica e politica circa questioni specifiche
suggeriscono l'opportunità di riportare il discorso al suo più vasto contesto
teorico, enucleandone almeno alcuni punti essenziali. 1) L'etica è la scienza
che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i
comportamenti umani leciti da quelli inappropriati, utilizzando la logica,
metodologia che consente di pervenire a conclusioni non contraddittorie. 2)
L'etica è una e una soltanto, perché se esistessero più etiche esse sarebbero
tra loro contraddittorie. 3) L'etica è la base del diritto naturale e questo
della carta dei Diritti fondamentali dell'uomo. Negare l'etica significa negare
quei diritti. 4) Il corpo legislativo di un Stato è diritto positivo. Se esso è
coerente all'etica e al diritto naturale stabilisce norme lecite, in caso
contrario lede in una qualche parte i Diritti fondamentali: è ingiusto prima
ancora che illogico e contraddittorio. 5) Per questo motivo è mandatorio che
uno Stato sia «etico», nel senso che rispetti l'etica. È del tutto ininfluente
la forma di governo di cui è dotato, purché esso rispetti il diritto naturale.
6) Il concetto di democrazia utilizza, ma non si identifica né nel governo
della maggioranza né nel suffragio universale, bensì nel perseguimento del bene
comune nel rispetto dell'etica e del diritto naturale. 7) Un Stato democratico
non etico è sottoposto alla dittatura della maggioranza. Una legge dello Stato
che stabilisse che due più due fa sette sarebbe legale, ma ridicola più ancora
che illogica, ma in questo campo la farsa diventa sempre tragedia: non si
dimentichi che il nazismo andò al potere con libere elezioni. 8) La ripetuta opposizione di «Stato laico» a «Stato etico» o a
«Stato religioso» conduce inevitabilmente a una visione di gestione dei poteri
della maggioranza non sottoposta ad altri principi generali che non siano
l'arbitrio del potere stesso. 9) La Costituzione della Repubblica recita
all'art. 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio
ordine, indipendenti e sovrani.» Il fatto che per dettame costituzionale Chiesa
e Stato siano reciprocamente «indipendenti e sovrani» nelle loro riconosciute
esistenze non sottintende una qualche mutua esclusione, bensì una osmosi nei
settori riconducibili ad ambedue i rispettivi ordini di interesse, e infatti la
Costituzione menziona esplicitamente i Patti lateranensi. La Chiesa cattolica
interviene quindi di buon diritto sui problemi etici e non ci risulta proprio
che abbia mai cercato di imporre allo Stato di stabilire per legge l'obbligo
del precetto pasquale. 10) Comunque, anche in un'ottica slegata dall'etica,
come un Parlamento liberamente eletto introdusse la legge sull'aborto, un
Parlamento altrettanto liberamente eletto potrebbe abrogare tale legge. 11)
L'insistenza con cui si vuole negare ai cattolici il
diritto alla parola o a votare in modo conforme al loro sentire avalla una vera
e propria discriminazione ideologica e razziale nei loro confronti. Una
situazione in cui a tutti è permesso di parlare, argomentare e anche
legiferare, tranne che ai cattolici. Giuseppe Sandro
Mela è presidente di Cooperatorum Veritatis
Societas.(veritatis-societas@documentacatholicaomnia.eu) 01/06/2009
( da "Repubblica, La"
del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 9 -
Interni Firenze, doppio ostacolo per il Bimbo l´anima rossa e i signori del
mattone Renzi favorito contro Galli. Spini incognita a sinistra Il reportage
L´ex vicesegretario del Psi: primarie decise dai voti venuti dalla destra. Il
candidato del Pd: balle, a me non mi ha scelto papi´
ALBERTO STATERA FIRENZE - «Ah, ecco l´ultima spina!» esclamava alzando gli
occhi al cielo Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, quando incontrava
Valdo Spini giovanetto insieme al padre Giorgio, grande storico protestante. Passato mezzo
secolo, la piccola spina valdese è tornata fastidiosamente a infilarsi sotto il
tallone di Matteo Renzi, poco più che trentenne cattolico rampante, ex boy
scout di Rignano sull´Arno e adoratore del mito lapiriano. Tra pochi giorni il
giovane presidente uscente della Provincia dovrebbe essere eletto sindaco della
non più proprio rossa Firenze al primo turno contro l´ex calciatore della
Fiorentina e del Milan, il pidiellino Giovanni Galli, esangue e tarda scelta
berlusconiana. Se non ci fosse l´intralcio pungente di Valdo. Parlamentare da
una vita, antico vicesegretario socialista, ministro col governo Ciampi, a
sessant´anni più che suonati, Spini, attorniato da una nobile corte che espone
un Rosselli e una Frescobaldi, ha deciso di dimostrare che ci può essere «un
Partito democratico all´americana e non alla vaticana, come quello incarnato da
un democristiano di ultima generazione». Così, dopo lo psicodramma delle
primarie fiorentine, quell´orrendo «mischiume» nel quale non lo vollero, che
vide tutti contro tutti in una faida maledetta dall´affare speculativo di
Salvatore Ligresti sull´area di Castello, si è candidato con l´appoggio di
sette liste, compresi i verdi, i repubblicani della Sbarbati e Rifondazione.
Accreditato almeno al 10% minaccia così di rovinare la festa dell´elezione al
primo turno al candidato nomato "bimbo". Da cui il calembour che va
alla grande tra i vecchi del Pci fiorentino: «Prima i comunisti mangiavano i
bambini, ora sono i bambini che mangiano i comunisti». «A me non mi ha scelto
Papi, ma le primarie!», grida Renzi, belloccio sì, pur se lievemente pingue a
differenza di Noemi, al Circolo Vie Nuove, cuore rosso e accaldato di Firenze,
dopo essersi paragonato nientemeno che a Farinata degli Uberti. E Massimo
D´Alema, trattenendo il celebre sorrisino di scherno sotto il baffo, è venuto a
dargli il suo assist: «Matteo è come un ciclista che pedala un´ora davanti al
gruppo, l´unico interrogativo non è se vince, ma se batte o no tutti i record».
E pensare che soltanto qualche settimana fa il boy scout lapiriano diceva che
Massimo sì l´aveva chiamato dopo le primarie, ma che lui aveva il telefonino
distante e non era proprio riuscito a rispondergli. Lo stesso trattamento
riservato a Walter Veltroni e, poi, a Dario Franceschini, che il candidato
democrat di lingua sciolta ha bollato come "il vicedisastro". Onore
comunque di D´Alema a Valdo Spini: «E´ un vecchio compagno, troveremo il modo
di lavorare insieme. La ricchezza del partito sono le diverse radici, per cui
al vecchio compagno dico: serriamo le fila». Per carità, non sia mai detto:
«Vietato strumentalizzare le parole di Massimo su Valdo», minaccia il
segretario del Pd Giacomo Billi. E anche quelle dalemiane sul sindaco uscente
Leonardo Domenici che «merita sostegno alle europee», in vista di «un partito
ritrovato che dopo le elezioni sarà più solido». Chimera dalemiana
preelettorale il partito più solido e unito, mentre la guerriglia intestina
divampa qui quasi in bocca alle urne. Lapo Pistelli, candidato cattolico
sconfitto alle primarie fiorentine, ma responsabile Esteri del Pd, non firma
armistizi rispetto al guanto lanciato: «Per concorrere a una posizione di
responsabilità occorrono sia amore per la funzione per la quale ci si candida,
sia empatia con gli elettori ai quali si chiede una delega a rappresentarli:
entrambe precondizioni che non vedo realizzate in Leonardo Domenici». E Sergio
Staino, candidato alle europee di Sinistra e libertà: «Pistelli ha ragione».
Smaliziati i commenti a D´Alema nella platea rossa nel forno del Circolo Vie
Nuove: «L´è sempre il migliore Max. Il capo l´è lui. Tu vuoi vedè che il 7
giugno fa il su´ partito?!». Domenici non c´è in questi giorni a Firenze,
colpito un po´ dalla sindrome Cofferati, la disaffezione della città che lo
esaltò. Si vede poco, impegnato com´è nella campagna elettorale per Strasburgo.
Ha un po´ metabolizzato le amarezze di uno che si sente vilipeso, nonostante
sia quello che «più a lungo ha governato Firenze dalla fine del Settecento»,
come garantisce. E con buoni risultati. Primi fra tutti il nuovo palazzo di
giustizia e la linea 1 del tram. Sfiorato ma non toccato dallo scandalo
Castello - l´area su cui al posto di una «cacata» di giardino, come egli stesso
la chiamò, si voleva realizzare lo stadio della Fiorentina all´insaputa dei
fiorentini - che ha coinvolto il suo vice Graziano Cioni, l´anima cittadina
naif, si è sentito incompreso da un «partito romanizzato che ha dato l´idea di
voler tagliare i rami fronzuti su cui era seduto». Lo confessa: «Ho sofferto
con Walter. Io ho ancora la visione ottocentesca di un partito pesante,
strutturato, con gli iscritti, con le sezioni, che non rinunci al suo ruolo di
direzione politica, non un partito liquido, ectoplasmatico». Quanto a Renzi gli
aveva «consigliato» di non candidarsi in una città nella quale per essere
eletti servono 105 mila voti. Su 37 mila votanti alle primarie, il bimbo ne ha
presi 16 mila. Ce la farà a diventare sindaco, ma a che prezzo? «Posto che la
piazza di Firenze è piazza della Signoria, cioè una piazza
laica e non religiosa, Matteo è bravo e disinvolto. E sono certo che per le
primarie non ha fatto accordi con poteri e poterini». Ma poi? Che cosa non dice
Domenici? Il fatto è che di quei 16 mila voti alle primarie la leggenda
metropolitana vuole che più di 3 mila siano venuti da destra, dalle truppe
cammellate di Denis Verdini, cui pare che Renzi sindaco stia benissimo e
che proprio per questo ha scelto un avversario debole come Galli, nonostante
potesse disporre di un nome migliore come quello di Gabriele Toccafondi. Il
leader della destra locale, per di più coordinatore nazionale del Pdl, king
maker del sindaco del Pd. Possibile? «Certo», conferma pro domo sua Valdo
Spini, che avverte: «Non mettete il Pd nelle mani di Matteo Renzi, sarebbe un
grave indebolimento delle prospettive future di tutto il partito». Ma come? Non
era il piccolo Obama di Firenze? L´alito di Denis, magnifico clone di Adolfo
Celi in "Amici miei", soffia nella Firenze massonica e non. Non c´è
solo la maledizione di Castello, che già vent´anni fa ad opera di Achille
Occhetto costò la testa a un´intera classe dirigente comunista, su cui Ligresti
vuole fare un´operazione da un miliardo e Della Valle la Cittadella Viola con
lo stadio della Fiorentina. Ci sono le cooperative e soprattutto la BTP,
acronimo che designa Baldassini, Tognotti e Pontello, i regnanti immobiliari
della città. La loro banca è il Credito cooperativo, di cui è presidente e
signore Verdini. Accusato anni fa di aver violentato una sua avvenente
correntista, fu assolto dall´accusa di violenza sessuale, ma rinviato a
giudizio per rivelazione di segreto bancario, violazione della privacy e
diffamazione, perché rivelò notizie sull´esposizione della signora, di suo
marito e dei loro amici. Poi c´è la Fingen ("fashion, retail e real
estate") dei fratelli Corrado e Marcello Fratini, soci della cordata
berlusconiana dell´Alitalia, che detiene oltre 600 mila metri quadri, tra cui
quelli di Sesto Fiorentino, che potrebbero essere l´alternativa a Castello per
lo stadio e la Cittadella viola. Ne è presidente Jacopo Mazzei, cugino di
Lorenzo Bini Smaghi della Banca centrale europea, ma soprattutto figlio di Lapo
Mazzei, straordinario produttore di Chianti e grande capo dell´Opus Dei. Ex democristiani
ed ex comunisti, massoni e legionari di Cristo. In fondo che differenza fa? La
città è scossa dalla prospettiva delle linee 2 e 3 della tramvia, che liscia i
monumenti, e dall´esercito di quasi mille vigili urbani, vecchio feudo di
Graziano Cioni, lo sceriffo che tanti guai ha procurato a Domenici e al Pd
fiorentino, i quali impazzano con cascate di multe. Ma la partita vera, forse
meno evidente ai fiorentini, è quella urbanistica: «Firenze ha toccato il fondo
- garantisce l´urbanista Vezio De Lucia - si è omologata al peggio nazionale:
la rendita fondiaria comanda sul futuro della città». E comanderà sempre di più
se il bimbo che non è stato scelto da Papi non glielo
impedirà.
( da "Corriere della Sera"
del 01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Cronache data: 01/06/2009 - pag:
( da "Foglio, Il" del
01-06-2009)
Argomenti: Laicita'
1 giugno 2009 Se
Berlusconi fosse gay, tutto sarebbe in ordine Se Berlusconi fosse gay, se le
sue feste avessero lo charme discreto di casa Armani o il sapore un po
trasgressivo di una serata firmata Dolce & Gabbana, non staremmo qui a domandarci se
e come si debba difendere il suo stile di vita da una serie di sospetti, di
attacchi, di inquisizioni, di stupori planetari. Cè
un film francese di qualche anno fa, mi dice il mio amico Buttafuoco, in cui compare un marito in
difficoltà, che recupera la gioia di vivere seguendo il consiglio di un amico:
fingiti gay. Dopodiché riconquista laffetto della moglie e
dei figli, e la società che lo circonda lo porta in trionfo, letteralmente. Ida
Dominijanni è
la persona che, da una posizione culturale comunista e femminista, ha meglio
capito, anche nel rigetto ideologico feroce della personalità e dello stile
umano del caro leader, un suo tratto infantile, ludico, adolescenziale e
femminile, anche nel senso della femminilizzazione del potere a ogni livello,
principiando da sé stesso. E il Berlusconi del cucù
a frau Merkel, del trucco truccato nel fazzoletto, del lifting esibito, del
trapianto di capelli con bandana, la cura della chiostra dentaria che il sorriso piacione incastona, e tutta
quella adesione quasi filosofica alla parure, alla galanteria, ai giochi di
corte, dispetti e chiacchiericci; eppure no, pare che il Berlusconi vero sia
eguale al suo modello emerso di recente, un autentico maschio latino, etnicamente
mainstream, bianco e cattolico, padre di famiglia e di famiglie, dunque
ripopolatore del mondo, ma sopra tutto tombeur che appartiene in tutto al
cliché della maggioranza silenziosa, quella con Benignaccio cantore che adora
la passera, la passerina, la topa e la topina e via ridendo a crepapelle, come
da sempre accade, con in più il tratto kennediano del puttaniere hollywoodiano
tra starlet e pin up di un biondo glamour su tacchi altissimi. Happy birthday,
mr president, happy birthday to youuuuuuuuuu! Cè
qualcosa di marcio nel moralismo machofobico di certi ambienti cattolici
che stanno sempre lì a far “sociologia comprendente” intorno alle famiglie
superallargate, scisse, sghembe, single o di vario altro disordine,
prosternandosi a ogni forma di desiderio che sgorga dalle coscienze, cattolici che ci spiegano compunti la qualunque eterologa,
che arieggiano romanticherie di passaggio sui diritti delle persone conculcati
dallottusa morale ratzingeriana e wojtyliana. Ma anche tutta questa
bella gente
dellEspresso e dintorni, questi giornalisti laici bigami,
trigami o in quadricromia, gente che si vanta, che si compiace di sé, che
conquista e stende prede sessuali a più non posso, ora se la tirano da
protocolli istituzionali viventi, si alleano con la cosiddetta (da loro)
sessuofobia dei preti, mostrano di detestare negli altri quello che alberga in
loro, che loro teorizzano quando partono in crociata contro noi
bacchettoni, insomma il sesso come piacere disancorato da promesse damore,
come allegria totalmente
disinibita, come festa panica e idolatrica, come esibizione narcisista di
potenza e primato, come raccolta dongiovannesca di infinite possibilità in
attesa della resa dei conti asessuata e finale, la statua del Commendatore o
del Cumenda. E tutta una cultura politicamente corretta, fondata non
sulla realtà degenere della misoginia, ma sullidealizzazione
mitica sociologizzante della violenza contro le donne, dello stupro, del
machismo, del prepotere fondato sulla odiosa penetrazione e mescolato variamente con le altre potenze del
male metastorico, come il denaro e lautorità paterna, sia
pure di papi. In questa orgia vera di fottutissime e morbosissime idee correnti
non cè spazio per capire che cosa sia il patronage, il rapporto di uomini
o di donne
importanti, in età, con persone più giovani che coltivano sogni impossibili da
realizzare senza la guida e la protezione dei loro maggiori. Tutto si risolve,
nonostante mille prove in contrario, nellimmaginazione
libidinosa e violenta che prevede lo stato di accusa, una improvvisa
recrudescenza e reviviscenza del senso del peccato, parola peraltro dimenticata
quando significhi davvero qualcosa. In aggiunta, la volgarità del pensiero
giovanilista e brutale che accusa: sei vecchio, fa
la calza, vade retro.
Caro Cav., dia retta, si ricordi di quel che diceva di lei il compianto Enzo
Biagi: “Se potesse, si metterebbe al posto dellannunciatrice
e si farebbe crescere le tette”. Si finga gay, e saranno applausi.
( da "Secolo XIX, Il"
del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
«Gli steccati
religiosinon aiutano il dialogo» il caso Don Prospero difende l'idea della
festa di Pentecoste:«Un ponte fra religioni. Il segno della croce? Un pretesto»
Nel 2002 i Musulmani acquistarono l'ex capannone industriale di via Coronata 2,
presentando l'intenzione di realizzarvi il loro luogo di culto. Ma i parroci e
i residenti si ribellarono, imponendo lo stop 02/06/2009 «SONO MOLTO
amareggiato. Vedo una forte strumentalizzazione politica in questa vicenda.
Siamo sotto elezioni e vengono agitati fantasmi che non esistono.
Personalmente, credo che senza questo clima la gente del quartiere non sarebbe
poi così contraria alla moschea». Don Prospero parla malvolentieri. È tutto il
giorno che i giornalisti lo assediano, ma lui vuole tenersi fuori dalle
polemiche. Come nel caso di quella moschea in miniatura messa nel presepe,
qualcuno, fa capire, ha trasformato quello che voleva essere un ponte in uno
steccato. Per festeggiare la Pentecoste, il parroco della chiesa Nostra Signora
della Provvidenza ha organizzato una preghiera interreligiosa, insieme a un
gruppo di fedeli islamici. «Anche il Papa è andato a pregare in Palestina con i
musulmani - fa notare il sacerdote - Non vedo che male ci sia. Non era una
messa, ma un momento per stare insieme. In un giorno come Pentecoste, che per la Chiesa Cattolica simboleggia il contrario di Babele:
lo Spirito Santo che permette a uomini di lingue e culture diverse di capirsi».
L'invito ai parrocchiani era stato affisso sulla bacheca dei giorni scorsi. «Crediamo di poter
pregare anche insieme ai nostri fratelli musulmani che chiamano Dio con un nome
diverso da quello che usiamo noi cattolici». La frase è una citazione del Concilio Vaticano Secondo.
E se nei giorni scorsi nessuno aveva protestato,
all'atto pratico, sabato nei giardinetti di Piazzetta della Pace, al Lagaccio,
l'evento ha creato una marea di polemiche. Alcuni residenti, in testa il
Comitato cittadini del Centro Es, non hanno gradito quella manifestazione, che
si è inserita nel clima rovente del dibattito sulla moschea. «È gravissimo
quello che è successo - commenta Enzo Cincotta, abitante nel quartiere - Non è
un bel vedere una preghiera in arabo in quegli spazi che dovrebbero essere
destinati alla cittadinanza». Anche i comitati antimoschea alzano la voce e,
appoggiati dalla Lega Nord e dalla Destra di Francesco Storace, annunciano di
aver raccolto migliaia di firme contro il progetto comunale. A finire sotto
accusa sono stati soprattutto due aspetti della celebrazione informale: l'uso
della lingua araba, alcuni versetti del Corano sono stati alternati a testi
della Bibbia e letti nella lingua madre da un rappresentante della comunità
islamica, e la richiesta di don Prospero chiesto di non fare il segno della
croce. «Ma come, - denuncia Carmen Dattilo, parrucchiera di via Vesuvio - Non
possiamo nemmeno più fare quello? Mi ha dato molto fastidio. Sono contro la
moschea. Prima devono dimostrare di sapersi integrare. Hanno letto tutti quello
che è successo a Milano e a Treviso». Secondo il parroco c'è stato
un malinteso. «Ho domandato di non fare il segno della croce dopo la lettura
del Corano, per rispetto. Mi sembra una cosa normale». Basta fermare qualche
passante per capire che la moschea provoca forti e diffuse tensioni. Tutte o
quasi le risposte iniziano come quella di Rosanna, un'abitante di via Vesuvio:
«Non è una questione di razzismo. Sono contro la moschea, non perché queste
persone non abbiano diritto a praticare la loro religione, ma perché questo
quartiere è stato dimenticato dalla politica per anni.
Del resto stanno togliendo i crocifissi dappertutto, a noi non permettono
queste cose nei loro Paesi». Paradossalmente, le negligenze delle
amministrazioni che si sono succedute negli anni, sono l'unico punto che unisce
pro e contro moschea. «È una grande occasione per rilanciare il quartiere -
dice Zaverio Grosso - Gli oneri di urbanizzazione permetteranno di
riqualificare quell'area». «Dov'era questa gente quando raccoglievamo le firme
per risanare il Lagaccio? - chiede Vincenzo Pagliuolo, consigliere del Pd nel
Municipio Centro Est - La maggior parte di chi firma abita a San Teodoro, non
qui». «Siamo una rete di 25 associazioni, non contrarie alla moschea, perché
combattiamo contro l'intolleranza e per ridare vita al tessuto sociale - dice
Angelo Chiapparo, presidente di Quartiere in Piazza, associazione che gestisce
i giardini - Purtroppo, ancora una volta si è preferito tirare su un muro
piuttosto che abbatterlo». Marco Grasso grasso@ilsecoloxix.it [+]
www.ilsecoloxix.it Commenta la notizia sul nostro sito 02/06/2009 la prima
ipotesi 02/06/2009 Il "Sorriso francescano" si dichiarò disposto a
concedere un terreno, accanto alla chiesa dei frati, permutandolo con
l'edificio di via Coronata. Ipotesi scartata per motivi di viabilità del
quartiere 02/06/2009 i frati del "sorriso" 02/06/2009 Il Comune
propose di creare alla Commenda un centro multireligioso. La Curia non si
oppose, malgrado l'emersione di voci laiche di contestazione. Il progetto venne
accantonato 02/06/2009 la commenda 02/06/2009 Dopo aver promesso una soluzione
alla ricollocazione della moschea, il 26 gennaio Marta Vincenzi svela il
"gran segreto" di Tursi: la moschea si farà su un'area pubblica in
via Bianco, al Lagaccio. 02/06/2009 la nuova area 02/06/2009 Dopo l'annuncio si
apre al Lagaccio un agguerrito fronte di dissenso, organizzato in Comitato. Il
ministro Ronchi (An) compie un sopralluogo. Tensione quando la pratica sbarca
in consiglio comunale 02/06/2009 il dissenso 02/06/2009 Dopo alcune riunioni
che stabiliscono la spartizione dell'area di via Bianco tra il Terra di
nessuno, gli islamici e gli Amici di via Napoli, si attende ora solo la firma
della concessione di affidamento dell'area 02/06/2009 il via ai cantieri
02/06/2009
( da "Repubblica, La"
del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 36 -
Cultura Immagine Regole Nell´era televisiva, deve imporre un´immagine, un
tratto differenziale. L´ultimo uomo politico che si è candidato a sintesi anche
visibile di un programma è stato Tony Blair Si può
conquistare la nomination per Strasburgo con venti minuti di discorso
fiammeggiante, oppure attraverso gli strumenti della nuova politica, cioè le
primarie La nuova politica elettorale degli uomini senza qualità Il processo di
selezione dei rappresentanti ha subito una mutazione radicale. E mai come
quest´anno è stato alto il numero di chi si presenta
alle elezioni EDMONDO BERSELLI Il Candidato oggi è una figura imprendibile.
Fino a qualche settimana fa, imboccando i vialoni di accesso a Bologna si
scorgevano i cartelloni con i volti di Delbono, Cazzola e Guazzaloca, i tre
principali competitor per Palazzo d´Accursio. Sembravano facce sconnesse da
partiti e movimenti, figure autonominate, simboli celibi della postpolitica, in
cui una personalità dovrebbe supplire a una cultura. Adesso qualche elemento di
giudizio in più è venuto fuori, affiliazioni, alleanze, filiere: ma i
candidati, non solo quelli bolognesi, rappresentano in modo simbolico e reale
la grande trasformazione secolarizzante, laica,
"weberiana" della politica. A lungo il conflitto politico in Italia è
stato uno scontro bruciante
di culture: si pensi alla stagione che va dal 18 aprile 1948 alla battaglia del
1976, con i "due vincitori" designati da Aldo Moro, la Dc e il Pci,
potenzialmente i pilastri di un futuro bipartitismo "meno imperfetto".
In quell´arco di tempo la scelta dei candidati costituiva il culmine di un
processo di formazione lunghissimo. Sul versante cattolico implicava la
mobilitazione del movimento di Azione cattolica e delle sue articolazioni
universitarie, ma senza trascurare la proliferante realtà delle parrocchie,
dell´associazionismo professionale, della Coldiretti, della Cisl, delle Acli,
del corporativismo "bianco", e infine della struttura correntizia,
territoriale e clientelare democristiana. A sua volta, il processo di formazione
nel Pci costituiva un servizio al partito attraverso il quale le singole
capacità politico-organizzative venivano lentamente affinate, mentre venivano
verificati anche una serie di parametri (affidabilità ideologica, compostezza
stilistica, razionalità delle scelte immediate, freddezza temperamentale), a
cui la scuola interna delle Frattocchie conferiva il sigillo dell´ufficialità,
e il gusto del partecipare a un processo di crescita che riuniva anche in modo
emotivo le giovani élite del Pci. In confronto, i processi di selezione del
personale politico nel Psi e nei partiti laici minori rappresentavano alchimie
caotiche, frutto di itinerari largamente casuali. Gruppi di potere locale
interagivano e confliggevano nello spontaneismo socialista, così come nel Pri o
nel Pli si incrociavano cattedre universitarie e cda bancari. Fuori dall´arco
costituzionale, nell´Msi, circolavano autoimmagini di orgoglio e di esclusione,
che si rafforzavano a vicenda, quasi sempre senza sbocchi. Adesso non c´è
regola. Ci si può conquistare la nomination per Strasburgo con venti minuti di
discorso fiammeggiante, com´è riuscito a Debora Serracchiani all´assemblea del
Pd; ma in linea generale oggi il Candidato riesce a ottimizzare il proprio
itinerario attraverso gli strumenti della nuova politica. Vale a dire da un
lato le primarie, che rappresentano una formidabile chance di rovesciamento
delle strategie ufficiali (vedi il fiorentino Matteo Renzi, tipico esemplare
"trasversale" della nuova specie ultracompetitiva), e dall´altro la
cessione esplicita di competenze specifiche sul piano amministrativo e
organizzativo. Vale a dire che il Candidato moderno, anche nelle realtà locali
minori, non si propone generalmente per un ruolo di rappresentanza politica:
figurarsi, con quel che conta un consiglio comunale, praticamente nulla
rispetto alle deleghe del sindaco e della giunta; ma individua invece aree di
interesse politico-economico a cui è vocato, e offre senza mediazioni alla
classe politica locale una professionalità per gestirle. Rimane all´esterno di
questo circuito, e proiettato invece verso l´ascesi mediatica, tutto il
processo che conduce alla candidatura in quanto espressione di successo
comunicativo. Lilli Gruber, Michele Santoro, adesso David Sassoli. Protagonisti
del divismo televisivo che trasformano in distillato politico il proprio
glamour catodico. E sul lato del centrodestra, a parte le veline, il culto del
corpo prestato alla politica: il look di Mara Carfagna
e Michela Brambilla esibito come asset pubblico rivendicabile integralmente,
perché anche la bellezza è una conquista politica (e proprio per questo non
vanno trascurati, ad esempio, i sottolineatissimi vezzi di coloritura maschile
offerti dal puntiglio estetico del ministro Roberto Maroni; oppure il calcolo
tricologico di Massimo Cacciari; l´understatement torinese di Sergio
Chiamparino). Per vari aspetti il Candidato, nell´era televisiva, è un freak
della politica. Deve imporre un´immagine, uno sgarbismo, un tratto
differenziale. Ed è probabilmente per questo che fa saltare le possibilità di
sintesi fra un progetto e la sua personificazione nell´individuo. Dopo i grandi
candidati ideologici, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, l´ultimo uomo
politico che si è candidato a sintesi anche visibile di un programma è stato Tony Blair, perfetto interprete anche estetico e
generazionale del "New" Labour. Mentre nell´alternarsi odierno delle
competizioni elettorali sembra prevalere "l´uomo senza qualità", il
professionista fungibile, il "tecnico dell´universale" con
propensioni mediatiche. Sempre in attesa del leader weberiano, naturalmente,
carico di carisma, di un Obama capace di reinventare una parola semplicissima
come change. Ma a quel punto non dipende più dal Candidato: dipende dalle
astuzie della Storia, dalle macchine elettorali, dalla creatività sociale.
Dipende insomma dal momento in cui il Candidato non è più una funzione della
politica ma è la deviazione, l´istante in cui è la politica a diventare
funzione del Candidato.
( da "Repubblica, La"
del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 40 -
Cultura I retroscena dei rapporti tra Berlusconi e Ratzinger nel nuovo libro di
Pinotti e GÜmpel Quel patto segreto tra la destra e la chiesa Si chiama
"L´unto del Signore" E rivela i legami tra il Governo e il Vaticano.
Sanciti alla presenza di Letta e Bertone in un incontro del 5 giugno 2008
ALBERTO STATERA unto del Signore, come si autodefinì una volta, non è mai stato l´idealtipo del buon cattolico praticante. Ma quel 5
giugno 2008, con la regia del gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta e del
segretario di Stato Tarcisio Bertone, Silvio Berlusconi e Joseph Alois
Ratzinger siglarono un patto d´acciaio tra il governo italiano in carica da un
mese e il papato. Passato un anno, quel patto difensivo-offensivo ha già dato
risultati straordinari per i contraenti, tanto da indurre il presidente della
Camera Gianfranco Fini a tentare di smarcarsi dal
berlusconismo anche in nome della laicità dello Stato. Non c´è divorzio che
possa incrinare quella sorta di nuovo Concordato de facto, nonostante le critiche
della Chiesa del Vangelo alla «partnership» delle alte gerarchie con il
politico amorale per eccellenza. Quella partnership consolidata recentemente
con il Papa, in realtà viene da lontano, come documenta con dovizia di
prove un libro-inchiesta di Ferruccio Pinotti e Udo GÜmpel, intitolato per
l´appunto L´unto del Signore in uscita per la Bur il 3 di giugno (pagg. 299 ,
euro 12,50) . Viene talmente da lontano da essere ormai indissolubile. Ne è
convinto, anche il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga: «Alla
Chiesa cattolica - ha detto intervistato dagli autori
- che uno vada in chiesa o meno non importa molto: se devo fare un contratto,
una società, come amico mi scelgo uno che abbia le mie stesse idee religiose,
ma se questo cristiano non capisce nulla di finanza e dall´altra parte c´è un
massone che capisce di finanza, con chi crede che faccia la società? La Chiesa
guarda al concreto». Berlusconi è cristiano e pure massone (tessera 1816 della
P2). Il giovane Silvio, studi al liceo Sant´Ambrogio dei Salesiani e
frequentazione di Torrescalla, residenza universitaria milanese dell´Opus Dei,
dove conobbe Marcello dell´Utri, fa i primi passi di imprenditore edile con
l´aiuto della Banca Rasini. Investendo una parte dei primi guadagni, fonda la
squadra di calcio Torrescalla-Edilnord targata Opus Dei: lui presidente,
l´amico palermitano allenatore e il fratello Paolo centravanti. Alla Rasini il
padre Luigi da semplice impiegato è diventato direttore. Questa banca, con un
solo sportello a Milano in piazza dei Mercanti, era alternativamente definita
«Vatican bank», «Sportello della mafia» o « Banca di Andreotti». E´ stata in
realtà tutte queste cose prima di finire nel 1992 dentro la Popolare di Lodi di
Gianpiero Fiorani, l´uomo che sussurrava ad Antonio Fazio, pio governatore
della Banca d´Italia e legionario di Cristo. Dagli anni Sessanta e fino al
blitz antimafia del 14 febbraio 1983 che portò all´arresto del direttore
Antonio Vecchione, succeduto a Berlusconi senior, e di un gruppo di imprenditori
legati ai clan Fidanzati, Bono e Gaeta, era in quello sportello a due passi dal
Duomo il crocevia degli interessi di Cosa Nostra e del Vaticano. La maggioranza
azionaria era passata dai Rasini a Giuseppe Azzaretto, nato e Misilmeri nei
pressi di Palermo, cavaliere di Malta e commendatore del Santo Sepolcro, che
aveva nominato presidente Carlo Nasalli Rocca, anche lui cavaliere di Malta e
fratello del cardinale Mario Nasalli Rocca. Ma si diceva che l´effettivo
controllo fosse di Giulio Andreotti, come conferma Ezio Cartotto, ex dirigente
democristiano che con Dell´Utri partecipò alla fondazione di Forza Italia.
Interpellato da Pinotti e GÜmpel, Dario Azzaretto racconta: «Andreotti è stato per la mia famiglia un grande amico e lo è tuttora»,
tanto che per anni ha trascorso le vacanze nella loro villa in Costa Azzurra.
Ma i misteri della Rasini, passata negli anni Ottanta anche per le mani
dell´imprenditore andreottiano Nino Rovelli, non sono finiti qui. Dietro
c´erano tre fiduciarie basate in Liechtenstein e amministrate dal gentiluomo di
Sua Santità e gran croce dell´Ordine papale di San Gregorio Herbert Batliner,
re dell´offshore, gnomo degli gnomi plurinquisito, che nel 2006 regalò un
organo del valore di 730 mila euro a papa Ratzinger. C´era anche Berlusconi in
quelle tre fiduciarie? «Non mi pare - risponde Dario Azzaretto - che Berlusconi
o parenti di Berlusconi o persone vicine a Berlusconi avessero partecipazioni
in società che si potevano riferire alla banca». Le sue operazioni con la
Rasini - aggiunge - avvenivano tramite Armando Minna, membro del collegio dei
sindaci e amministratore di alcune holding berlusconiane registrate come saloni
di bellezza e parrucchieri. Ufficialmente è nel 1975, quando i primi inquilini
già abitano a Milano 2, che nasce la Fininvest. Ma la ricerca certosina degli
autori dell´Unto del signore la retrodata di almeno un anno, quando una
Fininvest Ltd-Grand Cayman compare tra le società partecipate da Capitalfin,
controllata a sua volta dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e dall´Istituto
per le Opere di Religione. Ciò che coincide con quanto dichiarato dal figlio
del banchiere piduista trovato morto a Londra nel 1982 sui soldi misteriosi con
cui venne costituita la Fininvest. Carlo Calvi racconta tra l´altro che il
padre, in una riunione del dicembre 1976 alle Bahamas cui era presente anche il
cardinal Marcinkus, lo prese sottobraccio e gli sussurrò: «Finanzieremo le
attività televisive di Silvio Berlusconi». Storia antica, ma significativa del
vero miracolo compiuto da Berlusconi: quello di avere sempre con sé il
Vaticano, nonostante la sua storia personale. Al punto, diventato presidente
del Consiglio, da dividere l´Italia tra due sovranità che si contendono il
paese: quella della Chiesa e quella del declinante Stato laico. Racconta ancora
Cartotto: «Dell´Utri mi invitò a una convention di Publitalia a Montecarlo.
Arrivammo nel principato con l´aereo aziendale. Su quell´aereo c´eravamo io, il
professor Torno e monsignor Gianfranco Ravasi. Sono convinto che Berlusconi
abbia cominciato a pensare all´ipotesi di scendere in campo nell´autunno del
1992, proprio in occasione di quella convention. Silvio fece un discorso nel
quale rilevava che il clima politico si stava facendo pesante. Disse che gli
amici perdevano potere, che i nemici ne conquistavano e l´azienda doveva
attendersi momenti difficili». Decisa infine la «discesa in campo», i rapporti
col Vaticano divennero quasi un´ossessione: «Posso dire di aver avuto un
piccolo ruolo anche io», vanta Cartotto: «Organizzai un incontro tra Bertone e
Aldo Brancher, un ex sacerdote che ora è uno degli uomini più importanti di
Forza Italia, quando il cardinale non conosceva ancora il gruppo berlusconiano.
Poi Brancher lasciò il passo a Letta soprattutto nel momento in cui Bertone
divenne segretario di Stato». Il cardinale Silvio Oddi, per trent´anni prefetto
della Congregazione per il clero, assolse prontamente il Berlusconi politico
dal peccato del primo divorzio. Il cardinale Camillo Ruini avallò. Il 30 giugno
2008, tre settimane dopo l´incontro Ratzinger - Berlusconi, il governo
confeziona il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che prevede
una disciplina ad hoc per gli ecclesiastici. Se si intercetta un prete
bisognerà avvertire il suo vescovo, se si intercetta il vescovo il segretario
di Stato vaticano. E se si intercetta il papa? Opzione non prevista.
( da "Riformista, Il"
del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Quella Repubblica
che meritava di essere festeggiata Visti da L'Italia che scrisse la
Costituzione sembra un altro Paese, di intellettuali, figure straordinarie e
una forma di concordia nazionale tra culture politiche diverse. È questa
diversità che rende l'anniversario di oggi un po' triste Fa bene, il capo dello
Stato, ad evocare nel sessantatreesimo anniversario della nascita della
Repubblica, il clima di dialogo che consentì, all'indomani del plebiscito e dell'elezione
dell'assemblea Costituente, di scrivere la Costituzione, approvarla e
promulgarla in soli diciotto mesi, malgrado le divisioni e le diverse culture
politiche che dovettero confrontarsi per arrivare a una sintesi condivisa.
Forse l'Italia era più unita perfino quando era spaccata in due, quando il
Governo provvisorio doveva rispondere del suo operato agli Alleati, quando
l'appennino tosco-emiliano segnava la linea gotica, al di sotto della quale il
Paese provava a ricostruire uno scheletro di assetto istituzionale, mentre al
di sopra guerra e dopoguerra ancora si confondevano. Una stagione irripetibile,
certo. I cui leader provenivano da storie e formazioni lontane una dall'altra,
in un Paese in cui al plebiscito il Nord s'era espresso chiaramente a favore
della Repubblica, mentre al Centro, al Sud e nelle isole il sostegno alla
monarchia era stato fortissimo quando non
preponderante. De Gasperi era un cattolico laureato a Vienna, già deputato al
Parlamento austriaco in rappresentanza del Trentino. Cattolico era anche
Dossetti, diviso tra il suo impegno politico (era stato
anche presidente del Comitato di liberazione nazionale) e la fede, al punto che
sceglierà di prendere i voti sacerdotali. Togliatti, comunista piemontese, era
rientrato in Italia dopo una lunga esperienza a Mosca nella Terza
Internazionale e al fianco di Stalin. Anche Terracini, presidente
dell'Assemblea Costituente, e Di Vittorio, padre del sindacalismo moderno e
leader delle grandi lotte contadine al Sud, provenivano dal Pci. Nenni era un
socialista romagnolo che aveva fatto in tempo a partecipare alla guerra di
Spagna e a farsi arrestare dalla Gestapo. C'era Benedetto Croce, "don
Benedetto", il maggiore intellettuale italiano, ch'era stato
senatore e ministro in epoca pre-Mussolini. E accanto a lui, sempre della
generazione precedente al ventennio, i liberali Vittorio Emanuele Orlando,
siciliano, Francesco Saverio Nitti, lucano, e il socialista lombardo Ivanoe
Bonomi. Erano amici, sapevano scherzare, si prendevano in giro benevolmente:
Nitti, che faticava a camminare, di Orlando, vanitosissimo, amava dire: «Vedi
com'è la vecchiaia, ha preso me alle gambe e Orlando alla testa!». Così
l'Assemblea Costituente era diventata il punto d'incontro di tre diverse
culture (cattolica, marxista e liberale) e tre diverse generazioni: la classe
politica prefascista, nata nella seconda metà dell'Ottocento (Nitti, Orlando,
Bonomi, Sforza, De Nicola e Einaudi, gli ultimi due capo provvisorio e primo
presidente della Repubblica), quella costretta all'esilio e alla clandestinità
durante il ventennio (De Gasperi, Nenni, Togliatti, Terracini, Pertini,
Saragat, e anche in questo caso gli ultimi due saliranno al Quirinale), le
giovani staffette partigiane che provengono da formazioni comuniste, socialiste, o cattoliche, come le Fiamme Verdi, o laiche, come
Giustizia e libertà (Pajetta, Iotti, Dossetti, Taviani, Boldrini, solo per
citarne alcuni), e avevano vissuto, durante la Resistenza, l'esperienza comune
della lotta di liberazione «Nascosti nelle canoniche», come ha ricordato Nilde
Iotti. Accanto a loro il gruppo dei cosiddetti "professorini",
Moro, Fanfani, Leone, da cui venivano alcuni dei "cavalli di razza"
della Dc, il giovanissimo, ventiseienne Giulio Andreotti, ed esponenti del
mondo laico o del rinato establishment economico come Parri e La Malfa. È in
questo insieme straordinario, in cui non pesano né differenze di classe, né
quelle ideologiche, e neppure quelle geografiche, che la Costituzione prende
corpo. Con un senso del dovere, dimostrato da tutti, per cui è dato per
scontato che gli interessi di parte o le posizioni più faziose non debbano
influire sul risultato finale. Basti pensare che il voto finale sulla Carta
costituzionale vede solo 62 contrari a fronte di
( da "Riformista, Il"
del 02-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Pannella vs i
fondamentalisti di Stefano Munafò Scontro dialettico tra Marco Pannella e i
neo-fondamentalisti cattolici a "Tetris"
(La7), sul tema della laicità dello Stato italiano. Interrotto spesso nel corso
del dibattito da Alfredo Mantovano, da Magdi Cristiano Allam e Irene Pivetti
(ma anche, forse non volutamente, dal conduttore Telese, per il consueto
ricorso agli spot pubblicitari) al vecchio leone radicale
sono state sufficienti poche battute per svelare la debolezza delle posizioni
avverse. Sopratutto in quel tratto del dibattito in cui il fronte cattolico ha
sostenuto che le vere distinzioni non passano tra laici e cattolici, ma tra "laicisti"
(i cattivi) e i cattolici,
che hanno ovviamente sempre ragione . Come dire: tutti possiamo dirci
laici a patto di accettare le posizioni della Chiesa. Mantovano, in
particolare, ha sostenuto di ritenersi laico anche perché nelle sue
argomentazioni a favore delle posizioni della Chiesa sui temi dell'etica, della
vita, della sessualità e della morte, egli non fa ricorso alla fede ma,
soprattutto, ai valori del "diritto naturale". Mantovano ha
dichiarato in conseguenza di sentirsi, paradossalmente, ancora più laico di
Pannella. "Peccato -ha replicato il leader radicale- che tu così per
sostituire alla fede i concetti del diritto naturale, ammanti quest'ultimo
dello stesso fondamentalismo che accompagna la visione dogmatica della
religione". Come dare torto al leader radicale? Il diritto naturale nella
visione prospettata da Mantovano appare come un riferimento concettuale e
giuridico immodificabile nel tempo, quanto assoluto e valido per tutti, e
dunque che da tutti deve essere accettato. Così come la Chiesa prevede per
l'insieme dei suoi dogmi. Pannella si è dichiarato rispettoso della fede
altrui, sino in fondo e sino al limite in cui non si pretenda di imporre la
visione religiosa a chi non crede. Questo il succo migliore del dibattito, in
altri momenti molto dispersivo. C'è da dire che Telese ha il coraggio di mirare
alto nella scelta dei temi. Il suo talk è sempre accattivante, nel ritmo e
nella spettacolarizzazione dei contrasti. L'involucro escogitato per il talk,
tuttavia, a volte contrasta con le esigenze di un approfondimento reale. Ma è
il male di tanti talk, i cui conduttori sono spesso divisi tra l'esigenza di
informare e quella di fare spettacolo. 02/06/2009
( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Primo Piano data: 03/06/2009 - pag: 5 La parata I soldi
risparmiati finanzieranno la ricostruzione Niente carri armati e tempi
ristretti Cerimonia «low cost» per l'Abruzzo ROMA Il dramma della gente
d'Abruzzo ha condizionato la tradizionale parata per la Festa della Repubblica.
Una cerimonia in tono minore, senza mezzi bellici, senza carri armati,
contenuta entro tempi più ristretti, 80 minuti, e con un numero di partecipanti
minori (6400 rispetto ai 7200 dell'anno scorso). La forma ridotta della
manifestazione è piaciuta al presidente Napolitano: in un messaggio al ministro
della Difesa dice di apprezzare che «nella difficile contingenza che il Paese
sta attraversando » si sia voluto «adottare misure atte a conferire all'evento
toni di sobrietà e rigore». Ciò ha permesso di risparmiare un milione di euro
che servirà a ripristinare le strade attorno all'Aquila. Anche la folla
assiepata lungo via dei Fori Imperiali ha manifestato di
apprezzare lo sforzo compiuto a favore delle zone terremotate. Gli applausi più
caldi e prolungati sono scrosciati al passaggio degli uomini della Protezione
civile, dei volontari che hanno portato aiuto ai terremotati e che sfilavano
sopra un camion militare sulla cui fiancata campeggiava la scritta «L'Abruzzo
nel cuore». Ogni anno la parata ha un filo conduttore, che quest'anno era «La
Repubblica e le sue forze armate». Un tema interpretato dai vari reparti delle
quattro Armi che operano nelle missioni estere. Ma molta visibilità è stata
riservata anche alle componenti civili. Solo tre lievi imperfezioni durante la
cerimonia: l'asta di una bandiera si è spezzata, la cartucciera di un militare
è caduta proprio sotto gli occhi di Napolitano, e infine è saltato il lancio
dei quattro paracadutisti che dovevano atterrare davanti al palco
presidenziale. Il vento troppo forte ha reso l'operazione impossibile. Non
mancano le polemiche. Come in passato, nessun ministro della Lega era presente
sul palco, per segnalare una propria identità padana. Mentre il segretario di
Rifondazione comunista Paolo Ferrero è insorto definendo «vergognoso lo spreco
di soldi per la parata militare del 2 giugno». A suo avviso la manifestazione
andrebbe cancellata. Un punto di vista che Giorgio Merlo, deputato del Pd,
liquida come «grottesco, nonché inquietante». Secondo Merlo, è assurdo che ci
sia «ancora qualcuno nella politica italiana che propone di non fare la
parata». Quella parata che, ricorda Francesco Cossiga, fu ripristinata dal
presidente Ciampi, dopo essere stata soppressa «perché
ritenuta in contrasto col pacifismo laico e soprattutto quello cattolico».
Marco Nese Applausi I vigili del fuoco che sono intervenuti in Abruzzo hanno
sfilato su un camion con un cartello della Protezione civile Apprezzamento Il
capo dello Stato ha detto di aver apprezzato «la sobrietà e il rigore»
della cerimonia
( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: PRIMA P
( da "Secolo XIX, Il"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Battesimocivilein
spagna il sindaco "subentra" al prete Madrid. David, un bebè di due
mesi, è il primo bambino a ricevere in Andalusia un battesimo civile, nel corso
di una cerimonia celebrata nel comune di El Borge, mille abitanti in provincia
di Malaga. Il rito civile si è svolto nella locale Casa della Cultura, dove la
pila battesimale e l'acqua benedetta è stata sostituita dalla benedizione del
sindaco, mentre la lettura della Bibbia dagli articoli della Carta Europea dei
Diritti del Bambini, con l'impegno da parte dei padrini che David sarà educato
ai valori democratici di pace, uguaglianza e libertà. I genitori di David,
Laura e Pablo Rando Ouviña, quest'ultimo professore di Diritto penale
all'Università di Siviglia, hanno spiegato di non essere praticanti della
religione cattolica, ma di aver voluto celebrare la nascita del loro
primogenito. «L'abbiamo molto desiderato - raccontano - per questo volevamo
festeggiare la sua nascita, anche se non secondo il rito cattolico». Così, dopo
aver ascoltato alla radio che il sindaco di El Borge, José Antonio Ponce, di
Isquierda Unida, aveva approvato un regolamento per la celebrazione dei
battesimi civili, si sono recati in Comune per organizzare la cerimonia. I più
sorpresi, i nonni del piccolo David che solo dopo essere arrivati da Malaga
nello sperduto paesino hanno scoperto che, ad attendere il loro primo nipote,
non c'era il prete, ma la Casa di Cultura addobbata a festa col sindaco e la
fanfara. Ad aprire la cerimonia laica, le note dell'Inno
dell'Allegria, suonato dalla banda del paese, al quale è seguito un discorso
del sindaco e il benvenuto al nuovo nato e la lettura dei diritti
all'educazione, al libero pensiero e alle attività sociali citati nella Carta
Europea del Bambino. In chiusura della cerimonia, distribuzione di
prodotti tipici di El Borge, come la tradizionale e beneaugurante uva passita.
Dopo aver approvato il 30 settembre il regolamento dei Battesimi civili, sul
Comune malagueno sono fioccate le richieste di battesimi laici. Il paesino di
El Borge non è nuovo alla attenzione mediatica. Il sindaco è salito già salito
agli onori delle cronache nel 2003, quando decretò una giornata di lutto
ufficiale all'inizio della guerra in Irak e nel 2005, quando inviò al governo
una petizione per un referendum su monarchia e repubblica. 03/06/2009
( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 03-06-2009)
Argomenti: Laicita'
PAOLA DEL VECCHIO
Madrid. David, due mesi, è il primo bebè a ricevere in Andalusia un «battesimo
civile», nel corso di una cerimonia celebrata nel comune di El Borge (nella foto),
circa mille abitanti, in provincia di Malaga. Il rito civile si è svolto nella
locale Casa della Cultura, dove la pila battesimale e l'acqua benedetta sono
stati sostituiti dalla lettura degli articoli della «Carta Europea dei Diritti
del Bambini», con l'impegno da parte dei padrini che David sarà educato ai
valori democratici della pace, dell'uguaglianza e della libertà. I genitori,
Laura e Pablo, quest'ultimo professore di Diritto penale all'Università di
Siviglia, hanno spiegato di non essere cattolici praticanti,
ma di aver voluto in ogni caso celebrare la nascita del loro primogenito. Così,
dopo aver ascoltato alla radio che il sindaco di El Borge, José Antonio Ponce,
di Isquierda Unida, aveva approvato un regolamento per la celebrazione dei
battesimi civili, non hanno esitato a recarsi nel comune malagueno per
organizzare la cerimonia. I più sorpresi? I nonni che, solo dopo essere
arrivati da Malaga nello sperduto paesino hanno scoperto che, ad attendere il
loro primo nipote, non c'erano prete e fonte battesimale, ma la Casa di Cultura
addobbata a festa con sindaco e fanfara. Ad aprire la
cerimonia laica, le note dell'Inno dell'Allegria suonato dalla banda del paese,
poi il discorso di benvenuto del sindaco: «Tutti qui presenti abbiamo oggi
assunto l'impegno ad educati nei valori della pace, della libertà e della
giustizia sociale». Quindi, la lettura dei diritti all'educazione, al libero
pensiero e alle attività sociali. El Borge non è nuova alla attenzione
mediatica grazie alle iniziative del sindaco (dal 1995) laico confesso. Nel
2003, decretò una giornata di lutto per l'inizio della guerra in Iraq e, nel
2005, inviò al governo una petizione per un referendum su monarchia e
repubblica.
( da "Repubblica, La"
del 04-06-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 1 - Prima
Pagina IL RISCHIO DEL NON VOTO MICHELE SERRA Una delle incognite di queste
elezioni è l´astensionismo di sinistra. Lo spettacolo, annoso e dannoso, delle
lotte intestine tra dirigenti sempre più anziani e sempre più narcisi; e la presenza nel Pd di una componente clericale (che non è
sinonimo di cattolica) che boicotta in partenza ogni riforma laica sembrano,
tra i tanti, i due elementi più respingenti. Così respingenti da rischiare di
mettere in ombra perfino le evidenti conseguenze che l´astensione avrebbe sulla
scena politica: rafforzare ulteriormente il centrodestra. SEGUE A P
(
da "Riformista, Il"
del 04-06-2009)
Argomenti: Laicita'>«Abbiamo fatto
saltare i denti all'orso russo» Lech Walesa. Il leader del sindacato che
vent'anni fa salì al potere ricorda quei giorni con "il Riformista".
«Dai cantieri di Gdansk abbiamo tracciato il cammino anche per gli altri...
tutto è cominciato da noi». Ma a volte, confessa, «mi domando se ne è valsa la
pena». L'Europa ha bisogno di ritrovare quei «valori perduti». di Anna
Momigliano «Tutto è cominciato dalla Polonia, abbiamo fatto saltare i denti
all'orso». Ma anche: «A volte mi chiedo se ne sia valsa la pena». Vent'anni
dopo la caduta del Muro di Berlino, e a pochi giorni dalle elezioni europee,
Lech Walesa, lo storico leader di Solidarnosc, è fiero, ma anche un po'
amareggiato. Leader cattolico, simbolo della rivoluzione pacifica che nel 1989
portò al crollo del regime comunista a Varsavia, Walesa è stato
il primo presidente democratico della Polonia. Europeista convinto e premio
Nobel per la Pace, segue deluso il crescente disinteresse dei cittadini europei
nella politica. Il mese scorso Walesa era all'Università Statale di Milano,
ospite di un convegno organizzato dalla Commissione europea e dai consolati di
diverse nazioni per celebrare la caduta del Muro e il processo d'integrazione
dell'Unione. Oggi racconta in un'intervista al Riformista il successi di
Solidarnosc, l'Europa per cui ha combattuto e che ancora non vede del tutto
realizzata. Perché si chiede se n'è valsa la pena? È la domanda che mi faccio
quando vedo che solo il 20 per cento dei cittadini partecipa alla vita
pubblica. Gli altri non vanno a votare, non si mettono in gioco, adducendo mille
ragioni diverse. Detto questo, poi però mi dico che nonostante tutto ne è valsa
la pena, perché con la nostra lotta il sogno di molti polacchi si è avverato.
Anche se ci è costato così tanto! Quali sono le più
grandi difficoltà che avete incontrato? Per noi di Solidarnosc la sfida più
grande è stata rimanere uniti, nonostante in tanti abbiano provato a dividerci.
Il governo e i servizi di sicurezza hanno utilizzato i mezzi più incredibili,
ma non ce l'hanno fatta. Hanno provato a indebolirci con gli interrogatori, e
noi abbiamo accusato il colpo. Ma alla fine abbiamo ottenuto la libertà. Forse
questo risultato non sembra un granchè, però abbiamo costruito una giovane
democrazia e, tra le difficoltà, un sistema capitalista. E il successo più
grande? Il fatto che milioni di polacchi, insieme ai nostri amici all'estero,
si siano uniti dietro un'unica bandiera. È solo così che siamo riusciti a
cambiare il sistema senza spargimento di sangue. Non era mai accaduto prima che
un muro fosse abbattuto così pacificamente. Anche il Muro di Berlino è caduto
grazie alle trasformazioni in Polonia. Tutto è cominciato dalla Polonia. Un
raro caso, quello polacco, di rivoluzione che ha unito tutte le fasce della
popolazione. Nel 1980 al cantiere navale di Gdansk, per la prima volta gli
operai, gli intellettuali, i contadini e gli studenti si sono uniti sotto la
bandiera di Solidarnosc. Vecchi e giovani, credenti e non credenti. Da quel
momento, abbiamo sempre marciato insieme. Nelle precedenti rivolte in Polonia
-nel 1956, nel 1968, nel 1970 e 1976 - si erano sollevati o gli operai, o gli
studenti, oppure gli intellettuali, senza riuscire a fare fronte comune.
Solidarnosc ha cambiato tutto questo. Come? Solidarnosc ha cambiato molte cose,
era un movimento che inseguiva il proprio obiettivo attraverso il dialogo e
l'attività pacifica. Era un'attività paziente, che si svolgeva alla base della
società. Forse non era così efficace come le manifestazioni di piazza. Ma dopo
le esperienze dolorose nel 1970, quando i comunisti uccisero tanti manifestanti
innocenti durante le proteste, ho capito che la lotta doveva andare avanti con
una buona pianificazione, con strategia. E questo approccio ha portato
risultati nel giro di qualche anno. Cos'altro ha reso unico il caso della lotta
di liberazioni in Polonia? Beh, gli altri Paesi dell'Europa orientale hanno
avuto la vita più facile, perché noi abbiamo dato il buon esempio. Siamo stati
noi a fare saltare i denti dell'orso. Gli altri non avevano in sostanza molta
scelta, hanno seguito il cammino che noi abbiamo tracciato. Nei tempi più bui
del comunismo, Solidarnosc ha chiesto le libertà più basilari, esigeva la
dignità umana, i diritti della gente comune: il diritto al pane, al lavoro,
alla democrazia. È così che abbiamo superato i tempi difficili della legge
marziale, che ha messo in ginocchio così tanti. Ma nel 1989 alla fine ce
l'abbiamo fatta. A questo punto Solidarnosc non era più lo stesso movimento.
Siamo riusciti a risollevarci, ad aprire le porte alla vera libertà e alla
democrazia. La lotta polacca si è svolta in modo molto saggio, ed è per questo
che ha avuto successo, anche grazie alle esperienze storiche. Recentemente lei,
da credente, ha detto che l'Europa ha bisogno di valori, «cattolici e laici». Non è una
contraddizione? Io parlo di valori universali, che devono essere il punto di
riferimento per chiunque voglia costruire un nuovo mondo diverso. I valori che
ci hanno aiutato nella lotta contro il comunismo possono essere un buon punto
fermo. Erano alla base di un'idea di Europa come coesistenza degli Stati
nazione, nella sicurezza e nel benessere. Prima, ai tempi della Guerra Fredda,
l'ostilità era prevalente, l'idea di competizione e confronto era la politica
dominante nelle relazioni internazionali. Oggi dobbiamo cambiare questo modo di
pensare, dobbiamo pensare nello spirito della cooperazione e della solidarietà.
Non sembriamo a buon punto... A volte penso che abbiamo bisogno di generazioni
per cambiare questo modo di pensare. Posso vederlo nei nostri figli e nei
nostri nipoti. Per loro è più facile pensare in questi termini. È come se
stessero partendo da un altro aeroporto, adesso. Eppure non possiamo permettere
che queste nuove generazioni partano senza i valori fondamentali. Senza di essi
il mondo non può andare avanti. 04/06/2009
(
da "Unita, L'"
del 05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
(
da "Secolo XIX, Il"
del 05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
(
da "Riformista, Il"
del 05-06-2009)
Argomenti: Laicita'
(
da "Manifesto, Il"
del 05-06-2009)
Argomenti: Laicita'