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2008 #TOP
·
Articoli
Conflitto di interessi (118)
Don Mario
( da "Stampa,
La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: del cappellano militare degli alpini, caduto in Montenegro durante il secondo conflitto mondiale. Sempre in quest'anno cade il decennale della beatificazione, avvenuta a opera di Giovanni Paolo II il 23 maggio 1998. Sino a dicembre numerose celebrazioni si susseguiranno nelle chiese della diocesi testimoni del ministero del beato.
L'
amaca ( da "Repubblica, La"
del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: anche molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare. Né questioni di tecnica militare, né riflessioni etiche, né i differenti regimi in vigore, né altri pensieri o retropensieri di qualsivoglia natura sono in grado di interferire con la banalità del mercato.
"chi
ha un'arma nel cassetto alla fine è tentato di usarla"
( da "Repubblica,
La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: mediazione sociale" per la soluzione dei conflitti, commenta la sentenza del Tar con una citazione letteraria. "Si legge in una sera, il libro. Si capiscono molte cose". E approva la linea della prefettura e dei giudici amministrativi, riconoscendo insieme anche la necessità di prendere in considerazione anche i sentimenti individuali.
Alemanno:
"da mercoledì in centro tornano le strisce blu" - cecilia gentile
( da "Repubblica,
La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Da questo evidente conflitto di interessi è derivato, negli anni passati, il carattere eccessivo e vessatorio dell'indiscriminata estensione delle strisce blu, che si sono via via trasformate da mezzo per regolare la sosta privata in strumento per fare cassa". Conclusioni: "La nostra ordinanza non è né un atto arbitrario né può costituire un danno erariale,
Questi
fantasmi ( da "Unita, L'"
del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: È avere dimostrato che tutto continua, che non c'è alcun nuovo Berlusconi, che il conflitto di interessi esiste, cresce e, come un totem primitivo, è l'unica cosa salda e solida al centro del disastrato paesaggio italiano. furiocolombo@unita.it.
E
adesso, pover'uomo? ( da "Unita, L'"
del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Ma che cosa esattamente debba fare, lo sapremo solo martedì. Per ora si sa che ora il conflitto d'interessi, da gigantesco, diventa mostruoso. E grottesco. Chi deve risolvere il problema è chi l'ha creato. Il detective incaricato di chiudere il caso è l'assassino. Ora d'Aria.
Rete4
è fuorilegge, ma a pagare saremo noi Sentenza controversa del Consiglio di
Stato: ha ragione Europa7, ma l'emittente del Biscione continui a trasmettere
( da "Unita,
L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Un mistero degno dell'era del conflitto d'interessi, che ieri si è materializzato sotto forma di una sentenza che il Consiglio di Stato ha emesso sul caso "Rete4-Europa7". Sentenza controver- sa, perché qui tutti i contendenti gridano alla vittoria: ognuno ha la sua interpretazione, ognuno trova il suo pezzo di verità.
Ma
sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta se il governo non assegnerà le
frequenze Giulietti: Una tassa sul conflitto d'interessi?
( da "Unita,
L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Stai consultando l'edizione del Ma sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta se il governo non assegnerà le frequenze Giulietti: "Una tassa sul conflitto d'interessi?".
Va
in onda ponzio pilato - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Qui il conflitto d'interessi raggiunge ormai il diapason, con il governo Berlusconi chiamato dalla giustizia amministrativa a decidere su una vertenza che riguarda direttamente l'azienda che fa capo allo stesso presidente del Consiglio. Quello che la Costituzione (art.
Via
Nazionale: meno azioni italiane in portafoglio
( da "Corriere
della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: evidente che un peso minore delle azioni italiane allontana i rischi di eventuali conflitti d'interessi. La ristrutturazione del portafoglio può comunque aver luogo subito per i nuovi investimenti, mentre richiede tempo per lo stock già esistente e in modo particolare per quote come quella detenuta a Trieste. 1,3%, la quota nella Telecom S.
Dopo
l'ok del Colle alla <costituzionalità> il Csm voterà un testo fermo però
cauto nei toni ( da "Corriere della Sera"
del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitti paralizzanti" e "anomalie senza precedenti". Ma il parere del Csm non potrà non tener conto del vaglio avvenuto al Quirinale sulla "non manifesta incostituzionalità" del provvedimento. Se il presidente della Repubblica nonché dello stesso Csm ha messo la sua firma in calce al decreto, significa che ha valutato le norme sulla nuova competenza territoriale e sui poteri (
Partecipazione
all'impresa? Per la Cgil non è un tabù
( da "Manifesto,
Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: "Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in funzione di un obiettivo". Alberto Morselli, segretario generale dei chimici Cgil, parla di un "sindacato partecipativo, sulla base di piattaforme rivendicative", e va a nozze anche con la "versione collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro".
L'avvocato
D'Amati: Se si arriva alle multe dal conflitto d'interessi si passa all'abuso
d'ufficio ( da "Unita, L'"
del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Stai consultando l'edizione del L'avvocato D'Amati: "Se si arriva alle multe dal conflitto d'interessi si passa all'abuso d'ufficio...".
Il
reato di clandestinità colpisce anche l'infanzia
( da "Unita,
L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Aprendo un vero e proprio conflitto d'interessi fra il figlio ed i suoi genitori, di fronte al semplice manifestarsi di un diritto del bambino: di ogni diritto, per ogni bambino che si trovi coinvolto in questo grande ciclone, nello tsunami umanitario che si determina intorno a tutte le emigrazioni.
No
alla tassa sul conflitto di interessi
( da "Unita,
L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Il governo del conflitto di interessi dovrà ora tutelare gli interessi di Europa 7 anche, eventualmente, entrando in conflitto con gli interessi del medesimo presidente del Consiglio. Lo faranno? Penso di no, Ma il nostro compito sarà quello di vigilare, di non concedere alibi, di non consentire bugie e falsificazioni della realtà.
Napoli,
l'abulia della borghesia ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l'incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all'interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono.
La
carica di Mondello ( da "Corriere della Sera"
del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Al di là di un possibile conflitto di interessi per questa doppia carica, c'è un altro aspetto rilevante secondo gli insider della finanza capitolina: la nomina sarebbe un segnale preciso. E cioè che le banche, almeno Unicredit- Capitalia, sono ancora dalla parte di Mondello.
Banca
sella punta sui paperoni - stefano parola
( da "Repubblica,
La" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: indipendente e privo di conflitti di interessi" e che preferisce evitare i prodotti complessi. "Niente subprime: la nostra priorità è garantire analisi approfondite su ciò che offriamo ai nostri clienti", sostiene il vice-presidente. L'avventura del gruppo Sella nella gestione dei patrimoni è iniziata nel 1993, con la nascita della sua società d'
Il
cinema nelle città invisibili Una rassegna al Filmstudio su conflitti e
integrazione nelle metropoli contemporanee
( da "Unita,
L'" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: cinema nelle città invisibili Una rassegna al Filmstudio su conflitti e integrazione nelle metropoli contemporanee Federico Pedroni Italo Calvino scriveva che "la città non è solo un insieme di mattoni, ma quella strana cosa che sono le relazioni tra le persone". Da questa frase prende spunto una rassegna che inizia venerdì al Filmstudio e che, attraverso quattro giornate tematiche,
Scrittura
e conflitti ( da "Corriere della Sera"
del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: 19 categoria: REDAZIONALE IL CORSO Scrittura e conflitti U n laboratorio di scrittura sui conflitti, come potere e sopraffazione, amore e dolore, per imparare la scrittura drammaturgica con confronti tematici che vanno dal Sat Nam Rasayan alle costellazioni di Hellinger. "Margini di miglioramento" è il corso residenziale di Ass.
Un
mondo dove una tendenza non plasma la realtà
( da "Manifesto,
Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: lagrassiana dei trapassi storici dal monocentrismo al policentrismo a nostro avviso non può tenersi in piedi tramite la mera evocazione del "conflitto strategico", quasi che fosse una tendenza antropologica in sé. Quella tesi regge soltanto attraverso l'analisi del processo di centralizzazione quale detonatore del conflitto inter-capitalistico e della crisi politica che può conseguirne.
I
limiti della natura allo sviluppo dei desideri
( da "Manifesto,
Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitti, crisi e catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è importante, perché se una "stoffa" così imprescindibile alla civiltà industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa
Banche
via dai fondi, asse Giavazzi-Rossi
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: sciolse i conflitti d'interessi fra le banche d'investimento e quelle che raccolgono il risparmio. "Proponiamo insieme un Glass-Steagall Act italiano che vieti alle banche di possedere le società di gestione del risparmio" ha detto Giavazzi a Rossi, in linea con un'idea sulla quale insiste da tempo.
Se
la società occidentale non vuol più combattere
( da "Corriere
della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Le richieste di Dannatt sono motivate dal fatto che i suoi soldati stanno affrontando un conflitto di primaria importanza, in Afghanistan, con mezzi inadeguati, mentre altri quattromila soldati sono impegnati nel teatro di guerra iracheno per tener buoni gli americani. Inoltre l'esercito britannico mantiene una considerevole forza di pace nei Balcani.
Matteo
Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite
per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda <Una
delle crisi umanitari ( da "Liberazione"
del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo" Matteo Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo".
CERCANDO
IL DECORO URBANO ( da "Corriere della Sera"
del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: espressione di un conflitto tra interessi diversi e spesso ingenti (qualcuno ricorderà gli articoli dei quotidiani sull'entità e la provenienza degli investimenti in molti locali del centro storico). Una battaglia per la sopravvivenza, dunque, dove la buona volontà di qualche associazione e di pochi tecnici è destinata a soccombere.
I
veri nodi in gioco nell'agenda di Rifondazione
( da "Manifesto,
Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitto, ciò non deriva da opzioni personali di gusto o di interesse, ma dal modo in cui si leggono processi e conflitti. E questo modo rimanda a sua volta a un quadro di riferimento, a una ipotesi teorica, a una cultura politica. Che diventa poi - anzi che è in se stessa - pratica politica: su questa base si costruiscono agende e programmi e si definiscono obiettivi di lungo periodo
Niente
alibi, le frequenze per Europa7 ci sono Il presidente Agcom avverte il governo:
Ristabilire la legittimità, la sentenze sono ineludibili
( da "Unita,
L'" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Oppure il conflitto d'interesse glielo impedirà?". È questa la domanda vera. Quella che ieri hanno rilanciato Pd e Idv nella discussione al Senato sul decreto sugli obblighi Ue, quello stesso che alla Camera aveva fatto registrato la prima "guerra guerreggiata" tra opposizione e maggioranza sull'emendamento cosiddetto "salva-Rete4"
Giulietti:
Calabrò ha indicato la strada Il conflitto d'interesse impedirà al governo di
percorrerla? ( da "Unita, L'"
del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Stai consultando l'edizione del Giulietti: "Calabrò ha indicato la strada Il conflitto d'interesse impedirà al governo di percorrerla?".
Rifiuti,
un decreto contro la differenziata
( da "Manifesto,
Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: penalistica e sanzionatoria e non di regolazione dei conflitti sociali e di soluzione delle questioni ambientali e sanitarie. Il diritto pubblico nel decreto in oggetto abdica al suo ruolo indispensabile: quello di tracciare le piste dei processi economici e regolare i conflitti sociali. Il timore è che dopo il disarmo del diritto pubblico e la neo-feudalizzazione degli spazi giuridici,
Cagliari
Nel celeberrimo nonché mitico Terrazzo di Enzino, l'altrettanto mitologica band
Musica ex Machina in un concerto al tramonto con un pezzo del koraddu ispirato
al Nicaragua ( da "Liberazione"
del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: ironica di un moderno soldato Svejk ci racconta la guerra delle Malvine : storie di reclute impreparate, nei cui occhi il tragico di un conflitto assurdo si trasforma in comico. Adrián N. Bravi presenta il suo libro Sud 1982 alle 21 Specola della Biblioteca Mozzi-Borgetti in piazza Vittorio Veneto 2. Firenze Dea e Archivio storico Il Sessantotto presentano Il sessantotto: la svolta?
RAPPORTO
CONCLUSIVO DELL'INCHIESTA PARTITO 2006/08 Queste note presentano alcune
considerazioni che partono dai risultati dell'inchiesta "riletti col senno
di poi" ( da "Liberazione"
del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: estraneità fino al conflitto. Le differenze sono talvolta legate al livello istituzionale dei rappresentanti (quelli regionali sono spesso più "lontani", con meno momenti di confronti diretto) o alle caratteristiche politiche delle diverse situazioni (giunte più di sinistra o più centrista, nostro peso in giunta maggiore o minore).
L'Unità
più radical che chic ( da "Giornale.it, Il"
del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: per evitare i conflitti d'interesse (l'editore è anche governatore della Sardegna, e intende ricandidarsi) e un po', dicono i maligni, per poter accedere ai contributi pubblici anche quando dovrà rinunciare al finanziamento come organo di partito. Il nome di Guido Rossi nella Fondazione e quello di Concita Di Gregorio per la direzione (
L'Europa
DELL'APARTHEID ( da "Manifesto, Il"
del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: in cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista.
Il
carabiniere che salvò i monumenti della città - attilio albergoni
( da "Repubblica,
La" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: resterà con un finale incerto sino a quasi la fine del secondo conflitto mondiale in Sicilia, avvenuto il 17 agosto del '43, concludendosi con risvolti positivi grazie anche al buon senso del maggiore dei Carabinieri reali della Legione territoriale di Palermo, comandante Onofrio Spampinato. Il quale ebbe il grande coraggio di rispondere ad una lettera prefettizia del 6 maggio 1942,
Cultura
La globalizzazione, infatti, non va confusa con l'instaurarsi di un
"sistema mondiale". Si t...
( da "Repubblica,
La" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: generano conflitti globali (basti pensare, per esempio, ai disastri ambientali causati dall'industria). Piuttosto che di una globalizzazione dei "beni", quindi, sarebbe più opportuno parlare di una globalizzazione dei "mali". Tuttavia, il processo di globalizzazione non impedisce l'emergere, di quando in quando,
Segue
dalla Prima N oi sappiamo che la funzione della televisione privata e di quella
pu ( da "Unita, L'"
del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: provocazione del primo ministro io riesca a vedere solo un interesse - quello privato - in conflitto con un altro interesse - quello generale? Quanti sanno che per legge il bilancio della Rai è strutturato in modo tale da suddividere i costi e le entrate fra i programmi di servizio pubblico così come indicati dall'Autorità garante delle comunicazioni e i programmi più di tipo commerciale?
Il
Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio
( da "Corriere
della Sera" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: luogo in cui si combattono per procura tutti i conflitti della regione. Il patto di Doha ha avuto il merito di evitare un nuovo conflitto civile. Ma darà buoni risultati soltanto se sarà riconosciuto dalla Siria, se l'Iran rinuncerà a servirsi di Hezbollah per i suoi scopi, se Israele metterà fine al suo contenzioso con il Libano restituendogli un pezzo di territorio nazionale (
Basta
contratto collettivo , i padroni d'ora in poi lo vogliono individuale
( da "Manifesto,
Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Ridisegna poi il conflitto di classe, "non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia". Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.
Bologna,
democratici in allarme "cofferati rischia, troppe gaffe" - michele
smargiassi ( da "Repubblica, La"
del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: democratici in allarme "Cofferati rischia, troppe gaffe" Ma il conflitto di interesse di Cazzola frena il Pdl La Forgia attacca il primo cittadino: è più interessato alla politica nazionale MICHELE SMARGIASSI BOLOGNA - - Più che un problema di linea politica, quello del Pd di Bologna sembra un problema di linee marittime.
Rossanda,
Liberazione, il congresso ( da "Liberazione"
del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: dobbiamo riorganizzare la sinistra intorno a un conflitto principale, che deve avere la prevalenza su tutti gli altri (su tutte le altre contraddizioni prodotte dal capitalismo, o prodotte da questa società) e cioè il conflitto tra capitale e lavoro; oppure quel conflitto non può avere esito positivo se non accetta di lasciarsi incastrare in uno schema "multiconflittuale"
Quale
sinistra nell'era del Veltrusconi? Le risposte di Torino
( da "Liberazione"
del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitto...". Non fosse stato per il monsone che ormai attanaglia Torino da circa due mesi, l'uditorio avrebbe spolpato di domande i relatori Claudio Fava, Paolo Ferrero, Monica Frassoni e Franco Giordano. Le questioni non pervenute ma che erano in qualche modo percebili, erano più o meno queste: ma quand'è che tiriamo fuori i muscoli con una bella manifestazione contro la politica
La
favola bella che si racconta ogni tanto è quella di una Sanità che dev'essere
svin ( da "Stampa, La"
del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Il conflitto che si sta sviluppando nella Sanità piemontese è di non facile comprensione perché attraversa i classici schieramenti politici (destra/sinistra) e si attesta sull'asse centro (Torino) contro periferie. O almeno così viene percepito da una parte del mondo ospedaliero.
Il
casinò del greggio "virtuale" - (segue dalla prima pagina) federico
rampini ( da "Repubblica, La"
del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: inevitabile un sospetto: chi dovrebbe intervenire è paralizzato dai conflitti d'interesse. Il primo imputato è il segretario americano al Tesoro, Henry Paulson, che prima di assumere l'incarico nell'Amministrazione Bush ha passato tutta la sua carriera professionale alla Goldman Sachs fino a diventarne presidente e amministratore delegato.
Con
il Trattato di Lisbona torna l'eurotormentone
( da "Giornale.it,
Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: a proposito di tormentoni ci siamo liberati di quello relativo al conflitto di interesse, di quello relativo al riscaldamento globale e di quello relativo alla pace e al pacifismo. Bisognerebbe essere soddisfatti se ai tormentoni si aggiunge la scomparsa mediatica della sinistra comunista e dell'Udc di Pierferdinando Casini.
L'EDITTO
LIGURE ( da "Manifesto, Il"
del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Ci penserà poi il padrone a fissare prezzo e modalità, eventualmente a concedere un po' di welfare alla comunità aziendale. Al sindacato decidere se accodarsi o no, sapendo - precisano governo e imprese - che si procederà comunque, che il conflitto non è previsto. Quello, eventualmente, sarà materia di ordine pubblico.
SPAZZA
la notizia IL TG5 CENSURA E IL SINDACATO ACCONSENTE
( da "Manifesto,
Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: il conflitto di interessi, la legge del fidatissimo berlusconiano Gasparri e il tentativo del governo Prodi di rivederla - trova, come è naturale, immediata accoglienza sull'informazione. I grandi quotidiani la piazzano nell'apertura delle relative pagine, Rai Tre la inserisce nei titoli di apertura, Rai Uno le dedica un esauriente servizio eccetera,
Se
aboliamo il sindacato - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile l'associazione sindacale e il contratto collettivo, l'idea pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto della uguaglianza di diritto tra le due parti. Un presuppasto che ignora la abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche,
Niente
convenzione a heliopolis podestà fa causa al governatore
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Quando si dice il conflitto di interessi. "Il sito dell'Asl - si legge ancora nel ricorso - anche l'anno successivo continuava a evidenziare la necessità di altri 251 posti letto sui 1904 accreditati". Pesanti le contestazioni nei confronti del Pirellone. Eccesso di potere per difetto e contraddittorietà della motivazione,
Le
carte di casaroli cardinale tessitore - agostino giovagnoli
( da "Repubblica,
La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: si legge che Kennedy intervenne su Giovanni XXIII perché "solo un interessamento del Papa avrebbe potuto scongiurare la grave minaccia di un conflitto... La cosa fu riferita al papa, il quale si decise a parlare. Si dovette proprio al suo intervento - si ripetè da persone autorevoli delle due parti - se fu allontanata dal mondo la minaccia di un conflitto atomico".
Bush
da Berlusconi, pressioni sull'Iran Il presidente americano domani a Roma: il
nucleare di Teheran al centro del summit degli addii Sì degli Usa all'Italia
nel gruppo dei 5+1 ( da "Unita, L'"
del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Italia dal rischio di farsi trascinare in un altro conflitto a seguito degli americani. Ma anche come new-entry nel gruppo dei negoziatori, difficilmente potrà sdraiarsi sulla linea dura di Washington. "Nonostante Berlusconi voglia a tutti i costi stringere legami più forti con gli Stati Uniti, l'Italia ha importanti interessi economici in Iran.
Reato
di clandestinità un'offesa al diritto Cara Unità, ho assistito alcune
( da "Unita,
L'" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Prima Guerra Mondiale combattendo sul fronte carsico per tutta la durata del conflitto. Venne promosso per avanzamento Aiutante de Battaglia e decorato di Medaglia d'Argento al valor militare con questa motivazione: "con ardimento e calma alla testa del proprio plotone lo guidava all'assalto. Ferito in piu parti dallo scoppio di una granata avversaria, fattosi medicare al meglio,
Le
polemiche legate al salvataggio degli ospedali valdesi da parte della Regione -
stabilito con la ( da "Stampa, La"
del 11-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti, un'azienda, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati. La seconda anomalia mette in evidenza come il commissario "si è autoliquidato 253 mila euro in più di quanto stabilito con la Dgr 38 del 14 giugno
11
TESI DOPO LO TSUNAMI - PROTEO O ANTEO? LA SINISTRA SULLE PROPRIE TRACCE
( da "Manifesto,
Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.
Parcella
del Valdese l'ira della Bresso ( da "Stampa, La"
del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: La prima mette in luce una situazione di conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti, l'azienda di revisione Pitagora, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati.
La
sicurezza calpestata - (segue dalla prima pagina)
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: perché il conflitto fra legittimi interessi altro non sarebbe che "invidia sociale". Venerdì scorso, nello stesso convegno dei giovani di Confindustria che suggeriva per la prima volta nel dopoguerra l'idea dei contratti di lavoro individuali, la relazione introduttiva lamentava "la fretta con cui il precedente governo ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro"
Parking
del pincio, i tagli del comune - cecilia gentile
( da "Repubblica,
La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: ma allo stato attuale non esiste un conflitto di interessi insanabile tra conservazione e costruzione". Quello che il sindaco, d'accordo con gli assessori alla Cultura e alla Mobilità Umberto Croppi e Sergio Marchi che lo hanno accompagnato nel sopralluogo, vuole appurare una volta per tutte è la sostenibilità dell'intera opera.
Attenti,
anche il democratico Obama verrà a chiedere molto agli alleati europei
( da "Unita,
L'" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: un incidente nel Golfo Persico innescasse un conflitto irano-americano. Non è escluso che qualcuno in Iran punti proprio a questo, giocando anche sulla debolezza e l'impopolarità di Bush". Dall'Iran all'altro dossier caldissimo: l'Afghanistan. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, ha affermato la disponibilità italiana ad un maggior coinvolgimento operativo,
Corriere
della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-12 num: - pag: 2
autore: di PA... ( da "Corriere della Sera"
del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: E - ancora presidente del collegio sindacale delle Assicurazioni di Roma e del Centro Agroalimentare. Tradotto: per qualche società del Comune è amministratore, per qualche altra è controllore indipendente dei conti. E il conflitto di interessi? No, grazie. Quella è un'altra storia.
Orario
di lavoro e condizioni di vita. Era più bello il 1906 Oggi la politica ha
smesso di pensare all'interesse generale
( da "Liberazione"
del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: nella loro autonomia di soggetti e protagonisti del conflitto. Lo ripetiamo: sono tornati ad essere merci, anzi merci deperibili, mera variabile dipendente delle esigenze della competività di impresa. Non c'è nessuna malvagità, in tutto questo. Non c'è nessun "piano". E solo il capitalismo, bellezza!
Obama
SECONDO GHEDDAFI ( da "Manifesto, Il"
del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi ci vuole uno stato binazionale, con diritti per arabi ed ebrei Maurizio Matteuzzi TRIPOLI Il primo settembre del 2009, il colonnello Muammar Gheddafi, se Allah e la fortuna lo vorranno, festeggerà i 40 anni della "rivoluzione" del 1969 con cui gli "ufficiali liberi" (giovani e nazionalisti)
<Le
ragioni di una sconfitta>, storica Il ritorno "riflessivo" di
Bertinotti ( da "Liberazione"
del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: e simultaneamente indica i terreni del conflitto con il capitalismo nel suo nuovo carattere "cognitivo" e nella "minaccia di questo sviluppo all'umanità e al pianeta", come certificato dal fallito vertice Fao), Arcangelo Leone de Castris (appassionato oratore critico della "separatezza" degli intellettuali dal "legame sociale") e Isidoro Mortellaro.
<Ostacolò
de Magistris> Indagato l'ex pg Favi
( da "Corriere
della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: che de Magistris era in conflitto d'interessi, perché aveva iscritto sul registro degli indagati il ministro Mastella, che aveva chiesto il trasferimento del pm. E disse anche, Favi, che doveva essere il tribunale dei ministri a giudicare Mastella, benché de Magistris avesse replicato che Mastella era stato iscritto non da ministro,
INDIGNAZIONE
DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI
( da "Corriere
della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: virtuose non siano destinate a provocare conflitti e lacerazioni, con un tragico seguito di vite perdute, città distrutte, popolazioni in fuga. è certamente vero che il realista finisce per essere conservatore e dare minore importanza ai fattori ideali. Ma credo che tutti, anche gli idealisti, debbano chiedersi quali potrebbero le conseguenze delle loro generose istanze umanitarie.
L'incognita
astensionismo nella sfida tra piro e avanti - massimo lorello
( da "Repubblica,
La" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: è un conflitto di interessi perché i Comuni ne sono clienti e soci allo stesso tempo. La Provincia invece é super partes e può effettuare un controllo puntuale. Guardo a una struttura privata, che gestisca bene, e non ai carrozzoni pubblici. La Provincia deve poi garantire che non ci siano speculazioni sul costo dell'acqua".
"a
ottobre penserò alla candidatura" - walter fuochi
( da "Repubblica,
La" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Consorte sta facendo il suo mestiere, ma non ha nulla a che fare col Bologna calcio. Poi sono fiorite le leggende metropolitane e i gossip cittadini gonfiati ad arte per crearmi presunti conflitti d'interesse. Che, come si vede bene, non ho".
Sassolini
nelle scarpe ( da "Manifesto, Il"
del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Buttatelo via questo conflitto, non interessa qui più nessuno. Ma andiamo. 2. Economicismo. Ecco un altro sassolino nella scarpa. Vorrebbe dire che il movimento operaio ed eredi s'è battuto fino a ieri per volgari soldi, più precisamente per assicurarli al solo maschio bianco, adulto e garantito.
Da
venaria a margherita una settimana di anomalie - segue dalla prima di cronaca
( da "Repubblica,
La" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: contro eventuali conflitti d'interessi e la rinuncia a una dozzina di incarichi, mentre contestualmente il suo studio legale di famiglia si vede assegnare il ruolo di advisor per il futuro sia di Gtt che di Iride. Incerte e imprecise fino all'ultimo, invece, le analisi su chi sia uscito davvero trionfatore dalla battaglia per il controllo della fondazione bancaria (
Antiche
carte - federico rampini ( da "Repubblica, La"
del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: epoca di conflitto tra le dinastie Ming e Qing. Nel 1655 fa pubblicare ad Amsterdam il Novus Atlas Sinensis: 170 pagine di testo, 17 tavole, con le coordinate di 2.100 località cinesi. è un salto formidabile nella conoscenza della Terra di Mezzo. è Martini che corregge per la prima volta gli errori dei cartografi europei che collocavano la Grande Muraglia e Pechino sul 50°
Diritti
umani, solo promesse ( da "Unita, L'"
del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: dai governi e dai gruppi armati in caso di conflitti. La violenza contro le donne e piu che mai diffusa in tutte le regioni del mondo. La totale messa al bando della tortura e dei maltrattamenti non regge alla prova dei fatti. In molti Paesi il dissenso politico viene soffocato e giornalisti e militanti vengono aggrediti e ridotti al silenzio.
Segue
dalla Prima E cco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio per ra
( da "Unita,
L'" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: impunito, i vantaggi di un gigantesco conflitto di interessi che gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine, passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati.
Capezzone
e il valzer da Pannella a Silvio: <Io, la bestia strana>
( da "Giornale.it,
Il" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle tasse".
Capezzone
e il valzer da Pannella a Silvio ( da "Giornale.it, Il"
del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle tasse".
La
stretta ue sulle agenzie di rating - alberto d'argenio
( da "Repubblica,
La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: per colpa di un conflitto di interessi, le agenzie hanno promosso i prodotti finanziari che poi hanno portato al collasso del credito mondiale. Un caso che non si deve più riproporre. Il commissario irlandese ha parlato da Dublino, capitale ancora sotto shock per la bocciatura al nuovo trattato Ue che rischia di mandare in tilt l'Europa a 27.
Non
cadremo nel bluff il cavaliere rispetti la carta costituzionale - anna
finocchiaro luigi zanda ( da "Repubblica, La"
del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: che violino i principi del conflitto di interessi, che ledano lo stato di diritto e la separazione dei poteri, che sconvolgano gli assetti istituzionali, che accentuino le disuguaglianze sociali, che, in una parola, non tengano conto dell'interesse generale del Paese. é per questo che il Pd ha considerato egualmente gravi sia la previsione,
Daniel
barenboim dialogare in musica - paola zonca
( da "Repubblica,
La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: "Il conflitto tra israeliani e palestinesi non è politico, e nemmeno militare. Una guerra può scoppiare tra due nazioni che si contendono l'acqua, il petrolio: si combatte, poi finisce e basta. Questo, invece, è un conflitto umano tra due popoli che dura da decenni.
RIECCOLO
( da "Stampa,
La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: doppio conflitto di interessi" (in materia di tv e di giustizia) che condiziona e appesantisce l'azione di Silvio Berlusconi fin dal giorno della sua "discesa in campo". Già solo in queste poche settimane di avvio legislatura il conflitto è tornato a manifestarsi due volte: prima a proposito dei destini di Retequattro (una delle tv del premier)
Approvata
in piena bagarre la variante al piano regolatore
( da "Stampa,
La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: aula per il conflitto di interessi. Ci sono stati anche momenti di tensione, tanto che alla fine il primo cittadino ha dichiarato che avrebbe querelato Dario Fracchia (minoranza) per le dichiarazioni apparse su di un giornale locale. Il primo cittadino Bruno Allegro sostiene che è stato fatto un attento esame idrogeologico dell'intero territorio e ogni rischio è stato valutato.
L'ultimo
"mastino della guerra" - daniele mastrogiacomo
( da "Repubblica,
La" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Dal regime razzista di Pretoria al conflitto civile in Sierra Leone In Papua-Nuova Guinea soffoca sul nascere la rivolta di un gruppo separatista DANIELE MASTROGIACOMO Con la richiesta di una condanna a 32 anni di carcere si chiude la storia dell'ultimo "mastino della guerra".
Per
non soffrire le roi platini sceglie gli orange - berna
( da "Repubblica,
La" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Chissà se si ritiene almeno in parte in conflitto di interessi, Platini, mentre si accomoda al suo posto presidenziale, fa una smorfia delle sue aggiustandosi il vestito e si concentra sul campo, mentre le squadre entrano sul terreno di gioco. In ogni caso lui è qui, non a Zurigo per Francia - Italia, e forse è un segnale, un avviso ai naviganti.
Nicoletta,
la pasionaria dei diritti nel mirino di Silvio
( da "Unita,
L'" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Alludendo ad un esplicito conflitto di interessi. Essendo la Gandus "tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato da cui nasce il presente processo... ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile.
Berlusconi
e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul governo
( da "Giornale.it,
Il" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Alema nessun conflitto, perché bisognerebbe essere in due.". Come dire: non sono io quello che polemizza e fa i distinguo. Insomma ponti d'oro al D'Alema portatore d'idee nel suo"ruolo importante che deve svolgere" alla fondazione ItalianiEuropei. Dopotutto il centralismo democratico non c'è più in casa degli ex-post e a-comunisti.
"contadini
e poveri ecco chi perde sempre" - cristina nadotti
( da "Repubblica,
La" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: retroscena un inasprimento dei conflitti per l'accesso alle risorse idriche. Che ripercussioni avrà l'accresciuto fabbisogno di acqua per i Giochi di Pechino sulla vita delle popolazioni della zona? "I lavori di costruzione di grandi canali e dighe, intrapresi dal governo cinese in occasione delle Olimpiadi, sono soltanto una parte delle opere che Pechino sta portando avanti da anni,
POSTA
Prioritaria ( da "Manifesto, Il"
del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: impressione suscitata è che chi si fa carico del conflitto tra capitale e lavoro debba farsi carico "anche" del resto. Ora, se si concepisce il conflitto tra capitale e lavoro come lotta contro il dominio e l'alienazione, è evidente che non si tratta di farsi carico "anche" del resto, ma di farsi carico del resto "all'interno" di quel conflitto.
Scalfaro
sfida il premier: si presenti ai giudici Deve superare il <complesso
dell'imputato> ( da "Corriere della Sera"
del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: ultimi giorni dimostrano che il conflitto si è riaperto: Berlusconi parla ancora di "giustizia usata a fini politici", attacca procure e tribunali e vuol far passare una norma che congelerebbe un processo nel quale è imputato. è preoccupato di questo replay? "Sì, sono preoccupato soprattutto per l'annuncio della rottura di un dialogo che aveva appena cominciato a fare i primi passi.
Giordano,
Rea, De Silva, Comencini, Ravera, sono, nell'ordine, gli autori in finale allo
St ( da "Unita, L'"
del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Irrisolto il nodo dei macroscopici conflitti di interessi che affetta la giuria: dove tra presenza di esponenti degli staff delle case editrici, e tra scambi di favori (ti dò il voto se mi pubblichi il libro), i giochi, ogni anno, si fanno ben al di fuori del Ninfeo. La suspense, comunque, questo primo giovedì di luglio la riserverà.
Ci
sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti del Prater? Speriamo di no,
ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli europei di calcio è il caso di
preoccuparsi davver ( da "Unita, L'"
del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Stai consultando l'edizione del Ci sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti del Prater? Speriamo di no, ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli europei di calcio è il caso di preoccuparsi davvero.
Dal
Ruanda all'ex Jugoslavia le cifre delle violenze
( da "Unita,
L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Jugoslavia le cifre delle violenze Il Fondo di Sviluppo delle Nazioni per le Donne (Unifem) stima che il 70% delle vittime nei conflitti armati sono civili. La stragrande maggioranza di questi sono donne e bambini. L'agenzia Onu denuncia che le donne sono sempre più percepite come un obiettivo da parte dei belligeranti, che adottano una "strategia del terrore" come metodo di guerra.
Lo
stupro tra i crimini di guerra, l'emergenza arriva all'Onu La violenza sessuale
sulle donne spesso è un'arma nei conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non
riconoscono la Corte ( da "Unita, L'"
del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Onu La violenza sessuale sulle donne spesso è un'arma nei conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non riconoscono la Corte penale internazionale di Roberto Rezzo / New York LA VIOLENZA sessuale contro le donne nelle aree di guerra è stato l'argomento che ha dominato l'ultima riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
DEMOS
RIBELLE LA DEMOCRAZIA INSORGENTE CONTRO LO STATO
( da "Manifesto,
Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Occorre portare alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente "buoniste"; occorre aprire e dar consistenza al conflitto tra i "grandi" ed il popolo; occorre che le soluzioni in cui di volta in volta si risolve questo conflitto non siano gerarchicamente imposte dallo Stato,
La
Sinistra del fare Per reagire allo stordimento della sconfitta
( da "Liberazione"
del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: per fare in modo che i conflitti creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai 20/06/2008.
"Glasnost
sul Piano regolatore" ( da "Stampa, La"
del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: essenziale di fronte a un nuovo Piano regolatore per evitare conflitti. La dichiarazione dei beni posseduti è un invito doveroso, ma non c'è alcun obbligo giuridico". Il capogruppo dei "Federati per l'Ulivo" Antonio Degiacomi: "Sarebbe bene che tutti i consiglieri aderissero, compreso il sindaco. Noi avevamo chiesto che fosse un impegno, la maggiornaza ha voluto che fosse solo un invito"
Ecco
chi è "Sandokan" La vita tra killer e amanti del padrone di Gomorra
( da "Giornale.it,
Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: spesso ha approfittato della stampa per far pubblicare argomentazioni a sua firma dove - in codice - dirimeva conflitti interni e dava ordini ai luogotenenti in libertà. è dunque anche grazie ai giornali locali che il nome del Padrino casertano, sempre accostato a un soprannome che l'interessato ha fatto sapere di gradire poco, è diventato un'icona della Camorra Spa.
TRA
GIUSTIZIA E POLITICA COME EVITARE COLLISIONI
( da "Corriere
della Sera" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: adottate durante il precedente governo erano visibilmente viziate dal conflitto di interessi, ma non erano di per sé illiberali e potevano essere difese con criteri di razionalità giuridica. Quella approvata recentemente dal Senato è la peggiore. Per cogliere un obiettivo preciso (il rinvio del processo Berlusconi), la legge mette in lista d'attesa processi che non sono meno importanti,
Da
quattordici anni giura sui suoi figli
( da "Unita,
L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Papà Silvio quasi quasi li infilò con lui nel vortice del conflitto d'interessi anche di recente, quando in campagna elettorale disse che avrebbero potuto partecipare alla cordata fantasma per Alitalia. Poi si dovette correggere dicendo che, appunto, non avrebbero potuto farlo. E loro stessi trasecolarono alla sola possibilità.
Un
partito forte per uscire dal passato
( da "Unita,
L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: contro il ritorno di una stagione di conflitti istituzionali, di leggi ad personam e di confusione tra gli interessi privati e la cosa pubblica. Al tempo stesso, sarà un'opposizione incalzante e propositiva sul terreno delle politiche che hanno a che fare con la concreta condizione di vita dei cittadini: sicurezza, potere d'acquisto, servizi sociali.
LA
RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD
( da "Unita,
L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Africa e i conflitti dimenticati, i grandi movimenti migratori, non sono argomenti da leggere o da ascoltare in televisione, ma concreta realtà. E così i mutamenti climatici, l'uso distorto delle risorse primarie e quello eccessivo delle fonti energetiche, una gravissima crisi alimentare che non bastano poche cifre a raccontare,
In
città piovono le lettere di esproprio dell'Anas per l'Aurelia bis e lungo il
tracc ( da "Stampa, La"
del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: sono convinti che nella maggior parte dei casi i conflitti verranno risolti e che gli espropri effettivi saranno limitatissimi e comunque a valori di mercato. Una tesi ribadita anche nella riunione che si è svolta il 3 giugno con Regione, Anas e Comune. Il nuovo svincolo messo a punto dallo Studio Rodino di Torino dovrebbe ad esempio risolvere i problemi delle case di via Scotto.
Stupro?
Arma di guerra ( da "Manifesto, Il"
del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: nello sviluppo di meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, di mantenimento della pace e della sicurezza e di peace-building a fine conflitto. O la richiesta che il segretario generale Ban Ki-moon stenda, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle situazioni di conflitto armato in cui la violenza sessuale è stata ampiamente e sistematicamente perpetrata contro i civili.
LA
SINISTRA PER FARE. INCONTRO A ROMA
( da "Manifesto,
Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: per fare in modo che i conflitti creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai.
FRANCO
Tir atore ( da "Manifesto, Il"
del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: avvocato Lau vede una difficoltà: "La premessa è che tra gli stati ci sia un conflitto. Visto che Frattini si dichiara d'accordo col governo tedesco nel respingere le pretese degli ex internati e nel tutelare sempre e comunque l'immunità degli stati, il conflitto dov'è?". Il senso politico dell'intervista di Frattini è gravissimo.
La
breve e avvincente storia politica di laus - ettore boffano
( da "Repubblica,
La" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: mai seriamente riflettuto riguardo ai possibili conflitti di interessi connessi alle sue attività imprenditoriali) resta aperta la discussione su che cosa rappresentino sia la recente defezione di Mauro Laus quanto la sua passata militanza riguardo alla più ampia realtà del Partito Democratico piemontese, ai suoi assetti interni di potere, ai modi e agli accordi nascosti sui quali,
Franco
Russo Tutti noi abbiamo letto con angoscia e apprensione gli articoli di
Repubblica e dell'Unità dedicati al tesseramento di RC-SE, che sarebbe inquinato
da interessi congre ( da "Liberazione"
del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: indimenticabile nel suo conflitto verso la dirigenza del partito all'XI congresso del PCI? Di fronte alle sfide immani, di analisi, di scavo, di comprensione del capitalismo totalizzante, di minaccia della sparizione della sinistra dal panorama sociale prima ancora che politico, di voto operaio alla Lega, dell'insicurezza che spinge ogni persona a una chiusura e a un affidamento securitario,
È
l'utopia della pace che genera violenza
( da "Giornale.it,
Il" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: "dialogo sociale" e negoziato degli interessi: in molti campi il consenso ha sostituito il conflitto. Pierre Rosanvallon non ha torto quando dice che, socialmente parlando, viviamo in un mondo senza una forte conflittualità strutturante. GUERRA ALLA GUERRA A livello internazionale, è ancora un'altra cosa.
Financial
Times: "Berlusconi fa bene a frenare i magistrati"
( da "Giornale.it,
Il" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: non avendo attaccato a testa bassa il conflitto di interessi del premier o i suoi presunti disegni di assoggettamento dei giudici, Caldwell non godrà della stessa eco che ebbero i suoi colleghi nel periodo 2001-2006 quando ogni virgola scritta Oltremanica era utile per le denunce urlate ai quattro venti dal centrosinistra.
Contrabbando,
criminalità organizzata terrorismo ai confini del Sahel
( da "Manifesto,
Il" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Un territorio dove ai vecchi conflitti politici (soprattutto la questione tuareg che interessa in modo particolare il Mali e il Niger) si sono aggiunti altri fenomeni endemici come il contrabbando e più recenti come la criminalità organizzata, dopo che il Sahel è diventato il punto principale di smistamento della cocaina che arriva dall'America latina e riparte per l'
Il
ruolo dell'unione europea nella nascita dello stato palestinese - javier solana
( da "Repubblica,
La" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Gli interessi di sicurezza israeliani non possono che trarre beneficio da uno stato palestinese pacifico, democratico e, col tempo, prospero e la soluzione del sessantennale conflitto israelo-palestinese porterà stabilità all'intera regione. L'UE sta offrendo il massimo contributo possibile a questo fine.
Tutti
gli errori della lotta all'inflazione - joseph e. stiglitz
( da "Repubblica,
La" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Il suo ultimo libro, scritto assieme a Linda Bilmes, è The Three Trillion Dollar War: The True Costs of the Iraq Conflict (La guerra da tremila miliardi di dollari: il vero costo del conflitto iracheno) Copyright Project Syndicate, 2008 Traduzione di Guiomar Parada.
Come
ti vendo il "prodotto guerra" - massimiliano panarari
( da "Repubblica,
La" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Occidente per far sembrare lecito il secondo conflitto in Iraq Come ti vendo il "prodotto guerra" I giornalisti Usa trasformati in "cani da salotto" anziché "da guardia" MASSIMILIANO PANARARI Il medium è il messaggio, ha detto, con una delle sue tipiche formule fulminanti, Marshall McLuhan, uno dei padri nobili (e insostituibili) delle scienze della comunicazione.
Il
tempo dell'opposizione ( da "Unita, L'"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: da cui è uscito più volte forzando la legge a proprio esclusivo vantaggio, né tantomeno sul suo mai risolto conflitto d'interessi, mostruosità ignota in tutto l'universo democratico. Come sarà possibile discutere di riforme istituzionali con chi è abituato a trasformare in diritto solo la propria forza ed è pronto a brandirla con virulenza contro la magistratura?
Contro
la Costituzione ( da "Unita, L'"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitto di interessi, ci apparivano necessarie. Ma esistono limiti invalicabili, e princìpi irrinunciabili. Così come nel 2006 ci battemmo con successo per respingere un progetto di riforma costituzionale altamente pericoloso, oggi siamo costretti a un nuovo e deciso "no" al tentativo di introdurre norme che sentiamo lesive di un fondamentale principio non solo della nostra Repubblica
Stai
consultando l'edizione del L'INTERVENTONel libro dedicato al ricordo di
Riccardo Faini, la rifl... ( da "Unita, L'"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: info" L'informazione economica ostaggio del conflitto d'interessi Tito Boeri Questo intervento appare nel libro a più voci "Riccardo Faini-Un economista al servizio delle istituzioni" a cura di Alessandra Del Boca (Il Mulino) Mi è stato chiesto di parlare del contributo di Riccardo a lavoce.
VITA
E MIRACOLI DELL'ISIAO COME SI UCCIDE UN ENTE UTILE
( da "Corriere
della Sera" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Suppongo che molte di queste attività siano state interrotte o rallentate dai conflitti. Non è facile fare archeologia islamica o pre-islamica in mezzo ai talebani, ai jihhadisti, ai marines e ai guardiani della rivoluzione. Ma non si sopprime un ente come l'IsIAO senza mettere a repentaglio il patrimonio di conoscenze e di esperienze accumulato in 75 anni di vita.
La
Nazionale ombra ( da "Manifesto, Il"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: un centravanti che non segna che nemmeno il Pd quando parla di televisione e di conflitto di interessi. E ancora un centrocampo rimescolato tre volte su quattro, come quando si discute a vista dei guai giudiziari di Berlusconi. E poi una difesa reinventata per forza e non per amore, sulla base di un altro assunto tipicamente veltroniano: We can, ce la possiamo fare.
Progetti
politici light per sopravvivere al supercapitalismo
( da "Manifesto,
Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la "convergenza parallela" degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino.
Quando
a essere lesi sono i diritti "degli altri" In difesa della Costituzione,
se non noi chi? Infortuni in itinere, Sacconi si informi all'Inail
( da "Liberazione"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: E' un evidente caso di conflitto di interessi, per questi avvocati, tra il loro ruolo di professionisti privati ed il ruolo pubblico che ricoprono nelle Istituzioni. Non dovrebbero perciò astenersi dal legiferare, direttamente o dettando i testi ad altri parlamentari, laddove c'è un loro conflitto di interessi?
<Ma
l'opera d'arte, qualsiasi essa sia, può valere più di una vita umana?>
( da "Liberazione"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: Ma a me interessava soprattutto il discorso sul mercato dell'arte, sul valore economico dell'opera, che entra in conflitto con le esigenze più elementari dell'essere umano, attentando alla nostra sopravvivenza. Questa terra di misfatti si chiama "England" ma forse l'opera avrebbe anche intitolarsi "America" o "Italia"?
Blocca
processi: tregua tra governo e Csm Castelli: "Ripartire dal lodo
Schifani" ( da "Giornale.it, Il"
del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract: conflitto d'interessi"? "Il centrodestra cerca di imbavagliare il Csm", accusa il ministro-ombra della Giustizia del Pd, Lanfranco Tenaglia. "è stata l'opposizione - gli risponde Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl - a cavalcare le indiscrezioni uscite dal Csm, al punto che qualcuno già sabato pomeriggio invitava Berlusconi a &
( da "Stampa, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Voci eusebiane Don
Mario Allolio L'ANNO DEDICATO AL BEATO DON POLLO Un anno dedicato alla memoria del
beato vercellese don Secondo Pollo: nel 2008 ricorre il centenario della
nascita (2 gennaio 1908) e del battesimo (4 gennaio 1908) del
cappellano militare degli alpini, caduto in Montenegro durante il secondo
conflitto mondiale. Sempre in quest'anno cade il decennale della
beatificazione, avvenuta a opera di Giovanni Paolo II il 23 maggio 1998. Sino a
dicembre numerose celebrazioni si susseguiranno nelle chiese della diocesi
testimoni del ministero del beato. Un eccellente contributo è venuto
dalla pubblicazione dell'ultima ricerca biografica di Emilio Raisaro, dedicata
all'"Epistolario del beato Secondo Pollo sacerdote vercellese, relativa
agli Anni del servizio di cappellano militare". Il testo, illustrato da
una ricca documentazione fotografica e documentaria, prende in esame l'ultimo,
decisivo anno e mezzo della vita del beato, ricostruito attraverso le lettere
inviate ai familiari, all'arcivescovo mons. Giacomo Montanelli e a vari
conoscenti. Di rilevante interesse, in appendice, la riproduzione fotografica
delle relazioni mensili che don Pollo trasmetteva al proprio diretto superiore
e che documentano l'intensa attività apostolica del tenente cappellano,
esclusivamente animata da quell'amore per la gioventù che lo spinse sino al
dono supremo di se stesso.
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Commenti L' Amaca La
famosa "banalità del male" trova un fertile campo d'azione nella
banalità del mercato, la cui morale rudimentale (è buono ciò che mi fa
guadagnare, cattivo ciò che mi fa perdere) è in sé stessa il trionfo della
banalità. Splendido esempio, la messa al bando delle schifose bombe a grappolo,
votata da tutti i Paesi della Terra tranne Stati Uniti, Cina, Russia, Israele,
India e Pakistan. E perché mai questi sei Paesi non vogliono fare a meno di
ordigni che dilaniano i civili, bambini soprattutto, anche
molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori
della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare. Né questioni di
tecnica militare, né riflessioni etiche, né i differenti regimi in vigore, né
altri pensieri o retropensieri di qualsivoglia natura sono in grado di
interferire con la banalità del mercato. Ovunque gli interessi
nazionali coincidono con gli interessi economici, ne
sono giustapposti fino a combaciare perfettamente. Tempo qualche mese, è
prevedibile che anche i primitivi amazzonici, e nel caso volessero riemergere
dagli abissi pure gli abitanti di Atlantide, faranno sapere di essere contro
tutto ciò che non li scomoda, e a favore di ciò che riempie le loro pance: e
pazienza se sventra quelle altrui.
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina VII - Torino Il
criminologo Scatolero sostiene la mediazione sociale "Chi ha un'arma nel
cassetto alla fine è tentato di usarla" La corsa all'autodifesa va
frenata, non incitata Nel rilascio delle autorizzazioni servono verifiche più
incisive "Bisognerebbe andare a rileggersi "Un'arma in casa", il
romanzo di Nadine Gordimer, premio Nobel sudafricano. Il protagonista uccide un
amico sorpreso a letto con la sua ragazza. L'arma utilizzata è quella di casa,
comprata contro eventuali malintenzionati. La disponibilità di una pistola, lo
racconta anche la cronaca, lo ribadiscono studi italiani e internazionali, è
più fonte di guai che di sicurezza". Duccio Scatolero, criminologo,
sostenitore della strada della "mediazione
sociale" per la soluzione dei conflitti, commenta la sentenza del Tar con
una citazione letteraria. "Si legge in una sera, il libro. Si capiscono
molte cose". E approva la linea della prefettura e dei giudici
amministrativi, riconoscendo insieme anche la necessità di prendere in
considerazione anche i sentimenti individuali. Professore, è giusto
negare il porto d'armi ad un avvocato cui è stato concesso per più di 35 anni?
"Non voglio entrare nel merito di questo singolo caso, della vicenda
specifica. Ma la questione è sempre la stessa. Sono due i fattori da considerare.
Il senso di insicurezza e di paura che un cittadino può avere, soggettivo. E la
situazione oggettiva. Torino, sotto il profilo della criminalità, non mi pare
che dia preoccupazioni particolari, non più che in passato. Le motivazioni
della prefettura sono sagge, condivisibili. Prevale l'interesse
collettivo". L'Fbi ha calcolato che le armi da difesa personale tenute in
casa hanno sei volte più probabilità di essere usate nell'uccisione deliberata
o accidentale di amici e parenti, piuttosto che servire contro rapinatori o
ladri. E' così anche in Italia, a Torino? "Purtroppo sì. C'è gente perbene
che, se ha una pistola sul comodino, per risolvere un conflitto allunga la mano
e la usa". Da più parti, però, si invoca il diritto alla autodifesa, anche
armata. Lei che dice? "Che si rischiano derive pericolose. La corsa
all'autodifesa va frenata, non incitata. Nel rilascio di autorizzazioni per le
armi dovrebbero essere applicate maggiori restrizioni. Ci vogliono maglie più
strette, verifiche incisive. Vanno valutate, in modo diverso da quello attuale,
le condizioni psicologiche e mentali di chi richiede i nulla osta. Oggi basta
una visita medica ordinaria, superficiale. I medici si limitano a prendere atto
di ciò che una persona dichiara. Meno armi si concedono, meglio è per
tutti". L'alternativa per chi ha paura, per chi un reato lo ha subìto?
"La mediazione è la strada maestra da seguire. Bisognerebbe raccogliere
consensi su questo. Torino è stata una apripista". (l. pl.).
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina VI - Roma Con
i "cappucci" Alemanno: "Da mercoledì in Centro tornano le
strisce blu" Marchi: "E tariffe più basse per quelle della
periferia" "Per i mancati incassi di 49 milioni parleremo con
l'assessore al Bilancio" CECILIA GENTILE "Non abbiamo mai pensato di
cancellare per sempre le strisce blu dalla capitale", dichiarano il
sindaco Gianni Alemanno e l'assessore alla Mobilità Sergio Marchi. Che invece
annunciano per mercoledì prossimo il ripristino di una prima fetta di sosta a
pagamento, quella del centro storico. Per il resto della città bisognerà
aspettare. Sindaco e assessore intendono infatti mettere al lavoro una
commissione che dovrà ridefinire le zone cosiddette di rilevanza urbanistica,
quelle dove il codice della strada permette di istituire solo strisce blu senza
un adeguato numero di strisce bianche per il parcheggio gratuito. Il gruppo di
lavoro sarà composta da tecnici del VII dipartimento, rappresentanti degli
ordini professionali, presidenti dei municipi, comitati dei cittadini e
consumatori. Un lavoro che comporterà anche una diversificazione delle tariffe,
"perché non si può accettare - dice l'assessore Marchi - che chi
parcheggia lontano dal centro debba pagare quanto chi lascia la macchina in
centro". Dunque ci sarà una riduzione della tariffa oraria per le strisce
blu più decentrate, ma non un aumento per la sosta in centro. Inondati dalle
polemiche, Alemanno e Marchi tornano a sottolineare che il blocco delle strisce
blu in tutta la città era "un atto dovuto", per evitare ricorsi dei
cittadini. "Certo - ammette Marchi - un'altra soluzione poteva essere
quella di fare ricorso al Consiglio di Stato, ma abbiamo valutato che avremmo
fatto prima ad emettere una nuova delibera". Anche perché ad Alemanno e
Marchi, un tempo all'opposizione, l'organizzazione della sosta tariffata a Roma
non è mai piaciuta. Lo ribadiscono ancora. "è il ruolo della Sta,
successivamente accorpata in Atac - scrivono in una nota congiunta - ad essere
contestato dalla sentenza del Tar, in quanto una società che riscuote i
proventi dei pagamenti e delle multe relative alle strisce blu non ha la
terzietà necessaria per decidere la delimitazione dei parcheggi a pagamento. Da questo evidente conflitto di interessi è derivato, negli anni passati, il carattere eccessivo e
vessatorio dell'indiscriminata estensione delle strisce blu, che si sono via
via trasformate da mezzo per regolare la sosta privata in strumento per fare
cassa". Conclusioni: "La nostra ordinanza non è né un atto arbitrario
né può costituire un danno erariale, perché discende da una sentenza del
Tar che metteva qualsiasi cittadino in condizione di impugnare le multe e i
pagamenti per le strisce blu di tutta Roma". Chiarisce ancora Marchi:
"La sentenza del Tar ha annullato due atti: la determinazione dirigenziale
che istituiva le strisce blu all'Ostiense e la delibera 104 del 2004. Questa
delibera non solo elencava le zone di rilevanza urbanistica, ma annullava e
assorbiva tutte le precedenti delibere in materia, dunque inficiava la stessa
esistenza delle strisce blu". Rimane il problema aperto dei mancati
introiti. Con i 93 mila posti auto delimitati dalle strisce blu all'Atac
entrano ogni anno 26 milioni di euro. Al Comune 23. "Ne parleremo con
l'assessore al Bilancio - dice Marchi - D'altra parte non possiamo fare
provvedimenti estemporanei, dobbiamo essere sicuri che il provvedimento regga e
che i cittadini siano soddisfatti". "La sosta e il sistema di regole
esistente - dichiara intanto il presidente della Provincia Nicola Zingaretti -
ha garantito una vivibilità migliore della città, risorse e investimenti per il
servizio pubblico. Se dovesse scomparire mi auguro che ci sia in egual modo una
alternativa che garantisca la qualità della vita e le risorse per il trasporto
pubblico. Altrimenti immagino che sarebbe un guaio".
( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando l'edizione
del Questi fantasmi Furio Colombo Segue dalla Prima M a fermiamoci per un
momento a osservare il mondo di cui siamo parte, sia pure attraverso i vetri
appannati e le finestre a feritoia dei nostri media. Nel mondo è
improvvisamente riapparsa la penuria di cibo, un dramma finora estraneo alla
economia contemporanea, che sembrava invece essere fondata sull'abbondanza e lo
spreco. È vero, c'era il problema della fame in intere aree del mondo che
eravamo abituati a citare nobilmente riservandoci, in ogni convegno, di fare
grandi interventi il prossimo anno, o in quello dopo. La penuria diffusa, però,
è un'altra cosa. Perché avviene simultaneamente dovunque, determina paurose
impennate dei prezzi, provoca vaste macchie di improvvisa povertà anche in aree
di ormai lungo e stabilizzato benessere. La causa è in parte nota (dirottamento
di prodotti alimentari dal naturale mercato alle nuove fonti di energia), in
parte dovuta al drastico cambiamento del clima nel pianeta, in parte alla
tragica decisione adottata simultaneamente nei Paesi "moderni", di
abbandonare l'agricoltura. In parte dall'arrivo - nel mondo del consumo - di
nuovi consumatori. Il mondo è sconvolto dal costo del petrolio, che continua a
crescere dopo essere rapidamente decuplicato, e pone di fronte a una
ambivalenza senza soluzione: oltre certi limiti non si può pagare. Ma,
qualunque sia il costo, non si può rinunciare. Per questo sale e continuerà a
salire l'inflazione. Il mondo vede due guerre che divampano, e altre che
possono esplodere in ogni momento. Vede un contesto di tensione e di violenza
internazionale in cui il fuoco passa vicinissimo al petrolio e l'instabilità
minaccia in tanti punti diversi un equilibrio mai così precario. Il mondo
conosce tempeste finanziarie globali sottratte ad ogni controllo democratico,
capaci di attraversare in un lampo luoghi lontani e sconnessi. Il crollo di un
fondo di investimenti basato su mutui inesigibili in una provincia americana
può svuotare il fondo pensioni pubblico di un Paese estraneo e lontano, in
Europa o in Asia. * * * Nell'Italia di Berlusconi e di Bossi passeggiano i
fantasmi. Un Paese moderno, sesta o settima economia del mondo, è ossessionato
dalla minaccia dei Rom. Non milioni di Rom, che in Italia non esistono, ma
appena 150mila persone, metà delle quali italiane, metà delle quali bambini. E
metà degli adulti, donne. Dunque il pericolo incombente, in una delle grandi (o
ex grandi) potenze del mondo, di sessanta milioni di cittadini dei nostri
giorni, sono due decine di migliaia di uomini Rom, la maggior parte dei quali,
come mostra qualunque statistica, non è dedita ad alcun crimine. Ma la credenza
- una credenza alimentata dal governo e da una parte non piccola di stampa e
televisione - è identica al più squallido medioevo di isolati villaggi
agricoli: i Rom rubano i bambini. Alcuni episodi di denunce, allarme, accuse,
drammatiche narrazioni di tentati rapimenti di nostri bambini da parte di
pericolosissimi zingari sono venuti uno dopo l'altro in pochi giorni. Ci sono
stati arresti, persone sono state portate via con l'accusa più bizzarra, per
una comunità carica di figli (ho già detto che la metà della esigua popolazione
Rom italiana è composta di bambini). Ebbene, di quelle accuse, arresti,
gravissime imputazioni di rapimento, nessuna notizia, nessuna conferma, è
venuta. Soltanto un oscuro silenzio. Eppure non si tratta di un problema di
indagini, poiché i fatti sono avvenuti in modo istantaneo, sotto gli occhi dei
denuncianti, e sempre in luoghi pubblici e con altre persone presenti. Eppure
le cronache dei migliori giornali - che non hanno esitato, almeno nei titoli
paurosi e nei drammatici occhielli, a gridare "rapimento" - non hanno
più nulla da dirci né voglia di sapere. Era vero? * * * Nell'Italia di
Berlusconi si aggira e minaccia il Paese il fantasma del clandestino. Intendesi
per clandestino un uomo, una donna, un bambino, che vive nel nostro Paese
(perché è miracolosamente arrivato vivo dalla traversata in mare) e ci vive non
per turismo ma per disperato bisogno. In questo Paese il clandestino lavora,
quasi sempre nei mestieri peggiori, quasi sempre per una paga da fame, senza
una casa che possa chiamarsi casa, senza cure o scuola (in molte città è
proibito, o lo vogliono proibire) per i bambini. Dicono tutti gli esperti -
dall'America all'Europa - che gli immigranti senza diritti producono ricchezza
per il Paese ospitante. Nell'Italia di Berlusconi personalità di governo
variamente disposte in posizioni chiave agitano pregiudizio, paura,
antagonismo, odio, in una brutta formula primitiva che in politica funziona
(porta voti) ma nella vera vita punta al linciaggio, da Verona al Pigneto.
Spiegate pure ai morti e ai feriti che i picchiatori e i saccheggiatori dei
loro negozi non erano iscritti al fascio. Immaginate il sollievo degli zingari
di Ponticelli, dei familiari del ragazzo di Verona o degli aggrediti
all'Università La Sapienza o dei cittadini del Bangladesh al Pigneto
nell'apprendere che le sprangate non erano politiche, o che il mandante era Che
Guevara. Mentre il mondo è percorso dal brivido
penuria-fame-petrolio-guerra-rischio di nuovo terrorismo, allarmanti scossoni
ai più solidi edifici finanziari, l'Italia di Berlusconi introduce nelle leggi
italiane 23 nuovi reati a carico dei clandestini e dei lavoratori immigrati
(fonte: Il Sole 24 ore, 26, 27 maggio). Lo sguardo sfuocato dal provincialismo
disinformato e dalla vista annebbiata della Lega xenofoba guida l'azione
"decisionista" di un governo che - come certi giocattoli - sbatte e
torna a sbattere contro muri che non vede. * * * Sono i muri di un
provincialismo e di una autoreferenzialità soffocante che impediscono di
percepire il mondo. Mentre l'Alitalia sta per scomparire dai cieli, ti
annunciano all'improvviso, con una incosciente allegria da Titanic, il Ponte di
Messina, opera gigantesca per cui non esistono disegni e studi di fattibilità e
di (immenso, rovinoso) impatto ambientale. E non ci sono e non possono esserci
i fondi. Ti rispondono, con sorrisi fuori posto, che provvede la finanza
privata. Sarà la stessa finanza privata che sta affollandosi per rilanciare
febbrilmente la grande cordata nazionale e patriottica che salverà l'Alitalia?
Intanto sta per scatenarsi anche sull'Italia impoverita (è povera una famiglia
su tre, la metà vive con poco più di mille euro) la più grande tempesta
economica dal 1929, ci dicono, i più credibili esperti americani. Loro - il
governo fuori dal mondo e dalla realtà e immerso in un cattivo teatro
dell'assurdo - si presentano ad annunciare, senza il minimo senso della parole
gravissime che stanno pronunciando, il nostro glorioso "ritorno al
nucleare". Neppure economisti fantasiosi e disinvolti come Tremonti e
Brunetta hanno provato a calcolare, sia pure per scherzo, una cifra, per
esempio il costo di un abbozzo di progetto di un solo impianto nucleare.
Nessuno ha provato a dirci in quanti anni (o decenni) un simile gigantesco
investimento sarà compensato da costi minori dell'energia elettrica in Italia,
rispetto al costo di oggi. Nessuno ha tentato, magari con una solenne
dichiarazione da Napoli, di parlarci della gestione delle scorie. In questo
cupo teatro si aggiunge, perfettamente giustificata dal clima di irrealtà,
l'offerta del Primo ministro Berisha. Dice: "Venite a fare i vostri nuovi
impianti nucleari in Albania. Noi siamo pronti". Ecco dunque il nuovo
orizzonte di azione del governo fieramente decisionista: la repubblica nucleare
d'Italia e di Albania, con Berlusconi capo indiscusso. Accade però che, dopo
aver fatto la faccia feroce a clandestini e immigrati, Berlusconi si impantani
nell'immondizia di Napoli, benché abbia fatto di nuovo finta di risolvere il
problema con "leggi speciali" (la definizione, tristemente esatta, è
di Stefano Rodotà, La Repubblica, 27 maggio). Il problema è drammatico e invoca
soluzioni urgenti di adulti competenti. Berlusconi ha portato a Napoli il suo
miglior abito elettorale (spingere in là il problema per occupare da solo tutta
la scena) ma tutto ciò che ha saputo fare è una legge che nega il federalismo,
cancella Comuni e Regioni, circonda di Forze armate alcune zone del Paese (la
Lega accetta perché a loro importa la secessione, non il federalismo, meno che
mai nel Sud). E si blocca di fronte a un nodo maledetto che nessuno dei suoi ha
studiato o capito. È vero, neppure i governi locali o nazionali del
centrosinistra avevano saputo farlo. Ma questa realtà, allarmante e triste, non
autorizza alla celebrazione di Berlusconi che "finalmente ha deciso".
L'immondizia continua. Continuerà. Purtroppo lo squallido film del finto
governo, delle finte decisioni, delle finte soluzioni che sono o illegali o
impossibili (la cattiveria di governo, le ronde spontanee contro gli immigrati
e i Rom sono l'unico segno della nuova era) è seguito da due comiche finali.
Una è quella, segnata dalla concitazione di gesti e di azioni dei film da
ridere di un tempo, una concitazione tipica anche dei sofferenti di
iperattivismo, e del ministro Renato Brunetta. È la "Festa del
fannullone" in cui la finzione è evidente: il capro espiatorio si vede al
primo sguardo (il capo ti rovina quando vuole, secondo le buone regole del
mobbing, che - come tutti sanno - impediscono a qualcuno di lavorare). E
l'intimidazione contro i medici che rilasciano certificati finti è roba forse
vera e forse falsa, e non annuncia nulla se non disprezzo per chi lavora
davvero e si ammala davvero. Infatti l'accusa ai medici non viene da una
rigorosa inchiesta, ma dal sentito dire sul pianerottolo del condominio. In
altre parole, come sempre nell'Italia della burocrazia, volano gli stracci e
zompa chi può. Ve lo immaginate, in un clima improvvisato e superficiale di
questo genere, come saranno bravi i dirigenti e i funzionari peggiori nel
liberarsi di rompiscatole laboriosi che, per giunta, sono inclini a denunciare
le complicità fra politica e burocrazia? Però non è tutto. Il cambio di
stagione non si apprezza, nella sua triste portata, se non si dice, e si
ricorda, e si dovrà ricordare, che tutta la prima fase di lavoro alla Camera
dei Deputati italiana è stata spesa nel tentativo della maggioranza di difendere
gli interessi e gli affari di Mediaset e di Berlusconi
(salvataggio sfacciato di Rete 4). Ha fatto blocco, nell'aula di Montecitorio,
l'impegno del Partito democratico, dell'Italia dei valori di Di Pietro, e -
questa volta - anche del gruppo di Casini, per impedire un simile uso immorale
delle Istituzioni italiane. Questa volta, almeno un poco, almeno in parte,
l'opposizione ha vinto. Il vero punto segnato, però, è quello che tanti negano
e di cui si fingono annoiati. È avere dimostrato che tutto
continua, che non c'è alcun nuovo Berlusconi, che il conflitto di interessi esiste, cresce e, come un
totem primitivo, è l'unica cosa salda e solida al centro del disastrato
paesaggio italiano. furiocolombo@unita.it.
( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del E adesso, pover'uomo? Marco Travaglio Bene ha fatto il Consiglio
di Stato ad annunciare ieri, a Borsa chiusa, i suoi verdetti sulle sette cause
del caso Europa7. Ma ha fatto malissimo a non pubblicare le sentenze (che
dovrebbero essere note martedì), limitandosi a un comunicato scritto in
ostrogoto, incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Solo il giulivo
Confalonieri finge di sapere tutto e canta vittoria, probabilmente per
rassicurare gli azionisti in vista della riapertura dei mercati dopodomani,
dopo il lungo week end festivo. Ma, da alcuni passaggi del comunicato, parrebbe
avere ottimi motivi per preoccuparsi. Poi, certo, a metterlo di buonumore è la
notizia che, a quanto pare, ad assegnare le frequenze a Europa7 dovrebbe essere
proprio il padrone di Rete4 che le occupa senza concessione: Berlusconi.
Infatti il Consiglio di Stato sancisce "il dovere del Ministero di
rideterminarsi motivatamente sull'istanza di Europa7 intesa alla attribuzione
delle frequenze, anche in applicazione della sentenza della Corte di giustizia
(europea) del 31 gennaio 2008". Traduzione (provvisoria): il governo
Berlusconi, tramite il sottosegretario ad personam, anzi ad aziendam, Paolo
Romani, dovrà finalmente consentire a Europa7 di trasmettere in chiaro su tutto
il territorio nazionale con le apposite frequenze. E che la sentenza non sia
proprio favorevole a Mediaset, lo si desume anche dal fatto che, per evitare
contraccolpi sul mercato azionario, è stata annunciata di sabato. Ora non
vorremmo essere nei panni del Cainano: già lo immaginiamo aggirarsi insonne in
una delle sue numerose ville, attanagliato dal dilemma amletico: salvare
un'altra volta Rete4 mettendosi contro la Costituzione, la Consulta, la Corte e
la Commissione europea,le regole comunitarie e attirando sull'Italia una
supermulta, o rispettare le leggi e le sentenze almeno una volta nella vita?
Non per nulla, fino all'altro giorno, il governo Mediaset aveva tentato di
risolvere la faccenda al solito modo: l'ennesimo emendamento-condono
salva-Rete4 (ritirato solo dopo l'ostruzionismo di Idv e Pd) imperniato su un
antico principio giurisprudenziale della scuola arcoriana: chi ha avuto ha
avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato e pure le sentenze italiane
ed europee. Le cause intentate allo Stato dall'editore Francesco Di Stefano
dinanzi al Tar e poi al Consiglio di Stato sono sette. Tre, più secondarie,
riguardano la seconda tv del gruppo, 7 Plus; tre (più una "doppia"
che sarebbe lungo spiegare) investono la rete principale Europa7. 1) La prima è
sul ricorso contro l'abilitazione a trasmettere in "fase transitoria"
senza concessione rilasciata a suo tempo a Rete4 dal decreto 28/7/1999 del
governo D'Alema. Il Tar e ora il Consiglio di Stato ritengono il ricorso
inammissibile, ma ormai la questione era superata dalla nuova abilitazione data
da Gasparri nel 2004 e dalla sentenza europea che boccia tutte le leggi
italiane basate sulla "fase transitoria" a partire dal '94. 2)
Europa7 chiedeva al governo di rispondere pro o contro le proprie istanze. Su
questo, il Tar le dà ragione: o il governo revoca la concessione, o dà le
frequenze. Mediaset fa ricorso. Ieri il Consiglio di Stato l'ha respinto,
intimando al governo di "rideterminare le frequenze" chieste dalla tv
mai nata e "applicare la sentenza" europea. 3) Europa7 chiede allo
Stato le frequenze per Europa7 e i danni fin qui subiti per la mancata partenza
dell'emittente (circa 3 miliardi). Il Consiglio di Stato chiede alla Corte
europea se le norme italiane pro-Rete4 e anti-Europa7 siano compatibili con
quelle comunitarie. La Corte risponde il 31 gennaio che no, la normativa italiana
è incompatibile, dunque illegale, ergo va disapplicata: ubi maior, minor (cioè
Berlusconi) cessat. Ieri il Consiglio di Stato ha rinviato la decisione al 16
dicembre. Ma, in via provvisoria, ha respinto "in parte" le richieste
di Europa7. Che vuol dire? Che non le riconosce 3 miliardi di danni, ma un po'
meno? O che i danni saranno quantificati solo quando si saprà se il governo
darà le frequenze? Pare di sì, visto che si "subordina" il
risarcimento al "rideterminarsi" le frequenze applicando la sentenza
europea. Ma quali ordini vengano impartiti precisamente al governo ancora non
si sa. L'unico dato certo è che il governo dovrà depositare "i
documenti" di ciò che farà "entro il 15 ottobre". Ma che cosa esattamente debba fare, lo sapremo solo martedì. Per
ora si sa che ora il conflitto d'interessi, da gigantesco, diventa mostruoso. E grottesco. Chi deve
risolvere il problema è chi l'ha creato. Il detective incaricato di chiudere il
caso è l'assassino. Ora d'Aria.
( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del Rete4 è fuorilegge, ma a pagare saremo noi Sentenza controversa
del Consiglio di Stato: ha ragione Europa7, ma l'emittente del Biscione
continui a trasmettere di Roberto Brunelli / Roma L'ULTIMA BATTAGLIA DELL'ETERE
si combatte intorno a un mistero. Un mistero degno dell'era
del conflitto d'interessi,
che ieri si è materializzato sotto forma di una sentenza che il Consiglio di
Stato ha emesso sul caso "Rete4-Europa7". Sentenza controver- sa, perché
qui tutti i contendenti gridano alla vittoria: ognuno ha la sua
interpretazione, ognuno trova il suo pezzo di verità. Fedele
Confalonieri esulta per il trionfo di Mediaset ("Rete4 è pienamente
legittimata!"), l'ex ministro Paolo Gentiloni, Pd, afferma che la
decisione "riconosce finalmente e definitivamente il diritto a Europa7 di
avere le frequenze necessarie a trasmettere". Rotondi, della Dc, urla
all'"attacco strumentale" contro il Biscione, mentr Di Pietro non
esita a chiedere "l'impeachment" del premier. Come ogni volta che si
parla degli interessi del Grande Capo, una bufera. Che
segue di pochi giorni il primo scontro parlamentare della nuova legislatura
intorno alla norma "salva-Rete4", conclusasi con una prima,
temporanea, ritirata del governo. Ma oggi l'intreccio è più intricato. Invoca
cautela Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21: "Non vorremmo che il
governo decidesse di scaricare sulle tasche dei cittadini il costo
dell'eventuale indennizzo che dovrà essere pagato ad Europa7. In questo caso i
cittadini italiani sarebbero costretti a pagare una nuova tassa: quella sul
conflitto di interessi". Mica briciole: Europa7,
che nel '99 aveva vinto la gara per le trasmissioni su base nazionale (mentre
sempre da allora la rete del Biscione trasmette in grazia di un'autorizzazione
temporanea) dovrebbe ottenere dallo Stato un risarcimento-record: fino ad oggi,
si è calcolato, almeno 300 mila euro al giorno, a spese di tutti noi. Dunque,
che succederà? È un mistero. Perché nessuno sa con precisione cosa dica la
sentenza, annunciata con un comunicato dello stesso Consiglio di Stato, ma poi
non resa pubblica. Gli avvocati delle parti fino a ieri sera non l'avevano
letta. Bisogna attendere martedì, quando verrà pubblicata ufficialmente.
Intanto, seguendo la traccia del comunicato diffuso, a seconda del punto che si
predilige l'interpretazione cambia completamente. Procediamo con ordine. Il
punto cruciale consiste nel fatto che il Consiglio di Stato, respingendo il
ricorso in appello proposto da Rti (Mediaset) contro Europa7 per l'annullamento
della sentenza del Tar del Lazio del 16 settembre 2004 afferma con nettezza che
la decisione sulle frequenze spetta al governo. La questione, quindi, torna al
ministero che deve riprendere in esame la vicenda e "rideterminarsi
motivatamente", cioè deve spiegare bene perché e come concederà o non
concederà le frequenze. Il fatto è che i giudici richiamano esplicitamente la
sentenza della Corte di giustizia europea, quella che affondava la Gasparri
affermando che le norme italiane sulle frequenze non rispettano le direttive
comunitarie, non rispettano il principio della libera prestazione dei servizi e
non seguono criteri di selezione obiettivi. Sul risarcimento - Europa7 aveva
chiesto poco più di 2 miliardi di euro nel caso in cui avesse ottenuto le
frequenze e 3 miliardi in caso contrario - il Consiglio di Stato si invece è
riservato di pronunciarsi successivamente. Qui entra in scena però un altro
passaggio, che appare in contraddizione con la stessa sentenza Ue. I giudici
respingono, infatti, il ricorso di Europa7 per l'annullamento della sentenza
del Tar con la quale era stato dichiarato "irricevibile" il ricorso
dell'emittente relativo all'abilitazione di Rete4. Traduzione: Rete4 è
legittimata - per il momento - a proseguire l'attività di diffusione televisiva
in ambito nazionale. Riassumendo maliziosamente: l'emittente del Biscione può
continuare a trasmettere, sulle frequenze decide il governo (presieduto da un
signore che si chiama Silvio Berlusconi), se poi il medesimo governo guarda
caso non troverà le frequenze, si passa al mega-indennizzo. E quello lo
pagheremo tutti noi. Chi ha vinto, chi ha perso? Non si sa, perché ad oggi qui
le verità sono tre: a) ha vinto Europa7, perché i giudici si richiamano alla
sentenza Ue; b) ha vinto Rete4, perché gli stessi giudici affermano che
l'emittente deve continuare a trasmettere; c) hanno perso i cittadini italiani,
perché se il governo non decide, si passa al risarcimento. Così, mentre
Mediaset, con una nota, diffonde il suo Verbo ("l'ultimo tentativo di
invocare lo stop della magistratura all'attività della Rete Mediaset è
fallito"), Massimo Donadi, Idv, da una parte ribadisce che "si
ribadisce il sacrosanto diritto di Europa7 ad avere le frequenze", ma
dall'altra aggiunge che se il governo non provvede rapidamente a dare
attuazione ai diritti di Europa7, "già a dicembre lo Stato dovrà pagare
una mega multa che altro non sarà che la tassa "pro Emilio Fede" che
dovranno pagare tutti i cittadini italiani". Avete presente il conflitto
d'interessi? Eccolo, in tutta la sua rude concretezza.
( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai
consultando l'edizione del Ma sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta
se il governo non assegnerà le frequenze Giulietti: "Una tassa sul
conflitto d'interessi?".
( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
VA IN ONDA PONZIO
PILATO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) e cioè quella di togliere le frequenze
analogiche a Retequattro, trasferendola sul satellite, per assegnarle a Europa
7 che se le era regolarmente aggiudicate nel '99. Annunciata con un
comunicato-stampa di sabato mattina a mercati chiusi, com'è d'uso per le
società quotate in Borsa, la sentenza del supremo organo della giustizia
amministrativa verrà pubblicata verosimilmente martedì prossimo e quindi a fino
a quel momento non si potrà valutarla nel merito. Per ora, dunque, è vero che
il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso in appello di Rti (Reti televisive
italiane), la concessionaria delle reti Mediaset, contro l'emittente-fantasma
di Francesco Di Stefano. Ma, in attesa di conoscere il dispositivo, non è
ancora chiaro quali potranno essere gli effetti concreti di questa delibera: se
il governo in carica applicherà mai la sentenza emessa dalla Corte europea di
giustizia del gennaio scorso, attribuendo appunto le frequenze a Europa
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-01 num: - pag: 2 categoria:
REDAZIONALE Piazza Affari Via Nazionale: meno azioni italiane in portafoglio
4,5%, la quota nelle Generali ROMA - Bankitalia ha "intensificato la
ristrutturazione del portafoglio partecipazioni". Lo ha detto ieri il
Governatore precisando che Via Nazionale detiene quote azionarie "come
molte altre banche centrali"; non investe in istituti di credito; segue un
orientamento di lungo termine; nell'esercizio del voto favorisce il ruolo delle
minoranze. La ristrutturazione ha due obiettivi: ridurre il peso delle azioni
italiane; eliminare discrezionalità sui nuovi investimenti, concentrandoli solo
in strumenti collettivi legati a benchmark. Il tema delle partecipazioni di Bankitalia
è tornato sotto i riflettori di recente, alle assemblee di Generali e Telecom,
dove il fondo pensioni di Via Nazionale è socio rispettivamente con il 4,5% e
l'1,5%. In entrambi i casi il rappresentante di Palazzo Koch ha votato sulle
nomine per le liste di minoranza presentate da Assogestioni. Mosse coerenti con
i criteri generali indicati ieri da Mario Draghi. Ma è evidente che pacchetti
azionari così corposi detenuti in società strategiche (una delle quali, le
Generali, partecipa a sua volta al capitale di Bankitalia) sono, per dirla con
definizioni usate dal Governatore con i suoi interlocutori,
"significativi". Mentre il portafoglio di Via Nazionale dovrebbe
essere costituito da partecipazioni "appropriate". La questione è rilevante
per l'istituto e per il mercato. E' evidente che un peso
minore delle azioni italiane allontana i rischi di eventuali conflitti d'interessi. La ristrutturazione del
portafoglio può comunque aver luogo subito per i nuovi investimenti, mentre
richiede tempo per lo stock già esistente e in modo particolare per quote come
quella detenuta a Trieste. 1,3%, la quota nella Telecom S. Bo.
( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-01 num: - pag: 7 categoria: BREVI
Dopo l'ok del Colle alla "costituzionalità" il Csm voterà un testo
fermo però cauto nei toni ROMA - La prossima mossa tocca al Consiglio superiore
della magistratura, che darà il suo parere sul "decreto rifiuti". Poi
sarà il turno dei giudici e del loro sindacato, nel congresso convocato da
venerdì a domenica: il provvedimento governativo sulla gestione giudiziaria
della situazione ambientale in Campania sarà uno dei nodi del dibattito interno
all'Associazione magistrati. Tempo una settimana, dunque, e si capirà se la
decisione del governo di forzare qualche regola e legare qualche mano per
affrontare l'emergenza immondizia sarà l'occasione per l'ennesimo scontro tra
politica e giustizia. Oppure se, in omaggio al "nuovo clima"
post-elettorale, il possibile strappo sarà ricucito prima ancora di consumarsi.
Senza le barricate erette in passato. Le avvisaglie, per adesso, fanno pensare
a una sorta di "vigilanza coscienziosa " da parte delle toghe. Nel
senso che il decreto legge non piace ai magistrati, per le "torsioni"
che contiene e perché introduce un pericoloso precedente, ma non c'è molta
voglia di andare alla guerra per contrastarlo. Nonostante l'aperta
contestazione dei pubblici ministeri napoletani che dovranno applicarlo e la
risposta altrettanto netta arrivata da Berlusconi in persona. "L'emergenza
rifiuti è reale - spiega il presidente dell'Anm Luca Palamara - ma è legittimo
esprimere perplessità e osservazioni quando si teme che per affrontarla vengano
superati i limiti fissati dalla Costituzione ". Lui e il segretario
dell'Associazione Giuseppe Cascini l'hanno già fatto, una settimana fa, con un
comunicato nel quale si ricorda "il divieto costituzionale di istituire
giudici straordinari o speciali" e si mette in guardia dalle "difficoltà
pratiche e giuridiche" che provocheranno alcune delle norme varate dal
governo. Al Csm chiamato a esprimere un parere (dallo stesso governo, nel
rispetto del fair play istituzionale) ci si prepara a discutere e votare un
documento che presumibilmente sarà fermo e deciso nei contenuti, però cauto nei
toni. L'altro giorno, davanti al neo-ministro della Giustizia Alfano, l'unico a
sollevare il problema è stato Livio Pepino, consigliere di Magistratura
democratica, esprimendo "preoccupazioni profonde" per un decreto che
prefigura "conflitti paralizzanti" e
"anomalie senza precedenti". Ma il parere del Csm non potrà non tener
conto del vaglio avvenuto al Quirinale sulla "non manifesta
incostituzionalità" del provvedimento. Se il presidente della Repubblica nonché
dello stesso Csm ha messo la sua firma in calce al decreto, significa che ha
valutato le norme sulla nuova competenza territoriale e sui poteri (ridotti
e accentrati) dei pubblici ministeri in Campania compatibili con i paletti
fissati dalla Costituzione, di cui parla Palamara. E che eventuali
"asimmetrie" o "eccentricità " rispetto all'ordinamento e
al sistema complessivo possono essere corrette dal Parlamento durante la
conversione in legge. In quelle riforme dettate dall'emergenza, insomma, il
capo dello Stato non ha letto rotture o pericoli paventati invece dai pm
napoletani. Anche questo, forse, consiglia i magistrati di non forzare i toni
della critica al governo. "Siamo di fronte a una tensione fisiologica tra
la difesa del principio di legalità, che spetta a noi, e la necessità di
risolvere i problemi che compete al governo", riassume il segretario
dell'Anm Cascini, che pure teme "scorciatoie emergenziali che sempre
introducono nel sistema dei virus che rischiano di riprodursi". Come dire
che interessi contrapposti tra le due esigenze sono
naturali e occorre trovare un'adeguata mediazione, preferibilmente attraverso
"rimedi ordinari", ma non siamo nella patologia della precedente
legislatura colorata di centrodestra, quando i magistrati si ribellarono contro
le leggi ad personam e la "controriforma" dell'ordinamento
giudiziario. In più, seppure nessuno lo ammetta apertamente, c'è la
consapevolezza che sono stati certi provvedimenti giudiziari eccessivamente
fiscali delle scorse settimane (che hanno reso più difficile il lavoro del
commissario straordinario De Gennaro) a convincere il governo a intervenire con
l'accetta; e che in caso di scontro tra magistratura e potere politico - a
fronte di un'emergenza da troppo tempo irrisolta, con l'immondizia e gli incendi
nelle strade - difficilmente l'opinione pubblica e i partiti di opposizione si
schiererebbero al fianco delle toghe. "Noi faremo comunque le nostre
valutazioni - assicura Antonio Patrono, rappresentante al Csm della corrente
moderata Magistratura indipendente -, mettendo in luce le zone d'ombra che a
mio avviso esistono. Questo potrebbe essere il banco di prova della cosiddetta
nuova stagione improntata al dialogo: non è necessario essere tutti d'accordo
su tutto, ma che ci sia ascolto e rispetto reciproco tra chi prende le
decisioni e chi è chiamato ad applicarle ". Giovanni Bianconi Il vertice
dell'Anm Il presidente Palamara: legittimo esprimere perplessità e ricordare i
limiti della Carta Ma l'emergenza è reale.
( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Sondaggio tra alcuni
segretari. No alle ipotesi Sacconi-Bonanni, però si possono sperimentare alcuni
spazi di decisione. Ma è altro dalla contrattazione Sara Farolfi Roma Raffaele
Bonanni e Maurizio Sacconi ne parlano quotidianamente.
"Collaborazione" tra impresa e lavoro, dice il ministro del Lavoro
(che pensa all'azionariato dei dipendenti). "Partecipazione dei lavoratori
alla vita delle imprese", ripete il leader Cisl (che teorizza invece la
presenza dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende). Due
ipotesi accomunate dalla volontà di superamento dell'antagonismo nei rapporti
tra capitale e lavoro e l'approdo a un modello collaborativo. Un cambio di
"cultura sindacale" che Emma Marcegaglia ha messo al centro della sua
prima relazione davanti alla platea di Confindustria (ma i padroni sono da sempre
contrari alla partecipazione dei lavoratori). E in Cgil? Guglielmo Epifani,
concludendo la conferenza d'organizzazione, ha posto una domanda: "Siamo
sicuri che la versione tradizionale dei rapporti tra capitale e lavoro, per cui
ci sono interessi non conciliabili o comunque
distinti, sia ancora valida?". La confederazione di corso d'Italia non ha
mai fatto mistero della propria contrarietà tanto alle incursioni di Sacconi,
quanto allo storico cavallo di battaglia Cisl. Ma il tema della partecipazione
dei lavoratori alla vita dell'impresa mai è stato tabù. In Cgil il modello
tedesco non viene considerato riproducibile in Italia, mentre l'azionariato non
è considerato un modello di vocazione sindacale. Convince invece ciò che una
volta si diceva "democrazia economica", il fatto cioè che i
lavoratori possano partecipare e pesare nelle decisioni di impresa, su piani
distinti da quelli di competenza della contrattazione. Susanna Camusso,
segretaria della Cgil Lombardia, si dice convinta del fatto che una forma di
partecipazione, "mai risolutiva comunque della condizione materiale dei
lavoratori", potrebbe anche favorire la contrattazione. "Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in
funzione di un obiettivo". Alberto Morselli, segretario generale dei
chimici Cgil, parla di un "sindacato partecipativo, sulla base di
piattaforme rivendicative", e va a nozze anche con la "versione
collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro". La segretaria
generale dei tessili, Valeria Fedeli, lo definisce "un diverso modello di
relazione industriale, che comunque andrebbe calibrato sull'assetto produttivo
del paese, dove il lavoro, con la partecipazione, può godere di ulteriori
vantaggi economici". In quali sedi? "Potrebbero essere i consigli di
sorveglianza, ma si potrebbero trovare anche altre forme", dice Camusso,
che pensa a un sistema duale. Storicamente, è stato il cosiddetto "modello
Iri" al centro del dibattito in Cgil sulla democrazia economica. Il
congresso della Fiom dell'88, che tutti ricordano come "il congresso della
codeterminazione", quello richiamava: un sistema informativo molto
avanzato in cui tutte le fasi più importanti di un'azienda venivano discusse
anche con le organizzazioni sindacali. Non se ne fece mai nulla. E anche allora
le imprese non volevano saperne. "La democrazia economica non si fa in
un'azienda sola, ma con strumenti di politica economica e politica
industriale", dice Giorgio Cremaschi (Fiom), "quello che propone
Bonanni è una forma di aziendalismo, poi se davvero potessero esserci forme e luoghi
per un ulteriore potere dei lavoratori, sarei favorevolissimo". Fermo
restando, conclude, che si tratterebbe di una ulteriore via per i lavoratori,
perché "la partecipazione non è il sindacato". Alla Zanussi (oggi
Electrolux) esiste ancora, ma solo sulla carta, un sistema partecipativo fatto
di commissioni composte da rappresentanti sindacali e aziendali: in realtà non
ha mai funzionato, racconta Cremaschi. Fallimentare - racconta Fabrizio Solari,
segretario della Filt Cgil - anche il tentativo dell'azionariato in Alitalia,
dove qualche anno fa è stato distribuito il 20% delle azioni tra i lavoratori
come acconto degli aumenti salariali a venire. Quel che è certo però, dice
Solari, è che "oggi le emergenze sono altre e hanno più a che fare con la
legittimazione del sindacato dal basso, che con la sua legittimazione
nell'impresa".
( da "Unita, L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai
consultando l'edizione del L'avvocato D'Amati: "Se si arriva alle multe
dal conflitto d'interessi si passa all'abuso
d'ufficio...".
( da "Unita, L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Il reato di clandestinità colpisce anche l'infanzia Luigi
Cancrini L'allarme che voglio lanciare riguarda i "bambini
invisibili". I pediatri di famiglia che si riconoscono nella Federazione
Italiana Medici Pediatri (Fimp) sono oltre settemila e sono preoccupati per le
norme del pacchetto sicurezza licenziato dal Governo. Oggi - ha dichiarato il
presidente nazionale della Fimp Giuseppe Mele - tantissimi figli di immigrati,
sino ad oggi non rei, vanno a scuola e sono assistiti dai Pediatri di famiglia,
come prevede la legge, il contratto nazionale e le relative deroghe che ne
disciplinano l'accesso temporaneo al Servizio sanitario nazionale.
L'introduzione del concetto di reato di immigrazione clandestina - ha aggiunto
Mele - non potrà che avere come esito, che era ed è facilmente immaginabile, il
fatto che questi bambini verranno dai loro genitori tolti dalla scuola e
dall'accesso ai servizi sanitari diventando, in breve tempo, bambini
invisibili". L'allarme per il quale la Fimp fa appello anche all'Unicef, è
una richiesta di attenzione al problema da parte del governo, cui fa richiesta
di un incontro urgente, "che dovrà tener conto anche di questo genere di
problemi i cui effetti ricadranno sulla salute di migliaia di bambini,
innocenti per natura, colpevoli per genesi e per decreto". Lei che ne
pensa? Antonella Ciurlia Ne penso che il pacchetto sicurezza approvato dal
Governo provocherà, se interamente approvato dal Parlamento, effetti
disastrosi. Che non riuscirà a fermare una immigrazione le cui ragioni,
economiche e politiche, sono più forti di qualsiasi legge e che il suo
risultato sarà, come ben dice Mele, quello di spingere nella clandestinità chi
dovrebbe essere soprattutto aiutato ad integrarsi. Anche se tanta stampa ne ha
parlato come di una iniziativa politica necessaria ed anche se l'opposizione
parlamentare ne ha sostanzialmente avallato le scelte e l'orientamento. Senza
preoccuparsi del modo in cui (lo scrive Livio Pepino su l'Unità del 28 Maggio)
"il nuovo diritto penale dello straniero alla base di questi decreti è espressione
della convinzione, profondamente razzista, che sia possibile importare braccia
e non persone. Inutile sottolineare la distanza di tale impostazione dal
dettato della Costituzione e dai principi di uguaglianza che la ispirano. Quel
che nessuno può ignorare è che misure come queste produrranno solo ulteriore
insicurezza": per le persone che si trovano in condizioni di clandestinità
perché quello che i clandestini eviteranno sistematicamente d'ora in poi è il
contatto, a qualsiasi livello, con le istituzioni dello Stato e,
inevitabilmente, anche per i cittadini italiani che sempre di più avranno a che
fare con persone piene di difficoltà e di paura. Per ciò che riguarda le
conseguenze che tutto questo avrà sui minori (ed in particolare sui bambini) il
problema segnalato da Mele è, dunque, un problema reale. Di cui non è difficile
immaginare le conseguenze.L'esempio più banale è quello del bambino che ha una
febbre alta. Portarlo in Ospedale chiede, al genitore clandestino, di
presentarsi. Se il suo essere clandestino diventerà un reato, farlo
significherà autodenunciarsi, finire in carcere e andare incontro ad una
espulsione: rischiando di perdere (questo nel suo immaginario è inevitabile) il
rapporto con il bambino. In modo analogo andranno le cose, del resto per quello
che riguarda le vaccinazioni e la scuola. Aprendo un vero e
proprio conflitto d'interessi fra il figlio ed i suoi genitori, di fronte al semplice
manifestarsi di un diritto del bambino: di ogni diritto, per ogni bambino che
si trovi coinvolto in questo grande ciclone, nello tsunami umanitario che si
determina intorno a tutte le emigrazioni.L'obiezione che viene fatta a
questo discorso è quella che riguarda la necessità di contrastare a qualsiasi
costo i comportamenti che si sviluppano nell'illegalità. Chi entra illegalmente
in un paese, si dice, deve accettarne le leggi affrontando le conseguenze delle
sue scelte. Se qualcuno decide di entrare clandestinamente in un paese in cui
la clandestinità è un reato, dunque, è lui (o lei) quello che coinvolge il
figlio in una situazione sbagliata. Se qualcosa di negativo ne deriverà per il
minore la colpa non è della legge ma di colui che non l'ha rispettata. Quella
che si combatte contro l'illegalità (lo dice ogni giorno il Ministro Maroni col
tono di chi vuole mettere riparo alle inadempienze dei suoi predecessori) è una
battaglia senza esclusione di colpi. Produce, probabilmente, dei danni
secondarii ma va combattuta. La risposta da dare a questo ragionamento non
piace oggi al governo né, purtroppo, all'opposizione. Si basa sull'osservazione
di fondo per cui decidere che la clandestinità è un reato in una situazione
caratterizzata da una differenza inaccettabile fra i paesi ricchi
dell'occidente e quelli da cui gli emigranti provengono significa applicare a
degli esseri umani l'idea per cui (la frase è di La Fontaine, la favola è
quella del lupo e dell'agnello) "la loi du plus fort est toujours la
meilleure": giustificando con una legge ad hoc la violenza di chi non
accetta di confrontarsi con le difficoltà di chi sta peggio di lui. Delittuosa
è la legge stabilita da chi si sente più forte, dunque, non il tentativo di
sopravvivere e di far sopravvivere i propri figli alla miseria o alla
persecuzione politica e delittuoso è soprattutto il modo in cui, definendo
reato la richiesta di aiuto, si fa diventare criminale chi non lo è. Mettendo
insieme quelli che cercano lavoro e rispetto del loro diritto di esistere e
quelli che arrivano da noi con l'idea di prendere tutto quello che c'è da
prendere. Osservato da questo punto di vista il problema dei "bambini
invisibili" non è più il danno secondario prodotto da una scelta giusta.
E, più semplicemente, la più infame e la più vergognosa delle conseguenze
prodotte da una scelta sbagliata. Il sentimento più forte che provo in questa
fase è una grande malinconia. Può darsi che io stia male ovviamente e che abbia
bisogno degli antidepressivi di cui continuo a contestare inutilmente
l'utilità, ma lo spettacolo del paese in cui vivo è davvero sconfortante se ci
troviamo di fronte ad un governo che dichiara reato la clandestinità, ad una
opposizione che non si scandalizza, ad un Papa e ad una stampa che lodano il
clima "nuovo" che di questa collusione è il frutto avvelenato mentre
nessuno risponde a questo appello dei pediatri italiani. Come se tutti fossero
d'accordo insomma, nel pensare che il Berlusconi quater di quella che alcuni
cominciano a chiamare pomposamente la terza repubblica sta facendo una cosa
giusta nel momento in cui dà forza di legge all'odio della Lega e dei leghisti
contro gli emigranti e contro i loro bambini. Mentre l'unica strada che resterà
aperta a chi la pensa in modo diverso, credendo davvero nelle ragioni della
vita, potrebbe essere la disobbedienza civile: di protezione dei clandestini e
dei loro figli dai rigori stretti di una legge inaccettabile. Diritti negati.
( da "Unita, L'" del 02-06-2008)
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Stai consultando
l'edizione del No alla tassa sul conflitto di interessi
Giuseppe Giulietti * La sentenza del Consiglio di Stato ha davvero dato ragione
a Silvio Berlusconi, come pure hanno sostenuto alcuni commentatori di "casa
reale"? Neppure per idea! Sarebbe un gravissimo errore non contrastare
l'operazione politica e mediatica in atto che ha il chiaro obiettivo di
cancellare perfino il ricordo delle sentenze della Corte Costituzionale,
dell'Alta Corte europea e, ultima in ordine di tempo, quella del Consiglio di
Stato. La realtà, tuttavia, non è taroccabile. La sentenza della Corte
Costituzionale non è stata superata e continua a mettere sotto accusa un
sistema mediatico chiuso, lesivo del pluralismo editoriale e imprenditoriale.
In quella sentenza si fa riferimento alla necessità di superare il regime delle
proroghe e l'occupazione abusiva delle frequenze. Il medesimo concetto è stato
ripreso e affermato in modo definitivo anche dalla Corte Europea che ha
pienamente riconosciuto il diritto a trasmettere di Europa
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-02 num: - pag: 6 categoria:
REDAZIONALE Risposta a Panebianco Napoli, l'abulia della borghesia di RAFFAELE
LA CAPRIA A un attento onesto e sottile politologo come Angelo Panebianco
l'ambiguità non conviene, non può permettersela. Ma uno scrittore, certo meno
esperto di politica e spesso costretto ad occuparsene per forza maggiore,
l'ambiguità - specie in un caso in cui entrano in ballo anche i sentimenti - a
uno scrittore l'ambiguità a volte può essere consentita. E non tanto perché lui
stesso è ambiguo ma perché è la realtà a essere ambigua. A proposito della mia
risposta all'articolo di Galli della Loggia "Perché il Sud è senza
voce" io ho voluto contestare il fatto che fosse senza voce perché quella
voce ce l'ha ed è disperata e ha attraversato tutta la storia del Mezzogiorno.
La voce dunque c'è, non c'è la società. Questo anch'io lo so e lo deploro, l'ho
deplorato ogni volta che ho preso la penna. Io so che la società della
"napoletanità ", che ha retto fino alla fine della prima guerra
mondiale, era una società fondata su un mito, ma bene o male esisteva. Si è man
mano sfaldata nel secondo dopoguerra. E quando tra società civile e società
illegale il confine è diventato labile, ed è arrivato il sindaco Lauro, la speculazione
edilizia e il terremoto, lo sfacelo è stato generale. Ora certo anch'io
desidero che l'ultimo flagello, quello dei rifiuti, agisse come un colpo di
frusta. Ma detto questo non credo che se la borghesia napoletana scendesse in
piazza contribuirebbe a far nascere quella società civile che non c'è, e a
risolvere il problema della monnezza che in quattordici anni i pubblici
amministratori non sono riusciti a gestire. è vero ci sono problemi terribili
nel mondo, come fame e sovrappopolazione, che sembrano insolvibili. A volte mi
pare che il problema di Napoli appartenga a questa categoria, solo che è più
piccolo e dunque forse risolvibile nel tempo. Non in breve. E non con una
manifestazione in piazza. La "storia lenta" che ha determinato la
scarsa presenza della borghesia nelle regioni meridionali non può diventare
all'improvviso "storia rapida" con una pur auspicabile mobilitazione
della classe borghese della città. La "storia lenta" ha a che fare
con i miti, gli archetipi, le sopravvivenze, il linguaggio, le superstizioni,
le tradizioni, con tutto ciò che concorre a formare la mentalità. La mentalità
è più forte della cultura ed è più forte della ragione, fa parte di quel
mistero nascosto di cui parla la Ortese ne "Il mare non bagna Napoli"
. Il mare, cioè la felicità, non tocca Napoli a causa della mentalità. Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità
separate, nasce l'incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune
superiore all'interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui
tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono. è questa della
mentalità la vera arretratezza di un paese malato di populismo, che ha confuso
la democrazia con un pluralismo inconcludente gridato nelle piazze e ampliato dalla
televisione. Solo dove non c'è libertà si ha un destino, solo chi se lo è
voluto ha un destino. Il destino è una delle tante forme dell'immobilità, ed è
nella natura del destino di non poter trovare in sé il proprio correttivo. Un
destino è immutabile perché la natura (arcaica) che lo ha determinato non sa
produrre al proprio interno gli anticorpi del cambiamento, e cioè "non sa
criticarsi". La corruzione delle mentalità venute di colpo in contatto con
la modernità ha rafforzato nel Sud mafie e camorre di vario genere e nel Nord
la degenerazione della logica del profitto (tangenti). è sul terreno delle
mentalità che la cultura deve affrontare il Nemico. Ma per farlo la cultura
dell'intero Paese anziché idealistica (e ideologica) avrebbe dovuto essere pragmatica.
è perché ho questo paesaggio davanti a me, che agli occhi di Panebianco posso
apparire ambiguo. Se un politologo vede le cose dal punto di vista politico,
uno scrittore le vede dal punto di vista dell'esistenza. L'esistenza è
"tutto quello che accade". Ma non c'è dubbio che dal punto di vista
morale sono anch'io colpito dall'abulia della classe borghese della mia città,
la condanno e la giudico negativamente, e soprattutto non voglio scaricare su
altri responsabilità che sono nostre. Ma non posso nemmeno impedirmi di vedere
le cose come stanno, e dire che se ora si riconosce che la storia dei rifiuti
fa fare una brutta figura a tutto il Paese, il Paese questa brutta figura l'ha
già fatta da più di cent'anni a questa parte, da quando nacque la Questione
Meridionale.
( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
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Corriere della Sera -
ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-02 num: - pag: 5 categoria:
REDAZIONALE Capitalisti della Capitale di PAOLO FOSCHI La carica di Mondello
Andrea Mondello rischia davvero di perdere la presidenza della Camera di
commercio di Roma, come si sussurra nei salotti capitolini? Di sicuro ci sono
diversi pretendenti alla carica, da Cesare Pambianchi (Confcommercio), a
Massimo Tabacchiera (Federlazio) e a Francesco Saponaro (ex assessore della
giunta regionale di Francesco Storace). La battaglia è ormai aperta, anche
perché il cambio della guardia al Campidoglio ha dato uno scossone all'attuale
equilibrio nella Camera di commercio, che era in qualche maniera garantito da
Walter Veltroni. E' normale che il nuovo sindaco Gianni Alemanno voglia dire la
sua, su questa partita. Vedremo. Andrea Mondello nel frattempo non è rimasto
con le mani in mano. E ha appena incassato un'altra carica: è stato nominato
alla guida del comitato territoriale di Unicredit, al posto dell'uscente Andrea
Monorchio. Si tratta di un organismo che formula proposte per lo sviluppo del
territorio. Al di là di un possibile conflitto di interessi per questa doppia carica, c'è
un altro aspetto rilevante secondo gli insider della finanza capitolina: la
nomina sarebbe un segnale preciso. E cioè che le banche, almeno Unicredit-
Capitalia, sono ancora dalla parte di Mondello. Basterà a sventatre
l'assalto alla presidenza della Camera di Commercio? p_foschi@yahoo.it Andrea
Mondello Andrea Monorchio.
( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
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Pagina X - Torino
Banca Sella punta sui Paperoni I manager: "La scommessa private? Carte in
regola per vincerla" STEFANO PAROLA Largo alle piccole. La fusione tra San
Paolo e Intesa ha aperto nuovi spazi in regione e ad approfittarne sono proprio
gli istituti medio-piccoli, che si contendono l'etichetta di banca piemontese
più importante dopo che il gigante di piazza San Carlo si è imparentato e ha
spostato il proprio baricentro verso Milano. In pole position c'è Banca Sella,
che da qualche tempo ha deciso di premere l'acceleratore anche sul settore
"private" attraverso la sua controllata Banca Patrimoni: 17 milioni
di utile netto nel 2007, maturati anche grazie ad una plusvalenza derivata
dalla cessione di una parte della quota di partecipazione in Borsa Italiana, e
4 miliardi di raccolta intermediata. "La dimensione - spiega Silva Lepore,
nuova responsabile Private della controllata del gruppo Sella - non è un
fattore indispensabile. è la prossimità ad essere necessaria. Per questo motivo
abbiamo scelto di essere il più vicino possibile al cliente". Una
strategia che ha avuto ulteriore impulso nel novembre dell'anno passato, quando
in Banca Patrimoni Sella & C. è confluita la rete di promotori finanziari
di Sella Consult. Ne è nato un soggetto rafforzato, con 11 succursali, 40
uffici di promozione finanziaria dislocati in tutta la Penisola, 176 dipendenti
e 350 promotori. Origini biellesi, diramazione corposa sul territorio, ma la
sede centrale è a Torino, in piazza Cln: "Per noi - spiega il
vice-presidente Massimo Coppa - il capoluogo resta una piazza importantissima,
in cui siamo convinti che ci siano ancora molti "paperoni" e molti
spazi in cui inserirsi". I clienti torinesi, come del resto quelli di
tutta la regione, hanno almeno una caratteristica che spesso prevale su tutte
le altre: "Amano la discrezione - dice Silva Lepore -, in linea con lo
storico comportamento sabaudo". Poi c'è la prudenza, altro tratto che
caratterizza l'investitore piemontese rispetto agli omologhi delle altre
regioni, soprattutto di quelle del Nord. è per questo motivo, secondo Coppa,
che dovrebbero apprezzare la formula del gruppo biellese, che si avvale di
"un azionariato stabile, indipendente e privo di
conflitti di interessi"
e che preferisce evitare i prodotti complessi. "Niente subprime: la nostra
priorità è garantire analisi approfondite su ciò che offriamo ai nostri
clienti", sostiene il vice-presidente. L'avventura del gruppo Sella nella
gestione dei patrimoni è iniziata nel 1993, con la nascita della sua società d'investimento
mobiliare. Poi la scelta, nel 2005, di farla diventare una banca a tutti gli
effetti: "Abbiamo preferito questa denominazione - racconta Federico
Sella, amministratore delegato di Banca Patrimoni nonché figlio di Maurizio, il
presidente del gruppo - a quella di Società di risparmio gestito perché
crediamo che renda meglio l'idea della nostra mission, che è amministrare bene
la ricchezza, non solo gli asset mobiliari ma tutto il patrimonio nel suo
complesso". Per diventare cliente private della banca la soglia è fissata
a 500 mila euro, "ma noi - continua Sella - vogliamo dare servizi di
qualità a tutti, anche ai clienti retail che si rivolgono a noi per poche
migliaia di euro". "Bisogna essere flessibili", aggiunge la
responsabile private Lepore, e per esserlo Banca Patrimoni offre tre modalità
di investimento: una condivisa, in cui banker e cliente scelgono insieme su
quali prodotti investire; una composta da cinque pacchetti
"preconfezionati", con un mix variabile di azionario e
obbligazionario; un'altra del tutto personalizzabile da parte dell'investitore.
"Tre linee - conclude Lepore - che derivano da una lunga attività di
ascolto delle esigenze del cliente".
( da "Unita, L'" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Il cinema nelle città invisibili Una rassegna
al Filmstudio su conflitti e integrazione nelle metropoli contemporanee
Federico Pedroni Italo Calvino scriveva che "la città non è solo un
insieme di mattoni, ma quella strana cosa che sono le relazioni tra le
persone". Da questa frase prende spunto una rassegna che inizia venerdì al
Filmstudio e che, attraverso quattro giornate tematiche, cercherà di
analizzare come il cinema contemporaneo abbia affrontato il rapporto tra uomo e
metropoli. Il titolo del ciclo è emblematico - Frontiere invisibili. La città
moderna tra conflitti e integrazione - ed emblematici sono i luoghi scelti per
analizzare le mutazioni della città di oggi, delle nuove tensioni, delle
problematiche che segnano la vita dell'Europa: l'Italia, la Germania, cuore
culturale dell'Europa, la Polonia, che dal blocco sovietico irrompe nella
Comunità Europea, e l'Olanda, terra di tolleranza e libertà esemplare nel
panorama continentale. Le nuove migrazioni, l'influenza ineludibile della
Storia, i disagi delle periferie e il potere che la musica ha di abbattere le
barriere sociali, razziali e culturali nelle nuove realtà metropolitane sono
raccontati da autori noti al pubblico italiano (Fatih Akin, Davide Ferrario,
Jerzy Stuhr) e, attraverso alcune anteprime italiane, da registi emergenti come
la tedesca Angelina Maccarone, che nel suo Vivere racconta il difficile e
intenso rapporto tra due sorelle in viaggio tra Colonia e Rotterdam, o il
polacco Robert Glinski che, in Wrózby kumaka e in Czesc Tereska, tenta
attraverso i suoi protagonisti di definire il presente della sua nazione. Un
viaggio tra film di finzione e documentari per provare a capire un po' di più
delle città in cui viviamo. www.filmstudioroma.com - Via degli Orti d'Alibert
1/c - 06.45439775 Goethe-Institut Rom www.goethe.de/ins/it/rom/itindex.htm Via
Savoia, 15 Tel. 06.8440051.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-06-03 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE IL CORSO Scrittura e conflitti U n
laboratorio di scrittura sui conflitti, come potere e sopraffazione, amore e
dolore, per imparare la scrittura drammaturgica con confronti tematici che
vanno dal Sat Nam Rasayan alle costellazioni di Hellinger. "Margini di
miglioramento" è il corso residenziale di Ass. Bartleby condotto
dallo scrittore Giampaolo Spinato dal 21 al 25 luglio sul lago Maggiore (iscrizioni
entro il 30 giugno, quote 470/380 euro, info e iscrizioni 338.39.28.412). (Ida
Bozzi).
( da "Manifesto, Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
"Finanza e
poteri" di Gianfranco La Grassa. Il capitalismo contemporaneo modellato
dai conflitti tra le diverse strategie nazionali e sovranazionali Emiliano
Brancaccio Rosario Patalano List oltre e persino contro Marx. È questo
l'architrave del nuovo libro di Gianfranco La Grassa (Finanza e poteri,
manifestolibri, pp. 158, euro 18). Per sancire la sua uscita definitiva dal
marxismo, l'autore recupera il pensiero dell'economista tedesco di metà Ottocento
Friedrich List e lo sviluppa in chiave inedita. List viene solitamente
ricordato per il contributo teorico in tema di "industria nascente" e
per avere invocato il protezionismo in difesa degli interessi
nazionali della Germania, contro l'ideologia del libero scambio che veniva
all'epoca propugnata da un'Inghilterra egemone. Per La Grassa la specifica
analisi di fase di List può rivelarsi estremamente utile anche oggi. List ci
aiuta infatti a comprendere che la globalizzazione capitalistica dei giorni
nostri, ruotante attorno al nucleo egemone statunitense, ha le sue fratture, e
che spesso queste fratture seguono il percorso dei confini nazionali. La
nazione diventa quindi una chiave di lettura molto più efficace
dell'internazionalismo proletario di masse affamate e sfruttate, o
dell'ideologia pacifista neoliberale che descrive il mondo come una
rassicurante superficie levigata e priva di increspature. Gli attriti
internazionali si impongono, e non solo riguardano la contrapposizione tra
nazioni ricche e nazioni disperate ma coinvolgono pure i rapporti tra le grandi
potenze che si confrontano con la nazione dominante per insidiare il suo
primato. List dunque insegna: si può rispondere al dominio monocentrico della
nazione egemone solo animando una nuova fase policentrica di conflitti
interstatuali. Chiaramente, l'esito potenziale di un simile sbocco è tutto da
vedere. Ma è esattamente questo carattere di indeterminatezza e di apertura
che, ad avviso di La Grassa, rende il possibile, futuro trapasso da un'epoca di
monocentrismo ad una di policentrismo di estrema rilevanza politica. Questo a
nostro avviso è il punto di maggiore interesse di questo volume. L'autore ha
infatti il merito di condurre alle estreme conseguenze l'analisi dei rapporti
internazionali e della loro evoluzione, e se anche magari può non convincere
pienamente il lettore, in ogni caso lo costringe ad assumere una posizione
secca e non più ambigua sulla questione. Per intenderci: se si accettano sia la
tesi che gli auspici di La Grassa, diventa logicamente necessario mettere al
bando la doppiezza che ha caratterizzato la politica estera di questi anni,
soprattutto a sinistra. Dall'adesione ai bombardamenti Nato su Belgrado alla
trovata della "spirale guerra-terrorismo", sono numerosi gli esempi
in cui gli eredi dei movimenti operaio e comunista hanno mostrato una palese
inadeguatezza rispetto ai tempi, una incapacità strutturale di spingere nella
direzione del policentrismo al fine di sfruttare le congiunture che potrebbero
derivarne. Una fragile biforcazione La capacità di evocare un limpido bivio
politico è un merito indubbio. C'è tuttavia nella biforcazione di La Grassa un
che di teoricamente fragile, che potrebbe avere ricadute deleterie sul piano
dell'azione. Il problema principale scaturisce dal fatto che La Grassa si
impegna con foga in un attacco al carattere destinale, teleologico, messianico
dell'analisi marxista tradizionale. Ora, questo attacco al messianesimo e ai
suoi ultimi scampoli odierni è ossigenante e benvenuto, come del resto quasi
sempre accade quando capita di recuperare le eccezionali critiche di Althusser
al marxismo ortodosso. L'unico grave errore di La Grassa verte sul fatto che,
nell'impeto polemico, egli sembra voler fare ricadere nel calderone del
teleologismo tutte le cosiddette "leggi di tendenza", inclusa quella
alla centralizzazione dei capitali. Il che è strano, dal momento che tutti i
dati indicano che quella tendenza rappresenta una delle poche costanti generali
di sistema in un mare di soluzioni di continuità. A quanto pare insomma La
Grassa va ben oltre il giusto attacco al messianesimo ortodosso. Egli in realtà
punta equivocamente a relativizzare la tendenza alla centralizzazione al fine
di contestare alla radice l'obiettivo marxista di costruire una teoria generale
del capitalismo. Eppure in tal modo egli finisce per indebolire e non certo per
rafforzare le sue tesi. Infatti, rimarcare l'assoluta rilevanza delle forze
tendenti alla centralizzazione capitalistica non obbligherebbe certo ad
assecondare le vecchie suggestioni socialdemocratiche su una finanza sempre più
concentrata e parassita, né tantomeno le attuali ingenuità dedite alla
banalizzazione del quadro politico, comodamente diviso tra grande capitale mondiale
e masse globali diseredate. Al contrario, esaminare a fondo il moto interno dei
capitali, la loro continua tendenza non solo a distruggersi ma anche ad
accorparsi e a incastrarsi gli uni negli altri, aiuta a porre in luce proprio
la genesi delle - possibili e mai certe - controtendenze, delle forze reattive
che cercheranno di opporsi a quel moto. Del resto, la stessa tesi lagrassiana dei trapassi storici dal monocentrismo al
policentrismo a nostro avviso non può tenersi in piedi tramite la mera evocazione
del "conflitto strategico", quasi che fosse una tendenza
antropologica in sé. Quella tesi regge soltanto attraverso l'analisi del
processo di centralizzazione quale detonatore del conflitto inter-capitalistico
e della crisi politica che può conseguirne. Si può davvero sfruttare
l'emergenza, la congiuntura, il "fulmine", come ama definirlo La
Grassa, solo se si conosce la corrente profonda del fiume. È questo, in fin dei
conti, l'insegnamento del Marx anti-teleologico riletto da Althusser. La Grassa
farebbe bene, al riguardo, a fare un passo non indietro ma in avanti, e quindi
nuovamente in direzione di Marx. Dominanti e dominati Resta infine il macigno
dell'abbandono lagrassiano della categoria della "classe", intesa
essenzialmente nella sua dimensione soggettiva. L'autore preferisce ad essa la
distinzione tra i cosiddetti "dominanti decisori" e i cosiddetti
"dominati non-decisori", e tende a individuare i momenti di rottura
sistemica nel conflitto interno ai primi, coi secondi a svolgere il ben più
modesto ruolo delle truppe. Ora, del tutto indipendentemente dalle intenzioni
dell'autore, va detto che una simile classificazione può trovare più di una
sponda favorevole tra le categorie politico-sociologiche dei fascismi. Il
problema principale tuttavia non è questo. La questione di fondo è che La
Grassa abbandona la soggettività di classe di tipo marxista, notoriamente
problematica, per proporre una classificazione forse ancor più ambigua. Solo
per citare un esempio: abbiamo elementi che ci permettano di considerare il
"caso Lenin" più facilmente interpretabile in base alle categorie
lagrassiane rispetto a quella del partito rivoluzionario d'avanguardia di
classe? La risposta è a nostro avviso negativa. Su questo punto decisivo il
gioco pericoloso di La Grassa non sembra dunque valere la candela.
( da "Manifesto, Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Incontro con il
sociologo e ambientalista tedesco, che sulla scia di Ivan Illich studia una via
per combinare la giustizia sociale con quella ecologica, trasformando i valori
culturali che contribuiscono a formare l'universo simbolico I limiti della
natura allo sviluppo dei desideri L'idea che la qualità di una società si possa
giudicare dal livello della sua produzione economica interiorizza una
concezione materialistica inaugurata da Truman nel 1949: prima questa idea non
esisteva Giuliano Battiston Allievo di Ivan Illich, nel corso della sua
attività Wolfgang Sachs si è esercitato costantemente con gli strumenti della
scienza e della sociologia, ma prima ancora con quelli della teologia. Non l'ha
fatto però "con l'intenzione di edificare un ulteriore piano nell'edificio
teorico delle varie discipline accademiche", ma per mettere quegli
strumenti "al servizio del cambiamento sociale ed ecologico".
Convinto che sostenibilità significhi, "prima ancora che la salvezza delle
balene", "la ricerca di una civilizzazione che sia in grado di
estendere l'ospitabilità del pianeta" e promuovere la cittadinanza
globale, e che a sua volta il cosmopolitismo sia "immaginabile soltanto
sulla base di una trasformazione ecologica degli attuali modelli di produzione
e consumo", Wolfgang Sachs ricerca da tempo la giusta via per combinare
giustizia sociale ed ecologica. E suggerisce che una società compatibile con
l'ambiente e con le richieste di redistribuzione e riconoscimento avanzate da
chi ha meno privilegi possa passare solo attraverso un doppio binario:
"sia attraverso una razionalizzazione intelligente dei mezzi sia moderando
la portata dei suo scopi". Per farlo - questa la convinzione più profonda
di Sachs - occorre però trasformare i valori culturali (e gli schemi
istituzionali) che contribuiscono a formare l'universo simbolico di una
società. Se ieri questa trasformazione era una opzione, oggi è una necessità:
l'alternativa, "per dirla in modo rozzo, è tra giustizia e
autodistruzione". Abbiamo incontrato Wofgang Sachs a Firenze, dove è stato
tra i protagonisti di Terra Futura, la mostra-convegno dedicata alle
"buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale". In
molti dei suoi libri - per esempio in "Ambiente e giustizia sociale",
così come nell'introduzione al "Dizionario dello sviluppo" - lei fa
riferimento in modo esplicito "al magnetismo spirituale" di Ivan
Illich e al debito intellettuale maturato nei suoi confronti: in che modo
Illich ha influenzato il suo lavoro? Tra il 1972 e l'anno seguente mi sono
ritrovato in Messico, a Cuernava, all'epoca del Centro di documentazione
interculturale, e grazie alla mediazione di Illich ho avuto modo di conoscere
non solo alcune specificità di quell'area geografica all'epoca definita Terzo
mondo ma anche molte delle persone che gravitavano intorno a lui. I miei studi
di teologia mi portavano a un certo scetticismo nei confronti della razionalità
occidentale e della modernità in generale e questo scetticismo ha trovato poi
una declinazione particolare nell'incontro con Illich, che aveva individuato
strumenti molto efficaci per riconoscere e interpretare la gigantesca
collisione, per dirla schematicamente, tra le culture non moderne e la
modernità; o - in altre parole - per comprendere la grande transizione dalle
società agricole alle società industriali e moderne. Proprio dalla lettura di
Illich a questa transizione ho ricavato elementi essenziali per il mio lavoro.
A proposito di collisioni, nell'introduzione ad "Ambiente e giustizia
sociale" lei scrive: "Più o meno tutte le mie ricerche ruotano
introno a un ricorrente sospetto: che il modello di sviluppo occidentale sia
fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli
del mondo quanto con l'aspirazione di riconciliare l'umanità con la
natura". Ci dice qualcosa di più di questo sospetto? È ormai sotto gli
occhi di tutti il fatto che questo modello di sviluppo contraddice e
compromette la salvaguardia ambientale, tanto che il sospetto viene condiviso
perfino da gran parte dell'élite economica e politica, almeno in Europa. Tre
elementi in particolare vanno esaminati: nessuno nega più che ci troviamo a
vivere nel caos dal punto di vista climatico, e molti sono consapevoli del
fatto che questa situazione genererà conflitti, crisi e
catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via
di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se
la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è
importante, perché se una "stoffa" così imprescindibile alla civiltà
industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa per
questa civiltà sarà rilevantissima, tale da cambiarne profondamente i
connotati. Il terzo aspetto è forse il più importante: fino a quando l'occidente
è stato l'unico "colpevole ecologico" la consistenza del disastro
ambientale poteva essere tenuta nascosta, ma con la crescita di India e Cina
l'occidente è attraversato da un forte nervosismo. È una forma di vendetta del
colonialismo, perché il colonizzato ha imitato il colonizzatore e ora
l'imitazione minaccia la stessa integrità e sopravvivenza del colonizzatore. Se
Cina e India non possono essere fermate, anche noi siamo costretti a modificare
il nostro sistema. Oggi questi tre fattori hanno diffuso il sospetto, molto più
acuto di quanto non fosse dieci anni fa, che questo modello di sviluppo non sia
sostenibile a lungo termine. Nonostante la fiducia nel "progresso"
risalga - come lei stesso riconosce - ad almeno duecento anni prima, lei è
solito fissare l'inizio dell'epoca dello sviluppo al 20 gennaio
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Economia - data: 2008-06-03 num: - pag: 30 categoria:
REDAZIONALE Sul mercato "Va tagliato il legame tra gli istituti e le
società di gestione" Banche via dai fondi, asse Giavazzi-Rossi DAL NOSTRO
INVIATO TRENTO - Doveva forse essere un confronto fra intellettuali
dell'economia su sponde opposte. Da un lato Guido Rossi, convinto che la crisi
finanziaria porti con sé una violenta mutazione del capitalismo. Dall'altra
Francesco Giavazzi, pronto a difendere l'utilità del credito flessibile
all'americana "che dà una casa di proprietà agli immigrati messicani in
media dopo meno di nove anni di soggiorno, anche quelli entrati come
clandestini ". Alla fine dal dibattito fra i due a chiusura del Festival
dell'Economia di Trento ieri è uscita invece quasi un'agenda per la finanza
italiana. Un'agenda fatta di possibili nuove regole per rendere mercato e
società più trasparenti. Con annesse almeno tre proposte di legge. La prima
l'ha avanzata Giavazzi, editorialista del "Corriere" e docente di
Economia alla Bocconi e al Massachusetts Institute of Technology. L'ha fatta
con un richiamo alla legge americana del '33 che, in piena depressione, sciolse i conflitti d'interessi fra le banche d'investimento e quelle che raccolgono il
risparmio. "Proponiamo insieme un Glass-Steagall Act italiano che vieti
alle banche di possedere le società di gestione del risparmio" ha detto
Giavazzi a Rossi, in linea con un'idea sulla quale insiste da tempo. Il
giurista, ex presidente della Consob, si è subito detto "assolutamente
d'accordo". E ha rilanciato con una proposta che rafforzi alcuni vincoli
che in Italia in parte esistono già: "Regolerei le partecipazioni delle
banche nelle imprese industriali e viceversa" è la proposta di Guido
Rossi. Il direttore della "Stampa" Giulio Anselmi, nelle vesti di
intervistatore, ha subito chiesto a Giavazzi se fosse d'accordo e lui, in linea
di principio, ha confermato. Terzo terreno comune, quello del governo
d'impresa. Qui la prima mossa a Trento è stata di Giavazzi, ma Guido Rossi in
realtà l'ha scritto nel suo ultimo libro: "Vieterei che i membri non
esecutivi dei consigli d'amministrazione - ha proposto l'economista della
Bocconi - posseggano delle stock option, che li porterebbero ad avere interessi allineati con gli amministratori delegati, gli
stessi in teoria loro dovrebbero controllare ". Fin qui l'agenda comune, ma
né Guido Rossi né Giavazzi hanno risparmiato le stilettate. Quella del giurista
è andata alla Consob che per lui "si è dimostrata in qualche caso un po'
senza poteri e forse un po' distratta". L'economista invece ha bocciato la
proposta del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sui dipendenti- azionisti:
"Troppa concentrazione del rischio: se un'azienda fallisce, chi ci lavora
perde il posto e anche il suo risparmio". Stock option Proposto anche il
divieto di possedere stock option per i consiglieri non esecutivi Federico
Fubini.
( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-03 num: - pag: 36 autore: di
MAX HASTINGS categoria: REDAZIONALE GUERRE E SOLDATI Se la società occidentale
non vuol più combattere I l ministero della Difesa del Regno Unito è impegnato
in uno spiacevole processo definito come un "miniriesame in materia di
difesa". Gruppi di ufficiali dell'esercito e funzionari del governo stanno
analizzando ogni aspetto dei programmi di spesa e di equipaggiamento nel
disperato tentativo di risparmiare denaro. Le cifre dell'anno in corso quadrano
solo grazie a una contabilità creativa, rimandando al 2010 alcuni conti molto
salati. Già è risaputo che occorre cancellare i più ambiziosi programmi di
difesa britannici. Le portaerei, che stanno tanto a cuore alla Marina? Gli
ufficiali taglierebbero proprio queste per prime, ma poiché le navi significano
posti di lavoro per l'elettorato laburista, verranno quasi sicuramente
risparmiate. Le fregate e i cacciatorpediniere? Almeno due vascelli di scorta,
già in cantiere, saranno eliminati. L'esercito teme per i mezzi corazzati di
nuova generazione. Numerosi quartier generali dovranno chiudere. Il generale
Sir Richard Dannatt, capo di stato maggiore, non è riuscito a convincere i
ministri a firmare nuovi finanziamenti per le forze armate. Le richieste di Dannatt sono motivate dal fatto che i suoi
soldati stanno affrontando un conflitto di primaria importanza, in Afghanistan,
con mezzi inadeguati, mentre altri quattromila soldati sono impegnati nel
teatro di guerra iracheno per tener buoni gli americani. Inoltre l'esercito
britannico mantiene una considerevole forza di pace nei Balcani. Ma il
governo britannico, e ancora di più i parlamentari laburisti, restano
profondamente convinto che le guerre di Tony Blair hanno regalato solo
imbarazzo e problemi al Paese. E pertanto non si sogna neppure di sprecare
altri soldi per arruolare nuovi soldati né tantomeno per schierarli in
combattimento. Tale scetticismo è comprensibile, ma la conclusione alla quale
si è giunti è sbagliata. Malgrado il profondo sconcerto per i gravissimi errori
commessi in Iraq e in Afghanistan, resta comunque di fondamentale importanza
per la Gran Bretagna possedere un esercito credibile. Un organico di centomila
soldati risulta insufficiente. Nel XXI secolo si scateneranno nuovi conflitti
nei quali il Paese sarà costretto a intervenire o a partecipare come forza di
pace, che gli piaccia o no. La Gran Bretagna da sola non può riempire il vuoto
abissale lasciato in Afghanistan da quei Paesi Nato che si rifiutano di
combattere o di contribuire alla ricostruzione. Ma non può nemmeno sperare di
vincere questa guerra, o qualunque altra, senza un numero adeguato di truppe. I
numeri contano, eccome. In un momento di crisi, non è accettabile che le
potenze occidentali dichiarino: "Invieremo più soldati " per poi
spedire tre uomini e un cane. Nessuna strategia darà i frutti sperati se non ci
sono soldati a sufficienza, coadiuvati da un forte sostegno umanitario. Molti
analisti hanno osservato che i contingenti spediti da Tony Blair e dall'allora
ministro della Difesa John Reid nella provincia di Helmand, in Afghanistan,
erano del tutto inadeguati allo scopo e rappresentavano semmai una strategia
simbolica. E così è stato in realtà. La politica occidentale in materia di
difesa resta ancorata all'idea di rappresentanza formale fino a che tutte le
nazioni europee, e in primo luogo gli Stati Uniti, non saranno disposti a
spedire un numero adeguato di soldati di fanteria - di gran lunga più
importanti per le "guerre tra la gente" rispetto a carri armati e
bombardieri invisibili - per raggiungere gli obiettivi. La responsabilità di
queste carenze tuttavia non può essere addossata esclusivamente ai governi.
Parte del problema nasce dai mutamenti della nostra cultura. Diventa sempre più
difficile per le società occidentali reclutare soldati di fanteria. La maggior
parte dei reggimenti britannici di fanteria è a corto di effettivi, in
particolare le unità scozzesi, e non solo per le economie del Tesoro, ma anche
perché il reclutamento è sempre più arduo e il tasso di abbandono sempre più
elevato. Per secoli, gli eserciti sono stati composti per lo più da giovani
della classe operaia, spesso scarsamente qualificati. Costoro abbracciavano una
vita di avventura e cameratismo, disposti ad accettare sia il dovere di
uccidere che il rischio di morire. Ben di rado entravano nell'esercito per
scelta, eppure molti finivano col far carriera in uniforme. Oggi, invece, sia
alla scuola che alla famiglia ripugna vedere i ragazzi interessati alla
vocazione del guerriero. Trovano disdicevole la nozione di armare gli
adolescenti per inviarli a combattere, qualunque sia la causa. Grazie a
Internet, uno scambio radiofonico tra una giornalista e il generale australiano
Peter Cosgrove è entrato nel mito contemporaneo. Cosgrove, capo di stato
maggiore in Australia, descrive alla radio un programma per introdurre i boy
scout australiani alla vita avventurosa del soldato, invitandoli a visitare le
basi dove potranno misurarsi con le arrampicate, la canoa, il tiro con l'arco e
col fucile. "Col fucile? - esclama la giornalista, spaventata -. Non le
sembra un'idea irresponsabile? ". "Non vedo perché - risponde il
generale -. I ragazzi saranno attentamente controllati nel poligono di tiro".
Ma l'intervistatrice non è convinta: "Non crede che sia molto pericoloso
insegnare queste cose ai ragazzi? In questo modo li equipaggia alla violenza e
all'omicidio". Cosgrove resta impassibile: "Beh, lei è equipaggiata
per fare la prostituta, ma non lo è, dico bene? ". Molte persone
condividono la ripugnanza istintiva della giornalista per le armi, come pure
per altri aspetti della vita militare. Inoltre c'è il problema della scarsa
prestanza fisica di molti adolescenti nell'affrontare la carriera militare.
L'esercito britannico si sforza di ridurre l'elevato tasso di abbandono nei
corsi di formazione di base per le nuove reclute, perché queste non accettano
la disciplina o non riescono ad affrontare la preparazione fisica. Per gli
adolescenti che rinunciano a camminare se possono prendere la macchina ed
esprimono il loro entusiasmo per lo sport facendo il tifo davanti alla tv, i
percorsi di guerra appaiono insostenibili. Il risultato è che tutte le nazioni
occidentali hanno difficoltà nel reperire giovani reclute disposte a imbracciare
il fucile sul campo di battaglia ed è sempre più difficile prevedere futuri
scenari sociali che possano rovesciare questa tendenza. Le forze armate, in
quanto istituzione, godono ancora di grande rispetto nell'opinione pubblica, ma
questo non conta nulla se non si traduce nella volontà dei giovani di entrare
nell'esercito e fare il proprio dovere. Paradossalmente proprio Tony Blair, che
ha messo alla prova le forze armate britanniche più di qualsiasi altro primo
ministro moderno, ha inflitto loro un colpo durissimo, associandole a cause
impopolari e a guerre che forse sarà impossibile vincere. I tre rami delle
forze armate britanniche oggi sono così carenti di effettivi che, qualora le
attuali politiche e difficoltà dovessero protrarsi, sarà quasi impossibile
arrestarne il declino. A meno che uno non sia un pacifista convinto, che
rifiuti l'impegno militare in qualsiasi luogo e per qualsiasi causa, occorre
riconoscere che gli interessi nazionali saranno a
rischio se le forze armate verranno screditate e penalizzate per gli errori
politici di un primo ministro. Si sente ancora ripetere che le forze armate
britanniche sono le migliori al mondo. In realtà, non lo sono più. Per quanto
ben preparate sotto il profilo professionale, oggi sono troppo esigue per
fronteggiare i molti impegni loro assegnati. Anche se i ministri cercheranno di
farci credere il contrario, il pubblico non deve lasciarsi ingannare. ©
Guardian News & Media Ltd 2008 Traduzione a cura dello Iulm.
( da "Liberazione" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Matteo Fraschini
Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le
Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda
"Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo" Matteo
Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite
per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una
delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo". Eppure sciami di
auto delle decine di organizzazioni non governative (Ong), si sono riversati in
questa zona dell'Africa come api sul miele. Durante gli anni più bui del
conflitto in pochi osavano raggiungere Gulu, una cittadina di qualche decina di
migliaia di anime che ora, grazie alla sua posizione strategica, è diventata un
nuovo centro commerciale in continua espansione. Ma le cose possono cambiare
nel giro di poche ore, specialmente quando le condizioni per una nuova fiammata
di violenze si sentono nell'aria e tra le strade polverose del capoluogo
nord-ugandese. Era l'ottobre del 2005 quando la Corte Penale Internazionale
(Icc) ha formulato il mandato d'arresto per Joseph Kony, il leader dei ribelli
del Lord Resistance Army (Lra), e altri quattro dei suoi comandanti. Ma grazie
al processo di pace iniziato con le prime apparizioni di Kony avvenute nei
luoghi inospitali del Sud Sudan e nelle fitte foreste pluviali del Congo, il
mandato d'arresto è rimasto in sospeso. Dopo una serie di incontri riusciti e
falliti, la delegazione per l'accordo di pace, con a capo il Vice Presidente
del Governo del Sud Sudan, Riek Machar, era ad un passo dal portare a termine
la missione. La firma dell'accordo tra il governo ugandese di Yoweri Museveni e
i ribelli avrebbe dovuto mettere fine a vent'anni di guerra, una delle più
lunghe che abbiano mai marchiato il suolo del continente africano dalla fine
del colonialismo. Le speranze erano ancora vive. Ora è tutto finito. Il leader,
lo spiritato Kony, colui che sostiene di essere immune ai proiettili, non si è
presentato alla cerimonia ed è ritornato nel bush. "Ha dichiarato che
morirà combattendo" sono state le ultime parole del suo portavoce. E i
suoi seguaci hanno ricominciato a rapire anime, minorenni per la maggior parte,
costretti a mutilare, uccidere e odiare i propri connazionazionali. La Icc non
ha perso tempo a rispondere con l'annullamento della sospensione, e il mandato
d'arresto è di nuovo attivo, ma questa volta in modo definitivo. Più di 50
mogli, 20mila bambini rapiti, 33 capi d'accusa per crimini di guerra e crimini
contro l'umanità. Sono solo alcune delle cifre che l'ex chierichetto di Odek,
un villaggio a pochi chilometri da Gulu, è riuscito a procurarsi negli anni.
"Kony era anche un ottimo ballerino, aveva tutte le donne ai suoi piedi"
ha confermato un suo ex compagno di classe. Aderendo al Movimento dello Spirito
Santo fondato da Alice Lakwena (forse sua cugina) per combattere il governo di
Museveni e difendere la popolazione degli Acholi, nell'87 Kony ha deciso di
ritirarsi nella foresta per dare inizio a una guerra civile basata sui dieci
comandamenti biblici. Riconosciuto come uno dei più brutali conflitti al mondo,
è indispensabile chiedersi perché tali avvenimenti abbiano potuto protrarsi per
così tanto tempo. Le conseguenze del conflitto sono state devastanti, e la
popolazione, di cui 1.5 milioni vivono in campi per sfollati (Idp camp), sta
pagando un prezzo molto alto. "Kony è pericoloso, ma ormai è solo una
pedina usata da forze ben più grandi di lui" afferma Silvanus Okela, ex
ribelle riuscito a fuggire tre volte, e ora direttore di Kicaber,
un'organizzazione non governativa che facilita il ritorno dei ribelli nella
società. "La mia Ong ha bisogno di fondi per permettere ai bambini che
seguiamo di andare a scuola. Un modo anche per evitare che siano rapiti e siano
condannati a soffrire come ho sofferto io nei miei anni con l'Lra". Verso
la metà degli anni '90 il governo di Khartum, in Sudan, iniziò a finanziare e a
rifornire di armi l'Lra. Kony doveva rappresentare la spina nel fianco di
Museveni, il quale iniziò a sostenere il Governo del Sud Sudan (GoSS) di John
Garang, morto in un misterioso incidente di elicottero nel
( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- ROMA - sezione: PRIMA PAGINA - data: 2008-06-04 num: - pag: 1 autore: di
GIUSEPPE STRAPPA categoria: REDAZIONALE LA FORMA DELLA CITTà CERCANDO IL DECORO
URBANO F orse è una buona idea quella dei lettori che propongono, nelle
"lettere al Corriere", un assessorato all'arredo urbano dedicato a
difendere gli spazi del nostro centro storico. Ma il vero problema è che le
trasformazioni in corso, il loro carattere consumistico e volgare, sono il
sintomo superficiale di un male ben più profondo. La forma della città, non
solo quella dell'architettura, ma anche quella mobile e fluida della vita che
vi scorre, non è casuale. La marea montante di recinzioni in alluminio,
chiusure di plastica, l'invasione dei tavolini sono l'espressione
di un conflitto tra interessi diversi e spesso ingenti (qualcuno ricorderà gli articoli dei
quotidiani sull'entità e la provenienza degli investimenti in molti locali del
centro storico). Una battaglia per la sopravvivenza, dunque, dove la buona
volontà di qualche associazione e di pochi tecnici è destinata a soccombere.
In queste condizioni l'arredo urbano non può che essere una delle disgrazie di
questa città, lo strumento per trasformare in merce i nostri spazi pubblici.
L'architettura di gazebo e tettoie, il disegno, a volte elegante, di
pavimentazioni e marciapiedi divengono così una mediazione, servono a
metabolizzare l'invasione rendendola, allo stesso tempo, gradevole e
permanente. Ero stato facile profeta quando prevedevo, su queste pagine, gli
esiti della delibera per le "piazze-salotto": si veda di chi sono
oggi quei salotti e se i cittadini ne traggano qualche vantaggio. Per questo
credo che, nella situazione attuale, piazze e strade storiche non vadano
toccate, che debbano solo essere gelosamente protette, liberate da ogni corpo
estraneo, restaurate. La vera modernità, per il nostro centro storico, è la sua
appassionata tutela. E il nuovo assessorato non si dovrebbe chiamare, quindi,
"all'arredo" ma "al decoro urbano". Dovremmo avere il
coraggio di usare questo termine che sa di vecchie, buone maniere: meglio un
leggero odore di polvere che gli scempi della cattiva gestione e della sua
figlia naturale, l'architettura-spazzatura.
( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
L'opinione I veri
nodi in gioco nell'agenda di Rifondazione Alberto Burgio Se Rifondazione
comunista non riesce a essere sede di un "lavoro comune di indagine e
proposta" per l'elaborazione di una "visione comune" alle forze
della sinistra; se non riprende il cammino della Sinistra Arcobaleno,
bruscamente interrotto dalla disfatta elettorale, allora il suo travaglio è
sterile e insignificante. In questo caso, "che ci importa del suo
congresso?". Così Rossana Rossanda chiude la sua lettera a Rifondazione
(il manifesto, 17 maggio 2008). Provo a rispondere non eludendo la questione.
Cruciale, ma alquanto dilemmatica. Rossanda mette in chiaro quel che a lei,
"vecchia comunista", sta più a cuore. Il problema dei problemi è il
lavoro, la solitudine del lavoro dipendente. Sul piano materiale, il problema
si chiama precarietà, basso salario, disoccupazione. E ancora: peggioramento
delle condizioni di lavoro (ritmi, orari di fatto, carichi, ripetitività,
infortuni); non riconoscimento delle prestazioni reali; aumento delle
differenze normative e salariali, oggi tra segmenti della stessa filiera,
domani tra singoli dipendenti della stessa impresa. Queste alcune delle
questioni essenziali. Che cosa comporta una simile impostazione? Forse che ci
si disinteressi degli altri terreni di conflitto:
delle questioni ambientali e istituzionali, delle differenze di genere e dei
diritti civili, della guerra e dei diritti umani? Naturalmente no. Certo però
porta con sé, questa impostazione, una prospettiva influente sulla lettura
della realtà: una direzione dello sguardo, suggerita da un principio
ordinatore. Se si ritiene cruciale un terreno di conflitto,
ciò non deriva da opzioni personali di gusto o di interesse, ma dal modo in cui
si leggono processi e conflitti. E questo modo rimanda a sua volta a un quadro
di riferimento, a una ipotesi teorica, a una cultura politica. Che diventa poi
- anzi che è in se stessa - pratica politica: su questa base si costruiscono
agende e programmi e si definiscono obiettivi di lungo periodo e
identità; su questa base si cercano alleanze e si prende posizione anche sullo
spartiacque che da oltre un secolo divide le due famiglie della sinistra in
Europa, la socialdemocrazia dalla sinistra anticapitalista e rivoluzionaria.
Temi lontani? Inutili astrazioni? No, questioni all'ordine del giorno, come
dimostrano le recenti dichiarazioni di Guglielmo Epifani riguardanti
precisamente il conflitto capitale-lavoro. Conflitto
che il segretario generale della Cgil non ritiene più inevitabile (men che meno
costitutivo di questa forma sociale), visto che inclina a ritenere gli interessi del lavoro e dell'impresa non solo
"conciliabili" ma addirittura identici. Epifani non ha detto queste
cose in un convegno di studiosi, ma alla Conferenza organizzativa della Cgil. E
si riferiva alla "riforma" del modello contrattuale in discussione
tra le parti sociali. Prendeva posizione - mostrando di apprezzarla - sulla
filosofia collaborativa della Cisl che il governo naturalmente sponsorizza.
Ora, ho l'impressione che sull'impostazione suggerita - se capisco - da
Rossanda non vi sia accordo a sinistra. Anzi. Mi pare che non vi sia accordo
nemmeno sulla possibilità di individuare un terreno cruciale di conflitto,
quella che un tempo si chiamava "contraddizione principale". Da più
parti (anche da una parte di Rifondazione comunista) ci si contrappone esplicitamente
a questa idea, considerata "vecchia", residuale, novecentesca.
Viziata da "lavorismo" (come se si potesse sostenere una lettura di
classe abbandonando l'assunto della funzione sovraordinatrice del modo di
produzione dominante). Del resto sappiamo bene che proprio intorno a questi
temi si è sviluppata per decenni una discussione importante, che ha liberato
nuovi saperi e nuove culture critiche. Ma che ha anche alimentato divergenze
che sono parte - espressione e sostanza - della nostra stessa crisi. Se questo
è vero, il lavoro comune di cui Rossanda parla non può per definizione essere
assunto e portato a compimento da un partito. Che è tale solo se opera una
scelta, se si dà un quadro di riferimento: se decide - certo, ponderatamente e
senza riduzionismi - di tagliare la complessità scegliendo una direzione
prevalente di ricerca e di iniziativa. Sembra riconoscerlo anche Rossanda, che
a più riprese sottolinea la necessità di "darsi tempo" al cospetto di
un "lavoro immenso". Ma il tempo è proprio quello che scarseggia,
visto che non possiamo concederci il lusso di farci assorbire dalla discussione
sospendendo l'intervento politico, mentre il paese subisce l'attacco quotidiano
di una destra determinata a chiudere la partita con quanto resta del movimento
operaio e della Repubblica nata dalla Resistenza. E allora? Allora forse non
aiuta porre alternative secche, che rischiano di mancare i veri nodi in gioco.
Vale la pena di prestare ascolto a un confronto congressuale che a guardar bene
concerne - prima che forme e condizioni dell'unità a sinistra - proprio le
diverse culture politiche che vivono dentro Rifondazione comunista: quindi, in
primo luogo, il posto del lavoro nell'agenda e nel progetto politico. Sembra
insomma che in questo caso sia più che mai opportuno osservare senza
preconcetti. Non solo in considerazione delle responsabilità che oggi competono
al Prc. Ma anche per la grande apertura che proprio la disfatta elettorale
impone e consente alla sua discussione interna.
( da "Unita, L'" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Niente alibi, le frequenze per Europa7 ci sono Il presidente
Agcom avverte il governo: "Ristabilire la legittimità, la sentenze sono
ineludibili" di Roberto Brunelli / Roma NON CI SONO ALIBI Il governo è
avvertito: le frequenze per Europa7 ci sono. Basta cercarle. E a dirlo non sono
comunisti mangia-bambini, ma il presi- dente dell'Authority per le
telecomunicazioni, Corrado Calabrò. Che ieri, commentando la sentenza del
Consiglio di Stato sul caso Rete4, si è espresso in maniera limpida: non solo
il pronunciamento dei giudici di Palazzo Spada - secondo cui il governo dovrà
decidere sull'assegnazione delle frequenze in base alla dura sentenza della
Corte di giustizia europea - "non è eludibile", ma l'Agcom
"raschierà il fondo del barile" pur di trovarle. La questione è di
importanza capitale: se si permetterà ad Europa7 - cui questa possibilità viene
negata da ben nove anni, nonostante una gara per la concessione regolarmente vinta
- di trasmettere sul territorio nazionale, finalmente si apre a nuovi soggetti
il mercato televisivo, finora bloccato in un duo(mono)polio di stampo
nordcoreano. Aprire il mercato: esattamente ciò che Re Silvio vede come fumo
negli occhi, esattamente quello che in nome di normali regole di libera
concorrenza chiedono l'Europa, la Corte di giustizia Ue, la Corte
Costituzionale. Esattamente ciò che in Italia pare un tabù invalicabile.
Tecnicamente funziona così: è l'Agcom a dover fornire "dal punto di vista
tecnico il supporto per reperire le frequenze", come ha spiegato Calabrò.
Che detta la linea con grande chiarezza: il Consiglio di Stato - ha detto -
"afferma alcuni principi di cui dovranno tenere conto il legislatore, il
governo e l'Agcom", ed ha dato "indicazioni molto precise".
Pertanto l'Authority "farà tesoro dei principi indicati, ma il legislatore
deve ispirarsi a quei principi per ripristinare la legittimità".
Ripristinare la legittimità: come chiede la Ue, come affermano le opposizioni,
come dicono svariate sentenze. A questo punto, per il governo del proprietario
Mediaset sarà più difficile dire che, ahinoi, le frequenze non si trovano,
visto che Rete4 (che ha solo un'autorizzazione temporeanea) non può sloggiare.
Sarà dura sostenere che l'unico modo per ottemperare alle richieste europee è
quello di limitarsi a pagare ad Europa7 il megarisarcimento (3,5 miliardi di
euro), il quale - guarda caso - peserà esclusivamente sulle tasche dei
cittadini, visto che è lo Stato a doverselo sobbarcare. Giuseppe Giulietti,
portavoce di Articolo 21, non ha dubbi: "Il presidente dell'Agcom ha
dimostrato grande saggezza istituzionale. Il governo farebbe bene ad
ascoltarlo. Il problema, infatti, non è quello di "oscurare" Rete4,
ma di consentire ad Europa7 di esistere. L'Agcom ha indicato la strada.
L'esecutivo può percorrere quella strada? Oppure il
conflitto d'interesse glielo impedirà?". È questa la domanda vera. Quella
che ieri hanno rilanciato Pd e Idv nella discussione al Senato sul decreto
sugli obblighi Ue, quello stesso che alla Camera aveva fatto registrato la
prima "guerra guerreggiata" tra opposizione e maggioranza
sull'emendamento cosiddetto "salva-Rete4" che poi il governo
aveva dovuto ingoiarsi dopo tre giorni di duro ostruzionismo. Vincenzo Vita,
senatore Pd, intervendo ieri in aula, ha detto che "se davvero il governo
vuole chiarire i dubbi sollevati sul caso Rete4 ed Europa7, anche alla luce
della sentenza del Consiglio di Stato, riferisca al più presto alle commissioni
competenti su come intende intervenire per sopperire all'esigenza di liberare
frequenze". L'obiettivo, ovvio, è quello di stanare il governo. In questi
giorni una speciale commissione messa su da Scajola dovrà cercare una
soluzione. Gli esperti dicono che le frequenze ci sono: ci sono quelle
"ridondanti" di Rete4 (cioè frequenze in sovrannumero rispetto a
quelle effittvamente necessarie), ci sono frequenze non utilizzate. L'Authority
ha promesso di scovarle: niente alibi.
( da "Unita, L'" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai
consultando l'edizione del Giulietti: "Calabrò ha indicato la strada Il
conflitto d'interesse impedirà al governo di percorrerla?".
( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
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L'intervento
Rifiuti, un decreto contro la differenziata Alberto Lucarelli Trovo minaccioso
e preoccupante il decreto-legge n. 90 del 23 maggio 2008 sulle misure
straordinarie per fronteggiare l'emergenza smaltimento rifiuti in Campania. In
via preliminare va detto che l'intero impianto normativo si basa sul
presupposto che stati di necessità e situazioni di fatto, quali la gravità del
contesto socio-economico-ambientale, i rischi di natura igienico-sanitaria e il
mantenimento dell'ordine pubblico, diventino a tutti gli effetti fonte del
diritto. Dunque, il ricorso non a eventi imprevedibili ma allo stato di
necessità, cioè a una categoria meta-giuridica, mina alla radice la legittimità
del decreto-legge e degli atti che sulla base di esso verranno adottati - in
violazione del principio di legalità - facendo risorgere, dopo il disarmo delle
istituzioni pubbliche, un diritto pubblico autoritario, minaccioso e violento
che intende attribuire allo stato, nella sua dimensione
politico-amministrativa, solo la funzione di paladino della sicurezza,
irresponsabile nei confronti dei conflitti sociali. Ciò azzera i traguardi
dello stato democratico, regredendolo a stato di polizia della fine dell'800.
Uno stato debole e inefficiente sul versante socio-economico, ma capace di
"tirar fuori i muscoli" nel regolare il mitico rapporto
autorità-libertà. Alcune riflessioni : 1. Il ricorso agli impianti di
temodistruzione, in contrasto con la normativa comunitaria e quella interna,
assume valenza prioritaria e escludente nel ciclo integrato dei rifiuti. Le
altre fasi, quelle che si incentrano sulla politica delle "r"
(recupero, riciclaggio, riuso, riutilizzo, riparazione) sono marginalizzate,
tanto da poter compromettere le future strategie gestionali. Infatti, la deriva
impiantistica (previsione di 4 inceneritori) può pregiudicare anche nel futuro
la raccolta differenziata. Il decreto, dunque, assume una valenza non solo
legata al contingente ma in grado di compromettere scelte future. 2. Il regime
delle competenze, in contrasto con quanto affermato dalla Costituzione,
continua a essere violato e calpestate in particolare le competenze della
regione. Ciò determina una continua "fuga" dal ritorno al regime
ordinario. 3. La militarizzazione di parti del territorio a presidio degli
impianti di termodistruzione e dei siti indicati come discariche si pone in
evidente contrasto con principi e valori costituzionalmente garantiti quali la
libertà di circolazione. 4. La costituzione di aree di interesse strategico
nazionale è in contrasto con il principio della trasparenza e viola il diritto
di informazione e il collegato diritto di critica, così come tutelati dall'art.
21 della Costituzione. Diritti che sono il presupposto a una partecipazione dei
cittadini, matura e consapevole. 5. Sono introdotte regole e sanzioni penali
molto dure che di fatto negano il diritto di riunione, così come tutelato
dall'art. 17 della Costituzione, e in senso più ampio le istanze partecipative.
6. Le norme sulla competenza dell'autorità giudiziaria nei procedimenti penali
relativi alla gestione dei rifiuti nella Campania introducono di fatto nel
nostro ordinamento, giudici regionalizzati, con funzioni straordinarie, in
contrasto con il principio dell'unità della giurisdizione e del divieto di
istituire giudici straordinari o speciali (art. 102 Cost.). 7. Le norme che
consentono al termovalorizzatore di Acerra di "bruciare" qualsiasi
tipo di rifiuto sono immotivate e illegittime e in contrasto con quanto più
volte affermato dalla magistratura e dalle commissioni bicamerali di inchiesta.
Anche tali norme pregiudicano politiche per la raccolta differenziata. 8. Si
autorizza in modo autoritativo e immotivato l'esercizio del termovalorizzatore
di Acerra, in deroga al parere della commissione di valutazione di impatto
ambientale, come previsto dal decreto legislativo n. 59 del 18 febbraio 2005.
9. Con la previsione di 4 termovalorizzatori, il ciclo integrato dei rifiuti,
in contrasto con la normativa comunitaria e con il diritto interno, si
poggerebbe sulla fase dello smaltimento, scoraggiando la raccolta differenziata
e vanificando i meccanismi virtuosi, ambientali e economici, a essa
riconducibili. La deriva "impiantistica" è perniciosa al punto da
pregiudicare il futuro esercizio ordinario di competenze della regione. 10. Le
norme sull'informazione e partecipazione dei cittadini sono illegittime e
insoddisfacenti poiché difformi dalla Convenzione di Arhus. E' evidente che con
l'entrata in vigore del decreto legge il rischio è quello di annullare quel
processo di democratizzazione che, attraverso un ruolo attivo del diritto
pubblico, aveva contrassegnato il passaggio dallo stato di polizia allo stato
democratico-sociale. Il diritto pubblico e quello amministrativo contenuti nel
decreto-legge assumono una veste penalistica e
sanzionatoria e non di regolazione dei conflitti sociali e di soluzione delle
questioni ambientali e sanitarie. Il diritto pubblico nel decreto in oggetto
abdica al suo ruolo indispensabile: quello di tracciare le piste dei processi
economici e regolare i conflitti sociali. Il timore è che dopo il disarmo del
diritto pubblico e la neo-feudalizzazione degli spazi giuridici, sia
cominciato il percorso inverso, un déjà vu autoritario e incostituzionale, una
vandalizzazione dei principi costituzionali. Il ritorno dell'uomo forte che
recita, anche attraverso i simboli, il ruolo del decisionista è un richiamo
infantile e pericoloso. Mi auguro tuttavia, che oggi, seppur tra tante
ambiguità e ipocrisie, questo processo di vandalizzazione dello stato
democratico, che dimostra tutte le sue debolezze, possa trovare ostacoli da
parte del diritto internazionale e dal nascente "diritto pubblico
europeo" e che il decreto legge venga ritirato o modificato radicalmente
in sede di conversione. Mi auguro che tale atto, per verificarne la sua
illegittimità, lo si raffronti alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e
alla Carta europea dei diritti fondamentali. Mi auguro che la Campania sia in
grado di "far sentire la sua voce" a difesa e in rappresentanza dei
cittadini, impugnando dinanzi alla Corte costituzionale il decreto legge per
violazione del principio costituzionale del regime delle competenze. Ordinario
di diritto pubblico università di Napoli Federico II.
( da "Liberazione" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Cagliari Nel
celeberrimo nonché mitico Terrazzo di Enzino, l'altrettanto mitologica band
Musica ex Machina in un concerto al tramonto con un pezzo del koraddu ispirato
al Nicaragua . Alle 20 (il sole è puntuale!). Caserta I ritmi delle tammorre
contadine e della moderna civiltà industriale con Mimmo Maglionico e PietrArsa
in concerto al Leuciana Etnico al Real Belvedere di San Leucio. Napoli Oggi e
domani al Teatro Mediterraneo Voci da dieci , lo spettacolo dell'associazione
culturale Caliendo per festeggiare i 10 anni della scuola e per incidere un cd
il cui ricavato sostiene Emergency . Avellino Le zone d'esodo e le aree di
immigrazione e il Mezzogiorno al centro del secondo giorno per Memorie di un
esodo il convegno internazionale a cura del Centro G. Dorso all'Hotel de la
Ville. Dalle 9.30 con anche Francesco Barba e Andreina de Clementi. Frosinone
Ottima musica + ottimo posto: Fleurs du Mal in concerto Cantina Mediterraneo
via A. Fabi 341. Roma Ultima cineproposta per Dogmatismi, diritti umani,
laicità : alle 17 nella Sala conferenze della Biblioteca comunale Elsa Morante
in via Cozza
( da "Liberazione" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
RAPPORTO CONCLUSIVO
DELL'INCHIESTA PARTITO 2006/08 Queste note presentano alcune considerazioni che
partono dai risultati dell'inchiesta "riletti col senno di poi". Ciò
non significa che si siano forzati o deformati i risultati dell'inchiesta sul
partito; ma che si scelgono e si interpretano quelli che ci sembrano più
rilevanti per la fase che il partito sta attraversando. Quindi, considerazioni
anche abbastanza "libere" a partire però da dati reali di inchiesta.
Anche per questo, nelle note che seguono non ci saranno riferimenti ai dati
statistici (percentuali di risposta, incroci) dei risultati dell'inchiesta.
Questi li troverete - sia pure parzialmente - nelle appendici (e sul sito
www.rifondazione.it dipartimento organizzazione e inchiesta); potrete così
anche verificare se nella nostra interpretazione ci sono forzature. Il rapporto
col territorio Oggi, dopo la sconfitta elettorale, tutti nel partito concordano
(giustamente) sulla necessità di "ripartire dal territorio". Ma, come
mostra l'inchiesta, noi nel territorio c'eravamo già, in misura notevole anche
se certo non sufficiente. Il problema è se e come questo radicamento - e le
esperienze che l'hanno caratterizzato - è stato utilizzato dal partito
nell'elaborazione della sua linea e della sua pratica politica. Infatti, da
ambedue le fasi dell'inchiesta sul partito (quella rivolta ai
"quadri" e quella rivolta più in generale ai militanti) emerge un
ricchissimo tessuto di lotte sociali, a partire dal territorio, dove le
strutture di base del partito sono state coinvolte: lotte sul problema dei
rifiuti e del loro smaltimento, su problemi urbanistici e di viabilità, sulla
casa, sui servizi sociali, ma anche iniziative come luoghi di incontro per e
con gli immigrati, ecc. In queste lotte, il partito c'è, con le sue strutture
di base, e non è mai "da solo", ma le conduce insieme ad altre forze,
con "pezzi" di movimento o della sinistra "politica", con
pezzi di sindacato, con aggregazioni locali spontanee, ecc. Ma queste
esperienze vivono "ciascuna per conto suo", senza un adeguato
collegamento né "orizzontale" (con altre esperienze simili) né
"verticale" (dalle esperienze alla direzione politica del partito e
viceversa). Questo ha conseguenze negative, sia in termini di rapporti di forza
(più lotte collegate sono più forti di una singola lotta isolata) sia in
termini di omogeneità politica (raccogliere le ribellioni contro discariche e
inceneritori è giusto, ma va inquadrato in una risposta adeguata al problema
dello smaltimento dei rifiuti). Anche per questo, la più importante
"indicazione operativa" che abbiamo tratto dall'inchiesta è la
costruzione di una rete di comunicazione - un "network" informatico -
tra le diverse esperienze e tra queste e il "centro" del partito, in
modo da realizzare quel rapporto politico che finora è stato carente. Una rete
che sia al tempo stesso un "archivio" delle esperienze: non a puri
scopi documentari, ma per poterne periodicamente fare un bilancio, e trarne
indicazioni politiche, a partire da ciò che ha funzionato e ciò che non ha
funzionato. Questo - che è uno dei problemi centrali emersi dall'inchiesta sul
partito - si intreccia in modo molto stretto con altri livelli di problemi. Il
rapporto con le istituzioni e i nostri rappresentanti istituzionali Sia chiaro:
dalla nostra inchiesta (e in particolare dai riferimenti alle esperienze di
lotta sul territorio) non emerge un prevalente giudizio negativo sull'azione
dei nostri rappresentanti istituzionali (ci riferiamo qui, ovviamente, a quelli
"locali", dal comune alla regione) - anche se critiche più esplicite
ed articolate emergono dai "focus groups" regionali. Nell'analisi del
questionario rispetto alla nostra presenza nelle istituzioni si riscontrano
comunque alcune criticità. La prima: la questione di genere. Come si può vedere
la presenza femminile nelle istituzioni è ancora più bassa della presenza
femminile nel partito, già di per sé del tutto insoddisfacente. Attraverso il
questionario scopriamo anche che quasi la totalità tra chi è nelle istituzioni
ricopre anche incarichi di partito. Una quota di compagne/i che nelle piccole
realtà ricoprono allo stesso tempo incarichi politici e incarichi istituzionali
è giusta e normale, ma questo dato, insieme a indicatori di scarso ricambio tra
chi è nelle istituzioni, sono indicatori di situazioni critiche che vanno
affrontate di petto. Emerge quindi una situazione "caso per caso", in
cui si va dalla collaborazione fattiva alla lontananza/estraneità
fino al conflitto. Le differenze sono talvolta legate al livello istituzionale
dei rappresentanti (quelli regionali sono spesso più "lontani", con
meno momenti di confronti diretto) o alle caratteristiche politiche delle
diverse situazioni (giunte più di sinistra o più centrista, nostro peso in
giunta maggiore o minore). Ma al di là di queste differenze (di cui non
siamo in grado di dare un quadro sistematico, data l'incompletezza delle
informazioni in proposito), questo conferma il dato che sottolineavamo prima:
la carenza di comunicazione tra centro e periferia fa sì che, non solo i
compagni di base e i circoli ma anche i rappresentanti istituzionali, manchino
di un orientamento omogeneo, elaborato attraverso il rapporto col
"centro", sui problemi che quotidianamente si trovano ad affrontare.
La enorme difficoltà di "fare rete" a livello istituzionale è data
anche dall'assenza di un quadro di regole chiare e di supporto pratico nel
partito sulle forme e le modalità di costruzione di un "partito
partecipativo", in cui gli eletti nelle istituzioni siano chiamati a un
confronto e a una verifica continua e trasparente del loro operato, e a una
"cessione di sovranità" nei confronti dei luoghi decisionali
democratici del partito rispetto alle loro pratiche istituzionali. Il funzionamento
del partito Ma l'implicazione più rilevante dei fenomeni emersi "dai
territori" e dalle loro esperienze di lotta riguarda il modo di funzionare
del partito. In primo luogo: quel che abbiamo rilevato, e già sottolineato
prima, spiega perché il partito non abbia "capitalizzato" le
esperienze e gli elementi di radicamento nel territorio - non solo in termini
di consenso elettorale ma in riferimento agli "spunti di inchiesta"
che se ne potevano trarre e che potevano fornire utili elementi di conoscenza
sugli orientamenti e sulle idee esistenti a livello di massa. (A questo
proposito, apriamo una parentesi: anni fa, i compagni del Veneto, nel quadro di
un interessante discorso sulla "questione settentrionale", proposero
un'inchiesta sulla Lega Nord, sulla sua base elettorale e su quella militante,
sulle forme del suo radicamento sociale, ecc. Però, quella inchiesta si
realizzò solo in provincia di Cuneo - dove peraltro non è mai stata utilizzata
politicamente ma ha dato luogo solo a un'accademica "pubblicazione"; a
Brescia è partita, con primi risultati interessanti, ma si è arenata a metà
strada; in Veneto non si è neanche provato ad avviarla). Ma tutto questo si
ripercuote anche su due elementi-chiave del modo di essere e di funzionare del
partito: la democrazia interna e l'efficienza/efficacia. In termini di
democrazia interna, questo contribuisce a un crescente dualismo tra
l'esperienza politica dei compagni e delle compagne, e l'elaborazione di una
linea che prescinde da questa e che arriva dall'alto e (spesso)
"dall'esterno" - dalle interviste sui giornali o dalla Tv. Questo
contribuisce anche alla cronica mancanza della funzione che, nelle aziende, è
chiamata di "programmazione/controllo", ma che è essenziale anche in
un'organizzazione politica: si tratta cioè della definizione di obiettivi da
realizzare (con i relativi tempi di realizzazione) accompagnata, poi, dalla
verifica del grado di realizzazione o meno di tali obiettivi, cioè da un
"bilancio dell'esperienza" che si è sviluppata attorno ad essi - per
trarne utili indicazioni politiche. La questione del lavoro Le ricche
indicazioni di esperienze sul territorio ci conducono - indirettamente - a
esaminare una contraddizione emersa dalla nostra inchiesta: i problemi del
lavoro, da un lato sono al primo posto nelle priorità di interessi
degli intervistati (sono cioè la tematica a cui dicono di essere più
interessati), ma non sono ai primi posti nelle loro aree di impegno nel partito
e nelle iniziative dei circoli. Vuol dire che su questa tematica il riferimento
politico principale è un altro - cioè, principalmente, il sindacato. Potrebbe
sembrare un "dato fisiologico", ma proprio qui cominciano i problemi.
Gli iscritti a sindacati autonomi di base sono una piccola minoranza, spesso in
posizione fortemente polemica anche verso il partito. La grande maggioranza
degli iscritti sindacalizzati (ma non tutti lo sono!) è iscritta alla Cgil: ma
anche loro sono pesantemente critici verso le confederazioni in generale, e
verso la stessa Cgil. Emerge dunque un problema, una contraddizione non
risolta, che riflette anche una carenza di orientamento e di iniziativa. Di qui
l'interrogativo: cos'ha fatto il partito sui problemi del lavoro e sulla
questione del sindacato? non solo in termini di enunciazioni generali (che ci
sono state, e in generale giuste), ma in termini di orientamento, di
organizzazione e di iniziativa capillare. (Si veda in proposito l'esperienza
dei circoli di luogo di lavoro: pochi, e spesso privi di iniziativa, perché
questa viene demandata al sindacato o viene paralizzata dall'appartenenza degli
iscritti a sindacati diversi). La "questione di genere" Partiamo da
alcuni dati. La percentuale di donne iscritte è lievemente cresciuta negli
ultimi anni, ma resta molto bassa. Analoghe considerazioni si possono fare per
la loro partecipazione alla direzione dei circoli o alle istituzioni locali. Di
questo c'è una generica consapevolezza, più diffusa e precisa tra le donne,
assai più variegata nei maschi, che vanno da una consistente percentuale di
"genericamente consapevoli" a una percentuale probabilmente maggiore
di "sostanzialmente estranei o indifferenti" fino a una minoranza di
espliciti "maschilisti". Insomma, si intravede una
"questione" di genere, ma non c'è coscienza adeguata della
"contraddizione" di genere. Le donne, nel migliore dei casi, sono
viste come il "soggetto passivo" di un meccanismo di
discriminazione/esclusione che andrebbe superato; non come il soggetto attivo
di una battaglia a partire dalla loro condizione - a cui il partito dovrebbe
rispondere come ad altri "soggetti attivi" di lotte per la
liberazione sociale. (L'inchiesta sui consultori - da poco avviata - sarà un
interessante banco di prova per vedere se nel partito avrà spazio ed ascolto, o
sarà sommersa da altri e più rituali dibattiti congressuali). Il partito e la
costruzione della sinistra Come si può vedere più precisamente dai dati
riportati in appendice, c'è una consistente minoranza di intervistati (oltre il
20%) su posizioni che abbiamo chiamato "identitarie": identità più
riferita al partito di Rifondazione che alla ideologia comunista in generale.
Sono compagni che ritengono che Rifondazione sia autosufficiente, o che
comunque sia il polo a cui gli altri debbono aggregarsi. (NB: - com'è ovvio per
tutti i risultati dell'inchiesta, va tenuto presente che questa avveniva
nell'autunno 2007). All'opposto, c'è una minoranza, assai meno consistente, che
vede nell'unità in tempi rapidi della sinistra l'unica via possibile. La grande
maggioranza, però, è favorevole al processo unitario "a condizione
che...": le condizioni più frequentemente richiamate sono riferite alla
linea (una chiara linea di classe, ecc.) e al metodo (che il tutto non si
riduca a un'operazione di vertice). Il problema è come tradurre in positivo e
in concreto quella che sembra essere l'esigenza maggioritaria. Se il processo
unitario è qualcosa che arriva "dall'alto e dall'esterno" (si tenga
presente che questo "dall'alto e dall'esterno" ha già caratterizzato
il modo di funzionare del nostro partito, come abbiamo detto prima), ai
compagni e alle compagne non resta che guardare e "fischiare i falli"
(con rischi che ciò porti in vari casi a chiusure settarie). L'altra via è
quella che riparte dai territori e dall'iniziativa nel sociale come terreno di
costruzione e di verifica della sinistra che si vuol costruire; in tal caso le
possibilità dei compagni di far pesare le proprie esigenze e i popri modi di
vedere il processo unitario sono maggiori. Vale la pena di ricordare - da
questo punto di vista - come si sia arenata l'idea, che pure era giustissima,
della Sinistra Europea, che si è tradotta in convegni, seminari, senza incidere
nel lavoro concreto del partito (come mostrano gli stessi risultati della
nostra inchiesta) - e oggi rischia di essere solo una semplice etichetta.
L'inchiesta e la funzione del dipartimento inchiesta Il quadro che abbiamo
cercato di delineare - ricavandolo dall'inchiesta - del modo di agire e
funzionare del partito è ben diverso da quel "partito dell'inchiesta"
di cui molto si è parlato, a partire dai massimi livelli, senza che le parole
si traducessero in pratica concreta. In queste condizioni, è inevitabile che il
dipartimento inchiesta resti "al margine", producendo di tanto in
tanto dei "prodotti finiti" (come l'inchiesta sul partito di cui stiamo
parlando), che possono suscitare interesse ma non incidono sulle scelte
politiche ed organizzative. Al tempo stesso, emerge un forte "potenziale
di inchiesta inutilizzato" (o sotto-utilizzato): lavori di inchiesta che
restano confinati in realtà locali (non per scelta localistica, ma perchè il
partito nel suo complesso, a partire dai livelli di direzione, non li raccoglie
e utilizza), o elementi di conoscenza della realtà sparpagliati e non
elaborati, che potrebbero essere raccolti e completati da un vero lavoro di
inchiesta. Ora, se il lavoro di inchiesta consiste nel fare centralmente
qualche "bella inchiesta", sfornando poi un rapporto di ricerca,
questo è un lavoro che può anche essere utile, ma non corrisponde ai tempi e ai
terreni del lavoro politico quotidiano, non corrisponde ai "tempi della
politica". L'inchiesta - lo abbiamo più volte ripetuto - dev'essere una
dimensione quotidiana del lavoro politico, che serve "ex ante" per
definire obiettivi e iniziative, e "ex post" per fare un bilancio
dell'esperienza sviluppata attorno a questi obiettivi e iniziative. Non si
tratta dunque di fare inchieste con tutti i "crismi sociologici e
scientifici", ma di adottare un approccio alla realtà basato su una
conoscenza costruita "andando a chiedere" ( "camminare
domandando" , per dirla con il subcomandante Marcos). In questa
impostazione, la funzione principale del dipartimento inchiesta non è quella di
"sfornare inchieste centrali" (anche se in certi casi e su certi temi
queste possono essere necessarie e importanti), ma quella di "formare
all'inchiesta", dotandoli di alcuni strumenti-base, i compagni e le
compagne a tutti i livelli (inclusi i gruppi dirigenti!); in modo che
l'inchiesta non sia vista come uno "strumento sociologico ausiliario"
ma come una dimensione permanente del lavoro politico del partito. Senza una
conclusione, ma con una proposta. L'inchiesta, lo si è detto in ogni forma, non
è una indicazione di linea politica, né tantomeno una mozione congressuale. E'
però una base di discussione reale e non basata su assunti indimostrabili, che
speriamo possa essere un contributo utile ad affrontare un congresso che non
sarà controproducente solo a patto di essere una discussione vera tra le
compagne e i compagni e non un referendum imposto dall'alto su chi dovrà
guidare il partito nei prossimi difficili anni, lasciando fuori tutti gli
altri. Oggi è necessario partire da una consapevolezza dura e senza sconti di
quanto non ha funzionato nel Prc fino ad oggi. Ma dall'inchiesta emergono anche
potenzialità che riempiono di significato quel "ripartire dai
territori" che senza una conoscenza di questi ultimi rischierebbe di
essere solo uno slogan. Per questo un ultimo spunto di riflessione
"positivo" riguarda ancora il tema del territorio e dei movimenti.
Quanti nel questionario dichiarano di fare parte di reti di movimento nel
territorio dichiarano di essere più attivi rispetto agli altri nel partito, e
questo dato si conferma anche rispetto all'aumento dell'attivismo, riscontrato
più frequentemente in questa categoria. Non solo: appare chiaro che quanti sono
su un territorio dove è attiva una qualche forma di rete di movimento si
dichiarano generalmente più favorevoli a processi unitari a sinistra (alle
condizioni già viste). Ai compagni e alle compagne la responsabilità di
indicare cosa questo ci può dire su come oggi ripartire da Rifondazione
comunista per costruire la sinistra. Per evitare che tutte le cose dette
rimangano "discorsi", ci impegniamo ad attivare, già prima del
congresso, quella "rete di comunicazione" tra le varie esperienze di
lotta sul territorio e tra queste e il "centro" del partito, di cui
abbiamo parlato. Un sito dove le esperienze possano dialogare tra loro e dove
(si spera) si avvii anche un dialogo tra centro e periferia del partito. Ma, se
non vogliamo che questo diventi un ghetto, è necessario che la politica
organizzativa del partito faccia riferimento a queste esperienze: quindi, che
la rete di comunicazione che intendiamo avviare non sia solo una "attività
del dipartimento inchiesta", ma sia a pieno titolo una dimensione
essenziale dell'area organizzazione del partito. Il dipartimento Inchiesta
Prc-Se 06/06/2008.
( da "Giornale.it, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 134 del
2008-06-06 pagina
( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
ÉTIENNE BALIBAR:
"GLI IMMIGRATI CAPRI ESPIATORI" "Si è cittadini europei per
diritto genealogico. Gli immigrati, ventottesima nazione fantasma, sono degli
esclusi. Il razzismo è specchio dell'ostilità tra europei. Le colpe del
nazionalismo di sinistra" Teresa Pullano È pessimista sull'avanzata delle
destre, anche estreme, in Europa. E sul fatto che i cittadini dell'Unione desiderino
realmente la democrazia. Ma si affida a Gramsci per dire che in questo momento
bisogna avere l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Confessa
che oggi non direbbe no ad un referendum sulla Costituzione europea. E pensa
che nei confronti degli immigrati, il "ventottesimo stato dell'Ue",
esista una vera e propria "apartheid europea", in
cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini
comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro
espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e
intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune
conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista.
In Italia ha vinto la Lega sulla base della difesa del territorio, perfino i
movimenti pensano di ripartire dallo stesso principio, sia pur declinato in
maniera opposta. Forse che in Europa il principio del territorio si sta
sostituendo a quello di nazione? Quello del territorio è un concetto plastico che
non ha un referente univoco.Leggevo qualche giorno fa un editoriale del
manifesto sulle violenze al Pigneto: si faceva una critica, giustificata ma che
non offre una soluzione immediata, del modo in cui tende a svilupparsi un mito
del microterritorio che fa sì che gli abitanti di un quartiere o di una regione
si percepiscano come difensori di uno spazio minacciato da cui espellere tutti
gli stranieri. È la prova che la nozione di territorio può funzionare a vari
livelli. Nelle periferie francesi le guerre tra bande di giovani proletari
immigrati, disoccupati e non scolarizzati sono anch'esse dei fenomeni di difesa
del territorio nel senso fantasmatico del termine. È a questo livello che
bisogna proporsi non solo una critica della nozione di territorio, ma una vera
politica d'apertura o di deterritorializzazione dell'appartenenza comunitaria.
La sacralizzazione dei piccoli territori può essere molto violenta ma è
limitata. Ciò che preoccupa è la generalizzazione di questi fenomeni su una
scala più ampia. Si è verificato con il fascismo, che era una trasformazione
immaginaria del territorio nazionale in proprietà di un popolo o di una razza.
Ci sarebbero delle conseguenze disastrose se questo fenomeno si sviluppasse
nell'insieme dell'Europa, in particolar modo su base culturale, come sembra
suggerire Benedetto XVI, quando sostiene che essa è un territorio cristiano e
di conseguenza i musulmani sono dei corpi estranei. Possiamo dunque concludere
che il principio di territorialità può essere la base di una cittadinanza
europea? La costruzione europea ha una base territoriale per definizione, ma a
seconda se la concepiamo come fissa o evolutiva, come chiusa o aperta, si apre
una direzione storica diversa. Oggi il territorio non è la base della
cittadinanza europea, ma dovrebbe diventarlo. Quella che definisco come una
vera e propria "apartheid europea" è data dal fatto che è cittadino
europeo solo chi ha la nazionalità di uno degli Stati membri. Gli immigrati
stabilitisi da una o più generazioni sul suolo europeo sono la ventottesima
nazione fantasma dell'Ue e costituiscono circa un ottavo della sua popolazione.
Non sono semplicemente persone che in Francia non sono francesi, in Germania
non sono tedeschi o in Italia non sono italiani. È a livello dell'intera Europa
che gli immigrati sono degli esclusi, a maggior ragione con la libera
circolazione all'interno delle frontiere europee. L'allargamento dell'Unione
europea produce forme qualitativamente nuove d'esclusione. Il diritto alla
cittadinanza europea non è territoriale: è genealogico. Nella maggior parte
degli stati membri la nazionalità si acquisisce con lo jus soli, ma a livello
dell'insieme dell'Europa la cittadinanza è genealogica nel senso
dell'appartenenza originaria alla nazione. Questo evoca dei ricordi e pone
problemi inevitabili. Ci sono delle analogie tra lo sviluppo di
quest'esclusione e il fatto che nella storia ci sono state e ci sono sempre,
almeno a livello simbolico, delle popolazioni transnazionali trattate come
nemici interni o corpi estranei alla civiltà europea. È stato il caso degli
ebrei; oggi non lo è più. Rimane il caso dei rom. Il fenomeno di cui parlo è
tuttavia molto più vasto. Oggi in Europa non si sentono istanze di
partecipazione dal basso a livello comunitario, mentre nei singoli stati le
istanze di partecipazione si esprimono in un linguaggio nazionalistico e
identitario. Che rapporto vede fra queste due tendenze? La domanda di
partecipazione a livello locale e la domanda di controllo popolare a livello
nazionale e sovranazionale non si escludono. Forse c'è bisogno di
un'accelerazione delle cose perché i cittadini ne prendano coscienza. La
responsabilità di questa situazione è da attribuire alle istanze intermedie,
come i partiti politici, che oggi sono drammaticamente assenti e ci si dovrebbe
chiedere il perché. Secondo Gramsci, le istanze intermedie sono la trama
statale del funzionamento della società civile e, reciprocamente, i conflitti
della società civile si traspongono nella struttura dello stato. Le
costituzioni nate dalla resistenza in Francia e in Italia infatti affidano ai
partiti il ruolo di costituire l'opinione pubblica. Dove sono oggi i partiti
politici in Europa? La legittimità degli Stati nazionali e quella dell'Unione
europea secondo lei vanno di pari passo? Il momento attuale è caratterizzato,
in modo preoccupante, da una perdita di legittimità democratica degli Stati
nazione e da una diminuzione della legittimità del progetto politico europeo.
Non si tratta di assumere una posizione di difesa della sovranità nazionale, al
contrario. Io adotto la definizione di legittimità di Max Weber, che mi pare
vicina al concetto foucaultiano di potere: una nozione pragmatica e realista
che si articola in termini di probabilità, d'obbedienza al potere pubblico e
dunque d'efficacia di questo stesso potere. Da questo punto di vista, non
possiamo ritornare indietro rispetto a quel poco di struttura politica che
esiste su scala europea, ma siamo obbligati a progredire. Ne consegue che la
legittimità delle istituzioni europee è diventata una condizione di legittimità
delle istituzioni nazionali stesse. Non tarderemo a vedere concretamente gli
effetti di questa relazione, che si manifesteranno con forza man mano che le
difficoltà economiche e sociali legate agli choc petroliferi si ripercuoteranno
in Europa. Solo delle politiche europee comuni hanno una minima possibilità di
essere efficaci di fronte a questo tipo di situazione, ma devono essere
approvate dai cittadini degli Stati nazionali, che rimangono la fonte ultima di
legittimità. Intanto in Europa assistiamo a una crescita delle destre, anche
quelle più estreme. Perché, secondo lei? In questo momento sono pessimista e mi
riconosco nella massima di Gramsci dell'ottimismo della volontà e pessimismo
della ragione. Per principio le situazioni difficili sono quelle in cui bisogna
immaginare delle soluzioni e delle forme d'azione collettiva e non lasciarsi
andare a seguire la tendenza naturale delle cose. I sistemi politici
relativamente democratici nei quali viviamo o abbiamo vissuto sono in questo
momento gravemente minacciati ed indeboliti. Ai miei occhi, i problemi del
nazionalismo e dell'avanzamento della destra non coincidono. Tra le due
correnti ideologiche ci sono delle interferenze molto forti, ma esse non si
riducono l'una all'altra. Il nazionalismo nei vari Paesi europei non è
monopolio della destra. Faccio parte - lo devo confessare, ma i lettori del
manifesto lo sanno - delle persone che tre anni fa in Francia hanno votato
"no" al referendum sulla costituzione europea. Ho creduto di farlo
per ragioni che non erano né di destra né nazionaliste. Sono oggi costretto a
constatare che questa scommessa è stata persa e che l'aspetto transnazionale e
il richiamo a un federalismo europeo sono stati completamente neutralizzati da
una dominante nazionalista a sinistra, o meglio nella vecchia sinistra. Ciò che
è inquietante è la convergenza del nazionalismo di destra e del nazionalismo di
sinistra. I suoi effetti si fanno sentire a livello dei governi nella forma di
un sabotaggio permanente delle politiche europee comuni. Ma la convergenza tra
le due forme di nazionalismo a livello dell'opinione pubblica e dell'ethos
delle classi popolari in Europa è ancora più preoccupante. Meno gli stati
nazionali sono capaci di rispondere alle sfide economiche, sociali e culturali
del mondo contemporaneo, più i discorsi populisti e nazionalisti fanno presa su
una parte delle classi popolari in Europa. Bisogna interrogarsi sulle cause
strutturali di questa situazione, non ci si può accontentare del discorso elitista
dell'ignoranza del popolo. Di certo è una situazione molto pericolosa per il
futuro della democrazia in Europa, senza parlare delle conseguenze sullo
sviluppo del razzismo. Lei parla di un nazionalismo di sinistra. Si può dire
che la sinistra oggi pensi da un lato lo spazio mondiale e dall'altro quello
nazionale, e sia perciò incapace di vedere quello europeo come uno spazio
eterogeneo rispetto agli altri due? È forse un lascito dell'internazionalismo
di Marx? Calandoci nell'epoca in cui Marx ha scritto, potremmo dire esattamente
il contrario. Il pensiero di Marx era legato a un momento rivoluzionario che
investiva l'Europa intera. Rileggendo gli articoli di Marx del 1848, vediamo
che il nazionalismo democratico si allea con il socialismo e le prime forme di
lotta di classe. In quel momento Marx e Engels hanno probabilmente pensato che
una repubblica democratica europea o un'alleanza di repubbliche democratiche
europee era al contempo la forma nella quale si preparava o poteva realizzarsi
il superamento del capitalismo. Oggi la situazione è diversa e il senso di
parole come nazionalismo si è ribaltato. È vero che certe forme di
anticapitalismo teorico, che pescano in parte nell'eredità di Marx e che io non
disprezzo ma trovo un po' arcaiche ed unilaterali, trascurano il problema della
politica europea. La prospettiva altermondialista ha tuttavia il vantaggio di
affermare che pensare l'Europa come uno spazio chiuso è illusorio. Al contempo,
le costituzioni democratiche sono radicate nella risoluzione dei conflitti
storici passati. Costruire uno spazio politico europeo è importante perché
dobbiamo ricomporre il nostro passato a livello continentale: una cultura
politica comune deve emergere dalle differenze culturali e storiche
dell'Europa. Vi è un legame profondo tra la mancata rielaborazione del nostro
passato e l'immigrazione. Gli immigrati sono i capri espiatori dell'ostilità
fra gli europei. E' la loro stessa incapacità di pensarsi come un'unità che
impedisce agli europei di trattare il problema dell'immigrazione in termini
progressisti. I francesi non vi diranno mai che detestano i tedeschi o gli
inglesi che non possono sopportare l'idea di formare un popolo comune con gli
spagnoli, però questa diffidenza non è stata superata, anzi si è rafforzata con
l'allargamento dell'Europa ad Est. La Costituzione europea è stata affossata,
ma in parte viene recuperata con il Trattato di Lisbona. Come giudica la
strategia dei leader politici europei di procedere comunque, nonostante il
rifiuto dei cittadini dell'Unione? Non m'interessa, dubito che gli stessi
leader europei ci credano loro stessi. Possiamo invece tornare sulla questione
del rifiuto del Trattato europeo. I casi francese ed olandese, come ha scritto
Helmut Schmidt su Die Zeit, non erano isolati. Il malessere era generale.
Questo malessere resta da interpretare e analizzare ed è sempre d'attualità.
All'epoca ho difeso la posizione un po' troppo idealista, che oggi non
sosterrei più allo stesso modo, secondo la quale la Costituzione europea non
era abbastanza democratica. Pensavo che essa non presentasse una prospettiva
sufficientemente chiara di progresso generale della democrazia per l'insieme
del continente. Tendevo dunque a considerare che la sola possibilità, molto
fragile, per l'Europa di diventare uno spazio politico nuovo e superiore al
vecchio sistema degli stati-nazione e delle alleanze nazionali, era di apparire
come un momento di creazione democratica. Continuo a pensarlo, ma c'è qualcosa
d'idealista in questo modo di vedere le cose che la realtà attuale ci obbliga a
guardare in faccia. L'idealismo consiste nell'immaginare che le masse vogliano
la democrazia, mentre purtroppo siamo in un periodo molto difficile e
conflittuale. Ci sforziamo di aprire nuovamente delle prospettive democratiche
a livello transnazionale, però allo stesso tempo dobbiamo provare a trovare i
mezzi di resistere passo per passo all'avanzata del populismo e del
nazionalismo nei paesi europei.
( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina XIX - Palermo
Il maggiore Spampinato si oppose alla fusione dei busti per la macchina bellica
IL CARABINIERE CHE SALVò I MONUMENTI DELLA CITTà ATTILIO ALBERGONI robabilmente
sono in pochi a sapere che Palermo deve anche ad un ufficiale dei Carabinieri
reali, la salvaguardia di alcuni suoi monumenti in bronzo che tuttora possiamo
ammirare. Era il 12 di maggio del 1942: la città era già in parte devastata dai
bombardamenti inglesi e, come se non bastasse, il Governo nazionale con a capo
il Duce Benito Mussolini batteva cassa sin dal 1935, per tramite delle Regie
Prefetture al fine di raccattare quanto più metallo possibile. Tutti i metalli,
più o meno nobili, venivano donati o requisiti ob torto collo al fine di
incrementare la produzione bellica nazionale e non importava se cancellate di
ville pubbliche e private e monumenti in bronzo fossero liquefatti in un atto
di fede per la causa nazionale concretizzato in cannoni, bossoli, navi, armi e
quant'altro assimilabile. E proprio per i monumenti in bronzo palermitani ebbe
la competenza di decidere sul da farsi la Regia Soprintendenza ai monumenti, la
quale inviò alla Regia Prefettura di Palermo un lungo elenco di possibili opere
d'arte da fondere, a firma del Soprintendente di allora Martini, il 7 dicembre
1940. Tra questi c'erano il monumento ad Ignazio Florio posto nella omonima
piazza, il monumento all'abate Meli di piazza Sant'Oliva, e poi la statua al
tenente Cucceri, il busto a Benedetto Civiletti al Giardino Inglese e il busto
a Cesare Battisti. Dal 1940 al 1942 si cercò quindi, in una altalena di corrispondenza
tra Gabinetto del Podestà, Soprintendenza ai monumenti, Prefettura, Presidenza
del Consiglio, ministero dell'Educazione nazionale, Carabinieri reali e altri
organi preposti al controllo, di prendere tempo vagliando pro e contro anche in
considerazione dei vari interessi in ballo. Interessi
che, tra l'altro, coinvolgevano sia la popolazione che le istituzioni da un
punto di vista emotivo, sentimentale, patriottico e di culto; opere che si
trovavano poste all'interno di cimiteri, di chiese, di monumenti ai caduti non
potevano essere liquefatte con un colpo di penna. Che fare? Alcune tra le più
importanti espressioni artistiche monumentali a Palermo, di Mario Rutelli,
Benedetto Civiletti, Scipione Li Volsi, correvano il rischio di essere
distrutte e sostituite da fredde copie di marmo. La fine di questa particolare
vicenda resterà con un finale incerto sino a quasi la fine
del secondo conflitto mondiale in Sicilia, avvenuto il 17 agosto del '43,
concludendosi con risvolti positivi grazie anche al buon senso del maggiore dei
Carabinieri reali della Legione territoriale di Palermo, comandante Onofrio
Spampinato. Il quale ebbe il grande coraggio di rispondere ad una lettera
prefettizia del 6 maggio 1942, dicendo che la rimozione proposta di
alcuni monumenti non sarebbe stata consigliabile visto l'attaccamento della
popolazione ad essi, in quanto ricordavano personaggi per i quali la
cittadinanza conservava una tradizionale affezione: "Ritengo pertanto che
sia il caso di provocare la revoca del provvedimento di rimozione",
scrisse.
( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Cultura La
globalizzazione, infatti, non va confusa con l'instaurarsi di un "sistema
mondiale". Si tratta di un processo che esercita la propria influenza non
soltanto "da fuori", ma anche all'interno della propria vita,
intervenendovi direttamente e creando le condizioni con le quali essa deve
misurarsi in modo immediato. è altrettanto sbagliato considerare la
globalizzazione come un processo che associa e riunifica. In sostanza,
eliminando determinati interessi e mettendone in
relazione di nuovi, in realtà essa non è proiettata verso esiti positivi. Al
contrario, la globalizzazione genera piuttosto frammentazioni e nuove forme di
disuguaglianza internazionale che, a loro volta, generano
conflitti globali (basti pensare, per esempio, ai disastri ambientali causati
dall'industria). Piuttosto che di una globalizzazione dei "beni",
quindi, sarebbe più opportuno parlare di una globalizzazione dei
"mali". Tuttavia, il processo di globalizzazione non impedisce l'emergere,
di quando in quando, di spazi locali di cultura. Talvolta questi ultimi,
forzando la mano, riescono a misurarsi in qualche modo col vigente, turbolento
insieme delle norme, delle potenzialità, dei beni e delle minacce. Come
ulteriore conseguenza, il processo di globalizzazione fa emergere una
circostanza curiosa. I processi di delimitazione e chiusura, che sono possibili
ove si tratti di stati o di qualsiasi altra organizzazione, si dimostrano
invece assai ardui (nonché fallibili) nel caso di quell'unità minima che è la
propria vita. Nella sua mobilità quotidiana, il singolo attraversa le
"logiche" di diversi sistemi parziali (rappresentati, per esempio,
dall'azienda, dagli uffici, dalla politica, dalla privacy e così via). Allo
stesso tempo, però, egli mantiene una sorta di apertura dall'interno verso
l'esterno. Da ogni parte incombono notizie, immagini, minacce, richieste e
contraddizioni: la propria vita è, per certi versi, quel mondo che contiene in
sé tutti gli ambienti e rispetto al quale si definisce ogni altro sistema
parziale della società. La definizione della vita quale "mondo di
ambienti", inoltre, la configura come luogo di raccolta dei cosiddetti
"effetti collaterali", ovvero di tutto ciò che ciascuno tende a
riversare sulla propria vita. Le linee di demarcazione fra pubblico e privato
diventano obsolete, sicché non sorprende che la propria vita venga
politicizzandosi dall'interno. Tuttavia, quando si parla di
"politicizzazione della propria vita", è bene evitare di confonderla
con una politicizzazione che rifletta lo schema "sinistra-destra" in
cui si collocano i partiti. A provocare la politicizzazione, infatti, è
piuttosto la molteplicità di aspetti di cui consiste (e a causa delle quali va
in crisi) la conduzione autonoma della vita. Lo schema
"sinistra-destra" è proprio della politica della società industriale.
Occuparsi di sé, porsi determinate domande (chi sono? che cosa voglio? dove sto
andando?) sono atteggiamenti che lo schema sinistra-destra interpreta come
segnali di perdita, rischio, caduta e fallimento o, in altre parole, come il
peccato originale dell'individualismo. Gli stessi atteggiamenti, invece,
conducono a un'altra identità politica, quella che Anthony Giddens definisce
life politics. Sorgono allora domande di altro tipo: in che modo alcune forme
di solidarietà della propria vita possono essere considerate hobby? In che modo
determinate dipendenze e interdipendenze, che sono parti integranti della
propria vita, possono interagire tra loro, elevarsi a responsabilità e acquisire
validità sul piano politico e su quello privato? E ancora: come possono il
lavoro e la vita ridursi a modelli che consentano lo smaltimento degli
"effetti collaterali" che schiacciano l'esistenza? Come è possibile
intraprendere attività che trasformino la sfiducia nelle istituzioni e nelle
élite in fiducia attiva che consenta di avviare finalmente un'impresa
apparentemente insormontabile per i risibili mezzi umani quale il
"restauro" della società industriale? Sarebbe un equivoco credere che
tutto ciò si possa volere o non volere. La politicizzazione della propria vita
non ammette ostacoli. La politica della vita è politica dello stile di vita,
ossia uno scontro tra gruppi di stili di vita divergenti, ciascuno dei quali
possiede verità proprie che è assai difficile conciliare. Si pensi, per
esempio, al dibattito sul diritto all'aborto, nel quale entrano in conflitto
posizioni divergenti che si escludono a vicenda. Forse un giorno nasceranno
anche religioni dello stile di vita, l'una radicalmente opposta all'altra e
perciò capaci di innescare nuove crociate, anche perché sarà sempre più arduo
elaborare ipotesi di conciliazione efficaci. Molte decisioni, infatti, sono
impossibili da prendere, poiché tutte le alternative sono gravate del peso
della colpa. Le istanze filosofiche dell'esistenzialismo stanno diventando
problemi quotidiani. Le speculazioni di SØren Kierkegaard sulla paura quale
rovescio della libertà, o la riflessione su chi definisca che cosa siano la
vita e la morte e a chi spetti deciderne l'esito, entrano a far parte del
bisogno che ciascuno avverte di decidere a proposito della propria vita; tale
bisogno si traduce in grandi interrogativi che occupano sempre più la mente
dell'uomo moderno. La vita (propria e allo stesso tempo globale) è diventata
una categoria sociologica importante: l'orizzonte sul quale il mondo si
frantuma e a partire dal quale, in futuro, occorrerà elaborare e giustificare
il concetto di dimensione sociale. Ciò che si avverte come unico nella propria
vita sembra escludere l'esistenza, almeno teorica, di un'identità sociale.
Questo è vero, ma lo è anche il contrario. Nella lotta per difendere l'unicità
della propria vita, infatti, si sta delineando una certa tradizione europea;
francesi e inglesi, polacchi e italiani, tedeschi, finnici e portoghesi sono
tutti accomunati da un elemento fondamentale: l'autoconsapevolezza. Con ciò non
si intende che essi condividano una coscienza nazionale europea quale poteva
esistere nel XIX secolo; piuttosto, essi sono legati dalla frantumazione di
tale coscienza, ossia dalla comune aspirazione a una vita propria (che nel
frattempo è divenuta globale) all'interno di una molteplicità inestricabile di
eventi. Anziché di individualità europea, quindi, si potrebbe parlare di
un'"Europa degli individui", proprio in relazione alla perdita di
identità di ciascun carattere nazionale. La stessa aspirazione a una vita
propria distingue la via europea da quella di altre culture. Essa affonda le
sue radici, sia pure solo per accenni vaghi, nelle antiche origini greche
dell'Europa, nel Rinascimento italiano, nella Riforma, nelle rivoluzioni
inglese e francese, nonché nella Dichiarazione d'indipendenza americana;
inoltre, essa tenta di applicare la Critica della ragion pura persino alla
lotta quotidiana che vede gli individui continuamente impegnati in matrimoni
affrettati, divorzi, seconde nozze, paternità e maternità con coniugi e partner
diversi, nel tentativo di conciliare la vita propria con quella sociale. In
questa battaglia (che spesso si riduce a una battaglia di nervi) contro
l'individualismo quotidiano che permea la famiglia, i giovani, il lavoro e la
politica, l'Europa si dimostra vitale. Essa è impegnata a elaborare possibili
risposte alla seguente domanda: come è possibile armonizzare a livello istituzionale
le aspirazioni degli individui a una vita propria (aspirazioni maturate
storicamente) con i benefici (vantaggiosi quanto ormai obsoleti) offerti dalla
società? Non c'è dubbio che l'"Europa degli individui" comporti dei
rischi: tuttavia, per usare un'immagine cara a Niklas Luhmann, bisogna baciare
il rospo, pur non sapendo se esso si tramuterà o meno in principe.
( da "Unita, L'" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Segue dalla Prima "N oi sappiamo che la funzione della televisione
privata e di quella pubblica sono assolutamente diverse: quella pubblica
dovrebbe formare il senso civico dei cittadini e solo in un secondo momento
semmai far ridere". Quando ho letto queste parole non mi è affatto venuta
in mente l'idea che forse questa è l'occasione per aprire un grande dibattito
sul futuro del servizio pubblico, un dibattito alla luce del sole, che non sia
appannaggio solo delle forze politiche ma coinvolga forze sociali ed
economiche. No. Confesso che la prima idea che mi è venuta in mente è una idea
di cui vergognarmi: che Mediaset non stia troppo bene! E che il suo azionista
di riferimento cominci a preoccuparsi e a pensare a quale può essere il modo
migliore per avere ancor meno concorrenza di oggi. Poi ho letto una dichiarazione
del consigliere di amministrazione della Rai Giuliano Urbani, e pensieri ancor
più maligni mi hanno assalito. Che cosa ha detto Urbani? "Parole sante
quelle di Berlusconi. E io sono sicuro che durante i suoi colloqui con Sarkozy,
avrà parlato anche dell'ipotesi di abolire la pubblicità nel sevizio pubblico e
sostituirla con un finanziamento pubblico per restituire il vero ruolo alla
Rai". Già la pubblicità! È un mercato quello televisivo che comincia a
sentire pesantemente la concorrenza di Sky che porta via gli ascolti di un
pubblico più giovane e più benestante e quindi in teoria più capace di
consumare. Avere un concorrente in meno sul mercato pubblicitario televisivo -
e che per di più vince tutti i confronti con Mediaset durante "i periodi
di garanzia" - può essere una gran bella opportunità. Possibile che uno
sia diventato così meschino da pensare solo al peggio? È vero quello che diceva
"il divo" Giulio Andreotti che "a pensare male si fa peccato ma
spesso ci si azzecca". Eppure è possibile che nella provocazione
del primo ministro io riesca a vedere solo un interesse - quello privato - in
conflitto con un altro interesse - quello generale? Quanti sanno che per legge
il bilancio della Rai è strutturato in modo tale da suddividere i costi e le entrate
fra i programmi di servizio pubblico così come indicati dall'Autorità garante
delle comunicazioni e i programmi più di tipo commerciale? E quanti
sanno che fra i programmi commerciali - e che dunque dovrebbero venire meno
nella logica tutta di servizio pubblico come sembra improvvisamente piacere a
Berlusconi - ci rientrano quasi tutti i successi di Raiuno, come "Ballando
sotto le stelle" oppure "L'eredità" e "Affari tuoi",
così come tutti i film e le fiction non europee? Berlusconi è stato un genio nell'inventare
la tv all'americana con Dallas e tante altre soap opera, a lanciare comici fino
ad allora quasi sconosciuti e tante belle signorine scosciate, per esempio a
"Drive in". E perché non pensare che oggi Berlusconi - nei panni
dello statista - non si voglia far carico di un problema serio e sentito da
molti italiani, quello di un servizio pubblico più credibile, più impegnato
nell'aiutare i telespettatori a capire la realtà che cambia? Quante volte,
proprio dagli attuali consiglieri di amministrazione della Rai, è venuto
l'invito ai massimi dirigenti delle reti a farsi carico più di oggi di
programmi non solo di intrattenimento ma anche di informazione e di cultura!
Abbiamo chiesto - basterebbe rileggersi i verbali del consiglio - che programmi
come "La storia siamo noi" non finissero a notte fonda; che la
rubrica di teatro "Palcoscenico" venisse anticipata; che in prima
serata per la rete ammiraglia venisse studiato un format vincente dedicato alla
informazione. Non dimentichiamo che fra i maggiori successi di ascolto vanno
citate trasmissioni come "Anno Zero" di Michele Santoro su Raidue o
"Che tempo che fa" di Fabio Fazio oppure "Report" della
Gabanelli o "Ballarò" di Floris su Raitre. Sono programmi che non
hanno eguali nella tv commerciale, tipici del servizio pubblico. Eppure spesso
sono proprio i più contestati dalle forze politiche che fanno riferimento a
Silvio Berlusconi. La Rai oggi fa per il 72 per cento (che per Raitre arriva al
92 per cento) delle trasmissioni, programmi di informazione, approfondimento,
sport, pubblica utilità. In altre parole rispetta il contratto di servizio.
Quel circa 30 per cento che secondo Berlusconi dovrebbe sparire comprende i
telefilm e i film Usa, ma anche l'Isola dei famosi su Raidue oppure
"Affari tuoi" su Raiuno che guarda caso fanno disperare Mediaset. C'è
allora un modo per prendere sul serio il premier sul tema della tv pubblica?
Sì. E lui ormai dovrebbe saperlo: accettare di modificare la Gasparri sui
criteri di nomina del cda Rai. Sarebbe il primo segno che i partiti di centro
destra accettano la sfida di ripensare davvero il ruolo del servizio pubblico,
riconoscendo che nell'epoca della rivoluzione digitale la Rai deve avere la sua
missione di servizio pubblico meglio definita da parte della politica, ma deve
anche poter essere governata con criteri più aziendali, lasciata libera da
vincoli partitocratici, da voglie di lottizzazione o peggio di appropriazione.
Sono sette anni che di fatto in Rai c'è un cda con una maggioranza di centro
destra. Questa televisione non piace al premier? Benissimo! Cominciamo a
cambiare la legge che a questo ha portato. E poi un modo per evitare che uno si
debba ancora vergognare dei suoi cattivi pensieri ci sarebbe: si creino
meccanismi di reale concorrenza nella tv commerciale! Nelle condizioni in cui
siamo vissuti finora non sono tanto io quello che si deve vergognare quanto chi
ha ridotto così il sistema radiotelevisivo. Si può davvero creare un clima
migliore fra maggioranza e opposizione se non si parte in modo coerente e
coraggioso proprio dal primo punto che il calendario ha messo all'ordine del
giorno e cioè i criteri di nomina del nuovo cda della Rai? Se non si parte da
lì, anche la migliore idea, o comunque una idea da discutere e approfondire
seriamente, diventa fonte di sospetto. "È chiaro che dovremmo introdurre
un cambiamento" come dice il premier. Cominciamo da qui. E vedrà che
avremo tempo perché solo "in un secondo momento il servizio pubblico
semmai possa far ridere"!.
( da "Corriere della Sera" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-07 num: - pag: 17 autore: di
SERGIO ROMANO categoria: REDAZIONALE Il Libano che teme la guerra civile e si
ferma sull'orlo del precipizio La svolta del presidente Suleiman: "Via i
miei ritratti dalle strade" BEIRUT - Mentre lavorava alla formazione del
nuovo governo libanese, il generale Michel Suleiman, presidente della
Repubblica, ha chiesto che venissero rimossi dalle strade di Beirut i suoi
ritratti, apparsi in gran numero, dopo la sua elezione, sulle facciate delle
case e nelle vetrine dei negozi. Il maronita Suleiman è un uomo sobrio, pacato,
poco loquace. Ma la richiesta, in questo caso, non è un segno di modestia.
Nelle strade di Beirut non esistono soltanto i ritratti del capo dello Stato.
Le fotografie dei leader, spesso grandi quanto l'intera facciata di una casa,
annunciano l'identità religiosa e politica di una zona urbana. So di essere nel
quartiere di Amin Gemayel, capo delle Falangi cristiane, perché la piazza
principale è dominata dalla gigantografia del figlio Pierre, esponente della
maggioranza anti-siriana, assassinato nel novembre del 2006 quando era ministro
dell'Industria nel governo di Fouad Siniora. So di essere in un quartiere
sciita perché la strada principale è tappezzata dai ritratti di Hassan
Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, e da quelli dei
"martiri" caduti combattendo contro Israele. Quasi tutti i quartieri
di Beirut sono religiosamente omogenei e alcuni di essi "gridano" la
loro identità esponendo l'immagine del leader di cui sono elettori. Chiedendo
la rimozione dei suoi ritratti Suleiman chiede alla classe politica di fare
altrettanto e di rinunciare alla spartizione di Beirut fra aree d'influenza.
Vorrebbe che il Libano smettesse di essere un mosaico di comunità religiose
(sono diciotto) e divenisse finalmente uno Stato di cittadini, eguali di fronte
alla legge, uniti dall'appartenenza a una stessa nazione. è il sogno di tutti i
riformatori. Non chiedono ai loro connazionali di rinunciare alla propria fede
religiosa, ma vorrebbero che accanto all'identità confessionale vi fosse in
ciascuno di essi il patriottismo libanese. Ogni crisi si conclude con un invito
all'unità nazionale, unico rimedio contro le fazioni che dividono il Paese sin
dal giorno, nel
( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
CONFINDUSTRIA Da Santa
Margherita Ligure la ricetta dei giovani imprenditori: massima flessibilità e
gabbie salariali. Plauso da governo e Pd "Basta contratto
collettivo", i padroni d'ora in poi lo vogliono individuale Sara Farolfi
INVIATA A SANTA MARGHERITA LIGURE Un contratto sempre meno collettivo e sempre
più "taylor made", tagliato e cucito attorno al singolo individuo. A
tanto arriva il "salto quantico", la "prospettiva
culturale", il "dubbio radicale" lanciato ieri da Federica
Guidi, presidenta dei giovani industriali, in apertura del consueto meeting
preestivo a Santa Margherita Ligure. Ma la platea non sembra voler raccogliere
la provocazione. Pragmaticamente consapevoli che ogni cosa ha il suo tempo, gli
industriali plaudono ai primi provvedimenti del governo (che in questa
direzione procedono spediti), e "più realisticamente" convergono
sulla necessità di una differenziazione salariale tra nord e sud del paese.
Mentre da Bergamo, dove è riunito lo stato maggiore di Confindustria, Emma
Marcegaglia detta le prime condizioni alla trattativa con i sindacati che si
apre martedì: "Firmeremo solo con un legame stringente tra aumento dei
salari e produttività (ma sia chiaro che quello aziendale non può diventare un
ulteriore salario fisso) e con la previsione di sanzioni per quei contratti
siglati fuori dalle regole". Il post ideologico diventa il massimo
dell'ideologia, ormai non è una novità. Il "vecchio" spacciato a buon
mercato come "nuovo": l'impresa, ripulita delle obsolete
contrapposizioni di interessi, come centro regolatore
della società ("la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come
un blocco di marmo"). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento
di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa
dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo
delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica,
ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi
due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili
(svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo):
relazioni industriali riformulate ("uno, nessuno, centomila"
contratti) e la riduzione della aliquote fiscali ("che produce impulsi
espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa"). Per il
contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la
"domanda scomoda" il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo
sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere?
Nessuno risponde. "No ai contratti individuali, sì alla differenziazione
territoriale delle retribuzioni", dicono, tra gli altri, Alessandro
Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia).
L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma
d'altro canto, lo dice lui stesso, "la distinzione tra destra e sinistra
non c'è più"). L'unico a raccogliere il "salto quantico"
proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi.
Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare "una
doppia parte in commedia". "Non esiste un modello contrattuale
efficiente sempre e una volta per tutte", e qui parla il professore
Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e
lancia lo "shopping contrattuale". Ridisegna poi
il conflitto di classe, "non più tra capitale e lavoro, ma tra buon
capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia". Nelle vesti di
ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la
riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche
nel pubblico.
( da "Repubblica, La" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Dopo l'assenza allo
stadio il sindaco "forestiero" fa temere una nuova sconfitta nel 2009
Bologna, democratici in allarme "Cofferati rischia,
troppe gaffe" Ma il conflitto di interesse di Cazzola frena il Pdl La
Forgia attacca il primo cittadino: è più interessato alla politica nazionale
MICHELE SMARGIASSI BOLOGNA - - Più che un problema di linea politica, quello
del Pd di Bologna sembra un problema di linee marittime. Nel 2009 la
sinistra rischia di perdere Bologna per la seconda volta, esattamente dieci
anni dopo? "Dipende da quanti traghetti prenderà ancora Cofferati",
risponde sospirando il dirigente, in confidenza. L'ultimo traghetto che il
sindaco ha preso, domenica scorsa, con la famiglia, gli ha procurato un
avversario in più, a sorpresa, e insidioso. Non poteva proprio perderlo, quel
traghetto, Sergio Cofferati, così non ha potuto essere in tribuna allo stadio
Dall'Ara per festeggiare la promozione del Bologna calcio in serie A. Cori
ingiuriosi dalla curva all'indirizzo del sindaco, "la prima volta nella
storia di Bologna", nota un suo perplesso predecessore, Guido Fanti; e il
giorno dopo il patron del Bologna, Alfredo Cazzola, eccolo già candidato in
pectore, lanciato dal Pdl, ma pronto a "rifletterci seriamente", che
è già una risposta. Intanto, per capitalizzare il vantaggio, ha restituito lo
sgarbo: non è andato giovedì scorso in Comune con la squadra a ricevere i
complimenti del sindaco. E adesso i democratici fanno i conti con paure finora
tacitate. La minoranza anti-Cofferati le tira fuori esplicitamente:
"Attenti, Cazzola ha un seguito, non va sottovalutato", se ne è
uscita immediatamente Silvia Bartolini, promotrice della corrente-fronda
"Bologna Formidabile", e dev'essere vero se lo dice lei che dieci
anni fa fu vittima della più sanguinosa sottovalutazione nella storia della
sinistra italiana, quando la candidarono con primarie trionfali, e perse
duramente contro Giorgio Guazzaloca. Le primarie pare si faranno di nuovo a
Bologna, benché il Pd abbia già chiesto ufficialmente a Cofferati di
ricandidarsi, e lui abbia già accettato, e di solito un incumbent, un uscente,
persino negli Usa patria delle primarie, viene ricandidato d'ufficio. A meno di
disastri. E più o meno disastroso è ritenuto il quinquennio di Cofferati dal
suo più probabile antagonista interno, il deputato Pd Antonio La Forgia, che
mira subito al bersaglio grosso: "Cofferati sindaco? Mi pare una
definizione impropria, è più interessato alla politica nazionale che
all'amministrazione". Strategia autolesionista di delegittimazione,
ribattono i sostenitori del sindaco. Torna la dolorosa morale del '99: a
Bologna la sinistra non può essere sconfitta da nessuno, sa sconfiggersi
benissimo da sola. Cazzola, pensano al Pd, non è uno sfidante insidioso: certo
è più giovane di Cofferati, è un imprenditore di successo (fondatore del Motor
Show, che ora ha venduto), non è classificabile uomo di destra; ma la
popolarità della promozione sportiva pian piano si ridimensionerà, e verranno
fuori i suoi limiti, primo il conflitto di interessi:
è concessionario dello stadio, e ne vuole costruire un altro assieme a Romilia,
un nuovo quartiere di case uffici centri commerciali, e il coordinatore Pd
Salvatore Caronna va già all'attacco: "Vuol fare il sindaco di Bologna o
di Romilia?". Inoltre, la sua apparizione ha scompigliato il centro
destra, sconquassando il grande rientro di Giorgio Guazzaloca, che ancora non
ha detto sì, ma per lui lo dicono i fedelissimi della sua lista civica "La
tua Bologna", che per il 20 luglio hanno già organizzato la festa per la
seconda nomination, però adesso vedono vacillare verso Cazzola perfino il loro
azionista politico di riferimento, l'Udc del bolognese Casini. Nella città che
fino a dieci giorni fa non ne aveva neanche uno, spuntano candidature da tutte
le parti: sul versante laico c'è il socialista Grillini, a sinistra del Pd si
mobilita l'area ribelle guidata dall'ex rifondatore Monteventi e dall'ex leader
del '77 Bifo. Ma anche per questo c'è una contromossa: una lista di sinistra
"intermedia", con pezzi dell'ex Arcobaleno, che potrebbe allearsi al
Pd coprendolo a sinistra, nonostante Cofferati sia un alfiere dell'"andare
da soli". Cofferati ha un solo temibile avversario, insistono le battute
senza nome: si chiama Cofferati. Quella poltroncina vuota sugli spalti,
domenica, è stata più deflagrante dell'assenza alla messa di un cardinale. Lo
stadio è un tempio identitario. I pretoriani del sindaco lo hanno difeso
ribaltando le accuse: erano fischi "guidati", insomma un piano
sportivo-politico per lanciare Cazzola in gara direttamente dalla tribuna
rossoblu. Ma qualche sera dopo, a una Festa dell'Unità di quartiere, il sindaco
è stato accolto da qualche faccia contrariata anche tra i suoi stessi
militanti: "Cazzola è un piccolo Berlusconi, ma Cofferati ha sbagliato a
non andare", il commento medio raccolto tra gli stand. Preoccupano i
possibili nuovi scivoloni di un sindaco forestiero cinque anni fa e oggi
chissà, un sindaco a cui scappa ancora detto "voglio lavorare per questa
città" e non "per la mia città", un errore così e Obama sarebbe
fritto. Nel 2004 Cofferati sfilò dalle mani di Guazzaloca l'arma polemica del
"forestiero" promettendo di diventare bolognese a tutti gli effetti.
Anche tra chi lo vuole rivotare c'è chi si chiede quanto tempo gli rimanga per
mantenere la promessa.
( da "Liberazione" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Piero Sansonetti In
un articolo assai bello e chiaro, che è stato pubblicato ieri sul manifesto , Rossana
Rossanda ha illustrato le linee essenziali, e i "nodi", della
battaglia politica che è aperta dentro Rifondazione comunista. E che sta
cercando uno sbocco, una soluzione - o una ricomposizione - nel congresso che
inizia nei prossimi giorni e che si concluderà il 27 di luglio. Non posso
riassumere l'articolo di Rossanda - che merita di essere letto per intero - ma
provo ad estrarne due punti. Il primo punto riguarda la sostanza della
discussione in Rc, che secondo Rossanda è riducibile, con qualche approssimazione,
a questa domanda: dobbiamo riorganizzare la sinistra
intorno a un conflitto principale, che deve avere la prevalenza su tutti gli
altri (su tutte le altre contraddizioni prodotte dal capitalismo, o prodotte da
questa società) e cioè il conflitto tra capitale e lavoro; oppure quel
conflitto non può avere esito positivo se non accetta di lasciarsi incastrare
in uno schema "multiconflittuale" (scusate l'orrido
neologismo) riconoscendo pari dignità al conflitto di sesso e al conflitto
produzione-natura, e poi ad una infinità di altri conflitti - sociali,
culturali, ideali, sessuali, mentali, storici, di stili di vita - che tutti
insieme compongono la nostra società, ne determinano il funzionamento, le
gerarchie, i meccanismi di organizzazione, di potere, di dominio? Non è una
domandina da niente. E credo che Rossana Rossanda abbia ragione: è questo il
nocciolo della discussione politica dentro Rifondazione, e tutto il resto -
compresa l'idea di futuro partito politico o di futuro assetto della sinistra -
è solo conseguenza, seppure conseguenza importantissima, e così vistosa che-
finora - sembra sia stata l'unica protagonista del dibattito. E veniamo al
secondo punto. Consiste in una frase contenuta nell'articolo di Rossanda, e
sulla quale vorrei soffermarmi. Diceva così: "Ancora più bizzarro...il
silenzio di Liberazione sulle mozioni e l'assenza di Liberazione dalle
medesime. Eppure il giornale è stato più d'una volta oggetto di un contenzioso
in Rc". 5 08/06/2008.
( da "Liberazione" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Confronto fra
Claudio Fava, Paolo Ferrero, Monica Frassoni e Franco Giordano Quale sinistra
nell'era del Veltrusconi? Le risposte di Torino Maurizio Pagliassotti Torino A
vedere i volti assorti delle centinaia di persone che ieri pomeriggio hanno
seguito il momento più atteso del Sinistra Pride a Torino c'è di che sperare
per il futuro. "Sono molto contenta - dice Barbara una giovane studentessa
- perché la sinistra fa l'unica cosa in cui noi veramente stacchiamo tutti gli
altri, la dialettica democratica. Poi verrà tutto il resto: simboli, alleanze,
lotta di classe, conflitto...". Non fosse stato per il
monsone che ormai attanaglia Torino da circa due mesi, l'uditorio avrebbe
spolpato di domande i relatori Claudio Fava, Paolo Ferrero, Monica Frassoni e
Franco Giordano. Le questioni non pervenute ma che erano in qualche modo
percebili, erano più o meno queste: ma quand'è che tiriamo fuori i muscoli con
una bella manifestazione contro la politica xenofoba di questo governo?
Il precariato non dà scampo e in Parlamento ormai sono tutti sulla linea di
Confindustria. Quando ripetiamo moltiplicata per cinque la manifestazione dello
scorso venti ottobre? Il mio datore di lavoro mi obbliga a fare gli
straordinari... cosa proponete? E l'assessore corrotto della mia città? E cosa
pensate sul nucleare? E... Nell'era di Berlusconi e della sua ombra Veltroni,
la quotidianità per i trecento di piazza palazzo di città diventata una
minaccia. E a testimoniare tutto questo era presente una delegazione dei
lavoratori della Sandretto, una fabbrica metalmeccanica venduta ad una multinazionale
brasiliana che vorrebbe fare piazza pulita degli accordi sindacali e salariali.
Prima del monsone avevano provato a dare risposta i relatori, chiamati da un
Paolo Hutter soddisfatto per l'attenzione dei torinesi al Sinistra Pride. Ha
iniziato Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Democratica, che ha
richiesto un esercizio di verità dopo la batosta delle ultime politiche.
"Il paese è cambiato in peggio, sono tornati non solo in Italia ma in
tutta Europa gli istinti primordiali e il centro destra ha raccolto questo
cambiamento". Dobbiamo tornare a fare domande alla gente, aggiunge, senza
rimanere chiusi dentro la ridotta dei simboli. E in questa categoria, quella
dei simboli, Fava inserisce anche il conflitto capitale-lavoro. Il leader della
Sinistra democratica, ha poi concluso con un attacco a Veltroni ma rilanciando
l'idea di un nuovo centro sinistra. Dopo di lui Paolo Ferrero, attesissimo
insieme a Franco Giordano. "La sconfitta è un bagno di realtà e deriva dal
fatto che l'esperienza di governo è stata percepita dai nostri elettori come
un'occasione persa. Dopo cinque anni di Berlusconi non siamo riusciti a
realizzare quanto avevamo promesso. I nostri elettori quindi si sono domandati
cosa sia cambiato. E non è stata solo colpa di Mastella o Dini... La
sottomissione del Pd al Vaticano, alle banche e alle assicurazioni ha fatto si
che fosse tradito l'accordo di programma. La nostra deve essere ora una
collocazione di fase, prendendo spunto dall'esperienza del Pci e dei suoi
fruttuosi quaranta anni di opposizione. No all'alleanza con il Pd, sì alla
ricostruzione della sinistra, partendo dai compagni senza tessera. Per fare
questo dobbiamo fare l'opposizione, anche perché nel paese non c'è. Il rischio
che corriamo è che la sinistra scompaia non solo in parlamento ma anche nelle
relazioni sociali. Avanti con un conflitto di classe efficace che aumenti le
risorse per case popolari, asili, scuole pubbliche. Altrimenti il razzismo
passa tra i nostri elettori... Come diceva Marx: i lavoratori formano una
classe nella misura in cui si riconoscono come contrapposti ad un'altra
classe...". Monica Frassoni, europarlamentare dei verdi ha riservato i
passaggi più impegnativi ad un duro attacco contro l'attuale segreteria del suo
partito. "La rottura deve essere immediata e netta, altrimenti i verdi
organizzati in Italia avranno finito il loro ciclo politico". Ha poi
risposto a Ferrero dicendo: "Questa storia del conflitto di classe non mi
convince, ma questo è un problema mio. Ci confronteremo sulle questioni
concrete. Dobbiamo competere con l'egemonia culturale della destra, rinnovare
le nostre classi dirigenti ed essere efficaci nell'opposizione a questo
governo". Ultimo, ma attesissimo anche lui, Franco Giordano. "Le
ragioni della nostra sconfitta arrivano da lontano ed è salutare per tutti fare
una riflessione collettiva come quella di oggi, la prima. E' un segnale di
apertura, decisivo. Per ricostruire un punto di vista critico bisogna avere
protagonismo e partecipazione alla base. Certo c'è stato un problema riguardo
l'esperienza di governo precedente, una divaricazione drammatica tra il dire ed
il fare. Dobbiamo ripensarci a fondo ma guai a quella sinistra che separa i
diritti sociali da quelli civili! La situazione è grave: oggi il conflitto è uscito
dal parlamento e rischia di essere strappato anche dalle mani delle
organizzazioni sociali. Per combattere questo è necessario un nuovo
protagonismo sociale unito ad un'idea diffusa di nuova società, che combatta
l'idea berlusconiana di egemonia dell'impresa. Questo vuol dire avere l'umiltà
di ricostruire un pensiero nuovo che opponga a questa visione la lotta per la
precarietà e la difesa dell'ambiente. A noi tocca ricostruire due pilastri del
pensiero marxiano: l'uguaglianza e la liberazione da paure che portano gli
ultimi a fare le guerre contro i penultimi. Per fare questo non possiamo
pensare di tornare a come eravamo perché non ci serve a contrastare questa
forma del capitalismo". 08/06/2008.
( da "Stampa, La" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Colata dai
"campanilismi", all'unico servizio del cittadino a cui non
interessano beghe e liti aziendal-burocratiche. L'altra verità è che il
comparto ospedaliero, come tutte le organizzazioni complesse (dall'ordine
monastico alla Lega calcio) sviluppa faide e lotte interne che hanno come scopo
primario la conquista di potere e solo in seconda battuta la salute pubblica.
Con buona pace dei medici - per fortuna ancora numerosi - che si sforzano per
far sì che accada il contrario. Il conflitto che si sta
sviluppando nella Sanità piemontese è di non facile comprensione perché
attraversa i classici schieramenti politici (destra/sinistra) e si attesta
sull'asse centro (Torino) contro periferie. O almeno così viene percepito da
una parte del mondo ospedaliero. Il centro (cioè la Regione) ha notevoli
problemi di spesa e tenta di tagliare razionalizzando (cioè, accentrando). In
periferia si sospetta che tutto questo serva invece, o anche, a ridimensionare
l'autonomia e le capacità di cura locali a favore dei torinesi. Questo sì che
interessa i cittadini: non vorrebbero rischiare di finire vittime di una guerra
che neanche sapevano si combattesse.
( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Economia Il casinò
del greggio "virtuale" Così i signori della speculazione manipolano il
mercato dell'energia L'analisi Il grande consumo di petrolio da parte di Cina e
India non spiega il boom dei prezzi Il sospetto è che le banche Usa sfruttino
la bolla per rialzarsi dopo la crisi subprime Al Nymex i futures movimentano un
miliardo di barili al giorno, contro gli 85 milioni reali (SEGUE DALLA PRIMA
PAGINA) FEDERICO RAMPINI La convergenza è notevole. Tutti e due hanno in mente
la stessa cosa: l'inquietante enigma del caro-petrolio, che venerdì ha sfiorato
i 140 dollari il barile e sembra deciso a realizzare la sospetta
"profezia" della banca Goldman Sachs (200 dollari a barile). Si fa
presto a dare la colpa ai soliti noti, Cina e India. Certo le superpotenze
asiatiche, con centinaia di milioni di nuovi consumatori che accedono al
benessere, sono la causa di fondo di un trend di rialzo secolare di tutte le
materie prime. Inoltre le due locomotive cinese e indiana trainano lo sviluppo
di molti altri nuovi protagonisti della globalizzazione, dalla Russia al
Brasile. Ciascuno di questi diventa un consumatore delle stesse risorse
naturali che vende all'estero: è sintomatica l'uscita dall'Opec dell'Indonesia,
un ex-esportatore di greggio che oggi deve comprarlo sui mercati mondiali. Ma
su questi cambiamenti storici si è innestata una marea di flussi finanziari che
sono diventati a loro volta "il" problema. Quando in sole 48 ore di
scambi al New York Mercantile Exchange (Nymex) i futures schizzano al rialzo
del 13%, com'è successo tra giovedì e venerdì scorso, non c'è aumento dei
consumi cinesi e indiani che tenga. Lo sviluppo economico asiatico, che
comporta fra l'altro il boom della motorizzazione privata in paesi dove vivono
3,5 miliardi di persone, può spiegare l'aumento del 35% all'anno del petrolio
negli ultimi cinque anni. Ma negli ultimi dodici mesi questo rincaro ha
cominciato a puntare verso il cielo, raddoppiando di colpo. E il singolo
aumento dei futures nella sola giornata di venerdì non si era mai verificato in
quelle proporzioni da 25 anni. Ruchir Sharma, capo del dipartimento dei mercati
emergenti alla Morgan Stanley, osserva che "i flussi di capitali che si
sono riversati sugli hedge fund che speculano sul petrolio, in soli tre mesi
hanno superato tutto il 2007, già un anno record". Qui la domanda e
l'offerta della materia prima reale, il petrolio, non c'entrano più. Se non
come un pretesto: uno scenario di fondo che viene utilizzato per orchestrarvi
sopra una nuova ondata di scommesse finanziarie. Al Nymex ormai i contratti di
futures sul petrolio movimentano un miliardo di barili al giorno, tutti
virtuali; mentre la produzione del greggio vero è di soli 85 milioni di barili
al giorno. La quantità di carta finanziaria che viene scambiata è immensamente
superiore ai consumi mondiali di idrocarburi. E' la ragione per cui in molti
condividono l'analisi di Soros: il casinò dove si puntano le giocate sui
futures del petrolio è il luogo dove si è creata la nuova bolla speculativa. Le
caratteristiche ci sono tutte. La curva di incremento esponenziale dei prezzi è
identica a quella disegnata dal Nasdaq al culmine dell'euforìa sulla New
Economy nel 1999, prima di crollare nel marzo
( da "Giornale.it, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 23 del 2008-06-09
pagina 46 Con il Trattato di Lisbona torna l'eurotormentone di Paolo Granzotto
Caro Granzotto, a proposito di tormentoni ci siamo liberati
di quello relativo al conflitto di interesse, di quello relativo al
riscaldamento globale e di quello relativo alla pace e al pacifismo.
Bisognerebbe essere soddisfatti se ai tormentoni si aggiunge la scomparsa
mediatica della sinistra comunista e dell'Udc di Pierferdinando Casini.
Ma ecco che un vecchio tormentone, quello relativo all'Europa, minaccia di fare
la sua ricomparsa con la storia del Trattato di Lisbona che la Lega vorrebbe
sottoporre a referendum. Fermo restando che io sarei d'accordo, mi potrebbe
dire in sintesi qual è l'importanza ai fini pratici del Trattato di Lisbona? Il
Trattato di Lisbona, caro Bellomo, è la versione riveduta, corretta e
malandrina della Costituzione europea. Velleitario papocchio che grazie ai
fratelli francesi, non a caso enfants de la Patrie, fu debitamente impallinata
e riposta in soffitta, tra Loreto impagliato, il busto d'Alfieri, i fiori in
cornice, le buone cose di pessimo gusto, insomma, dell'amica di nonna Speranza.
La differenza più marcata tra l'abortita Costituzione e il Trattato è la
rispettiva mole. La prima si presentava con 448 articoli (sì, ha letto bene:
448 articoli. Quella degli Stati Uniti, che son sempre gli Stati Uniti, conta
di un preambolo, cinque articoli e 7 emendamenti) per un totale di circa 65mila
parole. Il secondo di articoli ne ha "solo" 70 e di parole
all'incirca 13mila. Pur essendo ancora sbrodolatamente prolissa, è già
qualcosa. Due le novità apprezzabilissime del Trattato: primo, l'eliminazione
dei simboli - bandiera, inno e motto - dal trallallà iconografico eurolandico.
Il drappo blu stellato, l'Inno alla gioia e "In varietate concordia"
da marchio di fabbrica sono ridotti a gadget. Secondo, la norma che prevede la
possibilità di recedere, di scappar via, dall'Unione europea. E se l'Europa
avverte la necessità di disciplinare l'esodo significa che qualche suo membro
ci sta facendo un pensierino o, detta in altri termini, che non è tutt'oro quel
che luccica. E che dunque è meglio premunirsi di un "piano B",
garantendosi la via di fuga. Per il resto, Trattato e Costituzione
s'assomigliano nell'ambizioso fine di dare corpo politico all'Unione. E quindi
di sottrarre sovranità agli Stati membri. Proposito che tuttavia qualcuno
aggira appellandosi al diritto di "opt-out" detto altrimenti
"clausola di esclusione". Inghilterra e Irlanda, ad esempio, l'hanno
esercitato per esentarsi dall'applicare le decisioni comunitarie concernenti la
giustizia, gli affari interni e, insieme alla Polonia, per non sottoscrivere la
Carta dei diritti della quale disconoscono il valore giuridico. Inutile che io
le ricordi, caro Bellomo, che l'Italia mai e poi mai ha avanzato clausole
d'esclusione: per noi, da sempre, tutto quello che "fa" l'Europa è
ben fatto. Anche le quote latte che hanno strangolato gli allevatori (la nostra
quota è inferiore al fabbisogno nazionale). Anch'io, caro Bellomo, sono
dell'idea che su argomenti che investono la sovranità nazionale e di
conseguenza l'essenza stessa della cittadinanza sarebbe doveroso ricorrere al
referendum popolare. Ne abbiamo fatto uno sugli orari dei negozi, figuriamoci
se non sarebbe sacrosanto farne un altro sulla prospettiva che un bulgaro possa
decidere cosa conviene a un italiano. Però vi si oppone l'articolo 75 della
Costituzione che non ammette il referendum per le leggi di autorizzazione a
ratificare trattati internazionali. Un bel guaio, al quale mi auguro proprio
che questa legislatura "costituente" metta riparo. © SOCIETà EUROPEA
DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Gabriele Polo
"Sistemati" i poveracci - immigrati in testa - e in attesa di
risolvere militarmente la discarica campana, il governo va a occuparsi dei
lavoratori. Con l'appoggio della Confindustria, il beneplacito degli
intellettuali di corte e nel vuoto di opposizione politica. "Ora si può
fare", hanno detto Sacconi e Berlusconi al summit padronale ligure. E
poiché lo stato è una grande azienda - parola di premier - la deregulation si
decreta dall'alto. Sarà "un'opera pesante" per liberalizzare gli
orari, protrarre all'infinito i contratti a termine, modificare la legge sulla
sicurezza (che essendo quella del lavoro non interessa a nessuno, a parte chi
ci crepa). Non c'è nulla di stupefacente in tutto questo. Se l'individualismo
diventa la relazione sociale prevalente, i rapporti di lavoro non possono che
essere "personali", vanno sciolti tutti i legami collettivi, tranne
quello che vincola ciascun dipendente al suo imprenditore. Se il lavoro e chi
lo svolge sono una merce profittevole, ogni ostacolo - di legge o contrattuale
- va rimosso. Ci penserà poi il padrone a fissare prezzo e
modalità, eventualmente a concedere un po' di welfare alla comunità aziendale.
Al sindacato decidere se accodarsi o no, sapendo - precisano governo e imprese
- che si procederà comunque, che il conflitto non è previsto. Quello,
eventualmente, sarà materia di ordine pubblico.
( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Per il secondo tg
nazionale la condanna Ue dell'Italia per le frequenze di Rete4 non merita una
parola. E' l'informazione asservita al potere. E l'Ordine dei giornalisti che
dice? "Il fatto non ci riguarda" Franco Giustolisi Due sporche
vicende. Una più lurida dell'altra. Eccole. La prima. Il 31 gennaio la Corte
europea di giustizia condanna l'Italia per aver concesso le frequenze televisive
a Rete 4, quella diretta da Emilio Fede e di proprietà dell'attuale presidente
del Consiglio, invece che ad Europa 7, emittente televisiva che a suo tempo
aveva vinto una specie di concorso. E sin qui siamo ai fatti noti. La notizia,
una grande notizia perché c'è di mezzo una sentenza della Corte Costituzionale
che aveva condannato Rete 4, il conflitto di interessi, la legge del fidatissimo
berlusconiano Gasparri e il tentativo del governo Prodi di rivederla - trova,
come è naturale, immediata accoglienza sull'informazione. I grandi quotidiani
la piazzano nell'apertura delle relative pagine, Rai Tre la inserisce nei
titoli di apertura, Rai Uno le dedica un esauriente servizio eccetera,
eccetera. Il Tg5, quello diretto da Clemente e qualcosa Mimun, lo stesso che
dopo la vittoria del suo dio ha espresso la volontà di tornare in Rai per
dirigere il Tg2, invece tace. Non una riga, non una parola, non una virgola. Se
la notizia non c'è, mi arrischio a sostenere che così direbbe anche McLuhan, il
massimo esperto mondiale di comunicazioni, se la notizia non c'è, non viene
data, non c'è notizia. Non so cosa ci sia stato dietro, non so, cioè se Mimun
si sia consultato con Confalonieri o con il gradino superiore. Il fatto
indiscutibile è che il Tg5 che arriva secondo come ascolto, dopo il Tg1, e
qualche volta si vanta di essere al contrario il primo, non dice che il suo
padrone è stato battuto. Non da qualche magistrato di casa nostra, magari
additato come comunista, bensì dalla giustizia europea. E questo con parole
talmente chiare e semplici che non è neanche il caso di stare a riportarle.
Come talmente chiaro e semplice è il concetto che l'informazione, sia quella
con la I maiuscola che quella con la i minuscola, non può, non deve essere
soggetta, e in questo modo che definisco globale, agli interessi
di parte. Magari si dà la notizia, non in grandissima evidenza, poi il
sottopancia di turno commenterà a piacer suo e di chi lo paga. Ho sulle spalle
mezzo secolo di giornalismo e qualche censura l'ho vista e ne ho subite
anch'io, denunciandole in ogni occasione. Ma quell'indecente nonessere del Tg5
non l'ho mai constatato, nè al Giorno, quello vero degli anni '50 e '60, nè in
Rai, a Tv7, dove per certe storie fui recluso in quello che allora veniva
definito il cimitero degli elefanti, nè tantomeno, all'Espresso, perlomeno sino
a qualche anno fa, ma avevo già tolto il disturbo. Preso allora da sacro furore
mi rivolgo a quello che ritenevo il naturale interlocutore di chi chiede,
vuole, esige giustizia nell'informazione. "Liberazione", in un impeto
di fesseria, se n'è uscita con un chi se ne frega di Rete4. E no, egregi
colleghi, ammesso che tali possiate essere definiti: se ce ne fregassimo di
simili vicende salterebbe la già assai fragilissima impalcatura che tra schianti
continui ancora sorregge l'informazione. Non avete ancora capito che la
monnezza, gli impianti nucleari, la mezza abolizione dell'Ici, eccetera sono
materie più importanti, ma se l'informazione non ne parla o ne parla male, ecco
che tutti quei problemi spariscono. Ed ecco la seconda sporca vicenda, più
sporca, se possibile delle prima, perché se uno schiavo inchina la sua testa a
pro padrone, beh se non si giustifica, quanto meno lo si comprende. Ma chi non
ha o non dovrebbe avere padroni? Che, anzi, istituzionalmente dovrebbe tutelare
l'informazione, e cosa, se no? Parlo dell'Ordine regionale dei giornalisti,
quello che ritenevo, allora, il naturale interlocutore e via dicendo. A ruota,
il primo febbraio, invio a questi eminenti colleghi la mia denuncia nella quale
propongo di cacciare, non scrissi a calci, ma il senso era questo,
dall'"onorata" società di coloro che scrivono per mestiere, e
soprattutto per passione, quel tale Mimun. E con lui, i suoi eventuali
condirettori e vice, il conduttore che quella sera con la sua presenza ha
avallato la gigantesca omissione, nonché i membri del comitato di redazione che
non erano intervenuti, come sarebbe stato loro dovere. Invito anche i miei
autorevoli colleghi ad indagare se Rete4 e Italia1 si sono comportati nello
stesso modo del loro fratello maggiore, il Tg5. Si sa, essendo dello stesso
proprietario... Attendo la risposta con una certa trepidazione. Mi arriverà il
18 febbraio, con una raccomandata a firma del presidente Bruno Tucci, il quale
con modi cordiali e cortesi mi avverte che "il problema non è di
competenza dell'Ordine in quanto l'articolo 6 del Contratto di lavoro prevede
alcune specificità che esulano da qualsiasi potere di controllo". Mi si
dice, inoltre, che "trattandosi di materia prettamente sindacale" il
mio esposto è stato mandato all'attenzione dei probiviri dell'Associazione
Stampa Romana. Prendo atto ed attendo la risposta che mi arriverà con tutto
comodo il 14 aprile, sempre con raccomandata a firma del presidente
dell'Associazione Stampa Romana, Fabio Morabito che a sua volta mi invia il
verbale dei probiviri e delle probedonne a firma della presidentessa del
consesso, Liliana Madeo, e del segretario Raul Wittenberg. Ebbene,
all'unanimità, quei tali e quelle tali, richiamandosi all'articolo 6,
dichiarano la propria incompetenza, dato che "non è stato ravvisato nelle
scelte del direttore Mimun sulla gerarchia delle notizie le violazioni della
correttezza professionale...". Mi sono andato a leggere questo maledetto
articolo 6. Dice nella sostanza: "le facoltà del direttore sono
determinate da accordi da stipularsi tra lui e l'editore... in ogni caso da non
risultare in contrasto con le norme sull'ordinamento della professione
giornalistica...". Allora, spiegatemi: l'omissione delle notizie non
gradite, fa parte degli accordi editore-direttore o delle norme
sull'ordinamento della professione giornalistica? Evidentemente no. Quindi? Non
penso che ordinovisti e probiviri siano tutti soggetti al potere, mi auguro che
qualcuno non lo sia. Ma, evidentemente tutti (quelle decisioni come ho scritto
prima, sono state prese all'unanimità) sono soggetti legati, drogati da un
vincolo secolare in quanto nei fatti il direttore non è un primus pares come
viene detto con stile elegante e falso, bensì un primus impares. Per questo
sostengo da sempre, ma il discorso andrà approfondito in altra occasione, che
parlare di riforma della Rai è un falso problema, quel che conta è fare la
rivoluzione del giornalismo. Però, dato che sono di capoccia dura ho fatto l'ulteriore
passo rivolgendomi alla suprema Corte di Cassazione, come si può ritenere
l'Ordine nazionale dei giornalisti. In un ricorso, si può definire così?, lungo
un paio di cartelle racconto la storia, con questo esordio: "E' avvenuto
qualcosa che è profondamente lesivo del concetto di informazione e della stessa
identità di chi fa la nostra professione. E che, oltretutto, è di sporco
consiglio alle nuove leve, quello di abbassare sempre e comunque la
testa". Ma la "Cassazione" giornalistica mi farà sapere
immediatamente, sempre per raccomandata, che "non le è consentito
esprimere valutazioni di merito". Il tutto accompagnato da un bigliettino,
forse involontariamente ironico, del segretario Enzo Iacopini "caro
Franco, la legge è la legge". Sarà. Ma, al dunque, che ci stanno a fare?
Però non bisogna dar retta al qualunquista Grillo che vuole l'abolizione
dell'Ordine. No, ci deve essere, e come, ma va riformato, rifatto, restaurato,
quanto meno nella mentalità per evitare che l'informazione sia al servizio del
potere.
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Commenti SE ABOLIAMO
IL SINDACATO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ecco la laureata in ingegneria
finanziaria che, non essendo riuscita ad esporre con efficacia il suo
"portafoglio di competenze", esce dall'ufficio del gestore delle
risorse umane con un contratto a termine da 800 euro al mese; mentre poco dopo
un bracciante agricolo quarantenne, capace quando occorre di battere i pugni
sul tavolo, rimedia un contratto da 2000 euro a tempo indeterminato. Ma a parte
gli effetti sui destini personali, si tratta di comprendere dove simili
proposte di riforma dei contratti di lavoro, ove fossero attuate, potrebbero
condurre l'insieme del sindacato. L'idea del contratto individuale per tutti
non è ovviamente nuova, tra gli imprenditori, i politici ed i giuslavoristi. Di
fatto da parecchi lustri la legislazione italiana sul lavoro si muove in tale
direzione. Sulla progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro si
fonda palesemente il suo ultimo prodotto, la Legge 30 del 2003, come meglio si
evince dal decreto attuativo n. 276/2003. Il bersaglio dichiarato, di continuo
ripreso nella discussione degli ultimi mesi sulle riforme contrattuali, è il
contratto collettivo nazionale. Abolito questo, è dato presumere, le nostre
imprese potranno finalmente competere alla pari con le imprese indiane,
filippine e messicane ed i loro salari da quattro dollari al giorno. Il
contratto di lavoro individuale si colloca evidentemente all'estremo opposto
rispetto al contratto collettivo nazionale. Ma in questa opposizione non sono
in gioco soltanto architetture contrattuali. La insistita proposta di tale tipo
di contratto rappresenta infatti una negazione autoritaria delle stesse ragioni
di esistenza del sindacato dei lavoratori. Tre secoli fa, essi cominciarono ad
associarsi in vari modi per ottenere salari più alti e migliori condizioni di
lavoro. Nessuno poteva sognarsi da solo di ottenere simili progressi. Troppa
era la debolezza contrattuale di ciascuno di fronte al potere economico,
politico e sociale degli imprenditori, dei mercanti, delle pubbliche autorità.
Però l'unione di mille o diecimila debolezze realizzata con qualche forma di
associazione poteva dar luogo a un soggetto collettivo in grado di opporsi con
efficacia al potere dei padroni e dello stesso governo. Come scrisse una volta
per tutte Adam Smith in La ricchezza delle nazioni (1776), gli interessi delle due parti non sono affatto gli stessi, e per
entrambe l'associazione è indispensabile al fine di difenderli. "Gli
operai ? scriveva Smith ? desiderano ottenere quanto più è possibile, i padroni
di dare quanto meno è possibile. I primi sono inclini ad associarsi per
innalzare il prezzo del lavoro, i secondi ad associarsi per abbassarlo".
Il livello del salario "dipende dal contratto concluso ordinariamente tra
le due parti". Cioè tra le associazioni dei lavoratori e quelle dei datori
di lavoro. Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile
l'associazione sindacale e il contratto collettivo, l'idea pre-smithiana del
contratto individuale si fonda sul presupposto della uguaglianza di diritto tra
le due parti. Un presuppasto che ignora la abissale disuguaglianza di risorse
economiche e giuridiche, di mezzi di sussistenza, di peso politico, di
capacità di resistere senza lavorare e produrre che sussiste tra il singolo
lavoratore e la singola impresa, sia pure di piccole dimensioni. Una condizione
di fatto da cui discende la necessità d'un sindacato che al tavolo della
contrattazione sappia portare la forza costituita dalla combinazione di gran numero
di debolezze. Se allo scopo di modernizzare il modello di contrattazione,
anziché por mente alla disuguaglianza in essere, la si nega recuperando il
citato presupposto, tanto vale tirarne le conclusioni: poiché dove quest'ultimo
predomina vengono comunque negate le ragioni sostanziali di esistenza
dell'associazione sindacale, si potrebbe proseguire abolendo il sindacato.
L'ingegnera finanziaria al pari del bracciante agricolo, il commesso di
supermercato come l'addetta al call center non ne hanno più bisogno. Altro che
contratto nazionale. Ciascuno saprà, al caso, ritagliarsi il contratto di
lavoro che meglio gli conviene. Allo scopo di abolire il sindacato il nostro
legislatore non dovrebbe nemmeno sforzarsi molto. Dopotutto l'art. 39 della
Costituzione stabilisce che l'organizzazione sindacale è libera, mica che è
obbligatoria. Inoltre ? e forse non è un casuale incidente storico ? la parte
seconda dell'articolo, quella che riguarda la personalità giuridica dei
sindacati registrati, è rimasta fino ad oggi inattuata. Perciò si potrebbero
semplicemente rispolverare le disposizioni del Combination Act approvato dal
Parlamento del Regno Unito nel 1800, una legge antisindacale che ha fatto
storia, avendo alle spalle una trentina almeno di editti repressivi susseguitisi
fin dal 1720. La nuova legge precisava e generalizzava una legge dell'anno
prima, denominata "Legge per impedire associazioni (combinations) illegali
di lavoratori", che però si riferiva soprattutto ai costruttori di mulini.
Ora veniva stabilito che tutti i contratti, convenzioni e accordi stipulati tra
operai qualsiasi o altre persone al fine di ottenere aumenti salariali, oppure
ridurre o cambiare l'orario di lavoro, o diminuire la quantità di lavoro
prestato, erano illegali, nulli o vuoti. Prometteva anche fino a tre mesi di
prigione comune, ovvero, a discrezione del giudice, fino a due mesi di lavoro
forzato, a chiunque violasse la legge. Migliaia di lavoratori ne han fatto le
spese negli anni successivi. Ho ricordato questa famosa legge antisindacale del
passato perché al fondo del piano inclinato su cui il sindacato come
istituzione pare rapidamente scivolare, a forza di diluire la vocazione
originaria di attore che traduce la debolezza economica individuale in una
forza collettiva per sua natura conflittuale, potrebbe trovarsi in un futuro
non troppo distante davanti a qualcosa di simile. Magari senza la minaccia del
carcere: le destre di oggi hanno compassione per chi non le ostacola. Per non
sparire del tutto potrebbe trasformarsi in una società segreta, come avvenne
durante il venticinquennio di vigenza del Combination Act. Oppure in un
sindacato di servizi. Altra sagace idea dei modernizzatori odierni, nata più o
meno ai tempi delle ghilde, poi superata dall'avvento delle unioni sindacali
che preferivano, le sprovvedute, battersi per aumentare i salari.
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina IX - Milano
La residenza per anziani è del neocoordinatore di Fi Niente convenzione a
Heliopolis Podestà fa causa al governatore Guido Podestà fa causa a Roberto
Formigoni. Motivo del contendere, il no del Pirellone alla residenza per
anziani Heliopolis di Binasco. Controllata dal neo coordinatore regionale di
Forza Italia attraverso la società Nuova San Zeno Immobiliare spa, di cui è
presidente del consiglio di amministrazione e legale rappresentante. A
contrapporre il successore di Mariastella Gelmini e il governatore lombardo, da
poco nominato da Silvio Berlusconi vicepresidente nazionale del partito, questa
volta, infatti, non è una poltrona, ma una casa di riposo e un ricorso al Tar
della Lombardia presentato a febbraio. "Contro Regione Lombardia, nella
persona del Presidente pro tempore e l'Asl Milano 2" - recita l'atto
promosso da Guido Podestà e Aronne Strozzi legale rappresentante della Rsa,
che, tra l'altro, ha sede in via Scarlatti 30, proprio allo stesso indirizzo
dell'ufficio milanese dell'eurodeupato azzurro. Entrambe sono accusate di aver
deciso ingiustamente "il blocco indistinto degli accreditamenti per tutte
le residenze per gli anziani, ad eccezione di quelle ricomprese nel territorio
di Milano", con la delibera del 14 dicembre 2005 n. 8/13/75, rinnovato
anche nel 2007 quest'anno. Ma soprattutto di averlo ripetutamente negato alla
struttura di Podestà. Nonostante la programmazione dall'Asl Milano 2
"avesse appositamente inserito nel 2006 la realizzanda struttura della
Nuova San Zeno Immobiliare" a Binasco e Rozzano nella programmazione
zonale delle strutture per gli anziani". Quando si
dice il conflitto di interessi. "Il sito dell'Asl - si legge ancora nel ricorso - anche
l'anno successivo continuava a evidenziare la necessità di altri 251 posti
letto sui 1904 accreditati". Pesanti le contestazioni nei confronti del
Pirellone. Eccesso di potere per difetto e contraddittorietà della motivazione,
violazione dell'attuazione del piano socio sanitario e del principio
comunitario di libero mercato. "Ma c'è di più. A dimostrazione
dell'aggravamento della situazione, al 15 gennaio di quest'anno sempre l'Asl 2
denunciava che a fronte di una richiesta di 549 posti letto, vi era solo una disponibilità
di 22 letti". Numeri significativi se si tiene conto che il piano
nazionale sanitario 2003-05 certifica che "nel Nord quasi il 10 per cento
della popolazione ha più di 75 anni" e che "il mondo anziano è in
progressiva crescita". Tra il Pirellone e viale Monza, dunque, per il
momento, più del dialogo prevalgono le carte bollate. Senza contare che la
competenza sulle case di riposo spetta all'assessorato regionale alla Famiglia,
finora guidato dal potentissimo Giancarlo Abelli. Al quale Podestà ha oltretutto
soffiato il posto di coordinatore regionale prima che Berlusconi lo nominasse
addirittura al vertice nazionale del partito al posto di Sandro Bondi. (a. m.).
( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
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Cultura Nel libro
"La politica del dialogo" i documenti dell'archivio LE CARTE DI CASAROLI
CARDINALE TESSITORE La sua opera "paziente" si sviluppò nel corso di
tre pontificati AGOSTINO GIOVAGNOLI La diplomazia vaticana, si ripete spesso, è
la prima diplomazia del mondo per l'abilità dei suoi artefici e per la finezza
di modi raffinati nei secoli. "Figuriamoci come sarà la seconda",
amava ripetere con la sua tipica ironia il cardinal Tardini, che la diresse per
molti anni e che ne conosceva i limiti. Dotata di pochi mezzi, tale diplomazia
esercita soprattutto il fascino che deriva dalla peculiarità dei suoi fini.
Quando nel 1870 finì il potere temporale, ci fu incertezza in Vaticano sulla
sua sorte: perché mantenerla se non c'era più uno Stato da rappresentare presso
altri Stati? Ma la decisione di sopprimerla non venne presa e la diplomazia
pontificia si trasformò in "diplomazia del papa", al servizio del
leader di tutti i cattolici cui però vengono rivolte tante attenzioni anche da
parte di molti non cattolici. Un'altra tempesta, di natura diversa, si è poi
abbattuta sulla diplomazia vaticana con il Concilio. Dopo il Vaticano II,
infatti, essa apparve l'emblema di un temporalismo anacronistico e
insopportabile. Ma ad aiutarla, in modo probabilmente decisivo, venne
l'Ostpolitik e cioè la "politica orientale" della S. Sede che si
sviluppò proprio in quegli anni, fino alla caduta dei regimi comunisti nel
1989. Mentre molti ne denunciavano l'incompatibilità con una Chiesa chiamata a
liberarsi definitivamente di ogni legame con il potere, in particolare nel
mondo occidentale, dal centro dell'impero comunista venne invece un
sorprendente apprezzamento per la diplomazia della S. Sede. Pur senza dimettere
la sua radicale pregiudiziale antireligiosa e senza attenuare la politica
anti-cattolica in Urss, infatti, Krusciov valutò positivamente l'impegno per la
pace assunto in quegli anni da Giovanni XXIII. In questa contraddizione si
inserì l'opera "faticosa e paziente" dell'Ostpolitik vaticana, che si
sviluppò nel corso di tre pontificati e di cui il principale tessitore fu il
cardinal Agostino Casaroli. La avviò Giovanni XXIII, con un'audace iniziativa
personale, e fu poi continuata da Paolo VI, il quale la inserì nell'ottica del
dialogo, tema chiave del suo pontificato. Giovanni Paolo II non la interruppe,
come ci si sarebbe aspettati vista l'ostilità dell'episcopato polacco, ed anzi
nominò proprio Casaroli suo Segretario di Stato, ma le affiancò un forte
impulso per un'azione più incisiva delle Chiese cattoliche in Europa orientale.
Oggetto di molte discussioni mentre era in corso di svolgimento, quest'azione
diplomatica è stata poi investita da un dubbio radicale dopo il collasso del
blocco sovietico: valeva la pena di trattare con regimi destinati a dissolversi
pochi anni dopo? Molti dubbi possono ora essere chiariti dalla pubblicazione di
numerosi documenti dell'archivio Casaroli nel volume, edito da Il Mulino, La
politica del dialogo (pagg. 908, euro 48). Le carte Casaroli sull'Ospolitik
vaticana, a cura di Giovanni Barberini e con l'introduzione del cardinal
Achille Silvestrini, anch'egli protagonista dell'Ostpolitik vaticana. La
pubblicazione fa seguito alle memorie di Casaroli (Il martirio della pazienza,
Einaudi) in cui questi non si nascondeva i paradossi di tale politica, che
risultano confermato dai documenti ora pubblicati, i quali però aiutano anche a
capire meglio le ragioni di tanta "pazienza", pur in presenza di
risultati scarsi o nulli: l'obiettivo era aiutare a sopravvivere chiese
"boccheggianti" ma non ancora ridotte al silenzio, contrariamente a
quanto sostenuto, in modo singolarmente convergente, dalle opposte propagande
della guerra fredda. Su questa strada, però, la diplomazia vaticana fu spinta a
fare anche molto altro, soprattutto per la pace nel mondo. In un appunto sulla
crisi di Cuba del 1962, quando il mondo fu ad un passo da una terza guerra
mondiale, si legge che Kennedy intervenne su Giovanni XXIII
perché "solo un interessamento del Papa avrebbe potuto scongiurare la
grave minaccia di un conflitto... La cosa fu riferita al papa, il quale si
decise a parlare. Si dovette proprio al suo intervento - si ripetè da persone
autorevoli delle due parti - se fu allontanata dal mondo la minaccia di un
conflitto atomico". Se tale intervento fu davvero decisivo, la
storia di quella crisi andrebbe riscritta. Ma per farlo occorrerebbero altri
documenti, provenienti dagli archivi sovietici, che non sappiamo se arriveranno
mai.
( da "Unita, L'" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Bush da Berlusconi, pressioni sull'Iran Il presidente americano
domani a Roma: il nucleare di Teheran al centro del summit degli addii Sì degli
Usa all'Italia nel gruppo dei "5+1". Ma in cambio vogliono l'appoggio
alla linea dura di Roberto Rezzo / New York L'AMICO GEORGE. Un presidente
impopolare e alla fine del mandato arriva in Europa per un'ultima visita tanto
fitta d'appuntamenti quanto povera d'aspettative. George W. Bush partecipa oggi
al summit annuale tra Stati Uniti e Europa in Slovenia, quindi per tutta la
settimana gli incontri bilaterali con Germania, Italia, Vaticano, Francia e
Gran Bretagna. L'appuntamento di giovedì a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi
è stato preparato e annunciato dalla Casa Bianca con attenzione ed enfasi del
tutto particolari. Mentre gli altri leader europei guardano già al dopo Bush,
il presidente del Consiglio italiano è l'unico a proclamarsi suo alleato a
prescindere. "Sono d'accordo con gli Stati Uniti prima ancora di sapere
come la pensano", è una frase che a Washington ricordano sempre con gratitudine.
Ma quanto di concreto uscirà dall'incontro, resta tutto da vedere. Tra i
commentatori americani prevale la sensazione che Berlusconi farà promesse che
non potrà o non dovrà mantenere. L'agenda di Bush è stata anticipata dal
consigliere per la Sicurezza della Casa Bianca Stephen Hadley: "Il
presidente intende rafforzare una partnership transatlantica che promuova la
democrazia, combatta il terrorismo e ne impedisca la proliferazione. Ma non
aspettatevi annunci epocali". Il capitolo più spinoso riguarda naturalmente
la questione del nucleare iraniano. Gran Bretagna, Francia e Germania,
spalleggiate da Cina e Stati Uniti, stanno preparando l'offerta di un nuovo
pacchetto d'incentivi economici e diplomatici in cambio della sospensione del
programma per l'arricchimento dell'uranio. Teheran sta preparando una contro
proposta, confermano fonti del dipartimento di Stato Usa. L'Italia smania per
un posto nel gruppo ristretto incaricato della trattativa. Il cosiddetto 5+1,
perché ne fanno parte i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite e la Germania. Il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva
spiegato che "il forte sostegno del presidente degli Stati Uniti
rappresenta un ulteriore elemento importante". E il forte sostegno è
arrivato nel corso di un'intervista che Bush ha concesso al Tg1. "Il mondo
libero deve continuare a mandare un segnale chiaro agli iraniani. In questo mio
viaggio insisterò sui pericoli del nucleare iraniano. L'Italia può essere una
voce importante nel convincere gli iraniani a non isolarsi". Si
tratterebbe solo di verificare "alcuni dettagli". Affermazioni
suggellate da attestazioni di stima per Berlusconi: "Lo conosco, mi fido e
mi piace. Lo considero uno dei veri leader interessanti nel mondo". Alla
domanda se sia ancora sul tavolo un intervento militare, la risposta di Bush è
stata un secco "Sì". Nonostante il Pentagono abbia pronto da mesi un
piano di attacco contro l'Iran, è improbabile che la Casa Bianca si spinga in
un colpo di mano prima delle elezioni di novembre in collisione con la
maggioranza democratica al Congresso. Questo dovrebbe mettere al riparo l'Italia dal rischio di farsi trascinare in un altro conflitto a
seguito degli americani. Ma anche come new-entry nel gruppo dei negoziatori,
difficilmente potrà sdraiarsi sulla linea dura di Washington. "Nonostante
Berlusconi voglia a tutti i costi stringere legami più forti con gli Stati
Uniti, l'Italia ha importanti interessi economici in Iran. A partire dall'Eni, il gigante
petrolifero pubblico - scrive il Wall Street Journal - E questo rende molto più
difficile trovare un accordo sulle sanzioni a Teheran". Più aperta la
partita sull'Afghanistan. Gli Stati Uniti da tempo chiedono un maggior impegno
militare degli europei nella regione. Senza alcuna soddisfazione. Ora per la
prima volta il presidente francese Nicholas Sarkozy accetta di inviare altre
700 truppe in Afghanistan. E non è difficile immaginare che gli americani si
aspettino da Berlusconi un'iniziativa analoga in cambio dei buoni favori
ottenuti. Quando Roma discute di un cambio delle regole d'ingaggio per i
militari italiani, Washington lo interpreta già come un segnale positivo. Sul
fronte economico Bush intende spingere per un drastico alleggerimento delle
barriere doganali su un mercato di scambi valutato in oltre 500 miliardi di
dollari l'anno. La strada si presenta molto lunga e molto in salita. Persino su
una questione marginale come l'importazione delle carni di pollo americane
lavate con clorina, l'Europa ha chiuso la porta in faccia agli Stati Uniti con
il parere contrario delle commissioni veterinarie di 26 Paesi su 27. Reginald
Dale, analista del Center for Security and International Studies a Washington,
insiste che la missione ha valore soprattutto simbolico. "Durante il primo
mandato Bush è stato oggetto di critiche per trattare con le singole capitali
cercando di metterle l'una contro l'altra e ignorando l'Unione Europea. Ha
iniziato il secondo visitando proprio la sede dell'Unione Europea a Bruxelles.
E ora vuole chiudere segnalando che la crisi nelle relazioni transatlantiche
per la guerra in Iraq è alle spalle". Si guarda avanti, al vertice del G8
a luglio in Giappone. Anche se la guerra continua.
( da "Unita, L'" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Reato di clandestinità un'offesa al diritto Cara Unità, ho assistito
alcune sere fa, ad alcune battute della chiacchierata tra gli ospiti di Ilaria
D'Amico: Tinti, Sansonetti, Gasparri, Bongiorno. Sono rimasto impietrito
ascoltando l'On. Bongiorno in merito all'ipotetico reato d'immigrazione
avvenuta fuori delle ipotesi consentite dalla legge: la cosiddetta immigrazione
clandestina. Infatti, a fronte delle considerazioni di Tinti circa
l'inefficacia, preventiva e repressiva, di un reato disegnato secondo il
modello di quelli istantanei (per le immancabili ricadute sulla possibilità
d'infliggere una condanna per un reato tendenzialmente soggetto a prescrizione,
stante la difficoltà di accertare la data del fatto), ecco che Bongiorno, punta
di diamante della sapienza giuridica del Popolo delle Libertà, ex papabile alla
carica di Guardasigilli, se ne viene fuori con una trovata singolare: ella
preferirebbe la formulazione di un (non meglio precisato) tipo di reato
d'immigrazione clandestina che si concretasse solo nei confronti dei
clandestini pericolosi per collettività. Mi chiedo dove l'On Bongiorno abbia
tratto un'ispirazione che finirebbe con l'introdurre nel nostro sistema
giuridico un monstrum che neppure la fantasia di Spielberg riuscirebbe a
immaginare: ossia un'ipotesi criminosa che trovi applicazione solo al cospetto
di un particolare modo di essere del reo, quasi per una sorta di colpa in
autore. In altri termini, a parte la circostanza che non si sa secondo quali
canoni si dovrebbe operare il giudizio riguardo alla pericolosità
dell'imputato, rimane da chiedersi come possa essere già solo immaginata una
figura delittuosa che, pur ancorata a una specie di status del reo (l'essere
egli immigrato clandestino), si concreti o si dissolva, come una ninfa dei
boschi, secondo che l'agente sia pericoloso o no! Di vero, anche un infante
comprende che, persino se la pericolosità evinta dai fatti commessi contro la
nostra collettività fosse tipizzata in modo perfetto, e fosse facilmente
apprezzabile dal giudice, nondimeno l'accadimento pregresso (l'essersi
introdotto clandestinamente in Italia) non potrebbe, mai e in ogni caso, essere
addebitato all'agente, a titolo di reato autonomo, in virtù di una reviviscenza
generata da un sortilegio giuridico! Vorrei ricordare come lo stesso Grandi,
allorché qualche sinistro stupratore del diritto penale tentò di scimmiottare i
nazisti proponendo norme cervellotiche e d'interpretazione equivoca, abbia
avuto il coraggio di affermare, nella nota seduta del Gran Consiglio, che i
princìpi del nostro diritto, radicati in quello romano, andavano difesi come il
suolo della patria. Altro impulso mi porterebbe a evocare Carducci, il quale
avrebbe ribadito: "Odi barbare (Ho udito cose barbare)". Ma forse è
più efficace invocare direttamente soccorso, con il gridare: "Mamma, so'
arrivati li Turchi... ". Ivan Russo A mio padre, eroe di guerra
quest'Italia non piacerebbe Cara Unità, questa lettera la dedico al giornalista
e partigiano Giorgio Bocca. Sabato 24 maggio ho letto con un groppo alla gola
l'intervista che rilasciata all'"Unità". Quanta amara e profonda
verità in quelle parole! Caro Bocca (mi permetta il caro), mio Padre fu un eroe
della Prima Guerra Mondiale combattendo sul fronte carsico
per tutta la durata del conflitto. Venne promosso per avanzamento Aiutante de
Battaglia e decorato di Medaglia d'Argento al valor militare con questa
motivazione: "con ardimento e calma alla testa del proprio plotone lo
guidava all'assalto. Ferito in piu parti dallo scoppio di una granata
avversaria, fattosi medicare al meglio, raggiungeva di nuovo il reparto
e con i superstiti respingeva il nemico, rafforzandosi nella trincea
conquistata. All'ordine di ripiegamento, faceva eseguire il movimento dei suoi
uomini in modo regolare". Durante la Seconda Guerra Mondiale prestò
servizio dal 1°gennaio al 30 giugno 1944 al Comando Militare di Stazione di
Bologna, incurante delle bombe che gli Alleati sganciavano su ogni postazione
strategica, inclusa la Stazione ferroviaria. Per il dovere di soldato e per il
profondo antifascismo rischiò piu volte di essere ucciso. Mio Padre è stato un
idealista come Lei, caro Bocca, se potesse tornare al mondo, sono sicura,
rimarrebbe annichilito nel constatare che l'Italia, da Lui tanto amata, sia
diventata uno Stato immemore, senza più ideali, pronto ad accogliere, ancora
una volta la teppaglia fascista al Governo come nulla fosse successo. Quello
che sta accadendo in questi giorni non è un buon presagio: cacciata di
immigrati, atti di violenza xenofoba, tentativi di ripristinare l'ideologia
fascista riesumando tristi personaggi, fucilatori di partigiani, dedicando loro
strade, vie, piazze. Anche se siamo ancora al primo atto di questa oscena
commedia, prepariamoci agli uomini in fez, col manganello e con l'olio di
ricino. Gli immigrati, gli intellettuali, gli omosessuali saranno i nuovi ebrei
da spedire nei campi di sterminio o discariche. Maria Pia Rossi, Bologna Prodi,
la lezione di un galantuomo Caro Direttore, leggo sulla striscia rossa
dell'Unità una semplice frase del galantuomo Prodi: lezione di umiltà e
saggezza; leggo oggi l'ennesima notizia dei buoni risultati della politica
economica del governo Prodi i cui provvedimenti (per esempio sui precari)
iniziano a dare piccoli ma concreti risultati. È di pochi giorni fa la notizia
che il Consiglio Ecofin, approvando l'abrogazione della procedura di infrazione
per deficit eccessivo aperta nel 2005,ha riconosciuto i meriti del grande
lavoro svolto in due anni dal governo Prodi per il risanamento del debito
pubblico italiano,tanto che il ministro Tremonti deve ammettere, bontà sua, che
"siamo gli esecutori della politica di Prodi". Ma quanti cittadini
italiani hanno coscienza di questi fatti? Interessano a qualcuno? Fanno venire
dei dubbi sulle recenti scelte elettorali? Abbiamo mandato a casa Prodi e,
oggi, Berlusconi si vanta dei risultati di una politica non sua. Ancora grazie,
Professore. Mario Cavatorta, Bergamo.
( da "Stampa, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Legge del 18 maggio
2004 - tornano d'attualità con una relazione della Direzione Bilanci e Finanze
della giunta regionale che critica la gestione del commissario liquidatore. Una
segnalazione che dovrebbe portare, nei prossimi giorni, ad una contestazione
formale da parte della giunta guidata da Mercedes Bresso. Nella relazione si
evidenziano due anomalie. La prima mette in luce una situazione di conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco
dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti,
un'azienda, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori
non privilegiati. La seconda anomalia mette in evidenza come il commissario
"si è autoliquidato 253 mila euro in più di quanto stabilito con la Dgr 38
del 14 giugno 2004", si legge a pagina 5 del documento che porta la
data del 14 febbraio 2008. Partiamo da qui. La norma che assegna l'incarico al
dottor Roberto Seymandi stabilisce nello 0,75% delle passività definitivamente
accertate e trasferite alla Regione il valore del compenso. Il 31 ottobre 2007
il commissario presenta alla Regione un resoconto con una situazione
patrimoniale che fissa in quasi 54 milioni le passività trasferite alla
Regione. In base a questa cifra il commissario si è autoliquidato, al lordo
delle trattenute, quasi 480 mila euro per un costo complessivo di oltre 571
mila euro. I dirigenti regionali, però, osservando il resoconto contestano
quell'importo che "risulta essere superiore di 253 mila euro" a
quanto stabilito. La differenza nasce, secondo la loro tesi, dal fatto che nel
conteggio delle passività il commissario "sembrerebbe aver inserito anche
i debiti previdenziali e tributari non trasferibili". Debiti che superano
gli 11 milioni e mezzo di euro e che non dovrebbero essere conteggiati in base
ad alcune norme regionali. Norme che se rispettate farebbero scendere il debito
totale a 42,386 milioni e con esso anche il compenso del commissario. Nel corso
dell'attività di monitoraggio i dirigenti del settore Bilanci hanno più volte
segnalato la necessità di arrivare ad una definizione chiara "delle
passività definitivamente accertate" senza aver mai avuto risposta. La
relazione affronta anche il capitolo del conflitto di interesse in capo al
commissario. Una situazione, per altro, che i dirigenti regionali hanno
segnalato fin dal 28 dicembre del 2005 - "La "singolarità" della
posizione di Seymandi pare confermata dalla sua qualità di socio della Pitagora
Revisione Srl che risulta creditore della Ciov per un importo di oltre 120 mila
euro" - e che non è mai stata risolta. Questa volta i dirigenti contestano
Seymandi per aver inserito tra i creditori privilegiati i pagamenti effettuati
a favore della società Pitagora Revisione Srl, di cui è socio. La Pitagora,
così, ha ottenuto il pagamento di tutte le attività svolte. Per i dirigenti
regionali, invece, Pitagora era da inserire tra i creditori non privilegiati.
Finora la gestione liquidatoria è costata alla data del 30 novembre del 2007
oltre 1,5 milioni di euro tra compensi al commissario, consulenze e versamento
trattenute. Una cifra che rappresenta il 4,4% della spesa totale finora
sostenuta pari a 35,5 milioni. Che cosa risponde Seymandi? Il commissario
accusa di scorrettezza i dirigenti regionali - "non mi hanno mai informato
delle relazioni" - e spiega di aver dato i chiarimenti nel corso di una
riunione con i direttori del settore. Secondo il commissario esiste una
delibera firmata dall'ex assessore Mario Valpreda che permette di liquidare al
100% i crediti pregressi. Rientrerebbero in questa categoria anche i crediti
della società Pitagora. Anche il compenso è fissato in base ai parametri
fissati dall'Ordine professionale e "tutte le parcelle sono state
vidimate. Tutto dunque è regolare". Tesi che Seymandi ha esposto nel corso
di un incontro con i manager della Regione dove "è stato tutto
chiarito". In realtà i vertici della struttura regionale spiegano che le
risposte non sono state completamente soddisfacenti e che le perplessità
restano tali. Perplessità che si trasformeranno nei prossimi giorni in una
lettera di contestazione formale.
( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Quando la politica
non sa più parlare, il ceto politico parla solo a se stesso di se stesso, non
interpreta la società e ne rincorre le pulsioni Centro Studi per la riforma
dello Stato 1. CAMBIO DI PASSO Aprile 2008: va rilevato il tratto di
discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall'heri
dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell'iniziativa. Non
stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E
tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c'erano, nel paese,
e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D'altra parte, non
è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c'è Annibale alle porte, non
ci sarà un passaggio di regime. C' è una nuova destra, di governo, e di
amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con
uno scatto di pensiero/azione. 2. DOPPIO FALLIMENTO Si conferma il dato, che
viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli
ultimi quindici anni, l'opinione di centro si è avvicinata all'opinione di
destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un
centro che guarda a destra. Questo ha dato l'illusione che ci fosse un residuo
di centro da conquistare a sinistra. C'era, ma meno consistente di quanto si
pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono
stati più forti dell'iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi
smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione
minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al
centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i
Progressisti, poi l'Ulivo, poi l'Unione, poi il Partito democratico. Che
quest'ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è
dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta,
diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande
ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo,
anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei
mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito
di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra. 3. POLITICA MUTA
Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare
l'equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l'equivoco della
rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene
prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica?
Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a
rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia
non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più
parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la
società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo
della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di
soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta
soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere,
non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L'equivoco
della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com'è, anche il dato
della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se lo
assumi così com'è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di
una proposta politica forte, inneschi un processo che va a finire nella crisi
della politica. Prima produci l'antipolitica e poi ti fai carico di
rappresentarla. 4. DECIFRARE E TRADURRE Quando la politica non sa più
parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo,
autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più
parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di
se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto.. Per garantirsi il
consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La
politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società
civile è il campo degli interessi particolari e degli
egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco,
piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società,
subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui
essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell'agire politico, vero e
proprio fatto d'epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della
politica non è dare risposte, è fare domande. E' la politica che deve
interrogare la società, e il dato che c'è, deve appunto saperlo leggere,
decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma
mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo come si presenta
oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze. 5. COSTRUIRE IL
SOCIALE Quale, su questo punto, la differenza tra adesso e ieri? In passato
c'erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì,
interessi, ma grandi interessi,
di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a
rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già
autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora
leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando
le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata,
pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata,
quando non c'è più quindi voce sociale, aumenta l'obbligo della voce politica.
Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante.
Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va
descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso
il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della
Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e
sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve
esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è. 6. DISAGIO E PAURA
C'è un'ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa,
dall'America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E' una febbre da
rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei
nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come
risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa
scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura
è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non
ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra
corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell'animo umano, e la sinistra ha i
Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere
con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c'è la
sinistra. E' una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla
mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell'evento simbolico che è la
caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra.
La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si
riorganizza intorno a una Grande Sinistra. 7. IL CONVITATO DI PIETRA C'è un
retroterra di questo discorso,che funge un po' da convitato di pietra di tutti
i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte.
Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il
ruolo delle politiche pubbliche, e c'è da capire dove cadrà l'accento, se sul
passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello
globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli
effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte
perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia
politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a
proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte
o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o
bipartitici, modello Westminster, ha questo vizietto di fondo. In queste
condizioni, non c'è spazio né per una politica di pura gestione né per una
politica di mera contestazione. C'è posto solo per una guerra di posizione, di
media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo
politico della destra. E l'emergenza, che sembrava dover essere istituzionale,
magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili
eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la
lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c'è un terreno favorevole per la
sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in
tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza. 8.
SINISTRA, CHI SEI? Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di
avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l'Italia, per stare in Europa e
nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale,
testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una
Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può
concedere che l'anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell'eccezione
di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa
funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa
è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a
ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire
rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in
grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e
tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione
- della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea,
non affabulazione ma organizzazione. 9. LAVORO E SAPERE La nuova e antica
centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un'idea
politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l'esperienza storica del
movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo
differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione
politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che
modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello
sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono
oggi i lavoratori? C'è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato
un po' la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è
isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va
verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le
due condizioni si congiungono. E' prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo
pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va
ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c'è anche quando
manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase,
direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre
rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo
visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non
giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il
discorso sul nuovo "mondo del lavoro". Lavoro e sapere, si dice oggi.
Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda
generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato.
Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è
possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è
verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è
possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la
vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della
propria funzione, nel "fare popolo" come "soggetto
politico". Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale
e forza politica. 10. IL VECCHIO CHE AVANZA Diceva Brecht: sul muro sta scritto
"viva la guerra"/ chi l'ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non
si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il
nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre
spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci
il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è
necessario fare un passo indietro per saltare in avanti. 11. TRACCE DI CIVILTA'
Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia
sinistra. Sarebbe un'operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna
sempre che sia quello dell'avversario, mai il nostro. Tutte e due le
tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non
si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione
liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera
questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in
senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia
del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate,
riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà:
le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo
con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il
lavoro salariato con l'ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la
cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può
diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non
si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero
forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e
teorici. Altrimenti, si diventa un'altra cosa.
( da "Stampa, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
ORA SI CAMBIA il
caso Nel mirino il commissario dell'ospedale La presidente: contesta i conti di
Seymandi "La prossima volta assegneremo l'incarico con gara pubblica"
Parcella del Valdese l'ira della Bresso MAURIZIO TROPEANO Il caso dei compensi
del commissario liquidatore degli ospedali Valdesi non è affatto chiuso. Anzi
siamo solo all'inizio: gli uffici stanno preparando una lettera di contestazione
formale delle irregolarità riscontrate". Mercedes Bresso, presidente della
Giunta regionale, annuncia che il direttore generale della ragioneria e quello
della sanità pubblica stanno lavorando con la consulenza degli uffici legali
per chiedere conto al dottor Roberto Seymandi dei "conti che noi riteniamo
sbagliati". Ieri La Stampa aveva pubblicato una relazione della direzione
Bilanci e Finanze che segnalava due anomalie nella gestione commissariale. La prima mette in luce una situazione di conflitto di interesse:
il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno
diritto al rimborso totale dei crediti, l'azienda di revisione Pitagora, di cui
è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati.
La seconda anomalia mette in evidenza come il commissario "si è
autoliquidato 253 mila euro in più di quanto stabilito con la Dgr 38 del 14
giugno 2004". Era stato Seymandi, interpellato da La Stampa, ad affermare
che con la Regione "tutto è stato chiarito". Dal suo punto di vista
il via libera al pagamento dei crediti della società Pitagora rientrerebbero
all'interno dei parametri fissati da una delibera firmata dall'ex assessore
Mario Valpreda che permetterebbe di liquidare al 100% i crediti pregressi.
Anche il compenso è fissato in base ai parametri fissati dall'Ordine
professionale e "tutte le parcelle sono state vidimate. Tutto dunque è
regolare". Le dichiarazioni della presidente della Giunta confermano che
per la Regione il caso non è chiuso. Bresso spiega che la contestazione
ufficiale si baserà proprio sui contenuti di quella relazione e "su altre
verifiche incrociate". Poi resta il problema legato al costo complessivo
della gestione commissariale che supera 1,5 milioni di euro: "Quando ho
letto queste cifre sono caduta dalle nuvole. Mi auguro che la Regione non si
trovi più a dover gestire simili situazioni ma se mai dovesse capitare
assegneremo l'incarico per mezzo di una gara pubblica", conclude la
presidente. Del caso, comunque, si discuterà in Consiglio regionale. Vincenzo
Chieppa, consigliere del Pdci, ha presentato un'interpellanza per chiedere alla
Giunta se ha intenzione "una volta accertati i fatti di promuovere
un'azione risarcitoria nei confronti del Commissario liquidatore". Anche
Nino Boetti, consigliere del Pd, chiede di verificare "al più presto
attraverso un contraddittorio la reale consistenza di queste situazioni
anomale".
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Commenti LA
SICUREZZA CALPESTATA La Confindustria espelle chi paga il pizzo. Perché non usa
la stessa severità con chi viola le norme sugli incidenti? Se non corriamo ai
ripari l'economia non sarà più competitiva, anzi la condanneremo
all'arretratezza strutturale (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ma fuori, intorno? La
società sregolata vede precipitare, insieme ai redditi da lavoro, anche le
normative più elementari di una dignitosa convivenza. Si crepa di nuovo nelle
stive, nelle autocisterne, nei depuratori, sulle impalcature, sulle linee di
lavorazione a caldo, come un tempo si crepava nelle miniere. Subiamo il
contrasto scandaloso fra la retorica di una sicurezza ideologica, con cui viene
drogata la politica, e poi la sicurezza effettiva sacrificata magari con la
scusa che la produttività si migliori facendo senza gli scafandri, gli
estintori, i respiratori, i caschi. L'umiliazione del lavoro manuale, la
retrocessione della vita operaia a destino sfortunato, spesso vengono
giustificate in nome di una virtuosa concordia interclassista, perché il conflitto fra legittimi interessi altro non sarebbe che "invidia sociale". Venerdì
scorso, nello stesso convegno dei giovani di Confindustria che suggeriva per la
prima volta nel dopoguerra l'idea dei contratti di lavoro individuali, la
relazione introduttiva lamentava "la fretta con cui il precedente governo
ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro".
In effetti, il 5 marzo scorso, all'indomani della morte di cinque operai alla
Truckcenter di Molfetta, benché dimissionario il governo Prodi varò fra i suoi
ultimi atti il decreto attuativo della legge 123 sull'antinfortunistica, a ciò
sollecitato dallo stesso presidente Napolitano. Lungi da me voler attribuire
alla Confindustria una responsabilità morale nelle stragi che si susseguono,
tanto più che a Mineo quattro delle sei vittime erano dipendenti pubblici. Ma
come potremmo accettare l'obiezione avanzata a Santa Margherita? "Rendere
ancora più complesse e difficili le norme che presidiano la sicurezza sul
lavoro impone costi crescenti agli imprenditori che già seguono il dettato
della legge mentre non sfiora neppure chi dell'illegalità fa una prassi".
Costi crescenti? Metteteli a bilancio per tempo, invece di stanziare oltre
dieci milioni di euro per l'indennizzo delle vittime della ThissenKrupp,
oltretutto ponendo la condizione vessatoria che rinuncino a costituirsi parte civile
nel processo. Chiediamoci perché la stessa Confindustria, che giustamente
approva l'espulsione degli associati che pagano il pizzo, non disponga la
medesima linea di severità nei confronti delle aziende inadempienti violano le
normative sulla sicurezza. Riconoscerebbe così il principio etico secondo cui
la salvaguardia dell'incolumità dei dipendenti ? il primato della vita umana ?
va inderogabilmente considerato un bene superiore rispetto al profitto. Le
parti sociali si sono date un orizzonte di tre mesi per modernizzare le regole
della contrattazione e affrontare una "questione salariale"
riconosciuta come non più rinviabile, dopo dodici anni di costante diminuzione
dei redditi da lavoro. Il pericolo che l'ideologia della deregulation, simboleggiata
dalla provocazione dei "contratti individuali", apra nuove voragini
di incuria nella tutela dei lavoratori, non può essere ignorato. Perché
l'Italia delle morti bianche sta ritornando all'antico. In troppe aziende i
sindacati hanno già sopportato deroghe mortificanti, magari in nome della
salvaguardia dell'occupazione. E un mondo del lavoro in cui divenga norma non
scritta la rinuncia alla sicurezza, lungi dal rendere più competitiva la nostra
economia, la condanna all'arretratezza strutturale che già in altre epoche
storiche abbiamo sofferto. Il lutto degli operai siciliani, piemontesi, veneti,
liguri, pugliesi ? il susseguirsi delle stragi al ritmo insopportabile di dieci
morti in un solo giorno ? rivela il tragitto di un paese nel quale i lavoratori
tornano a essere plebe. Come tale indotta magari a ricercare protezioni
clientelari, occasionali padrini politici, ma inadeguata a proporsi motore di
uno sviluppo fondato sulla professionalità e sull'innovazione. Il nostro
rimpianto boom economico, al tempo della ricostruzione, scaturì dal concorso
fra talento imprenditoriale e ritrovata dignità del lavoro, dall'orgoglio di
una comunità nazionale capace di valorizzare anche la fatica fisica che oggi
invece viene rimossa, imposta per bisogno, sopportata come vessazione. Quei
lavoratori di Mineo andati cinque metri sotto terra senza attrezzature e
prevenzioni adeguate, rappresentano una quotidianità italiana vergognosa,
l'abitudine dilagante al pressappochismo. Feriscono la coscienza di chi ce l'ha
ancora. Promettono rabbia e violenza, altro che "clima nuovo".
( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
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Pagina XI - Roma
Parking del Pincio, i tagli del Comune Alemanno: "Di certo sarà più
piccolo, forse non si farà. Decideremo entro un mese" Sopralluogo in
cantiere. Una commissione di saggi per rivedere il progetto CECILIA GENTILE
Modificato o bloccato. Lo deciderà tra un mese una commissione di cinque saggi.
E' questo il destino che si profila per il futuro parcheggio del Pincio dopo il
sopralluogo del sindaco Gianni Alemanno, ieri mattina, al discusso cantiere
sopra piazza del Popolo, dal quale dovrebbe nascere un parking sotterraneo per
un totale di 726 posti auto. E non è solo un problema archeologico. "Gli
ultimi, significativi ritrovamenti di una villa romana costruita dal I secolo
avanti Cristo hanno reso necessario un approfondimento dello scavo per
verificare l'entità del complesso - spiega il sovrintendente archeologico di
Roma Angelo Bottini - ma allo stato attuale non esiste un
conflitto di interessi
insanabile tra conservazione e costruzione". Quello che il sindaco,
d'accordo con gli assessori alla Cultura e alla Mobilità Umberto Croppi e
Sergio Marchi che lo hanno accompagnato nel sopralluogo, vuole appurare una
volta per tutte è la sostenibilità dell'intera opera. "Rispetto
alle proteste di Italia Nostra e alle numerose denunce messe sul tavolo della
precedente giunta - scandisce bene Alemanno - è opportuno creare una
commissione di saggi che, sia sul versante storico architettonico che su quello
tecnico, faccia una rapida revisione del progetto. I cinque saggi, scelti dagli
assessori Croppi e Marchi, in un mese ascolteranno tutte le critiche al
parcheggio e ci diranno se l'opera nel suo complesso, anche in relazione ai
nuovi ritrovamenti archeologici, è sostenibile in un'area così delicata del
centro storico". In altre parole, "ci sarà una valutazione
complessiva dell'impatto ambientale, dopo la quale la commissione deciderà se
rivedere il progetto, bloccarlo, o se dare il totale e definitivo via libera.
Nel frattempo, gli scavi archeologici andranno avanti". Gli scavi, ma non
i lavori veri e propri, naturalmente. Quelli, da progetto, dovranno iniziare al
termine degli scavi, per una durata di trenta mesi. Intanto, fanno sapere
dall'Atac, che ha redatto il progetto ed è responsabile del procedimento, gli
scavi sono costati finora 900 mila euro. Per il sindaco, una cosa si può già
anticipare: "I ritrovamenti porteranno sicuramente a una modifica del
progetto, probabilmente ad una riduzione dei posti auto previsti. L'importante
è non investire l'area archeologica. Ma se è vero che il 60% del terreno è
sterile, ovvero privo di ritrovamenti, non verrà bloccato tutto il
parcheggio". Nei piani della precedente giunta, in primis dell'ex sindaco
Walter Veltroni, il parcheggio multipiano del Pincio, articolato su sette livelli
dentro la collina, era la chiave di volta della pedonalizzazione del centro
storico. L'attivazione del parking, insieme all'entrata in funzione della metro
C, in particolare del tratto centrale San Giovanni-piazza Venezia, avrebbero
portato alla progressiva chiusura al traffico privato. Ad aggiudicarsi la gara
europea bandita dall'Atac è stata nell'agosto
( da "Unita, L'" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del LUCIO CARACCIOLOIl direttore della rivista di geopolitica Limes:
in caso di vittoria lo sfidante di McCain dovrà mettere al centro il problema
della sicurezza degli Usa "Attenti, anche il democratico Obama verrà a
chiedere molto agli alleati europei" di Umberto De Giovannangeli "La
discontinuità in politica estera rimarcata dall'attuale governo di centrodestra
rispetto a quello precedente di centrosinistra significa, per ciò che riguarda
i rapporti con gli Stati Uniti, un impegno dell'Italia a trasformare la Nato in
quel braccio globale, per quanto minore, della potenza americana che sognano a
Washington". A sostenerlo è Lucio Caracciolo, direttore della rivista
italiana di geopolitica "Limes". Oggi George W. Bush incontra Silvio
Berlusconi. C'è chi ha descritto il viaggio del presidente Usa in Europa come
una sorta di un "viaggio degli addii". È solo questo?
"Certamente è anche un viaggio degli addii, ma non solo. Per quanto ci
tocca più direttamente sarà importante concordare con gli americani una
strategia comune verso l'Iran. Ciò implica due ricadute principali che
riguardano i nostri militari in Libano meridionale e in Afghanistan, che sono
di fatto ostaggi degli iraniani... ". In altri termini, l'incontro tra
Bush e Berlusconi non sarà solo sorrisi e pacche sulle spalle... "Direi
proprio di no. Se, come pare, Bush nei suoi ultimi sei mesi di presidenza non
userà la forza ma accentuerà la pressione delle sanzioni contro Teheran, questo
significherà che l'Italia dovrà scegliere: non saranno tollerate posizioni
intermedie o ambigue. Sotto questo profilo, Berlusconi è più che ben disposto:
non solo intendiamo partecipare alla nuova stretta sanzionatoria, sacrificando
importanti interessi economici, ma a quanto pare
intendiamo partecipare più attivamente alla campagna afghana. L'obiettivo è di
entrare nel piccolo gruppo - il 5+1 (del quale fanno parte i cinque membri
permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania, ndr) - abilitato a
negoziare con Teheran. Ammesso che i tedeschi, magari sollecitati dagli
americani, ci diano il via libera, non è chiaro se in questo club difenderemmo
una nostra linea o ci limiteremmo a seguire gli americani". Bush ribadirà
al premier italiano, come ha fatto con la cancelliera tedesca Angela Merkel,
che sull'Iran tutte le opzioni sono aperte, compresa quella militare. È solo
una frase fatta? "È una frase obbligata. Quando si parla di nucleare è
inevitabile mettere la pistola sul tavolo. Questo non vuol dire, però, che Bush
intenda usarla. Potrebbe esservi costretto se, come è perfettamente possibile, un incidente nel Golfo Persico innescasse un conflitto
irano-americano. Non è escluso che qualcuno in Iran punti proprio a questo,
giocando anche sulla debolezza e l'impopolarità di Bush". Dall'Iran
all'altro dossier caldissimo: l'Afghanistan. Il ministro degli Esteri Franco
Frattini, ha affermato la disponibilità italiana ad un maggior coinvolgimento
operativo, sul campo, dei nostri militari impegnati nella missione Isaf.
Come leggere politicamente le affermazioni del titolare della Farnesina? "L'Italia
vuole dimostrare agli americani di essere un alleato di serie A. Questo non
significa partecipare alla guerra anglo-americana a pieno titolo, ma almeno
rimuovere alcune delle clausole che rendono assai poco flessibile l'azione dei
nostri militari, sperando che agli americani possa bastare". Sia
Berlusconi che Frattini hanno più volte rimarcato la volontà dell'attuale
governo di centrodestra di operare una discontinuità in politica estera
rispetto alle linee di azione seguite dal precedente governo di centrosinistra.
Applicata al rapporto con gli Stati Uniti, come va tradotta questa
discontinuità evocata? "Nell'impegno dell'Italia a trasformare la Nato in
quel braccio globale, per quanto minore, della potenza americana che sognano a
Washington". Questo discorso sulla Nato varrebbe anche con Barack Obama
alla Casa Bianca? "Sì, anzi Obama probabilmente chiederebbe agli europei
molto di più di quanto Bush abbia loro chiesto, proprio perché crede in un
approccio più multilaterale. In parole povere, Obama presidente chiederebbe
agli alleati un maggior contributo alla sicurezza degli Stati Uniti perché così
facendo contribuirebbero alla propria".
( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
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Corriere della Sera
- ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-12 num: - pag: 2 autore: di
PAOLO FOSCHI categoria: ALTRI OGGETTI I mille volti del "grand
commis" A che titolo Vincenzo Gagliani Caputo ha partecipato all'incontro
Alemanno-Tremonti? Come segretario generale del Comune uscente, verrebbe da
pensare. Ma la risposta esatta potrebbe essere anche un'altra: come futuro
consulente del sindaco. Secondo le indiscrezioni, Gagliani Caputo, giunto ormai
alla pensione, starebbe trattando un contratto da supervisore della macchina
amministrativa, una sorta di super-direttore generale. Instancabile. Perché
Gagliani Caputo, 70 anni a ottobre, mentre era nel pieno delle funzioni di
segretario generale è stato (ed è tutt'ora) per il Comune anche vicepresidente
della Fondazione del Teatro dell'Opera, consigliere di amministrazione di Roma
Metropolitane. E - ancora presidente del collegio sindacale
delle Assicurazioni di Roma e del Centro Agroalimentare. Tradotto: per qualche
società del Comune è amministratore, per qualche altra è controllore
indipendente dei conti. E il conflitto di interessi? No, grazie. Quella è un'altra storia.
( da "Liberazione" del 12-06-2008)
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Rina Gagliardi Non
si sa chi abbia scritto quel testo e quella musica. Si sa solo che esso si è
trasmesso, di generazione in generazione, per tutto il Novecento - di volta in
volta, il testo mutava, la Russia, Scelba, le lotte comuniste, ma l'incipit
restava lo stesso. Le otto ore. La dignità di chi lavora e fatica. Tanto
"fece egemonia" questo concetto che, nel 1923 (un anno dopo la
"marcia su Roma") un decreto regio stabiliva che per tutti i
lavoratori valeva la regola dell'8 per 3: che cioè per tutti la giornata non
può che esser divisa tra otto ore dedicate al lavoro, otto al sonno, otto al
"tempo di vita". Sono passati centodue anni da quell'epico 1906 e il
terrificante lavoro delle mondariso non esiste più - almeno qui da noi. Per
nostra fortuna, chiamiamola così, viviamo in uno spicchio di mondo
straordinariamente sviluppato, colmo di prodigi tecnologici e di rivoluzioni
comunicative. Un progresso dall'apparenza inarrestabile. Ma com'è possibile che
un tale progresso si converta nel suo esatto contrario, quando dalle macchine,
dai miracoli della scienza e della tecnica, ci si addentra nell'universo del
lavoro e della condizione di lavoro? Quando dalle cose si passa alle persone?
Di colpo, ben più che in quel lontano 1906, le otto ore diventano un'utopia. Di
colpo, si smantella un'intera civiltà, costata più di un secolo di lotte e di
sudori. Ed è l'Europa a dirigere questa vera e propria controrivoluzione
sociale: l'Europa che, nella sua bozza di Trattato costituzionale, aveva scelto
il Mercato è la stessa che oggi si schiera "definitivamente" contro
il lavoro e concede alle imprese l'orario ad esse più conveniente. Ma non è
soltanto la regressione sociale, civile e culturale, l'unico paradosso
(apparente) di questa vicenda. Ve n'è un altro, che salta agli occhi di
qualunque persona di buon senso: con tanti lavoratori precari, inoccupati,
disoccupati, "atipici" , "interinali" che affollano il
mercato del lavoro, che cosa c'è di socialmente conveniente in questa
deregulation che avanza, sul modello anglosassone? E che cosa c'è di
"saggio" nel dividere la società tra chi è destinato alla condanna
biblica di un lavoro sempre più lungo (e di uno sfruttamento conseguentemente sempre
più intenso) e chi il lavoro lo cerca, lo invoca, lo sogna, tra un impiego a
termine e l'altro? Parliamo di politici, s'intende, cioè del punto di vista
generale che dovrebbe guidare le scelte di chi è responsabile della res publica
e delle sue leggi. Ma è proprio qui che il paradosso si svela: la politica ha
perduto, da un pezzo, ogni capacità (e volontà) di pensare all'"interesse
generale". Ovvero, ha assunto la logica dell'impresa e del mercato come
sinonimo di bene comune e come parametro a cui orientare le proprie opzioni.
Insomma, la politica si è fatta ancella dell'economia: classista in senso
stretto, strettissimo, come forse non è mai avvenuto nel secolo che ci sta alle
spalle. In questa ottica squisitamente padronale, il "privilegio" di
un lavoro garantito o stabile, per un numero sempre minore di lavoratori, non
può, oggi, che pagare il prezzo di una radicale riduzione di diritti e di una
compressione crescente della soggettività del lavoratore: l'orario allungato a
dismisura, da determinare sulla base delle esigenze - immediate o strategiche -
dell'impresa, è in realtà la "summa teologica" di questa spoliazione,
di questo comando sempre più assoluto sulla forzalavoro. Comando del tempo, dei
ritmi della vita, del fare e del pensare, dittatura sui corpi, riduzione a
fortiori di tutto ciò, come la sicurezza, che chiede soldi e tempo e
"rallenta la produttività". E attacco frontale all'aggregazione del
lavoro, all'unità solidale di chi lavora e si organizza nel proprio comune
interesse: l'altra faccia dell'orario sempre più lungo e sempre più flessibile
è la fine, o la riduzione ad una parvenza, del contratto collettivo. Ma la
faccia, tra tutte forse più autentica è, alla fin fine, la precarizzazione del
lavoro, di tutta la condizione di lavoro in quanto tale: il suo svilimento, il
suo degrado. In questo senso, non c'è contraddizione alcuna tra un nucleo di
"garantiti" che faticano - per forza consenzienti - anche settanta
ore a settimana, e un esercito di precari tendenzialmente cronici: non solo gli
uni possono sconfinare negli altri in qualunque momento, ma gli uni e gli altri
sono quasi equamente aggrediti nella loro forza soggettiva, nella loro capacità
contrattuale collettiva, nella loro autonomia di soggetti e protagonisti del
conflitto. Lo ripetiamo: sono tornati ad essere merci, anzi merci deperibili,
mera variabile dipendente delle esigenze della competività di impresa. Non c'è
nessuna malvagità, in tutto questo. Non c'è nessun "piano". E' solo
il capitalismo, bellezza! 12/06/2008.
( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
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"TIFO PER LUI
MA SBAGLIA SU GERUSALEMME" Obama SECONDO GHEDDAFI Il discorso
nell'anniversario della cacciata degli americani da Wheelus bay: Obama è
"un musulmano e un nero in cui spera tutta l'Africa". S'infuria con
Sarkozy e l'Ue: vogliono la cooperazione col Mediterraneo? Vengano al Cairo o
ad Addis Abeba. E rispolvera il suo cavallo di battaglia: per
risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi ci vuole uno stato
binazionale, con diritti per arabi ed ebrei Maurizio Matteuzzi TRIPOLI Il primo
settembre del 2009, il colonnello Muammar Gheddafi, se Allah e la fortuna lo
vorranno, festeggerà i 40 anni della "rivoluzione" del 1969 con cui
gli "ufficiali liberi" (giovani e nazionalisti) liberarono la
Libia dal fatiscente e corrotto regime del re senusso Idris. Quarant'anni di
rivoluzione, e di potere sono tanti - anche se formalmente il
"leader" non ricopre più alcuna carica ufficiale. Al potere nella
Jamahiriya libica ci sono "le masse" e "fortunatamente non c'è
un presidente né un capo né elezioni", come ha detto mercoledì qui a
Tripoli, durante la manifestazione convocata per celebrare i 38 anni dalla
cacciata degli americani da Wheelus Bay, la grande base alle porte della
capitale. Il tempo, l'età, il cambio di clima (anche se non precisamente nel
senso che si dà ora a queste parole) hanno fatto maturare il giovane colonnello
di allora. Che ha imparato anche dagli errori e dalle sconfitte e oggi, ormai
prossimo ai 70 anni, assomiglia semmai a uno dei sempre più rari "vecchi
saggi" dell'Africa e del mondo. Ma Gheddafi, che durante quasi quattro
decenni da leader ha mostrato di essere un grande pragmatico pronto ad andare
per le spicce, resta sempre un visionario. LA VISIONE DEL "LIBRO
VERDE" La visione del "Libro verde", presa in parte da Rousseau
e in parte dalle sue origini beduine, di fare dello "scatolone di
sabbia" e poi di petrolio, in un mondo sempre più dominato dall'urbanesimo
e dalle megalopoli, un paese fondato sulle virtù delle genti del deserto. La
visione di unire "la nazione araba" - a cominciare dall'Egitto del
suo idolo giovanile Nasser - e non per farne un califfato fondamentalista. La
visione, una volta fallito il tentativo dell'unità araba dal Maghreb al Mashreq
e fallita l'esperienza dell'Organizzazione per l'unità africana (l'Oua), di
promuovere il sogno "impossibile" - finora e chissà per quanto -
dell' "Unione africana". La visione di risolvere pacificamente la
soluzione dell'irresolubile conflitto fra la Palestina e Israele e fra Israele
e il mondo arabo. Non, come ripete a ogni occasione nelle sue esiziali esternazioni
l'iraniano Ahmadinejad, con la "cancellazione" di Israele, ma con
un'altra proposta apparentemente irrealizzabile, almeno di questi tempi. Quella
di uno stato unico, e non confessionale né fondamentalista in un senso o
nell'altro, per gli israeliani e per i palestinesi, di cui ha già trovato il
nome, sfidando i sorrisi ironici dei più: Isratina. Una proposta, quello di uno
stato unico bi-nazionale e democratico, che del resto era stata avanzata a suo
tempo anche dall'Olp di Arafat, dopo l'iniziale - e in larga misura
comprensibile, visto come giusto 60 anni fa era nato lo stato di Israele -
"rifiuto arabo" e prima che il "rifiuto israeliano" facesse
affogare l'ipotesi dei "due popoli-due stati" in un mare di sangue.
PROPOSTA PER IL MEDIO ORIENTE Una proposta che si riaffaccia timidamente ora
che quasi ogni speranza è perduta - per entrambe le parti - e che Gheddafi ha
ribadito con ostinazione mercoledì nel discorso alla ex-Wheelus Bay. Perché
"noi non abbiamo mai odiato gli ebrei", perché "gli ebrei hanno
i loro diritti". Ma non possono pensare - anche se tutto fa pensare che lo
pensino - di continuare per sempre ad appoggiarsi sugli "aiuti
dell'America" e sulle "loro armi nucleari". L'unica speranza di
Israele di cessare un giorno di essere la Sparta del Medio Oriente, per il
leader libico ma non solo per lui, sta nella "convivenza" con i
palestinesi e con gli arabi. Una posizione sostanzialmente conciliante anche se
improbabile e non politicamente corretta. Per questo Gheddafi si è molto
arrabbiato martedì, ritrovando un po' dell'antica contundenza, di fronte alla
proposta del francese Sarkozy - accettata dall'Unione europea - di avviare una
cooperazione sempre più stretta in materia di economia e di sicurezza con gli
stati che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, Israele ovviamente
incluso. "Ci prendono per scemi - ha detto -. Non apparteniamo a
Bruxelles. La nostra Lega araba ha sede al Cairo e l'Unione africana ad Addis
Abeba. Se loro vogliono la cooperazione devono venire al Cairo e Addis Abeba".
Il piano, lanciato autonomamente l'anno scorso dal presidente francese nella
sua ansia di protagonismo mediatico, è stato in parte stoppato dalla tedesca
Angela Merkel, ma alla fine è la Ue che l'ha fatto proprio e sarà presentato il
13 luglio prossimo a Parigi come atto inaugurale della presidenza comunitaria
della Francia. "Un insulto per noi arabi e africani". L'INTEGRAZIONE
REGIONALE Il leader libico aveva convocato per martedì un mini-summit a Tripoli
con sei paesi della regione. L'obiettivo di fondo era cercare una posizione
comune su questa proposta della Ue e sul ruolo che in tutto questo ha Israele,
tanto più che Israele, fra trattati di associazione e cooperazione firmati (fra
cui quello con l'Italia) o proposti, in pratica fa già parte a titolo quasi
pieno dell'Unione europea. Il timore di certi governi arabi - e forse lo scopo
di certi governi europei -, è che attraverso questa cooperazione passi la
normalizzazione di fatto dei loro rapporti con lo stato ebraico nel momento in
cui lo stato ebraico pratica una politica "di abominio" (parole del
vescovo sudafricano Desmond Tutu) verso la popolazione civile di Gaza e, dal
pulpito della sua tecnologia nucleare e delle sue "almeno 150 bombe
atomiche" (parole dell'ex-presidente americano Jimmy Carter), minaccia
sempre più apertamente di scatenare una guerra preventiva contro l'Iran. La
posizione comune cercata dagli arabi naturalmente non è stata trovata. A
Tripoli sono arrivati i leader di Siria, Algeria, Tunisia e Mauritania, ma il
re Mohammed del Marocco e il presidente egiziano Mubarak, i più vassalli fra i
vassalli, non si son fatti vedere. Il vertice è fallito. Ognuno per sé e Allah
per tutti. Il visionario-pragmatico Gheddafi è rimasto solo, come gli è
capitato spesso nella sua lunga carriera. Tuttavia è un visionario da
maneggiare con cura, anche se nessuno lo definisce più il "mad dog",
il cane pazzo che Reagan mandò a bombardare nell'86 (sotto le bombe rimase una
sua figlia piccola). Ormai Gheddafi ha pagato i suoi peccati, veri o presunti
(tipo Lockerbie). In occidente non è amato ma è rientrato nella "comunità
internazionale", attraverso il petrolio e la sua guerra a morte contro il
fondamentalismo islamico, che qui ha un focolaio non sempre latente a Bengasi
(e anche, ma questo riguarda soprattutto Italia e Spagna, attraverso la leva
del flusso dei migranti clandestini sub-sahariani che partono dalle coste
libiche). È stato Gheddafi, non Bush, a emettere la prima "condanna a
morte" contro Osama bin Laden, che di Bush padre è stata una creatura e che,
ammesso sia ancora vivo, a Bush figlio fa un gran comodo. Perfino a Washington
capiscono che se salta il tappo anti-fondamentalista della Libia gheddafiana
saranno dolori per tutti. Ora con gli americani i rapporti sono più
"distesi" ha ricordato Gheddafi nel suo discorso di mercoledì, perché
"noi non odiamo gli americani e la Libia è libera e indipendente".
Non più una colonia com'era anche dopo l'indipendenza nominale del '52, o come
quando lui, giovane tenente, si presentò un giorno alle porte della base e gli
fu sbarrato il passo "perché quello era territorio americano",
off-limits per i libici. Come Fidel Castro, spera in Obama, l'americano di
origine kenyota che ha definito "un musulmano" e un nero "al cui
fianco si schiera tutta l'Africa" - forse un'imprudenza, come quella di
Fidel -, anche se è rimasto deluso dalle sue esternazioni in favore di Israele
e dell'israelianità esclusiva di Gerusalemme. Gli americani sono di nuovo di
casa in Libia. Ad attrarli non sono solo il petrolio e il gas. Tripoli è un
cantiere che non chiude mai, nemmeno la notte. E Gheddafi, forse a malincuore,
ha deciso di fare il grande salto verso la modernizzazione della Jamahiriya a
tappe forzate. Mettendo sul piatto 250 miliardi di dollari da spendere subito.
Che anche con il dollaro sempre più svalutato sono una bella sommetta, in tempi
di recessione mondiale. 150 miliardi per porti e aeroporti, ferrovie e
metropolitane, alberghi e case, strade e autostrade, stazioni turistiche e
ospedali. Più 100 miliardi per acquisire partecipazioni (e neppure
maggioritarie) in aziende occidentali. IL RAPPORTO CON L'ITALIA Qui torna in
ballo l'Italia e il suo tormentato rapporto di odio-amore (amore interessato)
con Gheddafi. Siamo già il primo partner commerciale, 37% delle esportazioni e
14% delle importazioni della Libia. Sulla strada aperta da Enrico Mattei, l'Eni
ha da poco firmato un accordo per 28 miliardi di dollari in 10 anni.
Prospettive rosee, grandi opportunità come si dice. Ma a rischio. Gheddafi
aspetta con pazienza il "grande gesto". Calderoli con le sue
magliette oscene è un poveraccio su cui è perfino disposto a transigere, ma
Berlusconi, Prodi, D'Alema, che qualche anno fa riportò a Tripoli la Venere di
Leptis Magna rubata da Balbo, sono "amici". Ma del "grande
gesto" - forse l'autostrada costiera dal confine tunisino a quello
egiziano, con le scuse per le atrocità commesse dal colonialismo italiano (non
solo fascista), forse l'accordo formale di associazione, forse l'invito per una
visita in Italia (perché Bruxelles, Parigi e Madrid sì e l'Italia no?) - ancora
non c'è traccia. Chissà se ci penserà Berlusconi, atteso presto a Tripoli, così
sensibile all'odore dei soldi e delle grandi opere. Gheddafi, anche se non è
più così focoso come in gioventù, e il suo intransigente (sacrosanto)
nazionalismo vanno maneggiati con cura, specialmente dall'Italia. Il rischio è
di perdere il business sulla "quarta sponda". E c'è anche un altro
rischio. Girando per la laica Tripoli, dove gli ulema sono tenuti sotto stretta
sorveglianza dal leader, si vedono le moschee piene e capita spesso di
imbattersi in donne velate. Alcune perfino con l'orrido burqa afghano.
( da "Liberazione" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Al convegno di
"Alternative" l'ex presidente della Camera apre il dialogo sulla
"disfatta della sinistra", ben al di là del voto "Le ragioni di
una sconfitta", storica Il ritorno "riflessivo" di Bertinotti Il
discorso bertinottiano ieri al convegno di Alternative per il socialismo , dopo
un breve presentazione di Aldo Garzia ma specialmente dopo un minuto di
silenzio con tutta la sala in piedi immediatamente dedicato ai 6 operai uccisi
dal lavoro nel catanese mercoledì, si è svolto proprio sul filo dell'editoriale
già scritto per il numero prossimo della rivista, in uscita entro la metà di
luglio e dedicato interamente a quelle "ragioni di una sconfitta",
con l'impegno di tutta le redazione e contributi di rilievo anche per la loro
diversità - fra gli altri Rossana Rossanda e Marco Revelli. Un terreno che,
evidentemente, interessa: lo palesa la partecipazione alla giornata di ieri,
nell'auditorium dei Frentani nelle prime ore gremito fino alla galleria, con la
presenza di tante e tanti di Rifondazione comunista, in testa Nichi Vendola e
Franco Giordano - intervenuti entrambi in fine mattinata, il primo per tornare
sul tema della "tradizione abbandonata" (nella definizione di
Bertinotti) del '68 quale chiave di lettura del divorzio della sinistra
dall'"efficacia" come dai "desideri" nel passaggio dalle
pulsioni d'"egoismo maturo" e "critica d'ogni "naturalità""
di allora alla "solitudine sociale" e alla "dispersione di
senso" d'oggi e il secondo per sottolineare quello del "mancato
appuntamento" con "l'autoriforma" dell'"organizzazione
politica". Come pure Graziella Mascia, Gennaro Migliore, Sergio Bellucci e
Rosi Rinaldi (sia Mascia che Rinaldi con molta attenzione al
"paradigma" della discriminazione sociale dei migranti, Migliore
sulla "demistificazione del ritorno al territorio, che è produzione
politica" e Bellucci sulla "mutazione del capitalismo
digitale"). Ma anche, ad ascoltare attentamente, chi si sta battendo su
altre sponde del confronto congressuale in corso come Claudio Grassi o, giunto
nel pomeriggio, Maurizio Acerbo. Così pure Franco Russo, intervenuto i forte
polemica sulla "rammemorazione mancata", secondo Bertinotti, della
"tradizione del movimento operaio" come riduzione del "movimento
storico" al "Pci". E ben oltre i confini del Prc, sempre nel
campo politico "organizzato", Claudio Fava e l'iper-presente Achille
Occhetto e Alfiero Grandi di Sd - tutti intervenuti - così come Grazia
Francescato e Paolo Cento dei Verdi. E poi dirigenti e intellettuali dello
stesso Pd, non proprio "veltroniani", come Alfredo Reichlin, Nicola
Latorre (che prenderà la parola a sua volta, con intessanti aperture di
dialogo: come le affermazioni che "sicurezza e lavoro non sono temi
neutri, "né di destra né di sinistra"" e che "la
transizione italiana non può darsi per conclusa con lo schema bipartitico
affermatosi nelle elezioni") e Pierluigi Bersani, arrivato anche lui al
pomeriggio. E persino, vicinissimo invece a Veltroni, un pur fugace - nel senso
che presenzia alla sola relazione di Bertinotti - Goffredo Bettini. Ma poi,
soprattutto, tante figure di "sinistra reale": da "mostri
sacri" della teoria politica e dell'impegno nella comunità dei saperi, come
Mario Tronti presidente del Crs, al fisico Marcello Cini (altro autore d'un
ammirato intervento che rilancia la "costituente d'una sinistra" e simultaneamente indica i terreni del conflitto con il
capitalismo nel suo nuovo carattere "cognitivo" e nella "minaccia
di questo sviluppo all'umanità e al pianeta", come certificato dal fallito
vertice Fao), Arcangelo Leone de Castris (appassionato oratore critico della
"separatezza" degli intellettuali dal "legame sociale") e
Isidoro Mortellaro. Fino a personaggi come Franca Valeri, in prima fila.
E da esponenti del femminismo interne ed esterne all'esperienza di Sinistra
europea quali Maria Luisa Boccia e Bianca Pomeranzi, fino al consigliere
comunale primo eletto dell'Arcobaleno a Roma e "figura" dei movimenti
metropolitani, Andrea Alzetta, e ad altri volti di Action come Fabrizio Nizzi.
E' la messa a fuoco della sconfitta come tema "aperto" che,
chiaramente, interessa, sotto molti e differenti punti di vista. E
nell'editoriale, largamente anticipato ieri stesso su la Repubblica , il ruolo
decisivo dell'analisi della sconfitta - un'"operazione politica di prima
grandezza", una "necessità inderogabile" - per le stesse
prospettive di ri-costruzione d'una politica è consacrato sin nella cadenza
finale. Che suona così: "Se è vero che la Gerusalemme (metafora presa dal
sacro delgli orizzonti laici di "liberazione" o di un "altro
mondo possibile", ndr ) può anche essere non solo rimandata (ossia può
anche escludersi dall'orizzonte storico, non arrivare mai più, ndr ), c'è in
primo luogo da fare un esercizio di verità: siamo ad uno dei punti più
difficili della nostra storia". Insomma: non è un "messianesimo
negativo" frutto di enfasi retorica, ma una drammatizzazione mirata a
sottolineare la portata della sconfitta, ciò che il fenomeno elettorale
nasconde e deve rivelare in termini di processi profondi e "lunghi".
E anche a dar conto fino in fondo degli "errori" soggettivi che
l'hanno preceduta. Non è un caso che l'altro editoriale richiamato in questo,
come pure nella relazione pronunciata ieri da Bertinotti, sia quello del
secondo numero della rivista, dove si delineava come attuale il tema del
rischio di "scomparsa" della sinistra. Per l'esattezza, era scritto
allora, nel luglio 2007: "La sinistra in Europa si trova oggi di fronte
alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell'esistenza
politica". E sulla "risposta" possibile: "E' un po' come
quando tocca insieme correre e cercare la strada, ed è anche possibile che non
si riesca a trovarla. Ma se finisse così l'esito sarebbe drammatico: l'eredità
del movimento operaio del '900 ne sarebbe, semplicemente, cancellata". E'
questo rischio che, ora, viene messo a fuoco come più attuale. Nella lente
d'una sconfitta, quale quella italiana, specifica ma che si presenta, dice
adesso Bertinotti, come "caso limite" d'un problema di dimensione
(almeno) europea. O, nelle parole di breve premessa dello stesso Garzia, come
"rovesciamento del caso italiano". E cioè, di nuovo secondo
Bertinotti: "La destra esce dalla minorità e la sinistra invece esce dalla
scena parlamentare e a diventare minoritaria è la sua cultura". E' in
effetti a partire dall'"analisi dei vincitori", della "destra
italiana", che prende piede la riflessione bertinottiana. Per dire che a
definirla, oggi, non è "l'eredità del fascismo" né
"l'assolutizzazione dello stato nazione" e "neppure il
liberismo". Piuttosto, appare una destra "deideologizzata" in
grazia del suo "ingresso" nella "modernizzazione" su cui
anzi esercita "una presa dura e originale". Dunque "non
fascista" ma "in grado di usare elementi di quella cultura e dei suoi
depositi" nel rappresentare "l'avversione dura e propotente ad ogni
diversità specie quando l'insicurezza si tramuta in paura". E dunque
"non l'assolutizzazione della patria-nazione" bensì "un
pragmatico e cinico uso del suolo nativo", sino alla "piccola patria
delle leghe, per esorcizzare lo storico problema delle migrazioni di massa nel
mondo globalizzato delle diseguaglianze mortali". E "neppure pienamente
liberista", tanto da "smarcarsi rispetto al neolibersmo
impotente" del "partito di Maastricht"; e
"contemporaneamente aderirvi in pieno sul tema crucuale del rapporto
lavoro-impresa-mercato". In sintesi: "Un potente arlecchino che
rispecia la scomposizione della società (...) confezionando un'idea generale di
restaurazione". Di qui, in rapida concatenazione, l'affondo sulla
magnitudine della "disfatta" della sinistra. Perché su di essa, come
"sulla cocente sconfitta del Pd e sulla vittoria della Nuova destra",
ciò che "prende corpo" è un quadro di "regime leggero".
Definizione impropria per il "vecchio" Berlusconi, adatta invece ad
una riorganizzazione del sistema politico in cui la destra primeggia in un
"governo allargato", con un'opposizione attirata "verso il
governo" come "da una gigantesca calamita", quella "del
mercato": che nell'"allargamento del governo" attira anche
"le parti sociali", "vanificando ogni autonomia del
sindacato". E che esercita la privazione "della stessa politica se
intesa in senso forte come, cioè, idea di società". Così che la Repubblica
stessa si presenta come "a-fascista" e perciò
"a-antifascista", cioè "senza radici e senza storia", quale
l'ha rivendicata,"seconda o terza che sia", il neopresidente della
Camera, Gianfranco Fini. E' una "privazione" che "arriva
direttamente al cuore della democrazia", cioè al "conflitto". E
qui, "nella lunga e strisciante crisi della democrazia" come
"progressiva sostituzione della rappresentanza col governo", che
Bertinotti vede "consumata la crisi della sinistra". La sua scomparsa
o la sua "possibile ricostruzione" si presentano così come "un
destino che condivide, di fatto, con le forze sociali e culturali che nella
società si trovano ad affrontare il tema del loro riconoscimento". Ed è
sotto questa luce che, retrospettivamente, si scandisce l'elenco degli errori e
degli abbagli venuti a saldo attraverso "il fallimento
dell'esperienza" del governo Prodi o dell'Unione e ratificati quindi nel
voto. Anzitutto la "falsificazione" pratica dell'"ipotesi più
ambiziosa", quella fondata sulla "permeabilità del governo da parte
dei movimenti" e sull'"autonomia" del Prc "dal governo di
cui entrava a far parte". Laddove all'opposta permeabilità del governo
esclusivamente ai "poteri forti" ha corrisposto un "limite
interno" dei movimenti in termini di mancata "soggettività
politico-culturale condivisa", che però richiama "il limite della
rifondazione del Prc" stesso. Consistente nella "mancata innovazione
del modello di organizzazione". In continuità, dunque, il limite evidente
dell'esperienza "in stato di necessità" della Sinistra Arcobaleno:
anche qui, "quel che veniva negato nell'affermazione "non siamo un
cartello elettorale", risultava essere la pratica concreta". Anche
qui, "un errore di volontarismo e soggettivismo". In mezzo, appunto,
il bilancio della partecipazione al governo. Finita nella "trappola
mortale" di un processo complessivo che "ha concentrato nel governo
la contesa politica". Trappola che "va spezzata", in ipotesi
"da due lati": ossia con la messa "in discussione dal basso,
dalla società" del paradigma della "governamentalità", e
"lavorando sull'opposizione dell'ipotesi, oggi lontana, del governo
riformatore al governo allargato". Mentre è aperta la possibilità che si
verifichi l'"immaturità" in Europa, "in questo ciclo",
della "questione del governo per la sinistra radicale": ma, in tal
caso, "sarebbe un bel problema, non una liberazione". 13/06/2008.
( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-13 num: - pag: 23 categoria:
REDAZIONALE Salerno Per i pm ci fu un "complotto" di toghe e politici
"Ostacolò de Magistris" Indagato l'ex pg Favi Il magistrato avocò
l'inchiesta "Why not" Nell'ottobre del 2007 venne aperta la
cassaforte del pm di Catanzaro per prelevare a sua insaputa gli atti DAL NOSTRO
INVIATO SALERNO - Non fosse stato per l'inchiesta Why Not che tolse al pm Luigi
de Magistris - inchiesta in cui finirono indagati anche l'ex ministro della
Giustizia Clemente Mastella e l'ex premier Romano Prodi -, nessuno avrebbe mai
saputo nulla del dottor Dolcino Favi. Ma da quel 19 ottobre 2007, quando da
procuratore generale reggente di Catanzaro avocò a sé Why Not, Dolcino Favi da
Siracusa non è più un Carneade. Perché quel giorno adottò il provvedimento più
importante della sua vita. E lo fece con un tempismo e una determinazione che
forse egli stesso non aveva mai sospettato di avere: Favi avocò Why Not giusto
una settimana prima che scadesse la sua "reggenza " e quando il Csm
aveva già nominato il procuratore titolare; subito dopo, attuò l'avocazione in
una forma mai vista prima, facendo aprire la cassaforte dell'ufficio del pm de
Magistris a sua insaputa, prelevandone tutti gli atti d'inchiesta. Disse, Favi,
che de Magistris era in conflitto d'interessi, perché aveva iscritto sul
registro degli indagati il ministro Mastella, che aveva chiesto il
trasferimento del pm. E disse anche, Favi, che doveva essere il tribunale dei
ministri a giudicare Mastella, benché de Magistris avesse replicato che
Mastella era stato iscritto non da ministro, ma da senatore. Dopo,
diversi mesi dopo, su questi due punti cruciali de Magistris potrà dire di aver
avuto ragione. Troppo tardi però. Su di lui, come sul gip di Milano, Clementina
Forleo, pende una pesante quanto discutibile richiesta di trasferimento, che
per entrambi è basata sullo stesso "giudizio di idoneità" formulato
dal membro del Csm Letizia Vacca, che li liquidò definendoli "due cattivi
magistrati". Un giudizio basato anche, veniamo a sapere oggi, sulla
instancabile opera di denuncia del dottor Dolcino Favi. Ma oggi Favi, che è
tornato a fare l'avvocato dello Stato, è indagato dalla procura di Salerno per
rivelazione e utilizzo di segreti d'ufficio, diffamazione e calunnia. Uno dei
protagonisti, sostengono i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani,
dell'operazione di denigrazione e delegittimazione del pm de Magistris,
studiata a tavolino dai vertici della magistratura lucana e calabrese in
combutta con politici e imprenditori. Tutta gente che adesso è indagata a
Salerno. Non più Carneade, dunque. Ma tanta notorietà forse Dolcino Favi non se
l'aspettava. Non solo per l'avocazione di Why Not, ma anche per quella
interrogazione parlamentare su di lui presentata nel 1989 da quattro deputati
radicali - Mellini, Calderisi, Vesce e Rutelli. In quell'anno, da pubblico
ministero a Siracusa, Favi venne accusato di violare sistematicamente le norme
a tutela dei diritti fondamentali dell'individuo, di avere rapporti con la
malavita, di aver falsificato una delega del procuratore della Repubblica di
Messina per il compimento di un atto istruttorio, facendosi da sé un fonogramma
e di aver firmato mandati di cattura nei confronti di alcuni magistrati
catanesi sulla base di intercettazioni telefoniche irregolari. Non solo. Favi
fu anche accusato di aver prodotto davanti al Csm giustificazioni inesistenti,
documenti falsi e di aver persino inventato reati per la vicenda di un cavallo
imbizzarrito che aveva ferito il pretore di Lentini. Insomma, un vero
garantista. E infatti nei confronti di Favi il Csm e la giustizia ordinaria non
hanno fatto assolutamente nulla. Carlo Vulpio Pm Luigi de Magistris, il
magistrato che avviò l'inchiesta "Why Not" in cui fu indagato (e poi
prosciolto) Mastella La motivazione Per Favi de Magistris non poteva indagare
Mastella che ne aveva chiesto il trasferimento.
( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-13 num: - pag: 49
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI
PRUDENZA DEI CONSERVATORI Resto spesso basito di fronte a certe sue risposte
tutte schierate in favore della ragion di Stato, anche quando sono in campo
pesantissime violazioni dei diritti umani. Lei si è recentemente pronunciato
contro la nascita del nuovo Stato del Kosovo, a favore della repressione russa
in Cecenia ("tutto bene in Cecenia", sic, nonostante milioni di morti
e una città praticamente distrutta!), a favore della Cina contro il Tibet, la
cui battaglia sarebbe "antimoderna". A quest'ultimo riguardo vorrei
citarle una frase del monaco in esilio Rimpoche Samdhong, pubblicata proprio
sul Corriere il 3 maggio: "La Cina non è moderna. Modernizzazione
significa democratizzazione. Significa rispetto dei diritti umani e una società
aperta con diritti individuali. Nulla di tutto questo esiste oggi in
Cina". L'unica eccezione lei l'ha fatta per il Kurdistan, solo perché sul
suo diritto di esistere si erano pronunciati a suo tempo vari Stati dopo la
caduta dell'Impero ottomano. Lei è uno strenuo difensore dello status quo:
anche quando questo "status" dei vari Stati è basato su violenze,
nefandezze e sapraffazioni intollerabili per ogni persona civile. Dimentica che
la Storia, così come il diritto, sono in continuo movimento, così la nascita di
nuovi Stati, che si spera non sia inevitabilmente affidata solo e sempre alle
guerre (o alla caduta degli imperi). E che gli Stati, più e prima ancora che
dai loro spesso indegni governanti, sono composti da milioni di persone, spesso
vilipese, umiliate e sofferenti. Seguendo il suo ragionamento, ormai anche
Israele avrebbe diritto a tenersi i territori sottratti ai palestinesi: giusto
per "usucapione". Giovanni Frigerio gioveva@alice.it Caro Frigerio, P
rima di rispondere alla sua domanda debbo fare qualche precisazione. Mi capita
spesso di essere considerato favorevole o contrario a questa o a quella
prospettiva politica semplicemente perché cerco di descrivere i fatti senza
indignarmi, arrabbiarmi, scandalizzarmi, e cercando anzi di capire le ragioni
dei contendenti. Comunque, a scanso di equivoci, debbo dirle che non sono né
per la nascita di un grande Kurdistan indipendente né per il continuo dominio
israeliano dei territori occupati. Sono due posizioni contraddittorie? Non
credo. La prospettiva di un grande Kurdistan indipendente mi sembra pericolosa
perché potrebbe realizzarsi soltanto grazie al cambiamento dei confini di
quattro Stati - Iraq, Turchia, Iran e Siria - dove vivono, complessivamente,
alcuni milioni di curdi. E il prolungamento dell'occupazione israeliana di
territori palestinesi mi sembra altrettanto pericoloso perché non credo che
cinque milioni di ebrei possano continuare a governare cinque milioni di arabi
senza provocare reazioni e resistenze che già ora minacciano gravemente la
stabilità politica dell'intera regione. Come vede, il giudizio, in ambedue i
casi, non è fondato sui miei desideri e sulle mie convinzioni morali, ma sulle
possibili conseguenze di un evento. Posso commettere un errore, naturalmente, e
prevedere sviluppi che non si verificheranno. Ma penso che l'osservatore delle
vicende internazionali dovrebbe sempre chiedersi se alcune soluzioni apparentemente
virtuose non siano destinate a provocare conflitti e
lacerazioni, con un tragico seguito di vite perdute, città distrutte,
popolazioni in fuga. è certamente vero che il realista finisce per essere
conservatore e dare minore importanza ai fattori ideali. Ma credo che tutti,
anche gli idealisti, debbano chiedersi quali potrebbero le conseguenze delle
loro generose istanze umanitarie. Ho riletto con interesse nella sua
lettera le parole del monaco tibetano in esilio secondo cui la modernizzazione
dovrebbe essere democratizzazione. Rispondo che molto dipende dalle condizioni
del Paese, dalla sua consistenza demografica, dalla sua storia, dalla sua
cultura, dalle sue condizioni economiche sociali. Dopo avere inutilmente
tentato la strada della modernizzazione comunista, la dirigenza cinese ha
scelto quella della modernizzazione capitalista. La formula di Den Xiaoping ha
dato buoni risultati. Esiste ormai una borghesia cinese, forte di alcune
centinaia di milioni di persone, che ha un livello di vita comparabile a quello
delle borghesie occidentali. Esistono ceti sociali che stanno acquisendo,
insieme alla prosperità, alcuni elementari diritti civili. Ma la crescita
accelerata dell'economia ha avuto altri effetti. Ha esasperato il divario fra
ricchi e poveri. Ha alterato vecchi equilibri ambientali. Ha creato criminalità
e corruzione. Ha strappato i contadini alle campagne e li ha bruscamente
inseriti nel clima ruvido e inospitale delle grandi città. Ha provocato la
nascita di una popolazione di senza tetto che supera i cento milioni. Che cosa
accadrebbe il giorno in cui a questa società in ebollizione venisse dato il
diritto di formare partiti politici, condurre battaglie elettorali nello stile
dell'Occidente, attaccare spregiudicatamente le pubbliche autorità? Siamo certi
che questa improvvisa esplosione di libertà non avrebbe l'effetto di rompere
l'unità nazionale, creare feudalità concorrenti e nuove lotte di classe?.
( da "Repubblica, La" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina V - Palermo I
due contendenti di Palermo chiudono una campagna elettorale con pochi
entusiasmi L'incognita astensionismo nella sfida tra Piro e Avanti Ultimo
appello per la corsa a Palazzo Comitini Con la coalizione di centrodestra che
mi sostiene punto sul potenziamento di scuole e strade La riforma degli Ato
rifiuti ha tagliato fuori dalla gestione Palazzo Comitini è inaccettabile
Entrambi gli aspiranti amministratori promettono di investire sulla raccolta
differenziata MASSIMO LORELLO "Spero che la mia presenza non faccia
perdere troppi voti a Giovanni Avanti". Pierferdinando Casini, calato a
Palermo per lanciare il candidato Udc alla Presidenza della Provincia, si
concede una boutade che però sottende una grande verità. Sostenuto,
incoraggiato e accompagnato passo passo da Salvatore Cuffaro e Saverio Romano,
da Calogero Mannino, Antonello Antinoro e Antonino Dina, per Avanti la sortita
siciliana di Casini è un "di più", il botto finale di una campagna
elettorale che è stata comunque sotto tono. Perché le Province, considerate le
ristrette competenze amministrative, hanno poco appeal e perché, queste
consultazioni, sono state troppo vicine alle politiche e alle regionali di
aprile. E allora, il pronostico che accomuna sia il centrosinistra, sia il
centrodestra riguarda non vincitori e vinti ma l'astensionismo. Franco Piro,
l'avversario di Avanti, il dirigente del Pd che è riuscito a mettere insieme
tutti i partiti di quella che fu l'Unione, ha attraversato praticamente
ciascuno degli 82 Comuni della provincia di Palermo per convincere quanti non
si riconoscono nel centrodestra a presentarsi alle urne. "Il mio non è
solo un appello a chi si riconosce nel centrosinistra - dice Piro - ma anche a
chi è stato deluso dal centrodestra". E il motivo più convincente (e anche
più recente) di questa possibile delusione, secondo il candidato a Palazzo
Comitini, riguarda l'abolizione dell'Ici varata dal governo Berlusconi:
"Alla provincia di Palermo - dice Piro - sono stati scippati 600 milioni
di euro: così ci priveranno di importanti infrastrutture cioè, prima di ogni
cosa, le strade che tutti i cittadini, sia quelli che vivono nel capoluogo, sia
quelli che abitano fuori, da anni rivendicano e mi hanno continuamente
richiesto durante la campagna elettorale". Per sostenere la denuncia di
Piro ieri è arrivato a Palermo Enrico Letta, ministro del Welfare nel governo
ombra del Partito democratico: "Nel primo mese di attività, l'esecutivo
Berlusconi ha dato già la sua direzione di marcia e i punti cardinali sono in
linea con ciò che accadde nel 2001, con le risorse di Sicilia e Calabria
portate verso il Nord - dice Letta - Riguardo alla detassazione degli
straordinari, le risorse verranno date per il 90 per cento al Centro-Nord,
perché gli straordinari sono allocati in prevalenza proprio lì. Ma per
finanziare la detassazione hanno utilizzato i fondi di Sicilia e Calabria. I
siciliani sappiano che adesso hanno un'ulteriore occasione, cioè queste
elezioni, per non svegliarsi troppo tardi, per rendersi conto che questo é un
governo a trazione leghista". La politica nazionale, come non accadeva da
tempo, è entrata decisamente nella campagna elettorale per le provinciali,
campagna che difficilmente si sarebbe ravvivata altrimenti. I programmi dei due
candidati sono noti da tempo e, sebbene si assomiglino su alcuni punti (il
potenziamento delle strade e delle strutture scolastiche), differiscono sul
tema centrale delle risorse idriche. "Nell'attuale organizzazione degli
Ato - sottolinea il candidato del centrodestra - c'è un
conflitto di interessi perché
i Comuni ne sono clienti e soci allo stesso tempo. La Provincia invece é super
partes e può effettuare un controllo puntuale. Guardo a una struttura privata,
che gestisca bene, e non ai carrozzoni pubblici. La Provincia deve poi
garantire che non ci siano speculazioni sul costo dell'acqua". Piro
è di parere opposto e per spiegarlo non usa giri di parole: "L'affidamento
ai privati è da revocare, bisogna ripartire da zero. Mi fa piacere che
l'assemblea dei sindaci della provincia, convocata per decidere l'aumento delle
tariffe, sia stata rinviata a dopo le elezioni, ma il 18 giugno (la data
fissata per il vertice, ndr) è ancora troppo presto: il nuovo presidente non si
sarà nemmeno insediato e invece gli dovrebbe essere dato il tempo di affrontare
approfonditamente la questione". Anche la riforma degli Ato rifiuti,
ridotti dal governatore Raffaele Lombardo da 27 a 10, non convince Piro:
"Le nuove autorità d'ambito - dice il candidato del centrosinistra -
prevedono la presenza dei comuni ma escludono le amministrazioni provinciali e
questo non è tollerabile". Sia Piro, sia Avanti si trovano concordi sulla
necessità di investire, come finora non è stato fatto, sulla raccolta
differenziata. Fin qui i programmi e i "farò" dei due candidati che
hanno condotto la campagna elettorale senza scontrarsi mai. Senza polemiche.
L'unico caso è scoppiato a margine della corsa per Palazzo Comitini e riguarda
la Biosphera, società regionale di servizi ambientali che ha appena bandito una
selezione per assumere per 12 mesi cinquanta operatori terminalisti. I
lavoratori della società ieri sono entrati in stato di agitazione. "è un
bando che sembra fatto apposta per la campagna elettorale - dice Nuccio
Ribaudo, segretario della Flai-Cgil - Questo ente, che è un carrozzone e di cui
chiediamo la soppressione, continua nella strada degli sperperi del denaro
pubblico e propone nuove assunzioni, incurante di un pronunciamento in senso
opposto fatto dalla Corte dei conti". La società pubblica (il maggiore
azionista è la Regione) è nata nel 2001 per stabilizzare gli lsu ed è accusata
dalla Cgil anche per la condotta di tipo "clientelare portata avanti nella
gestione delle riserve naturalistiche: sono state attribuite qualifiche e
mansioni a persone senza titolo". Rimasto a debita distanza da questa
polemica - Udc e Pdl da anni si contendono il board della società - Giovanni
Avanti ha chiuso la campagna elettorale nell'ex deposito ferroviario di
Sant'Erasmo in compagnia dei cabarettisti Gianni Nanfa ed Ernesto Maria Ponte.
Piro invece era a Termini Imerese, la sua città di riferimento: avrebbe voluto
chiudere con un po' di musica ma dopo la morte dell'operaio Domenico Cagnina ha
deciso di annullare lo spettacolo, limitandosi a un saluto agli elettori.
"Domenico - dice - era un amico di famiglia".
( da "Repubblica, La" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina V - Bologna
"A ottobre penserò alla candidatura" Cazzola: nel Pd solo polli da
batteria. Rivoterei Guazzaloca Cazzola: nel Pd solo polli da batteria.
Rivoterei Guazzaloca "Cofferati è deludente pure per i suoi. Sopportato
dal suo partito" "A luglio i nomi di chi acquista il club. Ora no,
c'è un patto di riservatezza" "A luglio i nomi di chi acquista il
club. Ora no, c'è un patto di riservatezza" WALTER FUOCHI CAZZOLA, da
troppo a niente. Non fa più il sindaco di Bologna e, massimo un anno, non fa più
neppure il presidente del Bologna. "Vediamola in un altro modo. Per un
anno, o meglio una stagione sportiva, fino al giugno 2009, ho dato agli
acquirenti della società la disponibilità a lavorare per loro, a titolo
gratuito, com'è stato finora, e so per esperienza che, nei tre mesi estivi, si
sgobba venti ore al giorno, fra mercato, sponsor, diritti tv, organizzazione e
quant'altro, poi si rallenta e, a gennaio, si rifà un altro mese tremendo. Se
mi vogliono, sono qui. E c'è la mia struttura, collaudata e ristretta, come piace
a me, in pratica io, Arrigoni e Salvatori, a fare il Bologna che sarà mio
figlio, come ho detto e confermo. Figlio mio con soldi d'altri. Poi, se trovano
uno più bravo, grazie e arrivederci, ma fino al via del campionato, minimo,
pedalerò io. L'altra faccenda sta così. Finchè sarò fortemente impegnato sul
Bologna, come garante d'una transizione di cui sono moralmente responsabile,
baderò lì, perché è una situazione incompatibile con altri impegni. Quando mi
sarò liberato di queste incombenze, quelle che mi fanno impallinare dal fuoco
nemico ed anche amico, e sarò un uomo libero, penserò, semmai, alla
candidatura". Settembre, dunque. Arrovellandosi tutta l'estate?
"Ottobre, meglio. E senza pensarci adesso. Diciamo che quel pensiero va
qualche mese in freezer". Se in freezer ci resta, poi voterà per qualcun
altro. Non a sinistra, par di capire. "No. Quando sento le dichiarazioni
di uomini del Pd, come Caronna o De Maria, vedo persone che nulla hanno a che
fare con le esigenze della città e dei cittadini. Qui servono invece uomini che
fanno, che mettono energia per affrontare lo sviluppo della città. Abbiamo
sostituito uomini che arrivavano dal dopoguerra, con ideali d'un certo tipo e
certi progetti di sviluppo, con uomini allevati in batteria come dei polli.
Quegli uomini sono oggi, drammaticamente, ai vertici della nostra città e sono
quanto di più lontano esista dalle esigenze dei cittadini. Cofferati è un
sindaco deludente pure per i suoi, sopportato dal suo stesso partito".
Meglio Guazzaloca, dunque. "Gli ho dato il voto, glielo ridarei, ma non ha
la squadra giusta per vincere e non porta novità. Non ha nessuna
possibilità". Parliamo di americani nel pallone, adesso. Ai primi di
luglio arrivano i soldi grossi e il Bologna è roba loro. "Il Bologna è già
roba loro. Venduto, un passaggio definito, da cui non si torna indietro. La due
diligence in corso potrà ritoccare il prezzo in qualche dettaglio, ma al
'closing', a luglio, l'80% delle quote sarà della Tag. Una tranche dei soldi è
già arrivata, tra luglio e ottobre arrivano le due più grosse, il saldo sarà a
giugno 2009". Ci sarebbe in giro una forte richiesta di trasparenza, tanto
per tranquillizzare la città su un bene, come la squadra di calcio, che resta
'cosa comune'. Si sente di garantire? "A luglio vedremo i nomi e saranno
rappresentativi di realtà finanziarie che, come mi sono state esposte a voce,
sono di ampia garanzia, fondi di investimenti solidi e seri. Fin qui, per patto
di riservatezza, nessuno ha potuto farli. Chiedo ai tifosi di fidarsi di me".
Ha timori che tutto possa saltare? "Francamente no. Poi, tutto può
succedere, ma càpita di rado, e a ritirarsi da un affare si perdono i soldi già
messi. Gli uomini li conosco, a New York ci siamo visti più volte, e questo
Galvin che è l'uomo di punta del gruppo ha competenze a 360 gradi, sia dal
punto di vista sportivo che immobiliare". Menarini dice che sarebbe andato
avanti lui. "Menarini è stato un amico, ma alla fine qualcosa s'era rotto.
Vero, per tre volte negli ultimi due mesi m'ha chiesto di rilevare le mie
quote. Con gli svizzeri e da solo. E l'ho ascoltato. L'ultima è stata
mercoledì, solo che io lunedì, dopo averlo debitamente informato, e detto nel
week-end che passava l'ultimo treno, avevo firmato con gli americani. Lui
allora mercoledì m'invia una raccomandata a mano, scrivendo che è pronto a
prendere tutto. L'ascolto ancora, a Casteldebole, ma devo avvertirlo: di là è
fatta, sei disposto a rischiare una causa con la Tag? Lui dice sì mercoledì
sera e no giovedì mattina, l'altro ieri. E allora, giovedì alle 15, metto sul
sito il comunicato della cessione che avevo bloccato fin lì, per lui. Ho letto
invece parole sue che mi hanno amareggiato". Lei dice: sarà un bel
Bologna. Budget, obiettivi? "Il budget è stato tarato, coi nuovi, ai
livelli dei nostri concorrenti, squadre come Genoa e Napoli. Stiano tranquilli
i tifosi, ma cifre non posso farne, perché il mio gm Salvatori m'ha già
ripreso: se diciamo che abbiamo soldi, ci alzano tutti i prezzi. E' un budget
per restare in A. L'obiettivo è quello, attraverso 8-10 innesti. Curerò tutto
io, e poi, con lo sport da dirigente, fatta la Virtus e fatto il Bologna,
chiuderò. Ma al Dall'Ara, da tifoso, andrò sempre". Ogni volta che Cazzola
vende, in città non si battono le mani. "Fui criticato pure per la
Promotor ai francesi, ma quella s'è rivelata poi una cessione felice. E quando
cedetti la Virtus, Madrigali era un imprenditore in forte ascesa verso la
Borsa, bolognese, presentato da una primaria banca cittadina. Tanto che, al
primo anno, fece grossi investimenti e centrò il Grande Slam, prima che la sua
azienda perdesse quota per cause che non conosco: dopodichè, lo sport fu solo
una conseguenza. Non fu un salto nel buio neanche quello e del resto, in
affari, nessuno ha la palla di vetro". Chi ce l'ha, la palla di vetro,
dice di vederci, dietro di lei, Consorte. "Sono uno dei 70 imprenditori
che hanno comprato quote della sua finanziaria: esattamente, il 3%. I nostri
rapporti sono buoni ma limitati agli incontri in qualche cda. Consorte sta facendo il suo mestiere, ma non ha nulla a che fare
col Bologna calcio. Poi sono fiorite le leggende metropolitane e i gossip
cittadini gonfiati ad arte per crearmi presunti conflitti d'interesse. Che,
come si vede bene, non ho".
( da "Manifesto, Il" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Note da lontano
Sassolini nelle scarpe Rossana Rossanda Scusate, ma mi devo togliere qualche sassolino
dalla scarpa. Se no svengo. 1. Non ne posso più di inciampare ogni momento
nella "contraddizione principale". Quale è, dove è, non è più quella
di una volta. Sembra che non si possa aprir bocca, specie a sinistra, senza
negarne una o indicarne un'altra. Cominciamo con l'intenderci. Contraddizione
non mi piace. E' contraddizione quando una parte nega l'altra. "Lei mi
sembra matto, lei mi sembra sanissimo di mente" "Il sole gira intorno
alla terra, è la terra che gira intorno al sole" sono contraddizioni. Ma
nella discussione corrente, si accusa la sinistra di derivazione operaia di
aver definito " contraddizione principale" quella fra capitale e
lavoro. Temo che sia stato proprio così. Ma non vuol dire che fosse vero. Vero
nel senso proprio di contraddizione: che si dà o l'uno o l'altro. E non è un
esecizio di vocabolario. E' il capitale a produrre il salariato, il quale prima
non esisteva. C'era il singolo che faceva la tal cosa per un altro e ne era
retribuito, ma non era un salariato. Il vecchio Marx arriva a scrivere con
provocatorio buon senso che un operaio solo non esiste, esiste assieme alla
manodopera a lui simile messa all'opera per produrre, e produce non per l'uso
suo né per quello del padrone, ma per l'accumulazione del capitale. Prima neanche
il capitalista esisteva, padrone e proprietrio sì ma capitalista no. Adesso il
capitalista non esclude gli operai, anzi. Non sono una contraddizione, ma un
rapporto ("un rapporto fra uomini, mediato da cose"). Ma, mi si
obietta, con "contraddizione" si voleva dire un rapporto
irrimediabilmente conflittuale, il più importante. Ora non è più così. Nel
senso che fra capitale e lavoro non c'è più rapporto? Veramente non ce n'è mai
stato tanto. Mai stati al mondo tanti capitali e tanti salariati. La globalizzazione
è globalizzazione dei capitali che svolazzano da tutte le parti, si posano o si
formano anche dove non erano mai stati, comunicano in tempo reale in mercati,
anch'essi comunicanti anche se accortamente divisi, e là dove si posano
chiamano a diventare salariati, cioè operai, indigeni e immigranti. Mi pare
innegabile. E va bene, sarà così. Però se il rapporto fra capitale e lavoro c'è
ancora, anzi più di prima, non è più conflittuale. Ah sì? Se il capitale si
arricchisce sempre di più e gli operai sempre di meno, lo chiameremmo un
rapporto "armonioso"? Sta scritto in tutte le tabelle ufficiali che
della ricchezza prodotta la parte che va al capitale è sempre maggiore, mentre
quella che va "al lavoro" cala. Non solo; essendo il costo del lavoro
nella produzione non fisso ma contrattabile tra le due parti, il capitale cerca
di comprimerlo al massimo. In passato gli operai avevano guadagnato unendosi,
reclamando, protestando, scioperando per salari maggiori, accantonamenti per
pensioni e sanità, per difendersi dal licenziamento; ma dagli anni '70 in poi
il capitalista non cessa di rimettere in questione gli uni e gli altri, aiutato
dagli stati, che al posto dell'antico "libertà, eguaglianza,
fraternità" oggi si prefiggono "competitività", cioè attirare
capitali che producono a minor costo. E va bene. Sarà conflittivo ma non è più
sentito come tale dai lavoratori. Dov'è l'operaio in lotta? Sarà, se pur c'è
(Fiom a parte) una minoranza. Non c'è più la fabbrica all'angolo, neanche lo
vedo. E se gli operai non si battono che conflitto è? Diciamo la verità, forse
non c'è mai stato. C'era un datore di lavoro (termine più simpatico che
capitalista) e uomini che liberamente contrattavano con lui il costo della loro
prestazione. Non li definivano Free agent gli inglesi nel secolo XIX? Uno stato
davvero liberale non si impegnava a non metter becco nella loro libertà di
contrattare? Certo non si permetteva di fissare tempo e condizioni di lavoro,
minimi salariali. Invece dal Fronte popolare in poi lo ha infaustamente fatto.
Pochi anni fa in Francia ha obbligato i salariati a lavorare solo 35 ore,
protesta Sarkozy: suvvia, aboliamo questa iniqua ingerenza. Ma sì, annuisce la
settimana scorsa l'Unione Europea; noi dicevamo al massimo 48 ore, facciamo
invece d'ora in poi 60, anzi 65! Più di dieci al giorno. Viva la libertà di
lavoro! Sì sì, torniamo anzi al contratto ad azienda, anzi ad personam,
applaude Emma Mercegaglia. E le ex sinistre politiche tacciono. Se aprono la
bocca è per dire "che volete, è la modernità". E aggiungono che
comunque i salariati e i loro sindacati, peggio i loro partiti, a forza di
insistere sul conflitto fra capitale e lavoro - che chiamavano
"principale" mentre si trattava soltanto di vita o morte per fame o
disoccupazione o malattia dei suddetti Free agent - dava poca o nessuna
attenzione agli altri conflitti. Gli operai si mettevano assieme per garantirsi
certi salari, certe pensioni e qualche difesa dal licenziamento, e si
definivano "classe generale". E l'ambiente? E le donne? E le etnie?
Chi li rappresentava? Nessuno. Brutti economicisti che erano. Brutta
economicista anche tu che continui a cantare quella canzone! Buttatelo via questo conflitto, non interessa qui più nessuno. Ma
andiamo. 2. Economicismo. Ecco un altro sassolino nella scarpa. Vorrebbe dire
che il movimento operaio ed eredi s'è battuto fino a ieri per volgari soldi,
più precisamente per assicurarli al solo maschio bianco, adulto e garantito.
Invece non esiste lui solo, né si vive di solo pane! La vostra contraddizione o
conflitto principale ignorava la politica, non aveva un'idea di società, s'è
battuta solo con il fascismo ma è cosa d'altri tempi, non aveva idea di
libertà, eguaglianza, fraternità. Anzi no, era fissato con l'uguaglianza,
voleva tutti identici, tutti poveri, manco vedeva i diversi, manco vedeva le
donne, odiava le differenze! Economicista universalista maschilista
sviluppista! Questo è il leitmotiv. Ambientalisti, femministe, immigranti,
religioni, etnie, tutti me lo rimproverano: non li avevamo neanche visti, sempre
per via di quella contraddizione principale. Qualche amico marxista si copre: è
quel conflitto principale che oggi li mette in luce. Bah. Che quel conflitto
detto "principale" non avesse un'idea di società è una balla
assoluta. E' il solo ad averne avuta una diversa da quella del capitale e del
mercato. Ha proposto una società di uguali non perché ci voleva identici, ma
uguali in diritti e uguali nel patteggiarli. E' stato il solo a disvelare la
falsa libertà di rapporto fra soggetti asimmetrici, quindi la falsa eguaglianza
del contratto sociale, la disinvoltura con la quale si garantisce la sola
proprietà, inclusa quella dei mezzi di produzione. E' stato il solo a gridare:
è inaccettabile che uomini, donne e natura diventino cose, siano trattati come
merci. Il suo è stato un assalto al cielo difficilissimo. Non ce l'ha fatta. Ma
economicista sarai tu, modernizzatore dei miei stivali! 3. Vediamo un poco le
"altre" contraddizioni. Ce ne sarebbero di principali, oppure di
uguale rilevanza. Nelle varie critiche o mozioni delle sinistre da far
rinascere ne vengono agitate soprattutto due, per le quali si chiede pari
dignità, o primazia, a scelta. Ambiente e donne. Io penso che non siano né
uguali né simili, affatto. Che non sono né prime né seconde. Sono altro. La
società umana non è una piramide, è un frattale. E' diversa da quella dei gatti
e altri animali superiori perché la coscienza la fa complessa, non verticale,
non orizzontale, non riducibile ad unum, né nelle forme, né nei rapporti nel
tempo e nello spazio. Non è monoteista. Prendiamo i due sessi; nella specie
umana sono in conflitto. Non c'è civiltà che ne sia esente, e, se mai è
esistito il matriarcato, il conflitto esisteva in direzione simmetrica e
opposta. Perché? Si va a supposizione. Tenderei a credere che per il maschio la
proprietà della femmina era il solo modo di avere la proprietà dei figli, e con
essi della tana e delle derrate che aveva raccolto. Non dovette essere un
trauma da poco per i primi maschi coscienti rendersi conto che solo le donne
erano in grado di riprodurre la specie, e anche quando capirono che però erano
loro a fecondarle, non dovette essere facilissimo impadronirsi del frutto di
quel fugace congiungimento. Mi persuade Luce Irigaray: hanno dovuto tagliare il
cordone ombelicale e imporre a quel cosino urlante il proprio nome, sei
"mio" figlio. La "mia" roba sarà tua. La condizione è che
sia "mia" anche la donna che ti ha fatto, se no può generare con
altri e magari tenere i figli per sé con proprietà annessa. Per cui la metto nella
"mia" grotta e guai se ne esce e guai a chi la tocca. Di qui scriveva
il povero Engels con il povero Marx - come altro definirli oggi? - l'origine
della famiglia, della proprietà, dello stato. Di qui, quelle che alcune mie
amiche femministe chiamano il "patto sessuale"; che non è fra uguali
in diritto, ma neanche quello fra schiavo e padrone - c'è ben altro di mezzo.
Per farla breve, che c'entra questa antichissima storia - prima del Genesi,
prima di Esiodo - con il modo capitalistico di produzione e relativa critica?
Questo l'ha ereditata assieme alla primazia del maschio. Conflitto
fra i sessi sicuro, contraddizione no, nessuno dei due sessi auspicando la fine
dell'altro. Conflitto primordiale, dopo la lotta con
il dinosauro e forse anche prima. Così antico da essersi declinato nelle varie
civiltà e divisione di genere, e da essere introiettato anche da chi lo subiva.
Conflitto su tutt'altro piano di quello fra capitale e
lavoro. Se il capitale vi ha mutato qualcosa è l'aver scoperto che per la sua accumulazione
servivano anche le femmine, non solo come riproduttrici ma anche come
salariate, tanto più che poteva pagarle di meno. Le ha dunque tirate fuori
almeno parzialmente dalla grotta. E' nel capitalismo che hanno cominciato non
più solo a patire o tentar di compensare la loro soggezione, ma a capirla, a
interrogarsi non più solitariamente: che cosa diavolo sono? Che è una donna?
Non mi potrei autodeterminare, vulgo liberare? In quel groviglio, interno ed
esterno, stanno, stiamo. Pensare che uscire dal capitalismo ci avrebbe reso più
libere (una liberazione tira l'altra...) è stato un errore. L'ho pensato
anch'io. Aspettare che gli uomini modifichino il rapporto fra i sessi anche:
per loro si tratta di perdere un introiettatissimo status superiore, secolare,
intricato a proprietà e potere e alla ancora più intricata sessualità. A una
sinistra progressista possiamo chiedere che metta a tema la questione, che ne
tolga di mezzo gli aspetti più criminali, che anche il maschio insomma cominci
a chiedersi: che diavolo sono? che è la virilità? Smettiamola di rimproverare e
pregare. Esigiamo. Non ci mancano diversi mezzi. E deriviamo da una millenaria
esperienza e dai suoi aggiornamenti le nostre considerazioni sulla attuale
politica, sull'attuale sua crisi, sul perché, sul come uscirne. O non abbiamo
niente da dire? Non ne siamo capaci? Non ci riguarda? O ci rassegnamo o ci
affidiamo a questo o a quello? Curioso. Del tutto diverso il caso
dell'ambientalismo. Anch'esso furente di essere stato trascurato, anzi peggio,
dallo sviluppismo del movimento operaio. Gran dio! Se la smettessimo ci
considerare la natura da una parte come sacra dall'altra come mero deposito di
risorse? Marx ce l'aveva con la prima ipotesi, dalla quale faceva derivare le
religioni; non abbiamo identificato la natura, che ci assediava con vulcani e
glaciazioni e terremoti, e con la fame la malattia la morte, tutti eventi sui
quali nulla potevamo, con l'onnipotente Iddio? Con la seconda non ce la poteva
avere, non perché fosse sviluppista oppure perche sì, lo era, da Adamo in poi
avendo dovuto coglierne i frutti e coltivare la terra per nutrirci, catturare e
conservare il fuoco per scaldarci, e finché eravamo sì e no un miliardo e mezzo
non pensavamo che le risorse naturali potessero avere un limite rispetto ai
nostri bisogni. Che con il capitalismo e i suoi sviluppi tecnici e scientifici
potessimo quintuplicarci e diventare predatori e distruttori del pianeta è
evento e constatazione recente. Tutto il contrario del conflitto fra i sessi.
Impensabile l'accelerazione che ci siamo impressi e non possiamo più dominare.
E' perciò meno vero il conflitto attuale e unidirezionale fra noi e la natura?
Siamo ancora a un'altra dimensione rispetto al conflitto di classe e a quello
di sesso. I piani si intersecano, per il bene e per il male, in modo diverso.
Che senso ha negarsi l'uno all'altro, o mettersi in gerarchia? E' una
fissazione. 4 e fine. Se per politica si intende un'idea del mondo e un'azione
per dargli un senso che riteniamo più giusto, più liberatorio, un soggetto
politico deve pensare e pensarsi su diversi piani. Che non significano affatto
pluralismo come sommatoria di oggetti e fini diversi, ma messa in connessione e
discussione di un tutto assieme aperto, variante, obbligato. Significa far pensare
a complessità, mettersi in causa, verificarsi, conoscere il passato, indagare
il presente, esporsi a un futuro. Basta con le mezze verità. E basta con il mio
sfogo. Fine dei sassolini da togliermi. Per oggi.
( da "Repubblica, La" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina XXVIII -
Torino DA VENARIA A MARGHERITA UNA SETTIMANA DI ANOMALIE SEGUE DALLA PRIMA DI
CRONACA Polito avverte ancora come il governo ombra, in un paese serio, "è
lotta politica aspra, costruzione di un'alternativa, non cortese attesa del
proprio turno". Sempre in una paese serio, "i ministri ombra non
prendono il tè delle cinque nell'ufficio del ministro vero per suggerirgli un
paio di idee buone. Né il premier ombra fa meeting con il premier vero, o il
suo sottosegretario, se non in caso di guerra". Ma nell'Italia dolciastra
del berlusconismo mite, tutto è possibile, tutto può essere, senza che nessuno
provi repulsione o, più semplicemente, una irresistibile voglia di ribellarsi.
E anche l'ultima settimana torinese, in fatto di accadimenti anomali, offre
alle cronache più di una riflessione strana e più di un'occasione di stupore:
"Cose che voi umani?", direbbe il Roy di Blude Runner. Cominciamo da
Venaria, dove Fabrizio Del Noce approda alla presidenza della fondazione che
gestisce la reggia (il luogo che rivestirà un ruolo strategico e decisivo nelle
future celebrazioni subalpine per l'Unità d'Italia) accompagnato dalle
intenzioni neppure troppo celate del centrodestra che a Roma ha occupato
militarmente il ministero della Cultura: "Ci serve uno dei nostri, fidato,
per evitare che a Torino, questa volta, non comandino solo loro, i
"rossi", come è accaduto per le Olimpiadi". Sotto la Mole però,
ai tempi dolciastri del berlusconismo mite, tocca agli assessori alla Cultura
di Comune e Regione (l'ex pedagogo marxista-leninista Fiorenzo Alfieri e l'ex
storico antifascista Gianni Oliva) sopire e troncare ogni polemica, celebrando
la felice intuizione di una scelta che incorona uno dei "fedelissimi"
di Silvio Berlusconi usati per imporre "l'editto bulgaro" e la
"filosofia Mediaset" nella tv pubblica di Stato. Dolciastri anche
loro: pronti a bere il tè con l'avversario e a suggerirgli un paio di idee,
magari con la mediazione del grande regista di questa nomina, Alain Elkann, e
con quella stessa strafottenza assessorile con la quale, qualche mese fa, la
cultura pubblica torinese ha pensato di dialogare con i milanesi Vittorio
Sgarbi e Salvatore "Totò" Ligresti. Settimana decisiva anche per la
Compagnia di San Paolo, dove l'avvocato d'affari Angelo Benessia incassa infine
la poltrona di presidente, annunciando in contemporanea un "blind
trust" contro eventuali conflitti d'interessi e la rinuncia a una dozzina di
incarichi, mentre contestualmente il suo studio legale di famiglia si vede
assegnare il ruolo di advisor per il futuro sia di Gtt che di Iride. Incerte e
imprecise fino all'ultimo, invece, le analisi su chi sia uscito davvero
trionfatore dalla battaglia per il controllo della fondazione bancaria (adesso
pronta a trasformarsi in un "bancomat" per gli enti locali,
rovesciando una spiritosa e felice definizione di Sergio Chiamparino). Sino
alle indiscrezioni finali di queste ore, quando la notizia dell'imminente
nomina di Valentino Castellani (il principale responsabile del default del
Toroc alla vigilia dei Giochi del 2006) alla guida dell'Istituto Boella ha
disvelato, nel contempo, chi sono i veri vincitori e quale argomento hanno
usato gli sponsor di "tutto il potere a Benessia" per annettere alle
proprie file l'ex sindaco salziano: sottraendolo allo schieramento perdente
dell'ex patron di San Paolo Imi e convincendolo a rinunciare a qualsiasi ruolo
nella Compagnia. L'ultima nota dolciastra riguarda il nostro mestiere qui a
Torino, un tempo pronto ad esaltare ogni azione e ogni sussulto della
"real casa" subalpina, e oggi così ritroso di attenzioni e di spazio
per l'ultima Agnelli, quella Margherita figlia dell'Avvocato tornata per poche
ore nella sua città per ricordare il fratello Edoardo, affidandone l'ex villa
alla gestione pubblica come casa-famiglia per bambini abbandonati, in una
cerimonia con tante autorità citate nel biglietto d'invito e quasi nessuna
presente nel parterre ufficiale. Un'esclusione dall'eredità del padre che forse
riguarda anche la possibilità di comunicare? Il resto è questo weekend
nuvoloso, magari con qualche tè delle cinque: dolciastro come il berlusconismo
mite.
( da "Repubblica, La" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Cultura Antiche
carte Qualcosa, in una mostra di preziose mappe geografiche del Sei-Settecento,
ha indispettito le autorità di Pechino al punto da spingerle a chiedere di non
esporre alcune tavole. Il fatto è che i cartografi del passato contraddicono l'odierna
storiografia ufficiale: le loro raffigurazioni dimostrano che il Tibet fu a
lungo un regno indipendente FEDERICO RAMPINI PECHINO Nel 1584 il
gesuita-scienziato Matteo Ricci, che già da due anni viveva in Cina, vi
realizzò un planisfero disegnato secondo la tradizione cartografica europea:
con il nostro continente al centro e il Celeste Impero relegato sul bordo
orientale della mappa. L'opera fu accolta dal gelo. Già per i cinesi era un
trauma dover accettare il ridimensionamento del loro impero, in un mondo
improvvisamente affollato da altre terre vaste e lontane. Vedersi per di più
confinati alla periferia era una mancanza di rispetto, una raffigurazione
offensiva. Ricci capì di aver commesso un errore. Duttilità culturale e tatto
diplomatico non gli mancavano. Nei sedici anni successivi si ingegnò a
ridisegnare un planisfero, altrettanto accurato, ma basato su una prospettiva
completamente diversa: con il Celeste Impero collocato sul meridiano centrale,
l'Europa schiacciata sulla sinistra e l'America a destra. Intitolato Carta
geografica completa dei monti e dei mari, il mappamondo del 1600 ebbe un
successo straordinario, venne replicato in numerose edizioni, e fu adottato da
potenti notabili locali come il governatore di Guizhou, il letterato Guo Qingluo.
Sono passati quattrocento anni ma i cinesi del XXI secolo non sono meno
suscettibili, anzi. Se n'è accorto il sinologo Riccardo Scartezzini, che dirige
il Centro studi Martino Martini di Trento. Lo studioso italiano ha portato in
Cina una pregevole esposizione di carte antiche, intitolata Visioni del Celeste
Iimpero. è riuscito a farla esporre, prima a Pechino e in questi giorni a
Hangzhou, offrendo al pubblico cinese un'opportunità straordinaria: riscoprire
l'immagine della Cina nella cartografia occidentale, un'immagine che dal
Seicento in poi contribuì anche alla conoscenza che i cinesi hanno del proprio
Paese. Ma questa mostra ha rischiato di non aprirsi mai. I fulmini della
censura di Stato stavano per abbattersi sui pregevoli documenti storici. La
ragione? In quelle magnifiche carte antiche c'è la prova inconfutabile che il
Tibet e altre regioni della Repubblica popolare come il Xinjiang islamico
furono a lungo indipendenti. "Nel clima teso dopo la rivolta del Tibet e
le contestazioni alla fiaccola olimpica", racconta Scartezzini,
"abbiamo avuto la richiesta di non esporre alcune tavole". Anche se
vecchie di secoli, gli hanno spiegato i suoi interlocutori locali, quelle
rappresentazioni potevano "dare luogo a malintesi". Potevano cioè
rivelare all'ignaro visitatore di Pechino e Hangzhou la mistificazione della
storia ufficiale: nei manuali contemporanei infatti l'appartenenza del Tibet
alla Cina viene fatta risalire molto più indietro, nientemeno che a Gengis Khan
(XIII secolo). Per salvare l'esposizione Scartezzini ha dovuto fare ricorso
alla stessa flessibilità di Matteo Ricci. Alcune carte "oscene" sono
state rimosse. L'incidente politico è stato scongiurato. I curatori locali
della mostra sono stati messi al riparo dalle sanzioni del regime. Scartezzini
ha avuto ragione a piegarsi. è importante che i cinesi possano vedere questa
esposizione, sia pure senza le mappe-tabù. Anche dopo questo sacrificio di
alcuni pezzi, Visioni del Celeste Impero rimane un'esposizione di straordinario
valore. Per l'affascinante bellezza delle carte antiche, e per la storia che
c'è dietro. è il ricordo di un'epoca felice - e troppo breve - in cui il
confronto tra "noi" e "loro" avvenne in un clima di
straordinaria apertura e tolleranza: una parentesi di contaminazione reciproca,
quando l'Europa si liberò dai suoi pregiudizi, e la Cina dal suo orgoglioso
senso di superiorità. Questi reperti rivelano l'eccezionale ruolo che svolsero
i gesuiti - prima di essere a loro volta censurati dalla Chiesa romana - come
mediatori culturali fra l'Occidente e la Terra di Mezzo. Furono quei missionari
a farci conoscere per la prima volta una Cina reale, depurata dalle leggende
dell'antichità greco-romana o dai racconti un po' troppo favolosi di Marco
Polo. E furono sempre loro, i gesuiti, a far conoscere ai cinesi una
rappresentazione oggettiva del resto del mondo. La loro maestria consisteva nel
fondere le metodologie scientifiche più avanzate dell'Europa, insieme con lo
straordinario bagaglio di conoscenze che la Cina aveva sviluppato per conto
suo. Massimo Quaini, geografo italiano dell'università di Genova,
nell'introduzione al catalogo della mostra ricorda quale fu il vantaggio
competitivo dei gesuiti, basato sulla loro capacità di dialogo con la cultura
confuciana che gli aveva spalancato le porte dell'Impero celeste. "I
gesuiti", scrive Quaini, "poterono beneficiare di circostanze
eccezionali e del favore dell'imperatore Kangxi, che aprì ai missionari gli
archivi di tutte le provincie e fece collaborare localmente i mandarini e i
letterati". I religiosi applicarono da un capo all'altro dell'impero le
tecniche di triangolazione e di calcolo delle longitudini per mezzo
dell'osservazione dei satelliti di Giove, messe a punto dall'Osservatorio
astronomico di Parigi e dallo scienziato italiano Gian Domenico Cassini. Il
loro lavoro gli valse l'ammirazione di un filosofo non particolarmente tenero
verso la Chiesa: Voltaire. Nella voce Geografia del suo Dizionario filosofico,
Voltaire scrisse: "La Cina è il solo paese dell'Asia di cui si abbia una
misura geografica, perché l'imperatore Kangxi impiegò i gesuiti astronomi per
costruire delle carte esatte; ed è ciò che i gesuiti hanno saputo fare di
meglio. Se si fossero limitati a misurare la Terra, non sarebbero stati
proscritti sulla Terra". (L'avventura in Estremo Oriente dei gesuiti si
concluse con una cocente sconfitta quando il Vaticano condannò la loro
tolleranza per i "riti cinesi", una liturgia troppo liberamente
adattata ai costumi del luogo). Quelle carte ebbero un ruolo cruciale in Europa.
Divennero strumenti di lavoro indispensabili nelle grandi spedizioni marittime
del Settecento. Aiutarono i mercanti inglesi, olandesi e francesi a orientarsi
nelle terre che offrivano nuove opportunità di arricchimento. Contribuirono al
dilagare di una vera e propria "sinomania", di cui sono rimaste
tracce ben visibili nel gusto rococò per le cineserie. A partire
dall'Illuminismo si diffuse nei nostri Paesi la convinzione che la Cina era una
civiltà di grande valore. Voltaire la considerava superiore nell'arte del
buongoverno, visto che l'Impero Celeste aveva creato la prima burocrazia
statale selezionata con esami di Stato, secondo criteri meritrocratici. I
capolavori della cartografia non nascono per caso, sono il frutto di un metodo
che contraddistingue i gesuiti dell'epoca. Consapevoli di avere a che fare con
una società molto avanzata, e piuttosto refrattaria al proselitismo religioso,
i missionari puntano a conquistarsi il rispetto della élite intellettuale che
governa l'impero offrendo il meglio della cultura scientifica occidentale. Al
tempo stesso fanno tesoro del patrimonio di conoscenze cinesi. Verso la
cartografia infatti i Figli del Cielo hanno un grande rispetto. La considerano
uno strumento essenziale per una buona amministrazione pubblica. Lo attesta il
Documento sui riti della dinastia Zhou: "I direttori delle regioni sono
incaricati delle carte dell'impero, sulla cui base sovrintendono alle terre dei
diversi distretti. Il geografo reale ha la responsabilità delle carte dei
circuiti provinciali. Quando l'imperatore compie un giro d'ispezione, il
geografo cavalca accanto al veicolo imperiale per fornire spiegazioni sulle
caratteristiche del Paese e sui suoi prodotti". Il pioniere Matteo Ricci è
il primo scienziato europeo a realizzare un planisfero del mondo con
spiegazioni e didascalie in lingua cinese, una svolta storica che rappresenta
un ponte fra le culture d'Occidente e d'Oriente. Dopo Ricci l'autore più
importante per la nuova visione geo-cartografica del Celeste Impero è Martino
Martini, gesuita di Trento che sbarca nella provincia dello Zhejiang nel 1643,
in un'epoca di conflitto tra le dinastie Ming e Qing. Nel
1655 fa pubblicare ad Amsterdam il Novus Atlas Sinensis: 170 pagine di testo,
17 tavole, con le coordinate di 2.100 località cinesi. è un salto formidabile
nella conoscenza della Terra di Mezzo. è Martini che corregge per la prima
volta gli errori dei cartografi europei che collocavano la Grande Muraglia e
Pechino sul 50° di latitudine nord, anziché al 39° 59'. Il Novus Atlas
Sinensis calcola le distanze tra le città cinesi con una tale precisione, che
in larga parte coincide con le mappe di oggi. L'opera di Martini confluisce poi
nell'Atlas Maior, la più grande impresa editoriale del Seicento (dodici volumi,
tremila pagine di testo e seicento tavole), strumento indispensabile per
generazioni di mercanti e viaggiatori in Estremo Oriente. è uno choc per la
coscienza europea: fa piazza pulita di tante leggende e mitologie che avevano
condizionato l'approccio alla Cina. Martini conclude il suo lavoro monumentale
solo dopo avere perlustrato personalmente diverse regioni dell'Impero Celeste.
Ma ha l'umiltà necessaria per riconoscere i suoi debiti verso le fonti locali:
"Né alcuno deve pensare che queste cose siano state partorite dal mio
cervello o addirittura inventate; infatti io dichiaro sinceramente e con
germanica onestà che ho attinto tutte queste notizie dai libri di geografia e
dalle mappe cinesi, per ciascuna provincia dai cinesi stessi decorati, composti
e stampati, che ho ancora con me, e che sono pronto a esibire davanti a
chiunque sia interessato a queste cose". La modestia - e la prudenza
diplomatica - gli consiglia di sorvolare sul fatto che la sua opera ha
rivoluzionato la visione della realtà degli stessi cinesi. Tradizionalmente
essi avevano raffigurato un mondo piatto sovrastato da un universo ricurvo. La
superiorità della Terra di Mezzo (la loro) derivava proprio dal fatto che essa
era fisicamente la più vicina alla convessità del cielo, ricavandone tutte le
influenze benefiche, mentre i barbari delle periferie non avevano questo
privilegio. L'epoca felice in cui i Figli del Cielo erano interessati al
dialogo con i gesuiti è l'ultimo periodo di feconda apertura della Cina verso
il mondo esterno. Poi verrà una lenta decadenza, alimentata da un senso di
autosufficienza e di presuntuoso disinteresse verso i progressi dell'Occidente.
Le stupende carte antiche delle Visioni del Celeste Impero - nella versione
integrale e non censurata - contraddicono la propaganda del regime comunista. A
dispetto della versione ufficiale, i confini odierni della Repubblica popolare
sono il frutto di conquiste territoriali imperialiste. Contrariamente a quel
che dicono i dirigenti attuali di Pechino, anche la Cina ha avuto un
espansionismo aggressivo e una politica di annessione di altre nazioni. Il
perimetro attuale dei suoi confini è il risultato di guerre coloniali non
diverse da quelle di cui si macchiò l'Occidente. La Repubblica popolare
racchiude dentro le sue frontiere l'ultimo impero multietnico dell'èra
contemporanea. Nella China Illustrata di Athanasius Kircher (ispirata ai lavori
di Martini) è ben visibile nel 1667 un "Tibet Regnum" separato e
indipendente. Nell'Atlas Nouveau di Guillaume Delisle del 1730 l'estensione del
Tibet è ancora più vasta, ancorché lo si chiami "Tartarie
Indépendante". Nel 1735 le ricerche dei gesuiti vengono incluse e
aggiornate in un'altra opera grandiosa, la Description géographique de l'Empire
de la Chine di Jean-Baptiste du Halde. Un'opera così voluminosa e costosa che
in Europa a quei tempi ne vengono prodotte numerose edizioni-pirata. Viene
citata nella Encyclopédie dell'Illuminismo. Servirà a guidare le missioni
diplomatiche inglesi in Cina dell'ammiraglio Anson e dell'ambasciatore
Macartney. Du Halde parla esplicitamente del "Regno del Tibet" come
di un'entità ben distinta. In questo e in molti altri atlanti fino ai primi del
Novecento appaiono come Stati indipendenti anche la Mongolia interna e il
Turkestan orientale oggi ribattezzato Xinjiang: tutti ormai ridotti al rango di
provincie della Repubblica popolare. I cui manuali di storia sono stati
opportunamente riscritti per dimostrare la continuità della Cina nelle sue
dimensioni "allargate" da tempi immemorabili. Quelle che furono
autentiche civiltà, con storie e culture ben distinte, oggi devono
accontentarsi dello statuto di minoranze etniche. A loro Pechino offre spazi
vigilati di folclore locale come fossero concessioni magnanime. La verità è
nascosta nelle carte maledette che i cinesi non possono vedere.
( da "Unita, L'" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando l'edizione
del Diritti umani, solo promesse Irene Khan * N el 1948, grazie ad una
iniziativa frutto di una straordinaria leadership, le Nazioni Unite adottarono
la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (UDHR). Oggi quella
dichiarazione altro non e' che un mucchio di promesse rimaste sulla carta che
testimoniano il tradimento di un numero incalcolabile di persone sparse in
tutto il mondo. Il Rapporto 2008 di Amnesty International traccia un quadro
desolante della situazione dei diritti umani in 150 Paesi. I civili sono
trattati come "selvaggina" dai governi e dai gruppi armati in caso di
conflitti. La violenza contro le donne e' piu' che mai diffusa in tutte le
regioni del mondo. La totale messa al bando della tortura e dei maltrattamenti
non regge alla prova dei fatti. In molti Paesi il dissenso politico viene
soffocato e giornalisti e militanti vengono aggrediti e ridotti al silenzio.
Centinaia di migliaia di rifugiati, di migranti e di esuli in cerca di asilo
sono abbandonati a se' stessi senza alcuna protezione. A dispetto di livelli di
prosperita' senza precedenti nella storia dell'uomo, milioni di persone sono in
condizioni disperate. Il mondo della finanza e delle grandi imprese per lo piu'
non si preoccupa del suo impatto sui diritti umani. A questo quadro
sconfortante dobbiamo aggiungere i diversi punti caldi per i diritti umani in
ogni angolo del pianeta: Darfur, Zimbabwe, Gaza e Birmania. E' assolutamente
chiara la necessita' di intervenire prontamente, ma dove sono la leadership e
la volonta' politica? Il 2007 e' stato caratterizzato dall'impotenza dei
governi occidentali e dell'ambivalenza o riluttanza delle potenze emergenti ad
affrontare i problemi dei diritti umani. I governi occidentali hanno perso
l'autorita' morale di campioni della difesa dei diritti umani in tutto il mondo
proprio per aver dimostrato che spesso non rispettano quegli stessi principi di
cui pretendono il rispetto dagli altri. L'amministrazione americana ha violato
i principi fondamentali di tutela dei diritti umani in nome
dell'anti-terrorismo. Centinaia di prigionieri a Guantanamo e Bagram e migliaia
in Iraq languiscono in prigione senza un capo di accusa ne' un processo. Lo
scorso luglio il presidente degli Stati Uniti ha autorizzato la CIA a
proseguire con la pratiche delle detenzioni e degli interrogatori segreti
contrari al diritto internazionale. Nell'ultimo anno sono venute alla luce
ulteriori prove sulla collusione tra Stati membri della UE e la CIA in merito
alla cattura, detenzione segreta e trasferimento illegale di prigionieri in
Paesi nei quali venivano torturati o maltrattati. Malgrado i ripetuti appelli
del Consiglio d'Europa, nessun governo europeo ha avviato una inchiesta
approfondita su questi fatti e tanto meno preso misure adeguate per impedire
che in futuro nel territorio europeo possano avere luogo cosi' palesi
violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Questi comportamenti
non hanno certo contribuito alla lotta contro il terrorismo, mentre hanno
ridotto la capacita' dei governi occidentali di influenzare il comportamento di
altri governi in materia di diritti umani. In Birmania, dove la giunta militare
ha represso violentemente dimostrazioni pacifiche guidate dai monaci, gli Stati
Uniti e l'Unione Europa hanno espresso la loro condanna in termini duri e hanno
inasprito l'embargo commerciale e sulla compravendita di armi, ma con scarse
conseguenze sulla situazione dei diritti umani in quel Paese. Anche in Darfur i
governi occidentali non hanno avuto la capacita' di incidere sulla situazione.
La rabbia internazionale e la mobilitazione dell'opinione pubblica hanno
sensibilizzato la coscienza della gente di tutto il mondo, ma le conseguenze
sulle sofferenze del popolo del Darfur sono state irrilevanti. Sia per il
Darfur che per la Birmania, il mondo si aspettava un intervento della Cina. In
quanto primo partner commerciale del Sudan e secondo della Birmania, la Cina
aveva il potere economico e politico per far sentire la sua voce. Pressata
dalla comunita' internazionale, la Cina ha preferito affrontare la situazione
del Darfur in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e ha sollecitato la
giunta militare birmana ad aprire un dialogo con le Nazioni Unite. Ma da tempo
la Cina sostiene che i diritti umani sono una questione interna degli Stati sovrani
e non un tema di politica internazionale - una posizione che asseconda gli interessi politici e commerciali della Cina. Al pari della
Cina, la Russia - altro importante attore della scena mondiale - si e' fatta
sentire assai poco sul fronte dei diritti umani. Il dissenso politico e' stato
soffocato in quanto considerato "anti- patriottico", i media
indipendenti sono stati oggetto di forti pressioni e sono state approvate leggi
che limitano la liberta' di movimento e di iniziativa delle ONG. In Cecenia
regna l'impunita' tanto che alcune vittime si sono viste costrette a cercare
giustizia presso la Corte Europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo. Mentre
l'ordine geopolitico e' soggetto a forti scosse di assestamento, le vecchie
potenze sono reticenti sulla questione dei diritti umani. Quali sono le
prospettive di una nuova leadership? Nella sua qualita' di antica democrazia
liberale con una forte tradizione nel campo dei diritti umani e con un sistema
giudiziario indipendente, l'India puo' fungere da potente modello, a condizione
di essere piu' incisiva in patria e piu' coraggiosa sulla scena internazionale
nella difesa dei diritti umani. Paesi quali il Brasile e il Messico sono stati
molti attivi nel promuovere i diritti umani sul piano internazionale, ma molto
deboli nel farli rispettare in patria. La capacita' del Sud Africa di svolgere
un ruolo guida nel campo dei diritti umani e' stata messa alla prova dalla sua
disponibilita' ad affrontare il problema dello Zimbabwe. Dal canto suo il nuovo
governo australiano si e' mostrato ansioso di avviare una nuova politica in
materia di diritti umani. La strada che ci aspetta è accidentata, ma non senza
speranze. C'è un movimento internazionale che lotta per i diritti e chiede
conto ai governi dei loro comportamenti. Alcune delle immagini del 2007 che
piu' hanno colpito la gente sono state quelle delle manifestazioni di protesta
dei monaci in Birmania, degli avvocati in Pakistan e delle militanti delle
organizzazioni femminili in Iran. In tutto il mondo quanti hanno sofferto per
il fatto che le promesse non sono state mantenute, chiedono giustizia, liberta'
e uguaglianza. Nuovi leader vengono alla ribalta in Paesi chiave del mondo.
Nuove potenze stanno emergendo sulla scena internazionale. I nuovi leader e le
nuove potenze hanno l'opportunita' senza precedenti di dare un senso nuovo alla
parola leadership. La Dichiarazione universale del diritti dell'uomo è un faro
importante oggi cosi' come lo era nel 1948. *** * Segretario generale di
Amnesty International © IPS Traduzione di Carlo Antonio Biscotto.
( da "Unita, L'" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Segue dalla Prima E cco che cosa è accaduto: militarizzazione
del territorio "per ragioni strategiche"; uso dei soldati per il
pattugliamento delle aree urbane; divieto quasi assoluto delle intercettazioni
telefoniche nelle indagini, con limiti scandalosi e risibili (interrompere dopo
tre mesi, non poterle utilizzare se si accerta un nuovo reato!) per le poche
intercettazioni possibili; impunità (ancora non si sa per che cosa) al primo ministro
garantita dal ritorno del vergognoso "lodo Schifani". Torna il
passato e torna al peggio. Rivediamolo. *** Un giorno dell'anno 2002, il
secondo anno di direzione de l'Unità rinata e rifondata (non più di partito,
non più vincolata ad alcuna ortodossia, ispirata alle battaglie
"liberal" della stampa anglosassone, pragmatica e intransigente)
direttore e il condirettore di questo nuovo corso (ovvero Antonio Padellaro e
io) si sono presentati a una assemblea di senatori Ds per spiegare perché nel
descrivere le imprese del governo Berlusconi di allora, fondato su una serie di
"leggi vergogna", di "leggi ad personam" e di progetti di
svuotamento o annullamento della seconda parte della Costituzione (in modo da
colpire, sterilizzandoli, i principi democratici fondanti della prima parte
della Costituzione, da cui nasce la nostra libertà) perché l'Unità usasse
ripetutamente e con piena convinzione la parola "regime". L'accusa
era di estremismo. Ma uno strano estremismo. Non eravamo colpevoli di squilibri
e tensioni ideologiche. Il nostro singolare e mal tollerato estremismo non si
misurava sulla causa dei lavoratori ma sulle accuse al primo ministro. Dicevamo
che godeva della speciale potenza, di una ricchezza immensa e che usava
liberamente, impunito, i vantaggi di un gigantesco
conflitto di interessi che
gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le
informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine,
passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati. Già allora
l'operare politico di Berlusconi era come una bomba a grappolo. Ogni nuovo
colpo assestato ai codici italiani portava immediate conseguenze private per il
legislatore-beneficiario, un serie di distorsioni e anomalie estranee
all'Europa nel sistema giuridico e una catena di conseguenze di fatto su
soggetti estranei, come il blocco o l'impossibilità di decine di altri processi
o la cancellazione di fatto di altre azioni penali. Ma l'accusa è rimasta, come
se si fosse trattato di un ossessione privata e personale. La frase tipica era:
dire "regime" è una sciocchezza. Un governo può essere più o meno
buono ma la nostra democrazia è intatta". Non era intatta. E ci è voluto
un referendum popolare per cancellare le gravi ferite arrecate alla
costituzione. Una legge elettorale clamorosamente antidemocratica è ancora in
vigore, e sono rimaste intatte tutte le leggi vergogna e ad personam che hanna
reso ridicola o brutta l'immagine italiana nel mondo democratico ai tempi del primo
Berlusconi. *** Ed eccoci arrivati alla nuova prova mortale a cui è sottoposta
adesso la democrazia italiana. In nome di un dialogo che - ormai deve essere
evidente ed è certo chiaro ai milioni di cittadini che hanno votato Pd - sarà
impossibile, la opposizione continua a esprimersi con i toni garbati e
rispettosi della normale vita democratica. Quei toni, quanto alle civilissime
intenzioni che esprimono, fanno onore a chi le usa. O meglio, facevano onore a
chi voleva ostinarsi a credere nella normalità, forse in base al sempre atteso
ma raro miracolo della fede che muove le montagne. Ma niente è normale nella
situazione italiana che stiamo vivendo. Tutta l'energia, la bravura tecnica e
la forza politica che ci servirebbe in un mondo attanagliato da una crisi
gravissima, per proteggere i cittadini dai danni più gravi, collaborare fra noi
e collaborare col mondo, vengono dirottati in alcune ossessioni che riguardano
esclusivamente interessi personali o politici di
alcune persone in Italia. È un delitto contro il Paese, spinto dentro strade
senza sbocco, tenuto stretto in una morsa di paura insensata. La
militarizzazione del territorio serve per coprire l'incapacità di risolvere il
problema dei rifiuti al modo facile e immediato che era stato sbandierato in
campagna elettorale. Berlusconi, incapace di capire e di risolvere la
questione, ricorre all'occupazione militare. L'invio di reparti militari armati
nelle strade delle grandi città esalta la paura, inventa una emergenza, rende
unica l'Italia in Europa (e certo i fucili spianati di soldati non addestrati
all'ordine pubblico non è un invito al turismo) e - se ci fossero i problemi
che, per fortuna non ci sono - aggraverebbe i rischi di incidenti. Comunque,
farà sparire provvisoriamente i criminali, che sanno come riorganizzarsi, e
lascerà gli immigrati isolati e spaventati a fare da esca per le ronde
militari. Bisognerà pure arrestare qualcuno. Quanto alle intercettazioni
vietate, esse stanno già raccogliendo l'opposizione netta di tutta l'Europa
libera, giornalisti, giuristi, difensori dei diritti civili. È bene annunciare
per tempo, anche in Italia, la disobbedienza civile per evitare di farsi
complici di un progetto estraneo al diritto, alla Costituzione, ai codici
europei e italiani, e al buon senso. Perché è impensabile che un governo voglia
fare sua la battaglia per creare uno scudo salva- malfattori. Ma se questo è lo
scopo, dovrà avere tutta l'opposizione che merita. Speriamo che il Partito
Democratico si renda conto che questa è la sua battaglia, pena la caduta in un
vuoto senza storia.
( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 24 del 2008-06-16
pagina 13 Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio: "Io, la bestia
strana" di Giancarlo Perna Cortese per natura, Daniele Capezzone è oggi
ancora più premuroso. È tutto un cedermi il passo, invitarmi a sedere,
sorridere aggraziato. Elegante e ben curato da anni, è addirittura da
passerella oggi nell'abito blu. In meno di due mesi dal suo ingresso nel Pdl,
l'ex segretario radicale è già il berlusconiano tipo: glamorous &
fashionable. "Sono lietissimo di vederti", dice mentre accosta la
porta della sua stanza al Velino, l'agenzia di stampa di cui è da sei mesi
socio e direttore. "Spero tu non perda la letizia nel corso
dell'intervista, furbacchione. Sei appena entrato e già sei portavoce di Fi.
Mandrake?", chiedo. "Ringrazio Berlusconi che mi ha dato
un'opportunità che mi lusinga", dice Daniele e si assesta gli occhialini
che dilatano i suoi occhioni blu. "Perché ha scelto te che fino a qualche
mese fa eri con i radicali, stretti alleati di Prodi?". "Io sono una
bestia strana. Sono un politico che si dimette. Ho lasciato Pr e presidenza
della Commissione Attività produttive quando Prodi era bene in sella. Non ho
guardato alla convenienza. Ho mollato, punto. Alle ultime elezioni non mi sono
neanche candidato", e mi guarda come se dovessi appiccicargli seduta
stante una medaglia. "Che c'entra questo con la nomina?". "Credo
che proprio questo abbia colpito il presidente. Da parte sua è stato un atto
notevole scegliere come portavoce del partito un outsider totale".
"Come ogni pupillo di Marco Pannella hai finito per litigarci. È un
Saturno che mangia i figli?". "Logoro cliché che non gli rende
giustizia. La verità è che ha commesso un drammatico errore che si chiama
Prodi-Visco. Il Pr, che aveva portato in Italia il liberismo, vota per le tasse
di Visco. Un suicidio", dice triste e reclina la testa come un fiore
appassito. Ha capelli scuri graziosamente pettinati con un ciuffetto.
"Perché hai rotto con Pannella ed Emma Bonino?". "Le asprezze
personali contano poco. È stato un dissenso politico. Da segretario pr mi sono
battuto anni per la riduzione di tasse e spese. Loro, invece, hanno sostenuto
con la prima Finanziaria di Prodi l'aumento delle tasse, con la seconda
l'aumento delle spese. E io ho fatto fagotto". "Una volta radicali,
sempre radicali?". "Oggi, i radicali sono allo sbando. Politicamente,
se la intendono con Folena e altri avanzi comunisti e verdi. Elettoralmente,
alle Comunali di Roma hanno preso lo 0,6, meno della lista "Under 30"
di Rutelli, un po' più delle liste "Forza Roma" e "Avanti
Lazio". Mi dispiace". "Pannella non se ne accorge?", chiedo
e giro gli occhi sulla stanza ipermoderna. Tavolo di vetro, tre gigantografie
di grattacieli newyorkesi, vista sul Quirinale. "Nel suo intimo sa di
avere sbagliato tanto. Comunque, auguri". "Bonino?". "Al
Senato ha votato contro il decreto sul prestito Alitalia. Era lo stesso
prestito deciso da Prodi e da lei votato al Consiglio dei ministri", dice
sarcastico. "Non puoi sfilarti. Eri tu il segretario pr quando, nel 2006,
decideste l'alleanza con Prodi", gli ricordo. "Purtroppo, fallì
l'intesa col centrodestra. Me ne dolsi. Così, andammo alle elezioni con Prodi,
ma in autonomia. Dovevamo giudicarlo da ciò che avrebbe fatto. Di colpo,
invece, ci siamo totalmente appiattiti". "Mantieni le tue amicizie
tra i radicali, per esempio con Massimo Bordin, il direttore di Radio
Radicale?". "Ho tantissimi amici in giro per l'Italia. Di Bordin non
parlo". "Ma ti difese quando Pannella volle radiarti dalla
radio!". "Poi, ha scelto di conservare la direzione. Auguri anche a
lui". "Pannella da vicino?". "Pirandellianamente ci sono
tanti Pannella quanto lui sceglie che ce ne siano. In questi due anni, non c'è
stato il Pannella migliore". "È autolesionista?". "Gli
succede quello che accade in tante piccole aziende. Il fondatore ha paura di
farle crescere e diffida dell'ingresso di nuovi soci. Per le stesse ragioni,
Marco mette a rischio la sua impresa e la sua storia".
"Bonino?". "Ha scelto di non osare. Al netto dei suoi prestigiosi
incarichi (è vicepresidente del Senato, ndr), il suo profilo è oggi chiaramente
scolorito". "Come tanti - da Rutelli a Giovanni Negri - anche tu hai
lasciato gli studi a metà, fagocitato in tenera età da Marco", stuzzico.
"Io sono un ragazzo fortunato che a 35 anni ha potuto fare tantissime cose
anche grazie al Pr. Ho imparato che la ruota gira. A volte ti telefonano ogni
due minuti, altre non ti si fila nessuno. Importante è restare sereni e fare
ciò in cui si crede". "Si dice che i pupilli di Marco siano anche i
suoi amasi. Tu lo sei stato?". "No", replica e mi fissa duro, ma
senza rossori né imbarazzo. Oggi sei col Cav che hai spesso insultato. Con che
faccia? "Berlusconi è stato il primo a sorridere affettuosamente di
qualche battuta birichina che ho fatto su di lui in passato". Hai detto di
lui: "Ha una visione clerico-fascista su divorzio e droga". Il Cav è
clerico-fascista? "Al contrario. Berlusconi ha tenuto un ammirevole
equilibrio tra il rispetto della sensibilità religiosa e la necessaria laicità
dello Stato". Che pensi dell'uso di droga? "Non la consumo. Ma il
proibizionismo non è la soluzione. Per mettere d'accordo proibizionisti e anti,
è necessaria una grande campagna informativa sui rischi dell'uso e dell'abuso
di droga". Sempre del Cav hai detto: "Quando è entrato in politica
aveva cinque miliardi di debiti, oggi ha 29 miliardi di attivo",
sottintendendo maneggi. "Maneggi, lo dice lei. Obiettivamente, si è
trattato di una gestione di straordinaria efficacia. I retro pensieri li lascio
ai malpensanti come lei". Fai pure l'offeso, sbarbatello. Io continuo col
tu. Tu svicoli. Se accusi uno di guadagnare con la politica, gatta ci cova. O
no? "Non svicolo. Capisco però che gli oppositori di Berlusconi possano
ricamare sulla variazione in positivo. Ma non va dimenticato che qualcuno -
vedi Di Pietro - voleva sfasciare lui e Mediaset. Bene che non ci sia riuscito
e che l'Italia abbia guadagnato un politico liberale in campo". Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché
ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al
Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con
chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle
tasse". Da liberista, ti fidi del neo statalista Tremonti?
"L'esordio è eccellente. Via l'Ici e detassazione degli straordinari.
Visco appartiene a un'altra era". Sei stato tra i paladini dell'indulto.
Vari, usciti di galera grazie a te, hanno ucciso e stuprato. "È stata una
battaglia giusta, gestita tafazzianamente da Prodi. Così, una buona intenzione
si è risolta malamente". D'accordo con l'introduzione del reato di
clandestinità? "L'Italia appare tuttora un posto dove chiunque può
arrivare e fare qualunque cosa. Serve un segnale. Reato o no, il governo ha
dato una svolta". Limitare le intercettazioni è un regalo ai delinquenti?
"Lo dicono solo Di Pietro e i suoi. Per caso, il suo obiettivo è
intercettare il cento per cento delle telefonate del cento per cento degli italiani?"
Le toghe napoletane che, all'indomani della nomina del sottosegretario ai
rifiuti, gli hanno arrestato lo staff? "Mi hanno preoccupato. Vorrei la
collaborazione di tutti con gli sforzi di Berlusconi. Bene ha fatto il premier
a difendere i suoi incaricati, subito e pubblicamente. Erano nel mirino".
Una volta ti dissi che quello dei radicali schierati a sinistra era un
tradimento. Hai risposto: "Questo film del tradimento dove lo
danno?". Lo fu o no? "Riconosco che il film è stato effettivamente
trasmesso. Ma successivamente al nostro colloquio. Di qui, la mia uscita dalla
sala cinematografica". Quando tu flirtavi con Prodi stavano già col Cav
tre radicali coi fiocchi: Calderisi, Della Vedova, Taradash. Spocchiosamente
hai detto: "Auguro loro di portare nella Cdl il liberalismo che noi
porteremo nel centrosinistra". Lo ridiresti? "Loro hanno davvero
centrato l'obiettivo. Io ci ho provato, ma sono stato lasciato solo. Ne ho
tratte le conseguenze". In passato, hai sempre escluso di sposarti. Ora?
"Mai dire mai. Però, lavoro 20 ore il giorno. Non è onesto fare progetti
che rischierebbero di essere troppo fragili". La fine dei rossi rossi?
"Loro dicono che il Paese non li ha capiti. Penso invece che li abbia
capiti benissimo: no Tav, no Ponte... No tutto. E il Paese vuole invece dire
sì". La pax Cav-Veltroni? "Berlusconi fa bene a cercare di salvare il
soldato Veltroni. L'Italia vuole il bipartitismo. Guai se dallo sfascio del Pd
tornasse il festival dei nanetti. Però Veltroni si sta facendo fagocitare da Di
Pietro e mi lascia allibito". Facendo il portavoce hai messo una pietra
sopra a ogni velleità di critica. Zitto e cuccia per cinque anni? "Spero,
nel mio piccolo, di favorire la maggioranza dicendo cose utili, liberali, non
scontate". Qual è il tuo futuro, giovanotto? "Ho scommesso sul Pdl.
Se va bene, magari, mi sposo". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G.
Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 24 del 2008-06-16
pagina 0 Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio di Giancarlo Perna A 28 anni
era segretario dei Radicali. Deluso dall'abbraccio con Prodi, ora è portavoce
di Forza Italia: "Scommetto sul Pdl. Se va bene mi sposo". E su
Pannella: "Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto" Cortese per
natura, Daniele Capezzone è oggi ancora più premuroso. è tutto un cedermi il
passo, invitarmi a sedere, sorridere aggraziato. Elegante e ben curato da anni,
è addirittura da passerella oggi nell'abito blu. In meno di due mesi dal suo
ingresso nel Pdl, l'ex segretario radicale è già il berlusconiano tipo:
glamorous & fashionable. "Sono lietissimo di vederti", dice
mentre accosta la porta della sua stanza al Velino, l'agenzia di stampa di cui
è da sei mesi socio e direttore. "Spero tu non perda la letizia nel corso
dell'intervista, furbacchione. Sei appena entrato e già sei portavoce di Fi.
Mandrake?", chiedo. "Ringrazio Berlusconi che mi ha dato
un'opportunità che mi lusinga", dice Daniele e si assesta gli occhialini
che dilatano i suoi occhioni blu. "Perché ha scelto te che fino a qualche
mese fa eri con i radicali, stretti alleati di Prodi?". "Io sono una
bestia strana. Sono un politico che si dimette. Ho lasciato Pr e presidenza
della Commissione Attività produttive quando Prodi era bene in sella. Non ho
guardato alla convenienza. Ho mollato, punto. Alle ultime elezioni non mi sono
neanche candidato", e mi guarda come se dovessi appiccicargli seduta
stante una medaglia. "Che c'entra questo con la nomina?". "Credo
che proprio questo abbia colpito il presidente. Da parte sua è stato un atto
notevole scegliere come portavoce del partito un outsider totale".
"Come ogni pupillo di Marco Pannella hai finito per litigarci. è un
Saturno che mangia i figli?". "Logoro cliché che non gli rende
giustizia. La verità è che ha commesso un drammatico errore che si chiama
Prodi-Visco. Il Pr, che aveva portato in Italia il liberismo, vota per le tasse
di Visco. Un suicidio", dice triste e reclina la testa come un fiore
appassito. Ha capelli scuri graziosamente pettinati con un ciuffetto.
"Perché hai rotto con Pannella ed Emma Bonino?". "Le asprezze
personali contano poco. è stato un dissenso politico. Da segretario pr mi sono
battuto anni per la riduzione di tasse e spese. Loro, invece, hanno sostenuto
con la prima Finanziaria di Prodi l'aumento delle tasse, con la seconda
l'aumento delle spese. E io ho fatto fagotto". "Una volta radicali,
sempre radicali?". "Oggi, i radicali sono allo sbando. Politicamente,
se la intendono con Folena e altri avanzi comunisti e verdi. Elettoralmente,
alle Comunali di Roma hanno preso lo 0,6, meno della lista “Under 30” di
Rutelli, un po' più delle liste “Forza Roma” e “Avanti Lazio”. Mi
dispiace". "Pannella non se ne accorge?", chiedo e giro gli
occhi sulla stanza ipermoderna. Tavolo di vetro, tre gigantografie di grattacieli
newyorkesi, vista sul Quirinale. "Nel suo intimo sa di avere sbagliato
tanto. Comunque, auguri". "Bonino?". "Al Senato ha votato
contro il decreto sul prestito Alitalia. Era lo stesso prestito deciso da Prodi
e da lei votato al Consiglio dei ministri", dice sarcastico. "Non
puoi sfilarti. Eri tu il segretario pr quando, nel 2006, decideste l'alleanza
con Prodi", gli ricordo. "Purtroppo, fallì l'intesa col centrodestra.
Me ne dolsi. Così, andammo alle elezioni con Prodi, ma in autonomia. Dovevamo
giudicarlo da ciò che avrebbe fatto. Di colpo, invece, ci siamo totalmente
appiattiti". "Mantieni le tue amicizie tra i radicali, per esempio
con Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale?". "Ho tantissimi
amici in giro per l'Italia. Di Bordin non parlo". "Ma ti difese quando
Pannella volle radiarti dalla radio!". "Poi, ha scelto di conservare
la direzione. Auguri anche a lui". "Pannella da vicino?".
"Pirandellianamente ci sono tanti Pannella quanto lui sceglie che ce ne
siano. In questi due anni, non c'è stato il Pannella migliore". "è
autolesionista?". "Gli succede quello che accade in tante piccole
aziende. Il fondatore ha paura di farle crescere e diffida dell'ingresso di
nuovi soci. Per le stesse ragioni, Marco mette a rischio la sua impresa e la sua
storia". "Bonino?". "Ha scelto di non osare. Al netto dei
suoi prestigiosi incarichi (è vicepresidente del Senato, ndr), il suo profilo è
oggi chiaramente scolorito". "Come tanti – da Rutelli a Giovanni
Negri – anche tu hai lasciato gli studi a metà, fagocitato in tenera età da
Marco", stuzzico. "Io sono un ragazzo fortunato che a 35 anni ha
potuto fare tantissime cose anche grazie al Pr. Ho imparato che la ruota gira.
A volte ti telefonano ogni due minuti, altre non ti si fila nessuno. Importante
è restare sereni e fare ciò in cui si crede". "Si dice che i pupilli
di Marco siano anche i suoi amasi. Tu lo sei stato?". "No",
replica e mi fissa duro, ma senza rossori né imbarazzo. Oggi sei col Cav che
hai spesso insultato. Con che faccia? "Berlusconi è stato il primo a
sorridere affettuosamente di qualche battuta birichina che ho fatto su di lui
in passato". Hai detto di lui: "Ha una visione clerico-fascista su
divorzio e droga". Il Cav è clerico-fascista? "Al contrario.
Berlusconi ha tenuto un ammirevole equilibrio tra il rispetto della sensibilità
religiosa e la necessaria laicità dello Stato". Che pensi dell'uso di
droga? "Non la consumo. Ma il proibizionismo non è la soluzione. Per
mettere d'accordo proibizionisti e anti, è necessaria una grande campagna
informativa sui rischi dell'uso e dell'abuso di droga". Sempre del Cav hai
detto: "Quando è entrato in politica aveva cinque miliardi di debiti, oggi
ha 29 miliardi di attivo", sottintendendo maneggi. "Maneggi, lo dice
lei. Obiettivamente, si è trattato di una gestione di straordinaria efficacia.
I retro pensieri li lascio ai malpensanti come lei". Fai pure l'offeso,
sbarbatello. Io continuo col tu. Tu svicoli. Se accusi uno di guadagnare con la
politica, gatta ci cova. O no? "Non svicolo. Capisco però che gli oppositori
di Berlusconi possano ricamare sulla variazione in positivo. Ma non va
dimenticato che qualcuno – vedi Di Pietro – voleva sfasciare lui e Mediaset.
Bene che non ci sia riuscito e che l'Italia abbia guadagnato un politico
liberale in campo". Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa
che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà
per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale
opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia
liberale e della riduzione delle tasse". Da liberista, ti fidi del
neo statalista Tremonti? "L'esordio è eccellente. Via l'Ici e detassazione
degli straordinari. Visco appartiene a un'altra era". Sei stato tra i
paladini dell'indulto. Vari, usciti di galera grazie a te, hanno ucciso e
stuprato. "è stata una battaglia giusta, gestita tafazzianamente da Prodi.
Così, una buona intenzione si è risolta malamente". D'accordo con
l'introduzione del reato di clandestinità? "L'Italia appare tuttora un
posto dove chiunque può arrivare e fare qualunque cosa. Serve un segnale. Reato
o no, il governo ha dato una svolta". Limitare le intercettazioni è un
regalo ai delinquenti? "Lo dicono solo Di Pietro e i suoi. Per caso, il
suo obiettivo è intercettare il cento per cento delle telefonate del cento per
cento degli italiani?" Le toghe napoletane che, all'indomani della nomina
del sottosegretario ai rifiuti, gli hanno arrestato lo staff? "Mi hanno
preoccupato. Vorrei la collaborazione di tutti con gli sforzi di Berlusconi.
Bene ha fatto il premier a difendere i suoi incaricati, subito e pubblicamente.
Erano nel mirino". Una volta ti dissi che quello dei radicali schierati a
sinistra era un tradimento. Hai risposto: "Questo film del tradimento dove
lo danno?". Lo fu o no? "Riconosco che il film è stato effettivamente
trasmesso. Ma successivamente al nostro colloquio. Di qui, la mia uscita dalla
sala cinematografica". Quando tu flirtavi con Prodi stavano già col Cav
tre radicali coi fiocchi: Calderisi, Della Vedova, Taradash. Spocchiosamente
hai detto: "Auguro loro di portare nella Cdl il liberalismo che noi
porteremo nel centrosinistra". Lo ridiresti? "Loro hanno davvero
centrato l'obiettivo. Io ci ho provato, ma sono stato lasciato solo. Ne ho
tratte le conseguenze". In passato, hai sempre escluso di sposarti. Ora?
"Mai dire mai. Però, lavoro 20 ore il giorno. Non è onesto fare progetti
che rischierebbero di essere troppo fragili". La fine dei rossi rossi?
"Loro dicono che il Paese non li ha capiti. Penso invece che li abbia
capiti benissimo: no Tav, no Ponte... No tutto. E il Paese vuole invece dire
sì". La pax Cav-Veltroni? "Berlusconi fa bene a cercare di salvare il
soldato Veltroni. L'Italia vuole il bipartitismo. Guai se dallo sfascio del Pd
tornasse il festival dei nanetti. Però Veltroni si sta facendo fagocitare da Di
Pietro e mi lascia allibito". Facendo il portavoce hai messo una pietra
sopra a ogni velleità di critica. Zitto e cuccia per cinque anni? "Spero,
nel mio piccolo, di favorire la maggioranza dicendo cose utili, liberali, non
scontate". Qual è il tuo futuro, giovanotto? "Ho scommesso sul Pdl.
Se va bene, magari, mi sposo". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G.
Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Economia La stretta
Ue sulle agenzie di rating McCreevy: "Sui subprime hanno fallito, ora
vanno controllate" ALBERTO D'ARGENIO BRUXELLES - è in arrivo la stretta Ue
sulle agenzie di rating, le società come Fitch, Standard and Poor's e Moody's
chiamate a giudicare i bilanci di aziende e Stati certificandone l'affidabilità
nel rimborsare gli investitori. Presto, dunque, i controllori saranno
controllati da una apposita autorità europea. O per lo meno è quanto intende
proporre il commissario Ue al mercato interno, Charlie McCreevy, tenendo fede
alle promesse fatte all'indomani della crisi dei mutui subprime quando, per colpa di un conflitto di interessi, le agenzie hanno promosso i prodotti finanziari che poi hanno
portato al collasso del credito mondiale. Un caso che non si deve più
riproporre. Il commissario irlandese ha parlato da Dublino, capitale ancora
sotto shock per la bocciatura al nuovo trattato Ue che rischia di mandare in
tilt l'Europa a 27. Ma si riparte, e ogni responsabile Ue nel suo
settore cerca di ricordare che Bruxelles è in grado di incidere positivamente
sulla vita dei cittadini. Da qui la proposta di McCreevy su un settore che i
suoi esperti hanno passato al setaccio dalla scorsa estate. Tra qualche mese,
ha annunciato, presenteremo misure di regolazione "mirate". Anzitutto
si prevede l'istituzione di un'Authority europea con un ruolo di supervisione
esterna sull'operato delle agenzie. Una necessità visto che, ha sottolineato
McCreevy, "nonostante i controlli sul rispetto dell'attuale codice delle
agenzie (Iosco), in occasione della crisi dei suprime nessun supervisore è
riuscito ad andare al di là di una semplice annusata del marcio che c'era nel
cuore del processo di valutazione della finanza strutturata". E anche i
codici di condotta autonomi si sono dimostrati insufficienti per evitare che la
crisi partita dagli Stati Uniti si propagasse in Europa. Il piano di McCreevy
prevede dunque di assoggettare le agenzie a un sistema di registrazione a
livello europeo, di rafforzare la loro sorveglianza e riformarne la governance,
probabilmente con quel regolatore europeo addetto alla vigilanza e alla
supervisione proposto a suo tempo da Christine Lagarde, ministro dell'Economia
della Francia. Paese che, insieme alla Germania, è grande sponsor della
regolamentazione del settore. E l'idea dovrebbe essere rilanciata proprio in
occasione della prossima riunione dei ministri delle finanze Ue (Ecofin) dell'8
luglio in attesa della proposta ufficiale della Commissione. Ad ogni modo lo
schema tracciato da McCreevy non prevede una valutazione specifica dei singoli
casi, bensì una supervisione esterna di strategie e procedure degli istituti di
rating con la creazione di quelle che sono già state ribattezzate
"muraglie cinesi" contro i conflitti di interesse. Una serie di
contromisure che, ha garantito il commissario Ue, saranno definite nel dialogo
"tra pari" in corso con Usa, Russia, India e Cina. Proprio negli Usa
nei giorni scorsi la Sec, regolatore dei listini americani, ha proposto una
riforma del settore proprio con l'intento di mettere fine al conflitto di interessi proibendo alle agenzie di valutare un pacchetto
finanziario che hanno partecipato a creare, esattamente l'anello debole nella
catena che ha permesso il terremoto subprime.
( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Non cadremo nel
bluff il Cavaliere rispetti la Carta costituzionale ANNA FINOCCHIARO LUIGI
ZANDA Caro direttore, gli italiani hanno diritto di sapere se il tono e i
contenuti del discorso programmatico del 13 maggio sulla base del quale
Berlusconi ha ottenuto la fiducia fossero sinceri, segno di un radicale
cambiamento rispetto alla politica che tanti danni ha portato all'Italia dal
2001 al 2006. Berlusconi ha solennemente ricordato che in questa legislatura
serve una "volontà comune" per realizzare modifiche istituzionali
"condivise da una larga maggioranza". A trenta giorni da quel
discorso gli italiani si chiedono cosa realmente Berlusconi volesse dire. La
risposta a questa domanda può servire ad impedire che la vita politica del
nostro Paese venga inquinata da un equivoco spaventoso che, se non venisse
chiarito, potrebbe produrre una quantità tale di veleno da farci molto male. Il
Pd sente fortemente la responsabilità di dover contribuire a cambiare il Paese
e vuole che questo avvenga con lo stesso spirito di attenzione al bene comune
che l'Italia ha conosciuto ai tempi della Costituente o della lotta la
terrorismo. Ma il Pd sa anche che questa prospettiva positiva è solo in minima
parte nelle sue mani. In una democrazia a condurre il gioco non può che essere
la maggioranza parlamentare. Noi crediamo che il dialogo sia necessario. Siamo
convinti di questa scelta, pensiamo che essa sia utile all'Italia, al suo
sistema politico, al suo fragile bipolarismo e alla sua democrazia. Ma perché
la stagione del dialogo possa realmente cominciare, perché svanisca ogni paura
di fraintendimento, servono condizioni di grande sostanza politica. La prima
riguarda il contenuto e la natura delle iniziative che il governo sottopone al
Parlamento. Se c'è una reale volontà di promuovere rapporti veramente nuovi tra
centrodestra e centrosinistra è necessario che il governo si impegni a non
presentare più norme ad personam, che violino i principi
del conflitto di interessi,
che ledano lo stato di diritto e la separazione dei poteri, che sconvolgano gli
assetti istituzionali, che accentuino le disuguaglianze sociali, che, in una
parola, non tengano conto dell'interesse generale del Paese. é per questo che
il Pd ha considerato egualmente gravi sia la previsione,
incostituzionale, di un'aggravante penale non collegata alla pericolosità della
persona ma alla sua condizione oggettiva, sia l'ipotesi di utilizzo di militari
per compiti di pubblica sicurezza. L'altra condizione riguarda la conformità
delle proposte governative alla Costituzione, alle normative europee e ai
Trattati internazionali. Se vogliamo veramente il dialogo, se non stiamo
bluffando, questo è un punto su cui dobbiamo essere molto chiari. Forzature
sulla costituzionalità delle leggi non solo non possono essere oggetto di
trattativa, ma se continueranno a venir tentate (per di più nella subdola forma
dell'emendamento al decreto legge) avremmo una rottura unilaterale di quel
nuovo stile politico che Berlusconi ha detto di volere. Ebbene, ieri in Senato
sono stati presentati dal Pdl emendamenti al decreto sicurezza che riguardano
la sospensione dei processi per reati commessi fino al 30 giugno 2002,
l'indicazione dei reati che la magistratura deve prioritariamente perseguire e
altre norme che con il tema della sicurezza c'entrano ben poco. In più si
annuncia un provvedimento che resusciterebbe il "lodo Schifani". Sono
norme che il Pd, la giustizia e la democrazia italiana non possono accettare.
Non solo per la loro incostituzionalità palese e la loro inammissibilità in
quanto estranee alla materia del decreto. Ma anche perchè queste misure sarebbero
la pietra tombale di quel "dialogo" che stava alla base del discorso
con il quale Berlusconi ha chiesto la fiducia. gli autori sono capogruppo e
vicecapogruppo del Pd al Senato.
( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Cultura Intervista/
Il maestro riceverà a Roma il premio Colomba d'oro daniel Barenboim dialogare
in musica PAOLA ZONCA I l premio che riceverà il 23 giugno a Roma, assegnato
dall'Archivio Disarmo per la pace (la giuria è presieduta da Rita Levi
Montalcini), ha un nome bello e simbolico: Colomba d'oro. Ma il vincitore non è
un politico e nemmeno una personalità impegnata nella lotta contro la pena di
morte. è un musicista, uno dei più bravi del mondo. Daniel Barenboim, nato nel
1942 a Buenos Aires da genitori ebrei russi che si sono trasferiti in Israele
nel 1952, non è solo un grande pianista e direttore. Da almeno dieci anni,
sfidando le accuse di molti compatrioti, si dedica a un'impresa difficilissima:
aiutare i palestinesi a migliorare le loro condizioni di vita. Ha fondato con
l'intellettuale palestinese Edward Said la West-Eastern Divan Orchestra, dove
suonano fianco a fianco professori arabi ed ebrei, ed è stato il primo
cittadino israeliano ad accettare il passaporto palestinese. Lui, però, si
schermisce: "Sono molto onorato, ma quello che riceverò non lo giudico un
premio per la pace. Piuttosto un premio contro l'ignoranza e per il coraggio di
dire la verità". Maestro, perché trova esagerata la definizione di
"uomo di pace"? "Perché io non lavoro per la pace, non è falsa
modestia. C'è bisogno di altri strumenti, che non ho a disposizione. Io voglio
solo far capire che, in Medio Oriente, si sta percorrendo una strada falsa. è
come se un medico curasse il paziente per una malattia collaterale, non per
quella principale". E dove sta la verità? "Il
conflitto tra israeliani e palestinesi non è politico, e nemmeno militare. Una
guerra può scoppiare tra due nazioni che si contendono l'acqua, il petrolio: si
combatte, poi finisce e basta. Questo, invece, è un conflitto umano tra due
popoli che dura da decenni. Due popoli che sono certi di avere un
diritto storico, filosofico, esistenziale, di vivere sulla stessa terra. Per
questo motivo la soluzione non può essere militare: ebrei e palestinesi sono
condannati a vivere insieme, inestricabilmente". Cosa dovrebbe succedere
perché cessino le ostilità? "Entrambe le parti devono riconoscere di aver
sbagliato, e non incolparsi a vicenda. Israele deve avere il coraggio di
aiutare il popolo palestinese, condannato a vivere in baraccopoli e ad
accettare standard inferiori di educazione e assistenza medica, invece di
ricevere dalle forze di occupazione condizioni di vita decorose. I palestinesi
devono capire che la violenza è inaccettabile, anche se la considerano una
reazione contro l'occupazione. Anch'io sono contro l'occupazione, ma penso che
dovrebbero optare per una forma di resistenza non violenta: usare tutti i mezzi
possibili (dimostrazioni, proteste), ma non uccidere donne e bambini. Purtroppo
non c'è nessun partito, né israeliano né palestinese, che la pensa come
me". Tornando alla musica: non crede che possa fare qualcosa per la pace?
"La musica non può cambiare il mondo, però è la dimostrazione che una
convivenza è possibile, e può aiutare a capire il mondo. In un dialogo tra due
persone, si aspetta che l'altro abbia finito di parlare prima di rispondere. In
musica due voci dialogano nello stesso tempo, ognuna si esprime nella forma più
piena e contemporaneamente ascolta l'altra. Ecco, i politici dovrebbero
imparare dalla musica. Quello che dovrebbero fare in Israele è dar spazio agli interessi veri dei cittadini, anche dei palestinesi,
coinvolgendoli in comuni progetti culturali, scientifici, artistici". Lei
ha detto di riporre speranza in Barack Obama, che ora però difende la politica
di Israele. "Se sarà eletto, avrà una chance di cambiare la politica
estera americana. Barack deve riuscire a influenzare il Barak israeliano.
Israele dimostra di non avere una visione lungimirante quando si appoggia
esclusivamente sugli Stati Uniti per la sua sicurezza. L'egemonia dell'America
sta diminuendo. Tra trent'anni conteranno di più Pechino e New Delhi. E non
capisco nemmeno la lobby ebraica americana: se hanno tanto a cuore Israele,
perché non vanno a viverci? Oppure, perché non lavorano per influenzare il
governo degli Stati Uniti?". Le sue opinioni sono note: ha l'impressione
che cadano nel vuoto o che vengano ascoltate? "Non ho la pretesa di
influenzare i governanti: il dovere di un intellettuale è dire quello che
pensa. Il politico ha il compito di cercare il compromesso, l'artista no. E io preferisco
non avere il potere, per potermi esprimere con sincerità. Parlo soltanto per
necessità interiore, perché questa situazione mi fa male, ogni giorno di
più". Al termine dei concerti che fa in giro per il mondo, c'è chi le
esprime solidarietà? "In tanti vengono in camerino e mi dicono: sono
d'accordo con lei. Dalle persone comuni ai politici. Ad esempio, sono molto in
sintonia con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ho l'appoggio
di Kofi Annan, di Zapatero e del precedente premier spagnolo Gonzales, di cui
sono amico personale. Angela Merkel mi scrive spesso, ora ha dato il patrocinio
a un concerto della Divan a Berlino. Sono in contatto con intellettuali e
scrittori israeliani. David Grossman verrà a stare due giorni con l'Orchestra Divan.
Però ricevo anche lettere terribili, in cui mi accusano di essere un traditore,
senza altre argomentazioni". Cosa pensa della richiesta del capo della
comunità ebraica tedesca di ripubblicare Mein Kampf, il manifesto politico-
ideologico di Hitler? "è un libro spaventoso, ma l'essere umano ha un
grande difetto: attribuire la responsabilità e la colpa agli oggetti, invece di
prenderla su di sé. Un coltello non ha una moralità. è uno strumento con cui
posso uccidere, ma anche tagliare il pane e darlo a chi ne ha bisogno. La
conoscenza può essere solo positiva, non bisogna averne paura. è giusto farlo
leggere ai giovani perché non prendano sul serio l'assurdità e la crudeltà di
quelle parole".
( da "Stampa, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Federico Geremicca
RIECCOLO Auspicata dai fan della politica tutta muscoli e polemiche, temuta -
al contrario - da chi ritiene che da una dialettica civile il Paese abbia solo
da guadagnare, la "grande gelata" sul tanto discusso dialogo tra
governo e opposizione sembra esser arrivata: in controtendenza rispetto alla
stagione calda e, naturalmente, sul terreno dell'amministrazione della giustizia.
Anzi, per esser più precisi, dei rapporti tra il premier e la giustizia. A far
da detonatore sono stati un paio di emendamenti presentati dalla maggioranza al
decreto sicurezza con i quali - in ragione della necessità di accelerare i
procedimenti per i reati più gravi o ad alto allarme sociale - viene ordinato
ai giudici di dare "precedenza assoluta" appunto a questo tipo di
processi (con pene superiori a dieci anni e per delitti commessi dalla
criminalità organizzata) e di sospendere per un anno i dibattimenti relativi a
reati commessi prima del giugno 2002. Nella casistica rientra anche un processo
(il cosiddetto processo Mills) che vede imputato per appropriazione indebita,
frode fiscale e falso in bilancio, il premier in carica. La circostanza ha
scatenato le durissime proteste dell'opposizione ("Così la tela del
dialogo si strappa", ha annunciato Veltroni) e riportato, con un doppio
salto mortale all'indietro, toni e argomenti dello scontro politico al clima di
una decina di anni fa. "Berlusconi è allergico alla giustizia - ha tuonato
Di Pietro -. Non vuole che sia applicata a sé la legge che vale per
tutti". E il premier ha reagito annunciando di voler ricusare il collegio
che lo sta giudicando e puntando l'indice contro magistrati che utilizzano
"la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportati da un
Tribunale anch'esso politicizzato". Provando a separare i fatti dalla
propaganda, ci si può qui limitare a due constatazioni. La prima, richiama
l'oggettiva necessità di disciplinare in maniera più efficace e aderente al
crescente allarme sociale, tempistica e esecuzione dell'azione giudiziaria:
l'idea, dunque, che alcuni processi possano godere di una sorta di "corsia
preferenziale" rispetto ad altri, non è sbagliata. La seconda, al contrario,
sottolinea un errore di fondo: e cioè che sia la politica - e per di più per
decreto, e senza alcuna consultazione dei vertici della magistratura - a
decidere quali, per quale specie di reato e a partire da quando alcuni processi
vadano accelerati, altri rallentati e altri ancora addirittura sospesi (fino a
determinare, nel secondo e nel terzo caso, una sorta di maxi-amnistia non
dichiarata). Questo per stare alla forma del problema. Volendo invece andare
più concretamente alla sostanza, non si può non vedere come torni nuovamente
alla ribalta quella sorta di "doppio conflitto di interessi" (in materia di tv e di
giustizia) che condiziona e appesantisce l'azione di Silvio Berlusconi fin dal
giorno della sua "discesa in campo". Già solo in queste poche settimane
di avvio legislatura il conflitto è tornato a manifestarsi due volte: prima a
proposito dei destini di Retequattro (una delle tv del premier) e oggi
intorno alla sorte di un processo che lo riguarda. E conta onestamente poco -
se non ai fini del clima generale - che a Walter Veltroni non sia quasi parso
vero poter approfittare del doppio scivolone del premier per alzare i toni
della polemica, annunciare che "la tela si strappa" e tirarsi così
fuori dalle secche delle difficoltà che il bon ton ed il dialogo con Berlusconi
gli hanno creato sia nel Pd sia presso il suo stesso elettorato. Stando così le
cose, è dunque possibile che la tanto discussa "luna di miele" tra il
governo, l'opposizione e il Paese sia già davvero finita, in anticipo rispetto
anche alle più pessimistiche previsioni. È evidente che, giunti a questo punto,
un solo atto potrebbe permetterne la prosecuzione: il ritiro o la profonda
modifica delle norme appena annunciate. La settimana scorsa, a proposito di
intercettazioni telefoniche, su richiesta della Lega e per fugare ogni dubbio
che il provvedimento potesse frenare le indagini in materia di corruzione,
questo tipo di reato (inizialmente escluso) fu inserito nella casistica di
quelli per i quali è possibile procedere ad intercettazioni. La correzione fu
applaudita, anche dall'opposizione. Ecco: se le norme proposte ieri in materia
di processi sono state pensate guardando solo agli interessi
dei cittadini e di un miglior funzionamento della macchina giudiziaria, si
segua quell'esempio e le si modifichino in maniera tale da escludere da
privilegi le pendenze del presidente del Consiglio. Sembra questa l'unica via
per fugare ogni sospetto e riaprire la strada del dialogo. Ammesso che,
naturalmente, sia davvero un confronto civile ciò che vogliono sul serio tanto
il premier - ormai saldamente al governo - che Walter Veltroni, alle prese con
la costruzione di una solida opposizione.
( da "Stampa, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
SANT'AMBROGIO IL
SINDACO MINACCIA DI QUERELARE UN CONSIGLIERE Approvata in piena bagarre la
variante al piano regolatore [FIRMA]GIUSEPPE MARITANO SANT'AMBROGIO Approvato
in via definitiva il progetto della variante al piano regolatore della città.
Lo studio ha avuto un iter particolare, perché molti consiglieri hanno dovuto
abbandonare l'aula per il conflitto di interessi. Ci sono stati anche momenti
di tensione, tanto che alla fine il primo cittadino ha dichiarato che avrebbe
querelato Dario Fracchia (minoranza) per le dichiarazioni apparse su di un
giornale locale. Il primo cittadino Bruno Allegro sostiene che è stato fatto un
attento esame idrogeologico dell'intero territorio e ogni rischio è stato
valutato. L'amministrazione deve procedere con l'approvazione del
documento. "Dobbiamo accelerare i tempi - dice il sindaco - perché ormai è
di estrema importanza per i cittadini. Questo è un progetto valido e se si vota
contro, vuol dire che esiste un preconcetto o è una questione politica. Ognuno
deve però assumersi le proprie responsabilità". Il capo gruppo di
"Progetto e Persone", Renzo Bianco, ha dovuto abbandonare l'aula per
la parentela con alcuni proprietari dei terreni interessati dal provvedimento;
mentre Paolo Tonasso (Lega Nord) ha votato contro mettendo in evidenza la
questione delle scuole: "il sindaco aveva promesso l'inserimento di un
nuovo polo scolastico, ma non è stato fatto nulla". Poi sono arrivate le
critiche di Fracchia: "Il nostro Comune presenta gravi rischi di dissesto
idrogeologico sismico. La nostra città è classificata in zona 3 per quanto
concerne il rischio sismico e in zona R4, massimo rischio, per il dissesto
idrogeologico". Ma la giunta comunale rigetta i problemi sollevati
dall'opposizione. L'assessore al commercio Angelo Zerbonia, anzi, è sicuro che
la maggioranza abbia fatto un ottimo lavoro per il recupero delle cave, dando
anche la possibilità alle attività della zona industriale di poter ampliare le
loro aziende. "Non sono un cementificatore - conclude il sindaco Allegro -
la nostra previsione è di aumentare il numero degli abitanti del dieci per
cento. In sostanza nell'arco di quindici anni è previsto l'insediamento di
circa 200 famiglie". Il Consiglio dedicato la piano regolatore si è chiuso
con la dura replica del primo cittadino al consigliere Fracchia. "Sono
stufo delle accuse rivolte all'amministrazione - ha esclamato Allegro - in particolare
per la grave dichiarazione apparsa su di un giornale locale, in cui si afferma
che esistono interessi privati, personali, politici e
di partito. Se hai sospetti su qualcuno parla e fai i loro nomi. Ne ho le
tasche piene, la prossima settimana faccio partire la denuncia".
( da "Repubblica, La" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
È iniziato in Guinea
il processo contro Simon Mann, il mercenario britannico accusato di colpo di
Stato Appassionato di cricket, ex paracadutista, amico del figlio di Margareth
Thatcher. Rischia 32 anni di carcere L'ultimo "mastino della guerra"
Una vita fra le armi. Dal regime razzista di Pretoria al
conflitto civile in Sierra Leone In Papua-Nuova Guinea soffoca sul nascere la
rivolta di un gruppo separatista DANIELE MASTROGIACOMO Con la richiesta di una
condanna a 32 anni di carcere si chiude la storia dell'ultimo "mastino
della guerra". Simon Mann, classe 1952, figlio e nipote di celebri
capitani della nazionale inglese di cricket, ottimi studi a Eton, ex ufficiale
britannico, ex paracadutista in Irlanda del Nord, membro attivo della Sas a
Cipro, in Germania e in Norvegia, grande esperto in informatica, sparito dalla
circolazione e poi riapparso in Africa a capo di un gruppo di mercenari, paga
il prezzo delle sue amicizie influenti e diventa vittima di un accordo
strategico tra il disastrato Zimbabwe e la ricca Guinea equatoriale. Quattro
anni dopo il suo arresto ad Harare, l'uomo che ha rischiato di mettere nei guai
l'ex primo ministro Margaret Thatcher potrebbe finire i suoi giorni in una
cella del più famigerato carcere della terra, quello di Black beach, a Malabo.
Nella prima udienza del processo che lo vede accusato di tentato colpo di Stato
ai danni del presidente della Guinea equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo,
il procuratore non ha invocato la pena di morte "per rispettare", ha
spiegato, "l'impegno che il nostro governo ha assunto nei confronti dello
Zimbabwe". Ma condannare a oltre 30 anni di carcere - e in quel carcere -
un uomo di 56 significa buttare la chiave e attendere la sua morte. La vita
avventurosa e spregiudicata di Simon Mann si snoda tutta attraverso le armi e
le guerre. Addestrato nei Sas, i gruppi speciali britannici, l'ultimo dei
mercenari segna il suo destino con un paio di amicizie che gli frutteranno
soldi, notorietà ma anche l'inizio di una fine predestinata. Con Tim Spicer,
vecchio compagno d'armi, fonda nel 1996 la Sandline, una società specializzata
nella sicurezza. I due vivono in Sudafrica, a Città del Capo. E da lì
rispondono ad una serie di richieste di intervento da parte di società
diamantifere alle prese con rivolte organizzate da gruppi concorrenti. Muovendo
soldi e uomini, la storia li vede in azione in Angola, quando l'Unita, gruppo
finanziato dal regime razzista sudafricano e dagli Usa, si appropria di alcune
centrali petrolifere britanniche, e in Sierra Leone alle prese con una delle
più feroci guerre civili. Ma sarà con l'operazione Bouganville, dal nome di
un'isola della Papua-Nuova Guinea, che la Sandline international acquista una
notorietà internazionale. Alla guida di cento uomini, Mann soffoca sul nascere
la rivolta di un gruppo separatista. Gloria e tanto onore. Ma anche un po' di
nostalgia. Mann cede alle lusinghe e accetta una parte in un film di successo,
"Bloody sunday": la rievocazione della strage commessa il 30
settembre del 1972 da parte delle truppe inglesi contro una folla inerte
nell'Irlanda del nord. Il "mastino" incarna la parte che più gli si
addice, quella del colonnello dei parà Wilford che ordina il massacro. La
realtà prende il sopravvento. Lo spirito d'avventura, la sua indole di trafficante
e di mercenario lo spingono verso altri incarichi e verso la prima sconfitta.
Il 7 marzo del 2004, viene arrestato assieme ad altre 69 persone che si
trovavano a bordo di un Boeing 727, bloccato all'aeroporto di Harare, in
Zimbabwe. Tutti vengono accusati di violazione della legge sull'immigrazione e
di traffico di armi. L'aereo è vuoto, ma la soffiata che arriva dal Sudafrica
e, probabilmente, da altri paesi africani sostengono che il cargo si apprestava
a imbarcare un carico di armi. Vengono trovati anche i soldi, quasi 250 mila
euro; ma la prova che lo incastrerà e che lo sbatterà in carcere per 7 anni,
poi ridotti a 4 per buona condotta, arriva da alcune transazioni finanziarie
confermate da Nick du Toit, anche lui ex mercenario, anche lui cittadino sudafricano,
coinvolto in un progetto di golpe in Guinea equatoriale. Si parla di due
milioni di dollari provenienti da una "fonte sconosciuta e non
rintracciabile". Il 27 agosto del 2004 Simon Mann viene condannato in via
definitiva. Ma è solo l'inizio del declino. Due giorni dopo, sir Mark Tathcher,
figlio della "lady di ferro", ex primo ministro britannico, viene
arrestato nella sua casa di Città del Capo. Anche lui è accusato di essere
coinvolto nel golpe in Guinea. Le accuse arrivano ancora una volta da Nick du
Toit. Deve giustificare la sua amicizia con il rampollo di Margaret Thatcher.
Sostiene di aver avuto da lui i fondi rintracciati nelle indagini finanziarie
che devono servire al golpe. E aggiunge di averlo conosciuto tramite Mann. Il
cerchio si stringe. Tre anni dopo, la magistratura sudafricana accusa
nuovamente il mercenario, il quale resta in Zimbabwe e qui viene condannato. Ma
la Guinea equatoriale insiste e chiede la sua estradizione. Mugabe prende
tempo. Gioca su due fronti: con la Gran Bretagna, sollevando lo spettro di un
nuovo coinvolgimento del figlio della Thatcher; con la Guinea chiedendo
petrolio in cambio dell'estradizione. Simon Mann resta in carcere ad Harare ma
il 2 maggio del 2007 un tribunale dello Zimbabwe accoglie la richiesta di estradizione
della Guinea. La sentenza verrà ricordata come "l'accordo Mann contro
petrolio". L'ultimo "mastino della guerra" è ormai stritolato da
interessi che si giocano su altri tavoli. Come tanti
altri ex mercenari può essere sacrificato. Verrà spedito in Guinea con
l'impegno a non condannarlo a morte. In cambio, Mugabe torna a respirare e
manda avanti il suo paese ridotto al collasso grazie al petrolio che gli
spedisce il presidente Mbasogo. Simon Mann viene rinchiuso nel carcere di Black
beach. La moglie tenta inutilmente di vederlo: non le consentono nemmeno di
telefonargli. Voci dicono che stia male, che rischia di morire. Due
diplomatici, un inglese e un statunitense, lo visitano in cella. Diranno che è
in buone condizioni di salute. Le ultime sue foto lo ritraggono con la divisa
verde da carcerato, i polsi e le gambe strette con delle catene, la barba
brizzolata, gli occhiali da vista tondi da intellettuale. Cammina a fianco di
altri detenuti bianchi. Lo sguardo è ancora vispo, ma lo spirito è spento. Sperava
nel ricorso contro l'estradizione. Lo ha perso. Il figlio della Thatcher è
uscito di scena. Mugabe ha avuto il suo petrolio. Mann resta solo. Paga per
tutti, con una condanna a vita.
( da "Repubblica, La" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Sport Per non
soffrire le roi Platini sceglie gli Orange BERNA dal nostro inviato Le Roi è
qui, e vi guarda dall'alto. C'è anche Johann Cruijff, se è per questo, e c'è
anche la potentissima famiglia Becali, cioè i fratelli Giovanni e Victor,
plenipotenziari del calcio rumeno con le procure di tutti i giocatori della nazionale
di Piturca e con un bel mucchietto di contratti anche degli olandesi che sono
in campo. Ma soprattutto c'è Le Roi, al secolo Michel Platini, nella veste di
presidente dell'Uefa e forse, perché no, anche nella veste di francese
illustre, venuto qui a vedere come butta, se davvero c'è odore di biscotti o di
"combine", come la chiamerebbe lui. Chissà se si
ritiene almeno in parte in conflitto di interessi, Platini, mentre si accomoda al suo posto presidenziale, fa una
smorfia delle sue aggiustandosi il vestito e si concentra sul campo, mentre le
squadre entrano sul terreno di gioco. In ogni caso lui è qui, non a Zurigo per
Francia - Italia, e forse è un segnale, un avviso ai naviganti. Come a
dire: comportatevi bene, l'Uefa vi osserva. Sulle tribune dello "Stade de
Suisse" la solita marea arancione, il torrente che ha serpeggiato in città
per tutto il giorno confluisce qui e il colpo d'occhio è meraviglioso, mette
allegria. Nella marea c'è stata una persona più fortunata delle altre, oppure no,
fate voi: sta di fatto che ieri la città di Berna (non chiedete come hanno
fatto a calcolarlo, ma sono svizzeri e bisogna fidarsi) ha accolto il suo
visitatore numero 500.000 durante gli Europei e si è trattato ovviamente di
un'olandese, al secolo Petra van den Hamm, che come premio ha ricevuto dal
sindaco della città del formaggio e del cioccolato, simboli imperituri dei
Cantoni. I rumeni, invece, sono una minoranza. Stretti in uno spicchio di
stadio, saranno poche migliaia dietro la porta che nel primo tempo viene
occupata da Lobont. Inni nazionali, e si canta quello rumeno, mano sul cuore.
Poi la sorpresa, almeno per questo Europeo, ed è una sorpresa che ovviamente
cela il significato di questa sfida: parte l'inno olandese e i rumeni
applaudono, applaudono davvero, convinti, cortesi, sportivi e furbastri. Fateci
questo piacere, in fondo a voi cosa costa? (a.s.).
( da "Unita, L'" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del IL GIUDICE RICUSATO Esponente storica di Magistratura
Democratica, è stata tra i firmatari di numerosi appelli contro le leggi ad
personam del premier Nicoletta, la pasionaria dei diritti nel
"mirino" di Silvio di Oreste Pivetta Che cosa avrà mai fatto
Nicoletta Gandus per meritarsi gli schiaffoni di Silvio Berlusconi? Che cosa
avrà mai combinato nel corso della sua trentennale carriera per alimentare il
sospetto di inimicizia nei confronti dell'amatissimo presidente del consiglio?
Distilliamo tra le pagine di una biografia assolutamente non autorizzata alcuni
delitti attribuibili allo scandaloso magistrato milanese. Sul più grave ha
appena fatto piena luce l'avvocato Ghedini e quindi non ci dilungheremo:
"È stata firmataria di un appello contro la decisione del Governo
Berlusconi di prorogare il procuratore nazionale antimafia". Ce ne
sarebbero altri di appelli. Quello ad esempio, di due anni fa (febbraio 2006),
promotore anche il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, per
chiedere "la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate
quasi esclusivamente al fine di perseguire interessi
personali di pochi, ignorando quelli della collettività...". Siamo alle
solite, al ritornello cantato e ricantato dalla sinistra, delle leggi ad
personan: tipo falso in bilancio, rogatorie, lodo Schifani, ex Cirielli,
inappellabilità, eccetera. Di un particolare, sconosciuto ai più, ha arricchito
il suo j'accuse il preciso avvocato Ghedini: la Gandus deteneva azioni
Mediaset. Alludendo ad un esplicito conflitto di interessi. Essendo la Gandus "tra i
soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato da cui nasce il
presente processo... ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente
avrebbero potuto costituirsi parte civile...". All'avvocato
Ghedini, sempre assai attento, è sfuggito qualcosa però. Che ad esempio
Nicoletta Gandus s'era permessa di negare l'accesso alle telecamere in aula proprio
per il processo Mills, permettendosi di respingere una richiesta di Mediaset:
le telecamere avrebbero turbato il tranquillo svolgimento delle udienze (sempre
tranquille, peraltro, salvo la volta in cui gli avvocati di Berlusconi fecero
due volte le stesse domande al teste eccellente Briatore in Gregoraci, giusto
per farsi sentire anche dai giornalisti: lei, il presidente della decima
sezione del Tribunale, naturalmente, s'arrabbiò). Ci sarebbe di peggio alle
spalle della Gandus: ha sempre dimostrato una certa disponibilità a firmare
appelli. Come quello, anni fa, nel 2001, per la liberazione di Layla Zana,
prima donna kurda ad essere eletta deputata, condannata prima a morte e poi a
quindici anni per tradimento e separatismo. La firma di Nicoletta Gandus si
potrebbe leggere accanto a quelle di Susanna Agnelli, Tina Anselmi, Rosellina
Archinto, Natalia Aspesi, Gae Aulenti, Ginevra Bompiani, Rita Levi Montalcini,
Lalla Romano e di altre signore, tutte fiere nemiche (o inimiche, per citare
Ghedini) dell'allora e ancora presidente del consiglio. Un altro appello nella
sua carriera Nicoletta Gandus lo firmò per la pace in Palestina e contro
l'erezione del muro. Un altro ancora (e qui si torna al capitolo "attacchi
al governo") per la procreazione assistita, avendo a lungo militato in
movimenti femminili e persino collaborato alla famigerata rivista milanese di
pratica politica "Via Dogana" e avendo sostenuto più di recente
persino le iniziative di un gruppo di signore, sindacaliste e giornaliste,
tutte di sinistra naturalmente, intitolata "Usciamo dal silenzio".
Insomma, si capisce che Nicoletta Gandus, cinquantottenne magistrato milanese,
non s'è mai sognata di nascondere le sue idee politiche, sostenendo
evidentemente la tesi che anche un magistrato possa coltivare idee politiche.
Esponente storico di Magistratura Democratica, negli anni ottanta, quando era
pretore, si era occupata di lavoro. Tra i primi casi affrontati, nel 1981,
quello dell'allora presidente della Regione Lombardia, Cesare Golfari, che il giudice
assolse dall'accusa di violazione della legge sull'aborto, quando si venne a
sapere che, in molti ospedali lombardi, non veniva applicata la legge 194
sull'interruzione di gravidanza. Si era occupata, più recentemente, anche di
Banco Ambrosiano, nel 1996, condannando quattro imputati per favoreggiamento.
Nel 2005 le era toccato il caso di Cerro Maggiore, coinvolti Formigoni e il
fratello di Berlusconi. Roberto Formigoni, accusato di corruzione, abuso
d'ufficio, falso ideologico e favoreggiamento per presunte irregolarità nella
gestione della discarica, era stato assolto. Paolo Berlusconi aveva patteggiato
e se l'era cavatacon un pesantissimo risarcimento. Il 25 aprile 2006 fu tra i
magistrati, con il pm Ilda Boccassini e il giudice Oscar Magi, a sfilare per le
vie di Milano il 25 Aprile, quell'anno dedicato alla difesa della Costituzione.
Con altro scopo c'era passata anche Letizia Moratti.
( da "Giornale.it, Il" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Il Pd sfoglia la
margherita, dunque, nel senso che in casa Veltroni tira aria di lite che
potrebbe sfociare prima o poi in separazione. Già, fra le anime diessina e
teodem i rapporti non sono proprio idilliaci. Dopo l'anatema dei cattolici
contro la "contaminazione" dei pannelliani, le dure critiche di
"Famiglia Cristiana" e della solita Binetti a cui si aggiunge l'ex
ministro Fioroni (infuriato) che dice "il loft? sembra di stare a
Teheran.", la frenata sull'adesione al Partito socialista europeo, la
strada per Veltroni è ancora più in salita. Da un lato c'è il governo
Berlusconi che piace sempre di più agli italiani, dall'altro il livello dello
scontro che assomiglia a un tutti contro tutti a pochi mesi dalle elezioni
europee. Di Pietro, ma anche i Teodem, D'Alema ma anche Rutelli che pare
meditare "vendetta" politica dopop la clamorosa trombatura rimediata
nella corsa al Campidoglio. E ci si mette pure Bertinotti, il "parolaio
rosso" di Pansa che rientra nel gioco della poltica con un seminario sul
futuro della sinistra e invita Massimo D'Alema, capace di guardare a sinistra
più di quanto non sappia o non voglia fare Veltroni (che vuole lo sbarramento
anche per le europee, tanto per tener fuori i "cespugli" rossi anche
dal parlamento di Strasburgo). Grande è l'agitazione nel campo della sinistra,
dove si agitano spettri di scissioni e "ricomposizioni". Già, perché
fra i teodem e gli uomini della margherita c'è chi guarda a Casini e quel che
resta dell'Udc, isolata e senza per ora spartito politico da suonare che la
lancia la sua Costituente popolare (a cui guarda con interesse anche Clemente
Mastella), e in più c'è chi teme le mosse di Rutelli. Intanto il governo
Berlusconi va. Scritto in Varie Commenti ( 30 ) " (17 votes, average: 3.06
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RSS Commenti Invia questo post a un amico 28May 08 La Sapienza e il rito
dell'intolleranza Prima il no dei Collettivi di sinistra a Papa Benedetto XVI,
poi il no al dibattito sulle foibe: alla Sapienza di Roma l'intolleranza è di
casa in nome di una "tradizione democratica" che tenta di riproporre
schemi antichi, quelli del "rituale antifascista" degli anni
Settanta. Già, brutto periodo quello, nelle università e nel Paese. con il
corollario nel secondo caso dei manifesti di Forza Nuova strappati dai
militanti dei Collettivi di sinistra, della rissa, degli arresti, delle
polemiche e delle accuse. Salvo poi chiarire (rapporto della Digos) che
l'aggressione è partita da sinistra. Ma stabilire colpe e responsabilità spetta
ai giudici. E' il tema dell'intolleranza travestita da antifascismo, come
scrive il nostro Mario Cervi, a preoccupare. E' il tentativo a questo punto
nemmeno tanto mascherato di ricreare un clima di tensione, di scontro e di
odio, a preoccupare. E' il tentativo di tornare allo schema degli opposti
estremismi, ad allarmare. L'intolleranza si traveste, sbandiera ideali nobili,
ma resta intolleranza: di parte e da parte di pochi. Bene ha fatto il sindaco
di Roma Gianni Alemanno a dire: "Noi dobbiamo lanciare messaggi chiari,
ovvero che questi episodi sono solati, estranei al contesto culturale e storico
della nostra città e della nostra nazione. Questo è il messaggio che deve
venire da tutti. Quando si costruiscono teoremi politici su una rissa tra
giovani si comincia ad aprire un varco e armare le contrapposizioni
ideologiche. Bisogna evitare questi schemi e queste persone vanno trattate come
imbecilli fuori dalla storia e dal tempo". Veltroni invita la destra a
"non minimizzare" e dice (giustamente) che le istituzioni devono
stroncare subito l'insorgere della violenza. Ma quale? quella di una parte o di
quella di tutte le parti? penso voglia dire quella di tutte. forse il "ma
anche" stavolta ci sarebbe stato bene, per evitare fraintendimenti. Cosa
che non fa Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori:
"L'aggressione fascista a La Sapienza - sullo sfondo del nuovo quadro
politico - ripropone il tema dell'autodifesa come diritto democratico
elementare.E. E aggiunge il Ferrando: "E' necessario che ogni realtà
minacciata appronti strutture di autodifesa, democraticamente designate e
controllate". Parole gravi, le sue che ricordano proprio quegli anni di
piombo che la maggioranza degli italiani vorrebbe consegnare agli archivi della
storia. A chi giova strumentalizzare questi episodi per interessi
di parte politica? A chi giova tornare a pescare nel torbido? Credo a nessuno,
una democrazia è tanto più forte quanto è capace di rifiutare l'intolleranza
delle estreme politiche ("frange" si diceva una volta). Il
"giustificazionismo ideologico" stavolta non pagherebbe, gli italiani
hanno scelto un' altra strada. Il dibattito è aperto. Scritto in Varie Commenti
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16May 08 Così le tecnologie ci cambiano la vita. Dì la tua Vi è mai successo di
dimenticare il cellulare a casa? E' facile immaginare la sensazione che avete
provato, perché la maggioranza di noi l'ha vissuta in prima persona. Ci si
sente persi. Vulnerabili. Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori
britannici ha rilevato che è una sensazione paragonabile alla "tremarella
del giorno delle nozze" o alla paura di quando si va dal dentista.
Addirittura è stato coniato appositamente un termine medico.
"Nomofobia", così si chiama la paura di rimanere senza portatile
("nomo" è l'abbreviazione di no mobile). Quale futuro? Non c'è niente
da fare. Dobbiamo ammetterlo. La tecnologia fa parte di noi. Della nostra
quotidianità. Ma dove stiamo andando? Quali saranno i nuovi mezzi di
comunicazione e quale ruolo ricopriranno in un futuro più o meno vicino?
Possible. ou probable Il Gruppo Editis, una prestigiosa casa editrice francese,
ha proposto il suo punto di vista attraverso la realizzazione di un
cortometraggio intitolato "Possible ou probable". Il film, che ha
ricevuto il Laurier di bronzo al festival di Creusot, si propone di fare un
salto in avanti nel tempo. Nella vita di una giovane coppia nell'era
dell'editoria digitale. Di' la tua Editis apre il dibattito. Il Giornale.it, in
occasione del 17 maggio, giornata mondiale delle Telecomunicazioni e della
Società dell'Informazione, segue lasciando a voi lo spazio per esprimere le
vostre idee e le vostre riflessioni su quello che è e che potrà essere. Guarda
il cortometraggio (9 minuti) Scritto in Varie Commenti ( 12 ) " (112
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Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 14May 08
Berlusconi, Veltroni e i nemici del dialogo Il discorso di Silvio Berlusconi
alla Camera (leggi il discorso del premier), l'apertura unilaterale al dialogo
con l'opposizione (che è seguita alla telefonata del premier a leder del Pd),
sono i segnali più evidenti che qualcosa sta davvero cambiando, nel Parlamento
e nel Paese. Aggiungiamoci anche il discorso del presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano di alto profilo istituzionale e politico, come ha
riconosciuto il presidente della Camera Gianfranco Fini. Insomma, molti saranno
scettici, ma parlare di avvio di Terza Repubblica forse non è azzardato. Basta
rileggere le parole del premier, il "sì" di Fassino a nome del Pd:
l'asse Berlusconi-Veltroni si rinsalda, su questo punto cruciale, pur nella
distinzione dei ruoli. Ma non sono tutte rose e fiori, anche Berlusconi e
Veltroni devono fare come Fanfani qualche decennio fa: contare amici e nemici.
E parare i colpi. Soprattutto Veltroni. Sconfitta alle urne la sinistra
massimalista, resta da sconfiggere il partito "giacobino", quei
giustizialisti che sono ripartiti alla carica (vedi il caso Travaglio-Schifani)
e faranno di tutto per mettere i bastoni fra le ruote proprio a Veltroni. E'
lui l'anello "debole" che la sinistra giacobina vuole colpire fino a
indebolirlo e condizionarlo. Una prova? La sceneggiata di Antonio Di Pietro
alla Camera: "Noi non abboccheremo, non intendiamo cadere nella tela del
ragno. Abbiamo memoria e non intendiamo perderla. Conosciamo bene la sua storia
personale e politica". Così ha parlato Tonino, l'ex pm. Ma il bersaglio
non è il Cavaliere. No, lui ha una maggioranza solida, consegnatagli dal voto
popolare. Il bersaglio è Walter, e di Pietro non è certo il suo solo nemico.
C'è un filo che lega il Santoro, Travaglio, Grillo. Tonino punta dritto su quel
mondo e pensa alle Europee del 2009. Come ci pensa su un altro versante Massimo
D'Alema, tornato gran manovratore dentro e fuori il Pd. Del resto, come
racconta Augusto Minzolini sulla "Stampa", alla cerimonia della
consegna della Campanella usata per le riunioni del Consiglio dei ministri,
Prodi ha detto a Berlusconi: "Tu sei un avversario, io i veri nemici li ho
avuti qua dentro.". La battuta ora vale anche per Veltroni. A cosa serve
un'opposizione parlamentare debole in una Paese normale? Peserà di più
l'opposizione nelle piazze? L'apertura di Berlusconi (ma già in campagna
elettorale era stato chiaro) aiuta Veltroni, ma anche l'Italia. L'ha capito
anche Walter: "Occorre il riconoscimento della vittoria e della
responsabilità da parte degli sconfitti ma anche l'equilibrio dei vincitori,
perciò vi prendo in parola: siamo pronti da subito. Ma non pensate di avere il
paese in mano". Scritto in Varie Commenti ( 100 ) " (52 votes,
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Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 09May 08 E Walter
diventa il "premier ombra" Dopo Occhetto (Pci poi Pds) nel 1989,
Veltroni (Pci, Pds, Ds, Pd): la storia sembra ripetersi (ovviamente Veltroni
spera in esiti migliori.) e torna il "governo ombra" (leggi
l'articolo). Edizione rinnovata e aggiornata ai tempi di quella lontana
esperienza partorita a Botteghe Oscure che - come ha ricordato Visco all'Unità
- fu un fallimento e l'ex ministro ritiene che ci sarà il bis). Veltroni
diventa "premier ombra" del "governo dell'opposizione":
alla fine dopo trattative e incontri, divisioni e riavvicinamenti, no
eccellenti (D'Alema e Parisi), tentennamenti divenuti alla fine un "sì
accetto" (Bersani) ed entusiasti (Fassino, Franceschini) il leader del
Partito democratico ha varato lo "shadow cabinet" di stampo
anglosassone. Per ora le analogie finiscono qui, inutile fare il processo alle
intenzioni che sulla carta sono buone. Tanto che la lista dei ministri ombra è
stata presentata al presidente Napolitano (che fece parte - Esteri - della
prima compagine occhettiana). Certo è sospetta la fretta con cui Walter si è
affrettato a dichiarare "con D'Alema nessun conflitto,
perché bisognerebbe essere in due.". Come dire: non sono io quello che
polemizza e fa i distinguo. Insomma ponti d'oro al D'Alema portatore d'idee nel
suo"ruolo importante che deve svolgere" alla fondazione
ItalianiEuropei. Dopotutto il centralismo democratico non c'è più in casa degli
ex-post e a-comunisti. Andare avanti, pensare subito alla direzione del
Pd che sarà partorita dall'assemblea costituente. Mentre sprisce il
"caminetto" e nasce il coordinamento dei "nove" che
affiancherà il segretario piddino. Insomma, Veltroni riparte per tentare di
rafforzare la sua non fortissima leadership. Vedremo se anche a sinistra
nascerà davvero il "partito di Veltroni". Scritto in Varie Commenti (
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08May 08 Berlusconi e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul
governo "ombra". Dite la vostra Il governo Berlusconi quater va e
stavolta per i detrattori più accaniti del Cavaliere sarà difficile sostenere
che non c'è niente di nuovo a Palazzo Chigi. Già, perché i ministri (quelli che
contano, con portafoglio) sono solo 12 (9 senza portafoglio ma con la casella
chiave delle Riforme affidata a Umberto Bossi) e perché sono entrati uomini
nuovi che affiancano ministri già collaudati: 13 new entry (quattro hanno fra
31 e 40 anni). Continuità-discontinuità, insomma. Il premier è deciso è
riprendere il filo del suo progetto Paese interrotto dai due anni di Prodi, ma
molto è cambiato. Questo sarà davvero il governo del premier, innanzitutto, che
potrà contare su un nocciolo duro di governo che ruota attorno al sottegretario
alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, a Tremonti, Bossi, Maroni. e poi ci
sono Matteoli e La Russa. Poco spazio ai tradizionali giochi di partito e 23
giorni per mettere a posto tutto, come ha riconosciuto soddisfatto il
presidente Giorgio Napolitano ("Lungaggini? Siamo stati più veloci della
Spagna."). Velocità, azione (ai tempi di Craxi fu coniato l'efficace
"decisionismo"), la scelta bipartitica degli elettori che hanno
semplificato il quadro politico di maggioranza e opposizione rende tutto più
"decisionista" e apre la strada a una nuova stagione del
"fare". Berlusconi su questo è deciso: anche perché da
"fare" c'è davvero molto: pensiamo solo al caso Alitalia o alla
vergogna dei rifiuti in Campania. E poi ci sono "problemini" non da
poco che si chiamano stipendi, carico fiscale, sicurezza, immigrazione
clandestina, rilancio del sistema paese, costi della politica e della
burocrazia, federalismo. Mali antichi e problemi nuovi. Ecco perché Berlusconi
ancora una volta ha sparigliato le carte. Per "fare", come chiedono
gli italiani, serve un governo del premier (il Cavaliere) più che dei partiti.
Ora ci aspettano i primi cento giorni di "luna di miele" con il Paese
e le responsabilità di governo e maggioranza sono davvero grandi. Intanto la
sinistra litiga sul governo che non ha sul "governo ombra" voluto da
Veltroni (leggi l'articolo). Già perché anche il premier ombra ha i suoi
problemi. Intanto D'Alema e Parisi hanno detto no, Bersani non è convinto,
mentre Fassino ha detto sì per recuperare ruolo e visibilità. Ma serve il
governo ombra? Esperienza di stampo anglosassone già sperimentata nel 1989 dal
Pci poi diventato Pds. Allora non funzionò. lo volle Achille Occhetto quandò
andò in crisi il governo De Mita e subentrò Andreotti (sesto governo) e la
maggioranza era pentapartito. Sapete chi c'era? Giorgio Napolitano (esteri),
Visco (finanze), Giovanni Berlinguer (sanità), Scola (spettacolo), Rodotà
(giustizia). E oggi sull'Unità lo stesso Visco lo stronca: "Il governo
ombra non ha un suo ruolo istituzionale e dunque non riesce ad operare. Si
aggiunga il fatto che in un sistema dove ci sono più partiti, e non solo due
come in Gran Bretagna, ciascun partito ha gruppi e rappresentanti in
commissione. A questo punto si capisce perché non è stato esportato dalla Gran
Bretagna in nessun altro paese. Lì è un luogo riconosciuto dell'opposizione. Da
noi no". Senza contare, fa notare Visco, che tale proposta "anche
interessante nella nostra esperienza passata non funzionò" e che "ci
sono delle persone autorevoli dei partiti che stanno fuori dal governo ombra e
che certo non smetteranno di dire quello che pensano", a cominciare da
Massimo D'Alema. Comunque Walter ci riprova ma quello che dovrebbe essere un
punto di forza del Pd rischia di rivelare che il re è nudo, perché sta mettendo
in mostra divisioni correntizie, lacerazioni personali di un partito che pare
allo sbando ed in cerca della rotta con una bussola rotta. Scritto in Varie
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un amico 05May 08 D'Alema batte un colpo. Contro Walter. E "L'Unità"
se la prende con la sinistra veltroniana tutta feste e terrazze E alla fine
Massimo D'Alema parlò. Dopo una campagna elettorale che è apparsa ai più
"silente" (salvo evitare le dimissioni di Bassolino in Campania per
scongiurare il voto anticipato alla Regione ed rinviare l'ennesima sconfitta
del Pd), il ministro degli Esteri ha rivestito i panni dell'uomo di partito e
ha iniziato a sparigliare le carte nel loft veltroniano. già, perché la resa
dei conti post elettorali sarà lunga e sicuramente non indolore nel
centrosinistra. "La sconfitta è stata grave, ed è di lungo periodo. Serve
quindi una riflessione approfondita.". Primo colpo. "La sintonia tra
Berlusconi e il Paese, cominciata nel '94, non è mai finita". Secondo
colpo. Il Pd "deve cercare di coalizzare coalizzare tutte le forze che si
oppongono alla destra" perché anche se non è in Parlamento la sinistra
radicale "non è scomparsa dal Paese e il Pd non è chiamato a continuare a
correre sempre da solo, anche perché in Italia ci sono leggi elettorali
diverse. Con il 33% l'autosufficienza sarebbe un errore". Quarto colpo.
Partito del Nord? "Abbiamo bisogno di un grande partito nazionale,
fortemente radicato nel territorio, con una struttura federale che abbia dei
leader". Quinto colpo. "Non sono candidato nè aspiro a nessuna
carica, quindi non sono antagonista di nessuno". Sesto colpo, il più
pericoloso perché, tradotto significa "caro Vetroni, mi tengo le mani
libere.". Così emerge "l'altra linea del Pd" a-veltroniano, che
sembra saldare attorno a D'Alema anche il prodiano Parisi e il delusissimo (e
furibondo) Rutelli, in cerca di rivincite, lui che è stato mandato allo
sbaraglio. Per ora Veltroni regge, per ora. Vedremo se avrà davvero intenzione
di andare al congresso anticipato e alla inevitabile conta. Anche perché non è
da escludere un ritorno di Prodi, quando cadono le prime foglie dell'autunno.
In fondo anche lui per ora si tiene le mani libere, ma i messaggi che ha
mandato in giro non sono certo rassicuranti per Veltroni. Intanto
"L'Unità" fa satira contro la sinistra veltroniana, come spiega il
nostro Gianni Penncchi: è tutta feste e terrazze, con una serie di amare vignette-denuncia
di Stefano Disegni, "matita cult" della sinistra. E' COSI'? COSA NE
PENSI? DI' LA TUA Scritto in Varie Commenti ( 18 ) " (121 votes, average:
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Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 29Apr 08 Quel venticello di Roma
che diventa uragano. Per Veltroni Ebbene sì, la straordinaria vittoria di
Gianni Alemanno che ha abbattuto il "muro" di Roma, non ha travolto
solo Rutelli ma ha anche ridotto in macerie (politiche) il loft veltroniano. E
ha aperto la strada alla resa dei conti all'interno del Pd. Dopo la sconfitta
senza se e senza ma alle elezioni politiche è arrivata la mazzata della perdita
del Campidoglio. Altro che venticello di Roma, il centrosinistra è stato spazzato
via dall'uragano Gianni. E ora, povero Walter? Quando inizieranno a volare gli
stracci in casa del bi-sconfitto, accusato da Rutelli di averlo lasciato solo e
atteso al varco da Massimo D'Alema? Dopo la sconfitta elettorale i leader dei
partiti di sinistra defenestrati a furor di voto popolare dal parlamento, si
sono dimessi. E Veltroni? Resterà a combattere come una sorta di San Sebastiano
infilzato dal centrodestra e dai suoi, oppure farebbe meglio a lasciare la
guida del Pd? In fondo lui sogna l'Africa e qualcuno dei suoi, perfidamente,
potrebbe anche soprannominarlo "sciupone l'africano", politicamente
parlando. Già, perché dall'I care all'inno all'obamismo pare proprio non averne
azzeccata una. Veltroni è in grado di costruire un grande partito di centrosinistra
di stampo europeo o ci sono altri in grado, meglio di lui, di farlo? Cosa ne
pensate? Veltroni deve restare o dimettersi? Dì la tua Secondo voi, chi
dovrebbe guidare il Pd? Vota il tuo leader Scritto in Varie Commenti ( 58 )
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24Apr 08 Roma, quali sono le priorità da affrontare? Dite la vostra A Roma lo
scontro per la conquista del Campidoglio si fa sempre più acceso, a fianco del
candidato sindaco del Pdl, Gianni Alemanno e di quello del Pd Francesco
Rutelli, sono scesi in campo anche i leader dei partiti. Sicurezza, campi rom,
traffico, periferie abbandonate, futuro di Fiumicino e Alitalia sono i temi
caldissimi della campagna elettorale: domenica e lunedì ci sono i ballottaggi
per Comune e Provincia. Ed è una sfida decisiva. Come hanno detto Berlusconi,
che ha attaccato frontalmente Rutelli (è un voltagabbana) e come ha
sottolineato Fini: "Condizione irripetibile per vincere nella
Capitale". Con Veltroni e i suoi impegnati a difendere la poltrona di
sindaco dopo la sconfitta alle politiche. Roma deve voltare pagina, si dice, ma
come? Quali sono le priorità che il nuovo sindaco dovrà affrontare? Dite la
vostra Scritto in Varie Commenti ( 93 ) " (92 votes, average: 1.58 out of
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Commenti Invia questo post a un amico 23Apr 08 Racconta anche tu la partita
della tua vita Nelle pagine dello sport del "Giornale", otto firme
del nostro quotidiano (direttore Mario Giordano incluso) raccontano la loro
partita della vita, l'incontro di calcio, quell'attimo fuggente fatto di
emozione e di stupore, che ha segnato i loro ricordi legati allo sport più
bello e più popolare del mondo (leggi gli articoli). E voi? Qual è la partita
della vostra vita? Provate a raccontarla diventando per un momento giornalisti
sportivi. Non scrivete troppe righe e buon divertimento. In fondo il mio blog
ha, come sottotitolo, "Cronache di ordinaria quotidianità (ma non
troppo)". Così possiamo per una volta divagare. A proposito, sapete qua è
la mia partita della vita? Inter-Pisa, campionato 1983. Lavoravo a "il
Tirreno" di Livorno e fui inviato a Milano, con il collega Marco Barabotti
a seguire la partita. Rientro in redazione col primo aereo, scrittura di
articoli per lo sport e per l'edizione di Pisa fino a mezzanotte. Poi, all 5
del mattino presi un treno per Milano e alle 11 firmai il contratto per
lavorare al "Giornale". Grande partita. A proposito, sono interista,
ma quel giorno vinse il Pisa. Scritto in Varie Commenti ( 19 ) " (131
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"adottato" da Indro Montanelli e da Milano nel 1983. Tutti gli
articoli di Alberto Taliani su ilGiornale.it contatti Categorie Varie (38)
Ultime discussioni roberto: 2008 milano dopo anni che non la frequentavo a
prima vista mi sembrava vecchia, fuori moda,obsoleta. per le... Marco De Vivo:
Da elettore di destra.destra provo anche un po' di pena per Veltroni.
Vorreidargli qualche... marcella trevi: Lorenza Bonaccorsi, della serie:
"mio nipote di 2 anni è piu' preparato!" Se le... tarantini loretta:
ho 66 anni percepisco una pensione di 400euro al mese quando ho pagato le
bollette ditemi voi cosa... ENIO TERRACCIANO: Non è Walterino a sbagliare sono
gli italiani che cominciano a capire almeno dopo 60 anni che... I più inviati
Sayed, primo risultato della mobilitazione internazionale: il senato afgano ha
ritirato la conferma della condanna a morte - 12 Emails Pensioni, a chi gli
aumenti... - 3 Emails E Walter diventa il "premier ombra" - 2 Emails
Berlusconi e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul governo
"ombra". Dite la vostra - 1 Emails Berlusconi, Veltroni e i nemici
del dialogo - 1 Emails La Sapienza e il rito dell'intolleranza - 1 Emails Ultime
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degli amici nemici. Cattolici contro radicali La Sapienza e il rito
dell'intolleranza Così le tecnologie ci cambiano la vita. Dì la tua Berlusconi,
Veltroni e i nemici del dialogo E Walter diventa il "premier ombra"
Berlusconi e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul governo
"ombra". Dite la vostra D'Alema batte un colpo. Contro Walter. E
"L'Unità" se la prende con la sinistra veltroniana tutta feste e
terrazze Quel venticello di Roma che diventa uragano. Per Veltroni Roma, quali
sono le priorità da affrontare? Dite la vostra Racconta anche tu la partita
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( da "Repubblica, La" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Vandana Shiva
"Contadini e poveri ecco chi perde sempre" CRISTINA NADOTTI "Le
olimpiadi non sono altro che ricche occasioni di affari per la mafia delle
proprietà immobiliari". Il giudizio senza appello, nel quale include
qualunque grande manifestazione sportiva internazionale, è di Vandana Shiva,
scienziata, attivista politica e ambientalista indiana, vice presidente di Slow
Food e autrice tra gli altri del saggio Le guerre dell'acqua (Feltrinelli). Più
volte ha denunciato il pericolo che grandi eventi sportivi abbiano come retroscena un inasprimento dei conflitti per l'accesso alle
risorse idriche. Che ripercussioni avrà l'accresciuto fabbisogno di acqua per i
Giochi di Pechino sulla vita delle popolazioni della zona? "I lavori di
costruzione di grandi canali e dighe, intrapresi dal governo cinese in
occasione delle Olimpiadi, sono soltanto una parte delle opere che Pechino sta
portando avanti da anni, incurante delle necessità non solo delle
popolazioni agricole cinesi, ma anche dei diritti delle nazioni confinanti. La
richiesta cinese di acqua è in continuo aumento e questa fame di risorse
idriche è anche un pericolo per l'India. I due stati hanno in comune un grande
fiume, il Brahmaputra, che nasce nel Tibet sudoccidentale. Da tempo la Cina
lavora a progetti per deviare il suo corso verso Nord, cosa che avrebbe
conseguenze catastrofiche per l'India e il Bangladesh. Le acque deviate non
servirebbero a soddisfare il fabbisogno agricolo della Cina, ma ad alimentare
progetti industriali causa del gravissimo inquinamento del Paese". Quanto
l'opinione pubblica cinese è consapevole che è in atto una "guerra
dell'acqua"? "La gente sa che sta bevendo acqua sempre più inquinata
e sa anche, perché vive il problema tutti i giorni, che le risorse idriche sono
sempre meno accessibili. Tuttavia è difficile promuovere azioni in Cina, dove
si finisce in carcere per molto meno che una presa di posizione in favore della
nostra campagna "Per la pace dell'acqua"". Lei si è già espressa
a favore di un boicottaggio dei Giochi, cosa risponde a chi sostiene che si
tratta solo di un evento sportivo? "Ogni grande manifestazione sportiva in
qualunque Paese sta diventando un pericolo per chi vive e lavora sulle terre
interessate dall'evento. Olimpiadi di Pechino, Giochi del Commonwealth in India
nel 2010, le Olimpiadi a Londra nel 2012 non hanno nulla a che vedere con lo
scambio culturale ed internazionale di atleti. A Delhi i cantieri dei Giochi
hanno già sottratto il 75% delle risorse idriche alla città, a Londra sono già
partiti i lavori per ridisegnare vasti quartieri della capitale e in questo
progetto il fiume Tamigi ha un ruolo centrale. A tutto vantaggio dei
costruttori edili".
( da "Manifesto, Il" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Lettere@ilmanifesto.it
lettere@ilmanifesto.it I sassolini di Rossanda Rossanda ha ragione (il
manifesto 14/6) quando rivendica il ruolo fondamentale della lotta tra capitale
e lavoro e quando osserva che è una bestialità parlare di
"economicismo", perché la prospettiva di quella lotta era una società
liberata. Ma che all'interno di quella lotta abbiano trovato scarso posto il
conflitto di genere e l'ambientalismo mi sembra una realtà. In conclusione
Rosssanda accenna alla necessaria "messa in connessione" delle parti
di un tutto complesso. Giusto. Ma è proprio questa connessione che mi pare
assai debole nel suo articolo. L'impressione suscitata è
che chi si fa carico del conflitto tra capitale e lavoro debba farsi carico
"anche" del resto. Ora, se si concepisce il conflitto tra capitale e
lavoro come lotta contro il dominio e l'alienazione, è evidente che non si
tratta di farsi carico "anche" del resto, ma di farsi carico del
resto "all'interno" di quel conflitto. Perché, semplifico,
sarebbe un misero successo per le donne ottenere, come in parte sta avvenendo,
la possibilità di insediarsi alla testa di istrituzioni e organismi repressivi,
destinati a perpetuare l'ordine borghese, e la rinuncia all'incosiderato
sviluppismo che sta conducendo il mondo alla catastofe è possibile solo se la
produzione non è guidata dal profitto del capitale e la ricchezza equamente
ripartita. Chiedo scusa alla compagna Rossanda per quanto non avessi capito.
D'altro canto ha promesso di ritornare sull'argomento. Giorgio Cadoni Il mio
giornale ideale Care compagne, cari compagni, ma soprattutto caro Gabriele, con
il quale, alcuni anni fa, ebbi a discutere sulla qualità della stampa italiana
e soprattutto de il manifesto, che non mi piaceva più. Alla fine di un fitto ed
appassionato carteggio telematico sull'argomento, Gabriele mi augurò buona
fortuna nella ricerca del mio giornale ideale che non c'è e ci lasciammo con la
promessa io di continuare a comperarlo e a "rompere" e lui di provare
a smentirmi ma senza la certezza di riuscirci. Ebbene, caro Gabriele, ci sei
riuscito. Questo nuovo manifesto è qualcosa di molto ma molto prossimo, quasi
sovrapponibile, al mio "giornale ideale", che quindi c'è e si può
fare. Certo, ci vuole la "testa matta" de il manifesto per farlo; ma
si può. Eccome. Anche nell'Italia del 2008, così come ben descritta dai vostri
editoriali di presentazione di questa "nuova" impresa editoriale.
Approfondimenti. Indagini. Inchieste. Curiosità. Senso critico permanente.
Apertura sull'esistente. E perché no, una grafica innovativa, ariosa e finanche
elegante. Un esempio per tutti dal primo numero del nuovo corso: l'inchiesta
sui Verdi. Io ne sono stato un iscritto e militante, e continuo a mantenere un
legame e contatti con quel "partitino rompicoglioni", rispetto al
quale, nel panorama politico italiano attuale, faccio una gran fatica a trovare
qualcosa che mi convinca di più. Questo significa che ne posso dire qualcosa "dall'interno".
Ebbene, la vostra inchiesta era perfetta: contenuti, taglio, linguaggio,
fotografia dell'attualità (ideale, politica, organizzativa) e definizione delle
prospettive. Il nuovo manifesto, quindi, secondo me, è bellissimo. Da tutti i
punti di vista. Avanti così. Roberto Pontecorvi, Fiano Romano (Rm). Quante
ferie fa la Rai? Ormai da gli ultimi anni la Rai "chiude per ferie"
tre, quattro mesi, nei quali ci propina film e spettacoli vecchi, anche di un
secolo. Ma questo è disonesto, oltre che illegale poiché noi paghiamo un canone
per l'intero anno. E le tv commerciali si accodano. Ma quale altra azienda si
può permettere di chiudere così a lungo? E la difesa dei consumatori chi la fa?
E i giornali? Possibile che questa questione di arbitrio, e di inciviltà, non
venga da alcuno affrontata? Non interessa a nessuno che anziani, e non solo,
magari soli in casa nel periodo estivo, non possano aver il conforto di una
televisione che allevii solitudine e noia. Non vanno tutti in vacanza come alla
Rai! un pensionato Maggiore cura e minore adrenalina Capisco, seppur condivido
a stento, il motivo dell'ultimo restyling, ma avrei posto altrettanta
attenzione anche altrove. Nella mia, più che ventennale, consuetudine alla
lettura de il manifesto, ho avuto modo di acquisire una perizia da enigmista
nel decifrare la mole di refusi che vi si possono incontrare. Ma mai mi era
capitato d'imbattermi in un "forgiarsi del titolo" anziché fregiarsi.
Non sono certo che si tratti di refuso (la cui etimologia vi è certo nota), né
di più recenti, e maldestri, "copia-incolla". Lungi da me la
prosopopea di un maestrino dalla penna rossa, la presente è solo per chiedervi
una maggiore cura ed una minore adrenalina nella composizione degli articoli.
D'altro canto, la frustrazione è più cocente se causata da chi ci è più vicino
e, al momento, "di superstite e reale sinistra". Con affetto. Paolo
Cardile Reggio Calabria Che fine ha fatto il "porcellum"? Due episodi
illuminano come lampi nella notte il fossato che separa la classe politica
dall'opinione pubblica, quelli che "comandano" dal sentire comune.
Primo: il ddl sulle intercettazioni. Hai voglia a parlare del sacro diritto
alla privacy, dell'esigenza di non violare il rispetto dovuto alla dignità dei
soggetti. Sta di fatto che senza le intercettazioni, come ha scritto Scalfari,
lo scandalo di calciopoli non sarebbe mai venuto a galla. Idem le scalte
bancarie dei "furbetti" o il tragico caso recente della clinica
milanese degli orrori. Le esigenze di giustizia richiederebbero se mai di
aumentarle. Del resto c'è da scommettere che la stragrande maggioranza delle
persone perbene non è turbata né punto né poco all'idea che le proprie
telefonate possano essere eventualmente ascoltate da qualche magistrato.
Secondo: non si parla neppure più di riformare la legge elettorale in vigore,
il cosiddetto porcellum ispirato a suo tempo da Calderoli. Eppure è una legge
atroce che stronca un diritto fondamentale: quello di scegliere i propri
rappresentanti. Adesso i parlamentati non sono eletti, ma in realtà "nominati":
non vengono scelti in messun modo dagli elettori. Nomi inseriti in un certo
ordine (così avranno la certezza di farcela) dai dirigenti dei partiti nelle
liste elettorali: agli elettori non resta che ingoiare o non votare. Si può
cambiare lista, ma non cambia niente: da quanto sono stati aboliti i voti di
preferenza non si può esercitare la minima influenza sugli elenchi predisposti.
Caso macroscopico di violazione di un diritto fondamentale, che non viene
percepito, tantomeno eliminato dai vertici politici. Rodolfo TabacchiRoma
L'implacabile intelligenza Cari compagni de il manifesto, la nuova veste mi
piace. Soprattutto condivido le intenzionalità espresse. Ho scaricato e rimesso
in circolo inviandoli a persone che non sempre vi leggono, gli articoli di
Valentino e Rossana e di Marco Revelli. Lo faccio da tanto tempo, e me lo
permetto perché sono lettore da subito, poi azionista e da molti anni abbonato,
e perché siete un esempio di uso implacabile (quasi sempre) dell'intelligenza.
Un abbraccio a tutti, e coraggio! Pierino Zanisi Un uomo senza frontiere
Arrivare a casa... senza perdere un uomo. Era il sogno sfrenato di chi era al
fronte, in una guerra dura e folle, come tutte le guerre. E' morto un semplice
e senza frontiere come Mario Rigoni Stern, nato ad Asiago, paese su un
altopiano, noto oggi per il formaggio incellofanato nei supermercati, dal costo
basso rispetto ad altri. Non c'è più un uomo mai diviso dalla terra e dalle
creature che l'abitano. Se ne è andato un altro che ha raccontato la vita:
speriamo che i bimbi di oggi sappiano un giorno, diventando grandi, che la
montagna non la si conquista, che è una salita della terra abitata dalle
stagioni e non c'è confine nell'amarle, pianure e montagne. Doriana Goracci
Precisazione L'articolo apparso ieri sul vostro giornale riferisce del mio
intervento durante l'assemblea "Mille voci contro il razzismo". A
tale proposito tengo a precisare che il mio riferimento all'assenza degli
studenti non voleva certo alludere ad una loro mancanza di sensibilità, ma
piuttosto ad un'insufficiente pubblicizzazione dell'iniziativa all'interno
dell'Università e forse ad un carattere un po' troppo autoreferenziale
dell'iniziativa. Soprattutto in un momento come questo infatti, è di
fondamentale importanza unire le forze delle realtà attive sul terreno
dell'antirazzismo con quelle di tutta quella parte di società civile che
quotidianamente lotta per mantenere aperti spazi di democrazia in questo Paese.
Sveva Haertter Uff. Migranti Fiom-Cgil.
( da "Corriere della Sera" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-19 num: - pag: 5 categoria:
REDAZIONALE Il presidente emerito della Repubblica Appello al Cavaliere sul
caso Mills Scalfaro sfida il premier: si presenti ai giudici Deve superare il
"complesso dell'imputato" Presidente Scalfaro, qualche ora fa,
commemorando la Costituzione, lei ha ricordato che l'Italia ha vissuto "in
passato tempi dolorosi di polemica tra l'esecutivo e la magistratura ". I
fatti degli ultimi giorni dimostrano che il conflitto si è
riaperto: Berlusconi parla ancora di "giustizia usata a fini
politici", attacca procure e tribunali e vuol far passare una norma che
congelerebbe un processo nel quale è imputato. è preoccupato di questo replay?
"Sì, sono preoccupato soprattutto per l'annuncio della rottura di un
dialogo che aveva appena cominciato a fare i primi passi. Ognuno si
rende conto di quanto ci sia di vero in quel dialogo e quanto invece ci sia (a
essere ottimisti) di tentativo di "recitazione", per cercar di
introdurre una pagina nuova nella realtà politica italiana. Non ho mai creduto
che, dopo tante tensioni, esplodesse d'un tratto un parlare confidenziale, un
trattare autentico sulle grandi intese. Tuttavia, spezzare anche quel piccolo
filo mi pare possa essere disastroso ". Si ripropone lo schema di 15 anni
fa: una guerra tra poteri dello Stato. "Non c'è dubbio, mi pare sul serio
un salto all'indietro nel tempo. E certi atteggiamenti mi fanno pensare a
quello che, quando ero magistrato, chiamavamo "complesso dell'imputato".
Così, eccoci qua a riascoltare i soliti discorsi sul complotto delle
"toghe comuniste" e sulla "persecuzione delle aule di
giustizia". Eccoci di fronte a leggi e provvedimenti studiati per mettere
sotto controllo l'ordine giudiziario. Vicende che abbiamo già vissuto". Ma
siccome è una storia già scritta, come si può uscirne senza che il Paese si
paralizzi in una distruttiva prova di forza? "Proprio perché tutti
sappiamo che effetti può avere la replica di un simile scontro e dove può
sfociare, mi viene in mente una sola strada: un appello diretto ed esplicito al
presidente del Consiglio. Quasi un'invocazione, che formulerei così: "Caro
presidente, nell'interesse del nostro popolo, faccia un grosso sacrificio e
affronti la sofferenza di una procedura dove penso che le sue dichiarazioni e
l'appoggio dei suoi avvocati possano giungere a una soluzione di verità. Il
servizio alla cosa pubblica molte volte porta a pagare un prezzo elevato, ma
questo è infinitamente più meritorio che assumersi la paternità di una rottura
e precipitare il Paese in uno scontro di cui non si comprenderebbe
l'esito"". Per come il Cavaliere ha dimostrato di battersi finora,
questa prospettiva è però irreale, non le pare? "Infatti. Anche se io
credo (voglio credere) che le persone di sua fiducia, per impedire che si
giunga a una lacerazione insanabile, possano convincersi e convincerlo che
l'interesse dell'Italia deve prevalere su tutto ". Molti sono rimasti
sconcertati nel vedere come Berlusconi abbia cancellato di colpo la "strategia
del sorriso" dei mesi scorsi. Possibile che abbia un tale orrore verso la
magistratura da compromettere il timido colloquio avviato in Parlamento?
"Bisognerebbe che non ascoltasse le voci che fatalmente portano allo
scontro e che si sforzasse di far emergere gli elementi positivi. Qui non è in
gioco una fucilazione e dei consiglieri seri dovrebbero suggerirgli semmai di
affrontare una serena sfida alla giustizia, come fa colui che si sente sicuro
del proprio operato. Infatti, un conto è una sfida in un'aula di tribunale, un
conto una guerra senza quartiere". Traduciamo quest'idea in concreto,
presidente. "Il premier, se davvero crede sia utile il contestato
emendamento per cambiare i ruoli delle udienze e far slittare certi processi
(una sorta di "amnistia mascherata", come sostengono molti), vada in
Parlamento e dica: "Questa legge è importante e necessaria, vi chiedo di
votarla. Io, per parte mia, non porrò comunque ostacoli al mio processo perché
so che ne uscirò pulito"". Era inevitabile che il dialogo politico si
interrompesse su questa partita? Oppure, nel nome delle riforme, l'opposizione
avrebbe dovuto tenere aperte le comunicazioni con il governo? "In queste
ore ho incontrato diverse persone del centrosinistra e anche Veltroni.
Riconoscono tutte che non è possibile far digerire agli italiani un intervento
legislativo del genere, particolarmente anomalo e dichiarato
"incostituzionale" da eminenti giuristi. La ferita sarebbe troppo
grave. Non è dunque criticabile chi ha deciso di interrompere il dialogo. Quando
si riduce la politica a guerra, come si può poi chiedere collaborazione? Oppure
si vorrebbe che l'opposizione cedesse su tutta la linea? " Alcuni temono
le ricadute della "partita giustizia" sull'opinione pubblica, il
rilancio dei vecchi girotondi, e profetizza nuove lacerazioni. "Ho avuto
qualche simpatia per i girotondi, che sono stati un segno di vitalità e di
partecipazione oggi forse impossibile. Ma sono preoccupato che si vada verso
uno sfascio totale, verso un'insanabile separatezza tra cittadini e
istituzioni, verso il crollo definitivo di una fiducia che già vacilla da
tempo. La gente è satura di scontri. Se domani ci fossero le elezioni, quanti
crede che andrebbero a votare?" Il nuovo braccio di ferro del premier
rischia di aprire un conflitto anche con il Quirinale. Che cosa farebbe, lei,
al posto di Napolitano? "Il capo dello Stato sa perfettamente quel che
serve fare in circostanze come questa. Gli sono fortemente vicino e non mi
permetto di interferire con il suo compito, oggi più che mai delicato.
Stamattina me lo sono trovato accanto, quando ho rievocato i 60 anni della
Costituzione. E ho chiuso il mio intervento con poche parole: "Pensieri,
preoccupazioni e speranze rimangono in silenzio... vorrei solo essere capace di
invocare che prevalga sempre, a prezzo di ogni possibile sacrificio,
l'interesse supremo del popolo italiano ". Marzio Breda \\ Dica che ne
uscirà pulito Annunci all'Aula: io non ostacolerò il mio processo perché ne
uscirò pulito \\ Napolitano sa come fare Il capo dello Stato sa perfettamente
quel che serve fare in circostanze così.
( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Giordano, Rea, De Silva, Comencini, Ravera, sono, nell'ordine,
gli autori in finale allo Strega 2008. Nel primo anno della presidenza del
napoletano (di Torre Annunziata) Tullio De Mauro, un Premio Strega nel nome del
Meridione? Così si disse quando il 15 maggio scorso fu scelta la
"dozzina". Ieri sera in via Fratelli Ruspoli, storica sede dove si
sceglie la cinquina in lizza al Ninfeo di Valle Giulia il primo giovedì di
luglio, sfida all'ultimo voto per i titoli effettivamente in gara: quattro
partenopei, Ermanno Rea con Napoli ferrovia (Rizzoli), Diego De Silva con Non
avevo capito niente (Einaudi), Ruggero Cappuccio con La notte dei due silenzi
(Sellerio) e Giuseppina De Rienzo con Vico del Fico al Purgatorio (Manni), un
brindisino, Emiliano Poddi, con Tre volte invano (Instar Libri), un romano,
Carlo D'Amicis, con una storia però ambientata nel Salento, La guerra dei
cafoni (minimum fax). E poi appunto il torinese Paolo Giordano, esordiente con
La solitudine dei numeri primi (Mondadori), la torinese "romanizzata"
Lidia Ravera con Le seduzioni dell'inverno (nottetempo), i romani Cristina
Comencini con L'illusione del bene (Feltrinelli) e Giuseppe Manfridi con La
cuspide di ghiaccio (Gremese), Cristina Masciola con Razza bastarda (Fanucci)
e, per la prima volta, un albanese che scrive nella nostra lingua, Ron Kubati,
con Il buio del mare (Giunti). A De Mauro, succeduto ad Anna Maria Rimoaldi, il
merito di alcune innovazioni: tetto massimo di 12 libri selezionati, anzianità
di almeno 8 anni nel settore narrativa per le case editrici, rotazione nel
comitato direttivo e svecchiamento ciclico della giuria di Amici della
Domenica. Irrisolto il nodo dei macroscopici conflitti di interessi che affetta la giuria: dove
tra presenza di esponenti degli staff delle case editrici, e tra scambi di
favori (ti dò il voto se mi pubblichi il libro), i giochi, ogni anno, si fanno ben
al di fuori del Ninfeo. La suspense, comunque, questo primo giovedì di luglio
la riserverà. In questo 2008 Giordano, con Mondadori, potrebbe portare a
casa la vittoria benché Segrate abbia già vinto l'anno scorso con Ammaniti. Il
25enne torinese, fisico teorico e romanziere esordiente, quest'anno potrebbe
scompaginare i giochi. spalieri@unita.it.
( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai
consultando l'edizione del Ci sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti
del Prater? Speriamo di no, ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli
europei di calcio è il caso di preoccuparsi davvero.
( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Dal Ruanda all'ex Jugoslavia le cifre delle
violenze Il Fondo di Sviluppo delle Nazioni per le Donne (Unifem) stima che il
70% delle vittime nei conflitti armati sono civili. La stragrande maggioranza
di questi sono donne e bambini. L'agenzia Onu denuncia che le donne sono sempre
più percepite come un obiettivo da parte dei belligeranti, che adottano una
"strategia del terrore" come metodo di guerra. In questo
contesto le donne possono essere violentate, rapite, costrette a gravidanze
forzate e ridotte in schiavitù. Lo statuto di Roma della Corte Penale
Internazionale è il primo strumento internazionale che include la violenza
sessuale tra i crimini contro l'umanità (art. 7) e i crimini di guerra (art.
8). Quasi la metà delle persone sotto processo presso la Corte Penale e gli
altri tribunali internazionali sono accusate di stupro o di violenza sessuale,
sia in quanto esecutori che mandanti. Fenomeni di violenza nei confronti delle
donne sono stati registrati in quasi ogni conflitto internazionale o civile:
Afghanistan, Burundi, Ciad, Colombia, Costa d'Avorio, Congo, Iraq, Liberia,
Perù, Ruanda, Sierra Leone, Cecenia, Darfur, Sudan, Nord Uganda ed ex
Jugoslavia. In Ruanda mezzo milione di donne sono state violentate durante il
genocidio del 1994; 60mila sono state vittima di violenza sessuale durante il
conflitto tra Croazia e Bosnia-Erzegovina; in Sierra Leone i casi di violenza
sessuale contro le donne sfollate sono stati 64mila. Al termine della sua
visita in Darfur il relatore Speciale Onu per la violenza contro le donne ha
riportato testimonianze di donne che pur essendo state vittime di violenza,
incontrano forti difficoltà nell'accesso alla giustizia e alla tutela
sanitaria. Il coordinatore Onu per l'Emergenza Umanitaria, visitando la regione
del Sud Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, ha riferito che dal 2005
sono stati riportati 32mila casi di violenza sessuale. Tutte le cifre sono
approssimate per difetto. Unifem denuncia che la protezione e il sostegno alle
donne vittime della violenza nelle zone di guerra e nella fase post-conflitto
sono ancora inadeguati. La generale impunità di cui godono i colpevoli aggrava
la situazione, fungendo da incentivo alle violenze. A otto anni dall'adozione
della risoluzione 1325, l'agenzia Onu rileva come resta ancora molto da fare
per rafforzare i meccanismi di prevenzione, d'indagine, di raccolta informazioni
e di riparazione per le vittime. E molto resta da fare anche sul piano della
partecipazione delle donne ai processi di pace. La scheda.
( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del Lo stupro tra i crimini di guerra, l'emergenza arriva all'Onu La violenza sessuale sulle donne spesso è un'arma nei
conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non riconoscono la Corte penale
internazionale di Roberto Rezzo / New York LA VIOLENZA sessuale contro le donne
nelle aree di guerra è stato l'argomento che ha dominato l'ultima riunione del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La speciale seduta è stata
introdotta dalla segretaria di Stato americano Condoleezza Rice. Un obiettivo
dichiarato all'ordine del giorno: implementare la risoluzione 1325 - approvata
il 31 ottobre 2000 - che per la prima volta include lo stupro fra i crimini di
guerra. E per tutti questi anni rimasta lettera morta. Il dossier Unifem
denuncia una situazione che ha la portata di una tragedia umanitaria. Donne e
bambini rappresentano la schiacciante maggioranza delle vittime in tutti i più
recenti conflitti. Stupro e violenza sessuale sono sistematicamente impiegati
per terrorizzare, umiliare e dominare il nemico. Sono armi non convenzionali
capaci di distruggere intere comunità per le generazioni a venire. "Ma non
si tratta solo di un problema umanitario - sottolinea Rice - È un problema che
investe la sicurezza nazionale e internazionale. Perché le donne sono una parte
fondamentale del tessuto economico e sociale". Negli ambienti diplomatici
l'iniziativa ha raccolto un vasto consenso, suscitando insieme non poche
perplessità. Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, primo rappresentante
del governo Berlusconi a intervenire al Palazzo di Vetro, ha annunciato che
l'Italia "sta per finanziare" con un milione di euro un programma di
monitoraggio e prevenzione in Liberia. "Partecipiamo a questa iniziativa
al massimo livello. Esattamente come ci siamo impegnati per la moratoria
internazionale sulle esecuzioni capitali. L'attenzione dell'Italia per questi
temi non cambia a seconda dei governi". Le resistenze più forti sono
venute dalla Cina e dalla Russia, convinte che il tema della violenza sessuale
esuli dalle competenze del Consiglio di Sicurezza. Una posizione di minoranza.
Le vere questioni sono altre, a cominciare da come si passa dalle dichiarazioni
d'intenti ai fatti. Uno degli aspetti più allarmanti del dossier Unifem
riguarda l'impunità della violenza contro le donne. La Corte Penale
Internazionale dell'Aia ha competenza su questi crimini qualora i singoli
governi locali manchi d'intervenire. Il suo statuto è entrato in vigore il 1
luglio del 2002 con il Trattato di Roma. Su 192 Stati membri dell'Onu, solo 104
lo hanno ratificato. Gli Stati Uniti hanno firmato il trattato ma
l'amministrazione Bush si è rifiutata di ratificarlo. Ufficialmente per timore
che il suo personale civile e militare possa essere oggetto di persecuzioni
giudiziarie motivate politicamente. E resta il fatto che gli Stati Uniti, in
questo momento alla presidenza del Consiglio di Sicurezza, sponsorizzano
un'iniziativa contro la violenza e per l'affermazione della legalità che è in
palese contrasto con le trattative condotte su altri scacchieri. È di questi
giorni la notizia che il governo iracheno ha respinto la richiesta di
Washington di assicurare l'immunità permanente dalle leggi irachene per il
personale sia civile che militare di stanza in Iraq. Compresi i dipendenti delle
società che lavorano in appalto per il Pentagono o il dipartimento di Stato.
Baghdad ha motivato la decisione citando anche numerosi episodi di violenza
contro le donne da parte di suddetto personale. E un rapporto del Congresso
accusa l'amministrazione Bush di complicità negli abusi verificatisi a
Guantanamo, Abu Graib e in Afghanistan. Il documento menziona esplicitamente
torture e violenza sessuale nei confronti dei prigionieri. Scotti - incontrando
i giornalisti prima della riunione - assicura che la bozza di risoluzione
all'esame del Consiglio di Sicurezza fa riferimento all'importanza di allargare
il numero dei Paesi che aderiscono al trattato di Roma. Un passaggio
indispensabile per dare forza, credibilità ed efficacia alla Corte Penale
Internazionale. In realtà il testo del documento si limita a ricordare che il
Trattato di Roma esiste. E Marcello Spatafora, l'ambasciatore italiano presso
le Nazioni Unite, si affretta a correggere il tiro: "Il numero di Paesi
che sottoscrivono uno statuto non è una questione prioritaria in questa fase.
L'importante è che i caschi Blu e tutto il personale dell'Onu presente nelle
aree di conflitto sia preparato e in grado di affrontare il problema della
violenza contro le donne".
( da "Manifesto, Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Finalmente tradotto da
Cronopio il saggio del filosofo francese Miguel Abensour sulla crisi delle
istituzioni rappresentative indagata alla luce del persistente conflitto tra il
governo dei "molti" e l'esercizio del dominio dei "grandi"
L'azione politica è "anarchica" perché resiste alla cancellazione
della molteplicità. Da qui la necessità di istituzioni democratiche che rompano
il monopolio della decisione politica detenuto dallo Stato Mario Pezzella
Questo libro di Miguel Abensour è dedicato in gran parte al commento di un testo
giovanile di Karl Marx, La critica del diritto statuale hegeliano, commento che
non ha nulla di accademico; il testo di Marx viene sottoposto a
un'interrogazione che parte del presente, riattualizzato per rispondere a una
nostra questione. Si potrebbe dire, parafrasando Benjamin, che quel testo di
Marx conosce per noi l'ora della sua leggibilità. Abensour sceglie di
interrogare Marx a partire dalla crisi del comunismo del Novecento, dalla
deriva del socialismo reale in burocrazia, dalle forme assunte dal
totalitarismo nella prima metà del secolo passato. In tale disfacimento di
speranze, è possibile chiedersi cosa sia una "vera democrazia"? La
domanda è meno scontata e retorica di quanto sembri. Pochi termini sono stati
così banalizzati, pochi hanno perso in tale misura la carica dirompente e
radicale che inizialmente possedevano. Attraverso l'inchiesta sul testo di
Marx, Abensour mira in realtà a riproporre tale senso radicale e dimenticato.
Lo fa mostrando come l'espressione "Stato democratico" sia in realtà
una contraddizione terminologica, come la "vera democrazia" tenda
verso il governo condiviso dei "molti"; lo Stato, invece, nel suo
stesso principio, tende a sottoporre i molti al dominio di un Uno, forma
unificante e organizzatrice. La signoria e la servitù La democrazia opera
dunque contro le unificazioni formali ed astratte proposte dallo Stato, e che
sempre suppongono un rapporto gerarchico di signoria e servitù: e sostiene
invece forme di governo politico, in cui venga lasciato spazio al riconoscimento
paritario dell'altro. Un riferimento importante, per tale linea di pensiero, è
la riflessione di Hannah Arendt e la sua analisi della tradizione consiliarista
e comunale; meno obbligato, e per certi versi sorprendente, è quello al
pensiero del filosofo francese Emmanuel Lévinas, come se l'"etica
dell'alterità", delineata da quest'ultimo, potesse trovare il suo
effettivo inveramento solo nell'ambito politico. Da questo punto di vista
procede la lettura di Marx. Il testo marxiano del '43 è in certa misura
contraddittorio, esposto a due tendenze divergenti: da un lato la
rivendicazione della democrazia come rifiuto dell'Uno statuale e affermazione
della pluralità, della decisione condivisa dei molti; d'altra parte tale
pluralità rischia di essere identificata con un demos, un popolo nella sua
volontà sorgiva e originaria, che fungerebbe da nuovo principio unificante
della diversità. La vera democrazia è l'affermazione delle "molte"
singolarità che convengono insieme per decidere di volta in volta il loro
essere in comune, o il loro disciogliersi in una forma unificante e finale, in
cui ogni conflitto è risolto, ogni lacerazione placata in una superiore
conciliazione? Intorno a questa tensione e a queste possibilità, entrambe
presenti nel testo di Marx, ruota l'analisi di Abensour (e la risposta a tale
domanda rinvia indirettamente agli esiti e alle tragedie delle rivoluzioni del
Novecento. La governance del mercato Che altro è il "momento
machiavelliano", di cui tanto si parla in questo libro, se non l'essenza
stessa della democrazia e della decisione politica? Il momento machiavelliano
non è -o non è solo- un periodo storico, ma una possibilità permanente
dell'agire politico, una sua forma a priori, un suo imperativo regolativo. Occorre portare alla luce il conflitto latente nella realtà
sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative
e ipocritamente "buoniste"; occorre aprire e dar consistenza al
conflitto tra i "grandi" ed il popolo; occorre che le soluzioni in
cui di volta in volta si risolve questo conflitto non siano gerarchicamente
imposte dallo Stato, o rimesse al puro arbitrio dei rapporti di forza.
Oggi si direbbe: le soluzioni non possono essere rimesse a un puro atto di
governance o ad automatismi ciechi come quelli del mercato. L'idea di Abensour
è che debbano esistere istituzioni democratiche diverse da quelle dello Stato,
in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l'essere-in-comune,
rispettando la differenza dell'altro, e la specificità dell'ambiente sociale in
cui deve essere assunta la decisione. A questo generale decentramento e
delocalizzazione della decisione corrisponderebbero le istituzioni consiliari
descritte dalla Arendt e di cui Marx ha dato un'anticipazione nei suoi scritti
sulla Comune. Assenza di expertise È possibile dire qualcosa dello spirito
generale che animerebbe queste istituzioni e dell'orientamento, dell'unità di
misura secondo cui potrebbero regolarsi. Arendt trova soccorso in un pensatore,
che non ha mai scritto una vera e propria "filosofia politica",
eppure ha elaborato una notevole teoria del "senso comune": si tratta
di Kant e della sua opera apparentemente più impolitica, La critica del
giudizio. Il senso comune, in quest'opera, è "una condizione di
possibilità" della comunicabilità universale, l'espressione del voler
"essere-in-comune" degli uomini; essi esprimono in tal modo il
desiderio di persuadersi reciprocamente e giungere a giudizi universali e
condivisi, a un "gusto" collettivamente apprezzato. Questa
universalità è tuttavia il frutto di un'attività intersoggettiva continua, e
non il risultato di principi primi inalterabili e prefissati. Kant riserva
questo tipo di senso comune al giudizio estetico: ma non è possibile - si
chiede Arendt - estenderne il significato all'agire della comunità politica,
all'essere "cittadini" di una repubblica comune? D'altra parte,
questa persuasione per comunicazione non ha nulla di idilliaco, non è garantita
da nessuna expertise e si scontra duramente con i poteri gerarchici effettivamente
esistenti. Se il dialogo è al principio della democrazia, esso apre il suo
spazio all'interno del conflitto col potere, e la democrazia viene perciò
definita da Abensour come costitutivamente e inevitabilmente
"insorgente". Questo concetto rimanda a quello di "democrazia
selvaggia" del filosofo Claude Lefort, anch'esso in certo misura derivante
da una rilettura di Machiavelli: il dialogo coesiste continuamente col
conflitto, perché sempre coesistono in ogni società i "grandi" e il popolo,
animati da desideri discordi: quello dei grandi di mantenere e consolidare il
proprio potere gerarchico, quello del popolo di partecipare alle decisioni, e
dunque di essere libero. Secondo Lefort e Abensour non esiste stato finale
della storia, né mai una trasparenza sociale assoluta, in cui tale conflitto e
l'antagonismo che esso propone possa aver completamente fine. Sempre, nelle
circostanze date, ogni volta diverse e ridefinibili, l'azione politica deve
riprendere da capo il suo compito e "insorgere" contro l'irrigidimento
dei rapporti servo-padrone che tende a riproporsi; sicchè questa prospettiva,
più che a un'idea organica della rivoluzione come fine della storia, è più
vicina a quella di una insorgenza permanente, che riproponga, in ogni
situazione o "sito" del tempo, l'essere-in-comune contro
l'essere-in-Uno. Nelle cesure della storia Riprendendo un altro autore assai
caro ad Abensour, il Reiner Schürmann interprete di Heidegger, l'azione
politica è sempre "situata": il "sito" dice Schürmann è il
luogo dove gli umani possono "con-venire" insieme, rovesciando i
rapporti concreti di potere; l'azione politica si radica inestricabilmente e
irrimediabilmente alla specificità del sito in cui interviene, è in senso
stretto "situazionista". Abensour e Schürmann ritengono l'azione
politica "anarchica" in senso letterale e filosofico, perché rifiuta
il ricorso a un "Principio primo" di esplicazione dell'agire, a
un'arche, da cui deriverebbero per adesione, emanazione o disvelamento, le
caratteristiche del giusto agire. "Senza principio", anarchica,
l'azione politica segue però rigorosamente la sua unità di misura, e il suo
imperativo regolativo: il riconoscimento dell'altro e la decisione discussa in
comune con l'altro, di contro all'autorità che come un destino o un opaco immotivabile
essere lo stringe alla sua necessità. L'apertura anarchica della
"democrazia insorgente" si rivela al meglio nelle "cesure"
della storia, o in quella "dialettica in sospeso", in bilico, di cui
anche Walter Benjamin parlava nei suoi ultimi scritti, quando una vecchia forma
di potere è in via di sgretolamento e ancora una nuova non ha avuto la forza di
imporsi e sostituirla. Allora balena nella mente degli uomini l'idea che forse
una vita senza potere sarebbe pure possibile, o almeno che la loro energia
costituente potrebbe distruggere le solidificazioni del diritto costituito. S'è
già detto come le insorgenze consiliari del Novecento abbiano prefigurato
un'istituzione politica non centralizzata nell'unità dello stato e fondata
piuttosto sulla pluralità riconosciuta dei "molti". In certo senso,
si tratta di un'esperienza politica capace di ritornare costantemente al suo
momento costituente, di revocare l'univocità e la permanenza delle forme
costituite, con la consapevolezza che questo atto di apertura va riproposto in
ogni situazione specifica e non conosce arresto o fine della storia: non è
garantito da alcuna fine e da alcun principio. L'"insorgenza"
definisce quei momenti di cesura della storia, in cui - nell'intervallo tra il
crollo di un vecchio regime e il costituirsi di nuove istituzioni - si è
tentata la via di una simile comunità politica. È in questo eccesso e in questo
scarto, che Marx vedeva il significato irripetibile della Comune di Parigi. C'è
sempre l'eventualità che la deliberazione comune si irrigidisca in struttura
astratta, che l'altro ricada nel medesimo, che i molti vengano ricondotti
all'Uno. La democrazia insorgente non è una forma data una volta per tutte, ma
l'opera continua di trasformazione dell'essere nell'esistente e nel possibile.
( da "Liberazione" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
La Sinistra del
fare, è il titolo che abbiamo dato all'incontro di domenica 22 giugno al
Ridotto dell'Eliseo per discutere con le varie realtà interessate a un soggetto
unitario e plurale della sinistra su un programma di lavoro comune per i
prossimi mesi. Reagire allo stordimento delle sconfitte tornando ai luoghi di
origine e alle relazioni che rassicurano è forse un gesto spontaneo, ma
probabilmente non è il più adatto a chi si trova in cammino. Insomma, per chi
transita nelle "terre di mezzo", tra il non più e il non ancora, il
rischio di sbagliare è grande. Questa sembra la situazione di coloro che hanno
creduto e credono nella Sinistra. Tuttavia, la disfatta elettorale subita nelle
recenti elezioni e l'ondata di destra che sta attraversando il paese con
inquietanti pulsioni autoritarie, l'azione che tende a ridimensionare
l'autonomia del sindacato e a porlo in una condizione di subalternità,
l'aggressività delle spinte neoconfessionali, rendono necessaria una capacità
di risposta. La composizione del nuovo parlamento italiano dimostra infatti che
il cammino di una svolta "autoritaria"nel nostro paese ha guadagnato
spazi enormi nelle coscienze. Occorre ripartire con la costruzione in Italia di
una forza di sinistra che nasca da un processo fondato sulla partecipazione e
sia capace di interpretare la fase difficile e complessa che sta di fronte a
tutti noi. A questa semplificazione autoritaria noi, i partiti e i movimenti
della sinistra, non sappiamo infatti ancora contrapporre un'idea nuova di
"cittadinanza", che agisca all'interno di nuovi "confini"
della politica, non più solo locali o nazionali, ma giocati sui molteplici
contesti in cui il capitalismo globale agisce, a partire dai corpi e dalle
relazioni private. Non solo in Italia, ma anche nel contesto europeo. Per
questo motivo noi che crediamo nella necessità di una Sinistra unita. Vogliamo
proporre non formule politiche, ma un modo per recuperare l'azione collettiva
che dia nuovamente senso a una opposizione reale nel paese. Insomma una
Sinistra del fare . La sfida è infatti quella di riuscire a creare i
presupposti di una visione comune, una "collettività riconoscibile",
in modo che le persone, pur se imbrigliate nella confusione dei loro molteplici
desideri e dei loro molteplici bisogni, assumano consapevolezza di come il
proprio agire possa determinare una massa critica capace di attirare consenso.
Una sinistra che inizi a mettere da parte la frammentazione politico-culturale,
sempre più narcisistica e separata, che spesso percorre anche i movimenti e che
non può essere affrontata con il ritorno a strutture di partito cosi come le
abbiamo sinora conosciute . Per questo motivo pensiamo sia necessario trovare
modi di azione comune tra le reti esistenti di più soggetti, partitici e non.
Modi che consentano ai soggetti partecipi di disporre di larghi elementi di
autonomia, ma che rendano possibile assumere anche la responsabilità di un
funzionamento collettivo. Tutto questo per tornare a essere presenti nel paese
con le nostre visioni, per fare in modo che i conflitti
creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra
paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli,
Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro
Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai 20/06/2008.
( da "Stampa, La" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
ALBA. COMUNE Tre
pareri il caso Italia Nostra ha scritto a Rossetto "Glasnost sul Piano
regolatore" Solo 11 su 21 consiglieri hanno finora dichiarato se
posseggono terreni inedificati "Nessun obbligo Una buona regola" \
"Un progetto nel rispetto dell'ambiente" "La dichiarazione delle
proprietà è un invito ma non c'è alcun obbligo giuridico" "In una
lettera abbiamo indicato alcune istanze su ambiente edilizia e viabilità"
"L'esigenza di informazioni e trasparenza è molto sentita dai cittadini"
ALBA Mariella Bottallo Sergio Susenna Antonio Degiacomi [FIRMA]GIUSEPPINA FIORI
ALBA Solo 11 amministratori comunali su ventuno hanno finora dichiarato se
posseggono terreni inedificati nel territorio di Alba. La richiesta era stata
avanzata a luglio 2007, rinnovata a dicembre e poi ancora a maggio di
quest'anno dai "Federati per l'Ulivo", come gesto di trasparenza in
vista del nuovo Piano regolatore. Con una mozione la minoranza aveva chiesto
che venissero dichiarate le proprietà da parte del sindaco, dei consiglieri e
loro famigliari, di società in cui rivestano ruoli amministrativi, allo scopo
di avere una "chiara distinzione tra gli interessi
privati e le decisioni pubbliche, evitare sospetti e opinioni negative sulla
politica". Fino ad oggi hanno presentanto le loro dichiarazioni in Comune
tutti i consiglieri di opposizione (Antonio Degiacomi, Roberto Giachino,
Maurizio Marello, Franco Foglino, Massimo Scavino, Mariangela Roggero,
Pierangelo Bonardi). Per la maggioranza hanno aderito la presidente del
Consiglio comunale Mariella Bottallo, i consiglieri Gianfranco Brovida, Dino
Destefanis e Domenico Boeri. Anche se nell'invito non erano stati direttamente
coinvolti gli assessori, nessun componente della giunta ha dichiarato le sue
proprietà. Sottolinea la presidente Mariella Bottallo: "La trasparenza è essenziale di fronte a un nuovo Piano regolatore per evitare
conflitti. La dichiarazione dei beni posseduti è un invito doveroso, ma non c'è
alcun obbligo giuridico". Il capogruppo dei "Federati per
l'Ulivo" Antonio Degiacomi: "Sarebbe bene che tutti i consiglieri
aderissero, compreso il sindaco. Noi avevamo chiesto che fosse un impegno, la
maggiornaza ha voluto che fosse solo un invito". L'opposizione ha
anche avviato una raccolta di firme per chiedere che il progetto preliminare
del Piano regolatore prima di essere portato all'approvazione del Consiglio
comunale sia illustrato in pubbliche assemblee. Questo per un confronto con i
cittadini sui contenuti, sulle scelte fondamentali, sempre in un'ottica di
trasparenza e di partecipazione. Ancora Degiacomi: "Abbiamo già raccolto
oltre mille firme. I cittadini devono essere informati. Dato il grave ritardo
che sta subendo il Piano regolatore, che non potrà essere operativo prima di
3-4 anni, chiediamo che si anticipino provvedimenti, come la realizzazione di
nuove strade per migliorare l'insostenibile situazione del traffico". Il
presidente della prima commissione urbanistica Gianfranco Brovida replica:
"Il Piano regolatore è in discussione all'interno di un gruppo di lavoro,
che ha recepito le osservazioni da passare agli architetti. Prima di tutto sarà
presentato nelle commissioni e ai consiglieri comunali. Poi si vedrà".
Anche la sezione albese di Italia Nostra è intervenuta sul Piano regolatore con
una lettera indirizzata al sindaco Giuseppe Rossetto e agli amministratori,
consegnata ieri in municipio dal presidente Sergio Susenna. L'associazione
ricorda che sono ormai trascorsi cinque anni da quando sono state avviate le
procedure per il nuovo strumento urbanistico e che nel quinquennio varie parti
del territorio hanno avuto considerevoli trasformazioni, non sempre
condivisibili. Scrive Italia Nostra: "Se davvero entro il termine del 2008
l'Amministrazione intende approvare il progetto preliminare, Italia nostra
chiede che una bozza venga prima portata a conoscenza dei cittadini attraverso
la consultazione delle organizzazioni socialmente rappresentative come i
comitati di quartiere, sodalizi di categoria, associazioni". Per Italia
Nostra le precedenti consultazioni non sono state sufficienti per esaurire le
problematiche e si vogliono conoscere le scelte effettive. Nè le osservazioni
che ogni cittadino, per legge, può presentare dopo l'adozione del progetto
preliminare colmerebbero questa esigenza. Intanto nella sua lettera Italia
Nostra comincia ad avanzare alcune istanze ritenute "irrinunciabili".
Riguardano le tematiche ambientali (inquinamento, difesa del suolo, del verde);
la salvaguardia del paesaggio per il centro storico e per le aree collinari,
intesa non solo come pronunciamento idealistico, ma come principio da esplicare
per la promozione del turismo e del riconoscimento Unesco. L'associazione
raccomanda interventi di riassetto idraulico e di recupero della possibilità di
fruizione del Tanaro e dei torrenti. E ancora i problemi della viabilità con
l'esigenza di nuove strade compatibili, attenzione alla qualità delle nuove
realizzazioni edilizie (civili, industriali e commerciali).
( da "Giornale.it, Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 146 del
2008-06-20 pagina 16 Ecco chi è "Sandokan" La vita tra killer e
amanti del padrone di Gomorra di Gian Marco Chiocci Cala il sipario su
Francesco Schiavone, il boss che per hobby si dipingeva vestito da Napoleone.
Forte di un esercito di mille uomini aveva creato un impero finanziario fondato
sul sangue e sul cemento Napoli - "Io non sono una belva in gabbia, non
voglio comparire davanti a fotografi e giornalisti. Signor giudice, le comunico
che d'ora in poi non presenzierò più al processo". In videoconferenza dal
carcere dell'Aquila dov'è tuttora detenuto, lunedì scorso il capo dei capi
casalesi, Francesco Schiavone detto "Sandokan", onorando il
soprannome (per la somiglianza con l'attore Kabir-Bedi) ha ruggito come nemmeno
la tigre di Mompracem di salgariana memoria. Eppure coi media il boss non ha
mai rotto platealmente, anzi. Se a volte ha spedito i suoi uomini a minacciare
chi gli scriveva contro, spesso ha approfittato della
stampa per far pubblicare argomentazioni a sua firma dove - in codice -
dirimeva conflitti interni e dava ordini ai luogotenenti in libertà. è dunque anche
grazie ai giornali locali che il nome del Padrino casertano, sempre accostato a
un soprannome che l'interessato ha fatto sapere di gradire poco, è diventato
un'icona della Camorra Spa. Le cronache cominciano a occuparsi di lui
sul finire degli anni Ottanta, col feroce regolamento di conti tra le famiglie
di Antonio Bardellino e Mario Iovine. Il "tigrotto" di Casal di
Principe lascia gli studi in medicina e si schiera in armi con il secondo, col
quale uscirà vincente dalla prima mattanza anche grazie all'appoggio di
Vincenzo De Falco, che poi finirà a sua volta ammazzato dal duo
Schiavone-Iovine per aver spifferato ai carabinieri il luogo del summit dove
cadrà Francesco Bidognetti, il quarto del gruppo. Seppellito il socio delatore,
Schiavone diventa Capo fra i capi casalesi. Pentiti e soffiate lo descrivono
pieno di carisma, dall'animo imprenditoriale, poco incline alla gratuita
macelleria che non porta soldi ma solo più sbirri e problemi. Forte di un
esercito di mille uomini, "Sandokan" entra due volte in prigione ma
esce sempre per scadenza termini. La terza volta, sarà anche l'ultima: l'11
luglio 1998 la Dia lo rintraccia sotto terra, in un bunker ricavato tra le
fondamenta di uno dei suoi tantissimi rifugi. Nel covo Schiavone ha una
biblioteca dedicata a Napoleone, il suo idolo, che Schiavone dipingeva sempre
di spalle al contrario delle tante immagini del Cristo a cui il boss, con
pennellate naÏf, sostituiva il volto con una faccia più sorridente, la sua,
incorniciata nei lunghi capelli corvini, un tutt'uno con barba, baffi e Ray-Ban
a goccia. Tra una latitanza e l'altra, Sandokan ha preso in giro chi gli dava
la caccia facendo partorire ben tre dei suoi sei figli alla moglie Giuseppina,
sospettata di gestire l'indotto economico della Famiglia, comparsa ad aprile in
tv per ironizzare sui successi editoriali di Saviano. "In Gomorra ha
infilato, uno dietro l'altro, gli atti giudiziari degli ultimi 10 anni. E una
cosa così la chiama anche libro?". Sempre in tv, stavolta alle Iene, in
soccorso di Sandokan è accorso il padre: "Saviano è un buffone", ha
tuonato. Non è una novità. La famiglia si è stretta sempre intorno a don
Francesco, e a suo fratello Walter, famoso per atroci misfatti e per aver
chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella di Al
Pacino-Tony Montana in Scarface. Per dormire tranquillo Sandokan aveva
arruolato tanti familiari, tra cui due cugini: Francesco e Carmine. Il primo
sta pagando la fedeltà col carcere, il secondo è l'unico Giuda: s'è pentito
rivelando che Sandokan aveva anche due belle amanti, sottufficiali della Nato.
A Carmine l'"infame" gliel'hanno giurata tutti, e anche la figlia non
gliel'ha mandata a dire: "è un grande falso, un bugiardo, che ha venduto i
suoi fallimenti. Una bestia. Carmine non è mai stato mio papà". C'è e ci
sarà un solo padre da queste parti: Francesco Schiavone. A cui hanno brindato
tutti gli invitati al matrimonio del figlio Carmine, convolato a giuste nozze
in coincidenza con i funerali dell'imprenditore Michele Orsi, impiombato a Gomorra.
© SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Corriere della Sera" del 21-06-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-21 num: - pag: 41
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano TRA GIUSTIZIA E POLITICA COME EVITARE
COLLISIONI Ho trent'anni e vivo in Gran Bretagna da quasi sei anni ma riesco
ancora a stupirmi che in giorni come questi, in cui il Senato fa passare una
legge fatta apposta per il primo ministro, gli italiani non scendano in piazza
a protestare. Che cosa sta succedendo ai miei connazionali? Possibile che
l'onestà di chi li rappresenta non sia una priorità assoluta? Possibile che
debba vedere persone arrabbiarsi per l'inflazione, la disoccupazione, gli
extracomunitari clandestini, la criminalità, la spazzatura a Napoli? Ma
l'onestà e il rispetto della legge da parte di tutti non sono forse il
presupposto imprescindibile per ogni democrazia? Daniele Borghi daniborghi@
libero.it Ma come fa l'ex presidente Scalfaro a chiedere di "liberarsi del
complesso dell'imputato " a un cittadino che dal 1994 a oggi è stato
processato per le tangenti alla Guardia di Finanza, All Iberian 1 e 2, caso
Lentini, Medusa cinematografica, terreni di Macher io, Lodo Mondadori,
Sme-Ariosto, accordi pubblicitari Rai-Fininvest, tangenti pay-tv, Telecinco in
Spagna, collusioni con la mafia ed è attualmente sotto processo per il caso
Mills e i diritti tv Mediaset. Lo chiede proprio lui che, in un discorso di
fine anno a reti unificate come Capo dello Stato, ha gridato il famoso "io
non ci sto" a quanti tentarono di farlo incriminare per gli stipendi extra
ai ministri degli Interni. Se il giudice spagnolo Baltazar Garzòn ha sospeso il
processo di Telecinco quando Berlusconi era premier, perché non si dovrebbero
sospendere i due processi in corso a Milano finché è a Palazzo Chigi? Gerardo
Mazziotti g_mazziotti@ yahoo.it Il senatore Maccanico della Margherita aveva
proposto la temporanea immunità per le cinque più alte cariche dello Stato. Il
lodo divenne Schifani perchè Maccanico lo ritirò. In Francia, ad esempio,
esiste, e mi sembra anche ragionevole, sospendere le eventuali turbative
all'operato dei personaggi rappresentativi della nazione. Chirac, lasciando la
carica, è tornato un cittadino normale e la giustizia farà il suo corso. Dove
sta il vergognoso marchingegno "ad personam "? Luciano Cantaluppi
vallebona@alice.it Cari lettori, A nche se le lettere critiche, nello stile di
quella di Daniele Borghi, sono senza dubbio la maggioranza, le vostre sono un
campione rappresentativo di quelle giunte al Corriere in questi giorni e
dimostrano come questo nuovo "caso Berlusconi " possa suscitare
reazioni diverse. A quelli che hanno chiesto insistentemente la mia opinione e
mi hanno rimproverato di non averla ancora data, rispondo ora spiegando le
ragioni della mia reticenza e del mio disagio. Le leggi ad personam adottate durante il precedente governo erano visibilmente viziate
dal conflitto di interessi,
ma non erano di per sé illiberali e potevano essere difese con criteri di
razionalità giuridica. Quella approvata recentemente dal Senato è la peggiore.
Per cogliere un obiettivo preciso (il rinvio del processo Berlusconi), la legge
mette in lista d'attesa processi che non sono meno importanti, per la
sicurezza dei cittadini, di quelli considerati prioritari. La lettera che il
presidente del Consiglio ha inviato al presidente del Senato per giustificare
il provvedimento non è convincente e lascia nel palato del lettore un cattivo
gusto d'ipocrisia. Ma esiste un problema a cui è impossibile voltare le spalle.
Berlusconi è stato oggetto in questi anni di un numero straordinariamente
elevato di indagini giudiziarie. Ma questo non ha impedito ai suoi connazionali
di votarlo e di dargli in tre occasioni la maggioranza. Sulle ragioni di questo
consenso possiamo fare molte supposizioni e giungere addirittura alla
conclusione che una gran parte della società italiana è amorale. Ma tutto è
possibile fuorché sostenere che gli elettori di Berlusconi non sapessero di
scegliere una persona più volte indagata e processata. Per i magistrati, i
teorici dello Stato di diritto, i paladini della separazione dei poteri, molti
uomini politici e una parte considerevole della società nazionale, questa
constatazione non ha alcuna importanza. I processi, costi quel che costi,
devono fare il loro corso e l'indipendenza dei magistrati deve essere
rigorosamente rispettata. Osservo, incidentalmente, che sarebbe più facile
rispettarla se molti magistrati non dessero interviste, scrivessero libri,
partecipassero a pubbliche manifestazioni e avessero un concetto personale
dell'obbligatorietà dell'azione penale. Ma il vero problema è un altro: che
cosa accadrebbe se un tribunale condannasse a una pena di prigione l'uomo che
pochi mesi prima è stato votato da più di 17 milioni di italiani? Siamo certi
di potere controllare la crisi che sarebbe probabilmente il risultato di tale
sentenza? L'affermazione secondo cui la giustizia e la politica devono
procedere su binari paralleli mi sembra in questo caso astratta e artificiosa.
Vi sono circostanze in cui il deragliamento è possibile e pericoloso. Credo che
la migliore soluzione di questo rebus italiano, caro Cantaluppi, sarebbe stata
la legge del 2003 sulla temporanea immunità delle alte cariche dello Stato. So
che quella legge fu respinta dalla Corte costituzionale perché contraria al
principio della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ma se le
persone sono eguali, non sono eguali le loro funzioni, le loro responsabilità e
le ricadute di un'azione giudiziaria nei loro confronti sul funzionamento delle
istituzioni. Anche di questo, credo, occorre tener conto.
( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del Da quattordici anni giura sui suoi figli n.l. "Ve lo giuro
sui miei figli che questo decreto non è stato fatto per nessuno della mia
nidiata...": era il 1994 e Silvio Berlusconi già metteva la mano sulla
testa dei suoi pargoli, avuti da due donne diverse, come prova inconfutabile
della sua candida politica. Correva l'anno della discesa in campo, per il
cavaliere magnate tv. A distanza di quattordici anni lo ha ripetuto ancora una volta,
da presidente del Consiglio, per dirsi innocente nel processo Mills che
evidentemente lo preoccupa non poco. "Ve lo giuro sui miei cinque figli
che di quello di cui sono accusato io non c'è nemmeno l'ombra di una possibile
verità". Chissà cosa pensano ogni volta che si sentono tirati in ballo i
famosi cinque figli. Marina e Piersilvio, i piu' grandi avuti dalla prima
moglie Carla Dall'Oglio, loro che hanno in mano le colonie maggiori
dell'impero: la Mondatori lei e Mediaset lui. Papà Silvio
quasi quasi li infilò con lui nel vortice del conflitto d'interessi anche di recente, quando in
campagna elettorale disse che avrebbero potuto partecipare alla cordata
fantasma per Alitalia. Poi si dovette correggere dicendo che, appunto, non
avrebbero potuto farlo. E loro stessi trasecolarono alla sola possibilità.
Pochi mesi fa, sempre in campagna elettorale dagli schermi di RaiDue suggerì a
una giovane precaria di "sposare il figlio di un miliardario", se non
il suo, quello di un altro. Ne scoppiò un caso politico, ma la precaria non la
prese tanto male. Quando Berlusconi vuole usare i figlioli, che so' pezzi
e'core, ce li mette tutti, anche i piccoli avuti con Veronica, nome d'arte di
Miriam Bartolini. La scheda.
( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
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l'edizione del Un partito forte per uscire dal passato Pubblichiamo il testo
integrale dell'intervento tenuto ieri da Walter Veltroni a Roma all'Assemblea
costituente nazionale del Partito Democratico La lettera che il Presidente del
Consiglio ha inviato lunedì scorso al Presidente del Senato è uno spartiacque
che rischia di segnare negativamente l'intera legislatura. Con quella missiva,
l'on. Berlusconi ha assunto la paternità politica di un emendamento al decreto
sulla sicurezza che stravolge il senso del provvedimento all'esame del Senato,
colpisce il ruolo di garanzia del Capo dello Stato, strappa la delicatissima
tela del dialogo istituzionale con l'opposizione. Siamo preoccupati, per questa
svolta all'indietro. Siamo preoccupati per l'Italia, che rischia di perdere una
nuova occasione per darsi un sistema politico maturo: una democrazia compiuta,
nella quale si possa competere lealmente tra avversari, scontrarsi a viso
aperto sui programmi di governo e allo stesso tempo convergere sui valori
costituzionali e collaborare nella manutenzione e nella riforma delle istituzioni
e delle regole democratiche, come avviene in tutti i grandi paesi occidentali.
Siamo preoccupati, ma non sorpresi. In tutti questi mesi il Partito Democratico
ha cercato di portare l'Italia fuori dal passato. La proposta che quasi un anno
fa abbiamo avanzato al centrodestra, di aprire una nuova stagione di confronto,
per il bene dell'Italia, non era solo una mano tesa: era anche un guanto di
sfida. Abbiamo sfidato il centrodestra sul terreno della responsabilità
nazionale, dell'innovazione politica e programmatica. Convinti che questo
nostro Paese non può più permettersi di aspettare altro tempo, che gli italiani
non possono più aspettare. L'Italia è un Paese fermo. È un Paese che non
cresce. E' un Paese che dispone di straordinarie risorse, materiali e umane.
Risorse però non sfruttate, e mortificate, da un vero e proprio blocco non solo
politico-istituzionale, ma anche economico e sociale e perfino di genere e di
generazione. Un blocco che lo imprigiona, lo attanaglia, fino quasi a
soffocarlo. La nostra società è, e si sente, più povera. Sono e si sentono così
milioni di famiglie, soprattutto quelle a reddito fisso, che di fatto contano
in lire i loro stipendi e le loro pensioni e calcolano in euro il prezzo di
quel che spendono per vivere, con sempre maggiori difficoltà a far quadrare
tutto. Si sentono così tutte quelle persone, giovani e meno giovani, che si
ritrovano a collezionare un contratto dopo l'altro per poche centinaia di euro
alla volta. Sono più poveri gli operai, che si ritrovano con una busta paga
sempre più leggera e rischiano di uscire dalla generale invisibilità solo
quando sono vittime di uno dei troppi incidenti sul lavoro. Da quindici anni,
coalizioni politiche di segno diverso si alternano al governo dell'Italia, ma
nessuna di esse è stata in grado di esprimere la capacità di decisione
democratica necessaria ad aggredire in modo incisivo e durevole i problemi di
fondo del nostro Paese. Questa è la verità: l'Italia non dispone di un sistema
istituzionale e politico all'altezza della gravità e della complessità dei suoi
problemi. E se questo deficit di coesione politica e di decisione democratica
non verrà rapidamente colmato, rischia una crisi di sistema, della quale da
tempo si vedono molto più che le avvisaglie. La stessa anomalia della destra
italiana, quel suo affidarsi alla persona che detiene la massima concentrazione
di potere privato del Paese, non è che l'altra faccia della debolezza dei
poteri pubblici e della fragilità del sistema politico. Quasi che un sistema
politico e istituzionale strutturalmente inadeguato a prendere le decisioni
necessarie dovesse e potesse essere surrogato dall'investitura di un potere
parallelo. I risultati dei passati governi Berlusconi, così come l'infelice
esordio di questa legislatura, ci dicono che la speranza che una parte larga e
più volte maggioritaria del Paese ha riposto nella supplenza privata di poteri
pubblici si è rivelata un'illusione: alla fine il potere privato, pure invocato
per finalità pubbliche, finisce sempre per anteporre gli interessi
particolari a quelli generali. Come ha scritto uno sconsolato Luca Ricolfi,
"Emendamento salva Rete 4, limiti alle intercettazioni e alla libertà di
stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato che
dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani, tutto indica
che ci risiamo: Berlusconi avrà anche un'idea dell'Italia, ha sicuramente
ragione in alcune critiche alla magistratura, ma quando si mette in movimento è
del tutto incapace di separare l'interesse personale da quello del Paese".
Per questo ci ha preoccupato e indignato, ma non sorpreso, lo strappo consumato
dall'on. Berlusconi con l'emendamento sul decreto sicurezza. L'occasione è
perduta, forse definitivamente. Ma nessuno si illuda, tra i nostri avversari: noi
non torneremo con loro nel passato. Noi continueremo a lavorare per la nuova
stagione della democrazia italiana. Proprio l'inadeguatezza del centrodestra
apre davanti a noi una grande opportunità, che dobbiamo far maturare con
pazienza, coerenza, tenacia. E' proprio adesso che i nostri avversari hanno
messo in mostra, ancora una volta, i loro limiti radicali, che noi non dobbiamo
ricadere in vizi antichi e ripetere i vecchi errori: se lo facessimo, ci
giocheremmo la possibilità di diventare maggioranza nel Paese. Anche nella
legislatura 2001-2006 il berlusconismo si rivelò un rimedio peggiore del male,
un'aggravante alla crisi italiana. E lungo tutto l'arco del quinquennio, il
centrodestra continuò a perdere vaste aree di consenso, che preferirono accamparsi
nella terra di nessuno dell'astensionismo. Il vecchio centrosinistra vinse in
quegli anni quasi tutte le elezioni parziali. Ma non riuscì a smuovere e a
spostare verso di sé gli elettori moderati che si erano rifugiati
nell'astensione. E nel 2006, quei voti in grandissima parte tornarono lì da
dove erano venuti. L'Unione rischiò così di perdere un'elezione che comunque
non vinse. Fu il connubio tra antiberlusconismo e massimalismo a rendere non
credibile la nostra alternativa. Fondata, plausibile, convincente nella
denuncia, ma inadeguata nella proposta, incapace di porsi, sia sul piano
programmatico che su quello politico, come praticabile soluzione politica alla
crisi italiana. Noi non ripeteremo gli errori di quella stagione. Per la
semplice ragione che oggi, finalmente, abbiamo il Partito democratico, la Casa
comune dei riformisti, il grande partito che mancava al centrosinistra italiano
e per il quale abbiamo lavorato, lottato, sperato, dalla nascita dell'Ulivo
fino ad oggi. All'indomani della sconfitta delle elezioni del 13 e 14 aprile,
le motivazioni della quale costituiscono il filo conduttore di questa
relazione, noi abbiamo messo in campo una opposizione coerente con la natura
del Partito Democratico. La nostra è l'opposizione di un grande partito
riformista, che si candida non solo a governare il Paese, ma ad aprire un ciclo
di grande innovazione istituzionale, politica e programmatica. Per questo, la
nostra è già e sarà sempre di più un'opposizione intransigente: contro il ritorno di una stagione di conflitti istituzionali, di
leggi ad personam e di confusione tra gli interessi privati e la cosa pubblica. Al tempo stesso, sarà un'opposizione
incalzante e propositiva sul terreno delle politiche che hanno a che fare con
la concreta condizione di vita dei cittadini: sicurezza, potere d'acquisto,
servizi sociali. Un'opposizione che gradualmente, senza arroganza, ma
con crescente autorevolezza, riesca ad imporre la propria agenda in Parlamento
e nel Paese. Per questo abbiamo dato vita al "Governo-ombra": uno
strumento essenziale per un'opposizione che voglia qualificarsi per le sue
proposte e affermarsi progressivamente come credibile alternativa di governo
per il Paese. Una decisione, la nostra, che è stata accolta dall'opinione
pubblica più avvertita come la conferma della volontà di procedere con
determinazione lungo la via dell'innovazione del sistema politico e
istituzionale. Il governo Berlusconi è ancora nel pieno della fisiologica luna
di miele col Paese, il periodo nel quale, come accade in ogni sistema
democratico, anche chi non ha votato per il governo in carica può concedere
fiducia al nuovo esecutivo, o quanto meno sospendere il giudizio, in attesa
della prova dei fatti. La prova dei fatti verrà in autunno. Sul terreno
economico, innanzi tutto. Ne abbiamo già i primi segni. Della manovra economica
che il Governo ha presentato ieri, noi apprezziamo la conferma dell'obiettivo
del pareggio di bilancio nel 2011e l'equilibrio tra minori spese e maggiori
entrate che sembra caratterizzarla. Esprimiamo invece un giudizio severo per la
mancanza di qualsiasi intervento sulla questione salariale e per la discutibile
qualità delle misure adottate per la riduzione della spesa pubblica. È davvero
grave che proprio ora che le parti sociali muovono i primi passi verso una
riforma del modello contrattuale che metta al centro la produttività e la sua
equa remunerazione, proprio ora il Governo non dia luogo ad un intervento
significativo di riduzione della pressione fiscale sui salari. Su tutti i
salari - con l'aumento della detrazione IRPEF - e sulla quota di salario da
contrattazione di secondo livello. Non ci si può rispondere che si è deciso di
intervenire sugli straordinari: non tutti i lavoratori fanno straordinari, e un
intervento su questo solo aspetto non è in grado di spingere le parti sociali
ad una nuova stagione di contrattazione, che distribuisca finalmente un po' dei
vantaggi da aumento di produttività a favore dei lavoratori. Ecco dunque un
primo elemento della nostra contromanovra: salari migliori e salto nelle
capacità competitive del sistema, attraverso misure fiscali e riforma del
modello contrattuale. In secondo luogo, quale componente della spesa pubblica
viene tagliata? Noi non discutiamo l'entità dell'intervento: il nostro
programma elettorale, al quale intendiamo ispirare la nostra opposizione,
prevedeva riduzioni della spesa corrente primaria della Pubblica
Amministrazione, al netto della spesa sociale, anche più significative.
All'interno della spesa corrente primaria, però, è soprattutto alle spese di
organizzazione della Pubblica Amministrazione che noi guardiamo, per un'azione
al tempo stesso di qualificazione e riduzione. Nell'intervento del Governo,
invece, leggiamo di tagli alla sanità e agli Enti Locali. Quanto alla finanza
locale, proprio non si vuole uscire dalla logica dei tagli orizzontali, che
accomunano buoni e cattivi, virtuosi e viziosi, a tutto danno dei primi e a
tutto vantaggio dei secondi. Bisogna invece rovesciare logica e tempistica
rispetto a quella adottata dal Governo. Prima il federalismo fiscale, fondato
su standard di qualità, quantità e costi dei livelli essenziali dei servizi,
poi la razionalizzazione dei trasferimenti. Quanto a banche, assicurazioni e
petrolieri, mi limiterò a qualche domanda: quanto vale, per questi soggetti,
l'abolizione della class action? Quanto vale, l'evaporare della nostra proposta
sulla commissione per massimo scoperto? Quanto vale il mantenimento di certi
monopoli nel settore energetico? Quanto vale il rinnovo per legge delle
concessioni autostradali? E quali sono i meccanismi che il governo intende
mettere in atto per impedire che consumatori, risparmiatori e utenti vedano
trasferire sui prezzi gli aggravi? Liberalizzare, aprire i mercati chiusi,
favorire l'accesso degli outsiders: ecco di cosa c'è bisogno. Leggeremo la
proposta del Governo sui servizi pubblici locali: se sarà figlia di una
strategia di modernizzazione e apertura, capace al tempo stesso di favorire
l'irrobustimento delle nostre imprese e l'apertura dei mercati, faremo la nostra
parte. Se in passato le maggioranze di centrosinistra non hanno proceduto, in
questo campo, non è certo stato per responsabilità dell'Ulivo e del PD. Infine,
gli interventi sui fondi europei per il Sud. Qui, se davvero il Governo intende
procedere ad una severa opera di selezione dei progetti, per riprogrammare alla
luce di poche priorità, definite con le istituzioni regionali e locali - a
partire dai progetti sulla mobilità, sulla ricerca e sulla sicurezza - sappia
che troverà nel PD un interlocutore attento e disponibile. Ma il governo deve
anche sapere che la sospensione dell'automaticità dei crediti d'imposta, il
saccheggio delle risorse per le infrastrutture nel Sud a fini di copertura del
decreto ICI, lo sperpero di 300 milioni nel prestito Alitalia, che non è più
ponte verso una credibile soluzione (e dunque non è più nemmeno un prestito),
hanno inferto un duro colpo alla sua credibilità in questo campo e ci rendono
diffidenti sulla serietà delle sue intenzioni. Non ci siamo, on. Berlusconi.
Oggi siamo noi a dirlo, in autunno sarà una larga parte degli italiani. Quella
che noi chiameremo a raccolta, per una azione di protesta e di proposta in
tutto il Paese, che culminerà con una grande manifestazione nazionale. Anche
sul terreno, delicato e decisivo, della sicurezza dei cittadini, il governo
appare prigioniero della sua stessa cattiva propaganda. Noi abbiamo detto con
nettezza, nei mesi scorsi, che la sicurezza è un bene primario, un diritto
civile indisponibile, una condizione imprescindibile della democrazia. Una
delle "rotture", delle innovazioni più grandi che rispetto al passato
il Partito Democratico ha prodotto, è stata proprio questa: affermare che
quello alla sicurezza è un diritto fondamentale, che chi governa ha il compito
di fare ogni cosa per assicurarlo. Con la necessaria fermezza, anche espellendo
dall'Italia chi si macchia di reati gravissimi e mostra segni di pericolosità
sociale. Come peraltro ponendo fine alla vergogna di troppi delinquenti, non
importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo
pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazia a un'infinità di
premi e benefici. Dire questo, far vivere concretamente questi principi in un
pacchetto sulla sicurezza che a suo tempo stato è un grave errore non
approvare, ci ha permesso se non di colmare un ritardo accumulatosi per troppo
tempo, di rimetterci in sintonia con il Paese. Con gli italiani, che in nove su
dieci ritengono che negli ultimi anni la criminalità sia complessivamente
aumentata e che per il 50 per cento pensano che questo sia avvenuto nel proprio
territorio di residenza, dove vivono e lavorano. La percezione delle persone,
si badi, non è qualcosa da sminuire o biasimare. È parte integrante del diritto
a vivere sicuri e sereni, senza temere di andare a ritirare la pensione, senza
dover star svegli con l'ansia di chi aspetta il ritorno a casa di sua figlia.
La paura è un dato reale. Va compresa, e le vanno date risposte. Come va data
risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede di
aver riconosciuti diritti civili e politici, chiede di poter votare, a
cominciare dalle amministrative. Altra cosa, decisamente altra cosa, è fare
un'equazione tanto ingiusta quanto gravemente sbagliata: più immigrazione uguale
insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, "altro" da sé,
minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E
quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare. segue a pagina 16.
( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD
segue da pagina 15 Sia chiaro: gli individui che commettono un crimine vanno
puniti, qualunque sia la loro nazionalità, la loro provenienza. Gli individui:
mai i gruppi, le comunità etniche, sociali o religiose alle quali appartengono.
Non lo dice solo il nostro codice, e già basterebbe e avanzerebbe. E' la nostra
stessa civiltà a dire che chi pensa diversamente, chi nega questo fondamento,
scivola inesorabilmente nella barbarie. E se come dicevamo la percezione di
insicurezza e la paura vanno comprese, non altrettanto si può e si deve fare
quando il confine viene oltrepassato. E' accaduto, quindi può accadere. Una
folla scatenata che si scaglia contro un campo nomadi incurante di anziani e
bambini terrorizzati e in fuga è parte del problema, e anche grande. Non è
certo una risposta. Le ronde, la caccia al rom o all'immigrato, il mito
aberrante del farsi giustizia da sé sono un problema, non sono certo la
soluzione, nemmeno in minima parte. Proposte politiche che minimizzano l'una
cosa e che propongono apertamente l'altra, sono anch'esse parte del problema,
non la possibilità di uscirne. Non il modo di contrastare un virus pericoloso,
nocivo, socialmente e moralmente. Quello fatto di semplificazioni xenofobe, di
voglia di veder dilagare un "pensiero unico" segnato da separazione,
chiusura, ostilità. Quello che poi si manifesta in tante forme, a cominciare
dal linguaggio, dagli epiteti razzisti, dalle espressioni vergognose di chi
arriva a parlare di lager o di operazioni di "derattizzazione". E' un
problema chi soffia sul fuoco, chi alimenta le paure, chi innesca meccanismi
che poi rischiano di scappare di mano, di sfuggire ad ogni controllo. Tutto per
conquistare un consenso di tipo populista e antipolitico. Con un'enfasi che
colpisce in modo particolare gli immigrati e che diventa facilmente
sproporzione e poi ingiustizia, discriminazione, intolleranza. Con una
attenzione, anche mediatica, che prende la realtà e invece di rappresentarla la
distorce, la esaspera. Alcune cose, specie in alcuni momenti, sembrano essere
osservate con il binocolo e ingrandite anche a distanza ravvicinata, altre
vengono con troppa facilità allontanate dagli occhi e dalla coscienza. Ha
davvero ragione Claudio Magris quando dice: "Credo che i commercianti e
gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero
volentieri il danno, l'intimidazione - non di rado la morte - che sono
costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi.
Non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri
della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli
esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo". E' così.
Troppo spesso, in questo nostro Paese, succede così. E fatemi dire che io non
ho visto uomini politici della destra, né in campagna elettorale, né nei giorni
scorsi quando sono tornato di nuovo a Casal di Principe e in Sicilia, spendere
una parola - non dico a combattere in prima fila, ma spendere una sola parola -
contro la camorra, contro la mafia, per respingere il loro appoggio, per
sostenere concretamente i magistrati, le forze dell'ordine, gli industriali
anti-racket, i ragazzi di "Libera" o quelli di Locri che giorno per
giorno difendono, tutti assieme, il valore della legalità, della moralità che
la vita pubblica deve avere. Perché è su questo che si regge una democrazia, è
questo che contribuisce a tenere insieme la trama, il tessuto della società.
Non si governa un Paese, una comunità, coltivando l'egoismo sociale,
calpestando e lasciando calpestare la legalità, riducendo le radici,
l'identità, il territorio da quella ricchezza che sono ad una gabbia che
restringe lo sguardo e mortifica le relazioni. Non è giusto, non serve al
destino comune delle nostre società. E non serve nemmeno ai singoli individui,
a coloro dei quali si dice di voler difendere prerogative e condizioni di vita.
Invece è questo che fa la destra, in tutto l'Occidente. Non si presenta più col
volto dell'innovazione, della rottura con vecchi schemi mentali e consolidati
assetti di potere, della scommessa sugli "outsider" contro gli
"insider", come seppero fare, pur con tutte le contraddizioni e
producendo iniquità, la signora Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta del
secolo scorso. Oggi la destra ha smesso di innovare. Sembra scommettere
piuttosto sulla paura che i grandi cambiamenti in atto stanno suscitando in
tutti i settori sociali. E sembra voler promettere più protezione che
innovazione. Potremmo dire, in una parola, che la destra, venticinque anni
dopo, è tornata conservatrice. Non a torto, la destra ritiene che questo sia
precisamente ciò che le nostre società oggi le chiedono. Angosciate come sono
da un cambiamento che avanza in modo tumultuoso, ma del quale non si riesce a comprendere
il senso, ad afferrare la direzione di marcia, a prevedere gli sviluppi,
nemmeno ad intravedere la guida. Pensiamo a questi ultimi vent'anni. Sono
cambiati, e profondamente, gli equilibri politici. Nel 1989, con il crollo del
Muro, finiva il tempo delle ideologie, tramontava l'assetto bipolare che per
più di mezzo secolo aveva determinato i destini di popoli e paesi di ogni
angolo del pianeta. Qualcuno, salutando i segni di una democrazia in
complessiva espansione, perché era verso di essa che il mercato sembrava
ineluttabilmente spingere, arrivava a preconizzare la "fine della
Storia". Sarebbe bastato poco tempo a dimostrare che così non era. La
cartina dell'Europa è stata ridisegnata, e con essa il suo ruolo. Con fasi
alterne, e con non poche contraddizioni. Nel segno della pace si è riunificata
la Germania, in quello della guerra e dell'odio etnico sono nati nuovi stati
nei Balcani. L'allargamento a Est ha creato nuovi confini e assegnato nuovi
possibili compiti all'Unione Europea. Nel frattempo, girato drammaticamente
l'angolo del nuovo secolo, ci si accorge di quanto si siano incrinate le
certezze sulla "naturale" crescita delle democrazie. Larry Diamond,
politologo della Stanford University, lo ha detto con chiarezza: a fianco della
tanto dibattuta recessione economica americana ce n'è oggi un'altra, meno
discussa ma assai più temibile, perché se si consolidasse sarebbe molto
difficile invertire il senso di marcia e le conseguenze per l'intero pianeta
sarebbero di non breve durata. L'ha definita "recessione
democratica", pensando soprattutto a quelle forme di "capitalismo
autoritario" che con profili diversi ha i suoi esempi più grandi nella
Cina e nella Russia. Realtà che si stanno incaricando di dimostrare che il
mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli.
Insomma, andiamo verso un mondo multipolare dove grandi potenze potranno non
essere democratiche. E non solo: dove ogni grande democrazia deve trovare le
energie per difendere, rafforzare e perfezionare se stessa. Non sono mai da
sottovalutare i rischi che si addensano su una comunità, su una democrazia,
quando lo Stato di diritto viene ferito e quando anche solo una piccola parte
della libertà degli individui viene meno. Una "recessione democratica",
dunque. E insieme, le grandi questioni legate al "Prometeo scatenato"
di Giorgio Ruffolo, ad un sistema capitalistico che a fianco delle
"condizioni prodigiose di prosperità" che ha saputo creare, e anzi
spingendo proprio queste oltre ogni misura, si è avventurato in un percorso
denso di "condizioni minacciose" per il futuro stesso dell'umanità.
La devastazione dell'ambiente, i cambiamenti climatici, l'emergenza acqua, le
carestie, la dissipazione delle fonti energetiche primarie e la dipendenza del
petrolio che potrebbe mandarci in tilt: tutto concorre a dirci che il mondo
così non può reggere ancora per molto, che siamo già oltre il limite e che
rischiamo di arrivare ad un punto di non ritorno. E poi la dissipazione delle
ricchezze reali con il peso smisurato assunto dalla finanza, il deterioramento
delle relazioni sociali, un impoverimento generale delle risorse morali. A
creare un mondo sempre più diseguale. Sempre più abitato da pochi vincitori e
moltissimi perdenti. Con i frutti della crescita che non sono, evidentemente,
distribuiti in modo equo. Guardiamo sempre gli ultimi due decenni: se da una
parte si è verificata una modesta riduzione dell'enorme divario che continua a
separare i redditi medi dei paesi ricchi da quelli dei paesi poveri, dall'altra
abbiamo assistito ad un accentuarsi delle diseguaglianze all'interno sia degli
uni che degli altri. E' da vent'anni e più che in tutti i paesi
industrializzati i salari e gli stipendi sono rimasti fermi o sono andati
indietro, mentre i profitti e le retribuzioni degli alti dirigenti sono
aumentati. E a questo spostamento di ricchezza, che ha già prodotto
l'impoverimento di larghe fasce di popolazione all'interno dei singoli paesi,
si sta aggiungendo ora una massiccia redistribuzione del reddito, con il
trasferimento di grandi risorse dai consumatori di petrolio, metalli e grano a
chi queste cose le produce. La globalizzazione c'è, è un dato di fatto. Il
punto è il suo governo. Perché è evidente che economia e mercati finanziari si
sono più che globalizzati, e la politica, i suoi strumenti e le sue regole, no.
Un risultato è che i singoli individui sono sempre più consapevoli che a
decidere il loro futuro saranno fenomeni che sfuggono totalmente al loro
controllo e che però incidono assai concretamente sulla loro vita. Gli
squilibri tra Nord e Sud del mondo, gli scompensi demografici tra le diverse
aree del pianeta, la fame dell'Africa e i conflitti
dimenticati, i grandi movimenti migratori, non sono argomenti da leggere o da
ascoltare in televisione, ma concreta realtà. E così i mutamenti climatici,
l'uso distorto delle risorse primarie e quello eccessivo delle fonti
energetiche, una gravissima crisi alimentare che non bastano poche cifre a
raccontare, con il prezzo del riso aumentato negli ultimi mesi del 75% e
quello del grano del 120% nell'ultimo anno: non sono più temi lontani, ma hanno
a che fare con l'aria che si respira, con la salute dei propri figli, con
l'enorme rincaro della spesa per gli alimenti o per gli spostamenti di ogni
giorno. E ancora la crescita impetuosa dei mercati e degli scambi commerciali,
e l'ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi protagonisti economici prima
in forte ritardo: potranno essere fenomeni che interessano gli studiosi, ma
certo riguardano ancora di più chi per questo perderà il posto di lavoro o
dovrà vivere con il terrore che le voci di chiusura circolanti in fabbrica,
ogni giorno più insistenti, si rivelino vere. Non c'è da stupirsi che il nostro
sia diventato il tempo dell'insicurezza e della paura. Una paura che oggi ha immediatamente
a che fare, pressoché in tutto il mondo, con la politica. Quella di chi fatica
a sintonizzarsi con essa e a darle risposta. Quella di chi non si pone il
problema, o meglio lo risolve in un altro modo: usandola. Ora: la paura è da
sempre compagna di viaggio degli uomini e va considerata per quel che è, un
sentimento umanissimo. Che le persone arrivino a farsene condizionare è quanto
di più comprensibile. Altra cosa però è la politica, è l'uomo di governo, che
non si pone il problema di superare la paura, di contrastare il suo dilagare
contagioso, i guasti che così si producono all'interno di una comunità. Altra
cosa ancora è chi pensa addirittura di trarre, da tutto ciò, un vantaggio.
Sulla base della paura non si governa una società. Men che meno si governano e
si tengono insieme società aperte e complesse come le nostre. Credo abbia
ragione chi dice, come fa Paul Krugman, che non è stata e non è l'economia a
determinare o almeno a condizionare la politica, quanto piuttosto il contrario.
E' la politica che con le sue decisioni può ampliare o ridurre il grado di
disuguaglianza, rafforzare o indebolire la rete di protezione che è a
disposizione di ognuno, aumentare o diminuire le effettive opportunità,
avvicinare o meno le concrete condizioni di partenza. E' allora dalla politica
che bisogna ripartire. Anche nel nostro tempo post-ideologico, che anzi
permette una più aperta contrapposizione di idee e programmi, non è affatto
indifferente quale segno ha la politica, se è della neo-destra o di un moderno
centrosinistra. La destra sceglie la chiave del populismo, cavalca le paure e
solletica l'arbitrio personale, alza muri, invoca dazi e barriere. Preferisce
fare facili promesse, rassicuranti forse nell'immediato, in grado di
esorcizzare lì per lì la paura, ma non di sciogliere davvero i nodi che ne sono
all'origine. Viene in mente la famosa nave di Kierkegaard: "è in mano al
cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la
rotta, ma ciò che mangeremo domani". Sembra la condizione in cui ci
troviamo oggi. Non si può in effetti dire che la destra, nel mondo, sia in
questo momento afasica. Parla, dà delle sue risposte alle insicurezze. Punta a
rappresentare il disagio, anzi ad alimentarlo e ad amplificarlo. E che la cosa
in quasi tutta Europa le stia riuscendo, emerge dal raffronto tra due
fotografie, una scattata dieci anni fa, l'altra oggi. Dieci anni fa, dopo le
vittorie di Prodi nel '96, di Blair e Jospin nel '97, di Schroeder nel '98, il
centrosinistra governava 13 dei 15 paesi dell'Unione Europea e 11 dei premier
appartenevano alla famiglia socialista. Oggi, non contando le grandi coalizioni
di Austria e Germania, al governo dei rispettivi paesi troviamo solo i
socialisti spagnoli e quelli portoghesi. E i laburisti in Gran Bretagna,
ovviamente, ma qui gli ultimi risultati del voto locale e tutti i sondaggi non
inducono purtroppo all'ottimismo. Questa è la situazione attuale. Una
situazione che oggettivamente racconta delle difficoltà enormi in cui si
trovano la sinistra e il centrosinistra in Europa e della grandezza della
riflessione, oltre che dei compiti, che ci attendono immediatamente. Però noi
non dobbiamo mai dimenticarlo, e mai smettere di comportarci conseguentemente:
la destra non fa altro se non dire quel che le persone si vogliono sentir dire,
si limita ad annunciare il menu del giorno dopo. Questo può fare indubbiamente
piacere, può dare sollievo. Ma alla lunga non conduce lontano, non dà senso
all'agire, non dà prospettiva. La globalizzazione attuale richiede di essere
governata dai pubblici poteri, con un più efficace coordinamento
internazionale, con un modello al tempo stesso multilaterale e multilivello.
Una nuova idea di "governo mondiale". E' questa l'urgenza che il
centrosinistra, le forze riformiste di tutto il mondo, si devono porre,
assumendosi nuove e grandi responsabilità. Ci sono enormi diseguaglianze, c'è
una "insostenibilità sociale" figlia di uno sviluppo privo di limiti?
E' vero che il pendolo del potere economico si è spostato in questi anni dal
lavoro al capitale, con l'uno a livelli record positivi e l'altro negativi?
Bene: è tempo che il pendolo della politica torni su una posizione più
favorevole al lavoro. Si cominci riconoscendo giuste retribuzioni, salari più
alti a chi ha visto sminuire il valore della propria attività e concretamente
precipitare il proprio potere d'acquisto. E se c'è qualcuno che le coltiva, ci
si tolga dalla testa due idee: quella di poter competere con chi si affaccia
ora al mercato giocando al ribasso sul livello delle retribuzioni o dei
diritti; quella di rinunciare o semplicemente di sminuire il ruolo delle
organizzazioni dei lavoratori e degli altri corpi intermedi, che hanno
migliorato la vita di milioni di persone e contribuito a rafforzare la
democrazia estendendo e garantendo la sfera dei diritti politici, civili e
sociali. Sono soggetti fondamentali, chiamati a ripensare e a innovare
profondamente la loro azione proprio per tornare a svolgere con pienezza il
ruolo che è loro. Ecco quindi un punto fermo: il valore del lavoro e la
garanzia di tutela e protezione sociale. Da affermare non tornando al
protezionismo. Piuttosto con nuove e concrete politiche di welfare (e con
regole severe sul fronte finanziario, con vincoli saggi e scelte coraggiose su
quello ambientale), che riconoscano la nuova realtà globale, che creino un
efficace sistema di ammortizzatori sociali, che garantiscano la formazione a
chi perde il posto e sostengano la transizione da un lavoro all'altro. E poi
usando anche la leva fiscale per incoraggiare lo sviluppo di quelle attività
che sostengono la crescita, e quindi la ricerca, la formazione, gli
investimenti in tecnologia, piuttosto che per continuare a premiare chi
fabbrica denaro con altro denaro. E' ora di dirlo, e di ripeterlo fino a quando
sarà necessario: non è possibile che a chi trae i propri guadagni da
speculazioni, da quelle che sono vere e proprie scommesse sui mercati
finanziari, sia applicata una tassazione molto più bassa rispetto a chiunque si
guadagna da vivere in qualunque altro modo. Non è solo un'ingiustizia
clamorosa. E' difficile semplicemente capire perché questo possa essere
accettato, perché anzi troppo spesso succeda che i "maghi" della
finanza siano considerati più degni di ammirazione di un imprenditore, di un
artigiano o di un commerciante che rischia in proprio o di chi, giorno dopo
giorno, fa onestamente il proprio lavoro e contribuisce al buon funzionamento
dei servizi e alla crescita dell'economia di un Paese. Su tutto, come
condizione, c'è proprio questo, c'è il sostegno alla crescita. Il
centrosinistra ha impiegato troppo tempo a far serenamente e convintamente suo
il principio che nulla è possibile senza la crescita, che senza di essa non può
esserci giustizia sociale. Ma ora che questo è finalmente avvenuto, proprio il centrosinistra
deve avere l'orgoglio e la determinazione di affermare che le strategie di
crescita non funzionano senza equità e uguaglianza di opportunità, senza
attenzione alla distribuzione del reddito e all'accesso a servizi pubblici di
alta qualità. La funzione, l'identità stessa di una forza di centrosinistra, si
colloca, come Anthony Giddens ha ben sottolineato, su più dimensioni, lungo una
scala che ha come gradini i grandi principi dell'eguaglianza e della
solidarietà, da declinare ovviamente in modo nuovo e nelle nostre società, che
sono degli individui e non delle classi; la scelta dell'innovazione e della
sfida ai paralizzanti conservatorismi di ogni tipo; la tensione verso una
società fatta sì di individui singoli e liberi, ma al tempo stesso tenuta
insieme da un tessuto unitario, da una condivisione di responsabilità, contro
il cinico abbandono alla "spontaneità" degli egoismi sociali;
l'aperta relazione con le differenze culturali. Un riformismo globale: concrete
proposte sui decisivi piani della progettualità politica e istituzionale, della
protezione sociale e della socialità, della modernità e della multiculturalità;
e poi capacità di decidere in base a una visione, a principi, che considerino
le conseguenze non solo per chi è contemporaneo o vicino, ma anche per le
generazioni future e per chi abita insieme a noi questo mondo. Solo così si
governa il cammino, che non può proseguire se non su una strada: quella
dell'apertura agli altri e al mondo. Senza disperdere nulla del valore positivo
che hanno l'identità, il territorio, le comunità locali e la loro cultura,
soprattutto in Italia, nel Paese delle cento città. Ma comunque, apertura agli
altri e al mondo. Le radici possono servire, di certo servono le ali. Qualcuno,
tra gli altri Peter Mandelson, certo non un politico sospettabile di scarso
pragmatismo e di poca concretezza, ha detto pensando all'integrazione mondiale
ed europea che l'apertura in atto va "umanizzata". Ecco, in fondo è
di questo che alla fine si tratta. Non è certo impresa da poco. Anzi, è un
compito assai difficile. C'è una moderna "questione sociale", come ha
sottolineato Alfredo Reichlin, che se non affrontata diventerà esplosiva. A noi
il grande compito di accendere, contro la paralisi della paura, una razionale speranza
di cambiamento. E' possibile. Guardiamo oltreoceano, dove tra pochi mesi si
porterà lo sguardo del mondo. George W. Bush è stato la prova vivente di questa
regola aurea della politica democratica. Nessuno più di lui ha fatto leva sulla
paura, dopo il tremendo choc dell'11 settembre. Grazie alla paura, Bush ha
rivinto trionfalmente le elezioni del 2004, ma non è riuscito a governare, cioè
a produrre soluzioni concrete e solide. Né per il mondo, né per gli Stati
Uniti. La guerra all'Iraq si è dimostrata solo un cruento diversivo, che ha
distolto forze militari ed energie politiche dall'Afghanistan ed ha prodotto
come unico risultato geopolitico il rafforzamento dell'Iran. Più in generale,
l'amministrazione Bush ha dissipato la straordinaria eredità di Clinton, che
gli aveva consegnato un'America forte, economicamente solida, rispettata nel
mondo: anziché lavorare alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato
sul diritto internazionale, ha pensato di poter gestire lo straordinario potere
di cui dispone l'unica iperpotenza in chiave unilaterale. Sapremo in novembre
se l'America vorrà girare pagina, affrontando le sue paure, provando a
governarne le cause, tornando a credere nella capacità della politica di
umanizzare il mondo, riprendendo il controllo di processi storici che oggi
paiono senza guida. "Change", cambiamento, è la parola d'ordine del
candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: Barack Obama, al quale
rivolgiamo il più caloroso abbraccio di augurio. Il mondo è stato rimesso sui
piedi: se la destra alimenta le paure e torna a proporsi come forza
conservatrice, i democratici scommettono sulla speranza umanistica nel
cambiamento. "Change - ha detto Obama nel suo discorso di vittoria alle
primarie - è capire che far fronte alle minacce del nostro tempo richiede non
solo la nostra potenza di fuoco, ma la forza della nostra diplomazia. Change è
costruire un'economia che remuneri non solo la ricchezza, ma il lavoro e i
lavoratori che l'hanno creata". Il cambiamento possibile contro la paura
del futuro. Questa è la scommessa dei democratici americani. Ma
"cambiamento" vorremmo divenisse la parola chiave anche di una
rinascita delle forze democratiche, riformiste, progressiste in Europa. Il No
irlandese al trattato di Lisbona è un segnale inquietante. I popoli voltano le
spalle all'Europa. E' come se la percepissero come parte del problema, il
problema di una globalizzazione senza guida, anziché come parte essenziale
della soluzione. Solo un'Europa più forte e più unita, capace di parlare con
una voce sola, può invece consentire ai popoli europei di evitare il rischio
della irrilevanza nel mondo "post-occidentale". Per questo chiediamo
al governo di sciogliere le ambiguità della sua maggioranza e di chiarire qual
è la sua posizione. E' quella contenuta nelle parole vagamente tranquillizzanti
pronunciate ieri dal Presidente del Consiglio o quella del ministro Calderoli
che brinda ringraziando il popolo irlandese per il voto sull'Europa e festeggia
quella che considera la morte del Trattato di Lisbona? E a questo proposito: è
in grado il governo di procedere con sollecitudine alla ratifica in Parlamento
del Trattato? O piuttosto si farà bloccare da "avvertimenti politici"
come quello inviato dalla Lega ieri alla Camera nel voto sul decreto rifiuti?
Temo sia solo una delle prime dimostrazioni di quanto abbiamo detto sempre in
questi mesi: quello schieramento elettorale e questa maggioranza erano e sono
più il residuo della vecchia stagione delle coalizioni "contro" che
una risposta adeguata alla sfida dell'innovazione politica lanciata dal Partito
Democratico. E ancora: noi chiediamo al governo di assumere un'iniziativa in
sede europea per individuare un gruppo di Paesi disponibili e interessati a
procedere verso una più stretta e forte integrazione politica. A cominciare
dalla costruzione di una politica economica comune, che valorizzi l'Euro non
solo sul piano della stabilità, dove ha svolto un ruolo di straordinaria
efficacia, ma anche su quello della crescita, dove invece è ancora ben lontana
dall'esprimere appieno le proprie potenzialità. Cosa vuole fare il governo:
schierare l'Italia tra i paesi europei che intendono scommettere sullo
straordinario potenziale di crescita che il mercato unico rappresenta? O invece
intende porre anche il nostro Paese tra quelli che si attardano a difesa di
indifendibili e controproducenti barriere protezionistiche? L'Europa deve
cambiare. C'è bisogno di più e non di meno Europa. E c'è bisogno, al Parlamento
di Strasburgo, di un grande gruppo riformista e democratico, che lavori per far
compiere un salto di qualità al processo di integrazione europea. Questo è ciò
che stiamo dicendo, proprio in questi giorni, ai nostri amici socialisti e ai
nostri amici liberali europei. E' esattamente l'opposto che pensare che
l'Europa sia una grande Italia. Piuttosto, da italiani, vorremmo contribuire,
uniti, a rendere più grande e forte l'Europa. E pensiamo che le famiglie
politiche europee potranno veder crescere il loro ruolo e il loro significato,
agli occhi sempre più scettici dei cittadini europei, solo se sapranno
scommettere sulla loro capacità di rilanciare il processo di integrazione. La
nostra è un'identità nuova in Europa e come tale è un'identità che è e resterà
autonoma. Ma autonomia non significa solitudine. Tanto meno può significare
dividersi tra di noi in gruppi diversi che ricalchino le vecchie provenienze.
Noi stiamo costruendo relazioni strette del PD con il Pse, con i
liberaldemocratici europei, con i Democratici americani, per favorire il
formarsi di un grande campo dei riformisti, dei democratici, dei progressisti,
sia in Europa che nel mondo. Per quanto riguarda il Parlamento di Strasburgo,
sarà un fatto nuovo se i socialisti, come è da auspicare, favoriranno la
nascita di un nuovo gruppo aperto a forze che non facciano parte del Pse. Ciò
che stiamo costruendo è una soluzione che consenta al nostro partito di
armonizzare la sua autonomia e la sua identità senza che questo significhi
isolamento in Europa. Questo vuol dire che quale che sia la collocazione che
avrà il gruppo del PD a Starsburgo noi dovremo lavorare per la costruzione di
questo vasto campo che comprenda democratici, socialisti e liberali europei.
Oggi, ad otto mesi dalla nascita del Partito democratico, e a due mesi dalla
sconfitta elettorale, la parola torna dunque all'Assemblea nazionale. Davanti a
noi, come sempre avviene nei momenti critici, c'è una domanda semplice. La
strada che abbiamo imboccato otto mesi fa, per quante curve e salite possiamo
avere davanti a noi, è quella giusta, quella che ci può portare non solo al
governo, ma ad aprire un ciclo politico nuovo nella storia d'Italia, o invece
la sconfitta ci dice che dobbiamo tornare indietro e cambiare strada?
Rispondere a questa domanda, in modo sereno e limpido, è necessario e urgente,
se vogliamo evitare il logoramento di un lungo, estenuante dibattito interno,
opaco e inconcludente. E se vogliamo invece dare, prontamente, incisività e
respiro strategico alla nostra opposizione in Parlamento e nel Paese. Per parte
mia, in questi due mesi di riflessione, di studio, di confronto negli organismi
del partito, di dibattito in tutta Italia, mi sono rafforzato nel mio
convincimento che la linea che abbiamo scelto tutti insieme è quella giusta. Ma
che essa ha bisogno, e per questo siamo qui, di ulteriori innovazioni e
soprattutto di un partito che la esprima in modo efficace. Non solo non è stata
la linea seguita in questi mesi a portarci alla sconfitta, ma è anzi grazie a
quella bussola se siamo riusciti ad attraversare una tempesta di dimensioni ben
più grandi dei nostri confini nazionali. E se disponiamo oggi delle coordinate
fondamentali di una strategia di risposta e di rivincita. Ce lo dice innanzi
tutto l'analisi del voto: un voto complesso e dalle molte facce. La prima
faccia del voto del 13 e 14 aprile, quella più evidente e chiara, è la
sconfitta: abbiamo perso le elezioni, perché grazie al voto popolare Berlusconi
è tornato a Palazzo Chigi e c'è il centrodestra al governo del Paese. Proprio
perché siamo un partito "a vocazione maggioritaria", se non riusciamo
a conquistare la maggioranza dei consensi necessaria a governare, ci sentiamo e
siamo sconfitti, qualunque sia la cifra proporzionale che come partito
riusciamo ad ottenere. Per di più, la sconfitta c'è stata anche sul piano
quantitativo: lo scarto tra noi e il Pdl è di un milione e mezzo di voti, che
diventano più di 3 e mezzo con l'apporto dei rispettivi alleati: Lega Nord e
autonomisti meridionali da una parte, Italia dei valori dalla nostra. Uno
scarto ampio, che non sarebbe stato colmabile neppure ipotizzando di poterci
avvalere dell'apporto della Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti, che insieme
non raggiungono il milione e mezzo di voti. Anche lasciando fuori dai blocchi i
2 milioni di voti dell'Udc, con l'apporto della Destra di Storace e Santanchè
il centrodestra avrebbe comunque mantenuto un vantaggio di quasi 3 milioni di
voti. L'ipotesi della sommatoria è peraltro solo un'ipotesi di scuola. Si tende
infatti troppo facilmente a dimenticare che le elezioni del 13 e 14 aprile non
sono state elezioni a scadenza naturale, ma elezioni anticipate, dopo
l'interruzione traumatica della legislatura più breve della storia della
Repubblica. E che quella crisi non è stato il frutto di un incidente di
percorso, ma del riproporsi, per la seconda volta in un decennio, e in forme se
possibile ancora più gravi del 1998, di una rottura strategica con Rifondazione
comunista e le altre forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Questa
volta in un contesto di disperante frammentazione che ha segnato tutta la
legislatura. Più precisamente ancora: l'esperienza politica dell'Unione è
andata in crisi non solo per la crescente difficoltà a fare sintesi nella
maggioranza attorno all'azione di governo - sulla politica estera e di difesa
come su quella economica e sociale, dalle politiche ambientali e
infrastrutturali fino alle questioni eticamente sensibili - ma perché la
sintesi, anche quando faticosamente veniva raggiunta, anziché allargare il
nostro consenso nel Paese, finiva per logorarlo, consumarlo e ridurlo. Dopo
mesi di allarme di tutti i sondaggisti, la riprova di questa pericolosa
tendenza venne dalle elezioni amministrative del maggio 2007. Un test parziale,
dal quale emersero però indicazioni chiare e univoche: non solo l'Unione
perdeva - e perdeva in tutta Italia - ma perdeva a spese innanzitutto dei Ds e
della Margherita, le due forze che avevano appena deciso, nei rispettivi
congressi, di dar vita al PD. Scrive Marco Alfieri, nel suo graffiante pamphlet
sul "Nord terra ostile": "Con le amministrative del giugno 2007,
in Lombardia, Veneto e Piemonte - 18 milioni di abitanti e 2 milioni di imprese
che producono il 38 per cento del pil e il 53 per cento dell'export italiano -
il divario Unione/Cdl tocca livelli mai raggiunti in passato. Cadono come birilli
Monza e Verona, Asti, Alessandria, Gorizia e Belluno, mentre la 'rossissima'
provincia di Genova viene rivinta solo dopo un ballottaggio tiratissimo. Nel
milanese crollano uno a uno, spostandosi a destra, storici bastioni come Rho,
Melegnano, San Donato, Garbagnate... Il forzaleghismo ha invaso ormai quasi
tutta la provincia... Non aver saputo seriamente scalfire il monopolio della
Casa della libertà sui territori che corrono sotto l'arco alpino ha riportato,
una dopo l'altra, all'ovile berlusconian-bossiano, tutta una serie di medie
città di una 'padania' che sembra ormai aver divorziato dall'Unione". Ma i
problemi non si fermano a Nord del Po: anche nelle regioni "rosse",
scrive ancora Alfieri, nel 2007 "qualcosa ha cominciato ad incepparsi. In
primo luogo sul fronte dell'astensionismo: il calo dei votanti è stato
addirittura superiore al dato nazionale. Mai successo... In secondo luogo sul
fronte dei comportamenti di voto. In otto dei tredici comuni superiori a 15
mila abitanti il centrosinistra ha perso consensi rispetto alle elezioni
precedenti (in media -12,4%). In sette delle otto città amministrate dal
centrosinistra si è dovuto ricorrere al ballottaggio per eleggere il nuovo
sindaco. Più in generale, in tutti i comuni si è registrato un calo generalizzato
dell'Ulivo. In 10 casi su 12 una contrazione media del 9 per cento, ma con
punte anche del 15, rispetto al risultato 2002 di Ds e Margherita". Su un
terzo fronte ancora, quello del voto dei cattolici praticanti, una accurata
ricerca dell'Ipsos, pubblicata nei giorni scorsi, ha documentato che nella
primavera 2007 le intenzioni di voto a favore dei partiti dell'Ulivo, che erano
attorno al 35 per cento un anno prima, erano precipitate al 20 per cento: 15
punti in meno in un anno. La stessa ricerca documenta tuttavia che alle
elezioni politiche il Partito Democratico ha riconquistato in pochi mesi tutti
e 15 i punti persi nel 2007, tornando a quella quota 35 che fa del nostro un
partito votato da una percentuale di cattolici praticanti simile se non superiore
a quella che ottiene nell'elettorato nel suo insieme. La curva del consenso al
PD tra i cattolici praticanti traccia una sorta di "V": un segmento
in forte discesa tra il 2006 e il 2007 e uno in ripida salita dall'estate del
2007 alle elezioni del 2008. Lo stesso andamento ha avuto in buona sostanza la
curva dei consensi complessivi al PD. In un contesto segnato dal fallimento
politico dell'Unione e dalla conseguente, traumatica interruzione della
legislatura, abbiamo raccolto 12 milioni di voti, un elettore su tre, un
risultato sia in percentuale che in cifra assoluta migliore di quello
dell'Ulivo nel 2006 e di gran lunga superiore alla somma di Ds e Margherita. E'
questa la seconda faccia del voto del 13 e 14 aprile: una faccia che non
nasconde né attenua la prima, quella della sconfitta, ma ci consente di
affrontare il nuovo scenario politico "a partire dal PD" e non, come
pure poteva accadere se si fosse confermato il trend del 2007, "senza il
PD". Se non avessimo introdotto e perfino enfatizzato una forte
discontinuità tra il PD e l'Unione, se non avessimo invece ripreso lo spirito
dell'Ulivo, che nasceva come aggregazione delle forze riformiste, nella
migliore delle ipotesi avremmo subito la stessa sconfitta, sul terreno della
competizione per il governo, ma non avremmo salvato il progetto e la forza del
Partito Democratico. Voglio essere chiaro su questo punto: per me l'Unione
nascondeva una contraddizione con l'idea originaria dell'Ulivo. Per me il
Partito Democratico è l'Ulivo del '96 che si è fatto finalmente partito. Se non
avessimo scelto la discontinuità oggi, di fronte al governo Berlusconi, non ci
sarebbe il più grande partito riformista della storia italiana ma un
disordinato campo di forze, senza un progetto, una strategia, una leadership.
Non ci sarebbe, cosa della quale dovremmo tutti avere più consapevolezza e
anche più orgoglio, una forza elettorale all'altezza degli altri grandi partiti
riformisti europei. I Laburisti inglesi, con la guida di Tony Blair, hanno
vinto le elezioni per tre volte consecutive, l'ultima nel 2005, con il 35,3%
dei voti. Nello stesso anno i socialdemocratici tedeschi hanno registrato il
34,2% dei consensi, ed è su quella base che ora governano insieme alla Cdu
nella Grosse Koalition. I socialisti spagnoli hanno vinto le elezioni nel 2004
col 42,6% e nel 2008 col 43,6%. Quando qualche anno prima, nel 2000, le persero
con il 34,4% evidentemente non si scoraggiarono, da lì ripartirono per la
rivincita, insieme a Luis Zapatero. E' vero: una parte del risultato positivo
del Partito Democratico è il frutto della dimostrata capacità di attrazione di
elettori che nel 2006 avevano votato per Rifondazione o le altre forze che
hanno poi dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Ma non si tratta, a ben guardare,
di un gioco a somma zero, di una mera partita di giro: si tratta della
dimostrazione, politicamente assai rilevante, che per molti elettori di
sinistra, al contrario di una parte dei gruppi dirigenti di quei partiti, la
politica non può mettere tra parentesi la questione del governo e ridursi ad un
esercizio di rappresentazione identitaria. E invece si legge nel documento
proposto da Claudio Fava alla riflessione di Sinistra Democratica: "Siamo
stati puniti per gli esiti deludenti dell'azione del governo Prodi".
Parole simili riecheggiano nel dibattito interno a Rifondazione comunista e
alle altre forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Noi pensiamo,
al contrario, che il governo Prodi abbia realizzato risultati straordinari per
il Paese: dal risanamento finanziario, riassunto nella revoca, da parte della
Commissione europea, della procedura di infrazione del patto di stabilità,
avviata contro l'Italia dopo il fallimento della politica economica di
Tremonti; alla politica estera e di difesa, con l'accresciuto prestigio
dell'Italia nel mondo. Il problema del governo Prodi, il fattore che ne ha
minato alle fondamenta la credibilità, è stato il carattere frammentario e
rissoso della coalizione dell'Unione: è stata l'Unione a indebolire il governo
e non il governo a deludere gli elettori dell'Unione. Un chiarimento su questo
punto è indispensabile, non per puntiglio storico, ma per ragionare sul futuro.
Le forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno sono ora alle prese con
una riflessione e un dibattito interno che rispettiamo e al quale guardiamo con
attenzione e interesse. Ci auguriamo, lo dico con la franchezza che credo
possiamo permetterci, in ragione di una lunga amicizia con molti tra i loro
dirigenti e militanti, che queste forze lascino alle loro spalle l'idea di
altri tempi del "partito di lotta e di governo". Quando si sta al
governo si governa. E l'unica lotta che è ammissibile - e anzi augurabile - è
quella contro i problemi del Paese. In ogni caso, non si lotta contro il
governo del quale si fa parte. I risultati elettorali dei quartieri o dei
distretti industriali sono lì a dimostrare che è proprio tra gli operai che il
divorzio della Sinistra Arcobaleno col governo ha incontrato il rifiuto più
netto. Divorziando, per la seconda volta, dal governo, i gruppi dirigenti dei
partiti della Sinistra Arcobaleno hanno finito per divorziare dalla parte
prevalente del loro stesso elettorato, che ha disertato le urne o ha votato il
PD, pur tra dubbi e riserve, proprio per la credibilità della proposta di governo
che noi abbiamo saputo mettere in campo. Questa è stata la nostra principale
risorsa, il messaggio che ha salvato il Partito Democratico, riconsegnandogli
intatta ed anzi accresciuta la sua forza e suscitando attenzione e interesse in
aree della società italiana che pur non avendoci votato, per la prima volta non
hanno escluso di poterlo fare in futuro. E' stata quella che abbiamo chiamato
la scelta di "andare liberi": liberi di parlare al Paese il
linguaggio della verità, liberi di guardare in faccia, in modo laico, cioè non
filtrato dall'ideologia o dal moralismo, i problemi reali degli italiani e di
sforzarci di produrre risposte credibili e convincenti. La libertà non è, non è
mai stata, nella nostra visione, né narcisistica ricerca della solitudine, né
arrogante presunzione di autosufficienza. E' stata, questo sì, un
capovolgimento strategico del rapporto che lega la costruzione delle alleanze
con la definizione del programma di governo. Per quindici anni, il bipolarismo
italiano si è strutturato attorno al primato delle alleanze, le più ampie,
sterminate, eterogenee possibile, fondate e tenute assieme non da una comune
visione del futuro del Paese, ma dal solo obiettivo di battere l'avversario.
Col risultato che le contraddizioni nascoste nella fase di costruzione
dell'alleanza, finivano per esplodere nel pieno dell'azione di governo,
seminando sconcerto e delusione tra gli elettori e ponendo le condizioni per la
inevitabile sconfitta successiva. C'è stata una sola eccezione, in questa lunga
e ininterrotta teoria di coalizioni fragili e di governi precari: il governo
dell'Ulivo, quello che con Prodi portò l'Italia nell'Euro, il governo che
raggiunse vette storiche di popolarità nel pieno di una delle più pesanti
manovre di risanamento finanziario della storia repubblicana. Non a caso, la
caduta di quel governo suscitò nel Paese sconcerto, rabbia e perfino dolore
autentico. E non a caso, da quel sentiero interrotto, prese origine il
"mito" dell'Ulivo: il sogno di fare di quella che è sempre stata
qualcosa di più di una semplice coalizione, un soggetto politico nuovo, una
casa comune per tutti i riformisti, in definitiva un grande Partito
Democratico. E proprio perché è dalla straordinaria esperienza dell'Ulivo che
il PD deriva la sua radice più profonda e più importante, torno a chiedere a
Romano Prodi, davanti e insieme a tutti voi, di restare presidente di questa
grande assemblea del popolo dei democratici. La nascita del PD ha introdotto
una discontinuità sostanziale. Abbiamo utilizzato una legge elettorale pessima,
inventata per esasperare la frammentazione nell'ambito di coalizioni
eterogenee, per semplificare drasticamente il sistema politico italiano e porre
così almeno le premesse per una riforma compiuta: della legge elettorale, dei
regolamenti parlamentari, di alcune circoscritte norme costituzionali. Una
riforma - su questo voglio essere molto chiaro - che deve aiutarci ad andare
avanti, nella costruzione di un bipolarismo incardinato su grandi partiti a
vocazione maggioritaria, che assicurino competizione trasparente tra alleanze e
proposte di governo alternative, stabilità degli esecutivi e coesione delle
maggioranze politiche. Abbiamo introdotto questo elemento di dinamismo
all'interno di un sistema politico in avanzata crisi di efficienza e di
credibilità perché abbiamo scelto unilateralmente di presentarci alle elezioni,
capovolgendo la gerarchia tra coalizione e programma. Abbiamo detto mai più
coalizioni che si compongono solo per battere l'avversario e a questo obiettivo
sacrificano la chiarezza e la credibilità del programma di governo. Una scelta
che ha avuto ed ha per noi il valore di una scelta strategica. Dirò di più: di
un principio costitutivo del partito nuovo che abbiamo messo in campo. Ho avuto
modo di definirla, una volta, una scelta "anti-machiavellica": per
noi la politica non esaurisce il suo significato nella lotta per la conquista e
la conservazione del potere. Questa è semmai la sua dimensione tecnica, che
Machiavelli ha insegnato a non trascurare. Ma il significato della politica, il
suo valore umano, il suo spessore etico, sta nel mettere insieme le idee e le
forze, in un unico, inscindibile sistema, volto ad intervenire nella storia
umana, per ridurre la peraltro mai compiutamente eliminabile presenza in essa
del male, del dolore, della violenza, dell'ingiustizia, della sopraffazione. E
a piegarne umanisticamente il corso verso mete, certo parziali e mai
irreversibili, di pace, di libertà, di giustizia, di sviluppo, di
moltiplicazione delle opportunità per il maggior numero di esseri umani, di
diritti civili riconosciuti ad ognuno, dentro società che considerino le
differenze una ricchezza, rispettino le scelte di ognuno e si oppongano a
qualunque forma di discriminazione e di intolleranza. Questo per noi è
governare: non è solo ben amministrare l'esistente, tanto meno solo occupare il
potere in una gara insensata tra competitori tra loro pressoché identici.
Governare per noi democratici è riformare, dare nuova forma, per quanto
possibile, alle cose, ai processi storici, ai rapporti di forza e di potere tra
gli uomini. Vorremmo, vogliamo, non essere da soli in questa impresa. L'impresa
di dare nuova forma all'Italia, di farla uscire, in avanti e non all'indietro,
dalle contraddizioni storiche che da troppo tempo ne ostacolano la crescita e
lo sviluppo. Per questo noi abbiamo ed avremo una politica delle alleanze. Che
tuttavia non potrà più essere coniugata nei modi tradizionali. Non solo perché
le alleanze possono risultare solide solo se si costruiscono sulla base del
programma di governo e non viceversa. Ma anche perché la garanzia della
realizzazione del programma può venire solo dalla presenza di una grande forza
riformatrice che sia il baricentro dell'alleanza. Quella grande forza
riformatrice che oggi finalmente, per la prima volta, l'Italia ha. E' in questa
prospettiva che guardiamo con attenzione e rispetto a ciò che avviene alla
nostra sinistra, così come siamo interessati al dialogo con l'Udc e con i
Socialisti. Voglio qui rassicurare Pierferdinando Casini: noi riconosciamo il
ruolo dell'Udc e abbiamo apprezzato il coraggio col quale ha saputo difendere
la sua autonomia, anche se questa si sarebbe certo dispiegata con più successo
se non si fosse aspettato l'ultimo momento e la decisione di Berlusconi di
porre fine alla Casa della Libertà. Noi auspichiamo di poter lavorare insieme
non solo per coordinare le opposizioni in Parlamento, ma anche per affermare
non un bipartitismo, ma un nuovo bipolarismo fondato su chiare alleanze per il
governo e non più, come la stessa Udc ha tante volte denunciato, su coalizioni
tenute insieme solo dalla logica del nemico comune. A Riccardo Nencini, ai
socialisti italiani, voglio dire che noi rispettiamo l'autonomia che essi
rivendicano e pensiamo che sia non solo interesse, ma valore comune, creare le
condizioni per ritrovarci. Ma questo potrà avvenire solo apprezzando
reciprocamente l'identità di ognuno e con l'intelligente umiltà di sapere che
il riformismo ha nell'unità e nella forza le ragioni della sua grandezza. E
comunque: sia che si tratti di intese locali che di un confronto sulla politica
nazionale, quel che conta sono per noi i contenuti programmatici, che devono
risultare, agli occhi di un Paese sempre più critico ed esigente, come una
credibile e convincente proposta di governo. Questa linea politica si basa su
un presupposto teorico che può apparire ambizioso e tutt'altro che
autoevidente. E' il presupposto che si possano, con l'azione politica e la
proposta programmatica, modificare i rapporti di forza, non solo e non tanto tra
le forze politiche, ma nel Paese. Che si possa, in altri termini, contendere al
centrodestra la maggioranza dell'elettorato, spostando con la nostra iniziativa
orientamenti profondi della società italiana. Le prime ricerche, i primi
approfondimenti sulla struttura del voto del 13 e 14 aprile scorsi, ci dicono
quanto il PD rischi di trovarsi rinchiuso negli stessi, per noi oggi troppo
angusti e comunque minoritari, confini storici della sinistra italiana. E'
sempre un errore, un grave errore, sottovalutare la forza delle tendenze
storiche di lungo periodo. E tuttavia, non possiamo non dirci che il Partito
Democratico nasce proprio sulla base dell'ambizione di correggere, di deviare
almeno in parte, la tendenza all'eterno ritorno dell'identico della politica italiana.
Se noi ci rassegnassimo all'idea che la società italiana è strutturalmente
orientata a destra e che questa propensione quasi "naturale" può
essere solo episodicamente aggirata, attraverso il gioco tattico della
scomposizione e ricomposizione di alleanze sempre precarie perché eterogenee,
verrebbe da domandarsi perché abbiamo voluto e siamo riusciti a dar vita ad un
partito che reca nel suo dna la cifra dell'innovazione storico-politica. Se
abbiamo dato vita al PD è perché abbiamo avvertito tutta l'insufficienza delle
tradizioni riformiste e riformatrici del Novecento. E abbiamo compreso che il
nostro obiettivo non poteva essere solo quello di mettere insieme pensieri
ormai palesemente inadeguati a comprendere e a parlare con un mondo nuovo, con
una nuova società. Ma doveva essere quello di metterci insieme alla ricerca di
nuovi alfabeti e di nuovi paradigmi, a confronto con gli inediti problemi del
nuovo secolo. segue a pagina 18.
( da "Stampa, La" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Iato del nuovo collegamento
Albisola-Savona cresce il fronte del malcontento. Decine di proprietari di
immobili hanno ricevuto il preavviso, dall'aziende che si trovano vicino al
ponte di Grana ad Albisola ai proprietari dei capannoni e degli alloggi di
corso Ricci su cui incombe il nuovo svincolo dell'Aurelia bis. Il fronte più
caldo riguarda però i proprietari degli alloggi che si trovano nei palazzi di
via Scotto (1-3), via Turati e via Mignone. In molti casi si tratta di
provvedimenti precauzionali, in altri di espropri temporanei per consentire gli
scavi del tunnel in condizioni di sicurezza. Il dato di fatto però è che dopo
trent'anni di progetti, modifiche e polemiche, esiste un tracciato approvato e
finanziato dal Comitato interministeriale con uno stanziamento di 250 milioni.
Un progetto pronto al decollo su cui l'Anas entro fine mase bandirà la gara
dell'appalto-concorso che affida ai vincitori il compito di realizzare il
progetto esecutivo. Secondo il Comune e l'Anas sarà proprio il progetto
esecutivo ad appianare i contrasti con i proprietari di capannoni, immobili e
giardini. I tecnici Anas sono convinti che nella maggior
parte dei casi i conflitti verranno risolti e che gli espropri effettivi
saranno limitatissimi e comunque a valori di mercato. Una tesi ribadita anche
nella riunione che si è svolta il 3 giugno con Regione, Anas e Comune. Il nuovo
svincolo messo a punto dallo Studio Rodino di Torino dovrebbe ad esempio
risolvere i problemi delle case di via Scotto. La gara d'appalto,
tuttavia, deve partire con il progetto originario perchè è quello che ha
ottenuto i finanziamenti. Il Comune, in tempi non sospetti, aveva evidenziato
una decina di punti critici nel tracciato di 5 chilometri e mezzo fra Albisola
e Savona. I primi problemi sono appunto ad Albisola, dove sarà necessario
spostare il distributore del gas metano. Altro inconveniente dopo il ponte di
Grana, dove è prevista la demolizione di un terzo del capannone dell'azienda
Bertone. In via Scotti il tracciato passerà sotto il civico 3 (dove abitano 27 famiglie)
e il civico 1 (12 alloggi). L'Anas al momento ha previsto solo un indennizzo di
circa 2 milioni che servirebbe a pagare i disagi dei condomini costretti a un
trasloco temporaneo nel periodo in cui verranno effettuati i lavori. Una delle
incognite naturalmente sarà la durata: in teoria 1350 giorni a partire dal
dicembre del 2009. Trasloco temporaneo anche per la bocciofila Rebagliati. In
via Mignone i problemi maggiori riguardano il civico 18 dove abitano 9
famiglie. Per scavare la galleria sarà sicuramente necessario trasferire le
famiglie che però secondo l'Anas potrebbero tornare nelle case. Altri espropri
sono previsti in via Padova, via Schiantapetto, via Garroni e corso Ricci. Qui
dovrebbe essere demolita una palazzina con un paio di alloggi e sarà necessario
ricollocare alcune aziende. L'Anas ha messo a bilancio per gli espropri circa
13 milioni mentre secondo il Comune, realisticamente, ne servirebbero una
ventina. Le preoccupazioni degli abitanti sono forti e crescono di giorno in
giorno con l'arrivo delle lettere di esproprio. L'Anas invece suggerisce a
quanti hanno ricevuto le comunicazioni, di mettersi in contatto con l'ufficio
che sta seguendo la vicenda e che è in grado di fornire i dettagli. I
proprietari di immobili e aziende, però, hanno deciso di tutelare comunque i
propri interessi. E così i Comuni di Albisola
Superiore e Savona hanno già ricevuto 4 ricorsi al Tar contro quest'opera
pubblica che i savonesi attendono da trent'anni.Gli abitanti delle zone
interessate dal tracciato dell'Aurelia bis pur essendo consapevoli
dell'importanza del nuovo collegamento, vogliono giustamente tutelarsi. La
preoccupazione di dover lasciare le case per un periodo indefinito e di non
sapere in che condizioni troveranno gli immobili dopo i lavori, è palpabile.
Esistono preoccupazioni anche dal punto di vista commerciale, sia per il
pericolo di svalutazione degli immobili, sia per le modalità con cui verranno
pagati i risarcimenti per gli espropri temporanei o definitivi.I tempi ormai
sono comunque abbastanza stretti. La gara, che partirà entro fine mese,
dovrebbe durare 8-9 mesi. Per la stipula del contratto è previsto il termine
del 30 aprile 2009. La consegna dei lavori entro la fine del 2009.
( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
ONU Il Consiglio di
sicurezza approva all'unanimità una risoluzione storica Stupro? "Arma di
guerra" Esultano le ong: un freno agli eserciti, le violenze diminuiranno
Junko Terao "In guerra, a volte, è più pericoloso essere una donna che
essere un soldato". Marianne Mollman, Human Rights Watch, che ha definito
"storica" la risoluzione 1820, che condanna lo stupro come arma di
guerra, approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, dice una
verità dimostrata dai fatti. Nei conflitti più recenti - a partire dalla
ex-Yugoslavia, passando per il Rwanda, la Sierra Leone, la Liberia, la
Colombia, il Perù, per arrivare fino all'Iraq e all'Afghanistan - la violenza
su donne e bambine è stata usata sistematicamente come vero e proprio strumento
di terrore per punire, umiliare e dominare i civili e distruggere le comunità o
i gruppi etnici. Questa risoluzione, proposta dagli Stati uniti, sostenuta da
30 paesi - tra cui l'Italia - e approvata ieri all'unanimità dai 15 membri del
Consiglio di sicurezza, segna un cambio di prospettiva fondamentale: lo stupro
non è un effetto della guerra, ma un'arma usata da chi la guerra la fa. Una
vera e propria tattica bellica, impiegata da criminali rimasti spesso impuniti.
Fino ad ora, infatti, la violenza sessuale sulle donne era per lo più
considerata come un' inevitabile, per quanto terribile, conseguenza dei
conflitti armati. E' dall'istituzione dei tribunali criminali internazionali
per l'ex-Yugoslavia e per il Rwanda che le cose hanno cominciato a cambiare e
molti colpevoli sono stati condannati per l'uso dello stupro come strumento di
genocidio, tortura e crimine contro l'umanità. Un rischio, quello a cui sono
esposte le donne nelle zone di guerra, che spesso continua anche dopo la fine
del conflitto: sono in molte, infatti, a dover subire violenze nei campi
profughi o ad essere discriminate nei programmi di ricostruzione. Come in
Afghanistan, per esempio, dove la fine della guerra non ha determinato un
aumento nella partecipazione delle donne alla vita pubblica. In particolar modo
per quelle che vivono fuori dalla capitale, la caduta dei Talebani non ha
portato a un miglioramento della loro condizione di sicurezza, e il risultato è
la loro esclusione dall'esercizio dei loro diritti fondamentali e dalla
ricostruzione del paese. O in Iraq, dove buona parte della popolazione
femminile vive ancora segregata in casa per paura delle violenze. Anche per
questo, la risoluzione 1325, approvata nel 2000, con cui si riconosceva il
ruolo fondamentale delle donne nei processi per la costruzione della pace e
della sicurezza, ha avuto diverse carenze nella sua messa in atto. Da allora un
gruppo di ong - una ventina di associazioni che si occupano di diritti umani in
generale o di violenza contro le donne - ha lavorato sul tema "donne, pace
e sicurezza", facendo lobby sui governi perché si arrivasse, ieri, ad un'
approvazione della risoluzione col più ampio consenso possibile. Riccardo
Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International - che faceva
parte del gruppo di lavoro - esprime "soddisfazione per il fatto che anche
il Consiglio di sicurezza si occupi di un tema già dibattuto in molte sedi,
riconoscendo che fermare la violenza sulle donne è fondamentale per la
costruzione della pace". Dal punto di vista giuridico non cambierà molto,
ma, secondo Noury, "gli effetti della risoluzione si tradurranno - sul
piano della prevenzione - in maggiore attenzione sul campo e in un aumento
della collaborazione delle ong nel meccanismo di reporting delle violenze
registrate alle agenzie dell'Onu". Inoltre, "adesso che l'organo più
influente dell'Onu individua lo stupro come tattica di guerra, i governi
saranno più condizionati". Nel testo della risoluzione non mancano le
ombre, "per esempio - sottolinea Noury - manca l'istituzione di un
meccanismo specifico di monitoraggio del fenomeno e di un supervisore
speciale", ma nel complesso sono molti i punti che le organizzazioni
impegnate nella difesa dei diritti umani hanno trovato soddisfacenti: come il
riferimento alla necessità del coinvolgimento delle donne, a livello
decisionale, nello sviluppo di meccanismi di prevenzione e
risoluzione dei conflitti, di mantenimento della pace e della sicurezza e di
peace-building a fine conflitto. O la richiesta che il segretario generale Ban
Ki-moon stenda, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle situazioni di
conflitto armato in cui la violenza sessuale è stata ampiamente e
sistematicamente perpetrata contro i civili. Un documento che contenga,
tra le altre cose, delle proposte di strategie per limitare l'esposizione di
donne e bambine a tali violenze; che fissi dei riferimenti per misurare i
progressi nella prevenzione della violenza sessuale; che fornisca informazioni
sulle azioni intraprese dalle parti in causa nei conflitti per rendere
effettive le loro responsabilità, in particolare ponendo immediatamente e
completamente fine a tutti gli atti di violenza sessuale e prendendo misure
appropriate per proteggere donne e bambine. Un'ultimo punto degno di nota è la
richiesta di rafforzare la "tolleranza zero" verso gli abusi sessuali
da parte del personale Onu, finito in più occasioni sotto accusa.
( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
APPELLO LA SINISTRA
PER FARE. INCONTRO A ROMA "La Sinistra del fare", è il titolo che
abbiamo dato all'incontro di domenica 22 giugno al Ridotto dell'Eliseo a Roma
per discutere con le varie realtà interessate a un soggetto unitario e plurale
della sinistra su un programma di lavoro comune per i prossimi mesi. Reagire
allo stordimento delle sconfitte tornando ai luoghi di origine e alle relazioni
che rassicurano è forse un gesto spontaneo, ma probabilmente non è il più
adatto a chi si trova in cammino. Insomma, per chi transita nelle "terre
di mezzo", tra il non più e il non ancora, il rischio di sbagliare è
grande. Questa sembra la situazione di coloro che hanno creduto e credono nella
Sinistra. Tuttavia, la disfatta elettorale subita nelle recenti elezioni e
l'ondata di destra che sta attraversando il paese con inquietanti pulsioni
autoritarie, l'azione che tende a ridimensionare l'autonomia del sindacato e a
porlo in una condizione di subalternità, l'aggressività delle spinte
neoconfessionali, rendono necessaria una capacità di risposta. La composizione
del nuovo parlamento italiano dimostra infatti che il cammino di una svolta
"autoritaria" nel nostro paese ha guadagnato spazi enormi nelle
coscienze. Occorre ripartire con la costruzione in Italia di una forza di
sinistra che nasca da un processo fondato sulla partecipazione e sia capace di
interpretare la fase difficile e complessa che sta di fronte a tutti noi. A
questa semplificazione autoritaria noi, i partiti e i movimenti della sinistra,
non sappiamo infatti ancora contrapporre un'idea nuova di "cittadinanza",
che agisca all'interno di nuovi "confini" della politica, non più
solo locali o nazionali, ma giocati sui molteplici contesti in cui il
capitalismo globale agisce, a partire dai corpi e dalle relazioni private. Non
solo in Italia, ma anche nel contesto europeo. Per questo motivo noi che
crediamo nella necessità di una Sinistra unita. Vogliamo proporre non formule
politiche, ma un modo per recuperare l'azione collettiva che dia nuovamente
senso a una opposizione reale nel paese. Insomma una Sinistra del fare. La
sfida è infatti quella di riuscire a creare i presupposti di una visione
comune, una "collettività riconoscibile", in modo che le persone, pur
se imbrigliate nella confusione dei loro molteplici desideri e dei loro
molteplici bisogni, assumano consapevolezza di come il proprio agire possa
determinare una massa critica capace di attirare consenso. Una sinistra che
inizi a mettere da parte la frammentazione politico-culturale, sempre più
narcisistica e separata, che spesso percorre anche i movimenti e che non può
essere affrontata con il ritorno a strutture di partito così come le abbiamo
sinora conosciute. Per questo motivo pensiamo sia necessario trovare modi di
azione comune tra le reti esistenti di più soggetti, partitici e non. Modi che consentano
ai soggetti partecipi di disporre di larghi elementi di autonomia, ma che
rendano possibile assumere anche la responsabilità di un funzionamento
collettivo. Tutto questo per tornare a essere presenti nel paese con le nostre
visioni, per fare in modo che i conflitti creino
condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra
paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli,
Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro
Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai.
( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
"Ai nostri
deportati un indennizzo non serve". In un'intervista alla Süddeutsche
Zeitung il ministro degli esteri italiano critica la sentenza di Cassazione,
che ha riconosciuto la legittimità delle richieste dei sopravvissuti ai lager
nazisti perché fu "crimine di guerra" "ROMA APPOGGIA
BERLINO", FRATTINI MOLLA I DEPORTATI Guido Ambrosino BERLINO Quanto vale
la parola del ministro degli esteri Franco Frattini? Il 17 giugno a Berlino
aveva rassicurato i rappresentanti della stampa italiana: "Sulla questione
degli indennizzi per i sopravvissuti al lavoro coatto nella Germania nazista,
sentiremo il parere delle loro organizzazioni". Invece, sparando alle
spalle agli interessati con un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, pubblicata
ieri dal quotidiano tedesco, il Franco tiratore rinuncia a ogni risarcimento:
anche al simbolico compenso di 2500 euro, che pure la Germania ha pagato, sulla
base di una legge del 2000, ai forzati di altri paesi. La Süddeutsche annuncia
in prima pagina: "Roma appoggia Berlino nella controversia sugli Zwangsarbeiter",
il termine tedesco per lavoratori coatti. E riassume l'intervista nei termini
seguenti: "Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini suggerisce,
al posto di un risarcimento in denaro, la costruzione di un monumento. Secondo
Frattini, agli interessati non servirebbe un compenso di poche migliaia di
euro. Il ministro degli esteri italiano condivide quindi la posizione del
governo tedesco, che respinge tali richieste. L'Italia - così Frattini - non
vuole creare difficoltà a Berlino, ma aiutare a risolvere un problema".
Martedì scorso, dopo un incontro col ministro degli esteri Steinmeier nella
capitale tedesca, Frattini aveva dato notizia della creazione di un gruppo di
lavoro bilaterale "per risolvere" l'annosa controversia sugli
indennizzi negati. Ora apprendiamo che gli esperti dovranno invece metterci una
pietra sopra, magari un cippo marmoreo. Sulla via della sciagurata intesa alle
spalle degli Zwangsarbeiter c'è però un ostacolo: l'ordinanza con cui il 4
giugno la corte di cassazione, confermando una sua sentenza del 2004, ha
stabilito la legittimità delle richieste di risarcimento avanzate da ex
deportati civili e internati militari italiani, tutt'ora pendenti davanti ai
tribunali di diverse città italiane. Per i giudici delle sezioni unite civili,
la Repubblica federale tedesca non si può trincerare dietro il principio
dell'"immunità" statale che, secondo una vecchia tradizione, metteva
in passato gli stati al riparo da richieste di risarcimento presentate da
persone private. Secondo l'ordinanza 14201/08 tale immunità cessa di fronte a
gravi crimini di guerra e a crimini contro l'umanità, "che segnano anche
il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità". Non c'è
dubbio che la coazione a lavoro, nelle condizioni di prigionia dei lager
nazisti, sia stata un crimine contro l'umanità. Joachim Lau, avvocato tedesco
che esercita la professione a Firenze e che da anni si batte per i diritti
degli ex deportati, riassume quella tragedia in un elementare dato statistico:
"Secondo le stime più recenti, i deportati avviati al lavoro coatto da
tutta Europa furono 18 milioni. Di questi solo 7 milioni tornarono a casa, 11
milioni sono morti nei lager". Cosa pensa Frattini della giurisprudenza
della corte di cassazione? "Ritengo pericolosa questa sentenza",
risponde il ministro alla Süddeutsche. Vi vede infatti un rischio per "la
sicurezza del diritto". Si badi bene: non la sicurezza dei cittadini a
vedere punite e risarcite le violazioni loro inflitte. Ma la sicurezza del "diritto"
degli stati a far quel che gli pare, sapendo che semmai dovranno renderne conto
a altri stati, ma non alle individuali vittime della loro violenza. Il nuovo
princìpio di responsabilità civile, stabilito dalla Corte di cassazione, vale
per tutti gli stati. Quindi, ricorda giustamente (e maliziosamente)
l'intervistatore Stefan Ulrich, corrispondente della Süddeutsche da Roma, anche
per i crimini commessi dall'Italia fascista nei Balcani, in Libia, in Etiopia.
Può riguardare anche, aggiunge da Firenze l'avvocato Lau, controparte della
Germania nei giudizi in cassazione, l'uso di munizioni all'uranio in Kosovo,
oppure le bombe al fosforo gettate dagli Usa sulla città irachena di Falluja.
L'intervistatore propone a Frattini che Italia e Germania chiedano di comune
accordo un parere alla corte di giustizia internazionale dell'Aia, nella
speranza - non si sa quanto fondata - che ne venga una tirata d'orecchi per la
nostra Corte di cassazione. Il nostro ministro si dice "aperto" a una
simile soluzione. Dall'ufficio giuridico del ministero degli esteri tedesco
confermano che proprio questa è la "via" che si intende percorrere:
la richiesta consensuale di un "parere consultivo". Del resto non
sembra che la Germania possa citare in giudizio l'Italia senza l'esplicito
assenso del nostro governo. È vero che i paesi europei hanno firmato nel 1957
una convenzione che li impegna a sottoporsi alla giursidizione dell'Aia in caso
di controversie, ma solo su questioni successive alla data di ratifica. Anche
per la richiesta di un parere consultivo, l'avvocato Lau
vede una difficoltà: "La premessa è che tra gli stati ci sia un conflitto.
Visto che Frattini si dichiara d'accordo col governo tedesco nel respingere le
pretese degli ex internati e nel tutelare sempre e comunque l'immunità degli
stati, il conflitto dov'è?". Il senso politico dell'intervista di Frattini
è gravissimo. Il ministro accetta un patto d'omertà tra le ex potenze
dell'Asse fascista per "chiudere" il capitolo delle guerre passate,
presenti e future. A tal fine prende le distanze dai cittadini italiani, ex
internati militari e deportati civili, che hanno citato in giudizio lo stato
tedesco e chiedono un risarcimento. Sposa anzi le ragioni della controparte,
come se fosse ministro del re di Prussia. Inoltre denuncia come sovvertitori
dell'ordine giuridico internazionale i giudici della cassazione. Ora, sebbene
siamo orami abituati a sentir dichiarare pazzi i giudici, crediamo che la
costituzione repubblicana continui a imporre al governo di rispettare le
sentenze del potere giudiziario. Può un ministro brigare, insieme al governo
tedesco, per aggirare il verdetto della cassazione con un inciucio all'Aia? Ci
piacerebbe sapere cosa ne pensa Giorgio Napolitano, presidente della repubblica
e del consiglio superiore della magistratura. E cosa ne pensa l'opposizione in
parlamento, se ancora c'è.
( da "Repubblica, La" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina XIV - Torino
La breve e avvincente storia politica di laus ETTORE BOFFANO Interrogandosi
così se il gesto di Laus sia da interpretare come una manifestazione locale di quella
voglia di scissione e di scisma che, aldilà delle dichiarazioni ufficiali,
animerebbe le schiere degli ex popolari e dei cattolici del Pd (e di una parte
degli ex rutelliani) all'ombra dell'eterna questione della collocazione europea
del Partito Democratico. Una lettura del caso Laus fuorviante e sbagliata se
solo si tengano presenti due fatti determinanti ed essenziali per la
comprensione dell'intera vicenda. Il primo riguarda la difficile attribuzione
del monopolista subalpino del settore dei servizi alla tradizione del
cattolicesimo democratico e sociale torinese, il secondo attiene invece i
comportamenti politici dello stesso Laus il quale, dopo aver lasciato trapelare
una possibile adesione all'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, pare adesso avvertire
anche il richiamo delle antiche frequentazioni con l'area di Forza Italia
vicina all'ex governatore piemontese Enzo Ghigo. Un'amicizia e una
frequentazione che valsero all'ex procacciatore di voti del Psi craxiano, a
cavallo tra gli Anni Novanta e il nuovo secolo, l'indicazione del fratello come
consigliere dell'Amiat in quota azzurra e che coincisero con la sua
irresistibile ascesa imprenditoriale. Entro pochi giorni conosceremo la
soluzione di questo difficile dilemma. Liquidati dunque tutti gli interrogativi
sulle recenti iniziative politiche dell'ex consigliere regionale del Pd (una
carica sulla quale i dirigenti piemontesi del partito non hanno mai seriamente riflettuto riguardo ai possibili conflitti di interessi connessi alle sue attività imprenditoriali)
resta aperta la discussione su che cosa rappresentino sia la recente defezione
di Mauro Laus quanto la sua passata militanza riguardo alla più ampia realtà
del Partito Democratico piemontese, ai suoi assetti interni di potere, ai modi
e agli accordi nascosti sui quali, prima e dopo il 14 ottobre 2007, fu
creata la gestione di un partito rimasto allo stato "liquido" e
confinato in un equilibrio basato su criteri elitari e affidati ai capricci e
alle scelte di un gruppo di notabili quasi mai passati attraverso il confronto
cruciale dell'investitura popolare. Che cos'è infatti un partito che sente il
bisogno, per avere voti e consensi, di accogliere e favorire l'ascesa di
personaggi come Mauro Laus? E perché il suo cospicuo bottino di fans e di clienti
è stato utilizzato senza problemi, prima ancora che per le competizioni
politiche istituzionali, per cercare di orientare il consenso e l'esito delle
primarie? La breve e avvincente storia politica del capocorrente del Pd
piemontese Mauro Laus sarebbe in grado di fornire risposte concrete su questi
interrogativi se solo chi governa e gestisce (alla luce del sole, ma anche nel
segreto delle retrovie) le sorti del partito in Piemonte avesse la voglia di
collegare e rendere pubblici i percorsi di un rapido e efficacissimo cambio di
alleanze e di casacche. In particolare, la sua comparsa improvvisa sulla scena
al seguito dell'approdo nella Margherita di uno dei filoni della malinconica e
infinita diaspora socialista, il breve approdo nelle file di un nucleo
postdemocristiano guidato da due vecchie "volpi" come Rolando
Picchioni e Piero Isidoro Aceto (inspiegabilmente buggerati da un naif della
politica) e infine la messa a disposizione del proprio patrimonio di votanti,
al momento della formazione del Partito Democratico, a volte a favore degli ex
rutelliani e del centro di potere che fa riferimento agli ex allievi di Enrico
Salza, a volte addirittura di quella indubbia autorevolezza politica che, per
il Pd subalpino, ha sede a Palazzo di Città. L'esito di questo percorso ha
trovato adesso nell'uscita di Laus dal partito un finale poco nobile e
certamente imbarazzante. E non solo per il monopolista torinese del settore dei
servizi legati ai musei, ai grandi eventi e ai centri fieristici. Ma che cos'è
oggi il Pd piemontese? E chi comanda al suo interno, in maniera democratica
oppure no? E chi discute (e per conto di chi) riguardo all'analisi della
recente sconfitta, alle scelte strategiche sui futuri appuntamenti elettorali,
alle politiche amministrative dei grandi enti locali, alle nomine nelle grandi
partecipate e negli organismi economici, alle sorti delle più importanti
decisioni urbanistiche o delle grandi utilities? Domande che attendono invano
risposte e che Mauro Laus si porta simbolicamente dietro verso il suo nuovo
avvenire politico.
( da "Liberazione" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Ssuali Franco Russo
Tutti noi abbiamo letto con angoscia e apprensione gli articoli di Repubblica e
dell'Unità dedicati al tesseramento di RC-SE, che sarebbe inquinato da interessi congressuali. E ho letto invece con interesse il
ragionamento di Piero Sansonetti su Liberazione che propone un più marcato
intervento del giornale nell'informazione sull'andamento del congresso. Da
lettore mi permetto di dare un primo consiglio a Piero: si eviti la pantomima
dei 'ferrariani' e dei 'vendoliani' come se il congresso ruotasse solo intorno
a due nomi. Contribuite a mutare la percezione dei fatti. D'altra parte è il
consiglio che ci dà il vecchio saggio, Pietro Ingrao, che di fronte ai due nomi
dei presunti duellanti ci dice che 'non credo che sia la questione essenziale
che sta di fronte al mondo di Rifondazione. In quel campo c'è necessità stringente
di una riflessione'. Come raccogliere la suggestione di Ingrao? Come
riappropriarsi di quel 'dubbio', di quell'ansia di 'ricerca' che lo hanno reso indimenticabile nel suo conflitto verso la dirigenza del partito
all'XI congresso del PCI? Di fronte alle sfide immani, di analisi, di scavo, di
comprensione del capitalismo totalizzante, di minaccia della sparizione della
sinistra dal panorama sociale prima ancora che politico, di voto operaio alla
Lega, dell'insicurezza che spinge ogni persona a una chiusura e a un
affidamento securitario, il congresso di RC-SE si avvita sempre più
intorno alla questione della leadership. Occorre fermarsi tutti a riflettere
per percepire senza distorsioni la realtà che ci circonda. E la realtà è che
Rifondazione rischia, oltre all'odierna paralisi, la fine. Si raccolga l'invito
di Ingrao, si ponga fine alla lotta per conquista della segreteria, allo
scontro intorno ai nomi: chiunque abbia la ventura di conquistare la
maggioranza non potrà gestire RC-SE con il 50% dei voti. La candidatura di
Vendola, o quella sottointesa di Ferrero, ci costringe a un congresso per
vincere e non per riflettere. Non si può tenere un congresso come se fosse un
plebiscito su Vendola. Se si continua con queste modalità saremmo comunque di fronte
a una regressione del nostro senso comune, che vuole una collettività politica
che discute e sceglie linee politiche non una persona. Non è regressivo
ritenere che una figura carismatica possa risolvere i nostri drammatici
problemi, e supplire alle nostre incapacità? Non è questo un riflesso della
percezione di insicurezza che ci ha preso, e che ci spinge ad affidarci a un
'padre buono' che ci protegga e ci porti al sicuro? È così certo Vendola di
aver fatto una scelta giusta nel candidarsi alla segreteria imprimendo una
distorsione al processo congressuale? Non mi si dica che la prima distorsione è
stata l'elezione del Comitato di gestione, che ha sancito una nuova
maggioranza. Da solo votai al CPN un ordine del giorno per eleggere un comitato
di garanzia, dopo le dimissioni annunciate da Giordano, e non un organismo che
rifletteva la divisione tra componenti, le quali si dotavano di uno strumento a
loro garanzia e per la loro perpetuazione. Certo, sono queste considerazioni di
metodo, che oggi sono di importanza vitale perché da esse ne discende la
possibilità di portare Rifondazione al di fuori della morsa mortale in cui ci
siamo cacciati nell'incapacità di affrontare la disfatta elettorale e di
fronteggiarla insieme, senza la ricerca di capri espiatori. Si sono ripetuti i
rituali di sempre: la sconfitta è colpa del nemico interno. Senza accorgersi
che ben più potente è stata l'azione esterna, del capitalismo totalizzante, a
distruggere le basi sociali e culturali della sinistra. Erano considerazioni di
metodo quelle che spinsero me, De Cesaris e Stramaccioni, a presentare un
emendamento al regolamento congressuale per bloccare il tesseramento al giorno
dell'indizione del congresso. Mi fu risposto che era prassi far votare anche
chi si iscrivesse un minuto prima delle votazioni: oggi siamo alle accuse e ai
sospetti. Ritroviamo la via della ragionevolezza, siamo ancora in tempo per un
congresso non di 'vincitori e sconfitti', ma di persone che si confrontano per
definire il quadro di una ricerca comune, di iniziative di contrasto del
centrodestra, di ripresa di contatti con il variegato mondo della sinistra
sociale. Diamoci del tempo, ragioniamo, pensiamo, agiamo per partecipare alla
nascita di un'opposizione di lunga lena al centrodestra. Solo a far l'elenco
delle questioni si rimane di sale: Europa, precarietà, migranti, leggi penali
ad personam, guerre? Se ci fosse saggezza mi aspetterei dei passi indietro.
Spero ancora di avere modo di poter discutere delle analisi di Ingrao, che
Sansonetti assume come bussola e che io non trovo tutte convincenti. Ma di
questo vorrei che ci dessimo il tempo per ragionare senza continuare nel
precipizio dello scontro interno. Nello spazio pubblico si attuano processi
deliberativi perché le preferenze, le scelte non sono sottratte alla
discussione, anzi si modificano nell'ascolto: traiamone una lezione per il
nostro congresso. 22/06/2008.
( da "Giornale.it, Il" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 148 del
2008-06-22 pagina 1 È l'utopia della pace che genera violenza di Alain de
Benoist La violenza è attuale più che mai: tafferugli, auto in fiamme, crescita
della delinquenza, minacce terroristiche, ma anche di guerra, e uso della forza
di Stato. Max Weber ha dimostrato che la violenza - lungi dall'essere
"fenomeno arcaico", anacronistico retaggio di barbarie - è la
preminente manifestazione dell'antagonismo fra libertà e necessità. Georg
Simmel l'ha definita elemento strutturale del fatto sociale. Georges Sorel non
esita ad opporla alla forza dell'ordine costituito. Julien Freund la definisce
il mezzo d'eccezione del politico. Michel Maffesoli scrive che "la sua
stessa pluralità è indice privilegiato del politeismo dei valori", infatti
è un'"espressione parossistica del desiderio di comunione". René
Girard, secondo cui ogni società nasce da una violenza fondatrice, vede in essa
parte di "una sacralità degradata". La violenza è insieme dissidenza,
parossismo e duplicità; sul piano sociale s'inscrive in un doppio movimento di
distruzione e fondazione. OVUNQUE E DA NESSUNA PARTE Al limite, si può
estendere il campo della violenza fino a vederne ovunque, anche nell'obbligo imposto
dalle leggi, dalle istituzioni e dalle strutture sociali, perché lo Stato nasce
da un rapporto di forze. Ma se è ovunque, la violenza non è più in nessun
posto. In senso stretto, è oggettivabile solo la violenza fisica, frutto
dell'illecito uso materiale della forza. Molte dottrine chiamano violenza solo
la forza illegittima. Sotto la copertura d'una formale neutralità, lo Stato
stesso s'è arrogato il monopolio della violenza, ma senza riuscirci mai,
infatti la legalità che esso incarna non sempre è legittima. Dove comincia
allora la legittimità del ricorso alla forza, se la legittimità non si confonde
con la semplice legalità? Principio organizzatore della società, la violenza
può anche essere un modo per restaurare la città. Oggi l'aumentata settorializzazione
della violenza ("violenza sociale", "violenza scolastica",
"donne picchiate", ecc.) s'unisce all'infantolatria (colpisce che
l'infanticidio abbia sostituito il parricidio come il peggiore dei crimini),
all'ideologia vittimista (le vittime hanno rimpiazzato gli eroi come modelli,
dunque per farsi ammirare occorre prima farsi compatire) nel suggerire
un'ubiquità della violenza. PIÙ DI IERI, MENO DI DOMANI Città incluse, la
violenza propriamente criminale è in realtà minore di una volta, almeno in
Francia, ma la violenza dei giovani è certo aumentata. Essa s'accompagna a una
spettacolarizzazione sempre più invadente. Il film Rambo 4 offre 236 morti in
93 minuti. Cyberdipendenza e videogiochi amplificano il fenomeno. La morte è
banalizzata, ma son sempre meno quelli che hanno visto un vero cadavere. Il
paradosso è che l'onnipresenza della violenza procede di pari passo con la non
meno evidente accentuazione della sensibilità: fra la gente comune la soglia di
tolleranza per la violenza reale continua a calare. Il vero problema della
violenza comincia quando essa perde lo statuto di ultima ratio, per proliferare
con virulenza e costituire un modo d'esistere. In parte è quanto accade ora. La
violenza è l'eccezione del politico, ma l'organizzazione del politico della
società esige che la violenza sia regolata. Ma anche qui torna l'ambivalenza.
La violenza va contenuta perché destruttura la vita sociale, ma è sempre la
violenza che permette, a chi si compiace di combatterla, di giustificare la
soppressione delle dissidenze e il presidio generalizzato della socialità.
Quotidianamente oggi l'ansia di sicurezza può esser invocata per imbrigliare le
libertà. La violenza fa paura, giustamente, ma anche questa paura può esser
strumentalizzata. Essa permette all'autorità di legittimarsi come istanza di
"protezione" e quindi agevola il controllo sociale. ATTACCO
PREVENTIVO Metafora delle tensioni sociali, la città è al centro delle paure
contemporanee. La politicizzazione delle paure urbane spinge i poteri pubblici
ad alimentare deliberatamente le inquietudini - non a rafforzare le solidarietà
sociali - e a punire dissidenti e individui presunti "pericolosi"
come dei colpevoli. La sacralizzazione della legge serve allora solo a
premunirsi da una contestazione violenta del disordine costituito. L'anarchica
proliferazione di violenze di ogni genere fa poi dimenticare che, su altri
piani, il conflitto tende a sparire. I grandi conflitti sociali del secolo
scorso si sono per lo più placati, a cominciare dalla lotta di classe,
dimenticata a vantaggio di un chimerico "scontro di civiltà". Dal
compromesso fordista, i sindacati si sono adeguati all'idea di una società
senza un preminente antagonismo, proprio come i partiti contestatori di
sinistra si sono adeguati alla logica consensuale del mercato. Anche lo Stato
s'orienta alla ricerca sistematica di "compromessi negoziati".
Desindacalizzazione, cedimento del pensiero critico, "dialogo
sociale" e negoziato degli interessi: in molti campi il consenso ha sostituito il conflitto. Pierre
Rosanvallon non ha torto quando dice che, socialmente parlando, viviamo in un
mondo senza una forte conflittualità strutturante. GUERRA ALLA GUERRA A livello
internazionale, è ancora un'altra cosa. L'idea dominante è d'eliminare
la guerra e sopprimere il conflitto. Ma la guerra contro la guerra prevale, è
sempre più violenta di tutte le altre, né la cultura del rifiuto del nemico
impedisce al nemico di apparire. Ben diverso dal desiderio di pace (l'obiettivo
naturale della guerra è la pace), il pacifismo è intrinsecamente polemogeno.
Fondamentalmente la guerra non ha cambiato natura, ma i mezzi ai quali
ricorrono i belligeranti son sempre più massicciamente distruttivi. Chi crede
di liberarci dalla violenza è imbattibile nel giustificarla e nello scatenarla!
La violenza è stata spesso messa al servizio dell'utopismo, ma anche la volontà
di eliminare la violenza deriva dall'utopia. La società non potrà circoscrivere
o canalizzare la violenza, pretendendo d'imporre la "pace universale"
e sopprimere i fattori conflittuali. Il conflitto nasce da aggressività
naturale, diversità umana e impossibilità di conciliare sempre progetti
originati da valori divergenti. Non tutti i conflitti implicano violenza, però
ne celano la possibilità. L'intolleranza a priori nei suoi riguardi rimanda
meno al gusto per i rapporti civili e più alla paura del rischio, alla
rassegnazione e all'inerzia. È fin troppo certo che rimozione del conflitto e
rifiuto dell'idea stessa di lotta conducano alla violenza generalizzata: voler
rimpiazzare a ogni costo il conflitto col consenso è votarsi a far scatenare la
violenza estrema. Se oggi c'è troppa violenza, forse è perché difetta il
conflitto creatore. Alain de Benoist (Traduzione di Maurizio Cabona) © SOCIETà
EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Giornale.it, Il" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 148 del
2008-06-22 pagina 4 Financial Times: "Berlusconi fa bene a frenare i
magistrati" di Gian Maria De Francesco Il quotidiano inglese, solitamente
severo con il primo ministro, interviene e approva la controversa norma
sospendi-processi da Roma L'autorevole Financial Times approva Silvio
Berlusconi e la norma "sospendi-processi". Ieri un editoriale del
politologo Christopher Caldwell intitolato "L'Italia ha ragione a frenare
i suoi giudici" ha fornito argomenti a favore della tutela del potere
esecutivo nei confronti di quello giudiziario. Si tratta di un sostegno
inaspettato per il presidente del Consiglio verso il quale la stampa
economico-finanziaria anglosassone non ha nascosto mai la propria diffidenza o
addirittura la propria ostilità. Nella memoria collettiva degli italiani sono
infatti rimaste le copertine dell'Economist del 2001 nella quale il Cavaliere
veniva giudicato unfit, "inadatto" a guidare il Paese e quella del
2005 nella quale si descriveva l'Italia come una nazione condannata al declino.
Il Financial Times, quotidiano che dà voce a Wall Street e alla City, non ha
mai assunto posizioni oltranziste ma di certo non ha risparmiato attacchi al
centrodestra. E nel febbraio 2006, a meno di due mesi dalla risicata vittoria
di Prodi, ospitò addirittura un editoriale di Alexander Stille nel quale si
sosteneva che "Berlusconi ha trasformato la vita italiana nel reality show
televisivo più lungo del mondo", in un Truman Show nel quale
"l'apparenza conta più della realtà". Ma al di là delle prese di
posizioni preelettorali, che Oltremanica sono considerate un segnale di
trasparenza, l'Ft è stato spesso severo nei confronti dei singoli provvedimenti
berlusconiani. La legge Gasparri non ha certo avuto un'accoglienza benevola e
nel 2004 la tv italiana è stata descritta come "un inferno". Anche la
politica estera del precedente quinquennio targato Cdl è stata oggetto di
severe reprimende: ora per quella che veniva considerata un'eccessiva vicinanza
al governo Bush sulla situazione medio-orientale ora per il multilateralismo,
ossia per le aperture nei confronti della Russia di Putin che, a detta del
giornale britannico, rischiavano di spaccare la posticcia compattezza
dell'Unione Europea. Bisogna, tuttavia, specificare che in un'occasione
Berlusconi ha meritato il plauso del Financial: la riforma fiscale del 2004 con
conseguente taglio delle tasse fu salutata come una "vittoria". Ma
cosa ha determinato il cambio di rotta quando fino a 4 anni orsono i tormentati
rapporti tra il premier e i magistrati venivano descritti come "un'ombra
sul governo"? Sembrerà strano, ma la risposta più semplice è la più vera:
la serena analisi dei fatti. In primo luogo, l'immunità parlamentare non è una
legge ad personam, ma una norma che tutela gli elettori salvaguardando i loro
rappresentanti. In secondo luogo, lo strapotere della magistratura nel
selezionare la classe dirigente italiana dal 1993 in poi. In ultima istanza, il
vasto consenso popolare attorno a Berlusconi e al suo "genio
politico" legittimano l'azione di governo volta a indirizzare il lavoro
dei magistrati verso i reati di allarme sociale piuttosto che in cause che si
trascinano da anni. Questa è l'opinione che Christopher Caldwell ha espresso sul
Financial Times. Per sua sfortuna, non avendo attaccato a
testa bassa il conflitto di interessi del premier o i suoi presunti disegni di assoggettamento dei
giudici, Caldwell non godrà della stessa eco che ebbero i suoi colleghi nel
periodo 2001-2006 quando ogni virgola scritta Oltremanica era utile per le
denunce urlate ai quattro venti dal centrosinistra. © SOCIETà EUROPEA DI
EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.
( da "Manifesto, Il" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
ZONE DI FRONTIERA
Contrabbando, criminalità organizzata terrorismo ai confini del Sahel Non è un
segreto per nessuno che le basi di appoggio di al Qaeda Maghreb si trovano nel
territorio del Sahel da dove - attraverso frontiere incontrollate e
incontrollabili - possono moltiplicare le loro azioni terroristiche e ripiegare
nei loro rifugi senza problemi. Si tratta di zone di frontiera a cavallo tra
Algeria, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso, Mauritania e Libia. Un territorio dove ai vecchi conflitti politici (soprattutto la
questione tuareg che interessa in modo particolare il Mali e il Niger) si sono
aggiunti altri fenomeni endemici come il contrabbando e più recenti come la
criminalità organizzata, dopo che il Sahel è diventato il punto principale di
smistamento della cocaina che arriva dall'America latina e riparte per l'Europa.
Criminalità che specula anche sul flusso degli immigrati che sperano di poter
raggiungere la costa per attraversare il Mediterraneo. Sono fenomeni che
trovano un terreno fertile nella povertà che interessa gran parte dei paesi del
Sahel. In questa totale instabilità si aggiunge l'insicurezza alimentata dal
terrorismo di al Qaeda Maghreb che proprio in Mali tiene ancora prigionieri due
ostaggi austriaci catturati in Tunisia a febbraio. All'inizio di luglio la
situazione del Sahel sarà affrontata in una riunione che si terrà a Bamako con
la presenza dei sette capi di stato interessati. Intanto l'Algeria e la Libia
sono continuamente chiamati in causa come mediatori nella ribellione tuareg. I
continui passaggi ad Algeri di diplomatici maliani dimostrano che la questione
preme e che non è di facile soluzione. Così come lo è ancora meno quello del
terrorismo che continua a colpire indisturbato sia in Marocco che in Algeria.
Se per il terrorismo residuale del Gspc (Gruppo salafita per la predicazione e
il combattimento) resta ancora la Kabilya, con le sue foreste, dove ha
ricominciato a fare falsi posti di blocco in pieno giorno. Al Qaeda ha invece
scelto il deserto ancor più vasto e incontrollabile. g.s.
( da "Repubblica, La" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Commenti IL RUOLO
DELL'UNIONE EUROPEA NELLA NASCITA DELLO STATO PALESTINESE JAVIER SOLANA I
negoziatori israeliani e palestinesi dialogano ormai da più di sei mesi, da
quando nel novembre 2007 ad Annapolis è stato rilanciato il processo di pace,
con l'intento dichiarato di arrivare ad un accordo su uno stato palestinese
entro la fine dell'anno. Le questioni relative allo status definitivo ossia il
problema dei confini, di Gerusalemme e dei rifugiati, sono nuovamente
all'ordine del giorno e si profila, visibile, una soluzione a due stati. Recentemente
si sono avuti alcuni segnali incoraggianti: l'Egitto ha mediato una tregua tra
Hamas e Israele a Gaza, ci sono segni di dialogo intra-palestinese e pare che
qualcosa si muova sul versante israelo-siriano. Non dobbiamo farci sfuggire
l'opportunità della pace. La pace globale in Medio Oriente è l'obiettivo
strategico dell'Unione Europea e la chiave per realizzarlo è risolvere il
conflitto israelo-arabo sulla base di una soluzione a due stati. L'Europa ha la
volontà, e la necessità, di veder sorgere uno stato palestinese indipendente,
democratico e vitale, che viva in pace a fianco di Israele. A tal fine devono
essere create le fondamenta e le strutture dello stato palestinese ed è questo
l'ambito in cui l'Unione Europea gioca attualmente un ruolo particolare. L'UE
guida le iniziative internazionali di sostegno ai palestinesi impegnati nello
state-building nell'ambito di una grande strategia adottata dall'Unione Europea
lo scorso anno. Una parte importante di tale strategia è dedicata a sviluppare
la sicurezza e lo stato di diritto, ovvero le basi fondanti dello stato
palestinese in fieri, ed è questo il tema della conferenza internazionale dei
ministri degli esteri del 24 giugno a Berlino. La conferenza mira a garantire
le risorse finanziarie necessarie a realizzare nell'arco del prossimo anno un
pacchetto in materia di polizia civile e giustizia penale, inserito nelle
iniziative della comunità internazionale a sostegno dei palestinesi impegnati a
realizzare il loro Piano di Riforma e Sviluppo. L'azione dell'UE ha efficacia
tangibile sul territorio. Contribuisce all'incremento delle risorse palestinesi
in materia di sicurezza civile non solo formalmente o finanziariamente, ma
grazie all'impiego di risorse umane. La nostra missione di polizia, Eupol
Copps, è attiva nei Territori Palestinesi dal novembre 2005, fornendo
consulenza e guida all'Autorità Palestinese impegnata a incrementare la forza
di polizia civile e a stabilire l'ordine e la legalità. La missione gode
dell'appoggio del Canada, della Norvegia e della Svizzera e operiamo in stretto
coordinamento con i nostri partner statunitensi. è nostra intenzione aumentare
entro breve tempo le dimensioni della missione e di espanderne la portata a
comprendere in particolare i sistemi penale e giudiziario. Uno stato
palestinese democratico necessita di una polizia civile adeguatamente
equipaggiata, addestrata e disciplinata nonché di tribunali e carceri
efficienti. La missione Eupol Copps non è l'unica missione di sicurezza dell'UE
in Medio Oriente. La nostra missione Eubam Rafah, avviata nel 2005 per
agevolare la gestione del valico di Rafah tra Egitto e Gaza, è attualmente in
stand by, pronta a schierarsi non appena le circostanze lo consentano e gli
stati membri dell'UE costituiscono la spina dorsale della forza dell'Onu in
Libano (Unifil). Il nostro operato sta dando frutto e contribuisce a decisivi
cambiamenti sul territorio. Nel corso del solo ultimo anno la missione UE ha
addestrato 800 agenti della polizia civile in materia di ordine pubblico,
ristrutturato le stazioni di polizia e contribuito alla rete di comunicazione
della polizia civile. L'autorità Palestinese ha iniziato a schierare forze
nelle grandi aree urbane come Nablus, e sta gradualmente assumendo la
responsabilità della sicurezza in Cisgiordania. Le forze di sicurezza
palestinesi e israeliane stanno cooperando e tale cooperazione deve
necessariamente continuare e intensificarsi. Queste misure nell'ambito della
sicurezza e dello stato di diritto si inseriscono in un più vasto impegno a
migliorare le condizioni dei palestinesi e a rivitalizzare l'economia. Affinché
la democrazia metta radici, devono migliorare visibilmente le condizioni di
vita della popolazione. Bisogna rimuovere i blocchi stradali, i camion devono
poter trasportare liberamente merci, le persone spostarsi per andare al lavoro,
a scuola e in ospedale senza ostacoli, gli agricoltori devono poter coltivare e
vendere derrate, va incoraggiato l'arrivo di investitori con capitale
straniero, devono essere impiantate attività imprenditoriali. Tutto questo
ovviamente, non andrà a esclusivo vantaggio dei palestinesi. Gli interessi
di sicurezza israeliani non possono che trarre beneficio da uno stato
palestinese pacifico, democratico e, col tempo, prospero e la soluzione del
sessantennale conflitto israelo-palestinese porterà stabilità all'intera
regione. L'UE sta offrendo il massimo contributo possibile a questo fine.
L'autore è Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune
dell'Unione Europea Traduzione di Emilia Benghi.
( da "Repubblica, La" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Commenti TUTTI GLI
ERRORI DELLA LOTTA ALL'INFLAZIONE JOSEPH E. STIGLITZ I presidenti delle banche
centrali costituiscono un club molto chiuso e sensibile alle mode. Nei primi
anni Ottanta, ad ammaliarli fu il monetarismo, una teoria economica
semplicistica rappresentata in primo luogo da Milton Friedman. Dopo la caduta
in discredito del monetarismo, la cui adozione fu pagata a caro prezzo da
svariati Paesi, iniziò la ricerca per un nuovo mantra. La risposta arrivò con
l'inflation targeting, una strategia di politica monetaria secondo la quale
ogniqualvolta la crescita dei prezzi supera un livello prestabilito devono
essere alzati i tassi di interesse. Una ricetta suffragata da scarse
elaborazioni di teoria economica e modeste prove empiriche: non vi sono ragioni
per ritenere che la migliore risposta sia un rialzo dei tassi di interesse,
indipendentemente da quali siano le fonti dell'inflazione. La speranza è che la
maggior parte dei Paesi sia abbastanza sensata da non adottare l'inflation
targeting. Le mie simpatie vanno in ogni caso ai cittadini di quei Paesi che lo
hanno fatto (Israele, Repubblica Ceca, Polonia, Brasile, Cile, Colombia,
Sudafrica, Thailandia, Corea, Messico, Ungheria, Perù, Filippine, Slovacchia,
Indonesia, Romania, Nuova Zelanda, Canada, Regno Unito, Svezia, Austria,
Islanda e Norvegia). L'inflation targeting quasi certamente fallirà. I tassi di
inflazione più alti che si trovano ad affrontare oggi i Paesi in via di
sviluppo non sono da imputarsi a una gestione macroeconomica più carente, bensì
ai prezzi in impennata del petrolio e delle materie prime alimentari e,
inoltre, in questi Paesi queste voci rappresentano una quota della spesa media
delle famiglie assai più alta rispetto a quella delle famiglie nei Paesi
ricchi. In Cina, per esempio, l'inflazione si sta avvicinando, o sta già
superando, l'8 per cento; in Vietnam è persino più alta e si prevede che
quest'anno sfiori addirittura il 18,2 per cento; in India è del 5,8 per cento.
Negli Stati Uniti, invece, l'inflazione si è attestata al 3 per cento. Si deve
dedurre che questi Paesi in via di sviluppo devono alzare i tassi d'interesse
in misura molto maggiore rispetto agli Stati Uniti? L'inflazione in questi
Paesi è, per la maggior parte, importata. Tassi d'interesse più alti avrebbero
effetti esigui sul prezzo internazionale dei cereali o dei carburanti. Anzi, se
si considera la dimensione dell'economia statunitense, è logico presumere che
un suo rallentamento possa avere effetti sui prezzi a livello mondiale di gran
lunga superiori a quelli di un rallentamento in qualsivoglia Paese in via di
sviluppo, un dato che, se si assume una prospettiva globale, indica che è negli
Stati Uniti e non nei Paesi in via di sviluppo, che dovrebbero essere ritoccati
al rialzo i tassi. Finché i Paesi in via di sviluppo restano integrati
nell'economia globale i prezzi domestici del riso o degli altri cereali sono
destinati a subire un incremento significativo ogni qual volta lo subiscono
quelli internazionali. Per molti Paesi in via di sviluppo, gli alti prezzi del
petrolio e delle materie prime alimentari rappresentano una tripla minaccia:
non solo i Paesi importatori si trovano a sborsare di più per le granaglie, ma
devono anche spendere di più per farle arrivare in questi Paesi, con
un'ulteriore spesa per farle arrivare a quei consumatori che risiedono lontano
dai porti. L'incremento dei tassi d'interesse potrebbe ridurre la domanda
aggregata, rallentando a sua volta l'economia e mitigando così i prezzi di
alcuni beni e servizi, in particolare di quelli non determinati dal mercato.
Ma, a meno che non siano portate fino a livelli intollerabili, queste misure,
di per se stesse, non sono in grado di abbassare l'inflazione ai livelli
target. Per esempio, anche se il ritmo dell'aumento dei prezzi dell'energia e
delle materie prime alimentari a livello mondiale dovesse rallentare rispetto a
quello attuale - scendendo a un 20 per cento l'anno, per esempio - e ciò si
riflettesse sui prezzi interni, per fare scendere il tasso di inflazione
complessivo a, diciamo, un 13 per cento, occorrerebbe una netta caduta dei
prezzi da qualche altra parte. Ciò comporterebbe quasi sicuramente un
significativo rallentamento dell'economia e un alto tasso di disoccupazione. La
cura sarebbe peggiore della malattia. Che cosa si dovrebbe fare dunque? Innanzitutto,
non si dovrebbe addossare la responsabilità di un'inflazione importata ai
politici o ai presidenti delle banche centrali, così come non deve essere
attribuito loro il merito di una bassa inflazione quando l'ambiente economico
complessivo è favorevole. Ora si riconosce che buona parte del pasticcio nel
quale si trova attualmente l'economia degli Stati Uniti è da imputare all'ex
presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, mentre qualche volta gli si
attribuisce il merito della bassa inflazione registrata negli Stati Uniti
durante il suo mandato. La verità è, invece, che negli anni di Greenspan, gli
Stati Uniti hanno beneficiato di un lungo periodo di caduta dei prezzi delle
materie prime e della deflazione in Cina, elementi che hanno contribuito a
mantenere i prezzi dei manufatti sotto controllo. Secondo, è necessario
prendere atto che questi alti prezzi possono rappresentare un terribile stress
per le popolazioni e, in particolare, per le persone a basso reddito. Le
rivolte e le proteste che si sono avute in alcuni Paesi in via di sviluppo ne
sono solo la manifestazione più evidente. Più di 25 anni fa, ho dimostrato che,
in condizioni plausibili, la liberalizzazione del commercio avrebbe potuto
peggiorare la situazione per tutti. Non mi stavo pronunciando a favore del
protezionismo, bensì richiamando alla cautela e ricordando la necessità di
tenere presenti i rischi e di essere pronti ad affrontarli. Nel caso
dell'agricoltura, i Paesi industrializzati, come gli Stati Uniti o come i Paesi
membri dell'Unione Europea, proteggono sia i loro consumatori sia i loro
agricoltori da questi rischi. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo,
invece, non ha le strutture istituzionali o le risorse per fare altrettanto.
Molti stanno imponendo delle misure di emergenza quali tariffe o divieti sulle
esportazioni per aiutare i propri cittadini, ma ciò avviene a spese della
popolazione di altri Paesi. Se si vuole evitare una reazione ancora più forte
contro la globalizzazione, l'Occidente deve rispondere rapidamente e con forza.
I sussidi per i biocarburanti, che hanno favorito una riallocazione delle terre
dall'alimentazione all'energia devono essere revocati. Inoltre, alcuni dei
miliardi che si spendono per i sussidi agli agricoltori in Occidente dovrebbero
essere destinati ora ad aiutare i Paesi in via di sviluppo più poveri a
soddisfare il loro fabbisogno minimo di cibo ed energia. Tuttavia, più
importante ancora è che sia i Paesi industrializzati sia i Paesi in via di
sviluppo abbandonino la strategia dell'inflation targeting. La lotta per fare
fronte ai prezzi in continua crescita delle materie prime alimentari e
dell'energia è già dura abbastanza. La più debole economia e il più alto tasso
di disoccupazione che comporta l'inflation targeting non avranno grandi effetti
sull'inflazione, ma renderanno soltanto più arduo il compito di sopravvivere in
queste condizioni. L'autore ha vinto il premio Nobel per l'economia nel 2001. Il suo ultimo libro, scritto assieme a Linda Bilmes, è The Three
Trillion Dollar War: The True Costs of the Iraq Conflict (La guerra da tremila
miliardi di dollari: il vero costo del conflitto iracheno) Copyright Project
Syndicate, 2008 Traduzione di Guiomar Parada.
( da "Repubblica, La" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Pagina XIX - Bologna
L'imponente meccanismo propagandistico dell'Occidente per
far sembrare lecito il secondo conflitto in Iraq Come ti vendo il
"prodotto guerra" I giornalisti Usa trasformati in "cani da
salotto" anziché "da guardia" MASSIMILIANO PANARARI Il medium è
il messaggio, ha detto, con una delle sue tipiche formule fulminanti, Marshall
McLuhan, uno dei padri nobili (e insostituibili) delle scienze della
comunicazione. Ma se il messaggio, soprattutto nella triste era dello
"scontro di civiltà", è quello di dimostrare la liceità e
l'opportunità della guerra e di alimentare il consenso del pubblico verso la
scelta delle armi, ecco che i media paiono quasi contravvenire alla regola di
McLuhan per mettersi senza resistenze al servizio del Pentagono e del
Dipartimento di Stato. Le "relazioni pericolose" tra apparato
propagandistico militare, libera stampa e televisione, guerra e sua immagine
postmoderna sono state oggetto di importanti riflessioni e convegni. Da queste
analisi trae origine il volume su Marketing e rappresentazione dei conflitti.
Media, opinione pubblica, costruzione del consenso (Bononia University Press),
curato dal prorettore Roberto Grandi (uno dei più noti e originali studiosi
italiani attivi nel campo delle comunicazioni di massa) e dalla semiologa
Cristina Demaria che, nel volume, si occupa anche dei traumi culturali prodotti
dalla seconda guerra del Golfo. Grandi stesso fornisce la cornice teorica al
volume col suo ampio saggio consacrato ai processi di "costruzione
sociale" del conflitto, nei quali le tecniche di marketing, la Media
Diplomacy della Casa bianca e la nuova "ideologia bellica" codificata
nella dottrina della Revolution in Military Affair vengono messe a disposizione
del "prodotto guerra" da vendere alle opinioni pubbliche. Con il
tutt'altro che secondario "effetto collaterale", come evidenzia
Cristian Vaccari, di avere tendenzialmente convertito in "cani da
salotto" più che "da guardia" i giornalisti americani, sempre e
vieppiù embedded rispetto ai conflitti che la loro nazione accende e combatte
fedele alla propria vocazione (spesso non richiesta) di "gendarme del mondo"
(o, come diremmo oggi, "globale"). Un volume ricco e
multidisciplinare nel quale compaiono numerosi altri saggi interessanti su come
i mass media arabi (a partire dalla ormai famosissima Al Jazeera) parlano
dell'Iraq (Augusto Valeriani) o su come vengono rappresentati in termini
mediatici i soldati-obiettori di coscienza (Colin Wright). Ma anche sulla
"costruzione dello zingaro come altro" (di questi tempi assai di
attualità) nel discorso pubblico britannico (David Fraser) o sull'esistenzialismo
di Sartre e l'opinione pubblica (Nicholas Hewitt) e sulla satira politica
durante la guerra delle Falklands (Bernard McGuirk). La guerra, insomma,
nell'epoca della sua (terribile) riproducibilità mediatica?.
( da "Unita, L'" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del Il tempo dell'opposizione Pancho Pardi Caro Direttore, in pochi
giorni la maggioranza ha reso sempre più chiare le sue vere intenzioni. Nel
decreto legge sulla sicurezza, con grave sgarbo verso il Quirinale, ha
introdotto a sorpresa una misura per sospendere i processi per reati cosiddetti
di minore allarme sociale. Individuati in modo da farvi rientrare il processo
Mills, in cui il presidente del consiglio è imputato di corruzione in affari
giudiziari. Così, per salvarlo si danneggiano decine di migliaia di parti lese,
cui verrà negata giustizia. È poi annunciato un disegno di legge sulle
intercettazioni che ne restringerà all'estremo l'uso ai magistrati e impedirà
ai giornalisti di parlarne: un plumbeo silenzio coatto. Ed è alle porte un
nuovo tentativo di dare protezione definitiva al capo del governo, dissimulata
con l'ampliamento del beneficio non solo alle cinque alte cariche dello stato
ma anche ai giudici costituzionali. È evidente l'ipocrisia della misura: solo
una carica, solo una persona ne ha davvero bisogno. Non solo, Berlusconi
pretende che la protezione dai processi si allunghi oltre il suo quinquennio al
governo per avere la possibilità di candidarsi anche al Quirinale: convinzione
che è il più esplicito commento all'impossibilità delle sue aspirazioni.
Insomma, leggi con larghi profili di incostituzionalità marciano a passo di
carica in Parlamento. Ora, tra giugno e luglio, non fra tre o quattro mesi.
L'esigenza di promuovere un'iniziativa pubblica tempestiva in cui opposizione
parlamentare e libera cittadinanza possano esprimere la loro visione
alternativa delle cose era stata espressa in una lettera aperta che Furio
Colombo, Beppe Giulietti e chi scrive avevano rivolto, tramite MicroMega on
line, ai leader dei due partiti di opposizione. Di Pietro ha aderito subito.
Dopo qualche giorno di riflessione Veltroni ha preferito indicare la
prospettiva di una grande manifestazione in autunno. Ora è molto probabile che
anche in autunno la maggioranza proponga leggi che non ci piaceranno, ma quelle
in questione sono in aula e in commissione adesso, in questi giorni. Sono già
in parte andate al voto e presto vi andranno tutte. Come ha già osservato
Flores d'Arcais ieri l'altro su queste pagine, è immaginabile protestare in
autunno per leggi approvate all'inizio d'estate? Né il rinvio della
manifestazione può essere motivato con la consapevolezza che purtroppo la
maggioranza ha i numeri per far passare qualsiasi cosa. Da questa obbiettiva
condizione di inferiorità non si può uscire rinunciando all'espressione
tempestiva del proprio pensiero. I numeri la maggioranza li avrà anche in autunno.
E proprio perché li ha, e li avrà, chi non è d'accordo ha il diritto e anche il
dovere di manifestarlo. La pesantezza delle sconfitte subite è cocente e deve
produrre un generale ripensamento da parte nostra, ma non può indurci a
riconoscere nell'avversario meriti superiori all'entità temibile della sua
forza attuale. Ricavata peraltro da una legge elettorale che ha distorto in
profondità il rapporto tra voto popolare e rappresentanza politica, negata a
quasi due milioni di cittadini di sinistra. In ogni caso la vittoria elettorale
non scioglie il presidente del consiglio dai vincoli della legge, né potrà mai
essere un condono tombale sulle sue numerose vicende giudiziarie, da cui è uscito più volte forzando la legge a proprio esclusivo
vantaggio, né tantomeno sul suo mai risolto conflitto d'interessi, mostruosità ignota in tutto
l'universo democratico. Come sarà possibile discutere di riforme istituzionali
con chi è abituato a trasformare in diritto solo la propria forza ed è pronto a
brandirla con virulenza contro la magistratura? Con chi ha il controllo
dei principali mezzi d'informazione e fa passare attraverso di essi solo la
propria voce e riduce a caricatura la voce degli altri? E che senso ha pensare
a riforme istituzionali incardinate sul rafforzamento del potere esecutivo
senza curarsi della possibilità che quel potere rafforzato finisca nelle mani
di chi ha già il controllo personale di mezzi extraistituzionali negati a tutti
gli altri competitori? L'opposizione ha appena cominciato la difficile via
della propria rinascita. Non può pensare di fare anche un solo miglio di strada
senza la discussione continua con la propria gente, delusa ma non scoraggiata.
È urgente la ripresa di un contatto diretto tra l'opposizione parlamentare e
tutti coloro che, molti o pochi, non vogliono rinunciare al protagonismo
civile. La censura alle intercettazioni e il nuovo Lodo Schifani sono alle
porte. Prepariamoci tutti per una manifestazione a brevissima scadenza, entro
non più di due settimane. Ogni ritardo è incoraggiamento alla rinuncia.
www.liberacittadinanza.it.
( da "Unita, L'" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del Contro la Costituzione Stefano Passigli Segue dalla Prima I n
primo luogo applicandosi solo ai procedimenti prima del 2002, il blocco
contrasta con il principio di eguaglianza sancito dall'articolo 3 della
Costituzione discriminando tra ipotesi di reato identiche sulla base della mera
data di avvio del relativo procedimento penale. Irragionevole appare in ogni
caso il riferimento temporale adottato. Non solo meglio sarebbe stato
sospendere quei processi ove la eventuale condanna sarebbe comunque coperta dal
recente indulto, ma più logico sarebbe stato semmai accelerare anziché bloccare
i processi più datati e quindi più a rischio di prescrizione, ritardando
piuttosto i più recenti per i quali la prescrizione è più lontana. Né si dica
che, essendo sospesa la prescrizione, la situazione dei processi bloccati non
muterebbe. Alla loro ripresa, infatti, molti collegi giudicanti potrebbero
dover essere ricostituiti per intervenuti trasferimenti o pensionamenti, con il
conseguente ripartire da zero del processo e un altrettanto conseguente
garanzia di impunità. La norma blocca-processi votata a maggioranza semplice
dal Parlamento configurerebbe così, in buona sostanza, un'amnistia surrettizia,
in spregio della norma che vuole le amnistie votate da una maggioranza
qualificata. In secondo luogo, nel processo penale le parti sono tre: il
Pubblico Ministero a tutela dell'interesse generale, la Parte Civile a tutela
del soggetto offeso, e la Difesa a tutela dell'imputato. Ebbene ritardare - o
addirittura vanificare, come spero di aver or ora dimostrato - la celebrazione
del processo è certo nell'interesse dell'accusato, ma non della parte lesa e
della collettività. Nel proporre la norma blocca-processi Berlusconi e il suo
governo mostrano - e pour cous - di privilegiare l'interesse dell'imputato
piuttosto che quello generale e delle parti lese. Ma proprio il centrodestra,
per bocca del senatore Pera con il pieno appoggio dell'onorevole Berlusconi, si
batté per introdurre in Costituzione la norma sull'equo processo che ne impone
una "ragionevole durata": ebbene la norma blocca-processi
allungandone la durata e di fatto favorendo in molti casi la prescrizione,
priva gli imputati innocenti di una pronuncia assolutoria e le parti lese di
una condanna, violando così palesemente l'articolo 111 della Costituzione. Da
alcuni si è affermato (Antonio Alfano, Corriere della Sera del 22 giugno) che
una norma blocca-processi fu già introdotta nel 1998 dal governo Prodi,
ministro della Giustizia Flick, presidente Scalfaro. Niente di meno vero, e
sorprende che a un ex Procuratore Generale onorario di Cassazione la passione
politica faccia velo sull'intelligenza giuridica: tale disposizione prevedeva
infatti che "al fine di assicurare la rapida definizione dei processi
pendenti... nella trattazione dei procedimenti e nella formazione dei ruoli di
udienza... si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato,
del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e
per l'accertamento dei fatti nonché dell'interesse della persona offesa".
La concreta decisione sui criteri di priorità era insomma rimessa agli uffici
che ne dovevano informare il Csm, restando così interamente nel discrezionale
apprezzamento dei magistrati. Cosa ben diversa da un intervento legislativo che
lede profondamente un ulteriore e fondamentale principio costituzionale: quello
dell'autonomia della magistratura.Al di là della forma, avanzare dubbi sulla
costituzionalità di una norma blocca-processi è dunque non solo legittimo, ma
anche opportuno, specie alla luce delle modalità scelte dal governo per la
proposta: non un disegno di legge costituzionale - al quale lo invitano, oltre
ad alcuni esponenti della maggioranza, persino (con un intervento ai limiti dell'oltraggio
a un potere dello Stato quale la Corte Costituzionale) il presidente emerito
Cossiga che invita anche il presidente Napolitano a rinviare la legge di
conversione qualora contenesse la norma - ma un emendamento suggerito a
parlamentari amici che aggiunge a un decreto legge materia estranea al testo
passato al vaglio autorizzativo della presidenza della Repubblica. Chi scrive è
profondamente convinto che i presidenti di Camera e Senato dovrebbero
dichiarare improponibili emendamenti estranei al corpo dei decreti, evitando
così di vanificare il controllo dei requisiti di necessità e urgenza compiuto
dalla presidenza della Repubblica. Ma chi scrive è altrettanto profondamente
cosciente che - caduta la prassi che voleva le presidenze di Camera e Senato affidate
a maggioranza e opposizione e votate consensualmente - a partire dalla rottura
della prassi effettuata dal primo governo Berlusconi nel 1994 l'indipendenza
delle due presidenze si è inevitabilmente affievolita. Occorre dunque aiutare
la presidenza delle Camere a mantenere al massimo la propria autonomia: anche
da questo punto di vista, la presentazione di un emendamento blocca-processi
indebolisce e non rafforza le istituzioni, ed è opportuno che sia perciò
ritirato. Infine, gli aspetti più strettamente politici. A lungo, in molti
abbiamo lamentato che i rapporti tra maggioranza e opposizione non fossero in
Italia quelli esistenti in un "paese normale". Alla necessità di un
più corretto rapporto alcuni tra noi - io ad esempio - avevamo a malincuore sacrificato
battaglie che come quella per una più adeguata disciplina del conflitto di interessi, ci apparivano necessarie. Ma esistono limiti invalicabili, e
princìpi irrinunciabili. Così come nel 2006 ci battemmo con successo per
respingere un progetto di riforma costituzionale altamente pericoloso, oggi
siamo costretti a un nuovo e deciso "no" al tentativo di introdurre
norme che sentiamo lesive di un fondamentale principio non solo della nostra
Repubblica ma di qualsiasi democrazia: l'eguaglianza dei cittadini
dinanzi alla legge. Troppi indizi ci dicono che si sta preparando un nuovo
tentativo di sovvertire alcuni capisaldi del nostro ordinamento costituzionale:
la forma parlamentare di governo, ribadita dai cittadini italiani nel
referendum del 2006; il ruolo e le funzioni delle supreme magistrature di
garanzia (presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale); e infine
l'autonomia della magistratura. In nessun paese gli assetti istituzionali sono
immodificabili. E le modifiche vanno ricercate e fatte nel dialogo tra
maggioranza e opposizione. Ma proprio per dialogare occorre non smarrire la
coscienza di cosa è negoziabile e cosa non lo è.
( da "Unita, L'" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
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l'edizione del L'INTERVENTONel libro dedicato al ricordo di Riccardo Faini, la
riflessione di uno dei promotori di "lavoce.info"
L'informazione economica ostaggio del conflitto d'interessi Tito Boeri Questo intervento appare nel libro a più voci
"Riccardo Faini-Un economista al servizio delle istituzioni" a cura
di Alessandra Del Boca (Il Mulino) Mi è stato chiesto di parlare del contributo
di Riccardo a lavoce.info e allora vorrei proprio partire dal ricordare
le riunioni del comitato di redazione di cui lui faceva parte. Queste riunioni
si svolgevano su Skype normalmente il lunedì mattina e iniziavano
immancabilmente commentando la partita del Milan del giorno prima. Nel comitato
di redazione avevamo quella che Gramsci definirebbe come l'egemonia assoluta.
Tutti tifosi del Milan: Riccardo, Carlo Scarpa, Giuseppe Pisauro ed io. (...)
Riccardo aveva una passione civile fortissima. Non l'ho mai sentito alzare la
voce (quella che si pronuncia come due parole staccate), ma indignarsi sì,
moltissimo, commentando stupidaggini scritte su qualche giornale o trucchi
contabili. Non c'era alcun atteggiamento professorale in questo suo modo di
fare. Solo l'idea che "lavoce" (quella tutta attaccata) servisse per
innalzare la qualità dell'informazione economica in Italia. In effetti, ben
oltre l'esperienza de "lavoce", l'informazione economica in Italia ha
avuto molto da Riccardo Faini. E oggi, me ne accorgo anche dalle domande e
dalle richieste che mi sento rivolgere insistentemente da molti giornalisti,
l'informazione italiana cerca disperatamente un altro Riccardo Faini. Che
purtroppo non c'è.(...)Ci sono tre sviluppi importanti dell'informazione
economica in Italia, due positivi ed uno negativo. Il primo fenomeno è un ruolo
crescente dell'analisi macroeconomia fornita dai giornali e, in parte, anche
dalla radio e dalla televisione. Non solo i media hanno fortemente aumentato la
copertura di temi di politica economica di carattere generale, ma sembrano
anche più che in passato preoccupati di trovare dati di supporto. Non dico che
il risultato sia sempre ottimale - alcune testate e programmi televisivi
continuano a dare credito più a stime dell'inflazione "fatte in casa"
che ai dati ISTAT! - ma c'è più attenzione che in passato al dato statistico.
Anche i politici ne devono tenere conto: più che in passato li vediamo
sciorinare numeri a supporto delle proprie tesi. Purtroppo, spesso si tratta di
numeri sbagliati, come abbiamo più volte dimostrato nella rubrica "vero o
falso"? che proprio Riccardo ha contribuito a istituire sul nostro sito.
E' servita, soprattutto durante la campagna elettorale del 2006, a documentare
come molti politici letteralmente diano i numeri. (...) Il secondo fenomeno
positivo è la diffusione dell'informazione economica su Internet. Sento spesso
citare con terrore da direttori di testate giornalistiche l'articolo
dell'Economist di un anno fa, quello che annunciava che l'ultimo giornale su
carta stampata sarebbe stato letto nel 2043. Ma il potere di Internet, a mio
giudizio, ci viene proprio in questi giorni segnalato semmai da fenomeni come
il blog di Beppe Grillo, 200.00 visitatori al giorno e una capacità di
mobilitazione che sfida quella del sindacato. C'è chi teme, soprattutto i
giornalisti dei quotidiani, questi sviluppi. Certo, i giornali registrano
ovunque, tranne in India e in Cina, un calo di lettori, mentre la crescita di
Internet sembra inarrestabile. Tuttavia Internet è molto più complementare alla
carta stampata di quanto si ritenga comunemente. Ce lo insegna proprio
l'esperienza de "lavoce". Internet non serve solo ad offrire
informazioni aggiornate in tempo reale. Serve anche ad offrire analisi e
commenti supportati da collegamenti (link) ai documenti originali. Un giornale
può vendere anche senza un proprio sito Internet, ma un giornale che usa
Internet può svolgere meglio il proprio servizio di informazione. Sempre che il
giornale non rinunci alla sua funzione primaria di informare. C'è una deriva
pericolosa al giornale tutto commento poca notizia, per differenziarsi sia da
Internet che dalla free press. E questo mi porta al terzo sviluppo, quello che
ritengo più preoccupante. Non è cambiata la struttura proprietaria dei
giornali. E questo incide negativamente soprattutto sull'informazione che viene
fornita sui temi di finanza. L'informazione finanziaria da noi più che altrove
continua a essere imbrigliata da un sistema di assetti proprietari complessi e
poco trasparenti, che alimenta sospetti e pone in essere conflitti di interesse
su tutto. Una stampa che fosse meno condizionata dai cosiddetti "grandi
gruppi economici" potrebbe giocare un ruolo molto più importante nel
modernizzare il capitalismo, come avvenuto in altri paesi. Nell'informazione
finanziaria conta più quello che non si scrive di quello che si scrive, ma
queste omissioni sono difficili da cogliere per il lettore. Mentre nel caso
dell'informazione politica o anche sulle politiche macroeconomiche, un gruppo
di controllo diversificato può bilanciarsi evitando che il giornale adotti
posizioni troppo di parte, nel caso dell'informazione finanziaria vi può essere
consenso collusivo di ogni azionista nell'evitare le notizie economiche
delicate e compromettenti, chiudendo un occhio verso certi silenzi a favore di
altri azionisti, se prevede un simile atteggiamento da parte di questi ultimi
nei casi in cui i peccati di omissioni lo riguardino.
( da "Corriere della Sera" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera -
NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-24 num: - pag: 41
categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano VITA E MIRACOLI DELL'ISIAO COME
SI UCCIDE UN ENTE UTILE Sembra che il governo intenderebbe sopprimere con
decreto legge l'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente. L'IsIAO è erede di
una duplice tradizione di studi e ricerche sull'Asia e sull'Africa, godendo di
un indiscusso prestigio internazionale. Cosa pensare di una simile scelta, che
non solo ignora l'eredità storica di Gentile, di Tucci e di tanti altri che
hanno onorato gli studi in Italia e nel mondo, ma vanifica le attività correnti
che coinvolgono centinaia di studiosi e un migliaio di allievi, e ci legano a
Paesi come il Giappone, la Cina, l'India, il Pakistan, l'Afghanistan, l'Iran,
l'Iraq, lo Yemen, il Sudan, l'Etiopia, l'Eritrea, il Niger e molti ancora nei
due continenti? Prof. Gherardo Gnoli Presidente dell'IsIAO
dir.generale@isiao.it Caro Gnoli, Q ualche giorno fa, rispondendo a un lettore,
ho ricordato la figura di un grande orientalista, Giuseppe Tucci, e il suo
ruolo nella creazione dell'Ismeo (Istituto per gli studi sul Medio ed Estremo
Oriente). Sapevo che la creatura di Tucci aveva cambiato nome ed era diventata
IsIAO nel 1995, grazie a una fusione con l'Istituto italiano per l'Africa. Ma
sapevo altresì che il nuovo ente aveva conservato l'eredità del fondatore: le
ricerche sulle religioni e le filosofie dell'Oriente, la conservazione dello
straordinario patrimonio artistico e archeologico di Palazzo Brancaccio, i corsi
di lingue dell'Asia in parecchie città italiane fra cui Milano, le spedizioni
archeologiche, le campagne di scavo, i tradizionali rapporti culturali con i
governi della regione. Ma non potevo immaginare che in quello stesso momento
qualcuno, in un ministero romano, stesse inserendo l'IsIAO in una lista di
proscrizione per enti inutili. So che la burocrazia può commettere errori
innocenti, dettati dalla fretta e dalla disinformazione piuttosto che da
cattiva volontà. Se si tratta di disinformazione ecco qualche notizia che può
servire a correggere l'errore. Come è stato ricordato in un convegno del 1994,
organizzato per il centenario della nascita di Tucci, l'Ismeo è passato
attraverso quattro fasi. Nella sua prima fase, dal 1933 al 1947, l'attività scientifica
rispecchiò gli interessi del suo fondatore per le zone
(Tibet e India) che gli stavano maggiormente a cuore. Ma l'Ismeo fece anche una
più generale attività culturale nei Paesi (India, Cina e Giappone) che
rientravano nell'orizzonte della politica estera italiana. Nella seconda fase,
dal 1947 al 1955, riprese le attività interrotte dalla guerra, soprattutto in
Tibet e in Nepal. Nella terza, dal 1955 in poi, puntò ancora più decisamente
sull'archeologia, sugli studi filosofici e religiosi, sulle ricerche storiche,
filologiche, epigrafiche. Sono gli anni in cui l'archeologia italiana acquista
maggiore visibilità internazionale in Paesi - Iran, Afghanistan, Pakistan -
dove tutto lo spazio possibile, sino a quel momento, era stato occupato dalle
missioni inglesi, francesi, tedesche e americane. La quarta fase iniziò con il
volontario ritiro di Tucci dalla presidenza dell'Istituto. Continuarono le
ricerche archeologiche nei Paesi dove la presenza italiana era più forte (Iran
e Afghanistan). Ma si aprirono nuovi cantieri in Pakistan, a Oman, nello Yemen,
in Thailandia e persino in Ungheria per lo studio delle culture delle steppe
euro-asiatiche. Se ci fosse un processo all'Ismeo chiederei di essere chiamato
a testimoniare come "persona informata dei fatti". Alla Farnesina,
dove lavoravo in quegli anni, mi resi conto che vi erano Paesi dell'Asia in cui
Ismeo significava Italia. Suppongo che molte di queste
attività siano state interrotte o rallentate dai conflitti. Non è facile fare
archeologia islamica o pre-islamica in mezzo ai talebani, ai jihhadisti, ai
marines e ai guardiani della rivoluzione. Ma non si sopprime un ente come
l'IsIAO senza mettere a repentaglio il patrimonio di conoscenze e di esperienze
accumulato in 75 anni di vita. L'Asia è teatro di cambiamenti
rivoluzionari e i suoi Paesi sono destinati a essere, sempre di più,
protagonisti della vita internazionale. Chi avrà rapporti, nei prossimi
decenni, con i loro studiosi, i ministeri della Cultura dei loro governi e le
loro istituzioni accademiche? Un'ultima informazione per il burocrate ignaro
che ha stilato la lista di proscrizione. Quando mi occupavo di relazioni
culturali al ministero degli Esteri constatai che non esiste un dizionario
italo-cinese. E' questa una delle ragioni per cui l'interscambio culturale con
la Cina è molto più modesto di quello degli altri maggiori Paesi europei e il
numero degli studenti cinesi in Italia è pressoché insignificante. Apprendo ora
che è in corso di stampa, grazie all'IsIAO, il Dizionario cinese-italiano, di oltre
120.000 voci (il più cospicuo in una lingua occidentale). Dovremmo sopprimere
anche questo?.
( da "Manifesto, Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
COMMENTO La
Nazionale ombra Francesco Paternò Fa bene Roberto Donadoni a non dimettersi per
un rigore. Non l'ha fatto Walter Veltroni per molto ma molto di più, perché mai
il ct della Nazionale dovrebbe lasciare? Purtroppo l'Italia è fuori dagli
Europei e la squadra vista in campo contro la Spagna ha avuto passo e movenze
da Pd - niente punte, niente contropiede, gioco rinunciatario in attesa
dell'avversario. Per questo ha perso. Ma Donadoni c'entra fino a un certo punto.
Il sospetto è che l'ombra di Walter abbia aleggiato sulla Nazionale a Vienna.
CONTINUA|PAGINA12 E dài, un centravanti che non segna che
nemmeno il Pd quando parla di televisione e di conflitto di interessi. E ancora un centrocampo
rimescolato tre volte su quattro, come quando si discute a vista dei guai
giudiziari di Berlusconi. E poi una difesa reinventata per forza e non per
amore, sulla base di un altro assunto tipicamente veltroniano: We can, ce la
possiamo fare. Ma mica è sicuro, e infatti siamo tornati a casa.
Donadoni, ai tempi delle primarie e poi nelle ultime urne in cui la destra ha
fatto cappotto, ha votato Partito democratico. Quindi è ancora più doppiamente
cacciabile di Zoff, stando agli antichi parametri berlusconiani. Ma il problema
non è il suo veltronismo personale, essendo comunque uno dei migliori regali
allo sport avuto da Guido Rossi, il noto avvocato chiamato a un certo punto a
giocare da tsunami per provare a spazzar via il nostro calcio bacato. La
persona Donadoni è quella che, alla vigilia di Spagna-Italia, giustamente non
ha replicato al sangue e arena dell'allenatore spagnolo ("moriremo sul
campo"). La persona è quella che si è così interposta come un casco blu
tra i suoi ragazzi e la stampa il giorno dopo l'eliminazione dagli Europei:
"Non cerco alibi, né scuse: sarebbe facile e stupido, non fa parte del mio
carattere. La squadra è arrivata fin qui dopo una stagione stressante, e ha
dato tutto quello che aveva". Nulla di consolante, accidenti a tutti loro,
ma così è andata e sparare sulla Croce rossa o sui Caschi blu, non si fa. Il
problema di Donadoni è stato piuttosto lo spirito che ha infuso in questa
squadra: troppo buonista e poco strategico. Tant'è che torna Lippi, che è come
dire che torna D'Alema. Due ex figiciotti, due maestri di strategia e tattica,
solo che uno c'ha vinto un mondiale di calcio, l'altro c'ha fatto perdere tutto
resuscitando Berlusconi nello spogliatoio della Bicamerale. Il primo aspetta
Donadoni a Roma per dargli il cambio a breve, il secondo aspetta Veltroni alle
europee per dargli il cambio nella primavera prossima, sempre che il leader Pd
ci arrivi e non finisca in fuorigioco da solo. La prima storia ha un risultato
quasi certo, la seconda è irracontabile, tra panchine lunghe e intercettazioni
telefoniche non più pubblicabili dai giornali - compreso il nostro - per
decreto governativo. Donadoni fa bene a non dimettersi, è un signor allenatore
da tempi per bene o al meno un compagno che sbaglia, e se Zapatero, Torres e il
pil spagnolo volano più veloci della farsa politica italiana, lui ha giocato
con quel che aveva a disposizione. E mica perché voleva correre da solo. Aveva
Del Piero, che se in campo o non in campo, non se ne accorgeva nessuno, cosa
che nel partito all'americana accade frequentemente. O Gattuso, l'assente di
Spagna, che sembrava ogni tanto Di Pietro, entrambi gli unici davvero a
ringhiare. O Cassano, presente e sostituito, l'unico a inventare, sebbene
troppo ligio agli ordini per una volta nella sua vita, che poi era quella
sbagliata. Chi sembrava Cassano? Sembrava Cassano e basta, nel Pd uno così
creativo non esiste. Qualcuno ci scriverà: ma come dare dei democratici a gente
dichiaratamente di destra come Buffon o Cannavaro, o perfino Aquilani con il
busto di Mussolini in casa, messo lì però dallo zio? E' che senza vere ali
sinistre, diciamolo, non c'è più partita.
( da "Manifesto, Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
ROBERT REICH
Progetti politici light per sopravvivere al supercapitalismo Benedetto Vecchi
L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli
Stati Uniti le "guerre culturali" vedevano l'esercito dei
"teo-con" all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria.
Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva
l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal
vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti,
le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori
evangelici "nemiche dell'american way of life", erano invece
maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista
statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla
controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad
abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola
con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana. Con
lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317,
euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si
basava il "capitalismo democratico" del secondo dopoguerra. Per
Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute
economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo
stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali
e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di
superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni
"quasi" d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma
la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel
compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato
alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato. In primo luogo, gli anni
Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta
statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il
decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un
oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali
cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per
aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune
"regole" della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di
capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher
vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono
già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze,
trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario
il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e
economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del
divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono
aboliti né i diritti civili, né quelli politici. Il libro di Robert Reich
spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla
vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce
dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella
composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del
lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la
globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione
e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al
passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro
servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli "analisti
simbolici" che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco
convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il
consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in
quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra
capitale e forza-lavoro. È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno
prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del
mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche
chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà.
I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i
cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti
sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese. Il limite del libro
di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del
consumatore, dell'investitore e del cittadino. CONTINUA|PAGINA14 In primo
luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche
investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare
che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti
distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella "guerra di
classe" contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo
neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che
fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore
all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al
voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del
supercapitalismo. Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa
sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della
ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il
quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta
politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta
che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché
presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un
sofisticato dispositivo di governance che garantisca la "convergenza
parallela" degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente,
del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra
democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la
compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo
inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la
prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe,
relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai
liberal .
( da "Liberazione" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
La xenofobia era già
un segnale Caro direttore, l'opposizione, fino a poco fa sonnacchiosa, sembra
essersi risvegliata. Ma perché proprio ora? Le ultime mosse del governo in tema
di giustizia costituiscono un attacco gravissimo alle regole della democrazia,
e bene ha fatto Veltroni ad alzare finalmente la voce; ma era forse meno grave
l'attacco ai diritti umani che fin da principio caratterizza la politica del
governo su sicurezza e immigrazione? Erano meno preoccupanti il razzismo e la
xenofobia alimentati ad arte per fini di potere? È sacrosanto interrompere il
dialogo con chi manipola le leggi per risolvere i propri guai giudiziari, ma
come si poteva pensare a un rapporto pacificato e collaborativo con chi attua
una politica di discriminazione razziale contro rom e stranieri, con chi
considera reato fuggire dalla povertà e dalla fame? In questi giorni si levano
voci giustamente allarmate per i rischi che minacciano la democrazia in Italia.
Molti tuttavia si sono accorti del pericolo solo quando questo ha cominciato a
riguardare "noi", cittadini italiani socialmente integrati, e la
nostra libertà; le reazioni erano ben più tiepide finché la violazione dei
diritti colpiva "gli altri": i poveri, gli immigrati, gli zingari.
Roberto Blanco via e-mail Mobilitiamoci in difesa della Costituzione Caro
direttore, non vi è dubbio che la politica complessiva sulla giustizia
riproposta dal Governo in carica sembra ripercorrere le stessa scelte compiute
sullo stesso tema nel periodo ricompreso tra il 2001 e il 2006 (lodo Schifani,
legge sulle rogatorie internazionali, legge Cirielli, depenalizzazione di fatto
del falso in bilancio) dall'attuale maggioranza parlamentare. La normativa
proposta sulla sospensione dei procedimenti per reati che non superano i dieci
anni di pena e commessi entro il 30 giugno 2002 appare incostituzionale per
violazione del principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e per
violazione dell'art. 111 della Costituzione, proprio quello che fissa le regole
del giusto processo e della sua ragionevole durata. Ciò premesso, sotto il
profilo politico, e rispettando l'autonomia dei movimenti impegnati da tempo
nella difesa della legalità costituzionale, occorre che Rifondazione comunista
insieme alle altre forze politiche della sinistra, alle associazioni
democratiche e a singole individualità promuova le necessarie mobilitazioni in
difesa della Costituzione e dei suoi valori fondanti. L'opposizione
parlamentare dell'attuale centro-sinistra sembra, infatti, insufficiente a
contrastare l'azione di chi intende usare il potere politico per tutelare
posizioni processuali prevalentemente personali. Marco Dal Toso commissione
giustizia e problemi dello Stato Prc Milano Parlamento, manca una vera
opposizione Caro Sansonetti, sono molto preoccupato per come stanno andando le
cose nel nostro Paese. Berlusconi ha tolto la "maschera", ha
presentato in Parlamento dei decreti e disegni di legge che rappresentano un
pericolo per la tenuta della democrazia. La sua ultima uscita sui magistrati la
ritengo indegna e stupefacente, tutti dovremmo scandalizzarci per quello che ha
detto e che il suo Governo vuole fare, ma ho sentito anche nell'opposizione
poca convinzione nel farlo. Il pacchetto sicurezza che si preoccupa solo dei
rom e degli immigrati ma della mafia e della camorra niente, tanto Mangano è un
eroe! Salari, pensioni: dove sono finite le priorità che tanto avevano
sbandierato in campagna elettorale? Le cattive notizie non sono finite la
finanziaria sarà pessima, fatta solo di tagli alla sanità e agli enti locali.
Si sente la mancanza delle "forze di sinistra" in Parlamento almeno
potevano far capire alla gente dove ci porterà questa politica del governo
Berlusconi, perché il Pd di opposizione ne sta facendo poca e serve qualcuno
che porti avanti le idee e i bisogni dei più deboli. Davide Nardi via e-mail A
proposito di infortuni mortali "in itinere" Cara
"Liberazione", a una decina di giorni dalla presentazione del
Rapporto Annuale sugli infortuni sul lavoro, l'Inail ha anticipato i dati sugli
infortuni mortali sul lavoro per l'anno 2007: 1210, quasi 10% in meno rispetto
al 2006 quando sono stati 1341. Questo secondo l'Inail. Ma io non posso fare a
meno di ricordare che questi sono dati provvisori, anche se qualcuno va dicendo
che sono dati quasi definitivi. Non posso fare a meno di ricordare che per gli
infortuni mortali sul lavoro nel 2006 l'Inail aggiornò questi dati 2 volte,
all'inizio aveva detto 1.250, poi 1.302 e infine, nei primi mesi del 2008,
abbiamo saputo i dati definitivi per l'anno 2006: 1.341 vittime sul lavoro.
Ecco perché ci andrei con i piedi di piombo a commentare questi dati. Inoltre,
sarebbe ora che il ministro del Lavoro Sacconi e Confindustria la smettessero
una volta per tutte di dire che il 50% degli infortuni sul lavoro è in itinere.
Non perché lo dice Bazzoni, ma perché lo dice l'Inail. Se questi signori si
fossero presi la briga di leggere la tabella Inail, avrebbero notato che gli
infortuni in itinere nell'ultimo decennio non hanno mai superato il 10%, mentre
per quanto riguarda gli infortuni mortali in itinere, hanno avuto il picco nel
2002 (26,8%). Va anche detto che sono andati via via a calare, fino a scendere
al 19,8% del 2006. Per il 2007 bisognerà aspettare i dati definitivi. Questo il
link della tabella Inail:
http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N670419722/Andamento_storico.pdf
Marco Bazzoni operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la
sicurezza Se Epifani apre gli occhi sul governo Cara "Liberazione",
anche Guglielmo Epifani, dopo Veltroni, finalmente, si è reso conto di che
pasta è fatto questo governo a cui sta per regalare il Ccnl insieme a Cisl e
Uil. Al congresso della Cisl, dove non si fischia per statuto, Epifani dice che
"con l'inflazione programmata fissata dal governo all'1,7% gli stipendi
perderanno circa 500 euro l'anno". Non capisco perché questa volta Epifani
parli di "inflazione programmata" e non di "inflazione
realisticamente prevedibile" come ha fatto con Bonanni e Angeletti nel
redigere la riforma della contrattazione? Paura dei fischi? Germano Delfino
Portici (Na) Il premier e i suoi avvocati parlamentari Gentile redazione, dopo
i reiterati episodi di votazioni a due mani, una per sé e l'altra per il vicino
di banco, da parte dei "pianisti", sarebbe opportuno redigere
"il giuramento del parlamentare", sulla falsariga del giuramento del
medico. Tra l'altro, gli avvocati di Silvio Berlusconi, eletti in Parlamento,
sono parte attiva nel formulare leggi a favore del loro cliente diventato
Premier. E' un evidente caso di conflitto di interessi, per questi avvocati, tra il
loro ruolo di professionisti privati ed il ruolo pubblico che ricoprono nelle
Istituzioni. Non dovrebbero perciò astenersi dal legiferare, direttamente o
dettando i testi ad altri parlamentari, laddove c'è un loro conflitto di interessi? Ascanio De Sanctis
Roma Crisi suinicola e scelte ecocompatibili Gentile redazione, in merito
all'allarme lanciato dalla Coldiretti circa la crisi del settore suinicolo,
vorrei presentare un punto di vista affatto diverso da quello degli allevatori.
C'è chi, infatti, pur comprendendo le preoccupazioni dei lavoratori, ritiene di
non poter far prevalere l'interesse economico di questo o quel settore (in
questo caso, quello suinicolo) sulla valutazione etica e scientifica sulle
attività svolte nell'ambito del settore stesso. Pensare altrimenti, vorrebbe
dire giustificare le guerre perché sostengono la produzione e l'occupazione nel
settore degli armamenti. Nella fattispecie, il giudizio etico non può essere
che negativo, visto che i maiali sono trattati come merce vivente, costretta a
ritmi e spazi malsani e mortificanti, portata oltre i limiti della propria
biologia ed etologia per ragioni di profitto. Il giudizio scientifico,
considerando l'impatto diretto degli allevamenti per quanto riguarda lo
smaltimento dei liquami, la quantità di proteine sprecate per alimentarli (che
potrebbero essere utilizzate direttamente sotto forma vegetale), il conseguente
impatto ecologico per produrle, nonchè le conseguenze per la salute di chi si
nutre di carne suina (basti pensare alle malattie cardiovascolari), è
altrettanto negativo. Non c'è dubbio che, se i porcellini potessero
manifestare, non lo farebbero accanto agli allevatori, ma insieme a chi come me
ha compiuto una scelta a favore di una dieta etica, sana ed ecocompatibile
perché senza prodotti originati dalla sofferenza degli animali. Spero che
l'attuale crisi spinga altri ad abbracciare questo pensiero e questo stile di
vita. Denis Baroni Conselice (Ra) I cardinali fanno la comunione? Caro
direttore, il Cavaliere, che si dice particolarmente sofferente perché, come
divorziato, non può ricevere la Comunione, ha chiesto a un vescovo sardo se è
possibile che da Oltretevere vengano emanate nuove regole in merito per i
divorziati. Il Papa, con chiarezza teutonica, ha detto no, perché il sacramento
della Comunione "spetta solo a chi è puro e senza peccati". Anche
ricordando le sincere e amare recenti parole del cardinale Martini sui peccati
degli uomini di chies, mi sono maliziosamente chiesto: ma vescovi, cardinali e
più su ancora, la Comunione la fanno? Gabriele Barabino Tortona (Al)
24/06/2008.
( da "Liberazione" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
"Ma l'opera
d'arte, qualsiasi essa sia, può valere più di una vita umana?" Katia Ippaso
E' una violenza senza campi di concentramento, dove lo spaccio di organi e di
opere d'arte, simbolicamente equivalenti, viene seppellito nel ventre molle
della vita quotidiana. Qui si occultano i cadaveri, si comprano le vite, come
se nulla fosse. Tra gli applausi del mondo culturale. Nell'interstizio di tempo
inesistente che va da un opening e l'altro, tra un contratto miliardario e
un'asta di beneficenza. Dietro la forma del "dramma-conversazione",
che traffica dentro luoghi comuni e autolegittimazioni di casta, si rivela
l'impalpabile sterminio degli esseri umani in epoca post-moderna. Indifferenza,
noia, smania di successo, potere dei soldi, incapacità di tollerare il dolore
se non dentro la cornice di un quadro, sono gli elementi di England , l'ultima
geniale opera del drammaturgo inglese Martin Crimp, tradotta da Luca Scarlini e
messa in scena da Carlo Cerciello per il Napoli Teatro Festival Italia
(repliche fino al 28 giugno al Madre e in diverse gallerie della città). Con
Paolo Coletta e Mercedes Martini. Come sempre accade, anche in questa occasione
il regista napoletano ha fatto esplodere i significati politici dell'opera, il
suo stato di necessità. Cerciello, dietro l'impiato minimale, tascabile, di
"England" c'è un pensiero critico stringente. Come si sono annodati
testo e regia? England non ha una storia né dei personaggi tradizionalmente
intesi, ma si costruisce su fasci di relazione. Si esce da un luogo e si entra
in un altro come in un gioco di matrioske. Nel testo c'è un continuo riferimento
al "guardare" e al "guardare oltre" che mi ha permesso si
spingere le prospettive della visione. Ma a me interessava
soprattutto il discorso sul mercato dell'arte, sul valore economico dell'opera,
che entra in conflitto con le esigenze più elementari dell'essere umano,
attentando alla nostra sopravvivenza. Questa terra di misfatti si chiama
"England" ma forse l'opera avrebbe anche intitolarsi
"America" o "Italia"? Certamente. La nostra
protagonista è inglese, ma ha assimilato i vizi e il linguaggio della società
opulenta occidentale. Soprattutto nella seconda parte dell'opera, c'è un
graffio politico di Crimp. La donna benestante va ad offrire alla moglie del
suo donatore un'opera d'arte di valore inestimabile. Il cuore dell'uomo è stato
preso forse quando era ancora in vita. Chiamiamola "filantropia
cannibale"? E' il comportamento tipico di un mondo radical e benestante
che per la prima volta mi trovo a frequentare artisticamente. Nel mettere in
scena England , ho chiesto la consulenza di alcuni galleristi che mi hanno
raccontato di un universo terrificante ed effimero, i cui meccanismi sono
autosufficienti e non hanno nessuna relazione con la realtà e con i bisogni
degli esseri umani. Nel testo di Crimp, la donna si ammala, ma il suo
fidanzato, mercante d'arte di successo, non tollera la vista del dolore, se non
dentro la cornice miliardiaria di un quadro. Sembra esserci una precisa
riflessione sull'indifferenza del "tempo quotidiano" che divora e
consuma ogni possibilità di relazione umana fondata su un "tempo"
altro? Prima c'erano i campi di concentramento, oggi c'è il ghetto del
quotidiano. La malattia rappresenta solo un fastidio, un'interruzione della
routine giornaliera. In questo getto non sono ammissibili i valori in cui sono
cresciuto io, i valori della solidarietà, della non indifferenza verso quello
che ci circonda. E' paradossale attribuire ad un oggetto un valore di milioni
di euro, quando dall'altra parte c'è una vita che se ne va. Ormai il surreale
ha preso il posto del reale. Rispetto al mercato dell'arte, quello teatrale è
ben piccola cosa, ma parliamo pur sempre di un sistema di compravendite, di una
politica di scambi? Io mi reputo un artigiano più che un artista. Il graffio
artistico è dentro di me. Nel momento in cui lo traduco, lo faccio seguendo il
modo dei vecchi maestri artigiani. Sono sempre stato indipendente. Ad ogni
modo, penso che rispetto alle bassezze culturali in cui siamo crollati con gli
ultimi dieci anni di televisione, a destra quanto a sinistra - nel momento in
cui la sinistra ha adottato gli strumenti della destra per ottenere consenso -
il teatro costituisce ancora una possibilità per l'essere umano di rimanere
tale, esercitando il diritto al pensiero e al sogno. Il Festival nel quale
"England" ha debuttato ha un'impalcatura pesante e per certi versi
anche un po' indecifrabile. Qual è stata la sua esperienza? Senza dubbio è un
festival istituzionale, e non indipendente. All'inizio, come cittadino, avevo i
miei dubbi. Ma credo che costituisca una grande opportunità per la città, che
soffre dei soliti problemi endemici (che non sono napoletani ma del
"sistema-Italia"). Le idee del festival potranno essere discusse solo
alla fine. Inizialmente, lei aveva presentato un progetto su Saramago che non è
stato accettato? Sì, forse perché all'interno di un festival che ha una natura
politica "corretta" (non voglio usare il termine inglese,
"politically correct"), nel senso che dà spazio a voci anche
contrastanti fra di loro, un progetto orientato politicamente come quello su
Saramago è sembrato troppo sbilanciato. Dopo aver fatto Il contagio e Cecità ,
volevo affrontare il Saggio sulla lucidità , che chiude in maniera negativa
l'ottimismo del primo libro. E' un progetto che prima o poi farò. Con England ,
ho fatto un'esperienza diversa, da scritturato. Ma la cosa interessante è che
ho avuto la possibilità di confrontarmi con il testo di Martin Crimp. Qual è
l'idea che guida "Don Giovanni ritorna dalla guerra" di Odon von
Horvàth, il suo spettacolo che aprirà il 15 ottobre la stagione del Mercadante
di Napoli? E' un testo ambientato in epoca pre-nazista. Don Giovanni torna
dalla guerra e cerca la sua personale catarsi. Rincorre la figura di una donna
che è morta. Al posto dell'amore romantico, troverà una specie di matriarcato
stizzoso. Ho fatto riferimento, per un verso, al Bertolt Brecht dell' Opera da
tre soldi , per l'altro alla Città delle donne di Fellini. In poche parole, Don
Giovanni è un disadattato. Sì, è un uomo che non riesce a vivere la sua epoca.
La guerra è finita (ma io ci metto il punto interrogativo: la guerra è
veramente finita?) e tutto si riduce ad un grande affare. E' la caduta di un
mito. A differenza di Casanova, innamorato dell'amore, Don Giovanni è un
disperato che pratica il collezionismo. Anche in questo caso lo spettatore si
troverà immerso in uno spazio onirico come è successo nel travolgente
"'Nzularchia" (dal testo di Mimmo Borrelli), dove la sua regia aveva
invertito platea e palcoscenico creando un gioco di prospettive da teatrino
delle apparizioni? Qui torno al palcoscenico tradizionale, anche se lo sviluppo
dell'operazione sarà molto poco classico. Quella che gira intorno a Don
Giovanni è una società di cartapesta. Mi piace allora immaginare uno svelamento
a vista della macchina teatro. E "'Nzularchia" che fine farà? Quando
utilizzi lo spazio scenico in una maniera non commerciale, ma funzionale
all'opera - in quel caso avevo bisogno di un campo lungo -, alla fine non vai
da nessuna parte. 24/06/2008.
( da "Giornale.it, Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
N. 149 del
2008-06-24 pagina 0 Blocca processi: tregua tra governo e Csm Castelli:
"Ripartire dal lodo Schifani" di Anna Maria Greco Dopo le voci sulla
possibile incostituzionalità slitta il parere di Palazzo dei Marescialli.
L'appello di Mantovano: "I magistrati smettano di fare politica".
Tempi più lunghi per valutare il caso Mills. L'ex ministro della Giustizia
Castelli: "Far ripartire il dialogo dal lodo Schifani" Roma -
Svelenire il clima è la parola d'ordine al Csm, dopo le troppe polemiche e
l'intervento del Quirinale. Sia per il parere sulle norme sospendi-processi,
che per le pratiche a tutela dei magistrati di Milano attaccati dal premier,
Silvio Berlusconi. Si riunisce la sesta commissione e, per "ragioni di
opportunità", rinvia a oggi la discussione sulla bozza preparata dai
relatori Fabio Roia e Livio Pepino, che ha provocato molte critiche per le
anticipazioni sui rilievi di costituzionalità formulati agli emendamenti del
pacchetto-sicurezza, battezzati dall'opposizione "salva-premier".
Nessuna bocciatura, nulla di definitivo, ma solo una proposta che dev'essere
discussa, eventualmente modificata e infine votata anche dal plenum, è stato
precisato dopo il colloquio tra il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, e il
capo dello Stato Giorgio Napolitano, che è anche numero uno del Consiglio. E visto
che oggi il Senato approverà il testo finale del decreto, con tutti i suoi
emendamenti, il laico di sinistra Mauro Volpi, che presiede la Commissione,
propone di iniziare a valutarlo nella sua complessità solo questo pomeriggio.
Tutti d'accordo, meglio far calare le tensioni, essere prudenti e cercare una
soluzione il più possibile condivisa. "Il parere del Csm non è vincolante
- ricorda Piero Alberto Capotosti, già vicepresidente del Csm e presidente
della Corte Costituzionale -, ma è rilevante". La discussione in
commissione proseguirà giovedì, se non sarà fissata una seduta straordinaria
per domani e dunque non approderà all'assemblea questa settimana ma, semmai, la
prossima. E i tempi si allungano. Anche per la prima commissione che doveva
discutere ieri delle pratiche a tutela del presidente del tribunale milanese,
Nicoletta Gandus, ricusata dal premier nel processo Mills, e del pm Fabio De
Pasquale che rappresenta l'accusa. Anche qui si accoglie all'unanimità la
proposta del laico del Pdl, Gianfranco Anedda, di acquisire prima di entrare
nel merito alcuni documenti: la copia del resoconto stenografico della seduta
del Senato in cui il presidente Renato Schifani ha letto la lettera di
Berlusconi, l'istanza di ricusazione del giudice Gandus presentata dai legali
del premier e il parere del pg di Milano che ha giudicato
"inammissibile" la ricusazione. Nello scenario politico, però, le
polemiche non si placano. E il portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone
chiede se è vero che tre magistrati (Pepino, Fresa, Roia) che dovranno valutare
al Csm la controversia tra il premier e la Gandus sarebbero a loro volta
firmatari della stessa lettera-appello anti-Berlusconi che costituisce proprio
la base della ricusazione del giudice. "Per di più - sottolinea Capezzone
- due di loro (Pepino e Roia) sono anche relatori, in altra commissione del
Csm, sugli emendamenti Pdl al Senato", quelli sospendi-processi. C'è
allora un "conflitto d'interessi"? "Il centrodestra cerca di imbavagliare il Csm",
accusa il ministro-ombra della Giustizia del Pd, Lanfranco Tenaglia. "è
stata l'opposizione - gli risponde Gaetano Quagliariello, vicepresidente
vicario dei senatori Pdl - a cavalcare le indiscrezioni uscite dal Csm, al
punto che qualcuno già sabato pomeriggio invitava Berlusconi a “riflettere”
sulla bozza di risoluzione diffusa dalle agenzie di stampa". © SOCIETà
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