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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA:

Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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tARTICOLI DEL 20-4-2008       #TOP



Report "Israele/Palestina"

·                     Indice delle sezioni

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Indice delle sezioni

Israele/Palestina (7)


Indice degli articoli

Sezione principale: Israele/Palestina

Carter rompe il fronte anti-dialogo con Hamas: il vicepremier israeliano Yishai pronto a trattare ( da "EUROPA ON-LINE" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: MAURIZIO DEBANNE Il fatto che Jimmy Carter sia "notoriamente anti israeliano" può costituire solo un "beneficio" per il raggiungimento di uno scambio di prigionieri tra lo stato ebraico e Hamas. Parola di Noam Shalit, padre di Gilad, il caporale israeliano rapito dai miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam nel giugno del 2006.

Il negoziato è fermo I palestinesi perdono fiducia in noi dell'Anp Il ministro degli Esteri in un'intervista all'Unità: giovedì Abu Mazen lancerà l'allarme da Bush ( da "Unita, L'" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele celebrerà il 60° della sua nascita. Per i palestinesi quella nascita è ancora una Naqba (tragedia)? "Se guardiamo al passato, e rileggiamo le vicende storiche, non c'è dubbio che lo Stato d'Israele nasce anche come atto di forza contro la popolazione araba palestinese insediata in Palestina.

Attacco suicida a Gaza Feriti 13 soldati israeliani ( da "Unita, L'" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Immediata la replica di Israele. Il portavoce del ministero degli Esteri di Gerusalemme, Mark Regev ribatte alle minacce di Hamas, affermando che il gruppo integralista palestinese mostra un totale disinteresse per le condizioni di vita dei residenti della Striscia con i suoi attacchi ai valichi di frontiera.

Attacco suicida di Hamas al valico: feriti 13 soldati, morti 4 palestinesi ( da "Liberazione" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e la striscia di Gaza. Si è trattato dell'azione palestinese più ambiziosa dal ritiro israeliano dalla striscia, nel 2005. Un commando del braccio armato di Hamas ha attaccato il valico con tre autovetture: la prima è esplosa nei pressi della barriera di sicurezza, aprendo una breccia, la seconda è saltata in aria davanti alle jeep dei militari e da una terza sono scesi alcuni

Hacked ( da "EUROPA ON-LINE" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: un rapporto privilegiato con Israele; un ostentato disinteresse verso l'Asia, per non dire dell'Africa e dell'America Latina. Fissati questi pochi punti fermi, si sente libero, su un altro terreno, di fare le operazioni che gli stanno davvero a cuore, nelle quali il lato degli affari è prevalente e nelle quali egli gioca con grande disinvoltura la carta della sua persona,

Pace adesso ma non troppo ( da "Stampa, La" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: e la sua drammatica dichiarazione di voler mettere fine al conflitto arabo-israeliano mediante la formula "territori in cambio di pace". Il governo israeliano, naturalmente, avviò trattative per stabilire le clausole di un possibile accordo fra le quali, dietro richiesta di Sadat, anche quella riguardante un riconoscimento del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.

Porte del Mediterraneo ( da "Stampa, La" del 20-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: occasione da 17 artisti contemporanei provenienti da Egitto, Algeria, Israele, Turchia, ex Yugoslavia e due dall'Italia. Inutile citarli uno ad uno perché sono nomi in gran parte sconosciuti a quasi tutti noi. Chi, invece, conosce bene il loro lavoro è Martina Corgnati, la curatrice della mostra, che da anni assiduamente li segue.


Articoli

Carter rompe il fronte anti-dialogo con Hamas: il vicepremier israeliano Yishai pronto a trattare (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA ON-LINE" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

MAURIZIO DEBANNE Il fatto che Jimmy Carter sia "notoriamente anti israeliano" può costituire solo un "beneficio" per il raggiungimento di uno scambio di prigionieri tra lo stato ebraico e Hamas. Parola di Noam Shalit, padre di Gilad, il caporale israeliano rapito dai miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam nel giugno del 2006. Lui e l'ex presidente americano si sono incontrati alcuni giorni fa quando in pochi davano credito al tour diplomatico del premio Nobel per la pace. Lasciato senza scorta, snobbato dal premier Olmert, Carter è stato tenuto fuori dalla striscia di Gaza e attaccato dai media, a eccezione del quotidiano liberal di Tel Aviv, Haaretz. Fino a 48 ore fa, quando lo scenario è mutato in un colpo. Per di più su un fronte insperato: il governo israeliano. In un incontro privato organizzato tramite l'ambasciata americana a Tel Aviv e reso noto solamente ieri, il vicepremier israeliano Eli Yishai, ha infatti confidato all'ex inquilino della Casa Bianca di essere disponibile a incontrare qualsiasi dirigente di Hamas, pur di ottenere il rilascio di Shalit. Per Carter si materializza la svolta e si allontanano le paure di un fiasco. Qualora fosse "necessario e rilevante al mio scopo sarei felice di farlo. Vedrei anche Meshaal", sono state le parole esatte del ministro israeliano. La mossa rompe la linea di completa chiusura seguita fin qui dal premier Ehud Olmert nonché dal Quartetto, di cui fanno parte gli Stati Uniti, l'Unione europea, l'Onu e la Russia. Stupisce sopratutto che la rottura non sia stata scatenata da un esponente laburista o di altri partiti di sinistra bensì del capo del partito ultra-ortodosso Shas, Eli Yishai, uno dei quattro vice di Olmert nonché ministro per l'industria e il commercio. Per Yishai è un obbligo religioso parlare con Hamas poiché solo con il dialogo si avranno serie possibilità per un suo rilascio. "Non voglio discutere con loro (Hamas, ndr) di questioni politiche o diplomatiche", precisa Yishai. Le parole di Yishai in favore di un dialogo con Hamas si aggiungono dunque a quelle di altri politici israeliani, primo fra tutti da Yossi Beilin. Secondo il leader della formazione di sinistra Meretz, il governo israeliano dovrebbe trattare direttamente con Hamas un cessate il fuoco. La stessa posizione tra l'altro espressa da Ely Moyal, sindaco di Sderot, la cittadina del Neghev bersagliata dai razzi Kassam. "Per me la cosa più importante è la vita e sono pronto a fare ogni cosa per tutelarla. Per questo sono pronto anche a negoziare con il diavolo", ha dichiarato tempo fa il primo cittadino di Sderot al quotidiano britannico Guardian. A Gaza invece non si registrano particolari novità. Shalit "non vedrà la luce finché i prigionieri palestinesi non saranno rilasciati ", ha dichiarato uno dei portavoce di Hamas a Gaza, Mushir al Masri. "Non ci può essere pace senza Hamas", ha scritto da parte sua Mahmoud al- Zahar, uno dei leader del gruppo islamista palestinese, in un suo intervento sul Washington Post. Tutti i riflettori erano però puntati ieri sulla Siria dove Carter ha visto il presidente siriano Bashar al Assad e il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallim, in un momento in cui a Damasco molti esprimono timori che Israele si stia preparando a una guerra contro la Siria. Ma nella capitale siriana l'ex presidente Usa ha incontrato soprattutto lo sceicco Khaled Meshaal al quale ha di certo recapitato la proposta del vice premier israleiano Yishai. Secondo il quotidiano palestinese al Hayat, i due avrebbero discusso anche di un'eventuale "tregua tra Hamas e Israele" e del tema relativo al riconoscimento dello stato d'Israele da parte di Hamas. Proprio su questo punto Meshaal, in un'intervista ad al Ayam qualche settimana fa, aveva fatto registrare qualche segnale di distensione. "Hamas vuole uno stato palestinese indipendente con i confini del 1967 e con Gerusalemme capitale, e sostiene il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi", aveva dichiarato lo sceicco di Hamas. Ma Carter punta adesso decisamente più in basso: vorrebbe tornare ad Atlanta avendo tracciato una via percorribile per uno scambio dei prigionieri. "È venuto per questo", giurano i suoi collaboratori ai giornalisti.

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Il negoziato è fermo I palestinesi perdono fiducia in noi dell'Anp Il ministro degli Esteri in un'intervista all'Unità: giovedì Abu Mazen lancerà l'allarme da Bush (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del "Il negoziato è fermo I palestinesi perdono fiducia in noi dell'Anp" Il ministro degli Esteri in un'intervista all'Unità: giovedì Abu Mazen lancerà l'allarme da Bush di Umberto De Giovannangeli "LA MANCANZA DI PROGRESSI nei colloqui di pace rischia di minare pesantemente la credibilità della dirigenza dell'Anp agli occhi del popolo palestinese". Una constatazione amara, un grido d'allarme tanto più significativo perché a lanciarlo è una delle fi- gure di primissimo piano nella leadership dell'Autorità palestinese: il ministro degli Esteri Riad al Malki. "È inutile girare attorno al problema - spiega a l'Unità il ministro -: i negoziati di pace sono in una prolungata fase di stallo. Dopo la Conferenza di Annapolis (novembre 2007, ndr.) non sono stati compiuti passi in avanti. E questa preoccupante situazione sarà al centro dell'incontro tra il presidente Abbas (Abu Mazen, ndr.) e il presidente Bush", in programma alla Casa Bianca giovedì prossimo. A Bush, anticipata a l'Unità il capo della diplomazia palestinese, Abu Mazen chiederà un intervento "chiaro, forte" degli Usa per rilanciare il processo di pace. Signor ministro, a Gaza si continua a combattere e a morire. Le speranze alimentate dalla Conferenza di Annapolis sono definitivamente sfiorite? "Per rispondere alla sua domanda partirei dal discorso pronunciato dal Papa all'Assemblea dell'Onu". Qual è il nesso con la tragedia del conflitto israelo-palestinese? "Mi auguro che il mondo e in primo luogo i leader politici riflettano attentamente su quanto affermato dal Papa in particolare su questo passaggio del suo discorso: "Le vittime dei patimenti e della disperazione divengono facile preda del richiamo della violenza e finiscono per violare la pace.". Ebbene, questa considerazione di Benedetto XVI calza alla perfezione per la Palestina. Penso alla sofferenza della popolazione di Gaza, alle umiliazioni subite quotidianamente da migliaia di palestinesi ai checkpoint israeliani che spezzano in mille frammenti territoriali la Cisgiordania: la sofferenza alimenta la rabbia e la disperazione e su questi sentimenti è difficile radicare la pace. Ed è per questo che lamentiamo lo stallo del negoziato. Si illude chi in Israele pensa che sia possibile perpetrare lo status quo: o avanza il dialogo, altrimenti saremo condannati tutti, palestinesi e israeliani, a vivere altre stagioni di violenza e di dolore". Giovedì prossimo, il presidente Abu Mazen sarà a colloquio alla Casa Bianca con il presidente George W.Bush. Può anticipare a l'Unità quale sarà la richiesta che avanzerete? "Il presidente Abbas chiederà a Bush un intervento chiaro, forte, degli Usa per rilanciare un negoziato che vive una fase di preoccupante stallo. Vede, il presidente Bush ha più volte sottolineato che una pace giusta e durevole tra israeliani e palestinesi deve fondarsi sul principio di due Stati. Su questo assunto ci siamo impegnati a riprendere il negoziato di pace con Israele coin il proposito, condiviso dallo stesso Bush, di giungere ad un accordo globale entro il 2008. Mi lasci aggiungere che sull'idea di una pace fondata su due Stati si sono ritrovati tutti quei Paesi arabi, dall'Egitto alla Giordania all'Arabia Saudita solo per citarne alcuni, che hanno partecipato alla Conferenza di Annapolis. Ma questo principio deve ora sostanziarsi in atti concreti che diano il segno concreto di un processo che va avanti, conquistando consensi nei due popoli. Ma questi progressi faticano a realizzarsi, e di questo il presidente Abbas discuterà con Bush". Lei evoca atti concreti. Da questo punto di vista, qual è il bilancio che l'Anp ha tratto del dopo-Annapolis? "Purtroppo è un bilancio sostanzialmente negativo. I palestinesi sono profondamente delusi dalla mancanza di passi in avanti, e questa situazione se si prolunga nel tempo potrebbe minare l'autorità della dirigenza palestinese che ha fatto del negoziato la sua linea strategica. Non uno degli oltre 600 posti di blocco israeliani in Cisgiordania è stato rimosso; la politica di colonizzazione non si è mai arrestata, così come prosegue da parte israeliana l'abbattimento di case palestinesi e la politica delle "eliminazioni mirate"". Un lungo "cahiers de doléances". Tra tutte le questioni da lei elencate, qual è la più grave ? "L'espansione degli insediamenti è indubbiamente il principale ostacolo sulla strada del dialogo". Dalla Cisgiordania "colonizzata", a Gaza "assediata". Nella Striscia si continua a combattere e a morire. In passato, lei si è espresso per l'invio di una forza internazionale di peacekeeping a Gaza e in Cisgiordania. È una proposta ancora attuale? "Per quanto ci riguarda, sì. E anche di questo il presidente Abbas parlerà con il presidente Bush". Restando a Gaza: Israele giustifica il blocco imposto alla Striscia con la necessità di contrastare il continuo lancio di razzi Qassam su Sderot e il Neghev. "I lanciatori di razzi e i loro mandanti sono dei provocatori, degli irresponsabili che col loro agire procurano solo altra sofferenza alla popolazione di Gaza. Detto questo, va aggiunto subito che le punizioni collettive imposte da Israele sono inaccettabili, lesive del diritto internazionale, oltre che controproducenti perché finiscono per rafforzare Hamas". A proposito di Hamas. In una recente intervista a l'Unità, il leader di Hamas Haniyeh ha rilanciato il dialogo nazionale con Fatah. Qual è la sua opinione in merito? "Il dialogo è possibile ad una condizione non negoziabile: Hamas deve riconoscere le istituzioni dell'Anp e il governo guidato da Fayyad, tornando a muoversi nella legalità, il che significa agire come un partito politico e disarmare le proprie milizie". Tra poche settimane, Israele celebrerà il 60° della sua nascita. Per i palestinesi quella nascita è ancora una Naqba (tragedia)? "Se guardiamo al passato, e rileggiamo le vicende storiche, non c'è dubbio che lo Stato d'Israele nasce anche come atto di forza contro la popolazione araba palestinese insediata in Palestina. Questa ferita può essere ricucita con la nascita di uno Stato indipendente di Palestina a fianco di Israele, riconoscendo in questo quadro il diritto al ritorno dei rifugiati del '48. Mi auguro che sia possibile celebrare il prossimo anno una doppia festa".

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Attacco suicida a Gaza Feriti 13 soldati israeliani (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del ALLERTA PER PASQUA EBRAICA Attacco suicida a Gaza Feriti 13 soldati israeliani u.d.g. Quattro autobombe per insanguinare la Pasqua ebraica. Quattro auto imbottite di esplosivo che, con al volante altrettanti kamikaze palestinesi, sono state lanciate ieri mattina contro il valico di Kerem Shalom, nel sud della Striscia di Gaza, provocando il ferimento di 13 soldati israeliani. Solo tre dei kamikaze sono però riusciti ad entrare in azione, pur se fermati dal fuoco dei soldati prima di raggiungere l'obiettivo: il quarto infatti ha dovuto abbandonare la propria auto carica di tritolo, perché rimasta senza benzina. Gli elicotteri israeliani l'hanno comunque individuata sul margine della strada a un paio di chilometri dal valico e distrutta con un razzo. L'attacco di ieri (costato la vita anche ai tre attentatori palestinesi, mentre altri due miliziani sono rimasti uccisi in successivi raid israeliani) è stato rivendicato dalle brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas: secondo fonti militari israeliane si è trattato dell'azione più violenta compiuta dalle milizie palestinesi da quando nell'agosto 2005 avvenne il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza. "Queste operazioni sono solo l'inizio di quello che Hamas ha minacciato - avverte uno dei portavoce del movimento integralista palestinese, Abu Zuhri - Se le parti non interverranno rapidamente per salvare Gaza e rompere l'assedio, ciò che avverrà sarà ancora più grande". Immediata la replica di Israele. Il portavoce del ministero degli Esteri di Gerusalemme, Mark Regev ribatte alle minacce di Hamas, affermando che il gruppo integralista palestinese mostra un totale disinteresse per le condizioni di vita dei residenti della Striscia con i suoi attacchi ai valichi di frontiera. "Israele non si fa illusioni sulla vera natura di Hamas e sull'agenda estremista di questa organizzazione - sottolinea Regev - Non è un caso che la comunità internazionale considera Hamas un gruppo terroristico".

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Attacco suicida di Hamas al valico: feriti 13 soldati, morti 4 palestinesi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Hamas all'offensiva alla vigilia della Pasqua ebraica. Tre miliziani palestinesi sono morti e dodici soldati israeliani sono rimasti feriti in attacco-kamikaze al valico di Kerem Shalom, tra Israele e la striscia di Gaza. Si è trattato dell'azione palestinese più ambiziosa dal ritiro israeliano dalla striscia, nel 2005. Un commando del braccio armato di Hamas ha attaccato il valico con tre autovetture: la prima è esplosa nei pressi della barriera di sicurezza, aprendo una breccia, la seconda è saltata in aria davanti alle jeep dei militari e da una terza sono scesi alcuni miliziani che hanno tentato di infiltrarsi approfittando del caos e della fitta nebbia. Un kamikaze e due miliziani armati sono deceduti nell'esplosione e nella sparatoria con i militari. Due soldati hanno riportato ferite di media gravità, gli altri 11 sono stati feriti in modo lieve. È probabile che il commando volesse sequestrare un soldato, ha riferito una portavoce dell'esercito israeliano, e che l'attacco dovesse avvenire su più fronti. Quasi in contemporanea, infatti, un missile israeliano ha centrato una vettura blindata e imbottita di esplosivo che si avvicinava alla frontiera a Kissufuim, uccidendo il palestinese alla guida. L'attacco, avvenuto poche ore prima dell'inizio della settimana della Pasqua ebraica che scatta al tramonto, è il quinto in una settimana contro il valico di Kerem Shalom, nel sud della striscia, attraverso il quale transitano gli aiuti umanitari e i rifornimenti al territorio. In un comunicato le Brigate Ezzedine al-Qassam, braccio armato del movimento islamico che controlla la striscia di Gaza, hanno rivendicato l'attentato precisando che vi hanno preso parte diversi kamikaze. Per motivi di sicurezza agli abitanti dei villaggi israeliani lungo la frontiera è stato chiesto di barricarsi in casa, ma l'allarme è cessato poche ore dopo. Più tardi un elicottero israeliano ha ucciso un meccanico della polizia di Hamas e ha ferito altri tre palestinesi nei pressi del valico di Rafah tra la striscia di Gaze e l'Egitto. E nella notte nello stesso modo era stato ucciso un militante di 22 anni del braccio armato di Hamas, sempre nella striscia di Gaza. Sono almeno 419 i morti nei territori palestinesi da quando a novembre il premier israeliano, Ehud Olmert, e il presidente dell'Anp, Abu Mazen, hanno fatto ripartire i negoziati di pace Israele ha minacciato più volte di sferrare un'offensiva su larga scala nella striscia di Gaza per mettere fine agli attacchi dei miliziani di Hamas, ma secondo la stampa israeliana è improbabile che scatti prima della fine della Pasqua ebraica, al tramonto di sabato prossimo. Intanto l'ex presidente americano Jimmy Carter ha avuto ieri mattina un secondo incontro a Damasco con il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, dopo quello di ieri. Lo hanno riferito fonti di Hamas all'agenzia tedesca Dpa. Terminato il secondo incontro, durato due ore, Carter è partito per l'Arabia saudita, nuova tappa del suo giro mediorientale. I colloqui fra Carter e Meshaal si sono svolti lontano dai media. Fonti ben informate riferiscono che l'ex presidente annuncerà i risultati dei suoi negoziati assieme ad Hamas. Secondo un sito web legato ad Hamas al centro dei colloqui vi è il destino del soldato israeliano Gilad Shalit rapito nel giugno 2006 e ancora prigioniero nella Striscia di Gaza. Dopo l'Arabia Saudita, Carter si recherà in Giordania e poi tornerà a Gerusalemme. Al suo arrivo in Israele lunedì scorso è stato accolto con estrema freddezza per il suo proposito di trattare con Hamas. 20/04/2008.

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Hacked (sezione: Israele/Palestina)

( da "EUROPA ON-LINE" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Hacked GUIDO MOLTEDO Non avrà una "visione" in politica estera, ma la bussola internazionale di Silvio Berlusconi s'orienta seguendo alcuni punti fissi collaudati e riconoscibili. Una relazione molto forte con l'America, anche quando stride con i basilari interessi europei, che comunque non sono considerati prioritari; un rapporto privilegiato con Israele; un ostentato disinteresse verso l'Asia, per non dire dell'Africa e dell'America Latina. Fissati questi pochi punti fermi, si sente libero, su un altro terreno, di fare le operazioni che gli stanno davvero a cuore, nelle quali il lato degli affari è prevalente e nelle quali egli gioca con grande disinvoltura la carta della sua persona, del rapporto personale e amicale con i suoi interlocutori, sia che si tratti di Vladimir Putin sia che si tratti di Nicolas Sarkozy. Con loro il tema è il business: energia, Alitalia, interessi commerciali. Sintetizza Quentin Peel sul Financial Times: "Per Berlusconi fare politica è fare affari". Il Cavaliere sa bene che gli americani sono pronti a sorvolare sull'amicizia esibita con Putin: la considerano, appunto, affari suoi, una relazione che fa notizia solo per il folklore degli incontri. Ben sapendo che sui dossier che stanno più a cuore a Washington potranno contare sempre sull'Italia berlusconiana. Questo tratto personale ? e i punti che abbiamo prima elencato ? ha caratterizzato le precedenti esperienze governative di Berlusconi nell'arena internazionale. L'esordio del suo nuovo mandato con l'amico Vladimir fa pensare che il canovaccio si ripeterà tal quale. Come in passato, peraltro, alla Farnesina non ci sarà un D'Alema del centro-destra, ma un diligente amministratore della macchina diplomatica, come Franco Frattini. La politica estera farà capo a palazzo Chigi e alle ville del Cavaliere. Il quale promette che non si farà prendere dalla bulimia presenzialista dei precedenti mandati, ma sarà più sobrio e selettivo negli impegni internazionali. Ma la minore quantità non cambierà la qualità della sua presenza sulla scena mondiale. Certo, diversamente dalle precedenti esperienze governative, quella che sta per cominciare s'inquadra in un mondo parecchio cambiato rispetto agli anni Novanta e al primo quinquennio del 2000. L'Unione Europea non ha quella coesione e autorevolezza che aveva agli inizi della moneta unica e prima dell'allargamento: d'altra parte, se è andata indietro, è anche per responsabilità diretta di Berlusconi e del suo amico Aznar, nonché di Blair, disfattisti della coesione europea per seguire la folle impresa irachena di Bush. Nei rapporti con Bruxelles, avrà più che altro bisogno di un suo "ambasciatore" personale che tenga d'occhio la Commissione. Per questo l'uomo più adatto a sostituire Frattini come commissario Ue è il superfedelissimo Tajani. Inoltre, protagonisti della politica mondiale ? come Bush e Brown ? sono o in uscita o in crisi. Gli altri protagonisti sono presi dalle loro faccende interne, segnate da una crisi economica severa e di lunga durata. C'è, insomma, una comunità internazionale spaesata e priva di forti leadership, in questo momento, che rendono meno problematica la vita a personaggi bizzarri come Berlusconi. Il quale ovviamente potrà e saprà approfittarne. Forse con grande vantaggio per sé e per il suo "sistema".Difficilmente per l'Italia. Che, sotto la sua presidenza, corre il serio rischio di finire fuori del club degli Otto grandi. La sua economia non le consente più di esserne parte, dicono in diverse capitali, pensando alla forza di paesi come Cina, India e Brasile e del rispettivo peso nei loro continenti, o al dinamismo di paesi come la Spagna. Anche se non avverrà una clamorosa esclusione, sono indizi del drammatico calo di considerazione in cui sta piombando l'Italia. Un'Italia senza sponde in Europa, anzi assillata dalla voglia di liberarsi dei vincoli europei. Che proprio per questo rischia davvero di scivolare via dal giro dei paesi che contano.

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Pace adesso ma non troppo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

[FIRMA]AVRAHAM B. YEHOSHUA In questi giorni il movimento israeliano "Peace Now" celebra, con estrema modestia, i suoi trent'anni: qualche intervista rilasciata ai media dai suoi esponenti e un raduno, scarso di partecipanti, in piazza Rabin, nel cuore di Tel Aviv, luogo deputato alle manifestazioni. Ciò nonostante i suoi rappresentanti si esprimono in tono di soddisfazione, giacché le linee guida del gruppo, condivise nel 1978 solo da un terzo degli israeliani, sono ora sostenute da gran parte di questi ultimi (sebbene non ancora da una schiacciante maggioranza). Di pari passo, però, tra gli attivisti serpeggia anche la sensazione che l'attività di Peace Now - movimento extraparlamentare - non sia stata sufficientemente energica e mirata nella realtà politica israeliana e non sia riuscita a frenare l'opera di costruzione di colonie nei territori palestinesi occupati. Colonie che hanno reso molto difficile il progresso del processo di pace verso una separazione dei due popoli e la fondazione di uno Stato palestinese a fianco di quello ebraico. Cercherò di chiarire il motivo del successo di Peace Now nel diffondere le proprie idee nei suoi primi anni di vita e quello della sua debolezza di fronte al nemico ideologico, "Gush Emunim", omologo movimento extraparlamentare il cui dinamismo nella creazione di insediamenti ha prodotto notevoli risultati. Innanzitutto è possibile affermare che Peace Now, quale movimento popolare, è sorto con almeno dieci anni di ritardo. Dopo la guerra dei Sei giorni alcuni audaci uomini politici, esponenti del Partito laburista allora al governo, insorsero, insieme con intellettuali e artisti tra i quali sono fiero di annoverarmi, contro la linea politica di Golda Meir e Moshe Dayan che, anziché mantenere i territori conquistati durante la guerra come carta di scambio per la pace con gli Stati arabi, avviarono una politica di annessione strisciante e clandestina mediante l'unificazione di Gerusalemme e la fondazione di colonie nei territori palestinesi, siriani ed egiziani. Quei pochi ma lungimiranti uomini politici (che il Partito laburista più tardi isolò ed espulse dalle proprie file), affiancati da intellettuali e artisti, non ottennero però sufficienti consensi (di certo non l'appoggio del Partito laburista che guidava il Paese grazie al sostegno dei piccoli partiti della sinistra liberale) e non ebbero la minima possibilità di creare un movimento di peso sufficiente a contrastare l'ondata di piena della destra, intensificatasi dopo la guerra dell'ottobre 1973. Nel 1977, nelle elezioni tenutesi sei mesi prima della creazione di Peace Now e grazie alle quali il Likud, capeggiato da Menachem Begin, approdò al potere, il Partito per la pace ricevette a malapena l'uno per cento dei voti, nonostante contasse nelle sue file alcuni fra gli intellettuali e gli artisti israeliani allora più in vista. Ed ecco che, a distanza di soli sei mesi, fu creato Peace Now, movimento popolare sostenitore della pace nel quale si riversarono migliaia di persone che fino a quel momento non avevano partecipato alla lotta contro il nazionalismo dilagante nel popolo e nel governo. Perché avvenne questo cambiamento? L'evento che fece scattare un mutamento di tendenza nell'opinione pubblica israeliana e portò alla creazione del movimento Peace Now fu la sorprendente visita del presidente egiziano Anwar al-Sadat a Gerusalemme e la sua drammatica dichiarazione di voler mettere fine al conflitto arabo-israeliano mediante la formula "territori in cambio di pace". Il governo israeliano, naturalmente, avviò trattative per stabilire le clausole di un possibile accordo fra le quali, dietro richiesta di Sadat, anche quella riguardante un riconoscimento del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese. Ma il negoziato si complicò in seguito alla pretesa egiziana che Israele rinunciasse a una piccola parte del Sinai dove erano già presenti insediamenti ebraici e molti nello Stato ebraico temettero che Begin e i suoi potessero perdere l'occasione di condurre a termine la trattativa. A quel punto un gruppo di ufficiali riservisti inviò una lettera aperta al primo ministro chiedendogli di concludere una pace immediata (in inglese peace now) con le seguenti parole: "Lei, signor Primo Ministro, conduca pure una trattativa come meglio ritiene dal suo punto di vista, a patto che si concluda con una pace immediata. L'attuale opportunità non va assolutamente persa e non accetteremo nessun pretesto a giustificazione di una mancata conclusione positiva dell'iniziativa storica del presidente egiziano". L'appello ottenne i suoi effetti e quando, sulla sua scia, si organizzarono manifestazioni pubbliche e le file dello schieramento della pace si ingrossarono, il primo ministro Begin e i suoi collaboratori capirono di non avere altra scelta che rinunciare all'intera penisola del Sinai, smantellare gli insediamenti ebraici e acconsentire a un accordo di pace con il più grande Stato arabo: l'Egitto. Ma subito dopo la firma dell'accordo fu chiaro che, forte delle concessioni fatte, il governo del Likud si riteneva legittimato a disseminare colonie nei territori palestinesi della Giudea, della Samaria e della striscia di Gaza. Durante i giorni neri della seconda Intifada, nel 2000, allorché si scoprì che i palestinesi non erano disposti a rinunciare al diritto al ritorno né erano sufficientemente maturi per concludere una pace con Israele, il movimento Peace Now avrebbe forse fatto meglio a rinunciare alla pretesa di una pace immediata per concentrarsi nella lotta contro gli insediamenti, sotto lo slogan: "Le colonie sono un ostacolo alla pace". Ma a quanto pare quel tipo di lotta era troppo arduo per i giovani di Peace Now che la affrontarono senza sufficiente creatività ed energia. Era più facile per gli esponenti di Gush Emunim beffare il governo erigendo avamposti qua e là e ampliando le colonie esistenti che per quelli di Peace Now combatterli. Non c'è quindi da stupirsi se il raduno celebrativo dei trent'anni del movimento ha suscitato sentimenti contrastanti e non ha attirato molti partecipanti. Da un lato è chiaro che il riconoscimento della necessità di rinunciare ai territori conquistati nel '67 e permettere la creazione di uno Stato palestinese a fianco di quello ebraico è ora accettato da tutti anche per merito di questo movimento, dall'altro è altrettanto chiaro che le vie prescelte per trasformare in realtà tale riconoscimento non sono state efficaci e il cammino verso la pace continua a essere difficile ed estremamente complesso.

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Porte del Mediterraneo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 20-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

DUE MOSTRE SUGLI SCAMBI ARTISTICI E CULTURALI AVVENUTI NEGLI ULTIMI SECOLI ATTRAVERSO IL MARE NOSTRUM Porte del Mediterraneo Attraverso i porti e gli infiniti accessi, oggi come in passato scorrono merci, persone e soprattutto passa la cultura GUIDO CURTO Le montagne e i deserti dividono gli uomini; i fiumi e i mari, invece, li uniscono. Nel mondo contemporaneo, in cui le montagne sono attraversate da tunnel lunghissimi e sopra i deserti volano jet supersonici, sembrano esser diventate obsolete le parole del celebre storico Arnold Toynbee. Tuttavia, leggendo i giornali ci accorgiamo di quanto sia ancor oggi importante il mare come via di comunicazione dov'è facile spostarsi per centinaia di chilometri, anzi di miglia, in poco tempo a costi minimi. Basta un gommone di cinque metri e un motore fuoribordo da 50 cavalli per arrivare in due ore dalla Tunisia a Lampedusa; dall'Africa all'Europa. Se è vero che queste migrazioni "clandestine" inducono problemi sociali e politici, resta il fatto che attraverso i porti e le infinite porte del mar Mediterraneo, oggi come in passato, scorrono merci, persone e soprattutto passa la cultura. Di questo fatto è convinto l'assessore alla Cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva, che ha, infatti, accolto e sostenuto la proposta della storica dell'arte Martina Corgnati, interessata a curare una mostra incentrata sugli scambi artistici e culturali avvenuti negli ultimi secoli nel bacino del Mar Mediterraneo, interessando da vicino anche il "nostro" Piemonte. Così, dopo un lavoro di ricerca durato oltre un anno, è nata la mostra Le Porte del Mediterraneo che s'inaugura martedì 22 aprile alle ore 18 a Rivoli in due sedi: a Palazzo Piozzo e nella Casa del Conte Verde. Il percorso espositivo prende il via cronologicamente nella trecentesca Casa del Conte Verde, dove è ambientata la sezione storica che riunisce dipinti, disegni, incisioni e fotografie dell'Ottocento e del primo Novecento; opere che documentano la passione per l'Orientalismo diffusasi in Piemonte fin dal 1700, trovando il suo climax nella creazione a Torino del Museo Egizio. Pochi lo sanno, ma sono davvero tanti i piemontesi che coraggiosamente viaggiano nel Vicino Oriente (che gli americani chiamano Medio . per loro!) e con l'Egitto s'instaura un rapporto privilegiato. La seconda parte della rassegna è nel settecentesco Palazzo Piozzo dove sono esposte opere d'arte realizzate per l'occasione da 17 artisti contemporanei provenienti da Egitto, Algeria, Israele, Turchia, ex Yugoslavia e due dall'Italia. Inutile citarli uno ad uno perché sono nomi in gran parte sconosciuti a quasi tutti noi. Chi, invece, conosce bene il loro lavoro è Martina Corgnati, la curatrice della mostra, che da anni assiduamente li segue. Nata a Torino, figlia della celebre cantante Milva e del regista collezionista Maurizio Corgnati, Martina è una storica e critica d'arte valente e appassionata, docente all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Poiché la mostra, al momento in cui scriviamo, non è ancora visitabile, rimandiamo il giudizio sulle singole opere, anche se, da tutta la documentazione stampa e dalla lettura dei saggi in catalogo (Skira editore), s'intuisce che l'evento (ci saranno anche tre conferenze e una rassegna video) serve a mettere il luce gli intesi scambi artistici e culturali che oggi come in passato uniscono l'Occidente al vicino Oriente, Arabi e mussulmani compresi. Ha quindi ragione Cristina Giudice, anche lei docente di Storia dell'arte all'Accademia Albertina, quando concludendo il suo saggio in catalogo fa notare come gli antichi romani definissero il Mediterraneo Mare Nostrum, mentre più democraticamente gli Arabi lo denominarono al-Bahr al Mutawassit, ossia il Mare di Mezzo, davvero un'immensa porta spalancata tra il nord e il sud del mondo, tra l'Oriente e l'Occidente. Lasciamola aperta. LE PORTE DEL MEDITERRANEO PALAZZO PIOZZO, VIA FIORITO 6 CASA DEL CONTE VERDE VIA F.LLI PIOL 8, RIVOLI Orario: mar-ven 15/19 sab-dom 10/13 e 15/19 info: 011/9563020.

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