Argomenti: Laicita'>
Abstract: il grande leader laico che ha cambiato la storia del
Paese e di tutta la regione. Un leader indiscusso, che un tempo il futuro
presidente del partito islamico moderato della Giustizia e dello Sviluppo (Akp)
non esitava a criticare. Ma ora, con la consapevolezza delle responsabilità,
sembra a volte chiederne silenziosamente i consigli.
Turchia
( da "Corriere della Sera" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Corriere
della Sera sezione: Primo Piano data: 07/07/2009 - pag: 9 Scrittore Condannato
nel 1996 per critiche al governo Fondatore Il padre della Repubblica turca
laica Nobel Ha vinto il premio per la letteratura nel 2006 La nuova Turchia
Yashar Kemal Orhan Pamuk Mustafa Atatürk 9 Primo Piano Corriere della Sera
Martedì 7 Luglio 2009
(
da "Corriere della Sera" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
18 Padre
Andres Tamayo Con i manifestanti «Le gerarchie cattoliche schierate con i
potenti» TEGUCIGALPA «Chi conosce questo popolo non può riconoscersi nelle
parole del cardinale Maradiaga». Padre Andres Tamayo, ambientalista, è tra i
leader delle proteste contro il golpe. Respinto dalla polizia, è riuscito ad
arrivare a Tegucigalpa dalla sua città, Salama,
Omaggio
a Ghislanzoni, scapigliato trasgressivo
( da "Corriere della Sera" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
affiancati
da Giuseppe Farinelli (docente all'Università Cattolica), faranno vibrare le
corde del poeta, spirito libero e trasgressivo; due qualità di cui oggi
sentiamo più che mai la mancanza. (Livia Grossi) LA FUCINA GHISLANZONI, via
Senato 14, ore 21, ingresso libero con prenotazione obbligatoria tel.
ROMA
- A palazzo Chigi ieri l'affondo di monsignor Crociata è passato q...
( da "Messaggero, Il" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
associazionismo
cattolico a chiedere conto alle gerarchie di quella che per alcuni è una
fedeltà troppo incondizionata della Chiesa al polo di centrodestra. Si avverte
anche stavolta la voglia di una parte di mondo ecclesiale di prendere le
distanze da coloro che, a cominciare da monsignor Camillo Ruini, hanno sempre
dato un appoggio incondizionato al Berlusconi-
CITTA'
DEL VATICANO - La Cei spezza una lancia a favore della proposta del ministro
Carlo Giova... ( da "Messaggero, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Ad
intervenire è stato monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina,
assistente ecclesiastico dell'Azione Cattolica, oltre che segretario della
Commissione episcopale per le Migrazioni. «Noi vescovi non vogliamo stare ne'
da una parte ne' dall'altra, vorremmo andare al di là della contrapposizione
politica per riflettere sul bene della persona.
Caro
Gervaso, una delle figure della nostra nazione che più mi hanno affascinato
qua... ( da "Messaggero, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
fu un
patriota da elevare agli altari laici. Per altri, un capobanda pittoresco e
sanguigno, un mix di Don Chischiotte, Giovanni dalle Bende nere, Buffalo Bill.
Un avventuriero onesto che amava il rischio, l'azzardo, lo scontro, un uomo con
poche idee, ma confuse, non sempre cosciente di quello che faceva, mosso
dall'azione in sé purché nobile e temeraria.
Dopo
il rito cattolico canterà Andrea Bocelli, quindi parola all'Imam
( da "Stampa, La" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
LA
CERIMONIA LA COMMOZIONE Dopo il rito cattolico canterà Andrea Bocelli, quindi
parola all'Imam Una donna piange la figlia e i nipotini Intorno piangono tutti
Il
Vaticano "ritocca" le perdite del 2008
( da "Stampa, La" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
1558 laici
e 277 laiche e quest'anno ha sostenuto costi sostenuti costi «rilevanti» per la
sicurezza all'interno del Vaticano e infrastruttura di comunicazione. Nel 2007
c'era stato invece un risultato positivo di 6,7 milioni di euro, in diminuzione
rispetto al 2006 che si era concluso con un avanzo di oltre 21 milioni di euro.
Ecco
i numeri uno del Classico sogni, speranze e voglia di ferie
( da "Stampa, La" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Io alla
Cattolica di Milano e Giacomo invece a Pavia. Non voglio però fermarmi alla
carriera di avvocato ma intraprendere quella diplomatica». Anche i compagni dei
quattro ragazzi adesso potranno godersi le tanto sospirato vacanze, ecco
l'elenco degli altri «maturi»: Elisa Actis Giorgetto, Eleonora Badano, Andrea
Barbera Audis,
SCACCHI
Partita giocata nel Campionato giapponese 2009. La partita è proseguita con la
sempl... ( da "Stampa, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laiche,
latice, lavico, recita, ricche, rivali, taglia, taglie, talché, talchi, triali,
vaglia, valico, vitali; 5 lettere: abaco, abate, abati, abili, alate, alati,
alche, alice, alite, avite, bachi, bagli, baite, balia, balie, bilia, bilie,
calia, calie, certa, certi, chili, coche, ehilà, etico, etili,
Marino
non è laicista. Ma è un candidato rischioso
( da "EUROPA ON-LINE" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
dialogo
laici-cattolici, come Marino, e Dorina Bianchi, senatrice cattolica che spesso
aveva sostenuto posizioni di coscienza diverse dall'orientamento prevalente. Ma
Marino aveva lasciato quella presidenza di sua volontà, preferendo guidare
un'altra commissione sulla riforma del sistema sanitario nazionale: non è una
vittima e non è mai stato discriminato nel Pd per le sue idee.
Non
tutto è mercato. Ecco l'Enciclia di B-XVI
( da "Foglio, Il" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
XVI 85
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407; cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus
annus, 25: l.c., 822-824. 86 Cfr n. 17: AAS 99 (2007), 1000. 87 Cfr ibid., 23:
l.c., 1004-1005. 88
Sant?Agostino espone in modo dettagliato questo insegnamento nel dialogo sul
libero arbitrio (De libero arbitrio II 3,8,27 sgg.
La
voce della Cei È un libertino ( da "Manifesto, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Vaticano
quando guarda alla sponda laica del Tevere. Il discorso di Crociata è
proseguito sullo stesso tono a lungo. E vale la pena di leggere tutti i
passaggi di attacco: «Nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia
gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati, soprattutto quando
sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio»
Noi
cattolici, muti per paura Il Pd rischiava il moralismo
( da "Manifesto, Il" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
come da
parte di altri dirigenti cattolici, c'è stata la preoccupazione di non farne
una questione solo dei cattolici. Ma abbiamo sbagliato. Apprezzo il giudizio di
D'Alema. Si deve esprimere un giudizio laico sull'indecenza dei comportamenti
di uomini pubblici, che finiscono per fare costume, per creare un modello
culturale.
Non
tutto è mercato. L'Enciclia di B-XVI
( da "Foglio, Il" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
XVI 85
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407; cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus
annus, 25: l.c., 822-824. 86 Cfr n. 17: AAS 99 (2007), 1000. 87 Cfr ibid., 23:
l.c., 1004-1005. 88
Sant?Agostino espone in modo dettagliato questo insegnamento nel dialogo sul
libero arbitrio (De libero arbitrio II 3,8,27 sgg.
LA
FACCIA E IL CUORE DELLA CITTÀ ( da "Stampa, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
E' mai
possibile che in una città come Torino, culla dell'etica laica e dei santi
sociali, non si riescano a riunire intorno a un tavolo i protagonisti della
politica, del volontariato, dell'industria, dell'esercito, della cultura e
della religione, per risolvere una questione numericamente così poco rilevante?
Pochi
iscritti, chiude il gruppo ViviMoncalvo
( da "Stampa, La" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
universitario
di marketing alla Cattolica di Milano, si «plaudono gli sforzi e le iniziative
intraprese» dall'associazione concorrente. ViviMoncalvo, costituita lo scorso
settembre, ebbe sin dagli inizi una vita movimentata che portò alle dimissioni
del presidente designato prima che questi diventasse operativo (l'insegnante
Tiziano Brunoro) e di quello che gli subentrò per qualche mese,
i
comportamenti dei politici e il giudizio della chiesa - nadia urbinati
( da "Repubblica, La" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
tergiversare
dei laici é arrivata infine la scure della Conferenza Episcopale Italiana che
per bocca del suo Segretario generale ha in un colpo solo liquidato qualche
secolo di arte liberale della distinzione per dire quello che molti italiani in
cuor loro pensano: che il nostro Presidente del consiglio é un immorale e il
suo comportamento non può essere rubricato come affare privato.
Con
xinjiang e tibetun quarto della cinaè a rischio secessione
( da "Secolo XIX, Il" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
attività
del separatismo laico, rivolto verso gli Stati Uniti, com'era avvenuto in
Kosovo. Lo scenario uighuro prevede altre opzioni, come quella pan-turca,
estesa da Cipro allo Xinjiang. Questo scenario non è stato abbandonato da
Ankara, nonostante il suo pantagruelismo utopico, perché offre alla Turchia un
profilo di potenza e un'alternativa rispetto al processo di integrazione con l'
l'arcivescovo
e l'imam pregano "un dio unico"
( da "Repubblica, La" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Cattolici
e musulmani dentro lo stadio dei Pini pregano insieme un «Dio unico». I
bagliori del fuoco di lunedì notte a Viareggio sono sembrati «il visibile di un
non-senso, di un negativo assoluto che tutto fagocita e tutto distrugge,
alimentato certamente non solo dal caso e dalla fatalità?
"potranno
sempre beneficiare della norma sul rientro dei capitali" - sara scheggia
( da "Repubblica, La" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Le
verifiche da Palazzo d´Accursio sono in corso, e sarà utile controllare anche
quanti cercheranno di beneficiare dei "condoni" dello scudo fiscale.
Tomassoli, comunque, la risolve in maniera semplice: «Spesso è una mancanza di
controlli: chi non è in regola deve pagare. Del resto io Valentino Rossi lo
vedevo sempre a Cattolica...».
lo
giudice in pole per guidare il gruppo pd
( da "Repubblica, La" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
ala
cattolica gli ex Ds vogliono anche l´importante carica. Natali chiede una
commissione Lo Giudice in pole per guidare il gruppo Pd All´esponente Arcigay
il compito di rappresentare pure i consiglieri moderati Un capogruppo eletto
con l´avvertenza di «distinguere le idee sue da quelle del gruppo più ampio che
rappresenta».
Sanità,
gratis gli ormoni per aiutare i transessuali
( da "Secolo XIX, Il" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
«Sono
state trattate 30 persone e la spesa complessiva è stata di 4 mila euro»
aggiunge Morelli. Al di là dell'Udc e di alcuni consiglieri di centrodestra che
da mesi contestano l'impianto della legge, anche nel Pd - dove convivono
cattolici e laici - non è stato facile far quadrare il cerchio.
Omaggio
alla pop art di Schifanoalla Galleria "Off" di Albissola
( da "Secolo XIX, Il" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
07/2009
TACCUINO Oggi, mercoledì 8 luglio, la chiesa Cattolica festeggia
S.AdrianoVeronica. Domani, giovedì, ricorda S. Veronica. Il segno zodiacale è
quello del Cancro. La fase lunare è in Luna Piena. FARMACIE A Savona (orario
continuato 8.30-19.30) sono di turno le farmacie: Farina (Centro) via Pietro
Giuria 15-r tel.
Consiglio
a sinistra leggetevi il Papa ( da "Riformista, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Poi
fermarsi a riflettere su se stessi, su quello che i partiti di sinistra, di
centrosinistra, laici e cattolici hanno detto e fatto negli ultimi anni sul
lavoro e sui lavoratori. E, quindi, trarne le conclusioni. Io l'ho fatto. La
conclusione che ne ho tratto è molto semplice. segue a pagina 15 di Ritanna
Armeni 08/07/2009
Dottrina
sociale e difesa dell'umano ( da "Riformista, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
le mille
sfumature che differenziano la grande e multiforme famiglia cattolica,
comprimendole in due sfere separate: l'etica del sociale e l'etica della vita.
Lo schema segue le grandi semplificazioni generalizzanti, come la distinzione
tra laici e cattolici, destra e sinistra; in questo caso, o si privilegia la
difesa della vita, e si sta più a proprio agio con il centrodestra,
Bersani:
vinco io regole certe per il Pd Chiamparino apre a Marino
( da "Unita, L'" del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
E la
laicità? «Su questo abbiamo perso un botto di voti, ora servono posizioni
chiare, senza fratture laici-cattolici. Le coppie di fatto vanno regolate. Ma
non sono assimilabili al matrimonio per gli omosessuali. E non sono d'accordo
sulle adozioni per le coppie gay».
Senatore
Pd, sposato e padre di 7 figli. Cattolico, già presidente della Fuci,
giornalista. Co... ( da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Senatore
Pd, sposato e padre di 7 figli. Cattolico, già presidente della Fuci,
giornalista. Consigliere di Veltroni, che nel '99 lo chiamò alla segreteria
nazionale dei Ds e che lo ha voluto con sè nell'esperienza di segretario Pd.
GIORGIO TONINI 50 ANNI SENATORE PD
La
laicità è un patrimonio di tutto il Pd, uno dei punti chiave del nostro
manifesto dei v... ( da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
sul
testamento biologico il gruppo Pd in Senato è stato compatto, con solo 4 voti
in dissenso». Pensa che la vostra mozione appaia come quella meno laica? «Se
per laica si intende polemica verso il mondo cattolico allora è vero. Ma
Franceschini ha avuto parole chiarissime sulla laicità, gli "esami"
li ha già superati tutti con profitto».
È
il principio che deve ispirare la cultura, le scelte, l'intera visione politica
di un pa... ( da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
ragion di
stato" è sufficiente per venir meno». Ritrova queste sue stesse
convinzioni in Bersani? «Nessuno ha l'esclusiva della laicità. Ma certo
Bersani, nelle sue parole all'Ambra Jovinelli, l'ha collocata come una bussola
per interpretare il mondo. Non è importante quante volte la nomini, è
importante che la ritenga essenziale,
.
Nel Pd volano pietre ( da "Corriere della Sera"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
ex
popolari come Pierluigi Castagnetti, dicono che vuole solo «spostare (verso il
laicismo, ndr) l'asse culturale del Pd». L'asse per la verità non si è ancora
vista, o meglio ce ne sono svariate. Anche per questo si litiga (e i fans di
Serracchiani su Facebook si consolano scrivendo che «simpatia», vuol dire
«patire insieme»;
Walesa
contro Madonna (
da "Corriere della Sera" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
è stata
una «provocazione satanica » prevedere la tappa polacca dello Sticky &
Sweet Tour nel giorno in cui i cattolici osservanti vanno in pellegrinaggio al
santuario di Jasna Góra dov'è custodita l'immagine della Madonna di
Czestochowa. «Indosso il suo ritratto ha detto Walesa alla Reuters riferendosi
alla madre di Gesù ,
CATTOLICESIMO
E CAPITALISMO, CRISI DI UN IDILLIO
( da "Manifesto, Il" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
dal ruolo
dello stato ai problemi dell'ambiente e della globalizzazione. Senza
dimenticare alcuni aspetti e alcune questioni che fanno parte essenziale del
magistero cattolico, come le questioni legate al sesso e alla crescita
democratica. Un panorama vasto e complesso, che rischia inevitabilmente la
genericità.
Stiljagi
, quando le ronde comuniste tagliavano i capelli agli scatenati rockers
( da "Manifesto, Il" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
religiosa
dei santi Cirillo e Metodio e quella laica istituita più recentemente per Jan
Hus, il riformatore e fustigatore della scarsa moralità cattolica, diventato
simbolo dell'unità nazionale. Il festival, tra quelli che si fregiano della
serie A come Cannes e Venezia, ha resistito alla crisi internazionale
mantenendo il supporto dei suoi sponsor e del ministero della cultura.
,
quando le ronde comuniste tagliavano i capelli agli scatenati rockers
( da "Manifesto, Il" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
religiosa
dei santi Cirillo e Metodio e quella laica istituita più recentemente per Jan
Hus, il riformatore e fustigatore della scarsa moralità cattolica, diventato
simbolo dell'unità nazionale. Il festival, tra quelli che si fregiano della
serie A come Cannes e Venezia, ha resistito alla crisi internazionale
mantenendo il supporto dei suoi sponsor e del ministero della cultura.
ELISA
PINNA Città del Vaticano. Alla vigilia del G8, il Papa esorta a creare una vera
... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Dopo la
«Deus Caritas est» del 25 novembre 2005 e la «Spe Salvi» del 30 novembre del
2007, adesso tocca alla terza enciclica di Ratzinger avviare una nuova
riflessione tra i vescovi, i sacerdoti, i laici cattolici e «tutti gli uomini
di buona volontà» a cui è indirizzata.
SEGUE
DALLA PRIMA PAGINA DOMENICO ROSATI È con l'intreccio di questi due fili che vi...
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del
08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
discreta
rivalutazione del ruolo dello Stato corregge certe frequentazioni decisamente
«anti» manifestatesi, anche in campo cattolico, sulla scia di elaborazioni
americane? Ed in qual modo una configurazione così compatta dell'etica
cattolica si presta al pur necessario confronto in una società globale e
pluralistica, partendo - per citare Barak Obama - «dal pregiudizio che anche l'
Il
fatto che l'ex segretario dei Ds, Fassino, oggi faccia il coordinatore della
corrente di Fra... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
in
un'intervista apparsa ieri sul Riformista, accusi il cattolico Ignazio Marino
di essere non laico, ma «laicista». Cioè una degenerazione della laicità.
Marino è un grande chirurgo dei trapianti. Ma è difficile che possa trapiantare
il seme della coerenza e del coraggio politico ai tanti Fassino del Pd.
Lo
specchio più fedele di ciò che i tre arrestati riuscivano a ottenere nell'ambito
d... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
La
Cattolica» di Gaetano Uccello. Uno dei suoi dipendenti si accorge però che la
salma è destinata alla tumulazione nel cimitero di Marano, e a quel punto
contatta l'agenzia Cesarano, «cui riferisce di aver già provveduto - "per
errore" a far riporre il cadavere nella bara della ditta napoletana,
cercando tuttavia di di concordare le modalità di restituzione del feretro»
La
guerra è finita. O no? ( da "Foglio, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
laico, nel
senso in cui lo intendo io dacché mio padre me lo spiegò quando ero
quattordicenne: una persona in grado di cercare e cogliere il pezzo di verità
che c?è anche negli individui più lontani da lui. D?Alema è un uomo leale. E,
soprattutto, sa tener conto dei sentimenti della gente, ma non per questo si
lascia frenare se la decisione del momento richiede fermezza e anche
impopolarità.
"E'
tempo di cambiare" L'ottimismo riformista di Benedetto XVI
( da "Foglio, Il" del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
ma
anzitutto parla al mondo cattolico. Il primato della persona è presente
nell?intera Dottrina sociale della chiesa anche se poi i cattolici non sono mai
stati molto coerenti. Penso a tanti banchieri dichiaratamente cattolici”.
(segue dalla prima pagina) Lei li ha descritti, ad esempio in “
Scovati
finalmente gli atei devoti ( da "Foglio, Il"
del 09-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
astensione
sul maltrattamento dell?embrione umano, ogni posizione di principio sulla
libera chiesa nel libero stato. Tanto si sono appoggiati ai principi, come
avrebbe detto un laico serio (Leo Longanesi), che i principi si sono piegati. ©
2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
Saper
parlare al Paeseecco la vera sfida del Pd
( da "Secolo XIX, Il" del
09-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Marino
occhieggia a quell'area giovanilistica e laica che cova in una formazione
politica segnata profondamente dalle tradizioni fondative, comunista e
cattolica. Tutto dentro le mura domestiche, secondo le prevedibili regole della
"casa". Finora la discussione si è tradotta in una autocoscienza
piuttosto ruvida.
Caritas
in veritate. Il testo integrale ( da "Foglio, Il"
del 09-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
PRESBITERI
E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE AI FEDELI LAICI E A TUTTI GLI UOMINI DI
BUONA VOLONTà SULLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE NELLA CARITà E NELLA VERITà
INTRODUZIONE 1. La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone
con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la
principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'
il
cardinale sepe al pascale inaugura la nuova cappella
( da "Repubblica, La" del 10-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
una sanità
che non può fare a meno del fattore spirituale: Dio per i cattolici, lo spirito
per i laici». Nel pomeriggio, una nota polemica. «Il cardinale venga ad
inaugurare al Cardarelli la palazzina Alpi (destinata all´attività intramoenia
dei medici, ndr)», attaccano i consiglieri comunali Franco Verde (Pd),
Salvatore Parisi (Sinistra democratica) e Gaetano Sannino (Pdci),
I
FORI ILLUMINATI I Fori imperiali nella suggestiva illuminazione. Una
passeggiata serale... ( da "Messaggero, Il"
del 10-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Venerdì 10
Luglio 2009 Chiudi I FORI ILLUMINATI I Fori imperiali nella suggestiva
illuminazione. Una passeggiata serale ci condurrà alla scoperta dell'antica
civiltà romana accompagnati dall'affascinante illuminazione dei Fori. Costo 8
euro. Info: 06-85301755. VIAGGIO NEL TEMPO AI MERCATI DI TRAIANO Visite animate
ai mercati di Traiano.
Spina
etica per il Pd, Binetti con Buttiglione contro l'aborto
( da "Unita, L'" del
11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
lei sarebbe
stata lì pronta, col suo filo da torcere. E oggi che, tra una polemica sul fine
vita e un duello in punta lama su laicità e «posizione prevalente», il suo
profilo (toh, la Binetti) ricomincia a stagliarsi sugli assetti del
centrosinistra come ai tempi in cui deteneva al Senato la golden share della
sopravvivenza del governo Prodi,
angeli
che dicono no al crimine organizzato - raffaele sardo
( da "Repubblica, La" del
11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
parla di
esperienze finora ignorate - di associazioni e di personalità del mondo laico e
cattolico, da anni impegnate in prima fila in variegate attività di carattere
sociale e culturale. Esempi memorabili di passione umana e civile, di
ribellione delle coscienze di fronte al dilagare di fenomeni di violenza e di
soprusi della criminalità organizzata.
Laicità
va cercando anche il Pd ( da "Riformista, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
immaginiamo
si possa riaprire il negletto capitolo laicità e si possa discuterne in modo
approfondito evitando gli errori passati. Il primo da evitare è la stucchevole
differenza ormai in voga (l'ultimo a riproporla è stato Piero Fassino) fra
laicità e laicismo. Dove il laicismo è termine negativo e la laicità positivo.
(
da "Corriere della Sera" del
11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
amministrazione
Usa sia aperta alle ragioni cattoliche perché sono ragioni anche laiche ». In
che senso? «È importante che la posizione cattolica sulle questioni etiche non
sia scambiata per una scelta di colore politico. È una preoccupazione per la
difesa della persona umana e della vita: sostenuta da ragioni accessibili a
tutti.
Il
Papa sindacale ( da "Foglio, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
è stata
subito letta con cura, è il “Forum delle persone e delle associazioni di
ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”, formatosi nel febbraio 2009,
promosso dalla Cisl, dalla Compagnia delle opere, dalla Confcooperative, dal
Movimento cristiano dei lavoratori e dalla Confartigianato.
La
carta vincente di Obama è stata l'impegno fuori programma di ridurre il num...
( da "Stampa, La" del
12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
mozione in
Parlamento laici-cattolici contro l'aborto selettivo. Si volta pagina, in
Curia, rispetto alle profezie apocalittiche del cardinale Stafford, che
paragonava al «Getsemani» il futuro dei cattolici nell'era-Obama. Il
presidente, anziché estendere il diritto all'aborto attraverso misure
legislative, ha promesso di diminuire il numero delle interruzioni volontarie
di gravidanza,
La
nostra laicità va d'accordo con la Chiesa Ecco perché
( da "Riformista, Il" del
12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Lo fa da
un punto di vista laico, è un vecchio socialista liberale, ma con toni e
argomenti che denotano un percorso di grande attenzione per le ragioni della
cultura cattolica. L'approdo alla Camera della discussione della legge sul fine
vita e il dibattito su immigrazione, moralità, nuovi modelli di sviluppo,
nonché la pubblicazione dell'enciclica sociale di Benedetto XVI,
Finora
tutti pazzi per Ignazio il nuovo Candidato rivelazione o bolla mediatica?
( da "Riformista, Il" del
12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Si vuole
un candidato cattolico? Eccolo. Si vuole quello laico? Eccolo, sempre lui».
Insomma, è il succo, una costruzione mediatica,una bolla, appunto, che però ha
successo nella opinione pubblica. Ma, avverte la Binetti, c'è un «profilo di
ambiguità nello sviluppo successivo».
Il
bianco e il nero ( da "Foglio, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
identità
cattolica cominciata poco più di un anno fa in occasione del viaggio papale
negli Stati Uniti ed esplosa con forza con l?elezione di Obama, e del suo
messianesimo laico e cristiano, alla Casa Bianca. Da una parte c?è un Papa
“americano”
Sinistra
e libertà la forza necessaria per ricominciare
( da "Manifesto, Il" del
13-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
dimostrare»
allora che ci può essere una forza di sinistra, laica, ambientalista, di
cambiamento e libertaria, che vuole contribuire ad una alleanza di forze
riformiste, laiche e cattoliche, anche moderate, che riconquisti la credibilità
necessaria per far uscire dalla crisi - che la destra aggrava - una Italia
diversa.
E
il terzo candidato rilancia da sarzana
( da "Secolo XIX, Il" del
13-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
il valore
dei laicismo che permea la sua candidatura, il ricambio generazionale che è una
delle istanze al centro del movimento che all'interno del Pd lo sostiene in
competizione con Dario Franceschini e con Pierluigi Bersani. Proprio nel giorno
in cui sè presentato alla Tenuta di Marinella, Beppe Grillo ha annunciato la
volontà di candidarsi alla leadership del Pd.
Testamento
biologico maggioranza divisa ( da "Stampa, La"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
il caso
Iniziativa radicale appoggiata da Englaro e Welby Cattolici e laici
all'ennesimo scontro BEPPE MINELLO Testamento biologico maggioranza divisa
SEGUE DA PAGINA 47
Il
Vaticano blinda la legge sul fine vita
( da "Stampa, La" del
14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
tra laici
e cattolici, c'è il testo anti-eutanasia approvato al Senato, con la
benedizione del Vaticano, preoccupato che, senza una norma, vengano lasciati al
giudizio dei magistrati altri casi Eluana. Il ddl Calabrò, sponsorizzato
dall'ala del Pdl più sensibile alle istanze della Chiesa, è fermo a
Montecitorio dopo che il presidente della Camera Gianfranco Fini lo ha
criticato (
e
venerdì migranti di nuovo in piazza
( da "Repubblica, La" del
14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
in
rappresentanza di associazioni cattoliche e laiche ma anche semplici cittadini:
tutti insieme appassionatamente, a manifestare in maniera pacifica contro
l´applicazione del nuovo "pacchetto sicurezza". "O siamo tutti
uguali davanti alla legge, oppure non lo è più nessuno. O forse la legge non è
più degna di questo nome", recitava uno degli slogan.
QUANDO
Benedetto XVI andò a visitare l'America, definì a quelli che lo accompagna...
( da "Messaggero, Il" del
14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
ha ben
capito su questo punto la diversità americana, di "un Paese laico per
amore della religione". La cordialità dell'incontro tra il Papa e il
presidente Obama, in Vaticano, va compresa in questo contesto, in cui le due
entità istituzionali, Chiesa Cattolica e Stati Uniti d'America, misurano i loro
compiti nel mondo nuovo della globalizzazione.
Sono
convinto che il Casilino 900 sia una vergogna per la città di Roma, e sono c...
( da "Messaggero, Il" del
14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
associazionismo
laico e cattolico, di un quartiere attento e accogliente. Le decisioni, mai
discusse o illustrate al Municipio, di istituire un presidio di vigilanza
armata, a sostituzione di un efficacie servizio di custodia e controllo, e
l'installazione di altri container, vanno contro la volontà del Municipio,
degli attuali residenti del campo e dei cittadini del quartiere»
Era
il divorzio tra libertà di religione e libertà di coscienza, in nome della
ragion di S... ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
di «un
Paese laico per amore della religione». La cordialità del recente incontro tra
il Papa e il Presidente Obama, in Vaticano, va compresa in questo contesto, in
cui le due entità istituzionali, Chiesa Cattolica e Stati Uniti d'America,
misurano i loro compiti nel mondo nuovo della globalizzazione.
Il
coma privato del soldato Ariel Sharon
( da "Riformista, Il" del
15-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
hanno
prodotto in Italia e negli Stati Uniti? E pensare che questo è un Paese in cui
i conflitti tra laici e religiosi sono forti più che mai: negli ultimi giorni,
per fare un esempio, nella capitale ci sono stati scontri violenti tra gruppi
di ultra-ortodossi e la polizia per l'apertura di un grande negozio durante il
Sabato (giornata in cui la religione ebraica prescrive il riposo)
E'
finita l'anarchia etica. Forse ( da "Foglio, Il"
del 15-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
intellettuale
cattolico e un uomo di chiesa, a suo modo, che sa distinguere l?appartenenza
confessionale e il laico lavoro di parlamentare della Repubblica. Per questo lo
cacciarono dalla Commissione di Bruxelles, perché un papista capace di rispettare
la distinzione kantiana tra ciò che è reato e ciò che è peccato fu considerato
pericoloso dai secolaristi più sbracati e intolleranti.
l'aborto
di stato - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica, La" del
16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
La
condanna delle demografie coatte di Stato è conseguente al riconoscimento
dell´autodeterminazione delle singole donne, che è a sua volta l´essenza più
preziosa delle democrazie. Al contrario, posizioni come quella di Buttiglione o
di tanta gerarchia cattolica considerano complementari e detestano allo stesso
modo la libertà di autodeterminazione delle donne e l´
aborto,
sì alla moratoria onu "non si usi per controllare le nascite" - mauro
favale ( da "Repubblica, La"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
eccezione
di Paola Binetti e di una folta pattuglia di cattolici del centrosinistra che
votano a favore del documento di maggioranza. Specularmente, alcuni deputati
del Pdl votano la mozione Pd, sulla quale il governo aveva dato parere
contrario. Eppure non è stata approvata per un solo voto, quello del
dipietrista Gabriele Cimadoro, che ha consentito al governo di non andare
sotto.
S'avvicina
il Formigoni IV ma non è più aria di trionfo
( da "Riformista, Il" del
16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
altro
rimuove dalla Fondazione Policnico un uomo come Tognoli, da sempre vicino
all'area laica di Forza Italia di cui è massimo referente Podestà (anch'egli
impegnato dal punto di vista imprenditoriale nel settore sanitario). Ma, come
rilevano voci in ambienti cattolici, la mossa del Policlinico "vale
doppio" dal punto di vista politico.
Integralisti
per rivedere la legge 40 Aborto, passa la mozione Buttiglione
( da "Unita, L'" del
16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Più
laicamente, di lui si può dire che ha guidato per otto anni complessivi il
Comitato nazionale per la bioetica, che è presidente dell'Unione Giuristi
Cattolici Italiani, che è membro della Pontificia Accademia per la Vita, che è
editorialista di Avvenire.
Luigi
Iscrizioni bloccate in Calabria Sono un giovane calabrese, iscritto al Pd in un
... ( da "Unita, L'"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
Bonati
Liviano Un partito laico Su l'Unità dell'11 luglio ho letto che l'on. Binetti
avrebbe intenzione di candidarsi alla segreteria del Pd per conquistare la
«leadership morale del partito», ossia «valorizzare quei valori cattolici di
cui il Pd ha bisogno». Da quanto mi risulta il Pd è un partito
"laico" di uno Stato "laico",
ROMA
- La Camera ha approvato ieri alcune mozioni che condannano l'uso dell'...
( da "Messaggero, Il" del
16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
La Binetti
ieri ha detto apertamente che lavorerà per cercare di ricostruire una
trasversalità «per la vita», insomma una convergenza tra i cattolici di tutti i
Poli, come accadde per la legge sulla fecondazione assistita. Nel Pdl c'è però
anche chi, come i fedelissimi di Fini, preparano emendamenti di impronta
«laica».
Caro
Gervaso, il severo giudizio sulla corruzione in Italia, ai primi posti in
Europa, espressi da m... ( da "Messaggero, Il"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
o comunque
ne sono stati influenzati, sono meno corrotti, e non da oggi, di quelli
cattolici. La Riforma, voluta da Lutero che, nel 1517, affisse le sue 95 tesi
sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittemberg, fu la conseguenza della
degenerazione, dei misfatti, delle insolenti interferenze della Chiesa romana
su quelle periferiche.
La
vita dopo l'anarchia ( da "Foglio, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
accordo
laici e cattolici, come sottolinea Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera
del Pdl, che sottolinea soprattutto lo spirito “internazionale” del documento
approvato: “Si chiede di non usare l?aborto come forma di controllo delle
nascite, né di usare questa pratica come una sorta di contraccezione
alternativa.
Bersani
sfotticchiato dai blog di area Pd
( da "Foglio, Il" del
17-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Abstract:
L'incontro
tra socialisti, laici e cattolici non ha piu' alibi, deve avvenire sul terreno
che anche la gerarchi Ecclesiastica ha riconosciuto, quello della Pace, della
laicita', della rottura con il moderatismo, quello della autonomia delle
realta' temporali e dunque della politica.
( da "Repubblica, La"
del 02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina IX -
Torino Casting per la successione chi studia da Chiamparino PAOLO GRISERI
Sergio Chiamparino lo ha detto chiaramente mercoledì sera annunciando il suo
ritiro dalla corsa alla segreteria nazionale del Pd: «I prossimi due anni
saranno cruciali e dovranno anche preparare la candidatura del centrosinistra
in Sala Rossa». Un annuncio che è anche un´ammissione implicita: oggi non si
vede chi potrebbe portare sulle spalle il peso dell´amministrazione cittadina
nel caso in cui lo stesso Chiamparino fosse chiamato a Roma da impegni politici
nazionali. Così il ritiro del sindaco dalla corsa per la leadership nazionale
del Pd coincide con l´avvio di una grande operazione di casting, come si
direbbe in tv, per individuare il candidato ideale a succedere a Chiamparino.
In realtà in questi ultimi mesi sono circolati già diversi nomi. Uno dei più
accreditati è quello del rettore del Politecnico, Francesco Profumo. Profumo ha
promosso in questi anni l´insediamento di centri di ricerca e laboratori che
studiano l´innovazione industriale. Guidando il Politecnico si è trovato
naturalmente all´incrocio tra la grande industria e la ricerca avanzata. Un
osservatorio che già all´inizio degli anni 90
servì da trampolino di lancio a Valentino Castellani. Corre da tempo verso la
Sala Rossa (nel senso che da più parti viene indicata come probabile candidata) Evelina
Christillin, già vicepresidente del Toroc di Castellani, una delle protagoniste
di Torino 2006. Oggi guida il Teatro Stabile nella difficile stagione dei tagli
di bilancio dopo i fasti olimpici. Vanta un´ampia rete di rapporti a livello
nazionale, un bene prezioso per evitare uno dei rischi più grandi che corre la
città: l´isolamento. Tra chi non fa politica di professione c´è anche il
professor Domenico Siniscalco, già ministro dell´Economia nel governo
Berlusconi. Siniscalco ha mantenuto in questi anni ottimi rapporti con gran
parte della classe dirigente della città e, nonostante tutto, è considerato un
tecnico. Tra i politici di professione non c´è che l´imbarazzo della scelte. Il
nome più noto è quello di Piero Fassino: l´ex segretario nazionale dei Ds ha
certamente un´ampia rete di conoscenze e una lunga esperienza politica. Forse
troppo lunga, sussurrano i suoi detrattori che vorrebbero un sindaco meno
legato alla lunga e travagliata storia della sinistra torinese. Come Fassino arriva
dal Pci anche Roberto Placido, campione di preferenze da tempo in corsa.
Placido vanta un solido rapporto con gli abitanti dei quartieri popolari, merce
sempre più rara tra gli eredi della sinistra operaia della città. Corre anche
il diretto superiore di Placido in Consiglio Regionale, Davide Gariglio, uno
dei leader dei popolari piemontesi, non sempre in linea con Gianfranco Morgando
ma certamente radicato nel mondo cattolico della città. Da
qualche tempo sembra declinare invece l´astro di Paolo Peveraro, vicepresidente
della Giunta Regionale, già liberale oggi approdato alla corrente rutelliana
del Pd. Per un laico in stand by c´è un cattolico in ascesa: l´Udc di Michele
Vietti non ha fatto sfracelli alle provinciali ma ha scelto di stare con Saitta
evitando l´effetto psicologico, certamente negativo per il
centrosinistra, di un´eventuale alleanza con Claudia Porchietto. C´è chi giura
che, in cambio, Vietti abbia ottenuto la promessa di fare il candidato sindaco
nel 2011.
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( da "Repubblica, La"
del 02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina XV -
Palermo I RACCOMANDATI DELLA MATURITà AUGUSTO CAVADI all´altro
capo del filo del telefono parlava, in questo caso, un collega cattolico
praticante. Di orientamento molto più "laico" il dirigente scolastico
che in questi giorni ha fatto ricorso, invece, ad argomenti
"scientifici": «A me non interessa molto l´alunno che le segnalo e so
bene che lei non fa nessun conto delle raccomandazioni. Ma ho una
curiosità intellettuale: vorrei capire se è valida la teoria psicologica
dell´effetto Pigmalione. Non so se la ricorda: se un maestro si attende grandi
cose da un discepolo, le otterrà; se non conosce il discepolo - o se lo conosce
ma non gli fa una buona impressione - non riesce a risvegliargli i tesori
nascosti e assisterà davvero a una pessima prestazione». Bisognerebbe evocare
il vicino di casa che abitualmente non ti saluta e che, da quando sei stato nominato commissario d´esame nella scuola del nipote,
diventa gentilissimo e ti impone quasi a forza un caffè al bar; il salumiere
del quartiere che, per la prima volta da quando lo frequenti, ci tiene a farti
assaggiare il prosciutto di Parma appena arrivato (sa benissimo che sei
vegetariano, ma giura che devi fare un´eccezione, rompere l´astinenza o almeno
far felice tua suocera, che vegetariana non lo è mai stata, offrendogliene una
porzione in omaggio); l´ex compagno di scuola che non vedi e non senti da
quarant´anni e che, improvvisamente colto da irrefrenabile rigurgito di
nostalgia, ti vuole a cena per presentarti la moglie, i figli, la nuora, il
genero, i consuoceri e soprattutto la nipotina diciottenne casualmente
impegnata in esami di maturità. Altrettanto variegate le ragioni per cui un
alunno merita (a differenza di tutti gli altri, quasi fossero figli di un dio
minore) di essere accolto con gentilezza, esaminato con garbo e valutato con
benevolenza: uno, infatti, ha i genitori separati; l´altra li ha in casa ma non
vanno abbastanza d´accordo; l´altro ancora ha sì i genitori in casa che vivono
d´amore e d´intesa, ma vanno tanto d´accordo che il loro affetto è opprimente e
il ragazzo non riesce a esprimersi con spontaneità. Uno va aiutato perché è
troppo distratto dalle ragazze e rischia di non raggiungere la sufficienza
(alias il "sessanta"); l´altro va aiutato perché non ha la ragazza,
anzi non ha neppure amici, studia come un intellettuale antifascista rinchiuso
nella medesima cella con Gramsci, ma rischia di non avere il massimo dei voti
(alias il "cento") e di non essere ammesso a Medicina alla Cattolica
di Roma o a Economia alla Bocconi di Milano. Variegati anche i legami sociali
in virtù dei quali un alunno dovrebbe ricevere un trattamento privilegiato
rispetto ai compagni: è tuo parente; è parente di un tuo parente; è amico di un
tuo parente; è parente di un tuo amico; è amico di un tuo amico...
Indimenticabile il bigliettino, che conservo come cimelio, di un ignoto signore
della provincia: «Poiché non conosco nessuno che possa segnalare mia figlia, mi
permetto di segnalarla da me». In questo bailamme, confesso che mi viene
difficile evitare di guardare con comprensione affettuosa quei due o tre
candidati che non trovano - o forse non cercano neppure - di
"raccomandarsi": sfortunati o virtuosi che siano, non meritano un
occhio di riguardo?
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( da "Repubblica, La"
del 02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina IX -
Napoli I SILENZI DELLA CHIESA SUL GOVERNO GIULIO RICCIO eggo con un pizzico di
sorpresa la lettera di don Luigi Merola, a cui porto grande rispetto per l´abito
talare, ma che non perde occasione di gettare ombre sul Comune di Napoli,
omettendo dal suo ragionamento ogni cenno alla gigantesca crisi di liquidità
che affligge il sistema bancario e la pubblica amministrazione. Una crisi tanto
grande da spingere il governo ad alcuni recentissimi provvedimenti per
facilitare e accelerare i pagamenti degli enti locali. Provvedimenti di cui ben
presto potremo valutare l´efficacia. Non ricordo che don Merola abbia mai
sollevato il problema dei pagamenti chiedendo, come invece ha fatto, a più
riprese, il Comune al governo, ovvero a chi ne ha il potere, di liberare la
spesa sociale dai vincoli di bilancio, dai lacci del patto di stabilità. Non
l´ho mai sentito chiedere con forza di smetterla con i tagli alla spesa per i più
deboli, l´ultimo taglio opera proprio del governo Berlusconi, il 10% per cento
in meno dei fondi per l´infanzia. Mi sarei aspettato che la voce autorevole
della Chiesa si alzasse a difesa degli enti locali spiegando che l´abolizione
dell´Ici sulla prima casa, era un trucco per nascondere i tagli ai Comuni, cioè
a quell´articolazione dello stato più vicina ai
Cittadini. Abbiamo il dovere etico e civile di raccontare la storia vera.
"Meno tasse per tutti" è stata una cortina fumogena della destra, per
tagliare scuola, sanità, inclusione e spese per le sviluppo del sud. I
cittadini che hanno risparmiato l´Ici, con quei quattro spiccioli cosa hanno
garantito in più alle proprie famiglie? La risposta è: niente. Don Merola nello
specifico dovrebbe ricordare a tutti che la Fondazione "A voce de
criature" ha sede nella villa di un boss, bene assegnato alla Fondazione
dal Comune e nel quale si svolgono, grazie all´impegno di don Luigi, delle
splendide attività rivolte all´infanzia a rischio. Perché non ricordarlo questo?
Perché non ricordare che la scelta di assegnare quel bene è stata di questa
amministrazione e del suo sindaco, che all´epoca prima di assegnarlo si occupò
anche di ristrutturarlo ed attrezzarlo, di tutto punto, spendendo oltre 700.000
euro (risorse Pon). Quella è una delle tante scelte fatte a favore
dell´infanzia certo in un quadro di difficoltà che non va dimenticato. Bene
farebbe don Merola a gridare con forza le ingiustizie che questa città e tutto
il sud stanno subendo da questo governo. Bene farebbe a dire tutta la verità,
come è giusto chiedere ad un cattolico ed ancor più ad un ministro di Dio. Da
chi è impegnato nel sociale con coraggio ci aspettiamo che ci sia uno stimolo e
le critiche ogni qualvolta è necessario, ma ci aspettiamo anche sostegno. Al
Sud nei prossimi anni non basterà la solidarietà e la carità cristiana, che
pure sono valori irrinunciabili, sarà necessaria una grande battaglia per
mettere la spesa per il welfare al centro dell´agenda politica, non come idea
assistenzialistica, ma come presupposto di un futuro socialmente sostenibile.
La grande battaglia di civiltà è quella per un welfare dei diritti. Per un
sistema di protezione sociale e crescita che rappresenti una strada di
emancipazione e di liberazione della nostra popolazione. Il mio sogno è avere
la Chiesa a fianco e so che questo è possibile. Dobbiamo però fin da ora fare
un operazione verità. Il Comune ha mantenuto in piena crisi economica globale
la spesa sociale intatta senza praticare tagli, ma il welfare, l´infanzia e i
non autosufficienti devono essere una priorità nazionale, ed è su questo che il
Mezzogiorno deve intraprendere una grande battaglia, una vera e propria marcia
per i diritti e per la liberazione delle donne e degli uomini del sud dalla
povertà, dall´ignoranza, dalla criminalità organizzata, dal sottosviluppo, dal
notabilato clientelare che ha interesse a tenere il Mezzogiorno come area
riservata alle produzione di grandi profitti magari illeciti. Oggi invece, si
va in un´altra direzione, si preparano gabbie salariali, si alimentano la
xenofobia, invocando i salvifici manganelli che troppo spesso fanno violenza ai
lavavetri, ai mendicanti agli immigrati, senza garantire alcuna sicurezza. Contro questo è un dovere etico ribellarsi, per laici e cattolici. Per fare questo è necessario
che i corvi stiano con i corvi, e i passeri con i passeri. Innanzitutto dire la
verità, praticare la critica come strumento per costruire una città migliore. è
tempo di schierarsi senza ambiguità e senza qualunquismo. L´autore è
assessore comunale alle Politiche sociali
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( da "Manifesto, Il"
del 02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
PD/CONVENTION DI
BERSANI «Io sono il candidato di nessuno». E intanto seppellisce l'era Walter
Daniela Preziosi ROMA Stavolta lo fa persino apposta a non darsi un tono
informale. Si condanna a giacca e cravatta per tutta l'ora e mezzo del suo
discorso. Nonostante l'afa irrespirabile del teatro romano Ambra Jovinelli,
ieri pomeriggio strapieno di «cari amici e cari compagni», come li saluta
Pierluigi Bersani, quando - dopo un minuto di silenzio per le vittime di
Viareggio - attacca il discorso con cui si candida alla segreteria pd. Davanti
a un parterre di amministratori e segretari regionali, dal lombardo Martina al
toscano Manciulli all'emiliano Vasco Errani, di notabili dalemiani (Nicola
Latorre, Barbara Pollastrini, Gianni Cuperlo), bindiani (Roberto Zaccaria,
Giovanni Burtone, Margherita Miotto), lettiani (Alessia Mosca). Non c'è Anna
Finocchiaro, che fra Franceschini e Bersani non ha ancora deciso. Non c'è
Sergio Chiamparino. Ci sono invece ex sparsi e pd mescolati, Alessandro Bianchi,
Alessio D'Amato, Alfredo Reichlin, Vincenzo Visco, Giulio Santagata, Ricki Levi
(a Prodi Bersani chiama un applauso lunghissimo), Marco Follini, Nicodemo
Oliverio. E infine la pattuglia Cgil, Agostino Megale, Nicoletta Rocchi e Fabio
Solari della segreteria nazionale e la segretaria Spi Carla Cantoni. In
tantissimi restano fuori. Soprattutto tanti giovani con l'aria secchiona da
incalliti lettori di Italianieuropei. Molti in prima fila. Ma il candidato
evita la retorica giovanilistica. Anzi chiede rispetto per le generazioni
precedenti. Anzi preferisce non piacere alle Debore Serracchiani. Sa che le
parole che la giovane eurodeputata ieri usava su Repubblica per schierarsi con
Franceschini («è simpatico») finiscono per persuadere gli indecisi a stare con
lui. «Dicono che la parola piattaforma non funziona. Va bene, dirò due
cosucce», ironizza Bersani. Invece la sua chiusa è seria, cita il movimento
operaio e la resistenza e la lotta per «un mondo un po' più umano e un po' più
giusto. Chi crede in tutto questo è giovane, chi non ci crede è vecchio». In
mezzo c'è un discorso tiratissimo, «serio, solido», come dirà alla fine Rosi
Bindi, che pure avrà qualche punto da mettere sulle i. Non le è piaciuta la
scarna considerazione della cultura cattolica, «la terza via fra socialismo e
liberalismo è già stata un fallimento, l'Ulivo aveva un'altra ambizione. Ma lo
convocheremo. E lo emenderemo», dice. A Bindi invece è piaciuta moltola lunga
parte in cui Bersani demolisce il veltronismo. Nessun partito liquido, né «post-identitario»:
«Senza identità riconoscibili ogni gesto mette un punto interrogativo su chi
sei davvero e ti disarmi verso una destra che sparge ideologie». Partito
popolare, partito del lavoro, dei ceti produttivi. Solidarietà, ridistruzione
delle ricchezze, lavoro. Parla di «condizione femminile», e qui sì che scivola
in un linguaggio da vecchio Pci. L'applauso più lungo lo prende quando smonta
la «retorica» del nuovo e dell'innovazione. «Parliamo di innovazione a
chiacchiere? Allora non partecipo. Se invece parliamo di fatti allora credo di
avere qualcosa da dire». O quando si toglie qualche sassolino dalla scarpa,
rivendicando l'autonomia dai presunti padrini politici (D'Alema è in prima fila
e va via prima della fine) «qualcuno vuole spargere una patina di grigio sulla
mia candidatura», «allora io dico: sono il candidato di nessuno che però crede
che ci sia bisogno di tutti». La laicità: «L'umanesimo è
fondato su una cultura cristiana e laica. Ma questo non significa che qualcuno
può decidere come devo morire io», lo dice a tutti, ma soprattutto a Ignazio
Marino, che non c'è. I chirurgo cattolico, militante delle battaglie laiche ha
detto che aspetta i discorsi dei due candidati per decidere se correre da
segretario a sua volta. Infine il partito. Qui Bersani parla in
politichese stretto, ma il pubblico lo capisce benissimo, e infatti e applaude.
Dice che lo statuto pd è farraginoso, che il democratico deve significare
democratico, e quindi le primarie vanno ripensate, debbono essere di coalizione
per i candidati alle cariche monocratiche (sindaci, presidenti di regione,
premier), invece gli iscritti si eleggono il proprio segretario. Serve testa e
cuore, dice Bersani, anche se al suo debutto è persino troppo emozionato per
lasciarsi andare. Almeno finché non si abbandona a cantare «Un senso», rock
poeticissimo ma anche molto «sconvolto» che Vasco Rossi ha rimaneggiato per
lui. Altro che l'annunciata «Canzone popolare» di Fossati. E su Vasco
finalmente esce fuori il Pierluigi fra la via Emilia e il west. Che scende dal
palco, stremato, sudato e ancora- seppellito sotto la giacca blu. E però dice
'Ora vado a farmi una birra'.
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( da "Corriere della Sera"
del 02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Cronaca di Roma data: 02/07/2009 - pag: 2 L'attacco di D'Ubaldo
«Zingaretti? Un atleta a bordo campo» Il senatore Pd (area popolare) Lucio
D'Ubaldo contro Nicola Zingaretti, anch'egli Pd, e presidente della Provincia.
Il convegno «Ripensare Roma» è ormai di due giorni fa, ma evidentemente le
polemiche non si sono esaurite: «Cosa significa "ripensare Roma" per
Zingaretti? Sostanzialmente - scrive D'Ubaldo - prendere le distanze dal
passato. È questo il messaggio che emerge dal convegno promosso dai gruppi
consiliari del centrosinistra e sapientemente guidato dal presidente della
Provincia. Questo distacco è per ora ammantato di vaghe analisi sociologiche.
Non basta per dare vita a un vero progetto politico». Non è che l'inizio:
«Zingaretti rimane nonostante tutto a bordo campo, come un atleta che continui
a scaldarsi i muscoli. Sente di dover fare a meno della ingombrante eredità di
Bettini, ma non sviluppa alcuna riflessione critica - alla Tocci, per
intenderci - sugli anni dell'onnipotenza bettiniana. Anni, in verità, che fanno
da sfondo alla sua stessa formazione e crescita politica, da leader dei giovani
comunisti romani alla segreteria regionale dei Ds, fino all'elezione a
eurodeputato e poi alla massima carica di Palazzo Valentini. Il suo
orientamento congressuale è a favore di Bersani, pur con qualche distinguo. In
ogni caso non sa bene fino a che punto gli convenga (ri)entrare nelle vicende
di partito. Per visione e convinzione sta oltre questo Pd. Tanto oltre da
sognare. un ritorno all'antico: al partito laico e moderno,
espressione di una sinistra dei diritti individuali, della laicità di tipo
radicale e quindi dulcis in fundo dell'orgoglio socialista». Parole che, per il
cattolico D'Ubaldo, sono quasi insulti: «Un sogno, però, che lo riconsegnerebbe
alle frantumate esperienze diessine. Per questo oscilla, amleticamente,
sperando di nascondere dietro l'attivismo una difficoltà più grande di quanto
sia disposto egli stesso a riconoscere. È così che si diventa grandi o è così
che s'invecchia presto, magari continuando a masticare chewing-gum?». Una
critica che, come si vede, non ha risparmiato neanche i dettagli.
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( da "Foglio, Il" del
02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
2 luglio 2009
Fioroni spiega (pure a Dario) che il Pd non può vivere solo di YouTube Al
direttore - Il Pd esiste in natura: è questo il corollario che le elezioni
europee e amministrative consegnano ai profeti di sventura e alle cassandre di
turno che ne avevano preconizzato una prematura scomparsa o una lenta
rosolatura tra le fiamme del berlusconismo e del dipietrismo. Il Pd esiste tra
gli elettori e tra i cittadini, nei territori e nelle amministrazioni e
probabilmente lì gode di reputazione e salute migliori di quanto appaia a Roma
o dalle pagine dei giornali. Non interessa qui stare ad analizzare il Dna degli
eletti, se davvero siano stati di più i cattolici o se
ci si sia risvegliati un po più democristiani:
dobbiamo solo capire che lelettorato si è modificato e lavorare per
ampliarlo, riflettere sul fatto che gli operai votano più Lega che Pdl e
recuperare anche e soprattutto lì. Il Pd esce però da queste elezioni con un elettorato fatto
anche di ceto medio e di mondi che prima forse ci erano più lontani e che vanno
consolidati e incrementati. La discussione interna al Pd e la data del prossimo
congresso arrivano nel bel mezzo di una devastante crisi economica: impensabile
che le risposte che usciranno possano essere solo autoreferenziali, perché è
proprio durante i periodi di difficoltà, politica ed economica, che si annidano
insidie mortali dalle quali dobbiamo guardarci. Oggi e domani a Norcia ci
riuniremo per tracciare lidentikit del partito che serve
agli italiani, non ai dirigenti. E potendo riassumere in un elenco di sì e di
no i requisiti base necessari per accogliere le sfide sociali ed economiche che
ci attendono, inizierei da un bel no a un Pd impaurito che perde lambizione
di governare il paese: non possiamo accontentarci di fortificare qualche
regione. E dunque sì a un Pd che parla al paese, no a uno che parla
allorticello, sì a un Pd forza di governo, no a un Pd perennemente
confinato allopposizione e no a un Pd che cavalchi associazioni e sindacati come
cinghia di trasmissione dei consensi. Il Pd paese ascolta tutti e poi fa la
sintesi tra sindacato e Confindustria, tra imprenditore e co.co.pro., tra
precario e pensionato, tra giovani e anziani per arrivare a elaborare proposte
che aiutino a realizzare il bene comune, non il bene di una parte soltanto. E
chiaro, allora, che per il Pd paese servono coraggio e un progetto che unisce e
non divide, che detta linee per uscire dalla crisi. Serve un Pd che sappia sposare linnovazione
con la militanza, il radicamento con la comunicazione e il rinnovamento con il
merito: per una svolta reale non bastano solo la carta didentità e
YouTube. Il Pd paese sa dare voce e ruolo ai territori e sa selezionare la classe dirigente sulla base del
merito: se cè una cosa che nei due anni da ministro
della Pubblica Istruzione ho voluto a tutti i costi è stato il
ripristino del concetto di merito e non è che il merito, poi, si può
reintrodurlo a scuola e nella vita e depennarlo dal Pd perché tolto quello ci
restano solo le raccomandazioni e il casting. Purché, però, ci si intenda su
cosa sia il merito in politica che è certamente molte cose ma alcune
imprescindibili: progettare, ideare, comunicare, avere consenso, rappresentanza
e riconoscibilità sul proprio territorio e sintonia con i propri concittadini.
Un rinnovamento che prescinda da tutto questo rischia di essere solo la
celebrazione del trasformismo e dellopportunismo: siamo
traghettatori se creiamo opportunità per i giovani, non frustrazione e alienazione. Il Pd
paese non divide lItalia e gli italiani, non scimmiotta brutte copie di
risposte alle domande di sicurezza e immigrazione, di federalismo fiscale e di
nuovo welfare: il Pd paese non alza lasticella sulle ronde inseguendo cliché altrui,
piuttosto pretende che lo stato dia risorse alle forze
dellordine, che non le lasci senza benzina e senza uomini. Il Pd
paese non si inventa partiti del nord perché sa che dalla crisi si esce tutti
insieme, non si vergogna di usare la parola “Meridione”, non vuole lassistenzialismo
ma dice sì alla detassazione degli investimenti e delle assunzioni, non
demonizza le classi dirigenti del sud perché sa di avere sindaci di grande
livello come ce li ha a Foggia, Bari, Avellino, Potenza e mi perdonino tutti
gli altri che sono tantissimi. Il Pd paese, infine, non ha paura della laicità
perché laico non significa senza valori: piuttosto elabora un nuovo pensiero e
nuove risposte che comprendano il più possibile le ragioni di tutti ma dice No
alla tentazione del pensiero debole che diventa evanescente pur di non
scontentare qualcuno. E soprattutto il Pd paese sa che i valori non si
difendono solo in sala parto e in sala rianimazione perché, in mezzo, cè
tutta la vita davanti. Il Pd apprezza la freschezza e la simpatia. Ma sa di essere
un partito e non uno stato danimo.
Il Pd ha bisogno di tutto questo e alla fine, ma solo dopo, di un segretario.
di Giuseppe Fioroni © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
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( da "Foglio, Il" del
02-07-2009)
Argomenti: Laicita'
2 luglio 2009
Così Rutelli riscrive l'agenda liberal del congresso democratico Rutelli sembra
ultimativo, ma vuole prima sgombrare il campo dal sospetto di una sua possibile
fuoriuscita dal Pd. E lo dirà chiaro. Il progetto è ancora valido – pensa – ma
va rilanciato secondo una linea precisa che passa dalle nuove alleanze. Con lUdc
di Pier Ferdinando Casini? Forse. Ma non è il momento di fare nomi, bastano le
idee. La vittoria di Obama in America e il nuovo corso dei democrat
statunitensi – questa lanalisi rutelliana – “sottolinea ancora
lopportunità e il valore” del nuovo inizio democratico in Italia ma non
offre alcuna “rendita di posizione”. Il Pd sarebbe, insomma, secondo Rutelli,
di fronte a “un bivio”, tra un partito “che si accomodi ad essere per lungo
tempo minoranza”, e un partito “che si batte per formare unalleanza credibile ed essere maggioranza”.
E insomma “lalleanza credibile” a rappresentare la prima
via di rilancio del partito che, secondo lex sindaco di Roma, deve
puntare su alcuni, precisi, punti programmatici culturali che hanno come
obiettivo ultimo le grandi riforme strategiche. “Compito dei democratici – dice Rutelli – è
costruire il consenso delle vaste forze sociali che trarrebbero vantaggio dalle
riforme, a partire dal nord del paese”. Ovvero: sostenere la detassazione del
lavoro subordinato, appoggiare un federalismo temperato che salvaguardi la
solidarietà nazionale, sostenere una via allintegrazione
degli immigrati “non fondata sul multiculturalismo”, prendere di petto il tema
della sicurezza e, infine, proporre al paese un nuovo “umanesimo laico” che superi “gli errori degli
ultimi anni” e le contrapposizioni “aspre e inconcludenti” tra laici e cattolici intorno agli spazi di confine tra scienza ed
etica. Si tratta di fare concorrenza, sul serio, al centrodestra. Un piano
ideale, quello di Rutelli, che non può dispiacere allarea
nordista del Partito democratico (Rutelli cita Massimo Cacciari) e che,
contemporaneamente, vibra di sensibilità riformista. “Tocca allo stato garantire
nuove visioni, generazioni e gestioni di programmi di sviluppo” – dice Rutelli
– ma “è matura” una riforma per lefficienza del sistema
istituzionale che si affermi intorno a un federalismo “coerente con lidea
di Carlo Cattaneo”. Un federalismo che sia imperniato sui comuni: “Dai comuni
gli italiani si aspettano lesempio del buon servizio pubblico – sostiene il leader di
Liberi democratici – e lemergere di una nuova classe
dirigente”. Parole che piacerebbero, ma chissà, a giovani sindaci quali il
fiorentino Matteo Renzi. Il progetto di Francesco Rutelli sembra in sostanza guardare molto ai sindaci
democratici – specie quelli del centro-nord che hanno teorizzato e messo in
pratica nuove formule sulla sicurezza urbana talvolta apparentemente mutuate
dalla cifra leghista – anche nella critica al multiculturalismo e nella teorizzazione
di nuove politiche per la sicurezza. “Litaliano medio
conosce i benefici dellimmigrazione e la dignità dellintegrazione –
spiega Rutelli – Ma dobbiamo comprendere lastrattezza sbagliata del
multiculturalismo e la saggezza dellinterculturalismo”. “Secondo alcuni, a sinistra, è
sbagliato prendere di petto le politiche per la sicurezza. I sindaci che le
promuovono sarebbero degli sceriffi. Inutile immaginare di conquistare la
maggioranza – scrive Rutelli – senza chiare azioni contro la criminalità e per
la certezza della pena”. Azioni che Rutelli fa passare anche dal “difendere lefficienza
e lautonomia e non la politicizzazione della magistratura”. Leggi Fioroni
spiega (pure a Dario) che il Pd non può vivere solo di YouTube © 2009 - FOGLIO
QUOTIDIANO
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( da "Repubblica, La"
del 03-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina III -
Torino Il caso La Voce del popolo le Escort e il Vero Maschio Nazionale MASSIMO
NOVELLI «Gli bastò un interrogatorio insidioso per constatare un´ennesima volta
che i sintomi dell´amore sono gli stessi del colera. Prescrisse infusi di fiori
di tiglio per svagare i nervi e suggerì un cambiamento d´aria per cercare
conforto nella distanza, ma quello cui anelava Florentino Ariza era tutto il
contrario: godere del suo martirio». è un passo del romanzo L´amore ai tempi
del colera di Gabriel Garcia Màrquez. Ma è anche la citazione che appare sulla
prima pagina, nella rubrica «Tempi» e sotto il titolo Escort, dell´ultimo
numero de La voce del popolo. A chi si riferisce il settimanale della Diocesi
di Torino? Escluso che si tratti del vecchio modello di un´automobile della
Ford, soprattutto alla luce del binomio amore-colera che connota la frase dello
scrittore colombiano, non resta che pensare subito alle ragazze cosiddette
«escort» (oppure, per li rami, «veline» e dintorni). Loro. Quelle protagoniste delle
recentissime cronache del Palazzo (Chigi, Villa Certosa, Grazioli, ecc.).
Dietro alle fanciulle, poi, si materializza un Convitato di Pietra. Sebbene sia
tale e perciò mai nominato, assomiglia comunque in modo impressionante a
«Papi». Ossia a Silvio Berlusconi. Del resto è noto che i
giornali cattolici, a
cominciare da Famiglia cristiana, hanno commentato piuttosto severamente le
festicciole e certe frequentazioni del Cavaliere. Nessuno, tuttavia, né i cattolici né i laici, aveva suggerito
un´interpretazione psicanalitica dell´affaire: l´apice di un godimento, per
così dire, che passerebbe attraverso il martirio sulla stampa di mezzo mondo.
Sottile interpretazione, certo. E, per questo, ancora più inquietante per il
Paese. Perché il piacere del capo del governo consisterebbe nell´essere messo
in croce, ma per questioni di donne. Quindi il massimo dell´orgasmo per il Vero
Maschio Nazionale. Neanche Vitaliano Brancati, il suo Bell´Antonio (che, in
ogni caso, non era premier), avrebbero saputo fare di meglio.
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( da "Repubblica, La"
del 03-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 37 -
Economia La scomparsa dell´ex presidente e amministratore delegato di
Unicredit. Aveva 85 anni Rondelli, banchiere d´altri tempi combattè il credito
"pietrificato" A metà anni ´90 lanciò l´Opa sul Rolo e affidò la
gestione della banca a Profumo GIOVANNI PONS MILANO - Scompare all´età di 85
anni Lucio Rondelli, uno dei banchieri che più hanno contribuito al
rinnovamento del sistema creditizio italiano. Era nato nel 1924 a Bologna e a soli 23
anni aveva cominciato come impiegato al Credito Italiano, la banca che lo ha
reso protagonista di alterne vicende della finanza italiana fino al definitivo
addio avvenuto nel 2001. La carriera, tutta interna alla banca, è stata
inizialmente velocissima: già nel 1969, a soli 45 anni, Rondelli era diventato
amministratore delegato, carica che ha mantenuto per sette mandati consecutivi
fino allo scadere dei 66 anni. Nella lunga contrapposizione tra banchieri laici
e cattolici che ha caratterizzato gran parte degli
anni ´70 e ´80 Rondelli apparteneva alla prima categoria e dal vertice della
banca di Piazza Cordusio ha sempre sfidato i cugini di Piazza della Scala, la
Comit dei banchieri illuminati e internazionali lasciata in eredità da Raffaele
Mattioli. Uomo di notevole spessore culturale, definito un gentiluomo dall´establishment
milanese, alla fine degli anni ´80 si era messo in testa di rilevare la
dissestata Banca Nazionale dell´Agricoltura del conte Giovanni Auletta Armenise
con il consenso tacito della Banca d´Italia e di Enrico Cuccia. Ma i legami
politici di Auletta impedirono l´operazione e costarono a Rondelli la poltrona
ad opera del presidente andreottiano dell´Iri Franco Nobili. La rivincita
arriva cinque anni più tardi, quando l´appena privatizzato Credito Italiano lo
chiamò alla presidenza. è da qui che riesce a imprimere una scossa senza
precedenti alla "foresta pietrificata" del credito come l´aveva
definita Giuliano Amato. Lanciando l´Opa sul Credito Romagnolo inaugurò l´epoca
delle acquisizioni bancarie fatte sul mercato invece che nei salotti. E quando
Roberto Gavazzi dell´Allianz gli presentò un giovane manager che si era formato
alla Mc Kinsey, Alessandro Profumo, gli consegnò le chiavi gestionali della
banca. Due mosse dirompenti per quegli anni ma che alla fine degli anni ´90 si
infransero sull´immobilismo imposto dall´ex governatore Antonio Fazio.
L´Unicredito Italiano riuscì comunque a inglobare le Casse di Risparmio di
Torino e di Verona e a cominciare la sua crescita sui mercati esteri che oggi
l´hanno portata ai vertici europei, mentre Cuccia tentava disperatamente di
costruire un approdo sicuro per la Comit. In fondo il grande merito di Rondelli
è stato proprio questo: quello di essere riuscito a
invertire, nel tempo, il pronostico che vedeva Piazza Scala un gradino sopra
Piazza Cordusio. Con l´amarezza finale della presidenza Italease il cui
dissesto non è riuscito a impedire pur avendolo toccato con mano e denunciato
in varie occasioni.
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( da "Tempo, Il" del
04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
stampa Il terzo
uomo Ignazio Marino entra in sala operatoria Poi scioglie al riserva Per gli ex
Popolari è un mezzo estremista che farebbe compiere al Pd un balzo a sinistra;
per molti dei trenta-quarantenni che pochi giorni fa affollavano il Lingotto di
Torino è il candidato ideale per ridare slancio al partito. Ignazio Marino, 54
anni, chirurgo di fama internazionale, cattolico osservante
eppure laico convinto, ha davanti a sè ancora poche ore prima di decidere.
Entro stasera dirà se sarà lui o no il terzo uomo nella sfida per la guida del
Pd, accanto a Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Su di lui sono puntati
gli occhi di tutti. Ma per queste ultime ore che lo separano dalla
decisione della vita, Marino si è imposto di tenere la bocca cucita. Ha saputo
delle critiche feroci che sono venute dagli ex Ppi (Franco Marini si è spinto fino
a dipingerlo come qualcuno che «sarà portato a estremizzare e ad aggrapparsi al
nuovismo super ideologgizzato» con un danno «non solo per il Pd ma per tutto il
Paese»), ma si è limitato a sorridere e a scrollare le spalle. La sua giornata
è cominciata in ospedale, dove ha operato un paziente di tumore al fegato.
Toltosi il camice di chirurgo, ha incontrato una pattuglia dei «lingottini»,
guidata da Ivan Scalfarotto e Giuseppe Civati. Un'ora chiusi in una stanza a
parlare del futuro del Pd e dei possibili scenari. Al termine, la decisone dei
giovani rampanti del partito democratico era presa: se Marino dirà sì, sarà lui
il loro candidato.
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( da "Repubblica, La"
del 04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina III -
Genova Un grido di allarme e di dolore dalla Caritas e dalle associazioni.
Montaldo: "I medici devono assistere, non denunciare" I volontari e i
fuorilegge Immigrati, il mondo della solidarietà si schiera contro il reato di
clandestinità Anche il mondo del volontariato genovese, cattolico
e laico, si ribella alla criminalizzazione degli immigrati clandestini.
«Vogliamo esprimere la più viva preoccupazione - dichiarano tutte le
organizzazioni cattoliche che si occupano dell´assistenza ai più deboli - per
le gravissime conseguenze personali e sociali del previsto reato di
clandestinità su alcuni diritti fondamentali di ogni persona». Il Comune
e la Regione cercheranno di capire nei prossimi giorni quali conseguenze
pratiche comporti la legge. «Ciò che è certo - afferma l´assessore regionale
alla Sanità Claudio Montaldo - è che i medici non dovranno denunciare i
pazienti clandestini, ma curarli». E la questura di Genova calcola che quasi un
immigrato su tre - circa 20.000 rispetto ai 50.000 regolari - sia clandestino.
In questa situazione sono soprattutto ecuadoriani e nordafricani. I SERVIZI
ALLE PAGINE II E III
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( da "Repubblica, La"
del 04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina IV -
Genova Roberta Papi Claudio Montaldo Immigrati, la rivolta dei volontari
"Questa legge non ci appartiene" No al reato di clandestinità:
"Restiamo dalla parte degli ultimi" COSTANTINO MALATTO La voce di
monsignor Marino Poggi, direttore della Caritas di Genova e Vicario episcopale
alla Carità, giunge da migliaia di chilometri di distanza. Il sacerdote ha
ricevuto in Israele la notizia che la legge sulla sicurezza è stata appena
approvata e non nasconde la sua contrarietà. «Da Israele, insieme a tanti
pellegrini, figli di Dio in ricerca qui da tutto il mondo, con il contrasto di
un muro che divide, sembra impossibile che si costruiscano altri muri!» afferma
monsignor Poggi. Gli fa eco il gesuita padre Alberto Remondini, presidente
dell´associazione S. Marcellino: «Questa legge non è un incidente di percorso,
ma esprime un´idea di convivenza civile dalla quale ci sentiamo estranei. Da
parte nostra continueremo con convinzione il nostro lavoro perché stiamo dalla
parte dei più deboli e siamo consapevoli che ci sono moltissimi italiani che
hanno una visione comune alla nostra». Le stesse perplessità e preoccupazioni
Poggi e Remondini le hanno espresse pochi giorni fa, in un documento approvato
al termine di un convegno e sottoscritto da Acli Liguria, Agesci Liguria,
Associazione S. Marcellino, Caritas diocesana, Cimi Coordinamento giustizia e
pace, Clmc
Comunità laici missionari cattolici, Movimento Focolari Genova, Movimento ragazzi, Rinascita
cristiana Genova, Ufficio Diocesano per la Pastorale Missionaria. «Vogliamo
esprimere la più viva preoccupazione - hanno dichiarato - per le gravissime
conseguenze personali e sociali del previsto reato di clandestinità su alcuni
diritti fondamentali di ogni persona». Maurizio Raineri, presidente
della Fondazione diocesana ComunitàServizi di Savona, usa parole dirette:
«Siamo nettamente contrari al decreto sicurezza. I pubblici ufficiali hanno
l´obbligo di denunciare i clandestini, ma nelle nostre strutture non siamo
tenuti a questo onere, e quindi non denunceremo nessuno. La Caritas si baserà
invece sull´articolo 12 della legge Bossi-Fini per accogliere comunque le
persone "per motivi umanitari"». Certo è che la legge sulla sicurezza
apre interrogativi inquietanti anche per le amministrazioni pubbliche. Tant´è
che l´assessore comunale Roberta Papi annuncia: «Ho chiesto all´avvocatura del
Comune uno studio per fare chiarezza su ciò che accade nel momento in cui un
dipendente comunale dovesse entrare in contatto con un immigrato senza permesso
di soggiorno». Fra le questioni sollevate dal provvedimento nei comportamenti
comuni ci sono la possibilità di frequentare la scuola, a partire da quella
dell´infanzia, il diritto alle cure mediche e la prima accoglienza. Per quel
che riguarda l´allarmante prospettiva che i medici debbano trovarsi costretti a
denunciare pazienti immigrati clandestini, l´assessore regionale alla Sanità
Claudio Montaldo non mostra dubbi: «Come già abbiamo detto, penso che non si
debbano denunciare ma si debbano assistere le persone che si rivolgono alle
strutture sanitarie, a meno che non ci siano palesi sospetti di reato. E a
Morgillo del Pdl, il quale ha sostenuto che "se la clandestinità è un
reato allora io devo denunciare i clandestini", rispondo che medici e
infermieri devono fare il loro mestiere e non si può affidare loro la politica
di controllo dell´immigrazione». Anche Gabriele Taddeo, presidente di Arci
Genova, non nasconde i suoi timori: «La grande preoccupazione è che il governo
non ottenga i risultati che si prefigge, ma rischi di gettare in una situazione
di clandestinità, e dunque di reato alla luce della legge appena approvata, gli
immigrati regolari che dovessero perdere temporaneamente il posto di lavoro.
Con la conseguenza che queste norme facciano crollare la fiducia degli
immigrati nelle nostre istituzioni».
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( da "Riformista, Il"
del 04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Marino in campo
per una (infelice) battuta di Marini IL TERZO UOMO del Pd. Candidato per
rispondere a una battuta del leader poplare (che si è scusato). Se passa il
round tra gli iscritti, il chirurgo potrebbe spingere al ballottaggio
Franceschini e Bersani. Cattolico, è l'idolo dei laici. Chi lo conosce bene
giura lo scontro frontale che si è aperto tra il fronte di Dario Franceschini e
quello di Pier Luigi Bersani non gli piace. Per niente. Quasi lo addolora.
Perché Ignazio Marino, come lui stesso ha spiegato in un'intervista di qualche
tempo fa al Corriere della sera, non è uno litigioso. Anzi. «Non serbo rancore.
Un buon chirurgo non si adira». E poi, aggiunse, «io appartengo alla scuola
americana. Negli Stati Uniti se tratti male un infermiere o alzi la voce in
sala operatoria sei licenziato. Se maltratti un parigrado ricevi
un'ammonizione». Stranezza tra mille stranezze, Marino, uno degli scienziati italiani
più famosi al mondo, si appresta a fare «il terzo incomodo» nella contesa
congressuale piddina tra il segretario uscente e l'uomo delle liberalizzazioni.
Ieri il senatore democrat, considerato negli States il vero erede di Thomas
Starzl (l'inventore del trapianto di fegato) era a Verona, in sala operatoria.
Stasera, invece, si materializzerà sul palco della Festa dell'Unità di Roma, da
cui probabilmente annuncerà la sua discesa in campo. L'intuizione della sua
candidatura è frutto del cilindro di Goffredo Bettini. Negli ultimi mesi,
infatti, l'inventore del «modello Roma» e il chirurgo senatore, si sono
incontrati decine di volte, sempre in gran segreto, per studiare la
piattaforma. Poi, dopo le prime indiscrezioni sulla sua candidatura, Marino era
pronto a un passo indietro dettato, soprattutto, dall'amicizia con Massimo
D'Alema. Non è tutto: la possibile candidatura di Marino aveva infastidito
anche il fronte Franceschini. Veltroni, durante uno dei (pochi) colloqui
recenti con Bettini, aveva chiesto al suo ex braccio destro: «Ma come,
Goffredo? Marino è un medico...». Già «un medico». Se non fosse stato per la battuta sul «medico-candidato» («Quando ho
sentito che Marino si candidava ho pensato: "Ma mica siamo in
rianimazione") partorita da Franco Marini all'uscita della direzione del
Pd della scorsa settimana, sicuramente lo scienziato avrebbe marcato visita
posizionandosi ai margini della sfida congressuale. Invece no. Non appena gli
hanno comunicato l'uscita dell'ex presidente del Senato, Marino ha preso
immediatamente contatti con l'amico D'Alema per comunicargli il cambio di
passo: «Mi dispiace ma io mi candido». Non avrà sponsor di partito se non
Bettini e una parte di giovani lingottini, certo. Ma la candidatura di Marino
fa già paura. «Il terzo candidato sarà portato per forza ad estremizzare, a
marcare, magari con il sostegno di due giornali, quel nuovismo
superideologizzato», ha spiegato ieri Franco Marini a Norcia, annunciando un
colloquio personale con il senatore. «Tre candidati darebbero un'immagine di
litigiosità», ha incalzato il franceschiniano Giorgio Merlo. «Della terza
candidatura non ne avvertivo la mancanza», ha chiuso il cerchio Beppe Fioroni
che a differenza degli altri ha declinato il verbo al passato. Guai a parlagli
di «terzo uomo». Marino, imperniato da anni di american way of life, ripete in
continuazione che «corro per vincere». Certo, passare il test degli iscritti
(serve il 5%) sarà già difficile. Ma se arrivasse alla finalissima delle
primarie, la candidatura del chirurgo potrebbe costringere «Dario» e «Pier
Luigi» al ballottaggio dell'Asseblea nazionale, a scrutinio segreto. È l'idolo dei laici, il cattolico Marino. Stimatissimo da D'Alema
e Pannella, apprezzato da Franceschini e Bindi, è sempre stato nei mirino dei teodem, che con
Dorina Bianchi gli hanno sfilato il ruolo di capogruppo in Commissione Sanità
al Senato. Alla Binetti, che lo crocifisse mettendo in dubbio la sua profonda
fede, lo scienziato rispose per le rime. Facendo sapere che i suoi
risvegli sono dettati dall'apertura del sito internet Liturgia della settimana
e dalla lettura mattutina (ore 6,30) alla preghiera del giorno. T. L.
04/07/2009
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( da "Manifesto, Il"
del 04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
IL TERZO UOMO
Marino verso il sì. E Rutelli non esclude la scissione Potrebbe essere oggi il
giorno dell'annuncio del 'terzo uomo'. Ignazio Marino stasera parlerà alla
festa democratica di Roma e potrebbe scegliere quella come location per il suo
fatidico sì alla corsa per la segreteria del pd. La cosa a prima vista appare
improbabile: aveva promesso che avrebbe ascoltato le «piattaforme» di entrambi
i candidati, e quella di Franceschini sarà presentata solo il 6. E poi il
dibattito stasera inizia alle 21, e quindi verrebbe bucato da molta stampa e
dalle tv. Fatto sta che i boatos di un suo prossimo impegno continuano. Insieme
al pressing di quelli a cui la battaglia Bersani-Franceschini va stretta. I
cosiddetti Lingottini, il gruppo dei quarantenni, anche molto eterogeneo al suo
interno, che dopo aver fallito con Sergio Chiamparino adesso fa pressing su
Ignazio Marino. Insieme al 'grande elettore' Goffredo Bettini, anche lui per
niente ben disposto verso i due candidati fin qui in campo. Parallelamente, si intensificano gli attacchi al chirurgo cattolico - ma leader
delle battaglie laiche - da parte di quelli che non gradiscono la sua 'scesa in
campo'. «Sarà portato a estremizzare» con un danno '«non solo per il Pd ma per
tutto il Paese», ha detto ieri Franco Marini. Rischi di contraccolpi anche
nell'area di Francesco Rutelli, quella dei 'coraggiosi', fra i quali
militano i teodem di paola Binetti, che ieri che si sono schierati
ufficialmente con Franceschini, ma avvertendo che non si tratta di un «assegno
in bianco». Fra i temi in cui passeranno all'incasso, le questioni etiche. Non
è un caso che l'assemblea si è scatenata contro Luigi Zanda che chiedeva che il
documento finale comprendese una parola chiara contro «ogni ipotesi di
scissione.
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( da "Corriere della Sera"
del 04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Politica data: 04/07/2009 - pag: 11 Il personaggio Oggi l'annuncio della candidatura al congresso Marino, «campione» dei
laici «Ma farò ancora il medico» Il chirurgo: sui temi etici devono decidere
gli iscritti ROMA Più d'uno in questi giorni gli ha chiesto: «Se diventi
segretario, che fai?». E lui, con un sorriso: «Chiederò di poter continuare a
operare una volta alla settimana». Una battuta, ma fino a un certo
punto. Ignazio Marino, il senatore-chirurgo, che oggi dovrebbe candidarsi
ufficialmente alla segreteria del Pd, da quando è parlamentare va in ospedale a
Verona la domenica, dorme lì, e poi torna il lunedì sera a Roma (questa
settimana invece ha operato proprio ieri). E' stata una delle condizioni che ha
posto dopo che Massimo D'Alema, di cui è amico di famiglia, lo ha convinto a
tornare in Italia, tre anni fa. Del resto, come ama spiegare lui, «in ospedale
si sta a contatto con la vita normale: si parla con gli infermieri, i pazienti,
i familiari, e così si capiscono i veri problemi della gente». Ma come mai un
chirurgo di fama mondiale, un genio dei trapianti di fegato, un signore che ha
collaborato con gli esperti di bioetica di Obama per la ricerca sulle
staminali, decide all'improvviso di candidarsi alla guida di un partito in non
eccellenti condizioni? Domanda obbligatoria. Risposta altrettanto obbligatoria
(almeno per come la vede lui): «Io che non ho mai avuto una tessera di partito
prima d'ora, che non vengo né dalla cultura della Margherita né da quella dei
Ds nel Pd mi sento a casa mia, sono convinto che questa formazione possa
imprimere una svolta al centrosinistra». Prendere Marino per un ingenuo, però,
sarebbe un errore marchiano. Il senatorechirurgo è l'uomo che a un D'Alema
furente con lui per la decisione di candidarsi ha risposto con queste parole:
«Massimo, io sono anni che passo la mia vita tra fegati e sangue, pensi che
possa avere ora paura di affrontare un confronto politico?». Che Marino non sia
uno sprovveduto, nonostante non abbia mai fatto vita di partito, lo ha capito
al primo incontro Goffredo Bettini: «Venne da me, che nel 2006 ero il capolista
nel Lazio per il Senato, per prendere contatti. Gentilissimo, mi sembrò persino
timido. Ma quando cominciò a parlare compresi subito che mi trovavo di fronte a
una persona intellettualmente accorta e acuta, a un uomo che invece di usare
tante frasi in politichese arrivava al cuore dei problemi con semplicità e
facilità». Ecco, questo è il signore che ieri tutti gli ex democristiani, da
Beppe Fioroni a Franco Marini, hanno criticato perché ancora ricordano la
battaglia che ebbero con lui sul testamento biologico. A quell'epoca, Marino
confidava a qualche senatore amico: «Quante volte le gerarchie ecclesiastiche
mi hanno detto sui temi etici cose molto più coraggiose di quelle che vanno
dicendo certi ex dc». Già, perché il senatore-chirurgo, oltre a essere un
cattolico (e un bravo scout da ragazzino) è anche in ottimi rapporti con le
alte sfere della Chiesa. Sarà difficile, quindi, dipingerlo, nello scontro
congressuale come una sorta di «Anticristo». E sarebbe sbagliato anche
accusarlo di saper parlare solo di testamento biologico e di valori laici. E'
chiaro che a quei valori il senatorechirurgo crede, ma ha delle idee ben
precise pure sul Partito democratico che vorrebbe. Un partito che, magari, non
potrebbe tener fuori dalla sua Direzione, come avviene adesso, un signore che
offre le sue consulenze alla Casa Bianca. Perché, come dice uno dei pd che
stanno lavorando alla sua candidatura, «sarebbe bene aprire sul serio alla
società civile, anche e soprattutto a quella che non si fa cooptare». Marino sogna
un Pd «senza correnti, che mescoli le culture e che faccia contare sul serio
gli iscritti». Come? «Per esempio quando il partito, com'è accaduto sul
testamento biologico, ha difficoltà a prendere una decisione, non riesce a
scegliere, si deve affidare al dibattito tra gli iscritti. Possono decidere
loro, con una consultazione». Sul treno che lo riporta da Verona a Roma, però,
Marino non vuole parlare della sua candidatura. Preferisce ricordare
l'operazione che ha appena eseguito e smentire le voci malevole che lo
vorrebbero in freddo con Umberto Veronesi per dissidi tra prime donne della
medicina («È una persona verso cui provo un rispetto straordinario e lui per me
ha una certa, come dire... tenerezza»). Comunque l'altro treno, quello che
della sua candidatura è già partito. Il macchinista è il deputato romano
Michele Meta, cui tocca il compito di organizzare l'operazione-Marino. Bettini
guarda e sorride, dalla stazione: «Mi dipingono come uno che muove i fili di
questa vicenda. Falsità. Chiunque lo conosce sa che la forza di Ignazio è
Ignazio stesso». Da qualche giorno lo sa anche l'«amico» D'Alema: chi vive in
sala operatoria, «tra fegati e sangue», acquista inevitabilmente la
determinazione necessaria ad affrontare lo scontro congressuale. Maria Teresa
Meli La distanza dagli ex dc «Quante volte le gerarchie ecclesiastiche mi hanno
detto cose molto più coraggiose di quelle che vanno dicendo certi ex dc»
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( da "Corriere della Sera"
del 04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Cronache data: 04/07/2009 - pag: 26 Confederations Cup La
protesta partita dalla federazione danese Vietato pregare sul campo di calcio
Il Brasile ammonito dalla Fifa MILANO Vietato pregare. Firmato Fifa. La
Federcalcio mondiale ha inviato un «ammonimento» alla Federcalcio brasiliana
chiedendo che i giocatori della nazionale pentacampione del mondo rinuncino a
ringraziare Dio sul campo di calcio. Era appena successo
con il rito collettivo dei verdeoro al termine della finale di Confederations
Cup vinta contro gli Stati Uniti: il cerchio disegnato alla fine della partita,
con tutti i giocatori inginocchiati e abbracciati a innalzare lodi al cielo, ha
spinto l'anima laica del pallone a ribellarsi. L'input alla Fifa è partito dalla
piccola Federcalcio danese. «Nel calcio non c'è posto per la religione
ha confermato uno dei dirigenti federali, Jim Stjerne, al giornale «Politiken»
. Mescolare le cose in quel modo esagerato è stato
quasi come dare vita a un evento religioso». Fonti Fifa spiegano che
l'intervento di Sepp Blatter, boss del calcio mondiale, non è in realtà una
censura alla preghiera cattolica e tantomeno alla nazionale brasiliana, bensì
una presa di posizione netta contro tutte le (possibili) manifestazioni
religiose in occasione di eventi internazionali, con particolare riferimento ai
Mondiali 2010 in
Sudafrica. Ciò significa che non verrà impedita o sanzionata nessuna preghiera
individuale in campo: quindi potremo continuare a vedere Kakà che mostra la
maglietta in cui si dichiara appartenente a Dio, o i segni della croce di molti
calciatori al fischio d'inizio, o le preghiere a mani giunte dopo un gol
segnato. C'è da chiedersi se la stessa ammonizione inviata in Brasile sia stata
recapitata anche all'Egitto, i cui giocatori avevano pregato Allah subito dopo
la vittoria contro l'Italia, sempre in Confederations e sempre in diretta Tv.
Ed è la stessa domanda che si fa Nicola Legrottaglie, difensore della Juve,
cattolico e appartenente alla compagnia evangelica degli Atleti di Dio: «Sono
d'accordo con chi prega e non lo considero un gesto esagerato. Se pregare Dio è
esagerato, mi chiedo allora quali siano i gesti condivisibili». Quindi la Fifa
ha sbagliato? «La Fifa dovrebbe condannare gesti più esagerati o cattivi. Se si
critica l'atteggiamento di persone che ringraziano Dio, evidentemente non ci si
vuole avvicinare ai valori positivi. Se quello che si fa è nelle regole, nel
rispetto e nella civiltà non ci sono problemi». Rispetto e civiltà:
bisognerebbe dirlo ai tifosi scozzesi dei Rangers, club protestante, che
contestarono duramente il polacco Artur Boruc, portiere del Celtic, club
cattolico, per aver indossato una maglietta inneggiante a papa Wojtyla. O ai
fischiatori che ogni tanto rovinavano il momento di preghiera del grande
mezzofondista marocchino Hicham El Guerrouj, che ad ogni vittoria si
inginocchiava per pochi secondi verso la Mecca. Fin qui le istituzioni sportive
non hanno avuto nulla da ridire, ma neanche il buon senso, trattandosi di
espressioni e manifestazioni personali e tutto sommato non esagerate. Semmai,
del tutto spettacolari e mediaticamente rilevanti furono le conversioni
all'Islam di due fuoriclasse del pugilato, Cassius Clay e Mike Tyson: il primo
cambiò il nome in Muhammad Ali e ancora oggi, sia pur malato di Parkinson, è un
fervente attivista musulmano; il secondo non cambiò nè nome nè vita, e continua
a interpretare la fede a modo suo. C'è un lungo filo che unisce sport e
religione, come scrive William J. Baker, professore ad Harvard, nel suo Playing
with God. Religion and modern sport: «Sport e Dio cominciarono a dialogare in
inglese: l'esperienza anglosassone conciliò il prete e l'atleta, mentre nel
Continente europeo, per opposizione, i club sportivi nascevano sotto la
bandiera del laicismo». La grande esposizione mediatica dello sport, il suo
rapporto sempre più stretto con la politica, il suo tentativo, sempre più
difficoltoso, di evitare qualsiasi tipo di strumentalizzazione ha portato
spesso a decisioni discutibili. A Pechino, per esempio, durante i Giochi del
2008, il Comitato organizzatore aveva proibito l'introduzione nelle zone
olimpiche di materiale religioso a scopo di propaganda. Il Cio fu accusato di
censura. Lo stesso capiterà, c'è da scommetterci, alla Fifa. Claudio Colombo Il
rito contestato I giocatori brasiliani pregano dopo
una vittoria contro l'Argentina. Rito ripetuto anche quest'anno alla
Confederations Cup. Nel tondo: il presidente della Fifa Joseph Blatter «Niente
religione» Il boss del football Blatter vuole bloccare le manifestazioni
religiose in vista dei Mondiali 2010 Legrottaglie: un errore Lo juventino
Legrottaglie: la Fifa dovrebbe condannare i gesti più esagerati e cattivi
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( da "Foglio, Il" del
04-07-2009)
Argomenti: Laicita'
5 luglio 2009
Oggi è il Papa, non Galileo, che è richiesto di abiura Monsignor Pagano non mi
convince. Il curatore dellarchivio Galileo in
Vaticano ha
detto di recente che la chiesa deve esercitare la massima prudenza, se non
voglia ripetere con la genetica moderna lerrore fatto
quattro secoli fa nel giudicare gli sviluppi dellastronomia moderna e di
un metodo, quello galileiano, che oggi (faccio questa osservazione riferendomi al
discorso di B-XVI a Verona) è rivendicato dal Papa come veicolo specialmente
significativo di una lettura matematico-razionale della realtà. Richiesto di
delucidazioni sui confini e lambito di questa
prudenza, Sergio Pagano
ci ha risposto con cortesia, e ha spiegato a Nicoletta Tiliacos che non
intendeva certo mettere in discussione le critiche di cristiani e laici alla
deriva eugenetica dei nostri tempi, che quanto da lui detto era per così dire
un ovvio richiamo alla cautela reciproca nei rapporti tra scienza e dottrina
biblica già condiviso da Giovanni Paolo II; ma concludendo poi che il vero
problema, su cui si misura questa prudenza, è la possibile capacità della
scienza di rappresentarci un “uomo nuovo”, dunque un mondo nuovo, esattamente
come avvenne con la rivoluzione copernicana e con le sue conseguenze. Qui la
faccenda si fa problematica. Non da un punto di vista dottrinale, che non è il
mio, il nostro di noi laici devoti al patrimonio culturale e cultuale custodito
dalla chiesa, dalle chiese radicate nella grande avventura cristiana. E nemmeno
sul piano della composizione della verità biblica sulluomo
con quella scientifica moderna. Non è un fatto di fede, di sfida alla fede.
E una questione di ragione, di etica, di uso e abuso della libertà nella direzione di
un transumanesimo i cui contorni sono francamente sinistri. Monsignor Pagano sa
molto meglio di me quanto sia forte, e balorda, la spinta ideologica a
governare la scienza nel senso della manipolazione illimitata della vita umana,
del materiale umano in ogni stadio del suo sviluppo; e sa meglio di me che per
quanta prudenza si eserciti in relazione agli scopi umanistici della ricerca,
come lalleviamento senza illusioni della
sofferenza umana, sarebbe incauto non vedere il risvolto faustiano, banalmente faustiano,
della strategia di fitness morale e corporale perseguita da eserciti di
ricercatori, di ginecologi, di grandi medici, di scienziati che il nostro tempo
e il nostro business investono di una funzione sacerdotale, e incoronano guru e
signori di una grande potenza e ricchezza, spirituale e materiale. E
pieno di brava gente e seria e rigorosa e matura e capace, nel mondo della
scienza. Ho bisogno di loro e li ammiro, come tutti. Ma cè un sostrato di
cultura e di
falsa coscienza del reale, nel pensiero dominante che guida la comunità
scientifica militante, per ogni dove, che è il nemico diretto e irriducibile,
non già della chiesa gerarchica e istituzionale, che fa benissimo a essere
prudente se prudente voglia dire “scaltra” anziché “umile”, bensì del
cristianesimo, inteso come religione o etica che indebolisce lumanità
e la umilia, secondo la lezione di Nietzsche. Se il biologo promette
limmortalità, un cristiano non può dire “prudenza” senza liquidare non solo la croce, ma due
millenni di teologia e di filosofia cristiane. Se il neodarwinista sfoggia
baldanza nel prospettare il significato meramente neurologico dellanima
umana, parafrasi fantasiosa di un cervello semplicemente “evoluto”, tenere un tono fermo nella risposta, ricercare
e mobilitare ogni possibile intelligenza, ecco il compito imprudente che tocca
alla cultura cristiana, laica e cattolica e di ogni altra
possibile denominazione riformata. Se la vita del nascituro è à la carte, se la
soppressione selettiva la regola del giorno, dove andremo a raccogliere una
qualche regola di prudenza, monsignor Pagano? Il cardinal Ruini ha fatto e sta
facendo molto per chiarificare la faccenda, che duole e non è sanabile
così facilmente, nellambito del progetto culturale della Cei. Altre
iniziative sono in cottura a Bologna e altrove. Penso che monsignor Gianfranco
Ravasi, preposto a un compito difficile di sfida e dialogo culturale, che sta
svolgendo con il suo noto e puntiglioso talento, farebbe bene prima o poi a
portare a sintesi questo problema, in senso culturale dico e non magisteriale.
Per decidere quantomeno il livello di dialogo e sfida, e anche un certo livello
di incomunicabilità, che è implicato dalle cose, oltre che allinsegnamento
in fondo
univoco dei papi della seconda metà del Novecento, compresi Pio e Giovanni, per
non dire del Paolo VI dellHumanae vitae e dei
suoi successori fino a oggi. Infatti oggi il problema non è una qualche
richiesta di abiura, inimmaginabile, rivolta da un prete a uno scienziato laico; oggi la
questione è quella di una evidente richiesta di abiura del cristianesimo e
delle sue premesse o conseguenze etiche e filosofiche da parte della scienza
militante, non la scienza razionalista, dico, ma quella postmoderna e post o
trans umanista. Oggi è il Papa, non Galileo, che è richiesto di abiura. © 2009
- FOGLIO QUOTIDIANO
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( da "Stampa, La" del
05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Erica Asselle
Protagonisti Un legame che non si è interrotto anche nei giorni difficili del
sequestro di due suore Centinaia di volontari chiamati dall'Africa Don Aldo
Benevelli Fondatore di Lvia, associazione internazionale di
volontari laici.E' lungo le strade di periferia, nei cantieri, nelle fabbriche,
nelle scuole, nei frutteti di Lagnasco e tra i filari delle vigne in Langa. E'
accanto agli anziani, nei bar, ai giardini, sui treni e sugli autobus, fra i
precari addetti ai lavori nei grandi stabilimenti affidati alle cooperative,
nelle file di fronte agli uffici di immigrazione, in camice azzurro o bianco
nelle corsie di ospedale, nei musei. Al «Craveri di Bra» come alla Certosa di
Chiusa Pesio. E' tra le méte delle vacanze a basso costo o dell'avventura; è
nel cuore di chi c'è stato almeno una volta. E'
l'Africa in provincia di Cuneo. Esploratori e missionari fra i primi a
raccontarlo. Giancarlo Turco, medico e viaggiatore, nato sulle colline di Mango
è partito, nel 1970, prima solo, poi con il figlio. Lo ha scritto sui giornali
locali e in un libro sulla preistoria del Teneré. Chi va in Africa una volta,
poi ci ritorna. Capita, però, per ragioni diverse, che qualcuno non faccia più
rientro a casa. Nella lista dei missionari della diocesi di Cuneo (oltre trenta
i nomi) con cui suor Gemma Dalmasso tiene i contatti, c'è un asterisco rosso.
E' di fianco al nome di Padre Giuseppe Bertaina, ucciso a gennaio. Questa è
Africa, la stessa che ha restituito, a febbraio, suor Caterina Giraudo e suor
Maria Teresa Olivero. «E' un'ideale che ci spinge a tornare» spiega sorella
Sandra Garzino, al Convento dei Giuseppini ancora per pochi giorni, prima di
tornare in Congo, un «Mal d'Africa» che dura da quarant'anni: «Portiamo il
Vangelo, ma portiamo soprattutto il nostro lavoro. Ci ripagano i sorrisi di chi
non ha niente». Un'ideale cristiano per laici, un'avventura di solidarietà:
almeno ottocento volontari sono partiti da Cuneo alla volta dell'Africa negli
ultimi trent'anni. Li conta don Aldo Benevelli, l'esile sacerdote
ultraottantenne, ex partigiano, fondatore e anima di Lvia, la ong cuneese che
ha avuto per testimonial Stefania Belmondo. Don Aldo ricorda chi lasciò un
posto fisso alla Michelin o alla Camera di Commercio per andare in Africa, a
lavorare a fianco degli africani, a tirar su una piccola centrale eolica, ad
avviare una cooperativa agricola. Qualcuno è rimasto là. Altri sono tornati
riportando indietro menti più aperte, disposte a conoscere l'altro, ad
accogliere e ad accettare. «Queste persone - racconta don Aldo - hanno
affrontato più facilmente l'arrivo degli africani. Lo avevamo previsto e
intorno al 1995 è accaduto: le ondate di immigrazione, in continua e
inarrestabile crescita, quelli che oggi liquidano chiamandoli clandestini». I
problemi, ribadisce don Aldo, vanno risolti là e il volontariato di questi
tempi, a volte impreparato, a volte scostante non è sufficiente ed efficace per
dare le risposte attese. Dal Cuneese è partito tanto per l'Africa, come gli
aerei di Emergency da Levaldigi, i fondi per realizzare strutture sanitarie e
case famiglia, i contributi per le adozioni a distanza. L'ospedale in Burkina
Faso inaugurato nel 2003 grazie all'Avis cuneese è immortalato nelle foto di
Bruno Murialdo e Severino Marcato. Quest'ultimo, fotografo albese per Famiglia
Cristiana, nel continente nero ha viaggiato in 18 paesi. Al ritorno, le
immagini le ha messe in mostra. Perché l'Africa ha dato altrettanto al Cuneese.
E' miseria e bisogno, ma è fascino, colori, storie che molti hanno voluto
raccontare. Nei libri e nei film l'Africa l'hanno descritta, tra gli altri,
Renzo Mialanesio e Annamaria Gallone, Gianni Vercellotti e i frati Cappuccini
di Fossano con le immagini e le testimonianze di Capoverde. Già, Capoverde, un
arcipelago di isole dove il frate Padre Ottavio Fasano e una moltitudine di
volontari hanno realizzato un ospedale, costruito un centro di accoglienza,
hanno portato giovani in Italia per imparare l'arte della cucina e
dell'accoglienza alberghiera, costruito un villaggio per un turismo
intelligente e ora stanno mettendo a dimora una vigna e un centro di
accoglienza per ragazze madri. Oggi, qui nella Granda, Africa è Halima, liceale
marocchina-saviglianese con il velo in testa per scelta. E' Hassane Mhadi,
appenna tornato in Marocco, la cui testimonianza di illegale in provincia di
Cuneo è raccontata sull'ultimo numero de «Di tutti i colori», periodico
interculturale del Granello di Senape. Sono don Max Lafia dal Benin, don
Alphonse Kavandako Mpasi dal Congo e il tanzaniano don Daniel, giovani e
preparati sacerdoti africani «prestati» a tener vive le parrocchie dove le
vocazioni sono rare.Don Max Lafia Parroco di Bandito di Bra: mamma musulmana e
papà cattolico.
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( da "Stampa, La" del
05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Nel mondo del
pop/rock che ha a cuore l'Africa, con Bono, Bob Geldof e tanti altri c'è anche,
modestia a parte, il nostro Jovanotti. Fin da un lontano Sanremo di nove anni
fa, dove invitava con un rap a cancellare il debito, passando per il Live 8 del
2005, gli italiani sanno che Lorenzo Cherubini, sul tema, c'è. C'è pure adesso,
alla vigilia del G8, anche se se ne sta a New York a incuriosire i media e a
mietere successi nei club, con la sua musica meticcia. Da New York, caro
Lorenzo, lei ha scritto una lettera a Berlusconi... «Non è
stata una iniziativa personale. Mi sono reso disponibile nell'ambito del mondo
di attivisti e Ong, di One di Bono, di Data, di gruppi laici, religiosi,
politici, che raccolgono un sacco di energie. Facciamo pressione in vista del
G8. L'Italia, per il debito dell'Africa, è uno dei problemi: pagava ma ora non
paga più. Il che è grave perché ha fatto una promessa sulla quale è stato costruito un budget, che gli altri hanno più o meno
mantenuto: anche paesi più in crisi di noi, come la Spagna. L'ultima
Finanziaria ha dimezzato l'impegno sulla cooperazione, ma questa politica non
ha risalto sui media, perché abbiamo altri problemi». Già, noi italiani abbiamo
tanti guai. Ma l'Africa versa in povertà estrema. «Parlare di povertà estrema
può irritare il cittadino medio, ma il problema va affrontato. Da un punto di
vista politico, l'Africa sta andando in mano ai cinesi, che investono in tutti
i paesi poveri e dei diritti umani se ne fregano: ed è sbagliato, per noi, non
sostenere quei diritti. Sullo scacchiere mondiale, questi paesi hanno meno
bisogni di noi e quindi, nell'ottica della crisi, hanno una opportunità. Se un
ricco diventa povero, ha più problemi di un povero, che comunque ha bisogno di
meno per risollevarsi, entrare nel mercato globale e darsi una struttura
economica. Il vero, grande problema africano è la povertà estrema, dove non hai
nulla, nemmeno il rispetto di te stesso, e muori perché non puoi curarti il
raffreddore, o muori di Aids, che oggi si può controllare. E' semplicemente un
fatto di giustizia: possiamo occuparcene, perché non farlo? Un valore. Nella
politica, è quello di dare una mano agli altri. Non è un'utopia, si può con
poche risorse. Si tratta di stabilire che nella Finanziaria alcuni soldi
vengano spesi per il Millennium Goal: lo studiano milioni di economisti,
dottori, politici, ci sono in ballo energie anche intellettuali enormi. Non è
una faccenda di beneficenza». Le ha risposto, il presidente del Consiglio? «Ha
risposto la segreteria del G8 della presidenza del Consiglio, ai gruppi di
pressione, dicendo che anche questo tema è al centro del G8, ma non comunicando
cifre né promettendo che si ritorno ai livelli di pagamento dello 0,51 per
cento del Pil per aiuti alla cooperazione. Siamo invece lontanissimi, allo
0,017». Come e quanto conosce l'Africa? «Tanto, perché facendo musica l'Africa
mi è amica: un immaginario, un mito formativo, la culla della musica nera che
mi ha fatto fare questo mestiere. Non sono un esperto, ma un innamorato: chi
vive a Roma, dove sono cresciuto io, ha molta Africa in giardino, come canta
Azzurro; la Chiesa cattolica ha un rapporto con l'Africa, si parla di missioni.
Il nostro Paese poi è una freccia che punta verso il continente a forma di
cuore, che dà segni più positivi dell'Occidente, in questi momenti». Africa in
giardino, ma anche Africa in America, no? «Ieri mattina sono stato
ad Harlem: l'America senza i neri sarebbe un paese slavato. All'Africa noi
tutti dobbiamo qualcosa, chi l'immaginario, chi la forza lavoro, chi l'esistenza,
visto che pare che l'uomo sia nato lì». Ha più sentito Bono? «Sì, quando ho
scritto la lettera al Presidente. Lui è il più importante, è l'immagine. E'
quello che si è speso di più. Ha un impegno e una preparazione impressionante,
ne sa più lui di un politico».
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( da "Stampa, La" del
05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Enrico Ferrari
Protagonisti Iniziative benefiche per Rwanda, Burundi, Benin, Madagascar Quando
l'Africa chiama il cuore d'Imperia risponde L'etiope Teklè Roussom, assessore
uscente a Diano S. Pietro, è al fianco del sindaco MassoneAnche la provincia
d'Imperia non resta insensibile al grido d'aiuto dell'Africa. Parrocchie e
associazioni di volontari, un ricco patrimonio d'esperienze nel Ponente, sono
in prima linea nelle iniziative umanitarie. E l'integrazione è un dato di
fatto: tra gli africani inseriti nel tessuto sociale spiccano medici, artisti,
sportivi. Fra gli «africani di Riviera» c'è l'egiziano Fathy El Gharbawy, che
risiede a Sanremo. Ha recitato a lungo nella fiction Rai «Incantesimo». In
«Nassiriya-Per non dimenticare», film con Raoul Bova nei panni di un
carabiniere, in onda nel 2007 su Canale 5, l'attore aveva il ruolo di un poliziotto
iracheno. Non mancano poi presenze nei Consigli comunali: a Diano S. Pietro, al
fianco del riconfermato sindaco Ivano Massone, c'è Teklè Roussom, assessore
uscente, nato in Etiopia nel 1952. È un dottore, specializzato in Igiene e
Medicina preventiva. Fra i sindacalisti, significativa la presenza nella
Fillea-Cgil di Said Garjmi, nato a Casablanca ma in Italia da vent'anni. Dal
1991 abita a Imperia ed è il responsabile provinciale del settore immigrati
nell'edilizia. La marocchina Amal Yanouri segue inoltre lo sportello stranieri.
Due calciatori africani, Segna e Dembele, la scorsa stagione hanno militato
nella Sanremese 1904 in
Seconda categoria, e altri atleti del Continente nero giocano nei tornei
amatoriali, come il Città di Sanremo disputato a Pian di Poma. Molto alto il
numero di progetti di solidarietà. L'associazione Agya, formata nel 2007 da un
gruppo multietnico di artisti e professionisti, ha sede in via Cascione 86 a Imperia, e pochi mesi fa
ha organizzato uno spettacolo di danze africane al teatro Cavour per progetti
in Malawi. Agya raccoglierà fondi anche stasera nell'ex Bimbo beach del Prino a
Porto. Altro sodalizio sempre attivo negli aiuti è l'Aifo, rappresentata a
Imperia da Susanna Bernoldi. E c'è anche il Rotary di Imperia, che ha superato
i 50 anni di attività. Il presidente è ora Gigi Falcinelli, ma già sotto la
guida del dottor Carlo Amoretti il Club ha avviato un piano di sviluppo a
Humure, in Rwanda, creando un Centro nutrizionale. Il club service Soroptimist,
sempre nel capoluogo ponentino, sta raccogliendo fondi per la creazione di
pozzi nel Burkina Faso. Ultime, ma non ultime, le missioni cattoliche. A
Ouesse, nel Benin, una scuola è stata chiamata «Impeto», dai nomi di Imperia e
Torino, località benefattrici dei Camilliani. E ieri, nella chiesa di San
Giovanni a Oneglia, un Padre missionario della missione cappuccina ha pregato
perché, grazie alla riunione del G8, «la situazione in Africa possa trovare
presto soluzione». Nel frattempo, però, c'è anche chi si impegna in modo
concreto per alleviare le sofferenze delle popolazioni. Durante le vacanze
natalizie del 2008 i fedeli delle parrocchie di Borgomaro, Maro Castello,
Candeasco e S. Lazzaro Reale hanno raccolto 13 mila euro a favore degli 80 chilometri de «La
strada della speranza» realizzata dal religioso imperiese Padre Floriano
Strapazzon, missionario vincenziano, a Iakora in Madagascar. Di recente la
Provincia ha sostenuto il progetto dei Carmelitani scalzi per le «foreste
scolastiche» nella Repubblica Centrafricana: lo stesso presidente Gianni
Giuliano ha consegnato una somma a Padre Giustino Zoppi. Monsignor Giovanni
Battista Gandolfo, originario di Conio, è da poco diventato responsabile dei
fondi per il terzo Mondo in Vaticano i suoi contatti con ambasciatori e nunzi
africani sono continui. Nella diocesi di Albenga-Imperia sono diversi i
sacerdoti africani, come il vice parroco di Aurigo Phanuel Alfonse Kanema, 41
anni, dello Zambia, o l'amministratore parrocchiale di Diano Arentino Prosper
Bayeya Kileki, 48 anni, nato a Kinshasa in Congo. Ma la diocesi di
Ventimiglia-Sanremo non è da meno. Spiega il parroco di S. Stefano, don Umberto
Toffani, vicario diocesano: «È stato qui come aiutante per diversi anni don Firmin Sosa, ora
segretario della nunziatura in Burkina Faso». Sempre di S. Stefano è il diacono
Mimmo Marrara, che dice: «Con mia moglie Monica Pastorella faccio parte dei
Laici Missionari cattolici:
siamo stati per tre anni in Costa d'Avorio per vari progetti di sviluppo e due
volte l'anno torno in Guinea. Agli aiuti in Guinea ha collaborato il
sindaco di Taggia, Genduso. Il prossimo viaggio, con partenza il 21 agosto, è
per Senegal e Gambia». Ogni anno, inoltre, l'Istituto di diritto umanitario
organizza incontri sotto l'egida delle Nazioni Unite a Villa Ormond di Sanremo,
con la presenza di ufficiali delle forze armate africane. Said Garjmi,
marocchino, è responsabile provinciale Cgil degli immigrati per l'edilizia
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( da "Tempo, Il" del
05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
stampa Il «terzo
uomo» lancia la sua «crociata» all'insegna della laicità per conquistare la
guida del Pd Marino c'è. Ma è già in forse Corsa a ostacoli quasi impossibili
per la candidatura del medico Ignazio Marino si candida. La conferma arriva
attraverso un'intervista all'Unità. Ma la sua candidatura è già in forse visto
che gli adempimenti chge prevede lo statuto e che di fatto rendono quasi
impossibile la partecipazione a chi non abbia un apparanto a sostegno. Tanto
per cominciare deve presentare la sua candidatura il primo scoglio sono le
firme: occorre il 10% dell'Assemblea nazionale uscente, che è composta da quasi
tremila persone. O serve il sostegno di 1500 iscritti distribuiti in cinque
Regioni. Superato questo ostacolo, c'è il secondo che è molto più difficile. E
riguarda i delegati. In ogni riunione dei circa settemila circoli territoriali
il candidato deve presentare la propria mozione alla quale va collegata una
lista di delegati che, in caso di vittoria, vengono eletti alla Convenzione
provinciale. E non basta: ci deve essere l'alternanza uomo-donna. Se ce la farà
Marino poi avrà un terza barriera: superare il 5% dei voti per accedere alle
primarie. Tuttavia, il suo manifesto politico non lascia
spazio a interpretazioni: «Crediamo nella cultura del merito, nella laicità
dello Stato, nella solidarietà, nel rispetto delle regole, nei diritti uguali
per tutti». E si aggiunge: «Sono pronto a fare il primo passo per assumermi la
responsabilità di dare voce e concretezza e ciò in cui crediamo - scrive Marino
-. Sulla strada siamo in tanti, a partire da un gruppo di democratici
libero nello spirito e visionari, che hanno scelto di impegnarsi e condividere
la sfida. Non siamo spinti nè sostenuti da correnti, siamo un ruscello ma
possiamo diventare un fiume se ognuno di noi è disposto a contribuie con la
propria goccia d'acqua». Marino, tra le altre cose, chiede di iscriversi al Pd
per «partecipare con il proprio voto alla fase congressuale, per scegliere il
candidato» e chiede di farlo entro l'11 luglio. «Tra una settimana, se saremo
in tanti, il fiume seguirà un nuovo corso. Di speranza e di fiducia». In serata
la prima intervista all'insegna del fair play: «Anch'io mando il mio in bocca
al lupo a Franceschini e Bersani. Sono due persone serie e preparate». La sua
scelta era stata sostanzialmente ignorata dall'intero vertice. Ad eccezione di
Dario Franceschini che si limita a qualche frasetta di circostanza: «La
candidatura di Ignazio Marino renderà più vivo il dibattito congressuale del
Pd». «Ignazio - sottolinea Franceschini - è una persona che stimo, anche per
questo da segretario gli ho chiesto di fare il capolista alle elezioni europee
e, più recentemente, gli ho proposto più volte di arricchire, con la sua
competenza e i suoi valori, la pluralità di posizioni che sostengono la mia
ricandidatura alla segreteria del Pd. Ha fatto una scelta diversa, che
rispetto. Gli auguro sinceramente in bocca al lupo». Ieri, comunque, è stata la
volta dei rutelliani, riuniti per una due giorni a Roma dalla quale è emerso un
"sostegno condizionato" a Dario Franceschini. «Marino è un po' un Giuliano
Ferrara al contrario, mono-tematico sul sondino», ironizza il deputato
cattolico Andrea Sarubbi. «Io Marino non lo appoggio - attacca il laico Roberto
Giachetti - a parte perché lo sostiene Bettini che è uno dei guai peggiori di
questo partito, ma soprattutto perché al Lingotto ha concluso il suo intervento
dicendo che sarebbe ora che a chi non è d'accordo sulla laicità noi facessimo
saltare un girò e io penso che se il Pd inizia a stabilire chi deve farne parte
e chi no, è la strada sbagliata».
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( da "Repubblica, La"
del 05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina XX - Bari
Patrizia, le altre e le veline silenzio sull´offesa alle donne (SEGUE DALLA
PRIMA PAGINA) (segue dalla prima di
cronaca) cosicché mentre le inchieste giustamente vanno avanti, i nomi e i
volti delle protagoniste di una vicenda unica quanto penosa cominciano a
disperdersi, e nella memoria non restano che i particolari più piccanti.
Distolta l´attenzione dei media, resta comunque la vicenda che congiunge la
cronaca politica alla storia di giovani donne usate, non importa se
consenzienti. Donne alle quali andrebbe data maggiore solidarietà e pietas, ma
verso le quali alcuno ha ritenuto finora di rivolgere un pensiero autentico. La
cosa che più indigna del caso di Patrizia D´Addario consiste nel fatto che
nessuno si sia chiesto come mai sia potuto accadere una cosa del genere. Ovvero
la superficialità con cui si accetti la tratta degli esseri umani come una
occasione prodotta dalle bizzarre abitudini di un ultrasettantenne con il vizio
delle veline. è comunque assai sconcertante che le pari opportunità non valgano
per Patrizia D´Addario e per le sue compagne di sventura. Se un qualsiasi
aspirante ad un scranno comunale fosse stato ingannato
così come Patrizia, a prescindere dall´inchiesta, ritengo non sarebbero mancate
argomentazioni e circostanze per fare del malcapitato una vittima da
soccorrere. In questo caso, invece, la vittima viene lasciata sola. Ed è ancora
più sola, perché passibile di un giudizio morale, anacronistico e falso. Mi
chiedo come sia possibile che nessuna femminista abbia sentito il dovere di
parlare del coraggio di Patrizia, della sua sfida pericolosa. E come sia
possibile che nessun politico abbia sentito il dovere civico di offrire
disponibilità ad una donna che, probabilmente esasperata, cerca una zattera per
risalire la china. O come sia possibile che nessun esponente del mondo
cattolico abbia sentito il dovere cristiano di spendere parole di indulgenza.
Per Patrizia e le sue compagne esiste solo il piano della descrizione degli
eventi. Ma nulla importa della strumentalizzazione che emerge dalla loro
vicenda, quasi che fosse un capitolo da chiudere perché chiusa è la partita dei
ballottaggi elettorali. Naturalmente esiste la giustizia, verso la quale va il
massimo rispetto e ossequio. Tuttavia come donna quarantenne sento il dovere
umano di esortare benevolenza, comprensione e soprattutto aiuto per Patrizia e
le sue compagne. Non è giusto infatti che la loro debolezza le condanni a
inedite forme di segregazione, mentre le cronache continuano a lodare belletti
e vallette. Soprattutto, il rispetto della persona è un principio che mi
piacerebbe vedere praticato, specie dalle amministrazioni pubbliche, e specie da quelle che si rifanno a valori laici della democrazia
sociale. Il rischio, infatti, è che questo new deal della politica
berlusconiana contamini i comportamenti da giudicare episodico quello che è
accaduto, e dunque da sottovalutare gli effetti sia sulle persone direttamente
coinvolte, sia sull´opinione pubblica, sempre più disorientata per quanto
attiene i costumi. La decadenza di una società dipende dalla
disponibilità a costruire un paesaggio umano composito. Viceversa non restano
che smarrimento, solitudine e, di conseguenza, sopraffazione e prevaricazione.
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( da "Unita, L'" del
05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Il tifo dei
lettori in vista del Congresso Quasi duemila commenti sulla sezione «virtuale»
del Pd aperta sul sito internet de l'Unità. In tanti sostengono la nuova
candidatura. La discussione è aperta IL TICKET MARINO-CHIAMPARINO Ticket
Ignazio Marino-Chiamparino Il Chiampa me l'hanno segato ed era forse l'unico
che poteva salvare questo PD. Meglio così per noi torinesi, avrà tempo di
prepararsi per il 2013 Ma ora che Ignazio Marino intende scendere in campo, non
sarebbe male se il Chiampa si impegnasse in prima persona al suo fianco. Marco
(torino) INTELLIGENZA POlitica Se si ha un minimo di intelligenza politica
segretario deve essere Marino. Persona che rappresenta, a mio avviso, la quasi
totalità del pensiero dei Democratici, oltre che uomo di indubbio valore umano
e professionale. Vai Marino non arrenderti mai siamo con te. Giuseppe l'ordine
delle cose Ma come, si sceglie prima il nome e poi si discute!? Ma il Pd non
dovrebbe fare il contrario e cioè prima chiarirsi le idee, definire obbiettivi
e strategie, tempistica e alleanze, con la partecipazione dei militanti almeno
(che per il momento se ne stanno a casa) e poi trovare la rappresentanza che
meglio è capace di realizzare la volontà comune? Michele «perplesso» UN
Chirurgo tra i «bagnini» Ecco un nome nuovo, uno che ha le idee chiare e
fresche!!! Uno che ha fatto veramente la gavetta e che può contrastare, grazie
anche al suo curriculum, i bagnini e le bagnanti di villa Certosa!!!!!
pierpaolo LE cose che ci eravamo detti Non occorre un nuovo percorso bensì
l'applicazione delle cose che avevamo detto alla nascita del Pd. A mio parere
finora ci sono state solo parole e contrapposizioni anche personalistiche.
Forza e coraggio Dario Giuseppe da Prato UN BUON INIZIO Ho letto il manifesto di
Ignazio Marino. Non è ancora tempo di schieramenti, ma questo manifesto ha un
tono nuovo e un'apertura ai temi delle persone che mi trova molto vicina. maura
bergonzini Bersani unisce, marino no Solo Bersani può salvare questo partito e
il centrosinistra tutto. Marino aumenterebbe solo gli
scontri interni tra laici e cattolici, il Pd si spaccherebbe e torneremmo a Ds e Margherita, e allora
sarebbe la fine! Chi è serio e responsabile sta con Bersani! alessio E la
finocchiaro? La Finocchiaro alla guida del partito potrebbe mettere fine alla
guerra fratricida che si è già scatenata e che temo potrà ancor più aumentare
in prossimità del congresso: riflettiamo sulle sue capacità e
potenzialità in caso di candidatura super partes, per non dilaniarci
ulteriormente fino ad ottobre e per non andare a dividerci dopo. eugenio
mancini spirito di gruppo Vorrei che dopo il congresso,una volta prese
decisioni unanimi,ci fosse coesione e spirito di gruppo. Bersani mi piace
molto. massimo (Prato) Cofferati-franceschini L'adesione di Cofferati al
progetto di Franceschini mi conforta molto.speriamo che Sergio riesca a formare
queste nuove leve. MICHELE «PENSIONATO» PER MARINO Dal 1° Luglio x colpa della
crisi sono in pensione. Caro Prof.Marino, tutto il mio tempo tutte le mie
energie, tutta la mia passione sono a tua disposizione. Non fermarti. G. SABRU
Via Benaglia 25
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( da "Corriere della Sera"
del 05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Prima Pagina data: 05/07/2009 - pag: 1 IL BIPOLARISMO E LE SCELTE
DEL PD IL CONVITATO DI PIETRA di MICHELE SALVATI M agari le questioni sulle
quali il prossimo congresso del Pd si dividerà fossero quelle descritte da
Panebianco nel suo editoriale di martedì scorso! Di queste la crisi della
sinistra europea, l'incapacità di quella italiana di fare i conti col suo
passato, l'amalgama non riuscito tra ex comunisti ed ex democristiani, i
rapporti col sindacato, gli innesti liberali in un corpo non liberale... si
discuterà di certo, e con accenti differenti, ma non saranno le vere ragioni
del contendere. È anzi probabile che saranno usate come pretesti per esprimere
un dissenso profondo che serpeggia nel partito e ha a che fare con una
questione del tutto diversa. Il dissenso tra chi ritiene che il bipolarismo
coatto che abbiamo avuto nella Seconda Repubblica, imposto mediante leggi
elettorali maggioritarie, sia stata e sia una iattura per il centrosinistra e
per il Paese. E tra chi ritiene invece che sarebbe una iattura l'adozione di un
sistema proporzionale senza premi di maggioranza: gli elettori non sarebbero
più in grado di scegliere il governo e si ritornerebbe ai problemi della Prima
Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento. Non è un mistero per
nessuno che nel Pd ci sono molti che la pensano come Casini e Tabacci: che il
bipolarismo non è adatto e non fa bene al nostro Paese, ma soprattutto al
centrosinistra. Ce ne sono sia sul lato ex democristiano, sia su quello ex
comunista del partito. Nel caso si tornasse al proporzionale, i destini poi si
dividerebbero: i primi probabilmente si avvicinerebbero all'Udc e, insieme a
non pochi transfughi dal Pdl, a coloro che oggi soffrono sotto la leadership di
Berlusconi, cercherebbero di dar vita a un robusto partito centrista. I secondi
resterebbero nel Pd, che a questo punto diventerebbe una cosa del tutto diversa
dal suo progetto originario, dal tentativo di fusione del
riformismo laico e cattolico. Diventerebbe un partito a prevalente intonazione
laica e socialdemocratica, e, proprio per questo, lì sarebbero raggiunti da non
pochi che vivono malamente nell'estrema sinistra e con Di Pietro. Dopo di che
si svilupperebbe il gioco dei due forni: un partito di centro sempre al governo,
che ora si allea con i partiti di destra, ora con quelli di sinistra. Un gioco
che nella Prima Repubblica non si era mai potuto giocare perché Pci e Msi erano
partiti antisistema, ed era impensabile governare con loro. Ci sono tre motivi
che ostacolano l'emersione di questo conflitto profondo nel prossimo congresso.
Il primo è che non si gestisce un evento simbolico di questa importanza
mettendo in primo piano una spaccatura su un problema di leggi elettorali,
alleanze, assetti istituzionali: spaccature difficilmente componibili, com'è
questa, fanno male al morale, e il congresso come grande rito unitario è
radicato nella cultura politica del partito. CONTINUA A PAGINA
17
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( da "Corriere della Sera"
del 05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Politica data: 05/07/2009 - pag: 17 Dietro le quinte La strategia
dell'ex ministro in vista delle primarie, che teme più del congresso La ricetta
di Bersani: laico e riformista Deciso sui diritti, cauto sull'economia. E si
affida a un'agenzia di pr ROMA In questi giorni, dopo la presentazione della
sua candidatura a segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani sembra
essersi inabissato in apnea. Poche, pochissime parole e dichiarazioni pesate
con il bilancino. Ma non si tratta di imbarazzo. E neanche di apprensione
perché la candidatura di Ignazio Marino potrebbe togliergli qualche consenso
degli ex diesse. Il senatore-chirurgo punterà la sua «campagna elettorale»
sull'innovazione e quindi creerà maggiori problemi alla coppia Franceschini-
Veltroni che si presenta all'insegna del «nuovo» che avanza. In realtà quella
di Bersani è una scelta maturata da qualche tempo. L'ex ministro del governo
Prodi è convinto e lo ha spiegato ai suoi sostenitori che occorra ridare un
ruolo di un certo tipo al segretario del partito. Bersani ritiene di dover
marcare la differenza con Franceschini che appare dovunque e dichiara su
qualsiasi argomento: secondo lui il numero uno del Pd non può discettare su
tutto come se fosse in un perenne talk-show. Ma Bersani intende sottolineare
anche un'altra differenza con l'attuale segretario. Per questa ragione ha
tirato quasi un sospiro di sollievo quando ha saputo che Francesco Rutelli si
sarebbe schierato con Franceschini. Bersani, infatti, intende condurre una
battaglia congressuale sui diritti civili e la laicità.
Perché ne è convinto. E perché su questo sa di poter mettere in imbarazzo il
segretario, che è appoggiato da molti cattolici: da Beppe Fioroni a Rutelli, appunto. Su questi temi il
candidato ex diessino alla leadership del Pd ha intenzione di parlare con
grande chiarezza, incalzando Franceschini e mettendolo in difficoltà perché il
segretario deve necessariamente tenere insieme tutte le anime della sua
corrente. In questo modo Bersani ritiene che una parte dell'elettorato ex ds
avrà dei problemi a votare per Franceschini. Sul fronte della politica
economica, invece, l'ex ministro vorrebbe dire cose non troppo di sinistra.
Insomma, Bersani vorrebbe presentarsi come uno Zapatero in salsa emiliana. Il
premier spagnolo, infatti, ha adottato proprio questa linea: molto spinto sui
diritti civili e laicità, vira leggermente a destra quando si tratta di
problemi legati all'economia. Questa strategia dell'ex ministro, però, non può
non fare i conti con la presenza della Cgil. Bersani ha molto «apprezzato», e
non lo ha nascosto, la decisione di Guglielmo Epifani di non far schierare il
«suo» sindacato in questo congresso del Pd. Peraltro, i pezzi più importanti
della Cgil stanno con l'ex ministro. Bersani è invece rimasto assai «stupito»
per la presenza dei leader di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, al convegno da
Walter Veltroni, giovedì scorso. E un autorevole dirigente dell'ala pd che
sostiene Bersani ha commentato aspro: «Bonanni e Angeletti ormai vanno solo
alle cene organizzate da Berlusconi e ai convegni di corrente promossi da
Veltroni». Dunque Bersani non intende spezzare il filo che in qualche modo lo
lega alla Cgil, perciò dovrà tener conto anche di questo nel suo programma
economico «di stampo riformista». La vera difficoltà, per l'ex ministro, è
un'altra. Bersani può vincere anche facilmente il congresso, ma le primarie rischiano
di diventare per lui una prova ben più dura. Perciò ha deciso di affidarsi a
un'agenzia di comunicazione, la «Proforma», che è quella che curò la
comunicazione di Emiliano, di Bertinotti (alle primarie del 2006) e di Vendola.
E' il segno che Bersani ha intenzione di condurre una vera e propria campagna
elettorale. Del resto, questo congresso per lui e Franceschini rappresenta
molto. Viste le lacerazioni e le divisioni nel Pd, chi dei due perde rischia,
insieme ai suoi sostenitori, di non rientrare più in gioco. Maria Teresa Meli
Schieramenti Il «terzo uomo» rischia di danneggiare più Franceschini. E Bersani
si è rallegrato della scelta di Rutelli, che su laicità e diritti civili può
creare imbarazzi al segretario
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( da "Corriere della Sera"
del 05-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della
Sera sezione: Politica data: 05/07/2009 - pag: 17 Il bipolarismo e le scelte del
Pd Il convitato di pietra SEGUE DALLA PRIMA Il secondo motivo è che coloro i
quali la pensano come Tabacci e Casini non hanno alcun interesse ad uscire allo
scoperto, a dire a tutto il partito: «Oops, ci siamo sbagliati, torniamo
indietro». Dall'Ulivo in poi tutta la retorica è stata bipolare, noi contro
loro, e questa visione è predominante tra gli iscritti e gli elettori: a chi ha
cambiato idea non conviene attaccarla frontalmente. Il terzo motivo è che si
tratta di un disegno il ritorno al proporzionale che non ha alcuna possibilità
di attuarsi nel futuro prevedibile, perché il Pdl è fortemente avvantaggiato
dal premio di maggioranza e non ha certo l'intenzione di mollarlo. In politica
non si discute di questioni virtuali, di possibilità lontane. La possibilità
vicina è al massimo quella di alleanze locali con l'Udc, che però non ha alcuna
intenzione, a livello nazionale, di farsi coinvolgere in un rapporto organico
col centrosinistra. C'è però un motivo che va in direzione contraria, che
spinge per uno scontro aperto. Se i difensori del modello bipolare e del
Partito Democratico come incontro-fusione delle culture
riformiste laiche e cattoliche non danno battaglia, se non denunciano
apertamente quella che per loro è una marcia indietro verso la Prima Repubblica,
hanno già perso il congresso. Per loro si presenta un dilemma. Conflitto
aperto, col rischio di traumi seri per il partito: questo non garantisce certo
una vittoria, ma la rende possibile. Oppure quieto vivere e sconfitta
sicura. Vedremo presto quale corno verrà scelto. Michele Salvati
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( da "Manifesto, Il"
del 06-07-2009)
Argomenti: Laicita'
PANNELLA Il tifo
sorvegliato del Pr «Bene, è credente vero Ma stia attento ai laici» Daniela
Preziosi ROMA ROMA «Della candidatura di Ignazio dico quel che si dice
universalmente della Rosa nel Pugno: è l'unico fatto nuovo della politica
italiana. Punto esclamativo». Praticamente detta al telefono, e chiede
l'esclamativo Marco Pannella. Perché poi vuole emendarsi. «Allora, attenuo
appena, tolgo l'esclamativo. E comunque spero che l'iniziativa di Marino
cresca, per quanto anche di implicito c'è nella sua decisione di impegnarsi sul
fronte della politica italiana e sul modo rigoroso ed esemplare di essere
credente». Parentesi. In generale ieri i radicali, nel senso di quelli che non
sono Pannella, preferivano non intervenire sulla corsa alla segreteria del chirurgo cattolico, ma paladino della laicità
Marino. Per amicizia, si capisce: per non metterlo nei guai con le varie
Binetti e i teodem del suo partito. Per esempio Emma Bonino evita di parlare,
temendo che i suoi auguri finiscano per risultare un abbraccio mortale, visto
che nel Pd non aspettano altro che di impallinare il terzo uomo bollandolo di
laicismo ma anche, peggio, di filoradicalismo. L'ex segretaria Rita
Bernardini rimanda alle istanze di partito, cioè alla segretaria Antonella
Casu. La segretaria Antonella Casu , nelle stanze di partito nonostante il
sabato pomeriggio, a sua volta parla con misura, dice che il fatto della
candidatura «lascia ben sperare sul tema della laicità», quanto al resto
«vedremo le iniziative specifiche, certo nel Pd bisognerebbe iniziare
dall'abolizione del divieto di doppia tessera». All'assemblea dei mille di
Chianciano, a questo giro Marino non c'era. Ma non ci crede nessuno che non ne
abbia ascoltato le proposte, almeno con un orecchio, dalla Radio Radicale.
Pannella invece parla. Presumibilmente per la stessa ragione delle sue
compagne, attenua gli esclamativi e gli entusiasmi, ma non teme di parlare.
Chiusa parentesi. Significa, Pannella, che per lei i veri credenti sono quelli
come Marino? Significa che siccome in quanto credente lui è un laico, saranno
tutti cazzi suoi. I laici italiani sono pure peggio dei credenti italiani.
Gliela faranno vedere loro. Ma voi, da radicali, proverete a dargli una mano?
Mi viene da dire: credo quia absurdum. Potrebbe essere, ma non lo è per due
ragioni. Primo, perché il Pd comunque è quello che è. Secondo, perché il Pd non
ammette la doppia tessera, quindi, anche volendo, non potreste rispondere
all'appello di Marino a iscriversi in massa entro l'11 per fare la battaglia
interna. Appunto. La doppia tessera è un tabù per tutti, anche per socialisti,
per Sinistra e libertà. Il Pd non si è concesso la libertà di fondare il
partito sulla libertà di associazione. E non ammette per i propri iscritti la
possibilità di concedersi feconde contraddizioni. Quindi, in sostanza, Marino
se la vedrà con i suoi democratici. Non viene dalla politica, sembra distante
dalle logiche congressuali. Le sembra attrezzato per scalare il Pd fino alla
segreteria? Sì, credo di conoscerlo bene. È un vero cattolico liberale
risorgimentale. Uno che nutre una profonda religiosità e quindi per questo è
laico. Uno che sa che dialogo significa mettersi in causa. C'è in lui un
elemento di ingenuità. Ma non sono sicuro che questo significhi innocenza.
Certo è una persona rigorosa e vigorosa.
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( da "Manifesto, Il"
del 06-07-2009)
Argomenti: Laicita'
LA CORSA DEL PD
Dopo l'annuncio che correrà per la guida dei democratici, il chirurgo cattolico
«pro choice» costruisce la squadra. Allenatore non giocatore Bettini che punta
sul sostegno degli irregolari ma anche degli ex diessini laziali. Con lui i
quarantenni e l'adesione a sorpresa del papà di Eluana C'è Englaro con Marino e
spaventa Franceschini Il medico è debole nell'apparato ma va forte con gli
elettori D'Alema si sente tradito, il segretario lo teme per la conta D. P.
ROMA «Non sono riuscito a ricambiare la chiamata, ma Beppino Englaro oggi mi ha
cercato e posso confermare che dopo la mia candidatira si iscriverà al Pd. Ne
sono felice, lo considero un eroe civile». Manca poco alle dieci della sera
quando Ignazio Marino cala il suo asso, direttamente davanti al popolo
democratico che lo ascolta alla festa di Roma. E lo applaude: l'adesione di
Englaro appare da subito il punto di forza della sfida del chirurgo alla
leadership del Pd. Prima, alle sette, Dario Franceschini era riuscito alla fine
a trovarlo al telefono. Auguri, cortesie varie, «la tua scelta aggiunge
ricchezza al nostro confronto interno». Per Ignazio Marino ieri è stata una
giornata caldissima di cellulari ululanti, dopo l'ufficializzazione della sua
candidatura al congresso con un'intervista sull'Unità - gesto di cortesia nei
confronti del giornale di casa pd - e la pubblicazione del suo manifesto,
subito su Facebook, unitamente all'appello ai simpatizzanti di iscriversi al
partito entro l'11 per partecipare alla battaglia congressuale al suo fianco. «Crediamo nella cultura del merito, nella laicità dello Stato,
nella solidarietà, nel rispetto delle regole, nei diritti uguali per tutti»,
dice il manifesto. Poi alcune parole che saranno i capitoli della sua
piattaforma, sicurezza, modernità, i salari, la scuola, lo sviluppo
sostenibile. Insomma, ieri giornata intensissima: telefonate,
complimenti, incoraggiamenti. Poi una riunione con i suoi più vicini: Goffredo
Bettini, quello che lo più ha consigliato e spinto la sua candidatura, ma che
non avrà alcun ruolo di responsabilità nella campagna congressuale, Michele
Meta, il potente ex segretario dei ds nel Lazio, Pippo Civati, trentaquattrenne
consigliere lombardo, che non farà «ticket» con il chirurgo, ma oltre a
coordinarne la campagna gli porta in dote buona parte dei «piombini», i
quarantenni che si erano dichiarati per lo più equidistanti dai candidati fin
qui in campo: Marta Meo, Paola Concia, Ivan Scalfarotto, il consigliere
milanese Pierfrancesco Majorino. Gli altri arriveranno, piano piano. Già si è
espressa a favore di Marino Marta Vincenzi, la sindaca di Genova. Viene dato in
avvicinamento l'ex pm Felice Casson. Dopo il briefing, una corsa verso
Caracalla, a Roma, dove ieri sera Marino ha annunciato la sua candidatura
davanti al popolo democratico nel corso di un'intervista pubblica condotta da
Bianca Berlinguer. Lì, poco prima di salire sul palco, mentre si avvicinava ai
militanti dei circoli romani, di osservanza bettiniana, arriva la telefonata e
gli auguri del segretario. Toni cordiali e auguri. Ripetuti poco dopo a favore
delle agenzie: «Ignazio è una persona che stimo, anche per questo da segretario
gli ho chiesto di fare il capolista alle elezioni europee e, più recentemente,
gli ho proposto più volte di arricchire, con la sua competenza e i suoi valori,
la pluralità di posizioni che sostengono la mia ricandidatura alla segreteria.
Ha fatto una scelta diversa, che rispetto. Gli auguro sinceramente in bocca al
lupo». Silenzio da parte dalemiana. Bersani era sicuro di averlo convinto a
impegnarsi con lui. E D'Alema, amico e autore del suo ritorno in Italia, nonché
del suo seggio al senato, gli aveva espresso chiaramente la contrarietà alla
corsa. Di fatto però quelli che se la prendono di più sono proprio quelli del
«correntone» che sostiene Franceschini. Popolari, veltroniani, ex ds e
Serracchiani sparsi. La candidatura di Marino era Belzebù nei loro
ragionamenti. «Rischiosa, dovrà estremizzare le posizioni. Non farà una
proposta complessiva, starà lì a marcare le differenze con Franceschini o
Bersani», aveva detto Franco Marini venerdì sera ai suoi. «La candidatura di
Marino mette a rischio l'identità laica del pd e lo sposta verso un'asse
laicista e anticlericale. È un tentativo di alcuni ambienti esterni di mutare
la fisionomia del nostro partito», dice il teodem Enrico Farinone. Un complotto
esterno, addirittura. Per lo meno un eccesso, come spiega un altro cattolico,
anche se non teodem, Andrea Sarubbi: «È un po' un Giuliano Ferrara al
contrario: mono-tematico sul sondino. Ero al Lingotto e Marino col suo intervento
ha fatto saltar giù la platea per trenta volte dagli applausi. L'ha fatta
saltare giù trenta volte perché ha parlato di laicità, ma non ci ha detto che
cos'è questa laicità». Ma c'è dell'altro, oltre al rischio di estremizzare lo
scontro sui temi su cui Marino va forte, quelli etici. L'ex braccio destro di
Veltroni comincia a fare i conti sui voti. Sa che nella prima fase
congressuale, quella in cui votano gli iscritti, farà fatica a prevalere.
Viceversa, nei gazebo è convinto di andare forte: conta di avere più appeal sul
popolo delle primarie, un'immagine più veltroniana appetibile. Lì credeva di
trovare il campo libero, e invece lo aspetta il chirurgo cattolico, che fra i
militanti ex ds e ex ppi sconta persino maggiori difficoltà. E che tenderà a rovesciare
il suo scarso successo fra gli apparati come una medaglia da esibire ai gazebo,
fra i simpatizzanti democratici. La stessa cosa che Franceschini aveva in testa
di fare. Foto: IGNAZIO MARINO NEO CANDIDATO ALLA GUIDA DEL PD /FOTO EIDON A
SINISTRA FRANCESCO RUTELLI
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( da "Manifesto, Il"
del 06-07-2009)
Argomenti: Laicita'
RAZZISMO DI STATO
Si incrina la linea «morbida» ufficiale del Vaticano sulle norme
anti-immigrazione votate dal parlamento. Le gerarchie non sono tutte con la
Santa Sede. Oggi in molte chiese verrà affisso un documento in cui si legge che
«il razzismo è ormai a norma di legge». Mentre le associazioni preparano
campagne per rendere la normativa inapplicabile LA LEGGE RAZZIALE Il cardinale
Tettamanzi contro la linea ufficiale del Vaticano. Cattolici
e laici preparano il boicottaggio Disobbedienti alla sicurezza Cinzia Gubbini
ROMA ROMA Non è un attacco frontale al pacchetto sicurezza, ma il messaggio
arriva forte e chiaro. Il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ha dedicato
ieri un passaggio della sua omelia a quei provvedimenti dei «paesi ricchi» che
creano sofferenze agli immigrati. L'occasione per l'affondo è stata una
messa celebrata nel duomo con i vescovi provenienti da Africa, America latina e
Asia che fanno parte della delegazione del G8. «Milioni di persone al mondo -
ha detto Tettamanzi - subiscono ingiuste e drammatiche sofferenze, costrette
come sono a migrare. Molte di queste - ha continuato - sono causate ai migranti
talvolta da discutibili provvedimenti messi in atto da quei paesi ricchi che
dovrebbero maggiormente impegnarsi in percorsi di accoglienza e integrazione
seri, ragionati e rigorosi». Quale sia il pensiero del cardinale è noto a
tutti. Ma stavolta la sua è una sorta di «disobbedienza» alle alte sfere
vaticane, visto che proprio l'altro ieri - con un'iniziativa piuttosto inedita
- la sala stampa del Vaticano ha ritenuto di dover precisare che le
affermazioni dell'arcivescovo Agostino Marchetto («il pacchetto sicurezza
porterà dolore») erano da considerarsi «a titolo personale». Tettamanzi la sua
opinione - evidentemente discordante da quella del papa - ha deciso di non
tenerla per sé. D'altronde il comunicato della Santa Sede ha lasciato l'amaro
in bocca a quella parte della chiesa che da sempre lavora al fianco dei
migranti. E che il giorno dopo l'approvazione del pacchetto sicurezza è stata
pronta a rispondere, nonostante l'estate incalzante. La «disobbedienza civile»,
la volontà di mettere in campo un boicottaggio della legge è la parola d'ordine
che circola tra le associazioni e i movimenti che sono più vicini agli
immigrati, e che questa volta coinvolge anche settori più ampi, dagli
insegnanti ai medici. Ma per vederne l'effetto bisognerà probabilmente
aspettare settembre. Intanto, invece, i preti si mettono all'opera. Pax Christi
ha pubblicato sul suo sito un volantino, chiedendo a tutti di stamparlo e di
affiggerlo nelle chiese o di leggerlo dall'altare stamattina o domenica
prossima. Dice «Dolore e orrore perché il razzismo è ormai "a norma di
legge"», e prosegue segnalando passi dal vecchio e nuovo testamento. «Di
sicuro verrà affisso in diverse città, dal nord al sud - dice don Nandino
Capovilla, coordinatore di Pax Christi - ci hanno già chiamato da Milano,
Pistoia, Catania e da molte altre città». Qualcuno ha già preso l'iniziativa da
solo, come Antonio Lalla, il prete di Bonefro (provincia di Campobasso) che ha
fatto esporre fuori dalla chiesa di San Nicola lo striscione «Io ospito i
clandestini. E tu?». L'approvazione del ddl che introduce il reato di
clandestinità potrebbe provocare anche forme di protesta più clamorose. «Ne stiamo
discutendo, ma vorremmo proporre un digiuno eucaristico», annuncia don Tonio
Dall'Olio di Libera. Il digiuno eucaristico significa non celebrare la messa «è
ancora un'ipotesi, ma potrebbe essere un giusto modo di opporsi a una gerarchia
ecclesiale che non è in grado di difendere la parola del Vangelo. Io certamente
inizierò la mia messa di domani (oggi, ndr) dicendo che non ha senso spezzare
il pane se poi non siamo in grado di opporci alla divisione della stessa
famiglia umana». Ma la disobbedienza civile è anche la parola d'ordine delle
associazioni laiche. L'Arci, ad esempio, sta già studiando un nuovo vademecum
da stampare in più lingue su come tutelarsi dal pacchetto sicurezza (qualche
mese fa un'analoga iniziativa provocò le critiche del comune di Milano). Ma non
solo: i circoli Arci continueranno a tesserare tutti senza chiedere documenti e
a offrire servizi come i corsi di italiano e il doposcuola per i bambini
stranieri anche agli irregolari. Pur sapendo che di questi tempi anche il solo
fatto di ospitare immigrati crea sospetto e ripercussioni: diversi circoli
negli ultimi mesi sono stati presi di mira. Controlli di polizia e carabinieri
costanti, a volte anche in stile blitz contro la mafia, come è successo
all'inizio dell'anno a Latina. E ancora: «Dobbiamo avviare cause pilota - dice
il responsabile immigrazione Filippo Miraglia - su tutta la parte della legge
che impone il permesso di soggiorno per l'accesso agli atti civili, in modo da
poter sollevare obiezione di fronte la corte costituzionale». Sulla parte
normativa e sulla tutela giuridica sia agli immigrati che agli ufficiali civili
- dagli insegnanti ai medici - che potrebbero incappare in sanzioni per essersi
rifiutati di segnalare i clandestini, sta lavorando anche la Cgil. Che rivolge
al governo una proposta da non prendere sottogamba. «Calcoliamo che ci sono
attualmente un milione di lavoratori senza permesso di soggiorno in Italia -
dice il responsabile immigrazione Piero Soldini - se è vero, come sostiene il
ministro Maroni, che questi provvedimenti vogliono colpire soltanto chi
commette reati. E se è vero, come sostiene ancora Maroni, che il reato di
clandestinità non colpirà chi già vive e lavora qui, ipotesi peraltro surreale,
allora devono dare una risposta. E questa risposta non può che essere una
regolarizzazione». Intanto il tavolo di associazioni che ha lavorato con
l'Unicef e di cui fa parte anche il sindacato invierà una lettera al presidente
della Repubblica per chiedere di vigilare sugli effetti della legge. Foto: LO
STRISCIONE ESPOSTO SULLA CHIESA DI SAN NCIOLA A BONEFRO (CAMPOBASSO)
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( da "Repubblica, La"
del 06-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 24 -
Commenti IL CATTOLICO ADULTO CHE IL PAPA NON VUOLE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Come una pubblicità di qualche anno addietro
ironizzava sui turisti fai da te che finivano inevitabilmente nei guai, così il
papa descrive quei credenti che per la loro visione del mondo scelgono di
vagliare autonomamente quanto ospitare, o non ospitare, nella mente. La critica
papale diviene a sua volta ironica ("battuta impagabile", commenta un
editoriale di Avvenire) col dire che tale discernimento autonomo «lo si
presenta come coraggio di esprimersi contro il Magistero della Chiesa, mentre
in realtà non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere
sicuri del pubblico applauso» (corsivo di Benedetto XVI). Qual è invece per il
papa il modo giusto di vivere una fede adulta? Lo si ricava facilmente volgendo
al contrario le sue critiche: non scegliere autonomamente quanto ospitare nella
propria mente, ma ascoltare la Chiesa e i suoi Pastori, laddove il verbo
ascoltare va inteso nel senso forte di obbedire. La maturità della fede si
misura quindi sul livello di obbedienza alla gerarchia ecclesiastica. Il che
vale anche per il coraggio, per nulla necessario quando si tratta di criticare
la Chiesa (perché anzi si ricevono gli applausi del mondo) ma indispensabile
nel caso contrario: «Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della
Chiesa, anche se questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo». In
sintesi il perfetto cattolico per Benedetto XVI è chi vive la fede come
obbedienza a quanto stabilito dalla gerarchia ecclesiastica, senza temere di
contrastare il mondo e i suoi falsi applausi. Ma perché il papa insiste così
tanto sull´obbedienza alla Chiesa? Non certo perché vuole trasformare i cattolici in un esercito di soldatini senza razionalità, ma
perché è convinto che solo aderendo in toto alla dottrina della Chiesa si
aderisce alla pienezza della verità e della razionalità. La ragione infatti
gioca da sempre un ruolo essenziale nella teologia di Ratzinger: «La fede
cristiana è oggi come ieri l´opzione per la priorità della ragione e del
razionale», scriveva da cardinale, aggiungendo che «con la sua opzione a favore
del primato della ragione, il cristianesimo resta ancora oggi razionalità». Nel
celebre discorso di Ratisbona del settembre 2006 il termine ragione coi suoi
derivati ricorre per ben 43 volte. A questo punto appaiono chiari i due
pilastri su cui si regge l´impostazione papale: da un lato l´autorità della
Chiesa, dall´altro l´autorità della ragione. Lo specifico dell´architettura
ratzingeriana sta nel mostrare che in realtà i due pilastri sono uno solo,
perché tra la dottrina della Chiesa e la razionalità c´è, per il papa, perfetta
identità. Per questo egli sostiene che il cristiano veramente adulto è colui
che obbedisce alla Chiesa e ai suoi Pastori senza vagliare autonomamente i
contenuti da credere, e con questa obbedienza compie perfettamente l´esigenza
di razionalità intrinseca in ogni uomo giungendo alla pienezza della verità.
L´equazione è cristallina: «Dottrina ecclesiastica = razionalità = verità». Ma
è proprio così? Io temo di no. Senza entrare in complesse argomentazioni
teoretiche che ci condurrebbero alla teologia apofatica, è sufficiente
un´occhiata alla storia per rendersi conto che non è sempre così e che qualche
volta la Chiesa con la sua dottrina stava da una parte e la verità e la
razionalità dall´altra. Tralascio lo scontato riferimento alle verità
scientifiche e faccio riferimento alla libertà religiosa, oggi tanto spesso
difesa dal papa ma fino al Vaticano II osteggiata dal magistero cattolico.
Benedetto XVI sa benissimo che se oggi lui sostiene la libertà religiosa in
tutte le sedi istituzionali del pianeta lo deve anche a un cattolico adulto
quale Felicité de Lamennais che la promosse senza temere di contraddire il
magistero della Chiesa del tempo. E quindi chi era più vicino alla verità,
Lamennais, cattolico dalla fede adulta non sempre allineato alla Chiesa e ai
suoi Pastori, oppure papa Gregorio XVI che per la difesa della libertà
religiosa lo scomunicò? Lo stesso vale per una materia ancora più importante
per il cristianesimo, cioè la Bibbia. Benedetto XVI sa
benissimo che se oggi la Chiesa cattolica promuove intensamente la lettura
della Bibbia lo deve prima ai protestanti e poi ai quei cattolici adulti non sempre allineati
(un esempio tra tutti, Pasquier Quesnel) che nel passato lottarono contro il
magistero che ai laici ne proibiva la lettura. E quindi, chi era più
vicino alla verità, Quesnel, cattolico dalla fede adulta non sempre allineato
alla Chiesa e ai suoi Pastori, oppure papa Clemente XI che per la promozione
della lettura della Bibbia lo condannò? è impossibile negare che oggi di fatto la
Chiesa insegna alcune idee promosse da cattolici
adulti del passato, oggetto, quando le manifestarono, di esplicite condanne
ecclesiastiche. Una significativa controprova è rappresentata dai lefebvriani,
perfetta fotografia di come sarebbe oggi la Chiesa cattolica se non avesse dato
ascolto a quei cattolici dalla fede adulta grazie ai
quali si è attuato il rinnovamento conciliare. Nella ricerca della verità e
della giustizia non bisogna mai interrompere l´ascolto di ciò che lo Spirito
dice alla Chiesa, senza cercare l´applauso del mondo, ma neppure senza temere
le condanne della gerarchia.
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( da "Foglio, Il" del
06-07-2009)
Argomenti: Laicita'
6 luglio 2009
Intervista al prefetto dell'archivio segreto vaticano Galilei, staminali ed
eugenetica, le precisazioni di monsignor Pagano La chiesa, per non ripetere gli
errori fatti nei confronti di Galileo, deve accostarsi con prudenza e senza
preconcetti alle grandi questioni poste dal progresso scientifico, come la
ricerca sulle staminali, e i problemi delleugenetica: ha
suscitato molta sorpresa lauspicio pronunciato giovedì scorso dal
prefetto dellArchivio segreto vaticano, il barnabita monsignor Sergio Pagano, durante la
presentazione nella sala stampa della Santa Sede della nuova, importante
edizione dei “Documenti vaticani del processo di Galileo Galilei”. Le parole di
monsignor Pagano sono state interpretate come unapertura
sconcertante su temi presidiati fino a oggi da ben diversi e chiari paletti da parte della
chiesa cattolica. Tanto che il prefetto dellArchivio
segreto ha poi voluto precisare in una nota scritta linterpretazione
autentica delle sue dichiarazioni: “Il caso Galileo insegna alla scienza a non presumere di far
da maestra in materia di fede e di Sacra scrittura e insegna contemporaneamente
alla chiesa ad accostarsi ai problemi scientifici, fossero anche quelli legati
alla più moderna ricerca sulle staminali, per esempio, con molta umiltà e
circospezione”. E ha aggiunto che non intendeva auspicare cambiamenti nella
valutazione da parte della chiesa delleugenetica,
parola usata per segnalare le derive della genetica. Al Foglio, monsignor
Sergio Pagano si dice stupito “dellinterpretazione sensazionalistica di una
mia risposta al giornalista che mi chiedeva che cosa potesse insegnare il caso
Galileo alla chiesa. Ho detto, in sostanza, che la scienza sembra andare a
volte per una strada che vorrebbe escludere la fede e, dallaltra
parte, che la
chiesa di fronte ai problemi scientifici ha ancora qualche preconcetto. Questo
è evidente, sotto gli occhi di tutti, e daltra parte lo
aveva già detto Giovanni Paolo II in modo molto chiaro. Io non ho la veste per
entrare in queste questioni, ho risposto a una domanda”. Ma i temi della ricerca
biomedica, e in particolare quello della ricerca sulle staminali, si portano
appresso molte ambiguità. Soprattutto se non si distingue tra ricerca sulle
staminali embrionali – condannata dalla chiesa e non solo, perché critiche e
dubbi radicali arrivano da laici e da scienziati – e ricerca sulle staminali
adulte, notoriamente incoraggiata dalla chiesa (lo dimostrano esperienze come
quella del centro ternano diretto dal biologo Angelo Vescovi, finanziato da una
fondazione della quale fa parte anche la diocesi di Terni Narni Amelia).
Replica monsignor Pagano: “Io non sono entrato nel merito, ho parlato dellatteggiamento
di fronte alla nuova scienza. La ricerca sulle staminali o sulla ricerca
biogenetica, come
ho detto, può essere paragonata a una rivoluzione copernicana, se si pensa a
quello a cui può approdare: praticamente a un uomo nuovo. E allora, di fronte
agli orizzonti che ci si aprono, così imprevedibili, preoccupanti e nello
stesso tempo affascinanti, bisogna che la chiesa affronti il problema con
prudenza”. Monsignor Pagano ribadisce che “non è nelle mie intenzioni e nelle
mie parole lidea di creare dei gialli su questi
argomenti. Ripeto: il caso Galileo insegna alla chiesa a essere prudente di
fronte alla
scienza e insegna alla scienza a non farsi padrona del campo della teologia e
della fede”. Ma che cosa significa prudenza? Ci sono limiti che non vanno
superati? “Di fronte a ricerche nuove, vanno distinte quelle che aprono scenari
terribili da quelle che aprono scenari positivi. Non sono un medico, ma faccio
lesempio delluso di cellule che si possono prelevare da
tessuti adulti, senza toccare embrioni umani. Intendevo questo. Ma penso che
non vada nemmeno chiusa definitivamente la porta in faccia ad altre possibili ricerche sulla
base di preconcetti. Perché, in fin dei conti, bisogna stare alla Sacra
scrittura, alla verità di Dio: la verità delluomo
sta lì. Quello che non è nella Sacra scrittura – prosegue monsignor Pagano – e
che dipendesse da nostre tradizioni fossilizzate nel tempo, dovrebbe poter essere
riconsiderato e rivisto. Come è successo per la teoria copernicana ai tempi di
Galilei. E necessaria umiltà e prudenza anche da
parte nostra, da parte della chiesa”. Ma il limite delluso dellumano come strumento in
biomedicina, conclude il barnabita, “la chiesa fa benissimo a ricordarlo, a
ribadirlo e a proporlo come non superabile”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di
Nicoletta Tiliacos
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( da "Repubblica, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 12 -
Interni Cei, affondo contro il libertinaggio "è grave, non è un fatto
privato" Monsignor Crociata: la presenza di minori grida vendetta Parole
pronunciate in ricordo di Santa Maria Goretti L´Osservatore: no al degrado
morale ORAZIO LA ROCCA CITTà DEL VATICANO - «Libertinaggio gaio e
irresponsabile. Sfarzo narcisista e lussurioso. Uso della moralità, criticata e
dileggiata con parole e fatti per scopi di tipo politico, economico o di altro
genere». E poi «atti moralmente discutibili che coinvolgono minorenni». é lungo
l´elenco dei mali che stanno mettendo a dura prova (con «situazioni e problemi
di pressante attualità») gli equilibri socio-educativi della nostra società. Ne
parla - con accenti che, pur senza fare nomi espliciti, richiamano anche le
note vicende extrapolitiche del premier Silvio Berlusconi - il vescovo Mariano
Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, in pratica
il numero due dei capi delle diocesi. L´occasione è la festa di Santa Maria
Goretti celebrata ieri a Le Ferriere (Latina), sulla tomba della santa che fu
martirizzata per essersi rifiutata di subire le violenze sessuali del suo
aggressore. Un modello tuttora attualissimo perché «fa sempre affiorare alle
nostre labbra parole desuete come purezza, castità, verginità che facciamo
fatica a pronunziare e che ci fanno forse arrossire», argomenta Crociata
nell´omelia pubblicata anche dall´Osservatore Romano, il quotidiano vaticano
oggi in edicola, con un titolo non casuale: "La Chiesa dice no al degrado
morale". Grazie all´esempio della santa di Latina, «nessuno deve pensare -
è il monito di Crociata - che in questo campo non ci sia gravità di
comportamenti o che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono
implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio.
Dobbiamo interrogarci tutti - esorta il vescovo - sul danno causato e sulle
conseguenze prodotte dall´aver tolto l´innocenza a intere nuove generazioni».
Parole severissime che - confermano ambienti vicino ai vertici della Cei - non
possono «non fare riferimento» anche al premier e che, inevitabilmente, vanno a
rafforzare le critiche antiberlusconiane portate avanti da settimane da molti
organismi cattolici. Un vero e proprio crescendo di
richiami avviati con fermezza dal settimanale Famiglia Cristiana, il cui
direttore don Antonio Sciortino, oltre a pubblicare una lunga serie di lettere
di protesta contro il «comportamento» del Presidente del Consiglio, si è spinto
a chiederne «le dimissioni, perché ormai la misura è colma». Critiche fatte proprie da quasi tutta la galassia cattolica di
base come le Acli, l´Azione cattolica italiana, gli universitari della Fuci, la
Comunità di S. Egidio, religiosi (salesiani e francescani in testa). Voci che
hanno fatto breccia anche nel quotidiano dei vescovi Avvenire nella rubrica
delle lettere e in due editoriali con i quali Berlusconi è stato invitato «a fare chiarezza»
e a «rispondere a tutti gli interrogativi» riguardanti le sue vicende
personali. Anche il cardinale-presidente della Cei Angelo Bagnasco ha fatto,
nei giorni scorsi, un paio di interventi pubblici su etica e moralità,
invitando i politici ad osservare «comportamenti coerenti» e ad indicare «ai
giovani ideali alti e nobili». Dello stesso tenore l´intervento di un altro
alto prelato, Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, assistente dell´Azione
cattolica italiana e segretario della commissione Cei sulle migrazioni, che
alla Radio Vaticana ha parlato di «emergenza educativa» anche alla luce della
«sfrontatezza» di comportamenti che negano valore alla sessualità così come
denunciato da Crociata alla celebrazione di Santa Maria Goretti.
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( da "Repubblica, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 13 -
Interni Berlusconi tenta il contropiede "Incontro con il Papa dopo il
G8" Contatti Letta-Vaticano: bisogna evitare il cortocircuito Le parole di
Crociata suonano come un vero segno di distacco della gerarchia Un parallelo di
cattivo augurio: Prodi cadde dopo aspre schermaglie con la Chiesa CLAUDIO TITO
ROMA - Un´udienza dal Papa al termine del G8. Silvio Berlusconi prova a
ribaltare il tavolo delle polemiche. La "scossa" assestata ieri dal
segretario della Cei, Mariano Crociata, lo ha colpito. Il richiamo esplicito al
«libertinaggio» non se lo aspettava. Soprattutto alla vigilia del summit tra i
"grandi" della Terra. Tanto che per tutta la giornata il premier e il
suo staff non sono riusciti a organizzare una risposta al richiamo avanzato dai
vescovi italiani. Pochissime le dichiarazioni in difesa del Cavaliere. «Ma
dobbiamo fare qualcosa - ha avvertito il capo del governo - dobbiamo evitare
che si crei un cortocircuito. Bisogna trovare un modo per mettere a tacere
tutte le polemiche». Il discorso pronunciato da Mons. Crociata per ricordare la
figura di Santa Maria Goretti ha dunque lasciato il segno. E ha reso difficile
la messa a punto di una replica. In primo luogo agli esponenti del
centrosinistra che hanno rimarcato la forza dell´intervento del segretario Cei.
Tant´è che da ieri il premier sta facendo di tutto per studiare una risposta
che vada al di là della dialettica politica. Vuole invertire il trend del
confronto e ha messo in moto la sua diplomazia. Con un unico obiettivo:
strappare alla Santa Sede un incontro con il Pontefice a conclusione del summit
dell´Aquila. L´unico modo, a suo giudizio, per «troncare le polemiche».
Ratzinger ha già inserito nella sua agenda un colloquio con il presidente
americano, Barack Obama, e al momento non è previsto uno spazio per il capo del
governo italiano. Eppure i contatti sono stati avviati. Il sottosegretario alla
presidenza del consiglio, Gianni Letta, si è attivato. Ed ha avuto primi
colloqui con i vertici della Cei sia con quelli della Segreteria di Stato.
Certo, il suo obiettivo non è stato solo quello di
verificare la possibilità di un´udienza con il Papa. Ma anche quello di
"sondare" gli umori della Chiesa e delle massime gerarchie
ecclesiastiche italiane. Anche perché un affondo così pungente a due giorni dal G8 è stato interpretato come un vero segnale di «distacco». Prima gli
appunti alla nuova legge sugli immigrati, ora questo sulle «abitudini private».
L´inquilino di Palazzo Chigi teme che la "luna di miele" con il mondo
cattolico possa chiudersi. Già il voto delle europee aveva segnato un
allontanamento dei cattolici in tutti gli studi dei flussi commissionati dal Pdl. Ora
questo ennesimo "uno due" ha fatto calare su Palazzo Grazioli il velo
della paura. Letta avrebbe ricevuto la garanzia che il rapporto non si è
«rotto». «Le parole di Mons. Crociata non vanno strumentalizzate in chiave
politica», ha così tagliato corto il vicecapogruppo alla Camera, Osvaldo
Napoli. «Si tratta di interpretazioni forzate - chiosa Gaetano Quagliariello -
e si affidano alle parole di Monsignor Crociata significati "extra
petita". Non è che parlando di Santa Maria Goretti si potesse fare
un´esaltazione delle discoteche». Eppure il clima intorno al Cavaliere non è
più quello di qualche mese fa. E il premier lo ha intuito. Le foto di Villa
Certosa preannunciate dalla stampa straniera, gli scontri ormai espliciti con
Rupert Murdoch, il clima cambiato con i cosiddetti "poteri forti" ed
ora anche la Conferenza episcopale italiana. Fattori che messi in fila hanno
impressionato non poco il presidente del consiglio. Si sente «sotto assedio» e
ha chiesto un intervento diplomatico immediato a Gianni Letta. Sa bene che il
voto cattolico resta determinante in Italia. Ma non solo. «Dobbiamo impedire
che pure la Chiesa faccia parte dell´assedio - è stata la richiesta del premier
-. Dobbiamo fare di tutto per ricucire». Anche perchè, in effetti, le reazioni
d´Oltretevere hanno fatto ben poco per attenuare le parole del segretario della
Cei. Dopo il caso Noemi e le foto di Porto Rotondo, il Vaticano e i Vescovi
avevano invitato ad un «chiarimento» pubblico e subito dopo hanno concordato la
necessità di una presa di distanza per non mettere a repentaglio la
«credibilità» della Chiesa davanti ai fedeli. Basti pensare che qualche presule
proprio ieri ricordava con qualche rimpianto che persino Enrico Berlinguer nel
1947, allora leader dei giovani comunisti, esaltava la figura di Maria Goretti
in quel momento non ancora santa. Sottolineava «la moralità e lo spirito di
sacrificio di cui sono ricche le tradizioni italiane, le tradizioni di Mario
Goretti e Irma Bandiera». E Berlusconi ricorda bene che la fine dell´ultimo
governo Prodi venne preceduta da una tagliente schermaglia con la gerarchi
ecclesiastica.
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( da "Tempo, Il" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
stampa Sindacato
Flp Cisl, attivato il coordinamento delle donne Un nuovo modello di sindacato,
basato sulla partecipazione e sul confronto. Così la responsabile regionale
Anna Aurisano giudica l'attivazione del Coordinamento donne FP Cisl, durante
l'incontro che si è svolto all'Università Cattolica, dal
titolo «Tino e Tina e il lavoro che cambia». «È un risultato importante -
sottolinea Aurisano - ed è impegno di tutto il Coordinamento accogliere le idee
provenienti dalle lavoratrici e dai lavoratori delle aziende pubbliche, risorse
preziose da valorizzare per la piena realizzazione del Welfare a sostegno della
famiglia».
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( da "Secolo XIX, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Si è spento a 85
anni il professor Contestabile Partigiano della Fvil Imperia. E' morto la
scorsa notte, all'età di 85 anni, il professor Osvaldo Contestabile,
insegnante, preside del liceo Linguistico Internazionale, scrittore giornalista
e direttore di varie pubblicazioni, oltre che direttore responsabile di Imperia
TV. Contestabile, ha lasciato un segno profondo nella storia recente della
città: eletto nella fila della Democrazia Cristiana negli anni Sessanta e
Settanta è stato a più riprese consigliere comunale
oltre che assessore e vicesindaco. Nella sua lunga carriera politica, che ha
lasciato negli anni Ottanta, ha ricoperto numerose cariche: tra le altre è stato anche presidente della casa di riposo Agnesi per molti
anni. Oltre che scrittore e giornalista Osvaldo Contestabile è stato uno storico della Resistenza ed ha collaborato a
numerose pubblicazioni sull'argomento. Il professore, che ha combattuto durante
la seconda guerra mondiale come partigiano per la libertà del Paese, aderì
giovanissimo al movimento di liberazione nazionale mettendosi in luce per
l'umanità con cui si rapportava con amici e nemici. Fu poi tra i fondatori
della Federazione Italiana Volontari della Libertà, di cui assunse per un lungo
periodo la presidenza. Fu anche socio fondatore dell'Istituto Storico della
Resistenza e della Storia Contemporanea, e ne divenne segretario. Finita la guerra Contestabile si è laureato in lettere
all'Università Cattolica di Milano ed è stato professore di italiano, latino, storia e geografia alle
magistrali, al nautico e infine preside al liceo linguistico di Imperia.
Nonostante il suo aspetto, a prima vista austero, il professore era amatissimo
dai suoi studenti che ancora oggi lo ricordano con stima ed affetto.
Dietro l'apparanza di persona severa aveva infatti modi affabili. Intelligente
ed arguto, uno sguardo vivace ed attento il professor Contestabile negli anni
'60 era stato nominato anche Cavaliere della
Repubblica. Grande è stato anche il suo impegno a
diffondere il Cattolicesimo: dal 1993 al 1995 è stato
presidente del Serra Club Imperia 541 ha sede presso le Opere Parrocchiali della
Parrocchia di San Maurizio. Un uomo generoso che prima della lunga malattia si
è prodigato con impegno ed autentico spirito cristiano per la società. «La sua
prosa fiorita ed intrigante, le dotte citazioni che caratterizzavano i suoi
scritti lo fanno ricordare nell'ambiente giornalistico come un maestro», dice
il giornalista Franco Bianchi . Osvaldo Contestabile lascia la molglie Marisa,
affermata pittrice e la figlia Sara giornalista a Primocanale e Sanremo news Il
funerale si svolgerà oggi pomeriggio alle 15.30 nella chiesa di Cristo Re.
.x/07/0907 Il funerale dell'ex preside del liceo linguistico di Imperia si
svolge oggi pomeriggio alle 15,30 nella chiesa di Cristo Re .x/07/0907
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( da "Secolo XIX, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Messaggio di pace
e solidarietàcon i monaci tibetani di Sera Jhe lo spettacolo apre "etnia
immaginaria" a spotorno Prende il via questa sera a Spotorno la
tredicesima rassegna internazionale di musica etnica, racchiusa sotto l'insegna
"Etnia immaginaria". Gli spettacoli saranno ambientati come sempre in
piazza Santa Caterina, parco Monticello, al martedì con inizio alle 21.30. Oggi
il primo degli otto appuntamenti ad ingresso libero, in programma nei mesi di
luglio e agosto, sarà dedicato ai monaci tibetani del monastero Sera Jhe, in
India. Questi monaci offriranno uno spettacolo che svela la dimensione
spirituale di un popolo forzatamente migrante, in grado di trasmettere un
messaggio di pace e solidarietà verso tutti gli esseri viventi. Nel 2009
infatti il viaggio attraverso i diversi aspetti della musica del mondo avrà
come filo conduttore "Migrantes - Tradizioni e cultura dei popoli in
movimento". La rassegna sarà dedicata ai popoli migranti, alla loro storia
e cultura, ed alle espressioni musicali della loro tradizione. Le migrazioni
sono state spesso l'elemento che ha scatenato vere e proprie rivoluzioni
culturali, ed anche uno stimolo alla nascita di importanti civiltà. Accanto
alla consueta programmazione dei concerti, quest'anno è prevista anche una serie
di incontri sul tema dell'immigrazione. Si parte questa sera alle 18.30 nella
sala convegni Palace, sempre a Spotorno, con "I monaci tibetani di Sera
Jhe e la cultura della pace nel mondo". Il 28 invece il tema sarà"La
confraternita Gnawa: la Trance della musica e la danza ipnotica", mentre
il 18 agosto spazio a "La civiltà Rom e l'integrazione nel nostro
paese". Tornando a parlare della musica, nel programma 2009 di Etnia
Immaginaria confluiscono diverse testimonianze di popoli erranti. Basta infatti
scorgere il calendario, per vedere che nel secondo incontro, il 14 luglio,
"I Liguriani" riporteranno il pubblico indietro nel tempo, dando vita
ai canti tradizionali di quando erano i nostri antenati ad essere protagonisti
dell'emigrazione. Il quartetto femminile Les Nuages ensemble, protagonista il
21 luglio, proporrà invece la musica klezmer, espressione dello spirito e della
cultura ebraica. Da non perdere anche i successivi appuntamenti, il 28 con
Oggitani Gnawa Atlas, il 4 agosto con Maurizio Geri swingtet, l'11 con Julio
Cesar Vasquez Garcia, il 18 arriverà Bruskoi Prala con le sue danze ed il 25
agosto conclusione con "O Fado e a vida" guest Antonio Marangolo. La rassegna "Etnia immaginaria"è stata voluta dal
comune di Spotorno, col contributo della Provincia, ed è organizzata
dall'associazione "Le Muse Novae". Mario Schenone 07/07/2009 TACCUINO
Oggi, martedì 7 luglio, la chiesa Cattolica festeggia S.Claudio. Domani,
mercoledì, ricorda S. Adriano. Il segno zodiacale è quello del Cancro.
La fase lunare è nel Primo Quarto. FARMACIE A Savona (orario continuato
8.30-19.30) sono di turno le farmacie: Farina (Centro) via Pietro Giuria 15-r
tel. 019-827.496; Fascie (Centro) via Boselli 24-r tel. 019-850.555; San
Francesco: corso Tardy e Benech 108 - tel. 019-800402. Servizio notturno (dalle
20 alle 8.30): Saettone via Paleocapa 147r - tel. 019-829.803; Fascie via
Boselli 24-r tel. 019-850.555. Di turno in provincia Cairo: Rodino (24 ore) -
tel. 019.505545. Millesimo: Cigliuti (24 ore) - tel. 019-564017. Murialdo:
Odella (24 ore) - tel. 019-53506.Varazze: Montanaro (8.30-12.30 e 16-20) - tel.
019-934610. Celle: Brunetti (8.30-12.30 e 16-20) - tel. 019-990124.Albisola:
Albi 3 (8.30-12.30 e 16-20) - tel. 019-489.242. Vado: Mezzadra (8.30-12.30 e
16-20) - tel. 019-880231.Quiliano: Bermano (8.30-12.30 e 16-20) - tel.
019-880209. Spotorno: Citriniti (24 ore) - tel. 019-745342.Finale: Della Marina
(8.30-23) - tel. 019-692670.Pietra: Finadri (8.30-23) - tel. 019.628.035.
Borghetto: Franchi (8.30-23) - tel. 0182-970038.Ceriale: Nan (24 ore) - tel.
0182-990032.Albenga: Com. Don Isola (24 ore) - tel. 0182-51701.Casanova:
Magliocco (24 ore) - tel. 0182-74381. Alassio: S.Ambrogio (24 ore) -
tel.0182-645164. Andora: Val Merula (24 ore) - tel. 0182-80565. FARMATAXI Per
la zona da Varigotti a Borghetto dalle 21 la farmacia San Giovanni di Loano
(tel. 019-677171). Per Cairo, Carcare, Altare, Cengio, Pallare e Mallare
comporre i numeri 504013 o 500280; per Vado e Quiliano 827951; Varazze e Celle
019-931010. OSPEDALI Valloria Savona - Centralino tel. 019-84.041. Visite:
feriali 12.30-14.30 e 19-20.30 (festivi 13.30-16.30 e 19-20); Unità coronarica
12.30-13.15 e 18.30-19.15; Astanteria: 12-13 e 17.45-18.45; Neonatologia:
14.15-14.45 e 16.30-17.30; Nefrologia: 12.30-14 e 18-19 (festivi 14-16.30);
Ostetricia: 13.30-15 e 20-20.30 (festivi 14.30-16.30); Semintensiva
cardiologica 13.30-15 e 19.30-20; Rianimazione 14.15-14.45 e 18.30-19;
Obitorio: 8-12 e 15-19. S.Corona di Pietra - Centralino tel. 019-62.301. Orario
visite: feriali 14.30-15.30 e 19.30-20.30; festivi 9.30-11.30 e 14.30-18.
Rianimazione 13.30-14 e 19-19.30; Pronto Soccorso 12-13 e 18-19; Neurochirurgia
14.30-16.30; Unità Terapia Intensiva Coronarica 12.30-13.30, 15-16, 19.15-20;
Malattie infettive 15-17 (festivi 9.30-11 e 15-17); Nido 19.30-20.30; Unità
spinale 11.30-14 e 17.30-21. Ospedale di Cairo - Visite ai degenti delle
divisioni di medicina e chirurgia (tel. 019-50.091): 13-14.30 e 19-20. Ospedale
di Albenga - Centralino tel. 0182-54.61. Orario visite: feriali 14.30-15.30 e
19-20; festivi 14-15.30 e 19-20. MERCATI Lunedì: Savona, Andora, Ceriale e
Finalborgo. Martedì: Mallare, Cengio, Spotorno, Albissola Marina e Borghetto.
Mercoledì: Carcare, Albenga, Varigotti, Albisola Capo, Sassello e Vado.
Giovedì: Cairo, Finale, Mioglia, Noli e Bardineto. Venerdì: Loano, Villanova,
Zuccarello, Altare, Celle e Laigueglia. Sabato: Millesimo, Alassio, Pietra e
Varazze. Domenica: Sassello (solo l'ultima domenica del mese). 07/07/2009
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( da "Repubblica, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina III -
Bologna Le idee Il nuovo inizio del sindaco Delbono GIOVANNI DE PLATO I Primi
tre passi del nuovo sindaco di Bologna, fanno capire che si tratta di un
"nuovo inizio" nell´amministrazione della cosa pubblica. Flavio
Delbono con l´intervento all´assemblea di Unindustria, la scelta della sua
squadra di governo, il saluto al Cardinale Carlo Caffarra e il rilascio della
prima intervista a "Bologna Sette", inserto domenicale del quotidiano
l´Avvenire, ha voluto dare dei chiari segnali della Bologna che vuole
costruire. Per rendere visibile e percorribile questa sua idea di città futura,
Delbono ha compiuto fin dall´inizio del suo mandato tre scelte lungimiranti
prima che evocative, richiamandosi a principi e valori. La
prima è quella di una progettualità a lungo termine che si regge su una idea di
società attiva, imprenditoriale, inclusiva e solidale. La seconda scelta è
quella di ascolto e dialogo con la società civile e le sue diverse culture, da
quella laica a quella cattolica. SEGUE A PAGINA
VII
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( da "Repubblica, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina V -
Bologna Ancora tensioni in Comune. Pinelli da Delbono per candidarsi alla
Sanità, Paruolo fuori dai giochi si lamenta sul blog e il Pdl solleva il
caso-consulenze Capogruppo Pd, veto dei cattolici su Lo Giudice Tra le proteste
degli esclusi dalla giunta e il malumore dei cattolici si apre stasera in via Rivani la corsa alla poltrona di
capogruppo del Pd a Palazzo D´Accursio. Con gli ex Margherita pronti a mettere
in campo un loro nome - si parla di Paolo Natali - per bilanciare lo strapotere
degli ex Ds in giunta. E scongiurare l´ipotesi che a spuntarla sia
Sergio Lo Giudice, ex presidente Arcigay che, secondo gli ex Dl, potrebbe
difficilmente sintetizzare le posizioni di un gruppo con ben 8 cattolici su 24. «Mi aspetto che si scelga una persona adatta
a un ruolo così delicato» dice l´ex Dl Lina Delli Quadri. «Il capogruppo deve
essere capace di mediare tra le anime del gruppo» sottolinea Teresa Marzocchi.
Mentre Daniela Turci, pure lei ex Dl, si sofferma «sullo sbilanciamento della
giunta a favore dell´area ex Ds». E, riferendosi all´altro uomo in pole, Marco
Lombardelli (fedelissimo di Salvatore Caronna) chiede «una discussione vera,
senza decisioni già prese, altrimenti non c´è democrazia». Amarezza anche da
Giuseppe Paruolo. L´ex assessore senza più incarichi assicura che non si
candiderà a capogruppo, ma si sfoga sul suo blog, pubblicando le lettere di chi
lo avrebbe voluto in giunta: «Il merito di chi ha lavorato bene - è il commento
di Paruolo - ha un peso decisamente inferiore ad altre logiche interne al mondo
politico». Più di lui fa Giuseppe Pinelli che ieri ha consegnato il suo
curriculum a Flavio Delbono autocandidandosi assessore alla Sanità. Mentre
l´opposizione punta il dito contro lo staff del nuovo sindaco, dal capo di
Gabinetto Giuseppe Cremonesi al portavoce Luca Molinari: «Sono
"estranei". Lavorano a Palazzo D´Accursio anche se non hanno ancora
il contratto. A che titolo?» chiede Lorenzo Tomassini del Pdl. (s. b.)
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( da "Repubblica, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina XI -
Bologna Davvero ci siamo meritati questa Triade? Questa città era un
laboratorio, ora è al massimo un oratorio GABRIELE ROMAGNOLI (segue dalla prima
di cronaca) Anche qui s´è raggiunto un limite. Perché avere società sportive in
mani inadeguate può succedere, ma il ragionier Brizzi, per dire, era uno su tre
e veniva da lontano, in nome e per conto. Ora: Menarini, Sacrati, Sabatini,
tutti insieme? Chi ha fatto questo sciagurato casting? Com´è possibile che si
siano fatti strada nel tessuto della città, siano arrivati ad emergere,
comprare, gestire, portare in giro i colori e l´immagine di Bologna nel resto
del Paese? Non uno, ma tre così. Dove, quando hanno cominciato a deragliare? E´
nello sport che si contrae il morbo dell´avventurismo? Siamo sicuri? Menarini
affiderebbe la direzione finanziaria della sua impresa a Bernie Madoff come
stava per affidare il Bologna a Moggi? Sabatini prenderebbe in considerazione
l´idea di concludere i suoi affari personali con qualcuno
che gli manda fax da una sala giochi di Cattolica? E chi mai comprerebbe
un´auto usata da Sacrati? La verità è che, così pensando, stiamo cercando una
rassicurazione. Vogliamo illuderci che lo sport induca a fare in maniera
sventata un gioco che, su altri tavoli, viene condotto con serietà e rispetto
delle regole, del mercato, della clientela. E se così non fosse? Se
dovessimo invece ammettere che questo è il riflesso, uno specchio impietoso,
che questo c´è oggi, e il resto sono nostalgia e illusioni? Dobbiamo prendere
atto di una realtà imprenditoriale più attenta alle scaramanzie che ai
progetti, con valori insoliti per la città, dedita alla ricerca di visibilità
senza offrire sostanza, che predica valori cristiani e va a cena col diavolo.
Dobbiamo dirci che la campagna elettorale per l´elezione dell´inquilino di
Palazzo d´Accursio non è stata mai meno sobria di così. E il dopo voto non s´è
mai aperto con più chiacchiere e caccia ai distintivi. Che dalla città
laboratorio si declina verso la città oratorio e non solo perché i presidenti
di calcio e basket hanno la fobia della bestemmia (poco male), ma perché ogni
gioco che conta è affrontato in modo un po´ parrocchiale. Ora, intendiamoci,
questo non vuole essere il consueto appello agli imprenditori locali: fatevi
avanti, salvateci voi. Iniziative del genere finiscono con un Mister X che si
rivela un cuoco mitomane o con l´apparizione del cane Gunther. La società,
anche quella calcistica, si cambia dal basso. E in questo mesto scenario una
luce s´intravede, e la si vedrà meglio oggi: è nella tifoseria che scende in
strada per dire meglio in B che con Moggi´. E´ un sussulto
etico, minimo ma non scontato, che può risalire per li rami, svegliare altre
coscienze addormentate e produrre, in un tempo ragionevole, classi dirigenti
più affidabili
in tutti i settori. Quanto all´attuale triade, se era qui per fare affari
costruendo impianti, qualcuno le dica che la città non ne ha al momento
bisogno, se era qui per farsi notare, può proseguire l´opera in un reality per
mezzi famosi.
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( da "Repubblica, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina 40 -
Cultura Sabato la cerimonia A Rodotà e Galasso i Premi Castiglioncello Stefano
Rodotà ha vinto il Premio Castiglioncello di cultura
politica intitolato a Giovanni Spadolini con il saggio "Perché laico"
(Laterza). Un riconoscimento speciale è stato assegnato a Giuseppe Galasso "per il magistrale impegno e
la coraggiosa tutela del patrimonio paesaggistico nazionale". La cerimonia
di premiazione è in programma alle 17.30 di sabato prossimo alla Limonaia nel
Parco del castello Pasquini a Castiglioncello.
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( da "Riformista, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
L'uno-due dei
vescovi PRESSING. Sulla questione morale (no al libertinaggio) e sulle badanti
(sì a una sanatoria) intervengono due prelati con incarichi in Cei: Sigalini e
Crociata. È l'ennesimo segnale lanciato al Governo. di Paolo Rodari Le due
uscite di ieri - quella del segretario della conferenza episcopale italiana, monsignor
Mariano Crociata, sulla questione morale (no al libertinaggio) e quella del
segretario della commissione episcopale per le Migrazioni, monsignor Domenico
Sigalini, su colf e badanti (sì a una sanatoria) - erano attese da giorni: da
un po' di tempo, infatti, si aspettava soprattutto l'uscita del numero due
della Cei su una questione, quella morale, che, seppure pronunciata in termini
generali, ha ripercussioni particolari. Ha, cioè, riferimenti impliciti alle
vicende che riguardano Silvio Berlusconi. A poche ore dal G8 dell'Aquila, le
dichiarazioni rispettivamente di monsignor Crociata e monsignor Sigalini,
suonano come l'ennesimo avvertimento - impietoso, vista la tempistica -
lanciato dalla Chiesa nei confronti del governo Berlusconi. L'avvertimento è
importante anzitutto per chi ha parlato: questa volta non si sono pronunciati
semplicemente i responsabili del dicastero vaticano che si occupa di migranti e
itineranti, ovvero i vari Vegliò e Marchetto, bensì coloro che delle cose
italiane hanno competenza a parlare nella Chiesa, Crociata e Sigalini appunto.
Inoltre, è importante anche perché risulta essere reiterato. Non è cioè una
voce sporadica buttata lì una tantum: dopo le due note di Avvenire sulla
questione morale - la prima un mese fa, l'ultima sabato 20 giugno - e dopo le
molteplici dichiarazioni negative dei vescovi del Paese sulle politiche
dedicate dal governo all'immigrazione, il doppio affondo di ieri è l'ennesimo
segnale d'insofferenza che il premier e i suoi sono
chiamati a cogliere da parte del mondo cattolico. Certo, come ha giustamente
ricordato sempre ieri monsignor Domenico Pompili, portavoce della Cei, le
parole di Sigalini sono a titolo personale perché «la Chiesa Italiana non
prende direttamente posizione su ogni proposta normativa», ma è anche oggettivo
che le sue parole, pronunciate in questo momento, hanno una valenza non
secondaria. Come lo hanno, ovviamente, quelle di Crociata. Il segnale lanciato
ieri dai due presuli dice più cose. Anzitutto che non esiste una particolare
luna di miele tra la Chiesa italiana e l'attuale maggioranza di governo. È
vero: la compagine guidata da Berlusconi non è nemica delle gerarchie della
Chiesa. Ma è anche vero che nemica potrebbe divenire qualora anche l'ultima
occasione, quella della legge sul fine vita che la Camera deve discutere entro
l'estate, venisse disattesa nonostante le promesse. Né Crociata né Sigalini,
ovviamente, hanno fatto riferimento ieri ai lavori parlamentari prossimi
futuri, ma sembra chiaro che risieda lì, nella discussione di una legge sul
fine vita, parte della motivazione che ha portato alle uscite degli esponenti
ecclesiastici delle ultime ore. Certo, ci sono anche i contenuti specifici e
particolari espressi con dovizia di particolari ieri. C'è il fatto che nel
campo del libertinaggio nessuno può pensare che «non ci sia gravità di
comportamenti o che si tratti di affari privati, soprattutto quando sono
implicati minori» (Crociata). E c'è il fatto che, a bocce ferme, ovvero a ddl
sicurezza approvato, i vescovi italiani stanno dalla parte delle colf e delle
badanti, anche di quelle clandestine, che assicurano assistenza e cura a molti
anziani italiani. Quindi appoggiano il «sì» a una sanatoria «perché c'è da
sistemare una situazione che va avanti da tanto tempo» (Sigalini). Ma c'è anche
il fatto che su tante questioni che stanno particolarmente a cuore alla Chiesa
- la famiglia, gli aiuti alle scuole pubbliche non statali, e le promesse di
una legge dopo la morte di Eluana Englaro - il governo ancora non ha agito a
dovere. O meglio, non ha agito come la Chiesa e molte delle associazioni
cattoliche aderenti ai vari Forum delle Associazioni Familiari, Scienza e Vita,
Retinopera, si sarebbero aspettate. Politicamente parlando, chi ne esce meglio
da questa vicenda è il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi. Questi,
agli occhi del suo ultimo amore (il Pdl) e del suo precedente amore (l'Udc)
appare come interlocutore ascoltato nella Chiesa italiana. Se sia ascoltato
davvero poco importa: ciò che conta è che poche ore dopo la sua proposta di
andare incontro, al di là del pacchetto sicurezza, alle badanti che non possono
stipulare il contratto di lavoro per problemi di permesso di soggiorno, la
Chiesa italiana ha fatto proprie le parole del sottosegretario. 07/07/2009
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( da "Riformista, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Il ritorno di
Maria Goretti in politica segue dalla prima pagina Saremmo state capaci, in
circostanze analoghe, di reggere il confronto, di sacrificare la vita alla
"perdita della purezza", insomma di seguire quel modello? Ancora non
sapevamo che il giovane Enrico Berlinguer, segretario della Fgci, aveva
indicato alle ragazze comuniste due modelli ideali: la staffetta partigiana
Irma Bandiera e, appunto, santa Maria Goretti. E lo aveva fatto fin dal 1947,
nel mezzo dell'era di Pio XII, in piena guerra fredda, in una quasi guerra
civile tra l'Italia democristiana e quella socialcomunista. Intuivamo, però,
che il ventre profondo del Paese era quello, al di là delle ideologie, e non
faceva sconti. Ora, a più di mezzo secolo di distanza da quegli anni, monsignor
Crociata (nomina sunt omina?) rilancia con forza la vicenda di (santa) Maria
Goretti, in termini nient'affatto banali. «Ci fa affiorare, questa festa - dice
l'alto prelato - parole desuete come castità, purezza, verginità, parole che ci
fanno arrossire». Ci fa riflettere sull'essenza della libertà e sul corpo, che
non può mai esser ridotto a oggetto di consumo, come capita in questa epoca di
«gaio e irresponsabile libertinaggio». Poi, il segretario della Cei sferra a
Berlusconi e al berlusconismo l'attacco più duro che sia stato
pronunciato da molti mesi a questa parte. Altro che le demagogie di Di Pietro,
altro che le battutine petulanti di Franceschini: qui il corpo martoriato di
Maria Goretti, contadina frusinate che preferì morire piuttosto che subire uno
stupro viene brandito contro i corpi mercificati e profumati di veline,
minorenni ed escort. Quasi un'epica contro l'edonismo, la corruzione, il
degrado morale e spirituale del nostro tempo (il libertinaggio «non è una
questione privata»). Qui c'è un fatto politico di prima grandezza: la rottura
"definitiva" tra Chiesa cattolica e Governo, già in corso sui
migranti, ora si celebra in nome del corpo femminile "puro". Le
conseguenze di questo evento complicano assai il già confuso quadro attuale. Da
quando si è imposta la centralità della "questione morale" (leggi
villa Certosa), la guida dell'opposizione è stata presa
saldamente in mano dai cattolici, anzi dal Vaticano - ed ora, dopo la celebrazione di Ferrera
Latina, si delinea, nientemeno, che un compromesso storico di nuovo conio, anzi
di ritorno. Allo stesso tempo, mentre il Pd si squassa tra laici e clericali (e
basta una Paola Binetti a mandarlo in tilt), il centrodestra tende ad
assumere la leadership di un anticlericalismo virulento quasi quanto quello
dell'"Asino" (Bossi, Maroni e ora Calderoli non ci vanno certo meno
leggeri di Podrecca). Tutto si mischia, le fantasie sui letti a tre piazze
vagano per le tendopoli, l'etica spunta ad ogni attimo, quasi come l'immagine
di (santa) Maria Goretti del mio sussidiario, nelle pieghe della crisi della
sinistra e della frattura dell'ordine razionale delle cose. Ma tutto questo
accade sullo sfondo di una crisi economica e sociale gravissima, e
chiacchieratissima, ma che non è in cima alle preoccupazioni di nessuno. Che
l'Italia sia oggi una maionese impazzita? Non lo so. So solo che tra il
"modello Goretti" e quello "Letizia-D'Addario" mi ci sento
proprio stretta. Rina Gagliardi 07/07/2009
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( da "Riformista, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
piero fassino
«D'alema non può impiccare franceschini a un'espressione infelice» «C'è troppa
nostalgia intorno a Bersani E Marino è un laicista» INTERVISTA. Il coordinatore
della mozione: «Basta caricature su Dario. Noi più eterogenei? Il Pd è nato per
unire culture diverse». segue dalla prima pagina D'Alema ha detto: «Un gruppo
dirigente che fa la guerra alle maggiori personalità del suo partito è un
gruppo dirigente modesto, non innovatore». Nessuno, e men che meno
Franceschini, vuol fare la guerra a D'Alema o cancellare questa o quella
esperienza dal Pd. Io, che sono il coordinatore della mozione di Dario, sono stato segretario dei Ds per sette anni e non rinnego
alcunché. Tra l'altro, all'epoca della mia segreteria, scelsi di gestire il
partito in maniera unitaria. E non a caso, in quell'epoca, la dialettica tra
Veltroni e D'Alema era molto meno accentuata. Non negherà, Fassino, che il
video con cui Franceschini ha annunciato la sua candidatura... Io sono sincero.
Penso che Dario non avesse intenzione di attaccare D'Alema. Può darsi che abbia
usato un'espressione infelice, certo. Ma tutti noi, Massimo compreso, abbiamo
un'esperienza politica sufficientemente lunga per capire che non si possono
impiccare le persone a una frase. Altrimenti, anche solo per le cose sentite
negli ultimi giorni, potremmo fare un'enciclopedia di espressioni infelici.
«Non lascio il partito a quelli che c'erano prima», Franceschini dixit. Neanche
a me quella frase è piaciuta. Ma Dario sa benissimo che senza i sacrifici di Ds
e Dl questo partito non sarebbe mai nato. Lo ripeto per l'ultima volta:
Franceschini non ha intenzione di cancellare qualcosa o qualcuno dal Pd. E
aggiungo una cosa: se il nostro dibattito interno non smette di sembrare una
rissa velenosa e rancorosa, al congresso non potremmo discutere dei nodi veri
che siamo chiamati a sciogliere. Esempio? Siamo in mezzo a una crisi che sta
esponendo gli italiani a nuove insidie. In più c'è un governo che dimostra di
non essere all'altezza del compito, con un premier che vede crollare ogni
giorno di più la sua credibilità. Il congresso del Pd deve rimettere al centro
il Paese, le sue aspettative. Abbiamo visto ridurre il nostro consenso, perso
roccaforti come Sassuolo e Prato: adesso è arrivata l'ora di smettere di essere
un «partito di minoranze» e rispondere alle esigenze degli italiani. Come ci
poniamo rispetto a un debito pubblico del 120% che impedisce di avere le
risorse per dare l'assegno ai precari e fare gli asili nido per tutti? Come
evitiamo che le fobie alimentate dalla Lega continuino a fare presa sui
cittadini? Il Pd deve farsi carico delle paure degli italiani. Tentare di
rispondere alle aspettative del Paese: la vocazione maggioritaria è questa, non
una questione di legge elettorale. Bersani insiste sulla costruzione del
«partito». E voi? L'idea che Bersani voglia costruire il partito e Franceschini
voglia un indistinto movimento politico è una caricatura. Io voglio un partito,
che abbia una solida base di iscritti, che sia radicato nella società e formi
una classe dirigente sulla base del merito. Noi siamo favorevoli alle primarie
ma, sia chiaro, non abbiamo in mente né un partito liquido né uno gassoso. Cade
una differenza tra «voi» e «loro»? Dario e Pier Luigi sono figli di una lunga
esperienza comune, per cui vedrà che le mozioni saranno più simili di quanto
non si pensi. Ma una differenza c'è. Una ragazza mi ha scritto su Facebook che
il Pd è un progetto bellissimo ma difficile da realizzare. E ha concluso così:
«Torniamo a fare quello che facevamo prima. Per questo, voterò Bersani». Ecco:
non voglio attribuirlo a Bersani, ma è vero che il messaggio che arriva dalla
sua parte è imperniato sulla nostalgia di quel che eravamo. Al contrario,
Franceschini trasmette l'idea che dobbiamo scommettere sul Pd. Però è sostenuto
da lei, Marini, Rutelli, Veltroni... Dice che siamo eterogenei? Ma il Pd è nato
per unire culture diverse, è questa la sua ragion d'essere. E poi, non dimentichiamo che Dario ha tenuto la barra dritta sulla
laicità; ha risolto il problema della collocazione europea con la costituzione
di un gruppo parlamentare insieme ai Socialisti; ha affidato l'organizzazione
del partito a Migliavacca, non certo a un nemico dell'idea del «partito».
Putroppo vedo che queste cose sono state rimosse troppo in fretta. Aggiungo
una cosa: se dopo D'Alema anche io fossi passato a sostenere Bersani, tutti noi
saremmo tornati indietro. Ds da un lato, Dl dall'altro. Ci sarà il ticket
Franceschini-Serracchiani? Al momento questa ipotesi non c'è e non credo ci
sarà. Aggiungo una cosa su Debora: certamente si è espressa in modo sbrigativo
e forse anche irriverente, ma guardiamo la sostanza: le sue parole
rappresentano la voglia di partecipazione delle nuove leve. Attaccarla è come
guardarne il dito, trascurando la luna che la Serracchiani indica. Cosa pensa
della candidatura di Marino? È una persona stimabile ma non credo che abbia il
background per guidare un partito. E poi mi pare che la sua impostazione, più
che «laica», sia «laicista». In pochi ricordano che Marino, all'inizio del
dibattito al Senato, voleva rendere obbligatorio il testamento biologico.
Soltanto successivamente, Ignazio cambiò idea. E penso che forme di
integralismo laicista non facciano bene al Pd e alla sua credibilità. Tommaso
Labate 07/07/2009
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( da "Unita, L'" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Tra i vescovi sta
crescendo il disgusto, la loro condanna non nasconde alcun calcolo Monsignor
Crociata non nomina il premier ma il riferimento sembra preciso. Parla di
"libertinag- gio gaio e irresponsabile", aggiuge: non sono
"affari privati" «Starei attento a interpretare ogni battuta come
riferita alla cronaca politica, ma mi pare evidente che da parte della
conferenza episcopale ci sia una sensazione un po' disgustata davanti a quello
che viene fuori. E sarebbe da meravigliarsi del contrario. Dopodiché, quella di
monsignor Crociata era un'omelia su santa Maria Goretti, una martire morta per
stupro e il linguaggio è legato a quella circostanza. Ma la Cei si esprime oggi
con più libertà di quanto non facesse prima delle elezioni, perché non si vuole
dare l'impressione, anche rispetto al passato, di usare la propria autorità per
spingere una parte dell'elettorato di qua o di là dal fosso». L'Avvenire e il
vescovo Ghidelli avevano già chiesto chiarezza «La conferenza episcopale non
vuole trovarsi nella condizione che il suo riserbo sia interpretato come tacita
approvazione di certi comportamenti o addirittura che sia il prezzo pagato per
atteggiamenti di favore del governo. I vescovi non possono permettersi di
essere opportunisti. Possono permettersi di essere inopportuni o inopportunisti
ma non di dare l'impressione di opportunismo. E io considero questa una novità
benefica, che aiuta a restituire alla chiesa italiana il suo profilo: non un
attore come gli altri della scena politica, con posizioni politicamente astute
o redditizie, siano esse l'astensione o il "prodicidio". Ma una voce
della quale si riconosce l'autorevolezza e l'indipendenza, due grandi beni che
la Chiesa porta al paese». Quello che lei dice richiama un nome, quello del
cardinale Ruini. «Sì, mi sembra che si possa affermare senza scandalo che
questo è il cambiamento che si è voluto produrre e si è prodotto. Per il
cardinale Ruini il problema principale era avere una chiesa che fosse temuta
sulla scena politica. La linea del presidente Bagnasco è una chiesa che si
guadagna il rispetto con strumenti diversi». Sul reato di clandestinita, la
sala stampa ha "corretto" aclune posizioni, «Il ché è un'ovvietà,
perché la Santa sede interviene con i "cannoni" della segreteria di stato, solo in circostanze particolari, normalmente non per
commentare singole leggi. Però quelle posizioni sono state espresse e
interpretano molto bene una sensazione diffusa nel clero e nelle comunità
cristiane. Nella legge Maroni c'è del rancore e del disprezzo verso il diverso:
perché una persona che ha diritto di chiedere il permesso di soggiorno deve
essere tassata? E perché non c'è relazione fra il guadagno e la tassazione?. Ma
per la conferenza episcopale c'è un'altra cosa molto importante. La Lega
sostiene di avere dalla gente del Nord un mandato a non mediare. Questo spiega
l'espressione molto insultante usata dal ministro degli interni, "le
solite liturgie vaticane". I vescovi su questo si rendono conto che si
tocca una delle grandi valenze dell'esperienza cristiana, la sua grandissima
ramificazione territoriale, i parroci che portano 7 milioni di persone a messa
ogni domenica. Questa grande forza anche democratica della chiesa la Lega la
mette in discussione da dentro. La Lega dice "sono io che rappresento il
territorio non tu". E' normale che la Chiesa rizzi le antenne. Sul fronte laico si dice: possibile mai che in un paese civile
debbano essere i preti a criticare il governo? «Questa non è una domande da
fare ai vescovi. Io non faccio il difensore d'ufficio della Cei ma c'è un
fragoroso silenzio delle forze politiche d'opposizione sulle posizioni e
trasformazioni della Lega Nord». Intervista allo storico Alberto Melloni
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( da "Unita, L'" del
07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Imbarazzo nel Pdl
Non parlavano di Silvio NATALIA LOMBARDO «Adesso vogliamo tirare per la tonaca
pure i vescovi? Il richiamo di monsignor Crociata era riferito a tutti noi,
personaggi pubblici e privati, pronunciato celebrando Santa Maria Goretti». Per
carità, ogni allusione al comportamento di Silvio Berlusconi è «puramente
casuale», come i personaggi dei film. Persino uno dei cattolici più convinti del centrodestra,
come Maurizio Lupi, di provata fede ciellina, nega l'evidenza. Ogni riferimento
è casuale... Annebbiare il collegamento fra gli allegri festini di
«papi-Silvio» e quella che appare come una scomunica sul premier, da parte del
segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata: il
«libertinaggio gaio e irresponsabile», la «fatua eleganza» mossa da «sfarzo
narcisista», atteggiamenti che non possono essere considerati affari privati.
Parole che seguono quelle del cardinal Bagnasco, giorni fa. Una mannaia
altrettanto pesante del fantasma di altre foto imbarazzanti che potrebbero
uscire al G8, sulla testa del «gaio» premier. Il quale ieri aveva appena
promesso di rilanciare l'appello di 120 religiosi per una maggiore spiritualità.
Nel Pdl la parola d'ordine è: rompere il link, negare quel legame che viene
naturale leggendo le parole del vescovo e i tanti racconti delle ragazze
farfalla sulle feste a Palazzo Grazioli o Villa Certosa. Tra gli ex forzisti
c'è chi sostiene che «la voce di un vescovo non rappresenta tutte le anime
della Chiesa». Tesi azzardata, trattandosi del segretario della Conferenza
episcopale italiana. Ed è significativo che un parlamentare come Lupi, capofila
dei teocon nel Pdl, si sforzi per salvare Berlusconi dal giudizio della Chiesa.
Certo le parole di Crociata sono condivisibili, per il vicepresidente della
Camera, ma «è un giusto richiamo alla dignità della persona, alla libertà nel
rapporto uomo donna piuttosto che alla libertà in assoluto. Non sono riferite a
Berlusconi, ma a ognuno di noi. Tutti noi dovremmo metterci in discussione». E
poi Lupi ironizza: «Sono contento che anche quelli di Repubblica ci solleciti
ad avere questo atteggiamento...». E se il premier non nasconde l'essere un
gaudente? «Non mi scandalizzo». Pochi i commenti nel Pdl e nell'entourage del
premier. Tutti sono molto impegnati nei ritocchi preparatori per il G8. Meglio
prendersela con D'Alema per i suoi avvertimenti, politici, sugli «scenari
imprevedibili» di una Silvio's decadence. Berlusconi scaccia i fantasmi (mossi
dalla concorrenza «di gruppi editoriali» o di altri paesi, per Cicchitto). Nega
ogni preoccupazione, al Giornale smentisce di voler pensare a un «anno
sabbatico» ma solo a curarsi il torcicollo. Davanti a 500 imprenditori italiani
e cinesi ripete il cliché della crisi «quasi passata», contraddetto dal
presidente Hu Jintao. Ma tra Parlamento e governo i nodi non mancano: il ddl
sulle intercettazioni ha dovuto essere frenato. E lo stesso Berlusconi non
potrà ignorare il problema delle badanti che rischiano di essere espulse. Due
ministri, Ronchi ex An e il cattolico Rotondi, lo hanno sollecitato,
indispettiti dalle barricate alzate dalla Lega. Il nodo badanti Anche su questo
ieri è intervenuta la Cei: «Serve una sanatoria per colf e badanti», ha detto
monsignor Domenico Sigalini, Il ministro dell'Interno Maroni prende tempo, il
sottosegretario Mantovano annuncia: «Il problema esiste, sarà studiato e senza
realizzare sanatorie». Ma nel Pdl c'è chi accusa sottovoce di «piccole
furbizie» Giovanardi, aver «messo il cappello» a un problema che il governo
«stava affrontando». Nel Pdl persino i più cattolici
negano che la Cei si riferisca ai comportamenti di Berlusconi. Lui ostenta
tranquillità. Ma nella maggioranza i nodi vengono al pettine, e i vescovi
chiedono la sanatoria per le badanti.
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(
da "Corriere della Sera"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'>Corriere della
Sera sezione: Primo Piano data: 07/07/2009 - pag: 9 L'intervista Il primo ministro, in partenza per
L'Aquila, dove parteciperà alla seconda giornata del G8 con un tavolo tutto
europeo «Da 50 anni attendiamo di entrare nell'Ue Ora chiedo ai leader una
risposta chiara» Il premier turco Erdogan: «Berlusconi è un collega, un amico,
uno di famiglia» di ANTONIO FERRARI ANKARA «Sono 50 anni che siamo in attesa di
entrare nell'Unione europea. E ora vorremmo una risposta chiara. Vi sono leader
che dicono una cosa e poi si correggono, e magari in altre sedi sostengono di
non averla detta. È diventato comico, e noi siamo stanchi di comiche». Parla a
bassa voce, quasi a voler celare il fastidio, il primo ministro turco Recep
Tayyip Erdogan, che si prepara a partire per L'Aquila, per il G8 e la sua
propaggine allargata, con la determinazione di chi vuol far valere le ragioni e
le aspirazioni del suo Paese. «Mi chiedete se accetterei un'associazione
privilegiata? No, mai. Chiediamo l'adesione piena e basta! », ha detto
nell'intervista esclusiva concessa al nostro giornale. All'incontro era
presente il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. È sera, e
sul volto di Erdogan sono disegnati i segni di una dura giornata di lavoro. Ci
riceve nella sede del partito dove, dietro la sua scrivania, troneggia
l'immagine di Mustafa Kemal Atatürk, il grande leader laico
che ha cambiato la storia del Paese e di tutta la regione. Un leader
indiscusso, che un tempo il futuro presidente del partito islamico moderato
della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) non esitava a criticare. Ma ora, con la
consapevolezza delle responsabilità, sembra a volte chiederne silenziosamente i
consigli. Ai lati del dipinto, le bandiere della Turchia e quella con la
lampadina del suo partito Akp. Lampadina stampata sugli astucci di
cioccolatini, che il premier offre ai suoi ospiti. Signor primo ministro, lei
parteciperà alla seconda giornata di lavori del G8 e avrà, per decisione della
presidenza italiana, un tavolo tutto europeo, con rappresentanti di Paesi che
la sostengono, come Italia, Gran Bretagna, Spagna e la Svezia (presidente di
turno dell'Ue), e Paesi che sono contrari, come la Germania, ma soprattutto la
Francia. Ci tolga una curiosità: ma perché Sarkozy è così duro con voi?
«Difficile comprendere. Vedete, io ho ottimi rapporti personali con tutti i
miei colleghi. Anche con il presidente Sarkozy. Quando la Francia aveva la
presidenza dell'Ue, il collega Sarkozy nei tête-à-tête mi diceva: 'State
tranquilli. Apriremo 30 capitoli, su altri 5 vedremo dopo'. Poi andava in
Svezia e faceva dichiarazioni durissime. Poi, quando ci rivedevamo,
correggeva». L'Italia, invece, vi ha sempre sostenuto con scelte bipartisan,
sia con i governi di centrosinistra che con quelli di centrodestra. «È vero, è
così. Il problema è non diffondere messaggi conflittuali. Chiediamo chiarezza e
coerenza. Certo, anche noi abbiamo le nostre colpe. Non abbiamo saputo spiegare
chi siamo e non abbiamo saputo comunicare quel che stavamo e stiamo facendo. E
così in alcuni leader si sono radicate idee sbagliate: che non avevano e non
hanno nulla a che fare con la nostra realtà». Ma può spiegarci perché nell'Unione
europea molti hanno paura della Turchia? «Ve l'ho appena detto». Un sondaggio,
diffuso ieri dal vostro istituto di ricerca, dice che, nonostante le difficoltà
e qualche disaffezione, il 51,9 per cento dei turchi è ancora favorevole
all'ingresso del vostro Paese nell' Ue, mentre i contrari sono il 29,5 per
cento. Pensavamo peggio. «Dovreste pensare che nel 2005, quando abbiamo
cominciato i negoziati, il 75 per cento del nostro popolo era favorevole. Poi,
a forza di no, di forse, di distinguo, siamo arrivati a questo punto.
Basterebbe che la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy dicessero: 'Bene,
se la Turchia soddisfa tutte le condizioni richieste, saremo pronti ad
accoglierla'. Basterebbe questo per tornare a percentuali quasi plebiscitarie».
Vi è stato chiesto di modificare l'articolo 301 del
codice penale, che punisce con il carcere chi offende 'l'identità turca'.
Accusa che era stata rivolta al premio Nobel Pamuk. «E noi l'abbiamo
modificato. Dico di più. Abbiamo consultato e studiato i codici penali di
Italia, Germania e Spagna. Posso dirvi che il nostro articolo 301 è migliore
del vostro. Nessuno è finito in carcere». Ma non sarebbe ora, signor Erdogan,
di fare i conti con la vostra storia? Pensiamo agli armeni, vittime di quello
che molti storici considerano un genocidio. «Non esiste un solo documento che
lo provi. Uno solo. E poi: pensate che 40.000 armeni continuerebbero a vivere
in Turchia? Sono gli armeni in altri Paesi che diffondono notizie e
interpretazioni non corrispondenti alla realtà». Lei ha parlato di un passato
fascista, in Turchia, che non ha rispettato le minoranze. «Sì, mi riferivo ad
errori commessi nel passato contro gli ebrei, i greci, i cristiani ». Negli
ultimi tempi sono riaffiorati contrasti con i militari. C'è una proposta di
legge, alla firma del presidente Gül, che prevede tribunali civili anche per i
soldati. La firmerà il capo dello Stato? «La domanda non è giusta. Non si può
parlare di contrasti con le Forze armate. I militari, come la polizia e le
forze di sicurezza, fanno parte della nostra società. Ora, un conto è
processare, in un tribunale civile, un soldato che ha commesso reati civili. Ma
nessuno intende processare militari che abbiano commesso reati connessi con la
loro missione». In Iraq la situazione è migliorata. Non vi sono più le
pressioni nel Nord, nel Kurdistan, che tanto vi preoccupavano. Con l'Iran avete
buoni rapporti. Non temete il suo potenziale nucleare? «Noi siamo assolutamente
contrari alle armi di distruzione di massa, però ci poniamo una domanda: è
giusto condannare soltanto alcuni Paesi che le detengono o starebbero
attrezzandosi a dotarsene? Io penso che tutti i Paesi dovrebbero essere
liberati dalle armi di distruzione di massa. Tutti». È quanto sosteneva il
presidente Obama nei suoi scritti giovanili. «Appunto. E le notizie che
arrivano da Mosca sull'accordo tra Usa e Russia per la riduzione delle testate
sono incoraggianti ». Lei ha la passione per il calcio. Lo ha anche praticato.
Tifa per il Fenerbahçe, ma il suo compagno di partito, il presidente della
repubblica Abdullah Gül, tifa per il Besiktas. E il Besiktas ha vinto il
campionato. Mi sembra che, quest' anno, lei condivida le sofferenze sportive di
Berlusconi e del suo Milan. «In Italia Milan, Inter e Juventus sono icone del
calcio. Da noi ce ne sono altrettante. È bello vincere, ma è anche bello
riprovarci, se l'anno prima le cose non sono andate bene». A proposito del
presidente Berlusconi. Che idea si è fatto delle vicende private nelle quali è
coinvolto? «Berlusconi è un collega, un amico, è uno di famiglia. Perciò
entrare nelle sue vicende private non è né corretto né leale».
(
da "Corriere della Sera"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere della Sera sezione: Primo Piano data: 07/07/2009 -
pag: 9 Scrittore Condannato nel 1996 per critiche al governo Fondatore Il padre
della Repubblica turca laica Nobel Ha vinto il premio per la letteratura nel
2006 La nuova Turchia Yashar Kemal Orhan Pamuk Mustafa Atatürk 9 Primo Piano
Corriere della Sera Martedì 7 Luglio 2009
(
da "Corriere della Sera"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Esteri data: 07/07/2009 - pag: 18 Padre
Andres Tamayo Con i manifestanti «Le gerarchie cattoliche schierate con i
potenti» TEGUCIGALPA «Chi conosce questo popolo non può riconoscersi nelle
parole del cardinale Maradiaga». Padre Andres Tamayo, ambientalista, è tra i
leader delle proteste contro il golpe. Respinto dalla polizia, è riuscito ad
arrivare a Tegucigalpa dalla sua città, Salama, dopo tre giorni. Ha
ricevuto minacce di morte. La Chiesa honduregna appoggia il golpe. «Le
gerarchie stanno sempre da quella parte. Parlano di pace e fratellanza, mai di
giustizia sociale ». Per il cardinale va evitato lo spargimento di sangue. «Le
gerarchie fanno parte dell'oligarchia eterna di questa Paese. Se intervieni
sulla situazione politica, devi dire da che parte stai. Chi sono i potenti che
spadroneggiano, le imprese che distruggono la foresta, quali sono le
ingiustizie. Su questo silenzio totale». La Chiesa in Honduras è molto divisa?
«Nemmeno tanto, perché le gerarchie usano la mano dura e i sacerdoti hanno
paura». R. Co.
(
da "Corriere della Sera"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Tempo Libero data: 07/07/2009 - pag: 12 Teatro di Verdura
Omaggio a Ghislanzoni, scapigliato trasgressivo «Io sono partigiano del buon
senso; né al becero né al Re fo di cappello. Non soffro dittatori, e quando
penso?, mi piace di pensar col mio cervello». Il pensiero dello scapigliato
lombardo Antonio Ghislanzoni (foto) è protagonista al Teatro di Verdura con il
ritratto per parole e musica realizzato da Filippo Crivelli. In scena a dar
voce e corpo al librettista lirico e satirico, Riccardo Peroni e Sonia Grandis,
che, affiancati da Giuseppe Farinelli (docente
all'Università Cattolica), faranno vibrare le corde del poeta, spirito libero e
trasgressivo; due qualità di cui oggi sentiamo più che mai la mancanza. (Livia
Grossi) LA FUCINA GHISLANZONI, via Senato 14, ore 21, ingresso libero con
prenotazione obbligatoria tel. 02.76.21.53.25
(
da "Messaggero, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Martedì
07 Luglio 2009 Chiudi di MARCO CONTI ROMA - A palazzo Chigi ieri l'affondo di
monsignor Crociata è passato quasi inosservato. Lo stesso Silvio Berlusconi,
informato delle parole del segretario generale della Cei grazie ad una serie di
lanci di agenzia, si è limitato ad un'alzata di spalle che, secondo un
collaboratore del premier è riassumibile con un più eloquente "non ce l'ha
con me, parlava di Santa Maria Goretti e non vedo cos'altro poteva dire".
Ovvio che però le parole del prelato vengono inserite nel clima che si respira
da qualche settimana. In Vaticano si cerca da giorni una via d'uscita che
permetta di salvare il più che buono rapporto della Santa Sede con l'attuale
governo, con i comportamenti privati del premier. Non ci sono solo le comunità
di base, le parrocchie, i movimenti e tutto il variegato mondo dell'associazionismo cattolico a chiedere conto alle gerarchie di
quella che per alcuni è una fedeltà troppo incondizionata della Chiesa al polo
di centrodestra. Si avverte anche stavolta la voglia di una parte di mondo
ecclesiale di prendere le distanze da coloro che, a cominciare da monsignor
Camillo Ruini, hanno sempre dato un appoggio incondizionato al Berlusconi-premier.
Berlusconi si mostra però tranquillo anche se ormai è convinto esista una
saldatura tra intelligence di altri paesi con la stampa straniera e le procure
di casa nostra. Fatto sta che, poichè «il libertinaggio irresponsabile non è
affare privato», come scriveva ieri monsignor Crociata, anche Oltretevere
attendono ormai da settimane una parola da parte del premier che non solo
faccia chiarezza, ma che in sostanza chieda anche "scusa" per lo
"scandalo" creato nelle coscienze di molti credenti. L'imbarazzo si
coglie, anche se non sarà il giro di vite del governo sull'immigrazione o la
possibile sanatoria delle badanti, a creare fratture, quanto quella tesi da
"cattolico-adulto" che, come spiegava ieri un alto prelato «permette
anche a Berlusconi di autoassolversi». Vista l'allergia dell'attuale
pontificato per il "cattolicesimo fai da te", cresce l'attesa di una
pubblica ammenda che prescinda dall'ammissione di responsabilità specifiche. In
queste ore le preoccupazioni del premier sono però tutt'altre ed eventuali
timori ieri pomeriggio sono scemati quando palazzo Chigi ha avuta la conferma
di un possibile nuovo messaggio della Santa Sede ad avvio dei lavori del G8.
Dopo la lettera di ieri l'altro del Papa che ha riconosciuto «l'impegno con cui
il Governo si sta preparando a quest'importante appuntamento», «è difficile
attendersi di più», sosteneva ieri Gaetano Quagliariello. Infatti, secondo il
vicepresidente del gruppo Pdl al Senato, «le affermazioni di monsignor Crociata
non avevano riferimenti diretti a polemiche contingenti». Ieri Berlusconi ha
provato a rispondere al clima da assedio nel quale qualcuno vorrebbe far
svolgere il G8, incontrando il presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu
Jintao e la foltissima schiera di imprenditori cinesi che lo hanno accompagnato
nella visita. «E' la politica del "fare" che noi preferiamo rispetto
a quella delle invenzioni, delle chiacchiere e del gossip», sosteneva ieri
Paolo Bonaiuti. Il rischio dell'assedio però Berlusconi lo ha messo in conto e si
è attrezzato con quello che qualcuno, tra i suoi stretti collaboratori, chiama
"piano B". Le "scosse" che ieri Massimo D'Alema ha definito
«imprevedibili», potrebbero infatti riguardare in maniera ancor più fragorosa
esponenti del centrosinistra che negli anni scorsi, tra intercettazioni e
inchieste più o meno arenatesi in qualche procura, potrebbero tornare alla
ribalta della cronaca. Ieri a sostenere la tesi della "manina
straniera" è stato ancora una volta l'ex
presidente della Repubblica Francesco Cossiga che ha avuto nel pomeriggio un
lungo incontro con il presidente del Copasir Francesco Rutelli. Secondo Cossiga
«il premier è stato spiato per conto di alcune
procure», che subito dopo il G8 potrebbero entrare in azione e contribuire,
grazie anche alla risonanza dei media stranieri, alla delegittimazione
dell'attuale presidente del Consiglio. Uno scenario da romanzo giallo che
Cossiga ha avuto modo di rappresentare anche allo stesso Berlusconi in una
recente visita a palazzo Grazioli. Il Cavaliere non ha nessuna intenzione di
mollare e di prendersi "sabbatici" e attende un G8 di successo prima
di sferrare l'affondo contro i suoi avversari esterni ed interni. Il taglio
dato ieri all'incontro con il presidente cinese, dà già l'idea di come Berlusconi
intende guidare i tre giorni di vertice internazionale dell'Aquila: una grande
vetrina per il Paese e un'opportunità per tutti coloro che sapranno e vorranno
coglierla. Di veline, feste, intercettazioni e divorzi il Cavaliere non vuol
sentir parlare, nemmeno dai suoi più stretti collaboratori.
(
da "Messaggero, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Martedì
07 Luglio 2009 Chiudi CITTA' DEL VATICANO - La Cei spezza una lancia a favore
della proposta del ministro Carlo Giovanardi. Serve una sanatoria per colf e
badanti. «C'è da sanare una situazione che va avanti da troppo tempo». Ad intervenire è stato monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, assistente
ecclesiastico dell'Azione Cattolica, oltre che segretario della Commissione
episcopale per le Migrazioni. «Noi vescovi non vogliamo stare ne' da una parte
ne' dall'altra, vorremmo andare al di là della contrapposizione politica per
riflettere sul bene della persona. La nostra visione è di riuscire a
coniugare l'accoglienza con la sicurezza». L'esortazione del vescovo arriva
immediatamente dopo le riserve al pacchetto sicurezza espresse dall'Avvenire
domenica. Bisogna, argomenta monsignor Sigalini, «mettere al centro della
riflessione la persona» anche se il «problema delle badanti è un problema che
va analizzato con molta cura. Se lo Stato prendesse a cuore questo tipo di
servizio e lo qualificasse, anche attraverso dei corsi preparatori per dare
professionalità a queste immigrate, potrebbe risultare un'ottima via
all'integrazione. Tra l'altro questo permetterebbe di superare alcune rigidità
dovute al reato di clandestinità». Sul fronte politico, la sanatoria delle
badanti, sollecitata dall'opposizione, divide il Pdl e trova il muro della Lega
Nord che boccia qualsiasi ipotesi di regolarizzazione. Una vasta area del Pdl,
finiani in testa, è invece pronta a battersi in Parlamento per evitare che con
l'entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza si trovino in difficoltà
non solo i lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno, che si stima
essere 500mila, ma anche le famiglie italiane che li ospitano. In mezzo, chi
nel governo ammette l'esistenza del problema, ma dice no a sanatorie
generalizzate, e questa sarebbe anche la posizione del premier, e lavora a una
soluzione mirata, che possa essere digerita anche dal Carroccio. In nottata, il
premier ha ricevuto a palazzo Grazioli Bossi e i vertici leghisti. I numeri
sarebbero tali da rendere impossibile evitare gli abusi, sottolinea anche il
ministro della Difesa Ignazio La Russa, il quale propone una regolarizzazione
per le sole badanti che si occupano di anziani e malati gravi, escludendo le
colf. Una possibile soluzione sarebbe allora quella di «una direttiva del
ministro dell'Interno, la cui applicazione, da verificare caso per caso, sia
affidata alle prefetture». Nessun provvedimento è al momento sul tavolo ed è
escluso che venga presentato in un Consiglio dei ministri che si tenesse questa
settimana. Fonti governative confermano però il lavoro dei ministri
dell'Interno, Roberto Maroni, e del Welfare, Maurizio Sacconi. L'idea è quella
di trovare una soluzione governativa e nel frattempo di evitare iniziative
parlamentari, che rischierebbero solo di irrigidire la Lega. Questa linea
potrebbe bloccare sul nascere il progetto di legge, una «norma transitoria» da
affiancare al ddl sicurezza, annunciata da quattro deputati vicini al
presidente della Camera. L'idea di Giovanardi trova qualche spiraglio a livello
comunitario. Il ministro per le Politiche Europee, Ronchi spiega che «non
esiste alcuna norma europea che vieta a uno Stato membro di adottare misure di regolarizzazione
degli stranieri presenti sul proprio territorio». Giù critiche
dall'opposizione. «La destra al governo - sostiene la vicepresidente della
Camera Rosy Bindi - non regge alla prova dei fatti e la maggioranza va in
tilt». F.GIA.
(
da "Messaggero, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Martedì
07 Luglio 2009 Chiudi Caro Gervaso, una delle figure della nostra nazione che
più mi hanno affascinato quando ancora studiavo è quella di Garibaldi. Quel
poco che so di lui lo devo ai miei insegnanti e ai libri di testo, ma era il
Garibaldi "padre della patria", "eroe dei due mondi", il
combattente senza macchia e senza paura animato da grandi ideali di libertà e
di fratellanza. Mi piacerebbe che lei, in questa rubrica, tracciasse un profilo
di Giuseppe da giovane, prima d'incontrare Mazzini e di mettersi al servizio
della Causa unitaria. Bruno Farina - Milano Mi è capitato spesso di parlare di
Garibaldi, ma non ho mai dedicato molto spazio alla prima parte della sua vita
quando appunto non era ancora il paladino dell'indipendenza dei popoli. Già l'etimo
annunciava il prodigioso destino. Nel tema "garo" e nella desinenza
"baldo" Peppino poteva presagire il proprio futuro. Un futuro di
pericoli, di bandi, ma anche di solenni encomi, di sconfitte, di gloriose
vittorie. La sua figura è contraddittoria, ma sempre accattivante. Per alcuni, fu un patriota da elevare agli altari laici. Per altri, un
capobanda pittoresco e sanguigno, un mix di Don Chischiotte, Giovanni dalle
Bende nere, Buffalo Bill. Un avventuriero onesto che amava il rischio,
l'azzardo, lo scontro, un uomo con poche idee, ma confuse, non sempre cosciente
di quello che faceva, mosso dall'azione in sé purché nobile e temeraria.
Se gli dicevano che un Paese voleva sbarazzarsi di un tiranno, lui vi si
precipitava e metteva la spada al servizio dei ribelli. Sul suo ruolo
nell'unificazione dell'Italia tanto è stato scritto da
apologeti e denigratori. Noi siamo, o almeno cerchiamo, di essere, imparziali e
di giudicarlo senza pregiudizi, sine ira et studio, come direbbe Tacito. Senza
Garibaldi l'unità d'Italia sarebbe forse stata più tardiva e meno colorita. Ma
non ce la sentiamo di minimizzare il suo contributo, accreditando il
Risorgimento esclusivamente al genio politico di Cavour, alla lucida e fredda
lezione di Mazzini e agli eserciti piemontesi di Vittorio Emanuele II. Se il
nizzardo non fu un severo e austero "padre della patria", ne fu
certamente un generoso "papà". Se a Cavour spettano i galloni di
statista, a Mazzini, quelli di profeta, al sovrano sabaudo quello di simbolo
istituzionale e garante costituzionale, oltre che di condottiero ufficiale
delle armate piemontesi, a Peppino va riconosciuto quello di eroe popolare. La
madre lo avrebbe voluto prete perché "i preti non vanno in guerra".
Il padre, figlio e nipote di marinai e marinaio egli stesso, sognava per lui
una carriera sugli oceani. Giuseppe, fin dai primi anni, manifestò un
carattere, anzi un caratterino inquieto e discolo. Vivace e indipendente, non
aveva voglia di studiare. Ai banchi di scuola preferiva le banchine del porto,
dove passava le giornate ad ascoltare i vecchi lupi di mare che gli
raccontavano le loro fantastiche imprese nei Paesi più lontani. Peppino pendeva
dalle loro labbra. Avrebbe voluto essere al loro posto, vivere la loro vita,
così diversa da quella del padre, limitata al piccolo cabotaggio. In attesa di
coronare il suo sogno, faceva lunghe nuotate al largo, con grande trepidazione
dei genitori, timorosi di non vederlo rientrare. Ma il figlio non solo tornava.
Un giorno salvò anche la vita di alcuni bagnanti, guadagnandosi una certa
notorietà. Non riuscendo a fare di lui un sacerdote, i genitori lo affidarono a
un vecchio militare, sotto la cui guida, qualcosa imparò. Se la grammatica e la
sintassi gli erano invincibilmente ostiche, si appassionò alla storia, specialmente
romana, e alla poesia di Omero, Dante, Tasso e Foscolo. Soprattutto il poeta
dei "Sepolcri", che per tutta la vita, in ogni occasione, declamava,
facendo forse rimpiangere all'autore di averli scritti. A Nizza cominciava a
sentirsi stretto, soffocato. Quella routine, anche se allietata dai racconti
dei pescatori e dei vecchi lupi di mare, gli era diventata insopportabile. E
così una mattina, con tre amici, salì su una piccola barca e prese il largo.
Aveva dodici anni e non fu difficile raggiungerlo e ricondurlo a riva da
marinai lanciati al suo inseguimento da papà Domenico. Due anni dopo accadde un
fatto che appassionò e infiammò l'opinione pubblica: il 19 maggio del 1821
Vittorio Emanuele I passò lo scettro al fratello Carlo Felice, cui successe Carlo
Alberto, che concesse la Costituzione. Nizza festeggiò l'evento e Peppino
partecipò esultante alla grande kermesse. Che il re del Piemonte, da cui allora
la città che gli aveva dato i natali, dipendeva, rendesse i sudditi più liberi
lo riempiva di speranze. Precocemente influenzato da letture libertarie,
sentiva che il suo posto era accanto agli oppressi. L'occasione per dimostrarlo
gli sarebbe capitata presto. atupertu@ilmessaggero.it
(
da "Stampa, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
LA CERIMONIA LA COMMOZIONE Dopo il rito cattolico canterà
Andrea Bocelli, quindi parola all'Imam Una donna piange la figlia e i nipotini
Intorno piangono tutti
(
da "Stampa, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
INDISCRETO
Il Governatorato ha un passivo di 35 milioni e non i 15 dichiarati dal
Consiglio cardinalizio Il Vaticano "ritocca" le perdite del 2008
[FIRMA]GIACOMO GALEAZZI CITTÀ DEL VATICANO Profondo rosso «mascherato» per il
Governatorato vaticano. È di 35 milioni e non di 15 come dichiarato nel
comunicato ufficiale il vero «passivo» del bilancio 2008 licenziato venerdì dal
Consiglio cardinalizio per i problemi economici. Con un intervento «cosmetico»
sui conti già collaudato all'epoca del crac Sindona, si è deciso di non
calcolare nell'esercizio 2008 la perdita di valore delle azioni affidate negli
Usa alle agenzie travolte dalla crisi finanziaria. Siccome il valore di queste
azioni e obbligazioni di assicurazioni e banche è crollato, si è deciso di
«sospenderle», in pratica di non far figurare in bilancio le minusvalenze,
altrimenti il rosso del 2008 sarebbe ben più pesante di come appare ora. Il
precedente governatore vaticano, il cardinale americano Edmund Szoka per
investire sui mercati Usa ha venduto gran parte dell'oro vaticano, spiegano nei
dicasteri finanziari della Santa Sede. Ciò ha provocato un «notevole» danno
alle casse d'Oltretevere perché in tempi di crisi dei mercati la riserva aurea
avrebbe consentito di bilanciare in parte le perdite azionarie. Inoltre, il
Governatorato ha sofferto più delle altre amministrazioni vaticane la crisi
perché era stato dotato da Szoka di un cospicuo
deposito di dollari. E calato il dollaro quel «tesoretto» ha perso valore. Il
nuovo corso sta aspettando il momento buono per disfarsi delle azioni, crollate
a un valore nominale prossimo a zero. I consulenti Usa della passata gestione
sono stati messi alla porta e ora il Governatorato si sta muovendo per
liberarsi della sovrabbondanza di pacchetti azionari svalutati. Ma tra un paio
d'anni la polvere nascosta sotto il tappeto potrebbe riemergere con risultato
allarmanti sulle finanze del Governatorato, che provvede al territorio, a
istituzioni, strutture e attività di supporto della Santa Sede e la cui attività
è indipendente da contributi provenienti dalla Santa Sede o da altre
istituzioni ecclesiastiche e civili. Al Governatorato lavorano 1894 persone, di
cui 31 religiosi, 28 religiose, 1558 laici e 277 laiche e
quest'anno ha sostenuto costi sostenuti costi «rilevanti» per la sicurezza
all'interno del Vaticano e infrastruttura di comunicazione. Nel 2007 c'era stato invece un risultato positivo di
6,7 milioni di euro, in diminuzione rispetto al 2006 che si era concluso con un
avanzo di oltre 21 milioni di euro.
(
da "Stampa, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Maturità
il club dei «100» Ecco i numeri uno del Classico sogni, speranze e voglia di
ferie Al liceo Lagrangia quattro studenti con il massimo dei voti. Gli altri
promossi [FIRMA]ALESSANDRO NASI VERCELLI Meglio di così per i ragazzi
vercellesi la maturità non poteva cominciare. La terza B del liceo Classico
«Lagrangia» è la prima classe a concludere gli orali e registra subito il
massimo dei voti per quattro studenti: Stefano Fiore (che ottiene anche la
lode), Roberta Malacarne, Elena Bernasconi e Giacomo Puccinelli. I sorrisi e
gli sguardi sereni dei ragazzi tradiscono la sensazione di una maturità più
semplice del previsto: «Non è stata una passeggiata - conferma Giacomo
Puccinelli - ma sicuramente tutta la paura e le preoccupazioni che ci hanno
trasmesso i prof durante l'anno si sono rivelate esagerate. L'ho trovata una
maturità molto meno difficile delle aspettative». Più pacate le sensazioni di
Roberta Malacarne ed Elena Bernascone che hanno condiviso una normale tensione
pre-esame: «È vero, eravamo un po' tese, soprattutto all'inizio. Più che altro
per l'attesa di tutto l'anno e per il fatto di confrontarci con professori
esterni che non conoscevamo. Però appena abbiamo letto le prime tracce del tema
la tensione è calata e la preparazione e l'adrenalina hanno fatto il resto». La
voce di Stefano Fiore è decisa e profonda, già pronta per affrontare la
carriera di avvocato che tanto sogna: «Una maturità molto vicina alle mie
aspettative: un tema con tracce interessanti, una seconda prova tosta ma
fattibile e una terza prova molto difficile, sicuramente lo scritto più
impegnativo». Come nella maggioranza delle scuole vercellesi, la traccia più
scelta dai ragazzi è stato il saggio breve su
innamoramento e amore: «L'ho scelto soprattutto per la formula del saggio breve
su cui mi ero preparata - conferma con sicurezza Roberta Malacarne - e poi per
l'argomento, perchè era affascinante e permetteva molti collegamenti culturali
e storici». Semplicità e schiettezza non mancano a Giacomo Puccinelli, che sul
tema ha le idee chiare: «Ho scelto l'analisi del testo di Svevo solo perché era
quello più semplice: sono molto pigro...», ammette con un sorriso. L'orale è da
sempre lo scoglio più difficile: tensione e paura di sbagliare spesso dominano
i primi momenti ma la possibilità di partire da una tesina ha aiutato molto i
ragazzi: «Dovevamo preparare, partendo da un argomento centrale, un percorso
capace di toccare più materie possibili - spiega Roberta Malacarne -. Io ho
scelto il concetto di nazione e ho parlato per circa dieci minuti. Il momento
più difficile? Quando il presidente di commissione mi ha interrotto per
chiedermi spiegazioni. Ho tremato un po'». Un momento di panico comune a tutti
i ragazzi, come conferma anche Giacomo Puccinelli: «Io sono stato
interrotto all'inizio e abbiamo discusso per circa un quarto d'ora su una
poesia di Carducci». Interruzioni e tensione a parte i ragazzi ora potranno
godersi una lunga estate di riposo, tra il mare della Toscana e della Liguria e
mete ancora da definire, con uno sguardo però già al futuro: «Io e Roberta
faremo il test per medicina a Novara - conferma Elena Bernascone -. I posti
sono pochi e la paura di non farcela è tanta. Vorrei diventare pediatra anche
se il mio sogno è un'altro: disegnare e dipingere. Mi piacerebbe studiare per
migliorare». Laurea in Medicina ma sogni diversi anche per Roberta: «Adoro
ballare fin da piccola, ma una serie di infortuni mi hanno impedito di fare la
ballerina, il mio desiderio più grande». Anche i due ragazzi condividono le
scelte per il futuro: «Tutti e due faremo Giurisprudenza - conferma Stefano
Fiore -. Io alla Cattolica di Milano e Giacomo invece a
Pavia. Non voglio però fermarmi alla carriera di avvocato ma intraprendere
quella diplomatica». Anche i compagni dei quattro ragazzi adesso potranno
godersi le tanto sospirato vacanze, ecco l'elenco degli altri «maturi»: Elisa
Actis Giorgetto, Eleonora Badano, Andrea Barbera Audis, Andrea Bono,
Vittorio Borro, Nicolò Gasparotto, Luca Leggero, Federica Razzano, Maria Flavia
Sozio e Raffaele Tini.
(
da "Stampa, La"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
SCACCHI
Partita giocata nel Campionato giapponese 2009. La partita è proseguita con la
semplice. 1. Tg8!, e il Nero ha abbandonato, dato che perde una Torre dopo
1...Rh7; 2. D:d4; T:d4; 3. T:e8. Del resto non può catturare in g8 perché
prende matto: se 1...T:g8; 2. D:h6 matto. E se 1...R:g8; 2. Dg3, e poi Dg7
matto. DAMA Del grande damista di Navacchio, uno studio «miniaturizzato», di
tipo problemistico, con una splendida simmetria nelle due varianti. Il Bianco
vince giocando 1) 18-22, 27-31; 2) 22-27, 31x22; 3) 15-11, 7x14; 4) 16-20,
8x15; 5) 20x27 e vince. Se 1) ...27-30; 2) 22-26, 30x21; 3) 15-11 ecc.
ROMPICAPO L'edificio in Piazza Roma è del XIV secolo, lo stemma del Palazzo
Gamelli è il falco e l'edificio nella piazza centrale è il De Fioris. Ecco comunque
gli abbinamenti completi: il Palazzo Batoli del XII secolo con lo stemma del
lupo è in piazza Milano, posta a Sud, il Palazzo Sguigli del XIII secolo con lo
stemma della spada è in Piazza Torino, posta a Nord; il palazzo Pandone del XIV
secolo con lo stemma del guanto è in Piazza Roma, posta ad Est; il Palazzo De
Fioris del XV secolo con lo stemma della castagna è in Piazza Venezia, posta in
Centro; il Palazzo Gamelli del XVI secolo con lo stemma del falco è in Piazza
Napoli, posta ad Ovest. PAROLIERE Schema in basso. 11 lettere: accertabili; 10
lettere: vigliacche, vigliacchi; 9 lettere: bacchiate, vigliacco; 8 lettere:
ablativi, bilateri, occhiali, occhiate, tabacchi, triviali; 7 lettere: abilità,
albatri, biacche, biacchi, latrice, laviche, recital, ritagli, tabacco,
viatico, vitalba; 6 lettere: abachi, acciai, bacche, bacchi, biacco, bilico,
calate, calati, calice, chiavi, cliché, clivia, ialite, lacche, laiche, latice, lavico, recita, ricche, rivali, taglia, taglie,
talché, talchi, triali, vaglia, valico, vitali; 5 lettere: abaco, abate, abati,
abili, alate, alati, alche, alice, alite, avite, bachi, bagli, baite, balia,
balie, bilia, bilie, calia, calie, certa, certi, chili, coche, ehilà, etico,
etili, ivate, ivati, lacci, laico, lieta, occhi, reità, ricca, ricco,
tagli, talco, trial, trivi, viali. Totale 90 parole. Schema in alto. Numeri:
seicentotré, seicento, trecento, centotré, centodue, cento, ottanta, settanta,
trenta, sette, sei, tre, due. Totale 2.006
(
da "EUROPA ON-LINE"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Editoriale
Sei in Editoriali 7 luglio 2009 Marino non è laicista. Ma è un candidato
rischioso Già la situazione è delicata, non è il caso di complicare il
congresso del Pd usando parole contundenti e sbagliate. Ad esempio, se è
perfettamente legittimo esprimere perplessità riguardo alla candidatura di
Ignazio Marino alla segreteria del Pd, l'argomento del "laicismo"
non c'entra proprio niente. Marino, figura degnissima e popolarissima, non è un
laicista ma un cattolico. Un cattolico progressista di quelli che Giuliano
Ferrara chiama con un po' di riprovazione "conciliari", un cattolico
della cultura della mediazione come ce ne sono tanti nelle fila del Partito
democratico o tra i suoi padri nobili. Un cattolico non di estrazione
democristiana, certo. Ma è in quanto cattolico, oltre che in quanto medico, che
Marino si è trovato in prima linea nelle battaglie sulla bioetica che si sono
svolte al senato in questa e nella precedente legislatura. Battaglie che spesso
lo hanno visto su posizioni più nette e avanzate di quelle di altri cattolici del Pd, probabilmente anche per l'influenza che ha
avuto sul professore la sua lunga esperienza americana, ma non certo battaglie
"laiciste". Secondo equivoco: Marino non è stato,
come pure abbiamo letto, «estromesso» dalla presidenza della commissione che si
occupava di testamento biologico. Possiamo dirlo noi, che quel giorno (era il
13 febbraio, si può controllare) accusammo il Pd di aver fatto un pasticcio, di
aver gestito male l'avvicendamento tra una figura simbolo del dialogo laici-cattolici, come Marino, e Dorina Bianchi, senatrice cattolica che spesso
aveva sostenuto posizioni di coscienza diverse dall'orientamento prevalente. Ma
Marino aveva lasciato quella presidenza di sua volontà, preferendo guidare
un'altra commissione sulla riforma del sistema sanitario nazionale: non è una
vittima e non è mai stato
discriminato nel Pd per le sue idee. Ciò premesso, non è illegittimo
chiedersi quale sia il senso, a questo punto, di una candidatura che, se
punterà a presentarsi come non monotematica, certamente avrà un peso simbolico
sulle questioni della laicità e della bioetica. A noi pare che, soprattutto per
merito di Dario Franceschini e dei cattolici
democratici del gruppo "dei sessanta", il Pd abbia fatto in questi
mesi grandi passi avanti, dopo un lungo momento di incertezza iniziale. Lo
dimostra la tenuta nella bufera del caso Eluana, e il voto unitario contro la
legge Quagliariello sul testamento biologico. Ad oggi, anche stando a quello
che avevamo sentito dire da Franceschini e Bersani, ci pare che non ci sia una
divisione laici contro cattolici nel Pd, e che la
laicità sia un valore condiviso. Ecco, una persona seria ed equilibrata come
Ignazio Marino forse avrebbe dovuto valutare meglio le conseguenze del proporre
una figura così simbolica come la sua. Eccitare il tema della laicità, è sempre
stato così, difficilmente porta ad altro che a
riattizzare le posizioni più estremiste. E purtroppo, proprio su un terreno
vitale per il Pd. Chiara Geloni
(
da "Foglio, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
7 luglio
2009 L'enciclica
Caritas in Veritate Non tutto è mercato. Ecco l'Enciclia di B-XVI Carità e
verità sono doni. Il libero scambio ok, ma non basta Leggi il testo integrale
dell'Enciclica di Benedetto XVI pubblicata oggi e di cui il Foglio ha anticipato
due paragrafi sabato scorso. 34. La carità nella verità pone luomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La
gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute
a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dellesistenza. Lessere umano è fatto per il dono, che
ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta, luomo
moderno, è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della
sua vita e della società. E questa una presunzione, conseguente
alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in termini di
fede – dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto
di tenere presente il peccato originale anche nellinterpretazione dei fatti sociali e nella
costruzione della società: “Ignorare che luomo
ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo
delleducazione, della politica, dellazione sociale e dei
costumi”85. Allelenco dei campi in cui si manifestano gli effetti perniciosi del
peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo anche quello delleconomia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi
periodi. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il
male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto luomo a far coincidere la felicità e la salvezza con
forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale. La convinzione poi
della esigenza di autonomia delleconomia, che non deve accettare
“influenze” di carattere morale, ha spinto luomo
ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo
andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e
politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e
che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che
promettevano. Come ho affermato nella mia Enciclica Spe salvi, in questo modo
si toglie dalla storia la speranza cristiana,86 che è invece una potente
risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella
libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la forza
di orientare la volontà.87 E già presente
nella fede, da cui anzi è suscitata. La carità nella verità se ne nutre e,
nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito,
irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge
di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è leccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno
della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La
verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna santAgostino.88 Anche la verità di noi stessi, della nostra
coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni processo
conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi ma sempre trovata o,
meglio, ricevuta. Essa, come lamore, “non nasce
dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone allessere
umano”.89 Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che
costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono
barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi
stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente
fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità
veramente universale: lunità del genere umano,
una comunione fraterna ogni oltre divisione, nasce dalla con-vocazione della
parola di Dio-Amore. Nellaffrontare questa decisiva questione, dobbiamo
precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si
giustappone ad essa in un secondo momento e dallesterno
e, dallaltro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere
autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione
di fraternità. 35. Il mercato, se cè
fiducia reciproca e generalizzata, è listituzione economica che permette
lincontro tra le persone, in quanto operatori economici che
utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e
servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il
mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che
regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma
la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza limportanza della giustizia distributiva e della
giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di
un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni
in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dellequivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a
produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza
forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può
pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia
che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.
Opportunamente Paolo VI nella Populorum progressio sottolineava il fatto che lo
stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da pratiche generalizzate di
giustizia, in quanto i primi a trarre beneficio dallo sviluppo dei Paesi poveri
sarebbero stati quelli ricchi.90 Non si trattava solo di correggere delle
disfunzioni mediante lassistenza. I poveri non
sono da considerarsi un “fardello”,91 bensì una risorsa anche dal punto di
vista strettamente economico. E tuttavia da ritenersi errata la visione di
quanti pensano che leconomia di mercato abbia
strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter
funzionare al meglio. E interesse del mercato promuovere emancipazione,
ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di
produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie
morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle. BENEDICTUS PP. XVI 85
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407; cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Centesimus annus, 25: l.c., 822-824. 86 Cfr n. 17: AAS 99 (2007), 1000. 87 Cfr
ibid., 23: l.c., 1004-1005. 88 SantAgostino
espone in modo dettagliato questo insegnamento nel dialogo sul libero arbitrio
(De libero arbitrio II 3,8,27 sgg.). Egli indica lesistenza dentro lanima umana di un “senso
interno”. Questo senso consiste in un atto che si compie al di fuori delle
normali funzioni della ragione, atto irriflesso e quasi istintivo, per cui la
ragione, rendendosi conto della sua condizione transeunte e fallibile, ammette al
di sopra di sé lesistenza di qualcosa di
eterno, assolutamente vero e certo. Il nome che santAgostino dà a questa
verità interiore è talora quello di Dio (Confessioni 10,24,35; 12,25,35; De
libero arbitrio II 3,8,27), più spesso quello di Cristo (De magistro 11,38;
Confessioni 7,18,24; 11,2,4). 89 Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 3:
l.c., 219. 90 Cfr n. 49: l.c., 281. 91 Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus
annus, 28: l.c., 827-828. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Manifesto, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
La voce
della Cei «È un libertino» Sara Menafra C'è chi dice che il Vaticano ha
aspettato anche troppo. Di fatto però, per prendere pubblicamente le distanze
dai «comportamenti libertini che non posson essere un affare privato» -
leggasi, ma la Cei non lo dice, quelli del presidente del consiglio Silvio Berlusconi
- il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Mariano
Crociata, ha scelto un momentaccio. Il G8 è alle porte e gli invitati stanno
arrivando in Italia, il Sunday times ha annunciato che in questi giorni saranno
pubblicate altre foto pruriginose di Villa Certosa e da poco si è affievolito
lo scontro con il presidente della repubblica Giorgio Napolitano sulle
intercettazioni. L'occasione poi era di quelle suggestive. Ieri si celebrava il
martirio di Santa Maria Goretti, nella chiesa delle Ferriere, in provincia di
Latina. La santa vergine, venerata durante tutto il fascismo e canonizzata in
piena guerra anti comunista, nel 1950, era del resto argomento più che
propizio. E, stavolta, Mariano Crociata ha affondato il colpo: «Assistiamo ad un
disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà,
autocontrollo», ha detto. Per poi condannare la «sfrenatezza e sregolatezza»
nei comportamenti sessuali, ovviamente in opposizione alle virtù della santa.
Maledire dal pulpito lo «sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che
invera la parola lussuria, con cui fin dall'antichità si è voluto stigmatizzare
la fatua esibizione di una eleganza che in realtà mette in mostra uno sfarzo
narcisista». Sentenza esemplare, soprattutto perché contrapposta a chi «alla
prima occasione» si «serve del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a
parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro
genere». Il riferimento, sembra portare alla lettura che era stata data delle
parole del cardinale Bagnasco, presidente della Cei, quando, all'inizio del
mese aveva chiesto ai fedeli il «dominio degli istinti». Aggiungendo poi che in
politica ci sono «numerosi problemi morali». Come a dire, e così molti lessero,
che le debolezze del Cavaliere sono solo alcune tra le tante tollerate dal Vaticano quando guarda alla sponda laica del Tevere. Il discorso
di Crociata è proseguito sullo stesso tono a lungo. E vale la pena di leggere
tutti i passaggi di attacco: «Nessuno deve pensare che in questo campo non ci
sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati, soprattutto
quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di
Dio». Si è di fronte a un paradosso, essendo oggi arrivati «ad agire e a
parlare con sfrontatezza senza limiti di cui si dovrebbe veramente arrossire e
vergognare», mentre si arrossisce - aggiunge citando San Paolo - per tutto
quello che «è vero, nobile e giusto». «Qui non è in gioco - conclude - un
moralismo d'altri tempi, superato» ma «è in pericolo il bene stesso dell'uomo».
«Dobbiamo interrogarci tutti sul danno causato e sulle conseguenze prodotte
dall'aver tolto l'innocenza a intere nuove generazioni». Per tutto il
pomeriggio, il Pdl, silente, ha aspettato l'arrivo di una smentita. O almeno di
una correzione, complice il consueto silenzio del Tg1 che ha dato la notizia
solo in quattro secondi nel corso della trasmissione, evitando di metterla nei
titoli. E invece dal Vaticano nessuno ha aperto bocca. Anzi, chi meglio conosce
le sacre stanze, dice che le parole di Mariano Crociata non possono essere
frutto né di una leggerezza né di una presa di posizione personale. Se ha detto
quel che ha detto, il monsignore l'ha concordato con le alte sfere e non lo si
può neppure tacciare di aver aiutato troppo la sinistra con qualche secondo
fine: negli ambienti d'oltretevere, Crociata è considerato un uomo tutt'altro
che vicino al Partito democratico o hai suoi affini. I motivi che hanno spinto
la Cei a prendere posizione proprio ora sono chiari solo in parte. La distanza
sul tema dell'immigrazione non è cosa di oggi e non dovrebbe aver influito.
Piuttosto, avrebbero pesato le indicazioni germogliate dalle elezioni europee.
Nello studio del voto, in particolare quello pubblicato da Renato Mannheimer
sul Corriere della sera, tutti hanno evidenziato l'allontanamento dei cattolici dal Pdl proprio in relazione all'odissea partita
da Villa Certosa e ora ferma a Bari. Via Solferino parlava, addirittura, di un
meno 12%. Dalle file dell'opposizione, in pochi hanno colto l'occasione per
tirare una pallonata in campo avversario. L'ha fatto Luca Volontè dell'Udc: «Le
parole di Monsignor Crociata mettono in evidenza la necessità che le norme
morali più elementari vengano rispettate da tutti. Non si può immaginare una
persona scissa tra libertinaggi privati e coerenza pubblica specie se ricopre
alte cariche istituzionali». Massimo Donadi dell'Idv, che al Vaticano non è
particolarmente vicino, ha messo anche la Cei nel calderone - «Il presidente
del consiglio è sempre più delegittimato dall'indecenza dei suoi comportamenti,
sia pubblici che privati» - e a difendere il presidente del consiglio è
rimasta, neppure troppo convinta, Angela Napoli ora Pdl ma ex barricadera di
Alleanza nazionale: «Le parole di Crociata sono condivisibili, ma come è noto
la Cei non fa politica». Sarà.
(
da "Manifesto, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
INTERVISTA
Castagnetti: «Abbiamo sbagliato ad aspettare il fronte laico» Noi cattolici, muti per paura Il Pd rischiava il moralismo
Daniela Preziosi «Il libertinaggio irresponsabile non è un fatto privato». Le
parole, dure, di monsignor Mariano Crociata, segretario dei vescovi italiani,
cadono nel quasi vuoto che in questi mesi ha accompagnato le rivelazioni sulla
vita notturna, ma anche diurna, del cavaliere. Il prelato fa un'affermazione
generale, ma è difficile non riferirla alla vicenda dei festini e delle escort
dell'inchiesta barese su Berlusconi. Pierluigi Castagnetti, cattolico, oggi
parlamentare democratico, ma già segretario Ppi e ancor prima collaboratore di
Dossetti, Zaccagnini e Martinazzoli, non ha dubbi. «La posizione è seria e
severa. Evidentemente ha giocato un ruolo l'irritazione verso chi ha voluto
adombrare un giudizio più lieve da parte della Chiesa. Ha voluto troncare la
strumentalizzazione di parole apparentemente più timide espresse in
precedenza». Insomma, il porporato ha voluto parlare chiaro? Le parole usate in
precedenza erano meno dure, ma ugualmente inequivocabili. Di fronte alla
«durezza di cervice» con cui si è finto di non recepire quel messaggio, a me
pare che la Chiesa abbia dovuto essere più esplicita. A febbraio monsignor
Marchetto aveva usato parole forti sulle ronde, ma una nota del Vaticano lo
aveva smentito. Credo che stavolta non ci sarà nessuna rettifica. Un conto è
attribuire alla Santa Sede le cose dette dal segretario del pontificio
consiglio per i migranti. In questo caso ha parlato il segretario della
Conferenza episcopale. E si può supporre che quando assume posizioni così
nitide non lo faccia senza averci pensato bene. E averne parlato. Monsignor
Crociata parla di «libertinaggio», termine un po' da apologetica religiosa. Il
termine è laico, non ecclesiastico. È uno spettacolo indecente, quello a cui
siamo costretti in queste settimane. La cosa più seria è il silenzio della gran
parte dei dirigenti del centrodestra, tranne gli avvocati d'ufficio, che
cercano di difendere una situazione indifendibile. La Chiesa non può essere
sospettata di un'ambiguità su temi di questo genere. Ma anche dal
centrosinistra sono state pochissime le parole spese sulla vicenda a delle
escort di Bari, per non parlare del silenzio che ha circondato le accuse di
Veronica Lario. Prima di decidere se pensa che l'affare sia privato o pubblico,
il Pd ci ha messo un po'. È vero. Anche da parte nostra c'è stata timidezza.
Era la preoccupazione, che pure io non condivido, di essere tacciati di
moralismo. E invece in questi casi il giudizio etico non è moralismo. Il
comportamento del ceto dirigente di questo paese ha valenza politica.Non siamo
di fronte a a un presidente del consiglio che ha una crisi coniugale, come pure
ha accaduto. Siamo di fronte a un comportamento smisuratamente indecente di un
uomo pubblico. Persino ostentati. La Chiesa non poteva stare zitta. E la
politica deve sapere che è suo compito stigmatizzare. La Chiesa non è stata
zitta. I politici sì. Domenica sera Massimo D'Alema, accettando la critica
delle intellettuali femministe ha detto che anche nel Pd c'è stato
«un eccessivo ritegno». Perché state così zitti? Io credo che, dopo le
polemiche sulla battuta 'fareste educare i vostri figli da un uomo così',
Franceschini volesse evitare altre polemiche. Questo riguarda il segretario pd.
Se dovesse rispondere per lei? Da parte mia, come da parte
di altri dirigenti cattolici, c'è stata la preoccupazione di non farne una questione solo dei
cattolici. Ma abbiamo
sbagliato. Apprezzo il giudizio di D'Alema. Si deve esprimere un giudizio laico
sull'indecenza dei comportamenti di uomini pubblici, che finiscono per fare
costume, per creare un modello culturale. Questo «ritegno», questo
mutismo, ha che vedere con l'imbarazzo di un gruppo dirigente composto
soprattutto da uomini che non hanno saputo, e voluto, affrontare una vicenda
fatta di accuse di donne contro un uomo all'apparenza molto 'virile'? Può darsi
che quest'imbarazzo ci sia. Certo, anche le voci di donna in questo caso sono
state poche. Comunque nessuna voce di uomo. Non ne farei una distinzione di
genere. Direi invece che avrei apprezzato una presa di posizione chiara dal
fronte laico. Proprio per non trasformarla in una questione di credenti, e di
credenti di una parte politica. Invece è una questione di qualità della nostra
civiltà. Ora la Cei ci ha aiutato a trovare le parole giuste. E così sdoganerà
molti silenzi, anche da parte cattolica.
(
da "Foglio, Il"
del 07-07-2009)
Argomenti: Laicita'
7 luglio
2009 L'enciclica
Caritas in Veritate Non tutto è mercato. L'Enciclia di B-XVI Carità e verità
sono doni. Il libero scambio ok, ma non basta Leggi il testo integrale
dell'Enciclica di Benedetto XVI pubblicata oggi e di cui il Foglio ha
anticipato due paragrafi sabato scorso. 34. La carità nella verità pone luomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La
gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute
a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dellesistenza. Lessere umano è fatto per il dono, che
ne esprime
ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta, luomo moderno, è erroneamente convinto di essere il solo
autore di se stesso, della sua vita e della società. E questa una
presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in
termini di fede – dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre
proposto di tenere presente il peccato originale anche nellinterpretazione dei fatti sociali e nella costruzione
della società: “Ignorare che luomo ha una natura ferita, incline al
male, è causa di gravi errori nel campo delleducazione,
della politica, dellazione sociale e dei costumi”85. Allelenco dei
campi in cui si manifestano gli effetti perniciosi del peccato, si è aggiunto
ormai da molto tempo anche quello delleconomia.
Ne abbiamo una prova evidente anche in questi periodi. La convinzione di essere
autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo
con la propria azione ha indotto luomo a far coincidere la felicità e la
salvezza con
forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale. La convinzione poi
della esigenza di autonomia delleconomia, che non
deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto luomo ad
abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo
andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e
politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e
che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che
promettevano. Come ho affermato nella mia Enciclica Spe salvi, in questo modo
si toglie dalla storia la speranza cristiana,86 che è invece una potente
risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella
libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la forza
di orientare la volontà.87 E già presente
nella fede, da cui anzi è suscitata. La carità nella verità se ne nutre e,
nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito,
irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di
giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è leccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima
quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La
verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna santAgostino.88 Anche la verità di noi stessi, della nostra
coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni processo conoscitivo,
in effetti, la verità non è prodotta da noi ma sempre trovata o, meglio, ricevuta.
Essa, come lamore, “non nasce dal pensare e dal volere ma
in certo qual modo si impone allessere umano”.89 Perché dono ricevuto da
tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli
uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità
degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole
sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni
confine, ossia diventare una comunità veramente universale: lunità del genere umano, una comunione fraterna ogni
oltre divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore.
Nellaffrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato,
che
la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un
secondo momento e dallesterno e,
dallaltro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se
vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come
espressione di fraternità. 35. Il mercato, se cè
fiducia reciproca e generalizzata, è listituzione economica che permette
lincontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il
contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro
fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai
principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti
del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della
Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza limportanza
della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia
di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e
politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza.
Infatti il mercato, lasciato al solo principio dellequivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a
produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare.
Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può
pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia
che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.
Opportunamente Paolo VI nella Populorum progressio sottolineava il fatto che lo
stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da pratiche generalizzate di
giustizia, in quanto i primi a trarre beneficio dallo sviluppo dei Paesi poveri
sarebbero stati quelli ricchi.90 Non si trattava solo di correggere delle
disfunzioni mediante lassistenza. I poveri non
sono da considerarsi un “fardello”,91 bensì una risorsa anche dal punto di
vista strettamente economico. E tuttavia da ritenersi errata la visione
di quanti pensano che leconomia di mercato abbia strutturalmente bisogno di
una quota di povertà e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. E interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per
farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di
produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie
morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle. BENEDICTUS PP. XVI 85
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407; cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Centesimus annus, 25: l.c., 822-824. 86 Cfr n. 17: AAS 99 (2007), 1000. 87 Cfr
ibid., 23: l.c., 1004-1005. 88 SantAgostino
espone in modo dettagliato questo insegnamento nel dialogo sul libero arbitrio
(De libero arbitrio II 3,8,27 sgg.). Egli indica lesistenza dentro
lanima umana di un “senso interno”. Questo senso consiste in un atto che si
compie al di fuori delle normali funzioni della ragione, atto irriflesso e
quasi istintivo, per cui la ragione, rendendosi conto della sua condizione
transeunte e fallibile, ammette al di sopra di sé lesistenza di qualcosa di eterno, assolutamente vero e
certo. Il nome che santAgostino dà a questa
verità interiore è talora quello di Dio (Confessioni 10,24,35; 12,25,35; De
libero arbitrio II 3,8,27), più spesso quello di Cristo (De magistro 11,38;
Confessioni 7,18,24; 11,2,4). 89 Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 3:
l.c., 219. 90 Cfr n. 49: l.c., 281. 91 Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus
annus, 28: l.c., 827-828. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Stampa, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Flavio
Corazza LA FACCIA E IL CUORE DELLA CITTÀ In questi giorni sono arrivati in
redazione molti complimenti per il numero speciale di domenica dedicato
all'Africa. L'opportunità, diceva il titolo, e intendeva parlare di qualcosa di
molto concreto, non di possibilità remote. Quell'opportunità Torino e i
torinesi ce l'hanno tra le mani, ma non sanno coglierla, come se i piccoli problemi
locali non fossero il volto visibile dei grandi problemi globali. Da giorni il
nostro giornale racconta quanto sta accadendo a un gruppo di quasi duecento
profughi africani (arrivano soprattutto da Eritrea, Etiopia e Somalia),
rimpallati da un posto dove stanno male (l'ex clinica San Paolo) a un altro
dove - tranne Comune e prefetto - non li vuole nessuno (la caserma di via
Asti). Proteste, petizioni, costituzione di comitati, scritte sui muri, raduni
pro e contro. E' uno di quei casi in cui si potrebbe fare qualcosa, cogliere
un'opportunità, qui e adesso. Sono legittime alcune preoccupazioni dei
residenti di Borgo Po ("chi vigilerà per evitare infiltrazioni della
malavita?", "chi controllerà sulla nostra e loro sicurezza?").
Sacrosante sono anche le proteste di chi abita in corso Peschiera ("li
hanno sistemati qui in autunno, e nessuno se n'è più preoccupato"). Ma ciò
detto, è mai possibile che nove mesi dopo l'arrivo, questa gente continui a
essere sbattuta da un posto provvisorio all'altro? E con la quasi certezza di
dover ripetere il penoso trasloco magari fra un anno, quando la caserma servirà
ad altre esigenze. E' mai possibile che in una città come
Torino, culla dell'etica laica e dei santi sociali, non si riescano a riunire
intorno a un tavolo i protagonisti della politica, del volontariato,
dell'industria, dell'esercito, della cultura e della religione, per risolvere
una questione numericamente così poco rilevante? In questa microcomunità
di disperati ci sono persone con un curriculum di studi che molti si sognano di
esibire: possibile che non si possa dividerli in gruppi da assegnare alle varie
istituzioni cittadine affinché studino un percorso di formazione e inserimento
nel mondo del lavoro? Visto che la comunità sta pagando di tasca propria per
mantenere queste persone e continuerà anche in futuro, è davvero impossibile,
pur in questi tempi di crisi dura, trovare un inserimento o una occupazione
anche minima, ad esempio nel volontariato, per evitare continui trasferimenti
da un ghetto ad un altro, da una protesta all'altra? E' vero che le istituzioni
sono distratte da molti problemi seri, che il denaro è sempre poco, che il
governo stringe ogni giorno di più i cordoni della borsa, ma qui non si tratta
di soldi: è la faccia della città ad essere in gioco. Un bene che non dovrebbe
avere prezzo, tanto meno uno così basso.
(
da "Stampa, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
COMMERCIO.ASSOCIAZIONE
Pochi iscritti, chiude il gruppo ViviMoncalvo [FIRMA]GIUSEPPE PROSIO MONCALVO
L'Associazione dei commercianti, ViviMoncalvo, una delle due operanti nella
cittadina ducale, si è sciolta. La cessazione delle attività è stata così
motivata dal suo suo presidente Gilberto Borzini, titolare della Gustoceca di
via XX Settenbre e di un analogo esercizio a Prarolo, nel Vercellese: «Non
vogliamo creare confusione, ma desideriamo un'armonica coesione dei
commercianti moncalvesi attorno a progetti comuni e condivisi» . Nel comunicato
diffuso da Borzini, docente universitario di marketing alla
Cattolica di Milano, si «plaudono gli sforzi e le iniziative intraprese»
dall'associazione concorrente. ViviMoncalvo, costituita lo scorso settembre,
ebbe sin dagli inizi una vita movimentata che portò alle dimissioni del
presidente designato prima che questi diventasse operativo (l'insegnante
Tiziano Brunoro) e di quello che gli subentrò per qualche mese, il
farmacista Oscar Ottone. In quei frangenti Borzini aveva l'incarico di vice.
L'Associazione riuniva commercianti del centro storico e in particolare quelli
della Contrada Maestra. Costoro manifestarono la volontà di restare
indipendenti rifiutando la proposta di fondere le due associazioni e
costituendosi nell'Acam: una sessantina di soci presieduti da Franco Trento e
organizzatori nel frattempo di molte e seguite manifestazioni, in qualche modo
parallele a quelle della Pro Loco. Borzini rimase con pochi iscritti. Da lì la
scelta di «fare un passo indietro».
(
da "Repubblica, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
33 - Commenti I comportamenti dei politici e il giudizio della chiesa Nelle
condizioni in cui versa il Paese la valutazione morale ha valenza pubblica è in
gioco il prestigio dell´Italia che si porta dietro l´immagine del suo leader
NADIA URBINATI Dopo tanto tergiversare dei laici é arrivata
infine la scure della Conferenza Episcopale Italiana che per bocca del suo
Segretario generale ha in un colpo solo liquidato qualche secolo di arte
liberale della distinzione per dire quello che molti italiani in cuor loro
pensano: che il nostro Presidente del consiglio é un immorale e il suo
comportamento non può essere rubricato come affare privato. Monsignore
Mariano Crociata lo ha detto dal pulpito di una chiesa, non in un luogo
pubblico-civile. Il suo é un giudizio morale e così vuole essere. Ma, nelle
condizioni eccezionali nelle quali versa il nostro paese, questo giudizio
morale ha immancabilmente una valenza pubblica e politica. Quando i padri
fondatori del liberalismo hanno messo in chiaro la distinzione tra le sfere di
vita - quella economica e politica, quella privata e pubblica, quella religiosa
e civile - essi presumevano che alla base di questa distinzione ci fosse una
sostanziale condivisione da parte di tutti i membri della comunità di un codice
di comportamento che viveva nel senso comune senza dover essere imposto con la
forza. Perché solo a questa condizione sarebbe stato possibile
edificare una società di individui autonomi, dotati cioè di un senso della
norma che li rendesse in grado di agire moralmente senza la presenza di
un´autorità coercitiva che li controllasse direttamente. Se per operare
correttamente ci fosse sempre bisogno del gendarme, si avrebbe una società di
soffocante autoritarismo nella quale nessuno sarebbe libero. La distinzione tra
pubblico e privato, quindi, non é un dualismo schizofrenico perché non
contempla individui doppi come il Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Presume invece persone
che sappiamo valutare le conseguenze delle loro azioni e in alcuni casi, come
quelli che riguardano gli uomini pubblici, le azioni private non possono che
avere molto spesso conseguenze pubbliche. è dunque obsoleta la distinzione liberale?
No, non é obsoleta. Occorre però interpretarla senza semplicismi. La regola
aurea della distinzione é che il potere civile (lo stato,
per intenderci) debba giudicare le azioni dei suoi cittadini con il metro non
del moralmente "buono" ma del legalmente "giusto". La legge
non può punire chi invita a casa propria uno stuolo di ragazze non minorenni.
Ma la legge deve e non può esimersi dal punire chi, avendone la possibilità,
promette incarichi pubblici (per esempio un seggio in un parlamento o in un
consiglio comunale) in cambio di favori privati - quali che essi siano,
sessuali o monetari. Ora, provato che la persona pubblica in questione non sia
incorsa in questa o altre azioni penalmente perseguibili, quale é il ruolo del
giudizio pubblico? è ammissibile che le azioni private diventino oggetto di
scrutinio pubblico? Detto altrimenti, é giustificabile l´applicazione della
regola aurea della separazione delle sfere di vita in un caso in cui é
coinvolto non un cittadino ordinario, ma un rappresentante eletto (le cui
azioni devono poter essere monitorate perché i cittadini abbiano la possibilità
di giudicarle)? In circostanze normali, il giudizio pubblico dovrebbe
contenersi nei limiti dei comportamenti pubblici o che abbiano rilevanza
pubblica. Si tratta come si può intuire di categorie molto scivolose e lasciate
all´interpretazione del buon senso; fino a quando il comportamento del politico
non ha così tanto tracimato i limiti del senso comune da non poter essere
ignorato, anche con la buona volontà dei liberali più ortodossi. Ad un certo
punto, la quantità si fa qualità. Scriveva John Stuart Mill nel Saggio sulla
libertà che se é vero che non si può con la legge interferire nelle decisioni
personali di un adulto qualora non arrechino danno ad alcuno (un concetto,
quello del "danno", di per sé molto complicato e controverso), é
altrettanto vero che noi possiamo decidere di non voler come amico colui le cui
azioni disapproviamo. Tradotta questa decisione morale in termini di opinione
pubblica, l´esito é questo: tutti noi possiamo decidere di non approvare e anzi
di criticare pubblicamente quelle azioni che, sebbene non illecite, confliggono
gravemente con le nostre concezioni morali. La critica, il giudizio pubblico, é
anzi la sola arma ammissibile in una società liberale, anche se non va mai
trasformata in incitamento alla violenza o alla discriminazione. L´opinione
pubblica é un potere molto efficace e per questo lo si dovrebbe usare sempre
con cautela. Ma é un potere fondamentale senza il quale nessuna democrazia può
essere al riparo da chi detiene il potere (e cerca di nascondere i propri
misfatti). A maggior ragione quando si tratta di giudicare le azioni di uomini
politici, poiché se queste diventano, cosÍccome succede oggi in Italia, un vero
e proprio caso nazionale, allora é chiaro che non é in questione il giudizio
morale semplicemente, ma la fiducia politica stessa. E noi sappiamo che la
democrazia moderna riposta su due pilastri: la volontà che si esprime con il
voto, e la fiducia che si esprime con il giudizio pubblico. Il primo pilastro é
depositario dell´autorizzazione formale a governare (legittimità
istituzionale), il secondo dell´autorizzazione informale nel tempo che
intercorre tra un´elezione e l´altra (legittimità politica). Anche se il voto
resta il dato incontrovertibile, può tuttavia succedere che nel corso del suo
mandato un governo perda la fiducia dei cittadini, e il giudizio negativo
espresso dagli organi di informazione e dalla società civile é un segno
importante di questo declino di fiducia. La Chiesa dunque ha le sue buone
ragioni a criticare l´operato degli uomini pubblici con argomenti morali e
privati; e in questo senso di partecipare indirettamente alla costruzione del
giudizio. Ma il suo linguaggio non é il solo di cui noi disponiamo e possiamo
avvalerci. La politica, o se si vuole l´etica pubblica, ha anch´essa strumenti
altrettanto severi e, nel rispetto della distinzione tra pubblico e privato, sa
comprendere quando i limiti vengono travalicati e un´azione, anzi una serie di
azioni private hanno un impatto che é decisamente pubblico. Del resto, qui é in
questione l´immagine intera del paese perché un popolo si porta addosso
l´immagine che di esso dà il suo rappresentante politico. A questo punto le
azioni immorali del nostro leader hanno effetti politici diretti, non solo
effetti morali. L´immoralità di chi ci governa costituisce un gravissimo danno
all´immagine di ciascuno di noi; é da questo punto di vista che occorrerebbe
criticarla, ovvero per il danno politico che arreca.
(
da "Secolo XIX, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Con
xinjiang e tibetun quarto della cinaè a rischio secessione l'analisi nFINO a un
anno fa il separatismo dello Xinjiang veniva classificato come un tentativo di
Al Qaida di allargare la propria influenza in una regione musulmana (8 milioni
di islamici su 18 milioni di abitanti). Ora il quadro appare più complesso e lo
jihadismo potrebbe essere servito a giustificare la repressione. Oggi la figura
chiave dell'indipendentismo è una donna esule a Fairfax negli Usa, Rebiya
Kadeer, divenuta presidente del World Uyghur Congress, associazione fondata in
Baviera nel 2004. La Kadeer potrebbe impersonare la Dottrina Obama, che
consiste nello smantellamento dei conflitti attraverso il sostegno alla parte
moderata, come si è visto di recente in Iran. Non a caso Pechino imputa i
disordini e i morti di questi giorni al gruppo di Rebiya Kadeer, che da parte
sua evidenzia il "femminismo" della società uighura, per distanziarsi
dal vaso di Pandora integralista. Se sommiamo Xinjiang e Tibet, vedremo che un
quarto della Cina è a rischio di secessione. Sarebbe un nuovo collasso, dopo
quello dell'Unione Sovietica. Secondo "The Xinjiang problem" di
Graham Fuller (2004) «È difficile negare che la riconquista del Turkestan
orientale da parte dei manchu della dinastia Qing nel 1759 sia un atto
coloniale, com'è avvenuto con l'espansione russa in Asia Centrale, della
Francia nel Maghreb, del Regno Unito in India». Non dobbiamo però dimenticare
che la provincia degli uighuri è ricca di petrolio (mentre il Tibet è ricco di
uranio) e che le disintegrazioni necessitano di enormi cautele. Il Turkestan è
un vecchio impero, nato lungo la Via della Seta. Gli uighuri riottennero
l'indipendenza nel 1863 - dopo 42 rivolte - ma si trattò di un breve lampo,
perché gli inglesi convinsero i cinesi a una nuova invasione. Era il 1884,
periodo del Grande Gioco contro l'espansione zarista in Asia. Nel 1933 e nel
1944 gli uighuri proclamarono la Repubblica del Turkestan, approfittando
dell'invasione giapponese. La vittoria maoista del 1949 ha chiuso la partita,
come nel Tibet. Nel 1990 cominciò la rivolta jihadista. Nel gennaio 2002 fu
reso noto un rapporto dei servizi cinesi sul terrorismo nello Xinjiang, dal
quale risultavano 200 attentati, con 162 morti e 440 feriti (dati del Center
for contemporary conflict). La rivolta del 1997 produsse un'iniziativa
diplomatica con la Turchia e il Pakistan, dove i combattenti jihadisti uighuri
venivano addestrati. Intanto cominciava l'attività del
separatismo laico, rivolto verso gli Stati Uniti, com'era avvenuto in Kosovo.
Lo scenario uighuro prevede altre opzioni, come quella pan-turca, estesa da
Cipro allo Xinjiang. Questo scenario non è stato abbandonato da Ankara, nonostante il suo pantagruelismo utopico,
perché offre alla Turchia un profilo di potenza e un'alternativa rispetto al
processo di integrazione con l'Europa. Rimane forte l'alternativa
alqaidista, guidata dall'Islamic Party of Turkestan. Nel 2001 a Urumqi i militari
cinesi eliminarono ben 351 cellule jihadiste, mentre proseguiva l'attività dei
bingtuan, i genieri militari che trasformarono la città nella capitale degli
Han emigrati nella regione. Obama può utilizzare il moderatismo uighuro e
tibetano per contenere l'espansione del Gruppo di Shangai guidato da Cina e
Russia ai danni della Nato. Al G8 si discute di pace, ma intanto cresce una
nuova Guerra Fredda, che fonda su basi etniche il controllo delle fonti
energetiche e dei mercati. gli scenariSullo sfondo della rivolta il sogno
pan-turco e le mosse tattiche americane 08/07/2009
(
da "Repubblica, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
III - Firenze La messa L´arcivescovo e l´imam pregano "un Dio unico"
DAI NOSTRI INVIATI VIAREGGIO - L´arcivescovo e l´imam sullo stesso palco. Il
dolore spiana tutto anche le differenze religiose. Cattolici e musulmani dentro
lo stadio dei Pini pregano insieme un «Dio unico». I bagliori del fuoco di
lunedì notte a Viareggio sono sembrati «il visibile di un non-senso, di un
negativo assoluto che tutto fagocita e tutto distrugge, alimentato certamente
non solo dal caso e dalla fatalità
». La
gente applaude durante più di un passaggio dell´omelia dell´arcivescovo di
Lucca Italo
Castellani. Applaude e piange. Nelle parole del sacerdote non c´è solo il
tentativo di dare un senso religioso a una tragedia così grande ma anche un
invito a cercare spiegazioni terrene. «Chissà per quanto tempo "la
tragedia di Viareggio" segnerà il ricordo di un dolore grande, di tanta
sofferenza del corpo e dell´anima, di uno smarrimento e di una angosciosa
ricerca di tanti "perché?"». L´arcivescovo fa sue le parole del Papa
durante l´Angelus di domenica scorsa: «Auspico che simili incidenti non abbiano
a ripetersi e sia garantita a tutti la sicurezza sul lavoro e nello svolgimento
della vita quotidiana». E ancora, prima che canti Andrea Bocelli e dopo la
straziante lettura sulle beatitudini, in uno stadio pieno di ministri e di
gente qualunque, di volontari, vigili del fuoco, scout, maestre, ragazzi: «C´è
da interrogarsi - sottolinea l´arcivescovo - sul "modo di vivere",
per certi aspetti violenti o ad ogni modo che mettono a rischio la vita stessa,
a cui concorriamo tutti, coi i nostri stili di vita personali e collettivi. E´
da tempo venuto il momento che il nostro territorio, la nostra Terra, con il
contributo e la responsabilità di tutti nessuno escluso, diventi come Dio l´ha
voluta, "madre sicura", "terra sicura", proprio convertendo
gli stili di vita personali e collettivi». «Viareggio risorgi più bella»,
chiude monsignor Castellani nell´omelia, pronunciata con la voce rotta dalla
commozione e ricordando anche il dramma de L´Aquila cui ora Viareggio è più
«intimamente» unita, e salutando la comunità magrebina, alla quale
appartenevano sette vittime, una comunità che «si sente a pieno titolo parte
viva della città». Dopo l´arcivescovo doveva intervenire Wahid el Fihri, della
comunità islamica romana che prima della funzione religiosa aveva anche distribuito
un foglio con sopra la sua preghiera. Invece, a sorpresa, si è presentato al
microfono Nour Dachan, esponente dell´Ucoii che ha portato un «abbraccio di
solidarietà e fratellanza»: «Avevamo cominciato con l´Aquila, ma due ferite
come queste sono troppe». Finita la cerimonia, sfilate via le bare, in un
comunicato scritto, la polemica all´interno della comunità islamica viareggina:
«Dachan non ci rappresenta. Si è appropriato con un´azione di forza del
microfono parlando al posto di el Fihri - continua la nota di Marocco Insieme -
e compiendo un atto di prepotenza ai danni della comunità marocchina». (mi.bo.
e l.m.)
(
da "Repubblica, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
IV - Bologna Il presidente del commercialisti Tomassoli spiega che "se non
si vive all´estero per sette mesi non si è in regola" "Potranno
sempre beneficiare della norma sul rientro dei capitali" SARA SCHEGGIA «Se
sono i soliti furbi, vanno beccati e multati a dovere». Se, invece, sono
cittadini rispettabili che all´estero «ci risiedono almeno 7 mesi all´anno per
fare il bene dell´Italia», tanto di cappello. E´ il commento di Gianfranco
Tomassoli, presidente dell´Ordine dei dottori commercialisti di Bologna, che
tra i suoi colleghi in città vanta anche Vanni Trombetta, il consulente fiscale
di Luciano Pavarotti nei suoi lunghi duelli con gli ispettori delle tasse.
«Certo, se riferiti alla sola città di Bologna diecimila sono tanti - continua
Tomassoli - il parere tecnico è molto semplice: o si è in regola o non lo si è.
E se non si è a posto con la giustizia, vorrà dire che queste persone usufruiranno
del rientro dei capitali». Tomassoli, che oltre all´ordine presiede anche
l´omonima fondazione dei dottori commercialisti e degli esperti contabili
bolognesi, si riferisce all´emendamento pronto ad entrare nel decreto legge
anti-crisi, in sede di conversione in Parlamento. Una modifica che favorirebbe
il rientro dei capitali detenuti all´estero illegalmente e a cui, secondo
Tomassoli, «potrebbero beneficiare in molti». L´ago della bilancia, in questi
casi, è il periodo che si passa effettivamente nella nazione in cui si dichiara
di risiedere, che deve corrispondere almeno ad un semestre l´anno: «Se una
persona è per 7 mesi all´anno a Bruxelles, significa che sta vivendo lì e sta
facendo il bene del nostro paese dall´estero». Dunque si tratta di una fuga di
cervelli per 3 bolognesi ogni 100? «Questa è una città viva, nonostante il dica
il contrario. Ci sono già 10 mila professori universitari bolognesi all´estero?
Ben venga. Che li seguano altri diecimila». Il dato rimane comunque sospetto, e
lo stesso presidente dei commercialisti frena: «Sono stime che deve fare la
Guardia di Finanza, in ogni caso direi che l´Emilia Romagna è messa molto
meglio di altre regioni». Le verifiche da Palazzo
d´Accursio sono in corso, e sarà utile controllare anche quanti cercheranno di
beneficiare dei "condoni" dello scudo fiscale. Tomassoli, comunque,
la risolve in maniera semplice: «Spesso è una mancanza di controlli: chi non è
in regola deve pagare. Del resto io Valentino Rossi lo vedevo sempre a
Cattolica...».
(
da "Repubblica, La"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
VII - Bologna In Comune vinte le resistenze dell´ala
cattolica gli ex Ds vogliono anche l´importante carica. Natali chiede una
commissione Lo Giudice in pole per guidare il gruppo Pd All´esponente Arcigay
il compito di rappresentare pure i consiglieri moderati Un capogruppo eletto
con l´avvertenza di «distinguere le idee sue da quelle del gruppo più ampio che
rappresenta». Questa la prospettiva per Sergio Lo Giudice, consigliere
comunale con già un mandato alle spalle e nel curriculum la presidenza di
Arcigay, che si prepara per essere votato a capogruppo Pd in Palazzo D´Accursio
durante la riunione convocata dal consigliere anziano (cioè quello che ha avuto
il maggior numero di preferenze) Maurizio Cevenini. Domani alle 15 nella sala
bianca del Comune prenderà veste ufficiale l´esito della riunione di ieri sera
in via Rivani dove il consigliere si presentava per avere l´ok anche dell´ala
cattolica del Partito democratico, che ha visto eleggere ben 8 consiglieri su
24. «Non presenterò la mia candidatura per fare il capogruppo - aveva detto
ieri Paolo Natali, che arriva al Pd dalle fila della Margherita e sembrava il
candidato alternativo a Lo Giudice - sarei interessato piuttosto a ripetere
l´esperienza di presidente della commissione che ho fatto durante lo scorso
mandato». «Mi sembra una figura su cui si è trovata ampia convergenza - dice
l´ex vicesindaco Giuseppe Paruolo -. Del resto credo che una persona chiamata a
quella carica debba distinguere le idee sue da quelle di un gruppo più ampio
che rappresenta». Semaforo verde anche da Amelia Frascaroli, ex coordinatrice
della Caritas e vice-presidente dell´Asp Poveri Vergognosi, che domani sarà in
sala bianca per votare. Più prudenti le neo consigliere Teresa Marzocchi e
Daniela Turci che hanno messo le mani avanti: «Questa prima riunione è stata
solo per capire e discutere, bisogna ancora decidere, un buon criterio può
essere chi ha già fatto un mandato, ma ci sono anche altre persone».
(
da "Secolo XIX, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Sanità,
gratis gli ormoni per aiutare i transessuali la decisione La maggioranza dà il
via libera alla legge presentata dalla Verde Morelli Genova. Nella Liguria che
ha ospitato l'ultimo Gay Pride nazionale, i transessuali potranno sottoporsi
gratuitamente alle cure ormonali «per fare in modo che la loro identità
sessuale coincida con l'identità psicologica». La proposta di legge presentata
dalla Verde Cristina Morelli non è ancora arrivata in consiglio regionale
(dovrebbe approdarvi a settembre) ma ieri ha avuto il definitivo via libera
della maggioranza di centrosinistra nel corso dell'incontro settimanale. Nel
frattempo, la prossima settimana, farà il primo passaggio in commissione affari
istituzionali dove l'opposizione di centrodestra ha già annunciato la richiesta
di audizione dell'assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo e i Verdi
risponderanno presentando un lungo elenco di associazioni del mondo gay,
lesbico e transessuale. «I 13 articoli di questa legge non parlano solo di
ormoni ai transessuali, ma anche della tutela dei diritti di tutte le persone,
a prescindere dalla loro identità e orientamento sessuale - proclama Morelli -
Questa norma serve al riconoscimento dei diritti a tutti per qualsiasi servizio
pubblico, che sia sanità, casa, lavoro oppure istruzione». A sostegno della
legge e della gratuità delle cure ormonali per i transessuali si era
pronunciata, il giorno del Gay Pride, anche Vladimir Luxuria dal palco di
piazza De Ferrari. Tutti presenti ieri nella riunione di maggioranza, tranne
l'Udc di Rosario Monteleone che, proclamatosi equidistante dal centrosinistra e
dal centrodestra, da alcuni mesi diserta le riunioni corali dei partiti che
sostengono la maggioranza di Claudio Montaldo. Ed è proprio su questa legge che
l'Udc, come va ripetendo, potrebbe appellarsi non solo alla coscienza, ma anche
alla morale cattolica e voltare le spalle alla maggioranza. Monteleone per il
momento glissa, anche se nel dibattito dentro e fuori l'aula del consiglio
regionale la proposta di legge della Verde Cristina Morelli tiene banco e
polemiche da mesi: «Non vado più da tempo alle riunioni di maggioranza. La
legge dei Verdi? L'ho ricevuta, ma non l'ho ancora letta». A dire il vero l'Udc
non è l'unico scoglio da superare. Resta da ottenere l'assenso da parte del
tavolo di monitoraggio, il team di tecnici dei ministeri dell'Economia e
Sanità, che da tre anni controllano ogni singola spesa ligure che vada a pesare
sul bilancio della sanità, i cui conti sono (dopo lo sprofondo rosso del
2005-2007) sempre molto delicati. «Èâ??vero che ogni spesa che riguarda le
aziende sanitarie locali deve passare al vaglio del tavolo di monitoraggio -
conferma Morelli - ma in questo caso la spesa è davvero molto limitata». I
Verdi ragionano sugli dati disponibili e che provengono dalla Toscana, l'unica
regione oltre la Liguria ad aver assicurato per legge le cure ormonali agli
individui che vogliono cambiare identità sessuale. «Sono
state trattate 30 persone e la spesa complessiva è stata di 4 mila euro»
aggiunge Morelli. Al di là dell'Udc e di alcuni consiglieri di centrodestra che
da mesi contestano l'impianto della legge, anche nel Pd - dove convivono cattolici e laici - non è stato facile far quadrare il cerchio.
Lavoro compiuto con prudenza dal capogruppo Michele Boffa che ieri, dopo la
riunione di maggioranza, ha ammesso: «Qualche fibrillazione c'è stata, ma è
sempre così che si parli di gronda oppure di temi sensibili. I principi di
questa legge però sono condivisibili anche perché non stabilisce privilegi, ma
sancisce diritti». Posizione unitaria raggiunta nonostante le obiezioni dei
democratici che sostenevano che «non è indispensabile ripetere in una legge ciò
che la costituzione comunque prevede già». Alessandra Costante
costante@ilsecoloxix.it 08/07/2009 ' 08/07/2009 una normain 13 articoli«Questa
legge tutela i diritti a prescindere da identità e orientamento sessuale»»
cristina morellicapogruppo Verde 08/07/2009
(
da "Secolo XIX, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Omaggio
alla pop art di Schifanoalla Galleria "Off" di Albissola opere scelte
dagli anni settanta ai pezzi più recenti Al maestro della Pop Art italiana,
Mario Schifano, Albissola rende omaggio con una importante mostra dal titolo
"Mario Schifano - opere scelte" che verrà inaugurata venerdì alle
18,30 alla Off Gallery di Albissola Marina. La mostra, patrocinata dalla
Regione Liguria e dalla Provincia di Savona, con il contributo del Comune di
Albissola Marina, rientra nei progetti di Zonacontemporanea ed è curata da
Beppe Lupo e promossa da Silvia Calcagno, giovane artista che da tempo porta
alla Off Gallery importanti artisti. In mostra una trentina di pezzi unici,
tutti autenticati dalla Fondazione Mario Schifano, che, in un percorso
cronologico, riassumono l'opera del maestro dagli anni Settanta sino alle fasi
più recenti con le "Polaroid" e i pezzi futuristi rivisitati.
Formatosi in seno alla Scuola romana di Piazza del Popolo, Schifano offre una
lettura tutta italiana della Pop Art, arricchita di valenze concettuali e
mantenendo intatta la dimensione classica del "fare" pittura. Opera
simbolo della mostra albisolese è la bandiera statunitense realizzata con
colori tenui dove le stelle sono appena sfumate e il rosso è dato da pennellate
rapide e righi di colore che gocciolano. Approfondimenti anche sul rapporto tra
l'artista e la fotografia. Schifano, infatti, amava lavorare con questo
strumento ed era solito ritoccare a mano le immagini stampate con i suoi colori
e i suoi gesti veloci e sicuri. É Schifano stesso ad avere affermato: "Ho
sempre usato la fotografia anche se in modi differenti (?) perché la macchina
fotografica è l'unico mezzo che consente di produrre le sembianze dell'uomo
nella sua più esatta dimensione". Completano la mostra le opere dedicate
al "futurismo rivisitato", le opere grafiche e la serie raffigurante
gli schermi televisivi, ossia sequenze televisive fotografate e riprodotte
sulla tela. La mostra costituisce, quindi, un momento di approfondimento e di
riflessione sull'opera di un grande artista italiano che ha saputo cogliere una
nuova ispirazione dal mondo della Pop Art americana e dall'opera di Andy Warhol
che conobbe nel suo soggiorno a New York. Mario Schifano è nato a Homs in Libia
nel 1934 ed è scomparso nel 1998.
In occasione della mostra del 1960 alla Galleria La
Salita la critica comincia a interessarsi del suo lavoro. Tra gli artisti
italiani contemporanei più apprezzati, è famoso per i quadri monocromi e per le
celebri opere dedicate al marchio della Esso e della Coca-Cola. La mostra
"Mario Schifano - opere scelte" resterà aperta alla Off Gallery di
via Repetto 6, sino al 30 agosto 2009 e sarà visibile da martedì a sabato 16 -
19, domenica 10-12 e 16-19; apertura serale al sabato dalle 21 alle 23. silvia
campese 08/07/2009 TACCUINO Oggi, mercoledì 8 luglio, la
chiesa Cattolica festeggia S.AdrianoVeronica. Domani, giovedì, ricorda S.
Veronica. Il segno zodiacale è quello del Cancro. La fase lunare è in Luna
Piena. FARMACIE A Savona (orario continuato 8.30-19.30) sono di turno le
farmacie: Farina (Centro) via Pietro Giuria 15-r tel. 019-827.496;
Fascie (Centro) via Boselli 24-r tel. 019-850.555; San Francesco: corso Tardy e
Benech 108 - tel. 019-800402. Servizio notturno (dalle 20 alle 8.30): Saettone
via Paleocapa 147r - tel. 019-829.803; Fascie via Boselli 24-r tel.
019-850.555. Di turno in provincia Cairo: Rodino (24 ore) - tel. 019.505545.
Millesimo: Cigliuti (24 ore) - tel. 019-564017. Murialdo: Odella (24 ore) -
tel. 019-53506.Varazze: Montanaro (8.30-12.30 e 16-20) - tel. 019-934610.
Celle: Brunetti (8.30-12.30 e 16-20) - tel. 019-990124.Albisola: Albi 3
(8.30-12.30 e 16-20) - tel. 019-489.242. Vado: Mezzadra (8.30-12.30 e 16-20) -
tel. 019-880231.Quiliano: Bermano (8.30-12.30 e 16-20) - tel. 019-880209.
Spotorno: Citriniti (24 ore) - tel. 019-745342.Finale: Della Marina (8.30-23) -
tel. 019-692670.Pietra: Finadri (8.30-23) - tel. 019.628.035. Borghetto:
Franchi (8.30-23) - tel. 0182-970038.Ceriale: Nan (24 ore) - tel.
0182-990032.Albenga: Com. Don Isola (24 ore) - tel. 0182-51701.Casanova:
Magliocco (24 ore) - tel. 0182-74381. Alassio: S.Ambrogio (24 ore) -
tel.0182-645164. Andora: Val Merula (24 ore) - tel. 0182-80565. FARMATAXI Per
la zona da Varigotti a Borghetto dalle 21 la farmacia San Giovanni di Loano
(tel. 019-677171). Per Cairo, Carcare, Altare, Cengio, Pallare e Mallare
comporre i numeri 504013 o 500280; per Vado e Quiliano 827951; Varazze e Celle
019-931010. OSPEDALI Valloria Savona - Centralino tel. 019-84.041. Visite:
feriali 12.30-14.30 e 19-20.30 (festivi 13.30-16.30 e 19-20); Unità coronarica
12.30-13.15 e 18.30-19.15; Astanteria: 12-13 e 17.45-18.45; Neonatologia:
14.15-14.45 e 16.30-17.30; Nefrologia: 12.30-14 e 18-19 (festivi 14-16.30);
Ostetricia: 13.30-15 e 20-20.30 (festivi 14.30-16.30); Semintensiva
cardiologica 13.30-15 e 19.30-20; Rianimazione 14.15-14.45 e 18.30-19; Obitorio:
8-12 e 15-19. S.Corona di Pietra - Centralino tel. 019-62.301. Orario visite:
feriali 14.30-15.30 e 19.30-20.30; festivi 9.30-11.30 e 14.30-18. Rianimazione
13.30-14 e 19-19.30; Pronto Soccorso 12-13 e 18-19; Neurochirurgia 14.30-16.30;
Unità Terapia Intensiva Coronarica 12.30-13.30, 15-16, 19.15-20; Malattie
infettive 15-17 (festivi 9.30-11 e 15-17); Nido 19.30-20.30; Unità spinale
11.30-14 e 17.30-21. Ospedale di Cairo - Visite ai degenti delle divisioni di
medicina e chirurgia (tel. 019-50.091): 13-14.30 e 19-20. Ospedale di Albenga -
Centralino tel. 0182-54.61. Orario visite: feriali 14.30-15.30 e 19-20; festivi
14-15.30 e 19-20. MERCATI Lunedì: Savona, Andora, Ceriale e Finalborgo.
Martedì: Mallare, Cengio, Spotorno, Albissola Marina e Borghetto. Mercoledì:
Carcare, Albenga, Varigotti, Albisola Capo, Sassello e Vado. Giovedì: Cairo,
Finale, Mioglia, Noli e Bardineto. Venerdì: Loano, Villanova, Zuccarello,
Altare, Celle e Laigueglia. Sabato: Millesimo, Alassio, Pietra e Varazze.
Domenica: Sassello (solo l'ultima domenica del mese). 08/07/2009 È IN ARRIVO un
mercoledì da leoni per i fan alassini della musica house, che stasera potranno
ritrovarsi alla discoteca Le Vele per affollare l'inaugurazione del ciclo di
party di tendenza che come di consueto porterà a suonare in Riviera i migliori
deejay del momento. L'onore e l'onere del debutto spetterà all'acclamato Joe T.
Vannelli, performer del Supalova Club che si esibirà insieme ai resident
Francis K. e Giorgio V. e al vocalist Cody MC. Fino alle 00.30 sarà garantito
l'ingresso omaggio alle ragazze, così come alla Suerte di Laigueglia, dove si
ballerà sulla spiaggia nel beach party animato dalla happy music di Rudy Mas.
08/07/2009 GRANDE successo l'altra sera a Verezzi per gli spettacoli delle
scuole segnalate dalla giuria di "Ragazzi sul Palco" (liceo Vieusseux
Imperia e media di Follo). 08/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Consiglio
a sinistra leggetevi il Papa Un consiglio a sinistra: leggere e sottolineare
l'enciclica di Benedetto XVI "Caritas in veritate". Poi fermarsi a riflettere su se stessi, su quello che i partiti
di sinistra, di centrosinistra, laici e cattolici hanno detto e fatto negli ultimi anni sul lavoro e sui
lavoratori. E, quindi, trarne le conclusioni. Io l'ho fatto. La conclusione che
ne ho tratto è molto semplice. segue a pagina 15 di Ritanna Armeni 08/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Dottrina
sociale e difesa dell'umano La politica tende a ridurre le
mille sfumature che differenziano la grande e multiforme famiglia cattolica,
comprimendole in due sfere separate: l'etica del sociale e l'etica della vita.
Lo schema segue le grandi semplificazioni generalizzanti, come la distinzione
tra laici e cattolici,
destra e sinistra; in questo caso, o si privilegia la difesa della vita, e si
sta più a proprio agio con il centrodestra, o il terreno del sociale, e
si pende a sinistra. segue a pagina 8 di Eugenia Roccella 08/07/2009
(
da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Bersani:
vinco io regole certe per il Pd Chiamparino apre a Marino A. CARUGATI - M.
GERINA «Io penso di vincere perché ho in testa qualcosa che può essere utile.
Non sono mosso da esigenze personali, ma ho delle idee e questa è l'occasione
per darci una linea», dice Pierluigi Bersani, intervistato
in mattinata dal blogger Diego Bianchi «Zoro». Ma dietro di lei c'è D'Alema?
«Sono di un paesino di montagna, piccolo e democristiano. Sono diventato
presidente dell'Emilia Romagna partendo da lì, senza conoscere D'Alema e
neppure Veltroni. E poi alla mia età si è usciti dalla culla da un pezzo...». E
i toni di D'Alema contro Franceschini? «C'è stata un'azione e una reazione, i
toni per me devono essere bassi, guai se non diamo agli italiani l'impressione
che stiamo parlando di loro. Con Franceschini ne abbiamo parlato, nessuno di
noi lavora per una rottura. Per il bene della ditta, siamo d'accordo di dire le
stesse cose sui temi del momento e uscire uniti». «Sono convinto che la
generazione che c'era prima deve traghettare quella nuova, ma senza anatemi»,
prosegue. «Questa cosa del vecchio e del nuovo la dobbiamo risolvere. Io
propongo di passare al merito, e quello te lo crei solo nel territorio. Se
invece prendi uno e lo fai simbolo del rinnovamento finisce che lo rovini. E
qualcuno, negli ultimi tempi, lo abbiamo già rovinato...». La forma-partito?
«Io non voglio fare il Pci, ma l'Avis, o una bocciofila, voglio costruire
un'associazione che funzioni. Richiede un minimo di disciplina e di codice...».
Le tessere? «Ma che cavolo di partito facciamo se l'idea dei signori delle
tessere ci fa dire che quella parola è impronunciabile? Dobbiamo averne di più
di iscritti». «Dopo il congresso va messa in campo una nuova classe dirigente,
anche in Campania», aggiunge Bersani. E la laicità? «Su
questo abbiamo perso un botto di voti, ora servono posizioni chiare, senza
fratture laici-cattolici.
Le coppie di fatto vanno regolate. Ma non sono assimilabili al matrimonio per
gli omosessuali. E non sono d'accordo sulle adozioni per le coppie gay».
«Troppo poco», protesta Aurelio Mancuso dell'Arcigay. Franceschini, intanto,
ieri ha incassato l'appoggio degli Ecodem di Ermete Realacci: «Dario
rappresenta meglio di altri l'impegno sulla green economy». In serata
l'incontro a porte chiuse con i parlamentari Pd che lo sostengono, circa 180 i
presenti. «Bello vedere qui tante storie diverse, è la nostra idea del Pd», ha
detto. E ha difeso lo statuto: «Non è figlio del caso, c'è l'idea che contano
gli iscritti e anche gli elettori». MARINO VEDE CHIAMPARINO «Fin qui solo un
confronto di schieramenti, nemmeno troppo esaltante», liquida il dibattito di
questi giorni Chiamparino, più che tentato di scegliere la «terza via»
appoggiando Ignazio Marino. «Bisognerà vedere quando presenterà la sua candidatura
in modo organico, ma è vero - conferma a l'Unità - guardo con simpatia alla sua
candidatura, può far sì che il confronto non sia solo sul con chi stai ma per
cosa stai, introducendo quello che nel congresso non c'è, una discussione
almeno su alcuni contenuti: la laicità, ma non solo, Marino mi ha detto che ha
intenzione di dire la sua su altri temi». Questione di giorni. «Prima di
prendere una decisione voglio avere il tempo di consultarmi con i miei
collaboratori politici», spiega il sindaco di Torino, che intanto ieri ha già
avuto modo di scambiare qualche idea di persona con Marino. Un incontro «non
ufficiale», all'aeroporto di Caselle, da uomini d'affari più che da dirigenti
di partito, aiutato dalle coincidenze. Marino era a Torino per chiudere all'Einaudi
le bozze del libro che uscirà a settembre. E prima di ripartire è riuscito a
incassare la «simpatia» di Chiamparino. E l'impegno a risentirsi al più presto.
«Non mi dò tempi, ma ci siamo detti: sentiamoci tra qualche giorno», spiega
Chiamparino, a cui da sempre è vicino il numero due di Marino, Civati. Forse il
passo indietro di Bettini ha aiutato («Ma non rinuncerò alle sue idee»,
rivendica Marino). E il duo certamente scalderà i cuori del Lingotto. Davanti
alla platea dei «piombini» si erano incrociati in un gioco di sliding doors.
Ieri sono entrati nel vivo dei temi. «Certo che la laicità non basta - spiega
Chiamparino -, ma se non sono riuscito a convincere mio figlio a votare per il
Pd al novanta per cento è per questo». Bersani a tutto campo: «Penso di
vincere, i toni devono restare bassi, con Dario siamo d'accordo di lavorare per
la ditta». Franceschini incassa il via libera degli Ecodem, Chiamparino più
vicino a Marino.
(
da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Senatore Pd, sposato e padre di 7 figli. Cattolico, già
presidente della Fuci, giornalista. Consigliere di Veltroni, che nel '99 lo
chiamò alla segreteria nazionale dei Ds e che lo ha voluto con sè
nell'esperienza di segretario Pd. GIORGIO TONINI 50 ANNI SENATORE PD
(
da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
La
laicità è un patrimonio di tutto il Pd, uno dei punti chiave del nostro
manifesto dei valori, sarebbe sbagliato farne una bandiera di una parte»,
spiega Giorgio Tonini, senatore, tra i principali consiglieri di Veltroni e ora
con Franceschini. La vostra mozione come si connoterà su questo tema? «L'idea
di una distinzione chiara e netta tra ciò che è della politica e ciò che è
della religione». Sempre più spesso però questa distinzione, in Italia, viene
meno. Cosa deve fare il Pd? «Essere un partito forte e plurale che può parlare
con tutti, comprese le Chiese, e poi decidere in autonomia. L'idea stessa del
Pd è un passo avanti: un partito che contiene posizioni diverse che si abituano
a confrontarsi e a produrre sintesi impegnative per tutti. Un esempio: sulla
fecondazione assistita Ds e Dl votarono divisi, sul
testamento biologico il gruppo Pd in Senato è stato compatto, con solo 4 voti in dissenso». Pensa che la vostra
mozione appaia come quella meno laica? «Se per laica si intende polemica verso
il mondo cattolico allora è vero. Ma Franceschini ha avuto parole chiarissime
sulla laicità, gli "esami" li ha già superati tutti con profitto».
Su coppie di fatto e matrimoni gay che proposte farete? «La mia posizione è
quella di Obama: il matrimonio come unione di due persone di sesso diverso è un
valore fondante, ma vanno tutelate anche le convivenze, in particolare per
quanto riguarda i diritti di assistenza in caso di malattia». E i matrimoni
gay? «Neppure i Ds li hanno mai proposti, tantomeno le adozioni. Bisogna
tornare all'impianto dei Dico». Oltre non si può andare? «Lo dice la
Costituzione, non solo la Chiesa. Matrimonio e convivenza sono due cose
diverse». Il sostegno a Franceschini dei teodem vi farà perdere voti
"laici"? «Immagino un Pd con il gusto di incontrarsi tra persone
diverse. I teodem sono una ricchezza, non mi piace quanto sento dire che bisogna
mandare via qualcuno». Come valuta Marino candidato? «Lui ha un giudizio
negativo della nostra battaglia sul testamento biologico in Senato...». Teme
che possa radicalizzare lo scontro? «Non credo, lo stimo, è una persona che
crede nel Pd e sa che costruendo tifoserie sui temi etici faremmo male al Pd
senza trovare soluzioni all'altezza dei problemi». ANDREA CARUGATI Intervista a
Giorgio Tonini
(
da "Unita, L'"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
È il
principio che deve ispirare la cultura, le scelte, l'intera visione politica di
un partito che si chiama democratico. Democrazia e laicità non possono esistere
l'una senza l'altra. E il congresso di ottobre è un'occasione straordinaria per
riaffermarlo». Il valore della laicità, che ritiene «decisivo», ha ispirato
tanta parte della pratica politica della deputata Pd Barbara Pollastrini.
«Battaglie che sapevamo difficili», dice, «come quella sulla fecondazione
assistita, o per i Dico, ma che volevamo fare: nessuna "ragion di stato" è sufficiente per venir meno». Ritrova queste sue stesse
convinzioni in Bersani? «Nessuno ha l'esclusiva della laicità. Ma certo
Bersani, nelle sue parole all'Ambra Jovinelli, l'ha collocata come una bussola
per interpretare il mondo. Non è importante quante volte la nomini, è
importante che la ritenga essenziale, declinata in tutti i temi della
pratica politica». Quali temi? «Innanzitutto è il faro in un mondo attraversato
dai fondamentalismi. Poi, attiene ai diritti e doveri delle persone. Una
visione laica implica il riconoscimento delle persone nella loro libertà e
responsabilità, ed è la leva di un nuovo civismo. È la base dell'idea di
progresso da rendere maggioritario e popolare nel paese. Pensiamo ad un tema
quale la migrazione: solo uno sguardo laico tiene insieme i due aspetti,
solidaristico e legalitario, come ritengo indispensabile fare. Pensiamo al
corpo delle donne: la stessa idea di rispetto nasce da una visione laica, tanto
più negli scontri che attraversano il mondo. Obama, Lula, Zapatero, si ispirano
alla laicità per praticare nuove teorie sociali di uguaglianza che da noi,
invece, faticano a prendere terreno. C'è il tema dell'avanzare della scienza,
importantissimo anch'esso. Ecco perchè con altri ho ridepositato la proposta di
legge sul testamento biologico, simile a quella dei senatori Marino e
Veronesi». Per il Pd punto cruciale e assai sensibile: la richiesta è forte,
l'offerta vacilla. «Finora non ha avuto l'impatto che avrebbe dovuto avere. È
mancata la consapevolezza delle sue attualità e modernità. Il congresso è
l'occasione perchè si affermi come valore fondante, irrinunciabile per
costruire un partito con lo sguardo al futuro». La domanda di molti è: in un Pd
laico, che ci fanno i teocon, Binetti in testa? «Sta a lei rispondere, lo dico
con rispetto. Io credo di essere dalla parte della maggioranza dei nostri
sostenitori». LAURA MATTEUCCI Intervista a Barbara Pollastrini
(
da "Corriere della Sera"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Politica data: 08/07/2009 - pag: 14 «Gattopardi».
«Notabili» Nel Pd volano pietre di MARIA LAURA RODOTÀ Dice Piero Fassino, ex
dalemiano pro-Franceschini: «Perché D'Alema si definisce uno statista e ha
paura della Serracchiani?» e «perché (i dalemianibersaniani, ndr) hanno paura
delle primarie?». Dice il dalemiano Pierluigi Bersani, pro-Bersani: «Basta con
la storia dei signori delle tessere. Un partito senza tessere, che c... di
partito è?». Nel Pd ci si insulta da settimane, gente perbene usa parolacce. Ex
e non-ex si sono rimescolati in tre fazioni; e la litigiosità precongresso è
intensa, e pubblica. Di volta in volta gli «altri» sono dei Gattopardi, dei
soci di bocciofile disorganizzate, dei vecchi notabili cattivi, degli svaporati.
E' un «confronto franco», come auspicato da Dario Franceschini. Molto franco,
più che un'«alternativa culturale al berlusconismo», pare un'alternativa a
Uomini e Donne di Canale 5. Chissà come faranno i partecipanti a ricompattarsi
a fine ottobre. Perché entro il 10 i tesserati sceglieranno tre candidati; e
poi, il 25, alle primarie, potranno votare tutti i simpatizzanti (negli Usa si
fa il contrario; ma così è più divertente, forse). E già ora ci si attacca con
passione, più che da partito a vocazione maggioritaria, da Sinistra Arcobaleno
post-tracollo (e c'è chi si preoccupa, da lì son nati circa seicento
micropartiti). E si discute su alcune aree tematiche, come: YouDario e gli
altri Franceschini si è candidato con un videomessaggio: «Per cambiare. Per non
riconsegnare il partito a quelli che c'erano prima di me». YouDario ha «stupito
e dispiaciuto» dalemiani come Barbara Pollastrini: «Scarso stile ». E' rimasto
male anche D'Alema. Domenica ha detto: «E' un vertice modesto se fa la guerra
alle grandi personalità (come D'Alema, ndr) del partito, altro che innovatore».
E gli amici americani di D'Alema si sono sganasciati sulle primarie Pd. Intanto
Luciano Violante, aveva già attaccato: «Neanche in una bocciofila il segretario
viene eletto da chi passa di lì, bisogna cambiare lo statuto». E via così.
Caccia al perdente Secondo i dalemiani-bersaniani, il perdente è il segretario
in carica. Il leader Max dopo le regionali perse nel 2000 si era dimesso da
premier. Sottinteso: Franceschini sarebbe dovuto sparire dopo le Europee. I
franceschiniani dissentono. La più cattiva, all'evento pro-Dario di Roma, è
stata la sarda Francesca Barracciu. Per lei i rivali i sono «una classe
dirigente col futuro alle spalle». Per cui: «I morti seppelliscano i loro morti
e sia consentito a questo partito di spiccare il volo ». Poco dopo Sergio
Chiamparino ammetteva triste: «Non abbiamo più l'orgoglio di essere dalla parte
giusta ». Ci sono troppe parti, in effetti. I vecchi e i nuovi Anche
l'erodeputato ex Tg1 David Sassoli si preoccupava del team Bersani: «Non vorrei
che girassero una nuova versione del 'Gattopardo': notabili travestiti da
innovatori». Intanto, veniva maltrattata Debora Serracchiani, diva al primo
scivolone: «Sto con Franceschini perché è simpatico». Doveva essere una
battuta, è successo il finimondo, Serracchiani ha fatto una figura da peso
leggero, e poi «anche Totò e Tina Pica erano simpatici», ha notato il
presidente della provincia di Roma Luca Zingaretti. E poi la novità non è più
Debora S., da qualche giorno. Marino, Marino, Marino E'
chirurgo-senatore-cattolico adulto Ignazio Marino, combattente per il
testamento biologico e ora terzo candidato. Senza mezzi termini: «I nostri
elettori sono stufi, delusi, nauseati dalle incertezze del Pd». Il suo sponsor
nel partito è l'ex veltroniano Goffredo Bettini, la sua squadra (perplessa su
Bettini) è quella dei 'piombini', giovani o quasi, da Pippo Civati a Ivan
Scalfarotto a Paola Concia. I suoi elettori potenziali i delusi dal Pd hanno
qualche chance di sparigliare alle primarie aperte; così l'appoggio di Marino
diventerebbe essenziale per il futuro segretario. I critici di Marino, ex popolari come Pierluigi Castagnetti, dicono che vuole solo
«spostare (verso il laicismo, ndr) l'asse culturale del Pd». L'asse per la verità non si è
ancora vista, o meglio ce ne sono svariate. Anche per questo si litiga (e i
fans di Serracchiani su Facebook si consolano scrivendo che «simpatia», vuol
dire «patire insieme»; ma anche divisi, ora, nel Pd). Tutti contro tutti
Giorni di aspre polemiche e di accuse tra i Democratici. Il «caso Serracchiani»
e la «nausea» di Marino
(
da "Corriere della Sera"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Esteri data: 08/07/2009 - pag: 17 Sacro e profano Il
concerto in Polonia nel giorno dell'Ascensione Walesa contro Madonna
«Provocazioni sataniche» Il premio Nobel: non può cantare il 15 agosto Lui non
si è mai staccato dal bavero l'immagine della Madonna nera di Czestochowa, lei
ha sfondato cantando Like a Virgin e baciando il Gesù nero del videoclip di
Like a Prayer. Erano gli anni Ottanta, Lech Walesa combatteva il comunismo con
i crocifissi e gli scioperi dei cantieri di Danzica, Louise Veronica Ciccone
esibiva le gioie pagane della Material Girl e diventava Madonna. Nostra signora
del pop, canta pro nobis. Le due icone s'incontrano vent'anni dopo, e non è
amore. Lech Walesa ha aderito alla campagna di boicottaggio organizzata da
alcune organizzazioni ultracattoliche, contrarie alla data fissata per il primo
concerto di Madonna in Polonia, il 15 agosto, in coincidenza con la festa
religiosa dell'Ascensione in cielo della Vergine Maria (oltre che con
l'anniversario della vittoria del maresciallo Jozef Pilsudski contro l'Armata
rossa nel 1920). Secondo l'ex presidente e premio Nobel per la pace, è stata una «provocazione satanica » prevedere la tappa polacca
dello Sticky & Sweet Tour nel giorno in cui i cattolici osservanti vanno in pellegrinaggio al santuario di Jasna Góra
dov'è custodita l'immagine della Madonna di Czestochowa. «Indosso il suo
ritratto ha detto Walesa alla Reuters riferendosi alla madre di Gesù , è
comprensibile che non sia entusiasta della data scelta per il concerto. Non ho
niente contro Madonna, nonostante le provocazioni passate». Come le
crocifissioni sul palco del 2006, all'Olimpico di Roma. La «crociata della
preghiera » è stata lanciata dal Comitato di difesa della fede e della
tradizione nazionale Pro-Polonia. «Questo concerto ha dichiarato padre
Stanislaw Malkowski, uno dei leader della protesta è un attacco del diavolo
alla nostra intatta nazione cattolica e alla tradizione dei polacchi ». Il
cattolicesimo è uno dei pilastri dell'identità polacca ed è stata una
componente fondamentale della rivoluzione non violenta compiuta dal sindacato
fondato da Wa-- lesa, Solidarnosc, che portò alle prime elezioni semilibere del
1989 e alla caduta del regime. La maggioranza dei polacchi di oggi, tuttavia,
non è in sintonia con i toni apocalittici usati dal Comitato o dall'altro
bastione del conservatorismo ultrareligioso, la «famiglia » di Radio Maryja,
che già tre anni fa reagì duramente alla copertina della rivista Machina nella
quale Miss Ciccone compariva ritratta proprio come la Madonna di Czestochowa.
Allo show di ferragosto all'aeroporto di Bemowo, Varsavia, sono attesi oltre
ventimila spettatori. Gli attivisti continuano a chiedere l'intervento del
sindaco della capitale e del ministero dell'Interno per bloccare l'evento.
«Eviteremo questo scandalo», è la promessa di Marian Brudzinski, membro del
partito d'opposizione Legge e Giustizia, quello dei gemelli Kaczynski. «Insieme
possiamo fare la differenza ha detto alla Radio nazionale Anna Olasik,
promotrice della campagna , riaffermare i nostri valori e tornare ad essere la
Polonia dei tempi di Giovanni Paolo II». In caso di mancata risposta delle
autorità governative, il piano B prevede un picchetto di massa e di preghiera
per arginare l'onda sonora e corruttrice. In Italia, il tour arriva il 14
luglio (San Siro), ed è da poco uscito il primo film di Madonna regista.
Titolo, Sacro e profano. Maria Serena Natale
(
da "Manifesto, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
COMMENTO
CATTOLICESIMO E CAPITALISMO, CRISI DI UN IDILLIO Filippo Gentiloni Filippo Gentiloni
Carità e verità: due forze molto nobili e solenni aprono l'Enciclica di
Benedetto XVI pubblicata ieri. Solenne anche lo scopo: fare il punto sulla
situazione economica del mondo, sulla crisi in atto, sulle possibilità di
ripresa. Nobile anche quella che si potrebbe considerare la tesi di fondo: la
necessità dell'etica per risolvere la situazione, proprio quell'etica cristiana
della quale Roma è custode e maestra. In questa ottica, il Papa affronta i
principali e più scottanti temi che oggi sono all'ordine del giorno sotto gli
occhi di tutti, dal bene comune alla giustizia, dalla necessità di regole per
regolare il lavoro, al precariato, dalla impresa alla fame nel mondo, alla
immigrazione, dal ruolo dello stato ai problemi dell'ambiente e della globalizzazione. Senza
dimenticare alcuni aspetti e alcune questioni che fanno parte essenziale del
magistero cattolico, come le questioni legate al sesso e alla crescita
democratica. Un panorama vasto e complesso, che rischia inevitabilmente la
genericità. Soprattutto perché la storia dimostra quanto la sua
realizzazione sia difficile. Troppe le difficoltà e le resistenze. Saranno
sufficienti quella carità e quella verità che l'Enciclica pontificia sollecita
e stimola? L'ultimo secolo ha dimostrato e confermato - purtroppo - quale e
quanta sia la forza del denaro e del grande capitale e insieme quanta e quale
sia la debolezza della carità e della verità. Lo conferma la stessa storia del
cattolicesimo, anche se l'Enciclica non lo dice. Basti pensare alla vicenda del
cattolicesimo postconciliare e della teologia della liberazione. La paura del
comunismo ateo spinse la stessa chiesa cattolica verso il capitalismo più
sfrenato, in America latina e non solo. Qualche cosa del genere è accaduta
anche a quei tentativi centristi - le varie democrazie cristiane - che la
chiesa cattolica ha sostenuto fino a un certo punto, sempre per paura della
sinistra comunista. Una storia che non si può dimenticare, mentre oggi la
stessa chiesa esorta il grande capitale a ricordarsi dei poveri del mondo. Una
storia pesante, questa dell'abbraccio fra il cattolicesimo e il capitalismo.
Una storia che riguarda soprattutto l'Africa e l'America latina, ma non solo.
Basterà la nuova Enciclica a fare cambiare pagina? Ce lo chiediamo, come ci chiediamo
se il G8 dell'Aquila farà cambiare pagina all'atteggiamento degli stati ricchi
verso i poveri del mondo.
(
da "Manifesto, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
KARLOVY
VARY FESTIVAL Vent'anni di film, vissuti tutti pericolosamente «Stiljagi»,
quando le ronde comuniste tagliavano i capelli agli scatenati rockers Silvana
Silvestri KARLOVY VARY KARLOVY VARY Nella Repubblica Ceca il festival di
Karlovy Vary (3 / 12 luglio) inizia in coincidenza con due feste importanti,
quella religiosa dei santi Cirillo e Metodio e quella laica
istituita più recentemente per Jan Hus, il riformatore e fustigatore della
scarsa moralità cattolica, diventato simbolo dell'unità nazionale. Il festival,
tra quelli che si fregiano della serie A come Cannes e Venezia, ha resistito
alla crisi internazionale mantenendo il supporto dei suoi sponsor e del
ministero della cultura. Il ministero è presente come produttore di una
serie di corti divertenti, che aprono ogni proiezione, realizzati nel corso
degli ultimi anni, che hanno come protagonisti i celebri registi che hanno
ottenuto il globo di cristallo per i loro meriti cinematografici. Il pubblico
occidentale conosce Andy Garcia (nel corto, usa il pesantissimo globo per
sfondare la porta della sua casa di cui non trova la chiave), ma dovrebbe
conoscere anche Jiri Menzel, il regista che metteva in scena i romanzi di
Bohumil Hrabal, lo scrittore vietato durante il controllo dei sovietici, per le
sue storie dissacranti ambientate nei piccoli villaggi, l'erotismo soft. Così è
anche il suo corto, usa il globo di cristallo (ottenuto nel 2003) per
amplificare come lente di ingrandimento il sedere della camerierina che invita
a spolverare i piani alti della libreria (e perde l'equilibrio dalla sedia). Il
globo della grande cineasta Vera Chytilova invece si è rotto in pezzi, il
supporto è pieno di ragnatele. Lei incolla insieme i pezzi e poi si soffia il
naso rumorosamente, uno sberleffo che è il suo marchio di fabbrica fin dal suo
intramontabile esordio, Le margheritine. Milos Forman, il più internazionale
dei registi boemi, utilizza il suo avuto nel '97 per schiacciare le pillole. La
memoria degli anni del cosiddetto socialismo è vivido per quanti frequentavano
il festival in quegli anni (e noi fra i pochissimi italiani presenti) in
alternanza con il festival di Mosca. Lo ricorda anche la direttrice artistica
del festival, il critico Eva Zaoralova nell'introduzione al catalogo (una legge
toglie il suffisso maritale ai cognomi, ma il suo riporta alla mente un
supercensurato regista del regime, sperimentatore di nuove immagini), le
difficoltà di accesso, le file per comprare una banana. Ma sempre un grande
entusiasmo per le proiezioni. Da almeno una ventina di anni il festival è
frequentato da migliaia di giovani, oggi da quelli nati dopo la caduta del
muro. Vedono The Wrestler, ma non possono immaginare che in una edizione
all'inizio degli anni ottanta un unico film americano, presentato con cautela,
era tutto girato in interni (per lo più in una bisca) non fosse mai che si
vedesse la way of life. Vetrina da sempre dei paesi dell'est, quest'anno al
festival è stata creata una sezione speciale, chiamata «Venti anni di libertà»
con sei film da Russia, Ungheria, Serbia Polonia ex Ddr e Cecoslovacchia che
mettono in evidenza certi lati oscuri del nuovo mondo. Ma la sensazione dei
primi film visti al festival è che ci troviamo in una situazione meno
distruttiva, non più di imitazione dell'occidente e della sua espressività. Le
problematiche, i disagi raccontati vengono tutti dalle radici, dal passato,
dalla natura umana. I veti del comunismo? Sono a tempo di musica come Made in
Hungaria di Gergely Fonyo che rifà a Budapest un musical su due bande rivali a
tempo di rock, importate da un teenager che torna dagli Usa. All'acclamato
regista di Odessa Valerij Todorovskij (classe 1962) il merito di aver portato
in pieno 1955 lo swing a Mosca, così come non si immaginava potesse trovare
posto. Stiljagi (Hipsters) ha come protagonista Mels, il suo nome è composto
dalle iniziali Marx Engels Lenin e Stalin, ma i suoi amici lo consigliano di
americanizzare il nome in Mel, come Boris diventa Bob e Fedor, Fred. Ecco in
azione le ronde comuniste, armate di forbici si appostano fuori dai locali
segreti dove si riuniscono i rockers e tagliano ciuffi e giacche colorate,
cravatte sgargianti e gonne a ruota, tutto comprato alla borsa nera. Anche Mels
fa parte delle ronde, ma è fulminato da Polly e per amore, come un vero atleta
di prima categoria, si pone l'obiettivo di conquistarla, abbandona i compagni e
per starle vicino diventa anche lui un esperto ballerino e suonatore di sax. In
un complesso gioco di riferimenti ai personaggi dei film dell'epoca e location
famose, viene a patti con un passato ancora tutto da riesaminare con due
elementi del grande musical russo, canzone e sentimento. Il jazz, il mambo, il
twist sono incisi su lastre dei raggi X per passare inosservati, poi un po'
amaramente la vita seguirà il suo corso e i figli dei privilegiati seguiranno
le orme dei padri. Ma un long playing di Elvis resta sul selciato, sfuggito al
controllo della polizia. Si esprime meno divertimento in altri paesi dell'est
come nell'Ungheria di Utolso Idok di Aron Matyassy, visto alla settimana del cinema
ungherese, un drammatico caso poliziesco che sfocia nella analisi di radici
profonde di disastro. O nell'amara vicenda di Tomek protagonista del film
polacco Swinki di Robert Glinski (autore del premio dei critici Hi Tereska del
2001), un ragazzino appassionato di astronomia accompagnato inevitabilmente
fuori dalla parrocchia e verso le auto oscure che arrivano dalla vicina
Germania a prostituirsi, unica fonte di lavoro redditizio, racconto condotto
con un certo moralismo per l'inevitabile concatenarsi degli eventi, un tempo
assente da questa cinematografia molto più allusiva e meno didattica. La vita
colpisce duro anche in Bulgaria con Raci (Esche) di Ivan Cerkelov, un regista
che ha colto i processi di trasformazione del paese in film come Pieces of
Love, Rolling Stones, premiato nel 2006 a Karlovy Vary per Obarnata Elha. In
questo suo ultimo film in un crescendo drammatico mette a confronto i nuovi
potenti e i diseredati di sempre, che si ostinano a vivere con orgoglio.
Rimasti disoccupati nel nuovo corso economico, i due amici Doka e Bonza si sono
inventati un business di esche, senza sapere che diventeranno essi stessi delle
esche umane. Il film, senza lasciare indovinare lo svolgimento, trasmette un
senso crescente di ansia e di pericolo, a ragion veduta. Ed è sempre una storia
di regolamenti tra uomini, come se ci si volesse guardare in faccia e misurare
le forze, ed ancora tra potenti locali e protagonisti destinati alla sconfitta
da pagare a caro prezzo il film slovacco Pokoj v dusi (Soul at peace) di
Vladimir Balko, economista di formazione e giornalista tv di Bratislava,
documentarista, regista di serie e video musicali, qui al suo esordio.
Protagonista Tono, appena uscito di prigione, tornato al paese dove ritrova i
vecchi amici di cui dovrà provare la fedeltà. I conti con il passato sono
difficili da fare e la durezza con cui la realtà incombe e le si risponde,
mostra delle rovine umane e un mondo tutto da ricostruire. Questi uomini dei
diversi paesi che vediamo sugli schermi nel tentativo di misurare le loro
forze, maneggiando fucili e violenza fisica, sono gli stessi che da tutte le
parti del centro Europa emigrarono nel nuovo mondo e lo costruirono, i cowboy,
i tycoon, gli operai, i cercatori d'oro. Ora stanno cercando di ricostruire una
«nuova» realtà combattendo spesso con forze non così controllabili come la
semplice forza della natura o del male o del passato, ma contro le leggi della
finanza. Foto: LA LOCANDINA DI «STILJAGI»
DI VALERIJ TODOROVSKIJ
(
da "Manifesto, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
KARLOVY
VARY FESTIVAL Vent'anni di film, vissuti tutti pericolosamente «Stiljagi»,
quando le ronde comuniste tagliavano i capelli agli scatenati rockers Silvana
Silvestri KARLOVY VARY Nella Repubblica Ceca il festival di Karlovy Vary (3 /
12 luglio) inizia in coincidenza con due feste importanti, quella religiosa dei santi Cirillo e Metodio e quella laica istituita
più recentemente per Jan Hus, il riformatore e fustigatore della scarsa
moralità cattolica, diventato simbolo dell'unità nazionale. Il festival, tra
quelli che si fregiano della serie A come Cannes e Venezia, ha resistito alla
crisi internazionale mantenendo il supporto dei suoi sponsor e del ministero
della cultura. Il ministero è presente come produttore di una serie di
corti divertenti, che aprono ogni proiezione, realizzati nel corso degli ultimi
anni, che hanno come protagonisti i celebri registi che hanno ottenuto il globo
di cristallo per i loro meriti cinematografici. Il pubblico occidentale conosce
Andy Garcia (nel corto, usa il pesantissimo globo per sfondare la porta della
sua casa di cui non trova la chiave), ma dovrebbe conoscere anche Jiri Menzel,
il regista che metteva in scena i romanzi di Bohumil Hrabal, lo scrittore
vietato durante il controllo dei sovietici, per le sue storie dissacranti
ambientate nei piccoli villaggi, l'erotismo soft. Così è anche il suo corto,
usa il globo di cristallo (ottenuto nel 2003) per amplificare come lente di
ingrandimento il sedere della camerierina che invita a spolverare i piani alti
della libreria (e perde l'equilibrio dalla sedia). Il globo della grande cineasta
Vera Chytilova invece si è rotto in pezzi, il supporto è pieno di ragnatele.
Lei incolla insieme i pezzi e poi si soffia il naso rumorosamente, uno
sberleffo che è il suo marchio di fabbrica fin dal suo intramontabile esordio,
Le margheritine. Milos Forman, il più internazionale dei registi boemi,
utilizza il suo avuto nel '97 per schiacciare le pillole. La memoria degli anni
del cosiddetto socialismo è vivido per quanti frequentavano il festival in
quegli anni (e noi fra i pochissimi italiani presenti) in alternanza con il
festival di Mosca. Lo ricorda anche la direttrice artistica del festival, il
critico Eva Zaoralova nell'introduzione al catalogo (una legge toglie il
suffisso maritale ai cognomi, ma il suo riporta alla mente un supercensurato
regista del regime, sperimentatore di nuove immagini), le difficoltà di
accesso, le file per comprare una banana. Ma sempre un grande entusiasmo per le
proiezioni. Da almeno una ventina di anni il festival è frequentato da migliaia
di giovani, oggi da quelli nati dopo la caduta del muro. Vedono The Wrestler,
ma non possono immaginare che in una edizione all'inizio degli anni ottanta un
unico film americano, presentato con cautela, era tutto girato in interni (per
lo più in una bisca) non fosse mai che si vedesse la way of life. Vetrina da
sempre dei paesi dell'est, quest'anno al festival è stata creata una sezione
speciale, chiamata «Venti anni di libertà» con sei film da Russia, Ungheria,
Serbia Polonia ex Ddr e Cecoslovacchia che mettono in evidenza certi lati oscuri
del nuovo mondo. Ma la sensazione dei primi film visti al festival è che ci
troviamo in una situazione meno distruttiva, non più di imitazione
dell'occidente e della sua espressività. Le problematiche, i disagi raccontati
vengono tutti dalle radici, dal passato, dalla natura umana. I veti del
comunismo? Sono a tempo di musica come Made in Hungaria di Gergely Fonyo che
rifà a Budapest un musical su due bande rivali a tempo di rock, importate da un
teenager che torna dagli Usa. All'acclamato regista di Odessa Valerij
Todorovskij (classe 1962) il merito di aver portato in pieno 1955 lo swing a
Mosca, così come non si immaginava potesse trovare posto. Stiljagi (Hipsters)
ha come protagonista Mels, il suo nome è composto dalle iniziali Marx Engels
Lenin e Stalin, ma i suoi amici lo consigliano di americanizzare il nome in
Mel, come Boris diventa Bob e Fedor, Fred. Ecco in azione le ronde comuniste,
armate di forbici si appostano fuori dai locali segreti dove si riuniscono i
rockers e tagliano ciuffi e giacche colorate, cravatte sgargianti e gonne a
ruota, tutto comprato alla borsa nera. Anche Mels fa parte delle ronde, ma è
fulminato da Polly e per amore, come un vero atleta di prima categoria, si pone
l'obiettivo di conquistarla, abbandona i compagni e per starle vicino diventa
anche lui un esperto ballerino e suonatore di sax. In un complesso gioco di
riferimenti ai personaggi dei film dell'epoca e location famose, viene a patti
con un passato ancora tutto da riesaminare con due elementi del grande musical
russo, canzone e sentimento. Il jazz, il mambo, il twist sono incisi su lastre
dei raggi X per passare inosservati, poi un po' amaramente la vita seguirà il
suo corso e i figli dei privilegiati seguiranno le orme dei padri. Ma un long
playing di Elvis resta sul selciato, sfuggito al controllo della polizia. Si
esprime meno divertimento in altri paesi dell'est come nell'Ungheria di Utolso
Idok di Aron Matyassy, visto alla settimana del cinema ungherese, un drammatico
caso poliziesco che sfocia nella analisi di radici profonde di disastro. O
nell'amara vicenda di Tomek protagonista del film polacco Swinki di Robert
Glinski (autore del premio dei critici Hi Tereska del 2001), un ragazzino
appassionato di astronomia accompagnato inevitabilmente fuori dalla parrocchia
e verso le auto oscure che arrivano dalla vicina Germania a prostituirsi, unica
fonte di lavoro redditizio, racconto condotto con un certo moralismo per
l'inevitabile concatenarsi degli eventi, un tempo assente da questa
cinematografia molto più allusiva e meno didattica. La vita colpisce duro anche
in Bulgaria con Raci (Esche) di Ivan Cerkelov, un regista che ha colto i
processi di trasformazione del paese in film come Pieces of Love, Rolling
Stones, premiato nel 2006 a
Karlovy Vary per Obarnata Elha. In questo suo ultimo film in un crescendo
drammatico mette a confronto i nuovi potenti e i diseredati di sempre, che si
ostinano a vivere con orgoglio. Rimasti disoccupati nel nuovo corso economico,
i due amici Doka e Bonza si sono inventati un business di esche, senza sapere
che diventeranno essi stessi delle esche umane. Il film, senza lasciare
indovinare lo svolgimento, trasmette un senso crescente di ansia e di pericolo,
a ragion veduta. Ed è sempre una storia di regolamenti tra uomini, come se ci
si volesse guardare in faccia e misurare le forze, ed ancora tra potenti locali
e protagonisti destinati alla sconfitta da pagare a caro prezzo il film
slovacco Pokoj v dusi (Soul at peace) di Vladimir Balko, economista di
formazione e giornalista tv di Bratislava, documentarista, regista di serie e
video musicali, qui al suo esordio. Protagonista Tono, appena uscito di
prigione, tornato al paese dove ritrova i vecchi amici di cui dovrà provare la
fedeltà. I conti con il passato sono difficili da fare e la durezza con cui la
realtà incombe e le si risponde, mostra delle rovine umane e un mondo tutto da
ricostruire. Questi uomini dei diversi paesi che vediamo sugli schermi nel
tentativo di misurare le loro forze, maneggiando fucili e violenza fisica, sono
gli stessi che da tutte le parti del centro Europa emigrarono nel nuovo mondo e
lo costruirono, i cowboy, i tycoon, gli operai, i cercatori d'oro. Ora stanno
cercando di ricostruire una «nuova» realtà combattendo spesso con forze non
così controllabili come la semplice forza della natura o del male o del
passato, ma contro le leggi della finanza.
(
da "Mattino, Il
(Nazionale)" del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
ELISA
PINNA Città del Vaticano. Alla vigilia del G8, il Papa esorta a creare una vera
«autorità mondiale» in grado di guidare i sommovimenti della globalizzazione e
di imporre regole etiche all'economia. Chiede più presenza dei governi e della
società civile per uscire dall'attuale crisi mondiale, che ha accresciuto le
disuguaglianze sociali, le povertà estreme, il dramma del lavoro precario, e
messo a rischio persino la democrazia nei Paesi più fragili e poveri. Nella sua
enciclica «Caritas in Veritate», la terza del pontificato e la prima di
carattere sociale, Benedetto XVI punta il dito contro il liberismo sfrenato, la
logica del profitto, la finanza «speculativa» senza Dio, responsabili
dell'attuale collasso planetario. Nell'era globale, l'Onu e altri forum
internazionali - avverte Ratzinger - si sono rivelati inadeguati a fronteggiare
le nuove sfide della interdipendenza; anche i Paesi poveri hanno diritto a far
sentire la loro voce: accanto ad un'urgente riforma delle Nazioni Unite,
Benedetto XVI ipotizza dunque una vera governance dei processi mondiali in
atto, un'autorità con «potere effettivo» e nel rispetto dei «principi di
solidarietà e sussidiarietà». Una proposta che deve definirsi meglio ma che non
si traduce - ha avvertito il cardinale Renato Raffaele Martino nella conferenza
di presentazione dell'enciclica - nella creazione di un supergoverno mondiale.
In «Caritas in Veritate», il Papa ribadisce il sì della Chiesa al «mercato»,
purchè esso non si riduca alla «legge del più forte», non pretenda di essere
svincolato da qualsiasi controllo e ammetta la presenza di più forme
economiche, ad esempio le cooperative. La Chiesa - ricorda - non è nemmeno
contro la globalizzazione, a patto che essa non sia frenata «con progetti
egoistici e protezionistici» e offra la possibilità di «una grande
redistribuzione della ricchezza». La crisi attuale, sintetizza Benedetto XVI,
«ci obbliga a riprogettare il nostro cammino». L'enciclica, 142 pagine nella
versione italiana, una gestazione di quasi tre anni, diverse stesure e
revisioni fino agli ultimi ritocchi della scorsa settimana, si avvale di
contributo molteplici e si presta a più di una lettura. In primo piano c'è la
riaffermazione della dottrina sociale cattolica, ancorata sin dai tempi di
Leone XIII e della sua Rerum Novarum del 1891 alla difesa dei più deboli.
Nell'attualizzarla al giorno d'oggi, Benedetto XVI denuncia la «riduzione delle
reti di sicurezza sociale», il pericolo delle delocalizzazioni volute spesso da
multinazionali prive di scrupoli. Il Papa affronta anche il problema della
tutela dell'ambiente, «un dono di Dio da usare responsabilmente». Deve finire -
scrive - «l'accaparramento delle risorse» da parte di Stati e gruppi di potere
a danno dei «Paesi poveri». I temi economici dell'enciclica si intrecciano
tuttavia con questioni morali e più propriamente teologiche. Perchè tutto è
collegato, e senza rispetto della vita umana, senza il senso della
trascendenza, non vi può essere sviluppo, osserva Benedetto XVI. Così accanto
alle pagine sulla crisi e sul diritto al lavoro, ecco quelle sulla necessità di
contrastare la «cultura della morte», il «relativismo», la sessualità vissuta
come edonismo. Un altro tema-chiave è quello dell'indebolimento dei sindacati.
Il Papa ha ricordato che un lavoro decente è un «diritto inalienabile». E dice
no al precariato che, ormai endemico, ostacola i normali percorsi di vita, no
alla delocalizzazione che porta allo sfruttamento, no all'abbassamento delle
tutele di fronte ad un sindacato indebolito. Come l'economia deve fondarsi
sull'etica, così la carità cristiana non può prescindere dalla fede, dalla
verità. Proprio per evitare che un «cristianesimo di carità senza verità» possa
venire scambiato «per una riserva di buoni sentimenti», utili ma marginali,
Benedetto XVI, nei passaggi cruciali dell'enciclica, ricorda che tutto si
riconduce a Dio. Dopo la «Deus Caritas est» del 25 novembre
2005 e la «Spe Salvi» del 30 novembre del 2007, adesso tocca alla terza
enciclica di Ratzinger avviare una nuova riflessione tra i vescovi, i
sacerdoti, i laici cattolici e «tutti gli uomini di buona volontà» a cui è indirizzata.
SEGUE DALLA PRIMA PAGINA DOMENICO ROSATI È con l'intreccio di questi due
fili che vi... (sezione: Laici e chierici)
(
da "Mattino, Il
(Nazionale)" del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
SEGUE
DALLA PRIMA PAGINA DOMENICO ROSATI È
con l'intreccio di questi due fili che viene tessuta interamente la trama
dell'enciclica, con una omogeneità di tensione che la percorre dall'inizio alla
conclusione. Ed è in questo elemento costitutivo che sta la differenza
specifica con le precedenti espressioni del magistero sociale della chiesa.
Anziché partire dall'analisi del contesto storico, che non è ignorato ma sembra
dato per acquisito, ci si immette subito in un circuito di elaborazione che non
rifugge dalla considerazione, anche critica, dei problemi, ma inquadra tutto
nella precisa cornice teologica che è caratteristica del pensiero di papa
Ratzinger. «La verità - scrive infatti - va cercata, trovata ed espressa
nell'"economia" della carità, ma la carità a sua volta va compresa,
avvalorata e praticata nella luce della verità». In questo modo, precisa «non
avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo
anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di
autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale». E
puntualizza: «Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e
culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad
essa restio». Altrettanto fuorviante sarebbe tuttavia ritenere che una simile
premessa ponga sull'insieme un'ipoteca di carattere sedativo. L'accento sulla
verità, fino alla sentenza per cui «senza Dio l'uomo non sa dove andare, e non
riesce nemmeno a comprendere chi egli sia», non impaccia lo svolgersi della
diagnosi sui mali del mondo e anzi la rende, per molti aspetti, più critica ed
esigente. Domina in ogni ambito - l'economico, il sociale, il politico, il
lavoro, lo Stato, la sussidiarietà, l'ambiente, la bioetica solo per citare
qualche capitolo - una preoccupazione eminentemente etica, come discernimento
di ciò che giova e ciò che nuoce all'uomo. Ma anche l'etica abbisogna di una
qualificazione e questa non può venire se non dalla frequentazione della verità
che rende autentica la carità. Il discorso è rivolto alle coscienze più che ai
poteri, anche se questi non sono lasciati in pace perché assidua e spesso
puntuale è la segnalazione delle inadempienze (verso i poveri del mondo) e
delle disfunzioni (del mercato egoistico). Uomini nuovi, illuminati dalla
verità, saranno tuttavia capaci di rendere migliore la convivenza umana con la
coerenza della loro testimonianza. Naturalmente la sintesi non rende giustizia
ad un argomentare complesso, che meriterà approfondimenti non frettolosi anche
per gli aspetti in cui si inoltra nel difficile disegno di modalità di vita
economica e imprenditoriale libere (o liberate?) dall'assillo dell'aggressività
competitiva. In che misura, ad esempio, una discreta
rivalutazione del ruolo dello Stato corregge certe frequentazioni decisamente
«anti» manifestatesi, anche in campo cattolico, sulla scia di elaborazioni
americane? Ed in qual modo una configurazione così compatta dell'etica
cattolica si presta al pur necessario confronto in una società globale e
pluralistica, partendo - per citare Barak Obama - «dal pregiudizio che anche l'altro
è in buona fede»? Alcune delle risposte sono già contenute nel magistero della
chiesa. Se, come ha recentemente ricordato il cardinale Cottier citando la
Dichiarazione sulla libertà religiosa, è insito nella natura umana il dovere di
ogni persona di ricercare la verità, allora «quando rispetto l'altro io
rispetto in lui questa capacità di verità». Benedetto XVI ha modulato
l'impianto della sua lettera sulla «Populorum Progressio» di Paolo VI,
continuamente richiamata. Ma il testo paolino si rifà esplicitamente alla
«Pacem in terris» di Giovanni XXIII nella quale è scritto che, prima ancora dell'intervento
della Grazia, dalla stessa natura dell'uomo scaturiscono simultaneamente i
diritti universali e inviolabili della persona; e che esiste dunque una
piattaforma umana di valori che rappresenta il terreno comune di una ricerca
per tutti gli uomini di buona volontà. Ai quali del resto è dedicata anche la
«Caritas in veritate»; che dunque, se si vuole, può aprire un fecondo dibattito
nell'intera società.
(
da "Mattino, Il
(Nazionale)" del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Il fatto
che l'ex segretario dei Ds, Fassino, oggi faccia il coordinatore della corrente
di Franceschini spiega perché quel partito non decollava. Ma la cosa più
curiosa è che il coordinatore, in un'intervista apparsa
ieri sul Riformista, accusi il cattolico Ignazio Marino di essere non laico, ma
«laicista». Cioè una degenerazione della laicità. Marino è un grande chirurgo
dei trapianti. Ma è difficile che possa trapiantare il seme della coerenza e
del coraggio politico ai tanti Fassino del Pd. Però la scienza...
(
da "Mattino, Il
(Nazionale)" del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Lo
specchio più fedele di ciò che i tre arrestati riuscivano a ottenere
nell'ambito dell'inchiesta sul racket del «caro estinto» emerge dalle
intercettazioni telefoniche, che si confermano uno strumento indispensabile per
le indagini. E nelle 186 pagine che compongono l'ordinanza di custodia
cautelare firmata dal giudice Paola Russo di intercettazioni ne vengono
riportate molte. La bara scambiata. Il 22 agosto del 2008 al Cardarelli muore
un paziente ricoverato, Giuseppe D.D. Per questo decesso - ricostruisce il gip
- venne dato incarico alla ditta di onoranze funebri «La
Cattolica» di Gaetano Uccello. Uno dei suoi dipendenti si accorge però che la
salma è destinata alla tumulazione nel cimitero di Marano, e a quel punto
contatta l'agenzia Cesarano, «cui riferisce di aver già provveduto - "per
errore" a far riporre il cadavere nella bara della ditta napoletana,
cercando tuttavia di di concordare le modalità di restituzione del feretro».
Dunque il corpo senza vita del paziente, sistemato in una prima bara, venne poi
trasferito in una seconda bara, quella della ditta dei Cesarano. «Ora corro al
Cardarelli, lo tolgo dalla sua bara e lo metto nella mia...», dice Ciro
Cesarano, ignorando ovviamente di essere intercettato. In un'altra telefonata
Vincenzo Pizza, dipendente della sala mortuaria del Cardarelli, conversa con
Luigi Di Napoli, dipendente della ditta Cesarano. Un colloquio surreale, il
loro. Luigi: «Pensiamo noi a dare la bara a Gaetano Uccello». Vincenzo: «Allora
resta così?» Luigi: «Sì. Non ti preoccupare». Vincenzo: «A noi se resta ci fa
piacere, perché ormai lo abbiamo messo nella bara. Quello è pure un "pezzo
d'uomo"». Luigi: «Ah, ma sta bene nella bara?» Vincenzo: «Sì, sta bene,
però poi se lo devono tumulare non saprei...». Il tipografo «confuso». Dalle
indagini emerge come il controllo della ditta Cesarano sul mercato del «caro
estinto» fosse un vero e proprio monopolio. Anche per i servizi accessori, a
cominciare dall'affissione dei manifesti funebri. In una telefonata un
tipografo si scusa con Giovanni Passero Menna, dipendente dell'agenzia
Cesarano, per aver fatto affiggere a Marano manifesti di lutto di un defunto
con il nome di un'altra ditta concorrente. «Se è un problema - dice - faccio
uscire di nuovo il ragazzo che si è "confuso": vi assicuro che non
l'abbiamo fatto apposta, non è mai capitato prima...». Il passaggio di salma.
Il 15 gennaio 2008 alcuni carabinieri in borghese documentano che a mezzogiorno
la salma di un defunto - Antonio S. - viene prelevata dalla sua casa di Quarto
per essere trasportata nell'autorimessa di un'altra ditta di Arzano «ove viene
"consegnata" a personale della stessa ditta». Per il gip il fatto
«conferma che la ditta di Arzano, consapevole del "regime" imposto da
Cesarano, si è ben guardata dal procedere autonomamente alla gestione di un
servizio funebre ricadente in una zona di competenza esclusiva, appunto, dei
Cesarano». Il «morto a spalla». Ancora particolari inquietanti. In una
telefonata tra un dipendente di Cesarano e un impiegato della sala mortuaria
del Cardarelli, quest'ultimo racconta al suo interlocutore che Tommaso
Carannante (altro dipendente di Cesarano) «avrebbe prelevato una salma senza
essere munito della necessaria autorizzazione». ecco il passaggio chiave: «Si è
venuto a prendere il morto senza documenti e senza niente, lo ha messo a spalla
e se n'è andato». Le «mazzette». Cinquanta euro a cadavere. Tanto incassavano,
di media, i dipendenti infedeli di alcuni ospedali che «vendevano» informazioni
sui decessi del giorno alla ditta Cesarano. In qualche caso si poteva arrivare
anche a 100 euro. Intercettato dai carabinieri, Patrizio Macrì spiega ad un
interlocutore che «i dipendenti dell'ospedale Cardarelli hanno chiesto
l'aumento». Dei verbali d'indagine emerge che la presunta corruzione del
personale ospedaliero si allargava, con il tempo, a macchia d'olio. «Analoghi
episodi illeciti - conclude il gip - si sarebbero verificati anche presso il
Cotugno. giu.cri.
(
da "Foglio, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
8 luglio
2009 La guerra è finita. O no? Fassino ci spiega i termini di una intesa
strategica sul governo del sistema Dal Foglio del 6 maggio 2006 Piero Fassino
si alza in piedi nel suo ufficio e legge un appunto. “Io la metto così: la
guerra è finita, perciò la candidatura di DAlema
al Quirinale deve essere il primo atto di una pace da costruire e non
lultimo atto di una guerra che continua”. Il destinatario del messaggio è
anzitutto Silvio Berlusconi. A lui e allintera Cdl il segretario dei Ds –
parlando
con il Foglio – chiede “di valutare alla luce del sole la possibilità di
eleggere DAlema alla presidenza della Repubblica”.
Fassino chiede i voti della Cdl? “Certo. O comunque unintesa graduabile
in diverse forme, purché esplicite”. Il presupposto delliniziativa
fassiniana è questo: “Il centrosinistra ha vinto le elezioni, ma sul filo di
lana ed è innegabile che una metà del paese sia rappresentata dalla Cdl.
Siccome lItalia deve ritrovare la serenità che le consenta di essere una
democrazia normale, di riprendere a crescere e uscire dalla precarietà, bisogna
smetterla di pensare che se vince Berlusconi ci sia il fascismo alle porte; e
da destra che, se vince lUlivo, alle porte ci sia
il comunismo”. Come ha fatto in circostanze analoghe il premier inglese Blair a nome
del governo laburista, così, dice Fassino, “il prossimo governo italiano si
farà carico delle scelte di chi lo ha preceduto, nel nome dellinteresse nazionale”. Di questo percorso, secondo il
segretario dei Ds, DAlema, se e quando candidato al Quirinale,
vuole farsi garante. “Non siamo una Repubblica presidenziale, né lo dobbiamo
diventare. Ma è essenziale che il prossimo presidente svolga un ruolo di
garanzia e di coesione che contribuisca ad un clima nuovo e ad aprire una nuova
stagione nella vita delle istituzioni della Repubblica”. Fassino indica quattro
punti fondamentali che riassumono queste sue intenzioni e le collegano al nome
di DAlema. Primo: “Lassicurazione che se il
governo di Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al
principio tipico delle democrazie dellalternanza
per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei
cittadini”. Secondo: “Da capo del Csm, un presidente che eserciti la funzione
di garanzia operando – come ha fatto Ciampi – per evitare ogni possibile
cortocircuito tra giustizia e politica”. Terzo: “Sulle grandi scelte di
politica estera un presidente che favorisca la massima intesa possibile”.
Quarto: “Allindomani del referendum che – come noi
auspichiamo – boccerà la revisione costituzionale della destra, si riprenda un
confronto tra le forze politiche sulle istituzioni che consenta di portare a
conclusione una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta”. Questo il
manifesto presidenziale di un possibile candidato di nome DAlema, che secondo Fassino potrebbe anche essere reso esplicito
prima del voto delle Camere. Lobiezione è che il
ruolo del presidente possa venire meglio interpretato da figure terze,
“emerite” o di vecchia scuola o con venature tecniche. Come Giorgio
Napolitano, Giuliano Amato, Mario Monti. In più, un certo establishment e
alcuni poteri editoriali conservano delle riserve su DAlema. Fassino: “Certo, non cè una sola
personalità capace dinterpretare bene il ruolo di presidente, ma siamo in un tornante
politico molto delicato e una figura tecnica rischia di rivelarsi una soluzione
che coprirebbe a stento le tensioni, senza peraltro impedire che diventino
virulente ed esplodano. Meglio un presidente di chiaro profilo politico. Quanto
agli ambienti che diffidano di DAlema, i timori
sono figli della coazione a ripetere per cui si diffida di ciò che non si
conosce più di quanto si creda in ciò che è noto. Io vedo in DAlema un
uomo politico dal profilo riformista, nel quale può identificarsi il
centrosinistra, ma che ha lintelligenza e la
capacità di cogliere e rappresentare anche le aspettative e le inquietudini del
campo avverso”. Il DAlema capo dello stato proposto
da Fassino è “quello che ha presieduto la Bicamerale, quello che ha impegnato lItalia nelloperazione internazionale in Kosovo,
quello che gestì lelezione bipartisan di Carlo Azeglio Ciampi e quello
che ha sempre rifiutato di demonizzare il centrodestra”. E il centrodestra
dovrebbe fidarsi? “Ai dirigenti del centrodestra chiediamo fiducia,
sapendo che caricherebbero lelezione dalemiana
di un dovere in più, e anche pubblico, di onorare questa fiducia”. La sinistra
militante e radicale ha già pronta laccusa contro il nuovo inciucio. Ma
Fassino insiste a dire che “tutto deve avvenire alla luce del sole” e preannuncia:
“Non escludo affatto che lo stesso candidato dellUnione,
se e quando verrà scelto dopo adeguate consultazioni, possa anticipare il modo
con cui si propone dinterpretare il proprio ruolo”. In altri termini
DAlema
potrebbe presentare ai mille grandi elettori, che da lunedì voteranno, una
specie di programma presidenziale sul quale chiedere un consenso diffuso. “E unipotesi che rappresenterebbe una innovazione
importante”. In questo modo il Parlamento voterebbe sugli intenti futuri
del candidato e non sulla storia di ieri del “comunista che divide”, come ha
detto ieri il Cav. in campagna elettorale a Napoli. “Quelle dichiarazioni non
mi impressionano, ma sono ancora espressione di una guerra che vogliamo
superare per aprire un ciclo nuovo”. Cè pure
un carattere da decrittare e DAlema oscilla tra il decisionismo di
Togliatti e gli strappi ammalianti ma non definitivi di Berlinguer.
“DAlema è spigoloso e a volte urticante. Ma è un vero laico, nel senso in
cui lo intendo
io dacché mio padre me lo spiegò quando ero quattordicenne: una persona in
grado di cercare e cogliere il pezzo di verità che cè anche negli individui più lontani da lui.
DAlema è un uomo leale. E, soprattutto, sa tener conto dei sentimenti
della gente,
ma non per questo si lascia frenare se la decisione del momento richiede
fermezza e anche impopolarità. E sa onorare i patti”. Da uomo di parte, però.
“Lo erano anche Pertini e Cossiga. Ma, per me, un uomo politico più è dotato di
identità e profilo forte, più può onorare bene le responsabilità istituzionali
dello statista”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Foglio, Il"
del 08-07-2009)
Argomenti: Laicita'
8 luglio
2009 Caritas in veritate "E' tempo di cambiare" L'ottimismo
riformista di Benedetto XVI "Il Papa prende atto del mercato e punta
sull'uomo". Non è in discussione il capitalismo. L'analisi di Galli “E un intervento molto importante scritto in modo
accessibile, chiaro. Non mette in discussione né il capitalismo né il mercato.
Nonostante la crisi non annuncia apocalissi e non demonizza. Il Papa è animato
da un ottimismo riformista, con una profonda fiducia nelluomo”. Giancarlo Galli, giornalista ed economista di
lungo corso, conosce bene il mondo economico e finanziario italiano sul quale
ha scritto numerosi saggi. La terza enciclica di Benedetto XVI, “Caritas in
veritate”, di cui ieri è stato diffuso il testo
integrale, lo riguarda da vicino. “A differenza di altri testi papali non
preconizza terze vie ma prende atto del mercato e punta sulluomo. Ratzinger è di un realismo estremo, basta pensare
a come parla di ambiente: nessun vezzo ecologista, anzi dice che è contrario al
vero sviluppo considerare la natura umana più importante della stessa persona.
Non è certo un fondamentalista ma non risparmia nessuno, pur con garbo e senza
saccenteria. Mi ha colpito il riferimento ai sindacati: oggi sono delle
corporazioni che pensano solo ai loro iscritti, invece dovrebbero aprirsi a
tutti i lavoratori, specie quelli dei paesi in via di sviluppo”. Lanalisi del sistema economico-finanziario è articolata.
“In questo momento avrebbe avuto gioco facile a dare delle spallate, invece dice
che la finanza è uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza
e di sviluppo. Non ne rifiuta il ruolo, lo indirizza. Oggi la finanza è
degenerata perché guarda solo se stessa”. Anche Galli è rimasto colpito dalla
ripresa della dottrina del peccato originale. Secondo Benedetto XVI non si può
non tener conto della “natura ferita” delluomo
che condiziona il suo agire anche in campo economico. “In economia il peccato
originale è lansia, la frenesia. Si vuol fare tutto più velocemente,
inventando continuamente nuovi prodotti finanziari e nuove formule”. Come ha
osservato di recente il cardinale Ruini, il Papa è un protagonista assoluto del
mondo della comunicazione, a livello planetario, e un documento del genere
verrà ripreso da più voci. “Lenciclica è
rivolta a tutti, ma anzitutto parla al mondo cattolico. Il primato della
persona è presente nellintera Dottrina sociale della chiesa anche se poi
i cattolici non sono mai stati molto coerenti. Penso a tanti
banchieri dichiaratamente cattolici”. (segue dalla
prima pagina) Lei li ha descritti, ad esempio in “Finanza bianca. La chiesa, i
soldi, il potere” (Mondadori, 2004). “Sono persone dicono delle cose
meravigliose – risponde Galli – ma poi come si comportano? Ma ciò vale per
moltissimi imprenditori”. Questo forse dipende da una vecchia mentalità
religiosa, che in questa enciclica Benedetto XVI combatte con forza, secondo
cui la carità è un di più, unappendice, un
gesto di buon cuore fatto senza pensarci troppo mentre ciò che conta, nei rapporti
economici (i contratti), è la giustizia. “Infatti, la carità nel mondo
imprenditoriale e finanziario, soprattutto delle banche, equivale alla
beneficenza, un po come la penitenza dopo la
confessione. Pecco pecco pecco e poi con quattro Ave Maria me la cavo. Allo
stesso modo, faccio i miei affari sporchi e poi con una bella offerta per lasilo nido, un assegno alla curia o allo Ior va tutto a
posto. Invece il Papa riequilibra le cose: la carità è parte integrante del discorso
economico”. Un discorso su scala planetaria. “Ci troviamo più che mai in uneconomia globale. E quindi siamo di fronte anche a
entità religiose molto forti. Pensiamo alla Cina”. Letica confuciana,
sostiene Paolo Prodi nel suo recente saggio su furto e mercato, è ideale per questa
economia globalizzata. “E vero, loro non hanno i
nostri comandamenti e così questi paesi fanno irruzione nel mercato in
condizioni di disparità. Basta pensare a quanto poco contano i diritti umani in
certe parti del mondo; sicuramente molto meno del più reazionario dei
paesi con una cultura cristiana. Questo pone il problema di un mercato
veramente globale. Nellenciclica ho trovato, su
una sfera che non è economica ma che si riallaccia a quello che sta succedendo
oggi con
il G8, la raccomandazione di trovare sedi e organismi che sappiano far
rispettare certi orientamenti. LOnu è diventata
uno strumento di copertura, il segretario generale non riesce nemmeno a
visitare San Suu Kyi in Birmania e non sappiamo niente di cosa sta succedendo
nella provincia cinese degli uiguri. E come
se il Papa dicesse: signori, è tempo di cambiare”. Un buon esempio è la critica
alla cosiddetta finanza etica: Benedetto XVI chiede piuttosto che
“lintera economia e lintera finanza siano etiche e lo siano non
per unetichettatura dallesterno, ma per il
rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura”. “Di certo non
concede scappatoie – conviene Galli – Lui è rigoroso, fa il suo mestiere e non
è alla ricerca del facile consenso. Magari domani è capace di dire: signori, io ve
lavevo detto ma voi continuate a fare quello che
volete”. La parola responsabilità è forse quella che ricorre più frequentemente
nel documento. “Più che le regole, i comportamenti. E come se dicesse:
non siate ipocriti.
Ma al fondo del suo ragionamento cè la
fiducia”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Burini
(
da "Foglio, Il"
del 09-07-2009)
Argomenti: Laicita'
9 luglio
2009 Scovati finalmente gli atei devoti Sono le redazioni di Repubblica e di
MicrOmega, laici e ultraclericali Tanto tempo fa, nel corso di una delle nostre
battaglie razionaliste in difesa dello spazio pubblico della fede e della
cultura cristiana (il caso Buttiglione), ci facemmo sfuggire, et pour cause,
questa frase: “Ebbene sì, siamo atei devoti”. Non essendo atei (non almeno nel
senso del simpatico e povero Odifreddi) e nemmeno poi tanto bigotti, che cosa volevamo
dire? Volevamo ritorcere ironicamente contro i laicisti doccasione, fattisi intolleranti contro la fede privata
di un candidato commissario in Europa, una formula icastica firmata dal
compianto Nino Andreatta, cattolico molto adulto, per bollare chi faccia un uso
politicamente e opportunisticamente disinvolto, filoclericale, di una fede che
non ha. Volevamo semplicemente dire che lItalia
e il mondo occidentale non si reggono senza la cultura e il patrimonio di fede
cattolico e cristiano, ed esprimere questa convinzione nella forma modesta ma non
servile di una devozione verso lavventura della
nostra religione. Sfottevamo il pensiero dei finti libertini, affettando
devozione (che per noi significa dialogo e rispetto, oltre che stupore e
talvolta grande
ammirazione). Che cosa ti vanno a fare adesso i finti libertini, i laicisti
militanti di Repubblica e MicrOmega, gli stessi che ci hanno pubblicamente
processato per le nostre idee di sostegno al papato della ragione? Organizzano
una vera persecuzione del libertino Berlusconi (magari fosse libertino,
monsignor Crociata, lamor nostro purtroppo è
solo un gaudente) allineandosi, si fa per dire, a posizioni della gerarchia
episcopale italiana e arrivando, nel caso estremo della rivista di Paolo Flores
dArcais,
a chiamare i fedeli a raccolta, su appello di un prete, per evitare che il
Papa, ricevendo eventualmente Berlusconi, conferisca il crisma della sua
autorità morale a un simile peccatore. Questi atei devoti senza allegria e
senza ironia, feroci conformisti nelluso e
nellabuso di quelle sacrosante omelie e altri castighi spirituali, che
Berlusconi merita in pieno ma di cui discuterà con il suo confessore,
sacrificano alla più faziosa lotta politica contro lArcinemico ogni tipo
di laicità indipendente, ogni fronte civile contro le ingerenze del Vaticano, ogni
arcigno proposito di incarcerare i preti che invitano allastensione sul maltrattamento dellembrione umano,
ogni posizione di principio sulla libera chiesa nel libero stato. Tanto si sono appoggiati ai principi, come avrebbe
detto un laico serio (Leo Longanesi), che i principi si sono piegati. © 2009 -
FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Secolo XIX, Il"
del 09-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Saper
parlare al Paeseecco la vera sfida del Pd filippo paganini Pierluigi Bersani
"mastica" il Toscano, canta benino da baritono, è figlio di un
benzinaio. Dario Franceschini pubblica romanzi, è una buona forchetta ma non
ingrassa, il padre è stato un deputato dc. Ignazio
Marino si inorgoglisce per le sue origini genovesi, è un luminare della
chirurgia, un cattolico praticante e affetta molta disponibilità verso i suoi
pazienti. Seguendo l'involontario paradosso della giovanissima europarlamentare
Debora Serracchiani potrebbero anche bastare questi pochissimi elementi per
stabilire chi è il più"simpatico" dei tre candidati alla leadership
del Partito democratico e proclamarlo segretario, come si fa al "Grande
Fratello", attraverso un ampio sondaggio telefonico, senza bisogno di
aspettare il congresso di ottobre. L'infelice e paradossale uscita
dell'esordiente che nella corsa a Strasburgo ha battuto per numero di preferenze
Silvio Berlusconi nel Nord Est, «voterò Franceschini perchéè simpatico» - una
motivazione da elezione del capoclasse alle scuole elementari - vista
dall'esterno si rivela l'impietoso paradigma del dibattito precongressuale (ma
in realtàè già congressuale) per la scelta del leader del Pd. Perché tutta la
discussione, lo scambio di velenosissime accuse, le proposte e gli slogan
affastellati dai tre "tenori" che aspirano alla segreteria e dalle
rispettive tifoserie, si sta congestionando nelle asfittiche tematiche interne
al partito. Come una classe, appunto, molto litigiosa impegnata a scegliere il
proprio capo. Si battaglia sulla vocazione maggioritaria di veltroniana
memoria. Si litiga sulle primarie per la scelta del segretario, se debbono
essere aperte a tutti oppure limitate agli iscritti. Se il leader del Pd sia
destinato o meno a essere anche il candidato premier. Se il partito deve
allearsi con tutto quello che si muove nel centrosinistra, dall'Udc a
Rifondazione, oppure deve maritarsi solo sulla base di una sintonia
programmatica a prova di bomba. Si bisticcia sul ricambio generazionale.
Bersani ha richiamato nel suo campo gran parte dei vecchi compagni d'arme dei
Ds e gode del patronage dell'ex primo ministro Massimo D'Alema, che sta
sparando bordate sulla leadership uscente. Franceschini conta sugli
ex-popolari-dc ed è benedetto dal loro padre nobile, Franco Marini, e dal
predecessore Walter Veltroni. Marino occhieggia a
quell'area giovanilistica e laica che cova in una formazione politica segnata
profondamente dalle tradizioni fondative, comunista e cattolica. Tutto dentro
le mura domestiche, secondo le prevedibili regole della "casa".
Finora la discussione si è tradotta in una autocoscienza piuttosto ruvida.
In una sorta di dolorosa endoscopia, un feroce psicodramma interno al partito,
tra fiele, veleni e antichi rancori. Con appelli alle truppe accampate nel
fortilizio democratico. Al "resto del mondo", quello che sta al di là
della cinta muraria dei militanti e dei dirigenti, si è rivolta ben poca
attenzione. Tanto che, a chi osserva da fuori, la scelta del leader appare come
un regolamento di conti dentro una tribù dal linguaggio e dai tormenti oscuri.
E ci potrà pure stare che vinca il "più simpatico" ai democratici.
Non quello che vuole e sa parlare al Paese. È fuor di dubbio che in un
congresso un partito debba mettere a posto le proprie magagne interne,
soprattutto se è di salute assai cagionevole come il Pd. Che debba rimodulare
l'organizzazione, ridefinire il profilo, risagomare il disegno delle alleanze,
registrare i rapporti di forza tra le correnti. Ed è di questo che stanno
parlando i democratici. Ma un congresso è anche la grande occasione per una
forza politica, che aspira a tornare al governo, di discutere e scegliere un
progetto convincente di società. In altri termini, è il momento in cui può e
deve rivolgersi al Paese, all'opinione pubblica. Cosa che a un centinaio di
giorni dalle assise del Pd non è accaduto. Nessuno dei tre runner ha ancora
spiegato, per parafrasare Charles De Gaulle, qual è quella sua "certa idea
dell'Italia" che lo ha spinto a scendere in pista. I grandi temi della
sfida che il Pd intende lanciare al centrodestra non sembrano neppure sullo
sfondo del dibattito tutto ripiegato sul partito e i suoi clan. Il tempo per
cambiare rotta c'è. Ammesso che ci sia anche la capacità di compiere lo scatto
di reni. Altrimenti, se i democratici si attarderanno fino al congresso sullo
stesso canovaccio seguito fin qui, corrono il rischio - adattando un vecchio
monito di Luigi Pintor - di rassegnarsi a "morire berlusconiani".
paganini@ilsecoloxix.it 09/07/2009 alessandro leto Questo è stato
il primo Vertice in cui i leaders politici mondiali hanno preso fisicamente
contatto con la realtà, in questo caso una realtà fatta di dura, ma composta
sofferenza, rappresentata dalla gente di Abruzzo che ha mostrato al mondo
quanto sia grande il cuore degli italiani. Il giro di adozioni internazionali,
questa sorta di asta delle buone intenzioni nella quale premier e presidenti si
sono cimentati in una virtuosa competizione nell'adottare parti martoriate de
L'Aquila, per poterle risanare, restaurare e restituire agli aquilani, è
cominciata la mattina con la visita del cancelliere Merkel ed ha trovato
l'apice nella passeggiata in maniche di camicia di Obama che ha voluto
controllare di persona lo stato delle cose. Insomma,
questo prologo senza precedenti nella storia del G8, ha fatto da memento ai
leaders per ricordare loro come la politica debba essere al servizio dei
cittadini, soprattutto vicina a chi più soffre. Entrando nel merito della
giornata poi, osserviamo come, pur sembrando un paradosso, sia divenuta ormai
prassi consolidata che il primo giorno di lavoro sia l'unico effettivamente
circoscritto ai soli Otto grandi più le presidenze di Unione e Commissione
Europea, perché a partire dal secondo giorno tutti i meeting vengono allargati
fino a trasformarsi rispettivamente in G14 e G15 per poi allargarsi ancora
l'ultimo giorno all'intera Africa ed alle Organizzazioni Internazionali
Multilaterali. Per questo ieri sono stati affrontati di petto gli argomenti sui
quali già da tempo era maturata una sostanziale convergenza, in primis la crisi
economica con le sue drammatiche ricadute sociali e la conseguente necessità di
impostare nuovi parametri etici per un'economia rispettosa di regole condivise
e sostenibili e poi in generale la non proliferazione delle armi nucleari ed in
particolare le questioni iraniana e nord coreana. Il primo tema in agenda ha
segnato un punto a favore della diplomazia europea, a riprova che quando si
presenta coesa l'Europa risulta determinante, ed in particolare dell'Italia,
vista la condivisione del suo impianto di regole (noto come Lecce Framework)
che dovrà ispirare l'adozione di nuove e più severe norme per la disciplina
dell'economia mondiale, che verrà proposto al G20 di Pittsburgh in settembre
sotto la presidenza Usa. Si tratta di un passaggio importante, perché segna il
ritorno della politica nel suo ruolo di funzione guida della società, un ruolo
sottrattole recentemente da un economia vorace che aveva travalicato ogni
confine generando le ben note turbolenze sfociate poi nell'attuale crisi. Su
questa strategia tutti i primi ministri si sono trovati concordi lasciando poi,
come è normale che avvenga, ad ogni stato la libertà
di intervenire per determinarne in termini tattici l'attuazione, resistendo
però alle sirene del protezionismo. Il fatto stesso però che la dimensione
speculativa dell'economia sia stata messa all'indice, almeno nei suoi eccessi,
renderà certamente dura la vita a tutti coloro che intenderanno in futuro
maturare profitti sulla pelle del prossimo, anche perché queste misure saranno
rafforzate dalle determinazioni dell'Ocse nell'isolare i cosiddetti Paradisi
Fiscali. Sulla proliferazione delle armi nucleari e sulla vicenda iraniana,
complicata dalla sistematica repressione nel sangue delle legittime proteste post
elezioni, come era plausibile, non si è giunti a risoluzioni capaci di andare
oltre una mera, quanto ferma condanna, rimandando ad altra sede (il prossimo G8
dei ministri degli Esteri a ottobre) richieste di sanzioni in sede Onu. Ma è
noto che il valore aggiunto del G8 è proprio la possibilità per i leaders
occidentali più il Giappone di incontrarsi senza filtri, scambiandosi franche
opinioni dalle quali possano poi emergere posizioni politiche ufficiali ed è
indubbio che su Iran e Corea del Nord vi siano stati approfonditi colloqui. Sul
fronte dell'ambiente, la validità del G8 come formula, come camera di
compensazione per determinare strategie comuni su temi di prospettiva vitali
per il futuro dell'umanità, ha mostrato questa volta tutta la sua forza: per la
prima volta i paesi membri hanno condiviso, pur fra alcune inevitabili
sfumature, obiettivi comuni che sono un ottimo viatico per la prossima
Conferenza Mondiale sull'Ambiente di Copenaghen. Un capitolo a parte merita il
tema degli aiuti allo sviluppo su cui a parole tutti hanno concordato un
incremento ulteriore di 15 miliardi di dollari, ma soprattutto una revisione
profonda dei meccanismi di erogazione. Il bilancio della prima giornata è
quindi positivo proprio perché l'occidente è riuscito per la prima volta dopo
tanto tempo ad esprimere una posizione omogenea su temi così importanti. Ed
oggi vedremo come ed in che misura sarà possibile confrontarsi con le posizioni
espresse dai paesi emergenti che compongono il G14. Alessandro Leto è docente
di Relazioni internazionali e Sviluppo sostenibile alla Franklin University
(Columbus, Ohio) ed è senior advisor del ministero degli Esteri per il G8 su
acqua e sicurezza alimentare. 09/07/2009
(
da "Foglio, Il"
del 09-07-2009)
Argomenti: Laicita'
9 luglio
2009 Caritas in veritate. Il testo integrale LETTERA ENCICLICA CARITAS IN
VERITATE DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI
E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE AI FEDELI LAICI E A TUTTI GLI UOMINI DI
BUONA VOLONTà SULLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE NELLA CARITà E NELLA VERITà
INTRODUZIONE 1. La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone
con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la
principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità
intera. L'amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le
persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e
della pace. è una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità
assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui,
per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità
ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,22). Difendere la
verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono
pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace
della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l'interiore impulso ad
amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente,
perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo.
Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell'amore
e della verità e ci svela in pienezza l'iniziativa di amore e il progetto di
vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità
diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri
fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr
Gv 14,6). 2. La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa.
Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla
carità che, secondo l'insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr
Mt 22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il
prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali,
familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali,
economici, politici. Per la Chiesa — ammaestrata dal Vangelo — la carità è
tutto perché, come insegna san Giovanni (cfr 1 Gv 4,8.16) e come ho ricordato
nella mia prima Lettera enciclica, « Dio è carità » (Deus caritas est): dalla
carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende.
La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e
nostra speranza. Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso
a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di
fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne
la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico,
economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata
facilmente l'irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali.
Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella
direzione, segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef 4,15), ma
anche in quella, inversa e complementare, della « caritas in veritate ». La
verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la
carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità.
In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla
verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il
potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa,
questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che
relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio. 3.
Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere
riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di
fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo
nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità
è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella
della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità
naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione,
di accoglienza e di comunione. Senza verità, la carità scivola nel
sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente.
è il fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle
emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e
distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle
strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e
di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la
carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della
fede nel Dio biblico, che è insieme « AgÁpe » e « LÓgos »: Carità e Verità,
Amore e Parola. 4. Perché piena di verità, la carità può essere dall'uomo
compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità,
infatti, è “lÓgos” che crea “diÁ-logos” e quindi comunicazione e comunione. La
verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive,
consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e
di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La
verità apre e unisce le intelligenze nel lÓgos dell'amore: è, questo,
l'annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell'attuale contesto
sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere
la carità nella verità porta a comprendere che l'adesione ai valori del
Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione
di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di
carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni
sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non
ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la
carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. è esclusa
dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata
universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività. 5. La carità è amore
ricevuto e donato. Essa è « grazia » (chÁris). La sua scaturigine è l'amore
sorgivo del Padre per il Figlio, nello Spirito Santo. è amore che dal Figlio
discende su di noi. è amore creatore, per cui noi siamo; è amore redentore, per
cui siamo ricreati. Amore rivelato e realizzato da Cristo (cfr Gv 13,1) e «
riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo » (Rm 5,5).
Destinatari dell'amore di Dio, gli uomini sono costituiti soggetti di carità,
chiamati a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la carità di
Dio e per tessere reti di carità. A questa dinamica di carità ricevuta e donata
risponde la dottrina sociale della Chiesa. Essa è « caritas in veritate in re
sociali »: annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società. Tale
dottrina è servizio della carità, ma nella verità. La verità preserva ed
esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della
storia. è, a un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e
insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere
sociale, un'adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che
affliggono l'umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno
che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza fiducia e amore
per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale, e l'agire sociale cade
in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori
sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti
difficili come quelli attuali. 6. « Caritas in veritate » è principio intorno a
cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma
operativa in criteri orientativi dell'azione morale. Ne desidero richiamare due
in particolare, dettati in special modo dall'impegno per lo sviluppo in una
società in via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune. La giustizia
anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di
giustizia. La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del
“mio” all'altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare
all'altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del
suo operare. Non posso « donare » all'altro del mio, senza avergli dato in
primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri
è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla
carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la
giustizia è « inseparabile dalla carità » [1], intrinseca ad essa. La giustizia
è la prima via della carità o, com'ebbe a dire Paolo VI, « la misura minima »
di essa [2], parte integrante di quell'amore « coi fatti e nella verità » (1 Gv
3,18), a cui esorta l'apostolo Giovanni. Da una parte, la carità esige la
giustizia: il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli
individui e dei popoli. Essa s'adopera per la costruzione della “città
dell'uomo” secondo diritto e giustizia. Dall'altra, la carità supera la
giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono [3]. La “città
dell'uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più
e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La
carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l'amore di Dio, essa dà
valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo. 7. Bisogna
poi tenere in grande considerazione il bene comune. Amare qualcuno è volere il
suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c'è
un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune. è il bene di
quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si
uniscono in comunità sociale [4]. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per
le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono
realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e
adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene
comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall'altra, di quel
complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente,
politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di
pÓlis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si
adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni
cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le
sue possibilità d'incidenza nella pÓlis. è questa la via istituzionale —
possiamo anche dire politica — della carità, non meno qualificata e incisiva di
quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle
mediazioni istituzionali della pÓlis. Quando la carità lo anima, l'impegno per
il bene comune ha una valenza superiore a quella dell'impegno soltanto secolare
e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s'inscrive in quella
testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l'eterno.
L'azione dell'uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità,
contribuisce all'edificazione di quella universale città di Dio verso cui
avanza la storia della famiglia umana. In una società in via di
globalizzazione, il bene comune e l'impegno per esso non possono non assumere
le dimensioni dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli
e delle Nazioni [5], così da dare forma di unità e di pace alla città
dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della
città senza barriere di Dio. 8. Pubblicando nel 1967 l'Enciclica Populorum
progressio, il mio venerato predecessore Paolo VI ha illuminato il grande tema
dello sviluppo dei popoli con lo splendore della verità e con la luce soave
della carità di Cristo. Egli ha affermato che l'annuncio di Cristo è il primo e
principale fattore di sviluppo [6] e ci ha lasciato la consegna di camminare
sulla strada dello sviluppo con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra
intelligenza [7], vale a dire con l'ardore della carità e la sapienza della
verità. è la verità originaria dell'amore di Dio, grazia a noi donata, che apre
la nostra vita al dono e rende possibile sperare in uno « sviluppo di tutto
l'uomo e di tutti gli uomini » [8], in un passaggio « da condizioni meno umane
a condizioni più umane » [9], ottenuto vincendo le difficoltà che
inevitabilmente si incontrano lungo il cammino. A oltre quarant'anni dalla
pubblicazione dell'Enciclica, intendo rendere omaggio e tributare onore alla
memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo
sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli
nell'ora presente. Questo processo di attualizzazione iniziò con l'Enciclica
Sollicitudo rei socialis, con cui il Servo di Dio Giovanni Paolo II volle
commemorare la pubblicazione della Populorum progressio in occasione del suo
ventennale. Fino ad allora, una simile commemorazione era stata riservata solo
alla Rerum novarum. Passati altri vent'anni, esprimo la mia convinzione che la
Populorum progressio merita di essere considerata come « la Rerum novarum
dell'epoca contemporanea », che illumina il cammino dell'umanità in via di
unificazione. 9. L'amore
nella verità — caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un
mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è
che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda
l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa
emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità,
illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire
obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La
condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo,
non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza,
ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12,21) e apre
alla reciprocità delle coscienze e delle libertà. La Chiesa non ha soluzioni
tecniche da offrire [10] e non pretende « minimamente d'intromettersi nella
politica degli Stati » [11]. Ha però una missione di verità da compiere, in
ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua dignità,
della sua vocazione. Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica
della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a
cogliere i valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e
orientarla. La fedeltà all'uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è
garanzia di libertà (cfr Gv 8,32) e della possibilità di uno sviluppo umano
integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l'annunzia instancabilmente e la
riconosce ovunque essa si palesi. Questa missione di verità è per la Chiesa
irrinunciabile. La sua dottrina sociale è momento singolare di questo annuncio:
essa è servizio alla verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere
provenga, la dottrina sociale della Chiesa l'accoglie, compone in unità i
frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della
società degli uomini e dei popoli [12]. CAPITOLO PRIMO IL MESSAGGIO DELLA POPULORUM
PROGRESSIO 10. La rilettura della Populorum progressio, a oltre quarant'anni
dalla pubblicazione, sollecita a rimanere fedeli al suo messaggio di carità e
di verità, considerandolo nell'ambito dello specifico magistero di Paolo VI e,
più in generale, dentro la tradizione della dottrina sociale della Chiesa. Sono
poi da valutare i diversi termini in cui oggi, a differenza da allora, si pone
il problema dello sviluppo. Il corretto punto di vista, dunque, è quello della
Tradizione della fede apostolica [13], patrimonio antico e nuovo, fuori del
quale la Populorum progressio sarebbe un documento senza radici e le questioni
dello sviluppo si ridurrebbero unicamente a dati sociologici. 11. La
pubblicazione della Populorum progressio avvenne immediatamente dopo la
conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La stessa Enciclica segnala,
nei primi paragrafi, il suo intimo rapporto con il Concilio [14]. Giovanni
Paolo II, vent'anni dopo, nella Sollicitudo rei socialis sottolineava, a sua
volta, il fecondo rapporto di quella Enciclica con il Concilio e, in
particolare, con la Costituzione pastorale Gaudium et spes [15]. Anch'io
desidero ricordare qui l'importanza del Concilio Vaticano II per l'Enciclica di
Paolo VI e per tutto il successivo Magistero sociale dei Sommi Pontefici. Il
Concilio approfondì quanto appartiene da sempre alla verità della fede, ossia
che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è a servizio del mondo in termini di
amore e di verità. Proprio da questa visione partiva Paolo VI per comunicarci due
grandi verità. La prima è che tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo
agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo
sviluppo integrale dell'uomo. Essa ha un ruolo pubblico che non si esaurisce
nelle sue attività di assistenza o di educazione, ma rivela tutte le proprie
energie a servizio della promozione dell'uomo e della fraternità universale
quando può valersi di un regime di libertà. In non pochi casi tale libertà è
impedita da divieti e da persecuzioni o è anche limitata quando la presenza
pubblica della Chiesa viene ridotta unicamente alle sue attività caritative. La
seconda verità è che l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la
totalità della persona in ogni sua dimensione [16]. Senza la prospettiva di una
vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro. Chiuso
dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento
dell'avere; l'umanità perde così il coraggio di essere disponibile per i beni
più alti, per le grandi e disinteressate iniziative sollecitate dalla carità
universale. L'uomo non si sviluppa con le sole proprie forze, né lo sviluppo
gli può essere semplicemente dato dall'esterno. Lungo la storia, spesso si è
ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire
all'umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. Purtroppo, si è
riposta un'eccessiva fiducia in tali istituzioni, quasi che esse potessero
conseguire l'obiettivo desiderato in maniera automatica. In realtà, le istituzioni
da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione
e, quindi, comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte
di tutti. Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della
persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene
affidato unicamente alle mani dell'uomo, che cade nella presunzione
dell'auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato.
D'altronde, solo l'incontro con Dio permette di non “vedere nell'altro sempre
soltanto l'altro” [17], ma di riconoscere in lui l'immagine divina, giungendo
così a scoprire veramente l'altro e a maturare un amore che “diventa cura
dell'altro e per l'altro”[18]. 12. Il legame tra la Populorum progressio e il
Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il Magistero sociale di
Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato che il Concilio
costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita
della Chiesa [19]. In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe
astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano
all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due
tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse
tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo
[20]. è giusto rilevare le peculiarità dell'una o dell'altra Enciclica,
dell'insegnamento dell'uno o dell'altro Pontefice, mai però perdendo di vista la
coerenza dell'intero corpus dottrinale [21]. Coerenza non significa chiusura in
un sistema, quanto piuttosto fedeltà dinamica a una luce ricevuta. La dottrina
sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi
che emergono [22]. Ciò salvaguarda il carattere sia permanente che storico di
questo « patrimonio » dottrinale [23] che, con le sue specifiche
caratteristiche, fa parte della Tradizione sempre vitale della Chiesa [24]. La
dottrina sociale è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai
Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani.
Tale dottrina si rifà in definitiva all'Uomo nuovo, all'« ultimo Adamo che
divenne spirito datore di vita » (1 Cor 15,45) e che è principio della carità
che « non avrà mai fine » (1 Cor 13,8). è testimoniata dai Santi e da quanti
hanno dato la vita per Cristo Salvatore nel campo della giustizia e della pace.
In essa si esprime il compito profetico dei Sommi Pontefici di guidare
apostolicamente la Chiesa di Cristo e di discernere le nuove esigenze
dell'evangelizzazione. Per queste ragioni, la Populorum progressio, inserita
nella grande corrente della Tradizione, è in grado di parlare ancora a noi,
oggi. 13. Oltre al suo importante legame con l'intera dottrina sociale della
Chiesa, la Populorum progressio è strettamente connessa con il magistero
complessivo di Paolo VI e, in particolare, con il suo magistero sociale. Il suo
fu certo un insegnamento sociale di grande rilevanza: egli ribadì
l'imprescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società
secondo libertà e giustizia, nella prospettiva ideale e storica di una civiltà
animata dall'amore. Paolo VI comprese chiaramente come la questione sociale
fosse diventata mondiale [25] e colse il richiamo reciproco tra la spinta
all'unificazione dell'umanità e l'ideale cristiano di un'unica famiglia dei
popoli, solidale nella comune fraternità. Indicò nello sviluppo, umanamente e
cristianamente inteso, il cuore del messaggio sociale cristiano e propose la
carità cristiana come principale forza a servizio dello sviluppo. Mosso dal
desiderio di rendere l'amore di Cristo pienamente visibile all'uomo
contemporaneo, Paolo VI affrontò con fermezza importanti questioni etiche,
senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo. 14. Con la Lettera
apostolica Octogesima adveniens del 1971, Paolo VI trattò poi il tema del senso
della politica e del pericolo costituito da visioni utopistiche e ideologiche
che ne pregiudicavano la qualità etica e umana. Sono argomenti strettamente
collegati con lo sviluppo. Purtroppo le ideologie negative fioriscono in
continuazione. Dall'ideologia tecnocratica, particolarmente radicata oggi,
Paolo VI aveva già messo in guardia [26], consapevole del grande pericolo di
affidare l'intero processo dello sviluppo alla sola tecnica, perché in tal modo
rimarrebbe senza orientamento. La tecnica, presa in se stessa, è ambivalente.
Se da un lato, oggi, vi è chi propende ad affidarle interamente detto processo
di sviluppo, dall'altro si assiste all'insorgenza di ideologie che negano in
toto l'utilità stessa dello sviluppo, ritenuto radicalmente anti-umano e
portatore solo di degradazione. Così, si finisce per condannare non solo il
modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta orientano il progresso, ma
le stesse scoperte scientifiche, che, se ben usate, costituiscono invece
un'opportunità di crescita per tutti. L'idea di un mondo senza sviluppo esprime
sfiducia nell'uomo e in Dio. è, quindi, un grave errore disprezzare le capacità
umane di controllare le distorsioni dello sviluppo o addirittura ignorare che
l'uomo è costitutivamente proteso verso l'« essere di più ». Assolutizzare
ideologicamente il progresso tecnico oppure vagheggiare l'utopia di un'umanità
tornata all'originario stato di natura sono due modi
opposti per separare il progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla
nostra responsabilità. 15. Altri due documenti di Paolo VI non strettamente
connessi con la dottrina sociale — l'Enciclica Humanae vitae, del 25 luglio 1968,
e l'Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, dell'8 dicembre 1975 — sono
molto importanti per delineare il senso pienamente umano dello sviluppo
proposto dalla Chiesa. è quindi opportuno leggere anche questi testi in
relazione con la Populorum progressio. L'Enciclica Humanae vitae sottolinea il
significato insieme unitivo e procreativo della sessualità, ponendo così a
fondamento della società la coppia degli sposi, uomo e donna, che si accolgono
reciprocamente nella distinzione e nella complementarità; una coppia, dunque,
aperta alla vita [27]. Non si tratta di morale meramente individuale: la
Humanae vitae indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica
sociale, inaugurando una tematica magisteriale che ha via via preso corpo in
vari documenti, da ultimo nell'Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II
[28]. La Chiesa propone con forza questo collegamento tra etica della vita e
etica sociale nella consapevolezza che non può “avere solide basi una società
che — mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la
pace — si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme
di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed
emarginata” [29]. L'Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, per parte sua,
ha un rapporto molto intenso con lo sviluppo, in quanto « l'evangelizzazione —
scriveva Paolo VI — non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco
appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale,
dell'uomo » [30]. « Tra evangelizzazione e promozione umana — sviluppo,
liberazione — ci sono infatti dei legami profondi » [31]: partendo da questa
consapevolezza, Paolo VI poneva in modo chiaro il rapporto tra l'annuncio di
Cristo e la promozione della persona nella società. La testimonianza della
carità di Cristo attraverso opere di giustizia, pace e sviluppo fa parte della
evangelizzazione, perché a Gesù Cristo, che ci ama, sta a cuore tutto l'uomo.
Su questi importanti insegnamenti si fonda l'aspetto missionario [32] della
dottrina sociale della Chiesa come elemento essenziale di evangelizzazione
[33]. La dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza di fede. è
strumento e luogo imprescindibile di educazione ad essa. 16. Nella Populorum
progressio, Paolo VI ha voluto dirci, prima di tutto, che il progresso è, nella
sua scaturigine e nella sua essenza, una vocazione: « Nel disegno di Dio, ogni
uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione » [34]. è proprio
questo fatto a legittimare l'intervento della Chiesa nelle problematiche dello
sviluppo. Se esso riguardasse solo aspetti tecnici della vita dell'uomo, e non
il senso del suo camminare nella storia assieme agli altri suoi fratelli né
l'individuazione della meta di tale cammino, la Chiesa non avrebbe titolo per
parlarne. Paolo VI, come già Leone XIII nella Rerum novarum [35], era
consapevole di assolvere un dovere proprio del suo ufficio proiettando la luce
del Vangelo sulle questioni sociali del suo tempo [36]. Dire che lo sviluppo è
vocazione equivale a riconoscere, da una parte, che esso nasce da un appello
trascendente e, dall'altra, che è incapace di darsi da sé il proprio
significato ultimo. Non senza motivo la parola « vocazione » ricorre anche in
un altro passo dell'Enciclica, ove si afferma: « Non vi è dunque umanesimo vero
se non aperto verso l'Assoluto, nel riconoscimento d'una vocazione, che offre
l'idea vera della vita umana » [37]. Questa visione dello sviluppo è il cuore
della Populorum progressio e motiva tutte le riflessioni di Paolo VI sulla
libertà, sulla verità e sulla carità nello sviluppo. è anche la ragione
principale per cui quell'Enciclica è ancora attuale ai nostri giorni. 17. La
vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile. Lo
sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei
popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra
della responsabilità umana. I « messianismi carichi di promesse, ma
fabbricatori di illusioni » [38] fondano sempre le proprie proposte sulla
negazione della dimensione trascendente dello sviluppo, nella sicurezza di
averlo tutto a propria disposizione. Questa falsa sicurezza si tramuta in
debolezza, perché comporta l'asservimento dell'uomo ridotto a mezzo per lo
sviluppo, mentre l'umiltà di chi accoglie una vocazione si trasforma in vera
autonomia, perché rende libera la persona. Paolo VI non ha dubbi che ostacoli e
condizionamenti frenino lo sviluppo, ma è anche certo che « ciascuno rimane,
qualunque siano le influenze che si esercitano su di lui, l'artefice della sua
riuscita o del suo fallimento » [39]. Questa libertà riguarda lo sviluppo che
abbiamo davanti a noi ma, contemporaneamente, riguarda anche le situazioni di
sottosviluppo, che non sono frutto del caso o di una necessità storica, ma
dipendono dalla responsabilità umana. è per questo che « i popoli della fame
interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell'opulenza » [40]. Anche
questo è vocazione, un appello rivolto da uomini liberi a uomini liberi per una
comune assunzione di responsabilità. Fu viva in Paolo VI la percezione
dell'importanza delle strutture economiche e delle istituzioni, ma altrettanto
chiara fu in lui la percezione della loro natura di strumenti della libertà
umana. Solo se libero, lo sviluppo può essere integralmente umano; solo in un
regime di libertà responsabile esso può crescere in maniera adeguata. 18. Oltre
a richiedere la libertà, lo sviluppo umano integrale come vocazione esige anche
che se ne rispetti la verità. La vocazione al progresso spinge gli uomini a «
fare, conoscere e avere di più, per essere di più » [41]. Ma ecco il problema:
che cosa significa « essere di più »? Alla domanda Paolo VI risponde indicando
la connotazione essenziale dell'« autentico sviluppo »: esso « deve essere
integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto
l'uomo » [42]. Nella concorrenza tra le varie visioni dell'uomo, che vengono
proposte nella società di oggi ancor più che in quella di Paolo VI, la visione
cristiana ha la peculiarità di affermare e giustificare il valore
incondizionato della persona umana e il senso della sua crescita. La vocazione
cristiana allo sviluppo aiuta a perseguire la promozione di tutti gli uomini e
di tutto l'uomo. Scriveva Paolo VI: « Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni
uomo, ogni gruppo d'uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera » [43].
La fede cristiana si occupa dello sviluppo non contando su privilegi o su
posizioni di potere e neppure sui meriti dei cristiani, che pure ci sono stati
e ci sono anche oggi accanto a naturali limiti [44], ma solo su Cristo, al
Quale va riferita ogni autentica vocazione allo sviluppo umano integrale. Il
Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, « rivelando
il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo »
[45]. Ammaestrata dal suo Signore, la Chiesa scruta i segni dei tempi e li
interpreta ed offre al mondo « ciò che possiede in proprio: una visione globale
dell'uomo e dell'umanità » [46]. Proprio perché Dio pronuncia il più grande «
sì » all'uomo [47], l'uomo non può fare a meno di aprirsi alla vocazione divina
per realizzare il proprio sviluppo. La verità dello sviluppo consiste nella sua
integralità: se non è di tutto l'uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero
sviluppo. Questo è il messaggio centrale della Populorum progressio, valido
oggi e sempre. Lo sviluppo umano integrale sul piano naturale, risposta a una
vocazione di Dio creatore [48], domanda il proprio inveramento in un «
umanesimo trascendente, che ... conferisce [all'uomo] la sua più grande
pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale » [49]. La
vocazione cristiana a tale sviluppo riguarda dunque sia il piano naturale sia
quello soprannaturale; motivo per cui, « quando Dio viene eclissato, la nostra
capacità di riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia a
svanire » [50]. 19. Infine, la visione dello sviluppo come vocazione comporta
la centralità in esso della carità. Paolo VI nell'Enciclica Populorum
progressio osservava che le cause del sottosviluppo non sono primariamente di
ordine materiale. Egli ci invitava a ricercarle in altre dimensioni dell'uomo.
Nella volontà, prima di tutto, che spesso disattende i doveri della solidarietà.
Nel pensiero, in secondo luogo, che non sempre sa orientare convenientemente il
volere. Per questo, nel perseguimento dello sviluppo, servono « uomini di
pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un umanesimo
nuovo, che permetta all'uomo moderno di ritrovare se stesso » [51]. Ma non è
tutto. Il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di
pensiero: è « la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli » [52].
Questa fraternità, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La società sempre
più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da
sola, è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una
convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha
origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo,
insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna. Paolo VI,
presentando i vari livelli del processo di sviluppo dell'uomo, poneva al
vertice, dopo aver menzionato la fede, « l'unità nella carità del Cristo che ci
chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre
di tutti gli uomini » [53]. 20. Queste prospettive, aperte dalla Populorum
progressio, rimangono fondamentali per dare respiro e orientamento al nostro
impegno per lo sviluppo dei popoli. La Populorum progressio, poi, sottolinea
ripetutamente l'urgenza delle riforme [54] e chiede che davanti ai grandi
problemi dell'ingiustizia nello sviluppo dei popoli si agisca con coraggio e
senza indugio. Questa urgenza è dettata anche dalla carità nella verità. è la
carità di Cristo che ci spinge: « caritas Christi urget nos » (2 Cor 5,14).
L'urgenza è inscritta non solo nelle cose, non deriva soltanto dall'incalzare
degli avvenimenti e dei problemi, ma anche dalla stessa posta in palio: la
realizzazione di un'autentica fraternità. La rilevanza di questo obiettivo è
tale da esigere la nostra apertura a capirlo fino in fondo e a mobilitarci in
concreto con il « cuore », per far evolvere gli attuali processi economici e
sociali verso esiti pienamente umani. CAPITOLO SECONDO LO SVILUPPO UMANO NEL
NOSTRO TEMPO 21. Paolo VI aveva una visione articolata dello sviluppo. Con il
termine « sviluppo » voleva indicare l'obiettivo di far uscire i popoli
anzitutto dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e
dall'analfabetismo. Dal punto di vista economico, ciò significava la loro
partecipazione attiva e in condizioni di parità al processo economico
internazionale; dal punto di vista sociale, la loro evoluzione verso società
istruite e solidali; dal punto di vista politico, il consolidamento di regimi
democratici in grado di assicurare libertà e pace. Dopo tanti anni, mentre
guardiamo con preoccupazione agli sviluppi e alle prospettive delle crisi che
si susseguono in questi tempi, ci domandiamo quanto le aspettative di Paolo VI
siano state soddisfatte dal modello di sviluppo che è stato
adottato negli ultimi decenni. Riconosciamo pertanto che erano fondate le
preoccupazioni della Chiesa sulle capacità dell'uomo solo tecnologico di
sapersi dare obiettivi realistici e di saper gestire sempre adeguatamente gli
strumenti a disposizione. Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato
ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come
utilizzarlo. L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il
bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare
povertà. Lo sviluppo economico che auspicava Paolo VI doveva essere tale da
produrre una crescita reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile. è
vero che lo sviluppo c'è stato e continua ad essere un
fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone e, ultimamente,
ha dato a molti Paesi la possibilità di diventare attori efficaci della
politica internazionale. Va tuttavia riconosciuto che lo stesso sviluppo
economico è stato e continua ad essere gravato da
distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall'attuale
situazione di crisi. Essa ci pone improrogabilmente di fronte a scelte che
riguardano sempre più il destino stesso dell'uomo, il quale peraltro non può
prescindere dalla sua natura. Le forze tecniche in campo, le interrelazioni
planetarie, gli effetti deleteri sull'economia reale di un'attività finanziaria
mal utilizzata e per lo più speculativa, gli imponenti flussi migratori, spesso
solo provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle
risorse della terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie per
dare soluzione a problemi non solo nuovi rispetto a quelli affrontati dal Papa
Paolo VI, ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo per il bene presente e
futuro dell'umanità. Gli aspetti della crisi e delle sue soluzioni, nonché di
un futuro nuovo possibile sviluppo, sono sempre più interconnessi, si implicano
a vicenda, richiedono nuovi sforzi di comprensione unitaria e una nuova sintesi
umanistica. La complessità e gravità dell'attuale situazione economica
giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza
le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno
di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su
cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro
cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare
sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così
occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave,
fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del
momento presente. 22. Oggi il quadro dello sviluppo è policentrico. Gli attori
e le cause sia del sottosviluppo sia dello sviluppo sono molteplici, le colpe e
i meriti sono differenziati. Questo dato dovrebbe spingere a liberarsi dalle
ideologie, che semplificano in modo spesso artificioso la realtà, e indurre a
esaminare con obiettività lo spessore umano dei problemi. La linea di
demarcazione tra Paesi ricchi e poveri non è più così netta come ai tempi della
Populorum progressio, secondo quanto già aveva segnalato Giovanni Paolo II
[55]. Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le
disparità. Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono
nuove povertà. In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di
supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile
con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. Continua « lo scandalo di
disuguaglianze clamorose » [56]. La corruzione e l'illegalità sono purtroppo
presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi
ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i
diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche
gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso
distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella
catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori. Anche nell'ambito
delle cause immateriali o culturali dello sviluppo e del sottosviluppo possiamo
trovare la medesima articolazione di responsabilità. Ci sono forme eccessive di
protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo
troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo
sanitario. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi poveri persistono modelli
culturali e norme sociali di comportamento che rallentano il processo di
sviluppo. 23. Molte aree del pianeta, oggi, seppure in modo problematico e non
omogeneo, si sono evolute, entrando nel novero delle grandi potenze destinate a
giocare ruoli importanti nel futuro. Va tuttavia sottolineato come non sia
sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico.
Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L'uscita
dall'arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa
problematica della promozione dell'uomo, né per i Paesi protagonisti di questi
avanzamenti, né per i Paesi economicamente già sviluppati, né per quelli ancora
poveri, i quali possono soffrire, oltre che delle vecchie forme di
sfruttamento, anche delle conseguenze negative derivanti da una crescita
contrassegnata da distorsioni e squilibri. Dopo il crollo dei sistemi economici
e politici dei Paesi comunisti dell'Europa orientale e la fine dei cosiddetti
“blocchi contrapposti”, sarebbe stato necessario un
complessivo ripensamento dello sviluppo. Lo aveva chiesto Giovanni Paolo II, il
quale nel 1987 aveva indicato l'esistenza di questi “blocchi” come una delle
principali cause del sottosviluppo [57], in quanto la politica sottraeva
risorse all'economia e alla cultura e l'ideologia inibiva la libertà. Nel 1991,
dopo gli avvenimenti del 1989, egli chiese anche che, alla fine dei “blocchi”,
corrispondesse una riprogettazione globale dello sviluppo, non solo in quei
Paesi, ma anche in Occidente e in quelle parti del mondo che andavano
evolvendosi [58]. Questo è avvenuto solo in parte e continua ad essere un reale
dovere al quale occorre dare soddisfazione, magari profittando proprio delle
scelte necessarie a superare gli attuali problemi economici. 24. Il mondo che
Paolo VI aveva davanti a sé, benché il processo di socializzazione fosse già
avanzato così che egli poteva parlare di una questione sociale divenuta mondiale,
era ancora molto meno integrato di quello odierno. Attività economica e
funzione politica si svolgevano in gran parte dentro lo stesso ambito spaziale
e potevano quindi fare reciproco affidamento. L'attività produttiva avveniva
prevalentemente all'interno dei confini nazionali e gli investimenti finanziari
avevano una circolazione piuttosto limitata all'estero, sicché la politica di
molti Stati poteva ancora fissare le priorità dell'economia e, in qualche modo,
governarne l'andamento con gli strumenti di cui ancora disponeva. Per questo
motivo la Populorum progressio assegnava un compito centrale, anche se non
esclusivo, ai « poteri pubblici » [59]. Nella nostra epoca, lo Stato si trova
nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità
frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale,
contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei
mezzi di produzione materiali ed immateriali. Questo nuovo contesto ha
modificato il potere politico degli Stati. Oggi, facendo anche tesoro della
lezione che ci viene dalla crisi economica in atto che vede i pubblici poteri
dello Stato impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra
più realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, che
vanno saggiamente riconsiderati e rivalutati in modo che siano in grado, anche
attraverso nuove modalità di esercizio, di far fronte alle sfide del mondo
odierno. Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri, è prevedibile che
si rafforzino quelle nuove forme di partecipazione alla politica nazionale e
internazionale che si realizzano attraverso l'azione delle Organizzazioni
operanti nella società civile; in tale direzione è auspicabile che crescano
un'attenzione e una partecipazione più sentite alla res publica da parte dei
cittadini. 25. Dal punto di vista sociale, i sistemi di protezione e
previdenza, già presenti ai tempi di Paolo VI in molti Paesi, faticano e
potrebbero faticare ancor più in futuro a perseguire i loro obiettivi di vera
giustizia sociale entro un quadro di forze profondamente mutato. Il mercato
diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca
di aree dove delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i
prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e accelerare pertanto il
tasso di sviluppo centrato su maggiori consumi per il proprio mercato interno.
Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati
allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari
strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del
lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza
sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato
globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti
fondamentali dell'uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme
dello Stato sociale. I sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacità
di assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in quelli di antico
sviluppo, oltre che nei Paesi poveri. Qui le politiche di bilancio, con i tagli
alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle Istituzioni finanziarie
internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi
vecchi e nuovi; tale impotenza è accresciuta dalla mancanza di protezione
efficace da parte delle associazioni dei lavoratori. L'insieme dei cambiamenti
sociali ed economici fa sì che le organizzazioni sindacali sperimentino
maggiori difficoltà a svolgere il loro compito di rappresentanza degli
interessi dei lavoratori, anche per il fatto che i Governi, per ragioni di
utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali o la capacità negoziale
dei sindacati stessi. Le reti di solidarietà tradizionali trovano così
crescenti ostacoli da superare. L'invito della dottrina sociale della Chiesa,
cominciando dalla Rerum novarum [60], a dar vita ad associazioni di lavoratori
per la difesa dei propri diritti va pertanto onorato oggi ancor più di ieri,
dando innanzitutto una risposta pronta e lungimirante all'urgenza di instaurare
nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale. La mobilità
lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, è stata un
fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare
la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia,
quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi
di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di
instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti
nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è
il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale.
Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del passato, oggi la
disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l'attuale crisi
può solo peggiorare tale situazione. L'estromissione dal lavoro per lungo
tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o privata,
minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e
sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. Desidererei
ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo
rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da
salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la persona, nella sua integrità: “L'uomo
infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”
[61]. 26. Sul piano culturale, rispetto all'epoca di Paolo VI, la differenza è
ancora più marcata. Allora le culture erano piuttosto ben definite e avevano
maggiori possibilità di difendersi dai tentativi di omogeneizzazione culturale.
Oggi le possibilità di interazione tra le culture sono notevolmente aumentate
dando spazio a nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per
essere efficace, deve avere come punto di partenza l'intima consapevolezza della
specifica identità dei vari interlocutori. Non va tuttavia trascurato il fatto
che l'accresciuta mercificazione degli scambi culturali favorisce oggi un
duplice pericolo. Si nota, in primo luogo, un eclettismo culturale assunto
spesso acriticamente: le culture vengono semplicemente accostate e considerate
come sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili. Ciò favorisce il
cedimento ad un relativismo che non aiuta il vero dialogo interculturale; sul
piano sociale il relativismo culturale fa sì che i gruppi culturali si
accostino o convivano ma separati, senza dialogo autentico e, quindi, senza
vera integrazione. In secondo luogo, esiste il pericolo opposto, che è
costituito dall'appiattimento culturale e dall'omologazione dei comportamenti e
degli stili di vita. In questo modo viene perduto il significato profondo della
cultura delle varie Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali
la persona si misura con le domande fondamentali dell'esistenza [62].
Eclettismo e appiattimento culturale convergono nella separazione della cultura
dalla natura umana. Così, le culture non sanno più trovare la loro misura in
una natura che le trascende [63], finendo per ridurre l'uomo a solo dato
culturale. Quando questo avviene, l'umanità corre nuovi pericoli di
asservimento e di manipolazione. 27.
In molti Paesi poveri permane e rischia di accentuarsi
l'estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della carenza di
alimentazione: la fame miete ancora moltissime vittime tra i tanti Lazzaro ai
quali non è consentito, come aveva auspicato Paolo VI, di sedersi alla mensa
del ricco epulone [64]. Dare da mangiare agli affamati (cfr Mt 25, 35.37.42) è
un imperativo etico per la Chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di
solidarietà e di condivisione del suo Fondatore, il Signore Gesù. Inoltre,
eliminare la fame nel mondo è divenuta, nell'era della globalizzazione, anche
un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del
pianeta. La fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da
scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura
istituzionale. Manca, cioè, un assetto di istituzioni economiche in grado sia
di garantire un accesso al cibo e all'acqua regolare e adeguato dal punto di
vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni
primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da
cause naturali o dall'irresponsabilità politica nazionale e internazionale. Il
problema dell'insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo
periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo
sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture
rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati,
in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di
utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente
accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche
nel lungo periodo. Tutto ciò va realizzato coinvolgendo le comunità locali
nelle scelte e nelle decisioni relative all'uso della terra coltivabile. In
tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che
vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola
tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo
adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente
alle popolazioni più svantaggiate. Al tempo stesso, non dovrebbe venir
trascurata la questione di un'equa riforma agraria nei Paesi in via di
sviluppo. Il diritto all'alimentazione, così come quello all'acqua, rivestono
un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare,
innanzitutto, dal diritto primario alla vita. è necessario, pertanto, che
maturi una coscienza solidale che consideri l'alimentazione e l'accesso
all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni
né discriminazioni [65]. è importante inoltre evidenziare come la via
solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri possa costituire un progetto di
soluzione della crisi globale in atto, come uomini politici e responsabili di
Istituzioni internazionali hanno negli ultimi tempi intuito. Sostenendo
mediante piani di finanziamento ispirati a solidarietà i Paesi economicamente
poveri, perché provvedano essi stessi a soddisfare le domande di beni di
consumo e di sviluppo dei propri cittadini, non solo si può produrre vera
crescita economica, ma si può anche concorrere a sostenere le capacità
produttive dei Paesi ricchi che rischiano di esser compromesse dalla crisi. 28.
Uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è l'importanza del tema
del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle
questioni relative allo sviluppo dei popoli. Si tratta di un aspetto che negli
ultimi tempi sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, obbligandoci ad
allargare i concetti di povertà [66] e di sottosviluppo alle questioni
collegate con l'accoglienza della vita, soprattutto là dove essa è in vario
modo impedita. Non solo la situazione di povertà provoca ancora in molte
regioni alti tassi di mortalità infantile, ma perdurano in varie parti del
mondo pratiche di controllo demografico da parte dei governi, che spesso
diffondono la contraccezione e giungono a imporre anche l'aborto. Nei Paesi
economicamente più sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto
diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi, contribuendo a
diffondere una mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche
ad altri Stati come se fosse un progresso culturale. Alcune Organizzazioni non
governative, poi, operano attivamente per la diffusione dell'aborto,
promuovendo talvolta nei Paesi poveri l'adozione della pratica della
sterilizzazione, anche su donne inconsapevoli. Vi è inoltre il fondato sospetto
che a volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati a determinate
politiche sanitarie implicanti di fatto l'imposizione di un forte controllo delle
nascite. Preoccupanti sono altresì tanto le legislazioni che prevedono
l'eutanasia quanto le pressioni di gruppi nazionali e internazionali che ne
rivendicano il riconoscimento giuridico. L'apertura alla vita è al centro del
vero sviluppo. Quando una società s'avvia verso la negazione e la soppressione
della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie
per adoperarsi a servizio del vero bene dell'uomo. Se si perde la sensibilità
personale e sociale verso l'accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di
accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono [67]. L'accoglienza della
vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco. Coltivando
l'apertura alla vita, i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità
di quelli poveri, evitare di impiegare ingenti risorse economiche e
intellettuali per soddisfare desideri egoistici tra i propri cittadini e
promuovere, invece, azioni virtuose nella prospettiva di una produzione
moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni
popolo e di ogni persona alla vita. 29. C'è un altro aspetto della vita di oggi,
collegato in modo molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto alla
libertà religiosa. Non mi riferisco solo alle lotte e ai conflitti che nel
mondo ancora si combattono per motivazioni religiose, anche se talvolta quella
religiosa è solo la copertura di ragioni di altro genere, quali la sete di
dominio e di ricchezza. Di fatto, oggi spesso si uccide nel nome sacro di Dio, come
più volte è stato pubblicamente rilevato e deplorato
dal mio predecessore Giovanni Paolo II e da me stesso [68]. Le violenze frenano
lo sviluppo autentico e impediscono l'evoluzione dei popoli verso un maggiore
benessere socio-economico e spirituale. Ciò si applica specialmente al
terrorismo a sfondo fondamentalista [69], che genera dolore, devastazione e
morte, blocca il dialogo tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro
impiego pacifico e civile. Va però aggiunto che, oltre al fanatismo religioso
che in alcuni contesti impedisce l'esercizio del diritto di libertà di
religione, anche la promozione programmata dell'indifferenza religiosa o
dell'ateismo pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessità dello
sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane. Dio è il
garante del vero sviluppo dell'uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine,
ne fonda altresì la trascendente dignità e ne alimenta il costitutivo anelito
ad “essere di più”. L'uomo non è un atomo sperduto in un universo casuale [70],
ma è una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un'anima immortale e che
ha da sempre amato. Se l'uomo fosse solo frutto o del caso o della necessità,
oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all'orizzonte ristretto delle
situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l'uomo non
avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si
potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo. Quando lo
Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di ateismo pratico,
sottrae ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per
impegnarsi nello sviluppo umano integrale e impedisce loro di avanzare con
rinnovato dinamismo nel proprio impegno per una più generosa risposta umana
all'amore divino [71]. Capita anche che i Paesi economicamente sviluppati o
quelli emergenti esportino nei Paesi poveri, nel contesto dei loro rapporti
culturali, commerciali e politici, questa visione riduttiva della persona e del
suo destino. è il danno che il « supersviluppo » [72] procura allo sviluppo
autentico, quando è accompagnato dal « sottosviluppo morale » [73]. 30. In questa linea, il tema
dello sviluppo umano integrale assume una portata ancora più complessa: la
correlazione tra i molteplici suoi elementi richiede che ci si impegni per far
interagire i diversi livelli del sapere umano in vista della promozione di un
vero sviluppo dei popoli. Spesso si ritiene che lo sviluppo, o i provvedimenti
socio-economici relativi, richiedano solo di essere attuati quale frutto di un
agire comune. Questo agire comune, però, ha bisogno di essere orientato, perché
« ogni azione sociale implica una dottrina » [74]. Considerata la complessità
dei problemi, è ovvio che le varie discipline debbano collaborare mediante una
interdisciplinarità ordinata. La carità non esclude il sapere, anzi lo
richiede, lo promuove e lo anima dall'interno. Il sapere non è mai solo opera
dell'intelligenza. Può certamente essere ridotto a calcolo e ad esperimento, ma
se vuole essere sapienza capace di orientare l'uomo alla luce dei principi
primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il « sale » della
carità. Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l'amore.
Infatti, « colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello scoprire le
cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla
risolutamente » [75]. Nei confronti dei fenomeni che abbiamo davanti, la carità
nella verità richiede prima di tutto di conoscere e di capire, nella
consapevolezza e nel rispetto della competenza specifica di ogni livello del
sapere. La carità non è un'aggiunta posteriore, quasi un'appendice a lavoro
ormai concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin dall'inizio.
Le esigenze dell'amore non contraddicono quelle della ragione. Il sapere umano
è insufficiente e le conclusioni delle scienze non potranno indicare da sole la
via verso lo sviluppo integrale dell'uomo. C'è sempre bisogno di spingersi più
in là: lo richiede la carità nella verità [76]. Andare oltre, però, non
significa mai prescindere dalle conclusioni della ragione né contraddire i suoi
risultati. Non c'è l'intelligenza e poi l'amore: ci sono l'amore ricco di
intelligenza e l'intelligenza piena di amore. 31. Questo significa che le
valutazioni morali e la ricerca scientifica devono crescere insieme e che la
carità deve animarle in un tutto armonico interdisciplinare, fatto di unità e
di distinzione. La dottrina sociale della Chiesa, che ha « un'importante
dimensione interdisciplinare » [77], può svolgere, in questa prospettiva, una
funzione di straordinaria efficacia. Essa consente alla fede, alla teologia,
alla metafisica e alle scienze di trovare il loro posto entro una
collaborazione a servizio dell'uomo. è soprattutto qui che la dottrina sociale
della Chiesa attua la sua dimensione sapienziale. Paolo VI aveva visto con
chiarezza che tra le cause del sottosviluppo c'è una mancanza di sapienza, di
riflessione, di pensiero in grado di operare una sintesi orientativa [78], per
la quale si richiede « una visione chiara di tutti gli aspetti economici,
sociali, culturali e spirituali » [79]. L'eccessiva settorialità del sapere
[80], la chiusura delle scienze umane alla metafisica [81], le difficoltà del
dialogo tra le scienze e la teologia sono di danno non solo allo sviluppo del
sapere, ma anche allo sviluppo dei popoli, perché, quando ciò si verifica,
viene ostacolata la visione dell'intero bene dell'uomo nelle varie dimensioni
che lo caratterizzano. L'« allargamento del nostro concetto di ragione e
dell'uso di essa » [82] è indispensabile per riuscire a pesare adeguatamente
tutti i termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei problemi
socio-economici. 32. Le grandi novità, che il quadro dello sviluppo dei popoli
oggi presenta, pongono in molti casi l'esigenza di soluzioni nuove. Esse vanno
cercate insieme nel rispetto delle leggi proprie di ogni realtà e alla luce di
una visione integrale dell'uomo, che rispecchi i vari aspetti della persona
umana, contemplata con lo sguardo purificato dalla carità. Si scopriranno
allora singolari convergenze e concrete possibilità di soluzione, senza
rinunciare ad alcuna componente fondamentale della vita umana. La dignità della
persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le
scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente
inaccettabile le differenze di ricchezza [83] e che si continui a perseguire
quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento, per
tutti. A ben vedere, ciò è esigito anche dalla « ragione economica ». L'aumento
sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all'interno di un medesimo
Paese e tra le popolazioni dei vari Paesi, ossia l'aumento massiccio della
povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e
per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo
sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del « capitale sociale
», ossia di quell'insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto
delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile. è sempre la scienza
economica a dirci che una strutturale situazione di insicurezza genera
atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore
tende ad adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare
creatività. Anche su questo punto c'è una convergenza tra scienza economica e
valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici e le
disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani. Va poi ricordato
che l'appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica, se nel breve
periodo può favorire l'ottenimento di profitti, nel lungo periodo ostacola
l'arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative. è importante
distinguere tra considerazioni economiche o sociologiche di breve e di lungo
termine. L'abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la
rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese
maggiore competitività internazionale impediscono l'affermarsi di uno sviluppo
di lunga durata. Vanno, allora, attentamente valutate le conseguenze sulle
persone delle tendenze attuali verso un'economia del breve, talvolta brevissimo
termine. Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso
dell'economia e dei suoi fini [84], nonché una revisione profonda e
lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le
distorsioni. Lo esige, in realtà, lo stato di salute
ecologica del pianeta; soprattutto lo richiede la crisi culturale e morale
dell'uomo, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni parte del mondo. 33.
Oltre quarant'anni dopo la Populorum progressio, il suo tema di fondo, il
progresso, resta ancora un problema aperto, reso più acuto ed impellente dalla
crisi economico-finanziaria in atto. Se alcune aree del pianeta, già un tempo
gravate dalla povertà, hanno conosciuto cambiamenti notevoli in termini di
crescita economica e di partecipazione alla produzione mondiale, altre zone
vivono ancora una situazione di miseria paragonabile a quella esistente ai
tempi di Paolo VI, anzi in qualche caso si può addirittura parlare di un
peggioramento. è significativo che alcune cause di questa situazione fossero
state già individuate nella Populorum progressio, come per esempio gli alti
dazi doganali posti dai Paesi economicamente sviluppati e che ancora
impediscono ai prodotti provenienti dai Paesi poveri di raggiungere i mercati
dei Paesi ricchi. Altre cause, invece, che l'Enciclica aveva solo adombrato, in
seguito sono emerse con maggiore evidenza. è questo il caso della valutazione
del processo di decolonizzazione, allora in pieno corso. Paolo VI auspicava un
percorso autonomo da compiere nella libertà e nella pace. Dopo oltre
quarant'anni, dobbiamo riconoscere quanto questo percorso sia stato difficile, sia a causa di nuove forme di colonialismo
e di dipendenza da vecchi e nuovi Paesi egemoni, sia per gravi irresponsabilità
interne agli stessi Paesi resisi indipendenti. La novità principale è stata
l'esplosione dell'interdipendenza planetaria, ormai comunemente nota come
globalizzazione. Paolo VI l'aveva parzialmente prevista, ma i termini e
l'impetuosità con cui essa si è evoluta sono sorprendenti. Nato dentro i Paesi
economicamente sviluppati, questo processo per sua natura ha prodotto un
coinvolgimento di tutte le economie. Esso è stato il
principale motore per l'uscita dal sottosviluppo di intere regioni e
rappresenta di per sé una grande opportunità. Tuttavia, senza la guida della
carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di
danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana. Per questo
la carità e la verità ci pongono davanti a un impegno inedito e creativo,
certamente molto vasto e complesso. Si tratta di dilatare la ragione e di
renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche,
animandole nella prospettiva di quella « civiltà dell'amore » il cui seme Dio
ha posto in ogni popolo, in ogni cultura. CAPITOLO TERZO FRATERNITà, SVILUPPO
ECONOMICO E SOCIETà CIVILE 34. La carità nella verità pone l'uomo davanti alla
stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in
molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo
produttivistica e utilitaristica dell'esistenza. L'essere umano è fatto per il
dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta l'uomo
moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua
vita e della società. è questa una presunzione, conseguente alla chiusura
egoistica in se stessi, che discende — per dirla in termini di fede — dal
peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere
presente il peccato originale anche nell'interpretazione dei fatti sociali e
nella costruzione della società: « Ignorare che l'uomo ha una natura ferita,
incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della
politica, dell'azione sociale e dei costumi » [85]. All'elenco dei campi in cui
si manifestano gli effetti perniciosi del peccato, si è aggiunto ormai da molto
tempo anche quello dell'economia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi
periodi. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il
male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l'uomo a far
coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale
e di azione sociale. La convinzione poi della esigenza di autonomia
dell'economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha
spinto l'uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo.
A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e
politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e
che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che
promettevano. Come ho affermato nella mia Enciclica Spe salvi, in questo modo
si toglie dalla storia la speranza cristiana [86], che è invece una potente
risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella
libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la forza
di orientare la volontà [87]. è già presente nella fede, da cui anzi è
suscitata. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la
manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra
vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il
dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l'eccedenza. Esso ci
precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e
della sua attesa nei nostri confronti. La verità, che al pari della carità è
dono, è più grande di noi, come insegna sant'Agostino [88]. Anche la verità di noi
stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. In ogni
processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre
trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l'amore, « non nasce dal pensare e dal
volere ma in certo qual modo si impone all'essere umano » [89]. Perché dono
ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la
comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né
confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non
potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né
essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente
universale: l'unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione,
nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore. Nell'affrontare questa
decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non
esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e
dall'esterno e, dall'altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha
bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di
gratuità come espressione di fraternità. 35. Il mercato, se c'è fiducia
reciproca e generalizzata, è l'istituzione economica che permette l'incontro
tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come
regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per
soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della
cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del
ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha
mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e
della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché
inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per
la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al
solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a
produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare.
Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può
pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia
che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.
Opportunamente Paolo VI nella Populorum progressio sottolineava il fatto che lo
stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da pratiche generalizzate di
giustizia, in quanto i primi a trarre beneficio dallo sviluppo dei Paesi poveri
sarebbero stati quelli ricchi [90]. Non si trattava solo di correggere delle
disfunzioni mediante l'assistenza. I poveri non sono da considerarsi un «
fardello » [91], bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente
economico. è tuttavia da ritenersi errata la visione di quanti pensano che
l'economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà e
di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. è interesse del mercato
promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se
stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue
possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono
capaci di generarle. 36. L'attività
economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice
estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del
bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica.
Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l'agire
economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui
spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione. La Chiesa
ritiene da sempre che l'agire economico non sia da considerare antisociale. Il
mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della
sopraffazione del forte sul debole. La società non deve proteggersi dal
mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte
dei rapporti autenticamente umani. è certamente vero che il mercato può essere
orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una
certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il
mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma
dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti,
l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati
quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a
trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione
oscurata dell'uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé
stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l'uomo,
la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale. La
dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti
autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di
reciprocità, anche all'interno dell'attività economica e non soltanto fuori di
essa o « dopo » di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di
sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all'attività dell'uomo e,
proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.
La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche
dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente
dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia
di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell'etica sociale,
quali la trasparenza, l'onestà e la responsabilità non possono venire
trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di
gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e
devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un'esigenza
dell'uomo nel momento attuale, ma anche un'esigenza della stessa ragione
economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità.
37. La dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto che la giustizia
riguarda tutte le fasi dell'attività economica, perché questa ha sempre a che
fare con l'uomo e con le sue esigenze. Il reperimento delle risorse, i
finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo
economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali. Così ogni decisione
economica ha una conseguenza di carattere morale. Tutto questo trova conferma
anche nelle scienze sociali e nelle tendenze dell'economia contemporanea. Forse
un tempo era pensabile affidare dapprima all'economia la produzione di
ricchezza per assegnare poi alla politica il compito di distribuirla. Oggi
tutto ciò risulta più difficile, dato che le attività economiche non sono
costrette entro limiti territoriali, mentre l'autorità dei governi continua ad
essere soprattutto locale. Per questo, i canoni della giustizia devono essere
rispettati sin dall'inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già
dopo o lateralmente. Inoltre, occorre che nel mercato si aprano spazi per
attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di
informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto,
senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante
espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali
dimostrano che ciò è concretamente possibile. Nell'epoca della globalizzazione
l'economia risente di modelli competitivi legati a culture tra loro molto
diverse. I comportamenti economico-imprenditoriali che ne derivano trovano
prevalentemente un punto d'incontro nel rispetto della giustizia commutativa.
La vita economica ha senz'altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti
di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresì bisogno di leggi giuste e di
forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino
impresso lo spirito del dono. L'economia globalizzata sembra privilegiare la
prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o
indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica
politica e la logica del dono senza contropartita. 38. Il mio predecessore
Giovanni Paolo II aveva segnalato questa problematica, quando nella Centesimus
annus aveva rilevato la necessità di un sistema a tre soggetti: il mercato, lo
Stato e la società civile [92]. Egli aveva individuato nella società civile
l'ambito più proprio di un'economia della gratuità e della fraternità, ma non
aveva inteso negarla agli altri due ambiti. Oggi possiamo dire che la vita economica
deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa
misura e con modalità specifiche, deve essere presente l'aspetto della
reciprocità fraterna. Nell'epoca della globalizzazione, l'attività economica
non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e
la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e
attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di
democrazia economica. La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di
tutti [93], quindi non può essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si
poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità
intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità
non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato
nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità,
imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all'impresa privata
orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi
radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini
mutualistici e sociali. è dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si
può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d'impresa e dunque
un'attenzione sensibile alla civilizzazione dell'economia. Carità nella verità,
in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle
iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre
la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso. 39.
Paolo VI nella Populorum progressio chiedeva di configurare un modello di
economia di mercato capace di includere, almeno tendenzialmente, tutti i popoli
e non solamente quelli adeguatamente attrezzati. Chiedeva che ci si impegnasse
a promuovere un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti avessero «
qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un
ostacolo allo sviluppo degli altri » [94]. Egli in questo modo estendeva al
piano universale le stesse richieste e aspirazioni contenute nella Rerum
novarum, scritta quando per la prima volta, in conseguenza della rivoluzione
industriale, si affermò l'idea — sicuramente avanzata per quel tempo — che
l'ordine civile per reggersi aveva bisogno anche dell'intervento ridistributivo
dello Stato. Oggi questa visione, oltre a essere posta in crisi dai processi di
apertura dei mercati e delle società, mostra di essere incompleta per
soddisfare le esigenze di un'economia pienamente umana. Quanto la dottrina
sociale della Chiesa ha sempre sostenuto a partire dalla sua visione dell'uomo
e della società oggi è richiesto anche dalle dinamiche caratteristiche della
globalizzazione. Quando la logica del mercato e quella dello Stato si accordano
tra loro per continuare nel monopolio dei rispettivi ambiti di influenza, alla
lunga vengono meno la solidarietà nelle relazioni tra i cittadini, la
partecipazione e l'adesione, l'agire gratuito, che sono altra cosa rispetto al
“dare per avere”, proprio della logica dello scambio, e al “dare per dovere”,
proprio della logica dei comportamenti pubblici, imposti per legge dallo Stato.
La vittoria sul sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento
delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle
strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva
apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da
quote di gratuità e di comunione. Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la
socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno
migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità. Il
mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge
atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di
persone aperte al dono reciproco. 40. Le attuali dinamiche economiche
internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono
profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l'impresa. Vecchie modalità
della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano
all'orizzonte. Uno dei rischi maggiori è senz'altro che l'impresa risponda
quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua
valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed
al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile
che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei
risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio.
Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell'attività produttiva può attenuare
nell'imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di
interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l'ambiente naturale
e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono
legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità. Il
mercato internazionale dei capitali, infatti, offre oggi una grande libertà di
azione. è però anche vero che si sta dilatando la consapevolezza circa la
necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell'impresa. Anche se le
impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale
dell'impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina
sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il
convincimento in base al quale la gestione dell'impresa non può tenere conto
degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico
di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita
dell'impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di
produzione, la comunità di riferimento. Negli ultimi anni si è notata la
crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle
indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi
anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi. Anche oggi tuttavia vi sono
molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre più conto dei
profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in
cui opera. Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il
trasferimento all'estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può
produrre alla propria Nazione [95]. Giovanni Paolo II avvertiva che investire
ha sempre un significato morale, oltre che economico [96]. Tutto questo — va
ribadito — è valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalità
tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico
e non anche umano ed etico. Non c'è motivo per negare che un certo capitale
possa fare del bene, se investito all'estero piuttosto che in patria. Devono
però essere fatti salvi i vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come
quel capitale si è formato e dei danni alle persone che comporterà il suo
mancato impiego nei luoghi in cui esso è stato
generato [97]. Bisogna evitare che il motivo per l'impiego delle risorse
finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto
di breve termine, e non anche la sostenibilità dell'impresa a lungo termine, il
suo puntuale servizio all'economia reale e l'attenzione alla promozione, in
modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi
di sviluppo. Non c'è nemmeno motivo di negare che la delocalizzazione, quando
comporta investimenti e formazione, possa fare del bene alle popolazioni del
Paese che la ospita. Il lavoro e la conoscenza tecnica sono un bisogno
universale. Non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari
condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società
locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e
sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile. 41. Nel contesto di
questo discorso è utile osservare che l'imprenditorialità ha e deve sempre più
assumere un significato plurivalente. La perdurante prevalenza del binomio
mercato-Stato ci ha abituati a pensare esclusivamente all'imprenditore privato
di tipo capitalistico da un lato e al dirigente statale dall'altro. In realtà,
l'imprenditorialità va intesa in modo articolato. Ciò risulta da una serie di motivazioni
metaeconomiche. L'imprenditorialità, prima di avere un significato
professionale, ne ha uno umano [98]. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto
come « actus personae » [99], per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta
la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso « sappia di
lavorare “in proprio” » [100]. Non a caso Paolo VI insegnava che « ogni
lavoratore è un creatore » [101]. Proprio per rispondere alle esigenze e alla
dignità di chi lavora, e ai bisogni della società, esistono vari tipi di
imprese, ben oltre la sola distinzione tra « privato » e « pubblico ». Ognuna
richiede ed esprime una capacità imprenditoriale specifica. Al fine di
realizzare un'economia che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del
bene comune nazionale e mondiale, è opportuno tenere conto di questo
significato esteso di imprenditorialità. Questa concezione più ampia favorisce
lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie di
imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello
profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile,
da quello delle economie avanzate a quello dei Paesi in via di sviluppo. Anche
l'“autorità politica” ha un significato plurivalente, che non può essere dimenticato,
mentre si procede alla realizzazione di un nuovo ordine economico-produttivo,
socialmente responsabile e a misura d'uomo. Come si intende coltivare
un'imprenditorialità differenziata sul piano mondiale, così si deve promuovere
un'autorità politica distribuita e attivantesi su più piani. L'economia
integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne
impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca. Ragioni di
saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la
fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo
sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze. Ci sono
poi delle Nazioni in cui la costruzione o ricostruzione dello Stato continua ad
essere un elemento chiave del loro sviluppo. L'aiuto internazionale proprio
all'interno di un progetto solidaristico mirato alla soluzione degli attuali
problemi economici dovrebbe piuttosto sostenere il consolidamento di sistemi
costituzionali, giuridici, amministrativi nei Paesi che non godono ancora
pienamente di questi beni. Accanto agli aiuti economici, devono esserci quelli
volti a rafforzare le garanzie proprie dello Stato di diritto, un sistema di
ordine pubblico e di carcerazione efficiente nel rispetto dei diritti umani,
istituzioni veramente democratiche. Non è necessario che lo Stato abbia
dappertutto le medesime caratteristiche: il sostegno ai sistemi costituzionali
deboli affinché si rafforzino può benissimo accompagnarsi con lo sviluppo di
altri soggetti politici, di natura culturale, sociale, territoriale o
religiosa, accanto allo Stato. L'articolazione dell'autorità politica a livello
locale, nazionale e internazionale è, tra l'altro, una delle vie maestre per
arrivare ad essere in grado di orientare la globalizzazione economica. è anche
il modo per evitare che essa mini di fatto i fondamenti della democrazia. 42.
Talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano atteggiamenti
fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze
impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana [102]. è bene
ricordare a questo proposito che la globalizzazione va senz'altro intesa come
un processo socio-economico, ma questa non è l'unica sua dimensione. Sotto il
processo più visibile c'è la realtà di un'umanità che diviene sempre più
interconnessa; essa è costituita da persone e da popoli a cui quel processo
deve essere di utilità e di sviluppo [103], grazie all'assunzione da parte
tanto dei singoli quanto della collettività delle rispettive responsabilità. Il
superamento dei confini non è solo un fatto materiale, ma anche culturale nelle
sue cause e nei suoi effetti. Se si legge deterministicamente la
globalizzazione, si perdono i criteri per valutarla ed orientarla. Essa è una
realtà umana e può avere a monte vari orientamenti culturali sui quali occorre
esercitare il discernimento. La verità della globalizzazione come processo e il
suo criterio etico fondamentale sono dati dall'unità della famiglia umana e dal
suo sviluppo nel bene. Occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire
un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza,
del processo di integrazione planetaria. Nonostante alcune sue dimensioni
strutturali che non vanno negate ma nemmeno assolutizzate, « la
globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone
ne faranno » [104]. Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti, procedendo
con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità. Opporvisi ciecamente
sarebbe un atteggiamento sbagliato, preconcetto, che finirebbe per ignorare un
processo contrassegnato anche da aspetti positivi, con il rischio di perdere
una grande occasione di inserirsi nelle molteplici opportunità di sviluppo da
esso offerte. I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti,
offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello
planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono
invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi
l'intero mondo. Bisogna correggerne le disfunzioni, anche gravi, che
introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che
la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della
povertà o addirittura con una sua accentuazione, come una cattiva gestione
della situazione attuale potrebbe farci temere. Per molto tempo si è pensato
che i popoli poveri dovessero rimanere ancorati a un prefissato stadio di
sviluppo e dovessero accontentarsi della filantropia dei popoli sviluppati.
Contro questa mentalità ha preso posizione Paolo VI nella Populorum progressio.
Oggi le forze materiali utilizzabili per far uscire quei popoli dalla miseria
sono potenzialmente maggiori di un tempo, ma di esse hanno finito per avvalersi
prevalentemente gli stessi popoli dei Paesi sviluppati, che hanno potuto
sfruttare meglio il processo di liberalizzazione dei movimenti di capitali e
del lavoro. La diffusione delle sfere di benessere a livello mondiale non va,
dunque, frenata con progetti egoistici, protezionistici o dettati da interessi
particolari. Infatti il coinvolgimento dei Paesi emergenti o in via di
sviluppo, permette oggi di meglio gestire la crisi. La transizione insita nel
processo di globalizzazione presenta grandi difficoltà e pericoli, che potranno
essere superati solo se si saprà prendere coscienza di quell'anima
antropologica ed etica, che dal profondo sospinge la globalizzazione stessa
verso traguardi di umanizzazione solidale. Purtroppo tale anima è spesso
soverchiata e compressa da prospettive etico-culturali di impostazione
individualistica e utilitaristica. La globalizzazione è fenomeno
multidimensionale e polivalente, che esige di essere colto nella diversità e
nell'unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò
consentirà di vivere ed orientare la globalizzazione dell'umanità in termini di
relazionalità, di comunione e di condivisione. CAPITOLO QUARTO SVILUPPO DEI
POPOLI, DIRITTI E DOVERI, AMBIENTE 43. « La solidarietà universale, che è un
fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere » [105]. Molte persone, oggi,
tendono a coltivare la pretesa di non dover niente a nessuno, tranne che a se
stesse. Ritengono di essere titolari solo di diritti e incontrano spesso forti
ostacoli a maturare una responsabilità per il proprio e l'altrui sviluppo
integrale. Per questo è importante sollecitare una nuova riflessione su come i
diritti presuppongano doveri senza i quali si trasformano in arbitrio [106]. Si
assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano
presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di
vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l'altro verso,
vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti
di tanta parte dell'umanità [107]. Si è spesso notata una relazione tra la
rivendicazione del diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al
vizio, nelle società opulente, e la mancanza di cibo, di acqua potabile, di
istruzione di base o di cure sanitarie elementari in certe regioni del mondo
del sottosviluppo e anche nelle periferie di grandi metropoli. La relazione sta
nel fatto che i diritti individuali, svincolati da un quadro di doveri che
conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di
richieste praticamente illimitata e priva di criteri. L'esasperazione dei
diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri. I doveri delimitano i diritti
perché rimandano al quadro antropologico ed etico entro la cui verità anche
questi ultimi si inseriscono e così non diventano arbitrio. Per questo motivo i
doveri rafforzano i diritti e propongono la loro difesa e promozione come un
impegno da assumere a servizio del bene. Se, invece, i diritti dell'uomo
trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un'assemblea di
cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento e, quindi, il dovere di
rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune. I Governi e gli
Organismi internazionali possono allora dimenticare l'oggettività e l'«
indisponibilità » dei diritti. Quando ciò avviene, il vero sviluppo dei popoli
è messo in pericolo [108]. Comportamenti simili compromettono l'autorevolezza
degli Organismi internazionali, soprattutto agli occhi dei Paesi maggiormente
bisognosi di sviluppo. Questi, infatti, richiedono che la comunità
internazionale assuma come un dovere l'aiutarli a essere « artefici del loro
destino » [109], ossia ad assumersi a loro volta dei doveri. La condivisione
dei doveri reciproci mobilita assai più della sola rivendicazione di diritti.
44. La concezione dei diritti e dei doveri nello sviluppo deve tener conto
anche delle problematiche connesse con la crescita demografica. Si tratta di un
aspetto molto importante del vero sviluppo, perché concerne i valori
irrinunciabili della vita e della famiglia [110]. Considerare l'aumento della
popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di
vista economico: basti pensare, da una parte, all'importante diminuzione della
mortalità infantile e il prolungamento della vita media che si registrano nei
Paesi economicamente sviluppati; dall'altra, ai segni di crisi rilevabili nelle
società in cui si registra un preoccupante calo della natalità. Resta
ovviamente doveroso prestare la debita attenzione ad una procreazione
responsabile, che costituisce, tra l'altro, un fattivo contributo allo sviluppo
umano integrale. La Chiesa, che ha a cuore il vero sviluppo dell'uomo, gli
raccomanda il pieno rispetto dei valori umani anche nell'esercizio della
sessualità: non la si può ridurre a mero fatto edonistico e ludico, così come
l'educazione sessuale non si può ridurre a un'istruzione tecnica, con l'unica
preoccupazione di difendere gli interessati da eventuali contagi o dal «
rischio » procreativo. Ciò equivarrebbe ad impoverire e disattendere il
significato profondo della sessualità, che deve invece essere riconosciuto ed
assunto con responsabilità tanto dalla persona quanto dalla comunità. La
responsabilità vieta infatti sia di considerare la sessualità una semplice
fonte di piacere, sia di regolarla con politiche di forzata pianificazione
delle nascite. In ambedue i casi si è in presenza di concezioni e di politiche
materialistiche, nelle quali le persone finiscono per subire varie forme di
violenza. A tutto ciò si deve opporre la competenza primaria delle famiglie in
questo campo [111], rispetto allo Stato e alle sue politiche restrittive,
nonché un'appropriata educazione dei genitori. L'apertura moralmente responsabile
alla vita è una ricchezza sociale ed economica. Grandi Nazioni hanno potuto
uscire dalla miseria anche grazie al grande numero e alle capacità dei loro
abitanti. Al contrario, Nazioni un tempo floride conoscono ora una fase di
incertezza e in qualche caso di declino proprio a causa della denatalità,
problema cruciale per le società di avanzato benessere. La diminuzione delle
nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto « indice di sostituzione », mette
in crisi anche i sistemi di assistenza sociale, ne aumenta i costi, contrae
l'accantonamento di risparmio e di conseguenza le risorse finanziarie
necessarie agli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori
qualificati, restringe il bacino dei « cervelli » a cui attingere per le
necessità della Nazione. Inoltre, le famiglie di piccola, e talvolta
piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali,
e di non garantire forme efficaci di solidarietà. Sono situazioni che
presentano sintomi di scarsa fiducia nel futuro come pure di stanchezza morale.
Diventa così una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle
nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza
di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della
persona. In questa prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche che
promuovano la centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio
tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, [112] facendosi
carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua
natura relazionale. 45. Rispondere alle esigenze morali più profonde della
persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico.
L'economia infatti ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento; non
di un'etica qualsiasi, bensì di un'etica amica della persona. Oggi si parla
molto di etica in campo economico, finanziario, aziendale. Nascono Centri di
studio e percorsi formativi di business ethics; si diffonde nel mondo sviluppato
il sistema delle certificazioni etiche, sulla scia del movimento di idee nato
intorno alla responsabilità sociale dell'impresa. Le banche propongono conti e
fondi di investimento cosiddetti « etici ». Si sviluppa una « finanza etica »,
soprattutto mediante il microcredito e, più in generale, la microfinanza.
Questi processi suscitano apprezzamento e meritano un ampio sostegno. I loro
effetti positivi si fanno sentire anche nelle aree meno sviluppate della terra.
è bene, tuttavia, elaborare anche un valido criterio di discernimento, in
quanto si nota un certo abuso dell'aggettivo « etico » che, adoperato in modo
generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far
passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al
vero bene dell'uomo. Molto, infatti, dipende dal sistema morale di riferimento.
Su questo argomento la dottrina sociale della Chiesa ha un suo specifico
apporto da dare, che si fonda sulla creazione dell'uomo “ad immagine di Dio”
(Gn 1,27), un dato da cui discende l'inviolabile dignità della persona umana,
come anche il trascendente valore delle norme morali naturali. Un'etica
economica che prescindesse da questi due pilastri rischierebbe inevitabilmente
di perdere la propria connotazione e di prestarsi a strumentalizzazioni; più
precisamente essa rischierebbe di diventare funzionale ai sistemi
economico-finanziari esistenti, anziché correttiva delle loro disfunzioni. Tra
l'altro, finirebbe anche per giustificare il finanziamento di progetti che
etici non sono. Bisogna, poi, non ricorrere alla parola « etica » in modo
ideologicamente discriminatorio, lasciando intendere che non sarebbero etiche
le iniziative che non si fregiassero formalmente di questa qualifica. Occorre
adoperarsi — l'osservazione è qui essenziale! — non solamente perché nascano
settori o segmenti « etici » dell'economia o della finanza, ma perché l'intera
economia e l'intera finanza siano etiche e lo siano non per un'etichettatura
dall'esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa
natura. Parla con chiarezza, a questo riguardo, la dottrina sociale della
Chiesa, che ricorda come l'economia, con tutte le sue branche, è un settore
dell'attività umana [113]. 46. Considerando le tematiche relative al rapporto
tra impresa ed etica, nonché l'evoluzione che il sistema produttivo sta
compiendo, sembra che la distinzione finora invalsa tra imprese finalizzate al
profitto (profit) e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit) non
sia più in grado di dar conto completo della realtà, né di orientare
efficacemente il futuro. In questi ultimi decenni è andata emergendo un'ampia
area intermedia tra le due tipologie di imprese. Essa è costituita da imprese
tradizionali, che però sottoscrivono dei patti di aiuto ai Paesi arretrati; da
fondazioni che sono espressione di singole imprese; da gruppi di imprese aventi
scopi di utilità sociale; dal variegato mondo dei soggetti della cosiddetta
economia civile e di comunione. Non si tratta solo di un « terzo settore », ma
di una nuova ampia realtà composita, che coinvolge il privato e il pubblico e
che non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità
umane e sociali. Il fatto che queste imprese distribuiscano o meno gli utili
oppure che assumano l'una o l'altra delle configurazioni previste dalle norme
giuridiche diventa secondario rispetto alla loro disponibilità a concepire il
profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del
mercato e della società. è auspicabile che queste nuove forme di impresa
trovino in tutti i Paesi anche adeguata configurazione giuridica e fiscale.
Esse, senza nulla togliere all'importanza e all'utilità economica e sociale
delle forme tradizionali di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più
chiara e compiuta assunzione dei doveri da parte dei soggetti economici. Non
solo. è la stessa pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un
mercato più civile e al tempo stesso più competitivo. 47. Il potenziamento
delle diverse tipologie di imprese e, in particolare, di quelle capaci di
concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di
umanizzazione del mercato e delle società, deve essere perseguito anche nei
Paesi che soffrono di esclusione o di emarginazione dai circuiti dell'economia
globale, dove è molto importante procedere con progetti di sussidiarietà
opportunamente concepita e gestita che tendano a potenziare i diritti,
prevedendo però sempre anche l'assunzione di corrispettive responsabilità.
Negli interventi per lo sviluppo va fatto salvo il principio della centralità
della persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il
dovere dello sviluppo. L'interesse principale è il miglioramento delle
situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché
possano assolvere a quei doveri che attualmente l'indigenza non consente loro
di onorare. La sollecitudine non può mai essere un atteggiamento astratto. I
programmi di sviluppo, per poter essere adattati alle singole situazioni,
devono avere caratteristiche di flessibilità; e le persone beneficiarie
dovrebbero essere coinvolte direttamente nella loro progettazione e rese
protagoniste della loro attuazione. è anche necessario applicare i criteri
della progressione e dell'accompagnamento — compreso il monitoraggio dei
risultati –, perché non ci sono ricette universalmente valide. Molto dipende
dalla concreta gestione degli interventi. « Artefici del loro proprio sviluppo,
i popoli ne sono i primi responsabili. Ma non potranno realizzarlo
nell'isolamento » [114]. Oggi, con il consolidamento del processo di
progressiva integrazione del pianeta, questo ammonimento di Paolo VI è ancor
più valido. Le dinamiche di inclusione non hanno nulla di meccanico. Le
soluzioni vanno calibrate sulla vita dei popoli e delle persone concrete, sulla
base di una valutazione prudenziale di ogni situazione. Accanto ai
macroprogetti servono i microprogetti e, soprattutto, serve la mobilitazione
fattiva di tutti i soggetti della società civile, tanto delle persone
giuridiche quanto delle persone fisiche. La cooperazione internazionale ha
bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano,
mediante la solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della formazione
e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali
dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e
amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi è destinatario
degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a
mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la
propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece
dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva, sarebbe
auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non
governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e
l'opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai
programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine
circa la composizione delle spese dell'istituzione stessa. 48. Il tema dello
sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto
dell'uomo con l'ambiente naturale. Questo è stato
donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità
verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera. Se la natura, e per
primo l'essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del
determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle
coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato
dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può responsabilmente utilizzare per
soddisfare i suoi legittimi bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto
degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno,
l'uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario,
per abusarne. Ambedue questi atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana
della natura, frutto della creazione di Dio. La natura è espressione di un
disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come
ambiente di vita. Ci parla del Creatore (cfr Rm 1, 20) e del suo amore per
l'umanità. è destinata ad essere « ricapitolata » in Cristo alla fine dei tempi
(cfr Ef 1, 9-10; Col 1, 19-20). Anch'essa, quindi, è una « vocazione » [115].
La natura è a nostra disposizione non come « un mucchio di rifiuti sparsi a
caso » [116], bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli
ordinamenti intrinseci, affinché l'uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per
“custodirla e coltivarla” (Gn 2,15). Ma bisogna anche sottolineare che è
contrario al vero sviluppo considerare la natura più importante della stessa persona
umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo:
dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la
salvezza per l'uomo. Peraltro, bisogna anche rifiutare la posizione contraria,
che mira alla sua completa tecnicizzazione, perché l'ambiente naturale non è
solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del
Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un
utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo
provengono proprio da queste concezioni distorte. Ridurre completamente la
natura ad un insieme di semplici dati di fatto finisce per essere fonte di
violenza nei confronti dell'ambiente e addirittura per motivare azioni
irrispettose verso la stessa natura dell'uomo. Questa, in quanto costituita non
solo di materia ma anche di spirito e, come tale, essendo ricca di significati
e di fini trascendenti da raggiungere, ha un carattere normativo anche per la
cultura. L'uomo interpreta e modella l'ambiente naturale mediante la cultura,
la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta
ai dettami della legge morale. I progetti per uno sviluppo umano integrale non
possono pertanto ignorare le generazioni successive, ma devono essere
improntati a solidarietà e a giustizia intergenerazionali, tenendo conto di
molteplici ambiti: l'ecologico, il giuridico, l'economico, il politico, il
culturale [117]. 49. Le questioni legate alla cura e alla salvaguardia
dell'ambiente devono oggi tenere in debita considerazione le problematiche
energetiche. L'accaparramento delle risorse energetiche non rinnovabili da
parte di alcuni Stati, gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un
grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri. Questi non hanno i mezzi
economici né per accedere alle esistenti fonti energetiche non rinnovabili né
per finanziare la ricerca di fonti nuove e alternative. L'incetta delle risorse
naturali, che in molti casi si trovano proprio nei Paesi poveri, genera
sfruttamento e frequenti conflitti tra le Nazioni e al loro interno. Tali
conflitti si combattono spesso proprio sul suolo di quei Paesi, con pesanti
bilanci in termini di morte, distruzione e ulteriore degrado. La comunità
internazionale ha il compito imprescindibile di trovare le strade istituzionali
per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la
partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare insieme il
futuro. Anche su questo fronte vi è l'urgente necessità morale di una rinnovata
solidarietà, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi
altamente industrializzati [118]. Le società tecnologicamente avanzate possono
e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico sia perché le attività
manifatturiere evolvono, sia perché tra i loro cittadini si diffonde una
sensibilità ecologica maggiore. Si deve inoltre aggiungere che oggi è
realizzabile un miglioramento dell'efficienza energetica ed è al tempo stesso
possibile far avanzare la ricerca di energie alternative. è però anche
necessaria una ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo
che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi. Il loro destino non può
essere lasciato nelle mani del primo arrivato o alla logica del più forte. Si
tratta di problemi rilevanti che, per essere affrontati in modo adeguato,
richiedono da parte di tutti la responsabile presa di coscienza delle
conseguenze che si riverseranno sulle nuove generazioni, soprattutto sui
moltissimi giovani presenti nei popoli poveri, i quali « reclamano la parte
attiva che loro spetta nella costruzione d'un mondo migliore » [119]. 50.
Questa responsabilità è globale, perché non concerne solo l'energia, ma tutto
il creato, che non dobbiamo lasciare alle nuove generazioni depauperato delle
sue risorse. All'uomo è lecito esercitare un governo responsabile sulla natura
per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e con
tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la
popolazione che la abita. C'è spazio per tutti su questa nostra terra: su di
essa l'intera famiglia umana deve trovare le risorse necessarie per vivere
dignitosamente, con l'aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e
con l'impegno del proprio lavoro e della propria inventiva. Dobbiamo però
avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove
generazioni in uno stato tale che anch'esse possano
degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla. Ciò implica l'impegno di
decidere insieme, « dopo aver ponderato responsabilmente la strada da
percorrere, con l'obiettivo di rafforzare quell'alleanza tra essere umano e
ambiente che deve essere specchio dell'amore creatore di Dio, dal quale
proveniamo e verso il quale siamo in cammino » [120]. è auspicabile che la
comunità internazionale e i singoli governi sappiano contrastare in maniera
efficace le modalità d'utilizzo dell'ambiente che risultino ad esso dannose. è
altresì doveroso che vengano intrapresi, da parte delle autorità competenti,
tutti gli sforzi necessari affinché i costi economici e sociali derivanti
dall'uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera
trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non
da altre popolazioni o dalle generazioni future: la protezione dell'ambiente,
delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali
agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel
rispetto della legge e della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli
del pianeta [121]. Uno dei maggiori compiti dell'economia è proprio il più
efficiente uso delle risorse, non l'abuso, tenendo sempre presente che la
nozione di efficienza non è assiologicamente neutrale. 51. Le modalità con cui
l'uomo tratta l'ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e,
viceversa. Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile
di vita che, in molte parti del mondo, è incline all'edonismo e al consumismo,
restando indifferente ai danni che ne derivano [122]. è necessario un effettivo
cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei
quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri
uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei
consumi, dei risparmi e degli investimenti” [123]. Ogni lesione della
solidarietà e dell'amicizia civica provoca danni ambientali, così come il
degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni
sociali. La natura, specialmente nella nostra epoca, è talmente integrata nelle
dinamiche sociali e culturali da non costituire quasi più una variabile
indipendente. La desertificazione e l'impoverimento produttivo di alcune aree
agricole sono anche frutto dell'impoverimento delle popolazioni che le abitano
e della loro arretratezza. Incentivando lo sviluppo economico e culturale di
quelle popolazioni, si tutela anche la natura. Inoltre, quante risorse naturali
sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe
anche una maggiore salvaguardia della natura. L'accaparramento delle risorse,
specialmente dell'acqua, può provocare gravi conflitti tra le popolazioni
coinvolte. Un pacifico accordo sull'uso delle risorse può salvaguardare la
natura e, contemporaneamente, il benessere delle società interessate. La Chiesa
ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità
anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l'acqua e
l'aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere
soprattutto l'uomo contro la distruzione di se stesso. è necessario che ci sia
qualcosa come un'ecologia dell'uomo, intesa in senso giusto. Il degrado della
natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza
umana: quando l'« ecologia umana » [124] è rispettata dentro la società, anche
l'ecologia ambientale ne trae beneficio. Come le virtù umane sono tra loro
comunicanti, tanto che l'indebolimento di una espone a rischio anche le altre,
così il sistema ecologico si regge sul rispetto di un progetto che riguarda sia
la sana convivenza in società sia il buon rapporto con la natura. Per
salvaguardare la natura non è sufficiente intervenire con incentivi o
disincentivi economici e nemmeno basta un'istruzione adeguata. Sono, questi,
strumenti importanti, ma il problema decisivo è la complessiva tenuta morale
della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale,
se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell'uomo,
se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per
perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia
ambientale. è una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto
dell'ambiente naturale, quando l'educazione e le leggi non le aiutano a
rispettare se stesse. Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante
dell'ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio,
della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano
integrale. I doveri che abbiamo verso l'ambiente si collegano con i doveri che
abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri.
Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave
antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona,
sconvolge l'ambiente e danneggia la società. 52. La verità e l'amore che essa
dischiude non si possono produrre, si possono solo accogliere. La loro fonte
ultima non è, né può essere, l'uomo, ma Dio, ossia Colui che è Verità e Amore.
Questo principio è assai importante per la società e per lo sviluppo, in quanto
né l'una né l'altro possono essere solo prodotti umani; la stessa vocazione
allo sviluppo delle persone e dei popoli non si fonda su una semplice
deliberazione umana, ma è inscritta in un piano che ci precede e che
costituisce per tutti noi un dovere che deve essere liberamente accolto. Ciò
che ci precede e che ci costituisce — l'Amore e la Verità sussistenti — ci
indica che cosa sia il bene e in che cosa consista la nostra felicità. Ci
indica quindi la strada verso il vero sviluppo. CAPITOLO QUINTO LA
COLLABORAZIONE DELLA FAMIGLIA UMANA 53. Una delle più profonde povertà che
l'uomo può sperimentare è la solitudine. A ben vedere anche le altre povertà,
comprese quelle materiali, nascono dall'isolamento, dal non essere amati o
dalla difficoltà di amare. Le povertà spesso sono generate dal rifiuto
dell'amore di Dio, da un'originaria tragica chiusura in se medesimo dell'uomo,
che pensa di bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante
e passeggero, uno « straniero » in un universo costituitosi per caso. L'uomo è
alienato quando è solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a
credere in un Fondamento [125]. L'umanità intera è alienata quando si affida a
progetti solo umani, a ideologie e a utopie false [126]. Oggi l'umanità appare
molto più interattiva di ieri: questa maggiore vicinanza si deve trasformare in
vera comunione. Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento
di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da
soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro [127]. Paolo VI
notava che « il mondo soffre per mancanza di pensiero » [128]. L'affermazione
contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio
del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una
famiglia; l'interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio,
affinché l'integrazione avvenga nel segno della solidarietà [129] piuttosto che
della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento
critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno
che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede
l'apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera
illuminata la dignità trascendente dell'uomo. La creatura umana, in quanto di
natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in
modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è
isolandosi che l'uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli
altri e con Dio. L'importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale.
Ciò vale anche per i popoli. è, quindi, molto utile al loro sviluppo una
visione metafisica della relazione tra le persone. A questo riguardo, la
ragione trova ispirazione e orientamento nella rivelazione cristiana, secondo
la quale la comunità degli uomini non assorbe in sé la persona annientandone
l'autonomia, come accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza
ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un
altro tutto [130]. Come la comunità familiare non annulla in sé le persone che
la compongono e come la Chiesa stessa valorizza pienamente la “nuova creatura”
(Gal 6,15; 2 Cor 5,17) che con il battesimo si inserisce nel suo Corpo vivo,
così anche l'unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli
e le culture, ma li rende più trasparenti l'uno verso l'altro, maggiormente
uniti nelle loro legittime diversità. 54. Il tema dello sviluppo coincide con
quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica
comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base
dei fondamentali valori della giustizia e della pace. Questa prospettiva trova
un'illuminazione decisiva nel rapporto tra le Persone della Trinità nell'unica
Sostanza divina. La Trinità è assoluta unità, in quanto le tre divine Persone
sono relazionalità pura. La trasparenza reciproca tra le Persone divine è piena
e il legame dell'una con l'altra totale, perché costituiscono un'assoluta unità
e unicità. Dio vuole associare anche noi a questa realtà di comunione: « perché
siano come noi una cosa sola » (Gv 17,22). Di questa unità la Chiesa è segno e
strumento [131]. Anche le relazioni tra gli uomini lungo la storia non hanno
che da trarre vantaggio dal riferimento a questo divino Modello. In
particolare, alla luce del mistero rivelato della Trinità si comprende che la
vera apertura non significa dispersione centrifuga, ma compenetrazione
profonda. Questo risulta anche dalle comuni esperienze umane dell'amore e della
verità. Come l'amore sacramentale tra i coniugi li unisce spiritualmente in «
una carne sola » (Gn 2,24; Mt 19,5; Ef 5,31) e da due che erano fa di loro
un'unità relazionale e reale, analogamente la verità unisce gli spiriti tra
loro e li fa pensare all'unisono, attirandoli e unendoli in sé. 55. La
rivelazione cristiana sull'unità del genere umano presuppone un'interpretazione
metafisica dell'humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale. Anche
altre culture e altre religioni insegnano la fratellanza e la pace e, quindi,
sono di grande importanza per lo sviluppo umano integrale. Non mancano, però,
atteggiamenti religiosi e culturali in cui non si assume pienamente il
principio dell'amore e della verità e si finisce così per frenare il vero
sviluppo umano o addirittura per impedirlo. Il mondo di oggi è attraversato da
alcune culture a sfondo religioso, che non impegnano l'uomo alla comunione, ma
lo isolano nella ricerca del benessere individuale, limitandosi a gratificarne
le attese psicologiche. Anche una certa proliferazione di percorsi religiosi di
piccoli gruppi o addirittura di singole persone, e il sincretismo religioso
possono essere fattori di dispersione e di disimpegno. Un possibile effetto
negativo del processo di globalizzazione è la tendenza a favorire tale
sincretismo [132], alimentando forme di “religione” che estraniano le persone
le une dalle altre anziché farle incontrare e le allontanano dalla realtà.
Contemporaneamente, permangono talora retaggi culturali e religiosi che
ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche
irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a
forze occulte. In questi contesti, l'amore e la verità trovano difficoltà ad
affermarsi, con danno per l'autentico sviluppo. Per questo motivo, se è vero,
da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei
diversi popoli, resta pure vero, dall'altro, che è necessario un adeguato
discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e
non comporta che tutte le religioni siano uguali [133]. Il discernimento circa
il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la
costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per
chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio
della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei
popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione
nell'ottica di una comunità umana veramente universale. « Tutto l'uomo e tutti
gli uomini » è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il
Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano » [134], porta in se stesso
un simile criterio. 56. La religione cristiana e le altre religioni possono dare
il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera
pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale,
economica e, in particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è nata
per rivendicare questo « statuto di cittadinanza » [135] della religione
cristiana. La negazione del diritto a professare pubblicamente la propria
religione e ad operare perché le verità della fede informino di sé anche la
vita pubblica comporta conseguenze negative sul vero sviluppo. L'esclusione
della religione dall'ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo
religioso, impediscono l'incontro tra le persone e la loro collaborazione per
il progresso dell'umanità. La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica
assume un volto opprimente e aggressivo. I diritti umani rischiano di non
essere rispettati o perché vengono privati del loro fondamento trascendente o
perché non viene riconosciuta la libertà personale. Nel laicismo
e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una
proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La ragione ha
sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la
ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione
ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo
autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto
gravoso per lo sviluppo dell'umanità. 57. Il dialogo fecondo tra fede e ragione
non può che rendere più efficace l'opera della carità nel sociale e costituisce
la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra
credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la
giustizia e la pace dell'umanità. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes
i Padri conciliari affermavano: « Credenti e non credenti sono generalmente
d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito
all'uomo, come a suo centro e a suo vertice » [136]. Per i credenti, il mondo
non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio. Nasce di
qui il dovere che i credenti hanno di unire i loro sforzi con tutti gli uomini
e le donne di buona volontà di altre religioni o non credenti, affinché questo
nostro mondo corrisponda effettivamente al progetto divino: vivere come una
famiglia, sotto lo sguardo del Creatore. Manifestazione particolare della
carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non
credenti è senz'altro il principio di sussidiarietà [137], espressione
dell'inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto
alla persona, attraverso l'autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene
offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e
implica sempre finalità emancipatrici, perché favorisce la libertà e la
partecipazione in quanto assunzione di responsabilità. La sussidiarietà
rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace
di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocità l'intima
costituzione dell'essere umano, la sussidiarietà è l'antidoto più efficace
contro ogni forma di assistenzialismo paternalista. Essa può dar conto sia
della molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralità dei soggetti,
sia di un loro coordinamento. Si tratta quindi di un principio particolarmente
adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo
umano. Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico,
il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su
più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La
globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un
bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere
organizzata in modo sussidiario e poliarchico [138], sia per non ledere la
libertà sia per risultare concretamente efficace. 58. Il principio di
sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di
solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade
nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la
sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno.
Questa regola di carattere generale va tenuta in grande considerazione anche
quando si affrontano le tematiche relative agli aiuti internazionali allo
sviluppo. Essi, al di là delle intenzioni dei donatori, possono a volte
mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e
perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del
Paese aiutato. Gli aiuti economici, per essere veramente tali, non devono
perseguire secondi fini. Devono essere erogati coinvolgendo non solo i governi
dei Paesi interessati, ma anche gli attori economici locali e i soggetti della
società civile portatori di cultura, comprese le Chiese locali. I programmi di
aiuto devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche di programmi
integrati e partecipati dal basso. Resta vero infatti che la maggior risorsa da
valorizzare nei Paesi da assistere nello sviluppo è la risorsa umana: questa è
l'autentico capitale da far crescere per assicurare ai Paesi più poveri un vero
avvenire autonomo. Va anche ricordato che, in campo economico, il principale aiuto
di cui hanno bisogno i Paesi in via di sviluppo è quello di consentire e
favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei mercati
internazionali, rendendo così possibile la loro piena partecipazione alla vita
economica internazionale. Troppo spesso, nel passato, gli aiuti sono valsi a
creare soltanto mercati marginali per i prodotti di questi Paesi. Questo è
dovuto spesso a una mancanza di vera domanda di questi prodotti: è pertanto
necessario aiutare tali Paesi a migliorare i loro prodotti e ad adattarli
meglio alla domanda. Inoltre, alcuni hanno spesso temuto la concorrenza delle
importazioni di prodotti, normalmente agricoli, provenienti dai Paesi
economicamente poveri. Va tuttavia ricordato che per questi Paesi la
possibilità di commercializzare tali prodotti significa molto spesso garantire
la loro sopravvivenza nel breve e nel lungo periodo. Un commercio
internazionale giusto e bilanciato in campo agricolo può portare benefici a
tutti, sia dal lato dell'offerta che da quello della domanda. Per questo
motivo, non solo è necessario orientare commercialmente queste produzioni, ma
stabilire regole commerciali internazionali che le sostengano, e rafforzare il
finanziamento allo sviluppo per rendere più produttive queste economie. 59. La
cooperazione allo sviluppo non deve riguardare la sola dimensione economica;
essa deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano. Se i
soggetti della cooperazione dei Paesi economicamente sviluppati non tengono
conto, come talvolta avviene, della propria ed altrui identità culturale fatta
di valori umani, non possono instaurare alcun dialogo profondo con i cittadini
dei Paesi poveri. Se questi ultimi, a loro volta, si aprono indifferentemente e
senza discernimento a ogni proposta culturale, non sono in condizione di
assumere la responsabilità del loro autentico sviluppo [139]. Le società
tecnologicamente avanzate non devono confondere il proprio sviluppo tecnologico
con una presunta superiorità culturale, ma devono riscoprire in se stesse virtù
talvolta dimenticate, che le hanno fatte fiorire lungo la storia. Le società in
crescita devono rimanere fedeli a quanto di veramente umano c'è nelle loro
tradizioni, evitando di sovrapporvi automaticamente i meccanismi della civiltà
tecnologica globalizzata. In tutte le culture ci sono singolari e molteplici
convergenze etiche, espressione della medesima natura umana, voluta dal
Creatore, e che la sapienza etica dell'umanità chiama legge naturale [140]. Una
tale legge morale universale è saldo fondamento di ogni dialogo culturale,
religioso e politico e consente al multiforme pluralismo delle varie culture di
non staccarsi dalla comune ricerca del vero, del bene e di Dio. L'adesione a
quella legge scritta nei cuori, pertanto, è il presupposto di ogni costruttiva
collaborazione sociale. In tutte le culture vi sono pesantezze da cui
liberarsi, ombre a cui sottrarsi. La fede cristiana, che si incarna nelle
culture trascendendole, può aiutarle a crescere nella convivialità e nella
solidarietà universali a vantaggio dello sviluppo comunitario e planetario. 60.
Nella ricerca di soluzioni della attuale crisi economica, l'aiuto allo sviluppo
dei Paesi poveri deve esser considerato come vero strumento di creazione di
ricchezza per tutti. Quale progetto di aiuto può prospettare una crescita di
valore così significativa — anche dell'economia mondiale — come il sostegno a
popolazioni che si trovano ancora in una fase iniziale o poco avanzata del loro
processo di sviluppo economico? In questa prospettiva, gli Stati economicamente
più sviluppati faranno il possibile per destinare maggiori quote del loro
prodotto interno lordo per gli aiuti allo sviluppo, rispettando gli impegni che
su questo punto sono stati presi a livello di comunità internazionale. Lo
potranno fare anche rivedendo le politiche di assistenza e di solidarietà
sociale al loro interno, applicandovi il principio di sussidiarietà e creando
sistemi di previdenza sociale maggiormente integrati, con la partecipazione
attiva dei soggetti privati e della società civile. In questo modo è possibile
perfino migliorare i servizi sociali e di assistenza e, nello stesso tempo,
risparmiare risorse, anche eliminando sprechi e rendite abusive, da destinare
alla solidarietà internazionale. Un sistema di solidarietà sociale maggiormente
partecipato e organico, meno burocratizzato ma non meno coordinato,
permetterebbe di valorizzare tante energie, oggi sopite, a vantaggio anche
della solidarietà tra i popoli. Una possibilità di aiuto per lo sviluppo
potrebbe derivare dall'applicazione efficace della cosiddetta sussidiarietà
fiscale, che permetterebbe ai cittadini di decidere sulla destinazione di quote
delle loro imposte versate allo Stato. Evitando degenerazioni
particolaristiche, ciò può essere di aiuto per incentivare forme di solidarietà
sociale dal basso, con ovvi benefici anche sul versante della solidarietà per
lo sviluppo. 61. Una solidarietà più ampia a livello internazionale si esprime
innanzitutto nel continuare a promuovere, anche in condizioni di crisi
economica, un maggiore accesso all'educazione, la quale, d'altro canto, è
condizione essenziale per l'efficacia della stessa cooperazione internazionale.
Con il termine “educazione” non ci si riferisce solo all'istruzione o alla
formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione
completa della persona. A questo proposito va sottolineato un aspetto
problematico: per educare bisogna sapere chi è la persona umana, conoscerne la
natura. L'affermarsi di una visione relativistica di tale natura pone seri
problemi all'educazione, soprattutto all'educazione morale, pregiudicandone
l'estensione a livello universale. Cedendo ad un simile relativismo, si diventa
tutti più poveri, con conseguenze negative anche sull'efficacia dell'aiuto alle
popolazioni più bisognose, le quali non hanno solo necessità di mezzi economici
o tecnici, ma anche di vie e di mezzi pedagogici che assecondino le persone
nella loro piena realizzazione umana. Un esempio della rilevanza di questo
problema ci è offerto dal fenomeno del turismo internazionale [141], che può
costituire un notevole fattore di sviluppo economico e di crescita culturale,
ma che può trasformarsi anche in occasione di sfruttamento e di degrado morale.
La situazione attuale offre singolari opportunità perché gli aspetti economici
dello sviluppo, ossia i flussi di denaro e la nascita in sede locale di
esperienze imprenditoriali significative, arrivino a combinarsi con quelli
culturali, primo fra tutti l'aspetto educativo. In molti casi questo avviene,
ma in tanti altri il turismo internazionale è evento diseducativo sia per il
turista sia per le popolazioni locali. Queste ultime spesso sono poste di
fronte a comportamenti immorali, o addirittura perversi, come nel caso del
turismo cosiddetto sessuale, al quale sono sacrificati tanti esseri umani,
perfino in giovane età. è doloroso constatare che ciò si svolge spesso con
l'avallo dei governi locali, con il silenzio di quelli da cui provengono i
turisti e con la complicità di tanti operatori del settore. Anche quando non si
giunge a tanto, il turismo internazionale, non poche volte, è vissuto in modo
consumistico ed edonistico, come evasione e con modalità organizzative tipiche
dei Paesi di provenienza, così da non favorire un vero incontro tra persone e
culture. Bisogna, allora, pensare a un turismo diverso, capace di promuovere
una vera conoscenza reciproca, senza togliere spazio al riposo e al sano
divertimento: un turismo di questo genere va incrementato, grazie anche ad un
più stretto collegamento con le esperienze di cooperazione internazionale e di
imprenditoria per lo sviluppo. 62. Un altro aspetto meritevole di attenzione,
trattando dello sviluppo umano integrale, è il fenomeno delle migrazioni. è
fenomeno che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche
sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide
drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale.
Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che
richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per
essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una
stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui
arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di
armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare
le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo
stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da
solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro
tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di
aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di
gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri,
nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un
contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro
lavoro, oltre che a quello del Paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie.
Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una
mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro
fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale,
possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in
ogni situazione [142]. 63. Nella considerazione dei problemi dello sviluppo,
non si può non mettere in evidenza il nesso diretto tra povertà e
disoccupazione. I poveri in molti casi sono il risultato della violazione della
dignità del lavoro umano, sia perché ne vengono limitate le possibilità
(disoccupazione, sotto-occupazione), sia perché vengono svalutati « i diritti
che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla
sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia » [143]. Perciò,
già il 1° maggio 2000, il mio Predecessore Giovanni Paolo II, di venerata
memoria, in occasione del Giubileo dei Lavoratori, lanciò un appello per « una
coalizione mondiale in favore del lavoro decente » [144], incoraggiando la
strategia dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro. In tal modo, conferiva
un forte riscontro morale a questo obiettivo, quale aspirazione delle famiglie
in tutti i Paesi del mondo. Che cosa significa la parola « decenza » applicata
al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l'espressione della
dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente,
che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro
comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere
rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di
soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che
questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai
lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro
che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello
personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti
alla pensione una condizione dignitosa. 64. Riflettendo sul tema del lavoro, è
opportuno anche un richiamo all'urgente esigenza che le organizzazioni
sindacali dei lavoratori, da sempre incoraggiate e sostenute dalla Chiesa, si
aprano alle nuove prospettive che emergono nell'ambito lavorativo. Superando le
limitazioni proprie dei sindacati di categoria, le organizzazioni sindacali
sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società: mi riferisco,
ad esempio, a quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali
identificano nel conflitto tra persona-lavoratrice e persona-consumatrice.
Senza dover necessariamente sposare la tesi di un avvenuto passaggio dalla
centralità del lavoratore alla centralità del consumatore, sembra comunque che
anche questo sia un terreno per innovative esperienze sindacali. Il contesto
globale in cui si svolge il lavoro richiede anche che le organizzazioni
sindacali nazionali, prevalentemente chiuse nella difesa degli interessi dei
propri iscritti, volgano lo sguardo anche verso i non iscritti e, in
particolare, verso i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, dove i diritti
sociali vengono spesso violati. La difesa di questi lavoratori, promossa anche
attraverso opportune iniziative verso i Paesi di origine, permetterà alle
organizzazioni sindacali di porre in evidenza le autentiche ragioni etiche e
culturali che hanno loro consentito, in contesti sociali e lavorativi diversi,
di essere un fattore decisivo per lo sviluppo. Resta sempre valido il
tradizionale insegnamento della Chiesa, che propone la distinzione di ruoli e
funzioni tra sindacato e politica. Questa distinzione consentirà alle
organizzazioni sindacali di individuare nella società civile l'ambito più
consono alla loro necessaria azione di difesa e promozione del mondo del
lavoro, soprattutto a favore dei lavoratori sfruttati e non rappresentati, la
cui amara condizione risulta spesso ignorata dall'occhio distratto della
società. 65. Bisogna, poi, che la finanza in quanto tale, nelle necessariamente
rinnovate strutture e modalità di funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo
che ha danneggiato l'economia reale, ritorni ad essere uno strumento
finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo. Tutta
l'economia e tutta la finanza, non solo alcuni loro segmenti, devono, in quanto
strumenti, essere utilizzati in modo etico così da creare le condizioni
adeguate per lo sviluppo dell'uomo e dei popoli. è certamente utile, e in
talune circostanze indispensabile, dar vita a iniziative finanziarie nelle
quali la dimensione umanitaria sia dominante. Ciò, però, non deve far
dimenticare che l'intero sistema finanziario deve essere finalizzato al
sostegno di un vero sviluppo. Soprattutto, bisogna che l'intento di fare del
bene non venga contrapposto a quello dell'effettiva capacità di produrre dei
beni. Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente
etico della loro attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che
possono servire per tradire i risparmiatori. Retta intenzione, trasparenza e
ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti.
Se l'amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una
previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte
esperienze nel campo della cooperazione di credito. Tanto una regolamentazione
del settore tale da garantire i soggetti più deboli e impedire scandalose
speculazioni, quanto la sperimentazione di nuove forme di finanza destinate a
favorire progetti di sviluppo, sono esperienze positive che vanno approfondite
ed incoraggiate, richiamando la stessa responsabilità del risparmiatore. Anche
l'esperienza della microfinanza, che affonda le proprie radici nella
riflessione e nelle opere degli umanisti civili — penso soprattutto alla
nascita dei Monti di Pietà –, va rafforzata e messa a punto, soprattutto in
questi momenti dove i problemi finanziari possono diventare drammatici per
molti segmenti più vulnerabili della popolazione, che vanno tutelati dai rischi
di usura o dalla disperazione. I soggetti più deboli vanno educati a difendersi
dall'usura, così come i popoli poveri vanno educati a trarre reale vantaggio
dal microcredito, scoraggiando in tal modo le forme di sfruttamento possibili
in questi due campi. Poiché anche nei Paesi ricchi esistono nuove forme di
povertà, la microfinanza può dare concreti aiuti per la creazione di iniziative
e settori nuovi a favore dei ceti deboli della società anche in una fase di
possibile impoverimento della società stessa. 66. La interconnessione mondiale
ha fatto emergere un nuovo potere politico, quello dei consumatori e delle loro
associazioni. Si tratta di un fenomeno da approfondire, che contiene elementi
positivi da incentivare e anche eccessi da evitare. è bene che le persone si
rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico. C'è
dunque una precisa responsabilità sociale del consumatore, che si accompagna
alla responsabilità sociale dell'impresa. I consumatori vanno continuamente
educati [145] al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono
svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalità
economica intrinseca all'atto dell'acquistare. Anche nel campo degli acquisti,
proprio in momenti come quelli che si stanno sperimentando dove il potere di
acquisto potrà ridursi e si dovrà consumare con maggior sobrietà, è necessario
percorrere altre strade, come per esempio forme di cooperazione all'acquisto,
quali le cooperative di consumo, attive a partire dall'Ottocento anche grazie
all'iniziativa dei cattolici. è utile inoltre favorire
forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del
pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori, a condizione che
si tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano
solo maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione,
professionalità e tecnologia, e infine che non s'associno a simili esperienze
di economia per lo sviluppo visioni ideologiche di parte. Un più incisivo ruolo
dei consumatori, quando non vengano manipolati essi stessi da associazioni non
veramente rappresentative, è auspicabile come fattore di democrazia economica.
67. Di fronte all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza mondiale, è
fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale,
l'urgenza della riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che
dell'architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa
dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Sentita è pure
l'urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di
responsabilità di proteggere [146] e per attribuire anche alle Nazioni più
povere una voce efficace nelle decisioni comuni. Ciò appare necessario proprio
in vista di un ordinamento politico, giuridico ed economico che incrementi ed
orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i
popoli. Per il governo dell'economia mondiale; per risanare le economie colpite
dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori
squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza
alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell'ambiente e per regolamentare
i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale,
quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII.
Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo
coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla
realizzazione del bene comune [147], impegnarsi nella realizzazione di un
autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella
verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di
potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l'osservanza della
giustizia, il rispetto dei diritti [148]. Ovviamente, essa deve godere della
facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure
coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti,
il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari
campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più
forti. Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale
esigono che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di
tipo sussidiario per il governo della globalizzazione [149] e che si dia
finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all'ordine morale e a quel
raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile
che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite. CAPITOLO SESTO LO
SVILUPPO DEI POPOLI E LA TECNICA 68. Il tema dello sviluppo dei popoli è legato
intimamente a quello dello sviluppo di ogni singolo uomo. La persona umana per
sua natura è dinamicamente protesa al proprio sviluppo. Non si tratta di uno
sviluppo garantito da meccanismi naturali, perché ognuno di noi sa di essere in
grado di compiere scelte libere e responsabili. Non si tratta nemmeno di uno
sviluppo in balia del nostro capriccio, in quanto tutti sappiamo di essere dono
e non risultato di autogenerazione. In noi la libertà è originariamente
caratterizzata dal nostro essere e dai suoi limiti. Nessuno plasma la propria
coscienza arbitrariamente, ma tutti costruiscono il proprio “io” sulla base di
un “sé” che ci è stato dato. Non solo le altre persone
sono indisponibili, ma anche noi lo siamo a noi stessi. Lo sviluppo della
persona si degrada, se essa pretende di essere l'unica produttrice di se
stessa. Analogamente, lo sviluppo dei popoli degenera se l'umanità ritiene di
potersi ri-creare avvalendosi dei “prodigi” della tecnologia. Così come lo
sviluppo economico si rivela fittizio e dannoso se si affida ai “prodigi” della
finanza per sostenere crescite innaturali e consumistiche. Davanti a questa
pretesa prometeica, dobbiamo irrobustire l'amore per una libertà non
arbitraria, ma resa veramente umana dal riconoscimento del bene che la precede.
Occorre, a tal fine, che l'uomo rientri in se stesso per riconoscere le
fondamentali norme della legge morale naturale che Dio ha inscritto nel suo
cuore. 69. Il problema dello sviluppo oggi è strettamente congiunto con il
progresso tecnologico, con le sue strabilianti applicazioni in campo biologico.
La tecnica — è bene sottolinearlo — è un fatto profondamente umano, legato
all'autonomia e alla libertà dell'uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma
la signoria dello spirito sulla materia. Lo spirito, « reso così “meno schiavo
delle cose, può facilmente elevarsi all'adorazione e alla contemplazione del
Creatore” » [150]. La tecnica permette di dominare la materia, di ridurre i
rischi, di risparmiare fatica, di migliorare le condizioni di vita. Essa
risponde alla stessa vocazione del lavoro umano: nella tecnica, vista come
opera del proprio genio, l'uomo riconosce se stesso e realizza la propria
umanità. La tecnica è l'aspetto oggettivo dell'agire umano [151], la cui
origine e ragion d'essere sta nell'elemento soggettivo: l'uomo che opera. Per
questo la tecnica non è mai solo tecnica. Essa manifesta l'uomo e le sue
aspirazioni allo sviluppo, esprime la tensione dell'animo umano al graduale
superamento di certi condizionamenti materiali. La tecnica, pertanto, si
inserisce nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr Gn 2,15), che
Dio ha affidato all'uomo e va orientata a rafforzare quell'alleanza tra essere
umano e ambiente che deve essere specchio dell'amore creatore di Dio. 70. Lo
sviluppo tecnologico può indurre l'idea dell'autosufficienza della tecnica
stessa quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti
perché dai quali è spinto ad agire. è per questo che la tecnica assume un volto
ambiguo. Nata dalla creatività umana quale strumento della libertà della
persona, essa può essere intesa come elemento di libertà assoluta, quella
libertà che vuole prescindere dai limiti che le cose portano in sé. Il processo
di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica [152],
divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l'umanità al rischio
di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per
incontrare l'essere e la verità. In tal caso, noi tutti conosceremmo,
valuteremmo e decideremmo le situazioni della nostra vita dall'interno di un
orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza
mai poter trovare un senso che non sia da noi prodotto. Questa visione rende
oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il
fattibile. Ma quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità,
lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non
consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un'intelligenza in grado
di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare
dell'uomo, nell'orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo
essere. Anche quando opera mediante un satellite o un impulso elettronico a
distanza, il suo agire rimane sempre umano, espressione di libertà
responsabile. La tecnica attrae fortemente l'uomo, perché lo sottrae alle
limitazioni fisiche e ne allarga l'orizzonte. Ma la libertà umana è
propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con
decisioni che siano frutto di responsabilità morale. Di qui, l'urgenza di una
formazione alla responsabilità etica nell'uso della tecnica. A partire dal
fascino che la tecnica esercita sull'essere umano, si deve recuperare il senso
vero della libertà, che non consiste nell'ebbrezza di una totale autonomia, ma
nella risposta all'appello dell'essere, a cominciare dall'essere che siamo noi
stessi. 71. Questa possibile deviazione della mentalità tecnica dal suo
originario alveo umanistico è oggi evidente nei fenomeni della tecnicizzazione
sia dello sviluppo che della pace. Spesso lo sviluppo dei popoli è considerato
un problema di ingegneria finanziaria, di apertura dei mercati, di abbattimento
di dazi, di investimenti produttivi, di riforme istituzionali, in definitiva un
problema solo tecnico. Tutti questi ambiti sono quanto mai importanti, ma ci si
deve chiedere perché le scelte di tipo tecnico finora abbiano funzionato solo
relativamente. La ragione va ricercata più in profondità. Lo sviluppo non sarà
mai garantito compiutamente da forze in qualche misura automatiche e
impersonali, siano esse quelle del mercato o quelle della politica
internazionale. Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori
economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze
l'appello del bene comune. Sono necessarie sia la preparazione professionale
sia la coerenza morale. Quando prevale l'assolutizzazione della tecnica si
realizza una confusione fra fini e mezzi, l'imprenditore considererà come unico
criterio d'azione il massimo profitto della produzione; il politico, il
consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle sue scoperte.
Accade così che, spesso, sotto la rete dei rapporti economici, finanziari o
politici, permangono incomprensioni, disagi e ingiustizie; i flussi delle
conoscenze tecniche si moltiplicano, ma a beneficio dei loro proprietari,
mentre la situazione reale delle popolazioni che vivono sotto e quasi sempre
all'oscuro di questi flussi rimane immutata, senza reali possibilità di
emancipazione. 72. Anche la pace rischia talvolta di essere considerata come un
prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte
ad assicurare efficienti aiuti economici. è vero che la costruzione della pace
esige la costante tessitura di contatti diplomatici, di scambi economici e
tecnologici, di incontri culturali, di accordi su progetti comuni, come anche
l'assunzione di impegni condivisi per arginare le minacce di tipo bellico e
scalzare alla radice le ricorrenti tentazioni terroristiche. Tuttavia, perché
tali sforzi possano produrre effetti duraturi, è necessario che si appoggino su
valori radicati nella verità della vita. Occorre cioè sentire la voce e
guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne
adeguatamente le attese. Ci si deve porre, per così dire, in continuità con lo
sforzo anonimo di tante persone fortemente impegnate nel promuovere l'incontro
tra i popoli e nel favorire lo sviluppo partendo dall'amore e dalla
comprensione reciproca. Tra queste persone ci sono anche fedeli cristiani,
coinvolti nel grande compito di dare allo sviluppo e alla pace un senso
pienamente umano. 73. Connessa con lo sviluppo tecnologico è l'accresciuta
pervasività dei mezzi di comunicazione sociale. è ormai quasi impossibile
immaginare l'esistenza della famiglia umana senza di essi. Nel bene e nel male,
sono così incarnati nella vita del mondo, che sembra davvero assurda la
posizione di coloro che ne sostengono la neutralità, rivendicandone di
conseguenza l'autonomia rispetto alla morale che tocca le persone. Spesso
simili prospettive, che enfatizzano la natura strettamente tecnica dei media,
favoriscono di fatto la loro subordinazione al calcolo economico, al proposito
di dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri
culturali funzionali a progetti di potere ideologico e politico. Data la loro
fondamentale importanza nella determinazione di mutamenti nel modo di percepire
e di conoscere la realtà e la stessa persona umana, diventa necessaria
un'attenta riflessione sulla loro influenza specie nei confronti della
dimensione etico-culturale della globalizzazione e dello sviluppo solidale dei
popoli. Al pari di quanto richiesto da una corretta gestione della
globalizzazione e dello sviluppo, il senso e la finalizzazione dei media vanno
ricercati nel fondamento antropologico. Ciò vuol dire che essi possono divenire
occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico,
offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto
quando sono organizzati e orientati alla luce di un'immagine della persona e
del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di
comunicazione sociale non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e
la democrazia per tutti, semplicemente perché moltiplicano le possibilità di
interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi
bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e
dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio
della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale. Infatti,
nell'umanità la libertà è intrinsecamente collegata con questi valori
superiori. I media possono costituire un valido aiuto per far crescere la
comunione della famiglia umana e l'ethos delle società, quando diventano
strumenti di promozione dell'universale partecipazione nella comune ricerca di
ciò che è giusto. 74. Campo primario e cruciale della lotta culturale tra
l'assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell'uomo è oggi
quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di
uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo,
in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia
prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio. Le scoperte scientifiche in
questo campo e le possibilità di intervento tecnico sembrano talmente avanzate
da imporre la scelta tra le due razionalità: quella della ragione aperta alla
trascendenza o quella della ragione chiusa nell'immanenza. Si è di fronte a un
aut aut decisivo. La razionalità del fare tecnico centrato su se stesso si
dimostra però irrazionale, perché comporta un rifiuto deciso del senso e del
valore. Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficoltà a
pensare come dal nulla sia scaturito l'essere e come dal caso sia nata
l'intelligenza [153]. Di fronte a questi drammatici problemi, ragione e fede si
aiutano a vicenda. Solo assieme salveranno l'uomo. Attratta dal puro fare
tecnico, la ragione senza la fede è destinata a perdersi nell'illusione della
propria onnipotenza. La fede senza la ragione, rischia l'estraniamento dalla
vita concreta delle persone [154]. 75. Già Paolo VI aveva riconosciuto e
indicato l'orizzonte mondiale della questione sociale [155]. Seguendolo su
questa strada, oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata
radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso
non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle
biotecnologie nelle mani dell'uomo. La fecondazione in vitro, la ricerca sugli
embrioni, la possibilità della clonazione e dell'ibridazione umana nascono e
sono promosse nell'attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver
svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita. Qui
l'assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di
cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità
tecnica. Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il
futuro dell'uomo e i nuovi potenti strumenti che la « cultura della morte » ha
a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell'aborto si potrebbe aggiungere
in futuro, ma è già surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione
eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens
eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe
condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi
scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana. Queste
pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e
meccanicistica della vita umana. Chi potrà misurare gli effetti negativi di una
simile mentalità sullo sviluppo? Come ci si potrà stupire dell'indifferenza per
le situazioni umane di degrado, se l'indifferenza caratterizza perfino il
nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è? Stupisce la
selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come degno di rispetto.
Pronti a scandalizzarsi per cose marginali, molti sembrano tollerare
ingiustizie inaudite. Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte
dell'opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua
porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l'umano. Dio svela
l'uomo all'uomo; la ragione e la fede collaborano nel mostrargli il bene, solo
che lo voglia vedere; la legge naturale, nella quale risplende la Ragione
creatrice, indica la grandezza dell'uomo, ma anche la sua miseria quando egli
disconosce il richiamo della verità morale. 76. Uno degli aspetti del moderno
spirito tecnicistico è riscontrabile nella propensione a considerare i problemi
e i moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di vista psicologico,
fino al riduzionismo neurologico. L'interiorità dell'uomo viene così svuotata e
la consapevolezza della consistenza ontologica dell'anima umana, con le
profondità che i Santi hanno saputo scandagliare, progressivamente si perde. Il
problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione
dell'anima dell'uomo, dal momento che il nostro io viene spesso ridotto alla
psiche e la salute dell'anima è confusa con il benessere emotivo. Queste
riduzioni hanno alla loro base una profonda incomprensione della vita
spirituale e portano a disconoscere che lo sviluppo dell'uomo e dei popoli,
invece, dipende anche dalla soluzione di problemi di carattere spirituale. Lo
sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale, perché
la persona umana è un'« unità di anima e corpo » [156], nata dall'amore
creatore di Dio e destinata a vivere eternamente. L'essere umano si sviluppa
quando cresce nello spirito, quando la sua anima conosce se stessa e le verità
che Dio vi ha germinalmente impresso, quando dialoga con se stesso e con il suo
Creatore. Lontano da Dio, l'uomo è inquieto e malato. L'alienazione sociale e
psicologica e le tante nevrosi che caratterizzano le società opulente rimandano
anche a cause di ordine spirituale. Una società del benessere, materialmente
sviluppata, ma opprimente per l'anima, non è di per sé orientata all'autentico
sviluppo. Le nuove forme di schiavitù della droga e la disperazione in cui cadono
tante persone trovano una spiegazione non solo sociologica e psicologica, ma
essenzialmente spirituale. Il vuoto in cui l'anima si sente abbandonata, pur in
presenza di tante terapie per il corpo e per la psiche, produce sofferenza. Non
ci sono sviluppo plenario e bene comune universale senza il bene spirituale e
morale delle persone, considerate nella loro interezza di anima e corpo. 77. L'assolutismo della
tecnica tende a produrre un'incapacità di percepire ciò che non si spiega con
la semplice materia. Eppure tutti gli uomini sperimentano i tanti aspetti
immateriali e spirituali della loro vita. Conoscere non è un atto solo
materiale, perché il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di là del
dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un
piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti
materiali che adoperiamo. In ogni verità c'è più di quanto noi stessi ci
saremmo aspettati, nell'amore che riceviamo c'è sempre qualcosa che ci
sorprende. Non dovremmo mai cessare di stupirci davanti a questi prodigi. In
ogni conoscenza e in ogni atto d'amore l'anima dell'uomo sperimenta un « di più
» che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un'altezza a cui ci sentiamo
elevati. Anche lo sviluppo dell'uomo e dei popoli si colloca a una simile
altezza, se consideriamo la dimensione spirituale che deve connotare
necessariamente tale sviluppo perché possa essere autentico. Esso richiede
occhi nuovi e un cuore nuovo, in grado di superare la visione materialistica degli
avvenimenti umani e di intravedere nello sviluppo un “oltre” che la tecnica non
può dare. Su questa via sarà possibile perseguire quello sviluppo umano
integrale che ha il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della
carità nella verità. CONCLUSIONE 78. Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non
riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello
sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene
in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: « Senza di me
non potete far nulla » (Gv 15,5) e c'incoraggia: « Io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Di fronte alla vastità del
lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio accanto a
coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la giustizia. Paolo VI ci ha
ricordato nella Populorum progressio che l'uomo non è in grado di gestire da
solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo. Solo
se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far
parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un
nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo
integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo
cristiano [157], che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità,
accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso
Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come
compito solidale e gioioso. Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e
l'ateismo dell'indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di
dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli
allo sviluppo. L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un
umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di
forme di vita sociale e civile — nell'ambito delle strutture, delle
istituzioni, della cultura, dell'ethos — salvaguardandoci dal rischio di cadere
prigionieri delle mode del momento. è la consapevolezza dell'Amore
indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la
giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi,
nell'incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L'amore
di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il
coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se
non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e
le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui
aneliamo [158]. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene
comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande. 79. Lo
sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto
della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di
verità, caritas in veritate, da cui procede l'autentico sviluppo, non è da noi
prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e
complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci
al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria
considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in
Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e
di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia
e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i « cuori di pietra » in
« cuori di carne » (Ez 36,26), così da rendere « divina » e perciò più degna
dell'uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell'uomo, perché l'uomo è
soggetto della propria esistenza; ed insieme è di Dio, perché Dio è al
principio e alla fine di tutto ciò che vale e redime: « Il mondo, la vita, la
morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo
è di Dio » (1 Cor 3,22-23). L'anelito del cristiano è che tutta la famiglia
umana possa invocare Dio come « Padre nostro! ». Insieme al Figlio unigenito,
possano tutti gli uomini imparare a pregare il Padre e a chiedere a Lui, con le
parole che Gesù stesso ci ha insegnato, di saperLo santificare vivendo secondo
la sua volontà, e poi di avere il pane quotidiano necessario, la comprensione e
la generosità verso i debitori, di non essere messi troppo alla prova e di
essere liberati dal male (cfr Mt 6,9-13). Al termine dell'Anno Paolino mi piace
esprimere questo auspicio con le parole stesse dell'Apostolo nella sua Lettera
ai Romani: “La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene;
amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a
vicenda” (12,9-10). Che la Vergine Maria, proclamata da Paolo VI Mater
Ecclesiae e onorata dal popolo cristiano come Speculum iustitiae e Regina
pacis, ci protegga e ci ottenga, con la sua celeste intercessione, la forza, la
speranza e la gioia necessarie per continuare a dedicarci con generosità
all'impegno di realizzare lo « sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini »
[159]. Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno, solennità dei SS. Apostoli
Pietro e Paolo, dell'anno 2009, quinto del mio Pontificato. BENEDICTUS PP. XVI
[1] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 22: AAS 59 (1967),
268; cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo
Gaudium et spes, 69. [2] Discorso per la giornata dello sviluppo (23 agosto
1968): AAS 60 (1968), 626-627. [3] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la
Giornata Mondiale della Pace 2002: AAS 94 (2002), 132-140. [4] Cfr Conc. Ecum.
Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 26.
[5] Cfr Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55
(1963), 268-270. [6] Cfr n. 16: l.c., 265. [7] Cfr ibid., 82: l.c., 297. [8]
Ibid., 42: l.c., 278. [9] Ibid., 20: l.c., 267. [10] Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 36; Paolo VI,
Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 4: AAS 63 (1971), 403-404;
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus (1º maggio 1991), 43: AAS 83
(1991), 847. [11] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio,13: l.c., 263-264.
[12] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della
Dottrina sociale della Chiesa, n. 76. [13] Cfr Benedetto XVI, Discorso alla
sessione inaugurale dei lavori della V Conferenza generale dell'Episcopato
Latinoamericano e dei Caraibi (13 maggio 2007): Insegnamenti III, 1 (2007),
854-870. [14] Cfr nn. 3-5: l.c., 258-260. [15] Cfr Giovanni Paolo II, Lett.
enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 6-7: AAS 80 (1988), 517-519.
[16] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 14: l.c., 264. [17]
Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 18: AAS 98
(2006), 232. [18] Ibid., 6: l.c., 222. [19] Cfr Benedetto XVI, Discorso alla
Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi (22 dicembre 2005):
Insegnamenti I (2005), 1023-1032. [20] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Sollicitudo rei socialis, 3: l.c., 515. [21] Cfr ibid.,1: l.c., 513-514. [22]
Cfr ibid., 3: l.c., 515. [23] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem
exercens (14 settembre 1981), 3: AAS 73 (1981), 583-584. [24] Cfr Id., Lett.
enc. Centesimus annus, 3: l.c., 794-796. [25] Cfr Lett. enc. Populorum
progressio, 3: l.c., 258. [26] Cfr ibid., 34: l.c., 274. [27] Cfr nn. 8-9: AAS
60 (1968), 485-487; Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti al Convegno
Internazionale organizzato nel 40º anniversario dell'« Humanae vitae » (10
maggio 2008): Insegnamenti IV, 1 (2008), 753-756. [28] Cfr Lett. enc.
Evangelium vitae (25 marzo 1995), 93: AAS 87 (1995), 507-508. [29] Ibid., 101:
l.c., 516-518. [30] N. 29: AAS 68 (1976), 25. [31] Ibid., 31: l.c., 26. [32]
Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 41: l.c., 570-572.
[33] Cfr ibid.; Id. Lett. enc. Centesimus annus, 5.54: l.c. 799. 859-860. [34]
N. 15: l.c., 265. [35] Cfr ibid., 2: l.c., 258; Leone XIII, Lett. enc. Rerum
novarum (15 maggio 1891): Leonis XIII P.M. Acta, XI, Romae 1892, 97-144;
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 8: l.c., 519-520 ; Id.,
Lett. enc. Centesimus annus, 5: l.c., 799. [36] Cfr Lett. enc. Populorum
progressio, 2.13: l.c., 258. 263-264. [37] Ibid., 42: l.c., 278. [38] Ibid.,
11: l.c., 262; cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 25: l.c,
822-824. [39] Lett. enc. Populorum progressio, 15: l.c., 265. [40] Ibid., 3:
l.c., 258. [41] Ibid., 6: l.c., 260. [42] Ibid., 14: l.c., 264. [43] Ibid.; cfr
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 53-62: l.c., 859-867; Id.,
Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979) 13-14: AAS 71 (1979), 282-286. [44]
Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 12: l.c., 262-263. [45] Conc.
Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 22. [46] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 13: l.c., 263-264.
[47] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno Ecclesiale
Nazionale della Chiesa che è in Italia (19 ottobre 2006): Insegnamenti II, 2
(2006), 465-477. [48] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 16: l.c.,
265. [49] Ibid. [50] Benedetto XVI, Discorso ai giovani al molo di Barangaroo:
L'Osservatore Romano, 18 luglio 2008, p. 8. [51] Paolo VI, Lett. enc. Populorum
progressio, 20: l.c., 267. [52] Ibid., 66: l.c., 289-290. [53] I bid., 21:
l.c., 267-268. [54] Cfr nn. 3.29.32: l.c., 258.272.273. [55] Cfr Lett. enc.
Sollicitudo rei socialis, 28: l.c., 548-550. [56] Paolo VI, Lett. enc.
Populorum progressio, 9: l.c., 261-262. [57] Cfr Lett. enc. Sollicitudo rei
socialis, 20: l.c., 536-537. [58] Cfr Lett. enc. Centesimus annus, 22-29: l.c.,
819-830. [59] Cfr nn. 23.33: l.c., 268-269. 273-274. [60] Cfr l.c., 135. [61]
Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et spes, 63. [62] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 24: l.c.,
821-822. [63] Cfr Id., Lett. enc. Veritatis splendor (6 agosto 1993), 33.46.51:
AAS 85 (1993), 1160.1169-1171.1174-1175; Id., Discorso all'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite per la celebrazione del 50º di fondazione (5 ottobre 1995),
3: Insegnamenti XVIII, 2 (1995), 732-733. [64] Cfr Lett. enc. Populorum
progressio, 47: l.c., 280-281; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei
socialis, 42: l.c., 572-574. [65] Cfr Benedetto XVI, Messaggio in occasione
della Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2007: AAS 99 (2007), 933-935. [66]
Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, 18.59.63-64: l.c., 419-421.
467-468. 472-475. [67] Cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace 2007, 5: Insegnamenti II, 2 (2006), 778. [68] Cfr Giovanni Paolo II,
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2002, 4-7.12-15: AAS 94 (2002),
134-136. 138- 140; id., Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2004, 8:
AAS 96 (2004), 119; id., Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2005, 4:
AAS 97 (2005), 177-178; Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della
Pace 2006, 9-10: AAS 98 (2006), 60-61; id., Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace 2007, 5.14: l.c., 778. 782-783. [69] Cfr Giovanni Paolo II,
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2002, 6: l.c., 135; Benedetto
XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2006, 9-10: l.c., 60-61.
[70] Cfr Benedetto XVI, Omelia alla Santa Messa nell'« Islinger Feld » di Regensburg
(12 settembre 2006): Insegnamenti II, 2 (2006), 252-256. [71] Cfr Id., Lett.
enc. Deus caritas est, 1: l.c., 217-218. [72] Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Sollicitudo rei socialis, 28: l.c., 548-550. [73] Paolo VI, Lett. enc.
Populorum progressio, 19: l.c., 266-267. [74] Ibid., 39: l.c., 276-277. [75]
Ibid., 75: l.c., 293-294. [76] Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est,
28: l.c., 238-240. [77] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 59:
l.c., 864. [78] Cfr Lett. enc. Populorum progressio, 40.85: l.c., 277. 298-
299. [79] Ibid., 13: l.c., 263-264. [80] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Fides et ratio (14 settembre 1998), 85: AAS 91 (1999), 72-73. [81] Cfr Ibid.,
83: l.c., 70-71. [82] Benedetto XVI, Discorso all'Università di Regensburg (12
settembre 2006): Insegnamenti II, 2 (2006), 265. [83] Cfr Paolo VI, Lett. enc.
Populorum progressio, 33: l.c., 273-274. [84] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio
per la Giornata Mondiale della Pace 2000, 15: AAS 92 (2000), 366. [85]
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407; cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Centesimus annus, 25: l.c., 822-824. [86] Cfr n. 17: AAS 99 (2007), 1000. [87]
Cfr ibid., 23: l.c., 1004-1005. [88] Sant'Agostino espone in modo dettagliato
questo insegnamento nel dialogo sul libero arbitrio (De libero arbitrio II 3,8
sgg.). Egli indica l'esistenza dentro l'anima umana di un « senso interno ».
Questo senso consiste in un atto che si compie al di fuori delle normali
funzioni della ragione, atto irriflesso e quasi istintivo, per cui la ragione,
rendendosi conto della sua condizione transeunte e fallibile, ammette al di
sopra di sé l'esistenza di qualcosa di eterno, assolutamente vero e certo. Il
nome che sant'Agostino dà a questa verità interiore è talora quello di Dio
(Confessioni X,24,35; XII,25,35; De libero arbitrio II 3,8), più spesso quello
di Cristo (De magistro 11,38; Confessioni VII,18,24; XI,2,4). [89] Benedetto
XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 3: l.c., 219. [90] Cfr n. 49: l.c., 281. [91]
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 28: l.c., 827-828. [92] Cfr n.
35: l.c., 836-838. [93] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei
socialis, 38: l.c., 565-566. [94] N. 44: l.c., 279. [95] Cfr Ibid., 24: l.c.,
269. [96] Cfr Lett. enc. Centesimus annus, 36: l.c., 838-840. [97] Cfr Paolo
VI, Lett. enc. Populorum progressio, 24: l.c., 269. [98] Cfr Giovanni Paolo II,
Lett. enc. Centesimus annus, 32: l.c., 832-833; Paolo VI, Lett. enc. Populorum
progressio, 25: l.c., 269-270. [99] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem
exercens, 24: l.c., 637-638. [100] Ibid., 15: l.c., 616-618. [101] Lett. enc.
Populorum progressio, 27: l.c., 271. [102] Cfr Congregazione per la Dottrina
della Fede, Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione Libertatis
conscientia (22 marzo 1987) 74: AAS 79 (1987), 587. [103] Cfr Giovanni Paolo
II, Intervista al quotidiano cattolico « La Croix », 20 agosto 1997. [104]
Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (27
aprile 2001): Insegnamenti XXIV, 1 (2001), 800. [105] Paolo VI, Lett. enc.
Populorum progressio, 17: l.c., 265-266. [106] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio
per la Giornata Mondiale della Pace 2003, 5: AAS 95 (2003), 343. [107] Cfr
ibid. [108] Cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace
2007, 13: l.c., 781-782. [109] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 65:
l.c., 289. [110] Cfr ibid., 36-37: l.c., 275-276. [111] Cfr ibid., 37: l.c.,
275-276. [112] Cfr Conc. Ecum.Vat. II, Decreto sull'apostolato dei laici
Apostolicam actuositatem, 11. [113] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum
progressio, 14: l.c., 264; Giovanni Paolo II Lett. enc. Centesimus annus, 32:
l.c., 832-833. [114] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 77: l.c., 295.
[115] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 6:
AAS 82 (1990), 150. [116] Eraclito di Efeso (Efeso 535 a.C. ca. – 475 a.C. ca.), Frammento
22B124, in H. Diels-W. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Weidmann, Berlin
19526 . [117] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa, nn. 451- 487. [118] Cfr Giovanni Paolo II,
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 10: l.c., 152-153. [119]
Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 65: l.c., 289. [120] Benedetto XVI,
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 7: AAS 100 (2008), 41.
[121] Cfr Id., Discorso ai partecipanti all'Assemblea Generale delle Nazioni
Unite (18 aprile 2008): Insegnamenti IV, 1 (2008), 618- 626. [122] Cfr Giovanni
Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 13: l.c.,
154-155. [123] Id., Lett. enc. Centesimus annus, 36: l.c., 838-840. [124]
Ibid., 38: l.c., 840-841; cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace 2007, 8: l.c., 779. [125] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Centesimus annus, 41: l.c., 843-845. [126] Cfr ibid. [127] Cfr Id., Lett. enc.
Evangelium vitae, 20: l.c., 422-424. [128] Lett. enc. Populorum progressio, 85:
l.c., 298-299. [129] Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale
della Pace 1998, 3: AAS 90 (1998), 150; Id., Discorso ai Membri della
Fondazione « Centesimus Annus » (9 maggio 1998), 2: Insegnamenti XXI, 1 (1998),
873-874; Id., Discorso alle Autorità Civili e Politiche e al Corpo Diplomatico
durante l'incontro nel « Wiener Hofburg » (20 giugno 1998), 8: Insegnamenti
XXI, 1 (1998), 1435-1436; Id., Messaggio al Rettore Magnifico dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore nella ricorrenza annuale della giornata (5 maggio
2000), 6: Insegnamenti XXIII, 1 (2000), 759-760. [130] Secondo San Tommaso «
ratio partis contrariatur rationi personae » in III Sent. d. 5, 3, 2.; anche «
Homo non ordinatur ad communitatem politicam secundum se totum et secundum
omnia sua » in Summa Theologiae I-II, q. 21, a. 4, ad 3um. [131] Cfr Conc. Ecum.Vat. II,
Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 1. [132] Cfr Giovanni Paolo II,
Discorso ai partecipanti alla seduta pubblica delle Pontificie Accademie di
Teologia e di San Tommaso d'Aquino (8 novembre 2001), 3: Insegnamenti XXIV, 2
(2001), 676-677. [133] Cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich.
circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa
Dominus Jesus (6 agosto 2000), 22: AAS 92 (2000), 763-764; Id., Nota Dottrinale
circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (24 novembre 2002), 8: AAS 96
(2004), 369-370. [134] Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi, 31: l.c., 1010;
Id., Discorso ai partecipanti al IV Convegno Ecclesiale Nazionale della Chiesa
che è in Italia (19 ottobre 2006): l.c., 465-477. [135] Giovanni Paolo II,
Lett. enc. Centesimus annus, 5: l.c., 798-800; cfr Benedetto XVI, Discorso ai
partecipanti al IV Convegno Ecclesiale Nazionale della Chiesa che è in Italia
(19 ottobre 2006): l.c., 471. [136] N. 12. [137] Cfr Pio XI, Lett. enc.
Quadragesimo anno (15 maggio 1931): AAS 23 (1931), 203; Giovanni Paolo II,
Lett. enc. Centesimus annus, 48: l.c., 852-854; Catechismo della Chiesa
Cattolica, n. 1883. [138] Cfr Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris: l.c.,
274. [139] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 10.41: l.c.,
262.277-278. [140] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai Membri della Commissione
Teologica Internazionale (5 ottobre 2007): Insegnamenti III, 2 (2007), 418-421;
Id., Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale su « Legge Morale
Naturale » promosso dalla Pontificia Università Lateranense (12 febbraio 2007):
Insegnamenti III, 1 (2007), 209-212. [141] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai
Presuli della Conferenza Episcopale della Thailandia in visita ad limina (16
maggio 2008): Insegnamenti IV, 1 (2008), 798-801. [142] Cfr Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Istruzione Erga
migrantes caritas Christi (3 maggio 2004): AAS 96 (2004), 762-822. [143]
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 8: l.c., 594-598. [144]
Discorso al termine della Concelebrazione Eucaristica in occasione del Giubileo
dei Lavoratori (1º maggio 2000): Insegnamenti XXIII, 1 (2000), 720. [145] Cfr
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 36: l.c., 838-840. [146] Cfr
Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all'Assemblea Generale delle Nazioni
Unite (18 aprile 2008): l.c., 618-626. [147] Cfr Giovanni XXIII, Lett. enc.
Pacem in terris: l.c., 293; Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa, n. 441. [148] Cfr Conc. Ecum. Vat. II,
Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 82. [149] Cfr
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 43: l.c., 574-575.
[150] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 41: l.c., 277- 278; Cfr Conc.
Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 57. [151] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 5: l.c.,
586-589. [152] Cfr Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 29: l.c., 420.
[153] Cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno Ecclesiale
Nazionale della Chiesa che è in Italia (19 ottobre 2006): l.c., 465-477; Id.,
Omelia alla Santa Messa nell'« Islinger Feld » di Regensburg (12 settembre
2006): l.c., 252-256. [154] Cfr Congregazione per la Dottrina della Fede,
Istruzione su alcune questioni di bioetica Dignitas personae (8 settembre
2008): AAS 100 (2008), 858-887. [155] Cfr Lett. enc. Populorum progressio, 3:
l.c., 258. [156] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et spes, 14. [157] Cfr n. 42: l.c., 278. [158] Cfr
Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi, 35: l.c., 1013-1014. [159] Paolo VI, Lett.
enc. Populorum progressio, 42: l.c., 278. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Repubblica, La"
del 10-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
IX - Napoli L´arcivescovo ha incontrato i vertici e i pazienti Il cardinale
Sepe al Pascale inaugura la nuova cappella Incontra i vertici, visita i
pazienti e inaugura la nuova cappella. Il tour del cardinale Crescenzio Sepe
nel Pascale inizia alle 10 e 30. Ad accoglierlo, nella palazzina amministrativa
il manager La Rocca, il direttore sanitario Oliviero e l´assessore alla Sanità
Santangelo. è il momento dello scambio di doni: al presule viene consegnata una
penna commissionata ad hoc per un progetto dell´Unicef, mentre il suo regalo
all´ospedale è un´icona sacra. Intorno a Sepe le autorità, dal procuratore
Giandomenico Lepore, alla manager della Napoli 1 Maria Grazia Falciatore, al
direttore del Cardarelli Iovino, fino all´ordinario di Medicina ed ex manager
Di Minno. Pochi minuti, poi il corteo entra nel reparto di Chirurgia toracica.
Il cardinale si trattiene con pazienti e personale. Chiede quanti sono i posti
letto e sorride quando La Rocca gli rivela: «Ora sono attivi 180, ma con la
ristrutturazione, nel 2011 diventeranno 400». Un degente si presenta: «Sono di
Casal di Principe, una mala zona». Lui, di rimando: «E io di lì vicino
». E mette tra le mani il Tau di legno, simbolo della
croce e della redenzione di San Francesco. Battute e carezze per tutti: «è stato operato ieri, eppure è rosso in faccia, questo è un
buon segno, Anche io sono laureato in medicina, quella morale però». Ultima
tappa, la cappella. Sepe e Santangelo camminano sottobraccio. Ancora il
cardinale: «Sono vecchio, del 43
». E
l´assessore: «Lo dice a me che sono del 34? La
somma è uguale, ma il risultato è diverso». Finalmente in chiesa, alle suore in
prima fila: «Voi, pietre preziose, rare». La benedizione e il saluto
dell´assessore: «Questa cappella è il simbolo della ripresa della sanità, una sanità che non può fare a meno del fattore spirituale: Dio
per i cattolici, lo spirito
per i laici». Nel pomeriggio, una nota polemica. «Il cardinale venga ad
inaugurare al Cardarelli la palazzina Alpi (destinata all´attività intramoenia
dei medici, ndr)», attaccano i consiglieri comunali Franco Verde (Pd),
Salvatore Parisi (Sinistra democratica) e Gaetano Sannino (Pdci),
«Attualmente non è utilizzata a questo scopo per privilegi e interessi anche di
ambienti eccelesiastici». (giuseppe del bello)
(
da "Messaggero, Il"
del 10-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Venerdì 10 Luglio 2009 Chiudi I FORI ILLUMINATI I Fori
imperiali nella suggestiva illuminazione. Una passeggiata serale ci condurrà
alla scoperta dell'antica civiltà romana accompagnati dall'affascinante
illuminazione dei Fori. Costo 8 euro. Info: 06-85301755. VIAGGIO NEL TEMPO AI
MERCATI DI TRAIANO Visite animate ai mercati di Traiano. Durante le
visite, guide e attori accompagnano tra gli ambienti di questo incantevole
sito. Costo 5 euro. Info: 06-85301755. IL MISTERO DI DONNA VITTORIA Personaggi
misteriosi di Roma, donna Vittoria: passione e sangue. Una bellissima donna
senza scrupoli protagonista di un'intricata storia d'amore e morte nella Roma
di Gregorio XIII e Sisto V. Costo 8 euro più ingresso. Info: 06-85301755. IL
REGNO DI VESPASIANO Il Colosseo: il bimillenario dei Flavi. La mostra racconta
il regno di Vespasiano, di cui pochi conoscono il new-deal segnato dal suo
avvento al potere. Costo 8 euro più ingresso. Info: 06-85301755. M.Gh.
(
da "Unita, L'"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Spina
etica per il Pd, Binetti con Buttiglione contro l'aborto SUSANNA TURCO La teodem
per eccellenza del Partito democratico aveva avvertito tutti per tempo. «Se si
candida Ignazio Marino, mi candido anche io». Era il 12 giugno, appena dopo le
europee. Ma Paola Binetti, una che dalle battaglie contro la 194 in poi di tutto si può
incolpare tranne che di incoerenza, aveva già le idee chiare. Sapeva che, se il
fronte del dibattito del Pd si fosse spostato sui temi
etici, lei sarebbe stata lì pronta, col suo filo da
torcere. E oggi che, tra una polemica sul fine vita e un duello in punta lama
su laicità e «posizione prevalente», il suo profilo (toh, la Binetti)
ricomincia a stagliarsi sugli assetti del centrosinistra come ai tempi in cui
deteneva al Senato la golden share della sopravvivenza del governo Prodi,
la numeraria dell'Opus Dei non fa altro che dar corpo a quell'annuncio. Si
muove e parla infatti come una candidata ombra al congresso del Pd. Contro
Marino, anzitutto. Non per contendere la «leadership organizzativa», «per la
quale ci vogliono competenze e strutture che non ho», bensì per conquistare la
«leadership morale del partito», ossia «valorizzare quei valori cattolici di cui il Pd ha bisogno»: tutte cose già dette in
sordina un mese fa. L'anti-Marino Tutte cose che la Binetti conferma tanto più
adesso, sotto forma di un suo «forte impegno personale per il bene del
partito»: «Perché certo, la candidatura di Marino comporta il rischio che tutte
le posizioni sul tema della laicità si spostino a sinistra: un motivo in più
per sostenere con maggior forza le mie convinzioni, ed evitare che finiscano
nell'angolo», ragiona. Con una mano, intanto, puntella in commissione Affari
sociali il ddl Calabrò sul fine vita, da lei condiviso nella sostanza e per il
quale si augura una approvazione «tempestiva ma non precipitosa». E, con
l'altra, sostiene alla Camera la mozione del centrista Buttiglione per «una
iniziativa per la moratoria contro l'aborto»: un testo semplice, si discuterà
lunedì, che porta la firma di sei deputati Udc, più la sua - che non compare in
calce «per un disguido». Una mozione che, spiega Buttiglione, «non ha nulla
contro la 194». Eppure, aggiunge la Binetti, «naturalmente chiede più
attenzioni verso la vita nascente, e dunque anche una applicazione completa di
quella legge, come ammortizzatore dei suoi effetti, visto che oggi la 194 non
può essere toccata: provocherebbe troppe divisioni». Cosa abbia tutto ciò in
comune con la laicità «sacra e indiscutibile» appena proclamata da
Franceschini, è la stessa Binetti a spiegare. «Su temi così, laicità significa
precisamente rispetto delle diverse posizioni. Dunque, quanto il Pd sia laico
lo verificheremo nei fatti, sul fine vita per esempio». Di certo, c'è che lei
si «batterà» perché la «posizione prevalente di Marino» non diventi «unica ed
esclusiva». «Non permetteremo che accada», ha detto ieri in un convegno. Parole
che da sole valgono una mozione congressuale. Coi centristi per «ammortizzare»
gli effetti della 194. E contro Marino, perché la sua posizione sul ddl Calabrò
non diventi «l'unica del Pd». Così, la Binetti sfida il Pd a «dimostrare la sua
laicità».
(
da "Repubblica, La"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
XVI - Napoli Camorra Angeli che dicono no al crimine organizzato RAFFAELE SARDO
è la storia di una piccola resistenza civile che da anni cerca di mettere
radici in un territorio ad alta presenza camorristica. La racconta Pasquale
Iorio, sindacalista Cgil, vicepresidente dell´Obr Campania, nel libro "ll
Sud che resiste. Storie di lotta per la cultura della legalità in terra di
lavoro". Si tratta di storie poco note che hanno come protagonisti i
medici volontari dell´associazione "Jerry Masslo", che danno spazio
all´imam della moschea di San Marcellino, Nasser Hidouri, o ci presentano suor
Rita Giaretta, da anni impegnata contro la tratta delle donne al fianco della
Comunità Rut. A parlare sono in tanti: il vescovo Raffaele Nogaro, il
comboniano padre Giorgio Poletti ed altri attivisti. "Il lavoro di
Pasquale Iorio - scrive Guglielmo Epifani nella prefazione - parla di esperienze finora ignorate - di associazioni e di
personalità del mondo laico e cattolico, da anni impegnate in prima fila in
variegate attività di carattere sociale e culturale. Esempi memorabili di
passione umana e civile, di ribellione delle coscienze di fronte al dilagare di
fenomeni di violenza e di soprusi della criminalità organizzata. è
l´energia delle forze sane del mondo produttivo, del sindacato, del
volontariato e della cultura sul territorio." Un libro dalla parte di chi
lavora in silenzio, sottolinea nella postfazione don luigi Ciotti, presidente
di Libera: "La camorra affama e dunque contrastarla è anche necessità sociale,
non solo schieramento culturale". SEGUE A PAGINA
XI
(
da "Riformista, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Laicità
va cercando anche il Pd di Ritanna Armeni La candidatura di Ignazio Marino per
la segreteria del Pd ha un merito e, insieme, mostra un limite. Il merito
consiste nella possibilità di riportare il tema della laicità al centro del
dibattito del partito. Il Pd sui temi della laicità è stato
spesso insufficiente, timido, propenso alla mediazione prima che
all'approfondimento. E lo è ancora oggi. Ne è spia la preoccupazione mostrata
da Dario Franceschini per il quale quella di Marino è «una candidatura che
divide». I suoi timori e le sue incertezze hanno contribuito non poco alle
sconfitte che si sono susseguite su questioni fondamentali: la legge sulla
fecondazione assistita, i diritti delle coppie omosessuali, il testamento
biologico. Temi importanti, sui cui si forma la cultura e il comune sentire di
un Paese e la cui soluzione non può essere influenzata dalla necessità di
mediare con le gerarchie ecclesiastiche prima di fare un esame delle esigenze
poste dalla società e dei nuovi orizzonti proposti dalla scienza. Il limite
(che non è di Marino ma della situazione in cui si trova il Pd) sta nel fatto
che per riportare i temi della laicità nella composizione della identità del Pd
si è ricorsi a una candidatura alla segreteria, come se ormai fosse impossibile
costruire una parte importante del volto di un partito senza ricorrere
all'immagine di un leader, senza riportarla alla contesa fra uomini (e qualche
donna). Insomma la candidatura di Marino mostra l'incapacità grave in
un'organizzazione politica di parlare di contenuti, magari in forma anche
aspra, senza introdurre l'elemento della personalizzazione leaderistica.
Comunque, immaginiamo si possa riaprire il negletto
capitolo laicità e si possa discuterne in modo approfondito evitando gli errori
passati. Il primo da evitare è la stucchevole differenza ormai in voga
(l'ultimo a riproporla è stato Piero Fassino) fra laicità e laicismo. Dove il laicismo è termine negativo e la laicità positivo. Il primo evoca
radicali e mangiapreti. I laicisti un po' come i comunisti negli anni 50.
Quelli mangiavano i bambini, questi uccidono gli embrioni e non hanno una
cultura della vita. Il secondo indica ragionevolezza, mediazione con il mondo
cattolico, moderazione nei contenuti, rapporto imprescindibile con la Chiesa.
Come si vede la distinzione, proposta da un teocon come Marcello Pera, a
seconda dei punti di vista, getta una luce negativa su entrambi i termini. Il
secondo errore da evitare è quello di pensare che il concetto di laicità possa
rimanere sempre uguale a se stesso. Che la laicità del terzo millennio non
abbia nulla di diverso da quella novecentesca o da quella ottocentesca. Che sia
un residuo di queste, o che costituisca il suo spontaneo prolungamento. Non è
così. Anch'essa va ripensata alla luce delle novità politiche e sociali. In un
mondo in cui le religioni hanno acquistato nel bene e
nel male una così grande importanza (imprevista fino a qualche anno fa) uno
Stato laico non può che essere includente, cioè garantire l'espressione dello
spirito religioso senza pregiudizi o chiusure. Compito duro, ma necessario, nel
momento in cui la globalizzazione fa convivere negli stessi confini uomini e
donne che praticano diverse fedi e hanno con esse un diverso rapporto. La
laicità del terzo millennio non è la negazione di valori o l'adeguamento a
un'anarchia etica e a un edonismo privo di responsabilità, ma è la ricerca di
valori in un mondo che è divenuto molto più complicato in seguito al progresso
scientifico, alla convivenza stretta nei nostri territori di diverse religioni
e culture, a una più complessa distinzione fra bene e male. Come si risolve il
problema del rispetto delle scelte religiose quando calpestano i diritti umani?
Come si affrontano i nuovi confini fra la vita e la morte? Mettere paletti,
distinguere fra bene e male, fra giusto e ingiusto per il bene del singolo e
dell'umanità è oggi un compito necessario per un'etica laica, che non può
supinamente accettare l'esistente (né quello della ricerca scientifica e delle
tecnologie né quello dello stravolgimento dei diritti della persona legati alla
religione) e che non ha come come àncora il messaggio rivelato di un
soprannaturale. Essere laici oggi è un percorso di dubbio e di ricerca. Con un consapevole
e fortissimo senso del limite. I laici devono anche accettare di non trovare la
soluzione giusta in assoluto ad un problema, ma, sicuramente, possono e devono
trovare la soluzione meno dolorosa, meno dannosa e più rispettosa. Possono
sostenere a esempio una legge sull'aborto che limiti il più possibile danni e
dolore, senza pretendere di intervenire sul rapporto di ciascuno con la vita e
con la morte. Un partito di sinistra ha il dovere di percorrere la strada della
laicità. Sapendo che l'uso del dubbio, della critica, il senso del limite non
possono intaccare la determinazione ad andare al fondo dei problemi. Oggi la
laicità non riguarda solo il rapporto con la Chiesa, ma innanzitutto il
rapporto che gli uomini e le donne hanno con se stessi e fra di loro, il tipo
di relazione che vogliono costruire, le regole che vogliono darsi. Un partito
che vuole essere nuovo e moderno può prescindere da tutto questo? No. Su questo
si misurano gli elementi di novità e di gioventù e non sull'età anagrafica di uomini
e donne. 11/07/2009
(
da "Corriere della Sera"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Corriere
della Sera sezione: Primo Piano data: 11/07/2009 - pag: 3 Il direttore
dell'Osservatore «Tra Papa e Usa feeling speciale» «Le diversità ci sono ma
colpisce la volontà di procedere assieme» Vian: Obama ben consigliato, ora
vediamo i fatti CITTÀ DEL VATICANO «La cosa che più colpisce, direi, è la
volontà di procedere assieme, questa attenzione reciproca ». L'incontro tra
Benedetto XVI e Barack Obama è finito da poco e Giovanni Maria Vian, direttore
dell'Osservatore Romano, è l'ultimo a mostrarsi stupito del buon esito, «sì, in
effetti mi pare sia andata molto bene... ». Il quotidiano della Santa Sede,
senza nascondersi le divergenze, è stato il primo a
dissolvere le voci di «scontro» imminente tra il neoeletto presidente americano
e Benedetto XVI. «La posizione di Obama non mi sembra così radicale», diceva
Vian. «È un uomo religioso... ». Eppure, direttore, c'era chi dubitava, no?
«Mah, forse lo scontro era auspicato per altri motivi, ragioni che nulla hanno
a che fare con un'analisi dei fatti». Quali fatti? «Anzitutto, questa visita
conferma i rapporti intensissimi tra Stati Uniti e Santa Sede da mezzo secolo a
questa parte. Il primo incontro tra un Papa e un presidente americano fu
esattamente 90 anni fa, quando Woodrow Wilson vide Benedetto XV. Poi nulla per
quarant'anni. Ma dal '59, quando si parlarono Eisenhower e Giovanni XXIII, ci
sono stati 26 incontri». Era inimmaginabile non si vedessero ora... «Ovvio. I
rapporti stanno a cuore ad entrambe le parti. Senza contare che Benedetto XVI
ha nei confronti degli Usa un'attenzione simpatetica. Un feeling particolare.
Ricordo la bellissima definizione che diede nel volo che lo portava in America:
gli Stati Uniti sono un Paese laico per amore della religione ». E Obama
rispetta questa caratteristica? «Parrebbe proprio di sì. Anche il dono che ha
fatto al Papa è interessante: una stola di San Giovanni Neumann, nato il
Boemia, il primo vescovo americano canonizzato. Lo hanno consigliato bene: una
stola liturgica, e Benedetto XVI è molto attento alla liturgia». La stessa
abilità mostrata nel nominare come ambasciatore un teologo... «Certo.
Dopodiché, chiaro, speriamo seguano i fatti. Sappiamo che i punti di vista sui
temi bioetici divergono, inutile nasconderlo, esistono anche diversità
notevoli. L'auspicio è che l'amministrazione Usa sia aperta
alle ragioni cattoliche perché sono ragioni anche laiche ». In che senso? «È
importante che la posizione cattolica sulle questioni etiche non sia scambiata
per una scelta di colore politico. È una preoccupazione per la difesa della
persona umana e della vita: sostenuta da ragioni accessibili a tutti. Il
terreno comune può essere dato proprio dalla vita, Benedetto XVI è convinto che
basti una ragione non chiusa al trascendente, o almeno alle ragioni degli
uomini di fede, perché si possa insieme difendere e promuovere la vita: non a
caso, in perfetta continuità con Paolo VI e Giovanni Paolo II, ne parla anche
nell'enciclica sociale: le politiche di pianificazione demografica forzata sono
un freno allo sviluppo». Del resto c'è sintonia sulla politica
internazionale... «E anche questo è evidente. Dal Medio Oriente all'Africa
all'America latina, esistono interessi comuni, una convergenza notata anche da
osservatori neutrali». Morale? «La strada è aperta, tutti speriamo di poterla
percorrere assieme per il bene comune». Gian Guido Vecchi Arrivo Il Pontefice accoglie
il presidente americano (Afp/Helgren) Anticamera Il presidente negli
appartamenti del Papa (Reuters) Partenza Obama e famiglia a Pratica di Mare
(Ansa/Martucci)
(
da "Foglio, Il"
del 11-07-2009)
Argomenti: Laicita'
11
luglio 2009 Il Papa sindacale Così Benedetto XVI riconcilia il cattolicesimo
con la modernità del mondo del lavoro e non solo Se cè un luogo dove lenciclica “Caritas in veritate” è
stata subito letta con cura, è il “Forum delle persone e delle associazioni di
ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”, formatosi nel febbraio 2009,
promosso dalla Cisl, dalla Compagnia delle opere, dalla Confcooperative, dal
Movimento cristiano dei lavoratori e dalla Confartigianato. Alleanza “laica” di
movimenti per i quali la riflessione sulla dottrina sociale della chiesa è
stimolo centrale. Del Forum è portavoce, cioè coordinatore, Natale Forlani,
storico dirigente della Cisl, da qualche anno impegnato in Italia lavoro,
agenzia promossa dai ministeri del Welfare e dellEconomia
per le politiche attive del lavoro. I tempi, limpetuosa globalizzazione,
la crisi del 2008, i costanti flussi migratori chiedevano – spiega Forlani –
alla chiesa
lesigenza di una nuova riflessione sui temi
economico-sociali. Un intervento che non poteva poggiare solo sulla prassi, ma
anche su un rinnovato sostegno culturale. Da una parte si era di fronte
allesaurirsi di unispirazione ideale (e ideologica) che ha segnato il
mondo negli ultimi due secoli: lidea del conflitto
antagonistico delle classi (ma anche tra stati imperialisti e paesi ex
coloniali) come motore della storia. Ispirazione che ha segnato non solo la
storia del comunismo ma più in generale il movimento socialista, nonostante i
temperamenti di socialdemocrazia e laburismo. Dallaltra si doveva avere la consapevolezza – come ha
ricordato Giovanni Paolo II con lenciclica “Centesimus annus” (peraltro
esplicitamente raccordata alla “Rerum novarum” di Leone XIII che fonda la dottrina
sociale della chiesa e alla “Popolorum progressio” di Paolo VI, critica
puntuale del colonialismo) – che le ragioni che avevano prodotto il comunismo
(Papa Wojtyla ne parlava a pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino) non
erano tramontate: lingiustizia sociale, lo
sradicamento, le offese alla “dignità del lavoro” centrali nella “Rerum
Novarum”. Giovanni Paolo II avvertiva del rischio che le contraddizioni ben
reali delle nostre società venissero rimosse dal prevalere di un pensiero
unico (definito successivamente “mercatista”) che considerava come i processi
economici di globalizzazione risolvessero di per sé ogni problema. Papa
Ratzinger fa un passo in avanti. Al richiamo allattenzione
unisce un esame delle forme di cooperazione che possono, non solo su scala
nazionale ma anche globale, governare i conflitti. La base della lezione di
Benedetto XVI è la consapevolezza che il cattolicesimo vada riconciliato con la
modernità, non solo grazie alla fede, ai valori ma anche alla razionalità e
alla morale naturale, antropologica. Tutta la lezione del Papa, in questo
senso, è tesa a comprendere come si sia sviluppata una divaricazione tra
modernità e cattolicesimo, e come sia non solo possibile ma necessario, e non
solo nellinteresse della chiesa e dei suoi fedeli ma di
tutto il mondo, ricomporla. Da un qualche punto di vista certe esperienze del
cattolicesimo italiano, la lezione di alcuni fondatori della nostra economia
del Dopoguerra, da Ezio Vanoni, a Pasquale Saraceno, a Enrico Mattei
dimostrano come lispirazione cristiana sia
stata un formidabile sostegno a scelte di sviluppo e innovazione (in una logica
per cui limprenditorialità – come ricorda lenciclica “Caritas in
veritate” – non è solo del capitalismo privato: il che costituisce unelaborazione del concetto di sussidiarietà come
definito nella enciclica “Quadragesimo anno” di Pio XI). Altrettanto
straordinaria lesperienza del sindacalismo cislino, da Guido Pastore a
Vincenzo Saba, che sposa le frontiere più avanzate del sindacalismo moderno
americano, di matrice liberale e non socialdemocratica, fondato sulla
centralità della persona non della classe. Anche la Germania vive questo
rapporto tra lavoro, modernità e cristianesimo in democrazia. E anche in Belgio.
Ricorda Forlani. Mentre è notevole il ruolo che ai sindacati nel nuovo mondo
auspicabilmente segnato dalluscita dalle
logiche antagonistico-corporative viene attribuita dalla nuova enciclica, oltre
agli orizzonti della “Rerum novarum”. Gli effetti di questa predicazione si
sentiranno molto in Asia e Sud America. Cè chi
si chiede se uneconomia in cui così decisive sono le rotture di
discontinuità per favorire la distruzione creativa indispensabile allo sviluppo
capitalistico, sia alla fine assimilabile da una cultura cattolica in cui lasse con la tradizione è fondamentale, e che quindi in
qualche modo “teme” le rotture dolorose, Forlani spiega che la riflessione
dellenciclica non è sugli strumenti tecnici del capitalismo, bensì sul
quadro di valori e sul contesto sociale. E al centro pone la questione della
fiducia (su cui molto si è riflettuto dopo la crisi dellautunno 2008) come base per il funzionamento del
mercato: e se cè un fattore storico, culturale, sociale per eccellenza è
la fiducia. Forlani insiste sul carattere valoriale e pragmatico dellinsegnamento di una chiesa che non fornisce dottrine
ideologiche e trae conforto dallinsegnamento papale per ribadire lo
sforzo del Forum, capace di costruire un sistema sociale flessibile, basato
sulla sussidiarietà,
in grado di mobilitare quellenorme risorsa che
è la famiglia coi suoi affetti. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Lodovico Festa
(
da "Stampa, La"
del 12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
La carta
vincente di Obama è stata l'impegno «fuori programma» di ridurre il numero
degli aborti negli Stati Uniti. Si rallegra per il «positivo andamento»
dell'udienza, l'ambasciatore papale negli Usa, Pietro Sambi, e riannoda i fili
tra Chiesa americana in rotta di collisione con la Casa Bianca e Santa Sede che
abbraccia Obama. Dopo lo storico «faccia a faccia» tra Benedetto XVI e Obama restano
divergenze sulla «difesa della vita e la dignità della persona», ma aumentano
le affinità sulle tematiche sociali e la politica internazionale. «Non può
esserci terreno comune su principi etici non negoziabili», precisa il nunzio
Sambi. L'episcopato Usa ha protestato per alcuni
articoli dell'«Osservatore romano» giudicati troppo «filo-Obama», ma il
cardinale Achille Silvestrini, ex ministro degli Esteri vaticano, richiama il
«clima di speranza» della visita di Kennedy a Paolo VI apprezzando «l'approccio
non ideologico alle questioni bioetiche». E la «conversione pro life» di Obama
ispira all'Udc la mozione in Parlamento laici-cattolici contro l'aborto selettivo. Si
volta pagina, in Curia, rispetto alle profezie apocalittiche del cardinale
Stafford, che paragonava al «Getsemani» il futuro dei cattolici nell'era-Obama. Il presidente, anziché estendere il diritto
all'aborto attraverso misure legislative, ha promesso di diminuire il numero
delle interruzioni volontarie di gravidanza, con «un sorprendente
cambiamento nel suo programma elettorale», riconosce il giornale dei vescovi
«Avvenire». In Vaticano sanno che impegnarsi per diminuire gli aborti avrà per
Obama un costo politico in termini di consensi e, come evidenzia Sambi, lo
esporrà agli attacchi di gruppi minoritari, però nell'episcopato Usa rimane il
«gelo». Una freddezza che indica il diverso giudizio che le gerarchie
cattoliche hanno del 44° presidente Usa da una sponda all'altra dell'Atlantico.
In Vaticano lodano l'«Obama day» («si aprono nuovi scenari di collaborazione»),
nella Chiesa Usa rilanciano la campagna contro l'ultima decisione del suo
governo: finanziare la ricerca sulle staminali («distruttiva» e «contro ogni
principio etico»). E restano sulle barricate anche sul controllo delle nascite
e i diritti civili dei gay. Obama ha pubblicamente scoraggiato i rapporti
sessuali tra i giovanissimi, promettendo robuste politiche a difesa di dottori,
infermieri e farmacisti obiettori che si rifiutano di praticare l'aborto. Ma
non convince la Chiesa Usa. Senza negare i punti di dissapore, il Vaticano ha
orientato l'agenda della visita sui temi globali su cui c'è pieno consenso: il
rinnovato dialogo con l'Islam, l'attenzione comune verso una soluzione di pace
in Medio Oriente, la lotta contro la fame in Africa. Il Papa e Obama escono dal
«faccia a faccia» reciprocamente rafforzati. Una «convergenza d'interessi»,
sintetizza Raymon Flynn, ambasciatore di Clinton in Curia: «Il Pontefice punta
ad avere buone relazioni con gli Stati Uniti e il popolo americano, senza
compromettersi troppo con le proposte del presidente. Obama ha tutto
l'interesse ad avere buoni rapporti con chi è il punto di riferimento dei cattolici che in maggioranza lo votarono pochi mesi fa».
(
da "Riformista, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
La
nostra laicità va d'accordo con la Chiesa Ecco perché Maurizio Sacconi. Legge
sul fine vita: su nutrizione e idratazione non si cambia. Fecondazione
assistita: niente tentazioni eugenetiche. Immigrazione: anche i vescovi sanno
che la legalità è la condizione per l'integrazione. "Caritas in
veritate": coniuga sviluppo e persona, leggerla con umiltà. di Ubaldo
Casotto Roma. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi è stato
in prima linea nel difendere la posizione di chi voleva salvare la vita a
Eluana Englaro. Ed è anche, nella compagine ministeriale - il suo libro bianco
sul futuro del modello sociale "La vita buona nella società attiva"
lo testimonia - uno dei ministri più attenti alle tematiche che stanno a cuore
alla Chiesa. Lo fa da un punto di vista laico, è un vecchio
socialista liberale, ma con toni e argomenti che denotano un percorso di grande
attenzione per le ragioni della cultura cattolica. L'approdo alla Camera della
discussione della legge sul fine vita e il dibattito su immigrazione, moralità,
nuovi modelli di sviluppo, nonché la pubblicazione dell'enciclica sociale di
Benedetto XVI, la "Caritas in veritate", offrono l'occasione
per fare con lui il punto sull'agenda "eticamente sensibile" del
governo di centrodestra. Signor ministro, partiamo dalla legge sul fine vita.
Noi ci siamo ispirati a una criterio laico, intendendo per laicità ciò cui si
può giungere con la ragione: l'affermazione del valore della vita è parte di
una più moderna laicità. Il che implica il riconoscimento del valore della
persona (e il peso della demografia) e della sua centralità anche nella vita
sociale, politica ed economica. Solo la difesa e la promozione della persona
può ridare infatti vitalità all'economia. Difendere la vita umana vuol dire
anche considerare con molta attenzione e discrezione il momento del suo inizio
e il confine che la separa dalla sua fine. Nel momento in cui viene investita
della responsabilità di decidere, responsabilità che deve misurarsi anche con
gli indiscutibili progressi della scienza e della tecnologia, la politica deve
saper scegliere. Per questo intendiamo condurre a compimento l'iter della
regolazione del fine vita, sia tenendo presente la problematica dell'accanimento
terapeutico sia puntando a salvaguardare quello che ritengo, e riteniamo nella
maggioranza, un diritto inalienabile della persona: l'essere nutrita e
idratata, il mangiare e il bere. Quindi la legge uscita dal Senato non si
cambia? Ferma restando la sovranità del Parlamento noi insisteremo sulla nostra
posizione. Anche perché su questo punto c'è un motivo per il quale mi sembra
più che legittimo che il Governo faccia appello alla sua maggioranza: ed è il
fatto che proprio sulla questione nutrizione e idratazione il Consiglio dei
ministri si è espresso all'unanimità quando si tentò la strada del decreto
legge per salvare la vita a Eluana Englaro. Lei vede cambiamenti nel clima
politico su questo tema? Intanto le ricordo che il Senato si espresse a larga
maggioranza a favore della considerazione di idratazione e nutrizione come
bisogni vitali e non come terapie, questo concetto era negli ordini del giorno
di entrambi gli schieramenti. E penso che a questo livello di sostanza debba
restare il dibattito. Giochi linguistici intorno alla definizione del termine
"sostentamento" o del vero significato della parola
"terapie", che vedo affiorare nel dibattito, certamente non aiutano.
La stessa nozione di "stato vegetativo
persistente" è scientificamente incerta, non lo si può definire con
certezza, non se ne conoscono le evoluzioni, resta indefinita anche la capacità
di percezione del dolore. Di fronte a queste incertezze delle scienza ritegno
che valga il laicissimo principio di precauzione, una decisione pro vita. Lei
insiste sulla laicità della sua posizione, che effetto le fa che sia questa la
parola al centro del dibattito pre-congressuale del Partito democratico? Oltre
al cattolico Ignazio Marino, che ne ha fatto la sua bandiera, anche Franceschini
e Fassino hanno ritenuto di rimarcare il loro schieramento dalla parte della
laicità, ed è stato, giovedì scorso, il passaggio più
applaudito dalla platea piddina che li ascoltava. È un dibattito, quello nel
Pd, che non aiuta. E che dimostra tutta la difficoltà che quel partito ha nel
giungere a una sintesi, su questi argomenti e in genere sui temi eticamente
sensibili, tra credenti e non credenti. Ed è una difficoltà proprio sulla
concezione della laicità. I due grandi partiti del nostro sistema politico devono
saper superare la dicotomia credenti-non credenti. Il Pdl l'ha fatto, se il Pd
non lo farà lo vedo condannato al declino. Sulla legge di fine vita - che
potrà, fatto salvo il principio di cui sopra, subire delle modifiche - il
Popolo della libertà è riuscito a realizzare questa sintesi, certo non
all'unanimità, ma con una forma di consenso largo giungendo a soluzioni
condivise. Mi sembra una buona dimostrazione di pratica della laicità. Vedo
invece il Partito democratico insabbiato in contraddizioni che al momento
sembrano insanabili. A differenza del vecchio Partito comunista, nel quale, con
i dovuti distinguo, alcuni cattolici non fecero fatica
a coabitare con i "compagni", il Pd appare contraddistinto da
posizioni laiciste che non sembrano fatte per mettere a loro agio i credenti e
costruire quindi una risposta condivisa ai problemi bioetici. C'è un allarme
della Chiesa, che non riguarda solo l'Italia, per le possibile derive
eugenetiche di certa ricerca scientifica. Il confine sorgivo della vita è altrettanto
importante del suo confine finale. Bisogna assolutamente evitare derive
eugenetiche. L'uomo contemporaneo può essere tentato di ritenersi in grado di
provvedere da sé, con l'evoluzione della tecnica, alla propria riproduzione.
Noi non possiamo non chiederci, razionalmente, laicamente, quali siano i limiti
contro cui questa tentazione debba arrestarsi. Non c'entra la fede, io penso
che evitare ogni forma di manipolazione e di selezione della vita sia non sia
un obiettivo "religioso", ma assolutamente laico, razionale.
Tentativi di modifica della legge 40 verranno quindi respinti? Guardi che anche
il pronunciamento della Corte costituzionale ha sostanzialmente confermato che
gli embrioni "prodotti" sono funzionali alla procreazione all'interno
della coppia che li ha generati. Ha tolto la rigidità di determinarne a priori
il numero, ma ha confermato la finalità. Per questo stiamo lavorando a nuove
linee guida nella commissione etico-scientifica che abbiamo istituito e agli
strumenti del monitoraggio dell'applicazione della legge, in modo che quando se
ne parla lo si faccia in base a dati certi e non a "numeri" dedotti o
interpretati in base posizioni ideologiche. Un tema sul quale il Governo di cui
lei fa parte ha avuto rapporti burrascosi con il mondo cattolico è quello
dell'immigrazione. Io nelle posizioni ufficiali della gerarchia ecclesiastica
ho sempre ascoltato il richiamo al criterio della legalità, il cui rispetto
permette uno svolgimento ordinato dell'integrazione. Il mettere ordine nei
flussi migratori è la condizione per l'integrazione che ctutti vogliamo. Che
non può avvenire senza un compiuto rispetto delle leggi. Con il provvedimento
sulla sicurezza noi abbiamo voluto dare un segnale di cesura con i tempi in cui
l'Italia veniva vista nel mondo come l'attracco più facile e permissivo per
l'ingresso in Europa. Il nostro Paese ha dato di sé questa idea, non può più
essere così. Bisogna lavorare contemporaneamente sul doppio binario di rigorosa
repressione della clandestinità, combattendo in questo modo i mercanti di carne
umana, e della programmazione dei flussi migratori in cooperazione con i Paesi
di origine. Devono essere flussi compatibili con le caratteristiche della
nostra società e della nostra economia. Questa, oltretutto, e la Chiesa lo sa
bene, è la modalità più seria e concreta per difendere gli immigrati che già in
Italia hanno intrapreso un cammino di integrazione all'interno della legalità,
e che in momenti di crisi come questo sono i più deboli. Il secondo binario è
quello di insistere, perché già ci sono, e di incrementare le politiche di
integrazione. Però sulle badanti è scoppiata una gran polemica nella
maggioranza. Possibile che non ne aveste parlato prima? Infatti ne avevamo
parlato. Io e il ministro dell'Interno Maroni avevamo già fissato
l'appuntamento per predisporre la soluzione del problema, del quale eravamo
pienamente coscienti, per il giorno dopo l'approvazione della legge. E infatti
in un giorno abbiamo trovato la soluzione sia per le colf sia per le badanti.
Dalla Chiesa, da un uomo di vertice della Chiesa italiana, il segretario della
Cei monsignor Mariano Crociata, è arrivato anche un richiamo sul
"libertinaggio morale" e sull'impossibilità di confinarlo nel
"privato". Ritengo che quelle parole, pronunciate in tutt'altro
contesto rispetto al dibattito mediatico di quei giorni, ormai esaurito, siano
state strumentalizzate. Non credo, anzi mi risulta, che avessero alcun
riferimento con la campagna mediatica della sinistra politica ed editoriale
contro il presidente del Consiglio. Lei ha avuto parole di grande apprezzamento
per l'enciclica "Caritas in veritate". Perché? È un documento
compiuto e organico. Un richiamo per tutti allo sviluppo umano integrale.
Un'enciclica che toglie argomenti anche a vecchie posizioni espresse nel mondo
cattolico contrarie all'idea di sviluppo. Chi non crede allo sviluppo,
parafraso liberamente il Papa, è come se non credesse in Dio e non avesse
fiducia nella sua creatura, nell'uomo. È un'enciclica che toglie argomenti
all'ecologismo ideologico: l'uomo viene prima della natura, deve rispettarla,
ma viene prima. È un'enciclica che contesta la dottrina secondo cui il mercato
è destinato a produrre una parte di esclusi. No dice il Papa, se vissuto con
libertà e responsabilità il mercato può essere inclusivo e non generare
esclusioni. È un testo che verrà apprezzato nel tempo. Qual è secondo lei
l'elemento di novità? Sono parole e pensieri che fanno riflettere credenti e
non credenti. Siamo di fronte a un'evoluzione della dottrina sociale della Chiesa
nella continuità della sua tradizione, che mostra una grande organicità e una
notevole capacità di rispondere alle domande e ai bisogni che emergono nel
presente. Hanno ragione quei commentatori, come Ritanna Armeni, che invitano la
sinistra a «leggere, sottolineare e riflettere» sul testo della "Caritas
in veritate". «Vi troverete cose molto care a noi di sinistra» ha scritto
sul Riformista. Io invito tutti a non leggere la "Caritas in
veritate" a partire dalla presunzione di applicarvi le proprie categorie.
Ma piuttosto ad avvicinarsi ad essa con umiltà. Ma conosco Ritanna Armeni e so
che questa presunzione non le appartiene, non è quindi questa la sua
prospettiva. Piuttosto mi sembra di riconoscere nel suo giudizio qualcosa dello
stupore che ho provato io: la Chiesa è assolutamente presente nel nostro tempo
e in grado di riproporre la sua egemonia culturale. Questo è tanto più evidente
in un momento i cui, rovesciando uno slogan fortunato, Marx è morto, noi non ci
sentiamo tanto bene, ma Dio esiste. O almeno esiste, per chi non crede, la
presenza e la cultura cristiana. E in momenti in cui più di altri si avverte il
bisogno di una lucidità di pensiero e di razionalità, sa soccorrere l'uomo. Ci
soccorre. 12/07/2009
(
da "Riformista, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Finora
tutti pazzi per Ignazio il nuovo Candidato rivelazione o bolla mediatica? Paola
Binetti di Alessandro Calvi Una bolla, pronta a sgonfiarsi perché rappresenta
«il partito gassoso», come dice Paola Binetti. Oppure no, tutt'altro: destinato
addirittura a piazzarsi secondo nella corsa alla segreteria del Pd. Insomma,
Ignazio Marino rimane ancora un oggetto misterioso: quante tessere, e quanti
voti alle primarie, riuscirà a mettere insieme è ancora difficile dirlo. «Allo stato non posseggo elementi per dire quanto la candidatura
di Marino peserà», dice Renato Mannheimer, di Ispo. Qualche segnale però è già
possibile coglierlo e, dice Mannheimer, «la candidatura di Marino potrebbe
rappresentare l'elemento di novità che molti elettori del centrosinistra
esterni al Pd stanno cercando». Marino lo sa e infatti più volte ha lanciato
appelli per favorire nuove iscrizioni al partito e, «in parte ci sta riuscendo,
attraendo - conclude Mannheimer - quella fascia di elettorato di centrosinistra
mai iscritta al partito e che vede con disturbo la tradizionale competizione
Veltroni-D'Alema». Anche Roberto Weber, di Swg, spiega che al momento non è
facile dare una dimensione del fenomeno Marino. «La sensazione, ma è soltanto
una sensazione, è che al momento quella di Ignazio Marino possa rimanere una
terza candidatura», osserva Weber. Ciò non significa però che la sua presenza
non abbia conseguenze sulla corsa. «Certo, sulle dimensioni che potrà
raggiungere quella candidatura, per ora è difficile esprimersi - ripete Weber -
ma tenderei a pensare che sia una candidatura significativa e che potrebbe
erodere qualcosa a entrambi gli schieramenti». Idee molto chiare sembra invece
averle Paola Binetti, che di Marino è stata a lungo un vero e proprio
contraltare nel partito. Per mesi, quando ancora il Pd non esisteva e al
governo c'era Romano Prodi, i due sono stati raccontati come i campioni delle
due scuole di pensiero sulla bioetica nell'area di riferimento del futuro Pd.
Ora Marino corre per diventare il segretario di quel partito. E la Binetti non
nasconde la propria preoccupazione. «Le contraddizioni che leggo nel
personaggio e la capacità di spaccatura assoluta che ha avuto, mi fanno
chiedere cosa potrebbe accadere», attacca. E spiega che si tratta di un
personaggio nel quale è «difficile trovare quello che l'immaginario collettivo
gli attribuisce». «La verità - aggiunge la Binetti - è che siccome non è in
realtà molto conosciuto, ciascuno proietta su di lui le aspettative che si
hanno sul Pd. Si vuole un partito giovane? Ecco il candidato giovane, che però
è più vecchio di Franceschini. Si vuole un candidato
cattolico? Eccolo. Si vuole quello laico? Eccolo, sempre lui». Insomma, è il
succo, una costruzione mediatica,una bolla, appunto, che però ha successo nella
opinione pubblica. Ma, avverte la Binetti, c'è un «profilo di ambiguità nello
sviluppo successivo». Ovvero, «il Pd non ha bisogno di un leader
simpatico» e un domani Marino come segretario «che garanzie può dare?». Ciò
detto, «quando alle primarie potrà votare chiunque, una mediatizzazione così
importante può avere conseguenze imprevedibili». Ma «non si può prendere la
Binetti come punto di riferimento nel Pd», protesta Massimo Bordin, direttore
di Radio Radicale, secondo il quale, «semmai, c'è il problema di alcuni ex
popolari come Castagnetti o Fioroni». Anche secondo Bordin, però, cosa accadrà
«è ancora tutto da vedere». Se infatti Marino dovesse superare la prima fase in
cui si pesa l'appoggio degli iscritti poi «ha buone probabilità, perché il
metodo che affida anche ai non iscritti la scelta del segretario avvantaggia l'outsider
se ha una capacità di impatto». I radicali, a quanto pare, sono pronti a fare
la loro parte per aumentarla. 12/07/2009
(
da "Foglio, Il"
del 12-07-2009)
Argomenti: Laicita'
12
luglio 2009 Il bianco e il nero Incontro pragmatico tra B-XVI e Obama, la
disputa è sull'identità cattolica Il Papa bianco e il presidente nero. Il primo
incontro tra Joseph Ratzinger e Barack Obama, ieri pomeriggio in Vaticano, è stato molto più di una visita di cortesia tra due capi di stato. La preparazione è stata meticolosa, i segnali di
intesa sono numerosi, Obama ha assicurato il suo impegno in difesa dellobiezione di coscienza sullaborto, ma sullo sfondo cè una partita sulla definizione dellidentità
cattolica che pone i due leader globali su posizioni decisamente opposte. Tre
giorni prima dellincontro, il Papa ha pubblicato lenciclica
“Caritas in veritate” e per andare incontro alla pressante richiesta del
presidente americano ha accettato di incontrarlo al pomeriggio, anziché nella
prima mattinata come vuole la tradizione degli incontri tra il Pontefice e i
capi di stato stranieri. Obama ha fatto i salti
mortali per trovare il tempo necessario a incontrare Benedetto XVI, peraltro
ancora prima che il suo ambasciatore presso la Santa Sede sia stato confermato dal Senato di Washington e malgrado unagenda fitta di impegni del G8 allAquila, di
incontri bilaterali e di un viaggio in Ghana. Il presidente americano,
prima del Papa, ha incontrato come da protocollo anche il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. La visita del grande capo
nero dal Pontefice bianco, ieri in mozzetta rossa, è stata anticipata da
settimane di reciproche dichiarazioni amichevoli affidate da una parte allattenzione obamiana al mondo cattolico e
dallaltra allOsservatore Romano e ad alti prelati del Vaticano,
come il cardinale George Cottier che ha paragonato il presidente a San Tommaso,
quasi a voler prendere le distanze dalle durissime critiche a Obama elaborate
dalla Conferenza episcopale americana a proposito del programma della Casa
Bianca sui temi della vita (aborto e ricerca sugli embrioni). La Curia di Roma
e lAmministrazione Obama sono istituzioni
pragmatiche,
luna tradizionalmente e laltra
ideologicamente, consapevoli che non potranno essere daccordo su tutto e
capaci di trovare ove possibile un terreno comune, per esempio
sullimpegno a ridurre il numero degli aborti. Ma dietro le ovattate
intese diplomatiche, Benedetto XVI e Barack II combattono la grande
battaglia sullidentità cattolica
cominciata poco più di un anno fa in occasione del viaggio papale negli Stati
Uniti ed esplosa con forza con lelezione di Obama, e del suo messianesimo
laico e cristiano, alla Casa Bianca. Da una parte cè un Papa “americano”, cultore della libertà religiosa
e del ruolo della fede nella sfera pubblica, garantita dalla Costituzione
statunitense e dalla separazione tra lo stato e la
chiesa. Dallaltra cè un leader come Obama, laico e
cristiano allo stesso tempo, che cura con particolare attenzione i rapporti con
il mondo religioso e che cerca di plasmare una nuova identità cattolica, al
punto che, secondo i critici interpellati dal Foglio, come il teologo George
Weigel, biografo di Giovanni Paolo II e senior fellow allEthics and public policy center di Washington,
“interferisce in una battaglia interna alla chiesa”. Un passo indietro.
Benedetto XVI, ad aprile 2008, è andato in visita pastorale negli Stati Uniti
presentandosi
agli americani come un Papa tocquevilliano, capace di elogiare la “laicità
positiva” degli Stati Uniti e il loro sistema costituzionale fondato sulla
libertà religiosa. Il Papa è convinto che la vitalità del cattolicesimo
americano non sia un caso. Anzi lo spiega, come faceva Alexis de Tocqueville
meno di duecento anni fa, con la straordinaria libertà religiosa degli
americani e la separazione tra gli affari statali e quelli della chiesa. Il
merito, secondo il Pontefice, è del Primo emendamento alla Costituzione. La
libertà religiosa e la separazione di fatto tra stato e
chiesa, secondo il professor Joseph Ratzinger, consentono al pensiero religioso
di partecipare liberamente al mercato delle idee che si affrontano nel
dibattito pubblico. Un modello contrapposto a quello laico, e in declino,
vigente in Europa. Benedetto XVI è un “Papa americano” non soltanto perché si è
circondato di cardinali statunitensi, dal suo successore alla Congregazione per
la dottrina della fede, William Levada, al numero tre dellex SantUffizio, Joseph Augustine Di Noia, ma
soprattutto perché considera vitale per il futuro del cattolicesimo lo stato di salute della cultura civile e religiosa americana,
specie se confrontata con quella europea. In quel viaggio pastorale di un anno
fa, però, Benedetto XVI non si è dimenticato di essere anche ratzingeriano,
oltre che tocquevillano, ribadendo “limportanza
di restare fedeli agli insegnamenti morali del cattolicesimo su questioni
controverse come laborto e il matrimonio gay” e criticando gli eccessi
del secolarismo, fino a irrompere nel dibattito culturale e politico della
società americana. Il suggerimento del professor Ratzinger è questo: il modo
migliore per i cattolici di rispondere alla richiesta
di spiritualità e ai bisogni materiali della società moderna è far guidare le
proprie vite agli insegnamenti morali del cattolicesimo e ai sacramenti della
chiesa. I cattolici, insomma, devono comportarsi da cattolici ed evitare la tendenza a selezionare e a scegliere
solo alcuni elementi della fede, invece di adottare un approccio integrale del
pensiero della chiesa. Obama contesta apertamente questa visione e lo fa con labilità di un professionista di campagne politiche e
mediatiche. Il presidente americano cita sempre Dio, addirittura più di George W.
Bush. Ha ampliato lufficio bushiano delle
attività caritatevoli religiose della Casa Bianca. Ha pronunciato un importante
discorso allUniversità cattolica di Notre Dame, sfidando la viva protesta
di gran parte dei vescovi americani e degli studenti cattolici.
Non ha esaudito le richieste del fronte super abortista né quelle della
comunità omosessuale. E, prima del G8, ha preferito parlare con giornali, tv,
radio cattoliche, compreso lAvvenire e Radio
Vaticana, piuttosto che concedere – come da tradizione – unintervista a giornali e televisioni italiane. Ma il
diavolo sta nel dettaglio. A Notre Dame e nellintervista ad Avvenire,
Obama ha citato come modello lex cardinale di Chicago Joseph Bernardin.
Il cardinale Bernardin, dice George Weigel al Foglio, sosteneva che “il vero
cattolico è chi cerca di lavorare con gli uomini di buona volontà per
raggiungere obiettivi comuni”. Weigel ricorda che linsegnamento di Bernardin, malgrado il suo impegno a
favore dei temi pro life, ha consentito a unintera
generazione di politici cattolici americani, da Joe Biden a
John Kerry a Nancy Pelosi, di impegnarsi contro la pena di morte e il nucleare,
ma non contro laborto. Ad Avvenire, Obama
ha detto che il cardinale Bernardin “parlava chiaramente ed esplicitamente
della difesa della vita. E vi includeva anche la lotta alla povertà, il
benessere dellinfanzia, la pena di
morte. Questa parte della tradizione cattolica mi ispira continuamente e ha
avuto un forte impatto su mia moglie. A volte penso che sia stata seppellita
sotto il dibattito sullaborto. Desidero invece
che resti in primo piano nel dibattito nazionale”. Commenta Weigel: “Bernardin
parlava di unetica coerente a favore della vita, ma dire no
alla pena di morte e no al nucleare, dicendo sì allaborto,
è come essere coerenti soltanto al 66 per cento”. Nel discorso a Notre Dame,
continua Weigel, il presidente Obama ha detto che i veri cattolici sono quelli che lo hanno ricevuto alluniversità malgrado le differenze ideologiche
sullaborto e non quelli che hanno denunciato la laurea honoris causa a un
politico pro choice come un atto di palese incoerenza. Obama, secondo Weigel,
ha spiegato che a rappresentare i veri cattolici non
sono gli ottanta vescovi americani che si sono opposti alla cerimonia di Notre
Dame, e si è messo a fare “da arbitro in una disputa interna a una comunità
religiosa”. Intervenendo da capo del potere esecutivo americano, insomma, anche
Obama infrange il muro di divisione tra stato e
chiesa. Un opinionista liberal, ma attento alle questioni religiose, come E. J.
Dionne del Washington Post, contesta limpostazione
di Weigel e degli altri pensatori, teologi e vescovi americani, ma di fatto
conferma il dibattito interno alla chiesa sulla vera identità cattolica e il
ruolo che
sta giocando Obama. Secondo Dionne, “Obama è alla destra del Papa”, “è troppo
conservatore”. Con la critica al capitalismo contenuta nellenciclica “Caritas in veritate”, Benedetto invita alla
diffusione della ricchezza, un mantra caro ai socialisti che fa imbufalire la
destra americana, ma le preoccupazioni del Pontefice sono anche il prodotto di
una critica conservatrice alla permissività della società. Padre Robert Sirico,
presidente dellActon Institute, dice al
Foglio che lentusiasmo di certa sinistra cattolica per le parole del Papa
a favore di una maggiore sicurezza sociale è mal riposto, perché il Pontefice
nel paragrafo sessanta dellenciclica spiega
che intende un sistema di protezione sociale più decentralizzato, meno
burocratico e più centrato sul coinvolgimento della società civile. Secondo
Dionne, la destra religiosa e parte dei vescovi “insistono a giudicare il
presidente soltanto sulla base del suo sostegno allaborto legale e alla ricerca sulle staminali
embrionali”, mentre invece “il Vaticano chiaramente vede Obama attraverso un
prisma più ampio”. Dionne ovviamente non vuole far credere che al Vaticano non
interessino le questioni legate alla vita, ma spiega che il Papa vede Obama
come un potenziale alleato su altre questioni, come quelle dello sviluppo
economico nel Terzo mondo, della pace in medio oriente e del dialogo con lislam. Questa interpretazione del rapporto pragmatico
tra il Papa bianco e il presidente nero rientra nella visione dellimpegno
pubblico dei
cattolici caro al cardinal Bernardin, citato da Obama
ed espressamente rigettato da Benedetto XVI nel suo viaggio americano, ma anche
nel 2004 quando, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede,
motivò il suo no alla comunione ai politici favorevoli allinterruzione di gravidanza con queste parole: “La
chiesa insegna che laborto e leutanasia
sono peccati gravi. Ci possono essere legittime divergenze di opinione, anche
tra i
cattolici, a proposito della guerra e sullapplicazione della pena di morte, ma non riguardo allaborto e alleutanasia”. Weigel spera che durante
lincontro con Obama il professor Ratzinger, su questo tema, abbia
impartito una lezione al giovane presidente americano, più che discutere di
povertà, Aids e altre questioni di cui certamente Obama avrà parlato in
dettaglio con il cardinal Bertone. Secondo Weigel, il professor Ratzinger
potrebbe aver fatto a Obama una lezione sul principale diritto civile di questi
tempi: il diritto alla vita. Durante un incontro di campagna elettorale dello
scorso autunno, nella chiesa californiana Saddleback Church del reverendo Rick
Warren, Obama aveva evitato di rispondere alla questione morale che sta al
centro dellinsegnamento della chiesa cattolica, dicendo
che non era in grado di rispondere alla domanda su quando un bambino
diventa titolare di diritti umani. Weigel – per quanto non entusiasta dellenciclica papale, esattamente come laltro teologo
conservatore Michael Novak – sostiene che “è difficile immaginare punti di
contatto tra la Caritas in veritate e la visione del
mondo di Obama, anche se è molto probabile che gli spin doctor del presidente
cercheranno di far passare lidea che il Papa
sia daccordo su molti elementi del programma della Casa Bianca”. Padre
Robert Sirico dice al Foglio di intravedere la possibilità di “qualche punto di
contatto tra il presidente Obama e il Santo Padre in certe aree, così come
articolate nella “Caritas in veritate” e in altre dichiarazioni del Vaticano”,
ma pensa che “queste aree comuni siano meno profonde dei dissidi tra loro,
evidenziati proprio dallenciclica”. Padre Sirico
si riferisce “alla questione della natura tradizionale del matrimonio e a
quella della grave espansione dei finanziamenti alla ricerca sugli embrioni,
che il presidente ha recentemente messo in atto proprio pochi giorni prima dellincontro con il Papa, senza dimenticare il vigoroso
sostegno del presidente a una maggiore accessibilità dellaborto fino al
momento del parto”. Conclude il presidente dellActon Institute: “La
Caritas in veritate esprime giudizi su cui i cattolici
di destra possono legittimamente discutere. I cattolici
sono liberi di non essere daccordo tra di
loro e anche con il Papa sulle questioni che la Chiesa considera discrezionali
– come la gran parte delle questioni di politica economica – ma non
sui temi come laborto e leutanasia.
Sulle questioni fondamentali della vita, il Papa e Obama sono separati”.
Benedetto XVI ha regalato al presidente, fuori programma, una copia
dellistruzione “Dignitas personae”, che così recita nellincipit: “A ogni
essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità
di persona”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Manifesto, Il"
del 13-07-2009)
Argomenti: Laicita'
CHE
FARE? «Sinistra e libertà la forza necessaria per ricominciare» Il risultato
elettorale in Lombardia ci dice che «vocazione maggioritaria» (autosufficienza!),
identità e «resistenza umana», cartelli elettorali nemmeno sfiorano la rete di
interessi e di culture che si fanno rappresentare dal centrodestra e ci pone la
dura questione di elettorato «di sinistra» che non vota o lo fa verso
centrodestra e Lega. Appare evidente il nostro deficit di risposta culturale e
programmatica a questioni che formano la «idea del mondo» di ampi strati
popolari: l'immigrazione, che abbiamo accettato venisse schiacciata sulla
sicurezza; il salario e il costo della vita; il sistema del welfare e i diritti
sociali. Sono temi delle condizioni materiali di vita che si riflettono sul
funzionamento dei servizi sociali e pubblici, moltiplicando il senso di
insicurezza. Per questo è grave la assenza dal governo e dalla rappresentanza
locale, non occupazione di posti ma strumento per dare risposte per una realtà
in cambiamento. Anche il tema delle alleanze non è tattica per le elezioni ma
definizione di programmi e proposte, condivise tra soggetti diversi non per
battere un nemico comune ma per risolvere i problemi e trasformare le
condizioni materiali. Invece, ci si rifugia in categorie generali e quasi
astratte (non come condizione, drammaticamente concreta, ma poste come strati
sociali di riferimento), i precari, gli immigrati, i poveri: ma così si può
fare solo la - nobilissima - solidarietà, che non ha bisogno di partiti, di
politica, di rappresentanza. Pensiamo, invece, che le condizioni materiali dei
diversi gruppi sociali trovino soluzione in una prospettiva di cambiamento del
paese nel suo insieme: a partire da un principio di libertà, la sinistra è la
forza che vuole realizzare politiche pubbliche che assicurino mobilità sociale
e diritti. Due, tre mesi di lavoro, scavo e costruzione al tempo stesso di una
cultura, di un programma e di un partito è quanto urge: riforma del welfare,
squilibrato nel suo impianto centrato sul lavoratore dipendente e dalla
patologia di un sistema fiscale fonte di ingiustizia; riconversione ecologica
dell'economia, di abitudini e stili di vita, per imprimere un orientamento
verso il futuro del progresso tecnico, scientifico ed umano, dal risparmio e
recupero del territorio, delle merci, alle politiche industriali; diritti
individuali e collettivi, sullatraccia della Costituzione e delle culture più
avanzate dell'esperienza democratica, a partire dal valore fondativo della
differenza di genere; pubblica amministrazione, fattore al tempo stesso di
garanzia di ogni politica pubblica, dei diritti, e di sostegno al tessuto
economico sociale. Questi punti non sono forse una versione contemporanea dei
principi di libertà, eguaglianza e fraternità? E poi dobbiamo essere quella
forza politica che afferma ed estende la democrazia partecipativa, per la
definizione delle scelte di governo ed anche per la sua vita interna (altro che
le primarie!). Tutto ciò può essere Sinistra e Libertà: con tempi e modalità
propri a ciascuna componente organizzata, facendola vivere nella costruzione
comune e nella iniziativa che non può attendere e nel contributo che tanti sono
pronti a dare nelle città. Potremo «dimostrare» allora che
ci può essere una forza di sinistra, laica, ambientalista, di cambiamento e
libertaria, che vuole contribuire ad una alleanza di forze riformiste, laiche e
cattoliche, anche moderate, che riconquisti la credibilità necessaria per far
uscire dalla crisi - che la destra aggrava - una Italia diversa. ***
Marco Cipriano, vicepresidente Consiglio regionale Lombardia, Alessandro Pollio
Salimbeni, consiglio nazionale Sd
(
da "Secolo XIX, Il"
del 13-07-2009)
Argomenti: Laicita'
E il
terzo candidato rilancia da sarzana il chirurgo in corsa per la segreteria E'
SCESO in pista al festival dei giovani democratici in corso alla Tenuta di
Marinella a Sarzana il terzo candidato alla segreteria nazionale del Pd, il
chirurgo, oltreché senatore Ignazio Marino. Il quale ha spiegato alla platea le
ragioni che lo hanno spinto a mettersi in corsa, il valore
dei laicismo che permea la
sua candidatura, il ricambio generazionale che è una delle istanze al centro
del movimento che all'interno del Pd lo sostiene in competizione con Dario
Franceschini e con Pierluigi Bersani. Proprio nel giorno in cui sè presentato
alla Tenuta di Marinella, Beppe Grillo ha annunciato la volontà di candidarsi
alla leadership del Pd. Marino al microfono ha rilanciato la propria
nomination come una scelta coerente di una morale politica alla quale ha fatto
riferimento a proposito delle polemiche sullo stuprator seriale di Roma.
13/07/2009
(
da "Stampa, La"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
il caso Iniziativa radicale appoggiata da Englaro e Welby
Cattolici e laici all'ennesimo scontro BEPPE MINELLO Testamento biologico
maggioranza divisa SEGUE DA PAGINA
47
(
da "Stampa, La"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
CORSIA
PREFERENZIALE O RALLENTAMENTO DELL'ITER A MONTECITORIO? Marino accusa il
premier di piegarsi alle gerarchie Il Pdl: «Libero confronto e nessuna
soggezione» Il Vaticano blinda la legge sul fine vita [FIRMA]GIACOMO GALEAZZI
INVIATO A LES COMBES (AOSTA) Battaglia sul biotestamento. Mentre il Papa lascia
Roma per la Valle d'Aosta, tra le due sponde del Tevere si gioca una delle
partite più delicate della legislatura. Al centro della bufera, che imbarazza
soprattutto la maggioranza ma che spacca trasversalmente le forze politiche tra laici e cattolici, c'è il testo anti-eutanasia approvato al Senato, con la
benedizione del Vaticano, preoccupato che, senza una norma, vengano lasciati al
giudizio dei magistrati altri casi Eluana. Il ddl Calabrò, sponsorizzato
dall'ala del Pdl più sensibile alle istanze della Chiesa, è fermo a
Montecitorio dopo che il presidente della Camera Gianfranco Fini lo ha
criticato («è una legge da Stato etico») con l'intenzione di modificarlo
pesantemente. Adesso che il centrodestra, come aveva annunciato ad «Avvenire»
il ministro del Welfare Sacconi, si appresta a velocizzare l'iter di
approvazione, Fini si oppone, ma la Santa Sede fa sentire la sua voce. «Nessun
testo è blindato, però se nel passaggio all'aula della Camera ci fossero
interventi che ne stravolgono la natura, ciò sarebbe in netta e grave
contraddizione con gli impegni assunti a Palazzo Madama dalla maggioranza della
quale il presidente Fini fa parte», osserva l'arcivescovo Rino Fisichella,
ministro vaticano della Bioetica, in una pausa degli esercizi spirituali che
sta predicando per tutta la settimana al «Sant'Ignazio» di Torino. «E'
comprensibile che nella discussione a Montecitorio si possano prevedere
aggiustamenti alla proposta, però non sarebbe coerente con quanto votato al
Senato se il ddl fosse snaturato alla Camera», ammonisce il presidente della
Pontificia accademia per la Vita e rettore dell'Università Lateranense. La
questione, però, non sembra di facile soluzione. Fini, infatti, boccia il
disegno di legge perché impone idratazione e nutrizione per chi si ritrovasse
nelle condizioni di Eluana Englaro, mentre il ddl portato la scorsa settimana
all'ordine dei lavori in commissione sembra destinato a procedere a tappe
forzate. Per volontà personale del presidente del Consiglio che lo aveva
promesso a febbraio nell'incontro con Bertone e Bagnasco all'ambasciata
italiana presso la Santa Sede. «Sull'esame del biotestamento alla Camera non
c'è nessuna accelerazione - assicura Fini -. Il testo è ancora in commissione e
non è stato ancora calendarizzato per l'aula». Ma sui
contenuti la Santa Sede non è disposta a cedere. «Il diritto all'acqua e
all'alimentazione rientra nel diritto alla vita - ribadisce il cardinale Renato
Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio per la giustizia e la
pace -. La Chiesa ha il dovere di illuminare la strada». Intanto nel mondo
politico infuria la polemica dopo che il senatore del Pd Ignazio Marino ha
accusato il premier Berlusconi di voler compiacere le gerarchie ecclesiastiche per
recuperare, attraverso l'accelerazione al Calabrò, il terreno perduto con il
Vaticano a causa degli scandali delle escort. «Parla proprio Marino che negli
interventi sia in aula sia in commissione cita sempre il catechismo o le
affermazioni di qualche vescovo o cardinale» protesta Laura Bianconi,
vicepresidente dei senatori del Pdl. E Gaetano Quagliariello, vicepresidente
vicario dei senatori del Pdl, spiega che su questo, come sugli altri temi, «fin
dall'inizio c'è stato un confronto libero con le posizioni
ecclesiastiche, senza alcuna soggezione».
(
da "Repubblica, La"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina V
- Genova L´iniziativa E venerdì migranti di nuovo in piazza LA PASSATA
settimana erano più di un migliaio davanti alla prefettura di Genova, in rappresentanza di associazioni cattoliche e laiche ma anche
semplici cittadini: tutti insieme appassionatamente, a manifestare in maniera
pacifica contro l´applicazione del nuovo "pacchetto sicurezza".
"O siamo tutti uguali davanti alla legge, oppure non lo è più nessuno. O
forse la legge non è più degna di questo nome", recitava uno degli slogan.
Il nuovo appuntamento "per contestare un dispositivo di legge che viola la
Costituzione e lede i diritti fondamentali dell´uomo" è in programma
venerdì prossimo, a partire dalle ore 19, ancora davanti alla prefettura.
(
da "Messaggero, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Martedì
14 Luglio 2009 Chiudi di FRANCESCO PAOLO CASAVOLA QUANDO Benedetto XVI andò a
visitare l'America, definì a quelli che lo accompagnavano gli Stati Uniti come
"Paese laico per amore della religione". Giudizio tutt'altro che
d'occasione, anzi rigorosamente aderente alla realtà storica. Le colonie che si
ribellarono alla Corona britannica cercavano la libertà politica per i loro
popoli, e i loro governi, e insieme la libertà di coscienza per ciascun
cittadino. George Washington firmò la Costituzione degli Stati Uniti il 17
settembre del 1787, dodicesimo anno dall'indipendenza. Vi si richiamava
l'obbligo per i senatori e i rappresentanti e per i membri del potere esecutivo
e giudiziario di giurare di difendere la Costituzione, "ma nessuna
professione di fede religiosa sarà mai imposta come necessaria per coprire un
ufficio o una carica pubblica negli Stati Uniti". Il 15 dicembre 1791, il
Bill of rights o Dichiarazione dei diritti si apriva con il divieto al
Congresso di fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione, o
per proibirne il libero culto. Era la risposta americana alla tragica vicenda
europea che con la pace di Westfalia del 1648 poneva fine ai sanguinosi
trent'anni di guerre di religione, ma con questa condizione, che ogni suddito
dovesse professare la religione del suo sovrano territoriale. Era il divorzio
tra libertà di religione e libertà di coscienza, in nome della ragion di Stato,
a garanzia dell'ordine pubblico interno e internazionale. Ecco perché gli
innumerevoli europei che migrarono da ogni Paese del Vecchio Continente cercavano
in America non soltanto felicità e libertà, per usare i termini settecenteschi,
ma anche e talora soprattutto libertà di coscienza e di religione. Mentre in
Europa si imponevano le religioni di Stato, negli Stati Uniti si rispettavano
le religioni delle coscienze. Mentre in Europa il cammino della laicità
diventava quello dell'anticlericalismo o dell'ateismo, in America lo Stato,
estraneo per Costituzione allo spazio della coscienza, lasciava alla società la
più totale e radicale libertà di religione. Benedetto XVI, da quel conoscitore
tedesco che è della cultura europea, ha ben capito su
questo punto la diversità americana, di "un Paese laico per amore della
religione". La cordialità dell'incontro tra il Papa e il presidente Obama,
in Vaticano, va compresa in questo contesto, in cui le due entità
istituzionali, Chiesa Cattolica e Stati Uniti d'America, misurano i loro
compiti nel mondo nuovo della globalizzazione. La Chiesa, con la
enciclica Caritas in veritate, pressoché coeva al G8, manifesta la sua riflessione
sul tempo che stiamo vivendo. La campagna elettorale e i primi atti di governo
del presidente Obama segnalano una tendenziale convergenza americana verso i
problemi dello sviluppo, della pace, dell'ambiente, dell'economia, della
cultura, della scienza, della democrazia, dell'etica, per molti dei tratti
disegnati in questa terza enciclica del Papa, dopo la prima Deus caritas est, e
la seconda Spe Salvi. Restano le questioni bioetiche, dell'aborto e della
ricerca sulle staminali embrionali sopra le altre, in cui le posizioni non
coincidono. Per questo il Papa ha donato ad Obama il testo della Dignitas
personae, istruzione della Congregazione per la dottrina della fede, in
aggiunta a quello della sua enciclica. Impegno a capirsi di più? Lo speriamo. I
due interlocutori sono consapevoli del loro carisma e della loro responsabilità
verso l'umanità del nostro tempo. E il Papa sa bene di avere dinanzi a sé un
mondo laico per amore della religione.
(
da "Messaggero, Il"
del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Martedì
14 Luglio 2009 Chiudi di ELENA PANARELLA «Sono convinto che il Casilino 900 sia
una vergogna per la città di Roma, e sono convinto che questa vergogna vada
cancellata. Non è possibile continuare in questa direzione e sono qui per dare
la personale assicurazione a tutti voi», ha detto il prefetto, Giuseppe
Pecoraro, incontrando i cittadini del VII Municipio al cinema Broadway, a
Centocelle, in un'assemblea partecipata, che ha visto la presenza di comitati
di quartiere, residenti e istituzioni con il presidente del municipio Roberto
Mastrantonio. Presente anche Najo Adzovic, uno dei portavoce del campo nomadi.
Il prefetto ha assicurato: «I lavori per campi attrezzati e autorizzati sono
iniziati già in 4 insediamenti, in altri 3 cominceranno entro l'estate. Il
controllo del campo Casilino 900 fino allo spostamento definitivo, che sarà
entro la fine dell'anno, verrà garantito dalle forze dell'ordine». Tante le
domande poste dai cittadini rivolte proprio al prefetto, che ha ricordato:
«Siamo in un paese civile e siamo tutti delle persone, è sbagliato considerare
i nomadi come delle non persone. Il nostro obiettivo è dare sicurezza ai
cittadini, integrazione e dignità ai rom». E ha poi aggiunto: «La mia grande
preoccupazione è quella, una volta aperti i campi attrezzati, di traghettare
verso il nostro mondo queste persone. Questa è la cosa più complicata perché
non bisogna ritrovarci tra 20 anni con gli stessi problemi ma su altri campi
nomadi». Delusione da parte dei comitati di quartiere: «Le cose che ci ha detto
il prefetto all'incontro ci erano state già dette dall'assessore Belviso, ci
aspettavamo qualcosa di più - spiega il presidente del comitato di quartiere
Torre Spaccata, Bruno Di Venuta - Abbiamo chiesto di ripristinare l'ordinanza
del sindaco, scaduta l'anno scorso, per il controllo h24 del campo, per il
problema dell'accensione dei fuochi. Il prefetto ci ha poi dato dei tempi sulla
chiusura del Casilino 900: entro settembre una parte del campo sarà
delocalizzata, trecento persone saranno spostate altrove, gli altri entro
febbraio. Speriamo che non si tratti dell'ennesima promessa». Intanto,
dall'altro lato della Casilina (in linea d'aria si tratta di 500 metri), nel campo
autorizzato di via dei Gordiani, si discuteva di altro. Un'assemblea pubblica dove
hanno partecipato cittadini, comitati di quartiere, istituzioni e abitanti del
campo «per dire no all'ampliamento dell'area e alla vigilanza armata». «Due
settimane fa si è presentata al campo una ditta per fare dei lavori,
sottolineando il fatto che avrebbero dovuto montare dei container che sarebbero
serviti a loro per il cantiere», spiega il presidente del VI Municipio
Giammarco Palmieri. «Peccato che nessuno ci ha avvertito di questi lavori -
continua Palmieri - Chiederò il capitolato d'appalto per sapere di che tipo di
interventi si tratta e un atto scritto che in questo campo autorizzato, non
saranno aggiunte altre persone. La comunità di Via dei Gordiani trova oggi un
equilibrio frutto di un lavoro costante dei servizi sociali, dell'associazionismo laico e cattolico, di un quartiere attento e
accogliente. Le decisioni, mai discusse o illustrate al Municipio, di istituire
un presidio di vigilanza armata, a sostituzione di un efficacie servizio di
custodia e controllo, e l'installazione di altri container, vanno contro la
volontà del Municipio, degli attuali residenti del campo e dei cittadini del
quartiere».
(
da "Mattino, Il
(Nazionale)" del 14-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Era il
divorzio tra libertà di religione e libertà di coscienza, in nome della ragion
di Stato, a garanzia dell'ordine pubblico interno e internazionale. Ecco perché
gli innumerevoli europei che migrarono da ogni Paese del Vecchio Continente
cercavano in America non soltanto felicità e libertà, per usare i termini
settecenteschi, ma anche e talora soprattutto libertà di coscienza e di
religione. Mentre in Europa si imponevano le religioni di Stato, negli Stati
Uniti si rispettavano le religioni delle coscienze. Mentre in Europa il cammino
della laicità diventava quello dell'anticlericalismo o dell'ateismo, in America
lo Stato, estraneo per Costituzione allo spazio della coscienza, lasciava alla
società la più totale e radicale libertà di religione. Benedetto XVI, da quel
conoscitore tedesco che è della cultura europea, ha ben capito su questo pungo
la diversità americana, di «un Paese laico per amore della
religione». La cordialità del recente incontro tra il Papa e il Presidente
Obama, in Vaticano, va compresa in questo contesto, in cui le due entità
istituzionali, Chiesa Cattolica e Stati Uniti d'America, misurano i loro compiti
nel mondo nuovo della globalizzazione. La Chiesa, con la enciclica
«Caritas in veritate», pressoché coeva al G8, manifesta la sua riflessione sul
tempo che stiamo vivendo. La campagna elettorale e i primi atti di governo del
Presidente Obama segnalano una tendenziale convergenza americana verso i
problemi dello sviluppo, della pace, dell'ambiente, dell'economia, della
cultura, della scienza, della democrazia, dell'etica, per molti dei tratti
disegnati in questa terza enciclica del Papa, dopo la prima «Deus caritas est»,
e la seconda «Spe salvi». Restano le questioni bioetiche, dell'aborto e della
ricerca sulle staminali embrionali sopra le altre, in cui le posizioni non
coincidono. Per questo il Papa ha donato ad Obama il testo della «Dignitas
personae», istruzione della Congregazione per la dottrina della fede, in
aggiunta a quello della sua enciclica. Impegno a capirsi di più? Lo speriamo. I
due interlocutori sono consapevoli del loro carisma e della loro responsabilità
verso l'umanità del nostro tempo. E il Papa sa bene di avere dinanzi a sé un
mondo laico per amore della religione. Francesco Paolo Casavola
(
da "Riformista, Il"
del 15-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Il coma
privato del soldato Ariel Sharon Tre anni. Respira da solo, ma le speranze di
un risveglio sono nulle. In un Paese in cui tra laici e religiosi è guerra
permanente, la bioetica non provoca lacerazioni. Per Arik, l'unica contesa è
sul letto d'ospedale. di Anna Momigliano Tel Aviv. Sono passati più di tre anni
dal giorno in cui un'emorragia celebrale ha ridotto Ariel Sharon in uno stato di coma permanente. Da allora l'ex primo ministro
israeliano giace in un letto di ospedale: respira senza l'aiuto di macchinari,
ma i medici dicono che le speranze di un suo risveglio sono pressoché nulle. La
famiglia non vuole interrompere la sua permanenza ospedaliera, anche contro il
parere della struttura. Ma la questione non ha catalizzato più di tanto
l'attenzione dei media israeliani: nessun caso alla Terry Schiavo, alla Eluana
Englaro, alla Piergiorgio Welby. In un primo momento, quando ancora si sperava
che "il vecchio generale" (come lo chiamano da queste parti) potesse
farcela, c'era anche una questione politica: quando dichiarare il premier
incapacitato? Quando e se destituirlo dalla carica? Ma adesso è una vicenda
privata, che riguarda la famiglia e gli amici più intimi. «La questione Sharon
non è una questione tout court», dice al Riformista David Satran, docente di
religioni comparate all'Università ebraica di Gerusalemme. «C'è poco da dire.
Certamente qui non è un big deal come lo sarebbe in un Paese cattolico».
«Perché la gente dovrebbe impicciarsi? Sharon non è più un leader politico»,
risponde sullo stesso tono Jeffrey Macy, esperto di religione e politica dello
stesso ateneo. Perché in Israele le questioni di bioetica non suscitano lo stesso
dibattito infuocato che hanno prodotto in Italia e negli
Stati Uniti? E pensare che questo è un Paese in cui i conflitti tra laici e
religiosi sono forti più che mai: negli ultimi giorni, per fare un esempio,
nella capitale ci sono stati scontri violenti tra gruppi di ultra-ortodossi e
la polizia per l'apertura di un grande negozio durante il Sabato (giornata in
cui la religione ebraica prescrive il riposo). Cionondimeno la Knesset,
il parlamento unicamerale di Gerusalemme, nel dicembre del 2005 ha approvato senza
incontrare troppi problemi una legge che stabiliva le modalità per interrompere
il sostegno artificiale alla vita di pazienti senza speranze di guarigione. La
legge impone il rispetto di volontà scritte (una specie di testamento
biologico) dello stesso paziente in caso non sia più in grado di intendere e di
volere, e inoltre obbliga i medici a discutere con i malati terminali fino a
che punto intendano spingersi. Sempre secondo la legge un paziente ha il
diritto, se lo desidera, di andare avanti con i trattamenti indipendentemente
dall'aspettativa di vita. Infine se i familiari o lo stesso paziente dovessero
decidere di "staccare la spina", il compito deve essere affidato a un
timer automatico, in modo da non gravare sulle coscienze di medici e infermieri
- e di non essere in conflitto con il diritto rabbinico. In altre parole,
massimo rispetto delle volontà individuali, una combinazione che ha messo
d'accordo laici e religiosi, in un Paese in cui difficilmente le due categorie
la vedono allo stesso modo: «Israele è il primo paese in cui elementi laici e
religiosi sono riusciti a produrre un documento condivisibile virtualmente da
tutte le parti, sul trattamento dei malati terminali», aveva commentato Michael
Barilan, docente di medicina all'Università di Tel Aviv, sul quotidiano Yediot
Ahronot all'indomani del voto in parlamento. Solamente i partiti
ultra-ortodossi si erano opposti alla legge. Ma perché le grandi questioni di
bioetica suscitano meno trambusto tra gli ultra-ortodossi israeliani, rispetto
a questioni apparentemente più banali, come l'apertura di un negozio durante il
sabato? Una spiegazione possibile è che non esiste un'unica regola accettata
sull'argomento. Tutti i rabbini invece concordano sulla necessità di rispettare
il riposo sabbatico, anche se la stragrande maggioranza condanna i fanatici che
per salvaguardarlo tirano pietre contro la polizia. A differenza del
Cattolicesimo, l'Ebraismo non riconosce alcuna autorità suprema, senza contare
che le questioni bioetiche sono assai complesse e che gli ultimi progressi
della medicina rendono difficile rifarsi ai testi antichi: «Quando una persona
è viva? Quando è morta? A che punto un intervento diventa inappropriato? Sono
tutte domande che non hanno più una risposta netta nel mondo moderno», aveva
dichiarato un rabbino esperto di bioetica, Noam Zohar, proprio in occasione
della malattia di Sharon. Per esempio i rabbini sono divisi su come
classificare l'utilizzo dei respiratori artificiali: secondo un'opinione
diffusa tra i dottori del diritto religioso, è vietato interrompere le cure o
accelerare l'agonia di un moribondo, ma è consentito rimuover gli «ostacoli
irragionevoli» alla morte naturale. Un respiratore è un ostacolo irragionevole?
Ogni rabbino ha una risposta diversa. Tornando al caso di Sharon, l'unica
questione legale che si pone è se possa rimanere o meno in ospedale. Lo scorso
febbraio l'ospedale di Tel Ha-Shomer, che ospita l'ex primo ministro, aveva
chiesto ai due figli di Sharon, Omri e Gilad, di riportarlo a casa: ormai non ci
sono più speranze di migliorare le sue condizioni, è stata la spiegazione, si
possono somministrare soltanto le cure di routine, che possono essere
effettuate anche a domicilio. La struttura ospedaliera avrebbe avanzato la
richiesta onde liberare la stanza nel reparto di Rieducazione respiratoria, uno
dei migliori in Israele, in previsione che possa servire ad altri. Omri e Gilad
Sharon hanno rifiutato di trasferire il padre: temono che, in caso di
peggioramento improvviso delle sue condizioni, a casa sarebbe più difficile
salvargli la vita. 15/07/2009
(
da "Foglio, Il"
del 15-07-2009)
Argomenti: Laicita'
15
luglio 2009 E' finita l'anarchia etica. Forse Adesso il governo deve prendere
sul serio la volontà della Camera Rocco Buttiglione non è un passante. Né solo
un capopartito democristiano. E un intellettuale
cattolico e un uomo di chiesa, a suo modo, che sa distinguere lappartenenza confessionale e il laico lavoro di
parlamentare della Repubblica. Per questo lo cacciarono dalla Commissione di
Bruxelles, perché un papista capace di rispettare la distinzione kantiana tra ciò
che è reato e ciò che è peccato fu considerato pericoloso dai secolaristi più
sbracati e intolleranti. E significativo che uno
come Buttiglione abbia preso in mano con efficacia politica e senso della
mediazione culturale una bandiera antiabortista, che è anche la nostra, diversa
da quelle che nel passato sono state agitate da chi legittimamente poneva in testa
a tutto lavversione radicale alla logica delle
legislazioni occidentali pro choice, abortiste. I cattolici
hanno felicemente cambiato linea, questa è la sostanza della battaglia
parlamentare sulla moratoria, approdata ieri a un buon risultato: vanno oltre
la divergenza di principio, che resta, e cercano di unire le forze non già
contro le leggi sullaborto, ma contro
laborto. E questo, in un certo senso, è stato anche
lesito del recente incontro tra il Papa
testardo, che sulla questione della vita non molla, e il presidente americano
pragmatico, che ha rovesciato la linea pro life di Bush ma si sente in dovere,
per quella parte di leader cristiano che è in lui o per opportunismo, di fare
qualcosa contro la deriva abortista ed eugenetica e di discriminazione sessuale
che caratterizza oggi laborto nel mondo. Ora però
il governo deve essere conseguente. Non deve ripararsi comodamente dietro la
difesa della legge 194, sulla quale ci attendiamo dal sottosegretario
Roccella una relazione non burocratica né statistica. La 194 codifica laborto (perché nessuna donna può essere obbligata a
partorire) ma non ne fa un diritto civile libertario. E vergognosamente
disapplicata in molte sue parti. Berlusconi aveva annunciato alle Camere,
presentando il suo governo, un piano nazionale per la vita. Che ne è stato? Chi se ne occupa? Che idee si hanno? Si estende la
consapevolezza che si debbano combattere le cause materiali degli aborti,
destinando risorse serie alla tutela della maternità. E allora? Adesso bisogna
riuscire, con una mobilitazione straordinaria della nostra diplomazia e della
nostra leadership politica, a trovare consensi allidea che nessuno stato può
obbligare le donne ad abortire le figlie femmine nellambito di una pianificazione familiare con il bollino
umanitario dellOnu. Ma cè molto altro da fare. Forse è finita la
fase surreale dellanarchia etica, proclamata e praticata da una classe
dirigente che avrebbe un mandato non bigotto né clericale, ma laicamente
e razionalmente più serio e responsabile. Tra le altre cose, il combattimento
sulla frontiera decisiva di questo secolo: il maltrattamento e la manipolazione
della vita umana. Leggi La Camera approva la mozione di Buttiglione sull'aborto
- Leggi le dichiarazioni di voto alla Camera © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
(
da "Repubblica, La"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
35 - Commenti l´abortO di stato (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Favorendo politiche che aiutino a rimuovere
le cause economiche e sociali dell´aborto". Pd e Idv (con eccezioni
singole e prevedibili di cosiddetti teodem) non l´hanno votata, ritenendo
indispensabile che contenesse un richiamo alla necessità di promuovere la
contraccezione. Vorrei spiegare perché dubito di questa astensione. Non occorre
dire che non considero un pregio per sé l´eventualità che maggioranza e
opposizione votino insieme. Lo è solo quando votino insieme una legge giusta.
In questo caso, è un vero peccato (impiego questa parola, Buttiglione capirà)
che i fautori della mozione non ammettano che donne e uomini di tutto il mondo
debbano essere informati sui modi per rendere sempre più responsabile la
maternità e la paternità. E´ un antico e irrimediato bigottismo protezionista e
proibizionista. Ma anche con questa parzialità, l´auspicio della mozione non è
forse condivisibile, e anzi urgente? Ci sono interi paesi-continenti in cui
l´aborto serve da strumento di controllo demografico, cioè di riduzione della
natalità, e di persecuzione della natalità femminile in Cina o in Nord-Corea o in alcuni Stati
latinoamericani soprattutto per effetto di una legislazione repressiva e spesso
violenta, in India soprattutto per effetto di un costume, a sua volta spesso
violento; e in tanti altri luoghi. La ribellione a questa violenza è la faccia
ammirevole di una campagna contro l´aborto, come quella che il Foglio portò
nelle scorse elezioni politiche, confondendo però gravemente l´aborto forzato,
dallo Stato o dalla comunità, in tanta parte del mondo, con la scelta di
abortire, e dunque di non abortire, che si vuole garantire in altri paesi. E in
Italia da leggi come la 194, il cui effetto appena confermato, con la
provvisoria eccezione di donne povere straniere, è una forte diminuzione degli
aborti. Perseguire penalmente l´aborto, condannarlo alla clandestinità e
all´infamia, è un delitto contro la persona, e specialmente contro la donna. E´
un orribile delitto anche il controllo coercitivo della natalità, col quale lo
Stato o la comunità tradizionale pretendono di espropriare e violentare, in
nome del "corpo sociale", le famiglie e le persone, e soprattutto il
corpo delle donne. Delitto aggravato dalla strumentalizzazione dell´allarme che
suscita l´aumento della popolazione umana. Questo è vero sia quando si sopprima
una vita già iniziata (come nell´aborto indiscriminato o nell´infanticidio
delle figlie femmine) sia quando la tecnologia riproduttiva permetta di
predeterminare il sesso del figlio voluto escludendo le femmine. (Paradosso
impressionante, man mano che si avvicina un´autosufficienza delle donne nello
stesso concepimento). La pretesa di accostare alla moratoria sulla pena di
morte una "moratoria sull´aborto" non ha alcun senso dove alle donne
sia riconosciuta una libertà di scelta. Ha un senso per l´aborto forzato o
"comprato", dove siano in vigore politiche dispotiche e brutali di
denatalità. La ribadita (perfino in Africa) condanna cattolica del preservativo
è irresponsabile. Ma la risposta non si esaurisce certo nella promozione del
preservativo. Troppo spesso le Nazioni Unite hanno ceduto a un feticismo del
controllo delle nascite che le ha portate a promuovere o fiancheggiare campagne
di sterilizzazione coatta o "compensata". Che le Nazioni Unite
promuovano invece o appoggino campagne di informazione e di sostegno materiale
nei confronti delle famiglie e delle donne, è un proposito necessario e
urgente. La condanna delle demografie coatte di Stato è
conseguente al riconoscimento dell´autodeterminazione delle singole donne, che
è a sua volta l´essenza più preziosa delle democrazie. Al contrario, posizioni
come quella di Buttiglione o di tanta gerarchia cattolica considerano
complementari e detestano allo stesso modo la libertà di autodeterminazione
delle donne e l´oppressione degli Stati sulle donne. Ma nella mozione
votata ieri (salva una mia lettura incompleta) quest´assurdità non c´era. Essa
è il sottinteso permanente di certe assolutezze "pro-life", e bisogna
restarne in guardia. L´arrogante ripresa in commissione parlamentare della
legge contro il testamento biologico che impone l´alimentazione forzata (a
proposito di violenza carnale statale) sta lì a ricordarlo. Forse non è una
ragione sufficiente per non far propria una campagna contro la violenza autentica violenza carnale, sulla scala di miliardi di
esseri umani delle demografie di Stato e dei loro disastri, come
l´abolizione per legge di fratelli e sorelle e un divario senza precedenti fra
maschi e femmine nella storia del genere umano. Investire le Nazioni Unite di
questi temi è giusto. Con un´ispirazione, credo, semplice e netta come quella
riassunta in questi tre punti: "Nessuna donna può essere obbligata ad
abortire; nessuna donna può essere punita perché rifiuta la maternità; tutte le
donne devono essere libere di non abortire". La mozione di Buttiglione non
comprende i tre punti, ma non li pregiudica. Il mondo laico credenti e non credenti avrebbe ogni ragione
per farsi protagonista di un impegno internazionale contro la demografia forzata
davvero simile a quello contro la pena di morte. Meglio che chiosare parzialità
e doppi sensi delle iniziative altrui, e astenersi.
(
da "Repubblica, La"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Pagina
14 - Interni Aborto, sì alla moratoria Onu "Non si usi per controllare le
nascite" Passa la mozione Udc-Pdl, quella Pd respinta per un voto MAURO
FAVALE ROMA - Il governo italiano si impegnerà a promuovere, presso le Nazioni
Unite, una «moratoria sull´aborto obbligatorio». Il vincolo è il risultato
della mozione, promossa da Udc, Pdl e Lega, approvata ieri a Montecitorio con
l´astensione di Pd e Idv. Il Vaticano è entusiasta. Esecutivo e maggioranza
esultano, i democratici non si oppongono e, fuori dal Parlamento, solo Sinistra
e Libertà parla di «imbroglio e ipocrisia». La Camera dice no, dunque, all´aborto
come strumento di controllo demografico. Nel dispositivo approvato viene
affermato «il diritto di ogni donna a non essere costretta e indotta ad
abortire». Al risultato di ieri si è giunti con un gioco di astensioni e voti
trasversali: governo e maggioranza fanno propria la mozione dell´Udc, sulla
quale Pd e Idv decidono di astenersi. Ad eccezione di Paola
Binetti e di una folta pattuglia di cattolici del centrosinistra che votano a favore del documento di
maggioranza. Specularmente, alcuni deputati del Pdl votano la mozione Pd, sulla
quale il governo aveva dato parere contrario. Eppure non è stata approvata per
un solo voto, quello del dipietrista Gabriele Cimadoro, che ha consentito al
governo di non andare sotto. Quasi un rompicapo da interpretare: perché
se sul dispositivo finale (no all´aborto per controllare le nascite) tutto il
Parlamento era d´accordo, erano le premesse a differenziare le posizioni. In
aula Livia Turco ha puntato sulla contraccezione, sulla libertà delle donne e
sull´autodeterminazione femminile; aspetti che la mozione dell´Udc non prendeva
in considerazione. «Se avessi dovuto votare sulla base di ciò che ho sentito
dire da Livia Turco afferma Paola Binetti
avrei votato contro. La mozione del Pd, invece, era scritta con quegli
"equilibrismi lessicali" che mi hanno permesso di votarla».
Motivazione simile a quella fornita da Cimadoro, deputato (autodefinitosi «binettiano»)
dell´Idv,
che però si è astenuto sulla mozione Pd. «Dispiace che non sia passata per un
voto spiega la Turco ma ho apprezzato
comunque l´iniziativa di Buttiglione». Margherita Boniver, laica del Pdl, si è
astenuta in tutte le votazioni: «Trovo che queste risoluzioni
contengano al loro interno la volontà di boicottare le agenzie Onu che si
occupano dei progetti di Family planning nei Paesi in via di sviluppo e che
vengono, a torto, accusate di puntare sull´aborto». Soddisfatto, invece, il
primo firmatario della mozione, Rocco Buttiglione: «è ora di contrastare ha detto l´esponente centrista sia chi è contro
la vita sia chi è contro la scelta». Il governo, per bocca del ministro degli
Esteri Franco Frattini, parla di «un risultato di alto valore morale». Il Vaticano, con il
cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio Giustizia e Pace,
si definisce «entusiasta», perché quello di ieri «è un sì alla vita». Claudio
Fava, di SL, invece, interpreta il voto come «un imbroglio e un´ipocrisia: non
si può condannare l´aborto anziché promuovere la libera scelta delle donne in
materia di maternità». Ancora indietro, invece, la pratica testamento
biologico: il testo approdato ieri in commissione alla Camera andrebbe
riscritto per Pd e Idv mentre, per il Pdl, quello approvato al Senato
rappresenta il punto di partenza.
(
da "Riformista, Il"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
S'avvicina
il Formigoni IV ma non è più aria di trionfo IL PREZZO DI di Pietro. «No
comment». L'ex pm non smentisce la tentazione di scendere in campo, tratta col
Pd e intanto oscura Grillo. di Alessandro Da Rold I numeri lo danno al 56 per
cento dei consensi. Poco sopra il 50 anche l'operato della giunta: 52. Cifre
solide ma non fenomenali per un governatore che, come Roberto Formigoni, si
avvia a chiedere un quarto mandato ai cittadini lombardi, dove secondo il 25
per cento degli intervistati indica come problema più importante la
disoccupazione e mentre la crisi economica in regione si fa sempre più sentire
nelle Pmi. Eppure, anche se la Lega insiste a chiedere il candidato (il nome di
Roberto Maroni è sul tavolo, quello di Castelli pare scartato), sarà difficile
sbarrare il passo a Formigoni. E certo non sarà il centrosinistra a farlo.
«Siamo in alto mare» - avverte una voce anonima del Pd -, complice sia la crisi
storica del partito su questi territori, sia il congresso nazionale di ottobre
che dovrà eleggere il nuovo segretario nazionale: di nomi se ne fanno molti, da
Bruno Tabacci ad Antonio Di Pietro e c'è persino chi ha voluto sondare Emma
Bonino. Praticamente certa (con o senza Udc) - come dimostra il sondaggio
pubblicato oggi dal Riformista - la vittoria del centrodestra. Dall'altra parte
l'obiettivo sarà (al solito) salvare la faccia. Per Popolo della libertà e Lega
Nord, la definizione della candidatura del prossimo governatore inizierà a
entrare nel vivo dopo l'estate. La quadra dovranno trovarla Umberto Bossi e
Silvio Berlusconi. Formigoni, sbarrate le porte in Europa e a Roma (si aggiunga
pure il flop dell'amico Mario Mauro al Parlamento europeo), vuole correre di
nuovo. Ma ci sono pure da tenere presente le lotte fratricide all'interno del
Pdl, con la nomina di un nuovo coordinatore regionale dopo l'elezione di Guido
Podestà alla presidenza della provincia di Milano. Si intravede già buona parte
della prossima partita per le elezioni regionali del 2010 nei nuovi assetti societari
stabiliti dal presidente Formigoni per gli Ircss, le cliniche di competenza
della regione Lombardia. O almeno questa è la sensazione di un bello spicchio
della politica locale . Il riassesto della sanità, è stato
interpretato in vari modi, sia come un ultimo lascito di Formigoni ai suoi,
prima della partenza verso nuovi lidi; sia un assist per gli alleati leghisti,
da sempre interessati alla poltrona più importante del Pirellone; sia il
radicamento delle politiche formigoniane in Lombardia. La nomina di Antonio
Colombo alla presidenza dell'Istituto dei Tumori ha soddisfatto la Lega Nord
che con Bossi aveva chiesto di contare nelle stanze del potere sanitario
lombardo, all'indomani del risultato elettorale di giugno. Così come ha
certamente dato rassicurazioni al mondo di Comunione e Liberazione la scelta di
Giancarlo Cesana alla guida della Fondazione Policlinico, posto occupato negli
ultimi anni da Carlo Tognoli, ex sindaco del Psi a Milano. Cesana è un ciellino
storico e rappresenta bene gli interessi che si fondono nella Compagnia delle
Opere. Così, se da un lato Formigoni dà conferme al tessuto economico politico
di cui è referente, dall'altro rimuove dalla Fondazione
Policnico un uomo come Tognoli, da sempre vicino all'area laica di Forza Italia
di cui è massimo referente Podestà (anch'egli impegnato dal punto di vista
imprenditoriale nel settore sanitario). Ma, come rilevano voci in ambienti cattolici, la mossa del Policlinico
"vale doppio" dal punto di vista politico. Perché in quel
groviglio di strade dove sorge la Fondazione, compare la clinica Mangiagalli,
specializzata in gravidanze, la più importante nel capoluogo lombardo. Allo
scontro tra l'area laica e cattolica di Forza Italia si aggiunge il
rafforzamento di Maurizio Lupi, ormai «diventato grande», referente di cielle a
Roma, ma sciolto da tutele formigoniane. Anche su questo bisognerà a lungo
ragionare nella villa di Arcore del Cavaliere, come in viale Monza, storica
sede degli azzurri. Lupi vorrebbe correre alla poltrona di Palazzo Marino nel
2011. È noto il malcontento di una parte del centrodestra nei confronti di
Letizia Moratti, ma appare evidente che due istituzioni occupate dalla stessa
area politica non possono convivere. «Per il momento - avverte una voce ben
informata nel Pdl - è una guerra di posizioni». 16/07/2009
(
da "Unita, L'"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Integralisti
per rivedere la legge 40 Aborto, passa la mozione Buttiglione SUSANNA TURCO
Mentre la Camera con una sostanziale convergenza bipartisan (via astensione di
Pd e Idv al testo proposto dal centrista Buttiglione e sostenuto dal Pdl)dice
no all'aborto come strumento di controllo delle nascite, non nuovissimo
principio contenuto anche nella legge 194, e rinuncia invece a dire una parola
esplicita sul tema della «libertà di scelta della donna» (per non parlare della
contraccezione), tutt'altro clima si respira dalle parti del ministero della
Salute. Molto più fattivo, molto più concreto. Di certo pochissimo alla ricerca
di quel «minimo comun denominatore etico» sbandierato dai fautori della mozione
che, da ieri, impegna il governo a proporre in sede Onu una risoluzione
antiabortista. Un clima tutt'altro che trasversale. Commissioni al Welfare Si
è, infatti, che proprio oggi, a ventiquattr'ore dalle gentili convergenze
Buttiglione-Binetti, e dalla soddisfazione della gran parte del mondo
cattolico, si insedierà la commissione istituita a fine giugno dal ministro
Maurizio Sacconi per «valutare le implicazioni giuridiche ed etiche» della
sentenza della Consulta sulla legge 40 che regola la procreazione assistita.
All'inizio di aprile, infatti, la Corte Costituzionale aveva dichiarato
inammissibili alcuni punti della legge, in particolare quello sul limite dei
tre embrioni. Rendendo opportuno un ulteriore lavoro per armonizzare il testo
con le indicazioni della Consulta. «Procederemo emanando nuove linee guida»,
aveva risposto all'epoca la sottosegretaria Eugenia Roccella a chi già si
azzardava a ipotizzare una revisione della legge. Detto, fatto. Le nuove linee
guida, come annunciato in un trafiletto di Avvenire, «scaturiranno» dal lavoro di
questa commissione, che si occuperà in particolare dei problemi relativi alla
crioconservazione degli embrioni, più quello di un Osservatorio che dovrà
monitorare l'applicazione delle norme sulla fecondazione assistita. Due su
undici Curioso è tuttavia che, in stridente contrasto con la ricerca
volenterosa di convergenze parlamentari su un tema come l'aborto, le
personalità di giuristi e bioeticisti individuate per lavorare su una questione
controversa come la procreazione assistita provengono tutte o quasi dalla
stessa parte. Circostanza sulla quale i radicali hanno già presentato una
interrogazione parlamentare. Presidente, per dire, è Francesco D'Agostino.
Qualche maligno lo chiama «mastino della Cei». Più
laicamente, di lui si può dire che ha guidato per otto anni complessivi il
Comitato nazionale per la bioetica, che è presidente dell'Unione Giuristi
Cattolici Italiani, che è membro della Pontificia Accademia per la Vita, che è
editorialista di Avvenire. C'è poi Bruno Dalla Piccola, presidente
dell'associazione Scienza e Vita, plaudentissimo ieri per «il fronte
trasversale che ha detto no all'aborto». Assuntina Morresi, consulente
ministeriale e alter ego ciellino della Roccella. Alberto Gambino, mente
giuridica di Rutelli e teodem nella campagna per l'astensione al referendum
sulla legge 40. Angelo Vescovi, altro protagonista della campagna referendaria
«la vita non si tocca» e convinto sostenitore della tesi che la ricerca sulle
staminali embrionali sia inutile. Enrico Garaci, il «signor nessuno» che Comunione
e liberazione candidò all'89 a
sindaco di Roma sotto le insegne della Dc. Ci sarebbe da citarne qualcun altro,
ma in sostanza, per fare un bilancio, di cosiddetti "laici" figurano
Carlo Alberto Redi e Amedeo Santosuosso. Due membri su undici. Un bell'esempio
di ricerca di convergenze, non c'è che dire. Alla Camera passa con una
sostanziale convergenza la mozione per il no all'aborto. Intanto, al ministero
della Salute, si insedia una commissione che lavora sulla legge 40: i membri
"laici" sono due su undici.
(
da "Unita, L'"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Luigi
Iscrizioni bloccate in Calabria Sono un giovane calabrese, iscritto al Pd in un
piccolo paese alle porte di Cosenza. Volevo richiamare all'attenzione un
problema che affligge i circoli Pd di tutto il Cosentino, e la Federazione
provinciale stessa, che non ha finora trovato risoluzione né riscontrato
interesse in alcuno dei dirigenti Pd, evidentemente troppo occupati in questo
periodo che precede il Congresso d'ottobre. Da circa 5 mesi, unico caso in
Italia, il tesseramento è stato bloccato, e non c'è
alcun segnale riguardo un suo ripristino. Il 21 luglio sarà l'ultima data utile
per iscriversi e avere il diritto di votare alle primarie. Nelle altre regioni
il tesseramento è durato circa un anno, qui due mesi: dall'apertura dei circoli
a gennaio, fino a febbraio. Lo statuto prevede inoltre che gli introiti
derivanti dal tesseramento vengano versati per il 30% alla Federazione
provinciale e al Consiglio Regionale, e che il restante 70% ritorni al circolo
di provenienza. I soldi sono partiti, ma mai tornati. Il nostro è un piccolo
circolo, ma proprio a causa di queste mancate entrate, rischia di chiudere,
dopo oltre 50 anni di militanza. Insieme alla vecchia «sezione» rischia di
scomparire anche uno degli eventi che da sempre hanno accompagnato la sua
storia: la festa de l'Unità. Nella nostra stessa condizione versano la maggior
parte dei circoli calabresi, che si scontrano ogni giorno con l'indifferenza
del partito. La presenza sul territorio, già di per sé deficitaria, rischia di
annullarsi del tutto. Bonati Liviano Un partito laico Su
l'Unità dell'11 luglio ho letto che l'on. Binetti avrebbe intenzione di
candidarsi alla segreteria del Pd per conquistare la «leadership morale del
partito», ossia «valorizzare quei valori cattolici di cui il Pd ha bisogno». Da quanto mi risulta il Pd è un
partito "laico" di uno Stato "laico", e non un
partito "etico", ossia un partito che si identifica con una sola
morale. L'onorevole Binetti sarebbe più coerente se fondasse un partito
"etico" a immagine e somiglianza dei suoi principi morali. Annalucia
Carboni L'occhio del «padrone» Ho sofferto seguendo Linea Notte, nel vedere il
premier che si giustificava per aver versato solo il 3% dei soldi promessi
all'Africa prendendo come scusa la tragedia del terremoto, e ora soffro nel
leggere che cerca casa all'Aquila «perché si sa che l'occhio del padrone
funziona meglio». Insomma quest'uomo si sente proprio il padrone d'Italia e lo
dimostra con disprezzo in tutte le sue manifestazioni: attacchi alla stampa, leggi
ad personam, residenze pubbliche, voli di Stato, farsa dell'aggiornamento
politico delle veline (confermato da Brunetta e Lucia Annunziata), bugie sugli
inviti in Vaticano o da Obama e statistiche, tutte, a suo uso e consumo. Non ne
posso più. Esiste un'altro «modo di vivere» e siamo in tanti che leggiamo
l'Unità. Moreno Il BRIC e noi Vi leggo da sempre, anche da piccolo non sapendo
cosa fosse l'Unità la leggevo, perché era sempre fra le mani di mio nonno e di
mio padre. Oggi ho deciso di scrivervi perché mi ha incuriosito l'ultima parola
che è nata al G8, "BRIC", di più mi incuriosisce come farà un
governino e un branco di mangiapane a tradimento capaci solo di concludere
affari tra ruffiani, cioè i nostri bankieri, come si comporteranno con il
Brasile, la Russia, l'India e la Cina. Saranno capaci di non farsela sotto e
svendersi? Io già una idea ce l'avrei: intanto a Cina, India e Brasile lascerei
la produzione industriale, noi dobbiamo ripuntare su piccole e medie imprese,
turismo, arte e ingegneria, dove se siamo seri non ci batte nessuno, per la
Russia è un discorso già iniziato con il pronismo, quindi partiamo perdenti.
Tommaso Marcantonio Vorrei capire Ho letto lunedì la risposta del Responsabile
della Festa del Pd di Roma all'articolo di Furio Colombo. Mi dispiace dire che
non ci ho capito nulla, Colombo lo comprendo invece. Andiamo avanti cosi a
parlare del nulla ed a sentirci subito offesi per troppa autoreferenzialità..
Alegher, alegher....
(
da "Messaggero, Il"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Giovedì
16 Luglio 2009 Chiudi di CLAUDIO SARDO ROMA - La Camera ha approvato ieri
alcune mozioni che condannano «l'uso dell'aborto come strumento di controllo
demografico» e affermano «il diritto di ogni donna a non essere costretta o
indotta ad abortire». Le mozioni di Pdl, Lega e Udc sono state approvate integralmente,
mentre quelle del Pd e dei radicali solo in parte. Il dibatitto comunque ha
registrato un'ampia condivisione sul no all'aborto come strumento di controllo
delle nascite. Ed è pressocché unanime il mandato conferito al governo di
promuovere una risoluzione in tal senso all'assemblea delle Nazioni Unite, sul
modello della moratoria sulla pena di morte che proprio l'Italia portò al
successo nel 2007. Era stato Rocco Buttiglione (Udc) a
innescare il confronto parlamentare con la sua prima mozione. «Siamo tutti
d'accordo - ha detto - che l'aborto è comunque un male ma ci dividiamo sempre
tra chi è per la vita e chi è per la scelta. È ora di contrastare insieme chi
nel mondo è sia contro la vita che contro la scelta». I partiti della
maggioranza hanno tuttavia voluto affiancare un loro documento, anziché
limitarsi a sostenere la mozione Buttiglione (che dall'altra parte ha subito
raccolto il pieno sostegno di Paola Binetti). E così anche il Pd, l'Idv e i
radicali hanno messo nero su bianco i loro punti di vista, aggiungendo proprie
sottolineature al comune denominatore proposto da Buttiglione. La mozione Pd,
prima firmataria Livia Turco, insisteva sulla «libertà di scelta» delle donne,
quella dell'Idv sulla diffusione della conoscenza dei «metodi contraccettivi».
Ma tutte le parti eccedenti rispetto all'impegno su cui il governo ha espresso
in aula il parere favorevole sono state bocciate dall'assemblea. Alla mozione
Turco, votata anche dall'Udc, è mancato solo un voto per passare integralmente:
228 sì e altrettanti no. Anche questo vale come prova di un confronto senza
asprezze: del resto, non ha creato problemi il fatto che molti cattolici del Pd abbiano votato a favore della mozione
Buttiglione (l'indicazione ufficiale del gruppo era comunque una benevola astensione).
Il commento del Vaticano è stato entusiasta. «Ora mi
auguro - ha detto il cardinale Renato Martino - che la mozione vada avanti
all'Onu e che possa raccogliere altri consensi». Un serio impegno della
Farnesina è stato garantito dal ministro Franco
Frattini. Comunque, il confronto parlamentare ha ribadito che la legge 194 non
è in discussione (perché l'aborto, ha detto la Turco, «è sempre un dramma e mai
un diritto») e la prevenzione può essere un'orizzonte comune. Mentre nell'aula
di Montecitorio andava in scena la convergenza possibile, in commissione però
la legge sul testamento biologico ha avviato il suo iter nel segno di una netta
contrapposizione. La legge, già votata in Senato, approderà in aula in autunno.
Ma è intenzione del Pdl mantenere l'attuale impianto, che ruota attorno
all'obbligatorietà dell'idratazione e della nutrizione per chi è in stato vegetativo. Al Senato solo l'Udc votò con la
maggioranza, mentre i cattolici del Pd si sono tutti,
o quasi, opposti. La Binetti ieri ha detto apertamente che
lavorerà per cercare di ricostruire una trasversalità «per la vita», insomma
una convergenza tra i cattolici di tutti i Poli, come accadde per la legge sulla fecondazione
assistita. Nel Pdl c'è però anche chi, come i fedelissimi di Fini, preparano
emendamenti di impronta «laica».
(
da "Messaggero, Il"
del 16-07-2009)
Argomenti: Laicita'
Giovedì
16 Luglio 2009 Chiudi Caro Gervaso, il severo giudizio sulla corruzione in
Italia, ai primi posti in Europa, espressi da molta stampa, è contrapposto in
uno dei tanti articoli sull'argomento, all'"elogio dei danesi che
risultano il popolo meno corrotto del vecchio Continente". L'autore non
mette esplicitamente in evidenza che i danesi sono prevalentemente protestanti,
mentre gli italiani sono in grande maggioranza cattolici.
Sarebbe opportuna un'indagine per appurare l'effetto di tale differenza sulla
corruzione dei due popoli, anche analizzando il comportamento dei protestanti
italiani e dei cattolici danesi. In ogni modo, in
Europa, i cui popoli sono destinati nei prossimi decenni (o secoli?) a fondersi
in un crogiolo sotto la spinta della globalizzazione, le famiglie saranno
religiosamente miste. Ascanio De Sanctis - Roma Caro De Sanctis, la Danimarca
protestante non fa eccezione. Tutti, e dico tutti i Paesi che hanno avuto la
Riforma, o comunque ne sono stati influenzati, sono meno
corrotti, e non da oggi, di quelli cattolici. La Riforma, voluta da Lutero che, nel 1517, affisse le sue 95
tesi sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittemberg, fu la conseguenza
della degenerazione, dei misfatti, delle insolenti interferenze della Chiesa
romana su quelle periferiche. La corruzione aveva toccato l'acme, tutto
era in vendita e i maggiori beneficiari di questo andazzo erano i grandi
prelati, vescovi, cardinali, pontefice e corte compresi. Non se ne poteva più.
Il monaco agostiniano di Erfurt, prima di prendere una decisione così radicale,
gravida di esiti traumatici e, in qualche caso, drammatici, aveva fatto di
tutto per non rompere con le supreme gerarchie ecclesiastiche. Ma queste erano
così marce che ogni raccomandazione o invocazione di bonifica non avrebbe
sortito alcun risultato. Con la vendita delle indulgenze la Chiesa romana e i
suoi emissari avevano passato ogni limite. Ma come si poteva assolvere
un'istituzione, che ti promette il Paradiso, di cui nessuno ha mai verificato
l'esistenza, in cambio di favori e di denaro? Lutero capì che c'era una sola
via d'uscita:affrancarsi dalla tutela della Chiesa romana e fondarne un'altra.
Il cristianesimo, prima della divisione, era appannaggio del Papa e dei suoi
stati maggiori, che facevano belle prediche da pulpiti screditati. La Chiesa
aveva clericalizzato gli animi, li aveva, cioè, resi scettici e opportunisti,
con il nepotismo e la condotta scostumata dei suoi rappresentanti più insigni.
Avevano quasi tutti amanti, molte con figli, e nessuno se ne scandalizzava. E
non se ne scandalizzavano perché, salvo le solite, eroiche, pie eccezioni,
nessuno credeva in niente, avendone viste, e vedendone, troppe. Quando la
misura fu colma, si consumò lo scisma. Il cristianesimo, poi cattolicesimo,
pretendeva, attraverso certi suoi viziosi e avidi ministri, che il fedele
rinunciasse a ragionare e a non farsi domande su Dio e i suoi misteri. Il
gregge doveva affidarsi al suo pastore, il solo qualificato a parlare con
l'Onnipotente. L'ubbidienza del devoto doveva essere cieca, pronta, assoluta.
Chi sgarrava, chi cercava, cioè, di pensare con la propria testa, veniva bandito
dalla grande famiglia cattolica e, se insisteva a ragionare autonomamente, e
magari polemicamente, finiva sul rogo. Lutero, tanto per cominciare, tradusse
in volgare, cioè in tedesco, le Sacre Scritture che ognuno poteva ora leggere e
interpretare senza arbitrarie mediazioni. E, soprattutto, lo autorizzava e lo
incoraggiava a dialogare direttamente con il Padreterno. Il fedele si sentì più
libero e, volendo essere un buon fedele, più responsabile. La Chiesa rispose
alla Riforma con la Controriforma, che la fece riprecipitare nel Medioevo.
Cercò di rigenerarsi, ma restava un'istituzione intollerante e intransigente,
che perseguitava il libero pensiero, incompatibile con i dogmi, cioè con le
verità unilateralmente rivelate. Ma c'è dell'altro. I Paesi che passarono al
protestantesimo (calvinisti, luterani eccetera), avevano alle spalle uno Stato.
Alcuni più democratico, altri più autoritario, ma Stato. La separazione fra gli
affari politici e mondani e quelli religiosi era drastica. L'Italia, al contrario,
dalla caduta dell'Impero Romano, era sempre stata in balia dello straniero e
dei suoi eserciti. Una situazione deprecabile, ma assai gradita alla Chiesa
Romana che, mettendo comuni o signorie in competizione fra di loro, ne
vanificava le aspirazioni autonomistiche e unitarie. Quanto allo straniero,
pensava solo a far bottino. Cosa succederà domani, non lo so. Credo anch'io che
finiremo tutti in un grande crogiolo, di cui non sarà facile trovare la
temperatura di fusione. L'importante è che l'Italia diventi finalmente laica e
si sappia difendere dalle pretese universalistiche di arroganti teocrazie.
atupertu@ilmessaggero.it
(
da "Foglio, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: Laicita'
17
luglio 2009 La vita dopo l'anarchia Il governo prende sul serio la moratoria di
Buttiglione sull'aborto votata alla Camera. Tremonti promette poche ma buone
risorse per le donne, la Farnesina assicura battaglia all'Onu. Meloni e
Roccella combattive Adesso il governo deve prendere sul serio la volontà della
Camera, ha scritto ieri il Foglio dopo lapprovazione
della mozione presentata da Rocco Buttiglione e Paola Binetti che impegna
lesecutivo a farsi promotore presso le Nazioni Unite di una
risoluzione che “condanni luso
dellaborto come strumento di controllo demografico e affermi il diritto
di ogni donna a non essere costretta o indotta ad abortire, favorendo politiche
che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dellaborto”. Il piano nazionale per la vita annunciato da
Silvio Berlusconi il giorno del suo insediamento potrebbe quindi trovare nuove
energie, sicuramente nuove risorse per combattere innanzitutto le cause
materiali dellaborto; ad esempio, dallaumento
delletà in cui le donne andranno in pensione. Unipotesi è quella di
destinare al sostegno della maternità una parte di questi soldi risparmiati.
Cosa che peraltro il governo pare avere in mente. Il ministro
dellEconomia Giulio Tremonti spiega infatti al Foglio: “E previsto che gli effetti di risparmio (non molto
forti) vengano dedicati al fondo sociale, con particolare riferimento alle
donne non autosufficienti”. In altri termini, questi soldi “non finiranno a
bilancio dello stato” ma direttamente al fondo
sociale. Contemporaneamente il governo è pronto a dar battaglia alle Nazioni
Unite, come promette al Foglio Vincenzo Scotti, sottosegretario agli Affari
esteri: “A livello istituzionale bisognerà lavorare per cercare il consenso allOnu. Occorre partire subito, sappiamo che serve un
lavoro paziente, lungo e determinato. Sappiamo che è una battaglia cruciale per
la civiltà, che difendiamo un diritto fondamentale della donna”. Perché questo
lavoro porti frutto, aggiunge Scotti, “cè bisogno che cresca il consenso
della gente attorno a questo argomento. Purtroppo mi sembra di vedere
disinteresse, si è più attenti a questioni interne che alla sostanza delliniziativa. Senza sostegno della società civile, laica
e religiosa, è difficile che si vinca questa battaglia. Sarà invece possibile trovando
unità, come accaduto per la moratoria sulla pena di morte”. Parole
rassicuranti, confermate nelle intenzioni dal ministro per le Politiche
giovanili Giorgia Meloni, che spiega come questo tipo di politiche fossero “una
priorità del governo fin dallinizio”. Meloni
non parla solo di “tutela della maternità”, ma anche della necessità di
“incentivi alla natalità”. “Ci sono moltissime cose che si possono fare in tal
senso; certo la situazione è complessa e i costi di unoperazione ben fatta sono molto alti, non meno di due
miliardi di euro”. Ecco perché queste, dice il ministro, “sono scelte da
sottrarre al conflitto tra gli schieramenti, come ad esempio è stato fatto in Francia ventanni
fa”. Le piace
la mozione approvata alla Camera (“La condivido in pieno”) e si dice “pronta a
metterla in pratica per tutto ciò che mi riguarda”. Puntando a una
“legislazione organica, a trecentosessanta gradi” sul tema e permettendo che la
legge 194 sia applicata fino in fondo. Su questo il ministro sgombra subito il
campo da possibili equivoci: “Quando sento dire che la 194 funziona perché gli
aborti sono diminuiti bisognerebbe ricordare che a diminuire sono invece state
le gravidanze: la percentuale di interruzioni volontarie di gravidanza è
rimasta uguale”. Per questo Meloni parla di “necessità di una legislazione
organica”: “Non solo più asili nido, ma anche, ad esempio, creare più
alternative possibili allaborto, come un sistema di
adozioni che funzioni, una sorta di meccanismo
Juno (dal nome del film premiato a Cannes lanno scorso che racconta
di una minorenne rimasta incinta che decide di far nascere il bambino e
affidarlo a una coppia di sposi, ndr) che spinga le ragazze a non decidere per
laborto”. Due piani di intervento paralleli ma distinti per favorire la
maternità. E quello che pensa Eugenia Roccella,
sottosegretario alla Salute, che parla al Foglio di “battaglia economica e
culturale”. Aiuti alle famiglie (“anche con incentivi per il lavoro”) e una valorizzazione della
maternità”. Sulla destinazione delle risorse Roccella dice che “innanzitutto
bisogna fare attenzione alla tassazione delle famiglie”. Questo lintervento economico attuabile in tempi brevi, e poi
“una serie di politiche che abbiamo già incominciato per ricostruire il tessuto”
di una maternità ormai troppo medicalizzata e troppo poco valorizzata. “Anche
se la vera battaglia sullaborto – conclude – è
quella contro la pillola Ru486”. Le parole che arrivano dal governo sembrano
quindi smentire latteggiamento di “anarchia
etica” di cui parlò Berlusconi in campagna elettorale: “Se mai cè stata
anarchia etica in questo governo – precisa Roccella – è comunque finita con il
decreto approvato allunanimità dal Cdm per salvare la vita di Eluana Englaro. Credo che
nessun governo avrebbe fatto di più”. Quella della mozione di mercoledì,
aggiunge il sottosegretario, “non è un caso isolato, ma unaltra tappa di un progetto preciso di azione”. Le fa
eco il capogruppo al Senato del Pdl Maurizio Gasparri, esponente della
maggioranza di governo che sottolinea come “spesso il Parlamento vota delle
mozioni che servono poco, questa sullaborto
invece mi sembra importante, un punto di svolta”. Daltra parte, continua
Gasparri, “questo è un esecutivo che è sempre stato coraggioso
sui temi della vita, si pensi al caso Englaro. Sono sicuro che anche sullaborto si muoverà con determinazione”. Gasparri non
risparmia una frecciata: “Mi auguro che però sia coerente: non vorrei che dopo
limpegno sullinizio della vita,
sul fine vita lasci invece spazio a un pensiero eugenetico. Quella della
mozione sullaborto è unottima notizia, ne aspettiamo dunque
altrettante sul testamento biologico”. Una mozione che ha trovato
daccordo laici e cattolici, come sottolinea Fabrizio
Cicchitto, capogruppo alla Camera del Pdl, che sottolinea soprattutto lo
spirito “internazionale” del documento approvato: “Si chiede di non usare laborto come forma di controllo delle nascite, né di
usare questa pratica come una sorta di contraccezione alternativa. E una mozione che non è entrata in conflitto con la
legge 194, e per questo ha trovato apprezzamenti bipartisan”. Sulla tutela
della maternità Cicchitto dice che il nodo da sciogliere è sulle “risorse da
trovare, non sulle contrapposizioni politiche. Certo, sulle risorse pesa la
situazione di crisi generale, ma il mio auspicio è che si trovino per fare in
modo che la parte meno attuata di questa legge possa invece essere applicata”.
Serve quindi incalzare il governo? “Sì, anche se sono convinto che il governo
questo problema se lo ponga anche a prescindere dalla mozione”. Leggi
Partorirete con meno dolore © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Piero Vietti
(
da "Foglio, Il"
del 17-07-2009)
Argomenti: Laicita'
17
luglio 2009 Bersani sfotticchiato dai blog di area Pd Copio e incollo
l'intervento del sociologo Luca Diotallevi su landino.it Avvertimento: è
satira, tremenda satira. Io sto con Bersani! ... eh si'! Nonostante il
moderatismo di alcuni passaggi, e qualche indecisione nella guida politica non
si puo' cedere al ribellissmo, all'estremismo qualunquista e liquidare
l'esperienza del centro-sinistra di questi anni recenti, l'esperienza
dell'unione tra le forse democratiche. Non possiamo assecondare la logica del
"tanto peggio, tanto meglio". Non ci si puo' isolare e cosi' tener
fuori dal gioco politico nazionale i lavoratori e le gente comune. Abbiamo un
compito storico e le circostanze si presentano, a volte, con profili diversi da
quelli che desideravamo. Le grandi eseperienze dei socialisti europei, nello
scorso decennio, in Gran Bretagna, Germania, Francia rappresentano una
indicazione che non dobbiamo accettare acriticamente ma che dobbiamo cogliere e
portare ad una piu' compita espressione. L'incontro tra
socialisti, laici e cattolici non ha piu' alibi, deve avvenire sul terreno che anche la
gerarchi Ecclesiastica ha riconosciuto, quello della Pace, della laicita', della rottura con il
moderatismo, quello della autonomia delle realta' temporali e dunque della
politica. Cosi' potremo incarnare le giuste aspettative per le riforme,
ma anche la prudenza che ci fa conservare i grandi valori del passato. La grande
tradizione del socialismo europeo, certo non esente da critiche e da
contraddizioni, ha bisogno del nostro apporto per essere rigenerata, ma noi
dobbiamo riagganciare quel cammino da cui gli eventi storici drammatici ci
hanno separato per esprimere a pieno la nostra capacita' di introdurre
finalmente sulla scena politica un vero ed audace riformismo, capace di
"riforme di struttura". Battere l'estremismo e far crescere il
socialismo nella democrazia: per questo io sosterro' la candidatura di Bersani
al prossimo, XI, Congresso del PCI, perche' questo 1966 sia davvero l'anno
della svolta! Ps. Senza mediazioni e senza cedimenti. Sento che potrebbe
spuntare un candidato di compromesso come Enrico Berlinguer. Una scelta del
genere paralizzerebbe il nostro cammino. Ho riso per mezz'ora e ringrazio
Stefano Ceccanti per la segnalazione. Clicca Qui per leggere tutti i commenti.
Io ne ho scelti tre, eccoli: Giorgio Armillei | 16/07/2009 09:44:12 Mi associo
all'outing del compagno Diotallevi. Dobbiamo riprendere e sviluppare la svolta
di Bad Godesberg. Sono passati setti anni: è il momento di assumere fino in
fondo, superandola nella prospettiva di un vero partito riformatore e non solo
riformista, la linea del socialismo europeo, alla scuola della grande
socialdemocrazia tedesca. Le forze conservatrici sono al governo in Europa: è
un grande danno per i lavoratori e la democrazia. Noi terremo aperta la
prospettiva del "socialismo in un solo paese" utilizzando ogni
risorsa, dal progressismo cattolico anti-capitalista del Concilio al
liberalismo borghese di Keynes, per la costruzione di una nuova grande
alleanza, per una nuova politica di coalizione. Una grande alleanza, o meglio
una grande unione, tra socialisti, liberali e cattolici
per una svolta nella guida del paese. La svolta del 1966. L'anno dei mondiali.
Giorgio Amendola | 16/07/2009 11:26:03 Ringrazio i compagni Diotallevi e
Armillei che hanno ben capito il senso della candidatura del compagno Bersani.
Sono invece perplesso risetto ad altre dichiarazioni di compagni che pur hanno
espresso consenso a tale candidatura. Mi riferisco alla compagna Bindi, che pur
elogiando tutto l'intervento ha però affermato "Se ci avesse salutato con
un 'care democratiche e cari democratici' anziché usare amici e compagni, sarei
stata più contenta" e ancor più ai compagni di "Agire
Politicamente" il cui dirigente Lino Prenna ha scritto "Agire
politicamente apprezza da tempo il tuo lavoro politico, la chiarezza e la
determinazione delle tue idee, soprattutto in campo economico. Ha anche
apprezzato e condiviso più o meno tutto di quello che hai detto il 1° luglio,
presentando la tua candidatura alla segreteria del PD. Ma, perché il saluto col
pugno chiuso e lappellativo di “compagni”,
rivolto ai numerosi presenti? Ora, capisco che questi compagni cattolici siano ancora commossi per la tragica e recente
scomparsa di John Kennedy, primo cattolico alla Presidenza degli Stati Uniti
D'America. Tuttavia essi non possono scambiare un grande Partito
socialdemocratico europeo, dove il pugno chiuso e l'appellativo compagni
restano elementi identitari irrinunciabili, come ben sa il compagno Bersani,
con il Partito Democratico americano. Un conto è superare i limiti della
gloriosa storia del Pci, un altro cadere nella tentazione di negarla: non ci siamo
rivolti proprio per questo al compagno Bersani? Già in altri casi ho dovuto
segnalare una certa intemperanza di questi giovanissimi compagni cattolici al compagno Rodano perché sia loro educatore.
Egli, pur avendo subito sanzioni canoniche, ha sempre avuto il senso della
moderazione sia nella vita politica sia evitando inutili polemiche interne alla
Chiesa cattolica, cosa che essi ancora faticano ad apprendere. Ha invece
ragione il compagno D'Alema a segnalare che, in occasione della presentazione
della piattaforma del compagno Bersani, la giusta esigenza di far rientrare i
numerosi operai presenti al turno di lavoro, ha sacrificato il canto devoto
dell'Internazionale, ma voglio rassicurarlo che vi si farà rimedio nella
prossima occasione. Ultimo Giapponese | 16/07/2009 12:40:04 Compagni non sono
d'accordo. Questo è puro revisionismo. Così perdiamo la nostra vera forza:
l'antagonismo nelle fabbriche e nella società. Il revisionismo ci sta
uccidendo. Inseguire il capitale sul suo terreno vagheggiando una riforma
interna che è oggettivamente impossibile sarà il nostro suicidio. La dialettica
della storia impone il conflitto radicale perchè la società possa trasformarsi
dal suo interno. questi movimenti non strutturati che si fanno strada oggi e
che non hanno il senso della centralità del Partito come avanguardia del
proletariato non sono altro che il tentativo della società borghese ormai
sull'orlo della catastrofe di rilanciarsi con un'immagine imbellettata. Ma
sappiamo tutti che l'anarchismo è il più grande nemico del comunismo.
Ripensateci! © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Salvatore Merlo