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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA: Se scoppia l’intelligenza” |
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tARTICOLI DEL 13-4-2008 #TOP
La crescente influenza degli
ebrei ultraortodossi all’interno di Israele, ed in generale il progressivo
affermarsi del fondamentalismo religioso nell’area israelo-palestinese, non
lasciano certamente ben sperare per il futuro del processo di pace – sostiene
Raja Kamal, professore di origini libanesi che insegna all’Università di
Chicago
All’improvviso,
dopo una fase di stallo, il Medio Oriente sta assistendo ad un turbine di
attività per stimolare una risoluzione del lungo conflitto israelo-palestinese.
Il presidente George W. Bush, il vicepresidente Dick Cheney e il segretario di
Stato Condoleezza Rice, hanno attraversato in lungo e in largo la regione
sperando di rianimare il processo di pace. Finora, questi sforzi si sono
risolti in poco più di una esibizione di buone intenzioni e di foto di
circostanza. L’accordo definitivo tra israeliani e palestinesi si sta dimostrando
un obiettivo sfuggente. In realtà, molti credono che la mancanza di una
leadership efficace su entrambi i fronti stia portando ad una situazione di
stallo. Tuttavia vi possono essere anche cause demografiche, raramente
analizzate.
In
molti scrivono a proposito della mancanza di progressi legata all’inefficacia
del presidente palestinese Mahmoud Abbas e del primo ministro israeliano Ehud
Olmert. Abbas non ha alcun potere reale su Gaza, ma è anche sopraffatto dalla
politica interna e dalle sfide economiche in Cisgiordania. Olmert è
particolarmente impopolare. Tuttavia, per il momento, la sua debolezza è anche
la sua forza. Gli israeliani sono consapevoli del fatto che un ‘alternativa
come il leader del Likud Benjamin Netanyahu, potrebbe infiammare e inasprire
ulteriormente un situazione già molto tesa. Pertanto nel breve periodo Olmert
resisterà.
La
mancanza di progressi può anche essere in parte dovuta ad alcuni cambiamenti
demografici a lungo termine che si stanno verificando all’interno di Israele.
Sia i palestinesi che gli israeliani sembrano abbracciare principi sempre più
religiosi nel formulare le loro reciproche politiche. Ma forse, ancora più
allarmante è il fatto che questo fervore può trovare fondamento nei cambiamenti
demografici che si stanno verificando in Israele. Questi cambiamenti potranno
rivelarsi la sfida più difficile per i responsabili politici che cercano di
trovare una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese.
In
Israele sono due i fattori demografici che influenzano le politiche del
governo: la crescita delle fasce ultra-ortodosse della popolazione e
l’emigrazione di scienziati, studiosi e ricercatori.
L’alta
natalità tra gli Haredi, ovvero gli ebrei ultra-ortodossi, sta facendo aumentare
il loro peso politico. Secondo le statistiche del governo israeliano, la
comunità degli Haredi raggiunge la media di 7,6 figli per donna, quasi tre
volte il tasso di crescita della popolazione nel suo complesso. Questo dà ai
partiti religiosi una rappresentanza sproporzionata nel governo. Nel panorama
politico frammentato tipico di Israele, è possibile per un piccolo partito
religioso esercitare pressioni su un governo relativamente debole. Ad esempio,
recentemente, Olmert ha deciso di ampliare l’insediamento di Givat Zeev a nord
di Gerusalemme. La sua decisione è stata il risultato di pressioni da parte del
partito religioso Shas, un alleato di destra della coalizione, che aveva
minacciato di abbandonare il governo Olmert determinandone la caduta.
I
demografi si aspettano una crescita continua di questo segmento della
popolazione israeliana che è incline a votare per la destra religiosa. Il suo
aumento demografico nel corso dei prossimi decenni darà alla destra religiosa
ancora più potere sulle politiche regionali israeliane. Eppure, questo fenomeno
è condiviso, oltre che dalla destra religiosa in Israele, anche da Hamas a
Gaza, e da Hezbollah in Libano, così come altrove nel mondo. La prospettiva di
avere dei politici “religiosi” su entrambi i fronti del conflitto, che
definiscano gli obiettivi politici appoggiandosi ai propri libri sacri, è
scoraggiante.
Oltre
agli elevati tassi di natalità tra la popolazione israeliana
ultraconservatrice, Israele si trova di fronte ad un’emigrazione senza precedenti
di scienziati, studiosi e ricercatori - molti dei quali sono tendenzialmente
laici.
Il
professor Dan Ben-David dell’Università di Tel Aviv stima che Israele abbia
perso una percentuale molto elevata degli studiosi di punta del paese..
Ben-David ha rilevato che l’esodo è legato al fatto che gli stipendi israeliani
sono relativamente bassi ed i finanziamenti destinati alla ricerca sono scarsi.
Egli ritiene inoltre che “le guerre infinite e l’incessante terrorismo hanno
determinato un grande costo umano, nonché un costo psicologico”. Gli studiosi
israeliani che risiedono negli Stati Uniti ammontano a circa il 25 % di tutti
gli studiosi di nazionalità israeliana. Mentre la fascia più istruita della
società israeliana secolarizzata risponde alle crescenti pressioni
trasferendosi all’estero, la destra religiosa continua ad espandersi in patria.
Storicamente,
Israele ha sempre manifestato preoccupazione per la crescita della popolazione
degli arabi israeliani, e per la minaccia all’identità ebraica dello stato che
essi rappresenterebbero. Anche se questa resta una questione saliente, la
crescente deriva religiosa del dibattito politico all’interno della comunità
ebraica è un’altra conseguenza del cambiamento demografico. Queste tendenze
indicano che il tempo potrebbe non essere dalla parte dei mediatori di pace.
Con l’estremismo religioso in aumento, i nuovi quadri politici saranno meno
inclini al compromesso.
Se
la religione prende il sopravvento nel plasmare il dibattito politico in Medio
Oriente, diventerà un ostacolo per la pace. Viste le tendenze demografiche, il
raggiungimento di un accordo è urgente adesso. Domani potrebbe essere troppo
tardi.
Raja Kamal è
preside associato per lo sviluppo delle risorse presso la Harris School for
Public Policy Studies dell’Università di Chicago
Titolo originale: More religion makes
peace less likely
Eros
a Tel Aviv, l'outing del dongiovanni Amos Oz
( da "Unita,
L'" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: dello scrittore israeliano Eros a Tel Aviv, l'outing del dongiovanni Amos Oz di Maria Serena Palieri Alle soglie dei settant'anni (è nato a Gerusalemme nel 1939), Amos Oz fa outing: ha sempre girato per festival letterari contornato da un'aura di uomo che ama le donne, ed ecco che protagonista di questo suo nuovo libro è un seduttore.
In
autostop portava parole di pace ( da "Giornale.it, Il"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: parte dal capoluogo lombardo in autostop: destinazione Israele e Palestina. La donna, 33 anni, accompagnata dalla collega Silvia Moro, è vestita da sposa. Il suo obiettivo è portare un messaggio di pace e apertura attraverso 11 Paesi che hanno subito guerre. 31 MARZO Alle 10.45 la donna spedisce l'ultimo sms.
La
violenza in contesti difficili Aiuti e suggerimenti alle donne
( da "Stampa,
La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ISRAELE, TORINO La violenza in contesti difficili Aiuti e suggerimenti alle donne "Violenza di genere in contesti difficili. Palestina, Israele, Torino": è questo il titolo del progetto di ricerca, organizzato dal Cirsde, che verrà presentato martedì 15, alle 17, presso la sala lauree di Scienze Politiche in via Verdi 25.
Obama
amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele
( da "Liberazione"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: del candidato alla nomination democratica per contrastare le voci che lo vogliono filoarabo e anti-israeliano Obama amico dei palestinesi? Blog in ebraico per calmare Israele Stefania Podda Non l'aveva mai fatto nessuno, ma nessuno ne ha più bisogno di lui. Lo accusano di essere ostile ad Israele, di voler dialogare con l'Iran e con Hamas, di essere smaccatamente filopalestinese.
Storie
del mondo al contrario ( da "Liberazione"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Comincia così Viaggio alla fine del millennio , dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua (Einaudi, pp. 375, 9,70 euro) che racconta la storia del viaggio di Ben-Atar in cerca del nipote Raphael Abulafia, suo socio in affari, che fino a un paio di anni prima aveva venduto con profitto la merce dello zio in Francia.
Cultura
( da "Corriere
della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Tempo libero Santa Cecilia Zubin Mehta dirige la Israel Philharmonic Zubin Mehta e la Israel Philharmonic propongono la Terza Sinfonia "Eroica" e la Quinta di Beethoven a Santa Cecilia (Auditorium, viale de Coubertin, ore 21, tel. 06.8082058). Dopo 22 anni, torna all'Accademia la Israel Philharmonic Orchestra insieme al suo direttore musicale a vita.
Sul
podio Gabriel Chmura, al pianoforte Bruno Canino
( da "Corriere
della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Al pianoforte Bruno Canino (foto), sul podio l'israeliano di origine polacca Gabriel Chmura, allievo di Pierre Dervaux e Hans Swarowsky, in carriera dai primi anni '70 (dopo la vittoria al concorso "Karajan" a Berlino). Auditorio Conciliazione, ore 17,30.
Il
medico-poeta stratega di Osama ( da "Libero"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele, lo tormenta. Studia a fondo la galassia radicale egiziana, prende le distanze dai Fratelli musulmani che considera troppo accondiscendenti, e nel 1979 fonda assieme a Ismail Tantawi il gruppo Jihad dell'Egitto islamico del quale ben presto diviene il leader perseguendo il progetto di realizzare un grande Egitto islamico integralista e di eliminare il presidente Anwar Sadat,
Il
blog ebraico di Obama ( da "Libero"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: 2008 Il blog ebraico di Obama Barack Obama ha aperto un blog in ebraico destinato al pubblico israeliano. Il blog conferma l'impegno del senatore in favore della sicurezza dello stato ebraico. La decisione giunge poco prima delle primarie del 22 aprile in Pennsylvania. Nello Stato vi sono molti ebrei e il loro voto avrà un peso nella scelta fra Obama e Hillary.
Sderot
e l'incubo della sirena Ogni giorno razzi e bombe da Gaza
( da "Tempo,
Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: dal giorno del ritiro israeliano dalla Striscia il numero di lanci è aumentato di sei volte. Ma la gente non vuole abbandonare la propria terra. Dal 2002 il numero degli abitanti è cresciuto. Sderot è una piccola cittadina di 20.000 anime. Le case sono fatte di cartongesso e poche hanno una stanza antimissile.
L'accusa:
volevano far saltare un edificio governativo Hanno confessato
( da "Stampa,
La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ma è significativa la coincidenza dell'appuntamento ieri e della denuncia contro il terrorismo tibetano. Il Kmt, di cui fa parte Siew, è stato per oltre 70 anni la colonna della politica americana in Asia, ed anche oggi ha rapporti privilegiati a Washington, secondi solo a quelli di Israele.
Gli
ebrei della foresta ( da "Stampa, La"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: erano figli della Diaspora e Israele li ha accolti La terra degli avi Kali, 63 anni ora vive vicino a Tel Aviv e lavora in una fabbrica di cartone indios arrivati in Israele nel 2007 Il grande fiume Ricorda ancora Iquitos, la sua città natale, il mercato e il profumo di spezie FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME Kali siede sul divano verde ricevuto in dono da Tzipi Kauffman,
"Giornalismo
malato di gossip" ( da "Stampa, La"
del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: può decidere di visitare prima il sito del quotidiano israeliano Haaretz poi quello della tv araba al-Jazeera e quindi di leggere cosa scrive l'arabista di un quotidiano britannico. In questa maniera ogni lettore si costruisce il suo giornale, basato sulla propria gerarchia di interessi. Il giornale tradizionale sopravviverà ma sarà in equilibrio con queste nuove realtà editoriali.
( da "Unita, L'" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando
l'edizione del IL ROMANZO "La vita fa rima con la morte", nuovo libro
(con sorpresa) dello scrittore israeliano Eros a Tel Aviv, l'outing
del dongiovanni Amos Oz di Maria Serena Palieri Alle soglie dei settant'anni (è
nato a Gerusalemme nel 1939), Amos Oz fa outing: ha sempre girato per festival
letterari contornato da un'aura di uomo che ama le donne, ed ecco che
protagonista di questo suo nuovo libro è un seduttore. Di più, è come
lui uno scrittore, ed è un uomo sul quale il corpo femminile esercita
un'attrattiva indefessa, lo incontri, questo corpo, nella realtà così come esso
fiorisca nella sua immaginazione. È un quarantacinquenne per il quale uno slip
un po' storto tradito, sul didietro della cameriera di un bar, dalla gonna
attillata, ma anche una vampa cremisi da timidezza che appare sul collo di una
ammiratrice, possono costituire il clic per nuove storie da inventare. E che,
poi, pratica in genere con il mondo un rapporto che è di curiosità famelica,
vampirismo e ammaliamento. Appunto, l'Eros. La vita fa rima con la morte (trad.
Elena Loewenthal, pp.106, euro 10, Feltrinelli) è uno strano, rapido e
affascinante libro con cui Oz spariglia le aspettative di noi lettori. Ci
aspettavamo un libro ben radicato nella storia e nella tragica luminosità di Israele, come La scatola nera o Una storia di amore e di
tenebra? Ci aspettavamo che Oz mettesse in scena la storia di un'altra delle
sue parossistiche coppie coniugali, come in Conoscere una donna o Michael Mio?
Oz, invece, qui ci racconta una notte che il suo scrittore trascorre per le
strade metropolitane di una calda Tel Aviv, da solo ma accompagnato da
personaggi e storie che l'immaginazione gli apparecchia. Volendo trovare un
antecedente, nella produzione di Oz, viene in mente Lo stesso mare, il romanzo
dove il narratore stesso entra in scena da arbitro della vicenda. Diretto al
Centro culturale dove è previsto presenti un suo libro, lo
"Scrittore" si anticipa mentalmente le domande che gli arriveranno
dal pubblico - sempre quelle... - e si siede in un caffè per programmare le
risposte. Qui lo sguardo gli cade su quello slip asimmetrico della ragazza che
lo serve e, sull'onda del desiderio, presta a questa un nome, Riki, e una
love-story, immagina cioè una sua tre-giorni di sesso con un portiere della
squadra Bne Yehudah. La maratona erotica, che Oz analizza nel dettaglio,
trascina con sé un altro personaggio, Lucy, ragazza arrivata seconda a un
concorso per miss bikini, con cui la star dello sport soppianta Riki. Poi,
altre propaggini dell'immaginazione lo Scrittore le trova nella sala, nel
ragazzino corrucciato seduto in fondo, cui affibbia il nome di Yuval Dahan e
un'attività di aspirante poeta così come nella signora massiccia che ribattezza
Miriam La Nehurai e per cui prefigura che seduca il giovane Yuval. Ma, da due
versi citati dal facondo responsabile della Casa della Cultura, prende corpo
anche un vecchio poeta fuori moda, Zofonia Beit Halachmi. E, soprattutto,
prende corpo in senso letterale Ruchale Reznik, la ragazza un po' agée
incaricata di leggere brani del suo romanzo e che, per via di quel collo che le
si arrossa, diventerà protagonista di una vera-finta notte d'amore, con baci,
carezze, fremiti, gemiti. Oz non ci aveva ancora mai mostrato in piena luce
questa sua vocazione e questo suo talento erotico narrativo. Certo, ritorna in
mente quel capitolo di Una storia d'amore e di tenebra in cui rendeva omaggio a
un nonno cui le donne erano piaciute fino in tardissima età e che perciò,
notava, di donne ne aveva avute fino in extremis. Perché qui ha fatto outing?
Ovvio, perché si è divertito a farlo, e questo il romanzo lo comunica. Si è
divertito a mettersi in scena come un dongiovanni dei nostri tempi, che non ne
perde una e va, istintuale e un po' goffo, alla carica. Ma forse ha voluto
dirci come eros, e gaiezza del vivere, convivano nel suo Paese con la tragedia
quotidiana. Ecco, il titolo del romanzo andrebbe rivoltato: la morte c'è, ma fa
rima con la vita.
( da "Giornale.it, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 89 del 2008-04-13
pagina
( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
RICERCA SU
PALESTINA, ISRAELE, TORINO La violenza in contesti
difficili Aiuti e suggerimenti alle donne "Violenza di genere in contesti
difficili. Palestina, Israele, Torino": è questo il titolo del progetto di ricerca,
organizzato dal Cirsde, che verrà presentato martedì 15, alle 17, presso la
sala lauree di Scienze Politiche in via Verdi
( da "Liberazione" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
La mossa del candidato alla nomination democratica per contrastare le voci
che lo vogliono filoarabo e anti-israeliano Obama amico dei palestinesi? Blog
in ebraico per calmare Israele Stefania Podda Non l'aveva mai fatto nessuno, ma nessuno ne ha
più bisogno di lui. Lo accusano di essere ostile ad Israele, di voler
dialogare con l'Iran e con Hamas, di essere smaccatamente filopalestinese.
Di più. Di lui, dicono che sia un antisemita, un musulmano sotto mentite
spoglie, uno che giura sul Corano e non sulla Bibbia. Insomma, un nemico degli
ebrei d'America e di Israele. Uno a cui è meglio non dare
il proprio voto. E lui, Barack Obama, bersagliato da una martellante campagna
sui blog, ha infine deciso di rilanciare con lo stesso mezzo. Così, per
rassicurare e informare il pubblico israeliano, e quello americano, ha aperto
un blog in ebraico. Una foto del senatore dell'Illinois, una grafica sobria e
la riproduzione integrale del discorso che il candidato alla nomination
democratica pronunciò davanti alla platea dell'Aipac, l'American Israel Public
Affairs Commettee, potente gruppo di pressione che promuove l'amicizia tra Israele e gli Usa. Un discorso fatto in tempi non sospetti,
era il marzo del 2007, la nomination sembrava improbabile, e quello era il
primo intervento sulla politica estera in veste di candidato ufficiale. Obama
aveva ricordato il suo viaggio in Terra Santa come un'esperienza fondante della
sua vita, aveva parlato di Israele come di uno dei più
importanti alleati di Washington e aveva detto di considerare la sua sicurezza
"sacrosanta". Eppure il pronunciamento davanti all'Aipac, e il plauso
della platea, non è servito ad evitare a Barack Obama una campagna
diffamatoria, di sconcertanti e inedite proporzioni. Nessuno sa come sia
cominciata e soprattutto nessuno sa come fermarla. E' partita su alcuni blog,
come quello di Debbie Schlussel, autrice di un articolo dal titolo:
"Barack Hussein Obama: once a Muslim, always a Muslim". E' seguita
una campagna di e-mail e interventi in rete, sino a quando l'idea che Obama sia
un musulmano, più o meno dichiarato, non è passata nel senso comune. Con il
risultato che oggi, nei sondaggi, solo una minoranza sa che il senatore
dell'Illinois è in realtà cristiano. Da musulmano ad amico dei terroristi e
nemico di Israele, il passo è poi stato breve. I suoi
mentori, amici e consiglieri sono stati passati al vaglio, e bocciati. Gli è
stato rinfacciato lo stretto legame con il pastore Jeremiah Wright, hanno messo
il controverso Louis Farrakhan, il leader della Nazione dell'Islam, tra i suoi
sostenitori, e infine hanno fatto il conto dei filopalestinesi tra i suoi
consiglieri. L'ultimo a essere finito nel mirino, è stato l'ex generale Merril
Tony McPeak, consulente militare e copresidente della campagna elettorale. La
rivista "American Spectator" ha ripubblicato una sua intervista di
cinque anni fa, in cui affermava che l'importanza del voto degli ebrei
americani era alla base dell'inerzia della politica estera per il Medio
Oriente, e dunque della mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese.
Stampa e blog hanno sottolineato poi con disappunto l'arrivo nello staff di
Robert Malley, ex consigliere di Bill Clinton a Camp David, uno dei pochi a
dire che nel
( da "Liberazione" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
In libreria Storie
del mondo al contrario Nell'estate del 999 il ricco mercante ebreo Ben-Atar
salpa da Tangeri alla volta di Parigi. E' un viaggio pericoloso perché la
sperduta cittadina è nel cuore di un continente, l'Europa, in preda alla
superstizione per l'approssimarsi dell'Anno mille. Comincia
così Viaggio alla fine del millennio , dello scrittore israeliano Abraham
Yehoshua (Einaudi, pp. 375, 9,70 euro) che racconta la storia del viaggio di
Ben-Atar in cerca del nipote Raphael Abulafia, suo socio in affari, che fino a
un paio di anni prima aveva venduto con profitto la merce dello zio in Francia.
La loro collaborazione è stata però troncata in seguito alle critiche rivolte
alla bigamia del mercante sefardita dalla moglie di Abulafia. Compagni di viaggio
di Ben-Atar sono il socio musulmano Abu-Lufti, le sue due mogli, e un rabbino
andaluso che ha il compito di convincere la devota moglie di Abulafia della
legittimità della situazione famigliare di Ben-Atar. Oltre a essere scritto
magistralmente il romanzo è occasione per gettare uno sguardo sul "mondo
al contrario" della fine del millennio scorso, dove musulmani ed ebrei
convivevano in pace e guardavano con preoccupazione ai barbari del Nord dalle
vette della loro evoluta e pacifica civiltà mediterranea. Anche in Lo schiavo
del manoscritto , dello scrittore indiano Amitav Ghosh (Einaudi, pp. 330, 9,30
euro) la civiltà islamica è al centro del racconto, ma stavolta la vicenda
ruota intorno alle rotte commerciali che attraversano il Mare Arabico, e ai fitti
interscambi fra la cultura islamica e quella indiana. La storia dello schiavo
protagonista del libro è depositata nel manoscritto H. 6 che è stato redatto
nel 1156 e ritrovato, da un ricercatore moderno, nell'antica sinagoga di Ben
Ezra al Cairo. Con in mano soltanto il frammento di una lettera, il giovane
ricercatore indiano si mette alla ricerca delle tracce storiche di un ignoto
schiavo di novecento anni prima di cui non conosce neppure il nome, e che
tuttavia gli appare come una chiave per intendere e raccontare i legami tra la
sua India e l'Egitto. Senza alcuna pretesa letteraria ma pieno di interessanti
riferimenti storici è invece il romanzo di Noah Gordon, uno scrittore "di
cassetta" specializzato in romanzi storici. In Medicus (RL Libri, pp. 670,
4,60 euro) viene raccontato il difficile apprendistato di un guaritore inglese,
che attraversa l'Europa medioevale sempre sull'orlo di una condanna per
stregoneria, da cui riesce a fuggire solo grazie all'intervento di pazienti
potenti che hanno bisogno della sua arte. Alla fine del viaggio approderà
appunto a Baghdad, dove troverà finalmente il riconoscimento professionale e la
fonte della più moderna conoscenza medica dell'epoca. Sa.Mo. 13/04/2008.
( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-04-13 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE Cultura &Tempo libero Santa Cecilia Zubin
Mehta dirige la Israel Philharmonic Zubin Mehta e la Israel Philharmonic
propongono la Terza Sinfonia "Eroica" e la Quinta di Beethoven a
Santa Cecilia (Auditorium, viale de Coubertin, ore 21, tel. 06.8082058). Dopo
22 anni, torna all'Accademia la Israel Philharmonic Orchestra insieme al suo
direttore musicale a vita. Prima di lui, l'Orchestra, fondata nel 1936
dal violinista Bronislaw Huberman che riunì insieme musicisti ebrei costretti
ad abbandonare le orchestre europee per le persecuzioni antisemite, non aveva
mai avuto direttori musicali stabili, ma solo dei "consiglieri
musicali": William Steinberg, Leonard Bernstein, Paul Paray, Jean
Martinon, e Bernardino Molinari che per oltre 30 anni fu direttore stabile
dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. La Filarmonica di Israele tenne il suo concerto inaugurale a Tel Aviv il 26
dicembre 1936. Il suo nome era ancora Palestine Orchestra. Sul podio c'era
Arturo Toscanini. Il programma romano del suo tour comprende le due sinfonie di
Beethoven più direttamente ispirate alla figura dell'eroe protoromantico. Zubin
Mehta sarà sul podio stasera per due Sinfonie di Beethoven, la Terza
"Eroica" e la Quinta.
( da "Corriere della Sera" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-04-13 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE Auditorio Conciliazione Sul podio Gabriel Chmura, al pianoforte
Bruno Canino L'Orchestra Sinfonica di Roma esegue all'Auditorium di via della
Conciliazione (ore 17,30, tel. 0644252303), la Sinfonia n.
( da "Libero" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri 13-04-2008 Il
medico-poeta stratega di Osama di GUGLIELMO SASININI Dopo Ayman Al Zawahiri
continua la pubblicazione di una serie di profili dei personaggi che più stanno
condizionando in senso negativo la storia dell'umanità. La prossima domenica
sarà la volta di Hassan El-Turabi ex leader politico-religioso sudanese, tra i
principali registi del ter rorismo islamico internazionale, amico-nemico di
Osama Bin Laden Il prossimo 19 giugno il dottore compirà 57 anni, anche se a
vederlo nei filmati diffusi da Al Jazeera con la lunga barba bianca da imam che
gli incornicia il viso ne dimostra molti di più. Nella sua famiglia, una delle
più antiche e importanti dell'alta borghesia egiziana fin dall'infanzia ha sentito
parlare dei Fratelli musulmani e dell'islam politico mondiale, del ritorno alla
società islamica fondata da Maometto. Per Ayman Al Zawahiri è giunto presto il
tempo dello studio meticoloso del Corano, degli studi classici, della
filosofia, ma anche della poesia e della psicologia. Figlio di un professore di
farmacologia all'università del Cairo, il cui nonno paterno era Zawahiri di
Rabià, grande imam dell'Istituto Al Azhar nonché magistrato e autore di
apprezzate pubblicazioni, mentre il prozio Abdel Rahaman Azzam fu il primo
Segretario della Lega Araba, Ayman non si è mai concesso una vita banale.
CORANO E FILOSOFIA Il rampollo di buona famiglia, nato e cresciuto nel sobborgo
di Maadi, al Cairo, è stato allevato in un ambiente permeato dall'alta strategia
politica e dalle profonde conoscenze in campo religioso, il tutto condito da
una solida base di razionalismo. Ma crescendo al giovane Al Zawahiri le rigide
tradizioni familiari hanno iniziato ad andare strette, prosegue negli studi ma
già a 14 anni frequenta il movimento Al Ikhwan al muslimun (Fratelli musulmani)
il cui stemma rappresenta due spade incrociate sormontate da un Corano sotto il
quale è scritta la parola araba "wa a'iddu": l'inizio del versetto 60
della sura del Bottino che recita: "Allestite forze e cavalli quando
potete, per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro". Il giovane Ayman
si distingue per l'impegno e l'intelligenza, studia psicologia, comportamento,
farmacologia, non perde un esame, si laurea in medicina all'uni versità del
Cairo nel '78, ma il ricordo di quanto è avvenuto nel '76, quando vennero
firmati a Camp David gli accordi di pace tra Egitto e Israele, lo
tormenta. Studia a fondo la galassia radicale egiziana, prende le distanze dai
Fratelli musulmani che considera troppo accondiscendenti, e nel 1979 fonda
assieme a Ismail Tantawi il gruppo Jihad dell'Egitto islamico del quale ben
presto diviene il leader perseguendo il progetto di realizzare un grande Egitto
islamico integralista e di eliminare il presidente Anwar Sadat, il che
avviene 6 ottobre 1981. Inizia la caccia all'ala militarista della jihad
egiziana, numerosi leader vengono arrestati e condannati a morte, altri trovano
rifugio all'estero. Anche al Zawahairi viene arrestato e il giovane medico
matura proprio nel periodo della detenzione la determinazione che non ci può
essere alcuna mediazione fra la classe politica egiziana, l'islam e il
panarabismo, per lui tutti i dirigenti egiziani sono asserviti agli occidentali
siano essi russi o americani. I giudici non riescono a provare il collegamento
diretto con l'as sassinio del presidente Sadat e quindi sono costretti a
rilasciarlo. Appena esce dal carcere Al Zawahiri non passa nemmeno da casa a
salutare la famiglia, fugge direttamente in Arabia Saudita, poi raggiunge
l'Afghanistan dove i mujaheddin combattono contro gli occupanti sovietici. È lì
che incontra Osama Bin Laden e tra i due scocca la scintilla: prima creano il
Mak, Maktab Al Khadamat ossia "Ufficio di servizi", poi Osama e Ayman
la sciolgono e fanno nascere Al Qaeda (la base). Il dottore diventa
l'assistente spirituale di Bin Laden, il consigliere più ascoltato, lo stratega
che riassume la sintesi di tutte le istanze islamiche integraliste,
l'architetto che studia le articolazioni fondamentali della guerra santa
mondiale, nonché il medico che si prende cura del tante malattie che affliggono
il capo. Nel '90 Al Zawahiri ritorna segretamente in Egitto, si nasconde dietro
molti nomi ( Abu Muhammad, Abu Fatima, Abu Abd Allah, Abd al-Muizz) per
spingere la jihad egiziana su posizioni ancora più radicali, mettendo a frutto
l'esperienza in Afghanistan spiega alle reclute di Al Qaeda che l'attentato
suicida è la forma più sacra e più attuabile per attaccare americani,
israeliani, occidentali e i leader arabi traditori. Nel '96 viene arrestato dai
russi che lo accusano di reclutare terroristi jihadisti in Cecenia. Interrogato
per sei mesi non apre bocca, non spiega perché sia in possesso di quattro
passaporti con quattro diversi nomi e quattro diverse nazionalità. Le verifiche
non approdano a nulla, così viene rilasciato al confine con l'Azerbaigian. Nel
novembre '97 Al Zawahiri organizza il massacro di 62 turisti stranieri nella
città egiziana di Luxor e viene condannato a morte in contumacia. Riappare nel
'98 quando annuncia ufficialmente in qualità di membro anziano della Shura (il
Consiglio di Al Qaeda) che le organizzazioni della jihad islamica egiziana si
sono fuse con la "base" di Bin Laden, quindi emette la sua prima
fatwa dal titolo "Il fronte islamico mondiale contro gli ebrei e i
crociati", un passo fondamentale per ampliare la guerra del terrore su
scala globale. Intanto il "dottore" ricorren do a tutte le tecniche
di convincimento psicologico sta preparando il "grande esordio" dell'11
settembre 2001. Quattordici giorni dopo l'attacco al World Trade Center e al
Pentagono l'Fbi emette un ordine di arresto e lo inserisce su esplicita
richiesta di Bush nella lista dei maggiori ricercati internazionali. Ma Al
Zawahiri, così come bin Laden, è introvabile. Nel dicembre 2001 pubblica il
libro "Cavalieri sotto la bandiera del Profeta" la summa
dell'ideologia qaedista-jahdista che diventa l'in separabile vademecum di ogni
terrorista islamico. Il 3 dicembre
( da "Libero" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri 13-04-2008 Il blog ebraico di Obama Barack Obama ha aperto un blog in
ebraico destinato al pubblico israeliano. Il blog conferma l'impegno del
senatore in favore della sicurezza dello stato ebraico. La decisione giunge
poco prima delle primarie del 22 aprile in Pennsylvania. Nello Stato vi sono
molti ebrei e il loro voto avrà un peso nella scelta fra Obama e Hillary.
Salvo per uso personale è vietato qualunque tipo di riproduzione delle notizie
senza autorizzazione.
( da "Tempo, Il" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stampa Gli abitanti
della città israeliana al confine con la Striscia hanno 20 secondi per non
morire Sderot e l'incubo della sirena Ogni giorno razzi e bombe da Gaza Fabio
Perugia f.perugia@iltempo.it SDEROT Venti secondi per non morire. Un improvviso
sibilo che arriva dal cielo, sopra la testa, e il corpo che si accascia dietro
l'auto, o sotto il banco di una scuola. Poi un tonfo e la polvere che si alza
assieme alle urla, a volte lontane due isolati a volte vicine mezzo metro.
Sderot, cronaca di una normale domenica di primavera. La cittadina israeliana
dista un chilometro dalla striscia di Gaza. Basta alzare gli occhi per vedere
il confine. Qui, dal 2001, piovono ogni giorno i missili Qassam lanciati dai
terroristi che si nascondono tra la popolazione palestinese. Fino a oggi ne
sono stati scagliati più di 4.500; dal giorno del ritiro
israeliano dalla Striscia il numero di lanci è aumentato di sei volte. Ma la
gente non vuole abbandonare la propria terra. Dal 2002 il numero degli abitanti
è cresciuto. Sderot è una piccola cittadina di 20.000 anime. Le case sono fatte
di cartongesso e poche hanno una stanza antimissile. Per strada non ci
sono cabine telefoniche, ma rifugi. Poco commercio, pochi soldi. Molte famiglie
vivono di tzedakà (giustizia sociale), una forma di solidarietà economica
tipica della tradizione ebraica. Pochissimo turismo. C'è un centro commerciale
con una piazza e tutt'intorno palazzi di quattro piani al massimo. La gente,
sotto il sole afoso del Medioriente, sembra vivere la propria vita evitando di
pensare che da un momento all'altro potrebbe suonare ancora. è la sirena
l'incubo degli abitanti di Sderot. Un urlo rosso e improvviso in pieno giorno,
o nel sonno, o durante la preghiera, annuncia l'arrivo di un altro Qassam, che
dopo venti secondi colpisce. Il Qassam è molto più piccolo di un missile
Katyusha, sembra quasi un giocattolo ma può uccidere. "Non sai mai quando
potrà capitare di vedertelo addosso", racconta una signora dentro la sua
casa di pietra. Suo figlio ha un braccio ingessato e dorme su un passeggino.
"Noi siamo stati fortunati", racconta. "Può accadere per strada,
a scuola o mentre mangi. Non hai neanche il tempo di ripararti perché dopo
venti secondi dalla sirena c'è l'impatto. Sono anni che ci lanciano
missili". E non c'è un criterio. Un giorno ne piovono dieci, un altro tre,
poi per tre giorni non arriva nulla, e poi si ricomincia: tredici, due, cinque,
sei, uno. C'è chi è convinto non ci sia un criterio, altri la pensano
diversano: "C'è una strategia ben precisa", spiega il proprietario di
un ristorante che si affaccia su una delle strade principali di Sderot.
"Non possiamo proteggerci e questo ci fa venire il panico, viviamo
nell'incertezza, nella paura". L'obiettivo è terrorizzare, per questo non
c'è criterio nel lancio dei Qassam. La gente è ferita nell'anima, subisce
continui shock. Anche ai più forti, alla fine, cedono i nervi. In cima a una
collina, a dieci minuti a piedi dalla piazza principale, i bambini studiano in
classe. Una delle maestre racconta il suo dramma: "La maggior parte di
questi ragazzi ha problemi psicologici dovuti al suono della sirena. I sintomi
sono tanti: dalla pipì a letto, al rifiuto di dormire soli o di andare a
scuola. Sono sempre sotto pressione. Vedono la gente morire o restare senza una
gamba. Sanno che i missili possono arrivare in ogni momento, ma non si sa da
dove". Secondo uno studio del Natal, il Centro israeliano per le vittime
del terrore e della guerra, il 75 per cento dei bambini di età compresa tra i 4
e i 18 anni manifesta sintomi di stress post-traumatico. Nonostante la paura di
non farcela Sderot continua a vivere. Qui solo il 10 per cento degli abitanti
ha lasciato definitivamente la città.
( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'accusa: volevano
far saltare un edificio governativo "Hanno confessato"
[FIRMA]FRANCESCO SISCI PECHINO La Cina è decisa a mostrare la sua versione
della vicenda tibetana e provare che i suoi nemici non sono monaci pacifici in
cerca di libertà religiosa, ma terroristi che cercano di rompere l'unità del
Paese. L'agenzia Nuova Cina ieri ha scritto che nove monaci lamaisti sono stati
arrestati perché accusati di avere tentato di far saltare con una bomba un
edificio governativo il 23 marzo. Il capo del gruppo era un prete di alto grado
del monastero di Tongxia, nella città di Gyanbe, nella regione autonoma del
Tibet. Non è chiaro se la bomba abbia provocato danni o vittime, ma secondo
l'agenzia tutti e nove hanno confessato. Gruppi di militanti tibetani avevano
condotto azioni di guerriglia nella regione fino agli anni '70. Sempre ieri la
Nuova Cina ha pubblicato un lungo dispaccio dedicato al Congresso dei giovani
tibetani accusato di essere un gruppo terrorista. "La polizia - scrive
l'agenzia - recentemente ha trovato nelle residenze di alcuni lama in Tibet 178
armi da fuoco, 13.013 pallottole, 359 spade, 3.504 chili di dinamite, 19.360
detonatori e due bombe a mano". Della questione tibetana ieri ha parlato
per la prima volta il presidente Hu Jintao: "Il nostro conflitto con la
cricca del Dalai non è un problema etnico, non è un problema religioso, né un
problema di diritti umani - ha detto - è un problema di mantenere l'unità nazionale
o spaccare la madrepatria". Hu ha poi detto che la Cina è pronta a
incontrare il Dalai Lama purché lui smetta di cercare di "spaccare la
madrepatria", "incitare la violenza" e "rovinare le
olimpiadi di Pechino". Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio delle
Olimpiadi, non chiede l'indipendenza del Tibet ma una larga autonomia. Secondo
persone a lui vicino in realtà il Dalai sarebbe disponibile a ulteriori
concessioni. Il problema da parte cinese però sembra essere i suoi rapporti e
la "copertura politica" che lui offre a gruppi più militanti che
chiedono l'indipendenza del Tibet. Hu ha sottolineato l'impegno attuale e
futuro della Cina per le riforme "che hanno reso possibile lo sviluppo
veloce degli ultimi 30 anni e hanno la chiave del futuro sviluppo cinese".
Ieri Hu ha avuto un incontro storico con il vice presidente di Taiwan Vincent
Siew. Si tratta del primo colloquio ufficiale fra vertici politici di Pechino e
di Taipei dal 1949, quando il partito comunista conquistò tutta la Cina e gli
sconfitti del partito nazionalista, Kmt, si rifugiarono sull'isola di Taiwan.
In questo che è simbolicamente un primo passo per la riunificazione non si sono
discussi elementi concreti, quali i voli, trasporti e telecomunicazioni
diretti. Ma è significativa la coincidenza
dell'appuntamento ieri e della denuncia contro il terrorismo tibetano. Il Kmt,
di cui fa parte Siew, è stato per oltre 70 anni la colonna della politica
americana in Asia, ed anche oggi ha rapporti privilegiati a Washington, secondi
solo a quelli di Israele.
( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
700 La storia GLI ANTENATI
L'ipotesi è che discendano dai Levi di Contaman, villaggio nel cuore selvaggio
del Perù Gli ebrei della foresta Credevano di essere indios dell'Amazzonia
peruviana invece erano figli della Diaspora e Israele li ha accolti La terra degli avi Kali, 63 anni ora vive vicino a
Tel Aviv e lavora in una fabbrica di cartone indios arrivati in Israele nel 2007 Il grande fiume Ricorda ancora Iquitos, la sua città
natale, il mercato e il profumo di spezie FRANCESCA PACI CORRISPONDENTE DA
GERUSALEMME Kali siede sul divano verde ricevuto in dono da Tzipi Kauffman,
l'insegnante che un anno fa l'ha "adottata" insieme al marito Gabriel
e ai tre figli. Un balconcino senza fioriere si affaccia sulla città
arabo-israeliana di Ramla, 63 mila abitanti, venti chilometri a Nord di Tel
Aviv. "È la mia terra", dice la quarantacinquenne Kali abbassando lo
sguardo come una bambina: il pavimento è coperto da un tappeto di lana a
disegni rossi e viola tessuto a mano a Iquitos, unico centro civilizzato sul
Rio delle Amazzoni, in Perù. Kali Mussiah è nata lì, nella foresta pluviale,
primogenita d'una coppia dalla pelle ambrata, le labbra carnose, gli occhi
allungati uguali ai suoi. È cresciuta in un'abitazione di legno con il tetto
rivestito da foglie di yirapay, una palma locale, e la veranda ritagliata tra
mangrovie e banani come in un romanzo di Vargas Llosa. Ora vive qui. Nel 2007
settecento indiani sudamericani di origine ebraica hanno sfidato il futuro per
fare "aliyah": sono tornati nella Terra degli avi, Erez Israel.
"Siamo fieri di loro, compensano i nostri connazionali in fuga",
osserva Khanoch Tzamir, dirigente dell'ufficio immigrazione di Ramla. Nel 2007
trentamila israeliani hanno lasciato il Paese e i nuovi venuti sono scesi da
( da "Stampa, La" del 13-04-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Saper ascoltare consente
di trovare le notizie, per essere un buon reporter bisogna liberarsi dai propri
preconcetti, Internet è uno strumento in più per cercare la migliore versione
della verità: è questa la ricetta degli scoop che arriva da Carl Bernstein,
classe 1944, che assieme a Bob Woodward consentì al Washington Post di svelare
il Watergate, lo scandalo che portò alle dimissioni del presidente Richard
Nixon. Bernstein è a Perugia per il Festival del giornalismo internazionale e
durante una pausa dei lavori ha spiegato ai lettori de La Stampa il metodo di
lavoro che lo distingue. Cosa suggerisce ad un giovane che vuole diventare
giornalista. Qual è il segreto per essere un buon reporter? "Essere un
buon reporter significa saper trovare e scrivere la migliore versione della
verità sui singoli eventi". Quali le difficoltà? "Innanzitutto il
fatto che si tratta di un approccio che con il tempo ha perso valore e
importanza. Trovare la miglior versione della verità significa non andare a
caccia di farfalle ma parlare con tanta gente, essere persistenti, saper
ascoltare ciò che gli altri stanno dicendo e non farsi sedurre dall'idea che il
giornalismo sia fatto di controversie e polemiche costruite a tavolino. Gossip
e sensazionalismo stanno diventando una tendenza di massa ostacolando la
ricerca della verità". Perché ritiene che sia importante saper ascoltare?
"Per il semplice motivo che nella gran parte dei casi le persone parlano
dicendo cose interessanti e, sapendole ascoltare, si ottengono notizie di
valore, anche se spesso sono diverse da quelle che si stanno cercando". Ci
faccia qualche esempio. "Quasi ogni storia che ho trovato si è rivelata
diversa da quanto avevo iniziato a cercare. Sono stati i fatti a portarmi
altrove. Ciò che io avevo immaginato come vero si è rivelato spesso un buon
punto di partenza ma poi sono andato avanti su altre strade. Ad esempio nel
caso dello scandalo del Watergate, all'inizio pensavo che poteva esserci la Cia
dietro la vicenda di spionaggio ai danni dei democratici ma se fossi rimasto fermo
su questa mia convinzione non avrei scoperto nulla. Non immaginavo che altre
persone avrebbero potuto essere coinvolte, come invece poi scoprii. Numerose
storie diventano diverse da come le pensiamo all'inizio. I preconcetti non
aiutano ad essere dei buoni giornalisti". E l'antitodo qual è? "Far
parlare i protagonisti di una vicenda ed ascoltare ciò che dicono. È questo il
momento in cui si ottengono i tasselli di una singola notizia. Si può rimanere
molto sorpresi da ciò che si ascolta ma si scoprono le notizie esclusive.
Ricordo ad esempio che quando lavoravo per Abc News trovai la notizia relativa
al fatto che Stati Uniti, Cina, Egitto e Pakistan avevano creato un'alleanza
segreta per armare i mujaheddin in Afghanistan contro l'Armata Rossa sovietica.
Ma in realtà stavo cercando tutt'altro, seguivo la pista della controguerriglia
in Nicaragua. Stavo parlando con una persona, gli chiesi del Nicaragua e mi
sentii rispondere che non aveva fatto mente locale sull'argomento perché era
reduce da una riunione nella quale si era discusso molto intensamente su cosa
fare per aiutare i ribelli afghani. Lo ascoltai, mi resi conto che stava
dicendo qualcosa di interessante e iniziai così a lavorare su una notizia della
quale si parlò poi molto. Ecco perché ogni volta che parlo con qualcuno mi
chiedo se l'ho ascoltato veramente, se gli ho dato la possibilità di parlare.
Alla fine dei conti essere un buon reporter significa sapere usare il buon
senso". L'errore da evitare? "La mia esperienza, sovrapposta all'osservazione
di quanto hanno fatto molti miei colleghi, è che molto spesso i cronisti
arrivano di fronte ad una persona con una domanda o al massimo due per
provocare una risposta che già immaginano al fine di scatenare la polemica
desiderata. In questa maniera si ottiene una dichiarazione che fa sensazione,
si corre al proprio tavolo e si scrive la storia che si voleva fare sin
dall'inizio. Ma non riusciamo ad avere la migliore versione della verità".
Lei ha collezionato scoop e popolarità con la carta stampata ma ha anche creato
il sito di informazione Voter.com. Quale equilibrio è possibile fra Internet e
giornali? "In Nordamerica e in senso più lato nel mondo anglosassone siamo
più avanti nello sviluppo di Internet in combinazione con la carta stampata
rispetto al giornalismo mediterraneo, in Francia, Italia e Spagna, dove prevale
ancora in maniera considerevole la carta stampata con analisi, retroscena e
costume che assomigliano spesso all'informazione televisiva. Premessa tale
differenza, tanto nel più disciplinato mondo anglosassone che in quello
mediterraneo, più ibrido, si sta facendo ugualmente largo un massiccio uso di
Internet che ripropone sul web la ricerca da parte dei reporter della migliore
possibile versione della verità". Il web aiuta o nuoce ai reporter?
"Il web è una grande opportunità per i reporter perché gli offre un nuovo
spettro di risorse, creando delle alternative alle risorse istituzionali".
Internet come sta cambiando l'approccio dei lettori? "Internet è una
grande opportunità per i lettori, che possono crearsi i propri giornali,
ponderati sulle rispettive preferenze. Chi ad esempio si interessa al Medio
Oriente può decidere di visitare prima il sito del
quotidiano israeliano Haaretz poi quello della tv araba al-Jazeera e quindi di
leggere cosa scrive l'arabista di un quotidiano britannico. In questa maniera
ogni lettore si costruisce il suo giornale, basato sulla propria gerarchia di
interessi. Il giornale tradizionale sopravviverà ma sarà in equilibrio con
queste nuove realtà editoriali. Sono gli albori di una vera
rivoluzione".