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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA:

Se scoppia l’intelligenza”

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Report "Israele/Palestina"

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Indice delle sezioni

Israele/Palestina (63)


Indice degli articoli

Sezione principale: Israele/Palestina

Contro ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: invito a Israele come paese ospite della Fiera hanno organizzato varie iniziative di protesta e controinformazione. E' annunciato un presidio-gazebo tutti i giorni di fronte al Lingotto (ma il prefetto ha vietato i presidii esterni alla Fiera), mentre sabato 10 si terrà la manifestazione nazionale per la Palestina indetta dall'Assemblea Free Palestine di Torino e dal Forum Palestina (

Ma chi legge davvero i libridegli autori israeliani? ( da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: con argomenti affini o diversi da quelli di coloro che avversano Israele. Se il tanto raccomandato "dialogo" comincia dall'ascolto, qui siamo ancora alla fase prenatale di ogni incontro possibile. Ma perché ogni nuovo romanzo israeliano mi appare così immediatamente forte, penetrante, dritto all'obiettivo (non senza un retropensiero alla nostra attuale produzione italiana,

Libia e Libano, cercasiuna vera politica estera ( da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: mentre contemporaneamente si era bloccato quel timido processo di disimpegno avviato con il ritiro israeliano dalla Striscia nell'agosto 2005. Bloccati gli Stati Uniti in Iraq, la scelta era dunque quella di un'Europa (in prima linea Francia e Italia) disposta a trovare e a tessere una strategia rinnovata sul Medio Oriente. In due anni questo processo non ha fatto passi avanti.

Il sogno della terra promessa 60 anni dopo - jean daniel ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: cioè non di parte, la creazione dello Stato d'Israele di cui si celebra questa settimana il 60° anniversario merita senza dubbio di essere ricordata come uno degli eventi storici più straordinari e gravidi di conseguenze del XX secolo. Rare volte un territorio così esiguo ha suscitato tante passioni contraddittorie.

L'incubo libanese - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ma perché soprattutto Israele, nonostante l'invito a guardare a quanto accade in queste ore a Beirut come a una questione interna libanese, non tollererebbe un accerchiamento di forze filoiraniane a sud e a nord. E potrebbe così essere tentato dal regolare i conti non saldati con Hezbollah nella guerra di due anni fa;

Librolandia, l'incognita del corteo ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: dietro gli striscioni di "Free Palestine". Sono queste le previsioni numeriche azzardate dalla questura, alla vigilia della manifestazione "contro" che oggi pomeriggio partirà da corso Marconi per approdare vicino al Lingotto, protetto da misure di sicurezza straordinarie e da centinaia di poliziotti e carabinieri.

"scrittori israeliani e palestinesi assieme a lingua madre 2009" ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: spiega - uno spazio interamente dedicato alla cultura di Israele e della Palestina, che potranno dialogare e confrontarsi con i loro letterati, i loro studiosi". Inoltre, aggiunge l'assessore Oliva, "non ci sarà soltanto un incontro sul piano della letteratura e della poesia, ma anche nel campo delle loro cucine tradizionali".

"sfilerò idealmente ma sono sconfortato" - sara strippoli ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che siamo contro la partecipazione di Israele alla Fiera, facciamo la figura degli sporchi, brutti e cattivi". Lo scrittore ebraico Aharon Appelfeld ieri le ha mandato un messaggio: i docenti universitari dovrebbero stare al di sopra, essere super partes. Lei replica? "Io esprimo le mie idee, ci mancherebbe, come fa qualsiasi intellettuale.

"alla sinistra non serve questo tipo di visibilità" ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: anniversario di Israele e anche la Palestina deve avere il suo Stato Presidente Sergio Vallero, lei ha annunciato che non andrà al corteo di questo pomeriggio. Ci spiega perché? "Non ci vado di sicuro. E non perché ho rinunciato a farlo, ma perché ho un'altra idea di come ci si rapporta alla questione israelo-palestinese.

Segue unifil ( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele ma che al contempo contribuisce al rafforzamento dello Stato libanese. Di più. È il perno di quel fin qui incompiuto processo di costruzione dello Stato e della Nazione libanese. Con qualche acrobazia, è stato fino ad ora possibile fare in modo che la contrapposizione comunitaria, l'interminabile stallo politico e la più ampia partita geopolitica che si gioca su quel fazzoletto

Segue riflessioni sulle contestazioni alla fiera di torino ( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: si tratta di antisemitismo in tre casi: delegittimazione d'Israele, demonizzazione d'Israele e l'uso di due pesi e due misure. Si tratta di antisemitismo se la critica non mira a indurre Israele a un comportamento diverso, ma è tesa a dimostrare che Israele non merita d'esistere, quale che ne siano le azioni.

Libano 3 il rompicapo delle regole d'ingaggio ( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: e che questi ultimi colpiscano Israele con il lancio missili. L'aspetto più delicato (e pericoloso) è il disarmo delle milizie: chiunque non appartenga all'esercito regolare libanese deve essere disarmato. Ma è l'esercito libanese che ha l'autorità per procedere al sequestro delle armi, i caschi blu, compresi gli italiani, hanno solo funzioni di sostegno.

Libano 2 la questione centrale si chiama sovranità ( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tra Israele e Siria per mezzo della Turchia sta affiorando alla luce del sole - sia venire a capo della natura coriacea del nemico Hizballah, che già prima della guerra del 2006 si dimostrò assai difficile da infiltrare per il Mossad, e che dunque può molto innervosire se continua a dotarsi di comunicazioni criptate non decifrabili.

Libano 1 soltanto l'esercito tra siniora e il colpo di stato ( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ieri lanciava i consueti anatemi contro Israele e Stati Uniti, responsabili di un "complotto politico" ai danni del Libano. Dal canto suo, il presidente israeliano Shimon Peres, che ha buone ragioni per temere Hezbollah, ha puntato il dito contro l'Iran, sottolineando come "questa nuova tragedia libanese non abbia nulla a che fare con Israele",

Aldo nove da sempre critico ( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Per Nove la manifestazione contro la presenza di Israele in fiera è una presenza "stupida e parassitaria". È appena tornato da un convegno in Germania, "ma nessuno ha protestato contro la mia presenza perché non è che io rappresento l'Italia di Berlusconi". Allo stesso modo, "gli intellettuali israeliani non rappresentano necessariamente la politica di Israele,

Graziano: Non si spara nella zona dove opera Unifil Le attuali regole d'ingaggio funzionano bene ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Nei giorni scorsi vi sono state alcune polemiche alimentate da un articolo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz, ma non sono state confermate dalle fonti ufficiali dell'esercito che ha licenziato un comunicato nel quale si ringrazia Unifil per il grado di sicurezza che sta mantenendo ai confini e per la collaborazione del comandante.

Beirut in fiamme, Hezbollah occupa mezza città I miliziani hanno conquistato i quartieri sunniti dove si trovano anche radio, tv e il giornale del partito di Hariri. Chiusi porto e ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: agosto del 2006 alla guerra tra Hezbollah e Israele. Geagea ha quindi esortato gli Stati arabi ad assumersi "le loro responsabilità nei confronti del Libano, perchè il colpo di Stato ha lo scopo di riportare la Siria in Libano e l'Iran sulle coste del Mediterraneo". "Questo colpo di Stato ha messo fine alla legittimità delle armi di Hezbollah quali strumento per la resistenza"

Liebrecht: Noi, figli dei ricordi spezzati ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: in Israele ci indebitiamo e accendiamo mutui pluriennali pur di avere una casa nostra" osserva Savyon Liebrecht. Siamo in epoca di bolla immobiliare, ma come siamo finite a parlare di mutui con la sessantenne scrittrice di Tel Aviv, già autrice delle raccolte di racconti Mele dal deserto e Donne da un catalogo e dei romanzi Prove d'

Dario Fo: un errore non invitare anche i palestinesi ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: idea di invitare alla Fiera del libro come ospite d'onore Israele. "È stata data una proiezione falsa della situazione, si è finito per dare molta importanza ai sessant'anni dall'inizio di una vita nuova per Israele e si è tenuto in un silenzio assordante il problema della Palestina". Di questo silenzio il premio Nobel per la letteratura non ha voluto essere complice.

Imbecillità a confronto ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: criticano la politica di occupazione e di colonizzazione del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Imbecille è chi accoglie a braccia aperte come il migliore amico di Israele e degli ebrei in cambio di qualche moina interessata e strumentale, politici di destra che senza dare segno di sgomento e di solidarietà umana autentica nei confronti della famiglia e degli amici,

Oggi uno stand con i libri israeliani ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tra i quali compare il nome del consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi: "Sosteniamo sia il diritto alla sicurezza di Israele sia il diritto palestinese a uno stato indipendente e democratico". L'invito esteso a tutti i romani è quello di acquistare nel periodo compreso tra l'8 e il 12 maggio una copia di un libro israeliano.

C'è chi maschera l'antisemitismo dietro l'antisionismo che ha come bersaglio Israele in quanto stato ebraico ( da "Unita, L'" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Stai consultando l'edizione del C'è chi maschera l'antisemitismo dietro l'antisionismo che ha come bersaglio Israele in quanto stato ebraico.

Frattini assicura: <La missione dei nostri militari non si discute> ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: attività cominciata nel 2006 per garantire il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele sono diventati dubbiosi, e l'invito a togliere di mezzo le titubanze è arrivato dall'altra sponda. Walter Veltroni, della parte politica che più volle mandare i soldati in Libano, ha sostenuto: "La nostra è una missione di pace, che va portata avanti.

Palestra e bridge Ma chi può fugge in montagna ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Hezbollah è temuto e detestato in Israele, cui ha resistito per 34 giorni nel 2006, e per questo affascina il mondo arabo. Sostenuto da Siria e Iran, è considerato un'organizzazione terroristica dall'amministrazione americana. In Libano è rispettato dall'esercito, che si guarda bene dal disarmarlo;

La crisi libanese ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE La crisi libanese Trent'anni di violenze Paese ferito Le prime due guerre La prima invasione israeliana del Libano risale al marzo 1978: al termine delle ostilità sarà dispiegata la missione Unifil. Nel giugno 1982 Israele torna a invadere il Sud del Paese.

Beirut Ovest, il colpo di Stato di Hezbollah ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Nasrallah aveva attaccato Siniora: "La rete telefonica serve per tenere in contatto i nostri dirigenti e comandanti. Il premier ha voluto fare un favore a Israele e all'America. Ho detto che avremmo tagliato la mano che avesse ostacolato la resistenza, è venuto il giorno di mantenere quella promessa". Davide Frattini.

Politica estera e fronte mediterraneo ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. E questo provoca la reazione dell'estrema sinistra, pronta a chiedere il ritiro dei soldati se la missione cambia natura: anche se l'aveva difesa a spada tratta quando a governare era l'Unione. I margini di manovra del governo di Silvio Berlusconi sono circoscritti dagli impegni internazionali assunti nell'estate del 2006 dal centrosinistra con le Nazioni Unite e gli alleati

Dall'Iran soldi, armi, strategie per un contro-potere in Libano ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: unico baluardo contro Israele. Ruolo e prestigio accresciuti dal ritiro israeliano dal Libano sud nel 2000 e dalla tenace resistenza opposta nel conflitto del 2006. Il movimento è divenuto una bandiera unendo le proprie doti (grande seguito popolare, mancanza di corruzione, impegno nel sociale) al patto con Teheran che, secondo stime Usa,

Al cinema per capire Israele ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: da Zarhin a Zilberman Al cinema per capire Israele L'amore, il conflitto, le donne: in sala 11 film inediti e recenti A sessant'anni dalla fondazione dello Stato di Israele, arrivano all'Oberdan undici film recenti e inediti in Italia, selezionati dal Roma Kolno'a Festival e dal Centro Ebraico Italiano.

La mano dei padrini di Teheran ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: significherebbe che i Caschi blu potranno non soltanto garantire il rispetto della tregua alla frontiera fra il Sud del Libano e Israele, che regge dai tempi della guerra del 2006, ma intervenire per disarmare i guerriglieri, come imponeva una risoluzione (non rispettata) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Hezbollah sarebbe un atto ostile, con conseguenze gravi e prevedibili.

<Do voce a Cleopatra e Isotta, il sogno della mia vita è la Callas> ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: diretta dall'israeliano Pinchas Steinberg; completa il programma il poema sinfonico "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (repliche lunedì ore 21, martedì ore 19.30). "Cleopatra e Isotta? Sono due brani fatti di continui cambiamenti d'atmosfera per i quali bisogna trovare una serie infinita di colori nella voce,

<Vi spiego perché ho bruciato le bandiere> ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: per i media in quel momento contava soltanto quella di Israele. Ogni anno, in quel giorno, bruciamo le bandiere, e ogni anno voi ci cascate". Era tutto nel conto, tutto previsto. Dietro alle immagini che inevitabilmente fanno sempre il giro di mezzo mondo, molto spesso non c'è una rabbia vera, ma un calcolo preciso.

Quel pessimismo dei giovani scrittori ( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Mi ha rivelato quanto fosse difficile per lui vivere in un Israele appena fondato: così pieno di socialisti, di atei, scontenti del suo modo ossessivo di scrivere sull'Olocausto. Tutti là a dirgli: "Ora siamo in Israele. Basta con i brutti ricordi. Con i piagnistei. Con il passato miserabile. Abbiamo in mente una tipologia ebraica del tutto rinnovata: l'ebreo forte,

Ebrei di destra e di sinistra restano lontani ( da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il libro di Della Pergola - Israele e Palestina, la forza dei numeri (Il Mulino) - racconta bene l'intera storia dell'area, e sostiene che la crescita demografica dei palestinesi e degli arabi israeliani costringerà senza remissione Israele a rinunciare ai territori se vuole vivere in pace.

Ron Leshem: <I miei soldati sono tutti prigionieri> ( da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: di Marina Gersony da Torino "Mi hanno invitato a parlare con Dario Fo sul conflitto israelo-palestinese. Ho dovuto declinare. Non me la sentivo di discutere per un'ora su un tema così esplosivo davanti a un pubblico ansioso di risposte e certezze. L'argomento lo conosco bene ma è troppo complesso per essere affrontato in tempi brevi.

Olocausto e dialogo con gli arabi ecco il nuovo cinema di tel aviv - daniela persico ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: manifestazione di cinema israeliano e di argomento ebraico organizzato e prodotto dal Centro Ebraico Italiano-Il Pitigliani di Roma. Ma quest'anno anche la Cineteca Italiana offre uno spazio milanese al festival che ha riunito sotto il nome di "Nuovo cinema israeliano", una decina di titoli significativi, in proiezione allo Spazio Oberdan da oggi al 15 maggio.

Al castello concerti e dibattiti ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: azmaut che il primo ministro David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Che quest'anno compie sessant'anni e che questa volta la comunità di Milano ha voluto celebrare in grande, con una festa al Castello Sforzesco aperta per la prima volta in modo ufficiale a tutta la città. L'appuntamento è per domani dalle 12 alle 19 nel Cortile della Rocchetta, tra stand, libri,

Torino ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: in occasione del 60° anniversario dello Stato di Israele: qual è il volto di Israele che porterà con sé? "In questa Fiera finalmente avremo la possibilità di mostrare che Israele ha molte facce. Nel passato lo Stato ebraico, con la sua concezione di "melting pot", aspirava a una società omogenea, organica.

Cultura Infine, oggi gli interessi che Israele si è rassegnato a servire quasi incondizionatamente, ... ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano: la spedizione destinata in principio a punire Nasser per aver osato nazionalizzare il Canale di Suez, che ha visto Israele a fianco delle truppe britanniche e francesi. Se i britannici non ammettevano che qualcuno avesse la pretesa di nuocere ai loro interessi economici, e se i francesi sospettavano Nasser di fornire equipaggiamenti e armi agli insorti algerini,

"saranno i giovani a salvare il mio iran" - torino ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che cosa pensa del boicottaggio della Fiera del Libro, determinato dalla presenza di Israele? "Mi sono un po' stupita. Credevo che questo fosse soltanto un evento letterario, culturale, aperto al dialogo. Penso anche che gli scrittori israeliani che sono qui a Torino non parlino a nome del loro governo, ma in qualità di scrittori".

Benny morris: una proposta per il medio oriente - torino ( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Cultura Lo storico israeliano Benny Morris: una proposta per il Medio Oriente TORINO Benny Morris, lo storico israeliano di Vittime e 1948: la prima guerra di Israele, è sempre pieno di sorprese: dopo aver smantellato alcuni dei miti fondanti di Israele - dimostrando che i palestinesi nel 1948 erano stati, almeno in parte,

Un passo verso la guerra ( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: alle cellule e al comando della resistenza di comunicare senza essere ascoltati dal nemico", Israele. "Non si creda - ha aggiunto - che la usiamo per telefonare all'estero o per far soldi sostituendoci allo stato libanese". Per il governo invece il movimento sciita viola apertamente la sovranità nazionale e cerca di creare uno "Stato nello Stato".

Per un pugno di sicurezza in più ( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Fiera del libro Per un pugno di sicurezza in più Israele come paradigma delle politiche sulla sicurezza. Un'anticipazione dall'ultimo numero della rivista "Conflitti globali" Massimiliano Guareschi Federico Rahola Israele è una democrazia, su questo non vengono avanzati dubbi. Il principale problema teorico e politico è appunto questo.

Sami Michael, un ribelle tra due mondi in conflitto ( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: questa volta verso Israele, il paese dove tutt'ora vive e al quale approdò nel 1949, quando era passato appena un anno dalla fondazione dello Stato. Il suo primo impegno fu come editorialista di due giornali di lingua araba del partito comunista israeliano, poi andò a lavorare alla amminstrazione delle risorse idriche al confine con la Siria e,

Materiali per leggere il Medio Oriente ( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: è dedicato a Israele. La chiave di lettura proposta si discosta da gran parte delle analisi sull'operato dello stato israeliano nei confronti del popolo palestinese. Come sostiene il saggio iniziale, di cui pubblichiamo ampi stralci, Israele può essere considerato un paradigma di quelle politiche della sicurezza presenti in tutti i sistemi politici liberlademocratici.

Libano, Italia alla finestra ( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: contro Israele, oggi la missione è in pieno stallo. Le regole di ingaggio impediscono qualunque genere di intervento armato, anche solo difensivo e i rapporti con Hezbollah sono di semplice vicinato: nessuna trattativa per la risoluzione pacifica del conflitto politico è stata avviata e l'organizzazione islamica si muove nella zona semplicemente evitando le aree controllate da Unifil.

Gli italiani Unifil presi tra due fuochi ( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele ritirò le sue forze ma, nel giugno 1982, invase di nuovo il Libano. L'Unifil rimase per tre anni intrappolata dietro le linee israeliane, finché Israele non effettuò un parziale ritiro occupando la parte meridionale del paese. Da allora l'Unifil, composta da 2000 a 4500 soldati e osservatori di 8 paesi tra cui l'

PROBLEMI DI POLITICA ESTERA, 9 maggio 2008, di Ennio Di Nolfo Rimasti in secondo piano durante tu ( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele

Il quadro più realistico della situazione l'ha dipinto in poche battute la tv iraniana </I ( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ci serve per poter comunicare senza che il nostro nemico (Israele) ci ascolti", spiega Hassan Nasrallah che di Hezbollah è il leader indiscusso), e la rimozione del capo della sicurezza dell'aeroporto di un generale vicino all'opposizione per far posto, come sostiene Nasrallah, "a un ufficiale amico degli americani per consegnare l'aeroporto alla Cia e al Mossad".

Sarà interessante vedere come, mutate le persone e l'orientamento generale del gov ( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele

Hezbollah conquista Beirut Ovest Siniora: <Golpe diretto dalla Siria> ( da "Liberazione" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele ha accusato l'Iran di fomentare gli scontri, ma Teheran ha respinto e rilanciato: "Gli sforzi avventurosi e gli interventi degli Stati Uniti e del regime sionista sono la causa principale del caos nel Libano", si legge in un minaccioso comunicato.

Docu-Fiction mmm1/2 Sotto le bombe di Ph ( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Girando in parte nell'agosto 2006, durante i 33 giorni della guerra israelo-libanese, Aractingi mescola realtà e fiction con sguardo attento e rigoroso. Niente "spettacolo" (mai cadaveri o uccisioni sullo schermo, e l'assenza della figura umana in quell'apocalisse è ancora più straziante). Nessuna speculazione politica.

La non violenza, il nostro agire La politica in cui crediamo è l'antidoto all'imbarbarimento del paese ( da "Liberazione" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: i campi di solidarietà in Palestina, le piccole associazioni in un progetto nazionale che si chiama Pixel che abbiamo costruito, ma che quasi tutti hanno fatto finta di non vedere. Stilare un curriculum di movimento della nostra organizzazione non è cosa difficile, ma alla fin fine non ci interessa e non risolve il problema.

Israele, razzo uccide donna israeliana ( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Esteri Israele, razzo uccide donna israeliana Intanto ennesimo morto per la mancanza di cure mediche nella Striscia Gaza city, 10 mag.- Dopo innumerevoli colpi a vuoto un razzo Qassam è tornato a uccidere fra i coloni israeliani. Ieri un razzo lanciato dalla striscia di Gaza ha colpito mortalmente una donna a Kfar Aza,

Israele attacca il sud di Gaza ( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Esteri Ancora scontri in Medio Oriente Israele attacca il sud di Gaza Il raid ha causato cinque morti Gaza, 10 mag. - Continuano gli scontri nella striscia di Gaza. Stamane, riporta l'agenzia Adnkronos, due raid da parte di aerei dell'aviazione israeliana hanno causato la morte di cinque palestinesi.

"Governo troppo debole per sfidare il partito di Dio" ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico,

[FIRMA]GIOVANNA FAVRO Il dialogo tra israeliani e palestinesi, alla Fiera del libro, si farà ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Del resto, quando mai s'era visto a una Fiera del Libro il Capo dello Stato?". La massima carica istituzionale dello Stato. Cui, per di più, oggi seguiranno la visita tra gli stand del presidente del Senato e del neo-ministro della Cultura. Emma Bonino sarà alle 15 allo stand di Israele.

"Una bandiera bruciata è solo un pezzo di stoffa" ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Comunque il libro israeliano per eccellenza è la Bibbia, che è difficile da boicottare". E' stato un errore invitare Israele? "Perché mai? La Fiera non deve occuparsi né preoccuparsi di nulla se non di libri. Israele festeggia i 60 anni dello Stato a casa sua, qui si parla di letteratura".

A innescare i disordini di questi giorni a Beirut è stata la decisione del governo libanese di ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico,

L'informazione deformata e Israele spiegati da Pagliara ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: INCONTRO L'informazione deformata e Israele spiegati da Pagliara Il Master in Giornalismo dell'Università di Torino, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti e Stampa Subalpina, organizza venerdì 9 maggio un incontro con l'inviato della Rai Claudio Pagliara sul tema "Israele e informazione deformata".

Partito il corteo antisraele ( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: organizzato per boicottare la prenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino. Per ragioni di oordine pubblico la manifestazione non raggiungerà il Lingotto, ma verrà fermata alcune centinaia di metri prima. Circa mille agenti presidiano i punti nevralgici della città, secondo gli organizzatori i partecipanti sono circa 5.

Hezbollah issa la bandiera su Beirut Ovest ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: quando fornirono a Israele il "casus belli" per scatenare la guerra di 34 giorni - di essere i veri padroni del Libano. Dopo una battaglia di strada senza esclusione di colpi, in cui razzi sparati da lancia granate sono stati usati come pallottole, i miliziani sciiti di Hezbollah e i loro fiancheggiatori di Amal, l'altro movimento sciita d'

La cultura non fa vendette Aspettiamo anche chi ha boicottato la Fiera ( da "Stampa, La" del 10-05-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ha infastidito la scelta di celebrare il sessantennale di Israele, scordando le atrocità di una guerra lunghissima e il dolore, le angherie e crudeltà subite dalla controparte". Applausoni. L'esordio dell'incontro di ieri sembrava preludere a una mezza baruffa: già a partire dalla decisione dell'attore di cambiare il tema del dibattito, che avrebbe dovuto riguardare il suo libro "


Articoli

Contro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Incontri cinema e proteste I movimenti che contestano l'invito a Israele come paese ospite della Fiera hanno organizzato varie iniziative di protesta e controinformazione. E' annunciato un presidio-gazebo tutti i giorni di fronte al Lingotto (ma il prefetto ha vietato i presidii esterni alla Fiera), mentre sabato 10 si terrà la manifestazione nazionale per la Palestina indetta dall'Assemblea Free Palestine di Torino e dal Forum Palestina (concentramento alle 14 in corso Marconi). Al cinema Fratelli Marx (corso Belgio 53) è iniziata il 7 maggio e prosegue fino a venerdì 9 la quinta edizione della rassegna "Lo Sguardo di Handala 1948-2008 La Nakba" che rende omaggio a tre artisti morti per la causa palestinese, Ghassan Kanafani, Wael Zuaiter e Naji al-Ali. La serata di venerdì 9 è dedicata in particolare a Naji al-Ali, disegnatore, assassinato in esilio a Londra nel 1987: alle 20,30 verrà presentato il progetto "Per una nuova edizione di No al Silenziatore", il volume che raccoglie le vignette di Naji al-'Ali, e sarà proiettato il documentario su Naji al-Ali "An artist with vision" di Kasim Abid; alle 22, infine, viene proiettato "I'm in Jerusalem" di Mona Jaridi. Sempre venerdì 9 è previsto a Palazzo Nuovo un intervento di Tariq Ali sulla situazione palestinese e sulla contestazione della Fiera, a cura del Network antagonista torinese.

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Ma chi legge davvero i libridegli autori israeliani? (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

PolEMICHE POLITICHE e letteratura giorgio bertone PARADOSSALMENTE, tra discussioni politiche, politicamente corrette, politicamente scorrette, ciò che si eclissa nel bailamme mediatico alla Fiera del Libro sono proprio i libri israeliani. Chi legge più oramai? Quelli che se ne prendono la briga, anche in modo non specialistico, da lettore appassionato - come me - sono ben stufi di sentire stucchevoli interviste televisive in cui al famoso scrittore israeliano di turno si chiede per la millantesima volta che cosa ne pensi della situazione politico-militare, del bombardamento di ieri, dei territori occupati e no, eccetera. Se qualcuno si prendesse la briga di leggere - e non mancano i buoni lettori, per fortuna - scoprirebbe che: a) benché più piccolo della Toscana, Israele si costituisce come un continente letterario di primissimo piano e che la letteratura ha una parte importantissima nella formazione della coscienza nazionale; b) molti scrittori israeliani sono assai contrari al governo del loro paese e, addirittura in certi casi, allo Stato, con argomenti affini o diversi da quelli di coloro che avversano Israele. Se il tanto raccomandato "dialogo" comincia dall'ascolto, qui siamo ancora alla fase prenatale di ogni incontro possibile. Ma perché ogni nuovo romanzo israeliano mi appare così immediatamente forte, penetrante, dritto all'obiettivo (non senza un retropensiero alla nostra attuale produzione italiana, desolantissima)? A parte le origini antiche della letteratura ebraica, di cui quella israeliana è l'ultimo capitolo, mi pare ci siano delle cause più contingenti di tanto successo: la formazione stessa dello Stato di Israele, con i primi entusiasmi epici e poi il ripiegamento, chiamiamolo così, "realistico" scandito sul calendario delle tante guerre. Su questo realismo di tipo psico-sociologico vorrei fermarmi un poco. Subito un breve esempio per entrare dentro un libro. In "Prove d'amore" di Sayvon Liebrecht (edizioni e/o, 2001), si racconta la storia di una donna, Hamutal, la cui vecchia madre, sopravvissuta all'Olocausto ne è uscita con una totale inibizione all'amore per la figlia. Il lettore si aspetta la rievocazione della Shoah, oppure gli effetti devastanti di essa su una figlia privata dell'amore materno nel quadro inquieto e inquietante dell'Israele odierno. Sia pure a frammenti, non si po' dire che le tracce di tutto questo siano assenti, anzi. Ma la prima scena è quella di un ospedale geriatrico. Un uomo e una donna (Hamutal) si incontrano lì. Chi di noi non è stato in un tale posto, dove la pena nasce dalle malattie e dalle morti "naturali"? Ebbene i due, che presto si innamoreranno - non è vero che nei romanzieri israeliani sia assente l'eros e il sesso, tutt'altro - dialogano, per la prima volta, su che cosa? Sui pannoloni per anziani incontinenti: taglia maxi o supermaxi? Su un oggetto terra terra, da dura vita e sopravvivenza quotidiana, che appartiene all'esperienza di ognuno. Alla "banalità del Male" definita da storici e filosofi, gli scrittori israeliani sanno contrapporre l'eccezionalità simileroica, ilarotragica, di ogni atto quotidiano, il più semplice, minuto, intimo. La letteratura israeliana ti cattura immediatamente con scene che, proprio perché si stringono sui minimi dettagli della vita "qualunque" con ferocia, dolcezza, carità e risentimento, ti appaiono immediatamente autentiche, partecipabili. Anche nell'ultimo libro di Abraham Yehoshua (che con Aharon Appelfeld, Amos Oz, David Grossmann è tra i maggiori), possiede, con stile e modi tutti suoi, questa capacità di restituire ciò che un tempo chiamavamo il "vissuto", ed è poi ciò che desideriamo, come il pane, ritrovare sulla nostra mensa. Solo partendo da una autenticità realistica costruita con un occhio che penetra come un rasoio, Yehoshua può aprirsi poi ai discorsi più ampi, i suoi tragici paradossi. Chi ha discusso davvero il nucleo di "Fuoco amico"? Là dove uno dei personaggi principali, che ha avuto il figlio ucciso per sbaglio dai commilitoni, abbandona Israele, come terra, come patria, come Stato e perfino l'ebraismo come religione in un rinnegamento della fede antica, e si stabilisce in Africa? Chi ha colto fino in fondo questa formidabile novità di una strana diaspora sconvolgente, l'uomo israeliano che si separa da se stesso? 10/05/2008.

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Libia e Libano, cercasiuna vera politica estera (sezione: Israele/Palestina)

( da "Secolo XIX, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

David bidussa Lo scoglio libico che il nuovo governo si è trovato di fronte la sera del suo battesimo riguarda solo la politica estera? Così sembra. Ma in realtà sappiamo che qualsiasi scenario internazionale chiama in causa forme della politica e progetti che coinvolgono gli affari interni, le economie, i flussi finanziari. Cosìè anche per la crisi mediterranea che stiamo vivendo. La politica estera è tornata a occupare il centro della scena in Italia, investendo il ruolo, l'idea, e l'immagine che noi italiani abbiamo e vogliamo avere per noi stessi. La questione intorno alla figura del ministro Roberto Calderoli potebbe essere liquidata in tutta fretta: la risposta data da Massimo D'Alema una settimana fa, quando è iniziata la protesta in Libia (in sintesi: la questione del governo e della sua formazione è un fatto di politica interna), è stata tecnicamente efficace, ma politicamente debole. Infatti non siamo di fronte a una questione di ingerenza indebita. In queste ore lo sguardo preoccupato di chiunque rifletta sulla nostra politica estera non è solo rivolto verso Tripoli, ma anche verso Beirut, ossia verso un contesto in cui i venti di guerra tornano a soffiare. È inevitabile che la scena di guerra civile che segna una svolta drammatica nel difficile equilibrio - un Paese che da sette mesi non riesce a eleggere il suo presidente della Repubblica - apra al riaccendersi di quel confronto che già nell'estate 2006 fu al centro della preoccupazione diplomatica e che ora per noi si carica di nuova tensione data la presenza del nostro contingente militare su quel territorio. Si potrebbe dunque concludere che la crisi mediterranea che sta di fronte a noi apre una serie di domande sulla nostra politica estera: verso chi la rivolgiamo, con quali soggetti e attori politici intendiamo promuovere e perseguire una campagna di cooperazione e sviluppo, ma anche che prezzo siamo disposti a pagare per tenerla in piedi. Nel momento in cui la Libia ci comunica il suo disappunto e il suo malessere nei confronti del ministro Calderoli, ciò che emerge non è solo un malessere o una differenza di vedute, ma un intero pacchetto di questioni che rendono il Mediterraneo un "mare pericoloso". Al centro non c'è soltanto la questione delle migrazioni clandestine, ma anche quella delle politiche di investimento e della possibile politica economica comune con una parte del Mediterraneo con la quale abbiamo in piedi progetti non finiti (si veda l'annosa richiesta dell'autostrada Tripoli-Bengasi, promessa dal governo Prodi e rimasta sulla carta). Lo stesso a ben vedere accade nel nostro incerto futuro in Libano. Ricordiamolo. Due anni fa siamo arrivati a Beirut all'interno di una politica di azione mediterranea che voleva proporsi come rilancio di una politica dell'Europa in un contesto, quello mediorientale, che l'aveva vista tradizionalmente ai margini. In quella scelta c'erano molte componenti, tutte rivolte a prefigurare uno scenario auspicato: far riprendere un processo verso la pace che si era drammaticamente interrotto con la vittoria di Hamas a Gaza nel gennaio 2006, mentre contemporaneamente si era bloccato quel timido processo di disimpegno avviato con il ritiro israeliano dalla Striscia nell'agosto 2005. Bloccati gli Stati Uniti in Iraq, la scelta era dunque quella di un'Europa (in prima linea Francia e Italia) disposta a trovare e a tessere una strategia rinnovata sul Medio Oriente. In due anni questo processo non ha fatto passi avanti. La crisi politica è in aumento in Israele, il quadro mediorientale nel suo complesso è libanese ancora più complicato, la politica mediterranea dell'Europa, al di là delle dichiarazioni verbali del nuovo presidente della Camera, Gianfranco Fini, il giorno del suo insediamento, e dell'idea di una proposta franco-italo-spagnola per il Mediterraneo, continua a latitare. L'effetto è perciò un ritorno ai simboli. Calderoli, al di là delle sue uscite discutibili, è a sua volta un simbolo: quello di una politica senza idee e senza progetti che non sa come replicare in forma efficace e costruttiva a una politica altrettanto simbolica che va in onda a Tripoli, ovvero la mobilitazione ideologica delle piazze. L'effetto è il crollo o l'inesistenza di tentativi di mediazione che di solito significano politiche del fare. Qui invece dominano le politiche dell'essere che sono solo tavole identitarie, ma non producono sviluppo. E dunque non rispondono alla necessità di trovare soluzioni condivise. 10/05/2008 il malessere libicoC'è un pacchetto di questioni che rendono il Mediterraneo un "mare pericoloso" 10/05/2008 il futuro in libanoLa strategia dell'Europa in Medio Oriente, in due anni, non ha fatto un progresso 10/05/2008.

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Il sogno della terra promessa 60 anni dopo - jean daniel (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Le idee Il sogno della Terra Promessa 60 anni dopo JEAN DANIEL Se nel 2008 è ancora possibile porsi in un'ottica esclusivamente storica, cioè non di parte, la creazione dello Stato d'Israele di cui si celebra questa settimana il 60° anniversario merita senza dubbio di essere ricordata come uno degli eventi storici più straordinari e gravidi di conseguenze del XX secolo. Rare volte un territorio così esiguo ha suscitato tante passioni contraddittorie. Si è trattato a un tempo della creazione di una nazione, della nascita di una società democratica e della realizzazione di un sogno millenario. Avere tra le mani un progetto senza sapere se sarebbe sfociato in una compagine nazionale è stato motivo di esaltazione anche per George Washington. Ebrei e americani hanno in comune il mito della Terra promessa. Ma era in gioco anche la sopravvivenza di un popolo che dopo essere sfuggito allo sterminio ha avuto ragione del rifiuto di tutti i suoi vicini. E c'è stata infine ? lo si dimentica troppo spesso - la risurrezione miracolosa di una lingua, l'ebraico, che fino ad allora aveva trovato rifugio nella liturgia. I maggiori linguisti di oggi ci sanno dire quante lingue muoiono ogni giorno nel nostro mondo; ma nessuno di loro aveva mai previsto la risurrezione di una lingua morta. Detto questo, va osservato che la celebrazione dell'anniversario coincide con un fenomeno non meno insolito di tutto il resto: non si erano mai ascoltate, in un periodo storico così breve, tante autocritiche da parte delle élite, tanti dubbi sulla propria identità o piuttosto sulla propria missione, un tale bisogno di confessare errori e persino crimini, nelle pagine di romanzi e saggi e soprattutto nei film. E' senz'altro possibile che il Festival di Cannes incoroni un film israeliano dolorosamente audace. Tutto ciò va messo all'attivo della società israeliana. SEGUE A PAGINA 31.

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L'incubo libanese - (segue dalla prima pagina) (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti L'INCUBO LIBANESE (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) O se, come spesso accade in questi casi, qualcosa sfuggisse loro di mano. Per Hezbollah, vero "Stato nello Stato" in un Paese che, da tempo, non verifica più la reale consistenza dei diversi gruppi religiosi su cui si regge l'equilibrio confessionale per timore di mettere in discussione la storica ripartizione consociativa delle cariche istituzionali, il controllo dell'intera città non sembra preludere, per ora, a una "nuova Gaza". La Corniche non è la Striscia. Lo sceicco Nasrallah sa bene che non solo i sunniti o la frantumata comunità cristiana, così come gli ambienti cosmopoliti di questa città levantina e disincantata, non tollererebbero il dominio dello sciismo rivisitato in chiave khomeinista. Per questo Hezbollah ha in passato formalmente rinunciato alla costituzione di uno Stato islamico e si è "parlamentarizzato". Ma il Partito di Dio sa anche che nemmeno i protettori internazionali, vecchi e nuovi, di quegli stessi gruppi, come Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, potrebbero assistere immobili al trionfo sciita nel "Paese dei cedri". Il Libano in mano di Nasrallah rischierebbe di ancorare la potenza iraniana alle coste mediterranee in maniera più salda di quanto sia accaduto con l'approdo di Teheran a Gaza. E i rapporti tra Iran e Hezbollah sono ben più stretti di quelli con il sunnita Hamas. Probabile che l'obiettivo di Hezbollah sia, nella circostanza, preservare e ampliare la sua forza nel fragile quadro della statualità libanese. Non è casuale che la decisione del governo di smantellare la rete di comunicazione parallela del Partito di Dio, usata essenzialmente per scopi militari, così come la sostituzione del responsabile della sicurezza dell'aeroporto di Beirut, "vicino" al movimento e imputato dal governo libanese di sorvegliare per conto dei miliziani sciiti alcune piste "riservate" dello scalo della capitale, sia stata interpretata da Nasrallah come una "dichiarazione di guerra". Senza quella rete la capacità difensiva e offensiva di Hezbollah, largamente riorganizzato in uomini e, con l'aiuto iraniano, anche in mezzi dopo l'estate del 2006, sarebbe monca. Per il Partito di Dio il paralizzante quadro politico e militare nato dopo la guerra del 2006 non va toccato, se non a proprio favore. è così possibile che la "presa di Beirut", in un contesto in cui un eventuale intervento dell'esercito rischia di far deflagrare la guerra civile oltre che la stessa Armeè, che negli alti gradi ha ufficiali prevalentemente cristiani e sunniti ma nei ranghi inferiori registra invece la forte presenza di soldati sciiti assai restii a volgere le armi contro i propri confratelli, sblocchi paradossalmente il braccio di ferro sull'elezione del presidente della Repubblica. Persino l'elezione di Michel Sleimane, comandante in campo delle forze armate, e il rilancio del "dialogo nazionale", avverrebbe così alle condizioni di Nasrallah e non a quelle di Hariri: innanzitutto niente smantellamento della rete di comunicazione del Partito di Dio, caldeggiato da americani e israeliani. Troppo grande, infatti, per Hezbollah il rischio di provocare una nuova guerra se il movimento di Nasrallah tentasse di dominare l'intero Paese. Non solo perché Francia e Stati Uniti, così come l'Arabia Saudita, grande protettrice del clan Hariri, non starebbero certo a guardare. Ma perché soprattutto Israele, nonostante l'invito a guardare a quanto accade in queste ore a Beirut come a una questione interna libanese, non tollererebbe un accerchiamento di forze filoiraniane a sud e a nord. E potrebbe così essere tentato dal regolare i conti non saldati con Hezbollah nella guerra di due anni fa; oltre che con il suo protettore iraniano, vero convitato di pietra di quel conflitto, non perduto militarmente ma politicamente da Gerusalemme. Gli avvenimenti libanesi hanno anche un risvolto italiano. Se la crisi dovesse diventare incandescente difficile che le truppe Unifil, ora comandate dal generale Graziano, possano mantenere il ruolo avuto sin qui. Dovrebbero lasciare il Paese. Oppure, con un diverso mandato Onu, impegnarsi in missione di peace-enforcing. Scenari da incubo, tenuto conto che il conflitto potrebbe diventare regionale. In questi frangenti sarebbe prudente evitare dichiarazioni o mosse unilaterali. Nel discorso che ha dato il via libera all'offensiva su Beirut, Nasrallah ha fatto riferimento alla possibile modifica delle regole d'ingaggio per le truppe italiane dell'Unifil, misura comunque di competenza Onu, evocata nelle scorse settimane da Berlusconi. In quel caso, ha ricordato Nasrallah, muterebbe anche l'atteggiamento di Hezbollah nei confronti dei caschi blu, forza di cui il contingente italiano è il perno. In questa difficile situazione, che già induce a evacuare i nostri concittadini da Beirut, sarebbe bene mantenere un profilo discreto, accompagnato da una diplomazia a tutto campo: ruolo possibile solo se non siamo troppo schierati. In caso contrario, come emerge anche sul "fronte libico", la politica estera verso il mondo islamico rischia di diventare presto il tallone d'Achille del nuovo governo.

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Librolandia, l'incognita del corteo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina I - Torino Gli organizzatori riuniti in ateneo per stabilire gli ultimi dettagli. Modificato il percorso dei manifestanti Librolandia, l'incognita del corteo In arrivo anche l'ala dura dei centri sociali. Schierati mille poliziotti Tremila persone in corteo, dietro gli striscioni di "Free Palestine". Sono queste le previsioni numeriche azzardate dalla questura, alla vigilia della manifestazione "contro" che oggi pomeriggio partirà da corso Marconi per approdare vicino al Lingotto, protetto da misure di sicurezza straordinarie e da centinaia di poliziotti e carabinieri. All'iniziativa di piazza, messa a punto ieri pomeriggio con una assemblea tenuta in cima alle scale di Palazzo nuovo, parteciperanno attivisti di centri sociali e associazioni in arrivo in treno e in pullman da mezza Italia, l'ala dura e pura del movimento antagonista. "Da che parte stare? Noi lo sappiamo", è uno degli slogan che verranno scanditi durante il percorso. "Siamo tranquilli e lo devono essere tutti - dicono i promotori - sarà una manifestazione colorata e pacifica, ma carica di contenuti e significati". SERVIZI ALLE PAGINE II E III.

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"scrittori israeliani e palestinesi assieme a lingua madre 2009" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina II - Torino L'annuncio "Scrittori israeliani e palestinesi assieme a Lingua Madre 2009" Bisognerà aspettare ancora un anno, ma alla Fiera del Libro del 2009, con ogni probabilità, scrittori, poeti, artisti e musicisti israeliani e palestinesi saranno presenti insieme nello stand di Lingua Madre, il laboratorio multiculturale e multietnico della kermesse del Lingotto che, ormai da anni, propone uno stimolante incrocio fra culture, lingue, voci dai cinque continenti, superamento delle barriere religiose e politiche. Ad anticipare la notizia è lo storico Gianni Oliva, assessore alla Cultura della Regione Piemonte. "Avremo - spiega - uno spazio interamente dedicato alla cultura di Israele e della Palestina, che potranno dialogare e confrontarsi con i loro letterati, i loro studiosi". Inoltre, aggiunge l'assessore Oliva, "non ci sarà soltanto un incontro sul piano della letteratura e della poesia, ma anche nel campo delle loro cucine tradizionali".

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"sfilerò idealmente ma sono sconfortato" - sara strippoli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina III - Torino Gianni Vattimo, uno degli animatori del boicottaggio "Sfilerò idealmente ma sono sconfortato" Mi sono convinto che il conformismo sionista sia davvero troppo forte. E' una battaglia persa SARA STRIPPOLI Professor Vattimo, lei oggi sarà al corteo? "Ci sono idealmente, ma sono fuori Torino e non potrò sfilare. Visto tutti i problemi che ho già con questa storia, almeno non me ne creo altri annullando un appuntamento preso da tempo. Ma se fossi a casa sarei senz'altro parte di quel corteo. Anche se devo dire che sono un po' sconfortato". Lei, sconfortato? "Sì, mi sono convinto che il conformismo sionista sia davvero troppo forte. C'è poco da fare, la loro voce si fa sentire altissima. Ieri ho avuto un vivace dibattito con il portavoce della comunità islamica di Roma Riccardo Pacifici al programma di Sky, Controcorrente. Sostengono che in questo momento stanno provando un senso di forte accerchiamento. Mi sembra davvero incredibile che loro si sentano accerchiati". Come immagina il corteo di oggi? Pensa che ci saranno problemi? "Guardi che quei ragazzi dell'università sono degli agnellini, delle pecorelle. Se non ci saranno movimenti strani non succede proprio niente. Questa tensione di cui tutti parlano, e a cui i giornali hanno dato eco, non esiste affatto. Oltretutto, con queste premesse, sono i partecipanti ad avere paura, semmai". Tutto tranquillo sotto il cielo di Torino? "Ma suvvia, la tensione è stata creata. Così noi, che siamo contro la partecipazione di Israele alla Fiera, facciamo la figura degli sporchi, brutti e cattivi". Lo scrittore ebraico Aharon Appelfeld ieri le ha mandato un messaggio: i docenti universitari dovrebbero stare al di sopra, essere super partes. Lei replica? "Io esprimo le mie idee, ci mancherebbe, come fa qualsiasi intellettuale. E allora cosa mi dite della Fiera del libro? Noi abbiamo semplicemente preso posizione contro l'utilizzazione politica che è stata fatta con la partecipazione di Israele. Una Fiera del libro non dovrebbe essere super partes?". Professor Vattimo, non è che per caso ha cambiato idea? "No, non ho cambiato idea, ci mancherebbe altro. Però gliel'ho detto: sono un po' sconfortato. Mi sembra tanto una battaglia persa".

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"alla sinistra non serve questo tipo di visibilità" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina III - Torino Sergio Vallero, presidente del consiglio provinciale "Alla sinistra non serve questo tipo di visibilità" Si festeggia il 60° anniversario di Israele e anche la Palestina deve avere il suo Stato Presidente Sergio Vallero, lei ha annunciato che non andrà al corteo di questo pomeriggio. Ci spiega perché? "Non ci vado di sicuro. E non perché ho rinunciato a farlo, ma perché ho un'altra idea di come ci si rapporta alla questione israelo-palestinese. Non una posizione che assumo oggi in questo contesto politico. E questa è anche la posizione di Rifondazione a livello nazionale". No alla manifestazione, punto e basta? "Condivido pienamente quello che ha detto ieri il presidente Napolitano, che come al solito dimostra grande saggezza. Lui non ha evitato il problema, ma ha sottolineato che ci sono due popoli e due stati. Si festeggia il sessantesimo anniversario di Israele e anche la Palestina deve avere il suo Stato. Potrei dirla con Yehoshua: il prossimo anno. O uno dei prossimi, il Paese ospite dovrebbe essere proprio la Palestina. Per dare legittimità allo stato palestinese. E a quel punto non vorrei veder nascere contestazioni di chi organizza cortei o boicottaggi". Lei pensa che ci potranno essere problemi al corteo di oggi? "Mi auguro davvero che la manifestazione non crei problemi di ordine pubblico. Quello che non vorrei è che si usasse lo Stato palestinese per cambiare la linea di parte della Sinistra, che diventi una battaglia pubblicitaria di una sinistra che sta sfruttando il dramma per dare visibilità ai propri simboli. La visibilità deve nascere dai contenuti e non dalle immagini di bandiere bruciate. La storia ci ha insegnato che ai tempi del Vietnam c'era un pezzo di sinistra che bruciava le bandiere americane. Oggi questi signori sono diventati riformisti incalliti oppure militano nel centrodestra. Non vorrei che la storia si ripetesse". Lei ha promosso un documento. Lo firma quale parte di sinistra? "E firmato da sedici persone, fra i quali anche Luca Robotti del Pdci. Tutte persone che gravitano nella sinistra che non si riconosce in coloro che bruciano bandiere per meri fini identitari". (s.str.).

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Segue unifil (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Segue unifil Ma il mandato ci impone anche di partecipare al disarmo delle milizie presenti sul territorio - leggi Hezbollah - affidandoci però solo un ruolo di sostegno all'esercito regolare libanese. Disarmo che deve garantire Israele ma che al contempo contribuisce al rafforzamento dello Stato libanese. Di più. È il perno di quel fin qui incompiuto processo di costruzione dello Stato e della Nazione libanese. Con qualche acrobazia, è stato fino ad ora possibile fare in modo che la contrapposizione comunitaria, l'interminabile stallo politico e la più ampia partita geopolitica che si gioca su quel fazzoletto di terra apparissero come uno sfondo sul quale ci muoviamo con innegabile perizia. Ma nel momento in cui il Partito di Dio porta il suo attacco al cuore dello stato libanese, e di quel legittimo governo che abbiamo promesso di sostenere, non è più possibile fare finta di nulla. Abbiamo in Libano il contingente più numeroso. Il comando sul campo è affidato a noi. E sulla questione libanese - sia chiaro - il governo Prodi si è assunto un impegno politico e militare che coinvolge l'intero paese. I leader libanesi, nella loro compiaciuta irresponsabilità sopravvissuta a quindici anni di guerra civile, amano la retorica al calor bianco, l'evocazione dell'apocalisse, la messinscena purtroppo realistica della guerra. Resta quindi la speranza che lo spettacolo che va in scena a Beirut in queste ore sia solo l'ennesimo atto dell'interminabile braccio di ferro comunitario, partitico e geopolitico. Ma se davvero è giunta l'ora della resa dei conti ci toccherà decidere quale ruolo spetterà ai nostri 2.500 soldati - e alla nostra diplomazia - nel momento in cui il paese si disarticola. Se vogliamo impegnarci dobbiamo evitare le avventure solitarie e prendere l'iniziativa diplomatica in sede di Consiglio di Sicurezza. Magari per definire nuove regole d'ingaggio che potrebbero tradursi semplicemente nell'agevolare l'uso delle armi da parte dei nostri soldati. E l'intervento sul campo di battaglia a difesa dell'integrità nazionale libanese. Avendo però bene in mente i rischi ai quali esporremmo i nostri soldati. E le possibili conseguenze diplomatiche di un simile passo. In breve, l'intera missione andrebbe rivista e approvata da una nuova risoluzione del Cds. O bocciata dallo stesso. Una volta soppesati i costi potremmo anche decidere che questa semplicemente non è la nostra guerra. Ma a questo punto, piuttosto che restare come osservatori inutilmente armati varrebbe la pena pensare una rapida exit strategy. Luigi Spinola 10/05/2008.

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Segue riflessioni sulle contestazioni alla fiera di torino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Segue riflessioni sulle contestazioni alla fiera di torino I pregiudizi dietro le critiche a Israele (segue dalla prima pagina) Mi permetto di segnalarne tre al lettore, da tempo proposti dall'ex ministro israeliano ed ex prigioniero di Sion, Natan Sharansky. Per Sharansky, si tratta di antisemitismo in tre casi: delegittimazione d'Israele, demonizzazione d'Israele e l'uso di due pesi e due misure. Si tratta di antisemitismo se la critica non mira a indurre Israele a un comportamento diverso, ma è tesa a dimostrare che Israele non merita d'esistere, quale che ne siano le azioni. Le politiche criticate, in questo contesto sono ritenute un sintomo dell'essenza malvagia attribuita a Israele. Anche se Israele cambiasse direzione, per chi delegittima invece che criticare, tale cambio di rotta sarebbe letto come una cinica manovra. Esempi? Il boicottaggio accademico degli universitari israeliani, a meno che non condannino pubblicamente il sionismo. Si tratta ugualmente d'antisemitismo se si demonizza Israele attraverso paragoni eccessivi o attraverso accuse false. Il paragone tra Israele e i nazisti è falso e tende a esagerare le azioni d'Israele contro i palestinesi. L'accusa mossa a Israele di attuare un "genocidio" in Palestina ricade ugualmente in questa categoria, data l'enorme differenza tra il conflitto in corso tra Israele e palestinesi e la sistematica eliminazione di un popolo che è il genocidio. E le calunnie fatte a Israele in questi anni, d'essere responsabile per l'11 settembre, di avvelenare le falde acquifere palestinesi, di aver utilizzato armi arricchite d'uranio, sono tutte menzogne, facilmente verificabili, che ciononostante sono state diffuse, e da alcuni sono state credute, per il solo scopo di demonizzare Israele giustificando gli appelli per la sua distruzione. La demonizzazione insomma è antisemitismo perché, oltre che fondarsi su distorsioni, esagerazioni e falsità, diventa di fatto un mandato linguistico per distruggere Israele e finisce con l'estenderlo anche agli ebrei - almeno coloro tra gli ebrei che si rifiutano di condannare pubblicamente Israele. Si tratta infine di antisemitismo quando si applica un principio rigoroso a Israele ma non lo si applica ad altri, compresi sé stessi. L'esempio classico d'antisemitismo è l'ossessionante e ricorrente condanna d'Israele per violazione di diritti umani in istituzioni come l'Onu, quando affiancata dalla mancanza più totale di ogni condanna, anche blanda, di ben peggiori violazioni che avvengono giornalmente nei paesi arabi. Un altro esempio è l'attivismo sfrenato per l'autodeterminazione dei palestinesi in nome di un ideale universale di giustizia e libertà, accompagnato dal silenzio complice di fronte al diniego del medesimo diritto ai curdi da parte di turchi e arabi o ai tibetani da parte dei cinesi. Un terzo esempio è l'accusa mossa di genocidio a Israele - nonostante la sua ovvia falsità - accompagnata dal silenzio sul genocidio in corso in Darfur, Sudan, a opera di milizie arabe con il sostegno di un governo arabo e la complicità della Lega Araba, contro popolazioni nere musulmane. Due pesi due misure insomma. Torniamo dunque alla polemica della Fiera di Torino per concludere. I contestatori hanno promosso non solo una critica alle politiche del governo israeliano - ma un attacco all'essenza stessa dello Stato d'Israele, al suo diritto d'esistere e al suo diritto di difendersi non solo da attacchi alla sua sicurezza fisica ma anche da calunnie che lo accusano di atrocità e crimini non commessi. E ogni tentativo di ribattere critiche e calunnie viene descritto a tinte fosche, come se fosse un complotto. Le calunnie e le accuse false e infondate mirano a demonizzare e a delegittimizzare Israele - e a mettere a tacere chiunque provi a difenderlo. Chi infatti oserebbe prender le difese di un paese macchiatosi di tali nefandezze se le accuse sono vere? Infine, la demonizzazione messa in atto a Torino segue un procedimento tipico della retorica antisraeliana - la demonizzazione, l'attacco all'essenza stessa d'Israele e al suo diritto ad esistere riflettono un metro di giudizio diverso da parte dei contestatori rispetto a Israele. Nessuno si sognerebbe infatti di contestare una scelta della Fiera di avere paesi come l'Egitto e persino la Palestina - che paese ancora non è - a causa delle loro gravissime violazioni dei diritti umani o della totale mancanza di democrazia nelle loro società. Solo Israele ottiene il discutibile privilegio di vedere le sue bandiere bruciate e i suoi autori boicottati. Va da sé che la critica a specifiche politiche israeliane non si meriti l'accusa d'antisemitismo. Ma dovrebbe essere ugualmente ovvio che la tentazione di scivolare nello stereotipo antisemita esiste e che più d'una volta, chi si erge a difensore dei palestinesi e a detrattore d'Israele, in realtà ricorre al conflitto arabo israeliano per mascherare un pregiudizio. Non contro una politica di un governo. Né tantomeno con un paese intero. Ma con un popolo. Emanuele Ottolenghi 10/05/2008.

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Libano 3 il rompicapo delle regole d'ingaggio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Libano 3 il rompicapo delle regole d'ingaggio Più facile dire addio che cambiare la missione Per l'ennesima volta il Libano è sull'orlo della guerra civile. Il tentativo, da parte del governo, di eliminare la rete telefonica di Hezbollah è un'ulteriore testimonianza di quanto, nei conflitti moderni, siano fondamentali la gestione delle informazioni e la vittoria su "cuori e menti" delle popolazioni civili. Se il paese precipita verso il baratro, che cosa possono fare le forze Onu, comprese quelle italiane, in Libano? Quello che possono fare è solo seguire le loro regole d'ingaggio. Le regole d'ingaggio (rules of engagement, RoE), in generale, stabiliscono, il comportamento da tenere da parte delle unità militari italiane impegnate in missioni di peacekeeping: quando usare le armi, come e con quali finalità, come comportarsi verso la popolazione locale e verso i gruppi armati, milizie o eserciti che siano, presenti nel territorio in questione e così via. Le RoE sono stabilite dai comandi militari sulla base delle indicazioni che vengono dal governo italiano, che a sua volta segue le condizioni stabilite dall'organizzazioni internazionale (in Libano è l'Onu) che ha responsabilità per la missione. In Libano, l'Italia è presente con 2450 uomini (e donne) sulla base della risoluzione Onu n. 1701 dell'11 agosto 2006 (Unifil/Operazione "Leonte"). Il comando sul campo è attualmente affidato all'Italia (Gen. Graziano), mentre la direzione strategica delle operazioni, con sede a New York, è sotto la Francia. Per svolgere la missione i militari italiani sono impegnati in osservazione da posti fissi, pattugliamenti (diurni e notturni, terrestri e marittimi) e nella realizzazione di check-points, in collegamento con le forze armate libanesi. Tra i compiti della missione, è previsto il controllo del territorio in modo da evitare che israeliani e milizie Hezbollah vengano in contatto (monitoraggio della "blue line") e che questi ultimi colpiscano Israele con il lancio missili. L'aspetto più delicato (e pericoloso) è il disarmo delle milizie: chiunque non appartenga all'esercito regolare libanese deve essere disarmato. Ma è l'esercito libanese che ha l'autorità per procedere al sequestro delle armi, i caschi blu, compresi gli italiani, hanno solo funzioni di sostegno. Se i militari italiani intercettano un carico di armi devono per forza chiamare i libanesi. E il quotidiano Haaretz , qualche giorno fa, aveva riferito che gli israeliani consideravano Unifil e il gen. Graziano troppo ambigui nei controlli degli Hezbollah (anche se poi i dati Onu hanno dimostrato la professionalità e imparzialità dei caschi blu e del comando italiano). Un'altra regola potenzialmente rischiosa stabilisce che sul territorio libanese non possano esserci "armi o forze armate straniere, senza l'autorizzazione del governo libanese". E se il governo libanese dichiarasse "fuorilegge" le milizie Hezbollah? In teoria, ai caschi blu potrebbe essere chiesto un contributo attivo alle operazioni dell'esercito libanese. E' possibile: e a quel punto che si fa? La settimana precedente le elezioni l 'ex ministro della difesa Antonio Martino aveva chiesto la modifica delle RoE in Libano. Impresa (quasi) impossibile. Sarebbe infatti necessario: (a) l'accordo degli altri paesi partecipanti, e (b) una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Se poi un membro permanente del Consiglio, come Russia o Cina, votasse contro, l'intera missione sarebbe cancellata, con conseguenze disastrose. Se anche il nuovo governo rendesse meno restrittivo l'uso delle armi individuali per i militari italiani, gli altri paesi che partecipano all'Unifil si opporrebbero, per timore di un'escalation che inevitabilmente coinvolgerebbe anche i loro contingenti. Per ora gli scontri sono limitati a Beirut, dove non ci sono forze Onu, che sono invece presenti nel sud/sud-est del paese. In queste aree però gli Hezbollah sono molto presenti (anzi il confine con la Siria è per loro strategico). E' improbabile che, se gli scontri continuano, il sud resti tranquillo, non fosse altro perché crescerebbe il traffico di armi, in conseguenza all'aumento degli scontri. L'amara realtà è che forse nessuno vuole più Unifil in Libano. Invece che cambiare le regole, il nuovo governo potrebbe dover sovrintendere al ritiro definitivo dal Libano. 10/05/2008.

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Libano 2 la questione centrale si chiama sovranità (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Libano 2 la questione centrale si chiama sovranità L'Unifil nel mezzo della guerra per la telecom sciita Quella che sembra un improvviso ed estemporaneo deflagrare di fuochi di guerra civile in Libano, con scontri tra Hizballah e esercito libanese e il ritorno di Beirut ad un'atmosfera anni '70, non è in realtà né estemporaneo né improvviso. La questione si chiama "sovranità libanese", un viluppo interdipendente e strettissimo tra debolezza interna dello Stato - esemplificata dallo stallo in atto dal 23 novembre scorso nella elezione del nuovo Presidente della Repubblica, e dal ruolo di Hizballah - e forza degli attori esterni e regionali - a partire dalla Siria - le cui interferenze sono rese possibili appunto dalla debolezza interna. A dimostrazione di ciò il fatto che il casus belli dell'ultima crisi è stata la decisione del governo libanese di dichiarare illegale la rete di comunicazione parallela di Hizballah - definita "la telecom sciita" - il cui valore aggiunto è quello di collegarlo alla Siria e all'Iran. Perché, dopo la guerra in Iraq, sunniti e sciiti sono sempre più l'un contro l'altro armati, il che in Libano concorre agli scontri di ieri e purtroppo significa anche che le conseguenze di una guerra civile sarebbero ancor più devastanti di quella passata: mentre infatti a Beirut i quartieri cristiani e musulmani erano divisi, sunniti e sciiti vivono mischiati gli uni agli altri. La missione Unifil si trova dunque ad essere delicatissimo anello di giunzione tra queste due dinamiche interdipendenti - quella regionale e quella libanese - e ciò spiega la centralità della discussione sulle sue regole d'ingaggio. La polemica di qualche giorno fa sulle regole d'ingaggio di Unifil - rilanciata dal quotidiano Haaretz - può essere derubricata anche a comprensibile nervosismo di ambienti militari israeliani per l'intricatezza del nodo libanese. Per scioglierlo bisognerà infatti sia far pace con la Siria, e dunque accettare la dolorosissima rinuncia al Golan - e guarda caso proprio in questi giorni il "negoziato inesistente" tra Israele e Siria per mezzo della Turchia sta affiorando alla luce del sole - sia venire a capo della natura coriacea del nemico Hizballah, che già prima della guerra del 2006 si dimostrò assai difficile da infiltrare per il Mossad, e che dunque può molto innervosire se continua a dotarsi di comunicazioni criptate non decifrabili. Il problema del riarmo di Hizballah quindi esiste, ed è ancora irrisolto, come si vede anche dagli eventi di ieri. Ma il riarmo e il disarmo di una forza militare ma anche politica come Hizballah è questione non interamente circoscrivibile alla risoluzione 1701, per altro basata sul "peace keeping" - mantenimento della pace sulla base dello status quo del dopoguerra 2006 - e non sul "peace enforcing", cioè la creazione di diverse condizioni sul terreno anche con la loro imposizione. Del resto, se il problema fosse il solo contingente Unifil, non si capirebbero né le assicurazioni recenti né le parole di elogio costantemente reiterate nei mesi passati dal primo ministro israeliano Ehud Olmert. Dunque la spinosissima questione da affrontare, per l'Italia e il suo nuovo governo, è quella tutta politica dell' ubi consistam del Libano di oggi. Il che significa anche la Siria, e dunque in ogni modo almeno tenere presente la risoluzione 1559 insieme a quella 1701. 10/05/2008.

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Libano 1 soltanto l'esercito tra siniora e il colpo di stato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Libano 1 soltanto l'esercito tra siniora e il colpo di stato Le mani del Partito di Dio su Beirut Hanno bloccato le trasmissioni delle emittenti televisive e occupato i giornali della famiglia Hariri, impedito l'accesso all'aeroporto, costretto il porto alla chiusura, espugnato i quartieri fino all'altroieri appannaggio del governo filoccidentale di Fuad Siniora: di fatto Hezbollah ora detta le regole del gioco a Beirut, e l'ombra di Damasco torna a incombere sul paese dei cedri. Ieri gli scontri nella capitale libanese, costati la vita a una decina di persone in meno di tre giorni, si sono interrotti perché non c'era più nessuno a opporsi ai miliziani filosiriani che hanno preso il controllo della parte ovest della città, abitata in larga parte dai sunniti. L'esercito del mancato presidente Michel Suleiman ha preso in consegna le postazioni abbandonate dai seguaci della maggioranza di governo, laddove ha potuto, cercando di arginare l'avanzata del movimento sciita, anche se oramai i quartieri di Bshamoun, Arfour e Khalda sono stati occupati dai militanti dell'opposizione, come pure si è combattuto fino all'ultimo ad Hamra, il quartiere misto finora considerato il cuore del territorio pro Siniora, e a Mazara, più a sud, vicino al feudo del Partito di Dio. Non è ancora guerra civile, ma ci assomiglia. L'abitazione del leader della maggioranza antisiriana Saad Hariri è stata colpita da una granata, il capo dei drusi Walid Jumblatt è stato scortato in un luogo segreto dall'esercito, mentre Siniora, che ha trascorso la giornata nel suo ufficio sorvegliato a vista dai suoi, ha detto chiaro: Hezbollah sta tentando un colpo di stato per restaurare l'occupazione siriana e a estendere l'influenza dell'Iran fino al Mediterraneo. L'unico posto rimasto relativamente sicuro per la maggioranza di governo sembra essere il quartiere cristiano, dove ieri è stata convocata una riunione dei parlamentari fedeli a Siniora per dichiarare lo stato di emergenza e coinvolgere l'esercito rimasto finora ai margini dello scontro politico proprio per evitare un bagno di sangue. Ora le armi tacciono, dunque, di un silenzio denso delle peggiori attese. Lo scontro in atto da mesi tra il governo di Fuad Siniora e l'opposizione di Hezbollah incarnata da Hassan Nasrallah, è oramai al punto di rottura, anche se fonti di Hezbollah smentiscono che l'opposizione voglia colpire i leader della maggioranza. Piuttosto, Nasrallah sembrerebbe voler dimostrare che il Partito di Dio ha la forza per far cadere l'attuale governo, imponendo un potere più ampio per Hezbollah nelle scelte politiche del paese. Perché lo scontro travalica il conflitto tra sunniti e sciiti, diventando una battaglia per il potere laddove, paradossalmente, lo status quo e la paralisi politica provocata dall'opposizione di Hezbollah nell'elezione del presidente, in assenza di un reale conflitto armato, ha sottratto consensi al Partito di Dio. Una deriva pericolosissima che, secondo gli stessi analisti libanesi, potrebbe creare le condizioni per un conflitto di proporzioni devastanti per il paese dei cedri. Molto dipenderà dalla capacità dell'esercito, ora dispiegato nei quartieri "conquistati" da Hezbollah, di mantenere la distanza tra le parti contrapposte. Ma molto di più dipenderà dagli attori che agiscono fuori dal Libano e che ripercorrono gli schemi di sempre. Ieri il presidente siriano Bashir al Assad liquidava la crisi del suo ex protettorato come "una questione interna", a margine di un incontro con l'emiro del Qatar con cui, però, discuteva proprio di quella "questione interna". L'Arabia Saudita ha chiesto è ottenuto una riunione d'emergenza dei paesi arabi per fermare gli scontri a Beirut, spalleggiata dall'Egitto preoccupato dall'"intenzione dell'Iran di controllare il Libano". E Teheran? Ieri lanciava i consueti anatemi contro Israele e Stati Uniti, responsabili di un "complotto politico" ai danni del Libano. Dal canto suo, il presidente israeliano Shimon Peres, che ha buone ragioni per temere Hezbollah, ha puntato il dito contro l'Iran, sottolineando come "questa nuova tragedia libanese non abbia nulla a che fare con Israele", mentre la Casa Bianca ha ammonito Iran e Siria a non fiancheggiare Hezbollah. E se il governo italiano appena insediatosi è stato preso in contropiede dal precipitare della situazione in Libano, i principali partner europei nella missione Unifil non sembrano avere idee risolutive: Francia e Spagna ieri confermavano il pieno sostegno a Siniora e assicuravano pieno sostegno alla ripresa del dialogo. Ma con chi? I buoni propositi non convincono più. Di certo non il fiume di persone da ieri ammassate alla frontiera con la Siria, nel tentativo di lasciare il paese. Quasi tutti stranieri, molti occidentali. Meglio partire subito, il peggio potrebbe ancora dover arrivare. 10/05/2008.

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Aldo nove da sempre critico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Riformista, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Aldo nove da sempre critico "Manifestanti parassiti, preferisco stare in Fiera" Una fiera che fa schifo, in un Lingotto ristrutturato male da Renzo Piano, con i biglietti che costano troppo. Nel 2005 fu molto duro Aldo Nove, ex cannibale, scrittore eclettico, autore di un celebre libro sul precariato che fece breccia nel cuore di Fausto Bertinotti e da qualche anno, firma di punta di Liberazione . Oggi sarà a Torino, perché presenta il suo ultimo lavoro, Zero il robot (deliziosa favola illustrata, in stile Piccolo principe , per bambini "accompagnati" scritto con Maria F. Tassi, esce da Bompiani) ma perché, pur non avendo cambiato giudizio sulla Fiera del libro, "preferisco essere dentro, con spettatori paganti, che fuori, con quei parassiti dei manifestanti". Per Nove la manifestazione contro la presenza di Israele in fiera è una presenza "stupida e parassitaria". È appena tornato da un convegno in Germania, "ma nessuno ha protestato contro la mia presenza perché non è che io rappresento l'Italia di Berlusconi". Allo stesso modo, "gli intellettuali israeliani non rappresentano necessariamente la politica di Israele, anzi, sono molto critici, sono per il dialogo. Mi irrita questo boicottaggio, non capisco se è una cosa di sinistra, mi sembra semplicemente molto stupida. Mi vergogno per loro. Sul piano simbolismo sia un atto molto violento. Non mi piace. L'atto del bruciare in sé è brutto. Si bruciano i libri, poi chissà dove si finisce. Il secolo scorso ce lo insegna. Mi sembrano stupidi, non solo opportunisti, e pericolosi". Stesso giudizio, severo, su Gianni Vattimo: "Sta cercando pubblicità, credo. Oppure ha problemi. Certo di idee, poche. Non riesco a valutare che costa stia facendo. Sta andando in "acido", si direbbe dalle mie parti". Dove si vota Lega. Sul voto elettorale e la batosta della Sinistra arcobaleno, in particolare di Bertinotti, e l'ascesa della Lega, Nove sembra non aver ancora assorbito la sconfitta. "È stato fatto un esperimento politico che non ha funzionato. Forse non è stato capito, ma evidentemente non era politicamente buono. Storicamente, quando si accorpano dei partiti, si perde. Ma non ci si aspettava una perdita così grossa, così pesante. Penso che l'Arcobaleno sia stato colto di sorpresa e non abbia capito come mandare al meglio il suo messaggio. Certo, poi il semi-ricatto del voto utile. Molta gente di sinistra non ha votato, altri non volevano disperdere il voto? altri in maniera a-ideologica hanno forse persino votato Lega". Nove, che rivendica ancora l'utilità di dirsi di sinistra, "c'è già tanta confusione, meglio tenere ferme alcune categorie", non condivide quanti, come Luca Casarini, danno una lettura politicamente aperta al modello leghista, riconoscendone una efficacia strutturale. "La Lega è molto lontana dalla mia sensibilità. Io sono di Varese, l'ho vista crescere, ma io sono nato a Varese e mi sento cittadino del mondo, non varesotto, o lombardo? mi sembra uno scherzo, ma è tutto vero. L'altro giorno ho beccato su internet un manifesto della partita Padania-Tibet e l'ho mandato a tanti amici pensano che fosse un gioco. E invece era vero, ho scoperto. Ma il Dalai Lama lo sa che sta con Borghezio?". Luca Mastrantonio 10/05/2008.

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Graziano: Non si spara nella zona dove opera Unifil Le attuali regole d'ingaggio funzionano bene (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del L'INTERVISTA al Comandante della missione Unifil Graziano: "Non si spara nella zona dove opera Unifil Le attuali regole d'ingaggio funzionano bene" di Toni Fontana Il generale Claudio Graziano, torinese, 54 anni, è dal febbraio 2007 comandante della forza di pace Unifil in Libano. "Siamo pronti ad affrontare situazioni di emergenza - afferma - i caschi blu operano in una precisa e delimitata zona del Libano e con il consenso delle parti. La presenza di Unifil è indispensabile per garantire il cessate il fuoco. Le regole d'ingaggio sono forti e permettono di agire con forza, ma nell'ambito di uno specifico mandato stabilito dal capitolo sesto della Carta Onu". Generale gli avvenimenti sembrano precipitare. Unifil come si prepara? "La situazione è preoccupante e complicata, i nostri sono tuttavia un mandato e una missione specifica, con precisi limiti geografici che sono, a nord, la Blue Line e, a sud, il fiume Litani". Unifil opera da un anno e mezzo mezzo. Con quali risultati? "Il grande merito è quello di aver assolto al mandato, di aver raggiunto lo scopo principale: mantenere il cessate il fuoco. Abbiamo progressivamente aumentato la collaborazione con le forze libanesi. E, fino a quando manterranno questo livello di cooperazione con noi, la missione può procedere e può avere successo. Questo è del resto il mandato Onu. La crisi libanese non trova soluzione e ciò rende più difficile passare da un cessate il fuoco temporaneo ad uno permanente". La risoluzione 1701 afferma che non debbono essere persone armate in quell'area. Ma non è così.. "Nei giorni scorsi vi sono state alcune polemiche alimentate da un articolo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz, ma non sono state confermate dalle fonti ufficiali dell'esercito che ha licenziato un comunicato nel quale si ringrazia Unifil per il grado di sicurezza che sta mantenendo ai confini e per la collaborazione del comandante. Questa è la posizione ufficiale. Giovedì, nel corso di una cerimonia per il 60° anniversario di Israele, i nostri rappresentanti hanno ricevuto il ringraziamento del presidente dello Stato ebraico. Nell'ultimo mese le forze libanesi, con il concorso di Unifil, hanno controllato migliaia di mezzi e di persone al fine di evitare la presenza di elementi armati sul territorio. Vi è stato un solo incontro tra le nostre pattuglie e un gruppo armato. I nostri controlli sono capillari, le persone armate vengono fermate. Unifil è indispensabile per assicurare un minimo di speranza, una prospettiva di sviluppo futuro, un po' di stabilità. A sud del fiume Litani vi è l'adesione di tutte le parti perchè Unifil serve a tutte le parti, Unifil sostiene l'unica possibilità di cessate il fuoco possibile". Che cosa è accaduto il 30 marzo? "Nella notte tra 30 ed il 31 marzo vi è stato un contatto con elementi armati. Una pattuglia ha incontrato un mezzo civile con rimorchio. Il comandante si è insospettito e ha ordinato di invertire la marcia. Cinque uomini armati, usciti da due auto, si sono appostati. Il comandante ha ordinato alla pattuglia di prendere posizione ed ha intimato agli altri di mettere da parte le armi. I cinque sono saliti sulle auto e sono fuggiti. L'episodio è durato in tutto tre minuti. Se la presenza degli uomini armati si fosse protratta di più, probabilmente, ci sarebbe stata un'azione di fuoco. È stato applicato ii principio della progressività. Le regole d'ingaggio sono linee guida, poi devono essere applicate sul terreno con intelligenza dal comandante che se ne assume la responsabilità e ne risponde ai superiori. Esiste una gamma di opzioni. In quel caso il comandante ha preso posizione, ha voluto rendersi conto. Si è comportato dunque in modo corretto. Le forze israeliane non solo non hanno criticato l'operato dei nostri soldati, ma hanno anzi apprezzato ciò che abbiamo fatto" È opportuno modificare le regole d'ingaggio? "Comando una forza dell'Onu che hanno stabilito le regole d'ingaggio. Dirigo militari che provengono da 26 nazioni e che operano tutti con le stesse regole d'ingaggio. Le disposizioni devono essere coerenti con il mandato. La precondizione è il consenso delle parti; se, per qualche ragione, dovesse venire meno il consenso delle parti occorrerebbe cambiare non solo regole, ma il mandato". Quanto accade a Beirut vi obbligherà a modificare la vostra attività? "Non necessariamente. Il fiume Litani traccia una linea. Nella parte dove operiamo dobbiamo garantire che non vi siano persone in armi, atti ostili, ed sono il responsabile della sicurezza; a nord, nell'altra parte del Libano, è operativa la risoluzione 1559. L'Onu concede una forte responsabilità ai comandanti sul terreno, ai capi missione come me, ma al tempo stesso, limita strettamente il loro mandato all'area delle operazioni". Gli israeliani compiono innumerevoli sorvoli sul Libano. La risoluzione 1701 li vieta... "Questa questione ,come quella del disarmo di Hezbollah, può essere risolta solo nell'ambito di un processo negoziale, e non solo in termini di sicurezza. Ogni volta che discutiamo in sede "tripartita" (libanesi, Unifil, israeliani Ndr) gli israeliani dicono sempre che i sorvoli proseguiranno fino a quando i due soldati catturati da Hezbollah non verranno restituiti e fino a quando non sarà risolto il problema del traffico delle armi. Noi protestiamo con forza, ci opponiamo ai sorvoli perché producono un effetto negativo sul governo libanese e sulla sua credibilità di Unifil". La Spagna chiede la sua poltrona da settembre.. "Il mandato è annuale, il mio è stato confermato dall'Onu fino alla fine del mese di gennaio del 2009". Torniamo su quanto sta accadendo. Unifil rafforzerà la vigilanza? "La pianificazione procede senza soste. Siamo pronti ad affrontare l'emergenza ed avevamo considerato la possibilità di un aggravamento anche sotto il profilo logistico, dei rifornimenti, del cibo. Il nostro è un mandato forte che applichiamo con fermezza, è indicato in una risoluzione forte che prevede regole d'ingaggio forti; il mandato è la nostra garanzia, è accettato da tutte le parti. In questo contesto, anche prendendo decisioni forti, ma sempre nell'ambito del mandato, queste saranno sostenute dal consenso generale delle parti".

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Beirut in fiamme, Hezbollah occupa mezza città I miliziani hanno conquistato i quartieri sunniti dove si trovano anche radio, tv e il giornale del partito di Hariri. Chiusi porto e (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Beirut in fiamme, Hezbollah occupa mezza città I miliziani hanno conquistato i quartieri sunniti dove si trovano anche radio, tv e il giornale del partito di Hariri. Chiusi porto e aeroporto. Diciotto i morti . Pronto un piano di evacuazione dei civili italiani di Umberto De Giovannangeli LA BANDIERA giallo-verde sventola sul "fortino dei sunniti". È la bandiera dei nuovi padroni di Beirut Ovest: i miliziani di Hezbollah. In poco meno di dodici ore, gli armati del partito di Dio sciita hanno conquistato Beirut ovest, tradizionale roccaforte dei musulmani sunniti della capitale, dove si concentrano anche gli uffici di radio, tv e giornale della formazione del partito filogovernativo al-Mustaqbal e la residenza del suo leader, Saad Hariri. Beirut appare una città deserta, presidiata dai blindati: l'attività nel porto è sospesa fino a nuovo ordine, i generi di prima necessità cominciano a scarseggiare e chi si avventura fuori di casa cerca di fare scorte. Resta chiuso l'aeroporto internazionale. Centinaia di civili si ammassano alla frontiera con la Siria alla ricerca di una via di fuga. Con il loro blitz i miliziani sciiti hanno accerchiato la collina di Qoreteim, dove si trova il fortino di Hariri, provenendo dalla periferia sud e prendendo posizione a est, sul lungomare e a nord sulla trafficata via commerciale di Hamra. Più difficile per Hezbollah è stato aprirsi una breccia nei quartieri ad alta densità sunnita di Wata, Mosseitbe, Batrakiyye, ma la natura ibrida di altre zone occidentali, "molli", ai margini di questo perimetro sunnita non distante dal quartiere cristiano di Ashrafiyye (come Basta, Barbur, Amliye, Ras an-Nabaa, Zoqaq al-Blat, Hayy al-Lijia), ha consentito al partito di Dio di annunciare la sua vittoria e di innalzare, nel "fortino dei sunniti", la bandiera giallo-verde della "Resistenza islamica". Beirut trema. Il Libano trema. A dominare è la paura. Ad aleggiare è lo spettro, sempre più reale, di una nuova, devastante guerra civile. Il bilancio dei morti negli scontri a fuoco tra miliziani Hebollah e attivisti sunniti, è salito a 18 (oltre 30 i feriti) ed è destinato a crescere. In serata, al termine di una drammatica riunione, la maggioranza parlamentare antisiriana ha accusato Hezbollah di aver messo in atto un colpo di stato contro la costituzione e le risoluzioni dell'Onu, in particolare la 1701. "Ciò che è accaduto è un colpo di Stato armato compiuto da Hezbollah contro la Costituzione, l'accordo di Taif e le risoluzioni dell'Onu, l'ultima delle quali, la 1701, con lo scopo di assoggettare lo Stato libanese", afferma uno dei leader della maggioranza parlamentare, il cristiano Samir Geagea, leggendo un comunicato congiunto dei partiti che sostengono il governo di Fuad Siniora. L'accordo di Taif raggiunto nel 1989 mise fine dopo 15 anni alla guerra civile del Libano, mentre la risoluzione 1701 dell'Onu ha posto fine dopo 34 giorni nell'agosto del 2006 alla guerra tra Hezbollah e Israele. Geagea ha quindi esortato gli Stati arabi ad assumersi "le loro responsabilità nei confronti del Libano, perchè il colpo di Stato ha lo scopo di riportare la Siria in Libano e l'Iran sulle coste del Mediterraneo". "Questo colpo di Stato ha messo fine alla legittimità delle armi di Hezbollah quali strumento per la resistenza", ha detto ancora Geagea, aggiungendo che "la comunità internazionale dovrebbe esercitare pressioni nei confronti dei Paesi vicini", per fermare l'afflusso di armamenti verso il Libano, "che sono inviate dall'Iran attraverso la Siria". L'escalation della violenza in Libano viene monitorata in tempo reale dalla Farnesina. Nel pomeriggio, il neo ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha presieduto una "riunione urgente" sulla "complessa situazione" a Beirut. Frattini - che in serata ha avuto colloqui telefonici con il premier libanese Siniora, il presidente del parlamento, lo sciita Nabih Berri e il segretario della Lega Araba, Amr Moussa, ha chiesto all'Unità di Crisi della Farnesina la "massima attenzione nel monitoraggio della situazione" a Beirut, dando "istruzioni di portare in sicurezza i connazionali che si trovano nella zona centrale della città" che ne faranno richiesta, "con l'aiuto dell'esercito libanese non appena ci saranno le condizioni per intervenire", puntualizza il capo dell'Unità di Crisi della Farnesina, Elisabetta Belloni. Gli italiani a Beirut in questo momento sono circa 600, mentre quelli che si trovano nella zona interessata dagli scontri sono circa una cinquantina. Il leader del Pd, Walter Veltroni ha chiesto che il governo riferisca alle Camere, in Commissione esteri, sulla situazione in Libano e sull'operazione di pace delle nostre forze armate. "Si stanno aprendo - rileva Veltroni - scenari nuovi, scenari di conflitto che vedono modificate le condizioni di lavoro dei nostri soldati. La nostra è una missione di pace - aggiunge - e bisogna vedere se esistono ancora queste condizioni". A fianco del governo Siniora si schierano gli Usa e la Ue. La segretaria di Stato statunitense Condoleezza Rice denuncia: Hezbollah sta provocando la morte di civili innocenti in Libano, col sostegno di Siria e Iran, e promette al premier libanese Fuad Siniora "tutto il sostegno necessario". Al premier libanese "sostegno pieno" anche da parte dell'Unione Europea: in un comunicato diffuso dall'Alto responsabile della politica estera, Javier Solana si afferma che "l'Unione europea ribadisce il proprio sostegno pieno al governo libanese intervenuto a difesa della legalità e per garantire l'integrità e la sovranità del Libano". Sulla stessa lunghezza d'onda anche il governo britannico che si è detto "molto inquieto" per la situazione in Libano. "I combattimenti di queste ultime 48 ore sono molto inquietanti", ha detto in un comunicato il ministro degli esteri britannico David Miliband.

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Liebrecht: Noi, figli dei ricordi spezzati (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Liebrecht: "Noi, figli dei ricordi spezzati" di Maria Serena Palieri inviata a Torino "L a paura più profonda, per un ebreo, è quella di restare senza un tetto sulla testa. A New York la maggioranza delle persone vive in affitto, in Israele ci indebitiamo e accendiamo mutui pluriennali pur di avere una casa nostra" osserva Savyon Liebrecht. Siamo in epoca di bolla immobiliare, ma come siamo finite a parlare di mutui con la sessantenne scrittrice di Tel Aviv, già autrice delle raccolte di racconti Mele dal deserto e Donne da un catalogo e dei romanzi Prove d'amore e Un buon posto per la notte? Savyon Liebrecht è, nella narrativa israeliana per noi italiani simboleggiata dalla triade maschile Oz-Yehoshua-Grossman, una scrittrice di primissima grandezza. Siamo atterrate sul tema mutui cercando di capire dove possa essere germinata la storia affascinante e singolare che racconta in Le donne di mio padre, romanzo - in cui il suo stile denso e secco arriva a piena maturazione - di cui parlerà qui al Lingotto (in italiano appare, nella traduzione di Alessandra Shomroni, sempre per e/o). È la vicenda di uno scrittore trentenne, Meir Rosenberg che, in crisi creativa, si vede regalare dalla propria madre una trama a prova di bomba. Peccato che il protagonista sia lui stesso. L'obesa e malata genitrice gli svela che suo padre Aharon ventitré anni prima non è morto, come lui credeva, ma è stato arrestato per omicidio e perciò lui, Meir, bambino di sette anni, è stato spedito precipitosamente da Tel Aviv, dov'era affidato al genitore, negli Stati Uniti, dove la madre viveva col nonno e dove aveva un nuovo compagno, Ernie. Ora Aharon è uscito e, lì in Israele, vuole reincontrare il figlio. E la memoria congelata di Meir, che aveva fatto tabula rasa di quel periodo, comincia a sciogliersi: trentenne, ricorda come, in quei cinque mesi del 1965, lui e il padre, rimasti senza casa, avessero vagabondato da un appartamento all'altro, tetti ( o meglio letti) che il bell'Aharon, poeta senza un quattrino, procurava da gigolò, seducendo ogni sera una donna diversa. C'è qualcosa di autobiografico, signora Liebrecht, in questa vicenda? "Solo un'immagine: mio padre mi raccontava di un sopravvissuto all'Olocausto che, incontrato per strada il suo bambino, svenne. E poi quella paura profonda e collettiva di noi ebrei, riguardo al tetto sulla testa." Nel romanzo c'è un sopravvissuto al lager, Berel, che a Tel Aviv sviene per strada e riconosce nel soccorritore, Aharon appunto, un parente che poi ospita, col suo piccolo, per alcune notti nel suo scantinato. "Ecco la similitudine". Il bambino Meir è un piccolo "ebreo errante"? "Non ci avevo pensato, è interessante". Lei è nata in Germania da due sopravvissuti alla Shoah. Ci spiegò, quando ci incontrammo nel 2002, che i suoi genitori opponevano il silenzio alle sue domande sul loro passato. Il tema di questo romanzo è appunto l'impossibilità, o il dolore, della memoria? "Sì. Io tuttora non so nulla dell'esperienza dei miei genitori e questo soggetto, il modo in cui a nostra discrezione costruiamo una memoria del passato, selezionando ricordi o cancellandoli, è centrale nel libro. Poi c'è il rapporto padre-figlio. Ma soprattutto c'è il problema dell'arte e della creazione: Meir è uno scrittore frustrato, suo padre scriveva poesie, persino la pazza Pola, l'ex-attrice coinvolta nell'omicidio che ha macchiato di rosso i ricordi del bambino e ha condotto Aharon in carcere, ora, detenuta in casa di cura, scrive un diario". Meir scopre il sesso ascoltando il daffare che si dà il padre nel letto accanto. Nell'ultimo romanzo di Yehoshua, "Fuoco amico", è esplicito il desiderio che lega due coniugi lontani, tra Israele e Africa. Oz nel suo ultimo libro ha fatto outing, nei panni di scrittore dongiovanni. "Fantasie, in realtà è un timido. Sono le donne che, siccome è un uomo affascinante, lo stanano." Bene, ora di Oz sappiamo anche questo. La questione che le pongo però è: questo svelarsi plurimo dell'eros è un caso o è un segnale? Lo chiedo anche a lei, dopo averlo chiesto a Yehoshua. "Nei nostri libri non c'è più sesso di quanto ce ne sia nella realtà. Noi siamo dei conservatori. Gli scrittori più giovani, pensi ad Alona Kihmi, loro sì sono scatenati, spavaldi". Nei suoi racconti e romanzi precedenti il rapporto tra ebrei e arabi è importante. In "Le donne di mio padre" di arabi, in scena, non ne appare nessuno. Perché? "La ricetta non li prevedeva. No, non scrivo un libro come se facessi un dolce, un tot di questo, un tot di quello. A Tel Aviv, nei primi anni Sessanta, il problema della convivenza non si poneva, è questo il motivo. E, per il resto, la vicenda si svolge negli Stati Uniti". L'epilogo avviene in Israele nel 1991. Perché ha scelto quell'anno? "Era l'anno degli attacchi di Saddam Hussein e della distribuzione di maschere antigas. Era lo scenario adatto per la sequenza apocalittica che si svolge nelle ultime pagine". Lei parlerà qui domani. Oggi a Torino si svolgerà il corteo "pro Palestina" che suggella il boicottaggio promosso contro la Fiera. Qual è, in proposito, il suo sentimento? "Tristezza. Gli scrittori delle due parti, in realtà, sono un ponte possibile. E gli scrittori israeliani sono nella totalità di sinistra, eccezion fatta per uno dichiaratamente di destra, ma non è un grande nome. E allora perché prendere di mira proprio noi?" L'lNTERVISTA Parla la narratrice israeliana ospite della Fiera torinese e autrice de Le donne di mio padre, romanzo incentrato sulla memoria. L'insicurezza, lo spaesamento e la difficoltà di rispecchiamento tra le generazioni in Israele oggi.

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Dario Fo: un errore non invitare anche i palestinesi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del NOBEL E Franca Rame legge una lettera di Nelson Mandela al giornalista ebreo Thomas Friedman: "La Palestina è come il Sudafrica" Dario Fo: un errore non invitare anche i palestinesi di Simone Collini inviato a Torino "È stato un errore non pensare di invitare subito, ma con lo stesso livello di importanza, gli scrittori palestinesi. Sarebbe stato un atto di fantasia eccezionale e avrebbe dato la possibilità a tutti di conoscere e di conoscersi meglio. Si è persa un'occasione storica". A Dario Fo non è piaciuta l'idea di invitare alla Fiera del libro come ospite d'onore Israele. "È stata data una proiezione falsa della situazione, si è finito per dare molta importanza ai sessant'anni dall'inizio di una vita nuova per Israele e si è tenuto in un silenzio assordante il problema della Palestina". Di questo silenzio il premio Nobel per la letteratura non ha voluto essere complice. Ma invece di unirsi alla schiera di chi vuole il boicottaggio e invece di sfilare oggi in corteo ("se fossi stato qui avrei partecipato" risponde a chi glielo chiede) ha deciso di venire a Torino per mettere la sua voce sul piatto della bilancia: "Israele ha tutti i diritti di essere una nazione, ma dall'altra parte anche i palestinesi hanno il diritto di vivere, anzi di sopravvivere. E noi non possiamo liquidare la questione dicendo che sono affari loro. Abbiamo il dovere di entrare nel merito". Così Fo è arrivato al Lingotto, ha rinunciato alla promozione del suo ultimo libro (L'apocalisse rimandata, Guanda) e per un'ora ha intrattenuto insieme a Franca Rame una platea che a giudicare dagli applausi era decisamente d'accordo con la sua critica alla Fiera. I campi profughi rasi al suolo dai bulldozer, i kamikaze, le torture, la chiusura dei rubinetti dell'acqua e dell'elettricità, un muro che è "un labirinto in cui le persone si perdono, anche spiritualmente", e naturalmente i morti ammazzati: Fo ha raccontato storie, citato cifre, ricordato date e episodi, col ritmo serrato di cui è capace. Poi ha lasciato che a chiudere fosse Franca Rame, con la lettura di una lettera che Nelson Mandela ha scritto al giornalista americano ebreo Thomas Friedman. Comincia con "caro Thomas", l'uomo che ha scontato 26 anni di carcere a causa della sua lotta contro l'apartheid, e il tono della voce con cui Rame legge è disteso. Ma le parole arrivano dure quando il Nobel per la Pace sudafricano scrive che "i palestinesi lottano per la libertà, l'indipendenza, l'uguaglianza, proprio come noi africani", quando critica il fatto che in Israele esistano due differenti sistemi giuridici per due differenti gruppi di abitanti, quando denuncia che "la Palestina non può essere il sottoprodotto dello Stato ebraico" e quando dopo aver ricordato che "l'apartheid è un crimine contro l'umanità" conclude: "Israele ha privato milioni di palestinesi delle loro proprietà e della loro libertà". Il direttore della Fiera del libro Ernesto Ferrero ha ascoltato Dario Fo e Franca Rame, ai quali è legato da un'amicizia di vecchia data, gli applausi che le loro parole hanno suscitato nella sala gremita e le domande e le critiche provenienti da alcuni del pubblico. Poi ha risposto, pacatamente, difendendo la scelta di acconsentire alla proposta che è stata fatta più di un anno fa da alcuni comitati di invitare Israele e spiegando che diversi scrittori palestinesi si sono rifiutati di venire dopo aver saputo dell'ospite d'onore. "Mi rendo conto che il sessantesimo di Israele può aver influito su questa loro decisione e io non ho problemi a dire che oggi non c'è niente da festeggiare, che questi 60 anni sono una sconfitta collettiva", ha detto Ferrero puntando il dito contro lo stillicidio di morti da entrambe le parti e il fallimento di ogni processo di pace. "Così come non ho problemi a dire che se quelle di quest'anno sono state soltanto prove di dialogo, il discorso non finisce qui. Diciamo che abbiamo fatto il numero zero". Per il numero uno bisognerà aspettare l'anno prossimo, quando ospite della Fiera sarà l'Egitto.

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Imbecillità a confronto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del Imbecillità a confronto Moni Ovadia Il leader della rivoluzione bolscevica Wladmir Ilic' Ulianov detto Lenin, era solito ripetere una frase del marxista Bebel: "L'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli". Lenin stesso sapeva che l'antisemitismo era parte della sottocultura di alcuni esponenti dei movimenti rivoluzionari. Purtroppo, idee antisemite hanno continuato ad allignare nel corso di tutta la storia della sinistra. Chi volesse documentarsi al proposito, troverà giovamento nella lettura di un prezioso librino scritto dal rabbino Michael Lerner, leader del movimento ebraico progressista e pacifista negli Stati Uniti. Il titolo del pamphlet è "The socialism of the fool", il socialismo degli imbecilli appunto. È bene che molti giovani infiammati da idee rivoluzionarie sappiano che l'infamia delle ultime campagne antisemite in pieno stile (tralasciando quelle scatenate nei paesi arabi a seguito della creazione dello stato d'Israele), hanno avuto luogo in due paesi del cosiddetto Socialismo Reale. La prima - in Unione Sovietica ad opera di Stalin fra il 1949 e il 1952 - prese l'avvio dal supposto "complotto dei medici del Cremino" e alla fine avrebbe previsto la deportazione di tutti gli ebrei sovietici in una regione ai confini con la Cina, il Birobigian, chiamato lo stato ebraico, ma che in realtà doveva diventare un immenso gulag. Solomon Michoels, il più grande attore del teatro yiddish, fu una delle prime vittime di quella persecuzione a cui seguirono, quattro anni dopo la sua esecuzione, in un tragico giorno del '52, il 12 agosto, tutti i superstiti dell'intellighenzia della yiddishkeit sovietica. Furono tutti fucilati, compreso il colonnello del KGB Itzik Pfeffer, forse il più grande poeta della lingua yiddish di tutti i tempi. L'utima persecuzione antisemita sistematica, è avvenuta nel Sessantotto, nella Polonia comunista di Gomulka, sotto il miserabile travestimento di campagna antisionista. Dopo che tre milioni di ebrei polacchi erano passati per i camini nazisti, i 350.000 sopravvissuti della più grande e splendente comunità ebraica d'Europa, che avevano fatto ritorno alle loro case in Polonia, furono costretti a lasciare il paese con 30 kg di bagaglio sulla scorta di accuse ripugnanti e ridicole. Molti di loro erano il fior fiore della cultura polacca. Chiarito questo, veniamo all'oggi. Io non so quanti fra coloro che hanno bruciato le bandiere israeliane alla fiera del libro di Torino, o fra quanti hanno proposto il boicottaggio, coltivino sentimenti antisemiti. Ritengo che fra i più giovani ci sia una difficoltà passionale a confrontarsi con le categorie della complessità. Bruciare bandiere è una prassi imbecille per esprimere un malinteso senso di solidarietà con le sofferenze del popolo palestinese, ma la solidarietà con quel popolo è sentimento nobilissimo, così come in una democrazia è legittimo proporre un boicottaggio, anche se quel boicottaggio non lo condivido. Illegittimo, imbecille e anche un po' fascista invece, è accusare di antisemitismo tutti coloro che criticano la politica di occupazione e di colonizzazione del governo israeliano nei confronti dei palestinesi. Imbecille è chi accoglie a braccia aperte come il migliore amico di Israele e degli ebrei in cambio di qualche moina interessata e strumentale, politici di destra che senza dare segno di sgomento e di solidarietà umana autentica nei confronti della famiglia e degli amici, definiscono imbecilli da stadio efferati assassini nazifascisti massacratori di un giovane inerme, politici che praticano forme ipocrite di xenofobia, di islamofobia e di discriminazione delle diversità, politici che criminalizzano il "relativismo culturale" per imporre una visione univoca e teocratica del mondo. Alta prova di imbecillità poi è non capire che non si può essere veri amici di Israele e degli ebrei senza essere amici dei palestinesi, senza sentire come un ferita profonda il loro dramma, perché i destini dei due popoli sono inscindibilmente legati. D'accordo, mettere in discussione la legittimità di Israele, soprattutto in Europa, è una forma di cripto-antisemitismo e oltre che antisemita è insensato. Israele non solo è legittimo, ma anche uno stato democratico avanzato. Ed è per questa ragione che si impone una domanda. Come possono i governi di un tale stato violare da quarant'anni la legittimità internazionale di due risoluzioni dell'Onu e tenere in prigione un intero popolo? Com'è possibile che governi di una nazione democratica, se davvero lo vogliono, non trovino una soluzione diversa per garantire la sacrosanta sicurezza dei propri cittadini? Rispondere a questa domanda che non ci sono soluzioni diverse, è peggio che imbecille, è prova aver messo al posto del cuore e dell'anima lo spirito di fazione e la metastasi del nazionalismo. Malatempora.

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Oggi uno stand con i libri israeliani (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del IL PD A CAMPO DE' FIORI Oggi uno stand con i libri israeliani Uno stand del Pd per promuovere la cultura e i libri israeliani ed esprimere dissenso verso tutte le proteste anti-israeliane in corso alla fiera del libro di Torino. Lo stand verrà allestito, oggi alle ore 15, in Piazza Campo de' Fiori e resterà aperto almeno fino ale ore 19. Presente all'iniziativa sarà anche il neo eletto presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che ha annunciato: "Domani sarò in piazza Campo dè Fiori con la Stella di David per combattere l'idea che si possa negare il diritto alla cultura. Ciascuno deve fare la sua parte". Zingaretti, in risposta a quanto accaduto a Torino, ha annunciato di avere l'intenzione di acquistare un libro di nazionalità israeliana invitando anche gli altri a partecipare all'iniziativa con lo scopo di promuovere la cultura della nazione ebraica e ha così concluso: "Se avrò tempo lo promuoverò, soprattutto per quanto è accaduto nei giorni scorsi". Entusiati anche i promotori dell'iniziativa, tra i quali compare il nome del consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi: "Sosteniamo sia il diritto alla sicurezza di Israele sia il diritto palestinese a uno stato indipendente e democratico". L'invito esteso a tutti i romani è quello di acquistare nel periodo compreso tra l'8 e il 12 maggio una copia di un libro israeliano.

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C'è chi maschera l'antisemitismo dietro l'antisionismo che ha come bersaglio Israele in quanto stato ebraico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Stai consultando l'edizione del C'è chi maschera l'antisemitismo dietro l'antisionismo che ha come bersaglio Israele in quanto stato ebraico.

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Frattini assicura: <La missione dei nostri militari non si discute> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Unifil Veltroni: "Bisogna valutare se esistono le condizioni per continuare" Frattini assicura: "La missione dei nostri militari non si discute" Il ministro degli Esteri: un piano per la sicurezza dei cittadini italiani Il responsabile della Farnesina: "Siamo lì per contribuire a mantenere la condizioni di pace" ROMA - "In questa fase delicatissima, parlare di riconsiderare la missione mi pare pericoloso", ha detto ieri sera al Corriere Franco Frattini. Le parole del ministro degli Esteri appena nominato hanno confermato un inatteso cambiamento di ruoli che c'è stato ieri, tra centro-sinistra e centro-destra, sul futuro della partecipazione italiana all'operazione Unifil-2 in Libano. Non è chiaro se il ribaltamento durerà a lungo, ma alcuni dei settori entusiasti dell'attività cominciata nel 2006 per garantire il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele sono diventati dubbiosi, e l'invito a togliere di mezzo le titubanze è arrivato dall'altra sponda. Walter Veltroni, della parte politica che più volle mandare i soldati in Libano, ha sostenuto: "La nostra è una missione di pace, che va portata avanti. Bisogna vedere se esistono le condizioni per continuare a esercitare un'azione di pace". Secondo il segretario del Pd, "si sta creando una situazione del tutto diversa, rispetto a quella di qualche settimana fa", è bene che in Parlamento "si apra una discussione su questo" e che si valuti "se ci sono ancora le condizioni per garantire la sicurezza dei nostri soldati". Frattini ce ne ha parlato con toni diversi: "Le condizioni di pace, oggi, stiamo di certo contribuendo a mantenerle. è evidente che occorre capire come farlo nel modo più effettivo e garantendo la sicurezza dei nostri soldati. Ma occorre collaborare, secondo il mandato attuale, per garantire in primo luogo che giornate come quella appena conclusa passino rapidamente e si vada a un rasserenamento della situazione". Contrario all'intenzione del governo di ottenere modifiche alle "regole di ingaggio " che disciplinano il comportamento dei nostri soldati, dai Comunisti italiani, Iacopo Venier ha esteso al Libano una linea che il suo partito riservava a Kabul: "Se le regole cambieranno i soldati devono tornare". Le modifiche evocate dal centro-destra sarebbero più restrittive verso Hezbollah. Queste affermazioni risalgono a ore nelle quali 49 italiani, in difficoltà nel centro di Beirut a causa delle sparatorie, sono stati avviati verso la nostra ambasciata. Per farli muovere lungo un corridoio protetto dall'esercito locale, Frattini ha telefonato al premier libanese Fouad Siniora. Azioni per una "messa in sicurezza ", non ancora un "piano di evacuazione". Ma il perno del lavorìo di Frattini - in contatto con i colleghi di Francia, Germania e Spagna - è stato in una telefonata allo sciita Nabih Berri, il quale oltre a presiedere il Parlamento libanese ha la milizia di Amal coinvolta negli scontri, e in una a Amr Moussa, il segretario generale della Lega araba. Obiettivo: far prendere domenica alla Lega, grazie a un incontro Arabia Saudita-Siria, una posizione a favore del ritorno della calma. Il risultato per cui si è schierato a nome del-l'Ue, anche su impulso italiano, Javier Solana. Maurizio Caprara GUARDA le immagini da Beirut su www.corriere.it.

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Palestra e bridge Ma chi può fugge in montagna (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 3 autore: di BEPPE SEVERGNINI categoria: REDAZIONALE Il racconto In città una calma ingannevole Palestra e bridge Ma chi può fugge in montagna BEIRUT - Non è un colpo di Stato, ma un po' ci somiglia. Prima di questa quiete - Hezbollah controlla i quartieri occidentali, non si spara quasi più - tredici morti, dozzine di feriti. Televisioni e radio chiuse di forza. In fiamme Future TV, di proprietà della famiglia Hariri, che appoggia il governo. I miliziani sunniti disarmati. Aeroporto fermo, porto bloccato, nord in bilico (cosa faranno i sunniti di Tripoli?). Eppure Beirut respira: non è guerra civile, non ancora. L'eterno serial libanese registra una nuova puntata - e non è una puntata qualunque. Hezbollah è temuto e detestato in Israele, cui ha resistito per 34 giorni nel 2006, e per questo affascina il mondo arabo. Sostenuto da Siria e Iran, è considerato un'organizzazione terroristica dall'amministrazione americana. In Libano è rispettato dall'esercito, che si guarda bene dal disarmarlo; è alleato con gli sciiti di Amal e i cristiani del generale Aoun. Tutti, qui, sono consapevoli della sua forza. Negli ultimi giorni, Hezbollah l'ha dimostrata. Ora si capisce chi comanda, in Libano. Non la maggioranza parlamentare, per diciannove volte incapace di eleggere un presidente. Non il governo filo-occidentale di Siniora. Comanda il "Partito di Dio" (in arabo, Hezbollah): mettersi contro, oggi, non si può. Quando si dice Hezbollah, però, si dice Siria e Iran. E quando si nomina l'Iran, da queste parti, le espressioni, e le prospettive, cambiano. La rapidità degli eventi - 48 ore dai primi colpi - lascia pensare che tutto fosse preordinato. Il pretesto, la decisione del governo di smantellare la "rete privata di comunicazione" del movimento. Hezbollah ora controlla Beirut Ovest, la parte musulmana, dopo aver disarmato gli avversari sunniti, favorevoli al governo, sotto gli occhi dell'esercito. Sono tranquilli, invece, i quartieri dei cristiani - erano loro, gli avversari nella guerra civile (1975-1990). La gente, qui, esce di casa. Gli stranieri, in attesa di sapere se stare o andare (e da dove), si scambiano telefonate e messaggi. L'ambasciata italiana avverte via sms di "rimanere in luoghi protetti e rendersi reperibili (che i telefoni siano carichi e ricevano)". Storie di ordinario disagio si mescolano a scampoli di normalità: gli impiegati bloccati negli uffici deserti; gli ospiti annoiati negli alberghi; la signora Mirella, che abita sopra un posto di blocco vicino alla statua di Hariri, ha dormito in bagno, il locale più interno della casa. Poi, c'è chi va in palestra e a giocare a bridge. A metà pomeriggio mi arriva un sms da Titti Colombo, una lettrice conosciuta in aereo, residente a Beirut da 22 anni, sposata a un libanese: "Abbiamo lasciato casa, siamo al sicuro in montagna, a Faraya. Appena fuori sembra tutto normale: c'è perfino roba nei supermarket. In città, dal porto in giù, è surreale". Uomini armati di Hezbollah nelle zone di Hamra, Karakol Druze, Mulla, Talet el-Khayat, Zaidaniyeh. La sede di Future TV a Rawshe "data alle fiamme da membri dell'opposizione" (eufemismo per dire: Hezbollah). Ragazzi con motorino e mitragliatore, pericolosamente euforici. Miliziani davanti all'hotel Monroe, alto e secco come un biscotto, dov'ero prenotato. Mi hanno messo invece all'hotel Gabriel, sopra piazza Sodeco, ma giovedì sera i carabinieri del Tuscania sono venuti a prelevarmi. Domani, altro trasloco. Questa città ipnotica non si stanca di farsi male. Ma poi reagisce, e stupisce, e cerca di far finta di niente. Vicino alle tendopoli di Hezbollah, in centro, recentemente hanno allestito una sfilata di moda. Giorni fa la zona di Dbayeh è diventata "la capitale della lingerie" (come documentato da Corriere.it). Ma in piazza dei Martiri - ricordo dell'impiccagione di cristiani e musulmani da parte dei turchi, nel 1915 e 1916 - hanno sparato alla statua dell'angelo, durante la guerra civile, e i fori dei proiettili sono ancora lì. C'è un verso di Kahlil Gibran che Robert Fisk, forse il giornalista che più conosce il Medio Oriente, ha usato come epigrafe in un suo libro: "Come potrò andare in pace e senza dolore? No, non senza ferite nello spirito lascerò questa città". Guardo Beirut dalla collina di Rabieh, profumata dalle gardenie. La città, nel sole del pomeriggio, ha la quiete ingannevole della primavera: più lineare di Napoli, meno verticale di Genova, più disordinata di Cagliari. A occidente, verso il mare, i quartieri sciiti; all'interno, quelli sunniti e misti. In fondo, l'aeroporto internazionale, da cui è cominciato tutto: rivolta o colpo di Stato. Se sia una cosa o l'altra, lo capiremo presto. Intanto, la città è quasi calma. Calma libanese. "LXXX Pizza Italians" rimandata a stasera. Come si poteva fare, a Beirut, se non così? www.corriere.it/italians www.beppesevergnini.com A volto coperto Un miliziano del Partito di Dio (foto Epa) In armi Esplosivi, meccanismi di innesco sofisticati e razzi sono arrivati dall'Iran. Secondo Israele, Hezbollah ha 40 mila missili, in grado di colpire l'intero Stato ebraico Kalashnikov è una delle armi di cui dispongono i guerriglieri, insieme a fucili d'assalto e lanciarazzi. Ma la loro specialità è costruire bombe.

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La crisi libanese (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE La crisi libanese Trent'anni di violenze Paese ferito Le prime due guerre La prima invasione israeliana del Libano risale al marzo 1978: al termine delle ostilità sarà dispiegata la missione Unifil. Nel giugno 1982 Israele torna a invadere il Sud del Paese.

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Beirut Ovest, il colpo di Stato di Hezbollah (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE Beirut Ovest, il colpo di Stato di Hezbollah I miliziani controllano la città. Assaltati tv e uffici del figlio dell'ex premier assassinato Hariri Gli uomini armati sciiti hanno vinto la prima battaglia, mentre l'esercito regolare è rimasto a guardare DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - La marcia su via Hamra. Divise mimetiche e fucili mitragliatori, un centinaio di miliziani Hezbollah ha sfilato davanti alle vetrine appariscenti. La strada dello shopping a Beirut Ovest è rimasta deserta, le poche auto fermate dai soldati filo-sciiti. Che in tre giorni di scontri (tredici morti e venti feriti) hanno preso il controllo di metà della capitale, i quartieri a maggioranza sunnita, dove i sostenitori del governo si sono arresi. Le strade di accesso all'aeroporto sono ancora bloccate. Uno dopo l'altro hanno colpito i simboli del nemico politico numero uno, Saad Hariri, figlio dell'ex premier Rafik, assassinato nel febbraio 2005. La sua televisione Futuro è spenta, un buco grigio sullo schermo, dopo che la sede è stata assaltata. Gli uffici del giornale sono stati bruciati. Lui è sotto assedio, chiuso nella villa (una granata ha colpito la recinzione), come Walid Jumblatt, il leader druso. O il premier Fuad Siniora e qualche ministro, protetti dall'esercito nel palazzo del governo. Hezbollah ha vinto la prima battaglia nella guerra dei telefoni. Il movimento filo-iraniano ha dimostrato la sua forza, mentre l'esercito regolare è rimasto a guardare. Gli uomini del partito di Dio hanno prima conquistato i palazzi degli avversari per poi consegnarli ai militari, che hanno preso posizione solo quando gli scontri si stavano riducendo. Asserragliati in casa come nei quindici anni di guerra civile, gli abitanti hanno cercato di fuggire verso zone tranquille o sulle montagne. Dove si sono riuniti in emergenza anche i sostenitori di Fuad Siniora. "Hezbollah aveva promesso che non avrebbe utilizzato il suo arsenale per il confronto interno ", commenta Nayla Moawad, ministro degli Affari Sociali. "è un colpo di Stato", attacca da Parigi l'ex presidente Amine Gemayel. "Il nostro non è un golpe", replica un portavoce del movimento guidato da Hassan Nasrallah. "Noi vogliamo proporre una collaborazione, loro vogliono monopolizzare il potere e limitare la nostra partecipazione. Tutto è cominciato con le decisioni del governo". Le decisioni sono quelle prese da Siniora (e definite una "dichiarazione di guerra" da Nasrallah) che ha bandito la rete telefonica di Hezbollah e cacciato il capo della sicurezza dell'aeroporto, accusato di aver permesso ai miliziani di organizzare un sistema di videosorveglianza attorno allo scalo. "Non torneremo indietro. è più facile che il governo rassegni le dimissioni", risponde Ahmad Fatfat, ministro dello Sport. In un messaggio video, due giorni fa, Nasrallah aveva attaccato Siniora: "La rete telefonica serve per tenere in contatto i nostri dirigenti e comandanti. Il premier ha voluto fare un favore a Israele e all'America. Ho detto che avremmo tagliato la mano che avesse ostacolato la resistenza, è venuto il giorno di mantenere quella promessa". Davide Frattini.

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Politica estera e fronte mediterraneo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE Diplomazie e polemiche Politica estera e fronte mediterraneo SEGUE DALLA PRIMA La linea ufficiale è quella del "cambiamento delle regole d'ingaggio" dell'Unifil. Ma nelle pieghe di questa parola d'ordine generica, nel centrodestra si fa strada la tesi di una sovresposizione pericolosa. L'incanaglimento della crisi mediorientale potrebbe essere sfruttata da palazzo Chigi per rivedere radicalmente la missione; e per renderla più incisiva. L'Italia deciderà con gli alleati: in primo luogo Francia e Germania, e verosimilmente anche Stati Uniti ed Israele. E questo provoca la reazione dell'estrema sinistra, pronta a chiedere il ritiro dei soldati se la missione cambia natura: anche se l'aveva difesa a spada tratta quando a governare era l'Unione. I margini di manovra del governo di Silvio Berlusconi sono circoscritti dagli impegni internazionali assunti nell'estate del 2006 dal centrosinistra con le Nazioni Unite e gli alleati europei. Ma la situazione è progressivamente peggiorata. Ci furono polemiche quando l'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema passeggiò tra le macerie della Beirut bombardata dagli israeliani con esponenti di Hezbollah, nemici giurati del governo di Gerusalemme. Il fatto che ora Berlusconi sottolinei l'alleanza con Israele, suona come una correzione vistosa della strategia dell'Unione. Ieri L'ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, ha proposto il ritorno in patria dei soldati italiani. La sua motivazione è che fino ad oggi l'Unifil avrebbe favorito il riarmo degli Hezbollah da parte della Siria e dell'Iran; e sarebbe stata guardata dagli israeliani come una forza quasi ostile. Eppure, a leggerle in filigrana le sue parole finiscono per suggerire il rafforzamento e non la fine della missione; di fatto, la sua metamorfosi per evitare che la crisi possa sfuggire di mano. Ieri il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha telefonato al premier libanese, Fouad Siniora, ed al presidente del Parlamento, Nabih Berri. L'incognita è se abbia ancora senso una presenza definita esclusivamente "di pace", mentre nelle strade di Beirut si susseguono scontri armati. Sono dubbi alimentati dalla confusione e dalla difficoltà di vedere una via d'uscita; e che si insinuano nello stesso Pd. Con una novità vistosa: ieri, Walter Veltroni ha sostenuto che in Libano le cose sono cambiate rispetto ad alcune settimane fa; e dunque sarebbe bene che il Parlamento italiano accertasse "se esistono ancora le condizioni per garantire la sicurezza dei nostri soldati". Insomma, Veltroni sembra non escludere nulla; e per questo raccoglie la reazione gelida di Frattini, preoccupato dalla prospettiva che si apra una polemica sul ruolo internazionale dell'Italia berlusconiana. Sul governo ritorna l'ipoteca di un fronte mediterraneo in fermento. Le tensioni fra il capo libico Muhammar Gheddafi e palazzo Chigi, alimentate formalmente dalla nomina a ministro del leghista Roberto Calderoli, sono un indizio. Dicono che il Pdl è esposto agli attacchi, anche strumentali, di chi nel mondo musulmano usa l'estremismo dei lumbard magari solo per giocare al rialzo. Calderoli si è scusato e Tripoli annuncia: "Il caso è chiuso". Ma la polemica indica che le parole sopra le righe, se dette stando al governo, pesano. E, anche senza volerlo, aiutano a screditare la politica estera italiana. Massimo Franco.

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Dall'Iran soldi, armi, strategie per un contro-potere in Libano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-05-10 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE L'alleanza Teheran usa i guerriglieri sciiti in Iraq e nelle azioni anti-Israele Dall'Iran soldi, armi, strategie per un contro-potere in Libano WASHINGTON - L'Hezbollah è un camaleonte, cambia pelle in base alle esigenze. Movimento di resistenza, partecipa al voto e usa il terrorismo, ha una politica estera, un apparato clandestino, una struttura economica attiva in ogni continente e riceve contributi esterni. Segue un'agenda locale - se potesse creerebbe una repubblica islamica - ma quando serve fa da sponda a chi lo ha tenuto a battesimo: l'Iran e, in misura minore, la Siria. Difficile non considerarlo "uno Stato nello Stato", semplicistico definirlo una marionetta di Teheran. Certo i miliziani, nati nell'82 in risposta all'invasione israeliana, non sarebbero cresciuti senza l'aiuto dei pasdaran iraniani e la copertura degli 007 siriani. I "guardiani" e i mullah battevano la periferia sud di Beirut, la parte meridionale del Paese e la valle della Bekaa, il triangolo geografico della comunità sciita. Un'opera di proselitismo resa agevole dai rapporti di clan che legano gli Hezbollah ai fratelli sciiti in Iraq e in Iran. Il partito è stato presto considerato come l'unico baluardo contro Israele. Ruolo e prestigio accresciuti dal ritiro israeliano dal Libano sud nel 2000 e dalla tenace resistenza opposta nel conflitto del 2006. Il movimento è divenuto una bandiera unendo le proprie doti (grande seguito popolare, mancanza di corruzione, impegno nel sociale) al patto con Teheran che, secondo stime Usa, ha fornito ogni anno 100 milioni di dollari per coprire parte delle spese Hezbollah. Un budget integrato dal "tridente economico" del movimento. 1) L'Asri, l'associazione per il sostegno alla resistenza islamica: ha uffici in tutto il mondo, amministra i fondi, alimenta attività economiche, controlla scuole e ospedali. 2) La Beit Al Mal, la banca dell'Hezbollah. 3) La Jihad Al Binaa: tecnici, geometri, ingegneri per la ricostruzione e le grandi opere. Tre istituzioni che hanno agito in stretto coordinamento con i mullah, pronti a fornire i mezzi ai figli prediletti. Un asse riproposto sul piano militare. L'Armata Qods, che assiste le fazioni filo-iraniane, ha garantito il supporto strategico. Dall'Iran sono arrivati esplosivi, meccanismi di innesco sofisticati e razzi. Secondo Israele, l'Hezbollah ha 40 mila missili, in grado di colpire l'intero Stato ebraico. Gli ayatollah hanno spedito aerei senza pilota, deltaplani a motore, mezzi per la guerra subacquea e missili anti-nave cinesi. Dal 2006, 4 mila miliziani si sono recati in Iran per corsi che hanno trasformato gli Hezbollah in guerriglieri abili nel costruire bunker e usare sistemi anti-carro. A loro volta i militanti hanno riversato il "sapere bellico" (soprattutto la costruzione di bombe) sui ribelli sciiti in Iraq e su Hamas. Un gesto di "solidarietà fraterna" e un favore al padrino khomeinista. Teheran non ha risparmiato risorse per l'apparato clandestino che protegge gli interessi dell'Hezbollah con una rete spionistica in Israele, linee di comunicazione in Libano, traffico d'armi. E serve anche gli obiettivi del-l'Iran, che in caso di crisi, può usare gli operativi del "servizio" (come i missili) per rappresaglie. Uomini dell'Hezbollah hanno compiuto di recente misteriose visite nei Paesi vicini. Potrebbero preparare azioni di ritorsione, compreso il sequestro di esponenti delle comunità ebraiche. Oggi il vero problema dell'Hezbollah è la sua forza. Il tentato golpe di Beirut è la conferma dei timori sunniti sulla creazione di un "arco sciita" che mette insieme Iran, Iraq e Libano. Guido Olimpio.

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Al cinema per capire Israele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-05-10 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Cineteca Per i 60 anni dello Stato ebraico un ciclo propone nuovi autori, da Zarhin a Zilberman Al cinema per capire Israele L'amore, il conflitto, le donne: in sala 11 film inediti e recenti A sessant'anni dalla fondazione dello Stato di Israele, arrivano all'Oberdan undici film recenti e inediti in Italia, selezionati dal Roma Kolno'a Festival e dal Centro Ebraico Italiano. In Israele si producono 10-15 film all'anno, che escono in sala con successo, e rispecchiano una realtà complessa in modo spesso critico e problematico. Il titolo inaugurale, questa sera alle 21.45, è il documentario "Watermarks" di Yaron Zilberman: nella Vienna intellettuale anni '30, sette donne ebree formano una squadra di nuoto: poi si disperderanno. La colonna sonora è del pianista jazz Uri Caine. Domani alle 11.45, a ingresso libero, "Souvenirs" di Shachar Cohen e Halil Efrat: un giovane regista va in Olanda alla scoperta della storia della Brigata Ebraica, ma anche dei due figli che il padre ha lasciato laggiù, prima di emigrare in Israele. Tra i film di fiction, il pluripremiato "Aviva My Love" di Shemi Zarhin (domani alle 19 e il 15 alle 21) è la storia di una giovane donna che lavora nelle cucine di un albergo e vuole diventare scrittrice. "Frozen Days" di Danny Lerner (domani alle 21) mostra una Tel Aviv inedita, dove una trafficante di droga assume l'identità della vittima di un attentato: i conflitti con i palestinesi sono sullo sfondo, ma il tono del film, secondo i curatori, è polanskiano e metaforico. Temi controversi spuntano anche nei corti, il 14 alle 18.45: in "La moglie di Cohen" l'ebrea ortodossa Rivki rischia di perdere il marito solo perché è stata violentata. Come già mostrava "Kadosh" di Amos Gitai, gli integralismi non stanno da una parte sola. Alberto Pezzotta Da oggi al 15, Oberdan, v.le Vitt. Veneto 2, e 5-2, tessera € 3 REALTà Il documentario "Bridge over the Wadi" di Barak e Tomer Heymann in programma giovedì 15.

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La mano dei padrini di Teheran (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-05-10 num: - pag: 36 autore: di ANTONIO FERRARI categoria: REDAZIONALE DIETRO GLI SCONTRI A BEIRUT La mano dei padrini di Teheran SEGUE DALLA PRIMA Dietro il colpo di mano degli sciiti dell'Hezbollah, che il governo filo-occidentale di Fuad Sinora accusa di "golpe", si allunga sinistra l'ombra dell'Iran, che protegge, finanzia, rifornisce di armi, ma soprattutto alimenta e istiga le ambizioni politiche ed egemoniche di quello che considera il proprio avamposto sul Mediterraneo. E' difficile dire se questa sia la vigilia di un altro tragico conflitto fra libanesi, ma certo quella che il Paese sta vivendo ha l'aria di una sanguinosa prova generale. Una corsa verso il baratro. Infatti, a forza di spallate e di provocazioni, che si susseguono ormai da mesi, il rischio di un'esplosione devastante si è moltiplicato. Par di rivivere quanto accadde nel 1984, quando le milizie sciite e i drusi, allora alleati, rioccuparono Beirut Ovest, aumentando la temperatura della guerra civile. Oggi, vi sono però due sostanziali differenze. Allora gli sciiti erano guidati da "Amal", cioè dai moderati, mentre adesso il potere è nelle mani dell'Hezbollah; mentre i drusi di Walid Jumblatt, allora su posizioni radicali, si sono trasformati nei più convinti sostenitori di Sinora. E poi il controllo del "partito di Dio" sulla capitale (porto e aeroporto compresi) si è spinto anche nel centro della città, dove si trovano le sedi delle principali istituzioni del Paese. Hezbollah, che ha due anime apparentemente contraddittorie, con un solido partito politico e una milizia che non ha mai accettato di deporre le armi, accusa il governo di aver vanificato tutti i tentativi di riconciliazione. Di aver deciso di chiudere la tv degli sciiti e di non volere un esecutivo di solidarietà nazionale, dove in sostanza l'opposizione conterebbe quanto la maggioranza, con diritto di veto. Ma tutto ciò odora di pretesto. Il vero motivo della rivolta lo ha spiegato il leader del movimento sciita Hassan Nasrallah, quando ha attaccato coloro che chiedono di cambiare le regole di ingaggio dei contingenti dell'Unifil (l'Italia ha 2.400 soldati). In sostanza, significherebbe che i Caschi blu potranno non soltanto garantire il rispetto della tregua alla frontiera fra il Sud del Libano e Israele, che regge dai tempi della guerra del 2006, ma intervenire per disarmare i guerriglieri, come imponeva una risoluzione (non rispettata) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Hezbollah sarebbe un atto ostile, con conseguenze gravi e prevedibili. Per i suoi padrini di Teheran, un affronto intollerabile. La strategia degli ayatollah sembra quindi sufficientemente chiara: rendere difficile, se non impossibile, il lavoro dei contingenti internazionali dell'Unifil, per scoraggiarne la presenza, e quindi riprendere gli attacchi a Israele. Attacchi che l'Iran continua a minacciare, puntando sull'incubo di poter presto diventare una potenza nucleare. Possibilità che non turba soltanto lo Stato ebraico, ma la maggioranza dei Paesi sunniti della regione. Ad eccezione della Siria, che è il più fedele alleato dell'Iran, che continua a considerare il Libano un proprio protettorato, e che ieri gli Usa hanno ammonito, accostandone le responsabilità a quelle di Teheran. Ecco perché l'ennesimo appuntamento, previsto martedì, per eleggere il presidente della Repubblica, vacante da novembre, suona beffardo. L'unico candidato, il generale Michel Suleyman, ha il consenso di tutti ma non può essere eletto, se prima non si cambiano i poteri del governo. Beirut somiglia al ponte del Titanic, ed è comprensibile che l'Italia abbia già preparato un piano per evacuare, dal centro della capitale, i nostri connazionali. \\ Il vero motivo della rivolta è la richiesta di cambiare le regole di ingaggio dei contingenti dell'Unifil.

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<Do voce a Cleopatra e Isotta, il sogno della mia vita è la Callas> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-05-10 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Santa Cecilia Il soprano lituano Violeta Urmana canta le eroine di Berlioz e Wagner "Do voce a Cleopatra e Isotta, il sogno della mia vita è la Callas" Amore e morte, Egitto e Cornovaglia, il veleno dell'aspide e il filtro d'amore, deserti e mare aperto, Berlioz e Wagner, Cleopatra e Isotta in un colpo solo: non ha paura dei contrasti il soprano lituano Violeta Urmana, che passa con disinvoltura dalla terribile Lady Macbeth ai teneri accenti di Tosca e Aida in una vita molto simile a un romanzo. Lasciato il suo paese, ormai si è acclimatata al sole italiano sotto il quale si è sposata con il tenore pugliese Alfredo Nigro. La cantante oggi alle ore 18 interpreterà la "scène lyrique" di Berlioz "La morte de Cléoptre" e la morte d'Isotta dal "Tristano e Isotta" di Wagner con l'Orchestra di Santa Cecilia, diretta dall'israeliano Pinchas Steinberg; completa il programma il poema sinfonico "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (repliche lunedì ore 21, martedì ore 19.30). "Cleopatra e Isotta? Sono due brani fatti di continui cambiamenti d'atmosfera per i quali bisogna trovare una serie infinita di colori nella voce, ma mantenere sempre un'enorme colonna di suono per non farsi inghiottire dall'orchestra gigantesca: "ertrinken", fersinken", (affogare, inabissarmi ndr.) come dice Isotta - scherza la cantante, che ha debuttato nel Tristano quattro anni fa proprio a Santa Cecilia diretta da Chung, con un consenso clamoroso - . Cleopatra è ancora immersa fino al collo nella vita, fino a quando viene morsa improvvisamente dall' aspide e allora l'orchestra sussulta e la musica imita il battito del cuore che si spegne a poco a poco. Isotta invece è un personaggio irreale, trascendente, che esala il suo ultimo lungo respiro dilatato nel tempo". La Urmana in luglio canterà per la prima volta in scena tutto il "Tristano e Isotta" nel corso di una tournée in Giappone dell'Opéra Bastille diretta da Semyon Bychkov ma il suo vero amore è il belcanto e in particolare "Norma" di Bellini (il suo compositore preferito), altro titolo "monster" che ha già eseguito con enorme successo a Dresda in forma di concerto e interpreterà in scena nel 2010: "Amo la mia voce quando faccio il belcanto fraseggiando in modo lirico e disciplinato, ma trovo molta difficoltà a impormi con questo repertorio a causa delle gelosie di critici e cantanti - racconta - . Il mio destino è dare fastidio perché, avendo studiato prima come mezzosoprano per poi passare al repertorio da soprano, ho delle carte in più rispetto alle altre cantanti, che mi permettono d'affrontare un ruolo come quello di Cleopatra con molte note gravi ma anche difficili scalate verso l'acuto. M'invidiano sia quelle che cantano solo "su" che quelle che cantano solo "giù", e tempo fa hanno addirittura provato ad avvelenarmi durante un concerto. Quando sono uscita dieci secondi per bere un sorso d'acqua dietro le quinte, c'era penombra e non mi sono accorta che nel mio bicchiere avevano messo del detersivo per piatti. Ho avuto i riflessi pronti per sputare subito perché altrimenti le mie corde vocali si sarebbero danneggiate, forse per sempre". Bellini e la Callas sono i due fari che illuminano il suo percorso artistico, colleziona tutti i libri pubblicati sulla "divina" e possiede addirittura una coppia di bigodini utilizzati dal mitico soprano con ancora intrecciato qualche capello. Il sogno segreto? ""Sonnambula", l'opera che mi ha fatto scoprire la Callas, di cui adoro ogni nota, ogni coro - conclude con un sorriso di sfida - . è un desiderio che non si realizzerà, ma prima o poi quando nessuno se lo aspetta canterò l'aria di Amina come bis in un mio concerto e forse risparmierò la cabaletta a tutti quelli che moriranno d'invidia". Marco Andreetti Santa Cecilia, Parco della Musica, viale de Coubertin, ore 18, tel. 06.8082058.

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<Vi spiego perché ho bruciato le bandiere> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-05-10 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Dentro la protesta La strategia degli antagonisti: così parlano di noi "Vi spiego perché ho bruciato le bandiere" Un autore dei roghi: ora l'attenzione è sulla Palestina. E potremmo farlo di nuovo DAL NOSTRO INVIATO TORINO - Ce n'era anche una americana, misteriosamente sfuggita al conteggio. Al corteo del Primo maggio, Fabio B. ha tenuto il conto della bandiere bruciate da lui e dai suoi amici, e il giorno dopo, quando ha letto i giornali, si è stupito. Tre con la stella di David, giusto. Ma quella a stelle e strisce non l'ha vista nessuno? "In pochi. Evidentemente, per i media in quel momento contava soltanto quella di Israele. Ogni anno, in quel giorno, bruciamo le bandiere, e ogni anno voi ci cascate". Era tutto nel conto, tutto previsto. Dietro alle immagini che inevitabilmente fanno sempre il giro di mezzo mondo, molto spesso non c'è una rabbia vera, ma un calcolo preciso. "Con un accendino e qualche bandiera ottieni un effetto mediatico che non avresti in nessun altro modo". Questa volta, poi, è andata alla grandissima. Un successo di pubblico e critica che ha superato ogni più rosea aspettativa. "è stato una specie di G8 mediatico. Ci avete dato un sacco di attenzione. Non mi aspettavo una cosa così massiccia. Ci hanno accusato di antisemitismo, e non fa mai piacere. Però siamo riusciti a portare l'attenzione del mondo intero sui resistenti palestinesi. Missione compiuta". A questo punto, la manifestazione di oggi potrebbe essere soltanto un orpello podistico. Il più è fatto. "Bruciarne qualche altra? Lo abbiamo già fatto. Comunque può succedere, se si fa avanti qualcuno che vuol dare fuoco ad una bandiera israeliana di sicuro non lo fermiamo, ci mancherebbe altro. Nient'altro, però. La nostra provocazione deve essere gestita bene politicamente. Gli scontri non aiuterebbero nessuno". Fabio ha un curioso ciuffo da rockabilly che gli scende sugli occhi, una felpa nera con scritta minacciosa - un Kalashnikov sormontata dalla scritta "il miglior suono della rivoluzione " - stampata, prodotta e venduta dal suo Collettivo universitario. Lui ci tiene a precisare che si tratta di un paradosso, buono per essere stampato su una maglietta. è un ragazzo di 23 anni che sorride molto, capace di ironizzare anche su se stesso. Siede al bar di fronte a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, con l'aria appagata di chi ha quasi finito un lavoro. Genitori di sinistra, non entusiasti della sua militanza attiva, così lui la definisce. Gioca in casa, non disdegna le trasferte. Quando non è la facoltà di storia sono i centri sociali torinesi, e poi c'è Free Palestine, la Val Susa, il G8 di Rostock, le proteste a Parigi contro il Cpe di Chirac. Praticamente un lavoro a tempo pieno, che gli vale anche l'attenzione della Digos cittadina. "L'esperienza più bella è stata la Valsusa. Una vera lotta popolare, noi studenti, gli abitanti, tutti insieme con un unico obiettivo da raggiungere, attraverso la pratica del conflitto. Bello, davvero bello". Il suo entusiasmo si mischia ad un linguaggio protomarxista che ogni tanto si fa difficile, ma comunque rivela cultura, libri letti, voglia di capire il mondo. "Cerchiamo di fare una analisi del presente, per capire quali sono i nodi da affrontare in un discorso di critica e contrapposizione che può anche esulare dalla legalità". Si può non condividere, è certamente un po' contorto, ma fino a qui tutto tutto normale, o quasi. Persino la strategia mediatica della bandiera bruciata ha un suo senso, visti gli innegabili risultati. "è la società dello spettacolo, no? Contano le immagini più dei contenuti". Ma quando si parla di Israele, e di Stati Uniti è come agitare un drappo rosso davanti a un toro. Il linguaggio cambia, si fa molto più diretto e brutale di quanto non lo sia nei volantini, già piuttosto espliciti. Premesso che lui e i suoi compagni sono contro ogni razzismo, quindi anche contro l'antisemitismo, detto questo si comincia: "Israele e America sono i peggio criminali che esistono. Sono imbevuti di ideologie e culture sbagliate, che corrompono chiunque. Uccidono, bruciano, distruggono, umiliano. Non solo i palestinesi, ma anche gli afgani e gli iracheni, i popoli africani, tutti. Sono il male assoluto". Beninteso, aggiunge Fabio al termine della tirata, si parla dei governanti, e non delle rispettive popolazioni, "criticare è un diritto". Certo, si capisce. Ma non ti sembra di esagerare, che ci siano delle sfumature? "No". I suoi compagni lo chiamano, sta per cominciare il seminario sulla Palestina. Dalle 15 alle 21, sei interventi, dibattito, workshop. "Una mattonata" dice. "Utile però a ribadire i crimini di Israele. Cercherò di non addormentarmi ". Cosa non si fa per la causa. Marco Imarisio.

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Quel pessimismo dei giovani scrittori (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-05-10 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Dalla Fiera di Alessandro Piperno Quel pessimismo dei giovani scrittori R iparto da dove ho lasciato: da Israele sismografo del mondo, e da Aharon Appelfeld. Con il quale frattanto ho fraternizzato di fronte a una tazza di caffé. Mi ha raccontato di quando incontrò Hanna Arendt. Di quanto trovò detestabili le sue idee su Eichmann ("Il male non è banale, il male è diabolico!"). Mi ha rivelato quanto fosse difficile per lui vivere in un Israele appena fondato: così pieno di socialisti, di atei, scontenti del suo modo ossessivo di scrivere sull'Olocausto. Tutti là a dirgli: "Ora siamo in Israele. Basta con i brutti ricordi. Con i piagnistei. Con il passato miserabile. Abbiamo in mente una tipologia ebraica del tutto rinnovata: l'ebreo forte, l'ebreo che non ha paura!". Allora gli ho chiesto come si trovasse nell'Israele di oggi e lui mi ha detto che gli dispiaceva che nei ragazzi serpeggiasse l'indifferenza. I ragazzi appunto. è il loro turno anche alla Fiera. Dopo l'apertura dei grandi vecchi - gente tosta, determinata ma anche fragile fin quasi al sentimentalismo - è la volta delle nuove leve. Ne girano di voci sulle nuove generazioni israeliane. Si dice che per loro il grande sogno sionista non rappresenti più nulla. Che il disfattismo gli abbia conquistato cuori e rammollito i corpi. Che non facciano più il servizio militare con la dedizione dovuta. Che i più vili emigrino in altri Paesi, e che agli altri non resti di meglio che rifugiarsi nel cinismo, nell'edonismo, nel nichilismo. Luoghi comuni? Dicerie? Bah, quello che so è che ti basta aprire un libro di un nuovo narratore israeliano per essere investito da questo strano stato d'animo. Ho in testa tre nomi: tutti presenti alla fiera. Ron Leshem, Etgar Keret, Sara Shilo. Si tratta di scrittori tra loro distantissimi (anche da un punto di vista anagrafico) che tuttavia danno conto di una specie di controesodo emotivo. In mezzo ai militari di Leshem, così come in mezzo ai giovani debosciati di Keret, per non dire della famiglia descritta nel romanzo di esordio dalla Shilo avverti un'atmosfera di pericolo incombente. è come se il futuro fosse stato semplicemente abolito a vantaggio di un'interminabile presente, a tratti comico, a tratti drammatico, a tratti grottesco: in ogni modo per nulla promettente. Cosa sono questi libri? La cronaca di una dismissione? Israele destinata a un conflitto eterno? O persino alla distruzione? Ieri Benny Morris, il grande storico del conflitto mediorientale, ha detto: "Neppure mio figlio vedrà la pace!". In fondo il pessimismo non è che la riserva più tetra e sconfortante degli intelligenti. \\ In tre autori tra loro diversissimi il senso di pericolo incombente.

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Ebrei di destra e di sinistra restano lontani (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 111 del 2008-05-10 pagina 29 Ebrei di destra e di sinistra restano lontani di Fiamma Nirenstein Nella sala azzurra non c'è che un'ora per chi presenta un libro, tre minuti prima che scocchi arriva una signorina a annunciarti che devi sgomberare, ci fossero anche dieci relatori a discutere le sorti del mondo. Ieri eravamo in quattro alle diciotto, il famoso demografo professor Sergio Della Pergola arrivato fresco da Israele, un altro famoso demografo, il professor Livi Bacci, Gad Lerner e io. Un libro politico, pieno di cifre che devono alla fine far scaturire per forza un'opinione politica, per un sì o per un no. Le sorti del mondo, comunque le devi determinare in un'ora secca, fino alle diciannove, hai pochi minuti. Lerner e io eravamo reduci da uno scontro legato alla sua trasmissione L'Infedele, poi placatasi, come ha detto Lerner "per la mia itcansut ("convergenza" o "rientro" in ebraico, parola che definisce il ritiro dei settler da territori occupati) per consentire a tutti di partecipare". Il libro di Della Pergola - Israele e Palestina, la forza dei numeri (Il Mulino) - racconta bene l'intera storia dell'area, e sostiene che la crescita demografica dei palestinesi e degli arabi israeliani costringerà senza remissione Israele a rinunciare ai territori se vuole vivere in pace. È un'idea che in pratica suggerisce in altra forma il tema di land for peace, pace in cambio di terra, proprio quello che Israele ha sempre cercato di attuare senza mai ottenere altro che violenza in cambio. Non c'è tempo per un vero dibattito, e forse è giusto così: grande è il mare che ci separa, è la percezione stessa dei temi che è così diversa. Della Pergola e Livi Bacci riportano i contenuti del libro, ma Lerner e io esprimiamo visioni di Israele, e quindi del mondo e dell'ebraismo, che sono lontane, molto lontane, nonostante ambedue si desideri la stessa soluzione, due stati per due popoli. Oggi il mondo ebraico è ancora molto diviso su come valutare quello che è accaduto in questi anni di tentativi di conferire ai palestinesi spazio, terra, autonomia. Lerner esprime un'idea dell'ebraismo che ha a che fare con la tolleranza, la mescolanza delle etnie e delle culture, con l'idea di esilio, di diaspora e di meticciato, vede nella sua origine e nella storia della sua famiglia un'esortazione al cosmopolitismo. Io vedo il cosmopolitismo come una ricchezza da superare, amo l'idea di una casa piccola ma adatta alla mia famiglia, a rispecchiarne la cultura e a proteggerla. Mi piace che Israele abbia ricondotto a unità le maree di lingue e colori diversi provenienti dai quattro angoli del mondo, mi piace il respiro dell'identità forte che ha creato il monotesimo, la sua costruzione esclusiva della tradizione giudaico-cristiana della democrazia e dei diritti umani, l'identità rimasta salda per millenni aspettando di tornare a casa e ripetendoselo tutti i giorni. Gad esprime l'idea che la cultura dell'odio e del terrore sia uno dei tanti fattori che influenza lo scenario mediorentale. Io penso che se essa fosse stata sanzionata senza pietà saremmo più vicini alla pace e capendone la dimensione letale, da Hamas agli Hezbollah che in queste ore funestano di nuovo il futuro del Medio Oriente tutto, il tema land for peace sarebbe più pertinente. Oggi, è soltanto una pia illusione pensare che cedendo ancora terra si faccia il bene di Israele. Resta fra noi una grande distanza. Forse, speriamo, è l'inizio di una discussione. Forse no. Tutti applaudiamo quando Sergio Della Pergola si dispiace che alla nostra discussione non fosse presente anche un palestinese, e auspica che alla prossima discussione alla Fiera del Libro ci si possa sedere insieme. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Ron Leshem: <I miei soldati sono tutti prigionieri> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 111 del 2008-05-10 pagina 29 Ron Leshem: "I miei soldati sono tutti prigionieri" di Marina Gersony da Torino "Mi hanno invitato a parlare con Dario Fo sul conflitto israelo-palestinese. Ho dovuto declinare. Non me la sentivo di discutere per un'ora su un tema così esplosivo davanti a un pubblico ansioso di risposte e certezze. L'argomento lo conosco bene ma è troppo complesso per essere affrontato in tempi brevi. Il confronto con un Nobel mi lusinga e senz'altro mi piacerebbe incontrarlo a quattr'occhi. Alla Fiera però vorrei limitarmi a parlare del mio libro". Ron Leshem è sbarcato ieri a Torino. Nato nel 1976 a Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, attualmente è il numero due al Canale 2 della tivù israeliana. Molto noto all'estero, lo è meno in Italia. Per ora. In Israele è diventato famoso grazie ai suoi reportage sull'Intifada ma è il suo libro Tredici soldati (Rizzoli, pagg. 378, euro 17, traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi) - da cui è tratto il film Beaufort di Joseph Cedar, vincitore dell'Orso d'Argento al festival di Berlino 2007 - a conferirgli il meritato successo. È un libro scomodo e duro che descrive la difficoltà di avere oggi vent'anni in Israele, in bilico perenne tra rimozione della realtà e urgenza di viverla. Come quando ti mandano sulle alture del Libano meridionale in terra di Hezbollah. E tu ragazzo, e altri come te, diventi bersaglio di un razzo e diventi carne da macello. Capita così, in un giorno qualsiasi, che la tua testa rotoli giù nel Litani, quello che chiamano il fiume della convivenza... Come vivono i giovani israeliani il conflitto israelo-palestinese? "Siamo tutti intrisi di pregiudizi. Tuttavia, come me, moltissimi giovani si confrontano sulla questione. Comunichiamo via Internet, la sera. Parliamo tra noi, gente che proviene dall'Iran, dalla Siria o dalla Palestina, gente anche lontana che sarebbe impossibile incontrare altrimenti. Parliamo, discutiamo e dissentiamo, ma teniamo il dialogo vivo. Abbiamo gli stessi problemi, vediamo gli stessi film, ascoltiamo la stessa musica, indossiamo gli stessi vestiti. Dovremmo essere nemici? Ho tenuto delle lezioni di giornalismo in Inghilterra. C'erano studenti iraniani ed egiziani. L'incontro si è prolungato per ore. È stato molto stimolante. E utile". Anche gli scrittori hanno un ruolo importante in questo senso. "Io rappresento solo me stesso. Posso tuttavia dire che la maggior parte degli scrittori ebrei-israeliani sono molto sensibili alla pace e cercano un dialogo in tutti i modi". Lei ha incontrato David Grossman? "È una storia molto dolorosa. Mi aveva telefonato per complimentarsi del mio libro. Ero emozionato. Ricordo che mi disse che non voleva farlo leggere a sua moglie perché il loro figlio in quel momento era in Libano. Non riesco ancora a credere che una decina di mesi dopo sia morto. Ho incontrato Grossman il mese scorso a Parigi. Sono scioccato dalla serenità, dalla forza e dalla sensibilità con cui parla di suo figlio. Non teme di affrontare l'argomento". Lei scriverà ancora di questi temi? "A breve lascerò la tv per dedicarmi completamente alla scrittura. Ho già firmato un contratto per tre libri. Ne avrò per i prossimi anni... ". m.gersony@tin.it © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Olocausto e dialogo con gli arabi ecco il nuovo cinema di tel aviv - daniela persico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXII - Milano Olocausto e dialogo con gli arabi Ecco il nuovo cinema di Tel Aviv All'Oberdan da oggi al 15 la Cineteca ospita una decina di film esempio del fervore culturale di quel paese La festa per i sessant'anni dalla nascita dello Stato israeliano tra animazioni e cultura DANIELA PERSICO Non serve l'anniversario di uno Stato per parlare della sua situazione cinematografica, anzi rischierebbe di apparire soltanto il momento obbligato per celebrare il cinema della nazione. Per questo potrebbe sembrare non necessario sovrapporre le celebrazioni in corso per i sessant'anni di Israele all'effettiva fioritura del suo cinema, resa manifesta proprio nell'ultimo periodo. Tuttavia le due istanze coincidono: una ricorrenza politica e un fervore culturale rinnovato. Specchio della produzione cinematografica israeliana è da anni il Roma Kolno'a Festival, manifestazione di cinema israeliano e di argomento ebraico organizzato e prodotto dal Centro Ebraico Italiano-Il Pitigliani di Roma. Ma quest'anno anche la Cineteca Italiana offre uno spazio milanese al festival che ha riunito sotto il nome di "Nuovo cinema israeliano", una decina di titoli significativi, in proiezione allo Spazio Oberdan da oggi al 15 maggio. Si tratta di film che ben manifestano le dinamiche nazionali, sospese tra storia, tradizione e tensioni sociali. Ci sono i corti dei promettenti registi della Ma'ale' School, che parlano in maniera inedita della religione ebraica (14 maggio, ore 18.45), i documentari di chi vuole ricordare l'Olocausto, come l'intimo Souvenirs su un gruppo di nuotatrici viennesi che si scontrerà con il nazismo (domani, ore 11.45, ingresso libero), e quelli di chi cerca un dialogo con la Palestina, come in Bridge over the Wadi dove si testimonia l'esperienza della prima scuola in territorio israeliano aperta ad alunni ebrei e arabi. Particolare attenzione va prestata a My father, my lord di David Volach (14 maggio, ore 21), una piccola ma importante scoperta per il cinema israeliano. Un racconto morale narrato da un occhio lucido e sofferente, infantile e maldestro, ispirato e commovente. Un uomo religioso dedica la sua vita allo studio della Torah e ha come unico desiderio che il figlioletto segua i suoi insegnamenti. Il bambino osserva il mondo con uno sguardo innamorato e pieno di stupore, ma riserva lo stesso incanto sia per la statura etica del padre che per il sorprendente mondo animale (dal cane che non lascia il padrone all'uccellino che nutre i suoi piccoli). Sarà proprio lui la vittima innocente per uno scherzo del destino, che getterà il padre in una profonda crisi religiosa. Senza facili vie d'uscita, il film rilegge la tradizione ebraica ritornando con forza al tema del padre, ma anche spingendoci verso una riflessione dolorosa (e tutt'altro che accomodante) sul destino umano.

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Al castello concerti e dibattiti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXII - Milano La celebrazione Al Castello concerti e dibattiti Letteralmente significa "Giorno dell'Indipendenza". Perché fu a Yom Ha'azmaut che il primo ministro David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Che quest'anno compie sessant'anni e che questa volta la comunità di Milano ha voluto celebrare in grande, con una festa al Castello Sforzesco aperta per la prima volta in modo ufficiale a tutta la città. L'appuntamento è per domani dalle 12 alle 19 nel Cortile della Rocchetta, tra stand, libri, musica, balli, animazione per i bambini e degustazioni di piatti tipici israeliani. Alle 16.30 un dibattito per la presentazione del numero speciale che "l'Europeo" ha dedicato a Israele a cui parteciperanno anche Lizzie Doron e Sara Shilo, due scrittici ospiti della Fiera del libro di Torino. Ed è proprio pensando alle contestazioni e alle polemiche legate alla manifestazione che il presidente della comunità ebraica Leone Soued dice: "Abbiamo voluto organizzare una grande festa per condividere questo appuntamento importante con tutta Milano. Mi auguro che rimanga una festa". Alle 17.30 un concerto con musiche che ripercorrono la storia di Israele dai salmi fino a oggi. Le celebrazioni continueranno fino al 2009: lunedì ci sarà un convegno sulla poesia e, a luglio, dj e vj israeliani si daranno appuntamento per uno spettacolo in piazza del Cannone. (a.g.).

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Torino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Il termine "boicottaggio culturale" mi suona come un ossimoro TORINO Etgar Keret è un essere metropolitano. In fotografia, è vestito come un artista newyorkese off-off, il suo film Meduse, premiato a Cannes con la Camera d'Or per le opere prime, viaggia "a metà tra il sogno e la favola urbana", e del resto tutto il suo lavoro letterario si muove in maniera veloce e schizzata nella meta-realtà: racconti brevi sempre surreali e pungenti come aculei, perché raccontano per paradossi com'è la vita in Israele per un quarantenne cresciuto tra contemporaneità assoluta (high tech, musica, cultura, viaggi) e guerre, intifade, bombe sugli autobus e insicurezza. Il tema della morte, ad esempio, ha un grande spazio: nell'aldilà c'è una sorta di pianeta solo per suicidi, da un lato i kamikaze arabi, dall'altro i depressi; in un altro racconto invece, soldati uccisi continuano a interloquire con i loro compagni di reparto. Lontani apparentemente dai conflitti troviamo un prestigiatore che dal cilindro estrae un coniglio senza testa; un signore identico a un formichiere e per questo esiliato dalla comunità; animali pensanti e maltrattati; ragazze restie a farsi aprire la camicetta perché nascondono segreti inguardabili; ragazzi desideranti ma poi, spaventati dalle donne, pronti a decidere che, per non restare soli, è meglio prendersi un cane. Insomma ansie, disagi, fatica di vivere, assurdità: il tutto con molta calma però, il massimo del cool. Tutti i suoi libri pubblicati in Italia da e/o, dal primo Pizzeria Kamikaze, all'ultimo, Abram Kadabram, sorridono amari, sarcastici, ma guai alla disperazione, all'urlo: tutto è all'insegna del "non c'è problema". Signor Keret lei si trova qui alla Fiera di Torino tra tanti altri scrittori israeliani, tutti ospiti d'onore della Fiera del libro, in occasione del 60° anniversario dello Stato di Israele: qual è il volto di Israele che porterà con sé? "In questa Fiera finalmente avremo la possibilità di mostrare che Israele ha molte facce. Nel passato lo Stato ebraico, con la sua concezione di "melting pot", aspirava a una società omogenea, organica. Ora possiamo celebrare le nostre differenze e le nostre culture multiformi". Ma lei, quale aspetto della letteratura israeliana rappresenta? "Non credo di rappresentare nessun gruppo etnico. Piuttosto la voce di tutti gli outsider, di coloro che non hanno mai veramente trovato una loro appartenenza". Perché sempre racconti brevi, anzi brevissimi? Sarà mai la volta di un romanzo? "Tutte le volte che inizio un racconto penso davvero si tratti di un romanzo, ma dopo due pagine l'ho finito. Se posso usare una metafora, le mie storie hanno un'intensità che le rende simili a esplosioni, e credo sia impossibile scoppiare lentamente". I suoi genitori sono due sopravvissuti alla Shoah. In che modo questo l'ha cambiata, in che modo ha influenzato le sue scelte narrative? "Ho imparato dai miei genitori che il nostro mondo e la nostra civiltà sono molto fragili: possono andare in pezzi in qualsiasi momento. Essendo sopravvissuti alla Shoah mio padre e mia madre mi hanno sempre insegnato a credere nella potenziale gentilezza del genere umano: mi hanno detto che, anche nelle realtà più aspre, hanno ancora incontrato generosità e coraggio". Nei suoi racconti c'è sempre Israele. Un'Israele dipinta però come un luogo surreale: perché, che cosa ci vuole dire? "Non voglio dire nulla di particolare, solo mostrare il mondo così come lo percepisco. Bello, pazzo, imprevedibile. Vedo le mie storie come delle piccole pubblicità della vita. Non necessariamente quella che viviamo veramente, ma la vita che dovremmo vivere". Uno dei suoi obiettivi a volte sembra sia rompere i tabù del suo Paese, la morte di Rabin (in un racconto si chiama così un gatto ucciso da un motorino), la Shoah, i soldati morti in guerra. è così? "Non voglio spezzare nessun tabù, solo trovare un sentiero che mi metta in una relazione intima con quelle memorie nazionali. La memoria di uno Stato ti pietrifica, mentre è quella personale che ti fa piangere. I miei protagonisti combattono per questa intimità. E lo faccio anche io scrivendo le mie storie". Ho letto che lei non lascerebbe mai Israele, anche se capisce chi lo fa. Di cosa non potrebbe fare a meno? "Prima di tutto, in assoluto, della lingua. Come scrittore vivi dentro una lingua, esattamente come in uno spazio. Per me, che sono un autore, è un enorme privilegio abitare all'interno di un meraviglioso miracolo, una lingua che è al tempo stesso antica e moderna". Lei porta all'estremo la situazione israeliana, i suoi paradossi: come si rapporta agli scrittori israeliani, Yehoshua, Oz, Grossman, così più intimisti, così in cerca di normalità, di universalità? "Amo i loro libri, sento che è fantastico avere una scena letteraria così diversificata da contenere il loro stile tanto quanto quello di Sayed Kashua o il mio. Penso che se loro offrono delle risposte, il mio ruolo socratico, nel panorama narrativo del futuro, è quello di porre più domande". Yehoshua l'ha criticata perché non prende posizioni politiche. "Io le prendo, ma Yehoshua chiede nettezza, mentre le mie posizioni come scrittore e saggista contengono dell'ambiguità. Molti pensano che la politica non possa convivere con l'ambivalenza. Invece io credo che la crisi mediorientale non troverà mai un'uscita se non accettando di convivere con molte sfaccettature". Ha vinto la Camera d'Or. Che relazione c'è tra scrivere e fare cinema? "Scrivere è come parlare, nel fare un film invece si ascolta. Amo l'aspetto collaborativo del cinema. Scrivere è meraviglioso, ma solitario. Mi piace di poter rompere la solitudine e collaborare con gente capace di tanto in tanto". Molti scrittori arabi e alcuni uomini di sinistra hanno deciso di boicottare la Fiera perché Israele è l'ospite d'onore: come vive gli attacchi a Israele? "Non credo in alcun tipo di boicottaggio. Sono solo il dialogo e le argomentazioni a farci fare dei passi in avanti. I boicottaggi portano solo stagnazione. Il termine "boicottaggio culturale" mi suona come un ossimoro. Non ci può essere niente di culturale, di intellettuale, in un boicottaggio".

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Cultura Infine, oggi gli interessi che Israele si è rassegnato a servire quasi incondizionatamente, ... (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Infine, oggi gli interessi che Israele si è rassegnato a servire quasi incondizionatamente, in nome della propria sicurezza, sono quelli dell'Occidente filoamericano. Da sessant'anni, questo duplice aspetto (emancipazione da un lato, colonizzazione dall'altro) non ha mai cessato di viziare tutti i dibattiti e di giustificare le iniziative più bellicose. Come si sa e si ripete spesso, l'origine dello Stato israeliano risale alla celebre dichiarazione di un ministro britannico, Lord Balfour, in favore della creazione di un "focolare nazionale ebraico". Si sa anche che senza la Shoah le Nazioni Unite non avrebbero accettato la spartizione della Palestina in due Stati; e che dopo quella decisione gli Stati arabi, molto più dei palestinesi, ancora privi di una società strutturata, hanno opposto un rifiuto drastico e costante al principio stesso dell'esistenza di uno Stato ebraico. Le prime vittorie israeliane su tutti gli eserciti arabi coalizzati hanno provocato un senso di umiliazione inalterabile, cementando un risentimento comunitario e favorendo il nazionalismo arabo sotto la guida del colonnello egiziano Nasser. Ma un momento storico di cui si parla più raramente è il 1956, con l'evento che ha cristallizzato il nazionalismo arabo e anti-israeliano: la spedizione destinata in principio a punire Nasser per aver osato nazionalizzare il Canale di Suez, che ha visto Israele a fianco delle truppe britanniche e francesi. Se i britannici non ammettevano che qualcuno avesse la pretesa di nuocere ai loro interessi economici, e se i francesi sospettavano Nasser di fornire equipaggiamenti e armi agli insorti algerini, gli israeliani avevano tutto da guadagnare a interrompere il riarmo dell'Egitto, soprattutto da parte dell'Unione Sovietica. Così si è riformato il trio colonialista. Assai più che con la guerra dei Sei giorni del 1967, è stato a Suez, nel 1956, che l'odio verso Israele ha incominciato ad assumere un carattere realmente identitario nella mentalità araba. Tanto più che quella volta, grazie alle minacce dei sovietici e degli americani che hanno costretto al ritiro le forze israeliane e franco-inglesi, è stato Nasser ad avere partita vinta. Per dieci anni il nazionalismo arabo ha trionfato. Solo con la guerra lampo dei Sei giorni e le gesta degli aviatori israeliani (grazie ai Mirage forniti dai francesi), e dopo la sconfitta araba del 1967, il conflitto si è configurato più precisamente come israelo-palestinese. Il leader Yasser Arafat ha potuto giocare nel terzo mondo rivoluzionario un ruolo che né le sue ambizioni, né il suo genio strategico bastavano a giustificare. I palestinesi hanno occupato il Libano, dove hanno dato vita a uno Stato nello Stato, suscitando guerre civili e interventi stranieri. Questo per quanto riguarda le origini. Ma per venire alla situazione attuale dobbiamo scavalcare interi capitoli di storia. I due fenomeni geopolitici di rilievo sopravvenuti dopo l'11 settembre 2001 e la guerra in Iraq sono da un lato l'islamizzazione dei nazionalismi arabi, e dall'altro la vera americanizzazione del sionismo. La guerra in Iraq è stata un disastro tale che occorrerà moltissimo tempo per superarne le conseguenze in Medio Oriente. Ha contribuito a estendere a livelli planetari l'antioccidentalismo e l'antisemitismo, oltre che a radicalizzare le società musulmane, già divenute fondamentaliste. Senza l'invasione dell'Iraq, l'Iran non sarebbe oggi l'arbitro della pace e della guerra, sia nel Vicino Oriente che in quello più lontano. In ogni caso, non si può dire che quest'anniversario si celebri in un clima di pace o di speranza. Contrariamente a quanto ha dichiarato Condoleezza Rice, oggi si è ben lontani dal pensare che il conflitto israelo-palestinese possa placarsi entro la fine dell'anno, e del mandato di George W. Bush. Gli abbracci e talvolta anche i baci scambiati tra Ehud Olmert e il presidente dell'autorità palestinese Mahmud Abbas durante i loro incontri fanno parte di una messinscena rassicurante, anestetizzante e ingannevole. Succede in genere dopo che gli israeliani hanno ritenuto di non dover ottemperare alle ingiunzioni del grande fratello americano, che all'improvviso ha aggrottato le sopracciglia. Finora nessuno dei dirigenti israeliani ha dimostrato l'intenzione di congelare le colonie di ripopolamento, e meno ancora quella di bloccare le attività edilizie al loro interno. La costruzione di un muro per separare Israele dai territori ha fatto diminuire gli attentati, rendendo la vita diventata più sopportabile. Oggi a Gerusalemme si sentono ripetere frasi del tipo di quella pronunciata a suo tempo dal generale Massu ad Algeri: "Dopo tutto, il terrorismo qui provoca meno morti di quanti ne facciano altrove gli incidenti stradali !!!". Il popolo israeliano vuole la pace: lo dicono tutti i sondaggi. Ma non comunque sia, né con chiunque o in qualunque momento. E quando prospetta la creazione di uno Stato palestinese, c'è chi incomincia a temere che a conti fatti, rischierebbe di essere più pericoloso dei razzi lanciati dagli Hezbollah. Non c'è motivo per credere che le formazioni ebraiche del Likud o gli evangelici cristiani di Washington vogliano la costituzione di un nuovo Stato, che sarebbe comunque indotto a rimanere ostile a Israele. D'altra parte, dal lato palestinese ? sia per la scarsa autorità del presidente Mahmud Abbas, sia perché gli israeliani non gli hanno mai fornito i mezzi per affermarla ? non si vede perché quella popolazione debba trovare più vantaggiosa la non violenza, anziché aderire alle iniziative o all'intransigenza di Hamas. Quest'ultimo movimento è ormai così radicato tra la popolazione che ha finito per strutturare la società palestinese. Si può indubbiamente temperare la sua posizione di rifiuto dello Stato di Israele con le proposte di tregua avanzate a suo nome prima dai turchi, e quindi dagli egiziani. Condoleezza Rice vorrebbe che George W. Bush sia in condizioni di enunciare l'accettazione di queste proposte da parte di Israele, se si troverà a Gerusalemme la settimana prossima per celebrare la commemorazione. Traduzione di Elisabetta Horvat.

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"saranno i giovani a salvare il mio iran" - torino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura La scrittrice Dalia Sofer "Saranno i giovani a salvare il mio Iran" TORINO Dalia Sofer, ebrea iraniana, oggi abita a New York. Fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, invece, visse la sua infanzia nell'Iran sconvolto dalla rivoluzione di Khomeini. Le sue vicissitudini e quelle della famiglia (il padre venne arrestato, poi fuggirono negli Stati Uniti) hanno ispirato il bel romanzo La città delle rose, edito da Piemme, che il New York Times ha giudicato uno dei cento libri più significativi del 2007. Le domandiamo: che cosa pensa del boicottaggio della Fiera del Libro, determinato dalla presenza di Israele? "Mi sono un po' stupita. Credevo che questo fosse soltanto un evento letterario, culturale, aperto al dialogo. Penso anche che gli scrittori israeliani che sono qui a Torino non parlino a nome del loro governo, ma in qualità di scrittori". Sono sempre più numerose le scrittrici come lei, come la turca Eli Shafak, che hanno il coraggio di denunciare i crimini commessi da alcuni Stati, i diritti negati. Come mai? "Forse perché le donne di questa parte del mondo sono state in silenzio per molto tempo, e lo scrivere, allora, serve per rompere quel silenzio". Cambierà l'Iran? Potrà essere, un giorno, un paese libero e democratico? "Vedo che nei giovani iraniani c'è una grande volontà di cambiamento, forse perché su di loro non pesa il bagaglio del passato come ha pesato per i loro genitori. Sono più freschi, hanno più voglia di lottare. E il settanta per cento della popolazione iraniana è al di sotto dei trent'anni". Massimo Novelli.

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Benny morris: una proposta per il medio oriente - torino (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Lo storico israeliano Benny Morris: una proposta per il Medio Oriente TORINO Benny Morris, lo storico israeliano di Vittime e 1948: la prima guerra di Israele, è sempre pieno di sorprese: dopo aver smantellato alcuni dei miti fondanti di Israele - dimostrando che i palestinesi nel 1948 erano stati, almeno in parte, cacciati dalle loro case con la forza - , dopo l'inizio dell'Intifada dei kamikaze, dichiarò che quell'allontanamento avrebbe dovuto essere ancora più radicale. Poco tempo fa, invece, ha studiato e sostenuto il carattere jihadistico, sacro e antioccidentale, della guerra che gli arabi, e con loro i palestinesi, opposero al sionismo fin dagli anni Venti. Ora, alla Fiera del Libro di Torino, presenta il suo nuovo pamphlet politico Due popoli una terra (sempre Rizzoli), la cui tesi è che l'unica soluzione del conflitto tra palestinesi e Israele, non è "due popoli due stati", ma una confederazione Giordana che accolga in sé i territori palestinesi. I vantaggi? Uno stato arabo già esistente e responsabile degli accordi che prende, un vasto territorio in cui ridistribuire virtuosamente i palestinesi, un affaccio sul Mediterraneo per Amman. La proposta non è nuova, ma sembrava andata in soffitta. Ora, per Morris, è di nuovo l'ora di tirarla fuori e aprire negoziati trilaterali fra Israele, Palestinesi e Giordania. Perché l'integralismo non permette altre strade. Sergio Romano e Antonio Ferrari, che interloquiscono con lui, sembrano stupiti: per loro, l'ostacolo maggiore alla pace sono gli insediamenti in Cisgiordania. Morris di argomenti ne ha. Innanzitutto, lo smantellamento delle colonie attuato da Sharon a Gaza: se si è fatto quello, dice Morris, "potremmo trovare un accordo anche per l'altro: mantenendo come israeliani i settlement più vicini alla Linea Verde (quella pre-guerra del Sei giorni) e dando in cambio dell'altra terra alla Giordania". Il problema non sono gli insediamenti, secondo Morris. "La questione è un'altra: il conflitto non va visto solo come una questione territoriale, ma all'interno della lotta globale dell'islam radicale contro l'Occidente, che considera Israele un corpo estraneo, come è scritto nello statuto di Hamas. Occorre un altro interlocutore. Abu Mazen? Non è abbastanza forte. Ma un'alleanza con il regime hascemita potrebbe aiutare i moderati".

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Un passo verso la guerra (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Con un giorno di battaglia e 20 morti i miliziani di Hezbollah e Amal ora controllano il settore ovest. Incendiata la tv di Hariri, razzo in un giornale. Il governo non cede e cerca aiuti. L'esercito per ora neutrale, ma c'è tensione Michele Giorgio "Beirut evita la guerra civile e la pioggia del mattino la ripulisce per la giornata della soluzione". Così titolava ieri il quotidiano progressista vicino all'opposizione, As-Safir, ottimista sugli sviluppi della situazione. La guerra civile in verità non è affatto evitata anche se ieri pomeriggio è tornata la calma a Beirut - ma non nella Bekaa e a Tripoli - dopo ore di combattimenti violenti che hanno visto i miliziani sciiti di Hezbollah e di Amal prendere il sopravvento su quelli del partito Mustaqbal, del leader sunnita Saad al-Hariri, e prendere il controllo completo di tutta la zona occidentale della capitale libanese. Dopo tre giorni di scontri i morti sono una ventina e decine i feriti. Peraltro anche la soluzione di cui parlava as-Safir non è dietro l'angolo. La crisi non è destinata a trovare un'immediata via d'uscita, nonostante la previsioni favorevoli fatte da uno dei leader dell'opposizione, l'ex generale Michel Aoun. La maggioranza filo-occidentale si è scoperta debole, dopo i toni forti usati nei giorni scorsi soprattutto dal leader druso Walid Jumblatt, ma non appare incline a cercare un compromesso con l'opposizione. Il premier Fuad Siniora, nonostante le sollecitazioni giunte anche dallo sponsor saudita, per il momento resta al suo posto. Ieri sera, dopo una riunione nella residenza del leader della destra estrema, Samir Geagea, i principali esponenti della maggioranza hanno lanciato all'opposizione l'accusa di colpo di stato e di voler imporre i piani di Siria ed Iran in Libano. Hezbollah e Amal hanno replicato comunicando che non rimuoveranno i blocchi stradali e quelli intorno all'aeroporto, che paralizzano Beirut, fino a quando il governo non riprenderà la strada del dialogo. Intanto centinaia di persone, fra cui cittadini stranieri, si sono ammassate ieri al confine con la Siria. Uomini, donne e bambini sono riusciti a raggiungere i posti di frontiera di Arida, nel Libano settentrionale, e di Masnaa, nell'est, per tentare di lasciare il paese. Fra le persone in fuga ci sono cittadini britannici, statunitensi, tedeschi, ciprioti e numerosi siriani. L'ambasciata italiana ha adottato misure protettive per i nostri connazionali in Libano, di cui non si esclude l'evacuazione. Il primo nodo da sciogliere è quello della rete telefonica indipendente di Hezbollah. Nella conferenza stampa di giovedì, Hasan Nasrallah, il leader del movimento sciita, ha ripercorso le tappe dell'intera vicenda ricordando che la questione era già stata sollevata l'anno scorso dal governo. All'epoca, il ministro delle telecomunicazioni Marwan Hamade aveva denunciato "l'esistenza di una rete telefonica terrestre di Hezbollah, realizzata col sostegno della Siria e dell'Iran", nel sud del paese e nella sua roccaforte alla periferia meridionale della capitale. Nasrallah ha confermato quanto un anno fa diceva Hamade, ma ha ricordato che la rete telefonica "è terrestre ed è esclusivamente ad uso militare per consentire ai quadri, alle cellule e al comando della resistenza di comunicare senza essere ascoltati dal nemico", Israele. "Non si creda - ha aggiunto - che la usiamo per telefonare all'estero o per far soldi sostituendoci allo stato libanese". Per il governo invece il movimento sciita viola apertamente la sovranità nazionale e cerca di creare uno "Stato nello Stato". Dietro la questione della rete di comunicazione di Hezbollah si cela però il vero nodo dell'intera vicenda: l'arsenale militare del partito sciita che le forze della maggioranza vogliono smantellare, così come desiderano Stati uniti e Israele. Hezbollah lo ha capito e ha reagito con l'uso della forza, mettendo in chiaro che qualsiasi tentativo di disarmare la sua guerriglia, nell'attuale contesto politico e militare della regione, con i venti di guerra che spirano in direzione dell'Iran e nuovamente del Libano del sud, è destinato a provocare la guerra civile e un bagno di sangue. D'altronde l'attacco rapido sferrato ieri a Beirut Ovest contro le sedi di Mustaqbal e i mezzi d'informazione di questo partito non lasciano dubbi sulla volontà di Hezbollah di lanciare pesanti avvertimenti a Saad Hariri e al suo alleato Jumblatt, frequentatori assidui del Dipartimento di stato americano e dell'ambasciata Usa a Beirut. Ieri mattina il muro di cinta della residenza di Hariri è stato colpito da un razzo che non ha causato vittime mentre Jumblatt è stato scortato dall'esercito fuori dalla sua abitazione, circondata da militanti dell'opposizione. La sede di al-Mustaqbal Tv, nella zona di al-Rausha, poco dopo, è stata incendiata dopo essere stata presa d'assalto dai militanti del Partito nazionale sociale, una delle formazioni alleate Hezbollah e Amal. Un razzo inoltre ha colpito il quarto piano della redazione del quotidiano che fa capo sempre al partito di Hariri. L'esercito per il terzo giorno consecutivo non si è schierato e si è limitato ad intervenire nei casi più a rischio. Diversi paesi arabi intanto puntano l'indice contro Hezbollah e l'opposizione libanese. L'Arabia saudita ha chiesto ed ottenuto un vertice straordinario dei ministri degli esteri, che dovrebbe svolgersi domenica, mentre l'Egitto ha affermato di non poter "permettere che il Libano venga controllato dall'Iran". Invece da Ramallah il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto ai circa 400mila rifugiati palestinesi in Libano di rimanere fuori dagli scontri, anche nel ricordo amaro dei tanti massacri subiti durante la guerra civile.

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Per un pugno di sicurezza in più (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Fiera del libro Per un pugno di sicurezza in più Israele come paradigma delle politiche sulla sicurezza. Un'anticipazione dall'ultimo numero della rivista "Conflitti globali" Massimiliano Guareschi Federico Rahola Israele è una democrazia, su questo non vengono avanzati dubbi. Il principale problema teorico e politico è appunto questo. Ci si potrebbe chiedere come un assetto democratico non sia smentito dalla presenza di un muro, fisico e immateriale, che introduce una radicale differenza di status fra le popolazioni di un unico territorio e riorienta un'intera geografia dei movimenti e delle opportunità. Oppure ci si potrebbe interrogare sulla tenuta democratica di uno stato che ricorre sistematicamente a operazioni mirate extragiudiziali attraverso le quali liquidare potenziali nemici interni alla "propria" popolazione. O, ancora, chiedersi quale titolo di democrazia può esibire uno stato che si fonda sulla scomposizione differenziale di un concetto universalistico come quello di cittadinanza. In realtà, alla luce di simili standard, a non superare un eventuale test di democraticità sarebbero non solo Israele ma anche gli Stati uniti del Patriot Act e di Guantanamo o l'Unione europea delle extraordinary renditions e delle strutture di internamento e identificazione di migranti, richiedenti asilo e altri soggetti sulle cui biografie grava l'ipoteca dell'espellibilità. Non si tratta di fare del facile radicalismo, seguendo una logica del tutto o niente in base alla quale la non corrispondenza a un modello formale implicherebbe la negazione della patente di democraticità a tutti quegli stati che comunemente sono definiti tali. Il virus della paura Anziché interrogarsi in termini astratti sui requisiti di una democrazia veramente tale e sull'eventuale "tradimento" di Israele, riteniamo più opportuno chiedersi come si riconfiguri la democrazia nel momento in cui regimi comunemente definiti democratici vengono colonizzati dalle politiche di sicurezza. È infatti in nome della "sicurezza" che, senza sospendere gli assetti democratici di uno stato, si ricorre a pratiche quali la detenzione amministrativa e la sospensione dell'habeas corpus, la contaminazione tra militare e civile e tra ordine pubblico e sicurezza nazionale, o ancora a meccanismi di controllo e identificazione che violano i dettami che la tradizione liberale associa alla nozione di libertà individuale. Da questo punto di vista, Israele, per le vicende storiche che ne hanno scandito la genesi e il consolidamento, porta al calor bianco tendenze e prassi ampiamente diffuse oggi a livello globale. Se nel dopoguerra, nello scenario bloccato della Guerra fredda, altre democrazie hanno potuto declinare qualitativamente la "sicurezza" garantita ai loro cittadini in termini di diritti sociali, accesso ai beni comuni e diffusione dei benefici del welfare, Israele si è vista costretta a offrirne una lettura in termini quasi esclusivamente di sicurezza militare e di sopravvivenza esistenziale. In un contesto di frontiere indefinite e continuamente rimesse in discussione, nonché di conflitto endemico per risorse scarse e in presenza di quote significative di popolazione "non inquadrabile" nello schema esclusivo ed escludente dello stato israeliano, le politiche di sicurezza israeliane (fatte di deportazioni, colonizzazioni, approvvigionamento di risorse, guerre preventive, controlli, irregimentazione della mobilità ecc.) si sono definite esclusivamente in termini di governo della popolazione e di controllo del territorio. Questa declinazione "sicuritaria" sembra oggi imporsi globalmente, sia pure con gradazioni e tonalità diverse, finendo per riconfigurare complessivamente il campo semantico entro cui il concetto di sicurezza si è potuto tradurre all'interno delle liberaldemocrazie occidentali come pure dei paesi del blocco sovietico. Contro ogni idea di pianificazione istituzionale e di implementazione di assetti stabili, caratteri che definiscono le politiche di sicurezza dello stato moderno su cui si è concentrato Michel Foucault, Israele nel corso della sua storia si è visto costretto a procedere in maniera "occasionalista", rispondend volta per volta alle sfide che emergevano sul terreno. Sconfinamenti, colonizzazioni, ritiri, deviazioni e canalizzazioni delle risorse, tracciati urbanistici, infrastrutture. E se in uno stato normale simili atti di governo possono essere pianificate su una scala temporale medio-lunga, Israele attua tutto questo in una dimensione temporale di "eterno presente". Da ciò il ricorso a tecniche di governo che non corrispondono a un disegno stabile di ordinamento del territorio (come evidenzia sia la mancanza di una costituzione sia la difficoltà/impossibilita di scegliere la prospettiva di uno o due stati) ma rimandano a un orizzonte di contingenza indefinitamente protratta e di colonizzazione continua. In continuità con il doppio regime che ha contraddistinto per oltre un secolo le politiche delle potenze coloniali, e in particolare dell'impero britannico, anche nel caso di Israele il controllo di un territorio e di una popolazione liquidati come "terra senza popolo" è divenuto un particolare laboratorio di politiche governamentali (e cioè di spostamenti forzati, censimenti, identificazioni, visti, permessi di lavoro, check point, spedizioni militari). Il problema però è proprio qui: se, nel caso degli imperi coloniali, si trattava di un doppio standard ricalcato sulla distanza politica e geografica tra metropoli e colonia, Israele sintetizza analoghi processi su un territorio di dimensioni assai ridotte, diciamo dell'estensione del Piemonte. Per questo motivo - ci sia concesso il salto logico - Israele non potrebbe mai permettersi di perdere nella mezzaluna sunnita o a Kandahar: ne andrebbe della sua esistenza. Di conseguenza il conflitto, su un territorio scarso, assume il profilo di scontro e vertenze su una carta necessariamente a scala uno a uno. Una decina di anni fa, Bertrand Badie scrisse un libro di un certo successo - La fine dei terriori (Asterios) - nel quel l'autore preconizzava la fine dei territori nell'era dei flussi e dell'immateriale. L'esistenza stessa di Israele depone contro una simile ipotesi interpretativa. Al di là di supposte fratture culturali e dell'esasperazione esistenziale di cui si è alimentato, il senso del conflitto israeliano-palestinese è infatti eminentemente territoriale: "due popoli, un territorio", se si volesse ricorrere a una formula sintetica. Controllo del territorio Le frontiere mobili e frattalizzate sono l'esito di una lotta per il territorio la cui posta in gioco non è genericamente quantitativa ma soprattutto intensiva. Ciò a cui si ambisce non è semplicemente l'acquisizione di una sempre maggiore porzione di terreno ma l'insediamento nelle zone privilegiate, attraverso il controllo delle aree più fertili, la canalizzazione delle fonti idriche, il presidio dei siti elevati, i collegamenti infrastrutturali. Per garantire tutto questo è necessario il ricorso a un intero complesso di saperi e poteri: forze di polizia, esercito, agronomi, ingegneri civili e idraulici, architetti, pianificatori. L'esito è quello di una sempre rinnovata "mobilitazione totale", in cui i confini fra i singoli poteri e saperi si confondono e la distinzione tra militare e civile diventa solo teorica, convergendo però sulla perentoria necessità (che nel caso di Israele diventa imperativo categorico di controllare il territorio). Che sia questa la punta avanzata delle politiche di sicurezza del presente? Difficile dare una risposta certa. Ma altrettanto difficile è negare la valenza globale e la sintomaticità delle dinamiche di conflitto e dei dispositivi di controllo del territorio e di governo delle popolazioni che emergono in quel particolare "laboratorio" che è Israele.

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Sami Michael, un ribelle tra due mondi in conflitto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Fiera del libro Sami Michael, un ribelle tra due mondi in conflitto Incontro con lo scrittore arabo emigrato a Haifa che domenica sarà alla Fiera del libro. "Per me - dice - vedere Baghdad oggi è come contemplare il mio lettino d'infanzia fatto a pezzi". E, a proposito del boicottaggio: "Sono contro ogni censura. La letteratura è arte, medicina per l'anima" Francesca Borrelli Dotato di una tra le biografie più interessanti che avremo l'opportunità di conoscere in queste giornate alla Fiera del libro, Sami Micahel è nato a Baghdad nel 1926 e a quindici anni aveva già maturato un tale disgusto verso il regime iracheno che pensò di unirsi a un gruppo clandestino comunista, guadagnandosi così il suo regolare mandato di arresto. Fuggì perciò in Iran, dove la minaccia della estradizione lo constrinse nuovamente a partire, questa volta verso Israele, il paese dove tutt'ora vive e al quale approdò nel 1949, quando era passato appena un anno dalla fondazione dello Stato. Il suo primo impegno fu come editorialista di due giornali di lingua araba del partito comunista israeliano, poi andò a lavorare alla amminstrazione delle risorse idriche al confine con la Siria e, mentre imparava faticosamente l'ebraico, la solitudine e la nostalgia per la sua lingua lo indussero a tradutte la trilogia dell'egiziano Naghib Mahfuz. Tra i suoi romanzi, uno dei più riusciti è quello tradotto da Shulim Vogelmann per Giuntina con il titolo Una tromba nello uadi, dove la tromba è lo strumento suonato dal giovane ebreo russo che, appena immigrato in Israele, diverrà l'amore di una delle protagoniste, mentre lo uadi è un quartiere quasi interamente arabo che prende il nome da quei fiumi in cui l'acqua scorre solo nella stagione delle piogge. L'altro dei suoi undici romanzi noto presso di noi (ancora grazie alla Giuntina) si intitola Victoria dal nome del personaggio femminile in cui si incarnano al tempo stesso il passato di tradizioni retrive e la apertura di un futuro in cui anche il godimento troverà asilo. Figlio ribelle dell'ebraismo orientale, Sami Michael, che è attualmente presidente dell'associazione per i diritti umani in Israele, sarà protagonista di due incontri torinesi, sabato al centro italo-arabo Dar al Hikma e domenica alla Fiera del libro. Se dovesse isolare i temi che tornano più insistentemente nella sua narrativa e quelli che le stanno più a cuore come li descriverebbe? Le parlerei, intanto, del rapporto con l'altro, a cominciare da quello che per me è l'altro "assoluto", il più presente e il più represso, ossia la donna. Non a caso nei miei libri ho riservato tanto spazio ai personaggi femminili, e al riscatto della loro dignità spesso violata. Ma l'altro è anche colui che continuamente ci sfida, la persona assieme alla quale dobbiamo risolvere i nostri conflitti e che dobbiamo conoscere, se con lui vogliamo convivere. Il secondo dei temi a me cari riguarda la convivenza tra le diversità in Israele: se abbiamo fondato uno Stato, non sarà per andarcene di qui a poco, ma perché pensavamo a una soluzione duratura, anzi perenne. Certo, sta a noi decidere che strada intraprendere: possiamo essere un buon esempio per la via che porta a una struttura multiculturale della società, ma allo stesso tempo possiamo diventare un precedente drammaticamente negativo di questo stesso progetto. Il terzo tema riguarda l'identità ebraica: alcuni scrittori, tra i quali Yehoshua, sostengono che un ebreo può essere tale a pieno titolo solo se vive in Israele e parla l'ebraico, perché nella diaspora se ne va l'orgoglio della sua storia, ed è dunque un uomo monco. Io credo invece che la visione di coloro che la pensano come Yehoshua rasenti una forma di antisemitismo, perché ogni ebreo ha ragione di andare orgoglioso della propria identità senza avere alcun bisogno di mettersi in relazione con Israele; che esiste da soli sessanta anni a fronte di una diaspora che di anni ne conta più di duemila. Sono idee, queste, che troverà soprattutto nei miei libri ambientati in Iraq. Dunque, lei si considera ora uno scrittore israeliano. Come ha vissuto, in tutti questi anni, il vincolo tra nazionalità e religione che sta a fondamento della identità ebraica? Mi considero israeliano perché ho adottato la patria dei miei figli e dei miei nipoti. Del resto, ci capita spesso di accorgerci che stiamo diventando proprio come gli altri ci vedono, e i miei lettori - anche quelli dei paesi arabi, mi vedono solo come uno scrittore israeliano. Va bene così, è in Israele, del resto, che conduco le mie battaglie per il rispetto dei diritti umani e per una società equa. Quanto alla divisione tra nazionalità e religione, è un problema complesso al quale posso solo rispondere che, personalmente, auspicherei una divisione netta, perché quando religione e politica entrano in contatto si avvelenano l'una con l'altra. Sono passati vent'anni da quando ha scritto "Una tromba nello uadi", il romanzo che meglio l'ha fatta conoscere in Italia. Se oggi dovesse rimettere a fuoco l'atmosfera di Haifa rispetto a come l'ha rappresentata al tempo del romanzo quali crede che siano gli ambiti in cui sono avvenuti i cambiamenti più significativi? È cambiato il Medioriente e dunque in qualche modo è cambiata anche Haifa. Nuove guerre si sono aggiunte, i toni si sono inaspriti, gli Stati sono diventati più aggressivi; quel che non è cambiato è che i giovani continuano a morire giovani. Ma Haifa riesce ancora in qualche modo ad astrarsi dalla realtà, credo la si possa additare come un modello, un esempio unico al mondo per quel che riguarda la convivenza di ebrei e arabi, musulmani e cristiani. In un passaggio dello stesso romanzo Alex, l'ebreo russo appena arrivato a Haifa, dice alla ragazza araba che diventerà sua moglie: "Tu non sai cosa significa essere un nuovo immigrato. All'improvviso sei come un bambino. Vuoi parlare ma ti sembra di avere la bocca piena di fango. Sono la stessa persona, penso pensieri da adulto, ma quando apro la bocca mi sembra che le persone ridano". Sono considerazioni di certo familiari a lei che arrivò in Israele quando aveva già superato i vent'anni. Dove sente che sono più radicate le sue appartenenze: nella lingua araba, nei paesaggi della sua infanzia o nella accoglienza trovata in Isaraele? Sì conosco i problemi di Alex che, tra l'altro, arriva in Israele senza alcuna spinta ideologica, e dunque è prima di tutto un essere umano, poi un immigrato, e solo dopo un ebreo. Per quel che mi riguarda, ancora oggi, se vedo un cartello scritto in ebraico, in inglese e in arabo, il mio occhio prima di tutto coglie la scritta in arabo. Però sogno in ebraico, lo scrivo e lo parlo anche con i miei figli. Anni fa ho tradotto dall'arabo all'ebraico la trilogia di Mahfuz senza dizionario, ma oggi se devo scrivere in arabo faccio una gran fatica: sarà la memoria che se ne va con gli anni. Entrambi i mondi vivono dentro di me, a volte se ne risveglia uno a volte l'altro. Spesso sogno di essere seduto nel mio caffè preferito a Baghdad, lungo le rive del Tigri. Bevo la mia limonata e sto con le spalle appoggiate al muro mentre parlo con i miei amici. Poi, al momento di pagare, metto una mano in tasca e tiro fuori dei soldi, ma sono soldi israeliani... e allora tutti cominciano a gridare: è una spia! A questo punto per fortuna mi sveglio. L'altro suo romanzo tradotto da noi, "Victoria", è ambientato nella Baghdad ebraica dei primi del '900. Di quella città, e di quella atmosfera cosa pensa che sia andato irrimediabilmente perduto, e cosa le manca di più? Per me vedere Baghdad oggi è come vedere il mio lettino d'infanzia fatto a pezzi, ridotto a un cumulo di spazzatura e di sangue. Anch'io ho vissuto una dittatura, ma ai miei tempi la gente sognava, aveva una prospettiva, sentiva di poter raggiungere un futuro libero. Oggi in Iraq nessuno sa dire come andrà a finire, perché così è quando si prendono iniziative senza avere un progetto chiaro. Le persone hanno come solo obiettivo quello di tornare a casa sane e salve e se guardano dalla finestra vedono un paese occupato e martoriato dal terrorismo. Mi consolo sapendo che Victoria viene venduto molto bene a Baghdad, sebbene sia un titolo clandestinino, così attraverso le sue pagine posso fare ricordare ai miei fratelli cos'era un tempo l'Iraq. La sua doppia anima di arabo e di israeliano soffre di più per il ventilato boicottaggio della Fiera, o per le celebrazioni politiche che inevitabilmente ci saranno nel sessantesimo anniversario della Fondazione dello Stato? Le vere vittime di ogni boicottaggio sono coloro che lo mettono in atto. Penso alla Germania nazista: i tedeschi stanno ancora cercando tra la cenere dei libri bruciati la propria anima perduta. La letteratura è arte, è medicina per l'anima. Sono contro ogni genere di censura, contro ogni isolamento, e dunque spero che la Fiera di Torino si risolva in un momento di dialogo. Per quel che riguarda i festeggiamenti per i sessant'anni di Israele, non sono uno di quelli che balla e canta quando intorno a me ci sono situazioni difficili e per di più una guerra. Trovo inoltre che non bisognerebbe spendere tutti questi soldi per festeggiamenti destinati a lasciare il tempo che trovano, piuttosto li utilizzerei per progetti sociali di pubblica utilità. Detto questo, sono felice che Israele esista.

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Materiali per leggere il Medio Oriente (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Tra gli stand Materiali per leggere il Medio Oriente Il sesto numero della rivista "Conflitti globali" diretta da Alessandro Dal lago (Agenzia X editore) è dedicato a Israele. La chiave di lettura proposta si discosta da gran parte delle analisi sull'operato dello stato israeliano nei confronti del popolo palestinese. Come sostiene il saggio iniziale, di cui pubblichiamo ampi stralci, Israele può essere considerato un paradigma di quelle politiche della sicurezza presenti in tutti i sistemi politici liberlademocratici. Tra i testi da segnalare, quelli di Baruch Kimmerling, Uri Avnery, Ilan Pappe, Bennu Morris, John Mearsheimer, Noam Chomsky e Arie Arnon.

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Libano, Italia alla finestra (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Frattini prepara l'evacuazione degli italiani dal centro della capitale, ma non vuol cambiare la missione. La Russa invece ci pensa: "Potremmo combattere" Federico D'Ambrosio Roma Il piano di evacuazione dal paese è pronto, ma difficilmente la guerriglia libanese imporrà il rimpatrio immediato di tutti i seicento civili che risiedono nel paese. Al contrario, nelle prossime ore, Franco Frattini metterà all'opera un piano di "riposizionamento" per quella sessantina di italiani che vivono nei quartieri in cui è scoppiata la sommossa, in particolare al centro della città: da almeno ventiquattrore non escono di casa e potrebbero chiedere di essere spostati in zone più tranquille o nelle colline a poca distanza dalla città. Era questo il principale motivo della riunione che il neo ministro degli esteri ha convocato ieri pomeriggio alla Farnesina. Già in mattinata Frattini aveva spiegato che gli italiani che avessero voluto lasciare il centro della capitale libanese avrebbero potuto farlo con un "ponte nazionale". Quindi il ministro Il ministro degli Esteri ha riferito che già da questa mattina la Farnesina ha lavorato per gli italiani che si trovano in queste ore in Libano, organizzando un "ponte nazionale" e dando il via libera ad una evacuazione per quanti lo richiedono dalla zona centrale di Beirut. I nostri concittadini, sono "tutti in buone condizioni, assicura il capo dell'Unità di crisi della Farnesina Elisabetta Belloni ai microfoni di Sky Tg 24: "Abbiamo chiesto loro di rimanere nelle loro abitazioni e di attendere le indicazioni dell'ambasciata italiana. Più complicato pensare che i 2500 uomini che fanno parte della missione Unifil possano essere usati per "riportare la pace" nella città. Dal 2006, la missione italiana è posizionata nel sud del paese, in una zona sotto controllo di Hezbollah, a due passi dalla città di Tiro. Passati il lancio di missili da e contro Israele, oggi la missione è in pieno stallo. Le regole di ingaggio impediscono qualunque genere di intervento armato, anche solo difensivo e i rapporti con Hezbollah sono di semplice vicinato: nessuna trattativa per la risoluzione pacifica del conflitto politico è stata avviata e l'organizzazione islamica si muove nella zona semplicemente evitando le aree controllate da Unifil. Una situazione difficile per il governo appena incaricato: anche se la missione serve a poco sarebbe difficile aprire il mandato riportando in patria i militari italiani,. E, del resto, è praticamente impossibile pensare a cambiare le regole di ingaggio di un intervento a cui partecipano 30 diversi paesi sotto l'egida delle nazioni unite. Nelle sue primissime dichiarazioni pubbliche, il ministro Frattini ha cercato di salvare la faccia. Spiegando che in questa fase è meglio "non parlare di cambiamento" delle regole di ingaggio, perché in ogni caso "bisogna chiedere e consultare i nostri militari". In serata ha persino provato a dire che la presenza italiana nel sud del Libano è quasi indispensabile: "Occorre stabilizzare quel confine meridionale del Libano dal quale partivano enormi quantità di attacchi contro Israele, attacchi che fortunatamente si sono ridotti - ha detto ai microfoni del Tg1 - Credo sia necessario ascoltare i nostri soldati, le regole d'ingaggio non si cambiano unilateralmente. I nostri soldati ci potranno dire quali sono i risultati raggiunti dalla missione Unifil, e quali ancora non raggiunti". Placido anche il commento di Enrico Mattina, portavoce militare della missione Onu: "Al momento, nell'area di competenza di Unifil la situazione si mantiene calma. Le nostre attività, infatti, procedono come di consueto e senza cambi di programma". Non a caso, solo il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ha provato a spingere un po' la tesi per cui quelle regole di ingaggio potrebbe essere davvero modificate. "Voglio una informazione dettagliata prima di potermi esprimere in proposito, anche se da politico, prima di fare il ministro e quindi con più libertà di linguaggio, ho detto che a mio avviso le regole d'ingaggio, vanno modificate". Dopo le dichiarazioni s'è infilato al ministro con aria presa: "Voglio avere dettagliate informazioni su questo, che mi sembra il problema più spinoso da affrontare".

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Gli italiani Unifil presi tra due fuochi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

I nostri militari formano ormai il nucleo principale della forza Onu, che comandano, e hanno per compito quello di contrastare tanto Israele quanto Hezbollah Manlio Dinucci Prima di passare le consegne al nuovo ministro della difesa Ignazio La Russa, Arturo Parisi si è recato in Libano il 22 aprile per esprimere al contingente italiano dell'Unifil "la stima e l'orgoglio del paese per il contributo offerto per la pace e la stabilità in una terra, il Libano, molto simile per cultura e tradizioni all'Italia". Ora però quella terra rischia di franare sotto i piedi del contingente italiano. Eppure l'esperienza avrebbe dovuto insegnare qualcosa. L'Unifil, la Forza ad interim delle Nazioni unite in Libano, fu costituita il 19 marzo 1978 dopo l'occupazione israeliana del Libano meridionale, in base alle risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di sicurezza che le conferivano il mandato di "confermare il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano, ristabilire la pace e sicurezza internazionali, assistere il governo del Libano ad assicurare il ritorno della sua effettiva autorità nell'area". Israele ritirò le sue forze ma, nel giugno 1982, invase di nuovo il Libano. L'Unifil rimase per tre anni intrappolata dietro le linee israeliane, finché Israele non effettuò un parziale ritiro occupando la parte meridionale del paese. Da allora l'Unifil, composta da 2000 a 4500 soldati e osservatori di 8 paesi tra cui l'Italia, a seconda dei periodi, rimase lì in attesa del "ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano". Esso avvenne nel maggio 2000. Successivamente, però, "lo spiegamento dell'Unifil e delle truppe libanesi nelle aree lasciate libere" si arrestò, a causa delle "numerose violazioni" da parte delle forze israeliane le cui pattuglie attraversavano spesso la linea del ritiro. Quando Israele di nuovo attaccò e invase il Libano nel 2006, la sua aviazione distrusse il 26 luglio un edificio dell'Unifil, uccidendo 4 osservatori disarmati, nonostante che il comandante della forza Onu fosse rimasto in continuo contatto con gli ufficiali israeliani, sollecitandoli a proteggere dal fuoco questa postazione. Altre postazioni Unifil furono colpite dalle forze israeliane nei giorni seguenti. I morti in missione, nella storia dell'Unifil, salirono così a oltre 300. Su questo sfondo si colloca la risoluzione 1701 dell'11 agosto 2006, con la quale il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha autorizzato l'aumento dell'Unifil a un massimo di 15mila uomini. Un'operazione promossa da Washington, non a caso dopo il fallimento del tentativo israeliano di invadere il Libano e spazzare via gli Hezbollah. A questa operazione ha dato il suo entusiastico sostegno il governo Prodi: l'Italia si è addossata il peso maggiore non solo in termini di uomini, ma anche di responsabilità politica, avendo assunto il comando dell'Unifil. Durante la visita in Libano nel maggio 2007, il presidente della Camera Fausto Bertinotti affermò che "i politici, prima di parlare di questa realtà, dovrebbero venire ad ascoltare i militari, capaci di parlare di pace e comprendere la situazione". Tutto chiaro dunque, tutto sotto controllo. Si è così ignorata la complessità della situazione. La risoluzione 1701 dell'11 agosto 2006, con la quale il Consiglio di sicurezza ha autorizzato il potenziamento dell'Unifil, fa riferimento alla 425 (dell'ormai lontano 1978), la quale chiedeva che "Israele cessi immediatamente la sua azione militare contro l'integrità territoriale libanese". Questo è il primo mandato che la nuova Unifil dovrebbe far osservare. Il secondo, quello di assistere il governo libanese per realizzare "il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano", dipende dalla realizzazione del primo: non si può pensare di disarmare la milizia Hezbollah, principale forza della resistenza all'aggressione israeliana, se Israele continua a minacciare il Libano. Se Israele si fosse attenuto alla risoluzione 425 del 1978, con tutta probabilità non si sarebbe neppure formato l'Hezbollah, movimento nato non a caso dopo l'invasione israeliana del Libano nel 1982.

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PROBLEMI DI POLITICA ESTERA, 9 maggio 2008, di Ennio Di Nolfo Rimasti in secondo piano durante tu (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Tta la campagna elettorale, i problemi di politica estera si pongono ora come un'improvvisa emergenza che il nuovo governo deve affrontare. Forse essi non richiedono azioni immediate ma certo richiedono una rapida presa d'atto di ciò che essi significano. Entrambi riguardano la situazione del Mediterraneo (la Libia e il Libano), cioè un'area geografica vitale per l'Italia, rispetto alla quale da sempre chi ha diretto il Ministero degli Esteri ma anche il Presidente del Consiglio sono stati e sono direttamente chiamati a definire una linea politica. Sarà interessante vedere come, mutate le persone e l'orientamento generale del governo, queste linee possano differire dall'impostazione già esistente o contengano elementi di novità. Il caso libico era stato in qualche modo preannunciato dalla polemica del figlio di Gheddafi contro il ministro Calderoli. Che si trattasse solo di un sintomo è ora ben chiaro. Il governo libico imputa all'Italia, ma anche a tutta l'Europa, di non aver mantenuto gli impegni assunti in relazione al controllo del flusso di clandestini che dal territorio africano salpano verso le isole italiane, primo approdo di un itinerario sempre molto accidentato. Inoltre accusa l'Italia di avere danneggiato gli interessi libici, avendo dovuto impiegare le proprie risorse "per proteggere le coste italiane". Che l'accusa sia sproporzionata alle possibili conseguenze che da essa si possono desumere (specialmente in relazione alle forniture petrolifere) è evidente, ma è altresì evidente che il governo di Tripoli coglie l'occasione dell'insediamento a Roma di un governo che in passato aveva mostrato una chiara propensione a cercare l'intesa diretta con Tripoli per segnalare problemi che verosimilmente sono, almeno in parte, fondati. E' difficile formulare valutazioni senza un controllo diretto delle cose, tuttavia bisogna tenere presente che proprio questa è la stagione nella quale gli sbarchi di clandestini si fanno più intensi e che la Libia, magari non da sola, ma in primo luogo, viva momenti di tensione interna derivanti dal peso di questo problema e intenda condividerlo con gli europei, italiani in testa. Meno vicino, ma infinitamente più complesso è il problema libanese. Una serie di incidenti hanno portato ormai questo paese sull'orlo di una nuova guerra civile a causa della ripresa della lotta, in corso da anni, tra le fazioni religiose e politiche libanesi. Il dualismo Governo-Hezbollah era stato frenato dall'intervento, nel 2006, delle Nazioni Unite con la creazione dell'Unifil come forza di interposizione contro l'attacco israeliano lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele per estromettere Hezbollah dal Libano. L'Unifil è guidata in questi mesi dagli Italiani (che costituiscono, con circa 2.500 uomini, uno dei contingenti più forti presenti nell'area); sebbene il comando italiano sia stato recentemente accusato di aver assunto un atteggiamento troppo tollerante verso Hezbollah, non è sfuggito alle parti interessate un accenno fatto dal Presidente del Consiglio alla possibilità di un mutamento delle cosiddette "regole di ingaggio", cioè delle regole che delimitano la libertà d'azione delle forze dell'ONU, impedendo che esse partecipino a scontri armati o assumano iniziative non meramente difensive. In verità la questione è molto chiara, poiché le regole di ingaggio sono fissate dal Consiglio di sicurezza dell'Onu e noi dei singoli governi. Tuttavia è altrettanto palese il fatto che il nuovo governo italiano, con un misurato mutamento di accenti, anziché guardare con simpatia alle forze anti-israeliane, propenderà verso una soluzione pacifica delle crisi regionali, tale da dare a Israele maggiori speranze di solidarietà di quanto non facesse il governo Prodi. Il fulcro della questione sta dunque nella necessità in cui il ministero degli Esteri italiano riuscirà a trovare un nuovo punto di equilibrio fra il desiderio di appoggiare la causa israeliana e quello di non suscitare inutili e dannose avversioni nel mondo arabo. Sono, queste, esigenze meno visibili delle emergenze esistenti in alcune parti d'Italia ma sono pur esse esigenze che toccano aspetti di vitale interesse per il paese.

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Il quadro più realistico della situazione l'ha dipinto in poche battute la tv iraniana </I (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di MARCO BERTI Il quadro più realistico della situazione l'ha dipinto in poche battute la tv iraniana al-Alam: "I miliziani sciiti di Hezbollah e di Amal controllano ormai tutta la città di Beirut". I movimenti sciiti d'opposizione hanno in effetti in mano i punti nevralgici della capitale, come il porto, l'aeroporto e la parte Ovest della città, roccaforte dei loro rivali sunniti. Hezbollah ha anche attaccato la sede della tv, della radio e del maggior quotidiano filogovernativo, lasciando poi il tutto nelle mani dell'esercito libanese che, fino a che è possibile, cerca di restare neutrale in questa guerra fra sciiti filo Iran-Siria e sunniti. Il bilancio degli scontri è incerto, si parla di una dozzina di morti e di numerose decine di feriti. Le ultime vittime sono di ieri sera: due persone sono morte e altre due sono rimaste ferite a Khaldeh, a sud di Beirut, in una serie di scontri tra sostenitori sunniti del blocco di maggioranza e militanti fedeli al leader dell'opposizione drusa Talal Arslan, rivale di Walid Jumblatt, che invece è schierato con i governativi. Non è facile districarsi nella complessa e iperframmentata geografia politica libanese in cui si inserisce anche il leader cristiano Michel Aoun, fino a tre anni fa acerrimo nemico del Partito di Dio (Hezbollah) e oggi suo sostenitore. Gli attacchi alle sedi dei media del partito sunnita al-Mustaqbal di Saad Hariri, capo della maggioranza parlamentare, sono stati condotti nella notte fra giovedì e venerdì. Uomini di Hezbollah e di Amal hanno assaltato le sedi della televisione, della radio e del giornale. Gli uffici della tv sono stati dati alle fiamme. Poi le sedi svuotate e inutilizzate sono state consegnate all'esercito regolare libanese che sta peraltro mettendo sotto il proprio controllo gli obiettivi presi di mira dal Partito di Dio e poi abbandonati. E ora l'unica tv che imperversa è quella di Hezbollah. Sparatorie si sono registrate attorno all'abitazione del leader druso Walid Jumblatt, mentre un razzo ha abbattuto parte del muro di cinta della residenza di Saad Hariri. Chiuso il porto di Beirut "fino a nuovo ordine", bloccate dai miliziani sciiti le vie d'accesso all'aeroporto, così come è bloccata l'autostrada che porta al valico di frontiera con la Siria, a Mesnaa, nella valle della Bekaa. Con la solo differenza che su quest'ultima i posti di blocco sono stati allestiti dai miliziani filogovernativi. E non sembra ci siano speranze che la situazione migliori a breve termine. L'opposizione ha infatti dichiarato che i blocchi non saranno tolti fino a che il governo non farà retromarcia sulle sue iniziative anti Hezbollah: il blocco del network di comunicazione del Partito di Dio ("ci serve per poter comunicare senza che il nostro nemico (Israele) ci ascolti", spiega Hassan Nasrallah che di Hezbollah è il leader indiscusso), e la rimozione del capo della sicurezza dell'aeroporto di un generale vicino all'opposizione per far posto, come sostiene Nasrallah, "a un ufficiale amico degli americani per consegnare l'aeroporto alla Cia e al Mossad". Ma il governo non sembra disposto a fare alcun dietro front, anzi, la maggioranza rincara la dose, accusando Hezbollah di tentato colpo di stato contro la costituzione e le risoluzioni Onu, riferendosi a quella che impone il disarmo dei miliziani. Intanto da Washington la Casa Binca ha accusato Siria e Iran di "voler destabilizzare il Libano" e ha esortato Damasco e Teheran a mettere fine al loro sostegno al "gruppo terroristico" Hezbollah.

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Sarà interessante vedere come, mutate le persone e l'orientamento generale del gov (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Di ENNIO DI NOLFO Sarà interessante vedere come, mutate le persone e l'orientamento generale del governo, queste linee possano differire dall'impostazione già esistente o contengano elementi di novità. Il caso libico era stato in qualche modo preannunciato dalla polemica del figlio di Gheddafi contro il ministro Calderoli. Che si trattasse solo di un sintomo è ora ben chiaro. Il governo libico imputa all'Italia, ma anche a tutta l'Europa, di non aver mantenuto gli impegni assunti in relazione al controllo del flusso di clandestini che dal territorio africano salpano verso le isole italiane, primo approdo di un itinerario sempre molto accidentato. Inoltre accusa l'Italia di avere danneggiato gli interessi libici, avendo dovuto impiegare le proprie risorse "per proteggere le coste italiane". Che l'accusa sia sproporzionata alle possibili conseguenze che da essa si possono desumere (specialmente in relazione alle forniture petrolifere) è evidente, ma è altresì evidente che il governo di Tripoli coglie l'occasione dell'insediamento a Roma di un governo che in passato aveva mostrato una chiara propensione a cercare l'intesa diretta con Tripoli per segnalare problemi che verosimilmente sono, almeno in parte, fondati. È difficile formulare valutazioni senza un controllo diretto delle cose, tuttavia bisogna tenere presente che proprio questa è la stagione nella quale gli sbarchi di clandestini si fanno più intensi e che la Libia, magari non da sola, ma in primo luogo, viva momenti di tensione interna derivanti dal peso di questo problema e intenda condividerlo con gli europei, italiani in testa. Meno vicino, ma infinitamente più complesso è il problema libanese. Una serie di incidenti hanno portato ormai questo Paese sull'orlo di una nuova guerra civile a causa della ripresa della lotta, in corso da anni, tra le fazioni religiose e politiche libanesi. Il dualismo Governo-Hezbollah era stato frenato dall'intervento, nel 2006, delle Nazioni Unite con la creazione dell'Unifil come forza di interposizione contro l'attacco israeliano lungo la frontiera meridionale. Bisogna tenere presente che il compito affidato dal Consiglio di sicurezza all'Unifil prevede in primo luogo il rafforzamento del governo in carica. Ma il governo in carica, presieduto dal sunnita Fuad Siniora, è una delle parti in lotta contro gli sciiti di Hezbollah che accusano Siniora di voler stringere legami con gli Stati Uniti e Israele per estromettere Hezbollah dal Libano. L'Unifil è guidata in questi mesi dagli italiani (che costituiscono, con circa 2.500 uomini, uno dei contingenti più forti presenti nell'area); sebbene il comando italiano sia stato recentemente accusato di aver assunto un atteggiamento troppo tollerante verso Hezbollah, non è sfuggito alle parti interessate un accenno fatto dal presidente del Consiglio alla possibilità di un mutamento delle cosiddette "regole di ingaggio", cioè delle regole che delimitano la libertà d'azione delle forze dell'Onu, impedendo che esse partecipino a scontri armati o assumano iniziative non meramente difensive. In verità la questione è molto chiara, poiché le regole di ingaggio sono fissate dal Consiglio di sicurezza dell'Onu e non dai singoli governi. Tuttavia è altrettanto palese il fatto che il nuovo governo italiano, con un misurato mutamento di accenti, anziché guardare con simpatia alle forze anti-israeliane, propenderà verso una soluzione pacifica delle crisi regionali, tale da dare a Israele maggiori speranze di solidarietà di quanto non facesse il governo Prodi. Il fulcro della questione sta dunque nella necessità in cui il ministero degli Esteri italiano riuscirà a trovare un nuovo punto di equilibrio fra il desiderio di appoggiare la causa israeliana e quello di non suscitare inutili e dannose avversioni nel mondo arabo. Sono, queste, esigenze meno visibili delle emergenze esistenti in alcune parti d'Italia ma sono pur esse esigenze che toccano aspetti di vitale interesse per il Paese.

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Hezbollah conquista Beirut Ovest Siniora: <Golpe diretto dalla Siria> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Prosegue l'offensiva delle milizie sciite in Libano: 15 morti, decine di feriti. Oscurata tv governativa. Damasco:"Non c'entriamo" Hezbollah conquista Beirut Ovest Siniora: "Golpe diretto dalla Siria" Beirut ovest è totalmente in mano a Hezbollah, che in soli due giorni ha conquistato con la forza il controllo dei principali quartieri sunniti e di diversi tsobborghi ad alta densità di cristiano-maroniti. Il biilancio di due giorni di sanguinosi scontri nelle vie della città è di 15 morti e decine di feriti: "E' un golpe armato condotto per far tornare la Siria in Libano ed estendere il braccio dell'Iran nel Mediterraneo", denunciano le forze della coalizione di governo. Damasco, dal canto suo giura di non avere nulla a che fare con la rivolta capitanata da Hezbollah: "Quel che accade è un affer interno al Libano, ci auguriamo che i fratelli libanesi riescano a trovare una soluzione attraverso il dialogo", ha detto il presidente siriano Bashar al-Assad. L'escalation militare imposta dal movimento sciita, molto simile a quella avvenuta a Gaza con la cacciata di Abu Mazen, è diventata un autentic colpo di mano quando Hezbollah ha costretto alla chiusura di tutti gli organi di informazione di proprietà della famiglia del leader della maggioranza parlamentare anti-siriana, Saad Hariri: due emittenti televisive in chiaro, un canale satellitare, un'emittente radiofonica e un giornale. "Tutti i canali televisivi sono stati chiusi e posti sotto il controllo dell'esercito a seguito di minacce di elementi armati", ha detto una fonte governativa. Imbarazzante la semplicità con la quale nel corso della mattinata di ieri diversi quartieri sunniti nella zona occidentale di Beirut, considerati roccheforti della coalizione di governo, sono caduti nelle mani dei miliziani. Le strade dei quartieri di Zarif, Zokak al-Blat, Malla, Corniche al-Mazraa e Ras an-Nabaa sono presidiate da armati di Hezbollah e di Amal, l'altro movimento sciita. Ad Hamra, abitato da sciiti, sunniti e cristiano maroniti, hanno avuto la meglio i primi. L'ultimo bastione sunnita a cadere è stato Tarek al-Jadeedi. A quel punto, il leader cristiano Michel Aoun, alleato di Hezbollah, ha potuto dichiarare: "Oggi è un giorno di vittoria per il Libano". La conquista di Beirut ovest è stata salutata dai miliziani sciiti con colpi di mitraglietta mentre nella Beirut cristiana la vita prosegue normalmente. Anche il porto è stato chiuso, e il Libano è adesso isolato dopo che anche l'aeroporto era stato vietato a decolli e atterraggi. L'Italia ha pronto un piano di evacuazione dei connazionali. "Coloro che vogliono lasciare l'area centrale di Beirut -ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini- possono farlo e avranno un ponte nazionale". Quanto alle regole di ingaggio di Unifil nel sud del Paese, ha aggiunto, "bisogna prima parlarne con i comandi militari". Israele ha accusato l'Iran di fomentare gli scontri, ma Teheran ha respinto e rilanciato: "Gli sforzi avventurosi e gli interventi degli Stati Uniti e del regime sionista sono la causa principale del caos nel Libano", si legge in un minaccioso comunicato. In serata è giunto il monito degli Stati Uniti a a Siria e Iran, tramite il portavoce della Casa Bianca Gordon Johndroe, il quale ha affermato che l'amministrazione americana è "molto turbata" per le operazioni militari lanciate da Hezbollah: "Sosteniamo il governo democraticamente eletto del Libano". red.es 10/05/2008.

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Docu-Fiction mmm1/2 Sotto le bombe di Ph (sezione: Israele/Palestina)

( da "Messaggero, Il" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Ilippe Aractingi, con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz UN UOMO, una donna, un paese devastato da una guerra lampo. Lui, cristiano, guida il taxi. Lei, sciita, cerca il figlio che aveva lasciato nel Sud, dalla zia. Troveranno profughi, terrore, crateri, distruzione materiale e morale. Ma anche nel Libano piegato dai missili e minato dalle divisioni intestine, c'è spazio per un brandello di umanità. Girando in parte nell'agosto 2006, durante i 33 giorni della guerra israelo-libanese, Aractingi mescola realtà e fiction con sguardo attento e rigoroso. Niente "spettacolo" (mai cadaveri o uccisioni sullo schermo, e l'assenza della figura umana in quell'apocalisse è ancora più straziante). Nessuna speculazione politica. Non conta attribuire colpe, solo raccontare la pena di ogni guerra, sotto qualsiasi cielo. Quattro Fontane.

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La non violenza, il nostro agire La politica in cui crediamo è l'antidoto all'imbarbarimento del paese (sezione: Israele/Palestina)

( da "Liberazione" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Una lettera dei Giovani Comunisti in risposta ad Alfio Nicotra La non violenza, il nostro agire La politica in cui crediamo è l'antidoto all'imbarbarimento del paese Cara "Liberazione", in questi giorni leggendo i commenti di molti del partito ci è parso che si siano aperte le porte di un giubileo, porte aperte per purificarsi e subito richiuse. In un articolo del 7 maggio, dove Alfio Nicotra parla anche dei/delle Giovani Comunisti/e, si dice, parafrasando Gandhi, che la non-violenza va innanzitutto agita su noi stessi. Siamo assolutamente in sintonia: quasi mai ci siamo spaccati e "fatti la guerra", anche quando ci siamo molto divisi. Quasi sempre molta discussione e al bando tra di noi politicismi e tatticismi. Spesso abbiamo sostituito le assemblee aperte agli organismi dirigenti e provato ad anteporre il contributo che ognuno di noi poteva dare ad ogni potere politico. Non abbiamo mai considerato la non violenza un confine da usare per separare. Fin dove è possibile, ci sentiamo in una ricerca aperta di critica e di sottrazione all'amministrazione del potere. Da don Tonino Bello abbiamo imparato, oltre alla non-violenza, la "convivialità delle differenze": la capacità tra diversi di potersi guardare negli occhi e dividere la stessa mensa assieme. Oggi abbiamo la necessità di provare ora a praticarla, a prescindere da un congresso a tesi o a mozioni, che possiamo dire con un po' di onestà intellettuale che poco cambia. Il documento dei/delle Giovani Comunisti/e (pubblicato da "Liberazione") è per noi anche questo proposito. E' stato approvato dalla larga maggioranza del coordinamento nazionale dopo una bella discussione, da compagni e compagne che, davanti ad un arretramento proprio nei confronti di quell'apertura ai movimenti e alla società che ci circonda, di cui Alfio parla nel suo articolo, rispondono di non volersi serrare dietro l'identitarismo o nel fortino del partito, e scelgono di continuare quell'esperienza, non ritenendola per nulla conclusa, provando al contrario ad includerla in una prospettiva più ampia per la sinistra. La permanenza al governo, che abbiamo scelto insieme (noi e anche Alfio) ha sacrificato il piano delle relazioni fra numerosi soggetti, ha fatto emergere contraddizioni e insufficienze che drammaticamente non si sono risolte. Anche noi ne abbiamo subito le conseguenze, ma mai, in questi due anni, abbiamo rinunciato ad un conflitto, un corteo o un'azione. Mai ci siamo sottratti, e questo non è irrilevante, se si vuole evitare ogni risposta semplicistica, ad uso congressuale, alle paure e ai dubbi che oggi abitano ognuno di noi. Non è irrilevante che i/le Giovani Comunisti/e attraversavano le strade di Roma con il movimento pacifista, mentre qualcuno, più informato di noi sulla politica internazionale, rinchiudeva il partito in una piazza deserta il 9 giugno. Non è irrilevante Vicenza, i presidi davanti ad ogni discarica vecchia e nuova, come a Serre o a Chiaiano, la May Day e Portella della Ginestra con il movimento antimafia, il Gay Pride, i cortei femministi, quelli antifascisti, quello dei centri sociali a Bologna contro il sindaco sceriffo, ogni manifestazione studentesca del paese. Non è irrilevante neppure che, al contrario di chi da mesi si riempie la bocca sulla necessità di ricostruire lo spazio della sinistra nel nostro paese, noi lo spazio pubblico abbiamo provato ad aprirlo, in maniera tangibile e collettiva: il Left, la casa dei giovani di Palermo, i Network Giovani in tutta Italia, PlayLeft a Milano, le tante reti torinesi, gli spazi sociali occupati che sosteniamo con passione, due anni di carovane in Chiapas, i campi di solidarietà in Palestina, le piccole associazioni in un progetto nazionale che si chiama Pixel che abbiamo costruito, ma che quasi tutti hanno fatto finta di non vedere. Stilare un curriculum di movimento della nostra organizzazione non è cosa difficile, ma alla fin fine non ci interessa e non risolve il problema. E' più utile per noi viverle queste esperienze, costruirle, sporcarci le mani, per capire che autonomia e innovazione non sono due vocaboli da congresso, due coordinate di uno schieramento, ma invece sono la carica materiale di un percorso a cui non abbiamo certo intenzione di rinunciare adesso. Tutto bene, dunque? A noi in ogni caso non pare, profondi sono i mutamenti e le riarticolazioni che il conflitto sociale ha assunto da Seattle ad oggi, ed indagarli è la condizione per ripensare l'agire del nostro partito. Vogliamo capire come l'autonomia dei movimenti è stata alterata dall'agenda di un governo che non ha intrapreso la strada del cambiamento e perché i luoghi della ricomposizione sociale e politica della sinistra (i social forum) si siano in parte esauriti. Ripensiamo al passato con l'occhio proiettato al futuro, ai conflitti che ci sono ed a quelli che verranno, perché è nelle contraddizioni vive tra capitalismo e esistenza che è possibile quella ricomposizione tra sociale e politico che per noi è la sinistra. Questo è ciò che sentiamo di domandarci, se fuori di noi non si fosse per lo più impegnati in una gara alla critica dell'altro. Ci aspettano altri 5 anni di governo delle destre, dalla Sicilia al Nord e anche a Roma. Sapere che un ragazzo è stato ucciso a Verona da neonazisti ci inquieta e ci fa sentire la responsabilità di ri-tessere un corpo sociale e un processo politico in grado di essere antidoto all'imbarbarimento di questo paese. E' questa l'opposizione costituente che vogliamo mettere in campo, schierata non nel congresso, ma nella società. I veleni sulla "conquista di postazioni dentro il partito nel nome del ricambio generazionale" li lasciamo volentieri a chi li mette in circolo. Berne troppo di veleno alla fine uccide. Noi abbiamo troppa voglia di vivere. Imma Panico Gc Napoli; Andrea Polacchi Gc Torino; Giacomo Triggiano Gc Firenze; Luca Stanzione e Daniela Castiglioni portavoce Gc Milano; Costanza Chirivino Gc Palermo; Gianluca Romeo Gc Reggio Calabria; Nicola Carella Gc Bari; Gaia Stanzani Gc Emilia Romagna; seguono altre firme 10/05/2008.

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Israele, razzo uccide donna israeliana (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Israele, razzo uccide donna israeliana Intanto ennesimo morto per la mancanza di cure mediche nella Striscia Gaza city, 10 mag.- Dopo innumerevoli colpi a vuoto un razzo Qassam è tornato a uccidere fra i coloni israeliani. Ieri un razzo lanciato dalla striscia di Gaza ha colpito mortalmente una donna a Kfar Aza, nel Neghev, un villaggio molto vicino alla striscia. Alcune fonti parlano di feriti senza però precisarne il numero. In tutto sarebbero stati sparati quattro razzi, di cui uno ha realizzato il suo macabro obbiettivo. Intanto l'agenzia Infopal rende noto della morte dell'ennesimo palestinese morto per le mancate cure mediche causate dalla morsa di Israele sulla Striscia di Gaza, che priva gli ospedali palestinesi dei rifornimenti medici e idrici necessari da ormai 11 mesi. L'ennesimo caso di decesso si concretizza nel nome di Khalil Saleh Abu Herbed, 52 anni, di Beit Hanoun, morto di cancro. Con quello di ieri il numero dei decessi è salito a 147, di cui molti donne e bambini.

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Israele attacca il sud di Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Esteri Ancora scontri in Medio Oriente Israele attacca il sud di Gaza Il raid ha causato cinque morti Gaza, 10 mag. - Continuano gli scontri nella striscia di Gaza. Stamane, riporta l'agenzia Adnkronos, due raid da parte di aerei dell'aviazione israeliana hanno causato la morte di cinque palestinesi. Secondo le fonti di Hamas, le cui postazioni militari sono state oggetto dell'attacco, l'incursione è avvenuta nella zona del sud della striscia, vicino alla località di Rafah.

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"Governo troppo debole per sfidare il partito di Dio" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

A innescare i disordini di questi giorni a Beirut è stata la decisione del governo libanese di dichiarare illegale la rete telefonica fissa che offre copertura al movimento Hezbollah - dice il professore Vali Nasr, autore del saggio "La rivincita sciita" (Università Bocconi Editore, 2007) -. Hezbollah resisterà a ogni tentativo del governo di indebolire la sua organizzazione". I militanti di Hezbollah hanno preso il controllo dei quartieri occidentali di Beirut, hanno cacciato i sostenitori del governo libanese filo-occidentale e obbligato i media pro-governativi a chiudere i battenti. Quale obiettivo si pone il Partito di Dio? "Hezbollah sta sfidando il governo centrale da un paio d'anni, e precisamente dalla guerra contro Israele scoppiata nell'estate del 2006. Hezbollah chiede di essere più rappresentato nel governo che, da parte sua, vuole il disarmo delle milizie e vuole che smettano di agire come uno Stato dentro lo Stato. In questa lotta il governo è appoggiato dall'Occidente, Hezbollah dall'Iran e dalla Siria. Di conseguenza parte della pressione esercitata dal governo riflette le tensioni tra Washington e Teheran, mentre Hezbollah chiede più peso nelle decisioni che riguardano gli interessi siriani in Libano". E non va sottovalutato il fattore demografico... "Certo, oggi la comunità più numerosa è quella sciita, rappresentata da Hezbollah e dal suo partner Amal, ma il suo potere è decisamente inferiore a quello dei cristiani maroniti e dei musulmani sunniti al potere. L'escalation di violenza di questi giorni riflette anche il conflitto tra sette". Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico, il controllo di Damasco su Beirut ha a che vedere con i giochi di potere con Israele, e anche l'Iran considera il Libano una pedina nel gioco di scacchi contro i sionisti". In questi giorni il governo libanese filo-occidentale è stato umiliato dai miliziani di Hezbollah che scorrazzano per Beirut senza trovare opposizione. Come può il governo riacquistare una qualche credibilità? "Il Libano è uno Stato debole e infatti solo tre anni fa è finita l'occupazione della Siria. Anche il suo governo è debole e non potrà riacquistare credibilità finché continuerà a sfidare Hezbollah, uscendone con le ossa rotte. L'unica soluzione per salvare la faccia è cominciare a fornire quei servizi sociali tanto necessari alla popolazione, in particolare ai poveri. Come in Iraq, questo è un processo lungo e difficile, complicato dalle divisioni tra sette". Quanto pesano la neutralità delle forze armate e l'abilità dei generali nel gestire le divisioni settarie? "Se perdono il controllo il Libano, si rischia di tornare alla guerra civile degli Anni 70, con le milizie maronite, sunnite e sciite per le vie di Beirut". I media citano sempre Nasrallah, il leader militare di Hezbollah, e raramente l'ayatollah Fadlallah, il loro leader spirituale: che fine ha fatto? "Ha preso decisamente le distanze da Hezbollah ed è pure in pessimi rapporti con l'Iran che appoggia le milizie".

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[FIRMA]GIOVANNA FAVRO Il dialogo tra israeliani e palestinesi, alla Fiera del libro, si farà (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Negato quest'anno dal boicottaggio che ha portato pressoché tutti gli autori di lingua araba a disertare i ripetuti inviti di Librolandia, l'incontro avverrà nel 2009 per volontà dell'assessore regionale alla Cultura Gianni Oliva. Che non può promettere nulla, se non il suo impegno. "Ripartiamo, su questo tema. Assolutamente, ripartiamo con decisione, convinti che si debba e si possa trovare un punto di incontro. Non possiamo immaginare che la prossima Fiera del libro non tenga conto di ciò che è accaduto quest'anno, un'edizione sotto ogni aspetto eccezionale". La proposta di Oliva è di utilizzare l'arena della Regione, cioè lo spazio di Lingua Madre, il luogo in cui si incontrano autori che vengono dagli angoli più lontani del pianeta. "Ho riflettuto su quanto sta accadendo e sulle parole di Yehoshua, che s'è detto pronto a tornare a Torino per incontrare i palestinesi. Ho deciso: l'anno prossimo dedicheremo tutto il palinsesto di Lingua Madre a questo dialogo. Inviteremo esclusivamente, per alcuni giorni o per tutta la durata della Fiera, autori e intellettuali israeliani e palestinesi. Penso a letterati, ma anche a confronti storiografici e politologici". L'anno prossimo il paese ospite sarà l'Egitto, e a chi pensa di invitare solo voci palestinesi, così come quest'anno si ascoltano solo voci di israeliani, Oliva risponde duro: "Parlo di dia-lo-go, e il dialogo prevede due parti che parlano in contemporanea, e non una parte che segue l'altra a distanza di un anno. E' ciò che avrebbe dovuto accadere già oggi, se gli autori di lingua araba non avessero aderito al boicottaggio. L'occasione mancata si concretizzerà nel 2009. Spero che accetteranno l'invito, in particolare, quanti sono stati più decisi nel boicottaggio. La cultura, se è tale, non fa vendette". Oliva ha in mente un palinsesto di incontri, ma anche momenti di spettacolo, dalla danza alla musica. Saranno pure servite specialità israeliane e palestinesi all'etno-ristorante della Regione, in cui si gustano a prezzi stracciati ricette multietniche: quest'anno è meno visibile degli anni scorsi, ed è meno frequentato, ma è un peccato, perché la cucina curata da Maison Musique garantisce la scoperta di cibi tradizionali di paesi lontanissimi con un eccellente rapporto qualità-prezzo (8 euro e mezzo, bevande escluse). Ieri, in Fiera gli organizzatori erano di buon umore per i risultati di pubblico del secondo giorno d'apertura: c'era una gran calca alle biglietterie, dopo il leggero calo dell'inaugurazione. Si teme però che congiuri contro le affluenze di oggi il corteo di solidarietà ai palestinesi, e domani è in calendario pure la domenica ecologica. Ieri il presidente Rolando Picchioni ha accompagnato i lionesi proprietari del Lingotto a visitare Librolandia: si sono detti ansiosi, visto il successo dell'edizione 2008 della Fiera (di cui s'è molto parlato anche sui giornali francesi), di spendere 20 milioni per costruire il quarto padiglione. Subito dopo, Picchioni era sereno, ottimista e solidamente convinto della bontà delle scelte compiute. Linea che ribadisce anche Oliva: "Le polemiche non fanno diventare sbagliata una scelta giusta". Quanto al pubblico, "sono sicuro che a fine Fiera conteremo più biglietti degli anni scorsi. Se così non sarà, ma ci sarà un lieve calo, poco male: sarà compensato ampiamente dal patrimonio di notorietà internazionale e di sempre maggiore credibilità acquistata con questa edizione. Tutti i giornali del mondo hanno parlato della Fiera di Torino. Del resto, quando mai s'era visto a una Fiera del Libro il Capo dello Stato?". La massima carica istituzionale dello Stato. Cui, per di più, oggi seguiranno la visita tra gli stand del presidente del Senato e del neo-ministro della Cultura. Emma Bonino sarà alle 15 allo stand di Israele.

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"Una bandiera bruciata è solo un pezzo di stoffa" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Erri De Luca è alla Fiera del Libro di Torino per parlare delle sue traduzioni della Bibbia. E l'applaudono a lungo, nella Sala gialla del Lingotto in cui siedono molti ebrei, quando spiega "leggo ogni mattina l'ebraico antico, che accompagna il mio risveglio". De Luca, cosa pensa degli autori che boicottano la Fiera? "Non si boicottano i libri. I libri sono la parola, e chi nega il diritto di parola a qualcuno, può togliergli qualunque altra cosa. Questo diritto non è trattabile, non si discute, è inviolabile: va garantito persino a chi ha commesso delitti di lotta armata e ha pagato i propri debiti, figuriamoci agli scrittori. Chi vuol far tacere i libri, vuol mettere un silenziatore: un oggetto che s'avvita sulla canna delle pistole prima di sparare. Comunque il libro israeliano per eccellenza è la Bibbia, che è difficile da boicottare". E' stato un errore invitare Israele? "Perché mai? La Fiera non deve occuparsi né preoccuparsi di nulla se non di libri. Israele festeggia i 60 anni dello Stato a casa sua, qui si parla di letteratura". Molti hanno alzato la voce, però. "Trova? A me non pare ci sia questa grande levata di voci". Hanno bruciato le bandiere israeliane. "Non mi pare granché, bruciare due pezzi di stoffa: è un'espressione minima di dissenso". C'è chi dice: chi brucia le bandiere brucia i popoli che rappresentano. "Chi dà fuoco a una bandiera brucia un pezzo di stoffa e in genere salva pure l'asta. Non facciamola troppo grossa". C'è un certo allarme per il corteo di filopalestinesi e centri sociali: lo condivide? "Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero, e un corteo è fatto per questo". Evocando la zona rossa da violare, gli organizzatori agitano lo spettro del G8. "A Torino non ho respirato questo clima. Spero sia enfasi retorica per sottolineare che non amano i divieti. Anch'io non li amo". Alla Fiera si danno appuntamento molti esponenti di partiti a sinistra del Pd. E' un male, che non siano più in Parlamento? "La vera sinistra del Paese non è in Parlamento da tempo. Parlo di quella che detesta i Cpt o che vorrebbe il ritiro dei soldati italiani da certe missioni: non c'era nemmeno prima". Per questo la sinistra ha perso? "Ha perso perché c'è un'oligarchia che non permette d'essere messa in discussione: gruppi chiusi che non consentono ricambio dal basso. Pagano una politica di compromesso sui temi principali, che sono anche i più vulnerabili. Ora avranno tempo per riflettere".

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A innescare i disordini di questi giorni a Beirut è stata la decisione del governo libanese di (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Dichiarare illegale la rete telefonica fissa che offre copertura al movimento Hezbollah - dice il professore Vali Nasr, autore del saggio "La rivincita sciita" (Università Bocconi Editore, 2007) -. Hezbollah resisterà a ogni tentativo del governo di indebolire la sua organizzazione". I militanti di Hezbollah hanno preso il controllo dei quartieri occidentali di Beirut, hanno cacciato i sostenitori del governo libanese filo-occidentale e obbligato i media pro-governativi a chiudere i battenti. Quale obiettivo si pone il Partito di Dio? "Hezbollah sta sfidando il governo centrale da un paio d'anni, e precisamente dalla guerra contro Israele scoppiata nell'estate del 2006. Hezbollah chiede di essere più rappresentato nel governo che, da parte sua, vuole il disarmo delle milizie e vuole che smettano di agire come uno Stato dentro lo Stato. In questa lotta il governo è appoggiato dall'Occidente, Hezbollah dall'Iran e dalla Siria. Di conseguenza parte della pressione esercitata dal governo riflette le tensioni tra Washington e Teheran, mentre Hezbollah chiede più peso nelle decisioni che riguardano gli interessi siriani in Libano". E non va sottovalutato il fattore demografico... "Certo, oggi la comunità più numerosa è quella sciita, rappresentata da Hezbollah e dal suo partner Amal, ma il suo potere è decisamente inferiore a quello dei cristiani maroniti e dei musulmani sunniti al potere. L'escalation di violenza di questi giorni riflette anche il conflitto tra sette". Il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato di Israele ha qualcosa a che vedere con l'attuale crisi libanese, oppure essa è causata esclusivamente da fattori interni? "Non c'è un legame diretto ma Israele è storicamente un fattore critico nella politica libanese, fin dagli Anni 70: dal Paese dei cedri i leader palestinesi hanno preso di mira lo Stato ebraico, il controllo di Damasco su Beirut ha a che vedere con i giochi di potere con Israele, e anche l'Iran considera il Libano una pedina nel gioco di scacchi contro i sionisti". In questi giorni il governo libanese filo-occidentale è stato umiliato dai miliziani di Hezbollah che scorrazzano per Beirut senza trovare opposizione. Come può il governo riacquistare una qualche credibilità? "Il Libano è uno Stato debole e infatti solo tre anni fa è finita l'occupazione della Siria. Anche il suo governo è debole e non potrà riacquistare credibilità finché continuerà a sfidare Hezbollah, uscendone con le ossa rotte. L'unica soluzione per salvare la faccia è cominciare a fornire quei servizi sociali tanto necessari alla popolazione, in particolare ai poveri. Come in Iraq, questo è un processo lungo e difficile, complicato dalle divisioni tra sette". Quanto pesano la neutralità delle forze armate e l'abilità dei generali nel gestire le divisioni settarie? "Se perdono il controllo il Libano, si rischia di tornare alla guerra civile degli Anni 70, con le milizie maronite, sunnite e sciite per le vie di Beirut". I media citano sempre Nasrallah, il leader militare di Hezbollah, e raramente l'ayatollah Fadlallah, il loro leader spirituale: che fine ha fatto? "Ha preso decisamente le distanze da Hezbollah ed è pure in pessimi rapporti con l'Iran che appoggia le milizie".

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L'informazione deformata e Israele spiegati da Pagliara (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

INCONTRO L'informazione deformata e Israele spiegati da Pagliara Il Master in Giornalismo dell'Università di Torino, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti e Stampa Subalpina, organizza venerdì 9 maggio un incontro con l'inviato della Rai Claudio Pagliara sul tema "Israele e informazione deformata". Il giornalista incontra il pubblico e gli studenti del master al Palazzo del Rettorato, in via Po 17, dalle ore 11. Nato a Frosinone il 2 giugno 1958, professionista dal 1984, Pagliara inizia la sua carriera dapprima alla Stampa e poi nella televisione di Stato come corrispondente da Parigi per il Tg2. Dopo aver ricoperto la carica di responsabile del settori esteri per il telegiornale della seconda rete, si trasferisce in Medio Oriente, dove, da sette anni, dirige l'ufficio di corrispondenza della Rai a Gerusalemme. Ospite a Torino in occasione della Fiera del Libro, presenta una video-intervista di 25 minuti allo scrittore israeliano Abraham Yehoshua. \.

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Partito il corteo antisraele (sezione: Israele/Palestina)

( da "Voce d'Italia, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Politica Partito il corteo antisraele Tra i manifestanti Marco Ferrando Torino, 10 mag.- Una enorme bandiera palestinese apre il corteo dell'associazione Free Palestine, organizzato per boicottare la prenza di Israele alla Fiera del Libro di Torino. Per ragioni di oordine pubblico la manifestazione non raggiungerà il Lingotto, ma verrà fermata alcune centinaia di metri prima. Circa mille agenti presidiano i punti nevralgici della città, secondo gli organizzatori i partecipanti sono circa 5.000, secondo la Questura, un migliaio.Al corteo partecipa il leader comunista Marco Ferrando.

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Hezbollah issa la bandiera su Beirut Ovest (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

I miliziani sciiti occupano i quartieri sunniti dove hanno sede i partiti più filo-occidentali [FIRMA]LORENZO TROMBETTA BEIRUT Avevano più volte minacciato di poter "conquistare" Beirut in solo sei ore. Ci sono riusciti in poco più di dieci. Gli Hezbollah libanesi, sostenuti dall'Iran, hanno dimostrato ancora una volta - come nell'estate 2006, quando fornirono a Israele il "casus belli" per scatenare la guerra di 34 giorni - di essere i veri padroni del Libano. Dopo una battaglia di strada senza esclusione di colpi, in cui razzi sparati da lancia granate sono stati usati come pallottole, i miliziani sciiti di Hezbollah e i loro fiancheggiatori di Amal, l'altro movimento sciita d'opposizione, hanno posto sotto il loro controllo tutta Beirut Ovest, tradizionale feudo del sunnismo libanese. Intorno alla mezzanotte di ieri, dopo ore di intensi combattimenti ai margini della collina di Qoreitem, dove si trova la residenza fortificata del sunnita Saad Hariri, leader del partito filogovernativo di Al Mustaqbal (il Futuro), i guerriglieri di Hezbollah hanno occupato i posti chiave dei quartieri "rivali", blandamente controllati dai seguaci di Hariri, assaltando e dando alle fiamme le sedi del partito. Nelle battaglie di strada, iniziate mercoledì, sono già morte 13 persone. Condoleezza Rice ha fatto sapere che Washington sosterrà il governo Siniora e ha condannato Hezbollah per "l'uccisione di civili innocenti". Prima dell'alba, quando dai minareti i muezzin - sunniti e sciiti - di Beirut Ovest chiamavano i fedeli alla prima delle cinque preghiere del giorno e mentre su tutta Beirut gli elementi si scatenavano dando vita a un inatteso nubifragio, le milizie sciite circondavano, lanciarazzi in spalla, le sedi della radio, della tv e del giornale di Al Mustaqbal, costringendo i pochi impiegati ad abbandonare gli immobili e interrompendo le trasmissioni. Alle otto del mattino, messa a tacere "la propaganda dei nemici dello Stato", la tv Al Manar di Hezbollah spiegava: "Beirut è stata purificata dai collaborazionisti dei sionisti", era il titolo del notiziario mattutino mentre scorrevano le immagini dei "resistenti", intenti a issare la bandiera giallo-verde del Partito di Dio in cima al palazzo della tv Al Mustaqbal. L'inizio del giorno è stata la fine della battaglia. Beirut Ovest è rimasta paralizzata e deserta per l'intera giornata di ieri, con ronde dei miliziani dal volto coperto e armati di fucili automatici a pattugliare le strade dei territori conquistati e a fermare gli estranei in cerca di qualche nemico. I seguaci sunniti di Hariri si sono arresi nei loro ultimi bastioni prima della preghiera di mezzogiorno, mentre nessun spiraglio di una ricomposizione politica della crisi appariva all'orizzonte. I leader della coalizione governativa del "14 marzo", sostenuta da Usa e Arabia Saudita, si sono riuniti per ore a nord di Beirut senza partorire una risposta adeguata all'avvenuta occupazione di metà della capitale. Anche il governo del premier sunnita Fuad Siniora è rimasto in un imbarazzato silenzio, mentre tra i leader filogovernativi soltanto il druso Walid Jumblat (assediato nella sua villa di Beirut Ovest) e il maronita ed ex presidente Amin Gemayel (da Parigi) hanno sfidato, a parole, il movimento sciita: nonostante la sua supremazia militare, ha detto Jumblat, "Hezbollah non riuscirà a imporre la sua volontà ai libanesi". In questo scenario, i 2.500 soldati italiani dell'Unifil, il contingente più numeroso della forza Onu nel sud del Libano, hanno assicurato di "essere tranquilli e sereni" nello svolgimento dei loro "compiti di sempre". Il colonnello Giuseppe Perrone, portavoce del contingente italiano non ha nascosto che gli eventi di Beirut sono osservati "con estrema attenzione" dai soldati italiani, che sono comunque dei "professionisti in grado di fronteggiare situazioni di crisi". "Fino ad ora - ha detto Perrone - sul terreno dove operiamo non ci sono segnali di novità e il rapporto tra noi e la popolazione del Sud", in prevalenza sciita e fedele a Hezbollah o ad Amal, "continua a essere estremamente positivo. Anche perché - ha concluso l'ufficiale italiano - continuiamo nelle nostre funzioni di pattugliamento militare e di cooperazione civile". Al tramonto su tutta Beirut si odono ancora sporadiche raffiche di mitra e se nella parte occidentale gli abitanti sono costretti a rimanere rintanati nelle loro case. Nella parte orientale, abitata in prevalenza da cristiani, alcuni supermercati continuano a subire l'assalto di clienti intenti a fare scorte di provviste e alcuni pub aprono i battenti sperando in qualche impavido avventore.

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La cultura non fa vendette Aspettiamo anche chi ha boicottato la Fiera (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 10-05-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

IL CONFRONTO "La cultura non fa vendette Aspettiamo anche chi ha boicottato la Fiera" [FIRMA]SILVIA FRANCIA "Peccato, una bella occasione sprecata". La vena polemica si sente chiara e forte in quel: "L'avessi organizzata io, avrei invitato israeliani e palestinesi, entrambi ospiti d'onore allo stesso titolo, e allora sì che si sarebbe lanciato un messaggio rivoluzionario: non questo "silenzio assordante" che zittisce la causa dei più deboli". Dario Fo non le manda a dire: neanche se l'interlocutore, seduto vicino a lui in una Sala Gialla piena zeppa, è quello stesso Ernesto Ferrero che dirige la Fiera di cui il Nobel è ospite. Un evento a cui Fo, accompagnato da Franca Rame e affiancato nel dibattito dalla giornalista de La Stampa Francesca Paci, si dichiara affezionato: "Credo sia una potente cassa di risonanza. Anche per questo mi ha infastidito la scelta di celebrare il sessantennale di Israele, scordando le atrocità di una guerra lunghissima e il dolore, le angherie e crudeltà subite dalla controparte". Applausoni. L'esordio dell'incontro di ieri sembrava preludere a una mezza baruffa: già a partire dalla decisione dell'attore di cambiare il tema del dibattito, che avrebbe dovuto riguardare il suo libro "L'apocalisse rimandata", invece liquidato in due battute. Il resto del tempo, Dario e Franca lo hanno speso a ribadire da che parte stanno schierati, "dal momento che la cultura è politica". "Domani (oggi, ndr) devo andare dal medico, altrimenti avrei partecipato alla marcia filopalestinese. Non c'è nulla da festeggiare in una tragedia che dura da tanto, sostenuta da Paesi a cui fa comodo che questa situazione". Si associa Ferrero, che incassa con eleganza le critiche: "Forse abbiamo sbagliato, ma questo è un "numero zero", una prova. D'altronde, di palestinesi ne abbiamo invitati: li capiamo se non hanno voluto partecipare, ma ritenteremo l'anno prossimo ad affiancarli agli israeliani nel nome del libro, che non ha bandiere". Una promessa che placa gli animi. "Ci contiamo davvero": e così Fo può lasciare la sala sorridendo sotto al panama bianco, circonfuso di folla affettuosa e ricambiata tanto da lui quanto da Franca. Ma un'ultima battuta gli scappa. "Se mi avessero vietato di parlare di questo argomento, non avrei fatto come Grillo. Mi sarei messo sul piazzale, qui davanti, e avrei detto comunque ciò che penso".

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