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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA: Se scoppia l’intelligenza” |
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tARTICOLI DEL 31-5-2008 #TOP
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Articoli
Israele/Palestina (21)
Gli "angeli custodi" di Papa Ratzinger
( da "Giornale.it,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: In Israele decine di testi cristiani sono stati dati alle fiamme. È successo nella città di Or Yehuda, vicino a Tel Aviv e Lo riferisce il quotidiano israeliano "Maariv". Le immagini dei roghi hanno destato incredulità e sdegno, ma al momento nessuna reazione "istituzionale" da parte delle autorità politiche e religiose: speriamo di essere smentiti nelle prossime ore.
Vangeli
bruciati, un silenzio (in)spiegabile
( da "Giornale.it,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: In Israele decine di testi cristiani sono stati dati alle fiamme. È successo nella città di Or Yehuda, vicino a Tel Aviv e Lo riferisce il quotidiano israeliano "Maariv". Le immagini dei roghi hanno destato incredulità e sdegno, ma al momento nessuna reazione "istituzionale" da parte delle autorità politiche e religiose: speriamo di essere smentiti nelle prossime ore.
"Siate
giovani, non alla moda" ( da "Giornale.it, Il"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: In Israele decine di testi cristiani sono stati dati alle fiamme. È successo nella città di Or Yehuda, vicino a Tel Aviv e Lo riferisce il quotidiano israeliano "Maariv". Le immagini dei roghi hanno destato incredulità e sdegno, ma al momento nessuna reazione "istituzionale" da parte delle autorità politiche e religiose: speriamo di essere smentiti nelle prossime ore.
"mai
più bombe a grappolo" ma i paesi produttori non ci stanno - francesca
caferri ( da "Repubblica, La"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele, India e Pakistan - non hanno aderito alla convenzione e questo significa che le regole fissate a Dublino a loro non si applicano. La speranza dei promotori dell'iniziativa è che - come è accaduto in passato con il trattato internazionale di Ottawa per la messa al bando delle mine anti-uomo - il fronte degli aderenti si allarghi nei prossimi anni.
Dialogo
con teheran ma l'ue parli con una voce sola - ferdinando salleo
( da "Repubblica,
La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: cancellare Israele dalla mappa", è in difficoltà con la base popolare per le promesse di benessere non mantenute, con gli ambienti economici perché le sanzioni già mordono, con parte del clero e forse con lo stesso Khamenei per l'isolamento di cui gli iraniani soffrono attribuendolo anche al comportamento del loro presidente.
"ahmadinejad
a roma è un male per tutti vuole distruggere israele" - vincenzo nigro
( da "Repubblica,
La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: "Ahmadinejad a Roma è un male per tutti vuole distruggere Israele" L'ambasciatore: Berlusconi non gli darà credito VINCENZO NIGRO ROMA - Fino ad oggi il governo di Israele non aveva parlato, non aveva detto ancora nulla sulla partecipazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al vertice Fao di Roma.
Usa,
revocate le borse di studio ai giovani di gaza
( da "Repubblica,
La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Poiché Israele ha imposto il blocco alla Striscia dominata da Hamas dichiarandola "territorio ostile", e quindi nega i visti d'uscita alla popolazione, quei fondi rischiano d'essere "sciupati". La notizia è giunta via email: "La vostra borsa di studio è stata ritirata".
Il
sicario delle palme "margini" si occupa del punteruolo rosso
( da "Repubblica,
La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Egitto e in Israele. E in Sicilia? Il filone investigativo è indagato da Gioacchino Sauro, agronomo: in "Io e il punteruolo rosso" descrive l'inchiesta scientifica messa in campo per cercare di arginare il fenomeno. Non mancano, ovviamente, le polemiche riguardo il braccio di ferro tra Comune e Regione che hanno lungamente discusso su chi di loro fosse tenuto a occuparsi del problema.
Bombe
a grappolo fuorilegge. Non per i Grandi Oltre cento Paesi a Dublino approvano
il trattato che vieta l'uso, la vendita e lo stoccaggio delle pericolose
cluster bomb. Ma Usa, R ( da "Unita, L'"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ma Usa, Russia, Cina, Israele, India e Pakistan non ci stanno di Toni Fontana BOMBE INTELLIGENTI anche a detta dei più documentati esperti militari, non ne esistono. La guerra è sempre una spaventosa tragedia nella quale gli eserciti sperimentano ogni sorta di "armi di distruzione di massa".
Bahrain,
un'ebrea ambasciatrice ( da "Giornale.it, Il"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Dopo la guerra del 1948 e la nascita dello Stato di Israele anche la comunità ebraica dell'emirato si ridimensionò. Oggi i correligionari della nuova ambasciatrice non sono più di una cinquantina su una popolazione di circa mezzo milione. A differenza di quanto avvenuto nel resto della regione e nonostante l'assenza di rapporti diplomatici con Israele,
Il
vice di Olmert: si vota a novembre
( da "Giornale.it,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Per il vice premier israeliano Haim Ramon, uno dei più stretti collaboratori del premier Ehud Olmert, le elezioni anticipate si terranno entro le fine dell'anno, quasi certamente a novembre. Olmert è coinvolto in un nuovo guaio giudiziario. Il premier è sospettato di aver ricevuto per 15 anni fondi illegali da un finanziere americano di nome Morris Talansky.
ANTICIPAZIONI
( da "Manifesto,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
9 Israele
divisa Come gli ebrei israeliani leggono l'atto fondativo del loro stato. Nei
libri di Ilan Pappe e Arno Meyer P. 12 Il '
La
lunga marcia degli storici ( da "Manifesto, Il"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Mayer ("Ploughshares into Swords: from Zionism to Israel", Verso, London, pp. 430). La dimensione teologico-politica del sionismo è sottolineata da Amnon Raz-Krakotzkin, "Exil et souveraineté. Judaïsme, sionisme et pensée binationale", con una prefazione di Carlo Ginzburg (Editions La fabrique, Paris, pp.
Il
sogno di una patria infranto sul muro dell'ostilità
( da "Manifesto,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: lettura a partire dai libri di Ilan Pappe e Arno Meyer su come gli ebrei d'Israele e della diaspora leggono l'atto fondativo dello stato d'Israele L'apertura degli archivi di Tel Aviv ripropone la necessità di un bilancio storico svincolato da letture non messianiche del conflitto israelo-palestinese Enzo Traverso Il sessantesimo anniversario della fondazione di Israele e della Nakba,
Permacultura
in Palestina ( da "Manifesto, Il"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ridurre non solo la povertà nella regione ma anche la dipendenza da Israele. La permacultura per principio si plasma sulle situazioni locali. Nel caso specifico, i seminari riguardano il "disegno" di orti e frutteti biointensivi (l'impostazione iniziale è fondamentale), il compostaggio, la protezione ecologica delle colture, il mantenimento dei tradizionali terrazzamenti palestinesi.
TEL
AVIV Secondo il vice premier israeliano Haim Ramon, uno dei più stretti
collaboratori del ( da "Messaggero, Il"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Era
ora. Ce ne è voluto di tempo, perché le terribili "bombe a grappolo"
( da "Messaggero,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: i "giganti" Stati Uniti, Russia e Cina (ma anche India, Pakistan, Israele) non sono tra i Paesi che hanno partecipato al vertice di Dublino. Ma tra gli aderenti c'è la Gran Bretagna, che pure ha interessi militari molto condizionati dall'amicizia con gli Stati Uniti. Quello di Londra è stato un "sì" pesante.
L'esodo,
il viaggio, guerra e pace Israele e la sua <scuola> di danza
( da "Corriere
della Sera" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: guerra e pace Israele e la sua "scuola" di danza REGGIO EMILIA - Il primo vero, grande Festival dedicato in Italia al balletto israeliano si è concluso, al Valli e su altri palcoscenici di Reggio Emilia, con grande partecipazione di pubblico; ed è nato subito un progetto di scambi e partecipazioni che si articolerà nei prossimi anni in creazioni di Ohad Naharin per l'
Interventi
e Repliche ( da "Corriere della Sera"
del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: umanità e ha dichiarato che non è contro la naturalizzazione culturale con Israele, però questa deve essere effettuata nel periodo adeguato, quando si raggiungerà la pace duratura e giusta per tutti i popoli di tale regione. Malgrado Israele abbia assunto una posizione contraria alla sua candidatura arabo-egiziana per la carica di direttore generale dell'Unesco.
Cluster
bomb, raggiunto l'accordo tra oltre 100 Paesi
( da "Campanile,
Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele Dopo dieci giorni di intensi negoziati tenutisi a Dublino sotto la leadership irlandese, è stato raggiunto l'accordo su un trattato contro le Cluster bomb. Sotto gli auspici della Norvegia, Paese iniziatore della battaglia contro tali armi, 110 paesi e la Coalizione contro le munizioni hanno concordato sul nuovo innovativo e completo trattato per il divieto di bombe a frammentazione.
Tra
Oriente e Occidente Chi è l'autore
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del
31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ha pubblicato con la Mondadori "Viva Israele. Dall'ideologia della morte alla civiltà della vita: la mia storia" (2007), "Io amo l'Italia. Ma gli italiani la amano?" (2006), "Vincere la paura. La mia vita contro il terrorismo islamico e l'incoscienza dell'Occidente" (2005), "Kamikaze made in Europe.
( da "Giornale.it, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ieri mattina ero nell'aula
del Sinodo quando Benedetto XVI, intervenendo alla 58 assemblea della Cei, di
fronte a 266 vescovi italiani, ha parlato della situazione del nostro Paese,
richiamando l'emergenza educativa e chiedendo un sostegno effettivo per la
scuola non statale. Papa Ratzinger ha pure "benedetto" il nuovo clima
politico che si respira nel nostro Paese dopo le elezioni. Questo è l'articolo
sul suo discorso che ho pubblicato oggi sul Giornale, mentre questa è
un'analisi - sempre mia - che l'accompagna. Il testo integrale del Papa si
trova come al solito sul sito della Santa Sede. E' interessante notare
l'apertura di credito offerta al nuovo governo e al tempo stesso l'attesa di
risultati concreti nell'affronto delle emergenze del Paese. Quella della
Chiesa, insomma, non è una cambiale in bianco. Scritto in Varie Commenti ( 48 )
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( da "Giornale.it, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ieri mattina ero
nell'aula del Sinodo quando Benedetto XVI, intervenendo alla 58 assemblea della
Cei, di fronte a 266 vescovi italiani, ha parlato della situazione del nostro Paese,
richiamando l'emergenza educativa e chiedendo un sostegno effettivo per la
scuola non statale. Papa Ratzinger ha pure "benedetto" il nuovo clima
politico che si respira nel nostro Paese dopo le elezioni. Questo è l'articolo
sul suo discorso che ho pubblicato oggi sul Giornale, mentre questa è
un'analisi - sempre mia - che l'accompagna. Il testo integrale del Papa si
trova come al solito sul sito della Santa Sede. E' interessante notare
l'apertura di credito offerta al nuovo governo e al tempo stesso l'attesa di
risultati concreti nell'affronto delle emergenze del Paese. Quella della
Chiesa, insomma, non è una cambiale in bianco. Scritto in Varie Commenti ( 48 )
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( da "Giornale.it, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ieri mattina ero
nell'aula del Sinodo quando Benedetto XVI, intervenendo alla 58 assemblea della
Cei, di fronte a 266 vescovi italiani, ha parlato della situazione del nostro
Paese, richiamando l'emergenza educativa e chiedendo un sostegno effettivo per
la scuola non statale. Papa Ratzinger ha pure "benedetto" il nuovo
clima politico che si respira nel nostro Paese dopo le elezioni. Questo è
l'articolo sul suo discorso che ho pubblicato oggi sul Giornale, mentre questa
è un'analisi - sempre mia - che l'accompagna. Il testo integrale del Papa si
trova come al solito sul sito della Santa Sede. E' interessante notare
l'apertura di credito offerta al nuovo governo e al tempo stesso l'attesa di
risultati concreti nell'affronto delle emergenze del Paese. Quella della
Chiesa, insomma, non è una cambiale in bianco. Scritto in Varie Commenti ( 48 )
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( da "Repubblica, La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Mai più bombe
a grappolo" ma i Paesi produttori non ci stanno FRANCESCA CAFERRI Più di
cento paesi hanno raggiunto ieri a Dublino un accordo per mettere al bando le
cluster bombs, le controverse bombe a grappolo che negli ultimi anni hanno
fatto migliaia di vittime, per la maggior parte tra i civili. Il trattato sarà
firmato a dicembre ad Oslo ed entrerà in vigore non appena sarà ratificato da
più di 30 nazioni: prevede che i firmatari non usino, costruiscano, ospitino
sul loro territorio le cluster e che forniscano assistenza alle vittime e ai
territori infestati dalle bombe a grappolo. "è una grande vittoria - dice
Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine - questo
trattato non solo mette al bando tutte le cluster bombs, ma introduce anche
elementi importanti come l'assistenza non solo alle vittime, ma anche alle loro
famiglie e alle comunità". Tuttavia le celebrazioni sono offuscate da un
problema di non poco conto: i principali paesi produttori e utilizzatori di
cluster - Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan - non
hanno aderito alla convenzione e questo significa che le regole fissate a
Dublino a loro non si applicano. La speranza dei promotori dell'iniziativa è
che - come è accaduto in passato con il trattato internazionale di Ottawa per
la messa al bando delle mine anti-uomo - il fronte degli aderenti si allarghi
nei prossimi anni. Proprio l'esclusione delle cluster da quel trattato
aveva sollevato polemiche: tecnicamente infatti le bombe a grappolo non sono
ordigni anti-persona ma nei fatti hanno gli stessi effetti. Vengono infatti
sganciate dagli aerei come delle bombe tradizionali ma una volta in aria si
frammentano in ordigni più piccoli e vanno ad infilarsi nel terreno, dove
possono rimanere per anni. Negli ultimi conflitti sono state massicciamente
utilizzate sia in Afghanistan nel 2001 e 2002 che nel
( da "Repubblica, La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Dialogo con Teheran
ma l'Ue parli con una voce sola Anche l'atmosfera a Washington è cambiata,
soltanto McCain ha una linea interventista FERDINANDO SALLEO Alla vigilia della
visita a Roma del Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad per la Conferenza
generale della Fao, improvvisamente riemergono le preoccupazioni per lo
sviluppo accelerato del programma nucleare iraniano e con esse risorge l'antico
dilemma tra l'approccio diplomatico al problema o, in alternativa, l'intervento
militare "preventivo". Ahmadinejad viene in una capitale europea che
mantiene con l'Iran importanti rapporti economici (secondo, forse primo partner
commerciale) e che ambirebbe ? dopo aver a suo tempo rifiutato ? a prender
parte al gruppo di Paesi (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza
e la Germania) che discute con Teheran le prospettive diplomatiche di
soluzione, sia le facilitazioni per il nucleare pacifico che più energiche
sanzioni se gli intenti militari fossero confermati. Il ministro degli Esteri
dell'Unione Europea Solana si appresta a presentare agli iraniani nuove
proposte e la minaccia di più ferme sanzioni, ma è a Washington, in ogni caso,
che l'Iran guarda con il maggiore interesse. L'atmosfera è però cambiata a
Washington, anche se rimane ferma sulle sue posizioni la Casa Bianca giunta
quasi alla fine del mandato. Soltanto McCain tra gli aspiranti alla presidenza
tiene la linea interventista, mentre Obama e Hillary Clinton si dicono pronti
al dialogo. La pressione per il dialogo viene da eminenti personalità politiche
? democratici come il presidente della Commissione Esteri della Camera Biden e
repubblicani come, ancora pochi giorni fa, Kissinger, certo non un appeaser ?
che rifiutano la semplificazione demagogica del dilemma "tollerare l'Iran
con la bomba o bombardare l'Iran" e auspicano con forza di argomenti che
Washington accetti il dialogo globale con Teheran, anche duro, ma senza
condizioni né infingimenti. Sul versante iraniano, come si era compreso durante
la presidenza del moderato Khatami, il vero potere di decisione appartiene alla
"guida spirituale", all'intoccabile capo del clero sciita l'ayatollah
Khamenei. L'estremista radicale Ahmadinejad, il negazionista che vorrebbe
"cancellare Israele dalla
mappa", è in difficoltà con la base popolare per le promesse di benessere
non mantenute, con gli ambienti economici perché le sanzioni già mordono, con
parte del clero e forse con lo stesso Khamenei per l'isolamento di cui gli
iraniani soffrono attribuendolo anche al comportamento del loro presidente.
Il nuovo presidente del Parlamento, il conservatore Ali Larijani molto legato
alla "guida", cacciato poco tempo fa da Ahmadinejad dall'incarico di
negoziatore del programma nucleare, si profila ora come un temibile contendente
per le elezioni presidenziali del prossimo anno contro lo stesso Ahmadinejad.
Il Pontefice vedrà il suscettibile e iracondo presidente iraniano, formalmente
o in udienza collettiva, attento alle esigenze delle piccole comunità cristiane
e presumibilmente anche con un ampio messaggio di pace. In queste circostanze,
quali sono i limiti della visita romana di Ahmadinejad? è concepibile che si
lanci in tirate demagogiche che non devono restare senza risposta o che ripeta
il costante avvertimento di legare i progetti industriali a non meglio
precisati "gesti politici" del governo: discorsi che sarebbero
inaccettabili di per sé, persino senza l'incubo della proliferazione. Sul piano
della soluzione del nucleare, però, quanto può offrire e in quale prospettiva
di risposta, o bisognerà piuttosto aspettare nuovi leader per il dialogo
complessivo dell'Occidente con l'Iran? E si può sottacere l'avvertimento
dell'Aiea rischiando di rafforzare i fautori dell'intervento armato? Conviene
che l'Italia associ Solana a un incontro romano che contenga prospettive di
avvio del dialogo e di un ruolo italiano? è difficile credere che parlare con
Ahmadinejad possa rafforzarlo sul piano interno, specie se è costretto a
trincerarsi nel suo estremismo per sopravvivere politicamente, ma si può
ritenere che la sua limitata esposizione alla realtà internazionale possa
essere intaccata da risposte politiche ferme sul rispetto del diritto
internazionale e della sicurezza dei Paesi vicini e che la prospettiva di
un'intesa gli faccia intravedere l'uscita possibile dall'isolamento. In ogni
caso, il monito che viene dai più avvertiti esperti internazionali, da ambo le
parti dell'Atlantico, suggerisce la cauta esplorazione, anche per segnalare
agli ambienti più estremisti che la comunità euroatlantica è unita, uno
strumento forte di pressione: per difficili e sgradevoli che possano essere le
circostanze, la diplomazia non è riservata solo ai giorni di sole.
( da "Repubblica, La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Ahmadinejad
a Roma è un male per tutti vuole distruggere Israele"
L'ambasciatore: Berlusconi non gli darà credito VINCENZO NIGRO ROMA - Fino ad
oggi il governo di Israele non aveva
parlato, non aveva detto ancora nulla sulla partecipazione del presidente
iraniano Mahmoud Ahmadinejad al vertice Fao di Roma. "Non volevamo essere i soli a
dire qualcosa su questa visita, su questa riunione", dice Gideon Meir,
l'ambasciatore israeliano a Roma, che però ora decide di uscire allo scoperto:
"Per me vedere un'organizzazione internazionale come la Fao invitare e
accogliere un leader come Ahmadinejad, un leader che dice chiaro e forte che
bisogna distruggere Israele, che bisogna distruggere
uno stato membro dell'Onu, per me vedere tutto questo è una disgrazia. E non
parliamo del resto. Nega la Shoah, è il principale attore dietro il terrorismo,
ha un progetto nucleare militare, nega i diritti umani allo stesso popolo
iraniano. Lo ripeto, immaginare sul podio di un organismo Onu un leader che
chiede la distruzione di un paese membro, è una disgrazia per ogni democratico.
E' come se ricevesse il certificato, quasi una patente del fatto che quello che
lui dice è possibile dirlo. Abbiamo avuto un'esperienza nel mondo, qui in
Europa, durante la Seconda guerra mondiale. Non devo ricordare nulla dei leader
che provarono a parlare con Hitler. Ci sono parallelismi, è inutile far finta
di non vederli. Quest'uomo non parla solo contro gli ebrei, parla contro i
popoli del mondo". Ambasciatore, come giudica allora il fatto che il
governo italiano accolga il leader iraniano a Roma. "L'Italia ospita la
Fao come gli Stati Uniti ospitano l'Onu, dove Ahmadinejad è già stato. Lui non
sarà qui come ospite del governo italiano, ma della Fao. L'Italia fa la cosa
giusta, quando hai un'organizzazione internazionale nella tua capitale ti
comporti così". Ma Berlusconi o Frattini potrebbero incontrarlo in qualche
modo. "L'Italia ha una posizione chiara, di supporto convinto alle
risoluzioni Onu sull'Iran. Il nuovo governo italiano ha rafforzato questa
posizione. Sono sicuro che ogni singolo gesto del governo Berlusconi confermerà
questo". Siete contenti del nuovo governo? "Ma guardi che noi abbiamo
avuto un ottimo rapporto anche con Prodi e D'Alema. Su alcuni punti ci siamo
chiariti, ma per esempio proprio sul tema dell'Iran nelle ultime settimane il
ministro D'Alema ha aiutato l'Europa ad andare avanti sulla questione delle
sanzioni. E comunque certo, siamo contenti". D'Alema ha sbloccato il veto
italiano sulle nuovi sanzioni Ue. Ma lui per primo, assieme a molti altri, non
crede all'efficacia delle sanzioni. Se l'Occidente si esclude economicamente
dall'Iran, il suo petrolio è pronto a finire non solo in Cina o Russia, ma in
India, Indonesia, Malesia, in tutti i paesi emergenti dell'Asia. "Le
sanzioni sono innanzitutto il segnale politico della comunità internazionale.
Secondo, sono la maniera più dura ed energica di usare il "soft
power", perché tutti sanno qual è l'alternativa che tutti vogliamo
evitare: l'uso della forza contro la possibilità della bomba atomica in mano al
regime iraniano. Il rapporto dell'Aiea della settimana scorsa è stato chiaro: i
singoli pezzi del progetto nucleare iraniano, i suoi progetti missilistici
vanno in una sola direzione, quella della bomba atomica. E' una minaccia vitale
per Israele, ma è una minaccia per tutta l'Europa, per
i paesi del mondo". Non crede che le sanzioni siano una sofferenza
soltanto per il popolo iraniano? "Noi abbiamo a che fare con uno dei
peggiori regimi in azione oggi nel mondo. Voglio essere chiaro: nessuno parla
del popolo iraniano, ma di un regime. E aggiungo: noi non lavoriamo a un cambio
di regime. Vogliamo che cambi la sua politica aggressiva, i suoi piani per
ottenere armi nucleari. Noi abbiamo totale simpatia del popolo iraniano, che
tra l'altro paga le conseguenze delle scelte del suo governo. L'obiettivo della
comunità internazionale deve essere quello di cambiare quelle scelte: l'uso del
terrorismo, il programma nucleare. L'Iran non minaccia Israele,
minaccia l'Europa. E Ahmadinejad è il simbolo di questo regime".
Ahmadinejad potrebbe essere ricevuto in Vaticano dal papa. "Io non sono
l'ambasciatore in Vaticano. E come essere umano non mi piacerebbe ascoltare
nulla sul mio leader religioso. Ma come essere umano io credo, io spero nel
bene".
( da "Repubblica, La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il caso Usa,
revocate le borse di studio ai giovani di Gaza GAZA - Il Dipartimento di Stato americano
revoca le borse di studio Fullbright assegnate agli studenti palestinesi di
Gaza. Il motivo? Poiché Israele ha imposto
il blocco alla Striscia dominata da Hamas dichiarandola "territorio
ostile", e quindi nega i visti d'uscita alla popolazione, quei fondi
rischiano d'essere "sciupati". La notizia è giunta via email:
"La vostra borsa di studio è stata ritirata". E' il New York
Times a raccogliere la reazione di uno dei beneficiari, Abdulrahman Abdullah,
30 anni, in attesa del permesso di uscire da Gaza per conseguire un Master
negli Usa. "Se si parla di pace e di dialogo, questo significa investire
in chi in futuro darà un contributo alla società palestinese", dice
Abdulrahman, pronto a condannare "la politica sbagliata di Hamas" e a
rilanciare l'interrogativo: "Chi costruirà lo Stato palestinese se non
saremo addestrati a farlo?". Per le autorità israeliane però l'assedio di
Gaza funziona: le asprezze della vita quotidiana starebbero creando una
frattura fra i civili e Hamas.
( da "Repubblica, La" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XVII - Palermo
La rivista il sicario delle palme "Margini" si occupa del punteruolo
rosso Racconti e letture dedicate a "piccole e grandi questioni di
ambiente": così recita il sottotitolo del nuovo numero della rivista
"Margini", diretta da Beatrice Agnello e Gian Mauro Costa. In
"Siamo a Terra" diversi brani sono dedicati al punteruolo rosso, il
terribile insetto che ha infestato le palme di tutta la Sicilia. Giuseppe
Barbera, docente presso la facoltà di Agraria, in "Ogni coleottero è bello
a casa sua" ripercorre le origini del punteruolo tracciando un vero e
proprio excursus geografico che parte dal sud est asiatico e raccontando delle
sue incursioni durante i primi anni Ottanta nelle regioni del Golfo, poi in
Arabia, infine in Egitto e in Israele. E in
Sicilia? Il filone investigativo è indagato da Gioacchino Sauro, agronomo: in
"Io e il punteruolo rosso" descrive l'inchiesta scientifica messa in
campo per cercare di arginare il fenomeno. Non mancano, ovviamente, le
polemiche riguardo il braccio di ferro tra Comune e Regione che hanno
lungamente discusso su chi di loro fosse tenuto a occuparsi del problema.
Un'attenzione particolare è dedicata al rapporto tra i palermitani e le palme
che, punteruolo a parte, difficilmente hanno amato il loro abbattimento:
"Ma per forza la dovete tagliare? - scrive Sauro - Ma lei u sapi ca sta
palma era già cca quannu annasciiu iu?". a.f.
( da "Unita, L'" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del Bombe a grappolo fuorilegge. Non per i Grandi Oltre cento Paesi
a Dublino approvano il trattato che vieta l'uso, la vendita e lo stoccaggio
delle pericolose cluster bomb. Ma Usa, Russia, Cina, Israele, India e Pakistan non ci stanno di Toni Fontana BOMBE
INTELLIGENTI anche a detta dei più documentati esperti militari, non ne
esistono. La guerra è sempre una spaventosa tragedia nella quale gli eserciti
sperimentano ogni sorta di "armi di distruzione di massa". E
ieri tutti coloro che lottano per la pa- ce hanno ricevuto da Dublino una bella
notizia: 111 paesi del pianeta hanno deciso la messa al bando delle bombe a
grappolo. Ci vorranno otto anni per distruggere le scorte e porre fine all'uso
di queste armi ma, finalmente, è stata posta la prima pietra in un processo
destinato col tempo a liberare il pianeta dagli orrori provocati dalla
"cluster bomb". Tra gli strumenti di morte le bombe a frammentazione
sono quelli più odiosi. Il Libano ne è pieno, Afghanistan ed Iraq sono immensi
depositi. Non è un caso che tra le tante assenze a Dublino spicchino quelle dei
rappresentanti degli Stati Uniti, della Cina, della Russia, dell'India e del
Pakistan. Le bombe a grappolo si frammentano in centinaia di piccoli ordigni.
Il contenitore "madre" si apre seminando sul terreno decine di
migliaia di oggetti dalle forme più strane e tali da attrarre soprattutto
l'ingenuità dei bambini. Restano nel terreno, si vedono difficilmente, basta un
rametto o un foglia per renderle invisibili, esplodono anche dopo molto tempo
dal bombardamento. Le vittime sono dunque civili e, spesso, minori, il compito
di queste bombe è quello di terrorizzare, rendere impraticabili, off limits,
parti di un territorio. E sono soprattutto gli eserciti occidentali a farne
uso. Nel 1991, dopo l'attacco americano, il Kuwait appariva un'immensa distesa
di cluster bomb, così come il Libano meridionale dopo le incursioni israeliane
dell'estate 2006. Per questo il risultato raggiunto ieri a Dublino è di portata
storica. Con un applauso unanime i delegati dei 111 paesi rappresentati hanno
salutato l'approvazione del Trattato, cioè della convenzione internazionale che
prevede la bonifica dei territori "inquinati", il risarcimento delle
vittime (oltre 13mila quelle riconosciute finora, 400 milioni le persone a
rischio), la fine delle produzioni e la distruzione dello scorte. Inizia ora un
complesso iter per rendere operativo l'accordo raggiunto ieri in Irlanda. La
convenzione verrà sottoscritta dai paesi che l'hanno approvata nel corso di una
cerimonia che si terra il 3 dicembre ad Oslo. Successivamente ci vorranno sei
mesi e trenta ratifiche per l'effettiva entrata in vigore delle disposizioni
del Trattato. L'Italia, per bocca del ministro degli Esteri Frattini, ha fatto
sapere ieri che Roma procederà alla ratifica in tempi brevi. La decisione
adottata a Dublino è stata commentata con estremo favore da Roberta Pinotti,
ministra della Difesa nel governo ombra del Pd. Il 28 maggio scorso il Senato
ha approvato un ordine del giorno bipartisan che impegna l'Italia a schierarsi
in favore del Trattato. Il nostro paese è tuttavia tra i sostenitori del
passaggio del Trattato che ha suscitato riserve e critiche. In seguito a
faticose mediazioni si è stabilito che gli stati "abrogazionisti",
quelli che non utilizzano le bombe a frammentazione, "possono partecipare
ad azione di cooperazione militare con stati che non aderiscono". Un
comandante di un paese "abrogazionista" quando la "scelta di
quali munizioni usare è sotto il suo esclusivo controllo" non potrà però
ordinare l'uso di bombe a frammentazione. Alla luce di queste disposizioni,
l'Italia può proseguire la collaborazione militare con gli americani, ad
esempio in Afghanistan, ma un comandante italiano, alla guida di una forza
multinazionale, non può ordinare l'uso di questo tipo di ordigni. I commenti
delle Ong come la Campagna Mine e la Rete italiana disarmo, che hanno in questi
anni condotto le campagna contro le cluster bomb, sono tutti positivi e parlano
di una "vittoria della società civile", ma definiscono "un
difetto" la clausola sulla cooperazione militare.
( da "Giornale.it, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 129 del 2008-05-31
pagina 13 Bahrain, un'ebrea ambasciatrice di Redazione Houda Nonoo
rappresenterà l'emirato a Washington Se puntava a sfatare pregiudizi e luoghi
comuni sua maestà Hanad bin Isa Al Khalifa, sovrano e signore dell'emirato del
Bahrain, ha fatto centro. E soprattutto l'ha fatto in un colpo solo scegliendo
come rappresentante del proprio Paese a Washington un ambasciatore di sesso
femminile e di religione ebraica. Il primo e unico esemplare di diplomatico con
siffatte caratteristiche di tutto il mondo arabo si chiama Houda Nonoo. La
signora 43enne, madre di due figli ed esponente di un'influente famiglia
ricopriva, prima della nomina per editto reale, la carica di deputato al
Parlamento del Bahrain. Per quanto eccezionale, la scelta della signora Nonoo
non contraddice la natura di un emirato conosciuto, fin dall'inizio del
ventesimo secolo, come terra d'insediamento per gli ebrei d'origine iraniana e
irachena. Dopo la guerra del 1948 e la nascita dello Stato
di Israele anche la comunità ebraica dell'emirato si ridimensionò. Oggi i
correligionari della nuova ambasciatrice non sono più di una cinquantina su una
popolazione di circa mezzo milione. A differenza di quanto avvenuto nel resto
della regione e nonostante l'assenza di rapporti diplomatici con Israele, gli ebrei del Bahrain possono però contare sulla
protezione di una casa regnante che garantisce il mantenimento di una sinagoga
e una sufficiente integrazione nel tessuto economico e sociale dell'emirato.
Pur cercando di mantenere un basso profilo, gli esponenti della minoranza
religiosa occupano ruoli importanti nel settore bancario e nel commercio. Prima
di diventare deputato e poi ambasciatrice la signora Nonoo è stata anche una
militante dei diritti umani dirigendo la sede dell'Human Right Watch. "Sono
onorata di essere la prima donna a rappresentare il mio paese all'estero",
ha detto la signora Nonoo nella prima intervista concessa dopo la nomina. Il
Bahrain e la sua dinastia sono considerati i più stretti alleati di Washington
tra i paesi del Golfo. Oltre a contare sulla disponibilità di varie basi, gli
Stati Uniti utilizzano le coste del Bahrain come porto per le navi della Quinta
flotta. Benchè governato da una dinastia sunnita, il Bahrain ha però una
popolazione a maggioranza sciita strettamente legata all'Iran. © SOCIETà
EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Giornale.it, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 129 del
2008-05-31 pagina 13 Il vice di Olmert: si vota a novembre di Redazione
Washington. Per il vice premier israeliano Haim Ramon, uno
dei più stretti collaboratori del premier Ehud Olmert, le elezioni anticipate
si terranno entro le fine dell'anno, quasi certamente a novembre. Olmert è
coinvolto in un nuovo guaio giudiziario. Il premier è sospettato di aver
ricevuto per 15 anni fondi illegali da un finanziere americano di nome Morris
Talansky.Ramon, che si trova a Washington, ha detto che israeliani e
palestinesi dovrebbero rendere pubbliche le intese finora raggiunte quando
Olmert è ancora in carica, e prima che il presidente Bush lasci la Casa Bianca.
© SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Manifesto, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il cibo e il mercato
Domani a Roma Terra Preta, Forum mondiale di organizzazioni rurali. Per
"parlare" alla Conferenza Fao P. 9 Israele divisa Come gli ebrei israeliani leggono l'atto fondativo del
loro stato. Nei libri di Ilan Pappe e Arno Meyer P. 12 Il '
( da "Manifesto, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Enfant terrible
della storiografia israeliana, oggi insegnante all'università di Exter in Gran
Bretagna, Ilan Pappe ha dedicato molti lavori alla guerra del 1948. Esce ora
"La pulizia etnica della Palestina" (Fazi
editore, pp. 376, euro 19 ). Oggi allineato sulle posizioni sioniste più
bellicose, Benny Morris è stato uno dei primi a rimettere in discussione la
visione israeliana ufficiale della guerra del 1948 ("Vittime. Storia del
conflitto arabo-sionista 1881-2001", Rizzoli, pp. 940, euro 12,90). Dello
stesso autore, sempre Rizzoli ha pubblicato ques'anno "Due popoli una
terra" (pp. 227, euro 12). Secondo lo storico Rashid Khalidi, erede di
Edward Said alla Columbia University, la formazione di una coscienza nazionale
palestinese precede di gran lunga la prima guerra arabo-israeliana. Prende
forma al crepuscolo dell'impero ottomano, elaborata da un'intellighenzia urbana
i cui lavori saranno sostanzialmente ignorati dalla storiografia israeliana
("Identità palestinese. La costruzione di una moderna coscienza
nazionale", Bollati-Boringhieri, pp. 350, euro 32 ). Una sintesi globale,
ammirevole per chiarezza e rigore analitico, della storia di questo conflitto,
esce in questi giorni ad opera del grande storico di Princeton Arno J. Mayer ("Ploughshares into Swords: from Zionism to
Israel", Verso, London, pp. 430). La dimensione teologico-politica del
sionismo è sottolineata da Amnon Raz-Krakotzkin, "Exil et souveraineté.
Judaïsme, sionisme et pensée binationale", con una prefazione di Carlo
Ginzburg (Editions La fabrique, Paris, pp. 238, euro 22). La contingenza
storica all'origine di Israele è invece al centro di
un illuminante articolo di Dan Diner ("Zwischen den Zeiten", Neue
Zürcher Zeitung del 10 maggio 2008).
( da "Manifesto, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Un percorso di lettura a partire dai libri di Ilan Pappe e Arno Meyer su come
gli ebrei d'Israele e della diaspora leggono l'atto fondativo dello stato d'Israele L'apertura degli archivi di Tel Aviv ripropone la necessità di
un bilancio storico svincolato da letture non messianiche del conflitto
israelo-palestinese Enzo Traverso Il sessantesimo anniversario della fondazione
di Israele e della Nakba, l'espulsione di oltre 700.000 palestinesi
dalle loro terre, ha suscitato com'era prevedibile commemorazioni e bilanci.
Pochi - anche questo era prevedibile - hanno abbandonato le tradizionali
interpretazioni teleologiche. Per i sionisti, Israele
incarna la redenzione di un popolo martirizzato da secoli di antisemitismo; per
i palestinesi, costituisce invece l'epilogo della lunga storia
dell'imperialismo e del colonialismo occidentali. Queste letture contengono
entrambe un nocciolo di verità. Difficilmente si potrebbe contestare
l'appartenenza di Theodor Herzl e dei fondatori del sionismo alla cultura
imperiale e colonialista europea della fine dell'Ottocento. Aldilà della
retorica sionista, tuttavia, altrettanto incontestabile è la vitalità
dell'attuale nazione israeliana, letteralmente "inventata" da tutti i
punti di vista: territoriale, politico, culturale e perfino linguistico, grazie
alla metamorfosi di un idioma antico in una lingua nazionale moderna. Ma questa
realtà non è il prodotto di una diabolica causalità imperiale né di un
messianico disegno provvidenziale. Si tratta piuttosto, come sottolinea Dan
Diner, del frutto di una contingenza storica. Israele
nasce tra la fine della seconda guerra mondiale e lo scoppio della guerra
fredda, in un momento eccezionale e transitorio di convergenza tra le grandi
potenze, in un mondo scosso dall'Olocausto e posto di fronte a centinaia di
migliaia di profughi in cerca di un tetto. Prima della guerra, soltanto la
leadership sionista pensava di trasformare in uno stato la piccola colonia
ebraica della Palestina (salvata nel 1942 dalle truppe
alleate che bloccano l'avanzata tedesca ad El Alamein). I britannici vi erano
ostili e ben pochi ebrei europei desideravano trasferirsi a Gerusalemme o Tel
Aviv. Pochi anni dopo, al tempo della decolonizzazione, i sovietici difendevano
la causa del nazionalismo arabo e le grandi potenze non avrebbero più potuto
tracciare a loro piacimento le frontiere politiche del Medio Oriente. Insomma, Israele può essere interpretato come un miracolo o una
tragedia della storia, secondo i punti di vista, ma non come un suo prodotto
ineluttabile. Il fatto che i leader sionisti fossero in molti casi la versione
caricaturale del colonialismo europeo (caricaturale perché incarnata da
intellettuali paria) e che quelli palestinesi riproducessero tutti i tratti del
nazionalismo antimperialista, non modifica il quadro d'insieme. Opportunismo
giordano Specchio di questa contingenza fu la guerra arabo-israeliana del 1948,
scoppiata al momento della proclamazione di Israele da
parte di Ben Gurion, ma preceduta da una guerra civile ebraico-palestinese
durante gli ultimi mesi del mandato britannico, dopo il voto favorevole delle
Nazioni Unite alla divisione della Palestina. Agli
occhi del mondo, la causa araba non era quella di un movimento di liberazione
nazionale ma di un insieme di principati feudali che, opposti al dominio
britannico, si erano compromessi con le forze dell'Asse durante la seconda
guerra mondiale (e durante la guerra del 1948, cercheranno di tirare profitto
dalla sconfitta araba, come la Giordania, il cui re sarà vittima di un
attentato palestinese). Gli ebrei suscitavano invece la compassione dei paesi
europei, come riconosceva esplicitamente Gromiko, ministro degli esteri
sovietico, evocando nel suo intervento all'Onu lo sterminio nazista. Così si
spiega la passività dei britannici durante il conflitto del 1948 quando, dopo
quattro anni di mortiferi attentati sionisti contro l'autorità mandataria, si
limitarono ad osservare i massacri e le espulsioni dei palestinesi. Così si
spiega anche il sostegno sovietico alle forze sioniste, decisivo sul piano
strettamente militare. L'esercito ebraico, formato dalla Haganah e dalle milizie
del gruppo Stern, era dotato di armi cecoslovacche. Ben pochi, nel 1947,
avevano tirato la lezione delle due prime intifada palestinesi (nel 1929 e nel
1936) o espresso dei dubbi sul progetto sionista, chiaramente formulato da
Theodor Herzl fin dal 1897, di dar vita in Medio Oriente a uno stato europeo,
"avamposto della civiltà" contro la "barbarie" orientale.
Non solo i nazionalisti arabi, ma neppure i "sionisti culturali" come
Martin Buber o il rettore dell'Università ebraica di Gerusalemme, Jeudah Magnes,
furono ascoltati. Nessuno, all'epoca, commentò le analisi premonitrici di
Hannah Arendt, che al momento del voto sulla partizione decise di interrompere
la sua collaborazione critica con il sionismo (e la sua amicizia con Gershom
Scholem). La guerra del 1948 - la prima di sei guerre arabo-israeliane - è
stata oggetto negli ultimi due decenni di ampie revisioni storiografiche che
hanno definitivamente rimesso in discussione la vecchia tesi sionista
dell'"aggressione" araba e della "fuga volontaria" palestinese.
Il racconto della Nakba (catastrofe) da parte dei profughi è stato confermato
dalla documentazione conservata negli archivi israeliani. Una divergenza rimane
tra gli storici "funzionalisti" come Benny Morris, che vedono nella
cacciata di oltre 700.000 palestinesi "il prodotto di un insieme di
fattori e di un processo cumulativo", e gli storici
"intenzionalisti" che, sulla scia di Ilan Pappe, descrivono invece
un'epurazione etnica pianificata e sistematica. Benché non vi attribuiscano lo
stesso ruolo, entrambi hanno messo in luce l'esistenza di un progetto di
evacuazione forzata - il famigerato "Piano Dalet" - e documentato i
massacri contro i palestinesi, da Der Yassin a Tantura, tipici delle guerre
civili e dei conflitti senza legge: esecuzioni sommarie di civili, distruzione
di case, a volte stupro collettivo delle donne. Le atrocità arabe, nella
maggior parte dei casi reattive, furono ben più limitate. Certo è che la
condotta israeliana durante il conflitto si inscriveva nel disegno sionista di uno
stato ebraico senza arabi. Potevano i palestinesi approvare un piano di
divisione che attribuiva agli ebrei, un quarto della popolazione del paese, il
60% delle terre? Fatto sta che la guerra permise ai sionisti di ottenere molto
più di quanto l'Onu volesse concedere. Nel 1947, gli ebrei possedevano circa il
10% delle terre della Palestina mandataria; nel 1949,
alla fine del conflitto e in seguito alla promulgazione delle leggi che
sancivano le espropriazioni, ne controllavano ormai l'85%. La "legge del
ritorno" apriva le porte del nuovo stato agli ebrei del mondo intero,
chiudendole invece a chi era stato cacciato dalla sua terra (nonostante una
risoluzione dell'Onu che ne prevedeva la restituzione). In virtù di una delle
tante ironie della storia, i primi a usufruire di questa legge saranno gli
ebrei del mondo arabo, che il sionismo classico di matrice europea aveva sempre
ignorato. Incarnazione dell'"arretratezza" orientale, essi furono
sottoposti a un'intensa campagna di dearabizzazione e assimilazione ai codici
culturali dell'ebraismo askenazita. Quanto ai palestinesi, essi daranno vita a
una nuova diaspora e affolleranno i campi profughi di tutti i paesi limitrofi.
Traumatizzata e impotente, la minoranza palestinese rimasta entro i confini del
nuovo stato acquisirà una cittadinanza di seconda classe. Questi palestinesi
continueranno ad abitare la propria terra diventata un paese straniero, nel
quale saranno percepiti come una "quinta colonna". Mentre offriva una
cittadinanza ai superstiti del genocidio nazista, un terzo della popolazione
israeliana negli anni cinquanta, il nuovo stato creava una nuova massa di
profughi palestinesi, autentici "paria" nel senso arendtiano del
termine: esseri umani senza stato e senza diritti. Oggi, la memoria di queste vittime
è sostanzialmente incompatibile con quella dell'Olocausto di cui Israele si vuole guardiano e redentore. Israeliani nel
ghetto Iniziò dunque allora, dentro un'inespugnabile fortezza dotata di armi sofisticate
e ben presto della bomba atomica, la costruzione di una "comunità
immaginata" all'insegna della Bibbia, dell'ecologia e dell'Occidente: la
Bibbia come fonte legittimante in ultima istanza; l'ecologia delle foreste
verdeggianti al posto dei villaggi palestinesi cancellati; l'Occidente di una
nazione di pionieri europei alleata degli Stati Uniti, la nuova potenza egemone
del blocco atlantico. Tutti, illustra Pappe, hanno dato il loro contributo alla
rinascita nazionale: dai militanti dei kibbutz (spesso avamposti militari più
che isole di uguaglianza sociale) agli architetti che ridisegnavano le città,
fino ai filologi, agli storici e agli archeologi che facevano riaffiorare la Palestina ebraica di duemila anni fa dalle macerie della Palestina araba moderna. Guardando oltre questa facciata,
Arno J. Mayer interroga i paradossi di uno stato che sembra incarnare non il
trionfo ma il fallimento del sionismo. Questi era nato, a detta dei suoi
fondatori, per sottrarre definitivamente gli ebrei ai ghetti in cui l'Europa
cristiana li aveva rinchiusi e in cui l'antisemitismo voleva ricacciarli. Lo
stato cui ha dato vita vuole oggi costruire le mura di un nuovo ghetto -
materiale e metaforico - in cui proteggere gli ebrei, separandoli ermeticamente
dal mondo arabo circostante e facendone il bersaglio di un'ostilità radicale
storicamente sconosciuta in seno all'islam. Forse ha ragione Dan Diner quando
scrive che Israele è stato, "fin dall'inizio, un
progetto teologico-politico della modernità". Prendendo in prestito
l'ideologia e il linguaggio dei nazionalismi novecenteschi, il sionismo ha
secolarizzato un'aspirazione millenaria il cui postulato risiede nell'identità
tra un popolo e una religione. La collisione con il mondo arabo diventa ancora
più acuta nel momento in cui, dopo la crisi di tutte le ipotesi laiche, dal
panarabismo al socialismo, i palestinesi sono rimasti imprigionati in un vicolo
cieco dal quale sembrano voler uscire ridefinendosi come nazionalismo
religioso, nella forma dell'islamismo radicale. Potremo allora assistere a
guerre di religione in versione postmoderna dalle quali tutto potrà venir fuori
tranne la democrazia. Questo è il dilemma di fronte al quale si trova Israele a sessant'anni dalla sua nascita. O diventerà
davvero, come dice di essere, una democrazia, ritirandosi dai territori che
occupa illegalmente e trasformandosi nello stato di tutti i suoi cittadini,
senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, culturale e religiosa,
senza un diritto al "ritorno" riservato agli ebrei del mondo intero e
negato ai palestinesi che furono espulsi dalla loro terra; oppure rimarrà uno
"stato ebraico", e inevitabilmente la sua democrazia assomiglierà
sempre di più a quella del Sudafrica bianco ai tempi dell'Apartheid. Nei tempi
lunghi della storia - su questo punto Arno Mayer ha ragione -, non lo
salveranno né la Bibbia né la bomba atomica.
( da "Manifesto, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Terraterra
Permacultura in Palestina Marinella Correggia I
duemilaseicento abitanti di Marda, nella regione Salfit a nord di Gerusalemme,
vivono all'ombra di Ariel, uno dei principali insediamenti di coloni nella West
Bank. Il villaggio e i suoi abitanti hanno perso metà della terra nella
costruzione di Ariel e continua a perderne a causa del muro. La penuria in
denaro da parte della comunità locale è tale che le due scuole sono state
chiuse per mesi, di recente. Sono all'ordine del giorno incursioni armate,
restrizioni nei movimenti, carenze idriche mentre gli orti di Ariel sono
lussureggianti. L'impressione è che il villaggio sia a poco a poco ma
sistematicamente strangolato, le sue risorse annesse agli insediamenti. Insomma
fare agricoltura in una zona simile è sempre più difficile. Ancora più
particolare è che lì esista e lavori un centro di permacultura come la Marda
Permaculture Farm, avviata da Murad Al Khuffash. La permacultura, cos'è? Una
filosofia molto pratica che progetta insediamenti umani imitando il più
possibile gli ecosistemi naturali. L'obiettivo è ripristinare sistemi
produttivi umani e naturali equilibrati e stabili, in grado di automantenersi e
rinnovarsi con bassi input di energia. Il concetto di permanenza in economia fu
sviluppato dall'economista gandhiano J.C. Kumarappa. La permacultura come
modello agricolo fu sviluppata alla fine degli anni 70 dall'australiano Bill
Mollison. Comprende la produzione di alimenti, fibra ed energia, creando cicli
naturali e favorendo le relazioni sinergiche fra gli elementi. Si applica anche
alla progettazione di comunità e sistemi economici. Insomma soluzioni pratiche
ai problemi con i quali ci si confronta a livello globale. Policolture,
pacciamature, concimazioni verdi, la vita del suolo favorita cercando
l'equilibrio per evitare infestazioni o malerbe, coltivazioni senza lavorazione
della terra, tutto per la transizione verso una agricoltura veramente
rigenerativa. Ciò si accompagna alla raccolta dell'acqua piovana, al riciclo
dei rifiuti e dei nutrienti domestici e locali, al compostaggio anche delle
deiezioni umane, alle autocostruzioni con pietra, terra, paglia, pneumatici.
Comunità, auto-conoscenza con gli altri, lavoro in gruppo completano il quadro.
Insomma, prendersi cura della terra, condividere le risorse, prendersi cura
della gente sono considerati i principi etici di fondo. Molti ecovillaggi in
giro per il mondo fondano la loro organizzazione materiale e sociale su questi
principi. Il bello è che Murad li sta applicando anima e braccia nella Marda
Permaculture Farm. "Ci sono diversi modi di lottare contro l'occupazione;
il mio è diffondere la permacultura", dice Murad Al Khuffash. Nel contesto
palestinese con meno terra e meno acqua di prima a causa degli insediamenti
israeliani, la sfida è non solo resistere ma riuscire a realizzare
un'agricoltura intensiva su piccole superfici. Ottimizzando le risorse e
l'organizzazione del lavoro ci si può riuscire, ci sono esperienze di orti che
in pochi metri quadrati nutrono un'intera famiglia. La Marda Farm con poche
risorse a disposizione - alcune raccolte a livello internazionale dallo storico
agroecovillaggio pacifista internazionalista The Farm, nato negli Usa negli
anni 70 - sta organizzando corsi pratici per piccoli coltivatori e abitanti dei
22 villaggi dell'area Salfit. Il primo obiettivo è riconnettere le persone con
la terra, la terra che rivendicano come popolo, e ridurre
non solo la povertà nella regione ma anche la dipendenza da Israele. La permacultura per principio si plasma sulle situazioni
locali. Nel caso specifico, i seminari riguardano il "disegno" di
orti e frutteti biointensivi (l'impostazione iniziale è fondamentale), il
compostaggio, la protezione ecologica delle colture, il mantenimento dei tradizionali
terrazzamenti palestinesi. Ma anche la raccolta e il risparmio
dell'acqua, la depurazione e riuso delle acque grigie, l'autoproduzione di
energia per scopi agricoli e domestici, la conversione dei rifiuti in risorsa,
la costruzione di case con materiali naturali dell'area come pietre, argilla e
paglia.
( da "Messaggero, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Premier Ehud Olmert,
le elezioni anticipate si terranno entro l'anno, forse a novembre. Olmert
intanto lunedì incontrerà Abu Mazen, poi partirà per gli Usa per un nuovo
incontro con Bush.
( da "Messaggero, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di FABIO MORABITO Era
ora. Ce ne è voluto di tempo, perché le terribili "bombe a grappolo",
le cluster bombs, fossero messe al bando. E, anche se sono risuonati ieri
commenti entusiasti (a cominciare dalla "viva soddisfazione" del
nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini) continueranno a uccidere, o a
mutilare, ancora nel tempo. Le bombe a frammentazione, oppure dette "a
grappolo" rilasciano ciascuna sul terreno trecento piccoli ordigni (nel
caso del modello Cbu-105), ognuno dei quali è una mina antiuomo, che si
distribuiscono in un'area larga centinaia di metri e che possono esplodere
anche ad anni di distanza. L'orologio di una società civile globalizzata è
ancora in ritardo. Ma, almeno, questo passo necessario è stato fatto. Ieri,
alla Convenzione di Dublino, in Irlanda, hanno aderito 111 Paesi (l'ultimo in
ordine di tempo è stato il Giappone). Le nazioni aderenti hanno preso l'impegno
di non usare, produrre, acquistare, trasferire ad altri le cluster bombs. E di
distruggere, entro otto anni, quelle eventualmente in proprio possesso. E
ancora: chi ha usato le bombe a grappolo, dovrà farsi carico di
"ripulire" le aree colpite. C'è l'obbligo di assistenza ai mutilati.
La firma della Convenzione però avverrà nel vertice di Oslo (Norvegia), il 3
dicembre prossimo. Entrerà in vigore sei mesi dopo che almeno trenta Paesi
l'avranno ratificata. E a altri cinque anni di distanza, l'Onu convocherà una
conferenza per verificarne l'applicazione. Tempi lunghi, anche se storicamente
rapidi per una diplomazia di pace (un anno e 5 mesi ci sono voluti per arrivare
a questo trattato). E con un'ombra pesante: i principali produttori, i "giganti" Stati Uniti, Russia e Cina (ma anche India,
Pakistan, Israele) non sono tra i Paesi che hanno partecipato al vertice di
Dublino. Ma tra gli aderenti c'è la Gran Bretagna, che pure ha interessi
militari molto condizionati dall'amicizia con gli Stati Uniti. Quello di Londra
è stato un "sì" pesante. E l'accordo di ieri è comunque una
tappa storica, undici anni dopo la Convenzione di Ottawa (Canada) contro le
mine antiuomo. Il segretario generale dell'Onu Ban ki-Moon in un comunicato ha
parlato di "un nuovo modello internazionale" che è nato a Dublino, e
che migliora la protezione dei civili e rafforza i diritti umani. Un modello
che però non è stato preso "a modello" dalle grandi potenze militari.
( da "Corriere della Sera" del 31-05-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Spettacoli - data: 2008-05-31 num: - pag: 47 categoria:
REDAZIONALE Il festival A Reggio Emilia un ciclo dedicato a Tel Aviv L'esodo,
il viaggio, guerra e pace Israele e la sua
"scuola" di danza REGGIO EMILIA - Il primo vero, grande Festival
dedicato in Italia al balletto israeliano si è concluso, al Valli e su altri
palcoscenici di Reggio Emilia, con grande partecipazione di pubblico; ed è nato
subito un progetto di scambi e partecipazioni che si articolerà nei prossimi
anni in creazioni di Ohad Naharin per l'Aterballetto, in tournèe e
ospitalità reciproche. Protagonisti della Rassegna, Naharin e la compagnia nata
da una costola del balletto moderno americano: la Batsheva Dance company, che
qualche anno dopo la nascita dello Stato, potè crescere grazie al mecenatismo
della signora Batsheva Rotschild e all' arte di grandi coreografi come Jerome
Robbins e Martha Graham. I giovani israeliani hanno per questo privilegiato l'arte
contemporanea rispetto a punte e tutù, accogliendo tuttavia anche gli ideali
della Mitteleuropa e dell'Espressionismo e cercando nei vari strati
dell'immigrazione, radici comuni di lingua e folklore. Oggi il panorama della
coreografia di Israele sembra ampliarsi in una visione
più ecumenica, nella convivenza dello spirito del Kibbutz con il desiderio di
normalità e di pace. Il leader della nuova danza, Naharin, direttore del
Batsheva, allievo di Martha Graham e di Béjart, si fa amare per la forza vitale
dei suoi balletti e per il rigore di una cultura aperta alle mille istanze del
presente, come la guerra che non finisce mai e le nostalgie dei tempi felici,
gli arrivi da mondi lontani, i viaggi a ritroso verso l'Europa libera (ci sono
artisti come Emanuel Gat che lavorano a Parigi ), la liberazione dei sensi in
stile Ovadia ( Il violinista sul tetto). La Batsheva Company è stata il punto
più alto del Festival, con una offerta di temi diversi, ludici e astratti,
sempre fortemente caratterizzati. Non meno interessanti le altre presenze:
c'era la radicalità di performer come Talia Paz e Yasmeen Godder , la forza
biblica (l'esodo, il viaggio, la felicità delle terre promesse) della Kibbutz
Contemporary Company e del gruppo eccentrico del già citato Gat. Naharin ha la
capacità di coinvolgere sempre il pubblico: lo abbiamo visto sia in Minus 7
(ricostruito per l'Aterballetto, collage allegro e pop, che nei titoli più
popolari e divertenti) sia dove il discorso coreografico - come in Tre - appare
più limpido. Il prorompente scatto di energia che Naharin trasmette fa parte
anche dello stile nervoso, plastico, audacemente fisico di Mauro Bigonzetti,
oggi il numero uno della coreografia italiana, che ha creato per l'Aterballetto
un nuovo, applaudito spettacolo, messo in apertura del Festival, Terra. E' il
racconto di un italiano che partecipa all' eterno viaggio dei migranti, alle
diaspore, ai dolori e agli amori: il simbolo è sempre la valigia, contenitore
di tutti gli averi e i pensieri di chi deve lasciare la sua dimora per trovare
altrove dignità e salvezza. Allo stesso modo si è espresso in Minus 7 Naharin,
in un fuoco d'artificio di passi e canti, su robuste musiche d'oriente e
occidente. E' stato lanciato un messaggio di amicizia, senza retorica, in nome
della libertà. Mario Pasi Modernità Uno dei balletti del ciclo di Reggio Emilia
dedicato alla danza israeliana, che ha fin dall'inizio privilegiato l'arte
contemporanea rispetto a punte e tutù.
( da "Corriere della Sera" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-05-31 num: - pag: 37
categoria: BREVI Interventi e Repliche Hosny, l'Unesco e il rispetto delle
culture A proposito dell'articolo dal titolo "Brucerò di persona i libri
israeliani" pubblicato sul Corriere del 26 maggio, il ministro della
Cultura egiziano Farouk Hosny ha confermato il suo rispetto per tutto il
patrimonio dell'umanità e ha dichiarato che non è contro la
naturalizzazione culturale con Israele, però questa deve essere
effettuata nel periodo adeguato, quando si raggiungerà la pace duratura e
giusta per tutti i popoli di tale regione. Malgrado Israele abbia
assunto una posizione contraria alla sua candidatura arabo-egiziana per la
carica di direttore generale dell'Unesco. Infatti Hosny possiede uno
spirito quasi "missionario" nel riconciliare i concetti di comprensione
e di ricostruzione della fiducia tra i popoli e le religioni. Farouk Hosny ha
espresso il suo stupore per quanto accaduto perché lui stesso in Egitto ha
protetto il patrimonio culturale ebraico tramite i vari programmi di attuazione
del ministero della Cultura egiziano, volti al restauro di templi ebraici in
Egitto e il recupero di documenti antichi della Genesi ebraica, nonché la
traduzione di numerosi testi israeliani all'interno del progetto internazionale
di traduzione, di cui lui stesso è il sovrintendente. Farouk Hosny si è stupito
per essere stato preso di mira per quanto accaduto e ha sottolineato che è
impossibile che lui dia l'ordine di bruciare qualsiasi libro di qualsiasi
autore o identità o nazionalità. Poiché Hosny, oltre a essere un ministro della
Cultura di un Paese che possiede un livello avanzato di cultura e civiltà, è
anche un artista creativo e conosce e comprende l'importanza del concetto di
libertà. Se la situazione si fosse così verificata, l'Egitto avrebbe preso
seriamente alcune autorizzazioni israeliane come quella di un ministro che
richiedeva il bombardamento della diga di Assuan e anche l'autorizzazione
relativa all'ambasciatore israeliano al Cairo che Israele
sarà contro la candidatura di Hosny per la carica dell'Unesco. Infine Hosny ha
confermato di essere candidato all'Unesco grazie alla sua esperienza culturale
e artistica, portando a compimento numerosi progetti culturali e artistici e
centinaia di traduzioni, la costruzione e lo sviluppo di musei, sottolineando il
ruolo civile dell'Egitto. Aly Hashem Capo ufficio stampa Ambasciata della
repubblica araba d'Egitto Costruzione delle centrali nucleari Mi riferisco alla
costruzione di centrali nucleari in Lombardia ( Corriere, 29 maggio). Premesso
che al referendum sul nucleare ero favorevole al suo mantenimento ora invece
sono contrario e mi spiego. Si è costruito a Milano il nuovo polo fieristico di
Rho-Pero, bellissimo dal punto di vista sia funzionale che estetico, ma non si
è installato un solo pannello fotovoltaico che avrebbe potuto rendere la fiera
autonoma. Si costruirà CityLife e tutti discutono se i grattacieli devono
essere diritti o storti, alti o bassi ma nessuno dice che devono essere
ecologici e il più possibile autosufficienti dal punto di vista energetico.
Sino a che si proporranno costruzioni di centrali nucleari, per il cui realizzo
ci vorranno circa dieci anni, senza nel frattempo nulla fare per un vero
risparmio energetico, il mio sarà un no al nucleare. Guido Cernuschi
guido.cernuschi@libero.it Sistemare gli argini dei fiumi Sono d'accordo che si
può costruire qualche centrale nucleare in Lombardia ( Corriere, 29 maggio), ma
anche in altre Regioni del Nord. Considerando però le ultime alluvioni in
Piemonte e Valle d'Aosta, credo sia meglio sistemare prima gli argini della
Dora, del Po, del Ticino e dell'Adige! Silvano Stoppa silvano.stoppa@poste.it.
( da "Campanile, Il" del 31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Dopo dieci giorni di
intensi negoziati a Dublino trovata l'intesa contro le bombe a grappolo, sotto
gli auspici della Norvegia. Da registrarsi l'assenza degli Stati Uniti Russia,
Cina e Israele Dopo dieci giorni di intensi negoziati tenutisi a Dublino sotto
la leadership irlandese, è stato raggiunto l'accordo su un trattato contro le
Cluster bomb. Sotto gli auspici della Norvegia, Paese iniziatore della
battaglia contro tali armi, 110 paesi e la Coalizione contro le munizioni hanno
concordato sul nuovo innovativo e completo trattato per il divieto di bombe a
frammentazione. Le "cluster bomb" sono bombe a grappolo che
hanno varie cariche esplosive che prima di cadere al suolo esplodono con effetti
nell'arco di vari chilometri e contengono centinaia di bombe più piccole che a
volte si depositano al suolo, diventando un pericolo per chi le calpesti
inavvertitamente. Circa il 20% degli ordigni resta inesploso, ma rispetto alle
mine essi sono più pericolosi, in quanto hanno un raggio d'azione di
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
31-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
> Laureato in
sociologia alla Sapienza di Roma, lo scrittore egiziano, nato al Cairo nel 1952,
si è sempre occupato di tematiche legate all'Oriente e ai rapporti con
l'Occidente. Dopo avere collaborato con i quotidiani Il Manifesto e La
Repubblica, è entrato al Corriere della Sera di cui attualmente è editorialista
e vicedirettore ad personam (cioè senza incarichi di responsabilità sulla linea
politica del giornale). Le sue posizioni, spesso molto vicine a quelle dei
critici più severi del mondo islamico, gli hanno apportato critiche ma anche il
sostegno di una parte dell'opinione pubblica oltre che di opinionisti e
politici. Citato spesso come modello di musulmano moderato e di arabo
perfettamente integrato nel mondo, nella cultura e nel sistema di valori propri
dell'Occidente, nel