HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli
www.mauronovelli.it
|
DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA: Se scoppia l’intelligenza” |
|
tARTICOLI DEL 20-4-2008 #TOP
·
Articoli
Carter rompe il fronte anti-dialogo con Hamas: il
vicepremier israeliano Yishai pronto a trattare
( da "EUROPA
ON-LINE" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: MAURIZIO DEBANNE Il fatto che Jimmy Carter sia "notoriamente anti israeliano" può costituire solo un "beneficio" per il raggiungimento di uno scambio di prigionieri tra lo stato ebraico e Hamas. Parola di Noam Shalit, padre di Gilad, il caporale israeliano rapito dai miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam nel giugno del 2006.
Il
negoziato è fermo I palestinesi perdono fiducia in noi dell'Anp Il ministro
degli Esteri in un'intervista all'Unità: giovedì Abu Mazen lancerà l'allarme da
Bush ( da "Unita, L'"
del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele celebrerà il 60° della sua nascita. Per i palestinesi quella nascita è ancora una Naqba (tragedia)? "Se guardiamo al passato, e rileggiamo le vicende storiche, non c'è dubbio che lo Stato d'Israele nasce anche come atto di forza contro la popolazione araba palestinese insediata in Palestina.
Attacco
suicida a Gaza Feriti 13 soldati israeliani
( da "Unita,
L'" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Immediata la replica di Israele. Il portavoce del ministero degli Esteri di Gerusalemme, Mark Regev ribatte alle minacce di Hamas, affermando che il gruppo integralista palestinese mostra un totale disinteresse per le condizioni di vita dei residenti della Striscia con i suoi attacchi ai valichi di frontiera.
Attacco
suicida di Hamas al valico: feriti 13 soldati, morti 4 palestinesi
( da "Liberazione"
del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele e la striscia di Gaza. Si è trattato dell'azione palestinese più ambiziosa dal ritiro israeliano dalla striscia, nel 2005. Un commando del braccio armato di Hamas ha attaccato il valico con tre autovetture: la prima è esplosa nei pressi della barriera di sicurezza, aprendo una breccia, la seconda è saltata in aria davanti alle jeep dei militari e da una terza sono scesi alcuni
Hacked
( da "EUROPA
ON-LINE" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: un rapporto privilegiato con Israele; un ostentato disinteresse verso l'Asia, per non dire dell'Africa e dell'America Latina. Fissati questi pochi punti fermi, si sente libero, su un altro terreno, di fare le operazioni che gli stanno davvero a cuore, nelle quali il lato degli affari è prevalente e nelle quali egli gioca con grande disinvoltura la carta della sua persona,
Pace
adesso ma non troppo ( da "Stampa, La"
del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: e la sua drammatica dichiarazione di voler mettere fine al conflitto arabo-israeliano mediante la formula "territori in cambio di pace". Il governo israeliano, naturalmente, avviò trattative per stabilire le clausole di un possibile accordo fra le quali, dietro richiesta di Sadat, anche quella riguardante un riconoscimento del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.
Porte
del Mediterraneo ( da "Stampa, La"
del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: occasione da 17 artisti contemporanei provenienti da Egitto, Algeria, Israele, Turchia, ex Yugoslavia e due dall'Italia. Inutile citarli uno ad uno perché sono nomi in gran parte sconosciuti a quasi tutti noi. Chi, invece, conosce bene il loro lavoro è Martina Corgnati, la curatrice della mostra, che da anni assiduamente li segue.
( da "EUROPA ON-LINE" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
MAURIZIO
DEBANNE Il fatto che Jimmy Carter sia "notoriamente anti israeliano"
può costituire solo un "beneficio" per il raggiungimento di uno
scambio di prigionieri tra lo stato ebraico e Hamas. Parola di Noam Shalit,
padre di Gilad, il caporale israeliano rapito dai miliziani delle Brigate
Ezzedin al Qassam nel giugno del 2006. Lui e l'ex presidente americano si sono incontrati
alcuni giorni fa quando in pochi davano credito al tour diplomatico del premio
Nobel per la pace. Lasciato senza scorta, snobbato dal premier Olmert, Carter è
stato tenuto fuori dalla striscia di Gaza e attaccato dai media, a eccezione
del quotidiano liberal di Tel Aviv, Haaretz. Fino a 48 ore fa, quando lo
scenario è mutato in un colpo. Per di più su un fronte insperato: il governo
israeliano. In un incontro privato organizzato tramite l'ambasciata americana a
Tel Aviv e reso noto solamente ieri, il vicepremier israeliano Eli Yishai, ha
infatti confidato all'ex inquilino della Casa Bianca di essere disponibile a
incontrare qualsiasi dirigente di Hamas, pur di ottenere il rilascio di Shalit.
Per Carter si materializza la svolta e si allontanano le paure di un fiasco.
Qualora fosse "necessario e rilevante al mio scopo sarei felice di farlo.
Vedrei anche Meshaal", sono state le parole esatte del ministro
israeliano. La mossa rompe la linea di completa chiusura seguita fin qui dal
premier Ehud Olmert nonché dal Quartetto, di cui fanno parte gli Stati Uniti,
l'Unione europea, l'Onu e la Russia. Stupisce sopratutto che la rottura non sia
stata scatenata da un esponente laburista o di altri partiti di sinistra bensì
del capo del partito ultra-ortodosso Shas, Eli Yishai, uno dei quattro vice di
Olmert nonché ministro per l'industria e il commercio. Per Yishai è un obbligo
religioso parlare con Hamas poiché solo con il dialogo si avranno serie
possibilità per un suo rilascio. "Non voglio discutere con loro (Hamas,
ndr) di questioni politiche o diplomatiche", precisa Yishai. Le parole di
Yishai in favore di un dialogo con Hamas si aggiungono dunque a quelle di altri
politici israeliani, primo fra tutti da Yossi Beilin. Secondo il leader della
formazione di sinistra Meretz, il governo israeliano dovrebbe trattare
direttamente con Hamas un cessate il fuoco. La stessa posizione tra l'altro
espressa da Ely Moyal, sindaco di Sderot, la cittadina del Neghev bersagliata
dai razzi Kassam. "Per me la cosa più importante è la vita e sono pronto a
fare ogni cosa per tutelarla. Per questo sono pronto anche a negoziare con il
diavolo", ha dichiarato tempo fa il primo cittadino di Sderot al
quotidiano britannico Guardian. A Gaza invece non si registrano particolari novità.
Shalit "non vedrà la luce finché i prigionieri palestinesi non saranno
rilasciati ", ha dichiarato uno dei portavoce di Hamas a Gaza, Mushir al
Masri. "Non ci può essere pace senza Hamas", ha scritto da parte sua
Mahmoud al- Zahar, uno dei leader del gruppo islamista palestinese, in un suo
intervento sul Washington Post. Tutti i riflettori erano però puntati ieri
sulla Siria dove Carter ha visto il presidente siriano Bashar al Assad e il
ministro degli esteri siriano Walid al-Muallim, in un momento in cui a Damasco
molti esprimono timori che Israele si stia preparando
a una guerra contro la Siria. Ma nella capitale siriana l'ex presidente Usa ha
incontrato soprattutto lo sceicco Khaled Meshaal al quale ha di certo
recapitato la proposta del vice premier israleiano Yishai. Secondo il
quotidiano palestinese al Hayat, i due avrebbero discusso anche di un'eventuale
"tregua tra Hamas e Israele" e del tema
relativo al riconoscimento dello stato d'Israele da
parte di Hamas. Proprio su questo punto Meshaal, in un'intervista ad al Ayam
qualche settimana fa, aveva fatto registrare qualche segnale di distensione.
"Hamas vuole uno stato palestinese indipendente con i confini del 1967 e
con Gerusalemme capitale, e sostiene il diritto al ritorno dei rifugiati
palestinesi", aveva dichiarato lo sceicco di Hamas. Ma Carter punta adesso
decisamente più in basso: vorrebbe tornare ad Atlanta avendo tracciato una via
percorribile per uno scambio dei prigionieri. "È venuto per questo",
giurano i suoi collaboratori ai giornalisti.
( da "Unita, L'" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del "Il negoziato è fermo I palestinesi perdono fiducia in noi
dell'Anp" Il ministro degli Esteri in un'intervista all'Unità: giovedì Abu
Mazen lancerà l'allarme da Bush di Umberto De Giovannangeli "LA MANCANZA
DI PROGRESSI nei colloqui di pace rischia di minare pesantemente la credibilità
della dirigenza dell'Anp agli occhi del popolo palestinese". Una
constatazione amara, un grido d'allarme tanto più significativo perché a
lanciarlo è una delle fi- gure di primissimo piano nella leadership
dell'Autorità palestinese: il ministro degli Esteri Riad al Malki. "È
inutile girare attorno al problema - spiega a l'Unità il ministro -: i
negoziati di pace sono in una prolungata fase di stallo. Dopo la Conferenza di
Annapolis (novembre 2007, ndr.) non sono stati compiuti passi in avanti. E
questa preoccupante situazione sarà al centro dell'incontro tra il presidente
Abbas (Abu Mazen, ndr.) e il presidente Bush", in programma alla Casa
Bianca giovedì prossimo. A Bush, anticipata a l'Unità il capo della diplomazia
palestinese, Abu Mazen chiederà un intervento "chiaro, forte" degli
Usa per rilanciare il processo di pace. Signor ministro, a Gaza si continua a
combattere e a morire. Le speranze alimentate dalla Conferenza di Annapolis
sono definitivamente sfiorite? "Per rispondere alla sua domanda partirei
dal discorso pronunciato dal Papa all'Assemblea dell'Onu". Qual è il nesso
con la tragedia del conflitto israelo-palestinese? "Mi auguro che il mondo
e in primo luogo i leader politici riflettano attentamente su quanto affermato
dal Papa in particolare su questo passaggio del suo discorso: "Le vittime
dei patimenti e della disperazione divengono facile preda del richiamo della
violenza e finiscono per violare la pace.". Ebbene, questa considerazione
di Benedetto XVI calza alla perfezione per la Palestina.
Penso alla sofferenza della popolazione di Gaza, alle umiliazioni subite
quotidianamente da migliaia di palestinesi ai checkpoint israeliani che
spezzano in mille frammenti territoriali la Cisgiordania: la sofferenza
alimenta la rabbia e la disperazione e su questi sentimenti è difficile
radicare la pace. Ed è per questo che lamentiamo lo stallo del negoziato. Si illude
chi in Israele pensa che sia possibile perpetrare lo
status quo: o avanza il dialogo, altrimenti saremo condannati tutti,
palestinesi e israeliani, a vivere altre stagioni di violenza e di
dolore". Giovedì prossimo, il presidente Abu Mazen sarà a colloquio alla
Casa Bianca con il presidente George W.Bush. Può anticipare a l'Unità quale
sarà la richiesta che avanzerete? "Il presidente Abbas chiederà a Bush un
intervento chiaro, forte, degli Usa per rilanciare un negoziato che vive una
fase di preoccupante stallo. Vede, il presidente Bush ha più volte sottolineato
che una pace giusta e durevole tra israeliani e palestinesi deve fondarsi sul
principio di due Stati. Su questo assunto ci siamo impegnati a riprendere il
negoziato di pace con Israele coin il proposito,
condiviso dallo stesso Bush, di giungere ad un accordo globale entro il
( da "Unita, L'" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del ALLERTA PER PASQUA EBRAICA Attacco suicida a Gaza Feriti 13
soldati israeliani u.d.g. Quattro autobombe per insanguinare la Pasqua ebraica.
Quattro auto imbottite di esplosivo che, con al volante altrettanti kamikaze
palestinesi, sono state lanciate ieri mattina contro il valico di Kerem Shalom,
nel sud della Striscia di Gaza, provocando il ferimento di 13 soldati
israeliani. Solo tre dei kamikaze sono però riusciti ad entrare in azione, pur
se fermati dal fuoco dei soldati prima di raggiungere l'obiettivo: il quarto
infatti ha dovuto abbandonare la propria auto carica di tritolo, perché rimasta
senza benzina. Gli elicotteri israeliani l'hanno comunque individuata sul
margine della strada a un paio di chilometri dal valico e distrutta con un
razzo. L'attacco di ieri (costato la vita anche ai tre attentatori palestinesi,
mentre altri due miliziani sono rimasti uccisi in successivi raid israeliani) è
stato rivendicato dalle brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas:
secondo fonti militari israeliane si è trattato dell'azione più violenta
compiuta dalle milizie palestinesi da quando nell'agosto 2005 avvenne il ritiro
unilaterale dalla Striscia di Gaza. "Queste operazioni sono solo l'inizio
di quello che Hamas ha minacciato - avverte uno dei portavoce del movimento
integralista palestinese, Abu Zuhri - Se le parti non interverranno rapidamente
per salvare Gaza e rompere l'assedio, ciò che avverrà sarà ancora più
grande". Immediata la replica di Israele. Il portavoce del ministero degli Esteri di Gerusalemme, Mark
Regev ribatte alle minacce di Hamas, affermando che il gruppo integralista
palestinese mostra un totale disinteresse per le condizioni di vita dei
residenti della Striscia con i suoi attacchi ai valichi di frontiera.
"Israele non si fa illusioni sulla vera natura di
Hamas e sull'agenda estremista di questa organizzazione - sottolinea Regev -
Non è un caso che la comunità internazionale considera Hamas un gruppo
terroristico".
( da "Liberazione" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Hamas all'offensiva
alla vigilia della Pasqua ebraica. Tre miliziani palestinesi sono morti e
dodici soldati israeliani sono rimasti feriti in attacco-kamikaze al valico di
Kerem Shalom, tra Israele e la striscia di Gaza. Si è trattato dell'azione palestinese più
ambiziosa dal ritiro israeliano dalla striscia, nel 2005. Un commando del
braccio armato di Hamas ha attaccato il valico con tre autovetture: la prima è
esplosa nei pressi della barriera di sicurezza, aprendo una breccia, la seconda
è saltata in aria davanti alle jeep dei militari e da una terza sono scesi
alcuni miliziani che hanno tentato di infiltrarsi approfittando del caos
e della fitta nebbia. Un kamikaze e due miliziani armati sono deceduti
nell'esplosione e nella sparatoria con i militari. Due soldati hanno riportato
ferite di media gravità, gli altri 11 sono stati feriti in modo lieve. È
probabile che il commando volesse sequestrare un soldato, ha riferito una
portavoce dell'esercito israeliano, e che l'attacco dovesse avvenire su più
fronti. Quasi in contemporanea, infatti, un missile israeliano ha centrato una
vettura blindata e imbottita di esplosivo che si avvicinava alla frontiera a
Kissufuim, uccidendo il palestinese alla guida. L'attacco, avvenuto poche ore
prima dell'inizio della settimana della Pasqua ebraica che scatta al tramonto,
è il quinto in una settimana contro il valico di Kerem Shalom, nel sud della
striscia, attraverso il quale transitano gli aiuti umanitari e i rifornimenti
al territorio. In un comunicato le Brigate Ezzedine al-Qassam, braccio armato
del movimento islamico che controlla la striscia di Gaza, hanno rivendicato
l'attentato precisando che vi hanno preso parte diversi kamikaze. Per motivi di
sicurezza agli abitanti dei villaggi israeliani lungo la frontiera è stato
chiesto di barricarsi in casa, ma l'allarme è cessato poche ore dopo. Più tardi
un elicottero israeliano ha ucciso un meccanico della polizia di Hamas e ha
ferito altri tre palestinesi nei pressi del valico di Rafah tra la striscia di
Gaze e l'Egitto. E nella notte nello stesso modo era stato ucciso un militante
di 22 anni del braccio armato di Hamas, sempre nella striscia di Gaza. Sono
almeno 419 i morti nei territori palestinesi da quando a novembre il premier
israeliano, Ehud Olmert, e il presidente dell'Anp, Abu Mazen, hanno fatto
ripartire i negoziati di pace Israele ha minacciato
più volte di sferrare un'offensiva su larga scala nella striscia di Gaza per
mettere fine agli attacchi dei miliziani di Hamas, ma secondo la stampa
israeliana è improbabile che scatti prima della fine della Pasqua ebraica, al
tramonto di sabato prossimo. Intanto l'ex presidente americano Jimmy Carter ha avuto
ieri mattina un secondo incontro a Damasco con il leader politico di Hamas,
Khaled Meshaal, dopo quello di ieri. Lo hanno riferito fonti di Hamas
all'agenzia tedesca Dpa. Terminato il secondo incontro, durato due ore, Carter
è partito per l'Arabia saudita, nuova tappa del suo giro mediorientale. I
colloqui fra Carter e Meshaal si sono svolti lontano dai media. Fonti ben
informate riferiscono che l'ex presidente annuncerà i risultati dei suoi
negoziati assieme ad Hamas. Secondo un sito web legato ad Hamas al centro dei
colloqui vi è il destino del soldato israeliano Gilad Shalit rapito nel giugno
2006 e ancora prigioniero nella Striscia di Gaza. Dopo l'Arabia Saudita, Carter
si recherà in Giordania e poi tornerà a Gerusalemme. Al suo arrivo in Israele lunedì scorso è stato accolto con estrema freddezza
per il suo proposito di trattare con Hamas. 20/04/2008.
( da "EUROPA ON-LINE" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Hacked GUIDO MOLTEDO
Non avrà una "visione" in politica estera, ma la bussola
internazionale di Silvio Berlusconi s'orienta seguendo alcuni punti fissi
collaudati e riconoscibili. Una relazione molto forte con l'America, anche
quando stride con i basilari interessi europei, che comunque non sono
considerati prioritari; un rapporto privilegiato con Israele; un ostentato disinteresse verso l'Asia, per non dire
dell'Africa e dell'America Latina. Fissati questi pochi punti fermi, si sente
libero, su un altro terreno, di fare le operazioni che gli stanno davvero a
cuore, nelle quali il lato degli affari è prevalente e nelle quali egli gioca
con grande disinvoltura la carta della sua persona, del rapporto
personale e amicale con i suoi interlocutori, sia che si tratti di Vladimir
Putin sia che si tratti di Nicolas Sarkozy. Con loro il tema è il business:
energia, Alitalia, interessi commerciali. Sintetizza Quentin Peel sul Financial
Times: "Per Berlusconi fare politica è fare affari". Il Cavaliere sa
bene che gli americani sono pronti a sorvolare sull'amicizia esibita con Putin:
la considerano, appunto, affari suoi, una relazione che fa notizia solo per il
folklore degli incontri. Ben sapendo che sui dossier che stanno più a cuore a
Washington potranno contare sempre sull'Italia berlusconiana. Questo tratto
personale ? e i punti che abbiamo prima elencato ? ha caratterizzato le
precedenti esperienze governative di Berlusconi nell'arena internazionale.
L'esordio del suo nuovo mandato con l'amico Vladimir fa pensare che il
canovaccio si ripeterà tal quale. Come in passato, peraltro, alla Farnesina non
ci sarà un D'Alema del centro-destra, ma un diligente amministratore della
macchina diplomatica, come Franco Frattini. La politica estera farà capo a
palazzo Chigi e alle ville del Cavaliere. Il quale promette che non si farà
prendere dalla bulimia presenzialista dei precedenti mandati, ma sarà più
sobrio e selettivo negli impegni internazionali. Ma la minore quantità non
cambierà la qualità della sua presenza sulla scena mondiale. Certo,
diversamente dalle precedenti esperienze governative, quella che sta per
cominciare s'inquadra in un mondo parecchio cambiato rispetto agli anni Novanta
e al primo quinquennio del
( da "Stampa, La" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
[FIRMA]AVRAHAM B.
YEHOSHUA In questi giorni il movimento israeliano "Peace Now"
celebra, con estrema modestia, i suoi trent'anni: qualche intervista rilasciata
ai media dai suoi esponenti e un raduno, scarso di partecipanti, in piazza
Rabin, nel cuore di Tel Aviv, luogo deputato alle manifestazioni. Ciò
nonostante i suoi rappresentanti si esprimono in tono di soddisfazione, giacché
le linee guida del gruppo, condivise nel 1978 solo da un terzo degli
israeliani, sono ora sostenute da gran parte di questi ultimi (sebbene non
ancora da una schiacciante maggioranza). Di pari passo, però, tra gli attivisti
serpeggia anche la sensazione che l'attività di Peace Now - movimento
extraparlamentare - non sia stata sufficientemente energica e mirata nella
realtà politica israeliana e non sia riuscita a frenare l'opera di costruzione
di colonie nei territori palestinesi occupati. Colonie che hanno reso molto
difficile il progresso del processo di pace verso una separazione dei due
popoli e la fondazione di uno Stato palestinese a fianco di quello ebraico.
Cercherò di chiarire il motivo del successo di Peace Now nel diffondere le
proprie idee nei suoi primi anni di vita e quello della sua debolezza di fronte
al nemico ideologico, "Gush Emunim", omologo movimento
extraparlamentare il cui dinamismo nella creazione di insediamenti ha prodotto
notevoli risultati. Innanzitutto è possibile affermare che Peace Now, quale
movimento popolare, è sorto con almeno dieci anni di ritardo. Dopo la guerra
dei Sei giorni alcuni audaci uomini politici, esponenti del Partito laburista
allora al governo, insorsero, insieme con intellettuali e artisti tra i quali
sono fiero di annoverarmi, contro la linea politica di Golda Meir e Moshe Dayan
che, anziché mantenere i territori conquistati durante la guerra come carta di
scambio per la pace con gli Stati arabi, avviarono una politica di annessione
strisciante e clandestina mediante l'unificazione di Gerusalemme e la
fondazione di colonie nei territori palestinesi, siriani ed egiziani. Quei
pochi ma lungimiranti uomini politici (che il Partito laburista più tardi isolò
ed espulse dalle proprie file), affiancati da intellettuali e artisti, non
ottennero però sufficienti consensi (di certo non l'appoggio del Partito
laburista che guidava il Paese grazie al sostegno dei piccoli partiti della
sinistra liberale) e non ebbero la minima possibilità di creare un movimento di
peso sufficiente a contrastare l'ondata di piena della destra, intensificatasi
dopo la guerra dell'ottobre 1973. Nel 1977, nelle elezioni tenutesi sei mesi
prima della creazione di Peace Now e grazie alle quali il Likud, capeggiato da
Menachem Begin, approdò al potere, il Partito per la pace ricevette a malapena
l'uno per cento dei voti, nonostante contasse nelle sue file alcuni fra gli
intellettuali e gli artisti israeliani allora più in vista. Ed ecco che, a
distanza di soli sei mesi, fu creato Peace Now, movimento popolare sostenitore
della pace nel quale si riversarono migliaia di persone che fino a quel momento
non avevano partecipato alla lotta contro il nazionalismo dilagante nel popolo
e nel governo. Perché avvenne questo cambiamento? L'evento che fece scattare un
mutamento di tendenza nell'opinione pubblica israeliana e portò alla creazione
del movimento Peace Now fu la sorprendente visita del presidente egiziano Anwar
al-Sadat a Gerusalemme e la sua drammatica dichiarazione di
voler mettere fine al conflitto arabo-israeliano mediante la formula
"territori in cambio di pace". Il governo israeliano, naturalmente,
avviò trattative per stabilire le clausole di un possibile accordo fra le
quali, dietro richiesta di Sadat, anche quella riguardante un riconoscimento
del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese. Ma il
negoziato si complicò in seguito alla pretesa egiziana che Israele
rinunciasse a una piccola parte del Sinai dove erano già presenti insediamenti
ebraici e molti nello Stato ebraico temettero che Begin e i suoi potessero
perdere l'occasione di condurre a termine la trattativa. A quel punto un gruppo
di ufficiali riservisti inviò una lettera aperta al primo ministro chiedendogli
di concludere una pace immediata (in inglese peace now) con le seguenti parole:
"Lei, signor Primo Ministro, conduca pure una trattativa come meglio
ritiene dal suo punto di vista, a patto che si concluda con una pace immediata.
L'attuale opportunità non va assolutamente persa e non accetteremo nessun pretesto
a giustificazione di una mancata conclusione positiva dell'iniziativa storica
del presidente egiziano". L'appello ottenne i suoi effetti e quando, sulla
sua scia, si organizzarono manifestazioni pubbliche e le file dello
schieramento della pace si ingrossarono, il primo ministro Begin e i suoi
collaboratori capirono di non avere altra scelta che rinunciare all'intera
penisola del Sinai, smantellare gli insediamenti ebraici e acconsentire a un
accordo di pace con il più grande Stato arabo: l'Egitto. Ma subito dopo la
firma dell'accordo fu chiaro che, forte delle concessioni fatte, il governo del
Likud si riteneva legittimato a disseminare colonie nei territori palestinesi
della Giudea, della Samaria e della striscia di Gaza. Durante i giorni neri della
seconda Intifada, nel 2000, allorché si scoprì che i palestinesi non erano
disposti a rinunciare al diritto al ritorno né erano sufficientemente maturi
per concludere una pace con Israele, il movimento
Peace Now avrebbe forse fatto meglio a rinunciare alla pretesa di una pace
immediata per concentrarsi nella lotta contro gli insediamenti, sotto lo
slogan: "Le colonie sono un ostacolo alla pace". Ma a quanto pare
quel tipo di lotta era troppo arduo per i giovani di Peace Now che la
affrontarono senza sufficiente creatività ed energia. Era più facile per gli
esponenti di Gush Emunim beffare il governo erigendo avamposti qua e là e
ampliando le colonie esistenti che per quelli di Peace Now combatterli. Non c'è
quindi da stupirsi se il raduno celebrativo dei trent'anni del movimento ha
suscitato sentimenti contrastanti e non ha attirato molti partecipanti. Da un
lato è chiaro che il riconoscimento della necessità di rinunciare ai territori
conquistati nel '67 e permettere la creazione di uno Stato palestinese a fianco
di quello ebraico è ora accettato da tutti anche per merito di questo
movimento, dall'altro è altrettanto chiaro che le vie prescelte per trasformare
in realtà tale riconoscimento non sono state efficaci e il cammino verso la
pace continua a essere difficile ed estremamente complesso.
( da "Stampa, La" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
DUE MOSTRE SUGLI SCAMBI
ARTISTICI E CULTURALI AVVENUTI NEGLI ULTIMI SECOLI ATTRAVERSO IL MARE NOSTRUM
Porte del Mediterraneo Attraverso i porti e gli infiniti accessi, oggi come in
passato scorrono merci, persone e soprattutto passa la cultura GUIDO CURTO Le
montagne e i deserti dividono gli uomini; i fiumi e i mari, invece, li
uniscono. Nel mondo contemporaneo, in cui le montagne sono attraversate da
tunnel lunghissimi e sopra i deserti volano jet supersonici, sembrano esser
diventate obsolete le parole del celebre storico Arnold Toynbee. Tuttavia,
leggendo i giornali ci accorgiamo di quanto sia ancor oggi importante il mare
come via di comunicazione dov'è facile spostarsi per centinaia di chilometri,
anzi di miglia, in poco tempo a costi minimi. Basta un gommone di cinque metri
e un motore fuoribordo da 50 cavalli per arrivare in due ore dalla Tunisia a
Lampedusa; dall'Africa all'Europa. Se è vero che queste migrazioni
"clandestine" inducono problemi sociali e politici, resta il fatto
che attraverso i porti e le infinite porte del mar Mediterraneo, oggi come in
passato, scorrono merci, persone e soprattutto passa la cultura. Di questo
fatto è convinto l'assessore alla Cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva,
che ha, infatti, accolto e sostenuto la proposta della storica dell'arte
Martina Corgnati, interessata a curare una mostra incentrata sugli scambi
artistici e culturali avvenuti negli ultimi secoli nel bacino del Mar
Mediterraneo, interessando da vicino anche il "nostro" Piemonte.
Così, dopo un lavoro di ricerca durato oltre un anno, è nata la mostra Le Porte
del Mediterraneo che s'inaugura martedì 22 aprile alle ore