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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA: Se scoppia l’intelligenza” |
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tARTICOLI DEL 1-13 giugno 2008
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Articoli
Israele/Palestina (147)
Fao, il papa non vedrà ahmadinejad - orazio la rocca
vincenzo nigro ( da "Repubblica, La"
del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele e i discorsi in cui ha sollevato dubbi sulla Shoah, discorsi fatti anche per rafforzarsi politicamente all'interno del suo paese e in tutto il mondo islamico. Ma l'Italia di Berlusconi si è appena avvicinata agli Usa - proprio con Frattini - contro i programmi nucleari iraniani: un incontro tra i due leader sarebbe stato possibile solo se Ahmadinejad avesse dato la certezza
L'
amaca ( da "Repubblica, La"
del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: votata da tutti i Paesi della Terra tranne Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan. E perché mai questi sei Paesi non vogliono fare a meno di ordigni che dilaniano i civili, bambini soprattutto, anche molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare.
La
nuova politica estera italiana - renzo guolo
( da "Repubblica,
La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Non solo relativamente alla discussa "equivicinanza" sulla questione israelo-palestinese ma anche nei confronti di Afghanistan, Iraq, Iran e Libano. Nel caso dell'Afghanistan il presidente del Consiglio parla esplicitamente di revisione, entro giugno, delle modalità operative d'impiego dei nostri militari di stanza ai piedi dell'Hindu Kush.
Vertice
Fao, il Papa non vedrà Ahmadinejad
( da "Corriere
della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: nucleare e i rapporti con Israele. Il Vaticano non avrebbe scartato l'idea, ma sembra che siano sorti subito dopo innumerevoli problemi logistici per le diverse richieste avanzate dai presidenti. Prima di tutto perché non sono presenti tutti negli stessi giorni a Roma e perché alcuni di loro non avrebbero gradito un evento collettivo avendo richiesto da tempo un colloquio personale.
<Una
decisione giusta: all'Iran solo porte chiuse>
( da "Corriere
della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: "Un problema di coscienza: come si fa a stringere la mano ad uno che si augura la distruzione di Israele e mette a morte gli omosessuali?". Però gli imprenditori lo incontreranno. "Purtroppo. Ritengo grave questa scelta. Pubblicheremo i loro nomi sul nostro quotidiano". R. Zuc. A. Polito.
Abbas
junior: basta politica, è l'ora del <made in Palestina>
( da "Corriere
della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: pubblicitario: "Non farei mai affari con un israeliano e non voterei mai Hamas" Abbas junior: basta politica, è l'ora del "made in Palestina" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tra i ricordi di bambino, Yasser Arafat che lo prende per il collo e lo fa sedere vicino a sé ("con la forza, non troppo divertente ").
Grande
fratello a Manhattan La pubblicità spia chi la guarda
( da "Corriere
della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: opera di sorveglianza in Israele, è "ogni faccia conta". Come Prandoni, il suo direttore, George Murphy, sostiene che si tratta soltanto di "ammodernare un veicolo pubblicitario antiquato". Ma le associazioni delle libertà civili non sono d'accordo. Lee Tien, il legale della Fondazione frontiere elettroniche, protesta che è una violazione del diritto dei cittadini alla riservatezza.
Niente
accordi senza diritti umani ( da "Corriere della Sera"
del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: cominciare dal riconoscimento del diritto di Israele all' esistenza e dalla condanna del terrorismo suicida ed omicida di Hamas, della Jihad Islamica, dell'Hezbollah e di Moqtada Al Sadr sostenuti e finanziati dall'Iran stesso; rispettando la libertà religiosa degli iraniani cessando la persecuzione dei cristiani e dei bahai e la condanna a morte dei musulmani che si convertono ad un'
TAVOLE
IMBANDITE IN MOSTRA A BIBBIENA ( da "Manifesto, Il"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: potrà contare fra l'altro su due ospiti internazionali molto noti, l'anglo- giamaicana Zadie Smith (il cui romanzo di esordio, "Denti bianchi", le conquistò nel 2000 un nutrito seguito di lettori) e l'israeliano Uri Orlev, autore di numerosi libri per l'infanzia. Sul sito del festival, www.isoladellestorie.it, il programma completo.
Kufiyeh
in tv, i neocon fanno ritirare lo spot
( da "Manifesto,
Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: kufiyeh a scacchi bianchi e neri portata con tanta disinvoltura una pericolosa rappresentazione dell'Intifada, della lotta palestinese contro Israele e del jihad. "Si fa pubblicità al terrorismo", hanno protestato in massa i neocon fino a costringere la "Dunkin' Donuts" a fare mea culpa, a ritirare da internet lo spot e ad ammettere che quella pubblicità "poteva generare equivoci".
TEL
AVIV, GODARD NON VA AL FESTIVAL ( da "Manifesto, Il"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: palestinesi che fanno campagna per il boicottaggio di Israele". LOGO HARD PER STARBUCKS Polemiche su un nuovo simbolo della catena Starbucks. Un gruppo cristiano con sede a San Diego, dall'ambiguo nome "Resistenze", ha detto che la compagnia potrebbe farsi chiamare "Slutbucks", giocando sull'assonanza tra Star e Slut (sgualdrina).
Spia
di hezbollah in cambio di salme ( da "Repubblica, La"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Libano-Israele
Spia di Hezbollah in cambio di salme NAQURA - I resti di alcuni soldati
israeliani morti in Libano due anni fa in cambio della liberazione di un uomo
accusato di essere una spia di Hezbollah e incarcerato dal
"così
l'agente tzipi uccideva i nemici" e israele già sogna la nuova golda meir
- alberto stabile ( da "Repubblica, La"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: agente Tzipi uccideva i nemici" e Israele già sogna la nuova Golda Meir Dopo lo scandalo delle tangenti la sua poltrona è sempre più traballante Una grande donna consegnata alla Storia, la prima e l'unica a guidare lo Stato ebraico ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente gerusalemme - "Morto il re, viva il re", recita il vecchio adagio.
Perché
ci conviene discutere con l'iran - lucio caracciolo
( da "Repubblica,
La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: in arrivo a Roma per il vertice mondiale della Fao, proclama di voler cancellare Israele dalla carta geografica. Il suo antisionismo slitta spesso nell'antisemitismo. Quest'uomo e il regime militarclericale che rappresenta ? ma non comanda ? è sospettato, probabilmente a ragione, di voler elevare l'Iran al rango di potenza nucleare.
Morto
tommy lapid l'"anti-ortodossi"
( da "Repubblica,
La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: morto all'età di 77 anni Yosef Lapid, ex ministro della giustizia israeliano ed ex leader del Partito Shinui, per decenni uno dei personaggi più stimolanti e controversi del dibattito politico interno in Israele. Lapid era noto per il suo impegno contro quella che chiamava la "oppressione da parte dei rabbini ortodossi".
Vertice
fao, a roma anche mugabe - giampaolo cadalanu
( da "Repubblica,
La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: se ogni musulmano versasse un bicchiere d'acqua, Israele scomparirebbe annegato" e riprende la vecchia definizione di Khomeini, del "regime sionista nemico dell'Umanità". La sparata antiebraica di Mottaki sembra fatta apposta per mettere in difficoltà il suo stesso presidente, ma non facilita nemmeno il lavoro della diplomazia italiana.
Perché
ci conviene discutere con l'iran - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: acqua su Israele, Israele sarebbe cancellato"? Il punto è: ci serve oggi discutere con gli iraniani, e in particolare con il loro presidente? La risposta è sì. Con Teheran abbiamo molte questioni da dirimere. Non solo l'atomica. Oltre agli interessi economici, dobbiamo proteggere la sicurezza delle nostre truppe in Libano e in Afghanistan.
LA
<FIERA> VIRTUALE DELLA RICERCA
( da "Corriere
della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele e Argentina oltre che con alcune regioni limitrofe). Ad oggi si sono già ottenuti risultati significativi: 1) oltre 160 professori delle diverse facoltà mediche, strutturati in appositi gruppi di lavoro, si sono confrontati tra loro, scambiati informazioni e hanno catalogato, valutato e certificato gli oltre 1200 prodotti scientifici già presenti negli stand;
La
banda ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: egiziana arriva per un concerto in Israele ma, disorganizzata, si trova a passare una notte casual, conoscendo persone e intuendo il bisogno di affetti, capendo quale e quanta urgenza di pace e comprensione ci sia, tra casi speciali e no, tra i due popoli. Grazie anche ad attori bravissimi, è come un piccolo gioiello di Rohmer, che esplora i silenzi e i doppi fondi dei sentimenti,
IL
DILEMMA PIÙ SCOMODO ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele. E se anche Israele non facesse scattare in noi memorie storiche pesanti come macigni, se anche non esistesse in Ahmadinejad quel fanatismo islamico che come tutti i fanatismi religiosi rende imperscrutabile il confine tra retorica e vera capacità di nuocere, l'Italia avrebbe il dovere di recapitargli un messaggio di forte contrarietà.
Quando
l'<agente Livni> dava la caccia ai terroristi in Europa
( da "Corriere
della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: dava la caccia ai terroristi in Europa Nel passato del ministro degli Esteri israeliano quattro anni come "operativa" per il Mossad DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tzipi Livni studiava poco e stava molto al telefono. Quando il fratello va a trovarla a Parigi, crede di trovare una studentessa della Sorbona. Un'universitaria che si comporta in modo strano.
Israele
libera la spia di Hezbollah ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Diplomazia Continua la trattativa mediata da Berlino sui due militari rapiti nel luglio 2006 Israele libera la spia di Hezbollah E dal Libano tornano i resti di soldati ebrei. "Ma non è uno scambio" Il governo Olmert: "Nissim Nasser aveva scontato la pena di sei anni e sarebbe stato liberato in ogni caso" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - La cassa di legno è lunga meno di un metro.
Quel
rito di sepoltura dei caduti ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Il retaggio di Israele ci impone di dare sepoltura nella loro terra ai nostri soldati morti in combattimento e non sospenderemo gli sforzi fino a quando i resti di tutti i nostri caduti non ci saranno stati restituiti". La società israeliana riesce a sopportare di più un altro caduto in battaglia che il destino incerto di un sequestrato nelle mani degli estremisti.
Il
dilemma più scomodo ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tanto più che Israele esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana, tratta con la Siria con la mediazione turca e, come dimostra il triste scambio di ieri, ha contatti indiretti anche con Hezbollah. La dottrina del "non si parla con" e i fulmini di Bush contro l'appeasement sembrano ormai appartenere più alla forma che alla sostanza,
Fao,
arriva ahmadinejad "israele sparirà dalle carte" - cadalanu,
cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5
( da "Repubblica,
La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Polemica Berlino-Roma sulla trattativa con l'Iran Fao, arriva Ahmadinejad "Israele sparirà dalle carte" cadalanu, cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5 SEGUE A PAGINA 4.
Solo
i giocatori al brindisi in comune - silvia bignami
( da "Repubblica,
La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: La vicesindaco Adriana Scaramuzzino è in Israele e non ne vuole sapere di commentare. Gli altri non si fanno trovare o scelgono il silenzio. Più loquace il presidente del consiglio provinciale Maurizio Cevenini, che commenta: "Era peggio se il sindaco fosse venuto solo all'ultima partita.
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 3
categoria: A... ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ha portato l'esempio di Israele, "che esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana e tratta con la Siria grazie alla mediazione turca... ". "Guardi, le trattative ci sono sempre state. Anni fa criticai uno slancio ottimistico che Andreotti, da ministro degli Esteri, aveva avuto nei confronti della Siria.
Ahmadinejad
e Mugabe: doppio caso al vertice Fao
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: doppio caso al vertice Fao Il presidente iraniano: "Israele sarà presto cancellato" Invettive anche contro gli Usa, "potenza satanica" Alla Conferenza si parlerà dell'impennata dei prezzi degli alimentari ROMA - Distruzione di Israele, demonizzazione degli Stati Uniti, altre dosi di retorica incendiaria da ex volontario delle Guardie rivoluzionarie.
Ahmadinejad
arriva a Roma <Israele deve scomparire>
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele deve scomparire" ROMA - Lo Stato ebraico è guidato da "un regime criminale" e "sarà cancellato dalle carte geografiche", mentre "il tempo della caduta e dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è cominciato". In procinto di partire per Roma e per il vertice della Fao su sicurezza alimentare e cambiamenti climatici,
<Free
Iran> oggi in Campidoglio E i media di Teheran accusano: <Un complotto
del Riformista> ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: spiegando che "negare a Israele il diritto a esistere, così come negare la Shoah, significa cancellare una storia profonda e consolidata, non solo nel Mediterraneo e a Roma, ma nel cuore di ogni persona che presta attenzione ai diritti dei popoli". "Anche quello di Alemanno è un messaggio importante.
<Stringere
la mano? Tanto poi fanno affari con i peggiori dittatori>
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: lo Stato di Israele, presto, verrà eliminato dalle carte geografiche". "Le sembra una novità?". Non è una novità, ma ciò che dice resta grave. "La cosa veramente grave è l'atteggiamento che si continua ad avere nei confronti dell'Iran e del suo leader: con atteggiamenti analoghi, nel secolo scorso, furono fecondati il nazismo e il comunismo "
Sì
alla Fulbright per i ragazzi di Gaza
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: REDAZIONALE Israele Sì alla Fulbright per i ragazzi di Gaza WASHINGTON - Potranno inseguire il loro sogno di una laurea negli Stati Uniti i sette giovani palestinesi di Gaza che si erano visti rifiutare da Israele il visto per uscire dal Paese. Le borse di studio del programma Fulbright sono state riattivate dal Dipartimento di Stato dopo l'
Un
mistero tra fede e scienza Il tessuto
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-03 num: - pag: 25 categoria: BREVI Un mistero tra fede e scienza Il tessuto Nel 1973 il criminologo Sulzer preleva campioni di polvere e pollini: l'esame al microscopio rivela che la Sindone è stata in Palestina Il volto L'immagine sul lenzuolo.
Due
donne da conoscere ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele e la Palestina. Le "Donne in nero" di cui fa parte raccolgono sia palestinesi che israeliane e cercano con ostinazione un punto di incontro e di convivenza. Questo non impedisce loro di protestare contro la parte più intransigente e militaresca di Israele, contro l'occupazione della striscia di Gaza e le pretese di chi vuole applicare delle regole da assediato finendo per
La
situazione ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele, Austraia, Spagna, Belgio, Svizzera e Russia. Pro Mosley Mosley punterà sull'appoggio dei Paesi emergenti: in assemblea sono rappresentati 50 Paesi africani e 30 asiatici. Gli scenari Se Mosley dovesse ottenere la fiducia, ha promesso che non rappresenterà la Fia nelle occasioni ufficiali e che non si ripresenterà alle elezioni dell'
McCain
all'attacco del rivale <Un ingenuo senza esperienza>
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: l'American Israel Public Affair Committee, la più influente delle organizzazioni pro-israeliane negli Stati Uniti. "Il regime iraniano - ha detto McCain - lavora da anni a un programma nucleare. E l'idea che stiano cercando di dotarsi di armi atomiche, solo perché noi ci rifiutiamo di aprire negoziati ad alto livello,
Notizie
in 2 minuti ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: 03 num: - pag: 56 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo piano Iran: Israele da cancellare Il presidente dell'Iran, Ahmadinejad, oggi a Roma per il vertice Fao, ha detto che "Israele è alla fine e verrà presto eliminata dalle cartine geografiche ". Clandestini, Onu contro Italia "No al reato di immigrazione clandestina ".
Il
saluto di ahmadinejad "israele sarà spazzata via" - vincenzo nigro
andrea tarquini ( da "Repubblica, La"
del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: piccolo Satana" israeliano e al "grande Satana" nordamericano. Ahmadinejad parlava agli ospiti stranieri arrivati a Teheran per l'anniversario della morte di Khomeini. L'ayatollah ne aveva sempre dette di tutti i colori contro Israele, ma da quando Ahmadinejad è diventato presidente gli slogan, gli auspici, le sparate contro Israele,
Obama
a un passo dalla storia hillary: "potrei fare la vice" - (segue dalla
prima pagina) dal nostro inviato ( da "Repubblica, La"
del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: la più influente lobby pro - Israele d'America. Obama ha fatto sapere che già domenica scorsa aveva chiamato la Clinton e le aveva proposto di incontrarsi "quando la polvere si sarà posata" in un giorno e in un luogo scelti da lei. Poi è passato a corteggiare gli uomini dello staff di Hillary che hanno lavorato alla raccolta fondi,
L'occidente
pallido - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: e ovviamente riconfermare che "Israele sparirà". Poiché Ahmadinejad ha un certo umorismo nero, ha aggiunto che non intendeva lanciare una minaccia quanto dare "una notizia": la sparizione prossima ventura di Israele, ha spiegato, è una previsione "scientifica", formulata da "analisti".
E
gitai racconta il cinema d'israele - chiara pilati
( da "Repubblica,
La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Bologna Stasera un incontro al Museo Ebraico E Gitai racconta il cinema d'Israele Nell'ultimo film Amos mostra la liberazione degli insediamenti israeliani della striscia di Gaza da parte del governo Sharon CHIARA PILATI Per quanto sia uno stato molto giovane, Israele ha una forte tradizione culturale che deriva da una radicata identità come popolo e come popolo di Dio.
<Siamo
il Paese più sicuro, venite a investire da noi>
( da "Corriere
della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ahmadinejad abbandona la polemica con Israele e passa al business. Comincia citando alcuni versetti del Corano ma ad andare al sodo ci mette poco: "Con l'Italia ci sono affinità culturali e sociali fortissime, il nostro interscambio è di 6 miliardi di euro ma in pochi anni potrebbe arrivare a 20".
Ebrei
in corteo con <Free Iran> <Non c'è posto per il tiranno>
( da "Corriere
della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano Gideon Meir con la moglie. L'ambasciatore in Italia s'è messo in disparte, lontano dal palco bipartisan, vicino però al maxischermo dove venivano proiettate le immagini delle torture subìte dal popolo iraniano. "Free Iran", Iran libero, era questo il titolo della manifestazione lanciata dal quotidiano Il Riformista in occasione della visita del presidente iraniano Ahmadinejad
Obama
ora prepara la nuova guerra con McCain il duro
( da "Corriere
della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che da mesi tenta di far passare Obama come ostile a Israele. Non ultimo, il candidato democratico dovrà lavorare molto per far meglio tra i bluecollars, gli operai bianchi e le persone senza istruzione superiore, che in tutti gli Stati dov'erano presenti in forze, dall'Ohio alla Pennsylvania, gli hanno sempre preferito Hillary e che ora potrebbero migrare verso McCain.
Notizie
( da "Manifesto,
Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: costruzione di ottocento case nelle colonie Il via libera alla costruzione di 884 alloggi a Gerusalemme è stato dato dal primo ministro israeliano Ehud Olmert prima della sua partenza per gli Stati Uniti, l'altro ieri sera. La decisione è stata criticata dagli Stati Uniti. "Pensiamo che nuove colonie non debbano più essere costruite" ha detto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino.
Documenta
, quelle immagini vive sulla realtà
( da "Manifesto,
Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: con contributi cinematografici provenienti da Marocco, Egitto, Libano, Siria e Palestina. Un ampio spazio è stato dato anche alle retrospettive: sull'opera ed il contributo critico del regista tedesco Harun Faroki, su una quasi sconosciuta produzione documentaria di Antonioni ed sull'ormai consacrato regista francese Nicolas Philibert.
Sapienza-Iran
per soli uomini ( da "Corriere della Sera"
del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: contro le minacce di Mahmoud Ahmadinejad al sacrosanto diritto di Israele a esistere. Prova ne è che tra gli imprenditori riuniti in serata all'hotel Hilton per ascoltare il presidente venuto da Teheran c'era anche il preside della facoltà di Studi orientali della "Sapienza ", Federico Masini. "L'Iran è il Paese con il quale la nostra università ha il maggior numero di accordi",
Sfilata
anti-Tehran in Campidoglio, polemiche per il giornalista escluso
( da "Manifesto,
Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: con bandiere dello stato di Israele, preceduta dal lancio, dal primo piano del Colosseo, di venticinquemila volantini con raffigurato Ahmadinejad dietro un segno di divieto e scritte come "non posso entrare". In diverse zone della città, in via del Traforo, intorno a San Pietro, vicino al Colosseo, i giovani ebrei romani affiggono striscioni con scritto "
FAUST
( da "Corriere
della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tra cui Paul Celan e, nel 1990, il film dell'israeliano Amos Gitai, "Berlin Jerusalem", ne ha rievocato la figura leggendaria, consentendo l'inizio di una revisione critica della sua vicenda letteraria. Il testo che sarà in scena stasera e domani al Quirino, "IOEIO", si presenta come un esempio di teatro nel teatro.
Notizie
in 2 minuti ( da "Corriere della Sera"
del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che attacca di nuovo Israele: "Noi sappiamo che gli europei non amano i sionisti e non vogliono che vivano in Europa. Ce ne siamo resi conto...". Corteo della comunità ebraica contro il leader di Teheran. Clinton, ultimo atto Si concludono, con il Sud Dakota e il Montana, le primarie democratiche per le presidenziali Usa.
La
vetrina del festival vincitori e premi speciali - franco montini
( da "Repubblica,
La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano Waltz with Bashir di Ari Folman, che racconta la strage di Sabra e Chatila e Il resto della notte di Francesco Munzi, drammatica storia di paura, immigrazione e violenza, che sarà presentato al pubblico dal regista. Tutte le proiezioni sono in versione originale con sottotitoli italiani e oltre alle anteprime di film che nei prossimi mesi arriveranno nelle sale italiane,
Cortei,
sit-in e bandiere roma protesta e si veste a lutto
( da "Repubblica,
La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: gli ebrei amici di Israele e l'Iran di Ahmadinejad, ma era un equivoco. Noi non siamo "contro l'Iran" ma "per il popolo iraniano": prima delle minacce a Israele, quella tirannia colpisce uomini e donne iraniane". Come è accaduto per tutto il giorno, le bandiere israeliane e quelle iraniane garriscono insieme, brandite dai ragazzi della comunità ebraica e dagli esuli della tirannia.
"l'italia
potrebbe aiutarci nella trattativa sul nucleare" - vincenzo nigro
( da "Repubblica,
La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Occidente e contro Israele non hanno voluto stringergli la mano: attorno a lui si è sentito il vuoto, la distanza che separa le idee del capo del governo di Teheran dal mondo occidentale e non solo. Ma nell'albergo di Monte Mario, il vuoto viene riempito all'improvviso da centinaia di imprenditori italiani che corrono a parlare di contratti.
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1
categoria: ... ( da "Corriere della Sera"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1 categoria: ALTRI OGGETTI WASHINGTON- Barack Obama è il candidato democratico che sfiderà McCain per la Casa Bianca. "Sono amico di Israele". ALLE PAGINE 16 E 17 Farkas, Gardels Valentino.
Fiore:
<Con Ahmadinejad contro le lobby ebreo-americane>
( da "Corriere
della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: come la mettiamo con Israele? Anche Israele è fortemente sospettato di avere una forza nucleare per motivi bellici, o no?". Diciamo che Israele non promette di cancellare l'Iran o la Siria dalla cartina geografica. Comunque, senta: l'altro giorno Pannella spiegava al Corriere che le strette di mano, sulla scena diplomatica,
Fermeremo
l'arma nucleare dell'Iran ( da "Manifesto, Il"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ma anche questa preoccupazione di Israele è superata, perché nelle ultime ore, di fronte alla platea dell'"American Israel Public Affairs Committee" (Aipac), l'influente organizzazione americana che sostiene lo Stato ebraico, il premier israeliano Ehud Olmert e Barack Obama hanno avuto una sola voce.
Il
debutto di Obama: <Amico di Israele>
( da "Corriere
della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: "La sicurezza di Israele non è negoziabile", ha detto Obama, secondo cui ogni accordo "sulla creazione di uno Stato palestinese con continuità di confini, dovrà preservare l'identità ebraica di Israele, con frontiere sicure, riconosciute e difendibili". Gerusalemme "dovrà rimanerne la capitale indivisa ".
L'uomo
nero ( da "Manifesto, Il"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ha già aperto la sfida con il repubblicano McCain, deciso a screditarlo sul tema della sicurezza e sull'apertura di dialogo con i "nemici degli Usa". Israele non si tocca e guai all'Iran della bomba nucleare, ha dichiarato il senatore dell'Illinois, che ora dovrà conquistarsi il voto bianco e moderato. E Hillary tratta PAGINE 8 E 9.
Il
nuovo viaggio di Obama verso la Casa Bianca
( da "Manifesto,
Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Entrambi hanno garantito il loro sostegno ad Israele, con toni leggermente diversi. Sia lui che lei hanno sottolineato che l'Iran costituisce una minaccia per lo stato ebraico e per il mondo. Obama ha ribadito, ancora una volta, che bisogna percorrere la via diplomatica, "che ci rende più forti agli occhi dei nostri alleati e anche dei nostri avversari".
Un
fantasma oltre il muro ( da "Manifesto, Il"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ed è il fantasma che supererà la barriera fisica dell'Israeli West Bank, il "muro della vergogna". G.ho.st. (che in inglese significa fantasma, appunto) è innanzitutto il nome di una start-up israelo-palestinese i cui uffici sono dislocati sia al di qua che al di là della barriera voluta e costruita da Tel Avi nonostante l'opposizione interna e internazionale.
Un
mondo a misura del Mare Nostrum ( da "Manifesto, Il"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: È questa dicotomia fra due concezioni di "indipendenza", che a suo modo si ripresenta anche in Israele-Palestina, a impedire la realizzazione di una politica mediterranea fatta di convergenze e complementarità se non di unità. Il dialogo euro-mediterraneo è affrontato e riaffrontato in molte delle sezioni in cui è diviso il libro di Cassano e Zolo.
Digitale
Terrestre ( da "Corriere della Sera"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: BREVI Digitale Terrestre Amos Gitai racconta la storia di un architetto comunista in Palestina Sam e Dov (Samantha Morton e Thomas Jane, foto), di origine americana, vanno in Palestina. Lui, architetto comunista, si consacra alla ricostruzione del Paese ma finisce per trascurare la moglie. Dirige Amos Gitai. Eden Joi, ore 22.
Obama
parla da capo "proteggerò israele" - (segue dalla prima pagina) dal
nostro inviato ( da "Repubblica, La"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tutto il necessario per impedire all'Iran, che minaccia Israele di distruzione, di arrivare al possesso di armi nucleari". Applausi a scena aperta hanno sottolineato i passaggi più delicati: "Gerusalemme dovrà restare la capitale d'Israele e non dovrà essere divisa"; "i legami tra Israele e gli Stati Uniti sono indistruttibili".
Raitre,
il tg si arrende alla notte ma sale la protesta degli altri show - leandro
palestini roma ( da "Repubblica, La"
del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: alla Dandini LEANDRO PALESTINI ROMA RaiTre, si cambia. Da ottobre nella fascia preserale ci saranno due soap (Un posto al sole sarà preceduta da Agrodolce: un prodotto Minoli-RaiEducational) e si aprirà una seconda serata di 50 minuti. Alle 23 irromperà la striscia satirica di Serena Dandini (non sarà eterna, si pensa a una rotazione) seguita dalla Night Line di mezzanotte del Tg3.
Torino
lancia gli architetti sostenibili - marina paglieri
( da "Repubblica,
La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: da Israele e Palestina, da India e Cina) ma se ne aspettano circa il doppio. "Questo è un congresso che nasce con la consapevolezza che non si può fare parlare di architettura solo gli architetti" ha detto ieri mattina il presidente del congresso, e dell'Ordine degli architetti di Torino, Riccardo Bedrone durante al presentazione al Castello del Valentino.
Il
muro dei leghisti non aiuta nessuno
( da "Repubblica,
La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: da sempre vorrebbero un muro che li separi dai terroni mafiosi, magrebini, mediorientali, orientali, colorati o meno. Solo coi mafiosi abbiamo la possibilità di aiutarli ad uscire dalle pratiche mafiose, per il fatto che abbiamo la possibilità di perseguire gli scapestrati nel loro territorio. Un muro(vedi quello israeliano)non aiuta. Lettera firmata.
Dal
galles a passo di danza - giovanna crisafulli
( da "Repubblica,
La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Domenica la compagnia presenta Practice Paradise, stravaganti interpretazioni delle musiche di Chopin per Les Sylphides, del belga Stijn Celis, e Peeled, dell'israeliano Itzik Galili, su musiche dei Percossa. A Trezzo sull'Adda, Centrale Taccani, 02.716791, ore 21.30, euro 15. Navetta gratuita da via Vivaio alle 20, prenot. obbligatoria.
Crow,
noa e la sosa un tributo alla regine - lucia marchio
( da "Repubblica,
La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: la cantante di origine yemenita soprannominata l'Usignolo di Israele (nella foto), e l'argentina Mercedes Sosa (mercoledì 23 Luglio), vera leggenda vivente, icona musicale e culturale del Sud America. Il cartellone vedrà quindi in scena il 7 luglio la cantautrice rock-pop Sheryl Crow, apripista della kermesse;
L'irresistibile
madame sarkozy alla conquista dei consensi perduti - bernardo valli
( da "Repubblica,
La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ma andrà a Tokyo e in Israele con suo marito. In fondo la vera "apertura" Nicolas Sarkozy l'ha fatta sposando una moglie di sinistra. Una gauche caviar, come si diceva un tempo. Radical-chic. Ma anche una sinistra fatta di principi ereditati dalla famiglia piemontese, miliardaria e intellettuale.
Statura
e <razza>, lite tra Colombo e il ministro
( da "Corriere
della Sera" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: amo Israele, voglio che Israele entri nell'Ue, amo tutte le diversità, anche gli uomini piccoli se sono intelligenti". Il deputato del Pd, nonché ex direttore dell'Unità e per lungo tempo uomo Fiat negli Stati Uniti, non vuole replicare alle accuse: "Tutte le dichiarazioni riguardanti gli ebrei e Israele sono opinioni personali del ministro e su queste non mi "
Schiaffo
a Erdogan, niente velo all'università
( da "Corriere
della Sera" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: non soltanto sta conquistando un ruolo sempre più importante come mediatore di conflitti delicati (vedi il riavvicinamento tra Israele e Siria), ma ha giocato tutte le proprie carte - in prospettiva europea - puntando sulla stabilità del suo governo, sulle riforme, e sul sostegno e la fiducia degli imprenditori. Quanto sta accadendo riaccende invece uno scontro esiziale.
Nel
labirinto del terrorismo - antonio cassese
( da "Repubblica,
La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Onu tra paesi islamici guidati dal Pakistan e paesi occidentali guidati da Usa e Israele ha impedito finora che una "Convenzione globale" sul terrorismo venga adottata. In breve, per gli islamici, un palestinese che getta una bomba contro civili israeliani nei territori occupati può essere colpevole di un crimine di guerra, ma non di terrorismo.
L'amara
sveglia di Abu Mazen: Obama si sbaglia, Gerusalemme è nostra
( da "Manifesto,
Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele e non dovrà essere divisa" sono state un brusco risveglio dal sogno di chi, come lui, si augurava la nomination del senatore nero dell'Illinois e la sconfitta della senatrice Hillary Clinton, la più gradita in assoluto in Israele anche per aver evocato, durante le primarie, persino l'ipotesi d'un attacco atomico contro Tehran.
POSTA
Prioritaria ( da "Manifesto, Il"
del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Ma le donne cristiane di oggi si sono un pochino emancipate rispetto alle donne della Palestina di duemila anni fa. Cristo "qui e ora", non farebbe distinzioni di sorta, e se dovesse scegliere gli apostoli nel nostro tempo, non esiterebbe a nominare sei donne e sei uomini. Renato Pierri Roma lettere@ilmanifesto.it.
Obama,
primo incontro con hillary "lei ottimo vice per chiunque"
( da "Repubblica,
La" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Parlando all'Aipac, forte lobby filo-Israele, aveva assicurato che "resterà la capitale indivisa di Israele". Incalzato dalle critiche dei palestinesi e dalle precisazioni del Dipartimento di Stato americano, il candidato democratico ha assicurato che lo status della città sarà deciso solo dai negoziati di pace.
Giornata
con baliani fra letteratura e teatro
( da "Repubblica,
La" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Pagina XIII - Bari Ruvo Mola Altamura Giornata con Baliani fra letteratura e teatro "Jupiter" in masseria il disarmo va in scena Note arabe e classiche omaggio alla Palestina.
Il
Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio
( da "Corriere
della Sera" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: caduti combattendo contro Israele. Quasi tutti i quartieri di Beirut sono religiosamente omogenei e alcuni di essi "gridano" la loro identità esponendo l'immagine del leader di cui sono elettori. Chiedendo la rimozione dei suoi ritratti Suleiman chiede alla classe politica di fare altrettanto e di rinunciare alla spartizione di Beirut fra aree d'
Obama
fa dietrofront su Gerusalemme ( da "Manifesto, Il"
del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele, inclusa la zona araba (Est) occupata dallo Stato ebraico nel 1967 e rivendicata dai palestinesi, invece l'altra sera, parlando alla "Cnn", ha improvvisamente frenato. "Spetterà alle parti coinvolte negoziare una serie di questioni e Gerusalemme sarà parte di queste trattative", ha risposto il senatore dell'Illinois a chi gli aveva chiesto se i palestinesi potranno avanzare
Germania
E MEMORIA ( da "Manifesto, Il"
del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: America e da Israele, una anziana testimone oculare lituana che si trovava in un campo profughi in Germania e che si presentò per raccontare ciò che aveva visto con i propri occhi. I giudici si documentarono lavorando fra l'altro sui processi di Norimberga e studiando le opere storiche allora già uscite, in particolare la ricerca di Gerald Reitlinger,
Conflitti
ambientali, arriva l'eco-diplomatico
( da "Repubblica,
La" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele. Sono i rifiuti dell'Europa visti da Napoli. La prima parte dell'appuntamento ("Il valore dei rifiuti", dalle 9.30 alle 13), sarà dedicata alle esperienze di quelle regioni europee che mantengono alti standard di qualità della vita nel governo dei rifiuti, rispettando le direttive Ue e producendo risorse con una raccolta differenziata legata a processi industriali per il
IL
MONITO DI OBAMA ( da "Corriere della Sera"
del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: quando ribadisce che Israele dev'essere distrutto e chiudere gli occhi di fronte all'espansionismo del-l'Iran in Medio Oriente e al suo programma nucleare. Non sappiamo se il "predicatore " diventerà presidente e se, diventandolo, darà vita a una politica estera mediocre e oscillante (come quella di Jimmy Carter) oppure di grande profilo come quella di altri presidenti democratici.
Mosca,
Budapest, Suez: la triplice svolta del 1956
( da "Corriere
della Sera" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: La conseguenza immediata fu lo sbarco in Egitto di truppe anglofrancesi e l'attacco lanciato da Israele nel Sinai. La conseguenza a lungo termine fu il rapido declino del colonialismo europeo. E l'inizio di una nuova fase nei rapporti internazionali. Dino Messina.
"petrolio,
il mondo a un passo dal crac" - maurizio ricci
( da "Repubblica,
La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: era stata soprattutto la dichiarazione di un ministro israeliano che etichettava come "inevitabile" un bombardamento dell'Iran, aprendo la possibilità di un nuovo conflitto, a mille incognite, nel Medio Oriente. Questa molla è stata, in qualche misura, disinnescata a Gerusalemme, nel corso del weekend.
Un
israeliano il "colpevole" del venerdì nero - alberto stabile
( da "Repubblica,
La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: greggio Un israeliano il "colpevole" del venerdì nero ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente GERUSALEMME - Un incauto, un fanfarone, un cinico opportunista. A leggere i giornali della domenica e le dichiarazioni dei portavoce, il ministro dei Trasporti, Shaul Mofaz, con le sue minacce di attaccare l'Iran, ha superato il segno e non sembra esserci nessuno oggi fra i potenti d'
Le
soluzioni di altri paesi alla crisi
( da "Repubblica,
La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Napoli Il convegno Le soluzioni di altri Paesi alla crisi Germania e Israele al fianco della Campania per affrontare la drammatica emergenza dei rifiuti e offrire "ricette" capaci di dare risposte al disastro ambientale. Non più termovalorizzatori e nemmeno raccolta differenziata ma un processo basato sul trattamento a freddo meccanico-biologico.
Circoncisione:
<Non è il rimedio a tutti i mali>
( da "Corriere
della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: per la verità piuttosto datata, secondo la quale in Israele, dove la circoncisione è applicata per motivi religiosi su larga scala, i tumori all'utero sono meno diffusi che nel resto del mondo occidentale. "Può essere una buona proposta dal punto di vista igienico - commenta Mauro Buscaglia, primario al San Carlo -.
L'incontro
del 4 giugno ( da "Corriere della Sera"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria: BREVI L'incontro del 4 giugno Il premier israeliano Ehud Olmert con il presidente americano George W. Bush, lo scorso 4 giugno nello Studio Ovale della Casa Bianca.
<Preparano
la guerra> ( da "Corriere della Sera"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: L'Iran deve capire che, senza una soluzione diplomatica (al programma nucleare ndr) nei prossimi mesi, è assai probabile che scoppierà un pericoloso conflitto militare... e accettare le offerte dell'Onu". Per Fischer, Bush sta pianificando un attacco con Israele. Joschka Fischer.
<L'Iraq
non farà da base per un attacco all'Iran>
( da "Corriere
della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Iraq non farà da base per un attacco all'Iran" Il premier Maliki rassicura Ahmadinejad In Israele divampa la polemica per le dichiarazioni bellicose del vicepremier Mofaz, smentite dalla Difesa WASHINGTON - Per ora sono solo indizi. Segnali raccolti da diplomatici e analisti dell'intelligence chiamati a rispondere a un quesito: l'attacco all'Iran è vicino?
<B>
come Bondi e Bottai ( da "Corriere della Sera"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Giorgio Israel che ricorda l'applicazione delle leggi razziali fatta da Bottai e poi gli addebita tutti i mali d'Italia, soprattutto il trasformismo culturale nato con il fascismo di sinistra. Fra i meriti di Bondi citati da Di Michele, oltre alle poesie (una anche per Anna Finocchiaro), c'è l'apprezzamento dei cantautori di sinistra Jovanotti,
Scuola,
600.000 euro di tagli ( da "Corriere della Sera"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele: "Roma ha detto il sindaco - sta nel Mediterraneo come nel Mediterraneo si trova Gerusalemme. Non ci sono al mondo altre città che hanno un carico di storia e di valori altrettanto profondo. Queste due città devono lavorare insieme per costruire un Mediterraneo di pace e sconfiggere i violenti e gli aggressori ".
EBREI
DOPO IL RISORGIMENTO TANTE FIGURE ILLUSTRI
( da "Corriere
della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israelita. Dopo il 1920 fra i politici che tentarono di creare una repubblica democratica a Weimar non mancava qualche nome ebreo. Solo la follia di Hitler poté pensare di annullare una presenza molto importante fra il popolo tedesco. Sarebbe interessante sapere se dopo l'emancipazione degli ebrei italiani nel 1848 gli stessi ebbero altrettanta importanza nello sviluppo dello Stato
Notizie
in 2 minuti ( da "Corriere della Sera"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Shalev e i 60 anni di Israele Incontro con lo scrittore israeliano Meir Shalev, di cui esce in Italia "Il ragazzo e la colomba". Sessant'anni dopo la sua fondazione "lo Stato ebraico - sostiene - dev'essere pragmatico ". Spettacoli Dante all'opera Debutta ad Amsterdam l'opera che il compositore olandese Louis Andriessen ha dedicato a Dante,
Non
è Abramo che fissa i confini ( da "Corriere della Sera"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Come Israele Non è Abramo che fissa i confini Meir Shalev: lo Stato ebraico deve essere pragmatico, basta messianesimo dal nostro inviato DAVIDE FRATTINI ALONEI ABBA - La doccia in giardino è stata costruita finito il libro. Lava via il desiderio di bagnarsi al tramonto e innaffia i fiori selvatici, che crescono liberi e accuditi.
RADIO
&TV ( da "Manifesto, Il"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract:
Nato nel
Sarkozy
fa politica in Libano ( da "Manifesto, Il"
del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: incondizionato alla politica di Israele, senza tenere in gran conto la complessità del quadro regionale e dei diritti negati da decenni. "Crediamo nel futuro del Libano e abbiamo deciso di aiutarlo politicamente e finanziariamente", ha dichiarato Sarkozy: "Voglio sottolineare l'impegno assunto dal presidente (mio predecessore) Jacques Chirac nel mostrare che la Francia è amica del Libano.
La
mappatura dei corpi in salsa "gaga"
( da "Manifesto,
Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: DANZA ISRAELE La mappatura dei corpi in salsa "gaga" FESTIVAL: BATSHEVA DANCE COMPANY DI OHAD NAHARIN Francesca Pedroni Reggio Emilia Ohad Naharin è stato il protagonista principale dell'edizione 2008 del RED di Reggio Emilia intitolata "Israele danza".
Così
l'immondizia diventa ricchezza - angelo carotenuto
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Treatment Plants di Israele. "Il segreto è guardare i rifiuti come se fossero dei bachi. Nel senso che già sai che dovranno diventare delle farfalle", è la metafora dell'ingegnere Emil Cohen, direttore tecnico della Ecoprox, la società di Tel Aviv venuta a Napoli per mostrare al convegno organizzato dalla Fondazione Willy Brandt le evoluzioni dei sistemi di trattamento meccanico-
Il
caporale shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo GERUSALEMME - La famiglia del caporale israeliano Gilad Shalit, catturato a giugno del 2006 al confine con la Striscia da Gaza, ha ricevuto una lettera scritta a mano dal figlio. Ne hanno dato notizia i media israeliani. Era stato l'ex presidente Jimmy Carter ha chiedere a Hamas di dare una prova che Shalit fosse ancora vivo.
Dal
cha-cha-cha al bridge la strana gara degli esclusi - alessandra retico
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele al Sud Africa. è nato nel 2005 dopo Atene, adesso in America lo guardano 30 milioni di telespettatori. In Cina nel primo fine settimana in cui è stato trasmesso ha incollato allo schermo 40 di milioni di persone. Non malaccio, il tiro alla fune che reclama anche lui la ribalta olimpica, soffre sorti peggiori: fuori dalle competizioni dal 1920 dopo essere stato nei programmi
Stranieri
a noi stessi e incapaci di ascolto - enzo bianchi
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: identità del popolo di Israele "forestiero nel paese d'Egitto" Come ripensare le categorie della cittadinanza STRANIERI A NOI STESSI E INCAPACI DI ASCOLTO ENZO BIANCHI "Stranieri e pellegrini", così l'autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell'Asia minore nel primo secolo dell'era cristiana.
<Non
è solo questione di soldi> ( da "Corriere della Sera"
del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Blatt, israeliano, la nazionale di basket. Cercano di imparare restando nello stesso tempo radicati alla loro tradizione". Cosa ha fatto per farsi accettare? "Ho cercato di imparare qualche parola di russo. Non è facile, ma vedevo quanta soddisfazione dava loro.
Corriere
della Sera - MILANO - sezione: Lombardia - data: 2008-06-10 num: - pag: 10 La
lettera/3 Ter... ( da "Corriere della Sera"
del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Però in confronto a tanti non mi lamento (…) Anche qua in Palestina ora comincia a far frescolino, in questi giorni però ci vestono in panno come i soldati Inglesi (…). Borsani Enrico di San Vittore Olona (Milano) prigioniero in Egitto, rientrato in Italia nel '47.
Lettera
alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa
( da "Corriere
della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Esteri - data: 2008-06-10 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Israele Lettera alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa TEL AVIV - La famiglia di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da militanti palestinesi due anni fa, ha ricevuto una lettera manoscritta del figlio. Lo riferisce la tv israeliana Channel 10.
Unione
europea e Stati uniti pronti a nuove sanzioni
( da "Manifesto,
Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: aveva dichiarato qualche giorno fa il segretario di stato Usa Rice all'Aipac, la lobby statunitense pro-Israele, il cui governo sta schiacciando sull'acceleratore dello scontro. Nell'aprile scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato il terzo round di sanzioni contro Tehran. Misure che però, finora, Bruxelles non ha ancora applicato del tutto.
Una
catastrofe da 4 $ al gallone ( da "Manifesto, Il"
del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Questa volta è il ministro dei trasporti israeliano, Shaul Mofaz che ha dichiarato "inevitabile" l'attacco se Tehran dovesse continuare con il programma nucleare. E qui bisogna notare che quando è l'iraniano che minaccia, fa salire i corsi del suo petrolio e guadagnare il suo paese.
POSTA
Prioritaria ( da "Manifesto, Il"
del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli: "Volevano bloccare De Magistris"
Giovedì
e venerdì alla Sapienza per Daniel Amit
( da "Manifesto,
Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Daniel Amit era nato in Polonia nel 1938, immigrato in Palestina nel 1940, professore di Fisica prima a Gerusalemme e poi a Roma dal 1991. Dal 1999 era cittadino italiano. Scienziato di grandissimo valore, Daniel Amit è stato uno dei fondatori della moderna teoria delle reti neurali e uno dei leader indiscussi di questo campo.
Lettere@ilmanifesto.it
( da "Manifesto,
Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli: "Volevano bloccare De Magistris"
Afghanistan,
dall'italia un regalo per bush - mario calabresi
( da "Repubblica,
La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Se viveste in Israele, sareste un po' nervosi se un leader di un paese vicino annunciasse che vi vuole distruggere, adesso è il momento giusto per intervenire e impedire all'Iran di acquisire armi nucleari prima che diventi troppo tardi". E l'Iran è stato il piatto forte della cena di ieri sera con la cancelliera Angela Merkel,
Muri
e barriere contro pace e dialogo negli spazi sotterranei del momas
( da "Repubblica,
La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che vive e lavora a Milano e che ha fotografato il muro di divisione tra Cisgiordania da Israele. E di muri con la stessa incisività parla la pittura della napoletana Kirka de Jorio, più nota in Germania che da noi. Frammenti di Muro del Pianto si materializzano nelle sale a volta della galleria sotterranea che confina con la Cappella Sansevero, dipinti su tele montate su tavola.
Una
strana coppia da giò marconi - barbara casavecchia
( da "Repubblica,
La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Pagina XXV - Milano L'espressionismo dell'israeliano Tal R e il minimalismo dell'emergente italiano Luca Trevisani Una strana coppia da Giò Marconi BARBARA CASAVECCHIA Per tutta l'estate, da Giò Marconi si confrontano ? con esiti di segno opposto ? due artisti ossessionati dalle metamorfosi dei materiali.
Liz
Cheney, un falco più falco del papà vicepresidente
( da "Corriere
della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano - Liz si è tolta i guanti per criticare le recenti mosse diplomatiche. Un attacco alle scelte di Condoleezza Rice - peraltro mai nominata - e alle iniziative del suo ex ufficio. Per la Cheney il summit di Annapolis è stato gestito male e l'appoggio alle elezioni a Gaza, vinte da Hamas, ha rappresentato "un errore fondamentale"
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13
categoria: ALTRI... ( da "Corriere della Sera"
del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: E a chi gli chiede delle voci su un possibile attacco israeliano contro le installazioni nucleari di Teheran, Bush risponde: "Se uno vivesse in Israele, sarebbe preoccupato di sapere che il leader di uno stato vicino dice che vuole distruggervi. Costruire un'arma atomica è uno dei modi per farlo.
INVETTIVE
DI AHMADINEJAD LE POSSIBILI INTERPRETAZIONI
( da "Corriere
della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: sue solite accuse a Israele, minacciandolo prima direttamente e poi in modo più velato ("Israele scomparirà, indipendentemente dalla volontà dell'Iran"). Tuttavia, penso che Ahmadinejad non sia uno stupido, e che sicuramente la sua dura presa di posizione in un palcoscenico di tale livello risponda a una ben precisa logica politica che va ben oltre la semplice propaganda volta all'
Stanchi
ma orgogliosi, Gaza non s'arrende
( da "Manifesto,
Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: soprattutto la benzina, a causa di Israele". Wassim riflette l'opinione di tanti abitanti di Gaza. Afferma di non essere "invidioso" della vita in Cisgiordania, sotto il controllo del governo "d'emergenza" di Salam Fayyad. "Lì ci sono soldi, c'è più lavoro ma qui siamo più uniti, la disgrazia ci ha reso più forti.
Sognando
i boschi di Nottingham, prigioniero della sabbia della Striscia
( da "Manifesto,
Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: 5 milioni di palestinesi prigionieri a Gaza dell'embargo imposto da Israele da quando Hamas è al potere. "La verità è che per loro (gli israeliani, ndr) siamo tutti uguali, armati e non armati, sostenitori di Hamas, di Fatah o semplici cittadini, tutti colpevoli e senza diritti", aggiunge Wissam diventando improvvisamente serio.
Il
governo valuta una mega offensiva
( da "Manifesto,
Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ISRAELE Il governo valuta una mega offensiva Proseguono le consultazioni del governo israeliano per decidere se accettare una tacita tregua con Hamas a Gaza, come consiglia l'Egitto, oppure avviare un'operazione militare di vasta portata che avrebbe conseguenze devastanti per i civili palestinesi.
Ora
dialogo nazionale proprio come a Beirut
( da "Manifesto,
Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Oggi Gaza soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma. Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge.
<Ora
dialogo nazionale proprio come a Beirut>
( da "Manifesto,
Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Oggi Gaza soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma. Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge.
<Bush
azzoppato prepara l'attacco> ( da "Manifesto, Il"
del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Se Israele bombarderà l'Iran, avrà l'appoggio degli Stati Uniti, repubblicani e democratici assieme. Insomma il presidente che prenderà il potere il 20 gennaio prossimo potrà trovarsi di fronte a una situazione terribile con una guerra che si espande.
"manderemo
i tornado a kabul" l'offerta di frattini e la russa - vincenzo nigro
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: riavvicinamento a Israele, raffreddamento con l'Iran di Ahmadinejad, mini-apertura sull'Iraq e invece apertura più grossa sulla missione della Nato in Afghanistan. Gettoni che sono già stati spesi quasi tutti. Il problema è che nel conto dell"avere" Berlusconi e Frattini vorrebbero qualcosa che Bush non è in grado di consegnare all'Italia,
Pacifico
e blindato, sfila il mini-corteo - massimo lugli
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: o le bandiere di Israele bruciate ma restiamo una componente del movimento pacifista e antimperialista". Tra la folla, alcuni volti noti della politica anche se molti ormai sfrattati dal parlamento o dal senato: Francesco Caruso e Giovanni Russo Spena (Rifondazione), Nando Simeone (Sinistra Critica), Nunzio D'Erme (Action),
Quei
boss tra donne e champagne - marino bisso
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Era arrivato in Italia con un passaporto israeliano e russo e viaggiava tra Roma e Venezia per investire i capitali provenienti da attività illecite... ". La presenza della criminalità russa si manifesta prevalentemente in forme non violente. "In questo modo non suscitano particolari reazioni da parte delle forze dell'ordine.
Eliahu
inbal al manzoni dirige le opere di verdi della maturità - festa a pagina xiv
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Pagina I - Bologna Il maestro israeliano sul podio con il Te Deum e lo Stabat Mater Eliahu Inbal al Manzoni dirige le opere di Verdi della maturità FESTA A PAGINA XIV SEGUE A PAGINA XIV.
Il
maestro e il verdi della maturità - fabrizio festa
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Bologna Il maestro e il Verdi della maturità La stagione sinfonica L'artista israeliano dopo Sansone e Dalila è di scena al Manzoni con il Te Deum e lo Stabat Mater FABRIZIO FESTA Elihau Inbal, forte del successo ottenuto con il Sansone e Dalila di Saint-Saens, torna questa sera al Teatro Manzoni sul podio dell'Orchestra del Teatro Comunale.
L'
addio dei no war a Bush il guerrafondaio
( da "Manifesto,
Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che chiede la liberazione dei 5 agenti cubani detenuti nelle celle statunitensi) e Forum Palestina. A chiudere i Carc, il Partito comunista dei lavoratori (di Marco Ferrando) e Alternativa Comunista. Tutti armati di bandiere. Tanti anche i singoli: Silvia Baraldini, Francesco Caruso, Giorgio Cremaschi, Lucio Manisco. E alcuni dirigenti dell'ex-Arcobaleno.
Raid
possibile , Non ci fermate America e Iran duellano a distanza
( da "Manifesto,
Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi.
Un
fratello che ci ha delusi, ma resta una speranza
( da "Manifesto,
Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: gli ebrei e Israele, i palestinesi e il mondo arabo. Il colonnello Gheddafi ha colto l'occasione dell'anniversario n. 38 della cacciata, l'11 giugno 1970, degli americani dalla base di Wheelus Bay, alle porte di Tripoli, per parlare ai libici, che affollavano la base, ma soprattutto al mondo esterno dei temi caldi del momento.
IN
BREVE ( da "Manifesto, Il"
del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: ISRAELE OLMERT: SÌ ALLE PRIMARIE PER LA SUCCESSIONE Ieri per Ehud Olmert doveva essere la giornata delle decisioni "improrogabili" su Gaza e invece è stata quella in cui il premier israeliano, di fatto, ha accettato la conclusione della sua carriera politica.
Apartheid
in spiaggia, checkpoint tiene lontani i palestinesi
( da "Manifesto,
Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: palestinesi nei lidi aperti negli ultimi anni dai coloni ebrei sulle rive settentrionali del Mar Morto scoraggia il flusso turistico israeliano e limita gli incassi del weekend. L'esercito perciò offre la sua collaborazione ad imprese, illegalmente aperte dai coloni israeliani nei Territori occupati, tenendo indietro i palestinesi in nome del profitto e dell'economia di occupazione.
QUI
Lettere ( da "Manifesto, Il"
del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele, omettendo la storia degli altri, delle vittime, degli sconfitti: dei palestinesi costretti a lasciare lo proprie case per non farvi più ritorno. Un viaggio, quello della delegazione italiana - formata da associazioni, partiti e singoli storie di impegno civile - che è stato il naturale sviluppo dell'esperienza che da quasi dieci anni ci porta in Libano nel mese di settembre
Iraq,
George W. è pentito <Usai toni troppo duri> Ma insiste contro Teheran
( da "Corriere
della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: che negli ultimi giorni è stata oggetto di intensa discussione, soprattutto in Israele. Ma in attesa che Javier Solana, l'inviato europeo di politica estera, porti a Teheran la nuova determinazione degli alleati occidentali, l'atteggiamento dell'Iran, o almeno quello dell'ala più dura del regime, non sembra subire modifiche.
Olmert
isolato verso l'addio: presto le primarie nel suo partito
( da "Corriere
della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: REDAZIONALE Il premier israeliano nella bufera Olmert isolato verso l'addio: presto le primarie nel suo partito GERUSALEMME - Ehud Olmert (foto) è pronto a fare un passo indietro. Sotto pressione per lo scandalo Talansky, che lo vede sospettato di corruzione, il premier israeliano ieri ha autorizzato il suo partito, Kadima,
A
Mantova Turow, Safran Foer e i maestri del giallo nordico
( da "Corriere
della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: editrice Yael Lerer che pubblica testi arabi in Israele). Un happening con Sami Tchak e Abdourahman Waberi sarà poi dedicato all'Africa. Un atlante della letteratura contemporanea animerà la città dove si potranno incontrare anche nomi molto noti: dagli italiani Alberto Arbasino e Piergiorgio Odifreddi a Hans Magnus Enzensberger, Daniel Pennac e Serge Latouche.
<Raid
possibile>, <Non ci fermate> America e Iran duellano a distanza
( da "Manifesto,
Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi.
I
giovani ebrei al sindaco "una via per ricordare la rivolta
anti-ayatollah" - laura mari
( da "Repubblica,
La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele"), ha rivolto un appello al sindaco Gianni Alemanno affinché "il nome della strada che ospita la sede dell'ambasciata iraniana in Italia sia modificato in via 9 luglio 1999". Una data che ricorda il giorno in cui migliaia di studenti iraniani scesero in piazza dopo che i fondamentalisti islamici fecero irruzione nei dormitori dell'
In
turandot spunta totò e la principessa salta in aria - cristina zagaria
( da "Repubblica,
La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliano Pinchas Steinberg - Sono soddisfatto del perfetto accordo che hanno stabilito con la mia direzione". La prima di Turandot sarà venerdì 20 giugno. Ma lunedì (alle 17) nel foyer del San Carlo ci sarà un incontro tra gli artisti, il direttore e il regista, gli studenti di Lettere e Filosofia della Federico II (con Marina Mayrhofer)
Francesco
manca, dal dash all'onu - raffaele niri
( da "Repubblica,
La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: a cercare di mettere una pezza tra Israele, Libano, Siria, Egitto e la Giordania. Ma guardi che mica sono Billy Bis". Ecco, con la battuta su Billy Bis - l'affascinante agente segreto delle Nazioni Unite che, nei fumetti dell'Intrepido circolava su un'Isotta Fraschini, subiva il fascino delle belle avventuriere e risolveva disinvoltamente ogni intrigo internazionale -
Gheddafi:
tifo Obama e Isratina ( da "Manifesto, Il"
del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: LIBIA Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" "È nero e africano ma sbaglia a difendere Israele che deve convivere con i palestinesi in uno stato binazionale", dice il leader libico nell'anniversario della cacciata degli Usa dalla base di Wheelus | PAGINA 9.
In
breve ( da "Manifesto, Il"
del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: In un primo tempo Hamas aveva accusato Israele di aver colpito l'abitazione - dallo Stato ebraico hanno negato ogni coinvolgimento - ma la successiva decisione di avviare una indagine conferma indirettamente la versione secondo la quale Hamouda sarebbe morto maneggiando dell'esplosivo.
Obama
SECONDO GHEDDAFI ( da "Manifesto, Il"
del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: La visione di risolvere pacificamente la soluzione dell'irresolubile conflitto fra la Palestina e Israele e fra Israele e il mondo arabo. Non, come ripete a ogni occasione nelle sue esiziali esternazioni l'iraniano Ahmadinejad, con la "cancellazione" di Israele, ma con un'altra proposta apparentemente irrealizzabile, almeno di questi tempi.
<Roma
sbaglia su Teheran: non è una gara per il prestigio>
( da "Corriere
della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Vedo segni che mi fanno pensare come sempre più probabile un'azione militare contro i luoghi dove viene sviluppato il progetto nucleare in Iran". Quali segni? "In Israele e negli Stati Uniti un numero sempre maggiore di persone in posizione di influenzare le decisioni si sta interrogando sulle conseguenze di un fallimento dei negoziati con Tehe.
Gheddafi:
<Barack ha paura di essere ucciso dal Mossad>
( da "Corriere
della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Barack Obama ha espresso il suo sostegno a Israele per timore che il Mossad lo uccida come fece con JFK. Così il leader libico Gheddafi (foto), davanti a migliaia di fan, durante la cerimonia per il 38esimo anniversario del ritiro delle truppe Usa dalla Libia. "Per questo Obama ha promesso 300 miliardi di dollari di aiuti a Israele".
INDIGNAZIONE
DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI
( da "Corriere
della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Israele avrebbe diritto a tenersi i territori sottratti ai palestinesi: giusto per "usucapione". Giovanni Frigerio gioveva@alice.it Caro Frigerio, P rima di rispondere alla sua domanda debbo fare qualche precisazione. Mi capita spesso di essere considerato favorevole o contrario a questa o a quella prospettiva politica semplicemente perché cerco di descrivere i fatti senza indignarmi,
Strappati
- edward w. said ( da "Repubblica, La"
del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: Il suo corpo venne rimpatriato per essere sepolto a Musmus, il piccolo paese d'Israele dove ancora risiedeva la sua famiglia. Queste e molte altre storie di poeti e di scrittori in esilio conferiscono particolare dignità a una condizione istituita precisamente per negare ogni dignità - e cioè per negare ogni tipo di identità a un popolo.
La
denuncia del prefetto di ferrara ( da "Repubblica, La"
del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Abstract: israeliti anche da diversi ariani loro conoscenti". Il riferimento, evidente a livello locale, è al campo di gioco situato nel giardino dei Magrini. "Poiché il detto campo di tennis ? prosegue la lettera ? diviene un luogo di convegno, ove gli ebrei possono impunemente riunirsi e poiché il fatto ha anche richiamato l'attenzione della Federazione Fascista che ha inflitto un provvedimento
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Fao, il Papa non
vedrà Ahmadinejad Per evitare l'incontro imbarazzante, nessun leader da
Ratzinger Per Berlusconi bilaterali con Zapatero, Mubarak, Sarkozy. Lula è già
a Roma ORAZIO LA ROCCA VINCENZO NIGRO ROMA - Una rinuncia assai dolorosa per il
Vaticano, ma anche una porta chiusa in faccia al presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad. Ieri mattina, quasi in contemporanea, il Vaticano e l'Iran hanno
fatto due annunci: la Santa Sede ha fatto sapere che durante il vertice della
Fao di Roma "il Santo Padre non riceverà nessun capo di Stato
straniero". Il governo di Teheran fa dire invece a un portavoce che il
presidente Ahmadinejad "non ha chiesto incontri né con le autorità di governo
italiane né con il Papa: prenderà solo parte al vertice". E' durata meno
di sei giorni la fibrillazione delle diplomazie di mezzo mondo per l'arrivo a
Roma di Ahmadinejad: il presidente iraniano aveva fatto chiedere al governo
italiano e al Vaticano - come normale - di poter approfittare della visita a
Roma per incontrare Berlusconi e il Papa. Per l'Italia era stato abbastanza
facile evitare l'ostacolo: la linea del ministro degli Esteri i Frattini era
stata quella di chiedere un prezzo per possibili incontri di Ahmadinejad a
Roma. Per trovare spazio nell'agenda di Berlusconi, Ahmadinejad avrebbe dovuto
dare segnali politici di pacificazione, segnali anche assai forti. Nei suoi tre
anni da capo del governo (in Iran questo è il ruolo del presidente) Ahmadinejad
ha ripetuto di continuo gli attacchi ad Israele e i discorsi in cui ha sollevato dubbi sulla Shoah, discorsi
fatti anche per rafforzarsi politicamente all'interno del suo paese e in tutto
il mondo islamico. Ma l'Italia di Berlusconi si è appena avvicinata agli Usa -
proprio con Frattini - contro i programmi nucleari iraniani: un incontro tra i
due leader sarebbe stato possibile solo se Ahmadinejad avesse dato la certezza
di una svolta. Non ci saranno né l'una né l'altro. Per il Vaticano invece tutto
era più complicato: il Papa non rifiuta udienze a un capo di Stato che gli
chiede di essere ricevuto. Il Vaticano riconosce un'importanza strategica al
dialogo con l'Islam, e l'Iran è il rappresentante statuale dell'Islam sciita.
Ma la negazione della Shoah, i discorsi sulla necessità di spazzar via dal
Medio Oriente l'"entità sionista", la rabbiosità del suo nazionalismo
atomico rendono Ahmadinejad un ospite davvero imbarazzante. Il Vaticano aveva
allora iniziato a pensare a qualche escamotage; l'idea di un incontro con il
segretario di Stato Bertone, oppure un'udienza collettiva con i capi di
governo. Ha però prevalso la scelta politica: una scelta dolorosa ma forse
inevitabile, cancellare tutti gli incontri per non ricevere Ahmadinejad. Un
Papa tedesco difficilmente avrebbe potuto accogliere un leader che teorizza la
necessità di "estirpare il cancro" di Israele.
A fronte di questo, Teheran ha fatto buon viso a cattivo gioco, sostenendo che
"un incontro non è mai stato chiesto". Fonti del Vaticano hanno però
confermato che "le richieste sono state ripetute e insistenti". A
Roma Ahmadinejad arriverà assieme a una quindicina di capi di Stato e di
governo. Ieri il primo ad atterrare è stato il brasiliano Luiz Inacio Lula da
Silva, uno dei veri protagonisti del vertice: il tema del summit infatti è
"Sicurezza alimentare: le sfide del cambiamento climatico e della
bioenergia", e il Brasile è in prima linea nella produzione di bioenergie.
Con Lula ci saranno l'egiziano Mubarak e il presidente francese Nicolas Sarkozy:
entrambi avranno incontri bilaterali con Silvio Berlusconi. Un bilaterale è
previsto anche con lo spagnolo Josè Luis Zapatero, un vertice che servirà a
raffreddare le polemiche delle scorse settimane.
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti L' Amaca La
famosa "banalità del male" trova un fertile campo d'azione nella banalità
del mercato, la cui morale rudimentale (è buono ciò che mi fa guadagnare,
cattivo ciò che mi fa perdere) è in sé stessa il trionfo della banalità.
Splendido esempio, la messa al bando delle schifose bombe a grappolo, votata da tutti i Paesi della Terra tranne Stati Uniti, Cina,
Russia, Israele, India e
Pakistan. E perché mai questi sei Paesi non vogliono fare a meno di ordigni che
dilaniano i civili, bambini soprattutto, anche molti anni dopo la fine dei
conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non
vogliono perdere un buon affare. Né questioni di tecnica militare, né
riflessioni etiche, né i differenti regimi in vigore, né altri pensieri o
retropensieri di qualsivoglia natura sono in grado di interferire con la banalità
del mercato. Ovunque gli interessi nazionali coincidono con gli interessi
economici, ne sono giustapposti fino a combaciare perfettamente. Tempo qualche
mese, è prevedibile che anche i primitivi amazzonici, e nel caso volessero
riemergere dagli abissi pure gli abitanti di Atlantide, faranno sapere di
essere contro tutto ciò che non li scomoda, e a favore di ciò che riempie le
loro pance: e pazienza se sventra quelle altrui.
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti LA NUOVA
POLITICA ESTERA ITALIANA RENZO GUOLO Si delinea rapidamente il volto della
politica estera italiana nei confronti di quello che, in riva al Potomac,
chiamano il "Grande Medioriente". Le prime mosse di Berlusconi e
Frattini fanno capire che vi sarà discontinuità con gli indirizzi del governo
Prodi e, in particolare, con l'azione di D'Alema. Non solo
relativamente alla discussa "equivicinanza" sulla questione
israelo-palestinese ma anche nei confronti di Afghanistan, Iraq, Iran e Libano.
Nel caso dell'Afghanistan il presidente del Consiglio parla esplicitamente di
revisione, entro giugno, delle modalità operative d'impiego dei nostri militari
di stanza ai piedi dell'Hindu Kush. Si tratta di rivedere i caveat, i
limiti che ciascun governo ha imposto all'azione dei propri contingenti nel
"Paese dei Monti". Sino a oggi i caveat hanno impedito la
dislocazione delle nostre truppe fuori zona, ovvero a fianco dei contingenti
britannico, canadese, olandese, impegnati sul lato caldo del fronte. Insieme
alla Spagna, l'Italia ha preferito rimanere fuori dalla zona più direttamente
investita dalla guerra. Lo esigevano gli equilibri della passata maggioranza,
ma non solo. Anche se negli ultimi mesi l'impiego dei nostri soldati è già
divenuto "più flessibile". La pressione Isaf ha spinto nelle province
occidentali i taleban. Herat e la confinante Farah, sotto controllo italiano,
sono divenute teatro di scontri e, sia pure non ufficialmente, le nostre truppe
sono già state coinvolte in combattimento per intercettare i flussi di taleban
in movimento. Si trattava però di situazioni in cui gli italiani agivano a
sostegno degli alleati, prevalentemente attraverso la forza rapida di
intervento. La revisione dei caveat significa invece che i nostri militari
dovrebbero affiancare i contingenti impegnati direttamente in combattimento. La
proposta di ridurre da
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-01 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Imbarazzo La notizia è stata data da Teheran, che ha smentito di
aver mai chiesto incontri alla Santa Sede e al governo italiano Vertice Fao, il
Papa non vedrà Ahmadinejad "Soluzione diplomatica" del Vaticano: il
Pontefice non riceverà alcun capo di Stato Il segretario di Stato Tarcisio
Bertone parteciperà comunque al summit portando un messaggio di Ratzinger ROMA
- Dopo giorni di segnali ufficiosi, ipotesi di incontri collettivi, voci e
smentite, si viene a sapere che Benedetto XVI non incontrerà il presidente
iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in Italia dal 3 al 5 giugno per il vertice della
Fao. In realtà la notizia arriva da Teheran, dove il portavoce Gholam- Hossein
Elham ha smentito che il suo governo abbia mai chiesto incontri, "né alle
autorità italiane, né al Pontefice". Ma il fatto che la Santa Sede abbia
preferito il silenzio di fronte a quella dichiarazione è una conferma autorevole
a questa soluzione "diplomatica". Che alla fine non accontenta i
molti presidenti già in lista d'attesa per essere ricevuti in Vaticano, ma che
in fin dei conti non scontenta nessuno. Si era parlato nei giorni scorsi di una
richiesta dell'ambasciata iraniana presso la Santa Sede per un faccia a faccia
con il Papa. Ma la stessa domanda era stata avanzata anche da altri presidenti
come l'argentina Cristina Fernandez de Kirchner, il boliviano Evo Morales e il
brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, oltre ad alcuni Capi di Stato africani.
In tutto 7-8, tanto che era stata fatta anche l'ipotesi di un'udienza
collettiva, che avrebbe avuto oltretutto il vantaggio di non dare all'incontro
con Ahmadinejad un eccessivo rilievo. Data soprattutto la crisi internazionale
in cui è coinvolto l'Iran per il nucleare e i rapporti con Israele. Il Vaticano non avrebbe
scartato l'idea, ma sembra che siano sorti subito dopo innumerevoli problemi
logistici per le diverse richieste avanzate dai presidenti. Prima di tutto
perché non sono presenti tutti negli stessi giorni a Roma e perché alcuni di
loro non avrebbero gradito un evento collettivo avendo richiesto da tempo un
colloquio personale. Il tutto poi si sarebbe dovuto armonizzare con la
già nutrita agenda di Benedetto XVI. Di fronte al rischio concreto di
privilegiare per forza di cose qualcuno, a quel punto la diplomazia di
Oltretevere avrebbe tagliato corto: meglio non ricevere nessuno. Al vertice Fao
parteciperà comunque il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, portando
un messaggio del Papa. Ahmadinejad, che due anni fa inviò a Ratzinger una
lettera sulla spiritualità nel mondo e il dialogo tra le religioni, avrebbe
potuto presentargli le sue proposte per risolvere diversi problemi a livello
mondiale e promuovere la pace. Vale a dire il documento, che parla anche di
democrazia e sicurezza, già inviato qualche giorno fa al segretario generale
dell'Onu Ban Ki-moon. Nessun colloquio anche con Silvio Berlusconi, mentre
invece viene confermato, per il momento, l'incontro di Ahmadinejad con alcuni
imprenditori italiani. Perché c'è da ricordare che il nostro Paese è il
principale partner commerciale europeo dell'Iran. Roberto Zuccolini Divisi
Nessun incontro tra il controverso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (a
sin.) e papa Benedetto XVI (sopra).
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-01 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Antonio Polito "Una decisione giusta: all'Iran solo porte
chiuse" ROMA - è soddisfatto, Antonio Polito? "Senza dubbio. La
tempestività del giornale che dirigo, Il Riformista, ha senza dubbio
contribuito a creare una sorta di isolamento di Ahmadinejad. Cosa che ora si
rafforza con la decisione vaticana di non incontrarlo". Farete ugualmente
il 3 sera la manifestazione in Campidoglio? "Certo, saremo tutti lì. Lo
scopo della nostra iniziativa era spingere Roma ad accogliere nel peggior modo
possibile il presidente iraniano. E ci stiamo riuscendo". Ma un incontro
con il Papa non poteva favorire, nonostante tutto, una distensione del clima
internazionale? "L'unico modo che abbiamo per far sentire la nostra voce
all'Iran è trattarli male. Se ne sono già accorti a Teheran, dove non pochi
giornali hanno notato la differenza con la quale fu accolto invece a Roma l'ex
presidente Khatami. Con la nostra scelta favoriamo in quel Paese la componente
riformatrice. E poi, c'è di più". Cosa? "Un
problema di coscienza: come si fa a stringere la mano ad uno che si augura la
distruzione di Israele e
mette a morte gli omosessuali?". Però gli imprenditori lo incontreranno.
"Purtroppo. Ritengo grave questa scelta. Pubblicheremo i loro nomi sul
nostro quotidiano". R. Zuc. A. Polito.
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-01 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Nuove generazioni Il figlio di Abu Mazen, pubblicitario:
"Non farei mai affari con un israeliano e non voterei mai Hamas"
Abbas junior: basta politica, è l'ora del "made in Palestina" DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tra i ricordi di bambino, Yasser Arafat che lo
prende per il collo e lo fa sedere vicino a sé ("con la forza, non troppo
divertente "). Tra i sogni di adulto, portare Sting in concerto a
Ramallah ("non sono sicuro che ci siano abbastanza ammiratori in grado di
apprezzare la sua musica"). Tariq Abbas porta un cognome di peso che gli
pesa. Per tutti è il figlio del presidente palestinese, lui sostiene di voler
essere considerato solo il direttore generale di Sky, la più grande agenzia
pubblicitaria e di pubbliche relazioni nei territori. Una settimana fa ha
curato una conferenza economica a Betlemme, dove ha riunito un migliaio di
investitori arabi. Il più giovane di tre fratelli, 41 anni, non ama la parola
"erede". "Sto cercando di cambiare questa tendenza mediorientale
- racconta al quotidiano israeliano Haaretz -: i parenti dei politici devono
entrare in politica. Ne abbiamo già abbastanza, chiunque qui è un
politico". Il suo contributo alla lotta - dice - è sostenere i prodotti
palestinesi: "Una volta la gente conosceva solo quelli israeliani, adesso
grazie a noi sta scoprendo che esistono altre possibilità". Non farebbe
mai affari con una società israeliana ("non importa quanti soldi mi
offrano ") e non lavorerebbe mai per un candidato di Hamas in campagna
elettorale. Ha commesso un piccolo tradimento politico, quando ha seguito il
partito fondato da Salam Fayyad, che ha corso come indipendente e ha
conquistato solo due seggi. "Non ho votato per lui e in ogni caso il suo
programma è vicino a quello del Fatah, la fazione mia e di mio padre".
Papà Mahmoud, nome di battaglia Abu Mazen, ha poi scelto Fayyad per guidare il
governo di emergenza, dopo il colpo militare di Hamas a Gaza. La vita di Tariq
a Ramallah è dolce, confrontata con quella della maggioranza dei palestinesi.
"E' una piccola città. Mi piace andare al cinema, in certi caffé. Vivo qui,
la adoro, ma ogni tanto sento la mancanza di qualche buon ristorante".
Gaza è lontana. "Non posso essere felice per il fatto che là non ci sia
elettricità, ma non spengo le luci in casa mia per sentire l'effetto che fa. Il
mio lavoro è migliorare le condizioni di vita dove posso ". La pubblicità
diventa un antidoto. "Se un prodotto fa sentire meglio, aiuta a sopportare
l'occupazione". Nel 2002 i soldati israeliani hanno preso possesso dei
suoi uffici per 23 giorni. "Li hanno trasformati in un accampamento. Nella
mia stanza hanno distrutto il soffitto, hanno portato via gli hard disk dei
computer". I gusti musicali sono quelli di chi è cresciuto negli anni
Ottanta (Duran Duran, gli Scorpions), le preferenze cinematografiche quelle di
chi è vissuto in mezzo alle operazioni militari: "Con quello che succede
ogni giorno, diventi drogato di azione". Davide Frattini Figlio Tariq
Abbas, 41 anni Padre Mahmoud Abbas, 73 anni.
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-01 num: - pag: 20 autore: di
ALDO GRASSO categoria: REDAZIONALE Strategie Telecamere dietro i cartelloni per
studiare le caratteristiche di chi mostra interesse per i prodotti Grande
fratello a Manhattan La pubblicità spia chi la guarda Passanti ritratti e
classificati. Registrati anche il tempo della sosta davanti al cartellone e
l'espressione WASHINGTON - Attenti a quel cartellone pubblicitario elettronico,
è una spia. Questo il messaggio trasmesso ieri dal New York Times ai suoi
lettori a proposito delle nuove reclame stradali di Manhattan. I nuovi
cartelloni elettronici, ammonisce il giornale, vi fotografano. Peggio, vi
analizzano per determinare la vostra età, il vostro sesso, il vostro vestito e,
possibilmente, il vostro portafoglio, oltre che i vostri gusti. E mandano il
tutto a una banca dati che dal vostro aspetto e atteggiamento deduce se la
reclame sia efficace o no. "La banca dati giura che non tiene le vostre
foto né vi scheda, ma c'è da fidarsi?", si chiede il New York Times. A
trasformare il tradizionale, innocuo cartellone pubblicitario in un Grande
fratello è una macchina fotografica con computer nascosta al suo interno. Chi
si ferma a guardare la reclame viene ritratto e classificato: un'agiata signora
di mezza età, un anziano pensionato, una ragazzina dispettosa e così via. La
macchina registra anche altri dati: quanto tempo uno sosta davanti al
cartellone, che espressione ha. In genere, i nuovi cartelloni elettronici
attirano i passanti perché trasmettono brevi video, come la tv e Internet.
Un'invenzione della "Quividi", dal latino Qui vedo, di base a Parigi.
Uno dei fondatori, Paolo Prandoni, scienziato italiano con tre lauree (la prima
all'università di Padova), spiega che hanno un unico obbiettivo: consentire
alle aziende che li usano di trovare la clientela più adatta. "Con Internet
e con la tv - sottolinea - è molto facile fare della reclame mirata perché si
sa quali siti vengono visitati di più, o quale audience esista per ciascuna
categoria di consumatori. La reclame stradale invece è stata sempre fatta alla
cieca. Adesso non lo sarà più". E ora si scopre che i cartelloni della
Quividi, prima di sbarcare a Manhattan, sono stati adottati altrove: per una
squadra di calcio di Filadelfia, in alcuni negozi Ikea in Europa, nei McDonald
di Singapore. E un'altra ditta, la Trumedia tecnologies, ne ha appena
installati una trentina in vari Paesi in via sperimentale. Lo slogan della
Trumedia, che con le sue telecamere intelligenti svolge opera
di sorveglianza in Israele,
è "ogni faccia conta". Come Prandoni, il suo direttore, George
Murphy, sostiene che si tratta soltanto di "ammodernare un veicolo
pubblicitario antiquato". Ma le associazioni delle libertà civili non sono
d'accordo. Lee Tien, il legale della Fondazione frontiere elettroniche,
protesta che è una violazione del diritto dei cittadini alla riservatezza.
"Queste macchine fotografiche sono praticamente invisibili. Il pubblico
può accettare che le banche impieghino le telecamere per prevenire il crimine,
ma non che si spii su di loro quando camminano per istrada". Il New York
Times ricorda che in Inghilterra sono state installate 4 milioni 200 mila
telecamere, una ogni 14 persone. E pone il quesito se sia lecito aggiungere
all'intrusione dello Stato anche quella delle aziende private. Ennio Caretto La
telecamera Nella foto del "New York Times" l'uomo in divisa mostra la
piccola telecamera collocata su un cartellone pubblicitario. Scopo: analizzare
chi guarda la pubblicità.
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-01 num: - pag: 24 autore: di MAGDI
CRISTIANO ALLAM categoria: BREVI Niente accordi senza diritti umani AHMADINEJAD
IN ITALIA C' era una sola via d'usci -ta onesta e onorevole al profondo
imbarazzo dell'Italia e del Vaticano alle richieste d'incontro avanzate dal
presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che arriverà a Roma su invito della
Fao per la Conferenza internazionale sulla sicurezza alimentare che si terrà
dal 3 al 5 giugno: non incontrarlo, coerentemente con quei valori assoluti,
universali e trascendenti che sostanziano l'essenza della nostra umanità e che
sono il fondamento della civiltà occidentale, nonché a salvaguardia di
legittimi interessi nazionali e internazionali nel lungo termine. Bene hanno
dunque fatto il Papa Benedetto XVI e il premier Berlusconi. è necessario guardare
in faccia alla realtà di Ahmadinejad, che non è affatto un corpo estraneo o una
scheggia impazzita del regime teocratico sciita, bensì parte integrante ed
espressione autentica e legittimata dal voto popolare di una dittatura in cui
la "Guida spirituale", l'ayatollah Ali Khamenei, incarna i massimi
poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Così come bisogna prendere atto
che si tratta di una pia illusione, o meglio di una sfacciata ipocrisia,
immaginare che si possa mantenere le distanze dalla persona di Ahmadinejad e
contemporaneamente intensificare i rapporti economici e commerciali con l'Iran,
considerando questo comportamento come dignitoso sul piano etico e pragmatico
sul piano dell'interesse nazionale. Ebbene non è affatto così. Un simile atteggiamento
è, da un lato, lesivo dei diritti fondamentali della persona e dei valori non
negoziabili e, dall'altro, realizza tutt'al più l'interesse di breve termine di
singole aziende, mentre complessivamente si traduce in un sostegno fattuale al
regime che oggi rappresenta la principale minaccia alla sicurezza e alla
stabilità internazionale. Ecco perché noi abbiamo il diritto e il dovere di
esigere da Ahmadinejad, quale condizione preliminare per stringergli la mano,
che assuma formalmente una posizione congrua con i diritti inalienabili e i
valori inviolabili, rassicurando il mondo intero che non intende essere un
pericolo per l'insieme dell'umanità, cominciando ad ottemperare alle
risoluzioni dell' Onu che ingiungono all'Iran di sospendere l'attività di arricchimento
dell'uranio nella consapevolezza che sta perseguendo la costruzione della bomba
atomica; dichiarando pubblicamente il rispetto della sacralità della vita, a cominciare dal riconoscimento del diritto di Israele all' esistenza e dalla condanna
del terrorismo suicida ed omicida di Hamas, della Jihad Islamica,
dell'Hezbollah e di Moqtada Al Sadr sostenuti e finanziati dall'Iran stesso;
rispettando la libertà religiosa degli iraniani cessando la persecuzione dei
cristiani e dei bahai e la condanna a morte dei musulmani che si convertono ad
un'altra fede; rispettando la dignità della persona ponendo fine agli
arresti, all'impiccagione e alla lapidazione degli omosessuali. Immagino che
molti di voi sorrideranno perché è del tutto evidente che Ahmadinejad non
riconoscerà mai il diritto alla vita di Israele, non
rinnegherà mai il terrorismo islamico, non rispetterà mai la libertà di fede e
i diritti individuali degli omosessuali. Ma c'è poco da sorridere quando, dalla
constatazione tragica dell' irremovibilità di Ahmadinejad su questioni cruciali
che mettono a repentaglio la sorte del mondo intero, non pochi in Occidente e
altrove s'illudono che scendere a patti con un regime che rappresenta il nuovo
nazismo islamico, corrisponda a una scelta di realismo per mantenere, costi
quel che costi, il filo del dialogo nella speranza che dopo Ahmadinejad qualcun
altro possa apportare un cambiamento di fondo. Si evoca con nostalgia l'ex
presidente Khatami, dimenticando che lui stesso, dopo due mandati con un amplissimo
sostegno popolare, ammise il totale fallimento del tentativo di riformare
dall'interno la teocrazia. Proprio l'esperienza di Khatami, che è un religioso,
conferma che il regime degli ayatollah non è riformabile pena la sua
dissoluzione. Si evoca con speranza il neo-presidente del Majlis, il parlamento
iraniano, Ali Larijani, rimuovendo fin troppo rapidamente il fatto che
anch'egli ha fallito quale negoziatore sulla crisi del nucleare perché le sue
posizioni, al di là dei toni più pacati, sono simili a quelle di Ahmadinejad.
Ebbene nell'attesa che un qualche evento imprevedibile possa portare ad un
autentico cambiamento interno iraniano, ciò che dobbiamo fare per prevenire che
i nuovi nazisti islamici minaccino il mondo intero è mostrare fermezza nella difesa
dei nostri valori e dei nostri interessi.
( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Oltretutto TAVOLE
IMBANDITE IN MOSTRA A BIBBIENA Il quotidiano incontro con il cibo è un rapporto
sempre evocato ma mai approfonditamente analizzato. Che cosa voglia dire
mangiare, quali siano i nostri rapporti con gli alimenti, come si situi nel
nostro disordinato presente il tempo dedicato al nutrimento: sono questi i
nuclei intorno a cui si articola la mostra "Immagini del gusto - Percorsi
contemporanei sul cibo", in programma al Centro della fotografia d'autore
di Bibbiena da oggi al 7 settembre, che presenta un migliaio di immagini
dedicate alla attuale cultura gastronomica italiana. Al progetto
(www.immaginidelgusto. org), promosso nel 2006 dalla Federazione Italiana
associazioni fotografiche (Fiaf) e coordinato dal Centro Italiano della
fotografia d'autore (Cifa), hanno aderito fotoamatori di tutta Italia, inviando
per la selezione nazionale oltre diciassettemila fotografie. ZADIE SMITH A
GAVOI Fra i molti festival disseminati ovunque, quello di Gavoi, la cui quinta
edizione si terrà nel piccolo centro della Barbagia dal 4 al 6 luglio, merita
di essere seguito con attenzione: perché non è nato solo dalle decisioni di
benintenzionati amministratori pubblici, ma più ancora dall'entusiasmo di un
gruppo di scrittori e di librai, isolani per nascita o adozione, che hanno
saputo creare un'atmosfera particolare, dove lettura e calore vanno di pari
passo, conquistando negli anni un pubblico sempre più ampio. L'edizione 2008,
presentata in questi giorni, potrà contare fra l'altro su
due ospiti internazionali molto noti, l'anglo- giamaicana Zadie Smith (il cui
romanzo di esordio, "Denti bianchi", le conquistò nel 2000 un nutrito
seguito di lettori) e l'israeliano Uri Orlev, autore di numerosi libri per
l'infanzia. Sul sito del festival, www.isoladellestorie.it, il programma
completo.
( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il caso Kufiyeh in tv,
i neocon fanno ritirare lo spot Michele Giorgio Pubblicitari di tutto il mondo:
arrendetevi. Il neomaccartismo in chiave anti-islamica e antiaraba dilagante
negli Stati uniti (e non solo) ha fatto una nuova vittima: la kufiyeh
palestinese. Da simbolo della lotta per la libertà, portato al collo dai
giovani di mezzo mondo, il tradizionale copricapo palestinese pare ora
diventato sinonimo di "terrorismo" e del jihad, la "guerra
santa". L'influente blogger neocon Michelle Malkin ha definito
"hate-couture" (moda dell'odio) una pubblicità della "Dunkin'
Donuts", che vende caffè e ciambelle in tutto il mondo, in cui si vede una
famosa star della tv con al collo una kufiyeh. Apriti cielo! Aizzati dalla
Malkin, neocon noti e meno noti e persone comuni, hanno identificato in quella kufiyeh a scacchi bianchi e neri portata con tanta disinvoltura
una pericolosa rappresentazione dell'Intifada, della lotta palestinese contro Israele e del jihad. "Si fa
pubblicità al terrorismo", hanno protestato in massa i neocon fino a
costringere la "Dunkin' Donuts" a fare mea culpa, a ritirare da
internet lo spot e ad ammettere che quella pubblicità "poteva generare
equivoci". L'accaduto è paradossale ma non sorprende più di tanto
visto il clima di caccia alla streghe che si vive in buona parte del mondo
occidentale. Protagonista dello spot è Rachel Ray, l'Antonella Clerici di
oltreoceano che, dopo l'enorme clamore suscitato dalla vicenda, ha chiarito di
non aver voluto manifestare alcuna posizione politica ma di aver soltanto preso
parte ad un video pubblicitario. Parole che non l'hanno salvata dal linciaggio
mediatico messo in moto dalla Malkin. "Non sono ammesse ignoranze tanto
gravi" hanno commentato gli scatenati neocon. Inevitabili le reazioni
della comunità arabo-islamica negli States. "L'atteggiamento della Dunkin'
Donuts è inconcepibile, vedremo come andranno i suoi affari nel mondo
arabo", ha commentato Ahmed Rehab, portavoce del "Council on
American-Islamic Relations" che però non ha apertamente chiesto il
boicottaggio della multinazionale della ciambella.
( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Calibro 9 TEL AVIV,
GODARD NON VA AL FESTIVAL Jean Luc Godard non sarà come previsto ospite
dell'annuale festival di cinema studentesco a Tel Aviv, per motivi "non
dipendenti dalla sua volontà". Ad annunciarlo gli stessi organizzatori che
in una nota sottolineano di essere: "Molto delusi perché sembra che abbia
ceduto alle pressioni di gruppi pro-palestinesi che fanno
campagna per il boicottaggio di Israele". LOGO HARD PER STARBUCKS Polemiche su un nuovo simbolo
della catena Starbucks. Un gruppo cristiano con sede a San Diego, dall'ambiguo
nome "Resistenze", ha detto che la compagnia potrebbe farsi chiamare
"Slutbucks", giocando sull'assonanza tra Star e Slut (sgualdrina).
Il logo infatti rappresenta in un disegno stilizzato una donna nuda con le
gambe aperte. L'ispirazione del disegno viene da un disegno norvegese del XVI°
secolo che rappresenta una sirena con due code. L'immagine è parte di una
campagna promozionale che durerà solamente alcune settimane. È MORTO LORENZO
ODONE È morto a trent'anni negli Stati uniti Lorenzo Odone, affetto da una
rarissima malattia neurologica, per tentare di salvarlo dalla quale i genitori
crearono una formula passata alle cronache come "Olio di Lorenzo",
divenuto anche il titolo di un film con Susan Sarandon e Nick Nolte. I medici predissero
che sarebbe vissuto pochi anni, ma i genitori riuscirono a trovare un rimedio
che gli ha permesso di rallentare il corso della malattia e vivere ancora
vent'anni. Un effetto provato anche da studi pubblicati nel 2005. MOSTRA SU SID
VICIOUS Inaugura il 4 giugno a Londra una mostra su Sid Vicious. Quasi tutta
fotografica, propone molti scatti inediti, è opera di Eileen Polk che si
trovava in compagnia del bassista dei Sex Pistols la notte in cui morì. Si
intitola "Sid Vicious: no one is innocent" e rimarrà aperta fino
all'11 agosto alla Proud Gallery di Camden. STEROIDI AMERICANI Negli Usa è
uscito un nuovo documentario sull'abuso di steroidi. Si intitola "Bigger,
Stronger, Faster" e raccoglie interviste con amanti delle palestre e
atleti come Carl Lewis e Ben Johnson e il ciclista Floyd Landis. La tesi del
film è che esiste una tendenza nella società americana a voler fare di certi
personaggi dei capri espiatori, mentre gli steroidi sono stati ampiamente
utilizzati da tutte le celebrate squadre olimpiche statunitensi negli anni '50
e '60.
( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Libano-Israele Spia di
Hezbollah in cambio di salme NAQURA - I resti di alcuni soldati israeliani
morti in Libano due anni fa in cambio della liberazione di un uomo accusato di
essere una spia di Hezbollah e incarcerato dal
( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il Sunday Times
svela il passato della ministra che punta a sostituire Olmert sfidando il
machismo dei suoi colleghi "Così l'agente Tzipi
uccideva i nemici" e Israele già sogna la nuova Golda Meir Dopo lo scandalo delle tangenti la
sua poltrona è sempre più traballante Una grande donna consegnata alla Storia,
la prima e l'unica a guidare lo Stato ebraico ALBERTO STABILE dal nostro
corrispondente gerusalemme - "Morto il re, viva il re", recita il
vecchio adagio. Qui, in Israele, davanti a
quello che molti già considerano l'ineluttabile fine politica del monarca di
turno, Ehud Olmert, le folle dovranno presto acconciarsi a gridare "Viva
la Regina". Perché ad ogni ulteriore smottamento della popolarità del
premier verso i gradini più bassi del gradimento generale sembra corrispondere
una spinta verso l'alto a favore di Tzipi Livni i cui successi nella difficile
scena israeliana hanno fatto evocare il nome di una grande donna consegnata
alla storia, quello di Golda Meir. Non a caso, all'immagine di efficienza, serietà,
dedizione, affidabilità, attaccamento alla tradizione, vale a dire all'ideale
nazionalista della Terra d'Israele di cui è stata
nutrita da genitori militanti, ma sapendo tuttavia rinunciare a ciò che
dell'ideale non è più realizzabile, non a caso a questo ritratto consueto della
Livni, il Sunday Times ieri ha voluto aggiungere un tocco che per molti
israeliani non è senza importanza. Il settimanale londinese ha accostato il
servizio prestato da Tzipi Livni nelle file del Mossad, stazione di Parigi, servizio
di cui già si sapeva ma di cui è sempre rimasta segreta la natura, alla caccia
che in quei primi anni '80 gli apparati di sicurezza israeliani davano alle
cellule terroristiche sparse per l'Europa. "Tzipi - scrive il giornale,
citando altri agent - non era una ragazza da ufficio, ma girava per le capitali
europee, lavorava con agenti maschi, molti dei quali ex unità di commando, per
sbarazzarsi di terroristi arabi". Una rivelazione, quella del settimanale
britannico, destinata a tacitare quanti, in questa iniziale e convulsa rincorsa
alle posizioni più vantaggiose in vista di un'eventuale campagna elettorale
anticipata, rimproverano alla regina dei sondaggi una carenza di esperienza nel
campo della sicurezza, vero banco di prova di ogni leader israeliano. Anche se
può sembrare prematuro dare per scontata la caduta di Olmert
l'"indistruttibile", come ebbe a definirsi, oggi travolto dallo
scandalo delle tangenti, sicuramente la scena politica israeliana ha subito
negli ultimi giorni una forte accelerazione. Che l'equilibrio su cui si regge
il premier, e di conseguenza l'attuale governo, sia diventato sempre più
precario lo ha fatto capire apertamente il vice premier Aim Ramon, quando ha
parlato di possibili elezioni anticipate a novembre. Anche la posizione di
Olmert all'interno del partito non è più così solida se lo stesso premier ha
ceduto alla richiesta che vengano convocate quanto prima le elezioni primarie
per scegliere un nuovo leader. Anche se Olmert s'è ben guardato dall'escludere
una sua ricandidatura, convinto com'è di poter dimostrare la sua innocenza. E
chi spinge per una nuova guida del partito, attraverso le primarie, se non
Tzipi Livni? Non è la prima volta che la signora della diplomazia israeliana
incrocia i ferri con l'attuale premier. Si può anzi dire che questo è il
secondo round del duello cominciato all'indomani della seconda guerra del
Libano, quando, davanti alle conclusioni della commissione Vinograd, che accusò
Olmert d'incompetenza, di superficialità e di precipitazione nella gestione del
conflitto, la Livni chiese al premier di farsi da parte. Cosa che Olmert si
rifiutò di fare. Adesso sembra arrivare per Tzipi Livni la grande occasione di
dimostrare quelle capacità di leadership, di direzione che finora non ha potuto
esprimere se non alla guida del ministero degli Esteri. E questo, proprio come
successe a Golda Meir agli esordi, rischia di mettere la Livni in rotta di
collisione con un ambiente dominato da forti personalità maschili (e
maschiliste) che hanno ricavato i titoli della loro partecipazione alla vita
pubblica dall'esperienza trascorsa sotto le armi. Non a caso, nell'eventualità
che all'interno di Kadima s'arrivi allo scontro per la poltrona di Olmert sarà
l'ex capo di Stato Maggiore ed ex ministro della Difesa, Shaul Mofaz
l'antagonista di Tzipi Livni. Allora, lei, sarà costretta a correre da sola.
Non basterà l'eredità ricevuta da due genitori considerati eroi dell'Irgun,
l'organizzazione clandestina che fece capo a Menachem Begin che combattè una
guerra senza quartiere, usando anche il terrorismo, contro le truppe
britanniche e i palestinesi. Né basteranno gli stretti legami stabiliti con
Condoleezza Rice, o il rispetto acquisito presso gli scomodi interlocutori
europei. E non ci sarà neanche Ariel Sharon, che per primo la mise alla prova e
se ne sentì ripagato in una difficile mediazione coi coloni, in occasione del
ritiro da Gaza. L'unico, forse, che per difenderla da chi le farebbe pesare di
essere una donna avrebbe potuto ispirarsi al vecchio Ben Gurion quando disse di
Golda Meir che era "l'unico ministro con le palle" del suo governo.
( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Le idee Perché ci
conviene discutere con l'Iran LUCIO CARACCIOLO Si può parlare col Diavolo? La
tradizione diplomatica occidentale risponde di sì. Si può. Anzi si deve, quando
in gioco sono valori e interessi vitali. E la forza non serve o non basta a
proteggerli. Prassi seguita non solo dai cinici statisti europei, ma financo
dai più idealisti leader americani. Per Roosevelt, Kennedy o Reagan, il dialogo
e talvolta la cooperazione con gli "imperatori del Male", da Stalin
(alias "zio Giuseppe") al semiconvertito Gorbaciov, erano la norma.
Alla prova dei fatti, questo stile diplomatico, aperto ma non corrivo, guadagnò
agli Stati Uniti la solidarietà degli alleati atlantici e la vittoria nella
guerra fredda. Con Bush figlio la musica è cambiata. Dopo l'11 settembre,
l'America in guerra ha proclamato di non voler trattare con i terroristi e i
loro sponsor ? categoria cangiante nel tempo e nello spazio. A forza di
accumular rovesci, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha però versato molta
acqua nel suo vino. E ha intavolato proficui negoziati con una delle più
criminali dittature del mondo (la Corea del Nord), oltre che con un ampio
bouquet di insorti iracheni, con i taliban "buoni" e con gli stessi
iraniani (su Iraq e dintorni). Domani il Diavolo viene in Italia. Se non
Belzebù in persona, Mahmud Ahmadinejad incarna in Occidente qualcosa di molto
vicino al Male assoluto. Quantomeno, un diavoletto subdolo e odioso. Il
presidente della Repubblica Islamica d'Iran, in arrivo a
Roma per il vertice mondiale della Fao, proclama di voler cancellare Israele dalla carta geografica. Il suo
antisionismo slitta spesso nell'antisemitismo. Quest'uomo e il regime
militarclericale che rappresenta ? ma non comanda ? è sospettato, probabilmente
a ragione, di voler elevare l'Iran al rango di potenza nucleare. SEGUE A
PAGINA 25 NIGRO A PAGINA 15.
( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Gerusalemme Morto
Tommy Lapid l'"anti-ortodossi" GERUSALEMME - E' morto
all'età di 77 anni Yosef Lapid, ex ministro della giustizia israeliano ed ex
leader del Partito Shinui, per decenni uno dei personaggi più stimolanti e
controversi del dibattito politico interno in Israele. Lapid era noto per il suo impegno contro quella che chiamava la
"oppressione da parte dei rabbini ortodossi". Giornalista, per
cinque anni a capo della Broadcasting authority israeliana, è morto a causa di
un cancro in un ospedale di Tel Aviv, dove era stato ricoverato venerdì.
( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Ospiti ingombranti
Vertice Fao, a Roma anche Mugabe Ahmadinejad scrive all'Italia:
"Cooperiamo". Il ministro Mottaki: "Cancellare lo Stato
ebraico" Il presidente dello Zimbabwe è considerato "persona non
grata" dalla Ue GIAMPAOLO CADALANU ROMA - Prima Mahmoud Ahmadinejad, poi
Robert Mugabe: il vertice della Fao a Roma è un'occasione pubblica imperdibile
per i leader più discussi e sia il presidente iraniano che quello dello
Zimbabwe hanno accettato l'invito. La conferma che anche l'"uomo
forte" di Harare lascerà il suo paese per la prima volta dal voto di marzo
per essere all'appuntamento nel palazzo dell'agenzia Onu è arrivata ieri dalla
tv di Stato zimbabweana, anche se le voci circolavano da qualche giorno.
Naturalmente il suo arrivo, come quello di Ahmadinejad, rinfocolerà le
polemiche, visto che il presidente dello Zimbabwe è considerato "persona
non grata" dall'Unione europea e come tale sottoposto a un regime
internazionale particolare, quindi in teoria non dovrebbe essere accolto in un
paese membro dell'Ue. In realtà, però, l'invito a Mugabe viene dalla Fao,
un'agenzia delle Nazioni Unite, quindi si applicano le regole Onu e non quelle
italiane. Anche l'annunciata visita del capo della Repubblica islamica sta
dando da giorni fiato alle critiche. Alla Fao - pur senza prese di posizione
ufficiali - rispondono alle polemiche con la considerazione che le Nazioni
Unite sono "super partes" e che l'invito è dovuto per tutti i capi di
Stato dei 191 paesi membri. Ovviamente non sono immaginabili distinzioni
"politiche" dell'Onu o delle sue agenzie sulle persone che i diversi
paesi delegano a rappresentarli. Tanto più che, sussurra qualche funzionario,
questo genere di occasioni possono servire anche allo scopo di favorire nuovi
contatti, stimolando il confronto e dunque un obiettivo generale di accordo fra
le nazioni. Proprio in questo senso sembra essersi mosso il presidente
iraniano, che prima ancora di partire per Roma ha scritto due messaggi di pace
a Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, esprimendo, fa sapere l'agenzia di
stampa iraniana Irna, "la speranza che le relazioni tra Teheran e Roma
ricevano ulteriore impulso sulla base delle posizioni storiche comuni tra le
due capitali". è un richiamo alla tradizione di buone relazioni fra Italia
e Iran, ripresa anche da Mohammad Ali Hosseini, portavoce del ministero degli
Esteri di Teheran, il quale proprio ieri ha annunciato la disponibilità del suo
presidente a incontri bilaterali, se le autorità di governo italiane dovessero
chiederlo. Il problema è che mentre il presidente iraniano per una volta usa
toni concilianti, a riprendere la retorica più infiammata stavolta è Manoucher
Mottaki. Il capo della diplomazia di Teheran ricorda che "se ogni musulmano versasse un bicchiere d'acqua, Israele scomparirebbe annegato" e
riprende la vecchia definizione di Khomeini, del "regime sionista nemico
dell'Umanità". La sparata antiebraica di Mottaki sembra fatta apposta per
mettere in difficoltà il suo stesso presidente, ma non facilita nemmeno il
lavoro della diplomazia italiana. Se il ministro degli Esteri Franco
Frattini non era disponibile a incontrare Ahmadinejad ma sembrava possibilista
sull'idea di un colloquio con il collega iraniano, adesso la sua disponibilità
dovrebbe essere molto più ridotta. Da escludere del tutto sembra invece un
incontro di Silvio Berlusconi con il capo della repubblica islamica: a chi
ipotizzava questa possibilità, il presidente del Consiglio si è limitato a
commentare: "Serve ponderazione prima di rispondere".
( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti PERCHé CI
CONVIENE DISCUTERE CON L'IRAN (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Dominante nel Golfo
Persico e in tutto il Medio Oriente. In grado di liquidare lo Stato ebraico e
di ricattare l'Occidente. è possibile per noi italiani e per gli altri
occidentali ? ma anche per i vicini arabi e sunniti, i russi e le altre potenze
mondiali ? chiudere entrambi gli occhi e lasciare che una potenza così
minacciosa detti la nostra agenda? Certamente no. è possibile impedirlo?
Probabilmente sì. Per ottenere questo scopo bastano le armi della politica o
serve la politica delle armi? Qui la questione si complica. E rimbalza alla
cronaca. Stabilendo di non ricevere il presidente iraniano, il governo italiano
sembra escludere l'utilità di negoziare col Diavolo. E siccome non predica
l'attacco all'Iran, parrebbe negare entrambi i corni del dilemma: no alla
guerra, no al dialogo. Una ben curiosa politica delle "mani nette".
Se fatta propria dalle maggiori potenze, i leader iraniani potrebbero trarne la
legittima conclusione che nessuno intende interferire con i loro progetti. Allo
stesso tempo, prima Prodi (che incontrò Ahmadinejad nel settembre 2006) e poi
più apertamente Berlusconi hanno approvato la politica delle sanzioni, nella
speranza di convincere l'Iran a rinunciare alle sue ambizioni nucleari. Dopo
che il precedente governo Berlusconi si autoescluse dal club europeo abilitato
a trattare con il regime dei pasdaran (il terzetto franco-britannico-tedesco),
stiamo cercando di entrare a tutti i costi nel gruppo dei 5+1, composto dai
membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania. Anche perché
l'Iran è un nostro storico partner commerciale, e alcune rilevanti imprese
nazionali, dall'energia alla meccanica, vi coltivano cospicui interessi. Gli
americani assicurano di appoggiare la nostra aspirazione, purché naturalmente
una volta entrati nel club ci si comporti come loro suggeriscono. Ma se
desideriamo accedere domani alla pattuglia degli interlocutori dell'Iran,
perché oggi rifiutiamo di parlare con il suo presidente? Solo perché israeliani
e americani ce l'hanno sconsigliato? Si potrebbe obiettare: parliamo con
l'Iran, non con il suo presidente. Ora, ammesso che gli altri leader del regime
abbiano idee molto diverse su Israele o sulla bomba
atomica, dovremmo forse selezionare noi l'interlocutore iraniano che ci
aggrada? Purtroppo in diplomazia i partner non si scelgono. Si accettano o si
rifiutano. Oppure vogliamo offrire un contributo umoristico alla teoria negoziale,
sostenendo che parliamo solo con chi è d'accordo con noi? E in tal caso, perché
mai pochi giorni fa il ministro degli Esteri Frattini ha stretto la mano e
scambiato qualche battuta con il suo omologo iraniano Mottaki, per il quale
"se ogni musulmano gettasse un secchio d'acqua su Israele, Israele sarebbe cancellato"? Il punto è: ci serve oggi discutere
con gli iraniani, e in particolare con il loro presidente? La risposta è sì.
Con Teheran abbiamo molte questioni da dirimere. Non solo l'atomica. Oltre agli
interessi economici, dobbiamo proteggere la sicurezza delle nostre truppe in
Libano e in Afghanistan. Anche se preferiamo negarlo a noi stessi, in
entrambi i teatri i nostri soldati sono ostaggi dell'Iran. In qualsiasi momento
Teheran può dare ordine di colpirli: in Libano via Hezbollah, in Afghanistan
tramite i "suoi" signori della guerra. Il nostro basso profilo su
entrambi i fronti ? specie la nostra tolleranza verso le milizie del Partito di
Dio libanese ? si spiega anche così. è insomma consigliabile non trasformare in
questione di principio un problema di opportunità. Sia perché spesso chi
martella sui princìpi maschera l'assenza di una politica (vedi Bush jr.). Sia
soprattutto perché gli stessi partner che oggi amichevolmente ci invitano a non
interloquire con il presidente iraniano potrebbero domani aprire un negoziato a
360 gradi con il regime persiano, nel caso l'opzione militare venisse
definitivamente scartata (ancora non lo è). Con tanti saluti ai puristi del non
possumus. Obama ha già annunciato di essere disposto a incontrare Ahmadinejad o
altro leader iraniano senza precondizioni. Perché, ha spiegato, "la tesi
per cui non parlare a un paese è una punizione nei suoi confronti ? il
principio guida della diplomazia di questa amministrazione ? è ridicolo".
McCain passa per falco, ma nello stesso establishment repubblicano si
rafforzano i fautori del dialogo con Teheran. Così Henry Kissinger ? non
proprio un pacifista insensibile alla sorte di Israele
? sostiene "un negoziato complessivo con l'Iran? Abbiamo bisogno di
discutere apertamente tutte le differenze". Un faccia a faccia fra i
leader dei due paesi dovrebbe produrre una conferenza internazionale in cui
l'Iran scambi la rinuncia all'arsenale atomico con il riconoscimento del suo
rango di grande potenza e la riammissione a pieno titolo nel circuito economico
internazionale. Certo, conclude Kissinger, l'Iran "deve decidere se è una
nazione o una causa". In parole povere, se intende comportarsi da Stato o
da avanguardia della rivoluzione islamica mondiale. Nessuno può giurare sulle
intenzioni dei capi iraniani, maestri di ambiguità e inganno. Ma finora, quando
c'è stato da scegliere fra fedeltà alla rivoluzione e salvezza della nazione,
fra "purezza" dottrinale e Persia, da Khomeini in avanti la risposta
è stata una sola: Persia. La ragione di Stato prevale sulla religione di Stato.
Forse potremmo contribuire anche noi a sollecitare questo sano patriottismo,
trattando l'Iran da "nazione" e non da "causa". A difesa
non solo dei nostri interessi immediati, ma anche della sicurezza di Israele in quanto Stato degli ebrei. Per noi un dovere,
prima ancora che un interesse.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- MILANO - sezione: PRIMA PAGINA - data: 2008-06-02 num: - pag: 1 autore: di
SERGIO HARARI categoria: REDAZIONALE NUOVE FRONTIERE PER LA SANITà LA
"FIERA" VIRTUALE DELLA RICERCA R icerca, formazione e innovazione:
queste sono le parole che meglio descrivono il nuovo progetto di una rete di
competenze di alto livello, promosso dalla Regione e dalle sei facoltà mediche
locali. La novità del progetto è l'idea di realizzare una specie di "fiera
campionaria" della ricerca medica consultabile da tutti sul web, con tanti
padiglioni virtuali che costituiscono le 14 macroaree di ricerca (dalla
endocrinologia alla genetica, all'infettivologia, all'oncologia ecc.), e 119
stand che rappresentano i capitoli delle macroaree, dove a breve si potranno
trovare oltre 1.200 prodotti di ricerca, già selezionati e catalogati.
Studenti, medici, scienziati di altre discipline, industrie e mondo
farmaceutico potranno, attraverso i siti delle Facoltà coinvolte e della
Regione, visitare gli stand della fiera, capire in che direzione si sta
muovendo la ricerca, dove è più produttiva e, attraverso un "call
center" appositamente predisposto, avere ulteriori informazioni sugli studi
o entrare direttamente in contatto con i ricercatori. Sarà una rete virtuale
attraverso la quale consultare facilmente i più importanti prodotti scientifici
delle Facoltà mediche lombarde. Il modello, una volta rodato, dovrebbe
aggregare e consorziare altre regioni italiane ed estere (sono già in via di
definizione accordi con Spagna, Francia, Israele e Argentina oltre che con alcune regioni limitrofe). Ad oggi si
sono già ottenuti risultati significativi: 1) oltre 160 professori delle
diverse facoltà mediche, strutturati in appositi gruppi di lavoro, si sono
confrontati tra loro, scambiati informazioni e hanno catalogato, valutato e
certificato gli oltre 1200 prodotti scientifici già presenti negli stand;
2) si è reso visibile tutto quanto di sommerso e frammentario era stato sinora
prodotto; 3) si è composta una chiara mappa della ricerca medica universitaria
lombarda (Quality network). La nuova fiera virtuale della ricerca è un'idea
innovativa, un buon esempio di collaborazione tra mondo scientifico e
Istituzioni, un'opportunità in più per studenti, ricercatori e mondo
industriale, che supera e svecchia le consuete modalità di comunicazione medica
e che speriamo possa presto attrarre altri attori.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-06-02 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE YYYY COMMEDIA La banda La banda della polizia egiziana
arriva per un concerto in Israele ma, disorganizzata, si trova a passare una notte casual,
conoscendo persone e intuendo il bisogno di affetti, capendo quale e quanta
urgenza di pace e comprensione ci sia, tra casi speciali e no, tra i due
popoli. Grazie anche ad attori bravissimi, è come un piccolo gioiello di
Rohmer, che esplora i silenzi e i doppi fondi dei sentimenti, ma baciato
dalla voglia di essere utile. E lo è, con grazia, con poesia Arcobaleno.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-02 num: - pag: 1 autore: di
FRANCO VENTURINI categoria: REDAZIONALE AHMADINEJAD OSPITE NON GRADITO IL
DILEMMA PIù SCOMODO I l presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in arrivo
stasera a Roma per partecipare alla conferenza della Fao sulla sicurezza
alimentare, è un ospite inevitabile ma non gradito. Bene fanno le massime
autorità italiane e il Papa - quali che siano le ragioni formali di
quest'ultimo - a non volerlo incontrare. Perché Ahmadinejad non è un reprobo
come tanti altri nella comunità internazionale: è invece l'unico capo di Stato
al mondo che auspichi apertamente la distruzione fisica di un altro Stato, Israele. E se anche Israele non facesse scattare in noi
memorie storiche pesanti come macigni, se anche non esistesse in Ahmadinejad
quel fanatismo islamico che come tutti i fanatismi religiosi rende
imperscrutabile il confine tra retorica e vera capacità di nuocere, l'Italia
avrebbe il dovere di recapitargli un messaggio di forte contrarietà. La figura
del presidente iraniano che nega la Shoah e vuole "cancellare " lo
Stato ebraico, del resto, è legata a doppio filo con le inquietudini che i
programmi nucleari di Teheran suscitano in gran parte del mondo. Se qualcuno
dice continuamente di voler uccidere il vicino, il rischio che imbracci un
fucile non può lasciare indifferenti. Men che meno se il vicino è Israele. E Ahmadinejad è pericoloso proprio perché mentre
proclama di inseguire soltanto il nucleare civile non ha mai rinunciato alla
minaccia, perché ha sempre preferito il favore dei nazionalismi interni a una
condotta internazionale responsabile, perché domani un dito come il suo
poggiato sul grilletto potrebbe decidere di premerlo. Nasce da questo scenario
un dilemma assai scomodo: cosa è peggio, un Iran con la bomba o una guerra per
impedirgli di averla? La domanda è sul tavolo, ma Ahmadinejad non pare
curarsene. Il presidente che minaccia di eliminare Israele
e di provocare una proliferazione atomica incontrollabile, che viola i diritti
civili in casa propria, che alimenta i radicalismi medio-rientali, ha fatto i
suoi calcoli. Un attacco farebbe schizzare ulteriormente verso l'alto il prezzo
del petrolio, renderebbe pericolosa la navigazione nel Golfo Persico,
scuoterebbe i regimi arabi filo-occidentali a cominciare dall'Arabia Saudita,
si presterebbe alla vendetta iraniana in Iraq, in Libano e in Afghanistan. E
oltretutto potrebbe soltanto allontanare nel tempo i piani nucleari di Teheran.
Che fare, allora? Esiste una sola certezza: non quello che è stato fatto sin
qui. L'invasione del-l'Iraq ha sì eliminato Saddam, ma ha aperto un'autostrada
alle ambizioni iraniane. Hezbollah è vicino al controllo del Libano. Hamas ha
vinto le elezioni prima di trincerarsi a Gaza. L'Afghanistan non è sotto controllo.
Israele è di nuovo minacciato di accerchiamento. E,
soprattutto, le sanzioni decise dall'Onu contro Teheran lavorano più lentamente
delle centrifughe iraniane per l'arricchimento dell'uranio. CONTINUA A PAGINA
24.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-02 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE In corsa come premier Una fonte dei servizi: "Non stava dietro
la scrivania. Nella sua squadra c'erano soprattutto ex soldati delle forze
speciali" Quando l'"agente Livni" dava la
caccia ai terroristi in Europa Nel passato del ministro degli Esteri israeliano
quattro anni come "operativa" per il Mossad DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME - Tzipi Livni studiava poco e stava molto al telefono. Quando il
fratello va a trovarla a Parigi, crede di trovare una studentessa della
Sorbona. Un'universitaria che si comporta in modo strano. "Riceveva
chiamate ogni cinque minuti, si alzava e diceva: devo andare, devo andare. In
due giorni, l'ho vista due ore", racconta Eli. La studentessa Tzipi Livni
era un'agente del Mossad, il servizio segreto israeliano impegnato anche in una
caccia oltreconfine ai fedelissimi di Yasser Arafat. Il 21 agosto del 1983, ad
Atene, due uomini sparano da una moto all'auto di Mamoun Meraish, passaporto
marocchino con falso nome, targa svizzera, una copertura da dirigente di una
società marittima e una carriera tra i leader dell'Organizzazione per la
liberazione della Palestina. Il volto coperto dai
caschi, il commando usa pistole con i silenziatori. "E' un'operazione
degli israeliani", dicono subito i palestinesi. "Durante quella
missione - svelano ex colleghi al Sunday Times - Livni era in servizio
attivo". Sono i pochi dettagli che emergono dei quattro anni vissuti
segretamente, tra il 1980 e il 1984, dal ministro degli Esteri israeliano. Un
passato da "cacciatrice di terroristi" che i suoi consiglieri sperano
di poter illuminare almeno con una lampadina da pochi watt, adesso che Livni è
in corsa per la successione a Ehud Olmert e la poltrona di premier. Livni entra
nel Mossad a 22 anni, poco dopo aver lasciato l'esercito con il grado di
tenente. Ad aprirle le porte dell'"Istituto" sono l'amica di sempre
Mirla Gal - si sono conosciute in prima elementare - e le credenziali
patriottiche di una ragazza cresciuta in una delle famiglie più note della
destra nazionalista. "Eccelleva in tutto - dice Gal - e ha lasciato il
Mossad per sua scelta. Avrebbe potuto avere una lunga carriera. Intelligenza,
intuizione, rapidità d'analisi: sono qualità premiate
dall'organizzazione". Il ministro degli Esteri, 49 anni, non ha mai
raccontato nulla del suo periodo da agente segreto. "No, no, no. Non mi ha
influenzato", si è affrettata a dire a Roger Cohen del New York Times.
Mirla Gal offre un'idea del tipo di missioni affrontate dalle due donne: "I
rischi erano tangibili. Se avessimo commesso un errore, ci sarebbero stati
degli arresti e implicazioni politiche catastrofiche per Israele".
I rischi che anche la madre di Tzipi Livni, quarant'anni prima, aveva corso,
quando militava nell'Irgun, le milizie ebraiche clandestine. Morta a novembre
di cancro, al funerale i veterani hanno ricordato "di quando Sara venne
arrestata dai britannici nel 1947 e per scappare si iniettò del latte che le
fece venire la febbre. Prese parte in numerose azioni contro gli arabi e gli inglesi.
Le ore prima della missione con lei passavano veloci, cantava per noi con la
sua bella voce". I pochi dettagli sulle operazioni di Tzipi suonano meno
poetici. "Una donna intelligente, con un quoziente di 150. Non era
un'agente da scrivania - svela un'altra fonte -. Viaggiava in tutte le capitali
europee, nella sua squadra c'erano soprattutto uomini, ex soldati delle forze
speciali". Il padre Eitan guidava le operazioni e gli attentati
organizzati dai gruppi irregolari. La durezza dimostrata da Livni durante il
servizio militare è considerata dagli amici il risultato dell'ambiente in cui è
cresciuta. "Nella nostra famiglia - dice il fratello Eli - i genitori non
ti regalavano abbracci. Quello che ti davano era una buona e formale educazione".
Amico di Menachem Begin, Eitan Livni è stato per lungo tempo ai margini della
politica israeliana. Ai margini come la piccola Tzipi, tra i pochi bambini a
partecipare ai campi scout del Betar e a imparare a memoria gli scritti di Zeev
Jabotinsnky, l'ideologo del sionismo revisionista. La riservatezza, vitale per
un agente segreto, è rimasta un tratto del ministro degli Esteri. "Ha
stabilito una soglia molto alta, prima di concederti la fiducia - commenta
Mirla Gal -. Una volta che raggiungi quel livello, sei a posto. La capisco
perché io sono fatta allo stesso modo. Devi essere onesto e leale. E' cresciuta
in una casa dove queste virtù erano fondamentali". Davide Frattini A
sinistra, il ministro degli Esteri Tzipi Livni. Accanto, la Livni sul Golan.
Nel tondo, i genitori, Eitan e Sarah: hanno militato nelle milizie ebraiche
clandestine.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-02 num: - pag: 15 categoria:
REDAZIONALE Diplomazia Continua la trattativa mediata da
Berlino sui due militari rapiti nel luglio 2006 Israele libera la spia di Hezbollah E dal Libano tornano i resti di
soldati ebrei. "Ma non è uno scambio" Il governo Olmert: "Nissim
Nasser aveva scontato la pena di sei anni e sarebbe stato liberato in ogni
caso" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - La cassa di legno è lunga
meno di un metro. Non si può chiamarla bara. Dentro, i resti di soldati
israeliani, caduti nei 34 giorni di guerra con il Libano. è stata consegnata
alla Croce Rossa Internazionale, mentre rientrava a casa Nissim Nasser,
rilasciato poche ore prima dal carcere e accolto dai dirigenti di Hezbollah
come un eroe. I miliziani sciiti hanno liberato colombe bianche nel cielo, la
banda ha intonato marce militari e l'inno del movimento filo-iraniano, mentre
Nasser sfilava su un tappeto rosso fino al palco allestito in un campo di
calcio, a meno di due chilometri dal confine con Israele.
Il governo di Ehud Olmert non parla di scambio e nega che ci sia stato un
accordo. Nasser, condannato per spionaggio, aveva scontato la pena di sei anni
e avrebbe dovuto essere liberato in ogni caso. I resti dei soldati sono stati
restituiti da Hezbollah con una decisione unilaterale. "Il leader Hassan
Nasrallah ha voluto creare una falsa impressione - scrive Yossi Melman, esperto
di terrorismo e spionaggio, su Haaretz -. Una liberazione formale e dovuta è
stata trasformata in un successo dell'organizzazione, che dimostra di
preoccuparsi per i suoi agenti. Lo scambio viene presentato come il primo passo
in un accordo più importante". L'accordo più importante riguarda le
trattative, mediate dalla Germania, attorno ai due soldati rapiti nel luglio
del 2006, il sequestro che ha provocato la reazione israeliana e l'inizio del
conflitto. Nasrallah vuole riportare in Libano Samir Kuntar, condannato per
aver ucciso quattro civili in un attacco nel 1979. Lo Stato ebraico ha sempre
legato il destino di Kuntar a informazioni su Ron Arad, il pilota
dell'aviazione catturato dai miliziani oltre 22 anni fa. Adesso sarebbe pronto
ad accettare uno scambio per riavere Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, anche se
fonti dell'esercito hanno ammesso che i due riservisti sono probabilmente
morti. "La consegna dei resti è stato il primo passo per creare le
condizioni che portino a un'intesa", ha commentato Frank-Walter
Steinmeier, ministro degli Esteri tedesco. In un discorso il 19 gennaio,
Nasrallah aveva rivelato che il movimento era in possesso di teste, braccia e
gambe di soldati caduti in battaglia. I resti sono stati portati all'istituto
di medicina legale di Abu Kabir per l'esame del Dna. Nasser era stato condannato
dopo aver ammesso di aver passato informazioni a un ufficiale di Hezbollah e la
foto di un parente che serviva nell'esercito israeliano. Nato da una madre
ebrea convertita all'Islam, era immigrato dal Libano nel 1991. "Ho
collaborato con Hezbollah perché sono un patriota e un musulmano", ha
proclamato alla cerimonia nel villaggio di Naqura. "Non dimentichiamo mai
la nostra identità e le nostre priorità, come la liberazione dei prigionieri e
quella delle nostre terre", ha detto Nabil Qawuq, leader del Partito di
Dio nel sud del Paese. D.F. Il ritorno Nissim Nasser festeggiato tra i
miliziani I resti Il rilascio dei resti dei caduti israeliani #.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-02 num: - pag: 15 categoria: BREVI
Quel rito di sepoltura dei caduti GERUSALEMME - Lo Stato ebraico è sempre stato
pronto a discutere scambi di prigionieri per ottenere informazioni sui dispersi
in battaglia o per riportare a casa i corpi dei soldati morti in azione. Un
principio ribadito da Ariel Sharon, quando da primo ministro aveva condotto
l'ultimo scambio con Hezbollah, nel 2004: "Raggiungere un accordo è stata
una decisione giusta, morale, etica. Il retaggio di Israele ci impone di dare sepoltura
nella loro terra ai nostri soldati morti in combattimento e non sospenderemo
gli sforzi fino a quando i resti di tutti i nostri caduti non ci saranno stati
restituiti". La società israeliana riesce a sopportare di più un altro
caduto in battaglia che il destino incerto di un sequestrato nelle mani degli
estremisti. Il manuale di Tsahal contemplerebbe la "direttiva
Annibale", una procedura mai ufficializzata e di cui i soldati non amano
parlare. è l'ordine che un ufficiale non vorrebbe mai dover dare: in caso di
rapimento di un militare, i commilitoni dovrebbero sparare sul commando in
fuga, senza preoccuparsi della vita dell'ostaggio.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-02 num: - pag: 24 autore: di
FRANCO VENTURINI categoria: REDAZIONALE AHMADINEJAD OSPITE NON GRADITO Il
dilemma più scomodo SEGUE DALLA PRIMA Un cambiamento di strategia è maturo, tanto più che Israele esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana,
tratta con la Siria con la mediazione turca e, come dimostra il triste scambio
di ieri, ha contatti indiretti anche con Hezbollah. La dottrina del "non
si parla con" e i fulmini di Bush contro l'appeasement sembrano ormai
appartenere più alla forma che alla sostanza, mentre alla Casa Bianca è
in arrivo un nuovo Presidente. Potrà allora essere messo a punto un
"pacchetto " di incentivi e di sanzioni capace di interessare Teheran
e di favorire un negoziato? Gli Usa riconosceranno che l'Iran ha qualche buon
motivo di sentirsi chiuso in una tenaglia, e gli forniranno garanzie di
sicurezza chiedendo in cambio la fine delle minacce a Israele,
la collaborazione iraniana in Iraq e in Libano, e beninteso una verificata
rinuncia alla bomba? Se l'Iran non dovesse marciare, sarà in grado l'Occidente
di usare i rapporti economico-energetici come strumento di pressione non più
contraddittorio rispetto al giudizio politico (perché è proprio questa, tra
altre, la realtà italiana)? Esiste un percorso da esplorare. Lo suggeriscono da
tempo personalità che vanno da James Baker a Efraim Halevy, ex capo del Mossad
ed ex consigliere per la sicurezza di Sharon. Il guaio è che il tempo è poco, e
non lavora per la pace. Ma nulla sarebbe più controproducente di una guerra per
omissione di dialogo in ossequio a una teoria errata.
( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Polemica
Berlino-Roma sulla trattativa con l'Iran Fao, arriva Ahmadinejad "Israele sparirà dalle
carte" cadalanu, cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5 SEGUE A
PAGINA 4.
( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina V - Bologna
Solo i giocatori al brindisi in Comune Sofri difende il sindaco assente. Il
centrodestra: mancanza di stile SILVIA BIGNAMI Il sindaco assenteista contestato
al Dall'Ara? L'assessore Libero Mancuso sorride, si guarda intorno, ci pensa su
un istante e poi fa cenno di no. No comment. Nel day after i cori da stadio
contro Sergio Cofferati - che ha disertato tribuna e caroselli in onore del
Bologna in serie A per accompagnare la famiglia in vacanza in traghetto - a
prevalere tra gli assessori è l'imbarazzo. Mezze frasi, timide difese, voglia
di non immischiarsi. Il sindaco torna oggi: parlerà lui, dice il disagio dei
suoi fedelissimi. E deciderà con la giunta quando fissare la festa per i
giocatori del Bologna in Comune. Il patron Alfredo Cazzola ha già fatto sapere
che non ci sarà, ma la squadra sì. Intanto, a sparare a zero su Cofferati ci
pensa l'opposizione. Quella esterna, dal Pdl all'Altra sinistra. E quella
interna, con il partito degli "scontenti" del Pd che disapprova e
scuote la testa. Ieri, a tenere la fascia tricolore per il Comune in Piazza
Maggiore alla Festa della Repubblica c'era solo Mancuso e il presidente del
consiglio comunale Gianni Sofri. Il primo si defila quasi subito, sfugge, non
vuole parlare. Il secondo, che domenica era allo stadio come rappresentante di
Palazzo D'Accursio, alla fine si convince a difendere il sindaco. Le
"polemiche", dice, "sono esagerate. Il fatto che non fosse allo
stadio è dovuto a progetti presi in precedenza, quando nessuno poteva sapere
quando la squadra sarebbe stata promossa. E' una sciocchezza dire che non c'è
simpatia tra lui e i giocatori". Poi alza le mani e aggiunge: "Il
sindaco comunque ha dato sempre prova di essere bravo a rispondere da solo alle
polemiche". Questa mattina, durante la riunione di giunta, verrà fissata
la data in cui invitare la squadra a festeggiare la promozione in Comune. Una
festa con i giocatori ma senza il patron Cazzola, che ieri sera durante una
intervista a Rete
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 3 categoria:
ALTRI OGGETTI Ma Chavez? Ce ne siamo accorti sì o no che quella del Venezuela
non è più una dittatura isolata anche grazie a certe aperture fatte, concesse
dal presidente brasiliano Lula, molto democratico e persino ex
sindacalista?". Franco Venturini, sul "Corriere", ha sostenuto
però che un "cambio di strategia è maturo" e, a tal proposito, ha portato l'esempio di Israele, "che esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione
egiziana e tratta con la Siria grazie alla mediazione turca... ".
"Guardi, le trattative ci sono sempre state. Anni fa criticai uno slancio
ottimistico che Andreotti, da ministro degli Esteri, aveva avuto nei confronti
della Siria. Mi replicarono sostenendo che lo stesso Israele,
magari non attraverso i canali diplomatici ma per tramite di qualche generale,
da tempo già trattava e che perciò...". Non pochi osservatori sostengono
che Giulio Andreotti sia stato un grande ministro degli Esteri. è d'accordo?
"Io dico che è stato il migliore. Non dimentico che, insieme al Craxi
premier, si impegnò a fondo per dare all'Europa una forte identità politica,
capace di incidere e di intervenire sulle grandi questioni che non riguardano
solo il bacino del Mediterraneo, ma tutto il pianeta". Fabrizio Roncone.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE Ahmadinejad e Mugabe: doppio caso al vertice
Fao Il presidente iraniano: "Israele sarà presto cancellato" Invettive anche contro gli Usa,
"potenza satanica" Alla Conferenza si parlerà dell'impennata dei
prezzi degli alimentari ROMA - Distruzione di Israele, demonizzazione degli Stati Uniti, altre dosi di retorica
incendiaria da ex volontario delle Guardie rivoluzionarie. Prima di
partire stanotte per Roma e partecipare oggi alla conferenza della Fao sulla
sicurezza alimentare e i cambiamenti del clima, il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad non ha dimenticato di mettere in valigia quasi nulla di ciò che gli
attira da tre anni la diffidenza di buona parte della comunità internazionale.
Da Khomeini a Satana In un incontro organizzato in vista del 19Ë? anniversario
della morte del fondatore della Repubblica islamica, l'ayatollah Ruhollah
Khomeini, Ahmadinejad ha ripetuto le sue tesi secondo le quali lo Stato ebraico
sarebbe guidato da "un regime criminale" e "sarà pertanto
cancellato dalle carte geografiche", mentre "il tempo della caduta e
dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è cominciato ".
L'allarme dell'Onu Queste affermazioni non sono nuove, tuttavia Ahmadinejad è
consapevole di quanta inquietudine generano in Occidente: è da escludere che
siano state pronunciate a caso. La conferenza alla quale ha scelto di non mancare
offre all'ex pasdaran una delle rare tribune alle quali può accedere in Europa,
e la presenza a Roma dell'ex sindaco di Teheran, che fa arricchire uranio
nonostante le sanzioni del Palazzo di Vetro, rischierà di far passare in
secondo piano la vera causa della riunione dell'agenzia delle Nazioni Unite per
il miglioramento della produttività agricola e dell'alimentazione. Sarà
l'impennata nei prezzi dei cereali il perno della discussione alla quale
parteciperanno, fino a giovedì, quasi 50 tra capi di Stato e di governo. I
rincari determinano "una congiuntura allarmante", come l'ha definita
ieri a Roma il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Colpe dei governi
L'aumento della domanda di Paesi in crescita economica come Cina e India, le
manovre di speculatori che acquistano scorte di cereali (ActionAid le denuncerà
con uno striscione di
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-03 num: - pag: 1 categoria:
REDAZIONALE Vertice Fao Trattative con Teheran, Berlino esclude l'Italia
Ahmadinejad arriva a Roma "Israele deve scomparire" ROMA - Lo Stato ebraico è guidato da
"un regime criminale" e "sarà cancellato dalle carte geografiche",
mentre "il tempo della caduta e dell'annientamento della potenza satanica
degli Usa è cominciato". In procinto di partire per Roma e per il vertice
della Fao su sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, il presidente
iraniano Mahmoud Ahmadinejad non ha rinunciato a scagliare le abituali minacce
contro Stati Uniti e Israele. E Berlino esclude
l'Italia dalle trattative con Teheran. ALLE PAGINE 2 e
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE Il caso "Hanno costretto Berlusconi e il Papa a rifiutare
l'incontro" "Free Iran" oggi in Campidoglio E i media di Teheran
accusano: "Un complotto del Riformista" ROMA - La stampa iraniana finisce
per prendersela con il direttore del Riformista Antonio Polito per il flop
della visita a Roma del presidente Ahmadinejad e lo accusa di "aver
costretto non solo Silvio Berlusconi - scrive il quotidiano online Shab news -
ma anche il papa Benedetto XVI a rifiutare un incontro" con il leader
iraniano. "Un complotto", rincara Rajanews, "che intende minare
le ottime relazioni tra Teheran e Roma", riferendosi alla manifestazione
"Free Iran" lanciata per stasera alle 20 davanti al Campidoglio dal
quotidiano arancione. Le cose non sono andate così: Berlusconi non ha mai avuto
in agenda una stretta di mano con Ahmadinejad, anche se Franco Frattini la
settimana scorsa ha stretto la mano al ministro degli Esteri Mottaki, e il Papa
alla fine ha deciso di non accogliere la richiesta dell'ambasciata di Teheran
(come peraltro ha fatto con quelle degli altri presidenti in visita a Roma) e
di non concedere udienza ad alcun capo di Stato. Ma quel che resta della visita
romana del presidente iraniano - in arrivo oggi per partecipare al vertice
della Fao che si concluderà giovedì - è la manifestazione del Riformista,
fortemente sostenuta dalla comunità ebraica romana, con il suo presidente,
Riccardo Pacifici, che invita tutti: "Venite numerosi". Sarà una maratona
oratoria animata da politici, sindacalisti, cittadini per protestare non solo
contro le violazioni dei diritti umani in Iran ma anche contro le affermazioni
e i programmi politico-militari del medesimo Ahmadinejad. Ci sarà anche il
sindaco di Roma Gianni Alemanno, davanti alla sede del Comune. Ieri ha aderito
all'iniziativa, spiegando che "negare a Israele il diritto a esistere, così come
negare la Shoah, significa cancellare una storia profonda e consolidata, non
solo nel Mediterraneo e a Roma, ma nel cuore di ogni persona che presta
attenzione ai diritti dei popoli". "Anche quello di Alemanno è un
messaggio importante. La nostra manifestazione di protesta ha anche un
risvolto internazionale, rivolto all'estero - spiega Polito -. Deve passare il
messaggio che Roma respinge il dittatore, lo isola". Sul palco, sotto un
maxischermo e circondati dalle prime pagine di oggi del Riformista con la
gigantografia del presidente iraniano, si alterneranno oratori di varia
estrazione: dal capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto al
vicepresidente della commissione esteri Gianni Vernetti (Pd), a Umberto
Ranieri, Maurizio Gasparri, dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni, all'ex
ministra Barbara Pollastrini, dalla parlamentare del Pdl Fiamma Nierestein al
presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso, ai radicali di "Nessuno tocchi
Caino". Mancheranno i due autori dell'appello bipartisan apparso oggi sui
quotidiani per promuovere la manifestazione: il ministro degli Esteri Franco
Frattini (per motivi istituzionali) e il ministro degli Esteri ombra Piero
Fassino impegnato in Estremo Oriente. Gianna Fregonara.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE L'intervista Il radicale Marco Pannella "Stringere la mano? Tanto
poi fanno affari con i peggiori dittatori" ROMA - Marco Pannella, ha
sentito cosa ripete Mahmoud Ahmadinejad? Sta arrivando a Roma, sta per prendere
parte al vertice della Fao e ancora insiste, minaccia, ripete che "lo Stato di Israele, presto, verrà eliminato dalle carte geografiche". "Le
sembra una novità?". Non è una novità, ma ciò che dice resta grave.
"La cosa veramente grave è l'atteggiamento che si continua ad avere nei
confronti dell'Iran e del suo leader: con atteggiamenti analoghi, nel secolo
scorso, furono fecondati il nazismo e il comunismo ". Oggi comunque
Ahmadinejad incontrerà altri capi di Stato e... "E lei si pone,
sicuramente, un interrogativo vecchio, barboso, come sono i dubbi che abbiamo
sul sesso degli angeli... sarà opportuno stringergli la mano, sì o no?".
Sì o no? Lei che dice, Pannella? "Dico che, intanto, c'è un aspetto, come
dire?, protocollare". Quindi formale. "E la forma, in ambito
diplomatico, ha un suo peso. Perciò è chiaro che se ti ritrovi seduto a un
tavolo dove siede pure il capo di uno Stato che tu, in qualche modo, non
riconosci per gli atti che compie, coerenza vorrebbe che non ci fossero strette
di mano. Però...". C'è un però. "C'è che la conferenza della Fao è
anche e soprattutto un evento politico. E la politica vive di comunicazione, di
simbologie precise. E perciò io non escludo che poi le strette di mano ci
saranno. Saluteranno il leader iraniano e, scommetto, anche il presidente dello
Zimbabwe, Robert Mugabe". E comunque sarebbe facile non stringere la mano
a Mugabe. Un po' più complicato è non stringerla... "Al rappresentante
cinese? Certo, al rappresentante cinese, tanto per fare un esempio, sarebbe
assai meno facile ". Perché? "Perché, forza, diciamolo, scriviamolo
con chiarezza che con certi Paesi, a volte, si fanno persino affari commerciali
e quindi poi è un bel po' più difficile, mettersi lì, a fare improvvisamente la
faccia dura e indignata". Le mani si stringono per calcolo, per pura
convenienza politica ed economica. "Esatto. E sa qual è il problema di
fondo? ". Qual è? "Sia l'Unione Europea che le Nazioni Unite fanno
ormai sistematicamente finta di niente e chiudono tutti gli occhi possibili, e
fingono di non sapere, di non vedere, di non sentire in quanti Paesi i diritti
umani non vengono più rispettati". Parole gravi. "Non lo sanno
all'Onu il genere di comportamento che il Vietnam ha rispetto alle minoranze
religiose ed etniche? Oppure, prendiamo il Laos: è così faticoso riconoscere
nel suo governo un regime di purissimo stampo comunista? E lasciamo stare Cuba,
perché ci stiamo a ragionare da sessant'anni... \\ Diritti umani Ue e Onu
fingono di non sapere in quanti Paesi i diritti umani non vengono rispettati.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-03 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Israele Sì alla Fulbright per i ragazzi di Gaza WASHINGTON - Potranno
inseguire il loro sogno di una laurea negli Stati Uniti i sette giovani
palestinesi di Gaza che si erano visti rifiutare da Israele il visto per uscire dal Paese. Le borse di studio del programma
Fulbright sono state riattivate dal Dipartimento di Stato dopo l'annullamento
deciso la settimana scorsa. Il consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme,
riferiscono i media negli Usa, ha comunicato la bella notizia ai giovani
palestinesi domenica scorsa. "Stiamo lavorando in stretta collaborazione
con il governo di Israele per ottenere la loro
cooperazione in questa vicenda". Un portavoce del governo israeliano ha
detto che da parte delle autorità c'è "la sincera speranza che sia
possibile far uscire gli studenti entro l'inizio dell'anno accademico". Lo
Stato ebraico ha deciso un embargo politico ed economico contro Gaza dopo
l'arrivo al potere di Hamas e come risposta ai lanci di razzi Qassam sulle
città nel deserto del Negev. Il governo ha dichiarato la Striscia
"territorio nemico" e i valichi sul confine vengono aperti solo per
ragioni umanitarie.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-03 num: - pag: 25
categoria: BREVI Un mistero tra fede e scienza Il tessuto Nel 1973 il
criminologo Sulzer preleva campioni di polvere e pollini: l'esame al
microscopio rivela che la Sindone è stata in Palestina Il volto
L'immagine sul lenzuolo.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-03 num: - pag: 36 categoria:
REDAZIONALE Il sale sulla coda di Dacia Maraini Due donne da conoscere U na
parola poco amata: "competenza". Sembra che a nessuno importi niente
di chi sia competente e chi no in questa confusione di ruoli, di
rappresentanze. Quando invece la competenza c'è, si scopre spesso che sono del
tutto scomparse la freschezza e la passione. Eppure non possiamo rassegnarci
all'idea che competenza significhi automaticamente vecchio cinismo e difesa del
posto conquistato. La competenza vera è quella che si rinnova continuamente,
che dubita di sé, che è capace di dare senza chiedere niente in cambio. Le donne
nel nostro Paese sono poco rappresentate e hanno poco potere effettivo. Il
potere, vorrei non si equivocasse, non è quello di angariare gli altri, ma di
essere libere di decidere e di tentare nuove strade, di imporre il rispetto
delle regole e di difendere i più deboli. Ora sembra che la nuova politica
chieda alle donne che siano soprattutto decorative e poco competenti. Il che è
un modo di umiliarle coi guanti bianchi. Sarà bene ogni tanto ricordare che ci
sono donne competenti che lavorano sodo, che ottengono risultati, che si fanno
rispettare. Purtroppo sono poco decorative. Battagliare per i diritti nella
vita infatti sciupa i corpi, logora la pelle. Voglio ricordare due donne per
tutte. Che, se fossero conosciute come meritano, susciterebbero ammirazione e
riconoscenza. Una vive a Caserta, dirige una casa di accoglienza per prostitute
della tratta e si chiama suor Rita Giarretta. Porta i capelli grigi corti.
Cammina con passo risoluto, indossando gonne grigie e scarpe basse. Ha un
sorriso luminoso, che rivolge ai bambini nati in Casa Rut, alle giovani
africane, romene, slave che con dolcezza tira via dalla strada e a cui insegna
la dignità e la gioia di vivere. L'altra ha un posto di rappresentanza. è
vicepresidente del Parlamento europeo. Ma pochi lo sanno. Nemmeno i vicini che
la vedono entrare e uscire di casa con i pacchi della spesa. Nemmeno i politici
dei Paesi che visita quando la vedono arrivare, con le sue gonne nere, i suoi
zaini, senza scorta, senza macchine blu al seguito. Si chiama Luisa Morgantini
e fa un lavoro ammirevole. Una delle sue battaglie più risolute riguarda la
pace fra Israele e la Palestina. Le "Donne in nero"
di cui fa parte raccolgono sia palestinesi che israeliane e cercano con
ostinazione un punto di incontro e di convivenza. Questo non impedisce loro di
protestare contro la parte più intransigente e militaresca di Israele, contro l'occupazione della
striscia di Gaza e le pretese di chi vuole applicare delle regole da assediato
finendo per diventare assediante. Luisa scrive che a Gaza il 68% della
popolazione vive sotto il livello di povertà, l'80% delle famiglie dipende
dagli aiuti umanitari e la disoccupazione sfiora il 50%. "A chi vive a
Gaza non viene dato il permesso di raggiungere gli ospedali egiziani o
israeliani. Oltretutto le ambulanze sono bloccate per mancanza di carburante a
causa dell'embargo. La pace si fa con un dialogo vero tra attori che abbiano
pari dignità e non per un diktat". Ce ne sono molte altre di donne come
loro, ma sono poco decorative e non piacciono ai fotografi e alle tv. Siamo
sempre e solo alla politica spettacolo? \\ Suor Giarretta e Morgantini, storie
di competenza e passione.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Sport - data: 2008-06-03 num: - pag: 49 categoria: BREVI
La situazione Contro Mosley Contro Max Mosley, 68 anni, presidente della
Federazione internazionale dell'automobile, si sono pronunciati 24 Automobil
club: tra questi ci sono quelli di America, Singapore, Germania, Finlandia,
Canada, Brasile, Danimarca, Francia, India, Giappone, Olanda, Svezia, Ungheria,
Israele, Austraia, Spagna, Belgio,
Svizzera e Russia. Pro Mosley Mosley punterà sull'appoggio dei Paesi emergenti:
in assemblea sono rappresentati 50 Paesi africani e 30 asiatici. Gli scenari Se
Mosley dovesse ottenere la fiducia, ha promesso che non rappresenterà la Fia
nelle occasioni ufficiali e che non si ripresenterà alle elezioni dell'ottobre
2009. Se non dovesse farcela, è possibile che il comando, fino a quella data,
passi al presidente dell'Automobil club di Monaco, Michel Boeri. La successione
di Max Tanti i nomi per la successione a Mosley: l'ex amministratore delegato
della Ferrari Jean Todt, ma anche Gerhard Berger (ex pilota e co-proprietario
della scuderia Toro Rosso) e persino l'ex fuoriclasse francese della Formula 1
Alain Prost, ma solo per la parte sportiva in caso si arrivi a una separazione
della sezione sport da quella mobilità.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-03 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE L'avversario Il candidato repubblicano critica Obama in politica
estera McCain all'attacco del rivale "Un ingenuo senza esperienza"
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Solo con una politica dura, fatta di
"sanzioni mirate" e isolamento diplomatico, si può sperare di
costringere l'Iran ad abbandonare i suoi piani nucleari. E Obama è un "ingenuo
privo di esperienza" quando pensa che tutto si possa risolvere incontrando
i leader iraniani. Per la seconda volta in pochi giorni, John McCain ha
attaccato sulla politica estera il suo probabile avversario democratico alle
presidenziali. Il candidato repubblicano ha scelto una platea sensibilissima,
la conferenza annuale dell'Aipac, l'American Israel Public
Affair Committee, la più influente delle organizzazioni pro-israeliane negli
Stati Uniti. "Il regime iraniano - ha detto McCain - lavora da anni a un
programma nucleare. E l'idea che stiano cercando di dotarsi di armi atomiche,
solo perché noi ci rifiutiamo di aprire negoziati ad alto livello, è una
lettura fuorviante della Storia". Per il senatore dell'Arizona, "è
difficile vedere cosa si possa ottenere incontrando il presidente iraniano
Ahmadinejad, tranne qualche invettiva anti- semita e una platea mondiale per un
uomo che nega l'Olocausto o vagheggia di cominciarne un altro". Più
efficace sarebbe un regime molto aspro di sanzioni. Segnalando di essere già in
campagna per la battaglia d'autunno, McCain ha criticato Obama anche sull'Iraq,
facendo riferimento alla sicurezza di Israele, tema
centrale per gli ebrei-americani nel voto per la Casa Bianca: "I progressi
attuali sono il risultato di una strategia, cui lui si oppose, predicendone il
fallimento e votando per ridurre i fondi alle nostre truppe. Ora il senatore
dell'Illinois vuole ritirare le unità da combattimento dall'Iraq...senza
riguardo per le condizioni sul campo, per la nostra sicurezza nazionale e per quella
di Israele. Sarebbe la ricetta per la
catastrofe". Lo staff di Barack Obama, che parlerà domattina dopo Hillary
Clinton davanti alla platea dell'Aipac, ha subito reagito: "Il senatore
McCain insiste nel riproporre una politica estera pericolosa e fallimentare -
ha detto uno dei portavoce, Hari Sevugan - che ha reso meno sicuri sia gli Usa
che Israele. Promette altri quattro anni delle stesse
politiche e la continuazione di una guerra che ha reso l'Iran più spavaldo,
rafforzandone la posizione nella regione". Paolo Valentino.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-06-03 num: -
pag: 56 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo piano Iran: Israele da cancellare Il presidente
dell'Iran, Ahmadinejad, oggi a Roma per il vertice Fao, ha detto che "Israele è alla fine e verrà presto
eliminata dalle cartine geografiche ". Clandestini, Onu contro Italia
"No al reato di immigrazione clandestina ". L'Onu boccia la
proposta del governo italiano. Contrario anche il Vaticano: non si può privare
della libertà per reati amministrativi. Festa della Repubblica Sul palco delle
istituzioni per la festa della Repubblica non c'era il ministro dell'Interno
Maroni. L'assenza della Lega ha scatenato polemiche. Bene il piano Tremonti
Apprezzamento del presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker, per le misure
prese dal ministro Tremonti: "L'Italia deve continuare sulla strada del
consolidamento e tutto ciò che va in questa direzione è benvenuto". Focus
Arriva la nuova tv Palinsesti interattivi e personalizzati, registrare i
programmi preferiti o acquistare film o partite di calcio: la nuova tv si allea
al telefonino e grazie a questa tecnologia diventa su misura. Esteri Bomba
contro ambasciata Autobomba a Islamabad, in Pakistan, contro l'ambasciata
danese: tra le vittime (almeno otto) anche un cittadino danese. Oltre trenta i
feriti. Ted Kennedy operato Cinque ore è durato l'intervento chirurgico al
quale è stato sottoposto ieri il senatore Usa Ted Kennedy per ridurre il tumore
al cervello. Cronache Camorra, imprenditore ucciso Inchiesta del governo sulla
presunta richiesta di scorta presentata da Michele Orsi, l'imprenditore ucciso
nel Casertano. "La domanda non ci è mai arrivata" ha detto il
prefetto. Sindone, ostensione nel 2010 Benedetto XVI ha autorizzato
l'ostensione della Sindone nella primavera del 2010. Il Papa ha detto che si
recherà a Torino quando il sudario, che si presume abbia avvolto il corpo di
Cristo, verrà esposto. Scontro treno-bus, 7 morti Sette bambini hanno perso la
vita nello scontro fra un treno e uno scuolabus a Mesinges, sulle Alpi francesi.
Il pullman, con cinquanta scolari e sei adulti, stava attraversando un
passaggio a livello quando è stato travolto da un treno regionale. Spiagge, 300
bocciate da Ue Per la Ue trecento spiagge in tutta Europa sono off-limits per i
bagnanti. L'Italia? L'ultima in classifica. Spettacoli Arrestata Tatum O'Neal
Dovrà rispondere ad accuse di possesso di sostanze illegali l'attrice premio
Oscar Tatum O'Neal, arrestata ieri mentre acquistava crack vicino alla sua
abitazione di New York. Addio a Bo Diddley è morto ieri per un problema
cardiaco a 79 anni Bo Diddley, leggenda del rock&roll. Diddley, conosciuto
per la sua chitarra quadrata, era diventato famoso nel 1955 con il suo primo
disco basato su un ritmo serrato. Sport Cannavaro infortunato Il difensore e capitano
della Nazionale, in ritiro in Austria in vista degli Europei, ha lasciato il
campo in barella dopo uno scontro accidentale con Chiellini durante un
allenamento. Cannavaro, infortunato alla caviglia, è stato ricoverato in
ospedale. Inter, inizia l'era Mourinho Oggi alle 11.30 ad Appiano Gentile
inizia l'era Mourinho: il nuovo tecnico nerazzurro spiegherà perché ha scelto
l'Inter e che tipo di squadra ha in mente. * Con "Style Magazine" e
3,00; con "Corriere Enigmistica" e 2,30; con "Foto:box" e
7,90; con "Storie della Bibbia" e 8,90; con "La grande dinastia
dei Paperi" e 8,90; solo a Milano e provincia con "Mangiar bene a
Milano" e 10,90; con "L'Europeo" e 8,90; con "Ricettario
della Cucina italiana" e 13,90; con "Il grande cinema di Alberto
Sordi" e 10,99; con "Gli itinerari di Dove" e 8,99; con "I
Simpson Classici" e 10,99; con "Le avventure di Lucio Battisti e
Mogol" e 8,90; con "La Storia del Fascismo" e 10,99; con
"Il Diritto" e 15,90; con "I Cesaroni" e 7,90. In Puglia,
Marche, Lazio (no Roma) e nelle province di TV, MO, PR, RE, CR e MN con La
Gazzetta dello Sport e 1,00.
( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il saluto di
Ahmadinejad "Israele sarà spazzata via" La
Germania: no all'Italia nei negoziati con Teheran Il summit Fao Dopo le avance
della Rice, ieri la doccia fredda sulla candidatura italiana al "5+1"
VINCENZO NIGRO ANDREA TARQUINI Mahmoud Ahmadinejad arriva a Roma preceduto
dalla peggiore propaganda anti-israeliana di cui sia capace. Evidentemente il
presidente iraniano, incassata la freddezza con cui verrà accolto al vertice
della Fao, rilancia la retorica politica da far risuonare in Iran e nei paesi
del Golfo. "Israele ormai è alla fine e sarà
presto eliminato dalle carte geografiche", dice. Il presidente iraniano
ieri ha riservato un affondo anche agli Usa, "il tempo della caduta e
dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è iniziato",
mantenendo la tradizionale simmetria negli attacchi al "piccolo Satana" israeliano e al "grande Satana"
nordamericano. Ahmadinejad parlava agli ospiti stranieri arrivati a Teheran per
l'anniversario della morte di Khomeini. L'ayatollah ne aveva sempre dette di
tutti i colori contro Israele, ma da quando Ahmadinejad è diventato presidente gli slogan, gli
auspici, le sparate contro Israele, contro la Shoah e contro l'America sono diventate
continue ed ossessive. Per tutto questo Silvio Berlusconi e Franco Frattini
hanno escluso qualsiasi incontro bilaterale col presidente iraniano, e lo
stesso papa Benedetto è stato costretto a cancellare tutte le udienze ai capi
di Stato che saranno a Roma pur di non incontrare il negazionista di Teheran.
Secondo l'Ansa da Teheran, a questo punto il presidente potrebbe anche
accorciare la sua visita a Roma. Per l'Italia la questione-Iran è sempre stata
molto delicata, e lo è anche adesso col nuovo governo Berlusconi. Con una
scelta fatta nel 2003, il precedente governo Berlusconi rifiutò di guidare il
gruppo di paesi europei che hanno negoziato con Teheran la questione nucleare
(Francia, Gran Bretagna e Germania). Gli "Eu 3" si unirono più tardi
ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu per formare il cosiddetto
"5+1", che con Usa, Russia e Cina è diventato il direttorio del mondo
sul nucleare iraniano. Un gruppo di Paesi che discute la questione più delicata
nella politica estera del Grande Medio Oriente e delle politiche energetiche
mondiali. Nei due anni trascorsi alla Farnesina, Romano Prodi e Massimo D'Alema
hanno fatto di tutto per riportare l'Italia nel negoziato, e adesso ci sta
provando Franco Frattini, che giovedì ne ha parlato con Condoleezza Rice a
Stoccolma. Frattini ha fatto l'errore di annunciare candidamente che "gli
Usa sono a favore di un ingresso dell'Italia nel 5+1". Ieri però è
arrivata la doccia fredda: confermando l'opposizione che tutti conoscevano, la
Germania ha chiuso la porta all'Italia. Il portavoce tedesco Ulrich Wilhelm ha
detto seccamente che "una modifica del formato attuale del 5+1 non sarà
presa in considerazione, i negoziati con Teheran per bloccare l'arricchimento
dell'uranio già avvengono in stretta sintonia con gli altri stati dell'Unione
europea". Altre fonti del governo tedesco dicono a Repubblica che
"non c'è nessuna preclusione al nuovo governo italiano, ma la formula del
5+1 funziona così e non va toccata, sarebbe un segnale sbagliato anche verso
gli iraniani. E tra l'altro anche gli altri 5 non è che poi siano così
favorevoli all'Italia come fanno credere!". A Stoccolma Condoleezza Rice
l'aveva già detto a Frattini, così come lo ripeteva a D'Alema (che però non lo
rivelava ai giornalisti): "Guardate che noi americani siamo d'accordo,
sono gli altri europei che non vi vogliono nel 5+1, mettetevi d'accordo tra di
voi". Ieri la Farnesina, in imbarazzo, è stata costretta a replicare
sostenendo che "l'Italia è in grado di imprimere una svolta all'evoluzione
del negoziato con Teheran, sia nell'ottica dell'applicazione delle sanzioni che
in quella dell'offerta all'Iran di un pacchetto negoziale più ampio ed
articolato". è un argomento molto debole: l'Italia con Prodi e D'Alema
aveva di fatto congelato le sanzioni europee all'Iran, e solo continuando con
questa politica (che l'ambasciatore americano a Roma Spogli ha definito
semplicemente "un ricatto") forse l'ingresso sarebbe stato possibile.
Adesso che l'Italia si è allineata agli Usa non ha più nessuna carta negoziale
in mano: entrare nel "5+1" sarebbe solo un regalo.
( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
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Obama a un passo
dalla Storia Hillary: "Potrei fare la vice" Il senatore sarà il primo
nero candidato alla presidenza Usa Nella notte gli ultimi voti in South Dakota
e Montana Con Barack anche Jimmy Carter (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DAL NOSTRO
INVIATO mario calabresi Hillary Clinton, che ieri sera a New York ha tenuto il
suo discorso di addio alla campagna, ha resistito fino all'ultimo all'idea di
concedere la vittoria all'avversario ma poi, con un ultimo colpo di scena, ha
fatto filtrare la disponibilità a correre come vice di Obama. è stato Charlie
Rangel, il potente deputato nero di Harlem ad annunciarlo, ed immediatamente
l'inimmaginabile è diventato possibile. Le televisioni americane, che fino alle
tre del pomeriggio avevano mandato in onda la guerra infinita tra i due, sono
state costrette a raccontare un nuovo e inaspettato capitolo, in cui contro
John McCain potrebbe correre il "ticket dei sogni" Barack-Hillary. L'ipotesi,
che fino all'ora di pranzo era considerata non percorribile, è diventata reale
quando Hillary ha detto al telefono ad un gruppo di colleghi parlamentari di
New York: "Sono aperta a questa possibilità se aiuterà il Partito a
strappare la Casa Bianca ai repubblicani". La volata finale però era stata
di tutt'altro segno, anzi aveva visto i due candidati combattere una battaglia
mediatica e psicologica per determinare i tempi del verdetto ufficiale. Obama
voleva chiudere subito la partita per poter già lanciare la sfida a John McCain
nel suo discorso serale a St. Paul, il luogo in cui si terrà a settembre la
Convention repubblicana. La Clinton invece aveva lavorato per rallentare la
vittoria di una notte ancora, così da chiudere la sua campagna non con
l'annuncio del ritiro ma con la rivendicazione di aver conquistato più voti e
con l'orgoglio di essere rimasta in piedi fino al gong finale. Nessuno aveva
più dubbi che Obama sarebbe diventato lo sfidante democratico, ma in una
giornata piena di sorprese, mentre si votava in South Dakota e Montana, è
diventato impossibile prevedere l'esatto momento della vittoria. Obama e la sua
squadra hanno passato ore al telefono per cercare di far coincidere la chiusura
delle urne (alle tre di notte italiane) con l'annuncio della conquista della
nomination, per farlo era necessario incassare l'appoggio di almeno 25
superdelegati tra i quasi 200 ancora indecisi. Tra questi è stato annunciato il
sostegno dell'ex presidente Jimmy Carter. Ieri mattina al senatore nero mancavano
40 delegati alla vittoria, ma da subito sono cominciate ad arrivare le adesioni
dei superdelegati, così all'ora di pranzo i voti mancanti erano diventati 30 e
in serata con il risultato di South Dakota e Montana erano scesi a 15. Obama ha
fatto di tutto per conquistarli subito, sottolineando che "prima riusciamo
a chiudere la sfida, prima riusciamo a ricompattare il partito e prima potremo
concentrarci su John McCain e le elezioni di novembre". Ma molti
superdelegati (che sono membri del Congresso, funzionari e vecchie glorie del
Partito democratico) hanno chiesto di poter aspettare la fine del discorso di
Hillary o l'alba di oggi per non umiliare l'ex first lady e concederle il
diritto ad un uscita onorevole. Di prima mattina era circolata l'ipotesi che la
Clinton fosse disponibile a riconoscere la vittoria di Obama nel suo discorso
newyorkese, ma il suo portavoce, il fedelissimo Terry McAuliffe, aveva smentito
sottolineando che la notizia era destituita di ogni fondamento, che lei non
aveva ancora perso e che anzi avrebbe rivendicato i 18 milioni di voti
conquistati e le sue vittorie negli Stati chiave come Ohio, Michigan e
Pennsylvania. Più tardi aveva aggiunto che lei si sarebbe congratulata solo
quando la matematica avesse incoronato Obama e non un minuto prima. L'ex first
lady era rimasta chiusa con il marito, la figlia Chelsea e il suo staff, nella
casa di Chappaqua, a nord di New York, assediata dai giornalisti, e aveva
congelato ogni iniziativa elettorale. Sembrava prigioniera della sconfitta e nell'angolo,
ma invece nel primo pomeriggio, in una telefonata simultanea con alcuni
congressisti democratici, ha giocato la sua ultima carta dicendo di essere
pronta a fare da vice a Barack Obama. Lo ha fatto grazie ad una domanda della
deputata di origine portoricana Nydia Velazquez, che rappresenta al Congresso
Brooklyn e il Queens. La Velazquez aveva osservato che se Obama vuole fare
breccia in alcune categorie di elettori chiave, a partire dagli ispanici,
dovrebbe scegliere la senatrice come numero due. Hillary ha risposto di essere
aperta all'idea. Obama prima del suo discorso a St. Paul non ha commentato
l'ipotesi, i due oggi sono attesi a Washington dove interverranno alla riunione
anuale dell'Aipac, la più influente lobby pro - Israele d'America. Obama ha fatto sapere
che già domenica scorsa aveva chiamato la Clinton e le aveva proposto di
incontrarsi "quando la polvere si sarà posata" in un giorno e in un
luogo scelti da lei. Poi è passato a corteggiare gli uomini dello staff di
Hillary che hanno lavorato alla raccolta fondi, invitandoli ad una
riunione a Chicago per il 19 giugno. Obama, che ha già raccolto il triplo dei
soldi di McCain, è convinto che l'unione della sua portentosa rete di
finanziamenti su internet con gli uomini della senatrice possa portarlo a
incassare fino a mezzo miliardo di dollari.
( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Commenti L'OCCIDENTE
PALLIDO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Se i suoi interlocutori fossero gli europei,
essi avrebbero il diritto di sbeffeggiare quelle tesi singolari, per non
chiamarle corbellerie. Ieri il presidente iraniano ha usato il palcoscenico che
gli aveva offerto la Conferenza di Roma per prendere di petto l'intero sistema
delle relazioni internazionali, deridere le Nazioni Unite, accusare gli Stati
Uniti di cospirazioni diaboliche; e ovviamente riconfermare
che "Israele
sparirà". Poiché Ahmadinejad ha un certo umorismo nero, ha aggiunto che
non intendeva lanciare una minaccia quanto dare "una notizia": la
sparizione prossima ventura di Israele, ha spiegato, è una previsione "scientifica",
formulata da "analisti". Tutto questo in fondo era
prevedibile, da anni l'iraniano sfrutta ogni occasione per ripetere quel che
l'ha reso popolarissimo in Medio Oriente e sgradito in Occidente. All'inizio il
suo messaggio era rudimentale e ruotava intorno a due punti fermi del
khomeinismo, la natura satanica dell'amministrazione americana e l'occupazione
di suolo islamico da parte dell'usurpatore israeliano. Ma se oggi si presta
ascolto ai suoi discorsi si troverà un messaggio più sofisticato, meno
caricaturale. Ciò che Ahmadinejad va dicendo, non a noi ma all'altra parte del
mondo, è che un'era è finita. Gli assetti costruiti dalla Seconda guerra
mondiale, quali oggi sono fotografati dalla composizione del Consiglio di
sicurezza, e il verdetto della Guerra fredda, per il quale gli Stati Uniti non
avevano più rivali, non reggono più alla prova dei fatti. Nuovi protagonisti
avanzano. Nuovi equilibri incombono. Gli europei, gli americani, sono il
passato. Piaccia o no, questa diagnosi non è del tutto peregrina. E invece che
esorcizzarla nel modo solito della politica italiana ? con esternazioni tanto
rumorose quanto innocue ? sarebbe il caso di chiedersi che cosa stia accadendo
e che cosa si potrebbe realisticamente fare per scongiurare che le profezie di
Ahmadinejad si realizzino. Come è fin troppo chiaro, l'avventura americana in
Iraq e la guerra israeliana in Libano si sono risolte in clamorosi successi per
l'Iran, che ha aumentato a dismisura la propria capacità di influenza
nell'area. Consapevole di questo, l'amministrazione Bush ha carezzato a lungo
l'idea di "dare una lezione" agli ayatollah strappando dalle loro
mani la tecnologia nucleare. Un anno fa i più avveduti analisti iraniani
consideravano possibile o probabile un attacco statunitense, nella forma di una
guerra aerea che sarebbe durata settimane, non giorni. Ma una parte consistente
dell'amministrazione americana ha bocciato come impraticabile quel piano. Veti
non meno decisivi sono arrivati dai governi della penisola arabica, cui un
conflitto tra sciiti e sunniti in tutta la regione prometteva solo instabilità,
fanatismo e guai. Scartata l'azione militare sono rimaste le sanzioni
internazionali: che però hanno scarso peso sull'economia iraniana. Ammesso e
non concesso che il boicottaggio economico possa essere efficace, andrebbe reso
più affilato: ma indurire l'embargo contro un Paese produttore di idrocarburi,
con il petrolio a 127 dollari al barile, significa farsi del male. Ancorché
inefficace nelle misure sanzionatorie, l'opposizione occidentale al nucleare iraniano
è debole in punto di diritto e in punto di fatto. Avendo firmato un trattato di
collaborazione militare con l'India dopo che questa aveva costruito la propria
Bomba, Washington non è molto credibile quando pretende di vietare a Teheran le
centrali ad energia atomica. Quantomeno il doppio standard occidentale presta
il fianco all'obiezione iraniana: siete contro di noi non per quello che
facciamo, ma per quello che siamo. Eppure il problema è esattamente quello.
Occorrono mesi, non anni, perché una nazione passi dal nucleare civile al
nucleare militare: e se quella nazione è l'Iran khomeinista, la prospettiva non
può non inquietare. Dunque l'opposizione occidentale è giustificata. Il metodo
adottato però è inefficace e perfino controproducente. Sanzioni, intimazioni,
tensioni internazionali, tutto questo finora ha aiutato il regime a cavalcare i
sentimenti dell'opinione pubblica iraniana, che per gran parte vuole la Bomba,
sia essa islamica o persiana, nazionalista o religiosa. Forse sarebbe meglio
incalzare gli ayatollah su questioni come i diritti umani, cari a tanti
iraniani, e non parlare affatto di nucleare (almeno fin quando non si trovi uno
strumento di coercizione minimamente efficace). Quel che comunque gli
occidentali non possono evitare è il dubbio sulla propria consistenza. Ieri
occorreva uno sforzo notevole per ricondurre ad un minimo comun denominatore le
posizioni espresse dai premier europei sul tema della crisi alimentare. Eppure
la fame è un'alleata dell'estremismo islamico, e un pericolo maggiore di al
Qaeda per i governi arabi filo-occidentali, come l'Egitto di Mubarak.
Ahmadinejad non sarà un genio ma quando dice che "il mondo è in mano a
incompetenti" in fondo fotografa l'inconsistenza di chi suppone di avere
ancora un ruolo di guida, l'Occidente, ma non riesce da tempo ad esprimerlo. Se
poi è in corso un riequilibrio di potere tra economie emerse ed economie
emergenti, tra Paesi trasformatori e Paesi produttori di materie prime, al suo
Iran non mancano i mezzi per entrare nelle future gerarchie mondiali, dalle
immense riserve di idrocarburi, le terze al mondo, ad un'agricoltura che è
anch'essa strumento di influenza (come sa Mubarak, cui Teheran adesso rifiuta
di vendere grano). Dunque il presidente iraniano non farnetica. E a smentire le
sue certezze non saranno le manifestazioni di protesta con le quali ieri Roma
lo ha congedato. Tanto più perché nelle stesse ore il frenetico applauso di
trecento imprenditori italiani confermava ad Ahmadinejad che la furba Europa
conosce l'arte di nascondere con la retorica l'incondizionata disposizione al
business e l'ossequio per gli strumenti reali del potere.
( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XVII - Bologna Stasera un incontro al Museo Ebraico E Gitai racconta il
cinema d'Israele
Nell'ultimo film Amos mostra la liberazione degli insediamenti israeliani della
striscia di Gaza da parte del governo Sharon CHIARA PILATI Per quanto sia uno
stato molto giovane, Israele ha una forte tradizione culturale che deriva da una radicata
identità come popolo e come popolo di Dio. Oggi, a 60 anni dalla sua
fondazione, quella memoria si riflette anche nella produzione culturale
contemporanea che, dopo il melting pot, il pluralismo culturale, la
multietnicità, è giunta alla sintesi. La spinta rinnovatrice si sente in tutte
le arti e naturalmente anche nel cinema, quello che per definizione più da
vicino segue gli sviluppi del presente e che offre al mondo autori come Amos
Gitai (nella foto sotto) in grado di fotografare senza veli la società
contemporanea del suo paese. In occasione delle manifestazioni per il
sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato, il Museo Ebraico che
ospita anche la mostra del fotografo Robert Capa, ha invitato il regista a
tenere una conferenza (programmata nei giorni scorsi e poi rinviata per
l'impossibilità del cineasta a presenziare), questa sera alle 21, sul tema
"Il Cinema in Israele oggi" (via Valdonica,
1/5, gratuito). L'arte del grande schermo si sta facendo strada e le produzioni
stanno aumentando: ogni anno vengono realizzati circa 15 film e sia i veterani
che le giovani leve stanno riscuotendo un notevole successo conquistando non
solo l'attenzione e l'interesse del pubblico israeliano ma anche premi e
partecipazioni a festival internazionali, come per l'ultima pellicola di Gitai
da poco presentata a Cannes, "Désengagement", con Juliette Binoche e
Jeanne Moreau. Da ventisette anni Gitai racconta della sua terra in veri e
propri "instant movie" che evitano giudizi personali di merito
lasciando allo spettatore la possibilità di prendere posizione come accade in
questo ultimo lavoro nel quale mostra la liberazione degli insediamenti
israeliani della striscia di Gaza da parte del governo Sharon.
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-04 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE Affinità Incontro con gli imprenditori "Siamo il Paese più
sicuro, venite a investire da noi" ROMA - "L'Iran è il Paese più
sicuro del mondo e l'Italia è il nostro primo partner commerciale europeo,
venite a investire da noi, gli Usa fanno solo propaganda ma la globalizzazione
non può fermare gli scambi ". In un Hilton superblindato fin dalle prime
curve di Monte Mario, il presidente della Repubblica iraniana Mahmoud
Ahmadinejad incontra una delegazione di imprenditori italiani. Sono un
centinaio, in rappresentanza di una cinquantina di imprese per lo più medio
piccole, ma ci sono manager anche di Enel, Eni, Mediobanca e alcuni
"osservatori" del ministero dello Sviluppo economico. Ahmadinejad abbandona la polemica con Israele e passa al business. Comincia citando alcuni versetti del Corano
ma ad andare al sodo ci mette poco: "Con l'Italia ci sono affinità
culturali e sociali fortissime, il nostro interscambio è di 6 miliardi di euro
ma in pochi anni potrebbe arrivare a 20". Poi, in alcuni passaggi
il presidente iraniano si lascia prendere la mano dall'ideologia: "Voi
cercate il profitto ma non c'è solo quello, più importanti sono la pace e la
speranza". Per il resto il messaggio è concreto: "L'Iran punta a una
grande svolta economica. Abbiamo recentemente firmato accordi nel gas e.
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-04 num: - pag: 3 categoria:
REDAZIONALE Bipartisan Folla in Campidoglio Ebrei in corteo con "Free
Iran" "Non c'è posto per il tiranno" L'iniziativa del
"Riformista". In corteo dal Ghetto al Circo Massimo. Alemanno: via le
luci dei palazzi ROMA - All'ultimo minuto, sulla piazza del Campidoglio, è
arrivato l'ambasciatore israeliano Gideon Meir con la
moglie. L'ambasciatore in Italia s'è messo in disparte, lontano dal palco
bipartisan, vicino però al maxischermo dove venivano proiettate le immagini
delle torture subìte dal popolo iraniano. "Free Iran", Iran libero,
era questo il titolo della manifestazione lanciata dal quotidiano Il Riformista
in occasione della visita del presidente iraniano Ahmadinejad per il
vertice Fao. Ed è stato un lungo giorno di mobilitazione anche per la comunità
ebraica di Roma, che ha accolto Ahmadinejad lanciando volantini dal Colosseo
("Non ti vogliamo"), stendendo teloni neri in segno di lutto sulla
scalinata di Trinità dei Monti e marciando in corteo spontaneo dal Ghetto fino
alla zona rossa del Circo Massimo. Alle nove di sera, poi, il sindaco Gianni
Alemanno ha fatto spegnere tutte le luci dei palazzi capitolini per esprimere
"lo sdegno di Roma" nei confronti delle orrende parole pronunciate
anche ieri da Ahmadinejad. "Questo non è un Paese per tiranni - ha detto
Antonio Polito, il direttore del Riformista -. Il tiranno alla fine se ne va a
testa bassa, dopo aver ricevuto molte porte chiuse in faccia". Applausi
dalla piazza, dove sventolavano bandiere d'Israele,
dei Resistenti iraniani, dei Radicali, dell'Arcigay, dei sindacati (Cisl e
Ugl). Soddisfatto Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana:
"Oggi mi sento orgoglioso di essere italiano". "Noi israeliani
siamo grati a Berlusconi per la politica adottata - ha aggiunto l'ambasciatore
Gideon Meir -. La politica, cioè, di non incontrare gente che chiama alla
distruzione di altri Paesi o che non rispetta i diritti umani". Piazza
bipartisan: il ministro Andrea Ronchi e Goffredo Bettini, il leghista Castelli
e Furio Colombo. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha concluso così:
"La nostra manifestazione non è contro qualcuno, ma per qualcosa. Per la
libertà di un popolo oppresso dalla dittatura e per il desiderio di pace in
tutta la regione e nel mondo". In piazza Partecipanti alla manifestazione
bipartisan contro Ahmadinejad in Campidoglio sventolano la bandiera israeliana
Fabrizio Caccia.
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-04 num: - pag: 9 categoria:
REDAZIONALE Al traguardo è il primo candidato nero alla presidenza Obama ora
prepara la nuova guerra con McCain il duro La sfida con il repubblicano si
annuncia piena di insidie. La lunga marcia delle primarie ha svelato tutte le
debolezze del senatore dell'Illinois che ora dovrà trovare il modo di
conquistare l'americano medio Gli operai bianchi lo scoglio del senatore DAL
NOSTRO INVIATO ST. PAUL (Minnesota) - Barack Hussein Obama. è bene ricordare
per intero questo nome, ora che anche i numeri dicono che sarà lui, il senatore
afro-americano venuto dal nulla, "un padre dal Kenya, una madre dal Kansas
e una storia che poteva succedere solo negli Stati Uniti d'America", il
candidato democratico per la Casa Bianca nel prossimo novembre. Anche se più di
una volata, quella di Obama è stata una camminata verso il traguardo, verso la
sicurezza matematica della nomination. L'insurrezione di Hillary Clinton,
reincarnatasi da favorita a ribelle, ne ha rallentato la marcia, che era
apparsa irresistibile durante le undici vittorie consecutive strappate in
febbraio. Dopo il 4 marzo, quando l'ex first-lady era risorta in Ohio e Texas,
Obama ha vinto infatti solo 6 delle 14 primarie o caucus in calendario. Il
finale affaticato di Barack nulla toglie alla dimensione storica dell'impresa.
Quella del primo afro-americano dall'abolizione della schiavitù negli Stati
Uniti, che diventa il prescelto di uno dei due grandi partiti e ha buone
probabilità di conquistare la Casa Bianca nelle elezioni di novembre. Ma
segnala debolezze precise e pone una serie di sfide, che Obama e i suoi
strateghi dovranno affrontare e risolvere, in vista della battaglia con John
McCain, sicuramente il miglior candidato possibile per un partito repubblicano
pur depresso e a livelli abissali di popolarità. "Obama ha dimostrato di
saper condurre una campagna, ora è meglio che si prepari per una guerra",
ha scritto Newsweek. La prima emergenza sarà quella di svelenire il clima interno
e riconciliare il partito democratico, mostrandosi generoso e inclusivo verso
Hillary e i suoi seguaci. Cinque mesi di primarie combattute allo spasimo,
hanno mobilitato i progressisti, dando loro energia ed entusiasmo, ma li hanno
lasciati divisi e gonfi di rancore. Obama ha già cominciato a farlo:
"Abbiamo molto lavoro davanti per riunificare il partito - ha detto
domenica -. Hillary Clinton è un eccezionale servitore dello Stato, ha condotto
una campagna formidabile e in novembre lavoreremo insieme per sconfiggere John
McCain". Sarà questo anche un test decisivo, per la mistica della sua
candidatura: Obama vince e affascina oltre le barriere di partito, anche
promettendo di unificare il Paese, lacerato dalle politiche divisive di George
W. Bush. Può intanto dimostrare di saperlo fare in casa sua. Non è però
scontato che ciò significhi offrire a Hillary Clinton la vicepresidenza,
incarico che lei si dice ora pronta ad accettare e che una parte del popolo
democratico sogna. Il processo di selezione è di fatto cominciato. Ma troppi
sono i criteri da considerare, tanti i papabili e soprattutto molte le
contro-indicazioni a una scelta che sembrerebbe contraddire il messaggio di
cambiamento predicato da Obama, per formulare una previsione credibile. Un incontro
tra i due nei prossimi giorni è comunque sicuro. Nella telefonata di
congratulazioni a Hillary per la sua vittoria a Porto Rico, Obama le ha detto:
"Una volta calmate le acque, sono pronto a incontrarti, scegli tu dove e
quando". Ma Hillary è solo uno dei problemi di Barack. C'è per esempio la
sua scarsa presa nell'elettorato ebraico, elemento decisivo della coalizione
democratica. Stamane, Obama va a parlare a Washington davanti all'Aipac, la più
influente delle organizzazioni pro-israeliane d'America dove lunedì McCain ha
raccolto un'ovazione. Ma ci vorrà più di un discorso, di fronte alla campagna
di calunnie, che da mesi tenta di far passare Obama come
ostile a Israele. Non
ultimo, il candidato democratico dovrà lavorare molto per far meglio tra i bluecollars,
gli operai bianchi e le persone senza istruzione superiore, che in tutti gli
Stati dov'erano presenti in forze, dall'Ohio alla Pennsylvania, gli hanno
sempre preferito Hillary e che ora potrebbero migrare verso McCain. Un
tema che tocca la corda più profonda della candidatura di Obama, quella che
solo a tratti emerge nel dibattito pubblico: è pronta l'America a eleggere un
presidente nero? è questo il grande interrogativo irrisolto di una
straordinaria stagione, che è già una pagina di Storia. Paolo Valentino
Vincente Barack Obama è a un passo dalla nomination democratica alla presidenza
dopo cinque mesi di battaglia #.
( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Notizie Afghanistan
"Altri dieci anni di occupazione Servirebbero 400mila soldati" Il
generale americano, David McKiernan, ha assunto il comando dei 50mila militari
della forza Isaf in Afghanistan. Passando il testimone al suo successore, il
generale Usa Dan McNeill ha dichiarato che, per vincere la guerra, la Nato ha
bisogno di molti più uomini e mezzi. "Non mi riferisco solo agli Stati
Uniti" ha spiegato il generale, suggerendo che, per rendere efficaci le
operazioni di contro-guerriglia, in Afghanistan ci sarebbe bisogno di 400.000
soldati. E le truppe internazionali (tra cui i 2.500 italiani) dovranno
probabilmente restare in Afghanistan per almeno cinque o forse dieci anni. Ad
affermarlo è stato il ministro della Difesa tedesco, Franz Josef Jung. Lungo
questo periodo militari e polizia afghani dovranno acquisire la capacità di
garantire in proprio la sicurezza nel paese: solo allora le forze
internazionali potranno cominciare a prendere in considerazione la possibilità
di un ritiro delle truppe. Palestina Olmert: ok alla costruzione di ottocento case nelle colonie Il via libera alla
costruzione di 884 alloggi a Gerusalemme è stato dato dal primo ministro israeliano
Ehud Olmert prima della sua partenza per gli Stati Uniti, l'altro ieri sera. La
decisione è stata criticata dagli Stati Uniti. "Pensiamo che nuove colonie
non debbano più essere costruite" ha detto la portavoce della Casa Bianca
Dana Perino. Olmert deve incontrare a Washington il presidente
statunitense George W. Bush. Germania La comunità ebraica tedesca contro
l'Hitler di cera Aumenta la polemica in Germania sulla statua di cera di Adolf
Hitler, che sarà esposta nel nuovo museo Madame Tussaud, di prossima apertura,
a Berlino. La comunità ebraica ha giudicato ieri "inaccettabile"
un'installazione senza adeguate spiegazioni che l'accompagnino. Tesi condivisa
dai responsabili del museo, i quali hanno scritto al sindaco di Berlino Klaus Wowereit
per informarlo che accanto alla statua verranno sistemati appositi pannelli con
informazioni sugli orrori del nazismo. Sarà vietato anche fotografare la
statua. Germania Ecco le bombe "verdi": letali ma salvaguardano
l'ambiente Presto negli arsenali delle potenze mondiali potrebbero esserci
anche le eco-bombe, cioè ordigni esplosivi "verdi" altrettanto
devastanti di quelli convenzionali, ma meno nocivi per l'ambiente. A crearle è
stato un gruppo di ricercatori tedeschi dell'Università di Monaco, che
pubblicherà i risultati sulla rivista Usa "Chemistry of Materials".
( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Documenta",
quelle immagini vive sulla realtà Anche quest'anno il festival spagnolo svela
un respiro internazionale. Trovano spazio realtà extraeuropee e retrospettive
dedicate a Faroki e al francese Philibert Lucia Vannucchi Madrid "Le formule
della fiction ormai si sono esaurite" commenta Mercedes Alvarez,
multipremiata documentarista spagnola e membro della giuria di Documenta
Madrid: un festival dedicato esclusivamente a diffondere e potenziare il genere
del documentario e che attualmente vanta di avere la più alta affluenza di
pubblico tra tutti i festival della capitale. "Il cinema di genere sembra
che non abbia più tanta risonanza e capacità di far presa su quella parte di
pubblico aperta a nuovi modi di narrare, a una visione non formattata della
realtà". È l'affermazione della fusione degli stili, dell'ibrido, quindi.
Alla sua quinta edizione è divenuto non solo vetrina del miglior cinema
documentario internazionale (quest'anno sono state proiettati 105 film di 38
nazionalità diverse nelle sezioni competitive) ma anche un punto d'incontro
annuale tra i professionisti del settore, i creatori ed il pubblico. A questo
proposito sono stati creati tre blocchi di attività: proiezioni nelle sale
pubbliche e private rispettando i formati e le lingue originali, attività
parallele (esposizioni, presentazioni, tavole rotonde, incontri) e attività di
formazione (conferenze, lezioni magistrali, seminari..). Alla domanda se si
stia assistendo all'auge del documentario in questo momento la Alvarez ci
risponde: "Credo che sia eccessivo dirlo. Piuttosto parlerei della
maggiore accessibilità al fare cinema data dall'avvento del digitale. Adesso
chiunque con una camera ed un microfono può filmare uno spaccato di realtà.
Questo ha fatto sì che esistano documentari da ogni parte del mondo e
innumerevoli festivals come questo; finestre aperte sulle più diverse
realtà". Piatto forte del festival è la sezione competitiva in cui hanno
concorso lungometraggi, cortometraggi e reportages. Abbiamo visto - con enorme
varietà di stili e linguaggi - alcune proposte più puramente estetiche e
innovatrici, altre più propriamente calate nel tessuto sociale, culturale,
artistico o ambientale relazionato al tema trattato. Di forte impatto sono
state quelle dedicate a realtà extraeuropee, molte delle quali con carattere di
denuncia, come 4 de Julio, la massacre de San Patricio degli argentini Juan
Pablo Younge, Pablo Zubizarreta. Il film fa luce su un fatto di sangue avvenuto
nel 1976: l'assassinio di tre sacerdoti e tre seminaristi della congregazione
pallottina di Buenos Aires. Attraverso testimonianze dirette di quel periodo,
si indaga sul movente di un crimine di cui, con il silenzio della Chiesa, si
occultarono le prove che avrebbero posto sul banco degli imputati un unico accusato:il
governo militare. O come Rough Cut della giovane regista iraniana, Firouzeh
Khosrovani ci presenta un Iran che ancora si ostina a non cambiare: il divieto
di esporre in vetrina abiti con manichini, perché attirerebbero
"troppo" l'attenzione dei passanti, è di per sé un fatto
sufficientemente significativo per misurare il grado di emancipazione di quella
società; un tema ormai conosciuto, abbordato però in forma originale. O come
infine To see if I'm smiling di Yarom Tamar, che ci offre la sconcertante
testimonianza di sei donne israeliane, che parlano della loro vita
nell'esercito e della loro esperienza nei territori occupati, del potere che fu
loro conferito a soli 18 anni per controllare la popolazione palestinese. Un
punto di vista femminile su una guerra interminabile e sui dilemmi morali che
questa impone. Tra i film presentati nella sezione competitiva nazionale
spagnola risultano particolarmente interessanti le produzioni indipendenti che
ritrattano realtà marginali o legate al tema dell'immigrazione come il
cortometraggio El sastre del barcellonese Oscar Perez Ramirez, dove il regista
riporta, senza intervenire, la giornata di un sarto pachistano e del suo
aiutante indiano, che lavora per lui illegalmente per un somma irrisoria di
denaro. Il film è girato a Barcellona, nello spazio claustrofobico del negozio
del protagonista. L'interazione dei due uomini, che spesso acquista toni di
comicità, riesce a sdrammatizzare la realtà di solitudine ed isolamento che li
accomuna. O come Harraga, di Eva Hernandez Manzano e Mario de la Torre
Espinosa, che entrano invece in maniera diretta nel dramma dell'emigrazione
clandestina mostrandoci la realtà dei bambini di strada di Tangeri: quelli che
ancora vedono la fuga verso l'Europa come unica via d'uscita al proprio inferno
quotidiano e quelli - pochi - che sono riusciti a reinserirsi. Una sezione a
parte è stata dedicata alle produzioni contemporanee latinoamericane (Pantalla
latinoamericana) - che indagano sulla memoria collettiva di paesi come Argentina,
Brasile, Cile, Messico, Panama o Paraguay - ed a quelle arabe (Pantalla arabe) con contributi cinematografici provenienti da Marocco, Egitto,
Libano, Siria e Palestina.
Un ampio spazio è stato dato anche alle retrospettive: sull'opera ed il
contributo critico del regista tedesco Harun Faroki, su una quasi sconosciuta
produzione documentaria di Antonioni ed sull'ormai consacrato regista francese
Nicolas Philibert. In coincidenza con il quarantesimo l'anniversario del
'68 il festival ha dedicato anche la prima parte del ciclo Echando la vista
atràs al cinema militante di quel periodo, con una serie di titoli classici
legati ad autori quali Fernando Solanas, Chris Marker, Alain Resnais, Godard,
Saul Landau, Agnes Varda, che ritrattano i movimenti sociali esplosi in quel
periodo in Francia, Stati uniti, America Latina ed Europa dell'est,. La seconda
parte è invece totalmente incentrata su quel fenomeno artistico e musicale (la
cosiddetta movida) che segnò la vita sociale e culturale della Spagna
postfranchista e che ebbe i suoi centri nevralgici a Madrid,
Barcellona,Valenzia e Vigo. Documenta è divenuto quindi un appuntamento
ineludibile per chi è interessato a questo genere ancora minoritario, ma che
svolge ed ha svolto un ruolo fondamentale nel rinnovamento del linguaggio
cinematografico, perché "la volontà di svelare le false apparenze della
realtà, di mostrare la propria visione critica della storia, della politica, di
fomentare uno sguardo nuovo sul mondo, è quella che muove il
documentarista" sostiene la Alvarez e ribadisce Nicolas Philibert nella
sua lezione tenuta in un gremito auditorio dell'Istituto francese.
"Resistete", sottolinea bene Philibert, "cercate di liberarvi
dalle norme della televisione. In questa società dell'intrattenimento, dello
spettacolo generalizzato, non permettete che il documentario perda la sua
vitalità politica, non rinunciate alla sua dimensione soggettiva".
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-04 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE Fatti gli Affari Esteri di MAURIZIO CAPRARA Sapienza-Iran per soli
uomini Se si parla dei legami tra Italia e Iran, il pensiero va dritto agli
affari. L'interscambio, che nel 2007 è stato di sei miliardi di euro, rende in
Europa il nostro Paese il primo partner commerciale della Repubblica islamica.
Ma di collegamenti ce ne sono anche altri: gli studenti che si interessano di
questioni iraniane non sono soltanto quelli che ieri protestavano contro le minacce di Mahmoud Ahmadinejad al sacrosanto diritto di
Israele a esistere. Prova
ne è che tra gli imprenditori riuniti in serata all'hotel Hilton per ascoltare
il presidente venuto da Teheran c'era anche il preside della facoltà di Studi
orientali della "Sapienza ", Federico Masini. "L'Iran è il Paese
con il quale la nostra università ha il maggior numero di accordi",
spiega Masini. "Ogni anno ci mandiamo a studiare 15 studenti. Vanno a
Isfahan e tornano entusiasti da un campus fantastico. In genere, dopo trovano
sbocchi lavorativi", dice il professore. Si capisce perché l'ufficio
dell'ambasciatore iraniano Abolfazl Zohrevand abbia invitato Masini. La sua
facoltà, fra l'altro, ha pubblicato l'unico dizionario italiano-persiano
stampato di recente nel nostro Paese. "In Iran non riusciamo a mandare
ragazze. Le famiglie non si fidano", racconta Masini. Però non dispera.
Federico Masini Abolfazl Zohrevand.
( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Manifestazioni in
tutta la città. Il vicedirettore di Adnkronos international, l'iraniano Rafat,
bloccato all'ingresso del vertice Mi. B. Roma "Dopo le ultime
dichiarazioni di quel tiranno, abbiamo deciso di venire qui per dichiarare il nostro
dissenso per la presenza di Ahmadinejad al vertice". Sono circa
trecentocinquanta ebrei romani, partono dal Portico d'Ottavia e arrivano fino a
piazzale Ugo La Malfa, prima della zona rossa che circonda il palazzo della
Fao. Una manifestazione spontanea, con bandiere dello stato
di Israele, preceduta dal
lancio, dal primo piano del Colosseo, di venticinquemila volantini con
raffigurato Ahmadinejad dietro un segno di divieto e scritte come "non
posso entrare". In diverse zone della città, in via del Traforo, intorno a
San Pietro, vicino al Colosseo, i giovani ebrei romani affiggono striscioni con
scritto "l'Italia democratica rifiuta il tiranno Ahmadinejad"
e "con l'Iran democratico contro dittatore terrorista, Ahmadinejad fuori
da Roma". Il Riformista dà invece appuntamento in piazza del Campidoglio:
dalle nove di sera le luci si spengono per quindici minuti, "un gesto
finora mai fatto", rivendica il sindaco di Roma Gianni Alemanno, ma
"necessario" perché "nel 2008 non è più possibile lanciare
segnali di intolleranza e di sterminio nei confronti di un altro stato".
Nel 2008. Sotto il palazzo senatorio, per la manifestazione lanciata dal
quotidiano diretto da Antonio Polito, promosso dal capogruppo del Pdl al senato
Maurizio Gasparri "garante della dei valori della libertà e della
democrazia nel mondo", c'è il governo (Andrea Ronchi e Carlo Giovanardi),
c'è la maggioranza Lega compresa, con Castelli che vuole essere "al fianco
di tutti i popoli che lottano per la libertà", e c'è l'opposizione. C'è il
sindaco, appunto, e c'è il presidente della provincia, il Pd Nicola Zingaretti.
"Abbiamo dimostrato ad Ahmadinejad che in Italia si è divisi su tutto,
grazie al cielo, perché esiste una democrazia. Ma ci sono valori comuni nei
quali si è uniti e lo testimonia la presenza stasera qui di forze politiche di
diversi schieramenti", ringrazia il presidente della comunità ebraica di
Roma, Riccardo Pacifici. Invitato da Polito a coordinare insieme a lui gli
interventi della serata, nella piazza sulla quale sventolano bandiere
israeliane, iraniane, dell'Arcigay e dell'Ugl (sul Campidoglio, contro
Ahmadinejad c'è anche la leader del sindacato Renata Polverini), prende la
parola tra i tanti altri Ahmad Rafat, uno dei promotori della manifestazione,
il giornalista iraniano vicedirettore di Aki-Adnkronos international dichiarato
"persona non gradita" al vertice Fao: "Ahmadinejad ha avuto
paura delle mie domande scomode", per questo, dopo essere stato bloccato
dalla sicurezza all'ingresso del palazzo della Fao, gli è stato ritirato il
pass, spiega. Fin dalla mattina l'episodio suscita tantissime proteste: il
sindacato dei giornalisti, la Fnsi, chiede alle autorità di intervenire,
palazzo Chigi declina ogni "responsabilità di sorta" sugli accrediti
per il vertice, dopodiché il ministro degli esteri Franco Frattini fa sapere di
aver chiesto delucidazioni al rappresentante permanente italiano presso la Fao
Pietro Sebastiani. A sera è lo stesso Rafat a riferire: "Mi volevano
riammettere, ma ho rifiutato perché debbono spiegarmi le ragioni del ritiro del
mio pass e debbono chiedermi scusa". Il giornalista spiega di essere stato
chiamato da un alto funzionario dell'ambasciata statunitense a Roma che gli ha
chiesto cosa fosse accaduto. Poi l'ambasciata americana ha contattato la Fao
che a quel punto ha deciso di riammettere Rafat. Ma il giornalista rifiuta di
tornare: "Sono stato umiliato".
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-06-04 num: - pag: 9 categoria:
REDAZIONALE FAUST Mefistofele antinazista nel dramma "IOEIO" di Else
Lasker SchÜler Per il saggio dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica
"Silvio D'Amico", è in scena un testo della poetessa tedesca Else
Lasker SchÜler, dal titolo "IOEIO ". Sarà presentato stasera e domani
sul palcoscenico del Teatro Quirino (via delle Vergini 7, ore 21, tel.
06.6794585 - 800013616), nella traduzione, nell'allestimento e con le regia di
Cesare Lievi. Gli interpreti sono gli allievi del terzo anno di recitazione
dell'Accademia "D'Amico". Else Lasker SchÜler è considerata una delle
più grandi poetesse della letteratura tedesca del secolo scorso. La sua opera
ha suscitato in passato reazioni discordi, anche se Karl Kraus la definiva
"il più forte e impervio fenomeno lirico della Gemania moderna". La
scrittrice amava recitare in pubblico i suoi versi, provocando spesso scandalo
e proteste, ottenendo senza soluzioni intermedie o critiche osannanti oppure
stroncature senza appello. Nata nel 1869, quella di Else, ebrea nella Germania
del delirio nazista, è stata una vita difficile. Costretta alla miseria, visse
di aiuti (tra i suoi benefattori figurò anche il filosofo Ludwig Wittgenstein).
Nel 1932 le fu conferito il prestigioso premio Kleist, ma l'anno dopo i nazisti
la costrinsero all'esilio, mettendo al bando la sua opera. Dopo un breve
soggiorno trascorso in Svizzera, Else raggiunse finalmente Gerusalemme, dove
morì nel
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-06-04 num: - pag: 56 categoria:
BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Fao, il caso Iran Al vertice Fao di Roma
scoppia il caso del presidente iraniano Ahmadinejad, che
attacca di nuovo Israele:
"Noi sappiamo che gli europei non amano i sionisti e non vogliono che
vivano in Europa. Ce ne siamo resi conto...". Corteo della comunità
ebraica contro il leader di Teheran. Clinton, ultimo atto Si concludono, con il
Sud Dakota e il Montana, le primarie democratiche per le presidenziali Usa.
Obama sembra destinato alla vittoria. E la Clinton si dice pronta ad accettare
il ruolo di vicepresidente dell'avversario. Focus La giustizia minorile Viaggio
nella giustizia minorile, in questi ultimi tempi nell'occhio del ciclone per
alcune decisioni discusse come quella di togliere alla famiglia i bimbi di
Basiglio. Il nodo del rapporto con i servizi sociali. Politica Berlusconi e i
clandestini Entrare clandestinamente in Italia non sarà più un reato, al massimo
un'aggravante per chi commette altri reati. Lo ha detto Silvio Berlusconi, con
una marcia indietro che ha spiazzato un po' tutti e ha aperto uno scontro con
la Lega. Esteri Il vademecum per Pechino E' stato pubblicato dagli
organizzatori cinesi dei Giochi olimpici di Pechino un vademecum di regole (da
quel che si porta a ciò che si urla allo stadio) che dovrà essere rispettato
dai visitatori. Chi trasgredisce rischia anche la prigione. Cronache Arrestato
Cecchi Gori "Finte operazioni di riorganizzazione societaria, passaggi di
quote azionarie e operazioni commerciali simulate, anche con società
estere". Sono le ipotesi di reato che hanno portato all'arresto di
Vittorio Cecchi Gori e di due suoi collaboratori in seguito al crac da 25
milioni della "Safin Cinematografica ". Economia A giugno la Robin
Hood Il governo italiano intende varare già tra giugno e luglio prossimi la
Robin Hood Tax, orientata a ridurre i superprofitti dei petrolieri, a frenare
la speculazione collegabile agli aumenti dei prezzi dei carburanti e a
recuperare risorse da destinare ai cittadini. Lo ha detto il ministro
dell'Economia Tremonti. Cultura L'amore nel gulag L'ultimo libro di Martin
Amis, La casa degli incontri, descrive gli incontri che i prigionieri del gulag
avevano con le mogli in un apposito "chalet": uno straziante abisso
di degradazione. Spettacoli Supereroe superscarso Anteprima mondiale di
Hancock, l'ultimo film con Will Smith: storia di un supereroe dotato di poteri
speciali ma che va alla deriva e cerca di rilanciare la propria immagine. Una
presa in giro dei nuovi miti americani. Sport Ecco Mourinho Presentazione
ufficiale del nuovo allenatore nerazzurro, il portoghese José Mario Mourinho.
Che dice: "Sono arrivato in un grande club, è finito un ciclo e ne
inizierà un altro, siamo a una vita nuova, voglio un calcio divertente ".
E conquista la platea quando, alla richiesta di parlare delle prossime mosse di
mercato, risponde "Non sono un pirla". * Con "Style
Magazine" e 3,00; con "Corriere Enigmistica" e 2,30; con
"Foto:box" e 7,90; con "Storie della Bibbia" e 8,90; con
"La grande dinastia dei Paperi" e 8,90; solo a Milano e provincia con
"Mangiar bene a Milano" e 10,90; con "L'Europeo" e 8,90;
con "Ricettario della Cucina italiana" e 13,90; con "Il grande
cinema di Alberto Sordi" e 10,99; con "Gli itinerari di Dove" e
8,99; con "I Simpson Classici" e 10,99; con "Le avventure di
Lucio Battisti e Mogol" e 8,90; con "La Storia del Fascismo" e
10,99; con "Il Diritto" e 15,90; con "I Cesaroni" e 13,90.
In Puglia, Marche, Lazio (no Roma) e nelle province di TV, MO, PR, RE, CR e MN
con La Gazzetta dello Sport e 1,00.
( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XXVI - Roma
La vetrina del festival vincitori e premi speciali Intrastevere e altre sale
FRANCO MONTINI I film premiati ci saranno praticamente tutti, a cominciare
dalla Palma d'oro Entre les murs di Laurent Cantet, sulla vita di una classe in
una scuola difficile, frequentata da alunni di varia estrazione sociale e
diverse nazionalità. Anche quest'anno "Cannes a Roma" propone una
vetrina prestigiosa, con un cartellone che comprende una quarantina di titoli
provenienti delle tre sezioni più importanti del festival francese: Concorso,
Quinzaine des realisateurs e Semaine de la Critique. Come di consueto, sarà
Trastevere il cuore della manifestazione, in programma per otto giorni da domani,
giovedi
( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Dai giovani ebrei al
"Riformista", tutti contro la visita Cortei, sit-in e bandiere Roma
protesta e si veste a lutto Il sindaco ha fatto spegnere le luci del
Campidoglio per un quarto d'ora ROMA - "Voglio tanto bene al popolo
italiano", dice il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad dal pulpito
della Fao, ma la Capitale non ricambia: dagli striscioni vicino a San Pietro ai
volantini "non ti vogliamo" liberati dai giovani ebrei romani dalle
arcate del Colosseo; dai cori, in piazza di Spagna e a San Giovanni, urlati dai
militanti del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, ai drappi neri
distesi sulla scalinata di Trinità dei Monti dall'Associazione rifugiati
politici iraniani in Italia; fino al corteo spontaneo di centinaia di giovani
ebrei partito dal "ghetto" e fermato (senza incidenti) a ridosso
della zona rossa. Per tutto il giorno la città ha gridato contro Ahmadinejad la
sua ira e il suo sdegno; poi, in serata, decine di parlamentari di entrambi gli
schieramenti hanno partecipato alla manifestazione "Free Iran" organizzata
dal quotidiano il Riformista in piazza del Campidoglio, con il supporto di una
lunga schiera di associazioni per i diritti civili. Il sindaco, Gianni
Alemanno, ha spento per un quarto d'ora le luci di tutti gli uffici e i musei
che affacciano sulla piazza, in un inedito segno di solidarietà ai
manifestanti: "Non è accettabile - dice tra gli applausi - che un capo di
stato si sia spinto ancora oggi a lanciare segnali di sterminio nei confronti
di un altro stato". Sotto il Marco Aurelio c'erano anche il ministro Edo
Ronchi, in rappresentanza del governo, e il segretario della Cisl Raffaele
Bonanni, che ha sottolineato la vita difficilissima dei sindacalisti iraniani.
E c'era il rappresentante della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici:
"Qualcuno ha pensato che potesse essere l'occasione per riaprire il
confronto tra gli ebrei amici di Israele e l'Iran di Ahmadinejad, ma era un equivoco. Noi non siamo
"contro l'Iran" ma "per il popolo iraniano": prima delle
minacce a Israele, quella
tirannia colpisce uomini e donne iraniane". Come è accaduto per tutto il
giorno, le bandiere israeliane e quelle iraniane garriscono insieme, brandite
dai ragazzi della comunità ebraica e dagli esuli della tirannia. è un
addio senza rimpianti né indecisioni, quello tributato al leader della
Repubblica islamica. "Abbiamo fame di libertà", scandiscono gli
striscioni che hanno accompagnato la protesta simbolica di alcune donne bardate
nei loro burqa neri, di fronte ai volti sorpresi dei turisti in piazza di
Spagna: "Il velo noi lo possiamo togliere - dicono - ma le donne iraniane
oppresse dalla dittatura no". (paolo g. brera).
( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'Italia e il
nucleare Gli Stati Uniti I sionisti L'Afghanistan "L'Italia potrebbe
aiutarci nella trattativa sul nucleare" Il presidente iraniano: gli Usa
vogliono toglierci l'aria L'intervista Ci piacerebbe la presenza italiana nei
negoziati sul nucleare per condurre una trattativa equa A Kabul è impossibile
che la politica della Nato abbia successo: infatti si basa solo sulla forza
L'inimicizia degli Stati Uniti verso il popolo iraniano non è una cosa nuova:
per 27 anni hanno protetto uno dei più feroci dittatori del mondo I sionisti
sono il male all'interno della comunità internazionale: qualcuno può appoggiare
i crimini che hanno commesso in Palestina? VINCENZO
NIGRO ROMA - Mahmoud Ahmadinejad, il figlio di un fabbro che è diventato
presidente dell'Iran, chiude la sua giornata romana all'Hilton. I politici di
mezzo mondo ieri alla Fao dopo l'ennesimo discorso violento contro l'Occidente e contro Israele non hanno voluto stringergli la mano: attorno a lui si è sentito
il vuoto, la distanza che separa le idee del capo del governo di Teheran dal
mondo occidentale e non solo. Ma nell'albergo di Monte Mario, il vuoto viene
riempito all'improvviso da centinaia di imprenditori italiani che corrono a
parlare di contratti. Alla fine c'è il tempo (più di un'ora) per
un'intervista a Repubblica e alla Rai. Un'intervista in cui applicherà la sua
tecnica ben conosciuta: rovesciare simmetricamente il punto di vista che la
maggioranza dei paesi del mondo ha sulle sue scelte politiche. In cui tornerà
di fatto a negare l'Olocausto, relativizzando i 6 milioni di ebrei uccisi
rispetto ai milioni di morti fatti dalla II guerra mondiale. Presidente
Ahmadinejad, lei continua a dire che Israele è destinato
a sparire dalla faccia della terra. Non si accorge che è un linguaggio
intollerabile per il mondo civile? "Non la penso così. Le nostre posizioni
sul regime sionista sono un bene per tutte le nazioni, per il nostro popolo. I
sionisti sono il male all'interno della comunità internazionale. I crimini che
vengono commessi in Palestina sono un danno per tutta
l'umanità. Quei crimini dovrebbero sparire. Qualcuno può appoggiare questi
crimini? Può appoggiare i terroristi? Io ripeto la nostra idea: organizziamo un
referendum tra i palestinesi per decidere davvero chi abbia diritto di vivere
in quella regione. Il risultato, qualunque esso, sia dovrebbe essere accettato,
mentre gente che non ha radici nella regione non dovrebbe avere uno Stato da
quelle parti. Io dico all'Italia: guardate che ho solo annunciato qualcosa che
è scritto, ho anticipato che il regime sionista è in via di estinzione. Se
l'Olocausto c'è stato, parliamo solo di una parte dei 60 milioni di morti che
ha fatto la Seconda guerra mondiale. Dopo 60 anni dobbiamo aprire la scatola
nera del regime sionista. Noi abbiamo soltanto detto che questo regime di
occupazione deve finire". Forse è meglio cambiare argomento. La settimana
scorsa, con il suo ultimo rapporto, il direttore generale dell'Aiea vi ha
accusati chiaramente di nascondere notizie importanti sul vostro progetto
nucleare. Adesso anche l'Aiea ce l'ha con l'Iran? "Io non ho avuto questa
impressione. La questione nucleare iraniana è un affare politico, non è
giuridico. Non è buffo che gli Stati Uniti, che hanno l'arsenale nucleare più
grande del mondo, oggi chiedano conto alla nazione iraniana del suo programma
nucleare civile? Le nostre attività sono civili, pacifiche e legali. Gli Usa
esercitano pressioni sulla Aiea. L'agenzia in più punti nel suo rapporto
conferma che ci sono elementi civili nei programmi iraniani. E' vero l'Iran non
risponde a tutto, perché non risponde alle asserzioni, alle pretese che gli
Stati Uniti fanno tramite l'Agenzia. L'inimicizia degli Stati Uniti contro di
noi non è una cosa nuova, sono più di 60 anni che va avanti la loro ostilità
con la nazione iraniana. Per 27 anni hanno protetto uno dei più feroci
dittatori del mondo contro la nazione iraniana, e dopo quasi 30 anni continuano
a tramare contro di noi. Anche all'Aiea, sul nostro programma nucleare
pacifico". Presto ci sarà un nuovo presidente americano: Obama, la Clinton
o McCain, cosa potrebbe cambiare con un nuovo presidente? "Chiunque
vincerà le elezioni, sono sicuro che gli Stati Uniti cambieranno, avranno un
altro approccio. Si ridurrà la sfera di influenza degli Stati Uniti nel mondo,
il nuovo presidente dovrà rispondere alle vere esigenze del popolo americano:
40 milioni di cittadini americani non hanno assistenza sanitaria, le vittime
del ciclone di New Orleans non hanno ancora una casa. Chiunque sia il
presidente dovrà ritirare i soldati americani dall'Iraq, il popolo americano
non permetterà di continuare a spendere miliardi di dollari in armamenti".
Voi sareste pronti a negoziare con gli Usa? "Sono loro che hanno tagliato
i ponti con noi, sperando che ci venisse a mancare l'aria. Oggi invece l'Iran è
un paese progredito. Siamo pronti a dialogare con chiunque, salvo col regime
sionista, in un rapporto basato sul rispetto reciproco e la giustizia. L'anno scorso
avevo fatto una proposta a Bush, incontriamoci all'Onu, di fronte ai
giornalisti, e discutiamo. La stessa proposta l'ho fatta ai candidati
presidenziali americani". Lei ha mandato una lettera a Napolitano e
Berlusconi offrendo "dialogo". Quale ruolo immagina per l'Italia che
vuole entrare anche nel gruppo "5+1". "Non mi ricordo di aver
inviato una lettera anche a Berlusconi? ricordo una lettera a Prodi. Ma noi
accogliamo favorevolmente la presenza dell'Italia nei negoziati, per una trattativa
condotta in base alla legalità e in condizione eque". I collaboratori di
Ahmadinejad gli precisano che si tratta della lettera inviata per la festa del
2 giugno. "Ho capito, quella lettera è stata mandata come consuetudine
diplomatica, si fanno avere le congratulazioni a un paese con cui si hanno
relazioni per la loro festa nazionale e quando qualcuno viene nominato
presidente. Ma quando dicevo che non avevo mandato una lettera non significa
aver negato l'amicizia con l'Italia, non mi ricordavo di averlo fatto". Se
qui a Roma ci fosse stato un incontro con i dirigenti italiani avrebbe parlato
con loro anche di Libano e Afghanistan, dove i soldati italiani sono impegnati
in missioni Onu? "Avrei voluto sentire io le loro opinioni, raccomandando
loro di rispettare i diritti del popolo libanese e afgano. Una cosa è sicura:
in Afghanistan è impossibile che la politica della Nato abbia successo, perché
è una politica sbagliata, fondata soltanto sulla forza, che non tiene in
considerazione la struttura sociale dell'Afghanistan. La storia
dell'Afghanistan ha dimostrato che quel popolo, che è un popolo amabile e
operoso, non tollera l'occupazione militare: la Nato deve trattare meglio quel
popolo, mentre loro pensano che con la forza si possa risolvere tutto. E lo
stesso vale per il Libano. I libanesi sono un popolo coraggioso, non bisogna
interferire con i loro affari. Questo avrei detto agli italiani".
( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1
categoria: ALTRI OGGETTI WASHINGTON- Barack Obama è il candidato democratico
che sfiderà McCain per la Casa Bianca. "Sono amico di Israele". ALLE
PAGINE 16 E 17 Farkas, Gardels Valentino.
( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-05 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE Il capo di Forza Nuova Dopo la stretta di mano con il leader
iraniano Fiore: "Con Ahmadinejad contro le lobby ebreo-americane"
ROMA - Lei gli ha stretto la mano. "Sì, e sono orgoglioso di avergliela
stretta". I politici italiani ignorano, compatti, Mahmoud Ahmadinejad: e
poi invece arriva lei, Roberto Fiore, europarlamentare e leader
dell'organizzazione di estrema destra Forza Nuova, e addirittura va a
presentarsi, a fargli discorsi si suppone - di pura solidarietà. "Non supponga,
è andata proprio così: gli ho detto che noi di Forza Nuova siamo contrari a
ogni ipotesi di guerra auspicata dalle lobby ebreo-americane contro il popolo
iraniano". E lui? "Lui mi ha sorriso e mi ha detto: "Thank you
very much"". è accaduto mercoledì sera, all'hotel Hilton, dove il
presidente della Repubblica iraniana incontrava gli imprenditori italiani. Lei,
Fiore, è un imprenditore? "No. L'invito me lo ha però recapitato
l'ambasciata iraniana, probabilmente incuriosita dal fatto che, nel corso dell'ultima
campagna elettorale, Forza Nuova si è dichiarata vicina alle ragioni della
popolazione iraniana ". Lei, Fiore, ha stretto la mano al presidente di un
Paese che, poche ore prima di giungere a Roma, ha ripetuto che "lo Stato
di Israele, presto, sparirà dalla carta
geografica". "Senta: premesso che questa visione manichea delle sorti
del Medio Oriente, così come vorrebbe imporcela la Farnesina d'intesa con la
segreteria di Stato americana e il Foreign Office... ". Sia più preciso. "I
buoni sono quelli che stanno con Israele, i cattivi
sono invece tutti gli altri...". Premesso questo suo molto discutibile
teorema, diceva? "Dicevo che un certo antisionismo è giustificabile".
Lei sostiene un concetto inaccettabile. "Io sostengo che l'ideale, per Israele, sarebbe d'essere come la Svizzera: dove esiste
uguaglianza tra le varie etnie e le varie confessioni religiose. In Israele, al contrario, c'è una prevalenza quasi razziale
degli ebrei su una larga parte della popolazione palestinese ". Lei
continua a esprimere tesi che meriterebbero una conversazione un po' più lunga.
Restiamo alla stretta di mano con Ahmadinejad. In Iran, i diritti umani non
sono rispettati. "Se è per questo, non sono rispettati neppure altrove.
Vede, e lo dico da cattolico militante, nella stragrande maggioranza dei Paesi
di religione musulmana, i diritti umani vengono abbastanza ignorati. E sa
perché? Perché si tratta d'un disinteresse provocato dalla loro stessa
religione. Poi, certo, ora fa comodo accusare l'Iran... ma in Arabia Saudita? E
nei Paesi del Golfo? ". Ahmadinejad promette di non farci più trovare Israele sulla cartina geografica e procede con un importante
programma nucleare. "Ufficialmente, io so che il nucleare lo stanno
sviluppando con scopi pacifici... ". Fiore, lei è una persona
intelligente. "Va bene, d'accordo, posso non essere sicuro delle
intenzioni iraniane. E allora, cosa facciamo? Sulla base di un sospetto
scateniamo una guerra? E poi, scusi: come la mettiamo con Israele? Anche Israele è fortemente sospettato di avere una forza nucleare per motivi
bellici, o no?". Diciamo che Israele non promette di cancellare l'Iran o la Siria dalla cartina
geografica. Comunque, senta: l'altro giorno Pannella spiegava al Corriere che
le strette di mano, sulla scena diplomatica, sono atti politici di
assoluta importanza. E lei ne ha compiuto uno eloquente. "Io trovo
inspiegabile che la politica italiana, a cominciare dal premier Berlusconi, si
sia rifiutata di incontrare Ahmadinejad. Trovo questo atteggiamento altamente
scorretto. Perché, mi dica, tutto questo rigore diplomatico non lo sfoggiano
anche con la Cina comunista, dove i diritti umani sono letteralmente
calpestati?". Beh, certo che... "Glielo spiego io, il perché: perché
con la Cina tutti fanno un sacco di affari economici...". Fabrizio Roncone
L'INTERVENTO di Bernard-Henri Lévy nelle Opinioni Roberto Fiore.
( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"Fermeremo
l'arma nucleare dell'Iran" Alla conferenza dell'Aipac Olmert e Obama
all'unisono. E il senatore Usa: Gerusalemme sarà la capitale d'Israele Michele Giorgio Gerusalemme "Cosa prevede nei prossimi
mesi per la nostra regione?", domandava ieri Martin, conduttore mattutino
di radio RamFm alla "spiritualista" israeliana Rikki Kitaro che, dopo
qualche attimo di pausa, ha risposto: "vedo guerra, sofferenze,
combattimenti". Troppo facile signora Kitaro. Non serve la palla di vetro,
è sufficiente guardare la tv per saperlo. In Israele
tutti, adulti e ragazzi, sanno bene che una nuova guerra è vicinissima e che la
cosiddetta "opzione militare" contro le centrali nucleari iraniane è
sempre più concreta, anche se non c'è alcuna prova che Teheran si stia
effettivamente dotando della bomba atomica. Con le prove o senza le prove
l'attacco si farà e potrebbe essere davvero imminente. Entro la fine
dell'estate come hanno riferito alcuni quotidiani arabi, sottolineando che Israele spinge per lanciarlo prima della fine del mandato
dell'alleato di ferro George Bush, poiché non si fiderebbe delle scelte future
di Barack Obama, nel caso in cui il candidato democratico riuscisse a
conquistare la Casa Bianca. Ma anche questa preoccupazione
di Israele è superata,
perché nelle ultime ore, di fronte alla platea dell'"American Israel
Public Affairs Committee" (Aipac), l'influente organizzazione americana
che sostiene lo Stato ebraico, il premier israeliano Ehud Olmert e Barack Obama
hanno avuto una sola voce. "Dobbiamo fermare la minaccia iraniana
con ogni mezzo possibile...La comunità internazionale ha un compito e una
responsabilità di chiarire all'Iran, attraverso misure drastiche, che le
ripercussioni della loro ricerca di armi nucleari sarebbero devastanti",
ha detto, tra gli applausi, Olmert che poco dopo ha incontrato Bush al quale,
secondo il sito di Yediot Ahronot, ha chiesto di rafforzare l'azione americana
contro l'Iran e preparare una operazione militare contro i suoi impianti
nucleari perché "le misure fin qui adottate non hanno prodotto
risultati". È stato l'attacco più virulento mai pronunciato da Olmert nei
confronti di Teheran. E a renderlo persino più incisivo, è stato, sempre di
fronte all'Aipac, Barack Obama. "Farò tutto quanto è in mio potere per
impedire all'Iran di ottenere l'arma nucleare", ha detto il senatore
dell'Illinois nel suo primo discorso da candidato democratico alla presidenza
degli Stati Uniti, che, nell'evidente tentativo di rassicurare la comunità
ebraica americana, più vicina all'ex rivale Hillary Clinton, si è mostrato più
duro che mai nei confronti di Teheran, tanto da scavalcare a destra il
candidato repubblicano McCain. "Lascerò sempre la minaccia di un'azione
militare sul tavolo per difendere la nostra sicurezza e quella del nostro
alleato israeliano", ha assicurato Obama, aggiungendo che, se eletto
presidente degli Stati uniti, sosterrà "sempre il diritto di Israele a difendersi nelle Nazioni Unite e nel mondo".
Infine il candidato democratico ha fatto una promessa che nessun presidente
americano ha mai espresso in termini tanto espliciti in una occasione pubblica:
"Gerusalemme deve restare la capitale di Israele
e non deve essere divisa". A chi lo riteneva non sufficientemente schierato
a favore dello Stato ebraico, Obama ha replicato negando i diritti palestinesi
sulla zona araba di Gerusalemme e sconfessando le risoluzioni internazionali
votate anche dagli Stati Uniti. Di fronte a queste parole persino l'ex
candidata Hillary Clinton è stata costretta ad ammettere che Barack Obama
"sarà un buon amico di Israele". È perciò
un'illusione credere che la guerra contro l'Iran sia l'ultima ipotesi. Ormai è
la prima mentre la diplomazia e la politica avranno margini sempre più stretti.
I toni, i servizi giornalistici, le dichiarazioni dei rappresentanti delle
parti coinvolte spingono tutti nella direzione di un attacco militare contro le
centrali nucleari iraniane. Un clima pesante al quale contribuisce in modo
importante lo stesso presidente iraniano Ahmadinejad con le sue dichiarazioni
su Israele, con i suoi vaneggiamenti sull'avvento del
Mahdi e la redenzione imminente. "L'Iran sfida non tanto gli Stati Uniti,
quanto il mondo intero" ha tuonato al Palazzo di Vetro l'ambasciatore
americano all'Onu, Zalmay Khalilzad, confermando che nei prossimi giorni
comincerà l'esame dell'ultimo rapporto dell'Aiea sul programma nucleare di
Teheran. Da parte sua il rappresentante per la politica estera e di sicurezza
dell'Ue, Javier Solana, ha confermato l'intenzione di recarsi presto a Teheran
ma ha precisato che sul dossier nucleare non si attende "miracoli".
( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-05 num: - pag: 16 categoria:
REDAZIONALE Visione Primo discorso da candidato a un'associazione ebraica:
"Farò tutto ciò che è in mio potere per impedire l'atomica iraniana"
Il debutto di Obama: "Amico di Israele"
Domani Hillary annuncerà la sconfitta. Ma resta il rebus sulla candidatura alla
vicepresidenza Il discorso di Barack: "Si conclude un viaggio storico e ne
comincia un altro, lungo e difficile, che porterà a un giorno migliore per
l'America" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Ha avuto solo una notte,
Barack Obama, per gustarsi l'ora del suo destino. Sono stati attimi fuggenti
l'ovazione dei ventimila fan del Minnesota, le lacrime e gli abbracci dei suoi
fedelissimi, tutti in abito blu come dei laureandi, sorridenti e quasi
increduli nel corridoio che portava al palco, mentre il senatore dava un altro
saggio di bravura retorica, con un discorso visionario e suggestivo: "Oggi
si conclude un viaggio storico e ne comincia un altro, lungo e difficile, che
ci porterà verso un nuovo e miglior giorno per l'America". Assicuratasi
l'investitura democratica per la Casa Bianca, Obama già ieri mattina si è
calato pienamente nel suo nuovo ruolo. Ha parlato personalmente con Hillary
Clinton, la rivale sconfitta che ora preparerebbe la resa ufficiale per domani.
Ha risposto a tono ai nuovi attacchi di John McCain, l'avversario repubblicano
di novembre. Ha fatto un giro da vincitore al Congresso, congratulato da
deputati e senatori, che ieri hanno continuato a confluire nel suo campo. Ha
perfino incassato le congratulazioni del presidente Bush e di Condoleezza Rice,
prima donna nera al Dipartimento di Stato, che ha definito la nomination di un
afro-americano "una straordinaria dimostrazione del fatto che
l'espressione "noi, il popolo" cominci a significare tutti gli
americani". E, soprattutto, Obama è intervenuto all'Aipac, la più
influente organizzazione pro-israeliana degli Stati Uniti, cercando nuovamente
di fugare i malintesi, alimentati da una campagna di calunnie, che ha messo in
dubbio il suo impegno nei confronti della sicurezza d'Israele.
"Ho parlato con il senatore Clinton. Avremo una discussione nelle prossime
settimane e ho fiducia che saremo in grado di unificare il partito per vincere
a novembre", ha detto Obama sulla telefonata con l'ex first lady. è una
partita delicata, una trattativa non ufficiale, dove in ballo sono l'eventuale
offerta del posto di vice-presidente a Hillary e il ripianamento degli oltre 20
milioni di dollari di debiti contratti dalla campagna dei Clinton. I
sostenitori di lei premono per il cosiddetto "dream- ticket": ieri il
reverendo nero Robert Johnson, fondatore della più celebre emittente
afro-americana, ha fatto un passo formale con una lettera a James Clyburn, il
numero tre della gerarchia democratica al Congresso, schierato con Obama,
invitandolo a mobilitarsi con i deputati di colore in favore del tandem
Barack-Hillary. Ma non è chiaro se l'ex first lady sia veramente interessata.
Secondo Howard Fineman, di Newsweek, Clinton e Obama, per ragioni opposte
entrambi contrari all'idea, starebbero preparando una sorta di kabuki, un
teatrino delle ombre nel quale lui le offrirebbe il posto, ma lei lo rifiuterebbe,
con la clausola ferrea di un'intesa segreta sui debiti di Hillary. Ieri Clinton
è apparsa più condiscendente verso il vincitore. Ha tessuto le lodi di Obama
davanti all'Aipac, Gli auguri della Rice "La nomination di Barack è la
prova che l'espressione "noi, il popolo" comincia a significare tutti
gli americani" riferendosi a lui come a un presidente virtuale: "Sarà
un buon amico di Israele". Poi, a sera, citando
fonti del campo clintoniano, sia Abc che Cnn hanno detto che Hillary si prepara
a dichiarare ufficialmente chiusa la sua campagna domani, venerdì. Il candidato
democratico aveva parlato poco prima di lei. "La
sicurezza di Israele non è
negoziabile", ha detto Obama, secondo cui ogni accordo "sulla
creazione di uno Stato palestinese con continuità di confini, dovrà preservare
l'identità ebraica di Israele, con frontiere sicure, riconosciute e difendibili".
Gerusalemme "dovrà rimanerne la capitale indivisa ". Obama ha
anche definito l'Iran "un grave pericolo" per il Medio Oriente,
impegnandosi "a fare tutto quanto sarà in mio potere per impedire che
Teheran si doti di un'arma nucleare". E poiché John McCain l'aveva
accusato di "aver mostrato cattivo senso del giudizio sulla sicurezza
nazionale ", Obama ha rilanciato: "McCain offre una falsa alternativa:
rimanere in Iraq o lasciare la regione all'Iran. è una politica per restare,
non per vincere ". Il duello con il senatore dell'Arizona è comunque ormai
a tutto campo. Ieri McCain ha inviato a Obama una lettera, sfidandolo a una
serie di 10 "town hall meeting", dibattiti a due davanti a una platea
che pone domande, uno la settimana da qui alle convention di fine agosto.
"Potremmo addirittura andarci viaggiando sullo stesso aereo", ha
detto McCain. La campagna di Obama si è detta pronta a discutere l'idea,
dicendo però di preferire una formula meno ingessata, sul modello degli storici
dib atti a ruota libera tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas. Paolo Valentino.
( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"È iniziato un
cammino che porterà a un giorno nuovo e migliore per l'America". Barack
Obama, primo candidato afroamericano alla Casa Bianca, ha già
aperto la sfida con il repubblicano McCain, deciso a screditarlo sul tema della
sicurezza e sull'apertura di dialogo con i "nemici degli Usa". Israele non si tocca e guai all'Iran
della bomba nucleare, ha dichiarato il senatore dell'Illinois, che ora dovrà
conquistarsi il voto bianco e moderato. E Hillary tratta PAGINE 8 E 9.
( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
L'esordio del primo
candidato afro-americano della storia alla presidenza Usa. McCain lo sfida
subito a una maratona di confronti "nuovo stile" Matteo Bosco
Bortolaso New York Il numero magico per l'incoronazione è arrivato proprio
nell'ultimo giorno della maratona: delegato dopo delegato, conteggio dopo
conteggio, Barack Obama è stato proclamato vincitore della corsa democratica
alla Casa Bianca nella notte di martedì, dopo le ultime primarie in South
Dakota e Montana. "Questa notte segna la fine di uno storico viaggio e
l'inizio di un altro, un viaggio che porterà un giorno nuovo, migliore, in
America - ha detto il senatore nel discorso della vittoria a St. Paul in
Minnesota - grazie a voi, stanotte posso essere qui e dire che sarò il
candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti". "Ora il
cambiamento deve arrivare a Washington", ha aggiunto, ricordando l'inizio
della sua lunga maratona sulle scalinate dell'Old State Capitol a Springfield,
in Illinois. La vittoria del giovane senatore - che ha cominciato a girare i
corridoi di Capitol Hill soltanto tre anni fa - è da sola un fatto storico:
Obama sarà il primo candidato afro-americano a correre per la Casa Bianca.
Oltre alle congratulazioni formali del presidente George W. Bush e
dell'avversario repubblicano John McCain, Obama ha ricevuto attenzioni anche
dal segretario di stato Condoleezza Rice, donna afro-americana che secondo
alcuni potrebbe essere il numero due di un ticket repubblicano. La Rice ha
detto che è "straordinario" che un candidato, nero come lei, sia in
corsa per la Casa Bianca. Il capo della diplomazia a stelle e strisce ha
ricordato che la costituzione americana contiene l'espressione "We, the
people", che si riferisce "a tutti noi", i cittadini americani,
senza distinzioni. Su Obama, però, incombe la lunga ombra di Hillary Clinton,
forte, a quanto dice la sua campagna, di 18 milioni di voti. Il duello, anche
se formalmente concluso, non sparirà se non quando l'ex first lady deciderà
cosa fare. Si parla di un suo ruolo come vice presidente, anche se sono
circolati altri nomi, come quello del senatore della Virginia Jim Webb e quello
del New Mexico Bill Richardson. Secondo quanto ha scritto ieri il New York
Post, Obama ha chiamato Hillary almeno due volte, subito dopo aver pronunciato
il discorso in Minnesota. Il senatore avrebbe voluto fissare un incontro, ma
gli ha risposto una segreteria telefonica. L'appuntamento, ha detto poi il
senatore, ci sarà comunque "nelle prossime settimane". Ad ogni modo però,
ieri sia Obama che Hillary hanno parlato, a pochi minuti l'uno dall'altra,
all'Aipac, una della più importanti organizzazione della lobby israeliana negli
Stati Uniti. Entrambi hanno garantito il loro sostegno ad Israele, con toni leggermente diversi.
Sia lui che lei hanno sottolineato che l'Iran costituisce una minaccia per lo
stato ebraico e per il mondo. Obama ha ribadito, ancora una volta, che bisogna
percorrere la via diplomatica, "che ci rende più forti agli occhi dei
nostri alleati e anche dei nostri avversari". Poi ha detto che
"gli ebrei e gli afro-americani sono sempre stati amici, hanno marciato
assieme e devono continuare a farlo". La Clinton, che ha ricordato
"l'amico Rabin e il guerriero Sharon", ha detto di essere sicura che
"Obama è un buon amico di Israele", un segno
chiarissimo di come la scena politica statunitense sia cambiata. Non a caso,
ormai da diversi giorni, gli scontri quotidiani sono tra Obama e McCain. Il
senatore dell'Arizona lo ha sfidato ad una maratona retorica con dieci
dibattiti in dieci settimane, a partire dal 12 giugno. Si tratterebbe di un
incontro in stile "town hall", cioé una discussione con i cittadini,
lontana dai tre dibattiti formali, in programma per l'autunno, che verranno
moderati da giornalisti. "Gli americani sono stanchi di questo modo di far
politica, dobbiamo cambiare queste campagne", ha scritto McCain in una
lettera ad Obama. "Possiamo anche viaggiare sullo stesso aereo - ha
scherzato - così facciamo anche un po' di risparmio energetico". Obama,
che in aprile aveva rifiutato una proposta simile da parte della Clinton, ha
invece rilanciato con l'avversario per la Casa Bianca, chiedendo incontri
simili ai sette storici dibattiti sul tema della schiavitù tra il repubblicano
Abraham Lincoln e il democratico Stephen Douglas nel 1858. Le due campagne
discuteranno nei prossimi giorni come giocare la partita per "il nuovo
viaggio" che li aspetta. La sfida, però, è già cominciata. Obama ha deciso
di festeggiare con i supporter e la moglie proprio a St.Paul, la città dove ci
sarà la convention dei repubblicani. Nel suo discorso ha attaccato più volte
McCain, dicendo tra l'altro che "il 95% delle volte ha votato a favore di
George Bush" e che "promette altri quattro anni di politiche
economiche alla Bush, che non hanno creato posti di lavoro ben pagati".
( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Medio oriente Un fantasma
oltre il muro Si chiama G.ho.st. (Global Hosted Operating System) ed è il fantasma che supererà la barriera fisica dell'Israeli
West Bank, il "muro della vergogna". G.ho.st. (che in inglese
significa fantasma, appunto) è innanzitutto il nome di una start-up
israelo-palestinese i cui uffici sono dislocati sia al di qua che al di là
della barriera voluta e costruita da Tel Avi nonostante l'opposizione interna e
internazionale. Ma è anche il nome del progetto informatico al quale
stanno lavorando gli sviluppatori della stessa azienda, che, proprio grazie
alla tecnologia messa a punto nei laboratori G.ho.st., possono dialogare e
collaborare a distanza, eludendo le barriere e i checkpoint militari che li
dividono. L'obiettivo dei due gruppi di programmatori coinvolti nel progetto è
infatti la realizzazione di un sistema operativo accessibile gratuitamente via
web, ovvero un computer virtuale che consenta a chiunque di consultare file e
documenti presenti su qualsiasi Pc, ovunque ci si trovi, semplicemente grazie a
una connessione internet. Il lavoro di G.ho.st. non consiste però nella
realizzazione di un nuovo software basato sul web, bensì nell'integrazione di
applicazioni già esistenti (come Google Docs, Zoho e Flickr) in un unico
sistema. Il grosso del lavoro di ricerca e di programmazione, affidato alle
menti di 35 sviluppatori di software, è svolto presso gli "uffici
fantasma" palestinesi di Ramallah. Nel frattempo, a circa
( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"L'alternativa
mediterranea", un libro collettivo curato da Franco Cassano e Danilo Zolo
per Feltrinelli. Il Mediterraneo come spazio aperto per sperimentare una
politica di incontro tra Islam e Europa Giampaolo Calchi Novati Il Mediterraneo
è una specie di campo di battaglia. Oltre ai fronti di guerra veri e propri che
attraversano il nostro stagno, i governi europei, spesso con il consenso delle
opinioni pubbliche, si attrezzano con muri materiali e immateriali per
chiudere, allontanare, distinguersi dall'"altra" sponda. L'Unione
europea, malgrado la retorica delle occasioni rituali, ha sposato in pieno la
strategia "securitaria". Quando era commissario a Bruxelles, Franco
Frattini si è impegnato a fondo per sviluppare tale strategia ed è verosimile
che dalla Farnesina andrà avanti sulla stessa strada fiancheggiando i colleghi
degli Interni e della Difesa. In tanto fragore di armi e di divieti, una
ventina di intellettuali di buona volontà vanno contro corrente e si
interrogano se e come il Mediterraneo possa trasformarsi nel "luogo"
di un'opzione politico-culturale che permetta all'Europa di sganciarsi dalla
complicità con le strategie belliciste del grande alleato e da un atlantismo
che tradisce sempre più le sue ascendenze imperiali per soccorrere i paesi
della fascia araba senza ripetere gli equivoci dell'"internazionalismo
umanitario" e di sviluppare un progetto per uscire in avanti e non a
ritroso da un capitalismo rapace e inquinante. Troppe ambizioni? Forse, ma il
tentativo è nello stesso tempo suggestivo e realistico. Conflitti secolari La
scelta compiuta da Franco Cassano e Danilo Zolo, un sociologo e un filosofo del
diritto, con l'ausilio di bravi collaboratori in una prospettiva
multidisciplinare, è, nel volume L'alternativa mediterranea (Feltrinelli, pp.
660, euro 40), di rovesciare la prospettiva in cui si muove la politica europea
e quella italiana. Invece di misurarsi sui singoli problemi, il volume cerca di
costruire una trama generale con il Mediterraneo come protagonista, senza
nessuna attitudine autoconsolatoria. Semmai gli autori prendono atto di una
specificità che predisporrebbe all'integrazione ma che invece mostra un divario
crescente tra le due sponde dello stesso mare non più padroneggiabile con le
vecchie ricette. Lo spazio unitario si è diviso, la koiné culturale e civile
sembra irrimediabilmente scissa, la diversità è percepita come una minaccia. La
demografia, che potrebbe favorire l'incontro, allo stato attuale congiura
invece contro la pace. L'autoritarismo, la violenza degli identitarismi, la
disuguaglianza di saperi e poteri, i dubbi sulla supremazia del progresso
individualistico rispetto a un comunitarismo apparentemente "antico"
sono dunque i temi analizzati nel volume, all'interno però di un quadro che
vede in primo piano il terrorismo e l'esportazione armata della democrazia. La
storia del Mediterraneo è intimamente contraddittoria. Gli autori lo sanno,
anche se fra di loro non abbondano gli storici. Fernand Braudel, con il suo pluralismo
culturale, deve fare i conti con Henri Pirenne e la sua tesi sulla cesura
introdotta nel Mediterraneo dalla conquista araba. Anche il colonialismo e la
decolonizzazione sono materia incandescente. Zolo ha ragione a schierare Camus
insieme a Braudel come interpreti di una mediterraneità inclusiva. Torna in
mente tuttavia la polemica senza esclusione di colpi che contrappose l'autore
de L'homme révolté a Jean-Paul Sartre sul modo di impiegare la storia nelle
rivendicazioni della non-Europa o anti-Europa. Erano gli anni della guerra di
liberazione in Algeria, un paese da considerare certo epitome della fuoriuscita
dall'era coloniale, ma sopratutto come grande occasione mancata. In Algeria,
infatti, il colonialismo francese rappresentò una violenza inaudita - fra
proletari nordafricani arruolati nell'industria e nei servizi della metropoli e
élites arabe desiderose di assimilare (se non di essere assimilate, come
pretendeva la dottrina elaborata a Parigi) - ma produsse fenomeni di
ibridazione (ai quali Cassano ha dedica pagine molto efficaci, benché non
riferite espressamente all'Algeria) che non erano destinati necessariamente a
svanire con la fine del dominio europeo. Fu l'esodo in massa dei pieds-noirs,
sorprendendo gli stessi estensori dell'accordo di Evian, che si erano infatti
premurati nel fissare diritti e doveri, a sancire che dove c'è Europa non ci
può essere arabicità, islam, autonomia culturale e viceversa: dove c'è riscatto
dai soprusi imperialistici dell'Occidente non ci può essere Europa. È questa dicotomia fra due concezioni di
"indipendenza", che a suo modo si ripresenta anche in Israele-Palestina, a impedire la realizzazione di una politica mediterranea fatta
di convergenze e complementarità se non di unità. Il dialogo euro-mediterraneo è
affrontato e riaffrontato in molte delle sezioni in cui è diviso il libro di
Cassano e Zolo. Nessuno degli autori lo considera un successo. Eppure
tutti continuano a ritenere la sfida abbozzata a Barcellona nel novembre 1995
sul mediterraneo come luogo di incontro un punto di non-ritorno, che andrebbe
ripreso, rielaborato, rilanciato. Barcellona è o era un quadro istituzionale
che in teoria doveva essere usato per il cattivo tempo e non solo per il bello.
Sembrava che l'Europa si fosse accorta di non potersi realizzare senza
riconciliarsi con la sua culla. Il Mediterraneo, teatro di tante tragedie, ha
nel suo patrimonio storico il segreto della pluralità in contrasto con le
angustie della modernità occidentalistica. Ed invece prevalgono altre pulsioni
e il dibattito politico, dissociato come non mai dal discorso culturale, ha
imboccato un binario morto. Colpisce il guizzo di un dolente Predrag
Matvejevic, fra disilluso e disperato, che pensa al recupero della Russia. Ma
quale Russia? Risentimento in crescita L'idea ricorrente nel libro è che
l'alternativa mediterranea passi per una qualche forma di disgiunzione fra
l'Occidente Europa e l'Occidente Stati Uniti. Si può partire dai valori o dagli
interessi economici, il risultato non cambia. Non è infatti solo una questione
delle piccole rivalità di cui si può occupare il Wto in uno dei suoi rounds. In
gioco ci sono principi basilari che hanno a che fare sia con l'inizio della
nostra storia che con gli obiettivi di adattarla alla nuova realtà del mondo.
Il libro sconta un'impostazione prescrittiva e non si rassegna al duro responso
dei fatti. Così, abbandonato il partenariato policentrico, come nota nel suo
bel saggio Bruno Amoroso, torna il "confine", uno dei segni
distintivi del colonialismo. Allo stesso tempo, Stefania Panebianco ricorda
doverosamente che l'Ue ha un modello di sicurezza diverso da quello
statunitense, che la potenza egemone deve ridefinire i rapporti ormai logori
con gli alleati europei e che certi eccessi possono contribuire al declino
dell'America. Eppure l'Europa esprime una faziosità politica nelle sue
relazioni mediterranee che la porta a modificare le sue "regole di
ingaggio" in direzione della guerra, alimentando così l'altrui
risentimento. Né le destre né le sinistre dispongono di una risposta
convincente alla crisi della globalizzazione e si limitano a difendere i
privilegi scambiandoli per "sicurezza". Non sarà un epitaffio delle
motivazioni, generose senza essere candide, che ispirano lo sforzo di Cassano e
Zolo, ma alla fine pesa l'assunto su cui è imperniato l'intervento conclusivo
di Samir Amin: "Se si accetta la logica della mondializzazione, si accetta
di dare la priorità o l'esclusività agli interessi del capitalismo
dominante".
( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Spettacoli TV - data: 2008-06-05 num: - pag: 53
categoria: BREVI Digitale Terrestre Amos Gitai racconta la
storia di un architetto comunista in Palestina Sam e Dov (Samantha Morton e Thomas Jane, foto), di origine
americana, vanno in Palestina. Lui, architetto comunista, si consacra alla ricostruzione del Paese
ma finisce per trascurare la moglie. Dirige Amos Gitai. Eden Joi, ore 22.30.
( da "Repubblica, La" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Posizione non
negoziabile Obama Parla da Capo "Proteggerò israele" Festa per il
candidato nero, Hillary prende tempo Il vincitore Ovazione per lui dal pubblico
dell'Aipac, la lobby filo-israeliana Hamas: "Il suo discorso distrugge
ogni speranza di cambiamento degli Usa" Obama sarà un buon amico di Israele, condivide la mia idea che il prossimo presidente
dovrà dire al mondo che la nostra posizione su Israele
non è negoziabile (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DAL NOSTRO INVIATO mario calabresi
Il primo giorno da "nominato" era cominciato con un esame
difficilissimo: la riunione annuale dell'Aipac, la più influente lobby pro-Israele d'America. Tutti si aspettavano un accoglienza gelida,
invece c'è stata un'ovazione, tanto che Obama si è sentito talmente a suo agio
da poter scherzare sulla catena di mail che lo descrivono come un nemico di Israele e ai delegati dell'Aipac ha chiesto: "Se
qualcuno di voi incontrasse questo tipo di nome Barack Obama me lo faccia
sapere perché mi sembra un personaggio abbastanza spaventoso". Poi ha
cominciato a smontare una per una le "favole" sul suo conto, e ha
assicurato che farà "tutto il necessario per impedire
all'Iran, che minaccia Israele di distruzione, di arrivare al possesso di armi nucleari".
Applausi a scena aperta hanno sottolineato i passaggi più delicati:
"Gerusalemme dovrà restare la capitale d'Israele e non dovrà essere divisa"; "i legami tra Israele e gli Stati Uniti sono
indistruttibili". Poi è arrivato il comunicato di Hamas - "Il
discorso di Obama distrugge ogni speranza di cambiamento nella politica
americana sul conflitto arabo-israeliano" - e quello è stato il miglior
attestato che il messaggio era passato. Ma lo scoglio più grande nella nuova
corsa di Obama, che durerà esattamente cinque mesi come le primarie, si chiama
ancora Hillary Clinton. L'ex first lady è stata matematicamente sconfitta ma
non sembra aver alcuna intenzione di ritirarsi, ha sospeso ogni iniziativa ma
resta in mezzo al campo democratico, forte di 18 milioni di voti e di 22
milioni di dollari di debiti. Il sito internet della sua campagna non ha alcun
segno della vittoria dell'avversario, ma si preoccupa di raccogliere soldi e
lancia un messaggio implicito ad Obama: le forze sono ancora in campo e se non
vuoi che coltivino il risentimento "i miei elettori devono essere
rispettati, ascoltati e non più trattati come invisibili". è un modo per
alzare la posta in gioco. Non solo, con il suo intervento all'Aipac la Clinton
ha anche fatto capire al senatore che lei può fargli da garante in una serie di
mondi che hanno diffidenza nei suoi confronti: "Voglio essere chiara, so
che Obama sarà un buon amico di Israele, so che
condivide la mia idea che il prossimo presidente dovrà dire al mondo che la
nostra posizione su Israele non cambierà e non è
negoziabile". Non è chiaro cosa Hillary voglia in cambio. Al momento
prende tempo. Martedì notte Obama l'ha cercata al telefono due volte, ma ha
sempre parlato con la segreteria. Poi mentre stava salendo sull'aereo per
tornare a Washington lei lo ha richiamato. Lui le ha chiesto un incontro ed è
tornato alla carica anche ieri mattina, ma lei ha rinviato. "Avremo una
conversazione nelle prossime settimane", ha commentato laconicamente Obama,
e alla domanda se finalmente Hillary intende riconoscere la propria sconfitta,
ha risposto: "Non siamo entrati nei dettagli". Nessuno è in grado di
immaginare se potrà davvero nascere un ticket Obama-Hillary; per ora il
senatore ha deciso che sarà una commissione di tre esperti, tra cui Caroline
Kennedy, la figlia di John, a fare una serie di proposte concrete. Ma non
bisogna dimenticare che l'accoppiata Obama-Clinton escluderebbe dal ticket il
profilo tradizionale del presidente - un uomo bianco - e rischierebbe di
sommare due pregiudizi: quello di chi non vuole una donna alla Casa Bianca con
quello di chi non vuole un afro-americano. L'allarme lo ha lanciato l'ex
presidente Jimmy Carter, secondo cui il cosiddetto "ticket dei sogni"
sarebbe "il peggiore errore possibile, perché metterebbe in evidenza gli
aspetti negativi dei due". L'unico a non aver detto che la vittoria di un
nero alle primarie per l'elezione del presidente degli Stati Uniti è una pietra
miliare nella storia americana, è stato Barack Obama. Non è il candidato degli
afroamericani ma il candidato dei democratici, la sua non è una battaglia per i
diritti civili ma per un America diversa, post-ideologica e capace davvero di
mettere da parte la questione della razza. E così la vittoria l'ha dedicata
alla nonna bianca, quella che gli ha fatto da madre ad Honolulu e che ancora
abita in mezzo al Pacifico: "La ringrazio per avermi aiutato a crescere,
lei ora sta ancora alle Hawaii, perché non può viaggiare, ma versato tutto
quello che aveva dentro di me e mi ha fatto diventare l'uomo che sono
oggi". L'uomo di oggi è riuscito in un'impresa che sembrava impossibile
solo pochi mesi fa. Ad una selezione fatta sui curriculum, il suo l'avrebbero
cestinato per primo. Perché è appunto da più di duecento anni che il bando di
concorso è vinto da un uomo bianco, di origine europea, con esperienza politica
o di governo. L'ultimo ad aver ottenuto il posto non fuma, non beve, prega ogni
mattina all'alba, ha un ranch in Texas e una moglie che lo accompagna sorridente
e non dice mai una parola fuori posto. Obama ha la pelle nera, è nato alle
Hawaii, cresciuto in Indonesia, ha pochissima esperienza politica, nessuna
frequentazione importante a Washington, una moglie arrabbiata "con
l'America che discrimina e ghettizza", è fedele di una Chiesa radicale con
un culto non tradizionale, ha sniffato cocaina e fumato spinelli e ha un doppio
nome - Obama Hussein - che per assonanze e richiami provocò un totale sconforto
nel suo primo stratega elettorale. Ma poi gli americani si sono fermati a
guardarlo: il candidato faceva cose strane, valeva la pena di perdere qualche
minuto ad osservarlo. La prima volta che è arrivato a parlare in pubblico a New
York, nel parco di Washington Square, è sceso dalla macchina e ha cominciato a
stringere la mano a tutti i poliziotti che fanno il servizio d'ordine, erano
più di cinquanta, distanziati di una decina di metri uno dall'altro, ma lui li
ha raggiunti tutti, salutati e ringraziati. Ogni volta che sale sul palco
comincia a muoversi come fosse un rapper, parla come un predicatore e manda in
delirio folle di studenti inventando slogan che farebbero la gioia dei
pubblicitari. Ha scommesso su Internet, ha cominciato a raccogliere donazioni
minuscole in rete, sembrava naif pensare di poter competere con i grandi
finanziatori affidandosi a ragazzini che spediscono i soldi di una serata al
cinema o di una pizza. Ma sono arrivati 250 milioni di dollari e tutti hanno
cominciato a pensare che forse l'America era cambiata. Il candidato Obama ha stracciato
ogni convenzione, ha rovesciato tutti i luoghi comuni e battuto quella che
veniva considerata la più prodigiosa e organizzata macchina elettorale
d'America. C'è riuscito perché ha una fiducia immensa in se stesso,
un'ambizione che lo porta a lanciare sfide che il buonsenso consiglierebbe di
evitare e un istinto non comune nel cogliere tempi e umori che gli permette di
prendere ogni occasione al volo. L'uomo che ha scaldato l'America e la commuove
con la sua retorica, che è capace di risvegliare orgoglio e indignazione, è
però diverso da come appare: è freddo e cerebrale. Rigore, disciplina, metodo,
autocontrollo, cura meticolosa dei particolari sono le sue regole. E' figlio
della società del marketing e dell'immagine, ha studiato nei particolari un look
fatto di un abito blu, una camicia bianca e scarpe nere. Ha preso quattro
completi uguali e l'unica variazione che fa è di togliere la cravatta se la
platea è molto giovane. Beve the organico, preferisce il salmone al vapore alle
bistecche e un piatto di frutta alle patate fritte. Ha giocato a pallacanestro
la mattina di tutte le primarie e fa ginnastica ogni giorno all'alba. Scherza
con gli uomini dei servizi segreti, si porta da solo la valigia in aereo e
sull'autobus e quando ha capito che i suoi discorsi risentivano troppo degli
studi ad Harvard si è chiuso nelle chiese del South Side di Chicago ad
ascoltare i predicatori per imparare l'arte della retorica che ipnotizza la
platea. E si è inventato una nuova narrativa dell'America: un ritorno ad un'età
dell'oro che forse non è mai esistita ma che tutti hanno sempre sognato. Ha un
solo rimpianto: essere stato a casa con le bambine solo dieci giorni
nell'ultimo anno.
( da "Repubblica, La" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Spettacoli RaiTre,
il tg si arrende alla notte ma sale la protesta degli altri show La redazione
di Di Bella accetta lo spostamento per lasciare spazio alla
Dandini LEANDRO PALESTINI ROMA RaiTre, si cambia. Da ottobre nella fascia
preserale ci saranno due soap (Un posto al sole sarà preceduta da Agrodolce: un
prodotto Minoli-RaiEducational) e si aprirà una seconda serata di 50 minuti.
Alle 23 irromperà la striscia satirica di Serena Dandini (non sarà eterna, si
pensa a una rotazione) seguita dalla Night Line di mezzanotte del Tg3.
"A RaiTre si sperimenta", dicono i vertici Rai, ma i cambiamenti
rischiano di creare un piccolo terremoto. Che fine faranno programmi notturni
come Sfide, Glob, C'era una volta, Percorsi d'amore o Gargantua? Da RaiTre
assicurano che sono tutti confermati. Ma con le seconde serate bloccate
(Dandini va dal martedì al venerdì), il direttore Paolo Ruffini è costretto a
"rimodulare" il palinsesto: i programmi verrebbero distribuiti per
stagioni, a rotazione, spostati di sabato o di domenica. "C'è apprensione
tra gli autori di seconda serata. La striscia della Dandini e la Night Line
mangiano il nostro spazio", spiega Simona Ercolani, autrice di Sfide.
"Sulla carta, il nostro giovedì è occupato. Certo, un qualche sfogo la
rete la può dare di sabato, di domenica, d'estate. Ma è da dieci anni che
faccio Sfide, so bene quanto è importante la collocazione di un
programma". Preoccupato Silvestro Montanaro, autore di C'era una volta,
uno dei pochi spazi che la Rai dedica al documentario. "Mi pongo una
domanda: la Rai deve ragionare da tv pubblica o da tv privata? Si cambi pure
tutto, ma per avere alla fine una qualità dell'informazione da cittadini del
mondo". Intanto al Tg3 fanno le prove di Night Line. Uno studio nuovo, i
conduttori in piedi davanti a un tavolo luminoso per "chiamare" i
servizi dall'Italia e dal mondo, largo spazio a Internet e al dialogo con i
telespettatori. Da fine ottobre partirà la "all news" della testata,
un'ora di approfondimento a mezzanotte, e dopo le proteste per la cancellazione
di Primo piano, al Tg3 prosegue lo stato di agitazione. Ieri in una assemblea
la redazione ha scelto di accettare la sfida, ma il direttore Antonio Di Bella
dovrà proseguire la trattativa con l'azienda per "ottenere adeguate
risorse" e spazi compensativi: un Tg3 flash alle 23 di almeno 5-7 minuti,
o un'edizione del Tg3 a inizio di serata. "La nuova Night Line non avrà
schemi rigidi. Sarà aperta ora verso il mondo ora verso la cronaca italiana, si
andrà dalla Cina al campo Rom di Venezia, magari con il sindaco Cacciari in
studio", anticipa il vicedirettore Onofrio Dispenza, curatore peraltro di
Primo Piano. "Sono già allo studio il logo, i titoli, il motivo musicale
della Night Line. Il direttore Di Bella ci sta lavorando. Il conduttore sarà in
piedi davanti a un tavolo luminoso (simile a quello della rassegna stampa di
Sky Tg24, ndr), per la scenografia si pensa a una fusione tra gli spazi del Tg3
e di Primo piano, di quest'ultimo si avrà in eredità l'intervista all'uomo del
giorno, politici e non. Con ampio spazio dato alla multimedialità, si
risponderà alle domande dei telespettatori".
( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XV - Torino
4,5 15000 120 4000 Torino lancia gli architetti sostenibili Quattromila
iscritti al congresso mondiale : tra gli ospiti due premi Nobel Tema del
meeting la possibilità di comunicare le trasformazioni delle città MARINA
PAGLIERI Conto alla rovescia per il Congresso mondiale degli architetti, che
prende il via il 29 giugno. Per cinque giorni Torino, prima città italiana a
ospitare l'evento (la candidatura in passato di Firenze e Venezia non era andata
a buon fine), sarà invasa da architetti, studenti e professionisti, tra
convegni, relazioni, lezioni magistrali, incontri e mostre che avranno come
temi la comunicazione dell'architettura ("Transmitting Architecture"
è il titolo), ma anche la cultura, la democrazia e la speranza. E come quartier
generale il Lingotto, con l'Oval e il Palavela. Sono attesi due premi Nobel ?
il banchiere dei poveri Muhammad Yunus e la keniota Wangari Maathai ? e
professionisti di grido, dai nostrani Massimilaino Fuksas e Paolo Portoghesi,
Mario Bellini e Cino Zucchi, Gae Aulenti e Italo Rota, a Dominique Perrault,
Kengo Kuma, Peter Eisenman, Odile Decq. Tra i presenti anche Paolo Soleri, il
fondatore delle comunità di Cosanti e Arcosanti in Arizona, noto in tutto il mondo
ma di formazione torinese e, per restare tra Torino e il mondo, Augusto
Cagnardi, padre del Prg sotto la Mole ma oggi attivo soprattutto in Cina. Sono
circa 4mila gli iscritti a oggi (il 70% dall'estero, 100 giungono dall'Iran, 50
dalla Mongolia, numerosi gli arrivi anche da Stati Uniti e Iraq, da Israele e Palestina, da India e Cina) ma se ne
aspettano circa il doppio. "Questo è un congresso che nasce con la
consapevolezza che non si può fare parlare di architettura solo gli
architetti" ha detto ieri mattina il presidente del congresso, e
dell'Ordine degli architetti di Torino, Riccardo Bedrone durante al
presentazione al Castello del Valentino. "Si affronteranno
argomenti di rilevanza mondiale, senza dimenticare però che siamo a Torino, una
città designata a Berlino nel 2002, dunque ben prima delle Olimpiadi, proprio
perché tutti vogliono vedere la sua trasformazione". Accanto a Bedrone, il
segretario generale dell'Unione internazionale architetti, il catalano Jordi
Farrando, il presidente del Consiglio nazionale degli architetti Raffaele
Sirica e Leopoldo Freyrie, relatore generale del Congresso: "Durante le
giornate si ragionerà sul ruolo dell'architettura nei prossimi anni al servizio
della società ? ha detto Freyrie. ? Serve oggi l'assunzione di una responsabilità
etica dell'architettura come disciplina e degli architetti come persone di
fronte allo stato del mondo e dell'ambiente, alla crisi delle città e della
loro vivibilità". Al centro del Congresso dunque non le
"archistar" (non ci saranno Jean Nouvel, Santiago Calatrava, David
Libeskind, Zaha Hadid) ma la sostenibilità non solo architettonica, anche
ambientale, sociale, economica. Dietro a un cartellone che prevede 72 sessioni
e 360 relatori ci sono 3 anni di lavoro. Si prevedono 15mila metri quadrati da
destinare ad esposizioni delle varie delegazioni straniere, molte le mostre che
verranno allestite in giro per la città. Il Congresso si inaugura il 29 con una
cerimonia alla Reggia di Venaria, occasione anche per celebrare il 60°
anniversario dell'Uia (il 2 luglio all'Auditorium Rai ci sarà un concerto con
musiche del compositore e architetto Iannis Xennakis). Il 30 apre il calendario
dei lavori un incontro al Palavela sul "Linguaggio dell'architettura
contemporanea", segue una sessione sul tema "Comunicare
l'architettura", moderata dal grande studioso Joseph Rykwert, premio Zevi
nel 2000 alla Biennale di Venezia. E di lì si prosegue ogni giorno tra una
lectio magistralis e un workshop, tra una tavola rotonda e un dibattito su
archi-citizens e architetti cooperanti, su architettura e quotidiani e
architettura ed economia, sul "trasmettere il paesaggio" e sulla
città industriale. Un grande sforzo, costato 4 milioni e mezzo di euro, la metà
dei quali ? ed è un bel successo, anche abbastanza raro per Torino ? arriva da
sponsor privati. Il resto dalle istituzioni piemontesi e dal Consiglio
nazionale degli architetti. Attesi naturalmente giornalisti da tutto il mondo,
è già operativa dal 6 gennaio "Good morning architecture", una radio
web dedicata all'evento.
( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina VI - Firenze Il
muro dei leghisti non aiuta nessuno I leghisti, famosi per fornire soluzioni
facili ed immediate, da sempre vorrebbero un muro che li
separi dai terroni mafiosi, magrebini, mediorientali, orientali, colorati o
meno. Solo coi mafiosi abbiamo la possibilità di aiutarli ad uscire dalle
pratiche mafiose, per il fatto che abbiamo la possibilità di perseguire gli
scapestrati nel loro territorio. Un muro(vedi quello israeliano)non aiuta.
Lettera firmata.
( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XXIII -
Milano DAL GALLES A PASSO DI DANZA la scelta GIOVANNA CRISAFULLI Ultime due date
del festival Adda Danza. Per la prima volta in Italia, la gallese Diversions
Dance Company presenta questa sera Sugarweter, dell'olandese Stephen
Shropshire, sulle rielaborazioni di Anne Parlevliet della suite n°1 di HÄndel,
e Attractors: Prelude/Part II, insolito incontro tra fisica, boxe e teoria del
caos, dello statunitense Stephen Petronio su musiche di Placebo, Bowie e
Lavelle. Domenica la compagnia presenta Practice Paradise,
stravaganti interpretazioni delle musiche di Chopin per Les Sylphides, del
belga Stijn Celis, e Peeled, dell'israeliano Itzik Galili, su musiche dei
Percossa. A Trezzo sull'Adda, Centrale Taccani, 02.716791, ore 21.30, euro 15.
Navetta gratuita da via Vivaio alle 20, prenot. obbligatoria.
( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XIX - Genova
Ritorna a Savona la rassegna "Just like a woman" Crow, Noa e la Sosa
un tributo alla regine LUCIA MARCHIO lucia marchiò Niente Etta James e Miriam
Makeba a "Just Like a Woman". La prima, settantottenne intramontabile
icona del del rhythm and blues, è stata ricoverata l'altro ieri in un ospedale
di Los Angeles a causa di una brutta polmonite, mentre la leggendaria Mama
Africa è incorsa in un incidente, per cui ha annullato i previsti tour in Usa e
Europa. Parte un po' sfortunata l'ottava edizione del Tributo alle Regine della
Musica, in programma nel suggestivo complesso del Priamar a Savona dal 7 al 20
luglio, ma il cast, ovviamente ritoccato per ovviare alle defaillance
dell'ultimo minuto, rimane comunque di alto livello e in linea con l'egida
della manifestazione. Al posto della James e della Makeba arrivano dunque altre
due grandi stelle della musica internazionale: Noa (giovedì 17 luglio), la cantante di origine yemenita soprannominata l'Usignolo di Israele (nella foto), e l'argentina
Mercedes Sosa (mercoledì 23 Luglio), vera leggenda vivente, icona musicale e
culturale del Sud America. Il cartellone vedrà quindi in scena il 7 luglio la
cantautrice rock-pop Sheryl Crow, apripista della kermesse; seguirà il
17 Noa. Il 18 luglio c'è molta attesa per la performance della madrina di
questa edizione, Amanda Sandrelli, attrice di teatro, ma anche cantante, donna
di cinema, molto colta ed impegnata socialmente, presenterà il nuovo spettacolo
teatrale, "Storie di Tango e di passione", un reading in musica in
cui lei reciterà brani di grandi poeti argentini e a Jorge Luis Borges,
accompagnata da un trio; il 19 luglio nella Vecchia Darsena, spazio al premio
Janis Joplin, nel ricordo della rock woman per antonomasia: a presiedere la
giuria sarà la cantautrice Cristina Donà, che al pomeriggio terrà un seminario
di musica su "Come scrivere una canzone al femminile". Il 23 chiusura
con la partecipazione dell'artista argentina Mercedes Sosa, e il suo
impareggiabile repertorio che comprende classici come "Gracias a la
Vida" e "Cancion para mi America". Perseguitata e costretta
all'esilio, è tornata, accolta in modo trionfale in patria nel 1982. "Sin
dall'estate 2001 ci siamo posti come obbiettivo artistico e di contenuti l'idea
di fare un festival che non fosse solo una carrellata di concerti, ma che
contenesse un forte messaggio anche sociale, affermano il promoter Massimo
Sabatino e il direttore artistico Ezio Guaitamacchi. "Malgrado le
difficoltà imposte dalle defezioni di Etta James e Miriam Makeba siamo comunque
riusciti a definire un cast di alto profilo in linea coi precedenti, in grado
di rendere omaggi e meriti a degli emblemi, dei modelli artistici di donne con
una grande storia alle spalle e che permette al festival di essere anche in
questa edizione il più importante in Italia dedicato alla musica al femminile".
"Just Like a Woman" sostiene il progetto "Savona per le donne
del Congo-Malawki Development". è un progetto particolarmente legato a
Savona, in quanto nato e attivato da vari enti e associazioni, capofila la
locale Provincia.
( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Sei mesi dopo il primo
incontro con il presidente, la Bruni è diventata la sua carta vincente
Influenza il marito, campeggia sui giornali e ha guadagnato ormai un ruolo
politico L'irresistibile madame Sarkozy alla conquista dei consensi perduti Il
filosofo Ferry avvertì Nicolas: "Non fidarti, non potrai più fare a meno
di lei" I settimanali anche di sinistra non le risparmiano ritratti
edificanti BERNARDO VALLI Queste sono le cose, sommariamente elencate, che
contano. Ma fino a poche settimane fa era tutt'altro che evidente pensare anche
a Carla Bruni come a un elemento capace di contribuire al miglioramento di
un'immagine presidenziale deteriorata. Certo non lo si poteva immaginare a metà
novembre quando cominciò la storia. Una storia iniziata male. Non per gli
amanti ai loro primi approcci, ma agli occhi della Francia avida di novità,
tutt'altro che bacchettona, e al tempo stesso ancorata alle tradizioni. La
vicenda suscitava curiosità, divertiva la società parigina, ma rendeva
perplessa il resto del Paese. Più che uno scandalo al vertice della Quinta
Repubblica, era un'agitata telenovela sentimentale con forti conseguenze per
l'immagine del presidente che ne era il protagonista. La storia non poteva che
accelerare il crollo dei consensi, già provocato dalle difficoltà politiche ed
economiche, e dai comportamenti sconcertanti del neo Capo dello Stato, pronto a
mettere in piazza la sua vita privata e incapace di controllare il carattere
collerico. "Sparisci povero imbecille", aveva detto a denti stretti a
un visitatore del Salone dell'Agricoltura colpevole di avere manifestato la sua
scarsa simpatia. E a un pescatore bretone, che l'aveva preso a partito, aveva
ribadito come un ragazzaccio: "Vieni qui se ne hai il coraggio".
L'abbandono della moglie Cécilia, baciata in pubblico poche settimane prima,
durante la cerimonia di investitura, e il successivo affrettato divorzio,
avevano dato l'impressione di un insanabile disordine nella vita del
presidente-monarca della Quinta Repubblica. La nuova precipitosa avventura con
l'ex modella, della quale non mancano i nudi negli archivi fotografici di mezzo
mondo, non potevano rassicurare l'opinione pubblica. Oggi i settimanali, anche
di sinistra, non le risparmiano i ritratti edificanti. Le sue impertinenze, il
sofisticato candore delle sue battute, hanno successo. Le Nouvel Observateur
titola "SOS-Carla", come se Nicolas chiedesse a Carla di salvarlo
dall'impopolarità. E lei viene descritta come una moglie che consolida
lentamente le sue posizioni e le impone, regolando le cene ufficiali, scegliendo
spesso gli ospiti, e decidendo con cura gli spostamenti. Non andrà a Pechino in
occasione delle Olimpiadi, per evitare di reclamare il boicottaggio della
cerimonia d'apertura, come fa sua sorella Valeria, la regista. Ma andrà a Tokyo e in Israele con suo marito. In fondo la vera "apertura" Nicolas
Sarkozy l'ha fatta sposando una moglie di sinistra. Una gauche caviar, come si
diceva un tempo. Radical-chic. Ma anche una sinistra fatta di principi
ereditati dalla famiglia piemontese, miliardaria e intellettuale. Per
questo, spiega Carla Bruni, alle ultime elezioni presidenziali francesi (alle
quali non ha votato essendo italiana) si considerò, più che sentirsi, in favore
di Ségolène Royal, anche se non le era simpatica. Era un istinto dettato dalla
tradizione familiare. Oggi però non ha dubbi, pensa che Sarkozy abbia
"cinque cervelli", tanto è prodigiosa la sua memoria e la capacità di
interessarsi a più cose nello stesso momento. Forse è sempre l'istinto
ereditata dalla famiglia che la far star male il fatto che Silvio Berlusconi
sia stato eletto. Trova strano che la chiamino "presidentessa". Forse
chiamano violinista chi vive con un violinista? Lei sa parlare con i
giornalisti. Sa manovrare i fotografi. Come mannequin e come cantante tratta
con loro da vent'anni. E' più abile di suo marito. Ha parlato a lungo con gli
autori di un libro che racconta la sua vicenda con Nicolas Sarkozy (Yves
Azéroual e Valérie Benaim, "Carla et Nicolas, la veritable histoire",
Editions du Moment) senza chiedere di vedere quel che avrebbero pubblicato. Si
è fidata. Si possono cosi leggere tante indiscrezioni, che sono tali soltanto
per i comuni cittadini. Non per la società parigina. Ad esempio che alla cena
gaglioffa, quella del primo incontro, organizzata da un celebre esperto di
pubblicità, c'erano due ex amanti di Carla Bruni. E che uno dei due, il
filosofo Luc Ferry, fu invitato il giorno dopo all'Eliseo da Nicola Sarkozy che
voleva sapere qualcosa su quella donna di cui era già innamorato. E il filosofo
disse: "Non fidarti. Non obbligatoriamente per quel che si dice di lei. E'
vero che ha uno spirito libero, come noi due, ma è un donna che ha dei valori.
E' una ragazza bene". Il "non fidarti" rivolto al presidente
significava: stai attento perché rischi di non poter più fare a meno di lei. E'
infatti stato cosi. Il ritratto che si ricava dal libro è quello di una donna
libera e intelligente. Ed anche presa dal marito-presidente. Un settimanale (Le
Point) ricorre a una storica, Simone Bertière, autrice di "Marie Antoinette,
l'insoumise", una biografia della regina austriaca di Francia finita sulla
ghigliottina parigina, per interpretare il personaggio Carla Bruni. Sarkozy,
dice la storica, ha fortemente personalizzato la funzione presidenziale e gli
ha dato un'impronta moderna, ma anche disordinata. La sua nuova moglie è
arrivata in un momento cruciale e ha dovuto inventare uno stile adeguato. Il
suo passato di star del show-business sembrava un handicap. Ma la sua pratica
dei mass media l'ha aiutata. Come piacere senza urtare un'opinione pubblica
divisa? Con abilità e apparente disinvoltura ha saputo conciliare novità e
tradizione. Si è richiamata alla situazione attuale della donna, vale a dire si
è mantenuta autonoma e responsabile, e ha conservato una sua indipendenza. Carla
Bruni vive infatti nella dimora parigina di sua proprietà, vicino a Auteuil,
dove la raggiunge Nicola Sarkozy. Solo ogni tanto si sposta all'Eliseo. Ed è a
casa sua che prepara le canzoni, delle quali si aspetta un album in luglio.
Dopo il matrimonio l'opinione pubblica si è rivelata più favorevole. Ma Carla
Bruni ha cominciato ad esercitare un certo fascino dopo la visita a corte,
durante il viaggio a Londra, quando ha dimostrato di sapersi comportare vicino
ai reali d'Inghilterra "con elegante semplicità". E allora molti
francesi hanno capito, secondo la storica di Maria Antonietta, che l'ex modella
era in grado di dare al marito la compostezza, la sobrietà che prima gli
mancava. La storia é comunque soltanto all'inizio.
( da "Corriere della Sera" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-06 num: - pag: 5 categoria:
REDAZIONALE Il caso Statura e "razza", lite tra Colombo e il ministro
ROMA - Anche se Furio Colombo giura che non si riferiva alle dimensioni fisiche
del suo collega ma alla sua (scarsa, secondo il parlamentare del Pd) statura
politica, è facile capire che Renato Brunetta si sia offeso quando ha letto
sulle agenzie di essere stato definito "un mini ministro". Più
complicato è capire la risposta del medesimo ministro che tira in ballo, non
solo il razzismo ma la razza, non solo gli uomini alti e gli uomini bassi,
quelli intelligenti e quelli no, ma anche gli ebrei e persino l'ingresso di Israele nella Ue. Ma Brunetta si è molto arrabbiato ieri
mattina quando gli hanno sottoposto le dichiarazioni di Colombo, che aveva parlato
durante la presentazione del blog Piazza del dissenso sul sito
www.micromega.net, un diario quotidiano gestito insieme a Beppe Giulietti e ai
girotondini Pancho Pardi e Paolo Flores d'Arcais, per lanciare le campagne
dell'opposizione. E così è letteralmente scoppiato, ai microfoni di Radio
Radicale, quando ha avuto la possibilità di cantarle a Colombo: "Non
credevo che fosse razzista. Mi dispiace molto perché le sue origini razziali
potrebbero far dire molte cose... ma siccome io amo gli ebrei, amo Israele,
voglio che Israele entri
nell'Ue, amo tutte le diversità, anche gli uomini piccoli se sono
intelligenti". Il deputato del Pd, nonché ex direttore dell'Unità e per
lungo tempo uomo Fiat negli Stati Uniti, non vuole replicare alle accuse:
"Tutte le dichiarazioni riguardanti gli ebrei e Israele sono opinioni personali del ministro e su queste non mi "misuro"".
Ma Brunetta lo ha anche sfidato sul terreno del "Qi":
"Probabilmente Colombo è più alto di me ma meno intelligente di me",
aveva azzardato alla radio. "Lasciamo in sospeso la questione",
sorride Colombo che comunque si scusa "vivamente": "Se anche in
buona fede le mie parole sono state interpretate come un'offesa, quella che
negli Stati Uniti si chiama il "lookismo", mi scuso perché non era
assolutamente questa la mia intenzione. Piuttosto io pensavo e continuo a
pensare che la politica di Brunetta sia "mini", senza un disegno
strategico. Un ministro che arriva e parla solo di stroncare, cacciare,
buttare, anche se è un uomo normalissimo resta un mini ministro perché la
pubblica amministrazione va capita, protetta, gestita. Non serve a niente, anzi
è controproducente identificare il Fantozzi di turno, cioè il dipendente più
scomodo, che sarà allontanato dai colleghi". Le parole di conciliazione di
Colombo arrivano solo in serata, quando ormai il patatrac è fatto e il
presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri - intervenuto a sostenere
l'onore e la statura politica di Brunetta insieme a Benedetto della Vedova -
tenta di trasformare l'incidente in un caso politico, chiedendo "al Pd di
condannare pubblicamente le offese". Ma son tutti distratti da altro e
nessuno salvo Colombo trova una parola per Brunetta. La replica di Brunetta
"Non credevo fosse razzista Mi dispiace perché le sue origini razziali
potrebbero far dire molte cose... Ma io amo gli ebrei" Furio Colombo
Gianna Fregonara.
( da "Corriere della Sera" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-06 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE Turchia La Consulta annulla il provvedimento voluto dal premier.
Presto potrebbero bandire anche il suo partito islamico moderato Schiaffo a
Erdogan, niente velo all'università I giudici della corte costituzionale:
"Il turban è contrario alla laicità dello Stato" Accolto il ricorso
del partito repubblicano laico contro l'Akp, il partito di Giustizia e
Sviluppo, che ha stravinto le elezioni Velo vietato. Velo permesso. Velo
vietato. è una corsa schizofrenica che riaccende pericolosamente il conflitto
tra laici e islamici moderati, che offusca l'immagine della Turchia, che
indebolisce la sua credibilità e crea nuovi problemi al suo tribolato cammino
verso l'Unione europea. Ieri la corte costituzionale, con nove voti a favore e
due contrari, accogliendo il ricorso del laico partito repubblicano del popolo,
maggiore forza di opposizione, ha firmato la sentenza che impone di
ripristinare il divieto del velo per le donne nelle università del Paese.
Divieto che era stato cancellato dal Parlamento, che aveva modificato due
articoli della Costituzione, lo scorso 9 febbraio. Quattro mesi di velo libero,
e ora la brusca retromarcia, con un altro sonoro schiaffo al premier Recep
Tayyip Erdogan, che quella riforma aveva fortemente voluto. Da oggi, quindi, le
studentesse che si copriranno il capo commetteranno un reato. Ma quel che più
colpisce non è tanto la decisione dell'alta corte e dai suoi giudici laici,
quasi tutti nominati dall'ex presidente Sezer, quanto la sua motivazione,
laddove si legge che le modifiche alla Costituzione non hanno rispettato tre
articoli, ritenuti sacri, il 2, il 4 e il
( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura Il saggio
del magistrato Roberta Barberini Nel labirinto del terrorismo Omicidi, stragi,
dirottamenti: tutto è complicato da ragioni ideologico-politiche. Che cosa si
fa a livello internazionale e italiano? Quali sono le regole? ANTONIO CASSESE a
a quando il terrorismo non è più un fenomeno confinato a singoli Stati, ma ha
assunto dimensioni transnazionali, i problemi si sono ovviamente moltiplicati:
come definire un terrorista? Come organizzare la cooperazione tra Stati per
lottare contro questo nuovo e minaccioso tipo di criminalità? Come bloccare le
fonti di finanziamento e reclutamento delle organizzazioni terroristiche, ecc.?
Chi vuole avere una panoramica informatissima di questi problemi, può ora
leggere Il giudice e il terrorista di Roberta Barberini (Einaudi, pagg.
XXII-246, euro 16,5). L'autrice è un magistrato specializzato in questa
materia: ha lavorato come esperta per il nostro ministero degli Esteri, ha partecipato
a tutte le più importanti riunioni internazionali di diplomatici, giuristi e
tecnici per la lotta contro il terrorismo, ha pubblicato saggi per riviste
giuridiche. Questo libro, come altri suoi scritti, mette a frutto una vasta
esperienza e la conoscenza di prima mano di fenomeni assai gravi. è dunque uno
strumento utile per ogni lettore curioso di sapere cosa si fa a livello
internazionale e italiano per opporsi alle organizzazioni terroristiche. Ne
raccomando la lettura soprattutto per informarsi su alcuni grandi problemi. In
primo luogo quello della definizione di terrorista. Ognuno di noi ha un'idea
abbastanza chiara di cosa sia un atto terroristico: un'azione criminosa
(omicidio, strage, sequestro di persona, dirottamento di aerei, cattura di ostaggi,
ecc.) volta a spargere il terrore tra i civili, ma non per scopi personali o di
lucro (ad esempio, ottenere un riscatto) ma a fini politici, e cioè per
coartare la volontà di un governo o un ente internazionale: scarcerare altri
terroristi detenuti, liberare un territorio occupato, ecc. Sembrerebbe tutto
facile, e che si possa dunque agevolmente concordare una definizione
internazionale. E invece tutto è complicato da ragioni politico-ideologiche. La
disputa verte non sulla regola, ma sulle eccezioni: quando è che un certo atto,
apparentemente terroristico, non va però definito tale? Per i paesi islamici
coloro che, nel quadro di un conflitto armato, lottano per l'autodeterminazione
(ad esempio: i palestinesi che vogliono scacciare gli israeliani dai territori
occupati) non devono essere definiti terroristi anche se uccidono civili. Lo
scontro all'Onu tra paesi islamici guidati dal Pakistan e
paesi occidentali guidati da Usa e Israele ha impedito finora che una "Convenzione globale" sul
terrorismo venga adottata. In breve, per gli islamici, un palestinese che getta
una bomba contro civili israeliani nei territori occupati può essere colpevole
di un crimine di guerra, ma non di terrorismo. Gli islamici vi si
oppongono, sostanzialmente per due ragioni: psicologica (non vogliono che
quella etichetta, che segna un grave disvalore, venga usata per i loro
"combattenti per la libertà") e pratica (se quegli atti criminosi
vengono definiti anche come terroristici, scattano una serie di azioni investigative
sul finanziamento dell'organizzazione, sull'addestramento ecc., che invece sono
impossibili se l'uccisione di civili è "solo" definita crimine di
guerra). I paesi islamici vorrebbero inoltre che, al contrario, le azioni degli
eserciti avversari, in pratica quello israeliano, ogni qualvolta colpiscono
civili, venissero qualificate sia come crimini di guerra sia come atti
terroristici di Stato. Le considerazioni dell'autrice sono illuminanti anche
riguardo alle trasformazioni che ha subìto il diritto penale odierno per
combattere il terrorismo, oltre che altre forme di criminalità organizzata. Si
è oramai arrivati a sviluppare un "diritto penale del nemico", e cioè
un sistema repressivo che persegue non tanto la colpevolezza, quanto la
pericolosità (del terrorista, del mafioso, dell'eversore dell'ordine
democratico), e quindi cerca di colpire anche e soprattutto i reati associativi
quali le organizzazioni terroristiche o le associazioni mafiose, ed inoltre
amplia la gamma delle incriminazioni, colpendo anche gli atti preparatori (il
finanziamento, l'addestramento, la propaganda). Ciò al fine di permettere alle
autorità investigative "tutta una serie di interventi processuali
(intercettazioni, perquisizioni, interrogatori, catture) prima che vi sia la
prova del reato". Il lettore troverà in questo libro anche tante altre
cose: vi si parla del caso Calipari, di Abu Omar, ed anche delle polemiche tra
il giudice Forleo e la Corte di Cassazione circa i tre nordafricani, Bouyahia,
Toumi e Daki, che Forleo aveva assolto dal reato di terrorismo, mentre la
Cassazione ha ritenuto il contrario (l'attuale tendenza della nostra Suprema
Corte è di dire che in tempo di guerra, combattenti non legittimi quali i
palestinesi, se usano violenza contro civili, devono essere qualificati come
terroristi, mentre non lo sono se attaccano militari). Nel libro di Barberini
si discute anche di un'assurdità: dal 2006, per proclamare che i nostri
militari sono in Afghanistan ed Iraq non per fare la guerra ma solo per ragioni
umanitarie, il Governo Prodi, con l'approvazione del Parlamento, ha deciso che
a quei militari non si applica più, come era avvenuto negli anni precedenti, il
codice penale militare di guerra, ma quello di pace. Cosa assurda, perché il
codice di pace è inteso a regolare non i reati commessi in combattimento, ma la
vita militare ordinaria in tempo di pace, mentre in quei luoghi si combatte e
si uccide o si è uccisi. In tal modo si è tra l'altro vanificato o comunque
attenuato la protezione prima accordata ai civili (afghani o iracheni).
Insomma, si ha qui una prova evidente di come ragioni puramente ideologiche
possano condurre a conseguenze contrarie sia alla realtà pratica sia ad
esigenze umanitarie.
( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
PALESTINA L'amara
sveglia di Abu Mazen: "Obama si sbaglia, Gerusalemme è nostra" Michele
Giorgio GERUSALEMME La conoscenza limitata della lingua inglese l'altra sera
non ha impedito ad Abu Mazen di comprendere bene la portata del discorso del
candidato democratico Barack Obama su Gerusalemme. "E' stato un colpo
basso, di quelli che ti spediscono al tappeto", ci raccontava ieri un
funzionario dell'ufficio del presidente palestinese. "Abu Mazen non
riusciva a crederci, poi ha capito che chiunque sostituirà Bush alla Casa
Bianca, Obama oppure il repubblicano McCain, non cambierà in meglio la politica
americana in questa regione", ha aggiunto. Per Abu Mazen, quelle frasi di
Obama su Gerusalemme che "dovrà restare la capitale d'Israele e non dovrà essere divisa" sono state un brusco risveglio
dal sogno di chi, come lui, si augurava la nomination del senatore nero
dell'Illinois e la sconfitta della senatrice Hillary Clinton, la più gradita in
assoluto in Israele anche
per aver evocato, durante le primarie, persino l'ipotesi d'un attacco atomico
contro Tehran. "Le dichiarazioni di Obama sono da respingere
totalmente", ha protestato Abu Mazen, "il mondo intero sa che
Gerusalemme (Est) è stata occupata nel 1967 e noi non accetteremo uno stato
palestinese senza avere Gerusalemme (Est) come capitale". Ma nessuno lo ha
ascoltato. "Il presidente è molto deluso - spiega l'analista Ghassan
Khatib - ha creduto fortemente nella possibilità di raggiungere un accordo di
pace entro il 2008 con Israele, così come era stato
affermato lo scorso novembre ad Annapolis, e ora si trova di fronte alla
prospettiva di un blocco prolungato del negoziato a causa dei guai giudiziari
di Ehud Olmert, di un boom delle costruzioni negli insediamenti israeliani in
Cisgiordania e di dichiarazioni contrarie alle aspirazioni palestinesi su
Gerusalemme Est rilasciate da un candidato (Obama) che ha ottime possibilità di
prendere il posto di Bush". Secondo Khatib la mancanza di prospettive al
tavolo della diplomazia spinge inevitabilmente Abu Mazen a cercare un
compromesso con Hamas, a un anno di distanza dalla violenta presa del potere
del movimento islamico a Gaza, rinunciando alle pesanti condizioni che aveva
posto per riavviare il dialogo. Due giorni fa, con un discorso televisivo, il
rais palestinese aveva lanciato un appello per l'avvio di "un dialogo
nazionale che porti all'applicazione dell'iniziativa di riconciliazione che si
è svolta qualche mese fa in Yemen e che ponga fine alla divisione interna che
nuoce al nostro popolo e alla nostra causa". E se i colloqui avranno
successo, aveva aggiunto, sarebbero state proclamate "nuove elezioni
legislative e presidenziali". "Abu Mazen - dice Khatib - si è reso
conto che la ferita palestinese si potrà rimarginare solo con il dialogo ma,
allo stesso tempo, segnala a Usa, Ue e Israele che in
mancanza di possibilità concrete al tavolo delle trattative, non può far altro
che cercare un compromesso con Hamas che metta fine alla frattura
interna". Il presidente palestinese ha perciò formato una commissione
incaricata di riaprire il negoziato fra le diverse fazioni palestinesi che
potrebbe riunirsi già la prossima settimana. Si fanno insistenti inoltre le
voci di contatti "ben avviati" tra le due parti e ieri il quotidiano
libanese as-Safir ha riferito di un incontro entro giugno a Damasco tra Abu
Mazen e il leader di Hamas in esilio, Khaled Meshaal. Sullo sfondo del dialogo
interno palestinese che potrebbe riprendere nelle prossime settimane, Gaza
rimane sotto embargo israeliano. Ieri un razzo Qassam ha ferito mortalmente un
civile a Nir Oz (Neghev) mentre un successivo raid israeliano ha ucciso una
bambina palestinese di quattro anni a Gaza.
( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Non tutti i gagi sono
leghisti Sento il dovere di esprimere la mia solidarietà ai sinti, al comune e
alla Caritas. Frequento accampamenti e nuclei sinti e rom da circa 30 anni e
vedo l'iniziativa di Mestre come un contributo necessario e dovuto all'aumento
delle speranza di vita e di salute psicofisica di un popolo storicamente
oggetto non solo di discriminazioni ma anche di un tentativo di sterminio. A
chi indulge in stereotipi lombrosiani (Il "delinquente nato") o per
dare sfogo a propri problemi irrisolti o alla penosa ricerca di qualche forma
di consenso e di visibilità, devo ricordare che, secoli or sono, è persino
successo che gli "zingari" venissero allontanati dalle città non
perché mendicavano o perché svolgessero attività illegali ma perché erano
impegnati in "attività insalubri" quali la fabbricazione di botti per
alimenti. I sinti attraversano oggi una fase molto delicata in cui con
sensibilità e umanità, occorre rapportarsi all'inquietudine che deriva loro
(molto più che nei rom) dall'idea e dalla pratica della sedentarizzazione; in
questo delicato percorso storico e psicosociale arrivano a rendere le cose più
difficili i "fustigatori di nomadi" con la loro assurda pretesa di
escomio (non si sa verso dove) e senza la minima preoccupazione del vissuto che,
con la loro ostilità, inducono , soprattutto nei giovani e nei bambini. Vorrei
dire a questi bambini: non abbiate paura, non tutti i gagi sono leghisti; non
tutti i gagi sono indifferenti al fatto che viviate nel fango e che qualcuno di
voi possa ardere vivo come è successo a Alex e Amanda a Bologna qualche anno
fa. Vi vogliamo con noi a scuola, sull'autobus e nei quartieri. Ma vorrei
andare oltre le parole per fare una proposta pratica che, forse, Caritas e
comune potrebbero veicolare. Ogni medico italiano (pare anche veterinari e
farmacisti) vede prelevare circa 120 euro l'anno a favore di un ente (Onaosi)
che si occupa di orfani di medici, i quali, al momento, hanno peraltro un'età
media molto avanzata. Molti di noi medici vedrebbero volentieri che questi euro
fossero destinati a "veri poveri"; perché non "concedere"
questa opzione per un fondo da gestire da parte dei comuni a favore delle
popolazioni rom e sinti? Ferma restando la piena legittimità dell'impegno
finanziario già in atto del comune di Venezia, si potrebbe contribuire a
togliere l'acqua all'ostracismo di certi leghisti e di certi benpensanti
allarmati e ossessionati dalla convinzione (sbagliata) che la solidarietà
sociale venga fatta prelevando proprio dai loro portafogli personali. Questa
ipotesi potrebbe diventare proposta di legge o emendamento alla prossima
finanziaria? Vito Totire docente di psicologia sociale e del lavoro università
di Venezia Una vecchia canzone brasiliana In questi giorni assurdi di
xenofobia, ansia, cattiveria, vigliaccheria (spesso vigliaccheria di sinistra,
non abbiamo nemmeno più il coraggio di denunciare. Possibile che stia
succedendo a noi? Mi sembra tutto un incubo!). Mi sono ricordata di una vecchia
canzone del brasiliano Lenine (il padre lo ha chiamato così per via di Lenin)
che tradotta dice qualcosa come: La città è del mendicante e del poliziotto
Tutto il mondo ha diritto alla vita Tutto il mondo allo stesso modo Travestito
lavoratore turista Single famiglia coppia sposata Tutto il mondo ha diritto
alla vita Tutto il mondo allo stesso modo) Senza avere paura di camminare per
strada Perché la strada è il loro giardino Tutto il mondo ha diritto alla vita
Tutto il mondo allo stesso modo Buonanotte, tutto bene?, Buon giorno La
gentilezza è fondamentale Igiaba Roma Le donne nella chiesa Il Vaticano, ha
pubblicato un decreto Osservatore Romano del 29 maggio) che minaccia di
scomunica immediata chiunque ordini una donna come sacerdote. Questa misura
riguarda, allo stesso modo, ogni donna ordinata sacerdote. La notizia non fa scalpore.
Nessuno protesta. Neppure le donne protestano. E qual è ancora nel terzo
millennio il serio motivo che la chiesa adduce per evitare il rischio che una
donna diventi sacerdote, e magari cardinale, e magari (Dio ce ne scampi!) anche
papa? Eccolo: "Gesù Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei
dodici. Se egli ha fatto così, non è stato per conformarsi alle usanze del suo
tempo, poiché l'atteggiamento, da lui assunto nei confronti delle donne,
contrasta singolarmente con quello del suo ambiente e segna una rottura voluta
e coraggiosa" (Congregazione per la dottrina della fede - inter
insigniores). Ma è ovvio che non fu il timore di infrangere le regole
dell'epoca, a determinare la decisione del Signore, bensì la consapevolezza che
chiamare delle donne a far parte degli apostoli, sarebbe stato non solo
perfettamente inutile, ma anche di serio ostacolo all'evangelizzazione del
mondo. Il Signore sapeva perfettamente che nessuna donna avrebbe potuto
sostituire gli apostoli, in quel periodo e in quella società. Le difficoltà,
già insormontabili per un uomo, sarebbero state impossibili da superare per una
donna. Al tempo di Gesù, legalmente, la donna era considerata minorenne, e
quindi irresponsabile. Ma le donne cristiane di oggi si
sono un pochino emancipate rispetto alle donne della Palestina di duemila anni fa. Cristo "qui e ora", non farebbe
distinzioni di sorta, e se dovesse scegliere gli apostoli nel nostro tempo, non
esiterebbe a nominare sei donne e sei uomini. Renato Pierri Roma lettere@ilmanifesto.it.
( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il faccia a faccia
senza testimoni. Oggi a Washington la senatrice annuncia ufficialmente il suo
ritiro Obama, primo incontro con Hillary "Lei ottimo vice per
chiunque" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - Alla fine, all'ultimo
minuto, Hillary Clinton e Barack Obama si sono incontrati per un'ora. Lo hanno
fatto in segreto, giovedì sera, nella casa della senatrice della California
Diane Feinstein, che ha raccontato di un "clima positivo: I due ridevano e
il rapporto sembrava ottimo". Ognuno dei due era accompagnato dal suo
braccio destro, ma dopo poco hanno chiesto di restare da soli e così 24 ore
dopo niente è trapelato di quanto si siano detti. Il faccia a faccia, chiesto
dalla Clinton, è un passo ulteriore per svelenire il clima ed è propedeutico
alla grande festa che oggi l'ex first lady farà a Washington - nella grande
sala da ballo di uno dei più bei palazzi storici, il National Building Museum -
per ringraziare i suoi supporter e ufficializzare la fine della campagna e il
suo sostegno ad Obama. La Feinstein, che è l'ex sindaco di San Francisco e una
grande sponsor della Clinton, ha sottolineato che ora Hillary "vuole fare
di tutto per unificare il partito, perché la voce dei suoi elettori sia
ascoltata e intende avere una relazione di lavoro con il senatore Obama".
Se questo significhi che voglia partecipare al ticket per la presidenza non è
chiaro a nessuno e Obama ieri si è limitato a dire che "la senatrice
Clinton sarebbe nella rosa delle candidature di chiunque". Il senatore di
Chicago però ha ribadito di non avere fretta, dal momento che la scelta del suo
vice è "la decisione più importante" che dovrà prendere: "Lo
voglio fare - ha sottolineato - con scrupolo, non di corsa, né cedendo alle
pressioni". Intanto un altro possibile vice, l'ex candidato John Edwards,
ha fatto sapere di non essere interessato a far parte del ticket; gli è bastata
l'esperienza come numero due di John Kerry e la sconfitta patita nel 2004. Per
lui più volte si è ipotizzato un ruolo come ministro della Giustizia in caso di
vittoria di Obama. Prima di staccare, per un fine settimana di vacanza insieme
alla famiglia (cena fuori con la moglie ieri sera, partita a golf oggi, giro in
bici con le figlie domani) Obama ha voluto sfumare la sua affermazione relativa
all'indivisibilità di Gerusalemme. Parlando all'Aipac,
forte lobby filo-Israele,
aveva assicurato che "resterà la capitale indivisa di Israele". Incalzato dalle critiche
dei palestinesi e dalle precisazioni del Dipartimento di Stato americano, il
candidato democratico ha assicurato che lo status della città sarà deciso solo
dai negoziati di pace. Le sue parole erano state apprezzate dal premier
Olmert e dalla stampa israeliana, e hanno avuto l'effetto di controbattere alle
accuse di McCain che aveva definito Obama "il candidato preferito da
Hamas". A sorpresa, infine, Obama ha partecipato ad un evento di appoggio
della candidatura di Chicago alle Olimpiadi del 2016. Sicuro di sé e
galvanizzato dalla vittoria sulla Clinton, ha annunciato: "Nel 2016 starò
terminando il mio secondo mandato... E già mi vedo annunciare al mondo intero
l'apertura dei giochi". (m. cal.).
( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
XIII - Bari Ruvo Mola Altamura Giornata con Baliani fra letteratura e teatro
"Jupiter" in masseria il disarmo va in scena Note arabe e classiche
omaggio alla Palestina.
( da "Corriere della Sera" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-07 num: - pag: 17 autore: di SERGIO
ROMANO categoria: REDAZIONALE Il Libano che teme la guerra civile e si ferma
sull'orlo del precipizio La svolta del presidente Suleiman: "Via i miei
ritratti dalle strade" BEIRUT - Mentre lavorava alla formazione del nuovo
governo libanese, il generale Michel Suleiman, presidente della Repubblica, ha
chiesto che venissero rimossi dalle strade di Beirut i suoi ritratti, apparsi
in gran numero, dopo la sua elezione, sulle facciate delle case e nelle vetrine
dei negozi. Il maronita Suleiman è un uomo sobrio, pacato, poco loquace. Ma la
richiesta, in questo caso, non è un segno di modestia. Nelle strade di Beirut
non esistono soltanto i ritratti del capo dello Stato. Le fotografie dei
leader, spesso grandi quanto l'intera facciata di una casa, annunciano
l'identità religiosa e politica di una zona urbana. So di essere nel quartiere
di Amin Gemayel, capo delle Falangi cristiane, perché la piazza principale è
dominata dalla gigantografia del figlio Pierre, esponente della maggioranza
anti-siriana, assassinato nel novembre del 2006 quando era ministro
dell'Industria nel governo di Fouad Siniora. So di essere in un quartiere
sciita perché la strada principale è tappezzata dai ritratti di Hassan
Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, e da quelli dei
"martiri" caduti combattendo contro Israele. Quasi tutti i quartieri di
Beirut sono religiosamente omogenei e alcuni di essi "gridano" la
loro identità esponendo l'immagine del leader di cui sono elettori. Chiedendo
la rimozione dei suoi ritratti Suleiman chiede alla classe politica di fare
altrettanto e di rinunciare alla spartizione di Beirut fra aree d'influenza.
Vorrebbe che il Libano smettesse di essere un mosaico di comunità religiose
(sono diciotto) e divenisse finalmente uno Stato di cittadini, eguali di fronte
alla legge, uniti dall'appartenenza a una stessa nazione. è il sogno di tutti i
riformatori. Non chiedono ai loro connazionali di rinunciare alla propria fede
religiosa, ma vorrebbero che accanto all'identità confessionale vi fosse in
ciascuno di essi il patriottismo libanese. Ogni crisi si conclude con un invito
all'unità nazionale, unico rimedio contro le fazioni che dividono il Paese sin
dal giorno, nel
( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
BARACK INCONTRA
HILLARY Obama fa dietrofront su Gerusalemme Barack Obama ingrana la marcia indietro
sullo status di Gerusalemme. Se mercoledì il candidato democratico - di fronte
alla influente organizzazione filo-israeliana Aipac -, con tono perentorio,
aveva affermato che la Città santa rimarrà "unita" sotto la sovranità
d'Israele, inclusa la zona araba
(Est) occupata dallo Stato ebraico nel 1967 e rivendicata dai palestinesi,
invece l'altra sera, parlando alla "Cnn", ha improvvisamente frenato.
"Spetterà alle parti coinvolte negoziare una serie di questioni e
Gerusalemme sarà parte di queste trattative", ha risposto il senatore
dell'Illinois a chi gli aveva chiesto se i palestinesi potranno avanzare
rivendicazioni su Gerusalemme. Ad obbligare il candidato democratico a
rivedere, almeno in parte, le sue posizioni filo-israeliane è stata l'ondata di
sdegno che ha attraversato l'intero mondo arabo e, naturalmente, i Territori
occupati palestinesi, dopo il suo discorso all'Aipac. Il presidente palestinese
Abu Mazen, in modo particolare, aveva reagito sottolineando che "il mondo
intero sa che Gerusalemme (Est) è stata occupata nel 1967 e che noi non
accetteremo uno Stato senza avere Gerusalemme (Est) come capitale". Ma
hanno influito anche posizioni consolidate nella politica estera Usa che, pur
accettando di fatto l'occupazione israeliana, formalmente rimane ancora
allineata alle risoluzioni delle Nazioni Unite che non riconoscono l'annessione
unilaterale allo Stato ebraico del settore arabo di Gerusalemme. Della
questione Obama potrebbe aver discusso con la senatrice e sua ex rivale Hillary
Clinton. I due si sono incontrati giovedì sera a Washington, per definire la
contropartita che la Clinton vuole in cambio del suo pieno appoggio alla corsa
di Obama alla Casa Bianca. La vice presidenza tuttavia viene esclusa dai
principali analisti americani. "Obama, come Bob Kennedy, esprime il
cambiamento che si incarna in una persona". Così il segretario del Partito
democratico (Pd), Walter Veltroni, si è espresso nel corso della registrazione
della trasmissione Matrix, tracciando un parallelismo tra i due leader
democratici americani, a 40 anni dall'assassinio di Robert Kennedy.
( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
In una mostra, che
riprende il titolo di un vecchio film, il processo di Ulm del 1958. Il primo
celebrato in Germania contro le Ss che sterminarono gli ebrei nei territori
occupati dell'est europeo. E che inaugurò una giurisprudenza antinazista
"GLI ASSASSINI SONO TRA NOI", COME FARE I CONTI COL NAZISMO Enzo
Collotti Nel 1946 circolò in Germania uno dei primissimi film prodotti sul
posto di denuncia dei crimini nazisti, Die Mörder sind unter uns. Tradotto, Gli
assassini sono tra noi, girato nell'allora settore sovietico della Germania
occupata da Wolfgang Staudte, affermatosi più tardi tra i registi della Ddr. Il
titolo del film non era una metafora ma rispecchiava una ben concreta realtà di
un paese che dopo i primi processi per crimini nazisti celebrati dalle potenze
occupanti non si era ancora fatto carico dell'esame di coscienza per i misfatti
del Terzo Reich, anzi la popolazione non ne voleva sentire parlare e giudicava
le sentenze degli alleati come la vendetta e la prepotenza dei vincitori. Gli
assassini sono tra noi torna ora a riproporre con questo titolo in una bella
mostra organizzata dallo Haus der Geschichte del Baden-Württemberg, assai
attivo nel promuovere la memoria storica, la vicenda della persecuzione dei
crimini nazisti nella parte occidentale della Germania divisa. La mostra è
allestita a Ulm, storica città medio-grande, sulle rive del Danubio, al confine
con la Baviera, a quarant'anni dal processo che la giustizia tedesca celebrò
nella città sveva a carico di un manipolo di uomini delle SS che si erano resi
responsabili di eccidi contro gli ebrei nella Lituania appena occupata dalla
Wehrmacht. Fu probabilmente in assoluto il primo processo che veniva celebrato
in Germania per fatti legati allo sterminio degli ebrei nei territori occupati dell'est
europeo. UN PROCESSO "GLOBALE" La vicenda del processo di Ulm del
1958 non appare un fatto meramente occidentale, la sua ricostruzione storica ne
fa addirittura un momento periodizzante nel lento e lungo percorso della
punizione dei crimini del nazismo. E' un pezzo di storia politica, di storia
giudiziaria, di storia della cultura politica. In anni ormai recenti la
storiografia tedesca - è d'obbligo tra la nuova generazione di storici almeno
il nome di Norbert Frei - ha dato un contributo fondamentale alla revisione
critica degli anni Quaranta e Cinquanta quali ci erano stati trasmessi dalla
tradizione e dall'eredità di Adenauer, che pur di assicurarsi il consenso dei
ceti colpiti dalla guerra e ancora animati da forti risentimenti contro gli
alleati della coalizione antinazista e perfino antisemiti aveva avallato
rimozioni e colpi di spugna, quando non aveva addirittura riabilitato anche i
pochi che erano stati condannati dai tribunali alleati, nel clima della guerra
fredda e delle contrapposizioni internazionali che tendevano a sottolineare
l'indispensabilità per gli occidentali del peso della Germania. Quando nel 1955
gli alleati restituirono alla Repubblica federale la sovranità anche nel campo
dell'amministrazione della giustizia si aprirono possibilità nuove, che non
furono immediatamente tradotte in una nuova prassi giudiziaria, anche per
impreparazione della magistratura, inerzia e resistenze dell'opinione pubblica,
sopravvivenza di troppi ex nazisti nell'amministrazione a tutti i livelli, resistenze
politiche, culturali e corporative di settori come la magistratura e la polizia
a fare i conti e pulizia all'interno delle proprie stesse file. In più, le
incertezze non solo giurisprudenziali ma anche legislative, che fecero sì che
molti responsabili di omicidi non fossero processati come tali ma solo come
"complici" (Beihilfe), nel sottinteso abusato dalle strategie di
abili difensori che allegavano stati di necessità che non esistevano e il
dovere di ubbidienza ai vari responsabili, che erano Hitler, Himmler e
Heydrich, aggirando così il principio penale della responsabilità personale.
NAZISTI ALLA SBARRA Questo complesso retroscena basta di per sé a chiarire
perché il processo celebrato a Ulm rappresentò un momento di rottura di una
quiete giudiziaria che era durata già troppo a lungo. Perché ad Ulm? Anche ad
Ulm tutto avvenne quasi per caso, perché si scoprì che il maggiore indiziato
nel futuro processo, Bernhard Fischer-Schweder, risiedeva a Ulm e il caso volle
che i magistrati che si erano imbattuti nella vicenda fossero mossi dalla
curiosità di andare fino in fondo, con il benestare della procura generale del
Land, di Stoccarda. Finirono così alla sbarra dieci imputati, che furono
arrestati tutti tra il 1956 e il 1957. Fino allora, tutti appartenenti alle SS
e a vari corpi della polizia nazista, erano quasi tutti sfuggiti a qualsiasi
giudizio di denazificazione, avendo tutti celato la loro appartenenza alle SS.
Tutti si erano mimetizzati dopo la fine delle ostilità, tranne un paio che
erano finiti prigionieri degli alleati, mescolandosi al resto della
popolazione, in impieghi generalmente commerciali, tranne uno che era stato
addirittura riammesso al servizio della polizia criminale e Fisher-Schweder del
quale diremo. Ma questo era il meno nelle analogie che ne accomunava la sorte:
tutti infatti avevano prestato servizio nelle unità di polizia di Tilsit, al
confine tedesco-lituano, da dove nel giugno del 1941 era stata scatenata la
caccia allo sterminio degli ebrei di quell'area, della quale i dieci furono
imputati. A carico di costoro, che avevano costituito il nerbo dello
Einsatzkommando di Tilsit, fu imputata l'uccisione di 5.500 ebrei, uomini,
donne, bambini, eseguita con fucilazioni in massa dirette dagli imputati, 9
tedeschi e un lituano collaborazionista. Scoperti, dicevamo, quasi per caso, ma
non del tutto al di fuori di ogni logica. Quasi per ritornare inconsciamente
alle sue origini, per coazione a ripetere direbbero gli psicologi,
Fischer-Schweder nella sua innata attitudine al comando chiese di essere
assunto nel
( da "Repubblica, La" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina VII - Napoli
Il convegno Domani una giornata di lavori dedicata all'efficienza nella gestione
del ciclo dei rifiuti organizzata dalla Fondazione Willy Brandt Conflitti
ambientali, arriva l'eco-diplomatico Si parlerà delle migliori tecnologie e di
bonifica delle discariche Nasce la figura dell'eco-diplomatico. Sarà uno
studioso dell'analisi e della composizione dei conflitti ambientali, un esperto
al servizio delle istituzioni per migliorare i rapporti e la comunicazione con
i cittadini, sempre più spesso sulla barricata opposta quando si parla di
discariche e termovalorizzatori, come a Pianura, come a Chiaiano. La
"Conflict resolution summer school" è un corso internazionale della
Fondazione Willy Brandt e sarà presentato domani all'hotel Vesuvio nell'ambito
dell'intera giornata dedicata a "Efficienza e sostenibilità ambientale
nella gestione del ciclo dei rifiuti: una sfida che può essere vinta".
Quali sono le migliori tecnologie. Come Università e aziende private
collaborano in Germania per la decontaminazione ambientale. Come hanno
bonificato una discarica in Israele. Sono i rifiuti dell'Europa visti da Napoli. La prima parte
dell'appuntamento ("Il valore dei rifiuti", dalle 9.30 alle 13), sarà
dedicata alle esperienze di quelle regioni europee che mantengono alti standard
di qualità della vita nel governo dei rifiuti, rispettando le direttive Ue e
producendo risorse con una raccolta differenziata legata a processi industriali
per il riutilizzo dei materiali. Il vice sindaco di Tel Aviv, Doron
Sapir, illustrerà il recupero dell'ex discarica di Hiriya, nel Gush Dan, oggi
un parco naturalistico grazie a un impianto che produce biogas e compost.
Sempre da Israele giungerà la testimonianza di Emil
Cohen, ingegnere della società Ecoprox, con una relazione sul recupero delle
frazioni di rifiuti da impiegare come componente organica per produrre biocombustibili.
Intervengono Carlo Alberto Bignozzi, direttore del dipartimento di Chimica
dell'Università di Ferrara, e Abdallah Nassour, docente dell'Università di
Rostock. All'emergenza di Napoli e a quello che viene chiamato "caso
Italia, un sistema in crisi" sarà invece dedicata tutta la seconda parte
del dibattito (dalle 15 alle 18.30) con gli interventi di Paolo Russo,
presidente della commissione Agricoltura della Camera; Luigi Nicolais,
vicepresidente della commissione Cultura; Corrado Clini, direttore generale del
ministero dell'Ambiente; Massimo Ferlini, ex presidente dell'Osservatorio
nazionale rifiuti; Daniele Fortini, presidente di Federambiente; Gerardo
Ragone, docente della Federico II; Ercole Incalza, presidente della Fondazione
Willy Brandt. Moderatore il direttore di "Panorama", Maurizio
Belpietro. (an. car.).
( da "Corriere della Sera" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-08 num: - pag: 1 autore: di
ANGELO PANEBIANCO categoria: REDAZIONALE I DEMOCRATICI E L'IRAN IL MONITO DI OBAMA
P robabilmente non è così esperto da mettere in conto tutte le conseguenze
delle proprie dichiarazioni. Gli premeva solo segnare un punto contro il suo
avversario, il repubblicano John McCain. Ma quando, alcuni giorni fa, Barack
Obama, il candidato democratico, ha assunto una durissima posizione contro
l'Iran, chiarendo che lo considera un nemico dell'America, egli ha lanciato,
involontariamente, anche un messaggio all'Europa. Soprattutto, a quella parte
d'Europa tentata dall'appeasement con l'Iran. Riflettano quelli che in Europa
pensano che con l'Iran bisogna fare solo affari, fingere che il presidente
iraniano Ahmadinejad sia un pazzo isolato che non va preso sul serio quando ribadisce che Israele dev'essere distrutto e chiudere gli occhi di fronte all'espansionismo
del-l'Iran in Medio Oriente e al suo programma nucleare. Non sappiamo se il
"predicatore " diventerà presidente e se, diventandolo, darà vita a
una politica estera mediocre e oscillante (come quella di Jimmy Carter) oppure
di grande profilo come quella di altri presidenti democratici. Ma una
cosa è sicura. L'America (eventuale) di Obama non cesserà di essere pronta alla
durezza nei confronti delle più pericolose potenze revisioniste, quelle che si
propongono di rovesciare a proprio vantaggio, anche con la forza delle armi, lo
status quo (l'Iran di oggi è una potenza del genere nello scacchiere
mediorientale). C'è quindi da scommettere che molto del favore che Obama
raccoglie anche in Europa (la "buona America " contro quella cattiva
di Bush) si ridurrà se egli diventerà presidente. Si noti che una politica dura
nei confronti del-l'Iran porterà per forza altre conseguenze. Non potrà essere
abbandonato l'Iraq perché ciò permetterebbe all'Iran di dilagare senza
contrappesi nella parte sciita di quel Paese. Nel Libano, dove l'Hezbollah
filoiraniano si è ulteriormente rafforzato, si dovrà continuare a fronteggiarne
la minaccia. La stessa cosa varrà per Gaza. E' un monito anche per noi
italiani. Bene ha fatto il governo a non ricevere Ahmadinejad durante la sua
visita alla conferenza della Fao e bene hanno fatto le forze politiche a
tenersene distanti. Così come è giusto voler entrare nel gruppo 5+1 per
partecipare all'azione internazionale coordinata contro la potenziale minaccia
nucleare iraniana. Anche a costo di perdere commesse e affari. Poiché una
guerra (che, purtroppo, ha forti probabilità di scoppiare se non ci saranno,
nei prossimi anni, un cambio di regime in Iran o una sua rinuncia al nucleare
militare) farebbe perdere a tutti molto di più. Come ha scritto Mario Ricciardi
sul Riformista, trattare con i gangster politici si può e, talvolta, si deve,
ma si può fare solo mettendo una pistola sul tavolo. Chi non la pensa così nel
caso dell'Iran ne sottovaluta la minaccia oppure ha ragioni inconfessate per
approvarne l'avventurismo (perché, ad esempio, detesta a tal punto Israele da considerarlo una pedina sacrificabile). L'Iran,
si dice, è una società complessa ove sono presenti molte forze. Lo è di sicuro.
Ma per permettere alle forze interne contrarie all'avventurismo dell'attuale
gruppo dirigente iraniano di prevalere, occorre un Occidente compatto e deciso,
tale da non lasciare al regime spiragli per giocare un Paese occidentale contro
l'altro. Forse persino Obama non sarà molto diverso da Bush su questo punto.
( da "Corriere della Sera" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-06-08 num: - pag: 35
categoria: REDAZIONALE Il secolo breve Un libro di Luciano Canfora sull'anno
che vide cadere il mito di Stalin e tramontare il colonialismo Mosca, Budapest,
Suez: la triplice svolta del 1956 D a poco finito di leggere un interessante
saggio sul papiro di Artemidoro uscito da Laterza e appena chiuso il libro su
Filologia e libertà pubblicato da Mondadori, eccoci a un'altra fatica di
Luciano Canfora,
( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Economia
"Petrolio, il mondo a un passo dal crac" Il G8: rischio recessione, è
allarme-mercati. Scajola: Italia nel club nucleare La ricetta del G8: aumentare
gli investimenti e la produzione di greggio MAURIZIO RICCI ROMA - E adesso? I
mercati internazionali riaprono oggi, con l'incubo di nuovi strappi nella corsa
del prezzo del petrolio, dopo l'aumento-record (11 dollari al barile in una
sola seduta) di venerdì. In realtà, la molla che ha fatto schizzare il greggio,
oltre allo scivolamento del dollaro, era stata soprattutto
la dichiarazione di un ministro israeliano che etichettava come
"inevitabile" un bombardamento dell'Iran, aprendo la possibilità di
un nuovo conflitto, a mille incognite, nel Medio Oriente. Questa molla è stata,
in qualche misura, disinnescata a Gerusalemme, nel corso del weekend. E'
dunque possibile che, oggi, gli operatori si preoccupino soprattutto di
incassare i profitti legati alle quotazioni di venerdì, sgonfiando i prezzi. I
segnali, tuttavia, non sono buoni. In chiusura di settimana, i prezzi spot
(quelli cioè pagati da chi concretamente prende in consegna il greggio per
raffinarlo) si sono allineati agli oltre 138 dollari a barile dei contratti a
termine per luglio, indicando che almeno una parte degli operatori li considera
realistici. Inoltre, il petrolio con consegna ad agosto e a settembre spunta
prezzi anche più alti della quotazione record per luglio. Infine, l'esperienza
degli ultimi anni mostra che, anche quando la corsa del barile si ferma, il
riassestamento dura poco e, comunque, il prezzo non scende più sotto i livelli
surriscaldati che, solo pochi mesi prima, sarebbero stati impensabili:
dall'inizio dell'anno ad oggi il greggio è rincarato di oltre il 50%. Sono
livelli ai quali l'economia globale rischia l'asfissia. Lo spettro di una
recessione mondiale è stato evocato esplicitamente dal ministro giapponese
dell'Economia, Akira Amari, nel corso del vertice, ieri, in Giappone, sui temi
dell'energia, con suoi colleghi del G8, più Cina, India e Corea. L'allarme è
ripreso nel comunicato finale, la cui unica indicazione, immediata e concreta,
per frenare la corsa del greggio è, peraltro, un appello ai paesi produttori di
petrolio "ad aumentare gli investimenti e massimizzare la produzione, per
rispondere ai bisogni del mercato". Un appello che, per ora, i paesi
dell'Opec non sembrano intenzionati a raccogliere e che, del resto, non sono,
probabilmente, neanche in grado di soddisfare, visto che, con l'eccezione
dell'Arabia saudita, stanno già pompando greggio al massimo. A medio termine,
tuttavia, c'è soddisfazione nelle dichiarazioni post-vertice, perchè i paesi
presenti - che, insieme, costituiscono i due terzi della domanda mondiale di
petrolio - hanno convenuto sulla necessità di rilanciare con forza i programmi
per migliorare la loro efficienza energetica e perchè questo obiettivo ha
trovato anche il consenso di Cina e India, a cui risale il grosso dell'aumento
nella domanda di greggio di questi anni. Molto si è parlato, nel corso del
vertice, di strade alternative nella produzione di energia, come la cattura e
sequestro del CO2, che consentirebbe di usare più massicciamente risorse come
il carbone, e come il nucleare. Il ministro italiano, Scajola, ha colto
l'occasione per ribadire che il nuovo governo "ha deciso di investire nel
nucleare nel prossimo periodo", sancendo così di fatto il ritorno del
nostro paese nel club dei paesi che puntano sull'atomo. Forse, però,
l'indicazione più importante era venuta sabato, nel corso di un pre-vertice fra
Usa e i paesi asiatici, dove si è affrontato il tema dei sussidi ai consumatori
per la benzina. Negli ultimi mesi, la domanda di greggio è calata in Occidente,
dove i prezzi alla pompa riflettono il rincaro del greggio e scoraggiano i
consumi. Ma è continuata a crescere in Cina e in India, dove i sussidi statali
mettono in larga misura al riparo i consumatori dall'aumento della materia
prima. Pechino e Nuova Delhi, ora, si mostrano però disponibili "ad una
graduale riduzione dei sussidi". Una brutta notizia per i consumatori
asiatici, ma, se i rincari frenassero la domanda, la corsa infinita del greggio
potrebbe rallentare. Cinesi e indiani, peraltro, non hanno fissato alcuna
scadenza per questa ipotesi di intervento sui prezzi al consumo.
( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Economia Il ministro
dei Trasporti Mofaz aveva giudicato inevitabile un attacco all'Iran, provocando
il balzo di dieci dollari del greggio Un israeliano il
"colpevole" del venerdì nero ALBERTO STABILE dal nostro
corrispondente GERUSALEMME - Un incauto, un fanfarone, un cinico opportunista.
A leggere i giornali della domenica e le dichiarazioni dei portavoce, il
ministro dei Trasporti, Shaul Mofaz, con le sue minacce di attaccare l'Iran, ha
superato il segno e non sembra esserci nessuno oggi fra i potenti d'Israele disposto a prendere le sue parti. Eppure, Mofaz non
è il primo esponente politico a dire apertamente quel che molti pensano, e cioè
che, "se il regime di Teheran manterrà i suoi piani di dotarsi dell'arma
atomica non ci sarà alternativa all'attacco militare per fermare il programma
nucleare iraniano". Si potrebbe citare il precedente dell'ex ministro
della Difesa Benjamin Ben Eliezer (il loquace Fuad, come viene familiarmente
chiamato) che in occasione di un'esercitazione ipotizzò che un attacco
missilistico iraniano avrebbe provocato una risposta israeliana tale che la
nazione iraniana sarebbe stata distrutta. E si potrebbe citare anche un ex capo
di Stato maggiore che, in un giro di conferenze americane apertamente evocò
l'opzione militare. Stavolta, però, c'è di mezzo la politica. Vale a dire, la
debolezza di Olmert, alle prese con un'inchiesta giudiziaria per il premier più
rischiosa di quelle che l'hanno preceduta, e la lotta di potere all'interno di
Kadima, il partito di maggioranza relativa che le aspettative, ancorché
teoriche, di un'eventuale successione ad Olmert hanno scatenato tra i notabili.
E Mofaz, assieme alla ministra degli Esteri, Tzipi Livni e al ministro per le
infrastrutture ed ex capo dello Shin Beit, Avi Dichter è uno dei duellanti che
incroceranno spade e stiletti alle prossime primarie del partito. Così, non
soltanto, il vice ministro della Difesa, Matan Vilany, rimprovera a Mofaz di
aver cinicamente strumentalizzato a vantaggio delle sue ambizioni personali una
questione della massima importanza strategica per il paese, ma c'è chi accusa
Mofaz di aver contribuito al balzo del prezzo del greggio registratosi venerdì,
un salto di dieci dollari che tuttavia non si era registrato qualche giorno
prima quando lo stesso Olmert aveva ipotizzato il blocco di alcune importazioni
strategiche a danno del regime iraniano. A rileggere l'intervista di Mofaz un
dato sembra tuttavia emergere. Il ministro dei Trasporti non è soltanto
assolutamente pessimista sull'efficacia delle sanzioni internazionali contro
Teheran, ma aggiunge anche con la Siria non vale neanche la pena parlare,
perché restituire il Golan significherebbe ritrovarsi l'Iran in casa e con i palestinesi
è inutile farsi illusioni. Nel panorama della regione tratteggiato da Mofaz non
sembra esserci posto per la diplomazia. Più che un esponente di Kadima, partito
votato al compromesso, sembra sentir parlare un uomo del Likud. Sorge allora il
dubbio che il ministro dei Trasporti non abbia sbagliato partito.
( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina III - Napoli Il convegno Le soluzioni di altri Paesi alla crisi
Germania e Israele al
fianco della Campania per affrontare la drammatica emergenza dei rifiuti e
offrire "ricette" capaci di dare risposte al disastro ambientale. Non
più termovalorizzatori e nemmeno raccolta differenziata ma un processo basato
sul trattamento a freddo meccanico-biologico. Un sistema che ha trovato
valida applicazione sia in Germania sia in Israele
dove l'ex discarica di Hiriya (Tel-Aviv) dimessa nel 1998 sarà riattata a parco
pubblico grazie proprio alla tecnologia Mbt. Se ne discute stamattina al
Vesuvio alle 9.30 con la fondazione "Willy Brandt" che ha organizzato
il convegno "Efficienza e sostenibilità ambientale nella gestione del
ciclo dei rifiuti, una sfida che può essere vinta" moderato dal direttore
di "Panorama" Maurizio Belpietro. Un convegno in due sessioni con
interventi del vicesindaco di Tel-Aviv, Doron Sapir, e del professor Abdallah
Nassour dell'università di Rostock, l'ingegnere Emil Cohen della società
israeliana Ecoprox e Daniele Fortini, presidente di Federambiente. Nel
pomeriggio interverranno il direttore generale del ministero dell'Ambiente
Corrado Clini, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, il presidente
della commissione Agricoltura Paolo Russo, il vicepresidente della commissione
Cultura Luigi Nicolais (nella foto sopra) e il presidente dell'Osservatorio
nazionale sui rifiuti Massimo Ferlini.
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- MILANO - sezione: Cronaca di Milano - data: 2008-06-09 num: - pag: 5
categoria: REDAZIONALE I ginecologi Circoncisione: "Non è il rimedio a
tutti i mali" "Circoncidere può essere utile contro la trasmissione
di infezioni e per garantire una maggiore igiene. Ma, quanto all'incidenza sul
papillomavirus, non ci sono evidenze scientifiche che confermino l'utilità
della pratica". A parlare è Dina Stefanon, ginecologa dell'Istituto dei
Tumori. La proposta dell'assessore Gianpaolo Landi di Chiavenna di promuovere
una campagna in favore della circoncisione trova la comunità scientifica tutto
sommato concorde. Con alcuni distinguo. "Non è un'idea strampalata",
dice Mario Sideri, ginecologo dell'Ieo, che però precisa: "La pratica
della circoncisione può essere un fattore di protezione, ma non è sicuramente
la soluzione al problema del papillomavirus". Va detto che, a sostegno
delle tesi dell'assessore, c'è un'indagine epidemiologica, per
la verità piuttosto datata, secondo la quale in Israele, dove la circoncisione è applicata per motivi religiosi su larga
scala, i tumori all'utero sono meno diffusi che nel resto del mondo
occidentale. "Può essere una buona proposta dal punto di vista igienico -
commenta Mauro Buscaglia, primario al San Carlo -. Ma, per favore, non
rendiamo la circoncisione obbligatoria ". Decisamente più scettico Alberto
Scanni, direttore generale della Fondazione Istituto Tumori: "Un'adeguata
igiene è più che sufficiente ad azzerare alcune patologie ginecologiche".
Venerdì prossimo, comunque, l'assessore Landi di Chiavenna parteciperà a un convegno
a Palazzo Marino, proprio sul tema delle malattie sessualmente trasmissibili.
Tra i relatori, anche Umberto Veronesi. Prevenzione Migliora l'igiene ma non
basta a prevenire il papillomavirus.
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere
della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12
categoria: BREVI L'incontro del 4 giugno Il premier israeliano Ehud Olmert con
il presidente americano George W. Bush, lo scorso 4 giugno nello Studio Ovale
della Casa Bianca.
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria:
REDAZIONALE L'allarme di Fischer "Preparano la guerra"
"Mezzogiorno di fuoco in Medio Oriente". Su Haaretz l'ex ministro
degli Esteri tedesco Joschka Fischer avverte: "Il Medio Oriente sta
scivolando verso uno scontro nel
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria:
REDAZIONALE Scenari I segnali di un intervento militare Usa si stanno
moltiplicando "L'Iraq non farà da base per un attacco
all'Iran" Il premier Maliki rassicura Ahmadinejad In Israele divampa la polemica per le
dichiarazioni bellicose del vicepremier Mofaz, smentite dalla Difesa WASHINGTON
- Per ora sono solo indizi. Segnali raccolti da diplomatici e analisti
dell'intelligence chiamati a rispondere a un quesito: l'attacco all'Iran è
vicino? A giudicare dall'agitazione delle ultime settimane sembrerebbe
di sì. Mettiamo insieme i tasselli partendo dall'ultimo. Il premier iracheno
Nouri Al Maliki, in visita a Teheran, ha assicurato che il suo paese non farà
mai da base a un eventuale blitz contro l'Iran. Affermazione rivolta non solo
ai vicini ma anche a quegli esponenti iracheni contrari a un accordo militare
con gli Usa che darebbe al Pentagono la possibilità di usare l'Iraq come
trampolino. Quasi contemporaneamente, in un'altra capitale molto interessata -
Gerusalemme - il governo israeliano ha cercato di prendere le distanze dalle
dichiarazioni del ministro Shaul Mofaz. Ex generale, di origine iraniana, con
grandi ambizioni politiche, ha sostenuto che l'attacco per fermare il programma
nucleare iraniano è inevitabile. Preoccupato dalle reazioni - anche il prezzo
del petrolio ne ha risentito - Gerusalemme ha ribadito di essere in favore di
nuove pressioni internazionali. Una posizione che in realtà - affermano alcuni
- sarebbe una cortina fumogena per nascondere i preparativi di un assalto. Il
premier Olmert è appena tornato da Washington per "uno scambio di
idee" con Bush sull'Iran. Un incontro preceduto da una consultazione tra i
responsabili dell'intelligence dei due paesi. La sensazione è quella di un
crescente coordinamento in vista di un possibile raid. Tra quanti credono che
l'opzione militare sia ineluttabile c'è l'ex ministro degli Esteri tedesco
Joschka Fischer. In un articolo sul quotidiano libanese Daily Star ha disegnato
uno scenario che considera altamente probabile un attacco all'Iran da parte di Israele e Stati Uniti. Ai suoi occhi il recente discorso di
Bush alla Knesset, dove ha denunciato l'arrendevolezza davanti ai mullah, ne è
la manifestazione più chiara. L'interpretazione di Fischer si salda con
l'indiscrezione su un ordine segreto firmato da Bush a metà gennaio: un atto
con il quale la Casa Bianca autorizza, tra l'altro, operazioni clandestine a
sostegno di gruppi armati dell'opposizione. E qualche attività - secondo
informazioni da noi raccolte - sono già in corso. Molti esuli sono convinti o
forse sperano - che "sia possibile una sorpresa". Ma quando? Esperti
militari indicano settembre, perché in quei giorni vi saranno forze americane
sufficienti. Altri invece suggeriscono una "finestra" tra novembre e
gennaio: ossia quando già è stato eletto il nuovo presidente americano ma non è
ancora in carica. Un'opportunità, aggiungono altri, che potrebbe essere usata
da Israele, abile come pochi a sfruttare momenti
internazionali particolari. A Teheran scrutano i "segnali di fumo". I
duri, come Ahmadinejad, li interpretano come l'avvicinarsi di una desiderata
Apocalisse. I pragmatici, trovando sponda anche in commentatori occidentali,
pensano che gli americani "non abbiano lo stomaco" per farlo, si
affidano a contatti riservati con gli stessi statunitensi e puntano sulle
resistenze del Pentagono. Per ora si può solo aspettare. Guido Olimpio Ieri Il
presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (sinistra) stringe la mano dell'ospite,
il premier iracheno Nouri Al Maliki, in visita a Teheran. Il capo del governo
di Bagdad ha rassicurato il padrone di casa: l'Iraq non sosterrà un eventuale
attacco militare all'Iran.
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-06-09 num: - pag: 25 categoria:
REDAZIONALE CALENDARIO di RANIERI POLESE "B" come Bondi e Bottai
Bondi, il nuovo Bottai. Il parallelo tra il ministro dei Beni culturali del
Berlusconi IV e il "fascista critico" fondatore della rivista Primato
e difensore degli intellettuali di fronda è nato sulle pagine de Il Foglio, in
un divertente articolo di Stefano Di Michele (30 maggio). Fra gli intervenuti
al dibattito, Giordano Bruno Guerri che al ministro di Mussolini ha dedicato
vari volumi: per Guerri è un paragone appropriato e positivo, dato che Bottai
fu "un grande organizzatore di cultura". Furiosamente contrario, Giorgio Israel che ricorda l'applicazione delle leggi razziali
fatta da Bottai e poi gli addebita tutti i mali d'Italia, soprattutto il
trasformismo culturale nato con il fascismo di sinistra. Fra i meriti di Bondi
citati da Di Michele, oltre alle poesie (una anche per Anna Finocchiaro), c'è
l'apprezzamento dei cantautori di sinistra Jovanotti, Vecchioni, De
Gregori. La discussione continua. Ma intanto sorge la domanda: se Sandro Bondi
è come Bottai, Silvio Berlusconi è come Mussolini?.
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-09 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE Debito Presto un nuovo incontro fra Tremonti e Alemanno, che ieri
ha festeggiato la comunità ebraica Scuola, 600.000 euro di tagli In Campidoglio
manovra sulle spese. All'Ambiente
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-09 num: - pag: 23
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano EBREI DOPO IL RISORGIMENTO TANTE
FIGURE ILLUSTRI Lei ha parlato della partecipazione degli ebrei tedeschi alla
vita dell'impero tedesco con una altissima presenza nella vita scientifica,
economica, finanziaria, produttiva e universitaria sin da Bismarck e sino alla
prima guerra mondiale. Anche negli alti gradi dell'esercito non mancava qualche
nome di provenienza israelita. Dopo il 1920 fra i politici
che tentarono di creare una repubblica democratica a Weimar non mancava qualche
nome ebreo. Solo la follia di Hitler poté pensare di annullare una presenza
molto importante fra il popolo tedesco. Sarebbe interessante sapere se dopo
l'emancipazione degli ebrei italiani nel 1848 gli stessi ebbero altrettanta importanza
nello sviluppo dello Stato italiano nascente pur essendo gli ebrei in
numero molto inferiore. Soprattutto in campo universitario, dopo le pazze leggi
razziali del 1938 molti professori di chiara fama dovettero lasciare
l'incarico. Alcuni furono assunti in primarie università americane. Gianfranco
Pellegrini giapellegrini1@alice.it Caro Pellegrini, O gni discorso sugli ebrei
italiani dovrebbe cominciare da un omaggio all'opera che Carlo Cattaneo,
teorico del federalismo italiano, pubblicò nel
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-06-09 num: - pag: 48 categoria: BREVI
Notizie in 2 minuti Primo piano Intercettazioni, è polemica Dopo che Silvio
Berlusconi ha annunciato una futura stretta sulle intercettazioni,
l'Associazione nazionale magistrati difende questo strumento
"indispensabile " nella lotta al crimine: "Le intercettazioni
sono uno strumento insostituibile". Insorge anche l'opposizione, polemica
fra Walter Veltroni e il ministro della Giustizia, Angelo Alfano. Tremonti e la
Finanziaria Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e i piani per la manovra:
federalismo e liberalizzazioni. Il G8 dell'energia Il ministro dello Sviluppo
economico, Claudio Scajola, ha partecipato al G8 sull'energia in Giappone, che
ha espresso un indirizzo per una "politica energetica di efficienza
utilizzando ogni nuova tecnologia". Scajola ha annunciato che l'Italia ha
cambiato posizione sul nucleare, "opzione sulla quale il nuovo governo
italiano ha deciso di investire nel prossimo periodo". Esteri Obama e il
fattore Kennedy Circola, negli Usa, l'ipotesi di Caroline Kennedy come candidata
alla vicepresidenza accanto a Barack Obama. Il dibattito impazza. Il dilemma
della "kumari" Nel Nepal appena diventato repubblica, il dilemma
della kumari, la dea bambina venerata dagli indù. Chi ricoprirà il ruolo del re
nei riti che la riguardano? Cronache Folle omicida a Tokio Un uomo di 25 anni
ha accoltellato in strada e in pieno giorno una ventina di passanti a
Akihabara, l'affollato quartiere dell'elettronica e dei videogames di Tokio. Il
bilancio è di 7 morti e di più di dieci feriti. L'aggressore ha iniziato a
sferrare colpi urlando e alla fine è stato arrestato. Terremoto in Grecia Una
forte scossa sismica di magnitudo 6,5 sulla scala Richter ha colpito ieri
pomeriggio la Grecia. Due persone sono morte, 37 i feriti: molti di loro hanno
riportato fratture gettandosi da finestre o balconi. Cultura Il nuovo Vassalli
"Dio il diavolo e la mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni"
è il nuovo libro di Sebastiano Vassalli. Un romanzo teologico di cui scrive
Paolo Di Stefano. Shalev e i 60 anni di Israele Incontro con lo scrittore
israeliano Meir Shalev, di cui esce in Italia "Il ragazzo e la
colomba". Sessant'anni dopo la sua fondazione "lo Stato ebraico -
sostiene - dev'essere pragmatico ". Spettacoli Dante all'opera Debutta ad
Amsterdam l'opera che il compositore olandese Louis Andriessen ha dedicato a
Dante, "La commedia ". Una particolarità: il protagonista è
interpretato da una donna, l'italiana Cristina Zavalloni. Sport Gli azzurri in
campo Stasera cominciano gli Europei degli azzurri. La sfida è con l'Olanda.
Austria ko, bene i tedeschi Ieri a Vienna i padroni di casa battuti 1-0 dalla
Croazia. La Germania batte 2-0 la Polonia. Formula 1, doppietta Bmw Nel Gp del
Canada, Hamilton tampona ai box Raikkonen, che esce. Doppietta Bmw, quinto l'altro
ferrarista Massa. Moto, la rimonta di Rossi Lo spagnolo Daniel Pedrosa (Repsol
Honda) ha vinto il Gp di Catalogna, classe MotoGp. Secondo Valentino Rossi, su
Yamaha, partiva nono e resta in testa alla classifica.
( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Libri - data: 2008-06-09 num: - pag: 26 categoria:
REDAZIONALE Narrativa La letteratura, la religione e la politica: parla lo
scrittore nato sessant'anni fa. Come Israele Non è Abramo che fissa i confini
Meir Shalev: lo Stato ebraico deve essere pragmatico, basta messianesimo dal
nostro inviato DAVIDE FRATTINI ALONEI ABBA - La doccia in giardino è stata
costruita finito il libro. Lava via il desiderio di bagnarsi al tramonto e
innaffia i fiori selvatici, che crescono liberi e accuditi. "Me
l'ha regalata mia figlia per il compleanno" racconta Meir Shalev.
"Dopo aver letto il romanzo, mi ha detto "non sapevo che la
desiderassi così tanto"". è una doccia con vista: verso le colline
della Galilea, il verde degli ulivi e il rosso degli anemoni. Ed è l'ultimo
mattone che andava aggiunto alla casa, dove lo scrittore ormai passa più tempo
che a Gerusalemme. "Sono nato da queste parti, nella valle di Yezreel.
Ricordavo il villaggio, mi sono innamorato del panorama, delle vecchie pietre".
Ci è tornato, come il piccione viaggiatore de Il ragazzo e la colomba,
pubblicato in Italia da Frassinelli. "Preferisco il nome inglese, homing
pigeon. Viaggiatore indica la funzione che noi gli diamo, mucca da latte o cane
da guardia. Non è rispettoso". Homing, casa, nostalgia. Il libro è un
omaggio alla terra dove Shalev è cresciuto. Odori, sapori, colori. Il
protagonista Yair è una guida turistica che non si stanca di girare, girando
scopre e riscopre. "Il piccione non è un simbolo politico. Ho pensato piuttosto
all'uccello biblico dell'Arca di Noè, che vola avanti e indietro fino a quando
non trova un lembo asciutto sui cui posarsi". Ha pensato all'epigrafe
sulla lapide di Robert Louis Stevenson, scrittore viaggiatore che alla fine ha
trovato il suo lembo sull'isola di Samoa: "Tornato è il marinaio, tornato
dal mare. E tornato dal colle il cacciatore". Shalev ha sessant'anni come
lo Stato d'Israele. La terra che gli manca quando va
all'estero, anche solo per una settimana, non porta la "T" maiuscola.
"La patria è un'idea storica e spirituale. Coloro che la amano sono
inclini al sentimentalismo e all'estremismo. Io non voglio mantenere i confini
dei tempi biblici, tutta "la terra dei nostri padri". Abbiamo il
diritto a uno Stato ebraico qui, in questa regione, ma le frontiere devono
essere definite da considerazioni pragmatiche. Dettate dal presente non dal
passato, non da quello che Dio promise ad Abramo". è come se continuasse
da solo una discussione cominciata quarantuno anni fa con il padre, il poeta
Yitzhak Shalev. Seduti in cucina, il figlio in divisa, a casa dopo aver
combattuto sulle alture del Golan, durante la guerra dei Sei giorni. "Mio
padre sosteneva la destra nazionalista, i suoi versi erano messianici,
esaltavano la conquista di Hebron, la tomba di Rachele. Io gli ho detto:
"Abbiamo addentato un boccone che finirà con il soffocarci". Da
allora non abbiamo più parlato di politica". Da allora, Shalev si è sempre
più convinto che quel boccone vada rimesso nel piatto. "Le motivazioni sono
pratiche, nell'interesse di Israele, per evitare la
nascita di uno Stato binazionale, spartito tra due popoli. Se non lasciamo i
territori palestinesi, diventeremo un Paese non democratico. O perché il potere
verrà preso da una maggioranza araba (e non vedo nazioni arabe democratiche nel
mondo). O perché gli ebrei diventeranno una minoranza e per mantenere il
controllo dovranno rinunciare alla democrazia. Dobbiamo rinunciare a una parte
della nostra patria per avere uno Stato migliore e più normale". Dice di
non essere "il tipo del pellegrino". "Il mio Abramo o la mia
Rachele sono nella Bibbia, non mi interessa avere la sovranità sui luoghi dove
sono sepolti. La Bibbia è il libro che ho sempre sul tavolo e che mi ricorda
quale miracolo sia l'ebraico. Un linguaggio dove nella stessa frase puoi
trovare una parola vecchia di duemila anni, intatta, e un'espressione dal gergo
della strada. Come scrittore, la mia linea culturale risale alla Genesi, senza
interruzioni". Il suono di quelle parole gli manca, se è costretto ad andare
all'estero. "Non riesco a star via per lunghi periodi. Mi hanno offerto
ospitalità in università straniere, lontano dalle notizie, in qualche posto
tranquillo. Ma non potrei scrivere da nessun'altra parte, ho paura che qualcosa
di brutto possa succedere quando non ci sono. Il mio corpo sente la nostalgia
per l'olio e i pomodori: l'Italia e la Grecia sono gli unici Paesi dove posso
resistere un po' di più". Un legame con Israele
che neppure il disincanto riesce a indebolire. "Il fatto che io critichi
le decisioni del governo o della Knesset, che rimpianga i politici del passato
non mi impedisce di amare la storia, i luoghi, la natura, la gente". La
religione. Da laico, è d'accordo con l'amico Abraham Yehoshua, che ha detto di
sentirsi più vicino a un ultraortodosso moderato che a un intellettuale
musulmano come il poeta palestinese Mahmoud Darwish. "Non ci sono dubbi.
Abbiamo molti più elementi in comune. Il problema è che non vedo gli
intellettuali arabi criticare i loro estremisti come io critico i miei. Vorrei
che affrontassero questi problemi con più coraggio, vorrei che potesse nascere
una vera alleanza tra i moderati". Nachum Gutman (1898-1980),
"Siesta" (1926, olio su tela, 93,5 x
( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
JONATHAN ROUTH MORTO
IL CREATORE DI CANDID CAMERA Era un artista a tutto tondo, Jonathan Routh. Nato nel
( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
BEIRUT Sarkozy fa
politica in Libano Visita lampo del presidente francese, con ministri e leader
dell'opposizione Sostiene il presidente Suleiman, non chiude a Hezbollah e alla
Siria Michele Giorgio È durata solo sei ore, ma la visita-lampo del presidente
francese Nicolas Sarkozy a Beirut, ieri, non mancherà di dare i suoi frutti,
politici ed economici. Portando con sé anche il premier Francois Fillon, il
ministro degli esteri Bernard Kouchner, il titolare della difesa Hervé Morin,
altri ministri e persino i leader dei partiti dell'opposizione, Sarkozy ha
voluto affermare il ruolo che la Francia intende recitare in Libano. Non solo.
Se da un lato ha manifestato la sua vicinanza all'attuale maggioranza libanese
antisiriana, dall'altro si è guardato bene dal chiudere la porta in faccia
all'opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah e che comprende anche il
partito dei Liberi Patrioti, del leader cristiano maronita Michel Aoun. Ha
espresso un forte sostegno al neoeletto presidente Michel Suleiman, sul quale,
ha sottolineato, ricade la responsabilità del successo dell'accordo del 21
maggio a Doha, che ha posto fine alla grave crisi politica in Libano (dopo
giorni di tensioni e scontri sanguinosi) e che accoglie importanti richieste
presentate da Hezbollah e dai suoi alleati. Ma il presidente francese ha voluto
anche evidenziare un ruolo autonomo del suo paese dagli Stati Uniti nelle
vicende libanesi e, in una intervista pubblicata venerdì dai principali
quotidiani di Beirut, ha detto di voler riprendere il dialogo con la Siria. In
Medio Oriente la destra francese continua a marcare differenze sostanziali
rispetto a quella italiana, che manca di indirizzo strategico ed è interessata
solo a urlare la sua fedeltà all'Amministrazione Usa e a esprimere, ad ogni
occasione, appoggio incondizionato alla politica di Israele, senza tenere in gran conto la
complessità del quadro regionale e dei diritti negati da decenni.
"Crediamo nel futuro del Libano e abbiamo deciso di aiutarlo politicamente
e finanziariamente", ha dichiarato Sarkozy: "Voglio sottolineare l'impegno
assunto dal presidente (mio predecessore) Jacques Chirac nel mostrare che la
Francia è amica del Libano. Vi vogliamo aiutare a ricostruire un Libano
forte e indipendente". Sarkozy ha definito l'elezione del presidente
Michel Suleiman "una grande speranza per tutti i libanesi" e ribadito
che la Francia, assieme alla comunità europea, "sosterrà il Libano e le
sue Forze armate in tutti gli aspetti" (si consideri che Parigi assumerà
la presidenza di turno europea il primo luglio). Il presidente francese ha poi
lanciato un appello alle forze politiche libanesi affinché "traducano nei
fatti il loro impegno al dialogo". Suleiman da parte sua ha elogiato il
ruolo della Francia negli accordi di Doha (l'Italia dov'era?), che hanno ridato
al Libano "una stabilità politica tanto attesa e desiderata", e ha
ringraziato il governo francese per aver organizzato nel gennaio del 2007 la
Conferenza dei Donatori a Parigi, nel quale furono raccolti oltre 7 miliardi di
dollari per il suo Paese devastato dai bombardamenti israeliani. Sarkozy
naturalmente non ha mancato di mostrare da che parte sta nelle vicende interne
libanesi: ha perciò espresso sostegno al Tribunale Internazionale, che sarà
chiamato a giudicare i presunti responsabili dell'assassinio dell'ex premier
Rafiq Hariri e che l'opposizione considera un "processo politico".
Allo stesso tempo non ha attaccato la Siria - che gli Usa vogliono sul banco
degli imputati - e, al contrario, ha aperto di nuovo a Damasco assecondando la
volontà di dialogo manifestata dal presidente Bashar Assad. Due inviati del
presidente francese, Claude Gueant and Jean-David Levitte, sono in partenza per
Damasco dove prepareranno l'incontro ufficiale che Assad e Sarkozy avranno il
13 luglio a margine del summit per l'Unione Mediterranea.
( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
DANZA
ISRAELE La mappatura dei corpi in salsa "gaga" FESTIVAL: BATSHEVA
DANCE COMPANY DI OHAD NAHARIN Francesca Pedroni Reggio Emilia Ohad Naharin è
stato il protagonista principale dell'edizione 2008 del RED di Reggio Emilia
intitolata "Israele danza". Un focus che ha coinciso con il
sessantesimo anniversario della fondazione di Israele,
aprendo una finestra sulle sfaccettature stilistiche e di contenuto degli
artisti del paese. Dinamica, piena di energia, diretta e combattiva, aggettivi
con i quali si definisce molto spesso la danza che a Israele
è legata, anche se, a festival chiuso, gli spettacoli in programma hanno
contribuito a rendere l'immagine della coreografia israeliana meno legata a
etichette predefinite. Un panorama multiculturale a partire dalla
configurazione della compagnia principale ospitata dal festival: la Batsheva
Dance Company diretta da Ohad Naharin. Questo coreografo sviluppa con i suoi
eccellenti interpreti di varie nazionalità una danza generosa, articolata su
una sorta di mappatura del corpo, segnata da movimenti legata a una ricerca
personale chiamata dallo stesso artista "gaga" (scelto solo per la
sonorità). Un training che porta a una danza molto consapevole delle
possibilità qualitative del movimento delle diverse parti del corpo, dei
muscoli. Una linea continua, di pungente flessibilità, marcata da scatti
felini, distorsioni repentine, accenti dinamici. Un lavoro ricco
nell'immaginazione e coinvolgente nello stile. Naharin ha portato al festival
quattro pezzi. La Batsheva ne ha danzati due, Mamootot e il recente Tre. Il
terzo, Kamuyot, è stato interpretato dal graffiante gruppo junior della
compagnia, il Batsheva Ensemble; il quarto, Minus 7, è stato affidato
all'Aterballetto. Da tutti emerge un dato comune: l'attenzione allo sviluppo di
un dialogo comunicativo, a volte tattile, tra spettatori e danzatori, uno
scambio molto diretto, mai intellettualistico. In Tre, danzato al Valli, si ha
avuto modo di apprezzare anche la sottigliezza con cui la danza di Naharin ha
incontrato le Variazioni Goldberg di Bach, un respiro intimo che con autonomia
ma rispondenza si infilava negli spazi delle modulazioni della musica. Minus 7,
composto da estratti di vari lavori di Naharin, ha inaugurato il festival
insieme alla creazione di Mauro Bigonzetti, Terra, musica originale di Bruno
Moretti piena di immagini che ci trascinano nelle culture latine, balcaniche,
centroeuropee, sposata alla volontà di raccontare il tema del viaggio in
omaggio a Israele. Bigonzetti sfodera la sua capacità
di formare ensemble, isolare virtuosistici duetti e soli struggenti. Uno
spettacolo che scorre con morbidezza e sviluppo delle linee coreografiche e che
ha messo in luce, anche grazie all'abbinamento a Minus 7, la capacità dei
danzatori della compagnia di Reggio Emilia, diretta da quest'anno da Cristina
Bozzolini, di essere duttili e preparati ad alternanze di stile e di firma. Tra
gli altri ospiti del festival, il ruvido, emozionale quartetto di Yasmeen
Godder, Sudden Birds, la presenza densa di Talia Paz, il ben coreografato Piyut
di Avi Kaiser e Sergio Antonino.
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina IV - Napoli Il
forum internazionale organizzato dalla Fondazione Willy Brandt. Comune assente
Così l'immondizia diventa ricchezza Le esperienze degli altri Paesi: "Può
farlo anche Napoli" "Se pensate solo alla differenziata volete curare
un cancro con l'aspirina" "Sospendiamo la vendita di acqua in
plastica e le pubblicità nelle cassette postali" ANGELO CAROTENUTO I
rifiuti arrivano a bordo di camion. Plastica, vetro e metalli vanno da una
parte, la frazione organica da un'altra, dove viene selezionata, schiacciata,
macinata e agitata dentro alcune vasche d'acqua. La poltiglia viene
sterilizzata in un forno e poi pompata per il trattamento anaerobico. Comincia
così il processo che in 20-25 giorni produce biogas, elettricità e diesel,
sotto i tetti dei Central Waste Treatment Plants di Israele. "Il segreto è guardare i
rifiuti come se fossero dei bachi. Nel senso che già sai che dovranno diventare
delle farfalle", è la metafora dell'ingegnere Emil Cohen, direttore
tecnico della Ecoprox, la società di Tel Aviv venuta a Napoli per mostrare al
convegno organizzato dalla Fondazione Willy Brandt le evoluzioni dei sistemi di
trattamento meccanico-biologico (Mbt). Rifiuti uguale ricchezza. è la
lezione dell'Europa. Nel nome del Mbt, le discariche in Germania sono passate
dalle 8.273 del 1990 alla ventina di oggi, come ricorda Abdallah Nassour,
docente dell'Università di Rostock. "Può farlo anche Napoli". Come?
"Staff qualificato, know-how internazionale, progetti pilota che
coinvolgano le università. Siamo disponibili a un incontro anche di due o tre
settimane". Non conferma, Nassour, che i rifiuti napoletani vengano
trattati in Sassonia prima di essere bruciati: "Lo ipotizzo". Alla
lezione non assistono amministratori comunali, intenzionati a volare a Brescia
per studiare il termovalorizzatore, ma assenti a un convegno internazionale sul
lungomare. "Brescia? Tecnologia migliorabile", rilancia Roberto
Garavaglia dell'Euroenergy, gruppo Marcegaglia, pensando al loro impianto di
Massafra: "Se qui pensate di risolvere tutto con la differenziata,
significa che volete curare un cancro con l'aspirina". Daniel Sternberg,
amministratore dello Sharon Park, ha con sé le slide della discarica di Hiriya,
16 milioni di metri cubi d'immondizia,
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il caporale Shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo
GERUSALEMME - La famiglia del caporale israeliano Gilad Shalit, catturato a
giugno del 2006 al confine con la Striscia da Gaza, ha ricevuto una lettera
scritta a mano dal figlio. Ne hanno dato notizia i media israeliani. Era stato
l'ex presidente Jimmy Carter ha chiedere a Hamas di dare una prova che Shalit
fosse ancora vivo.
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cronaca Sono più
hobby che sport. Ma reclamano la loro presenza Ecco la lista dei desideri delle
più diverse specialità Dal cha-cha-cha al bridge la strana gara degli esclusi
Fra le discipline che hanno ottenuto la ribalta il curling. Escluso il tiro
alla fune ALESSANDRA RETICO Un due tre, cha-cha-cha. Sembra un passo da balera,
coppie attempate che volteggiano per nostalgia, invece la danza sportiva altro
che: vuole andare alle Olimpiadi. Un misto di tutto, un po' samba e un po'
melodramma, richiede preparazione e allenamenti da sportivi veri, lo stress che
lascia nelle gambe un numero veloce equivale a una corsa sugli
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura Gli apolidi
nella Bibbia Già l'Antico Testamento aveva usato il paradigma della
"stranierità" e del peregrinare per plasmare l'identità
del popolo di Israele
"forestiero nel paese d'Egitto" Come ripensare le categorie della
cittadinanza STRANIERI A NOI STESSI E INCAPACI DI ASCOLTO ENZO BIANCHI
"Stranieri e pellegrini", così l'autore della Prima lettera di Pietro
si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell'Asia
minore nel primo secolo dell'era cristiana. Termini che non mirano
soltanto a indicare metaforicamente quanti "non hanno quaggiù una città
stabile ma cercano quella futura" nei cieli, ma che tengono conto della
reale composizione sociologica delle prime comunità di discepoli di Gesù di
Nazaret: schiavi e liberi, giudei e greci, mercanti e artigiani, partecipi di
fermenti e mobilità lavorative e abitative che possono oggi apparirci
sorprendenti. Del resto, già l'Antico Testamento aveva usato il paradigma della
stranierità e del peregrinare per plasmare l'identità del popolo di Israele, facendo di un insieme di eventi storici del passato
più o meno mitico una cifra di comprensione del presente. Così una volta
installato nella "terra promessa", il popolo dovrà ripetere a se stesso
e davanti a Dio questa ricostruzione della propria vicenda: "Mio padre era
un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente
e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa..." e agli stessi
patriarchi di Israele la Lettera agli Ebrei attribuirà
la condizione di "stranieri e pellegrini sopra la terra". Proprio il
ricordo dell'essere stato "forestiero nel paese d'Egitto" -
alimentato dal "fare memoria" religiosa da parte di generazioni ormai
sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra - determina per il
popolo di Israele una disposizione legislativa
fondamentale di sorprendente modernità nell'antico oriente: "Vi sarà una
sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in
mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete
voi, così sarà lo straniero davanti al Signore". Una condivisione del
tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico
anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà
dall'asservimento al tempo e al lavoro costituito dall'astenersi nel settimo
giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo
diritto civile, oltre che dovere religioso. E, scavando nel tessuto culturale
del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi
romana, come dimenticare la sacralità dell'ospitalità presso popolazioni che
ben conoscevano l'asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della
siccità e delle carestie, l'angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane
per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà
europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente
decantata eredità ebraico-cristiana, il suo intersecarsi con la cultura
ellenistica e il successivo confrontarsi con l'irruzione dell'Islam dobbiamo
riconoscere che princìpi come quello dell'accoglienza, della solidarietà,
dell'apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la
tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri "simili", con
la paura del diverso, con l'egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso. Ora,
il confronto-scontro tra queste due visioni dei rapporti tra popoli, etnie e
nazioni si rivela quanto mai attuale nell'odierna società globalizzata, in cui
il fenomeno migratorio assume dimensioni proporzionate alle maggiori
possibilità materiali di spostamenti di massa. Quello che va ripensato allora
non sono spicciole misure di contenimento o di repressione del fenomeno
migratorio, ma un insieme ben più complesso di problematiche sociali e
culturali: il rapporto tra sovranità nazionali e universalità dei diritti
umani, l'opzione giuridica tra l'antico ius sanguinis e il più articolato ius
soli, l'emergenza continua e la certezza del diritto, la sostenibilità dello
sviluppo e dell'accoglienza, il mercato del lavoro e l'ingerenza umanitaria, il
partenariato economico e lo sfruttamento delle risorse naturali... Davvero,
cristiani e non cristiani, dobbiamo oggi ripensare alle categorie della
cittadinanza, della stranierità, dell'ospitalità, non come mero esercizio
dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso
della nostra convivenza civile, sull'orizzonte che vogliamo dischiudere alla
nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a
venire. In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l'ammonimento di Edmond
Jabès: "La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci
separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella
che abbiamo verso noi stessi". Sì, essere consapevoli di abitare noi
stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi
nell'agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una
stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti
"stranieri" ci aiuterebbe a cogliere l'altro nell'interezza e nella
complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta.
Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso
della comunione, dell'ascolto e dell'incontro, non dell'esclusione,
dell'arroganza e dell'autosufficienza. E in questa sfida è grande la tentazione
di continuare a ragionare considerando se stessi come "norma" e,
quindi, di esercitare pressioni per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti
in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a
divenire eloquenti le etiche laiche. Cedere a questa tentazione porterebbe a
sostituire la logica della "maggioranza" che impone le proprie
certezze con quella dell'influenza del gruppo di pressione che utilizza mezzi e
strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi
nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori. Ma in
ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché, come scriveva Michel de
Certeau, "lo straniero è a un tempo l'irriducibile e colui senza il quale
vivere non è più vivere".
( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Sport - data: 2008-06-10 num: - pag: 49 categoria:
REDAZIONALE L'emigrante del basket Messina (Cska) racconta la rinascita di un
Paese "Non è solo questione di soldi" Secondo l'immortale definizione
di Julio Velasco "chi vince festeggia e chi perde spiega". In rari
casi c'è chi vince (11 scudetti e 4 Coppe dei Campioni), festeggia e spiega.
Ettore Messina, allenatore del Cska Mosca due volte vincitore dell'Eurolega e
una volta finalista negli ultimi tre anni, per esempio. Dicono: con i soldi dei
russi è facile vincere... "I soldi aiutano, ci mancherebbe. Però c'è anche
altro. In Russia c'è un grande rispetto dell'allenatore. Rispetto della
società, che lo asseconda nei piani tecnici a inizio stagione. Rispetto dei
giocatori, che non fanno i divi. Rispetto del pubblico, che non fischia al
primo cambio che non condivide. Almeno aspetta la fine della partita, se
proprio deve fischiare. Il mio Cska ha vinto la finale del campionato russo
contro i nostri soliti rivali, il Khimki, fuoricasa. Ho potuto festeggiare sul
campo, con mia moglie e mio figlio. In Italia sarebbe successo?".
Quest'estate l'ha a lungo corteggiata il Barcellona. Cosa poteva spingerla in
Spagna? "Anche lì l'allenatore è una figura centrale. è questo che cerco, è
questo che mi interessa. Ci sono più pressioni, è più simile all'Italia, ma
l'ambiente resta vivibile e c'è sempre rispetto. è una nazione che è cresciuta
tantissimo, con un'altra qualità della vita, che lavora duro e che dopo sa
anche godersela". La Russia ha cominciato a vincere anche nel calcio, con
lo Zenit San Pietroburgo. A quando un successo della nazionale? "In Russia
hanno fatto un grande passo di apertura verso l'estero. Io, italiano, alleno il
Cska. Hiddink, olandese, la nazionale di calcio. Blatt,
israeliano, la nazionale di basket. Cercano di imparare restando nello stesso
tempo radicati alla loro tradizione". Cosa ha fatto per farsi accettare?
"Ho cercato di imparare qualche parola di russo. Non è facile, ma vedevo
quanta soddisfazione dava loro. All'inizio mi guardavano con curiosità,
ma non mi è mai mancata la fiducia. La mia esperienza è stata e resta
eccezionale". Meglio allenare un club o una nazionale? "La vittoria
di un oro olimpico o di un campionato del mondo, probabilmente, è indimenticabile.
Però mi mancherebbe troppo il contatto quotidiano con i giocatori". Quando
la rivediamo in Italia? "Vincere in Europa, da italiano, ti dà una
soddisfazione immensa". Messaggio ricevuto. Al posto delle vittorie e
delle feste ci accontenteremo di qualche spiegazione. l.v.
( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- MILANO - sezione: Lombardia - data: 2008-06-10 num: - pag: 10 La lettera/3
Terra lasciata indietro Cara mamma, ho ricevuto ieri 3 lettere in data tutte
dalla fine di settembre, una era anche della rev. superiora, e le altre 2 erano
vostre. Ho appreso che la terra lai l'asciata indietro e per mè è stato come
ricevere uno schiaffo perché mi è dispiaciuto molto, (…) non volete saperne più
di lavorarla specialmente il Carletto che gli piace a suonare il suo violino.
(…) In questi giorni o compiuto i 31 anni, e pensando anche a questo mi
rattristo pensando che i migliori anni li o sciupati tutti sotto le armi e in
galera, e poi sono senza un mestiere finito chissà come sarà quando ritornerò! Però in confronto a tanti non mi lamento (…) Anche qua in Palestina ora comincia a far frescolino,
in questi giorni però ci vestono in panno come i soldati Inglesi (…). Borsani
Enrico di San Vittore Olona (Milano) prigioniero in Egitto, rientrato in Italia
nel '47.
( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-10 num: -
pag: 15 categoria: REDAZIONALE Israele Lettera alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa TEL
AVIV - La famiglia di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da militanti
palestinesi due anni fa, ha ricevuto una lettera manoscritta del figlio. Lo
riferisce la tv israeliana Channel 10. Shalit è stato catturato il 25
giugno 2006 da miliziani che avevano scavato un tunnel verso Israele
da Gaza. La tv non ha reso noto il contenuto della lettera, ma ha riferito che
è un risultato degli incontri diplomatici dell'ex presidente Usa Jimmy Carter.
( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
NUCLEARE IRANIANO
Unione europea e Stati uniti pronti a nuove sanzioni Lo scontro tra Occidente e
Iran si fa sempre più aspro, con l'approvazione, attesa per oggi, di un
pacchetto di sanzioni Ue-Usa contro il programma nucleare di Tehran. Nel corso
del summit Ue-Usa in Slovenia, è previsto l'annuncio di misure europee contro
la teocrazia sciita. Secondo quanto anticipato ieri dall'agenzia
"Reuters", si tratta del tanto a lungo auspicato (da Washington)
embargo dell'Europa nei confronti della Banca Melli e di una riduzione dei
rapporti finanziari tra i 27 stati membri e Tehran. "I nostri partner
europei devono imporre costi maggiori al regime: economicamente,
finanziariamente, politicamente e diplomaticamente" aveva
dichiarato qualche giorno fa il segretario di stato Usa Rice all'Aipac, la
lobby statunitense pro-Israele, il cui governo sta schiacciando sull'acceleratore dello
scontro. Nell'aprile scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva
approvato il terzo round di sanzioni contro Tehran. Misure che però, finora,
Bruxelles non ha ancora applicato del tutto.
( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Il caro petrolio
Asia ed Europa unite nella lotta contro il caro carburante. Ora è la volta dei
camionisti e degli addetti ai trasporti pubblici, mentre non si ferma lo sciopero
dei pescatori. E in Italia da sabato parte la mobilitazione degli
autotrasportatori STATI UNITI Una catastrofe da 4 $ al gallone g. ra. Quattro
dollari al gallone. Il Wall Street Journal di ieri, dopo aver segnalato questo
risultato catastrofico e insieme simbolico, ormai generale sulle strade
americane, lo traduce un po' grossolanamente per gli europei: più di un dollaro
al litro. Per gli americani è davvero troppo. Così i pendolari usano il treno e
i cronisti li intervistano per segnalare l'assoluta novità; i viaggi in aereo
diventano più rari: il famoso giornale finanziario ascolta e invita i lettori a
riflettere su un aspetto particolarmente critico dell'alto prezzo del petrolio.
Interi rami d'industria si stanno indebolendo in un avvitamento sempre più
rapido, con licenziamenti e chiusure di imprese. Nessuno dirà: recessione,
perché è proibito, nell'anno elettorale, ma tutti si comporteranno come se la
recessione ci fosse davvero. Il petrolio ha la colpa di tutto? E chi ha colpa
del caro petrolio, della crescita di venerdì scorso, 11 dollari da un giorno
all'altro, fino al massimo storico di 139 dollari? C'è per una volta un
responsabile politico. Non è il solito iraniano che fa propaganda. Questa volta è il ministro dei trasporti israeliano, Shaul Mofaz
che ha dichiarato "inevitabile" l'attacco se Tehran dovesse
continuare con il programma nucleare. E qui bisogna notare che quando è
l'iraniano che minaccia, fa salire i corsi del suo petrolio e guadagnare il suo
paese. Ma quando la minaccia arriva da Israele,
senza petrolio, il vantaggio è sempre dell'Iran. Non c'è naturalmente solo la
causa politica e strategica. Senza escludere la dichiarazione bellicosa venuta
dal principale alleato degli Usa, e piuttosto criticata dagli automobilisti,
sono messe di fronte al pubblico due altre soluzioni al problema del caro
petrolio: la speculazione e l'eccesso di domanda. La speculazione non è più
opera di gnomi sconosciuti , ma di banche di tutto rispetto. La si attribuisce
infatti a Citibank, a Morgan Stanley nonché a Goldman Sachs che hanno dirottato
molti capitali speculativi sull'unico obiettivo ancora rimasto limpido:
l'aumento tendenziale del prezzo del petrolio. Così spingono i clienti a
comprare titoli petroliferi a termine, a giocare sul prezzo futuro, a tre mesi,
a tre anni, a cinque anni. E sostengono le quotazioni future facendo dire agli
esperti dei loro uffici che 150 dollari al barile sono prossimi, quasi dietro
l'angolo; e 200 dollari al barile solo un poco più lontani nel tempo. Si nota
da più parti un certo fastidioso conflitto d'interessi e anche una caduta nella
fantasia delle case che hanno inventato e sostenuto con sicurezza la finanza
globale dei nostri anni. Il petrolio, il bene più materiale che ci sia, è
diventato così espressione di una scienza astratta come la finanza. L'altro
motivo di crescita dei corsi è un milione di barili al giorno. Esso sarebbe a
conti fatti la differenza esistente tra il petrolio che viene offerto in
complesso dall'Opec e dagli altri produttori e quello che viene domandato
dall'insieme dei paesi consumatori. Quando, come in questo periodo, c'è sempre
questo scarto e la domanda è sempre in tensione mentre l'offerta ha sempre
qualche remora, politica o produttiva, allora l'unica soluzione, a conti fatti,
è quella di selezionare i compratori con il prezzo da pagare. Così si
semplifica il problema del petrolio, a breve. In realtà nessuno riesce davvero
a governare un bel niente e può soltanto iscrivere i propri comportamenti, in
una tendenza o in una controtendenza, sperando di scegliere bene. In questa
situazione i titolari di tanto o poco petrolio, l'Opec o le compagnie,
guadagnano molto. Forse troppo.
( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Lettere@ilmanifesto.it
I Fools per Luigi Pintor I media e il popolo saharawi I Fools per Luigi Pintor
Vorrei ringraziare un giovanissimo gruppo teatrale, i Fools, che in occasione
dell'inaugurazione della sala Luigi Pintor, presso il settimanale Carta, ha
offerto una performance veramente speciale.Come ha detto Luciana Castellina ci
ha incantato il loro modo di presentarci un Luigi privato, la sua giovinezza,
la sua passione per la musica, i tormenti della sua vita. Un uomo insomma, non
un giornalista. Ciò che più mi ha colpito è come in soli tre giorni siano
riusciti a capire tante cose e a trasmetterle con tanto affetto e tanto
garbo.Vi abbraccio ragazzi e vi auguro un bellissimo futuro. Isabella Pintor I
media e il popolo saharawi Un caloroso ringraziamento alla redazione de il
manifesto per l'attenzione che ha deciso di riservare alla difficile condizione
del popolo saharawi. Finalmente è stato rotto un pesantissimo silenzio
mediatico. Noi che abbiamo toccato con mano questa realtà sappiamo bene quanto
sia necessaria un a corretta informazione. Antonio Giacco pres. dell'Ass.
piccoli ambasciatori di pace di Agropoli (Sa) Sono contro tutte le guerre Sono
contraria agli armamenti e alle guerre tutte: preventive, d'occupazione, o
spacciate come inevitabili, quando servono invece solo a proteggere e imporre
gli interessi di una parte arrogante e peraltro non in pericolo. Penso che la
guerra, fatta salva la necessità di difendersi, non sia mai una soluzione
accettabile. Sono, quindi, sfavorevole a un'eventuale atomica iraniana.
Premesso ciò, vorrei che qualcuno mi spiegasse perché, sulla base anche di
quanto già verificatosi in passato, dovrei sentirmi più tranquilla se a
possedere le bombe atomiche fossero solo le grandi potenze, tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di
numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di
civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina
Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli:
"Volevano bloccare De Magistris" e "Le intercettazioni:
la pm e i favori del Csm", relativi alla notizia di una richiesta di
archiviazione nei confronti del dott. De Magistris in un procedimento penale
trattato dall'autorità giudiziaria di Salerno, riportavano con notevole
evidenza anche il testo parziale di una conversazione telefonica intercettata
tra me e la dott.ssa Felicia Genovese, all'epoca sostituto procuratore della
repubblica a Potenza. Con riferimento alla dott.ssa Genovese, che conosco da
molti anni, rappresento che la stessa è stata destinataria, insieme con il suo
collega dott. Montemurro, anch'egli sostituto procuratore a Potenza, di una
procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale per contrasti
reciproci. La proposta di trasferimento per incompatibilità ambientale della
dott.ssa Genovese non è mai stata votata perché nel frattempo ella fu
trasferita da Potenza dalla sezione disciplinare del Csm. La proposta di
trasferimento d'ufficio da Potenza del dott. Montemurro, per le anzidette
ragioni di conflitto proprio con la dott.ssa Genovese, fu invece votata dalla I
commissione, da me presieduta, il 17 dicembre 2007. Antonio Patrono consigliere
Csm.
( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
CONVEGNO Giovedì e
venerdì alla Sapienza per Daniel Amit (m. d'e.) Giovedì e venerdì si terrà
all'Università La Sapienza di Roma un convegno internazionale in ricordo di
Daniel Amit, il nostro collaboratore e compagno morto il 4 novembre
( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
POSTA Prioritaria
lettere@ilmanifesto.it I Fools per Luigi Pintor Vorrei ringraziare un
giovanissimo gruppo teatrale, i Fools, che in occasione dell'inaugurazione
della sala Luigi Pintor, presso il settimanale Carta, ha offerto una performance
veramente speciale.Come ha detto Luciana Castellina ci ha incantato il loro
modo di presentarci un Luigi privato, la sua giovinezza, la sua passione per la
musica, i tormenti della sua vita. Un uomo insomma, non un giornalista. Ciò che
più mi ha colpito è come in soli tre giorni siano riusciti a capire tante cose
e a trasmetterle con tanto affetto e tanto garbo.Vi abbraccio ragazzi e vi
auguro un bellissimo futuro. Isabella Pintor I media e il popolo saharawi Un
caloroso ringraziamento alla redazione de il manifesto per l'attenzione che ha
deciso di riservare alla difficile condizione del popolo saharawi. Finalmente è
stato rotto un pesantissimo silenzio mediatico. Noi che abbiamo toccato con
mano questa realtà sappiamo bene quanto sia necessaria un a corretta
informazione. Antonio Giacco pres. dell'Ass. piccoli ambasciatori di pace di
Agropoli (Sa) Sono contro tutte le guerre Sono contraria agli armamenti e alle
guerre tutte: preventive, d'occupazione, o spacciate come inevitabili, quando
servono invece solo a proteggere e imporre gli interessi di una parte arrogante
e peraltro non in pericolo. Penso che la guerra, fatta salva la necessità di
difendersi, non sia mai una soluzione accettabile. Sono, quindi, sfavorevole a
un'eventuale atomica iraniana. Premesso ciò, vorrei che qualcuno mi spiegasse
perché, sulla base anche di quanto già verificatosi in passato, dovrei sentirmi
più tranquilla se a possedere le bombe atomiche fossero solo le grandi potenze,
tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di
numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di
civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina
Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli:
"Volevano bloccare De Magistris" e "Le intercettazioni:
la pm e i favori del Csm", relativi alla notizia di una richiesta di
archiviazione nei confronti del dott. De Magistris in un procedimento penale
trattato dall'autorità giudiziaria di Salerno, riportavano con notevole
evidenza anche il testo parziale di una conversazione telefonica intercettata
tra me e la dott.ssa Felicia Genovese, all'epoca sostituto procuratore della
repubblica a Potenza. Con riferimento alla dott.ssa Genovese, che conosco da
molti anni, rappresento che la stessa è stata destinataria, insieme con il suo
collega dott. Montemurro, anch'egli sostituto procuratore a Potenza, di una
procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale per contrasti
reciproci. La proposta di trasferimento per incompatibilità ambientale della
dott.ssa Genovese non è mai stata votata perché nel frattempo ella fu
trasferita da Potenza dalla sezione disciplinare del Csm. La proposta di
trasferimento d'ufficio da Potenza del dott. Montemurro, per le anzidette
ragioni di conflitto proprio con la dott.ssa Genovese, fu invece votata dalla I
commissione, da me presieduta, il 17 dicembre 2007. Antonio Patrono consigliere
Csm.
( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Afghanistan,
dall'Italia un regalo per Bush Il presidente oggi a Roma, Berlusconi ridurrà i
"caveat". Scontro con la Ue su Cuba Il capo della Casa Bianca ai
partner europei: "Ormai sono vicino alla pensione" MARIO CALABRESI
DAL NOSTRO INVIATO LUBIANA - "Sono vicino alla pensione". Al termine
del suo ottavo e ultimo vertice con l'Unione europea, George W. Bush ha dato la
chiave di lettura dell'agenda transatlantica: c'è accordo e attenzione sui temi
che saranno prioritari anche per il prossimo presidente americano, come
Afghanistan e Iran, mentre non si nascondono le differenze su quelle materie
come l'ambiente e Cuba che potrebbero cambiare segno con una nuova
amministrazione. Bush e la Ue, nella dichiarazione finale del vertice che si è
svolto nel castello di Brdo, in Slovenia, dove faceva le vacanze il maresciallo
Tito, si sono detti pronti a inasprire le sanzioni contro l'Iran se non
cesseranno le attività di arricchimento dell'uranio. Il presidente americano ha
detto di apprezzare il viaggio dei prossimi giorni dell'inviato della Ue Solana
a Teheran, che porterà un "pacchetto rinfrescato" di proposte al regime
iraniano, ma ha voluto tenere alto l'allarme: "Un Iran con le armi
nucleari sarebbe incredibilmente pericoloso per la pace mondiale. Se viveste in Israele, sareste un po' nervosi se un leader di un paese vicino
annunciasse che vi vuole distruggere, adesso è il momento giusto per
intervenire e impedire all'Iran di acquisire armi nucleari prima che diventi
troppo tardi". E l'Iran è stato il piatto forte della cena di ieri sera
con la cancelliera Angela Merkel, come lo sarà dell'incontro con Silvio
Berlusconi domani. Sul tavolo anche la richiesta italiana di entrare
nell'organismo di mediazione con Teheran, il cosiddetto "5+1"
(composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu più
la Germania) a cui Berlino si oppone. Bush ha promesso di sponsorizzare
l'ingresso dell'Italia e ieri il ministro degli Esteri Frattini ha incassato
anche il sostegno del capo della diplomazia cinese, Yang Jechi, ma per i
tedeschi la partecipazione esclusiva al "5+1" è fondamentale per
creare le premesse all'ingresso nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Berlusconi si prepara a ricambiare gli americani offrendo una maggiore
flessibilità nell'utilizzo dei soldati italiani anche nelle aree
dell'Afghanistan dove non è presente il nostro contingente. Fino ad oggi i
"caveat" concedevano all'Italia 72 ore per rispondere alla richiesta
Nato di intervenire nelle aree dove erano in corso i combattimenti più accesi
con i talebani, ora Berlusconi e Frattini promettono di scendere a sei ore. Ma
nelle concessioni italiane sembra ci sia anche l'intenzione di soddisfare la
richiesta di un maggior impegno dei carabinieri nell'addestramento della
polizia afgana e dell'esercito iracheno. Le differenze più grosse tra Stati
Uniti ed Europa restano sul clima e emergono su Cuba. Il presidente americano
ha detto di credere che sia "effettivamente possibile arrivare a un
accordo sui cambiamenti climatici" sotto la sua presidenza, ma ha aggiunto
che non è possibile farlo senza la partecipazione di Cina ed India. Mentre il
presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha insistito perché i
Paesi più sviluppati si mettano alla testa del cambiamento. Bush ha poi
ringraziato l'Europa per le sue parole su Cuba, sottolineando che prima che le
relazioni con l'Avana possano andare avanti devono essere liberati tutti i
prigionieri politici. Ma nella dichiarazione finale del summit non c'è questo
legame tra dialogo e rilascio: "Chiediamo con urgenza al regime cubano -
si legge - di ratificare la Convenzione internazionale sui diritti civili e
politici e il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri politici". E
soprattutto a Bruxelles si discute in queste ore la sospensione delle sanzioni
imposte nel
( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XVII - Napoli
La prima esposizione "Mur+Blumen" nella nuova galleria dedicata alle
sperimentazioni Muri e barriere contro pace e dialogo negli spazi sotterranei
del Momas Progetti a due curati dal tedesco Andreas Ryll in un palazzo del XVII
secolo Muri che si innalzano, barriere che vincono sulla pace e sul dialogo. è
dedicata alla visione dell'arte sui confini tracciati dagli uomini la prima
mostra "Mur+Blumen" dello spazio Momas, sotterranei d'arte contemporanea
aperta dal tedesco Andreas Ryll. Momas nasce come uno spazio indipendente, metà
galleria metà luogo alternativo dedicato alla sperimentazione e alla produzione
site-specific di opere e progetti. Vi si accede dal cortile dello storico
palazzo del Real Monte Manso di Scala (da cui l'acronimo Momas) destinato nel
( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
XXV - Milano L'espressionismo dell'israeliano Tal R e il minimalismo
dell'emergente italiano Luca Trevisani Una strana coppia da Giò Marconi BARBARA
CASAVECCHIA Per tutta l'estate, da Giò Marconi si confrontano ? con esiti di
segno opposto ? due artisti ossessionati dalle metamorfosi dei materiali. A occupare il pianterreno, una
serie di opere inedite di Tal R (Tal Rosenzweig Tekinoktai, nato a Tel Aviv nel
'67, ma di stanza a Copenhagen), autoproclamatosi "Lord of
Kolbojnik", Signore del Kolbojnik, un termine ebraico traducibile con
avanzi. Nei propri lavori incorpora oggetti trovati, simboli pop, scampoli di
forme ricorrenti, approdando a uno stile figurativo che evoca il primitivismo
espressionista del movimento nordico Co.Br.A. - anche se giura di non ispirarsi
alla storia dell'arte. Alle pareti, quattro oli su tela dai colori violenti,
puri, stesi con pennellate pastose, e due grandi serigrafie che strizzano
l'occhio al folk psichedelico anni '70 (Mela e cuore, You laugh an ugly laugh,
cioè "Fai una brutta risata", che dà il titolo alla mostra). Su
tavoli e basamenti è issata una di decina di buffi totem-scultura in bronzo,
ceramica, stoffa, legno laccato, cartapesta, con teste in tappi di bottiglia
(Apollonia), occhi sgranati (Gufo), smorfie da pagliaccio (Clown), goffi e
grossolani come certe battute infantili, ma animati dalla stessa ironia
debordante. Per contrasto, al primo piano, domina la leggerezza di Luca
Trevisani (Verona, 1979), che si sta rapidamente affermando come nuovo
protagonista della scena italiana. Dopo la vittoria del Premio Furla 2007, che
l'ha portato a Berlino con una residenza alla Kunstlerhaus Bethanien,
quest'anno ha incassato anche il Premio Acacia e parteciperà a Manifesta7, la
biennale europea d'arte contemporanea al via in Trentino-Alto Adige dal 19
luglio. Il suo è un microcosmo elegante, sobrio, quasi solo in bianco e nero;
una sorta di laboratorio sperimentale dai confini incerti dove si studiano
traiettorie, flussi e passaggi di stato di "particelle elementari"
ascrivibili alla fisica, così come alla letteratura, al design o al vocabolario
dell'arte povera e postminimalista. Ad enfatizzare l'atmosfera rarefatta, molti
lavori pendono dal soffitto: sono strisce traforate di rete e materiali
plastici, fogli di carta plissettata col rigore sartoriale di un origami, canne
da pesca trasformate in "mobiles" con attaccati nastri da aquilone,
stelle filanti, spirali.
( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Maniere forti Funzionaria del Dipartimento di Stato:
"Sbagliato appoggiare le elezioni palestinesi, gestito male il vertice di
Annapolis" Liz Cheney, un falco più falco del papà vicepresidente La
figlia di Dick critica la Casa Bianca: siamo sempre troppo teneri con Teheran e
Damasco WASHINGTON - Buon sangue non mente. A Liz Cheney, figlia del vice
presidente americano ed ex funzionario al Dipartimento di Stato, l'attuale
politica dell'amministrazione Bush non piace. La vorrebbe più energica,
determinata, senza troppe concessioni. Parlando qualche giorno fa davanti
all'Aipac - potente gruppo di pressione filo- israeliano -
Liz si è tolta i guanti per criticare le recenti mosse diplomatiche. Un attacco
alle scelte di Condoleezza Rice - peraltro mai nominata - e alle iniziative del
suo ex ufficio. Per la Cheney il summit di Annapolis è stato gestito male e
l'appoggio alle elezioni a Gaza, vinte da Hamas, ha rappresentato "un
errore fondamentale". Washington, secondo Liz, avrebbe dovuto
essere più severa con la Siria usando diverse carte. Damasco poteva essere
denunciata "per il coinvolgimento nell'omicidio dell'ex premier libanese
Hariri, per l'uccisione dei soldati americani in Iraq (attraverso il sostegno
ai ribelli, ndr), per l'appoggio all'Hezbollah libanese". Invece la Siria
è riuscita a conservare, sia pure tra difficoltà e pressioni, il proprio ruolo
di influenza. "A mio giudizio questa amministrazione era nel giusto quando
siamo stati coraggiosi, determinati, concentrati e quando abbiano usato la
nostra forza militare", sono state le sue parole durante una tavola
rotonda all'Aipac con ospiti americani e israeliani. L'analisi di Liz Cheney -
in particolare il riferimento alla Siria - coglie il dissenso di ambienti
statunitensi davanti ai recenti contatti, via mediazione turca, tra Damasco e
Gerusalemme. Israele pragmaticamente guarda la Siria
dal suo ombelico e dunque è disposto a parlarle se può servire a mantenere una
certa stabilità al confine nord. I colloqui, dicono a Gerusalemme, non fanno
male, nel breve periodo hanno un valore tattico e, come in passato, sono uno
strumento di pressione nei confronti dei palestinesi. Da Washington hanno
lasciato trapelare qualche nota di irritazione - affidata a qualche commento
ispirato sulla stampa - e non sono mancati piccoli dispetti. Le rivelazioni al
Congresso, ad esempio, sul raid israeliano del 6 settembre in Siria. O
l'arresto, dopo vent'anni di una spia israeliana negli Stati Uniti. Calcetti
sotto il tavolo preceduti da due episodi misteriosi, indizio di manovre in
corso. L'uccisione, in febbraio, a Damasco del numero due dell'Hezbollah Imad
Mugniyeh ha scatenato le interpretazioni più strane. Una eliminazione
attribuita un po' a tutti (dagli israeliani ai siriani passando per i sauditi)
e considerata da alcuni come la moneta di scambio per qualche accordo segreto.
Altrettanto fumose le voci di faida nella nomenklatura di Damasco con il
presunto siluramento di Assif Shawkat, cognato di Bashar Assad e onnipresente
capo degli 007 militari. Una giubilazione legata ad un possibile tentativo di
golpe filo-americano. Storie smentite con sdegno da Damasco ma che hanno
continuato a sollevare questioni nei palazzi della diplomazia. Ma le differenze
di vedute israelo-americane si sono ricomposte sul caso iraniano, con i due
alleati alla ricerca del "proiettile d'argento" per fermare i piani
atomici dei mullah. Un dossier che Liz Cheney conosce assai bene. Prima di congedarsi
- per maternità - dal Dipartimento di Stato, la figlia del vice presidente ha
animato per diversi mesi lo speciale ufficio - composto da funzionari
dell'intelligence e diplomatici - che elaborava la strategia sull'Iran. Una
posizione che le ha permesso di rimarcare la sua linea di fermezza contrapposta
a coloro che pensano che ci sia ancora per negoziare. Anche da
"fuori" il suo pensiero non è mutato: se Ahmadinejad non si adegua
alle risoluzioni Onu rischia il blitz militare. "Non ci possiamo permettere
il lusso di perdere tempo. L'ora della diplomazia sta per finire".
Diplomazia Per la figlia di Cheney, se l'Iran non rinuncia alla bomba atomica
rischia il blitz militare: "L'ora della diplomazia sta per finire"
Famiglia Liz Cheney, a sinistra con i genitori Dick e Lynne Guido Olimpio.
( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13 categoria:
ALTRI OGGETTI do un avvertimento a Teheran: "Gli Usa e l'Ue faranno in
modo che le banche iraniane non possano abusare del sistema bancario
internazionale per appoggiare la proliferazione e il terrorismo". L'Iran
in altre parole deve smetterla di appoggiare finanziariamente e politicamente i
gruppi del terrore in tutto il Medio Oriente. E a chi gli
chiede delle voci su un possibile attacco israeliano contro le installazioni
nucleari di Teheran, Bush risponde: "Se uno vivesse in Israele, sarebbe preoccupato di sapere
che il leader di uno stato vicino dice che vuole distruggervi. Costruire
un'arma atomica è uno dei modi per farlo. E tempo di lavorare per
fermarli". Paolo Valentino GUARDA i video sul viaggio di Bush su
www.corriere.it Incontri Bush e la cancelliera Merkel; a sinistra con sloveni
in abiti tradizionali Allineati Bush col premier sloveno Janza e il presidente
della Commissione Ue Barroso.
( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
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- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-11 num: - pag: 33
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano INVETTIVE DI AHMADINEJAD LE
POSSIBILI INTERPRETAZIONI Nel suo intervento a Roma per il vertice Fao,
Ahmadinejad ha rinnovato le sue solite accuse a Israele, minacciandolo prima
direttamente e poi in modo più velato ("Israele scomparirà, indipendentemente dalla volontà dell'Iran"). Tuttavia,
penso che Ahmadinejad non sia uno stupido, e che sicuramente la sua dura presa
di posizione in un palcoscenico di tale livello risponda a una ben precisa
logica politica che va ben oltre la semplice propaganda volta all'acquisizione
di qualche consenso in più negli ambienti del fondamentalismo islamico. Anzi,
potrebbe essere una strategia che mira a potere un giorno, magari non lontano,
partecipare a un ipotetico tavolo delle trattative con i Paesi occidentali
portando con sé una dote per lui tutto sommato poco significativa, ma che fa
molta presa sull'Occidente (la sua aggressività), da usare come merce di
scambio per ottenere concessioni su altri versanti (vedi tecnologia nucleare) a
cui il presidente iraniano tiene particolarmente, per evidenti motivi di potere
e di egemonia territoriale. Insomma, uno "specchietto per le
allodole" da consegnare all'Occidente quale prova sacrificale di
distensione e di riavvicinamento. Fra l'altro, Ahmadinejad ha comunque, per
altri versi, mostrato una certa propensione, sia pure di comodo, per
l'Occidente e per l'Italia in particolare, quando ha sostenuto che siamo il
Paese occidentale più accreditato come partner commerciale e quando ha lanciato
un generale invito a effettuare investimenti in Iran ("siamo il Paese più
sicuro della Terra, venite a investire da noi"). Qual è il suo parere su
questo controverso personaggio e sulle finalità che persegue con i suoi
comportamenti apparentemente incoerenti? Enzo Chiné enchin61@hotmail.com Caro
Chiné, N on so se le invettive di Ahmadinejad contro gli Stati Uniti e Israele possano essere spiegate razionalmente. Ma non
escludo che lei abbia almeno una parte di ragione quando sostiene che il leader
iraniano alza la posta per meglio trattare con i suoi nemici quando verrà (se verrà)
il momento dei negoziati. Esistono tuttavia altre considerazioni di cui è utile
tener conto. L'Iran è ormai, grazie alla politica della presidenza Bush, una
grande potenza regionale. L'invasione americana del-l'Iraq lo ha sbarazzato del
suo maggiore nemico, Saddam Hussein, e gli ha offerto uno straordinario spazio
d'influenza fra la maggioranza sciita del Paese vicino. è uno Stato sciita
abitato prevalentemente da persiani, ma dispone di utili alleati nelle due zone
arabe che maggiormente insidiano la stabilità della regione: la Palestina e il Libano. Noi parliamo spesso delle
preoccupazioni che l'Iran suscita negli Stati Uniti e in Israele.
Ma tralasciamo di ricordare che i Paesi maggiormente preoccupati dalla sua
irresistibile ascesa sono gli Stati arabi e sunniti, dall'Egitto all'Arabia
Saudita: per ragioni politiche, naturalmente, ma anche per l'antica ostilità
che contrappone sunniti a sciiti nella storia dell'Islam. Qualche anno fa,
allorché denunciò l'apparizione di una mezzaluna sciita nel cielo del Medio
Oriente, Abdallah, re di Giordania, disse ad alta voce ciò che altri leader
arabi riservavano ai loro colloqui confidenziali. Con le sue sfide contro Israele e l'America, il presidente iraniano non parla
soltanto agli israeliani e agli americani. Parla soprattutto a quella parte
delle società arabe in cui esistono forti risentimenti nazionalisti contro
l'occupazione israeliana dei territori palestinesi e contro gli Stati Uniti di
Bush. Colpisce Israele e l'America per dimostrare agli
arabi che i loro governi sono pavidi, impotenti, succubi degli israeliani e
degli americani, e che soltanto lui, Ahmadinejad, ha il coraggio di prendere
posizioni forti contro le presenze straniere nella grande patria musulmana.
Questo non significa che europei e americani debbano ignorare le parole del
leader iraniano. Ma queste considerazioni permettono di comprendere perché i
Paesi sunniti della regione, per difendersi dalla crescente influenza iraniana,
stiano cercando di spegnere i focolai di crisi che consentono ad Ahmadinejad di
lanciare le sue invettive. è accaduto qualche tempo fa quando il re dell'Arabia
Saudita cercò di promuovere la riconciliazione fra Hamas e l'Organizzazione per
la liberazione della Palestina. Ed è accaduto
recentemente, con maggiore successo, quando l'emiro del Qatar è riuscito a
negoziare il patto di Doha tra le fazioni politiche libanesi.
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
NEL REGNO DI HAMAS
Stanchi ma orgogliosi, Gaza non s'arrende Aumentano i delitti d'onore contro le
ragazze e compaiono nuove-vecchie malattie. La diminuzione della corruzione è
un palliativo per la popolazione che sopporta l'embargo e le incursioni
quotidiane dell'esercito. Nonostante tutto Hamas tiene, e molti palestinesi
dicono: la disgrazia ci ha resi più forti Gaza non s'arrende Un anno dopo la
conquista del potere, gli islamisti plaudono alla "moralizzazione".
Ma la gente vuole unità Michele Giorgio INVIATO A GAZA Era esattamente un anno
fa quando l'opinionista sloveno Ervin Hladnik, appena giunto a Gaza city,
apprese che nella notte uomini armati avevano lanciato un giovane di 26 anni,
Husam Abu Qnes, simpatizzante ad Hamas, da un edificio di venti piani, in
risposta al lancio da una finestra del palazzo Jafari di un agente della
sicurezza presidenziale. "Questi sono segni inequivocabili di una guerra
civile" commentò Hladnik, che la guerra tra "fratelli" l'aveva
ben conosciuta e seguita nei Balcani. "Quando qualcuno lancia dalla
finestra uno della sua città, del suo quartiere, vuol dire che non riconosce
più l'altro come un essere umano", aggiunse mentre già riecheggiavano le
raffiche di mitra. Aveva ragione. Non lo aveva capito invece la gente di Gaza e
le tante persone convinte che il regolamento di conti sarebbe stato evitato. I
capi politici e militari di Hamas e di Fatah al contrario sapevano bene cosa
stava accadendo. A cominciare da Mohammed Dahlan, "uomo forte" di
Fatah, nemico giurato di Hamas, che da mesi faceva il possibile per ostacolare
- con l'aiuto degli Stati Uniti - il Governo di unità nazionale presieduto da
Ismail Haniyeh, nato dagli accordi della Mecca. Dahlan però non era più a Gaza
quando la Tanfisiya, la neonata polizia di Hamas, si lanciò all'attacco delle
sedi dei servizi di sicurezza e della guardia presidenziale. Era già al sicuro
da giorni, assieme a diversi generali e colonnelli che sapevano bene che Hamas
stava per reagire. Lasciarono da soli migliaia di agenti e poliziotti stanchi e
demotivati che si arresero subito, spesso senza resistere. Il 14 giugno, a
sera, era tutto finito, ma il bagno di sangue era ugualmente avvenuto. Furono
quasi 150 i morti, centinaia i feriti. Hamas aveva il potere ma cominciò subito
a fare i conti con un isolamento ancora più duro di quello scattato dopo la sua
vittoria elettorale del 2006. "Com'è Gaza un anno dopo? Meglio e peggio
allo stesso tempo - dice Wassim Abu Samadan, un impiegato di Gaza city -: da un
lato c'è più organizzazione e meno corruzione, dall'altro siamo prigionieri e
mancano tante cose, soprattutto la benzina, a causa di Israele". Wassim riflette
l'opinione di tanti abitanti di Gaza. Afferma di non essere
"invidioso" della vita in Cisgiordania, sotto il controllo del
governo "d'emergenza" di Salam Fayyad. "Lì ci sono soldi, c'è
più lavoro ma qui siamo più uniti, la disgrazia ci ha reso più forti. Ma
alla fine torneremo tutti insieme", auspica, precisando di essere un sostenitore
di Fatah. Parlando con la gente di Gaza emerge che il movimento islamico gode
ancora di parecchio sostegno, anche se non pochi si dicono "stanchi".
Come Amr, un commerciante. "La diminuzione del crimine è importante, ma la
vita è fatta di tante altre cose - spiega - forse Hamas dovrebbe adottare una
linea diversa e pensare un po' più a noi, comuni cittadini". Wafa, una
studentessa di Beit Hanun, invece è convinta che "le cose vanno bene
così". La colpa, dice, "è solo di Abu Mazen e di Israele.
Hamas si è difeso e ora governa come meglio può, nonostante l'embargo". È
paradossale parlare di una Gaza "più tranquilla" mentre il governo
Olmert minaccia una invasione, i raid aerei israeliani non cessano e i razzi
artigianali Qassam volano verso il Neghev. Eppure questo è il giudizio di buona
parte dei palestinesi che vivono nella Striscia. L'embargo israeliano ha reso
la popolazione più dipendente da Hamas - che ora distribuisce carburante e
merci accumulate in precedenza - mentre Abu Mazen e l'Anp sono ininfluenti e la
decisione del presidente palestinese di riaprire il dialogo con il movimento
islamico, rinunciando a molte condizioni poste un anno fa, appare un
riconoscimento degli islamisti. "Siamo forti, anche più di prima e non
faremo alcun passo indietro", dichiara il portavoce di Hamas, Sami Abu
Zuhri sottolineando che la popolazione continua a rispettare le direttive del
suo movimento sia in protesta contro Israele che nella
vita sociale. "Abbiamo messo un freno alla pornografia, al traffico di
droga che corrompe i giovani e la gente paga per i servizi pubblici. I
comportamenti ora sono più conformi ai valori del nostro popolo", aggiunge
orgoglioso Abu Zuhri, negando però che l'intenzione di Hamas sia quella di
costituire un "Emirato islamico". A Gaza però non si muore solo per
la resistenza all'occupazione e per i raid israeliani. Sono aumentati, e di
molto, i delitti d'onore a danno di giovani donne e si perde la vita per
malattie che invece potrebbero essere curate fuori dalla Striscia se non ci fosse
il blocco israelo-egiziano dei valichi. "Quelli di Hamas hanno molte
ragioni e sono onesti rispetto all'Anp ma, allo stesso tempo, devono capire che
il mondo è una giungla dove purtroppo domina la legge del più forte",
commenta Safwat Kahlut, un giornalista, "non vogliono sporcarsi le mani,
quindi dovrebbero anche avere il buon senso di mettersi da parte e facilitare
l'avvio di una nuova fase, perché la popolazione è stanca, ha bisogno di
respirare, non è possibile proseguire così all'infinito". Ghazi Hamad, un
consigliere di Ismail Haniyeh, esclude un'uscita di scena di Hamas. "La
soluzione sta nel dialogo - afferma Hamad - quando c'è la volontà delle parti
si raggiungono sempre buoni risultati. Fatah e Hamas non possono rimanere
separati, l'unità nazionale è l'obiettivo che desidera la nostra gente, è
l'unica via d'uscita".
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
DIRITTO (NEGATO)
ALLO STUDIO Wissam ha una borsa nell'università inglese, ma non può espatriare
per l'embargo. Nella sua situazione 700 giovani Sognando i boschi di
Nottingham, prigioniero della sabbia della Striscia Mi. Gio. INVIATO A GAZA
"Quando mi hanno comunicato che avevo ottenuto una borsa di studio per
l'università di Nottingham, ho cominciato a immaginare boschi, prati e una vita
tranquilla per un po' di anni". Sorride Wissam Abuajwa, prova a scherzare
sul suo destino di studente "secchione" che, tuttavia, era e rimane
soltanto uno dei 1,5 milioni di palestinesi prigionieri a
Gaza dell'embargo imposto da Israele da quando Hamas è al potere. "La verità è che per loro (gli
israeliani, ndr) siamo tutti uguali, armati e non armati, sostenitori di Hamas,
di Fatah o semplici cittadini, tutti colpevoli e senza diritti", aggiunge
Wissam diventando improvvisamente serio. Sa che sta perdendo ciò che,
con l'impegno di anni, aveva ottenuto - la possibilità di studiare all'Istituto
di Chimica e Ingegneria dell'Ambiente di Nottingham - solo perché Israele ha deciso che da Gaza non si esce, tranne che in un
caso "umanitario". Lo studio e l'istruzione superiore, per il governo
Olmert non è prioritario se riguarda palestinesi. "Con un collega, ho
presentato appello alla Corte Suprema (israeliana) ma, in verità, non sono
fiducioso", afferma Wissam, che ha scritto all'inviato del Quartetto,
Blair. Da Nottingham lo rassicurano, nessuno tocca la sua borsa di studio, ma i
tempi si fanno stretti e a settembre dovrà essere presente all'apertura dei
corsi di studio. Gli studenti universitari di Gaza non si fanno illusioni. La
situazione generale - dicono un po' tutti - non cambierà dopo i casi di Hadil
Abu Kwaik e altri sei studenti con borse di studio Fulbright che a fine maggio,
dopo aver rischiato di perdere la loro occasione di andare negli Usa a causa
della chiusura israeliana, hanno visto scendere in campo in loro sostegno il
Segretario di stato Condoleezza Rice. Al momento sono oltre 700 i giovani che,
pur avendo la possibilità di studiare o di perfezionarsi all'estero, rimangono
prigionieri a Gaza. Anche l'Egitto contribuisce al blocco lasciando passare con
il contagocce, attraverso il valico di Rafah, i malati gravi e gli studenti che
hanno urgenza di uscire dalla Striscia. Alcuni giovani universitari, lo scorso
dicembre, dopo aver ottenuto da Israele la possibilità
di partire, sono stati poi respinti alla frontiera dalle autorità egiziane.
Said Al-Madhoun, 29 anni, atteso al College of Law di Washington per un master,
era uno di loro. "Quando gli israeliani mi hanno dato il permesso credevo
di aver realizzato il mio sogno, ma non era vero - racconta - gli egiziani non
mi hanno lasciato passare, perché non avevo il visto di ingresso negli Usa. Non
è servito spiegare che l'avrei ottenuto all'ambasciata americana al Cairo. Gli
egiziani dovrebbero sapere che agli abitanti di Gaza non è possibile
raggiungere il Consolato americano di Gerusalemme". "Il numero degli
studenti bloccati è destinato ad aumentare nei prossimi mesi - avverte Khalil
Shahin, del Centro per i Diritti Umani di Gaza - presto si conosceranno i nomi
dei ragazzi che hanno ottenuto le nuove borse di studio all'estero".
Secondo i dati diffusi dalla campagna "Diritto allo studio" avviata
dall'Università di Bir Zeit (Cisgiordania) oltre ai 700 studenti vincitori di
borse di studio, restano bloccati a Gaza altri 2mila ragazzi iscritti in scuole
all'estero. Senza dimenticare che Israele impedisce ai
giovani di Gaza di frequentare le università della Cisgiordania. Nel 2000
c'erano 350 giovani della Striscia a Bir Zeit, nel 2005 una trentina, oggi
nessuno.
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
ISRAELE
Il governo valuta una mega offensiva Proseguono le consultazioni del governo
israeliano per decidere se accettare una tacita tregua con Hamas a Gaza, come
consiglia l'Egitto, oppure avviare un'operazione militare di vasta portata che
avrebbe conseguenze devastanti per i civili palestinesi. Ieri il premier Ehud Olmert ne ha
discusso con i ministri della difesa e degli esteri, Ehud Barak e Tzipi Livni,
e alla fine non ha preso una decisione. Al ritorno dagli Usa Olmert aveva detto
che "il pendolo delle decisioni" era più vicino ad un attacco, ma la
lettera inviata alla famiglia da Ghilad Shalit, il caporale prigioniero a Gaza
da due anni, e fatta arrivare da Hamas all'ex presidente Usa Jimmy Carter, ha
frenato gli israeliani. Il militare ha fatto appello al governo affinché lo
faccia tornare a casa, al più presto, attraverso la via del dialogo. Hamas per
la sua liberazione vuole la scarcerazione di 450 detenuti politici palestinesi.
Nel frattempo tra Gaza e Israele la tensione rimane
alta. Colpi di mortaio ieri hanno colpito il kibbutz Nahal Oz mentre tre
militanti palestinesi sono stati uccisi da Israele.
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
INTERVISTA Parla
Siyam, dell'ala dura "Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut"
Mi. Gio. INVIATO A GAZA L'ex ministro dell'interno Said Siyam fu, assieme
all'ex titolare degli esteri Mahmoud Zahar, uno dei più convinti sostenitori in
Hamas della "necessità" di un atto di forza a Gaza per mettere fine
ai tentativi, veri o presunti, di alcuni dirigenti di Fatah e dell'Anp di
rovesciare il governo del premier Ismail Haniyeh. Lo abbiamo intervistato un
anno dopo l'inizio della più grave frattura politica palestinese, per discutere
del presente della Striscia e del futuro dei rapporti con Fatah. Dodici lunghi
mesi sono passati dai quei giorni che vi hanno visto contrapposti, armi in
pugno, a Fatah e ai soldati di Abu Mazen. I palestinesi non hanno superato quel
trauma. Fu proprio necessario far ricorso alla forza? Andare allo scontro fu
inevitabile. Dopo mesi e mesi di provocazioni da parte di quei membri di Fatah
che lavoravano contro Hamas e gli interessi del popolo palestinese, fummo
costretti ad agire. Fu un atto di autodifesa. Oggi Gaza
soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma.
Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il
crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza
alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge. Parla di
autodifesa, ad essere attaccati però furono quelli di Fatah. Hamas decise di
impedire a quelle persone e a quelle forze che manovravano contro di noi, come
(l'ex ministro) Mohammed Dahlan, e che non avevano mai accettato la nostra
vittoria elettorale, di poter realizzare il loro piano volto a rovesciare il
governo nato anche per volontà di Abu Mazen. D'altronde parla chiaro anche il
lungo servizio pubblicato qualche mese fa da Vanity Fair che ha riferito di un
piano degli Stati Uniti e di alcuni settori di Fatah per attaccare Hamas a
Gaza. Lei ha fatto riferimento al ruolo avuto da Dahlan e altri esponenti di
Fatah e dell'Anp nell'ostacolare il governo di Hamas. Tra i 150 morti negli
scontri di quei giorni e tra gli arrestati però non figurano nomi eccellenti,
ma semplici soldati e poliziotti rimasti uccisi nelle caserme che avete
attaccato, senza dimenticare i casi di saccheggio e le violenze indiscriminate.
La colpa è tutta dei capi (di Fatah) che scapparono lasciandosi dietro a
combatterci semplici militari. La colpa è dei codardi che hanno mandato a morte
i loro uomini. In ogni caso Hamas ha punito coloro che hanno commesso abusi e
violenze. Torniamo ai nostri giorni. Lei ha parlato di clima tranquillo a Gaza,
nonostante l'assedio israeliano. Eppure si hanno notizie di arresti di
attivisti di Fatah, di censura della stampa, di intimidazioni. Certo in
Cisgiordania le forze di sicurezza di Abu Mazen compiono abusi ben peggiori nei
confronti dei vostri militanti, ma anche voi a Gaza colpite il dissenso
politico. Ciò che accade ogni giorno in Cisgiordania è gravissimo e comunque
noi non arrestiamo dissidenti politici, ma solo chi infrange la legge. Dopo
passato e presente, veniamo al futuro. Come si supera questa frattura? Bastano
i colloqui in corso con Fatah e le aperture di Abu Mazen nei vostri confronti?
Siamo pronti al dialogo nazionale, perché crediamo che il vero problema del
nostro popolo sia l'occupazione israeliana. Il passo fatto da Abu Mazen lo
giudichiamo importante e speriamo anche in un coinvolgimento arabo ampio, come
avvenuto per il Libano. Noi rispettiamo Abu Mazen e lo consideriamo il
presidente dei palestinesi, allo stesso tempo lui deve rispettare la volontà
popolare che con le elezioni del
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
INTERVISTA "Ora
dialogo nazionale proprio come a Beirut" Parla Siyam, dell'ala dura Mi.
Gio. INVIATO A GAZA L'ex ministro dell'interno Said Siyam fu, assieme all'ex
titolare degli esteri Mahmoud Zahar, uno dei più convinti sostenitori in Hamas
della "necessità" di un atto di forza a Gaza per mettere fine ai
tentativi, veri o presunti, di alcuni dirigenti di Fatah e dell'Anp di
rovesciare il governo del premier Ismail Haniyeh. Lo abbiamo intervistato un
anno dopo l'inizio della più grave frattura politica palestinese, per discutere
del presente della Striscia e del futuro dei rapporti con Fatah. Dodici lunghi
mesi sono passati dai quei giorni che vi hanno visto contrapposti, armi in
pugno, a Fatah e ai soldati di Abu Mazen. I palestinesi non hanno superato quel
trauma. Fu proprio necessario far ricorso alla forza? Andare allo scontro fu
inevitabile. Dopo mesi e mesi di provocazioni da parte di quei membri di Fatah
che lavoravano contro Hamas e gli interessi del popolo palestinese, fummo
costretti ad agire. Fu un atto di autodifesa. Oggi Gaza
soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma.
Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il
crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza
alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge. Parla di
autodifesa, ad essere attaccati però furono quelli di Fatah. Hamas decise di
impedire a quelle persone e a quelle forze che manovravano contro di noi, come
(l'ex ministro) Mohammed Dahlan, e che non avevano mai accettato la nostra vittoria
elettorale, di poter realizzare il loro piano volto a rovesciare il governo
nato anche per volontà di Abu Mazen. D'altronde parla chiaro anche il lungo
servizio pubblicato qualche mese fa da Vanity Fair che ha riferito di un piano
degli Stati Uniti e di alcuni settori di Fatah per attaccare Hamas a Gaza. Lei
ha fatto riferimento al ruolo avuto da Dahlan e altri esponenti di Fatah e
dell'Anp nell'ostacolare il governo di Hamas. Tra i 150 morti negli scontri di
quei giorni e tra gli arrestati però non figurano nomi eccellenti, ma semplici
soldati e poliziotti rimasti uccisi nelle caserme che avete attaccato, senza
dimenticare i casi di saccheggio e le violenze indiscriminate. La colpa è tutta
dei capi (di Fatah) che scapparono lasciandosi dietro a combatterci semplici
militari. La colpa è dei codardi che hanno mandato a morte i loro uomini. In
ogni caso Hamas ha punito coloro che hanno commesso abusi e violenze. Torniamo
ai nostri giorni. Lei ha parlato di clima tranquillo a Gaza, nonostante
l'assedio israeliano. Eppure si hanno notizie di arresti di attivisti di Fatah,
di censura della stampa, di intimidazioni. Certo in Cisgiordania le forze di
sicurezza di Abu Mazen compiono abusi ben peggiori nei confronti dei vostri
militanti, ma anche voi a Gaza colpite il dissenso politico. Ciò che accade
ogni giorno in Cisgiordania è gravissimo e comunque noi non arrestiamo
dissidenti politici, ma solo chi infrange la legge. Dopo passato e presente,
veniamo al futuro. Come si supera questa frattura? Bastano i colloqui in corso
con Fatah e le aperture di Abu Mazen nei vostri confronti? Siamo pronti al
dialogo nazionale, perché crediamo che il vero problema del nostro popolo sia
l'occupazione israeliana. Il passo fatto da Abu Mazen lo giudichiamo importante
e speriamo anche in un coinvolgimento arabo ampio, come avvenuto per il Libano.
Noi rispettiamo Abu Mazen e lo consideriamo il presidente dei palestinesi, allo
stesso tempo lui deve rispettare la volontà popolare che con le elezioni del
2006 ha dato la maggioranza ad Hamas. Veniamo alle elezioni. Abu Mazen non
esclude di poter indire un voto anticipato presidenziale e politico. Una strada
percorribile? Non vedo ragioni per un voto anticipato. All'inizio del 2009
scadrà il mandato di Abu Mazen e nel 2010 avrà termine la legislatura, quindi
le elezioni sono già previste in tempi stretti. Occorre tuttavia guardare alla
realtà sul terreno e capire che si potrà andare alle urne solo se prima
interverrà un accordo (tra Hamas e Fatah, ndr), altrimenti non vedo come i
palestinesi potranno andare alle urne.
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
INTERVISTA "Bush
azzoppato prepara l'attacco" Il politologo Raskin: Iran nel mirino
Michelangelo Cocco Marcus Raskin guarda con un misto di paura e speranza al
periodo pre elettorale negli Stati Uniti e agli anni che si parano davanti alla
prossima Amministrazione. Pessimismo perché Bush, attaccando l'Iran, lascerebbe
in eredità al nuovo capo dello stato una guerra allargata, ottimismo per la
possibilità che i movimenti sociali, unendosi, potrebbero spostare a sinistra
Barack Obama, qualora il senatore nero finisse alla Casa bianca. Abbiamo
discusso col 74enne politologo, professore alla George Washington University e
fondatore del progressista Institute for policy studies (www.ips-dc.org) nel
corso di un suo recente soggiorno a Roma. Professor Raskin, ritiene possibile
che l'Amministrazione repubblicana, in crisi di consenso, si lanci in una nuova
avventura militare, attaccando l'Iran? Bush ha detto chiaramente che, prima del
20 gennaio 2009 (quando passerà ufficialmente il testimone al suo successore,
ndr) intende fare tutto ciò che ritiene necessario. E il presidente ha sempre
dichiarato di voler cambiare il volto del Medio Oriente. È pronto a un novo
conflitto, perché concepisce la guerra come parte della tradizione americana e
gli Stati Uniti come stato guerriero. Dopo l'11 settembre 2001, per
giustificare gli attacchi preventivi ha utilizzato il concetto di
"vittima". Si tratta di una novità: dalla seconda guerra mondiale
fino agli attacchi terroristici contro New York e Washington non era stato
possibile sfruttare con successo l'idea che gli Usa fossero vittime. Certo Bush
ha perso potere, la gente non gli crede più, ma se il presidente deciderà di
bombardare, i militari lo seguiranno. Se Israele bombarderà l'Iran, avrà
l'appoggio degli Stati Uniti, repubblicani e democratici assieme. Insomma il
presidente che prenderà il potere il 20 gennaio prossimo potrà trovarsi di
fronte a una situazione terribile con una guerra che si espande. Cosa è
l'assedio contro le quattro libertà di cui parla nel suo libro "The four
freedoms under siege"? La povertà, le diseguaglianze crescenti, la
segretezza del governo e il controllo sui cittadini stanno mettendo in pericolo
le libertà (d'espressione, di religione, libertà dal bisogno e dalla paura)
enunciate dal presidente Roosevelt nel 1941, prima dell'ingresso in guerra. Ma
parallelamente al discorso sulle libertà è sempre stato inserito quello secondo
il quale bisognava mobilitare la popolazione attraverso la guerra: guerra
contro la povertà, guerra contro il cancro e così via. A partire dai primi anni
'30 nelle nostre menti c'è sempre stata guerra contro qualcosa. Uno stato
guerriero che, nello stesso tempo, garantiva i diritti individuali e la
possibilità di affermazione. Il governo delle destre guidato da Berlusconi
promette a Washington più impegno in Afghanistan. Qual è la situazione per gli
Usa sul primo fronte della cosiddetta "guerra al terrorismo"? Sia
Barack Obama che John McCain propongono di aumentare la presenza militare in
Afghanistan. Le sconfitte degli imperi britannico e russo non ci hanno
insegnato nulla, perché gli Usa credono di fare la storia e di non avere nulla
da imparare dalla storia: un principio che ha causato molti errori, strategici
(come combattere la guerra) e morali (perché la combatterla). Tutti i governi -
anche quelli che gli sono ostili - ritengono gli Stati Uniti una "potenza
indispensabile". Ma una nuova generazione sta diffondendo un altro
sentimento, quello della non violenza, della costruzione di movimenti dal
basso, dell'importanza di mettere assieme gruppi che finora non hanno
comunicato. Migliaia di neri, donne, bianchi che hanno a cuore le battaglie dei
poveri contro il 20% più ricco del pianeta e per l'ambiente. Se nel corso dei
prossimi cinque anni questi movimenti si uniranno, gli Usa svolteranno a
sinistra proprio mentre altri paesi si spostano a destra. È probabile, ad
esempio, che - se eletto presidente - Obama avrà meno rapporti con Berlusconi e
Sarkozy e più relazioni con i governi dell'America latina. Perché l'Afghanistan
è così importante per gli Stati Uniti? La guerra in Iraq, in quanto
"guerra preventiva" viene criticata anche da molti membri democratici
del Congresso, che la giudicano immorale e non necessaria. L'Afghanistan invece
è visto come un posto dove avremmo dovuto intervenire prima, per controllare
gli oleodotti che passano per quel paese da cui non ci si può ritirare, perché
apparirebbe come una fuga e gli Usa, in periodo di crisi, sembrerebbero ancora
meno credibili. Inoltre quella in Afghanistan viene propagandata come una guerra
di "civilizzazione", in cui gli Stati Uniti e l'Occidente hanno la
possibilità di "educare" una parte del mondo islamico. Ovviamente
anche questa guerra contribuisce a giustificare l'enorme livello di spese
militari. L'America cambierà sia con Obama che con McCain? Credo che il
cambiamento possa prodursi sia che ad essere eletto sia un democratico sia un
repubblicano. C'è la possibilità di un nuovo impegno per ridurre, in accordo
con i russi (assieme a loro abbiamo il maggior numero di testate), gli armamenti
nucleari. Ed è possibile che Washington ponga nell'agenda mondiale l'obiettivo
della non proliferazione. Ma se Bush o gli israeliani intraprenderanno una
guerra contro l'Iran - sfruttando il pretesto che la repubblica islamica sta
costruendo un arsenale nucleare mentre Washington sa che Tel Aviv ha l'atomica
- ci sarà solo un disastro.
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
I nuovi impegni
formalizzati durante un'audizione alla Camera dei deputati "Manderemo i
Tornado a Kabul" l'offerta di Frattini e La Russa Cacciabombardieri e
altri carabinieri sul fronte afgano Raid aereo Usa al confine: uccisi 11
soldati pachistani Proteste di Islamabad VINCENZO NIGRO ROMA - Quando oggi
Silvio Berlusconi presenterà a George Bush la nuova politica estera italiana
messa in piedi nel giro di un mese, sul tavolo ci saranno un "dare" e
un "avere". Il dare, le offerte e i segnali che l'Italia del
centrodestra porta in dono all'amministrazione americana, sono molti e
sostanziosi: riavvicinamento a Israele, raffreddamento
con l'Iran di Ahmadinejad, mini-apertura sull'Iraq e invece apertura più grossa
sulla missione della Nato in Afghanistan. Gettoni che sono già stati spesi
quasi tutti. Il problema è che nel conto dell'"avere" Berlusconi e
Frattini vorrebbero qualcosa che Bush non è in grado di consegnare all'Italia,
quell'ingresso nel gruppo "5+1" che si occupa della questione Iran,
un ingresso che rimane chiuso grazie al "no" della Germania e in
fondo anche degli altri due membri europei (la Gran Bretagna e la stessa
Francia, gli altri paesi sono Usa, Russia e Cina). Ieri la svolta italiana è
stata formalizzata alle Camere con l'audizione dei ministri degli Esteri e
della Difesa. Franco Frattini e Ignazio La Russa hanno presentato le linee
politiche sulle missioni militari all'estero. La Russa, arrivato in ritardo alla
Camera perché aveva partecipato al programma radiofonico di Fiorello, ha fatto
balenare una nuova offerta alla Nato: oltre ad altri carabinieri (40) per
addestrare la polizia afgana, l'Italia sta pensando di schierare a Kabul un
gruppo di cacciabombardieri Tornado. Questo dopo aver confermato che verranno
ridotti i "caveat", le limitazioni alla disponibilità del contingente
italiano messo sotto il comando del generale americano che guida Isaf. Il
ministro della Difesa ha spiegato perché sta valutando di schierare in
Afghanistan anche i Tornado: "La protezione aerea dei contingenti nel
nostro settore è garantita dall'aeronautica britannica e tedesca; ci chiedono
di condividere questo impegno a protezione delle forze di Isaf, stiamo
valutando un eventuale impegno". La Nato aveva chiesto all'Italia i caccia
Amx, più piccoli e meno costosi, ma La Russa dice che non è di questo velivolo
che si parla, bensì del Tornado che è un aereo più pesante, simile a quelli che
Gran Bretagna e Germania hanno in linea. Se verrà decisa, sicuramente la
missione non costerà poco. E potrebbe non essere una missione facilmente
controllabile come sino ad oggi è stata quella delle truppe a terra schierate
nella zona di Herat. In Afghanistan gli americani continuano ad usare massicciamente
il potere aereo: ieri 11 soldati pachistani sono rimasti uccisi in un
bombardamento di aerei Usa nella regione di Mohmand. L'attacco americano è
stato chiesto da una guarnigione afgana sotto il tiro dei Taliban, ma le
vittime sono soldati pachistani: il governo di Islamabad ha definito l'attacco
"ingiustificato e vile". Per capire: ormai in Pakistan c'è un governo
che stringe accordi con i Taliban, che si scontra con le truppe afgane e quindi
rischia di finire anche nel mirino dell'esercito Usa (e di quelli Nato). A
fronte di un suo nuovo impegno anche in Afghanistan, l'Italia comunque chiederà
- e Frattini ieri lo ha ripetuto ancora una volta pubblicamente - di entrare
nel gruppo "5+1": alla Farnesina dicono che "l'Italia è in grado
di imprimere una svolta all'evoluzione del negoziato con Teheran". Un
argomento molto debole, soprattutto adesso che Roma si è allineata agli Usa e
ha poche carte negoziali (o di ricatto) in mano: entrare nel "5+1"
sarebbe solo un regalo, e in politica estera i regali non esistono.
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina VII - Roma Pacifico
e blindato, sfila il mini-corteo Poche migliaia di manifestanti. Ma tanti
politici della Sinistra arcobaleno MASSIMO LUGLI "No alla guerra, no a
Bush, fuori l'Italia dal Libano e dall'Afghanistan". Un grande striscione
preceduto da tre dimostranti incatenati e vestiti con l'abito a strisce dei
detenuti, con sul viso le maschere di George W. Bush, Dick Cheney e Condoleeza
Rice. Dietro, circa duemila pacifisti (10 mila per gli organizzatori ma è una
cifra obiettivamente poco credibile) con le bandiere arcobaleno, quelle dei
Cobas e di molte anime della sinistra parlamentare, dal Partito comunista dei
lavoratori agli anarchici, da Alternativa comunista ai filocubani che chiedono
la liberazione di cinque detenuti dalle carceri Usa. Un corteo pacifico e blindato,
scortato e preceduto da un imponente schieramento di agenti e carabinieri e
sorvegliato dall'alto, da un elicottero a volo radente. Nemmeno un momento di
tensione se non la contestazione, a Manuela Palermi, della segreteria dei
Comunisti italiani, fischiata e insultata pesantemente da alcuni militanti che
ancora non hanno digerito la manifestazione "scissionista" di piazza
del Popolo, nel giugno scorso. Prima una signora in bicicletta che si è quasi
scagliata contro l'ex parlamentare poi urla di "Ma vai a lavorare, vai a
piazza del Popolo". Lei reagisce con grande aplomb: "Allora, come
oggi, non condividevamo slogan come "Dieci, cento, mille Nassiriya"o le bandiere di Israele bruciate ma restiamo una componente del movimento pacifista e
antimperialista". Tra la folla, alcuni volti noti della politica anche se
molti ormai sfrattati dal parlamento o dal senato: Francesco Caruso e Giovanni
Russo Spena (Rifondazione), Nando Simeone (Sinistra Critica), Nunzio D'Erme
(Action), Marco Rizzo (Comunisti italiani), Marco Ferrando (Partito
comunista dei lavoratori). Molto applauditi i "cittadini americani contro
la guerra". Partenza da piazza della Repubblica verso le 17,30 quando Bush
è già in viaggio verso Villa Taverna. Qualche slogan che rievoca ricordi sessantottini
("Il proletariato non ha nazione / Internazionalismo, rivoluzione") e
altri più in tema: "Fuori l'Italia dalle guerre/ Fuori la guerra dalla
storia". "Bush, Bush, vaff....". Sprazzi di creatività come una
struttura di legno da cui penzolavano alcuni sacchetti della spazzatura:
"Una metafora del rifiuto della guerra e del rifiuto dei rifiuti della
guerra come le mine anti-uomo". Tra la folla, un ex militare Usa, reduce
dall'Iraq e dall'Afghanistan, James Gilliman. Il corteo, tra rock e balli,
attraversa via Cernaia, imbocca via XX settembre e tracima su largo Santa
Susanna per riversarsi in via Barberini fino a una piazza sotto assedio: ogni
lato è presidiato da poliziotti e carabinieri con gli scudi imbracciati ma
l'aria rilassata. Doppio cordone anche davanti a "Blockbuster"
regolarmente aperto come tutti i negozi al passaggio dei dimostranti. Qualche
fumogeno e una scritta sui cartelli di McDonald's ma l'azione dimostrativa di
Nunzio D'Erme è saltata. Alle 19, con le prime gocce di pioggia, il sit in si
scioglie. Tutt'intorno, traffico al collasso.
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina IX - Roma
Affari e faide dei nuovi clan venuti dall'Est Quei boss tra donne e champagne
Il procuratore De Ficchy: "Una organizzazione potentissima ma
sottovalutata" MARINO BISSO Compravendite commerciali, riciclaggio di
danaro sporco, traffico clandestino di persone e prostituzione ma anche il
traffico di materiale militare. Sono le attività che la mafia russa ha
trasferito all'ombra del Cupolone. Il fenomeno è fotografato dalla relazione
annuale della Direzione nazionale dell'Antimafia. "Nella capitale ci sono
state varie indagini che hanno dimostrato la presenza di gruppi malavitosi
soprattutto russi e ucraini, che si rifugiavano a Roma per sfuggire a
regolamenti e vendette nel loro paese. Sono esponenti di organizzazioni potentissime
che in Italia si presentano come facoltosi businessman la cui vera attività è
riciclare denaro sporco. è un fenomeno raramente violento e proprio per questa
ragione spesso è sottovalutato". A lanciare l'allarme è Luigi De Ficchy,
per oltre vent'anni sostituito procuratore della Direzione Nazionale Antimafia
protagonista di molte indagini contro i gruppi malavitosi nel Lazio e in
Umbria. "Alcuni anni fa, in un gran hotel di via Veneto è stato arrestato
un importante esponente della Brigata del Sole. Era arrivato
in Italia con un passaporto israeliano e russo e viaggiava tra Roma e Venezia
per investire i capitali provenienti da attività illecite... ". La
presenza della criminalità russa si manifesta prevalentemente in forme non
violente. "In questo modo non suscitano particolari reazioni da parte
delle forze dell'ordine. Ne consegue che nelle valutazioni che si fanno
delle criminalità straniere la criminalità russa riveste a volte un posto
secondario rispetto agli altri gruppi che con caratteristiche più visibili si
offrono più facilmente all'analisi". Ma non esiste una sola mafia russa.
"Si deve parlare invece dell'esistenza di singole numerose mafie etniche,
della mafia ucraina, uzbeca, georgiana, della mafia degli oligarchi finanziari,
della mafia degli ex agenti del KGB - si legge nel dossier dell'Antimafia - A
Roma è stata rilevata la presenza di elementi provenienti dai paesi della ex
Unione Sovietica, che manifestano notevoli capacità finanziarie e hanno un
lussuoso tenore di vita. Tali soggetti hanno il compito di riciclare,
attraverso complessi meccanismi finanziari operati tramite una rete di società
internazionali e di conti correnti aperti in vari paesi, capitali provenienti
da delitti commessi nella Federazione Russa acquistando immobili di grande pregio
nonché aeromobili da turismo". Altra attività gestita dalla criminalità
russa a Roma è quella particolarmente remunerativa costituita dalla tratta
degli esseri umani. "L'analisi dei flussi migratori dimostra il costante
aumento della immigrazione in Italia di giovani donne provenienti dai Paesi
dell'ex Unione Sovietica. In particolare russe, ucraine e moldave destinate ad
essere sfruttate in condizioni vicine alla schiavitù". Una recente
ordinanza di custodia cautelare emessa nel luglio 2007 ha ipotizzato
l'esistenza di "un'associazione mafiosa" finalizzata alla commissione
di più delitti: dall'estorsione alla importazione e cessione di documenti
falsi, al furto e al riciclaggio di autovetture di grossa cilindrata e
all'immigrazione clandestina. "Il gruppo criminale aveva creato un clima
di violenza e minacce all'interno della comunità moldava - sottolinea la Dna -
estorcendo somme di denaro ai propri connazionali".
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina
I - Bologna Il maestro israeliano sul podio con il Te Deum e lo Stabat Mater Eliahu
Inbal al Manzoni dirige le opere di Verdi della maturità FESTA A PAGINA XIV
SEGUE A PAGINA XIV.
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XIV - Bologna Il maestro e il Verdi della maturità La stagione
sinfonica L'artista israeliano dopo Sansone e Dalila è di scena al Manzoni con
il Te Deum e lo Stabat Mater FABRIZIO FESTA Elihau Inbal, forte del successo
ottenuto con il Sansone e Dalila di Saint-Saens, torna questa sera al Teatro
Manzoni sul podio dell'Orchestra del Teatro Comunale. Un ritorno nel
contesto della sinfonica, repertorio particolarmente amato da Inbal, e nel
quale ha ottenuto sempre grandi successi ed ampi consensi. Peraltro in apertura
di serata si ascolteranno due pagine tra le più suggestive della produzione
sacra ottocentesca: dai Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi, il Te Deum per
doppio coro e orchestra e lo Stabat Mater per coro e orchestra. E' il Verdi
della maturità - i Quattro pezzi furono composti infatti tra il 1886 ed il
1897, l'onore del debutto nella versione completa toccò a Toscanini in quel di
Torino l'anno successivo - che ovviamente possiede una consolidata maestria nel
trattamento del coro ed in qualche modo aderisce al suo stesso imperativo:
guardare al passato, quello palestriniano, per cercare un possibile futuro, un
progresso. Sarà, dunque, l'occasione per il Coro della Fondazione di Largo
Respighi di dar prova di quella compattezza e rinnovata solidità, che abbiamo
potuto ascoltare nelle recenti produzioni operistiche, Paolo Vero (il maestro
del Coro) evidentemente dando un suo importante contributo. Inbal è interprete
che ormai il pubblico bolognese conosce bene, e quindi anche in queste pagine
verdiane è lecito attendersi da lui una prova all'altezza della meritata fama.
Chiusa la parentesi sacra, la seconda parte del programma vedrà la compagine
bolognese affrontare la monumentale Seconda Sinfonia, nella tonalità di do
minore, di Anton Bruckner. La versione definitiva è datata 1877, Bruckner, è
noto, avendo rimaneggiato i suoi lavori sinfonici più e più volte, e neppure
questa sua Seconda Sinfonia sfugge alla regola. Fuorviante per certi aspetti la
dedica a Franz Liszt. Non v'è nulla nei pentagrammi bruckneriani che faccia
pensare anche per mera analogia alla temperie delle partiture dell'ungherese.
Al contrario, la Sinfonia in do minore è più ariosa e vivace di altre tra le
pagine sinfoniche di Bruckner, e, sebbene tra le meno eseguite, in realtà
decisamente esemplificativa del suo stile e della sua concezione estetica della
musica. Inbal di Bruckner è conoscitore profondo. Basti dire che ha già inciso
l'intero ciclo delle sinfonie dell'austriaco e tutte fanno parte stabilmente
del suo repertorio. Il concerto avrà luogo al Teatro Manzoni. Orario d'inizio
le 20.30. Per informazioni telefonare al 199 107070. (f. f.).
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
IL CORTEO In
migliaia a Roma. Contestato il Pdci L'"addio" dei no war a Bush il guerrafondaio
Una Roma blindata accoglie il presidente Usa, che oggi incontra Berlusconi e
domani il papa. È il suo ultimo viaggio in Europa da inquilino della Casa
bianca. Mentre le sue relazioni con l'alleato Musharraf sono in crisi dopo il
raid militare in territorio pakistano Giacomo Sette ROMA "Yankee go home,
yankee go home" è uno dei cori, forse il più scontato di tutti, scandito
dalle 7 mila persone accorse in piazza per dare il benvenuto al presidente Usa
George Bush, arrivato ieri alle quattro a Roma. Un corteo che ha sfilato per le
vie del centro senza alcuna tensione, dribblando le misure preventive del
governo che nei giorni passati aveva dato ordine di liberare 220 posti nel
carcere romano di Regina Coeli e altrettanti nell'ospedale Policlinico. Tanta
comunque la polizia che ha "scortato" il corteo dalla partenza,
Piazza Repubblica, fino a Piazza Barberini. "Bush è un ospite non gradito
- spiega il Patto contro la guerra, la sigla che promuove l'iniziativa - Oggi
stiamo manifestando contro gli imperialismi americani e italiani". Si
dicono poi "soddisfatti" per la partecipazione: "Per un giorno
lavorativo la gente non è poca". E ricordano che oltre la protesta romana,
un piccolo sit-in a Milano testimonia altro dissenso alle "politiche di
guerra". La differenza con il 9 giugno dell'anno scorso, l'altra visita
del presidente Usa, resta abissale. Quel giorno in piazza c'erano quasi 100
mila persone. Ad aprire il corteo romano uno striscione per il ritiro
dall'Afghanistan e dal Libano e tre persone vestite con la classica tuta a
strisce da detenuti coperte da maschere di cartone che ritraggono George Bush,
Condoleezza Rice e Dick Cheney: "Loro sono i veri terroristi - dicono -
Vanno fermati prima che attacchino anche l'Iran". Poi via via sfilano
Cobas, Rdb, gruppi pacifisti (come Disarmiamoli e Mondo senza guerre), lo
spezzone anti nucleare, Rete 28 aprile, Sinistra Critica, vari centri sociali
capitolini, associazione Italia-Cuba (che chiede la
liberazione dei 5 agenti cubani detenuti nelle celle statunitensi) e Forum Palestina. A chiudere i Carc, il Partito
comunista dei lavoratori (di Marco Ferrando) e Alternativa Comunista. Tutti
armati di bandiere. Tanti anche i singoli: Silvia Baraldini, Francesco Caruso,
Giorgio Cremaschi, Lucio Manisco. E alcuni dirigenti dell'ex-Arcobaleno.
In piazza spicca la folta presenza dei cittadini americani, tra i quali James
Gilliman, reduce delle guerre in Iraq e in Afghanistan ed ora membro
dell'Associazione dei "Veterani contro la guerra". "Bush ha detto
solo bugie - dice Nick - Abbiamo ucciso migliaia di persone per nessuna ragione
valida. Gli Usa sono criminali di guerra". Giuliana, italo-stutunitense,
ammette che alle elezioni voterà "il meno peggio", Obama, ma non vede
in lui una sostanziale differenza: "L'imperialismo sta nel dna della
politica estera americana". Stesso discorso che si fa per l'Italia.
"Il governo Berlusconi agisce in piena continuità con quello Prodi. E ora
un intero parlamento è filostatunitense - dichiara Piero Bernocchi dei Cobas -
Siamo quarti per la presenza dei militari all'estero, ottavi per le spese
militari e i primi il numero di basi Nato". Poi attacca anche Napolitano,
che "non si fa garante dell'articolo 11 della Costituzione". Malgrado
l'assenza di camion sound system non manca la musica, con lo spezzone dei
sambisti che ballano a suon di tamburo, e il colore all'interno del corteo:
sventolano due bandieroni immensi, uno di Cuba e l'altro della Palestina. Più piccole, ma comunque visibili, anche le
bandiere del Libano. Uno dei motivi, insieme all'Afghanistan e all'aumento
delle spese militari, delle critiche alle forze di sinistra del governo Prodi.
E della contestazione a Manuela Palermi del Pdci: "Vattene, torna a casa,
vai a Piazza del Popolo", le urlano, riferendosi all'anno passato quando
l'ex-arcobaleno si distinse dal movimento con un sit-in separato proprio a
Piazza del Popolo, con scarsissimi risultati. A contestarla sono in pochi, una
minoranza, "sono i soliti - dice lei - quelli che ai cortei della sinistra
bruciano le bandiere israeliane e gridano 10, 100, 1000 Nassiriya".
Palermi non è la sola ex parlamentare presente per l'occasione: ci sono altri
esponenti del Pdci, come Katia Bellillo, e una delegazione del Prc, tra cui
Giovanni Russo Spena. "Non vogliamo commettere gli errori del passato come
il 9 giugno - afferma Fabio Amato, responsabile Esteri di Rifondazione - Oggi
stiamo qui perché si deve ripartire dai movimenti". Posizione che viene
considerata "ipocrita" da Sinistra Critica, la quale ricorda ancora
una volta il motivo dell'espulsione dal Prc del senatore Turigliatto: "Non
ha voluto a differenza loro votare la guerra in Afghanistan". Intanto il
corteo sfila fino a Piazza Barberini, vicino all'ambasciata Usa, difesa da
centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa: un'esagerazione per una
manifestazione che ha visto come momento di tensione più alto l'accensione di
due fumogeni.
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
DIPLOMAZIA La Casa
Bianca: l'Italia nel 5+1? Non ancora realistico "Raid possibile",
"Non ci fermate" America e Iran duellano a distanza Michelangelo
Cocco Ulteriori sanzioni economiche e, se non dovessero bastare a piegare
l'ostinazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, anche l'attacco
militare, perché "tutte le opzioni restano sul tavolo". Il messaggio
per il governo di Tehran che George W. Bush porta dalla Germania, dove ieri ha
incontrato la cancelliera Angela Merkel, a Roma, dove in serata è arrivato in
visita ufficiale è, per dirla con le sue stesse parole, "molto
chiaro". Al cristiano rinato comandante in capo della cosiddetta "guerra
al terrorismo" che con due fronti ancora sanguinanti (Afghanistan e Iraq)
ha trasformato la sua presidenza in un dramma, la Merkel ha dato soddisfazione
solo in parte. Prima gli ha promesso l'applicazione del terzo pacchetto di
sanzioni internazionali, già approvate dal consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite ma a cui l'Europa non ha ancora dato seguito. Embargo contro la banca
Melli e altre misure contro gli istituti di credito iraniani alle quali -
secondo la stampa locale - Ahmadinejad ha risposto preventivamente, dando
ordine ai capitali iraniani depositati nel Vecchio continente di rientrare
nella Repubblica islamica. Poi però la leader della Grande coalizione tedesca è
apparsa più prudente rispetto alle dichiarazioni bellicose del suo ospite, all'ultimo
viaggio ufficiale in Europa prima di passare il testimone - il 20 gennaio
prossimo - al nuovo inquilino della Casa Bianca. Nel corso della conferenza
stampa congiunta a Meseberg, a nord di Berlino, la Merkel ha dichiarato:
"Non possiamo escludere ulteriori sanzioni", ma aggiungendo che
dovranno essere decise nell'ambito del Consiglio di sicurezza. L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare
l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a
sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non
ne vogliono sapere di rinunciarvi. E mentre Bush atterrava a Roma, il
ministro degli esteri, Franco Frattini, rispondeva alla Germania, che ha
manifestato contrarietà all'ingresso dell'Italia nel cosiddetto
"5+1", l'organismo composto dai cinque membri permanenti del
Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania, che affronta la questione del
nucleare iraniano. Quella sull'Iran "è una grande sfida per noi europei e
per dimostrare che l'Europa può avere una posizione politica coesa", ha
dichiarato Frattini ricordando che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha
già espresso parere favorevole alla proposta italiana. Poche ore dopo la doccia
fredda, con la Casa Bianca che dichiarava di "non sapere quanto sia
realistica" l'ipotesi di includere l'Italia nel "5+1". La numero
due del consiglio della sicurezza nazionale Judy Ansley, rispondendo durante un
briefing sull'Air Force One in volo per Roma ha detto: "Onestamente non lo
so. So che esiste una richiesta in tal senso fatta da molto tempo dall'Italia.
E gli italiani sono stati ovviamente inclusi in consultazioni collegate alla
vicenda. Ma per quanto riguarda il far parte del gruppo, non so quanto sia
realistico". Dall'Iran Ahmadinejad sta seguendo attentamente il tour
diplomatico di Bush e sembra puntare le sue carte sulla debolezza interna del
presidente Usa. Il vero obiettivo di Bush è, secondo Ahmadinejad, l'attacco
militare contro l'Iran. Ma parlando davanti a migliaia di persone a Shahr-e
Kord, nel centro del Paese, Ahmadinejad ha dichiarato che "né un pugno né
un pizzicotto" potranno colpire l'Iran. "Quest'uomo vuole colpirci -
ha avvertito Ahmadinejad riferendosi a Bush nel discorso trasmesso in televisione
-: ho informazioni precise sui suoi piani, che finora i suoi generali gli hanno
impedito di mettere in atto. Lui avrebbe voluto usare i missili e i
bombardamenti, ma gli hanno riferito che non è possibile. Poi ha detto
"creiamo un bang sonico su una città iraniana e anche questo non si poteva
fare...E allora io ti dico, Bush, il tuo tempo è finito e grazie a Dio non
riuscirai a danneggiare di un centimetro la terra sacra dell'Iran. E se il
nemico ha in mente di spezzare il nostro Paese con le pressioni, si sbaglia. La
nazione iraniana farà sparire il sorriso dalla sua faccia".
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
GHEDDAFI SU OBAMA
"Un fratello che ci ha delusi, ma resta una speranza" m. m. Obama e
gli americani, gli ebrei e Israele, i palestinesi e il mondo arabo. Il colonnello Gheddafi ha colto
l'occasione dell'anniversario n. 38 della cacciata, l'11 giugno 1970, degli
americani dalla base di Wheelus Bay, alle porte di Tripoli, per parlare ai
libici, che affollavano la base, ma soprattutto al mondo esterno dei temi caldi
del momento. Ha definito Obama "fratello musulmano", che ha
deluso gli africani, gli arabi e islamici nelle sue recenti esternazioni a
favore di Israele; ha detto che il fatto di essere
nero e la novità di cambiamento che rappresenta rischiano di essere vanificati
dal "complesso d'inferiorità" che potrebbe portare "un nero a
essere più bianco dei bianchi". Tuttavia Obama è una speranza, anche per
Gheddafi, per l'Africa e il mondo arabo, che sono pronti a dargli credito nella
sua corsa verso la Casa bianca. Sul conflitto israelo-palestinese il colonnello
ha ripreso la sua vecchia idea di uno stato unico, la "Isratina",
come la sola soluzione.
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
A cura di Junko
Terao CINA/TAIWAN ARIA DI DIALOGO, RIPRENDONO I COLLOQUI TRA PECHINO E TAIPEI
Avvenimento storico nei rapporti tra Cina e Taiwan: dopo oltre dieci anni di
interruzione i due paesi riprendono i colloqui ufficiali e aprono una nuova
epoca all'insegna della "fiducia reciproca", come ha annunciato il
capo della delegazione taiwanese, Chiang Pin-kung, arrivato ieri a Pechino. I
colloqui dureranno tre giorni e verteranno sull'inaugurazione di voli diretti
tra Cina e Formosa, oggi limitati alle festività nazionali cinesi. I turisti
potranno viaggiare liberamente con vantaggi economici per Taiwan, dove gli
esperti calcolano che si creeranno nuovi posti di lavoro, uno per ogni 25
turisti cinesi. Una prospettiva che verrà accolta con favore dai cittadini
taiwanesi, dato che l'economia dell'isola non versa in ottime condizioni.
Bandita dai colloqui ogni questione politica, che rischierebbe di rovinare il
lieto evento, nonostante il neo-eletto presidente taiwanese Ma Ying-jeou, il
giorno dopo la vittoria elettorale, abbia auspicato la costruzione di "un
nuovo capitolo di pace". I colloqui erano stati interrotti nel '99, dopo
le dichiarazioni pro-indipendenza dell'allora presidente Lee Teng-hui. ISRAELE OLMERT: SÌ ALLE PRIMARIE PER LA SUCCESSIONE Ieri per Ehud
Olmert doveva essere la giornata delle decisioni "improrogabili" su
Gaza e invece è stata quella in cui il premier israeliano, di fatto, ha
accettato la conclusione della sua carriera politica. Olmert infatti ha
detto di "si" alle elezioni primarie anticipate nel suo partito,
Kadima. Sotto forti pressioni perché si dimetta a causa delle inchieste di
polizia di cui è oggetto, il primo ministro non ha potuto resistere oltre. Le
primarie potrebbero essere indette il prossimo settembre e tra i favoriti a
prendere il posto di Olmert, alla guida di Kadima e del governo, ci sono il
ministro degli esteri Tzipi Livni e quello dei trasporti Shaul Mofaz. IRLANDA
OGGI IL VOTO SUL TRATTATO DI LISBONA Grande attesa per il referendum che sta
tenendo l'Europa col fiato sospeso. Oggi gli irlandesi andranno alle urne per
esprimersi sull'approvazione o meno del Trattato di Lisbona. La questione è da
settimane al centro di una battaglia propagandistica tra fronte del
"sì" - formato dai principali partiti di governo e opposizione tranne
il Sinn Fein - e fronte del "no", di cui fanno parte tra gli altri i
nazionalisti, la sinistra estrema e gli ultrà cattolici. NEPAL Gyanendra
trasloca: "ma rimarrò in nepal" Primo giorno da comune cittadino per
l'ex-re del Nepal, che ieri ha lasciato l'ex palazzo reale per trasferirsi
nella sua nuova residenza temporanea, fuori da Kathmandu. Gyanendra ha smentito
quindi le voci sul suo trasferimento all'estero, dopo l'abolizione della
monarchia a favore della Repubblica decisa il mese scorso dall'assemblea
costituente dominata dai maoisti. L'ex sovrano, che ha già restituito corona e
scettro, ha detto che rimarrà in Nepal "per contribuire all'indipendenza e
alla prosperità della nazione".
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
TERRITORI OCCUPATI Una
ong israeliana: un posto di blocco garantisce l'accesso al Mar Morto solo a
bagnanti ebrei Apartheid in spiaggia, checkpoint tiene lontani i palestinesi
Michele Giorgio GERUSALEMME Dei circa 600 checkpoint israeliani sparsi per la
Cisgiordania, quello di Beit Ha Arava, si potrebbe chiamare il "checkpoint
del weekend", oppure il checkpoint della "separazione
turistica". Comunque sia non è passato inosservato quel manipolo di
soldati e ufficiali israeliani che dal venerdì mattina al sabato sera si
piazzano in fondo alla strada che da Gerusalemme porta alla Valle del Giordano,
allo svincolo tra il Mar Morto e Tiberiade, e a tutti i palestinesi che vanno
in quella direzione ripetono: "non si passa, è chiuso". Perché?
Risposta semplice ma amara: la presenza dei palestinesi nei
lidi aperti negli ultimi anni dai coloni ebrei sulle rive settentrionali del
Mar Morto scoraggia il flusso turistico israeliano e limita gli incassi del
weekend. L'esercito perciò offre la sua collaborazione ad imprese, illegalmente
aperte dai coloni israeliani nei Territori occupati, tenendo indietro i
palestinesi in nome del profitto e dell'economia di occupazione. A
rivelarlo è stata Acri, l'Associazione per i diritti civili di Israele, che martedì ha presentato un appello all'Alta Corte
di Giustizia per denunciare non solo l'uso da parte dei coloni delle
(compiacenti) forze armate, ma anche l'evidente discriminazione razziale a
danno dei palestinesi, ai quali non viene consentito di entrare in località
turistiche che sono situate in Cisgiordania. "Questo è un caso chiarissimo
di un abuso mascherato con motivazioni di sicurezza ma che in realtà è solo un
sistema per raggiungere altri obiettivi", ha detto al manifesto Melanie
Takefman di Acri. A rivelare tutto sono stati due ufficiali che hanno prestato
servizio al posto di blocco. Ai due il colonnello Yigal Slovik, vice comandante
della Brigata della Valle del Giordano, ha spiegato che il loro incarico non
aveva nulla a che vedere con la sicurezza ma era rivolto solo a prevenire
perdite economiche ai siti turistici dei coloni. I due ufficiali hanno espresso
le loro perplessità ma il posto di blocco è sempre lì, puntuale ad ogni fine
settimana, ad impedire il passaggio a famiglie, scolaresche e gitanti
palestinesi. "I coloni sostengono che l'ingresso dei palestinesi nei loro
lidi infastidisce i turisti israeliani che non gradiscono la presenza di
famiglie numerose con donne che talvolta fanno il bagno vestite (per motivi
religiosi, ndr)", ha spiegato Takefman. L'esercito da parte sua continua a
ripetere che il checkpoint Beit Ha Arava ha solo finalità di sicurezza. Secondo
l'avvocato di Acri, Limor Yehuda, "la vicenda ha tutti gli elementi delle
discriminazioni praticate dai regimi coloniali a danno di una popolazione sotto
occupazione che ha il diritto di godere delle risorse naturali presenti nel suo
territorio".
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Per non dimenticare
Sessanta anni fa la Nakba, la catastrofe, l'inizio dell'occupazione israeliana
della Palestina. Una tragedia che ha ancora oggi
ripercussioni pesantissime. L'attualità della Nakba, infatti, l'abbiamo
ritrovata nelle persone, negli sguardi e nelle storie, che abbiamo incrociato
nei vicoli stretti dei campi palestinesi nella recente visita in Libano; fatta
proprio per ricordare cosa è successo in quel lontano 1948. Dair Yassin, Tel
Az-Zataar, Chatila, Qana e oggi Nahar al Bared sono solo alcuni dei pezzi di
quella tragedia, che sembra non dover avere fine. Una tragedia troppo spesso
dimenticata. Qualcuno - oggi - di quei giorni vorrebbe, infatti, ricordare solo
la nascita dello stato di Israele,
omettendo la storia degli altri, delle vittime, degli sconfitti: dei
palestinesi costretti a lasciare lo proprie case per non farvi più ritorno. Un
viaggio, quello della delegazione italiana - formata da associazioni, partiti e
singoli storie di impegno civile - che è stato il naturale sviluppo dell'esperienza
che da quasi dieci anni ci porta in Libano nel mese di settembre per
ricordare il massacro di Sabra e Chatila e per riaffermare il diritto al
ritorno per il popolo palestinese. Un legame consolidato, quindi, che getta le
radici nel lavoro prezioso che il nostro Stefano Chiarini e il suo giornale
hanno portato avanti fondando il comitato "Per non dimenticare Sabra e
Chatila". In questi anni centinaia di uomini e di donne hanno conosciuto
con noi la resistenza palestinese e quella libanese, hanno conosciuto uomini e
donne, allacciato amicizie e portato solidarietà. Gli sguardi dei bambini di
Naher al Bared, che abbiamo incontrato nelle vie deserte del campo distrutto un
anno fa dagli scontri fra i miliziani di Fatah al Islam e l'esercito del Libano,
oggi ci impongono di andare avanti. Chiediamo a tutti di aiutarci, vogliamo
dimostrare che esiste anche un occidente altro da quello che si tappa gli
occhi, tace e si chiude le orecchie di fronte alla tragedia palestinese. Il
prossimo appuntamento sarà a settembre, quando in tanti torneremo a Chatila a
chiedere insieme ai palestinesi dei campi giustizia, diritti e legalità.
Maurizio Musolino, Stefania Limiti Una questione di razza Nell'interessante
articolo di Achille Mbembe (il manifesto, 11 giugno 2008) si verifica un
curioso e istruttivo cortocircuito. Da un lato, Mbembe analizza criticamente la
vicenda dell'apartheid e le sue pesanti eredità sulla società sudafricana, e
colloca nel contesto della mancata "derazzializzazione" del sistema
politico sudafricano, intrecciata con il dilagare della povertà, la violenta
reazione razzista dei neri sudafricani contro neri proveniente da altri paesi
africani. Dall'altro lato, questo discorso è intessuto di riferimenti alla
"razza" come a un'entità reale: si parla di "società
multirazziale" e "razzialmente mista", di "segregazione
razziale" e del rapporto tra classe e "razza" nel Sudafrica
dell'apartheid. Ma che cos'è la "razza"? Se è una realtà, allora come
combattere il razzismo? Con gli appelli alla buona volontà? E quali sono le
"razze" oggi? Dove passano i confini tra l'una e l'altra? E che cosa
è una "radicale derazzializzazione"? Sarebbe il caso di riflettere
sul linguaggio che si usa: "razziale" significa "relativo alla
razza", ma non ci sarà mai un efficace contrasto all'ideologia razzista
finché non si chiarirà che le "razze" sono invenzioni, costrutti
simbolici, dispositivi ideologici, strutture dell'immaginario. E finché non si
adopererà, almeno nei nostri discorsi, un linguaggio coerente con questa
consapevolezza. Alberto Burgio News e ragli degli asini Gentile Valentino
Parlato, sono grata a lei e a tutti i suoi collaboratori per continuare a darci
vera informazione che, purtroppo dopo la mutata situazione politica, è già
cambiata. Non occorre la sfera di cristallo per prevedere un futuro oscuro e
permeato da intolleranza, spregio dei valori democratici, liberismo sfrenato
che venera il libero mercato e il profitto a discapito dei valori degli strati
più deboli della società. Intravvedo nella nuova veste grafica del nostro
"giornale" la voglia di non mollare di lavorare anche in situazioni
difficili. Mi auguro che noi lettori continueremo a sostenere la libera stampa
comperando il giornale, confrontandoci con i vostri editoriali e,
personalmente, continuando a pensare "liberamente", a manifestare le
mie idee e la mia adesione a quei valori che non sono solo di sinistra ma
appartengono a un'ideologia che si ispira alla non violenza alla fratellanza a
quella che noi buddisti definiamo bodhicitta. Si dice che "i ragli degli
asini non giungono in Paradiso", purtroppo creano fratture sociali,
lacerano democrazia e diritti. Il mio sconforto è grande, e diventa amarezza
quando penso alla recente sconfitta della sinistra che non ha avuto il coraggio
di definirsi "comunista" ma di indossare l'arcobaleno. Vi abbraccio
tutti. Antonella Pianca Cordignano (Tv) Anche se vi leggo on-line Da abbonato
vi leggo in html, per comodità e per concentrarmi sui contenuti. Ma in pdf vedo
che la nuova grafica sembra meno pesante (ma preferivo quella prima
dell'ultima), nonostante la prima pagina appaia molto più disordinata, e dia
uno spazio e un'importanza minore alla foto centrale, anche perché per evidenti
ragioni di contrasto il titolo principale non le si può sempre semplicemente sovrapporre.
Peccato per il rimpicciolimento dei caratteri, che penso possa dare problemi a
molti. Però sono piú importanti i contenuti. Molto bene la promozione di
TerraTerra in seconda pagina: molto interessante quella sull'Alba; mi
piacerebbero altri approfondimenti concreti sulla capacità dei paesi
dell'America latina di sviluppare realmente l'economia locale, nel caso del
Venezuela affrancandosi dalla dipendenza dal petrolio. Magnifica l'ultimora di
Luttazzi! Federico Leva Un giornale aperto Cari compagni, complimenti per il
nuovo giornale e auguri per una crescita di lettori. Un giornale più aperto è
quello che serve adesso (ma anche prima). Ho qualche difficoltà a leggere gli
articoli con caratteri troppo piccoli e non mi piacciono i titoloni con quelli
troppo grandi. Forse sono scelte obbligate, ma vedete se si può fare qualcosa.
Il resto per me va bene. Saluti affettuosi. Graziano Sampò Torino. Solidarietà
ai sinti Desideriamo esprimere piena solidarietà ai cittadini sinti di Mestre,
oggetto di attacchi razzisti, e dichiarare il sostegno alla scelta
dell'amministrazione comunale di Venezia di costruire il nuovo insediamento di
Via Vallenari, che consentirà una sistemazione dignitosa a un gruppo di
cittadini che da decenni risiede nel nostro comune. Ci uniamo in questo modo a
quanti fanno sentire la propria voce per contrastare il preoccupante clima
d'intolleranza alimentato attorno a questa vicenda e chiediamo a tutti i
cittadini a sottoscrivere e rilanciare questo appello (www.storiamestre.it) .
StoriAmestre Terre cattive ai Lakota Caro direttore, sono naturalmente felice,
per i fratelli Lakota, del fatto che il governo Usa ha restituito un fazzoletto
di terra, dell'enormità che ha loro rubato. Quelle terre, le Bad land, le ho
viste: sono un territorio desolato e lunare ma di grande effetto spirituale.
Adatto a cercare la pace interiore, dunque più adatto agli indiani che ai
bianchi che, l'hanno dimostrato, della pace non sanno che farsene. Che i
fratelli Lakota ne facciano buon uso, magari dopo aver verificato che i bianchi
non abbiano lasciato quelle Terre cattive ancora più cattive e inquinate, per
esempio da agenti radioattivi. Augusto Giuliani Le annate del manifesto Mi
dispiacerebbe buttare le annate del manifesto che in questi anni - dagli anni
'90 a oggi - ho raccolto. Chi ne fosse interessato mi può contattare ai
seguenti numeri telefonici: 081 5783178; 349 8687298. Marcella Fronzoni Napoli
lettere@ilmanifesto.it.
( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-12 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Confessioni "Non sono mai stato un guerrafondaio" Iraq,
George W. è pentito "Usai toni troppo duri" Ma insiste contro Teheran
Ahmadinejad replica: non ci fermerete "Avrei potuto spiegare che avevamo
esaurito tutte le opzioni e che a me la guerra non piace", ha detto il
presidente Usa DAL NOSTRO INVIATO BERLINO - Come Frank Sinatra in My Way,
George W. Bush ha "pochi rimpianti". Ma a differenza di "old
blue eyes", non "così pochi da non doverli menzionare". Uno in
particolare, il capo della Casa Bianca lo ha tirato fuori a sorpresa in
un'intervista al Times di Londra, penultima tappa del suo tour europeo
dell'addio, che ieri sera lo ha portato a Roma. Quasi sei anni dopo gli
accadimenti che portarono all'invasione della Mesopotamia, l'uomo che si
autodefinì "a war president", si rammarica di una retorica troppo
bellicosa e aggressiva, che "convinse il mondo che io fossi impaziente di
andare in guerra contro l'Iraq". Erano i mesi di "prendeteli tutti,
vivi o morti", "non avrete scampo", "o con noi o contro di
noi". "Frasi come queste ", ammette oggi Bush, "diedero
alla gente l'impressione che io non fossi un uomo di pace. Retrospettivamente,
avrei potuto usare un tono diverso, una retorica differente, spiegare che
avevamo esaurito tutte le opzioni diplomatiche e che a me la guerra non
piace". In realtà, così il presidente, "fu per me doloroso mettere a
rischio la vita di tanti giovani". Ma i rimpianti, pochi appunto come
Sinatra, riguardano i toni, non la sostanza. Sul fondo, Bush non cede di un millimetro:
"La decisione di rimuovere Saddam Hussein fu quella giusta. Non me ne
pento per nulla", ha chiosato in margine alla conferenza stampa che chiude
i suoi colloqui con Angela Merkel. Accanto alla cancelliera, rilassato e di
buon umore dopo la cena della vigilia a base di asparagi bianchi e una corsa
mattutina in bicicletta da cross nel parco del castello di Meseberg, 60
chilometri da Berlino, Bush ha riproposto la determinazione già mostrata in
Slovenia sul dossier iraniano. Questa volta con un supplemento retorico, dove
s'intravede ancora l'antico "spirto guerrier ch'entro (gli) rugge".
"Ho detto alla cancelliera che ovviamente la mia prima scelta è di
risolvere la questione diplomaticamente", ha spiegato Bush, rinnovando la
minaccia di sanzioni più dure al-l'Iran, se non dovesse sospendere il suo
programma di arricchimento dell'uranio e accettare le verifiche tecniche degli
ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Attenzione però,
avverte il presidente, "il messaggio è chiaro: tutte le opzioni rimangono
sul tavolo", facendo così riferimento indiretto alla soluzione mili-tare, che negli ultimi giorni è stata oggetto di intensa discussione,
soprattutto in Israele. Ma
in attesa che Javier Solana, l'inviato europeo di politica estera, porti a
Teheran la nuova determinazione degli alleati occidentali, l'atteggiamento
dell'Iran, o almeno quello dell'ala più dura del regime, non sembra subire
modifiche. L'era di Bush "è giunta al termine", ha detto ieri
il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che ha dichiarato "fallito
" il tentativo di intimidire l'Iran e costringerlo a fermare il programma
nucleare. Secondo Ahmadinejad, la cui influenza nella gerarchia sciita è data
però in calo, "se il nemico pensa che possa incrinare la nostra determinazione
aumentando la pressione su di noi, si sbaglia ". Nella conferenza stampa
di Meseberg, George Bush ha parlato anche del patto di sicurezza sulla presenza
americana, che gli Usa stanno negoziando a Bagdad con il governo iracheno. Il
presidente ha smentito le notizie riportate dai media americani che Washington
vuole creare basi militari permanenti in Mesopotamia. Secondo Bush, la
trattativa riguarda invece la base legale per la permanenza delle truppe Usa
oltre il dicembre 2008 (quando scade il mandato dell'Onu) e un "accordo
strategico" separato sui rapporti tra i due Paesi. La maggioranza
democratica al Congresso americano è preoccupata che Bush voglia usare l'intesa
per legare le mani al prossimo presidente. Paolo Valentino \\ Su Osama, 2001 Lo
prenderemo vivo o morto, comunque sia. Non conta per me \\ Sull'Iraq, 2003 C'è
chi crede di poterci attaccare lì. La mia risposta è: fatevi sotto.
( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-12 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Il premier israeliano nella bufera Olmert isolato
verso l'addio: presto le primarie nel suo partito GERUSALEMME - Ehud Olmert
(foto) è pronto a fare un passo indietro. Sotto pressione per lo scandalo
Talansky, che lo vede sospettato di corruzione, il premier israeliano ieri ha
autorizzato il suo partito, Kadima, a organizzare le primarie per la
scelta del nuovo leader. La decisione arriva dopo che il principale partito
d'opposizione, il Likud, ha annunciato una mozione per sciogliere la Knesset,
che significherebbe elezioni in novembre. A questa proposta potrebbe dare il
suo assenso anche il partito laburista, membro della coalizione di governo. Con
l'annuncio delle primarie, il premier spera di bloccare la minaccia dei suoi
alleati. Due sembrano i candidati alla guida di Kadima, al posto di Olmert: il
ministro degli Esteri Tzipi Livni e il ministro dei trasporti Shaul Mofaz.
( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Libri - data: 2008-06-12 num: - pag: 46 categoria:
REDAZIONALE Appuntamenti Presentati gli ospiti della XII edizione. Tra le
novità i "comizi": scrittori rileggono i classici A Mantova Turow,
Safran Foer e i maestri del giallo nordico C amminare tra appuntamenti
prenotati da tempo e inaspettati incontri che diventano scoperte è la migliore
filosofia per seguire il Festivaletteratura di Mantova. Il comitato
organizzatore del Festival ha annunciato ieri molti degli ospiti che
arriveranno in città per la XII edizione che si terrà dal 3 al 7 settembre e
che conferma l'anima internazionale. Come nasce un programma simile?
"Attraverso una rete di "amici-autori" passati dal Festival -
racconta Luca Nicolini, libraio e presidente del comitato -. L'idea è ricreare
una biblioteca virtuale e renderla in carne e ossa, affiancando ai nomi noti
anche autori molto conosciuti nei loro Paesi ma poco in Italia". Così,
grazie a un passaparola di qualità, oltre ai molti scrittori ospiti per la
prima volta (il maestro del legal thriller Scott Turow, Eugenio Scalfari, la
coppia che il Festival "inseguiva" da anni composta da Jonathan
Safran Foer con la moglie Nicole Krauss, il reporter William Langewiesche) il
Festival si rivolge a realtà geografiche che creano scenari narrativi. Sarà
allora interessante incontrare gli autori del giallo scandinavo e i loro
personaggi, dalla maestra del genere Maj Sjowall con il commissario Martin
Beck, a Jo Nesbo con il detective Harry Hole, fino agli irregolari come Hakan
Nesser con Van Veeteren, detective e libraio antiquario, e Leif G.W. Persson
che ha creato Evert BÄckstrÖm, commissario donnaiolo e incompetente. Tra tanti
detective nordici, spiccherà l'agente segreto inglese James Bond, creato da Ian
Fleming, accompagnato dal suo nuovo autore Sebastian Faulks. Non manca spazio
per il Sudamerica con il messicano Carlos Fuentes, il brasiliano Frei Betto e
il cileno Pedro Lemebel, né per l'Est Europa, con la poetessa ungherese Zsuzsa
Rakovszky e l'italo-sloveno Boris Pahor. Né per il Medio Oriente: oltre ai
poeti israeliani Shimon Adaf e Tali Latowicki ci sarà un'ampia rappresentanza
libanese (la poetessa Joumana Haddad, Najwa Barakat, l'editrice
Yael Lerer che pubblica testi arabi in Israele). Un happening con Sami Tchak e Abdourahman Waberi sarà poi
dedicato all'Africa. Un atlante della letteratura contemporanea animerà la
città dove si potranno incontrare anche nomi molto noti: dagli italiani Alberto
Arbasino e Piergiorgio Odifreddi a Hans Magnus Enzensberger, Daniel Pennac e
Serge Latouche. Alcuni appuntamenti che faranno invidia al Festival di
Venezia (Toni Servillo con la Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal
e il cineasta cambogiano Rithy Panh). E infine due novità: "I
comizi", con scrittori di ieri interpretati da autori di oggi (John Stuart
Mill parlerà di libertà con Corrado Augias mentre Alexis de Tocqueville con
Michele Serra dirà la sua sulla sicurezza); e l'appuntamento con
"Vocabolario Europeo", un lessico scritto da autori come il tedesco
Joseph Zoderer e il basco Bernardo Atxaga. Alessandro Beretta.
( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
DIPLOMAZIA
"Raid possibile", "Non ci fermate" America e Iran duellano
a distanza La Casa Bianca: l'Italia nel 5+1? Non ancora realistico Michelangelo
Cocco Ulteriori sanzioni economiche e, se non dovessero bastare a piegare
l'ostinazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, anche l'attacco
militare, perché "tutte le opzioni restano sul tavolo". Il messaggio
per il governo di Tehran che George W. Bush porta dalla Germania, dove ieri ha
incontrato la cancelliera Angela Merkel, a Roma, dove in serata è arrivato in
visita ufficiale è, per dirla con le sue stesse parole, "molto
chiaro". Al cristiano rinato comandante in capo della cosiddetta
"guerra al terrorismo" che con due fronti ancora sanguinanti
(Afghanistan e Iraq) ha trasformato la sua presidenza in un dramma, la Merkel
ha dato soddisfazione solo in parte. Prima gli ha promesso l'applicazione del
terzo pacchetto di sanzioni internazionali, già approvate dal consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite ma a cui l'Europa non ha ancora dato seguito.
Embargo contro la banca Melli e altre misure contro gli istituti di credito
iraniani alle quali - secondo la stampa locale - Ahmadinejad ha risposto
preventivamente, dando ordine ai capitali iraniani depositati nel Vecchio
continente di rientrare nella Repubblica islamica. Poi però la leader della
Grande coalizione tedesca è apparsa più prudente rispetto alle dichiarazioni
bellicose del suo ospite, all'ultimo viaggio ufficiale in Europa prima di
passare il testimone - il 20 gennaio prossimo - al nuovo inquilino della Casa
Bianca. Nel corso della conferenza stampa congiunta a Meseberg, a nord di
Berlino, la Merkel ha dichiarato: "Non possiamo escludere ulteriori
sanzioni", ma aggiungendo che dovranno essere decise nell'ambito del
Consiglio di sicurezza. L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua
a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah
sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a
fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi. E
mentre Bush atterrava a Roma, il ministro degli esteri, Franco Frattini,
rispondeva alla Germania, che ha manifestato contrarietà all'ingresso
dell'Italia nel cosiddetto "5+1", l'organismo composto dai cinque
membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania, che affronta
la questione del nucleare iraniano. Quella sull'Iran "è una grande sfida
per noi europei e per dimostrare che l'Europa può avere una posizione politica
coesa", ha dichiarato Frattini ricordando che il presidente francese
Nicolas Sarkozy ha già espresso parere favorevole alla proposta italiana. Poche
ore dopo la doccia fredda, con la Casa Bianca che dichiarava di "non
sapere quanto sia realistica" l'ipotesi di includere l'Italia nel
"5+1". La numero due del consiglio della sicurezza nazionale Judy
Ansley, rispondendo durante un briefing sull'Air Force One in volo per Roma ha
detto: "Onestamente non lo so. So che esiste una richiesta in tal senso
fatta da molto tempo dall'Italia. E gli italiani sono stati ovviamente inclusi
in consultazioni collegate alla vicenda. Ma per quanto riguarda il far parte
del gruppo, non so quanto sia realistico". Dall'Iran Ahmadinejad sta
seguendo attentamente il tour diplomatico di Bush e sembra puntare le sue carte
sulla debolezza interna del presidente Usa. Il vero obiettivo di Bush è,
secondo Ahmadinejad, l'attacco militare contro l'Iran. Ma parlando davanti a
migliaia di persone a Shahr-e Kord, nel centro del Paese, Ahmadinejad ha
dichiarato che "né un pugno né un pizzicotto" potranno colpire
l'Iran. "Quest'uomo vuole colpirci - ha avvertito Ahmadinejad riferendosi
a Bush nel discorso trasmesso in televisione -: ho informazioni precise sui
suoi piani, che finora i suoi generali gli hanno impedito di mettere in atto.
Lui avrebbe voluto usare i missili e i bombardamenti, ma gli hanno riferito che
non è possibile. Poi ha detto "creiamo un bang sonico su una città
iraniana e anche questo non si poteva fare...E allora io ti dico, Bush, il tuo
tempo è finito e grazie a Dio non riuscirai a danneggiare di un centimetro la
terra sacra dell'Iran. E se il nemico ha in mente di spezzare il nostro Paese
con le pressioni, si sbaglia. La nazione iraniana farà sparire il sorriso dalla
sua faccia".
( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina III - Roma I
giovani ebrei al sindaco "Una via per ricordare la rivolta
anti-ayatollah" LAURA MARI Una strada per ricordare la rivolta degli
studenti iraniani contro la dittatura del regime. A chiederlo è l'Unione
Giovani Ebrei d'Italia che, dopo essere scesa in piazza nei giorni scorsi per
protestare contro la presenza a Roma del leader iraniano Ahmadinejad (che più
volte ha minacciato di voler "cancellare lo Stato d'Israele"), ha rivolto un appello al sindaco Gianni Alemanno
affinché "il nome della strada che ospita la sede dell'ambasciata iraniana
in Italia sia modificato in via 9 luglio 1999". Una data che ricorda il
giorno in cui migliaia di studenti iraniani scesero in piazza dopo che i
fondamentalisti islamici fecero irruzione nei dormitori dell'università
di Teheran: ferirono oltre cento studenti e ne uccisero uno. Altri studenti
morirono o furono incarcerati nei successivi giorni della rivolta.
"Ribattezzare la strada che ospita l'ambasciata iraniana in via 9 luglio
mi sembra un'idea condivisibile - ha risposto il sindaco Alemanno -
l'intitolazione rappresenterebbe un forte segnale di protesta contro
l'intolleranza. Auspichiamo che sia possibile realizzarla, tenendo conto delle
norme vigenti in materia di toponomastica". L'ambasciata iraniana si trova
in via Nomentana.
( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XIII - Napoli
San Carlo: cancellate le scene di Hockney, Krief firma l'omaggio a Puccini In Turandot
spunta Totò e la principessa salta in aria Giovanna Casolla è la protagonista,
Norah Amsellem ritorna per dare la voce a Liù CRISTINA ZAGARIA Turandot
esploderà come una bolla d'aria sotto gli occhi di un esterrefatto Totò.
L'eroina esplode perché non esiste, perché è pura leggerezza. E Totò si
intrufola tra le note nell'opera pucciniana, per un cammeo, un tributo a Napoli
del regista Denis Krief. Il San Carlo rende omaggio ai 150 anni dalla nascita
di Giacomo Puccini con la messa in scena (il 20 giugno, 20.30) di un'insolita
Turandot. Salta all'ultimo momento, infatti, l'allestimento firmato da David
Hockney. "Era fermo in America, costava troppo portarlo a Napoli e abbiamo
preferito trovare una soluzione alternativa", ammette il direttore
artistico del San Carlo, Gianni Tangucci. Soluzioni alternative anche per gli
artisti, dopo il forfait di Andrea Gruber (Turandot) e Fabio Armiliato (Calaf),
sul palcoscenico partenopeo si esibiranno Giovanna Casolla (Turandot, nelle
recite del 20-22-24 e 26 giugno) e Antonello Palombi (Calaf), con l'inserimento
di due giovanissimi, Cristina Piperno e il debuttante spagnolo Alejandro Roy,
nei panni di Turandot e Calaf, nella replica del 28 giugno. Liù sarà ancora una
volta Norah Amsellem, Ping Giorgio Caoduro, Pang Luca Casalin, Pong Stefano
Pisani, e un mandarino, Andrea Porta. "La Turandot è un omaggio alla
leggerezza. è un'opera geniale, misteriosa. Immersa negli anni '20 e proiettata
in un mondo legato alla modernità italiana metafisica" spiega Krief,
regista, scenografo costumista e ideatore delle luci per la Turandot al San
Carlo. L'opera andrà in scena senza il finale di Alfano, terminando lì dove la
morte fermò la penna di Puccini. "Alla Fenice di Venezia la scelta del
finale sospeso è stata accolta con grande commozione", dice Krief, che
aggiunge: "Sono solito introdurre una sorta di pantomima registica nella
messa in scena in città che hanno un riferimento artistico alle maschere così
insito nella loro storia, come Arlecchino per Venezia o Totò per Napoli". Minimalista
la scenografia (che arriva direttamente dalla Fenice di Venezia): una cornice
nera, sul cui sfondo si alternano due rettangoli bianchi che di tanto in tanto
fanno scorgere il coro, mentre l'azione si svolge in primo piano. Oltre i due
rettangoli bianchi, un cilindro e un cerchio per il gong. "La più grande
sorpresa, in senso positivo, è l'orchestra del San Carlo - dice il direttore,
l'israeliano Pinchas Steinberg - Sono soddisfatto del
perfetto accordo che hanno stabilito con la mia direzione". La prima di
Turandot sarà venerdì 20 giugno. Ma lunedì (alle 17) nel foyer del San Carlo ci
sarà un incontro tra gli artisti, il direttore e il regista, gli studenti di
Lettere e Filosofia della Federico II (con Marina Mayrhofer) e gli
allievi del Conservatorio (con Daniela Tortora). Sempre lunedì 16 (alle 21) al
San Carlo, per la rassegna "Nonsolopiano 2008", Petra Magoni &
Ferruccio Spinetti. Per la prima volta verranno eseguiti i brani del loro nuovo
cd "Musica Nuda 55/21".
( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Pagina XIII - Genova
Suq, dibattito con il genovese mediatore per piccoli e grandi conflitti:
"Ma non sono Billy Bis" Francesco Manca, dal Dash all'Onu RAFFAELE
NIRI "Personalmente vendevo Dash e Caffè Splendid. E prima andavo al
Convitto Colombo e a Balbi 5. Poi un'offerta di lavoro all'Onu a New York, due
anni che diventano tre. Poi Tien An Men, il Nicaragua, Timor Est, la Sierra
Leone. E ora lì, a cercare di mettere una pezza tra Israele, Libano, Siria, Egitto e la
Giordania. Ma guardi che mica sono Billy Bis". Ecco, con la battuta su
Billy Bis - l'affascinante agente segreto delle Nazioni Unite che, nei fumetti
dell'Intrepido circolava su un'Isotta Fraschini, subiva il fascino delle belle
avventuriere e risolveva disinvoltamente ogni intrigo internazionale -
Francesco Manca, Senior Advisor dell'Onu, denuncia i suoi cinquant'anni: quel
fumetto, co-protagonista Gegia Miranda, "smaschera" chi era
adolescente nei primi Anni '70. Questa sera alle 21, al Suq in Porto Antico,
importante dibattito (organizzato in collaborazione con lo Sportello dell'Asilo
del Comune di Genova) sui processi di pace nelle zone del Corno d'Africa e in
Medio Oriente. Partecipano Laura Boldrini, portavoce per l'Italia dell'Alto
Commissariato Onu per i Rifugiati, Paola Caridi, giornalista e autrice del
libro "Arabi invisibili" (vedi box) e, appunto, il Senior Advisor
dell'Onu Francesco Manca, l'ennesimo genovese che ha fatto carriera all'estero.
Genova matrigna? "Evidentemente, questo, è un mestiere che a Genova non
puoi fare, neanche volendo rimanere ancorato alla città. A Genova ho studiato -
al Convitto Colombo, a Scienze politiche, poi un Master al Sogea - poi sono
diventato manager alla Procter e Gamble, poi mi hanno offerto due anni di
specializzazione presso le Nazioni Unite. Per dire, nell'89 ero a Pechino e
stavo lavorando con i cinesi ad un progetto multinazionale di formazione di
manager". Quando l'omino con il sacchetto fermò i carri armati in piazza
Tien An Men? "La settimana prima. Ci tirarono fuori con i salti mortali
quelli della Sicurezza dell'Onu, con trasferte tra Hong Kong, Giappone e poi
New York. Ero responsabile di quel gruppetto di manager, mi chiesero "chi
sei? che fai? come mai riesci a restare così calmo?" e poi arrivò
l'offerta: ci sono le elezioni in Nicaragua, andresti a lavorare lì per
noi?". Beh, per uno che ha studiato a Balbi 5. "Anche per uno che ha
fatto l'ufficiale degli alpini in Val Pusteria, se è solo per quello. Comunque
quella esperienza è andata bene, poi mi hanno mandato per i negoziati del
processo di pace in Salvador, poi in Messico. Il "business delle Operazioni
di pace" cresceva, nacque un dipartimento il cui capo era Kofi Annan e con
lui eravamo in 53". Incontro fondamentale. "Fondamentale e
bellissimo. Così mi mandano in Yugoslavia, poi a Timor Est, poi in Tagikistan,
poi nel 2002 responsabile delle elezioni in Sierra Leone. E ora il Medio
Oriente dove faccio l'analista". Che mestiere è? "C'è un capo
missione che è un generale, io sono il numero due, il consigliere, il
responsabile politico della missione, quello che deve tentare di capire cosa
sta succedendo. Se vogliamo sdrammatizzare, io sono la cerniera. E la cerniera,
logicamente, non si deve vedere". D'accordo, la cerniera invisibile. Ma
cosa fa, concretamente, una cerniera in Medio Oriente? "Tratta, discute,
incontra. Soprattutto, è importantissimo che riesca a mantenere gli equilibri
tra tutte le parti, la credibilità dell'Istituzione. Bisogna riuscire a
relazionarsi con gli israeliani, sui loro bisogni immediati, e bisogna riuscire
a relazionarsi con gli arabi e con i mille volti del conflitto. E, contemporaneamente,
bisogna mantenere la credibilità. Del singolo, naturalmente, e dell'Istituzione
che rappresenta". Stasera, al Suq, da dieci anni simbolo genovese di pace,
sarà bello stare a sentire chi la pace prova a costruirla tutti i giorni.
( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
LIBIA
Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" Gheddafi: tifo Obama e "Isratina"
"È nero e africano ma sbaglia a difendere Israele che deve
convivere con i palestinesi in uno stato binazionale", dice il leader
libico nell'anniversario della cacciata degli Usa dalla base di Wheelus |
PAGINA 9.
( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Geraldina Colotti a
cura di Geraldina Colotti SUDAFRICA NUOVO BILANCIO UFFICIALE DELLE VIOLENZE
XENOFOBE Tra i 62 morti provocati dall'ondata anti-immigrati in varie township
del paese, ben 21 sarebbero sudafricani. La maggioranza degli omicidi sarebbero
avvenuti nella provincia del Gauteng. Lo ha dichiarato ieri il portavoce del
governo Themba Maseko al termine di una riunione ministeriale che ha fatto il
punto sulle indagini. Il precedente bilancio parlava di 5 sudafricani uccisi
nei tumulti. La priorità, ha aggiunto Maseko, resta quella di riportare gli
sfollati, oltre 40mila persone rifugiate in circa 30 campi, nei quartieri da
cui sono stati espulsi. "Non bisogna pensare alla reintegrazione in chiave
romantica, non sarà facile e richiederà un duro lavoro", ha detto Maseko,
annunciando che il governo potrebbe indire un giorno di lutto nazionale e "del
perdono" per ricordare le vittime. PALESTINA ESPLODE DEPOSITO DI HAMAS,
QUATTRO MORTI A GAZA Hamas ha aperto un'inchiesta sull'esplosione di una casa a
due piani avvenuta ieri a Beit Lahiya (Gaza) in cui è morto un suo comandante
militare, Ahmed Hamouda, e altri tre palestinesi, tra cui due bambini. In un primo tempo Hamas aveva accusato Israele di aver colpito l'abitazione - dallo Stato ebraico hanno negato
ogni coinvolgimento - ma la successiva decisione di avviare una indagine
conferma indirettamente la versione secondo la quale Hamouda sarebbe morto
maneggiando dell'esplosivo. L'esplosione è stata seguita da un nutrito
lancio di razzi da Gaza verso Ashqelon e varie località del Neghev. Una
israeliana è rimasta ferita. Nel corso della giornata sono stati uccisi a Gaza
altri quattro palestinesi, tutti colpiti dall'aviazione israeliana. NEPAL
MINISTRI MAOISTI LASCIANO IL GOVERNO Hanno consegnato la lettera di dimissioni
nelle mani del presidente del loro partito (l'ex comandante Prachanda), i
cinque ministri e i due vice-ministri maoisti presenti nel governo nepalese
guidato da Girija Prasad Koirala, che ha preso atto della loro decisione. Dopo
la partenza del re Gyanendra, si tratterà infatti di eleggere un nuovo
presidente per la neonata repubblica nepalese. E su questo le trattative tra il
premier Koirala, i vertici del partito del Congresso nepalese (la seconda forza
politica in parlamento) e i maoisti (che detengono la maggioranza), non hanno
ancora portato a un accordo. Il partito di Prachanda - il quale subentrerà a
Koirala nella carica di primo ministro -, accetta di eleggere una personalità
autorevole al di sopra delle parti, e le dimissioni dei maoisti vengono
considerate un gesto per facilitare la formazione del nuovo governo, ma l'Ncp
insiste nel voler presentare la candidatura di Koirala. IRAN IL MINISTRO
DELL'AGRICOLTURA: CIBO ALL'AFRICA E AI MUSULMANI In una dichiarazione resa
all'agenzia stampa "Irna" e ripresa dalla Misna, il ministro
dell'agricoltura iraniano Mohammad-Reza Eskandari ha offerto la collaborazione
del suo governo a tutti i paesi musulmani, in particolar modo africani, che
devono far fronte alla crisi alimentare. Eskandari ha espresso la propria
disponibilità in primo luogo a Moussa Labo, ministro dell'agricoltura del Niger
(uno dei paesi più poveri dell'Africa, benché ricco di uranio), in visita a
Tehran. Sulla base del trattato di cooperazione agricola bilaterale, firmato
con il governo di Niamey 11 anni fa, il ministro iraniano ha sottolineato gli
importanti investimenti privati realizzati da Tehran in diversi progetti di
sviluppo in Niger, e ha ribadito la disponibilità del suo governo a collaborare
nei settori della pesca, dell'allevamento del bestiame e di "altre
attività necessarie alla sicurezza alimentare, minacciata dalla recente impennata
dei prezzi dei beni di prima necessità che colpisce soprattutto i paesi del Sud
del mondo".
( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
"TIFO PER LUI
MA SBAGLIA SU GERUSALEMME" Obama SECONDO GHEDDAFI Il discorso
nell'anniversario della cacciata degli americani da Wheelus bay: Obama è
"un musulmano e un nero in cui spera tutta l'Africa". S'infuria con
Sarkozy e l'Ue: vogliono la cooperazione col Mediterraneo? Vengano al Cairo o
ad Addis Abeba. E rispolvera il suo cavallo di battaglia: per risolvere il
conflitto tra israeliani e palestinesi ci vuole uno stato binazionale, con
diritti per arabi ed ebrei Maurizio Matteuzzi TRIPOLI Il primo settembre del
2009, il colonnello Muammar Gheddafi, se Allah e la fortuna lo vorranno,
festeggerà i 40 anni della "rivoluzione" del 1969 con cui gli
"ufficiali liberi" (giovani e nazionalisti) liberarono la Libia dal
fatiscente e corrotto regime del re senusso Idris. Quarant'anni di rivoluzione,
e di potere sono tanti - anche se formalmente il "leader" non ricopre
più alcuna carica ufficiale. Al potere nella Jamahiriya libica ci sono "le
masse" e "fortunatamente non c'è un presidente né un capo né
elezioni", come ha detto mercoledì qui a Tripoli, durante la
manifestazione convocata per celebrare i 38 anni dalla cacciata degli americani
da Wheelus Bay, la grande base alle porte della capitale. Il tempo, l'età, il
cambio di clima (anche se non precisamente nel senso che si dà ora a queste
parole) hanno fatto maturare il giovane colonnello di allora. Che ha imparato
anche dagli errori e dalle sconfitte e oggi, ormai prossimo ai 70 anni,
assomiglia semmai a uno dei sempre più rari "vecchi saggi"
dell'Africa e del mondo. Ma Gheddafi, che durante quasi quattro decenni da
leader ha mostrato di essere un grande pragmatico pronto ad andare per le
spicce, resta sempre un visionario. LA VISIONE DEL "LIBRO VERDE" La
visione del "Libro verde", presa in parte da Rousseau e in parte
dalle sue origini beduine, di fare dello "scatolone di sabbia" e poi
di petrolio, in un mondo sempre più dominato dall'urbanesimo e dalle
megalopoli, un paese fondato sulle virtù delle genti del deserto. La visione di
unire "la nazione araba" - a cominciare dall'Egitto del suo idolo
giovanile Nasser - e non per farne un califfato fondamentalista. La visione,
una volta fallito il tentativo dell'unità araba dal Maghreb al Mashreq e fallita
l'esperienza dell'Organizzazione per l'unità africana (l'Oua), di promuovere il
sogno "impossibile" - finora e chissà per quanto - dell' "Unione
africana". La visione di risolvere pacificamente la
soluzione dell'irresolubile conflitto fra la Palestina e Israele e
fra Israele e il mondo
arabo. Non, come ripete a ogni occasione nelle sue esiziali esternazioni
l'iraniano Ahmadinejad, con la "cancellazione" di Israele, ma con un'altra proposta
apparentemente irrealizzabile, almeno di questi tempi. Quella di uno
stato unico, e non confessionale né fondamentalista in un senso o nell'altro,
per gli israeliani e per i palestinesi, di cui ha già trovato il nome, sfidando
i sorrisi ironici dei più: Isratina. Una proposta, quello di uno stato unico
bi-nazionale e democratico, che del resto era stata avanzata a suo tempo anche
dall'Olp di Arafat, dopo l'iniziale - e in larga misura comprensibile, visto
come giusto 60 anni fa era nato lo stato di Israele -
"rifiuto arabo" e prima che il "rifiuto israeliano" facesse
affogare l'ipotesi dei "due popoli-due stati" in un mare di sangue.
PROPOSTA PER IL MEDIO ORIENTE Una proposta che si riaffaccia timidamente ora
che quasi ogni speranza è perduta - per entrambe le parti - e che Gheddafi ha
ribadito con ostinazione mercoledì nel discorso alla ex-Wheelus Bay. Perché
"noi non abbiamo mai odiato gli ebrei", perché "gli ebrei hanno
i loro diritti". Ma non possono pensare - anche se tutto fa pensare che lo
pensino - di continuare per sempre ad appoggiarsi sugli "aiuti dell'America"
e sulle "loro armi nucleari". L'unica speranza di Israele
di cessare un giorno di essere la Sparta del Medio Oriente, per il leader
libico ma non solo per lui, sta nella "convivenza" con i palestinesi
e con gli arabi. Una posizione sostanzialmente conciliante anche se improbabile
e non politicamente corretta. Per questo Gheddafi si è molto arrabbiato
martedì, ritrovando un po' dell'antica contundenza, di fronte alla proposta del
francese Sarkozy - accettata dall'Unione europea - di avviare una cooperazione
sempre più stretta in materia di economia e di sicurezza con gli stati che si
affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, Israele
ovviamente incluso. "Ci prendono per scemi - ha detto -. Non apparteniamo
a Bruxelles. La nostra Lega araba ha sede al Cairo e l'Unione africana ad Addis
Abeba. Se loro vogliono la cooperazione devono venire al Cairo e Addis
Abeba". Il piano, lanciato autonomamente l'anno scorso dal presidente
francese nella sua ansia di protagonismo mediatico, è stato in parte stoppato
dalla tedesca Angela Merkel, ma alla fine è la Ue che l'ha fatto proprio e sarà
presentato il 13 luglio prossimo a Parigi come atto inaugurale della presidenza
comunitaria della Francia. "Un insulto per noi arabi e africani".
L'INTEGRAZIONE REGIONALE Il leader libico aveva convocato per martedì un
mini-summit a Tripoli con sei paesi della regione. L'obiettivo di fondo era
cercare una posizione comune su questa proposta della Ue e sul ruolo che in
tutto questo ha Israele, tanto più che Israele, fra trattati di associazione e cooperazione firmati
(fra cui quello con l'Italia) o proposti, in pratica fa già parte a titolo
quasi pieno dell'Unione europea. Il timore di certi governi arabi - e forse lo
scopo di certi governi europei -, è che attraverso questa cooperazione passi la
normalizzazione di fatto dei loro rapporti con lo stato ebraico nel momento in
cui lo stato ebraico pratica una politica "di abominio" (parole del
vescovo sudafricano Desmond Tutu) verso la popolazione civile di Gaza e, dal
pulpito della sua tecnologia nucleare e delle sue "almeno 150 bombe
atomiche" (parole dell'ex-presidente americano Jimmy Carter), minaccia
sempre più apertamente di scatenare una guerra preventiva contro l'Iran. La
posizione comune cercata dagli arabi naturalmente non è stata trovata. A Tripoli
sono arrivati i leader di Siria, Algeria, Tunisia e Mauritania, ma il re
Mohammed del Marocco e il presidente egiziano Mubarak, i più vassalli fra i
vassalli, non si son fatti vedere. Il vertice è fallito. Ognuno per sé e Allah
per tutti. Il visionario-pragmatico Gheddafi è rimasto solo, come gli è
capitato spesso nella sua lunga carriera. Tuttavia è un visionario da
maneggiare con cura, anche se nessuno lo definisce più il "mad dog",
il cane pazzo che Reagan mandò a bombardare nell'86 (sotto le bombe rimase una
sua figlia piccola). Ormai Gheddafi ha pagato i suoi peccati, veri o presunti
(tipo Lockerbie). In occidente non è amato ma è rientrato nella "comunità
internazionale", attraverso il petrolio e la sua guerra a morte contro il
fondamentalismo islamico, che qui ha un focolaio non sempre latente a Bengasi
(e anche, ma questo riguarda soprattutto Italia e Spagna, attraverso la leva
del flusso dei migranti clandestini sub-sahariani che partono dalle coste
libiche). È stato Gheddafi, non Bush, a emettere la prima "condanna a
morte" contro Osama bin Laden, che di Bush padre è stata una creatura e
che, ammesso sia ancora vivo, a Bush figlio fa un gran comodo. Perfino a
Washington capiscono che se salta il tappo anti-fondamentalista della Libia
gheddafiana saranno dolori per tutti. Ora con gli americani i rapporti sono più
"distesi" ha ricordato Gheddafi nel suo discorso di mercoledì, perché
"noi non odiamo gli americani e la Libia è libera e indipendente".
Non più una colonia com'era anche dopo l'indipendenza nominale del '52, o come
quando lui, giovane tenente, si presentò un giorno alle porte della base e gli
fu sbarrato il passo "perché quello era territorio americano",
off-limits per i libici. Come Fidel Castro, spera in Obama, l'americano di
origine kenyota che ha definito "un musulmano" e un nero "al cui
fianco si schiera tutta l'Africa" - forse un'imprudenza, come quella di
Fidel -, anche se è rimasto deluso dalle sue esternazioni in favore di Israele e dell'israelianità esclusiva di Gerusalemme. Gli americani
sono di nuovo di casa in Libia. Ad attrarli non sono solo il petrolio e il gas.
Tripoli è un cantiere che non chiude mai, nemmeno la notte. E Gheddafi, forse a
malincuore, ha deciso di fare il grande salto verso la modernizzazione della
Jamahiriya a tappe forzate. Mettendo sul piatto 250 miliardi di dollari da
spendere subito. Che anche con il dollaro sempre più svalutato sono una bella
sommetta, in tempi di recessione mondiale. 150 miliardi per porti e aeroporti,
ferrovie e metropolitane, alberghi e case, strade e autostrade, stazioni
turistiche e ospedali. Più 100 miliardi per acquisire partecipazioni (e neppure
maggioritarie) in aziende occidentali. IL RAPPORTO CON L'ITALIA Qui torna in
ballo l'Italia e il suo tormentato rapporto di odio-amore (amore interessato)
con Gheddafi. Siamo già il primo partner commerciale, 37% delle esportazioni e
14% delle importazioni della Libia. Sulla strada aperta da Enrico Mattei, l'Eni
ha da poco firmato un accordo per 28 miliardi di dollari in 10 anni. Prospettive
rosee, grandi opportunità come si dice. Ma a rischio. Gheddafi aspetta con
pazienza il "grande gesto". Calderoli con le sue magliette oscene è
un poveraccio su cui è perfino disposto a transigere, ma Berlusconi, Prodi,
D'Alema, che qualche anno fa riportò a Tripoli la Venere di Leptis Magna rubata
da Balbo, sono "amici". Ma del "grande gesto" - forse
l'autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano, con le scuse per
le atrocità commesse dal colonialismo italiano (non solo fascista), forse l'accordo
formale di associazione, forse l'invito per una visita in Italia (perché
Bruxelles, Parigi e Madrid sì e l'Italia no?) - ancora non c'è traccia. Chissà
se ci penserà Berlusconi, atteso presto a Tripoli, così sensibile all'odore dei
soldi e delle grandi opere. Gheddafi, anche se non è più così focoso come in
gioventù, e il suo intransigente (sacrosanto) nazionalismo vanno maneggiati con
cura, specialmente dall'Italia. Il rischio è di perdere il business sulla
"quarta sponda". E c'è anche un altro rischio. Girando per la laica
Tripoli, dove gli ulema sono tenuti sotto stretta sorveglianza dal leader, si
vedono le moschee piene e capita spesso di imbattersi in donne velate. Alcune
perfino con l'orrido burqa afghano.
( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-13 num: - pag: 8 categoria:
REDAZIONALE Joschka Fischer L'ex ministro tedesco: "Il regime è
pericoloso, inutile cambiare la formula dei negoziati" "Roma sbaglia
su Teheran: non è una gara per il prestigio" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO - La trattativa con l'Iran non è un gioco di vanità, dice Joschka
Fischer. La situazione è serissima, si tratta della crisi più grave del momento
e, a suo parere, rischia di esplodere in termini militari nei prossimi mesi.
Che, in questa situazione, il governo italiano ne faccia una questione di
prestigio non gli pare solo sbagliato: dice che è pericoloso. Fischer è un vero
esperto di Iran: è stato ministro degli Esteri della Germania nei due governi
di Gerhard SchrÖder, dal 1998 al 2005: la nascita della questione nucleare
iraniana, la risposta della comunità internazionale e l'elezione a presidente
del duro Mahmoud Ahmadinejad le ha vissute direttamente. Compresa la formazione
del sestetto 5+1 (i componenti del Consiglio di Sicurezza Onu - Stati Uniti,
Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia - più la Germania), di fatto formatosi
nell'ottobre 2003, quando Teheran accettò di trattare sul suo programma atomico
con i tre Paesi europei. Roma chiede di entrare nel gruppo che tratta con
Teheran. Il governo tedesco preferisce non cambiare la formula e blocca le
ambizioni italiane. Cosa ne dice? "Dico che non è una questione di
prestigio. La crisi è molto seria e non si capisce perché, a questo punto,
cinque anni dopo, si debba cambiare formula. I tre Paesi europei - la Gran
Bretagna con Tony Blair, la Francia con Jacques Chirac e la Germania con
SchrÖder - furono chiamati direttamente dall'allora presidente Mohammad
Khatami. Riaprire oggi la formula 5+1 creerebbe solo divisioni, nelle quali si
inserirebbe sicuramente Ahmadinejad. Se entrasse l'Italia, arriverebbe poi la
Spagna, e poi la Polonia. E tutto sarebbe finito. Non è una corsa per il
prestigio". Forse Roma teme che in questo modo Berlino metta un piede nel
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come membro permanente. "Posso
capire la preoccupazione, ma sbaglia. Le ambizioni della Germania all'Onu non
beneficeranno minimamente di questa situazione. A decidere sono altre cose.
Essere ipersensibili, in questo momento, non serve, anzi è dannoso. Non capisco
perché si dovrebbe aprire il sestetto all'Italia. Per quale ragione?".
Roma dice che può dare un contributo al negoziato. "L'Italia, se vuole, ha
molte opportunità di dare un contributo anche senza riaprire la formula
5+1". Ok, veniamo al nocciolo del problema: come legge la situazione del
nucleare iraniano in questo momento? "Con preoccupazione seria. Vedo segni che mi fanno pensare come sempre più probabile
un'azione militare contro i luoghi dove viene sviluppato il progetto nucleare
in Iran". Quali segni? "In Israele e negli Stati Uniti un numero sempre maggiore di persone in
posizione di influenzare le decisioni si sta interrogando sulle conseguenze di
un fallimento dei negoziati con Tehe.
( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-13 num: - pag: 14 categoria:
REDAZIONALE Il leader libico Gheddafi: "Barack ha paura di essere ucciso
dal Mossad" Barack Obama ha espresso il suo sostegno a
Israele per timore che il
Mossad lo uccida come fece con JFK. Così il leader libico Gheddafi (foto),
davanti a migliaia di fan, durante la cerimonia per il 38esimo anniversario del
ritiro delle truppe Usa dalla Libia. "Per questo Obama ha promesso 300
miliardi di dollari di aiuti a Israele".
( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-13 num: - pag: 49
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI
PRUDENZA DEI CONSERVATORI Resto spesso basito di fronte a certe sue risposte
tutte schierate in favore della ragion di Stato, anche quando sono in campo
pesantissime violazioni dei diritti umani. Lei si è recentemente pronunciato
contro la nascita del nuovo Stato del Kosovo, a favore della repressione russa
in Cecenia ("tutto bene in Cecenia", sic, nonostante milioni di morti
e una città praticamente distrutta!), a favore della Cina contro il Tibet, la
cui battaglia sarebbe "antimoderna". A quest'ultimo riguardo vorrei
citarle una frase del monaco in esilio Rimpoche Samdhong, pubblicata proprio
sul Corriere il 3 maggio: "La Cina non è moderna. Modernizzazione
significa democratizzazione. Significa rispetto dei diritti umani e una società
aperta con diritti individuali. Nulla di tutto questo esiste oggi in
Cina". L'unica eccezione lei l'ha fatta per il Kurdistan, solo perché sul
suo diritto di esistere si erano pronunciati a suo tempo vari Stati dopo la
caduta dell'Impero ottomano. Lei è uno strenuo difensore dello status quo:
anche quando questo "status" dei vari Stati è basato su violenze,
nefandezze e sapraffazioni intollerabili per ogni persona civile. Dimentica che
la Storia, così come il diritto, sono in continuo movimento, così la nascita di
nuovi Stati, che si spera non sia inevitabilmente affidata solo e sempre alle
guerre (o alla caduta degli imperi). E che gli Stati, più e prima ancora che
dai loro spesso indegni governanti, sono composti da milioni di persone, spesso
vilipese, umiliate e sofferenti. Seguendo il suo ragionamento, ormai anche Israele avrebbe diritto a tenersi i
territori sottratti ai palestinesi: giusto per "usucapione". Giovanni
Frigerio gioveva@alice.it Caro Frigerio, P rima di rispondere alla sua domanda
debbo fare qualche precisazione. Mi capita spesso di essere considerato
favorevole o contrario a questa o a quella prospettiva politica semplicemente
perché cerco di descrivere i fatti senza indignarmi, arrabbiarmi, scandalizzarmi,
e cercando anzi di capire le ragioni dei contendenti. Comunque, a scanso di
equivoci, debbo dirle che non sono né per la nascita di un grande Kurdistan
indipendente né per il continuo dominio israeliano dei territori occupati. Sono
due posizioni contraddittorie? Non credo. La prospettiva di un grande Kurdistan
indipendente mi sembra pericolosa perché potrebbe realizzarsi soltanto grazie
al cambiamento dei confini di quattro Stati - Iraq, Turchia, Iran e Siria -
dove vivono, complessivamente, alcuni milioni di curdi. E il prolungamento
dell'occupazione israeliana di territori palestinesi mi sembra altrettanto
pericoloso perché non credo che cinque milioni di ebrei possano continuare a
governare cinque milioni di arabi senza provocare reazioni e resistenze che già
ora minacciano gravemente la stabilità politica dell'intera regione. Come vede,
il giudizio, in ambedue i casi, non è fondato sui miei desideri e sulle mie
convinzioni morali, ma sulle possibili conseguenze di un evento. Posso commettere
un errore, naturalmente, e prevedere sviluppi che non si verificheranno. Ma
penso che l'osservatore delle vicende internazionali dovrebbe sempre chiedersi
se alcune soluzioni apparentemente virtuose non siano destinate a provocare
conflitti e lacerazioni, con un tragico seguito di vite perdute, città
distrutte, popolazioni in fuga. è certamente vero che il realista finisce per
essere conservatore e dare minore importanza ai fattori ideali. Ma credo che
tutti, anche gli idealisti, debbano chiedersi quali potrebbero le conseguenze
delle loro generose istanze umanitarie. Ho riletto con interesse nella sua
lettera le parole del monaco tibetano in esilio secondo cui la modernizzazione
dovrebbe essere democratizzazione. Rispondo che molto dipende dalle condizioni
del Paese, dalla sua consistenza demografica, dalla sua storia, dalla sua
cultura, dalle sue condizioni economiche sociali. Dopo avere inutilmente
tentato la strada della modernizzazione comunista, la dirigenza cinese ha
scelto quella della modernizzazione capitalista. La formula di Den Xiaoping ha
dato buoni risultati. Esiste ormai una borghesia cinese, forte di alcune
centinaia di milioni di persone, che ha un livello di vita comparabile a quello
delle borghesie occidentali. Esistono ceti sociali che stanno acquisendo,
insieme alla prosperità, alcuni elementari diritti civili. Ma la crescita
accelerata dell'economia ha avuto altri effetti. Ha esasperato il divario fra
ricchi e poveri. Ha alterato vecchi equilibri ambientali. Ha creato criminalità
e corruzione. Ha strappato i contadini alle campagne e li ha bruscamente
inseriti nel clima ruvido e inospitale delle grandi città. Ha provocato la
nascita di una popolazione di senza tetto che supera i cento milioni. Che cosa
accadrebbe il giorno in cui a questa società in ebollizione venisse dato il
diritto di formare partiti politici, condurre battaglie elettorali nello stile
dell'Occidente, attaccare spregiudicatamente le pubbliche autorità? Siamo certi
che questa improvvisa esplosione di libertà non avrebbe l'effetto di rompere
l'unità nazionale, creare feudalità concorrenti e nuove lotte di classe?.
( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura STRAPPATI
Anticipazione/ Esce oggi una raccolta di saggi di Edward said, l'autore di
"orientalismo" una riflessione sugli esuli dalla patria L'esilio
allude di per sé a una condizione di perdita definitiva , ma per la nostra
cultura è diventato un tema molto potente e suggestivo Molti anni fa mi capitò
di frequentare Faiz Ahmad Faiz il più grande poeta in lingua urdu costretto dal
regime di Zia a fuggire dal Pakistan EDWARD W. SAID L'esilio è qualcosa di
singolarmente avvincente a pensarsi, ma di terribile a viversi. è una crepa
incolmabile, perlopiù imposta con forza, che si insinua tra un essere umano e
il posto in cui è nato, tra il sé a la sua casa nel mondo. La tristezza di
fondo che lo definisce è inaggirabile. Se è vero che la storia e la letteratura
sono gremite di gesta eroiche e slanci romantici, di imprese gloriose e azioni
trionfali tutte compiute da vite in esilio, tali episodi non sono che meri
tentativi di lenire il dolore inconsolabile provocato dal distacco e
dall'estraneità. Le conquiste di un esule sono costantemente minate dalla
perdita di qualcosa che si è lasciato per sempre alle spalle. Eppure, una volta
ammesso che l'esilio allude di per sé a una condizione di perdita definitiva, perché
mai la rappresentazione che se ne dà nella cultura moderna ha potuto tradursi
in un tema tanto potente e ricco di suggestioni? Abbiamo iniziato a
familiarizzare con l'idea di una modernità orfana, spiritualmente alienata:
l'era dell'ansia, dello straniamento generalizzato. Nietzsche ci ha insegnato
il disagio nei confronti di ogni tradizione, Freud a vedere nella stessa
intimità familiare la facciata rispettabile di una violenza sorda, parricida e
incestuosa. La cultura dell'Occidente moderno è in larga parte il prodotto di
esuli, emigrati, rifugiati. Negli Stati Uniti, per esempio, il pensiero
accademico, intellettuale ed estetico, è quello che è in primo luogo grazie a
chi è fuggito dai fascismi, dal comunismo o da altri regimi - conseguenza più o
meno immediata ma reale della repressione e dell'espulsione in massa di
dissidenti. Ciò ha indotto George Steiner ad avanzare la tesi più che fondata
per cui un intero genere della letteratura occidentale del XX secolo dovrebbe
considerarsi "extra-territoriale": una letteratura da e sull'esilio,
che ipostatizza questo tempo come il tempo dei rifugiati. Scrive Steiner:
"Sembra sensato, quasi fisiologico, che tutti coloro che creano arte in
una civiltà semi-barbara, che ha saputo produrre un'enorme massa di sradicati,
passando da una lingua all'altra si trasformino in poeti erranti e senza fissa
dimora. Individui eccentrici, distaccati, inclini alla nostalgia,
deliberatamente inopportuni". Già in altre epoche gli esuli sono stati
associati ad analoghe visioni cross-culturali e transnazionali, hanno sofferto
le stesse frustrazioni e miserie, hanno svolto lo stesso ruolo lungimirante e
critico - descritto in modo brillante, per fare un esempio, nel classico studio
di E.H. Carr sugli intellettuali russi che nel XIX secolo si erano raccolti
attorno alla figura di Herzen, i Romantic Exiles. Ma la differenza tra gli
esuli del passato e quelli del presente è soprattutto - ed è essenziale
ribadirlo - un fatto di scala: il nostro tempo, il suo moderno imperialismo
militare, le ambizioni quasi teologiche dei suoi governanti dispotici e
totalitari, è il tempo dei rifugiati, dei profughi, dell'immigrazione di massa.
Di contro a questo scenario vasto e impersonale l'esilio non può venire
invocato a sostegno di ipotesi umanistiche: per le proporzioni che assume nel
XX secolo non è più comprensibile né esteticamente né umanisticamente. La
letteratura sull'esilio potrà tutt'al più restituire un senso di angoscia e di
indecidibilità che pochi hanno vissuto in prima persona; ma pensare l'esilio
che informa questa letteratura come qualcosa di potenzialmente benefico e
"umanistico" significa prima di tutto banalizzarne le mutilazioni: il
costante senso di perdita inflitto a coloro che lo provano sulla pelle, il
silenzio sordo che oppone a ogni tentativo di interpretarlo come qualcosa di
"positivo", di good for us. Non è forse vero che le visioni
dell'esilio che affollano la letteratura e la religione finiscono per
trasfigurare ciò che in realtà esso contiene di autenticamente terribile: che
l'esilio è una condizione irrimediabilmente secolare e insopportabilmente
storica; che è sempre un'imposizione che alcuni esseri umani esercitano su
altri esseri umani; che, come la morte, ma senza il definitivo
"beneficio" che questa concede, ha strappato milioni di persone al
nutrimento di una tradizione, una famiglia, una geografia? Incontrare un poeta
in esilio - esperienza opposta a quella di leggere poesie sull'esilio -
significa vedere le antinomie dell'esilio incarnate e sopportate con un'intensità
assolutamente senza pari. Molti anni fa mi capitò di frequentare con una certa
assiduità Faiz Ahmad Faiz, il più grande poeta contemporaneo in lingua urdu. La
dittatura militare di Zia lo aveva costretto a fuggire dal Pakistan, paese dove
era nato, e a trovare un riparo di fortuna nella disastrata Beirut della guerra
civile. In quella situazione sui generis, tra i suoi amici più intimi vi erano
- del resto potrà sembrare ovvio - molti palestinesi, ma nonostante esistessero
non pochi elementi di affinità spirituale tra la sua condizione individuale e
quella degli esiliati palestinesi, avvertivo chiaramente che quasi nulla
coincideva davvero - a cominciare dalla lingua e dalle convenzioni poetiche,
per arrivare alla storia personale. Solo una volta, quando a Beirut giunse
anche Eqbal Ahmad, un amico pachistano che condivideva la nostra stessa sorte,
Faiz sembrò superare quel sentimento di straniamento che lo accompagnava
costantemente. Ricordo tutti e tre, seduti in uno squallido ristorante di
Beirut, con Faiz che recitava alcune sue poesie, e a un certo punto, senza
neppure rendersene conto, lui ed Eqbal che smisero di tradurmi i versi. In
quella notte interminabile, però, la cosa non ebbe alcuna importanza. Ciò a cui
stavo assistendo non aveva bisogno di traduzioni: era la messa in scena di un
ritorno a casa, modulata sul tono della sfida e della perdita, come per dire:
"Zia, siamo qui". Ed è chiaro che Zia fosse il solo a potersi dire
davvero a casa, e per questo mai avrebbe potuto ascoltare quelle voci esultanti
ed esaltate. Rashid Hussein era un palestinese. è stato lui a tradurre in arabo
Bialik, uno dei più grandi poeti ebrei moderni: la sua eloquenza ne aveva fatto
un oratore e un nazionalista senza pari nel drammatico periodo dopo il 1948.
Mosse i primi passi lavorando per un giornale in lingua ebraica a Tel Aviv e,
successivamente, pur avendo sposato la causa di Nasser e del nazionalismo
arabo, tentò con un certo successo di instaurare un dialogo tra scrittori ebrei
e arabi. Col tempo, però, non fu più in grado di sopportare le pressioni di
quell'ambiente saturo, e fu costretto a partire per New York. Sposò una donna
ebrea e iniziò a lavorare all'ufficio dell'Olp alle Nazioni Unite, ma le sue
idee poco convenzionali e la sua retorica utopica, al limite della
farneticazione, finivano sistematicamente per traumatizzare i superiori. Nel
1972 lasciò New York per far ritorno nel mondo arabo. Pochi mesi più tardi
riapprodò negli Stati Uniti: in Siria e in Libano si era sentito fuori posto,
displaced, al Cairo profondamente infelice. New York gli diede di nuovo asilo,
facendolo però precipitare in una spirale infinita di ozio e di alcol. La sua
vita era distrutta, ma nonostante questo rimase sempre l'uomo più ospitale che
abbia mai incontrato. Morì dopo l'ennesima notte naufragata nell'alcol, mentre
fumava nel letto, e la sigaretta appiccò un incendio che si sparse fino agli
scaffali in cui teneva delle audiocassette - perlopiù riproduzioni di poeti che
leggevano i propri versi. Il fumo prodotto da quei nastri in fiamme lo
asfissiò. Il suo corpo venne rimpatriato per essere sepolto
a Musmus, il piccolo paese d'Israele dove ancora risiedeva la sua famiglia. Queste e molte altre
storie di poeti e di scrittori in esilio conferiscono particolare dignità a una
condizione istituita precisamente per negare ogni dignità - e cioè per negare
ogni tipo di identità a un popolo.
( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina
Cultura La denuncia
del prefetto di Ferrara BAD AROLSEN - C'è un'ulteriore e decisiva prova
sull'accostamento, nel romanzo, tra la famiglia dei Magrini e quella dei
Finzi-Contini. E si trova in un documento che il Museo dell'Olocausto di
Washington ha da poco inviato allo Yad Vashem a Gerusalemme, ottenuto da
Repubblica (vedi, a sinistra, il primo foglio). E' una lettera che il prefetto
di Ferrara, Villa Santa, invia il 4 agosto 1941 al Ministero dell'Interno a
Roma. L'oggetto è: "Campi di tennis di proprietà degli ebrei". Scrive
l'alta autorità cittadina: "Una ricca famiglia ebraica di questo capoluogo
è proprietaria di un campo da tennis che da qualche tempo viene giornalmente
frequentato oltre che dagli israeliti anche da diversi
ariani loro conoscenti". Il riferimento, evidente a livello locale, è al
campo di gioco situato nel giardino dei Magrini. "Poiché il detto campo di
tennis ? prosegue la lettera ? diviene un luogo di convegno, ove gli ebrei
possono impunemente riunirsi e poiché il fatto ha anche richiamato l'attenzione
della Federazione Fascista che ha inflitto un provvedimento disciplinare
a carico degli ariani iscritti al P.N.F. che hanno mostrato di preferire il
ritrovo anzidetto alle organizzazioni del Partito, si prega codesto Ministero
di esaminare l'opportunità di non consentire agli ebrei di possedere campi e
palestre private, o, quanto meno, di impedire che questi vengano utilizzati da
persone che non siano congiunti del proprietario". Firmato: il Prefetto
Villa Santa. Il documento (No. R9.80.8763) è su una microfiche. A Ferrara il
campo da tennis dei Magrini fu per l'appunto usato anche da ragazzi ebrei e
non, e molti giovani furono espulsi dal prestigioso circolo ferrarese Marfisa
d'Este. Tra loro, lo stesso Giorgio Bassani. (m.ans.).