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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA: Se scoppia l’intelligenza” |
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tARTICOLI DEL 10-5-2008 #TOP
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Articoli
Israele/Palestina
(63)
Contro ( da "Stampa, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: invito a Israele come paese ospite della Fiera hanno organizzato varie iniziative di protesta e controinformazione. E' annunciato un presidio-gazebo tutti i giorni di fronte al Lingotto (ma il prefetto ha vietato i presidii esterni alla Fiera), mentre sabato 10 si terrà la manifestazione nazionale per la Palestina indetta dall'Assemblea Free Palestine di Torino e dal Forum Palestina (
Ma chi legge davvero i libridegli autori israeliani? (
da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: con argomenti affini o diversi da quelli di coloro che avversano Israele. Se il tanto raccomandato "dialogo" comincia dall'ascolto, qui siamo ancora alla fase prenatale di ogni incontro possibile. Ma perché ogni nuovo romanzo israeliano mi appare così immediatamente forte, penetrante, dritto all'obiettivo (non senza un retropensiero alla nostra attuale produzione italiana,
Libia e Libano, cercasiuna vera politica estera (
da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: mentre contemporaneamente si era bloccato quel timido processo di disimpegno avviato con il ritiro israeliano dalla Striscia nell'agosto 2005. Bloccati gli Stati Uniti in Iraq, la scelta era dunque quella di un'Europa (in prima linea Francia e Italia) disposta a trovare e a tessere una strategia rinnovata sul Medio Oriente. In due anni questo processo non ha fatto passi avanti.
Il sogno della terra promessa 60 anni dopo - jean daniel (
da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: cioè non di parte, la creazione dello Stato d'Israele di cui si celebra questa settimana il 60° anniversario merita senza dubbio di essere ricordata come uno degli eventi storici più straordinari e gravidi di conseguenze del XX secolo. Rare volte un territorio così esiguo ha suscitato tante passioni contraddittorie.
L'incubo libanese - (segue dalla prima pagina) (
da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ma perché soprattutto Israele, nonostante l'invito a guardare a quanto accade in queste ore a Beirut come a una questione interna libanese, non tollererebbe un accerchiamento di forze filoiraniane a sud e a nord. E potrebbe così essere tentato dal regolare i conti non saldati con Hezbollah nella guerra di due anni fa;
Librolandia, l'incognita del corteo (
da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: dietro gli striscioni di "Free Palestine". Sono queste le previsioni numeriche azzardate dalla questura, alla vigilia della manifestazione "contro" che oggi pomeriggio partirà da corso Marconi per approdare vicino al Lingotto, protetto da misure di sicurezza straordinarie e da centinaia di poliziotti e carabinieri.
"scrittori israeliani e palestinesi assieme a lingua
madre 2009" ( da "Repubblica, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: spiega - uno spazio interamente dedicato alla cultura di Israele e della Palestina, che potranno dialogare e confrontarsi con i loro letterati, i loro studiosi". Inoltre, aggiunge l'assessore Oliva, "non ci sarà soltanto un incontro sul piano della letteratura e della poesia, ma anche nel campo delle loro cucine tradizionali".
"sfilerò idealmente ma sono sconfortato" - sara
strippoli ( da "Repubblica, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che siamo contro la partecipazione di Israele alla Fiera, facciamo la figura degli sporchi, brutti e cattivi". Lo scrittore ebraico Aharon Appelfeld ieri le ha mandato un messaggio: i docenti universitari dovrebbero stare al di sopra, essere super partes. Lei replica? "Io esprimo le mie idee, ci mancherebbe, come fa qualsiasi intellettuale.
"alla sinistra non serve questo tipo di
visibilità" ( da "Repubblica, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: anniversario di Israele e anche la Palestina deve avere il suo Stato Presidente Sergio Vallero, lei ha annunciato che non andrà al corteo di questo pomeriggio. Ci spiega perché? "Non ci vado di sicuro. E non perché ho rinunciato a farlo, ma perché ho un'altra idea di come ci si rapporta alla questione israelo-palestinese.
Segue unifil ( da "Riformista, Il"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele ma che al contempo contribuisce al rafforzamento dello Stato libanese. Di più. È il perno di quel fin qui incompiuto processo di costruzione dello Stato e della Nazione libanese. Con qualche acrobazia, è stato fino ad ora possibile fare in modo che la contrapposizione comunitaria, l'interminabile stallo politico e la più ampia partita geopolitica che si gioca su quel fazzoletto
Segue riflessioni sulle contestazioni alla fiera di torino (
da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: si tratta di antisemitismo in tre casi: delegittimazione d'Israele, demonizzazione d'Israele e l'uso di due pesi e due misure. Si tratta di antisemitismo se la critica non mira a indurre Israele a un comportamento diverso, ma è tesa a dimostrare che Israele non merita d'esistere, quale che ne siano le azioni.
Libano 3 il rompicapo delle regole d'ingaggio (
da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: e che questi ultimi colpiscano Israele con il lancio missili. L'aspetto più delicato (e pericoloso) è il disarmo delle milizie: chiunque non appartenga all'esercito regolare libanese deve essere disarmato. Ma è l'esercito libanese che ha l'autorità per procedere al sequestro delle armi, i caschi blu, compresi gli italiani, hanno solo funzioni di sostegno.
Libano 2 la questione centrale si chiama sovranità (
da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tra Israele e Siria per mezzo della Turchia sta affiorando alla luce del sole - sia venire a capo della natura coriacea del nemico Hizballah, che già prima della guerra del 2006 si dimostrò assai difficile da infiltrare per il Mossad, e che dunque può molto innervosire se continua a dotarsi di comunicazioni criptate non decifrabili.
Libano 1 soltanto l'esercito tra siniora e il colpo di
stato ( da "Riformista, Il"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ieri lanciava i consueti anatemi contro Israele e Stati Uniti, responsabili di un "complotto politico" ai danni del Libano. Dal canto suo, il presidente israeliano Shimon Peres, che ha buone ragioni per temere Hezbollah, ha puntato il dito contro l'Iran, sottolineando come "questa nuova tragedia libanese non abbia nulla a che fare con Israele",
Aldo nove da sempre critico (
da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Per Nove la manifestazione contro la presenza di Israele in fiera è una presenza "stupida e parassitaria". È appena tornato da un convegno in Germania, "ma nessuno ha protestato contro la mia presenza perché non è che io rappresento l'Italia di Berlusconi". Allo stesso modo, "gli intellettuali israeliani non rappresentano necessariamente la politica di Israele,
Graziano: Non si spara nella zona dove opera Unifil Le
attuali regole d'ingaggio funzionano bene (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Nei giorni scorsi vi sono state alcune polemiche alimentate da un articolo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz, ma non sono state confermate dalle fonti ufficiali dell'esercito che ha licenziato un comunicato nel quale si ringrazia Unifil per il grado di sicurezza che sta mantenendo ai confini e per la collaborazione del comandante.
Beirut in fiamme, Hezbollah occupa mezza città I miliziani
hanno conquistato i quartieri sunniti dove si trovano anche radio, tv e il
giornale del partito di Hariri. Chiusi porto e (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: agosto del 2006 alla guerra tra Hezbollah e Israele. Geagea ha quindi esortato gli Stati arabi ad assumersi "le loro responsabilità nei confronti del Libano, perchè il colpo di Stato ha lo scopo di riportare la Siria in Libano e l'Iran sulle coste del Mediterraneo". "Questo colpo di Stato ha messo fine alla legittimità delle armi di Hezbollah quali strumento per la resistenza"
Liebrecht: Noi, figli dei ricordi spezzati (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: in Israele ci indebitiamo e accendiamo mutui pluriennali pur di avere una casa nostra" osserva Savyon Liebrecht. Siamo in epoca di bolla immobiliare, ma come siamo finite a parlare di mutui con la sessantenne scrittrice di Tel Aviv, già autrice delle raccolte di racconti Mele dal deserto e Donne da un catalogo e dei romanzi Prove d'
Dario Fo: un errore non invitare anche i palestinesi (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: idea di invitare alla Fiera del libro come ospite d'onore Israele. "È stata data una proiezione falsa della situazione, si è finito per dare molta importanza ai sessant'anni dall'inizio di una vita nuova per Israele e si è tenuto in un silenzio assordante il problema della Palestina". Di questo silenzio il premio Nobel per la letteratura non ha voluto essere complice.
Imbecillità a confronto (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: criticano la politica di occupazione e di colonizzazione del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Imbecille è chi accoglie a braccia aperte come il migliore amico di Israele e degli ebrei in cambio di qualche moina interessata e strumentale, politici di destra che senza dare segno di sgomento e di solidarietà umana autentica nei confronti della famiglia e degli amici,
Oggi uno stand con i libri israeliani (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tra i quali compare il nome del consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi: "Sosteniamo sia il diritto alla sicurezza di Israele sia il diritto palestinese a uno stato indipendente e democratico". L'invito esteso a tutti i romani è quello di acquistare nel periodo compreso tra l'8 e il 12 maggio una copia di un libro israeliano.
C'è chi maschera l'antisemitismo dietro l'antisionismo che
ha come bersaglio Israele in quanto stato ebraico (
da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Stai consultando l'edizione del C'è chi maschera l'antisemitismo dietro l'antisionismo che ha come bersaglio Israele in quanto stato ebraico.
Frattini assicura: <La missione dei nostri militari non
si discute> ( da "Corriere della Sera"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: attività cominciata nel 2006 per garantire il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele sono diventati dubbiosi, e l'invito a togliere di mezzo le titubanze è arrivato dall'altra sponda. Walter Veltroni, della parte politica che più volle mandare i soldati in Libano, ha sostenuto: "La nostra è una missione di pace, che va portata avanti.
Palestra e bridge Ma chi può fugge in montagna (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Hezbollah è temuto e detestato in Israele, cui ha resistito per 34 giorni nel 2006, e per questo affascina il mondo arabo. Sostenuto da Siria e Iran, è considerato un'organizzazione terroristica dall'amministrazione americana. In Libano è rispettato dall'esercito, che si guarda bene dal disarmarlo;
La crisi libanese (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE La crisi libanese Trent'anni di violenze Paese ferito Le prime due guerre La prima invasione israeliana del Libano risale al marzo 1978: al termine delle ostilità sarà dispiegata la missione Unifil. Nel giugno 1982 Israele torna a invadere il Sud del Paese.
Beirut Ovest, il colpo di Stato di Hezbollah (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Nasrallah aveva attaccato Siniora: "La rete telefonica serve per tenere in contatto i nostri dirigenti e comandanti. Il premier ha voluto fare un favore a Israele e all'America. Ho detto che avremmo tagliato la mano che avesse ostacolato la resistenza, è venuto il giorno di mantenere quella promessa". Davide Frattini.
Politica estera e fronte mediterraneo (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele. E questo provoca la reazione dell'estrema sinistra, pronta a chiedere il ritiro dei soldati se la missione cambia natura: anche se l'aveva difesa a spada tratta quando a governare era l'Unione. I margini di manovra del governo di Silvio Berlusconi sono circoscritti dagli impegni internazionali assunti nell'estate del 2006 dal centrosinistra con le Nazioni Unite e gli alleati
Dall'Iran soldi, armi, strategie per un contro-potere in
Libano ( da "Corriere della Sera"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: unico baluardo contro Israele. Ruolo e prestigio accresciuti dal ritiro israeliano dal Libano sud nel 2000 e dalla tenace resistenza opposta nel conflitto del 2006. Il movimento è divenuto una bandiera unendo le proprie doti (grande seguito popolare, mancanza di corruzione, impegno nel sociale) al patto con Teheran che, secondo stime Usa,
Al cinema per capire Israele (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: da Zarhin a Zilberman Al cinema per capire Israele L'amore, il conflitto, le donne: in sala 11 film inediti e recenti A sessant'anni dalla fondazione dello Stato di Israele, arrivano all'Oberdan undici film recenti e inediti in Italia, selezionati dal Roma Kolno'a Festival e dal Centro Ebraico Italiano.
La mano dei padrini di Teheran (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: significherebbe che i Caschi blu potranno non soltanto garantire il rispetto della tregua alla frontiera fra il Sud del Libano e Israele, che regge dai tempi della guerra del 2006, ma intervenire per disarmare i guerriglieri, come imponeva una risoluzione (non rispettata) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Hezbollah sarebbe un atto ostile, con conseguenze gravi e prevedibili.
<Do voce a Cleopatra e Isotta, il sogno della mia vita è
la Callas> ( da "Corriere della Sera"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: diretta dall'israeliano Pinchas Steinberg; completa il programma il poema sinfonico "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (repliche lunedì ore 21, martedì ore 19.30). "Cleopatra e Isotta? Sono due brani fatti di continui cambiamenti d'atmosfera per i quali bisogna trovare una serie infinita di colori nella voce,
<Vi spiego perché ho bruciato le bandiere> (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: per i media in quel momento contava soltanto quella di Israele. Ogni anno, in quel giorno, bruciamo le bandiere, e ogni anno voi ci cascate". Era tutto nel conto, tutto previsto. Dietro alle immagini che inevitabilmente fanno sempre il giro di mezzo mondo, molto spesso non c'è una rabbia vera, ma un calcolo preciso.
Quel pessimismo dei giovani scrittori (
da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Mi ha rivelato quanto fosse difficile per lui vivere in un Israele appena fondato: così pieno di socialisti, di atei, scontenti del suo modo ossessivo di scrivere sull'Olocausto. Tutti là a dirgli: "Ora siamo in Israele. Basta con i brutti ricordi. Con i piagnistei. Con il passato miserabile. Abbiamo in mente una tipologia ebraica del tutto rinnovata: l'ebreo forte,
Ebrei di destra e di sinistra restano lontani (
da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Il libro di Della Pergola - Israele e Palestina, la forza dei numeri (Il Mulino) - racconta bene l'intera storia dell'area, e sostiene che la crescita demografica dei palestinesi e degli arabi israeliani costringerà senza remissione Israele a rinunciare ai territori se vuole vivere in pace.
Ron Leshem: <I miei soldati sono tutti prigionieri> (
da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: di Marina Gersony da Torino "Mi hanno invitato a parlare con Dario Fo sul conflitto israelo-palestinese. Ho dovuto declinare. Non me la sentivo di discutere per un'ora su un tema così esplosivo davanti a un pubblico ansioso di risposte e certezze. L'argomento lo conosco bene ma è troppo complesso per essere affrontato in tempi brevi.
Olocausto e dialogo con gli arabi ecco il nuovo cinema di
tel aviv - daniela persico ( da "Repubblica, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: manifestazione di cinema israeliano e di argomento ebraico organizzato e prodotto dal Centro Ebraico Italiano-Il Pitigliani di Roma. Ma quest'anno anche la Cineteca Italiana offre uno spazio milanese al festival che ha riunito sotto il nome di "Nuovo cinema israeliano", una decina di titoli significativi, in proiezione allo Spazio Oberdan da oggi al 15 maggio.
Al castello concerti e dibattiti (
da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: azmaut che il primo ministro David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Che quest'anno compie sessant'anni e che questa volta la comunità di Milano ha voluto celebrare in grande, con una festa al Castello Sforzesco aperta per la prima volta in modo ufficiale a tutta la città. L'appuntamento è per domani dalle 12 alle 19 nel Cortile della Rocchetta, tra stand, libri,
Torino ( da "Repubblica, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: in occasione del 60° anniversario dello Stato di Israele: qual è il volto di Israele che porterà con sé? "In questa Fiera finalmente avremo la possibilità di mostrare che Israele ha molte facce. Nel passato lo Stato ebraico, con la sua concezione di "melting pot", aspirava a una società omogenea, organica.
Cultura Infine, oggi gli interessi che Israele si è
rassegnato a servire quasi incondizionatamente, ... (
da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano: la spedizione destinata in principio a punire Nasser per aver osato nazionalizzare il Canale di Suez, che ha visto Israele a fianco delle truppe britanniche e francesi. Se i britannici non ammettevano che qualcuno avesse la pretesa di nuocere ai loro interessi economici, e se i francesi sospettavano Nasser di fornire equipaggiamenti e armi agli insorti algerini,
"saranno i giovani a salvare il mio iran" -
torino ( da "Repubblica, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che cosa pensa del boicottaggio della Fiera del Libro, determinato dalla presenza di Israele? "Mi sono un po' stupita. Credevo che questo fosse soltanto un evento letterario, culturale, aperto al dialogo. Penso anche che gli scrittori israeliani che sono qui a Torino non parlino a nome del loro governo, ma in qualità di scrittori".
Benny morris: una proposta per il medio oriente - torino (
da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Cultura Lo storico israeliano Benny Morris: una proposta per il Medio Oriente TORINO Benny Morris, lo storico israeliano di Vittime e 1948: la prima guerra di Israele, è sempre pieno di sorprese: dopo aver smantellato alcuni dei miti fondanti di Israele - dimostrando che i palestinesi nel 1948 erano stati, almeno in parte,
Un passo verso la guerra (
da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: alle cellule e al comando della resistenza di comunicare senza essere ascoltati dal nemico", Israele. "Non si creda - ha aggiunto - che la usiamo per telefonare all'estero o per far soldi sostituendoci allo stato libanese". Per il governo invece il movimento sciita viola apertamente la sovranità nazionale e cerca di creare uno "Stato nello Stato".
Per un pugno di sicurezza in più (
da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Fiera del libro Per un pugno di sicurezza in più Israele come paradigma delle politiche sulla sicurezza. Un'anticipazione dall'ultimo numero della rivista "Conflitti globali" Massimiliano Guareschi Federico Rahola Israele è una democrazia, su questo non vengono avanzati dubbi. Il principale problema teorico e politico è appunto questo.
Sami Michael, un ribelle tra due mondi in conflitto (
da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: questa volta verso Israele, il paese dove tutt'ora vive e al quale approdò nel 1949, quando era passato appena un anno dalla fondazione dello Stato. Il suo primo impegno fu come editorialista di due giornali di lingua araba del partito comunista israeliano, poi andò a lavorare alla amminstrazione delle risorse idriche al confine con la Siria e,
Materiali per leggere il Medio Oriente (
da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: è dedicato a Israele. La chiave di lettura proposta si discosta da gran parte delle analisi sull'operato dello stato israeliano nei confronti del popolo palestinese. Come sostiene il saggio iniziale, di cui pubblichiamo ampi stralci, Israele può essere considerato un paradigma di quelle politiche della sicurezza presenti in tutti i sistemi politici liberlademocratici.
Libano, Italia alla finestra (
da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: contro Israele, oggi la missione è in pieno stallo. Le regole di ingaggio impediscono qualunque genere di intervento armato, anche solo difensivo e i rapporti con Hezbollah sono di semplice vicinato: nessuna trattativa per la risoluzione pacifica del conflitto politico è stata avviata e l'organizzazione islamica si muove nella zona semplicemente evitando le aree controllate da Unifil.
Gli italiani Unifil presi tra due fuochi (
da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele ritirò le sue forze ma, nel giugno 1982, invase di
nuovo il Libano. L'Unifil rimase per tre anni intrappolata dietro le linee
israeliane, finché Israele non effettuò un parziale ritiro occupando la parte
meridionale del paese. Da allora l'Unifil, composta da
PROBLEMI DI POLITICA ESTERA, 9 maggio 2008, di Ennio Di
Nolfo Rimasti in secondo piano durante tu (
da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele
Il quadro più realistico della situazione l'ha dipinto in
poche battute la tv iraniana </I (
da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ci serve per poter comunicare senza che il nostro nemico (Israele) ci ascolti", spiega Hassan Nasrallah che di Hezbollah è il leader indiscusso), e la rimozione del capo della sicurezza dell'aeroporto di un generale vicino all'opposizione per far posto, come sostiene Nasrallah, "a un ufficiale amico degli americani per consegnare l'aeroporto alla Cia e al Mossad".
Sarà interessante vedere come, mutate le persone e
l'orientamento generale del gov ( da "Messaggero, Il"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele
Hezbollah conquista Beirut Ovest Siniora: <Golpe diretto
dalla Siria> ( da "Liberazione"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele ha accusato l'Iran di fomentare gli scontri, ma Teheran ha respinto e rilanciato: "Gli sforzi avventurosi e gli interventi degli Stati Uniti e del regime sionista sono la causa principale del caos nel Libano", si legge in un minaccioso comunicato.
Docu-Fiction mmm1/2 Sotto le bombe di Ph (
da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Girando in parte nell'agosto 2006, durante i 33 giorni della guerra israelo-libanese, Aractingi mescola realtà e fiction con sguardo attento e rigoroso. Niente "spettacolo" (mai cadaveri o uccisioni sullo schermo, e l'assenza della figura umana in quell'apocalisse è ancora più straziante). Nessuna speculazione politica.
La non violenza, il nostro agire La politica in cui
crediamo è l'antidoto all'imbarbarimento del paese (
da "Liberazione" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: i campi di solidarietà in Palestina, le piccole associazioni in un progetto nazionale che si chiama Pixel che abbiamo costruito, ma che quasi tutti hanno fatto finta di non vedere. Stilare un curriculum di movimento della nostra organizzazione non è cosa difficile, ma alla fin fine non ci interessa e non risolve il problema.
Israele, razzo uccide donna israeliana (
da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Esteri Israele, razzo uccide donna israeliana Intanto ennesimo morto per la mancanza di cure mediche nella Striscia Gaza city, 10 mag.- Dopo innumerevoli colpi a vuoto un razzo Qassam è tornato a uccidere fra i coloni israeliani. Ieri un razzo lanciato dalla striscia di Gaza ha colpito mortalmente una donna a Kfar Aza,
Israele attacca il sud di Gaza (
da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Esteri Ancora scontri in Medio Oriente Israele attacca il sud di Gaza Il raid ha causato cinque morti Gaza, 10 mag. - Continuano gli scontri nella striscia di Gaza. Stamane, riporta l'agenzia Adnkronos, due raid da parte di aerei dell'aviazione israeliana hanno causato la morte di cinque palestinesi.
"Governo troppo debole per sfidare il partito di
Dio" ( da "Stampa, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico,
[FIRMA]GIOVANNA FAVRO Il dialogo tra israeliani e
palestinesi, alla Fiera del libro, si farà (
da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Del resto, quando mai s'era visto a una Fiera del Libro il Capo dello Stato?". La massima carica istituzionale dello Stato. Cui, per di più, oggi seguiranno la visita tra gli stand del presidente del Senato e del neo-ministro della Cultura. Emma Bonino sarà alle 15 allo stand di Israele.
"Una bandiera bruciata è solo un pezzo di stoffa" (
da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Comunque il libro israeliano per eccellenza è la Bibbia, che è difficile da boicottare". E' stato un errore invitare Israele? "Perché mai? La Fiera non deve occuparsi né preoccuparsi di nulla se non di libri. Israele festeggia i 60 anni dello Stato a casa sua, qui si parla di letteratura".
A innescare i disordini di questi giorni a Beirut è stata
la decisione del governo libanese di (
da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico,
L'informazione deformata e Israele spiegati da Pagliara (
da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: INCONTRO L'informazione deformata e Israele spiegati da Pagliara Il Master in Giornalismo dell'Università di Torino, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti e Stampa Subalpina, organizza venerdì 9 maggio un incontro con l'inviato della Rai Claudio Pagliara sul tema "Israele e informazione deformata".
Partito il corteo antisraele ( da
"Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: organizzato per boicottare la prenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino. Per ragioni di oordine pubblico la manifestazione non raggiungerà il Lingotto, ma verrà fermata alcune centinaia di metri prima. Circa mille agenti presidiano i punti nevralgici della città, secondo gli organizzatori i partecipanti sono circa 5.
Hezbollah issa la bandiera su Beirut Ovest (
da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: quando fornirono a Israele il "casus belli" per scatenare la guerra di 34 giorni - di essere i veri padroni del Libano. Dopo una battaglia di strada senza esclusione di colpi, in cui razzi sparati da lancia granate sono stati usati come pallottole, i miliziani sciiti di Hezbollah e i loro fiancheggiatori di Amal, l'altro movimento sciita d'
La cultura non fa vendette Aspettiamo anche chi ha
boicottato la Fiera ( da "Stampa, La"
del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ha infastidito la scelta di celebrare il sessantennale di Israele, scordando le atrocità di una guerra lunghissima e il dolore, le angherie e crudeltà subite dalla controparte". Applausoni. L'esordio dell'incontro di ieri sembrava preludere a una mezza baruffa: già a partire dalla decisione dell'attore di cambiare il tema del dibattito, che avrebbe dovuto riguardare il suo libro "
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Incontri
cinema e proteste I movimenti che contestano l'invito a Israele come paese ospite della Fiera hanno
organizzato varie iniziative di protesta e controinformazione. E' annunciato un
presidio-gazebo tutti i giorni di fronte al Lingotto (ma il prefetto ha vietato
i presidii esterni alla Fiera), mentre sabato 10 si terrà la manifestazione
nazionale per la Palestina
indetta dall'Assemblea Free Palestine di Torino e dal Forum Palestina (concentramento alle
( da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
PolEMICHE
POLITICHE e letteratura giorgio bertone PARADOSSALMENTE, tra discussioni
politiche, politicamente corrette, politicamente scorrette, ciò che si eclissa
nel bailamme mediatico alla Fiera del Libro sono proprio i libri israeliani.
Chi legge più oramai? Quelli che se ne prendono la briga, anche in modo non specialistico,
da lettore appassionato - come me - sono ben stufi di sentire stucchevoli
interviste televisive in cui al famoso scrittore israeliano di turno si chiede
per la millantesima volta che cosa ne pensi della situazione politico-militare,
del bombardamento di ieri, dei territori occupati e no, eccetera. Se qualcuno
si prendesse la briga di leggere - e non mancano i buoni lettori, per fortuna -
scoprirebbe che: a) benché più piccolo della Toscana, Israele
si costituisce come un continente letterario di primissimo piano e che la
letteratura ha una parte importantissima nella formazione della coscienza
nazionale; b) molti scrittori israeliani sono assai contrari al governo del
loro paese e, addirittura in certi casi, allo Stato, con
argomenti affini o diversi da quelli di coloro che avversano Israele. Se il tanto raccomandato
"dialogo" comincia dall'ascolto, qui siamo ancora alla fase prenatale
di ogni incontro possibile. Ma perché ogni nuovo romanzo israeliano mi appare
così immediatamente forte, penetrante, dritto all'obiettivo (non senza un
retropensiero alla nostra attuale produzione italiana, desolantissima)?
A parte le origini antiche della letteratura ebraica, di cui quella israeliana
è l'ultimo capitolo, mi pare ci siano delle cause più contingenti di tanto
successo: la formazione stessa dello Stato di Israele,
con i primi entusiasmi epici e poi il ripiegamento, chiamiamolo così,
"realistico" scandito sul calendario delle tante guerre. Su questo
realismo di tipo psico-sociologico vorrei fermarmi un poco. Subito un breve
esempio per entrare dentro un libro. In "Prove d'amore" di Sayvon
Liebrecht (edizioni e/o, 2001), si racconta la storia di una donna, Hamutal, la
cui vecchia madre, sopravvissuta all'Olocausto ne è uscita con una totale inibizione
all'amore per la figlia. Il lettore si aspetta la rievocazione della Shoah,
oppure gli effetti devastanti di essa su una figlia privata dell'amore materno
nel quadro inquieto e inquietante dell'Israele
odierno. Sia pure a frammenti, non si po' dire che le tracce di tutto questo
siano assenti, anzi. Ma la prima scena è quella di un ospedale geriatrico. Un
uomo e una donna (Hamutal) si incontrano lì. Chi di noi non è stato in un tale
posto, dove la pena nasce dalle malattie e dalle morti "naturali"?
Ebbene i due, che presto si innamoreranno - non è vero che nei romanzieri
israeliani sia assente l'eros e il sesso, tutt'altro - dialogano, per la prima
volta, su che cosa? Sui pannoloni per anziani incontinenti: taglia maxi o
supermaxi? Su un oggetto terra terra, da dura vita e sopravvivenza quotidiana,
che appartiene all'esperienza di ognuno. Alla "banalità del Male"
definita da storici e filosofi, gli scrittori israeliani sanno contrapporre
l'eccezionalità simileroica, ilarotragica, di ogni atto quotidiano, il più semplice,
minuto, intimo. La letteratura israeliana ti cattura immediatamente con scene
che, proprio perché si stringono sui minimi dettagli della vita
"qualunque" con ferocia, dolcezza, carità e risentimento, ti appaiono
immediatamente autentiche, partecipabili. Anche nell'ultimo libro di Abraham
Yehoshua (che con Aharon Appelfeld, Amos Oz, David Grossmann è tra i maggiori),
possiede, con stile e modi tutti suoi, questa capacità di restituire ciò che un
tempo chiamavamo il "vissuto", ed è poi ciò che desideriamo, come il
pane, ritrovare sulla nostra mensa. Solo partendo da una autenticità realistica
costruita con un occhio che penetra come un rasoio, Yehoshua può aprirsi poi ai
discorsi più ampi, i suoi tragici paradossi. Chi ha discusso davvero il nucleo
di "Fuoco amico"? Là dove uno dei personaggi principali, che ha avuto
il figlio ucciso per sbaglio dai commilitoni, abbandona Israele,
come terra, come patria, come Stato e perfino l'ebraismo come religione in un
rinnegamento della fede antica, e si stabilisce in Africa? Chi ha colto fino in
fondo questa formidabile novità di una strana diaspora sconvolgente, l'uomo
israeliano che si separa da se stesso? 10/05/2008.
( da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
David
bidussa Lo scoglio libico che il nuovo governo si è trovato di fronte la sera
del suo battesimo riguarda solo la politica estera? Così sembra. Ma in realtà
sappiamo che qualsiasi scenario internazionale chiama in causa forme della
politica e progetti che coinvolgono gli affari interni, le economie, i flussi
finanziari. Cosìè anche per la crisi mediterranea che stiamo vivendo. La
politica estera è tornata a occupare il centro della scena in Italia,
investendo il ruolo, l'idea, e l'immagine che noi italiani abbiamo e vogliamo
avere per noi stessi. La questione intorno alla figura del ministro Roberto
Calderoli potebbe essere liquidata in tutta fretta: la risposta data da Massimo
D'Alema una settimana fa, quando è iniziata la protesta in Libia (in sintesi:
la questione del governo e della sua formazione è un fatto di politica
interna), è stata tecnicamente efficace, ma politicamente debole. Infatti non
siamo di fronte a una questione di ingerenza indebita. In queste ore lo sguardo
preoccupato di chiunque rifletta sulla nostra politica estera non è solo
rivolto verso Tripoli, ma anche verso Beirut, ossia verso un contesto in cui i
venti di guerra tornano a soffiare. È inevitabile che la scena di guerra civile
che segna una svolta drammatica nel difficile equilibrio - un Paese che da
sette mesi non riesce a eleggere il suo presidente della Repubblica - apra al
riaccendersi di quel confronto che già nell'estate 2006 fu al centro della
preoccupazione diplomatica e che ora per noi si carica di nuova tensione data
la presenza del nostro contingente militare su quel territorio. Si potrebbe
dunque concludere che la crisi mediterranea che sta di fronte a noi apre una
serie di domande sulla nostra politica estera: verso chi la rivolgiamo, con
quali soggetti e attori politici intendiamo promuovere e perseguire una
campagna di cooperazione e sviluppo, ma anche che prezzo siamo disposti a
pagare per tenerla in piedi. Nel momento in cui la Libia ci comunica il suo
disappunto e il suo malessere nei confronti del ministro Calderoli, ciò che
emerge non è solo un malessere o una differenza di vedute, ma un intero
pacchetto di questioni che rendono il Mediterraneo un "mare
pericoloso". Al centro non c'è soltanto la questione delle migrazioni
clandestine, ma anche quella delle politiche di investimento e della possibile
politica economica comune con una parte del Mediterraneo con la quale abbiamo in
piedi progetti non finiti (si veda l'annosa richiesta dell'autostrada
Tripoli-Bengasi, promessa dal governo Prodi e rimasta sulla carta). Lo stesso a
ben vedere accade nel nostro incerto futuro in Libano. Ricordiamolo. Due anni
fa siamo arrivati a Beirut all'interno di una politica di azione mediterranea
che voleva proporsi come rilancio di una politica dell'Europa in un contesto,
quello mediorientale, che l'aveva vista tradizionalmente ai margini. In quella
scelta c'erano molte componenti, tutte rivolte a prefigurare uno scenario
auspicato: far riprendere un processo verso la pace che si era drammaticamente
interrotto con la vittoria di Hamas a Gaza nel gennaio 2006, mentre contemporaneamente si era bloccato quel timido processo di
disimpegno avviato con il ritiro israeliano dalla Striscia nell'agosto 2005.
Bloccati gli Stati Uniti in Iraq, la scelta era dunque quella di un'Europa (in
prima linea Francia e Italia) disposta a trovare e a tessere una strategia
rinnovata sul Medio Oriente. In due anni questo processo non ha fatto passi
avanti. La crisi politica è in aumento in Israele,
il quadro mediorientale nel suo complesso è libanese ancora più complicato, la
politica mediterranea dell'Europa, al di là delle dichiarazioni verbali del
nuovo presidente della Camera, Gianfranco Fini, il giorno del suo insediamento,
e dell'idea di una proposta franco-italo-spagnola per il Mediterraneo, continua
a latitare. L'effetto è perciò un ritorno ai simboli. Calderoli, al di là delle
sue uscite discutibili, è a sua volta un simbolo: quello di una politica senza
idee e senza progetti che non sa come replicare in forma efficace e costruttiva
a una politica altrettanto simbolica che va in onda a Tripoli, ovvero la
mobilitazione ideologica delle piazze. L'effetto è il crollo o l'inesistenza di
tentativi di mediazione che di solito significano politiche del fare. Qui
invece dominano le politiche dell'essere che sono solo tavole identitarie, ma
non producono sviluppo. E dunque non rispondono alla necessità di trovare
soluzioni condivise. 10/05/2008 il malessere libicoC'è un pacchetto di
questioni che rendono il Mediterraneo un "mare pericoloso" 10/05/2008
il futuro in libanoLa strategia dell'Europa in Medio Oriente, in due anni, non
ha fatto un progresso 10/05/2008.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Le idee
Il sogno della Terra Promessa 60 anni dopo JEAN DANIEL Se nel 2008 è ancora
possibile porsi in un'ottica esclusivamente storica, cioè
non di parte, la creazione dello Stato d'Israele di cui si celebra questa settimana il 60° anniversario merita
senza dubbio di essere ricordata come uno degli eventi storici più straordinari
e gravidi di conseguenze del XX secolo. Rare volte un territorio così esiguo ha
suscitato tante passioni contraddittorie. Si è trattato a un tempo della
creazione di una nazione, della nascita di una società democratica e della
realizzazione di un sogno millenario. Avere tra le mani un progetto senza
sapere se sarebbe sfociato in una compagine nazionale è stato motivo di
esaltazione anche per George Washington. Ebrei e americani hanno in comune il
mito della Terra promessa. Ma era in gioco anche la sopravvivenza di un popolo
che dopo essere sfuggito allo sterminio ha avuto ragione del rifiuto di tutti i
suoi vicini. E c'è stata infine ? lo si dimentica troppo spesso - la
risurrezione miracolosa di una lingua, l'ebraico, che fino ad allora aveva
trovato rifugio nella liturgia. I maggiori linguisti di oggi ci sanno dire
quante lingue muoiono ogni giorno nel nostro mondo; ma nessuno di loro aveva
mai previsto la risurrezione di una lingua morta. Detto questo, va osservato
che la celebrazione dell'anniversario coincide con un fenomeno non meno
insolito di tutto il resto: non si erano mai ascoltate, in un periodo storico
così breve, tante autocritiche da parte delle élite, tanti dubbi sulla propria
identità o piuttosto sulla propria missione, un tale bisogno di confessare
errori e persino crimini, nelle pagine di romanzi e saggi e soprattutto nei
film. E' senz'altro possibile che il Festival di Cannes incoroni un film
israeliano dolorosamente audace. Tutto ciò va messo all'attivo della società israeliana.
SEGUE A PAGINA 31.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti
L'INCUBO LIBANESE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) O se, come spesso accade in questi
casi, qualcosa sfuggisse loro di mano. Per Hezbollah, vero "Stato nello
Stato" in un Paese che, da tempo, non verifica più la reale consistenza
dei diversi gruppi religiosi su cui si regge l'equilibrio confessionale per
timore di mettere in discussione la storica ripartizione consociativa delle
cariche istituzionali, il controllo dell'intera città non sembra preludere, per
ora, a una "nuova Gaza". La Corniche non è la Striscia. Lo sceicco
Nasrallah sa bene che non solo i sunniti o la frantumata comunità cristiana,
così come gli ambienti cosmopoliti di questa città levantina e disincantata,
non tollererebbero il dominio dello sciismo rivisitato in chiave khomeinista.
Per questo Hezbollah ha in passato formalmente rinunciato alla costituzione di
uno Stato islamico e si è "parlamentarizzato". Ma il Partito di Dio
sa anche che nemmeno i protettori internazionali, vecchi e nuovi, di quegli
stessi gruppi, come Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, potrebbero assistere
immobili al trionfo sciita nel "Paese dei cedri". Il Libano in mano
di Nasrallah rischierebbe di ancorare la potenza iraniana alle coste
mediterranee in maniera più salda di quanto sia accaduto con l'approdo di Teheran
a Gaza. E i rapporti tra Iran e Hezbollah sono ben più stretti di quelli con il
sunnita Hamas. Probabile che l'obiettivo di Hezbollah sia, nella circostanza,
preservare e ampliare la sua forza nel fragile quadro della statualità
libanese. Non è casuale che la decisione del governo di smantellare la rete di
comunicazione parallela del Partito di Dio, usata essenzialmente per scopi
militari, così come la sostituzione del responsabile della sicurezza
dell'aeroporto di Beirut, "vicino" al movimento e imputato dal governo
libanese di sorvegliare per conto dei miliziani sciiti alcune piste
"riservate" dello scalo della capitale, sia stata interpretata da
Nasrallah come una "dichiarazione di guerra". Senza quella rete la
capacità difensiva e offensiva di Hezbollah, largamente riorganizzato in uomini
e, con l'aiuto iraniano, anche in mezzi dopo l'estate del 2006, sarebbe monca.
Per il Partito di Dio il paralizzante quadro politico e militare nato dopo la
guerra del 2006 non va toccato, se non a proprio favore. è così possibile che
la "presa di Beirut", in un contesto in cui un eventuale intervento
dell'esercito rischia di far deflagrare la guerra civile oltre che la stessa
Armeè, che negli alti gradi ha ufficiali prevalentemente cristiani e sunniti ma
nei ranghi inferiori registra invece la forte presenza di soldati sciiti assai
restii a volgere le armi contro i propri confratelli, sblocchi paradossalmente
il braccio di ferro sull'elezione del presidente della Repubblica. Persino
l'elezione di Michel Sleimane, comandante in campo delle forze armate, e il
rilancio del "dialogo nazionale", avverrebbe così alle condizioni di
Nasrallah e non a quelle di Hariri: innanzitutto niente smantellamento della
rete di comunicazione del Partito di Dio, caldeggiato da americani e israeliani.
Troppo grande, infatti, per Hezbollah il rischio di provocare una nuova guerra
se il movimento di Nasrallah tentasse di dominare l'intero Paese. Non solo
perché Francia e Stati Uniti, così come l'Arabia Saudita, grande protettrice
del clan Hariri, non starebbero certo a guardare. Ma perché
soprattutto Israele,
nonostante l'invito a guardare a quanto accade in queste ore a Beirut come a
una questione interna libanese, non tollererebbe un accerchiamento di forze
filoiraniane a sud e a nord. E potrebbe così essere tentato dal regolare i
conti non saldati con Hezbollah nella guerra di due anni fa; oltre che
con il suo protettore iraniano, vero convitato di pietra di quel conflitto, non
perduto militarmente ma politicamente da Gerusalemme. Gli avvenimenti libanesi
hanno anche un risvolto italiano. Se la crisi dovesse diventare incandescente
difficile che le truppe Unifil, ora comandate dal generale Graziano, possano
mantenere il ruolo avuto sin qui. Dovrebbero lasciare il Paese. Oppure, con un
diverso mandato Onu, impegnarsi in missione di peace-enforcing. Scenari da
incubo, tenuto conto che il conflitto potrebbe diventare regionale. In questi
frangenti sarebbe prudente evitare dichiarazioni o mosse unilaterali. Nel
discorso che ha dato il via libera all'offensiva su Beirut, Nasrallah ha fatto
riferimento alla possibile modifica delle regole d'ingaggio per le truppe
italiane dell'Unifil, misura comunque di competenza Onu, evocata nelle scorse
settimane da Berlusconi. In quel caso, ha ricordato Nasrallah, muterebbe anche
l'atteggiamento di Hezbollah nei confronti dei caschi blu, forza di cui il
contingente italiano è il perno. In questa difficile situazione, che già induce
a evacuare i nostri concittadini da Beirut, sarebbe bene mantenere un profilo
discreto, accompagnato da una diplomazia a tutto campo: ruolo possibile solo se
non siamo troppo schierati. In caso contrario, come emerge anche sul
"fronte libico", la politica estera verso il mondo islamico rischia
di diventare presto il tallone d'Achille del nuovo governo.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina I
- Torino Gli organizzatori riuniti in ateneo per stabilire gli ultimi dettagli.
Modificato il percorso dei manifestanti Librolandia, l'incognita del corteo In
arrivo anche l'ala dura dei centri sociali. Schierati mille poliziotti Tremila
persone in corteo, dietro gli striscioni di "Free Palestine".
Sono queste le previsioni numeriche azzardate dalla questura, alla vigilia
della manifestazione "contro" che oggi pomeriggio partirà da corso
Marconi per approdare vicino al Lingotto, protetto da misure di sicurezza
straordinarie e da centinaia di poliziotti e carabinieri. All'iniziativa
di piazza, messa a punto ieri pomeriggio con una assemblea tenuta in cima alle
scale di Palazzo nuovo, parteciperanno attivisti di centri sociali e
associazioni in arrivo in treno e in pullman da mezza Italia, l'ala dura e pura
del movimento antagonista. "Da che parte stare? Noi lo sappiamo", è
uno degli slogan che verranno scanditi durante il percorso. "Siamo
tranquilli e lo devono essere tutti - dicono i promotori - sarà una
manifestazione colorata e pacifica, ma carica di contenuti e significati".
SERVIZI ALLE PAGINE II E III.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
II - Torino L'annuncio "Scrittori israeliani e palestinesi assieme a
Lingua Madre 2009" Bisognerà aspettare ancora un anno, ma alla Fiera del
Libro del 2009, con ogni probabilità, scrittori, poeti, artisti e musicisti
israeliani e palestinesi saranno presenti insieme nello stand di Lingua Madre,
il laboratorio multiculturale e multietnico della kermesse del Lingotto che,
ormai da anni, propone uno stimolante incrocio fra culture, lingue, voci dai
cinque continenti, superamento delle barriere religiose e politiche. Ad
anticipare la notizia è lo storico Gianni Oliva, assessore alla Cultura della
Regione Piemonte. "Avremo - spiega - uno spazio
interamente dedicato alla cultura di Israele e della Palestina, che potranno dialogare e confrontarsi con i loro letterati, i
loro studiosi". Inoltre, aggiunge l'assessore Oliva, "non ci sarà
soltanto un incontro sul piano della letteratura e della poesia, ma anche nel
campo delle loro cucine tradizionali".
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
III - Torino Gianni Vattimo, uno degli animatori del boicottaggio "Sfilerò
idealmente ma sono sconfortato" Mi sono convinto che il conformismo
sionista sia davvero troppo forte. E' una battaglia persa SARA STRIPPOLI
Professor Vattimo, lei oggi sarà al corteo? "Ci sono idealmente, ma sono
fuori Torino e non potrò sfilare. Visto tutti i problemi che ho già con questa
storia, almeno non me ne creo altri annullando un appuntamento preso da tempo.
Ma se fossi a casa sarei senz'altro parte di quel corteo. Anche se devo dire
che sono un po' sconfortato". Lei, sconfortato? "Sì, mi sono convinto
che il conformismo sionista sia davvero troppo forte. C'è poco da fare, la loro
voce si fa sentire altissima. Ieri ho avuto un vivace dibattito con il
portavoce della comunità islamica di Roma Riccardo Pacifici al programma di
Sky, Controcorrente. Sostengono che in questo momento stanno provando un senso
di forte accerchiamento. Mi sembra davvero incredibile che loro si sentano
accerchiati". Come immagina il corteo di oggi? Pensa che ci saranno
problemi? "Guardi che quei ragazzi dell'università sono degli agnellini,
delle pecorelle. Se non ci saranno movimenti strani non succede proprio niente.
Questa tensione di cui tutti parlano, e a cui i giornali hanno dato eco, non
esiste affatto. Oltretutto, con queste premesse, sono i partecipanti ad avere
paura, semmai". Tutto tranquillo sotto il cielo di Torino? "Ma
suvvia, la tensione è stata creata. Così noi, che siamo
contro la partecipazione di Israele alla Fiera, facciamo la figura degli sporchi, brutti e
cattivi". Lo scrittore ebraico Aharon Appelfeld ieri le ha mandato un
messaggio: i docenti universitari dovrebbero stare al di sopra, essere super
partes. Lei replica? "Io esprimo le mie idee, ci mancherebbe, come fa
qualsiasi intellettuale. E allora cosa mi dite della Fiera del libro?
Noi abbiamo semplicemente preso posizione contro l'utilizzazione politica che è
stata fatta con la partecipazione di Israele. Una
Fiera del libro non dovrebbe essere super partes?". Professor Vattimo, non
è che per caso ha cambiato idea? "No, non ho cambiato idea, ci mancherebbe
altro. Però gliel'ho detto: sono un po' sconfortato. Mi sembra tanto una
battaglia persa".
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
III - Torino Sergio Vallero, presidente del consiglio provinciale "Alla
sinistra non serve questo tipo di visibilità" Si festeggia il 60° anniversario di Israele e anche la Palestina deve avere il suo Stato Presidente Sergio Vallero, lei ha
annunciato che non andrà al corteo di questo pomeriggio. Ci spiega perché?
"Non ci vado di sicuro. E non perché ho rinunciato a farlo, ma perché ho
un'altra idea di come ci si rapporta alla questione israelo-palestinese.
Non una posizione che assumo oggi in questo contesto politico. E questa è anche
la posizione di Rifondazione a livello nazionale". No alla manifestazione,
punto e basta? "Condivido pienamente quello che ha detto ieri il
presidente Napolitano, che come al solito dimostra grande saggezza. Lui non ha
evitato il problema, ma ha sottolineato che ci sono due popoli e due stati. Si
festeggia il sessantesimo anniversario di Israele e
anche la Palestina deve avere il suo Stato. Potrei
dirla con Yehoshua: il prossimo anno. O uno dei prossimi, il Paese ospite
dovrebbe essere proprio la Palestina. Per dare
legittimità allo stato palestinese. E a quel punto non vorrei veder nascere
contestazioni di chi organizza cortei o boicottaggi". Lei pensa che ci
potranno essere problemi al corteo di oggi? "Mi auguro davvero che la
manifestazione non crei problemi di ordine pubblico. Quello che non vorrei è
che si usasse lo Stato palestinese per cambiare la linea di parte della
Sinistra, che diventi una battaglia pubblicitaria di una sinistra che sta
sfruttando il dramma per dare visibilità ai propri simboli. La visibilità deve
nascere dai contenuti e non dalle immagini di bandiere bruciate. La storia ci
ha insegnato che ai tempi del Vietnam c'era un pezzo di sinistra che bruciava
le bandiere americane. Oggi questi signori sono diventati riformisti incalliti
oppure militano nel centrodestra. Non vorrei che la storia si ripetesse".
Lei ha promosso un documento. Lo firma quale parte di sinistra? "E firmato
da sedici persone, fra i quali anche Luca Robotti del Pdci. Tutte persone che
gravitano nella sinistra che non si riconosce in coloro che bruciano bandiere
per meri fini identitari". (s.str.).
( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Segue
unifil Ma il mandato ci impone anche di partecipare al disarmo delle milizie
presenti sul territorio - leggi Hezbollah - affidandoci però solo un ruolo di
sostegno all'esercito regolare libanese. Disarmo che deve garantire Israele ma che al contempo contribuisce
al rafforzamento dello Stato libanese. Di più. È il perno di quel fin qui
incompiuto processo di costruzione dello Stato e della Nazione libanese. Con
qualche acrobazia, è stato fino ad ora possibile fare in modo che la
contrapposizione comunitaria, l'interminabile stallo politico e la più ampia
partita geopolitica che si gioca su quel fazzoletto di terra apparissero
come uno sfondo sul quale ci muoviamo con innegabile perizia. Ma nel momento in
cui il Partito di Dio porta il suo attacco al cuore dello stato libanese, e di
quel legittimo governo che abbiamo promesso di sostenere, non è più possibile
fare finta di nulla. Abbiamo in Libano il contingente più numeroso. Il comando
sul campo è affidato a noi. E sulla questione libanese - sia chiaro - il
governo Prodi si è assunto un impegno politico e militare che coinvolge
l'intero paese. I leader libanesi, nella loro compiaciuta irresponsabilità
sopravvissuta a quindici anni di guerra civile, amano la retorica al calor
bianco, l'evocazione dell'apocalisse, la messinscena purtroppo realistica della
guerra. Resta quindi la speranza che lo spettacolo che va in scena a Beirut in
queste ore sia solo l'ennesimo atto dell'interminabile braccio di ferro
comunitario, partitico e geopolitico. Ma se davvero è giunta l'ora della resa
dei conti ci toccherà decidere quale ruolo spetterà ai nostri 2.500 soldati - e
alla nostra diplomazia - nel momento in cui il paese si disarticola. Se
vogliamo impegnarci dobbiamo evitare le avventure solitarie e prendere
l'iniziativa diplomatica in sede di Consiglio di Sicurezza. Magari per definire
nuove regole d'ingaggio che potrebbero tradursi semplicemente nell'agevolare
l'uso delle armi da parte dei nostri soldati. E l'intervento sul campo di
battaglia a difesa dell'integrità nazionale libanese. Avendo però bene in mente
i rischi ai quali esporremmo i nostri soldati. E le possibili conseguenze
diplomatiche di un simile passo. In breve, l'intera missione andrebbe rivista e
approvata da una nuova risoluzione del Cds. O bocciata dallo stesso. Una volta
soppesati i costi potremmo anche decidere che questa semplicemente non è la nostra
guerra. Ma a questo punto, piuttosto che restare come osservatori inutilmente
armati varrebbe la pena pensare una rapida exit strategy. Luigi Spinola
10/05/2008.
( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Segue
riflessioni sulle contestazioni alla fiera di torino I pregiudizi dietro le
critiche a Israele (segue dalla prima pagina) Mi
permetto di segnalarne tre al lettore, da tempo proposti dall'ex ministro
israeliano ed ex prigioniero di Sion, Natan Sharansky. Per Sharansky, si tratta di antisemitismo in tre casi: delegittimazione d'Israele, demonizzazione d'Israele e l'uso di due pesi e due
misure. Si tratta di antisemitismo se la critica non mira a indurre Israele a un comportamento diverso, ma è
tesa a dimostrare che Israele non merita d'esistere, quale che ne siano le azioni. Le
politiche criticate, in questo contesto sono ritenute un sintomo dell'essenza
malvagia attribuita a Israele. Anche se Israele cambiasse direzione, per chi delegittima invece che
criticare, tale cambio di rotta sarebbe letto come una cinica manovra. Esempi?
Il boicottaggio accademico degli universitari israeliani, a meno che non
condannino pubblicamente il sionismo. Si tratta ugualmente d'antisemitismo se
si demonizza Israele attraverso paragoni eccessivi o
attraverso accuse false. Il paragone tra Israele e i
nazisti è falso e tende a esagerare le azioni d'Israele
contro i palestinesi. L'accusa mossa a Israele di
attuare un "genocidio" in Palestina ricade
ugualmente in questa categoria, data l'enorme differenza tra il conflitto in
corso tra Israele e palestinesi e la sistematica eliminazione
di un popolo che è il genocidio. E le calunnie fatte a Israele
in questi anni, d'essere responsabile per l'11 settembre, di avvelenare le
falde acquifere palestinesi, di aver utilizzato armi arricchite d'uranio, sono
tutte menzogne, facilmente verificabili, che ciononostante sono state diffuse,
e da alcuni sono state credute, per il solo scopo di demonizzare Israele giustificando gli appelli per la sua distruzione. La
demonizzazione insomma è antisemitismo perché, oltre che fondarsi su
distorsioni, esagerazioni e falsità, diventa di fatto un mandato linguistico
per distruggere Israele e finisce con l'estenderlo
anche agli ebrei - almeno coloro tra gli ebrei che si rifiutano di condannare
pubblicamente Israele. Si tratta infine di
antisemitismo quando si applica un principio rigoroso a Israele
ma non lo si applica ad altri, compresi sé stessi. L'esempio classico
d'antisemitismo è l'ossessionante e ricorrente condanna d'Israele
per violazione di diritti umani in istituzioni come l'Onu, quando affiancata
dalla mancanza più totale di ogni condanna, anche blanda, di ben peggiori
violazioni che avvengono giornalmente nei paesi arabi. Un altro esempio è
l'attivismo sfrenato per l'autodeterminazione dei palestinesi in nome di un
ideale universale di giustizia e libertà, accompagnato dal silenzio complice di
fronte al diniego del medesimo diritto ai curdi da parte di turchi e arabi o ai
tibetani da parte dei cinesi. Un terzo esempio è l'accusa mossa di genocidio a Israele - nonostante la sua ovvia falsità - accompagnata dal
silenzio sul genocidio in corso in Darfur, Sudan, a opera di milizie arabe con
il sostegno di un governo arabo e la complicità della Lega Araba, contro
popolazioni nere musulmane. Due pesi due misure insomma. Torniamo dunque alla
polemica della Fiera di Torino per concludere. I contestatori hanno promosso
non solo una critica alle politiche del governo israeliano - ma un attacco
all'essenza stessa dello Stato d'Israele, al suo
diritto d'esistere e al suo diritto di difendersi non solo da attacchi alla sua
sicurezza fisica ma anche da calunnie che lo accusano di atrocità e crimini non
commessi. E ogni tentativo di ribattere critiche e calunnie viene descritto a
tinte fosche, come se fosse un complotto. Le calunnie e le accuse false e
infondate mirano a demonizzare e a delegittimizzare Israele
- e a mettere a tacere chiunque provi a difenderlo. Chi infatti oserebbe
prender le difese di un paese macchiatosi di tali nefandezze se le accuse sono vere?
Infine, la demonizzazione messa in atto a Torino segue un procedimento tipico
della retorica antisraeliana - la demonizzazione, l'attacco all'essenza stessa
d'Israele e al suo diritto ad esistere riflettono un
metro di giudizio diverso da parte dei contestatori rispetto a Israele. Nessuno si sognerebbe infatti di contestare una
scelta della Fiera di avere paesi come l'Egitto e persino la Palestina
- che paese ancora non è - a causa delle loro gravissime violazioni dei diritti
umani o della totale mancanza di democrazia nelle loro società. Solo Israele ottiene il discutibile privilegio di vedere le sue
bandiere bruciate e i suoi autori boicottati. Va da sé che la critica a
specifiche politiche israeliane non si meriti l'accusa d'antisemitismo. Ma
dovrebbe essere ugualmente ovvio che la tentazione di scivolare nello
stereotipo antisemita esiste e che più d'una volta, chi si erge a difensore dei
palestinesi e a detrattore d'Israele, in realtà
ricorre al conflitto arabo israeliano per mascherare un pregiudizio. Non contro
una politica di un governo. Né tantomeno con un paese intero. Ma con un popolo.
Emanuele Ottolenghi 10/05/2008.
( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Libano 3
il rompicapo delle regole d'ingaggio Più facile dire addio che cambiare la
missione Per l'ennesima volta il Libano è sull'orlo della guerra civile. Il
tentativo, da parte del governo, di eliminare la rete telefonica di Hezbollah è
un'ulteriore testimonianza di quanto, nei conflitti moderni, siano fondamentali
la gestione delle informazioni e la vittoria su "cuori e menti" delle
popolazioni civili. Se il paese precipita verso il baratro, che cosa possono
fare le forze Onu, comprese quelle italiane, in Libano? Quello che possono fare
è solo seguire le loro regole d'ingaggio. Le regole d'ingaggio (rules of
engagement, RoE), in generale, stabiliscono, il comportamento da tenere da
parte delle unità militari italiane impegnate in missioni di peacekeeping:
quando usare le armi, come e con quali finalità, come comportarsi verso la
popolazione locale e verso i gruppi armati, milizie o eserciti che siano,
presenti nel territorio in questione e così via. Le RoE sono stabilite dai
comandi militari sulla base delle indicazioni che vengono dal governo italiano,
che a sua volta segue le condizioni stabilite dall'organizzazioni
internazionale (in Libano è l'Onu) che ha responsabilità per la missione. In
Libano, l'Italia è presente con 2450 uomini (e donne) sulla base della
risoluzione Onu n. 1701 dell'11 agosto 2006 (Unifil/Operazione
"Leonte"). Il comando sul campo è attualmente affidato all'Italia
(Gen. Graziano), mentre la direzione strategica delle operazioni, con sede a
New York, è sotto la Francia. Per svolgere la missione i militari italiani sono
impegnati in osservazione da posti fissi, pattugliamenti (diurni e notturni,
terrestri e marittimi) e nella realizzazione di check-points, in collegamento
con le forze armate libanesi. Tra i compiti della missione, è previsto il
controllo del territorio in modo da evitare che israeliani e milizie Hezbollah
vengano in contatto (monitoraggio della "blue line") e che questi ultimi colpiscano Israele con il lancio missili. L'aspetto più delicato (e pericoloso) è
il disarmo delle milizie: chiunque non appartenga all'esercito regolare
libanese deve essere disarmato. Ma è l'esercito libanese che ha l'autorità per
procedere al sequestro delle armi, i caschi blu, compresi gli italiani, hanno
solo funzioni di sostegno. Se i militari italiani intercettano un carico
di armi devono per forza chiamare i libanesi. E il quotidiano Haaretz , qualche
giorno fa, aveva riferito che gli israeliani consideravano Unifil e il gen.
Graziano troppo ambigui nei controlli degli Hezbollah (anche se poi i dati Onu
hanno dimostrato la professionalità e imparzialità dei caschi blu e del comando
italiano). Un'altra regola potenzialmente rischiosa stabilisce che sul territorio
libanese non possano esserci "armi o forze armate straniere, senza
l'autorizzazione del governo libanese". E se il governo libanese
dichiarasse "fuorilegge" le milizie Hezbollah? In teoria, ai caschi
blu potrebbe essere chiesto un contributo attivo alle operazioni dell'esercito
libanese. E' possibile: e a quel punto che si fa? La settimana precedente le
elezioni l 'ex ministro della difesa Antonio Martino aveva chiesto la modifica
delle RoE in Libano. Impresa (quasi) impossibile. Sarebbe infatti necessario:
(a) l'accordo degli altri paesi partecipanti, e (b) una nuova risoluzione del
Consiglio di sicurezza dell'Onu. Se poi un membro permanente del Consiglio,
come Russia o Cina, votasse contro, l'intera missione sarebbe cancellata, con
conseguenze disastrose. Se anche il nuovo governo rendesse meno restrittivo
l'uso delle armi individuali per i militari italiani, gli altri paesi che
partecipano all'Unifil si opporrebbero, per timore di un'escalation che
inevitabilmente coinvolgerebbe anche i loro contingenti. Per ora gli scontri
sono limitati a Beirut, dove non ci sono forze Onu, che sono invece presenti
nel sud/sud-est del paese. In queste aree però gli Hezbollah sono molto
presenti (anzi il confine con la Siria è per loro strategico). E' improbabile che,
se gli scontri continuano, il sud resti tranquillo, non fosse altro perché
crescerebbe il traffico di armi, in conseguenza all'aumento degli scontri.
L'amara realtà è che forse nessuno vuole più Unifil in Libano. Invece che
cambiare le regole, il nuovo governo potrebbe dover sovrintendere al ritiro
definitivo dal Libano. 10/05/2008.
( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Libano 2
la questione centrale si chiama sovranità L'Unifil nel mezzo della guerra per
la telecom sciita Quella che sembra un improvviso ed estemporaneo deflagrare di
fuochi di guerra civile in Libano, con scontri tra Hizballah e esercito
libanese e il ritorno di Beirut ad un'atmosfera anni '70, non è in realtà né
estemporaneo né improvviso. La questione si chiama "sovranità
libanese", un viluppo interdipendente e strettissimo tra debolezza interna
dello Stato - esemplificata dallo stallo in atto dal 23 novembre scorso nella
elezione del nuovo Presidente della Repubblica, e dal ruolo di Hizballah - e
forza degli attori esterni e regionali - a partire dalla Siria - le cui
interferenze sono rese possibili appunto dalla debolezza interna. A
dimostrazione di ciò il fatto che il casus belli dell'ultima crisi è stata la
decisione del governo libanese di dichiarare illegale la rete di comunicazione
parallela di Hizballah - definita "la telecom sciita" - il cui valore
aggiunto è quello di collegarlo alla Siria e all'Iran. Perché, dopo la guerra
in Iraq, sunniti e sciiti sono sempre più l'un contro l'altro armati, il che in
Libano concorre agli scontri di ieri e purtroppo significa anche che le
conseguenze di una guerra civile sarebbero ancor più devastanti di quella
passata: mentre infatti a Beirut i quartieri cristiani e musulmani erano
divisi, sunniti e sciiti vivono mischiati gli uni agli altri. La missione
Unifil si trova dunque ad essere delicatissimo anello di giunzione tra queste
due dinamiche interdipendenti - quella regionale e quella libanese - e ciò
spiega la centralità della discussione sulle sue regole d'ingaggio. La polemica
di qualche giorno fa sulle regole d'ingaggio di Unifil - rilanciata dal
quotidiano Haaretz - può essere derubricata anche a comprensibile nervosismo di
ambienti militari israeliani per l'intricatezza del nodo libanese. Per
scioglierlo bisognerà infatti sia far pace con la Siria, e dunque accettare la
dolorosissima rinuncia al Golan - e guarda caso proprio in questi giorni il
"negoziato inesistente" tra Israele e Siria per mezzo della Turchia
sta affiorando alla luce del sole - sia venire a capo della natura coriacea del
nemico Hizballah, che già prima della guerra del 2006 si dimostrò assai difficile
da infiltrare per il Mossad, e che dunque può molto innervosire se continua a
dotarsi di comunicazioni criptate non decifrabili. Il problema del
riarmo di Hizballah quindi esiste, ed è ancora irrisolto, come si vede anche
dagli eventi di ieri. Ma il riarmo e il disarmo di una forza militare ma anche
politica come Hizballah è questione non interamente circoscrivibile alla
risoluzione 1701, per altro basata sul "peace keeping" - mantenimento
della pace sulla base dello status quo del dopoguerra 2006 - e non sul
"peace enforcing", cioè la creazione di diverse condizioni sul
terreno anche con la loro imposizione. Del resto, se il problema fosse il solo
contingente Unifil, non si capirebbero né le assicurazioni recenti né le parole
di elogio costantemente reiterate nei mesi passati dal primo ministro
israeliano Ehud Olmert. Dunque la spinosissima questione da affrontare, per
l'Italia e il suo nuovo governo, è quella tutta politica dell' ubi consistam
del Libano di oggi. Il che significa anche la Siria, e dunque in ogni modo
almeno tenere presente la risoluzione 1559 insieme a quella 1701. 10/05/2008.
( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Libano 1
soltanto l'esercito tra siniora e il colpo di stato Le mani del Partito di Dio
su Beirut Hanno bloccato le trasmissioni delle emittenti televisive e occupato
i giornali della famiglia Hariri, impedito l'accesso all'aeroporto, costretto
il porto alla chiusura, espugnato i quartieri fino all'altroieri appannaggio
del governo filoccidentale di Fuad Siniora: di fatto Hezbollah ora detta le
regole del gioco a Beirut, e l'ombra di Damasco torna a incombere sul paese dei
cedri. Ieri gli scontri nella capitale libanese, costati la vita a una decina
di persone in meno di tre giorni, si sono interrotti perché non c'era più
nessuno a opporsi ai miliziani filosiriani che hanno preso il controllo della
parte ovest della città, abitata in larga parte dai sunniti. L'esercito del
mancato presidente Michel Suleiman ha preso in consegna le postazioni
abbandonate dai seguaci della maggioranza di governo, laddove ha potuto,
cercando di arginare l'avanzata del movimento sciita, anche se oramai i
quartieri di Bshamoun, Arfour e Khalda sono stati occupati dai militanti
dell'opposizione, come pure si è combattuto fino all'ultimo ad Hamra, il
quartiere misto finora considerato il cuore del territorio pro Siniora, e a
Mazara, più a sud, vicino al feudo del Partito di Dio. Non è ancora guerra
civile, ma ci assomiglia. L'abitazione del leader della maggioranza antisiriana
Saad Hariri è stata colpita da una granata, il capo dei drusi Walid Jumblatt è
stato scortato in un luogo segreto dall'esercito, mentre Siniora, che ha
trascorso la giornata nel suo ufficio sorvegliato a vista dai suoi, ha detto
chiaro: Hezbollah sta tentando un colpo di stato per restaurare l'occupazione
siriana e a estendere l'influenza dell'Iran fino al Mediterraneo. L'unico posto
rimasto relativamente sicuro per la maggioranza di governo sembra essere il
quartiere cristiano, dove ieri è stata convocata una riunione dei parlamentari
fedeli a Siniora per dichiarare lo stato di emergenza e coinvolgere l'esercito
rimasto finora ai margini dello scontro politico proprio per evitare un bagno
di sangue. Ora le armi tacciono, dunque, di un silenzio denso delle peggiori
attese. Lo scontro in atto da mesi tra il governo di Fuad Siniora e
l'opposizione di Hezbollah incarnata da Hassan Nasrallah, è oramai al punto di
rottura, anche se fonti di Hezbollah smentiscono che l'opposizione voglia
colpire i leader della maggioranza. Piuttosto, Nasrallah sembrerebbe voler
dimostrare che il Partito di Dio ha la forza per far cadere l'attuale governo,
imponendo un potere più ampio per Hezbollah nelle scelte politiche del paese.
Perché lo scontro travalica il conflitto tra sunniti e sciiti, diventando una
battaglia per il potere laddove, paradossalmente, lo status quo e la paralisi
politica provocata dall'opposizione di Hezbollah nell'elezione del presidente,
in assenza di un reale conflitto armato, ha sottratto consensi al Partito di
Dio. Una deriva pericolosissima che, secondo gli stessi analisti libanesi,
potrebbe creare le condizioni per un conflitto di proporzioni devastanti per il
paese dei cedri. Molto dipenderà dalla capacità dell'esercito, ora dispiegato
nei quartieri "conquistati" da Hezbollah, di mantenere la distanza
tra le parti contrapposte. Ma molto di più dipenderà dagli attori che agiscono
fuori dal Libano e che ripercorrono gli schemi di sempre. Ieri il presidente
siriano Bashir al Assad liquidava la crisi del suo ex protettorato come
"una questione interna", a margine di un incontro con l'emiro del
Qatar con cui, però, discuteva proprio di quella "questione interna".
L'Arabia Saudita ha chiesto è ottenuto una riunione d'emergenza dei paesi arabi
per fermare gli scontri a Beirut, spalleggiata dall'Egitto preoccupato dall'"intenzione
dell'Iran di controllare il Libano". E Teheran? Ieri
lanciava i consueti anatemi contro Israele e Stati Uniti, responsabili di un "complotto politico"
ai danni del Libano. Dal canto suo, il presidente israeliano Shimon Peres, che
ha buone ragioni per temere Hezbollah, ha puntato il dito contro l'Iran,
sottolineando come "questa nuova tragedia libanese non abbia nulla a che
fare con Israele",
mentre la Casa Bianca ha ammonito Iran e Siria a non fiancheggiare Hezbollah. E
se il governo italiano appena insediatosi è stato preso in contropiede dal
precipitare della situazione in Libano, i principali partner europei nella
missione Unifil non sembrano avere idee risolutive: Francia e Spagna ieri
confermavano il pieno sostegno a Siniora e assicuravano pieno sostegno alla
ripresa del dialogo. Ma con chi? I buoni propositi non convincono più. Di certo
non il fiume di persone da ieri ammassate alla frontiera con la Siria, nel
tentativo di lasciare il paese. Quasi tutti stranieri, molti occidentali.
Meglio partire subito, il peggio potrebbe ancora dover arrivare. 10/05/2008.
( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Aldo nove
da sempre critico "Manifestanti parassiti, preferisco stare in Fiera"
Una fiera che fa schifo, in un Lingotto ristrutturato male da Renzo Piano, con
i biglietti che costano troppo. Nel 2005 fu molto duro Aldo Nove, ex cannibale,
scrittore eclettico, autore di un celebre libro sul precariato che fece breccia
nel cuore di Fausto Bertinotti e da qualche anno, firma di punta di Liberazione
. Oggi sarà a Torino, perché presenta il suo ultimo lavoro, Zero il robot
(deliziosa favola illustrata, in stile Piccolo principe , per bambini
"accompagnati" scritto con Maria F. Tassi, esce da Bompiani) ma
perché, pur non avendo cambiato giudizio sulla Fiera del libro,
"preferisco essere dentro, con spettatori paganti, che fuori, con quei
parassiti dei manifestanti". Per Nove la
manifestazione contro la presenza di Israele in fiera è una presenza "stupida e parassitaria". È
appena tornato da un convegno in Germania, "ma nessuno ha protestato
contro la mia presenza perché non è che io rappresento l'Italia di
Berlusconi". Allo stesso modo, "gli intellettuali israeliani non
rappresentano necessariamente la politica di Israele, anzi, sono molto critici, sono per il dialogo. Mi irrita
questo boicottaggio, non capisco se è una cosa di sinistra, mi sembra
semplicemente molto stupida. Mi vergogno per loro. Sul piano simbolismo sia un
atto molto violento. Non mi piace. L'atto del bruciare in sé è brutto. Si
bruciano i libri, poi chissà dove si finisce. Il secolo scorso ce lo insegna.
Mi sembrano stupidi, non solo opportunisti, e pericolosi". Stesso
giudizio, severo, su Gianni Vattimo: "Sta cercando pubblicità, credo.
Oppure ha problemi. Certo di idee, poche. Non riesco a valutare che costa stia
facendo. Sta andando in "acido", si direbbe dalle mie parti". Dove
si vota Lega. Sul voto elettorale e la batosta della Sinistra arcobaleno, in
particolare di Bertinotti, e l'ascesa della Lega, Nove sembra non aver ancora
assorbito la sconfitta. "È stato fatto un esperimento politico che non ha
funzionato. Forse non è stato capito, ma evidentemente non era politicamente
buono. Storicamente, quando si accorpano dei partiti, si perde. Ma non ci si
aspettava una perdita così grossa, così pesante. Penso che l'Arcobaleno sia
stato colto di sorpresa e non abbia capito come mandare al meglio il suo messaggio.
Certo, poi il semi-ricatto del voto utile. Molta gente di sinistra non ha
votato, altri non volevano disperdere il voto? altri in maniera a-ideologica
hanno forse persino votato Lega". Nove, che rivendica ancora l'utilità di
dirsi di sinistra, "c'è già tanta confusione, meglio tenere ferme alcune
categorie", non condivide quanti, come Luca Casarini, danno una lettura
politicamente aperta al modello leghista, riconoscendone una efficacia
strutturale. "La Lega è molto lontana dalla mia sensibilità. Io sono di
Varese, l'ho vista crescere, ma io sono nato a Varese e mi sento cittadino del
mondo, non varesotto, o lombardo? mi sembra uno scherzo, ma è tutto vero.
L'altro giorno ho beccato su internet un manifesto della partita Padania-Tibet
e l'ho mandato a tanti amici pensano che fosse un gioco. E invece era vero, ho
scoperto. Ma il Dalai Lama lo sa che sta con Borghezio?". Luca
Mastrantonio 10/05/2008.
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del L'INTERVISTA al Comandante della missione Unifil
Graziano: "Non si spara nella zona dove opera Unifil Le attuali regole
d'ingaggio funzionano bene" di Toni Fontana Il generale Claudio Graziano,
torinese, 54 anni, è dal febbraio 2007 comandante della forza di pace Unifil in
Libano. "Siamo pronti ad affrontare situazioni di emergenza - afferma - i
caschi blu operano in una precisa e delimitata zona del Libano e con il
consenso delle parti. La presenza di Unifil è indispensabile per garantire il
cessate il fuoco. Le regole d'ingaggio sono forti e permettono di agire con forza,
ma nell'ambito di uno specifico mandato stabilito dal capitolo sesto della
Carta Onu". Generale gli avvenimenti sembrano precipitare. Unifil come si
prepara? "La situazione è preoccupante e complicata, i nostri sono
tuttavia un mandato e una missione specifica, con precisi limiti geografici che
sono, a nord, la Blue Line e, a sud, il fiume Litani". Unifil opera da un
anno e mezzo mezzo. Con quali risultati? "Il grande merito è quello di
aver assolto al mandato, di aver raggiunto lo scopo principale: mantenere il
cessate il fuoco. Abbiamo progressivamente aumentato la collaborazione con le
forze libanesi. E, fino a quando manterranno questo livello di cooperazione con
noi, la missione può procedere e può avere successo. Questo è del resto il
mandato Onu. La crisi libanese non trova soluzione e ciò rende più difficile
passare da un cessate il fuoco temporaneo ad uno permanente". La
risoluzione 1701 afferma che non debbono essere persone armate in quell'area.
Ma non è così.. "Nei giorni scorsi vi sono state alcune
polemiche alimentate da un articolo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz,
ma non sono state confermate dalle fonti ufficiali dell'esercito che ha
licenziato un comunicato nel quale si ringrazia Unifil per il grado di
sicurezza che sta mantenendo ai confini e per la collaborazione del comandante.
Questa è la posizione ufficiale. Giovedì, nel corso di una cerimonia per il 60°
anniversario di Israele, i nostri rappresentanti hanno
ricevuto il ringraziamento del presidente dello Stato ebraico. Nell'ultimo mese
le forze libanesi, con il concorso di Unifil, hanno controllato migliaia di
mezzi e di persone al fine di evitare la presenza di elementi armati sul
territorio. Vi è stato un solo incontro tra le nostre pattuglie e un gruppo
armato. I nostri controlli sono capillari, le persone armate vengono fermate.
Unifil è indispensabile per assicurare un minimo di speranza, una prospettiva
di sviluppo futuro, un po' di stabilità. A sud del fiume Litani vi è l'adesione
di tutte le parti perchè Unifil serve a tutte le parti, Unifil sostiene l'unica
possibilità di cessate il fuoco possibile". Che cosa è accaduto il 30
marzo? "Nella notte tra 30 ed il 31 marzo vi è stato un contatto con
elementi armati. Una pattuglia ha incontrato un mezzo civile con rimorchio. Il
comandante si è insospettito e ha ordinato di invertire la marcia. Cinque
uomini armati, usciti da due auto, si sono appostati. Il comandante ha ordinato
alla pattuglia di prendere posizione ed ha intimato agli altri di mettere da
parte le armi. I cinque sono saliti sulle auto e sono fuggiti. L'episodio è
durato in tutto tre minuti. Se la presenza degli uomini armati si fosse
protratta di più, probabilmente, ci sarebbe stata un'azione di fuoco. È stato
applicato ii principio della progressività. Le regole d'ingaggio sono linee
guida, poi devono essere applicate sul terreno con intelligenza dal comandante
che se ne assume la responsabilità e ne risponde ai superiori. Esiste una gamma
di opzioni. In quel caso il comandante ha preso posizione, ha voluto rendersi
conto. Si è comportato dunque in modo corretto. Le forze israeliane non solo
non hanno criticato l'operato dei nostri soldati, ma hanno anzi apprezzato ciò
che abbiamo fatto" È opportuno modificare le regole d'ingaggio?
"Comando una forza dell'Onu che hanno stabilito le regole d'ingaggio.
Dirigo militari che provengono da 26 nazioni e che operano tutti con le stesse
regole d'ingaggio. Le disposizioni devono essere coerenti con il mandato. La
precondizione è il consenso delle parti; se, per qualche ragione, dovesse
venire meno il consenso delle parti occorrerebbe cambiare non solo regole, ma
il mandato". Quanto accade a Beirut vi obbligherà a modificare la vostra
attività? "Non necessariamente. Il fiume Litani traccia una linea. Nella
parte dove operiamo dobbiamo garantire che non vi siano persone in armi, atti
ostili, ed sono il responsabile della sicurezza; a nord, nell'altra parte del
Libano, è operativa la risoluzione
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Beirut in fiamme, Hezbollah occupa mezza città I
miliziani hanno conquistato i quartieri sunniti dove si trovano anche radio, tv
e il giornale del partito di Hariri. Chiusi porto e aeroporto. Diciotto i morti
. Pronto un piano di evacuazione dei civili italiani di Umberto De
Giovannangeli LA BANDIERA giallo-verde sventola sul "fortino dei
sunniti". È la bandiera dei nuovi padroni di Beirut Ovest: i miliziani di
Hezbollah. In poco meno di dodici ore, gli armati del partito di Dio sciita
hanno conquistato Beirut ovest, tradizionale roccaforte dei musulmani sunniti
della capitale, dove si concentrano anche gli uffici di radio, tv e giornale
della formazione del partito filogovernativo al-Mustaqbal e la residenza del
suo leader, Saad Hariri. Beirut appare una città deserta, presidiata dai
blindati: l'attività nel porto è sospesa fino a nuovo ordine, i generi di prima
necessità cominciano a scarseggiare e chi si avventura fuori di casa cerca di
fare scorte. Resta chiuso l'aeroporto internazionale. Centinaia di civili si
ammassano alla frontiera con la Siria alla ricerca di una via di fuga. Con il
loro blitz i miliziani sciiti hanno accerchiato la collina di Qoreteim, dove si
trova il fortino di Hariri, provenendo dalla periferia sud e prendendo
posizione a est, sul lungomare e a nord sulla trafficata via commerciale di
Hamra. Più difficile per Hezbollah è stato aprirsi una breccia nei quartieri ad
alta densità sunnita di Wata, Mosseitbe, Batrakiyye, ma la natura ibrida di
altre zone occidentali, "molli", ai margini di questo perimetro
sunnita non distante dal quartiere cristiano di Ashrafiyye (come Basta, Barbur,
Amliye, Ras an-Nabaa, Zoqaq al-Blat, Hayy al-Lijia), ha consentito al partito
di Dio di annunciare la sua vittoria e di innalzare, nel "fortino dei
sunniti", la bandiera giallo-verde della "Resistenza islamica".
Beirut trema. Il Libano trema. A dominare è la paura. Ad aleggiare è lo
spettro, sempre più reale, di una nuova, devastante guerra civile. Il bilancio
dei morti negli scontri a fuoco tra miliziani Hebollah e attivisti sunniti, è
salito a 18 (oltre 30 i feriti) ed è destinato a crescere. In serata, al
termine di una drammatica riunione, la maggioranza parlamentare antisiriana ha
accusato Hezbollah di aver messo in atto un colpo di stato contro la
costituzione e le risoluzioni dell'Onu, in particolare la 1701. "Ciò che è
accaduto è un colpo di Stato armato compiuto da Hezbollah contro la Costituzione,
l'accordo di Taif e le risoluzioni dell'Onu, l'ultima delle quali, la 1701, con
lo scopo di assoggettare lo Stato libanese", afferma uno dei leader della
maggioranza parlamentare, il cristiano Samir Geagea, leggendo un comunicato
congiunto dei partiti che sostengono il governo di Fuad Siniora. L'accordo di
Taif raggiunto nel 1989 mise fine dopo 15 anni alla guerra civile del Libano,
mentre la risoluzione 1701 dell'Onu ha posto fine dopo 34 giorni nell'agosto del 2006 alla guerra tra Hezbollah e Israele. Geagea ha quindi esortato gli
Stati arabi ad assumersi "le loro responsabilità nei confronti del Libano,
perchè il colpo di Stato ha lo scopo di riportare la Siria in Libano e l'Iran
sulle coste del Mediterraneo". "Questo colpo di Stato ha messo fine
alla legittimità delle armi di Hezbollah quali strumento per la
resistenza", ha detto ancora Geagea, aggiungendo che "la
comunità internazionale dovrebbe esercitare pressioni nei confronti dei Paesi
vicini", per fermare l'afflusso di armamenti verso il Libano, "che
sono inviate dall'Iran attraverso la Siria". L'escalation della violenza
in Libano viene monitorata in tempo reale dalla Farnesina. Nel pomeriggio, il
neo ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha presieduto una "riunione urgente"
sulla "complessa situazione" a Beirut. Frattini - che in serata ha
avuto colloqui telefonici con il premier libanese Siniora, il presidente del
parlamento, lo sciita Nabih Berri e il segretario della Lega Araba, Amr Moussa,
ha chiesto all'Unità di Crisi della Farnesina la "massima attenzione nel
monitoraggio della situazione" a Beirut, dando "istruzioni di portare
in sicurezza i connazionali che si trovano nella zona centrale della
città" che ne faranno richiesta, "con l'aiuto dell'esercito libanese
non appena ci saranno le condizioni per intervenire", puntualizza il capo
dell'Unità di Crisi della Farnesina, Elisabetta Belloni. Gli italiani a Beirut
in questo momento sono circa 600, mentre quelli che si trovano nella zona
interessata dagli scontri sono circa una cinquantina. Il leader del Pd, Walter
Veltroni ha chiesto che il governo riferisca alle Camere, in Commissione
esteri, sulla situazione in Libano e sull'operazione di pace delle nostre forze
armate. "Si stanno aprendo - rileva Veltroni - scenari nuovi, scenari di
conflitto che vedono modificate le condizioni di lavoro dei nostri soldati. La
nostra è una missione di pace - aggiunge - e bisogna vedere se esistono ancora
queste condizioni". A fianco del governo Siniora si schierano gli Usa e la
Ue. La segretaria di Stato statunitense Condoleezza Rice denuncia: Hezbollah
sta provocando la morte di civili innocenti in Libano, col sostegno di Siria e
Iran, e promette al premier libanese Fuad Siniora "tutto il sostegno
necessario". Al premier libanese "sostegno pieno" anche da parte
dell'Unione Europea: in un comunicato diffuso dall'Alto responsabile della
politica estera, Javier Solana si afferma che "l'Unione europea ribadisce
il proprio sostegno pieno al governo libanese intervenuto a difesa della
legalità e per garantire l'integrità e la sovranità del Libano". Sulla
stessa lunghezza d'onda anche il governo britannico che si è detto "molto
inquieto" per la situazione in Libano. "I combattimenti di queste
ultime 48 ore sono molto inquietanti", ha detto in un comunicato il
ministro degli esteri britannico David Miliband.
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai
consultando l'edizione del Liebrecht: "Noi, figli dei ricordi
spezzati" di Maria Serena Palieri inviata a Torino "L a paura più
profonda, per un ebreo, è quella di restare senza un tetto sulla testa. A New
York la maggioranza delle persone vive in affitto, in Israele ci indebitiamo e accendiamo
mutui pluriennali pur di avere una casa nostra" osserva Savyon Liebrecht.
Siamo in epoca di bolla immobiliare, ma come siamo finite a parlare di mutui
con la sessantenne scrittrice di Tel Aviv, già autrice delle raccolte di
racconti Mele dal deserto e Donne da un catalogo e dei romanzi Prove d'amore
e Un buon posto per la notte? Savyon Liebrecht è, nella narrativa israeliana
per noi italiani simboleggiata dalla triade maschile Oz-Yehoshua-Grossman, una
scrittrice di primissima grandezza. Siamo atterrate sul tema mutui cercando di
capire dove possa essere germinata la storia affascinante e singolare che
racconta in Le donne di mio padre, romanzo - in cui il suo stile denso e secco
arriva a piena maturazione - di cui parlerà qui al Lingotto (in italiano
appare, nella traduzione di Alessandra Shomroni, sempre per e/o). È la vicenda
di uno scrittore trentenne, Meir Rosenberg che, in crisi creativa, si vede
regalare dalla propria madre una trama a prova di bomba. Peccato che il
protagonista sia lui stesso. L'obesa e malata genitrice gli svela che suo padre
Aharon ventitré anni prima non è morto, come lui credeva, ma è stato arrestato
per omicidio e perciò lui, Meir, bambino di sette anni, è stato spedito
precipitosamente da Tel Aviv, dov'era affidato al genitore, negli Stati Uniti,
dove la madre viveva col nonno e dove aveva un nuovo compagno, Ernie. Ora
Aharon è uscito e, lì in Israele, vuole reincontrare
il figlio. E la memoria congelata di Meir, che aveva fatto tabula rasa di quel
periodo, comincia a sciogliersi: trentenne, ricorda come, in quei cinque mesi
del 1965, lui e il padre, rimasti senza casa, avessero vagabondato da un
appartamento all'altro, tetti ( o meglio letti) che il bell'Aharon, poeta senza
un quattrino, procurava da gigolò, seducendo ogni sera una donna diversa. C'è
qualcosa di autobiografico, signora Liebrecht, in questa vicenda? "Solo
un'immagine: mio padre mi raccontava di un sopravvissuto all'Olocausto che,
incontrato per strada il suo bambino, svenne. E poi quella paura profonda e
collettiva di noi ebrei, riguardo al tetto sulla testa." Nel romanzo c'è
un sopravvissuto al lager, Berel, che a Tel Aviv sviene per strada e riconosce
nel soccorritore, Aharon appunto, un parente che poi ospita, col suo piccolo,
per alcune notti nel suo scantinato. "Ecco la similitudine". Il
bambino Meir è un piccolo "ebreo errante"? "Non ci avevo
pensato, è interessante". Lei è nata in Germania da due sopravvissuti alla
Shoah. Ci spiegò, quando ci incontrammo nel 2002, che i suoi genitori
opponevano il silenzio alle sue domande sul loro passato. Il tema di questo
romanzo è appunto l'impossibilità, o il dolore, della memoria? "Sì. Io
tuttora non so nulla dell'esperienza dei miei genitori e questo soggetto, il
modo in cui a nostra discrezione costruiamo una memoria del passato,
selezionando ricordi o cancellandoli, è centrale nel libro. Poi c'è il rapporto
padre-figlio. Ma soprattutto c'è il problema dell'arte e della creazione: Meir
è uno scrittore frustrato, suo padre scriveva poesie, persino la pazza Pola,
l'ex-attrice coinvolta nell'omicidio che ha macchiato di rosso i ricordi del
bambino e ha condotto Aharon in carcere, ora, detenuta in casa di cura, scrive
un diario". Meir scopre il sesso ascoltando il daffare che si dà il padre
nel letto accanto. Nell'ultimo romanzo di Yehoshua, "Fuoco amico", è
esplicito il desiderio che lega due coniugi lontani, tra Israele
e Africa. Oz nel suo ultimo libro ha fatto outing, nei panni di scrittore
dongiovanni. "Fantasie, in realtà è un timido. Sono le donne che, siccome
è un uomo affascinante, lo stanano." Bene, ora di Oz sappiamo anche
questo. La questione che le pongo però è: questo svelarsi plurimo dell'eros è
un caso o è un segnale? Lo chiedo anche a lei, dopo averlo chiesto a Yehoshua.
"Nei nostri libri non c'è più sesso di quanto ce ne sia nella realtà. Noi
siamo dei conservatori. Gli scrittori più giovani, pensi ad Alona Kihmi, loro
sì sono scatenati, spavaldi". Nei suoi racconti e romanzi precedenti il
rapporto tra ebrei e arabi è importante. In "Le donne di mio padre"
di arabi, in scena, non ne appare nessuno. Perché? "La ricetta non li
prevedeva. No, non scrivo un libro come se facessi un dolce, un tot di questo,
un tot di quello. A Tel Aviv, nei primi anni Sessanta, il problema della
convivenza non si poneva, è questo il motivo. E, per il resto, la vicenda si
svolge negli Stati Uniti". L'epilogo avviene in Israele
nel 1991. Perché ha scelto quell'anno? "Era l'anno degli attacchi di
Saddam Hussein e della distribuzione di maschere antigas. Era lo scenario
adatto per la sequenza apocalittica che si svolge nelle ultime pagine".
Lei parlerà qui domani. Oggi a Torino si svolgerà il corteo "pro Palestina" che suggella il boicottaggio promosso contro
la Fiera. Qual è, in proposito, il suo sentimento? "Tristezza. Gli
scrittori delle due parti, in realtà, sono un ponte possibile. E gli scrittori
israeliani sono nella totalità di sinistra, eccezion fatta per uno
dichiaratamente di destra, ma non è un grande nome. E allora perché prendere di
mira proprio noi?" L'lNTERVISTA Parla la narratrice israeliana ospite
della Fiera torinese e autrice de Le donne di mio padre, romanzo incentrato
sulla memoria. L'insicurezza, lo spaesamento e la difficoltà di rispecchiamento
tra le generazioni in Israele oggi.
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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l'edizione del NOBEL E Franca Rame legge una lettera di Nelson Mandela al
giornalista ebreo Thomas Friedman: "La Palestina
è come il Sudafrica" Dario Fo: un errore non invitare anche i palestinesi
di Simone Collini inviato a Torino "È stato un errore non pensare di
invitare subito, ma con lo stesso livello di importanza, gli scrittori
palestinesi. Sarebbe stato un atto di fantasia eccezionale e avrebbe dato la
possibilità a tutti di conoscere e di conoscersi meglio. Si è persa
un'occasione storica". A Dario Fo non è piaciuta l'idea
di invitare alla Fiera del libro come ospite d'onore Israele. "È stata data una proiezione falsa della situazione, si è
finito per dare molta importanza ai sessant'anni dall'inizio di una vita nuova
per Israele e si è tenuto
in un silenzio assordante il problema della Palestina". Di questo silenzio il premio Nobel per la letteratura non
ha voluto essere complice. Ma invece di unirsi alla schiera di chi vuole
il boicottaggio e invece di sfilare oggi in corteo ("se fossi stato qui
avrei partecipato" risponde a chi glielo chiede) ha deciso di venire a
Torino per mettere la sua voce sul piatto della bilancia: "Israele ha tutti i diritti di essere una nazione, ma
dall'altra parte anche i palestinesi hanno il diritto di vivere, anzi di
sopravvivere. E noi non possiamo liquidare la questione dicendo che sono affari
loro. Abbiamo il dovere di entrare nel merito". Così Fo è arrivato al
Lingotto, ha rinunciato alla promozione del suo ultimo libro (L'apocalisse
rimandata, Guanda) e per un'ora ha intrattenuto insieme a Franca Rame una
platea che a giudicare dagli applausi era decisamente d'accordo con la sua
critica alla Fiera. I campi profughi rasi al suolo dai bulldozer, i kamikaze,
le torture, la chiusura dei rubinetti dell'acqua e dell'elettricità, un muro
che è "un labirinto in cui le persone si perdono, anche
spiritualmente", e naturalmente i morti ammazzati: Fo ha raccontato
storie, citato cifre, ricordato date e episodi, col ritmo serrato di cui è
capace. Poi ha lasciato che a chiudere fosse Franca Rame, con la lettura di una
lettera che Nelson Mandela ha scritto al giornalista americano ebreo Thomas
Friedman. Comincia con "caro Thomas", l'uomo che ha scontato 26 anni
di carcere a causa della sua lotta contro l'apartheid, e il tono della voce con
cui Rame legge è disteso. Ma le parole arrivano dure quando il Nobel per la
Pace sudafricano scrive che "i palestinesi lottano per la libertà,
l'indipendenza, l'uguaglianza, proprio come noi africani", quando critica
il fatto che in Israele esistano due differenti
sistemi giuridici per due differenti gruppi di abitanti, quando denuncia che
"la Palestina non può essere il sottoprodotto
dello Stato ebraico" e quando dopo aver ricordato che "l'apartheid è
un crimine contro l'umanità" conclude: "Israele
ha privato milioni di palestinesi delle loro proprietà e della loro
libertà". Il direttore della Fiera del libro Ernesto Ferrero ha ascoltato
Dario Fo e Franca Rame, ai quali è legato da un'amicizia di vecchia data, gli
applausi che le loro parole hanno suscitato nella sala gremita e le domande e
le critiche provenienti da alcuni del pubblico. Poi ha risposto, pacatamente,
difendendo la scelta di acconsentire alla proposta che è stata fatta più di un
anno fa da alcuni comitati di invitare Israele e
spiegando che diversi scrittori palestinesi si sono rifiutati di venire dopo
aver saputo dell'ospite d'onore. "Mi rendo conto che il sessantesimo di Israele può aver influito su questa loro decisione e io non
ho problemi a dire che oggi non c'è niente da festeggiare, che questi 60 anni
sono una sconfitta collettiva", ha detto Ferrero puntando il dito contro
lo stillicidio di morti da entrambe le parti e il fallimento di ogni processo
di pace. "Così come non ho problemi a dire che se quelle di quest'anno
sono state soltanto prove di dialogo, il discorso non finisce qui. Diciamo che
abbiamo fatto il numero zero". Per il numero uno bisognerà aspettare
l'anno prossimo, quando ospite della Fiera sarà l'Egitto.
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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consultando l'edizione del Imbecillità a confronto Moni Ovadia Il leader della
rivoluzione bolscevica Wladmir Ilic' Ulianov detto Lenin, era solito ripetere
una frase del marxista Bebel: "L'antisemitismo è il socialismo degli
imbecilli". Lenin stesso sapeva che l'antisemitismo era parte della
sottocultura di alcuni esponenti dei movimenti rivoluzionari. Purtroppo, idee
antisemite hanno continuato ad allignare nel corso di tutta la storia della
sinistra. Chi volesse documentarsi al proposito, troverà giovamento nella
lettura di un prezioso librino scritto dal rabbino Michael Lerner, leader del
movimento ebraico progressista e pacifista negli Stati Uniti. Il titolo del
pamphlet è "The socialism of the fool", il socialismo degli imbecilli
appunto. È bene che molti giovani infiammati da idee rivoluzionarie sappiano
che l'infamia delle ultime campagne antisemite in pieno stile (tralasciando
quelle scatenate nei paesi arabi a seguito della creazione dello stato d'Israele), hanno avuto luogo in due paesi del cosiddetto
Socialismo Reale. La prima - in Unione Sovietica ad opera di Stalin fra il 1949
e il 1952 - prese l'avvio dal supposto "complotto dei medici del
Cremino" e alla fine avrebbe previsto la deportazione di tutti gli ebrei
sovietici in una regione ai confini con la Cina, il Birobigian, chiamato lo
stato ebraico, ma che in realtà doveva diventare un immenso gulag. Solomon
Michoels, il più grande attore del teatro yiddish, fu una delle prime vittime
di quella persecuzione a cui seguirono, quattro anni dopo la sua esecuzione, in
un tragico giorno del '52, il 12 agosto, tutti i superstiti dell'intellighenzia
della yiddishkeit sovietica. Furono tutti fucilati, compreso il colonnello del
KGB Itzik Pfeffer, forse il più grande poeta della lingua yiddish di tutti i
tempi. L'utima persecuzione antisemita sistematica, è avvenuta nel Sessantotto,
nella Polonia comunista di Gomulka, sotto il miserabile travestimento di
campagna antisionista. Dopo che tre milioni di ebrei polacchi erano passati per
i camini nazisti, i 350.000 sopravvissuti della più grande e splendente
comunità ebraica d'Europa, che avevano fatto ritorno alle loro case in Polonia,
furono costretti a lasciare il paese con
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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consultando l'edizione del IL PD A CAMPO DE' FIORI Oggi uno stand con i libri
israeliani Uno stand del Pd per promuovere la cultura e i libri israeliani ed esprimere
dissenso verso tutte le proteste anti-israeliane in corso alla fiera del libro
di Torino. Lo stand verrà allestito, oggi alle ore
( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Stai consultando l'edizione del C'è chi maschera l'antisemitismo
dietro l'antisionismo che ha come bersaglio Israele in
quanto stato ebraico.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 3
categoria: REDAZIONALE Unifil Veltroni: "Bisogna valutare se esistono le
condizioni per continuare" Frattini assicura: "La missione dei nostri
militari non si discute" Il ministro degli Esteri: un piano per la
sicurezza dei cittadini italiani Il responsabile della Farnesina: "Siamo
lì per contribuire a mantenere la condizioni di pace" ROMA - "In
questa fase delicatissima, parlare di riconsiderare la missione mi pare
pericoloso", ha detto ieri sera al Corriere Franco Frattini. Le parole del
ministro degli Esteri appena nominato hanno confermato un inatteso cambiamento
di ruoli che c'è stato ieri, tra centro-sinistra e centro-destra, sul futuro
della partecipazione italiana all'operazione Unifil-
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 3
autore: di BEPPE SEVERGNINI categoria: REDAZIONALE Il racconto In città una
calma ingannevole Palestra e bridge Ma chi può fugge in montagna BEIRUT - Non è
un colpo di Stato, ma un po' ci somiglia. Prima di questa quiete - Hezbollah
controlla i quartieri occidentali, non si spara quasi più - tredici morti,
dozzine di feriti. Televisioni e radio chiuse di forza. In fiamme Future TV, di
proprietà della famiglia Hariri, che appoggia il governo. I miliziani sunniti
disarmati. Aeroporto fermo, porto bloccato, nord in bilico (cosa faranno i
sunniti di Tripoli?). Eppure Beirut respira: non è guerra civile, non ancora.
L'eterno serial libanese registra una nuova puntata - e non è una puntata
qualunque. Hezbollah è temuto e detestato in Israele, cui ha resistito per 34 giorni nel
2006, e per questo affascina il mondo arabo. Sostenuto da Siria e Iran, è
considerato un'organizzazione terroristica dall'amministrazione americana. In
Libano è rispettato dall'esercito, che si guarda bene dal disarmarlo; è
alleato con gli sciiti di Amal e i cristiani del generale Aoun. Tutti, qui,
sono consapevoli della sua forza. Negli ultimi giorni, Hezbollah l'ha
dimostrata. Ora si capisce chi comanda, in Libano. Non la maggioranza
parlamentare, per diciannove volte incapace di eleggere un presidente. Non il
governo filo-occidentale di Siniora. Comanda il "Partito di Dio" (in
arabo, Hezbollah): mettersi contro, oggi, non si può. Quando si dice Hezbollah,
però, si dice Siria e Iran. E quando si nomina l'Iran, da queste parti, le
espressioni, e le prospettive, cambiano. La rapidità degli eventi - 48 ore dai
primi colpi - lascia pensare che tutto fosse preordinato. Il pretesto, la
decisione del governo di smantellare la "rete privata di
comunicazione" del movimento. Hezbollah ora controlla Beirut Ovest, la
parte musulmana, dopo aver disarmato gli avversari sunniti, favorevoli al
governo, sotto gli occhi dell'esercito. Sono tranquilli, invece, i quartieri
dei cristiani - erano loro, gli avversari nella guerra civile (1975-1990). La
gente, qui, esce di casa. Gli stranieri, in attesa di sapere se stare o andare
(e da dove), si scambiano telefonate e messaggi. L'ambasciata italiana avverte
via sms di "rimanere in luoghi protetti e rendersi reperibili (che i
telefoni siano carichi e ricevano)". Storie di ordinario disagio si
mescolano a scampoli di normalità: gli impiegati bloccati negli uffici deserti;
gli ospiti annoiati negli alberghi; la signora Mirella, che abita sopra un
posto di blocco vicino alla statua di Hariri, ha dormito in bagno, il locale
più interno della casa. Poi, c'è chi va in palestra e a giocare a bridge. A
metà pomeriggio mi arriva un sms da Titti Colombo, una lettrice conosciuta in
aereo, residente a Beirut da 22 anni, sposata a un libanese: "Abbiamo
lasciato casa, siamo al sicuro in montagna, a Faraya. Appena fuori sembra tutto
normale: c'è perfino roba nei supermarket. In città, dal porto in giù, è
surreale". Uomini armati di Hezbollah nelle zone di Hamra, Karakol Druze,
Mulla, Talet el-Khayat, Zaidaniyeh. La sede di Future TV a Rawshe "data
alle fiamme da membri dell'opposizione" (eufemismo per dire: Hezbollah).
Ragazzi con motorino e mitragliatore, pericolosamente euforici. Miliziani
davanti all'hotel Monroe, alto e secco come un biscotto, dov'ero prenotato. Mi
hanno messo invece all'hotel Gabriel, sopra piazza Sodeco, ma giovedì sera i
carabinieri del Tuscania sono venuti a prelevarmi. Domani, altro trasloco.
Questa città ipnotica non si stanca di farsi male. Ma poi reagisce, e stupisce,
e cerca di far finta di niente. Vicino alle tendopoli di Hezbollah, in centro,
recentemente hanno allestito una sfilata di moda. Giorni fa la zona di Dbayeh è
diventata "la capitale della lingerie" (come documentato da
Corriere.it). Ma in piazza dei Martiri - ricordo dell'impiccagione di cristiani
e musulmani da parte dei turchi, nel 1915 e 1916 - hanno sparato alla statua
dell'angelo, durante la guerra civile, e i fori dei proiettili sono ancora lì.
C'è un verso di Kahlil Gibran che Robert Fisk, forse il giornalista che più
conosce il Medio Oriente, ha usato come epigrafe in un suo libro: "Come
potrò andare in pace e senza dolore? No, non senza ferite nello spirito lascerò
questa città". Guardo Beirut dalla collina di Rabieh, profumata dalle
gardenie. La città, nel sole del pomeriggio, ha la quiete ingannevole della
primavera: più lineare di Napoli, meno verticale di Genova, più disordinata di
Cagliari. A occidente, verso il mare, i quartieri sciiti; all'interno, quelli
sunniti e misti. In fondo, l'aeroporto internazionale, da cui è cominciato
tutto: rivolta o colpo di Stato. Se sia una cosa o l'altra, lo capiremo presto.
Intanto, la città è quasi calma. Calma libanese. "LXXX Pizza
Italians" rimandata a stasera. Come si poteva fare, a Beirut, se non così?
www.corriere.it/italians www.beppesevergnini.com A volto coperto Un miliziano
del Partito di Dio (foto Epa) In armi Esplosivi, meccanismi di innesco
sofisticati e razzi sono arrivati dall'Iran. Secondo Israele,
Hezbollah ha 40 mila missili, in grado di colpire l'intero Stato ebraico
Kalashnikov è una delle armi di cui dispongono i guerriglieri, insieme a fucili
d'assalto e lanciarazzi. Ma la loro specialità è costruire bombe.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data:
2008-05-10 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE La crisi libanese Trent'anni di
violenze Paese ferito Le prime due guerre La prima invasione israeliana del
Libano risale al marzo 1978: al termine delle ostilità sarà dispiegata la
missione Unifil. Nel giugno 1982 Israele torna a invadere il Sud del Paese.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE Beirut Ovest, il colpo di Stato di Hezbollah I miliziani
controllano la città. Assaltati tv e uffici del figlio dell'ex premier
assassinato Hariri Gli uomini armati sciiti hanno vinto la prima battaglia,
mentre l'esercito regolare è rimasto a guardare DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME - La marcia su via Hamra. Divise mimetiche e fucili mitragliatori,
un centinaio di miliziani Hezbollah ha sfilato davanti alle vetrine
appariscenti. La strada dello shopping a Beirut Ovest è rimasta deserta, le
poche auto fermate dai soldati filo-sciiti. Che in tre giorni di scontri
(tredici morti e venti feriti) hanno preso il controllo di metà della capitale,
i quartieri a maggioranza sunnita, dove i sostenitori del governo si sono
arresi. Le strade di accesso all'aeroporto sono ancora bloccate. Uno dopo
l'altro hanno colpito i simboli del nemico politico numero uno, Saad Hariri,
figlio dell'ex premier Rafik, assassinato nel febbraio 2005. La sua televisione
Futuro è spenta, un buco grigio sullo schermo, dopo che la sede è stata
assaltata. Gli uffici del giornale sono stati bruciati. Lui è sotto assedio,
chiuso nella villa (una granata ha colpito la recinzione), come Walid Jumblatt,
il leader druso. O il premier Fuad Siniora e qualche ministro, protetti
dall'esercito nel palazzo del governo. Hezbollah ha vinto la prima battaglia
nella guerra dei telefoni. Il movimento filo-iraniano ha dimostrato la sua
forza, mentre l'esercito regolare è rimasto a guardare. Gli uomini del partito
di Dio hanno prima conquistato i palazzi degli avversari per poi consegnarli ai
militari, che hanno preso posizione solo quando gli scontri si stavano
riducendo. Asserragliati in casa come nei quindici anni di guerra civile, gli
abitanti hanno cercato di fuggire verso zone tranquille o sulle montagne. Dove
si sono riuniti in emergenza anche i sostenitori di Fuad Siniora.
"Hezbollah aveva promesso che non avrebbe utilizzato il suo arsenale per
il confronto interno ", commenta Nayla Moawad, ministro degli Affari
Sociali. "è un colpo di Stato", attacca da Parigi l'ex presidente
Amine Gemayel. "Il nostro non è un golpe", replica un portavoce del
movimento guidato da Hassan Nasrallah. "Noi vogliamo proporre una
collaborazione, loro vogliono monopolizzare il potere e limitare la nostra
partecipazione. Tutto è cominciato con le decisioni del governo". Le
decisioni sono quelle prese da Siniora (e definite una "dichiarazione di
guerra" da Nasrallah) che ha bandito la rete telefonica di Hezbollah e
cacciato il capo della sicurezza dell'aeroporto, accusato di aver permesso ai
miliziani di organizzare un sistema di videosorveglianza attorno allo scalo.
"Non torneremo indietro. è più facile che il governo rassegni le
dimissioni", risponde Ahmad Fatfat, ministro dello Sport. In un messaggio
video, due giorni fa, Nasrallah aveva attaccato Siniora:
"La rete telefonica serve per tenere in contatto i nostri dirigenti e
comandanti. Il premier ha voluto fare un favore a Israele e all'America. Ho detto che avremmo tagliato la mano che avesse
ostacolato la resistenza, è venuto il giorno di mantenere quella
promessa". Davide Frattini.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 5
categoria: REDAZIONALE Diplomazie e polemiche Politica estera e fronte
mediterraneo SEGUE DALLA PRIMA La linea ufficiale è quella del
"cambiamento delle regole d'ingaggio" dell'Unifil. Ma nelle pieghe di
questa parola d'ordine generica, nel centrodestra si fa strada la tesi di una
sovresposizione pericolosa. L'incanaglimento della crisi mediorientale potrebbe
essere sfruttata da palazzo Chigi per rivedere radicalmente la missione; e per
renderla più incisiva. L'Italia deciderà con gli alleati: in primo luogo
Francia e Germania, e verosimilmente anche Stati Uniti ed Israele. E questo provoca la reazione dell'estrema sinistra, pronta a
chiedere il ritiro dei soldati se la missione cambia natura: anche se l'aveva
difesa a spada tratta quando a governare era l'Unione. I margini di manovra del
governo di Silvio Berlusconi sono circoscritti dagli impegni internazionali
assunti nell'estate del 2006 dal centrosinistra con le Nazioni Unite e gli
alleati europei. Ma la situazione è progressivamente peggiorata. Ci
furono polemiche quando l'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema
passeggiò tra le macerie della Beirut bombardata dagli israeliani con esponenti
di Hezbollah, nemici giurati del governo di Gerusalemme. Il fatto che ora
Berlusconi sottolinei l'alleanza con Israele, suona
come una correzione vistosa della strategia dell'Unione. Ieri L'ex capo dello
Stato, Francesco Cossiga, ha proposto il ritorno in patria dei soldati
italiani. La sua motivazione è che fino ad oggi l'Unifil avrebbe favorito il
riarmo degli Hezbollah da parte della Siria e dell'Iran; e sarebbe stata
guardata dagli israeliani come una forza quasi ostile. Eppure, a leggerle in
filigrana le sue parole finiscono per suggerire il rafforzamento e non la fine
della missione; di fatto, la sua metamorfosi per evitare che la crisi possa
sfuggire di mano. Ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha telefonato
al premier libanese, Fouad Siniora, ed al presidente del Parlamento, Nabih
Berri. L'incognita è se abbia ancora senso una presenza definita esclusivamente
"di pace", mentre nelle strade di Beirut si susseguono scontri
armati. Sono dubbi alimentati dalla confusione e dalla difficoltà di vedere una
via d'uscita; e che si insinuano nello stesso Pd. Con una novità vistosa: ieri,
Walter Veltroni ha sostenuto che in Libano le cose sono cambiate rispetto ad
alcune settimane fa; e dunque sarebbe bene che il Parlamento italiano
accertasse "se esistono ancora le condizioni per garantire la sicurezza
dei nostri soldati". Insomma, Veltroni sembra non escludere nulla; e per
questo raccoglie la reazione gelida di Frattini, preoccupato dalla prospettiva
che si apra una polemica sul ruolo internazionale dell'Italia berlusconiana.
Sul governo ritorna l'ipoteca di un fronte mediterraneo in fermento. Le
tensioni fra il capo libico Muhammar Gheddafi e palazzo Chigi, alimentate
formalmente dalla nomina a ministro del leghista Roberto Calderoli, sono un
indizio. Dicono che il Pdl è esposto agli attacchi, anche strumentali, di chi
nel mondo musulmano usa l'estremismo dei lumbard magari solo per giocare al
rialzo. Calderoli si è scusato e Tripoli annuncia: "Il caso è
chiuso". Ma la polemica indica che le parole sopra le righe, se dette
stando al governo, pesano. E, anche senza volerlo, aiutano a screditare la
politica estera italiana. Massimo Franco.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2
categoria: REDAZIONALE L'alleanza Teheran usa i guerriglieri sciiti in Iraq e
nelle azioni anti-Israele Dall'Iran soldi, armi,
strategie per un contro-potere in Libano WASHINGTON - L'Hezbollah è un
camaleonte, cambia pelle in base alle esigenze. Movimento di resistenza,
partecipa al voto e usa il terrorismo, ha una politica estera, un apparato
clandestino, una struttura economica attiva in ogni continente e riceve
contributi esterni. Segue un'agenda locale - se potesse creerebbe una
repubblica islamica - ma quando serve fa da sponda a chi lo ha tenuto a
battesimo: l'Iran e, in misura minore, la Siria. Difficile non considerarlo
"uno Stato nello Stato", semplicistico definirlo una marionetta di
Teheran. Certo i miliziani, nati nell'
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-05-10 num: - pag: 17
categoria: REDAZIONALE Cineteca Per i 60 anni dello Stato ebraico un ciclo
propone nuovi autori, da Zarhin a Zilberman Al cinema per
capire Israele L'amore, il
conflitto, le donne: in sala 11 film inediti e recenti A sessant'anni dalla
fondazione dello Stato di Israele, arrivano all'Oberdan undici film recenti e inediti in Italia,
selezionati dal Roma Kolno'a Festival e dal Centro Ebraico Italiano. In Israele si producono 10-15 film all'anno, che escono in sala
con successo, e rispecchiano una realtà complessa in modo spesso critico e
problematico. Il titolo inaugurale, questa sera alle 21.45, è il documentario
"Watermarks" di Yaron Zilberman: nella Vienna intellettuale anni '30,
sette donne ebree formano una squadra di nuoto: poi si disperderanno. La
colonna sonora è del pianista jazz Uri Caine. Domani alle 11.45, a ingresso
libero, "Souvenirs" di Shachar Cohen e Halil Efrat: un giovane
regista va in Olanda alla scoperta della storia della Brigata Ebraica, ma anche
dei due figli che il padre ha lasciato laggiù, prima di emigrare in Israele. Tra i film di fiction, il pluripremiato "Aviva
My Love" di Shemi Zarhin (domani alle 19 e il 15 alle 21) è la storia di
una giovane donna che lavora nelle cucine di un albergo e vuole diventare
scrittrice. "Frozen Days" di Danny Lerner (domani alle 21) mostra una
Tel Aviv inedita, dove una trafficante di droga assume l'identità della vittima
di un attentato: i conflitti con i palestinesi sono sullo sfondo, ma il tono
del film, secondo i curatori, è polanskiano e metaforico. Temi controversi
spuntano anche nei corti, il 14 alle 18.45: in "La moglie di Cohen"
l'ebrea ortodossa Rivki rischia di perdere il marito solo perché è stata
violentata. Come già mostrava "Kadosh" di Amos Gitai, gli
integralismi non stanno da una parte sola. Alberto Pezzotta Da oggi al 15,
Oberdan, v.le Vitt. Veneto 2, e 5-2, tessera € 3 REALTà Il documentario
"Bridge over the Wadi" di Barak e Tomer Heymann in programma giovedì
15.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-05-10 num: - pag: 36
autore: di ANTONIO FERRARI categoria: REDAZIONALE DIETRO GLI SCONTRI A BEIRUT La
mano dei padrini di Teheran SEGUE DALLA PRIMA Dietro il colpo di mano degli
sciiti dell'Hezbollah, che il governo filo-occidentale di Fuad Sinora accusa di
"golpe", si allunga sinistra l'ombra dell'Iran, che protegge,
finanzia, rifornisce di armi, ma soprattutto alimenta e istiga le ambizioni
politiche ed egemoniche di quello che considera il proprio avamposto sul
Mediterraneo. E' difficile dire se questa sia la vigilia di un altro tragico
conflitto fra libanesi, ma certo quella che il Paese sta vivendo ha l'aria di
una sanguinosa prova generale. Una corsa verso il baratro. Infatti, a forza di
spallate e di provocazioni, che si susseguono ormai da mesi, il rischio di
un'esplosione devastante si è moltiplicato. Par di rivivere quanto accadde nel
1984, quando le milizie sciite e i drusi, allora alleati, rioccuparono Beirut
Ovest, aumentando la temperatura della guerra civile. Oggi, vi sono però due
sostanziali differenze. Allora gli sciiti erano guidati da "Amal",
cioè dai moderati, mentre adesso il potere è nelle mani dell'Hezbollah; mentre
i drusi di Walid Jumblatt, allora su posizioni radicali, si sono trasformati
nei più convinti sostenitori di Sinora. E poi il controllo del "partito di
Dio" sulla capitale (porto e aeroporto compresi) si è spinto anche nel
centro della città, dove si trovano le sedi delle principali istituzioni del
Paese. Hezbollah, che ha due anime apparentemente contraddittorie, con un
solido partito politico e una milizia che non ha mai accettato di deporre le
armi, accusa il governo di aver vanificato tutti i tentativi di
riconciliazione. Di aver deciso di chiudere la tv degli sciiti e di non volere
un esecutivo di solidarietà nazionale, dove in sostanza l'opposizione
conterebbe quanto la maggioranza, con diritto di veto. Ma tutto ciò odora di
pretesto. Il vero motivo della rivolta lo ha spiegato il leader del movimento
sciita Hassan Nasrallah, quando ha attaccato coloro che chiedono di cambiare le
regole di ingaggio dei contingenti dell'Unifil (l'Italia ha 2.400 soldati). In
sostanza, significherebbe che i Caschi blu potranno non
soltanto garantire il rispetto della tregua alla frontiera fra il Sud del
Libano e Israele, che regge
dai tempi della guerra del 2006, ma intervenire per disarmare i guerriglieri,
come imponeva una risoluzione (non rispettata) del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite. Per Hezbollah sarebbe un atto ostile, con conseguenze gravi e
prevedibili. Per i suoi padrini di Teheran, un affronto intollerabile.
La strategia degli ayatollah sembra quindi sufficientemente chiara: rendere
difficile, se non impossibile, il lavoro dei contingenti internazionali
dell'Unifil, per scoraggiarne la presenza, e quindi riprendere gli attacchi a Israele. Attacchi che l'Iran continua a minacciare, puntando
sull'incubo di poter presto diventare una potenza nucleare. Possibilità che non
turba soltanto lo Stato ebraico, ma la maggioranza dei Paesi sunniti della
regione. Ad eccezione della Siria, che è il più fedele alleato dell'Iran, che
continua a considerare il Libano un proprio protettorato, e che ieri gli Usa
hanno ammonito, accostandone le responsabilità a quelle di Teheran. Ecco perché
l'ennesimo appuntamento, previsto martedì, per eleggere il presidente della
Repubblica, vacante da novembre, suona beffardo. L'unico candidato, il generale
Michel Suleyman, ha il consenso di tutti ma non può essere eletto, se prima non
si cambiano i poteri del governo. Beirut somiglia al ponte del Titanic, ed è
comprensibile che l'Italia abbia già preparato un piano per evacuare, dal
centro della capitale, i nostri connazionali. \\ Il vero motivo della rivolta è
la richiesta di cambiare le regole di ingaggio dei contingenti dell'Unifil.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-05-10 num: - pag: 17
categoria: REDAZIONALE Santa Cecilia Il soprano lituano Violeta Urmana canta le
eroine di Berlioz e Wagner "Do voce a Cleopatra e Isotta, il sogno della
mia vita è la Callas" Amore e morte, Egitto e Cornovaglia, il veleno
dell'aspide e il filtro d'amore, deserti e mare aperto, Berlioz e Wagner,
Cleopatra e Isotta in un colpo solo: non ha paura dei contrasti il soprano
lituano Violeta Urmana, che passa con disinvoltura dalla terribile Lady Macbeth
ai teneri accenti di Tosca e Aida in una vita molto simile a un romanzo.
Lasciato il suo paese, ormai si è acclimatata al sole italiano sotto il quale
si è sposata con il tenore pugliese Alfredo Nigro. La cantante oggi alle ore 18
interpreterà la "scène lyrique" di Berlioz "La morte de
Cléoptre" e la morte d'Isotta dal "Tristano e Isotta" di Wagner
con l'Orchestra di Santa Cecilia, diretta dall'israeliano
Pinchas Steinberg; completa il programma il poema sinfonico "Così parlò
Zarathustra" di Richard Strauss (repliche lunedì ore 21, martedì ore
19.30). "Cleopatra e Isotta? Sono due brani fatti di continui cambiamenti
d'atmosfera per i quali bisogna trovare una serie infinita di colori nella
voce, ma mantenere sempre un'enorme colonna di suono per non farsi
inghiottire dall'orchestra gigantesca: "ertrinken", fersinken",
(affogare, inabissarmi ndr.) come dice Isotta - scherza la cantante, che ha
debuttato nel Tristano quattro anni fa proprio a Santa Cecilia diretta da
Chung, con un consenso clamoroso - . Cleopatra è ancora immersa fino al collo
nella vita, fino a quando viene morsa improvvisamente dall' aspide e allora
l'orchestra sussulta e la musica imita il battito del cuore che si spegne a
poco a poco. Isotta invece è un personaggio irreale, trascendente, che esala il
suo ultimo lungo respiro dilatato nel tempo". La Urmana in luglio canterà
per la prima volta in scena tutto il "Tristano e Isotta" nel corso di
una tournée in Giappone dell'Opéra Bastille diretta da Semyon Bychkov ma il suo
vero amore è il belcanto e in particolare "Norma" di Bellini (il suo
compositore preferito), altro titolo "monster" che ha già eseguito
con enorme successo a Dresda in forma di concerto e interpreterà in scena nel
2010: "Amo la mia voce quando faccio il belcanto fraseggiando in modo
lirico e disciplinato, ma trovo molta difficoltà a impormi con questo
repertorio a causa delle gelosie di critici e cantanti - racconta - . Il mio
destino è dare fastidio perché, avendo studiato prima come mezzosoprano per poi
passare al repertorio da soprano, ho delle carte in più rispetto alle altre
cantanti, che mi permettono d'affrontare un ruolo come quello di Cleopatra con
molte note gravi ma anche difficili scalate verso l'acuto. M'invidiano sia
quelle che cantano solo "su" che quelle che cantano solo
"giù", e tempo fa hanno addirittura provato ad avvelenarmi durante un
concerto. Quando sono uscita dieci secondi per bere un sorso d'acqua dietro le
quinte, c'era penombra e non mi sono accorta che nel mio bicchiere avevano
messo del detersivo per piatti. Ho avuto i riflessi pronti per sputare subito
perché altrimenti le mie corde vocali si sarebbero danneggiate, forse per
sempre". Bellini e la Callas sono i due fari che illuminano il suo
percorso artistico, colleziona tutti i libri pubblicati sulla
"divina" e possiede addirittura una coppia di bigodini utilizzati dal
mitico soprano con ancora intrecciato qualche capello. Il sogno segreto?
""Sonnambula", l'opera che mi ha fatto scoprire la Callas, di
cui adoro ogni nota, ogni coro - conclude con un sorriso di sfida - . è un
desiderio che non si realizzerà, ma prima o poi quando nessuno se lo aspetta
canterò l'aria di Amina come bis in un mio concerto e forse risparmierò la
cabaletta a tutti quelli che moriranno d'invidia". Marco Andreetti Santa
Cecilia, Parco della Musica, viale de Coubertin, ore 18, tel. 06.8082058.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-05-10 num: - pag: 13
categoria: REDAZIONALE Dentro la protesta La strategia degli antagonisti: così
parlano di noi "Vi spiego perché ho bruciato le bandiere" Un autore
dei roghi: ora l'attenzione è sulla Palestina. E
potremmo farlo di nuovo DAL NOSTRO INVIATO TORINO - Ce n'era anche una
americana, misteriosamente sfuggita al conteggio. Al corteo del Primo maggio,
Fabio B. ha tenuto il conto della bandiere bruciate da lui e dai suoi amici, e
il giorno dopo, quando ha letto i giornali, si è stupito. Tre con la stella di
David, giusto. Ma quella a stelle e strisce non l'ha vista nessuno? "In
pochi. Evidentemente, per i media in quel momento contava
soltanto quella di Israele.
Ogni anno, in quel giorno, bruciamo le bandiere, e ogni anno voi ci
cascate". Era tutto nel conto, tutto previsto. Dietro alle immagini che
inevitabilmente fanno sempre il giro di mezzo mondo, molto spesso non c'è una
rabbia vera, ma un calcolo preciso. "Con un accendino e qualche
bandiera ottieni un effetto mediatico che non avresti in nessun altro
modo". Questa volta, poi, è andata alla grandissima. Un successo di
pubblico e critica che ha superato ogni più rosea aspettativa. "è stato
una specie di G8 mediatico. Ci avete dato un sacco di attenzione. Non mi
aspettavo una cosa così massiccia. Ci hanno accusato di antisemitismo, e non fa
mai piacere. Però siamo riusciti a portare l'attenzione del mondo intero sui
resistenti palestinesi. Missione compiuta". A questo punto, la
manifestazione di oggi potrebbe essere soltanto un orpello podistico. Il più è
fatto. "Bruciarne qualche altra? Lo abbiamo già fatto. Comunque può
succedere, se si fa avanti qualcuno che vuol dare fuoco ad una bandiera
israeliana di sicuro non lo fermiamo, ci mancherebbe altro. Nient'altro, però.
La nostra provocazione deve essere gestita bene politicamente. Gli scontri non
aiuterebbero nessuno". Fabio ha un curioso ciuffo da rockabilly che gli
scende sugli occhi, una felpa nera con scritta minacciosa - un Kalashnikov
sormontata dalla scritta "il miglior suono della rivoluzione " -
stampata, prodotta e venduta dal suo Collettivo universitario. Lui ci tiene a
precisare che si tratta di un paradosso, buono per essere stampato su una
maglietta. è un ragazzo di 23 anni che sorride molto, capace di ironizzare anche
su se stesso. Siede al bar di fronte a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà
umanistiche, con l'aria appagata di chi ha quasi finito un lavoro. Genitori di
sinistra, non entusiasti della sua militanza attiva, così lui la definisce.
Gioca in casa, non disdegna le trasferte. Quando non è la facoltà di storia
sono i centri sociali torinesi, e poi c'è Free Palestine, la Val Susa, il G8 di
Rostock, le proteste a Parigi contro il Cpe di Chirac. Praticamente un lavoro a
tempo pieno, che gli vale anche l'attenzione della Digos cittadina.
"L'esperienza più bella è stata la Valsusa. Una vera lotta popolare, noi
studenti, gli abitanti, tutti insieme con un unico obiettivo da raggiungere,
attraverso la pratica del conflitto. Bello, davvero bello". Il suo
entusiasmo si mischia ad un linguaggio protomarxista che ogni tanto si fa
difficile, ma comunque rivela cultura, libri letti, voglia di capire il mondo.
"Cerchiamo di fare una analisi del presente, per capire quali sono i nodi
da affrontare in un discorso di critica e contrapposizione che può anche
esulare dalla legalità". Si può non condividere, è certamente un po'
contorto, ma fino a qui tutto tutto normale, o quasi. Persino la strategia
mediatica della bandiera bruciata ha un suo senso, visti gli innegabili
risultati. "è la società dello spettacolo, no? Contano le immagini più dei
contenuti". Ma quando si parla di Israele, e di
Stati Uniti è come agitare un drappo rosso davanti a un toro. Il linguaggio
cambia, si fa molto più diretto e brutale di quanto non lo sia nei volantini,
già piuttosto espliciti. Premesso che lui e i suoi compagni sono contro ogni
razzismo, quindi anche contro l'antisemitismo, detto questo si comincia: "Israele e America sono i peggio criminali che esistono. Sono
imbevuti di ideologie e culture sbagliate, che corrompono chiunque. Uccidono,
bruciano, distruggono, umiliano. Non solo i palestinesi, ma anche gli afgani e
gli iracheni, i popoli africani, tutti. Sono il male assoluto". Beninteso,
aggiunge Fabio al termine della tirata, si parla dei governanti, e non delle
rispettive popolazioni, "criticare è un diritto". Certo, si capisce.
Ma non ti sembra di esagerare, che ci siano delle sfumature? "No". I
suoi compagni lo chiamano, sta per cominciare il seminario sulla Palestina. Dalle 15 alle 21, sei interventi, dibattito,
workshop. "Una mattonata" dice. "Utile però a ribadire i crimini
di Israele. Cercherò di non addormentarmi ". Cosa
non si fa per la causa. Marco Imarisio.
( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-05-10 num: - pag: 13
categoria: REDAZIONALE Dalla Fiera di Alessandro Piperno Quel pessimismo dei
giovani scrittori R iparto da dove ho lasciato: da Israele
sismografo del mondo, e da Aharon Appelfeld. Con il quale frattanto ho
fraternizzato di fronte a una tazza di caffé. Mi ha raccontato di quando
incontrò Hanna Arendt. Di quanto trovò detestabili le sue idee su Eichmann
("Il male non è banale, il male è diabolico!"). Mi
ha rivelato quanto fosse difficile per lui vivere in un Israele appena fondato: così pieno di
socialisti, di atei, scontenti del suo modo ossessivo di scrivere
sull'Olocausto. Tutti là a dirgli: "Ora siamo in Israele. Basta con i brutti ricordi. Con i piagnistei. Con il passato
miserabile. Abbiamo in mente una tipologia ebraica del tutto rinnovata: l'ebreo
forte, l'ebreo che non ha paura!". Allora gli ho chiesto come si
trovasse nell'Israele di oggi e lui mi ha detto che
gli dispiaceva che nei ragazzi serpeggiasse l'indifferenza. I ragazzi appunto.
è il loro turno anche alla Fiera. Dopo l'apertura dei grandi vecchi - gente
tosta, determinata ma anche fragile fin quasi al sentimentalismo - è la volta
delle nuove leve. Ne girano di voci sulle nuove generazioni israeliane. Si dice
che per loro il grande sogno sionista non rappresenti più nulla. Che il
disfattismo gli abbia conquistato cuori e rammollito i corpi. Che non facciano
più il servizio militare con la dedizione dovuta. Che i più vili emigrino in
altri Paesi, e che agli altri non resti di meglio che rifugiarsi nel cinismo,
nell'edonismo, nel nichilismo. Luoghi comuni? Dicerie? Bah, quello che so è che
ti basta aprire un libro di un nuovo narratore israeliano per essere investito
da questo strano stato d'animo. Ho in testa tre nomi: tutti presenti alla
fiera. Ron Leshem, Etgar Keret, Sara Shilo. Si tratta di scrittori tra loro
distantissimi (anche da un punto di vista anagrafico) che tuttavia danno conto
di una specie di controesodo emotivo. In mezzo ai militari di Leshem, così come
in mezzo ai giovani debosciati di Keret, per non dire della famiglia descritta
nel romanzo di esordio dalla Shilo avverti un'atmosfera di pericolo incombente.
è come se il futuro fosse stato semplicemente abolito a vantaggio di
un'interminabile presente, a tratti comico, a tratti drammatico, a tratti
grottesco: in ogni modo per nulla promettente. Cosa sono questi libri? La cronaca
di una dismissione? Israele destinata a un conflitto
eterno? O persino alla distruzione? Ieri Benny Morris, il grande storico del
conflitto mediorientale, ha detto: "Neppure mio figlio vedrà la
pace!". In fondo il pessimismo non è che la riserva più tetra e
sconfortante degli intelligenti. \\ In tre autori tra loro diversissimi il
senso di pericolo incombente.
( da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 111
del 2008-05-10 pagina 29 Ebrei di destra e di sinistra restano lontani di
Fiamma Nirenstein Nella sala azzurra non c'è che un'ora per chi presenta un
libro, tre minuti prima che scocchi arriva una signorina a annunciarti che devi
sgomberare, ci fossero anche dieci relatori a discutere le sorti del mondo.
Ieri eravamo in quattro alle diciotto, il famoso demografo professor Sergio
Della Pergola arrivato fresco da Israele, un altro famoso
demografo, il professor Livi Bacci, Gad Lerner e io. Un libro politico, pieno
di cifre che devono alla fine far scaturire per forza un'opinione politica, per
un sì o per un no. Le sorti del mondo, comunque le devi determinare in un'ora
secca, fino alle diciannove, hai pochi minuti. Lerner e io eravamo reduci da
uno scontro legato alla sua trasmissione L'Infedele, poi placatasi, come ha
detto Lerner "per la mia itcansut ("convergenza" o
"rientro" in ebraico, parola che definisce il ritiro dei settler da
territori occupati) per consentire a tutti di partecipare". Il libro di Della Pergola - Israele e Palestina,
la forza dei numeri (Il Mulino) - racconta bene l'intera storia dell'area, e
sostiene che la crescita demografica dei palestinesi e degli arabi israeliani
costringerà senza remissione Israele a rinunciare ai territori se vuole vivere in pace. È
un'idea che in pratica suggerisce in altra forma il tema di land for peace,
pace in cambio di terra, proprio quello che Israele ha
sempre cercato di attuare senza mai ottenere altro che violenza in cambio. Non
c'è tempo per un vero dibattito, e forse è giusto così: grande è il mare che ci
separa, è la percezione stessa dei temi che è così diversa. Della Pergola e
Livi Bacci riportano i contenuti del libro, ma Lerner e io esprimiamo visioni
di Israele, e quindi del mondo e dell'ebraismo, che
sono lontane, molto lontane, nonostante ambedue si desideri la stessa
soluzione, due stati per due popoli. Oggi il mondo ebraico è ancora molto
diviso su come valutare quello che è accaduto in questi anni di tentativi di
conferire ai palestinesi spazio, terra, autonomia. Lerner esprime un'idea
dell'ebraismo che ha a che fare con la tolleranza, la mescolanza delle etnie e
delle culture, con l'idea di esilio, di diaspora e di meticciato, vede nella
sua origine e nella storia della sua famiglia un'esortazione al cosmopolitismo.
Io vedo il cosmopolitismo come una ricchezza da superare, amo l'idea di una
casa piccola ma adatta alla mia famiglia, a rispecchiarne la cultura e a proteggerla.
Mi piace che Israele abbia ricondotto a unità le maree
di lingue e colori diversi provenienti dai quattro angoli del mondo, mi piace
il respiro dell'identità forte che ha creato il monotesimo, la sua costruzione
esclusiva della tradizione giudaico-cristiana della democrazia e dei diritti
umani, l'identità rimasta salda per millenni aspettando di tornare a casa e
ripetendoselo tutti i giorni. Gad esprime l'idea che la cultura dell'odio e del
terrore sia uno dei tanti fattori che influenza lo scenario mediorentale. Io
penso che se essa fosse stata sanzionata senza pietà saremmo più vicini alla
pace e capendone la dimensione letale, da Hamas agli Hezbollah che in queste
ore funestano di nuovo il futuro del Medio Oriente tutto, il tema land for
peace sarebbe più pertinente. Oggi, è soltanto una pia illusione pensare che
cedendo ancora terra si faccia il bene di Israele.
Resta fra noi una grande distanza. Forse, speriamo, è l'inizio di una
discussione. Forse no. Tutti applaudiamo quando Sergio Della Pergola si
dispiace che alla nostra discussione non fosse presente anche un palestinese, e
auspica che alla prossima discussione alla Fiera del Libro ci si possa sedere
insieme. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
N. 111 del
2008-05-10 pagina 29 Ron Leshem: "I miei soldati sono tutti
prigionieri" di Marina Gersony da Torino "Mi
hanno invitato a parlare con Dario Fo sul conflitto israelo-palestinese. Ho
dovuto declinare. Non me la sentivo di discutere per un'ora su un tema così
esplosivo davanti a un pubblico ansioso di risposte e certezze. L'argomento lo
conosco bene ma è troppo complesso per essere affrontato in tempi brevi.
Il confronto con un Nobel mi lusinga e senz'altro mi piacerebbe incontrarlo a
quattr'occhi. Alla Fiera però vorrei limitarmi a parlare del mio libro".
Ron Leshem è sbarcato ieri a Torino. Nato nel
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
XXII - Milano Olocausto e dialogo con gli arabi Ecco il nuovo cinema di Tel
Aviv All'Oberdan da oggi al 15 la Cineteca ospita una decina di film esempio
del fervore culturale di quel paese La festa per i sessant'anni dalla nascita
dello Stato israeliano tra animazioni e cultura DANIELA PERSICO Non serve
l'anniversario di uno Stato per parlare della sua situazione cinematografica,
anzi rischierebbe di apparire soltanto il momento obbligato per celebrare il
cinema della nazione. Per questo potrebbe sembrare non necessario sovrapporre
le celebrazioni in corso per i sessant'anni di Israele
all'effettiva fioritura del suo cinema, resa manifesta proprio nell'ultimo
periodo. Tuttavia le due istanze coincidono: una ricorrenza politica e un
fervore culturale rinnovato. Specchio della produzione cinematografica
israeliana è da anni il Roma Kolno'a Festival, manifestazione
di cinema israeliano e di argomento ebraico organizzato e prodotto dal Centro
Ebraico Italiano-Il Pitigliani di Roma. Ma quest'anno anche la Cineteca
Italiana offre uno spazio milanese al festival che ha riunito sotto il nome di
"Nuovo cinema israeliano", una decina di titoli significativi, in
proiezione allo Spazio Oberdan da oggi al 15 maggio. Si tratta di film
che ben manifestano le dinamiche nazionali, sospese tra storia, tradizione e
tensioni sociali. Ci sono i corti dei promettenti registi della Ma'ale' School,
che parlano in maniera inedita della religione ebraica (14 maggio, ore 18.45),
i documentari di chi vuole ricordare l'Olocausto, come l'intimo Souvenirs su un
gruppo di nuotatrici viennesi che si scontrerà con il nazismo (domani, ore
11.45, ingresso libero), e quelli di chi cerca un dialogo con la Palestina, come in Bridge over the Wadi dove si testimonia
l'esperienza della prima scuola in territorio israeliano aperta ad alunni ebrei
e arabi. Particolare attenzione va prestata a My father, my lord di David
Volach (14 maggio, ore 21), una piccola ma importante scoperta per il cinema
israeliano. Un racconto morale narrato da un occhio lucido e sofferente,
infantile e maldestro, ispirato e commovente. Un uomo religioso dedica la sua
vita allo studio della Torah e ha come unico desiderio che il figlioletto segua
i suoi insegnamenti. Il bambino osserva il mondo con uno sguardo innamorato e
pieno di stupore, ma riserva lo stesso incanto sia per la statura etica del
padre che per il sorprendente mondo animale (dal cane che non lascia il padrone
all'uccellino che nutre i suoi piccoli). Sarà proprio lui la vittima innocente
per uno scherzo del destino, che getterà il padre in una profonda crisi
religiosa. Senza facili vie d'uscita, il film rilegge la tradizione ebraica
ritornando con forza al tema del padre, ma anche spingendoci verso una
riflessione dolorosa (e tutt'altro che accomodante) sul destino umano.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
XXII - Milano La celebrazione Al Castello concerti e dibattiti Letteralmente
significa "Giorno dell'Indipendenza". Perché fu a Yom Ha'azmaut che il primo ministro David Ben Gurion proclamò la nascita
dello Stato di Israele. Che
quest'anno compie sessant'anni e che questa volta la comunità di Milano ha
voluto celebrare in grande, con una festa al Castello Sforzesco aperta per la
prima volta in modo ufficiale a tutta la città. L'appuntamento è per domani
dalle 12 alle 19 nel Cortile della Rocchetta, tra stand, libri, musica,
balli, animazione per i bambini e degustazioni di piatti tipici israeliani.
Alle 16.30 un dibattito per la presentazione del numero speciale che
"l'Europeo" ha dedicato a Israele a cui
parteciperanno anche Lizzie Doron e Sara Shilo, due scrittici ospiti della
Fiera del libro di Torino. Ed è proprio pensando alle contestazioni e alle
polemiche legate alla manifestazione che il presidente della comunità ebraica
Leone Soued dice: "Abbiamo voluto organizzare una grande festa per
condividere questo appuntamento importante con tutta Milano. Mi auguro che
rimanga una festa". Alle 17.30 un concerto con musiche che ripercorrono la
storia di Israele dai salmi fino a oggi. Le
celebrazioni continueranno fino al 2009: lunedì ci sarà un convegno sulla
poesia e, a luglio, dj e vj israeliani si daranno appuntamento per uno
spettacolo in piazza del Cannone. (a.g.).
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura
Il termine "boicottaggio culturale" mi suona come un ossimoro TORINO
Etgar Keret è un essere metropolitano. In fotografia, è vestito come un artista
newyorkese off-off, il suo film Meduse, premiato a Cannes con la Camera d'Or
per le opere prime, viaggia "a metà tra il sogno e la favola urbana",
e del resto tutto il suo lavoro letterario si muove in maniera veloce e
schizzata nella meta-realtà: racconti brevi sempre surreali e pungenti come
aculei, perché raccontano per paradossi com'è la vita in Israele
per un quarantenne cresciuto tra contemporaneità assoluta (high tech, musica,
cultura, viaggi) e guerre, intifade, bombe sugli autobus e insicurezza. Il tema
della morte, ad esempio, ha un grande spazio: nell'aldilà c'è una sorta di
pianeta solo per suicidi, da un lato i kamikaze arabi, dall'altro i depressi;
in un altro racconto invece, soldati uccisi continuano a interloquire con i
loro compagni di reparto. Lontani apparentemente dai conflitti troviamo un
prestigiatore che dal cilindro estrae un coniglio senza testa; un signore
identico a un formichiere e per questo esiliato dalla comunità; animali
pensanti e maltrattati; ragazze restie a farsi aprire la camicetta perché
nascondono segreti inguardabili; ragazzi desideranti ma poi, spaventati dalle
donne, pronti a decidere che, per non restare soli, è meglio prendersi un cane.
Insomma ansie, disagi, fatica di vivere, assurdità: il tutto con molta calma
però, il massimo del cool. Tutti i suoi libri pubblicati in Italia da e/o, dal
primo Pizzeria Kamikaze, all'ultimo, Abram Kadabram, sorridono amari, sarcastici,
ma guai alla disperazione, all'urlo: tutto è all'insegna del "non c'è
problema". Signor Keret lei si trova qui alla Fiera di Torino tra tanti
altri scrittori israeliani, tutti ospiti d'onore della Fiera del libro, in occasione del 60° anniversario dello Stato di Israele: qual è il volto di Israele che porterà con sé? "In
questa Fiera finalmente avremo la possibilità di mostrare che Israele ha molte facce. Nel passato lo
Stato ebraico, con la sua concezione di "melting pot", aspirava a una
società omogenea, organica. Ora possiamo celebrare le nostre differenze
e le nostre culture multiformi". Ma lei, quale aspetto della letteratura
israeliana rappresenta? "Non credo di rappresentare nessun gruppo etnico.
Piuttosto la voce di tutti gli outsider, di coloro che non hanno mai veramente
trovato una loro appartenenza". Perché sempre racconti brevi, anzi
brevissimi? Sarà mai la volta di un romanzo? "Tutte le volte che inizio un
racconto penso davvero si tratti di un romanzo, ma dopo due pagine l'ho finito.
Se posso usare una metafora, le mie storie hanno un'intensità che le rende
simili a esplosioni, e credo sia impossibile scoppiare lentamente". I suoi
genitori sono due sopravvissuti alla Shoah. In che modo questo l'ha cambiata,
in che modo ha influenzato le sue scelte narrative? "Ho imparato dai miei
genitori che il nostro mondo e la nostra civiltà sono molto fragili: possono
andare in pezzi in qualsiasi momento. Essendo sopravvissuti alla Shoah mio
padre e mia madre mi hanno sempre insegnato a credere nella potenziale
gentilezza del genere umano: mi hanno detto che, anche nelle realtà più aspre,
hanno ancora incontrato generosità e coraggio". Nei suoi racconti c'è
sempre Israele. Un'Israele
dipinta però come un luogo surreale: perché, che cosa ci vuole dire? "Non
voglio dire nulla di particolare, solo mostrare il mondo così come lo
percepisco. Bello, pazzo, imprevedibile. Vedo le mie storie come delle piccole
pubblicità della vita. Non necessariamente quella che viviamo veramente, ma la
vita che dovremmo vivere". Uno dei suoi obiettivi a volte sembra sia
rompere i tabù del suo Paese, la morte di Rabin (in un racconto si chiama così
un gatto ucciso da un motorino), la Shoah, i soldati morti in guerra. è così?
"Non voglio spezzare nessun tabù, solo trovare un sentiero che mi metta in
una relazione intima con quelle memorie nazionali. La memoria di uno Stato ti
pietrifica, mentre è quella personale che ti fa piangere. I miei protagonisti
combattono per questa intimità. E lo faccio anche io scrivendo le mie
storie". Ho letto che lei non lascerebbe mai Israele,
anche se capisce chi lo fa. Di cosa non potrebbe fare a meno? "Prima di
tutto, in assoluto, della lingua. Come scrittore vivi dentro una lingua,
esattamente come in uno spazio. Per me, che sono un autore, è un enorme privilegio
abitare all'interno di un meraviglioso miracolo, una lingua che è al tempo
stesso antica e moderna". Lei porta all'estremo la situazione israeliana,
i suoi paradossi: come si rapporta agli scrittori israeliani, Yehoshua, Oz,
Grossman, così più intimisti, così in cerca di normalità, di universalità?
"Amo i loro libri, sento che è fantastico avere una scena letteraria così
diversificata da contenere il loro stile tanto quanto quello di Sayed Kashua o
il mio. Penso che se loro offrono delle risposte, il mio ruolo socratico, nel
panorama narrativo del futuro, è quello di porre più domande". Yehoshua
l'ha criticata perché non prende posizioni politiche. "Io le prendo, ma
Yehoshua chiede nettezza, mentre le mie posizioni come scrittore e saggista
contengono dell'ambiguità. Molti pensano che la politica non possa convivere
con l'ambivalenza. Invece io credo che la crisi mediorientale non troverà mai
un'uscita se non accettando di convivere con molte sfaccettature". Ha
vinto la Camera d'Or. Che relazione c'è tra scrivere e fare cinema?
"Scrivere è come parlare, nel fare un film invece si ascolta. Amo
l'aspetto collaborativo del cinema. Scrivere è meraviglioso, ma solitario. Mi
piace di poter rompere la solitudine e collaborare con gente capace di tanto in
tanto". Molti scrittori arabi e alcuni uomini di sinistra hanno deciso di
boicottare la Fiera perché Israele è l'ospite d'onore:
come vive gli attacchi a Israele? "Non credo in
alcun tipo di boicottaggio. Sono solo il dialogo e le argomentazioni a farci
fare dei passi in avanti. I boicottaggi portano solo stagnazione. Il termine
"boicottaggio culturale" mi suona come un ossimoro. Non ci può essere
niente di culturale, di intellettuale, in un boicottaggio".
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura Infine,
oggi gli interessi che Israele si è rassegnato a
servire quasi incondizionatamente, in nome della propria sicurezza, sono quelli
dell'Occidente filoamericano. Da sessant'anni, questo duplice aspetto
(emancipazione da un lato, colonizzazione dall'altro) non ha mai cessato di
viziare tutti i dibattiti e di giustificare le iniziative più bellicose. Come
si sa e si ripete spesso, l'origine dello Stato israeliano risale alla celebre
dichiarazione di un ministro britannico, Lord Balfour, in favore della creazione
di un "focolare nazionale ebraico". Si sa anche che senza la Shoah le
Nazioni Unite non avrebbero accettato la spartizione della Palestina
in due Stati; e che dopo quella decisione gli Stati arabi, molto più dei
palestinesi, ancora privi di una società strutturata, hanno opposto un rifiuto
drastico e costante al principio stesso dell'esistenza di uno Stato ebraico. Le
prime vittorie israeliane su tutti gli eserciti arabi coalizzati hanno
provocato un senso di umiliazione inalterabile, cementando un risentimento
comunitario e favorendo il nazionalismo arabo sotto la guida del colonnello
egiziano Nasser. Ma un momento storico di cui si parla più raramente è il 1956,
con l'evento che ha cristallizzato il nazionalismo arabo e anti-israeliano: la spedizione destinata in principio a punire Nasser
per aver osato nazionalizzare il Canale di Suez, che ha visto Israele a fianco delle truppe
britanniche e francesi. Se i britannici non ammettevano che qualcuno avesse la
pretesa di nuocere ai loro interessi economici, e se i francesi sospettavano
Nasser di fornire equipaggiamenti e armi agli insorti algerini, gli
israeliani avevano tutto da guadagnare a interrompere il riarmo dell'Egitto,
soprattutto da parte dell'Unione Sovietica. Così si è riformato il trio colonialista.
Assai più che con la guerra dei Sei giorni del 1967, è stato a Suez, nel 1956,
che l'odio verso Israele ha incominciato ad assumere
un carattere realmente identitario nella mentalità araba. Tanto più che quella
volta, grazie alle minacce dei sovietici e degli americani che hanno costretto
al ritiro le forze israeliane e franco-inglesi, è stato Nasser ad avere partita
vinta. Per dieci anni il nazionalismo arabo ha trionfato. Solo con la guerra
lampo dei Sei giorni e le gesta degli aviatori israeliani (grazie ai Mirage
forniti dai francesi), e dopo la sconfitta araba del 1967, il conflitto si è
configurato più precisamente come israelo-palestinese. Il leader Yasser Arafat
ha potuto giocare nel terzo mondo rivoluzionario un ruolo che né le sue ambizioni,
né il suo genio strategico bastavano a giustificare. I palestinesi hanno
occupato il Libano, dove hanno dato vita a uno Stato nello Stato, suscitando
guerre civili e interventi stranieri. Questo per quanto riguarda le origini. Ma
per venire alla situazione attuale dobbiamo scavalcare interi capitoli di
storia. I due fenomeni geopolitici di rilievo sopravvenuti dopo l'11 settembre
2001 e la guerra in Iraq sono da un lato l'islamizzazione dei nazionalismi
arabi, e dall'altro la vera americanizzazione del sionismo. La guerra in Iraq è
stata un disastro tale che occorrerà moltissimo tempo per superarne le
conseguenze in Medio Oriente. Ha contribuito a estendere a livelli planetari
l'antioccidentalismo e l'antisemitismo, oltre che a radicalizzare le società musulmane,
già divenute fondamentaliste. Senza l'invasione dell'Iraq, l'Iran non sarebbe
oggi l'arbitro della pace e della guerra, sia nel Vicino Oriente che in quello
più lontano. In ogni caso, non si può dire che quest'anniversario si celebri in
un clima di pace o di speranza. Contrariamente a quanto ha dichiarato
Condoleezza Rice, oggi si è ben lontani dal pensare che il conflitto
israelo-palestinese possa placarsi entro la fine dell'anno, e del mandato di
George W. Bush. Gli abbracci e talvolta anche i baci scambiati tra Ehud Olmert
e il presidente dell'autorità palestinese Mahmud Abbas durante i loro incontri
fanno parte di una messinscena rassicurante, anestetizzante e ingannevole.
Succede in genere dopo che gli israeliani hanno ritenuto di non dover ottemperare
alle ingiunzioni del grande fratello americano, che all'improvviso ha
aggrottato le sopracciglia. Finora nessuno dei dirigenti israeliani ha
dimostrato l'intenzione di congelare le colonie di ripopolamento, e meno ancora
quella di bloccare le attività edilizie al loro interno. La costruzione di un
muro per separare Israele dai territori ha fatto
diminuire gli attentati, rendendo la vita diventata più sopportabile. Oggi a
Gerusalemme si sentono ripetere frasi del tipo di quella pronunciata a suo tempo
dal generale Massu ad Algeri: "Dopo tutto, il terrorismo qui provoca meno
morti di quanti ne facciano altrove gli incidenti stradali !!!". Il popolo
israeliano vuole la pace: lo dicono tutti i sondaggi. Ma non comunque sia, né
con chiunque o in qualunque momento. E quando prospetta la creazione di uno
Stato palestinese, c'è chi incomincia a temere che a conti fatti, rischierebbe
di essere più pericoloso dei razzi lanciati dagli Hezbollah. Non c'è motivo per
credere che le formazioni ebraiche del Likud o gli evangelici cristiani di
Washington vogliano la costituzione di un nuovo Stato, che sarebbe comunque
indotto a rimanere ostile a Israele. D'altra parte,
dal lato palestinese ? sia per la scarsa autorità del presidente Mahmud Abbas,
sia perché gli israeliani non gli hanno mai fornito i mezzi per affermarla ?
non si vede perché quella popolazione debba trovare più vantaggiosa la non
violenza, anziché aderire alle iniziative o all'intransigenza di Hamas.
Quest'ultimo movimento è ormai così radicato tra la popolazione che ha finito
per strutturare la società palestinese. Si può indubbiamente temperare la sua
posizione di rifiuto dello Stato di Israele con le
proposte di tregua avanzate a suo nome prima dai turchi, e quindi dagli
egiziani. Condoleezza Rice vorrebbe che George W. Bush sia in condizioni di
enunciare l'accettazione di queste proposte da parte di Israele,
se si troverà a Gerusalemme la settimana prossima per celebrare la
commemorazione. Traduzione di Elisabetta Horvat.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura
La scrittrice Dalia Sofer "Saranno i giovani a salvare il mio Iran"
TORINO Dalia Sofer, ebrea iraniana, oggi abita a New York. Fra la fine degli
anni Settanta e i primi anni Ottanta, invece, visse la sua infanzia nell'Iran
sconvolto dalla rivoluzione di Khomeini. Le sue vicissitudini e quelle della
famiglia (il padre venne arrestato, poi fuggirono negli Stati Uniti) hanno
ispirato il bel romanzo La città delle rose, edito da Piemme, che il New York
Times ha giudicato uno dei cento libri più significativi del 2007. Le
domandiamo: che cosa pensa del boicottaggio della Fiera del
Libro, determinato dalla presenza di Israele? "Mi sono un po' stupita. Credevo che questo fosse soltanto
un evento letterario, culturale, aperto al dialogo. Penso anche che gli
scrittori israeliani che sono qui a Torino non parlino a nome del loro governo,
ma in qualità di scrittori". Sono sempre più numerose le scrittrici
come lei, come la turca Eli Shafak, che hanno il coraggio di denunciare i
crimini commessi da alcuni Stati, i diritti negati. Come mai? "Forse perché
le donne di questa parte del mondo sono state in silenzio per molto tempo, e lo
scrivere, allora, serve per rompere quel silenzio". Cambierà l'Iran? Potrà
essere, un giorno, un paese libero e democratico? "Vedo che nei giovani
iraniani c'è una grande volontà di cambiamento, forse perché su di loro non
pesa il bagaglio del passato come ha pesato per i loro genitori. Sono più
freschi, hanno più voglia di lottare. E il settanta per cento della popolazione
iraniana è al di sotto dei trent'anni". Massimo Novelli.
( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura Lo storico israeliano Benny Morris: una proposta per il
Medio Oriente TORINO Benny Morris, lo storico israeliano di Vittime e 1948: la
prima guerra di Israele, è sempre pieno di
sorprese: dopo aver smantellato alcuni dei miti fondanti di Israele -
dimostrando che i palestinesi nel 1948 erano stati, almeno in parte, cacciati dalle loro
case con la forza - , dopo l'inizio dell'Intifada dei kamikaze, dichiarò che
quell'allontanamento avrebbe dovuto essere ancora più radicale. Poco tempo fa,
invece, ha studiato e sostenuto il carattere jihadistico, sacro e
antioccidentale, della guerra che gli arabi, e con loro i palestinesi, opposero
al sionismo fin dagli anni Venti. Ora, alla Fiera del Libro di Torino, presenta
il suo nuovo pamphlet politico Due popoli una terra (sempre Rizzoli), la cui
tesi è che l'unica soluzione del conflitto tra palestinesi e Israele,
non è "due popoli due stati", ma una confederazione Giordana che
accolga in sé i territori palestinesi. I vantaggi? Uno stato arabo già
esistente e responsabile degli accordi che prende, un vasto territorio in cui
ridistribuire virtuosamente i palestinesi, un affaccio sul Mediterraneo per
Amman. La proposta non è nuova, ma sembrava andata in soffitta. Ora, per
Morris, è di nuovo l'ora di tirarla fuori e aprire negoziati trilaterali fra Israele, Palestinesi e Giordania. Perché l'integralismo non
permette altre strade. Sergio Romano e Antonio Ferrari, che interloquiscono con
lui, sembrano stupiti: per loro, l'ostacolo maggiore alla pace sono gli
insediamenti in Cisgiordania. Morris di argomenti ne ha. Innanzitutto, lo
smantellamento delle colonie attuato da Sharon a Gaza: se si è fatto quello,
dice Morris, "potremmo trovare un accordo anche per l'altro: mantenendo
come israeliani i settlement più vicini alla Linea Verde (quella pre-guerra del
Sei giorni) e dando in cambio dell'altra terra alla Giordania". Il
problema non sono gli insediamenti, secondo Morris. "La questione è
un'altra: il conflitto non va visto solo come una questione territoriale, ma
all'interno della lotta globale dell'islam radicale contro l'Occidente, che
considera Israele un corpo estraneo, come è scritto
nello statuto di Hamas. Occorre un altro interlocutore. Abu Mazen? Non è
abbastanza forte. Ma un'alleanza con il regime hascemita potrebbe aiutare i
moderati".
( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Con un giorno
di battaglia e 20 morti i miliziani di Hezbollah e Amal ora controllano il
settore ovest. Incendiata la tv di Hariri, razzo in un giornale. Il governo non
cede e cerca aiuti. L'esercito per ora neutrale, ma c'è tensione Michele
Giorgio "Beirut evita la guerra civile e la pioggia del mattino la
ripulisce per la giornata della soluzione". Così titolava ieri il
quotidiano progressista vicino all'opposizione, As-Safir, ottimista sugli
sviluppi della situazione. La guerra civile in verità non è affatto evitata
anche se ieri pomeriggio è tornata la calma a Beirut - ma non nella Bekaa e a
Tripoli - dopo ore di combattimenti violenti che hanno visto i miliziani sciiti
di Hezbollah e di Amal prendere il sopravvento su quelli del partito Mustaqbal,
del leader sunnita Saad al-Hariri, e prendere il controllo completo di tutta la
zona occidentale della capitale libanese. Dopo tre giorni di scontri i morti
sono una ventina e decine i feriti. Peraltro anche la soluzione di cui parlava
as-Safir non è dietro l'angolo. La crisi non è destinata a trovare un'immediata
via d'uscita, nonostante la previsioni favorevoli fatte da uno dei leader
dell'opposizione, l'ex generale Michel Aoun. La maggioranza filo-occidentale si
è scoperta debole, dopo i toni forti usati nei giorni scorsi soprattutto dal
leader druso Walid Jumblatt, ma non appare incline a cercare un compromesso con
l'opposizione. Il premier Fuad Siniora, nonostante le sollecitazioni giunte
anche dallo sponsor saudita, per il momento resta al suo posto. Ieri sera, dopo
una riunione nella residenza del leader della destra estrema, Samir Geagea, i
principali esponenti della maggioranza hanno lanciato all'opposizione l'accusa
di colpo di stato e di voler imporre i piani di Siria ed Iran in Libano.
Hezbollah e Amal hanno replicato comunicando che non rimuoveranno i blocchi
stradali e quelli intorno all'aeroporto, che paralizzano Beirut, fino a quando
il governo non riprenderà la strada del dialogo. Intanto centinaia di persone,
fra cui cittadini stranieri, si sono ammassate ieri al confine con la Siria.
Uomini, donne e bambini sono riusciti a raggiungere i posti di frontiera di
Arida, nel Libano settentrionale, e di Masnaa, nell'est, per tentare di
lasciare il paese. Fra le persone in fuga ci sono cittadini britannici, statunitensi,
tedeschi, ciprioti e numerosi siriani. L'ambasciata italiana ha adottato misure
protettive per i nostri connazionali in Libano, di cui non si esclude
l'evacuazione. Il primo nodo da sciogliere è quello della rete telefonica
indipendente di Hezbollah. Nella conferenza stampa di giovedì, Hasan Nasrallah,
il leader del movimento sciita, ha ripercorso le tappe dell'intera vicenda
ricordando che la questione era già stata sollevata l'anno scorso dal governo.
All'epoca, il ministro delle telecomunicazioni Marwan Hamade aveva denunciato
"l'esistenza di una rete telefonica terrestre di Hezbollah, realizzata col
sostegno della Siria e dell'Iran", nel sud del paese e nella sua
roccaforte alla periferia meridionale della capitale. Nasrallah ha confermato
quanto un anno fa diceva Hamade, ma ha ricordato che la rete telefonica "è
terrestre ed è esclusivamente ad uso militare per consentire ai quadri, alle cellule e al comando della resistenza di comunicare senza
essere ascoltati dal nemico", Israele. "Non si creda - ha aggiunto - che la usiamo per telefonare
all'estero o per far soldi sostituendoci allo stato libanese". Per il
governo invece il movimento sciita viola apertamente la sovranità nazionale e
cerca di creare uno "Stato nello Stato". Dietro la questione
della rete di comunicazione di Hezbollah si cela però il vero nodo dell'intera
vicenda: l'arsenale militare del partito sciita che le forze della maggioranza
vogliono smantellare, così come desiderano Stati uniti e Israele.
Hezbollah lo ha capito e ha reagito con l'uso della forza, mettendo in chiaro
che qualsiasi tentativo di disarmare la sua guerriglia, nell'attuale contesto
politico e militare della regione, con i venti di guerra che spirano in
direzione dell'Iran e nuovamente del Libano del sud, è destinato a provocare la
guerra civile e un bagno di sangue. D'altronde l'attacco rapido sferrato ieri a
Beirut Ovest contro le sedi di Mustaqbal e i mezzi d'informazione di questo
partito non lasciano dubbi sulla volontà di Hezbollah di lanciare pesanti avvertimenti
a Saad Hariri e al suo alleato Jumblatt, frequentatori assidui del Dipartimento
di stato americano e dell'ambasciata Usa a Beirut. Ieri mattina il muro di
cinta della residenza di Hariri è stato colpito da un razzo che non ha causato
vittime mentre Jumblatt è stato scortato dall'esercito fuori dalla sua
abitazione, circondata da militanti dell'opposizione. La sede di al-Mustaqbal
Tv, nella zona di al-Rausha, poco dopo, è stata incendiata dopo essere stata
presa d'assalto dai militanti del Partito nazionale sociale, una delle
formazioni alleate Hezbollah e Amal. Un razzo inoltre ha colpito il quarto
piano della redazione del quotidiano che fa capo sempre al partito di Hariri.
L'esercito per il terzo giorno consecutivo non si è schierato e si è limitato
ad intervenire nei casi più a rischio. Diversi paesi arabi intanto puntano
l'indice contro Hezbollah e l'opposizione libanese. L'Arabia saudita ha chiesto
ed ottenuto un vertice straordinario dei ministri degli esteri, che dovrebbe
svolgersi domenica, mentre l'Egitto ha affermato di non poter "permettere
che il Libano venga controllato dall'Iran". Invece da Ramallah il
presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto ai circa 400mila rifugiati
palestinesi in Libano di rimanere fuori dagli scontri, anche nel ricordo amaro
dei tanti massacri subiti durante la guerra civile.
( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Fiera del libro Per un pugno di sicurezza in più Israele
come paradigma delle politiche sulla sicurezza. Un'anticipazione dall'ultimo
numero della rivista "Conflitti globali" Massimiliano Guareschi
Federico Rahola Israele è una democrazia, su
questo non vengono avanzati dubbi. Il principale problema teorico e politico è
appunto questo. Ci si potrebbe chiedere come un assetto democratico non sia
smentito dalla presenza di un muro, fisico e immateriale, che introduce una
radicale differenza di status fra le popolazioni di un unico territorio e
riorienta un'intera geografia dei movimenti e delle opportunità. Oppure ci si
potrebbe interrogare sulla tenuta democratica di uno stato che ricorre
sistematicamente a operazioni mirate extragiudiziali attraverso le quali
liquidare potenziali nemici interni alla "propria" popolazione. O,
ancora, chiedersi quale titolo di democrazia può esibire uno stato che si fonda
sulla scomposizione differenziale di un concetto universalistico come quello di
cittadinanza. In realtà, alla luce di simili standard, a non superare un
eventuale test di democraticità sarebbero non solo Israele
ma anche gli Stati uniti del Patriot Act e di Guantanamo o l'Unione europea
delle extraordinary renditions e delle strutture di internamento e
identificazione di migranti, richiedenti asilo e altri soggetti sulle cui
biografie grava l'ipoteca dell'espellibilità. Non si tratta di fare del facile
radicalismo, seguendo una logica del tutto o niente in base alla quale la non
corrispondenza a un modello formale implicherebbe la negazione della patente di
democraticità a tutti quegli stati che comunemente sono definiti tali. Il virus
della paura Anziché interrogarsi in termini astratti sui requisiti di una
democrazia veramente tale e sull'eventuale "tradimento" di Israele, riteniamo più opportuno chiedersi come si
riconfiguri la democrazia nel momento in cui regimi comunemente definiti
democratici vengono colonizzati dalle politiche di sicurezza. È infatti in nome
della "sicurezza" che, senza sospendere gli assetti democratici di
uno stato, si ricorre a pratiche quali la detenzione amministrativa e la
sospensione dell'habeas corpus, la contaminazione tra militare e civile e tra
ordine pubblico e sicurezza nazionale, o ancora a meccanismi di controllo e
identificazione che violano i dettami che la tradizione liberale associa alla
nozione di libertà individuale. Da questo punto di vista, Israele,
per le vicende storiche che ne hanno scandito la genesi e il consolidamento,
porta al calor bianco tendenze e prassi ampiamente diffuse oggi a livello
globale. Se nel dopoguerra, nello scenario bloccato della Guerra fredda, altre
democrazie hanno potuto declinare qualitativamente la "sicurezza"
garantita ai loro cittadini in termini di diritti sociali, accesso ai beni
comuni e diffusione dei benefici del welfare, Israele
si è vista costretta a offrirne una lettura in termini quasi esclusivamente di
sicurezza militare e di sopravvivenza esistenziale. In un contesto di frontiere
indefinite e continuamente rimesse in discussione, nonché di conflitto endemico
per risorse scarse e in presenza di quote significative di popolazione
"non inquadrabile" nello schema esclusivo ed escludente dello stato
israeliano, le politiche di sicurezza israeliane (fatte di deportazioni,
colonizzazioni, approvvigionamento di risorse, guerre preventive, controlli,
irregimentazione della mobilità ecc.) si sono definite esclusivamente in
termini di governo della popolazione e di controllo del territorio. Questa
declinazione "sicuritaria" sembra oggi imporsi globalmente, sia pure
con gradazioni e tonalità diverse, finendo per riconfigurare complessivamente
il campo semantico entro cui il concetto di sicurezza si è potuto tradurre
all'interno delle liberaldemocrazie occidentali come pure dei paesi del blocco
sovietico. Contro ogni idea di pianificazione istituzionale e di
implementazione di assetti stabili, caratteri che definiscono le politiche di
sicurezza dello stato moderno su cui si è concentrato Michel Foucault, Israele nel corso della sua storia si è visto costretto a
procedere in maniera "occasionalista", rispondend volta per volta
alle sfide che emergevano sul terreno. Sconfinamenti, colonizzazioni, ritiri,
deviazioni e canalizzazioni delle risorse, tracciati urbanistici,
infrastrutture. E se in uno stato normale simili atti di governo possono essere
pianificate su una scala temporale medio-lunga, Israele
attua tutto questo in una dimensione temporale di "eterno presente".
Da ciò il ricorso a tecniche di governo che non corrispondono a un disegno
stabile di ordinamento del territorio (come evidenzia sia la mancanza di una
costituzione sia la difficoltà/impossibilita di scegliere la prospettiva di uno
o due stati) ma rimandano a un orizzonte di contingenza indefinitamente protratta
e di colonizzazione continua. In continuità con il doppio regime che ha
contraddistinto per oltre un secolo le politiche delle potenze coloniali, e in
particolare dell'impero britannico, anche nel caso di Israele
il controllo di un territorio e di una popolazione liquidati come "terra
senza popolo" è divenuto un particolare laboratorio di politiche
governamentali (e cioè di spostamenti forzati, censimenti, identificazioni,
visti, permessi di lavoro, check point, spedizioni militari). Il problema però
è proprio qui: se, nel caso degli imperi coloniali, si trattava di un doppio
standard ricalcato sulla distanza politica e geografica tra metropoli e
colonia, Israele sintetizza analoghi processi su un
territorio di dimensioni assai ridotte, diciamo dell'estensione del Piemonte.
Per questo motivo - ci sia concesso il salto logico - Israele
non potrebbe mai permettersi di perdere nella mezzaluna sunnita o a Kandahar:
ne andrebbe della sua esistenza. Di conseguenza il conflitto, su un territorio
scarso, assume il profilo di scontro e vertenze su una carta necessariamente a
scala uno a uno. Una decina di anni fa, Bertrand Badie scrisse un libro di un
certo successo - La fine dei terriori (Asterios) - nel quel l'autore
preconizzava la fine dei territori nell'era dei flussi e dell'immateriale.
L'esistenza stessa di Israele depone contro una simile
ipotesi interpretativa. Al di là di supposte fratture culturali e
dell'esasperazione esistenziale di cui si è alimentato, il senso del conflitto
israeliano-palestinese è infatti eminentemente territoriale: "due popoli,
un territorio", se si volesse ricorrere a una formula sintetica. Controllo
del territorio Le frontiere mobili e frattalizzate sono l'esito di una lotta
per il territorio la cui posta in gioco non è genericamente quantitativa ma
soprattutto intensiva. Ciò a cui si ambisce non è semplicemente l'acquisizione
di una sempre maggiore porzione di terreno ma l'insediamento nelle zone
privilegiate, attraverso il controllo delle aree più fertili, la canalizzazione
delle fonti idriche, il presidio dei siti elevati, i collegamenti
infrastrutturali. Per garantire tutto questo è necessario il ricorso a un
intero complesso di saperi e poteri: forze di polizia, esercito, agronomi,
ingegneri civili e idraulici, architetti, pianificatori. L'esito è quello di
una sempre rinnovata "mobilitazione totale", in cui i confini fra i
singoli poteri e saperi si confondono e la distinzione tra militare e civile
diventa solo teorica, convergendo però sulla perentoria necessità (che nel caso
di Israele diventa imperativo categorico di
controllare il territorio). Che sia questa la punta avanzata delle politiche di
sicurezza del presente? Difficile dare una risposta certa. Ma altrettanto
difficile è negare la valenza globale e la sintomaticità delle dinamiche di
conflitto e dei dispositivi di controllo del territorio e di governo delle
popolazioni che emergono in quel particolare "laboratorio" che è Israele.
( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Fiera
del libro Sami Michael, un ribelle tra due mondi in conflitto Incontro con lo
scrittore arabo emigrato a Haifa che domenica sarà alla Fiera del libro.
"Per me - dice - vedere Baghdad oggi è come contemplare il mio lettino
d'infanzia fatto a pezzi". E, a proposito del boicottaggio: "Sono
contro ogni censura. La letteratura è arte, medicina per l'anima"
Francesca Borrelli Dotato di una tra le biografie più interessanti che avremo
l'opportunità di conoscere in queste giornate alla Fiera del libro, Sami
Micahel è nato a Baghdad nel 1926 e a quindici anni aveva già maturato un tale
disgusto verso il regime iracheno che pensò di unirsi a un gruppo clandestino
comunista, guadagnandosi così il suo regolare mandato di arresto. Fuggì perciò
in Iran, dove la minaccia della estradizione lo constrinse nuovamente a
partire, questa volta verso Israele, il paese dove tutt'ora vive e al quale approdò nel 1949, quando
era passato appena un anno dalla fondazione dello Stato. Il suo primo impegno
fu come editorialista di due giornali di lingua araba del partito comunista
israeliano, poi andò a lavorare alla amminstrazione delle risorse idriche al
confine con la Siria e, mentre imparava faticosamente l'ebraico, la
solitudine e la nostalgia per la sua lingua lo indussero a tradutte la trilogia
dell'egiziano Naghib Mahfuz. Tra i suoi romanzi, uno dei più riusciti è quello
tradotto da Shulim Vogelmann per Giuntina con il titolo Una tromba nello uadi,
dove la tromba è lo strumento suonato dal giovane ebreo russo che, appena
immigrato in Israele, diverrà l'amore di una delle
protagoniste, mentre lo uadi è un quartiere quasi interamente arabo che prende
il nome da quei fiumi in cui l'acqua scorre solo nella stagione delle piogge.
L'altro dei suoi undici romanzi noto presso di noi (ancora grazie alla
Giuntina) si intitola Victoria dal nome del personaggio femminile in cui si
incarnano al tempo stesso il passato di tradizioni retrive e la apertura di un
futuro in cui anche il godimento troverà asilo. Figlio ribelle dell'ebraismo
orientale, Sami Michael, che è attualmente presidente dell'associazione per i
diritti umani in Israele, sarà protagonista di due
incontri torinesi, sabato al centro italo-arabo Dar al Hikma e domenica alla
Fiera del libro. Se dovesse isolare i temi che tornano più insistentemente
nella sua narrativa e quelli che le stanno più a cuore come li descriverebbe?
Le parlerei, intanto, del rapporto con l'altro, a cominciare da quello che per
me è l'altro "assoluto", il più presente e il più represso, ossia la
donna. Non a caso nei miei libri ho riservato tanto spazio ai personaggi
femminili, e al riscatto della loro dignità spesso violata. Ma l'altro è anche
colui che continuamente ci sfida, la persona assieme alla quale dobbiamo
risolvere i nostri conflitti e che dobbiamo conoscere, se con lui vogliamo
convivere. Il secondo dei temi a me cari riguarda la convivenza tra le
diversità in Israele: se abbiamo fondato uno Stato,
non sarà per andarcene di qui a poco, ma perché pensavamo a una soluzione
duratura, anzi perenne. Certo, sta a noi decidere che strada intraprendere:
possiamo essere un buon esempio per la via che porta a una struttura multiculturale
della società, ma allo stesso tempo possiamo diventare un precedente
drammaticamente negativo di questo stesso progetto. Il terzo tema riguarda
l'identità ebraica: alcuni scrittori, tra i quali Yehoshua, sostengono che un
ebreo può essere tale a pieno titolo solo se vive in Israele
e parla l'ebraico, perché nella diaspora se ne va l'orgoglio della sua storia,
ed è dunque un uomo monco. Io credo invece che la visione di coloro che la
pensano come Yehoshua rasenti una forma di antisemitismo, perché ogni ebreo ha
ragione di andare orgoglioso della propria identità senza avere alcun bisogno
di mettersi in relazione con Israele; che esiste da
soli sessanta anni a fronte di una diaspora che di anni ne conta più di
duemila. Sono idee, queste, che troverà soprattutto nei miei libri ambientati
in Iraq. Dunque, lei si considera ora uno scrittore israeliano. Come ha
vissuto, in tutti questi anni, il vincolo tra nazionalità e religione che sta a
fondamento della identità ebraica? Mi considero israeliano perché ho adottato
la patria dei miei figli e dei miei nipoti. Del resto, ci capita spesso di
accorgerci che stiamo diventando proprio come gli altri ci vedono, e i miei
lettori - anche quelli dei paesi arabi, mi vedono solo come uno scrittore
israeliano. Va bene così, è in Israele, del resto, che
conduco le mie battaglie per il rispetto dei diritti umani e per una società
equa. Quanto alla divisione tra nazionalità e religione, è un problema
complesso al quale posso solo rispondere che, personalmente, auspicherei una
divisione netta, perché quando religione e politica entrano in contatto si
avvelenano l'una con l'altra. Sono passati vent'anni da quando ha scritto
"Una tromba nello uadi", il romanzo che meglio l'ha fatta conoscere
in Italia. Se oggi dovesse rimettere a fuoco l'atmosfera di Haifa rispetto a
come l'ha rappresentata al tempo del romanzo quali crede che siano gli ambiti
in cui sono avvenuti i cambiamenti più significativi? È cambiato il Medioriente
e dunque in qualche modo è cambiata anche Haifa. Nuove guerre si sono aggiunte,
i toni si sono inaspriti, gli Stati sono diventati più aggressivi; quel che non
è cambiato è che i giovani continuano a morire giovani. Ma Haifa riesce ancora
in qualche modo ad astrarsi dalla realtà, credo la si possa additare come un
modello, un esempio unico al mondo per quel che riguarda la convivenza di ebrei
e arabi, musulmani e cristiani. In un passaggio dello stesso romanzo Alex,
l'ebreo russo appena arrivato a Haifa, dice alla ragazza araba che diventerà
sua moglie: "Tu non sai cosa significa essere un nuovo immigrato.
All'improvviso sei come un bambino. Vuoi parlare ma ti sembra di avere la bocca
piena di fango. Sono la stessa persona, penso pensieri da adulto, ma quando
apro la bocca mi sembra che le persone ridano". Sono considerazioni di
certo familiari a lei che arrivò in Israele quando
aveva già superato i vent'anni. Dove sente che sono più radicate le sue
appartenenze: nella lingua araba, nei paesaggi della sua infanzia o nella
accoglienza trovata in Isaraele? Sì conosco i problemi di Alex che, tra
l'altro, arriva in Israele senza alcuna spinta
ideologica, e dunque è prima di tutto un essere umano, poi un immigrato, e solo
dopo un ebreo. Per quel che mi riguarda, ancora oggi, se vedo un cartello
scritto in ebraico, in inglese e in arabo, il mio occhio prima di tutto coglie
la scritta in arabo. Però sogno in ebraico, lo scrivo e lo parlo anche con i
miei figli. Anni fa ho tradotto dall'arabo all'ebraico la trilogia di Mahfuz
senza dizionario, ma oggi se devo scrivere in arabo faccio una gran fatica:
sarà la memoria che se ne va con gli anni. Entrambi i mondi vivono dentro di
me, a volte se ne risveglia uno a volte l'altro. Spesso sogno di essere seduto
nel mio caffè preferito a Baghdad, lungo le rive del Tigri. Bevo la mia
limonata e sto con le spalle appoggiate al muro mentre parlo con i miei amici.
Poi, al momento di pagare, metto una mano in tasca e tiro fuori dei soldi, ma
sono soldi israeliani... e allora tutti cominciano a gridare: è una spia! A
questo punto per fortuna mi sveglio. L'altro suo romanzo tradotto da noi,
"Victoria", è ambientato nella Baghdad ebraica dei primi del '900. Di
quella città, e di quella atmosfera cosa pensa che sia andato irrimediabilmente
perduto, e cosa le manca di più? Per me vedere Baghdad oggi è come vedere il
mio lettino d'infanzia fatto a pezzi, ridotto a un cumulo di spazzatura e di
sangue. Anch'io ho vissuto una dittatura, ma ai miei tempi la gente sognava,
aveva una prospettiva, sentiva di poter raggiungere un futuro libero. Oggi in
Iraq nessuno sa dire come andrà a finire, perché così è quando si prendono
iniziative senza avere un progetto chiaro. Le persone hanno come solo obiettivo
quello di tornare a casa sane e salve e se guardano dalla finestra vedono un
paese occupato e martoriato dal terrorismo. Mi consolo sapendo che Victoria
viene venduto molto bene a Baghdad, sebbene sia un titolo clandestinino, così
attraverso le sue pagine posso fare ricordare ai miei fratelli cos'era un tempo
l'Iraq. La sua doppia anima di arabo e di israeliano soffre di più per il
ventilato boicottaggio della Fiera, o per le celebrazioni politiche che
inevitabilmente ci saranno nel sessantesimo anniversario della Fondazione dello
Stato? Le vere vittime di ogni boicottaggio sono coloro che lo mettono in atto.
Penso alla Germania nazista: i tedeschi stanno ancora cercando tra la cenere
dei libri bruciati la propria anima perduta. La letteratura è arte, è medicina
per l'anima. Sono contro ogni genere di censura, contro ogni isolamento, e
dunque spero che la Fiera di Torino si risolva in un momento di dialogo. Per
quel che riguarda i festeggiamenti per i sessant'anni di Israele,
non sono uno di quelli che balla e canta quando intorno a me ci sono situazioni
difficili e per di più una guerra. Trovo inoltre che non bisognerebbe spendere
tutti questi soldi per festeggiamenti destinati a lasciare il tempo che
trovano, piuttosto li utilizzerei per progetti sociali di pubblica utilità.
Detto questo, sono felice che Israele esista.
( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Tra gli
stand Materiali per leggere il Medio Oriente Il sesto numero della rivista
"Conflitti globali" diretta da Alessandro Dal lago (Agenzia X
editore) è dedicato a Israele. La chiave di lettura proposta si discosta da gran parte delle
analisi sull'operato dello stato israeliano nei confronti del popolo
palestinese. Come sostiene il saggio iniziale, di cui pubblichiamo ampi
stralci, Israele può essere
considerato un paradigma di quelle politiche della sicurezza presenti in tutti
i sistemi politici liberlademocratici. Tra i testi da segnalare, quelli
di Baruch Kimmerling, Uri Avnery, Ilan Pappe, Bennu Morris, John Mearsheimer,
Noam Chomsky e Arie Arnon.
( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Frattini
prepara l'evacuazione degli italiani dal centro della capitale, ma non vuol
cambiare la missione. La Russa invece ci pensa: "Potremmo combattere"
Federico D'Ambrosio Roma Il piano di evacuazione dal paese è pronto, ma
difficilmente la guerriglia libanese imporrà il rimpatrio immediato di tutti i
seicento civili che risiedono nel paese. Al contrario, nelle prossime ore,
Franco Frattini metterà all'opera un piano di "riposizionamento" per
quella sessantina di italiani che vivono nei quartieri in cui è scoppiata la
sommossa, in particolare al centro della città: da almeno ventiquattrore non
escono di casa e potrebbero chiedere di essere spostati in zone più tranquille
o nelle colline a poca distanza dalla città. Era questo il principale motivo
della riunione che il neo ministro degli esteri ha convocato ieri pomeriggio
alla Farnesina. Già in mattinata Frattini aveva spiegato che gli italiani che
avessero voluto lasciare il centro della capitale libanese avrebbero potuto
farlo con un "ponte nazionale". Quindi il ministro Il ministro degli
Esteri ha riferito che già da questa mattina la Farnesina ha lavorato per gli
italiani che si trovano in queste ore in Libano, organizzando un "ponte
nazionale" e dando il via libera ad una evacuazione per quanti lo
richiedono dalla zona centrale di Beirut. I nostri concittadini, sono
"tutti in buone condizioni, assicura il capo dell'Unità di crisi della
Farnesina Elisabetta Belloni ai microfoni di Sky Tg 24: "Abbiamo chiesto
loro di rimanere nelle loro abitazioni e di attendere le indicazioni
dell'ambasciata italiana. Più complicato pensare che i 2500 uomini che fanno
parte della missione Unifil possano essere usati per "riportare la
pace" nella città. Dal 2006, la missione italiana è posizionata nel sud
del paese, in una zona sotto controllo di Hezbollah, a due passi dalla città di
Tiro. Passati il lancio di missili da e contro Israele, oggi la missione è in pieno
stallo. Le regole di ingaggio impediscono qualunque genere di intervento
armato, anche solo difensivo e i rapporti con Hezbollah sono di semplice
vicinato: nessuna trattativa per la risoluzione pacifica del conflitto politico
è stata avviata e l'organizzazione islamica si muove nella zona semplicemente
evitando le aree controllate da Unifil. Una situazione difficile per il
governo appena incaricato: anche se la missione serve a poco sarebbe difficile
aprire il mandato riportando in patria i militari italiani,. E, del resto, è
praticamente impossibile pensare a cambiare le regole di ingaggio di un
intervento a cui partecipano 30 diversi paesi sotto l'egida delle nazioni
unite. Nelle sue primissime dichiarazioni pubbliche, il ministro Frattini ha
cercato di salvare la faccia. Spiegando che in questa fase è meglio "non
parlare di cambiamento" delle regole di ingaggio, perché in ogni caso
"bisogna chiedere e consultare i nostri militari". In serata ha
persino provato a dire che la presenza italiana nel sud del Libano è quasi
indispensabile: "Occorre stabilizzare quel confine meridionale del Libano
dal quale partivano enormi quantità di attacchi contro Israele,
attacchi che fortunatamente si sono ridotti - ha detto ai microfoni del Tg1 -
Credo sia necessario ascoltare i nostri soldati, le regole d'ingaggio non si
cambiano unilateralmente. I nostri soldati ci potranno dire quali sono i
risultati raggiunti dalla missione Unifil, e quali ancora non raggiunti".
Placido anche il commento di Enrico Mattina, portavoce militare della missione
Onu: "Al momento, nell'area di competenza di Unifil la situazione si mantiene
calma. Le nostre attività, infatti, procedono come di consueto e senza cambi di
programma". Non a caso, solo il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha
ha provato a spingere un po' la tesi per cui quelle regole di ingaggio potrebbe
essere davvero modificate. "Voglio una informazione dettagliata prima di
potermi esprimere in proposito, anche se da politico, prima di fare il ministro
e quindi con più libertà di linguaggio, ho detto che a mio avviso le regole
d'ingaggio, vanno modificate". Dopo le dichiarazioni s'è infilato al
ministro con aria presa: "Voglio avere dettagliate informazioni su questo,
che mi sembra il problema più spinoso da affrontare".
( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
I nostri
militari formano ormai il nucleo principale della forza Onu, che comandano, e
hanno per compito quello di contrastare tanto Israele quanto
Hezbollah Manlio Dinucci Prima di passare le consegne al nuovo ministro della
difesa Ignazio La Russa, Arturo Parisi si è recato in Libano il 22 aprile per
esprimere al contingente italiano dell'Unifil "la stima e l'orgoglio del
paese per il contributo offerto per la pace e la stabilità in una terra, il
Libano, molto simile per cultura e tradizioni all'Italia". Ora però quella
terra rischia di franare sotto i piedi del contingente italiano. Eppure
l'esperienza avrebbe dovuto insegnare qualcosa. L'Unifil, la Forza ad interim
delle Nazioni unite in Libano, fu costituita il 19 marzo 1978 dopo
l'occupazione israeliana del Libano meridionale, in base alle risoluzioni 425 e
426 del Consiglio di sicurezza che le conferivano il mandato di
"confermare il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano,
ristabilire la pace e sicurezza internazionali, assistere il governo del Libano
ad assicurare il ritorno della sua effettiva autorità nell'area". Israele ritirò le sue forze ma, nel
giugno 1982, invase di nuovo il Libano. L'Unifil rimase per tre anni
intrappolata dietro le linee israeliane, finché Israele non effettuò un parziale ritiro occupando la parte meridionale
del paese. Da allora l'Unifil, composta da
( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Tta la
campagna elettorale, i problemi di politica estera si pongono ora come
un'improvvisa emergenza che il nuovo governo deve affrontare. Forse essi non
richiedono azioni immediate ma certo richiedono una rapida presa d'atto di ciò
che essi significano. Entrambi riguardano la situazione del Mediterraneo (la
Libia e il Libano), cioè un'area geografica vitale per l'Italia, rispetto alla
quale da sempre chi ha diretto il Ministero degli Esteri ma anche il Presidente
del Consiglio sono stati e sono direttamente chiamati a definire una linea
politica. Sarà interessante vedere come, mutate le persone e l'orientamento
generale del governo, queste linee possano differire dall'impostazione già
esistente o contengano elementi di novità. Il caso libico era stato in qualche
modo preannunciato dalla polemica del figlio di Gheddafi contro il ministro
Calderoli. Che si trattasse solo di un sintomo è ora ben chiaro. Il governo libico
imputa all'Italia, ma anche a tutta l'Europa, di non aver mantenuto gli impegni
assunti in relazione al controllo del flusso di clandestini che dal territorio
africano salpano verso le isole italiane, primo approdo di un itinerario sempre
molto accidentato. Inoltre accusa l'Italia di avere danneggiato gli interessi
libici, avendo dovuto impiegare le proprie risorse "per proteggere le
coste italiane". Che l'accusa sia sproporzionata alle possibili
conseguenze che da essa si possono desumere (specialmente in relazione alle
forniture petrolifere) è evidente, ma è altresì evidente che il governo di
Tripoli coglie l'occasione dell'insediamento a Roma di un governo che in
passato aveva mostrato una chiara propensione a cercare l'intesa diretta con
Tripoli per segnalare problemi che verosimilmente sono, almeno in parte,
fondati. E' difficile formulare valutazioni senza un controllo diretto delle
cose, tuttavia bisogna tenere presente che proprio questa è la stagione nella
quale gli sbarchi di clandestini si fanno più intensi e che la Libia, magari
non da sola, ma in primo luogo, viva momenti di tensione interna derivanti dal
peso di questo problema e intenda condividerlo con gli europei, italiani in
testa. Meno vicino, ma infinitamente più complesso è il problema libanese. Una
serie di incidenti hanno portato ormai questo paese sull'orlo di una nuova
guerra civile a causa della ripresa della lotta, in corso da anni, tra le
fazioni religiose e politiche libanesi. Il dualismo Governo-Hezbollah era stato
frenato dall'intervento, nel 2006, delle Nazioni Unite con la creazione
dell'Unifil come forza di interposizione contro l'attacco israeliano
lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato
dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento
del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad
Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano
Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele per estromettere Hezbollah dal Libano. L'Unifil è
guidata in questi mesi dagli Italiani (che costituiscono, con circa 2.500
uomini, uno dei contingenti più forti presenti nell'area); sebbene il comando
italiano sia stato recentemente accusato di aver assunto un atteggiamento
troppo tollerante verso Hezbollah, non è sfuggito alle parti interessate un
accenno fatto dal Presidente del Consiglio alla possibilità di un mutamento
delle cosiddette "regole di ingaggio", cioè delle regole che
delimitano la libertà d'azione delle forze dell'ONU, impedendo che esse
partecipino a scontri armati o assumano iniziative non meramente difensive. In
verità la questione è molto chiara, poiché le regole di ingaggio sono fissate
dal Consiglio di sicurezza dell'Onu e noi dei singoli governi. Tuttavia è
altrettanto palese il fatto che il nuovo governo italiano, con un misurato
mutamento di accenti, anziché guardare con simpatia alle forze anti-israeliane,
propenderà verso una soluzione pacifica delle crisi regionali, tale da dare a Israele maggiori speranze di solidarietà di quanto non
facesse il governo Prodi. Il fulcro della questione sta dunque nella necessità
in cui il ministero degli Esteri italiano riuscirà a trovare un nuovo punto di
equilibrio fra il desiderio di appoggiare la causa israeliana e quello di non
suscitare inutili e dannose avversioni nel mondo arabo. Sono, queste, esigenze
meno visibili delle emergenze esistenti in alcune parti d'Italia ma sono pur
esse esigenze che toccano aspetti di vitale interesse per il paese.
( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di MARCO
BERTI Il quadro più realistico della situazione l'ha dipinto in poche battute
la tv iraniana al-Alam: "I miliziani sciiti di Hezbollah e di Amal
controllano ormai tutta la città di Beirut". I movimenti sciiti
d'opposizione hanno in effetti in mano i punti nevralgici della capitale, come
il porto, l'aeroporto e la parte Ovest della città, roccaforte dei loro rivali
sunniti. Hezbollah ha anche attaccato la sede della tv, della radio e del
maggior quotidiano filogovernativo, lasciando poi il tutto nelle mani
dell'esercito libanese che, fino a che è possibile, cerca di restare neutrale
in questa guerra fra sciiti filo Iran-Siria e sunniti. Il bilancio degli
scontri è incerto, si parla di una dozzina di morti e di numerose decine di
feriti. Le ultime vittime sono di ieri sera: due persone sono morte e altre due
sono rimaste ferite a Khaldeh, a sud di Beirut, in una serie di scontri tra
sostenitori sunniti del blocco di maggioranza e militanti fedeli al leader
dell'opposizione drusa Talal Arslan, rivale di Walid Jumblatt, che invece è
schierato con i governativi. Non è facile districarsi nella complessa e
iperframmentata geografia politica libanese in cui si inserisce anche il leader
cristiano Michel Aoun, fino a tre anni fa acerrimo nemico del Partito di Dio
(Hezbollah) e oggi suo sostenitore. Gli attacchi alle sedi dei media del
partito sunnita al-Mustaqbal di Saad Hariri, capo della maggioranza
parlamentare, sono stati condotti nella notte fra giovedì e venerdì. Uomini di
Hezbollah e di Amal hanno assaltato le sedi della televisione, della radio e
del giornale. Gli uffici della tv sono stati dati alle fiamme. Poi le sedi
svuotate e inutilizzate sono state consegnate all'esercito regolare libanese
che sta peraltro mettendo sotto il proprio controllo gli obiettivi presi di
mira dal Partito di Dio e poi abbandonati. E ora l'unica tv che imperversa è
quella di Hezbollah. Sparatorie si sono registrate attorno all'abitazione del
leader druso Walid Jumblatt, mentre un razzo ha abbattuto parte del muro di cinta
della residenza di Saad Hariri. Chiuso il porto di Beirut "fino a nuovo
ordine", bloccate dai miliziani sciiti le vie d'accesso all'aeroporto,
così come è bloccata l'autostrada che porta al valico di frontiera con la
Siria, a Mesnaa, nella valle della Bekaa. Con la solo differenza che su
quest'ultima i posti di blocco sono stati allestiti dai miliziani
filogovernativi. E non sembra ci siano speranze che la situazione migliori a
breve termine. L'opposizione ha infatti dichiarato che i blocchi non saranno tolti
fino a che il governo non farà retromarcia sulle sue iniziative anti Hezbollah:
il blocco del network di comunicazione del Partito di Dio ("ci serve per poter comunicare senza che il nostro nemico (Israele) ci ascolti", spiega Hassan
Nasrallah che di Hezbollah è il leader indiscusso), e la rimozione del capo
della sicurezza dell'aeroporto di un generale vicino all'opposizione per far
posto, come sostiene Nasrallah, "a un ufficiale amico degli americani per
consegnare l'aeroporto alla Cia e al Mossad". Ma il governo non
sembra disposto a fare alcun dietro front, anzi, la maggioranza rincara la
dose, accusando Hezbollah di tentato colpo di stato contro la costituzione e le
risoluzioni Onu, riferendosi a quella che impone il disarmo dei miliziani.
Intanto da Washington la Casa Binca ha accusato Siria e Iran di "voler
destabilizzare il Libano" e ha esortato Damasco e Teheran a mettere fine
al loro sostegno al "gruppo terroristico" Hezbollah.
( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Di ENNIO
DI NOLFO Sarà interessante vedere come, mutate le persone e l'orientamento
generale del governo, queste linee possano differire dall'impostazione già
esistente o contengano elementi di novità. Il caso libico era stato in qualche
modo preannunciato dalla polemica del figlio di Gheddafi contro il ministro
Calderoli. Che si trattasse solo di un sintomo è ora ben chiaro. Il governo
libico imputa all'Italia, ma anche a tutta l'Europa, di non aver mantenuto gli
impegni assunti in relazione al controllo del flusso di clandestini che dal territorio
africano salpano verso le isole italiane, primo approdo di un itinerario sempre
molto accidentato. Inoltre accusa l'Italia di avere danneggiato gli interessi
libici, avendo dovuto impiegare le proprie risorse "per proteggere le
coste italiane". Che l'accusa sia sproporzionata alle possibili
conseguenze che da essa si possono desumere (specialmente in relazione alle
forniture petrolifere) è evidente, ma è altresì evidente che il governo di
Tripoli coglie l'occasione dell'insediamento a Roma di un governo che in
passato aveva mostrato una chiara propensione a cercare l'intesa diretta con
Tripoli per segnalare problemi che verosimilmente sono, almeno in parte,
fondati. È difficile formulare valutazioni senza un controllo diretto delle
cose, tuttavia bisogna tenere presente che proprio questa è la stagione nella
quale gli sbarchi di clandestini si fanno più intensi e che la Libia, magari
non da sola, ma in primo luogo, viva momenti di tensione interna derivanti dal
peso di questo problema e intenda condividerlo con gli europei, italiani in
testa. Meno vicino, ma infinitamente più complesso è il problema libanese. Una
serie di incidenti hanno portato ormai questo Paese sull'orlo di una nuova
guerra civile a causa della ripresa della lotta, in corso da anni, tra le
fazioni religiose e politiche libanesi. Il dualismo Governo-Hezbollah era stato
frenato dall'intervento, nel 2006, delle Nazioni Unite con la creazione
dell'Unifil come forza di interposizione contro l'attacco israeliano
lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato
dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento
del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad
Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano
Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele per estromettere Hezbollah dal Libano. L'Unifil è
guidata in questi mesi dagli italiani (che costituiscono, con circa 2.500
uomini, uno dei contingenti più forti presenti nell'area); sebbene il comando
italiano sia stato recentemente accusato di aver assunto un atteggiamento
troppo tollerante verso Hezbollah, non è sfuggito alle parti interessate un
accenno fatto dal presidente del Consiglio alla possibilità di un mutamento
delle cosiddette "regole di ingaggio", cioè delle regole che
delimitano la libertà d'azione delle forze dell'Onu, impedendo che esse
partecipino a scontri armati o assumano iniziative non meramente difensive. In
verità la questione è molto chiara, poiché le regole di ingaggio sono fissate
dal Consiglio di sicurezza dell'Onu e non dai singoli governi. Tuttavia è
altrettanto palese il fatto che il nuovo governo italiano, con un misurato
mutamento di accenti, anziché guardare con simpatia alle forze anti-israeliane,
propenderà verso una soluzione pacifica delle crisi regionali, tale da dare a Israele maggiori speranze di solidarietà di quanto non
facesse il governo Prodi. Il fulcro della questione sta dunque nella necessità
in cui il ministero degli Esteri italiano riuscirà a trovare un nuovo punto di
equilibrio fra il desiderio di appoggiare la causa israeliana e quello di non
suscitare inutili e dannose avversioni nel mondo arabo. Sono, queste, esigenze
meno visibili delle emergenze esistenti in alcune parti d'Italia ma sono pur
esse esigenze che toccano aspetti di vitale interesse per il Paese.
( da "Liberazione" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Prosegue
l'offensiva delle milizie sciite in Libano: 15 morti, decine di feriti.
Oscurata tv governativa. Damasco:"Non c'entriamo" Hezbollah conquista
Beirut Ovest Siniora: "Golpe diretto dalla Siria" Beirut ovest è
totalmente in mano a Hezbollah, che in soli due giorni ha conquistato con la
forza il controllo dei principali quartieri sunniti e di diversi tsobborghi ad
alta densità di cristiano-maroniti. Il biilancio di due giorni di sanguinosi
scontri nelle vie della città è di 15 morti e decine di feriti: "E' un
golpe armato condotto per far tornare la Siria in Libano ed estendere il
braccio dell'Iran nel Mediterraneo", denunciano le forze della coalizione
di governo. Damasco, dal canto suo giura di non avere nulla a che fare con la
rivolta capitanata da Hezbollah: "Quel che accade è un affer interno al
Libano, ci auguriamo che i fratelli libanesi riescano a trovare una soluzione
attraverso il dialogo", ha detto il presidente siriano Bashar al-Assad.
L'escalation militare imposta dal movimento sciita, molto simile a quella
avvenuta a Gaza con la cacciata di Abu Mazen, è diventata un autentic colpo di
mano quando Hezbollah ha costretto alla chiusura di tutti gli organi di informazione
di proprietà della famiglia del leader della maggioranza parlamentare
anti-siriana, Saad Hariri: due emittenti televisive in chiaro, un canale
satellitare, un'emittente radiofonica e un giornale. "Tutti i canali
televisivi sono stati chiusi e posti sotto il controllo dell'esercito a seguito
di minacce di elementi armati", ha detto una fonte governativa.
Imbarazzante la semplicità con la quale nel corso della mattinata di ieri
diversi quartieri sunniti nella zona occidentale di Beirut, considerati roccheforti
della coalizione di governo, sono caduti nelle mani dei miliziani. Le strade
dei quartieri di Zarif, Zokak al-Blat, Malla, Corniche al-Mazraa e Ras an-Nabaa
sono presidiate da armati di Hezbollah e di Amal, l'altro movimento sciita. Ad
Hamra, abitato da sciiti, sunniti e cristiano maroniti, hanno avuto la meglio i
primi. L'ultimo bastione sunnita a cadere è stato Tarek al-Jadeedi. A quel
punto, il leader cristiano Michel Aoun, alleato di Hezbollah, ha potuto
dichiarare: "Oggi è un giorno di vittoria per il Libano". La
conquista di Beirut ovest è stata salutata dai miliziani sciiti con colpi di
mitraglietta mentre nella Beirut cristiana la vita prosegue normalmente. Anche
il porto è stato chiuso, e il Libano è adesso isolato dopo che anche l'aeroporto
era stato vietato a decolli e atterraggi. L'Italia ha pronto un piano di
evacuazione dei connazionali. "Coloro che vogliono lasciare l'area
centrale di Beirut -ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini- possono
farlo e avranno un ponte nazionale". Quanto alle regole di ingaggio di
Unifil nel sud del Paese, ha aggiunto, "bisogna prima parlarne con i
comandi militari". Israele ha
accusato l'Iran di fomentare gli scontri, ma Teheran ha respinto e rilanciato:
"Gli sforzi avventurosi e gli interventi degli Stati Uniti e del regime
sionista sono la causa principale del caos nel Libano", si legge in un
minaccioso comunicato. In serata è giunto il monito degli Stati Uniti a
a Siria e Iran, tramite il portavoce della Casa Bianca Gordon Johndroe, il
quale ha affermato che l'amministrazione americana è "molto turbata"
per le operazioni militari lanciate da Hezbollah: "Sosteniamo il governo
democraticamente eletto del Libano". red.es 10/05/2008.
( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ilippe
Aractingi, con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz UN UOMO, una donna, un paese
devastato da una guerra lampo. Lui, cristiano, guida il taxi. Lei, sciita,
cerca il figlio che aveva lasciato nel Sud, dalla zia. Troveranno profughi,
terrore, crateri, distruzione materiale e morale. Ma anche nel Libano piegato
dai missili e minato dalle divisioni intestine, c'è spazio per un brandello di
umanità. Girando in parte nell'agosto 2006, durante i 33
giorni della guerra israelo-libanese, Aractingi mescola realtà e fiction con
sguardo attento e rigoroso. Niente "spettacolo" (mai cadaveri o
uccisioni sullo schermo, e l'assenza della figura umana in quell'apocalisse è
ancora più straziante). Nessuna speculazione politica. Non conta
attribuire colpe, solo raccontare la pena di ogni guerra, sotto qualsiasi
cielo. Quattro Fontane.
( da "Liberazione" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Una
lettera dei Giovani Comunisti in risposta ad Alfio Nicotra La non violenza, il
nostro agire La politica in cui crediamo è l'antidoto all'imbarbarimento del
paese Cara "Liberazione", in questi giorni leggendo i commenti di
molti del partito ci è parso che si siano aperte le porte di un giubileo, porte
aperte per purificarsi e subito richiuse. In un articolo del 7 maggio, dove
Alfio Nicotra parla anche dei/delle Giovani Comunisti/e, si dice, parafrasando
Gandhi, che la non-violenza va innanzitutto agita su noi stessi. Siamo
assolutamente in sintonia: quasi mai ci siamo spaccati e "fatti la
guerra", anche quando ci siamo molto divisi. Quasi sempre molta
discussione e al bando tra di noi politicismi e tatticismi. Spesso abbiamo
sostituito le assemblee aperte agli organismi dirigenti e provato ad anteporre
il contributo che ognuno di noi poteva dare ad ogni potere politico. Non
abbiamo mai considerato la non violenza un confine da usare per separare. Fin
dove è possibile, ci sentiamo in una ricerca aperta di critica e di sottrazione
all'amministrazione del potere. Da don Tonino Bello abbiamo imparato, oltre
alla non-violenza, la "convivialità delle differenze": la capacità
tra diversi di potersi guardare negli occhi e dividere la stessa mensa assieme.
Oggi abbiamo la necessità di provare ora a praticarla, a prescindere da un
congresso a tesi o a mozioni, che possiamo dire con un po' di onestà
intellettuale che poco cambia. Il documento dei/delle Giovani Comunisti/e
(pubblicato da "Liberazione") è per noi anche questo proposito. E'
stato approvato dalla larga maggioranza del coordinamento nazionale dopo una
bella discussione, da compagni e compagne che, davanti ad un arretramento
proprio nei confronti di quell'apertura ai movimenti e alla società che ci
circonda, di cui Alfio parla nel suo articolo, rispondono di non volersi
serrare dietro l'identitarismo o nel fortino del partito, e scelgono di
continuare quell'esperienza, non ritenendola per nulla conclusa, provando al
contrario ad includerla in una prospettiva più ampia per la sinistra. La
permanenza al governo, che abbiamo scelto insieme (noi e anche Alfio) ha
sacrificato il piano delle relazioni fra numerosi soggetti, ha fatto emergere
contraddizioni e insufficienze che drammaticamente non si sono risolte. Anche
noi ne abbiamo subito le conseguenze, ma mai, in questi due anni, abbiamo
rinunciato ad un conflitto, un corteo o un'azione. Mai ci siamo sottratti, e
questo non è irrilevante, se si vuole evitare ogni risposta semplicistica, ad
uso congressuale, alle paure e ai dubbi che oggi abitano ognuno di noi. Non è
irrilevante che i/le Giovani Comunisti/e attraversavano le strade di Roma con
il movimento pacifista, mentre qualcuno, più informato di noi sulla politica
internazionale, rinchiudeva il partito in una piazza deserta il 9 giugno. Non è
irrilevante Vicenza, i presidi davanti ad ogni discarica vecchia e nuova, come
a Serre o a Chiaiano, la May Day e Portella della Ginestra con il movimento
antimafia, il Gay Pride, i cortei femministi, quelli antifascisti, quello dei
centri sociali a Bologna contro il sindaco sceriffo, ogni manifestazione
studentesca del paese. Non è irrilevante neppure che, al contrario di chi da
mesi si riempie la bocca sulla necessità di ricostruire lo spazio della
sinistra nel nostro paese, noi lo spazio pubblico abbiamo provato ad aprirlo,
in maniera tangibile e collettiva: il Left, la casa dei giovani di Palermo, i
Network Giovani in tutta Italia, PlayLeft a Milano, le tante reti torinesi, gli
spazi sociali occupati che sosteniamo con passione, due anni di carovane in
Chiapas, i campi di solidarietà in Palestina, le piccole associazioni in un
progetto nazionale che si chiama Pixel che abbiamo costruito, ma che quasi
tutti hanno fatto finta di non vedere. Stilare un curriculum di movimento della
nostra organizzazione non è cosa difficile, ma alla fin fine non ci interessa e
non risolve il problema. E' più utile per noi viverle queste esperienze,
costruirle, sporcarci le mani, per capire che autonomia e innovazione non sono
due vocaboli da congresso, due coordinate di uno schieramento, ma invece sono
la carica materiale di un percorso a cui non abbiamo certo intenzione di
rinunciare adesso. Tutto bene, dunque? A noi in ogni caso non pare, profondi
sono i mutamenti e le riarticolazioni che il conflitto sociale ha assunto da
Seattle ad oggi, ed indagarli è la condizione per ripensare l'agire del nostro
partito. Vogliamo capire come l'autonomia dei movimenti è stata alterata
dall'agenda di un governo che non ha intrapreso la strada del cambiamento e
perché i luoghi della ricomposizione sociale e politica della sinistra (i
social forum) si siano in parte esauriti. Ripensiamo al passato con l'occhio
proiettato al futuro, ai conflitti che ci sono ed a quelli che verranno, perché
è nelle contraddizioni vive tra capitalismo e esistenza che è possibile quella
ricomposizione tra sociale e politico che per noi è la sinistra. Questo è ciò
che sentiamo di domandarci, se fuori di noi non si fosse per lo più impegnati
in una gara alla critica dell'altro. Ci aspettano altri 5 anni di governo delle
destre, dalla Sicilia al Nord e anche a Roma. Sapere che un ragazzo è stato
ucciso a Verona da neonazisti ci inquieta e ci fa sentire la responsabilità di
ri-tessere un corpo sociale e un processo politico in grado di essere antidoto
all'imbarbarimento di questo paese. E' questa l'opposizione costituente che
vogliamo mettere in campo, schierata non nel congresso, ma nella società. I
veleni sulla "conquista di postazioni dentro il partito nel nome del
ricambio generazionale" li lasciamo volentieri a chi li mette in circolo.
Berne troppo di veleno alla fine uccide. Noi abbiamo troppa voglia di vivere.
Imma Panico Gc Napoli; Andrea Polacchi Gc Torino; Giacomo Triggiano Gc Firenze;
Luca Stanzione e Daniela Castiglioni portavoce Gc Milano; Costanza Chirivino Gc
Palermo; Gianluca Romeo Gc Reggio Calabria; Nicola Carella Gc Bari; Gaia
Stanzani Gc Emilia Romagna; seguono altre firme 10/05/2008.
( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Israele,
razzo uccide donna israeliana Intanto ennesimo morto per la mancanza di cure mediche
nella Striscia Gaza city, 10 mag.- Dopo innumerevoli colpi a vuoto un razzo
Qassam è tornato a uccidere fra i coloni israeliani. Ieri un razzo lanciato
dalla striscia di Gaza ha colpito mortalmente una donna a Kfar Aza, nel Neghev, un
villaggio molto vicino alla striscia. Alcune fonti parlano di feriti senza però
precisarne il numero. In tutto sarebbero stati sparati quattro razzi, di cui
uno ha realizzato il suo macabro obbiettivo. Intanto l'agenzia Infopal rende
noto della morte dell'ennesimo palestinese morto per le mancate cure mediche
causate dalla morsa di Israele sulla Striscia di Gaza,
che priva gli ospedali palestinesi dei rifornimenti medici e idrici necessari
da ormai 11 mesi. L'ennesimo caso di decesso si concretizza nel nome di Khalil
Saleh Abu Herbed, 52 anni, di Beit Hanoun, morto di cancro. Con quello di ieri
il numero dei decessi è salito a 147, di cui molti donne e bambini.
( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Esteri Ancora scontri in Medio Oriente Israele
attacca il sud di Gaza Il raid ha causato cinque morti Gaza, 10 mag. - Continuano
gli scontri nella striscia di Gaza. Stamane, riporta l'agenzia Adnkronos, due
raid da parte di aerei dell'aviazione israeliana hanno causato la morte di
cinque palestinesi. Secondo le fonti di Hamas, le cui postazioni militari sono state
oggetto dell'attacco, l'incursione è avvenuta nella zona del sud della
striscia, vicino alla località di Rafah.
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
A
innescare i disordini di questi giorni a Beirut è stata la decisione del
governo libanese di dichiarare illegale la rete telefonica fissa che offre copertura
al movimento Hezbollah - dice il professore Vali Nasr, autore del saggio
"La rivincita sciita" (Università Bocconi Editore, 2007) -. Hezbollah
resisterà a ogni tentativo del governo di indebolire la sua
organizzazione". I militanti di Hezbollah hanno preso il controllo dei
quartieri occidentali di Beirut, hanno cacciato i sostenitori del governo
libanese filo-occidentale e obbligato i media pro-governativi a chiudere i
battenti. Quale obiettivo si pone il Partito di Dio? "Hezbollah sta sfidando
il governo centrale da un paio d'anni, e precisamente dalla guerra contro Israele scoppiata nell'estate del 2006. Hezbollah chiede di
essere più rappresentato nel governo che, da parte sua, vuole il disarmo delle
milizie e vuole che smettano di agire come uno Stato dentro lo Stato. In questa
lotta il governo è appoggiato dall'Occidente, Hezbollah dall'Iran e dalla
Siria. Di conseguenza parte della pressione esercitata dal governo riflette le
tensioni tra Washington e Teheran, mentre Hezbollah chiede più peso nelle
decisioni che riguardano gli interessi siriani in Libano". E non va
sottovalutato il fattore demografico... "Certo, oggi la comunità più
numerosa è quella sciita, rappresentata da Hezbollah e dal suo partner Amal, ma
il suo potere è decisamente inferiore a quello dei cristiani maroniti e dei
musulmani sunniti al potere. L'escalation di violenza di questi giorni riflette
anche il conflitto tra sette". Il sessantesimo
anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure
essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame
diretto ma Israele è
storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal
Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico,
il controllo di Damasco su Beirut ha a che vedere con i giochi di potere con Israele, e anche l'Iran considera il Libano una pedina nel
gioco di scacchi contro i sionisti". In questi giorni il governo libanese
filo-occidentale è stato umiliato dai miliziani di Hezbollah che scorrazzano
per Beirut senza trovare opposizione. Come può il governo riacquistare una
qualche credibilità? "Il Libano è uno Stato debole e infatti solo tre anni
fa è finita l'occupazione della Siria. Anche il suo governo è debole e non
potrà riacquistare credibilità finché continuerà a sfidare Hezbollah, uscendone
con le ossa rotte. L'unica soluzione per salvare la faccia è cominciare a
fornire quei servizi sociali tanto necessari alla popolazione, in particolare
ai poveri. Come in Iraq, questo è un processo lungo e difficile, complicato
dalle divisioni tra sette". Quanto pesano la neutralità delle forze armate
e l'abilità dei generali nel gestire le divisioni settarie? "Se perdono il
controllo il Libano, si rischia di tornare alla guerra civile degli Anni 70,
con le milizie maronite, sunnite e sciite per le vie di Beirut". I media
citano sempre Nasrallah, il leader militare di Hezbollah, e raramente
l'ayatollah Fadlallah, il loro leader spirituale: che fine ha fatto? "Ha preso
decisamente le distanze da Hezbollah ed è pure in pessimi rapporti con l'Iran
che appoggia le milizie".
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Negato
quest'anno dal boicottaggio che ha portato pressoché tutti gli autori di lingua
araba a disertare i ripetuti inviti di Librolandia, l'incontro avverrà nel 2009
per volontà dell'assessore regionale alla Cultura Gianni Oliva. Che non può
promettere nulla, se non il suo impegno. "Ripartiamo, su questo tema.
Assolutamente, ripartiamo con decisione, convinti che si debba e si possa
trovare un punto di incontro. Non possiamo immaginare che la prossima Fiera del
libro non tenga conto di ciò che è accaduto quest'anno, un'edizione sotto ogni
aspetto eccezionale". La proposta di Oliva è di utilizzare l'arena della
Regione, cioè lo spazio di Lingua Madre, il luogo in cui si incontrano autori
che vengono dagli angoli più lontani del pianeta. "Ho riflettuto su quanto
sta accadendo e sulle parole di Yehoshua, che s'è detto pronto a tornare a
Torino per incontrare i palestinesi. Ho deciso: l'anno prossimo dedicheremo
tutto il palinsesto di Lingua Madre a questo dialogo. Inviteremo
esclusivamente, per alcuni giorni o per tutta la durata della Fiera, autori e
intellettuali israeliani e palestinesi. Penso a letterati, ma anche a confronti
storiografici e politologici". L'anno prossimo il paese ospite sarà
l'Egitto, e a chi pensa di invitare solo voci palestinesi, così come quest'anno
si ascoltano solo voci di israeliani, Oliva risponde duro: "Parlo di
dia-lo-go, e il dialogo prevede due parti che parlano in contemporanea, e non
una parte che segue l'altra a distanza di un anno. E' ciò che avrebbe dovuto
accadere già oggi, se gli autori di lingua araba non avessero aderito al
boicottaggio. L'occasione mancata si concretizzerà nel 2009. Spero che
accetteranno l'invito, in particolare, quanti sono stati più decisi nel
boicottaggio. La cultura, se è tale, non fa vendette". Oliva ha in mente
un palinsesto di incontri, ma anche momenti di spettacolo, dalla danza alla
musica. Saranno pure servite specialità israeliane e palestinesi
all'etno-ristorante della Regione, in cui si gustano a prezzi stracciati
ricette multietniche: quest'anno è meno visibile degli anni scorsi, ed è meno
frequentato, ma è un peccato, perché la cucina curata da Maison Musique
garantisce la scoperta di cibi tradizionali di paesi lontanissimi con un
eccellente rapporto qualità-prezzo (8 euro e mezzo, bevande escluse). Ieri, in
Fiera gli organizzatori erano di buon umore per i risultati di pubblico del
secondo giorno d'apertura: c'era una gran calca alle biglietterie, dopo il
leggero calo dell'inaugurazione. Si teme però che congiuri contro le affluenze
di oggi il corteo di solidarietà ai palestinesi, e domani è in calendario pure
la domenica ecologica. Ieri il presidente Rolando Picchioni ha accompagnato i
lionesi proprietari del Lingotto a visitare Librolandia: si sono detti ansiosi,
visto il successo dell'edizione 2008 della Fiera (di cui s'è molto parlato
anche sui giornali francesi), di spendere 20 milioni per costruire il quarto
padiglione. Subito dopo, Picchioni era sereno, ottimista e solidamente convinto
della bontà delle scelte compiute. Linea che ribadisce anche Oliva: "Le
polemiche non fanno diventare sbagliata una scelta giusta". Quanto al
pubblico, "sono sicuro che a fine Fiera conteremo più biglietti degli anni
scorsi. Se così non sarà, ma ci sarà un lieve calo, poco male: sarà compensato
ampiamente dal patrimonio di notorietà internazionale e di sempre maggiore
credibilità acquistata con questa edizione. Tutti i giornali del mondo hanno parlato
della Fiera di Torino. Del resto, quando mai s'era visto a
una Fiera del Libro il Capo dello Stato?". La massima carica istituzionale
dello Stato. Cui, per di più, oggi seguiranno la visita tra gli stand del
presidente del Senato e del neo-ministro della Cultura. Emma Bonino sarà alle
15 allo stand di Israele.
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Erri De
Luca è alla Fiera del Libro di Torino per parlare delle sue traduzioni della
Bibbia. E l'applaudono a lungo, nella Sala gialla del Lingotto in cui siedono
molti ebrei, quando spiega "leggo ogni mattina l'ebraico antico, che
accompagna il mio risveglio". De Luca, cosa pensa degli autori che
boicottano la Fiera? "Non si boicottano i libri. I libri sono la parola, e
chi nega il diritto di parola a qualcuno, può togliergli qualunque altra cosa.
Questo diritto non è trattabile, non si discute, è inviolabile: va garantito
persino a chi ha commesso delitti di lotta armata e ha pagato i propri debiti,
figuriamoci agli scrittori. Chi vuol far tacere i libri, vuol mettere un
silenziatore: un oggetto che s'avvita sulla canna delle pistole prima di
sparare. Comunque il libro israeliano per eccellenza è la
Bibbia, che è difficile da boicottare". E' stato un errore invitare Israele? "Perché mai? La Fiera non
deve occuparsi né preoccuparsi di nulla se non di libri. Israele festeggia i 60 anni dello Stato
a casa sua, qui si parla di letteratura". Molti hanno alzato la
voce, però. "Trova? A me non pare ci sia questa grande levata di
voci". Hanno bruciato le bandiere israeliane. "Non mi pare granché,
bruciare due pezzi di stoffa: è un'espressione minima di dissenso". C'è
chi dice: chi brucia le bandiere brucia i popoli che rappresentano. "Chi
dà fuoco a una bandiera brucia un pezzo di stoffa e in genere salva pure
l'asta. Non facciamola troppo grossa". C'è un certo allarme per il corteo
di filopalestinesi e centri sociali: lo condivide? "Tutti hanno diritto di
manifestare il proprio pensiero, e un corteo è fatto per questo". Evocando
la zona rossa da violare, gli organizzatori agitano lo spettro del G8. "A
Torino non ho respirato questo clima. Spero sia enfasi retorica per
sottolineare che non amano i divieti. Anch'io non li amo". Alla Fiera si
danno appuntamento molti esponenti di partiti a sinistra del Pd. E' un male,
che non siano più in Parlamento? "La vera sinistra del Paese non è in
Parlamento da tempo. Parlo di quella che detesta i Cpt o che vorrebbe il ritiro
dei soldati italiani da certe missioni: non c'era nemmeno prima". Per
questo la sinistra ha perso? "Ha perso perché c'è un'oligarchia che non
permette d'essere messa in discussione: gruppi chiusi che non consentono
ricambio dal basso. Pagano una politica di compromesso sui temi principali, che
sono anche i più vulnerabili. Ora avranno tempo per riflettere".
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Dichiarare
illegale la rete telefonica fissa che offre copertura al movimento Hezbollah -
dice il professore Vali Nasr, autore del saggio "La rivincita sciita"
(Università Bocconi Editore, 2007) -. Hezbollah resisterà a ogni tentativo del
governo di indebolire la sua organizzazione". I militanti di Hezbollah hanno
preso il controllo dei quartieri occidentali di Beirut, hanno cacciato i
sostenitori del governo libanese filo-occidentale e obbligato i media
pro-governativi a chiudere i battenti. Quale obiettivo si pone il Partito di
Dio? "Hezbollah sta sfidando il governo centrale da un paio d'anni, e
precisamente dalla guerra contro Israele scoppiata
nell'estate del 2006. Hezbollah chiede di essere più rappresentato nel governo
che, da parte sua, vuole il disarmo delle milizie e vuole che smettano di agire
come uno Stato dentro lo Stato. In questa lotta il governo è appoggiato
dall'Occidente, Hezbollah dall'Iran e dalla Siria. Di conseguenza parte della
pressione esercitata dal governo riflette le tensioni tra Washington e Teheran,
mentre Hezbollah chiede più peso nelle decisioni che riguardano gli interessi
siriani in Libano". E non va sottovalutato il fattore demografico...
"Certo, oggi la comunità più numerosa è quella sciita, rappresentata da
Hezbollah e dal suo partner Amal, ma il suo potere è decisamente inferiore a
quello dei cristiani maroniti e dei musulmani sunniti al potere. L'escalation
di violenza di questi giorni riflette anche il conflitto tra sette". Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con
l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori
interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin
dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo
Stato ebraico, il controllo di Damasco su Beirut ha a che vedere con i
giochi di potere con Israele, e anche l'Iran considera
il Libano una pedina nel gioco di scacchi contro i sionisti". In questi
giorni il governo libanese filo-occidentale è stato umiliato dai miliziani di
Hezbollah che scorrazzano per Beirut senza trovare opposizione. Come può il
governo riacquistare una qualche credibilità? "Il Libano è uno Stato
debole e infatti solo tre anni fa è finita l'occupazione della Siria. Anche il
suo governo è debole e non potrà riacquistare credibilità finché continuerà a
sfidare Hezbollah, uscendone con le ossa rotte. L'unica soluzione per salvare
la faccia è cominciare a fornire quei servizi sociali tanto necessari alla
popolazione, in particolare ai poveri. Come in Iraq, questo è un processo lungo
e difficile, complicato dalle divisioni tra sette". Quanto pesano la
neutralità delle forze armate e l'abilità dei generali nel gestire le divisioni
settarie? "Se perdono il controllo il Libano, si rischia di tornare alla
guerra civile degli Anni 70, con le milizie maronite, sunnite e sciite per le
vie di Beirut". I media citano sempre Nasrallah, il leader militare di
Hezbollah, e raramente l'ayatollah Fadlallah, il loro leader spirituale: che
fine ha fatto? "Ha preso decisamente le distanze da Hezbollah ed è pure in
pessimi rapporti con l'Iran che appoggia le milizie".
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
INCONTRO L'informazione deformata e Israele
spiegati da Pagliara Il Master in Giornalismo dell'Università di Torino, in
collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti e Stampa Subalpina, organizza venerdì
9 maggio un incontro con l'inviato della Rai Claudio Pagliara sul tema "Israele e
informazione deformata". Il giornalista incontra il pubblico e gli
studenti del master al Palazzo del Rettorato, in via Po 17, dalle ore 11. Nato
a Frosinone il 2 giugno 1958, professionista dal 1984, Pagliara inizia la sua
carriera dapprima alla Stampa e poi nella televisione di Stato come
corrispondente da Parigi per il Tg2. Dopo aver ricoperto la carica di
responsabile del settori esteri per il telegiornale della seconda rete, si
trasferisce in Medio Oriente, dove, da sette anni, dirige l'ufficio di
corrispondenza della Rai a Gerusalemme. Ospite a Torino in occasione della
Fiera del Libro, presenta una video-intervista di 25 minuti allo scrittore
israeliano Abraham Yehoshua. \.
( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Politica
Partito il corteo antisraele Tra i manifestanti Marco Ferrando Torino, 10 mag.-
Una enorme bandiera palestinese apre il corteo dell'associazione Free
Palestine, organizzato per boicottare la prenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino.
Per ragioni di oordine pubblico la manifestazione non raggiungerà il Lingotto,
ma verrà fermata alcune centinaia di metri prima. Circa mille agenti presidiano
i punti nevralgici della città, secondo gli organizzatori i partecipanti sono
circa 5.000, secondo la Questura, un migliaio.Al corteo partecipa il leader
comunista Marco Ferrando.
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
I miliziani
sciiti occupano i quartieri sunniti dove hanno sede i partiti più
filo-occidentali [FIRMA]LORENZO TROMBETTA BEIRUT Avevano più volte minacciato
di poter "conquistare" Beirut in solo sei ore. Ci sono riusciti in
poco più di dieci. Gli Hezbollah libanesi, sostenuti dall'Iran, hanno
dimostrato ancora una volta - come nell'estate 2006, quando
fornirono a Israele il
"casus belli" per scatenare la guerra di 34 giorni - di essere i veri
padroni del Libano. Dopo una battaglia di strada senza esclusione di colpi, in
cui razzi sparati da lancia granate sono stati usati come pallottole, i
miliziani sciiti di Hezbollah e i loro fiancheggiatori di Amal, l'altro
movimento sciita d'opposizione, hanno posto sotto il loro controllo
tutta Beirut Ovest, tradizionale feudo del sunnismo libanese. Intorno alla
mezzanotte di ieri, dopo ore di intensi combattimenti ai margini della collina
di Qoreitem, dove si trova la residenza fortificata del sunnita Saad Hariri,
leader del partito filogovernativo di Al Mustaqbal (il Futuro), i guerriglieri
di Hezbollah hanno occupato i posti chiave dei quartieri "rivali",
blandamente controllati dai seguaci di Hariri, assaltando e dando alle fiamme
le sedi del partito. Nelle battaglie di strada, iniziate mercoledì, sono già morte
13 persone. Condoleezza Rice ha fatto sapere che Washington sosterrà il governo
Siniora e ha condannato Hezbollah per "l'uccisione di civili
innocenti". Prima dell'alba, quando dai minareti i muezzin - sunniti e
sciiti - di Beirut Ovest chiamavano i fedeli alla prima delle cinque preghiere
del giorno e mentre su tutta Beirut gli elementi si scatenavano dando vita a un
inatteso nubifragio, le milizie sciite circondavano, lanciarazzi in spalla, le
sedi della radio, della tv e del giornale di Al Mustaqbal, costringendo i pochi
impiegati ad abbandonare gli immobili e interrompendo le trasmissioni. Alle
otto del mattino, messa a tacere "la propaganda dei nemici dello
Stato", la tv Al Manar di Hezbollah spiegava: "Beirut è stata
purificata dai collaborazionisti dei sionisti", era il titolo del
notiziario mattutino mentre scorrevano le immagini dei "resistenti",
intenti a issare la bandiera giallo-verde del Partito di Dio in cima al palazzo
della tv Al Mustaqbal. L'inizio del giorno è stata la fine della battaglia.
Beirut Ovest è rimasta paralizzata e deserta per l'intera giornata di ieri, con
ronde dei miliziani dal volto coperto e armati di fucili automatici a
pattugliare le strade dei territori conquistati e a fermare gli estranei in
cerca di qualche nemico. I seguaci sunniti di Hariri si sono arresi nei loro
ultimi bastioni prima della preghiera di mezzogiorno, mentre nessun spiraglio
di una ricomposizione politica della crisi appariva all'orizzonte. I leader
della coalizione governativa del "14 marzo", sostenuta da Usa e
Arabia Saudita, si sono riuniti per ore a nord di Beirut senza partorire una
risposta adeguata all'avvenuta occupazione di metà della capitale. Anche il
governo del premier sunnita Fuad Siniora è rimasto in un imbarazzato silenzio,
mentre tra i leader filogovernativi soltanto il druso Walid Jumblat (assediato
nella sua villa di Beirut Ovest) e il maronita ed ex presidente Amin Gemayel
(da Parigi) hanno sfidato, a parole, il movimento sciita: nonostante la sua
supremazia militare, ha detto Jumblat, "Hezbollah non riuscirà a imporre
la sua volontà ai libanesi". In questo scenario, i 2.500 soldati italiani
dell'Unifil, il contingente più numeroso della forza Onu nel sud del Libano,
hanno assicurato di "essere tranquilli e sereni" nello svolgimento
dei loro "compiti di sempre". Il colonnello Giuseppe Perrone,
portavoce del contingente italiano non ha nascosto che gli eventi di Beirut
sono osservati "con estrema attenzione" dai soldati italiani, che
sono comunque dei "professionisti in grado di fronteggiare situazioni di
crisi". "Fino ad ora - ha detto Perrone - sul terreno dove operiamo
non ci sono segnali di novità e il rapporto tra noi e la popolazione del
Sud", in prevalenza sciita e fedele a Hezbollah o ad Amal, "continua
a essere estremamente positivo. Anche perché - ha concluso l'ufficiale italiano
- continuiamo nelle nostre funzioni di pattugliamento militare e di
cooperazione civile". Al tramonto su tutta Beirut si odono ancora
sporadiche raffiche di mitra e se nella parte occidentale gli abitanti sono costretti
a rimanere rintanati nelle loro case. Nella parte orientale, abitata in
prevalenza da cristiani, alcuni supermercati continuano a subire l'assalto di
clienti intenti a fare scorte di provviste e alcuni pub aprono i battenti
sperando in qualche impavido avventore.
( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
IL CONFRONTO
"La cultura non fa vendette Aspettiamo anche chi ha boicottato la
Fiera" [FIRMA]SILVIA FRANCIA "Peccato, una bella occasione
sprecata". La vena polemica si sente chiara e forte in quel:
"L'avessi organizzata io, avrei invitato israeliani e palestinesi,
entrambi ospiti d'onore allo stesso titolo, e allora sì che si sarebbe lanciato
un messaggio rivoluzionario: non questo "silenzio assordante" che
zittisce la causa dei più deboli". Dario Fo non le manda a dire: neanche
se l'interlocutore, seduto vicino a lui in una Sala Gialla piena zeppa, è
quello stesso Ernesto Ferrero che dirige la Fiera di cui il Nobel è ospite. Un
evento a cui Fo, accompagnato da Franca Rame e affiancato nel dibattito dalla
giornalista de La Stampa Francesca Paci, si dichiara affezionato: "Credo
sia una potente cassa di risonanza. Anche per questo mi ha
infastidito la scelta di celebrare il sessantennale di Israele, scordando le atrocità di una
guerra lunghissima e il dolore, le angherie e crudeltà subite dalla
controparte". Applausoni. L'esordio dell'incontro di ieri sembrava
preludere a una mezza baruffa: già a partire dalla decisione dell'attore di
cambiare il tema del dibattito, che avrebbe dovuto riguardare il suo libro
"L'apocalisse rimandata", invece liquidato in due battute. Il
resto del tempo, Dario e Franca lo hanno speso a ribadire da che parte stanno
schierati, "dal momento che la cultura è politica". "Domani
(oggi, ndr) devo andare dal medico, altrimenti avrei partecipato alla marcia
filopalestinese. Non c'è nulla da festeggiare in una tragedia che dura da
tanto, sostenuta da Paesi a cui fa comodo che questa situazione". Si
associa Ferrero, che incassa con eleganza le critiche: "Forse abbiamo
sbagliato, ma questo è un "numero zero", una prova. D'altronde, di
palestinesi ne abbiamo invitati: li capiamo se non hanno voluto partecipare, ma
ritenteremo l'anno prossimo ad affiancarli agli israeliani nel nome del libro,
che non ha bandiere". Una promessa che placa gli animi. "Ci contiamo
davvero": e così Fo può lasciare la sala sorridendo sotto al panama
bianco, circonfuso di folla affettuosa e ricambiata tanto da lui quanto da
Franca. Ma un'ultima battuta gli scappa. "Se mi avessero vietato di
parlare di questo argomento, non avrei fatto come Grillo. Mi sarei messo sul piazzale,
qui davanti, e avrei detto comunque ciò che penso".