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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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tARTICOLI DEL  6-4-2008       #TOP


Report "Israele/Palestina"

Israele ringrazia Palestina tace ( da "Stampa, La" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Retroscena A Torino Mediterraneo in scena Israele ringrazia Palestina tace LUCIANO BORGHESAN Per tre giorni i dirigenti israeliano Gad Kaynar e palestinese Jamal Ghoshesh hanno partecipato agli stessi incontri culturali sul teatro, hanno condiviso dibattiti e spettacoli, hanno dormito nello stesso albergo, ma senza dialogare.

Gaffe, pacche e fucili: la diplomazia del Cavaliere ( da "Unita, L'" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Fini fa vanto della sua granitica amicizia con Israele. Altrettanto l'autocandidato a ministro della Difesa, Antonio Martino. Chiacchiere. Perché chi è davvero amico di Israele non dimentica ciò che il capo dello Stato israeliano, Shimon Peres, il primo ministro di Israele, Ehud Olmert, la ministra degli Esteri, Tzipi Livni, hanno più volte ripetuto in sedi ufficiali,

L'autocandidato alla Difesa Martino allarma paesi arabi e Israele prefigurando il ritiro dei nostri soldati dal Libano Berlusconi lo smentisce. E annuncia ispettori militari in Ira ( da "Unita, L'" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del L'autocandidato alla Difesa Martino allarma paesi arabi e Israele prefigurando il ritiro dei nostri soldati dal Libano Berlusconi lo smentisce. E annuncia ispettori militari in Iraq.

<I veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente> ( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: appoggio incondizionato a Israele e ai regimi arabi autoritari, la disinformazione sull'Islam al punto di utilizzarlo come arma contro Obama, tutto ciò fa temere a quasi tutti che gli Usa vogliano interferire, dominare, perfino invadere i loro Paesi". E le cose stanno peggiorando, aggiunge Esposito: "Sta succedendo, è già successo ovunque,

La strega-madre di Sharon e Arafat ( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Perché davvero non vi è più guerra tra Israele e Palestina o perché né l'un capo né l'altro sono più di questo mondo? Intanto i due, qui o là che siano, continuano la loro disputa. Ma ora il tono è diverso. Ora scherzano, si dileggiano, accanitamente discutono cose meno urgenti di quelle di prima, non per questo meno importanti.

Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 ( da "Riformista, Il" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 Chi vuole la pelle di Avi Dichter? Una raffica di proiettili, tante orgogliose rivendicazioni Le rivendicazioni arrivano una dietro l'altra. Hamas, le brigate Al-Aqsa, e persino una piccola cellula locale di Al-Qaeda, l'Esercito dei protettori della patria: tutti i gruppi radicali palestinesi sono ansiosi di assumersi la responsabilità

Israele, Ben-Eliezer vuole liberare Barghouti: <E' l'unica via per la pace> ( da "Liberazione" del 06-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: si trova in un carcere israeliano. Quel leader è Marwan Barghouti e noi dobbiamo rimetterlo in libertà". A parlare così è Binyamin Ben-Eliezer, ministro delle Infrastrutture, personaggio di spicco di Kadima. In Israele, come ciclicamente succede, si torna dunque a parlare dell'ipotesi di scarcerare il leader di Fatah in Cisgiordania,


Articoli

Israele ringrazia Palestina tace (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Retroscena A Torino Mediterraneo in scena Israele ringrazia Palestina tace LUCIANO BORGHESAN Per tre giorni i dirigenti israeliano Gad Kaynar e palestinese Jamal Ghoshesh hanno partecipato agli stessi incontri culturali sul teatro, hanno condiviso dibattiti e spettacoli, hanno dormito nello stesso albergo, ma senza dialogare. Rapporti freddi, a distanza. Il clima del Medioriente si trasferisce con le proprie caratteristiche in ogni altra parte del mondo per volontà dei governi che dettano le regole di comportamento ai loro rappresentanti. Si è concluso ieri il primo Meeting internazionale dei Centri nazionali dell'International Theatre Institute del Bacino del Mediterraneo. "Un bilancio positivo, ci sono le possibilità di ripeterlo a Torino nel 2011 in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia", dice il presidente italiano Nuccio Messina, spiegando che uno degli obiettivi è quello di mettere a confronto "la ricchezza culturale nella differenza di 18 nazioni" che si affacciano sul Mare Nostrum. All'appuntamento hanno risposto Cipro, Croazia, Egitto, Francia, Germania, Giordania, Grecia, Israele, Italia, Libano, Libia, Montenegro, Palestina, Slovenia, Spagna, Tunisia, Turchia. Solo il ministro siriano non ha inviato il direttore dell'Iti di Damasco. "Ci sono stati anche momenti conviviali, di calore: alla riapertura del valico di Ledra Street a Nicosia abbiamo brindato tutti assieme", dice Messina. Quando si dice il destino: Messina è stato direttore del Teatro Stabile di Torino con presidente Rolando Picchioni, il quale oggi è alla guida della Fiera del Libro, oggetto di polemica con i palestinesi per aver dedicato la prossima edizione agli scrittori israeliani. Non commenta Jamal Ghoshesh, presidente del Centro Iti palestinese e direttore generale del Teatro Nazionale della Palestina. "Saremmo felici - dice Gad Kaynar, segretario generale del Centro Iti israeliano, docente al Dipartimento teatrale dell'Università di Tel Aviv - se l'abbraccio culturale potesse portare a quello politico, ma sfortunatamente non è così. Incontri come quelli di Torino però sono utili, perché ciascuna parte sa poco della cultura dell'altra. Noi israeliani siamo grati per l'iniziativa della Fiera del libro che farà conoscere la nostra letteratura". Poi la visita al Museo del Cinema, in quella Mole nata per diventare una sinagoga.

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Gaffe, pacche e fucili: la diplomazia del Cavaliere (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Gaffe, pacche e fucili: la diplomazia del Cavaliere di Umberto De Giovannangeli L' ultimo nostalgico dell'unilateralismo made in Bush. Orfano dell'"amico George" e sodale di "zar Vladimir". Pacche sulle spalle e corna nelle foto ufficiali. Gaffe e subalternità. La politica estera ridotta a una perenne photo opportunity supportata da imbarazzanti e pericolose fughe in avanti. Un terrificante ritorno al passato. È ciò che ci attende se il Cavaliere dovesse tornare a Palazzo Chigi. Con una corte dei miracoli ispirata da un anacronistico protezionismo (Tremonti), da inquietanti velleità da trincea (Martino) e da una islamofobia degna del peggior crociato (la Lega Nord). Un ritorno al passato: fatto di appiattimento ad una concezione vecchia, subalterna, del rapporto tra Europa e Usa, di mal nascosta diffidenza verso tutto ciò che sa di europeismo; una visione delle relazioni internazionali che disconosce l'importanza di un'iniziativa inclusiva, coinvolgente, dei Paesi del cosiddetto Terzo mondo, per privilegiare, assolutizzandolo, il rapporto con i Potenti, o pretesi tali, della Terra. È ciò che attende l'Italia in politica estera se al governo torneranno i soliti noti del centrodestra. E poco importa che è proprio grazie a questa politica inclusiva, coinvolgente, che l'Italia ha potuto condurre in porto, da vincente, una grande battaglia di civiltà - la moratoria universale della pena di morte votata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite -, quella stessa politica inclusiva, in particolare verso i Paesi in via di sviluppo, che ha permesso all'Italia di ottenere per Milano l'Expo2015. Non c'è nessun terreno della politica come quello delle relazioni internazionali, in cui il ritorno del Cavaliere risulterebbe un salto all'indietro. Un salto nel vuoto. Un mix di subalternità e di velleitarismo bellicista. Esternazioni avventuristiche e pochi impegni. Si traduce così l'affermazione di Fini secondo cui l'azione futura del centrodestra in politica estera sarà in continuità con "ciò che abbiamo fatto durante il nostro governo". Emblematica è la vicenda libanese. Fini fa vanto della sua granitica amicizia con Israele. Altrettanto l'autocandidato a ministro della Difesa, Antonio Martino. Chiacchiere. Perché chi è davvero amico di Israele non dimentica ciò che il capo dello Stato israeliano, Shimon Peres, il primo ministro di Israele, Ehud Olmert, la ministra degli Esteri, Tzipi Livni, hanno più volte ripetuto in sedi ufficiali, e dunque documentabili: grazie Italia per l'impegno assunto sul campo nel garantire la sicurezza alla frontiera nord dello Stato ebraico (e nel Libano meridionale). Un riconoscimento che ha unito Israele ai Paesi arabi, in primo luogo quelli impegnati nel rilancio del processo di pace (Egitto, Giordania, Arabia Saudita). È l'impegno dei nostri militari (asse portante, con funzioni di comando, all'interno di una missione Onu, l'Unifil 2) in quell'area nevralgica del Medio Oriente. Un impegno da dimettere, sentenzia Martino, salvo poi essere corretto da un imbarazzato, e imbarazzante, Berlusconi. Il Cavaliere annuncia: con noi al governo nuove regole d'ingaggio in Libano (quali?, decise in che sede? dichiariamo guerra a Hezbollah?) e invio di istruttori militari in Iraq. L'Iraq. Una ferita aperta. Negli Usa. Nel mondo. Ma non nel centrodestra italiano. In America tutti i candidati alla presidenza - sia il repubblicano McCain che i democratici Obama e Hillary Clinton - hanno abbandonato l'unilateralismo tanto caro ai neocon, hanno riflettuto criticamente sulla devastante esperienza irachena e preso atto che la grande maggioranza degli americani considera quell'avventura una fallimentare tragedia, nazionale. Ma il Cavaliere e i suoi scudieri non se ne sono accorti. L'imperativo sembra essere uno e uno solo: combattere. Cominciando dall'Afghanistan. A metà giugno si svolgerà a Parigi quella Conferenza internazionale sull'Afghanistan per al quale il governo di centrosinistra si era battuto. Quella conferenza è una vittoria della diplomazia italiana perché è l'acquisizione, euroatlantica, che in quel martoriato Paese asiatico la stabilizzazione e il rafforzamento del processo democratico non possono avvenire con il solo strumento militare. Che i Talebani si sconfiggono se si fa il vuoto attorno a loro, conquistando il consenso della popolazione civile che non può avere dell'Occidente solo l'immagine, distruttiva, dei bombardamenti. Tutto ciò scompare nel lessico diplomatico del centrodestra. Sostituito da ambigui riferimenti a cambi di regole d'ingaggio per i nostri militari. In attesa di poter dire l'ennesimo "yes" all'"amico George": aumentare il numero dei nostri soldati, soldati combattenti, in Afghanistan. In attesa dell'Iran. Perché, spiega un nostalgico Martino, se non agiamo verso i malefici iraniani come abbiamo fatto con il macellaio di Baghdad (Saddam Hussein), non è perché ci si è resi conto che quella sciagurata guerra preventiva ha devastato un Paese, ridotto alla fame un popolo, alimentato lo scontro religioso tra sciiti e sanniti, tutt'altro che indebolito il terrorismo qaedista... No, in Iran non si bissa, almeno per ora, perché, spiega l'ex ministro in trincea, "non siamo riusciti a individuare tutti i siti" da bombardare. L'avventurismo allo stato puro.

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L'autocandidato alla Difesa Martino allarma paesi arabi e Israele prefigurando il ritiro dei nostri soldati dal Libano Berlusconi lo smentisce. E annuncia ispettori militari in Ira (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del L'autocandidato alla Difesa Martino allarma paesi arabi e Israele prefigurando il ritiro dei nostri soldati dal Libano Berlusconi lo smentisce. E annuncia ispettori militari in Iraq.

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<I veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-06 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE La ricerca La Gallup ha condotto un sondaggio in 35 Paesi: la più grande indagine sui musulmani realizzata fino a oggi "I veri islamici? Sono contro il terrore e aspirano alle libertà dell'Occidente" Odio per l'Occidente, appoggio al terrorismo, rifiuto di democrazia e diritti umani (delle donne in particolare), religione come guerra santa o almeno strumento di conflitto. Quanto di questo è vero oggi per i musulmani (un miliardo e 300 milioni) del mondo? La risposta è: ben poco. E a fornirla è l'istituto americano indipendente di ricerche Gallup, che dal 2001 post 11 settembre a fine 2007 ha realizzato un'impresa mai tentata prima. Un'inchiesta in 35 Paesi con maggioranze o larghe minoranze musulmane (Usa compresi, per l'Europa solo Londra, Parigi e Berlino), su un campione di 50 mila persone rappresentative del 90% dei fedeli ad Allah del pianeta. Il libro ( Who Speaks for Islam?) è appena uscito negli Stati Uniti, domani sarà presentato a Londra (Tony Blair ha chiesto allo staff Gallup un briefing personale). "E al di là di ideologie, politica, slogan e media, sfata i miti sull'Islam alla base del concetto dello scontro di civiltà", dice al Corriere da Washington John Esposito, professore della Georgetown University, autore dell'immensa ricerca con Dalia Mogahed, capo del Gallup Center for Muslim Studies. "Nonostante i risultati, quasi nessuno ha criticato il lavoro: perfino l'ex esperto della Cia su Bin Laden, Michael Scheuer, l'ha raccomandato a tutti, in primis ai nostri politici ". Iniziamo dal sostegno al terrorismo, l'accusa più comune. In base alla ricerca, i "radicali" (intesi come chi giustifica l'11 settembre) sono il 7%. "Tanti ma in decisa minoranza - dice Esposito -. Ancor più interessante è che tale posizione non ha alcuna base religiosa: la devozione di chi è pro e contro gli attacchi ai civili è la stessa, anzi chi li condanna lo fa spesso citando il Corano, mentre in quel 7% tutti rivendicano solo motivi politici. Accusano gli Usa di Bush di imperialismo, distinguendo molto bene, inoltre, tra i Paesi e i loro leader. All'interno di questi ultimi, tra Bush e Blair da un lato e i governanti europei, più apprezzati, dall'altro ". Un'analoga ricerca Gallup su cittadini americani rivela che il 6% giustifica attacchi a civili, contro il 4% dei sauditi e il 2% di iraniani e libanesi. Anche l'"odio per l'Occidente" non trova riscontro. Anzi: tecnologia, leggi sociali, libertà, sono ammirate dalla stragrande maggioranza (radicali compresi), mentre i regimi musulmani sono criticati. La democrazia è un valore cercato da oltre il 90% (secondo solo alla giustizia), purché ispirata però da principi religiosi. "La divisione tra Stato e Chiesa come l'intendiamo noi non c'è - spiega Esposito - anche se quasi nessuno vuole teocrazie, nemmeno in Iran. I religiosi non devono partecipare alla creazione delle leggi né al governo. Da notare che per il 57% degli americani la Bibbia dovrebbe ispirare le nostre leggi e per quasi la stessa percentuale i religiosi dovrebbero essere legislatori". La Sharia, la legge religiosa, per circa il 60% dei musulmani dovrebbe essere una delle fonti del diritto, con il resto diviso tra chi la vuole come unica fonte (specie in Egitto), e chi non la vuole affatto (solo in Turchia è la maggioranza). Sorprese (per molti) arrivano anche dal capitolo donne. La maggior parte degli intervistati (uomini e donne) vuole pari diritti (ad esempio il 73% dei sauditi e l'89% degli iraniani), percentuali ancor più alte chiedono pari opportunità di lavoro e piena libertà di voto per i due sessi. E sul fronte delle libertà di parola e di religione (nell'inchiesta non c'è una parte specifica su ebrei e cristiani) le risposte positive toccano simili percentuali. Risultati sorprendenti? E allora perché l'innegabile difficoltà (per usare una metafora) nelle relazioni tra Islam e Occidente? "Sorprendenti non più di tanto, i dati si riferiscono alla maggioranza silenziosa di questi Paesi, persone che non rispondono nemmeno al telefono e che siamo anche andati a scovare nelle case per avere campioni affidabili ", risponde Esposito. Ma molto negativa, aggiunge, è la diffusissima percezione tra i musulmani che l'Occidente non li rispetti. "I doppi standard di Bush e alleati, la guerra in Iraq, l'appoggio incondizionato a Israele e ai regimi arabi autoritari, la disinformazione sull'Islam al punto di utilizzarlo come arma contro Obama, tutto ciò fa temere a quasi tutti che gli Usa vogliano interferire, dominare, perfino invadere i loro Paesi". E le cose stanno peggiorando, aggiunge Esposito: "Sta succedendo, è già successo ovunque, perfino in Paesi una volta pro-America e moderati come il Marocco e la Turchia ". Cecilia Zecchinelli.

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La strega-madre di Sharon e Arafat (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-04-06 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE La recensione La strega-madre di Sharon e Arafat Immancabili all'appuntamento romano, ecco i Marcido Marcidorjs, il gruppo torinese di Marco Isidori e di Daniela Dal Cin. Sono al Vascello con una, per loro, autentica novità. "La pace" di Antonio Tarantino credo sia, per la nostra scena, una novità comunque. Lo è a maggior ragione se si pensa che il regista Isidori non si è mai misurato con una commedia. Lo fa a modo suo, benché l'impianto drammaturgico e la traduzione della parola in atto scenico sia, alla fin fine, del tutto normale. Questo secondo aspetto è dato dai tre attori: lo stesso regista nella parte di Arafat ( foto), Paolo Oricco nella parte di Sharon, e Maria Luisa Abate in quella, triplice, di una strega, di una puttana e di una madre. Questi tre personaggi sono designati, per darvi una misura stilistica del testo, con la maiuscola. "La pace" è una fiaba filosofica, tutt'altro che velleitaria (a differenza di altre, simili imprese di drammaturghi recenti, più giovani di Tarantino). Nel fondo, non credo d'aver capito che cosa Tarantino intenda. Ma conduce il suo gioco con una verve di tutto rispetto. La falsariga, come dice il titolo della commedia, è quella di Aristofane. L'elemento fantastico prevale di gran lunga nell'insieme del discorso. Non solo l'elemento fantastico, ma anche quello simbolico – come testimoniato dalle maiuscole con cui sono indicate le presenze femminili di cui dicevo. La situazione che l'autore immagina è quella di un incontro tra i due acerrimi contendenti a cose fatte, quando infine lo stato di guerra è venuto meno. Ma perché è venuto meno? Perché davvero non vi è più guerra tra Israele e Palestina o perché né l'un capo né l'altro sono più di questo mondo? Intanto i due, qui o là che siano, continuano la loro disputa. Ma ora il tono è diverso. Ora scherzano, si dileggiano, accanitamente discutono cose meno urgenti di quelle di prima, non per questo meno importanti. Ciò che vi è di non tradizionale, o tutto dei Marcido (a parte la bella scenografia di Daniela Dal Cin, che rappresenta una tela di ragno) è il tono, uniforme, sarcastico, ghignante. Forse, si esagera un poco. Vi è il rischio della monotonia. Ma l'eleganza e la coerenza restano quelle di sempre. Franco Cordelli.

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Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 Chi vuole la pelle di Avi Dichter? Una raffica di proiettili, tante orgogliose rivendicazioni Le rivendicazioni arrivano una dietro l'altra. Hamas, le brigate Al-Aqsa, e persino una piccola cellula locale di Al-Qaeda, l'Esercito dei protettori della patria: tutti i gruppi radicali palestinesi sono ansiosi di assumersi la responsabilità - dal loro punto di vista, l'onore - dell'attentato contro il ministro della Sicurezza israeliano Avi Dichter. Era un bersaglio che faceva gola a molti: in un tempo non troppo lontano Dichter era stato lo 007 più temuto e rispettato del Medio Oriente, ora è uno degli esponenti di punta di Kadima molto attivo nella lotta ad Hamas. Ieri il ministro della Sicurezza si trovava insieme a una delegazione canadese nei pressi del confine con la Striscia di Gaza, all'osservatorio di Givat Nazmit, quando una raffica di proiettili ha investito il suo gruppo. Il ministro è rimasto illeso, ma il suo consigliere Mati Gil è stato ferito: ieri sera fonti ospedaliere israeliane riportavano che le sue condizioni erano gravi, ma Gil non sarebbe in pericolo di vita. E sempre ieri sera, i media israeliani davano ampio risalto alle rivendicazioni di Hamas: il movimento che controlla Gaza ha dichiarato la propria responsabilità attraverso il portavoce ufficiale Abu Obeida. Poco prima Dichter aveva dichiarato alla radio militare Galei Tsahal che probabilmente il vero obiettivo era la delegazione canadese, ma ancora prima che arrivasse la rivendicazione ufficiale gli hanno creduto in pochi: Dichter era già stato l'obiettivo di un altro attentato lo scorso febbraio. Perché Hamas ce l'abbia tanto con lui è presto detto. È stato il ministro della Sicurezza a dare l'ordine alle forze di polizia di distruggere la casa di Alaa Abu Dhaim, il terrorista che il mese scorso aveva aperto il fuoco sugli studenti di un collegio rabbinico di Gerusalemme, uccidendo otto giovani seminaristi. Hamas aveva lodato l'attentato. In passato distruggere le abitazioni dei terroristi palestinesi dopo un attentato suicida era una pratica abbastanza comune, per quanto controversa, volta soprattutto a contrastare la politica di aiuto alle famiglie da parte dei gruppi radicali, che permetteva ai kamikaze di compiere le loro azioni senza temere per il futuro dei propri cari. Ma la novità sta nel fatto che Abu Dhaim fosse un cittadino israeliano, la casa della sua famiglia si trova a Gerusalemme, nel quartiere di Jabel Mukaber: la polizia aveva espresso qualche dubbio e al momento la pratica è nelle mani del ministro della Difesa, il laburista Ehud Barak. Inoltre in passato Dichter aveva inflitto sconfitte brucianti a Hamas. Per cinque anni capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni oggigiorno ancora più influenti del celebre Mossad, Dichter ha giocato un ruolo importante nella lunga serie di omicidi mirati contro i leader di Hamas negli anni Novanta e, poi, durante la seconda Intifada. È comunemente attribuita a un suo piano l'eliminazione nel 1996 di Yahya Ayyash, detto "l'ingegnere", la mente dietro ai più letali attentati di Hamas: ironia della sorte, gli agenti dello Shin Bet riuscirono a inserire una bomba minuscola ma potente nel cellulare del migliore mastro dinamitardo della Palestina. Portano la firma Dichter (ovviamente in via ufficiosa, sennò che servizi segreti sarebbero?) alcune delle più sofisticate azioni degli 007 israeliani. Forse il suo tentato omicidio è stato progettato in ritorsione all'eliminazione dell'esponente di Hezbollah Imad Mughniyeh, avvenuta a Damasco due settimane fa e di cui il gruppo radicale libanese accusa Israele: Gerusalemme però ha rispedito le accuse al mittente. Per il momento nessuno ipotizza un coinvolgimento diretto di Hezbollah o del suo sponsor siriano nell'attentato di ieri. Ma in questi giorni le tensioni su quel fronte stanno montando. L'esercito siriano ha già dato il via alle esercitazioni: Damasco sostiene di temere un attacco israeliano. Ma Gerusalemme ha un'altra spiegazione: a due anni dalla guerra in Libano, Hezbollah sarebbe pronto a colpire. E questa volta le truppe siriane potrebbero partecipare attivamente. 05/04/2008.

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Israele, Ben-Eliezer vuole liberare Barghouti: <E' l'unica via per la pace> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 06-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Israele, Ben-Eliezer vuole liberare Barghouti: "E' l'unica via per la pace" "Io rispetto il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il premier Fayyad. Sono brave persone, ragionevoli. Ma purtroppo non riescono ad ottenere risultati. L'unica possibilità che ci resta di arrivare ad un accordo di pace è quella di avere un leader forte. Quel leader esiste, si trova in un carcere israeliano. Quel leader è Marwan Barghouti e noi dobbiamo rimetterlo in libertà". A parlare così è Binyamin Ben-Eliezer, ministro delle Infrastrutture, personaggio di spicco di Kadima. In Israele, come ciclicamente succede, si torna dunque a parlare dell'ipotesi di scarcerare il leader di Fatah in Cisgiordania, il quale attualmente sta scontando incella cinque ergastoli. In questi giorni si sta parlando molto dell'argomento, dopo svariate prese di posizione è sceso in campo anche l'ex ministro della Difesa, il laburista Amir Pertez che ha annunciato la sua intenzione di andare a parlare con i familiari delle vittime degli attentati per convincerli a premere per il rilascio di Barghouti. Ipotesi peraltro non invisa all'opinione pubblica israeliana che a gennaio in un sondaggio si era - nella stragrande maggioranza - espressa a favore di uno scambio tra il leader di Fatah e il caporale Gilad Shalit, catturato a Gaza. Non è la prima volta che Ben-Eliezer si pronuncia per il rilascio di Barghouti, ma stavolta il ministro ha usato toni molto decisi per spiegare il perché della sua posizione: "Se non si arriva ad una svolta nei negoziati - ha detto - il rischio concreto è che Hamas riesca molto presto a prendere il controllo della Cisgiordania e che questo porti ad uno stato binazionale in Israele. Sono fermamente convinto che l'unico in grado di fermare questo processo sia Marwan Barghouti". 06/04/2008.

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