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DOSSIER “ISRAELE-PALESTINA:

Se scoppia l’intelligenza”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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tARTICOLI DEL 1-13 giugno 2008       #TOP



Report "Israele/Palestina"

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Indice delle sezioni

Israele/Palestina (147)


Indice degli articoli

Sezione principale: Israele/Palestina

Fao, il papa non vedrà ahmadinejad - orazio la rocca vincenzo nigro ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e i discorsi in cui ha sollevato dubbi sulla Shoah, discorsi fatti anche per rafforzarsi politicamente all'interno del suo paese e in tutto il mondo islamico. Ma l'Italia di Berlusconi si è appena avvicinata agli Usa - proprio con Frattini - contro i programmi nucleari iraniani: un incontro tra i due leader sarebbe stato possibile solo se Ahmadinejad avesse dato la certezza

L' amaca ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: votata da tutti i Paesi della Terra tranne Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan. E perché mai questi sei Paesi non vogliono fare a meno di ordigni che dilaniano i civili, bambini soprattutto, anche molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare.

La nuova politica estera italiana - renzo guolo ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Non solo relativamente alla discussa "equivicinanza" sulla questione israelo-palestinese ma anche nei confronti di Afghanistan, Iraq, Iran e Libano. Nel caso dell'Afghanistan il presidente del Consiglio parla esplicitamente di revisione, entro giugno, delle modalità operative d'impiego dei nostri militari di stanza ai piedi dell'Hindu Kush.

Vertice Fao, il Papa non vedrà Ahmadinejad ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: nucleare e i rapporti con Israele. Il Vaticano non avrebbe scartato l'idea, ma sembra che siano sorti subito dopo innumerevoli problemi logistici per le diverse richieste avanzate dai presidenti. Prima di tutto perché non sono presenti tutti negli stessi giorni a Roma e perché alcuni di loro non avrebbero gradito un evento collettivo avendo richiesto da tempo un colloquio personale.

<Una decisione giusta: all'Iran solo porte chiuse> ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "Un problema di coscienza: come si fa a stringere la mano ad uno che si augura la distruzione di Israele e mette a morte gli omosessuali?". Però gli imprenditori lo incontreranno. "Purtroppo. Ritengo grave questa scelta. Pubblicheremo i loro nomi sul nostro quotidiano". R. Zuc. A. Polito.

Abbas junior: basta politica, è l'ora del <made in Palestina> ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: pubblicitario: "Non farei mai affari con un israeliano e non voterei mai Hamas" Abbas junior: basta politica, è l'ora del "made in Palestina" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tra i ricordi di bambino, Yasser Arafat che lo prende per il collo e lo fa sedere vicino a sé ("con la forza, non troppo divertente ").

Grande fratello a Manhattan La pubblicità spia chi la guarda ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: opera di sorveglianza in Israele, è "ogni faccia conta". Come Prandoni, il suo direttore, George Murphy, sostiene che si tratta soltanto di "ammodernare un veicolo pubblicitario antiquato". Ma le associazioni delle libertà civili non sono d'accordo. Lee Tien, il legale della Fondazione frontiere elettroniche, protesta che è una violazione del diritto dei cittadini alla riservatezza.

Niente accordi senza diritti umani ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: cominciare dal riconoscimento del diritto di Israele all' esistenza e dalla condanna del terrorismo suicida ed omicida di Hamas, della Jihad Islamica, dell'Hezbollah e di Moqtada Al Sadr sostenuti e finanziati dall'Iran stesso; rispettando la libertà religiosa degli iraniani cessando la persecuzione dei cristiani e dei bahai e la condanna a morte dei musulmani che si convertono ad un'

TAVOLE IMBANDITE IN MOSTRA A BIBBIENA ( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: potrà contare fra l'altro su due ospiti internazionali molto noti, l'anglo- giamaicana Zadie Smith (il cui romanzo di esordio, "Denti bianchi", le conquistò nel 2000 un nutrito seguito di lettori) e l'israeliano Uri Orlev, autore di numerosi libri per l'infanzia. Sul sito del festival, www.isoladellestorie.it, il programma completo.

Kufiyeh in tv, i neocon fanno ritirare lo spot ( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: kufiyeh a scacchi bianchi e neri portata con tanta disinvoltura una pericolosa rappresentazione dell'Intifada, della lotta palestinese contro Israele e del jihad. "Si fa pubblicità al terrorismo", hanno protestato in massa i neocon fino a costringere la "Dunkin' Donuts" a fare mea culpa, a ritirare da internet lo spot e ad ammettere che quella pubblicità "poteva generare equivoci".

TEL AVIV, GODARD NON VA AL FESTIVAL ( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: palestinesi che fanno campagna per il boicottaggio di Israele". LOGO HARD PER STARBUCKS Polemiche su un nuovo simbolo della catena Starbucks. Un gruppo cristiano con sede a San Diego, dall'ambiguo nome "Resistenze", ha detto che la compagnia potrebbe farsi chiamare "Slutbucks", giocando sull'assonanza tra Star e Slut (sgualdrina).

Spia di hezbollah in cambio di salme ( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Libano-Israele Spia di Hezbollah in cambio di salme NAQURA - I resti di alcuni soldati israeliani morti in Libano due anni fa in cambio della liberazione di un uomo accusato di essere una spia di Hezbollah e incarcerato dal 2002 in Israele: lo scambio è avvenuto ieri con la mediazione della Croce rossa internazionale.

"così l'agente tzipi uccideva i nemici" e israele già sogna la nuova golda meir - alberto stabile ( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: agente Tzipi uccideva i nemici" e Israele già sogna la nuova Golda Meir Dopo lo scandalo delle tangenti la sua poltrona è sempre più traballante Una grande donna consegnata alla Storia, la prima e l'unica a guidare lo Stato ebraico ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente gerusalemme - "Morto il re, viva il re", recita il vecchio adagio.

Perché ci conviene discutere con l'iran - lucio caracciolo ( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: in arrivo a Roma per il vertice mondiale della Fao, proclama di voler cancellare Israele dalla carta geografica. Il suo antisionismo slitta spesso nell'antisemitismo. Quest'uomo e il regime militarclericale che rappresenta ? ma non comanda ? è sospettato, probabilmente a ragione, di voler elevare l'Iran al rango di potenza nucleare.

Morto tommy lapid l'"anti-ortodossi" ( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: morto all'età di 77 anni Yosef Lapid, ex ministro della giustizia israeliano ed ex leader del Partito Shinui, per decenni uno dei personaggi più stimolanti e controversi del dibattito politico interno in Israele. Lapid era noto per il suo impegno contro quella che chiamava la "oppressione da parte dei rabbini ortodossi".

Vertice fao, a roma anche mugabe - giampaolo cadalanu ( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: se ogni musulmano versasse un bicchiere d'acqua, Israele scomparirebbe annegato" e riprende la vecchia definizione di Khomeini, del "regime sionista nemico dell'Umanità". La sparata antiebraica di Mottaki sembra fatta apposta per mettere in difficoltà il suo stesso presidente, ma non facilita nemmeno il lavoro della diplomazia italiana.

Perché ci conviene discutere con l'iran - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: acqua su Israele, Israele sarebbe cancellato"? Il punto è: ci serve oggi discutere con gli iraniani, e in particolare con il loro presidente? La risposta è sì. Con Teheran abbiamo molte questioni da dirimere. Non solo l'atomica. Oltre agli interessi economici, dobbiamo proteggere la sicurezza delle nostre truppe in Libano e in Afghanistan.

LA <FIERA> VIRTUALE DELLA RICERCA ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e Argentina oltre che con alcune regioni limitrofe). Ad oggi si sono già ottenuti risultati significativi: 1) oltre 160 professori delle diverse facoltà mediche, strutturati in appositi gruppi di lavoro, si sono confrontati tra loro, scambiati informazioni e hanno catalogato, valutato e certificato gli oltre 1200 prodotti scientifici già presenti negli stand;

La banda ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: egiziana arriva per un concerto in Israele ma, disorganizzata, si trova a passare una notte casual, conoscendo persone e intuendo il bisogno di affetti, capendo quale e quanta urgenza di pace e comprensione ci sia, tra casi speciali e no, tra i due popoli. Grazie anche ad attori bravissimi, è come un piccolo gioiello di Rohmer, che esplora i silenzi e i doppi fondi dei sentimenti,

IL DILEMMA PIÙ SCOMODO ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. E se anche Israele non facesse scattare in noi memorie storiche pesanti come macigni, se anche non esistesse in Ahmadinejad quel fanatismo islamico che come tutti i fanatismi religiosi rende imperscrutabile il confine tra retorica e vera capacità di nuocere, l'Italia avrebbe il dovere di recapitargli un messaggio di forte contrarietà.

Quando l'<agente Livni> dava la caccia ai terroristi in Europa ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: dava la caccia ai terroristi in Europa Nel passato del ministro degli Esteri israeliano quattro anni come "operativa" per il Mossad DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tzipi Livni studiava poco e stava molto al telefono. Quando il fratello va a trovarla a Parigi, crede di trovare una studentessa della Sorbona. Un'universitaria che si comporta in modo strano.

Israele libera la spia di Hezbollah ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Diplomazia Continua la trattativa mediata da Berlino sui due militari rapiti nel luglio 2006 Israele libera la spia di Hezbollah E dal Libano tornano i resti di soldati ebrei. "Ma non è uno scambio" Il governo Olmert: "Nissim Nasser aveva scontato la pena di sei anni e sarebbe stato liberato in ogni caso" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - La cassa di legno è lunga meno di un metro.

Quel rito di sepoltura dei caduti ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il retaggio di Israele ci impone di dare sepoltura nella loro terra ai nostri soldati morti in combattimento e non sospenderemo gli sforzi fino a quando i resti di tutti i nostri caduti non ci saranno stati restituiti". La società israeliana riesce a sopportare di più un altro caduto in battaglia che il destino incerto di un sequestrato nelle mani degli estremisti.

Il dilemma più scomodo ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tanto più che Israele esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana, tratta con la Siria con la mediazione turca e, come dimostra il triste scambio di ieri, ha contatti indiretti anche con Hezbollah. La dottrina del "non si parla con" e i fulmini di Bush contro l'appeasement sembrano ormai appartenere più alla forma che alla sostanza,

Fao, arriva ahmadinejad "israele sparirà dalle carte" - cadalanu, cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5 ( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Polemica Berlino-Roma sulla trattativa con l'Iran Fao, arriva Ahmadinejad "Israele sparirà dalle carte" cadalanu, cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5 SEGUE A PAGINA 4.

Solo i giocatori al brindisi in comune - silvia bignami ( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La vicesindaco Adriana Scaramuzzino è in Israele e non ne vuole sapere di commentare. Gli altri non si fanno trovare o scelgono il silenzio. Più loquace il presidente del consiglio provinciale Maurizio Cevenini, che commenta: "Era peggio se il sindaco fosse venuto solo all'ultima partita.

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 3 categoria: A... ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ha portato l'esempio di Israele, "che esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana e tratta con la Siria grazie alla mediazione turca... ". "Guardi, le trattative ci sono sempre state. Anni fa criticai uno slancio ottimistico che Andreotti, da ministro degli Esteri, aveva avuto nei confronti della Siria.

Ahmadinejad e Mugabe: doppio caso al vertice Fao ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: doppio caso al vertice Fao Il presidente iraniano: "Israele sarà presto cancellato" Invettive anche contro gli Usa, "potenza satanica" Alla Conferenza si parlerà dell'impennata dei prezzi degli alimentari ROMA - Distruzione di Israele, demonizzazione degli Stati Uniti, altre dosi di retorica incendiaria da ex volontario delle Guardie rivoluzionarie.

Ahmadinejad arriva a Roma <Israele deve scomparire> ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele deve scomparire" ROMA - Lo Stato ebraico è guidato da "un regime criminale" e "sarà cancellato dalle carte geografiche", mentre "il tempo della caduta e dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è cominciato". In procinto di partire per Roma e per il vertice della Fao su sicurezza alimentare e cambiamenti climatici,

<Free Iran> oggi in Campidoglio E i media di Teheran accusano: <Un complotto del Riformista> ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: spiegando che "negare a Israele il diritto a esistere, così come negare la Shoah, significa cancellare una storia profonda e consolidata, non solo nel Mediterraneo e a Roma, ma nel cuore di ogni persona che presta attenzione ai diritti dei popoli". "Anche quello di Alemanno è un messaggio importante.

<Stringere la mano? Tanto poi fanno affari con i peggiori dittatori> ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: lo Stato di Israele, presto, verrà eliminato dalle carte geografiche". "Le sembra una novità?". Non è una novità, ma ciò che dice resta grave. "La cosa veramente grave è l'atteggiamento che si continua ad avere nei confronti dell'Iran e del suo leader: con atteggiamenti analoghi, nel secolo scorso, furono fecondati il nazismo e il comunismo "

Sì alla Fulbright per i ragazzi di Gaza ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: REDAZIONALE Israele Sì alla Fulbright per i ragazzi di Gaza WASHINGTON - Potranno inseguire il loro sogno di una laurea negli Stati Uniti i sette giovani palestinesi di Gaza che si erano visti rifiutare da Israele il visto per uscire dal Paese. Le borse di studio del programma Fulbright sono state riattivate dal Dipartimento di Stato dopo l'

Un mistero tra fede e scienza Il tessuto ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-03 num: - pag: 25 categoria: BREVI Un mistero tra fede e scienza Il tessuto Nel 1973 il criminologo Sulzer preleva campioni di polvere e pollini: l'esame al microscopio rivela che la Sindone è stata in Palestina Il volto L'immagine sul lenzuolo.

Due donne da conoscere ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e la Palestina. Le "Donne in nero" di cui fa parte raccolgono sia palestinesi che israeliane e cercano con ostinazione un punto di incontro e di convivenza. Questo non impedisce loro di protestare contro la parte più intransigente e militaresca di Israele, contro l'occupazione della striscia di Gaza e le pretese di chi vuole applicare delle regole da assediato finendo per

La situazione ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, Austraia, Spagna, Belgio, Svizzera e Russia. Pro Mosley Mosley punterà sull'appoggio dei Paesi emergenti: in assemblea sono rappresentati 50 Paesi africani e 30 asiatici. Gli scenari Se Mosley dovesse ottenere la fiducia, ha promesso che non rappresenterà la Fia nelle occasioni ufficiali e che non si ripresenterà alle elezioni dell'

McCain all'attacco del rivale <Un ingenuo senza esperienza> ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: l'American Israel Public Affair Committee, la più influente delle organizzazioni pro-israeliane negli Stati Uniti. "Il regime iraniano - ha detto McCain - lavora da anni a un programma nucleare. E l'idea che stiano cercando di dotarsi di armi atomiche, solo perché noi ci rifiutiamo di aprire negoziati ad alto livello,

Notizie in 2 minuti ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 03 num: - pag: 56 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo piano Iran: Israele da cancellare Il presidente dell'Iran, Ahmadinejad, oggi a Roma per il vertice Fao, ha detto che "Israele è alla fine e verrà presto eliminata dalle cartine geografiche ". Clandestini, Onu contro Italia "No al reato di immigrazione clandestina ".

Il saluto di ahmadinejad "israele sarà spazzata via" - vincenzo nigro andrea tarquini ( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: piccolo Satana" israeliano e al "grande Satana" nordamericano. Ahmadinejad parlava agli ospiti stranieri arrivati a Teheran per l'anniversario della morte di Khomeini. L'ayatollah ne aveva sempre dette di tutti i colori contro Israele, ma da quando Ahmadinejad è diventato presidente gli slogan, gli auspici, le sparate contro Israele,

Obama a un passo dalla storia hillary: "potrei fare la vice" - (segue dalla prima pagina) dal nostro inviato ( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: la più influente lobby pro - Israele d'America. Obama ha fatto sapere che già domenica scorsa aveva chiamato la Clinton e le aveva proposto di incontrarsi "quando la polvere si sarà posata" in un giorno e in un luogo scelti da lei. Poi è passato a corteggiare gli uomini dello staff di Hillary che hanno lavorato alla raccolta fondi,

L'occidente pallido - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: e ovviamente riconfermare che "Israele sparirà". Poiché Ahmadinejad ha un certo umorismo nero, ha aggiunto che non intendeva lanciare una minaccia quanto dare "una notizia": la sparizione prossima ventura di Israele, ha spiegato, è una previsione "scientifica", formulata da "analisti".

E gitai racconta il cinema d'israele - chiara pilati ( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Bologna Stasera un incontro al Museo Ebraico E Gitai racconta il cinema d'Israele Nell'ultimo film Amos mostra la liberazione degli insediamenti israeliani della striscia di Gaza da parte del governo Sharon CHIARA PILATI Per quanto sia uno stato molto giovane, Israele ha una forte tradizione culturale che deriva da una radicata identità come popolo e come popolo di Dio.

<Siamo il Paese più sicuro, venite a investire da noi> ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ahmadinejad abbandona la polemica con Israele e passa al business. Comincia citando alcuni versetti del Corano ma ad andare al sodo ci mette poco: "Con l'Italia ci sono affinità culturali e sociali fortissime, il nostro interscambio è di 6 miliardi di euro ma in pochi anni potrebbe arrivare a 20".

Ebrei in corteo con <Free Iran> <Non c'è posto per il tiranno> ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano Gideon Meir con la moglie. L'ambasciatore in Italia s'è messo in disparte, lontano dal palco bipartisan, vicino però al maxischermo dove venivano proiettate le immagini delle torture subìte dal popolo iraniano. "Free Iran", Iran libero, era questo il titolo della manifestazione lanciata dal quotidiano Il Riformista in occasione della visita del presidente iraniano Ahmadinejad

Obama ora prepara la nuova guerra con McCain il duro ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che da mesi tenta di far passare Obama come ostile a Israele. Non ultimo, il candidato democratico dovrà lavorare molto per far meglio tra i bluecollars, gli operai bianchi e le persone senza istruzione superiore, che in tutti gli Stati dov'erano presenti in forze, dall'Ohio alla Pennsylvania, gli hanno sempre preferito Hillary e che ora potrebbero migrare verso McCain.

Notizie ( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: costruzione di ottocento case nelle colonie Il via libera alla costruzione di 884 alloggi a Gerusalemme è stato dato dal primo ministro israeliano Ehud Olmert prima della sua partenza per gli Stati Uniti, l'altro ieri sera. La decisione è stata criticata dagli Stati Uniti. "Pensiamo che nuove colonie non debbano più essere costruite" ha detto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino.

Documenta , quelle immagini vive sulla realtà ( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: con contributi cinematografici provenienti da Marocco, Egitto, Libano, Siria e Palestina. Un ampio spazio è stato dato anche alle retrospettive: sull'opera ed il contributo critico del regista tedesco Harun Faroki, su una quasi sconosciuta produzione documentaria di Antonioni ed sull'ormai consacrato regista francese Nicolas Philibert.

Sapienza-Iran per soli uomini ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: contro le minacce di Mahmoud Ahmadinejad al sacrosanto diritto di Israele a esistere. Prova ne è che tra gli imprenditori riuniti in serata all'hotel Hilton per ascoltare il presidente venuto da Teheran c'era anche il preside della facoltà di Studi orientali della "Sapienza ", Federico Masini. "L'Iran è il Paese con il quale la nostra università ha il maggior numero di accordi",

Sfilata anti-Tehran in Campidoglio, polemiche per il giornalista escluso ( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: con bandiere dello stato di Israele, preceduta dal lancio, dal primo piano del Colosseo, di venticinquemila volantini con raffigurato Ahmadinejad dietro un segno di divieto e scritte come "non posso entrare". In diverse zone della città, in via del Traforo, intorno a San Pietro, vicino al Colosseo, i giovani ebrei romani affiggono striscioni con scritto "

FAUST ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tra cui Paul Celan e, nel 1990, il film dell'israeliano Amos Gitai, "Berlin Jerusalem", ne ha rievocato la figura leggendaria, consentendo l'inizio di una revisione critica della sua vicenda letteraria. Il testo che sarà in scena stasera e domani al Quirino, "IOEIO", si presenta come un esempio di teatro nel teatro.

Notizie in 2 minuti ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che attacca di nuovo Israele: "Noi sappiamo che gli europei non amano i sionisti e non vogliono che vivano in Europa. Ce ne siamo resi conto...". Corteo della comunità ebraica contro il leader di Teheran. Clinton, ultimo atto Si concludono, con il Sud Dakota e il Montana, le primarie democratiche per le presidenziali Usa.

La vetrina del festival vincitori e premi speciali - franco montini ( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano Waltz with Bashir di Ari Folman, che racconta la strage di Sabra e Chatila e Il resto della notte di Francesco Munzi, drammatica storia di paura, immigrazione e violenza, che sarà presentato al pubblico dal regista. Tutte le proiezioni sono in versione originale con sottotitoli italiani e oltre alle anteprime di film che nei prossimi mesi arriveranno nelle sale italiane,

Cortei, sit-in e bandiere roma protesta e si veste a lutto ( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: gli ebrei amici di Israele e l'Iran di Ahmadinejad, ma era un equivoco. Noi non siamo "contro l'Iran" ma "per il popolo iraniano": prima delle minacce a Israele, quella tirannia colpisce uomini e donne iraniane". Come è accaduto per tutto il giorno, le bandiere israeliane e quelle iraniane garriscono insieme, brandite dai ragazzi della comunità ebraica e dagli esuli della tirannia.

"l'italia potrebbe aiutarci nella trattativa sul nucleare" - vincenzo nigro ( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Occidente e contro Israele non hanno voluto stringergli la mano: attorno a lui si è sentito il vuoto, la distanza che separa le idee del capo del governo di Teheran dal mondo occidentale e non solo. Ma nell'albergo di Monte Mario, il vuoto viene riempito all'improvviso da centinaia di imprenditori italiani che corrono a parlare di contratti.

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1 categoria: ... ( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1 categoria: ALTRI OGGETTI WASHINGTON- Barack Obama è il candidato democratico che sfiderà McCain per la Casa Bianca. "Sono amico di Israele". ALLE PAGINE 16 E 17 Farkas, Gardels Valentino.

Fiore: <Con Ahmadinejad contro le lobby ebreo-americane> ( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: come la mettiamo con Israele? Anche Israele è fortemente sospettato di avere una forza nucleare per motivi bellici, o no?". Diciamo che Israele non promette di cancellare l'Iran o la Siria dalla cartina geografica. Comunque, senta: l'altro giorno Pannella spiegava al Corriere che le strette di mano, sulla scena diplomatica,

Fermeremo l'arma nucleare dell'Iran ( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ma anche questa preoccupazione di Israele è superata, perché nelle ultime ore, di fronte alla platea dell'"American Israel Public Affairs Committee" (Aipac), l'influente organizzazione americana che sostiene lo Stato ebraico, il premier israeliano Ehud Olmert e Barack Obama hanno avuto una sola voce.

Il debutto di Obama: <Amico di Israele> ( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: "La sicurezza di Israele non è negoziabile", ha detto Obama, secondo cui ogni accordo "sulla creazione di uno Stato palestinese con continuità di confini, dovrà preservare l'identità ebraica di Israele, con frontiere sicure, riconosciute e difendibili". Gerusalemme "dovrà rimanerne la capitale indivisa ".

L'uomo nero ( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ha già aperto la sfida con il repubblicano McCain, deciso a screditarlo sul tema della sicurezza e sull'apertura di dialogo con i "nemici degli Usa". Israele non si tocca e guai all'Iran della bomba nucleare, ha dichiarato il senatore dell'Illinois, che ora dovrà conquistarsi il voto bianco e moderato. E Hillary tratta PAGINE 8 E 9.

Il nuovo viaggio di Obama verso la Casa Bianca ( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Entrambi hanno garantito il loro sostegno ad Israele, con toni leggermente diversi. Sia lui che lei hanno sottolineato che l'Iran costituisce una minaccia per lo stato ebraico e per il mondo. Obama ha ribadito, ancora una volta, che bisogna percorrere la via diplomatica, "che ci rende più forti agli occhi dei nostri alleati e anche dei nostri avversari".

Un fantasma oltre il muro ( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ed è il fantasma che supererà la barriera fisica dell'Israeli West Bank, il "muro della vergogna". G.ho.st. (che in inglese significa fantasma, appunto) è innanzitutto il nome di una start-up israelo-palestinese i cui uffici sono dislocati sia al di qua che al di là della barriera voluta e costruita da Tel Avi nonostante l'opposizione interna e internazionale.

Un mondo a misura del Mare Nostrum ( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: È questa dicotomia fra due concezioni di "indipendenza", che a suo modo si ripresenta anche in Israele-Palestina, a impedire la realizzazione di una politica mediterranea fatta di convergenze e complementarità se non di unità. Il dialogo euro-mediterraneo è affrontato e riaffrontato in molte delle sezioni in cui è diviso il libro di Cassano e Zolo.

Digitale Terrestre ( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: BREVI Digitale Terrestre Amos Gitai racconta la storia di un architetto comunista in Palestina Sam e Dov (Samantha Morton e Thomas Jane, foto), di origine americana, vanno in Palestina. Lui, architetto comunista, si consacra alla ricostruzione del Paese ma finisce per trascurare la moglie. Dirige Amos Gitai. Eden Joi, ore 22.

Obama parla da capo "proteggerò israele" - (segue dalla prima pagina) dal nostro inviato ( da "Repubblica, La" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tutto il necessario per impedire all'Iran, che minaccia Israele di distruzione, di arrivare al possesso di armi nucleari". Applausi a scena aperta hanno sottolineato i passaggi più delicati: "Gerusalemme dovrà restare la capitale d'Israele e non dovrà essere divisa"; "i legami tra Israele e gli Stati Uniti sono indistruttibili".

Raitre, il tg si arrende alla notte ma sale la protesta degli altri show - leandro palestini roma ( da "Repubblica, La" del 05-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: alla Dandini LEANDRO PALESTINI ROMA RaiTre, si cambia. Da ottobre nella fascia preserale ci saranno due soap (Un posto al sole sarà preceduta da Agrodolce: un prodotto Minoli-RaiEducational) e si aprirà una seconda serata di 50 minuti. Alle 23 irromperà la striscia satirica di Serena Dandini (non sarà eterna, si pensa a una rotazione) seguita dalla Night Line di mezzanotte del Tg3.

Torino lancia gli architetti sostenibili - marina paglieri ( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: da Israele e Palestina, da India e Cina) ma se ne aspettano circa il doppio. "Questo è un congresso che nasce con la consapevolezza che non si può fare parlare di architettura solo gli architetti" ha detto ieri mattina il presidente del congresso, e dell'Ordine degli architetti di Torino, Riccardo Bedrone durante al presentazione al Castello del Valentino.

Il muro dei leghisti non aiuta nessuno ( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: da sempre vorrebbero un muro che li separi dai terroni mafiosi, magrebini, mediorientali, orientali, colorati o meno. Solo coi mafiosi abbiamo la possibilità di aiutarli ad uscire dalle pratiche mafiose, per il fatto che abbiamo la possibilità di perseguire gli scapestrati nel loro territorio. Un muro(vedi quello israeliano)non aiuta. Lettera firmata.

Dal galles a passo di danza - giovanna crisafulli ( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Domenica la compagnia presenta Practice Paradise, stravaganti interpretazioni delle musiche di Chopin per Les Sylphides, del belga Stijn Celis, e Peeled, dell'israeliano Itzik Galili, su musiche dei Percossa. A Trezzo sull'Adda, Centrale Taccani, 02.716791, ore 21.30, euro 15. Navetta gratuita da via Vivaio alle 20, prenot. obbligatoria.

Crow, noa e la sosa un tributo alla regine - lucia marchio ( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: la cantante di origine yemenita soprannominata l'Usignolo di Israele (nella foto), e l'argentina Mercedes Sosa (mercoledì 23 Luglio), vera leggenda vivente, icona musicale e culturale del Sud America. Il cartellone vedrà quindi in scena il 7 luglio la cantautrice rock-pop Sheryl Crow, apripista della kermesse;

L'irresistibile madame sarkozy alla conquista dei consensi perduti - bernardo valli ( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ma andrà a Tokyo e in Israele con suo marito. In fondo la vera "apertura" Nicolas Sarkozy l'ha fatta sposando una moglie di sinistra. Una gauche caviar, come si diceva un tempo. Radical-chic. Ma anche una sinistra fatta di principi ereditati dalla famiglia piemontese, miliardaria e intellettuale.

Statura e <razza>, lite tra Colombo e il ministro ( da "Corriere della Sera" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: amo Israele, voglio che Israele entri nell'Ue, amo tutte le diversità, anche gli uomini piccoli se sono intelligenti". Il deputato del Pd, nonché ex direttore dell'Unità e per lungo tempo uomo Fiat negli Stati Uniti, non vuole replicare alle accuse: "Tutte le dichiarazioni riguardanti gli ebrei e Israele sono opinioni personali del ministro e su queste non mi "

Schiaffo a Erdogan, niente velo all'università ( da "Corriere della Sera" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: non soltanto sta conquistando un ruolo sempre più importante come mediatore di conflitti delicati (vedi il riavvicinamento tra Israele e Siria), ma ha giocato tutte le proprie carte - in prospettiva europea - puntando sulla stabilità del suo governo, sulle riforme, e sul sostegno e la fiducia degli imprenditori. Quanto sta accadendo riaccende invece uno scontro esiziale.

Nel labirinto del terrorismo - antonio cassese ( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Onu tra paesi islamici guidati dal Pakistan e paesi occidentali guidati da Usa e Israele ha impedito finora che una "Convenzione globale" sul terrorismo venga adottata. In breve, per gli islamici, un palestinese che getta una bomba contro civili israeliani nei territori occupati può essere colpevole di un crimine di guerra, ma non di terrorismo.

L'amara sveglia di Abu Mazen: Obama si sbaglia, Gerusalemme è nostra ( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele e non dovrà essere divisa" sono state un brusco risveglio dal sogno di chi, come lui, si augurava la nomination del senatore nero dell'Illinois e la sconfitta della senatrice Hillary Clinton, la più gradita in assoluto in Israele anche per aver evocato, durante le primarie, persino l'ipotesi d'un attacco atomico contro Tehran.

POSTA Prioritaria ( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Ma le donne cristiane di oggi si sono un pochino emancipate rispetto alle donne della Palestina di duemila anni fa. Cristo "qui e ora", non farebbe distinzioni di sorta, e se dovesse scegliere gli apostoli nel nostro tempo, non esiterebbe a nominare sei donne e sei uomini. Renato Pierri Roma lettere@ilmanifesto.it.

Obama, primo incontro con hillary "lei ottimo vice per chiunque" ( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Parlando all'Aipac, forte lobby filo-Israele, aveva assicurato che "resterà la capitale indivisa di Israele". Incalzato dalle critiche dei palestinesi e dalle precisazioni del Dipartimento di Stato americano, il candidato democratico ha assicurato che lo status della città sarà deciso solo dai negoziati di pace.

Giornata con baliani fra letteratura e teatro ( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Pagina XIII - Bari Ruvo Mola Altamura Giornata con Baliani fra letteratura e teatro "Jupiter" in masseria il disarmo va in scena Note arabe e classiche omaggio alla Palestina.

Il Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio ( da "Corriere della Sera" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: caduti combattendo contro Israele. Quasi tutti i quartieri di Beirut sono religiosamente omogenei e alcuni di essi "gridano" la loro identità esponendo l'immagine del leader di cui sono elettori. Chiedendo la rimozione dei suoi ritratti Suleiman chiede alla classe politica di fare altrettanto e di rinunciare alla spartizione di Beirut fra aree d'

Obama fa dietrofront su Gerusalemme ( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, inclusa la zona araba (Est) occupata dallo Stato ebraico nel 1967 e rivendicata dai palestinesi, invece l'altra sera, parlando alla "Cnn", ha improvvisamente frenato. "Spetterà alle parti coinvolte negoziare una serie di questioni e Gerusalemme sarà parte di queste trattative", ha risposto il senatore dell'Illinois a chi gli aveva chiesto se i palestinesi potranno avanzare

Germania E MEMORIA ( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: America e da Israele, una anziana testimone oculare lituana che si trovava in un campo profughi in Germania e che si presentò per raccontare ciò che aveva visto con i propri occhi. I giudici si documentarono lavorando fra l'altro sui processi di Norimberga e studiando le opere storiche allora già uscite, in particolare la ricerca di Gerald Reitlinger,

Conflitti ambientali, arriva l'eco-diplomatico ( da "Repubblica, La" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele. Sono i rifiuti dell'Europa visti da Napoli. La prima parte dell'appuntamento ("Il valore dei rifiuti", dalle 9.30 alle 13), sarà dedicata alle esperienze di quelle regioni europee che mantengono alti standard di qualità della vita nel governo dei rifiuti, rispettando le direttive Ue e producendo risorse con una raccolta differenziata legata a processi industriali per il

IL MONITO DI OBAMA ( da "Corriere della Sera" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: quando ribadisce che Israele dev'essere distrutto e chiudere gli occhi di fronte all'espansionismo del-l'Iran in Medio Oriente e al suo programma nucleare. Non sappiamo se il "predicatore " diventerà presidente e se, diventandolo, darà vita a una politica estera mediocre e oscillante (come quella di Jimmy Carter) oppure di grande profilo come quella di altri presidenti democratici.

Mosca, Budapest, Suez: la triplice svolta del 1956 ( da "Corriere della Sera" del 08-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La conseguenza immediata fu lo sbarco in Egitto di truppe anglofrancesi e l'attacco lanciato da Israele nel Sinai. La conseguenza a lungo termine fu il rapido declino del colonialismo europeo. E l'inizio di una nuova fase nei rapporti internazionali. Dino Messina.

"petrolio, il mondo a un passo dal crac" - maurizio ricci ( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: era stata soprattutto la dichiarazione di un ministro israeliano che etichettava come "inevitabile" un bombardamento dell'Iran, aprendo la possibilità di un nuovo conflitto, a mille incognite, nel Medio Oriente. Questa molla è stata, in qualche misura, disinnescata a Gerusalemme, nel corso del weekend.

Un israeliano il "colpevole" del venerdì nero - alberto stabile ( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: greggio Un israeliano il "colpevole" del venerdì nero ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente GERUSALEMME - Un incauto, un fanfarone, un cinico opportunista. A leggere i giornali della domenica e le dichiarazioni dei portavoce, il ministro dei Trasporti, Shaul Mofaz, con le sue minacce di attaccare l'Iran, ha superato il segno e non sembra esserci nessuno oggi fra i potenti d'

Le soluzioni di altri paesi alla crisi ( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Napoli Il convegno Le soluzioni di altri Paesi alla crisi Germania e Israele al fianco della Campania per affrontare la drammatica emergenza dei rifiuti e offrire "ricette" capaci di dare risposte al disastro ambientale. Non più termovalorizzatori e nemmeno raccolta differenziata ma un processo basato sul trattamento a freddo meccanico-biologico.

Circoncisione: <Non è il rimedio a tutti i mali> ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: per la verità piuttosto datata, secondo la quale in Israele, dove la circoncisione è applicata per motivi religiosi su larga scala, i tumori all'utero sono meno diffusi che nel resto del mondo occidentale. "Può essere una buona proposta dal punto di vista igienico - commenta Mauro Buscaglia, primario al San Carlo -.

L'incontro del 4 giugno ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria: BREVI L'incontro del 4 giugno Il premier israeliano Ehud Olmert con il presidente americano George W. Bush, lo scorso 4 giugno nello Studio Ovale della Casa Bianca.

<Preparano la guerra> ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: L'Iran deve capire che, senza una soluzione diplomatica (al programma nucleare ndr) nei prossimi mesi, è assai probabile che scoppierà un pericoloso conflitto militare... e accettare le offerte dell'Onu". Per Fischer, Bush sta pianificando un attacco con Israele. Joschka Fischer.

<L'Iraq non farà da base per un attacco all'Iran> ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Iraq non farà da base per un attacco all'Iran" Il premier Maliki rassicura Ahmadinejad In Israele divampa la polemica per le dichiarazioni bellicose del vicepremier Mofaz, smentite dalla Difesa WASHINGTON - Per ora sono solo indizi. Segnali raccolti da diplomatici e analisti dell'intelligence chiamati a rispondere a un quesito: l'attacco all'Iran è vicino?

<B> come Bondi e Bottai ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Giorgio Israel che ricorda l'applicazione delle leggi razziali fatta da Bottai e poi gli addebita tutti i mali d'Italia, soprattutto il trasformismo culturale nato con il fascismo di sinistra. Fra i meriti di Bondi citati da Di Michele, oltre alle poesie (una anche per Anna Finocchiaro), c'è l'apprezzamento dei cantautori di sinistra Jovanotti,

Scuola, 600.000 euro di tagli ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele: "Roma ha detto il sindaco - sta nel Mediterraneo come nel Mediterraneo si trova Gerusalemme. Non ci sono al mondo altre città che hanno un carico di storia e di valori altrettanto profondo. Queste due città devono lavorare insieme per costruire un Mediterraneo di pace e sconfiggere i violenti e gli aggressori ".

EBREI DOPO IL RISORGIMENTO TANTE FIGURE ILLUSTRI ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israelita. Dopo il 1920 fra i politici che tentarono di creare una repubblica democratica a Weimar non mancava qualche nome ebreo. Solo la follia di Hitler poté pensare di annullare una presenza molto importante fra il popolo tedesco. Sarebbe interessante sapere se dopo l'emancipazione degli ebrei italiani nel 1848 gli stessi ebbero altrettanta importanza nello sviluppo dello Stato

Notizie in 2 minuti ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Shalev e i 60 anni di Israele Incontro con lo scrittore israeliano Meir Shalev, di cui esce in Italia "Il ragazzo e la colomba". Sessant'anni dopo la sua fondazione "lo Stato ebraico - sostiene - dev'essere pragmatico ". Spettacoli Dante all'opera Debutta ad Amsterdam l'opera che il compositore olandese Louis Andriessen ha dedicato a Dante,

Non è Abramo che fissa i confini ( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Come Israele Non è Abramo che fissa i confini Meir Shalev: lo Stato ebraico deve essere pragmatico, basta messianesimo dal nostro inviato DAVIDE FRATTINI ALONEI ABBA - La doccia in giardino è stata costruita finito il libro. Lava via il desiderio di bagnarsi al tramonto e innaffia i fiori selvatici, che crescono liberi e accuditi.

RADIO &TV ( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Nato nel 1928 in Palestina dove il padre lavorava per conto del governo inglese, aveva poi studiato in un prestigioso college, da cui fu espulso per aver scritto sulla cappela "Vote Routh, Communist". Dopo un passaggio per Cambridge, nel 1960 creò "Candid Camera" e continuò a produrre ed interpretare la versione inglese fino al 1967.

Sarkozy fa politica in Libano ( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: incondizionato alla politica di Israele, senza tenere in gran conto la complessità del quadro regionale e dei diritti negati da decenni. "Crediamo nel futuro del Libano e abbiamo deciso di aiutarlo politicamente e finanziariamente", ha dichiarato Sarkozy: "Voglio sottolineare l'impegno assunto dal presidente (mio predecessore) Jacques Chirac nel mostrare che la Francia è amica del Libano.

La mappatura dei corpi in salsa "gaga" ( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: DANZA ISRAELE La mappatura dei corpi in salsa "gaga" FESTIVAL: BATSHEVA DANCE COMPANY DI OHAD NAHARIN Francesca Pedroni Reggio Emilia Ohad Naharin è stato il protagonista principale dell'edizione 2008 del RED di Reggio Emilia intitolata "Israele danza".

Così l'immondizia diventa ricchezza - angelo carotenuto ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Treatment Plants di Israele. "Il segreto è guardare i rifiuti come se fossero dei bachi. Nel senso che già sai che dovranno diventare delle farfalle", è la metafora dell'ingegnere Emil Cohen, direttore tecnico della Ecoprox, la società di Tel Aviv venuta a Napoli per mostrare al convegno organizzato dalla Fondazione Willy Brandt le evoluzioni dei sistemi di trattamento meccanico-

Il caporale shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo GERUSALEMME - La famiglia del caporale israeliano Gilad Shalit, catturato a giugno del 2006 al confine con la Striscia da Gaza, ha ricevuto una lettera scritta a mano dal figlio. Ne hanno dato notizia i media israeliani. Era stato l'ex presidente Jimmy Carter ha chiedere a Hamas di dare una prova che Shalit fosse ancora vivo.

Dal cha-cha-cha al bridge la strana gara degli esclusi - alessandra retico ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele al Sud Africa. è nato nel 2005 dopo Atene, adesso in America lo guardano 30 milioni di telespettatori. In Cina nel primo fine settimana in cui è stato trasmesso ha incollato allo schermo 40 di milioni di persone. Non malaccio, il tiro alla fune che reclama anche lui la ribalta olimpica, soffre sorti peggiori: fuori dalle competizioni dal 1920 dopo essere stato nei programmi

Stranieri a noi stessi e incapaci di ascolto - enzo bianchi ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: identità del popolo di Israele "forestiero nel paese d'Egitto" Come ripensare le categorie della cittadinanza STRANIERI A NOI STESSI E INCAPACI DI ASCOLTO ENZO BIANCHI "Stranieri e pellegrini", così l'autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell'Asia minore nel primo secolo dell'era cristiana.

<Non è solo questione di soldi> ( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Blatt, israeliano, la nazionale di basket. Cercano di imparare restando nello stesso tempo radicati alla loro tradizione". Cosa ha fatto per farsi accettare? "Ho cercato di imparare qualche parola di russo. Non è facile, ma vedevo quanta soddisfazione dava loro.

Corriere della Sera - MILANO - sezione: Lombardia - data: 2008-06-10 num: - pag: 10 La lettera/3 Ter... ( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Però in confronto a tanti non mi lamento (…) Anche qua in Palestina ora comincia a far frescolino, in questi giorni però ci vestono in panno come i soldati Inglesi (…). Borsani Enrico di San Vittore Olona (Milano) prigioniero in Egitto, rientrato in Italia nel '47.

Lettera alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa ( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Esteri - data: 2008-06-10 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Israele Lettera alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa TEL AVIV - La famiglia di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da militanti palestinesi due anni fa, ha ricevuto una lettera manoscritta del figlio. Lo riferisce la tv israeliana Channel 10.

Unione europea e Stati uniti pronti a nuove sanzioni ( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: aveva dichiarato qualche giorno fa il segretario di stato Usa Rice all'Aipac, la lobby statunitense pro-Israele, il cui governo sta schiacciando sull'acceleratore dello scontro. Nell'aprile scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato il terzo round di sanzioni contro Tehran. Misure che però, finora, Bruxelles non ha ancora applicato del tutto.

Una catastrofe da 4 $ al gallone ( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Questa volta è il ministro dei trasporti israeliano, Shaul Mofaz che ha dichiarato "inevitabile" l'attacco se Tehran dovesse continuare con il programma nucleare. E qui bisogna notare che quando è l'iraniano che minaccia, fa salire i corsi del suo petrolio e guadagnare il suo paese.

POSTA Prioritaria ( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli: "Volevano bloccare De Magistris"

Giovedì e venerdì alla Sapienza per Daniel Amit ( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Daniel Amit era nato in Polonia nel 1938, immigrato in Palestina nel 1940, professore di Fisica prima a Gerusalemme e poi a Roma dal 1991. Dal 1999 era cittadino italiano. Scienziato di grandissimo valore, Daniel Amit è stato uno dei fondatori della moderna teoria delle reti neurali e uno dei leader indiscussi di questo campo.

Lettere@ilmanifesto.it ( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli: "Volevano bloccare De Magistris"

Afghanistan, dall'italia un regalo per bush - mario calabresi ( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Se viveste in Israele, sareste un po' nervosi se un leader di un paese vicino annunciasse che vi vuole distruggere, adesso è il momento giusto per intervenire e impedire all'Iran di acquisire armi nucleari prima che diventi troppo tardi". E l'Iran è stato il piatto forte della cena di ieri sera con la cancelliera Angela Merkel,

Muri e barriere contro pace e dialogo negli spazi sotterranei del momas ( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che vive e lavora a Milano e che ha fotografato il muro di divisione tra Cisgiordania da Israele. E di muri con la stessa incisività parla la pittura della napoletana Kirka de Jorio, più nota in Germania che da noi. Frammenti di Muro del Pianto si materializzano nelle sale a volta della galleria sotterranea che confina con la Cappella Sansevero, dipinti su tele montate su tavola.

Una strana coppia da giò marconi - barbara casavecchia ( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Pagina XXV - Milano L'espressionismo dell'israeliano Tal R e il minimalismo dell'emergente italiano Luca Trevisani Una strana coppia da Giò Marconi BARBARA CASAVECCHIA Per tutta l'estate, da Giò Marconi si confrontano ? con esiti di segno opposto ? due artisti ossessionati dalle metamorfosi dei materiali.

Liz Cheney, un falco più falco del papà vicepresidente ( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano - Liz si è tolta i guanti per criticare le recenti mosse diplomatiche. Un attacco alle scelte di Condoleezza Rice - peraltro mai nominata - e alle iniziative del suo ex ufficio. Per la Cheney il summit di Annapolis è stato gestito male e l'appoggio alle elezioni a Gaza, vinte da Hamas, ha rappresentato "un errore fondamentale"

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13 categoria: ALTRI... ( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: E a chi gli chiede delle voci su un possibile attacco israeliano contro le installazioni nucleari di Teheran, Bush risponde: "Se uno vivesse in Israele, sarebbe preoccupato di sapere che il leader di uno stato vicino dice che vuole distruggervi. Costruire un'arma atomica è uno dei modi per farlo.

INVETTIVE DI AHMADINEJAD LE POSSIBILI INTERPRETAZIONI ( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: sue solite accuse a Israele, minacciandolo prima direttamente e poi in modo più velato ("Israele scomparirà, indipendentemente dalla volontà dell'Iran"). Tuttavia, penso che Ahmadinejad non sia uno stupido, e che sicuramente la sua dura presa di posizione in un palcoscenico di tale livello risponda a una ben precisa logica politica che va ben oltre la semplice propaganda volta all'

Stanchi ma orgogliosi, Gaza non s'arrende ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: soprattutto la benzina, a causa di Israele". Wassim riflette l'opinione di tanti abitanti di Gaza. Afferma di non essere "invidioso" della vita in Cisgiordania, sotto il controllo del governo "d'emergenza" di Salam Fayyad. "Lì ci sono soldi, c'è più lavoro ma qui siamo più uniti, la disgrazia ci ha reso più forti.

Sognando i boschi di Nottingham, prigioniero della sabbia della Striscia ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: 5 milioni di palestinesi prigionieri a Gaza dell'embargo imposto da Israele da quando Hamas è al potere. "La verità è che per loro (gli israeliani, ndr) siamo tutti uguali, armati e non armati, sostenitori di Hamas, di Fatah o semplici cittadini, tutti colpevoli e senza diritti", aggiunge Wissam diventando improvvisamente serio.

Il governo valuta una mega offensiva ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ISRAELE Il governo valuta una mega offensiva Proseguono le consultazioni del governo israeliano per decidere se accettare una tacita tregua con Hamas a Gaza, come consiglia l'Egitto, oppure avviare un'operazione militare di vasta portata che avrebbe conseguenze devastanti per i civili palestinesi.

Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Oggi Gaza soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma. Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge.

<Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut> ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Oggi Gaza soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma. Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge.

<Bush azzoppato prepara l'attacco> ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Se Israele bombarderà l'Iran, avrà l'appoggio degli Stati Uniti, repubblicani e democratici assieme. Insomma il presidente che prenderà il potere il 20 gennaio prossimo potrà trovarsi di fronte a una situazione terribile con una guerra che si espande.

"manderemo i tornado a kabul" l'offerta di frattini e la russa - vincenzo nigro ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: riavvicinamento a Israele, raffreddamento con l'Iran di Ahmadinejad, mini-apertura sull'Iraq e invece apertura più grossa sulla missione della Nato in Afghanistan. Gettoni che sono già stati spesi quasi tutti. Il problema è che nel conto dell"avere" Berlusconi e Frattini vorrebbero qualcosa che Bush non è in grado di consegnare all'Italia,

Pacifico e blindato, sfila il mini-corteo - massimo lugli ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: o le bandiere di Israele bruciate ma restiamo una componente del movimento pacifista e antimperialista". Tra la folla, alcuni volti noti della politica anche se molti ormai sfrattati dal parlamento o dal senato: Francesco Caruso e Giovanni Russo Spena (Rifondazione), Nando Simeone (Sinistra Critica), Nunzio D'Erme (Action),

Quei boss tra donne e champagne - marino bisso ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Era arrivato in Italia con un passaporto israeliano e russo e viaggiava tra Roma e Venezia per investire i capitali provenienti da attività illecite... ". La presenza della criminalità russa si manifesta prevalentemente in forme non violente. "In questo modo non suscitano particolari reazioni da parte delle forze dell'ordine.

Eliahu inbal al manzoni dirige le opere di verdi della maturità - festa a pagina xiv ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Pagina I - Bologna Il maestro israeliano sul podio con il Te Deum e lo Stabat Mater Eliahu Inbal al Manzoni dirige le opere di Verdi della maturità FESTA A PAGINA XIV SEGUE A PAGINA XIV.

Il maestro e il verdi della maturità - fabrizio festa ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Bologna Il maestro e il Verdi della maturità La stagione sinfonica L'artista israeliano dopo Sansone e Dalila è di scena al Manzoni con il Te Deum e lo Stabat Mater FABRIZIO FESTA Elihau Inbal, forte del successo ottenuto con il Sansone e Dalila di Saint-Saens, torna questa sera al Teatro Manzoni sul podio dell'Orchestra del Teatro Comunale.

L' addio dei no war a Bush il guerrafondaio ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che chiede la liberazione dei 5 agenti cubani detenuti nelle celle statunitensi) e Forum Palestina. A chiudere i Carc, il Partito comunista dei lavoratori (di Marco Ferrando) e Alternativa Comunista. Tutti armati di bandiere. Tanti anche i singoli: Silvia Baraldini, Francesco Caruso, Giorgio Cremaschi, Lucio Manisco. E alcuni dirigenti dell'ex-Arcobaleno.

Raid possibile , Non ci fermate America e Iran duellano a distanza ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi.

Un fratello che ci ha delusi, ma resta una speranza ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: gli ebrei e Israele, i palestinesi e il mondo arabo. Il colonnello Gheddafi ha colto l'occasione dell'anniversario n. 38 della cacciata, l'11 giugno 1970, degli americani dalla base di Wheelus Bay, alle porte di Tripoli, per parlare ai libici, che affollavano la base, ma soprattutto al mondo esterno dei temi caldi del momento.

IN BREVE ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: ISRAELE OLMERT: SÌ ALLE PRIMARIE PER LA SUCCESSIONE Ieri per Ehud Olmert doveva essere la giornata delle decisioni "improrogabili" su Gaza e invece è stata quella in cui il premier israeliano, di fatto, ha accettato la conclusione della sua carriera politica.

Apartheid in spiaggia, checkpoint tiene lontani i palestinesi ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: palestinesi nei lidi aperti negli ultimi anni dai coloni ebrei sulle rive settentrionali del Mar Morto scoraggia il flusso turistico israeliano e limita gli incassi del weekend. L'esercito perciò offre la sua collaborazione ad imprese, illegalmente aperte dai coloni israeliani nei Territori occupati, tenendo indietro i palestinesi in nome del profitto e dell'economia di occupazione.

QUI Lettere ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele, omettendo la storia degli altri, delle vittime, degli sconfitti: dei palestinesi costretti a lasciare lo proprie case per non farvi più ritorno. Un viaggio, quello della delegazione italiana - formata da associazioni, partiti e singoli storie di impegno civile - che è stato il naturale sviluppo dell'esperienza che da quasi dieci anni ci porta in Libano nel mese di settembre

Iraq, George W. è pentito <Usai toni troppo duri> Ma insiste contro Teheran ( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: che negli ultimi giorni è stata oggetto di intensa discussione, soprattutto in Israele. Ma in attesa che Javier Solana, l'inviato europeo di politica estera, porti a Teheran la nuova determinazione degli alleati occidentali, l'atteggiamento dell'Iran, o almeno quello dell'ala più dura del regime, non sembra subire modifiche.

Olmert isolato verso l'addio: presto le primarie nel suo partito ( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: REDAZIONALE Il premier israeliano nella bufera Olmert isolato verso l'addio: presto le primarie nel suo partito GERUSALEMME - Ehud Olmert (foto) è pronto a fare un passo indietro. Sotto pressione per lo scandalo Talansky, che lo vede sospettato di corruzione, il premier israeliano ieri ha autorizzato il suo partito, Kadima,

A Mantova Turow, Safran Foer e i maestri del giallo nordico ( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: editrice Yael Lerer che pubblica testi arabi in Israele). Un happening con Sami Tchak e Abdourahman Waberi sarà poi dedicato all'Africa. Un atlante della letteratura contemporanea animerà la città dove si potranno incontrare anche nomi molto noti: dagli italiani Alberto Arbasino e Piergiorgio Odifreddi a Hans Magnus Enzensberger, Daniel Pennac e Serge Latouche.

<Raid possibile>, <Non ci fermate> America e Iran duellano a distanza ( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi.

I giovani ebrei al sindaco "una via per ricordare la rivolta anti-ayatollah" - laura mari ( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele"), ha rivolto un appello al sindaco Gianni Alemanno affinché "il nome della strada che ospita la sede dell'ambasciata iraniana in Italia sia modificato in via 9 luglio 1999". Una data che ricorda il giorno in cui migliaia di studenti iraniani scesero in piazza dopo che i fondamentalisti islamici fecero irruzione nei dormitori dell'

In turandot spunta totò e la principessa salta in aria - cristina zagaria ( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliano Pinchas Steinberg - Sono soddisfatto del perfetto accordo che hanno stabilito con la mia direzione". La prima di Turandot sarà venerdì 20 giugno. Ma lunedì (alle 17) nel foyer del San Carlo ci sarà un incontro tra gli artisti, il direttore e il regista, gli studenti di Lettere e Filosofia della Federico II (con Marina Mayrhofer)

Francesco manca, dal dash all'onu - raffaele niri ( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: a cercare di mettere una pezza tra Israele, Libano, Siria, Egitto e la Giordania. Ma guardi che mica sono Billy Bis". Ecco, con la battuta su Billy Bis - l'affascinante agente segreto delle Nazioni Unite che, nei fumetti dell'Intrepido circolava su un'Isotta Fraschini, subiva il fascino delle belle avventuriere e risolveva disinvoltamente ogni intrigo internazionale -

Gheddafi: tifo Obama e Isratina ( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: LIBIA Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" "È nero e africano ma sbaglia a difendere Israele che deve convivere con i palestinesi in uno stato binazionale", dice il leader libico nell'anniversario della cacciata degli Usa dalla base di Wheelus | PAGINA 9.

In breve ( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: In un primo tempo Hamas aveva accusato Israele di aver colpito l'abitazione - dallo Stato ebraico hanno negato ogni coinvolgimento - ma la successiva decisione di avviare una indagine conferma indirettamente la versione secondo la quale Hamouda sarebbe morto maneggiando dell'esplosivo.

Obama SECONDO GHEDDAFI ( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: La visione di risolvere pacificamente la soluzione dell'irresolubile conflitto fra la Palestina e Israele e fra Israele e il mondo arabo. Non, come ripete a ogni occasione nelle sue esiziali esternazioni l'iraniano Ahmadinejad, con la "cancellazione" di Israele, ma con un'altra proposta apparentemente irrealizzabile, almeno di questi tempi.

<Roma sbaglia su Teheran: non è una gara per il prestigio> ( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Vedo segni che mi fanno pensare come sempre più probabile un'azione militare contro i luoghi dove viene sviluppato il progetto nucleare in Iran". Quali segni? "In Israele e negli Stati Uniti un numero sempre maggiore di persone in posizione di influenzare le decisioni si sta interrogando sulle conseguenze di un fallimento dei negoziati con Tehe.

Gheddafi: <Barack ha paura di essere ucciso dal Mossad> ( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Barack Obama ha espresso il suo sostegno a Israele per timore che il Mossad lo uccida come fece con JFK. Così il leader libico Gheddafi (foto), davanti a migliaia di fan, durante la cerimonia per il 38esimo anniversario del ritiro delle truppe Usa dalla Libia. "Per questo Obama ha promesso 300 miliardi di dollari di aiuti a Israele".

INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI ( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Israele avrebbe diritto a tenersi i territori sottratti ai palestinesi: giusto per "usucapione". Giovanni Frigerio gioveva@alice.it Caro Frigerio, P rima di rispondere alla sua domanda debbo fare qualche precisazione. Mi capita spesso di essere considerato favorevole o contrario a questa o a quella prospettiva politica semplicemente perché cerco di descrivere i fatti senza indignarmi,

Strappati - edward w. said ( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: Il suo corpo venne rimpatriato per essere sepolto a Musmus, il piccolo paese d'Israele dove ancora risiedeva la sua famiglia. Queste e molte altre storie di poeti e di scrittori in esilio conferiscono particolare dignità a una condizione istituita precisamente per negare ogni dignità - e cioè per negare ogni tipo di identità a un popolo.

La denuncia del prefetto di ferrara ( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)
Argomenti: Israele/Palestina

Abstract: israeliti anche da diversi ariani loro conoscenti". Il riferimento, evidente a livello locale, è al campo di gioco situato nel giardino dei Magrini. "Poiché il detto campo di tennis ? prosegue la lettera ? diviene un luogo di convegno, ove gli ebrei possono impunemente riunirsi e poiché il fatto ha anche richiamato l'attenzione della Federazione Fascista che ha inflitto un provvedimento


Articoli

Fao, il papa non vedrà ahmadinejad - orazio la rocca vincenzo nigro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Fao, il Papa non vedrà Ahmadinejad Per evitare l'incontro imbarazzante, nessun leader da Ratzinger Per Berlusconi bilaterali con Zapatero, Mubarak, Sarkozy. Lula è già a Roma ORAZIO LA ROCCA VINCENZO NIGRO ROMA - Una rinuncia assai dolorosa per il Vaticano, ma anche una porta chiusa in faccia al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Ieri mattina, quasi in contemporanea, il Vaticano e l'Iran hanno fatto due annunci: la Santa Sede ha fatto sapere che durante il vertice della Fao di Roma "il Santo Padre non riceverà nessun capo di Stato straniero". Il governo di Teheran fa dire invece a un portavoce che il presidente Ahmadinejad "non ha chiesto incontri né con le autorità di governo italiane né con il Papa: prenderà solo parte al vertice". E' durata meno di sei giorni la fibrillazione delle diplomazie di mezzo mondo per l'arrivo a Roma di Ahmadinejad: il presidente iraniano aveva fatto chiedere al governo italiano e al Vaticano - come normale - di poter approfittare della visita a Roma per incontrare Berlusconi e il Papa. Per l'Italia era stato abbastanza facile evitare l'ostacolo: la linea del ministro degli Esteri i Frattini era stata quella di chiedere un prezzo per possibili incontri di Ahmadinejad a Roma. Per trovare spazio nell'agenda di Berlusconi, Ahmadinejad avrebbe dovuto dare segnali politici di pacificazione, segnali anche assai forti. Nei suoi tre anni da capo del governo (in Iran questo è il ruolo del presidente) Ahmadinejad ha ripetuto di continuo gli attacchi ad Israele e i discorsi in cui ha sollevato dubbi sulla Shoah, discorsi fatti anche per rafforzarsi politicamente all'interno del suo paese e in tutto il mondo islamico. Ma l'Italia di Berlusconi si è appena avvicinata agli Usa - proprio con Frattini - contro i programmi nucleari iraniani: un incontro tra i due leader sarebbe stato possibile solo se Ahmadinejad avesse dato la certezza di una svolta. Non ci saranno né l'una né l'altro. Per il Vaticano invece tutto era più complicato: il Papa non rifiuta udienze a un capo di Stato che gli chiede di essere ricevuto. Il Vaticano riconosce un'importanza strategica al dialogo con l'Islam, e l'Iran è il rappresentante statuale dell'Islam sciita. Ma la negazione della Shoah, i discorsi sulla necessità di spazzar via dal Medio Oriente l'"entità sionista", la rabbiosità del suo nazionalismo atomico rendono Ahmadinejad un ospite davvero imbarazzante. Il Vaticano aveva allora iniziato a pensare a qualche escamotage; l'idea di un incontro con il segretario di Stato Bertone, oppure un'udienza collettiva con i capi di governo. Ha però prevalso la scelta politica: una scelta dolorosa ma forse inevitabile, cancellare tutti gli incontri per non ricevere Ahmadinejad. Un Papa tedesco difficilmente avrebbe potuto accogliere un leader che teorizza la necessità di "estirpare il cancro" di Israele. A fronte di questo, Teheran ha fatto buon viso a cattivo gioco, sostenendo che "un incontro non è mai stato chiesto". Fonti del Vaticano hanno però confermato che "le richieste sono state ripetute e insistenti". A Roma Ahmadinejad arriverà assieme a una quindicina di capi di Stato e di governo. Ieri il primo ad atterrare è stato il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, uno dei veri protagonisti del vertice: il tema del summit infatti è "Sicurezza alimentare: le sfide del cambiamento climatico e della bioenergia", e il Brasile è in prima linea nella produzione di bioenergie. Con Lula ci saranno l'egiziano Mubarak e il presidente francese Nicolas Sarkozy: entrambi avranno incontri bilaterali con Silvio Berlusconi. Un bilaterale è previsto anche con lo spagnolo Josè Luis Zapatero, un vertice che servirà a raffreddare le polemiche delle scorse settimane.

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L' amaca (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti L' Amaca La famosa "banalità del male" trova un fertile campo d'azione nella banalità del mercato, la cui morale rudimentale (è buono ciò che mi fa guadagnare, cattivo ciò che mi fa perdere) è in sé stessa il trionfo della banalità. Splendido esempio, la messa al bando delle schifose bombe a grappolo, votata da tutti i Paesi della Terra tranne Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan. E perché mai questi sei Paesi non vogliono fare a meno di ordigni che dilaniano i civili, bambini soprattutto, anche molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare. Né questioni di tecnica militare, né riflessioni etiche, né i differenti regimi in vigore, né altri pensieri o retropensieri di qualsivoglia natura sono in grado di interferire con la banalità del mercato. Ovunque gli interessi nazionali coincidono con gli interessi economici, ne sono giustapposti fino a combaciare perfettamente. Tempo qualche mese, è prevedibile che anche i primitivi amazzonici, e nel caso volessero riemergere dagli abissi pure gli abitanti di Atlantide, faranno sapere di essere contro tutto ciò che non li scomoda, e a favore di ciò che riempie le loro pance: e pazienza se sventra quelle altrui.

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La nuova politica estera italiana - renzo guolo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti LA NUOVA POLITICA ESTERA ITALIANA RENZO GUOLO Si delinea rapidamente il volto della politica estera italiana nei confronti di quello che, in riva al Potomac, chiamano il "Grande Medioriente". Le prime mosse di Berlusconi e Frattini fanno capire che vi sarà discontinuità con gli indirizzi del governo Prodi e, in particolare, con l'azione di D'Alema. Non solo relativamente alla discussa "equivicinanza" sulla questione israelo-palestinese ma anche nei confronti di Afghanistan, Iraq, Iran e Libano. Nel caso dell'Afghanistan il presidente del Consiglio parla esplicitamente di revisione, entro giugno, delle modalità operative d'impiego dei nostri militari di stanza ai piedi dell'Hindu Kush. Si tratta di rivedere i caveat, i limiti che ciascun governo ha imposto all'azione dei propri contingenti nel "Paese dei Monti". Sino a oggi i caveat hanno impedito la dislocazione delle nostre truppe fuori zona, ovvero a fianco dei contingenti britannico, canadese, olandese, impegnati sul lato caldo del fronte. Insieme alla Spagna, l'Italia ha preferito rimanere fuori dalla zona più direttamente investita dalla guerra. Lo esigevano gli equilibri della passata maggioranza, ma non solo. Anche se negli ultimi mesi l'impiego dei nostri soldati è già divenuto "più flessibile". La pressione Isaf ha spinto nelle province occidentali i taleban. Herat e la confinante Farah, sotto controllo italiano, sono divenute teatro di scontri e, sia pure non ufficialmente, le nostre truppe sono già state coinvolte in combattimento per intercettare i flussi di taleban in movimento. Si trattava però di situazioni in cui gli italiani agivano a sostegno degli alleati, prevalentemente attraverso la forza rapida di intervento. La revisione dei caveat significa invece che i nostri militari dovrebbero affiancare i contingenti impegnati direttamente in combattimento. La proposta di ridurre da 6 a 72 ore, il limite entro cui il governo italiano deve rispondere alla richiesta di intervento fuori zona, rende assai difficile un passaggio alle Camere. In questo caso la solidarietà politica e militare immediata con gli alleati fa premio su qualsiasi funzione di controllo parlamentare su una decisione che modifica la natura della nostra missione. Un approccio che se, da un lato, mette fine all'ambiguità della "missione di pace" in teatro di guerra e sancisce il passaggio della missione italiana da peace-keeping a peace-enforcing, dall'altro apre altri problemi. Andare a sud, mentre il governo Prodi aveva già deciso che il ridislocamento sarebbe avvenuto, lasciando anche Kabul, per concentrarsi a ovest, significherebbe mettersi agli ordini di altri comandi. E operare in una situazione ambientale già ipotecata, politicamente e militarmente, anche nei difficili rapporti con la popolazione civile, da quanti ci hanno preceduto nell'area. La stessa filosofia operativa della missione rischierebbe di venire meno. Rendendo assai difficile continuare a usare la cooperazione civile-militare come fattore di creazione del consenso a una politica anti-taleban. Il tutto senza poter sciogliere il nodo dell'evidente divaricazione tra le due missioni in corso in Afghanistan: quella americana di Enduring Freedom, che conduce la "guerra al terrore" senza preoccuparsi troppo degli "effetti secondari" sulla popolazione locale. E quella Isaf, imperniata sulle truppe Nato che cerca di non fare prevalere nettamente la dimensione militare su quella civile. Lo spostamento italiano su posizioni più vicine a quelle dell'amministrazione Bush, investe anche la delicata questione iraniana. Frattini chiede che l'Italia entri nel gruppo "5+1", formato dai paesi membri del Consiglio di sicurezza più la Germania, che tratta con l'Iran sul nucleare. Un ruolo cui l'Italia rinunciò volontariamente durante il precedente governo Berlusconi, deciso allora a non entrare in rotta di collisione con Washington sulla vicenda iraniana. Non sorprende, dunque, che Frattini ipotizzi di inviare nuovi istruttori militari nella Nato Missione Training in Iraq, riaprendo, sia pure sotto diverse forme, un capitolo che il precedente governo aveva chiuso. La scelta appare funzionale allo scambio politico sull'ingresso nel "5+1". L'auspicabile esito non dovrebbe, però, avere come obiettivo quello di dare mera continuità all'asse Bush-Berlusconi; quanto di far pesare nella complessa trattativa anche i rilevanti interessi nazionali in gioco nella partita con Teheran, dall'export agli idrocarburi. Oltre che ribadire il ruolo dell'Italia quale paese capace di parlare all'Iran, coltivato con abilità diplomatica in questi anni. Schiacciarsi sulle posizioni dell'amministrazione Bush sarebbe un errore. Non solo perché tra pochi mesi alla Casa Bianca potrebbe esserci un inquilino dagli orientamenti diversi e, nel caso a entrare nella Sala Ovale fosse il democratico Obama, propenso a un negoziato diretto con Teheran, l'Italia rischia di dover rapidamente inseguire; ma anche perché, come ci raccontano questi otto anni, il "Grande Medioriente" non è facilmente riducibile alla visione dell'amministrazione Bush. Si guardi al Libano. è noto che il nuovo governo italiano non ama troppo la missione Unifil nel "Paese dei Cedri", che si regge in larga parte sul peso, oltre che sul comando, delle nostre forze armate. Tanto che Frattini ha fatto balenare l'ipotesi che le regole d'ingaggio del nostro contingente potessero cambiare: lasciando intuire un atteggiamento più deciso nei confronti di Hezbollah. Nel frattempo a Beirut, il "Partito di Dio" avviava una prova di forza che costringeva il premier Siniora, mal consigliato da Washington e da altre capitali vicine e lontane nell'aprire una sfida che non poteva vincere, alla capitolazione. Tanto che la crisi si è conclusa con l'ingresso al governo di Hezbollah, che ora dispone non solo di un terzo dei ministri, ma soprattutto del diritto di veto. E che, soprattutto, ha visto riconosciuto, dal nuovo capo dello Stato libanese Suleiman, il diritto a mantenere le armi in funzione della "resistenza". Termine che, nell'iconografia del "Partito di Dio", indica l'opposizione armata a Israele. Un, provvisorio, ma amaro finale di partita per le forze filoccidentali locali e i paesi che le appoggiano; che ha mostrato come Hezbollah non sia facilmente emarginabile in Libano. Tanto più ora che è parte del governo. Una realtà con cui anche Roma dovrà fare i conti. Un esito che conferma come la politica in quella parte del mondo sia assai complessa e che essere più realisti del re non risolve la complessità dei problemi da affrontare.

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Vertice Fao, il Papa non vedrà Ahmadinejad (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-01 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Imbarazzo La notizia è stata data da Teheran, che ha smentito di aver mai chiesto incontri alla Santa Sede e al governo italiano Vertice Fao, il Papa non vedrà Ahmadinejad "Soluzione diplomatica" del Vaticano: il Pontefice non riceverà alcun capo di Stato Il segretario di Stato Tarcisio Bertone parteciperà comunque al summit portando un messaggio di Ratzinger ROMA - Dopo giorni di segnali ufficiosi, ipotesi di incontri collettivi, voci e smentite, si viene a sapere che Benedetto XVI non incontrerà il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in Italia dal 3 al 5 giugno per il vertice della Fao. In realtà la notizia arriva da Teheran, dove il portavoce Gholam- Hossein Elham ha smentito che il suo governo abbia mai chiesto incontri, "né alle autorità italiane, né al Pontefice". Ma il fatto che la Santa Sede abbia preferito il silenzio di fronte a quella dichiarazione è una conferma autorevole a questa soluzione "diplomatica". Che alla fine non accontenta i molti presidenti già in lista d'attesa per essere ricevuti in Vaticano, ma che in fin dei conti non scontenta nessuno. Si era parlato nei giorni scorsi di una richiesta dell'ambasciata iraniana presso la Santa Sede per un faccia a faccia con il Papa. Ma la stessa domanda era stata avanzata anche da altri presidenti come l'argentina Cristina Fernandez de Kirchner, il boliviano Evo Morales e il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, oltre ad alcuni Capi di Stato africani. In tutto 7-8, tanto che era stata fatta anche l'ipotesi di un'udienza collettiva, che avrebbe avuto oltretutto il vantaggio di non dare all'incontro con Ahmadinejad un eccessivo rilievo. Data soprattutto la crisi internazionale in cui è coinvolto l'Iran per il nucleare e i rapporti con Israele. Il Vaticano non avrebbe scartato l'idea, ma sembra che siano sorti subito dopo innumerevoli problemi logistici per le diverse richieste avanzate dai presidenti. Prima di tutto perché non sono presenti tutti negli stessi giorni a Roma e perché alcuni di loro non avrebbero gradito un evento collettivo avendo richiesto da tempo un colloquio personale. Il tutto poi si sarebbe dovuto armonizzare con la già nutrita agenda di Benedetto XVI. Di fronte al rischio concreto di privilegiare per forza di cose qualcuno, a quel punto la diplomazia di Oltretevere avrebbe tagliato corto: meglio non ricevere nessuno. Al vertice Fao parteciperà comunque il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, portando un messaggio del Papa. Ahmadinejad, che due anni fa inviò a Ratzinger una lettera sulla spiritualità nel mondo e il dialogo tra le religioni, avrebbe potuto presentargli le sue proposte per risolvere diversi problemi a livello mondiale e promuovere la pace. Vale a dire il documento, che parla anche di democrazia e sicurezza, già inviato qualche giorno fa al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Nessun colloquio anche con Silvio Berlusconi, mentre invece viene confermato, per il momento, l'incontro di Ahmadinejad con alcuni imprenditori italiani. Perché c'è da ricordare che il nostro Paese è il principale partner commerciale europeo dell'Iran. Roberto Zuccolini Divisi Nessun incontro tra il controverso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (a sin.) e papa Benedetto XVI (sopra).

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<Una decisione giusta: all'Iran solo porte chiuse> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-01 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Antonio Polito "Una decisione giusta: all'Iran solo porte chiuse" ROMA - è soddisfatto, Antonio Polito? "Senza dubbio. La tempestività del giornale che dirigo, Il Riformista, ha senza dubbio contribuito a creare una sorta di isolamento di Ahmadinejad. Cosa che ora si rafforza con la decisione vaticana di non incontrarlo". Farete ugualmente il 3 sera la manifestazione in Campidoglio? "Certo, saremo tutti lì. Lo scopo della nostra iniziativa era spingere Roma ad accogliere nel peggior modo possibile il presidente iraniano. E ci stiamo riuscendo". Ma un incontro con il Papa non poteva favorire, nonostante tutto, una distensione del clima internazionale? "L'unico modo che abbiamo per far sentire la nostra voce all'Iran è trattarli male. Se ne sono già accorti a Teheran, dove non pochi giornali hanno notato la differenza con la quale fu accolto invece a Roma l'ex presidente Khatami. Con la nostra scelta favoriamo in quel Paese la componente riformatrice. E poi, c'è di più". Cosa? "Un problema di coscienza: come si fa a stringere la mano ad uno che si augura la distruzione di Israele e mette a morte gli omosessuali?". Però gli imprenditori lo incontreranno. "Purtroppo. Ritengo grave questa scelta. Pubblicheremo i loro nomi sul nostro quotidiano". R. Zuc. A. Polito.

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Abbas junior: basta politica, è l'ora del <made in Palestina> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-01 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Nuove generazioni Il figlio di Abu Mazen, pubblicitario: "Non farei mai affari con un israeliano e non voterei mai Hamas" Abbas junior: basta politica, è l'ora del "made in Palestina" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tra i ricordi di bambino, Yasser Arafat che lo prende per il collo e lo fa sedere vicino a sé ("con la forza, non troppo divertente "). Tra i sogni di adulto, portare Sting in concerto a Ramallah ("non sono sicuro che ci siano abbastanza ammiratori in grado di apprezzare la sua musica"). Tariq Abbas porta un cognome di peso che gli pesa. Per tutti è il figlio del presidente palestinese, lui sostiene di voler essere considerato solo il direttore generale di Sky, la più grande agenzia pubblicitaria e di pubbliche relazioni nei territori. Una settimana fa ha curato una conferenza economica a Betlemme, dove ha riunito un migliaio di investitori arabi. Il più giovane di tre fratelli, 41 anni, non ama la parola "erede". "Sto cercando di cambiare questa tendenza mediorientale - racconta al quotidiano israeliano Haaretz -: i parenti dei politici devono entrare in politica. Ne abbiamo già abbastanza, chiunque qui è un politico". Il suo contributo alla lotta - dice - è sostenere i prodotti palestinesi: "Una volta la gente conosceva solo quelli israeliani, adesso grazie a noi sta scoprendo che esistono altre possibilità". Non farebbe mai affari con una società israeliana ("non importa quanti soldi mi offrano ") e non lavorerebbe mai per un candidato di Hamas in campagna elettorale. Ha commesso un piccolo tradimento politico, quando ha seguito il partito fondato da Salam Fayyad, che ha corso come indipendente e ha conquistato solo due seggi. "Non ho votato per lui e in ogni caso il suo programma è vicino a quello del Fatah, la fazione mia e di mio padre". Papà Mahmoud, nome di battaglia Abu Mazen, ha poi scelto Fayyad per guidare il governo di emergenza, dopo il colpo militare di Hamas a Gaza. La vita di Tariq a Ramallah è dolce, confrontata con quella della maggioranza dei palestinesi. "E' una piccola città. Mi piace andare al cinema, in certi caffé. Vivo qui, la adoro, ma ogni tanto sento la mancanza di qualche buon ristorante". Gaza è lontana. "Non posso essere felice per il fatto che là non ci sia elettricità, ma non spengo le luci in casa mia per sentire l'effetto che fa. Il mio lavoro è migliorare le condizioni di vita dove posso ". La pubblicità diventa un antidoto. "Se un prodotto fa sentire meglio, aiuta a sopportare l'occupazione". Nel 2002 i soldati israeliani hanno preso possesso dei suoi uffici per 23 giorni. "Li hanno trasformati in un accampamento. Nella mia stanza hanno distrutto il soffitto, hanno portato via gli hard disk dei computer". I gusti musicali sono quelli di chi è cresciuto negli anni Ottanta (Duran Duran, gli Scorpions), le preferenze cinematografiche quelle di chi è vissuto in mezzo alle operazioni militari: "Con quello che succede ogni giorno, diventi drogato di azione". Davide Frattini Figlio Tariq Abbas, 41 anni Padre Mahmoud Abbas, 73 anni.

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Grande fratello a Manhattan La pubblicità spia chi la guarda (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-01 num: - pag: 20 autore: di ALDO GRASSO categoria: REDAZIONALE Strategie Telecamere dietro i cartelloni per studiare le caratteristiche di chi mostra interesse per i prodotti Grande fratello a Manhattan La pubblicità spia chi la guarda Passanti ritratti e classificati. Registrati anche il tempo della sosta davanti al cartellone e l'espressione WASHINGTON - Attenti a quel cartellone pubblicitario elettronico, è una spia. Questo il messaggio trasmesso ieri dal New York Times ai suoi lettori a proposito delle nuove reclame stradali di Manhattan. I nuovi cartelloni elettronici, ammonisce il giornale, vi fotografano. Peggio, vi analizzano per determinare la vostra età, il vostro sesso, il vostro vestito e, possibilmente, il vostro portafoglio, oltre che i vostri gusti. E mandano il tutto a una banca dati che dal vostro aspetto e atteggiamento deduce se la reclame sia efficace o no. "La banca dati giura che non tiene le vostre foto né vi scheda, ma c'è da fidarsi?", si chiede il New York Times. A trasformare il tradizionale, innocuo cartellone pubblicitario in un Grande fratello è una macchina fotografica con computer nascosta al suo interno. Chi si ferma a guardare la reclame viene ritratto e classificato: un'agiata signora di mezza età, un anziano pensionato, una ragazzina dispettosa e così via. La macchina registra anche altri dati: quanto tempo uno sosta davanti al cartellone, che espressione ha. In genere, i nuovi cartelloni elettronici attirano i passanti perché trasmettono brevi video, come la tv e Internet. Un'invenzione della "Quividi", dal latino Qui vedo, di base a Parigi. Uno dei fondatori, Paolo Prandoni, scienziato italiano con tre lauree (la prima all'università di Padova), spiega che hanno un unico obbiettivo: consentire alle aziende che li usano di trovare la clientela più adatta. "Con Internet e con la tv - sottolinea - è molto facile fare della reclame mirata perché si sa quali siti vengono visitati di più, o quale audience esista per ciascuna categoria di consumatori. La reclame stradale invece è stata sempre fatta alla cieca. Adesso non lo sarà più". E ora si scopre che i cartelloni della Quividi, prima di sbarcare a Manhattan, sono stati adottati altrove: per una squadra di calcio di Filadelfia, in alcuni negozi Ikea in Europa, nei McDonald di Singapore. E un'altra ditta, la Trumedia tecnologies, ne ha appena installati una trentina in vari Paesi in via sperimentale. Lo slogan della Trumedia, che con le sue telecamere intelligenti svolge opera di sorveglianza in Israele, è "ogni faccia conta". Come Prandoni, il suo direttore, George Murphy, sostiene che si tratta soltanto di "ammodernare un veicolo pubblicitario antiquato". Ma le associazioni delle libertà civili non sono d'accordo. Lee Tien, il legale della Fondazione frontiere elettroniche, protesta che è una violazione del diritto dei cittadini alla riservatezza. "Queste macchine fotografiche sono praticamente invisibili. Il pubblico può accettare che le banche impieghino le telecamere per prevenire il crimine, ma non che si spii su di loro quando camminano per istrada". Il New York Times ricorda che in Inghilterra sono state installate 4 milioni 200 mila telecamere, una ogni 14 persone. E pone il quesito se sia lecito aggiungere all'intrusione dello Stato anche quella delle aziende private. Ennio Caretto La telecamera Nella foto del "New York Times" l'uomo in divisa mostra la piccola telecamera collocata su un cartellone pubblicitario. Scopo: analizzare chi guarda la pubblicità.

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Niente accordi senza diritti umani (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-01 num: - pag: 24 autore: di MAGDI CRISTIANO ALLAM categoria: BREVI Niente accordi senza diritti umani AHMADINEJAD IN ITALIA C' era una sola via d'usci -ta onesta e onorevole al profondo imbarazzo dell'Italia e del Vaticano alle richieste d'incontro avanzate dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che arriverà a Roma su invito della Fao per la Conferenza internazionale sulla sicurezza alimentare che si terrà dal 3 al 5 giugno: non incontrarlo, coerentemente con quei valori assoluti, universali e trascendenti che sostanziano l'essenza della nostra umanità e che sono il fondamento della civiltà occidentale, nonché a salvaguardia di legittimi interessi nazionali e internazionali nel lungo termine. Bene hanno dunque fatto il Papa Benedetto XVI e il premier Berlusconi. è necessario guardare in faccia alla realtà di Ahmadinejad, che non è affatto un corpo estraneo o una scheggia impazzita del regime teocratico sciita, bensì parte integrante ed espressione autentica e legittimata dal voto popolare di una dittatura in cui la "Guida spirituale", l'ayatollah Ali Khamenei, incarna i massimi poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Così come bisogna prendere atto che si tratta di una pia illusione, o meglio di una sfacciata ipocrisia, immaginare che si possa mantenere le distanze dalla persona di Ahmadinejad e contemporaneamente intensificare i rapporti economici e commerciali con l'Iran, considerando questo comportamento come dignitoso sul piano etico e pragmatico sul piano dell'interesse nazionale. Ebbene non è affatto così. Un simile atteggiamento è, da un lato, lesivo dei diritti fondamentali della persona e dei valori non negoziabili e, dall'altro, realizza tutt'al più l'interesse di breve termine di singole aziende, mentre complessivamente si traduce in un sostegno fattuale al regime che oggi rappresenta la principale minaccia alla sicurezza e alla stabilità internazionale. Ecco perché noi abbiamo il diritto e il dovere di esigere da Ahmadinejad, quale condizione preliminare per stringergli la mano, che assuma formalmente una posizione congrua con i diritti inalienabili e i valori inviolabili, rassicurando il mondo intero che non intende essere un pericolo per l'insieme dell'umanità, cominciando ad ottemperare alle risoluzioni dell' Onu che ingiungono all'Iran di sospendere l'attività di arricchimento dell'uranio nella consapevolezza che sta perseguendo la costruzione della bomba atomica; dichiarando pubblicamente il rispetto della sacralità della vita, a cominciare dal riconoscimento del diritto di Israele all' esistenza e dalla condanna del terrorismo suicida ed omicida di Hamas, della Jihad Islamica, dell'Hezbollah e di Moqtada Al Sadr sostenuti e finanziati dall'Iran stesso; rispettando la libertà religiosa degli iraniani cessando la persecuzione dei cristiani e dei bahai e la condanna a morte dei musulmani che si convertono ad un'altra fede; rispettando la dignità della persona ponendo fine agli arresti, all'impiccagione e alla lapidazione degli omosessuali. Immagino che molti di voi sorrideranno perché è del tutto evidente che Ahmadinejad non riconoscerà mai il diritto alla vita di Israele, non rinnegherà mai il terrorismo islamico, non rispetterà mai la libertà di fede e i diritti individuali degli omosessuali. Ma c'è poco da sorridere quando, dalla constatazione tragica dell' irremovibilità di Ahmadinejad su questioni cruciali che mettono a repentaglio la sorte del mondo intero, non pochi in Occidente e altrove s'illudono che scendere a patti con un regime che rappresenta il nuovo nazismo islamico, corrisponda a una scelta di realismo per mantenere, costi quel che costi, il filo del dialogo nella speranza che dopo Ahmadinejad qualcun altro possa apportare un cambiamento di fondo. Si evoca con nostalgia l'ex presidente Khatami, dimenticando che lui stesso, dopo due mandati con un amplissimo sostegno popolare, ammise il totale fallimento del tentativo di riformare dall'interno la teocrazia. Proprio l'esperienza di Khatami, che è un religioso, conferma che il regime degli ayatollah non è riformabile pena la sua dissoluzione. Si evoca con speranza il neo-presidente del Majlis, il parlamento iraniano, Ali Larijani, rimuovendo fin troppo rapidamente il fatto che anch'egli ha fallito quale negoziatore sulla crisi del nucleare perché le sue posizioni, al di là dei toni più pacati, sono simili a quelle di Ahmadinejad. Ebbene nell'attesa che un qualche evento imprevedibile possa portare ad un autentico cambiamento interno iraniano, ciò che dobbiamo fare per prevenire che i nuovi nazisti islamici minaccino il mondo intero è mostrare fermezza nella difesa dei nostri valori e dei nostri interessi.

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TAVOLE IMBANDITE IN MOSTRA A BIBBIENA (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Oltretutto TAVOLE IMBANDITE IN MOSTRA A BIBBIENA Il quotidiano incontro con il cibo è un rapporto sempre evocato ma mai approfonditamente analizzato. Che cosa voglia dire mangiare, quali siano i nostri rapporti con gli alimenti, come si situi nel nostro disordinato presente il tempo dedicato al nutrimento: sono questi i nuclei intorno a cui si articola la mostra "Immagini del gusto - Percorsi contemporanei sul cibo", in programma al Centro della fotografia d'autore di Bibbiena da oggi al 7 settembre, che presenta un migliaio di immagini dedicate alla attuale cultura gastronomica italiana. Al progetto (www.immaginidelgusto. org), promosso nel 2006 dalla Federazione Italiana associazioni fotografiche (Fiaf) e coordinato dal Centro Italiano della fotografia d'autore (Cifa), hanno aderito fotoamatori di tutta Italia, inviando per la selezione nazionale oltre diciassettemila fotografie. ZADIE SMITH A GAVOI Fra i molti festival disseminati ovunque, quello di Gavoi, la cui quinta edizione si terrà nel piccolo centro della Barbagia dal 4 al 6 luglio, merita di essere seguito con attenzione: perché non è nato solo dalle decisioni di benintenzionati amministratori pubblici, ma più ancora dall'entusiasmo di un gruppo di scrittori e di librai, isolani per nascita o adozione, che hanno saputo creare un'atmosfera particolare, dove lettura e calore vanno di pari passo, conquistando negli anni un pubblico sempre più ampio. L'edizione 2008, presentata in questi giorni, potrà contare fra l'altro su due ospiti internazionali molto noti, l'anglo- giamaicana Zadie Smith (il cui romanzo di esordio, "Denti bianchi", le conquistò nel 2000 un nutrito seguito di lettori) e l'israeliano Uri Orlev, autore di numerosi libri per l'infanzia. Sul sito del festival, www.isoladellestorie.it, il programma completo.

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Kufiyeh in tv, i neocon fanno ritirare lo spot (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il caso Kufiyeh in tv, i neocon fanno ritirare lo spot Michele Giorgio Pubblicitari di tutto il mondo: arrendetevi. Il neomaccartismo in chiave anti-islamica e antiaraba dilagante negli Stati uniti (e non solo) ha fatto una nuova vittima: la kufiyeh palestinese. Da simbolo della lotta per la libertà, portato al collo dai giovani di mezzo mondo, il tradizionale copricapo palestinese pare ora diventato sinonimo di "terrorismo" e del jihad, la "guerra santa". L'influente blogger neocon Michelle Malkin ha definito "hate-couture" (moda dell'odio) una pubblicità della "Dunkin' Donuts", che vende caffè e ciambelle in tutto il mondo, in cui si vede una famosa star della tv con al collo una kufiyeh. Apriti cielo! Aizzati dalla Malkin, neocon noti e meno noti e persone comuni, hanno identificato in quella kufiyeh a scacchi bianchi e neri portata con tanta disinvoltura una pericolosa rappresentazione dell'Intifada, della lotta palestinese contro Israele e del jihad. "Si fa pubblicità al terrorismo", hanno protestato in massa i neocon fino a costringere la "Dunkin' Donuts" a fare mea culpa, a ritirare da internet lo spot e ad ammettere che quella pubblicità "poteva generare equivoci". L'accaduto è paradossale ma non sorprende più di tanto visto il clima di caccia alla streghe che si vive in buona parte del mondo occidentale. Protagonista dello spot è Rachel Ray, l'Antonella Clerici di oltreoceano che, dopo l'enorme clamore suscitato dalla vicenda, ha chiarito di non aver voluto manifestare alcuna posizione politica ma di aver soltanto preso parte ad un video pubblicitario. Parole che non l'hanno salvata dal linciaggio mediatico messo in moto dalla Malkin. "Non sono ammesse ignoranze tanto gravi" hanno commentato gli scatenati neocon. Inevitabili le reazioni della comunità arabo-islamica negli States. "L'atteggiamento della Dunkin' Donuts è inconcepibile, vedremo come andranno i suoi affari nel mondo arabo", ha commentato Ahmed Rehab, portavoce del "Council on American-Islamic Relations" che però non ha apertamente chiesto il boicottaggio della multinazionale della ciambella.

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TEL AVIV, GODARD NON VA AL FESTIVAL (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Calibro 9 TEL AVIV, GODARD NON VA AL FESTIVAL Jean Luc Godard non sarà come previsto ospite dell'annuale festival di cinema studentesco a Tel Aviv, per motivi "non dipendenti dalla sua volontà". Ad annunciarlo gli stessi organizzatori che in una nota sottolineano di essere: "Molto delusi perché sembra che abbia ceduto alle pressioni di gruppi pro-palestinesi che fanno campagna per il boicottaggio di Israele". LOGO HARD PER STARBUCKS Polemiche su un nuovo simbolo della catena Starbucks. Un gruppo cristiano con sede a San Diego, dall'ambiguo nome "Resistenze", ha detto che la compagnia potrebbe farsi chiamare "Slutbucks", giocando sull'assonanza tra Star e Slut (sgualdrina). Il logo infatti rappresenta in un disegno stilizzato una donna nuda con le gambe aperte. L'ispirazione del disegno viene da un disegno norvegese del XVI° secolo che rappresenta una sirena con due code. L'immagine è parte di una campagna promozionale che durerà solamente alcune settimane. È MORTO LORENZO ODONE È morto a trent'anni negli Stati uniti Lorenzo Odone, affetto da una rarissima malattia neurologica, per tentare di salvarlo dalla quale i genitori crearono una formula passata alle cronache come "Olio di Lorenzo", divenuto anche il titolo di un film con Susan Sarandon e Nick Nolte. I medici predissero che sarebbe vissuto pochi anni, ma i genitori riuscirono a trovare un rimedio che gli ha permesso di rallentare il corso della malattia e vivere ancora vent'anni. Un effetto provato anche da studi pubblicati nel 2005. MOSTRA SU SID VICIOUS Inaugura il 4 giugno a Londra una mostra su Sid Vicious. Quasi tutta fotografica, propone molti scatti inediti, è opera di Eileen Polk che si trovava in compagnia del bassista dei Sex Pistols la notte in cui morì. Si intitola "Sid Vicious: no one is innocent" e rimarrà aperta fino all'11 agosto alla Proud Gallery di Camden. STEROIDI AMERICANI Negli Usa è uscito un nuovo documentario sull'abuso di steroidi. Si intitola "Bigger, Stronger, Faster" e raccoglie interviste con amanti delle palestre e atleti come Carl Lewis e Ben Johnson e il ciclista Floyd Landis. La tesi del film è che esiste una tendenza nella società americana a voler fare di certi personaggi dei capri espiatori, mentre gli steroidi sono stati ampiamente utilizzati da tutte le celebrate squadre olimpiche statunitensi negli anni '50 e '60.

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Spia di hezbollah in cambio di salme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Libano-Israele Spia di Hezbollah in cambio di salme NAQURA - I resti di alcuni soldati israeliani morti in Libano due anni fa in cambio della liberazione di un uomo accusato di essere una spia di Hezbollah e incarcerato dal 2002 in Israele: lo scambio è avvenuto ieri con la mediazione della Croce rossa internazionale. Nessim Nisr è stato liberato a Naqura, varco di frontiera fra i due paesi vigilato dall'Unifil: ad accoglierlo i militanti di Hezbollah guidati da Nabil Qawq, responsabile del Sud per il partito di Dio.

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"così l'agente tzipi uccideva i nemici" e israele già sogna la nuova golda meir - alberto stabile (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il Sunday Times svela il passato della ministra che punta a sostituire Olmert sfidando il machismo dei suoi colleghi "Così l'agente Tzipi uccideva i nemici" e Israele già sogna la nuova Golda Meir Dopo lo scandalo delle tangenti la sua poltrona è sempre più traballante Una grande donna consegnata alla Storia, la prima e l'unica a guidare lo Stato ebraico ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente gerusalemme - "Morto il re, viva il re", recita il vecchio adagio. Qui, in Israele, davanti a quello che molti già considerano l'ineluttabile fine politica del monarca di turno, Ehud Olmert, le folle dovranno presto acconciarsi a gridare "Viva la Regina". Perché ad ogni ulteriore smottamento della popolarità del premier verso i gradini più bassi del gradimento generale sembra corrispondere una spinta verso l'alto a favore di Tzipi Livni i cui successi nella difficile scena israeliana hanno fatto evocare il nome di una grande donna consegnata alla storia, quello di Golda Meir. Non a caso, all'immagine di efficienza, serietà, dedizione, affidabilità, attaccamento alla tradizione, vale a dire all'ideale nazionalista della Terra d'Israele di cui è stata nutrita da genitori militanti, ma sapendo tuttavia rinunciare a ciò che dell'ideale non è più realizzabile, non a caso a questo ritratto consueto della Livni, il Sunday Times ieri ha voluto aggiungere un tocco che per molti israeliani non è senza importanza. Il settimanale londinese ha accostato il servizio prestato da Tzipi Livni nelle file del Mossad, stazione di Parigi, servizio di cui già si sapeva ma di cui è sempre rimasta segreta la natura, alla caccia che in quei primi anni '80 gli apparati di sicurezza israeliani davano alle cellule terroristiche sparse per l'Europa. "Tzipi - scrive il giornale, citando altri agent - non era una ragazza da ufficio, ma girava per le capitali europee, lavorava con agenti maschi, molti dei quali ex unità di commando, per sbarazzarsi di terroristi arabi". Una rivelazione, quella del settimanale britannico, destinata a tacitare quanti, in questa iniziale e convulsa rincorsa alle posizioni più vantaggiose in vista di un'eventuale campagna elettorale anticipata, rimproverano alla regina dei sondaggi una carenza di esperienza nel campo della sicurezza, vero banco di prova di ogni leader israeliano. Anche se può sembrare prematuro dare per scontata la caduta di Olmert l'"indistruttibile", come ebbe a definirsi, oggi travolto dallo scandalo delle tangenti, sicuramente la scena politica israeliana ha subito negli ultimi giorni una forte accelerazione. Che l'equilibrio su cui si regge il premier, e di conseguenza l'attuale governo, sia diventato sempre più precario lo ha fatto capire apertamente il vice premier Aim Ramon, quando ha parlato di possibili elezioni anticipate a novembre. Anche la posizione di Olmert all'interno del partito non è più così solida se lo stesso premier ha ceduto alla richiesta che vengano convocate quanto prima le elezioni primarie per scegliere un nuovo leader. Anche se Olmert s'è ben guardato dall'escludere una sua ricandidatura, convinto com'è di poter dimostrare la sua innocenza. E chi spinge per una nuova guida del partito, attraverso le primarie, se non Tzipi Livni? Non è la prima volta che la signora della diplomazia israeliana incrocia i ferri con l'attuale premier. Si può anzi dire che questo è il secondo round del duello cominciato all'indomani della seconda guerra del Libano, quando, davanti alle conclusioni della commissione Vinograd, che accusò Olmert d'incompetenza, di superficialità e di precipitazione nella gestione del conflitto, la Livni chiese al premier di farsi da parte. Cosa che Olmert si rifiutò di fare. Adesso sembra arrivare per Tzipi Livni la grande occasione di dimostrare quelle capacità di leadership, di direzione che finora non ha potuto esprimere se non alla guida del ministero degli Esteri. E questo, proprio come successe a Golda Meir agli esordi, rischia di mettere la Livni in rotta di collisione con un ambiente dominato da forti personalità maschili (e maschiliste) che hanno ricavato i titoli della loro partecipazione alla vita pubblica dall'esperienza trascorsa sotto le armi. Non a caso, nell'eventualità che all'interno di Kadima s'arrivi allo scontro per la poltrona di Olmert sarà l'ex capo di Stato Maggiore ed ex ministro della Difesa, Shaul Mofaz l'antagonista di Tzipi Livni. Allora, lei, sarà costretta a correre da sola. Non basterà l'eredità ricevuta da due genitori considerati eroi dell'Irgun, l'organizzazione clandestina che fece capo a Menachem Begin che combattè una guerra senza quartiere, usando anche il terrorismo, contro le truppe britanniche e i palestinesi. Né basteranno gli stretti legami stabiliti con Condoleezza Rice, o il rispetto acquisito presso gli scomodi interlocutori europei. E non ci sarà neanche Ariel Sharon, che per primo la mise alla prova e se ne sentì ripagato in una difficile mediazione coi coloni, in occasione del ritiro da Gaza. L'unico, forse, che per difenderla da chi le farebbe pesare di essere una donna avrebbe potuto ispirarsi al vecchio Ben Gurion quando disse di Golda Meir che era "l'unico ministro con le palle" del suo governo.

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Perché ci conviene discutere con l'iran - lucio caracciolo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Le idee Perché ci conviene discutere con l'Iran LUCIO CARACCIOLO Si può parlare col Diavolo? La tradizione diplomatica occidentale risponde di sì. Si può. Anzi si deve, quando in gioco sono valori e interessi vitali. E la forza non serve o non basta a proteggerli. Prassi seguita non solo dai cinici statisti europei, ma financo dai più idealisti leader americani. Per Roosevelt, Kennedy o Reagan, il dialogo e talvolta la cooperazione con gli "imperatori del Male", da Stalin (alias "zio Giuseppe") al semiconvertito Gorbaciov, erano la norma. Alla prova dei fatti, questo stile diplomatico, aperto ma non corrivo, guadagnò agli Stati Uniti la solidarietà degli alleati atlantici e la vittoria nella guerra fredda. Con Bush figlio la musica è cambiata. Dopo l'11 settembre, l'America in guerra ha proclamato di non voler trattare con i terroristi e i loro sponsor ? categoria cangiante nel tempo e nello spazio. A forza di accumular rovesci, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha però versato molta acqua nel suo vino. E ha intavolato proficui negoziati con una delle più criminali dittature del mondo (la Corea del Nord), oltre che con un ampio bouquet di insorti iracheni, con i taliban "buoni" e con gli stessi iraniani (su Iraq e dintorni). Domani il Diavolo viene in Italia. Se non Belzebù in persona, Mahmud Ahmadinejad incarna in Occidente qualcosa di molto vicino al Male assoluto. Quantomeno, un diavoletto subdolo e odioso. Il presidente della Repubblica Islamica d'Iran, in arrivo a Roma per il vertice mondiale della Fao, proclama di voler cancellare Israele dalla carta geografica. Il suo antisionismo slitta spesso nell'antisemitismo. Quest'uomo e il regime militarclericale che rappresenta ? ma non comanda ? è sospettato, probabilmente a ragione, di voler elevare l'Iran al rango di potenza nucleare. SEGUE A PAGINA 25 NIGRO A PAGINA 15.

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Morto tommy lapid l'"anti-ortodossi" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Gerusalemme Morto Tommy Lapid l'"anti-ortodossi" GERUSALEMME - E' morto all'età di 77 anni Yosef Lapid, ex ministro della giustizia israeliano ed ex leader del Partito Shinui, per decenni uno dei personaggi più stimolanti e controversi del dibattito politico interno in Israele. Lapid era noto per il suo impegno contro quella che chiamava la "oppressione da parte dei rabbini ortodossi". Giornalista, per cinque anni a capo della Broadcasting authority israeliana, è morto a causa di un cancro in un ospedale di Tel Aviv, dove era stato ricoverato venerdì.

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Vertice fao, a roma anche mugabe - giampaolo cadalanu (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Ospiti ingombranti Vertice Fao, a Roma anche Mugabe Ahmadinejad scrive all'Italia: "Cooperiamo". Il ministro Mottaki: "Cancellare lo Stato ebraico" Il presidente dello Zimbabwe è considerato "persona non grata" dalla Ue GIAMPAOLO CADALANU ROMA - Prima Mahmoud Ahmadinejad, poi Robert Mugabe: il vertice della Fao a Roma è un'occasione pubblica imperdibile per i leader più discussi e sia il presidente iraniano che quello dello Zimbabwe hanno accettato l'invito. La conferma che anche l'"uomo forte" di Harare lascerà il suo paese per la prima volta dal voto di marzo per essere all'appuntamento nel palazzo dell'agenzia Onu è arrivata ieri dalla tv di Stato zimbabweana, anche se le voci circolavano da qualche giorno. Naturalmente il suo arrivo, come quello di Ahmadinejad, rinfocolerà le polemiche, visto che il presidente dello Zimbabwe è considerato "persona non grata" dall'Unione europea e come tale sottoposto a un regime internazionale particolare, quindi in teoria non dovrebbe essere accolto in un paese membro dell'Ue. In realtà, però, l'invito a Mugabe viene dalla Fao, un'agenzia delle Nazioni Unite, quindi si applicano le regole Onu e non quelle italiane. Anche l'annunciata visita del capo della Repubblica islamica sta dando da giorni fiato alle critiche. Alla Fao - pur senza prese di posizione ufficiali - rispondono alle polemiche con la considerazione che le Nazioni Unite sono "super partes" e che l'invito è dovuto per tutti i capi di Stato dei 191 paesi membri. Ovviamente non sono immaginabili distinzioni "politiche" dell'Onu o delle sue agenzie sulle persone che i diversi paesi delegano a rappresentarli. Tanto più che, sussurra qualche funzionario, questo genere di occasioni possono servire anche allo scopo di favorire nuovi contatti, stimolando il confronto e dunque un obiettivo generale di accordo fra le nazioni. Proprio in questo senso sembra essersi mosso il presidente iraniano, che prima ancora di partire per Roma ha scritto due messaggi di pace a Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi, esprimendo, fa sapere l'agenzia di stampa iraniana Irna, "la speranza che le relazioni tra Teheran e Roma ricevano ulteriore impulso sulla base delle posizioni storiche comuni tra le due capitali". è un richiamo alla tradizione di buone relazioni fra Italia e Iran, ripresa anche da Mohammad Ali Hosseini, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, il quale proprio ieri ha annunciato la disponibilità del suo presidente a incontri bilaterali, se le autorità di governo italiane dovessero chiederlo. Il problema è che mentre il presidente iraniano per una volta usa toni concilianti, a riprendere la retorica più infiammata stavolta è Manoucher Mottaki. Il capo della diplomazia di Teheran ricorda che "se ogni musulmano versasse un bicchiere d'acqua, Israele scomparirebbe annegato" e riprende la vecchia definizione di Khomeini, del "regime sionista nemico dell'Umanità". La sparata antiebraica di Mottaki sembra fatta apposta per mettere in difficoltà il suo stesso presidente, ma non facilita nemmeno il lavoro della diplomazia italiana. Se il ministro degli Esteri Franco Frattini non era disponibile a incontrare Ahmadinejad ma sembrava possibilista sull'idea di un colloquio con il collega iraniano, adesso la sua disponibilità dovrebbe essere molto più ridotta. Da escludere del tutto sembra invece un incontro di Silvio Berlusconi con il capo della repubblica islamica: a chi ipotizzava questa possibilità, il presidente del Consiglio si è limitato a commentare: "Serve ponderazione prima di rispondere".

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Perché ci conviene discutere con l'iran - (segue dalla prima pagina) (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Commenti PERCHé CI CONVIENE DISCUTERE CON L'IRAN (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Dominante nel Golfo Persico e in tutto il Medio Oriente. In grado di liquidare lo Stato ebraico e di ricattare l'Occidente. è possibile per noi italiani e per gli altri occidentali ? ma anche per i vicini arabi e sunniti, i russi e le altre potenze mondiali ? chiudere entrambi gli occhi e lasciare che una potenza così minacciosa detti la nostra agenda? Certamente no. è possibile impedirlo? Probabilmente sì. Per ottenere questo scopo bastano le armi della politica o serve la politica delle armi? Qui la questione si complica. E rimbalza alla cronaca. Stabilendo di non ricevere il presidente iraniano, il governo italiano sembra escludere l'utilità di negoziare col Diavolo. E siccome non predica l'attacco all'Iran, parrebbe negare entrambi i corni del dilemma: no alla guerra, no al dialogo. Una ben curiosa politica delle "mani nette". Se fatta propria dalle maggiori potenze, i leader iraniani potrebbero trarne la legittima conclusione che nessuno intende interferire con i loro progetti. Allo stesso tempo, prima Prodi (che incontrò Ahmadinejad nel settembre 2006) e poi più apertamente Berlusconi hanno approvato la politica delle sanzioni, nella speranza di convincere l'Iran a rinunciare alle sue ambizioni nucleari. Dopo che il precedente governo Berlusconi si autoescluse dal club europeo abilitato a trattare con il regime dei pasdaran (il terzetto franco-britannico-tedesco), stiamo cercando di entrare a tutti i costi nel gruppo dei 5+1, composto dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania. Anche perché l'Iran è un nostro storico partner commerciale, e alcune rilevanti imprese nazionali, dall'energia alla meccanica, vi coltivano cospicui interessi. Gli americani assicurano di appoggiare la nostra aspirazione, purché naturalmente una volta entrati nel club ci si comporti come loro suggeriscono. Ma se desideriamo accedere domani alla pattuglia degli interlocutori dell'Iran, perché oggi rifiutiamo di parlare con il suo presidente? Solo perché israeliani e americani ce l'hanno sconsigliato? Si potrebbe obiettare: parliamo con l'Iran, non con il suo presidente. Ora, ammesso che gli altri leader del regime abbiano idee molto diverse su Israele o sulla bomba atomica, dovremmo forse selezionare noi l'interlocutore iraniano che ci aggrada? Purtroppo in diplomazia i partner non si scelgono. Si accettano o si rifiutano. Oppure vogliamo offrire un contributo umoristico alla teoria negoziale, sostenendo che parliamo solo con chi è d'accordo con noi? E in tal caso, perché mai pochi giorni fa il ministro degli Esteri Frattini ha stretto la mano e scambiato qualche battuta con il suo omologo iraniano Mottaki, per il quale "se ogni musulmano gettasse un secchio d'acqua su Israele, Israele sarebbe cancellato"? Il punto è: ci serve oggi discutere con gli iraniani, e in particolare con il loro presidente? La risposta è sì. Con Teheran abbiamo molte questioni da dirimere. Non solo l'atomica. Oltre agli interessi economici, dobbiamo proteggere la sicurezza delle nostre truppe in Libano e in Afghanistan. Anche se preferiamo negarlo a noi stessi, in entrambi i teatri i nostri soldati sono ostaggi dell'Iran. In qualsiasi momento Teheran può dare ordine di colpirli: in Libano via Hezbollah, in Afghanistan tramite i "suoi" signori della guerra. Il nostro basso profilo su entrambi i fronti ? specie la nostra tolleranza verso le milizie del Partito di Dio libanese ? si spiega anche così. è insomma consigliabile non trasformare in questione di principio un problema di opportunità. Sia perché spesso chi martella sui princìpi maschera l'assenza di una politica (vedi Bush jr.). Sia soprattutto perché gli stessi partner che oggi amichevolmente ci invitano a non interloquire con il presidente iraniano potrebbero domani aprire un negoziato a 360 gradi con il regime persiano, nel caso l'opzione militare venisse definitivamente scartata (ancora non lo è). Con tanti saluti ai puristi del non possumus. Obama ha già annunciato di essere disposto a incontrare Ahmadinejad o altro leader iraniano senza precondizioni. Perché, ha spiegato, "la tesi per cui non parlare a un paese è una punizione nei suoi confronti ? il principio guida della diplomazia di questa amministrazione ? è ridicolo". McCain passa per falco, ma nello stesso establishment repubblicano si rafforzano i fautori del dialogo con Teheran. Così Henry Kissinger ? non proprio un pacifista insensibile alla sorte di Israele ? sostiene "un negoziato complessivo con l'Iran? Abbiamo bisogno di discutere apertamente tutte le differenze". Un faccia a faccia fra i leader dei due paesi dovrebbe produrre una conferenza internazionale in cui l'Iran scambi la rinuncia all'arsenale atomico con il riconoscimento del suo rango di grande potenza e la riammissione a pieno titolo nel circuito economico internazionale. Certo, conclude Kissinger, l'Iran "deve decidere se è una nazione o una causa". In parole povere, se intende comportarsi da Stato o da avanguardia della rivoluzione islamica mondiale. Nessuno può giurare sulle intenzioni dei capi iraniani, maestri di ambiguità e inganno. Ma finora, quando c'è stato da scegliere fra fedeltà alla rivoluzione e salvezza della nazione, fra "purezza" dottrinale e Persia, da Khomeini in avanti la risposta è stata una sola: Persia. La ragione di Stato prevale sulla religione di Stato. Forse potremmo contribuire anche noi a sollecitare questo sano patriottismo, trattando l'Iran da "nazione" e non da "causa". A difesa non solo dei nostri interessi immediati, ma anche della sicurezza di Israele in quanto Stato degli ebrei. Per noi un dovere, prima ancora che un interesse.

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LA <FIERA> VIRTUALE DELLA RICERCA (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - MILANO - sezione: PRIMA PAGINA - data: 2008-06-02 num: - pag: 1 autore: di SERGIO HARARI categoria: REDAZIONALE NUOVE FRONTIERE PER LA SANITà LA "FIERA" VIRTUALE DELLA RICERCA R icerca, formazione e innovazione: queste sono le parole che meglio descrivono il nuovo progetto di una rete di competenze di alto livello, promosso dalla Regione e dalle sei facoltà mediche locali. La novità del progetto è l'idea di realizzare una specie di "fiera campionaria" della ricerca medica consultabile da tutti sul web, con tanti padiglioni virtuali che costituiscono le 14 macroaree di ricerca (dalla endocrinologia alla genetica, all'infettivologia, all'oncologia ecc.), e 119 stand che rappresentano i capitoli delle macroaree, dove a breve si potranno trovare oltre 1.200 prodotti di ricerca, già selezionati e catalogati. Studenti, medici, scienziati di altre discipline, industrie e mondo farmaceutico potranno, attraverso i siti delle Facoltà coinvolte e della Regione, visitare gli stand della fiera, capire in che direzione si sta muovendo la ricerca, dove è più produttiva e, attraverso un "call center" appositamente predisposto, avere ulteriori informazioni sugli studi o entrare direttamente in contatto con i ricercatori. Sarà una rete virtuale attraverso la quale consultare facilmente i più importanti prodotti scientifici delle Facoltà mediche lombarde. Il modello, una volta rodato, dovrebbe aggregare e consorziare altre regioni italiane ed estere (sono già in via di definizione accordi con Spagna, Francia, Israele e Argentina oltre che con alcune regioni limitrofe). Ad oggi si sono già ottenuti risultati significativi: 1) oltre 160 professori delle diverse facoltà mediche, strutturati in appositi gruppi di lavoro, si sono confrontati tra loro, scambiati informazioni e hanno catalogato, valutato e certificato gli oltre 1200 prodotti scientifici già presenti negli stand; 2) si è reso visibile tutto quanto di sommerso e frammentario era stato sinora prodotto; 3) si è composta una chiara mappa della ricerca medica universitaria lombarda (Quality network). La nuova fiera virtuale della ricerca è un'idea innovativa, un buon esempio di collaborazione tra mondo scientifico e Istituzioni, un'opportunità in più per studenti, ricercatori e mondo industriale, che supera e svecchia le consuete modalità di comunicazione medica e che speriamo possa presto attrarre altri attori.

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La banda (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

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Corriere della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-06-02 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE YYYY COMMEDIA La banda La banda della polizia egiziana arriva per un concerto in Israele ma, disorganizzata, si trova a passare una notte casual, conoscendo persone e intuendo il bisogno di affetti, capendo quale e quanta urgenza di pace e comprensione ci sia, tra casi speciali e no, tra i due popoli. Grazie anche ad attori bravissimi, è come un piccolo gioiello di Rohmer, che esplora i silenzi e i doppi fondi dei sentimenti, ma baciato dalla voglia di essere utile. E lo è, con grazia, con poesia Arcobaleno.

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IL DILEMMA PIÙ SCOMODO (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-02 num: - pag: 1 autore: di FRANCO VENTURINI categoria: REDAZIONALE AHMADINEJAD OSPITE NON GRADITO IL DILEMMA PIù SCOMODO I l presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in arrivo stasera a Roma per partecipare alla conferenza della Fao sulla sicurezza alimentare, è un ospite inevitabile ma non gradito. Bene fanno le massime autorità italiane e il Papa - quali che siano le ragioni formali di quest'ultimo - a non volerlo incontrare. Perché Ahmadinejad non è un reprobo come tanti altri nella comunità internazionale: è invece l'unico capo di Stato al mondo che auspichi apertamente la distruzione fisica di un altro Stato, Israele. E se anche Israele non facesse scattare in noi memorie storiche pesanti come macigni, se anche non esistesse in Ahmadinejad quel fanatismo islamico che come tutti i fanatismi religiosi rende imperscrutabile il confine tra retorica e vera capacità di nuocere, l'Italia avrebbe il dovere di recapitargli un messaggio di forte contrarietà. La figura del presidente iraniano che nega la Shoah e vuole "cancellare " lo Stato ebraico, del resto, è legata a doppio filo con le inquietudini che i programmi nucleari di Teheran suscitano in gran parte del mondo. Se qualcuno dice continuamente di voler uccidere il vicino, il rischio che imbracci un fucile non può lasciare indifferenti. Men che meno se il vicino è Israele. E Ahmadinejad è pericoloso proprio perché mentre proclama di inseguire soltanto il nucleare civile non ha mai rinunciato alla minaccia, perché ha sempre preferito il favore dei nazionalismi interni a una condotta internazionale responsabile, perché domani un dito come il suo poggiato sul grilletto potrebbe decidere di premerlo. Nasce da questo scenario un dilemma assai scomodo: cosa è peggio, un Iran con la bomba o una guerra per impedirgli di averla? La domanda è sul tavolo, ma Ahmadinejad non pare curarsene. Il presidente che minaccia di eliminare Israele e di provocare una proliferazione atomica incontrollabile, che viola i diritti civili in casa propria, che alimenta i radicalismi medio-rientali, ha fatto i suoi calcoli. Un attacco farebbe schizzare ulteriormente verso l'alto il prezzo del petrolio, renderebbe pericolosa la navigazione nel Golfo Persico, scuoterebbe i regimi arabi filo-occidentali a cominciare dall'Arabia Saudita, si presterebbe alla vendetta iraniana in Iraq, in Libano e in Afghanistan. E oltretutto potrebbe soltanto allontanare nel tempo i piani nucleari di Teheran. Che fare, allora? Esiste una sola certezza: non quello che è stato fatto sin qui. L'invasione del-l'Iraq ha sì eliminato Saddam, ma ha aperto un'autostrada alle ambizioni iraniane. Hezbollah è vicino al controllo del Libano. Hamas ha vinto le elezioni prima di trincerarsi a Gaza. L'Afghanistan non è sotto controllo. Israele è di nuovo minacciato di accerchiamento. E, soprattutto, le sanzioni decise dall'Onu contro Teheran lavorano più lentamente delle centrifughe iraniane per l'arricchimento dell'uranio. CONTINUA A PAGINA 24.

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Quando l'<agente Livni> dava la caccia ai terroristi in Europa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-02 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE In corsa come premier Una fonte dei servizi: "Non stava dietro la scrivania. Nella sua squadra c'erano soprattutto ex soldati delle forze speciali" Quando l'"agente Livni" dava la caccia ai terroristi in Europa Nel passato del ministro degli Esteri israeliano quattro anni come "operativa" per il Mossad DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - Tzipi Livni studiava poco e stava molto al telefono. Quando il fratello va a trovarla a Parigi, crede di trovare una studentessa della Sorbona. Un'universitaria che si comporta in modo strano. "Riceveva chiamate ogni cinque minuti, si alzava e diceva: devo andare, devo andare. In due giorni, l'ho vista due ore", racconta Eli. La studentessa Tzipi Livni era un'agente del Mossad, il servizio segreto israeliano impegnato anche in una caccia oltreconfine ai fedelissimi di Yasser Arafat. Il 21 agosto del 1983, ad Atene, due uomini sparano da una moto all'auto di Mamoun Meraish, passaporto marocchino con falso nome, targa svizzera, una copertura da dirigente di una società marittima e una carriera tra i leader dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Il volto coperto dai caschi, il commando usa pistole con i silenziatori. "E' un'operazione degli israeliani", dicono subito i palestinesi. "Durante quella missione - svelano ex colleghi al Sunday Times - Livni era in servizio attivo". Sono i pochi dettagli che emergono dei quattro anni vissuti segretamente, tra il 1980 e il 1984, dal ministro degli Esteri israeliano. Un passato da "cacciatrice di terroristi" che i suoi consiglieri sperano di poter illuminare almeno con una lampadina da pochi watt, adesso che Livni è in corsa per la successione a Ehud Olmert e la poltrona di premier. Livni entra nel Mossad a 22 anni, poco dopo aver lasciato l'esercito con il grado di tenente. Ad aprirle le porte dell'"Istituto" sono l'amica di sempre Mirla Gal - si sono conosciute in prima elementare - e le credenziali patriottiche di una ragazza cresciuta in una delle famiglie più note della destra nazionalista. "Eccelleva in tutto - dice Gal - e ha lasciato il Mossad per sua scelta. Avrebbe potuto avere una lunga carriera. Intelligenza, intuizione, rapidità d'analisi: sono qualità premiate dall'organizzazione". Il ministro degli Esteri, 49 anni, non ha mai raccontato nulla del suo periodo da agente segreto. "No, no, no. Non mi ha influenzato", si è affrettata a dire a Roger Cohen del New York Times. Mirla Gal offre un'idea del tipo di missioni affrontate dalle due donne: "I rischi erano tangibili. Se avessimo commesso un errore, ci sarebbero stati degli arresti e implicazioni politiche catastrofiche per Israele". I rischi che anche la madre di Tzipi Livni, quarant'anni prima, aveva corso, quando militava nell'Irgun, le milizie ebraiche clandestine. Morta a novembre di cancro, al funerale i veterani hanno ricordato "di quando Sara venne arrestata dai britannici nel 1947 e per scappare si iniettò del latte che le fece venire la febbre. Prese parte in numerose azioni contro gli arabi e gli inglesi. Le ore prima della missione con lei passavano veloci, cantava per noi con la sua bella voce". I pochi dettagli sulle operazioni di Tzipi suonano meno poetici. "Una donna intelligente, con un quoziente di 150. Non era un'agente da scrivania - svela un'altra fonte -. Viaggiava in tutte le capitali europee, nella sua squadra c'erano soprattutto uomini, ex soldati delle forze speciali". Il padre Eitan guidava le operazioni e gli attentati organizzati dai gruppi irregolari. La durezza dimostrata da Livni durante il servizio militare è considerata dagli amici il risultato dell'ambiente in cui è cresciuta. "Nella nostra famiglia - dice il fratello Eli - i genitori non ti regalavano abbracci. Quello che ti davano era una buona e formale educazione". Amico di Menachem Begin, Eitan Livni è stato per lungo tempo ai margini della politica israeliana. Ai margini come la piccola Tzipi, tra i pochi bambini a partecipare ai campi scout del Betar e a imparare a memoria gli scritti di Zeev Jabotinsnky, l'ideologo del sionismo revisionista. La riservatezza, vitale per un agente segreto, è rimasta un tratto del ministro degli Esteri. "Ha stabilito una soglia molto alta, prima di concederti la fiducia - commenta Mirla Gal -. Una volta che raggiungi quel livello, sei a posto. La capisco perché io sono fatta allo stesso modo. Devi essere onesto e leale. E' cresciuta in una casa dove queste virtù erano fondamentali". Davide Frattini A sinistra, il ministro degli Esteri Tzipi Livni. Accanto, la Livni sul Golan. Nel tondo, i genitori, Eitan e Sarah: hanno militato nelle milizie ebraiche clandestine.

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Israele libera la spia di Hezbollah (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-02 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Diplomazia Continua la trattativa mediata da Berlino sui due militari rapiti nel luglio 2006 Israele libera la spia di Hezbollah E dal Libano tornano i resti di soldati ebrei. "Ma non è uno scambio" Il governo Olmert: "Nissim Nasser aveva scontato la pena di sei anni e sarebbe stato liberato in ogni caso" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME - La cassa di legno è lunga meno di un metro. Non si può chiamarla bara. Dentro, i resti di soldati israeliani, caduti nei 34 giorni di guerra con il Libano. è stata consegnata alla Croce Rossa Internazionale, mentre rientrava a casa Nissim Nasser, rilasciato poche ore prima dal carcere e accolto dai dirigenti di Hezbollah come un eroe. I miliziani sciiti hanno liberato colombe bianche nel cielo, la banda ha intonato marce militari e l'inno del movimento filo-iraniano, mentre Nasser sfilava su un tappeto rosso fino al palco allestito in un campo di calcio, a meno di due chilometri dal confine con Israele. Il governo di Ehud Olmert non parla di scambio e nega che ci sia stato un accordo. Nasser, condannato per spionaggio, aveva scontato la pena di sei anni e avrebbe dovuto essere liberato in ogni caso. I resti dei soldati sono stati restituiti da Hezbollah con una decisione unilaterale. "Il leader Hassan Nasrallah ha voluto creare una falsa impressione - scrive Yossi Melman, esperto di terrorismo e spionaggio, su Haaretz -. Una liberazione formale e dovuta è stata trasformata in un successo dell'organizzazione, che dimostra di preoccuparsi per i suoi agenti. Lo scambio viene presentato come il primo passo in un accordo più importante". L'accordo più importante riguarda le trattative, mediate dalla Germania, attorno ai due soldati rapiti nel luglio del 2006, il sequestro che ha provocato la reazione israeliana e l'inizio del conflitto. Nasrallah vuole riportare in Libano Samir Kuntar, condannato per aver ucciso quattro civili in un attacco nel 1979. Lo Stato ebraico ha sempre legato il destino di Kuntar a informazioni su Ron Arad, il pilota dell'aviazione catturato dai miliziani oltre 22 anni fa. Adesso sarebbe pronto ad accettare uno scambio per riavere Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, anche se fonti dell'esercito hanno ammesso che i due riservisti sono probabilmente morti. "La consegna dei resti è stato il primo passo per creare le condizioni che portino a un'intesa", ha commentato Frank-Walter Steinmeier, ministro degli Esteri tedesco. In un discorso il 19 gennaio, Nasrallah aveva rivelato che il movimento era in possesso di teste, braccia e gambe di soldati caduti in battaglia. I resti sono stati portati all'istituto di medicina legale di Abu Kabir per l'esame del Dna. Nasser era stato condannato dopo aver ammesso di aver passato informazioni a un ufficiale di Hezbollah e la foto di un parente che serviva nell'esercito israeliano. Nato da una madre ebrea convertita all'Islam, era immigrato dal Libano nel 1991. "Ho collaborato con Hezbollah perché sono un patriota e un musulmano", ha proclamato alla cerimonia nel villaggio di Naqura. "Non dimentichiamo mai la nostra identità e le nostre priorità, come la liberazione dei prigionieri e quella delle nostre terre", ha detto Nabil Qawuq, leader del Partito di Dio nel sud del Paese. D.F. Il ritorno Nissim Nasser festeggiato tra i miliziani I resti Il rilascio dei resti dei caduti israeliani #.

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Quel rito di sepoltura dei caduti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-02 num: - pag: 15 categoria: BREVI Quel rito di sepoltura dei caduti GERUSALEMME - Lo Stato ebraico è sempre stato pronto a discutere scambi di prigionieri per ottenere informazioni sui dispersi in battaglia o per riportare a casa i corpi dei soldati morti in azione. Un principio ribadito da Ariel Sharon, quando da primo ministro aveva condotto l'ultimo scambio con Hezbollah, nel 2004: "Raggiungere un accordo è stata una decisione giusta, morale, etica. Il retaggio di Israele ci impone di dare sepoltura nella loro terra ai nostri soldati morti in combattimento e non sospenderemo gli sforzi fino a quando i resti di tutti i nostri caduti non ci saranno stati restituiti". La società israeliana riesce a sopportare di più un altro caduto in battaglia che il destino incerto di un sequestrato nelle mani degli estremisti. Il manuale di Tsahal contemplerebbe la "direttiva Annibale", una procedura mai ufficializzata e di cui i soldati non amano parlare. è l'ordine che un ufficiale non vorrebbe mai dover dare: in caso di rapimento di un militare, i commilitoni dovrebbero sparare sul commando in fuga, senza preoccuparsi della vita dell'ostaggio.

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Il dilemma più scomodo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-02 num: - pag: 24 autore: di FRANCO VENTURINI categoria: REDAZIONALE AHMADINEJAD OSPITE NON GRADITO Il dilemma più scomodo SEGUE DALLA PRIMA Un cambiamento di strategia è maturo, tanto più che Israele esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana, tratta con la Siria con la mediazione turca e, come dimostra il triste scambio di ieri, ha contatti indiretti anche con Hezbollah. La dottrina del "non si parla con" e i fulmini di Bush contro l'appeasement sembrano ormai appartenere più alla forma che alla sostanza, mentre alla Casa Bianca è in arrivo un nuovo Presidente. Potrà allora essere messo a punto un "pacchetto " di incentivi e di sanzioni capace di interessare Teheran e di favorire un negoziato? Gli Usa riconosceranno che l'Iran ha qualche buon motivo di sentirsi chiuso in una tenaglia, e gli forniranno garanzie di sicurezza chiedendo in cambio la fine delle minacce a Israele, la collaborazione iraniana in Iraq e in Libano, e beninteso una verificata rinuncia alla bomba? Se l'Iran non dovesse marciare, sarà in grado l'Occidente di usare i rapporti economico-energetici come strumento di pressione non più contraddittorio rispetto al giudizio politico (perché è proprio questa, tra altre, la realtà italiana)? Esiste un percorso da esplorare. Lo suggeriscono da tempo personalità che vanno da James Baker a Efraim Halevy, ex capo del Mossad ed ex consigliere per la sicurezza di Sharon. Il guaio è che il tempo è poco, e non lavora per la pace. Ma nulla sarebbe più controproducente di una guerra per omissione di dialogo in ossequio a una teoria errata.

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Fao, arriva ahmadinejad "israele sparirà dalle carte" - cadalanu, cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5 (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)

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Polemica Berlino-Roma sulla trattativa con l'Iran Fao, arriva Ahmadinejad "Israele sparirà dalle carte" cadalanu, cianciullo, lugli e nigro alle pagine 4 e 5 SEGUE A PAGINA 4.

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Solo i giocatori al brindisi in comune - silvia bignami (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)

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Pagina V - Bologna Solo i giocatori al brindisi in Comune Sofri difende il sindaco assente. Il centrodestra: mancanza di stile SILVIA BIGNAMI Il sindaco assenteista contestato al Dall'Ara? L'assessore Libero Mancuso sorride, si guarda intorno, ci pensa su un istante e poi fa cenno di no. No comment. Nel day after i cori da stadio contro Sergio Cofferati - che ha disertato tribuna e caroselli in onore del Bologna in serie A per accompagnare la famiglia in vacanza in traghetto - a prevalere tra gli assessori è l'imbarazzo. Mezze frasi, timide difese, voglia di non immischiarsi. Il sindaco torna oggi: parlerà lui, dice il disagio dei suoi fedelissimi. E deciderà con la giunta quando fissare la festa per i giocatori del Bologna in Comune. Il patron Alfredo Cazzola ha già fatto sapere che non ci sarà, ma la squadra sì. Intanto, a sparare a zero su Cofferati ci pensa l'opposizione. Quella esterna, dal Pdl all'Altra sinistra. E quella interna, con il partito degli "scontenti" del Pd che disapprova e scuote la testa. Ieri, a tenere la fascia tricolore per il Comune in Piazza Maggiore alla Festa della Repubblica c'era solo Mancuso e il presidente del consiglio comunale Gianni Sofri. Il primo si defila quasi subito, sfugge, non vuole parlare. Il secondo, che domenica era allo stadio come rappresentante di Palazzo D'Accursio, alla fine si convince a difendere il sindaco. Le "polemiche", dice, "sono esagerate. Il fatto che non fosse allo stadio è dovuto a progetti presi in precedenza, quando nessuno poteva sapere quando la squadra sarebbe stata promossa. E' una sciocchezza dire che non c'è simpatia tra lui e i giocatori". Poi alza le mani e aggiunge: "Il sindaco comunque ha dato sempre prova di essere bravo a rispondere da solo alle polemiche". Questa mattina, durante la riunione di giunta, verrà fissata la data in cui invitare la squadra a festeggiare la promozione in Comune. Una festa con i giocatori ma senza il patron Cazzola, che ieri sera durante una intervista a Rete 8 ha già fatto sapere che gli undici andranno ovunque saranno invitati, ma che lui in Municipio non ci sarà, in polemica con Cofferati. "Questo è un paese democratico e ognuno fa quello che vuole" commenta l'assessore comunale allo sport Anna Patullo da Londra. "Noi comunque abbiamo la coscienza a posto. Abbiamo appeso uno striscione per il Bologna in piazza, con lo stemma del Comune. E io mi sono interessata per far avere alla società un palco sul Crescentone per la festa di domenica". E il sindaco che non ha partecipato allora? "Sarebbe una gaffe se fosse andato a ballare. Ma nessuno può giudicare scelte che dipendono da questioni personali" glissa. No comment anche dagli altri assessori. Quello alla comunicazione Giuseppe Paruolo, che domenica era allo stadio (e ha pubblicato sul suo blog una foto) parla di "polemiche strumentali". La vicesindaco Adriana Scaramuzzino è in Israele e non ne vuole sapere di commentare. Gli altri non si fanno trovare o scelgono il silenzio. Più loquace il presidente del consiglio provinciale Maurizio Cevenini, che commenta: "Era peggio se il sindaco fosse venuto solo all'ultima partita. Non c'è mai stato allo stadio". Mentre è severo il giudizio dell'ex primo cittadino Guido Fanti, che ricorda: "Non era mai accaduto che un sindaco venisse fischiato al Dall'Ara. Non andare a quella partita danneggia l'immagine di Cofferati. E il giudizio della città è molto chiaro dai cori delle tribune contro di lui". Allarga le braccia anche l'aspirante candidato alle primarie Andrea Forlani, presidente del Santo Stefano: "Non voglio infierire". Ma l'assist del Cofferati assenteista è ghiottissimo per il centrodestra. Il super-tifoso Filippo Berselli, An, è lapidario: "La squadra della sua città va in serie A e lui dov'è? Su un traghetto. E' indifferente, distaccato. Non capisco perché voglia ricandidarsi, visto che della città non gli importa. Spero che la squadra non vada in Comune". Sindaco "distante" dalla città anche secondo il forzista vicepresidente del consiglio comunale Paolo Foschini. "Incredibile mancanza di stile e di sensibilità" secondo il deputato Udc Gianluca Galletti. Mentre per il coordinatore della Tua Bologna Carlo Monaco "l'assenza del sindaco allo stadio è una metafora della sua amministrazione. Non gli importa di Bologna". Tranchant anche l'indipendente di Prc Valerio Monteventi, aspirante sindaco della sinistra radicale: "Non ero allo stadio nemmeno io. Ma un rappresentante della giunta, oltre a Sofri, doveva esserci".

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 3 categoria: A... (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 3 categoria: ALTRI OGGETTI Ma Chavez? Ce ne siamo accorti sì o no che quella del Venezuela non è più una dittatura isolata anche grazie a certe aperture fatte, concesse dal presidente brasiliano Lula, molto democratico e persino ex sindacalista?". Franco Venturini, sul "Corriere", ha sostenuto però che un "cambio di strategia è maturo" e, a tal proposito, ha portato l'esempio di Israele, "che esplora una tregua con Hamas attraverso la mediazione egiziana e tratta con la Siria grazie alla mediazione turca... ". "Guardi, le trattative ci sono sempre state. Anni fa criticai uno slancio ottimistico che Andreotti, da ministro degli Esteri, aveva avuto nei confronti della Siria. Mi replicarono sostenendo che lo stesso Israele, magari non attraverso i canali diplomatici ma per tramite di qualche generale, da tempo già trattava e che perciò...". Non pochi osservatori sostengono che Giulio Andreotti sia stato un grande ministro degli Esteri. è d'accordo? "Io dico che è stato il migliore. Non dimentico che, insieme al Craxi premier, si impegnò a fondo per dare all'Europa una forte identità politica, capace di incidere e di intervenire sulle grandi questioni che non riguardano solo il bacino del Mediterraneo, ma tutto il pianeta". Fabrizio Roncone.

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Ahmadinejad e Mugabe: doppio caso al vertice Fao (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE Ahmadinejad e Mugabe: doppio caso al vertice Fao Il presidente iraniano: "Israele sarà presto cancellato" Invettive anche contro gli Usa, "potenza satanica" Alla Conferenza si parlerà dell'impennata dei prezzi degli alimentari ROMA - Distruzione di Israele, demonizzazione degli Stati Uniti, altre dosi di retorica incendiaria da ex volontario delle Guardie rivoluzionarie. Prima di partire stanotte per Roma e partecipare oggi alla conferenza della Fao sulla sicurezza alimentare e i cambiamenti del clima, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non ha dimenticato di mettere in valigia quasi nulla di ciò che gli attira da tre anni la diffidenza di buona parte della comunità internazionale. Da Khomeini a Satana In un incontro organizzato in vista del 19Ë? anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, l'ayatollah Ruhollah Khomeini, Ahmadinejad ha ripetuto le sue tesi secondo le quali lo Stato ebraico sarebbe guidato da "un regime criminale" e "sarà pertanto cancellato dalle carte geografiche", mentre "il tempo della caduta e dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è cominciato ". L'allarme dell'Onu Queste affermazioni non sono nuove, tuttavia Ahmadinejad è consapevole di quanta inquietudine generano in Occidente: è da escludere che siano state pronunciate a caso. La conferenza alla quale ha scelto di non mancare offre all'ex pasdaran una delle rare tribune alle quali può accedere in Europa, e la presenza a Roma dell'ex sindaco di Teheran, che fa arricchire uranio nonostante le sanzioni del Palazzo di Vetro, rischierà di far passare in secondo piano la vera causa della riunione dell'agenzia delle Nazioni Unite per il miglioramento della produttività agricola e dell'alimentazione. Sarà l'impennata nei prezzi dei cereali il perno della discussione alla quale parteciperanno, fino a giovedì, quasi 50 tra capi di Stato e di governo. I rincari determinano "una congiuntura allarmante", come l'ha definita ieri a Roma il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Colpe dei governi L'aumento della domanda di Paesi in crescita economica come Cina e India, le manovre di speculatori che acquistano scorte di cereali (ActionAid le denuncerà con uno striscione di 200 metri), l'incremento delle coltivazioni per i biocarburanti e altri fattori hanno determinato in Paesi poveri anche assalti a derrate alimentari. A giudizio del coreano Ban Ki-moon "se non trattato adeguatamente" il fenomeno dei rincari agricoli può "innescare a cascata altre crisi con effetti negativi" sull'economia: "I governi hanno accantonato decisioni difficili e sottovalutato la necessità di investire in agricoltura: oggi ne stiamo pagando il prezzo". Il presidente brasiliano InÁcio Lula teorizzerà che l'etanolo buono è quello prodotto con la canna da zucchero in Brasile. Per difendere quanto se ne ricava negli Usa dal mais, il segretario all'Agricoltura mandato da George W. Bush, Ed Schafer, sosterrà che le coltivazioni per biocarburanti non pesano più del 3% negli aumenti dei prezzi dei cereali. Pullman per Mugabe Pronto come Ahmadinejad ad approfittare di una delle sue rare ribalte estere è anche Robert Mugabe, l'uomo forte dello Zimbabwe indebolito dal secondo posto nel primo turno delle presidenziali di marzo e seguito a Roma, ieri, da un pullman per la corte. Una presenza sgradita all'Ue, resa possibile soltanto dai lasciapassare per la Fao. Prima che Giorgio Napolitano apra i lavori, presieduti da Silvio Berlusconi, Mugabe potrebbe cercare di stringere la mano dal capo dello Stato in una sala della Fao riservata ai saluti. Il protocollo italiano non vorrebbe. Né Ahmadinejad né Mugabe sono tra i presidenti invitati a cena con Ban Ki-moon da Berlusconi. Il quale, olt re a ricevere Nicolas Sarkozy, incontrerà il collega spagnolo. Il presidente del Consiglio e José Luis Zapatero, però, sono orientati a evitare di rispondere insieme a domande dei giornalisti. E Berlusconi non terrà una conferenza stampa già annunciata dalla Fao. Niente invito Né il leader iraniano né quello dello Zimbabwe invitati alla cena offerta da Berlusconi al segretario Onu Ban Ki-moon Maurizio Caprara.

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Ahmadinejad arriva a Roma <Israele deve scomparire> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-03 num: - pag: 1 categoria: REDAZIONALE Vertice Fao Trattative con Teheran, Berlino esclude l'Italia Ahmadinejad arriva a Roma "Israele deve scomparire" ROMA - Lo Stato ebraico è guidato da "un regime criminale" e "sarà cancellato dalle carte geografiche", mentre "il tempo della caduta e dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è cominciato". In procinto di partire per Roma e per il vertice della Fao su sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non ha rinunciato a scagliare le abituali minacce contro Stati Uniti e Israele. E Berlino esclude l'Italia dalle trattative con Teheran. ALLE PAGINE 2 e 3 M. Caprara, Fregonara, Taino.

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<Free Iran> oggi in Campidoglio E i media di Teheran accusano: <Un complotto del Riformista> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE Il caso "Hanno costretto Berlusconi e il Papa a rifiutare l'incontro" "Free Iran" oggi in Campidoglio E i media di Teheran accusano: "Un complotto del Riformista" ROMA - La stampa iraniana finisce per prendersela con il direttore del Riformista Antonio Polito per il flop della visita a Roma del presidente Ahmadinejad e lo accusa di "aver costretto non solo Silvio Berlusconi - scrive il quotidiano online Shab news - ma anche il papa Benedetto XVI a rifiutare un incontro" con il leader iraniano. "Un complotto", rincara Rajanews, "che intende minare le ottime relazioni tra Teheran e Roma", riferendosi alla manifestazione "Free Iran" lanciata per stasera alle 20 davanti al Campidoglio dal quotidiano arancione. Le cose non sono andate così: Berlusconi non ha mai avuto in agenda una stretta di mano con Ahmadinejad, anche se Franco Frattini la settimana scorsa ha stretto la mano al ministro degli Esteri Mottaki, e il Papa alla fine ha deciso di non accogliere la richiesta dell'ambasciata di Teheran (come peraltro ha fatto con quelle degli altri presidenti in visita a Roma) e di non concedere udienza ad alcun capo di Stato. Ma quel che resta della visita romana del presidente iraniano - in arrivo oggi per partecipare al vertice della Fao che si concluderà giovedì - è la manifestazione del Riformista, fortemente sostenuta dalla comunità ebraica romana, con il suo presidente, Riccardo Pacifici, che invita tutti: "Venite numerosi". Sarà una maratona oratoria animata da politici, sindacalisti, cittadini per protestare non solo contro le violazioni dei diritti umani in Iran ma anche contro le affermazioni e i programmi politico-militari del medesimo Ahmadinejad. Ci sarà anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, davanti alla sede del Comune. Ieri ha aderito all'iniziativa, spiegando che "negare a Israele il diritto a esistere, così come negare la Shoah, significa cancellare una storia profonda e consolidata, non solo nel Mediterraneo e a Roma, ma nel cuore di ogni persona che presta attenzione ai diritti dei popoli". "Anche quello di Alemanno è un messaggio importante. La nostra manifestazione di protesta ha anche un risvolto internazionale, rivolto all'estero - spiega Polito -. Deve passare il messaggio che Roma respinge il dittatore, lo isola". Sul palco, sotto un maxischermo e circondati dalle prime pagine di oggi del Riformista con la gigantografia del presidente iraniano, si alterneranno oratori di varia estrazione: dal capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto al vicepresidente della commissione esteri Gianni Vernetti (Pd), a Umberto Ranieri, Maurizio Gasparri, dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni, all'ex ministra Barbara Pollastrini, dalla parlamentare del Pdl Fiamma Nierestein al presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso, ai radicali di "Nessuno tocchi Caino". Mancheranno i due autori dell'appello bipartisan apparso oggi sui quotidiani per promuovere la manifestazione: il ministro degli Esteri Franco Frattini (per motivi istituzionali) e il ministro degli Esteri ombra Piero Fassino impegnato in Estremo Oriente. Gianna Fregonara.

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<Stringere la mano? Tanto poi fanno affari con i peggiori dittatori> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-03 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE L'intervista Il radicale Marco Pannella "Stringere la mano? Tanto poi fanno affari con i peggiori dittatori" ROMA - Marco Pannella, ha sentito cosa ripete Mahmoud Ahmadinejad? Sta arrivando a Roma, sta per prendere parte al vertice della Fao e ancora insiste, minaccia, ripete che "lo Stato di Israele, presto, verrà eliminato dalle carte geografiche". "Le sembra una novità?". Non è una novità, ma ciò che dice resta grave. "La cosa veramente grave è l'atteggiamento che si continua ad avere nei confronti dell'Iran e del suo leader: con atteggiamenti analoghi, nel secolo scorso, furono fecondati il nazismo e il comunismo ". Oggi comunque Ahmadinejad incontrerà altri capi di Stato e... "E lei si pone, sicuramente, un interrogativo vecchio, barboso, come sono i dubbi che abbiamo sul sesso degli angeli... sarà opportuno stringergli la mano, sì o no?". Sì o no? Lei che dice, Pannella? "Dico che, intanto, c'è un aspetto, come dire?, protocollare". Quindi formale. "E la forma, in ambito diplomatico, ha un suo peso. Perciò è chiaro che se ti ritrovi seduto a un tavolo dove siede pure il capo di uno Stato che tu, in qualche modo, non riconosci per gli atti che compie, coerenza vorrebbe che non ci fossero strette di mano. Però...". C'è un però. "C'è che la conferenza della Fao è anche e soprattutto un evento politico. E la politica vive di comunicazione, di simbologie precise. E perciò io non escludo che poi le strette di mano ci saranno. Saluteranno il leader iraniano e, scommetto, anche il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe". E comunque sarebbe facile non stringere la mano a Mugabe. Un po' più complicato è non stringerla... "Al rappresentante cinese? Certo, al rappresentante cinese, tanto per fare un esempio, sarebbe assai meno facile ". Perché? "Perché, forza, diciamolo, scriviamolo con chiarezza che con certi Paesi, a volte, si fanno persino affari commerciali e quindi poi è un bel po' più difficile, mettersi lì, a fare improvvisamente la faccia dura e indignata". Le mani si stringono per calcolo, per pura convenienza politica ed economica. "Esatto. E sa qual è il problema di fondo? ". Qual è? "Sia l'Unione Europea che le Nazioni Unite fanno ormai sistematicamente finta di niente e chiudono tutti gli occhi possibili, e fingono di non sapere, di non vedere, di non sentire in quanti Paesi i diritti umani non vengono più rispettati". Parole gravi. "Non lo sanno all'Onu il genere di comportamento che il Vietnam ha rispetto alle minoranze religiose ed etniche? Oppure, prendiamo il Laos: è così faticoso riconoscere nel suo governo un regime di purissimo stampo comunista? E lasciamo stare Cuba, perché ci stiamo a ragionare da sessant'anni... \\ Diritti umani Ue e Onu fingono di non sapere in quanti Paesi i diritti umani non vengono rispettati.

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Sì alla Fulbright per i ragazzi di Gaza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-03 num: - pag: 17 categoria: REDAZIONALE Israele Sì alla Fulbright per i ragazzi di Gaza WASHINGTON - Potranno inseguire il loro sogno di una laurea negli Stati Uniti i sette giovani palestinesi di Gaza che si erano visti rifiutare da Israele il visto per uscire dal Paese. Le borse di studio del programma Fulbright sono state riattivate dal Dipartimento di Stato dopo l'annullamento deciso la settimana scorsa. Il consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme, riferiscono i media negli Usa, ha comunicato la bella notizia ai giovani palestinesi domenica scorsa. "Stiamo lavorando in stretta collaborazione con il governo di Israele per ottenere la loro cooperazione in questa vicenda". Un portavoce del governo israeliano ha detto che da parte delle autorità c'è "la sincera speranza che sia possibile far uscire gli studenti entro l'inizio dell'anno accademico". Lo Stato ebraico ha deciso un embargo politico ed economico contro Gaza dopo l'arrivo al potere di Hamas e come risposta ai lanci di razzi Qassam sulle città nel deserto del Negev. Il governo ha dichiarato la Striscia "territorio nemico" e i valichi sul confine vengono aperti solo per ragioni umanitarie.

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Un mistero tra fede e scienza Il tessuto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-03 num: - pag: 25 categoria: BREVI Un mistero tra fede e scienza Il tessuto Nel 1973 il criminologo Sulzer preleva campioni di polvere e pollini: l'esame al microscopio rivela che la Sindone è stata in Palestina Il volto L'immagine sul lenzuolo.

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Due donne da conoscere (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-03 num: - pag: 36 categoria: REDAZIONALE Il sale sulla coda di Dacia Maraini Due donne da conoscere U na parola poco amata: "competenza". Sembra che a nessuno importi niente di chi sia competente e chi no in questa confusione di ruoli, di rappresentanze. Quando invece la competenza c'è, si scopre spesso che sono del tutto scomparse la freschezza e la passione. Eppure non possiamo rassegnarci all'idea che competenza significhi automaticamente vecchio cinismo e difesa del posto conquistato. La competenza vera è quella che si rinnova continuamente, che dubita di sé, che è capace di dare senza chiedere niente in cambio. Le donne nel nostro Paese sono poco rappresentate e hanno poco potere effettivo. Il potere, vorrei non si equivocasse, non è quello di angariare gli altri, ma di essere libere di decidere e di tentare nuove strade, di imporre il rispetto delle regole e di difendere i più deboli. Ora sembra che la nuova politica chieda alle donne che siano soprattutto decorative e poco competenti. Il che è un modo di umiliarle coi guanti bianchi. Sarà bene ogni tanto ricordare che ci sono donne competenti che lavorano sodo, che ottengono risultati, che si fanno rispettare. Purtroppo sono poco decorative. Battagliare per i diritti nella vita infatti sciupa i corpi, logora la pelle. Voglio ricordare due donne per tutte. Che, se fossero conosciute come meritano, susciterebbero ammirazione e riconoscenza. Una vive a Caserta, dirige una casa di accoglienza per prostitute della tratta e si chiama suor Rita Giarretta. Porta i capelli grigi corti. Cammina con passo risoluto, indossando gonne grigie e scarpe basse. Ha un sorriso luminoso, che rivolge ai bambini nati in Casa Rut, alle giovani africane, romene, slave che con dolcezza tira via dalla strada e a cui insegna la dignità e la gioia di vivere. L'altra ha un posto di rappresentanza. è vicepresidente del Parlamento europeo. Ma pochi lo sanno. Nemmeno i vicini che la vedono entrare e uscire di casa con i pacchi della spesa. Nemmeno i politici dei Paesi che visita quando la vedono arrivare, con le sue gonne nere, i suoi zaini, senza scorta, senza macchine blu al seguito. Si chiama Luisa Morgantini e fa un lavoro ammirevole. Una delle sue battaglie più risolute riguarda la pace fra Israele e la Palestina. Le "Donne in nero" di cui fa parte raccolgono sia palestinesi che israeliane e cercano con ostinazione un punto di incontro e di convivenza. Questo non impedisce loro di protestare contro la parte più intransigente e militaresca di Israele, contro l'occupazione della striscia di Gaza e le pretese di chi vuole applicare delle regole da assediato finendo per diventare assediante. Luisa scrive che a Gaza il 68% della popolazione vive sotto il livello di povertà, l'80% delle famiglie dipende dagli aiuti umanitari e la disoccupazione sfiora il 50%. "A chi vive a Gaza non viene dato il permesso di raggiungere gli ospedali egiziani o israeliani. Oltretutto le ambulanze sono bloccate per mancanza di carburante a causa dell'embargo. La pace si fa con un dialogo vero tra attori che abbiano pari dignità e non per un diktat". Ce ne sono molte altre di donne come loro, ma sono poco decorative e non piacciono ai fotografi e alle tv. Siamo sempre e solo alla politica spettacolo? \\ Suor Giarretta e Morgantini, storie di competenza e passione.

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La situazione (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Sport - data: 2008-06-03 num: - pag: 49 categoria: BREVI La situazione Contro Mosley Contro Max Mosley, 68 anni, presidente della Federazione internazionale dell'automobile, si sono pronunciati 24 Automobil club: tra questi ci sono quelli di America, Singapore, Germania, Finlandia, Canada, Brasile, Danimarca, Francia, India, Giappone, Olanda, Svezia, Ungheria, Israele, Austraia, Spagna, Belgio, Svizzera e Russia. Pro Mosley Mosley punterà sull'appoggio dei Paesi emergenti: in assemblea sono rappresentati 50 Paesi africani e 30 asiatici. Gli scenari Se Mosley dovesse ottenere la fiducia, ha promesso che non rappresenterà la Fia nelle occasioni ufficiali e che non si ripresenterà alle elezioni dell'ottobre 2009. Se non dovesse farcela, è possibile che il comando, fino a quella data, passi al presidente dell'Automobil club di Monaco, Michel Boeri. La successione di Max Tanti i nomi per la successione a Mosley: l'ex amministratore delegato della Ferrari Jean Todt, ma anche Gerhard Berger (ex pilota e co-proprietario della scuderia Toro Rosso) e persino l'ex fuoriclasse francese della Formula 1 Alain Prost, ma solo per la parte sportiva in caso si arrivi a una separazione della sezione sport da quella mobilità.

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McCain all'attacco del rivale <Un ingenuo senza esperienza> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-03 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE L'avversario Il candidato repubblicano critica Obama in politica estera McCain all'attacco del rivale "Un ingenuo senza esperienza" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Solo con una politica dura, fatta di "sanzioni mirate" e isolamento diplomatico, si può sperare di costringere l'Iran ad abbandonare i suoi piani nucleari. E Obama è un "ingenuo privo di esperienza" quando pensa che tutto si possa risolvere incontrando i leader iraniani. Per la seconda volta in pochi giorni, John McCain ha attaccato sulla politica estera il suo probabile avversario democratico alle presidenziali. Il candidato repubblicano ha scelto una platea sensibilissima, la conferenza annuale dell'Aipac, l'American Israel Public Affair Committee, la più influente delle organizzazioni pro-israeliane negli Stati Uniti. "Il regime iraniano - ha detto McCain - lavora da anni a un programma nucleare. E l'idea che stiano cercando di dotarsi di armi atomiche, solo perché noi ci rifiutiamo di aprire negoziati ad alto livello, è una lettura fuorviante della Storia". Per il senatore dell'Arizona, "è difficile vedere cosa si possa ottenere incontrando il presidente iraniano Ahmadinejad, tranne qualche invettiva anti- semita e una platea mondiale per un uomo che nega l'Olocausto o vagheggia di cominciarne un altro". Più efficace sarebbe un regime molto aspro di sanzioni. Segnalando di essere già in campagna per la battaglia d'autunno, McCain ha criticato Obama anche sull'Iraq, facendo riferimento alla sicurezza di Israele, tema centrale per gli ebrei-americani nel voto per la Casa Bianca: "I progressi attuali sono il risultato di una strategia, cui lui si oppose, predicendone il fallimento e votando per ridurre i fondi alle nostre truppe. Ora il senatore dell'Illinois vuole ritirare le unità da combattimento dall'Iraq...senza riguardo per le condizioni sul campo, per la nostra sicurezza nazionale e per quella di Israele. Sarebbe la ricetta per la catastrofe". Lo staff di Barack Obama, che parlerà domattina dopo Hillary Clinton davanti alla platea dell'Aipac, ha subito reagito: "Il senatore McCain insiste nel riproporre una politica estera pericolosa e fallimentare - ha detto uno dei portavoce, Hari Sevugan - che ha reso meno sicuri sia gli Usa che Israele. Promette altri quattro anni delle stesse politiche e la continuazione di una guerra che ha reso l'Iran più spavaldo, rafforzandone la posizione nella regione". Paolo Valentino.

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Notizie in 2 minuti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-06-03 num: - pag: 56 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo piano Iran: Israele da cancellare Il presidente dell'Iran, Ahmadinejad, oggi a Roma per il vertice Fao, ha detto che "Israele è alla fine e verrà presto eliminata dalle cartine geografiche ". Clandestini, Onu contro Italia "No al reato di immigrazione clandestina ". L'Onu boccia la proposta del governo italiano. Contrario anche il Vaticano: non si può privare della libertà per reati amministrativi. Festa della Repubblica Sul palco delle istituzioni per la festa della Repubblica non c'era il ministro dell'Interno Maroni. L'assenza della Lega ha scatenato polemiche. Bene il piano Tremonti Apprezzamento del presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker, per le misure prese dal ministro Tremonti: "L'Italia deve continuare sulla strada del consolidamento e tutto ciò che va in questa direzione è benvenuto". Focus Arriva la nuova tv Palinsesti interattivi e personalizzati, registrare i programmi preferiti o acquistare film o partite di calcio: la nuova tv si allea al telefonino e grazie a questa tecnologia diventa su misura. Esteri Bomba contro ambasciata Autobomba a Islamabad, in Pakistan, contro l'ambasciata danese: tra le vittime (almeno otto) anche un cittadino danese. Oltre trenta i feriti. Ted Kennedy operato Cinque ore è durato l'intervento chirurgico al quale è stato sottoposto ieri il senatore Usa Ted Kennedy per ridurre il tumore al cervello. Cronache Camorra, imprenditore ucciso Inchiesta del governo sulla presunta richiesta di scorta presentata da Michele Orsi, l'imprenditore ucciso nel Casertano. "La domanda non ci è mai arrivata" ha detto il prefetto. Sindone, ostensione nel 2010 Benedetto XVI ha autorizzato l'ostensione della Sindone nella primavera del 2010. Il Papa ha detto che si recherà a Torino quando il sudario, che si presume abbia avvolto il corpo di Cristo, verrà esposto. Scontro treno-bus, 7 morti Sette bambini hanno perso la vita nello scontro fra un treno e uno scuolabus a Mesinges, sulle Alpi francesi. Il pullman, con cinquanta scolari e sei adulti, stava attraversando un passaggio a livello quando è stato travolto da un treno regionale. Spiagge, 300 bocciate da Ue Per la Ue trecento spiagge in tutta Europa sono off-limits per i bagnanti. L'Italia? L'ultima in classifica. Spettacoli Arrestata Tatum O'Neal Dovrà rispondere ad accuse di possesso di sostanze illegali l'attrice premio Oscar Tatum O'Neal, arrestata ieri mentre acquistava crack vicino alla sua abitazione di New York. Addio a Bo Diddley è morto ieri per un problema cardiaco a 79 anni Bo Diddley, leggenda del rock&roll. Diddley, conosciuto per la sua chitarra quadrata, era diventato famoso nel 1955 con il suo primo disco basato su un ritmo serrato. Sport Cannavaro infortunato Il difensore e capitano della Nazionale, in ritiro in Austria in vista degli Europei, ha lasciato il campo in barella dopo uno scontro accidentale con Chiellini durante un allenamento. Cannavaro, infortunato alla caviglia, è stato ricoverato in ospedale. Inter, inizia l'era Mourinho Oggi alle 11.30 ad Appiano Gentile inizia l'era Mourinho: il nuovo tecnico nerazzurro spiegherà perché ha scelto l'Inter e che tipo di squadra ha in mente. * Con "Style Magazine" e 3,00; con "Corriere Enigmistica" e 2,30; con "Foto:box" e 7,90; con "Storie della Bibbia" e 8,90; con "La grande dinastia dei Paperi" e 8,90; solo a Milano e provincia con "Mangiar bene a Milano" e 10,90; con "L'Europeo" e 8,90; con "Ricettario della Cucina italiana" e 13,90; con "Il grande cinema di Alberto Sordi" e 10,99; con "Gli itinerari di Dove" e 8,99; con "I Simpson Classici" e 10,99; con "Le avventure di Lucio Battisti e Mogol" e 8,90; con "La Storia del Fascismo" e 10,99; con "Il Diritto" e 15,90; con "I Cesaroni" e 7,90. In Puglia, Marche, Lazio (no Roma) e nelle province di TV, MO, PR, RE, CR e MN con La Gazzetta dello Sport e 1,00.

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Il saluto di ahmadinejad "israele sarà spazzata via" - vincenzo nigro andrea tarquini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il saluto di Ahmadinejad "Israele sarà spazzata via" La Germania: no all'Italia nei negoziati con Teheran Il summit Fao Dopo le avance della Rice, ieri la doccia fredda sulla candidatura italiana al "5+1" VINCENZO NIGRO ANDREA TARQUINI Mahmoud Ahmadinejad arriva a Roma preceduto dalla peggiore propaganda anti-israeliana di cui sia capace. Evidentemente il presidente iraniano, incassata la freddezza con cui verrà accolto al vertice della Fao, rilancia la retorica politica da far risuonare in Iran e nei paesi del Golfo. "Israele ormai è alla fine e sarà presto eliminato dalle carte geografiche", dice. Il presidente iraniano ieri ha riservato un affondo anche agli Usa, "il tempo della caduta e dell'annientamento della potenza satanica degli Usa è iniziato", mantenendo la tradizionale simmetria negli attacchi al "piccolo Satana" israeliano e al "grande Satana" nordamericano. Ahmadinejad parlava agli ospiti stranieri arrivati a Teheran per l'anniversario della morte di Khomeini. L'ayatollah ne aveva sempre dette di tutti i colori contro Israele, ma da quando Ahmadinejad è diventato presidente gli slogan, gli auspici, le sparate contro Israele, contro la Shoah e contro l'America sono diventate continue ed ossessive. Per tutto questo Silvio Berlusconi e Franco Frattini hanno escluso qualsiasi incontro bilaterale col presidente iraniano, e lo stesso papa Benedetto è stato costretto a cancellare tutte le udienze ai capi di Stato che saranno a Roma pur di non incontrare il negazionista di Teheran. Secondo l'Ansa da Teheran, a questo punto il presidente potrebbe anche accorciare la sua visita a Roma. Per l'Italia la questione-Iran è sempre stata molto delicata, e lo è anche adesso col nuovo governo Berlusconi. Con una scelta fatta nel 2003, il precedente governo Berlusconi rifiutò di guidare il gruppo di paesi europei che hanno negoziato con Teheran la questione nucleare (Francia, Gran Bretagna e Germania). Gli "Eu 3" si unirono più tardi ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu per formare il cosiddetto "5+1", che con Usa, Russia e Cina è diventato il direttorio del mondo sul nucleare iraniano. Un gruppo di Paesi che discute la questione più delicata nella politica estera del Grande Medio Oriente e delle politiche energetiche mondiali. Nei due anni trascorsi alla Farnesina, Romano Prodi e Massimo D'Alema hanno fatto di tutto per riportare l'Italia nel negoziato, e adesso ci sta provando Franco Frattini, che giovedì ne ha parlato con Condoleezza Rice a Stoccolma. Frattini ha fatto l'errore di annunciare candidamente che "gli Usa sono a favore di un ingresso dell'Italia nel 5+1". Ieri però è arrivata la doccia fredda: confermando l'opposizione che tutti conoscevano, la Germania ha chiuso la porta all'Italia. Il portavoce tedesco Ulrich Wilhelm ha detto seccamente che "una modifica del formato attuale del 5+1 non sarà presa in considerazione, i negoziati con Teheran per bloccare l'arricchimento dell'uranio già avvengono in stretta sintonia con gli altri stati dell'Unione europea". Altre fonti del governo tedesco dicono a Repubblica che "non c'è nessuna preclusione al nuovo governo italiano, ma la formula del 5+1 funziona così e non va toccata, sarebbe un segnale sbagliato anche verso gli iraniani. E tra l'altro anche gli altri 5 non è che poi siano così favorevoli all'Italia come fanno credere!". A Stoccolma Condoleezza Rice l'aveva già detto a Frattini, così come lo ripeteva a D'Alema (che però non lo rivelava ai giornalisti): "Guardate che noi americani siamo d'accordo, sono gli altri europei che non vi vogliono nel 5+1, mettetevi d'accordo tra di voi". Ieri la Farnesina, in imbarazzo, è stata costretta a replicare sostenendo che "l'Italia è in grado di imprimere una svolta all'evoluzione del negoziato con Teheran, sia nell'ottica dell'applicazione delle sanzioni che in quella dell'offerta all'Iran di un pacchetto negoziale più ampio ed articolato". è un argomento molto debole: l'Italia con Prodi e D'Alema aveva di fatto congelato le sanzioni europee all'Iran, e solo continuando con questa politica (che l'ambasciatore americano a Roma Spogli ha definito semplicemente "un ricatto") forse l'ingresso sarebbe stato possibile. Adesso che l'Italia si è allineata agli Usa non ha più nessuna carta negoziale in mano: entrare nel "5+1" sarebbe solo un regalo.

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Obama a un passo dalla storia hillary: "potrei fare la vice" - (segue dalla prima pagina) dal nostro inviato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Obama a un passo dalla Storia Hillary: "Potrei fare la vice" Il senatore sarà il primo nero candidato alla presidenza Usa Nella notte gli ultimi voti in South Dakota e Montana Con Barack anche Jimmy Carter (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DAL NOSTRO INVIATO mario calabresi Hillary Clinton, che ieri sera a New York ha tenuto il suo discorso di addio alla campagna, ha resistito fino all'ultimo all'idea di concedere la vittoria all'avversario ma poi, con un ultimo colpo di scena, ha fatto filtrare la disponibilità a correre come vice di Obama. è stato Charlie Rangel, il potente deputato nero di Harlem ad annunciarlo, ed immediatamente l'inimmaginabile è diventato possibile. Le televisioni americane, che fino alle tre del pomeriggio avevano mandato in onda la guerra infinita tra i due, sono state costrette a raccontare un nuovo e inaspettato capitolo, in cui contro John McCain potrebbe correre il "ticket dei sogni" Barack-Hillary. L'ipotesi, che fino all'ora di pranzo era considerata non percorribile, è diventata reale quando Hillary ha detto al telefono ad un gruppo di colleghi parlamentari di New York: "Sono aperta a questa possibilità se aiuterà il Partito a strappare la Casa Bianca ai repubblicani". La volata finale però era stata di tutt'altro segno, anzi aveva visto i due candidati combattere una battaglia mediatica e psicologica per determinare i tempi del verdetto ufficiale. Obama voleva chiudere subito la partita per poter già lanciare la sfida a John McCain nel suo discorso serale a St. Paul, il luogo in cui si terrà a settembre la Convention repubblicana. La Clinton invece aveva lavorato per rallentare la vittoria di una notte ancora, così da chiudere la sua campagna non con l'annuncio del ritiro ma con la rivendicazione di aver conquistato più voti e con l'orgoglio di essere rimasta in piedi fino al gong finale. Nessuno aveva più dubbi che Obama sarebbe diventato lo sfidante democratico, ma in una giornata piena di sorprese, mentre si votava in South Dakota e Montana, è diventato impossibile prevedere l'esatto momento della vittoria. Obama e la sua squadra hanno passato ore al telefono per cercare di far coincidere la chiusura delle urne (alle tre di notte italiane) con l'annuncio della conquista della nomination, per farlo era necessario incassare l'appoggio di almeno 25 superdelegati tra i quasi 200 ancora indecisi. Tra questi è stato annunciato il sostegno dell'ex presidente Jimmy Carter. Ieri mattina al senatore nero mancavano 40 delegati alla vittoria, ma da subito sono cominciate ad arrivare le adesioni dei superdelegati, così all'ora di pranzo i voti mancanti erano diventati 30 e in serata con il risultato di South Dakota e Montana erano scesi a 15. Obama ha fatto di tutto per conquistarli subito, sottolineando che "prima riusciamo a chiudere la sfida, prima riusciamo a ricompattare il partito e prima potremo concentrarci su John McCain e le elezioni di novembre". Ma molti superdelegati (che sono membri del Congresso, funzionari e vecchie glorie del Partito democratico) hanno chiesto di poter aspettare la fine del discorso di Hillary o l'alba di oggi per non umiliare l'ex first lady e concederle il diritto ad un uscita onorevole. Di prima mattina era circolata l'ipotesi che la Clinton fosse disponibile a riconoscere la vittoria di Obama nel suo discorso newyorkese, ma il suo portavoce, il fedelissimo Terry McAuliffe, aveva smentito sottolineando che la notizia era destituita di ogni fondamento, che lei non aveva ancora perso e che anzi avrebbe rivendicato i 18 milioni di voti conquistati e le sue vittorie negli Stati chiave come Ohio, Michigan e Pennsylvania. Più tardi aveva aggiunto che lei si sarebbe congratulata solo quando la matematica avesse incoronato Obama e non un minuto prima. L'ex first lady era rimasta chiusa con il marito, la figlia Chelsea e il suo staff, nella casa di Chappaqua, a nord di New York, assediata dai giornalisti, e aveva congelato ogni iniziativa elettorale. Sembrava prigioniera della sconfitta e nell'angolo, ma invece nel primo pomeriggio, in una telefonata simultanea con alcuni congressisti democratici, ha giocato la sua ultima carta dicendo di essere pronta a fare da vice a Barack Obama. Lo ha fatto grazie ad una domanda della deputata di origine portoricana Nydia Velazquez, che rappresenta al Congresso Brooklyn e il Queens. La Velazquez aveva osservato che se Obama vuole fare breccia in alcune categorie di elettori chiave, a partire dagli ispanici, dovrebbe scegliere la senatrice come numero due. Hillary ha risposto di essere aperta all'idea. Obama prima del suo discorso a St. Paul non ha commentato l'ipotesi, i due oggi sono attesi a Washington dove interverranno alla riunione anuale dell'Aipac, la più influente lobby pro - Israele d'America. Obama ha fatto sapere che già domenica scorsa aveva chiamato la Clinton e le aveva proposto di incontrarsi "quando la polvere si sarà posata" in un giorno e in un luogo scelti da lei. Poi è passato a corteggiare gli uomini dello staff di Hillary che hanno lavorato alla raccolta fondi, invitandoli ad una riunione a Chicago per il 19 giugno. Obama, che ha già raccolto il triplo dei soldi di McCain, è convinto che l'unione della sua portentosa rete di finanziamenti su internet con gli uomini della senatrice possa portarlo a incassare fino a mezzo miliardo di dollari.

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L'occidente pallido - (segue dalla prima pagina) (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)

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Commenti L'OCCIDENTE PALLIDO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Se i suoi interlocutori fossero gli europei, essi avrebbero il diritto di sbeffeggiare quelle tesi singolari, per non chiamarle corbellerie. Ieri il presidente iraniano ha usato il palcoscenico che gli aveva offerto la Conferenza di Roma per prendere di petto l'intero sistema delle relazioni internazionali, deridere le Nazioni Unite, accusare gli Stati Uniti di cospirazioni diaboliche; e ovviamente riconfermare che "Israele sparirà". Poiché Ahmadinejad ha un certo umorismo nero, ha aggiunto che non intendeva lanciare una minaccia quanto dare "una notizia": la sparizione prossima ventura di Israele, ha spiegato, è una previsione "scientifica", formulata da "analisti". Tutto questo in fondo era prevedibile, da anni l'iraniano sfrutta ogni occasione per ripetere quel che l'ha reso popolarissimo in Medio Oriente e sgradito in Occidente. All'inizio il suo messaggio era rudimentale e ruotava intorno a due punti fermi del khomeinismo, la natura satanica dell'amministrazione americana e l'occupazione di suolo islamico da parte dell'usurpatore israeliano. Ma se oggi si presta ascolto ai suoi discorsi si troverà un messaggio più sofisticato, meno caricaturale. Ciò che Ahmadinejad va dicendo, non a noi ma all'altra parte del mondo, è che un'era è finita. Gli assetti costruiti dalla Seconda guerra mondiale, quali oggi sono fotografati dalla composizione del Consiglio di sicurezza, e il verdetto della Guerra fredda, per il quale gli Stati Uniti non avevano più rivali, non reggono più alla prova dei fatti. Nuovi protagonisti avanzano. Nuovi equilibri incombono. Gli europei, gli americani, sono il passato. Piaccia o no, questa diagnosi non è del tutto peregrina. E invece che esorcizzarla nel modo solito della politica italiana ? con esternazioni tanto rumorose quanto innocue ? sarebbe il caso di chiedersi che cosa stia accadendo e che cosa si potrebbe realisticamente fare per scongiurare che le profezie di Ahmadinejad si realizzino. Come è fin troppo chiaro, l'avventura americana in Iraq e la guerra israeliana in Libano si sono risolte in clamorosi successi per l'Iran, che ha aumentato a dismisura la propria capacità di influenza nell'area. Consapevole di questo, l'amministrazione Bush ha carezzato a lungo l'idea di "dare una lezione" agli ayatollah strappando dalle loro mani la tecnologia nucleare. Un anno fa i più avveduti analisti iraniani consideravano possibile o probabile un attacco statunitense, nella forma di una guerra aerea che sarebbe durata settimane, non giorni. Ma una parte consistente dell'amministrazione americana ha bocciato come impraticabile quel piano. Veti non meno decisivi sono arrivati dai governi della penisola arabica, cui un conflitto tra sciiti e sunniti in tutta la regione prometteva solo instabilità, fanatismo e guai. Scartata l'azione militare sono rimaste le sanzioni internazionali: che però hanno scarso peso sull'economia iraniana. Ammesso e non concesso che il boicottaggio economico possa essere efficace, andrebbe reso più affilato: ma indurire l'embargo contro un Paese produttore di idrocarburi, con il petrolio a 127 dollari al barile, significa farsi del male. Ancorché inefficace nelle misure sanzionatorie, l'opposizione occidentale al nucleare iraniano è debole in punto di diritto e in punto di fatto. Avendo firmato un trattato di collaborazione militare con l'India dopo che questa aveva costruito la propria Bomba, Washington non è molto credibile quando pretende di vietare a Teheran le centrali ad energia atomica. Quantomeno il doppio standard occidentale presta il fianco all'obiezione iraniana: siete contro di noi non per quello che facciamo, ma per quello che siamo. Eppure il problema è esattamente quello. Occorrono mesi, non anni, perché una nazione passi dal nucleare civile al nucleare militare: e se quella nazione è l'Iran khomeinista, la prospettiva non può non inquietare. Dunque l'opposizione occidentale è giustificata. Il metodo adottato però è inefficace e perfino controproducente. Sanzioni, intimazioni, tensioni internazionali, tutto questo finora ha aiutato il regime a cavalcare i sentimenti dell'opinione pubblica iraniana, che per gran parte vuole la Bomba, sia essa islamica o persiana, nazionalista o religiosa. Forse sarebbe meglio incalzare gli ayatollah su questioni come i diritti umani, cari a tanti iraniani, e non parlare affatto di nucleare (almeno fin quando non si trovi uno strumento di coercizione minimamente efficace). Quel che comunque gli occidentali non possono evitare è il dubbio sulla propria consistenza. Ieri occorreva uno sforzo notevole per ricondurre ad un minimo comun denominatore le posizioni espresse dai premier europei sul tema della crisi alimentare. Eppure la fame è un'alleata dell'estremismo islamico, e un pericolo maggiore di al Qaeda per i governi arabi filo-occidentali, come l'Egitto di Mubarak. Ahmadinejad non sarà un genio ma quando dice che "il mondo è in mano a incompetenti" in fondo fotografa l'inconsistenza di chi suppone di avere ancora un ruolo di guida, l'Occidente, ma non riesce da tempo ad esprimerlo. Se poi è in corso un riequilibrio di potere tra economie emerse ed economie emergenti, tra Paesi trasformatori e Paesi produttori di materie prime, al suo Iran non mancano i mezzi per entrare nelle future gerarchie mondiali, dalle immense riserve di idrocarburi, le terze al mondo, ad un'agricoltura che è anch'essa strumento di influenza (come sa Mubarak, cui Teheran adesso rifiuta di vendere grano). Dunque il presidente iraniano non farnetica. E a smentire le sue certezze non saranno le manifestazioni di protesta con le quali ieri Roma lo ha congedato. Tanto più perché nelle stesse ore il frenetico applauso di trecento imprenditori italiani confermava ad Ahmadinejad che la furba Europa conosce l'arte di nascondere con la retorica l'incondizionata disposizione al business e l'ossequio per gli strumenti reali del potere.

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E gitai racconta il cinema d'israele - chiara pilati (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)

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Pagina XVII - Bologna Stasera un incontro al Museo Ebraico E Gitai racconta il cinema d'Israele Nell'ultimo film Amos mostra la liberazione degli insediamenti israeliani della striscia di Gaza da parte del governo Sharon CHIARA PILATI Per quanto sia uno stato molto giovane, Israele ha una forte tradizione culturale che deriva da una radicata identità come popolo e come popolo di Dio. Oggi, a 60 anni dalla sua fondazione, quella memoria si riflette anche nella produzione culturale contemporanea che, dopo il melting pot, il pluralismo culturale, la multietnicità, è giunta alla sintesi. La spinta rinnovatrice si sente in tutte le arti e naturalmente anche nel cinema, quello che per definizione più da vicino segue gli sviluppi del presente e che offre al mondo autori come Amos Gitai (nella foto sotto) in grado di fotografare senza veli la società contemporanea del suo paese. In occasione delle manifestazioni per il sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato, il Museo Ebraico che ospita anche la mostra del fotografo Robert Capa, ha invitato il regista a tenere una conferenza (programmata nei giorni scorsi e poi rinviata per l'impossibilità del cineasta a presenziare), questa sera alle 21, sul tema "Il Cinema in Israele oggi" (via Valdonica, 1/5, gratuito). L'arte del grande schermo si sta facendo strada e le produzioni stanno aumentando: ogni anno vengono realizzati circa 15 film e sia i veterani che le giovani leve stanno riscuotendo un notevole successo conquistando non solo l'attenzione e l'interesse del pubblico israeliano ma anche premi e partecipazioni a festival internazionali, come per l'ultima pellicola di Gitai da poco presentata a Cannes, "Désengagement", con Juliette Binoche e Jeanne Moreau. Da ventisette anni Gitai racconta della sua terra in veri e propri "instant movie" che evitano giudizi personali di merito lasciando allo spettatore la possibilità di prendere posizione come accade in questo ultimo lavoro nel quale mostra la liberazione degli insediamenti israeliani della striscia di Gaza da parte del governo Sharon.

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<Siamo il Paese più sicuro, venite a investire da noi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-04 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE Affinità Incontro con gli imprenditori "Siamo il Paese più sicuro, venite a investire da noi" ROMA - "L'Iran è il Paese più sicuro del mondo e l'Italia è il nostro primo partner commerciale europeo, venite a investire da noi, gli Usa fanno solo propaganda ma la globalizzazione non può fermare gli scambi ". In un Hilton superblindato fin dalle prime curve di Monte Mario, il presidente della Repubblica iraniana Mahmoud Ahmadinejad incontra una delegazione di imprenditori italiani. Sono un centinaio, in rappresentanza di una cinquantina di imprese per lo più medio piccole, ma ci sono manager anche di Enel, Eni, Mediobanca e alcuni "osservatori" del ministero dello Sviluppo economico. Ahmadinejad abbandona la polemica con Israele e passa al business. Comincia citando alcuni versetti del Corano ma ad andare al sodo ci mette poco: "Con l'Italia ci sono affinità culturali e sociali fortissime, il nostro interscambio è di 6 miliardi di euro ma in pochi anni potrebbe arrivare a 20". Poi, in alcuni passaggi il presidente iraniano si lascia prendere la mano dall'ideologia: "Voi cercate il profitto ma non c'è solo quello, più importanti sono la pace e la speranza". Per il resto il messaggio è concreto: "L'Iran punta a una grande svolta economica. Abbiamo recentemente firmato accordi nel gas e.

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Ebrei in corteo con <Free Iran> <Non c'è posto per il tiranno> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-04 num: - pag: 3 categoria: REDAZIONALE Bipartisan Folla in Campidoglio Ebrei in corteo con "Free Iran" "Non c'è posto per il tiranno" L'iniziativa del "Riformista". In corteo dal Ghetto al Circo Massimo. Alemanno: via le luci dei palazzi ROMA - All'ultimo minuto, sulla piazza del Campidoglio, è arrivato l'ambasciatore israeliano Gideon Meir con la moglie. L'ambasciatore in Italia s'è messo in disparte, lontano dal palco bipartisan, vicino però al maxischermo dove venivano proiettate le immagini delle torture subìte dal popolo iraniano. "Free Iran", Iran libero, era questo il titolo della manifestazione lanciata dal quotidiano Il Riformista in occasione della visita del presidente iraniano Ahmadinejad per il vertice Fao. Ed è stato un lungo giorno di mobilitazione anche per la comunità ebraica di Roma, che ha accolto Ahmadinejad lanciando volantini dal Colosseo ("Non ti vogliamo"), stendendo teloni neri in segno di lutto sulla scalinata di Trinità dei Monti e marciando in corteo spontaneo dal Ghetto fino alla zona rossa del Circo Massimo. Alle nove di sera, poi, il sindaco Gianni Alemanno ha fatto spegnere tutte le luci dei palazzi capitolini per esprimere "lo sdegno di Roma" nei confronti delle orrende parole pronunciate anche ieri da Ahmadinejad. "Questo non è un Paese per tiranni - ha detto Antonio Polito, il direttore del Riformista -. Il tiranno alla fine se ne va a testa bassa, dopo aver ricevuto molte porte chiuse in faccia". Applausi dalla piazza, dove sventolavano bandiere d'Israele, dei Resistenti iraniani, dei Radicali, dell'Arcigay, dei sindacati (Cisl e Ugl). Soddisfatto Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana: "Oggi mi sento orgoglioso di essere italiano". "Noi israeliani siamo grati a Berlusconi per la politica adottata - ha aggiunto l'ambasciatore Gideon Meir -. La politica, cioè, di non incontrare gente che chiama alla distruzione di altri Paesi o che non rispetta i diritti umani". Piazza bipartisan: il ministro Andrea Ronchi e Goffredo Bettini, il leghista Castelli e Furio Colombo. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha concluso così: "La nostra manifestazione non è contro qualcuno, ma per qualcosa. Per la libertà di un popolo oppresso dalla dittatura e per il desiderio di pace in tutta la regione e nel mondo". In piazza Partecipanti alla manifestazione bipartisan contro Ahmadinejad in Campidoglio sventolano la bandiera israeliana Fabrizio Caccia.

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Obama ora prepara la nuova guerra con McCain il duro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-04 num: - pag: 9 categoria: REDAZIONALE Al traguardo è il primo candidato nero alla presidenza Obama ora prepara la nuova guerra con McCain il duro La sfida con il repubblicano si annuncia piena di insidie. La lunga marcia delle primarie ha svelato tutte le debolezze del senatore dell'Illinois che ora dovrà trovare il modo di conquistare l'americano medio Gli operai bianchi lo scoglio del senatore DAL NOSTRO INVIATO ST. PAUL (Minnesota) - Barack Hussein Obama. è bene ricordare per intero questo nome, ora che anche i numeri dicono che sarà lui, il senatore afro-americano venuto dal nulla, "un padre dal Kenya, una madre dal Kansas e una storia che poteva succedere solo negli Stati Uniti d'America", il candidato democratico per la Casa Bianca nel prossimo novembre. Anche se più di una volata, quella di Obama è stata una camminata verso il traguardo, verso la sicurezza matematica della nomination. L'insurrezione di Hillary Clinton, reincarnatasi da favorita a ribelle, ne ha rallentato la marcia, che era apparsa irresistibile durante le undici vittorie consecutive strappate in febbraio. Dopo il 4 marzo, quando l'ex first-lady era risorta in Ohio e Texas, Obama ha vinto infatti solo 6 delle 14 primarie o caucus in calendario. Il finale affaticato di Barack nulla toglie alla dimensione storica dell'impresa. Quella del primo afro-americano dall'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, che diventa il prescelto di uno dei due grandi partiti e ha buone probabilità di conquistare la Casa Bianca nelle elezioni di novembre. Ma segnala debolezze precise e pone una serie di sfide, che Obama e i suoi strateghi dovranno affrontare e risolvere, in vista della battaglia con John McCain, sicuramente il miglior candidato possibile per un partito repubblicano pur depresso e a livelli abissali di popolarità. "Obama ha dimostrato di saper condurre una campagna, ora è meglio che si prepari per una guerra", ha scritto Newsweek. La prima emergenza sarà quella di svelenire il clima interno e riconciliare il partito democratico, mostrandosi generoso e inclusivo verso Hillary e i suoi seguaci. Cinque mesi di primarie combattute allo spasimo, hanno mobilitato i progressisti, dando loro energia ed entusiasmo, ma li hanno lasciati divisi e gonfi di rancore. Obama ha già cominciato a farlo: "Abbiamo molto lavoro davanti per riunificare il partito - ha detto domenica -. Hillary Clinton è un eccezionale servitore dello Stato, ha condotto una campagna formidabile e in novembre lavoreremo insieme per sconfiggere John McCain". Sarà questo anche un test decisivo, per la mistica della sua candidatura: Obama vince e affascina oltre le barriere di partito, anche promettendo di unificare il Paese, lacerato dalle politiche divisive di George W. Bush. Può intanto dimostrare di saperlo fare in casa sua. Non è però scontato che ciò significhi offrire a Hillary Clinton la vicepresidenza, incarico che lei si dice ora pronta ad accettare e che una parte del popolo democratico sogna. Il processo di selezione è di fatto cominciato. Ma troppi sono i criteri da considerare, tanti i papabili e soprattutto molte le contro-indicazioni a una scelta che sembrerebbe contraddire il messaggio di cambiamento predicato da Obama, per formulare una previsione credibile. Un incontro tra i due nei prossimi giorni è comunque sicuro. Nella telefonata di congratulazioni a Hillary per la sua vittoria a Porto Rico, Obama le ha detto: "Una volta calmate le acque, sono pronto a incontrarti, scegli tu dove e quando". Ma Hillary è solo uno dei problemi di Barack. C'è per esempio la sua scarsa presa nell'elettorato ebraico, elemento decisivo della coalizione democratica. Stamane, Obama va a parlare a Washington davanti all'Aipac, la più influente delle organizzazioni pro-israeliane d'America dove lunedì McCain ha raccolto un'ovazione. Ma ci vorrà più di un discorso, di fronte alla campagna di calunnie, che da mesi tenta di far passare Obama come ostile a Israele. Non ultimo, il candidato democratico dovrà lavorare molto per far meglio tra i bluecollars, gli operai bianchi e le persone senza istruzione superiore, che in tutti gli Stati dov'erano presenti in forze, dall'Ohio alla Pennsylvania, gli hanno sempre preferito Hillary e che ora potrebbero migrare verso McCain. Un tema che tocca la corda più profonda della candidatura di Obama, quella che solo a tratti emerge nel dibattito pubblico: è pronta l'America a eleggere un presidente nero? è questo il grande interrogativo irrisolto di una straordinaria stagione, che è già una pagina di Storia. Paolo Valentino Vincente Barack Obama è a un passo dalla nomination democratica alla presidenza dopo cinque mesi di battaglia #.

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Notizie (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Notizie Afghanistan "Altri dieci anni di occupazione Servirebbero 400mila soldati" Il generale americano, David McKiernan, ha assunto il comando dei 50mila militari della forza Isaf in Afghanistan. Passando il testimone al suo successore, il generale Usa Dan McNeill ha dichiarato che, per vincere la guerra, la Nato ha bisogno di molti più uomini e mezzi. "Non mi riferisco solo agli Stati Uniti" ha spiegato il generale, suggerendo che, per rendere efficaci le operazioni di contro-guerriglia, in Afghanistan ci sarebbe bisogno di 400.000 soldati. E le truppe internazionali (tra cui i 2.500 italiani) dovranno probabilmente restare in Afghanistan per almeno cinque o forse dieci anni. Ad affermarlo è stato il ministro della Difesa tedesco, Franz Josef Jung. Lungo questo periodo militari e polizia afghani dovranno acquisire la capacità di garantire in proprio la sicurezza nel paese: solo allora le forze internazionali potranno cominciare a prendere in considerazione la possibilità di un ritiro delle truppe. Palestina Olmert: ok alla costruzione di ottocento case nelle colonie Il via libera alla costruzione di 884 alloggi a Gerusalemme è stato dato dal primo ministro israeliano Ehud Olmert prima della sua partenza per gli Stati Uniti, l'altro ieri sera. La decisione è stata criticata dagli Stati Uniti. "Pensiamo che nuove colonie non debbano più essere costruite" ha detto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino. Olmert deve incontrare a Washington il presidente statunitense George W. Bush. Germania La comunità ebraica tedesca contro l'Hitler di cera Aumenta la polemica in Germania sulla statua di cera di Adolf Hitler, che sarà esposta nel nuovo museo Madame Tussaud, di prossima apertura, a Berlino. La comunità ebraica ha giudicato ieri "inaccettabile" un'installazione senza adeguate spiegazioni che l'accompagnino. Tesi condivisa dai responsabili del museo, i quali hanno scritto al sindaco di Berlino Klaus Wowereit per informarlo che accanto alla statua verranno sistemati appositi pannelli con informazioni sugli orrori del nazismo. Sarà vietato anche fotografare la statua. Germania Ecco le bombe "verdi": letali ma salvaguardano l'ambiente Presto negli arsenali delle potenze mondiali potrebbero esserci anche le eco-bombe, cioè ordigni esplosivi "verdi" altrettanto devastanti di quelli convenzionali, ma meno nocivi per l'ambiente. A crearle è stato un gruppo di ricercatori tedeschi dell'Università di Monaco, che pubblicherà i risultati sulla rivista Usa "Chemistry of Materials".

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Documenta , quelle immagini vive sulla realtà (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Documenta", quelle immagini vive sulla realtà Anche quest'anno il festival spagnolo svela un respiro internazionale. Trovano spazio realtà extraeuropee e retrospettive dedicate a Faroki e al francese Philibert Lucia Vannucchi Madrid "Le formule della fiction ormai si sono esaurite" commenta Mercedes Alvarez, multipremiata documentarista spagnola e membro della giuria di Documenta Madrid: un festival dedicato esclusivamente a diffondere e potenziare il genere del documentario e che attualmente vanta di avere la più alta affluenza di pubblico tra tutti i festival della capitale. "Il cinema di genere sembra che non abbia più tanta risonanza e capacità di far presa su quella parte di pubblico aperta a nuovi modi di narrare, a una visione non formattata della realtà". È l'affermazione della fusione degli stili, dell'ibrido, quindi. Alla sua quinta edizione è divenuto non solo vetrina del miglior cinema documentario internazionale (quest'anno sono state proiettati 105 film di 38 nazionalità diverse nelle sezioni competitive) ma anche un punto d'incontro annuale tra i professionisti del settore, i creatori ed il pubblico. A questo proposito sono stati creati tre blocchi di attività: proiezioni nelle sale pubbliche e private rispettando i formati e le lingue originali, attività parallele (esposizioni, presentazioni, tavole rotonde, incontri) e attività di formazione (conferenze, lezioni magistrali, seminari..). Alla domanda se si stia assistendo all'auge del documentario in questo momento la Alvarez ci risponde: "Credo che sia eccessivo dirlo. Piuttosto parlerei della maggiore accessibilità al fare cinema data dall'avvento del digitale. Adesso chiunque con una camera ed un microfono può filmare uno spaccato di realtà. Questo ha fatto sì che esistano documentari da ogni parte del mondo e innumerevoli festivals come questo; finestre aperte sulle più diverse realtà". Piatto forte del festival è la sezione competitiva in cui hanno concorso lungometraggi, cortometraggi e reportages. Abbiamo visto - con enorme varietà di stili e linguaggi - alcune proposte più puramente estetiche e innovatrici, altre più propriamente calate nel tessuto sociale, culturale, artistico o ambientale relazionato al tema trattato. Di forte impatto sono state quelle dedicate a realtà extraeuropee, molte delle quali con carattere di denuncia, come 4 de Julio, la massacre de San Patricio degli argentini Juan Pablo Younge, Pablo Zubizarreta. Il film fa luce su un fatto di sangue avvenuto nel 1976: l'assassinio di tre sacerdoti e tre seminaristi della congregazione pallottina di Buenos Aires. Attraverso testimonianze dirette di quel periodo, si indaga sul movente di un crimine di cui, con il silenzio della Chiesa, si occultarono le prove che avrebbero posto sul banco degli imputati un unico accusato:il governo militare. O come Rough Cut della giovane regista iraniana, Firouzeh Khosrovani ci presenta un Iran che ancora si ostina a non cambiare: il divieto di esporre in vetrina abiti con manichini, perché attirerebbero "troppo" l'attenzione dei passanti, è di per sé un fatto sufficientemente significativo per misurare il grado di emancipazione di quella società; un tema ormai conosciuto, abbordato però in forma originale. O come infine To see if I'm smiling di Yarom Tamar, che ci offre la sconcertante testimonianza di sei donne israeliane, che parlano della loro vita nell'esercito e della loro esperienza nei territori occupati, del potere che fu loro conferito a soli 18 anni per controllare la popolazione palestinese. Un punto di vista femminile su una guerra interminabile e sui dilemmi morali che questa impone. Tra i film presentati nella sezione competitiva nazionale spagnola risultano particolarmente interessanti le produzioni indipendenti che ritrattano realtà marginali o legate al tema dell'immigrazione come il cortometraggio El sastre del barcellonese Oscar Perez Ramirez, dove il regista riporta, senza intervenire, la giornata di un sarto pachistano e del suo aiutante indiano, che lavora per lui illegalmente per un somma irrisoria di denaro. Il film è girato a Barcellona, nello spazio claustrofobico del negozio del protagonista. L'interazione dei due uomini, che spesso acquista toni di comicità, riesce a sdrammatizzare la realtà di solitudine ed isolamento che li accomuna. O come Harraga, di Eva Hernandez Manzano e Mario de la Torre Espinosa, che entrano invece in maniera diretta nel dramma dell'emigrazione clandestina mostrandoci la realtà dei bambini di strada di Tangeri: quelli che ancora vedono la fuga verso l'Europa come unica via d'uscita al proprio inferno quotidiano e quelli - pochi - che sono riusciti a reinserirsi. Una sezione a parte è stata dedicata alle produzioni contemporanee latinoamericane (Pantalla latinoamericana) - che indagano sulla memoria collettiva di paesi come Argentina, Brasile, Cile, Messico, Panama o Paraguay - ed a quelle arabe (Pantalla arabe) con contributi cinematografici provenienti da Marocco, Egitto, Libano, Siria e Palestina. Un ampio spazio è stato dato anche alle retrospettive: sull'opera ed il contributo critico del regista tedesco Harun Faroki, su una quasi sconosciuta produzione documentaria di Antonioni ed sull'ormai consacrato regista francese Nicolas Philibert. In coincidenza con il quarantesimo l'anniversario del '68 il festival ha dedicato anche la prima parte del ciclo Echando la vista atràs al cinema militante di quel periodo, con una serie di titoli classici legati ad autori quali Fernando Solanas, Chris Marker, Alain Resnais, Godard, Saul Landau, Agnes Varda, che ritrattano i movimenti sociali esplosi in quel periodo in Francia, Stati uniti, America Latina ed Europa dell'est,. La seconda parte è invece totalmente incentrata su quel fenomeno artistico e musicale (la cosiddetta movida) che segnò la vita sociale e culturale della Spagna postfranchista e che ebbe i suoi centri nevralgici a Madrid, Barcellona,Valenzia e Vigo. Documenta è divenuto quindi un appuntamento ineludibile per chi è interessato a questo genere ancora minoritario, ma che svolge ed ha svolto un ruolo fondamentale nel rinnovamento del linguaggio cinematografico, perché "la volontà di svelare le false apparenze della realtà, di mostrare la propria visione critica della storia, della politica, di fomentare uno sguardo nuovo sul mondo, è quella che muove il documentarista" sostiene la Alvarez e ribadisce Nicolas Philibert nella sua lezione tenuta in un gremito auditorio dell'Istituto francese. "Resistete", sottolinea bene Philibert, "cercate di liberarvi dalle norme della televisione. In questa società dell'intrattenimento, dello spettacolo generalizzato, non permettete che il documentario perda la sua vitalità politica, non rinunciate alla sua dimensione soggettiva".

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Sapienza-Iran per soli uomini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-04 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE Fatti gli Affari Esteri di MAURIZIO CAPRARA Sapienza-Iran per soli uomini Se si parla dei legami tra Italia e Iran, il pensiero va dritto agli affari. L'interscambio, che nel 2007 è stato di sei miliardi di euro, rende in Europa il nostro Paese il primo partner commerciale della Repubblica islamica. Ma di collegamenti ce ne sono anche altri: gli studenti che si interessano di questioni iraniane non sono soltanto quelli che ieri protestavano contro le minacce di Mahmoud Ahmadinejad al sacrosanto diritto di Israele a esistere. Prova ne è che tra gli imprenditori riuniti in serata all'hotel Hilton per ascoltare il presidente venuto da Teheran c'era anche il preside della facoltà di Studi orientali della "Sapienza ", Federico Masini. "L'Iran è il Paese con il quale la nostra università ha il maggior numero di accordi", spiega Masini. "Ogni anno ci mandiamo a studiare 15 studenti. Vanno a Isfahan e tornano entusiasti da un campus fantastico. In genere, dopo trovano sbocchi lavorativi", dice il professore. Si capisce perché l'ufficio dell'ambasciatore iraniano Abolfazl Zohrevand abbia invitato Masini. La sua facoltà, fra l'altro, ha pubblicato l'unico dizionario italiano-persiano stampato di recente nel nostro Paese. "In Iran non riusciamo a mandare ragazze. Le famiglie non si fidano", racconta Masini. Però non dispera. Federico Masini Abolfazl Zohrevand.

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Sfilata anti-Tehran in Campidoglio, polemiche per il giornalista escluso (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Manifestazioni in tutta la città. Il vicedirettore di Adnkronos international, l'iraniano Rafat, bloccato all'ingresso del vertice Mi. B. Roma "Dopo le ultime dichiarazioni di quel tiranno, abbiamo deciso di venire qui per dichiarare il nostro dissenso per la presenza di Ahmadinejad al vertice". Sono circa trecentocinquanta ebrei romani, partono dal Portico d'Ottavia e arrivano fino a piazzale Ugo La Malfa, prima della zona rossa che circonda il palazzo della Fao. Una manifestazione spontanea, con bandiere dello stato di Israele, preceduta dal lancio, dal primo piano del Colosseo, di venticinquemila volantini con raffigurato Ahmadinejad dietro un segno di divieto e scritte come "non posso entrare". In diverse zone della città, in via del Traforo, intorno a San Pietro, vicino al Colosseo, i giovani ebrei romani affiggono striscioni con scritto "l'Italia democratica rifiuta il tiranno Ahmadinejad" e "con l'Iran democratico contro dittatore terrorista, Ahmadinejad fuori da Roma". Il Riformista dà invece appuntamento in piazza del Campidoglio: dalle nove di sera le luci si spengono per quindici minuti, "un gesto finora mai fatto", rivendica il sindaco di Roma Gianni Alemanno, ma "necessario" perché "nel 2008 non è più possibile lanciare segnali di intolleranza e di sterminio nei confronti di un altro stato". Nel 2008. Sotto il palazzo senatorio, per la manifestazione lanciata dal quotidiano diretto da Antonio Polito, promosso dal capogruppo del Pdl al senato Maurizio Gasparri "garante della dei valori della libertà e della democrazia nel mondo", c'è il governo (Andrea Ronchi e Carlo Giovanardi), c'è la maggioranza Lega compresa, con Castelli che vuole essere "al fianco di tutti i popoli che lottano per la libertà", e c'è l'opposizione. C'è il sindaco, appunto, e c'è il presidente della provincia, il Pd Nicola Zingaretti. "Abbiamo dimostrato ad Ahmadinejad che in Italia si è divisi su tutto, grazie al cielo, perché esiste una democrazia. Ma ci sono valori comuni nei quali si è uniti e lo testimonia la presenza stasera qui di forze politiche di diversi schieramenti", ringrazia il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. Invitato da Polito a coordinare insieme a lui gli interventi della serata, nella piazza sulla quale sventolano bandiere israeliane, iraniane, dell'Arcigay e dell'Ugl (sul Campidoglio, contro Ahmadinejad c'è anche la leader del sindacato Renata Polverini), prende la parola tra i tanti altri Ahmad Rafat, uno dei promotori della manifestazione, il giornalista iraniano vicedirettore di Aki-Adnkronos international dichiarato "persona non gradita" al vertice Fao: "Ahmadinejad ha avuto paura delle mie domande scomode", per questo, dopo essere stato bloccato dalla sicurezza all'ingresso del palazzo della Fao, gli è stato ritirato il pass, spiega. Fin dalla mattina l'episodio suscita tantissime proteste: il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, chiede alle autorità di intervenire, palazzo Chigi declina ogni "responsabilità di sorta" sugli accrediti per il vertice, dopodiché il ministro degli esteri Franco Frattini fa sapere di aver chiesto delucidazioni al rappresentante permanente italiano presso la Fao Pietro Sebastiani. A sera è lo stesso Rafat a riferire: "Mi volevano riammettere, ma ho rifiutato perché debbono spiegarmi le ragioni del ritiro del mio pass e debbono chiedermi scusa". Il giornalista spiega di essere stato chiamato da un alto funzionario dell'ambasciata statunitense a Roma che gli ha chiesto cosa fosse accaduto. Poi l'ambasciata americana ha contattato la Fao che a quel punto ha deciso di riammettere Rafat. Ma il giornalista rifiuta di tornare: "Sono stato umiliato".

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FAUST (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Tempo Libero - data: 2008-06-04 num: - pag: 9 categoria: REDAZIONALE FAUST Mefistofele antinazista nel dramma "IOEIO" di Else Lasker SchÜler Per il saggio dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico", è in scena un testo della poetessa tedesca Else Lasker SchÜler, dal titolo "IOEIO ". Sarà presentato stasera e domani sul palcoscenico del Teatro Quirino (via delle Vergini 7, ore 21, tel. 06.6794585 - 800013616), nella traduzione, nell'allestimento e con le regia di Cesare Lievi. Gli interpreti sono gli allievi del terzo anno di recitazione dell'Accademia "D'Amico". Else Lasker SchÜler è considerata una delle più grandi poetesse della letteratura tedesca del secolo scorso. La sua opera ha suscitato in passato reazioni discordi, anche se Karl Kraus la definiva "il più forte e impervio fenomeno lirico della Gemania moderna". La scrittrice amava recitare in pubblico i suoi versi, provocando spesso scandalo e proteste, ottenendo senza soluzioni intermedie o critiche osannanti oppure stroncature senza appello. Nata nel 1869, quella di Else, ebrea nella Germania del delirio nazista, è stata una vita difficile. Costretta alla miseria, visse di aiuti (tra i suoi benefattori figurò anche il filosofo Ludwig Wittgenstein). Nel 1932 le fu conferito il prestigioso premio Kleist, ma l'anno dopo i nazisti la costrinsero all'esilio, mettendo al bando la sua opera. Dopo un breve soggiorno trascorso in Svizzera, Else raggiunse finalmente Gerusalemme, dove morì nel 1945. L'interesse per la Lasker fu tenuto vivo da una piccola cerchia di devoti, tra cui Paul Celan e, nel 1990, il film dell'israeliano Amos Gitai, "Berlin Jerusalem", ne ha rievocato la figura leggendaria, consentendo l'inizio di una revisione critica della sua vicenda letteraria. Il testo che sarà in scena stasera e domani al Quirino, "IOEIO", si presenta come un esempio di teatro nel teatro. L'azione è ambientata nel 1941, in un teatro-cabaret di Gerusalemme dove, alla presenza del famoso regista Max Reinhardt, una poetessa, che rappresenta l'autrice, propone il suo ultimo lavoro, del quale sono protagonisti Mefistofele e Faust. I due personaggi sono collocati all'inferno e, se Faust si dimostra preoccupato per la situazione angosciante nella quale è ridotta la Germania di Hitler, Mefistofele tende invece ironicamente a minimizzare. Ma quando alcuni gerarchi nazisti, inviati da Hitler, arrivano proprio all'inferno per chiedere di avere il petrolio necessario per sostenere le operazioni belliche, Mefistofele, che in un primo momento intende concederlo, si rende poi rapidamente conto delle loro intenzioni aggressive. Le truppe tedesche, guidate da Hitler in persona, marciano contro l'inferno. Non rimane altro da fare, dunque, che sterminarle, annegandole in un fiume di lava. Ed è così che, di fronte al pericolo nazista, il diavolo e Faust si ricongiungono e trovano un'intesa e a quel punto, per loro, si aprono addirittura le porte del paradiso. Spiega Cesare Lievi: "Si tratta certamente di uno strano testo: da un lato è un lavoro realistico, considerando anche i diretti riferimenti storici; dall'altro lato è metaforico, per le due figure mitiche che ne sono protagoniste. E il finale - aggiunge il regista- è ancora più stranamente ottimista: la morte finisce per riunire, infatti, ciò che la vita divide". Avendo a disposizione tanto repertorio teatrale classico e contemporaneo, perché scegliere l'opera di questa poetessa? Risponde il regista: "Perché è un testo corale, nel quale si confrontano numerosi personaggi. Inoltere, "IOEIO" è particolarmente adatto a un saggio, dove impegnare un gruppo di venti giovani: ognuno di loro, sul palcoscenico, può esprimere il livello raggiunto ". Non è la prima volta che Cesare Lievi si confronta con le scuole di teatro: "La prima volta - racconta - ho allestito un saggio della "Paolo Grassi" di Milano. Ma posso dire di conoscere bene anche le scuole tedesche". Quali sono le differenze rispetto a quelle italiane? Risponde Lievi: "Beh, certamente in quelle tedesche, l'insegnamento è più strutturato. Qui, in Italia, è più libero, oserei dire che è più vivo. Insomma, tra i nostri giovani attori, c'è sicuramente una maggiore libertà di iniziativa". E, tra gli allievi italiani, quali sono le principali differenze tra le ragazze e i ragazzi? Ribatte il regista: "Alle ragazze tutto riesce più facile. Non dico che siano più spudorate, ma certamente superano con una maggior disinvoltura i freni inibitori e sono più curiose. I ragazzi? Appaiono meno aperti e... più imbranati". Insomma, se in conclusione dovesse dare un voto ai suoi attori? Commenta Lievi: "In tutti ho riscontrato una grande voglia di fare teatro e di farlo bene, con serio e disciplinato impegno. Il voto? Dieci e lode!". Una scena di "IOEIO" che sarà presentato stasera e domani al Quirino dall'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico": il testo della poetessa ebrea tedesca Else Lasker SchÜler racconta l'alleanza fra Faust e Mefistofele per sconfiggere Hitler; in alto, un altro momento dello spettacolo e il regista Cesare Lievi Emilia Costantini.

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Notizie in 2 minuti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-06-04 num: - pag: 56 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo Piano Fao, il caso Iran Al vertice Fao di Roma scoppia il caso del presidente iraniano Ahmadinejad, che attacca di nuovo Israele: "Noi sappiamo che gli europei non amano i sionisti e non vogliono che vivano in Europa. Ce ne siamo resi conto...". Corteo della comunità ebraica contro il leader di Teheran. Clinton, ultimo atto Si concludono, con il Sud Dakota e il Montana, le primarie democratiche per le presidenziali Usa. Obama sembra destinato alla vittoria. E la Clinton si dice pronta ad accettare il ruolo di vicepresidente dell'avversario. Focus La giustizia minorile Viaggio nella giustizia minorile, in questi ultimi tempi nell'occhio del ciclone per alcune decisioni discusse come quella di togliere alla famiglia i bimbi di Basiglio. Il nodo del rapporto con i servizi sociali. Politica Berlusconi e i clandestini Entrare clandestinamente in Italia non sarà più un reato, al massimo un'aggravante per chi commette altri reati. Lo ha detto Silvio Berlusconi, con una marcia indietro che ha spiazzato un po' tutti e ha aperto uno scontro con la Lega. Esteri Il vademecum per Pechino E' stato pubblicato dagli organizzatori cinesi dei Giochi olimpici di Pechino un vademecum di regole (da quel che si porta a ciò che si urla allo stadio) che dovrà essere rispettato dai visitatori. Chi trasgredisce rischia anche la prigione. Cronache Arrestato Cecchi Gori "Finte operazioni di riorganizzazione societaria, passaggi di quote azionarie e operazioni commerciali simulate, anche con società estere". Sono le ipotesi di reato che hanno portato all'arresto di Vittorio Cecchi Gori e di due suoi collaboratori in seguito al crac da 25 milioni della "Safin Cinematografica ". Economia A giugno la Robin Hood Il governo italiano intende varare già tra giugno e luglio prossimi la Robin Hood Tax, orientata a ridurre i superprofitti dei petrolieri, a frenare la speculazione collegabile agli aumenti dei prezzi dei carburanti e a recuperare risorse da destinare ai cittadini. Lo ha detto il ministro dell'Economia Tremonti. Cultura L'amore nel gulag L'ultimo libro di Martin Amis, La casa degli incontri, descrive gli incontri che i prigionieri del gulag avevano con le mogli in un apposito "chalet": uno straziante abisso di degradazione. Spettacoli Supereroe superscarso Anteprima mondiale di Hancock, l'ultimo film con Will Smith: storia di un supereroe dotato di poteri speciali ma che va alla deriva e cerca di rilanciare la propria immagine. Una presa in giro dei nuovi miti americani. Sport Ecco Mourinho Presentazione ufficiale del nuovo allenatore nerazzurro, il portoghese José Mario Mourinho. Che dice: "Sono arrivato in un grande club, è finito un ciclo e ne inizierà un altro, siamo a una vita nuova, voglio un calcio divertente ". E conquista la platea quando, alla richiesta di parlare delle prossime mosse di mercato, risponde "Non sono un pirla". * Con "Style Magazine" e 3,00; con "Corriere Enigmistica" e 2,30; con "Foto:box" e 7,90; con "Storie della Bibbia" e 8,90; con "La grande dinastia dei Paperi" e 8,90; solo a Milano e provincia con "Mangiar bene a Milano" e 10,90; con "L'Europeo" e 8,90; con "Ricettario della Cucina italiana" e 13,90; con "Il grande cinema di Alberto Sordi" e 10,99; con "Gli itinerari di Dove" e 8,99; con "I Simpson Classici" e 10,99; con "Le avventure di Lucio Battisti e Mogol" e 8,90; con "La Storia del Fascismo" e 10,99; con "Il Diritto" e 15,90; con "I Cesaroni" e 13,90. In Puglia, Marche, Lazio (no Roma) e nelle province di TV, MO, PR, RE, CR e MN con La Gazzetta dello Sport e 1,00.

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La vetrina del festival vincitori e premi speciali - franco montini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXVI - Roma La vetrina del festival vincitori e premi speciali Intrastevere e altre sale FRANCO MONTINI I film premiati ci saranno praticamente tutti, a cominciare dalla Palma d'oro Entre les murs di Laurent Cantet, sulla vita di una classe in una scuola difficile, frequentata da alunni di varia estrazione sociale e diverse nazionalità. Anche quest'anno "Cannes a Roma" propone una vetrina prestigiosa, con un cartellone che comprende una quarantina di titoli provenienti delle tre sezioni più importanti del festival francese: Concorso, Quinzaine des realisateurs e Semaine de la Critique. Come di consueto, sarà Trastevere il cuore della manifestazione, in programma per otto giorni da domani, giovedi 5 a giovedi 12 maggio, con proiezioni che si terranno all'Alcazar, Intratevere, Sala Troisi, Nuovo Sacher e Greenwich, cui si affiancheranno anche Villa Medici e il multiplex Ugc Porta di Roma. La vicinanza fra la maggior parte dei locali vuole favorire al massimo la partecipazione del pubblico con la possibilità di spostarsi velocemente da un locale all'altro, visionando più film ogni giorno, come avviene in tutti i festival. Oltre alla Palma d'oro 2008, nel cartellone di "Cannes a Roma" spiccano le presenze de Les trois singes del turco Nuri Bilge Ceylan, vincitore per la miglior regia; Le silence de Lorna dei fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne, miglior sceneggiatura; Un conte de NoËl di Arnaud Desplechin con Catherine Deneuve, Premio speciale del 61° festival; Diari di Attilio Azzola, Gran Prix Ecran Juniors; Eldorado di Bouli Lanners, vincitore del Premio Label Europa Cinemas. E ancora l'emozionante e provocate cartone animato israeliano Waltz with Bashir di Ari Folman, che racconta la strage di Sabra e Chatila e Il resto della notte di Francesco Munzi, drammatica storia di paura, immigrazione e violenza, che sarà presentato al pubblico dal regista. Tutte le proiezioni sono in versione originale con sottotitoli italiani e oltre alle anteprime di film che nei prossimi mesi arriveranno nelle sale italiane, "Cannes a Roma" offre la possibilità di conoscere film ed autori che non saranno distribuiti. In questo senso particolare attenzione merita la rassegna completa della "Semaine de la Critique", dedicata alle opere prime e seconde, ovvero al cinema del futuro, in programma integralmente all'Alcazar e l'omaggio alla "Quinzaine" che, per celebrare il quarantennale della sezione, oltre ai film dell'ultima edizione, propone a Villa Medici una retrospettiva con i grandi titoli lanciati in passato. Si potranno così vedere o rivedere moderni classici come Il diritto del più forte di Fassbinder; The indian runner di Sean Penn; Don Giovanni di Carmelo Bene, in una versione appena restaurata.

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Cortei, sit-in e bandiere roma protesta e si veste a lutto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Dai giovani ebrei al "Riformista", tutti contro la visita Cortei, sit-in e bandiere Roma protesta e si veste a lutto Il sindaco ha fatto spegnere le luci del Campidoglio per un quarto d'ora ROMA - "Voglio tanto bene al popolo italiano", dice il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad dal pulpito della Fao, ma la Capitale non ricambia: dagli striscioni vicino a San Pietro ai volantini "non ti vogliamo" liberati dai giovani ebrei romani dalle arcate del Colosseo; dai cori, in piazza di Spagna e a San Giovanni, urlati dai militanti del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, ai drappi neri distesi sulla scalinata di Trinità dei Monti dall'Associazione rifugiati politici iraniani in Italia; fino al corteo spontaneo di centinaia di giovani ebrei partito dal "ghetto" e fermato (senza incidenti) a ridosso della zona rossa. Per tutto il giorno la città ha gridato contro Ahmadinejad la sua ira e il suo sdegno; poi, in serata, decine di parlamentari di entrambi gli schieramenti hanno partecipato alla manifestazione "Free Iran" organizzata dal quotidiano il Riformista in piazza del Campidoglio, con il supporto di una lunga schiera di associazioni per i diritti civili. Il sindaco, Gianni Alemanno, ha spento per un quarto d'ora le luci di tutti gli uffici e i musei che affacciano sulla piazza, in un inedito segno di solidarietà ai manifestanti: "Non è accettabile - dice tra gli applausi - che un capo di stato si sia spinto ancora oggi a lanciare segnali di sterminio nei confronti di un altro stato". Sotto il Marco Aurelio c'erano anche il ministro Edo Ronchi, in rappresentanza del governo, e il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, che ha sottolineato la vita difficilissima dei sindacalisti iraniani. E c'era il rappresentante della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici: "Qualcuno ha pensato che potesse essere l'occasione per riaprire il confronto tra gli ebrei amici di Israele e l'Iran di Ahmadinejad, ma era un equivoco. Noi non siamo "contro l'Iran" ma "per il popolo iraniano": prima delle minacce a Israele, quella tirannia colpisce uomini e donne iraniane". Come è accaduto per tutto il giorno, le bandiere israeliane e quelle iraniane garriscono insieme, brandite dai ragazzi della comunità ebraica e dagli esuli della tirannia. è un addio senza rimpianti né indecisioni, quello tributato al leader della Repubblica islamica. "Abbiamo fame di libertà", scandiscono gli striscioni che hanno accompagnato la protesta simbolica di alcune donne bardate nei loro burqa neri, di fronte ai volti sorpresi dei turisti in piazza di Spagna: "Il velo noi lo possiamo togliere - dicono - ma le donne iraniane oppresse dalla dittatura no". (paolo g. brera).

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"l'italia potrebbe aiutarci nella trattativa sul nucleare" - vincenzo nigro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 04-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'Italia e il nucleare Gli Stati Uniti I sionisti L'Afghanistan "L'Italia potrebbe aiutarci nella trattativa sul nucleare" Il presidente iraniano: gli Usa vogliono toglierci l'aria L'intervista Ci piacerebbe la presenza italiana nei negoziati sul nucleare per condurre una trattativa equa A Kabul è impossibile che la politica della Nato abbia successo: infatti si basa solo sulla forza L'inimicizia degli Stati Uniti verso il popolo iraniano non è una cosa nuova: per 27 anni hanno protetto uno dei più feroci dittatori del mondo I sionisti sono il male all'interno della comunità internazionale: qualcuno può appoggiare i crimini che hanno commesso in Palestina? VINCENZO NIGRO ROMA - Mahmoud Ahmadinejad, il figlio di un fabbro che è diventato presidente dell'Iran, chiude la sua giornata romana all'Hilton. I politici di mezzo mondo ieri alla Fao dopo l'ennesimo discorso violento contro l'Occidente e contro Israele non hanno voluto stringergli la mano: attorno a lui si è sentito il vuoto, la distanza che separa le idee del capo del governo di Teheran dal mondo occidentale e non solo. Ma nell'albergo di Monte Mario, il vuoto viene riempito all'improvviso da centinaia di imprenditori italiani che corrono a parlare di contratti. Alla fine c'è il tempo (più di un'ora) per un'intervista a Repubblica e alla Rai. Un'intervista in cui applicherà la sua tecnica ben conosciuta: rovesciare simmetricamente il punto di vista che la maggioranza dei paesi del mondo ha sulle sue scelte politiche. In cui tornerà di fatto a negare l'Olocausto, relativizzando i 6 milioni di ebrei uccisi rispetto ai milioni di morti fatti dalla II guerra mondiale. Presidente Ahmadinejad, lei continua a dire che Israele è destinato a sparire dalla faccia della terra. Non si accorge che è un linguaggio intollerabile per il mondo civile? "Non la penso così. Le nostre posizioni sul regime sionista sono un bene per tutte le nazioni, per il nostro popolo. I sionisti sono il male all'interno della comunità internazionale. I crimini che vengono commessi in Palestina sono un danno per tutta l'umanità. Quei crimini dovrebbero sparire. Qualcuno può appoggiare questi crimini? Può appoggiare i terroristi? Io ripeto la nostra idea: organizziamo un referendum tra i palestinesi per decidere davvero chi abbia diritto di vivere in quella regione. Il risultato, qualunque esso, sia dovrebbe essere accettato, mentre gente che non ha radici nella regione non dovrebbe avere uno Stato da quelle parti. Io dico all'Italia: guardate che ho solo annunciato qualcosa che è scritto, ho anticipato che il regime sionista è in via di estinzione. Se l'Olocausto c'è stato, parliamo solo di una parte dei 60 milioni di morti che ha fatto la Seconda guerra mondiale. Dopo 60 anni dobbiamo aprire la scatola nera del regime sionista. Noi abbiamo soltanto detto che questo regime di occupazione deve finire". Forse è meglio cambiare argomento. La settimana scorsa, con il suo ultimo rapporto, il direttore generale dell'Aiea vi ha accusati chiaramente di nascondere notizie importanti sul vostro progetto nucleare. Adesso anche l'Aiea ce l'ha con l'Iran? "Io non ho avuto questa impressione. La questione nucleare iraniana è un affare politico, non è giuridico. Non è buffo che gli Stati Uniti, che hanno l'arsenale nucleare più grande del mondo, oggi chiedano conto alla nazione iraniana del suo programma nucleare civile? Le nostre attività sono civili, pacifiche e legali. Gli Usa esercitano pressioni sulla Aiea. L'agenzia in più punti nel suo rapporto conferma che ci sono elementi civili nei programmi iraniani. E' vero l'Iran non risponde a tutto, perché non risponde alle asserzioni, alle pretese che gli Stati Uniti fanno tramite l'Agenzia. L'inimicizia degli Stati Uniti contro di noi non è una cosa nuova, sono più di 60 anni che va avanti la loro ostilità con la nazione iraniana. Per 27 anni hanno protetto uno dei più feroci dittatori del mondo contro la nazione iraniana, e dopo quasi 30 anni continuano a tramare contro di noi. Anche all'Aiea, sul nostro programma nucleare pacifico". Presto ci sarà un nuovo presidente americano: Obama, la Clinton o McCain, cosa potrebbe cambiare con un nuovo presidente? "Chiunque vincerà le elezioni, sono sicuro che gli Stati Uniti cambieranno, avranno un altro approccio. Si ridurrà la sfera di influenza degli Stati Uniti nel mondo, il nuovo presidente dovrà rispondere alle vere esigenze del popolo americano: 40 milioni di cittadini americani non hanno assistenza sanitaria, le vittime del ciclone di New Orleans non hanno ancora una casa. Chiunque sia il presidente dovrà ritirare i soldati americani dall'Iraq, il popolo americano non permetterà di continuare a spendere miliardi di dollari in armamenti". Voi sareste pronti a negoziare con gli Usa? "Sono loro che hanno tagliato i ponti con noi, sperando che ci venisse a mancare l'aria. Oggi invece l'Iran è un paese progredito. Siamo pronti a dialogare con chiunque, salvo col regime sionista, in un rapporto basato sul rispetto reciproco e la giustizia. L'anno scorso avevo fatto una proposta a Bush, incontriamoci all'Onu, di fronte ai giornalisti, e discutiamo. La stessa proposta l'ho fatta ai candidati presidenziali americani". Lei ha mandato una lettera a Napolitano e Berlusconi offrendo "dialogo". Quale ruolo immagina per l'Italia che vuole entrare anche nel gruppo "5+1". "Non mi ricordo di aver inviato una lettera anche a Berlusconi? ricordo una lettera a Prodi. Ma noi accogliamo favorevolmente la presenza dell'Italia nei negoziati, per una trattativa condotta in base alla legalità e in condizione eque". I collaboratori di Ahmadinejad gli precisano che si tratta della lettera inviata per la festa del 2 giugno. "Ho capito, quella lettera è stata mandata come consuetudine diplomatica, si fanno avere le congratulazioni a un paese con cui si hanno relazioni per la loro festa nazionale e quando qualcuno viene nominato presidente. Ma quando dicevo che non avevo mandato una lettera non significa aver negato l'amicizia con l'Italia, non mi ricordavo di averlo fatto". Se qui a Roma ci fosse stato un incontro con i dirigenti italiani avrebbe parlato con loro anche di Libano e Afghanistan, dove i soldati italiani sono impegnati in missioni Onu? "Avrei voluto sentire io le loro opinioni, raccomandando loro di rispettare i diritti del popolo libanese e afgano. Una cosa è sicura: in Afghanistan è impossibile che la politica della Nato abbia successo, perché è una politica sbagliata, fondata soltanto sulla forza, che non tiene in considerazione la struttura sociale dell'Afghanistan. La storia dell'Afghanistan ha dimostrato che quel popolo, che è un popolo amabile e operoso, non tollera l'occupazione militare: la Nato deve trattare meglio quel popolo, mentre loro pensano che con la forza si possa risolvere tutto. E lo stesso vale per il Libano. I libanesi sono un popolo coraggioso, non bisogna interferire con i loro affari. Questo avrei detto agli italiani".

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1 categoria: ... (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-05 num: - pag: 1 categoria: ALTRI OGGETTI WASHINGTON- Barack Obama è il candidato democratico che sfiderà McCain per la Casa Bianca. "Sono amico di Israele". ALLE PAGINE 16 E 17 Farkas, Gardels Valentino.

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Fiore: <Con Ahmadinejad contro le lobby ebreo-americane> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-05 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE Il capo di Forza Nuova Dopo la stretta di mano con il leader iraniano Fiore: "Con Ahmadinejad contro le lobby ebreo-americane" ROMA - Lei gli ha stretto la mano. "Sì, e sono orgoglioso di avergliela stretta". I politici italiani ignorano, compatti, Mahmoud Ahmadinejad: e poi invece arriva lei, Roberto Fiore, europarlamentare e leader dell'organizzazione di estrema destra Forza Nuova, e addirittura va a presentarsi, a fargli discorsi si suppone - di pura solidarietà. "Non supponga, è andata proprio così: gli ho detto che noi di Forza Nuova siamo contrari a ogni ipotesi di guerra auspicata dalle lobby ebreo-americane contro il popolo iraniano". E lui? "Lui mi ha sorriso e mi ha detto: "Thank you very much"". è accaduto mercoledì sera, all'hotel Hilton, dove il presidente della Repubblica iraniana incontrava gli imprenditori italiani. Lei, Fiore, è un imprenditore? "No. L'invito me lo ha però recapitato l'ambasciata iraniana, probabilmente incuriosita dal fatto che, nel corso dell'ultima campagna elettorale, Forza Nuova si è dichiarata vicina alle ragioni della popolazione iraniana ". Lei, Fiore, ha stretto la mano al presidente di un Paese che, poche ore prima di giungere a Roma, ha ripetuto che "lo Stato di Israele, presto, sparirà dalla carta geografica". "Senta: premesso che questa visione manichea delle sorti del Medio Oriente, così come vorrebbe imporcela la Farnesina d'intesa con la segreteria di Stato americana e il Foreign Office... ". Sia più preciso. "I buoni sono quelli che stanno con Israele, i cattivi sono invece tutti gli altri...". Premesso questo suo molto discutibile teorema, diceva? "Dicevo che un certo antisionismo è giustificabile". Lei sostiene un concetto inaccettabile. "Io sostengo che l'ideale, per Israele, sarebbe d'essere come la Svizzera: dove esiste uguaglianza tra le varie etnie e le varie confessioni religiose. In Israele, al contrario, c'è una prevalenza quasi razziale degli ebrei su una larga parte della popolazione palestinese ". Lei continua a esprimere tesi che meriterebbero una conversazione un po' più lunga. Restiamo alla stretta di mano con Ahmadinejad. In Iran, i diritti umani non sono rispettati. "Se è per questo, non sono rispettati neppure altrove. Vede, e lo dico da cattolico militante, nella stragrande maggioranza dei Paesi di religione musulmana, i diritti umani vengono abbastanza ignorati. E sa perché? Perché si tratta d'un disinteresse provocato dalla loro stessa religione. Poi, certo, ora fa comodo accusare l'Iran... ma in Arabia Saudita? E nei Paesi del Golfo? ". Ahmadinejad promette di non farci più trovare Israele sulla cartina geografica e procede con un importante programma nucleare. "Ufficialmente, io so che il nucleare lo stanno sviluppando con scopi pacifici... ". Fiore, lei è una persona intelligente. "Va bene, d'accordo, posso non essere sicuro delle intenzioni iraniane. E allora, cosa facciamo? Sulla base di un sospetto scateniamo una guerra? E poi, scusi: come la mettiamo con Israele? Anche Israele è fortemente sospettato di avere una forza nucleare per motivi bellici, o no?". Diciamo che Israele non promette di cancellare l'Iran o la Siria dalla cartina geografica. Comunque, senta: l'altro giorno Pannella spiegava al Corriere che le strette di mano, sulla scena diplomatica, sono atti politici di assoluta importanza. E lei ne ha compiuto uno eloquente. "Io trovo inspiegabile che la politica italiana, a cominciare dal premier Berlusconi, si sia rifiutata di incontrare Ahmadinejad. Trovo questo atteggiamento altamente scorretto. Perché, mi dica, tutto questo rigore diplomatico non lo sfoggiano anche con la Cina comunista, dove i diritti umani sono letteralmente calpestati?". Beh, certo che... "Glielo spiego io, il perché: perché con la Cina tutti fanno un sacco di affari economici...". Fabrizio Roncone L'INTERVENTO di Bernard-Henri Lévy nelle Opinioni Roberto Fiore.

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Fermeremo l'arma nucleare dell'Iran (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"Fermeremo l'arma nucleare dell'Iran" Alla conferenza dell'Aipac Olmert e Obama all'unisono. E il senatore Usa: Gerusalemme sarà la capitale d'Israele Michele Giorgio Gerusalemme "Cosa prevede nei prossimi mesi per la nostra regione?", domandava ieri Martin, conduttore mattutino di radio RamFm alla "spiritualista" israeliana Rikki Kitaro che, dopo qualche attimo di pausa, ha risposto: "vedo guerra, sofferenze, combattimenti". Troppo facile signora Kitaro. Non serve la palla di vetro, è sufficiente guardare la tv per saperlo. In Israele tutti, adulti e ragazzi, sanno bene che una nuova guerra è vicinissima e che la cosiddetta "opzione militare" contro le centrali nucleari iraniane è sempre più concreta, anche se non c'è alcuna prova che Teheran si stia effettivamente dotando della bomba atomica. Con le prove o senza le prove l'attacco si farà e potrebbe essere davvero imminente. Entro la fine dell'estate come hanno riferito alcuni quotidiani arabi, sottolineando che Israele spinge per lanciarlo prima della fine del mandato dell'alleato di ferro George Bush, poiché non si fiderebbe delle scelte future di Barack Obama, nel caso in cui il candidato democratico riuscisse a conquistare la Casa Bianca. Ma anche questa preoccupazione di Israele è superata, perché nelle ultime ore, di fronte alla platea dell'"American Israel Public Affairs Committee" (Aipac), l'influente organizzazione americana che sostiene lo Stato ebraico, il premier israeliano Ehud Olmert e Barack Obama hanno avuto una sola voce. "Dobbiamo fermare la minaccia iraniana con ogni mezzo possibile...La comunità internazionale ha un compito e una responsabilità di chiarire all'Iran, attraverso misure drastiche, che le ripercussioni della loro ricerca di armi nucleari sarebbero devastanti", ha detto, tra gli applausi, Olmert che poco dopo ha incontrato Bush al quale, secondo il sito di Yediot Ahronot, ha chiesto di rafforzare l'azione americana contro l'Iran e preparare una operazione militare contro i suoi impianti nucleari perché "le misure fin qui adottate non hanno prodotto risultati". È stato l'attacco più virulento mai pronunciato da Olmert nei confronti di Teheran. E a renderlo persino più incisivo, è stato, sempre di fronte all'Aipac, Barack Obama. "Farò tutto quanto è in mio potere per impedire all'Iran di ottenere l'arma nucleare", ha detto il senatore dell'Illinois nel suo primo discorso da candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, che, nell'evidente tentativo di rassicurare la comunità ebraica americana, più vicina all'ex rivale Hillary Clinton, si è mostrato più duro che mai nei confronti di Teheran, tanto da scavalcare a destra il candidato repubblicano McCain. "Lascerò sempre la minaccia di un'azione militare sul tavolo per difendere la nostra sicurezza e quella del nostro alleato israeliano", ha assicurato Obama, aggiungendo che, se eletto presidente degli Stati uniti, sosterrà "sempre il diritto di Israele a difendersi nelle Nazioni Unite e nel mondo". Infine il candidato democratico ha fatto una promessa che nessun presidente americano ha mai espresso in termini tanto espliciti in una occasione pubblica: "Gerusalemme deve restare la capitale di Israele e non deve essere divisa". A chi lo riteneva non sufficientemente schierato a favore dello Stato ebraico, Obama ha replicato negando i diritti palestinesi sulla zona araba di Gerusalemme e sconfessando le risoluzioni internazionali votate anche dagli Stati Uniti. Di fronte a queste parole persino l'ex candidata Hillary Clinton è stata costretta ad ammettere che Barack Obama "sarà un buon amico di Israele". È perciò un'illusione credere che la guerra contro l'Iran sia l'ultima ipotesi. Ormai è la prima mentre la diplomazia e la politica avranno margini sempre più stretti. I toni, i servizi giornalistici, le dichiarazioni dei rappresentanti delle parti coinvolte spingono tutti nella direzione di un attacco militare contro le centrali nucleari iraniane. Un clima pesante al quale contribuisce in modo importante lo stesso presidente iraniano Ahmadinejad con le sue dichiarazioni su Israele, con i suoi vaneggiamenti sull'avvento del Mahdi e la redenzione imminente. "L'Iran sfida non tanto gli Stati Uniti, quanto il mondo intero" ha tuonato al Palazzo di Vetro l'ambasciatore americano all'Onu, Zalmay Khalilzad, confermando che nei prossimi giorni comincerà l'esame dell'ultimo rapporto dell'Aiea sul programma nucleare di Teheran. Da parte sua il rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue, Javier Solana, ha confermato l'intenzione di recarsi presto a Teheran ma ha precisato che sul dossier nucleare non si attende "miracoli".

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Il debutto di Obama: <Amico di Israele> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-05 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE Visione Primo discorso da candidato a un'associazione ebraica: "Farò tutto ciò che è in mio potere per impedire l'atomica iraniana" Il debutto di Obama: "Amico di Israele" Domani Hillary annuncerà la sconfitta. Ma resta il rebus sulla candidatura alla vicepresidenza Il discorso di Barack: "Si conclude un viaggio storico e ne comincia un altro, lungo e difficile, che porterà a un giorno migliore per l'America" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Ha avuto solo una notte, Barack Obama, per gustarsi l'ora del suo destino. Sono stati attimi fuggenti l'ovazione dei ventimila fan del Minnesota, le lacrime e gli abbracci dei suoi fedelissimi, tutti in abito blu come dei laureandi, sorridenti e quasi increduli nel corridoio che portava al palco, mentre il senatore dava un altro saggio di bravura retorica, con un discorso visionario e suggestivo: "Oggi si conclude un viaggio storico e ne comincia un altro, lungo e difficile, che ci porterà verso un nuovo e miglior giorno per l'America". Assicuratasi l'investitura democratica per la Casa Bianca, Obama già ieri mattina si è calato pienamente nel suo nuovo ruolo. Ha parlato personalmente con Hillary Clinton, la rivale sconfitta che ora preparerebbe la resa ufficiale per domani. Ha risposto a tono ai nuovi attacchi di John McCain, l'avversario repubblicano di novembre. Ha fatto un giro da vincitore al Congresso, congratulato da deputati e senatori, che ieri hanno continuato a confluire nel suo campo. Ha perfino incassato le congratulazioni del presidente Bush e di Condoleezza Rice, prima donna nera al Dipartimento di Stato, che ha definito la nomination di un afro-americano "una straordinaria dimostrazione del fatto che l'espressione "noi, il popolo" cominci a significare tutti gli americani". E, soprattutto, Obama è intervenuto all'Aipac, la più influente organizzazione pro-israeliana degli Stati Uniti, cercando nuovamente di fugare i malintesi, alimentati da una campagna di calunnie, che ha messo in dubbio il suo impegno nei confronti della sicurezza d'Israele. "Ho parlato con il senatore Clinton. Avremo una discussione nelle prossime settimane e ho fiducia che saremo in grado di unificare il partito per vincere a novembre", ha detto Obama sulla telefonata con l'ex first lady. è una partita delicata, una trattativa non ufficiale, dove in ballo sono l'eventuale offerta del posto di vice-presidente a Hillary e il ripianamento degli oltre 20 milioni di dollari di debiti contratti dalla campagna dei Clinton. I sostenitori di lei premono per il cosiddetto "dream- ticket": ieri il reverendo nero Robert Johnson, fondatore della più celebre emittente afro-americana, ha fatto un passo formale con una lettera a James Clyburn, il numero tre della gerarchia democratica al Congresso, schierato con Obama, invitandolo a mobilitarsi con i deputati di colore in favore del tandem Barack-Hillary. Ma non è chiaro se l'ex first lady sia veramente interessata. Secondo Howard Fineman, di Newsweek, Clinton e Obama, per ragioni opposte entrambi contrari all'idea, starebbero preparando una sorta di kabuki, un teatrino delle ombre nel quale lui le offrirebbe il posto, ma lei lo rifiuterebbe, con la clausola ferrea di un'intesa segreta sui debiti di Hillary. Ieri Clinton è apparsa più condiscendente verso il vincitore. Ha tessuto le lodi di Obama davanti all'Aipac, Gli auguri della Rice "La nomination di Barack è la prova che l'espressione "noi, il popolo" comincia a significare tutti gli americani" riferendosi a lui come a un presidente virtuale: "Sarà un buon amico di Israele". Poi, a sera, citando fonti del campo clintoniano, sia Abc che Cnn hanno detto che Hillary si prepara a dichiarare ufficialmente chiusa la sua campagna domani, venerdì. Il candidato democratico aveva parlato poco prima di lei. "La sicurezza di Israele non è negoziabile", ha detto Obama, secondo cui ogni accordo "sulla creazione di uno Stato palestinese con continuità di confini, dovrà preservare l'identità ebraica di Israele, con frontiere sicure, riconosciute e difendibili". Gerusalemme "dovrà rimanerne la capitale indivisa ". Obama ha anche definito l'Iran "un grave pericolo" per il Medio Oriente, impegnandosi "a fare tutto quanto sarà in mio potere per impedire che Teheran si doti di un'arma nucleare". E poiché John McCain l'aveva accusato di "aver mostrato cattivo senso del giudizio sulla sicurezza nazionale ", Obama ha rilanciato: "McCain offre una falsa alternativa: rimanere in Iraq o lasciare la regione all'Iran. è una politica per restare, non per vincere ". Il duello con il senatore dell'Arizona è comunque ormai a tutto campo. Ieri McCain ha inviato a Obama una lettera, sfidandolo a una serie di 10 "town hall meeting", dibattiti a due davanti a una platea che pone domande, uno la settimana da qui alle convention di fine agosto. "Potremmo addirittura andarci viaggiando sullo stesso aereo", ha detto McCain. La campagna di Obama si è detta pronta a discutere l'idea, dicendo però di preferire una formula meno ingessata, sul modello degli storici dib atti a ruota libera tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas. Paolo Valentino.

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L'uomo nero (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"È iniziato un cammino che porterà a un giorno nuovo e migliore per l'America". Barack Obama, primo candidato afroamericano alla Casa Bianca, ha già aperto la sfida con il repubblicano McCain, deciso a screditarlo sul tema della sicurezza e sull'apertura di dialogo con i "nemici degli Usa". Israele non si tocca e guai all'Iran della bomba nucleare, ha dichiarato il senatore dell'Illinois, che ora dovrà conquistarsi il voto bianco e moderato. E Hillary tratta PAGINE 8 E 9.

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Il nuovo viaggio di Obama verso la Casa Bianca (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

L'esordio del primo candidato afro-americano della storia alla presidenza Usa. McCain lo sfida subito a una maratona di confronti "nuovo stile" Matteo Bosco Bortolaso New York Il numero magico per l'incoronazione è arrivato proprio nell'ultimo giorno della maratona: delegato dopo delegato, conteggio dopo conteggio, Barack Obama è stato proclamato vincitore della corsa democratica alla Casa Bianca nella notte di martedì, dopo le ultime primarie in South Dakota e Montana. "Questa notte segna la fine di uno storico viaggio e l'inizio di un altro, un viaggio che porterà un giorno nuovo, migliore, in America - ha detto il senatore nel discorso della vittoria a St. Paul in Minnesota - grazie a voi, stanotte posso essere qui e dire che sarò il candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti". "Ora il cambiamento deve arrivare a Washington", ha aggiunto, ricordando l'inizio della sua lunga maratona sulle scalinate dell'Old State Capitol a Springfield, in Illinois. La vittoria del giovane senatore - che ha cominciato a girare i corridoi di Capitol Hill soltanto tre anni fa - è da sola un fatto storico: Obama sarà il primo candidato afro-americano a correre per la Casa Bianca. Oltre alle congratulazioni formali del presidente George W. Bush e dell'avversario repubblicano John McCain, Obama ha ricevuto attenzioni anche dal segretario di stato Condoleezza Rice, donna afro-americana che secondo alcuni potrebbe essere il numero due di un ticket repubblicano. La Rice ha detto che è "straordinario" che un candidato, nero come lei, sia in corsa per la Casa Bianca. Il capo della diplomazia a stelle e strisce ha ricordato che la costituzione americana contiene l'espressione "We, the people", che si riferisce "a tutti noi", i cittadini americani, senza distinzioni. Su Obama, però, incombe la lunga ombra di Hillary Clinton, forte, a quanto dice la sua campagna, di 18 milioni di voti. Il duello, anche se formalmente concluso, non sparirà se non quando l'ex first lady deciderà cosa fare. Si parla di un suo ruolo come vice presidente, anche se sono circolati altri nomi, come quello del senatore della Virginia Jim Webb e quello del New Mexico Bill Richardson. Secondo quanto ha scritto ieri il New York Post, Obama ha chiamato Hillary almeno due volte, subito dopo aver pronunciato il discorso in Minnesota. Il senatore avrebbe voluto fissare un incontro, ma gli ha risposto una segreteria telefonica. L'appuntamento, ha detto poi il senatore, ci sarà comunque "nelle prossime settimane". Ad ogni modo però, ieri sia Obama che Hillary hanno parlato, a pochi minuti l'uno dall'altra, all'Aipac, una della più importanti organizzazione della lobby israeliana negli Stati Uniti. Entrambi hanno garantito il loro sostegno ad Israele, con toni leggermente diversi. Sia lui che lei hanno sottolineato che l'Iran costituisce una minaccia per lo stato ebraico e per il mondo. Obama ha ribadito, ancora una volta, che bisogna percorrere la via diplomatica, "che ci rende più forti agli occhi dei nostri alleati e anche dei nostri avversari". Poi ha detto che "gli ebrei e gli afro-americani sono sempre stati amici, hanno marciato assieme e devono continuare a farlo". La Clinton, che ha ricordato "l'amico Rabin e il guerriero Sharon", ha detto di essere sicura che "Obama è un buon amico di Israele", un segno chiarissimo di come la scena politica statunitense sia cambiata. Non a caso, ormai da diversi giorni, gli scontri quotidiani sono tra Obama e McCain. Il senatore dell'Arizona lo ha sfidato ad una maratona retorica con dieci dibattiti in dieci settimane, a partire dal 12 giugno. Si tratterebbe di un incontro in stile "town hall", cioé una discussione con i cittadini, lontana dai tre dibattiti formali, in programma per l'autunno, che verranno moderati da giornalisti. "Gli americani sono stanchi di questo modo di far politica, dobbiamo cambiare queste campagne", ha scritto McCain in una lettera ad Obama. "Possiamo anche viaggiare sullo stesso aereo - ha scherzato - così facciamo anche un po' di risparmio energetico". Obama, che in aprile aveva rifiutato una proposta simile da parte della Clinton, ha invece rilanciato con l'avversario per la Casa Bianca, chiedendo incontri simili ai sette storici dibattiti sul tema della schiavitù tra il repubblicano Abraham Lincoln e il democratico Stephen Douglas nel 1858. Le due campagne discuteranno nei prossimi giorni come giocare la partita per "il nuovo viaggio" che li aspetta. La sfida, però, è già cominciata. Obama ha deciso di festeggiare con i supporter e la moglie proprio a St.Paul, la città dove ci sarà la convention dei repubblicani. Nel suo discorso ha attaccato più volte McCain, dicendo tra l'altro che "il 95% delle volte ha votato a favore di George Bush" e che "promette altri quattro anni di politiche economiche alla Bush, che non hanno creato posti di lavoro ben pagati".

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Un fantasma oltre il muro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Medio oriente Un fantasma oltre il muro Si chiama G.ho.st. (Global Hosted Operating System) ed è il fantasma che supererà la barriera fisica dell'Israeli West Bank, il "muro della vergogna". G.ho.st. (che in inglese significa fantasma, appunto) è innanzitutto il nome di una start-up israelo-palestinese i cui uffici sono dislocati sia al di qua che al di là della barriera voluta e costruita da Tel Avi nonostante l'opposizione interna e internazionale. Ma è anche il nome del progetto informatico al quale stanno lavorando gli sviluppatori della stessa azienda, che, proprio grazie alla tecnologia messa a punto nei laboratori G.ho.st., possono dialogare e collaborare a distanza, eludendo le barriere e i checkpoint militari che li dividono. L'obiettivo dei due gruppi di programmatori coinvolti nel progetto è infatti la realizzazione di un sistema operativo accessibile gratuitamente via web, ovvero un computer virtuale che consenta a chiunque di consultare file e documenti presenti su qualsiasi Pc, ovunque ci si trovi, semplicemente grazie a una connessione internet. Il lavoro di G.ho.st. non consiste però nella realizzazione di un nuovo software basato sul web, bensì nell'integrazione di applicazioni già esistenti (come Google Docs, Zoho e Flickr) in un unico sistema. Il grosso del lavoro di ricerca e di programmazione, affidato alle menti di 35 sviluppatori di software, è svolto presso gli "uffici fantasma" palestinesi di Ramallah. Nel frattempo, a circa 20 km di distanza, nella città israeliana di Modiin è al lavoro un team più piccolo. A unire le due realtà, il web. Come ogni fantasma che si rispetti, "G.ho.st. riesce a attraversare i muri", ha dichiarato l'amministratore delegato della società, Zvi Schreiber, spiegando che la presentazione ufficiale del servizio (di cui al momento è disponibile una versione beta) è prevista per l'inizio del prossimo novembre. Alessandra Carboni.

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Un mondo a misura del Mare Nostrum (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"L'alternativa mediterranea", un libro collettivo curato da Franco Cassano e Danilo Zolo per Feltrinelli. Il Mediterraneo come spazio aperto per sperimentare una politica di incontro tra Islam e Europa Giampaolo Calchi Novati Il Mediterraneo è una specie di campo di battaglia. Oltre ai fronti di guerra veri e propri che attraversano il nostro stagno, i governi europei, spesso con il consenso delle opinioni pubbliche, si attrezzano con muri materiali e immateriali per chiudere, allontanare, distinguersi dall'"altra" sponda. L'Unione europea, malgrado la retorica delle occasioni rituali, ha sposato in pieno la strategia "securitaria". Quando era commissario a Bruxelles, Franco Frattini si è impegnato a fondo per sviluppare tale strategia ed è verosimile che dalla Farnesina andrà avanti sulla stessa strada fiancheggiando i colleghi degli Interni e della Difesa. In tanto fragore di armi e di divieti, una ventina di intellettuali di buona volontà vanno contro corrente e si interrogano se e come il Mediterraneo possa trasformarsi nel "luogo" di un'opzione politico-culturale che permetta all'Europa di sganciarsi dalla complicità con le strategie belliciste del grande alleato e da un atlantismo che tradisce sempre più le sue ascendenze imperiali per soccorrere i paesi della fascia araba senza ripetere gli equivoci dell'"internazionalismo umanitario" e di sviluppare un progetto per uscire in avanti e non a ritroso da un capitalismo rapace e inquinante. Troppe ambizioni? Forse, ma il tentativo è nello stesso tempo suggestivo e realistico. Conflitti secolari La scelta compiuta da Franco Cassano e Danilo Zolo, un sociologo e un filosofo del diritto, con l'ausilio di bravi collaboratori in una prospettiva multidisciplinare, è, nel volume L'alternativa mediterranea (Feltrinelli, pp. 660, euro 40), di rovesciare la prospettiva in cui si muove la politica europea e quella italiana. Invece di misurarsi sui singoli problemi, il volume cerca di costruire una trama generale con il Mediterraneo come protagonista, senza nessuna attitudine autoconsolatoria. Semmai gli autori prendono atto di una specificità che predisporrebbe all'integrazione ma che invece mostra un divario crescente tra le due sponde dello stesso mare non più padroneggiabile con le vecchie ricette. Lo spazio unitario si è diviso, la koiné culturale e civile sembra irrimediabilmente scissa, la diversità è percepita come una minaccia. La demografia, che potrebbe favorire l'incontro, allo stato attuale congiura invece contro la pace. L'autoritarismo, la violenza degli identitarismi, la disuguaglianza di saperi e poteri, i dubbi sulla supremazia del progresso individualistico rispetto a un comunitarismo apparentemente "antico" sono dunque i temi analizzati nel volume, all'interno però di un quadro che vede in primo piano il terrorismo e l'esportazione armata della democrazia. La storia del Mediterraneo è intimamente contraddittoria. Gli autori lo sanno, anche se fra di loro non abbondano gli storici. Fernand Braudel, con il suo pluralismo culturale, deve fare i conti con Henri Pirenne e la sua tesi sulla cesura introdotta nel Mediterraneo dalla conquista araba. Anche il colonialismo e la decolonizzazione sono materia incandescente. Zolo ha ragione a schierare Camus insieme a Braudel come interpreti di una mediterraneità inclusiva. Torna in mente tuttavia la polemica senza esclusione di colpi che contrappose l'autore de L'homme révolté a Jean-Paul Sartre sul modo di impiegare la storia nelle rivendicazioni della non-Europa o anti-Europa. Erano gli anni della guerra di liberazione in Algeria, un paese da considerare certo epitome della fuoriuscita dall'era coloniale, ma sopratutto come grande occasione mancata. In Algeria, infatti, il colonialismo francese rappresentò una violenza inaudita - fra proletari nordafricani arruolati nell'industria e nei servizi della metropoli e élites arabe desiderose di assimilare (se non di essere assimilate, come pretendeva la dottrina elaborata a Parigi) - ma produsse fenomeni di ibridazione (ai quali Cassano ha dedica pagine molto efficaci, benché non riferite espressamente all'Algeria) che non erano destinati necessariamente a svanire con la fine del dominio europeo. Fu l'esodo in massa dei pieds-noirs, sorprendendo gli stessi estensori dell'accordo di Evian, che si erano infatti premurati nel fissare diritti e doveri, a sancire che dove c'è Europa non ci può essere arabicità, islam, autonomia culturale e viceversa: dove c'è riscatto dai soprusi imperialistici dell'Occidente non ci può essere Europa. È questa dicotomia fra due concezioni di "indipendenza", che a suo modo si ripresenta anche in Israele-Palestina, a impedire la realizzazione di una politica mediterranea fatta di convergenze e complementarità se non di unità. Il dialogo euro-mediterraneo è affrontato e riaffrontato in molte delle sezioni in cui è diviso il libro di Cassano e Zolo. Nessuno degli autori lo considera un successo. Eppure tutti continuano a ritenere la sfida abbozzata a Barcellona nel novembre 1995 sul mediterraneo come luogo di incontro un punto di non-ritorno, che andrebbe ripreso, rielaborato, rilanciato. Barcellona è o era un quadro istituzionale che in teoria doveva essere usato per il cattivo tempo e non solo per il bello. Sembrava che l'Europa si fosse accorta di non potersi realizzare senza riconciliarsi con la sua culla. Il Mediterraneo, teatro di tante tragedie, ha nel suo patrimonio storico il segreto della pluralità in contrasto con le angustie della modernità occidentalistica. Ed invece prevalgono altre pulsioni e il dibattito politico, dissociato come non mai dal discorso culturale, ha imboccato un binario morto. Colpisce il guizzo di un dolente Predrag Matvejevic, fra disilluso e disperato, che pensa al recupero della Russia. Ma quale Russia? Risentimento in crescita L'idea ricorrente nel libro è che l'alternativa mediterranea passi per una qualche forma di disgiunzione fra l'Occidente Europa e l'Occidente Stati Uniti. Si può partire dai valori o dagli interessi economici, il risultato non cambia. Non è infatti solo una questione delle piccole rivalità di cui si può occupare il Wto in uno dei suoi rounds. In gioco ci sono principi basilari che hanno a che fare sia con l'inizio della nostra storia che con gli obiettivi di adattarla alla nuova realtà del mondo. Il libro sconta un'impostazione prescrittiva e non si rassegna al duro responso dei fatti. Così, abbandonato il partenariato policentrico, come nota nel suo bel saggio Bruno Amoroso, torna il "confine", uno dei segni distintivi del colonialismo. Allo stesso tempo, Stefania Panebianco ricorda doverosamente che l'Ue ha un modello di sicurezza diverso da quello statunitense, che la potenza egemone deve ridefinire i rapporti ormai logori con gli alleati europei e che certi eccessi possono contribuire al declino dell'America. Eppure l'Europa esprime una faziosità politica nelle sue relazioni mediterranee che la porta a modificare le sue "regole di ingaggio" in direzione della guerra, alimentando così l'altrui risentimento. Né le destre né le sinistre dispongono di una risposta convincente alla crisi della globalizzazione e si limitano a difendere i privilegi scambiandoli per "sicurezza". Non sarà un epitaffio delle motivazioni, generose senza essere candide, che ispirano lo sforzo di Cassano e Zolo, ma alla fine pesa l'assunto su cui è imperniato l'intervento conclusivo di Samir Amin: "Se si accetta la logica della mondializzazione, si accetta di dare la priorità o l'esclusività agli interessi del capitalismo dominante".

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Digitale Terrestre (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Spettacoli TV - data: 2008-06-05 num: - pag: 53 categoria: BREVI Digitale Terrestre Amos Gitai racconta la storia di un architetto comunista in Palestina Sam e Dov (Samantha Morton e Thomas Jane, foto), di origine americana, vanno in Palestina. Lui, architetto comunista, si consacra alla ricostruzione del Paese ma finisce per trascurare la moglie. Dirige Amos Gitai. Eden Joi, ore 22.30.

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Obama parla da capo "proteggerò israele" - (segue dalla prima pagina) dal nostro inviato (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Posizione non negoziabile Obama Parla da Capo "Proteggerò israele" Festa per il candidato nero, Hillary prende tempo Il vincitore Ovazione per lui dal pubblico dell'Aipac, la lobby filo-israeliana Hamas: "Il suo discorso distrugge ogni speranza di cambiamento degli Usa" Obama sarà un buon amico di Israele, condivide la mia idea che il prossimo presidente dovrà dire al mondo che la nostra posizione su Israele non è negoziabile (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DAL NOSTRO INVIATO mario calabresi Il primo giorno da "nominato" era cominciato con un esame difficilissimo: la riunione annuale dell'Aipac, la più influente lobby pro-Israele d'America. Tutti si aspettavano un accoglienza gelida, invece c'è stata un'ovazione, tanto che Obama si è sentito talmente a suo agio da poter scherzare sulla catena di mail che lo descrivono come un nemico di Israele e ai delegati dell'Aipac ha chiesto: "Se qualcuno di voi incontrasse questo tipo di nome Barack Obama me lo faccia sapere perché mi sembra un personaggio abbastanza spaventoso". Poi ha cominciato a smontare una per una le "favole" sul suo conto, e ha assicurato che farà "tutto il necessario per impedire all'Iran, che minaccia Israele di distruzione, di arrivare al possesso di armi nucleari". Applausi a scena aperta hanno sottolineato i passaggi più delicati: "Gerusalemme dovrà restare la capitale d'Israele e non dovrà essere divisa"; "i legami tra Israele e gli Stati Uniti sono indistruttibili". Poi è arrivato il comunicato di Hamas - "Il discorso di Obama distrugge ogni speranza di cambiamento nella politica americana sul conflitto arabo-israeliano" - e quello è stato il miglior attestato che il messaggio era passato. Ma lo scoglio più grande nella nuova corsa di Obama, che durerà esattamente cinque mesi come le primarie, si chiama ancora Hillary Clinton. L'ex first lady è stata matematicamente sconfitta ma non sembra aver alcuna intenzione di ritirarsi, ha sospeso ogni iniziativa ma resta in mezzo al campo democratico, forte di 18 milioni di voti e di 22 milioni di dollari di debiti. Il sito internet della sua campagna non ha alcun segno della vittoria dell'avversario, ma si preoccupa di raccogliere soldi e lancia un messaggio implicito ad Obama: le forze sono ancora in campo e se non vuoi che coltivino il risentimento "i miei elettori devono essere rispettati, ascoltati e non più trattati come invisibili". è un modo per alzare la posta in gioco. Non solo, con il suo intervento all'Aipac la Clinton ha anche fatto capire al senatore che lei può fargli da garante in una serie di mondi che hanno diffidenza nei suoi confronti: "Voglio essere chiara, so che Obama sarà un buon amico di Israele, so che condivide la mia idea che il prossimo presidente dovrà dire al mondo che la nostra posizione su Israele non cambierà e non è negoziabile". Non è chiaro cosa Hillary voglia in cambio. Al momento prende tempo. Martedì notte Obama l'ha cercata al telefono due volte, ma ha sempre parlato con la segreteria. Poi mentre stava salendo sull'aereo per tornare a Washington lei lo ha richiamato. Lui le ha chiesto un incontro ed è tornato alla carica anche ieri mattina, ma lei ha rinviato. "Avremo una conversazione nelle prossime settimane", ha commentato laconicamente Obama, e alla domanda se finalmente Hillary intende riconoscere la propria sconfitta, ha risposto: "Non siamo entrati nei dettagli". Nessuno è in grado di immaginare se potrà davvero nascere un ticket Obama-Hillary; per ora il senatore ha deciso che sarà una commissione di tre esperti, tra cui Caroline Kennedy, la figlia di John, a fare una serie di proposte concrete. Ma non bisogna dimenticare che l'accoppiata Obama-Clinton escluderebbe dal ticket il profilo tradizionale del presidente - un uomo bianco - e rischierebbe di sommare due pregiudizi: quello di chi non vuole una donna alla Casa Bianca con quello di chi non vuole un afro-americano. L'allarme lo ha lanciato l'ex presidente Jimmy Carter, secondo cui il cosiddetto "ticket dei sogni" sarebbe "il peggiore errore possibile, perché metterebbe in evidenza gli aspetti negativi dei due". L'unico a non aver detto che la vittoria di un nero alle primarie per l'elezione del presidente degli Stati Uniti è una pietra miliare nella storia americana, è stato Barack Obama. Non è il candidato degli afroamericani ma il candidato dei democratici, la sua non è una battaglia per i diritti civili ma per un America diversa, post-ideologica e capace davvero di mettere da parte la questione della razza. E così la vittoria l'ha dedicata alla nonna bianca, quella che gli ha fatto da madre ad Honolulu e che ancora abita in mezzo al Pacifico: "La ringrazio per avermi aiutato a crescere, lei ora sta ancora alle Hawaii, perché non può viaggiare, ma versato tutto quello che aveva dentro di me e mi ha fatto diventare l'uomo che sono oggi". L'uomo di oggi è riuscito in un'impresa che sembrava impossibile solo pochi mesi fa. Ad una selezione fatta sui curriculum, il suo l'avrebbero cestinato per primo. Perché è appunto da più di duecento anni che il bando di concorso è vinto da un uomo bianco, di origine europea, con esperienza politica o di governo. L'ultimo ad aver ottenuto il posto non fuma, non beve, prega ogni mattina all'alba, ha un ranch in Texas e una moglie che lo accompagna sorridente e non dice mai una parola fuori posto. Obama ha la pelle nera, è nato alle Hawaii, cresciuto in Indonesia, ha pochissima esperienza politica, nessuna frequentazione importante a Washington, una moglie arrabbiata "con l'America che discrimina e ghettizza", è fedele di una Chiesa radicale con un culto non tradizionale, ha sniffato cocaina e fumato spinelli e ha un doppio nome - Obama Hussein - che per assonanze e richiami provocò un totale sconforto nel suo primo stratega elettorale. Ma poi gli americani si sono fermati a guardarlo: il candidato faceva cose strane, valeva la pena di perdere qualche minuto ad osservarlo. La prima volta che è arrivato a parlare in pubblico a New York, nel parco di Washington Square, è sceso dalla macchina e ha cominciato a stringere la mano a tutti i poliziotti che fanno il servizio d'ordine, erano più di cinquanta, distanziati di una decina di metri uno dall'altro, ma lui li ha raggiunti tutti, salutati e ringraziati. Ogni volta che sale sul palco comincia a muoversi come fosse un rapper, parla come un predicatore e manda in delirio folle di studenti inventando slogan che farebbero la gioia dei pubblicitari. Ha scommesso su Internet, ha cominciato a raccogliere donazioni minuscole in rete, sembrava naif pensare di poter competere con i grandi finanziatori affidandosi a ragazzini che spediscono i soldi di una serata al cinema o di una pizza. Ma sono arrivati 250 milioni di dollari e tutti hanno cominciato a pensare che forse l'America era cambiata. Il candidato Obama ha stracciato ogni convenzione, ha rovesciato tutti i luoghi comuni e battuto quella che veniva considerata la più prodigiosa e organizzata macchina elettorale d'America. C'è riuscito perché ha una fiducia immensa in se stesso, un'ambizione che lo porta a lanciare sfide che il buonsenso consiglierebbe di evitare e un istinto non comune nel cogliere tempi e umori che gli permette di prendere ogni occasione al volo. L'uomo che ha scaldato l'America e la commuove con la sua retorica, che è capace di risvegliare orgoglio e indignazione, è però diverso da come appare: è freddo e cerebrale. Rigore, disciplina, metodo, autocontrollo, cura meticolosa dei particolari sono le sue regole. E' figlio della società del marketing e dell'immagine, ha studiato nei particolari un look fatto di un abito blu, una camicia bianca e scarpe nere. Ha preso quattro completi uguali e l'unica variazione che fa è di togliere la cravatta se la platea è molto giovane. Beve the organico, preferisce il salmone al vapore alle bistecche e un piatto di frutta alle patate fritte. Ha giocato a pallacanestro la mattina di tutte le primarie e fa ginnastica ogni giorno all'alba. Scherza con gli uomini dei servizi segreti, si porta da solo la valigia in aereo e sull'autobus e quando ha capito che i suoi discorsi risentivano troppo degli studi ad Harvard si è chiuso nelle chiese del South Side di Chicago ad ascoltare i predicatori per imparare l'arte della retorica che ipnotizza la platea. E si è inventato una nuova narrativa dell'America: un ritorno ad un'età dell'oro che forse non è mai esistita ma che tutti hanno sempre sognato. Ha un solo rimpianto: essere stato a casa con le bambine solo dieci giorni nell'ultimo anno.

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Raitre, il tg si arrende alla notte ma sale la protesta degli altri show - leandro palestini roma (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 05-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Spettacoli RaiTre, il tg si arrende alla notte ma sale la protesta degli altri show La redazione di Di Bella accetta lo spostamento per lasciare spazio alla Dandini LEANDRO PALESTINI ROMA RaiTre, si cambia. Da ottobre nella fascia preserale ci saranno due soap (Un posto al sole sarà preceduta da Agrodolce: un prodotto Minoli-RaiEducational) e si aprirà una seconda serata di 50 minuti. Alle 23 irromperà la striscia satirica di Serena Dandini (non sarà eterna, si pensa a una rotazione) seguita dalla Night Line di mezzanotte del Tg3. "A RaiTre si sperimenta", dicono i vertici Rai, ma i cambiamenti rischiano di creare un piccolo terremoto. Che fine faranno programmi notturni come Sfide, Glob, C'era una volta, Percorsi d'amore o Gargantua? Da RaiTre assicurano che sono tutti confermati. Ma con le seconde serate bloccate (Dandini va dal martedì al venerdì), il direttore Paolo Ruffini è costretto a "rimodulare" il palinsesto: i programmi verrebbero distribuiti per stagioni, a rotazione, spostati di sabato o di domenica. "C'è apprensione tra gli autori di seconda serata. La striscia della Dandini e la Night Line mangiano il nostro spazio", spiega Simona Ercolani, autrice di Sfide. "Sulla carta, il nostro giovedì è occupato. Certo, un qualche sfogo la rete la può dare di sabato, di domenica, d'estate. Ma è da dieci anni che faccio Sfide, so bene quanto è importante la collocazione di un programma". Preoccupato Silvestro Montanaro, autore di C'era una volta, uno dei pochi spazi che la Rai dedica al documentario. "Mi pongo una domanda: la Rai deve ragionare da tv pubblica o da tv privata? Si cambi pure tutto, ma per avere alla fine una qualità dell'informazione da cittadini del mondo". Intanto al Tg3 fanno le prove di Night Line. Uno studio nuovo, i conduttori in piedi davanti a un tavolo luminoso per "chiamare" i servizi dall'Italia e dal mondo, largo spazio a Internet e al dialogo con i telespettatori. Da fine ottobre partirà la "all news" della testata, un'ora di approfondimento a mezzanotte, e dopo le proteste per la cancellazione di Primo piano, al Tg3 prosegue lo stato di agitazione. Ieri in una assemblea la redazione ha scelto di accettare la sfida, ma il direttore Antonio Di Bella dovrà proseguire la trattativa con l'azienda per "ottenere adeguate risorse" e spazi compensativi: un Tg3 flash alle 23 di almeno 5-7 minuti, o un'edizione del Tg3 a inizio di serata. "La nuova Night Line non avrà schemi rigidi. Sarà aperta ora verso il mondo ora verso la cronaca italiana, si andrà dalla Cina al campo Rom di Venezia, magari con il sindaco Cacciari in studio", anticipa il vicedirettore Onofrio Dispenza, curatore peraltro di Primo Piano. "Sono già allo studio il logo, i titoli, il motivo musicale della Night Line. Il direttore Di Bella ci sta lavorando. Il conduttore sarà in piedi davanti a un tavolo luminoso (simile a quello della rassegna stampa di Sky Tg24, ndr), per la scenografia si pensa a una fusione tra gli spazi del Tg3 e di Primo piano, di quest'ultimo si avrà in eredità l'intervista all'uomo del giorno, politici e non. Con ampio spazio dato alla multimedialità, si risponderà alle domande dei telespettatori".

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Torino lancia gli architetti sostenibili - marina paglieri (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XV - Torino 4,5 15000 120 4000 Torino lancia gli architetti sostenibili Quattromila iscritti al congresso mondiale : tra gli ospiti due premi Nobel Tema del meeting la possibilità di comunicare le trasformazioni delle città MARINA PAGLIERI Conto alla rovescia per il Congresso mondiale degli architetti, che prende il via il 29 giugno. Per cinque giorni Torino, prima città italiana a ospitare l'evento (la candidatura in passato di Firenze e Venezia non era andata a buon fine), sarà invasa da architetti, studenti e professionisti, tra convegni, relazioni, lezioni magistrali, incontri e mostre che avranno come temi la comunicazione dell'architettura ("Transmitting Architecture" è il titolo), ma anche la cultura, la democrazia e la speranza. E come quartier generale il Lingotto, con l'Oval e il Palavela. Sono attesi due premi Nobel ? il banchiere dei poveri Muhammad Yunus e la keniota Wangari Maathai ? e professionisti di grido, dai nostrani Massimilaino Fuksas e Paolo Portoghesi, Mario Bellini e Cino Zucchi, Gae Aulenti e Italo Rota, a Dominique Perrault, Kengo Kuma, Peter Eisenman, Odile Decq. Tra i presenti anche Paolo Soleri, il fondatore delle comunità di Cosanti e Arcosanti in Arizona, noto in tutto il mondo ma di formazione torinese e, per restare tra Torino e il mondo, Augusto Cagnardi, padre del Prg sotto la Mole ma oggi attivo soprattutto in Cina. Sono circa 4mila gli iscritti a oggi (il 70% dall'estero, 100 giungono dall'Iran, 50 dalla Mongolia, numerosi gli arrivi anche da Stati Uniti e Iraq, da Israele e Palestina, da India e Cina) ma se ne aspettano circa il doppio. "Questo è un congresso che nasce con la consapevolezza che non si può fare parlare di architettura solo gli architetti" ha detto ieri mattina il presidente del congresso, e dell'Ordine degli architetti di Torino, Riccardo Bedrone durante al presentazione al Castello del Valentino. "Si affronteranno argomenti di rilevanza mondiale, senza dimenticare però che siamo a Torino, una città designata a Berlino nel 2002, dunque ben prima delle Olimpiadi, proprio perché tutti vogliono vedere la sua trasformazione". Accanto a Bedrone, il segretario generale dell'Unione internazionale architetti, il catalano Jordi Farrando, il presidente del Consiglio nazionale degli architetti Raffaele Sirica e Leopoldo Freyrie, relatore generale del Congresso: "Durante le giornate si ragionerà sul ruolo dell'architettura nei prossimi anni al servizio della società ? ha detto Freyrie. ? Serve oggi l'assunzione di una responsabilità etica dell'architettura come disciplina e degli architetti come persone di fronte allo stato del mondo e dell'ambiente, alla crisi delle città e della loro vivibilità". Al centro del Congresso dunque non le "archistar" (non ci saranno Jean Nouvel, Santiago Calatrava, David Libeskind, Zaha Hadid) ma la sostenibilità non solo architettonica, anche ambientale, sociale, economica. Dietro a un cartellone che prevede 72 sessioni e 360 relatori ci sono 3 anni di lavoro. Si prevedono 15mila metri quadrati da destinare ad esposizioni delle varie delegazioni straniere, molte le mostre che verranno allestite in giro per la città. Il Congresso si inaugura il 29 con una cerimonia alla Reggia di Venaria, occasione anche per celebrare il 60° anniversario dell'Uia (il 2 luglio all'Auditorium Rai ci sarà un concerto con musiche del compositore e architetto Iannis Xennakis). Il 30 apre il calendario dei lavori un incontro al Palavela sul "Linguaggio dell'architettura contemporanea", segue una sessione sul tema "Comunicare l'architettura", moderata dal grande studioso Joseph Rykwert, premio Zevi nel 2000 alla Biennale di Venezia. E di lì si prosegue ogni giorno tra una lectio magistralis e un workshop, tra una tavola rotonda e un dibattito su archi-citizens e architetti cooperanti, su architettura e quotidiani e architettura ed economia, sul "trasmettere il paesaggio" e sulla città industriale. Un grande sforzo, costato 4 milioni e mezzo di euro, la metà dei quali ? ed è un bel successo, anche abbastanza raro per Torino ? arriva da sponsor privati. Il resto dalle istituzioni piemontesi e dal Consiglio nazionale degli architetti. Attesi naturalmente giornalisti da tutto il mondo, è già operativa dal 6 gennaio "Good morning architecture", una radio web dedicata all'evento.

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Il muro dei leghisti non aiuta nessuno (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina VI - Firenze Il muro dei leghisti non aiuta nessuno I leghisti, famosi per fornire soluzioni facili ed immediate, da sempre vorrebbero un muro che li separi dai terroni mafiosi, magrebini, mediorientali, orientali, colorati o meno. Solo coi mafiosi abbiamo la possibilità di aiutarli ad uscire dalle pratiche mafiose, per il fatto che abbiamo la possibilità di perseguire gli scapestrati nel loro territorio. Un muro(vedi quello israeliano)non aiuta. Lettera firmata.

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Dal galles a passo di danza - giovanna crisafulli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXIII - Milano DAL GALLES A PASSO DI DANZA la scelta GIOVANNA CRISAFULLI Ultime due date del festival Adda Danza. Per la prima volta in Italia, la gallese Diversions Dance Company presenta questa sera Sugarweter, dell'olandese Stephen Shropshire, sulle rielaborazioni di Anne Parlevliet della suite n°1 di HÄndel, e Attractors: Prelude/Part II, insolito incontro tra fisica, boxe e teoria del caos, dello statunitense Stephen Petronio su musiche di Placebo, Bowie e Lavelle. Domenica la compagnia presenta Practice Paradise, stravaganti interpretazioni delle musiche di Chopin per Les Sylphides, del belga Stijn Celis, e Peeled, dell'israeliano Itzik Galili, su musiche dei Percossa. A Trezzo sull'Adda, Centrale Taccani, 02.716791, ore 21.30, euro 15. Navetta gratuita da via Vivaio alle 20, prenot. obbligatoria.

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Crow, noa e la sosa un tributo alla regine - lucia marchio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIX - Genova Ritorna a Savona la rassegna "Just like a woman" Crow, Noa e la Sosa un tributo alla regine LUCIA MARCHIO lucia marchiò Niente Etta James e Miriam Makeba a "Just Like a Woman". La prima, settantottenne intramontabile icona del del rhythm and blues, è stata ricoverata l'altro ieri in un ospedale di Los Angeles a causa di una brutta polmonite, mentre la leggendaria Mama Africa è incorsa in un incidente, per cui ha annullato i previsti tour in Usa e Europa. Parte un po' sfortunata l'ottava edizione del Tributo alle Regine della Musica, in programma nel suggestivo complesso del Priamar a Savona dal 7 al 20 luglio, ma il cast, ovviamente ritoccato per ovviare alle defaillance dell'ultimo minuto, rimane comunque di alto livello e in linea con l'egida della manifestazione. Al posto della James e della Makeba arrivano dunque altre due grandi stelle della musica internazionale: Noa (giovedì 17 luglio), la cantante di origine yemenita soprannominata l'Usignolo di Israele (nella foto), e l'argentina Mercedes Sosa (mercoledì 23 Luglio), vera leggenda vivente, icona musicale e culturale del Sud America. Il cartellone vedrà quindi in scena il 7 luglio la cantautrice rock-pop Sheryl Crow, apripista della kermesse; seguirà il 17 Noa. Il 18 luglio c'è molta attesa per la performance della madrina di questa edizione, Amanda Sandrelli, attrice di teatro, ma anche cantante, donna di cinema, molto colta ed impegnata socialmente, presenterà il nuovo spettacolo teatrale, "Storie di Tango e di passione", un reading in musica in cui lei reciterà brani di grandi poeti argentini e a Jorge Luis Borges, accompagnata da un trio; il 19 luglio nella Vecchia Darsena, spazio al premio Janis Joplin, nel ricordo della rock woman per antonomasia: a presiedere la giuria sarà la cantautrice Cristina Donà, che al pomeriggio terrà un seminario di musica su "Come scrivere una canzone al femminile". Il 23 chiusura con la partecipazione dell'artista argentina Mercedes Sosa, e il suo impareggiabile repertorio che comprende classici come "Gracias a la Vida" e "Cancion para mi America". Perseguitata e costretta all'esilio, è tornata, accolta in modo trionfale in patria nel 1982. "Sin dall'estate 2001 ci siamo posti come obbiettivo artistico e di contenuti l'idea di fare un festival che non fosse solo una carrellata di concerti, ma che contenesse un forte messaggio anche sociale, affermano il promoter Massimo Sabatino e il direttore artistico Ezio Guaitamacchi. "Malgrado le difficoltà imposte dalle defezioni di Etta James e Miriam Makeba siamo comunque riusciti a definire un cast di alto profilo in linea coi precedenti, in grado di rendere omaggi e meriti a degli emblemi, dei modelli artistici di donne con una grande storia alle spalle e che permette al festival di essere anche in questa edizione il più importante in Italia dedicato alla musica al femminile". "Just Like a Woman" sostiene il progetto "Savona per le donne del Congo-Malawki Development". è un progetto particolarmente legato a Savona, in quanto nato e attivato da vari enti e associazioni, capofila la locale Provincia.

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L'irresistibile madame sarkozy alla conquista dei consensi perduti - bernardo valli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Sei mesi dopo il primo incontro con il presidente, la Bruni è diventata la sua carta vincente Influenza il marito, campeggia sui giornali e ha guadagnato ormai un ruolo politico L'irresistibile madame Sarkozy alla conquista dei consensi perduti Il filosofo Ferry avvertì Nicolas: "Non fidarti, non potrai più fare a meno di lei" I settimanali anche di sinistra non le risparmiano ritratti edificanti BERNARDO VALLI Queste sono le cose, sommariamente elencate, che contano. Ma fino a poche settimane fa era tutt'altro che evidente pensare anche a Carla Bruni come a un elemento capace di contribuire al miglioramento di un'immagine presidenziale deteriorata. Certo non lo si poteva immaginare a metà novembre quando cominciò la storia. Una storia iniziata male. Non per gli amanti ai loro primi approcci, ma agli occhi della Francia avida di novità, tutt'altro che bacchettona, e al tempo stesso ancorata alle tradizioni. La vicenda suscitava curiosità, divertiva la società parigina, ma rendeva perplessa il resto del Paese. Più che uno scandalo al vertice della Quinta Repubblica, era un'agitata telenovela sentimentale con forti conseguenze per l'immagine del presidente che ne era il protagonista. La storia non poteva che accelerare il crollo dei consensi, già provocato dalle difficoltà politiche ed economiche, e dai comportamenti sconcertanti del neo Capo dello Stato, pronto a mettere in piazza la sua vita privata e incapace di controllare il carattere collerico. "Sparisci povero imbecille", aveva detto a denti stretti a un visitatore del Salone dell'Agricoltura colpevole di avere manifestato la sua scarsa simpatia. E a un pescatore bretone, che l'aveva preso a partito, aveva ribadito come un ragazzaccio: "Vieni qui se ne hai il coraggio". L'abbandono della moglie Cécilia, baciata in pubblico poche settimane prima, durante la cerimonia di investitura, e il successivo affrettato divorzio, avevano dato l'impressione di un insanabile disordine nella vita del presidente-monarca della Quinta Repubblica. La nuova precipitosa avventura con l'ex modella, della quale non mancano i nudi negli archivi fotografici di mezzo mondo, non potevano rassicurare l'opinione pubblica. Oggi i settimanali, anche di sinistra, non le risparmiano i ritratti edificanti. Le sue impertinenze, il sofisticato candore delle sue battute, hanno successo. Le Nouvel Observateur titola "SOS-Carla", come se Nicolas chiedesse a Carla di salvarlo dall'impopolarità. E lei viene descritta come una moglie che consolida lentamente le sue posizioni e le impone, regolando le cene ufficiali, scegliendo spesso gli ospiti, e decidendo con cura gli spostamenti. Non andrà a Pechino in occasione delle Olimpiadi, per evitare di reclamare il boicottaggio della cerimonia d'apertura, come fa sua sorella Valeria, la regista. Ma andrà a Tokyo e in Israele con suo marito. In fondo la vera "apertura" Nicolas Sarkozy l'ha fatta sposando una moglie di sinistra. Una gauche caviar, come si diceva un tempo. Radical-chic. Ma anche una sinistra fatta di principi ereditati dalla famiglia piemontese, miliardaria e intellettuale. Per questo, spiega Carla Bruni, alle ultime elezioni presidenziali francesi (alle quali non ha votato essendo italiana) si considerò, più che sentirsi, in favore di Ségolène Royal, anche se non le era simpatica. Era un istinto dettato dalla tradizione familiare. Oggi però non ha dubbi, pensa che Sarkozy abbia "cinque cervelli", tanto è prodigiosa la sua memoria e la capacità di interessarsi a più cose nello stesso momento. Forse è sempre l'istinto ereditata dalla famiglia che la far star male il fatto che Silvio Berlusconi sia stato eletto. Trova strano che la chiamino "presidentessa". Forse chiamano violinista chi vive con un violinista? Lei sa parlare con i giornalisti. Sa manovrare i fotografi. Come mannequin e come cantante tratta con loro da vent'anni. E' più abile di suo marito. Ha parlato a lungo con gli autori di un libro che racconta la sua vicenda con Nicolas Sarkozy (Yves Azéroual e Valérie Benaim, "Carla et Nicolas, la veritable histoire", Editions du Moment) senza chiedere di vedere quel che avrebbero pubblicato. Si è fidata. Si possono cosi leggere tante indiscrezioni, che sono tali soltanto per i comuni cittadini. Non per la società parigina. Ad esempio che alla cena gaglioffa, quella del primo incontro, organizzata da un celebre esperto di pubblicità, c'erano due ex amanti di Carla Bruni. E che uno dei due, il filosofo Luc Ferry, fu invitato il giorno dopo all'Eliseo da Nicola Sarkozy che voleva sapere qualcosa su quella donna di cui era già innamorato. E il filosofo disse: "Non fidarti. Non obbligatoriamente per quel che si dice di lei. E' vero che ha uno spirito libero, come noi due, ma è un donna che ha dei valori. E' una ragazza bene". Il "non fidarti" rivolto al presidente significava: stai attento perché rischi di non poter più fare a meno di lei. E' infatti stato cosi. Il ritratto che si ricava dal libro è quello di una donna libera e intelligente. Ed anche presa dal marito-presidente. Un settimanale (Le Point) ricorre a una storica, Simone Bertière, autrice di "Marie Antoinette, l'insoumise", una biografia della regina austriaca di Francia finita sulla ghigliottina parigina, per interpretare il personaggio Carla Bruni. Sarkozy, dice la storica, ha fortemente personalizzato la funzione presidenziale e gli ha dato un'impronta moderna, ma anche disordinata. La sua nuova moglie è arrivata in un momento cruciale e ha dovuto inventare uno stile adeguato. Il suo passato di star del show-business sembrava un handicap. Ma la sua pratica dei mass media l'ha aiutata. Come piacere senza urtare un'opinione pubblica divisa? Con abilità e apparente disinvoltura ha saputo conciliare novità e tradizione. Si è richiamata alla situazione attuale della donna, vale a dire si è mantenuta autonoma e responsabile, e ha conservato una sua indipendenza. Carla Bruni vive infatti nella dimora parigina di sua proprietà, vicino a Auteuil, dove la raggiunge Nicola Sarkozy. Solo ogni tanto si sposta all'Eliseo. Ed è a casa sua che prepara le canzoni, delle quali si aspetta un album in luglio. Dopo il matrimonio l'opinione pubblica si è rivelata più favorevole. Ma Carla Bruni ha cominciato ad esercitare un certo fascino dopo la visita a corte, durante il viaggio a Londra, quando ha dimostrato di sapersi comportare vicino ai reali d'Inghilterra "con elegante semplicità". E allora molti francesi hanno capito, secondo la storica di Maria Antonietta, che l'ex modella era in grado di dare al marito la compostezza, la sobrietà che prima gli mancava. La storia é comunque soltanto all'inizio.

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Statura e <razza>, lite tra Colombo e il ministro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-06 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE Il caso Statura e "razza", lite tra Colombo e il ministro ROMA - Anche se Furio Colombo giura che non si riferiva alle dimensioni fisiche del suo collega ma alla sua (scarsa, secondo il parlamentare del Pd) statura politica, è facile capire che Renato Brunetta si sia offeso quando ha letto sulle agenzie di essere stato definito "un mini ministro". Più complicato è capire la risposta del medesimo ministro che tira in ballo, non solo il razzismo ma la razza, non solo gli uomini alti e gli uomini bassi, quelli intelligenti e quelli no, ma anche gli ebrei e persino l'ingresso di Israele nella Ue. Ma Brunetta si è molto arrabbiato ieri mattina quando gli hanno sottoposto le dichiarazioni di Colombo, che aveva parlato durante la presentazione del blog Piazza del dissenso sul sito www.micromega.net, un diario quotidiano gestito insieme a Beppe Giulietti e ai girotondini Pancho Pardi e Paolo Flores d'Arcais, per lanciare le campagne dell'opposizione. E così è letteralmente scoppiato, ai microfoni di Radio Radicale, quando ha avuto la possibilità di cantarle a Colombo: "Non credevo che fosse razzista. Mi dispiace molto perché le sue origini razziali potrebbero far dire molte cose... ma siccome io amo gli ebrei, amo Israele, voglio che Israele entri nell'Ue, amo tutte le diversità, anche gli uomini piccoli se sono intelligenti". Il deputato del Pd, nonché ex direttore dell'Unità e per lungo tempo uomo Fiat negli Stati Uniti, non vuole replicare alle accuse: "Tutte le dichiarazioni riguardanti gli ebrei e Israele sono opinioni personali del ministro e su queste non mi "misuro"". Ma Brunetta lo ha anche sfidato sul terreno del "Qi": "Probabilmente Colombo è più alto di me ma meno intelligente di me", aveva azzardato alla radio. "Lasciamo in sospeso la questione", sorride Colombo che comunque si scusa "vivamente": "Se anche in buona fede le mie parole sono state interpretate come un'offesa, quella che negli Stati Uniti si chiama il "lookismo", mi scuso perché non era assolutamente questa la mia intenzione. Piuttosto io pensavo e continuo a pensare che la politica di Brunetta sia "mini", senza un disegno strategico. Un ministro che arriva e parla solo di stroncare, cacciare, buttare, anche se è un uomo normalissimo resta un mini ministro perché la pubblica amministrazione va capita, protetta, gestita. Non serve a niente, anzi è controproducente identificare il Fantozzi di turno, cioè il dipendente più scomodo, che sarà allontanato dai colleghi". Le parole di conciliazione di Colombo arrivano solo in serata, quando ormai il patatrac è fatto e il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri - intervenuto a sostenere l'onore e la statura politica di Brunetta insieme a Benedetto della Vedova - tenta di trasformare l'incidente in un caso politico, chiedendo "al Pd di condannare pubblicamente le offese". Ma son tutti distratti da altro e nessuno salvo Colombo trova una parola per Brunetta. La replica di Brunetta "Non credevo fosse razzista Mi dispiace perché le sue origini razziali potrebbero far dire molte cose... Ma io amo gli ebrei" Furio Colombo Gianna Fregonara.

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Schiaffo a Erdogan, niente velo all'università (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-06 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Turchia La Consulta annulla il provvedimento voluto dal premier. Presto potrebbero bandire anche il suo partito islamico moderato Schiaffo a Erdogan, niente velo all'università I giudici della corte costituzionale: "Il turban è contrario alla laicità dello Stato" Accolto il ricorso del partito repubblicano laico contro l'Akp, il partito di Giustizia e Sviluppo, che ha stravinto le elezioni Velo vietato. Velo permesso. Velo vietato. è una corsa schizofrenica che riaccende pericolosamente il conflitto tra laici e islamici moderati, che offusca l'immagine della Turchia, che indebolisce la sua credibilità e crea nuovi problemi al suo tribolato cammino verso l'Unione europea. Ieri la corte costituzionale, con nove voti a favore e due contrari, accogliendo il ricorso del laico partito repubblicano del popolo, maggiore forza di opposizione, ha firmato la sentenza che impone di ripristinare il divieto del velo per le donne nelle università del Paese. Divieto che era stato cancellato dal Parlamento, che aveva modificato due articoli della Costituzione, lo scorso 9 febbraio. Quattro mesi di velo libero, e ora la brusca retromarcia, con un altro sonoro schiaffo al premier Recep Tayyip Erdogan, che quella riforma aveva fortemente voluto. Da oggi, quindi, le studentesse che si copriranno il capo commetteranno un reato. Ma quel che più colpisce non è tanto la decisione dell'alta corte e dai suoi giudici laici, quasi tutti nominati dall'ex presidente Sezer, quanto la sua motivazione, laddove si legge che le modifiche alla Costituzione non hanno rispettato tre articoli, ritenuti sacri, il 2, il 4 e il 148. L'articolo 2 recita che "la Turchia è uno stato laico, sociale, basato sul pensiero del suo fondatore, Kemal AtatÜrk". Giudicare che non è stato rispettato questo caposaldo, significa riconoscere che è stata tradita, da chi ha votato la legge, l'eredità secolare del Paese. In sostanza, è quasi una dichiarazione di guerra contro il partito di Erdogan, che ha stravinto le ultime elezioni, quindi è espressione democratica della volontà del popolo turco. E' proprio quest'ultimo punto ad imporre serie riflessioni. La corte costituzionale, oltre la sentenza di ieri, deve infatti decidere su un altro ricorso, assai più pesante, avanzato dal procuratore generale della cassazione, il quale ritiene che il partito Akp debba essere sciolto perché "è la centrale di tutte le attività anti- laiche del Paese", e che debbano essere allontanati dalla vita pubblica 71 suoi dirigenti, a partire dal presidente della repubblica Abdullah GÜl e dal primo ministro Erdogan. Ricorso gravissimo, perché un conto è sciogliere un piccolo partito - come accadde in passato con Refah e Fazilet, tutti con un pedigree islamico -, un conto è cancellare una forza politica che gode del sostegno della maggioranza del popolo. La difesa del partito di governo Akp, sta preparando la memoria da inviare all'alta corte, e c'è chi sostiene che la sentenza potrebbe arrivare prima di agosto. Ma il rischio è che la disputa continui, con venefiche ricadute sulla società e sulla vita del Paese. La Turchia, non soltanto ha un tasso di crescita invidiabile, non soltanto è un polo fondamentale per il passaggio delle risorse energetiche, non soltanto sta conquistando un ruolo sempre più importante come mediatore di conflitti delicati (vedi il riavvicinamento tra Israele e Siria), ma ha giocato tutte le proprie carte - in prospettiva europea - puntando sulla stabilità del suo governo, sulle riforme, e sul sostegno e la fiducia degli imprenditori. Quanto sta accadendo riaccende invece uno scontro esiziale. Il rischio di far prevalere l'ideologia di parte sul diritto e sulle regole della democrazia è purtroppo altissimo. Antonio Ferrari ASCOLTA il commento audio di Antonio Ferrari su www.corriere.it.

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Nel labirinto del terrorismo - antonio cassese (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Il saggio del magistrato Roberta Barberini Nel labirinto del terrorismo Omicidi, stragi, dirottamenti: tutto è complicato da ragioni ideologico-politiche. Che cosa si fa a livello internazionale e italiano? Quali sono le regole? ANTONIO CASSESE a a quando il terrorismo non è più un fenomeno confinato a singoli Stati, ma ha assunto dimensioni transnazionali, i problemi si sono ovviamente moltiplicati: come definire un terrorista? Come organizzare la cooperazione tra Stati per lottare contro questo nuovo e minaccioso tipo di criminalità? Come bloccare le fonti di finanziamento e reclutamento delle organizzazioni terroristiche, ecc.? Chi vuole avere una panoramica informatissima di questi problemi, può ora leggere Il giudice e il terrorista di Roberta Barberini (Einaudi, pagg. XXII-246, euro 16,5). L'autrice è un magistrato specializzato in questa materia: ha lavorato come esperta per il nostro ministero degli Esteri, ha partecipato a tutte le più importanti riunioni internazionali di diplomatici, giuristi e tecnici per la lotta contro il terrorismo, ha pubblicato saggi per riviste giuridiche. Questo libro, come altri suoi scritti, mette a frutto una vasta esperienza e la conoscenza di prima mano di fenomeni assai gravi. è dunque uno strumento utile per ogni lettore curioso di sapere cosa si fa a livello internazionale e italiano per opporsi alle organizzazioni terroristiche. Ne raccomando la lettura soprattutto per informarsi su alcuni grandi problemi. In primo luogo quello della definizione di terrorista. Ognuno di noi ha un'idea abbastanza chiara di cosa sia un atto terroristico: un'azione criminosa (omicidio, strage, sequestro di persona, dirottamento di aerei, cattura di ostaggi, ecc.) volta a spargere il terrore tra i civili, ma non per scopi personali o di lucro (ad esempio, ottenere un riscatto) ma a fini politici, e cioè per coartare la volontà di un governo o un ente internazionale: scarcerare altri terroristi detenuti, liberare un territorio occupato, ecc. Sembrerebbe tutto facile, e che si possa dunque agevolmente concordare una definizione internazionale. E invece tutto è complicato da ragioni politico-ideologiche. La disputa verte non sulla regola, ma sulle eccezioni: quando è che un certo atto, apparentemente terroristico, non va però definito tale? Per i paesi islamici coloro che, nel quadro di un conflitto armato, lottano per l'autodeterminazione (ad esempio: i palestinesi che vogliono scacciare gli israeliani dai territori occupati) non devono essere definiti terroristi anche se uccidono civili. Lo scontro all'Onu tra paesi islamici guidati dal Pakistan e paesi occidentali guidati da Usa e Israele ha impedito finora che una "Convenzione globale" sul terrorismo venga adottata. In breve, per gli islamici, un palestinese che getta una bomba contro civili israeliani nei territori occupati può essere colpevole di un crimine di guerra, ma non di terrorismo. Gli islamici vi si oppongono, sostanzialmente per due ragioni: psicologica (non vogliono che quella etichetta, che segna un grave disvalore, venga usata per i loro "combattenti per la libertà") e pratica (se quegli atti criminosi vengono definiti anche come terroristici, scattano una serie di azioni investigative sul finanziamento dell'organizzazione, sull'addestramento ecc., che invece sono impossibili se l'uccisione di civili è "solo" definita crimine di guerra). I paesi islamici vorrebbero inoltre che, al contrario, le azioni degli eserciti avversari, in pratica quello israeliano, ogni qualvolta colpiscono civili, venissero qualificate sia come crimini di guerra sia come atti terroristici di Stato. Le considerazioni dell'autrice sono illuminanti anche riguardo alle trasformazioni che ha subìto il diritto penale odierno per combattere il terrorismo, oltre che altre forme di criminalità organizzata. Si è oramai arrivati a sviluppare un "diritto penale del nemico", e cioè un sistema repressivo che persegue non tanto la colpevolezza, quanto la pericolosità (del terrorista, del mafioso, dell'eversore dell'ordine democratico), e quindi cerca di colpire anche e soprattutto i reati associativi quali le organizzazioni terroristiche o le associazioni mafiose, ed inoltre amplia la gamma delle incriminazioni, colpendo anche gli atti preparatori (il finanziamento, l'addestramento, la propaganda). Ciò al fine di permettere alle autorità investigative "tutta una serie di interventi processuali (intercettazioni, perquisizioni, interrogatori, catture) prima che vi sia la prova del reato". Il lettore troverà in questo libro anche tante altre cose: vi si parla del caso Calipari, di Abu Omar, ed anche delle polemiche tra il giudice Forleo e la Corte di Cassazione circa i tre nordafricani, Bouyahia, Toumi e Daki, che Forleo aveva assolto dal reato di terrorismo, mentre la Cassazione ha ritenuto il contrario (l'attuale tendenza della nostra Suprema Corte è di dire che in tempo di guerra, combattenti non legittimi quali i palestinesi, se usano violenza contro civili, devono essere qualificati come terroristi, mentre non lo sono se attaccano militari). Nel libro di Barberini si discute anche di un'assurdità: dal 2006, per proclamare che i nostri militari sono in Afghanistan ed Iraq non per fare la guerra ma solo per ragioni umanitarie, il Governo Prodi, con l'approvazione del Parlamento, ha deciso che a quei militari non si applica più, come era avvenuto negli anni precedenti, il codice penale militare di guerra, ma quello di pace. Cosa assurda, perché il codice di pace è inteso a regolare non i reati commessi in combattimento, ma la vita militare ordinaria in tempo di pace, mentre in quei luoghi si combatte e si uccide o si è uccisi. In tal modo si è tra l'altro vanificato o comunque attenuato la protezione prima accordata ai civili (afghani o iracheni). Insomma, si ha qui una prova evidente di come ragioni puramente ideologiche possano condurre a conseguenze contrarie sia alla realtà pratica sia ad esigenze umanitarie.

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L'amara sveglia di Abu Mazen: Obama si sbaglia, Gerusalemme è nostra (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

PALESTINA L'amara sveglia di Abu Mazen: "Obama si sbaglia, Gerusalemme è nostra" Michele Giorgio GERUSALEMME La conoscenza limitata della lingua inglese l'altra sera non ha impedito ad Abu Mazen di comprendere bene la portata del discorso del candidato democratico Barack Obama su Gerusalemme. "E' stato un colpo basso, di quelli che ti spediscono al tappeto", ci raccontava ieri un funzionario dell'ufficio del presidente palestinese. "Abu Mazen non riusciva a crederci, poi ha capito che chiunque sostituirà Bush alla Casa Bianca, Obama oppure il repubblicano McCain, non cambierà in meglio la politica americana in questa regione", ha aggiunto. Per Abu Mazen, quelle frasi di Obama su Gerusalemme che "dovrà restare la capitale d'Israele e non dovrà essere divisa" sono state un brusco risveglio dal sogno di chi, come lui, si augurava la nomination del senatore nero dell'Illinois e la sconfitta della senatrice Hillary Clinton, la più gradita in assoluto in Israele anche per aver evocato, durante le primarie, persino l'ipotesi d'un attacco atomico contro Tehran. "Le dichiarazioni di Obama sono da respingere totalmente", ha protestato Abu Mazen, "il mondo intero sa che Gerusalemme (Est) è stata occupata nel 1967 e noi non accetteremo uno stato palestinese senza avere Gerusalemme (Est) come capitale". Ma nessuno lo ha ascoltato. "Il presidente è molto deluso - spiega l'analista Ghassan Khatib - ha creduto fortemente nella possibilità di raggiungere un accordo di pace entro il 2008 con Israele, così come era stato affermato lo scorso novembre ad Annapolis, e ora si trova di fronte alla prospettiva di un blocco prolungato del negoziato a causa dei guai giudiziari di Ehud Olmert, di un boom delle costruzioni negli insediamenti israeliani in Cisgiordania e di dichiarazioni contrarie alle aspirazioni palestinesi su Gerusalemme Est rilasciate da un candidato (Obama) che ha ottime possibilità di prendere il posto di Bush". Secondo Khatib la mancanza di prospettive al tavolo della diplomazia spinge inevitabilmente Abu Mazen a cercare un compromesso con Hamas, a un anno di distanza dalla violenta presa del potere del movimento islamico a Gaza, rinunciando alle pesanti condizioni che aveva posto per riavviare il dialogo. Due giorni fa, con un discorso televisivo, il rais palestinese aveva lanciato un appello per l'avvio di "un dialogo nazionale che porti all'applicazione dell'iniziativa di riconciliazione che si è svolta qualche mese fa in Yemen e che ponga fine alla divisione interna che nuoce al nostro popolo e alla nostra causa". E se i colloqui avranno successo, aveva aggiunto, sarebbero state proclamate "nuove elezioni legislative e presidenziali". "Abu Mazen - dice Khatib - si è reso conto che la ferita palestinese si potrà rimarginare solo con il dialogo ma, allo stesso tempo, segnala a Usa, Ue e Israele che in mancanza di possibilità concrete al tavolo delle trattative, non può far altro che cercare un compromesso con Hamas che metta fine alla frattura interna". Il presidente palestinese ha perciò formato una commissione incaricata di riaprire il negoziato fra le diverse fazioni palestinesi che potrebbe riunirsi già la prossima settimana. Si fanno insistenti inoltre le voci di contatti "ben avviati" tra le due parti e ieri il quotidiano libanese as-Safir ha riferito di un incontro entro giugno a Damasco tra Abu Mazen e il leader di Hamas in esilio, Khaled Meshaal. Sullo sfondo del dialogo interno palestinese che potrebbe riprendere nelle prossime settimane, Gaza rimane sotto embargo israeliano. Ieri un razzo Qassam ha ferito mortalmente un civile a Nir Oz (Neghev) mentre un successivo raid israeliano ha ucciso una bambina palestinese di quattro anni a Gaza.

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POSTA Prioritaria (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Non tutti i gagi sono leghisti Sento il dovere di esprimere la mia solidarietà ai sinti, al comune e alla Caritas. Frequento accampamenti e nuclei sinti e rom da circa 30 anni e vedo l'iniziativa di Mestre come un contributo necessario e dovuto all'aumento delle speranza di vita e di salute psicofisica di un popolo storicamente oggetto non solo di discriminazioni ma anche di un tentativo di sterminio. A chi indulge in stereotipi lombrosiani (Il "delinquente nato") o per dare sfogo a propri problemi irrisolti o alla penosa ricerca di qualche forma di consenso e di visibilità, devo ricordare che, secoli or sono, è persino successo che gli "zingari" venissero allontanati dalle città non perché mendicavano o perché svolgessero attività illegali ma perché erano impegnati in "attività insalubri" quali la fabbricazione di botti per alimenti. I sinti attraversano oggi una fase molto delicata in cui con sensibilità e umanità, occorre rapportarsi all'inquietudine che deriva loro (molto più che nei rom) dall'idea e dalla pratica della sedentarizzazione; in questo delicato percorso storico e psicosociale arrivano a rendere le cose più difficili i "fustigatori di nomadi" con la loro assurda pretesa di escomio (non si sa verso dove) e senza la minima preoccupazione del vissuto che, con la loro ostilità, inducono , soprattutto nei giovani e nei bambini. Vorrei dire a questi bambini: non abbiate paura, non tutti i gagi sono leghisti; non tutti i gagi sono indifferenti al fatto che viviate nel fango e che qualcuno di voi possa ardere vivo come è successo a Alex e Amanda a Bologna qualche anno fa. Vi vogliamo con noi a scuola, sull'autobus e nei quartieri. Ma vorrei andare oltre le parole per fare una proposta pratica che, forse, Caritas e comune potrebbero veicolare. Ogni medico italiano (pare anche veterinari e farmacisti) vede prelevare circa 120 euro l'anno a favore di un ente (Onaosi) che si occupa di orfani di medici, i quali, al momento, hanno peraltro un'età media molto avanzata. Molti di noi medici vedrebbero volentieri che questi euro fossero destinati a "veri poveri"; perché non "concedere" questa opzione per un fondo da gestire da parte dei comuni a favore delle popolazioni rom e sinti? Ferma restando la piena legittimità dell'impegno finanziario già in atto del comune di Venezia, si potrebbe contribuire a togliere l'acqua all'ostracismo di certi leghisti e di certi benpensanti allarmati e ossessionati dalla convinzione (sbagliata) che la solidarietà sociale venga fatta prelevando proprio dai loro portafogli personali. Questa ipotesi potrebbe diventare proposta di legge o emendamento alla prossima finanziaria? Vito Totire docente di psicologia sociale e del lavoro università di Venezia Una vecchia canzone brasiliana In questi giorni assurdi di xenofobia, ansia, cattiveria, vigliaccheria (spesso vigliaccheria di sinistra, non abbiamo nemmeno più il coraggio di denunciare. Possibile che stia succedendo a noi? Mi sembra tutto un incubo!). Mi sono ricordata di una vecchia canzone del brasiliano Lenine (il padre lo ha chiamato così per via di Lenin) che tradotta dice qualcosa come: La città è del mendicante e del poliziotto Tutto il mondo ha diritto alla vita Tutto il mondo allo stesso modo Travestito lavoratore turista Single famiglia coppia sposata Tutto il mondo ha diritto alla vita Tutto il mondo allo stesso modo) Senza avere paura di camminare per strada Perché la strada è il loro giardino Tutto il mondo ha diritto alla vita Tutto il mondo allo stesso modo Buonanotte, tutto bene?, Buon giorno La gentilezza è fondamentale Igiaba Roma Le donne nella chiesa Il Vaticano, ha pubblicato un decreto Osservatore Romano del 29 maggio) che minaccia di scomunica immediata chiunque ordini una donna come sacerdote. Questa misura riguarda, allo stesso modo, ogni donna ordinata sacerdote. La notizia non fa scalpore. Nessuno protesta. Neppure le donne protestano. E qual è ancora nel terzo millennio il serio motivo che la chiesa adduce per evitare il rischio che una donna diventi sacerdote, e magari cardinale, e magari (Dio ce ne scampi!) anche papa? Eccolo: "Gesù Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei dodici. Se egli ha fatto così, non è stato per conformarsi alle usanze del suo tempo, poiché l'atteggiamento, da lui assunto nei confronti delle donne, contrasta singolarmente con quello del suo ambiente e segna una rottura voluta e coraggiosa" (Congregazione per la dottrina della fede - inter insigniores). Ma è ovvio che non fu il timore di infrangere le regole dell'epoca, a determinare la decisione del Signore, bensì la consapevolezza che chiamare delle donne a far parte degli apostoli, sarebbe stato non solo perfettamente inutile, ma anche di serio ostacolo all'evangelizzazione del mondo. Il Signore sapeva perfettamente che nessuna donna avrebbe potuto sostituire gli apostoli, in quel periodo e in quella società. Le difficoltà, già insormontabili per un uomo, sarebbero state impossibili da superare per una donna. Al tempo di Gesù, legalmente, la donna era considerata minorenne, e quindi irresponsabile. Ma le donne cristiane di oggi si sono un pochino emancipate rispetto alle donne della Palestina di duemila anni fa. Cristo "qui e ora", non farebbe distinzioni di sorta, e se dovesse scegliere gli apostoli nel nostro tempo, non esiterebbe a nominare sei donne e sei uomini. Renato Pierri Roma lettere@ilmanifesto.it.

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Obama, primo incontro con hillary "lei ottimo vice per chiunque" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il faccia a faccia senza testimoni. Oggi a Washington la senatrice annuncia ufficialmente il suo ritiro Obama, primo incontro con Hillary "Lei ottimo vice per chiunque" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK - Alla fine, all'ultimo minuto, Hillary Clinton e Barack Obama si sono incontrati per un'ora. Lo hanno fatto in segreto, giovedì sera, nella casa della senatrice della California Diane Feinstein, che ha raccontato di un "clima positivo: I due ridevano e il rapporto sembrava ottimo". Ognuno dei due era accompagnato dal suo braccio destro, ma dopo poco hanno chiesto di restare da soli e così 24 ore dopo niente è trapelato di quanto si siano detti. Il faccia a faccia, chiesto dalla Clinton, è un passo ulteriore per svelenire il clima ed è propedeutico alla grande festa che oggi l'ex first lady farà a Washington - nella grande sala da ballo di uno dei più bei palazzi storici, il National Building Museum - per ringraziare i suoi supporter e ufficializzare la fine della campagna e il suo sostegno ad Obama. La Feinstein, che è l'ex sindaco di San Francisco e una grande sponsor della Clinton, ha sottolineato che ora Hillary "vuole fare di tutto per unificare il partito, perché la voce dei suoi elettori sia ascoltata e intende avere una relazione di lavoro con il senatore Obama". Se questo significhi che voglia partecipare al ticket per la presidenza non è chiaro a nessuno e Obama ieri si è limitato a dire che "la senatrice Clinton sarebbe nella rosa delle candidature di chiunque". Il senatore di Chicago però ha ribadito di non avere fretta, dal momento che la scelta del suo vice è "la decisione più importante" che dovrà prendere: "Lo voglio fare - ha sottolineato - con scrupolo, non di corsa, né cedendo alle pressioni". Intanto un altro possibile vice, l'ex candidato John Edwards, ha fatto sapere di non essere interessato a far parte del ticket; gli è bastata l'esperienza come numero due di John Kerry e la sconfitta patita nel 2004. Per lui più volte si è ipotizzato un ruolo come ministro della Giustizia in caso di vittoria di Obama. Prima di staccare, per un fine settimana di vacanza insieme alla famiglia (cena fuori con la moglie ieri sera, partita a golf oggi, giro in bici con le figlie domani) Obama ha voluto sfumare la sua affermazione relativa all'indivisibilità di Gerusalemme. Parlando all'Aipac, forte lobby filo-Israele, aveva assicurato che "resterà la capitale indivisa di Israele". Incalzato dalle critiche dei palestinesi e dalle precisazioni del Dipartimento di Stato americano, il candidato democratico ha assicurato che lo status della città sarà deciso solo dai negoziati di pace. Le sue parole erano state apprezzate dal premier Olmert e dalla stampa israeliana, e hanno avuto l'effetto di controbattere alle accuse di McCain che aveva definito Obama "il candidato preferito da Hamas". A sorpresa, infine, Obama ha partecipato ad un evento di appoggio della candidatura di Chicago alle Olimpiadi del 2016. Sicuro di sé e galvanizzato dalla vittoria sulla Clinton, ha annunciato: "Nel 2016 starò terminando il mio secondo mandato... E già mi vedo annunciare al mondo intero l'apertura dei giochi". (m. cal.).

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Giornata con baliani fra letteratura e teatro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIII - Bari Ruvo Mola Altamura Giornata con Baliani fra letteratura e teatro "Jupiter" in masseria il disarmo va in scena Note arabe e classiche omaggio alla Palestina.

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Il Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 07-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-07 num: - pag: 17 autore: di SERGIO ROMANO categoria: REDAZIONALE Il Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio La svolta del presidente Suleiman: "Via i miei ritratti dalle strade" BEIRUT - Mentre lavorava alla formazione del nuovo governo libanese, il generale Michel Suleiman, presidente della Repubblica, ha chiesto che venissero rimossi dalle strade di Beirut i suoi ritratti, apparsi in gran numero, dopo la sua elezione, sulle facciate delle case e nelle vetrine dei negozi. Il maronita Suleiman è un uomo sobrio, pacato, poco loquace. Ma la richiesta, in questo caso, non è un segno di modestia. Nelle strade di Beirut non esistono soltanto i ritratti del capo dello Stato. Le fotografie dei leader, spesso grandi quanto l'intera facciata di una casa, annunciano l'identità religiosa e politica di una zona urbana. So di essere nel quartiere di Amin Gemayel, capo delle Falangi cristiane, perché la piazza principale è dominata dalla gigantografia del figlio Pierre, esponente della maggioranza anti-siriana, assassinato nel novembre del 2006 quando era ministro dell'Industria nel governo di Fouad Siniora. So di essere in un quartiere sciita perché la strada principale è tappezzata dai ritratti di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, e da quelli dei "martiri" caduti combattendo contro Israele. Quasi tutti i quartieri di Beirut sono religiosamente omogenei e alcuni di essi "gridano" la loro identità esponendo l'immagine del leader di cui sono elettori. Chiedendo la rimozione dei suoi ritratti Suleiman chiede alla classe politica di fare altrettanto e di rinunciare alla spartizione di Beirut fra aree d'influenza. Vorrebbe che il Libano smettesse di essere un mosaico di comunità religiose (sono diciotto) e divenisse finalmente uno Stato di cittadini, eguali di fronte alla legge, uniti dall'appartenenza a una stessa nazione. è il sogno di tutti i riformatori. Non chiedono ai loro connazionali di rinunciare alla propria fede religiosa, ma vorrebbero che accanto all'identità confessionale vi fosse in ciascuno di essi il patriottismo libanese. Ogni crisi si conclude con un invito all'unità nazionale, unico rimedio contro le fazioni che dividono il Paese sin dal giorno, nel 1920, in cui il generale Henri Gouraud, conquistatore di Damasco, ne proclamò la nascita sotto le ali protettrici della Repubblica francese. Vi è persino qualcuno che vorrebbe conferire ai poteri pubblici una funzione tipica dello Stato moderno, ma esercitata in Libano dalle singole comunità religiose: lo stato civile. Sino a quando le nascite, le morti, il diritto matrimoniale e le disposizioni testamentarie saranno nelle mani delle singole confessioni, il Libano continuerà a essere un vestito d'Arlecchino, cucito con le pezze colorate di diciotto staterelli ecclesiastici. Occorre uscire da questa versione estrema della multiculturalità per creare infine il cittadino libanese. Peccato che le crisi si concludano generalmente grazie ad accordi che ribadiscono l'esistenza delle comunità religiose e il loro ruolo nella gestione politica del Libano. Ridotto all'osso, il patto firmato nello scorso maggio a Doha nel Qatar è soltanto lo strumento con cui i firmatari riconoscono che la storia e la demografia hanno modificato i rapporti di forza fra i tre maggiori gruppi religiosi: cristiani, sunniti e sciiti. Non esistono dati ufficiali perché un censimento periodico, come nei Paesi occidentali, avrebbe qui il pericoloso effetto di riaprire interminabili discussioni sulla spartizione delle maggiori cariche istituzionali. Ma non è necessario un censimento per sapere che gli sciiti, dopo essere stati per molto tempo l'ultima ruota del carro della società libanese, sono oggi, grosso modo, la metà del Paese. A Doha è stato deciso che il governo si comporrà di trenta ministri, che undici di essi saranno sciiti e che le maggiori decisioni verranno prese con la maggioranza dei due terzi. Il diritto di veto, che Hezbollah ha chiesto insistentemente sin dalla fine del 2006, è quindi ormai nelle sue mani. Non basta. Quando tornerà alle urne, probabilmente fra un anno, il Paese voterà con una nuova legge, approvata a Doha, che prevede distretti elettorali più piccoli e garantisce il seggio al gruppo religioso dominante. Il prossimo Parlamento sarà quindi, ancora più dell'attuale, il riflesso fedele del puzzle religioso libanese. L'esperimento tentato dal governo di Fouad Siniora negli scorsi mesi (la coalizione sunnita-cristiana al potere, gli sciiti e i loro alleati all'opposizione) è drammaticamente fallito nel momento in cui il presidente del Consiglio ha cercato di togliere a Hezbollah alcuni degli strumenti che consentivano alla maggiore organizzazione sciita di essere uno Stato nello Stato. La solidarietà nazionale, in altre parole, si conquista soltanto riconoscendo che il Libano, oggi, può essere soltanto una democrazia consociativa. All'ascesa politica degli sciiti corrisponde il declino demografico e politico delle comunità cristiane. Ho incontrato il Patriarca dei maroniti, Nasrallah Boutros Sfeir, nel suo palazzo di Bkirki alle pendici delle colline che salgono verso il Monte Libano: un piccolo "Vaticano" bianco in stile neoclassico circondato da chiese e da alberi contro lo sfondo di un cielo impeccabilmente azzurro. Capo di una Chiesa che riconosce il primato del vescovo di Roma, Sfeir è anche cardinale ed è il leader spirituale di una comunità religiosa composta da circa otto milioni di fedeli dispersi su cinque continenti. Ormai quasi novantenne ricorda con nostalgia l'epoca in cui il presidente della Repubblica, tradizionalmente maronita, veniva eletto con largo consenso prima che terminasse il mandato del predecessore. Erano gli anni in cui i cristiani (soprattutto maroniti, ma anche greco-ortodossi, greco-cattolici, armeni, caldei, siriaci) rappresentavano la metà della popolazione. Erano gli anni - ricorda Sfeir - in cui i maggiori partiti cristiani erano protagonisti della vita politica nazionale. Oggi hanno perduto la loro autonomia. Due di essi appartengono alla coalizione anti-siriana del 14 marzo, creata dopo l'assassinio di Rafik Hariri nel 2005, e il terzo (quello del generale Michel Aoun) gioca in campo sciita accanto agli Hezbollah di Nasrallah e al partito Amal di Nabih Berri, presidente del Parlamento. Il Libano della giovinezza del Patriarca Sfeir, il Paese dinamico e felice in cui la maggioranza cristiana esercitava una sorta di egemonia culturale, ha cessato di esistere. è scomparso durante la guerra civile quando un milione di persone, prevalentemente maronite, abbandonò il Paese. Resta da vedere se il nuovo compromesso raggiunto a Doha possa creare un nuovo Libano, meno cristiano e più sciita, ma pur sempre capace di alloggiare, all'insegna della convivenza e della reciproca tolleranza, il più largo ventaglio di comunità religiose esistente nel Mediterraneo. Beirut è sempre, ancor più del Cairo, un pezzo di Occidente sulle coste meridionali del Mediterraneo, una città in cui una larga parte della popolazione non rinuncia a considerarsi culturalmente e civilmente europea. Non esiste ancora uno Stato dei cittadini, ma lo spettro della guerra civile rappresenta pur sempre una sorta di paradossale collante. Dopo essersi ferocemente combattuti, i libanesi sembrano essere uniti dal timore di ricadere all'indietro nel peggior periodo della loro storia. L'improvvisa insurrezione di Hezbollah, dopo la prova di forza tentata dal premier Siniora, sembra indicare che i semi della discordia sono ancora all'opera. Ma la rapidità con cui l'accordo è stato concluso dimostra che tutti gli attori del dramma, dopo essersi pericolosamente affacciati sull'orlo del precipizio, hanno saputo fare un passo indietro. Non tutto, però, dipende dai libanesi. A causa della sua fragilità il Paese ha la sventura di essere soggetto agli appetiti dei suoi potenti vicini. A causa della sua parcellazione politico-religiosa è il luogo in cui si combattono per procura tutti i conflitti della regione. Il patto di Doha ha avuto il merito di evitare un nuovo conflitto civile. Ma darà buoni risultati soltanto se sarà riconosciuto dalla Siria, se l'Iran rinuncerà a servirsi di Hezbollah per i suoi scopi, se Israele metterà fine al suo contenzioso con il Libano restituendogli un pezzo di territorio nazionale (le fattorie di Sheba) occupato nel 1967. Il maggiore fattore di rischio è oggi ancora rappresentato dall'intreccio di interessi che lega da molti anni il movimento Hezbollah alla Siria di Bashar al Assad e all'Iran di Mahmud Ahmadinejad. Sarà questo l'argomento di un nuovo articolo. (1/continua) Pacifisti Studenti a Beirut sventolano bandiere libanesi e gridano slogan contro il rischio di una nuova guerra civile Sciiti Chierici sciiti di fronte a miliziani di Hezbollah per la commemorazione dell'uccisione del loro leader Mughniyeh.

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Obama fa dietrofront su Gerusalemme (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

BARACK INCONTRA HILLARY Obama fa dietrofront su Gerusalemme Barack Obama ingrana la marcia indietro sullo status di Gerusalemme. Se mercoledì il candidato democratico - di fronte alla influente organizzazione filo-israeliana Aipac -, con tono perentorio, aveva affermato che la Città santa rimarrà "unita" sotto la sovranità d'Israele, inclusa la zona araba (Est) occupata dallo Stato ebraico nel 1967 e rivendicata dai palestinesi, invece l'altra sera, parlando alla "Cnn", ha improvvisamente frenato. "Spetterà alle parti coinvolte negoziare una serie di questioni e Gerusalemme sarà parte di queste trattative", ha risposto il senatore dell'Illinois a chi gli aveva chiesto se i palestinesi potranno avanzare rivendicazioni su Gerusalemme. Ad obbligare il candidato democratico a rivedere, almeno in parte, le sue posizioni filo-israeliane è stata l'ondata di sdegno che ha attraversato l'intero mondo arabo e, naturalmente, i Territori occupati palestinesi, dopo il suo discorso all'Aipac. Il presidente palestinese Abu Mazen, in modo particolare, aveva reagito sottolineando che "il mondo intero sa che Gerusalemme (Est) è stata occupata nel 1967 e che noi non accetteremo uno Stato senza avere Gerusalemme (Est) come capitale". Ma hanno influito anche posizioni consolidate nella politica estera Usa che, pur accettando di fatto l'occupazione israeliana, formalmente rimane ancora allineata alle risoluzioni delle Nazioni Unite che non riconoscono l'annessione unilaterale allo Stato ebraico del settore arabo di Gerusalemme. Della questione Obama potrebbe aver discusso con la senatrice e sua ex rivale Hillary Clinton. I due si sono incontrati giovedì sera a Washington, per definire la contropartita che la Clinton vuole in cambio del suo pieno appoggio alla corsa di Obama alla Casa Bianca. La vice presidenza tuttavia viene esclusa dai principali analisti americani. "Obama, come Bob Kennedy, esprime il cambiamento che si incarna in una persona". Così il segretario del Partito democratico (Pd), Walter Veltroni, si è espresso nel corso della registrazione della trasmissione Matrix, tracciando un parallelismo tra i due leader democratici americani, a 40 anni dall'assassinio di Robert Kennedy.

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Germania E MEMORIA (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

In una mostra, che riprende il titolo di un vecchio film, il processo di Ulm del 1958. Il primo celebrato in Germania contro le Ss che sterminarono gli ebrei nei territori occupati dell'est europeo. E che inaugurò una giurisprudenza antinazista "GLI ASSASSINI SONO TRA NOI", COME FARE I CONTI COL NAZISMO Enzo Collotti Nel 1946 circolò in Germania uno dei primissimi film prodotti sul posto di denuncia dei crimini nazisti, Die Mörder sind unter uns. Tradotto, Gli assassini sono tra noi, girato nell'allora settore sovietico della Germania occupata da Wolfgang Staudte, affermatosi più tardi tra i registi della Ddr. Il titolo del film non era una metafora ma rispecchiava una ben concreta realtà di un paese che dopo i primi processi per crimini nazisti celebrati dalle potenze occupanti non si era ancora fatto carico dell'esame di coscienza per i misfatti del Terzo Reich, anzi la popolazione non ne voleva sentire parlare e giudicava le sentenze degli alleati come la vendetta e la prepotenza dei vincitori. Gli assassini sono tra noi torna ora a riproporre con questo titolo in una bella mostra organizzata dallo Haus der Geschichte del Baden-Württemberg, assai attivo nel promuovere la memoria storica, la vicenda della persecuzione dei crimini nazisti nella parte occidentale della Germania divisa. La mostra è allestita a Ulm, storica città medio-grande, sulle rive del Danubio, al confine con la Baviera, a quarant'anni dal processo che la giustizia tedesca celebrò nella città sveva a carico di un manipolo di uomini delle SS che si erano resi responsabili di eccidi contro gli ebrei nella Lituania appena occupata dalla Wehrmacht. Fu probabilmente in assoluto il primo processo che veniva celebrato in Germania per fatti legati allo sterminio degli ebrei nei territori occupati dell'est europeo. UN PROCESSO "GLOBALE" La vicenda del processo di Ulm del 1958 non appare un fatto meramente occidentale, la sua ricostruzione storica ne fa addirittura un momento periodizzante nel lento e lungo percorso della punizione dei crimini del nazismo. E' un pezzo di storia politica, di storia giudiziaria, di storia della cultura politica. In anni ormai recenti la storiografia tedesca - è d'obbligo tra la nuova generazione di storici almeno il nome di Norbert Frei - ha dato un contributo fondamentale alla revisione critica degli anni Quaranta e Cinquanta quali ci erano stati trasmessi dalla tradizione e dall'eredità di Adenauer, che pur di assicurarsi il consenso dei ceti colpiti dalla guerra e ancora animati da forti risentimenti contro gli alleati della coalizione antinazista e perfino antisemiti aveva avallato rimozioni e colpi di spugna, quando non aveva addirittura riabilitato anche i pochi che erano stati condannati dai tribunali alleati, nel clima della guerra fredda e delle contrapposizioni internazionali che tendevano a sottolineare l'indispensabilità per gli occidentali del peso della Germania. Quando nel 1955 gli alleati restituirono alla Repubblica federale la sovranità anche nel campo dell'amministrazione della giustizia si aprirono possibilità nuove, che non furono immediatamente tradotte in una nuova prassi giudiziaria, anche per impreparazione della magistratura, inerzia e resistenze dell'opinione pubblica, sopravvivenza di troppi ex nazisti nell'amministrazione a tutti i livelli, resistenze politiche, culturali e corporative di settori come la magistratura e la polizia a fare i conti e pulizia all'interno delle proprie stesse file. In più, le incertezze non solo giurisprudenziali ma anche legislative, che fecero sì che molti responsabili di omicidi non fossero processati come tali ma solo come "complici" (Beihilfe), nel sottinteso abusato dalle strategie di abili difensori che allegavano stati di necessità che non esistevano e il dovere di ubbidienza ai vari responsabili, che erano Hitler, Himmler e Heydrich, aggirando così il principio penale della responsabilità personale. NAZISTI ALLA SBARRA Questo complesso retroscena basta di per sé a chiarire perché il processo celebrato a Ulm rappresentò un momento di rottura di una quiete giudiziaria che era durata già troppo a lungo. Perché ad Ulm? Anche ad Ulm tutto avvenne quasi per caso, perché si scoprì che il maggiore indiziato nel futuro processo, Bernhard Fischer-Schweder, risiedeva a Ulm e il caso volle che i magistrati che si erano imbattuti nella vicenda fossero mossi dalla curiosità di andare fino in fondo, con il benestare della procura generale del Land, di Stoccarda. Finirono così alla sbarra dieci imputati, che furono arrestati tutti tra il 1956 e il 1957. Fino allora, tutti appartenenti alle SS e a vari corpi della polizia nazista, erano quasi tutti sfuggiti a qualsiasi giudizio di denazificazione, avendo tutti celato la loro appartenenza alle SS. Tutti si erano mimetizzati dopo la fine delle ostilità, tranne un paio che erano finiti prigionieri degli alleati, mescolandosi al resto della popolazione, in impieghi generalmente commerciali, tranne uno che era stato addirittura riammesso al servizio della polizia criminale e Fisher-Schweder del quale diremo. Ma questo era il meno nelle analogie che ne accomunava la sorte: tutti infatti avevano prestato servizio nelle unità di polizia di Tilsit, al confine tedesco-lituano, da dove nel giugno del 1941 era stata scatenata la caccia allo sterminio degli ebrei di quell'area, della quale i dieci furono imputati. A carico di costoro, che avevano costituito il nerbo dello Einsatzkommando di Tilsit, fu imputata l'uccisione di 5.500 ebrei, uomini, donne, bambini, eseguita con fucilazioni in massa dirette dagli imputati, 9 tedeschi e un lituano collaborazionista. Scoperti, dicevamo, quasi per caso, ma non del tutto al di fuori di ogni logica. Quasi per ritornare inconsciamente alle sue origini, per coazione a ripetere direbbero gli psicologi, Fischer-Schweder nella sua innata attitudine al comando chiese di essere assunto nel 1954 a Ulm come comandante di un Lager per rifugiati dalla Ddr: un passo che gli fu fatale perché le indagini aperte sul suo passato dalle autorità tedesche rivelarono la sua vera identità e aprirono la via del carcere a lui e alla ricostruzione della rete degli uomini che con lui avevano collaborato a Tilsit. PIONIERI DI GIUSTIZIA La mostra, frutto di una vera ricerca e non di improvvisazione, ci fa conoscere anche il modo di lavorare dei giudici, il loro metodo di accertamento dei fatti e della documentazione che ben si può dire pionieristico allo stato allora della giustizia nella Bundesrepublik. Ne emerge oltretutto, nella volontà di fare chiarezza dei fatti, l'impegno profuso nella ricerca dei testimoni, spesso uomini della Wehrmacht e della polizia che avevano operato nella stessa area baltica degli imputati, sopravvissuti rari e parenti delle vittime fatti rientrare dai territori dove si erano rifugiati nel dopoguerra, dall'America e da Israele, una anziana testimone oculare lituana che si trovava in un campo profughi in Germania e che si presentò per raccontare ciò che aveva visto con i propri occhi. I giudici si documentarono lavorando fra l'altro sui processi di Norimberga e studiando le opere storiche allora già uscite, in particolare la ricerca di Gerald Reitlinger, un esempio di come la magistratura poteva trarre profitto dalla storiografia, una lezione troppo tardi appresa dalla giustizia italiana anche perché troppo tardi si pervenne da noi a celebrare processi in qualche modo comparabili a quelli della Bundesrepublik. L'importanza del processo, che fu seguito con molta attenzione e consenso dalla stampa quotidiana, non si può misurare dal livello delle pene irrorate nel contesto legislativo e giurisprudenziale al quale abbiamo già accennato. Le pene furono relativamente lievi, quasi tutti gli imputati nel giro di pochi anni tornarono in libertà, ad eccezione di due, il maggiore responsabile Fischer-Schweder, che morì in prigione, e un altro corresponsabile che fu rilasciato per malattia e morì poco dopo. SVOLTA POLITICA Il significato della sentenza pronunciata dal presidente del tribunale di Ulm il 29 agosto del 1958 era destinata ad andare ben oltre l'episodio in sé del processo. Di una svolta nella politica della giustizia della Bundesrepublik parlano gli estensori del catalogo della mostra e in effetti da quel momento la ricerca degli ex nazisti imputabili per crimini di guerra o contro l'umanità non fu più lasciata al caso, come auspicato dalla stampa più impegnata anche contro l'opinione di una parte considerevole del pubblico favorevole a mettere tutto a tacere. A processo concluso, in un articolo sulla Stuttgarter Zeitung del 3 settembre 1958 il procuratore generale di Stoccarda Erich Nellmann, che era stato tra i principali animatori del processo, sollecitò un cambiamento di passo nella politica della giustizia avviando in via sistematica e non più casuale la ricerca dei responsabili di crimini. In un contesto politico che si andava modificando l'appello fu raccolto dal ministro della giustizia del Baden- Württemberg Wolfgang Haussmann, che lo trasmise ai suoi colleghi degli altri Länder. Nacque da qui il coordinamento realizzato con la Zentrale Stelle di Ludwigsburg per l'accertamento dei crimini nazisti, il cui lavoro ebbe inizio il 1 dicembre 1958. L'autorità di Ludwigsburg non nasceva come organo inquirente, ma come sede di raccolta e di centralizzazione delle informazioni destinate a consentire, come sarebbe avvenuto, la celebrazione dei processi, a partire dal grande processo avviato nel 1963 a Francoforte contro i superstiti della guarnigione di Auschwitz per l'impegno di un altro grande giurista Fritz Bauer. In questi sviluppi risiede per l'appunto l'importanza storica della sentenza di Ulm, che va al di là di una "semplice" vicenda giuridica. A sua volta la mostra rappresenta un esempio rilevante di una politica della memoria basata non sulla retorica ma su una solida conoscenza fattuale e documentaria.

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Conflitti ambientali, arriva l'eco-diplomatico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 08-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina VII - Napoli Il convegno Domani una giornata di lavori dedicata all'efficienza nella gestione del ciclo dei rifiuti organizzata dalla Fondazione Willy Brandt Conflitti ambientali, arriva l'eco-diplomatico Si parlerà delle migliori tecnologie e di bonifica delle discariche Nasce la figura dell'eco-diplomatico. Sarà uno studioso dell'analisi e della composizione dei conflitti ambientali, un esperto al servizio delle istituzioni per migliorare i rapporti e la comunicazione con i cittadini, sempre più spesso sulla barricata opposta quando si parla di discariche e termovalorizzatori, come a Pianura, come a Chiaiano. La "Conflict resolution summer school" è un corso internazionale della Fondazione Willy Brandt e sarà presentato domani all'hotel Vesuvio nell'ambito dell'intera giornata dedicata a "Efficienza e sostenibilità ambientale nella gestione del ciclo dei rifiuti: una sfida che può essere vinta". Quali sono le migliori tecnologie. Come Università e aziende private collaborano in Germania per la decontaminazione ambientale. Come hanno bonificato una discarica in Israele. Sono i rifiuti dell'Europa visti da Napoli. La prima parte dell'appuntamento ("Il valore dei rifiuti", dalle 9.30 alle 13), sarà dedicata alle esperienze di quelle regioni europee che mantengono alti standard di qualità della vita nel governo dei rifiuti, rispettando le direttive Ue e producendo risorse con una raccolta differenziata legata a processi industriali per il riutilizzo dei materiali. Il vice sindaco di Tel Aviv, Doron Sapir, illustrerà il recupero dell'ex discarica di Hiriya, nel Gush Dan, oggi un parco naturalistico grazie a un impianto che produce biogas e compost. Sempre da Israele giungerà la testimonianza di Emil Cohen, ingegnere della società Ecoprox, con una relazione sul recupero delle frazioni di rifiuti da impiegare come componente organica per produrre biocombustibili. Intervengono Carlo Alberto Bignozzi, direttore del dipartimento di Chimica dell'Università di Ferrara, e Abdallah Nassour, docente dell'Università di Rostock. All'emergenza di Napoli e a quello che viene chiamato "caso Italia, un sistema in crisi" sarà invece dedicata tutta la seconda parte del dibattito (dalle 15 alle 18.30) con gli interventi di Paolo Russo, presidente della commissione Agricoltura della Camera; Luigi Nicolais, vicepresidente della commissione Cultura; Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente; Massimo Ferlini, ex presidente dell'Osservatorio nazionale rifiuti; Daniele Fortini, presidente di Federambiente; Gerardo Ragone, docente della Federico II; Ercole Incalza, presidente della Fondazione Willy Brandt. Moderatore il direttore di "Panorama", Maurizio Belpietro. (an. car.).

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IL MONITO DI OBAMA (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-06-08 num: - pag: 1 autore: di ANGELO PANEBIANCO categoria: REDAZIONALE I DEMOCRATICI E L'IRAN IL MONITO DI OBAMA P robabilmente non è così esperto da mettere in conto tutte le conseguenze delle proprie dichiarazioni. Gli premeva solo segnare un punto contro il suo avversario, il repubblicano John McCain. Ma quando, alcuni giorni fa, Barack Obama, il candidato democratico, ha assunto una durissima posizione contro l'Iran, chiarendo che lo considera un nemico dell'America, egli ha lanciato, involontariamente, anche un messaggio all'Europa. Soprattutto, a quella parte d'Europa tentata dall'appeasement con l'Iran. Riflettano quelli che in Europa pensano che con l'Iran bisogna fare solo affari, fingere che il presidente iraniano Ahmadinejad sia un pazzo isolato che non va preso sul serio quando ribadisce che Israele dev'essere distrutto e chiudere gli occhi di fronte all'espansionismo del-l'Iran in Medio Oriente e al suo programma nucleare. Non sappiamo se il "predicatore " diventerà presidente e se, diventandolo, darà vita a una politica estera mediocre e oscillante (come quella di Jimmy Carter) oppure di grande profilo come quella di altri presidenti democratici. Ma una cosa è sicura. L'America (eventuale) di Obama non cesserà di essere pronta alla durezza nei confronti delle più pericolose potenze revisioniste, quelle che si propongono di rovesciare a proprio vantaggio, anche con la forza delle armi, lo status quo (l'Iran di oggi è una potenza del genere nello scacchiere mediorientale). C'è quindi da scommettere che molto del favore che Obama raccoglie anche in Europa (la "buona America " contro quella cattiva di Bush) si ridurrà se egli diventerà presidente. Si noti che una politica dura nei confronti del-l'Iran porterà per forza altre conseguenze. Non potrà essere abbandonato l'Iraq perché ciò permetterebbe all'Iran di dilagare senza contrappesi nella parte sciita di quel Paese. Nel Libano, dove l'Hezbollah filoiraniano si è ulteriormente rafforzato, si dovrà continuare a fronteggiarne la minaccia. La stessa cosa varrà per Gaza. E' un monito anche per noi italiani. Bene ha fatto il governo a non ricevere Ahmadinejad durante la sua visita alla conferenza della Fao e bene hanno fatto le forze politiche a tenersene distanti. Così come è giusto voler entrare nel gruppo 5+1 per partecipare all'azione internazionale coordinata contro la potenziale minaccia nucleare iraniana. Anche a costo di perdere commesse e affari. Poiché una guerra (che, purtroppo, ha forti probabilità di scoppiare se non ci saranno, nei prossimi anni, un cambio di regime in Iran o una sua rinuncia al nucleare militare) farebbe perdere a tutti molto di più. Come ha scritto Mario Ricciardi sul Riformista, trattare con i gangster politici si può e, talvolta, si deve, ma si può fare solo mettendo una pistola sul tavolo. Chi non la pensa così nel caso dell'Iran ne sottovaluta la minaccia oppure ha ragioni inconfessate per approvarne l'avventurismo (perché, ad esempio, detesta a tal punto Israele da considerarlo una pedina sacrificabile). L'Iran, si dice, è una società complessa ove sono presenti molte forze. Lo è di sicuro. Ma per permettere alle forze interne contrarie all'avventurismo dell'attuale gruppo dirigente iraniano di prevalere, occorre un Occidente compatto e deciso, tale da non lasciare al regime spiragli per giocare un Paese occidentale contro l'altro. Forse persino Obama non sarà molto diverso da Bush su questo punto.

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Mosca, Budapest, Suez: la triplice svolta del 1956 (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 08-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Terza Pagina - data: 2008-06-08 num: - pag: 35 categoria: REDAZIONALE Il secolo breve Un libro di Luciano Canfora sull'anno che vide cadere il mito di Stalin e tramontare il colonialismo Mosca, Budapest, Suez: la triplice svolta del 1956 D a poco finito di leggere un interessante saggio sul papiro di Artemidoro uscito da Laterza e appena chiuso il libro su Filologia e libertà pubblicato da Mondadori, eccoci a un'altra fatica di Luciano Canfora, 1956. L'anno spartiacque, edito da Sellerio (pagine 188, e 12), che raccoglie una serie di conversazioni radiofoniche tenute dall'illustre antichista. Ora, il termine fatica non sembra adeguato: meglio usare la parola "divertimento ". Perché soltanto così si può spiegare una tale mole di lavoro affrontata felicemente in pochi mesi passando da un campo all'altro e, soprattutto, da un'epoca molto lontana a un'altra. Un accademico di grande classe come Giorgio Rumi, che pure amava la divulgazione, diceva che la qualità peculiare dello storico era la presbiopia. Una caratteristica che aumenta quanto più lontana è l'epoca presa in considerazione. Questa riflessione ci è venuta in mente quando abbiamo letto le pagine in cui Canfora, filologo e studioso del mondo classico, paragona la guerra di Atene contro l'impero persiano al vittorioso sforzo bellico compiuto dall'Unione Sovietica di Stalin contro la Germania nazista. Un paragone che ci dice quanto nel racconto storico conti il disincanto: la voglia di capire va di pari passo con il distacco dalla materia trattata. Al di là naturalmente delle pur forti scelte di campo dell'autore. Perché, dunque, il 1956 fu un anno spartiacque? Per tre episodi cruciali, raccontati dallo storico dell'Università di Bari con la passione di chi, adolescente, passò buona parte di quei mesi attaccato alla radio per aggiornarsi sulle ultime novità o a discutere con il padre per cercare di capire. Innanzitutto il 1956 fu l'anno del XX congresso del Pcus, che sancì la destalinizzazione, cioè la condanna del dittatore sovietico da parte di quegli stessi uomini dell'apparato che lo avevano servito anche nei passaggi più discutibili. Al XX congresso seguì la diffusione del rapporto segreto sui crimini di Stalin, che secondo alcuni arrivò sulla stampa americana direttamente dall'Urss, secondo altri attraverso il canale italiano, cioè il Pci di Palmiro Togliatti. E di questo capitolo Canfora ci racconta tutti i sapidi retroscena, dal fulminante dialogo tra Giorgio Amendola e Togliatti alle battute di Concetto Marchesi, altro antichista con la passione per la politica e la storia contemporanea. Il secondo momento importante del 1956 è la rivolta d'Ungheria e la conseguente repressione sovietica, con le crisi di coscienza e il radicale passaggio di campo di tanti intellettuali fino ad allora vicini alle posizioni ortodosse del Pci. Il terzo episodio cruciale è la nazionalizzazione del canale di Suez da parte del governo egiziano. La conseguenza immediata fu lo sbarco in Egitto di truppe anglofrancesi e l'attacco lanciato da Israele nel Sinai. La conseguenza a lungo termine fu il rapido declino del colonialismo europeo. E l'inizio di una nuova fase nei rapporti internazionali. Dino Messina.

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"petrolio, il mondo a un passo dal crac" - maurizio ricci (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Economia "Petrolio, il mondo a un passo dal crac" Il G8: rischio recessione, è allarme-mercati. Scajola: Italia nel club nucleare La ricetta del G8: aumentare gli investimenti e la produzione di greggio MAURIZIO RICCI ROMA - E adesso? I mercati internazionali riaprono oggi, con l'incubo di nuovi strappi nella corsa del prezzo del petrolio, dopo l'aumento-record (11 dollari al barile in una sola seduta) di venerdì. In realtà, la molla che ha fatto schizzare il greggio, oltre allo scivolamento del dollaro, era stata soprattutto la dichiarazione di un ministro israeliano che etichettava come "inevitabile" un bombardamento dell'Iran, aprendo la possibilità di un nuovo conflitto, a mille incognite, nel Medio Oriente. Questa molla è stata, in qualche misura, disinnescata a Gerusalemme, nel corso del weekend. E' dunque possibile che, oggi, gli operatori si preoccupino soprattutto di incassare i profitti legati alle quotazioni di venerdì, sgonfiando i prezzi. I segnali, tuttavia, non sono buoni. In chiusura di settimana, i prezzi spot (quelli cioè pagati da chi concretamente prende in consegna il greggio per raffinarlo) si sono allineati agli oltre 138 dollari a barile dei contratti a termine per luglio, indicando che almeno una parte degli operatori li considera realistici. Inoltre, il petrolio con consegna ad agosto e a settembre spunta prezzi anche più alti della quotazione record per luglio. Infine, l'esperienza degli ultimi anni mostra che, anche quando la corsa del barile si ferma, il riassestamento dura poco e, comunque, il prezzo non scende più sotto i livelli surriscaldati che, solo pochi mesi prima, sarebbero stati impensabili: dall'inizio dell'anno ad oggi il greggio è rincarato di oltre il 50%. Sono livelli ai quali l'economia globale rischia l'asfissia. Lo spettro di una recessione mondiale è stato evocato esplicitamente dal ministro giapponese dell'Economia, Akira Amari, nel corso del vertice, ieri, in Giappone, sui temi dell'energia, con suoi colleghi del G8, più Cina, India e Corea. L'allarme è ripreso nel comunicato finale, la cui unica indicazione, immediata e concreta, per frenare la corsa del greggio è, peraltro, un appello ai paesi produttori di petrolio "ad aumentare gli investimenti e massimizzare la produzione, per rispondere ai bisogni del mercato". Un appello che, per ora, i paesi dell'Opec non sembrano intenzionati a raccogliere e che, del resto, non sono, probabilmente, neanche in grado di soddisfare, visto che, con l'eccezione dell'Arabia saudita, stanno già pompando greggio al massimo. A medio termine, tuttavia, c'è soddisfazione nelle dichiarazioni post-vertice, perchè i paesi presenti - che, insieme, costituiscono i due terzi della domanda mondiale di petrolio - hanno convenuto sulla necessità di rilanciare con forza i programmi per migliorare la loro efficienza energetica e perchè questo obiettivo ha trovato anche il consenso di Cina e India, a cui risale il grosso dell'aumento nella domanda di greggio di questi anni. Molto si è parlato, nel corso del vertice, di strade alternative nella produzione di energia, come la cattura e sequestro del CO2, che consentirebbe di usare più massicciamente risorse come il carbone, e come il nucleare. Il ministro italiano, Scajola, ha colto l'occasione per ribadire che il nuovo governo "ha deciso di investire nel nucleare nel prossimo periodo", sancendo così di fatto il ritorno del nostro paese nel club dei paesi che puntano sull'atomo. Forse, però, l'indicazione più importante era venuta sabato, nel corso di un pre-vertice fra Usa e i paesi asiatici, dove si è affrontato il tema dei sussidi ai consumatori per la benzina. Negli ultimi mesi, la domanda di greggio è calata in Occidente, dove i prezzi alla pompa riflettono il rincaro del greggio e scoraggiano i consumi. Ma è continuata a crescere in Cina e in India, dove i sussidi statali mettono in larga misura al riparo i consumatori dall'aumento della materia prima. Pechino e Nuova Delhi, ora, si mostrano però disponibili "ad una graduale riduzione dei sussidi". Una brutta notizia per i consumatori asiatici, ma, se i rincari frenassero la domanda, la corsa infinita del greggio potrebbe rallentare. Cinesi e indiani, peraltro, non hanno fissato alcuna scadenza per questa ipotesi di intervento sui prezzi al consumo.

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Un israeliano il "colpevole" del venerdì nero - alberto stabile (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Economia Il ministro dei Trasporti Mofaz aveva giudicato inevitabile un attacco all'Iran, provocando il balzo di dieci dollari del greggio Un israeliano il "colpevole" del venerdì nero ALBERTO STABILE dal nostro corrispondente GERUSALEMME - Un incauto, un fanfarone, un cinico opportunista. A leggere i giornali della domenica e le dichiarazioni dei portavoce, il ministro dei Trasporti, Shaul Mofaz, con le sue minacce di attaccare l'Iran, ha superato il segno e non sembra esserci nessuno oggi fra i potenti d'Israele disposto a prendere le sue parti. Eppure, Mofaz non è il primo esponente politico a dire apertamente quel che molti pensano, e cioè che, "se il regime di Teheran manterrà i suoi piani di dotarsi dell'arma atomica non ci sarà alternativa all'attacco militare per fermare il programma nucleare iraniano". Si potrebbe citare il precedente dell'ex ministro della Difesa Benjamin Ben Eliezer (il loquace Fuad, come viene familiarmente chiamato) che in occasione di un'esercitazione ipotizzò che un attacco missilistico iraniano avrebbe provocato una risposta israeliana tale che la nazione iraniana sarebbe stata distrutta. E si potrebbe citare anche un ex capo di Stato maggiore che, in un giro di conferenze americane apertamente evocò l'opzione militare. Stavolta, però, c'è di mezzo la politica. Vale a dire, la debolezza di Olmert, alle prese con un'inchiesta giudiziaria per il premier più rischiosa di quelle che l'hanno preceduta, e la lotta di potere all'interno di Kadima, il partito di maggioranza relativa che le aspettative, ancorché teoriche, di un'eventuale successione ad Olmert hanno scatenato tra i notabili. E Mofaz, assieme alla ministra degli Esteri, Tzipi Livni e al ministro per le infrastrutture ed ex capo dello Shin Beit, Avi Dichter è uno dei duellanti che incroceranno spade e stiletti alle prossime primarie del partito. Così, non soltanto, il vice ministro della Difesa, Matan Vilany, rimprovera a Mofaz di aver cinicamente strumentalizzato a vantaggio delle sue ambizioni personali una questione della massima importanza strategica per il paese, ma c'è chi accusa Mofaz di aver contribuito al balzo del prezzo del greggio registratosi venerdì, un salto di dieci dollari che tuttavia non si era registrato qualche giorno prima quando lo stesso Olmert aveva ipotizzato il blocco di alcune importazioni strategiche a danno del regime iraniano. A rileggere l'intervista di Mofaz un dato sembra tuttavia emergere. Il ministro dei Trasporti non è soltanto assolutamente pessimista sull'efficacia delle sanzioni internazionali contro Teheran, ma aggiunge anche con la Siria non vale neanche la pena parlare, perché restituire il Golan significherebbe ritrovarsi l'Iran in casa e con i palestinesi è inutile farsi illusioni. Nel panorama della regione tratteggiato da Mofaz non sembra esserci posto per la diplomazia. Più che un esponente di Kadima, partito votato al compromesso, sembra sentir parlare un uomo del Likud. Sorge allora il dubbio che il ministro dei Trasporti non abbia sbagliato partito.

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Le soluzioni di altri paesi alla crisi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina III - Napoli Il convegno Le soluzioni di altri Paesi alla crisi Germania e Israele al fianco della Campania per affrontare la drammatica emergenza dei rifiuti e offrire "ricette" capaci di dare risposte al disastro ambientale. Non più termovalorizzatori e nemmeno raccolta differenziata ma un processo basato sul trattamento a freddo meccanico-biologico. Un sistema che ha trovato valida applicazione sia in Germania sia in Israele dove l'ex discarica di Hiriya (Tel-Aviv) dimessa nel 1998 sarà riattata a parco pubblico grazie proprio alla tecnologia Mbt. Se ne discute stamattina al Vesuvio alle 9.30 con la fondazione "Willy Brandt" che ha organizzato il convegno "Efficienza e sostenibilità ambientale nella gestione del ciclo dei rifiuti, una sfida che può essere vinta" moderato dal direttore di "Panorama" Maurizio Belpietro. Un convegno in due sessioni con interventi del vicesindaco di Tel-Aviv, Doron Sapir, e del professor Abdallah Nassour dell'università di Rostock, l'ingegnere Emil Cohen della società israeliana Ecoprox e Daniele Fortini, presidente di Federambiente. Nel pomeriggio interverranno il direttore generale del ministero dell'Ambiente Corrado Clini, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, il presidente della commissione Agricoltura Paolo Russo, il vicepresidente della commissione Cultura Luigi Nicolais (nella foto sopra) e il presidente dell'Osservatorio nazionale sui rifiuti Massimo Ferlini.

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Circoncisione: <Non è il rimedio a tutti i mali> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - MILANO - sezione: Cronaca di Milano - data: 2008-06-09 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE I ginecologi Circoncisione: "Non è il rimedio a tutti i mali" "Circoncidere può essere utile contro la trasmissione di infezioni e per garantire una maggiore igiene. Ma, quanto all'incidenza sul papillomavirus, non ci sono evidenze scientifiche che confermino l'utilità della pratica". A parlare è Dina Stefanon, ginecologa dell'Istituto dei Tumori. La proposta dell'assessore Gianpaolo Landi di Chiavenna di promuovere una campagna in favore della circoncisione trova la comunità scientifica tutto sommato concorde. Con alcuni distinguo. "Non è un'idea strampalata", dice Mario Sideri, ginecologo dell'Ieo, che però precisa: "La pratica della circoncisione può essere un fattore di protezione, ma non è sicuramente la soluzione al problema del papillomavirus". Va detto che, a sostegno delle tesi dell'assessore, c'è un'indagine epidemiologica, per la verità piuttosto datata, secondo la quale in Israele, dove la circoncisione è applicata per motivi religiosi su larga scala, i tumori all'utero sono meno diffusi che nel resto del mondo occidentale. "Può essere una buona proposta dal punto di vista igienico - commenta Mauro Buscaglia, primario al San Carlo -. Ma, per favore, non rendiamo la circoncisione obbligatoria ". Decisamente più scettico Alberto Scanni, direttore generale della Fondazione Istituto Tumori: "Un'adeguata igiene è più che sufficiente ad azzerare alcune patologie ginecologiche". Venerdì prossimo, comunque, l'assessore Landi di Chiavenna parteciperà a un convegno a Palazzo Marino, proprio sul tema delle malattie sessualmente trasmissibili. Tra i relatori, anche Umberto Veronesi. Prevenzione Migliora l'igiene ma non basta a prevenire il papillomavirus.

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L'incontro del 4 giugno (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria: BREVI L'incontro del 4 giugno Il premier israeliano Ehud Olmert con il presidente americano George W. Bush, lo scorso 4 giugno nello Studio Ovale della Casa Bianca.

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<Preparano la guerra> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE L'allarme di Fischer "Preparano la guerra" "Mezzogiorno di fuoco in Medio Oriente". Su Haaretz l'ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer avverte: "Il Medio Oriente sta scivolando verso uno scontro nel 2008. L'Iran deve capire che, senza una soluzione diplomatica (al programma nucleare ndr) nei prossimi mesi, è assai probabile che scoppierà un pericoloso conflitto militare... e accettare le offerte dell'Onu". Per Fischer, Bush sta pianificando un attacco con Israele. Joschka Fischer.

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<L'Iraq non farà da base per un attacco all'Iran> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-09 num: - pag: 12 categoria: REDAZIONALE Scenari I segnali di un intervento militare Usa si stanno moltiplicando "L'Iraq non farà da base per un attacco all'Iran" Il premier Maliki rassicura Ahmadinejad In Israele divampa la polemica per le dichiarazioni bellicose del vicepremier Mofaz, smentite dalla Difesa WASHINGTON - Per ora sono solo indizi. Segnali raccolti da diplomatici e analisti dell'intelligence chiamati a rispondere a un quesito: l'attacco all'Iran è vicino? A giudicare dall'agitazione delle ultime settimane sembrerebbe di sì. Mettiamo insieme i tasselli partendo dall'ultimo. Il premier iracheno Nouri Al Maliki, in visita a Teheran, ha assicurato che il suo paese non farà mai da base a un eventuale blitz contro l'Iran. Affermazione rivolta non solo ai vicini ma anche a quegli esponenti iracheni contrari a un accordo militare con gli Usa che darebbe al Pentagono la possibilità di usare l'Iraq come trampolino. Quasi contemporaneamente, in un'altra capitale molto interessata - Gerusalemme - il governo israeliano ha cercato di prendere le distanze dalle dichiarazioni del ministro Shaul Mofaz. Ex generale, di origine iraniana, con grandi ambizioni politiche, ha sostenuto che l'attacco per fermare il programma nucleare iraniano è inevitabile. Preoccupato dalle reazioni - anche il prezzo del petrolio ne ha risentito - Gerusalemme ha ribadito di essere in favore di nuove pressioni internazionali. Una posizione che in realtà - affermano alcuni - sarebbe una cortina fumogena per nascondere i preparativi di un assalto. Il premier Olmert è appena tornato da Washington per "uno scambio di idee" con Bush sull'Iran. Un incontro preceduto da una consultazione tra i responsabili dell'intelligence dei due paesi. La sensazione è quella di un crescente coordinamento in vista di un possibile raid. Tra quanti credono che l'opzione militare sia ineluttabile c'è l'ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer. In un articolo sul quotidiano libanese Daily Star ha disegnato uno scenario che considera altamente probabile un attacco all'Iran da parte di Israele e Stati Uniti. Ai suoi occhi il recente discorso di Bush alla Knesset, dove ha denunciato l'arrendevolezza davanti ai mullah, ne è la manifestazione più chiara. L'interpretazione di Fischer si salda con l'indiscrezione su un ordine segreto firmato da Bush a metà gennaio: un atto con il quale la Casa Bianca autorizza, tra l'altro, operazioni clandestine a sostegno di gruppi armati dell'opposizione. E qualche attività - secondo informazioni da noi raccolte - sono già in corso. Molti esuli sono convinti o forse sperano - che "sia possibile una sorpresa". Ma quando? Esperti militari indicano settembre, perché in quei giorni vi saranno forze americane sufficienti. Altri invece suggeriscono una "finestra" tra novembre e gennaio: ossia quando già è stato eletto il nuovo presidente americano ma non è ancora in carica. Un'opportunità, aggiungono altri, che potrebbe essere usata da Israele, abile come pochi a sfruttare momenti internazionali particolari. A Teheran scrutano i "segnali di fumo". I duri, come Ahmadinejad, li interpretano come l'avvicinarsi di una desiderata Apocalisse. I pragmatici, trovando sponda anche in commentatori occidentali, pensano che gli americani "non abbiano lo stomaco" per farlo, si affidano a contatti riservati con gli stessi statunitensi e puntano sulle resistenze del Pentagono. Per ora si può solo aspettare. Guido Olimpio Ieri Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (sinistra) stringe la mano dell'ospite, il premier iracheno Nouri Al Maliki, in visita a Teheran. Il capo del governo di Bagdad ha rassicurato il padrone di casa: l'Iraq non sosterrà un eventuale attacco militare all'Iran.

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<B> come Bondi e Bottai (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-06-09 num: - pag: 25 categoria: REDAZIONALE CALENDARIO di RANIERI POLESE "B" come Bondi e Bottai Bondi, il nuovo Bottai. Il parallelo tra il ministro dei Beni culturali del Berlusconi IV e il "fascista critico" fondatore della rivista Primato e difensore degli intellettuali di fronda è nato sulle pagine de Il Foglio, in un divertente articolo di Stefano Di Michele (30 maggio). Fra gli intervenuti al dibattito, Giordano Bruno Guerri che al ministro di Mussolini ha dedicato vari volumi: per Guerri è un paragone appropriato e positivo, dato che Bottai fu "un grande organizzatore di cultura". Furiosamente contrario, Giorgio Israel che ricorda l'applicazione delle leggi razziali fatta da Bottai e poi gli addebita tutti i mali d'Italia, soprattutto il trasformismo culturale nato con il fascismo di sinistra. Fra i meriti di Bondi citati da Di Michele, oltre alle poesie (una anche per Anna Finocchiaro), c'è l'apprezzamento dei cantautori di sinistra Jovanotti, Vecchioni, De Gregori. La discussione continua. Ma intanto sorge la domanda: se Sandro Bondi è come Bottai, Silvio Berlusconi è come Mussolini?.

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Scuola, 600.000 euro di tagli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-09 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE Debito Presto un nuovo incontro fra Tremonti e Alemanno, che ieri ha festeggiato la comunità ebraica Scuola, 600.000 euro di tagli In Campidoglio manovra sulle spese. All'Ambiente 500.000 in meno Al Comune si lavora sui tagli alla spesa corrente: l'obiettivo è garantire i servizi principali Seicentomila euro dalla scuola. Altri cinquecentomila dall'Ambiente. E altri ancora, a pioggia, qua e là, spulciando voce per voce i bilanci dei vari assessorati. Negli incontri con la Ragioneria generale si è andati avanti come si fa nelle famiglie in difficoltà. C'è una fornitura da 30 mila euro? Spendiamone 15 mila e non se ne parla più. C'è un pagamento da fare? Vediamo se si può rinviare di un mese. Tira di qua e aggiusta di là, qualcosa si è fatto, per garantire i servizi indispensabili. All'assessorato alla Scuola, ad esempio, hanno dovuto fare una scelta: "Abbiamo salvato spiega l'assessore Laura Marsilio - la clown terapia, i buoni libro per il diritto allo studio, i corsi per le madri in difficoltà. E abbiamo dovuto ridurre i fondi sul consiglio dei bambini". La stessa cosa si è cercata di fare all'Ambiente, "dicastero" tenuto da Fabio De Lillo, limando forniture e manutenzione di arredamenti. "Su due cose dice l'assessore - non abbiamo tagliato: la manutenzione del verde e l'ufficio diritti animali. E andiamo avanti con la riapertura di Villa Torlonia". All'Ambiente, l'emergenza era un'altra: "Abbiamo trovato 1,3 milioni di euro di debiti fuori bilancio ". Non solo. Secondo il consigliere Fabrizio Santori "bisogna bloccare tutti i bandi pubblicati durante il passaggio di consegne, come quello per l'accoglienza dei rifugiati politici presso il centro Enea che prevede una spesa di 30 milioni di euro, in gran parte finanziati dal ministero dell'Interno". Resta, naturalmente, il problema generale legato alle emergenze del Bilancio. E, per scongiurare il rischio del dissesto finanziario, dentro al Pdl romano sono abbastanza sicuri di un finanziamento straordinario da parte del Governo: un nuovo incontro tra il ministro Tremonti e il sindaco Alemanno è in programma a breve. La priorità maggiore, secondo gli uomini vicini al primo cittadino, è "salvare" le aziende municipalizzate che versano nelle condizioni peggiori, come Ama e Trambus. La prima, ad esempio, a fronte di un capitale sociale di 70 milioni di euro ha un miliardo di debito. Dopo di ciò, l'altra necessità è garantire i servizi sociali, che dal 30 giugno rischiano di essere ridotti. Al Comune serve fare cassa, ed è probabile che Alemanno chiederà al presidente della Regione Marrazzo il rientro di alcuni soldi che la Pisana deve al Campidoglio: 700 milioni per il fondo trasporti, 200 milioni per il sociale e la parte dei fondi vincolati che spettano ai comuni. In attesa di questo, ieri Alemanno era presente (col rabbino capo Riccardo Di Segni e il presidente della comunità ebraica Riccardo Pacifici che mercoledì sarà a Ostia per parlare di una nuova sinagoga sul litorale) alla marcia per la pace per i 60 anni della fondazione dello stato d'Israele: "Roma ha detto il sindaco - sta nel Mediterraneo come nel Mediterraneo si trova Gerusalemme. Non ci sono al mondo altre città che hanno un carico di storia e di valori altrettanto profondo. Queste due città devono lavorare insieme per costruire un Mediterraneo di pace e sconfiggere i violenti e gli aggressori ". Ernesto Menicucci Alemanno sotto l'Arco di Tito insieme alla comunità ebraica ( foto Stefano Meloni) A destra Laura Marsilio.

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EBREI DOPO IL RISORGIMENTO TANTE FIGURE ILLUSTRI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-09 num: - pag: 23 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano EBREI DOPO IL RISORGIMENTO TANTE FIGURE ILLUSTRI Lei ha parlato della partecipazione degli ebrei tedeschi alla vita dell'impero tedesco con una altissima presenza nella vita scientifica, economica, finanziaria, produttiva e universitaria sin da Bismarck e sino alla prima guerra mondiale. Anche negli alti gradi dell'esercito non mancava qualche nome di provenienza israelita. Dopo il 1920 fra i politici che tentarono di creare una repubblica democratica a Weimar non mancava qualche nome ebreo. Solo la follia di Hitler poté pensare di annullare una presenza molto importante fra il popolo tedesco. Sarebbe interessante sapere se dopo l'emancipazione degli ebrei italiani nel 1848 gli stessi ebbero altrettanta importanza nello sviluppo dello Stato italiano nascente pur essendo gli ebrei in numero molto inferiore. Soprattutto in campo universitario, dopo le pazze leggi razziali del 1938 molti professori di chiara fama dovettero lasciare l'incarico. Alcuni furono assunti in primarie università americane. Gianfranco Pellegrini giapellegrini1@alice.it Caro Pellegrini, O gni discorso sugli ebrei italiani dovrebbe cominciare da un omaggio all'opera che Carlo Cattaneo, teorico del federalismo italiano, pubblicò nel 1836. Ha un titolo piuttosto lungo, nello stile amato dagli autori di trattati economici di quegli anni: "Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalle leggi civili agli israeliti". Ma divenne subito nota in tutta l'Europa con il titolo molto più sintetico di "Interdizioni israelitiche". Senza addentrarsi in questioni culturali e religiose, Cattaneo si limitò a spiegare le ragioni economiche e sociali per cui gli ebrei, privati del diritto di possedere terra ed esclusi da alcune professioni liberali, si fossero dedicati alle attività finanziarie e fossero diventati, come disse più tardi Benedetto Croce, "lirici del denaro". Anziché combattere la giudeofobia direttamente ed esplicitamente, Cattaneo preferì sgombrare il terreno dalle fumose teorie sulle colpe teologiche degli ebrei e sulla loro naturale malizia. Le loro ricchezze - sostenne - sono soltanto il risultato delle numerose interdizioni da cui sono stati afflitti nel corso della loro storia. Le tesi di Cattaneo furono indirettamente confermate dalle vicende dell'ebraismo italiano dopo la Legge dell'Emancipazione che Carlo Alberto proclamò il 29 marzo 1848 e che venne più tardi estesa a tutta l'Italia unitaria. Vi furono da allora ebrei molto attivi nell'economia e nella finanza. Ma l'aspetto più interessante della loro storia italiana è l'entusiasmo con cui si dedicarono alla vita pubblica e al servizio dello Stato. Furono risorgimentali, parteciparono alle guerre d'indipendenza, s'impegnarono in tutte le battaglie civili del Paese, ebbero posti di grande responsabilità. Era di origine ebraica Daniele Manin, restauratore della Repubblica di Venezia. Era ebreo Isacco Artom, segretario di Cavour, ministro a Copenaghen e a Karlsruhe, segretario generale del ministero degli Esteri, senatore. Era ebreo Giacomo Malvano, direttore generale degli affari politici, segretario generale del ministero degli Esteri dal 1879 al 1907, senatore, presidente del Consiglio di Stato. Era ebreo il generale Giuseppe Ottolenghi che divenne ministro della Guerra nel 1902, in un momento in cui le forze armate francesi erano ancora prevalentemente schierate nel campo di coloro che consideravano il capitano Dreyfus colpevole di alto tradimento. Aveva padre ebreo Sidney Sonnino, due volte presidente del Consiglio e ministro degli Esteri durante la Grande guerra. Era ebreo Luigi Luzzatti che realizzò la conversione della rendita nel 1906 e fu presidente del Consiglio nel 1910. Era ebreo il garibaldino Alessandro Fortis, presidente del Consiglio nel 1905. Era ebreo Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Erano ebrei alcuni dei maggiori leader socialisti della democrazia prefascista, da Giuseppe Emanuele Modigliani a Claudio Treves. Ed erano ebrei molti fascisti della prima ora. Non meno interessante è la presenza ebraica nella cultura italiana fra Ottocento e Novecento. Penso a linguisti come Graziadio Isaia Ascoli, matematici come Volterra, filosofi come Enriques, editori come Treves, Bemporad e Formiggini, storici come Lopez, scrittori e poeti come Svevo e Saba, fisici come Pontecorvo. Chiedo scusa per le omissioni e mi limito a osservare che è possibile dire degli ebrei italiani ciò che Walter Ratheanu disse degli ebrei tedeschi: che erano semplicemente un'altra "tribù" nazionale.

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Notizie in 2 minuti (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Due Minuti - data: 2008-06-09 num: - pag: 48 categoria: BREVI Notizie in 2 minuti Primo piano Intercettazioni, è polemica Dopo che Silvio Berlusconi ha annunciato una futura stretta sulle intercettazioni, l'Associazione nazionale magistrati difende questo strumento "indispensabile " nella lotta al crimine: "Le intercettazioni sono uno strumento insostituibile". Insorge anche l'opposizione, polemica fra Walter Veltroni e il ministro della Giustizia, Angelo Alfano. Tremonti e la Finanziaria Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e i piani per la manovra: federalismo e liberalizzazioni. Il G8 dell'energia Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha partecipato al G8 sull'energia in Giappone, che ha espresso un indirizzo per una "politica energetica di efficienza utilizzando ogni nuova tecnologia". Scajola ha annunciato che l'Italia ha cambiato posizione sul nucleare, "opzione sulla quale il nuovo governo italiano ha deciso di investire nel prossimo periodo". Esteri Obama e il fattore Kennedy Circola, negli Usa, l'ipotesi di Caroline Kennedy come candidata alla vicepresidenza accanto a Barack Obama. Il dibattito impazza. Il dilemma della "kumari" Nel Nepal appena diventato repubblica, il dilemma della kumari, la dea bambina venerata dagli indù. Chi ricoprirà il ruolo del re nei riti che la riguardano? Cronache Folle omicida a Tokio Un uomo di 25 anni ha accoltellato in strada e in pieno giorno una ventina di passanti a Akihabara, l'affollato quartiere dell'elettronica e dei videogames di Tokio. Il bilancio è di 7 morti e di più di dieci feriti. L'aggressore ha iniziato a sferrare colpi urlando e alla fine è stato arrestato. Terremoto in Grecia Una forte scossa sismica di magnitudo 6,5 sulla scala Richter ha colpito ieri pomeriggio la Grecia. Due persone sono morte, 37 i feriti: molti di loro hanno riportato fratture gettandosi da finestre o balconi. Cultura Il nuovo Vassalli "Dio il diavolo e la mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni" è il nuovo libro di Sebastiano Vassalli. Un romanzo teologico di cui scrive Paolo Di Stefano. Shalev e i 60 anni di Israele Incontro con lo scrittore israeliano Meir Shalev, di cui esce in Italia "Il ragazzo e la colomba". Sessant'anni dopo la sua fondazione "lo Stato ebraico - sostiene - dev'essere pragmatico ". Spettacoli Dante all'opera Debutta ad Amsterdam l'opera che il compositore olandese Louis Andriessen ha dedicato a Dante, "La commedia ". Una particolarità: il protagonista è interpretato da una donna, l'italiana Cristina Zavalloni. Sport Gli azzurri in campo Stasera cominciano gli Europei degli azzurri. La sfida è con l'Olanda. Austria ko, bene i tedeschi Ieri a Vienna i padroni di casa battuti 1-0 dalla Croazia. La Germania batte 2-0 la Polonia. Formula 1, doppietta Bmw Nel Gp del Canada, Hamilton tampona ai box Raikkonen, che esce. Doppietta Bmw, quinto l'altro ferrarista Massa. Moto, la rimonta di Rossi Lo spagnolo Daniel Pedrosa (Repsol Honda) ha vinto il Gp di Catalogna, classe MotoGp. Secondo Valentino Rossi, su Yamaha, partiva nono e resta in testa alla classifica.

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Non è Abramo che fissa i confini (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Libri - data: 2008-06-09 num: - pag: 26 categoria: REDAZIONALE Narrativa La letteratura, la religione e la politica: parla lo scrittore nato sessant'anni fa. Come Israele Non è Abramo che fissa i confini Meir Shalev: lo Stato ebraico deve essere pragmatico, basta messianesimo dal nostro inviato DAVIDE FRATTINI ALONEI ABBA - La doccia in giardino è stata costruita finito il libro. Lava via il desiderio di bagnarsi al tramonto e innaffia i fiori selvatici, che crescono liberi e accuditi. "Me l'ha regalata mia figlia per il compleanno" racconta Meir Shalev. "Dopo aver letto il romanzo, mi ha detto "non sapevo che la desiderassi così tanto"". è una doccia con vista: verso le colline della Galilea, il verde degli ulivi e il rosso degli anemoni. Ed è l'ultimo mattone che andava aggiunto alla casa, dove lo scrittore ormai passa più tempo che a Gerusalemme. "Sono nato da queste parti, nella valle di Yezreel. Ricordavo il villaggio, mi sono innamorato del panorama, delle vecchie pietre". Ci è tornato, come il piccione viaggiatore de Il ragazzo e la colomba, pubblicato in Italia da Frassinelli. "Preferisco il nome inglese, homing pigeon. Viaggiatore indica la funzione che noi gli diamo, mucca da latte o cane da guardia. Non è rispettoso". Homing, casa, nostalgia. Il libro è un omaggio alla terra dove Shalev è cresciuto. Odori, sapori, colori. Il protagonista Yair è una guida turistica che non si stanca di girare, girando scopre e riscopre. "Il piccione non è un simbolo politico. Ho pensato piuttosto all'uccello biblico dell'Arca di Noè, che vola avanti e indietro fino a quando non trova un lembo asciutto sui cui posarsi". Ha pensato all'epigrafe sulla lapide di Robert Louis Stevenson, scrittore viaggiatore che alla fine ha trovato il suo lembo sull'isola di Samoa: "Tornato è il marinaio, tornato dal mare. E tornato dal colle il cacciatore". Shalev ha sessant'anni come lo Stato d'Israele. La terra che gli manca quando va all'estero, anche solo per una settimana, non porta la "T" maiuscola. "La patria è un'idea storica e spirituale. Coloro che la amano sono inclini al sentimentalismo e all'estremismo. Io non voglio mantenere i confini dei tempi biblici, tutta "la terra dei nostri padri". Abbiamo il diritto a uno Stato ebraico qui, in questa regione, ma le frontiere devono essere definite da considerazioni pragmatiche. Dettate dal presente non dal passato, non da quello che Dio promise ad Abramo". è come se continuasse da solo una discussione cominciata quarantuno anni fa con il padre, il poeta Yitzhak Shalev. Seduti in cucina, il figlio in divisa, a casa dopo aver combattuto sulle alture del Golan, durante la guerra dei Sei giorni. "Mio padre sosteneva la destra nazionalista, i suoi versi erano messianici, esaltavano la conquista di Hebron, la tomba di Rachele. Io gli ho detto: "Abbiamo addentato un boccone che finirà con il soffocarci". Da allora non abbiamo più parlato di politica". Da allora, Shalev si è sempre più convinto che quel boccone vada rimesso nel piatto. "Le motivazioni sono pratiche, nell'interesse di Israele, per evitare la nascita di uno Stato binazionale, spartito tra due popoli. Se non lasciamo i territori palestinesi, diventeremo un Paese non democratico. O perché il potere verrà preso da una maggioranza araba (e non vedo nazioni arabe democratiche nel mondo). O perché gli ebrei diventeranno una minoranza e per mantenere il controllo dovranno rinunciare alla democrazia. Dobbiamo rinunciare a una parte della nostra patria per avere uno Stato migliore e più normale". Dice di non essere "il tipo del pellegrino". "Il mio Abramo o la mia Rachele sono nella Bibbia, non mi interessa avere la sovranità sui luoghi dove sono sepolti. La Bibbia è il libro che ho sempre sul tavolo e che mi ricorda quale miracolo sia l'ebraico. Un linguaggio dove nella stessa frase puoi trovare una parola vecchia di duemila anni, intatta, e un'espressione dal gergo della strada. Come scrittore, la mia linea culturale risale alla Genesi, senza interruzioni". Il suono di quelle parole gli manca, se è costretto ad andare all'estero. "Non riesco a star via per lunghi periodi. Mi hanno offerto ospitalità in università straniere, lontano dalle notizie, in qualche posto tranquillo. Ma non potrei scrivere da nessun'altra parte, ho paura che qualcosa di brutto possa succedere quando non ci sono. Il mio corpo sente la nostalgia per l'olio e i pomodori: l'Italia e la Grecia sono gli unici Paesi dove posso resistere un po' di più". Un legame con Israele che neppure il disincanto riesce a indebolire. "Il fatto che io critichi le decisioni del governo o della Knesset, che rimpianga i politici del passato non mi impedisce di amare la storia, i luoghi, la natura, la gente". La religione. Da laico, è d'accordo con l'amico Abraham Yehoshua, che ha detto di sentirsi più vicino a un ultraortodosso moderato che a un intellettuale musulmano come il poeta palestinese Mahmoud Darwish. "Non ci sono dubbi. Abbiamo molti più elementi in comune. Il problema è che non vedo gli intellettuali arabi criticare i loro estremisti come io critico i miei. Vorrei che affrontassero questi problemi con più coraggio, vorrei che potesse nascere una vera alleanza tra i moderati". Nachum Gutman (1898-1980), "Siesta" (1926, olio su tela, 93,5 x 107,5 cm), Tel Aviv Museum of Art.

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RADIO &TV (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

JONATHAN ROUTH MORTO IL CREATORE DI CANDID CAMERA Era un artista a tutto tondo, Jonathan Routh. Nato nel 1928 in Palestina dove il padre lavorava per conto del governo inglese, aveva poi studiato in un prestigioso college, da cui fu espulso per aver scritto sulla cappela "Vote Routh, Communist". Dopo un passaggio per Cambridge, nel 1960 creò "Candid Camera" e continuò a produrre ed interpretare la versione inglese fino al 1967. Sebbene sia diventato famoso soprattutto per il popolare show ancora programmato in molti paesi, fu anche scrittore, naturalmente di libri umoristici. Il primo è del 1965 ("Guida ai migliori gabinetti di Londra"), a cui sono seguiti altri 7 titoli di grande successo. Agli inizi degli anni '70 Routh ha cominciato a dipingere, allestendo mostre in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Jamaica. Nel 1987 Jonathan Routh ha pubblicato con la moglie Shelagh Marvin il libro "Note di cucina di Leonardo Da Vinci", tradotto in italiano nel 2005 dall'editore Voland. Recitò anche in molti film, tra cui "Casino Royal" (1967). Personaggio eccentrico, confessò una volta: "Non ho mai avuto un soldo. Mai.", e di aver quindi vissuto per larga parte della sua vita alle spalle degli amici facoltosi. Nel 1980 si era trasferito in Giamacia (dove è morto), in una capanna di legno senza elettricità. Ma per le vacanze estive preferiva la Toscana o i migliori ristoranti di Londra.

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Sarkozy fa politica in Libano (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

BEIRUT Sarkozy fa politica in Libano Visita lampo del presidente francese, con ministri e leader dell'opposizione Sostiene il presidente Suleiman, non chiude a Hezbollah e alla Siria Michele Giorgio È durata solo sei ore, ma la visita-lampo del presidente francese Nicolas Sarkozy a Beirut, ieri, non mancherà di dare i suoi frutti, politici ed economici. Portando con sé anche il premier Francois Fillon, il ministro degli esteri Bernard Kouchner, il titolare della difesa Hervé Morin, altri ministri e persino i leader dei partiti dell'opposizione, Sarkozy ha voluto affermare il ruolo che la Francia intende recitare in Libano. Non solo. Se da un lato ha manifestato la sua vicinanza all'attuale maggioranza libanese antisiriana, dall'altro si è guardato bene dal chiudere la porta in faccia all'opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah e che comprende anche il partito dei Liberi Patrioti, del leader cristiano maronita Michel Aoun. Ha espresso un forte sostegno al neoeletto presidente Michel Suleiman, sul quale, ha sottolineato, ricade la responsabilità del successo dell'accordo del 21 maggio a Doha, che ha posto fine alla grave crisi politica in Libano (dopo giorni di tensioni e scontri sanguinosi) e che accoglie importanti richieste presentate da Hezbollah e dai suoi alleati. Ma il presidente francese ha voluto anche evidenziare un ruolo autonomo del suo paese dagli Stati Uniti nelle vicende libanesi e, in una intervista pubblicata venerdì dai principali quotidiani di Beirut, ha detto di voler riprendere il dialogo con la Siria. In Medio Oriente la destra francese continua a marcare differenze sostanziali rispetto a quella italiana, che manca di indirizzo strategico ed è interessata solo a urlare la sua fedeltà all'Amministrazione Usa e a esprimere, ad ogni occasione, appoggio incondizionato alla politica di Israele, senza tenere in gran conto la complessità del quadro regionale e dei diritti negati da decenni. "Crediamo nel futuro del Libano e abbiamo deciso di aiutarlo politicamente e finanziariamente", ha dichiarato Sarkozy: "Voglio sottolineare l'impegno assunto dal presidente (mio predecessore) Jacques Chirac nel mostrare che la Francia è amica del Libano. Vi vogliamo aiutare a ricostruire un Libano forte e indipendente". Sarkozy ha definito l'elezione del presidente Michel Suleiman "una grande speranza per tutti i libanesi" e ribadito che la Francia, assieme alla comunità europea, "sosterrà il Libano e le sue Forze armate in tutti gli aspetti" (si consideri che Parigi assumerà la presidenza di turno europea il primo luglio). Il presidente francese ha poi lanciato un appello alle forze politiche libanesi affinché "traducano nei fatti il loro impegno al dialogo". Suleiman da parte sua ha elogiato il ruolo della Francia negli accordi di Doha (l'Italia dov'era?), che hanno ridato al Libano "una stabilità politica tanto attesa e desiderata", e ha ringraziato il governo francese per aver organizzato nel gennaio del 2007 la Conferenza dei Donatori a Parigi, nel quale furono raccolti oltre 7 miliardi di dollari per il suo Paese devastato dai bombardamenti israeliani. Sarkozy naturalmente non ha mancato di mostrare da che parte sta nelle vicende interne libanesi: ha perciò espresso sostegno al Tribunale Internazionale, che sarà chiamato a giudicare i presunti responsabili dell'assassinio dell'ex premier Rafiq Hariri e che l'opposizione considera un "processo politico". Allo stesso tempo non ha attaccato la Siria - che gli Usa vogliono sul banco degli imputati - e, al contrario, ha aperto di nuovo a Damasco assecondando la volontà di dialogo manifestata dal presidente Bashar Assad. Due inviati del presidente francese, Claude Gueant and Jean-David Levitte, sono in partenza per Damasco dove prepareranno l'incontro ufficiale che Assad e Sarkozy avranno il 13 luglio a margine del summit per l'Unione Mediterranea.

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La mappatura dei corpi in salsa "gaga" (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

DANZA ISRAELE La mappatura dei corpi in salsa "gaga" FESTIVAL: BATSHEVA DANCE COMPANY DI OHAD NAHARIN Francesca Pedroni Reggio Emilia Ohad Naharin è stato il protagonista principale dell'edizione 2008 del RED di Reggio Emilia intitolata "Israele danza". Un focus che ha coinciso con il sessantesimo anniversario della fondazione di Israele, aprendo una finestra sulle sfaccettature stilistiche e di contenuto degli artisti del paese. Dinamica, piena di energia, diretta e combattiva, aggettivi con i quali si definisce molto spesso la danza che a Israele è legata, anche se, a festival chiuso, gli spettacoli in programma hanno contribuito a rendere l'immagine della coreografia israeliana meno legata a etichette predefinite. Un panorama multiculturale a partire dalla configurazione della compagnia principale ospitata dal festival: la Batsheva Dance Company diretta da Ohad Naharin. Questo coreografo sviluppa con i suoi eccellenti interpreti di varie nazionalità una danza generosa, articolata su una sorta di mappatura del corpo, segnata da movimenti legata a una ricerca personale chiamata dallo stesso artista "gaga" (scelto solo per la sonorità). Un training che porta a una danza molto consapevole delle possibilità qualitative del movimento delle diverse parti del corpo, dei muscoli. Una linea continua, di pungente flessibilità, marcata da scatti felini, distorsioni repentine, accenti dinamici. Un lavoro ricco nell'immaginazione e coinvolgente nello stile. Naharin ha portato al festival quattro pezzi. La Batsheva ne ha danzati due, Mamootot e il recente Tre. Il terzo, Kamuyot, è stato interpretato dal graffiante gruppo junior della compagnia, il Batsheva Ensemble; il quarto, Minus 7, è stato affidato all'Aterballetto. Da tutti emerge un dato comune: l'attenzione allo sviluppo di un dialogo comunicativo, a volte tattile, tra spettatori e danzatori, uno scambio molto diretto, mai intellettualistico. In Tre, danzato al Valli, si ha avuto modo di apprezzare anche la sottigliezza con cui la danza di Naharin ha incontrato le Variazioni Goldberg di Bach, un respiro intimo che con autonomia ma rispondenza si infilava negli spazi delle modulazioni della musica. Minus 7, composto da estratti di vari lavori di Naharin, ha inaugurato il festival insieme alla creazione di Mauro Bigonzetti, Terra, musica originale di Bruno Moretti piena di immagini che ci trascinano nelle culture latine, balcaniche, centroeuropee, sposata alla volontà di raccontare il tema del viaggio in omaggio a Israele. Bigonzetti sfodera la sua capacità di formare ensemble, isolare virtuosistici duetti e soli struggenti. Uno spettacolo che scorre con morbidezza e sviluppo delle linee coreografiche e che ha messo in luce, anche grazie all'abbinamento a Minus 7, la capacità dei danzatori della compagnia di Reggio Emilia, diretta da quest'anno da Cristina Bozzolini, di essere duttili e preparati ad alternanze di stile e di firma. Tra gli altri ospiti del festival, il ruvido, emozionale quartetto di Yasmeen Godder, Sudden Birds, la presenza densa di Talia Paz, il ben coreografato Piyut di Avi Kaiser e Sergio Antonino.

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Così l'immondizia diventa ricchezza - angelo carotenuto (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina IV - Napoli Il forum internazionale organizzato dalla Fondazione Willy Brandt. Comune assente Così l'immondizia diventa ricchezza Le esperienze degli altri Paesi: "Può farlo anche Napoli" "Se pensate solo alla differenziata volete curare un cancro con l'aspirina" "Sospendiamo la vendita di acqua in plastica e le pubblicità nelle cassette postali" ANGELO CAROTENUTO I rifiuti arrivano a bordo di camion. Plastica, vetro e metalli vanno da una parte, la frazione organica da un'altra, dove viene selezionata, schiacciata, macinata e agitata dentro alcune vasche d'acqua. La poltiglia viene sterilizzata in un forno e poi pompata per il trattamento anaerobico. Comincia così il processo che in 20-25 giorni produce biogas, elettricità e diesel, sotto i tetti dei Central Waste Treatment Plants di Israele. "Il segreto è guardare i rifiuti come se fossero dei bachi. Nel senso che già sai che dovranno diventare delle farfalle", è la metafora dell'ingegnere Emil Cohen, direttore tecnico della Ecoprox, la società di Tel Aviv venuta a Napoli per mostrare al convegno organizzato dalla Fondazione Willy Brandt le evoluzioni dei sistemi di trattamento meccanico-biologico (Mbt). Rifiuti uguale ricchezza. è la lezione dell'Europa. Nel nome del Mbt, le discariche in Germania sono passate dalle 8.273 del 1990 alla ventina di oggi, come ricorda Abdallah Nassour, docente dell'Università di Rostock. "Può farlo anche Napoli". Come? "Staff qualificato, know-how internazionale, progetti pilota che coinvolgano le università. Siamo disponibili a un incontro anche di due o tre settimane". Non conferma, Nassour, che i rifiuti napoletani vengano trattati in Sassonia prima di essere bruciati: "Lo ipotizzo". Alla lezione non assistono amministratori comunali, intenzionati a volare a Brescia per studiare il termovalorizzatore, ma assenti a un convegno internazionale sul lungomare. "Brescia? Tecnologia migliorabile", rilancia Roberto Garavaglia dell'Euroenergy, gruppo Marcegaglia, pensando al loro impianto di Massafra: "Se qui pensate di risolvere tutto con la differenziata, significa che volete curare un cancro con l'aspirina". Daniel Sternberg, amministratore dello Sharon Park, ha con sé le slide della discarica di Hiriya, 16 milioni di metri cubi d'immondizia, 60 metri d'altezza: sarà un parco. Quarantamila visitatori l'anno vanno già ai piedi della collina a vedere l'impianto di frantumazione e recupero degli inerti edili. Una strada, quella del trattamento anaerobico, che il governo ipotizza di aggiungere in Parlamento al decreto legge. Lo dice il deputato Paolo Russo: "Gli impianti di cdr dovranno essere convertiti, una delle eccellenze israeliane può entrare nel nostro piano". Rilancia la "differenziata light" ("solo per cose veramente utili") e propone una task-force contro gli sversamenti illeciti sul modello della lotta al contrabbando in Puglia. Pure la Regione s'è attivata. "Sperimentiamo un software che grazie a un'antenna traccia il percorso dei camion di rifiuti in Campania", dice l'assessore Nicola Mazzocca. Ma agli inceneritori non si rinuncia, avverte Corrado Clini, direttore generale del ministero dell'Ambiente: "Basta col gioco dell'oca, coi passi avanti e i passi indietro. Siamo l'unico Paese in cui abbiamo paura di quella parola, e ci siamo inventati termovalorizzatore". Daniele Fortini, presidente di Federambiente e ad di Asìa, batte su un tasto: "Servirà del tempo. Perché intanto non sospendiamo per un anno la vendita di acqua in plastica, le pubblicità nelle cassette postali e lo zucchero in bustina nei bar? Sono cose semplici". E dinanzi alla "depressione da rifiuti" evocata dal professor Gerardo Ragone, pensando a Chiaiano Luigi Nicolais chiede la collaborazione dei cittadini: "Dinanzi a un dato tecnico non esistono più opinioni: o è nero o è bianco".

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Il caporale shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il caporale Shalit scrive ai genitori è la prova che è ancora vivo GERUSALEMME - La famiglia del caporale israeliano Gilad Shalit, catturato a giugno del 2006 al confine con la Striscia da Gaza, ha ricevuto una lettera scritta a mano dal figlio. Ne hanno dato notizia i media israeliani. Era stato l'ex presidente Jimmy Carter ha chiedere a Hamas di dare una prova che Shalit fosse ancora vivo.

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Dal cha-cha-cha al bridge la strana gara degli esclusi - alessandra retico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cronaca Sono più hobby che sport. Ma reclamano la loro presenza Ecco la lista dei desideri delle più diverse specialità Dal cha-cha-cha al bridge la strana gara degli esclusi Fra le discipline che hanno ottenuto la ribalta il curling. Escluso il tiro alla fune ALESSANDRA RETICO Un due tre, cha-cha-cha. Sembra un passo da balera, coppie attempate che volteggiano per nostalgia, invece la danza sportiva altro che: vuole andare alle Olimpiadi. Un misto di tutto, un po' samba e un po' melodramma, richiede preparazione e allenamenti da sportivi veri, lo stress che lascia nelle gambe un numero veloce equivale a una corsa sugli 800 metri. Lo hanno dimostrato ricercatori dell'Università tedesca di Freiberg come raccontava ieri il Wall Street Journal. Ma non è stato abbastanza per accedere agli onori dei Giochi. Serve di più: audience, popolarità, internazionalità. Oddio, se significa tv (significa sempre), l'audience non manca: lo show Dance with the stars, che di musica e figure della danza sportiva racconta, passa per le tv di 25 paesi, dall'Estonia all'India a Israele al Sud Africa. è nato nel 2005 dopo Atene, adesso in America lo guardano 30 milioni di telespettatori. In Cina nel primo fine settimana in cui è stato trasmesso ha incollato allo schermo 40 di milioni di persone. Non malaccio, il tiro alla fune che reclama anche lui la ribalta olimpica, soffre sorti peggiori: fuori dalle competizioni dal 1920 dopo essere stato nei programmi di varie edizioni (1900, 1904, 1906, 1908, 1912 e 1920) e manco uno straccio di reality show. La Dance Sport è stata respinta nel '90 dal Cio (Comitato Olimpico Internazionale) che poi nel '97 l'ha "riconosciuta" come disciplina sportiva anziché come balletto o arte o intrattenimento domenicale per coppie ageè. A parte il battesimo ufficiale con tanto di titolo professionale, niente. Se si esclude una rappresentazione nella cerimonia di chiusura di Sidney 2000, con umani che ballavano con grossi pupazzi. Magro risultato per un'attività che vorrebbe tutto quello che hanno gli altri: medaglie, sponsor, un palcoscenico glorioso. Non resta che mettersi in lista d'attesa (ma Londra 2012 è già tutta prenotata), ce ne sono altre 30 di discipline nella stessa condizione, battezzate come idonee ma non ancora accettate. Anche quelle nient'affatto di nicchia come rugby, karate, golf (Tiger Woods pensaci tu). Si fa fatica a capire perché rimangano reiette, altre a volte nemmeno si sa che esistono fin quando qualcosa gira nel verso giusto. Come è successo al curling, all'inizio sembrava un lavoro domestico a guardarlo, poi alle Invernali 2006 di Torino tutti a scivolare con la curiosità dietro gli spazzoloni che picchiettavano dolci quel pietrone sul ghiaccio. E pensare che non era un outsider: la sua prima volta come disciplina dimostrativa ai Giochi di Chamonix del 1924 e a Lake Placid nel 1932. Dall'edizione di Calgary 1988 è riammessa nel programma, ma solo a Nagano 1998 rientra tra le discipline competitive e a Torino fa il tutto esaurito che fa. Qualcosa di simile successe con il tiro con l'arco ad Atene "e non è mai del tutto chiaro perché accade, a meno di non rettificare il senso comune che lo sport è lo specchio della società: alcuni sport sono solo specchio di sé". Stefano Pivato insegna storia contemporanea all'Università di Urbino, ha scritto Lo sport del XX secolo (Giunti) che è uno dei rari studi italiani sul genere. "Il rugby nasce aristocratico in Inghilterra, in Francia è popolare, in Italia comincia ad avere il suo seguito. E però non va alle Olimpiadi. A volte non ci sono ragioni a giustificarlo, certi criteri di selezione sono ormai vecchi per una società globalizzata che scardina le regole di "ingaggio": la tv e la digitalizzazione hanno creato pubblici anche per gli sport minori, che reclamano l'accesso alla ribalta olimpica". Negli ultimi anni ci sono riusciti nuoto di fondo, taekwondo, Triathlon, pallanuoto femminile, softball, beach volley, badminton, baseball, tennis tavolo. L'importante è partecipare? "La più grande ipocrisia il motto di de Coubertin. Adesso lo sport non è gioco, è vincita, è business, è industria". Pure il bridge vuole uscire dai salotti, le bocce dai circoli anziani, il bowling dai film anni Cinquanta, l'orienteering dal disorientamento degli esclusi. Non ha avanzato pretese, ma anche "ruba bandiera" ha la sua dignità.

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Stranieri a noi stessi e incapaci di ascolto - enzo bianchi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura Gli apolidi nella Bibbia Già l'Antico Testamento aveva usato il paradigma della "stranierità" e del peregrinare per plasmare l'identità del popolo di Israele "forestiero nel paese d'Egitto" Come ripensare le categorie della cittadinanza STRANIERI A NOI STESSI E INCAPACI DI ASCOLTO ENZO BIANCHI "Stranieri e pellegrini", così l'autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell'Asia minore nel primo secolo dell'era cristiana. Termini che non mirano soltanto a indicare metaforicamente quanti "non hanno quaggiù una città stabile ma cercano quella futura" nei cieli, ma che tengono conto della reale composizione sociologica delle prime comunità di discepoli di Gesù di Nazaret: schiavi e liberi, giudei e greci, mercanti e artigiani, partecipi di fermenti e mobilità lavorative e abitative che possono oggi apparirci sorprendenti. Del resto, già l'Antico Testamento aveva usato il paradigma della stranierità e del peregrinare per plasmare l'identità del popolo di Israele, facendo di un insieme di eventi storici del passato più o meno mitico una cifra di comprensione del presente. Così una volta installato nella "terra promessa", il popolo dovrà ripetere a se stesso e davanti a Dio questa ricostruzione della propria vicenda: "Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa..." e agli stessi patriarchi di Israele la Lettera agli Ebrei attribuirà la condizione di "stranieri e pellegrini sopra la terra". Proprio il ricordo dell'essere stato "forestiero nel paese d'Egitto" - alimentato dal "fare memoria" religiosa da parte di generazioni ormai sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra - determina per il popolo di Israele una disposizione legislativa fondamentale di sorprendente modernità nell'antico oriente: "Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore". Una condivisione del tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà dall'asservimento al tempo e al lavoro costituito dall'astenersi nel settimo giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo diritto civile, oltre che dovere religioso. E, scavando nel tessuto culturale del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi romana, come dimenticare la sacralità dell'ospitalità presso popolazioni che ben conoscevano l'asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della siccità e delle carestie, l'angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente decantata eredità ebraico-cristiana, il suo intersecarsi con la cultura ellenistica e il successivo confrontarsi con l'irruzione dell'Islam dobbiamo riconoscere che princìpi come quello dell'accoglienza, della solidarietà, dell'apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri "simili", con la paura del diverso, con l'egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso. Ora, il confronto-scontro tra queste due visioni dei rapporti tra popoli, etnie e nazioni si rivela quanto mai attuale nell'odierna società globalizzata, in cui il fenomeno migratorio assume dimensioni proporzionate alle maggiori possibilità materiali di spostamenti di massa. Quello che va ripensato allora non sono spicciole misure di contenimento o di repressione del fenomeno migratorio, ma un insieme ben più complesso di problematiche sociali e culturali: il rapporto tra sovranità nazionali e universalità dei diritti umani, l'opzione giuridica tra l'antico ius sanguinis e il più articolato ius soli, l'emergenza continua e la certezza del diritto, la sostenibilità dello sviluppo e dell'accoglienza, il mercato del lavoro e l'ingerenza umanitaria, il partenariato economico e lo sfruttamento delle risorse naturali... Davvero, cristiani e non cristiani, dobbiamo oggi ripensare alle categorie della cittadinanza, della stranierità, dell'ospitalità, non come mero esercizio dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso della nostra convivenza civile, sull'orizzonte che vogliamo dischiudere alla nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a venire. In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l'ammonimento di Edmond Jabès: "La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso noi stessi". Sì, essere consapevoli di abitare noi stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi nell'agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti "stranieri" ci aiuterebbe a cogliere l'altro nell'interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta. Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell'ascolto e dell'incontro, non dell'esclusione, dell'arroganza e dell'autosufficienza. E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come "norma" e, quindi, di esercitare pressioni per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti le etiche laiche. Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della "maggioranza" che impone le proprie certezze con quella dell'influenza del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori. Ma in ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché, come scriveva Michel de Certeau, "lo straniero è a un tempo l'irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere".

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<Non è solo questione di soldi> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Sport - data: 2008-06-10 num: - pag: 49 categoria: REDAZIONALE L'emigrante del basket Messina (Cska) racconta la rinascita di un Paese "Non è solo questione di soldi" Secondo l'immortale definizione di Julio Velasco "chi vince festeggia e chi perde spiega". In rari casi c'è chi vince (11 scudetti e 4 Coppe dei Campioni), festeggia e spiega. Ettore Messina, allenatore del Cska Mosca due volte vincitore dell'Eurolega e una volta finalista negli ultimi tre anni, per esempio. Dicono: con i soldi dei russi è facile vincere... "I soldi aiutano, ci mancherebbe. Però c'è anche altro. In Russia c'è un grande rispetto dell'allenatore. Rispetto della società, che lo asseconda nei piani tecnici a inizio stagione. Rispetto dei giocatori, che non fanno i divi. Rispetto del pubblico, che non fischia al primo cambio che non condivide. Almeno aspetta la fine della partita, se proprio deve fischiare. Il mio Cska ha vinto la finale del campionato russo contro i nostri soliti rivali, il Khimki, fuoricasa. Ho potuto festeggiare sul campo, con mia moglie e mio figlio. In Italia sarebbe successo?". Quest'estate l'ha a lungo corteggiata il Barcellona. Cosa poteva spingerla in Spagna? "Anche lì l'allenatore è una figura centrale. è questo che cerco, è questo che mi interessa. Ci sono più pressioni, è più simile all'Italia, ma l'ambiente resta vivibile e c'è sempre rispetto. è una nazione che è cresciuta tantissimo, con un'altra qualità della vita, che lavora duro e che dopo sa anche godersela". La Russia ha cominciato a vincere anche nel calcio, con lo Zenit San Pietroburgo. A quando un successo della nazionale? "In Russia hanno fatto un grande passo di apertura verso l'estero. Io, italiano, alleno il Cska. Hiddink, olandese, la nazionale di calcio. Blatt, israeliano, la nazionale di basket. Cercano di imparare restando nello stesso tempo radicati alla loro tradizione". Cosa ha fatto per farsi accettare? "Ho cercato di imparare qualche parola di russo. Non è facile, ma vedevo quanta soddisfazione dava loro. All'inizio mi guardavano con curiosità, ma non mi è mai mancata la fiducia. La mia esperienza è stata e resta eccezionale". Meglio allenare un club o una nazionale? "La vittoria di un oro olimpico o di un campionato del mondo, probabilmente, è indimenticabile. Però mi mancherebbe troppo il contatto quotidiano con i giocatori". Quando la rivediamo in Italia? "Vincere in Europa, da italiano, ti dà una soddisfazione immensa". Messaggio ricevuto. Al posto delle vittorie e delle feste ci accontenteremo di qualche spiegazione. l.v.

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Corriere della Sera - MILANO - sezione: Lombardia - data: 2008-06-10 num: - pag: 10 La lettera/3 Ter... (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - MILANO - sezione: Lombardia - data: 2008-06-10 num: - pag: 10 La lettera/3 Terra lasciata indietro Cara mamma, ho ricevuto ieri 3 lettere in data tutte dalla fine di settembre, una era anche della rev. superiora, e le altre 2 erano vostre. Ho appreso che la terra lai l'asciata indietro e per mè è stato come ricevere uno schiaffo perché mi è dispiaciuto molto, (…) non volete saperne più di lavorarla specialmente il Carletto che gli piace a suonare il suo violino. (…) In questi giorni o compiuto i 31 anni, e pensando anche a questo mi rattristo pensando che i migliori anni li o sciupati tutti sotto le armi e in galera, e poi sono senza un mestiere finito chissà come sarà quando ritornerò! Però in confronto a tanti non mi lamento (…) Anche qua in Palestina ora comincia a far frescolino, in questi giorni però ci vestono in panno come i soldati Inglesi (…). Borsani Enrico di San Vittore Olona (Milano) prigioniero in Egitto, rientrato in Italia nel '47.

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Lettera alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 10-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-10 num: - pag: 15 categoria: REDAZIONALE Israele Lettera alla famiglia Shalit dal soldato rapito due anni fa TEL AVIV - La famiglia di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito da militanti palestinesi due anni fa, ha ricevuto una lettera manoscritta del figlio. Lo riferisce la tv israeliana Channel 10. Shalit è stato catturato il 25 giugno 2006 da miliziani che avevano scavato un tunnel verso Israele da Gaza. La tv non ha reso noto il contenuto della lettera, ma ha riferito che è un risultato degli incontri diplomatici dell'ex presidente Usa Jimmy Carter.

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Unione europea e Stati uniti pronti a nuove sanzioni (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

NUCLEARE IRANIANO Unione europea e Stati uniti pronti a nuove sanzioni Lo scontro tra Occidente e Iran si fa sempre più aspro, con l'approvazione, attesa per oggi, di un pacchetto di sanzioni Ue-Usa contro il programma nucleare di Tehran. Nel corso del summit Ue-Usa in Slovenia, è previsto l'annuncio di misure europee contro la teocrazia sciita. Secondo quanto anticipato ieri dall'agenzia "Reuters", si tratta del tanto a lungo auspicato (da Washington) embargo dell'Europa nei confronti della Banca Melli e di una riduzione dei rapporti finanziari tra i 27 stati membri e Tehran. "I nostri partner europei devono imporre costi maggiori al regime: economicamente, finanziariamente, politicamente e diplomaticamente" aveva dichiarato qualche giorno fa il segretario di stato Usa Rice all'Aipac, la lobby statunitense pro-Israele, il cui governo sta schiacciando sull'acceleratore dello scontro. Nell'aprile scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva approvato il terzo round di sanzioni contro Tehran. Misure che però, finora, Bruxelles non ha ancora applicato del tutto.

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Una catastrofe da 4 $ al gallone (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Il caro petrolio Asia ed Europa unite nella lotta contro il caro carburante. Ora è la volta dei camionisti e degli addetti ai trasporti pubblici, mentre non si ferma lo sciopero dei pescatori. E in Italia da sabato parte la mobilitazione degli autotrasportatori STATI UNITI Una catastrofe da 4 $ al gallone g. ra. Quattro dollari al gallone. Il Wall Street Journal di ieri, dopo aver segnalato questo risultato catastrofico e insieme simbolico, ormai generale sulle strade americane, lo traduce un po' grossolanamente per gli europei: più di un dollaro al litro. Per gli americani è davvero troppo. Così i pendolari usano il treno e i cronisti li intervistano per segnalare l'assoluta novità; i viaggi in aereo diventano più rari: il famoso giornale finanziario ascolta e invita i lettori a riflettere su un aspetto particolarmente critico dell'alto prezzo del petrolio. Interi rami d'industria si stanno indebolendo in un avvitamento sempre più rapido, con licenziamenti e chiusure di imprese. Nessuno dirà: recessione, perché è proibito, nell'anno elettorale, ma tutti si comporteranno come se la recessione ci fosse davvero. Il petrolio ha la colpa di tutto? E chi ha colpa del caro petrolio, della crescita di venerdì scorso, 11 dollari da un giorno all'altro, fino al massimo storico di 139 dollari? C'è per una volta un responsabile politico. Non è il solito iraniano che fa propaganda. Questa volta è il ministro dei trasporti israeliano, Shaul Mofaz che ha dichiarato "inevitabile" l'attacco se Tehran dovesse continuare con il programma nucleare. E qui bisogna notare che quando è l'iraniano che minaccia, fa salire i corsi del suo petrolio e guadagnare il suo paese. Ma quando la minaccia arriva da Israele, senza petrolio, il vantaggio è sempre dell'Iran. Non c'è naturalmente solo la causa politica e strategica. Senza escludere la dichiarazione bellicosa venuta dal principale alleato degli Usa, e piuttosto criticata dagli automobilisti, sono messe di fronte al pubblico due altre soluzioni al problema del caro petrolio: la speculazione e l'eccesso di domanda. La speculazione non è più opera di gnomi sconosciuti , ma di banche di tutto rispetto. La si attribuisce infatti a Citibank, a Morgan Stanley nonché a Goldman Sachs che hanno dirottato molti capitali speculativi sull'unico obiettivo ancora rimasto limpido: l'aumento tendenziale del prezzo del petrolio. Così spingono i clienti a comprare titoli petroliferi a termine, a giocare sul prezzo futuro, a tre mesi, a tre anni, a cinque anni. E sostengono le quotazioni future facendo dire agli esperti dei loro uffici che 150 dollari al barile sono prossimi, quasi dietro l'angolo; e 200 dollari al barile solo un poco più lontani nel tempo. Si nota da più parti un certo fastidioso conflitto d'interessi e anche una caduta nella fantasia delle case che hanno inventato e sostenuto con sicurezza la finanza globale dei nostri anni. Il petrolio, il bene più materiale che ci sia, è diventato così espressione di una scienza astratta come la finanza. L'altro motivo di crescita dei corsi è un milione di barili al giorno. Esso sarebbe a conti fatti la differenza esistente tra il petrolio che viene offerto in complesso dall'Opec e dagli altri produttori e quello che viene domandato dall'insieme dei paesi consumatori. Quando, come in questo periodo, c'è sempre questo scarto e la domanda è sempre in tensione mentre l'offerta ha sempre qualche remora, politica o produttiva, allora l'unica soluzione, a conti fatti, è quella di selezionare i compratori con il prezzo da pagare. Così si semplifica il problema del petrolio, a breve. In realtà nessuno riesce davvero a governare un bel niente e può soltanto iscrivere i propri comportamenti, in una tendenza o in una controtendenza, sperando di scegliere bene. In questa situazione i titolari di tanto o poco petrolio, l'Opec o le compagnie, guadagnano molto. Forse troppo.

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POSTA Prioritaria (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Lettere@ilmanifesto.it I Fools per Luigi Pintor I media e il popolo saharawi I Fools per Luigi Pintor Vorrei ringraziare un giovanissimo gruppo teatrale, i Fools, che in occasione dell'inaugurazione della sala Luigi Pintor, presso il settimanale Carta, ha offerto una performance veramente speciale.Come ha detto Luciana Castellina ci ha incantato il loro modo di presentarci un Luigi privato, la sua giovinezza, la sua passione per la musica, i tormenti della sua vita. Un uomo insomma, non un giornalista. Ciò che più mi ha colpito è come in soli tre giorni siano riusciti a capire tante cose e a trasmetterle con tanto affetto e tanto garbo.Vi abbraccio ragazzi e vi auguro un bellissimo futuro. Isabella Pintor I media e il popolo saharawi Un caloroso ringraziamento alla redazione de il manifesto per l'attenzione che ha deciso di riservare alla difficile condizione del popolo saharawi. Finalmente è stato rotto un pesantissimo silenzio mediatico. Noi che abbiamo toccato con mano questa realtà sappiamo bene quanto sia necessaria un a corretta informazione. Antonio Giacco pres. dell'Ass. piccoli ambasciatori di pace di Agropoli (Sa) Sono contro tutte le guerre Sono contraria agli armamenti e alle guerre tutte: preventive, d'occupazione, o spacciate come inevitabili, quando servono invece solo a proteggere e imporre gli interessi di una parte arrogante e peraltro non in pericolo. Penso che la guerra, fatta salva la necessità di difendersi, non sia mai una soluzione accettabile. Sono, quindi, sfavorevole a un'eventuale atomica iraniana. Premesso ciò, vorrei che qualcuno mi spiegasse perché, sulla base anche di quanto già verificatosi in passato, dovrei sentirmi più tranquilla se a possedere le bombe atomiche fossero solo le grandi potenze, tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli: "Volevano bloccare De Magistris" e "Le intercettazioni: la pm e i favori del Csm", relativi alla notizia di una richiesta di archiviazione nei confronti del dott. De Magistris in un procedimento penale trattato dall'autorità giudiziaria di Salerno, riportavano con notevole evidenza anche il testo parziale di una conversazione telefonica intercettata tra me e la dott.ssa Felicia Genovese, all'epoca sostituto procuratore della repubblica a Potenza. Con riferimento alla dott.ssa Genovese, che conosco da molti anni, rappresento che la stessa è stata destinataria, insieme con il suo collega dott. Montemurro, anch'egli sostituto procuratore a Potenza, di una procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale per contrasti reciproci. La proposta di trasferimento per incompatibilità ambientale della dott.ssa Genovese non è mai stata votata perché nel frattempo ella fu trasferita da Potenza dalla sezione disciplinare del Csm. La proposta di trasferimento d'ufficio da Potenza del dott. Montemurro, per le anzidette ragioni di conflitto proprio con la dott.ssa Genovese, fu invece votata dalla I commissione, da me presieduta, il 17 dicembre 2007. Antonio Patrono consigliere Csm.

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Giovedì e venerdì alla Sapienza per Daniel Amit (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

CONVEGNO Giovedì e venerdì alla Sapienza per Daniel Amit (m. d'e.) Giovedì e venerdì si terrà all'Università La Sapienza di Roma un convegno internazionale in ricordo di Daniel Amit, il nostro collaboratore e compagno morto il 4 novembre 2007 a Gerusalemme. Daniel Amit era nato in Polonia nel 1938, immigrato in Palestina nel 1940, professore di Fisica prima a Gerusalemme e poi a Roma dal 1991. Dal 1999 era cittadino italiano. Scienziato di grandissimo valore, Daniel Amit è stato uno dei fondatori della moderna teoria delle reti neurali e uno dei leader indiscussi di questo campo. A noi lo legavano il suo il suo fortissimo senso della giustizia, la sua capacità di indignarsi, di non rassegnarsi, di lottare per una giusta causa, di esporsi e di rischiare in prima persona e anche di mettersi in discussione, con un velo di autoironia. Era un instancabile promotore di iniziative di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani, tra le quali il sostegno ai soldati israeliani che si rifiutano di combattere nell' esercito. A ricordarlo a Roma saranno esponenti di centri di ricerca e atenei di mezzo mondo: da Yale e da Princeton, dalla Chicago University e da Columbia, dalla Sorbona e dalla Sissa di Trieste, oltre che naturalmente dall'università La Sapienza. Tra i nomi: Yali Amit, Alberto Pernacchia, William Bialek, Nicolas Brunel, Roberto Caminiti, Paolo Del Giudice, Stefano Fusi, Enzo Marinari, Giorgio Parisi, Alessandro Treves, Miguel Angel Virasoro, Lucia Zanello. Per chi vuole partecipare, l'appuntamento è giovedì alle ore 14 nell'aula Conversi dell'edificio Guglielmo Marconi (vecchio istituto di fisica) in piazzale Aldo Moro.

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Lettere@ilmanifesto.it (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 10-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

POSTA Prioritaria lettere@ilmanifesto.it I Fools per Luigi Pintor Vorrei ringraziare un giovanissimo gruppo teatrale, i Fools, che in occasione dell'inaugurazione della sala Luigi Pintor, presso il settimanale Carta, ha offerto una performance veramente speciale.Come ha detto Luciana Castellina ci ha incantato il loro modo di presentarci un Luigi privato, la sua giovinezza, la sua passione per la musica, i tormenti della sua vita. Un uomo insomma, non un giornalista. Ciò che più mi ha colpito è come in soli tre giorni siano riusciti a capire tante cose e a trasmetterle con tanto affetto e tanto garbo.Vi abbraccio ragazzi e vi auguro un bellissimo futuro. Isabella Pintor I media e il popolo saharawi Un caloroso ringraziamento alla redazione de il manifesto per l'attenzione che ha deciso di riservare alla difficile condizione del popolo saharawi. Finalmente è stato rotto un pesantissimo silenzio mediatico. Noi che abbiamo toccato con mano questa realtà sappiamo bene quanto sia necessaria un a corretta informazione. Antonio Giacco pres. dell'Ass. piccoli ambasciatori di pace di Agropoli (Sa) Sono contro tutte le guerre Sono contraria agli armamenti e alle guerre tutte: preventive, d'occupazione, o spacciate come inevitabili, quando servono invece solo a proteggere e imporre gli interessi di una parte arrogante e peraltro non in pericolo. Penso che la guerra, fatta salva la necessità di difendersi, non sia mai una soluzione accettabile. Sono, quindi, sfavorevole a un'eventuale atomica iraniana. Premesso ciò, vorrei che qualcuno mi spiegasse perché, sulla base anche di quanto già verificatosi in passato, dovrei sentirmi più tranquilla se a possedere le bombe atomiche fossero solo le grandi potenze, tra cui Israele, che ha esibito la propria forza bellica in Libano col lancio di numerose micidiali cluster bomb (vietate), che, come si sa, fanno strage di civili e bambini anche a guerra finita... e senza subire alcuna sanzione? Tina Polenghi Milano Precisazione Su il manifesto del 5 giugno 2008, due articoli: "Volevano bloccare De Magistris" e "Le intercettazioni: la pm e i favori del Csm", relativi alla notizia di una richiesta di archiviazione nei confronti del dott. De Magistris in un procedimento penale trattato dall'autorità giudiziaria di Salerno, riportavano con notevole evidenza anche il testo parziale di una conversazione telefonica intercettata tra me e la dott.ssa Felicia Genovese, all'epoca sostituto procuratore della repubblica a Potenza. Con riferimento alla dott.ssa Genovese, che conosco da molti anni, rappresento che la stessa è stata destinataria, insieme con il suo collega dott. Montemurro, anch'egli sostituto procuratore a Potenza, di una procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale per contrasti reciproci. La proposta di trasferimento per incompatibilità ambientale della dott.ssa Genovese non è mai stata votata perché nel frattempo ella fu trasferita da Potenza dalla sezione disciplinare del Csm. La proposta di trasferimento d'ufficio da Potenza del dott. Montemurro, per le anzidette ragioni di conflitto proprio con la dott.ssa Genovese, fu invece votata dalla I commissione, da me presieduta, il 17 dicembre 2007. Antonio Patrono consigliere Csm.

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Afghanistan, dall'italia un regalo per bush - mario calabresi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Afghanistan, dall'Italia un regalo per Bush Il presidente oggi a Roma, Berlusconi ridurrà i "caveat". Scontro con la Ue su Cuba Il capo della Casa Bianca ai partner europei: "Ormai sono vicino alla pensione" MARIO CALABRESI DAL NOSTRO INVIATO LUBIANA - "Sono vicino alla pensione". Al termine del suo ottavo e ultimo vertice con l'Unione europea, George W. Bush ha dato la chiave di lettura dell'agenda transatlantica: c'è accordo e attenzione sui temi che saranno prioritari anche per il prossimo presidente americano, come Afghanistan e Iran, mentre non si nascondono le differenze su quelle materie come l'ambiente e Cuba che potrebbero cambiare segno con una nuova amministrazione. Bush e la Ue, nella dichiarazione finale del vertice che si è svolto nel castello di Brdo, in Slovenia, dove faceva le vacanze il maresciallo Tito, si sono detti pronti a inasprire le sanzioni contro l'Iran se non cesseranno le attività di arricchimento dell'uranio. Il presidente americano ha detto di apprezzare il viaggio dei prossimi giorni dell'inviato della Ue Solana a Teheran, che porterà un "pacchetto rinfrescato" di proposte al regime iraniano, ma ha voluto tenere alto l'allarme: "Un Iran con le armi nucleari sarebbe incredibilmente pericoloso per la pace mondiale. Se viveste in Israele, sareste un po' nervosi se un leader di un paese vicino annunciasse che vi vuole distruggere, adesso è il momento giusto per intervenire e impedire all'Iran di acquisire armi nucleari prima che diventi troppo tardi". E l'Iran è stato il piatto forte della cena di ieri sera con la cancelliera Angela Merkel, come lo sarà dell'incontro con Silvio Berlusconi domani. Sul tavolo anche la richiesta italiana di entrare nell'organismo di mediazione con Teheran, il cosiddetto "5+1" (composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu più la Germania) a cui Berlino si oppone. Bush ha promesso di sponsorizzare l'ingresso dell'Italia e ieri il ministro degli Esteri Frattini ha incassato anche il sostegno del capo della diplomazia cinese, Yang Jechi, ma per i tedeschi la partecipazione esclusiva al "5+1" è fondamentale per creare le premesse all'ingresso nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Berlusconi si prepara a ricambiare gli americani offrendo una maggiore flessibilità nell'utilizzo dei soldati italiani anche nelle aree dell'Afghanistan dove non è presente il nostro contingente. Fino ad oggi i "caveat" concedevano all'Italia 72 ore per rispondere alla richiesta Nato di intervenire nelle aree dove erano in corso i combattimenti più accesi con i talebani, ora Berlusconi e Frattini promettono di scendere a sei ore. Ma nelle concessioni italiane sembra ci sia anche l'intenzione di soddisfare la richiesta di un maggior impegno dei carabinieri nell'addestramento della polizia afgana e dell'esercito iracheno. Le differenze più grosse tra Stati Uniti ed Europa restano sul clima e emergono su Cuba. Il presidente americano ha detto di credere che sia "effettivamente possibile arrivare a un accordo sui cambiamenti climatici" sotto la sua presidenza, ma ha aggiunto che non è possibile farlo senza la partecipazione di Cina ed India. Mentre il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha insistito perché i Paesi più sviluppati si mettano alla testa del cambiamento. Bush ha poi ringraziato l'Europa per le sue parole su Cuba, sottolineando che prima che le relazioni con l'Avana possano andare avanti devono essere liberati tutti i prigionieri politici. Ma nella dichiarazione finale del summit non c'è questo legame tra dialogo e rilascio: "Chiediamo con urgenza al regime cubano - si legge - di ratificare la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri politici". E soprattutto a Bruxelles si discute in queste ore la sospensione delle sanzioni imposte nel 2003 a Cuba. Una decisione ufficiale verrà presa lunedì dai ministri degli Esteri europei, con la contrarietà della Repubblica ceca, che sospendendo le sanzioni intendono incoraggiare la nuova leadership cubana sulla via delle riforme. Una posizione non condivisa dagli Stati Uniti secondo cui l'apertura ai telefonini e degli alberghi ma non delle prigioni non giustifica un dialogo con Cuba.

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Muri e barriere contro pace e dialogo negli spazi sotterranei del momas (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XVII - Napoli La prima esposizione "Mur+Blumen" nella nuova galleria dedicata alle sperimentazioni Muri e barriere contro pace e dialogo negli spazi sotterranei del Momas Progetti a due curati dal tedesco Andreas Ryll in un palazzo del XVII secolo Muri che si innalzano, barriere che vincono sulla pace e sul dialogo. è dedicata alla visione dell'arte sui confini tracciati dagli uomini la prima mostra "Mur+Blumen" dello spazio Momas, sotterranei d'arte contemporanea aperta dal tedesco Andreas Ryll. Momas nasce come uno spazio indipendente, metà galleria metà luogo alternativo dedicato alla sperimentazione e alla produzione site-specific di opere e progetti. Vi si accede dal cortile dello storico palazzo del Real Monte Manso di Scala (da cui l'acronimo Momas) destinato nel 1654 a Seminario dei Nobili Montisti, che si arricchì nel XVIII secolo di una chiesa dell'architetto Mario Gioffredo. Ryll, originario della Westfalia, incontra l'arte a Napoli a partire dagli anni Ottanta, dal momento in cui si trasferisce in Italia. I suoi primi riferimenti sono Lucio Amelio e Lia Rumma. Artista, curatore e gallerista, incarna una figura poliedrica che sfugge alle definizioni, molto comune in Germania. Il suo progetto per la prossima stagione prevede di aprirsi ad artisti della fascia mediterranea. Intanto esordisce con due artiste a confronto, arrivate a esprimersi sullo stesso tema con tecniche e percorsi diversi. "Sono partito da questa idea perché, come tedesco, capisco le ferite provocate dalle fallimentari barriere costruite dall'uomo". Una reporter, Bruna Orlandi, che vive e lavora a Milano e che ha fotografato il muro di divisione tra Cisgiordania da Israele. E di muri con la stessa incisività parla la pittura della napoletana Kirka de Jorio, più nota in Germania che da noi. Frammenti di Muro del Pianto si materializzano nelle sale a volta della galleria sotterranea che confina con la Cappella Sansevero, dipinti su tele montate su tavola. Scatti in bianco e nero di momenti di vita di qua e di là dal muro, come quello che ritrae la scena di un padre che inserisce un bambino in un varco nella barriera perché possa frequentare ancora la scuola a Gerusalemme Est. Fotografie che si tengono alla giusta distanza dai fatti, tuttavia più partecipate che documentaristiche, e che vengono, grazie a questa scelta curatoriale, giustapposte a una pittura dai colori di pietra. Nei lavori di de Jorio la polimatericità della materia dà vita miracolosamente a delicati fiori ("Blumen") che il vento potrebbe portare via e dissolvere, spargendone in realtà i semi fruttuosi ovunque. Parla la lingua di un profondo lirismo, anche malinconico, il dittico "Fiori su un muro bianco", in cui i desideri del mondo sono inseriti nelle nicchie di una delle due superfici, trattate con un fondo di cera. Lo stesso dolore che anima i visitatori del Muro di Gerusalemme appartenenti a tutte le culture e religioni. Alla doppia personale domenica scorsa si è affiancata la performance dell'artista sonoro milanese Alessandro Bosetti, "Gesualdo Translations". Si ascoltavano madrigali di Gesualdo da Venosa, storico vicino di casa del palazzo del Momas, mentre su uno schermo a penna elettronica l'artista tracciava scritte semplici: sostantivi come "amore" o altri accompagnavano il canto dei madrigali improvvisato di napoletani coinvolti dall'artista nel suo progetto. (via Nilo, 34, fino al 22 giugno; info 081 5527622). (r.car. e s.cer.).

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Una strana coppia da giò marconi - barbara casavecchia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XXV - Milano L'espressionismo dell'israeliano Tal R e il minimalismo dell'emergente italiano Luca Trevisani Una strana coppia da Giò Marconi BARBARA CASAVECCHIA Per tutta l'estate, da Giò Marconi si confrontano ? con esiti di segno opposto ? due artisti ossessionati dalle metamorfosi dei materiali. A occupare il pianterreno, una serie di opere inedite di Tal R (Tal Rosenzweig Tekinoktai, nato a Tel Aviv nel '67, ma di stanza a Copenhagen), autoproclamatosi "Lord of Kolbojnik", Signore del Kolbojnik, un termine ebraico traducibile con avanzi. Nei propri lavori incorpora oggetti trovati, simboli pop, scampoli di forme ricorrenti, approdando a uno stile figurativo che evoca il primitivismo espressionista del movimento nordico Co.Br.A. - anche se giura di non ispirarsi alla storia dell'arte. Alle pareti, quattro oli su tela dai colori violenti, puri, stesi con pennellate pastose, e due grandi serigrafie che strizzano l'occhio al folk psichedelico anni '70 (Mela e cuore, You laugh an ugly laugh, cioè "Fai una brutta risata", che dà il titolo alla mostra). Su tavoli e basamenti è issata una di decina di buffi totem-scultura in bronzo, ceramica, stoffa, legno laccato, cartapesta, con teste in tappi di bottiglia (Apollonia), occhi sgranati (Gufo), smorfie da pagliaccio (Clown), goffi e grossolani come certe battute infantili, ma animati dalla stessa ironia debordante. Per contrasto, al primo piano, domina la leggerezza di Luca Trevisani (Verona, 1979), che si sta rapidamente affermando come nuovo protagonista della scena italiana. Dopo la vittoria del Premio Furla 2007, che l'ha portato a Berlino con una residenza alla Kunstlerhaus Bethanien, quest'anno ha incassato anche il Premio Acacia e parteciperà a Manifesta7, la biennale europea d'arte contemporanea al via in Trentino-Alto Adige dal 19 luglio. Il suo è un microcosmo elegante, sobrio, quasi solo in bianco e nero; una sorta di laboratorio sperimentale dai confini incerti dove si studiano traiettorie, flussi e passaggi di stato di "particelle elementari" ascrivibili alla fisica, così come alla letteratura, al design o al vocabolario dell'arte povera e postminimalista. Ad enfatizzare l'atmosfera rarefatta, molti lavori pendono dal soffitto: sono strisce traforate di rete e materiali plastici, fogli di carta plissettata col rigore sartoriale di un origami, canne da pesca trasformate in "mobiles" con attaccati nastri da aquilone, stelle filanti, spirali.

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Liz Cheney, un falco più falco del papà vicepresidente (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Maniere forti Funzionaria del Dipartimento di Stato: "Sbagliato appoggiare le elezioni palestinesi, gestito male il vertice di Annapolis" Liz Cheney, un falco più falco del papà vicepresidente La figlia di Dick critica la Casa Bianca: siamo sempre troppo teneri con Teheran e Damasco WASHINGTON - Buon sangue non mente. A Liz Cheney, figlia del vice presidente americano ed ex funzionario al Dipartimento di Stato, l'attuale politica dell'amministrazione Bush non piace. La vorrebbe più energica, determinata, senza troppe concessioni. Parlando qualche giorno fa davanti all'Aipac - potente gruppo di pressione filo- israeliano - Liz si è tolta i guanti per criticare le recenti mosse diplomatiche. Un attacco alle scelte di Condoleezza Rice - peraltro mai nominata - e alle iniziative del suo ex ufficio. Per la Cheney il summit di Annapolis è stato gestito male e l'appoggio alle elezioni a Gaza, vinte da Hamas, ha rappresentato "un errore fondamentale". Washington, secondo Liz, avrebbe dovuto essere più severa con la Siria usando diverse carte. Damasco poteva essere denunciata "per il coinvolgimento nell'omicidio dell'ex premier libanese Hariri, per l'uccisione dei soldati americani in Iraq (attraverso il sostegno ai ribelli, ndr), per l'appoggio all'Hezbollah libanese". Invece la Siria è riuscita a conservare, sia pure tra difficoltà e pressioni, il proprio ruolo di influenza. "A mio giudizio questa amministrazione era nel giusto quando siamo stati coraggiosi, determinati, concentrati e quando abbiano usato la nostra forza militare", sono state le sue parole durante una tavola rotonda all'Aipac con ospiti americani e israeliani. L'analisi di Liz Cheney - in particolare il riferimento alla Siria - coglie il dissenso di ambienti statunitensi davanti ai recenti contatti, via mediazione turca, tra Damasco e Gerusalemme. Israele pragmaticamente guarda la Siria dal suo ombelico e dunque è disposto a parlarle se può servire a mantenere una certa stabilità al confine nord. I colloqui, dicono a Gerusalemme, non fanno male, nel breve periodo hanno un valore tattico e, come in passato, sono uno strumento di pressione nei confronti dei palestinesi. Da Washington hanno lasciato trapelare qualche nota di irritazione - affidata a qualche commento ispirato sulla stampa - e non sono mancati piccoli dispetti. Le rivelazioni al Congresso, ad esempio, sul raid israeliano del 6 settembre in Siria. O l'arresto, dopo vent'anni di una spia israeliana negli Stati Uniti. Calcetti sotto il tavolo preceduti da due episodi misteriosi, indizio di manovre in corso. L'uccisione, in febbraio, a Damasco del numero due dell'Hezbollah Imad Mugniyeh ha scatenato le interpretazioni più strane. Una eliminazione attribuita un po' a tutti (dagli israeliani ai siriani passando per i sauditi) e considerata da alcuni come la moneta di scambio per qualche accordo segreto. Altrettanto fumose le voci di faida nella nomenklatura di Damasco con il presunto siluramento di Assif Shawkat, cognato di Bashar Assad e onnipresente capo degli 007 militari. Una giubilazione legata ad un possibile tentativo di golpe filo-americano. Storie smentite con sdegno da Damasco ma che hanno continuato a sollevare questioni nei palazzi della diplomazia. Ma le differenze di vedute israelo-americane si sono ricomposte sul caso iraniano, con i due alleati alla ricerca del "proiettile d'argento" per fermare i piani atomici dei mullah. Un dossier che Liz Cheney conosce assai bene. Prima di congedarsi - per maternità - dal Dipartimento di Stato, la figlia del vice presidente ha animato per diversi mesi lo speciale ufficio - composto da funzionari dell'intelligence e diplomatici - che elaborava la strategia sull'Iran. Una posizione che le ha permesso di rimarcare la sua linea di fermezza contrapposta a coloro che pensano che ci sia ancora per negoziare. Anche da "fuori" il suo pensiero non è mutato: se Ahmadinejad non si adegua alle risoluzioni Onu rischia il blitz militare. "Non ci possiamo permettere il lusso di perdere tempo. L'ora della diplomazia sta per finire". Diplomazia Per la figlia di Cheney, se l'Iran non rinuncia alla bomba atomica rischia il blitz militare: "L'ora della diplomazia sta per finire" Famiglia Liz Cheney, a sinistra con i genitori Dick e Lynne Guido Olimpio.

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13 categoria: ALTRI... (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-11 num: - pag: 13 categoria: ALTRI OGGETTI do un avvertimento a Teheran: "Gli Usa e l'Ue faranno in modo che le banche iraniane non possano abusare del sistema bancario internazionale per appoggiare la proliferazione e il terrorismo". L'Iran in altre parole deve smetterla di appoggiare finanziariamente e politicamente i gruppi del terrore in tutto il Medio Oriente. E a chi gli chiede delle voci su un possibile attacco israeliano contro le installazioni nucleari di Teheran, Bush risponde: "Se uno vivesse in Israele, sarebbe preoccupato di sapere che il leader di uno stato vicino dice che vuole distruggervi. Costruire un'arma atomica è uno dei modi per farlo. E tempo di lavorare per fermarli". Paolo Valentino GUARDA i video sul viaggio di Bush su www.corriere.it Incontri Bush e la cancelliera Merkel; a sinistra con sloveni in abiti tradizionali Allineati Bush col premier sloveno Janza e il presidente della Commissione Ue Barroso.

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INVETTIVE DI AHMADINEJAD LE POSSIBILI INTERPRETAZIONI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-11 num: - pag: 33 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano INVETTIVE DI AHMADINEJAD LE POSSIBILI INTERPRETAZIONI Nel suo intervento a Roma per il vertice Fao, Ahmadinejad ha rinnovato le sue solite accuse a Israele, minacciandolo prima direttamente e poi in modo più velato ("Israele scomparirà, indipendentemente dalla volontà dell'Iran"). Tuttavia, penso che Ahmadinejad non sia uno stupido, e che sicuramente la sua dura presa di posizione in un palcoscenico di tale livello risponda a una ben precisa logica politica che va ben oltre la semplice propaganda volta all'acquisizione di qualche consenso in più negli ambienti del fondamentalismo islamico. Anzi, potrebbe essere una strategia che mira a potere un giorno, magari non lontano, partecipare a un ipotetico tavolo delle trattative con i Paesi occidentali portando con sé una dote per lui tutto sommato poco significativa, ma che fa molta presa sull'Occidente (la sua aggressività), da usare come merce di scambio per ottenere concessioni su altri versanti (vedi tecnologia nucleare) a cui il presidente iraniano tiene particolarmente, per evidenti motivi di potere e di egemonia territoriale. Insomma, uno "specchietto per le allodole" da consegnare all'Occidente quale prova sacrificale di distensione e di riavvicinamento. Fra l'altro, Ahmadinejad ha comunque, per altri versi, mostrato una certa propensione, sia pure di comodo, per l'Occidente e per l'Italia in particolare, quando ha sostenuto che siamo il Paese occidentale più accreditato come partner commerciale e quando ha lanciato un generale invito a effettuare investimenti in Iran ("siamo il Paese più sicuro della Terra, venite a investire da noi"). Qual è il suo parere su questo controverso personaggio e sulle finalità che persegue con i suoi comportamenti apparentemente incoerenti? Enzo Chiné enchin61@hotmail.com Caro Chiné, N on so se le invettive di Ahmadinejad contro gli Stati Uniti e Israele possano essere spiegate razionalmente. Ma non escludo che lei abbia almeno una parte di ragione quando sostiene che il leader iraniano alza la posta per meglio trattare con i suoi nemici quando verrà (se verrà) il momento dei negoziati. Esistono tuttavia altre considerazioni di cui è utile tener conto. L'Iran è ormai, grazie alla politica della presidenza Bush, una grande potenza regionale. L'invasione americana del-l'Iraq lo ha sbarazzato del suo maggiore nemico, Saddam Hussein, e gli ha offerto uno straordinario spazio d'influenza fra la maggioranza sciita del Paese vicino. è uno Stato sciita abitato prevalentemente da persiani, ma dispone di utili alleati nelle due zone arabe che maggiormente insidiano la stabilità della regione: la Palestina e il Libano. Noi parliamo spesso delle preoccupazioni che l'Iran suscita negli Stati Uniti e in Israele. Ma tralasciamo di ricordare che i Paesi maggiormente preoccupati dalla sua irresistibile ascesa sono gli Stati arabi e sunniti, dall'Egitto all'Arabia Saudita: per ragioni politiche, naturalmente, ma anche per l'antica ostilità che contrappone sunniti a sciiti nella storia dell'Islam. Qualche anno fa, allorché denunciò l'apparizione di una mezzaluna sciita nel cielo del Medio Oriente, Abdallah, re di Giordania, disse ad alta voce ciò che altri leader arabi riservavano ai loro colloqui confidenziali. Con le sue sfide contro Israele e l'America, il presidente iraniano non parla soltanto agli israeliani e agli americani. Parla soprattutto a quella parte delle società arabe in cui esistono forti risentimenti nazionalisti contro l'occupazione israeliana dei territori palestinesi e contro gli Stati Uniti di Bush. Colpisce Israele e l'America per dimostrare agli arabi che i loro governi sono pavidi, impotenti, succubi degli israeliani e degli americani, e che soltanto lui, Ahmadinejad, ha il coraggio di prendere posizioni forti contro le presenze straniere nella grande patria musulmana. Questo non significa che europei e americani debbano ignorare le parole del leader iraniano. Ma queste considerazioni permettono di comprendere perché i Paesi sunniti della regione, per difendersi dalla crescente influenza iraniana, stiano cercando di spegnere i focolai di crisi che consentono ad Ahmadinejad di lanciare le sue invettive. è accaduto qualche tempo fa quando il re dell'Arabia Saudita cercò di promuovere la riconciliazione fra Hamas e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Ed è accaduto recentemente, con maggiore successo, quando l'emiro del Qatar è riuscito a negoziare il patto di Doha tra le fazioni politiche libanesi.

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Stanchi ma orgogliosi, Gaza non s'arrende (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

NEL REGNO DI HAMAS Stanchi ma orgogliosi, Gaza non s'arrende Aumentano i delitti d'onore contro le ragazze e compaiono nuove-vecchie malattie. La diminuzione della corruzione è un palliativo per la popolazione che sopporta l'embargo e le incursioni quotidiane dell'esercito. Nonostante tutto Hamas tiene, e molti palestinesi dicono: la disgrazia ci ha resi più forti Gaza non s'arrende Un anno dopo la conquista del potere, gli islamisti plaudono alla "moralizzazione". Ma la gente vuole unità Michele Giorgio INVIATO A GAZA Era esattamente un anno fa quando l'opinionista sloveno Ervin Hladnik, appena giunto a Gaza city, apprese che nella notte uomini armati avevano lanciato un giovane di 26 anni, Husam Abu Qnes, simpatizzante ad Hamas, da un edificio di venti piani, in risposta al lancio da una finestra del palazzo Jafari di un agente della sicurezza presidenziale. "Questi sono segni inequivocabili di una guerra civile" commentò Hladnik, che la guerra tra "fratelli" l'aveva ben conosciuta e seguita nei Balcani. "Quando qualcuno lancia dalla finestra uno della sua città, del suo quartiere, vuol dire che non riconosce più l'altro come un essere umano", aggiunse mentre già riecheggiavano le raffiche di mitra. Aveva ragione. Non lo aveva capito invece la gente di Gaza e le tante persone convinte che il regolamento di conti sarebbe stato evitato. I capi politici e militari di Hamas e di Fatah al contrario sapevano bene cosa stava accadendo. A cominciare da Mohammed Dahlan, "uomo forte" di Fatah, nemico giurato di Hamas, che da mesi faceva il possibile per ostacolare - con l'aiuto degli Stati Uniti - il Governo di unità nazionale presieduto da Ismail Haniyeh, nato dagli accordi della Mecca. Dahlan però non era più a Gaza quando la Tanfisiya, la neonata polizia di Hamas, si lanciò all'attacco delle sedi dei servizi di sicurezza e della guardia presidenziale. Era già al sicuro da giorni, assieme a diversi generali e colonnelli che sapevano bene che Hamas stava per reagire. Lasciarono da soli migliaia di agenti e poliziotti stanchi e demotivati che si arresero subito, spesso senza resistere. Il 14 giugno, a sera, era tutto finito, ma il bagno di sangue era ugualmente avvenuto. Furono quasi 150 i morti, centinaia i feriti. Hamas aveva il potere ma cominciò subito a fare i conti con un isolamento ancora più duro di quello scattato dopo la sua vittoria elettorale del 2006. "Com'è Gaza un anno dopo? Meglio e peggio allo stesso tempo - dice Wassim Abu Samadan, un impiegato di Gaza city -: da un lato c'è più organizzazione e meno corruzione, dall'altro siamo prigionieri e mancano tante cose, soprattutto la benzina, a causa di Israele". Wassim riflette l'opinione di tanti abitanti di Gaza. Afferma di non essere "invidioso" della vita in Cisgiordania, sotto il controllo del governo "d'emergenza" di Salam Fayyad. "Lì ci sono soldi, c'è più lavoro ma qui siamo più uniti, la disgrazia ci ha reso più forti. Ma alla fine torneremo tutti insieme", auspica, precisando di essere un sostenitore di Fatah. Parlando con la gente di Gaza emerge che il movimento islamico gode ancora di parecchio sostegno, anche se non pochi si dicono "stanchi". Come Amr, un commerciante. "La diminuzione del crimine è importante, ma la vita è fatta di tante altre cose - spiega - forse Hamas dovrebbe adottare una linea diversa e pensare un po' più a noi, comuni cittadini". Wafa, una studentessa di Beit Hanun, invece è convinta che "le cose vanno bene così". La colpa, dice, "è solo di Abu Mazen e di Israele. Hamas si è difeso e ora governa come meglio può, nonostante l'embargo". È paradossale parlare di una Gaza "più tranquilla" mentre il governo Olmert minaccia una invasione, i raid aerei israeliani non cessano e i razzi artigianali Qassam volano verso il Neghev. Eppure questo è il giudizio di buona parte dei palestinesi che vivono nella Striscia. L'embargo israeliano ha reso la popolazione più dipendente da Hamas - che ora distribuisce carburante e merci accumulate in precedenza - mentre Abu Mazen e l'Anp sono ininfluenti e la decisione del presidente palestinese di riaprire il dialogo con il movimento islamico, rinunciando a molte condizioni poste un anno fa, appare un riconoscimento degli islamisti. "Siamo forti, anche più di prima e non faremo alcun passo indietro", dichiara il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri sottolineando che la popolazione continua a rispettare le direttive del suo movimento sia in protesta contro Israele che nella vita sociale. "Abbiamo messo un freno alla pornografia, al traffico di droga che corrompe i giovani e la gente paga per i servizi pubblici. I comportamenti ora sono più conformi ai valori del nostro popolo", aggiunge orgoglioso Abu Zuhri, negando però che l'intenzione di Hamas sia quella di costituire un "Emirato islamico". A Gaza però non si muore solo per la resistenza all'occupazione e per i raid israeliani. Sono aumentati, e di molto, i delitti d'onore a danno di giovani donne e si perde la vita per malattie che invece potrebbero essere curate fuori dalla Striscia se non ci fosse il blocco israelo-egiziano dei valichi. "Quelli di Hamas hanno molte ragioni e sono onesti rispetto all'Anp ma, allo stesso tempo, devono capire che il mondo è una giungla dove purtroppo domina la legge del più forte", commenta Safwat Kahlut, un giornalista, "non vogliono sporcarsi le mani, quindi dovrebbero anche avere il buon senso di mettersi da parte e facilitare l'avvio di una nuova fase, perché la popolazione è stanca, ha bisogno di respirare, non è possibile proseguire così all'infinito". Ghazi Hamad, un consigliere di Ismail Haniyeh, esclude un'uscita di scena di Hamas. "La soluzione sta nel dialogo - afferma Hamad - quando c'è la volontà delle parti si raggiungono sempre buoni risultati. Fatah e Hamas non possono rimanere separati, l'unità nazionale è l'obiettivo che desidera la nostra gente, è l'unica via d'uscita".

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Sognando i boschi di Nottingham, prigioniero della sabbia della Striscia (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

DIRITTO (NEGATO) ALLO STUDIO Wissam ha una borsa nell'università inglese, ma non può espatriare per l'embargo. Nella sua situazione 700 giovani Sognando i boschi di Nottingham, prigioniero della sabbia della Striscia Mi. Gio. INVIATO A GAZA "Quando mi hanno comunicato che avevo ottenuto una borsa di studio per l'università di Nottingham, ho cominciato a immaginare boschi, prati e una vita tranquilla per un po' di anni". Sorride Wissam Abuajwa, prova a scherzare sul suo destino di studente "secchione" che, tuttavia, era e rimane soltanto uno dei 1,5 milioni di palestinesi prigionieri a Gaza dell'embargo imposto da Israele da quando Hamas è al potere. "La verità è che per loro (gli israeliani, ndr) siamo tutti uguali, armati e non armati, sostenitori di Hamas, di Fatah o semplici cittadini, tutti colpevoli e senza diritti", aggiunge Wissam diventando improvvisamente serio. Sa che sta perdendo ciò che, con l'impegno di anni, aveva ottenuto - la possibilità di studiare all'Istituto di Chimica e Ingegneria dell'Ambiente di Nottingham - solo perché Israele ha deciso che da Gaza non si esce, tranne che in un caso "umanitario". Lo studio e l'istruzione superiore, per il governo Olmert non è prioritario se riguarda palestinesi. "Con un collega, ho presentato appello alla Corte Suprema (israeliana) ma, in verità, non sono fiducioso", afferma Wissam, che ha scritto all'inviato del Quartetto, Blair. Da Nottingham lo rassicurano, nessuno tocca la sua borsa di studio, ma i tempi si fanno stretti e a settembre dovrà essere presente all'apertura dei corsi di studio. Gli studenti universitari di Gaza non si fanno illusioni. La situazione generale - dicono un po' tutti - non cambierà dopo i casi di Hadil Abu Kwaik e altri sei studenti con borse di studio Fulbright che a fine maggio, dopo aver rischiato di perdere la loro occasione di andare negli Usa a causa della chiusura israeliana, hanno visto scendere in campo in loro sostegno il Segretario di stato Condoleezza Rice. Al momento sono oltre 700 i giovani che, pur avendo la possibilità di studiare o di perfezionarsi all'estero, rimangono prigionieri a Gaza. Anche l'Egitto contribuisce al blocco lasciando passare con il contagocce, attraverso il valico di Rafah, i malati gravi e gli studenti che hanno urgenza di uscire dalla Striscia. Alcuni giovani universitari, lo scorso dicembre, dopo aver ottenuto da Israele la possibilità di partire, sono stati poi respinti alla frontiera dalle autorità egiziane. Said Al-Madhoun, 29 anni, atteso al College of Law di Washington per un master, era uno di loro. "Quando gli israeliani mi hanno dato il permesso credevo di aver realizzato il mio sogno, ma non era vero - racconta - gli egiziani non mi hanno lasciato passare, perché non avevo il visto di ingresso negli Usa. Non è servito spiegare che l'avrei ottenuto all'ambasciata americana al Cairo. Gli egiziani dovrebbero sapere che agli abitanti di Gaza non è possibile raggiungere il Consolato americano di Gerusalemme". "Il numero degli studenti bloccati è destinato ad aumentare nei prossimi mesi - avverte Khalil Shahin, del Centro per i Diritti Umani di Gaza - presto si conosceranno i nomi dei ragazzi che hanno ottenuto le nuove borse di studio all'estero". Secondo i dati diffusi dalla campagna "Diritto allo studio" avviata dall'Università di Bir Zeit (Cisgiordania) oltre ai 700 studenti vincitori di borse di studio, restano bloccati a Gaza altri 2mila ragazzi iscritti in scuole all'estero. Senza dimenticare che Israele impedisce ai giovani di Gaza di frequentare le università della Cisgiordania. Nel 2000 c'erano 350 giovani della Striscia a Bir Zeit, nel 2005 una trentina, oggi nessuno.

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Il governo valuta una mega offensiva (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

ISRAELE Il governo valuta una mega offensiva Proseguono le consultazioni del governo israeliano per decidere se accettare una tacita tregua con Hamas a Gaza, come consiglia l'Egitto, oppure avviare un'operazione militare di vasta portata che avrebbe conseguenze devastanti per i civili palestinesi. Ieri il premier Ehud Olmert ne ha discusso con i ministri della difesa e degli esteri, Ehud Barak e Tzipi Livni, e alla fine non ha preso una decisione. Al ritorno dagli Usa Olmert aveva detto che "il pendolo delle decisioni" era più vicino ad un attacco, ma la lettera inviata alla famiglia da Ghilad Shalit, il caporale prigioniero a Gaza da due anni, e fatta arrivare da Hamas all'ex presidente Usa Jimmy Carter, ha frenato gli israeliani. Il militare ha fatto appello al governo affinché lo faccia tornare a casa, al più presto, attraverso la via del dialogo. Hamas per la sua liberazione vuole la scarcerazione di 450 detenuti politici palestinesi. Nel frattempo tra Gaza e Israele la tensione rimane alta. Colpi di mortaio ieri hanno colpito il kibbutz Nahal Oz mentre tre militanti palestinesi sono stati uccisi da Israele.

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Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

INTERVISTA Parla Siyam, dell'ala dura "Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut" Mi. Gio. INVIATO A GAZA L'ex ministro dell'interno Said Siyam fu, assieme all'ex titolare degli esteri Mahmoud Zahar, uno dei più convinti sostenitori in Hamas della "necessità" di un atto di forza a Gaza per mettere fine ai tentativi, veri o presunti, di alcuni dirigenti di Fatah e dell'Anp di rovesciare il governo del premier Ismail Haniyeh. Lo abbiamo intervistato un anno dopo l'inizio della più grave frattura politica palestinese, per discutere del presente della Striscia e del futuro dei rapporti con Fatah. Dodici lunghi mesi sono passati dai quei giorni che vi hanno visto contrapposti, armi in pugno, a Fatah e ai soldati di Abu Mazen. I palestinesi non hanno superato quel trauma. Fu proprio necessario far ricorso alla forza? Andare allo scontro fu inevitabile. Dopo mesi e mesi di provocazioni da parte di quei membri di Fatah che lavoravano contro Hamas e gli interessi del popolo palestinese, fummo costretti ad agire. Fu un atto di autodifesa. Oggi Gaza soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma. Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge. Parla di autodifesa, ad essere attaccati però furono quelli di Fatah. Hamas decise di impedire a quelle persone e a quelle forze che manovravano contro di noi, come (l'ex ministro) Mohammed Dahlan, e che non avevano mai accettato la nostra vittoria elettorale, di poter realizzare il loro piano volto a rovesciare il governo nato anche per volontà di Abu Mazen. D'altronde parla chiaro anche il lungo servizio pubblicato qualche mese fa da Vanity Fair che ha riferito di un piano degli Stati Uniti e di alcuni settori di Fatah per attaccare Hamas a Gaza. Lei ha fatto riferimento al ruolo avuto da Dahlan e altri esponenti di Fatah e dell'Anp nell'ostacolare il governo di Hamas. Tra i 150 morti negli scontri di quei giorni e tra gli arrestati però non figurano nomi eccellenti, ma semplici soldati e poliziotti rimasti uccisi nelle caserme che avete attaccato, senza dimenticare i casi di saccheggio e le violenze indiscriminate. La colpa è tutta dei capi (di Fatah) che scapparono lasciandosi dietro a combatterci semplici militari. La colpa è dei codardi che hanno mandato a morte i loro uomini. In ogni caso Hamas ha punito coloro che hanno commesso abusi e violenze. Torniamo ai nostri giorni. Lei ha parlato di clima tranquillo a Gaza, nonostante l'assedio israeliano. Eppure si hanno notizie di arresti di attivisti di Fatah, di censura della stampa, di intimidazioni. Certo in Cisgiordania le forze di sicurezza di Abu Mazen compiono abusi ben peggiori nei confronti dei vostri militanti, ma anche voi a Gaza colpite il dissenso politico. Ciò che accade ogni giorno in Cisgiordania è gravissimo e comunque noi non arrestiamo dissidenti politici, ma solo chi infrange la legge. Dopo passato e presente, veniamo al futuro. Come si supera questa frattura? Bastano i colloqui in corso con Fatah e le aperture di Abu Mazen nei vostri confronti? Siamo pronti al dialogo nazionale, perché crediamo che il vero problema del nostro popolo sia l'occupazione israeliana. Il passo fatto da Abu Mazen lo giudichiamo importante e speriamo anche in un coinvolgimento arabo ampio, come avvenuto per il Libano. Noi rispettiamo Abu Mazen e lo consideriamo il presidente dei palestinesi, allo stesso tempo lui deve rispettare la volontà popolare che con le elezioni del 2006 ha dato la maggioranza ad Hamas. Veniamo alle elezioni. Abu Mazen non esclude di poter indire un voto anticipato presidenziale e politico. Una strada percorribile? Non vedo ragioni per un voto anticipato. All'inizio del 2009 scadrà il mandato di Abu Mazen e nel 2010 avrà termine la legislatura, quindi le elezioni sono già previste in tempi stretti. Occorre tuttavia guardare alla realtà sul terreno e capire che si potrà andare alle urne solo se prima interverrà un accordo (tra Hamas e Fatah, ndr), altrimenti non vedo come i palestinesi potranno andare alle urne.

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<Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

INTERVISTA "Ora dialogo nazionale proprio come a Beirut" Parla Siyam, dell'ala dura Mi. Gio. INVIATO A GAZA L'ex ministro dell'interno Said Siyam fu, assieme all'ex titolare degli esteri Mahmoud Zahar, uno dei più convinti sostenitori in Hamas della "necessità" di un atto di forza a Gaza per mettere fine ai tentativi, veri o presunti, di alcuni dirigenti di Fatah e dell'Anp di rovesciare il governo del premier Ismail Haniyeh. Lo abbiamo intervistato un anno dopo l'inizio della più grave frattura politica palestinese, per discutere del presente della Striscia e del futuro dei rapporti con Fatah. Dodici lunghi mesi sono passati dai quei giorni che vi hanno visto contrapposti, armi in pugno, a Fatah e ai soldati di Abu Mazen. I palestinesi non hanno superato quel trauma. Fu proprio necessario far ricorso alla forza? Andare allo scontro fu inevitabile. Dopo mesi e mesi di provocazioni da parte di quei membri di Fatah che lavoravano contro Hamas e gli interessi del popolo palestinese, fummo costretti ad agire. Fu un atto di autodifesa. Oggi Gaza soffre tantissimo per il barbaro assedio israeliano, ma ha ritrovato la calma. Non si verificano più sequestri di persona, le strade sono più sicure, il crimine è diminuito. Un cittadino straniero può vivere e lavorare a Gaza senza alcun problema, sa che c'è un governo che lo protegge. Parla di autodifesa, ad essere attaccati però furono quelli di Fatah. Hamas decise di impedire a quelle persone e a quelle forze che manovravano contro di noi, come (l'ex ministro) Mohammed Dahlan, e che non avevano mai accettato la nostra vittoria elettorale, di poter realizzare il loro piano volto a rovesciare il governo nato anche per volontà di Abu Mazen. D'altronde parla chiaro anche il lungo servizio pubblicato qualche mese fa da Vanity Fair che ha riferito di un piano degli Stati Uniti e di alcuni settori di Fatah per attaccare Hamas a Gaza. Lei ha fatto riferimento al ruolo avuto da Dahlan e altri esponenti di Fatah e dell'Anp nell'ostacolare il governo di Hamas. Tra i 150 morti negli scontri di quei giorni e tra gli arrestati però non figurano nomi eccellenti, ma semplici soldati e poliziotti rimasti uccisi nelle caserme che avete attaccato, senza dimenticare i casi di saccheggio e le violenze indiscriminate. La colpa è tutta dei capi (di Fatah) che scapparono lasciandosi dietro a combatterci semplici militari. La colpa è dei codardi che hanno mandato a morte i loro uomini. In ogni caso Hamas ha punito coloro che hanno commesso abusi e violenze. Torniamo ai nostri giorni. Lei ha parlato di clima tranquillo a Gaza, nonostante l'assedio israeliano. Eppure si hanno notizie di arresti di attivisti di Fatah, di censura della stampa, di intimidazioni. Certo in Cisgiordania le forze di sicurezza di Abu Mazen compiono abusi ben peggiori nei confronti dei vostri militanti, ma anche voi a Gaza colpite il dissenso politico. Ciò che accade ogni giorno in Cisgiordania è gravissimo e comunque noi non arrestiamo dissidenti politici, ma solo chi infrange la legge. Dopo passato e presente, veniamo al futuro. Come si supera questa frattura? Bastano i colloqui in corso con Fatah e le aperture di Abu Mazen nei vostri confronti? Siamo pronti al dialogo nazionale, perché crediamo che il vero problema del nostro popolo sia l'occupazione israeliana. Il passo fatto da Abu Mazen lo giudichiamo importante e speriamo anche in un coinvolgimento arabo ampio, come avvenuto per il Libano. Noi rispettiamo Abu Mazen e lo consideriamo il presidente dei palestinesi, allo stesso tempo lui deve rispettare la volontà popolare che con le elezioni del 2006 ha dato la maggioranza ad Hamas. Veniamo alle elezioni. Abu Mazen non esclude di poter indire un voto anticipato presidenziale e politico. Una strada percorribile? Non vedo ragioni per un voto anticipato. All'inizio del 2009 scadrà il mandato di Abu Mazen e nel 2010 avrà termine la legislatura, quindi le elezioni sono già previste in tempi stretti. Occorre tuttavia guardare alla realtà sul terreno e capire che si potrà andare alle urne solo se prima interverrà un accordo (tra Hamas e Fatah, ndr), altrimenti non vedo come i palestinesi potranno andare alle urne.

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<Bush azzoppato prepara l'attacco> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

INTERVISTA "Bush azzoppato prepara l'attacco" Il politologo Raskin: Iran nel mirino Michelangelo Cocco Marcus Raskin guarda con un misto di paura e speranza al periodo pre elettorale negli Stati Uniti e agli anni che si parano davanti alla prossima Amministrazione. Pessimismo perché Bush, attaccando l'Iran, lascerebbe in eredità al nuovo capo dello stato una guerra allargata, ottimismo per la possibilità che i movimenti sociali, unendosi, potrebbero spostare a sinistra Barack Obama, qualora il senatore nero finisse alla Casa bianca. Abbiamo discusso col 74enne politologo, professore alla George Washington University e fondatore del progressista Institute for policy studies (www.ips-dc.org) nel corso di un suo recente soggiorno a Roma. Professor Raskin, ritiene possibile che l'Amministrazione repubblicana, in crisi di consenso, si lanci in una nuova avventura militare, attaccando l'Iran? Bush ha detto chiaramente che, prima del 20 gennaio 2009 (quando passerà ufficialmente il testimone al suo successore, ndr) intende fare tutto ciò che ritiene necessario. E il presidente ha sempre dichiarato di voler cambiare il volto del Medio Oriente. È pronto a un novo conflitto, perché concepisce la guerra come parte della tradizione americana e gli Stati Uniti come stato guerriero. Dopo l'11 settembre 2001, per giustificare gli attacchi preventivi ha utilizzato il concetto di "vittima". Si tratta di una novità: dalla seconda guerra mondiale fino agli attacchi terroristici contro New York e Washington non era stato possibile sfruttare con successo l'idea che gli Usa fossero vittime. Certo Bush ha perso potere, la gente non gli crede più, ma se il presidente deciderà di bombardare, i militari lo seguiranno. Se Israele bombarderà l'Iran, avrà l'appoggio degli Stati Uniti, repubblicani e democratici assieme. Insomma il presidente che prenderà il potere il 20 gennaio prossimo potrà trovarsi di fronte a una situazione terribile con una guerra che si espande. Cosa è l'assedio contro le quattro libertà di cui parla nel suo libro "The four freedoms under siege"? La povertà, le diseguaglianze crescenti, la segretezza del governo e il controllo sui cittadini stanno mettendo in pericolo le libertà (d'espressione, di religione, libertà dal bisogno e dalla paura) enunciate dal presidente Roosevelt nel 1941, prima dell'ingresso in guerra. Ma parallelamente al discorso sulle libertà è sempre stato inserito quello secondo il quale bisognava mobilitare la popolazione attraverso la guerra: guerra contro la povertà, guerra contro il cancro e così via. A partire dai primi anni '30 nelle nostre menti c'è sempre stata guerra contro qualcosa. Uno stato guerriero che, nello stesso tempo, garantiva i diritti individuali e la possibilità di affermazione. Il governo delle destre guidato da Berlusconi promette a Washington più impegno in Afghanistan. Qual è la situazione per gli Usa sul primo fronte della cosiddetta "guerra al terrorismo"? Sia Barack Obama che John McCain propongono di aumentare la presenza militare in Afghanistan. Le sconfitte degli imperi britannico e russo non ci hanno insegnato nulla, perché gli Usa credono di fare la storia e di non avere nulla da imparare dalla storia: un principio che ha causato molti errori, strategici (come combattere la guerra) e morali (perché la combatterla). Tutti i governi - anche quelli che gli sono ostili - ritengono gli Stati Uniti una "potenza indispensabile". Ma una nuova generazione sta diffondendo un altro sentimento, quello della non violenza, della costruzione di movimenti dal basso, dell'importanza di mettere assieme gruppi che finora non hanno comunicato. Migliaia di neri, donne, bianchi che hanno a cuore le battaglie dei poveri contro il 20% più ricco del pianeta e per l'ambiente. Se nel corso dei prossimi cinque anni questi movimenti si uniranno, gli Usa svolteranno a sinistra proprio mentre altri paesi si spostano a destra. È probabile, ad esempio, che - se eletto presidente - Obama avrà meno rapporti con Berlusconi e Sarkozy e più relazioni con i governi dell'America latina. Perché l'Afghanistan è così importante per gli Stati Uniti? La guerra in Iraq, in quanto "guerra preventiva" viene criticata anche da molti membri democratici del Congresso, che la giudicano immorale e non necessaria. L'Afghanistan invece è visto come un posto dove avremmo dovuto intervenire prima, per controllare gli oleodotti che passano per quel paese da cui non ci si può ritirare, perché apparirebbe come una fuga e gli Usa, in periodo di crisi, sembrerebbero ancora meno credibili. Inoltre quella in Afghanistan viene propagandata come una guerra di "civilizzazione", in cui gli Stati Uniti e l'Occidente hanno la possibilità di "educare" una parte del mondo islamico. Ovviamente anche questa guerra contribuisce a giustificare l'enorme livello di spese militari. L'America cambierà sia con Obama che con McCain? Credo che il cambiamento possa prodursi sia che ad essere eletto sia un democratico sia un repubblicano. C'è la possibilità di un nuovo impegno per ridurre, in accordo con i russi (assieme a loro abbiamo il maggior numero di testate), gli armamenti nucleari. Ed è possibile che Washington ponga nell'agenda mondiale l'obiettivo della non proliferazione. Ma se Bush o gli israeliani intraprenderanno una guerra contro l'Iran - sfruttando il pretesto che la repubblica islamica sta costruendo un arsenale nucleare mentre Washington sa che Tel Aviv ha l'atomica - ci sarà solo un disastro.

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"manderemo i tornado a kabul" l'offerta di frattini e la russa - vincenzo nigro (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

I nuovi impegni formalizzati durante un'audizione alla Camera dei deputati "Manderemo i Tornado a Kabul" l'offerta di Frattini e La Russa Cacciabombardieri e altri carabinieri sul fronte afgano Raid aereo Usa al confine: uccisi 11 soldati pachistani Proteste di Islamabad VINCENZO NIGRO ROMA - Quando oggi Silvio Berlusconi presenterà a George Bush la nuova politica estera italiana messa in piedi nel giro di un mese, sul tavolo ci saranno un "dare" e un "avere". Il dare, le offerte e i segnali che l'Italia del centrodestra porta in dono all'amministrazione americana, sono molti e sostanziosi: riavvicinamento a Israele, raffreddamento con l'Iran di Ahmadinejad, mini-apertura sull'Iraq e invece apertura più grossa sulla missione della Nato in Afghanistan. Gettoni che sono già stati spesi quasi tutti. Il problema è che nel conto dell'"avere" Berlusconi e Frattini vorrebbero qualcosa che Bush non è in grado di consegnare all'Italia, quell'ingresso nel gruppo "5+1" che si occupa della questione Iran, un ingresso che rimane chiuso grazie al "no" della Germania e in fondo anche degli altri due membri europei (la Gran Bretagna e la stessa Francia, gli altri paesi sono Usa, Russia e Cina). Ieri la svolta italiana è stata formalizzata alle Camere con l'audizione dei ministri degli Esteri e della Difesa. Franco Frattini e Ignazio La Russa hanno presentato le linee politiche sulle missioni militari all'estero. La Russa, arrivato in ritardo alla Camera perché aveva partecipato al programma radiofonico di Fiorello, ha fatto balenare una nuova offerta alla Nato: oltre ad altri carabinieri (40) per addestrare la polizia afgana, l'Italia sta pensando di schierare a Kabul un gruppo di cacciabombardieri Tornado. Questo dopo aver confermato che verranno ridotti i "caveat", le limitazioni alla disponibilità del contingente italiano messo sotto il comando del generale americano che guida Isaf. Il ministro della Difesa ha spiegato perché sta valutando di schierare in Afghanistan anche i Tornado: "La protezione aerea dei contingenti nel nostro settore è garantita dall'aeronautica britannica e tedesca; ci chiedono di condividere questo impegno a protezione delle forze di Isaf, stiamo valutando un eventuale impegno". La Nato aveva chiesto all'Italia i caccia Amx, più piccoli e meno costosi, ma La Russa dice che non è di questo velivolo che si parla, bensì del Tornado che è un aereo più pesante, simile a quelli che Gran Bretagna e Germania hanno in linea. Se verrà decisa, sicuramente la missione non costerà poco. E potrebbe non essere una missione facilmente controllabile come sino ad oggi è stata quella delle truppe a terra schierate nella zona di Herat. In Afghanistan gli americani continuano ad usare massicciamente il potere aereo: ieri 11 soldati pachistani sono rimasti uccisi in un bombardamento di aerei Usa nella regione di Mohmand. L'attacco americano è stato chiesto da una guarnigione afgana sotto il tiro dei Taliban, ma le vittime sono soldati pachistani: il governo di Islamabad ha definito l'attacco "ingiustificato e vile". Per capire: ormai in Pakistan c'è un governo che stringe accordi con i Taliban, che si scontra con le truppe afgane e quindi rischia di finire anche nel mirino dell'esercito Usa (e di quelli Nato). A fronte di un suo nuovo impegno anche in Afghanistan, l'Italia comunque chiederà - e Frattini ieri lo ha ripetuto ancora una volta pubblicamente - di entrare nel gruppo "5+1": alla Farnesina dicono che "l'Italia è in grado di imprimere una svolta all'evoluzione del negoziato con Teheran". Un argomento molto debole, soprattutto adesso che Roma si è allineata agli Usa e ha poche carte negoziali (o di ricatto) in mano: entrare nel "5+1" sarebbe solo un regalo, e in politica estera i regali non esistono.

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Pacifico e blindato, sfila il mini-corteo - massimo lugli (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina VII - Roma Pacifico e blindato, sfila il mini-corteo Poche migliaia di manifestanti. Ma tanti politici della Sinistra arcobaleno MASSIMO LUGLI "No alla guerra, no a Bush, fuori l'Italia dal Libano e dall'Afghanistan". Un grande striscione preceduto da tre dimostranti incatenati e vestiti con l'abito a strisce dei detenuti, con sul viso le maschere di George W. Bush, Dick Cheney e Condoleeza Rice. Dietro, circa duemila pacifisti (10 mila per gli organizzatori ma è una cifra obiettivamente poco credibile) con le bandiere arcobaleno, quelle dei Cobas e di molte anime della sinistra parlamentare, dal Partito comunista dei lavoratori agli anarchici, da Alternativa comunista ai filocubani che chiedono la liberazione di cinque detenuti dalle carceri Usa. Un corteo pacifico e blindato, scortato e preceduto da un imponente schieramento di agenti e carabinieri e sorvegliato dall'alto, da un elicottero a volo radente. Nemmeno un momento di tensione se non la contestazione, a Manuela Palermi, della segreteria dei Comunisti italiani, fischiata e insultata pesantemente da alcuni militanti che ancora non hanno digerito la manifestazione "scissionista" di piazza del Popolo, nel giugno scorso. Prima una signora in bicicletta che si è quasi scagliata contro l'ex parlamentare poi urla di "Ma vai a lavorare, vai a piazza del Popolo". Lei reagisce con grande aplomb: "Allora, come oggi, non condividevamo slogan come "Dieci, cento, mille Nassiriya"o le bandiere di Israele bruciate ma restiamo una componente del movimento pacifista e antimperialista". Tra la folla, alcuni volti noti della politica anche se molti ormai sfrattati dal parlamento o dal senato: Francesco Caruso e Giovanni Russo Spena (Rifondazione), Nando Simeone (Sinistra Critica), Nunzio D'Erme (Action), Marco Rizzo (Comunisti italiani), Marco Ferrando (Partito comunista dei lavoratori). Molto applauditi i "cittadini americani contro la guerra". Partenza da piazza della Repubblica verso le 17,30 quando Bush è già in viaggio verso Villa Taverna. Qualche slogan che rievoca ricordi sessantottini ("Il proletariato non ha nazione / Internazionalismo, rivoluzione") e altri più in tema: "Fuori l'Italia dalle guerre/ Fuori la guerra dalla storia". "Bush, Bush, vaff....". Sprazzi di creatività come una struttura di legno da cui penzolavano alcuni sacchetti della spazzatura: "Una metafora del rifiuto della guerra e del rifiuto dei rifiuti della guerra come le mine anti-uomo". Tra la folla, un ex militare Usa, reduce dall'Iraq e dall'Afghanistan, James Gilliman. Il corteo, tra rock e balli, attraversa via Cernaia, imbocca via XX settembre e tracima su largo Santa Susanna per riversarsi in via Barberini fino a una piazza sotto assedio: ogni lato è presidiato da poliziotti e carabinieri con gli scudi imbracciati ma l'aria rilassata. Doppio cordone anche davanti a "Blockbuster" regolarmente aperto come tutti i negozi al passaggio dei dimostranti. Qualche fumogeno e una scritta sui cartelli di McDonald's ma l'azione dimostrativa di Nunzio D'Erme è saltata. Alle 19, con le prime gocce di pioggia, il sit in si scioglie. Tutt'intorno, traffico al collasso.

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Quei boss tra donne e champagne - marino bisso (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina IX - Roma Affari e faide dei nuovi clan venuti dall'Est Quei boss tra donne e champagne Il procuratore De Ficchy: "Una organizzazione potentissima ma sottovalutata" MARINO BISSO Compravendite commerciali, riciclaggio di danaro sporco, traffico clandestino di persone e prostituzione ma anche il traffico di materiale militare. Sono le attività che la mafia russa ha trasferito all'ombra del Cupolone. Il fenomeno è fotografato dalla relazione annuale della Direzione nazionale dell'Antimafia. "Nella capitale ci sono state varie indagini che hanno dimostrato la presenza di gruppi malavitosi soprattutto russi e ucraini, che si rifugiavano a Roma per sfuggire a regolamenti e vendette nel loro paese. Sono esponenti di organizzazioni potentissime che in Italia si presentano come facoltosi businessman la cui vera attività è riciclare denaro sporco. è un fenomeno raramente violento e proprio per questa ragione spesso è sottovalutato". A lanciare l'allarme è Luigi De Ficchy, per oltre vent'anni sostituito procuratore della Direzione Nazionale Antimafia protagonista di molte indagini contro i gruppi malavitosi nel Lazio e in Umbria. "Alcuni anni fa, in un gran hotel di via Veneto è stato arrestato un importante esponente della Brigata del Sole. Era arrivato in Italia con un passaporto israeliano e russo e viaggiava tra Roma e Venezia per investire i capitali provenienti da attività illecite... ". La presenza della criminalità russa si manifesta prevalentemente in forme non violente. "In questo modo non suscitano particolari reazioni da parte delle forze dell'ordine. Ne consegue che nelle valutazioni che si fanno delle criminalità straniere la criminalità russa riveste a volte un posto secondario rispetto agli altri gruppi che con caratteristiche più visibili si offrono più facilmente all'analisi". Ma non esiste una sola mafia russa. "Si deve parlare invece dell'esistenza di singole numerose mafie etniche, della mafia ucraina, uzbeca, georgiana, della mafia degli oligarchi finanziari, della mafia degli ex agenti del KGB - si legge nel dossier dell'Antimafia - A Roma è stata rilevata la presenza di elementi provenienti dai paesi della ex Unione Sovietica, che manifestano notevoli capacità finanziarie e hanno un lussuoso tenore di vita. Tali soggetti hanno il compito di riciclare, attraverso complessi meccanismi finanziari operati tramite una rete di società internazionali e di conti correnti aperti in vari paesi, capitali provenienti da delitti commessi nella Federazione Russa acquistando immobili di grande pregio nonché aeromobili da turismo". Altra attività gestita dalla criminalità russa a Roma è quella particolarmente remunerativa costituita dalla tratta degli esseri umani. "L'analisi dei flussi migratori dimostra il costante aumento della immigrazione in Italia di giovani donne provenienti dai Paesi dell'ex Unione Sovietica. In particolare russe, ucraine e moldave destinate ad essere sfruttate in condizioni vicine alla schiavitù". Una recente ordinanza di custodia cautelare emessa nel luglio 2007 ha ipotizzato l'esistenza di "un'associazione mafiosa" finalizzata alla commissione di più delitti: dall'estorsione alla importazione e cessione di documenti falsi, al furto e al riciclaggio di autovetture di grossa cilindrata e all'immigrazione clandestina. "Il gruppo criminale aveva creato un clima di violenza e minacce all'interno della comunità moldava - sottolinea la Dna - estorcendo somme di denaro ai propri connazionali".

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Eliahu inbal al manzoni dirige le opere di verdi della maturità - festa a pagina xiv (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina I - Bologna Il maestro israeliano sul podio con il Te Deum e lo Stabat Mater Eliahu Inbal al Manzoni dirige le opere di Verdi della maturità FESTA A PAGINA XIV SEGUE A PAGINA XIV.

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Il maestro e il verdi della maturità - fabrizio festa (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIV - Bologna Il maestro e il Verdi della maturità La stagione sinfonica L'artista israeliano dopo Sansone e Dalila è di scena al Manzoni con il Te Deum e lo Stabat Mater FABRIZIO FESTA Elihau Inbal, forte del successo ottenuto con il Sansone e Dalila di Saint-Saens, torna questa sera al Teatro Manzoni sul podio dell'Orchestra del Teatro Comunale. Un ritorno nel contesto della sinfonica, repertorio particolarmente amato da Inbal, e nel quale ha ottenuto sempre grandi successi ed ampi consensi. Peraltro in apertura di serata si ascolteranno due pagine tra le più suggestive della produzione sacra ottocentesca: dai Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi, il Te Deum per doppio coro e orchestra e lo Stabat Mater per coro e orchestra. E' il Verdi della maturità - i Quattro pezzi furono composti infatti tra il 1886 ed il 1897, l'onore del debutto nella versione completa toccò a Toscanini in quel di Torino l'anno successivo - che ovviamente possiede una consolidata maestria nel trattamento del coro ed in qualche modo aderisce al suo stesso imperativo: guardare al passato, quello palestriniano, per cercare un possibile futuro, un progresso. Sarà, dunque, l'occasione per il Coro della Fondazione di Largo Respighi di dar prova di quella compattezza e rinnovata solidità, che abbiamo potuto ascoltare nelle recenti produzioni operistiche, Paolo Vero (il maestro del Coro) evidentemente dando un suo importante contributo. Inbal è interprete che ormai il pubblico bolognese conosce bene, e quindi anche in queste pagine verdiane è lecito attendersi da lui una prova all'altezza della meritata fama. Chiusa la parentesi sacra, la seconda parte del programma vedrà la compagine bolognese affrontare la monumentale Seconda Sinfonia, nella tonalità di do minore, di Anton Bruckner. La versione definitiva è datata 1877, Bruckner, è noto, avendo rimaneggiato i suoi lavori sinfonici più e più volte, e neppure questa sua Seconda Sinfonia sfugge alla regola. Fuorviante per certi aspetti la dedica a Franz Liszt. Non v'è nulla nei pentagrammi bruckneriani che faccia pensare anche per mera analogia alla temperie delle partiture dell'ungherese. Al contrario, la Sinfonia in do minore è più ariosa e vivace di altre tra le pagine sinfoniche di Bruckner, e, sebbene tra le meno eseguite, in realtà decisamente esemplificativa del suo stile e della sua concezione estetica della musica. Inbal di Bruckner è conoscitore profondo. Basti dire che ha già inciso l'intero ciclo delle sinfonie dell'austriaco e tutte fanno parte stabilmente del suo repertorio. Il concerto avrà luogo al Teatro Manzoni. Orario d'inizio le 20.30. Per informazioni telefonare al 199 107070. (f. f.).

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L' addio dei no war a Bush il guerrafondaio (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

IL CORTEO In migliaia a Roma. Contestato il Pdci L'"addio" dei no war a Bush il guerrafondaio Una Roma blindata accoglie il presidente Usa, che oggi incontra Berlusconi e domani il papa. È il suo ultimo viaggio in Europa da inquilino della Casa bianca. Mentre le sue relazioni con l'alleato Musharraf sono in crisi dopo il raid militare in territorio pakistano Giacomo Sette ROMA "Yankee go home, yankee go home" è uno dei cori, forse il più scontato di tutti, scandito dalle 7 mila persone accorse in piazza per dare il benvenuto al presidente Usa George Bush, arrivato ieri alle quattro a Roma. Un corteo che ha sfilato per le vie del centro senza alcuna tensione, dribblando le misure preventive del governo che nei giorni passati aveva dato ordine di liberare 220 posti nel carcere romano di Regina Coeli e altrettanti nell'ospedale Policlinico. Tanta comunque la polizia che ha "scortato" il corteo dalla partenza, Piazza Repubblica, fino a Piazza Barberini. "Bush è un ospite non gradito - spiega il Patto contro la guerra, la sigla che promuove l'iniziativa - Oggi stiamo manifestando contro gli imperialismi americani e italiani". Si dicono poi "soddisfatti" per la partecipazione: "Per un giorno lavorativo la gente non è poca". E ricordano che oltre la protesta romana, un piccolo sit-in a Milano testimonia altro dissenso alle "politiche di guerra". La differenza con il 9 giugno dell'anno scorso, l'altra visita del presidente Usa, resta abissale. Quel giorno in piazza c'erano quasi 100 mila persone. Ad aprire il corteo romano uno striscione per il ritiro dall'Afghanistan e dal Libano e tre persone vestite con la classica tuta a strisce da detenuti coperte da maschere di cartone che ritraggono George Bush, Condoleezza Rice e Dick Cheney: "Loro sono i veri terroristi - dicono - Vanno fermati prima che attacchino anche l'Iran". Poi via via sfilano Cobas, Rdb, gruppi pacifisti (come Disarmiamoli e Mondo senza guerre), lo spezzone anti nucleare, Rete 28 aprile, Sinistra Critica, vari centri sociali capitolini, associazione Italia-Cuba (che chiede la liberazione dei 5 agenti cubani detenuti nelle celle statunitensi) e Forum Palestina. A chiudere i Carc, il Partito comunista dei lavoratori (di Marco Ferrando) e Alternativa Comunista. Tutti armati di bandiere. Tanti anche i singoli: Silvia Baraldini, Francesco Caruso, Giorgio Cremaschi, Lucio Manisco. E alcuni dirigenti dell'ex-Arcobaleno. In piazza spicca la folta presenza dei cittadini americani, tra i quali James Gilliman, reduce delle guerre in Iraq e in Afghanistan ed ora membro dell'Associazione dei "Veterani contro la guerra". "Bush ha detto solo bugie - dice Nick - Abbiamo ucciso migliaia di persone per nessuna ragione valida. Gli Usa sono criminali di guerra". Giuliana, italo-stutunitense, ammette che alle elezioni voterà "il meno peggio", Obama, ma non vede in lui una sostanziale differenza: "L'imperialismo sta nel dna della politica estera americana". Stesso discorso che si fa per l'Italia. "Il governo Berlusconi agisce in piena continuità con quello Prodi. E ora un intero parlamento è filostatunitense - dichiara Piero Bernocchi dei Cobas - Siamo quarti per la presenza dei militari all'estero, ottavi per le spese militari e i primi il numero di basi Nato". Poi attacca anche Napolitano, che "non si fa garante dell'articolo 11 della Costituzione". Malgrado l'assenza di camion sound system non manca la musica, con lo spezzone dei sambisti che ballano a suon di tamburo, e il colore all'interno del corteo: sventolano due bandieroni immensi, uno di Cuba e l'altro della Palestina. Più piccole, ma comunque visibili, anche le bandiere del Libano. Uno dei motivi, insieme all'Afghanistan e all'aumento delle spese militari, delle critiche alle forze di sinistra del governo Prodi. E della contestazione a Manuela Palermi del Pdci: "Vattene, torna a casa, vai a Piazza del Popolo", le urlano, riferendosi all'anno passato quando l'ex-arcobaleno si distinse dal movimento con un sit-in separato proprio a Piazza del Popolo, con scarsissimi risultati. A contestarla sono in pochi, una minoranza, "sono i soliti - dice lei - quelli che ai cortei della sinistra bruciano le bandiere israeliane e gridano 10, 100, 1000 Nassiriya". Palermi non è la sola ex parlamentare presente per l'occasione: ci sono altri esponenti del Pdci, come Katia Bellillo, e una delegazione del Prc, tra cui Giovanni Russo Spena. "Non vogliamo commettere gli errori del passato come il 9 giugno - afferma Fabio Amato, responsabile Esteri di Rifondazione - Oggi stiamo qui perché si deve ripartire dai movimenti". Posizione che viene considerata "ipocrita" da Sinistra Critica, la quale ricorda ancora una volta il motivo dell'espulsione dal Prc del senatore Turigliatto: "Non ha voluto a differenza loro votare la guerra in Afghanistan". Intanto il corteo sfila fino a Piazza Barberini, vicino all'ambasciata Usa, difesa da centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa: un'esagerazione per una manifestazione che ha visto come momento di tensione più alto l'accensione di due fumogeni.

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Raid possibile , Non ci fermate America e Iran duellano a distanza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

DIPLOMAZIA La Casa Bianca: l'Italia nel 5+1? Non ancora realistico "Raid possibile", "Non ci fermate" America e Iran duellano a distanza Michelangelo Cocco Ulteriori sanzioni economiche e, se non dovessero bastare a piegare l'ostinazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, anche l'attacco militare, perché "tutte le opzioni restano sul tavolo". Il messaggio per il governo di Tehran che George W. Bush porta dalla Germania, dove ieri ha incontrato la cancelliera Angela Merkel, a Roma, dove in serata è arrivato in visita ufficiale è, per dirla con le sue stesse parole, "molto chiaro". Al cristiano rinato comandante in capo della cosiddetta "guerra al terrorismo" che con due fronti ancora sanguinanti (Afghanistan e Iraq) ha trasformato la sua presidenza in un dramma, la Merkel ha dato soddisfazione solo in parte. Prima gli ha promesso l'applicazione del terzo pacchetto di sanzioni internazionali, già approvate dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ma a cui l'Europa non ha ancora dato seguito. Embargo contro la banca Melli e altre misure contro gli istituti di credito iraniani alle quali - secondo la stampa locale - Ahmadinejad ha risposto preventivamente, dando ordine ai capitali iraniani depositati nel Vecchio continente di rientrare nella Repubblica islamica. Poi però la leader della Grande coalizione tedesca è apparsa più prudente rispetto alle dichiarazioni bellicose del suo ospite, all'ultimo viaggio ufficiale in Europa prima di passare il testimone - il 20 gennaio prossimo - al nuovo inquilino della Casa Bianca. Nel corso della conferenza stampa congiunta a Meseberg, a nord di Berlino, la Merkel ha dichiarato: "Non possiamo escludere ulteriori sanzioni", ma aggiungendo che dovranno essere decise nell'ambito del Consiglio di sicurezza. L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi. E mentre Bush atterrava a Roma, il ministro degli esteri, Franco Frattini, rispondeva alla Germania, che ha manifestato contrarietà all'ingresso dell'Italia nel cosiddetto "5+1", l'organismo composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania, che affronta la questione del nucleare iraniano. Quella sull'Iran "è una grande sfida per noi europei e per dimostrare che l'Europa può avere una posizione politica coesa", ha dichiarato Frattini ricordando che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha già espresso parere favorevole alla proposta italiana. Poche ore dopo la doccia fredda, con la Casa Bianca che dichiarava di "non sapere quanto sia realistica" l'ipotesi di includere l'Italia nel "5+1". La numero due del consiglio della sicurezza nazionale Judy Ansley, rispondendo durante un briefing sull'Air Force One in volo per Roma ha detto: "Onestamente non lo so. So che esiste una richiesta in tal senso fatta da molto tempo dall'Italia. E gli italiani sono stati ovviamente inclusi in consultazioni collegate alla vicenda. Ma per quanto riguarda il far parte del gruppo, non so quanto sia realistico". Dall'Iran Ahmadinejad sta seguendo attentamente il tour diplomatico di Bush e sembra puntare le sue carte sulla debolezza interna del presidente Usa. Il vero obiettivo di Bush è, secondo Ahmadinejad, l'attacco militare contro l'Iran. Ma parlando davanti a migliaia di persone a Shahr-e Kord, nel centro del Paese, Ahmadinejad ha dichiarato che "né un pugno né un pizzicotto" potranno colpire l'Iran. "Quest'uomo vuole colpirci - ha avvertito Ahmadinejad riferendosi a Bush nel discorso trasmesso in televisione -: ho informazioni precise sui suoi piani, che finora i suoi generali gli hanno impedito di mettere in atto. Lui avrebbe voluto usare i missili e i bombardamenti, ma gli hanno riferito che non è possibile. Poi ha detto "creiamo un bang sonico su una città iraniana e anche questo non si poteva fare...E allora io ti dico, Bush, il tuo tempo è finito e grazie a Dio non riuscirai a danneggiare di un centimetro la terra sacra dell'Iran. E se il nemico ha in mente di spezzare il nostro Paese con le pressioni, si sbaglia. La nazione iraniana farà sparire il sorriso dalla sua faccia".

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Un fratello che ci ha delusi, ma resta una speranza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

GHEDDAFI SU OBAMA "Un fratello che ci ha delusi, ma resta una speranza" m. m. Obama e gli americani, gli ebrei e Israele, i palestinesi e il mondo arabo. Il colonnello Gheddafi ha colto l'occasione dell'anniversario n. 38 della cacciata, l'11 giugno 1970, degli americani dalla base di Wheelus Bay, alle porte di Tripoli, per parlare ai libici, che affollavano la base, ma soprattutto al mondo esterno dei temi caldi del momento. Ha definito Obama "fratello musulmano", che ha deluso gli africani, gli arabi e islamici nelle sue recenti esternazioni a favore di Israele; ha detto che il fatto di essere nero e la novità di cambiamento che rappresenta rischiano di essere vanificati dal "complesso d'inferiorità" che potrebbe portare "un nero a essere più bianco dei bianchi". Tuttavia Obama è una speranza, anche per Gheddafi, per l'Africa e il mondo arabo, che sono pronti a dargli credito nella sua corsa verso la Casa bianca. Sul conflitto israelo-palestinese il colonnello ha ripreso la sua vecchia idea di uno stato unico, la "Isratina", come la sola soluzione.

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IN BREVE (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

A cura di Junko Terao CINA/TAIWAN ARIA DI DIALOGO, RIPRENDONO I COLLOQUI TRA PECHINO E TAIPEI Avvenimento storico nei rapporti tra Cina e Taiwan: dopo oltre dieci anni di interruzione i due paesi riprendono i colloqui ufficiali e aprono una nuova epoca all'insegna della "fiducia reciproca", come ha annunciato il capo della delegazione taiwanese, Chiang Pin-kung, arrivato ieri a Pechino. I colloqui dureranno tre giorni e verteranno sull'inaugurazione di voli diretti tra Cina e Formosa, oggi limitati alle festività nazionali cinesi. I turisti potranno viaggiare liberamente con vantaggi economici per Taiwan, dove gli esperti calcolano che si creeranno nuovi posti di lavoro, uno per ogni 25 turisti cinesi. Una prospettiva che verrà accolta con favore dai cittadini taiwanesi, dato che l'economia dell'isola non versa in ottime condizioni. Bandita dai colloqui ogni questione politica, che rischierebbe di rovinare il lieto evento, nonostante il neo-eletto presidente taiwanese Ma Ying-jeou, il giorno dopo la vittoria elettorale, abbia auspicato la costruzione di "un nuovo capitolo di pace". I colloqui erano stati interrotti nel '99, dopo le dichiarazioni pro-indipendenza dell'allora presidente Lee Teng-hui. ISRAELE OLMERT: SÌ ALLE PRIMARIE PER LA SUCCESSIONE Ieri per Ehud Olmert doveva essere la giornata delle decisioni "improrogabili" su Gaza e invece è stata quella in cui il premier israeliano, di fatto, ha accettato la conclusione della sua carriera politica. Olmert infatti ha detto di "si" alle elezioni primarie anticipate nel suo partito, Kadima. Sotto forti pressioni perché si dimetta a causa delle inchieste di polizia di cui è oggetto, il primo ministro non ha potuto resistere oltre. Le primarie potrebbero essere indette il prossimo settembre e tra i favoriti a prendere il posto di Olmert, alla guida di Kadima e del governo, ci sono il ministro degli esteri Tzipi Livni e quello dei trasporti Shaul Mofaz. IRLANDA OGGI IL VOTO SUL TRATTATO DI LISBONA Grande attesa per il referendum che sta tenendo l'Europa col fiato sospeso. Oggi gli irlandesi andranno alle urne per esprimersi sull'approvazione o meno del Trattato di Lisbona. La questione è da settimane al centro di una battaglia propagandistica tra fronte del "sì" - formato dai principali partiti di governo e opposizione tranne il Sinn Fein - e fronte del "no", di cui fanno parte tra gli altri i nazionalisti, la sinistra estrema e gli ultrà cattolici. NEPAL Gyanendra trasloca: "ma rimarrò in nepal" Primo giorno da comune cittadino per l'ex-re del Nepal, che ieri ha lasciato l'ex palazzo reale per trasferirsi nella sua nuova residenza temporanea, fuori da Kathmandu. Gyanendra ha smentito quindi le voci sul suo trasferimento all'estero, dopo l'abolizione della monarchia a favore della Repubblica decisa il mese scorso dall'assemblea costituente dominata dai maoisti. L'ex sovrano, che ha già restituito corona e scettro, ha detto che rimarrà in Nepal "per contribuire all'indipendenza e alla prosperità della nazione".

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Apartheid in spiaggia, checkpoint tiene lontani i palestinesi (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

TERRITORI OCCUPATI Una ong israeliana: un posto di blocco garantisce l'accesso al Mar Morto solo a bagnanti ebrei Apartheid in spiaggia, checkpoint tiene lontani i palestinesi Michele Giorgio GERUSALEMME Dei circa 600 checkpoint israeliani sparsi per la Cisgiordania, quello di Beit Ha Arava, si potrebbe chiamare il "checkpoint del weekend", oppure il checkpoint della "separazione turistica". Comunque sia non è passato inosservato quel manipolo di soldati e ufficiali israeliani che dal venerdì mattina al sabato sera si piazzano in fondo alla strada che da Gerusalemme porta alla Valle del Giordano, allo svincolo tra il Mar Morto e Tiberiade, e a tutti i palestinesi che vanno in quella direzione ripetono: "non si passa, è chiuso". Perché? Risposta semplice ma amara: la presenza dei palestinesi nei lidi aperti negli ultimi anni dai coloni ebrei sulle rive settentrionali del Mar Morto scoraggia il flusso turistico israeliano e limita gli incassi del weekend. L'esercito perciò offre la sua collaborazione ad imprese, illegalmente aperte dai coloni israeliani nei Territori occupati, tenendo indietro i palestinesi in nome del profitto e dell'economia di occupazione. A rivelarlo è stata Acri, l'Associazione per i diritti civili di Israele, che martedì ha presentato un appello all'Alta Corte di Giustizia per denunciare non solo l'uso da parte dei coloni delle (compiacenti) forze armate, ma anche l'evidente discriminazione razziale a danno dei palestinesi, ai quali non viene consentito di entrare in località turistiche che sono situate in Cisgiordania. "Questo è un caso chiarissimo di un abuso mascherato con motivazioni di sicurezza ma che in realtà è solo un sistema per raggiungere altri obiettivi", ha detto al manifesto Melanie Takefman di Acri. A rivelare tutto sono stati due ufficiali che hanno prestato servizio al posto di blocco. Ai due il colonnello Yigal Slovik, vice comandante della Brigata della Valle del Giordano, ha spiegato che il loro incarico non aveva nulla a che vedere con la sicurezza ma era rivolto solo a prevenire perdite economiche ai siti turistici dei coloni. I due ufficiali hanno espresso le loro perplessità ma il posto di blocco è sempre lì, puntuale ad ogni fine settimana, ad impedire il passaggio a famiglie, scolaresche e gitanti palestinesi. "I coloni sostengono che l'ingresso dei palestinesi nei loro lidi infastidisce i turisti israeliani che non gradiscono la presenza di famiglie numerose con donne che talvolta fanno il bagno vestite (per motivi religiosi, ndr)", ha spiegato Takefman. L'esercito da parte sua continua a ripetere che il checkpoint Beit Ha Arava ha solo finalità di sicurezza. Secondo l'avvocato di Acri, Limor Yehuda, "la vicenda ha tutti gli elementi delle discriminazioni praticate dai regimi coloniali a danno di una popolazione sotto occupazione che ha il diritto di godere delle risorse naturali presenti nel suo territorio".

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QUI Lettere (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Per non dimenticare Sessanta anni fa la Nakba, la catastrofe, l'inizio dell'occupazione israeliana della Palestina. Una tragedia che ha ancora oggi ripercussioni pesantissime. L'attualità della Nakba, infatti, l'abbiamo ritrovata nelle persone, negli sguardi e nelle storie, che abbiamo incrociato nei vicoli stretti dei campi palestinesi nella recente visita in Libano; fatta proprio per ricordare cosa è successo in quel lontano 1948. Dair Yassin, Tel Az-Zataar, Chatila, Qana e oggi Nahar al Bared sono solo alcuni dei pezzi di quella tragedia, che sembra non dover avere fine. Una tragedia troppo spesso dimenticata. Qualcuno - oggi - di quei giorni vorrebbe, infatti, ricordare solo la nascita dello stato di Israele, omettendo la storia degli altri, delle vittime, degli sconfitti: dei palestinesi costretti a lasciare lo proprie case per non farvi più ritorno. Un viaggio, quello della delegazione italiana - formata da associazioni, partiti e singoli storie di impegno civile - che è stato il naturale sviluppo dell'esperienza che da quasi dieci anni ci porta in Libano nel mese di settembre per ricordare il massacro di Sabra e Chatila e per riaffermare il diritto al ritorno per il popolo palestinese. Un legame consolidato, quindi, che getta le radici nel lavoro prezioso che il nostro Stefano Chiarini e il suo giornale hanno portato avanti fondando il comitato "Per non dimenticare Sabra e Chatila". In questi anni centinaia di uomini e di donne hanno conosciuto con noi la resistenza palestinese e quella libanese, hanno conosciuto uomini e donne, allacciato amicizie e portato solidarietà. Gli sguardi dei bambini di Naher al Bared, che abbiamo incontrato nelle vie deserte del campo distrutto un anno fa dagli scontri fra i miliziani di Fatah al Islam e l'esercito del Libano, oggi ci impongono di andare avanti. Chiediamo a tutti di aiutarci, vogliamo dimostrare che esiste anche un occidente altro da quello che si tappa gli occhi, tace e si chiude le orecchie di fronte alla tragedia palestinese. Il prossimo appuntamento sarà a settembre, quando in tanti torneremo a Chatila a chiedere insieme ai palestinesi dei campi giustizia, diritti e legalità. Maurizio Musolino, Stefania Limiti Una questione di razza Nell'interessante articolo di Achille Mbembe (il manifesto, 11 giugno 2008) si verifica un curioso e istruttivo cortocircuito. Da un lato, Mbembe analizza criticamente la vicenda dell'apartheid e le sue pesanti eredità sulla società sudafricana, e colloca nel contesto della mancata "derazzializzazione" del sistema politico sudafricano, intrecciata con il dilagare della povertà, la violenta reazione razzista dei neri sudafricani contro neri proveniente da altri paesi africani. Dall'altro lato, questo discorso è intessuto di riferimenti alla "razza" come a un'entità reale: si parla di "società multirazziale" e "razzialmente mista", di "segregazione razziale" e del rapporto tra classe e "razza" nel Sudafrica dell'apartheid. Ma che cos'è la "razza"? Se è una realtà, allora come combattere il razzismo? Con gli appelli alla buona volontà? E quali sono le "razze" oggi? Dove passano i confini tra l'una e l'altra? E che cosa è una "radicale derazzializzazione"? Sarebbe il caso di riflettere sul linguaggio che si usa: "razziale" significa "relativo alla razza", ma non ci sarà mai un efficace contrasto all'ideologia razzista finché non si chiarirà che le "razze" sono invenzioni, costrutti simbolici, dispositivi ideologici, strutture dell'immaginario. E finché non si adopererà, almeno nei nostri discorsi, un linguaggio coerente con questa consapevolezza. Alberto Burgio News e ragli degli asini Gentile Valentino Parlato, sono grata a lei e a tutti i suoi collaboratori per continuare a darci vera informazione che, purtroppo dopo la mutata situazione politica, è già cambiata. Non occorre la sfera di cristallo per prevedere un futuro oscuro e permeato da intolleranza, spregio dei valori democratici, liberismo sfrenato che venera il libero mercato e il profitto a discapito dei valori degli strati più deboli della società. Intravvedo nella nuova veste grafica del nostro "giornale" la voglia di non mollare di lavorare anche in situazioni difficili. Mi auguro che noi lettori continueremo a sostenere la libera stampa comperando il giornale, confrontandoci con i vostri editoriali e, personalmente, continuando a pensare "liberamente", a manifestare le mie idee e la mia adesione a quei valori che non sono solo di sinistra ma appartengono a un'ideologia che si ispira alla non violenza alla fratellanza a quella che noi buddisti definiamo bodhicitta. Si dice che "i ragli degli asini non giungono in Paradiso", purtroppo creano fratture sociali, lacerano democrazia e diritti. Il mio sconforto è grande, e diventa amarezza quando penso alla recente sconfitta della sinistra che non ha avuto il coraggio di definirsi "comunista" ma di indossare l'arcobaleno. Vi abbraccio tutti. Antonella Pianca Cordignano (Tv) Anche se vi leggo on-line Da abbonato vi leggo in html, per comodità e per concentrarmi sui contenuti. Ma in pdf vedo che la nuova grafica sembra meno pesante (ma preferivo quella prima dell'ultima), nonostante la prima pagina appaia molto più disordinata, e dia uno spazio e un'importanza minore alla foto centrale, anche perché per evidenti ragioni di contrasto il titolo principale non le si può sempre semplicemente sovrapporre. Peccato per il rimpicciolimento dei caratteri, che penso possa dare problemi a molti. Però sono piú importanti i contenuti. Molto bene la promozione di TerraTerra in seconda pagina: molto interessante quella sull'Alba; mi piacerebbero altri approfondimenti concreti sulla capacità dei paesi dell'America latina di sviluppare realmente l'economia locale, nel caso del Venezuela affrancandosi dalla dipendenza dal petrolio. Magnifica l'ultimora di Luttazzi! Federico Leva Un giornale aperto Cari compagni, complimenti per il nuovo giornale e auguri per una crescita di lettori. Un giornale più aperto è quello che serve adesso (ma anche prima). Ho qualche difficoltà a leggere gli articoli con caratteri troppo piccoli e non mi piacciono i titoloni con quelli troppo grandi. Forse sono scelte obbligate, ma vedete se si può fare qualcosa. Il resto per me va bene. Saluti affettuosi. Graziano Sampò Torino. Solidarietà ai sinti Desideriamo esprimere piena solidarietà ai cittadini sinti di Mestre, oggetto di attacchi razzisti, e dichiarare il sostegno alla scelta dell'amministrazione comunale di Venezia di costruire il nuovo insediamento di Via Vallenari, che consentirà una sistemazione dignitosa a un gruppo di cittadini che da decenni risiede nel nostro comune. Ci uniamo in questo modo a quanti fanno sentire la propria voce per contrastare il preoccupante clima d'intolleranza alimentato attorno a questa vicenda e chiediamo a tutti i cittadini a sottoscrivere e rilanciare questo appello (www.storiamestre.it) . StoriAmestre Terre cattive ai Lakota Caro direttore, sono naturalmente felice, per i fratelli Lakota, del fatto che il governo Usa ha restituito un fazzoletto di terra, dell'enormità che ha loro rubato. Quelle terre, le Bad land, le ho viste: sono un territorio desolato e lunare ma di grande effetto spirituale. Adatto a cercare la pace interiore, dunque più adatto agli indiani che ai bianchi che, l'hanno dimostrato, della pace non sanno che farsene. Che i fratelli Lakota ne facciano buon uso, magari dopo aver verificato che i bianchi non abbiano lasciato quelle Terre cattive ancora più cattive e inquinate, per esempio da agenti radioattivi. Augusto Giuliani Le annate del manifesto Mi dispiacerebbe buttare le annate del manifesto che in questi anni - dagli anni '90 a oggi - ho raccolto. Chi ne fosse interessato mi può contattare ai seguenti numeri telefonici: 081 5783178; 349 8687298. Marcella Fronzoni Napoli lettere@ilmanifesto.it.

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Iraq, George W. è pentito <Usai toni troppo duri> Ma insiste contro Teheran (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-12 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Confessioni "Non sono mai stato un guerrafondaio" Iraq, George W. è pentito "Usai toni troppo duri" Ma insiste contro Teheran Ahmadinejad replica: non ci fermerete "Avrei potuto spiegare che avevamo esaurito tutte le opzioni e che a me la guerra non piace", ha detto il presidente Usa DAL NOSTRO INVIATO BERLINO - Come Frank Sinatra in My Way, George W. Bush ha "pochi rimpianti". Ma a differenza di "old blue eyes", non "così pochi da non doverli menzionare". Uno in particolare, il capo della Casa Bianca lo ha tirato fuori a sorpresa in un'intervista al Times di Londra, penultima tappa del suo tour europeo dell'addio, che ieri sera lo ha portato a Roma. Quasi sei anni dopo gli accadimenti che portarono all'invasione della Mesopotamia, l'uomo che si autodefinì "a war president", si rammarica di una retorica troppo bellicosa e aggressiva, che "convinse il mondo che io fossi impaziente di andare in guerra contro l'Iraq". Erano i mesi di "prendeteli tutti, vivi o morti", "non avrete scampo", "o con noi o contro di noi". "Frasi come queste ", ammette oggi Bush, "diedero alla gente l'impressione che io non fossi un uomo di pace. Retrospettivamente, avrei potuto usare un tono diverso, una retorica differente, spiegare che avevamo esaurito tutte le opzioni diplomatiche e che a me la guerra non piace". In realtà, così il presidente, "fu per me doloroso mettere a rischio la vita di tanti giovani". Ma i rimpianti, pochi appunto come Sinatra, riguardano i toni, non la sostanza. Sul fondo, Bush non cede di un millimetro: "La decisione di rimuovere Saddam Hussein fu quella giusta. Non me ne pento per nulla", ha chiosato in margine alla conferenza stampa che chiude i suoi colloqui con Angela Merkel. Accanto alla cancelliera, rilassato e di buon umore dopo la cena della vigilia a base di asparagi bianchi e una corsa mattutina in bicicletta da cross nel parco del castello di Meseberg, 60 chilometri da Berlino, Bush ha riproposto la determinazione già mostrata in Slovenia sul dossier iraniano. Questa volta con un supplemento retorico, dove s'intravede ancora l'antico "spirto guerrier ch'entro (gli) rugge". "Ho detto alla cancelliera che ovviamente la mia prima scelta è di risolvere la questione diplomaticamente", ha spiegato Bush, rinnovando la minaccia di sanzioni più dure al-l'Iran, se non dovesse sospendere il suo programma di arricchimento dell'uranio e accettare le verifiche tecniche degli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Attenzione però, avverte il presidente, "il messaggio è chiaro: tutte le opzioni rimangono sul tavolo", facendo così riferimento indiretto alla soluzione mili-tare, che negli ultimi giorni è stata oggetto di intensa discussione, soprattutto in Israele. Ma in attesa che Javier Solana, l'inviato europeo di politica estera, porti a Teheran la nuova determinazione degli alleati occidentali, l'atteggiamento dell'Iran, o almeno quello dell'ala più dura del regime, non sembra subire modifiche. L'era di Bush "è giunta al termine", ha detto ieri il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che ha dichiarato "fallito " il tentativo di intimidire l'Iran e costringerlo a fermare il programma nucleare. Secondo Ahmadinejad, la cui influenza nella gerarchia sciita è data però in calo, "se il nemico pensa che possa incrinare la nostra determinazione aumentando la pressione su di noi, si sbaglia ". Nella conferenza stampa di Meseberg, George Bush ha parlato anche del patto di sicurezza sulla presenza americana, che gli Usa stanno negoziando a Bagdad con il governo iracheno. Il presidente ha smentito le notizie riportate dai media americani che Washington vuole creare basi militari permanenti in Mesopotamia. Secondo Bush, la trattativa riguarda invece la base legale per la permanenza delle truppe Usa oltre il dicembre 2008 (quando scade il mandato dell'Onu) e un "accordo strategico" separato sui rapporti tra i due Paesi. La maggioranza democratica al Congresso americano è preoccupata che Bush voglia usare l'intesa per legare le mani al prossimo presidente. Paolo Valentino \\ Su Osama, 2001 Lo prenderemo vivo o morto, comunque sia. Non conta per me \\ Sull'Iraq, 2003 C'è chi crede di poterci attaccare lì. La mia risposta è: fatevi sotto.

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Olmert isolato verso l'addio: presto le primarie nel suo partito (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-12 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Il premier israeliano nella bufera Olmert isolato verso l'addio: presto le primarie nel suo partito GERUSALEMME - Ehud Olmert (foto) è pronto a fare un passo indietro. Sotto pressione per lo scandalo Talansky, che lo vede sospettato di corruzione, il premier israeliano ieri ha autorizzato il suo partito, Kadima, a organizzare le primarie per la scelta del nuovo leader. La decisione arriva dopo che il principale partito d'opposizione, il Likud, ha annunciato una mozione per sciogliere la Knesset, che significherebbe elezioni in novembre. A questa proposta potrebbe dare il suo assenso anche il partito laburista, membro della coalizione di governo. Con l'annuncio delle primarie, il premier spera di bloccare la minaccia dei suoi alleati. Due sembrano i candidati alla guida di Kadima, al posto di Olmert: il ministro degli Esteri Tzipi Livni e il ministro dei trasporti Shaul Mofaz.

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A Mantova Turow, Safran Foer e i maestri del giallo nordico (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Libri - data: 2008-06-12 num: - pag: 46 categoria: REDAZIONALE Appuntamenti Presentati gli ospiti della XII edizione. Tra le novità i "comizi": scrittori rileggono i classici A Mantova Turow, Safran Foer e i maestri del giallo nordico C amminare tra appuntamenti prenotati da tempo e inaspettati incontri che diventano scoperte è la migliore filosofia per seguire il Festivaletteratura di Mantova. Il comitato organizzatore del Festival ha annunciato ieri molti degli ospiti che arriveranno in città per la XII edizione che si terrà dal 3 al 7 settembre e che conferma l'anima internazionale. Come nasce un programma simile? "Attraverso una rete di "amici-autori" passati dal Festival - racconta Luca Nicolini, libraio e presidente del comitato -. L'idea è ricreare una biblioteca virtuale e renderla in carne e ossa, affiancando ai nomi noti anche autori molto conosciuti nei loro Paesi ma poco in Italia". Così, grazie a un passaparola di qualità, oltre ai molti scrittori ospiti per la prima volta (il maestro del legal thriller Scott Turow, Eugenio Scalfari, la coppia che il Festival "inseguiva" da anni composta da Jonathan Safran Foer con la moglie Nicole Krauss, il reporter William Langewiesche) il Festival si rivolge a realtà geografiche che creano scenari narrativi. Sarà allora interessante incontrare gli autori del giallo scandinavo e i loro personaggi, dalla maestra del genere Maj Sjowall con il commissario Martin Beck, a Jo Nesbo con il detective Harry Hole, fino agli irregolari come Hakan Nesser con Van Veeteren, detective e libraio antiquario, e Leif G.W. Persson che ha creato Evert BÄckstrÖm, commissario donnaiolo e incompetente. Tra tanti detective nordici, spiccherà l'agente segreto inglese James Bond, creato da Ian Fleming, accompagnato dal suo nuovo autore Sebastian Faulks. Non manca spazio per il Sudamerica con il messicano Carlos Fuentes, il brasiliano Frei Betto e il cileno Pedro Lemebel, né per l'Est Europa, con la poetessa ungherese Zsuzsa Rakovszky e l'italo-sloveno Boris Pahor. Né per il Medio Oriente: oltre ai poeti israeliani Shimon Adaf e Tali Latowicki ci sarà un'ampia rappresentanza libanese (la poetessa Joumana Haddad, Najwa Barakat, l'editrice Yael Lerer che pubblica testi arabi in Israele). Un happening con Sami Tchak e Abdourahman Waberi sarà poi dedicato all'Africa. Un atlante della letteratura contemporanea animerà la città dove si potranno incontrare anche nomi molto noti: dagli italiani Alberto Arbasino e Piergiorgio Odifreddi a Hans Magnus Enzensberger, Daniel Pennac e Serge Latouche. Alcuni appuntamenti che faranno invidia al Festival di Venezia (Toni Servillo con la Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal e il cineasta cambogiano Rithy Panh). E infine due novità: "I comizi", con scrittori di ieri interpretati da autori di oggi (John Stuart Mill parlerà di libertà con Corrado Augias mentre Alexis de Tocqueville con Michele Serra dirà la sua sulla sicurezza); e l'appuntamento con "Vocabolario Europeo", un lessico scritto da autori come il tedesco Joseph Zoderer e il basco Bernardo Atxaga. Alessandro Beretta.

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<Raid possibile>, <Non ci fermate> America e Iran duellano a distanza (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 12-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

DIPLOMAZIA "Raid possibile", "Non ci fermate" America e Iran duellano a distanza La Casa Bianca: l'Italia nel 5+1? Non ancora realistico Michelangelo Cocco Ulteriori sanzioni economiche e, se non dovessero bastare a piegare l'ostinazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, anche l'attacco militare, perché "tutte le opzioni restano sul tavolo". Il messaggio per il governo di Tehran che George W. Bush porta dalla Germania, dove ieri ha incontrato la cancelliera Angela Merkel, a Roma, dove in serata è arrivato in visita ufficiale è, per dirla con le sue stesse parole, "molto chiaro". Al cristiano rinato comandante in capo della cosiddetta "guerra al terrorismo" che con due fronti ancora sanguinanti (Afghanistan e Iraq) ha trasformato la sua presidenza in un dramma, la Merkel ha dato soddisfazione solo in parte. Prima gli ha promesso l'applicazione del terzo pacchetto di sanzioni internazionali, già approvate dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ma a cui l'Europa non ha ancora dato seguito. Embargo contro la banca Melli e altre misure contro gli istituti di credito iraniani alle quali - secondo la stampa locale - Ahmadinejad ha risposto preventivamente, dando ordine ai capitali iraniani depositati nel Vecchio continente di rientrare nella Repubblica islamica. Poi però la leader della Grande coalizione tedesca è apparsa più prudente rispetto alle dichiarazioni bellicose del suo ospite, all'ultimo viaggio ufficiale in Europa prima di passare il testimone - il 20 gennaio prossimo - al nuovo inquilino della Casa Bianca. Nel corso della conferenza stampa congiunta a Meseberg, a nord di Berlino, la Merkel ha dichiarato: "Non possiamo escludere ulteriori sanzioni", ma aggiungendo che dovranno essere decise nell'ambito del Consiglio di sicurezza. L'Occidente - con Stati Uniti e Israele a fare da battistrada - continua a chiedere a Tehran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Gli ayatollah sciiti da parte loro continuano a sostenere che il loro programma nucleare è a fini esclusivamente civili e non ne vogliono sapere di rinunciarvi. E mentre Bush atterrava a Roma, il ministro degli esteri, Franco Frattini, rispondeva alla Germania, che ha manifestato contrarietà all'ingresso dell'Italia nel cosiddetto "5+1", l'organismo composto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania, che affronta la questione del nucleare iraniano. Quella sull'Iran "è una grande sfida per noi europei e per dimostrare che l'Europa può avere una posizione politica coesa", ha dichiarato Frattini ricordando che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha già espresso parere favorevole alla proposta italiana. Poche ore dopo la doccia fredda, con la Casa Bianca che dichiarava di "non sapere quanto sia realistica" l'ipotesi di includere l'Italia nel "5+1". La numero due del consiglio della sicurezza nazionale Judy Ansley, rispondendo durante un briefing sull'Air Force One in volo per Roma ha detto: "Onestamente non lo so. So che esiste una richiesta in tal senso fatta da molto tempo dall'Italia. E gli italiani sono stati ovviamente inclusi in consultazioni collegate alla vicenda. Ma per quanto riguarda il far parte del gruppo, non so quanto sia realistico". Dall'Iran Ahmadinejad sta seguendo attentamente il tour diplomatico di Bush e sembra puntare le sue carte sulla debolezza interna del presidente Usa. Il vero obiettivo di Bush è, secondo Ahmadinejad, l'attacco militare contro l'Iran. Ma parlando davanti a migliaia di persone a Shahr-e Kord, nel centro del Paese, Ahmadinejad ha dichiarato che "né un pugno né un pizzicotto" potranno colpire l'Iran. "Quest'uomo vuole colpirci - ha avvertito Ahmadinejad riferendosi a Bush nel discorso trasmesso in televisione -: ho informazioni precise sui suoi piani, che finora i suoi generali gli hanno impedito di mettere in atto. Lui avrebbe voluto usare i missili e i bombardamenti, ma gli hanno riferito che non è possibile. Poi ha detto "creiamo un bang sonico su una città iraniana e anche questo non si poteva fare...E allora io ti dico, Bush, il tuo tempo è finito e grazie a Dio non riuscirai a danneggiare di un centimetro la terra sacra dell'Iran. E se il nemico ha in mente di spezzare il nostro Paese con le pressioni, si sbaglia. La nazione iraniana farà sparire il sorriso dalla sua faccia".

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I giovani ebrei al sindaco "una via per ricordare la rivolta anti-ayatollah" - laura mari (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina III - Roma I giovani ebrei al sindaco "Una via per ricordare la rivolta anti-ayatollah" LAURA MARI Una strada per ricordare la rivolta degli studenti iraniani contro la dittatura del regime. A chiederlo è l'Unione Giovani Ebrei d'Italia che, dopo essere scesa in piazza nei giorni scorsi per protestare contro la presenza a Roma del leader iraniano Ahmadinejad (che più volte ha minacciato di voler "cancellare lo Stato d'Israele"), ha rivolto un appello al sindaco Gianni Alemanno affinché "il nome della strada che ospita la sede dell'ambasciata iraniana in Italia sia modificato in via 9 luglio 1999". Una data che ricorda il giorno in cui migliaia di studenti iraniani scesero in piazza dopo che i fondamentalisti islamici fecero irruzione nei dormitori dell'università di Teheran: ferirono oltre cento studenti e ne uccisero uno. Altri studenti morirono o furono incarcerati nei successivi giorni della rivolta. "Ribattezzare la strada che ospita l'ambasciata iraniana in via 9 luglio mi sembra un'idea condivisibile - ha risposto il sindaco Alemanno - l'intitolazione rappresenterebbe un forte segnale di protesta contro l'intolleranza. Auspichiamo che sia possibile realizzarla, tenendo conto delle norme vigenti in materia di toponomastica". L'ambasciata iraniana si trova in via Nomentana.

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In turandot spunta totò e la principessa salta in aria - cristina zagaria (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIII - Napoli San Carlo: cancellate le scene di Hockney, Krief firma l'omaggio a Puccini In Turandot spunta Totò e la principessa salta in aria Giovanna Casolla è la protagonista, Norah Amsellem ritorna per dare la voce a Liù CRISTINA ZAGARIA Turandot esploderà come una bolla d'aria sotto gli occhi di un esterrefatto Totò. L'eroina esplode perché non esiste, perché è pura leggerezza. E Totò si intrufola tra le note nell'opera pucciniana, per un cammeo, un tributo a Napoli del regista Denis Krief. Il San Carlo rende omaggio ai 150 anni dalla nascita di Giacomo Puccini con la messa in scena (il 20 giugno, 20.30) di un'insolita Turandot. Salta all'ultimo momento, infatti, l'allestimento firmato da David Hockney. "Era fermo in America, costava troppo portarlo a Napoli e abbiamo preferito trovare una soluzione alternativa", ammette il direttore artistico del San Carlo, Gianni Tangucci. Soluzioni alternative anche per gli artisti, dopo il forfait di Andrea Gruber (Turandot) e Fabio Armiliato (Calaf), sul palcoscenico partenopeo si esibiranno Giovanna Casolla (Turandot, nelle recite del 20-22-24 e 26 giugno) e Antonello Palombi (Calaf), con l'inserimento di due giovanissimi, Cristina Piperno e il debuttante spagnolo Alejandro Roy, nei panni di Turandot e Calaf, nella replica del 28 giugno. Liù sarà ancora una volta Norah Amsellem, Ping Giorgio Caoduro, Pang Luca Casalin, Pong Stefano Pisani, e un mandarino, Andrea Porta. "La Turandot è un omaggio alla leggerezza. è un'opera geniale, misteriosa. Immersa negli anni '20 e proiettata in un mondo legato alla modernità italiana metafisica" spiega Krief, regista, scenografo costumista e ideatore delle luci per la Turandot al San Carlo. L'opera andrà in scena senza il finale di Alfano, terminando lì dove la morte fermò la penna di Puccini. "Alla Fenice di Venezia la scelta del finale sospeso è stata accolta con grande commozione", dice Krief, che aggiunge: "Sono solito introdurre una sorta di pantomima registica nella messa in scena in città che hanno un riferimento artistico alle maschere così insito nella loro storia, come Arlecchino per Venezia o Totò per Napoli". Minimalista la scenografia (che arriva direttamente dalla Fenice di Venezia): una cornice nera, sul cui sfondo si alternano due rettangoli bianchi che di tanto in tanto fanno scorgere il coro, mentre l'azione si svolge in primo piano. Oltre i due rettangoli bianchi, un cilindro e un cerchio per il gong. "La più grande sorpresa, in senso positivo, è l'orchestra del San Carlo - dice il direttore, l'israeliano Pinchas Steinberg - Sono soddisfatto del perfetto accordo che hanno stabilito con la mia direzione". La prima di Turandot sarà venerdì 20 giugno. Ma lunedì (alle 17) nel foyer del San Carlo ci sarà un incontro tra gli artisti, il direttore e il regista, gli studenti di Lettere e Filosofia della Federico II (con Marina Mayrhofer) e gli allievi del Conservatorio (con Daniela Tortora). Sempre lunedì 16 (alle 21) al San Carlo, per la rassegna "Nonsolopiano 2008", Petra Magoni & Ferruccio Spinetti. Per la prima volta verranno eseguiti i brani del loro nuovo cd "Musica Nuda 55/21".

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Francesco manca, dal dash all'onu - raffaele niri (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Pagina XIII - Genova Suq, dibattito con il genovese mediatore per piccoli e grandi conflitti: "Ma non sono Billy Bis" Francesco Manca, dal Dash all'Onu RAFFAELE NIRI "Personalmente vendevo Dash e Caffè Splendid. E prima andavo al Convitto Colombo e a Balbi 5. Poi un'offerta di lavoro all'Onu a New York, due anni che diventano tre. Poi Tien An Men, il Nicaragua, Timor Est, la Sierra Leone. E ora lì, a cercare di mettere una pezza tra Israele, Libano, Siria, Egitto e la Giordania. Ma guardi che mica sono Billy Bis". Ecco, con la battuta su Billy Bis - l'affascinante agente segreto delle Nazioni Unite che, nei fumetti dell'Intrepido circolava su un'Isotta Fraschini, subiva il fascino delle belle avventuriere e risolveva disinvoltamente ogni intrigo internazionale - Francesco Manca, Senior Advisor dell'Onu, denuncia i suoi cinquant'anni: quel fumetto, co-protagonista Gegia Miranda, "smaschera" chi era adolescente nei primi Anni '70. Questa sera alle 21, al Suq in Porto Antico, importante dibattito (organizzato in collaborazione con lo Sportello dell'Asilo del Comune di Genova) sui processi di pace nelle zone del Corno d'Africa e in Medio Oriente. Partecipano Laura Boldrini, portavoce per l'Italia dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Paola Caridi, giornalista e autrice del libro "Arabi invisibili" (vedi box) e, appunto, il Senior Advisor dell'Onu Francesco Manca, l'ennesimo genovese che ha fatto carriera all'estero. Genova matrigna? "Evidentemente, questo, è un mestiere che a Genova non puoi fare, neanche volendo rimanere ancorato alla città. A Genova ho studiato - al Convitto Colombo, a Scienze politiche, poi un Master al Sogea - poi sono diventato manager alla Procter e Gamble, poi mi hanno offerto due anni di specializzazione presso le Nazioni Unite. Per dire, nell'89 ero a Pechino e stavo lavorando con i cinesi ad un progetto multinazionale di formazione di manager". Quando l'omino con il sacchetto fermò i carri armati in piazza Tien An Men? "La settimana prima. Ci tirarono fuori con i salti mortali quelli della Sicurezza dell'Onu, con trasferte tra Hong Kong, Giappone e poi New York. Ero responsabile di quel gruppetto di manager, mi chiesero "chi sei? che fai? come mai riesci a restare così calmo?" e poi arrivò l'offerta: ci sono le elezioni in Nicaragua, andresti a lavorare lì per noi?". Beh, per uno che ha studiato a Balbi 5. "Anche per uno che ha fatto l'ufficiale degli alpini in Val Pusteria, se è solo per quello. Comunque quella esperienza è andata bene, poi mi hanno mandato per i negoziati del processo di pace in Salvador, poi in Messico. Il "business delle Operazioni di pace" cresceva, nacque un dipartimento il cui capo era Kofi Annan e con lui eravamo in 53". Incontro fondamentale. "Fondamentale e bellissimo. Così mi mandano in Yugoslavia, poi a Timor Est, poi in Tagikistan, poi nel 2002 responsabile delle elezioni in Sierra Leone. E ora il Medio Oriente dove faccio l'analista". Che mestiere è? "C'è un capo missione che è un generale, io sono il numero due, il consigliere, il responsabile politico della missione, quello che deve tentare di capire cosa sta succedendo. Se vogliamo sdrammatizzare, io sono la cerniera. E la cerniera, logicamente, non si deve vedere". D'accordo, la cerniera invisibile. Ma cosa fa, concretamente, una cerniera in Medio Oriente? "Tratta, discute, incontra. Soprattutto, è importantissimo che riesca a mantenere gli equilibri tra tutte le parti, la credibilità dell'Istituzione. Bisogna riuscire a relazionarsi con gli israeliani, sui loro bisogni immediati, e bisogna riuscire a relazionarsi con gli arabi e con i mille volti del conflitto. E, contemporaneamente, bisogna mantenere la credibilità. Del singolo, naturalmente, e dell'Istituzione che rappresenta". Stasera, al Suq, da dieci anni simbolo genovese di pace, sarà bello stare a sentire chi la pace prova a costruirla tutti i giorni.

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Gheddafi: tifo Obama e Isratina (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

LIBIA Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" Gheddafi: tifo Obama e "Isratina" "È nero e africano ma sbaglia a difendere Israele che deve convivere con i palestinesi in uno stato binazionale", dice il leader libico nell'anniversario della cacciata degli Usa dalla base di Wheelus | PAGINA 9.

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In breve (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Geraldina Colotti a cura di Geraldina Colotti SUDAFRICA NUOVO BILANCIO UFFICIALE DELLE VIOLENZE XENOFOBE Tra i 62 morti provocati dall'ondata anti-immigrati in varie township del paese, ben 21 sarebbero sudafricani. La maggioranza degli omicidi sarebbero avvenuti nella provincia del Gauteng. Lo ha dichiarato ieri il portavoce del governo Themba Maseko al termine di una riunione ministeriale che ha fatto il punto sulle indagini. Il precedente bilancio parlava di 5 sudafricani uccisi nei tumulti. La priorità, ha aggiunto Maseko, resta quella di riportare gli sfollati, oltre 40mila persone rifugiate in circa 30 campi, nei quartieri da cui sono stati espulsi. "Non bisogna pensare alla reintegrazione in chiave romantica, non sarà facile e richiederà un duro lavoro", ha detto Maseko, annunciando che il governo potrebbe indire un giorno di lutto nazionale e "del perdono" per ricordare le vittime. PALESTINA ESPLODE DEPOSITO DI HAMAS, QUATTRO MORTI A GAZA Hamas ha aperto un'inchiesta sull'esplosione di una casa a due piani avvenuta ieri a Beit Lahiya (Gaza) in cui è morto un suo comandante militare, Ahmed Hamouda, e altri tre palestinesi, tra cui due bambini. In un primo tempo Hamas aveva accusato Israele di aver colpito l'abitazione - dallo Stato ebraico hanno negato ogni coinvolgimento - ma la successiva decisione di avviare una indagine conferma indirettamente la versione secondo la quale Hamouda sarebbe morto maneggiando dell'esplosivo. L'esplosione è stata seguita da un nutrito lancio di razzi da Gaza verso Ashqelon e varie località del Neghev. Una israeliana è rimasta ferita. Nel corso della giornata sono stati uccisi a Gaza altri quattro palestinesi, tutti colpiti dall'aviazione israeliana. NEPAL MINISTRI MAOISTI LASCIANO IL GOVERNO Hanno consegnato la lettera di dimissioni nelle mani del presidente del loro partito (l'ex comandante Prachanda), i cinque ministri e i due vice-ministri maoisti presenti nel governo nepalese guidato da Girija Prasad Koirala, che ha preso atto della loro decisione. Dopo la partenza del re Gyanendra, si tratterà infatti di eleggere un nuovo presidente per la neonata repubblica nepalese. E su questo le trattative tra il premier Koirala, i vertici del partito del Congresso nepalese (la seconda forza politica in parlamento) e i maoisti (che detengono la maggioranza), non hanno ancora portato a un accordo. Il partito di Prachanda - il quale subentrerà a Koirala nella carica di primo ministro -, accetta di eleggere una personalità autorevole al di sopra delle parti, e le dimissioni dei maoisti vengono considerate un gesto per facilitare la formazione del nuovo governo, ma l'Ncp insiste nel voler presentare la candidatura di Koirala. IRAN IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA: CIBO ALL'AFRICA E AI MUSULMANI In una dichiarazione resa all'agenzia stampa "Irna" e ripresa dalla Misna, il ministro dell'agricoltura iraniano Mohammad-Reza Eskandari ha offerto la collaborazione del suo governo a tutti i paesi musulmani, in particolar modo africani, che devono far fronte alla crisi alimentare. Eskandari ha espresso la propria disponibilità in primo luogo a Moussa Labo, ministro dell'agricoltura del Niger (uno dei paesi più poveri dell'Africa, benché ricco di uranio), in visita a Tehran. Sulla base del trattato di cooperazione agricola bilaterale, firmato con il governo di Niamey 11 anni fa, il ministro iraniano ha sottolineato gli importanti investimenti privati realizzati da Tehran in diversi progetti di sviluppo in Niger, e ha ribadito la disponibilità del suo governo a collaborare nei settori della pesca, dell'allevamento del bestiame e di "altre attività necessarie alla sicurezza alimentare, minacciata dalla recente impennata dei prezzi dei beni di prima necessità che colpisce soprattutto i paesi del Sud del mondo".

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Obama SECONDO GHEDDAFI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

"TIFO PER LUI MA SBAGLIA SU GERUSALEMME" Obama SECONDO GHEDDAFI Il discorso nell'anniversario della cacciata degli americani da Wheelus bay: Obama è "un musulmano e un nero in cui spera tutta l'Africa". S'infuria con Sarkozy e l'Ue: vogliono la cooperazione col Mediterraneo? Vengano al Cairo o ad Addis Abeba. E rispolvera il suo cavallo di battaglia: per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi ci vuole uno stato binazionale, con diritti per arabi ed ebrei Maurizio Matteuzzi TRIPOLI Il primo settembre del 2009, il colonnello Muammar Gheddafi, se Allah e la fortuna lo vorranno, festeggerà i 40 anni della "rivoluzione" del 1969 con cui gli "ufficiali liberi" (giovani e nazionalisti) liberarono la Libia dal fatiscente e corrotto regime del re senusso Idris. Quarant'anni di rivoluzione, e di potere sono tanti - anche se formalmente il "leader" non ricopre più alcuna carica ufficiale. Al potere nella Jamahiriya libica ci sono "le masse" e "fortunatamente non c'è un presidente né un capo né elezioni", come ha detto mercoledì qui a Tripoli, durante la manifestazione convocata per celebrare i 38 anni dalla cacciata degli americani da Wheelus Bay, la grande base alle porte della capitale. Il tempo, l'età, il cambio di clima (anche se non precisamente nel senso che si dà ora a queste parole) hanno fatto maturare il giovane colonnello di allora. Che ha imparato anche dagli errori e dalle sconfitte e oggi, ormai prossimo ai 70 anni, assomiglia semmai a uno dei sempre più rari "vecchi saggi" dell'Africa e del mondo. Ma Gheddafi, che durante quasi quattro decenni da leader ha mostrato di essere un grande pragmatico pronto ad andare per le spicce, resta sempre un visionario. LA VISIONE DEL "LIBRO VERDE" La visione del "Libro verde", presa in parte da Rousseau e in parte dalle sue origini beduine, di fare dello "scatolone di sabbia" e poi di petrolio, in un mondo sempre più dominato dall'urbanesimo e dalle megalopoli, un paese fondato sulle virtù delle genti del deserto. La visione di unire "la nazione araba" - a cominciare dall'Egitto del suo idolo giovanile Nasser - e non per farne un califfato fondamentalista. La visione, una volta fallito il tentativo dell'unità araba dal Maghreb al Mashreq e fallita l'esperienza dell'Organizzazione per l'unità africana (l'Oua), di promuovere il sogno "impossibile" - finora e chissà per quanto - dell' "Unione africana". La visione di risolvere pacificamente la soluzione dell'irresolubile conflitto fra la Palestina e Israele e fra Israele e il mondo arabo. Non, come ripete a ogni occasione nelle sue esiziali esternazioni l'iraniano Ahmadinejad, con la "cancellazione" di Israele, ma con un'altra proposta apparentemente irrealizzabile, almeno di questi tempi. Quella di uno stato unico, e non confessionale né fondamentalista in un senso o nell'altro, per gli israeliani e per i palestinesi, di cui ha già trovato il nome, sfidando i sorrisi ironici dei più: Isratina. Una proposta, quello di uno stato unico bi-nazionale e democratico, che del resto era stata avanzata a suo tempo anche dall'Olp di Arafat, dopo l'iniziale - e in larga misura comprensibile, visto come giusto 60 anni fa era nato lo stato di Israele - "rifiuto arabo" e prima che il "rifiuto israeliano" facesse affogare l'ipotesi dei "due popoli-due stati" in un mare di sangue. PROPOSTA PER IL MEDIO ORIENTE Una proposta che si riaffaccia timidamente ora che quasi ogni speranza è perduta - per entrambe le parti - e che Gheddafi ha ribadito con ostinazione mercoledì nel discorso alla ex-Wheelus Bay. Perché "noi non abbiamo mai odiato gli ebrei", perché "gli ebrei hanno i loro diritti". Ma non possono pensare - anche se tutto fa pensare che lo pensino - di continuare per sempre ad appoggiarsi sugli "aiuti dell'America" e sulle "loro armi nucleari". L'unica speranza di Israele di cessare un giorno di essere la Sparta del Medio Oriente, per il leader libico ma non solo per lui, sta nella "convivenza" con i palestinesi e con gli arabi. Una posizione sostanzialmente conciliante anche se improbabile e non politicamente corretta. Per questo Gheddafi si è molto arrabbiato martedì, ritrovando un po' dell'antica contundenza, di fronte alla proposta del francese Sarkozy - accettata dall'Unione europea - di avviare una cooperazione sempre più stretta in materia di economia e di sicurezza con gli stati che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, Israele ovviamente incluso. "Ci prendono per scemi - ha detto -. Non apparteniamo a Bruxelles. La nostra Lega araba ha sede al Cairo e l'Unione africana ad Addis Abeba. Se loro vogliono la cooperazione devono venire al Cairo e Addis Abeba". Il piano, lanciato autonomamente l'anno scorso dal presidente francese nella sua ansia di protagonismo mediatico, è stato in parte stoppato dalla tedesca Angela Merkel, ma alla fine è la Ue che l'ha fatto proprio e sarà presentato il 13 luglio prossimo a Parigi come atto inaugurale della presidenza comunitaria della Francia. "Un insulto per noi arabi e africani". L'INTEGRAZIONE REGIONALE Il leader libico aveva convocato per martedì un mini-summit a Tripoli con sei paesi della regione. L'obiettivo di fondo era cercare una posizione comune su questa proposta della Ue e sul ruolo che in tutto questo ha Israele, tanto più che Israele, fra trattati di associazione e cooperazione firmati (fra cui quello con l'Italia) o proposti, in pratica fa già parte a titolo quasi pieno dell'Unione europea. Il timore di certi governi arabi - e forse lo scopo di certi governi europei -, è che attraverso questa cooperazione passi la normalizzazione di fatto dei loro rapporti con lo stato ebraico nel momento in cui lo stato ebraico pratica una politica "di abominio" (parole del vescovo sudafricano Desmond Tutu) verso la popolazione civile di Gaza e, dal pulpito della sua tecnologia nucleare e delle sue "almeno 150 bombe atomiche" (parole dell'ex-presidente americano Jimmy Carter), minaccia sempre più apertamente di scatenare una guerra preventiva contro l'Iran. La posizione comune cercata dagli arabi naturalmente non è stata trovata. A Tripoli sono arrivati i leader di Siria, Algeria, Tunisia e Mauritania, ma il re Mohammed del Marocco e il presidente egiziano Mubarak, i più vassalli fra i vassalli, non si son fatti vedere. Il vertice è fallito. Ognuno per sé e Allah per tutti. Il visionario-pragmatico Gheddafi è rimasto solo, come gli è capitato spesso nella sua lunga carriera. Tuttavia è un visionario da maneggiare con cura, anche se nessuno lo definisce più il "mad dog", il cane pazzo che Reagan mandò a bombardare nell'86 (sotto le bombe rimase una sua figlia piccola). Ormai Gheddafi ha pagato i suoi peccati, veri o presunti (tipo Lockerbie). In occidente non è amato ma è rientrato nella "comunità internazionale", attraverso il petrolio e la sua guerra a morte contro il fondamentalismo islamico, che qui ha un focolaio non sempre latente a Bengasi (e anche, ma questo riguarda soprattutto Italia e Spagna, attraverso la leva del flusso dei migranti clandestini sub-sahariani che partono dalle coste libiche). È stato Gheddafi, non Bush, a emettere la prima "condanna a morte" contro Osama bin Laden, che di Bush padre è stata una creatura e che, ammesso sia ancora vivo, a Bush figlio fa un gran comodo. Perfino a Washington capiscono che se salta il tappo anti-fondamentalista della Libia gheddafiana saranno dolori per tutti. Ora con gli americani i rapporti sono più "distesi" ha ricordato Gheddafi nel suo discorso di mercoledì, perché "noi non odiamo gli americani e la Libia è libera e indipendente". Non più una colonia com'era anche dopo l'indipendenza nominale del '52, o come quando lui, giovane tenente, si presentò un giorno alle porte della base e gli fu sbarrato il passo "perché quello era territorio americano", off-limits per i libici. Come Fidel Castro, spera in Obama, l'americano di origine kenyota che ha definito "un musulmano" e un nero "al cui fianco si schiera tutta l'Africa" - forse un'imprudenza, come quella di Fidel -, anche se è rimasto deluso dalle sue esternazioni in favore di Israele e dell'israelianità esclusiva di Gerusalemme. Gli americani sono di nuovo di casa in Libia. Ad attrarli non sono solo il petrolio e il gas. Tripoli è un cantiere che non chiude mai, nemmeno la notte. E Gheddafi, forse a malincuore, ha deciso di fare il grande salto verso la modernizzazione della Jamahiriya a tappe forzate. Mettendo sul piatto 250 miliardi di dollari da spendere subito. Che anche con il dollaro sempre più svalutato sono una bella sommetta, in tempi di recessione mondiale. 150 miliardi per porti e aeroporti, ferrovie e metropolitane, alberghi e case, strade e autostrade, stazioni turistiche e ospedali. Più 100 miliardi per acquisire partecipazioni (e neppure maggioritarie) in aziende occidentali. IL RAPPORTO CON L'ITALIA Qui torna in ballo l'Italia e il suo tormentato rapporto di odio-amore (amore interessato) con Gheddafi. Siamo già il primo partner commerciale, 37% delle esportazioni e 14% delle importazioni della Libia. Sulla strada aperta da Enrico Mattei, l'Eni ha da poco firmato un accordo per 28 miliardi di dollari in 10 anni. Prospettive rosee, grandi opportunità come si dice. Ma a rischio. Gheddafi aspetta con pazienza il "grande gesto". Calderoli con le sue magliette oscene è un poveraccio su cui è perfino disposto a transigere, ma Berlusconi, Prodi, D'Alema, che qualche anno fa riportò a Tripoli la Venere di Leptis Magna rubata da Balbo, sono "amici". Ma del "grande gesto" - forse l'autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano, con le scuse per le atrocità commesse dal colonialismo italiano (non solo fascista), forse l'accordo formale di associazione, forse l'invito per una visita in Italia (perché Bruxelles, Parigi e Madrid sì e l'Italia no?) - ancora non c'è traccia. Chissà se ci penserà Berlusconi, atteso presto a Tripoli, così sensibile all'odore dei soldi e delle grandi opere. Gheddafi, anche se non è più così focoso come in gioventù, e il suo intransigente (sacrosanto) nazionalismo vanno maneggiati con cura, specialmente dall'Italia. Il rischio è di perdere il business sulla "quarta sponda". E c'è anche un altro rischio. Girando per la laica Tripoli, dove gli ulema sono tenuti sotto stretta sorveglianza dal leader, si vedono le moschee piene e capita spesso di imbattersi in donne velate. Alcune perfino con l'orrido burqa afghano.

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<Roma sbaglia su Teheran: non è una gara per il prestigio> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-13 num: - pag: 8 categoria: REDAZIONALE Joschka Fischer L'ex ministro tedesco: "Il regime è pericoloso, inutile cambiare la formula dei negoziati" "Roma sbaglia su Teheran: non è una gara per il prestigio" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO - La trattativa con l'Iran non è un gioco di vanità, dice Joschka Fischer. La situazione è serissima, si tratta della crisi più grave del momento e, a suo parere, rischia di esplodere in termini militari nei prossimi mesi. Che, in questa situazione, il governo italiano ne faccia una questione di prestigio non gli pare solo sbagliato: dice che è pericoloso. Fischer è un vero esperto di Iran: è stato ministro degli Esteri della Germania nei due governi di Gerhard SchrÖder, dal 1998 al 2005: la nascita della questione nucleare iraniana, la risposta della comunità internazionale e l'elezione a presidente del duro Mahmoud Ahmadinejad le ha vissute direttamente. Compresa la formazione del sestetto 5+1 (i componenti del Consiglio di Sicurezza Onu - Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia - più la Germania), di fatto formatosi nell'ottobre 2003, quando Teheran accettò di trattare sul suo programma atomico con i tre Paesi europei. Roma chiede di entrare nel gruppo che tratta con Teheran. Il governo tedesco preferisce non cambiare la formula e blocca le ambizioni italiane. Cosa ne dice? "Dico che non è una questione di prestigio. La crisi è molto seria e non si capisce perché, a questo punto, cinque anni dopo, si debba cambiare formula. I tre Paesi europei - la Gran Bretagna con Tony Blair, la Francia con Jacques Chirac e la Germania con SchrÖder - furono chiamati direttamente dall'allora presidente Mohammad Khatami. Riaprire oggi la formula 5+1 creerebbe solo divisioni, nelle quali si inserirebbe sicuramente Ahmadinejad. Se entrasse l'Italia, arriverebbe poi la Spagna, e poi la Polonia. E tutto sarebbe finito. Non è una corsa per il prestigio". Forse Roma teme che in questo modo Berlino metta un piede nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come membro permanente. "Posso capire la preoccupazione, ma sbaglia. Le ambizioni della Germania all'Onu non beneficeranno minimamente di questa situazione. A decidere sono altre cose. Essere ipersensibili, in questo momento, non serve, anzi è dannoso. Non capisco perché si dovrebbe aprire il sestetto all'Italia. Per quale ragione?". Roma dice che può dare un contributo al negoziato. "L'Italia, se vuole, ha molte opportunità di dare un contributo anche senza riaprire la formula 5+1". Ok, veniamo al nocciolo del problema: come legge la situazione del nucleare iraniano in questo momento? "Con preoccupazione seria. Vedo segni che mi fanno pensare come sempre più probabile un'azione militare contro i luoghi dove viene sviluppato il progetto nucleare in Iran". Quali segni? "In Israele e negli Stati Uniti un numero sempre maggiore di persone in posizione di influenzare le decisioni si sta interrogando sulle conseguenze di un fallimento dei negoziati con Tehe.

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Gheddafi: <Barack ha paura di essere ucciso dal Mossad> (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-13 num: - pag: 14 categoria: REDAZIONALE Il leader libico Gheddafi: "Barack ha paura di essere ucciso dal Mossad" Barack Obama ha espresso il suo sostegno a Israele per timore che il Mossad lo uccida come fece con JFK. Così il leader libico Gheddafi (foto), davanti a migliaia di fan, durante la cerimonia per il 38esimo anniversario del ritiro delle truppe Usa dalla Libia. "Per questo Obama ha promesso 300 miliardi di dollari di aiuti a Israele".

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INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI (sezione: Israele/Palestina)

( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-13 num: - pag: 49 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI Resto spesso basito di fronte a certe sue risposte tutte schierate in favore della ragion di Stato, anche quando sono in campo pesantissime violazioni dei diritti umani. Lei si è recentemente pronunciato contro la nascita del nuovo Stato del Kosovo, a favore della repressione russa in Cecenia ("tutto bene in Cecenia", sic, nonostante milioni di morti e una città praticamente distrutta!), a favore della Cina contro il Tibet, la cui battaglia sarebbe "antimoderna". A quest'ultimo riguardo vorrei citarle una frase del monaco in esilio Rimpoche Samdhong, pubblicata proprio sul Corriere il 3 maggio: "La Cina non è moderna. Modernizzazione significa democratizzazione. Significa rispetto dei diritti umani e una società aperta con diritti individuali. Nulla di tutto questo esiste oggi in Cina". L'unica eccezione lei l'ha fatta per il Kurdistan, solo perché sul suo diritto di esistere si erano pronunciati a suo tempo vari Stati dopo la caduta dell'Impero ottomano. Lei è uno strenuo difensore dello status quo: anche quando questo "status" dei vari Stati è basato su violenze, nefandezze e sapraffazioni intollerabili per ogni persona civile. Dimentica che la Storia, così come il diritto, sono in continuo movimento, così la nascita di nuovi Stati, che si spera non sia inevitabilmente affidata solo e sempre alle guerre (o alla caduta degli imperi). E che gli Stati, più e prima ancora che dai loro spesso indegni governanti, sono composti da milioni di persone, spesso vilipese, umiliate e sofferenti. Seguendo il suo ragionamento, ormai anche Israele avrebbe diritto a tenersi i territori sottratti ai palestinesi: giusto per "usucapione". Giovanni Frigerio gioveva@alice.it Caro Frigerio, P rima di rispondere alla sua domanda debbo fare qualche precisazione. Mi capita spesso di essere considerato favorevole o contrario a questa o a quella prospettiva politica semplicemente perché cerco di descrivere i fatti senza indignarmi, arrabbiarmi, scandalizzarmi, e cercando anzi di capire le ragioni dei contendenti. Comunque, a scanso di equivoci, debbo dirle che non sono né per la nascita di un grande Kurdistan indipendente né per il continuo dominio israeliano dei territori occupati. Sono due posizioni contraddittorie? Non credo. La prospettiva di un grande Kurdistan indipendente mi sembra pericolosa perché potrebbe realizzarsi soltanto grazie al cambiamento dei confini di quattro Stati - Iraq, Turchia, Iran e Siria - dove vivono, complessivamente, alcuni milioni di curdi. E il prolungamento dell'occupazione israeliana di territori palestinesi mi sembra altrettanto pericoloso perché non credo che cinque milioni di ebrei possano continuare a governare cinque milioni di arabi senza provocare reazioni e resistenze che già ora minacciano gravemente la stabilità politica dell'intera regione. Come vede, il giudizio, in ambedue i casi, non è fondato sui miei desideri e sulle mie convinzioni morali, ma sulle possibili conseguenze di un evento. Posso commettere un errore, naturalmente, e prevedere sviluppi che non si verificheranno. Ma penso che l'osservatore delle vicende internazionali dovrebbe sempre chiedersi se alcune soluzioni apparentemente virtuose non siano destinate a provocare conflitti e lacerazioni, con un tragico seguito di vite perdute, città distrutte, popolazioni in fuga. è certamente vero che il realista finisce per essere conservatore e dare minore importanza ai fattori ideali. Ma credo che tutti, anche gli idealisti, debbano chiedersi quali potrebbero le conseguenze delle loro generose istanze umanitarie. Ho riletto con interesse nella sua lettera le parole del monaco tibetano in esilio secondo cui la modernizzazione dovrebbe essere democratizzazione. Rispondo che molto dipende dalle condizioni del Paese, dalla sua consistenza demografica, dalla sua storia, dalla sua cultura, dalle sue condizioni economiche sociali. Dopo avere inutilmente tentato la strada della modernizzazione comunista, la dirigenza cinese ha scelto quella della modernizzazione capitalista. La formula di Den Xiaoping ha dato buoni risultati. Esiste ormai una borghesia cinese, forte di alcune centinaia di milioni di persone, che ha un livello di vita comparabile a quello delle borghesie occidentali. Esistono ceti sociali che stanno acquisendo, insieme alla prosperità, alcuni elementari diritti civili. Ma la crescita accelerata dell'economia ha avuto altri effetti. Ha esasperato il divario fra ricchi e poveri. Ha alterato vecchi equilibri ambientali. Ha creato criminalità e corruzione. Ha strappato i contadini alle campagne e li ha bruscamente inseriti nel clima ruvido e inospitale delle grandi città. Ha provocato la nascita di una popolazione di senza tetto che supera i cento milioni. Che cosa accadrebbe il giorno in cui a questa società in ebollizione venisse dato il diritto di formare partiti politici, condurre battaglie elettorali nello stile dell'Occidente, attaccare spregiudicatamente le pubbliche autorità? Siamo certi che questa improvvisa esplosione di libertà non avrebbe l'effetto di rompere l'unità nazionale, creare feudalità concorrenti e nuove lotte di classe?.

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Strappati - edward w. said (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura STRAPPATI Anticipazione/ Esce oggi una raccolta di saggi di Edward said, l'autore di "orientalismo" una riflessione sugli esuli dalla patria L'esilio allude di per sé a una condizione di perdita definitiva , ma per la nostra cultura è diventato un tema molto potente e suggestivo Molti anni fa mi capitò di frequentare Faiz Ahmad Faiz il più grande poeta in lingua urdu costretto dal regime di Zia a fuggire dal Pakistan EDWARD W. SAID L'esilio è qualcosa di singolarmente avvincente a pensarsi, ma di terribile a viversi. è una crepa incolmabile, perlopiù imposta con forza, che si insinua tra un essere umano e il posto in cui è nato, tra il sé a la sua casa nel mondo. La tristezza di fondo che lo definisce è inaggirabile. Se è vero che la storia e la letteratura sono gremite di gesta eroiche e slanci romantici, di imprese gloriose e azioni trionfali tutte compiute da vite in esilio, tali episodi non sono che meri tentativi di lenire il dolore inconsolabile provocato dal distacco e dall'estraneità. Le conquiste di un esule sono costantemente minate dalla perdita di qualcosa che si è lasciato per sempre alle spalle. Eppure, una volta ammesso che l'esilio allude di per sé a una condizione di perdita definitiva, perché mai la rappresentazione che se ne dà nella cultura moderna ha potuto tradursi in un tema tanto potente e ricco di suggestioni? Abbiamo iniziato a familiarizzare con l'idea di una modernità orfana, spiritualmente alienata: l'era dell'ansia, dello straniamento generalizzato. Nietzsche ci ha insegnato il disagio nei confronti di ogni tradizione, Freud a vedere nella stessa intimità familiare la facciata rispettabile di una violenza sorda, parricida e incestuosa. La cultura dell'Occidente moderno è in larga parte il prodotto di esuli, emigrati, rifugiati. Negli Stati Uniti, per esempio, il pensiero accademico, intellettuale ed estetico, è quello che è in primo luogo grazie a chi è fuggito dai fascismi, dal comunismo o da altri regimi - conseguenza più o meno immediata ma reale della repressione e dell'espulsione in massa di dissidenti. Ciò ha indotto George Steiner ad avanzare la tesi più che fondata per cui un intero genere della letteratura occidentale del XX secolo dovrebbe considerarsi "extra-territoriale": una letteratura da e sull'esilio, che ipostatizza questo tempo come il tempo dei rifugiati. Scrive Steiner: "Sembra sensato, quasi fisiologico, che tutti coloro che creano arte in una civiltà semi-barbara, che ha saputo produrre un'enorme massa di sradicati, passando da una lingua all'altra si trasformino in poeti erranti e senza fissa dimora. Individui eccentrici, distaccati, inclini alla nostalgia, deliberatamente inopportuni". Già in altre epoche gli esuli sono stati associati ad analoghe visioni cross-culturali e transnazionali, hanno sofferto le stesse frustrazioni e miserie, hanno svolto lo stesso ruolo lungimirante e critico - descritto in modo brillante, per fare un esempio, nel classico studio di E.H. Carr sugli intellettuali russi che nel XIX secolo si erano raccolti attorno alla figura di Herzen, i Romantic Exiles. Ma la differenza tra gli esuli del passato e quelli del presente è soprattutto - ed è essenziale ribadirlo - un fatto di scala: il nostro tempo, il suo moderno imperialismo militare, le ambizioni quasi teologiche dei suoi governanti dispotici e totalitari, è il tempo dei rifugiati, dei profughi, dell'immigrazione di massa. Di contro a questo scenario vasto e impersonale l'esilio non può venire invocato a sostegno di ipotesi umanistiche: per le proporzioni che assume nel XX secolo non è più comprensibile né esteticamente né umanisticamente. La letteratura sull'esilio potrà tutt'al più restituire un senso di angoscia e di indecidibilità che pochi hanno vissuto in prima persona; ma pensare l'esilio che informa questa letteratura come qualcosa di potenzialmente benefico e "umanistico" significa prima di tutto banalizzarne le mutilazioni: il costante senso di perdita inflitto a coloro che lo provano sulla pelle, il silenzio sordo che oppone a ogni tentativo di interpretarlo come qualcosa di "positivo", di good for us. Non è forse vero che le visioni dell'esilio che affollano la letteratura e la religione finiscono per trasfigurare ciò che in realtà esso contiene di autenticamente terribile: che l'esilio è una condizione irrimediabilmente secolare e insopportabilmente storica; che è sempre un'imposizione che alcuni esseri umani esercitano su altri esseri umani; che, come la morte, ma senza il definitivo "beneficio" che questa concede, ha strappato milioni di persone al nutrimento di una tradizione, una famiglia, una geografia? Incontrare un poeta in esilio - esperienza opposta a quella di leggere poesie sull'esilio - significa vedere le antinomie dell'esilio incarnate e sopportate con un'intensità assolutamente senza pari. Molti anni fa mi capitò di frequentare con una certa assiduità Faiz Ahmad Faiz, il più grande poeta contemporaneo in lingua urdu. La dittatura militare di Zia lo aveva costretto a fuggire dal Pakistan, paese dove era nato, e a trovare un riparo di fortuna nella disastrata Beirut della guerra civile. In quella situazione sui generis, tra i suoi amici più intimi vi erano - del resto potrà sembrare ovvio - molti palestinesi, ma nonostante esistessero non pochi elementi di affinità spirituale tra la sua condizione individuale e quella degli esiliati palestinesi, avvertivo chiaramente che quasi nulla coincideva davvero - a cominciare dalla lingua e dalle convenzioni poetiche, per arrivare alla storia personale. Solo una volta, quando a Beirut giunse anche Eqbal Ahmad, un amico pachistano che condivideva la nostra stessa sorte, Faiz sembrò superare quel sentimento di straniamento che lo accompagnava costantemente. Ricordo tutti e tre, seduti in uno squallido ristorante di Beirut, con Faiz che recitava alcune sue poesie, e a un certo punto, senza neppure rendersene conto, lui ed Eqbal che smisero di tradurmi i versi. In quella notte interminabile, però, la cosa non ebbe alcuna importanza. Ciò a cui stavo assistendo non aveva bisogno di traduzioni: era la messa in scena di un ritorno a casa, modulata sul tono della sfida e della perdita, come per dire: "Zia, siamo qui". Ed è chiaro che Zia fosse il solo a potersi dire davvero a casa, e per questo mai avrebbe potuto ascoltare quelle voci esultanti ed esaltate. Rashid Hussein era un palestinese. è stato lui a tradurre in arabo Bialik, uno dei più grandi poeti ebrei moderni: la sua eloquenza ne aveva fatto un oratore e un nazionalista senza pari nel drammatico periodo dopo il 1948. Mosse i primi passi lavorando per un giornale in lingua ebraica a Tel Aviv e, successivamente, pur avendo sposato la causa di Nasser e del nazionalismo arabo, tentò con un certo successo di instaurare un dialogo tra scrittori ebrei e arabi. Col tempo, però, non fu più in grado di sopportare le pressioni di quell'ambiente saturo, e fu costretto a partire per New York. Sposò una donna ebrea e iniziò a lavorare all'ufficio dell'Olp alle Nazioni Unite, ma le sue idee poco convenzionali e la sua retorica utopica, al limite della farneticazione, finivano sistematicamente per traumatizzare i superiori. Nel 1972 lasciò New York per far ritorno nel mondo arabo. Pochi mesi più tardi riapprodò negli Stati Uniti: in Siria e in Libano si era sentito fuori posto, displaced, al Cairo profondamente infelice. New York gli diede di nuovo asilo, facendolo però precipitare in una spirale infinita di ozio e di alcol. La sua vita era distrutta, ma nonostante questo rimase sempre l'uomo più ospitale che abbia mai incontrato. Morì dopo l'ennesima notte naufragata nell'alcol, mentre fumava nel letto, e la sigaretta appiccò un incendio che si sparse fino agli scaffali in cui teneva delle audiocassette - perlopiù riproduzioni di poeti che leggevano i propri versi. Il fumo prodotto da quei nastri in fiamme lo asfissiò. Il suo corpo venne rimpatriato per essere sepolto a Musmus, il piccolo paese d'Israele dove ancora risiedeva la sua famiglia. Queste e molte altre storie di poeti e di scrittori in esilio conferiscono particolare dignità a una condizione istituita precisamente per negare ogni dignità - e cioè per negare ogni tipo di identità a un popolo.

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La denuncia del prefetto di ferrara (sezione: Israele/Palestina)

( da "Repubblica, La" del 13-06-2008)

Argomenti: Israele/Palestina

Cultura La denuncia del prefetto di Ferrara BAD AROLSEN - C'è un'ulteriore e decisiva prova sull'accostamento, nel romanzo, tra la famiglia dei Magrini e quella dei Finzi-Contini. E si trova in un documento che il Museo dell'Olocausto di Washington ha da poco inviato allo Yad Vashem a Gerusalemme, ottenuto da Repubblica (vedi, a sinistra, il primo foglio). E' una lettera che il prefetto di Ferrara, Villa Santa, invia il 4 agosto 1941 al Ministero dell'Interno a Roma. L'oggetto è: "Campi di tennis di proprietà degli ebrei". Scrive l'alta autorità cittadina: "Una ricca famiglia ebraica di questo capoluogo è proprietaria di un campo da tennis che da qualche tempo viene giornalmente frequentato oltre che dagli israeliti anche da diversi ariani loro conoscenti". Il riferimento, evidente a livello locale, è al campo di gioco situato nel giardino dei Magrini. "Poiché il detto campo di tennis ? prosegue la lettera ? diviene un luogo di convegno, ove gli ebrei possono impunemente riunirsi e poiché il fatto ha anche richiamato l'attenzione della Federazione Fascista che ha inflitto un provvedimento disciplinare a carico degli ariani iscritti al P.N.F. che hanno mostrato di preferire il ritrovo anzidetto alle organizzazioni del Partito, si prega codesto Ministero di esaminare l'opportunità di non consentire agli ebrei di possedere campi e palestre private, o, quanto meno, di impedire che questi vengano utilizzati da persone che non siano congiunti del proprietario". Firmato: il Prefetto Villa Santa. Il documento (No. R9.80.8763) è su una microfiche. A Ferrara il campo da tennis dei Magrini fu per l'appunto usato anche da ragazzi ebrei e non, e molti giovani furono espulsi dal prestigioso circolo ferrarese Marfisa d'Este. Tra loro, lo stesso Giorgio Bassani. (m.ans.).

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