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PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli |
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DOSSIER “LAICI & CHIERICI” |
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ARCHIVIO GEN. DEL
DOSSIER |
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l'assemblea
ha scelto l'orgoglio e la speranza - eugenio scalfari
( da "Repubblica,
La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
C´è stato un
suo errore caratteriale da lui stesso ammesso: la mediazione per tenere insieme
a qualunque costo le varie anime del partito. Forse è meglio dire i vari pezzi
del partito: laici e cattolici, socialisti e moderati, tolleranti e
intransigenti, puri e duri e pragmatici.
pd,
franceschini eletto segretario "ripartiamo, ma ora serve unità" -
giovanna casadio ( da "Repubblica, La"
del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
La laicità,
che rivendica appassionatamente: «La Chiesa ha il diritto di fare sentire la
sua voce ma non bisogna mai dimenticare che è inviolabile il principio sacro
della laicità dello Stato». E ricorda il caso Englaro: «Forse che cattolici e
laici non hanno gli stessi dubbi, le stesse paure?
l'assemblea
ha scelto l'orgoglio e la speranza - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Del resto
nessuno meglio di un cattolico democratico può accollarsi la responsabilità di
difendere la laicità dello Stato, la libertà dei cittadini e la loro
eguaglianza di fronte alla legge anche se sostenendo questi principi ci si
discosta dalle posizioni dei Vescovi e del Vaticano.
il
pd in mezzo al guado con i soliti vizi siciliani - nino alongi
( da "Repubblica,
La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Questa svolta
ecclesiastica, oltre a mettere in difficoltà molti cattolici legati allo
spirito del Concilio, crea problemi all´interno dello stesso Pd che ripropone,
nel ricordo dei padri costituenti, la collaborazione e non il conflitto tra le
due culture, quella cattolica e quella laica, da sempre presenti nel Paese.
no
alle ronde, ventimila in duomo - oriana liso
( da "Repubblica,
La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
volontariato
laico e cattolico. «Dobbiamo smetterla di pensare "fra tre anni torno a
casa" - ha scandito dal palco un´animatrice dell´associazione Naga -
perché casa nostra è questa». E don Massimo Mapelli della Casa della Carità ha
aggiunto: «Siamo qui per dire no ad alcuni aspetti del decreto sicurezza, come
ad esempio l´albo per i senza fissa dimora e il reato di clandestinità:
Il
popolare che piace a sinistra Successo laico per il reggente
( da "Riformista,
Il" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
sentire la
sua voce ma senza mai dimenticare che per noi credenti e non credenti è in
inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato». Applausi. Anche di
Ignazio Marino: «È una posizione molto chiara, cioè che il legislatore deve
ragionare con una mentalità laica». Perplessi i cattolici, o almeno una parte:
«Mi pare - dice Rosy Bindi - che la posizione sia ancora da affinare.
Time
elogia Renzi <Obama italiano> Vinci: esagerato Ma il País: ben venga
( da "Corriere
della Sera" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
della
capacità di autodivorarsi della sinistra italiana: fagocita leader, progetti e
idee, è troppo eterea e poco laica. Però se un trentenne si fa avanti, ben
venga». Il neo acquisto di Mediaset Alessio Vinci — che dopo anni alla Cnn da
Mosca, Berlino e Belgrado è ora il capo dell'ufficio di Roma del network e
martedì sostituirà Mentana a Matrix —
La
piazza applaude Englaro: no alla legge
( da "Corriere
della Sera" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Ma ci sono
anche tanti cattolici in piazza: le comunità cristiane di base, Mina Welby e
pure 21 preti in dissenso. Emma Bonino attacca Veltroni: «Ho chiesto mille
volte a Walter di organizzare una grande manifestazione per la laicità, la
libertà di scelta. Niente da fare.
Una
legge, tanta confusione Ecco quel che penso sul testamento biologico
( da "Giornale.it,
Il" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
quella del
laico Facci e quella del cattolico Amicone. Ora, se permettete, vi dico quel
che penso io. Certo: sarebbe stato meglio non farla quella legge. Sarebbe stato
meglio evitarla e lasciare che la vita e la morte fossero regolate, come è
avvenuto finora, nel rapporto che esiste tra le persone, un malato, i suoi cari
e i medici.
Famiglia
ASSEDIATA ( da "Manifesto, Il"
del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Famiglia
Cristiana è il settimanale cattolico più diffuso in Italia. Grazie alla sua
capillare rete di vendita, diversificata tra edicole, parrocchie e abbonamenti
viene letto (non comprato) mediamente da tre milioni di persone. Definito da
molti il giornale religioso più laico del panorama italiano, esattamente come
se lo era immaginato il suo padre fondatore,
La
crisi non si superamoltiplicando le regole
( da "Secolo
XIX, Il" del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
potrebbe
trovare un intoppo imprevisto nell'elezione del nuovo segretario del Pd Dario
Franceschini, un cattolico - guarda caso - ben più laico dei vari laici alla
Massimo D'Alema, segnalati in piazza San Pietro alla proclamazione di José
Escrivà del Balaguer beato, il filofranchista fondatore dell'Opus Dei. Si dice:
«È un vaso di coccio, durerà poco».
<Non
sui nostri corpi> ( da "Manifesto, Il"
del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
con migliaia
di persone ad ascoltare in laico attento silenzio - interrotto a tratti dalle
campane della chiesa di Santa Brigida - gli interventi dal palco su cui
campeggia la scritta «Sì al testamento biologico, no alla tortura di stato». Si
è presentata così ieri, e per ore, Piazza Farnese che nel cuore di Roma ha
raccolto ancora una volta quel popolo di «cittadini comuni»
FAMIGLIA
CRISTIANA ( da "Manifesto, Il"
del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Famiglia
Cristiana è il settimanale cattolico più diffuso in Italia. Grazie alla sua
capillare rete di vendita, diversificata tra edicole, parrocchie e abbonamenti
viene letto (non comprato) mediamente da tre milioni di persone. Definito da
molti il giornale religioso più laico del panorama italiano, esattamente come
se lo era immaginato il suo padre fondatore,
( da "Repubblica, La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 1 - Prima
Pagina L´ASSEMBLEA HA SCELTO L´ORGOGLIO E LA SPERANZA EUGENIO SCALFARI IL
GIORNO dopo le sue dimissioni da segretario del Partito democratico tutti i
giornali aprirono la prima pagina con il titolo: «Veltroni si dimette e chiede
scusa». Titolo ineccepibile perché nel suo discorso di addio domandò scusa
almeno tre volte, all´inizio, alla metà e ancora alla fine. Chiese scusa e
ringraziò. Prese su di sé tutta la responsabilità dell´insuccesso, anzi degli
insuccessi. Aggiunse: «Non ce l´ho fatta». E questa è stata l´impressione
ricevuta dai lettori, gran parte dei quali si limita a sfogliare leggendo i
titoli e scorrendo velocemente i testi. Ma chi ha letto o ascoltato quel
discorso sa che c´era molto di più delle scuse e dei ringraziamenti. Non era affatto
l´addio di chi ripiega la bandiera e se ne va. Era un discorso di rilancio del
partito, che forniva ai successori la piattaforma politica e programmatica
dalla quale ripartire. Quella già indicata al Lingotto dell´ottobre 2007,
allora accolta da tutti, dentro e fuori del Pd come una forte discontinuità
rispetto al passato ed una suggestiva apertura verso il futuro. Veltroni ha
spiegato dal suo punto di vista perché quell´inizio così promettente è poi
andato declinando giorno dopo giorno. Lasciamo pure da parte la guerriglia che
si è quasi subito scatenata contro di lui e sulla quale lui stesso ha avuto il
buongusto di non insistere. C´è stato un suo
errore caratteriale da lui stesso ammesso: la mediazione per tenere insieme a
qualunque costo le varie anime del partito. Forse è meglio dire i vari pezzi
del partito: laici e cattolici, socialisti e moderati, tolleranti e intransigenti, puri e duri
e pragmatici. SEGUE A PAGINA 25
( da "Repubblica, La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 2 - Interni
Pd, Franceschini eletto segretario "Ripartiamo, ma ora serve unità"
L´assemblea boccia le primarie. Parisi: occasione perduta L´assemblea GIOVANNA
CASADIO ROMA - «Non l´ho chiesto, non ho fatto patti, non avrò padrini né
protettori, non sono qui per costruire il mio futuro personale, il mio lavoro
finisce in ottobre e non farò alcuna trattativa con nessuno. E chi batte le
mani adesso, non venga domani a chiedermi di nominare qualcuno...». è qui,
esattamente in questo passaggio del discorso con cui Dario Franceschini si
candida a segretario del Pd nel momento più buio e difficile dopo le dimissioni
di Walter Veltroni, che inizia la schiarita. Gli applausi si fanno più fitti,
l´attenzione sale nel padiglione della Nuova Fiera di Roma dove è convocata
l´Assemblea nazionale. Franceschini, il cattolico democratico, l´allievo di
Zaccagnini, il vice di Walter, diventa leader del Pd con 1.047 voti (su 1.258
costituenti presenti); 92 vanno allo sfidante Arturo Parisi, che si sfoga: «è
un´occasione perduta per il partito, non si possono ancora affidare i nostri
destini a chi ci ha portato nel pantano». Una vittoria conquistata con parole
d´ordine chiare. «è il momento della verità, non dell´emotività», esordisce
Franceschini. Del cambiamento: «Ricominciamo, ora ci vuole una stagione di
unità. Azzererò il coordinamento, il governo ombra, ricostruirò nuove forme di
collegialità...aprirò ai giovani e alle donne che hanno fatto la gavetta, ai
territori». Non elude nessuno dei nodi che hanno dilaniato il Pd in 14 mesi di
vita. Le alleanze: «Bisogna costruirle per vincere guardando all´Udc ma anche
ai nostri vecchi alleati della sinistra». La collocazione in Europa: «No nel
Pse ma non staremo in un luogo senza i socialisti». La laicità,
che rivendica appassionatamente: «La Chiesa ha il diritto di fare sentire la
sua voce ma non bisogna mai dimenticare che è inviolabile il principio sacro
della laicità dello Stato». E ricorda il caso Englaro: «Forse che cattolici e laici non hanno gli stessi dubbi, le stesse paure?». e
come si può pensare che «l´idratazione e l´alimentazione artificiale vadano
garantiti anche contro la volontà?». Quindi, l´affondo contro Berlusconi: «Non
ha rispetto per la Costituzione, ha in mente una forma moderna di
autoritarismo, non vuole governare il paese ma diventare il padrone d´Italia, e
arriva al cinismo di attaccare le istituzioni davanti a una ragazza sul letto
di morte». Al sindacato chiede di fare la propria parte e di costruire l´unità
più che mai necessaria: «Noi siamo dalla parte dei lavoratori, evitateci il
dolore di vedervi divisi». La Costituzione è il leit-motiv; domani lui,
segretario di partito, andrà a giurare sulla vecchia copia della Costituzione
del padre partigiano a Ferrara, «a casa mia, nella pianura padana», nel luogo
dell´eccidio del 1943. L´Assemblea gli tributa una standing ovation. Lo
spaesamento, la rabbia, lo scoraggiamento dei Democratici nei caos, sembrano
allontanarsi. A inizio giornata, Arturo Parisi guida il fronte di chi vuole
"primarie subito". Volantinaggio, proteste, grida. Anna Finocchiaro
presiede l´Assemblea, senza concessioni: «Siamo un partito, non un gregge di
pecore che scappa con una sassata...». Mette ai voti le due scelte, primarie o
elezioni immediate del segretario. Per le primarie si esprimono in 207; 1006
per avere subito il segretario. Fanno la differenza gli interventi di Piero
Fassino e Rosy Bindi. Fassino invita: «Non ci faremo del male». Bindi
galvanizza: «Non illudiamoci che le primarie siano la magia che risolve i
problemi». Pro primarie, Gad Lerner e Enrico Morando sono premiati
dall´applausometro. Ma il capitolo viene archiviato in fretta. A fine giornata
è tempo di commenti. Massimo D´Alema, laconico, dice che gli sta bene quello
che il neo segretario ha detto soprattutto sui valori. Francesco Rutelli: «Avrà
tutto l´aiuto che vorrà chiederci». «Con lui facciamo la cosa giusta», dichiara
Pierluigi Bersani. Letta gli fa i complimenti. Il dalemiano Gianni Cuperlo si
lascia convincere. Come convinti giurano di essere i veltroniani, Bettini,
Verini, Tonini. Enzo Bianco: «è prevalso il senso di responsabilità». «Ora
vediamo di intercettare gli elettori», riflette Fabio Nicolucci. I teodem
invece scalpitano. Paola Binetti sul testamento biologico, si rabbuia: «A questo
punto non so se lo voterò». Emanula Baio gli manda un sms: «Bene che tu
riconosca la libertà di coscienza». A kermesse conclusa, Franceschini va a casa
di Veltroni; invia una lettera a Napolitano. Mosse azzeccate di uno «con la
faccetta da bravo ragazzo ma molto determinato», per usare le parole di Franco
Marini.
( da "Repubblica, La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 25 - Commenti
L´ASSEMBLEA HA SCELTO L´ORGOGLIO E LA SPERANZA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
Veltroni ha impiegato gran parte del suo tempo a cercare punti di sintesi che
erano piuttosto cuciture fatte col filo grosso, con la conseguenza che quei
vari pezzi e quelle varie ispirazioni e provenienze sono rimaste in piedi senza
dar vita ad una cultura nuova e unitaria. Con un´aggravante: nel Sud le classi
dirigenti locali, fatte alcune rare eccezioni, hanno un basso livello etico e
politico, non sono gattopardi ma volpi e faine. In tutti i partiti e in tutti i
clan. A destra, al centro e a sinistra. Con frequenti mutamenti di casacche
secondo le convenienze del momento e del luogo. Questo è stato
l´errore di Veltroni, ammesso da lui stesso. Francamente non saprei trovarne un
altro, ma questo è certamente di notevole rilievo. Il programma c´era ed è
adeguato alle contingenze attuali. La linea politica c´era e anch´essa è
tuttora adeguata. Le critiche politiche e programmatiche formulate da D´Alema
nella sua importante intervista rilasciata l´altro giorno al nostro giornale ci
sembrano prive di consistenza. Quella che è mancata è stata la leadership. Gli
era stata data da tre milioni e mezzo di elettori alle primarie di
quell´ottobre, ma lui non l´ha usata. Le dimissioni sono giunte inaspettate ma
hanno avuto un effetto dirompente: hanno coinvolto l´intero gruppo dirigente,
quello che dentro e fuori dal Pd è stato battezzato
l´oligarchia, cioè il governo di pochi. Dopo aver impiegato sedici mesi per
tenerla unita, in un colpo solo le dimissioni del segretario l´hanno
delegittimata e spazzata via tutta insieme. Fuori lui e fuori tutti. Il partito
c´è ancora, la necessità di una forza politica riformista di sinistra esiste
più che mai, ma il gruppo dirigente non c´è più, non ha più legittimazione. Ci
sono singoli individui apprezzabili per la loro onestà intellettuale, il loro
coraggio, la loro biografia, utilizzabili in quanto individui. Come personale
di governo, se e quando l´eventualità di un governo di centrosinistra si
materializzasse. Ma non più come gruppo politico dirigente. Veltroni si è
dimesso e ha dimissionato l´oligarchia. Non so se ne sia stato
consapevole ma questo è ciò che è accaduto. * * * Ci hanno spiegato che il
congresso su due piedi tecnicamente è impossibile, si farà ad ottobre come
previsto. Ci hanno spiegato che anche le primarie immediate sono, se non
impossibili, tecnicamente difficili, i candidati non avrebbero neppure il tempo
di presentarsi ai loro elettori come avviene in tutte le primarie serie, specie
per i candidati nuovi, cioè non provenienti dal vecchio gruppo dirigente. Ma
c´è soprattutto una ragione politica che ha sconsigliato le primarie immediate.
Per almeno un mese il partito avrebbe dovuto ripiegarsi su se stesso e un altro
mese sarebbe poi passato per insediare il nuovo segretario. Significa che fino
a maggio il partito sarebbe di fatto stato senza una
guida e quindi in piena anarchia. Nel frattempo la vita politica e parlamentare
proseguirà, sarà necessario decidere come fronteggiare la crisi economica che
proprio tra marzo e maggio raggiungerà il suo culmine, quale sarà
l´atteggiamento del Pd sui temi della sicurezza, della riforma della giustizia,
del testamento biologico, del referendum; bisognerà designare migliaia di
candidati alle elezioni amministrative e formare le liste per le elezioni
europee, organizzare la campagna elettorale che culminerà nell´"election
day" del 6 giugno. Un lavoro immane, impossibile da svolgere con un
partito privo di fatto di guida politica. Era pensabile una soluzione di questo
genere? O si trattava di un "cupio dissolvi" verso il quale il
cosiddetto popolo di sinistra poteva precipitare? Bertinotti ha ravvisato un
parallelismo tra la crisi che ha già dissolto la sua sinistra e quella che si
profilava nella sinistra riformista. La previsione è stata per fortuna
scongiurata dai riformisti e la ragione ha prevalso su precarie emotività. Così
è avvenuto con il voto dell´assemblea che a larghissima maggioranza ha scelto
la soluzione Franceschini per colmare il vuoto lasciato dalle dimissioni di
Veltroni. è una scelta di continuità oppure di rottura rispetto alla fase
conclusa l´altro ieri? * * * Il nuovo segretario proviene dall´ala cattolica
del Pd, è stato fin qui il numero due del partito
condividendo con Veltroni la linea politica e la gestione. Tuttavia il suo
discorso all´assemblea di ieri non è stato di
continuità ma di rottura. Si è impegnato ad azzerare tutti gli incarichi al
centro e alla periferia. Ha preso una posizione decisamente laica sul tema
scottante del testamento biologico. Per lui questa scelta non è inconsueta: fu
il promotore e il primo firmatario del documento pubblicato un anno fa,
sottoscritto dalla quasi unanimità dell´ala cattolica impegnata nel Pd, che
rivendicava la piena autonomia delle scelte rispetto alla precettistica della
gerarchia ecclesiastica. Una linea che cominciò da De Gasperi e proseguì fino
ad Aldo Moro e poi a De Mita. Del resto nessuno meglio di
un cattolico democratico può accollarsi la responsabilità di difendere la
laicità dello Stato, la libertà dei cittadini e la loro eguaglianza di fronte
alla legge anche se sostenendo questi principi ci si discosta dalle posizioni
dei Vescovi e del Vaticano. Vedremo in che modo il nuovo segretario
adempirà agli impegni presi di fronte all´assemblea che lo ha eletto. Dovrà
servirsi della sua oggettiva debolezza politica per farne una forza. Se ci
riuscirà avrà come premio il merito di consegnare al futuro congresso un partito
che ha superato una "tempesta perfetta" senza implodere nell´anarchia
e nello sconforto. Questo è il suo compito ma per svolgerlo avrà bisogno del
sostegno della base, soprattutto dei nuovi dirigenti che dovrebbero emergere
durante questi mesi di procellosa navigazione. * * * Nel frattempo Casini è
uscito dal fortilizio che ha difeso finora con tenace volontà e si è lanciato
in una guerra di movimento. La situazione dal suo punto di vista gli è
favorevole dopo il successo in Sardegna della sua lista apparentata con
Berlusconi. Il Pd è in crisi e una parte dell´ala cattolica propugna da tempo
un´alleanza con l´Udc non escludendo una possibile scissione. Ma tra il dire e
il fare ci sono tuttavia molti ostacoli. Il primo sta nel fatto che Casini non
ha alcun interesse a stipulare un´alleanza nazionale col Pd, che è pur sempre
un partito con un seguito molto più numeroso del suo. Alleanze locali laddove
siano vincenti sì, ma un patto di unità d´azione nazionale certamente no.
L´obiettivo di Casini è di fare un grande partito centrista che assembli i
moderati del Pd e i liberali del Pdl. Grande rispetto all´attuale Udc che
ottiene il 10 per cento nei luoghi in cui si allea con Berlusconi ma ritorna al
suo 5-6 quando va da sola. L´obiettivo di Casini dovrebbe portare il suo
partito di centro verso un consenso a due cifre, oltre il 10 per cento, in una
forchetta da lui auspicata tra il 12 e il 15. Il modello che ha in mente è
quello di Kadima, il partito israeliano fondato da Sharon e ora guidato da
Tzipi Livni, che ha frantumato il Labour ed ha ottenuto alle recentissime
elezioni una discreta affermazione in un quadro che registra un massiccio
spostamento verso la destra e l´estrema destra dell´opinione pubblica di quel
paese, con alcune punte dichiaratamente razziste. Il quadro politico italiano
non è paragonabile a quello di Israele, tuttavia il riferimento a Kadima lo
fanno esplicitamente Casini e Buttiglione. Qualche ragione ci sarà. Lo schema
mentale di Casini è quello d´un partito di centro cattolico, moderato e
liberale che alimenti il cosiddetto regime dei due forni e cioè tre partiti
sulla scacchiera, uno a destra, l´altro a sinistra un terzo al centro e
quest´ultimo come ago della bilancia che decida quando e con chi di volta in
volta allearsi. Non a caso questo schema, quest´ipotesi di lavoro è sostenuta
da gran parte dei "media" che danno voce a interessi forti la cui
moneta è rappresentata dallo scambio dei favori e dalla reciproca protezione.
Nei mesi che ci stanno alle spalle abbiamo assistito ad una campagna di
delegittimazione sistematica nei confronti di Veltroni e del Pd, rei di non
piegarsi a sufficienza alla connivenza con il centro e con la destra. Veltroni
ha commesso un errore e l´abbiamo già indicato, ma ha resistito a quella
pressione che però ha infine raggiunto l´obiettivo che perseguiva ottenendo il
suo ritiro. Non è tuttavia riuscita a far implodere il Partito democratico e
personalmente mi auguro che non ci riuscirà. La politica dei due forni d´altra
parte è irrealizzabile per una decisiva ragione. Essa presuppone che i due
forni, cioè i due piatti della bilancia, siano solidi e di forza equivalente.
Quello di destra è in realtà fortissimo, almeno fino a quando il populismo di
Berlusconi farà presa sulla maggioranza degli elettori. Quello di sinistra è
fragile, alla ricerca di una identità nuova che superi le storie antiche e
ormai inservibili. Senza una sinistra salda non esiste l´ago della bilancia
perché non esiste la bilancia. Ci sarebbe soltanto un centro aggregabile alla
destra o relegato al margine della scacchiera. La sinistra scomparirebbe in una
palude di sabbie mobili lasciando senza rappresentanza politica una massa di
ceti sociali privi di poteri di negoziazione e inchiodati ad un rapporto
perverso tra padroni e servi. Con una regressione sempre più rapida della
Chiesa verso un ruolo lobbistico colluso con un governo di atei devoti. Con
l´elezione del nuovo segretario del Pd comincia l´ultimo atto di un percorso
accidentato ma forse più consapevole e più partecipato. è auspicabile per la
democrazia italiana che da qui si riparta con nuova lena e intatte speranze.
( da "Repubblica, La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina XV - Palermo
IL PD IN MEZZO AL GUADO CON I SOLITI VIZI SICILIANI Nell´Isola il partito è
nato senza traumi né abbandoni cercando di dare visibilità e ruoli a tutti i
leader a prescindere da meriti e carismi Emblematica la scelta dei candidati
alle politiche NINO ALONGI N on ci sono state dichiarazioni né prese di
posizione di qualche rilievo. Nessuno si è strappato le vesti. Un comportamento
in linea col costume siciliano. Da noi la tendenza del politico in carriera,
sia di destra che di sinistra, è quella di non cambiare mai, di restare fedele
nella sostanza ai propri convincimenti, adeguandosi fittiziamente alle
situazioni che di volta in volta si creano a livello nazionale. Non è un caso,
quindi, che nell´Isola la nascita del Partito democratico si sia realizzata
senza traumi e senza abbandoni, ma cercando di conservare nei vari passaggi le
antiche procedure e i vecchi vizi. E soprattutto di travasare nella nuova
formazione politica i leader grandi e piccoli dei due partiti fondatori,
garantendo a tutti visibilità e ruoli, a prescindere dai carismi personali e
dai meriti politici. Emblematiche, da questo punto di vista, le modalità
seguite dai dirigenti regionali, con l´avallo romano, nella scelta dei
candidati in occasione delle ultime elezioni politiche. Ricordate quelle liste?
Una vergogna. In questo modo il progetto del nuovo partito ha smarrito
d´incanto quei caratteri di originalità e di profezia che pur conteneva. C´è in
fondo una forte analogia tra la vicenda personale di Veltroni e quella di
Romano Prodi, sconfitti entrambi dal fuoco amico dei compagni di partito. Il
Pd, perduti i suoi uomini migliori, oggi è in mezzo al guado, diviso al suo interno
e con poco prestigio nel Paese. Se i dirigenti avessero creduto di più nel
nuovo progetto politico e se avessero utilizzato seriamente nel rapporto con la
base lo strumento delle primarie, sicuramente la situazione oggi sarebbe
diversa. Fatti questi rilievi, sarebbe ingeneroso non riconoscere che nella
crisi che investe il Pd concorrono anche fattori esterni al partito, non meno
significativi di quelli interni. Non si può negare che oggi all´opposizione
manca, come invece accadeva nel 2001, l´apporto esterno della cosiddetta
società civile. Nell´immaginario collettivo i problemi che affliggono gli
italiani - i bassi salari, l´aumento del costo della vita, la casa che non si
trova, il lavoro sempre più precario, l´insufficienza dei servizi pubblici, la sicurezza
- sono vissuti come eventi quasi naturali, che vengono comunque da lontano,
come i clandestini che affollano le nostre spiagge. Non ci sono responsabili. E
così i cittadini davanti alle quotidiane angustie non protestano, ma come
narcotizzati attendono rassegnati i provvedimenti del governo che non arrivano
o arrivano pasticciati. E questo accade a Nord e a Sud. Da mesi all´Assemblea
regionale si discute del piano sanità. La maggioranza è divisa, il governo è in
stato confusionale. Ma nessuno protesta. E i sondaggi
continuano a essere tutti a favore del presidente Raffaele Lombardo. Così vanno
le cose in questo sfortunato Paese. Ma in Italia ci sono altre due questioni
che incidono, in modo dirompente, nei comportamenti politici. Innanzitutto il ruolo
della gerarchia cattolica che, dopo la scomparsa della Dc, influenza adesso
direttamente (e spesso pesantemente) le scelte politiche dei governi, trovando
puntualmente nella destra dello schieramento politico italiano, brulicante di
devoti atei, il massimo del consenso. Questa svolta
ecclesiastica, oltre a mettere in difficoltà molti cattolici legati
allo spirito del Concilio, crea problemi all´interno dello stesso Pd che
ripropone, nel ricordo dei padri costituenti, la collaborazione e non il
conflitto tra le due culture, quella cattolica e quella laica, da sempre
presenti nel Paese. L´altra questione è l´assoluta impunità che gode in
Italia il presidente del Consiglio. Una impunità che non proviene dal lodo
Alfano. Semmai precede e sovrasta il lodo Alfano. Qualunque altro leader,
davanti alle scelte politiche e alle continue gaffe fatte in questi anni
dall´attuale premier, sarebbe scomparso da tempo. Ma non Berlusconi. Sarà per
le sue televisioni, sarà per i suoi carismi personali, sarà per la sua ricchezza
e per i suoi appoggi, è certo che appare ogni giorno di più agli occhi della
gente con i caratteri inquietanti dell´onnipotenza. E questo fa la differenza.
Condiziona la politica e mette in pericolo le stesse istituzioni democratiche.
Le difficoltà che vive il Pd non intristiscono solo i militanti, ma anche i
democratici che militano in tutti gli schieramenti politici. Se viene meno
questa forza politica, anche per la particolare situazione che attraversiamo,
si complica la vita civile. Le dimissioni di Veltroni, al di là dei tanti
giudizi espressi, responsabilizzano la base degli iscritti e dei simpatizzanti,
che sono chiamati adesso a farsi carico dei problemi veri che travagliano il
partito. è il momento dell´impegno, non della fuga. Le crisi sono sempre
pericolose ma, se governate con giudizio e con passione, possono innestare
salutari processi.
( da "Repubblica, La" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina IV - Milano
No alle ronde, ventimila in Duomo Immigrati, donne, medici al corteo Cgil.
Rosati: non seguiamo la destra Tanti i cartelli che riportavano articoli della
Costituzione Alla manifestazione anche don Mapelli della Casa della carità
"L´albo per i senzatetto e il reato di clandestinità sono una follia che
non risolve alcun problema" ORIANA LISO Comunità di stranieri che vivono e
lavorano in Lombardia (e per la prima volta anche la comunità cinese di via
Sarpi), medici che curano anche i clandestini ma si rifiutano di denunciarli,
donne che ricordano che la violenza ha tante forme e non scompare con le ronde.
Cittadini che hanno come guida la Costituzione, e guai a chi gliela tocca. Un
serpentone multietnico, colorato e rumoroso, ventimila persone almeno che, ieri
pomeriggio, hanno risposto all´appello della Cgil e della Camera del Lavoro di
Milano e sono scese in piazza. Contro il "pacchetto sicurezza"
approvato dal governo e in difesa della Costituzione, con molte preoccupazioni
per le «politiche securitarie» che viaggiano di pari passo con quelle
sull´immigrazione. Dai Bastioni di Porta Venezia a piazza Duomo: qui si sono
alternati gli interventi di sindacalisti, immigrati con le loro esperienze e
con le loro speranze, rappresentanti del mondo del volontariato
laico e cattolico. «Dobbiamo smetterla di pensare "fra tre anni torno a
casa" - ha scandito dal palco un´animatrice dell´associazione Naga -
perché casa nostra è questa». E don Massimo Mapelli della Casa della Carità ha
aggiunto: «Siamo qui per dire no ad alcuni aspetti del decreto sicurezza, come
ad esempio l´albo per i senza fissa dimora e il reato di clandestinità:
questa politica ci sembra una follia e anche per la violenza sulle donne non
saranno le ronde a risolvere il problema, serve cultura e formazione». Tanti
applausi sono arrivati quando il segretario generale della Camera del Lavoro
Onorio Rosati ha gridato la solidarietà al presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, ma anche quando lo stesso Rosati ha lanciato l´invito «alla
sinistra tutta a non cavalcare opinioni di destra per mietere qualche facile
voto»: un riferimento implicito al bando annunciato dal presidente della
Provincia Penati per quei Comuni che vogliano organizzare ronde di ex
appartenenti alle forze dell´ordine (e ieri il capogruppo di Forza Italia in
Provincia, Bruno Dapei, ha detto che la proposta di Penati arriverà in
Consiglio giovedì e che il centrodestra è pronto a votarla). Ma i manifestanti
di ieri pomeriggio hanno detto no a ogni tipo di ronda, con i loro slogan e con
gli striscioni. Tante le bandiere della sinistra e del sindacato, tanti anche i
cartelli con gli articoli della Costituzione e quelli che parlavano di servizi
e integrazione come alternativa democratica alla giustizia fai-da-te. Alla
fine, però, una nota polemica è partita da Rosati e dal segretario generale
della Cgil Lombardia, Nino Baseotto: «Guardiamo con preoccupazione - hanno
detto i sindacalisti - alle forze dell´ordine, prima con la vicenda delle
cariche alla Innse ora con i dati ufficiosi che tendono a sminuire i
partecipanti al corteo: chiediamo un incontro con il questore per capire a
quale logica rispondano questi episodi».
( da "Riformista, Il" del 22-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Il popolare che
piace a sinistra Successo laico per il reggente IL DISCORSO. Il mite Dario ha
scaldato la platea sia sui valori («libertà della Chiesa ma difesa dei principi
dello Stato») sia sulla collocazione europea («non nel Pse ma col Pse»).
Francesco Tempestini, ex socialista vicinissimo a Piero Fassino alla fine di un
articolato ragionamento afferma: «Dal discorso emerge una socialdemocrazia
guidata da un popolare». Altro siparietto. Rosy Bindi, senza il sorriso delle
grandi occasioni, incrocia Franco Marini: «Due volte ho mostrato senso di
responsabilità. Sostenendo te una volta, ai tempi del Ppi, e ora Franceschini».
L'ex presidente del Senato ride: «Perché, mi hai sostenuto?». Battute. Forse
qualcosa di più. Atteso al varco dagli ex ds sui nodi più spinosi, il mite
«Dario» è piaciuto a sinistra. Scaldando, e non poco, la sala. Sulla laicità,
innazitutto: «Se nel Pd - ha affermato - ci sono differenze sui temi etici è
perché si tratta di questioni straordinariamente nuove di cui tutti fino a poco
tempo fa si ignorava l'esistenza fuori dalla comunità scientifica». Sottotitolo
(non detto): non drammatizziamo come sul caso Eluana. E per lanciare il suo new
deal si richiama, più volte, ai valori: «Su questi temi così nuovi - dice
Franceschini - laici e cattolici non hanno forse le
stesse paure e speranze? Perché allora sbattere in faccia all'altro le proprie
verità incerte?». Quindi l'affondo. Franceschini ricorda che il Pd aveva
trovato un «equilibrio logico» sul testamento biologico e, in particolare, sull'alimentazione
e idratazione, possibili solo «non contro la volontà del paziente». Dunque,
dice dal palco «mi chiedo se è accettabile la norma della destra, che impone a
una persona, contro la sua volontà, l'idratazione e l'alimentazione». Tradotto:
il Pd voterà no al ddl del governo sul testamento biologico. Anche se - precisa
Franceschini - «rispetterò e difenderò chi nel partito non condivide la
scelta». Ma - in relazione alle polemiche con le gerarchie - fissa i paletti:
«Difenderò sempre la libertà della Chiesa di far sentire la
sua voce ma senza mai dimenticare che per noi credenti e non credenti è in
inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato». Applausi. Anche di
Ignazio Marino: «È una posizione molto chiara, cioè che il legislatore deve
ragionare con una mentalità laica». Perplessi i cattolici, o
almeno una parte: «Mi pare - dice Rosy Bindi - che la posizione sia ancora da
affinare. Sottolineo la necessità della libertà di coscienza». A
seguire, il capitolo della collocazione internazionale. Dice Franceschini: «È
tutto molto più semplice di quanto si dice. Noi lavoreremo per costruire in
Europa un luogo in cui stanno insieme tutti i riformisti. In Italia i tempi
dipendevano da noi, mentre ai tempi dell'Europa possiamo solo concorrere ma
lavoreremo per costruire questo luogo comune». E sul luogo precisa: «Non
entreremo nel Pse ma sia chiaro a tutti che non possiamo stare in un luogo dove
non ci siano con noi socialisti europei». Quindi con il Pse. Sul dossier stanno
lavorando negli ultimi giorni due grandi elettori di Franceschini, Franco
Marini e Piero Fassino. La quadratura ancora non c'è. Spiegava Marini ai suoi a
margine dell'assemblea: «Noi dobbiamo fare un gruppo che si allei col Pse.
Serve un certo numero di deputati di altri paesi per dar vita a un gruppo
autonomo ma questi ci sono, dai ciprioti ad altri. Fassino lavora su un'ipotesi
di più stretta collaborazione col Pse. Nei prossimi giorni parleremo». Anche
con «Dario», il popolare che piace a sinistra. A.D.A. 22/02/2009
( da "Corriere della Sera" del 22-02-2009)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2009-02-22 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE Il caso Time elogia Renzi «Obama italiano» Vinci: esagerato Ma il
PaÍs: ben venga MILANO — C'è un Obama tutto nostrano e l'Italia non se n'era accorta.
Come il presidente degli Stati Uniti, Matteo Renzi è giovane, abbronzato (si
presume solo d'estate), esperto navigatore online, adepto entusiasta dei social
network e costantemente affacciato sugli umori dell'elettorato dalla finestra
di Facebook. Un incoraggiante ritratto del 34enne trionfatore alle primarie
fiorentine del Pd compare sul Time a firma di Jeff Israely, giornalista e
scrittore newyorkese che si è appena trasferito a Parigi dopo 6 anni di
corrispondenze da Roma per il settimanale americano. Tranne che per la fila in
banca e alle poste, «l'Italia è affetta da un problematico eccesso di
pazienza». L'assunto è più vero ancora per la nostra politica, dominata dalla
«gerontocrazia e dalle regole non scritte di partiti» che costringono le giovani
forze all'attesa di una ribalta che non arriverà mai. Ecco perché, nel Paese
dei vecchi politici, l'exploit di Renzi giunge come «la speranza di cambiamento
del Partito democratico». Se questo ragazzo dovesse davvero diventare sindaco
di Firenze — dice una fonte senza nome sentita dal Israely — «allora la gente
inizierà a parlare dell'Obama italiano e dirà "Ho visto il futuro della
politica italiana"». «Cattolico praticante, Renzi dice che non permetterà
al Vaticano di guidare la sua politica — si legge poi sul Time —. Nella sua
campagna per le primarie ha usato Internet, Facebook e altre tattiche mutuate
dalla vincente corsa presidenziale di Obama». Certo, qualche volta è
«turbolento» e ha ancora «una faccia da bambino», ma per la sinistra «forse è
tempo di pensare l'impensabile ». Lusingatissimo, il diretto interessato
ringrazia ammettendo però «un uso artigianale delle nuove tecnologie» e che «il
paragone non regge: non scherziamo, la sfida di Obama è quella di cambiare il
mondo. La mia, molto più modestamente, è cambiare Firenze, se sarò eletto
sindaco». Poco entusiasti per l'accostamento, i corrispondenti stranieri alle
prese con i nostri Berlusconi&Co. Dubbiosa Marcelle Padovani, storica penna
del Nouvel Observateur: «Non credo che il giovanilismo e il nuovismo siano
politiche difendibili a sinistra, ci sarebbero altre idee e progetti molto più
utili per creare davvero una nuova classe dirigente». Da trent'anni in Italia
per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, Heinz-Joachim Fischer trova «prematura l'analisi
di Jeff: siamo tutti favorevoli a un cambio di generazione della vostra classe
dirigente, ma vincere le primarie a Firenze è solo un primo passo. La sinistra
italiana ha bisogno di riflessione profonda e riforme radicali non di
somiglianze superficiali ». A Roma solo da un anno per El PaÍs, Miguel Mora
Diaz ancora non riesce a farsi una ragione «della capacità di autodivorarsi
della sinistra italiana: fagocita leader, progetti e idee, è troppo eterea e
poco laica. Però se un trentenne si fa avanti, ben venga». Il neo acquisto di
Mediaset Alessio Vinci — che dopo anni alla Cnn da Mosca, Berlino e Belgrado è
ora il capo dell'ufficio di Roma del network e martedì sostituirà Mentana a
Matrix — si domanda: «Ma non era Veltroni l'Obama italiano? Per ora Matteo
Renzi ha in comune con il presidente Usa solo la laurea in giurisprudenza».
Elsa Muschella
( da "Corriere della Sera" del 22-02-2009)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2009-02-22 num: - pag: 23 categoria:
REDAZIONALE La normativa sulle ultime volontà Il signor Beppino: referendum,
sono sicuro che gli italiani la bocceranno La piazza applaude Englaro: no alla
legge Testamento biologico, pienone al sit-in. Il papà di Eluana si collega via
telefono Presenti scrittori e intellettuali. Hanno aderito Radicali,
Rifondazione, Sinistra democratica e Idv ROMA — Suonano le campane della chiesa
di Santa Brigida, in piazza Farnese, proprio mentre il direttore di Micromega,
Paolo Flores d'Arcais, sta aprendo il sit-in contro il ddl del governo sul
testamento biologico. «Cardinale Bagnasco, sottosegretario Roccella, ministro
Sacconi, chi siete voi per decidere sulla nostra vita?», domanda provocatorio
Flores dal palco. Le campane suonano, sembra fatto apposta. La folla
rumoreggia. «Sì al testamento biologico, no alla tortura di Stato. La vita di
ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa, la vita
appartiene solo a chi la vive», spiega il direttore di Micromega. Hanno aderito
Radicali, Rifondazione, Sinistra democratica e Italia dei Valori, ci sono i
leader (Di Pietro, Ferrero, Bonino) ma non ci sono bandiere. Partecipano
scrittori e intellettuali: Dacia Maraini, Furio Colombo, Stefano Rodotà, Lidia
Ravera, Andrea Camilleri. Piazza gremita, ieri, davanti all'ambasciata di
Francia. E cartelli espliciti: «Liberté, Egalité, Fraternité... et Laicité» o
«Basta Papa». Il clima è questo e anche il luogo, forse, non è casuale: nella
piazza accanto, Campo de' Fiori, troneggia la statua di Giordano Bruno. Il
momento più commovente è quando in collegamento telefonico interviene Beppino
Englaro, il papà di Eluana. Scoppia un lungo applauso. Beppino si dice
favorevole, come extrema ratio, al referendum: «Sono convinto che gli italiani
non si lasceranno imporre una legge del genere. Le battaglie di libertà hanno
il loro prezzo e noi questa battaglia la dobbiamo portare fino in fondo». Più
tardi, ospite di Fabio Fazio a «Che tempo che fa», aggiungerà: «Noi non ci
sogneremmo mai di imporre a loro questo. Se loro vogliono essere curati oltre
ogni limite vanno curati. Ma nessuno può togliere agli altri il diritto di non
curarsi, di lasciarsi morire». E ancora: «Dire di no ad una terapia salvavita
non ha niente a che vedere con l'eutanasia. Una cosa è chiedere un'iniezione
letale, un'altra chiedere di lasciarsi morire: l'ha chiesto anche Giovanni
Paolo II». No all'idratazione e all'alimentazione forzata: in piazza Farnese i
Verdi raccolgono decine di video-testamenti biologici tra i manifestanti.
Andrea Camilleri attacca il governo: «Berlusconi si inchina prono al volere del
Vaticano. Questa è una legge-truffa perpetrata anche con l'acquiescenza di
parte della cosiddetta opposizione». Pd nel mirino: applausi per Ignazio Marino
(fautore del referendum) e fischi invece per Dorina Bianchi che si è astenuta
sul ddl. Ma ci sono anche tanti cattolici in
piazza: le comunità cristiane di base, Mina Welby e pure 21 preti in dissenso.
Emma Bonino attacca Veltroni: «Ho chiesto mille volte a Walter di organizzare
una grande manifestazione per la laicità, la libertà di scelta. Niente da fare.
Però non mi pare che questa pavidità abbia pagato». «Noi lotteremo non perché
siamo di sinistra, laici o antiberlusconiani — conclude al microfono Lidia
Ravera —. Ma perché siamo uomini e donne pietose. Per favore, restate umani,
restiamo umani». Fabrizio Caccia
( da "Giornale.it, Il" del 22-02-2009)
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n. 46 del 2009-02-22
pagina 43 Una legge, tanta confusione Ecco quel che penso sul testamento
biologico di Redazione Caro direttore, lo so che la penso diversamente da lei
ma le chiedo ugualmente un po' di spazio. La legge sul testamento biologico
limiterà il diritto di ogni singolo individuo a decidere della propria vita. Se
non verrà confermata da un referendum vorrà dire che un qualsiasi «pianista»,
un voltagabbana qualunque, un incompetente totale e un qualsivoglia portaborse
potranno stabilire, senza appello, se un uomo deve vivere o deve morire. Si
stabilirà un precedente che è il contrario esatto della libertà: un eletto
senza vincolo di mandato potrà in campagna elettorale essere contrario
all'aborto, poi cambiare schieramento per interessi di bottega, diventare
favorevole e votare una legge infanticida. Senza che chi lo ha eletto possa
influire su quella che diventerà una decisione irrevocabile. Direttore, non
posso credere che per lei tutto questo sia ragionevole, tutto questo si chiami
libertà, si chiami democrazia. Roberto Bellia - Vermezzo (Milano) Vedo che c'è
grande confusione sul testamento biologico. Anche la sua lettera, caro Bellia,
me lo lasci dire: la trovo molto appassionata, ma poco lucida. A parte il fatto
che è singolare scoprire solo ora che i parlamentari esercitano la loro
funzione senza vincolo di mandato, come prevede la Costituzione dal
( da "Manifesto, Il" del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
Famiglia ASSEDIATA
Il durissimo editoriale contro le «leggi razziali» volute da Maroni è stato solo l'ultimo affondo di Famiglia Cristiana che ha
fatto infuriare il governo. Ma il direttore don Sciortino non demorde: «Le
nostre sono battaglie di civiltà» UNA RAGAZZA VENDE FAMIGLIA CRISTIANA A SAN
PIETRO TRA LA FOLLA IN CODA PER VEDERE LA SALMA DI PAPA GIOVANNI PAOLO II /FOTO
EIDON IL SETTIMANALE PAOLINO CHE NON PIACE AL POTERE Stefano Milani Per un
giudizio sulle ronde, non bisognerà aspettare molto. Conoscendo Famiglia
Cristiana il prossimo editoriale si concentrerà proprio su questa ultima trovata
del governo, fresca di approvazione. Un antipasto oggi in edicola affidato alla
penna di Beppe del Colle (dal titolo che è tutto un programma: «Quando il
parlamento è ridotto solo a notaio») che sottolinea come «su 45 leggi approvate
nell'attuale legislatura, 44 portano la firma del Governo, una soltanto quella
delle Camere; per di più, 25 di esse sono conversioni di decreti legge». Strano
caso quello dello storico settimanale paolino fondato nel lontano 1931. Fedele
alla Chiesa ma sempre rivendicando una propria autonomia di giudizio. Amato e
odiato allo stesso tempo. Dipende dai punti di vista. E dall'argomento
trattato. Gli stessi che la portano ad esempio come la verità scesa sulla terra
(vedi il caso di Eluana Englaro) gli danno addosso quando dalle sue pagine si
levano attacchi al governo sulle politiche migratorie. È la stampa bellezza, si
direbbe. No, è Famiglia Cristiana presa per la giacchetta dall'opportunismo
politico di turno. In Italia funziona così. Funziona che un giornale è
«cattolico e cristiano» finché si schiera contro l'aborto e diventa «bolscevico
e comunista» quando paventa in Italia il ritorno del fascismo. Ultimamente il
giornale dei paolini di «nemici» se n'è fatti molti. Specie a destra. «Attacchi
strumentali» lamentano Berlusconi e i suoi afecionados. «Semplici battaglie di
civiltà» risponde il direttore don Antonio Sciortino alla guida del settimanale
dal 1999. Che giura di non avere nulla di personale con questa maggioranza ma
che «su determinati temi la carità cristiana impone delle posizioni nette». E
coraggiose, aggiungiamo noi. Critiche a destra ... E così il titolo «Famiglia
cristiana contro qualcuno o qualcosa» è diventato un appuntamento settimanale
quasi fisso, amplificato da mezza stampa italiana. Contro la legge sull'immigrazione,
ispirata alla xenofobia delle «osterie padane», denunciando la «cattiveria» del
ministro Maroni, che fa precipitare l'Italia «nel baratro di leggi razziali»
con «con i medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini». E contro
il pacchetto sicurezza giudicato «indegno in uno stato
di diritto» (febbraio 2009). Contro il ministro dell'Istruzione chiedendo il
ritiro dei decreti Gelmini «per il bene della scuola e del Paese» (ottobre
2008). Contro le impronte ai bimbi rom («quando i bambini ebrei venivano
identificati con la stella al braccio»), e contro il Viminale accusato di
riproporre «il concetto di razza nell'ordinamento giuridico» (luglio 2008).
Contro il sindaco di Roma Alemanno «che in giacca e cravatta caccia i poveri
dai cassonetti e dagli avanzi dei supermercati» (agosto 2008). Contro
Berlusconi «ossessionato dai pm» (giugno 2008). Contro la Lega che gioca sulle
«paure degli italiani» perché «non c'è nessun motivo per punire i criminali
stranieri con più forza di quelli italiani» (maggio 2008). E andando più
indietro nel tempo, contro l'editto bulgaro, contro le leggi ad personam,
contro la legge Bossi-Fini, contro l'invio di militari in Iraq. E potremmo
continuare ancora per un bel po'. ... E a manca Ma, come ci tiene a sottolineare
don Sciortino, la «nostra battaglia non è ideologica ma sui contenuti». Esempio
lampante il caso Englaro. Così si leggeva, non più di due mesi fa, sulle pagine
del settimanale a firma di Alberto Bobbio. «Eluana Englaro morirà? In un
groviglio di polemiche in un turbinio di incubi e speranze. C'è una ragazza che
potrebbe continuare a vivere, perché c'è qualcuno che le vuole bene. Ma il
padre e i giudici hanno deciso che, invece, non sarà così. Eluana andrà a
morire nelle feste di Natale e Capodanno? Mentre altri stappano spumante,
affettano panettoni e mescolano lenticchie e cotechini, una mano staccherà il
sondino e un'altra inietterà calmanti». Parole durissime che fecero scaldare la
sinistra. Come durante l'ultima campagna elettorale, quando il giornale sferrò
un attacco a Veltroni, reo «di tradire i cattolici» e
farsi condizionare dai radicali. Uno spunto troppo ghiotto per la destra che in
più di un'occasione sbatteva in faccia l'articolo all'esponente democratico di
turno: «Come, lo dice pure Famiglia Cristiana». O nella più classica delle
battaglie cattoliche: l'aborto. «Oggi - si legge sul numero di Famiglia
Cristiana del maggio 2008 - ci sono i numeri in parlamento per sgretolare il
"mito della 194"». Ma, per non farsi mancare nulla, uno schiaffo lo ha
sferrato anche al centro. Ed ha preso in pieno Casini, «cattolico col bollino
ma poco coraggioso» (marzo 2008) per via di alcune candidature scomode, vedi
Totò Cuffaro. Risposte poco cristiane In questa normale diatriba giornalistica
è il governo che se l'è presa più a male. Alternando nervosismo a risposte al
vetriolo. Il più piccato è l'onorevole Gasparri, che non eccelle certo per il
suo dolce stil novo espressivo. «Catto-comunista», «delirante», «becera», solo
per citare le offese più "cristiane". In scia il giornale del suo
partito, Il Secolo d'Italia, che l'ha ribattezzata «Fanghiglia cristiana». E
anche un ex unione-democratico-cristiano come Carlo Giovanardi non le ha
risparmiato bordate, considerandola «l'organo di stampa dei centri sociali» che
usa toni «da manganellatori fascisti». Posizioni piccate e anche qualche
boicottaggio. Famoso quello di Berlusconi che si rifiutò, durante la campagna
elettorale del 2006, di farsi intervistare dal settimanale che aveva osato,
qualche giorno prima, uscire in edicola con un'inchiesta sull'ingerenza della
mafia sulla costruzione del ponte sullo stretto di Messina, facendo imbufalire
l'allora ministro Lunardi. Ultimamente dal «con te non parlo» si è passati
direttamente al «ti denuncio». Il ministro Maroni, che non vuole passare per
razzista e xenofobo, ha dato mandato al suo avvocato di querelare il
settimanale. Ma colpi bassi sono arrivati da tutte le direzioni, perfino dalle
alte sfere ecclesiastiche. Nel 1997 il cardinal Camillo Ruini, allora
presidente della Cei, criticò la linea editoriale del settimanale paolino per
la sua «estrema spregiudicatezza» nel trattare temi morali, sessualità in
testa. Giudizi pesanti e autorevoli che costrinsero il direttore, Leonardo
Zega, alle dimissioni e il giornale fu commissionato per un anno, fino
all'avvento di don Sciortino. Che dopo nove anni di onorata direzione, voci di
corridoio dicono non se la stia passando proprio bene. Il calo delle vendite Ma
ai giudizi non proprio lusinghieri don Sciortino è solito rispondere con una
frase del monsignor Alberioni, tra i fondatori della testata: «Criticateci pure
ma ricordate che Famiglia Cristiana arriva dove molti preti non arrivano». Fino
a dieci anni fa era sicuramente così, oggi un po' meno. Stessa tipologia di
distribuzione (40% delle copie vengono vendute nelle parrocchie, 40% nelle
edicole, 20% in abbonamento), ma diverso il «peso» delle copie vendute. La
crisi che ha colpito la carta stampata non ha risparmiato infatti neanche i
giornali religiosi. «Stiamo subendo una forte crisi di vendite - spiega
l'amministratore unico del Gruppo San Paolo, don Vito Fracchiolla - e se prima
i suoi utili contribuivano a tenere in vita anche gli altri 13 periodici del
Gruppo, adesso riescono appena a coprire le spese della rivista stessa». Le
cifre sono infatti impietose e dicono 28mila copie perse solo nel 2007 che in
euro fanno due milioni di euro tondi tondi. E andando più indietro il confronto
si fa sempre più infausto. Basti pensare che nel 1999 viaggiava mediamente
sulle 550mila copie vendute, nel 2004 è passata alle 406mila, quattro anni dopo
si è arrivati a 256mila. E un deficit di quasi 26 milioni di euro. Che vuol
dire chiusura immediata delle redazioni distaccate di Roma, Bologna, Venezia e
Torino, e il trasferimento all'unica sede di Milano di quattordici giornalisti.
Stiamo parlando di un settimanale che in epoca d'oro, non più di vent'anni fa,
tirava oltre un milione di copie, con utili da far suonare le campane a festa
ai paolini e a tutto il loro gruppo editoriale. Ora tutto è cambiato. E la
conferma, piccola ma significativa di questa irrefrenabile discesa, c'è la dà
l'edicolante dietro la basilica romana di San Paolo. «Si vende di meno, molto
di meno. Anni fa, la domenica, appena la gente usciva dalla messa passava di
qua e chiedeva la sua bella copia. Era un quasi un rito, un gesto meccanico per
lo più degli anziani». Poi, ammette sussurrando quasi fosse un peccato: «Da un
po' di tempo si vende meglio L'Avvenire. Vero don Carlo?». Il prelato mette una
copia del giornale dei vescovi sotto al braccio, annuisce e se ne va. Tre
milioni di lettori Fondato ad Alba (Cuneo) nel dicembre del 1931, Famiglia Cristiana è il settimanale cattolico più diffuso in
Italia. Grazie alla sua capillare rete di vendita, diversificata tra edicole, parrocchie
e abbonamenti viene letto (non comprato) mediamente da tre milioni di persone.
Definito da molti il giornale religioso più laico del panorama italiano,
esattamente come se lo era immaginato il suo padre fondatore, il beato
Giacomo Alberione: «Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione
cristiana, ma di tutto cristianamente». Con gli anni la sua linea editoriale si
è fatta sempre più marcata e battagliera. E le polemiche dei giorni nostri sono
qui a dimostrarlo.
( da "Secolo XIX, Il" del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
La crisi non si
superamoltiplicando le regole carlo stagnaro Il summit di Berlino è scivolato
dolcemente dove tutti si aspettavano: più regole contro la crisi. I quattro
maggiori Paesi europei - Italia, Germania, Francia, e Gran Bretagna - si sono
incontrati nella capitale tedesca, assieme a Spagna, Olanda e Lussemburgo, la
presidenza di turno ceca dell'Unione europea e i capi della Banca centrale
europea, dell'Eurogruppo e della Commissione europea, per definire una
posizione comune in vista del vertice G20 del 2 aprile. La direzione del
meeting era prevedibile. Non era scontato, invece, che si trovasse un accordo:
è senza dubbio una buona notizia che si sia riusciti a raggiungere un
compromesso di cui fa parte il rigetto del protezionismo. La tentazione di
elevare barriere a difesa dei mercati nazionali aveva fatto discutere molto,
nelle ultime settimane, viste le crescenti pressioni dei gruppi di interesse e
l'adesione esplicita, tra gli altri, del presidente francese Nicolas Sarkozy.
Ma la reazione è stata sufficientemente forte, per ora, da sventare
un'escalation pericolosa. È positivo anche che si sia avvertito il bisogno di
mettere mano alle regole che sovrintendono i mercati finanziari, il cui
fallimento è palmare e che hanno contribuito, pur non essendone l'unica causa,
a forgiare la tempesta perfetta di cui ci troviamo vittima. Oltre a questo, si
è convenuto di aumentare la dotazione finanziaria al Fondo monetario
internazionale e di prevedere sanzioni per chi sgarra. Tuttavia non manca
qualche ragione di perplessità: se infatti è necessario riscrivere le regole
sbagliate, non è altrettanto ovvio che vi sia un deficit di norme, e che dunque
ne vadano scritte di aggiuntive. Eppure, è proprio questa la posizione emersa
ieri: la piattaforma europea propone, in particolare, più ampi poteri di
controllo sulle operazioni di tutti i prodotti e gli operatori finanziari,
inclusi gli hedge fund (citati esplicitamente nella dichiarazione conclusiva).
I fondi hedge e altri investimenti ad alto rischio sono stati protagonisti
dinamici dei mercati finanziari, ma è difficile imputare a loro una quota di
responsabilità più rilevante che ad altri. Imporre obblighi di registrazione,
come si vorrebbe fare, difficilmente potrà determinare condizioni migliori per
il futuro. Delle due l'una: o è un modo per perseguire un
"contingentamento numerico", nel qual caso si creerà una barriera
all'ingresso che avrà una ricaduta in termini di minore efficienza, rendimenti
ridotti o costi più alti (come accade in Italia per i notai e i farmacisti);
oppure si lascerà l'esercizio delle loro attività sostanzialmente libero, e
allora tutto si ridurrà a una tassa occulta (come nel nostro paese per avvocati
e ingegneri). Ancor più surreale è l'analogo obbligo di registrazione che
potrebbe essere imposto alle agenzie di rating, per prevenire gli errori
clamorosi del passato: non solo questo obbligo di fatto esiste già (attraverso
l'accreditamento forzato presso la Sec, cioè la Consob americana), ma semmai
nel settore serve maggiore competizione per garantire più trasparenza. Che il
problema sia non tanto la scarsità delle regole, quanto la loro inadeguatezza,
lo dimostrano due ulteriori elementi. Primo: alcune delle compagnie che si sono
trovate all'epicentro della crisi, come i due giganti dei mutui americani
Fannie Mae e Freddie Mac, erano tra le entità più regolamentate al mondo (si
calcola che fossero soggetti a oltre duecento norme specifiche). Secondo: nello
stesso documento finale di ieri, si afferma che «saranno assunte misure che
portino le distorsioni della competizione ai minimi rischi». Ora, ogni vincolo
regolatorio induce una distorsione, che può essere accettabile e in alcuni casi
perfino utile, ma ha pure ricadute negative. Più aumentano le distorsioni di
questo tipo, e più il mercato diventa opaco, e le occasioni per barare si
moltiplicano. L'antico adagio "fatta la legge, trovato l'inganno" si
applica anche al mondo della finanza. C'è quindi, al fondo, una sorta di
cattiva coscienza, del resto evidente anche in altri elementi del patto. Come i
proclami contro i paradisi fiscali, antica (e comprensibile) ossessione dei
governi europei, ma che ben poca parte hanno recitato nella presente crisi. La
stessa terminologia tradisce cosa c'è davvero sotto: se chiamiamo quelli
paradisi, è perché noi viviamo in un inferno tributario, caratterizzato da un
elevato prelievo e meccanismi invadenti e complessi. Da questo punto di vista,
se il pacchetto europeo fosse accettato dal G20, ci sarebbe il rischio di
peggiorare addirittura le cose: un importante saggio dell'economista Richard
Posner ha mostrato come vi sia una equivalenza di fondo tra regolamentazioni e
tasse. Aggiungere una regola ingiustificata è la stessa cosa che alzare le
imposte. Occorre, insomma, cautela. Anche perché, perfino quando si discute di
misure condivisibili - come l'impegno a ridurre le disparità di trattamento tra
soggetti diversi che compiono azioni simili, o la richiesta alle banche di
creare cuscinetti di liquidità più sostanziosi - non si sta facendo nulla per
placare il terremoto in atto. Un terremoto che nasce in primo luogo da un
problema di informazione su dove stanno i titoli tossici e, quindi, di fiducia
tra gli operatori. Sta qui il vero dramma che spiega il crollo delle Borse, ed
è per questo che le soluzioni tentate finora, dalla ricapitalizzazione delle
banche alla loro nazionalizzazione, non hanno funzionato. Come ha detto
all'Europarlamento il presidente della Repubblica ceca, Vaclav Klaus, «sebbene
la storia abbia dimostrato che questo è un vicolo cieco, ci troviamo
costantemente a ripercorrere la via del controllo centrale sull'economia.
Questa tendenza si è rafforzata a causa dell'incomprensione delle ragioni della
crisi, come se essa fosse causata dal libero mercato, quando invece alla sua
origine sta la manipolazione politica del mercato». Tale convinzione, su cui fu
plasmata la stessa fondazione dell'Ue, dovrebbe permeare le contromisure: se
viene accantonata per lasciar spazio a risposte populistiche, rischiamo di
curare il male congiunturale con una malattia strutturale, più grave e
insidiosa. La peste non la si combatte né dando la caccia agli untori, né
iniettandosi il bacillo del colera. carlo.stagnaro@brunoleoni.it 23/02/2009
normeSe è necessario riscrivere le norme sbagliate, non è altrettanto ovvio che
ne manchino e che ne vadano scritte di nuove 23/02/2009 il rischioSe il pacchetto
europeo approvato a Berlino fosse accettato dal G20, ci sarebbe il rischio di
peggiorare addirittura le cose 23/02/2009 Pierfranco Pellizzetti C'è qualcosa
in apparenza di incomprensibile nel comportamento dell'ultimo Berlusconi:
mentre la maggioranza degli italiani esprime chiaramente la convinzione che le
scelte personali di vita e di morte, compresa quella di non essere tenuti
artificialmente in vita dall'alimentazione forzata tramite sondino
nasogastrico, impongono il totale rispetto dell'opinione al riguardo del
diretto interessato (del resto, è quanto indicato chiaramente dalla Carta
costituzionale che - come scrive Stefano Rodotà - «mette al riparo alcuni
aspetti della vita dall'intervento esterno»), il premier più ossessivamente
attento alle continue giravolte della pubblica opinione ha deciso di virare in
senso contrario. In barba agli adorati sondaggi, sceglie di aggregarsi a quei
vescovi rimasti soli con le loro "bande bigotte". Spettacolo davvero
singolare: il massimo propugnatore a mezzo etere di un neopaganesimo
consumistico e godereccio, appiattito sulle posizioni di una Chiesa
controriformista, isolata dal mondo e dal suo stesso popolo. Ma il mistero si
scioglie subito se si considera la reale natura del Cavaliere, non prestando
attenzione ai manierismi recitati per i gonzi: la retorica dell'impolitico,
tutto concretezza e pragmatismo, insofferente dei «teatrini della politica» e
dei vari giochetti relativi. In effetti, fuori dalla recita ad uso e consumo
del proprio pubblico, Silvio Berlusconi è la quintessenza del politicante. Se
lo intendiamo quale puro e semplice tecnologo del potere; praticato nelle
contromosse tattiche e nei negoziati in cui la massima abilitàè quella di
mettere nel sacco l'interlocutore. Dunque, dove vuole andare a parare il sire
di Arcore predisponendosi a far approvare in Parlamento una norma sovversiva
che svuota l'idea stessa di "testamento biologico", sottoposto a
farraginosi iter burocratici e a continui pellegrinaggi dal notaio, con il bel
risultato che, alla fine, un medico può totalmente ignorarlo? Qualcuno
commenta: Berlusconi è asservito al Vaticano. Ma è mai pensabile qualcosa di
simile, solo considerando la sua intima natura e il suo ego ipertrofico? Semmai
sta avvenendo esattamente il contrario: è il Vaticano a essere strumentalizzato
da Berlusconi. Perché il vero disegno non è quello di riaffermare una religione
tradizionale di stampo oscurantista come norma fondamentale dello Stato.
L'obiettivo è più squisitamente tattico: operare un raid all'interno dello
schieramento avversario, già abbastanza malmesso, secondo l'antico insegnamento
del "guai ai vinti". O del «non si fanno prigionieri», come diceva
Cesare Previti. Infatti, pigiando l'acceleratore sulle "tematiche
sensibili" in chiave confessionale si creano ulteriori crepe sotto i piedi
del Partito democratico, mettendolo in confusione a causa della sua evidente
natura di assemblaggio pasticciato. Perché una fetta delle "bande
bigotte" si è acquartierata proprio sotto quelle insegne e ora va in
fibrillazione al suono della Diana berlusconiana e dei suoi "neopagani
devoti", tipo Maurizio Sacconi, Fabrizio Cicchitto o Maurizo Gasparri.
Difatti le varie Paola Binetti e - si parva licet - i Claudio Gustavino hanno
subito annunciato il voto a favore del governo in base a una presunta scelta
per la vita che è solo fanatismo persecutorio, non avevano proferito parola
contro l'indegno linciaggio di papà Englaro. Questa la strategia. Che, però, potrebbe trovare un intoppo imprevisto nell'elezione del nuovo
segretario del Pd Dario Franceschini, un cattolico - guarda caso - ben più
laico dei vari laici alla Massimo D'Alema, segnalati in piazza San Pietro alla
proclamazione di José Escrivà del Balaguer beato, il filofranchista fondatore
dell'Opus Dei. Si dice: «È un vaso di coccio, durerà poco». Lo si disse
anche di un certo Bettino Craxi neosegretario del Psi, saltato fuori da un
lontano congresso che si svolse al Midas.Pierfranco Pellizzetti (pellizzetti@
fastwebnet.it) è opinionista di Micromega. 23/02/2009
( da "Manifesto, Il" del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
TESTAMENTO BIOLOGICO
«Non sui nostri corpi» Migliaia di manifestanti a Roma in Piazza Farnese contro
la legge del governo Eleonora Martini ROMA Senza una bandiera, che fosse una, con migliaia di persone ad ascoltare in laico attento silenzio -
interrotto a tratti dalle campane della chiesa di Santa Brigida - gli
interventi dal palco su cui campeggia la scritta «Sì al testamento biologico,
no alla tortura di stato». Si è presentata così ieri, e per ore, Piazza Farnese che nel
cuore di Roma ha raccolto ancora una volta quel popolo di «cittadini comuni»
che considerano la laicità un bene prezioso della democrazia e che fanno sempre
più fatica a sentirsi rappresentati in Parlamento. Molti di loro anche in
Vaticano. Esponenti della "società civile" che hanno risposto - auto
organizzandosi - all'appello lanciato da otto intellettuali sulla rivista
Micromega, per opporsi alla legge contro il testamento biologico che il
Parlamento si appresta a varare. E che hanno eletto Beppino Englaro,
collegatosi in diretta telefonica , «un eroe civile dei nostri tempi». «Questa
piazza mi ricorda un'altra piazza, quella di due anni fa», esordisce Mina Welby
e la memoria torna amaramente a quel portone della chiesa di San Giovanni Bosco
a Cinecittà rimasto sbarrato per diktat vaticani ai funerali religiosi che la
madre di Piergiorgio Welby avrebbe voluto per suo figlio, morto di morte
naturale, «nè suicida né ammazzato», come ripete Mina. E in effetti questa
piazza gremita, fitta fitta, strabordante nelle vie adiacenti, è forse più
cattolica che "laicista". Moderata di certo, e per la stragrande
maggioranza composta da elettori del Pd. Delusi, incazzati - e lo fanno
sentire, forte e chiaro - perché il loro partito non ha preso una posizione
netta in materia, perché «ci deve essere libertà di coscienza, ma per tutti non
solo per loro», perché ha sostituito in Commissione sanità del Senato Dorina
Bianchi a Ignazio Marino (un applauso per ogni volta che viene nominato),
perché tra Franceschini e Parisi vorrebbero un terzo, «un nome nuovo, non so».
Anche se «non bisogna tornare indietro separandosi di nuovo, bisogna invece
andare avanti ma liberiamoci per carità dei teodem». Giovani tanti, vecchi più
d'uno ma la massa ha tra i 35 e i 50 anni, che guarda inorridita alla
possibilità sempre più concreta di non riuscire a fermare un'altra legge
liberticida come quella sulla procreazione assistita. In trecento si fanno
videoregistrare mentre dettano il loro personale testamento biologico davanti
alla telecamera piazzata dai Verdi in una angolo della piazza per l'iniziativa
"Youtest" - direttive anticipate di fine vita da pubblicare su You
Tube. E a centinaia firmano la petizione dell'associazione radicale Luca
Coscioni per istituire a Roma un registro dei testamenti biologici. Pochi e
rigorosamente tra il pubblico, i politici presenti (hanno aderito Idv,
Rifondazione, Sinistra democratica e Radicali): ci sono Antonio Di Pietro e
Paolo Ferrero, Giovanni Russo Spena, Tana De Zulueta e il minisindaco del X
Municipio romano Sandro Medici. Si incontra perfino Achille Occhetto e sul
tardi arriva anche Ignazio Marino. «La vita di ciascuno non appartiene al
governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene a chi la vive». Il
motto, sottotitolo della manifestazione, sintetizza il pensiero articolato in
vario modo dai tanti che si sono susseguiti sul palco. A fare gli onori di
casa, Paolo Flores D'Arcais direttore di Micromega che alla fine esulterà: «Non
ci hanno concesso piazza Navona ma qui siamo molti di più che se si fosse
riempita quella piazza». Parlano Lidia Ravera, Furio Colombo, Gabriele Polo,
Pancho Pardi. Molto applauditi, il teologo valdese Daniele Garrone e don
Franzoni che toccano il cuore dei cattolici. Andrea
Camilleri diverte e commuove: «Questa legge è un grimaldello per altre leggi
sempre più restrittive. Non voglio avere la vergogna di andarmene lasciando ai
miei nipoti le macerie di un'Italia senza più libertà, devastata fin nel
profondo della sua stessa coscienza. Fate che ciò non accada». Mentre Emma
Bonino accusa il Pd e Veltroni di non essersi mobilitati, con una «pavidità che
non gli ha dato buoni risultati». E Stefano Rodotà esorta ad opporsi a «questo
sequestro di libertà» per ristabilire «il patto» che esiste tra uno Stato i
suoi cittadini - «Non metteremo una mano su di te» - e che sarà violato per la
seconda volta, dopo la legge 40. Ma il tributo e il ringraziamento della piazza
vanno con calore a Beppino Englaro a cui Dacia Maraini legge una lettera aperta
scritta quando Eluana era ancora agonizzante. Englaro - intervistato da Cinzia Sciuto - respinge le accuse di aver offeso
il Parlamento ma ribadisce: «Questo ddl vuole imporre una barbarie alle
persone: nessuno può avere il potere di costringere altri a vivere senza
limiti. Sono convinto che gli italiani non si lasceranno imporre una legge del
genere». Ma attenzione, conclude l'uomo che Flores D'Arcais definisce tra gli
applausi «un eroe civile»: «Le battaglie di libertà hanno il loro prezzo e le
dobbiamo portare avanti fino in fondo».
( da "Manifesto, Il" del 23-02-2009)
Argomenti: Laicita'
FAMIGLIA CRISTIANA
Tre milioni di lettori Fondato ad Alba (Cuneo) nel dicembre del 1931, Famiglia Cristiana è il settimanale cattolico più diffuso in
Italia. Grazie alla sua capillare rete di vendita, diversificata tra edicole,
parrocchie e abbonamenti viene letto (non comprato) mediamente da tre milioni
di persone. Definito da molti il giornale religioso più laico del panorama
italiano, esattamente come se lo era immaginato il suo padre fondatore,
il beato Giacomo Alberione: «Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione
cristiana, ma di tutto cristianamente». Con gli anni la sua linea editoriale si
è fatta sempre più marcata e battagliera. E le polemiche dei giorni nostri sono
qui a dimostrarlo.