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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA. Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

 

TUTTI I DOSSIER


tARTICOLI DEL 4 E 5 aprile 2008        #TOP


Report "Israele/Palestina"

Basta con il petrolio: il progetto del web ( da "EUROPA ON-LINE" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. Agassi realisticamente sostiene che la proposta, per avere successo, deve presentare le stesse convenienza e comodità delle attuali automobili alimentate a combustibili fossili. Auto elettriche Per questo motivo è importante la realizzazione di un'infrastruttura efficiente e la presenza di consistenti incentivi che convincano i cittadini ad acquistare auto elettriche al

Con un viaggio filmato nei Territori Occupati si presenta l'iniziativa per cinefili Tichofilm ( da "Stampa, La" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele pochi mesi prima dell'inizio della seconda Intifada: l'andare oltreconfine diventa un momento di riflessione e nostalgia, un viaggio attraverso i ricordi. Per vedere i video, accessibili in streaming, occorre registrarsi. Quindi si possono acquistare crediti (1 credito = 10 centesimi di euro) per la visione di singoli film o di pacchetti promozionali.

Zawahri su Internet: Bin Laden sta bene ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Lancia inoltre un appello a tutti i devoti musulmani affinché" attacchino obiettivi ebraici dentro e fuori da Israele. Nel messaggio, che dovrebbe rappresentare una risposta a domande rivoltegli su Internet, Zawahri approva gli attentati del dicembre scorso ad Algeri (41 morti) e del 2003 a Baghdad (22).

Exodus, in porto un cantiere segreto - stefano bigazzi ( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: operazione che porterà nella Palestina sotto mandato britannico migliaia di ebrei. Accanto a Morpurgo è Ada Sereni, a guidare il viaggio, l'esodo, se si preferisce: ne sarà simbolo la nave Exodus, che partì dalla Spezia (nel romanzo omonimo di Leon Uris e la conseguente versione cinematografica diretta da Otto Preminger).

<Nessuno scrittore palestinese>. Giallo a Torino ( da "Corriere della Sera" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: invito a Israele come Paese ospite e delle conseguenti reazioni polemiche nate sia all'interno del mondo arabo sia nella politica italiana. "Abbiamo invitato questi scrittori di lingua araba e con passaporto israeliano, il cui esponente di maggior rilievo è Ali Taha, e il nostro invito è stato accettato, né mi risultano cambiamenti dell'

Chattando in rete con Al Qaeda ( da "Corriere della Sera" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: come ha fatto negli ultimi mesi, ha promesso azioni contro Israele "all'interno e all'estero " e ha ribadito, benedicendo Al Zarkawi, la legittimità di colpire l'Onu in quanto "nemico" dell'Islam. Molti i consigli ai palestinesi, a lungo corteggiati dai qaedisti: il senso è che devono respingere qualsiasi forma di dialogo.

Il principe - susanna nirenstein ( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele deve parlare con Hamas. La sua opinione? "Hamas non vuole la pace: è votata alla distruzione di Israele. Nessuno dovrebbe essere spinto a trattare con un'organizzazione che nega il suo diritto ad esistere. Chi lo fa, evita invece di condannare gli obiettivi distruttivi di Hamas e i suoi metodi terroristi".

Una donna - gerusalemme ( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tempo lanciata contemporaneamente sulle piazze più importanti del mercato letterario globale, Una donna in fuga esce prima in Israele. E, conoscendo l'attenzione che Grossman riserva alla sensibilità del pubblico israeliano, sia che si tratti di un suo scritto che di un suo intervento "politico", potrebbe questo diritto di precedenza essere interpretato come un segno di rispetto.

Il mio amico david e la pazza realtà - alon altaras ( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: attraversare a piedi la travagliata terra di Israele. Il nuovo libro di Grossman non racconta soltanto la tragedia della perdita di un figlio, ma tenta di dimostrare quanto sia difficile tenere in piedi, nella violenta realtà israeliana, quella fragile entità che si chiama famiglia. Grossman ha dichiarato che la scrittura di quest'ultima opera lo ha cambiato come persona e ha aggiunto che "

L'Ordine contro Vauro ( da "Manifesto, Il" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. E invitiamo l'Ordine a riconsiderare il senso della vignetta pubblicata dal manifesto. Che è l'esatto opposto: come può un'ebrea legarsi, seppure elettoralmente, a un fascista (anzi a più di uno)? La vignetta esprime amarezza e scandalo, Vauro non crede ai propri occhi, tanto che la punta della sua matita impazzisce e disegna i contorni deformati di una persona che ha concesso

Uscire dalla storia spesso è più difficoltoso che farla. George W. Bush, giunto dopo otto ( da "Stampa, La" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele (in momenti più inclini alla guerra che alla pace), si prepara a recarsi per le Olimpiadi a Pechino (malgrado l'infiammabile groviglio tibetano). Ma veniamo ai colpi appena mancati nell'Europa dell'Est. Prima di giungere a Bucarest, per il vertice della Nato, Bush ha voluto incontrare a Kiev il presidente occidentalista Viktor Yushchenko promettendogli quello che poi non

<Viva Veltroni>, Israele ringrazia il leader Pd ( da "Manifesto, Il" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Titolo giustificato perché il candidato premier ha espresso un sostegno pieno ed acritico a Israele. Secondo Veltroni, il muro costruito da Tel Aviv all'interno della Cisgiordania occupata non sarebbe altro che "una reazione alla situazione in cui Israele si trova... Nessuno vuole barriere di separazione, si tratta di una reazione difensiva".

ALDOPARLANTE ( da "Avanti!" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Come quando invita Israele ad accettare le trattative con i talebani. Cosa non si fa in campagna elettorale! Non solo D'Alema ha partecipato alla processione del Venerdì Santo, ma la domenica precedente, sul sagrato di una Chiesa di Bari, si era presentato per la cerimonia della benedizione delle palme!

Al Zawahiri: "Colpire Israele e gli ebrei in tutto il mondo" ( da "Opinione, L'" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 2008 Messaggio di Al Qaeda Al Zawahiri: "Colpire Israele e gli ebrei in tutto il mondo" di Dimitri Buffa Un'ora e mezzo di intervista via web con curiosi e canaglie varie che gli hanno fatto pervenire messaggi e domande da tutto il mondo. Ma alla fine Ayman Al Zawahiri, il nuovo capo di Al Qaeda, dopo la scomparsa presunta del numero uno Osama Bin Laden,

Israele entri nell'Ue per salvarsi ( da "Opinione, L'" del 04-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 2008 Israele è uno Stato laico e tollera le minoranze. Ma per Hamas il Sionismo è usurpazione sacrilega "Due popoli in due Stati" è una tesi irreale. Solo se Israele entra nell'Ue si evita l'Olocausto nucleare Israele entri nell'Ue per salvarsi di Valter Vecellio Guido Ceronetti, figura di intellettuale più unica che rara,

"non c'è antisemitismo in quella preghiera" - marco politi ( da "Repubblica, La" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: incontrando nel settembre 2005 i due rabbini capo d'Israele, aveva definito il documento una "pietra miliare sulla via della riconciliazione dei cristiani verso il popolo ebraico". D'altronde è notoria la specialissima attenzione che Ratzinger ha sempre nutrito per l'ebraismo. La prima lettera da pontefice appena eletto la indirizzò agli ebrei di Roma.

"i miei due mondi tra bagdad e haifa" - luca iaccarino ( da "Repubblica, La" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: fuggire in Iran e poi ancora in un Israele appena nato, nel 1949. Qui impara l'ebraico che diventa la lingua della sua scrittura. Nel 1974 pubblica il primo romanzo, Gli uomini sono uguali, ma alcuni lo sono di più. Da allora ne scriverà altri dieci, tre saggi e tre opere teatrali che gli varranno una pletora di riconoscimenti, tra cui la candidatura al Nobel e la Presidenza dell'

Motor Show in Palestina Il via da Hebron ( da "Unita, L'" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: edizione del AUTO Gara di velocità a tappe con equipaggi privati Motor Show in Palestina Il via da Hebron La Palestina al volante. Ha attirato l'attenzione e la curiosità di molti palestinesi (come testimonia la foto) la il giro del paese in auto, una corsa a tappe attraverso le principali città a bordo di comune autovetture.

L'Anp fa guerra ai suoi dipendenti ( da "Manifesto, Il" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: a cominciare dall'embargo internazionale e israeliano contro i palestinesi scattato dopo la vittoria elettorale di Hamas (gennaio 2006). Fayyad ha anche ordinato al ministro dell'istruzione superiore, Lamis Alami, di trovare il modo per "risarcire" gli studenti per le lezioni perdute da quando è cominciato lo sciopero.

La scommessa dell'israeliano Etkes: demolire le colonie ( da "Manifesto, Il" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano Etkes: demolire le colonie Dopo aver vinto ad Amona, dichiarato insediamento illegale dalla Corte Suprema, l'ex militante di Peace Now ora fa la guerra a Migron. Obiettivo: creare una crisi politico-legale che imponga a Israele il ritiro dai Territori Michelangelo Cocco Inviato a Gerusalemme Dror Etkes porta sempre con sé una copia dell'

Gli ebrei e il caso della preghiera: dal Papa passo avanti ( da "Corriere della Sera" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il rabbino israeliano David Rosen considera la dichiarazione "un passo avanti importante", il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni dice che "è molto bella ma non c'entra con l'oggetto del contendere". La "contesa" sta nel fatto che la nuova preghiera - destinata a sostituire quella contenuta nel messale latino del 1962,

SAKHIR (Bahrein) Dopo la presa di posizione, molto chiara, di BMW, Mercedes, Toyota e Honda ch ( da "Messaggero, Il" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: A pronunciarsi in maniera netta sono stati i responsabili degli enti di Germania, Olanda e Israele. In un comunicato l'Adac tedesco, che fra l'altro non intende aspettare troppo tempo prima che vengano prese delle decisioni, precisa la sua posizione: "In una lettera a Mosley, l'Adac ha preso le distanze dagli eventi che coinvolgono la sua persona.

Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 ( da "Riformista, Il" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 Chi vuole la pelle di Avi Dichter? Una raffica di proiettili, tante orgogliose rivendicazioni Le rivendicazioni arrivano una dietro l'altra. Hamas, le brigate Al-Aqsa, e persino una piccola cellula locale di Al-Qaeda, l'Esercito dei protettori della patria: tutti i gruppi radicali palestinesi sono ansiosi di assumersi la responsabilità

Da Norimberga all'11 settembre ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: la costituzione dello Stato di Israele, la fine dello stalinismo, Budapest, Suez, il muro di Berlino ma anche i miti dei giovani (James Dean) e del cinema (Marilyn Monroe) per arrivare agli anni sessanta con la rivoluzione studentesca, gli yuppies a Woodstock, i carri armati russi a Praga, il Vietnam.

Peretz fa campagna per Marwan Barghouti: <Liberiamolo e trattiamo con Hamas> ( da "Liberazione" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ministro della Difesa israeliano prova a cambiare l'agenda politica laburista e, pensando alle elezioni, sfida Ehud Barak Peretz fa campagna per Marwan Barghouti: "Liberiamolo e trattiamo con Hamas" Stefania Podda Non è il solo a pensarla così, ma per il momento è il solo che sembra voler passare da un'estemporanea dichiarazione alle agenzie ad una vera e propria campagna di opinione.

Cecchino arabo spara al ministro ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ministro israeliano della sicurezza interna Avi Dichter (Kadima) che ieri è entrato nel mirino di un cecchino palestinese mentre compiva un'ispezione in un kibbutz di frontiera a ridosso della striscia di Gaza. Il proiettile del miliziano palestinese ha centrato invece il suo collaboratore Avi Ghil, che è stato ferito all'addome e trasportato subito nel vicino ospedale di Ashqelon.

Il leader dei Tanzim , condannato a cinque ergastoli ( da "Stampa, La" del 05-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: area su cui Israele non aveva giurisdizione. Alla fine del 2004 si candidò, dal carcere, alle elezioni presidenziali palestinesi che si sarebbero tenute all'inizio dell'anno successivo. Dopo una serie di pressioni di Fatah affinché si ritirasse in favore di Abu Mazen, lasciò cadere la candidatura (che la moglie aveva già ufficialmente avanzata)


Articoli

Basta con il petrolio: il progetto del web (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA ON-LINE" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

B L O G G E R I A Basta con il petrolio: il progetto del web MARIO ADINOLFI In Danimarca si fa davvero Sui blog in queste settimane non si discute solo delle imminenti elezioni, ma anche di come costruire il futuro possibile di un occidente in crisi pesante sul fronte delle risorse energetiche. Lo spunto per la discussione del web arriva, come al solito, da un paese dell'Europa del Nord che vuole fare da battistrada in un altro territorio del progresso. La Danimarca, infatti, vuole liberarsi del petrolio, e in particolare alimentare in breve tempo tutti i mezzi di trasporto solo tramite l'energia elettrica. Per fare ciò ha iniziato un ambizioso programma che prevede di iniziare a realizzare entro il 2010 l'infrastruttura necessaria per far circolare nel paese auto elettriche senza che si presentino problemi di rifornimento. Mezzo milione di punti di ricarica Verranno realizzati circa 500.000 punti di ricarica dove poter ricaricare le batterie durante la notte e 150 stazioni di cambio, dove le batterie scariche potranno essere rapidamente sostituite se ? per esempio ? si sta affrontando un lungo viaggio, proprio come si fa oggi quando ci si ferma a fare il pieno. Il progetto è stato ideato da Shai Agassi, l'autore del Project Better Place che mira a sostituire il petrolio con l'elettricità nello stato di Israele. Agassi realisticamente sostiene che la proposta, per avere successo, deve presentare le stesse convenienza e comodità delle attuali automobili alimentate a combustibili fossili. Auto elettriche Per questo motivo è importante la realizzazione di un'infrastruttura efficiente e la presenza di consistenti incentivi che convincano i cittadini ad acquistare auto elettriche al posto di quelle tradizionali. Il costo medio di un'auto in Danimarca, dice Agassi, è ora di circa 38.000 euro, in buona parte composto di tasse. Un'auto elettrica, sulla quale il governo rinuncerà agli introiti, dovrà invece costare sui 13.000 euro. Parlando di tariffe, il progetto prevede che gli automobilisti non siano i proprietari delle batterie e paghino in base ai chilometri percorsi e non secondo l'elettricità consumata, come potrebbe prevedere invece un paragone con la benzina. Francia e Giappone seguiranno Inoltre, secondo il ministro per gli investimenti, "le auto elettriche sono adatte a un paese in cui gran parte della produzione di elettricità avviene attraverso turbine eoliche. Le auto possono essere ricaricate durante la notte quando non c'è una grande richiesta dell'elettricità prodotta dalle turbine". I primi veicoli, prodotti da Renault e Nissan, inizieranno a circolare l'anno prossimo; se il progetto avrà successo, Francia e Giappone potrebbero essere le prossime nazioni a lanciarsi nell'impresa. Se la cosa dovesse accadere davvero, ricordate che l'avete letta per la prima volta qui e che la discussione italiana è partita sul web, mentre Berlusconi si affannava a confermarci che lui è troppo vecchio per governare i processo del ventunesimo secolo. Invece, la politica dovrebbe partire da qui: dal futuro che riesce a immaginare e, di conseguenza, a realizzare. www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it.

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Con un viaggio filmato nei Territori Occupati si presenta l'iniziativa per cinefili Tichofilm (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

AVVENIMENTO Con un viaggio filmato nei Territori Occupati si presenta l'iniziativa per cinefili Tichofilm Si producono ogni anno centinaia, migliaia di film. A nord, a sud, a est del mondo. Che raccontano di storie d'amore diverse da quelle della tv, che parlano della vita quotidiana di chi vive in paesi in guerra o semplicemente lontani da qui, che si ricordano della fatica del lavoro quando è disoccupato, insicuro, ambulante. Eppure la maggior parte di queste storie è invisibile, esclusa com'è dalla programmazione "istituzionale" di sale e televisione. Per chi non si rassegna a guardare da un solo punto di vista, il gruppo di cinefili di Tichofilm ha creato un catalogo di film online inediti in Italia, soprattutto documentari, cinema queer e cinema indipendente d'area mediterranea e mediorientale. Sono piccole produzioni che vengono presentate ai festival in giro per il mondo ma che poi scompaiono dalla distribuzione. L'idea è venuta a Davide Oberto e Ricke Merighi che da anni lavorano nel cinema, l'uno al Torino Film Festival, l'altra a Da Sodoma a Hollywood - Torino GLBT Film Festival. Venerdì 28 marzo, alle 21, nei locali di Artintown, in via Berthollet 25, Tichofilm presenta il suo catalogo online con la proiezione di "The Inner Tour" di Ra'anan Alexandrovich. Uomini, donne e bambini palestinesi dei Territori Occupati attraversano, in autobus, Israele pochi mesi prima dell'inizio della seconda Intifada: l'andare oltreconfine diventa un momento di riflessione e nostalgia, un viaggio attraverso i ricordi. Per vedere i video, accessibili in streaming, occorre registrarsi. Quindi si possono acquistare crediti (1 credito = 10 centesimi di euro) per la visione di singoli film o di pacchetti promozionali. Dopodiché ci sono 48 ore a disposizione per vedere il film. L'ingresso alla serata è libero. Info 011/6696331. \.

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Zawahri su Internet: Bin Laden sta bene (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 112 Al Qaeda Zawahri su Internet: Bin Laden sta bene Al Qaeda --> DUBAI Osama bin Laden sta bene, assicura il numero due di al Qaeda, il medico egiziano Ayman al Zawahri in un messaggio audio pubblicato su Internet che è stato diffuso mercoledì sera da Intelcenter, società statunitense specializzata nella sorveglianza dei siti web gestiti dall'estremismo islamico. "Lo sceicco Osama è in buona salute", dice Zawahri, aggiungendo che "la propaganda viziosa tenta di far circolare false notizie secondo le quali sarebbe malato". Nella lunga registrazione audio, la cui trascrizione riempie 43 pagine, Zawahri accusa le Nazioni Unite di essere "nemiche dei musulmani e dell'islam" e giustifica gli attentati contro i loro uffici. Lancia inoltre un appello a tutti i devoti musulmani affinché" attacchino obiettivi ebraici dentro e fuori da Israele. Nel messaggio, che dovrebbe rappresentare una risposta a domande rivoltegli su Internet, Zawahri approva gli attentati del dicembre scorso ad Algeri (41 morti) e del 2003 a Baghdad (22).

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Exodus, in porto un cantiere segreto - stefano bigazzi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIII - Genova In libreria Exodus, in porto un cantiere segreto STEFANO BIGAZZI "Mi rendo subito conto che si lavorerà con il sistema di cellule separate e nei necessari contatti si useranno nomi inventati... Si comincia con una jeep guidata da un soldato in borghese che parla solo l'ebraico, e ci intendiamo solo a gesti. Mi porta a Genova per vie secondarie... Mi lascia su una remota banchina del porto davanti a una piccola nave che mi sembra in pessime condizioni. Appare un uomo che in un italiano incerto mi spiega il lavoro da fare. dovrò liberare completamente le stive e sistemare poi il maggior numero di cuccette possibile... Penso subito a quei tubi da poco apparsi sul mercato per i lavori edili... un misterioso ufficio acquisti li compra e me li fa trovare in un misterioso magazzino". Gualtiero Morpurgo torna così, a metà 1945, a Genova, la città dove aveva lavorato nei Cantieri Navali prima che le leggi razziali lo costringessero a lasciare il lavoro e a rifugiarsi in Svizzera. è un tecnico che l'organizzazione clandestina Aliah-Bet recluta per dare luogo a quell'operazione che porterà nella Palestina sotto mandato britannico migliaia di ebrei. Accanto a Morpurgo è Ada Sereni, a guidare il viaggio, l'esodo, se si preferisce: ne sarà simbolo la nave Exodus, che partì dalla Spezia (nel romanzo omonimo di Leon Uris e la conseguente versione cinematografica diretta da Otto Preminger). Il violino liberato è un diario in forma di romanzo, due anni dopo Il violino rifugiato. Nel porto di Genova si consumano nuove clandestinità: il cantiere è clandestino, le navi rubate (o fatte passare per tali: come era accaduto nel 1860 per Piemonte e Lombardo, i piroscafi di Garibaldi, ufficialmente sottratti a Rubattino). Clandestini i passeggeri, segreto il viaggio. Una testimonianza nuova, fresca, sessant'anni e più dopo, che l'autore offre con partecipazione. SEGUE A PAGINA XV.

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<Nessuno scrittore palestinese>. Giallo a Torino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-04-04 num: - pag: 49 categoria: REDAZIONALE Il caso Un'agenzia smentisce la presenza. Ernesto Ferrero: "Invito accettato, non mi risultano ripensamenti" "Nessuno scrittore palestinese". Giallo a Torino TORINO - Giallo con polemica per la Fiera del Libro di Torino. Ieri una "fonte accreditata", resa nota dall'agenzia Rca, ha smentito la presenza alla manifestazione libraria (8-12 maggio) dei cinque scrittori israelo-palestinesi la cui partecipazione era stata invece annunciata nei giorni scorsi dal direttore editoriale Ernesto Ferrero, in segno di dialogo. Per Rca, Muhammed Ali Taha, Nidà Khouri, Hussein Muhanna, Walid El Fahoum e Mufleh Naara "non parteciperanno alla Fiera del Libro dedicata quest'anno ai sessant'anni di Israele mentre anche l'ambasciata dell'Autorità palestinese in Italia smentirebbe il suo appoggio all'iniziativa". Ferrero, interpellato, chiarisce quello che a suo avviso è soltanto l'ennesimo equivoco nella travagliata vicenda dell'invito a Israele come Paese ospite e delle conseguenti reazioni polemiche nate sia all'interno del mondo arabo sia nella politica italiana. "Abbiamo invitato questi scrittori di lingua araba e con passaporto israeliano, il cui esponente di maggior rilievo è Ali Taha, e il nostro invito è stato accettato, né mi risultano cambiamenti dell'ultima ora - spiega Ferrero -. Da anni, d'altra parte, scrittori arabi e palestinesi partecipano alla Fiera, a cominciare da Mahampud Darwish. L'Autorità palestinese non ha collaborato direttamente a questa partecipazione, anche se abbiamo avuto un cordiale incontro col suo ambasciatore che ha posto le basi per una significativa presenza nell'edizione del 2009". Ma è vero o no, come scrive Rca citando un'intervista a Shalom, che l'ambasciatore israeliano Gideon Meir si opporrebbe a qualsiasi partecipazione di intellettuali palestinesi nel prossimo mese di maggio? "Non credo proprio - risponde il direttore della kermesse del Lingotto - che l'ambasciatore avrebbe nulla in contrario alla presenza di scrittori che vivono e pubblicano nel suo Paese". E Ferrero, non senza un po' di esasperazione, conclude: "Radicalizzare lo scontro non giova a nessuno, tanto meno alla causa palestinese. La politica del "tanto peggio" non ha mai vinto". La Fiera "L'Autorità palestinese non ha collaborato alla partecipazione, ma abbiamo avuto un incontro costruttivo con l'ambasciatore" Ernesto Ferrero Vera Schiavazzi.

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Chattando in rete con Al Qaeda (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-04-04 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE In rete Il vice di Osama bin Laden ha risposto alle centinaia di domande indirizzate su quattro siti Chattando in rete con Al Qaeda La piccola posta di Zawahiri dà consigli di lotta e vita quotidiana "è esentato dalla Jihad colui che non ha abbastanza fondi da lasciare a moglie e figli" WASHINGTON - In un sito normale avrebbero definito la rubrica "Chiedete al dottore ". E il dottore, il medico egiziano Ayman Al Zawahiri, non ha deluso i "pazienti", rispondendo a un buon numero di quesiti sulle condizioni di Al Qaeda e del suo leader, Bin Laden. Il referto, a sentire l'ideologo, è confortante: il movimento avanza e Osama "sta bene" a dispetto delle "false notizie" che lo vogliono malato. Una breve citazione che, unita alla massiccia presenza mediatica di Al Zawahiri - 50 interventi in audio e video dal 2003 a oggi -, fa sospettare che il "dottore " stia sgomitando per diventare lui il punto di riferimento. Infatti ha indossato i panni del politico, del custode dell'ortodossia, dello stratega, del consigliere militare usando Internet sia come podio che come "piccola posta". A coloro che chiedevano testi da leggere ha indicato più volte il suo ultimo libro e curiosamente Il i capi qaedisti a volte scompaiono o non possono intervenire come vorrebbero. Quindi ha aggiunto che è stato costretto ad occuparsi di una grana: la replica alle critiche di alcuni estremisti egiziani che hanno rinunciato alla lotta armata. Una missione affidata a un libro di quasi 200 pagine messo su Internet. Dopo i chiarimenti e l'affermazione di essere pronto ad avviare un "dialogo" con chi critica il movimento, il dottore ha aperto la sua "chat" affrontando questioni strategiche e problemi quotidiani dei mujaheddin, dedicando molto spazio - forse troppo - alle questioni egiziane. Al Zawahiri ha polemizzato aspramente contro coloro che hanno messo in discussione i sistemi di lotta qaedisti. Duro l'attacco allo sceicco Qardawi, figura religiosa molto ascoltata in tutto il mondo musulmano che ha osato contestare le azioni suicide. Difesa strenua anche delle tattiche del movimento in Iraq e in Algeria, con l'impiego massiccio di attentatori suicidi. Non siamo noi a uccidere i civili, è la sua tesi, ma i miscredenti e gli 007 dei regimi arabi. "Se mai un innocente è stato ucciso durante le operazioni dei mujaheddin, allora o è stato un errore non voluto o è accaduto per necessità". Poi, come ha fatto negli ultimi mesi, ha promesso azioni contro Israele "all'interno e all'estero " e ha ribadito, benedicendo Al Zarkawi, la legittimità di colpire l'Onu in quanto "nemico" dell'Islam. Molti i consigli ai palestinesi, a lungo corteggiati dai qaedisti: il senso è che devono respingere qualsiasi forma di dialogo. Per questo l'egiziano distingue tra la leadership di Hamas - da condannare perché ha accettato di partecipare al voto - e i militanti delle Brigate Al Kassam da apprezzare. Il consigliere spirituale di Al Qaeda, come si dice in questi casi, ha una buona parola per tutti. A un poliziotto di Hamas che gli chiedeva se poteva "continuare a fare il suo lavoro " visto che il solo modo per avere uno stipendio ha risposto senza farsi commuovere: "Non è permesso lavorare per una polizia che segue le leggi fatte dagli uomini e non la Sharia creata da Allah". A un giovane che era preoccupato di non poter partecipare come combattente alla lotta ha suggerito di trovare altre forme di supporto: dal finanziamento ad un ruolo nella guerra di propaganda. "è esentato dalla Jihad - ha quindi aggiunto - colui che non ha abbastanza fondi da lasciare a moglie e figli". ha sostenuto che i manuali di Al Qaeda sono andati "perduti" dopo l'intervento Usa in Afghanistan. L'operazione "Chiedete al dottore" è iniziata in dicembre, quando "As Sahab", il logo che cura la diffusione dei messaggi qaedisti, ha esortato giornalisti e simpatizzanti a inviare a quattro siti le domande per Al Zawahiri. I "pr" del movimento anche fissato i termini: quesiti entro il 16 gennaio, risposte dopo il 16 febbraio. Ed è stato un successo con centinaia e centinaia di email spedite ad "As Sahab", un'interazione impossibile fino a qualche anno. Il programma ha però subito qualche cambiamento e Al Zawahiri ha replicato solo nella serata di mercoledì. Un audio su Internet di un'ora e mezza, accompagnato da un testo di oltre 40 pagine, presto seguito da una seconda puntata. E' stato lo stesso Al Zawahiri a spiegare i motivi del ritardo. Innanzitutto l'insistenza dei "fratelli che si occupano della sicurezza di rispettare certe procedure". Una frase che potrebbe spiegare perché "dottore" In un sito normale avrebbero definito la rubrica "Chiedete al dottore" "Chiedete al dottore" La pagina web di As-Sahab, che ha lanciato l'idea di far chattare i fan con il "dottor" Zawahiri Guido Olimpio.

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Il principe - susanna nirenstein (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura IL PRINCIPE intervista al politologo Richard perle l'america, l'iraq, il terrorismo dei neocon Tra i fautori della guerra a Saddam, l'ex-consigliere del Pentagono valuta gli errori di Washington e i pericoli che provengono oggi dal Medio Oriente "Fu uno sbaglio far governare Bagdad agli americani Andava consegnata agli iracheni" "Se l'Iran otterrà il nucleare, subito lo vorranno tutti gli Stati dell'area più instabile del mondo" SUSANNA NIRENSTEIN I suoi nemici lo chiamano "il Principe delle Tenebre", i suoi estimatori lo considerano "una delle migliori menti politiche" di Washington. Di sicuro, Richard Perle ha giocato un ruolo cruciale sia durante la presidenza Reagan e la sua netta contrapposizione all'Urss (è da allora che, mentre era sottosegretario alla Difesa, gli affibbiarono quell'etichetta che evoca tutti i mali cospirativi del mondo), sia come ex consigliere del Pentagono di Bush (fino al 2004) nella scelta dell'attacco all'Iraq. Le sue opinioni, in verità, condivisibili o meno, sembrano limpide. Membro dell'American Enterprise Institute, guardato come un falco capofila dei neocon americani, è tuttora uno dei più ascoltati e influenti esperti di politica internazionale americani e oggi, avendo sostenuto la guerra, si trova di fronte a un conflitto che si è dimostrato molto più complicato del previsto. A lui comunque il concetto che esista un gruppo neocon non piace, gli sembra appunto il parto di una di quelle teorie complottiste che vogliono vedere sempre un gruppo inafferabile dietro le svolte della Storia. Lo incontriamo a Roma, dove è venuto come ospite d'onore di una serata del Keren Hayesod, grande organizzazione di found raising che costruisce in Israele strutture e iniziative in campo sociale e ambientale. Siamo davanti a un cappuccino e a un caffè negli assolati saloni dell'Excelsior. Cosa sono veramente i neocon, Mr Perle? "Il termine è senza significato. Molti vi identificano gente che in realtà non ha niente in comune. E' diventato un modo per definire chi è stato a favore dell'invasione dell'Iraq. Ma la realtà è che la decisione fu presa non per le pressioni di qualcuno (n.d.r., la sera prima aveva anche sottolineato come Israele non avesse affatto spinto in quel senso, ma semmai ad occuparsi dei problemi posti dall'Iran). A scegliere sono stati un presidente, un vicepresidente, un gabinetto della Difesa. L'idea che l'invasione sia stata un'avventura imperialistica incoraggiata dai neocon con l'obiettivo di imporre all'Iraq la democrazia con la forza, è sbagliata. Gli Usa hanno attaccato Bagdad perché, dopo l'11 settembre, non volevamo stare ad aspettare e sperare che Saddam non avrebbe equipaggiato i terroristi islamici di armi chimiche o biologiche per altri 11 settembre". Neocon non vuol dir niente? "Un tempo si applicava a qualche intellettuale di sinistra che, dopo la II seconda Guerra Mondiale, aveva capito la natura totalitaria dell'Urss. La parola fu inventata da Bill Kristol: neocon era per lui "un liberal che aveva sbattuto la faccia contro la realtà", i gulag". E lei dice che non c'è un gruppo di pensatori neocon. "No. Nessuna organizzazione. Ci sono delle opinioni condivise da alcuni intellettuali e pochi politici. L'idea centrale è semplice: i valori democratici sono fondamentali per una società civile e dovrebbero essere incoraggiati dovunque nel mondo. Ma non ha niente a che fare con l'uso della forza. Non siamo pacifisti, ma nemmeno guerrafondai. E comunque questi intellettuali non hanno avuto alcuna influenza sulle decisioni di Bush, che gli intellettuali li frequenta raramente". L'idea è entrata in crisi dopo le difficoltà incontrate in Iraq? "La scelta della guerra fu fatta perché eravamo colpiti, minacciati. E Saddam fu rimosso in 21 giorni. A quel punto dovevamo consegnare l'Iraq agli iracheni. Ma sfortunatamente l'Amministrazione decise di mandare degli americani a governare l'Iraq. E così di fatto ci fu l'occupazione. Fu un terribile errore. Non posso provare che se avessimo fatto come dico io non ci sarebbe stata l'insurgency, ma credo sarebbe stato diverso. Ad esempio gli iracheni non avrebbero mai dissolto l'esercito". Come giudica la situazione attuale? "Con la strategia di Petreus, che non consiste solo nell'aumento di truppe, ma, e soprattutto, nel dare più sicurezza alla popolazione civile, il governo può funzionare e le cose sono sicuramente migliorate". Gli sciiti però ora combattono tra loro. "Negli ultimi giorni, gruppi incoraggiati e armati dall'Iran attaccano nella regione di Bassora. Ma il governo, che pure è ancora debole, sta rispondendo. Un anno fa non sarebbe stato in grado di farlo. Si sta andando nella giusta direzione e buona parte del paese sta bene. Il Nord progredisce, sia in termini di sicurezza che di economia, si riaprono gli affari, i ristoranti di Bagdad sono pieni. Quando si dice che tutto va male, penso all'Italia: arrivi convinto di trovarvi sepolti dai rifiuti, eppure la questione riguarda solo alcune aree. Perché poi chi ora vede un disastro in Iraq, non diceva quasi niente quando Saddam uccideva decine di migliaia di persone?". Al Qaeda manda messaggi contro l'Europa. Secondo lei siamo in pericolo? "L'intero mondo occidentale è in pericolo. La visione di Al Qaeda vuole imporre la sharia a tutto il mondo, punta a fare di noi tutti dei paesi musulmani. E lo fa terrorizzandoci, perché a un certo punto ci si arrenda e si chieda "in quale moschea dobbiamo andare a pregare?"". E' ancora forte Al Qaeda? "Negli anni '90 Al Qaeda (e le altre organizzazioni) divenne forte perché nessuno fece niente per fermarla. Ci furono tanti attentati, contro truppe occidentali, ambasciate, centri culturali, discoteche, navi. Si convinsero che non potevamo rispondere e divennero sempre più ambiziosi. L'11 settembre è stato un esempio di quanto lontano volevano andare. Da allora incontrano molte più difficoltà, ma sono ancora capaci di colpire e lo faranno finché non saranno sconfitti. Ciò che rimane dell'insurgency in Iraq arriva a fare attacchi suicidi mettendo le bombe addosso agli handicappati, ai bambini. Il loro crimine è indicibile". Come pensa si possano sconfiggere? "L'Occidente può difendersi, identificare i terroristi, catturarli, ma la cosa più importante è il mondo islamico: sono loro a dover decidere se tollerare l'estremismo o rifiutarlo. Se lo respingeranno, gli jihadisti non troveranno acqua in cui nuotare. Ma se resteranno indifferenti o non si riterranno responsabili, gli islamisti andranno avanti. E' una battaglia di idee". I pacifisti dicono che la guerra ha intensificato il terrorismo. "Quel che si è intensificato per il momento è che, poiché abbiamo risposto, i terroristi, che già colpivano, una volta sfidati lavorano per tenere in vita le loro organizzazioni, anche con terroristi "suicidi" handicappati, come abbiamo già detto". Chi è il suo candidato negli States? "Non ho candidati". Barak Obama all'inizio piaceva anche ai conservatori. "E' attraente, carismatico. Ma la domanda è, cosa farebbe una volta Presidente. Oggi Obama sembra più a sinistra di quello che sarà se passasse la nomination democratica. Se la vince, vorrà piacere a tutti, conquistare voti anche al centro e a destra. E se divenisse il Presidente? Di sicuro sarà diverso da come ci è apparso nella fase 1 e nella fase 2". Cosa pensa di Bush che andrà alle Olimpiadi in Cina? "Credo sia un errore. Gli atti violenti della Cina di questi giorni sarebbero un buon motivo per stare a casa". Sembra che le sanzioni contro l'Iran non funzionino. Che fare? "Le sanzioni sono deboli, ma non avrebbero funzionato nemmeno se fossero state forti. Ci sono pochi esempi di sanzioni efficaci. Eppure quando l'Iran avrà il nucleare, lo vorranno anche i sauditi e tutti gli altri: si creerà una competizione atomica nell'area più instabile del mondo. Ahmadinejad ha minacciato di distruggere Israele con la bomba: e ne è convinto, perché aspetta il ritorno del dodicesimo imam, e questo secondo la sua visione, deve essere preceduto da una grande apocalisse. La sua ideologia è fanatica e molto pericolosa". Vorrebbe si colpissero i siti nucleari iraniani? "La cosa migliore sarebbe aiutare i milioni di iraniani che soffrono sotto la dittatura, studenti, lavoratori, negozianti, professionisti, intellettuali che vogliono un cambio di regime". Non è troppo tardi? Manca un anno o due al completamento del programma nucleare. "Comunque non stiamo facendo nulla per incoraggiarli. Così, presto avremo solo due scelte, o accettare un Iran nucleare che sostiene il terrorismo internazionale, o usare la forza contro gli impianti. Oggi non siamo ancora al punto di dover decidere, ma ci avviciniamo sempre più al momento critico". In Europa molti dicono che, se vuole fermare la violenza, Israele deve parlare con Hamas. La sua opinione? "Hamas non vuole la pace: è votata alla distruzione di Israele. Nessuno dovrebbe essere spinto a trattare con un'organizzazione che nega il suo diritto ad esistere. Chi lo fa, evita invece di condannare gli obiettivi distruttivi di Hamas e i suoi metodi terroristi". Che fare allora? "A volte ci sono problemi che in un dato momento non possono essere risolti. In realtà esiste un livello più profondo del conflitto che i diplomatici vogliono ignorare, ed è la spinta all'odio e alla violenza. Ho visto tanti programmi per bambini alla tv palestinese con ragazzini di 6/7 anni che indossavano le cinture esplosive: che futuro ha un'infanzia cresciuta così? A chi suggerisce di trattare con Hamas, rispondo "parlategli voi e ditegli di smettere"". La Fiera del libro di Torino. Perché Israele è così spesso l'obiettivo di boicottaggi nelle università, nei progetti culturali? "Ci sono tante dittature che meriterebbero i boicottaggi, eppure gli intellettuali di certa sinistra passano il tempo a chiedere di boicottare la democratica Israele. Per quella sinistra è una bancarotta morale".

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Una donna - gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Una donna non vuole sapere è uscito ieri in Israele il nuovo romanzo di David Grossman, la storia di una madre che con un gesto disperato e insieme vitalissimo fugge dai militari che le annunciano la morte del figlio La stesura del libro era già molto avanzata quando cadde al fronte il figlio dello scrittore L'orrore della guerra domina tutta la trama e anima i protagonisti GERUSALEMME Il rosso vivo, il verde tenue e il blu cobalto di un paesaggio di William Crozier, che illustra la copertina del nuovo romanzo di David Grossman, inondano da ieri le vetrine delle librerie israeliane. Il titolo in ebraico, Ishà borachat mi - bessorà (editore: Ha-Kibbutz ha-Meuchad/Sifrei Siman Qrià) può essere tradotto alla lettera come: "Una donna in fuga da una notizia", il che, al di là della durezza della traduzione letterale, lascia intravedere l'idea intorno alla quale cresce e si sviluppa il racconto. è stato lo stesso Grossman, infatti, ad anticipare in una conferenza tenuta a Gerusalemme poche settimane fa l'embrione del suo nuovo romanzo. Oggi, grazie alla quarta di copertina firmata dal curatore della collana la Nuova Biblioteca (Ha-Sifrià ha-Hadashà), Menachem Peri, ne sappiamo di più. "Ora, il cui figlio, Ofer, soldato, parte per una grande operazione militare, fugge di casa per non tormentarsi nell'attesa della cattiva notizia che, non ha alcun dubbio, arriverà. In quanto refusnik della notizia - scrive Peri - Ora sarà forse in grado di evitarla, salvando così la vita al figlio. Dirigendosi verso la Galilea, Ora quasi rapisce Avram, l'innamorato della sua giovinezza e per giorni e giorni vaga con lui per il paese, a piedi, facendo l'unica cosa in suo potere per proteggere suo figlio e dargli forza: parla di lui, vive la storia della sua vita". Ad una prima rapida lettura la trama appare in tutta la sua complessità. Non è soltanto il rapporto madre figlio al centro del racconto ma la complessa ragnatela che lega due uomini e una donna e i suoi due figli. Non solo romanzo d'amore e sull'amore, dunque, ma anche romanzo dei sentimenti e sui sentimenti. Una donna in fuga parla anche dell'amicizia, della generosità tra gli uomini, dell'essere genitori, della capacità di dare e di quello che Grossman definisce il "mestiere della famiglia", vale a dire dello sforzo quasi eroico di preservare il delicato tessuto di una famiglia nel cuore della violenza e dell'orrore. E inevitabilmente, sullo sfondo dell'unicità della realtà israeliana, al cui cospetto Grossman si pone non soltanto come narratore ma come appassionato testimone civile, le angosce e le fragilità dei protagonisti si fondono con la drammaticità del contesto. Non a caso il romanzo si apre durante la guerra dei Sei giorni e si dipana lungo i conflitti e le tregue che ne sono seguiti, con i personaggi principali impegnati in un perenne tentativo di respingere i contraccolpi di tutte le guerre. E qui, in questo faticoso tentativo d'opporsi all'orrore della guerra e quasi per un'ineludibile legge dei contrari, s'aprono squarci di pura narrazione sul magnifico paesaggio israeliano. Il che fa dire a Menachem Peri che in tutte le 630 pagine del romanzo quello che domina è un'essenza di umanità, "un tripudio di vita" che si traduce nella capacità di risvegliare costantemente i sentimenti più umani e più possenti di chi legge. Ma Una donna in fuga "è anche il romanzo di una premonizione, come soltanto gli artisti più sensibili sono capaci di avere. è quando Grossman lavora da oltre due anni al suo racconto che la morte del figlio Uri, caduto il 12 agosto del 2006 a poche ore dalla fine della Seconda guerra del Libano, irrompe nella vita dello scrittore e in quella della sua famiglia. In un certo senso, il nucleo immaginato, l'idea originale (ricordate Ora che s'illude di poter fuggire alla cattiva notizia così salvando il figlio Ofer partito in guerra?) s'immerge nella realtà e viceversa. Il pensiero magico di una madre si fonde con l'impietosa verità del presente. E se dalla sua splendida elegia pronunciata davanti al corpo senza vita del figlio si vede l'impatto che la morte di Uri ha avuto su Grossman padre, l'effetto che la tragedia ha avuto su Grossman scrittore si può soltanto intuire, poiché di questo, Grossman non ama parlare. Sappiamo, però, che, esaurito il periodo di sette giorni che la religione ebraica riserva al lutto, Grossman è tornato al suo romanzo non ancora finito con la piena consapevolezza di ciò che era successo e di come la morte di Uri lo aveva cambiato. Ed è forse lì che Ora, finalmente rassegnata, chiede ad Avram la promessa di ricordare tutto della loro storia. E aggiunge: "Ofer lo ricorderai, la sua vita, tutta la sua vita, vero?", perché, forse, il ricordo è l'assicurazione sulla vita, perché finché c'è qualcuno che ricorda, nessuno è veramente morto. A differenza dell'opera che lo ha reso famoso, Vedi alla voce: Amore, a suo tempo lanciata contemporaneamente sulle piazze più importanti del mercato letterario globale, Una donna in fuga esce prima in Israele. E, conoscendo l'attenzione che Grossman riserva alla sensibilità del pubblico israeliano, sia che si tratti di un suo scritto che di un suo intervento "politico", potrebbe questo diritto di precedenza essere interpretato come un segno di rispetto. I lettori italiani dovranno pazientare fino alla fine dell'anno per leggerne la versione edita, come sempre, dalla Mondatori.

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Il mio amico david e la pazza realtà - alon altaras (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Cinque anni di lavoro , seicentotrenta pagine Il mio amico David e la pazza realtà ALON ALTARAS "La realtà mi segue come una macchina guidata da un autista impazzito" è scritto in una famosa poesia di Meir Wieseltier, uno dei maggiori poeti israeliani del XX secolo. La protagonista del nuovo romanzo di David Grossman tenta la fuga dalla sua realtà impazzita. Per evitare i rappresentanti dell'esercito venuti ad annunciare che suo figlio è caduto, Ora scappa di casa e gira tutto il paese trascinando con sé un suo vecchio amore - forse l'amore della sua vita. Scrivendo questo libro David Grossman ha fatto l'opposto di Ora, non è mai scappato dalla realtà israeliana sin da quando aveva cominciato a scrivere questo voluminoso libro cinque anni fa. C'è chi sosterrà che Grossman abbia sfidato la sorte volendosi occupare della caduta di un figlio in guerra prima che questa tragedia toccasse lui e la sua famiglia di persona. Uri seguiva la stesura di questo libro. Ogni tanto chiedeva come stesse andando la scrittura, cosa facesse la protagonista, conversazioni particolari fra un soldato e suo padre scrittore. Io, come tanti amici di David Grossman, ero sicuro che la tragedia accaduta nell'agosto 2006 avrebbe fermato, almeno per un periodo di lutto, la scrittura del romanzo. La vicinanza fra la narrazione e la biografia dell'autore mi sembrava traumatica. Ma David, con la sua singolare forza d'animo, è tornato a lavorare al libro subito dopo la settimana del lutto. In quel tempo il libro era già scritto, quasi compiuto, ma era la vita dell'autore ad essere cambiata e perciò il romanzo richiedeva una rilettura. Per scriverlo l'autore ha percorso quasi tutto il paese a piedi, compiendo il cammino immaginario della sua protagonista, incontrando le bellezze della natura israeliana e pure le sue bruttezze, incrociando altre persone che per vari motivi avevano anche loro deciso di attraversare a piedi la travagliata terra di Israele. Il nuovo libro di Grossman non racconta soltanto la tragedia della perdita di un figlio, ma tenta di dimostrare quanto sia difficile tenere in piedi, nella violenta realtà israeliana, quella fragile entità che si chiama famiglia. Grossman ha dichiarato che la scrittura di quest'ultima opera lo ha cambiato come persona e ha aggiunto che "i libri che non cambiano il loro autore non valgono la pena di essere scritti". Menachem Perri, curatore di Grossman sin dal primo racconto, sostiene che questo nuovo libro sia uno delle opere più importanti nella storia della letteratura israeliana moderna, capace di cambiare non solo la vita del suo autore, ma anche quella di chi lo legge.

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L'Ordine contro Vauro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Ma "Fiamma Frankenstein" non è antisemita A volte è difficile rispondere al corrosivo Vauro, essere oltraggiosi come lui, contestargli qualche cattiveria di troppo e sfidarlo nel suo diritto alla satira, ma non questa volta. Perciò non comprendiamo il perché del procedimento disciplinare aperto a suo carico dall'Ordine dei giornalisti del Lazio. Anzi. Siamo sorpresi e indignati. La vignetta contestata è uscita il 13 marzo 2008 con il titolo "Mostri elettorali" e presenta la caricatura della giornalista Fiamma Nirenstein all'indomani del "caso" Ciarrapico, suo compagno di lista, immortalato sulle prime pagine dei giornali in un gagliardo saluto romano. L'imprenditore dichiarava di sentirsi ancora fascista, e la giornalista, ebrea, affermava poi di non sentire disagio per quella impropria vicinanza. Mentre noi sì, sentivamo disagio per lei. Da qui la vignetta di Vauro che la vede trasformata in una creatura dagli innesti disarmonici, "Fiamma Frankenstein". Non più lei, ma un "mostro elettorale" che esibisce sul petto tre simboli incompatibili tra loro: la stella di David, il fascio littorio e il simbolo del Pdl. Nel comunicato dell'Ordine, si contesta a Vauro di aver dato "della fascista a una ebrea". Siamo sempre stati contro un'accusa del genere rivolta agli ebrei, anche nella più dura polemica contro la politica di Israele. E invitiamo l'Ordine a riconsiderare il senso della vignetta pubblicata dal manifesto. Che è l'esatto opposto: come può un'ebrea legarsi, seppure elettoralmente, a un fascista (anzi a più di uno)? La vignetta esprime amarezza e scandalo, Vauro non crede ai propri occhi, tanto che la punta della sua matita impazzisce e disegna i contorni deformati di una persona che ha concesso il suo nome a un'altra, non limpida, "fiamma". mariuccia ciotta.

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Uscire dalla storia spesso è più difficoltoso che farla. George W. Bush, giunto dopo otto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Anni al crepuscolo del suo secondo drammatico mandato, sta cercando di prendere congedo dalla scena con qualche colpo di prestigio che purtroppo, a parte il "surge" del generale Petraeus in Iraq, non gli riesce di mandare a segno. Eclissato dalla campagna elettorale, in pieno corso e fragore negli Stati Uniti, egli tenta di riconquistare visibilità in politica estera, effettuando e programmando viaggi a forte contenuto internazionale e suscitando però critiche più che applausi nell'opinione americana ed europea. Negli ultimi mesi è stato in Africa (non si è capito bene perché), due volte in Israele (in momenti più inclini alla guerra che alla pace), si prepara a recarsi per le Olimpiadi a Pechino (malgrado l'infiammabile groviglio tibetano). Ma veniamo ai colpi appena mancati nell'Europa dell'Est. Prima di giungere a Bucarest, per il vertice della Nato, Bush ha voluto incontrare a Kiev il presidente occidentalista Viktor Yushchenko promettendogli quello che poi non ha potuto mantenere: la concessione immediata all'Ucraina, che già partecipa coi suoi soldati in zone calde controllate dalla Nato, del cosiddetto "Map", una sorta di salvacondotto per l'ingresso nell'Alleanza atlantica. Contemporaneamente ha fatto la stessa vana promessa al presidente della Georgia Mikhail Saakashvili. Insomma, la fretta di arrivare alla scadenza del mandato con due cospicui risultati in mano, due importantissime ex repubbliche sovietiche aggregate al Patto atlantico, ha tirato un brutto scherzo a Bush che non ha fatto i conti preliminari con due grossi ostacoli dell'Alleanza nella quale, fra l'altro, vige la regola dell'unanimità. Il francese Sarkozy e la tedesca Merkel. Fortemente uniti fra loro, non sospetti di antiamericanismo preconcetto, essi hanno rigettato con estrema chiarezza la proposta del Presidente americano dicendogli che è prematura e che comunque, in un momento in cui la Nato si allarga con la Croazia e l'Albania fino alla Macedonia e quasi fino al Kosovo, non è il caso d'infliggere ulteriori umiliazioni alla Russia già irritatissima con l'Occidente. Come sappiamo, la posizione prudente di Parigi e di Berlino è stata appoggiata non solo dal governo Prodi ma perfino da Berlusconi: il quale, con ogni evidenza, ha preferito lanciare una strizzata d'occhio all'amico Putin, che resterà altri anni al Cremlino, piuttosto che dare una mano all'amico Bush che si prepara a lasciare per sempre la Casa Bianca. I motivi sollevati da Sarkozy e dalla Merkel sono più che giustificati dal punto di vista politico e anche storico. Una Georgia semiasiatica, che non offre sicure credenziali di stabilità democratica, perdipiù a rischio continuo di secessione per via dell'irredentismo delle repubbliche autonome d'Abkhazia e d'Ossezia meridionale protette e istigate da Mosca, costituirebbe un elemento di disagio e disturbo per la coesione atlantica. Quanto all'Ucraina, la Nato, associandola, penetrerebbe in un territorio molto più attinente alla storia russa che europea, una storia che aveva assegnato all'antico principato di Kiev il ruolo di matrice della Russia moscovita. Tutto, in Ucraina era ed è duplice e ambiguo, a cominciare dal sangue ucraino di Gogol, dal cui cappotto uscì la grande letteratura russa, ma anche la saga nazionalista del cosacco del Dnepr Taras Bulba. La lingua ucraina acquistò uno status ufficiale nell'Ottocento, ma, fino a non molto tempo fa, nelle università e nelle scuole superiori l'insegnamento veniva prevalentemente impartito in russo. Il Patriarcato ortodosso di Kiev si è proclamato autonomo, ma una parte notevole di fedeli è rimasta sempre devota all'autorità del patriarca di Mosca. La Crimea guarda a Mosca, così come guardavano a Mosca i dimostranti filorussi che, durante il recente incontro fra i presidenti Bush e Yushchenko, protestavano nelle piazze di Kiev contro la Nato e contro l'America. Quale bisogno aveva Bush di gettare con le sue avventate proposte benzina sul fuoco, facendo insorgere al fianco di Putin, contro la metà occidentalista dell'Ucraina, perfino il vecchio esule del Vermont Aleksandr Solzenicyn? La fretta, l'impazienza, forse l'ignoranza della storia, lo hanno indotto a inciampare in una gaffe a effetto incrociato: provocando da un lato l'irritazione di Putin, giunto non si sa se in veste d'ospite d'onore o di convitato di pietra al vertice atlantico di Bucarest, e producendo dall'altro lato una rottura spiacevole tra gli americani e i loro maggiori alleati europei. Rottura, peraltro, gratuita e dannosa nel contesto del più importante convegno Nato dopo la fine della guerra fredda. A Bush, tirate le somme, sarebbe bastato contentarsi delle molte cose significative che il convegno, caldeggiato da Washington, offriva e offre nonostante tutto all'Occidente. L'allargamento dell'Alleanza dall'Atlantico al Mar Nero, l'entrata della Croazia e dell'Albania, la Macedonia in sala d'attesa, il ritorno della Francia dopo la "sedia vuota" del 1966 nel comando militare integrato, la disponibilità di Sarkozy a rafforzare il contingente francese in Afghanistan e, da ultimo, il silenzio dei russi sul Kosovo e la possibile apertura realistica di Putin ad una formula di compromesso sullo scudo antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia: tutto questo poteva bastare benissimo come premio storico alle travagliate presidenze Bush. Perché guastare la festa tirando in ballo questioni delicatissime che la Russia deve contestare e mezza Europa non può ancora approvare?.

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<Viva Veltroni>, Israele ringrazia il leader Pd (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Viva Veltroni", Israele ringrazia il leader Pd mi. gio. "Viva Veltroni". Con questo titolo è apparsa ieri sul quotidiano Maariv di Tel Aviv una intervista al leader del Pd Walter Veltroni. Titolo giustificato perché il candidato premier ha espresso un sostegno pieno ed acritico a Israele. Secondo Veltroni, il muro costruito da Tel Aviv all'interno della Cisgiordania occupata non sarebbe altro che "una reazione alla situazione in cui Israele si trova... Nessuno vuole barriere di separazione, si tratta di una reazione difensiva". Il leader del Pd ha tralasciato che il muro annette di fatto a Israele una porzione significativa di territorio palestinese. Sull'Iran "la comunità internazionale non ha valutato in modo adeguato la minaccia che non è solo contro Israele ma contro tutto il mondo", ha detto Veltroni. Immediate le reazioni. Secondo Jacopo Venier (Sinistra Arcobaleno), Veltroni ha "affossato l'equivicinanza di D'Alema e la sua politica estera". "Ricordo a Veltroni - ha detto Venier - che la Corte internazionale dell'Aja ha definito illegale il muro e che il rapporto del relatore delle Nazioni Unite per i diritti umani, John Dugard, ha denunciato il muro di Israele".

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ALDOPARLANTE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Avanti!" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Che pianga o che rida, Romano Prodi non cambia mai espressione. Sarebbe un buon giocatore di poker. Ma un giocatore eccezionale e insuperabile è Massimo D'Alema. Ha una faccia impenetrabile qualsiasi cosa dica o faccia. I giornali hanno la sua fotografia in occasione della processione dei Misteri di Gallipoli. Impenetrabile come sempre, enigmatica e senza espressioni particolari. Come quando invita Israele ad accettare le trattative con i talebani. Cosa non si fa in campagna elettorale! Non solo D'Alema ha partecipato alla processione del Venerdì Santo, ma la domenica precedente, sul sagrato di una Chiesa di Bari, si era presentato per la cerimonia della benedizione delle palme!.

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Al Zawahiri: "Colpire Israele e gli ebrei in tutto il mondo" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Ven, 04 Apr 2008 Edizione 66 del 04-04-2008 Messaggio di Al Qaeda Al Zawahiri: "Colpire Israele e gli ebrei in tutto il mondo" di Dimitri Buffa Un'ora e mezzo di intervista via web con curiosi e canaglie varie che gli hanno fatto pervenire messaggi e domande da tutto il mondo. Ma alla fine Ayman Al Zawahiri, il nuovo capo di Al Qaeda, dopo la scomparsa presunta del numero uno Osama Bin Laden, spiega al colto e all'inclite quali saranno i programmi funesti della organizzazione jihadista nei prossimi anni: "colpire e fare sanguinare Israele e gli ebrei in tutto il mondo, se Allah sarà con noi". Altri temi affrontati riguardano l'attività dello sceicco Yusuf Al Qaradawi, la guida spirituale dei Fratelli Musulmani, recentemente costretto a una svolta moderata da Moubarak. "Non mi chieda che ne penso della posizione espressa dello sceicco Yusuf Qaradawi sull'uccisione dei civili nelle operazioni jihadiste e su quella di Hamas a proposito dell'unità dei musulmani ? esordisce al Zawahiri ? e io ritengo che sia sbagliata la sua posizione anche perché, a proposito degli attentati in Algeria che hanno colpito i militari, egli ha sostenuto le tesi del governo che ci accusava di colpire i civili e si è posto accanto al governo di Algeri attaccando Al Qaeda nel Maghreb Islamico". "Inoltre ? scrive ancora al Zawahiri - ha emanato una fatwa che rende lecito per i musulmani combattere nell'esercito americano e si è seduto accanto a Hosni Moubarak". "Infine - chiosa il capo terrorista - in un comunicato Qaradawi ha parlato di normalizzare i rapporti con Israele dopo la nascita dello Stato palestinese. Invito quindi i Fratelli Musulmani palestinesi a riconoscere i loro veri capi". A proposito degli attentati compiuti contro obiettivi israeliani, Al Zawahiri ricorda che suoi uomini hanno colpito "la sinagoghe di Jerba in Tunisia, hanno attaccato un gruppo di turisti ebrei a Mombasa in Kenya e lanciato dei missili contro un aereo della compagnia israeliana El Al". Al Zawahiri ha anche ricordato l'ultimo messaggio diffuso da Osama Bin Laden in cui si ribadisce che, "una volta conclusa la guerra in Iraq, i mujaheddin saranno tutti indirizzati contro Gerusalemme". I fautori del dialogo con il cosiddetto Islam moderato, anche all'interno della sinistra ebraica, sono avvisati.

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Israele entri nell'Ue per salvarsi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 04-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Ven, 04 Apr 2008 Edizione 66 del 04-04-2008 Israele è uno Stato laico e tollera le minoranze. Ma per Hamas il Sionismo è usurpazione sacrilega "Due popoli in due Stati" è una tesi irreale. Solo se Israele entra nell'Ue si evita l'Olocausto nucleare Israele entri nell'Ue per salvarsi di Valter Vecellio Guido Ceronetti, figura di intellettuale più unica che rara, nella sua rubrica "Stuzzicadenti" su "La Stampa" di qualche giorno fa, affronta di petto una questione importantissima e urgente. "Israele e Palestina, la bugia dei due Stati", è il titolo del suo intervento. Più propriamente, Ceronetti parla di "impostura": "Vorrei segnalare una impostura delle più credute, delle più diffuse. Non ha né destra né sinistra, è un luogo comune infarcito di falso: l'impostura dei due Stati, Israele e Palestina, di cui uno è riuscito a essere Stato (dopo sessant'anni giusti di esistenza ufficiale in guerra permanente), l'altro semplicemente non potrà mai farcela a diventare qualcosa che somigli a uno Stato. Purtroppo si tratta di due siamesi inseparabili: separali chirurgicamente, li uccidi entrambi?". Tuttavia, annota Ceronetti, tutti quando parlano della questione, hanno solo una soluzione da proporre: due Stati. Proprio tutti no, forse Ceronetti lo sa, forse no ? come potrebbe saperlo, dal momento che non se ne parla? ? ma c'è un leader politico e una forza politica che propongono il superamento dello Stato-nazione, considerano più che mai attuale l'essenza di quel "Manifesto di Ventotene" che fu elaborato da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli; e propongono che la Turchia da una parte, Israele dall'altra, possano far parte dell'Unione Europea. Ma torniamo a Ceronetti: "?Israele è laico, tollera le minoranze religiose, mezzo ateo, forse avviato a esserlo del tutto, e a un pugno risponde, avendone la forza, con due. Ma nell'avversario il pugno non è laico per niente, la cintura di tritolo, il missile Qassam sono gesta Dei per Palestinos e di ogni colpo che va a segno l'onda lunga rimanda il suono uraganico Allah è grande. Si può fare Stato di una frazione minima di Palestina che ragiona e tratta (ma guasta e infida), riattaccandola a una forza religiosa totalizzante come Hamas, per cui 'l'usurpazione sionista' è in realtà occupazione di spazio sacro, che richiede una Soluzione Finale di purificazione definitiva (leggi: sterminio, cancellazione dell'identità nemica)? Per quello che io posso comprendere con strumenti di solo pensiero informato, Gaza di Hamas è già un regime teocratico non statuale, da rissa interpalestinese passata a lembo di umma islamica mondiale escludente sia la trattativa politica che la soluzione militare?". Esorta a coltivare "un po' di immaginazione", Ceronetti. Ed è quell'immaginazione molto concreta e molto realista che, sola, può salvare Israele, i palestinesi e tutti noi con loro. "?Gaza, Ramallah, Betlemme potrebbero mai diventare capitali credibili? L'assurdità dei due Stati che si tengono per mano col grembiulino non è abbastanza evidente? Non è tempo di farla finita con questa impostura da oratorio buonista? Quante utopie, segate come rami in gemme di alberi sventuratamente italiani, segnano sabbie e asfalti di quella che i Papi, caparbi e trasognati, non finiranno mai di nominare come Terrasanta!". Dunque immaginazione; ma in realtà, quella del superamento degli Stati-nazione e l'unica via praticabile possibile per scongiurare quella "fine di Israele" prefigurata con esattezza e nettezza da Furio Colombo in un suo recente saggio non a caso dai più ignorato: "Israele adesso è minacciato fisicamente da una voglia diffusa di liquidazione del disordine nel Medio Oriente?Lo stato dei fatti è disorientante. Israele percepito come ricco e potente, è immerso nel mondo ostile della ricchezza petrolifera? Israele è stato lasciato solo anche da chi un tempo ha combattuto contro le dittature delle leggi razziali, per la nascita della libertà, per la fondazione del nuovo stato libero degli ebrei?". Colombo ricorda un'intervista che lo scrittore e storico israeliano Benny Morris ha rilasciato il 7 gennaio 2007 nella quale parla di "olocausto nucleare". Morris parla dello stato d'animo con cui gli israeliani vivono questi giorni; nelle parole di Colombo: "?Israele rischia l'olocausto militare. E' vero ? dice lo storico ? che l'Iran dovrà affrontare la condanna e il bando delle nazioni civili. Ma purtroppo ciò accadrà dopo. Perché prima, ovvero adesso, non si vedono motivi per cui ? dato lo stato di disordine e tensione che attraversa il mondo ? l'Iran dovrebbe trovare intorno a sé ragioni per fermarsi, per non dare corso al suo terribile annuncio. ?Improvvisamente ciò che è folle e inaudito appare meno folle e meno inaudito, specialmente se avviene in un ambito circoscritto, che non riguarda nessun altro paese?di fronte a questa minaccia Israele è solo, completamente solo. E chiede: "E se l'eliminazione preventiva del pericolo atomico iraniano, nel silenzio del mondo, finisse per apparirci l'unica possibilità di sopravvivere come paese?". A noi, dice Benny Morris, non è data a forza della deterrenza che ha segnato la guerra fredda. Come dimostrano le stragi del terrorismo, l'idea è: "Chi può mettere mano per primo all'esplosivo, lo fa e lo fa subito. Se lo faremo noi, lo sappiamo, ci odieranno. Ci odiano già adesso. Comunque sempre meglio che non esistere più". Reazioni, commenti, risposte, dichiarazioni del mondo politico a quanto ha detto con voce documentata, credibile, autorevole, Benny Morris? Nessuna. Quelle parole terribili non sono state intercettate, dimostrando così che sono vere: il silenzio vuol dire che le accettiamo, riservandoci la esecrazione postuma? Ecco perché l'articolo di Ceronetti è importante; perché il libro di Colombo va letto; perché si tratta di un dibattito urgente, e di una questione che riguarda un po' tutti. Israele nell'Unione Europea è l'antidoto agli scenari terrificanti che vengono ipotizzati e prefigurati.

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"non c'è antisemitismo in quella preghiera" - marco politi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cronaca "Non c'è antisemitismo in quella preghiera" La Santa Sede sulle proteste ebraiche. Il rabbino Di Segni: ma si parla di conversione Il Vaticano: "Nessun cambio di atteggiamento". Però le frizioni restano MARCO POLITI CITTà DEL VATICANO - Interviene la Segreteria di Stato per placare le proteste ebraiche sulla nuova preghiera del Venerdì Santo, contenuta nella messa tridentina. La Santa Sede, precisa una nota emanata direttamente dal cardinale Tarcisio Bertone, assicura che la nuova formulazione "non ha inteso nel modo più assoluto manifestare un cambio nell'atteggiamento" della Chiesa cattolica verso gli ebrei. La nota sottolinea la validità del documento conciliare Nostra Aetate (che sancisce la piena rivalutazione dell'ebraismo) e ricorda che papa Ratzinger, incontrando nel settembre 2005 i due rabbini capo d'Israele, aveva definito il documento una "pietra miliare sulla via della riconciliazione dei cristiani verso il popolo ebraico". D'altronde è notoria la specialissima attenzione che Ratzinger ha sempre nutrito per l'ebraismo. La prima lettera da pontefice appena eletto la indirizzò agli ebrei di Roma. Tanto maggiore è stata la sopresa, quando a febbraio la rielaborazione della preghiera della messa tridentina - pur abolendo espressioni come conversione o accecamento - ha rilanciato l'auspicio che gli ebrei fossero "illuminati" per "riconoscere" Gesù Cristo come Salvatore. La risposta dell'assemblea dei rabbini d'Italia era stata immediata: congelamento del dialogo con la Santa Sede. Il Rabbinato d'Israele, da parte sua, aveva manifestato "sopresa", chiedendo precisazioni e rinviando la visita di una delegazione in Vaticano. In realtà Bertone aveva indicato nel luglio scorso la via maestra: utilizzare il Venerdì Santo unicamente il testo del messale postconciliare di Paolo VI, senza alcuna allusione alla "conversione" degli ebrei. Ma gli ambienti più conservatori in Vaticano hanno voluto una riformulazione in senso tradizionalista e hanno strappato l'assenso papale. La nota della Segreteria di Stato definisce il messale di Paolo VI come rito ordinario della Chiesa e conferma le attuali "relazioni fraterne di stima, dialogo, amore, solidarietà e collaborazione" fra cattolici ed ebrei. Bertone va ancora più in là, ribadendo che la Chiesa respinge ogni atteggiamento di disprezzo e di discriminazione verso gli ebrei e "ripudia con fermezza qualunque forma di antisemitismo". L'auspicio della Santa Sede è che il malinteso resti chiarito e i rapporti ebraico-cristiani si sviluppino nel segno della stima e della comprensione. "Insoddisfatto" il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni: "Avremmo voluto sentire che la Chiesa non prega per la conversione degli ebrei o almeno rinvia questo desiderio alla fine dei tempi e alla sola decisione divina". Più conciliante il presidente del Collegio rabbinico italiano, Giuseppe Laras: "La dichiarazione della Segreteria di Stato vaticana nei suoi intenti distensivi può essere recepita in termini di positività", anche se elude il problema. Positivo il commento del rabbino statunitense, Jack Bemporad, a Roma per un coinvegno: "Parole chiarificatrici. La Santa Sede afferma che in nessuna maniera voleva offendere la sensibilità degli ebrei". Volutamente, d'altronde, Benedetto XVI ha deciso - fuori programma - di visitare una sinagoga a New York nel suo prossimo viaggio negli Stati Uniti, da 15 al 20 aprile.

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"i miei due mondi tra bagdad e haifa" - luca iaccarino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XII - Torino Lo scrittore ebreo Sami Michael stasera al Circolo dei Lettori "I MIEI DUE MONDI TRA BAGDAD E HAIFA" "Ho fatto dell'incontro tra culture il cuore della mia letteratura. E trovo triste e terribile combattere un paese opponendosi alla sua cultura: tutti questi boicottaggi sono sbagliati" LUCA IACCARINO e per un ebreo significasse qualcosa, l'espressione "portare la croce" calzerebbe agli scrittori israeliani. Ospiti della Fiera del Libro di Parigi settimane fa e di quella di Torino a maggio, sono al centro di rinnovate polemiche. Proprio loro, quelli che più si interrogano sull'identità, sul confronto col mondo arabo, che cercano, con lucidità, di trovare la Ragione maiuscola e le ragioni minuscole del conflitto. L'esempio più illustre di narrativa civile è la triade di autori-intellettuali Yehoshua, Oz e Grossman. Ma c'è un uomo che più di tutti incarna un ponte che attraversa i martoriati confini del Medio Oriente. Si chiama Sami Michael. In Italia è poco conosciuto, proprio perché - come dice lui - "scrivo solo delle cose che conosco: gli ebrei in Iraq, le relazioni tra ebrei e palestinesi, i problemi interni alla società israeliana". In Iraq c'è nato, nel 1926, ed è cresciuto comunista. Tanto comunista da dover fuggire in Iran e poi ancora in un Israele appena nato, nel 1949. Qui impara l'ebraico che diventa la lingua della sua scrittura. Nel 1974 pubblica il primo romanzo, Gli uomini sono uguali, ma alcuni lo sono di più. Da allora ne scriverà altri dieci, tre saggi e tre opere teatrali che gli varranno una pletora di riconoscimenti, tra cui la candidatura al Nobel e la Presidenza dell'Associazione per i diritti umani in Israele. Michael, nonostante gli ottantadue anni, non rallenta la sua missione al servizio del dialogo. Questa sera alle 21 è al Circolo dei Lettori per la rassegna "Incontri confronti" (www. incontriconfronti. it), organizzata dalla Comunità Ebraica torinese, e si confronta con Gianni Oliva, Sarah Kaminski, Victor Magiar e Shulim Vogelman sul tema "Vite nel guado"; domani è a Casale a Palazzo Sannazzaro per OyOyOy-Festival internazionale di cultura ebraica (www. oyoyoy. it). Michael, lei è uno dei pochi autori israeliani pubblicati in paesi arabi come l'Iraq e l'Egitto. Si sente un "ponte"? "Io sono l'incontro vivente tra due culture: sono cresciuto in Iraq e ho vissuto in Iran, parlando arabo, e poi ho visto la nascita di Israele e ho imparato a pensare e scrivere in ebraico quando mi sono trasferito ad Haifa. La mia prima moglie era palestinese. E ho fatto di questa difficile relazione tra due mondi il cuore della mia letteratura: solo chi ha vissuto personalmente la realtà di questi luoghi può veramente capire le difficoltà e i risultati della convivenza delle "mie" due culture". Cosa pensa delle polemiche su Israele ospite della Fiera del Libro di Parigi e di Torino? "è triste e terribile combattere un paese opponendosi alla sua cultura. Triste e poco saggio. La cultura deve sempre circolare, è la nostra unica speranza. Sono convinto di questo e non lo dico solo nei confronti del mio paese d'adozione: tutti i boicottaggi di questo tipo sono sbagliati, bisogna sempre lasciare le porte aperte. La Fiera del Libro non è un evento politico, è un incontro tra scrittori e lettori, e così va considerato". Lei ha vissuto in Iraq, Iran e Israele e ha visto la II Guerra Mondiale. Crede che il conflitto sia una condizione inesorabile per l'umanità? "Assolutamente no. L'unica spiegazione che ha la guerra è che i politici troppo spesso non sono in grado di trovare altri modi per risolvere i problemi. Benché abbia attraversato un Novecento continuamente dilaniato dai conflitti, non credo nella guerra e non l'accetto. Non può lasciare altro che morte e distruzione". L'Italia la conosce ancora poco. Lei conosce l'Italia? "Ne amo la lingua, ha una musicalità straordinaria, la adoro. L'ho ascoltata a Napoli, a Milano e a Roma, dove sono stato invitato dal Papa. E finalmente ora la risentirò a Torino". (ha collaborato Francesca Fimiani).

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Motor Show in Palestina Il via da Hebron (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del AUTO Gara di velocità a tappe con equipaggi privati Motor Show in Palestina Il via da Hebron La Palestina al volante. Ha attirato l'attenzione e la curiosità di molti palestinesi (come testimonia la foto) la il giro del paese in auto, una corsa a tappe attraverso le principali città a bordo di comune autovetture. In lizza trentotto equipaggi di privati che si sono dati battaglia nella prima tappa, ieri, a Hebron. Le prossime tappe della gara che nel paese è molto seguita sono previste a Betlemme e Gerico nelle prossime settimane. (AP Photo/Ed Ou).

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L'Anp fa guerra ai suoi dipendenti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cisgiordania, salari tagliati a chi ha scioperato e a chi, quasi tutti, non ha pagato i servizi pubblici. E a Gaza Hamas azzera i debiti Michele Giorgio inviato a Ramallah Salam Fayyad lancia un duro attacco ai lavoratori palestinesi del settore pubblico. Di fronte all'agitazione proclamata dai sindacati di categoria dopo la decisione del governo di versare solo una parte dei salari e degli arretrati ai dipendenti dell'Anp indebitati (quasi tutti) con le società di servizio pubblico, Fayyad due giorni fa ha ordinato di tagliare dallo stipendio dei lavoratori le somme equivalenti alle giornate di sciopero tenute sino ad oggi. Un passo grave che avrà un forte impatto sui magri redditi dei circa 40mila dipendenti dell'Anp, già colpiti in questi ultimi anni da crisi continue, a cominciare dall'embargo internazionale e israeliano contro i palestinesi scattato dopo la vittoria elettorale di Hamas (gennaio 2006). Fayyad ha anche ordinato al ministro dell'istruzione superiore, Lamis Alami, di trovare il modo per "risarcire" gli studenti per le lezioni perdute da quando è cominciato lo sciopero. "Le decisioni del governo sono un attacco inaccettabile ai diritti dei lavoratori e una grave violazione dello Statuto dell'Anp e delle recenti risoluzioni in materia votate dal Consiglio legislativo", ha detto al manifesto la parlamentare Khalida Jarrar, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (sinistra marxista), annunciando un' azione comune del suo partito con i sindacati, che da parte loro confermano lo sciopero. "Andremo avanti perché il governo non può chiedere sacrifici ulteriori a decine di migliaia di famiglie che soffrono a causa dell'occupazione (israeliana) e che ora devono fare i conti con l'aumento continuo del costo della vita", ha annunciato Bassam Zakarneh, del sindacato della funzione pubblica. Il governo da parte sua rincara la dose. Fayyad ha sottoposto al presidente Abu Mazen un decreto urgente per "regolare" il diritto di sciopero, lanciando un attacco senza precedenti ai sindacati e ai diritti dei lavoratori. La protesta è cominciata due mesi fa. Il governo di Salam Fayyad che, dopo la presa del potere di Hamas lo scorso giugno a Gaza ha ricevuto ingenti aiuti finanziari internazionali e lo sblocco parziale dei fondi palestinesi trattenuti da Israele, ha annunciato che i dipendenti dell'Anp continueranno a ricevere elettricità, acqua, assegni familiari e l'intero stipendio, soltanto se si metteranno in regola con le società erogatrici di servizi pubblici, pagando i loro debiti. Una condizione impossibile per migliaia di lavoratori e le loro famiglie che in questi ultimi anni, a causa del mancato pagamento degli stipendi, hanno accumulato debiti complessivi per circa 500 milioni di dollari. "Come possono chiederci di pagare le bollette arretrate - ha protestato Musa Ibrahim, un impiegato del ministero dell'interno - non abbiamo ricevuto lo stipendio per mesi e siamo stati costretti a chiedere prestiti ad amici, parenti e banche, pur di sfamare i nostri figli. Adesso ci chiedono in un colpo solo di pagare migliaia di dollari per elettricità ed acqua ma questo è impossibile, nessuno ha tanti soldi da parte". Adel Abdel Hadi, un insegnante, ha spiegato che gli stipendi arretrati ricevuti sino ad oggi sono serviti a pagare una parte dei debiti accumulati. "In ogni caso - ha aggiunto - 400-500 dollari (lo stipendio medio dei dipendenti pubblici, ndr) al mese bastano appena a sopravvivere". L'inflazione - in forte crescita in gran parte del Medio Oriente dove si moltiplicano gli scioperi - è una delle insidie principali dalle quali devono guardarsi i palestinesi, molti dei quali hanno perduto il lavoro a causa delle restrizioni imposte dalle autorità di occupazione israeliane e del conseguente crollo dell'economia nei Territori occupati. Salam Fayyad quindi non dimentica il suo passato di solerte funzionario del Fondo monetario (dove ha lavorato per anni) e punta la sua politica finanziaria sui "conti in ordine" senza tenere in considerazione che la popolazione è sfinita e l'economia palestinese è stata strangolata dalla pressione militare israeliana. La sua linea peraltro colpisce direttamente quei lavoratori, i dipendenti pubblici, che rappresentano la principale base di consenso di Fatah, contribuendo a minare le possibilità del partito di recuperare consensi e credibilità tra i palestinesi. E in Cisgiordania non è certo passato inosservato che il governo di Hamas a Gaza abbia, di fatto, azzerato i debiti dei dipendenti pubblici e della popolazione più povera con le società di servizi. Non sorprende perciò che più voci sia siano levate nell'Anp per chiedere la formazione in Cisgiordania di un governo di Fatah in sostituzione di quello guidato da Fayyad e formato da tecnocrati. Abu Mazen però resta a guardare ben sapendo che il premiergode del sostegno aperto degli Stati Uniti che ormai lo considerano il suo naturale sostituto alla guida dell'Anp.

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La scommessa dell'israeliano Etkes: demolire le colonie (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'attivista aiuta gli ex proprietari palestinesi a fare causa, e a vincere La scommessa dell'israeliano Etkes: demolire le colonie Dopo aver vinto ad Amona, dichiarato insediamento illegale dalla Corte Suprema, l'ex militante di Peace Now ora fa la guerra a Migron. Obiettivo: creare una crisi politico-legale che imponga a Israele il ritiro dai Territori Michelangelo Cocco Inviato a Gerusalemme Dror Etkes porta sempre con sé una copia dell'Antico testamento. "In quale altro paese hai la possibilità di visitare luoghi raccontati in un libro, la Bibbia, scritto migliaia di anni fa?", osserva scalando in seconda il cambio dell'automobile che s'arrampica verso Migron. Le sacre scritture dicono che da Migron, oggi una sessantina di prefabbricati su una collina a nordest di Gerusalemme, il re Saul sferrò l'attacco contro i filistei. Ed è a Migron e ai suoi coloni che Etkes, dopo aver vinto la battaglia per lo smantellamento di Amona, ha dichiarato guerra. Amona era uno degli oltre cento "avamposti" messi su dai settler negli ultimi anni nella speranza che il governo israeliano decidesse di espanderli e trasformarli in veri e propri insediamenti, come i 121 (esclusa l'area municipale di Gerusalemme) che, penetrando in profondità nei Territori occupati palestinesi, ne inficiano la continuità territoriale. Nel gennaio 2006 la Corte suprema dichiarò illegale Amona, perché costruito su proprietà privata palestinese. La sua successiva demolizione fu la molla che fece scattare l'idea alla base del nuovo progetto di Etkes, che a 40 anni si è appena lasciato alle spalle l'esperienza di Peace now, l'organizzazione vicina al Partito laburista per conto della quale, dal 2002 al 2007, ha girato in lungo e largo la Cisgiordania effettuando un monitoraggio "maniacale" degli agglomerati costruiti sul territorio palestinese occupato da Israele dopo la Guerra dei sei giorni del '67 che costituiscono uno dei principali ostacoli alla pace. Per varcare il cancello di Migron a Etkes bastano poche battute con la soldatessa di guardia. Una volta dentro però deve muoversi in fretta, perché i giovani ebrei ortodossi che aspettano di conoscere la loro sorte nelle baracche e sul prato incolto dell'avamposto non sono dei più pacifici: votano per i partiti ultra nazionalisti e hanno bollato Etkes come "nemico pubblico numero uno". Etkes esce dalla macchina e, ripercorrendo l'impresa coloniale d'Israele, spiega la sua scommessa, che affronterà con l'organizzazione per la difesa dei diritti umani Yesh Din (www.yesh-din.org), assieme a un avvocato e a un gruppo di volontari. "Dal 1967 al 1979 lo Stato ha costruito i primi quaranta di insediamenti dopo aver confiscato la terra palestinese con apposite ordinanze militari, ufficialmente per motivi di sicurezza", dice il figlio di Emanuel Etkes, un professore di storia ebraica all'Università di Gerusalemme. Etkes si appunta rapidamente sul taccuino le coordinate di un'antenna per telefonia mobile da poco installata a Migron, poi continua: "Nel 1979 i coloni di Elon Moreh furono portati davanti alla Corte suprema e ammisero che la sicurezza non c'entrava nulla: erano state motivazioni ideologico-religiose a spingerli a rubare i campi agli arabi". L'Alta corte dichiarò quindi illegali tutte le confische "per motivi di sicurezza". La colonizzazione però proseguì con maggiore vigore, senza ordinanze militari, con i governi presieduti da Menachem Begin, coadiuvato dall'ex premier Ariel Sharon. "Lo Stato semplicemente iniziò a comportarsi come la mafia, che a fare i lavori sporchi manda i suoi picciotti", afferma questa ex guida turistica che adora l'Italia ed è uno dei pochissimi israeliani non coloni a muoversi liberamente nei Territori occupati. "Nell'ottobre del 2006 ho identificato cinque proprietari palestinesi dei villaggi di Burqa e Deir Dibwan colpiti dalla confisca delle terre su cui è stato creato Migron. Ho proposto loro di fare ricorso alla Corte suprema: l'abbiamo vinto, ora aspettiamo solo la demolizione". Il premier Olmert e il ministro della difesa Barak si sono impegnati a iniziare a smantellare l'avamposto a partire dall'agosto prossimo, ma la posta in gioco è alta perché Migron, a differenza di Amona (dove c'erano solo sei strutture permanenti) è stato pensato per creare una continuità territoriale tra le colonie di Ofra e Beit El. Ma Etkes è ottimista: "Se i ricorsi sono preparati bene, non possono che darci ragione. Ci vorrà del tempo, ma non ho fretta". Rintracciare i proprietari delle terre, convincerli a fare causa, mettere assieme tutti i documenti necessari, sono operazioni lunghe e complesse, che Etkes conta di ripetere per decine di colonie. Il suo obiettivo è, nel giro di tre, quattro anni, "creare una crisi politico-legale che metta lo Stato di fronte a un aut aut: ritirarsi dai Territori occupati nel 1967 oppure affrontare le conseguenze internazionali di un'illegalità insostenibile che verrà portata alla luce del sole". Negli ultimi giorni gli Stati uniti hanno mosso qualche critica al loro principale alleato in Medio Oriente quando la stampa ha pubblicato il piano per la costruzione di 1.400 unità abitative nelle colonie, destinate soprattutto a ebrei ultra ortodossi, sempre a caccia di nuove case per il loro impetuoso sviluppo demografico. Per Etkes il grimaldello giuridico grazie al quale mettere in crisi il sistema è "dimostrare che gli insediamenti sono stati eretti su proprietà privata palestinese". Etkes si riconosce nella sinistra sionista. "Se mi chiedi se gli ebrei hanno diritto ad avere un loro stato ti rispondo di sì, ma con un grosso ma: ma dobbiamo riconoscere i diritti della minoranza araba del Paese e assumerci le conseguenze per il prezzo pagato dai palestinesi a causa dell'agenda sionista". Etkes non crede nella possibilità di uno Stato unico per ebrei e arabi in Palestina e con il suo piano mira ad accelerare la separazione dei due popoli. Mentre si appresta a festeggiare il 60° anniversario della sua fondazione, Israele sembra però prigioniero delle sue colonie: se negli anni '60-'70 avevano un obiettivo "difensivo", a partire dagli anni '80 hanno assunto chiaramente quello della conquista territoriale. Oggi, con il Muro che ne circonda i blocchi principali portandoli all'interno di un confine illegale che si spinge più a est della Linea armistiziale del 1949, hanno acquisito talmente tanto territorio che pare impossibile fare marcia indietro. Quanto a lungo l'opinione pubblica sarà disposta a tollerare questa "pazza realtà"? chiedeva qualche giorno fa in un commento il quotidiano Ha'aretz. Etkes si rimette alla guida verso Gerusalemme. In cima alle colline alla sua sinistra i tetti arancioni a spiovente delle colonie spuntano a centinaia, ma non scalfiscono la sua determinazione: "In non più di quattro anni metterò in ginocchio l'intero sistema".

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Gli ebrei e il caso della preghiera: dal Papa passo avanti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-04-05 num: - pag: 27 categoria: REDAZIONALE La risposta al pontefice Gli ebrei e il caso della preghiera: dal Papa passo avanti CITTA' DEL VATICANO - Esito incerto, al momento, di una dichiarazione vaticana pubblicata ieri per rassicurare gli ebrei sul fatto che la nuova preghiera che li riguarda - pubblicata il 5 febbraio - non comporta "nel modo più assoluto" l'abbandono dell'atteggiamento "di stima e di dialogo" nei loro confronti sancito dal Concilio Vaticano II. Il rabbino statunitense Jack Bemporad (che incontrerà il papa il 18 aprile a New York) si dice "soddisfatto", il rabbino israeliano David Rosen considera la dichiarazione "un passo avanti importante", il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni dice che "è molto bella ma non c'entra con l'oggetto del contendere". La "contesa" sta nel fatto che la nuova preghiera - destinata a sostituire quella contenuta nel messale latino del 1962, usato dai gruppi che ne fanno richiesta e non quella del messale del 1970 che contiene la forma "ordinaria" della liturgia cattolica - ha un'invocazione perché vengano "illuminati i cuori degli ebrei affinché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini". è questo richiamo alla "conversione" che aveva provocato le proteste degli ebrei. Luigi Accattoli Liturgia Papa Benedetto XVI.

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SAKHIR (Bahrein) Dopo la presa di posizione, molto chiara, di BMW, Mercedes, Toyota e Honda ch (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

SAKHIR (Bahrein)- Dopo la presa di posizione, molto chiara, di BMW, Mercedes, Toyota e Honda che hanno chiesto apertamente una revisione del ruolo ricoperto da Max Mosley alla FIA, escono allo scoperto anche alcuni degli Automobili Club nazionali che parteciperanno all'Assemblea Generale durante la quale il presidente federale cercherà di spiegare in qualche modo il suo comportamento venuto alla luce con le rivelazioni del settimanale britannico "News of the World" sull'orgia sado-maso della quale è stato protagonista. Riunione che secondo quanto si è saputo dovrà tenersi entro sei settimane. A pronunciarsi in maniera netta sono stati i responsabili degli enti di Germania, Olanda e Israele. In un comunicato l'Adac tedesco, che fra l'altro non intende aspettare troppo tempo prima che vengano prese delle decisioni, precisa la sua posizione: "In una lettera a Mosley, l'Adac ha preso le distanze dagli eventi che coinvolgono la sua persona. L'immagine di Presidente della FIA, che rappresenta più di 100 milioni di persone nel mondo dei motori, non dovrebbe essere offuscata da un episodio del genere di quello emerso dalla sua pubblicazione. Per questo motivo abbiamo chiesto a Mosley di riconsiderare con molta attenzione il suo ruolo all'interno dell'organizzazione". Ancora più duro l'atteggiamento di Arie Ruitenbeek, presidente della Knap, la federazione automobilistica olandese: "Alla luce del suo incarico, quello che è successo non può essere accettato. Non ho ancora ricevuto l'invito per partecipare all'assemblea ma andremo a Parigi e voteremo perché si dimetta". Più diplomatiche la parole di Yitzahk Milstein, responsabile della Memsi, la federazione israeliana, ma la sostanza è la stessa: "I fatti, come sono stati raccontati sono scioccanti. Per noi è sorprendente perché abbiamo avuto in questi anni rapporti molto corretti con il signor Mosley. Non avevamo mai pensato a quello che la vicenda lascia supporre. Una volta che tutto sarà chiarito renderemo note le nostre conclusioni. Che sicuramente saranno adeguate alla gravità della situazione". C.R.

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Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Israele attentato contro il mitico ex capo degli 007 Chi vuole la pelle di Avi Dichter? Una raffica di proiettili, tante orgogliose rivendicazioni Le rivendicazioni arrivano una dietro l'altra. Hamas, le brigate Al-Aqsa, e persino una piccola cellula locale di Al-Qaeda, l'Esercito dei protettori della patria: tutti i gruppi radicali palestinesi sono ansiosi di assumersi la responsabilità - dal loro punto di vista, l'onore - dell'attentato contro il ministro della Sicurezza israeliano Avi Dichter. Era un bersaglio che faceva gola a molti: in un tempo non troppo lontano Dichter era stato lo 007 più temuto e rispettato del Medio Oriente, ora è uno degli esponenti di punta di Kadima molto attivo nella lotta ad Hamas. Ieri il ministro della Sicurezza si trovava insieme a una delegazione canadese nei pressi del confine con la Striscia di Gaza, all'osservatorio di Givat Nazmit, quando una raffica di proiettili ha investito il suo gruppo. Il ministro è rimasto illeso, ma il suo consigliere Mati Gil è stato ferito: ieri sera fonti ospedaliere israeliane riportavano che le sue condizioni erano gravi, ma Gil non sarebbe in pericolo di vita. E sempre ieri sera, i media israeliani davano ampio risalto alle rivendicazioni di Hamas: il movimento che controlla Gaza ha dichiarato la propria responsabilità attraverso il portavoce ufficiale Abu Obeida. Poco prima Dichter aveva dichiarato alla radio militare Galei Tsahal che probabilmente il vero obiettivo era la delegazione canadese, ma ancora prima che arrivasse la rivendicazione ufficiale gli hanno creduto in pochi: Dichter era già stato l'obiettivo di un altro attentato lo scorso febbraio. Perché Hamas ce l'abbia tanto con lui è presto detto. È stato il ministro della Sicurezza a dare l'ordine alle forze di polizia di distruggere la casa di Alaa Abu Dhaim, il terrorista che il mese scorso aveva aperto il fuoco sugli studenti di un collegio rabbinico di Gerusalemme, uccidendo otto giovani seminaristi. Hamas aveva lodato l'attentato. In passato distruggere le abitazioni dei terroristi palestinesi dopo un attentato suicida era una pratica abbastanza comune, per quanto controversa, volta soprattutto a contrastare la politica di aiuto alle famiglie da parte dei gruppi radicali, che permetteva ai kamikaze di compiere le loro azioni senza temere per il futuro dei propri cari. Ma la novità sta nel fatto che Abu Dhaim fosse un cittadino israeliano, la casa della sua famiglia si trova a Gerusalemme, nel quartiere di Jabel Mukaber: la polizia aveva espresso qualche dubbio e al momento la pratica è nelle mani del ministro della Difesa, il laburista Ehud Barak. Inoltre in passato Dichter aveva inflitto sconfitte brucianti a Hamas. Per cinque anni capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni oggigiorno ancora più influenti del celebre Mossad, Dichter ha giocato un ruolo importante nella lunga serie di omicidi mirati contro i leader di Hamas negli anni Novanta e, poi, durante la seconda Intifada. È comunemente attribuita a un suo piano l'eliminazione nel 1996 di Yahya Ayyash, detto "l'ingegnere", la mente dietro ai più letali attentati di Hamas: ironia della sorte, gli agenti dello Shin Bet riuscirono a inserire una bomba minuscola ma potente nel cellulare del migliore mastro dinamitardo della Palestina. Portano la firma Dichter (ovviamente in via ufficiosa, sennò che servizi segreti sarebbero?) alcune delle più sofisticate azioni degli 007 israeliani. Forse il suo tentato omicidio è stato progettato in ritorsione all'eliminazione dell'esponente di Hezbollah Imad Mughniyeh, avvenuta a Damasco due settimane fa e di cui il gruppo radicale libanese accusa Israele: Gerusalemme però ha rispedito le accuse al mittente. Per il momento nessuno ipotizza un coinvolgimento diretto di Hezbollah o del suo sponsor siriano nell'attentato di ieri. Ma in questi giorni le tensioni su quel fronte stanno montando. L'esercito siriano ha già dato il via alle esercitazioni: Damasco sostiene di temere un attacco israeliano. Ma Gerusalemme ha un'altra spiegazione: a due anni dalla guerra in Libano, Hezbollah sarebbe pronto a colpire. E questa volta le truppe siriane potrebbero partecipare attivamente. 05/04/2008.

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Da Norimberga all'11 settembre (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

> Quali sono stati gli avvenimenti, i personaggi, le scoperte tecnologiche che hanno caratterizzato la seconda metà del secolo scorso? Difficile fare una classifica tanti e altrettanto importanti sono stati i protagonisti e i fatti dal 1945 in poi. In mezzo secolo l'uomo è passato dall'aereo alle astronavi, ha messo piede sulla Luna e ha inventato la tv e soprattutto il computer. Ma nello stesso tempo ha combattuto un secondo conflitto mondiale, ha lanciato la bomba atomica e ha ucciso decine di milioni di uomini - non solo soldati - in ogni continente. Cinquant'anni senza mai una vera pace perché, anche nei momenti di apparente non belligeranza tra le grandi potenze, in qualche angolo del pianeta c'era qualcuno che massacrava e molti che morivano. Ripercorrendo gli eventi del secondo Novecento è difficile fissare un'immagine simbolo o pensare selettivamente a più foto che hanno fatto prima la cronaca e poi la storia di un intero periodo. L'agenzia fotografica Contrasto ha accolto questa sfida pubblicando un volume illustrato di 250 pagine: "Le immagini che raccontano il mondo". Curato dal francese Eric Godeau, 32 anni, ricercatore di storia e docente, presenta 300 foto eccezionali di 66 eccezionali fotografi: c'è tutto il meglio dei reporter mondiali. I mitici reportage di Robert Capa a Cartier-Bresson, P.J. Griffiths che copre la guerra del Vietnam, Renè Burri che racconta in bianco e nero l'epopea di Castro e della rivoluzione cubana, Elliott Ewitt che documenta l'assassinio di John Kennedy. Via sfogliando scorrono le foto che mostrano la ricostruzione dopo la guerra (il libro si apre non a caso con la famosa immagine-simbolo del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti, firmata dal russo Yevgeni Khaldei), Gandhi, la costituzione dello Stato di Israele, la fine dello stalinismo, Budapest, Suez, il muro di Berlino ma anche i miti dei giovani (James Dean) e del cinema (Marilyn Monroe) per arrivare agli anni sessanta con la rivoluzione studentesca, gli yuppies a Woodstock, i carri armati russi a Praga, il Vietnam. Mezzo secolo scorre come un film con brevi didascalie e frasi celebri. Tra i fotografi ci sono anche due italiani: Paolo Pellegrin e Ferdinando Scianna. Filo conduttore di questa spettacolare carrellata è l'appartenenza di tutti i reporter ad un'unica agenzia, la mitica Magnum fondata nel 1947 da Capa, Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger, oggi ancora attiva in tutto il mondo. Contrasto ha attinto all'immenso archivio della Magnum, selezionando le 300 foto del volume. "Questo libro - afferma Eric Godeau -non ha la pretesa di fornire una cronistoria di quel periodo. Restituisce momenti forti, evoca atmosfere, ricorda avvenimenti cruciali e tappe decisive. Ogni fotografia diventa così un luogo di scambio, un invito alla riflessione, un'occasione per spiegare un mondo in cui si sono incrociate tre generazioni". Grandi, grandissimi questi repoter. C'è uno scatto, tra i tanti che si potrebbe citare, che coglie al volo la fine e l'inizio di un'epoca. È dell'iraniano Abbas, trapiantato a Parigi, che gira il mondo per far conoscere attraverso il suo lavoro la vita sociale e politica di un paese. Qui coglie cinque ragazze romene, componenti una band rock, che suonano scatenate nella via principale di Bucarest il 25 dicembre1989: sullo sfondo immerso nel grigio dell'inverno, il palazzo di Ceausescu, il dittatore appena caduto e giustiziato. Quelle ragazze sono una macchia di colore, un'esplosione di gioia e di libertà, un proclama del cambiamento sognato per mezzo secolo. Il Novecento non finisce con la scadenza del calendario, ma con una data che segna il passaggio da un'epoca all'altra: quell'11 settembre 2001 con l'attacco alle Torri Gemelle di New York (Steve Mc Curry fissa l'attimo del crollo della prima torre di vetro) che apre il ventunesimo secolo alle incognite del terrorismo e della guerra in Iraq. "Miliardi di spettatori che hanno assistito in diretta al crollo delle Twins Towers, colpite qualche minuto prima dagli aerei dirottati dai fondamentalisti islamici, hanno avuto la netta sensazione che stesse per cominciare una nuova era", dice Godeau. Quella, appunto, in cui oggi ci muoviamo tra angoscie e speranze. CARLO FIGARI.

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Peretz fa campagna per Marwan Barghouti: <Liberiamolo e trattiamo con Hamas> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'ex ministro della Difesa israeliano prova a cambiare l'agenda politica laburista e, pensando alle elezioni, sfida Ehud Barak Peretz fa campagna per Marwan Barghouti: "Liberiamolo e trattiamo con Hamas" Stefania Podda Non è il solo a pensarla così, ma per il momento è il solo che sembra voler passare da un'estemporanea dichiarazione alle agenzie ad una vera e propria campagna di opinione. Amir Peretz, ex ministro della Difesa israeliano, ha annunciato che, subito dopo la Pasqua ebraica, comincerà una campagna per ottenere la liberazione di Marwan Barghouti. Ultimamente l'ex sindacalista e ministro ha più volte ripetuto di considerare la questione Barghouti cruciale per la stabilizzazione della regione, ma stavolta ha deciso di esporsi. E lo farà chiedendo l'appoggio delle famiglie delle vittime di quegli attentati per i quali il leader di Fatah - che si dice innocente - è stato condannato a cinque ergastoli. Peretz ha spiegato che andrà a trovare i familiari, parlerà con loro e cercherà di convincerli a premere perché Barghouti possa lasciare il carcere e fare ritorno a Ramallah. Nessuna richiesta di perdono, solo un invito al pragmatismo: "Dirò loro - ha spiegato - che è un leader rispettato dal popolo palestinese e che abbiamo bisogno di rimetterlo in libertà perché possa governare l'Anp insieme al presidente Mahmoud Abbas. Nonostante tutta l'angoscia che provo per il sangue versato, bisogna ad ogni costo evitare che ne venga versato altro". Quanto ad Hamas, nessuna preclusione ad intavolare una trattativa con il movimento islamico: "Abbiamo bisogno - ha aggiunto - di fare la pace con tutti i palestinesi e non soltanto con una parte". L'ipotesi di rimettere in libertà Marwan Barghouti non è più un tabù in Israele, e da parecchio tempo. In un sondaggio effettuato a gennaio, la maggioranza degli israeliani si è detta favorevole al rilascio del leader di Fatah in Cisgiordania, in cambio della liberazione del caporale Gilad Shalit, rapito a Gaza nel giugno del 2006. Sebbene non si sia mosso nulla a livello ufficiale, si sa che il governo israeliano ha ciclicamente preso in considerazione l'idea di sparigliare le carte della partita tra Fatah e Hamas, rimettendo in gioco colui che, pur in carcere, resta il personaggio più amato nella leadership palestinese. Simbolo dell'Intifada e della nuova guardia dell'Anp - contrapposta alla vecchia -, Barghouti resta il leader più credibile, quello dalla reputazione senza ombre e sospetti di corruzione, l'unico che Hamas possa considerare, anche suo malgrado, un interlocutore autorevole e ineludibile. In più, è un pragmatico, un politico, lontano dai fanatismi e lontano anche dalla retorica propagandistica, che si è sempre impegnato nel dialogo. Lo ha fatto anche dal carcere, è sua la prima firma in calce a quel "documento dei detenuti" che doveva servire da base per l'unità palestinese e per il riavvio della trattativa di pace. Peretz ha annunciato la sua discesa in campo per Barghouti durante una riunione dei suoi fedelissimi del Labour. Dopo essersi dimesso sull'onda delle polemiche per il rapporto della Commissione Winograd sul fallimentare esito della guerra in Libano, Peretz era scomparso di scena. Non prima di aver dovuto cedere al redivivo Ehud Barak il posto di presidente del partito e di ministro della Difesa. Da un po' di tempo, però, Peretz è tornato a farsi sentire. Con il governo in difficoltà - e sempre più sbilanciato a destra -, e la prospettiva di elezioni anticipate, sta provando ora a riorientare la linea del partito e a premere su Barak, spostando a sinistra l'asse del Labour. Soprattutto sul tema dei negoziati con i palestinesi, tema sul quale Peretz ha apertamente sfidato il suo successore, offrendogli il suo sostegno solo in cambio di un radicale cambio di agenda politica. Il confronto tra i due è stato aspro. Peretz ha accusato Barak di essere ossessionato dal potere e dall'idea di tornare a essere primo ministro, anche a costo di danneggiare il partito portandolo a elezioni che non vincerà. Accuse alle quali il ministro della Difesa ha risposto in modo sprezzante, liquidando come "patetico" il suo predecessore. Poi i toni tra i due si sono ammorbiditi anche se lo scontro resta irrisolto. Nel Labour cresce infatti l'insofferenza per la leadership di Barak, percepita come troppo personalistica e incurante degli interessi generali del partito. E' soprattutto l'ipotesi di di voto anticipato a mettere di malumore i quadri laburisti, consapevoli che andranno a giocare una partita già persa e che vedrà trionfare invece Benjamin Netanyahu. Resta da vedere se Amir Peretz riuscirà a spostare a suo favore gli equilibri del partito. Di certo, la performance come ministro della Difesa non ha giovato alla sua carriera politica. Sino a tre anni fa, era considerato la grande promessa della politica israeliana. La sua vittoria contro Shimon Peres nelle primarie laburiste era stata vista come epocale. Non solo un sefardita era riuscito ad arrivare alla guida di un partito dominato da un'élite ashkenazita, ma da sindacalista per anni alla guida della potente Histadrut aveva riportato i temi sociali e di classe al centro della politica e della campagna elettorale. Salvo poi però accantonarli di fronte all'offerta di un posto da ministro della Difesa. 05/04/2008.

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Cecchino arabo spara al ministro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Pagina 113 Cecchino arabo spara al ministro --> Tel Aviv È rimasto incolume per miracolo il ministro israeliano della sicurezza interna Avi Dichter (Kadima) che ieri è entrato nel mirino di un cecchino palestinese mentre compiva un'ispezione in un kibbutz di frontiera a ridosso della striscia di Gaza. Il proiettile del miliziano palestinese ha centrato invece il suo collaboratore Avi Ghil, che è stato ferito all'addome e trasportato subito nel vicino ospedale di Ashqelon. L'attacco è stato rivendicato da Gaza prima da un gruppo sconosciuto (l'Esercito della Nazione, Jaish al-Umma, di ispirazione islamica) e in seguito dal braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam. Abu Obeida, un portavoce di questa milizia, ha affermato che la visita di Dichter era nota ai servizi segreti della sua organizzazione, anche se non era chiaro dove esattamente dovesse svolgersi e a che ora.

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Il leader dei Tanzim , condannato a cinque ergastoli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 05-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Protagonista nella guerra delle pietre Il leader dei "Tanzim", condannato a cinque ergastoli Marwan Bin Khatib Barghouti è nato a Ramallah 48 anni fa. E' stato uno dei protagonisti delle prima e della seconda Intifada. Accusato dagli israeliani per l'uccisione di civili e militari, è in carcere dal 2002 con cinque ergastoli. Barghouti divenne popolare specialmente durante la seconda Intifada, quando era al comando dei Tanzim, il braccio armato di Fatah. Per tutta la durata del processo ha rifiutato di difendersi, sostenendo che il processo a suo carico fosse illegittimo: come membro del parlamento palestinese avrebbe avuto diritto all'immunità e l'arresto fu compiuto in un'area su cui Israele non aveva giurisdizione. Alla fine del 2004 si candidò, dal carcere, alle elezioni presidenziali palestinesi che si sarebbero tenute all'inizio dell'anno successivo. Dopo una serie di pressioni di Fatah affinché si ritirasse in favore di Abu Mazen, lasciò cadere la candidatura (che la moglie aveva già ufficialmente avanzata) in nome dell'unità palestinese. Nel dicembre del 2005 fondò un partito "Al Mustaqbal" (Il futuro) che raccoglieva i consensi di molti giovani di Fatah. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, Barghouti prese parte (anche se non ufficialmente) alla trattativa del 2007 tra Hamas e Fatah per un governo di unità nazionale.

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