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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA:

Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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tARTICOLI DEL  12-15 settembre 2008      #TOP



Report "Israele/Palestina"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Israele/Palestina (25)


Indice degli articoli

Sezione principale: Israele/Palestina

Intercettazioni, prova generale ( da "Unita, L'" del 12-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: paesi occidentali e fu inutile far loro osservare che altrove (se si esclude il caso dello stato di Israele) l'immunità di mandato riguardava il capo dello Stato e, in qualche caso, del parlamento ma, in nessun caso, il capo del potere esecutivo che, invece , era alla base, per dichiarazione esplicita, del caso italiano. E, anche oggi , si parlano due lingue che non si incontrano.

LA BOMBA DEGLI AYATOLLAH FRA GIUDIZI E PREGIUDIZI ( da "Corriere della Sera" del 12-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: il Pakistan e Israele". Come tutte le notizie di agenzia, il suo intervento è stato sintetizzato, quindi non conosco l'argomentazione o se nell'estratto è stato snaturato il contenuto. Non ritiene, visti sia i continui richiami dell'Onu e le minacce Usa al leader iraniano Ahmadinejad, sia le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Ehud Barak (

Da che pulpito viene la predica iraniana ( da "Opinione, L'" del 12-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: e cioè che dopo le ripetute minacce all'esistenza di Israele da parte iraniana e la corsa al riarmo atomico che quest'ultima prosegue indisturbata davanti all'indifferenza mondiale, il governo israeliano dovrebbe prendere in seria considerazione l'eventualità di rapire Mahmoud Ahmedinejad, il presidente dell'Iran.

Anche per Frattini, la Siria svolge "un ruolo strategico" ( da "Opinione, L'" del 12-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Moallem ha ribadito che Hamas e Hezbollah "non sono movimenti terroristi". E che il ritiro israeliano dalle alture del Golan è "una condizione su cui non si deve discutere" prima di riprendere il dialogo. Damasco, insomma, non cambia di un millimetro. E' questo il regime che noi dovremmo incoraggiare?.

Se è anti-Usa il crimine è meno grave ( da "Giornale.it, Il" del 12-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: equilibrio che contiene la più alta dose di democrazia possibile in un Paese arabo del Medio Oriente, salvo che in Israele dove gli arabi israeliani godono di diritti civili che nessun arabo non israeliano si sogna. Gli americani sono andati a stanare Al Qaida e adesso Al Qaida è in rotta e si rifugia nel Maghreb, dilagando in rotta verso il Marocco, la Libia, la Tunisia, l'Algeria.

ISRAELE In cambio di Shalit liberi i capi di Hamas ( da "Unita, L'" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract:

Israele pronto a liberare i capi di Hamas Ecco la lista top secret: 40 big tra i detenuti palestinesi da scarcerare in cambio del soldato Shalit Quasi chiusa la trattativa. Dietro ( da "Unita, L'" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: mo anniversario degli accordi di riconoscimento reciproco fra Israele e Olp, il rais palestinese ha rilasciato al quotidiano israeliano Haaretz una intervista improntata a scetticismo in cui ha riferito che nei negoziati con il premier Ehud Olmert "non sono stati registrati successi" e che nelle questioni principali sono solo state messe sul tavolo "proposte diverse".

La ministra Livni in testa nelle primarie Per i sondaggi sarà la nuova premier ( da "Unita, L'" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Per Israele. Cinque giorni all'uscita di scena di Ehud Olmert. Secondo un sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano Yedioth Ahronoth, la ministra degli Esteri israeliana Tzipi Livni vincerà piuttosto agevolmente le primarie di Kadima, in programma il 17 settembre, e potrà rimpiazzare così Ehud Olmert alla guida del governo,

All'armi son fascisti ( da "Unita, L'" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: moine per il governo di Israele attualmente in carica, hanno deliberatamente ignorato la sarabanda revisionista o, al massimo, reagito con una cordiale tiratina d'orecchi. C'è persino qualcuno che è arrivato a candidarsi con questo centro-destra (e sottolineo "questo") anche se nell'alleanza c'è un partito di irrisolto orientamento xenofobo e talora frange dichiaratamente neonaziste.

Italia contro Israele negli euro-playoff ( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 2008-09-13 num: - pag: 59 categoria: REDAZIONALE Under 21 Italia contro Israele negli euro-playoff MALMÖ - Sarà Israele l'avversario della nazionale Under 21 nei playoff di qualificazione agli Europei 2009 in Svezia. Per gli azzurrini di Gigi Casiraghi gara d'andata in casa l'11 o 12 ottobre e ritorno il 14 o 15 ottobre.

<Da Alemanno e La Russa parole irritanti> ( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: sede meno opportuna" (ovvero in Israele) ha espresso un giudizio che, se lasciato "a una persona che non ha legami genealogici di alcun genere con il regime littorio" può anche "non fare scandalo", ma che se arriva da un esponente di spicco di un partito post-fascista come fu l'Msi assume un "connotato ambiguo e irritante".

Senza la neurotrofina topi e uomini non decidono ( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: di GIUSEPPE REMUZZI categoria: REDAZIONALE Convegno in Israele Il bilancio degli studi Senza la neurotrofina topi e uomini non decidono Le neurotrofine sono piccole proteine secrete dal sistema nervoso e governano vita e morte delle cellule nervose. Il fattore di crescita NGF scoperto da Rita Levi Montalcini è un tipo di neurotrofina.

<La storia degli ebrei oscurata dalla Shoah E dalla prudenza> ( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: mentre in Israele si è meno ossessionati dai fantasmi dell'antisemitismo, si è più disposti a scrivere una storia degli ebrei nelle sue luci e nelle sue ombre. Anche se in Israele da una ventina d'anni la popolarità degli studi sulla Shoah ha ridotto in posizione marginale le ricerche sulla storia ebraica antica,

Sfilano i guardiani dei ranch ( da "Stampa, La" del 13-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, Belgio e Stati Uniti". Il più importante raduno italiano, l'esposizione canina di Milano, ne aveva contati 36. L'evento vanta poi due nomi di spicco del settore: il giudice Joseph Franklin Baylis III, padre fondatore della razza, e il cane "Fiddledeedee", detto "Whycita", miglior soggetto di tutte le razze da pastore al Campionato del mondo di Stoccolma lo scorso luglio.

Una ricetta semplice e antica ( da "Stampa, La" del 14-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: in età ottomana era tanto diffusa nel Mediterraneo che tale pietanza era diffuse rapidamente e in Palestina affermandosi anche in ambiente ebraico. Negli Stati Uniti il termine più corrente per definire questo piatto è "shish kebab", anche se tale nome dovrebbe essere più propriamente assegnato agli spiedini iraniani fatti con carne macinata e per lo più accompagnati da riso.

Fini: lo strappo solitario e il gelo dei colonnelli ( da "Unita, L'" del 14-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: stacco netto rispetto alla distinzione finiana in Israele tra "male assoluto" nazifascista, e pagine fasciste anteriori, non tutte negative. No, stavolta c'è stato molto di più in Fini. Un vero capovolgimento di Fiuggi: l'antifascismo come valore fondante e positivo. Condito da un'altra, decisiva notazione storiografica, sull'intero fascismo stavolta.

Lerner: penso alla fidanzata di Frattini ( da "Unita, L'" del 14-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: su Israele. Ora vorrei fare una trasmissione sulla nostra fabbrica della vanità, su come questa fabbrica serva a fare soldi, partendo dalle foto della nuova fidanzata del ministro Frattini apparsa con stivali e frustino su Vanity, oppure da quella della ministra Gelmini in versione Audrey Hepburn su Panorama.

"anche la destra sia antifascista" fini piega alemanno e la russa - mauro favale ( da "Repubblica, La" del 14-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Come quello pronunciato nel 2003 durante il viaggio in Israele sul "fascismo come male assoluto". Già nei giorni scorsi, era già filtrata l'irritazione del presidente della Camera dopo le uscite dei suoi colonnelli. Giovedì c'era stato l'incontro con il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ieri, "lo strappo".

Il silenzio degli Alleati sui campi di sterminio ( da "Giornale.it, Il" del 14-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: quanto dibatte lo storico israelita Theodore S. Hamerow, docente all'Università del Wisconsin, nell'autorevole e provocatorio Why We Watched: Europe, America, and the Holocaust (Norton & Company, pagg. 576, euro 30,25), esaminando la responsabilità dell'inazione alleata, a suo parere non giustificata dalla strategia bellica, bensì piegatasi alle forme di antisemitismo in Francia,

Far pace con i buoni sentimenti ( da "Giornale.it, Il" del 14-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Uscito in Israele negli anni '70, il libro viene pubblicato per la prima volta in Italia. È ambientato durante la guerra del Kippur: ebrei e arabi, israeliani e palestinesi, sono alle prese con la realtà mediorientale. Tra dolori, commozioni, contraddizioni e ragioni degli uni e degli altri.

Al Qaeda infiltrata nei campi profughi del Sud Libano Fonti di intelligence temono attacchi anche contro i soldati dell'Unifil ( da "Unita, L'" del 15-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: destabilizzare il confine tra il Paese dei Cedri e Israele; colpire al cuore i "crociati" dell'Unifil, e tra essi i soldati italiani, considerati i più pericolosi perché i "più benvoluti" dalla popolazione locale. Il network terrorista di Bin Laden ha avviato una campagna di reclutamento dei miliziani delle fazioni radicali palestinesi in un campo profughi del Sud Libano,

La pericolosa deriva del berlusconismo ( da "Unita, L'" del 15-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: della Palestina e d'Israele, è un mondo in cui un paese democratico di tutto ha bisogno meno che di un nuovo tipo di dittatore avido (nella sua capacità di prendere e inghiottire tutto) e crudele (nella sua capacità di passare sopra i problemi dei lavoratori e dei pensionati, degli emigrati e di chi non la pensa come lui).

Olmert: <No ai pogrom contro i palestinesi> ( da "Corriere della Sera" del 15-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: REDAZIONALE Israele/1 Olmert: "No ai pogrom contro i palestinesi" TEL AVIV - Duro commento di Ehud Olmert al raid condotto sabato in un villaggio nel Nord della Cisgiordania da un gruppo di coloni israeliani. In seguito al ferimento di un bambino ebreo nella colonia di Yitzhar, decine di individui hanno devastato la vicina Assira al-

<E' la linea di Fiuggi ma ha forzato la mano> ( da "Corriere della Sera" del 15-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: durante la sua prima visita in Israele, definì il fascismo "un male assoluto", collegando il giudizio soprattutto alla stagione finale del mussolinismo, la sua sortita mi parve persino troppo caricata, eccessiva. Ma adesso che ha chiuso la partita e completato il periplo, c'è da levarsi il cappello per le future ricadute politiche".

Borsani: "Aspetto ancora che la sinistra condanni i crimini degli antifascisti" ( da "Giornale.it, Il" del 15-09-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Mi ricordo quanto Giorgio Almirante ammirasse Moshe Dayan e quanto ci raccomandasse di stare con Israele". Almirante diceva "non rinnegare e non restaurare". "Il fascismo è stato un movimento irripetibile. Dittatura? Ma nel resto del mondo cosa c'era? Mica democrazia dappertutto. E poi non è detto che la democrazia coincida sempre con la libertà.


Articoli

Intercettazioni, prova generale (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 12-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Nicola Tranfaglia L a pubblicazione su un settimanale vicino al Presidente del Consiglio di brani di telefonate di Romano Prodi è stata qualche giorno fa il pretesto per una polemica, ancora una volta, sulla riforma della giustizia e, in particolare, sul disegno di legge Alfano che limita le intercettazioni della magistratura ai reati con pene edittali oltre i dieci anni e punisce i giornalisti che le pubblicano con pene da uno a tre anni, cresciute fino a cinque anni se sono pubblici ufficiali. Il fatto è significativo. Il ddl Alfano sarà una sorta di prova generale per i rapporti politico-parlamentari tra maggioranza e opposizioni e il problema non riguarda soltanto le intercettazioni ma la riforma generale sulla giustizia che prevede la divisione delle carriere dei magistrati e la collocazione dei pm in una condizione più vicina al potere esecutivo. Non a caso un magistrato come Pietro Grasso, noto per la sua moderazione, ha ammonito la classe politica ad agire con prudenza: collocare i pm vicino all'esecutivo è quello che fece il regime fascista e le conseguenze sarebbero nocive alla libertà delle indagini che sono essenziali per il controllo di giustizia al centro di un'effettiva democrazia liberale. Grasso sa che la storia del nostro paese conta più dei problemi astratti di ordinamento e che in Italia la vicinanza dei giudici, o di parte di essi, al potere ha conseguenze necessarie di indebolimento di quel controllo. Peraltro l'intimidazione dei giornalisti, nel caso delle intercettazioni, influisce sull'altro pilastro della nostra democrazia: se si affievolisce il controllo di giustizia e, nello stesso tempo, si indebolisce quello della pubblica opinione, il risultato è garantito. In un paese nel quale le reti televisive sono tutte (o quasi) in mano al capo del governo e i giornali liberi si contano sulle dita di una sola mano, l'uno e l'altro controllo sono complementari. Se si indebolisce il primo, e l'altro non riesce a reagire, quel che succede a livello penale diventa opaco e i pericoli per la nostra democrazia crescono in maniera progressiva. Sembrano concetti di elementare buon senso quelli enunciati fino a qui. Ma il dialogo con la maggioranza non è meno difficile di quel che è accaduto, agli inizi dell'estate, a proposito del lodo Alfano. Anche allora il dialogo divenne impossibile perché gli esponenti del centro-destra non fecero che ripetere fino alla noia che si trattava di un provvedimento adottato allo stesso modo da tutti i paesi occidentali e fu inutile far loro osservare che altrove (se si esclude il caso dello stato di Israele) l'immunità di mandato riguardava il capo dello Stato e, in qualche caso, del parlamento ma, in nessun caso, il capo del potere esecutivo che, invece , era alla base, per dichiarazione esplicita, del caso italiano. E, anche oggi , si parlano due lingue che non si incontrano. È difficile trovare in Italia chi non si renda conto della necessità e dell'urgenza di una riforma che renda la giustizia rapida ed efficiente, oltre che giusta, e questo dipende con tutta evidenza non dalla divisione delle carriere ma da maggiori risorse dello Stato e da un'organizzazione interna migliore, oltre che da un mutamento delle procedure e da una maggiore preparazione sia dei magistrati che del personale ausiliario. Su questo aspetto dovrebbe esserci in parlamento il massimo della concordia e, quindi, si potrebbe arrivare in poco tempo all'approvazione di una legge di riforma ma è chiaro che diverso è il discorso che riguarda la divisione delle carriere o la limitazione dei mezzi per le indagini che si affaccia nel disegno di legge Alfano. L'ex ministro della Giustizia, Mastella, vorrebbe convincere l'attuale parlamento a ritornare al testo che venne approvato due anni soltanto dalla Camera e decadde per la crisi di governo ma forse non si rende conto che è proprio il legame tra la legge sulle intercettazioni e quella più generale sull'amministrazione della giustizia che rende impossibile l'accordo tra maggioranza e opposizioni. Del resto, il maggior partito dell'opposizione, il Partito Democratico, ha presentato propri disegni di legge sulle materie della giustizia e non può certo accettare, così come sono, i provvedimenti del governo Berlusconi ma dovrà vedere se quelle proposte saranno accettate, e in quale misura, dall'esecutivo. Resta l'atteggiamento di fondo della destra italiana sulla giustizia che identifica il problema piuttosto che nella mancanza di risorse, nella cattiva organizzazione e nel complesso delle procedure, nell'atteggiamento dei magistrati e nello loro preteso colore politico. Si è rispolverata nei media e in politica un'espressione linguistica del tutto fuori luogo adottata molti decenni fa per i seguaci di Peron (il cosiddetto "giustizialismo ") per bollare di fanatismo chi vuole semplicemente l'applicazione delle leggi e del dettato costituzionale, senza sconti e speciose amnistie. Come si fa a trovare un accordo in parlamento con chi ha dimenticato la lezione di Tocqueville sui due pilastri della democrazia liberale (la giustizia e la libertà di stampa ) e difende con le unghie e con i denti un assetto televisivo condannato dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia europea?.

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LA BOMBA DEGLI AYATOLLAH FRA GIUDIZI E PREGIUDIZI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 12-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-09-12 num: - pag: 45 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano LA BOMBA DEGLI AYATOLLAH FRA GIUDIZI E PREGIUDIZI Ho letto, da un'agenzia di stampa, del suo intervento al dibattito di "Cortina InConTra". Lei ha risposto, durante la discussione, alla domanda sul nucleare iraniano: "Sarebbe una cosa positiva, servirebbe a stabilizzare il Medioriente" e ha continuato: "L'Iran, dotandosi dell'atomica, farebbe esattamente lo stesso che hanno fatto la Cina, la Russia, il Pakistan e Israele". Come tutte le notizie di agenzia, il suo intervento è stato sintetizzato, quindi non conosco l'argomentazione o se nell'estratto è stato snaturato il contenuto. Non ritiene, visti sia i continui richiami dell'Onu e le minacce Usa al leader iraniano Ahmadinejad, sia le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ("L'Iran con l'atomica è una minaccia all'ordine mondiale"), che sia stata una volontà della presidenza Bush "tenere sulla corda" il Medioriente condannando l'espansione nucleare di una sola nazione? Ritiene, inoltre, che una futura gestione McCain o Obama possa portare a una normalizzazione dell'area? Andrea Sillioni Bolsena (Vt) Caro Sillioni, N on credo di avere detto che l'atomica iraniana "servirebbe a stabilizzare il Medio Oriente". Se l'Iran decidesse di costruirla (il governo di Teheran nega che queste siano le sue intenzioni), altri Paesi della regione, come l'Egitto e la Turchia, non mancherebbero di seguirne l'esempio. Siamo quindi interessati a evitare che l'Iran abbia un'arma nucleare. Ma saremmo poco realisti, d'altro canto, se non constatassimo che la politica di non proliferazione, così tenacemente difesa da Washington e da altri Stati già dotati di armi nucleari, sta fallendo. La prima responsabilità è dei Paesi abbienti e in particolare degli Stati Uniti. Le ricordo che il trattato di non proliferazione comprendeva clausole sul disarmo che i Paesi nucleari non hanno applicato a se stessi. E ricordo infine che l'Iran è oggi circondato da Stati militarmente nucleari. Sono nucleari la Russia e la Cina sulle sue frontiere settentrionali. Sono nucleari l'India e il Pakistan. è nucleare Israele. E sono nucleari beninteso gli Stati Uniti, oggi attestati con le loro truppe sulle frontiere occidentali e orientali del-l'Iran. La situazione sarebbe forse diversa se i Paesi nucleari avessero dimostrato al mondo di essere pronti a eliminare progressivamente i loro arsenali. A giudicare dai suoi rapporti con l'India, il Pakistan e Israele, l'America sembra ritenere che il possesso dell'arma nucleare sia lecito o illecito a seconda dei rapporti che il Paese interessato ha con Washington. Può accadere così che il Pakistan sia considerato meno pericoloso del-l'Iran, frequentemente qualificato come "Stato canaglia". Ma il Pakistan è un Paese di recente formazione, afflitto da una lunga serie di colpi di Stato, diviso fra gruppi tribali che spesso sfuggono quasi interamente al controllo del potere centrale; mentre l'Iran è un vecchio Stato dove l'identità nazionale e il senso delle istituzioni sono più forti e radicate. Esiste infine un altro fattore di cui ho parlato su questa pagina in diverse occasioni. L'arma nucleare è fondamentalmente un deterrente. Non può essere usata per aggredire perché esporrebbe l'aggressore a una catastrofica rappresaglia. Ma può essere usata politicamente per far comprendere all'aggressore che il suo proprietario è pronto, se necessario, a farne uso. Non è un'arma per vincere, è un'arma per non perdere. Non è un'arma per aggredire, è un'arma per non essere aggrediti. è questa forse la ragione per cui gli Stati Uniti vogliono impedire a Teheran di fabbricarla. Un Iran dotato di armi nucleari sarebbe meno vulnerabile di quanto sia oggi. Un'ultima considerazione. Non credo che l'arma nucleare possa essere "disinventata " e non credo che la proliferazione, al punto in cui siamo, possa venire arrestata. Abbiamo esempi, d'altro canto, in cui il possesso della bomba ha costretto due nemici a convivere. è accaduto nel caso degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, dell'India e del Pakistan. Potrebbe accadere domani in altri conflitti regionali.

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Da che pulpito viene la predica iraniana (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 12-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Ven, 12 Set 2008 Edizione 191 del 12-09-2008 Rapire Ahmadinejad? La gaffe del ministro Eitan provoca la reazione di Teheran all'Onu Da che pulpito viene la predica iraniana di Michael Sfaradi Il segretario Generale dell'Onu Ban Ki Moon, si è visto recapitare una missiva urgente proveniente dall'ambasciatore iraniano che, come al solito, chiede una ferma condanna di Israele per le minacce verso la Repubblica Islamica dell'Iran. Tutto questo per una dichiarazione di Raffael Eitan, leader del partito dei pensionati e ministro senza portafoglio del governo Olmert, che si è lasciato scappare, durante una trasmissione televisiva, una frase quanto meno inopportuna; e cioè che dopo le ripetute minacce all'esistenza di Israele da parte iraniana e la corsa al riarmo atomico che quest'ultima prosegue indisturbata davanti all'indifferenza mondiale, il governo israeliano dovrebbe prendere in seria considerazione l'eventualità di rapire Mahmoud Ahmedinejad, il presidente dell'Iran. Se a dichiarare una cosa del genere fosse stato un altro esponente del parlamento non ci sarebbe stata una levata di scudi di questo tipo e questa dichiarazione non avrebbe trovato posto sui giornali nemmeno in ultima pagina dopo la pubblicità dei supermercati; ma trattandosi proprio di Eitan le cose cambiano aspetto. Sì, perché il vecchio pensionato è colui che comandò il gruppo operativo del Mossad che sequestrò ed arrestò, nel 1960, Adolf Eichmann, l'ideatore ed organizzatore della soluzione finale del popolo ebraico; per cui uno che con sequestri eccellenti ha già avuto a che fare. Considerando che il grido "Morte ad Israele" è la colonna sonora di ogni apparizione in pubblico di Mahmoud Ahmedinejad e del suo degno "compagno di merende" Hassan Nasrallah il capo di Hezbollah, rimane il fatto, tragico e comico allo stesso tempo, dell'infinita "faccia di bronzo", con la quale le autorità iraniane riescono sempre a mistificare i fatti e a girarli a loro favore, senza che qualcuno abbia il coraggio di dire loro che il mondo non è disposto a farsi trascinare da un pazzo e dai suoi servi verso la terza guerra mondiale e che la storia non ha bisogno di un nuovo Hitler in salsa mediorientale. Nessuno, almeno fino ad ora, ha detto a chiare lettere che questo verrà loro impedito, con le buone, e se servisse anche con le cattive. Ora, grazie ad una dichiarazione sicuramente inopportuna, ma che viene da una persona che, vista l'età, avrà anche qualche problema che non gli permette più di filtrare ciò che dice, ci aspettiamo di rivedere il copione dell'Onu inutile e cioè Ban Ki Moon che anziché rispedire la "barzelletta delle minacce" al mittente invierà la richiesta di condanna iraniana al Consiglio di Sicurezza che emetterà una nuova ed superflua condanna ad Israele, facendo nuovamente vedere al mondo come funziona il più grande ente inutile che l'essere umano sia mai riuscito a realizzare.

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Anche per Frattini, la Siria svolge "un ruolo strategico" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Opinione, L'" del 12-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oggi è Ven, 12 Set 2008 Edizione 191 del 12-09-2008 L'Italia e il Medio Oriente Anche per Frattini, la Siria svolge "un ruolo strategico" La Siria avrebbe "un ruolo strategico" importante nel Medio Oriente e l'Italia intende incoraggiarla a "svolgere un ruolo forte di attore regionale". Indovinate chi l'ha detto. Massimo D'Alema? No: Franco Frattini, nella conferenza stampa congiunta con il suo omologo siriano Walid Moallem. Perché mai la Siria meriterebbe un aiuto italiano per svolgere un "ruolo forte di attore regionale"? Nella stessa conferenza di ieri, Moallem ha ribadito che Hamas e Hezbollah "non sono movimenti terroristi". E che il ritiro israeliano dalle alture del Golan è "una condizione su cui non si deve discutere" prima di riprendere il dialogo. Damasco, insomma, non cambia di un millimetro. E' questo il regime che noi dovremmo incoraggiare?.

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Se è anti-Usa il crimine è meno grave (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 12-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 218 del 2008-09-12 pagina 0 Se è anti-Usa il crimine è meno grave di Paolo Guzzanti Ha assolutamente ragione Giuseppe De Bellis: l'11 settembre è stato inghiottito dalle sabbie mobili della memoria. Io ho ancor fra i denti il pulviscolo vetroso di Ground Zero e vedo ancora con i miei occhi le famiglie davanti alle foto sui muri, i bambini senza padre, i padri senza bambini, gente comune, brava gente, lavoratori, gli eroici vigili del fuoco con tanti nomi italiani assorbiti nella nube diabolica del fuoco di una guerra scatenata dalle forze del male contro la civiltà occidentale, contro la nostra eguaglianza delle donne con gli uomini, delle nostre leggi sociali, dell'educazione nelle scuole, del rispetto. Ma c'è una ragione in più per questo affondamento nella memoria. Guardate la bara con cui l'11 settembre è viene sepolto nel cimitero delle emozioni, e da quello dei fatti storici epocali. Non vedete che cosa c'è scritto su quella bara? Ve lo tradurrò. C'è scritto: “L'11 settembre è stato un crimine contro l'umanità”. Qualcuno di voi dirà: ebbene? Non è forse vero? Certo che è stato un crimine contro l'umanità. E io vi rispondo: no, non è vero. è stato un crimine contro gli Stati Uniti d'America, non contro l'umanità: non contro il Venezuela, non contro l'Antartide, non contro l'Uganda, non contro la Grecia. è stato un attacco mortale contro la collettività umana formata da decine di milioni di emigrati da tutto il mondo che si chiama Stati Uniti d'America. Controprova: ve la sentireste voi di dire che aver gasato e bruciato sei milioni di ebrei è stato un crimine contro l'umanità o piuttosto che fu un crimine indelebile e inarrivabile contro gli ebrei? E i due crimini, Shoah e 11 settembre, incomparabili per dimensioni numeriche e morali, hanno questo in comune: che antisemiti e antiamericani (spesso la stessa razza) sussurrano, e spesso gridano: "Se la sono voluta! Finalmente! Ci sarà qualche buona ragione per cui sono tanto odiati, se li ardono nei forni o nelle torri". Ricorderemo quell'11 settembre per i brindisi dei nemici dell'Occidente e dell'America. Ricordiamo le folle impazzite per il delitto: impazzite di gioia. Non dimenticheremo mai l'11 settembre. è di ieri la notizia secondo cui i popoli dell'Europa e degli Stati Uniti sono oggi più uniti che mai nella tornata paura del pericolo russo. Un'altra indagine ha mostrato che gli italiani sono fra tutti i popoli europei i più filoamericani. Io non so se sia vero, ma questo dicono i numeri. Ciò vuol dire anche che l'11 settembre non può essere fatto sparire nella palude della memoria con la pietra al collo del “crimine contro l'umanità” che non vuol dire assolutamente niente, salvo che con questo sotterfugio si cercò fin dall'inizio di castrare l'America e negarle il diritto e il dovere di agire e reagire, è un “crimine contro l'umanità”, che cosa volete fare contro una tale entità metafisica? Nulla. Dovrebbe forse ribellarsi l'umanità intera, ma l'umanità intera ha altro a cui pensare. L'importante è che non si muova l'America, l'importante è impastoiare l'America, intimidire l'America. Invece l'America si è mossa e, operando nell'amara e spesso errata guerra irachena, non ha fatto ciò che i russi hanno fatto in Cecenia, dove hanno massacrato, bombardato e trucidato migliaia di civili, donne e bambini. Gli americani hanno lavorato nella polvere, nel sangue, sotto gli insulti, sotto il controllo dei fotografi americani che, loro, hanno denunciato le famose torture, e gli americani poi hanno vinto, come ha riconosciuto per prima l'Associated Press, perché l'Irak è avviato verso un nuovo equilibrio che contiene la più alta dose di democrazia possibile in un Paese arabo del Medio Oriente, salvo che in Israele dove gli arabi israeliani godono di diritti civili che nessun arabo non israeliano si sogna. Gli americani sono andati a stanare Al Qaida e adesso Al Qaida è in rotta e si rifugia nel Maghreb, dilagando in rotta verso il Marocco, la Libia, la Tunisia, l'Algeria. Al Qaida si rintana nelle montagne afgane forte anche del sostegno pakistano e la partita mortale si sta svolgendo lì, lenta e inesorabile e sono sicuro che l'Occidente, compresi noi italiani, la vincerà. Con fatica, errori, correzioni, ma la vincerà. L'11 settembre morirono dentro gli aerei lanciati contro le due Torri anche degli amici del padre di mia moglie. Non li conoscevo, ma mi arrivò l'onda d'urto del dolore e della disperazione. Mi arrivarono nel cervello le loro telefonate mentre volavano verso la morte. Ho visto il Pentagono colpito, quello che secondo gli infernali amici occidentali di Al Qaida non sarebbe mai stato colpito. Tutta un'invenzione. Gli esseri diabolici e ignoranti, malvagi e irridenti, sciocchi e rabbiosi, seguitano a dire che gli americani le due torri se le sono buttate giù da soli per avere il pretesto di intervenire in Irak. Come se avessero avuto bisogno di una carneficina del genere. Gente che non conosce l'America se non attraverso torbide fantasie, gente che odia l'America anche in America, dove l'autodenigrazione è diventata uno sport nazionale specialmente di cineasti e intellettuali di mezza tacca. Sono passati sette anni. Mia figlia Liv Liberty, come la statua della libertà, nacque pochi giorni prima dell'11 settembre del 2001 e ancora non sa che cosa sia il mondo, percependo dai telegiornali alcuni brandelli di misterioso orrore di cui non ha ancora contezza. Ma noi sì, noi abbiamo contezza. Noi ricordiamo, noi non perdiamo la memoria, noi portiamo alta la fiaccola di quel delitto che fu la dichiarazione di guerra contro l'America e contro l'Occidente. Lo so, quando si dice Occidente o “Civiltà Occidentale” saltano su i soliti tarli che sciorinano l'elenco dei tremendi delitti dell'Occidente. Ma noi siamo parte della collettività che ha creato le leggi, l'eguaglianza, la cultura, la matematica, la fisica, il progresso, il diritto alla felicità che è il caposaldo della nostra civiltà. La dichiarazione d'indipendenza americana riconosce agli esseri umani tre diritti fondamentali, proprio quelli che formano i nomi di mia figlia: Vita, Libertà, Diritto alla felicità. Per questo l'Occidente è ancora una piccola cittadella da difendere, per questo l'11 settembre va preso per quello che è: un attacco alla nazione più avanzata e garante della civiltà più alta del genere umano, un attacco mortale che non dobbiamo né perdonare, né dimenticare. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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ISRAELE In cambio di Shalit liberi i capi di Hamas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

UNA LUNGA TRATTATIVA quasi giunta in porto. Nella lista top secret 40 big tra i detenuti palestinesi, tra loro anche lo speaker del Parlamento dei Territori. I nomi scelti dagli integralisti per indebolire Abu Mazen. De Giovannangeli a pagina 13.

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Israele pronto a liberare i capi di Hamas Ecco la lista top secret: 40 big tra i detenuti palestinesi da scarcerare in cambio del soldato Shalit Quasi chiusa la trattativa. Dietro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

La scelta dei nomi c'è anche l'obiettivo degli integralisti di indebolire Abu Mazen di Umberto De Giovannangeli LA LIBERTÀ per i capi politici di Hamas in cambio del soldato Shalit. È più di una ipotesi. È l'approdo, da mettere a punto, di una lunga trattativa mediata dall'Egitto tra Israele e il movimento islamico palestinese vincitore delle elezioni (gennaio 2006) nei Territori e che dal giugno 2007 ha assunto il controllo della Striscia di Gaza. La lista è pronta. L'Unità ha avuto modo di prendere visione del documento. La fonte che lo ha permesso è uno dei più stretti collaboratori del leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh. Ciò che emerge è un cambio di strategia negoziale da parte di Hamas: la scelta, infatti, è quella di puntare innanzitutto al ritorno in libertà dei 40 deputati legati al movimento integralista che Israele ha arrestato nel corso di ripetute incursione, nella Striscia e in Cisgiordania, successive al rapimento (giugno 2006) del caporale Gilad Shalit ad opera di un commando di Hamas. Il primo della lista dei politici da liberare è Aziz al Dweik, speaker del Consiglio legislativo palestinese (Clp, il Parlamento dei Territori). Dweik, come gli altri parlamentari di Hamas, non è accusato di crimini di sangue, ed è la ragione per la quale le autorità israeliane non hanno posto un veto alla sua liberazione. Altri nomi di spicco della lista sono quelli dei parlamentari di Hamas Ibrahim Hamad; Hassan Salame Abdullah Barghouti; Daoud Abu Seir; Rahman Zeidan (già ministro dei Lavori pubblici). Dietro la scelta di Hamas c'è un calcolo politico che investe anche gli equilibri di potere in campo palestinese. La scarcerazione dei 40 deputati, potrebbe infatti portare alla fine del mandato del presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) nel gennaio 2009 grazie al cambiamento degli equilibri in Parlamento. Abu Mazen rimarrebbe probabilmente in carica di fatto, ma ciò minerebbe la sua legittimità. L'uscita di prigione dei 40 deputati significherà che Hamas tornerà ad avere la maggioranza in seno al Clpe, con 74 seggi su 132. Il Parlamento precedente, dominato da Fatah, aveva allungato a cinque anni il mandato di Abu Mazen ovvero fino al gennaio 2010, quando sono previste le elezioni parlamentari e presidenziali. Hamas ha sempre contestato questa estensione, sottolineando che la legge fondamentale prevede un mandato di quattro anni e può essere cambiata solo con il voto dei due terzi dell'assemblea. Di nuovo maggioritari, i deputati del movimento islamico torneranno probabilmente al mandato di quattro anni che si conclude nel gennaio 2009. "La liberazione di tutti i prigionieri detenuti nelle carceri israeliane è una delle priorità della resistenza. E in questo contesto, ottenere la liberazione di parlamentari eletti dal popolo palestinese vuol dire ribadire la nostra sovranità oltre che ricostruire le istanze rappresentative della volontà popolare", dice a l'Unità Nasser al-Shaer, vice premier nell'esecutivo guidato da Haniyeh. Al Shaer rappresenta l'anima pragmatica, sociale di Hamas. È stato più volte incarcerato da Israele, anche quando ricopriva la carica di vice premier. Liberare i 40 parlamentari rappresenterebbe un indubbio successo politico per Hamas. Tanto più significativo se rapportato alle crescenti difficoltà incontrate dalla leadership moderata dell'Autorità nazionale palestinese (Anp). A darne conto è lo stesso Abu Mazen. In occasione del 15.mo anniversario degli accordi di riconoscimento reciproco fra Israele e Olp, il rais palestinese ha rilasciato al quotidiano israeliano Haaretz una intervista improntata a scetticismo in cui ha riferito che nei negoziati con il premier Ehud Olmert "non sono stati registrati successi" e che nelle questioni principali sono solo state messe sul tavolo "proposte diverse". L'obiettivo di raggiungere un accordo definitivo entro il 2008 - secondo gli accordi della conferenza di Annapolis - resta lontano, Abu Mazen continuerà comunque a negoziare con Olmert fino all'ultimo giorno che resterà in carica, poi proseguirà con il suo successore, sulla base dell'esito delle elezioni primarie del partito Kadima del 17 settembre. Ma le posizioni sono distanti e forse - suggerisce - sarebbe il caso di riprendere in mano la iniziativa presentata dall'Arabia Saudita nel 2002 a Beirut. Prevedeva la normalizzazione delle relazioni fra Israele e il mondo arabo, in cambio di un ritiro totale di Israele dai territori occupati (Gerusalemme est inclusa) e di una soluzione concordata della questione dei profughi. Un progetto che - ricorda - fu ben visto allora anche dall'Iran. Esprimendosi con grande senso autocritico, Abu Mazen ammette ancora una volta che i palestinesi hanno sbagliato, nel 2000, quando hanno intrapreso una rivolta armata. "Farò tutto il possibile per impedire una terza intifada, armata", promette. Ma ha bisogno che Israele gli dia una mano. Quella mano che sarebbe pronta a firmare la scarcerazione dei 40 parlamentari di Hamas, in cambio del soldato Shalit. (ha collaborato Osama Hamdan).

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La ministra Livni in testa nelle primarie Per i sondaggi sarà la nuova premier (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cinque giorni al "momento della verità". Per Kadima. Per Israele. Cinque giorni all'uscita di scena di Ehud Olmert. Secondo un sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano Yedioth Ahronoth, la ministra degli Esteri israeliana Tzipi Livni vincerà piuttosto agevolmente le primarie di Kadima, in programma il 17 settembre, e potrà rimpiazzare così Ehud Olmert alla guida del governo, diventando la prima premier donna dai tempi di Golda Meir. Il sondaggio, condotto su 850 membri di Kadima e con un margine di errore del 4,5%, prevede una vittoria di Livni con 15 punti percentuali di vantaggio sul principale sfidante, l'attuale ministro dei Trasporti Shaul Mofaz. Un altro sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv dà alla Livni un margine di vittoria di ben 18 punti. Kadima ha organizzato le primarie per rimpiazzare il premier Olmert, coinvolto in uno scandalo di corruzione, che ha già annunciato la sua decisione di dimettersi dopo la consultazione del 17. Nonostante queste indicazioni, l'esito dello scontro tra Livni e Mofaz è tutt'altro che deciso. Ad affermarlo sono fonti di Kadima. Gli altri due contendenti (Meir Shitrit e Avi Dichter) non hanno probabilità di successo, concordano quasi tutti gli opinionisti.In base ai regolamenti interni, per aggiudicarsi la qualifica di leader del partito occorre conquistare almeno il 40 per cento dei voti. Se ciò non avvenisse al primo turno, occorrerà attendere l'esito del secondo, il 24 settembre.Gli aventi diritto al voto sono 73.500, ma secondo fonti di Kadima si presenteranno in effetti alle urne solo 28-38 mila membri del partito. Complessivamente, la fazione della Livni ritiene di avere 13-16 mila simpatizzanti, mentre quella di Mofaz stima la propria forza in 11-15 mila persone. In queste condizioni - viene spiegato - l'esito del voto dipenderà in maniera determinante dalle capacità organizzative: ossia dalla efficienza dei due principali candidati nel portare i propri seguaci alle urne.Secondo le fonti di Kadima, un'altra circostanza potrebbe contribuire a restringere il divario fra la Livni e Mofaz: la prima è particolarmente forte fra gli attivisti di Kadima del "primo minuto" (quelli che hanno aderito al partito nel 2006,sulla spinta della emozione per il coma in cui sprofondò il fondatore del partito, Ariel Sharon) mentre Mofaz è più popolare fra i nuovi iscritti, degli ultimi mesi. Secondo queste fonti, mentre i primi sembrano meno propensi ad andare al voto il 17 settembre, gli altri danno l'impressione opposta. La Livni è dunque ancora ritenuta in vantaggio, ma in misura inferiore rispetto a quella indicata nei titoli dei giornali. u.d.g.

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All'armi son fascisti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Moni Ovadia I recenti episodi di riabilitazione della memoria fascista e segnatamente repubblichina che hanno avuto come protagonisti l'apologeta della croce celtica, l'attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno e il ministro della Difesa Ignazio La Russa, sono solo l'ultimo e più grave episodio della tossicosi revisionista che ammorba l'ecosistema politico culturale del Belpaese. Da quasi oltre un ventennio, più o meno dalla discesa in campo di Berlusconi, vengono riversati neri liquami tossici nelle discariche televisive per impregnare il terreno del senso comune dei teleutenti sprovvisti di coscienza storica, poco o male informati e di molti giovani che non ricevono una vera formazione. Questa materia inquinata, viene sparsa con abbondanza soprattutto per il tramite delle pompe dell'anticomunismo viscerale, forma virulenta e degradata di un démi penser isterico e strumentale. L'anticomunismo viscerale assomiglia in modo impressionante a certe forme di parossistiche di antisemitismo tipiche di paesi in cui gli ebrei, un tempo numerosi, vi si trovano oggi a poche centinaia. La doppia esternazione di Alemanno e La Russa è gravissima perché viene da rappresentanti del governo che hanno giurato fedeltà alla Costituzione Repubblicana. La nostra Carta, ha ragione Francesco Storace quando lo fa notare, non è un totem in sé, ma è fondata su principi universalmente sacri che si chiamano uguaglianza, libertà, solidarietà, inviolabilità dell'essere umano, giustizia sociale, universalità. Questi valori, per qualsiasi autentico democratico, sono non negoziabili ed irrinunciabili. Per chi si richiama all'eredità fascista, o anche solo la tollera come veniale, no! Per capirlo e toccarlo con mano non c'è bisogno di ritornare ai tempi del manganello, dell'olio di ricino, del "bivacco per i miei manipoli", dei roghi delle Case del Popolo e dell'assassinio degli esponenti avversi. È sufficiente ricordare i fatti di Genova del 2001. Come siamo arrivati a questo disastro? Sì, disastro! In un paese serio, diciamo solo a titolo di esempio, la Germania Federale, i due esponenti della destra avrebbero immediatamente dovuto rassegnare le dimissioni e scusarsi con l'intero paese per le ignobili dichiarazioni. Da noi invece questo non accade, noi siamo arrivati a questo punto per quel turpe vizio nazionale che è la sedicente "moderazione", pretesa figlia di una presunta bonomia, quella per intenderci degli "italiani brava gente". Detto carattere italiano, ha avuto facile gioco nel pretendere ed ottenere sottovalutazione e immunità per gli orrendi crimini fascisti, tolleranza verso il revanscismo repubblichino e, dulcis in fundo, la semi beatificazione di uno dei peggiori criminali del Novecento, il vigliacco, opportunista, traditore e razzista per convenienza Benito Mussolini. Tutte le sirene che cantano per il centro-destra, anche le più seducenti, hanno ovviamente sviolinato a più non posso con la scusa di favorire un'altra delle peggiori truffe nazionali, la sedicente "riconciliazione", ma grave è anche l'atteggiamento pavido di una parte dell'opposizione, sia riformista, sia radicale, che con aria penitente ha accettato il commercio revisionista anche flagellandosi coram populo pur di farsi perdonare la colpa di essere stati comunisti. La responsabilità più grave, mio parere, ricade invece su alcuni esponenti istituzionali delle comunità ebraiche italiane che, in cambio di quattro moine per il governo di Israele attualmente in carica, hanno deliberatamente ignorato la sarabanda revisionista o, al massimo, reagito con una cordiale tiratina d'orecchi. C'è persino qualcuno che è arrivato a candidarsi con questo centro-destra (e sottolineo "questo") anche se nell'alleanza c'è un partito di irrisolto orientamento xenofobo e talora frange dichiaratamente neonaziste. Le parole dure, calunniose e vigliacche ai limiti della denuncia, questi signori hanno preferito riservarle a quei dissidenti, ebrei e non, che democraticamente criticano la politica di occupazione e colonizzazione delle terre palestinesi. In questa circostanza sento come non appropriato il chiudere le mie riflessioni con accenti negativi. Ho letto sulla stampa che il Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, è profondamente irritato per il comportamento dei suoi colonnelli. Voglio credere che la sua irritazione sia sincera e che abbia seria intenzione di rimuovere dalla politica italiana le derive nostalgiche. Mi permetto di fargli una proposta: negli archivi Rai giace un film della Bbc intitolato "The Fascist Legacy", L'eredità fascista. La Rai lo ha acquistato tempo addietro e mai trasmesso, sospetto per ovvie ragioni. Fini, che oggi rappresenta la terza carica della Repubblica, chieda che venga messo in onda su Rai 1 in occasione del Giorno della Memoria, in prima serata, con lui in studio per commentarlo come si deve. Se lo farà, ci saranno probabilmente molte reazioni scomposte, ma alla fine il paese gliene sarà grato. Mala Tempora.

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Italia contro Israele negli euro-playoff (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Sport - data: 2008-09-13 num: - pag: 59 categoria: REDAZIONALE Under 21 Italia contro Israele negli euro-playoff MALMÖ - Sarà Israele l'avversario della nazionale Under 21 nei playoff di qualificazione agli Europei 2009 in Svezia. Per gli azzurrini di Gigi Casiraghi gara d'andata in casa l'11 o 12 ottobre e ritorno il 14 o 15 ottobre. "Israele - dice il c.t. - ha concluso il proprio girone a pari punti con la Germania e dunque presumo che sia una buonissima squadra".

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<Da Alemanno e La Russa parole irritanti> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-09-13 num: - pag: 11 categoria: REDAZIONALE "Avvenire" "Da Alemanno e La Russa parole irritanti" ROMA - Il titolo è duro, come severo è l'intero commento che L'Avvenire dedica al caso: "L'errore che non va mai fatto perché lambisce le coscienze". E l'errore imperdonabile, appunto, è quello compiuto in primo luogo da Gianni Alemanno e in seconda battuta da Ignazio La Russa: aver parlato il primo del fascismo negando che sia stato "il male assoluto", come da definizione di Fini, e l'aver il secondo in qualche modo difeso chi militò nella Repubblica di Salò. è soprattutto il sindaco di Roma comunque - che come il collega di partito non vuole tornare oggi sull'argomento considerandolo "chiuso" - nel mirino di Sergio Soave, autore del commento. Perché nella "sede meno opportuna" (ovvero in Israele) ha espresso un giudizio che, se lasciato "a una persona che non ha legami genealogici di alcun genere con il regime littorio" può anche "non fare scandalo", ma che se arriva da un esponente di spicco di un partito post-fascista come fu l'Msi assume un "connotato ambiguo e irritante". E c'è di più. Perché Alemanno, da sindaco di Roma "rappresenta tutta la città, e la città martire delle Fosse Ardeatine sente dolorosamente le ferite della sua stagione più nera". Quella sensibilità insomma "non andava ferita", e Soave ammette che probabilmente Alemanno non voleva farlo, ma "ha dato l'impressione di far prevalere una specie di orgoglio personale sui doveri di rappresentanza generale". E va oltre l'editorialista del quotidiano dei vescovi italiani, perché paragona Alemanno al suo predecessore al Campidoglio, Walter Veltroni, che pure "probabilmente ritiene che nemmeno il comunismo sia stato "il male assoluto"" ma "non lo ha mai detto" quando era sindaco di Roma. Quale allora la spiegazione di un errore considerato tanto grave? "C'è chi pensa - ipotizza Soave - che l'esternazione di Alemanno, al pari di quella del ministro della Difesa, sia la spia di una difficoltà identitaria che si presenta nel momento in cui An è chiamata a fondersi nel popolo della Libertà", ma la speranza è invece che "si sia trattato solo di un errore dettato da imperizia". In ogni caso, "anche sul piano educativo bisogna sempre vigilare". E magari ribadire, e correggere, come c'è chi si aspetta che oggi Fini faccia nel suo intervento alla Festa dei giovani di An Atreju.

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Senza la neurotrofina topi e uomini non decidono (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Scienza - data: 2008-09-13 num: - pag: 33 autore: di GIUSEPPE REMUZZI categoria: REDAZIONALE Convegno in Israele Il bilancio degli studi Senza la neurotrofina topi e uomini non decidono Le neurotrofine sono piccole proteine secrete dal sistema nervoso e governano vita e morte delle cellule nervose. Il fattore di crescita NGF scoperto da Rita Levi Montalcini è un tipo di neurotrofina. Da lì a volerle studiare nelle malattie degenerative del cervello il passo era breve. E poi s'è pensato di farne un farmaco. Negli animali malattie del cervello che nessuno era mai stato capace di curare guarivano. Ma i dottori hanno avuto troppa fretta: nell'Alzheimer, nel Parkinson e in tante malattie dell'uomo le neurotrofine non funzionavano. Così si è tornati in laboratorio. "Vita e morte nel sistema nervoso", un simposio che si è appena svolto in Israele, fa il punto sulle scoperte degli ultimi anni. Neurotrofine ce sono più d'una, e non solo nei vertebrati ma anche negli insetti: lo ha visto Alicia Hidalgo a Birmingham in Inghilterra. Dal momento che insetti, vermi e uomo vengono da uno stesso antenato, è verosimile che le neurotrofine abbiano avuto un ruolo determinante nei processi di formazione del sistema nervoso fin dai tempi remoti. E se oggi le nostre cellule nervose si dispongono in quel modo è grazie ai recettori delle neurotrofine. Scienziati del London Research Institute guidati da Giampietro Schiavo hanno privato certi topi di uno di questi recettori: il loro sistema nervoso si sviluppava male. Pietro Calissano del CNR di Roma ha chiarito perché ci si ammala se i fattori neurotrofici sono carenti. Si accumula beta amiloide (una proteina che ripara il tessuto nervoso) ma se l'amiloide è in eccesso le cellule muoiono. Quando succede nell'uomo si arriva alla demenza senile. Le neurotrofine del cervello e una in particolare, BDNF, condizionano il comportamento: lo ha dimostrato Bai Lu del National Institute of Health negli Stati Uniti. Se si elimina BDNF i topi non sanno più decidere, ripetono le stesse mosse come in preda a un'ossessione, perdono la memoria. E' quanto accade nell'uomo con la schizofrenia. Questi studi aprono prospettive nuove. Fare arrivare i fattori neurotrofici dove servono si potrà, forse, con la terapia genica. Ma come? Si prende il gene che forma la proteina neurotrofica e lo si spedisce dentro il cervello facendolo trasportare da un virus che non si replica. Così le cellule aumenteranno il loro patrimonio di fattori neurotrofici e le lesioni regrediranno. Poi il cervello, che sa ripararsi da solo, farà il resto. Bisogna, però, agire in fretta. L'origine La demenza senile compare quando calano o spariscono le preziose "sostanze".

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<La storia degli ebrei oscurata dalla Shoah E dalla prudenza> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Libri - data: 2008-09-13 num: - pag: 48 categoria: REDAZIONALE Confronti Un pamphlet di Ariel Toaff critica Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi ed elogia Ernst Nolte "La storia degli ebrei oscurata dalla Shoah E dalla prudenza" di DINO MESSINA L a Shoah rischia di far velo alle millenarie vicende del popolo ebraico sino alla metà del Novecento. E una storia lunga e complessa, con gli ebrei non necessariamente nella parte delle vittime, viene finalizzata a quella dell'antisemitismo. Ecco la tesi politicamente scorretta, a tratti convincente, a tratti sostenuta in maniera troppo veemente e personale, di Ebraismo virtuale (Rizzoli), il pamphlet che Ariel Toaff ha appena pubblicato sull'onda dello scandalo suscitato dal suo Pasque di sangue, il volume edito dal Mulino e ritirato dalle librerie nel 2007, dopo gli attacchi del mondo accademico e religioso, poi ripubblicato nel febbraio di quest'anno in una nuova edizione corretta. Lo storico dell'Università Bar-Ilan parte da una domanda: perché Pasque di sangue, libro che parla di "omicidi rituali, infanticidi... tutti avvenimenti di oltre cinque secoli fa, ancora prima che Cristoforo Colombo scoprisse l'America", ha suscitato così aspre reazioni, tanto da essere accusato di favorire l'antisemitismo? La risposta che lo studioso si dà è nell'esistenza di "un ebraismo virtuale e oleografico, fatto di vittime invertebrate e di martiri innocenti... un ebraismo senza macchia, ma con molta paura, anzi ossessionato dalla paura e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti". Un atteggiamento, sostiene Toaff, diffuso soprattutto tra gli ebrei della diaspora, dove vige una visione acritica disposta a sostenere "ogni scelta politica dei governanti israeliani", qualunque sia il partito al comando. Pronta ad appoggiare materialmente le scelte politiche di Gerusalemme, ma ben lontana dalla vita reale e soprattutto dal dibattito intellettuale che si svolge nella Terra dei Padri. Così tra gli ebrei della diaspora, in Italia come negli Stati Uniti, si afferma una cultura che non può allontanarsi dai canoni del politicamente corretto, mentre in Israele si è meno ossessionati dai fantasmi dell'antisemitismo, si è più disposti a scrivere una storia degli ebrei nelle sue luci e nelle sue ombre. Anche se in Israele da una ventina d'anni la popolarità degli studi sulla Shoah ha ridotto in posizione marginale le ricerche sulla storia ebraica antica, medioevale, moderna, e persino quella del sionismo, Ariel Toaff afferma che lì la ricerca è più libera e produttiva. E per sostenerlo cita tra l'altro i due fascicoli della rivista Zion dedicati nel 1993 e nel 1994 dalla Società storica israeliana "ai temi della violenza, del sangue e della vendetta presso gli ebrei delle terre di lingua tedesca". Peccato, dice lo studioso, che quei testi fossero scritti in ebraico, "una lingua morta per gli storici dell'antisemitismo, che volentieri si vedono costretti a ignorarli nelle bibliografie dei loro lavori successivi sugli stessi temi". In questa parte del saggio Toaff riprende il cuore di Pasque di sangue, affermando la necessità di studiare senza pregiudizi la storia degli ashkenaziti, la comunità ebraica dell'Europa nordorientale che spesso condivise cultura e pregiudizi dei cristiani, al punto da usare nella farmacopea e anche nei riti religiosi sangue umano e animale o prodotti da esso derivati, nonostante il divieto biblico. Il rapporto con i cristiani, ricorda lo studioso, era fatto di scambi, compromessi ma anche di conflitti violenti, con le persecuzioni antisemite scatenate periodicamente, soprattutto a partire dalla prima crociata, e l'odio anticristiano che si manifestava soprattutto nei riti della Pasqua ebraica. In questo contesto nacque la menzogna dei sacrifici rituali di bambini cristiani, un'accusa infamante dalla quale scaturì per esempio il processo per Simonino, il bambino trovato morto nel 1475 e poi beatificato. Le accuse del sangue, dice Toaff, erano inventate. Ma ciò non toglie che in alcuni casi gli ebrei si macchiarono di delitti. Fonti ebraiche riportano per esempio che "nel ducato di Champagne a Brie-Comte-Robert nel 1192 un cristiano omicida era stato appeso alla forca (o crocifisso) dagli ebrei durante il carnevale di Purim, provocando il successivo immancabile massacro di tutta la comunità ebraica". Toaff insomma rivendica in questo libro il diritto di parlare della parte più scomoda della storia ebraica. E lo fa invocando inaspettatamente il pensiero di Ernst Nolte: "Non si può che essere d'accordo con Ernst Nolte quando, riferendosi soprattutto alla Shoah ma non soltanto, sostiene che l'asprezza velenosa e negativa di un evento storico non soltanto costituisce una minaccia per la libera ricerca, ma finisce con lo svuotarla completamente di contenuti validi, riducendola a narrazione mitologica". L'autorità dello storico revisionista viene usata contro quella di due altri grandi studiosi che criticarono aspramente Pasque di sangue: Carlo Ginzburg, accusato di aver abbandonato il metodo del paradigma indiziario, da lui stesso creato; Adriano Prosperi, colpevole di leggere la persecuzione antiebraica dell'Inquisizione in chiave troppo finalizzata alla Shoah. Toaff si toglie più di un sassolino dalla scarpa, non soltanto in ambito accademico. Ricorda per esempio che "la giornalista, ora neoeletta nel Parlamento italiano, Fiamma Nirenstein" lo accusò di "fare il vampiro" con gli ebrei "dopo aver confessato candidamente di non aver letto il mio libro". La stessa superficialità imputa ad Abe Foxman, "l'onnipotente direttore dell'Antidefamation League di New York" intervenuto "con mano pesante" contro un libro che non aveva letto. Toaff non risparmia nemmeno la comunità ebraica romana, accusata di aver contribuito ad eleggere a sindaco di Roma "l'ex fascista Gianni Alemanno ". L'unica nota tenera la riserva in conclusione al padre, l'ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, violento critico di Pasque di sangue ma che per il figlio rimane "la principale guida morale e intellettuale". Tra sfoghi personali e polemica culturale, Ebraismo virtuale è una lettura appassionante. Ariel Toaff ci avrebbe più convinti se avesse spiegato perché ritirò dalle librerie la prima versione di Pasque di sangue, chiarendo nella riedizione alcuni passi ambigui: per esempio, come di fatto suggerito da Ginzburg, che gli infanticidi di cui erano accusati gli ebrei rientrano nella categoria dei miti e non dei riti. La ricerca "Portare alla luce anche gli episodi meno edificanti del conflitto con i cristiani" Giuseppe Alberti, "Martirio di san Simonino", tela del 1677 (Trento).

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Sfilano i guardiani dei ranch (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 13-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

La star del raduno sarà il valdostano "Fiddledeedee" campione del mondo Meeting. Oggi e domani alla Croix Noire di Aosta si svolge l'Australian Shepherd Gold Cup Saranno 125 i cani da pastore impegnati in passerelle e prove di agility, aperte a tutte le razze [FIRMA]SILVIA TAGLIAFERRI AOSTA Si chiamano Australian Shepherd, ma sono nati in America una decina di anni fa per fare la guardia al bestiame nei ranch. I pastori australiani, detti Aussie, sono cani di media grandezza, dal manto morbido e dal carattere affettuoso: aspetti che stanno conquistando un pubblico crescente anche in Italia. Gli appassionati, ma anche i curiosi, potranno vederli all'Australian Shepherd Gold Cup, oggi e domani alla Croix Noire di Aosta. Il meeting internazionale, organizzato dall'Iasa (Italian Australian Shepherd Association), è il primo evento nel suo genere a livello europeo. "Abbiamo raggiunto ottimi risultati in termini di partecipazione - commenta Claudio Aureli, presidente Iasa -, aspettiamo 125 esemplari da Italia, Francia, Germania, Ungheria, Spagna, Svizzera, Israele, Belgio e Stati Uniti". Il più importante raduno italiano, l'esposizione canina di Milano, ne aveva contati 36. L'evento vanta poi due nomi di spicco del settore: il giudice Joseph Franklin Baylis III, padre fondatore della razza, e il cane "Fiddledeedee", detto "Whycita", miglior soggetto di tutte le razze da pastore al Campionato del mondo di Stoccolma lo scorso luglio. "Whycita" giocherà in casa, visto che proviene dall'allevamento Whymper delle Grandes Jorasses di Courmayeur. Il programma della Gold Cup si aprirà oggi alle 10 con l'esposizione delle prime categorie. In tutto saranno nove, divise in base all'età, dai baby (3-6 mesi) ai veterani (oltre gli 8 anni), e al colore (black, red, red merle, blue merle). "La valutazione si baserà sulla morfologia e il movimento - spiega Aureli -, in base agli standard definiti dalla Federazione cinofila internazionale". Domani, sempre alle 10, è in programma la prova di "agility", un percorso a ostacoli aperto a tutte le razze. Molti anche gli eventi collaterali, come stage sulla toelettatura, workshop di addestramento, esami clinici specifici per l'Aussie. La manifestazione sarà a ingresso gratuito; chi vorrà partecipare con il suo "amico a 4 zampe" ricordi di portare il libretto sanitario. "Con questa iniziativa vogliamo informare il pubblico sulla razza e le sue caratteristiche - conclude il presidente Aureli -. Speriamo anche di conoscere nuovi padroni di pastori australiani in Valle d'Aosta". Sono un centinaio i soci di Iasa, nata nel 2007; di questi, i valdostani si contano sulle dita di una mano. Eppure, sul territorio il cane potrebbe essere un'importante risorsa: nelle ricerche di superficie lavora con la Protezione civile, mentre in Piemonte viene addestrato per operare in caso di valanga.

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Una ricetta semplice e antica (sezione: Israele/Palestina)

( da "Stampa, La" del 14-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

UN PIATTO, UNA STORIA Una ricetta semplice e antica Il Kebap, detto anche Kebab, è un piatto, a base di carne, tipico della gastronomia turca, persiana e araba. Il grande successo, dovuto al gusto e all'economicità della pietanza, lo ha fatto diffondere molto rapidamente anche in Europa. Il piatto più tipico è il "Döner Kebab": si tratta di Kebab preparato con pane bianco arabo dal gusto, aspetto e consistenza molto simile alla focaccia italiana che viene poi condito con verdure varie e salse a scelta del cliente. Poi c'è il panino arabo con "Dürüm Kebab" che si differenzia dal Döner per l'utilizzo di un altro tipo di pane arabo, più simile ad una piadina romagnola. In Europa Occidentale è divenuto piuttosto popolare grazie all'immigrazione araba e turca. Kebab significa letteralmente "carne arrostita". La cucina turca, in età ottomana era tanto diffusa nel Mediterraneo che tale pietanza era diffuse rapidamente e in Palestina affermandosi anche in ambiente ebraico. Negli Stati Uniti il termine più corrente per definire questo piatto è "shish kebab", anche se tale nome dovrebbe essere più propriamente assegnato agli spiedini iraniani fatti con carne macinata e per lo più accompagnati da riso. In Germania, per la forte presenza turca, il suo nome invece è semplicemente "döner", panino. Si trovano dunque numerose versioni del "kebab", a seconda dei paesi e delle culture, e lo stesso termine può riferirsi a differenti tradizioni culinarie. Insomma, un piatto davvero da scoprire, da gustare, e da apprezzare come il frutto di una cultura gastronomica diversa dalla nostra ma non per questo non ricca di gusti, fascino e aromi.

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Fini: lo strappo solitario e il gelo dei colonnelli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 14-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Bruno Gravagnuolo Segue dalla Prima Terzo, a parte la buona fede di chi scelse la Rsi, "i resistenti stavano dalla parte giusta, i repubblichini dalla parte sbagliata". Già, e Fini usa proprio il termine dispregiativo "repubblichini", per indicare gli adepti di Salò, lo stesso termine contestato da quanti a destra hanno sempre rivendicato alla Rsi la dignità di un'idea statale e di patria. Certo ne ha fatta di strada quel Fini che a fine anni '80 parlava di "fascismo del 2000". Nei primi anni '90 di Mussolini come "del più grande statista del 900". E ne ha fatta anche rispetto alla svolta Fiuggi, del 1995. Quando l'antifascismo veniva da lui definito "momento necessario di passaggio, negativo e non valore in positivo". Come pure c'è uno "stacco netto rispetto alla distinzione finiana in Israele tra "male assoluto" nazifascista, e pagine fasciste anteriori, non tutte negative. No, stavolta c'è stato molto di più in Fini. Un vero capovolgimento di Fiuggi: l'antifascismo come valore fondante e positivo. Condito da un'altra, decisiva notazione storiografica, sull'intero fascismo stavolta. E cioè, ha detto Fini, non si possono isolare nel regime alcuni "fotogrammi", ma va dato un giudizio di insieme. E quel giudizio nel Presidente della Camera è globalmente negativo. Per la dittatura, la violenza, la guerra e l'alleanza con nazismo. Di più. Accennando alla "memoria condivisa", Fini ha citato Ciampi e la sua pedagogia civile. Che privilegia la memoria costituzionale antifascista (non la marmellata delle memorie). All'insegna di una patria democratica, e non del "nazionalismo", che per Fini è male. Dunque occorre dare atto a Fini di onestà e di coerenza. In una col tentativo di ritagliarsi un ruolo decente di leader della destra democratica europea. Anche sotto lo stimolo di una polemica "antirevisionista" contro le ambiguità post-fasciste, che qualche frutto lo ha dato. Senonché qui nascono i problemi. Dentro An e guardando al futuro Pdl di Berlusconi. Tanto per cominciare già ieri Fini è stato contestato da uno di quei giovani ai quali parlava. Gli stessi ragazzi che portarono fiori sulle tombe dei saloini a Nettuno. "Sei stato chiaro ma non coerente!", ha gridato uno di loro. Mentre altri dissentivano e abbandonavano la sala. Poi, ai lati di An, sono arrivate le proteste furiose di Storace, di Fiore di Fn e di Donna Assunta: "Fomenta le divisioni tra italiani, dà la stura all'antifascismo, ha gettato la maschera, se ne vada se crede...". Ma il vero punto è un altro. Sono le reazioni sbigottite e compresse di due dei colonnelli contro i quali è diretto lo strappo di Fini. Vale a dire Alemanno e La Russa, protagonisti di esternazioni che avevano oltremodo irritato Fini in questi giorni. Il primo - che aveva rivalutato un fascismo "buono" contro Salò - se l'è cavata nel pomeriggio con una dichiarazione che ribadisce il "percorso di Fiuggi". Condiviso ed "elaborato da tutto il gruppo dirigente di An compreso il sottoscritto (Alemanno, n.d.r)". Quasi a voler chiudere in anticipo illazioni e sospetti di dissenso, in realtà per troncare e sopire scontri col leader. La Russa invece, dopo aver dato segni di stupore ed essersi rifiutato di commentare a caldo, ha precisato con disagio che il suo ultimo discorso dell'8 settembre davanti a Napolitano, era solo un intervento sulla "memoria condivisa". E che perciò non c'è alcun problema con Fini. Dunque una questione aperta c'è in An, a parte l'adesione "convinta" di altri colonnelli come Gasparri e Bocchino. E non mancherà di palesarsi, sia rispetto alla fusione annunciata con Fi, sia rispetto agli equilibri interni, di An. Sia infine rispetto a una platea di militanti ed elettori che già facevano fatica a condividere la timida svolta di Fiuggi. Sicché non è infondato dire, come ha fatto Veltroni a Cortona, che le parole di Fini sono un "grande passo avanti", ma "rientrano in un'evoluzione personale", se raffrontate alla posizioni di Alemanno e La Russa. Salvate il soldato Fini in An? Vedremo. Al momento però i giochi sono abbastanza incerti, sul destino dell'identità post-fascista in attesa di finire nel Pdl. E, quanto a quest'aspetto, resta aperto un altro tema. Anzi due: il rapporto Fini/Berlusconi. Se il primo, con la sua "revisione", entra alla grande nel Ppe e può aspirare concorrere da Premier, il secondo, proteso al Quirinale, si candida ormai di fatto a vero leader post-fascista. Vanno in tal senso gli umori "anti-antifascisti" del Cavaliere. La sua ostilità alla Costituzione da lui definita "sovietica", il disamore per la Resistenza, la descrizione del fascismo come innocua dittatura. E da ultimo, anche l'esaltazione del genio italico coloniale e dello squadrista Italo Balbo. Regalata guarda caso da Berlusconi proprio ai giovani di An. Fini antifascista moderato e Berlusconi post-fascista e presidenzialista? Sarebbe l'ennesima giravolta dell'Italia di destra vecchia e nuova. Giravolta trasformista. E pericolosa.

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Lerner: penso alla fidanzata di Frattini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 14-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Mi confronto sempre con punti di vista opposti ai miei per capire e sapere..." Lerner: penso alla fidanzata di Frattini... di Toni Jop R icomincia, domani sera su La7, da Tavaroli, lo spione Telecom in studio, di fronte a Massimo Mucchetti, uno degli spiati. Lerner dice: se cercate una foto del potere italiano, dell'intreccio tra imprenditori e politica, eccovela e buona visione. Noi, che abbiamo negli occhi le trascrizioni delle intercettazioni di questa creativa ragnatela di scambi, di relazioni, di favori, di contatti che doveva servire il processo di assestamento del sistema Italia, mangeremo il rospo. Qualcosa accadrà in quello studio e se e quando accadrà non avverrà comunque in un'ottica di servizio al potere: nient'altro che la condizione minima di ogni informazione giornalistica e tuttavia tradita da un mare di servitù televisive ansiose di scodinzolare. Cos'è che ci convince che le scalinate tv di Lerner abbiano un dna pulito? Forse il fatto che gioca a carte scoperte, non cerca di smerciare imparzialità o equidistanze, sta da una parte ma rispetta la sua curiosità e di conseguenza anche i nidi di vipere nei quali affonda spesso le mani; vuol capire, sapere e per questo sta al gioco delle cose; ti regala la sensazione che ogni trasmissione, per quanto preparata, sia un modesto ma sincero percorso di conoscenza che matura passo dopo passo, un'avventura, sua prima che del pubblico, dalla quale lui, il conduttore, può addirittura uscire con le ossa rotte, c'è una quota di rischio... Vero? Falso? "Vero. Ogni tanto le prendo. Mi è successo. Le ho buscate, ricordo, da un sindaco di Verona che è riuscito a far passare come ovvie le sue cose sugli immigrati, con Cacciari che gli dava ragione...Comunque, dal mio punto di vista, sempre meglio che ospitare la solita compagnia di giro di politici che a turno goffamente giustificano le sorprendenti svolte delle cose dei nostri giorni...". Avrai il tuo daffare con Tavaroli, allora. Tutti e due sapete con chi parlate in tv, ma lui sa con chi parli tu mentre tu puoi non sapere con chi lui stia parlando davanti alle telecamere... "Sta tutto qui: cerco di raccontare senza assecondare, cerco una giusta misura...è una formula che contiene il rischio in modo strutturale...". Così neanche il tuo albero genealogico ha misteri: sicuro sei un nipotino di Rousseau... "Ci provo a stare aggrappato alla razionalità, anche dentro questa scatola tv che sappiamo vivere di suggestioni, di messaggi sbliminali, di malumori. Continuo in questo a sentirmi un giornalista della carta stampata prestato al video dove mi illudo possa passare anche il ragionamento. Del resto, credo che anche la mia età e il mio passato mi mettano nella necessità di provarci...". Strano. Una morale legata al tempo anagrafico del corpo in tv non è fatto consueto, anzi... "Ma Obama è molto più giovane di me che fra poco compirò 54 anni e si considerano giovani in politica i miei coetanei, ma non lo sono, non sono "giovani". Giovani sono quelli dai quali mi attendo l'elaborazione di nuovi linguaggi anche televisivi, di nuove tecniche. A noi tocca un lavoro di testimonianza, una certa forma di resistenza se si vuole al pensiero corrente, ricorrendo a un tono pacato che evochi il nuovo senso civile degli italiani...". Sempre più strano. Sei fuorimoda perché hai uno sguardo prospettico sul presente dotato di una focale piuttosto lunga, mentre tutti si guardano le punte delle scarpe, eppure, scusa, sei un "must" perché oggi più che mai quello sguardo è una linea di frontiera avanzata e infatti opportunamente parli di testimonianza. È l'altalena della nostra civiltà che ti spinge in alto: sei importante proprio perché in qualche modo "fuorimoda"... "Mettiamola anche sul piacere. Fare tv oggi puntando sull'analfabetismo del tuo pubblico, abbassarsi o peggio adulare il popolo tv con luoghi comuni: tutto questo è noioso per me. Credo sia giusto stimare il tuo pubblico e ne ho avuto conferma imbastendo riflessioni sull'anima, su Gesù, su Israele. Ora vorrei fare una trasmissione sulla nostra fabbrica della vanità, su come questa fabbrica serva a fare soldi, partendo dalle foto della nuova fidanzata del ministro Frattini apparsa con stivali e frustino su Vanity, oppure da quella della ministra Gelmini in versione Audrey Hepburn su Panorama...Insomma, continuerò a confrontarmi con punti di vista radicalmente opposti ai miei". Finché il revisionismo riuscirà a mettere la Rivoluzione del 1789 tra gli eventi all'indice... "Resto dell'idea che gli uomini siano tutti uguali. Se oggi Larussa e Alemanno si dicono patrioti e sostengono che in fondo il fascismo non era così male, ecco credo che non stiano ricorrendo a residui di militanza: mi pare che questa cultura corrisponda all'umore di un paese in cui il nazionalismo identitario è considerato più importante dei principi democratici; se si muovono così è perché elettoralmente interpretano una pulsione diffusa...Mi limito a raccogliere tutto questo, senza puzza al naso...Invece di scandalizzarci, andiamo a vedere perché...". TELEVISIONE Domani su La7 torna il suo "Infedele" e si tuffa nei file riservati della Telecom. Gad Lerner rischia ogni volta e lo dice: "Qualche volta ne sono uscito anche con le ossa rotte". Ma senza truccare le carte.

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"anche la destra sia antifascista" fini piega alemanno e la russa - mauro favale (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 14-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Anche la destra sia antifascista" Fini piega Alemanno e La Russa "Rsi dalla parte sbagliata". Veltroni: grande passo avanti "Le leggi razziali sono state un abominio, il fascismo fu tutto negativo" MAURO FAVALE ROMA - "Colgo l'occasione per mettere i puntini sulle "i"". Esordisce così, il presidente della Camera Gianfranco Fini ospite di "Atreju", la festa dei giovani di An. E i "puntini" diventano parole nettissime di condanna del fascismo e della Rsi, la Repubblica di Salò, cinque giorni dopo le celebrazioni dell'otto settembre e il carico di polemiche scaturito dalle parole di due dei maggiori esponenti del suo partito, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. "La destra politica italiana e a maggior ragione i giovani ? afferma Fini davanti ad una silenziosa platea ? devono senza ambiguità dire che si riconoscono in alcuni valori della nostra Costituzione: libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Valori che hanno guidato e guidano la destra e che sono, a pieno titolo, antifascisti". Sembra rivolgersi a La Russa quando dice che "non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta e chi, fatta salva la buonafede, stava dalla parte sbagliata". E ne ha per Alemanno quando spiega che "la storia non si può isolare in fotogrammi. Le leggi razziali sono state un infame abominio ma il fascismo è tutto negativo". Il pubblico si lascia andare in un applauso solo quando il presidente della Camera ricorda che "non tutti gli antifascisti erano democratici". Fini, poi, ringrazia il lavoro di Carlo Azeglio Ciampi per "costruire una memoria condivisa" e, quando un giovane di Forza Italia che lo intervista lo invita a parlare del '68 perché "fascismo e antifascismo non ci interessano più", lui è lo gela: "La storia non è dire "scordiamoci il passato", non è mettere le cose sotto il tappeto". La tradizionale intervista alla festa dei giovani di An (la stessa durante la quale Silvio Berlusconi, tre giorni fa, aveva elogiato il fascista Italo Balbo) diventa, per Fini, l'occasione per un discorso a lungo ponderato. Come quello pronunciato nel 2003 durante il viaggio in Israele sul "fascismo come male assoluto". Già nei giorni scorsi, era già filtrata l'irritazione del presidente della Camera dopo le uscite dei suoi colonnelli. Giovedì c'era stato l'incontro con il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ieri, "lo strappo". "Un grande passo avanti" lo definisce Walter Veltroni che, in polemica con Alemanno, ha lasciato il Comitato promotore del Museo della Shoa a Roma. Per il leader del Pd, però, le parole di Fini "rientrano in un'evoluzione personale. Lo stesso non si può dire per alcuni esponenti del suo partito". Da An aspettano quattro ore. Poi, quasi in contemporanea, arrivano i commenti di Alemanno e La Russa. Prima il sindaco di Roma: "Le dichiarazioni del presidente Fini chiudono definitivamente le polemiche di questi giorni: tutto il gruppo dirigente di An, compreso il sottoscritto, ha elaborato le tesi di Fiuggi, ha guidato il partito in questi anni e non può non ritrovarsi in questo percorso e in queste dichiarazioni". Poi il ministro della Difesa: "Concordo pienamente con Fini come a suo tempo ho plaudito alle parole di Violante, ai libri di Pansa e alla musica di De Gregori". Nessuno si smarca dalle parole di Fini. Tutto l'arco parlamentare ne apprezza la chiarezza. Il presidente del Senato, Renato Schifani ricorda che "l'antifascismo, nell'assetto istituzionale del nostro Paese, è fuori discussione". Nell'opposizione, Antonio Di Pietro commenta così: "è una non notizia. Tutti dovrebbero sapere che il fascismo è stata una tragedia per il Paese. Quello che il presidente della Camera dice se lo ricorda proprio adesso di doverlo dire? Mi pare che sia troppo tardi". Per Pier Ferdinando Casini "una democrazia matura non dovrebbe avere bisogno di precisazioni: il fascismo è fascismo, il comunismo è comunismo. La democrazia è un altro film. Sono cose che si imparano all'asilo della politica". Fuori dal parlamento, invece, il clima è diverso. A destra c'è malessere per quella condanna e Francesco Storace non si nasconde: "Fini vuole riportare l'Italia indietro di sessant'anni, rinfocola odi. C'ha messo quarant'anni per scoprire l'antifascismo, che a Fiuggi era strumento e ora è issato a valore". E aggiunge: "Si può essere democratici senza essere antifascisti".

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Il silenzio degli Alleati sui campi di sterminio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 14-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 220 del 2008-09-14 pagina 20 Il silenzio degli Alleati sui campi di sterminio di Aridea Fezzi Price È ormai documentato che durante la Seconda guerra mondiale gli Alleati fossero a conoscenza fin dal 1942 dei campi di sterminio nazisti. Tuttavia nulla fu fatto nei successivi tre anni per arrestare il genocidio degli ebrei europei. È quanto dibatte lo storico israelita Theodore S. Hamerow, docente all'Università del Wisconsin, nell'autorevole e provocatorio Why We Watched: Europe, America, and the Holocaust (Norton & Company, pagg. 576, euro 30,25), esaminando la responsabilità dell'inazione alleata, a suo parere non giustificata dalla strategia bellica, bensì piegatasi alle forme di antisemitismo in Francia, Gran Betagna, America e Canada che negli anni '30 costituirono un ostacolo a dare asilo degli ebrei perseguitati. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Far pace con i buoni sentimenti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 14-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 220 del 2008-09-14 pagina 21 Far pace con i buoni sentimenti di Marina Gersony Saranno le donne le future portatrici di pace? Nel suo nuovo romanzo David Grossman sceglie di parlare attraverso una voce femminile. È la storia di una madre che con un gesto disperato fugge dai militari che le annunciano la morte del figlio. Un libro che Grossman aveva iniziato prima della morte di suo figlio Uri nella guerra in Libano contro Hezbollah (A un cerbiatto somiglia il mio amore, trad. Alessandra Shomroni, prezzo e pagine da definire). Ma il romanzo non indugia nell'autocommiserazione: lo scrittore ci consegna ancora una volta una riflessione lucida sulla colpa e sulla distruttività umana. Ma anche sui sentimenti. E ancora riflessioni ne Il rapporto di Philippe Claudel (Ponte alle Grazie, pagg. 288, euro 15, trad. Francesco Bruno): Brodeck, un sopravvissuto, torna al villaggio provato dall'occupazione nazista, dove gli abitanti lo marchiano come l'Anderer, l'Altro (anche se la parola ebreo non appare mai...). È l'inizio di una convivenza difficile, l'origine di un crimine collettivo, che rende indispensabile una ricostruzione dei fatti. Brodeck è l'unico che può farlo. Anche se scavare vuol dire scoprire che nessuno è innocente. Rifugio, infine, è il romanzo di Sami Michael, nato a Bagdad nel 1926, candidato al Nobel per la Letteratura, uno dei pochissimi scrittori israeliani a essere pubblicato anche nei Paesi arabi (La Giuntina, pagg. 350, euro 17, trad. Dalia Padoa). Uscito in Israele negli anni '70, il libro viene pubblicato per la prima volta in Italia. È ambientato durante la guerra del Kippur: ebrei e arabi, israeliani e palestinesi, sono alle prese con la realtà mediorientale. Tra dolori, commozioni, contraddizioni e ragioni degli uni e degli altri...m.gersony@gmail.com © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Al Qaeda infiltrata nei campi profughi del Sud Libano Fonti di intelligence temono attacchi anche contro i soldati dell'Unifil (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 15-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Al Qaeda infiltrata nei campi profughi del Sud Libano" Fonti di intelligence temono attacchi anche contro i soldati dell'Unifil di Umberto De Giovannangeli I TENTACOLI della "piovra" Al Qaeda sul Sud Libano. Con un duplice proposito: destabilizzare il confine tra il Paese dei Cedri e Israele; colpire al cuore i "crociati" dell'Unifil, e tra essi i soldati italiani, considerati i più pericolosi perché i "più benvoluti" dalla popolazione locale. Il network terrorista di Bin Laden ha avviato una campagna di reclutamento dei miliziani delle fazioni radicali palestinesi in un campo profughi del Sud Libano, vicino all'area di influenza del movimento sciita Hezbollah e all'area di responsabilità dell'Unifil, che l'organizzazione di Osama considera rispettivamente "eretici" e "crociati". Lo afferma il quotidiano panarabo al Hayat citando anonime fonti della sicurezza giordana, secondo cui "esponenti qaedisti sono attualmente in Libano e stanno tentando di stabilire contatti con alcuni gruppi di base ad Ain el Helwe, il campo, alle porte di Sidone, a 40 km a sud di Beirut, che è al di fuori della autorità dello Stato libanese e ospita fazioni sunnite ispirate ad Al Qaeda, come "Jund al Sham" (i Soldati del Levante) e Osbat al Ansar (Lega dei Partigiani). Un imprecisato numero di attivisti di Al Qaeda "sono giunti dall'Iraq in Libano lo scorso anno, tra cui 25 giordani e alcuni yemeniti, sauditi, ceceni, e altri che hanno nazionalità europee" hanno affermato le fonti giordane. Le fonti hanno espresso "preoccupazione che l'infiltrazione di questi attivisti in una zona di influenza di Hezbollah possa sollevare la prospettiva di uno scontro settario" e hanno detto di aspettarsi "possibili attacchi ad Hezbollah". Attacchi che potrebbero investire anche le forze Unifil. "Le informazioni che abbiamo raccolto sono allarmanti: esiste un piano terroristico volto alla destabilizzazione del Sud Libano", confida a l'Unità una fonte dell'intelligence di Beirut. "Hanno elementi infiltrati in due campi profughi palestinesi - aggiunge la fonte - quindi difficili da controllare, nell'area in cui sono dispiegati i soldati italiani e zone limitrofe. Al momento, la loro forza attiva è calcolabile sulle 500 unità operative". I finanziamenti abbondano, sia da fonti pubbliche che private. Provengono dall'Arabia Saudita e dal Kuwait - cioè dai "jihadisti del portafoglio" - i facoltosi uomini d'affari che desiderano dare allo jihad il loro aiuto finanziario. Il numero due di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri ha più volte accusato Hezbollah, che ha il sostegno di Siria e Iran, di aver spianato la strada al dispiegamento delle forze Unifil nel Sud Libano, dopo la guerra del 2006 con Israele. Lo scorso anno l'esercito libanese fu impegnato per mesi in un sanguinoso e logorante conflitto con Fatah al Islam, una formazione qaedista che si era infiltrata nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, nel nord del Paese, a pochi km dalla città portuale di Tripoli, una storica roccaforte del salafismo sunnita. A lanciare l'allarme è anche il generale della riserva Elias Hanna, docente di Scienze politiche all'Università libanese Notre Dame. "Un numero elevato di combattenti di Al Qaeda è riuscito ad entrare in Libano grazie ai controlli poco rigorosi alle frontiere", dice il professor Hanna a l'Unità. "Da Ain el Helwe, questi miliziani possono creare grosse difficoltà ad Hezbollah, all'Unifil, al governo libanese e anche a Israele", aggiunge. Da Ain Helwe, la centrale qaedista elabora piani d'attacco contro le forze dell'Unifil dispiegate nel Sud, organizza missioni di spionaggio, a Beirut e dintorni, nelle ambasciate degli Stati occidentali e di quelli del Golfo, mantiene i contatti, finanzia e recluta gli elementi più radicali del campo sunnita. Un ex portavoce di Unifil, Timor Goksel, da parte sua ha detto che l'Unifil è consapevole della presenza di "elementi radicali" in Ain el Helwe e, pertanto, tiene sotto costante osservazione ciò che accade nel campo profughi palestinese. Ed è in questo scenario inquietante che si inserisce la prima visita in Sud Libano, avvenuta nei giorni scorsi, del nuovo capo di stato maggiore dell'esercito libanese, il generale Jean Kahwaji. Che Al Qaeda punti a rafforzare la trincea libanese è confermato da un recente rapporto dell'intelligence militare libanese: a coordinare l'azione dei gruppi jihadisti in Libano è Saad Bin Laden (nome di copertura Shahin Shahin), il figlio del fondatore di Al Qaeda. Nel rapporto si indica anche che Al Qaeda considera il Libano un luogo d'innovazione tecnica, dove dedicarsi allo sviluppo di nuovi mezzi bellici: piccoli aerei telecomandati in grado di trasportare fino a 30 kg di esplosivo, ordigni telecomandati atti a eludere i sistemi difensivi dei blindati delle forze Usa in Iraq, o anche programmi informatici per consentire ai responsabili di Al Qaeda di comunicare ovunque a livello mondiale e di coordinare le loro attività via Internet senza essere intercettati dall'intelligence locale, né dalla National Security Agency degli Usa.

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La pericolosa deriva del berlusconismo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Unita, L'" del 15-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Luigi Cancrini Lia Angeletti Viviamo in Europa, in uno dei Paesi più ricchi del mondo, mondo che è percorso tuttavia dalla sofferenza silenziosa dei vinti, da storie di emarginazione e violenza che non fanno notizia. Vorremmo dare spazio, in questa pagina, alla voce di chi rimane fuori dalla grande corsa che ci coinvolge tutti, parlando dei diritti negati a chi non è abbastanza forte per difenderli. Sono proprio le storie di chi non vede rispettati i propri diritti a far partire il bisogno di una politica intesa come ricerca appassionata e paziente di un mondo migliore di quello che abbiamo costruito finora. Scrivete a cstfr@mclink.it Sacconi che dice "O stanotte o mai più!", Sacconi che dice "Si teme il peggio, mobilità subito", Berlusconi che parla degli attuali procuratori della Repubblica come di persone che debbono presentarsi "con il cappello in mano" quando chiedono di parlare con il giudice, Bossi che impone il varo immediato di una legge "che cambia l'Italia" ottenendola nel corso di una cena. Siamo ancora in un paese democratico? Io comincio ad aver paura. Il paese sta scivolando lentamente verso una situazione che con la democrazia ha poco a che fare. Giovedì pomeriggio a Roma, intervenendo ad una manifestazione organizzata dai giovani di AN, Berlusconi si è vestito completamente di nero, camicia nera e pantalone dello stesso colore. Travestito ormai anche fisicamente da Mussolini ha parlato con l'aggressività e la boria del Duce di allora. Dimenticando, come fa ormai sempre più spesso, che il leader politico, in un paese democratico, è uno che fa proposte e discute le proposte degli altri, un primus inter pares investito della responsabilità, di governare tenendo conto, oltre che dei suoi, della volontà e degli interessi di un intero corpo sociale. È di questo che Berlusconi non si rende conto, mi pare, quando enfatizza, in modo sempre più scoperto, il ruolo che questo paese non gli ha mai attribuito di padrone e salvatore della patria: di una patria parlando che ormai dovrebbe essere salvata, invece, prima di tutto da lui. La vicenda Alitalia è, da questo punto di vista, una vicenda esemplare. Quando a marzo la crisi era già aperta, l'acquisto di Alitalia da parte di Air France era ancora possibile. La trattativa era in corso, il governo Prodi cercò in tutti i modi di facilitarla e Berlusconi, dall'opposizione, fece di tutto per farla fallire promettendo una cordata italiana di cui lui personalmente sapeva (senza però documentarlo e senza prendere, dunque, nessun tipo di impegno) che sarebbe intervenuta. Sotto gli occhi di tutti, l'intervento che lui propone oggi non è quello di un gruppo di investitori che immagina di risanare, lavorando e rischiando di suo, un'azienda in difficoltà ma un regalo fatto da lui ad un gruppo di persone furbe che non rischiano nulla, un indecente scarico del debito accumulato dalla compagnia sull'erario e dunque sulle tasche dei contribuenti, una dichiarazione aperta di totale indifferenza per la sorte dei lavoratori e degli utenti. Presentato da lui e da Tremonti però, con l'aiuto compiacente di troppi media, come un atto di buongoverno che potrebbe essere mandato in fumo solo dalla "cattiveria" dei sindacati e dei lavoratori "che ce l'hanno con lui" visto che non si sono lasciati zittire. Rifiutando il ricatto di un'urgenza di cui si sono accorti, lui e Sacconi, con sei mesi di ritardo. Al di là del merito, che pure è di grande importanza, la questione è una questione, sempre più drammatica, di forma e di costume. Non credo davvero di poter essere tacciato di antiberlusconismo se dico che l'idea su cui Berlusconi si sta muovendo in questi giorni è quella per cui vincere le elezioni significa avere la possibilità di instaurare una dittatura che ha il solo limite temporale delle elezioni successive. Con un'attenzione crescente al tema, tuttavia, del modo in cui le elezioni successive verranno celebrate (la legge elettorale) e preparate (il controllo della stampa e delle tv utilizzato ai fini di propaganda invece che di informazione e di dibattito) perché non c'è mai stata al mondo una dittatura che non abbia lavorato al tentativo di liberarsi anche dal peso del controllo esercitato dagli elettori. Gli obiettivi immediati di questa strategia di medio periodo sono, in questa fase, tre. L'eliminazione dei cosiddetti "piccoli partiti", superando nei fatti il principio costituzionale della libertà di associazione e di voto, il ridimensionamento forte dei sindacati che devono rappresentare, nell'ottica berlusconiana, degli strumenti di controllo invece che di ascolto delle richieste (e delle proteste) dei lavoratori e l'asservimento al potere politico della magistratura inquirente che deve smetterla di chiedere conto della liceità delle scelte di chi governa e deve accettare l'idea per cui nessuno dovrebbe disturbare il manovratore. Che è lui e che altri che lui non può e non deve essere. Le scelte che verranno fatte su questa strada sono già chiare. Il meccanismo elettorale annunciato in questi giorni (soglia del 5% e liste bloccate senza preferenze) renderà quasi impossibile la rappresentanza parlamentare e il rimborso elettorale per i piccoli partiti già esclusi oggi dal Parlamento. Creando serii problemi anche a quella UDC che ancora non ha accettato di piegare la testa ai diktat del grande capo e mettendo fine allo sconcio (lui così lo definisce) di personaggi politici che apertamente si richiamano alla tradizione e ai valori della sinistra. La vicenda Alitalia e la durezza senza alternative con cui la si è gestita in questi giorni servono a dare, d'altra parte, un colpo mortale al sindacato ed alla sua rappresentatività, nella misura in cui rendono chiaro a tutti che il governo tratta solo con gli imprenditori, imponendole poi ai sindacati, le questioni relative al mondo del lavoro. Riservandosi di ricorrere ai licenziamenti e, ovviamente, alla polizia ed all'esercito, già ben schierato nelle nostre città, se le proteste dovessero diventare troppo forti o troppo politiche. La riforma della giustizia affidata al pragmatismo disinvolto e servile di Alfano e dei peones parlamentari permetterà di mettere in piedi entro ottobre, infine, una situazione in cui l'esecutivo (questo esecutivo, Berlusconi ed i suoi) potrà agire al di fuori di qualsiasi controllo da parte dell'ordine giudiziario. Con tanti saluti all'equilibrio dei poteri di cui parlavano Montesquieu (nel '700) e i nostri costituenti (nell'ultimo dopoguerra). I rischi che si collegano ad una deriva di questo genere sono davvero enormi. Un mondo in cui soffiano di nuovo dei venti di guerra, con una candidata alla vicepresidenza Usa che parla di attacco alla Russia, con fronti nuovi che si stanno aprendo in Pakistan, con le incognite legate al futuro dell'Iran, della Palestina e d'Israele, è un mondo in cui un paese democratico di tutto ha bisogno meno che di un nuovo tipo di dittatore avido (nella sua capacità di prendere e inghiottire tutto) e crudele (nella sua capacità di passare sopra i problemi dei lavoratori e dei pensionati, degli emigrati e di chi non la pensa come lui). La storia insegna che sono i dittatori quelli che amano e facilitano la guerra che è sempre utile per rinforzare il loro potere ed a gonfiare il loro narcisismo patologico. Rendersene conto dovrebbe voler dire oggi riprendere a far politica: sul serio, però, e tutti insieme, superando le divisioni che a Berlusconi hanno ancora una volta aperto la strada. Diritti negati.

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Olmert: <No ai pogrom contro i palestinesi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-09-15 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Israele/1 Olmert: "No ai pogrom contro i palestinesi" TEL AVIV - Duro commento di Ehud Olmert al raid condotto sabato in un villaggio nel Nord della Cisgiordania da un gruppo di coloni israeliani. In seguito al ferimento di un bambino ebreo nella colonia di Yitzhar, decine di individui hanno devastato la vicina Assira al-Kabalya ferendo otto palestinesi. "Gesto intollerabile, qui non ci saranno pogrom contro non-ebrei" ha detto Olmert, utilizzando un'espressione usata per indicare orrori patiti dagli ebrei nella Diaspora. Parole di condanna e incentivi: il governo ha discusso un piano di indennizzo per i coloni pronti a lasciare alcuni insediamenti. "Che Olmert pensi ai suoi problemi giudiziari", ha ribattuto un esponente dei coloni.

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<E' la linea di Fiuggi ma ha forzato la mano> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 15-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-09-15 num: - pag: 9 categoria: REDAZIONALE Cossiga "La Russa e Alemanno? Errore" "E' la linea di Fiuggi ma ha forzato la mano" to anche le interpretazioni più minimaliste, no? "Ha tagliato gli ultimi ponti con quel passato, nel rispetto della verità storica. Il fascismo calpestò la libertà e la dignità di un intero popolo, vale a dire i diritti primari. Questo è il primo delitto, contro la persona e quindi contro la democrazia. Questo è l'autentico distinguo che vale per ogni forma di totalitarismo, ed era tempo di riconoscerlo, come ha fatto lui ora. Altro che sconfessare la dittatura solo a metà - come hanno graziosamente concesso alcuni esponenti della destra - a partire dalle leggi razziali del 1938, quasi che prima di quella data il regime fosse stato "dolce" e, in definitiva, accettabile. Quando Fini, durante la sua prima visita in Israele, definì il fascismo "un male assoluto", collegando il giudizio soprattutto alla stagione finale del mussolinismo, la sua sortita mi parve persino troppo caricata, eccessiva. Ma adesso che ha chiuso la partita e completato il periplo, c'è da levarsi il cappello per le future ricadute politiche". A quali conseguenze pensa? "Ha cancellato ogni residua ambiguità. E' come se avesse scavato un solco invalicabile e avesse detto: noi siamo una destra democratica e dunque, allo stesso modo di qualsiasi altra destra europea, ci riconosciamo nei valori dell'antifascismo... chi non si schiera con noi, rimane indietro rispetto a ogni velleità di emancipazione democratica". Marzio Breda ROMA - "Entrambi hanno detto quello che pensano senza tenere conto che uno, Gianni Alemanno, è il sindaco della capitale, e l'altro, Ignazio La Russa, è nientepopodimeno che il ministro della Difesa ". Il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ritiene che chi milita in un partito "le cui origini sono certamente nel fascismo di Salò certe cose non le può dire, non può cioè sostenere le stesse cose che, tra gli applausi generali, ha detto Luciano Violante sui ragazzi di Salò". E allo stesso modo, per il senatore a vita, Gianfranco Fini che è il leader più autorevole di quello stesso partito - Alleanza nazionale - ha compiuto "un azzardo quando ha sostenuto "siamo tutti antifascisti"...". Presidente, perché sarebbe stato un azzardo? "Mi sembra che abbia usato un'espressione davvero eccessiva. Ripeto: affermare di questi tempi che la destra deve aderire ai valori antifascisti è una forzatura. Bastava che dicesse: "Oggi alla destra aderiscono giovani che non sono fascisti", oppure "la destra di oggi è democratica". Del resto la categoria dei democratici è assai vasta, e comprende, per certi versi, anche i comunisti. Non solo. Occorre poi considerare che il termine "antifascismo", che ha trionfato fino a qualche tempo fa, è stato quello coniato dal Komintern quando affermò che chi era anticomunista era al contempo fascista e non poteva essere parimenti antifascista. Ricordo a questo proposito che i socialdemocratici, che erano anticomunisti, furono bollati come "socialfascisti" ". Senatore, Alemanno ha sostenuto che il fascismo non fu il "male assoluto" sino alla promulgazione delle leggi razziali. "Ha esagerato. Si sarebbe dovuto limitare a ripetere le stesse tesi dell'ex comunista Renzo De Felice contenute nei suoi libri su Mussolini e il fascismo e nel volume-intervista a Pasquale Chessa, nei quali da storico sostenne che il fascismo, a parte i gravi torti, era stato un regime che aveva modernizzato l'Italia dal punto di vista economico. L'avere difeso strenuamente queste sue argomentazioni finì per farlo considerare da alcuni storici di matrice marxista come il padre del revisionismo. Anche se a onore del vero fu il segretario del Pci Palmiro Togliatti ad aprire la strada della pacificazione con la famosa amnistia che fu maldigerita dalla base comunista tanto che all'epoca lo stesso Togliatti cercò di accreditare la tesi che fosse stata la Dc a imporla". Torniamo a Fini. è davvero convinto, presidente, che abbia compiuto una forzatura? "Certamente. Del resto rimarcando in maniera molto netta che la scelta di Fiuggi è irreversibile ha voluto bloccare la campagna contro il sindaco di Roma e il ministro della Difesa. Fini però non si è reso conto che così facendo ha suscitato un vespaio più grosso". E quale sarebbe? "Un vespaio l'ha creato innanzitutto dentro il partito costringendo la giovane Meloni a dei contorcimenti lessicali per fare digerire la cosa alla base del partito e ciò non avverrà tanto rapidamente. Tutti fuori del partito hanno applaudito e del resto che altro potevano fare se non battere le mani e dire bene bravo Fini. Ma io mi domando: se i discendenti di Edda Ciano saltassero fuori a dire "siamo antifascisti", oppure Alessandra Mussolini affermasse "ripudio il nonno e sono antifascista", beh il rischio sarebbe che il mio amico Diliberto correrebbe loro incontro e offrirebbe la tessera dei comunisti. E a questo punto che succederebbe? ". Lorenzo Fuccaro \\ Bastava che Gianfranco Fini dicesse "oggi alla destra aderiscono giovani che non sono fascisti".

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Borsani: "Aspetto ancora che la sinistra condanni i crimini degli antifascisti" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Giornale.it, Il" del 15-09-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

N. 37 del 2008-09-15 pagina 0 Borsani: "Aspetto ancora che la sinistra condanni i crimini degli antifascisti" di Redazione "Non ho bisogno di fare dichiararazioni per dimostrare di essere libero e democratico" Milano - Gianfranco Fini chiede alla destra di diventare antifascista. "Forse il potere val sempre una messa". Carlo Borsani, ex assessore in Regione Lombardia, oggi presidente dell'Istituto nazionale tumori di Milano e membro della direzione nazionale di An, non la manda giù. "Personalmente mi riconosco nei valori della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale senza bisogno di dichiararmi antifascista". Di nome fa Carlo. Come il padre. Cieco di guerra, eroica medaglia d'oro, aderì alla Repubblica sociale. A 27 anni i partigiani lo fucilarono. Il 29 aprile, a guerra finita, insieme al sacerdote arrivato per confessarlo. Poi, per sfregio, in giro per Milano su un carretto delle immondizie. Carlo (figlio) era nel grembo di mamma. Papà non lo vide mai. Ne porta il nome. Con orgoglio. Borsani, per Fini che vent'anni fa parlava del fascismo del Duemila, suo padre stava dalla parte sbagliata. "L'8 settembre per l'Italia fu un disastro. Il momento della scelte diverse. Allora una generazione educata ai valori della patria, dell'onore e della coerenza, scelse in assoluta coscienza di arruolarsi nella Rsi". Nonostante le leggi razziali? "Nessuno in Italia sapeva cosa stesse succedendo agli ebrei. Io l'ho chiesto più volte a mia madre. E lei me l'ha confermato". La destra italiana ancora oggi è accusata di razzismo e antisemitismo. "Macché antisemitismo. Mi ricordo quanto Giorgio Almirante ammirasse Moshe Dayan e quanto ci raccomandasse di stare con Israele". Almirante diceva "non rinnegare e non restaurare". "Il fascismo è stato un movimento irripetibile. Dittatura? Ma nel resto del mondo cosa c'era? Mica democrazia dappertutto. E poi non è detto che la democrazia coincida sempre con la libertà. Può anche essere una tirannide". Affermazione forte. "Anni fa se non andavi d'accordo con il pensiero dominante venivi picchiato, allontanato da scuola, perdevi il lavoro. Uccidere un fascista non era un reato". Vent'anni di fascismo e più di sessanta che se ne discute. Un'anomalia italiana? "Certo. E io non accetto strumentalizzazioni. L'equazione “se sei antifascista sei democratico, altrimenti no”. Si dimentica che la maggior parte dei partigiani combatté per portare in Italia il comunismo, la dittatura dell'Urss di Stalin?". Le daranno del solito fascista. "Ho fatto politica, ho amministrato. Nemmeno gli avversari hanno potuto accusarmi di non tenere alla libertà. Finché tutte le forze rappresentative dell'antifascismo non avranno pronunciato parole di netta di condanna, non solo verso le politiche e le ideologie di cui la sua componente antifascista antidemocratica era portatrice, ma anche verso i crimini di cui fu responsabile, continuerò a non accettare il tentativo di costringermi a dichiararmi antifascista per dimostrare il mio essere libero e democratico". Per incontrarci, era il titolo dell'ultimo editoriale scritto da Carlo (padre) Borsani su Repubblica fascista. Da fascista, rivolto a chi fascista non era. giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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