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DOSSIER “LAICI & CHIERICI”

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TARTICOLI DEL  2-5 dicembre 2008       #TOP


IN EVIDENZA

restituiti 120 dei 130 milioni tolti. ma la gelmini deciderà se andranno alle private o no. I vescovi avevano minacciato: «Le federazioni degli istituti cattolici si mobiliteranno in tutto il Paese» Scuole cattoliche, protesta Cei E il governo riduce i tagli ( Il Corriere della Sera 5-12-2008)

 

ROMA - La Chiesa cattolica si schiera contro il governo a causa della riduzione delle risorse per le scuole cattoliche.
I nuovi tagli agli istituti scolastici paritari, previsti dalla finanziaria del governo Berlusconi, aprono una «crisi» e presto «le federazioni delle scuole cattoliche si mobiliteranno in tutto il Paese» afferma monsignor Bruno Stenco, direttore dell'Ufficio nazionale della Cei (la Conferenza episcopale italiana) per l'educazione.
Ma la minaccia non ha bisogno di essere messa in pratica. Nel giro di qualche ora infatti il sottosegretario all’Economia, Giuseppe Vegas tranquillizza i vescovi: «Possono stare tranquilli, possono dormire su quattro cuscini. C’è un emendamento del relatore che ripristina il livello originario dei fondi per le scuole paritarie». Verranno quindi ripristinati i fondi per le scuole private. Con un emendamento del relatore al disegno di legge di bilancio vengono infatti stanziati 120 milioni di euro per il 2009 per porre rimedio, in parte, al taglio originario, che era di circa 130 milioni di euro.

IL GIALLO DELLA GESTIONE DEI FONDIRECUPERATI - Quando però tutto sembrava essere risolto, si apriva invece un altro caso politico. Due diversi emendamenti dei relatori al disegno di legge finanziaria e al bilancio approvati dalla commissione Bilancio del Senato stabiliscono che sì, sono in arrivo altri 120 milioni di euro per la scuola, ma senza distinzioni al momento dei destinatari. Sarà quindi il ministero dell'Istruzione, di concerto con il dicastero degli Affari regionali e dell'Economia, a valutare successivamente, entro 30 giorni dall'entrata in vigore della legge finanziaria, la quota da destinare agli istituti scolastici privati e quella da destinare a quelli pubblici. Il governo stabilirà quindi i criteri per la distribuzione delle risorse alle regioni. Occorre capire a questo punto se la formula trovata soddisferà la Cei o no.

SCUOLE A RISCHIO DEFAULT - Le critiche infatti della Conferenza episcopale italiana all'operato del governo erano state severe. In questa situazione di tagli alla scuola paritaria - aveva spiegato monsignor Stenco - «non si tratta di restituzione: a questo punto si è aperta una crisi molto più profonda e le federazioni delle scuole cattoliche presto si mobiliteranno in tutto il Paese». Secondo monsignor Stenco «qui si vuole la scuola statale e la scuola commerciale, lo stato e il mercato ma non il privato sociale che rappresentiamo noi e che fa la scuola non per interesse privato, ma per interessi pubblici». «Tra stato e mercato - si era chiesto l'alto prelato - perchè colpire proprio il privato sociale?». «Non è il taglio da 130 milioni di euro di adesso che fa scoppiare la scuola cattolica - aveva aggiunto monsignor Stenco -. Il punto è che sono dieci anni che il finanziamento si è inceppato. Può una scuola parrocchiale, ad esempio, permettersi ogni anno una passività di 20,25 mila euro? Dopo 10 anni che cosa è divenuta? 250 mila euro. E il contributo dello Stato - aveva concluso il direttore dell'ufficio Cei per l'educazione - serve a malapena a pagare gli stipendi».

TREMONTI - La Conferenza episcopale italiana rimproverava in particolare al ministro dell'Economia Giulio Tremonti di colpire di nuovo la scuola cattolica, come era gia avvenuto durante il suo incarico nel precedente governo Berlusconi. «Guarda caso nel 2008 ripete la stessa manovra del 2004: taglia per tre anni consecutivi 130 milioni di euro alla scuola cattolica. È un film già visto: si continua a colpire il sistema paritario», aveva affermato ancora monsignor Stenco. «Nel 2000 - aveva spiegato monsignor Stenco - la legge sulla parità scolastica ha previsto un contributo di 530 milioni di euro per tutto il sistema delle scuole paritarie, mentre la spesa per la scuola statale è di 50 miliardi. Il contributo, dell'1%, è quindi già irrisorio». «Nel 2004, - aveva proseguito il vescovo - per tre anni consecutivi Tremonti ha tagliato 154 milioni sui 530 di contributo totale, cioè il 33%. La scuola cattolica ha taciuto - aveva aggiunto monsignor Stenco - e li abbiamo recuperati anno per anno con emendamenti, con fatica e con ritardi. Ora, però, il ministro ripete la stessa manovra». «La Chiesa adesso - aveva concluso monsignor Stenco - deve tirare le sue conseguenze perchè senza contributi le scuole dell'infanzia non vanno avanti e di certo rischiano di chiudere».
05 dicembre 2008

 



Report "Laici e chierici"

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Indice delle sezioni

Laici e chierici (25)


Indice degli articoli

Sezione principale: Laici e chierici

una legge per abolirlo - madrid ( da "Repubblica, La" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Questo è un paese in cui il principio di laicità e aconfessionalità dello Stato è solennemente sancito nella Costituzione democratica votata giusto trent´anni fa. Sarebbe ora di cominciare finalmente ad applicarlo. Loro, se vogliono i crocifissi, dispongono delle scuole cattoliche e confessionali: è l´unica sede dove è logico e naturale che vengano esposti».

guardare ai fatti con la fede in testa - marco politi milano ( da "Repubblica, La" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: La nostra funzione è indicare la piattaforma su cui i cattolici si incontrano elaborando la linea di impegno. Ma qui non ci sono preti, siamo professionisti laici" MARCO POLITI MILANO entocinquemila copie vendute (due terzi in abbonamenti), trentacinque diocesi presenti in pagina la domenica, tre settimanali per Milano, Roma, Bologna, una squadra di inserti su Vita,

Il corpo vive, senza martirio ( da "Riformista, Il" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: cattolica la Scaraffia, laica la Pelaja, riscattano la "carne" dalla dottrina della Chiesa. di Cinzia Leone «Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta». Non è l'inizio di un un bestseller erotico ma un brano della Bibbia e più esattamente del Cantico dei cantici (5,4).

Omosessualità, il Vaticano contro la Ue ( da "Corriere della Sera" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: laici e della sinistra. Il portavoce della Santa Sede: nessuno difende norme coercitive contro gli omosessuali CITTà DEL VATICANO — Due moniti vaticani su omosessualità e aborto riaccendono lo scontro con i movimenti per i diritti civili e mettono in crisi la mezza alleanza per una «laicità positiva» siglata a Parigi a metà settembre tra Benedetto XVI e il presidente Sarkozy.

Il partito cristiano di Magdi, ex del Manifesto ( da "Manifesto, Il" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: direttore del «Corriere della sera», cattolico fondamentalista: «Protagonisti per l'Europa cristiana». «Non è un partito religioso - ha detto - è un partito laico che proclama uno stato di emergenza etica in Europa e individua nella civiltà cristiana la verità storica delle radici del nostro Continente, da riscoprire e difendere».

Parenti serpenti a sinistra A destra trote immature ( da "Tempo, Il" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il laicismo, l'integralismo islamico e il multiculturalismo. Non aderirà, come sembrava, al Pdl, ma collaborerà con gli altri partiti cristiani, l'Udc, la Nuova Dc delle autonomie, e in chiave europea, entrerà nel Ppe. Stesso gruppo del Pdl. LA TROTA NON GUIZZA Il delfino è ormai proprio definitivamente una trota: bocciato per la terza volta alla maturità Renzo Bossi.

Storia di una bufala a mezzo stampa ( da "Giornale.it, Il" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Quanto alle legislazioni degli Stati laici, forse può essere interessante dare un?occhiata all?anno in cui l?attività omosessuale tra adulti consenzienti ha cessato di essere considerata un reato penale. La prima fu la Francia, nel 1810. La seconda l?Italia, nel 1886. La terza la Polonia, nel 1932.

Per fortuna Paolo VI non era di sinistra ed era meglio di quello in tv ( da "Foglio, Il" del 02-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: non solo da parte della cultura laica, ma anche di buona parte dei cattolici. L?“Humanae Vitae” fu la sua ultima enciclica non per caso: Papa Montini aveva intuito che per preservare il “piccolo gregge” che gli era stato affidato ogni nuova parola autoritaria sarebbe stata dannosa.

NON VOGLIAMO MORIRE CONSERVATORI ( da "Unita, L'" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Nessuno ha capito i motivi veri per cui gli ex popolari e qualche laico "devoto" si oppongono alla collocazione naturale del Pd con partiti che hanno una storia di massimo rispetto verso valori di democrazia, libertà, solidarietà, valori comuni a socialisti e a cattolici democratici. Sembra piuttosto un revival dei tempi dell'odio politico tra Craxi e De Mita, oggi incomprensibile.

La guerra tra fondamentalismi è inutile retorica ( da "Secolo XIX, Il" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: il suo un partito laico, aperto «a tutte le persone di buona volontà, compresi i musulmani»è qualcosa che sfugge all'intelligenza dell'uomo medio o della strada, quale si considera lo scrivente. Anch'io credo che l'Europa sia succuba di «malattie ideologiche come il buonismo, il laicismo, da non confondere con la laicità,

Credenti DI SINISTRA ( da "Manifesto, Il" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ne è venuta una mistica che ha scelto il laicato per rigore, per scrivere e attuare liberamente da cittadina. Il suo più che un romanzo è un apologo su un tema bruciante, il papato. Non aveva amato Woityla, e deve essere delusa da Ratzinger che era stato in gioventù uomo del Concilio.

Il giudice che toglie i crocifissi: meglio Socrate ( da "Corriere della Sera" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: «Il nostro è uno Stato laico, multietnico e multireligioso dove hanno gli stessi diritti ebraici, musulmani, buddisti o cattolici. E chiunque, entrando in un ufficio pubblico, ha diritto di non vedere simboli religiosi che possano disturbarlo». Irremovibile, eccolo pronto a rilanciare sempre più in alto la provocazione.

Credenti DI SINISTRA - DAVANTI A DIO COME ADULTI RESPONSABILI ( da "Manifesto, Il" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Ne è venuta una mistica che ha scelto il laicato per rigore, per scrivere e attuare liberamente da cittadina. Il suo più che un romanzo è un apologo su un tema bruciante, il papato. Non aveva amato Woityla, e deve essere delusa da Ratzinger che era stato in gioventù uomo del Concilio.

Gay, le associazioni in piazza contro la Chiesa "Siamo criminalizzati" ( da "Giornale.it, Il" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all?Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell?omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager -

Gay, associazioni in piazza La Santa Sede replica: "E' solo disinformazione" ( da "Giornale.it, Il" del 03-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all?Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell?omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager -

Il dialogo con i radicali e la lezione di Murri ( da "EUROPA ON-LINE" del 04-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: alleanza laica con la linea politica degasperiana del 1948 o quella del centrosinistra di Aldo Moro nel 1963, è sempre stata, per i democratici, una scelta strategica irrinunciabile e, ancora oggi, liberale. A volte, come si può comprendere, è necessario fare un passo indietro nel tempo, se si vuole compiere un balzo in avanti verso il futuro.

Gay in piazza contro la Chiesa: Ci vuole morti? ( da "Manifesto, Il" del 04-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: i propri confini e che al di là esiste uno stato laico e democratico». O almeno dovrebbe essere così. Intanto la Chiesa prova a smorzare i toni parlando di «disinformazione» sulle dichiarazioni di Migliore. «Occorre - dichiara ai microfoni di Radio Vaticana il presidente dei giuristi cattolici Francesco D'Agostino - ribadire con chiarezza che sosteniamo la depenalizzazione dell'

Lussemburgo, <degradato> il Granduca ( da "Corriere della Sera" del 04-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: qualche deputato laico) che proprio la granduchessa, «vicina al movimento dei Carismatici», avrebbe molto influenzato il marito negli ultimi avvenimenti. Tutto comincia in febbraio, quando il progetto di legge sull'eutanasia viene approvato da 26 deputati su 30, e subito inizia la tensione con il palazzo granducale: anche perché il governo è capeggiato da quel Jean-

gesù, il ribelle che cambia il mondo - orazio la rocca roma ( da "Repubblica, La" del 04-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: insegnamento evangelico è stata capace di difendere gli ultimi ORAZIO LA ROCCA ROMA è un «terreno comune» su cui credenti e non credenti, laici e cattolici, «possono incontrarsi, dialogare» persino «collaborare»: è la predicazione evangelica di Gesù di Nazareth, il Figlio dell´Uomo che condanna le ingiustizie, difende gli ultimi,

Bioetica, laicismo ed Europa ( da "EUROPA ON-LINE" del 05-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: sana laicità? che chiedono i nemici dello stato laico per non farne nulla. Il laicismo porterà i liberal Pd per un verso a contrapporsi a tutte le recenti posizione vaticane (ultime, i no a depenalizzare il ?reato? di omosessualità e alla convenzione sui disabili che non contiene esplicitamente il divieto di aborto);

Illuminazione per i campanili ( da "Stampa, La" del 05-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: Giaveno Illuminazione per i campanili Sempre sul fronte della valorizzazione delle borgate, il Comune si prepara a varare un piano di illuminazione di alcuni campanili storici. Un progetto complessivo dal valore di 28 mila euro. Si parte con il rione San Sebastiano, si prosegue con la borgata Maddelena per concludere,

i laici portavoce dei "poveri cristi" - marcello benfante ( da "Repubblica, La" del 05-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: di vero laicismo e di costruttivo dissenso. Né può dirsi che l´azione e l´esempio di Dolci e Capitini non abbiano avuto anche una vasta eco internazionale: si pensi all´apporto di grandi personalità come Bertrand Russell e Aldous Huxley o alla nascita di comitati collegati all´esperienza siciliana del "Borgo di Dio" in tutto il mondo.

i vari modi di dirsi cristiani - roma ( da "Repubblica, La" del 05-12-2008)
Argomenti: Laicita'

Abstract: ma uno Stato laico non può ignorare le altre religioni e nemmeno confondere il fondamentalismo con l´islam, religione storicamente tollerante». Botta e risposta sulla religione oggi, tra il cardinale Camillo Ruini, ex presidente Cei e vicario emerito del Papa, e l´ex premier Massimo D´Alema, uno degli ultimi "autentici" comunisti,


Articoli

una legge per abolirlo - madrid (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 02-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 41 - Cultura I vescovi e il potere La Spagna è un Paese in cui il principio di aconfessionalità e laicità dello Stato è solennemente sancito dalla Costituzione democratica votata trent´anni fa. La Chiesa è in crisi e alla fine dovrà accettare di veder ridimensionato il proprio ruolo Parla il filosofo spagnolo Fernando Savater Una legge per abolirlo MADRID «Macché guerra del crocifisso. Diciamo la verità, se si fosse trattato di una statua di Buddha, sarebbe stato esattamente uguale. Qui il problema non è il crocifisso, non credo che esista nessuna ostilità preconcetta a quello che rappresenta. Quello che sì esiste, ed è pienamente giustificato, è un´avversione totale e incondizionata al fatto che si impongano dei simboli». In Spagna, il filosofo Fernando Savater può essere considerato l´intellettuale laico per eccellenza per come ha sempre difeso, con estremo spirito critico, il principio della aconfessionalità dello Stato. «L´unica cosa veramente chiara sulla laicità della nostra democrazia», ha scritto appena un mese fa su El PaÍs, «è la sua insufficienza». Professor Savater, ma allora perché quello della presenza dei crocifissi nelle scuole continua a essere un tema che scalda tanto gli animi? «La risposta è molto semplice: per la vera e propria deformazione del problema che viene fatta, come al solito, dalla gerarchia ecclesiastica. Qui non esiste nessuna "cristofobia", come vogliono farci credere. Non c´è nessuna Chiesa assediata o rifiutata. La realtà è che non esiste nessun motivo in base al quale i crocifissi dovrebbero continuare a restare appesi nelle pareti delle scuole spagnole. Questo è un paese in cui il principio di laicità e aconfessionalità dello Stato è solennemente sancito nella Costituzione democratica votata giusto trent´anni fa. Sarebbe ora di cominciare finalmente ad applicarlo. Loro, se vogliono i crocifissi, dispongono delle scuole cattoliche e confessionali: è l´unica sede dove è logico e naturale che vengano esposti». Non crede, quindi, che i contrasti che questa questione continua a suscitare possano derivare dalla reazione di rifiuto che la Chiesa ha provocato in molti spagnoli per il suo sostegno alla dittatura franchista? «In qualche caso è possibile, ognuno ha le sue idee ed è ipotizzabile che ci sia ancora chi conserva un ricordo negativo di quell´epoca in cui il crocifisso era lì a simboleggiare un´educazione cattolica imposta dallo Stato. Se c´è una reazione di rifiuto è giustificabile, ma dubito che ci sia chi voglia alimentare nuove tensioni». A suo giudizio, allora, è la Chiesa che alimenta la strategia della contrapposizione frontale? «è l´unica strada che ha per difendere una posizione che è ormai diventata indifendibile. Questo Stato è laico, e dovranno finire per accettarlo. Il problema è che la Spagna continua a essere, nonostante tutto, uno dei paesi in cui la Chiesa cattolica gode di più privilegi e di un riconoscimento pubblico smisurato rispetto alla sua presenza reale nei comportamenti quotidiani dei cittadini. Qui vigono ancora gli accordi antidemocratici stipulati nel 1979 con la Santa Sede e che un governo realmente progressista avrebbe dovuto rivedere da tempo. E si è persino aumentato il contributo economico alla Chiesa che, attraverso le imposte, pagano tutti i cittadini spagnoli». Eppure, professor Savater, il governo socialista di Zapatero ha fatto della laicizzazione dello Stato la propria bandiera, tanto che è visto dalla gerarchia ecclesiastica come il fumo negli occhi. «Il vero guaio è che il Partito socialista è specialista nel fare sempre un passo avanti e due passi indietro. Assume impegni concreti, elabora grandi affermazioni di principio che poi, troppo spesso, restano per aria». Sul caso dei crocifissi, hanno detto che dovrebbero essere rimossi. «Ma anche lì si sono sbagliati. è assurdo che il ministro dell´Educazione dichiari che la decisione dev´essere affidata alle singole scuole. Che un crocifisso venga rimosso o resti appeso alla parete a seconda che ci sia o no un genitore che lo chiede. Se si sceglie questa strada, allora sì che si può scatenare una guerra. Se esiste una normativa, che sia valida per tutti, si applica e basta. E´ questa l´unica soluzione». Per i vescovi, potrebbe essere il pretesto per lanciare nuove mobilitazioni di piazza, come già hanno fatto contro i matrimoni gay e l´abolizione dell´obbligatorietà dell´ora di religione a scuola. «Non credo che arriveranno a tanto, non penso che ci saranno nuove mobilitazioni. Tanto più che, se ne saranno resi conto, riescono a mobilitare sempre di meno. Questa Chiesa è in crisi, e alla fine dovrà accettare di veder ridimensionato il proprio ruolo. Che gli piaccia o no». Sarà un cammino probabilmente ancora molto lungo. «Immagino di sì, un cammino lungo. Ma questo è qualcosa che sapete molto bene anche in Italia, dove la Chiesa continua ad avere un ruolo e una presenza molto simile, se non superiore, a quella che esercita nella società spagnola».

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guardare ai fatti con la fede in testa - marco politi milano (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 02-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 44 - Cultura Il quotidiano "Avvenire" compie 40 anni. Parla il direttore Dino Boffo GUARDARE AI FATTI CON LA FEDE IN TESTA "La nostra funzione è indicare la piattaforma su cui i cattolici si incontrano elaborando la linea di impegno. Ma qui non ci sono preti, siamo professionisti laici" MARCO POLITI MILANO entocinquemila copie vendute (due terzi in abbonamenti), trentacinque diocesi presenti in pagina la domenica, tre settimanali per Milano, Roma, Bologna, una squadra di inserti su Vita, Famiglia, Lavoro, Non profit, un originale settimanalino per i bambini Popotus, un domenicale di cultura, due mensili I luoghi dell´infinito e Genitori e figli: a quarant´anni dalla sua fondazione, voluta tenacemente da Paolo VI, e con una riforma grafica che nel 2002 l´ha reso arioso e molto leggibile, l´Avvenire si è conquistato saldamente il suo posto nel mercato delle opinioni. Preti, nella redazione del quotidiano della Cei, non ce ne sono. «Siamo un gruppo di professionisti laici, che intendono fare un giornale completo rappresentando il punto di vista cattolico su ciò che avviene nelle ventiquattro ore», dice il direttore Dino Boffo, cinquantasei anni, che guida anche la Tv dei vescovi Sat 2000 e il circuito delle duecento radio di InBlu. «Difendere il nome di Dio e la causa dell´uomo», fu la parola d´ordine di Paolo VI nel 1968 e per un quarto di secolo l´Avvenire è andato avanti fiancheggiando criticamente la Dc. Poi venne Tangentopoli e il partito cattolico si frantumò in tanti rivoli. «Ho assunto la direzione ? ricorda Boffo nel gennaio 1994, quando il Partito popolare si spaccò. Casini da una parte, Martinazzoli dall´altra». Dino Boffo, nell´ultimo quindicennio l´Avvenire, insieme alla Chiesa, sono scesi più direttamente nell´arena politica. «La nostra funzione è di favorire l´unità dei cattolici sui valori. Indicare la piattaforma su cui i cattolici prima si incontrano, elaborando la loro linea di impegno, che poi difendono e rappresentano sulla scena pubblica». Cosa chiede il nucleo forte dei lettori? «Uno strumento per guardare agli eventi con mentalità di fede. Ma altri lettori, meno praticanti o anche non credenti, si rivolgono a noi perché sono interessati alle posizioni della Chiesa. Il nostro intento è mostrare quanto la dimensione religiosa sia costitutiva dell´esistenza umana e al tempo stesso difendere la vita in senso integrale». Grande impegno nei referendum. «Al tempo del divorzio diffondevamo un milione di copie. Siamo sempre stati molto presenti agli appuntamenti referendari, compreso quello sulla fecondazione assistita». Siete stati visti come il braccio mediatico della linea Ruini e della gerarchia. Anche nelle giravolte: no al testamento biologico, poi invece sì. «Non credo che la dignità intellettuale di un giornale laico si esprima solo nel dissenso. Per Avvenire sarebbe antistorico staccarsi dalla comunità cristiana. In collegamento con i vescovi contribuiamo al formarsi dell´opinione pubblica cattolica». A volte con interventi durissimi: l´attacco a Prodi sui Dico con il fondo Non possumus. O con pressioni politiche come la richiesta che l´Udc fosse apparentata con Forza Italia. «Nel caso dei Dico fu un fondo firmato con tutta l´autorevolezza possibile per dire, quasi con umiltà, che la comunità cristiana non poteva seguire quel percorso. La battuta sull´Udc l´ho fatta a un Telegiornale a titolo personale». E l´editoriale che agita lo spettro della condanna a morte per Eluana, mentre la Cassazione era riunita per deliberare? «Un estremo invito a riflettere su ciò che inevitabilmente apparirà come la prima sentenza di morte del Paese. A noi pare che la vita umana sia indisponibile per i giudici e per gli individui. Ma se il cattolicesimo non può nemmeno esprimersi sulla vita e la morte, di cosa possiamo parlare?». Come guarda all´Italia l´Avvenire? «E´ un paese dove le persone nella loro maggioranza soffrono per un momento storico delicatissimo, ma si impegnano per portare avanti con dignità la vita loro e della propria famiglia. Amando il loro Paese. Il nostro auspicio è che ci si aiuti di più, pur essendo di orientamenti diversissimi. Senza quelle divisioni politiche così radicali. Lavorando per il destino comune del Paese. Mi è piaciuto McCain che dopo la sua sconfitta detto di Obama: "da oggi è il mio presidente"». Preoccupati per il Paese e con un occhio di riguardo per il governo di centro-destra? «Avvenire non è equidistante, è indipendente. Dice a ciascun interlocutore ciò che è importante dire. Io sto ai dati di fatto, in questa legislatura quando c´è stata l´emergenza Englaro la maggioranza alla Camera e al Senato si è attivata ponendo la questione se i giudici avessero usurpato il terreno della politica. Comunque sull´immigrazione, la manovra economica o la politica scolastica non facciamo sconti al governo Berlusconi».

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Il corpo vive, senza martirio (sezione: Laici e chierici)

( da "Riformista, Il" del 02-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Il corpo vive, senza martirio SAGGIO. Due femministe, cattolica la Scaraffia, laica la Pelaja, riscattano la "carne" dalla dottrina della Chiesa. di Cinzia Leone «Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta». Non è l'inizio di un un bestseller erotico ma un brano della Bibbia e più esattamente del Cantico dei cantici (5,4). Che la sessualità sia una materia incandescente e difficile da disciplinare non c'è dubbio. Che la Chiesa abbia oscillato nei secoli tra controllo e tolleranza è storia. Ma che la sessuofobia della Chiesa sia un luogo comune, almeno a sentire Lucetta Scaraffia e Margherita Pelaja, autrici di Due in una carne, Chiesa e sessualità nella storia (Laterza, 332 pp. euro 18) sembra proprio di sì. E lo dimostrano in trecento passa pagine, non di dissertazioni teologiche ma tutte di tesi appassionate. Scritto da due storiche e femministe della prima ora, una cattolica militante, la Scaraffia, e l'altra laica convinta, la Pelaja, il saggio, pagina dopo pagina, diviene il ring di un incontro necessario più che di una sfida. Il primo capitolo è un affondo. Come può una religione che mette al centro il mistero dell'incarnazione essere contro la carne? Gesù facendosi carne, la rende santa e via di santità. Fatti salvi i confini, e quale religione non ha provato a metterne, l'atteggiamento della chiesa rispetto alla sessualità, a detta delle due autrici, è addirittura rivoluzionario. Se il "discorso della montagna" è una carta dei diritti degli oppressi e Gesù l'amico di ladri e peccatori, il cristianesimo delle origini, non solo fa santi tutti, anche donne e analfabeti, ma per primo introduce una parità uomo-donna nel matrimonio, supera i tabù dell'impurità rituale e finisce per esaltare la carne anche nella sua assenza. In quella via spirituale del celibato/verginità, idea unica e originale della chiesa. Il corpo del Cristo e quello dei santi, nella Cappella Sistina, di recente liberata degli ipocriti panni controriformistici che ne coprivanole nudità e in tutta l'iconografia cristiana, è esibito da sempre in immagini che lo esaltano. Non solo a vantaggio della teatralità del rito ma come dimostrazione della "vera carne" del mistero dell'incarnazione e del "vero sangue" del martirio. Altro che il tabù delle immagini comune alla religione ebraica e all'islam. Corpo in tutte le sue debolezze e urgenze come prova definitiva del divino. Fino al Cristo della deposizione del Mantenga che tradisce la sua umanità attraverso le pieghe del panno che cela e insieme disvela la sua umana virilità. Ma la concupiscenza? Da dove viene quell'istinto così difficile da contenere per i comuni mortali e che l'induismo aveva codificato e numerato nelle pratiche gaudenti e ascetiche del kamasutra? Un portato del peccato originale per sant'Agostino. E lui alle tentazioni non sempre aveva saputo resistere, visto che era stato sposato, grande amatore e padre di un figlio. Conseguenza del peccato originale anche la punizione per il maschio: non poter più controllare l'erezione. Le tesi affascinanti, il racconto coinvolgente ed eccentrico, pur in una filologia dei testi ricca e rigorosa. Ma il dubbio e la memoria di una chiesa spesso repressiva, almeno nella pratica quotidiana dei suoi indegni ministri, ci resta. Il ricordo della delusione e della protesta con cui fu accolta l'Humanae Vitae l'enciclica di Paolo VI che vietava la contraccezione artificiale nel fatidico 1968, anche. Una forma di controllo politico del popolo dei fedeli? Una Chiesa infallibile ma che può correggere il tiro? Pare di sì. Di certo le quattro mani delle autrici, diverse ma ugualmente puntigliose e appassionate, hanno scritto un saggio che ci aiuta a immaginare che Due in una carne sia una sfida difficile ma non impossibile. Non solo per la chiesa cattolica, ma per tutti gli uomini, e soprattutto le donne, di buona volontà. 02/12/2008

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Omosessualità, il Vaticano contro la Ue (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 02-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-02 num: - pag: 18 categoria: REDAZIONALE Scontro La proposta francese, accolta da 25 Paesi, sarà presentata all'Onu. La Santa Sede: no anche al diritto all'aborto Omosessualità, il Vaticano contro la Ue «No alla depenalizzazione, ma contro la violenza». I Radicali: un grave errore Proteste dei laici e della sinistra. Il portavoce della Santa Sede: nessuno difende norme coercitive contro gli omosessuali CITTà DEL VATICANO — Due moniti vaticani su omosessualità e aborto riaccendono lo scontro con i movimenti per i diritti civili e mettono in crisi la mezza alleanza per una «laicità positiva» siglata a Parigi a metà settembre tra Benedetto XVI e il presidente Sarkozy. La Santa Sede dice «no» a un'iniziativa di organizzazioni pro aborto che il 10 dicembre— 60Ë? della Dichiarazione dei diritti umani — presenteranno una petizione all'Assemblea generale dell'Onu per includere l'aborto nei «diritti universali» e si oppone alla Francia che quello stesso giorno dovrebbe promuovere a nome dell'Unione Europea — di cui è presidente di turno — la «depenalizzazione universale dell'omosessualità». Il richiamo vaticano è stato formulato — con un'intervista all'agenzia francese «I.Media » — dall'arcivescovo Celestino Migliore, rappresentante della Santa Sede alle Nazioni Unite: «Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il "Catechismo della Chiesa cattolica" dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ma qui la questione è un'altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni». «Per esempio — ha specificato Migliore — gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni ». L'arcivescovo ha poi qualificato come «triste e indignante » la proposta di fare dell'aborto — che ha descritto come «barbarie moderna» — un «diritto universale»: «Questa iniziativa lavora in favore dello smantellamento del sistema dei diritti umani, in quanto ci porta a riorganizzarne l'enunciazione e la protezione attorno non più a diritti, ma a scelte personali». Le parole dell'arcivescovo Migliore hanno scatenato la protesta di ambienti laici e di sinistra. «E' un condono per chi discrimina gli omosessuali anche con la pena di morte» hanno detto i parlamentari radicali eletti nel Pd Marco Perduca e Matteo Mecacci, ricordando che anche l'Italia ha sottoscritto la petizione francese. Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori liberali del Pdl, ha chiesto al nostro governo di «sostenere con decisione » la proposta francese », essendo «ingiustificati» i timori vaticani. Parole equivalenti hanno detto i rappresentanti di Arcigay e Arcilesbica, Paolo Ferrero e Vittorio Agnoletto del Prc, Margherita Boniver del Pdl. In serata il portavoce vaticano Federico Lombardi ha reagito alle critiche osservando che «nessuno vuole difendere la pena di morte e ogni altra norma coercitiva nei confronti degli omosessuali» e che «la Santa Sede non è sola» nell'opporsi alla proposta francese dal momento che «meno di 50 Stati l'hanno sottoscritta». Luigi Accattoli

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Il partito cristiano di Magdi, ex del Manifesto (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 02-12-2008)

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Il partito cristiano di Magdi, ex del Manifesto Il partito cristiano di Magdi, ex del Manifesto La forza della fede deve avere fatto credere a Magdi Cristiano Allam (foto Ap), convertitosi recentemente al cristianesimo, di avere più chance di Giuliano Ferrara e della sua lista anti-abortista. Per questo ha deciso di presentarsi alle prossime elezioni per il parlamento europeo con un nuovo partito di stampo, come spiega lo stesso vice-direttore del «Corriere della sera», cattolico fondamentalista: «Protagonisti per l'Europa cristiana». «Non è un partito religioso - ha detto - è un partito laico che proclama uno stato di emergenza etica in Europa e individua nella civiltà cristiana la verità storica delle radici del nostro Continente, da riscoprire e difendere». E non è neanche un partito anti-islamico, assicura : «Io non sono un ex musulmano» (infatti pare fosse copto). Ma pare che, almeno stando al profilo tracciato da «La Stampa» di ieri, il beato Magdi prima di montare in sella e partire per le crociate abbia cominciato la sua carriera giornalistica al Manifesto. Al Manifesto è passato di tutto: giovani (di qualche anno fa) che poi hanno sbollito i furori giovanili e fatto carriere brillantissime, o gente che poi ha messo la testa a posto e oggi torreggia in campo berlusconiano (Frattini, Tremonti...). Ma nella galleria degli errori-orrori, per fortuna o sfortuna, non annoveriamo Magdi Allam. Possiamo giurarlo sulla croce. Deus non vult.

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Parenti serpenti a sinistra A destra trote immature (sezione: Laici e chierici)

( da "Tempo, Il" del 02-12-2008)

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stampa l tempo delle parole Parenti serpenti a sinistra A destra trote immature Le parole della politica. Questa settimana Il Tempo ha scelto quelle che riguardano i problemi pubblici del Pd, del centro-sinistra e quelli privati di Bossi. MASSIMO SU Massimo D'Alema ai microfoni del Tg1: «C'è bisogno di un chiarimento dentro il Pd». E ha fatto anche autocritica (concetto tristemente famoso ai tempi del Pcus): «Credo di non essermi impegnato ad aiutare il partito». Attento Walter, arriva Baffino. Parenti serpenti. WALTER GIÙ Sempre più vacillante, infatti, il trono dell'ex sindaco di Roma. Il Pd sul federalismo sta superando la Lega. è diventato secessionista. Di se stesso. A Torino, il sindaco Chiamparino ha lanciato l'idea di un Pd del Nord, separato da Roma, subito imitato da Cacciari. La questione sarà, semmai, se chiamare l'Italia settentrionale Padania o Ulivonia. A Bologna, le primarie decideranno la successione di Cofferati. A Firenze, la giunta Dominici ha guai con la giustizia. A Roma continua il mistero sull'elezione del nuovo coordinatore regionale. A Napoli la giunta Jervolino si è "macchiata" del suicidio-Nugnes. A Potenza la giunta di centro-sinistra si è dimessa in blocco. A Crotone, infiltrazioni di 'ndrangheta nel Pd locale. Consiglio per Walter: un bel tavolo ri-costituente. GIUDA Ogni dodici apostoli c'è un Giuda. Ossia, un traditore. L'ha denunciato misticamente Di Pietro, riferendosi a Villari. Ci viene un sospetto che la dice lunga sul delirio di onnipotenza e sulla "sindrome di Stoccolma" anti-berlusconiana (l'identificazione col nemico), che sta affliggendo da un po' l'ex pm. Che gli apostoli siano i dirigenti dell'Italia dei Valori e del Pd, e che Cristo sia proprio lui? Da Mani Pulite a Mani Sante. ACQUA SANTA Se non è zuppa è pan bagnato. Magdi Cristiano Allam è sceso in campo con un suo partito che si chiama Protagonisti per l'Europa Cristiana. Un nuovo soggetto politico che combatterà il buonismo, il relativismo, il laicismo, l'integralismo islamico e il multiculturalismo. Non aderirà, come sembrava, al Pdl, ma collaborerà con gli altri partiti cristiani, l'Udc, la Nuova Dc delle autonomie, e in chiave europea, entrerà nel Ppe. Stesso gruppo del Pdl. LA TROTA NON GUIZZA Il delfino è ormai proprio definitivamente una trota: bocciato per la terza volta alla maturità Renzo Bossi. E questa volta il padre Umberto non avrà né l'alibi della tesina boicottata sul federalismo di Cattaneo, né che i professori sono meridionali-statalisti, né che c'è un pregiudizio nei confronti del figlio, (designato in passato come l'erede naturale del Carroccio). Ad assistere agli orali ripetuti (dopo il ricorso al Tar), un ispettore del ministero della Gelmini. Si rassegni Umberto: delle due l'una, o suo figlio non brilla, o non studia. La meritocrazia è antileghista. E Brunetta ride.

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Storia di una bufala a mezzo stampa (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 02-12-2008)

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n. 288 del 2008-12-02 pagina 0 Storia di una bufala a mezzo stampa di Michele Brambilla La fine è nota. Finirà che la sesquipedale bufala lanciata ieri dai media di mezzo mondo andrà ad aggiungersi alle tante leggende nere contro la Chiesa cattolica: diranno che il Vaticano vuole che l?omosessualità sia considerata un reato, che i gay finiscano in galera o meglio ancora sul patibolo come succede in certi Paesi islamici di cui Ratzinger (l?immancabile «papa nazista») vuole ora diventare alleato. Già vediamo gli irresistibili sketch di Sabina Guzzanti, la satira di Dario Fo, le poesie incivili di Andrea Camilleri, gli indignati commenti di Augias e di MicroMega. Il voltairiano «calunniate calunniate qualcosa resterà» sarà così, ancora una volta, messo in pratica. La realtà è ben diversa e la spiega benissimo Andrea Tornielli, alla cui cronaca non c?è nulla da aggiungere. Se non, appunto, la scommessa sul fatto che cronache serie e documentate come la sua verranno cestinate - anzi neppure lette, scartate a priori - da chi ha già deciso che la realtà deve essere un?altra, e cioè che la Chiesa vuole mettere in galera i gay. Noi scommettiamo che sarà così, che passerà questa versione dei fatti: e siamo sicuri di vincere la scommessa non perché siamo prevenuti, ma perché della campagna di disinformazione abbiamo già avuto un assaggio guardando i titoli dei siti web di molti grandi giornali. «Depenalizzazione dell?omosessualità. No del Vaticano alla proposta Onu», era ad esempio quello di Repubblica. Non è che vogliamo dire che c?è malafede: è che è scattato un ritornello, un luogo comune, e noi giornalisti purtroppo andiamo spesso a rimorchio di frasi fatte, di stereotipi, di slogan. D?altra parte anche l?autorevole Ansa, che esiste per dare il più possibile i «fatti separati dalle opinioni», così titolava alle 14,42 di ieri il suo lancio di agenzia: «Vaticano: no a proposta Ue per depenalizzare omosessualità». Voi che cosa pensereste nel leggere titoli del genere? Che il Vaticano è contrario a che l?omosessualità venga depenalizzata. E quindi vuole che sia considerata reato. Già nel primo pomeriggio di ieri si sono riversate sui computer dei giornali di tutta Italia le vibranti reazioni di Arcigay, parlamentari Pd, radicali e compagnia cantante che parlano di «una Chiesa che vuole la forca», di un Papa boia al pari di Ahmadinejad. Fa niente se lo stesso monsignor Migliore - il prelato cui viene attribuita la volontà di repressione - ha spiegato con chiarezza che la Chiesa è invece fermamente contraria a «ogni marchio di ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali»: quel virgolettato sarà ignorato, resteranno i titoli-killer. Eppure basterebbe conoscere almeno un poco la storia - non dico la storia del cattolicesimo: la storia - per sapere che chi ha voluto trasformare in reati certi «peccati» si è sempre scontrato con la Chiesa, fino ad uscirne, e ad andare a ingrossare le file degli eretici. Savonarola, ad esempio, che impose alla Firenze di cui era divenuto padrone una dura teocrazia dove la polizia vigilava sui costumi privati a suon di multe, carcere e perfino pena di morte. Calvino, altro esempio, nella cui Ginevra i «concubini» venivano decapitati. è curioso: sono personaggi, costoro, che vengono sempre citati a modello da chi accusa la Chiesa di ogni nefandezza e oscurantismo. Quanto alle legislazioni degli Stati laici, forse può essere interessante dare un?occhiata all?anno in cui l?attività omosessuale tra adulti consenzienti ha cessato di essere considerata un reato penale. La prima fu la Francia, nel 1810. La seconda l?Italia, nel 1886. La terza la Polonia, nel 1932. Curioso anche questo: sono tre Paesi di lunga tradizione cattolica. Ma andiamo avanti. L?anglicana Gran Bretagna si decise solo nel 1967. La Germania comunista nel 1968. Un altro Paese «socialista», la Jugoslavia, abolì il reato di omosessualità solo nel 1977. La luterana Norvegia nel 1972. Israele nel 1988. Il «no» vaticano di ieri è dovuto ad altri passaggi contenuti nella proposta della Ue all?Onu. La Chiesa teme che l?annullamento di ogni distinzione per sesso porti ai matrimoni tra gay, e a un?equiparazione di questi con la famiglia tradizionale. Teme anche che con le nuove norme le possa venir contestata una decisione che, paradossalmente, sta per prendere proprio per far fronte a uno scandalo che le viene rimproverato quando si parla di omosessualità; e cioè la decisione di vietare il sacerdozio ai gay perché - anche se la political correctness vieta di dirlo - il 90 per cento dei casi di preti-pedofili riguarda casi di omosessualità. Si può non essere d?accordo con l?una e con l?altra preoccupazione della Chiesa. Si può anche dissentire su tutta la dottrina cattolica in materia. Ma dire che «il Vaticano si oppone alla depenalizzazione dell?omosessualità» è, molto semplicemente, un falso. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Per fortuna Paolo VI non era di sinistra ed era meglio di quello in tv (sezione: Laici e chierici)

( da "Foglio, Il" del 02-12-2008)

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2 dicembre 2008 Per fortuna Paolo VI non era di sinistra ed era meglio di quello in tv Sceneggiatori, malignità vaticane e interpretazione del Concilio. Come nasce l'immagine politica di Papa Montini A Paolo VI piacevano i film western, se li guardava volentieri la sera prima di andare a letto e una volta, nel settembre del 1968, li citò persino in una celebre udienza, per cercare di spiegare prima di tutto a se stesso – era il suo tipico modo di procedere, da intellettuale di formazione giuridica, ma la maggior parte degli osservatori l?ha sempre scambiato per un segnale di dubbio, “il Papa del dubbio” dicevano – l?ansia di violenza che vedeva crescere nei giovani. Papa Benedetto va a letto presto, non è un mistero che alla televisione preferisca i libri. Che la fiction su Giovanni Battista Montini, “Paolo VI – Un Papa nella tempesta”, prodotta dalla Lux-Vide di Matilde (ed Ettore) Bernabei per Raiuno e andata in onda domenica e lunedì non lo abbia entusiasmato, quando gliela hanno mostrata in anteprima, è un?indiscrezione tutto sommato plausibile. Anche se forse è solo una malignità “intra moenia” vaticane che l?abbia disturbato l?interpretazione del Concilio, o l?eccessiva sottolineatura della politica italiana – con Montini a benedire tutto il cammino della Dc come la storia di una lunga e provvidenziale apertura a sinistra. Probabilmente il professor Ratzinger si sarà semplicemente un po? annoiato, come accade spesso di fronte alle fiction biografico-religiose della tv italiana (critica bipartisan: vale per quelle targate Bernabei-Rai come per quelle in onda sulle reti Mediaset). Anche se, stando alle cronache, Benedetto XVI si commosse vedendo l?anteprima del “Giovanni Paolo II” della Rai con Jon Voight. Una fiction è solo una fiction, contiene inevitabilmente quel molto di agiografico e quel troppo di zucchero concentrato (tre ore, lo standard delle miniserie all?italiana). Manca per statuto l?approfondimento, ogni rischio di argomento contraddittorio è bandito. E? solo una fiction, che male c?è? E questa diretta da Fabrizio Costa è stata apprezzata dal pubblico al pari di tutte le altre. Al limite, si potrebbe girare agli interessati, ai produttori, la domanda generale sul perché le fiction biografiche all?italiana debbano essere tutte identiche, che parlino di Montini o di Fausto Coppi. E alla Lux-Vide si potrebbe chiedere se davvero quel loro modo di fare televisione sia anche una forma convincente di “apostolato dei media”, come si pretende. Ma Ettore Bernabei la sa lunghissima e certamente ha ragione lui. Che poi un Papa teologo, la sera, preferisca un tomo di teologia in fondo importa poco per la chiesa mediatica italiana. Una fiction è solo una fiction, non un approfondimento sulla storia della chiesa, della sua cultura novecentesca, o del cattolicesimo italiano. Eppure, da quel che si dice o non si dice, da ciò che si mostra o si sorvola emergono dei tic, degli stereotipi, utili per capire anche le cose più serie (più serie di una fiction) che stanno sullo sfondo o nella testa degli sceneggiatori. Si può intuire, ad esempio, qual è l?immagine che a Paolo VI è stata cucita addosso, così forte e bene che a tutt?oggi gli sceneggiatori non se la sono sentita di derogare, come hanno essi stessi dichiarato: “Papa Montini non ha una forte immagine nazionalpopolare, non ha lasciato dietro di sé un marchio indelebile. In questa fiction abbiamo cercato di raccontare quanto sia difficile fare il Papa e quanto una responsabilità possa portare un uomo a sfidare i propri limiti”. Un Papa in flashback. Racchiudere la storia di Paolo VI in due lunghi flashback suscitati dal caso Moro è una scelta un po? azzardata persino per una fiction. La prima puntata si apre sulle immagini di via Fani, una lunga sequenza. Una scelta anche pertinente. Il 1978 non è stato solo l?anno in cui Montini è morto, il 6 agosto, lontano dal clamore dei media, un lento consumarsi più che una lunga agonia nella isolata tranquillità di Castel Gandolfo. Quasi abbandonato dal mondo, forse dalla stessa chiesa straziata da quindici anni terribili, dal post Concilio e non solo, e che da tempo si interrogava sul futuro. E? vero che, simbolicamente, per il mondo italiano Paolo VI era già morto tre mesi prima, quando il 13 maggio in San Giovanni in Laterano rivolgendosi al “Dio della vita e della morte”, aveva gridato con un filo di voce: “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente e amico”. Ma in quel maggio del 1978, l?anno dei tre Papi, in cui a Roma iniziavano a finire la Dc e la Guerra fredda con l?arrivo del Papa polacco, Paolo VI aveva cominciato a morire, d?amarezza, anche per un altro colpo. L?Italia aveva votato la legge che legalizzava l?aborto; la Dc aveva optato per un compromesso, forse inevitabile dal punto di vista politico, certo irrilevante per difendere una cultura, una visione, una concezione della vita che avevano già iniziato a franare da un pezzo. La legalizzazione dell?aborto finiva insomma per sancire che sulla inviolabilità della vita umana le cose non stavano più come erano state per millenni, i due millenni cristiani, e che la libertà di decidere, la “choice” della donna era diventata un diritto che, passati altri trent?anni, oggi qualcuno vorrebbe iscrivere tra i diritti umani inviolabili dell?Onu. Paolo VI quest?esito rovinoso non solo per la chiesa, ma per l?umanità stessa l?aveva previsto e dolorosamente annunciato dieci anni prima, con la “Humanae Vitae”. Ma questo legame profondo, tracciato con lucidità a proposito del non poter “procedere a proprio arbitrio” quando si tratta del compito di dare (o togliere) la vita è uno degli aspetti del pensiero e del magistero di Paolo VI ancora oggi più negati, più censurati, non solo da parte della cultura laica, ma anche di buona parte dei cattolici. L?“Humanae Vitae” fu la sua ultima enciclica non per caso: Papa Montini aveva intuito che per preservare il “piccolo gregge” che gli era stato affidato ogni nuova parola autoritaria sarebbe stata dannosa. E fu proprio lui a usare, nel 1972, in un?omelia drammatica e inascoltata, l?immagine della tempesta: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della chiesa. E? venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. Altro grande stereotipo su Paolo VI è quello di una figura schiacciata “tra Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II”, come ha puntualmente detto Fabrizio Gifuni, l?attore che lo interpreta nella fiction tv, dunque “silenzioso” e poco rilevante nella difesa della fede nel secolo breve al confronto del “Papa del Concilio” e di quello dell?“Aprite le porte a Cristo”. O addirittura “traditore” del Concilio. Invece, in quegli anni drammatici, Montini portò a termine il Vaticano II salvandolo alternativamente da secche procedurali e derive teologiche. La celebre “Nota explicativa praevia” che d?autorità fece anteporre alla Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” sulla chiesa per evitare interpretazioni equivoche, servì a confermare la superiorità dell?autorità pontificia nei confronti del Collegio episcopale. La “Nota” fu interpretata dai progressisti come una sorta di “golpe” conservatore, ma forse senza di essa il Concilio si sarebbe trasformato in una frana teologica senza confini. Lo stesso si può dire per il “Credo del Popolo di Dio” che proclamò con “Motu Proprio” nel 1968 col suggerimento e l?aiuto del suo grande amico Jacques Maritain, ormai ravveduto “Contadino della Garonna”, una delle più lucide e sintetiche riproposizioni della tradizione apostolica, che fu largamente ignorato dentro e fuori la chiesa. “Come si può dire ch?io sono sempre stato favorevole alla cosiddetta apertura a sinistra, quando è vero il contrario?”. Basterebbe questa frase scritta da cardinale di Milano nel 1959 a un amico, che apre il libro di Eliana Versace “Montini e l?apertura a sinistra - Il falso mito del vescovo progressista” per smentire un altro stereotipo e per restituire alla figura di Montini la sua complessità anche sul terreno dell?interesse che sempre ebbe per la vita politica italiana, da vero bresciano figlio di un deputato del Partito popolare. Dagli anni da “sostituto” in segreteria di stato con Pio XII e di assistente della Fuci, al costituirsi di quello che gli storici hanno chiamato il “partito montiniano” tra i giovani quadri dell?antifascismo cattolico, l?attitudine “politica” di Montini è stata indubbiamente importante per la storia del cattolicesimo politico italiano. Il modello “maritainiano” dell?impegno nella vita pubblica, la crucialità della partecipazione alla Carta costituzionale lo dimostrano. Così come il suo pontificato e la sua ambrosianissima “Populorum Progressio” non possono essere compresi senza gli anni da “arcivescovo degli operai” nella città del boom economico e dell?immigrazione. Da lì a diventare il vero capo del centrosinistra, sono cose che capitano soltanto nelle fiction. di Maurizio Crippa

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NON VOGLIAMO MORIRE CONSERVATORI (sezione: Laici e chierici)

( da "Unita, L'" del 03-12-2008)

Argomenti: Laicita'

NON VOGLIAMO MORIRE CONSERVATORI Si è chiuso ieri sera a Madrid il vertice del Pse sul Manifesto per le elezioni europee, un appuntamento nel quale il Pd, ammettiamolo, non ha dato una bella immagine di sé. Fassino ha approvato il Manifesto a nome dei Ds mentre Veltroni non lo ha firmato a nome del Pd. Entrambi hanno però indicato un patto federativo del Pd col Pse, una soluzione pasticciata che relegherebbe il Pd ai margini dei gruppi parlamentari che contano a Strasburgo, i socialisti di Zapatero e Brown ed i popolari della Merkel e di Berlusconi. Il pasticcio aumenterà quando, a giorni, Rutelli parteciperà a Bruxelles al congresso del partito democratico europeo del centrista francese Bayrou. Nessuno ha capito i motivi veri per cui gli ex popolari e qualche laico "devoto" si oppongono alla collocazione naturale del Pd con partiti che hanno una storia di massimo rispetto verso valori di democrazia, libertà, solidarietà, valori comuni a socialisti e a cattolici democratici. Sembra piuttosto un revival dei tempi dell'odio politico tra Craxi e De Mita, oggi incomprensibile. Tra l'altro, anche in questi giorni di crisi sono paesi come Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia e Olanda, a lungo governati nel dopoguerra da partiti socialisti, quelli che se la cavano meglio. Perché i partiti socialisti non solo non sono mai stati statalisti, quanto dal dopoguerra, sicuramente dal '59 (congresso di Bad Godesberg) si sono battuti per l'economia sociale di mercato, cioè per un mercato motore dello sviluppo ma non padrone. Lo dimostrano sia i loro Statuti, sia l'incidenza dell'economia pubblica, nettamente più leggera che in paesi come Italia e Francia, a lungo governati da coalizioni centriste, sia il modo come quei 5 paesi hanno affrontato in passato crisi simili a quella di oggi: la nazionalizzazione di banche svedesi negli anni 90 poi riprivatizzate con guadagni dello Stato, è oggi un esempio da manuale. Questi paesi sono anche leader delle classifiche mondiali della eguaglianza sociale, la differenza di redditi tra ricchi e poveri, che invece è peggiorata negli altri paesi Ocse, dagli SU all'Italia. Tra i 30 paesi dell'Ocse i primi 5 posti della classifica di eguaglianza sono occupati da Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia e Finlandia nell'ordine. Quando poi si scopre che questi paesi hanno saputo coniugare Welfare e sviluppo meglio degli altri - Norvegia prima al mondo per reddito unitario con 52mila dollari, seguita da Danimarca 3ª, Svezia 5ª, Finlandia 6ª e Olanda 14ª (B. mondiale) - e fanno più figli per le loro politiche pro-famiglia, ci piacerebbe che gli amici-compagni, Marini, Fioroni, Letta, Franceschini e Rutelli ci spiegassero meglio perché preferiscono morire (fra 100 anni) conservatori anziché socialisti.

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La guerra tra fondamentalismi è inutile retorica (sezione: Laici e chierici)

( da "Secolo XIX, Il" del 03-12-2008)

Argomenti: Laicita'

La guerra tra fondamentalismi è inutile retorica dino cofrancesco Giornali e tv hanno dato grande rilievo alla "discesa in campo" di Magdi Cristiano Allam. All'ex vicedirettore del Corriere della Sera va riconosciuto il genio delle "comunicazioni di massa". Qualsiasi cosa faccia, dalla conversione al cattolicesimo alla fondazione di un nuovo partito politico, l'audience sembra essergli assicurata. Non altrettanto gli elettori ma non si sa mai? Nel logo della nuova formazione "Protagonisti per l'Europa cristiana"- come spiega Allam - «sono indicati tre binomi che rappresentano i passaggi fondamentali del mio percorso spirituale, culminato nell'adesione piena e convinta al cristianesimo: Verità e Libertà, il cuore della civiltà europea; Fede e Ragione, l'essenza della civiltà cristiana; e infine Valori e Regole, il fondamento dell'azione di riscatto dalla deriva etica nella quale è precipitata la nostra Europa cristiana». Come possa definire, con queste premesse culturali, il suo un partito laico, aperto «a tutte le persone di buona volontà, compresi i musulmani»è qualcosa che sfugge all'intelligenza dell'uomo medio o della strada, quale si considera lo scrivente. Anch'io credo che l'Europa sia succuba di «malattie ideologiche come il buonismo, il laicismo, da non confondere con la laicità, il multiculturalismo» e, aggiungerei, il pluralismo, ma la ragione per cui quelle malattie mi sembrano mortali sono iscritte nella grande tradizione liberale dell'Occidente, che è impensabile senza le sue radici giudaico-cristiane, non derivano dall'ateismo e dal materialismo dilagante come sembra ritenere il nostro. Il «capitalismo selvaggio e disumano, senza regole etiche né diritti umani», l'estremismo islamico che «minaccia la nostra identità» e sfrutta «una concezione formale del nostro diritto» che finisce per «legittimare la sharia» non sono il punto di approdo del processo di secolarizzazione e dello svuotamento delle chiese ma acidi corrosivi della "società aperta". Il primo è, a ben vedere, una tigre di carta se è vero che, dinanzi alla crisi economica, persino i vecchi alfieri del liberismo, come Giulio Tremonti (ma non Antonio Martino), riscoprono i presunti guasti del "mercatismo" e si avviano a ricostruire lo Stato dirigista e interventista; il secondo reintroduce una guerra di religione che si preannuncia più esiziale per gli individui, i termini fissi d'eterno consiglio per la teorica liberale, che per le chiese. Queste ultime, infatti, da un lato, sono minacciate dalla concorrenza ma, dall'altro, sono altresì favorite dalla prorompente vitalità degli avversari dal momento che riportano sul mercato morale un prodotto spirituale, la fede nel divino, che il liberalismo aveva, per così dire, privatizzato. Persone come Allam e Giuliano Ferrara, forse non del tutto consapevolmente, vorrebbero arginare il fondamentalismo islamico con quello cattolico, mostrare ai nostalgici dell'assoluto che anche il cristianesimo è"tosto" e che l'etica liberale delle regole è incapace di rifondare una qualunque coesione sociale. Altro che diritti dell'individuo! Divorzio, aborto, pacs debbono essere cancellati dalla legislazione europea e, a quel che sembra di capire, con un atto d'imperio, ovvero senza neppure consultare democraticamente e serenamente la "gente", attraverso un referendum. Si comprende come ad Allam il berlusconismo possa apparire l'espressione compiuta di una «politica priva di valori» e come a non fargli dare il voto al PdL sia stata soprattutto la circostanza che il partito del centro-destra si è definito «anarchico sul piano dei valori!». Insomma si preannuncia la risacralizzazione della lotta politica e si sceglie di stare dalla parte dei crociati. A dare man forte dall'esterno, si sono già da tempo mobilitate le legioni del laicismo intransigente, che, volendo eliminare i crocifissi dai luoghi pubblici con le leggi dello Stato e con le sentenze dei giudici, fanno pensare a molti che tra il settarismo delle varie Società Giordano Bruno e quello delle confessioni religiose, il secondo sia il minor male (non foss'altro perché ci garantisce l'immortalità dell'anima). «Scherzi a parte», Magdi Cristiano è diventato un vero italiano e, come molti suoi connazionali di destra e di sinistra, non sembra minimamente sfiorato dal "fantasma liberale", come lo chiamava il vecchio Giulio Colamarino :nel suo universo mentale, la libertàè rimasta «la libertà di fare il Bene», una libertà che gli individui possono acquisire solo se guidati dalle Agenzie che sanno cosa prescrivono Dio, la Natura, la Storia. Dino Cofrancesco è docente di Storia del pensiero politico all'Università di Genova. 03/12/2008

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Credenti DI SINISTRA (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 03-12-2008)

Argomenti: Laicita'

DAVANTI A DIO COME ADULTI RESPONSABILI Credenti DI SINISTRA Adriana Zarri in «Vita e morte senza miracoli di Celestino VI», Filippo Gentiloni in «Credere è camminare» e Amos Luzzatto in «Conta e racconta» disegnano un rapporto con la fede lontano dall'infantile obbedienza auspicata da Ratzinger Rossana Rossanda Nel mondo odierno - scriveva Dietrich Bonhoeffer - non possiamo stare davanti a Dio come bambini davanti a un padre dal quale si aspettano tutto, ma da adulti che se la sbrogliano da sé nelle responsabilità e nei dilemmi terreni. Il credente non vive «chiedendo a Dio», ma «in presenza di Dio», che per il cristiano vuol dire in presenza della Croce. E così egli ha fatto fino alle decisioni ultime e più problematiche, impiccato dai nazisti per aver partecipato al complotto contro Hitler. Questo rapporto adulto si apriva per i cattolici con il Concilio Vaticano II, mentre Ratzinger fa di tutto per ridurli a un'infantile obbedienza. Tanto più si respira leggendo tre libri usciti negli ultimi mesi; due cattolici e un ebreo: Vita e morte senza miracoli di Celestino VI di Adriana Zarri (Diabasis, pp. 179, euro 12), Credere è camminare di Filippo Gentiloni (La Meridiana, pp. 40, euro 8) e Conta e racconta di Amos Luzzatto (Mursia, pp. 280, euro 17). Buoni usi della dittatura vaticana In Adriana Zarri la presenza di Dio è sicura e acquietante da quando, giovanetta incredula, ha aperto un giorno la finestra e le è apparso il creato dotato di senso di un Dio amoroso. Ne è venuta una mistica che ha scelto il laicato per rigore, per scrivere e attuare liberamente da cittadina. Il suo più che un romanzo è un apologo su un tema bruciante, il papato. Non aveva amato Woityla, e deve essere delusa da Ratzinger che era stato in gioventù uomo del Concilio. Narra dunque di un papa tutto diverso, un sacerdote sobrio che vive in condivisione con i fedeli invece che apostrofarli da un sacro soglio sfolgorante e autoritario. Il tema di una chiesa come comunità di credenti ha alimentato sempre le eresie infracattoliche, ma Adriana non si sente eretica affatto. E neanche il suo don Giuseppe, semplice e colto parroco di campagna (ne ha conosciuti di persona alcuni) stupefatto di essere proposto papa perché il Conclave, non riuscendo ad accordarsi dopo la morte di Benedetto XVI, ripiega sulla proposta avanzata da un cardinale fuori dal giro e specie dalla Curia (la quale ci sta perché tanto, pensa, sarà sempre lei a governare). Don Giuseppe accetterà: per abolire ogni pompa, ogni enfasi, ogni cerimoniale, ogni pretesa curiale, fino a restituire il Vaticano a Roma e le chiese ai fedeli, nomina dei vescovi inclusa. Egli stesso non si porrà come l'infallibile vicario di Cristo ma come vescovo di Roma, servo dei servi di Dio, vivendo in poche stanze in San Giovanni Laterano, lontano da quel simbolo di potenza che è San Pietro, condividendo senza problemi la famosa piazza con i comunisti (che Adriana crede tuttora presenti) le poche volte che riterrà di rivolgersi ai fedeli dall'alto invece che mischiarsi con loro. E pur non apprezzando l'uso di cambiare il nome, sceglie per sé quello di Celestino VI: Celestino V era quello che Dante accusa di aver fatto «per viltade il gran rifiuto». La sua conoscenza delle scritture essendo inattaccabile, Celestino VI demolisce con calma la verticalità della Chiesa, le sue ricchezze, le sue gerarchie, la sessuofobia, la misoginia, la complicità o l'ingerenza nelle cose dello stato, le concessioni a forme idolatriche, il vezzo di fare santi, la persuasione di essere sola a detenere tutte le verità. Insomma fa buon uso della dittatura vaticana per restituire il cristianesimo ai cristiani - paradosso sul quale Adriana sorvola con qualche ironia. Così assistiamo alle riforme di Celestino VI, mentre - lei scrive con un sorriso - le stagioni si susseguono, le rondini sfrecciano e lo Spirito spira. Fino alla morte di don Giuseppe papa, naturalmente senza miracoli. A meno che... a meno che un bel momento Celestino VI non decida di dimettersi e tornare alla sua parrocchia. Nessuna viltade, sostiene Adriana, è una scelta dal punto di vista ecclesiale da rispettare come l'altra. La favola ha una sua evidente morale. Il monaco benedettino Benedetto Calati aveva scritto le stesse cose, ma con profetica collera invece che con la mano leggera della mia amica. Nessuno oltre Tevere gli ha dato ascolto né, temo, lo darà ad Adriana, sapendo che da quando si sono smessi i roghi nulla difende il potere dai suoi contestatori quanto tacerne. In guardia dalla perentorietà dell'io Tutt'altro il lavoro di Filippo Gentiloni. Tanto è quieto il rapporto di Adriana con Dio tanto inquieto è quello suo. Anch'egli procede senza strepiti, sempre più asciugando le parole, ma é arrivato all'interrogativo inesorabile: come credere dopo la morte della metafisica? Soltanto a condizione di non mirare a una verità data una volta per sempre, ma cercarla e interpretarla, insegnamento prezioso dell'ermeneutica. L'interpretazione è il rapporto che si determina tra il Libro e chi lo scruta fra esitazioni, dubbi, intuizioni - il libro cresce «cum legente», scriveva Gregorio Magno. E non basta, occorre che colui che legge sia cosciente del suo limite, rispetti altre letture e ne senta il bisogno, intuisca l'alterità come quel che gli manca. Questo tipo di fede non è amato dai monoteismi, ma corre nei testi biblici e nella pratica ebraica dell'interpetazione permenente, e il cristianesimo lo sigla nella Trinità, un dio dalle tre diverse nature; delle quali Gentiloni predilige lo Spirito, perché la figura del Padre mantiene un'autorità, e quella del figlio la pesantezza dell'incarnazione - il Cristo o è un uomo sofferente («Signore, perché mi hai abbandonato?») o risorge da guerriero trionfante, come nella tavola di Pier della Francesca a Borgo Sansepolcro, o da vendicatore, come nel Giudizio di Michelangelo. Lo Spirito invece è un soffio, il meno frequentato dalla chiesa devozionale. Il pensiero più vicino a quello di Gentiloni è quello di Levinas, ma apprezza di Gianni Vattimo il passo «debole», non nel senso di fragile bensì di non prepotente e mi sembra affine alle teorie del «manque» del teologo francese Claude Geffré. Il bisogno dell'altro, precisa Gentiloni, mette in guardia dalla perentorietà dell'io, della grecità, della fatale ragione (carissimi a quelli come me). Credere è cercare, sapere che c'è dell'altro e oltre. Non è il «credo» minaccioso del Concilio Tridentino, è «credo» nel senso di «credo di sapere». Di qui per Filippo il valore del relativismo, che Benedetto XVI considera il peggior pericolo, mentre è la chiave del non fermarsi nel ricercare, dello stare in ascolto. Per lui la preghiera è proprio domanda, domanda di aiuto, bisogno. La sola certezza sta in un cammino durante il quale forse si incontrerà la grazia, non per merito ma per dono; e qui il suo sguardo va al vangelo di Giovanni, forse al tragico Agostino. Non so se al - del resto intollerante - Lutero. (Il gatto del papa ideale di Adriana si chiama Lutero, e per quel che essa pensa dei gatti non è certo una diminuzione). L'etica forte del fare in terra Il terzo libro di un credente è di un ebreo, Amos Luzzatto, autorità della comunita ebraica nel periodo nel quale era diretta anche da ElioToaff e Tullia Zevi, che come lui potrebbero definirsi «di sinistra». Amos, di professione chirurgo, è stato molto vicino al Partito comunista. La sua autobiografia Conta e racconta prende il titolo da due versetti biblici, fa il tuo bilancio e parlane. La fede di Amos non ha né trasporti né dubbi, a lui il Libro, sempre da interpretare, non impone di essere frugato nell'anima; tanto meno da un papa adorno di piume e avvezzo al comando. L'ebraismo si è risparmiato quell'ambigua modernità che porta la chiesa tridentina a infilarsi in tutti i labirinti delle coscienze; per cui rispetto alla chiesa di Roma, perfino gli ebrei ortodossi, pur così grevi, sono poco più di un simpatico o antipatico partito. Non a caso è la secolarizzazione nello stato d'Israele, peraltro mai esplicitamente dichiarata, che conosce da qualche tempo traumi e condanne, ma ne è risultato non più che un esacerbato nazionalismo; che non è poca cosa ma non stinge sugli ebrei come Amos, Jahvé non essendo un Dio addomesticabile in politica come quello del Vaticano. Amos Luzzatto in ogni caso ne è serenamente libero, come il breve libro scritto alcuni anni fa Il posto degli ebrei (Einaudi, 2004) dove la connotazione di «ebreo» è cosi inviluppata nella persecuzione che questo popolo ha subito, che neanche esige una perpetua certificazione. Ne consegue un rapporto con Dio privo della compiutezza di Adriana e della problematicità di Filippo. La fede non si pone come problema. L'apprendimento religioso in famiglia dall'allegra mamma e dalle zie è intrinseco all'aver dovuto lasciare da ragazzo l'Italia per la Palestina, imparare l'yddish ed essersi sentito là per la prima volta al sicuro, nonché l'essere e agire nelle cose del mondo quale che ne sia il rischio. Il quale non prende mai in Amos accenti tragici, per una sorta di pudore che diventa grande saggezza, tolleranza e fin un benevolo humour veneziano. La biografia risulta tutta intrecciata di privato e pubblico; del tutto privato è soltanto l'innamoramento senza tempo per la moglie, mentre nella relazione con i severi figli non manca qualche sfumatura di affettuoso distinguo. Questa è la qualità preziosa di Luzzatto, che comporta un'etica forte del fare in terra e gli permette di essere di sinistra anche ora, quando non è più facile né consueto. Come è tranquillo il suo rapporto con lo stato di Israele, solo luogo sicuro per gli ebrei, percezione ignota a chi non conosce questa insicurezza primaria. Viene da pensare che l'assenza di una salvezza collocata fuori dalla vita, della resurrezione come fondamento dell'essere cristiano, assicura agli ebrei come Amos una diversa laicità e una fondamentale tolleranza che forse non può mai interamente essere del cristiano o del musulmano. Sulla sua spalla si può posare il capo come su quella d'un fratello; e quando ci incontriamo, purtroppo raramente, il suo abbraccio mi fa bene.

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Il giudice che toglie i crocifissi: meglio Socrate (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 03-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-12-03 num: - pag: 22 categoria: REDAZIONALE Ragusa Il presidente del Tribunale: lo Stato è laico. Sindaco, vescovo e avvocati lo attaccano Il giudice che toglie i crocifissi: meglio Socrate DAL NOSTRO INVIATO RAGUSA — Se la legge è davvero uguale per tutti, oltre al Crocifisso il presidente del Tribunale di Ragusa potrebbe proporre di piazzare pure i simboli delle altre religioni su giudici togati e popolari, avvocati, cancellieri e imputati. Ma è più facile togliere che mettere. E così nel palazzo di giustizia della provincia più a Sud d'Italia scatta un particolare divieto di affissione considerato dai cattolici praticanti una sorta di bestemmia. Manca Cristo in croce nelle aule dove si decide il destino di potenti e poveri cristi. Per ordine superiore. E si scatena la polemica. Non siamo più nelle rosse contrade della querelle cinematografica fra Don Camillo e l'Onorevole Peppone. Ma poco ci manca a trasformare il primo fra i giudici ragusani, il presidente Michele Duchi, nel sindaco anticlericale interpretato da Gino Cervi e a far calare un sindaco vero, Nello Dipasquale, primo cittadino con cuore berlusconiano, nei panni di un novello Fernandel come difensore della tradizione cristiana. Il primo vuol mettere tutti alla pari, da Budda a Cristo, dai musulmani agli ebrei, e ordina al cancelliere della sede distaccata di Vittoria che s'era permesso di affiggere un Crocifisso di toglierlo. L'altro passa all'attacco e chiede di rivedere la disposizione. Perché non gli piace proprio che Duchi la pensi come Zapatero in Spagna o come quel giudice di Camerino, Luigi Tosti, condannato l'inverno scorso a un anno di reclusione per essersi rifiutato di tenere udienze in aule col Crocifisso alla parete. «Io penso con la mia testa», puntualizza Duchi rivendicando il diritto alla rimozione. «Il nostro è uno Stato laico, multietnico e multireligioso dove hanno gli stessi diritti ebraici, musulmani, buddisti o cattolici. E chiunque, entrando in un ufficio pubblico, ha diritto di non vedere simboli religiosi che possano disturbarlo». Irremovibile, eccolo pronto a rilanciare sempre più in alto la provocazione. Perché, «pur da laico e anche da cristiano nato e cresciuto in un mondo cattolico», azzarda confronti destinati a moltiplicare la polemica: «Sento Cristo come figura grandissima. Ma è grandissima pure quella di Socrate che forse è ancora più alta. Come la storia di San Francesco, il Santo che più si avvicina a Cristo. E se la Chiesa avesse seguito il verbo francescano non ci sarebbero state tante lacerazioni, né il movimento protestante...». No, non ci sta il sindaco senza la tonaca di Fernandel a sostituire Cristo con Socrate o San Francesco. Nello Dipasquale prova a mettere paletti: «Marciamo verso una società multirazziale, ma questo non può produrre intolleranza sulle nostre tradizioni. E il crocifisso dov'era rimane. E dove non c'è si metterà». Richiesta analoga a quella del presidente dell'Ordine degli avvocati, Giorgio Assenza: «è una sciocchezza considerare una discriminazione il simbolo religioso in cui si riconosce il nostro popolo». Osservazione condivisa dal vescovo di Ragusa, Paolo Urso: «Cristo si è immolato per salvaguardare i diritti dei più deboli. La giustizia degli uomini è una trama che riesce a prendere solo i moscerini perché le realtà più forti sfondano la rete. E rappresentare i più deboli con l'esempio di Cristo aiuta l'umanità a crescere». Echeggiano le voci contrarie al divieto, ma il presidente Duchi insiste: «Lo Stato laico deve mostrarsi assolutamente imparziale». E gioca la sfida che sembra quella dell'uno contro tutti. Certo di non essere isolato. Giudice Il magistrato Michele Duchi Felice Cavallaro

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Credenti DI SINISTRA - DAVANTI A DIO COME ADULTI RESPONSABILI (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 03-12-2008)

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Credenti DI SINISTRA - DAVANTI A DIO COME ADULTI RESPONSABILI Adriana Zarri in «Vita e morte senza miracoli di Celestino VI», Filippo Gentiloni in «Credere è camminare» e Amos Luzzatto in «Conta e racconta» disegnano un rapporto con la fede lontano dall'infantile obbedienza auspicata da Ratzinger Rossana Rossanda Nel mondo odierno - scriveva Dietrich Bonhoeffer - non possiamo stare davanti a Dio come bambini davanti a un padre dal quale si aspettano tutto, ma da adulti che se la sbrogliano da sé nelle responsabilità e nei dilemmi terreni. Il credente non vive «chiedendo a Dio», ma «in presenza di Dio», che per il cristiano vuol dire in presenza della Croce. E così egli ha fatto fino alle decisioni ultime e più problematiche, impiccato dai nazisti per aver partecipato al complotto contro Hitler. Questo rapporto adulto si apriva per i cattolici con il Concilio Vaticano II, mentre Ratzinger fa di tutto per ridurli a un'infantile obbedienza. Tanto più si respira leggendo tre libri usciti negli ultimi mesi; due cattolici e un ebreo: Vita e morte senza miracoli di Celestino VI di Adriana Zarri (Diabasis, pp. 179, euro 12), Credere è camminare di Filippo Gentiloni (La Meridiana, pp. 40, euro 8) e Conta e racconta di Amos Luzzatto (Mursia, pp. 280, euro 17). Buoni usi della dittatura vaticana In Adriana Zarri la presenza di Dio è sicura e acquietante da quando, giovanetta incredula, ha aperto un giorno la finestra e le è apparso il creato dotato di senso di un Dio amoroso. Ne è venuta una mistica che ha scelto il laicato per rigore, per scrivere e attuare liberamente da cittadina. Il suo più che un romanzo è un apologo su un tema bruciante, il papato. Non aveva amato Woityla, e deve essere delusa da Ratzinger che era stato in gioventù uomo del Concilio. Narra dunque di un papa tutto diverso, un sacerdote sobrio che vive in condivisione con i fedeli invece che apostrofarli da un sacro soglio sfolgorante e autoritario. Il tema di una chiesa come comunità di credenti ha alimentato sempre le eresie infracattoliche, ma Adriana non si sente eretica affatto. E neanche il suo don Giuseppe, semplice e colto parroco di campagna (ne ha conosciuti di persona alcuni) stupefatto di essere proposto papa perché il Conclave, non riuscendo ad accordarsi dopo la morte di Benedetto XVI, ripiega sulla proposta avanzata da un cardinale fuori dal giro e specie dalla Curia (la quale ci sta perché tanto, pensa, sarà sempre lei a governare). Don Giuseppe accetterà: per abolire ogni pompa, ogni enfasi, ogni cerimoniale, ogni pretesa curiale, fino a restituire il Vaticano a Roma e le chiese ai fedeli, nomina dei vescovi inclusa. Egli stesso non si porrà come l'infallibile vicario di Cristo ma come vescovo di Roma, servo dei servi di Dio, vivendo in poche stanze in San Giovanni Laterano, lontano da quel simbolo di potenza che è San Pietro, condividendo senza problemi la famosa piazza con i comunisti (che Adriana crede tuttora presenti) le poche volte che riterrà di rivolgersi ai fedeli dall'alto invece che mischiarsi con loro. E pur non apprezzando l'uso di cambiare il nome, sceglie per sé quello di Celestino VI: Celestino V era quello che Dante accusa di aver fatto «per viltade il gran rifiuto». La sua conoscenza delle scritture essendo inattaccabile, Celestino VI demolisce con calma la verticalità della Chiesa, le sue ricchezze, le sue gerarchie, la sessuofobia, la misoginia, la complicità o l'ingerenza nelle cose dello stato, le concessioni a forme idolatriche, il vezzo di fare santi, la persuasione di essere sola a detenere tutte le verità. Insomma fa buon uso della dittatura vaticana per restituire il cristianesimo ai cristiani - paradosso sul quale Adriana sorvola con qualche ironia. Così assistiamo alle riforme di Celestino VI, mentre - lei scrive con un sorriso - le stagioni si susseguono, le rondini sfrecciano e lo Spirito spira. Fino alla morte di don Giuseppe papa, naturalmente senza miracoli. A meno che... a meno che un bel momento Celestino VI non decida di dimettersi e tornare alla sua parrocchia. Nessuna viltade, sostiene Adriana, è una scelta dal punto di vista ecclesiale da rispettare come l'altra. La favola ha una sua evidente morale. Il monaco benedettino Benedetto Calati aveva scritto le stesse cose, ma con profetica collera invece che con la mano leggera della mia amica. Nessuno oltre Tevere gli ha dato ascolto né, temo, lo darà ad Adriana, sapendo che da quando si sono smessi i roghi nulla difende il potere dai suoi contestatori quanto tacerne. In guardia dalla perentorietà dell'io Tutt'altro il lavoro di Filippo Gentiloni. Tanto è quieto il rapporto di Adriana con Dio tanto inquieto è quello suo. Anch'egli procede senza strepiti, sempre più asciugando le parole, ma é arrivato all'interrogativo inesorabile: come credere dopo la morte della metafisica? Soltanto a condizione di non mirare a una verità data una volta per sempre, ma cercarla e interpretarla, insegnamento prezioso dell'ermeneutica. L'interpretazione è il rapporto che si determina tra il Libro e chi lo scruta fra esitazioni, dubbi, intuizioni - il libro cresce «cum legente», scriveva Gregorio Magno. E non basta, occorre che colui che legge sia cosciente del suo limite, rispetti altre letture e ne senta il bisogno, intuisca l'alterità come quel che gli manca. Questo tipo di fede non è amato dai monoteismi, ma corre nei testi biblici e nella pratica ebraica dell'interpetazione permenente, e il cristianesimo lo sigla nella Trinità, un dio dalle tre diverse nature; delle quali Gentiloni predilige lo Spirito, perché la figura del Padre mantiene un'autorità, e quella del figlio la pesantezza dell'incarnazione - il Cristo o è un uomo sofferente («Signore, perché mi hai abbandonato?») o risorge da guerriero trionfante, come nella tavola di Pier della Francesca a Borgo Sansepolcro, o da vendicatore, come nel Giudizio di Michelangelo. Lo Spirito invece è un soffio, il meno frequentato dalla chiesa devozionale. Il pensiero più vicino a quello di Gentiloni è quello di Levinas, ma apprezza di Gianni Vattimo il passo «debole», non nel senso di fragile bensì di non prepotente e mi sembra affine alle teorie del «manque» del teologo francese Claude Geffré. Il bisogno dell'altro, precisa Gentiloni, mette in guardia dalla perentorietà dell'io, della grecità, della fatale ragione (carissimi a quelli come me). Credere è cercare, sapere che c'è dell'altro e oltre. Non è il «credo» minaccioso del Concilio Tridentino, è «credo» nel senso di «credo di sapere». Di qui per Filippo il valore del relativismo, che Benedetto XVI considera il peggior pericolo, mentre è la chiave del non fermarsi nel ricercare, dello stare in ascolto. Per lui la preghiera è proprio domanda, domanda di aiuto, bisogno. La sola certezza sta in un cammino durante il quale forse si incontrerà la grazia, non per merito ma per dono; e qui il suo sguardo va al vangelo di Giovanni, forse al tragico Agostino. Non so se al - del resto intollerante - Lutero. (Il gatto del papa ideale di Adriana si chiama Lutero, e per quel che essa pensa dei gatti non è certo una diminuzione). L'etica forte del fare in terra Il terzo libro di un credente è di un ebreo, Amos Luzzatto, autorità della comunita ebraica nel periodo nel quale era diretta anche da ElioToaff e Tullia Zevi, che come lui potrebbero definirsi «di sinistra». Amos, di professione chirurgo, è stato molto vicino al Partito comunista. La sua autobiografia Conta e racconta prende il titolo da due versetti biblici, fa il tuo bilancio e parlane. La fede di Amos non ha né trasporti né dubbi, a lui il Libro, sempre da interpretare, non impone di essere frugato nell'anima; tanto meno da un papa adorno di piume e avvezzo al comando. L'ebraismo si è risparmiato quell'ambigua modernità che porta la chiesa tridentina a infilarsi in tutti i labirinti delle coscienze; per cui rispetto alla chiesa di Roma, perfino gli ebrei ortodossi, pur così grevi, sono poco più di un simpatico o antipatico partito. Non a caso è la secolarizzazione nello stato d'Israele, peraltro mai esplicitamente dichiarata, che conosce da qualche tempo traumi e condanne, ma ne è risultato non più che un esacerbato nazionalismo; che non è poca cosa ma non stinge sugli ebrei come Amos, Jahvé non essendo un Dio addomesticabile in politica come quello del Vaticano. Amos Luzzatto in ogni caso ne è serenamente libero, come il breve libro scritto alcuni anni fa Il posto degli ebrei (Einaudi, 2004) dove la connotazione di «ebreo» è cosi inviluppata nella persecuzione che questo popolo ha subito, che neanche esige una perpetua certificazione. Ne consegue un rapporto con Dio privo della compiutezza di Adriana e della problematicità di Filippo. La fede non si pone come problema. L'apprendimento religioso in famiglia dall'allegra mamma e dalle zie è intrinseco all'aver dovuto lasciare da ragazzo l'Italia per la Palestina, imparare l'yddish ed essersi sentito là per la prima volta al sicuro, nonché l'essere e agire nelle cose del mondo quale che ne sia il rischio. Il quale non prende mai in Amos accenti tragici, per una sorta di pudore che diventa grande saggezza, tolleranza e fin un benevolo humour veneziano. La biografia risulta tutta intrecciata di privato e pubblico; del tutto privato è soltanto l'innamoramento senza tempo per la moglie, mentre nella relazione con i severi figli non manca qualche sfumatura di affettuoso distinguo. Questa è la qualità preziosa di Luzzatto, che comporta un'etica forte del fare in terra e gli permette di essere di sinistra anche ora, quando non è più facile né consueto. Come è tranquillo il suo rapporto con lo stato di Israele, solo luogo sicuro per gli ebrei, percezione ignota a chi non conosce questa insicurezza primaria. Viene da pensare che l'assenza di una salvezza collocata fuori dalla vita, della resurrezione come fondamento dell'essere cristiano, assicura agli ebrei come Amos una diversa laicità e una fondamentale tolleranza che forse non può mai interamente essere del cristiano o del musulmano. Sulla sua spalla si può posare il capo come su quella d'un fratello; e quando ci incontriamo, purtroppo raramente, il suo abbraccio mi fa bene.

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Gay, le associazioni in piazza contro la Chiesa "Siamo criminalizzati" (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 03-12-2008)

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n. 289 del 2008-12-03 pagina 0 Gay, le associazioni in piazza contro la Chiesa "Siamo criminalizzati" di Redazione L'Arcigay ha organizzato per sabato pomeriggio un sit in di protesta in Vaticano. E Liberazione invita i lettori a "occupare" l'Angelus vestendosi di rosa. Avvenire: "Bisogna respingere ogni logica di lobby" Roma - Sit in di protesta, sabato pomeriggio, in Vaticano. "Mai più uccisi perché gay" è lo slogan dell?iniziativa promossa da Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti per contestare le recenti dichiarazioni dell?osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che ha chiesto all?Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell?omosessualità, una proposta promossa dal Governo francese. E Liberazione fa di più: propone di "boicottare" la Santa Sede invitando i lettori a invadere l'Angelus vestiti di rosa. La sfida della comunità omosessuale Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti hanno fatto sapere che la posizione della Santa Sede "ha turbato fortemente la nostra comunità". "Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando - ha affermato il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo - il Vaticano continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l?orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza". Per questo, le tre associazioni hanno intenzione di rivolgersi "anche ai fedeli cattolici, offesi, come noi, da parole che negano la vita della persona". A questi l'Arcigay ha chiesto di "riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire con forza che nessun credo religioso può giustificare l?opposizione alla cancellazione di una barbarie che ogni anno produce incarcerazioni e sentenze di morte". Quindi, l'ppello a tutte le forze sociali, le associazioni, i singoli, perché aderiscano all?iniziativa: la manifestazione si terrà in piazza Pio XII, adiacente a piazza San Pietro, al confine tra lo stato italiano e quello Vaticano, alle 17 di sabato 6 dicembre. La proposta di Liberazione Ancheil quotidiano del Prc Liberazione ha censurato l?atteggiamento della Chiesa citando l?episodio dell?adultera raccontato nel Vangelo di San Giovanni. Con la celebre frase 'chi è senza peccato scagli la prima pietra', ha sostenuto il direttore Piero Sansonetti, "Gesù aveva depenalizzato i reati connessi al comportamento sessuale". Oggi, invece, la Chiesa "compie la scelta di schierarsi apertamente dalla parte degli scribi e dei farisei" e si adegua al fondamentalismo, "a costo di sacrificare Gesù". Di qui la protesta suggerita dal direttore nell'editoriale di oggi: "Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all?Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell?omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager - e andare a manifestare in Vaticano all?ora dell?Angelus". Avvenire dice "no" alla logica di lobby La Chiesa cattolica considera "del tutto lecite" le pratiche omofile, purché tra "adulti consenzienti", ma è contraria all?attribuzione agli omosessuali di un "riconoscimento pubblico, istituzionale e giuridico, quale quello coniugale", e respinge ogni logica di "lobby". Nell'editoriale di oggi, il quotidiano della Cei Avvenire ha spiegato che la proposta per la depenalizzazione dell?omosessualità nel mondo che la Francia ha preannunciato di voler presentare all?Onu a nome dell?Unione europea - secondo il giurista e bioeticista cattolico Francesco D?Agostino che firma l?editoriale - serve "una buona causa" con "pessimi argomenti". E "bene sta facendo la Santa Sede" - ha commentato D?Agostino citando l?intervento di due giorni fa del delegato all?Onu monsignor Celestino Migliore - a denunciare "non la proposta in quanto tale, ma le indebite motivazioni che la sorreggono". Ciò che la visione cristiana nega non è il rispetto dovuto ai gay in quanto essere umani - ha precisato - ma il loro diritto ad una identità di "genere". Una visione - ha concluso D?Agostino "che non rappresenta gli interessi di lobby, potenti ma effimere, bensì il condensato del buon senso umano". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Gay, associazioni in piazza La Santa Sede replica: "E' solo disinformazione" (sezione: Laici e chierici)

( da "Giornale.it, Il" del 03-12-2008)

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n. 289 del 2008-12-03 pagina 0 Gay, associazioni in piazza La Santa Sede replica: "E' solo disinformazione" di Redazione L'Arcigay ha organizzato per sabato pomeriggio un sit in di protesta in Vaticano. E Liberazione invita i lettori a "occupare" l'Angelus vestendosi di rosa. Avvenire: "Bisogna respingere ogni logica di lobby" Roma - Sit in di protesta, sabato pomeriggio, in Vaticano. "Mai più uccisi perché gay" è lo slogan dell?iniziativa promossa da Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti per contestare le recenti dichiarazioni dell?osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che ha chiesto all?Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell?omosessualità, una proposta promossa dal Governo francese. E Liberazione fa di più: propone di "boicottare" la Santa Sede invitando i lettori a invadere l'Angelus vestiti di rosa. La sfida della comunità omosessuale Arcigay Roma, ArciLesbica Roma e Certi Diritti hanno fatto sapere che la posizione della Santa Sede "ha turbato fortemente la nostra comunità". "Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando - ha affermato il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo - il Vaticano continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l?orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza". Per questo, le tre associazioni hanno intenzione di rivolgersi "anche ai fedeli cattolici, offesi, come noi, da parole che negano la vita della persona". A questi l'Arcigay ha chiesto di "riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire con forza che nessun credo religioso può giustificare l?opposizione alla cancellazione di una barbarie che ogni anno produce incarcerazioni e sentenze di morte". Quindi, l'ppello a tutte le forze sociali, le associazioni, i singoli, perché aderiscano all?iniziativa: la manifestazione si terrà in piazza Pio XII, adiacente a piazza San Pietro, al confine tra lo stato italiano e quello Vaticano, alle 17 di sabato 6 dicembre. La proposta di Liberazione Ancheil quotidiano del Prc Liberazione ha censurato l?atteggiamento della Chiesa citando l?episodio dell?adultera raccontato nel Vangelo di San Giovanni. Con la celebre frase 'chi è senza peccato scagli la prima pietra', ha sostenuto il direttore Piero Sansonetti, "Gesù aveva depenalizzato i reati connessi al comportamento sessuale". Oggi, invece, la Chiesa "compie la scelta di schierarsi apertamente dalla parte degli scribi e dei farisei" e si adegua al fondamentalismo, "a costo di sacrificare Gesù". Di qui la protesta suggerita dal direttore nell'editoriale di oggi: "Noi proponiamo ai laici ma anche ai cattolici e ai credenti di tutte le religioni, una protesta di massa da tenersi forse nel giorno nel quale all?Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell?omosessualità. Potremmo invitare tutti i cittadini a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager - e andare a manifestare in Vaticano all?ora dell?Angelus". Avvenire dice "no" alla logica di lobby La Chiesa cattolica considera "del tutto lecite" le pratiche omofile, purché tra "adulti consenzienti", ma è contraria all?attribuzione agli omosessuali di un "riconoscimento pubblico, istituzionale e giuridico, quale quello coniugale", e respinge ogni logica di "lobby". Nell'editoriale di oggi, il quotidiano della Cei Avvenire ha spiegato che la proposta per la depenalizzazione dell?omosessualità nel mondo che la Francia ha preannunciato di voler presentare all?Onu a nome dell?Unione europea - secondo il giurista e bioeticista cattolico Francesco D?Agostino che firma l?editoriale - serve "una buona causa" con "pessimi argomenti". E "bene sta facendo la Santa Sede" - ha commentato D?Agostino citando l?intervento di due giorni fa del delegato all?Onu monsignor Celestino Migliore - a denunciare "non la proposta in quanto tale, ma le indebite motivazioni che la sorreggono". Ciò che la visione cristiana nega non è il rispetto dovuto ai gay in quanto essere umani - ha precisato - ma il loro diritto ad una identità di "genere". Una visione - ha concluso D?Agostino "che non rappresenta gli interessi di lobby, potenti ma effimere, bensì il condensato del buon senso umano". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano

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Il dialogo con i radicali e la lezione di Murri (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 04-12-2008)

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Il dialogo con i radicali e la lezione di Murri PIER PAOLO SEGNERI L?interessantissimo e stimolante articolo di Angelo Bertani, pubblicato venerdì 28 da Europa, invita tutti ad una riflessione profonda e ci spinge a discutere in modo alto sulla presenza dei cristiani in politica. È un invito che raccolgo volentieri perché la ritengo una possibilità di dialogo da non far cadere nel silenzio. La discussione è imprescindibile e, inoltre, si ricollega a doppio filo con quello che ha scritto Chiara Geloni nell?editoriale in cui parlava di discriminazione e di gay, ovvero il riflesso della Chiesa nel «dire no a una cosa per paura che poi ne succeda un?altra». Ebbene, da Saragat a Ugo La Malfa, da Luigi Einaudi ai liberali di sinistra, l?alleanza laica con la linea politica degasperiana del 1948 o quella del centrosinistra di Aldo Moro nel 1963, è sempre stata, per i democratici, una scelta strategica irrinunciabile e, ancora oggi, liberale. A volte, come si può comprendere, è necessario fare un passo indietro nel tempo, se si vuole compiere un balzo in avanti verso il futuro. Bisogna allora tornare con la memoria all?inizio del Novecento e ripercorrere, per un istante, l?esperienza politica di Romolo Murri. Mi sembra doveroso. Anche per meglio comprendere, oggi, il rapporto tra i radicali di Marco Pannella e il Partito democratico. Il fondatore della Democrazia cristiana, don Romolo Murri, fu anche il maestro di don Luigi Sturzo. Non un prete qualsiasi, dunque, ma il capostipite e l?ideatore, cento anni fa, dell?impegno organizzato dei cattolici e dei cristiani in politica. Insomma, Murri si inserisce appieno nell?attualità dei Democratici perché giunse a dare una spinta riformatrice agli ambienti ingessati e conservatori del cattolicesimo intransigente. La storia ci racconta e ci insegna che quell?insigne marchigiano venne eletto in parlamento, nel lontano 1909, proprio dai radicali e dai socialisti. In altre parole, trovò uno spazio di azione politica lì dove regnavano le libertà di coscienza, di pensiero e di parola. La storia ci ricorda che militò attivamente nel gruppo radicale e che difese sempre una profonda visione cristiana della vita da tutti i pregiudizi del potere ideologico o dogmatico. Insomma, nell?Italia liberale di Giolitti e di Sonnino, il fondatore della Dc fu anche radicale. Una specie di ?doppia tessera? ante litteram. Un precursore che restò vittima, per usare le parole di Federico Orlando, «dell?infinita ferocia dei valori». E venne sconfessato, poi sospeso dal sacerdozio, quindi scomunicato. Altri tempi. Davvero? Speriamo. Non credo che quella storia debba ripetersi. Le obsolete contrapposizioni tra laici e credenti o tra laicità e religiosità rappresentano male un dualismo ideologicamente distorto e già ampiamente superato dallo stesso Murri. Perché sono differenze dettate da una falsa dicotomia che non ha più ragione di persistere. È arrivato il momento di rimuovere gli ostacoli che impediscono il superamento di certe incomprensioni filologiche e lessicali. È arrivato il momento di avviare, almeno intorno e dentro il Pd, un dialogo inclusivo che raccolga il senso dell?universalità degli uomini. Al di là degli steccati. Oltre gli ideologismi. L?idea dei radicali è ancora oggi la stessa: quella di un partito democratico che sappia essere laico nel senso più ampio e onnicomprensivo del termine, senza discriminazioni e senza veti. Questa ? tra l?altro ? è l?idea centrale su cui si fonda il progetto politico della Rosa nel Pugno. A tal proposito, Romolo Murri, un secolo fa, scriveva: «A chi mi chiede la mia posizione politica, io rispondo che sono democratico e radicale: a chi mi chiede la mia fede, io rispondo che sono cristiano? Ma si può aggiungere che, anche considerato questo aspetto, interiore e religioso, la democrazia ripudia un?etichetta confessionale, in quanto è così spesso priva di ogni contenuto di religiosità vera e quindi essenzialmente antidemocratica».

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Gay in piazza contro la Chiesa: Ci vuole morti? (sezione: Laici e chierici)

( da "Manifesto, Il" del 04-12-2008)

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OMOFOBIA Gay in piazza contro la Chiesa: «Ci vuole morti?» Giacomo Russo Spena Stesi per terra. Come morti. Lo striscione esposto in piazza Matteotti, a Genova (città del prossimo Pride e sede vescovile del cardinal Bagnasco), parla da solo: «Vaticano complice del nostro martirio». Non si è fatta attendere la risposta del movimento lgbt (lesbo, gay, bisex e trans) alle recenti dichiarazioni dell'osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, Celestino Migliore, che ha chiesto all'Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell'omosessualità. «Siamo indignati - dice Francesca Polo, presidentessa dell'Arcilesbica - Per difendere un principio ideologico come la famiglia, la Chiesa accetta la pena di morte. Eppure - ironizza - si dichiara a favore della vita». La depenalizzazione, proposta della Francia, è oggi più che un'urgenza: nel mondo ci sono 88 paesi che condannano con il carcere, la tortura e i lavori forzati le persone in quanto lesbiche, gay e trans. In 7 di questi (Iran, Arabia Saudita, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Nigeria, Mauritania) è prevista, addirittura, la pena capitale. «La posizione del Vaticano ha turbato fortemente la nostra comunità, e non solo. Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando - afferma il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo - Si continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l'orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza». Motivo per cui anche molte associazioni religiose sono pronte a manifestare nei prossimi giorni col movimento lgbt che sta preparando iniziative in molte città. La più grande, forse, sabato a Roma promossa da Arcigay, ArciLesbica e Certi Diritti. «Mai più uccisi perché gay» è lo slogan di convocazione. Con le adesioni che aumentano di ora in ora. Dalle 17 ci sarà una fiaccolata in piazza Pio XII, a due passi da San Pietro. «Per ricordare al Vaticano - spiegano i promotori - i propri confini e che al di là esiste uno stato laico e democratico». O almeno dovrebbe essere così. Intanto la Chiesa prova a smorzare i toni parlando di «disinformazione» sulle dichiarazioni di Migliore. «Occorre - dichiara ai microfoni di Radio Vaticana il presidente dei giuristi cattolici Francesco D'Agostino - ribadire con chiarezza che sosteniamo la depenalizzazione dell'omosessualità ma siamo contro l'intenzione di porre sullo stesso piano ogni orientamento sessuale». Una posizione che però porta la Santa Sede a sostenere chi uccide e frusta i gay. Come fa presente Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, che non ammette «se e ma»: «O si è favorevoli alla depenalizzazione - afferma - o si è d'accordo con chi ci perseguita. Non esistono vie di mezzo». L'ultima stoccata del movimento lgbt è contro una sinistra «incapace di prendere una chiara posizione contro gli ignobili attacchi del Vaticano». Il silenzio ha la meglio.

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Lussemburgo, <degradato> il Granduca (sezione: Laici e chierici)

( da "Corriere della Sera" del 04-12-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-12-04 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE Dilemma istituzionale Il governo promette: «Cambieremo la Costituzione, il sovrano sarà solo notaio» Lussemburgo, «degradato» il Granduca Henri non firma la legge sull'eutanasia. Scontro con il premier Juncker Il Parlamento del Granducato ha già approvato il testo sulla «dolce morte» che entrerà in vigore in primavera DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BRUXELLES — «Non firmo, me lo vieta la mia coscienza», ha detto. E se qualcuno pensava che lui fosse un monarca da operetta, in un regno da piccola Heidi, ecco la risposta: il granduca Henri del Lussemburgo, 53 anni, cattolico praticante, erede di una dinastia medievale imparentata con i Capetingi e con i Borboni, ha rifiutato di sanzionare con la sua firma una legge già approvata dal parlamento, che autorizza l'eutanasia e il suicidio assistito. Il governo ha insistito, il granduca pure. E alla fine, il nodo è stato sciolto dal governo con un colpo di forbici, cioè con la decisione di modificare quanto prima la Costituzione adottata nel 1868. In base al «ritocco», come pudicamente è stata chiamata la modifica costituzionale, il granduca dovrà «promulgare» ma non più «sanzionare» le leggi; farà insomma il real notaio e basta, i suoi poteri saranno più o meno dimezzati. La legge sulla «dolce morte» diventerà effettiva in primavera; il Lussemburgo avrà dunque l'eutanasia legale, terzo paese in Europa dopo l'Olanda e il Belgio; e il suo capo dello Stato, non più «guardiano » delle leggi com'è stato fino a oggi, manterrà soprattutto funzioni rappresentative: riceverà ambasciatori e capi di Stato, presenzierà alle cerimonie, e forse qualcosa di più. Ma chi lo conosce, dice che non si pentirà della scelta fatta: dopotutto un suo zio, un signore di nome Baldovino, nel 1990 si «autosospese» dalle funzioni di re dei Belgi per 3 giorni, pur di non firmare la legge sull'aborto. Quello che ora la radio del Lussemburgo chiama «terremoto istituzionale », è stato un vero conflitto di potere fra un sovrano «che regna ma non governa», come vuole la tradizione, un governo guidato da una coalizione di cristiano-sociali e socialisti, e un parlamento di antiche tradizioni. è anche uno scontro ideologico e mora-le, come sempre quando si affrontano temi così delicati: nel piccolissimo e ricchissimo Stato, una monarchia costituzionale ereditaria fino ad oggi nota alle cronache per storie di banche e di tesori finanziari, o per le sentenze della Corte di giustizia della Ue, ora non si parla d'altro. è sempre stato considerato un monarca moderno, il granduca Henri: studi da ufficiale all'accademia militare britannica di Sandhurst e laurea in Scienze politiche all'università di Ginevra, non ha mai avuto il piglio ascetico dello zio Baldovino. Ma della sua religiosità, non ha mai fatto mistero. Come di quella della moglie, Maria Teresa Mestre, una cubana di ottima famiglia che gli ha dato 5 figli. Dicono anzi i critici (qualche deputato laico) che proprio la granduchessa, «vicina al movimento dei Carismatici», avrebbe molto influenzato il marito negli ultimi avvenimenti. Tutto comincia in febbraio, quando il progetto di legge sull'eutanasia viene approvato da 26 deputati su 30, e subito inizia la tensione con il palazzo granducale: anche perché il governo è capeggiato da quel Jean-Claude Juncker, che guida i ministri finanziari della Ue nell'Eurogruppo, e che è conosciuto per avere una personalità altrettanto forte di quella del sovrano. Ex avvocato, militante cristiano-sociale, nel passato ha già avuto qualche screzio con il granduca. Quando Henri rifiuta la sua firma, dal governo trapela un commento: «gesto molto grave». Poi, Juncker annuncia il «ritocco» alla Costituzione: «Poiché vogliamo evitare una crisi costituzionale, ma allo stesso tempo rispettare l'opinione del granduca, stiamo per togliere il termine "approvare" dall'articolo 34 della costituzione per sostituirlo con "promulgare"». Il granduca può trovare conforto nell'albero genealogico di famiglia. Dove non c'è solo lo zio Baldovino, cui fu riconosciuta «l'impossibilità di regnare», a causa del suo conflitto di coscienza. Ma anche Maria Adelaide, la granduchessa del Lussemburgo che nel 1919 guidò una battaglia politica a difesa delle scuole cattoliche, per poi abdicare e farsi suora carmelitana in Italia. Che tipo era? «Donna molto pervasa dalla sua educazione cattolica e convinta di essere sovrana per grazie di Dio, rivendicava il diritto di interferire negli affari politici». Citazione testuale di 89 anni dopo, dal sito Internet del governo Juncker. Luigi Offeddu loffeddu@rcs.it Granduca Henri, granduca del Lussemburgo. è la prima volta nel piccolo Stato che un sovrano si oppone a una legge

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gesù, il ribelle che cambia il mondo - orazio la rocca roma (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 04-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 45 - Cultura Dialogo alla Luiss tra Eugenio Scalfari e il cardinale Achille Silvestrini Gesù, il ribelle che cambia il mondo Il fondatore di "Repubblica" racconta il suo grande interesse per una figura che con l´insegnamento evangelico è stata capace di difendere gli ultimi ORAZIO LA ROCCA ROMA è un «terreno comune» su cui credenti e non credenti, laici e cattolici, «possono incontrarsi, dialogare» persino «collaborare»: è la predicazione evangelica di Gesù di Nazareth, il Figlio dell´Uomo che condanna le ingiustizie, difende gli ultimi, dà speranza agli oppressi. L´affermazione arriva dal fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ospite ieri sera dell´università Luiss «Guido Carli». Scalfari - in un´aula magna gremita di studenti - confessa di essere da sempre «profondamente colpito e innamorato della figura di Gesù e delle sue predicazioni evangeliche, pur non credendo nell´Assoluto». Parole apprezzate, in modo particolare, da un interlocutore molto interessato, invitato anche lui al workshop della Luiss, Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione delle Chiese Orientali, che fu, tra l´altro, stretto collaboratore del padre dell´Ostpolitik vaticana, il cardinale Agostino Casaroli. Entrambi - Scalfari e Silvestrini - raccontano le varie fasi storiche che a loro parere hanno caratterizzato i più significativi «cambiamenti» del secolo scorso, partendo da posizioni ed esperienze diverse («Io e l´amico Eugenio abbiamo vissuto due vite parallele, ma ci siamo sempre rispettati», osserva il cardinale). Ma è Scalfari che prende quasi in contropiede il porporato confessando il suo «amore» per Gesù, visto «non come il Cristo figlio di Dio», ma come figura umana capace col suo insegnamento evangelico di contribuire al cambiamento della società anche dopo duemila anni. Il confronto - coordinato dal rettore della Luiss Massimo Egidi - parte con l´intervento di Silvestrini che traccia le più significative tappe che hanno caratterizzato «le svolte ed i cambiamenti» degli ultimi cento anni. Il porporato inizia col ricordo del regime fascista, «autoritario e privo di libertà», al quale seguirono «gli anni della guerra, dei bombardamenti, della distruzione e della Resistenza». Anni «duri e terribili», ai quali fece seguito un nuovo cambiamento con «la nascita della Repubblica, della Costituente e l´avvento delle prime elezioni democratiche». Ma sinonimo di mutamento per il cardinale furono anche «le tensioni tra Est e Ovest per la Guerra Fredda» e le grandi attese legate alla rivoluzione giovanile del Sessantotto, «che ben presto si sarebbe rivelata solo utopia, piena di illusioni, dalle quali sarebbero scaturite anche violenza e terrorismo». Non dimentica, il cardinale Silvestrini, di sottolineare «i cambiamenti avvenuti nel mondo cattolico a partire da papa Giovanni XXIII», un papa illuminato che «col Concilio Vaticano II ha trasformato la Chiesa aprendola alla società e al mondo contemporaneo». Tra i documenti ecclesiali che hanno contribuito al cambiamento, il porporato cita le encicliche Pacem in terris di Giovanni XXIII e la Populorum progressio di Paolo VI. L´analisi dei mutamenti storici fatta da Scalfari ha, invece, come chiave di lettura costante «il concetto di bene comune» che caratterizza le varie opzioni politiche e sociali emerse «a partire dai moti socialisti della fine dell´Ottocento, passando per il ventennio fascista, fino ai giorni nostri». Sul Sessantotto, Scalfari traccia un giudizio diverso: «Fu un movimento internazionale di cambiamento sollecitato da opzioni a favore della pace, della liberazione sessuale, del movimento femminista. Peccato - aggiunge il fondatore di Repubblica - che non ebbe un seguito all´altezza delle premesse, perché alcuni dei contestatori scelsero la violenza, altri oggi hanno fatto scelte opposte e alcuni di essi dirigono giornali e televisioni, e si spingono persino a rimproverare le giuste rimostranze degli studenti, ieri della Pantera e oggi dell´Onda». Scalfari termina citando, in maniera ammirata, l´ultimo libro del cardinale Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme. «L´ho letto tre volte - confessa - e ogni volta vi ho trovato qualche cosa di interessante. Come ad esempio, quella frase del capitolo introduttivo in cui Martini ricorda che i giovani lottano uniti contro le ingiustizie e vogliono imparare l´amore. è una sottolineatura che unisce credenti e non credenti, in quella grande visione che è il bene comune a cui ogni persona di buon senso non può non aspirare».

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Bioetica, laicismo ed Europa (sezione: Laici e chierici)

( da "EUROPA ON-LINE" del 05-12-2008)

Argomenti: Laicita'

LIB Bioetica, laicismo ed Europa FEDERICO ORLANDO «Sei anni dopo l?editto bulgaro contro Biagi Santoro e Luttazzi è arrivato anche l?editto albanese contro i direttori di giornali. Il Cavaliere ha regalato un altro esempio del suo personalissimo modo di essere uno ?statista liberale?», scrive Massimo Giannini su la Repubblica. E i liberali del Pd (anzi liberal, visto che riuniscono democratici di varie ascendenze) cosa fanno? La domanda nasce spontanea, quei liberal (Zanone, Enzo Bianco, Fiorella Costoris, Bassanini e molti altri), si sono riuniti lunedì a Milano ancora con l?intento di dare qualche contenuto liberal al Pd, dove lo sperato incontro fra le tre culture ? liberale, socialista e cattolico democratica ? finora non c?è stato. Per questo motivo ? dice Zanone, ricordando un suo incontro proprio in via Bigli con quel grande ?dissimulatore? che era Eugenio Montale ? non possiamo dir bene del Pd. Per dissimulare occorrerebbe infatti un?eleganza intellettuale che il poeta aveva, tantissima, e noi non abbiamo. In compenso, possiamo dire che finalmente i liberal recuperano il ?laicismo? e non si attardano nella ?sana laicità? che chiedono i nemici dello stato laico per non farne nulla. Il laicismo porterà i liberal Pd per un verso a contrapporsi a tutte le recenti posizione vaticane (ultime, i no a depenalizzare il ?reato? di omosessualità e alla convenzione sui disabili che non contiene esplicitamente il divieto di aborto); per un altro verso, a firmare in blocco il manifesto di Ignazio Marino sul testamento biologico, per dare battaglia a fondo almeno su uno dei tanti problemi etici aperti e che non saranno risolti dall?asse Bagnasco-Roccella. Le altre due proposizioni operative discusse a Milano riguardano: 1) la legge elettorale europea, perché si faccia almeno coincidere il collegio con la regione, altrimenti quelle piccole resteranno ancora prive di un rappresentante; 2) i lib a Strasburgo non s?iscriveranno al gruppo del Pse, ma proporranno la costituzione di un gruppo europeista. Se non ci si arriva, i liberali andranno coi liberali, i socialisti coi socialisti. «Non c?è bisogno di essere grandi per fare qualcosa», scrive sul Riformista Alessandro Calvi, spiegando che, nell?imbarazzo di Pd e Pdl, hanno pensato i ?piccoli? (radicali e Udc) a presentare proposte di legge che separano testamento biologico e eutanasia e mettono fine ai volontari equivoci fra le due cose, alimentati dagli adoratori di idola. «La parola ora torna ai grandi ? conclude Calvi ?, sempreché abbiano qualcosa da dire». Con le decisioni milanesi dei lib, i «piccoli diventano almeno tre». E forse questo può aiutare i rispettivi carrozzoni a muoversi.

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Illuminazione per i campanili (sezione: Laici e chierici)

( da "Stampa, La" del 05-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Giaveno Illuminazione per i campanili Sempre sul fronte della valorizzazione delle borgate, il Comune si prepara a varare un piano di illuminazione di alcuni campanili storici. Un progetto complessivo dal valore di 28 mila euro. Si parte con il rione San Sebastiano, si prosegue con la borgata Maddelena per concludere, entro la prima metà del prossimo anno, con il celebre santuario di Selvaggio, sempre più meta del turismo religioso. Il parcheggio retrostante l'edificio di culto verrà anche asfaltato.

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i laici portavoce dei "poveri cristi" - marcello benfante (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 05-12-2008)

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Pagina XVII - Palermo L´editore Carocci pubblica l´epistolario tra Danilo Dolci e Aldo Capitini I LAICI PORTAVOCE DEI "POVERI CRISTI" L´amicizia tra i due apostoli della non violenza nacque sulla scia di un bambino siciliano morto di stenti Seguirono circa 300 lettere MARCELLO BENFANTE S u iniziativa della "Fondazione Centro Studi Aldo Capitini" e per i tipi dell´editore Carocci esce un prezioso volume che raccoglie la corrispondenza tra due grandi rappresentanti del pensiero nonviolento italiano: Aldo Capitini e Danilo Dolci. L´epistolario, intitolato semplicemente "Lettere 1952-1968", a cura di Giuseppe Barone, cui si deve la compilazione delle note, e Sandro Mazzi, che si è invece occupato della trascrizione dei testi, è costituito da un corpus eterogeneo di 298 missive, per lo più manoscritte, la gran parte di Dolci, più raramente (ma assai dense e forti) di Capitini e in pochi casi di altri. Alle lettere e ai telegrammi che raccontano la storia di un´intensa comunione di pensiero si aggiungono infatti materiali eterocliti, tutti di estrema pregnanza, quali documenti, volantini, comunicazioni operative, indicazioni bibliografiche. In questo scambio di esperienze e opinioni vediamo perciò emergere in un chiaro profilo non solo un appassionato dialogo intellettuale e morale, ma anche la testimonianza di un lavoro quotidiano indefettibile e una tessitura organizzativa costituita da una salda rete, sebbene minoritaria, di rapporti tra uomini di buona volontà impegnati a sostenere la causa degli ultimi, della pace, della libertà e della democrazia. Nella corrispondenza può scorgersi senz´altro un primato teorico. Ma tanto Dolci che Capitini fanno appello a un sapere eticamente contrassegnato che è sempre anche una prassi sociale e politica, un dover fare. E pertanto, paradossalmente, il loro utopismo si coniuga a un alacre pragmatismo, a una incisiva capacità di intervenire sul corso degli avvenimenti, sul tessuto economico e civile, perfino sulle dinamiche istituzionali. A ripercorrere questi 16 anni di scambi di consigli, giudizi, raccomandazioni (inviti alla prudenza), preoccupazioni (sulla salute), si evince infatti il peculiare realismo profetico di Capitini e Dolci, la loro attitudine a mantenere alta la tensione palingenetica senza peraltro perdere di vista l´hic et nunc, le considerazioni tattiche, il piano orizzontale della storia e dei conflitti economici. Nasce per caso, in un drammatico frangente, l´incontro tra i due, come ricostruiscono bene i curatori del volume. In seguito alla morte per denutrizione di un bambino a Trappeto, nell´ottobre del 1952, Dolci inizia un disperato sciopero della fame, cercando di attirare l´attenzione dell´opinione pubblica su una Sicilia quasi preistorica in cui braccianti e pescatori soffrono privazioni disumane. è una scelta istintiva. Non un ricatto emotivo, ma un´adesione totale alla condizione di quei poverissimi "banditi" dal consorzio civile e condannati a morire di inedia. Non la sterile lezione di un intellettuale, bensì un fecondo autoapprendimento di cui il popolo derelitto, con la sua muta sofferenza, era stato il maieuta: «Non c´era un ragionamento preciso, non avevo letto Gandhi, sapevo solo che non potevo accettare che esistesse un paese senza fognature, senza strade (...) Imparai che, a certe condizioni, il digiuno poteva diventare una forza». Il gesto di Dolci cade quasi in un perfetto silenzio. Ma da Perugia gli giunge una lettera. è di Capitini, che lo prega di sospendere il digiuno e di continuare la sua battaglia con i mezzi dell´informazione. L´invito è autorevole. Nessun altro poteva aderire all´iniziativa, con il cuore e con la ragione, e al tempo stesso indicare la necessità di uno sviluppo politico che dall´eroismo individuale si orientasse verso una presa di coscienza collettiva. Si capisce allora come da subito il sodalizio si presenti sotto una luce intellettuale e amicale; una collaborazione sostenuta da un comune sentire. E il rapporto diventa una stimolazione reciproca a trasformare il pensiero in azione. Come ha scritto Dolci, ricordando quella insperata lettera giunta da Perugia: «Dopo di allora, finché ho vissuto, non c´è stata decisione di fondo, che non sia stata verificata anche con lui». Naturalmente, Capitini, più vecchio di 25 anni e più incline alla riflessione teoretica, assume da subito un ruolo magistrale nei confronti dell´irruente Dolci. Riferendosi a "Religione aperta", uno scritto del 1955 del pensatore umbro, Dolci afferma con candore di discepolo: «è tanto sostanzioso che preferisco leggerlo lentamente: mi è sempre illuminante e nutriente». Non si pensi tuttavia a un rapporto tutto pedagogico e unilaterale. Dolci, in una proficua emulazione, assorbe e rielabora. Soprattutto adatta alla situazione specifica siciliana idee ostiche, in un contesto refrattario, per le sue stesse caratteristiche storiche di deprivazione sociale, a un messaggio di cooperazione solidale. Ma in verità, il pensiero rivoluzionario di Capitini e Dolci trova ben pochi interlocutori in tutta Italia. «Dalle Università, dalle Accademie, dai Senatori, dai Deputati, da tutte le autorità nessuna risposta: pare il paese dei morti», scrive sconfortato Capitini, non senza un´amara ironia. Eppure, seguendo l´asse della laboriosa corrispondenza e delle loro interrelazioni vediamo coagularsi la parte più viva e sana della nazione: il meglio del socialismo, del liberalismo e del cattolicesimo, da Bobbio a Calamandrei, da Levi a Silone, per citare solo alcuni tra i più fulgidi protagonisti del dibattuto intellettuale, in un fervido concorso di intenti. Visto dal deserto attuale, quel "paese di morti" ci sembra una vitalissima officina di cultura libertaria e anticonformista, di vero laicismo e di costruttivo dissenso. Né può dirsi che l´azione e l´esempio di Dolci e Capitini non abbiano avuto anche una vasta eco internazionale: si pensi all´apporto di grandi personalità come Bertrand Russell e Aldous Huxley o alla nascita di comitati collegati all´esperienza siciliana del "Borgo di Dio" in tutto il mondo. Possiamo dunque tracciare una sorta di controstoria d´Italia seguendo l´itinerario di queste lettere: un racconto, "altro" da quello ufficiale, delle sue travagliate conquiste civili, a partire da quella del diritto all´acqua, in cui si delinea una terza via (purtroppo non praticata sufficientemente dalle forze riformiste, nell´epoca in cui la parola riformismo aveva ancora un senso progressista) dell´opposizione nonviolenta, di una democrazia partecipativa ispirata al pensiero di Simone Weil, di un´auto-organizzazione delle masse in grado di sfuggire al controllo autoritario di partiti. Pur nella sua arcaica arretratezza, quella Sicilia di Dolci era ancora un luogo della speranza. Come scrisse Capitini, «dal lavoro dei centri di India e di Sicilia viene un´aria fresca e vivificante, di mattino». Non vorremmo dire che troppo presto è calata la sera.

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i vari modi di dirsi cristiani - roma (sezione: Laici e chierici)

( da "Repubblica, La" del 05-12-2008)

Argomenti: Laicita'

Pagina 46 - Cultura Massimo D´Alema e il cardinal Ruini presentano il libro di Marcello Pera i Vari modi di dirsi cristiani ROMA «Sì al dialogo interreligioso, ma solo sul piano culturale, senza confusioni dogmatiche e senza perdere la propria identità cristiana. Attenzione comunque al fondamentalismo islamico». «Nessuno nega l´importanza del cristianesimo, ma uno Stato laico non può ignorare le altre religioni e nemmeno confondere il fondamentalismo con l´islam, religione storicamente tollerante». Botta e risposta sulla religione oggi, tra il cardinale Camillo Ruini, ex presidente Cei e vicario emerito del Papa, e l´ex premier Massimo D´Alema, uno degli ultimi "autentici" comunisti, come lui stesso si è definito nei giorni scorsi. I due presentano il nuovo libro dell´ex presidente del Senato Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori), ieri sera, nella sala Angiolillo di palazzo Wedeking a Roma davanti a un folto pubblico composto da vescovi, cardinali, politici e intellettuali. In prima fila, il segretario di Benedetto XVI, monsignor Georg Ganswein, tra i più attenti al dibattito perché molto incentrato sulla lettera del Papa che fa da autorevole introduzione al libro. Ruini non a caso lo rammenta, quando - nel sintetizzare i contenuti del volume - parla di dialogo interreligioso, di identità, di relativismo e della necessità di «evitare che il cristianesimo sia cancellato dalle nostre radici». «Condivido anch´io che presentare la religione come fatto privato - gli fa eco D´Alema - è una concezione povera e insostenibile in una società come la nostra, dove il cristianesimo ha avuto un ruolo così importante. Il Paese ha bisogno dei cristiani, ma senza essere teocratico». Da qui la sottolineatura di D´Alema che «una moderna laica democrazia, pur riconoscendo il ruolo storico del cattolicesimo, deve favorire l´interculturalismo e i diritti dei seguaci di altre religioni, anche di chi non crede». E come esempio, legge un breve passo dell´ultimo libro di Barak Obama, La mia fede, dove il presidente eletto Usa ricorda, «da cristiano», che «gli Stati Uniti sono formati da cattolici, cristiani, ebrei, buddisti, islamici, atei». Quasi un piccolo colpo di teatro al quale Pera - nel ribadire da «liberale l´importanza della difesa della identità cristiana in Italia e in Europa» - replica con una battuta: «Sono contento che citi Obama, vuol dire che hai fatto pace con Walter Veltroni».

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