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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA:

Se scoppia l’intelligenza”

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tARTICOLI DEL  13-4-2008      #TOP


IN EVIDENZA

Israele/Palestina: troppa religione rende la pace meno probabile (Da arabnews.it 12-4-2008)

La crescente influenza degli ebrei ultraortodossi all’interno di Israele, ed in generale il progressivo affermarsi del fondamentalismo religioso nell’area israelo-palestinese, non lasciano certamente ben sperare per il futuro del processo di pace – sostiene Raja Kamal, professore di origini libanesi che insegna all’Università di Chicago

All’improvviso, dopo una fase di stallo, il Medio Oriente sta assistendo ad un turbine di attività per stimolare una risoluzione del lungo conflitto israelo-palestinese. Il presidente George W. Bush, il vicepresidente Dick Cheney e il segretario di Stato Condoleezza Rice, hanno attraversato in lungo e in largo la regione sperando di rianimare il processo di pace. Finora, questi sforzi si sono risolti in poco più di una esibizione di buone intenzioni e di foto di circostanza. L’accordo definitivo tra israeliani e palestinesi si sta dimostrando un obiettivo sfuggente. In realtà, molti credono che la mancanza di una leadership efficace su entrambi i fronti stia portando ad una situazione di stallo. Tuttavia vi possono essere anche cause demografiche, raramente analizzate.

In molti scrivono a proposito della mancanza di progressi legata all’inefficacia del presidente palestinese Mahmoud Abbas e del primo ministro israeliano Ehud Olmert. Abbas non ha alcun potere reale su Gaza, ma è anche sopraffatto dalla politica interna e dalle sfide economiche in Cisgiordania. Olmert è particolarmente impopolare. Tuttavia, per il momento, la sua debolezza è anche la sua forza. Gli israeliani sono consapevoli del fatto che un ‘alternativa come il leader del Likud Benjamin Netanyahu, potrebbe infiammare e inasprire ulteriormente un situazione già molto tesa. Pertanto nel breve periodo Olmert resisterà.

La mancanza di progressi può anche essere in parte dovuta ad alcuni cambiamenti demografici a lungo termine che si stanno verificando all’interno di Israele. Sia i palestinesi che gli israeliani sembrano abbracciare principi sempre più religiosi nel formulare le loro reciproche politiche. Ma forse, ancora più allarmante è il fatto che questo fervore può trovare fondamento nei cambiamenti demografici che si stanno verificando in Israele. Questi cambiamenti potranno rivelarsi la sfida più difficile per i responsabili politici che cercano di trovare una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese.

In Israele sono due i fattori demografici che influenzano le politiche del governo: la crescita delle fasce ultra-ortodosse della popolazione e l’emigrazione di scienziati, studiosi e ricercatori.

L’alta natalità tra gli Haredi, ovvero gli ebrei ultra-ortodossi, sta facendo aumentare il loro peso politico. Secondo le statistiche del governo israeliano, la comunità degli Haredi raggiunge la media di 7,6 figli per donna, quasi tre volte il tasso di crescita della popolazione nel suo complesso. Questo dà ai partiti religiosi una rappresentanza sproporzionata nel governo. Nel panorama politico frammentato tipico di Israele, è possibile per un piccolo partito religioso esercitare pressioni su un governo relativamente debole. Ad esempio, recentemente, Olmert ha deciso di ampliare l’insediamento di Givat Zeev a nord di Gerusalemme. La sua decisione è stata il risultato di pressioni da parte del partito religioso Shas, un alleato di destra della coalizione, che aveva minacciato di abbandonare il governo Olmert determinandone la caduta.

I demografi si aspettano una crescita continua di questo segmento della popolazione israeliana che è incline a votare per la destra religiosa. Il suo aumento demografico nel corso dei prossimi decenni darà alla destra religiosa ancora più potere sulle politiche regionali israeliane. Eppure, questo fenomeno è condiviso, oltre che dalla destra religiosa in Israele, anche da Hamas a Gaza, e da Hezbollah in Libano, così come altrove nel mondo. La prospettiva di avere dei politici “religiosi” su entrambi i fronti del conflitto, che definiscano gli obiettivi politici appoggiandosi ai propri libri sacri, è scoraggiante.

Oltre agli elevati tassi di natalità tra la popolazione israeliana ultraconservatrice, Israele si trova di fronte ad un’emigrazione senza precedenti di scienziati, studiosi e ricercatori - molti dei quali sono tendenzialmente laici.

Il professor Dan Ben-David dell’Università di Tel Aviv stima che Israele abbia perso una percentuale molto elevata degli studiosi di punta del paese.. Ben-David ha rilevato che l’esodo è legato al fatto che gli stipendi israeliani sono relativamente bassi ed i finanziamenti destinati alla ricerca sono scarsi. Egli ritiene inoltre che “le guerre infinite e l’incessante terrorismo hanno determinato un grande costo umano, nonché un costo psicologico”. Gli studiosi israeliani che risiedono negli Stati Uniti ammontano a circa il 25 % di tutti gli studiosi di nazionalità israeliana. Mentre la fascia più istruita della società israeliana secolarizzata risponde alle crescenti pressioni trasferendosi all’estero, la destra religiosa continua ad espandersi in patria.

Storicamente, Israele ha sempre manifestato preoccupazione per la crescita della popolazione degli arabi israeliani, e per la minaccia all’identità ebraica dello stato che essi rappresenterebbero. Anche se questa resta una questione saliente, la crescente deriva religiosa del dibattito politico all’interno della comunità ebraica è un’altra conseguenza del cambiamento demografico. Queste tendenze indicano che il tempo potrebbe non essere dalla parte dei mediatori di pace. Con l’estremismo religioso in aumento, i nuovi quadri politici saranno meno inclini al compromesso.

Se la religione prende il sopravvento nel plasmare il dibattito politico in Medio Oriente, diventerà un ostacolo per la pace. Viste le tendenze demografiche, il raggiungimento di un accordo è urgente adesso. Domani potrebbe essere troppo tardi.

Raja Kamal è preside associato per lo sviluppo delle risorse presso la Harris School for Public Policy Studies dell’Università di Chicago

Titolo originale: More religion makes peace less likely


Report "Israele/Palestina"

Eros a Tel Aviv, l'outing del dongiovanni Amos Oz ( da "Unita, L'" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: dello scrittore israeliano Eros a Tel Aviv, l'outing del dongiovanni Amos Oz di Maria Serena Palieri Alle soglie dei settant'anni (è nato a Gerusalemme nel 1939), Amos Oz fa outing: ha sempre girato per festival letterari contornato da un'aura di uomo che ama le donne, ed ecco che protagonista di questo suo nuovo libro è un seduttore.

In autostop portava parole di pace ( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: parte dal capoluogo lombardo in autostop: destinazione Israele e Palestina. La donna, 33 anni, accompagnata dalla collega Silvia Moro, è vestita da sposa. Il suo obiettivo è portare un messaggio di pace e apertura attraverso 11 Paesi che hanno subito guerre. 31 MARZO Alle 10.45 la donna spedisce l'ultimo sms.

La violenza in contesti difficili Aiuti e suggerimenti alle donne ( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ISRAELE, TORINO La violenza in contesti difficili Aiuti e suggerimenti alle donne "Violenza di genere in contesti difficili. Palestina, Israele, Torino": è questo il titolo del progetto di ricerca, organizzato dal Cirsde, che verrà presentato martedì 15, alle 17, presso la sala lauree di Scienze Politiche in via Verdi 25.

Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele ( da "Liberazione" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: del candidato alla nomination democratica per contrastare le voci che lo vogliono filoarabo e anti-israeliano Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele Stefania Podda Non l'aveva mai fatto nessuno, ma nessuno ne ha più bisogno di lui. Lo accusano di essere ostile ad Israele, di voler dialogare con l'Iran e con Hamas, di essere smaccatamente filopalestinese.

Storie del mondo al contrario ( da "Liberazione" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Comincia così Viaggio alla fine del millennio , dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua (Einaudi, pp. 375, 9,70 euro) che racconta la storia del viaggio di Ben-Atar in cerca del nipote Raphael Abulafia, suo socio in affari, che fino a un paio di anni prima aveva venduto con profitto la merce dello zio in Francia.

Cultura ( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Tempo libero Santa Cecilia Zubin Mehta dirige la Israel Philharmonic Zubin Mehta e la Israel Philharmonic propongono la Terza Sinfonia "Eroica" e la Quinta di Beethoven a Santa Cecilia (Auditorium, viale de Coubertin, ore 21, tel. 06.8082058). Dopo 22 anni, torna all'Accademia la Israel Philharmonic Orchestra insieme al suo direttore musicale a vita.

Sul podio Gabriel Chmura, al pianoforte Bruno Canino ( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Al pianoforte Bruno Canino (foto), sul podio l'israeliano di origine polacca Gabriel Chmura, allievo di Pierre Dervaux e Hans Swarowsky, in carriera dai primi anni '70 (dopo la vittoria al concorso "Karajan" a Berlino). Auditorio Conciliazione, ore 17,30.

Il medico-poeta stratega di Osama ( da "Libero" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, lo tormenta. Studia a fondo la galassia radicale egiziana, prende le distanze dai Fratelli musulmani che considera troppo accondiscendenti, e nel 1979 fonda assieme a Ismail Tantawi il gruppo Jihad dell'Egitto islamico del quale ben presto diviene il leader perseguendo il progetto di realizzare un grande Egitto islamico integralista e di eliminare il presidente Anwar Sadat,

Il blog ebraico di Obama ( da "Libero" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 2008 Il blog ebraico di Obama Barack Obama ha aperto un blog in ebraico destinato al pubblico israeliano. Il blog conferma l'impegno del senatore in favore della sicurezza dello stato ebraico. La decisione giunge poco prima delle primarie del 22 aprile in Pennsylvania. Nello Stato vi sono molti ebrei e il loro voto avrà un peso nella scelta fra Obama e Hillary.

Sderot e l'incubo della sirena Ogni giorno razzi e bombe da Gaza ( da "Tempo, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: dal giorno del ritiro israeliano dalla Striscia il numero di lanci è aumentato di sei volte. Ma la gente non vuole abbandonare la propria terra. Dal 2002 il numero degli abitanti è cresciuto. Sderot è una piccola cittadina di 20.000 anime. Le case sono fatte di cartongesso e poche hanno una stanza antimissile.

L'accusa: volevano far saltare un edificio governativo Hanno confessato ( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ma è significativa la coincidenza dell'appuntamento ieri e della denuncia contro il terrorismo tibetano. Il Kmt, di cui fa parte Siew, è stato per oltre 70 anni la colonna della politica americana in Asia, ed anche oggi ha rapporti privilegiati a Washington, secondi solo a quelli di Israele.

Gli ebrei della foresta ( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: erano figli della Diaspora e Israele li ha accolti La terra degli avi Kali, 63 anni ora vive vicino a Tel Aviv e lavora in una fabbrica di cartone indios arrivati in Israele nel 2007 Il grande fiume Ricorda ancora Iquitos, la sua città natale, il mercato e il profumo di spezie FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME Kali siede sul divano verde ricevuto in dono da Tzipi Kauffman,

"Giornalismo malato di gossip" ( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: può decidere di visitare prima il sito del quotidiano israeliano Haaretz poi quello della tv araba al-Jazeera e quindi di leggere cosa scrive l'arabista di un quotidiano britannico. In questa maniera ogni lettore si costruisce il suo giornale, basato sulla propria gerarchia di interessi. Il giornale tradizionale sopravviverà ma sarà in equilibrio con queste nuove realtà editoriali.


Articoli

Eros a Tel Aviv, l'outing del dongiovanni Amos Oz (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del IL ROMANZO "La vita fa rima con la morte", nuovo libro (con sorpresa) dello scrittore israeliano Eros a Tel Aviv, l'outing del dongiovanni Amos Oz di Maria Serena Palieri Alle soglie dei settant'anni (è nato a Gerusalemme nel 1939), Amos Oz fa outing: ha sempre girato per festival letterari contornato da un'aura di uomo che ama le donne, ed ecco che protagonista di questo suo nuovo libro è un seduttore. Di più, è come lui uno scrittore, ed è un uomo sul quale il corpo femminile esercita un'attrattiva indefessa, lo incontri, questo corpo, nella realtà così come esso fiorisca nella sua immaginazione. È un quarantacinquenne per il quale uno slip un po' storto tradito, sul didietro della cameriera di un bar, dalla gonna attillata, ma anche una vampa cremisi da timidezza che appare sul collo di una ammiratrice, possono costituire il clic per nuove storie da inventare. E che, poi, pratica in genere con il mondo un rapporto che è di curiosità famelica, vampirismo e ammaliamento. Appunto, l'Eros. La vita fa rima con la morte (trad. Elena Loewenthal, pp.106, euro 10, Feltrinelli) è uno strano, rapido e affascinante libro con cui Oz spariglia le aspettative di noi lettori. Ci aspettavamo un libro ben radicato nella storia e nella tragica luminosità di Israele, come La scatola nera o Una storia di amore e di tenebra? Ci aspettavamo che Oz mettesse in scena la storia di un'altra delle sue parossistiche coppie coniugali, come in Conoscere una donna o Michael Mio? Oz, invece, qui ci racconta una notte che il suo scrittore trascorre per le strade metropolitane di una calda Tel Aviv, da solo ma accompagnato da personaggi e storie che l'immaginazione gli apparecchia. Volendo trovare un antecedente, nella produzione di Oz, viene in mente Lo stesso mare, il romanzo dove il narratore stesso entra in scena da arbitro della vicenda. Diretto al Centro culturale dove è previsto presenti un suo libro, lo "Scrittore" si anticipa mentalmente le domande che gli arriveranno dal pubblico - sempre quelle... - e si siede in un caffè per programmare le risposte. Qui lo sguardo gli cade su quello slip asimmetrico della ragazza che lo serve e, sull'onda del desiderio, presta a questa un nome, Riki, e una love-story, immagina cioè una sua tre-giorni di sesso con un portiere della squadra Bne Yehudah. La maratona erotica, che Oz analizza nel dettaglio, trascina con sé un altro personaggio, Lucy, ragazza arrivata seconda a un concorso per miss bikini, con cui la star dello sport soppianta Riki. Poi, altre propaggini dell'immaginazione lo Scrittore le trova nella sala, nel ragazzino corrucciato seduto in fondo, cui affibbia il nome di Yuval Dahan e un'attività di aspirante poeta così come nella signora massiccia che ribattezza Miriam La Nehurai e per cui prefigura che seduca il giovane Yuval. Ma, da due versi citati dal facondo responsabile della Casa della Cultura, prende corpo anche un vecchio poeta fuori moda, Zofonia Beit Halachmi. E, soprattutto, prende corpo in senso letterale Ruchale Reznik, la ragazza un po' agée incaricata di leggere brani del suo romanzo e che, per via di quel collo che le si arrossa, diventerà protagonista di una vera-finta notte d'amore, con baci, carezze, fremiti, gemiti. Oz non ci aveva ancora mai mostrato in piena luce questa sua vocazione e questo suo talento erotico narrativo. Certo, ritorna in mente quel capitolo di Una storia d'amore e di tenebra in cui rendeva omaggio a un nonno cui le donne erano piaciute fino in tardissima età e che perciò, notava, di donne ne aveva avute fino in extremis. Perché qui ha fatto outing? Ovvio, perché si è divertito a farlo, e questo il romanzo lo comunica. Si è divertito a mettersi in scena come un dongiovanni dei nostri tempi, che non ne perde una e va, istintuale e un po' goffo, alla carica. Ma forse ha voluto dirci come eros, e gaiezza del vivere, convivano nel suo Paese con la tragedia quotidiana. Ecco, il titolo del romanzo andrebbe rivoltato: la morte c'è, ma fa rima con la vita.

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In autostop portava parole di pace (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 89 del 2008-04-13 pagina 9 In autostop portava parole di pace di Redazione 8 MARZO Giuseppina Pasqualino di Marineo, artista milanese nota con lo pseudonimo Pippa Bacca e nipote di Piero Manzoni, parte dal capoluogo lombardo in autostop: destinazione Israele e Palestina. La donna, 33 anni, accompagnata dalla collega Silvia Moro, è vestita da sposa. Il suo obiettivo è portare un messaggio di pace e apertura attraverso 11 Paesi che hanno subito guerre. 31 MARZO Alle 10.45 la donna spedisce l'ultimo sms. Si trova vicino a Istanbul e cerca un passaggio per la Siria. Da quel momento in poi famiglia e fidanzato perdono le sue tracce. Quello stesso giorno Pippa, ferma in una stazione di servizio, viene caricata in auto da un uomo che viaggia a bordo di un furgone nero. DUE SETTIMANE FA La famiglia, allarmata, denuncia la scomparsa della donna. Sua sorella Antonietta parte per la Turchia. IERI NOTTE Il corpo viene ritrovato nudo sepolto in un bosco a cento chilometri da Istanbul. L'uomo che le aveva dato il passaggio, fermato dopo aver acceso il cellulare della ragazza, confessa di averla violentata e strangolata. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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La violenza in contesti difficili Aiuti e suggerimenti alle donne (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

RICERCA SU PALESTINA, ISRAELE, TORINO La violenza in contesti difficili Aiuti e suggerimenti alle donne "Violenza di genere in contesti difficili. Palestina, Israele, Torino": è questo il titolo del progetto di ricerca, organizzato dal Cirsde, che verrà presentato martedì 15, alle 17, presso la sala lauree di Scienze Politiche in via Verdi 25. L'obiettivo dello studio è favorire, attraverso scambi internazionali e utilizzando una metodologia partecipativa, la costruzione di politiche attente alla salute delle donne nell'area mediterranea, con riferimento al tema della difesa attiva nelle situazioni a rischio di violenza sociale e familiare. La ricerca durerà un anno e avrà come momento topico un confronto, che si svolgerà ad ottobre a Torino, tra operatori che lavorano nelle realtà di Gaza e Haifa. Nell'incontro di martedì 15, Diana Carminati offrirà un'analisi del contesto dell'occupazione nei territorio palestinesi; Elisabetta Donini relazionerà sul progetto Epic (European Palestinian and Israeli Cities) al cui interno si inserisce la ricerca; Franca Balsamo affronterà le ricadute che il conflitto in Medio Oriente ha sulla condizione femminile. Concluderà Chiara Einaudi che entrerà nel dettaglio del progetto di ricerca, spiegandone programma e metodologie. \.

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Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

La mossa del candidato alla nomination democratica per contrastare le voci che lo vogliono filoarabo e anti-israeliano Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele Stefania Podda Non l'aveva mai fatto nessuno, ma nessuno ne ha più bisogno di lui. Lo accusano di essere ostile ad Israele, di voler dialogare con l'Iran e con Hamas, di essere smaccatamente filopalestinese. Di più. Di lui, dicono che sia un antisemita, un musulmano sotto mentite spoglie, uno che giura sul Corano e non sulla Bibbia. Insomma, un nemico degli ebrei d'America e di Israele. Uno a cui è meglio non dare il proprio voto. E lui, Barack Obama, bersagliato da una martellante campagna sui blog, ha infine deciso di rilanciare con lo stesso mezzo. Così, per rassicurare e informare il pubblico israeliano, e quello americano, ha aperto un blog in ebraico. Una foto del senatore dell'Illinois, una grafica sobria e la riproduzione integrale del discorso che il candidato alla nomination democratica pronunciò davanti alla platea dell'Aipac, l'American Israel Public Affairs Commettee, potente gruppo di pressione che promuove l'amicizia tra Israele e gli Usa. Un discorso fatto in tempi non sospetti, era il marzo del 2007, la nomination sembrava improbabile, e quello era il primo intervento sulla politica estera in veste di candidato ufficiale. Obama aveva ricordato il suo viaggio in Terra Santa come un'esperienza fondante della sua vita, aveva parlato di Israele come di uno dei più importanti alleati di Washington e aveva detto di considerare la sua sicurezza "sacrosanta". Eppure il pronunciamento davanti all'Aipac, e il plauso della platea, non è servito ad evitare a Barack Obama una campagna diffamatoria, di sconcertanti e inedite proporzioni. Nessuno sa come sia cominciata e soprattutto nessuno sa come fermarla. E' partita su alcuni blog, come quello di Debbie Schlussel, autrice di un articolo dal titolo: "Barack Hussein Obama: once a Muslim, always a Muslim". E' seguita una campagna di e-mail e interventi in rete, sino a quando l'idea che Obama sia un musulmano, più o meno dichiarato, non è passata nel senso comune. Con il risultato che oggi, nei sondaggi, solo una minoranza sa che il senatore dell'Illinois è in realtà cristiano. Da musulmano ad amico dei terroristi e nemico di Israele, il passo è poi stato breve. I suoi mentori, amici e consiglieri sono stati passati al vaglio, e bocciati. Gli è stato rinfacciato lo stretto legame con il pastore Jeremiah Wright, hanno messo il controverso Louis Farrakhan, il leader della Nazione dell'Islam, tra i suoi sostenitori, e infine hanno fatto il conto dei filopalestinesi tra i suoi consiglieri. L'ultimo a essere finito nel mirino, è stato l'ex generale Merril Tony McPeak, consulente militare e copresidente della campagna elettorale. La rivista "American Spectator" ha ripubblicato una sua intervista di cinque anni fa, in cui affermava che l'importanza del voto degli ebrei americani era alla base dell'inerzia della politica estera per il Medio Oriente, e dunque della mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Stampa e blog hanno sottolineato poi con disappunto l'arrivo nello staff di Robert Malley, ex consigliere di Bill Clinton a Camp David, uno dei pochi a dire che nel 2000 l'accordo fallì per l'intransigenza di Ehud Barak, e non dei palestinesi. Quanto a Obama, ha fatto di tutto per respingere le critiche e demolire l'immagine di candidato pericoloso per la sicurezza di Israele. In realtà nulla, nelle sue dichiarazioni, autorizza a pensare che la sua linea sia diversa da quella mainstream tra i democratici. Nulla, insomma, su questo tema specifico, lo distingue da Hillary Clinton, la sua diretta antagonista, la candidata ideale in continuità con l'eredità lasciata dal marito presidente. A parte una maggiore sensibilità per il mondo arabo, visto come un potenziale alleato da cooptare nella lotta al terrorismo, dopo la contrapposizione frontale dell'era Bush. Sul Medio Oriente, il senatore è per la linea dei due Stati e per Israele come Stato ebraico. Quanto ad Hamas, è per il dialogo a patto che il movimento islamico riconosca Israele. E questo, in aperta polemica con il finanziere George Soros che, in un articolo pubblicato sulla New York Review of Books, ha accusato l'Aipac e la lobby ebraica di condizionare la politica americana, negando la possibilità di un dialogo con Hamas. Obama è stato netto: "Gli Usa - ha detto - hanno ragione a insistere che Hamas, un'organizzazione terrorista che vuole distruggere Israele, rispetti le condizioni minime per essere considerato un attore legittimo. L'Aipac è una delle tante voci a condividere questa idea". Una posizione accorta, che gli ha alienato la simpatia di una parte della sinistra più liberal. Anche sull'Iran, la sua idea è quella della maggior parte dei Democratici: il programma nucleare è una minaccia per Israele, ma sarebbe preferibile risolvere la questione con la diplomazia, e non con un'altra guerra dall'esito difficilmente prevedibile. Infine, Obama ha chiarito senza ambiguità il capitolo delle amicizie potenzialmente imbarazzanti. Ha preso le distanze dal reverendo Wright, dicendo di non condividerne le sortite razziste, e soprattutto ha respinto l'abbraccio mortale di Farrakhan, definendo "inaccettabili e riprorevoli" i suoi attacchi agli ebrei e a Israele. Per il resto, Obama si è dato da fare a tutto campo per corteggiare e convincere una fetta consistente e influente di elettorato. Per la festa di Purim, cara soprattutto agli eberi della Diaspora, ha spedito i suoi auguri - a nessun politico era mai venuto in mente di farlo - e sottolineato come questa ricorrenza sia "strettamente legata alla determinazione che Israele rimanga un luogo sicuro e vitale e che l'antisemitismo venga combattuto ovunque si manifesti". Ora l'idea del blog su misura per Israele che segue con più interesse che apprensione la parabola del senatore che potrebbe diventare il prossimo presidente degli Stati uniti. Il suo staff ha lavorato giorno e notte perché il sito fosse pronto prima delle primarie in Pennsylvania, dove è presente una forte comunità ebraica. Un test importante per capire se quel bacino di voti sia davvero ancora terreno di caccia per la sola Hillary Clinton. 13/04/2008.

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Storie del mondo al contrario (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

In libreria Storie del mondo al contrario Nell'estate del 999 il ricco mercante ebreo Ben-Atar salpa da Tangeri alla volta di Parigi. E' un viaggio pericoloso perché la sperduta cittadina è nel cuore di un continente, l'Europa, in preda alla superstizione per l'approssimarsi dell'Anno mille. Comincia così Viaggio alla fine del millennio , dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua (Einaudi, pp. 375, 9,70 euro) che racconta la storia del viaggio di Ben-Atar in cerca del nipote Raphael Abulafia, suo socio in affari, che fino a un paio di anni prima aveva venduto con profitto la merce dello zio in Francia. La loro collaborazione è stata però troncata in seguito alle critiche rivolte alla bigamia del mercante sefardita dalla moglie di Abulafia. Compagni di viaggio di Ben-Atar sono il socio musulmano Abu-Lufti, le sue due mogli, e un rabbino andaluso che ha il compito di convincere la devota moglie di Abulafia della legittimità della situazione famigliare di Ben-Atar. Oltre a essere scritto magistralmente il romanzo è occasione per gettare uno sguardo sul "mondo al contrario" della fine del millennio scorso, dove musulmani ed ebrei convivevano in pace e guardavano con preoccupazione ai barbari del Nord dalle vette della loro evoluta e pacifica civiltà mediterranea. Anche in Lo schiavo del manoscritto , dello scrittore indiano Amitav Ghosh (Einaudi, pp. 330, 9,30 euro) la civiltà islamica è al centro del racconto, ma stavolta la vicenda ruota intorno alle rotte commerciali che attraversano il Mare Arabico, e ai fitti interscambi fra la cultura islamica e quella indiana. La storia dello schiavo protagonista del libro è depositata nel manoscritto H. 6 che è stato redatto nel 1156 e ritrovato, da un ricercatore moderno, nell'antica sinagoga di Ben Ezra al Cairo. Con in mano soltanto il frammento di una lettera, il giovane ricercatore indiano si mette alla ricerca delle tracce storiche di un ignoto schiavo di novecento anni prima di cui non conosce neppure il nome, e che tuttavia gli appare come una chiave per intendere e raccontare i legami tra la sua India e l'Egitto. Senza alcuna pretesa letteraria ma pieno di interessanti riferimenti storici è invece il romanzo di Noah Gordon, uno scrittore "di cassetta" specializzato in romanzi storici. In Medicus (RL Libri, pp. 670, 4,60 euro) viene raccontato il difficile apprendistato di un guaritore inglese, che attraversa l'Europa medioevale sempre sull'orlo di una condanna per stregoneria, da cui riesce a fuggire solo grazie all'intervento di pazienti potenti che hanno bisogno della sua arte. Alla fine del viaggio approderà appunto a Baghdad, dove troverà finalmente il riconoscimento professionale e la fonte della più moderna conoscenza medica dell'epoca. Sa.Mo. 13/04/2008.

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Cultura (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-04-13 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Cultura &Tempo libero Santa Cecilia Zubin Mehta dirige la Israel Philharmonic Zubin Mehta e la Israel Philharmonic propongono la Terza Sinfonia "Eroica" e la Quinta di Beethoven a Santa Cecilia (Auditorium, viale de Coubertin, ore 21, tel. 06.8082058). Dopo 22 anni, torna all'Accademia la Israel Philharmonic Orchestra insieme al suo direttore musicale a vita. Prima di lui, l'Orchestra, fondata nel 1936 dal violinista Bronislaw Huberman che riunì insieme musicisti ebrei costretti ad abbandonare le orchestre europee per le persecuzioni antisemite, non aveva mai avuto direttori musicali stabili, ma solo dei "consiglieri musicali": William Steinberg, Leonard Bernstein, Paul Paray, Jean Martinon, e Bernardino Molinari che per oltre 30 anni fu direttore stabile dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. La Filarmonica di Israele tenne il suo concerto inaugurale a Tel Aviv il 26 dicembre 1936. Il suo nome era ancora Palestine Orchestra. Sul podio c'era Arturo Toscanini. Il programma romano del suo tour comprende le due sinfonie di Beethoven più direttamente ispirate alla figura dell'eroe protoromantico. Zubin Mehta sarà sul podio stasera per due Sinfonie di Beethoven, la Terza "Eroica" e la Quinta.

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Sul podio Gabriel Chmura, al pianoforte Bruno Canino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-04-13 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Auditorio Conciliazione Sul podio Gabriel Chmura, al pianoforte Bruno Canino L'Orchestra Sinfonica di Roma esegue all'Auditorium di via della Conciliazione (ore 17,30, tel. 0644252303), la Sinfonia n. 34 in do maggiore K. 338 di Mozart, le Variazioni Sinfoniche per pianoforte e orchestra di Franck, la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore op. 60 di Beethoven. Al pianoforte Bruno Canino (foto), sul podio l'israeliano di origine polacca Gabriel Chmura, allievo di Pierre Dervaux e Hans Swarowsky, in carriera dai primi anni '70 (dopo la vittoria al concorso "Karajan" a Berlino). Auditorio Conciliazione, ore 17,30.

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Il medico-poeta stratega di Osama (sezione: Israele/Palestina)

( da "Libero" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri 13-04-2008 Il medico-poeta stratega di Osama di GUGLIELMO SASININI Dopo Ayman Al Zawahiri continua la pubblicazione di una serie di profili dei personaggi che più stanno condizionando in senso negativo la storia dell'umanità. La prossima domenica sarà la volta di Hassan El-Turabi ex leader politico-religioso sudanese, tra i principali registi del ter rorismo islamico internazionale, amico-nemico di Osama Bin Laden Il prossimo 19 giugno il dottore compirà 57 anni, anche se a vederlo nei filmati diffusi da Al Jazeera con la lunga barba bianca da imam che gli incornicia il viso ne dimostra molti di più. Nella sua famiglia, una delle più antiche e importanti dell'alta borghesia egiziana fin dall'infanzia ha sentito parlare dei Fratelli musulmani e dell'islam politico mondiale, del ritorno alla società islamica fondata da Maometto. Per Ayman Al Zawahiri è giunto presto il tempo dello studio meticoloso del Corano, degli studi classici, della filosofia, ma anche della poesia e della psicologia. Figlio di un professore di farmacologia all'università del Cairo, il cui nonno paterno era Zawahiri di Rabià, grande imam dell'Istituto Al Azhar nonché magistrato e autore di apprezzate pubblicazioni, mentre il prozio Abdel Rahaman Azzam fu il primo Segretario della Lega Araba, Ayman non si è mai concesso una vita banale. CORANO E FILOSOFIA Il rampollo di buona famiglia, nato e cresciuto nel sobborgo di Maadi, al Cairo, è stato allevato in un ambiente permeato dall'alta strategia politica e dalle profonde conoscenze in campo religioso, il tutto condito da una solida base di razionalismo. Ma crescendo al giovane Al Zawahiri le rigide tradizioni familiari hanno iniziato ad andare strette, prosegue negli studi ma già a 14 anni frequenta il movimento Al Ikhwan al muslimun (Fratelli musulmani) il cui stemma rappresenta due spade incrociate sormontate da un Corano sotto il quale è scritta la parola araba "wa a'iddu": l'inizio del versetto 60 della sura del Bottino che recita: "Allestite forze e cavalli quando potete, per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro". Il giovane Ayman si distingue per l'impegno e l'intelligenza, studia psicologia, comportamento, farmacologia, non perde un esame, si laurea in medicina all'uni versità del Cairo nel '78, ma il ricordo di quanto è avvenuto nel '76, quando vennero firmati a Camp David gli accordi di pace tra Egitto e Israele, lo tormenta. Studia a fondo la galassia radicale egiziana, prende le distanze dai Fratelli musulmani che considera troppo accondiscendenti, e nel 1979 fonda assieme a Ismail Tantawi il gruppo Jihad dell'Egitto islamico del quale ben presto diviene il leader perseguendo il progetto di realizzare un grande Egitto islamico integralista e di eliminare il presidente Anwar Sadat, il che avviene 6 ottobre 1981. Inizia la caccia all'ala militarista della jihad egiziana, numerosi leader vengono arrestati e condannati a morte, altri trovano rifugio all'estero. Anche al Zawahairi viene arrestato e il giovane medico matura proprio nel periodo della detenzione la determinazione che non ci può essere alcuna mediazione fra la classe politica egiziana, l'islam e il panarabismo, per lui tutti i dirigenti egiziani sono asserviti agli occidentali siano essi russi o americani. I giudici non riescono a provare il collegamento diretto con l'as sassinio del presidente Sadat e quindi sono costretti a rilasciarlo. Appena esce dal carcere Al Zawahiri non passa nemmeno da casa a salutare la famiglia, fugge direttamente in Arabia Saudita, poi raggiunge l'Afghanistan dove i mujaheddin combattono contro gli occupanti sovietici. È lì che incontra Osama Bin Laden e tra i due scocca la scintilla: prima creano il Mak, Maktab Al Khadamat ossia "Ufficio di servizi", poi Osama e Ayman la sciolgono e fanno nascere Al Qaeda (la base). Il dottore diventa l'assistente spirituale di Bin Laden, il consigliere più ascoltato, lo stratega che riassume la sintesi di tutte le istanze islamiche integraliste, l'architetto che studia le articolazioni fondamentali della guerra santa mondiale, nonché il medico che si prende cura del tante malattie che affliggono il capo. Nel '90 Al Zawahiri ritorna segretamente in Egitto, si nasconde dietro molti nomi ( Abu Muhammad, Abu Fatima, Abu Abd Allah, Abd al-Muizz) per spingere la jihad egiziana su posizioni ancora più radicali, mettendo a frutto l'esperienza in Afghanistan spiega alle reclute di Al Qaeda che l'attentato suicida è la forma più sacra e più attuabile per attaccare americani, israeliani, occidentali e i leader arabi traditori. Nel '96 viene arrestato dai russi che lo accusano di reclutare terroristi jihadisti in Cecenia. Interrogato per sei mesi non apre bocca, non spiega perché sia in possesso di quattro passaporti con quattro diversi nomi e quattro diverse nazionalità. Le verifiche non approdano a nulla, così viene rilasciato al confine con l'Azerbaigian. Nel novembre '97 Al Zawahiri organizza il massacro di 62 turisti stranieri nella città egiziana di Luxor e viene condannato a morte in contumacia. Riappare nel '98 quando annuncia ufficialmente in qualità di membro anziano della Shura (il Consiglio di Al Qaeda) che le organizzazioni della jihad islamica egiziana si sono fuse con la "base" di Bin Laden, quindi emette la sua prima fatwa dal titolo "Il fronte islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati", un passo fondamentale per ampliare la guerra del terrore su scala globale. Intanto il "dottore" ricorren do a tutte le tecniche di convincimento psicologico sta preparando il "grande esordio" dell'11 settembre 2001. Quattordici giorni dopo l'attacco al World Trade Center e al Pentagono l'Fbi emette un ordine di arresto e lo inserisce su esplicita richiesta di Bush nella lista dei maggiori ricercati internazionali. Ma Al Zawahiri, così come bin Laden, è introvabile. Nel dicembre 2001 pubblica il libro "Cavalieri sotto la bandiera del Profeta" la summa dell'ideologia qaedista-jahdista che diventa l'in separabile vademecum di ogni terrorista islamico. Il 3 dicembre 2001 l'aviazione americana colpisce un insieme di caverne vicino Jalalabad, nei bombardamenti muoino la moglie Azza e i suoi tre figli ma di lui non c'è traccia. Nel maggio del 2004 i caccia americani bombardano l'area tribale montagnosa al confine pakistano-afghano, ma né Bin Laden né Al Zawahiri vengono individuati. Qualche giorno dopo la rete televisiva Al Jazeera trasmette un video in cui si vedono i due passeggiare tranquillamente. LA VOCE DI BIN LADEN Il 13 gennaio 2006 un nuovo attacco aereo su Damadola, un villaggio pakistano nei pressi della frontiera afghana dove è data per certa la presenza la sua presenza, si conclude con un massacro di donne e bambini . Il dottore passa alla controffensiva mediatica, dal 2003 a oggi ha fatto 50 interventi televisivi per lanciare appelli alla jihad, preannunciare nuovi attacchi o rivendicarli, come quello alla metropolitana di Londra, definisce George Bush "il macellaio di Washington", si congratula coi mujaheddin algerini e iracheni che hanno messo a segno centinaia di attentati suicidi, esprime tutto il suo sostegno ad Hamas e agli Hezbollah, dichiara che "il movimento avanza e Osama sta bene a dispetto delle false notizie che lo vogliono gravemente malato". Incita i musulmani a combattere Israele, Stati Uniti, Occidente e ad aiutare in tutti i modi l'islam militante, esentando dalla jihad solo chi non ha abbastanza fondi da lasciare a mogli e figli. Ayman Al Zawahiri ha indossato i panni del politico, del custode dell'orto dossia qaedista, dello stratega, del consigliere militare, sta per pubblicare un secondo libro dedicato alle Talaeh al-Fath (le avanguardie della conquista) la sua luce è così abbagliante da rendere sempre più credibile il sospetto che sia lui il riferimento di Al Qaeda. CHI È COLTO Nato al Cairo il 19 giugno 1951 da una famosa famiglia egiziana che vanta magistrati e medici come lui, Ayman Al Zawahiri è anche autore di diverse pubblicazioni e poeta. Parla, oltre all'arabo, il francese e un fluente inglese. FEDELISSIMO Ufficialmente è il numero due di Al Qaeda, ma in realtà sarebbe il vero capo della "Base". Dal 1998 al fianco di Osama Bin Laden come "luogotenen te", è anche il medico personale dello sceicco del terrore. Con tutta probabilità si nasconde nelle valli fra Afghanistan e Pakistan. Salvo per uso personale è vietato qualunque tipo di riproduzione delle notizie senza autorizzazione.

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Il blog ebraico di Obama (sezione: Israele/Palestina)

( da "Libero" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri 13-04-2008 Il blog ebraico di Obama Barack Obama ha aperto un blog in ebraico destinato al pubblico israeliano. Il blog conferma l'impegno del senatore in favore della sicurezza dello stato ebraico. La decisione giunge poco prima delle primarie del 22 aprile in Pennsylvania. Nello Stato vi sono molti ebrei e il loro voto avrà un peso nella scelta fra Obama e Hillary. Salvo per uso personale è vietato qualunque tipo di riproduzione delle notizie senza autorizzazione.

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Sderot e l'incubo della sirena Ogni giorno razzi e bombe da Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Tempo, Il" del 13-04-2008)

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Stampa Gli abitanti della città israeliana al confine con la Striscia hanno 20 secondi per non morire Sderot e l'incubo della sirena Ogni giorno razzi e bombe da Gaza Fabio Perugia f.perugia@iltempo.it SDEROT Venti secondi per non morire. Un improvviso sibilo che arriva dal cielo, sopra la testa, e il corpo che si accascia dietro l'auto, o sotto il banco di una scuola. Poi un tonfo e la polvere che si alza assieme alle urla, a volte lontane due isolati a volte vicine mezzo metro. Sderot, cronaca di una normale domenica di primavera. La cittadina israeliana dista un chilometro dalla striscia di Gaza. Basta alzare gli occhi per vedere il confine. Qui, dal 2001, piovono ogni giorno i missili Qassam lanciati dai terroristi che si nascondono tra la popolazione palestinese. Fino a oggi ne sono stati scagliati più di 4.500; dal giorno del ritiro israeliano dalla Striscia il numero di lanci è aumentato di sei volte. Ma la gente non vuole abbandonare la propria terra. Dal 2002 il numero degli abitanti è cresciuto. Sderot è una piccola cittadina di 20.000 anime. Le case sono fatte di cartongesso e poche hanno una stanza antimissile. Per strada non ci sono cabine telefoniche, ma rifugi. Poco commercio, pochi soldi. Molte famiglie vivono di tzedakà (giustizia sociale), una forma di solidarietà economica tipica della tradizione ebraica. Pochissimo turismo. C'è un centro commerciale con una piazza e tutt'intorno palazzi di quattro piani al massimo. La gente, sotto il sole afoso del Medioriente, sembra vivere la propria vita evitando di pensare che da un momento all'altro potrebbe suonare ancora. è la sirena l'incubo degli abitanti di Sderot. Un urlo rosso e improvviso in pieno giorno, o nel sonno, o durante la preghiera, annuncia l'arrivo di un altro Qassam, che dopo venti secondi colpisce. Il Qassam è molto più piccolo di un missile Katyusha, sembra quasi un giocattolo ma può uccidere. "Non sai mai quando potrà capitare di vedertelo addosso", racconta una signora dentro la sua casa di pietra. Suo figlio ha un braccio ingessato e dorme su un passeggino. "Noi siamo stati fortunati", racconta. "Può accadere per strada, a scuola o mentre mangi. Non hai neanche il tempo di ripararti perché dopo venti secondi dalla sirena c'è l'impatto. Sono anni che ci lanciano missili". E non c'è un criterio. Un giorno ne piovono dieci, un altro tre, poi per tre giorni non arriva nulla, e poi si ricomincia: tredici, due, cinque, sei, uno. C'è chi è convinto non ci sia un criterio, altri la pensano diversano: "C'è una strategia ben precisa", spiega il proprietario di un ristorante che si affaccia su una delle strade principali di Sderot. "Non possiamo proteggerci e questo ci fa venire il panico, viviamo nell'incertezza, nella paura". L'obiettivo è terrorizzare, per questo non c'è criterio nel lancio dei Qassam. La gente è ferita nell'anima, subisce continui shock. Anche ai più forti, alla fine, cedono i nervi. In cima a una collina, a dieci minuti a piedi dalla piazza principale, i bambini studiano in classe. Una delle maestre racconta il suo dramma: "La maggior parte di questi ragazzi ha problemi psicologici dovuti al suono della sirena. I sintomi sono tanti: dalla pipì a letto, al rifiuto di dormire soli o di andare a scuola. Sono sempre sotto pressione. Vedono la gente morire o restare senza una gamba. Sanno che i missili possono arrivare in ogni momento, ma non si sa da dove". Secondo uno studio del Natal, il Centro israeliano per le vittime del terrore e della guerra, il 75 per cento dei bambini di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi di stress post-traumatico. Nonostante la paura di non farcela Sderot continua a vivere. Qui solo il 10 per cento degli abitanti ha lasciato definitivamente la città.

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L'accusa: volevano far saltare un edificio governativo Hanno confessato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'accusa: volevano far saltare un edificio governativo "Hanno confessato" [FIRMA]FRANCESCO SISCI PECHINO La Cina è decisa a mostrare la sua versione della vicenda tibetana e provare che i suoi nemici non sono monaci pacifici in cerca di libertà religiosa, ma terroristi che cercano di rompere l'unità del Paese. L'agenzia Nuova Cina ieri ha scritto che nove monaci lamaisti sono stati arrestati perché accusati di avere tentato di far saltare con una bomba un edificio governativo il 23 marzo. Il capo del gruppo era un prete di alto grado del monastero di Tongxia, nella città di Gyanbe, nella regione autonoma del Tibet. Non è chiaro se la bomba abbia provocato danni o vittime, ma secondo l'agenzia tutti e nove hanno confessato. Gruppi di militanti tibetani avevano condotto azioni di guerriglia nella regione fino agli anni '70. Sempre ieri la Nuova Cina ha pubblicato un lungo dispaccio dedicato al Congresso dei giovani tibetani accusato di essere un gruppo terrorista. "La polizia - scrive l'agenzia - recentemente ha trovato nelle residenze di alcuni lama in Tibet 178 armi da fuoco, 13.013 pallottole, 359 spade, 3.504 chili di dinamite, 19.360 detonatori e due bombe a mano". Della questione tibetana ieri ha parlato per la prima volta il presidente Hu Jintao: "Il nostro conflitto con la cricca del Dalai non è un problema etnico, non è un problema religioso, né un problema di diritti umani - ha detto - è un problema di mantenere l'unità nazionale o spaccare la madrepatria". Hu ha poi detto che la Cina è pronta a incontrare il Dalai Lama purché lui smetta di cercare di "spaccare la madrepatria", "incitare la violenza" e "rovinare le olimpiadi di Pechino". Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio delle Olimpiadi, non chiede l'indipendenza del Tibet ma una larga autonomia. Secondo persone a lui vicino in realtà il Dalai sarebbe disponibile a ulteriori concessioni. Il problema da parte cinese però sembra essere i suoi rapporti e la "copertura politica" che lui offre a gruppi più militanti che chiedono l'indipendenza del Tibet. Hu ha sottolineato l'impegno attuale e futuro della Cina per le riforme "che hanno reso possibile lo sviluppo veloce degli ultimi 30 anni e hanno la chiave del futuro sviluppo cinese". Ieri Hu ha avuto un incontro storico con il vice presidente di Taiwan Vincent Siew. Si tratta del primo colloquio ufficiale fra vertici politici di Pechino e di Taipei dal 1949, quando il partito comunista conquistò tutta la Cina e gli sconfitti del partito nazionalista, Kmt, si rifugiarono sull'isola di Taiwan. In questo che è simbolicamente un primo passo per la riunificazione non si sono discussi elementi concreti, quali i voli, trasporti e telecomunicazioni diretti. Ma è significativa la coincidenza dell'appuntamento ieri e della denuncia contro il terrorismo tibetano. Il Kmt, di cui fa parte Siew, è stato per oltre 70 anni la colonna della politica americana in Asia, ed anche oggi ha rapporti privilegiati a Washington, secondi solo a quelli di Israele.

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Gli ebrei della foresta (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

700 La storia GLI ANTENATI L'ipotesi è che discendano dai Levi di Contaman, villaggio nel cuore selvaggio del Perù Gli ebrei della foresta Credevano di essere indios dell'Amazzonia peruviana invece erano figli della Diaspora e Israele li ha accolti La terra degli avi Kali, 63 anni ora vive vicino a Tel Aviv e lavora in una fabbrica di cartone indios arrivati in Israele nel 2007 Il grande fiume Ricorda ancora Iquitos, la sua città natale, il mercato e il profumo di spezie FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME Kali siede sul divano verde ricevuto in dono da Tzipi Kauffman, l'insegnante che un anno fa l'ha "adottata" insieme al marito Gabriel e ai tre figli. Un balconcino senza fioriere si affaccia sulla città arabo-israeliana di Ramla, 63 mila abitanti, venti chilometri a Nord di Tel Aviv. "È la mia terra", dice la quarantacinquenne Kali abbassando lo sguardo come una bambina: il pavimento è coperto da un tappeto di lana a disegni rossi e viola tessuto a mano a Iquitos, unico centro civilizzato sul Rio delle Amazzoni, in Perù. Kali Mussiah è nata lì, nella foresta pluviale, primogenita d'una coppia dalla pelle ambrata, le labbra carnose, gli occhi allungati uguali ai suoi. È cresciuta in un'abitazione di legno con il tetto rivestito da foglie di yirapay, una palma locale, e la veranda ritagliata tra mangrovie e banani come in un romanzo di Vargas Llosa. Ora vive qui. Nel 2007 settecento indiani sudamericani di origine ebraica hanno sfidato il futuro per fare "aliyah": sono tornati nella Terra degli avi, Erez Israel. "Siamo fieri di loro, compensano i nostri connazionali in fuga", osserva Khanoch Tzamir, dirigente dell'ufficio immigrazione di Ramla. Nel 2007 trentamila israeliani hanno lasciato il Paese e i nuovi venuti sono scesi da 20.050 a 18.753. Kali Mussiah Kusta Publisi è andata a scuola, si è sposata, ha avuto tre bambini, ignorando di essere ebrea: "A Iquitos sono tutti cattolici. Un giorno arrivò una famiglia ebrea, gli Aderi. Mio padre passava davanti al loro bazar e diceva "Ola Messia". Fu il signor Aderi a riconoscere i caratteri ebraici sulla tomba del nonno materno, Kusta. Il cognome Mussiah deriva dal biblico mashiah". Storia o leggenda, Kali e i suoi la accolsero come propria e impararono a recitare i salmi, osservare lo shabbat, bere la Inka Cola "khoserizzata" a Lima. "Gli Aderi ci hanno introdotto alla tradizione, ma è stato il rabbino Bronstain ad aiutarci", continua Begi, 20 anni, interrompendo mamma Kali. Se lo ricorda Bronstain. Cappello nero, riccioli lungo il volto, accento newyorkese, sbarcò a Iquitos nel 2004 con due colleghi, un cileno e un argentino, e convertì oltre un migliaio di persone utilizzando il lago Kistocoche per il mikwe, il bagno rituale della purificazione. Kali mostra orgogliosa il diploma dell'Ulpan, il corso d'ebraico che Israele assicura gratis ai nuovi ebrei assieme alla cittadinanza, al sostegno finanziario, a una famiglia "adottiva" che accompagni l'integrazione. Non dimentica le acque impetuose del Rio Ucayali e il mercato invaso dai curanderos, i medici sciamani. Ci ha messo un po' a preparare "omelette de verdura y cervina frita", omelette e pesce fritto, come faceva a Iquitos. Ma la nuova vita le piace. Non si preoccupa di essere l'erede della tribù perduta dell'Israele di re Salomone dispersa dagli Assiri: "In Amazzonia non esistono archivi, la mia fede non è un numero di serie". Un'esigua minoranza dei candidati che ogni anno si presenta all'ufficio immigrazione di Tel Aviv vanta credenziali ebraiche: non lo sono gli Ibo della Nigeria come non lo erano i Falashmura etiopi arrivati negli anni 80. La questione è più complicata di quanto immagini Kali, che ha assimilato la storia degli ebrei marocchini approdati in Amazzonia 150 anni fa per commerciare la gomma. Israele ha bisogno d'immigrati per contrastare la minaccia demografica degli arabi. Lo scorso anno il tribunale di Ramla ha condannato l'inviato dell'Agenzia ebraica in Venezuela, Ilan Arkiteker, per il via libero a 200 venezuelani dalle origini sconosciute. Kali fa la colf nella fabbrica di cartone in cui lavora il marito Gabriel. Guadagnano il necessario per pagare 420 dollari d'affitto e la scuola dei figli. A Iquitos una casa costa 27 dollari, ma mancano le radici. Secondo il rabbino Elihau Avichail, che nel '79 ha fondato il gruppo Avichal (Il mio popolo ritorna), gli ebrei dell'Amazzonia discendono dai Levi di Contaman, un villaggio nel cuore selvaggio del Perù. Nipoti spurii come Kali, Gabriel e i loro bambini, il magazziniere Aldo Hocmin e la moglie Angelica, baby sitter. Figli di un Dio minore, ma pur sempre israeliani doc.

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"Giornalismo malato di gossip" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 13-04-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Saper ascoltare consente di trovare le notizie, per essere un buon reporter bisogna liberarsi dai propri preconcetti, Internet è uno strumento in più per cercare la migliore versione della verità: è questa la ricetta degli scoop che arriva da Carl Bernstein, classe 1944, che assieme a Bob Woodward consentì al Washington Post di svelare il Watergate, lo scandalo che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Bernstein è a Perugia per il Festival del giornalismo internazionale e durante una pausa dei lavori ha spiegato ai lettori de La Stampa il metodo di lavoro che lo distingue. Cosa suggerisce ad un giovane che vuole diventare giornalista. Qual è il segreto per essere un buon reporter? "Essere un buon reporter significa saper trovare e scrivere la migliore versione della verità sui singoli eventi". Quali le difficoltà? "Innanzitutto il fatto che si tratta di un approccio che con il tempo ha perso valore e importanza. Trovare la miglior versione della verità significa non andare a caccia di farfalle ma parlare con tanta gente, essere persistenti, saper ascoltare ciò che gli altri stanno dicendo e non farsi sedurre dall'idea che il giornalismo sia fatto di controversie e polemiche costruite a tavolino. Gossip e sensazionalismo stanno diventando una tendenza di massa ostacolando la ricerca della verità". Perché ritiene che sia importante saper ascoltare? "Per il semplice motivo che nella gran parte dei casi le persone parlano dicendo cose interessanti e, sapendole ascoltare, si ottengono notizie di valore, anche se spesso sono diverse da quelle che si stanno cercando". Ci faccia qualche esempio. "Quasi ogni storia che ho trovato si è rivelata diversa da quanto avevo iniziato a cercare. Sono stati i fatti a portarmi altrove. Ciò che io avevo immaginato come vero si è rivelato spesso un buon punto di partenza ma poi sono andato avanti su altre strade. Ad esempio nel caso dello scandalo del Watergate, all'inizio pensavo che poteva esserci la Cia dietro la vicenda di spionaggio ai danni dei democratici ma se fossi rimasto fermo su questa mia convinzione non avrei scoperto nulla. Non immaginavo che altre persone avrebbero potuto essere coinvolte, come invece poi scoprii. Numerose storie diventano diverse da come le pensiamo all'inizio. I preconcetti non aiutano ad essere dei buoni giornalisti". E l'antitodo qual è? "Far parlare i protagonisti di una vicenda ed ascoltare ciò che dicono. È questo il momento in cui si ottengono i tasselli di una singola notizia. Si può rimanere molto sorpresi da ciò che si ascolta ma si scoprono le notizie esclusive. Ricordo ad esempio che quando lavoravo per Abc News trovai la notizia relativa al fatto che Stati Uniti, Cina, Egitto e Pakistan avevano creato un'alleanza segreta per armare i mujaheddin in Afghanistan contro l'Armata Rossa sovietica. Ma in realtà stavo cercando tutt'altro, seguivo la pista della controguerriglia in Nicaragua. Stavo parlando con una persona, gli chiesi del Nicaragua e mi sentii rispondere che non aveva fatto mente locale sull'argomento perché era reduce da una riunione nella quale si era discusso molto intensamente su cosa fare per aiutare i ribelli afghani. Lo ascoltai, mi resi conto che stava dicendo qualcosa di interessante e iniziai così a lavorare su una notizia della quale si parlò poi molto. Ecco perché ogni volta che parlo con qualcuno mi chiedo se l'ho ascoltato veramente, se gli ho dato la possibilità di parlare. Alla fine dei conti essere un buon reporter significa sapere usare il buon senso". L'errore da evitare? "La mia esperienza, sovrapposta all'osservazione di quanto hanno fatto molti miei colleghi, è che molto spesso i cronisti arrivano di fronte ad una persona con una domanda o al massimo due per provocare una risposta che già immaginano al fine di scatenare la polemica desiderata. In questa maniera si ottiene una dichiarazione che fa sensazione, si corre al proprio tavolo e si scrive la storia che si voleva fare sin dall'inizio. Ma non riusciamo ad avere la migliore versione della verità". Lei ha collezionato scoop e popolarità con la carta stampata ma ha anche creato il sito di informazione Voter.com. Quale equilibrio è possibile fra Internet e giornali? "In Nordamerica e in senso più lato nel mondo anglosassone siamo più avanti nello sviluppo di Internet in combinazione con la carta stampata rispetto al giornalismo mediterraneo, in Francia, Italia e Spagna, dove prevale ancora in maniera considerevole la carta stampata con analisi, retroscena e costume che assomigliano spesso all'informazione televisiva. Premessa tale differenza, tanto nel più disciplinato mondo anglosassone che in quello mediterraneo, più ibrido, si sta facendo ugualmente largo un massiccio uso di Internet che ripropone sul web la ricerca da parte dei reporter della migliore possibile versione della verità". Il web aiuta o nuoce ai reporter? "Il web è una grande opportunità per i reporter perché gli offre un nuovo spettro di risorse, creando delle alternative alle risorse istituzionali". Internet come sta cambiando l'approccio dei lettori? "Internet è una grande opportunità per i lettori, che possono crearsi i propri giornali, ponderati sulle rispettive preferenze. Chi ad esempio si interessa al Medio Oriente può decidere di visitare prima il sito del quotidiano israeliano Haaretz poi quello della tv araba al-Jazeera e quindi di leggere cosa scrive l'arabista di un quotidiano britannico. In questa maniera ogni lettore si costruisce il suo giornale, basato sulla propria gerarchia di interessi. Il giornale tradizionale sopravviverà ma sarà in equilibrio con queste nuove realtà editoriali. Sono gli albori di una vera rivoluzione".

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