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DOSSIER “CONFLITTO DI INTERESSI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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Report "Conflitto di interessi"

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Indice delle sezioni

Conflitto di interessi (118)


Indice degli articoli

Sezione principale: Conflitto di interessi

Don Mario ( da "Stampa, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: del cappellano militare degli alpini, caduto in Montenegro durante il secondo conflitto mondiale. Sempre in quest'anno cade il decennale della beatificazione, avvenuta a opera di Giovanni Paolo II il 23 maggio 1998. Sino a dicembre numerose celebrazioni si susseguiranno nelle chiese della diocesi testimoni del ministero del beato.

L' amaca ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: anche molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare. Né questioni di tecnica militare, né riflessioni etiche, né i differenti regimi in vigore, né altri pensieri o retropensieri di qualsivoglia natura sono in grado di interferire con la banalità del mercato.

"chi ha un'arma nel cassetto alla fine è tentato di usarla" ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: mediazione sociale" per la soluzione dei conflitti, commenta la sentenza del Tar con una citazione letteraria. "Si legge in una sera, il libro. Si capiscono molte cose". E approva la linea della prefettura e dei giudici amministrativi, riconoscendo insieme anche la necessità di prendere in considerazione anche i sentimenti individuali.

Alemanno: "da mercoledì in centro tornano le strisce blu" - cecilia gentile ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Da questo evidente conflitto di interessi è derivato, negli anni passati, il carattere eccessivo e vessatorio dell'indiscriminata estensione delle strisce blu, che si sono via via trasformate da mezzo per regolare la sosta privata in strumento per fare cassa". Conclusioni: "La nostra ordinanza non è né un atto arbitrario né può costituire un danno erariale,

Questi fantasmi ( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: È avere dimostrato che tutto continua, che non c'è alcun nuovo Berlusconi, che il conflitto di interessi esiste, cresce e, come un totem primitivo, è l'unica cosa salda e solida al centro del disastrato paesaggio italiano. furiocolombo@unita.it.

E adesso, pover'uomo? ( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ma che cosa esattamente debba fare, lo sapremo solo martedì. Per ora si sa che ora il conflitto d'interessi, da gigantesco, diventa mostruoso. E grottesco. Chi deve risolvere il problema è chi l'ha creato. Il detective incaricato di chiudere il caso è l'assassino. Ora d'Aria.

Rete4 è fuorilegge, ma a pagare saremo noi Sentenza controversa del Consiglio di Stato: ha ragione Europa7, ma l'emittente del Biscione continui a trasmettere ( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Un mistero degno dell'era del conflitto d'interessi, che ieri si è materializzato sotto forma di una sentenza che il Consiglio di Stato ha emesso sul caso "Rete4-Europa7". Sentenza controver- sa, perché qui tutti i contendenti gridano alla vittoria: ognuno ha la sua interpretazione, ognuno trova il suo pezzo di verità.

Ma sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta se il governo non assegnerà le frequenze Giulietti: Una tassa sul conflitto d'interessi? ( da "Unita, L'" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Stai consultando l'edizione del Ma sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta se il governo non assegnerà le frequenze Giulietti: "Una tassa sul conflitto d'interessi?".

Va in onda ponzio pilato - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Qui il conflitto d'interessi raggiunge ormai il diapason, con il governo Berlusconi chiamato dalla giustizia amministrativa a decidere su una vertenza che riguarda direttamente l'azienda che fa capo allo stesso presidente del Consiglio. Quello che la Costituzione (art.

Via Nazionale: meno azioni italiane in portafoglio ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: evidente che un peso minore delle azioni italiane allontana i rischi di eventuali conflitti d'interessi. La ristrutturazione del portafoglio può comunque aver luogo subito per i nuovi investimenti, mentre richiede tempo per lo stock già esistente e in modo particolare per quote come quella detenuta a Trieste. 1,3%, la quota nella Telecom S.

Dopo l'ok del Colle alla <costituzionalità> il Csm voterà un testo fermo però cauto nei toni ( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitti paralizzanti" e "anomalie senza precedenti". Ma il parere del Csm non potrà non tener conto del vaglio avvenuto al Quirinale sulla "non manifesta incostituzionalità" del provvedimento. Se il presidente della Repubblica nonché dello stesso Csm ha messo la sua firma in calce al decreto, significa che ha valutato le norme sulla nuova competenza territoriale e sui poteri (

Partecipazione all'impresa? Per la Cgil non è un tabù ( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: "Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in funzione di un obiettivo". Alberto Morselli, segretario generale dei chimici Cgil, parla di un "sindacato partecipativo, sulla base di piattaforme rivendicative", e va a nozze anche con la "versione collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro".

L'avvocato D'Amati: Se si arriva alle multe dal conflitto d'interessi si passa all'abuso d'ufficio ( da "Unita, L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Stai consultando l'edizione del L'avvocato D'Amati: "Se si arriva alle multe dal conflitto d'interessi si passa all'abuso d'ufficio...".

Il reato di clandestinità colpisce anche l'infanzia ( da "Unita, L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Aprendo un vero e proprio conflitto d'interessi fra il figlio ed i suoi genitori, di fronte al semplice manifestarsi di un diritto del bambino: di ogni diritto, per ogni bambino che si trovi coinvolto in questo grande ciclone, nello tsunami umanitario che si determina intorno a tutte le emigrazioni.

No alla tassa sul conflitto di interessi ( da "Unita, L'" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Il governo del conflitto di interessi dovrà ora tutelare gli interessi di Europa 7 anche, eventualmente, entrando in conflitto con gli interessi del medesimo presidente del Consiglio. Lo faranno? Penso di no, Ma il nostro compito sarà quello di vigilare, di non concedere alibi, di non consentire bugie e falsificazioni della realtà.

Napoli, l'abulia della borghesia ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l'incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all'interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono.

La carica di Mondello ( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Al di là di un possibile conflitto di interessi per questa doppia carica, c'è un altro aspetto rilevante secondo gli insider della finanza capitolina: la nomina sarebbe un segnale preciso. E cioè che le banche, almeno Unicredit- Capitalia, sono ancora dalla parte di Mondello.

Banca sella punta sui paperoni - stefano parola ( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: indipendente e privo di conflitti di interessi" e che preferisce evitare i prodotti complessi. "Niente subprime: la nostra priorità è garantire analisi approfondite su ciò che offriamo ai nostri clienti", sostiene il vice-presidente. L'avventura del gruppo Sella nella gestione dei patrimoni è iniziata nel 1993, con la nascita della sua società d'

Il cinema nelle città invisibili Una rassegna al Filmstudio su conflitti e integrazione nelle metropoli contemporanee ( da "Unita, L'" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: cinema nelle città invisibili Una rassegna al Filmstudio su conflitti e integrazione nelle metropoli contemporanee Federico Pedroni Italo Calvino scriveva che "la città non è solo un insieme di mattoni, ma quella strana cosa che sono le relazioni tra le persone". Da questa frase prende spunto una rassegna che inizia venerdì al Filmstudio e che, attraverso quattro giornate tematiche,

Scrittura e conflitti ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: 19 categoria: REDAZIONALE IL CORSO Scrittura e conflitti U n laboratorio di scrittura sui conflitti, come potere e sopraffazione, amore e dolore, per imparare la scrittura drammaturgica con confronti tematici che vanno dal Sat Nam Rasayan alle costellazioni di Hellinger. "Margini di miglioramento" è il corso residenziale di Ass.

Un mondo dove una tendenza non plasma la realtà ( da "Manifesto, Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: lagrassiana dei trapassi storici dal monocentrismo al policentrismo a nostro avviso non può tenersi in piedi tramite la mera evocazione del "conflitto strategico", quasi che fosse una tendenza antropologica in sé. Quella tesi regge soltanto attraverso l'analisi del processo di centralizzazione quale detonatore del conflitto inter-capitalistico e della crisi politica che può conseguirne.

I limiti della natura allo sviluppo dei desideri ( da "Manifesto, Il" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitti, crisi e catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è importante, perché se una "stoffa" così imprescindibile alla civiltà industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa

Banche via dai fondi, asse Giavazzi-Rossi ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: sciolse i conflitti d'interessi fra le banche d'investimento e quelle che raccolgono il risparmio. "Proponiamo insieme un Glass-Steagall Act italiano che vieti alle banche di possedere le società di gestione del risparmio" ha detto Giavazzi a Rossi, in linea con un'idea sulla quale insiste da tempo.

Se la società occidentale non vuol più combattere ( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Le richieste di Dannatt sono motivate dal fatto che i suoi soldati stanno affrontando un conflitto di primaria importanza, in Afghanistan, con mezzi inadeguati, mentre altri quattromila soldati sono impegnati nel teatro di guerra iracheno per tener buoni gli americani. Inoltre l'esercito britannico mantiene una considerevole forza di pace nei Balcani.

Matteo Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda <Una delle crisi umanitari ( da "Liberazione" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo" Matteo Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo".

CERCANDO IL DECORO URBANO ( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: espressione di un conflitto tra interessi diversi e spesso ingenti (qualcuno ricorderà gli articoli dei quotidiani sull'entità e la provenienza degli investimenti in molti locali del centro storico). Una battaglia per la sopravvivenza, dunque, dove la buona volontà di qualche associazione e di pochi tecnici è destinata a soccombere.

I veri nodi in gioco nell'agenda di Rifondazione ( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitto, ciò non deriva da opzioni personali di gusto o di interesse, ma dal modo in cui si leggono processi e conflitti. E questo modo rimanda a sua volta a un quadro di riferimento, a una ipotesi teorica, a una cultura politica. Che diventa poi - anzi che è in se stessa - pratica politica: su questa base si costruiscono agende e programmi e si definiscono obiettivi di lungo periodo

Niente alibi, le frequenze per Europa7 ci sono Il presidente Agcom avverte il governo: Ristabilire la legittimità, la sentenze sono ineludibili ( da "Unita, L'" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Oppure il conflitto d'interesse glielo impedirà?". È questa la domanda vera. Quella che ieri hanno rilanciato Pd e Idv nella discussione al Senato sul decreto sugli obblighi Ue, quello stesso che alla Camera aveva fatto registrato la prima "guerra guerreggiata" tra opposizione e maggioranza sull'emendamento cosiddetto "salva-Rete4"

Giulietti: Calabrò ha indicato la strada Il conflitto d'interesse impedirà al governo di percorrerla? ( da "Unita, L'" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Stai consultando l'edizione del Giulietti: "Calabrò ha indicato la strada Il conflitto d'interesse impedirà al governo di percorrerla?".

Rifiuti, un decreto contro la differenziata ( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: penalistica e sanzionatoria e non di regolazione dei conflitti sociali e di soluzione delle questioni ambientali e sanitarie. Il diritto pubblico nel decreto in oggetto abdica al suo ruolo indispensabile: quello di tracciare le piste dei processi economici e regolare i conflitti sociali. Il timore è che dopo il disarmo del diritto pubblico e la neo-feudalizzazione degli spazi giuridici,

Cagliari Nel celeberrimo nonché mitico Terrazzo di Enzino, l'altrettanto mitologica band Musica ex Machina in un concerto al tramonto con un pezzo del koraddu ispirato al Nicaragua ( da "Liberazione" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: ironica di un moderno soldato Svejk ci racconta la guerra delle Malvine : storie di reclute impreparate, nei cui occhi il tragico di un conflitto assurdo si trasforma in comico. Adrián N. Bravi presenta il suo libro Sud 1982 alle 21 Specola della Biblioteca Mozzi-Borgetti in piazza Vittorio Veneto 2. Firenze Dea e Archivio storico Il Sessantotto presentano Il sessantotto: la svolta?

RAPPORTO CONCLUSIVO DELL'INCHIESTA PARTITO 2006/08 Queste note presentano alcune considerazioni che partono dai risultati dell'inchiesta "riletti col senno di poi" ( da "Liberazione" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: estraneità fino al conflitto. Le differenze sono talvolta legate al livello istituzionale dei rappresentanti (quelli regionali sono spesso più "lontani", con meno momenti di confronti diretto) o alle caratteristiche politiche delle diverse situazioni (giunte più di sinistra o più centrista, nostro peso in giunta maggiore o minore).

L'Unità più radical che chic ( da "Giornale.it, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: per evitare i conflitti d'interesse (l'editore è anche governatore della Sardegna, e intende ricandidarsi) e un po', dicono i maligni, per poter accedere ai contributi pubblici anche quando dovrà rinunciare al finanziamento come organo di partito. Il nome di Guido Rossi nella Fondazione e quello di Concita Di Gregorio per la direzione (

L'Europa DELL'APARTHEID ( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: in cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista.

Il carabiniere che salvò i monumenti della città - attilio albergoni ( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: resterà con un finale incerto sino a quasi la fine del secondo conflitto mondiale in Sicilia, avvenuto il 17 agosto del '43, concludendosi con risvolti positivi grazie anche al buon senso del maggiore dei Carabinieri reali della Legione territoriale di Palermo, comandante Onofrio Spampinato. Il quale ebbe il grande coraggio di rispondere ad una lettera prefettizia del 6 maggio 1942,

Cultura La globalizzazione, infatti, non va confusa con l'instaurarsi di un "sistema mondiale". Si t... ( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: generano conflitti globali (basti pensare, per esempio, ai disastri ambientali causati dall'industria). Piuttosto che di una globalizzazione dei "beni", quindi, sarebbe più opportuno parlare di una globalizzazione dei "mali". Tuttavia, il processo di globalizzazione non impedisce l'emergere, di quando in quando,

Segue dalla Prima N oi sappiamo che la funzione della televisione privata e di quella pu ( da "Unita, L'" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: provocazione del primo ministro io riesca a vedere solo un interesse - quello privato - in conflitto con un altro interesse - quello generale? Quanti sanno che per legge il bilancio della Rai è strutturato in modo tale da suddividere i costi e le entrate fra i programmi di servizio pubblico così come indicati dall'Autorità garante delle comunicazioni e i programmi più di tipo commerciale?

Il Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio ( da "Corriere della Sera" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: luogo in cui si combattono per procura tutti i conflitti della regione. Il patto di Doha ha avuto il merito di evitare un nuovo conflitto civile. Ma darà buoni risultati soltanto se sarà riconosciuto dalla Siria, se l'Iran rinuncerà a servirsi di Hezbollah per i suoi scopi, se Israele metterà fine al suo contenzioso con il Libano restituendogli un pezzo di territorio nazionale (

Basta contratto collettivo , i padroni d'ora in poi lo vogliono individuale ( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ridisegna poi il conflitto di classe, "non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia". Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.

Bologna, democratici in allarme "cofferati rischia, troppe gaffe" - michele smargiassi ( da "Repubblica, La" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: democratici in allarme "Cofferati rischia, troppe gaffe" Ma il conflitto di interesse di Cazzola frena il Pdl La Forgia attacca il primo cittadino: è più interessato alla politica nazionale MICHELE SMARGIASSI BOLOGNA - - Più che un problema di linea politica, quello del Pd di Bologna sembra un problema di linee marittime.

Rossanda, Liberazione, il congresso ( da "Liberazione" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: dobbiamo riorganizzare la sinistra intorno a un conflitto principale, che deve avere la prevalenza su tutti gli altri (su tutte le altre contraddizioni prodotte dal capitalismo, o prodotte da questa società) e cioè il conflitto tra capitale e lavoro; oppure quel conflitto non può avere esito positivo se non accetta di lasciarsi incastrare in uno schema "multiconflittuale"

Quale sinistra nell'era del Veltrusconi? Le risposte di Torino ( da "Liberazione" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitto...". Non fosse stato per il monsone che ormai attanaglia Torino da circa due mesi, l'uditorio avrebbe spolpato di domande i relatori Claudio Fava, Paolo Ferrero, Monica Frassoni e Franco Giordano. Le questioni non pervenute ma che erano in qualche modo percebili, erano più o meno queste: ma quand'è che tiriamo fuori i muscoli con una bella manifestazione contro la politica

La favola bella che si racconta ogni tanto è quella di una Sanità che dev'essere svin ( da "Stampa, La" del 08-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Il conflitto che si sta sviluppando nella Sanità piemontese è di non facile comprensione perché attraversa i classici schieramenti politici (destra/sinistra) e si attesta sull'asse centro (Torino) contro periferie. O almeno così viene percepito da una parte del mondo ospedaliero.

Il casinò del greggio "virtuale" - (segue dalla prima pagina) federico rampini ( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: inevitabile un sospetto: chi dovrebbe intervenire è paralizzato dai conflitti d'interesse. Il primo imputato è il segretario americano al Tesoro, Henry Paulson, che prima di assumere l'incarico nell'Amministrazione Bush ha passato tutta la sua carriera professionale alla Goldman Sachs fino a diventarne presidente e amministratore delegato.

Con il Trattato di Lisbona torna l'eurotormentone ( da "Giornale.it, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: a proposito di tormentoni ci siamo liberati di quello relativo al conflitto di interesse, di quello relativo al riscaldamento globale e di quello relativo alla pace e al pacifismo. Bisognerebbe essere soddisfatti se ai tormentoni si aggiunge la scomparsa mediatica della sinistra comunista e dell'Udc di Pierferdinando Casini.

L'EDITTO LIGURE ( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ci penserà poi il padrone a fissare prezzo e modalità, eventualmente a concedere un po' di welfare alla comunità aziendale. Al sindacato decidere se accodarsi o no, sapendo - precisano governo e imprese - che si procederà comunque, che il conflitto non è previsto. Quello, eventualmente, sarà materia di ordine pubblico.

SPAZZA la notizia IL TG5 CENSURA E IL SINDACATO ACCONSENTE ( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: il conflitto di interessi, la legge del fidatissimo berlusconiano Gasparri e il tentativo del governo Prodi di rivederla - trova, come è naturale, immediata accoglienza sull'informazione. I grandi quotidiani la piazzano nell'apertura delle relative pagine, Rai Tre la inserisce nei titoli di apertura, Rai Uno le dedica un esauriente servizio eccetera,

Se aboliamo il sindacato - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile l'associazione sindacale e il contratto collettivo, l'idea pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto della uguaglianza di diritto tra le due parti. Un presuppasto che ignora la abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche,

Niente convenzione a heliopolis podestà fa causa al governatore ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Quando si dice il conflitto di interessi. "Il sito dell'Asl - si legge ancora nel ricorso - anche l'anno successivo continuava a evidenziare la necessità di altri 251 posti letto sui 1904 accreditati". Pesanti le contestazioni nei confronti del Pirellone. Eccesso di potere per difetto e contraddittorietà della motivazione,

Le carte di casaroli cardinale tessitore - agostino giovagnoli ( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: si legge che Kennedy intervenne su Giovanni XXIII perché "solo un interessamento del Papa avrebbe potuto scongiurare la grave minaccia di un conflitto... La cosa fu riferita al papa, il quale si decise a parlare. Si dovette proprio al suo intervento - si ripetè da persone autorevoli delle due parti - se fu allontanata dal mondo la minaccia di un conflitto atomico".

Bush da Berlusconi, pressioni sull'Iran Il presidente americano domani a Roma: il nucleare di Teheran al centro del summit degli addii Sì degli Usa all'Italia nel gruppo dei 5+1 ( da "Unita, L'" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Italia dal rischio di farsi trascinare in un altro conflitto a seguito degli americani. Ma anche come new-entry nel gruppo dei negoziatori, difficilmente potrà sdraiarsi sulla linea dura di Washington. "Nonostante Berlusconi voglia a tutti i costi stringere legami più forti con gli Stati Uniti, l'Italia ha importanti interessi economici in Iran.

Reato di clandestinità un'offesa al diritto Cara Unità, ho assistito alcune ( da "Unita, L'" del 10-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Prima Guerra Mondiale combattendo sul fronte carsico per tutta la durata del conflitto. Venne promosso per avanzamento Aiutante de Battaglia e decorato di Medaglia d'Argento al valor militare con questa motivazione: "con ardimento e calma alla testa del proprio plotone lo guidava all'assalto. Ferito in piu parti dallo scoppio di una granata avversaria, fattosi medicare al meglio,

Le polemiche legate al salvataggio degli ospedali valdesi da parte della Regione - stabilito con la ( da "Stampa, La" del 11-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti, un'azienda, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati. La seconda anomalia mette in evidenza come il commissario "si è autoliquidato 253 mila euro in più di quanto stabilito con la Dgr 38 del 14 giugno

11 TESI DOPO LO TSUNAMI - PROTEO O ANTEO? LA SINISTRA SULLE PROPRIE TRACCE ( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.

Parcella del Valdese l'ira della Bresso ( da "Stampa, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: La prima mette in luce una situazione di conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti, l'azienda di revisione Pitagora, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati.

La sicurezza calpestata - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: perché il conflitto fra legittimi interessi altro non sarebbe che "invidia sociale". Venerdì scorso, nello stesso convegno dei giovani di Confindustria che suggeriva per la prima volta nel dopoguerra l'idea dei contratti di lavoro individuali, la relazione introduttiva lamentava "la fretta con cui il precedente governo ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro"

Parking del pincio, i tagli del comune - cecilia gentile ( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: ma allo stato attuale non esiste un conflitto di interessi insanabile tra conservazione e costruzione". Quello che il sindaco, d'accordo con gli assessori alla Cultura e alla Mobilità Umberto Croppi e Sergio Marchi che lo hanno accompagnato nel sopralluogo, vuole appurare una volta per tutte è la sostenibilità dell'intera opera.

Attenti, anche il democratico Obama verrà a chiedere molto agli alleati europei ( da "Unita, L'" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: un incidente nel Golfo Persico innescasse un conflitto irano-americano. Non è escluso che qualcuno in Iran punti proprio a questo, giocando anche sulla debolezza e l'impopolarità di Bush". Dall'Iran all'altro dossier caldissimo: l'Afghanistan. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, ha affermato la disponibilità italiana ad un maggior coinvolgimento operativo,

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-12 num: - pag: 2 autore: di PA... ( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: E - ancora presidente del collegio sindacale delle Assicurazioni di Roma e del Centro Agroalimentare. Tradotto: per qualche società del Comune è amministratore, per qualche altra è controllore indipendente dei conti. E il conflitto di interessi? No, grazie. Quella è un'altra storia.

Orario di lavoro e condizioni di vita. Era più bello il 1906 Oggi la politica ha smesso di pensare all'interesse generale ( da "Liberazione" del 12-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: nella loro autonomia di soggetti e protagonisti del conflitto. Lo ripetiamo: sono tornati ad essere merci, anzi merci deperibili, mera variabile dipendente delle esigenze della competività di impresa. Non c'è nessuna malvagità, in tutto questo. Non c'è nessun "piano". E solo il capitalismo, bellezza!

Obama SECONDO GHEDDAFI ( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi ci vuole uno stato binazionale, con diritti per arabi ed ebrei Maurizio Matteuzzi TRIPOLI Il primo settembre del 2009, il colonnello Muammar Gheddafi, se Allah e la fortuna lo vorranno, festeggerà i 40 anni della "rivoluzione" del 1969 con cui gli "ufficiali liberi" (giovani e nazionalisti)

<Le ragioni di una sconfitta>, storica Il ritorno "riflessivo" di Bertinotti ( da "Liberazione" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: e simultaneamente indica i terreni del conflitto con il capitalismo nel suo nuovo carattere "cognitivo" e nella "minaccia di questo sviluppo all'umanità e al pianeta", come certificato dal fallito vertice Fao), Arcangelo Leone de Castris (appassionato oratore critico della "separatezza" degli intellettuali dal "legame sociale") e Isidoro Mortellaro.

<Ostacolò de Magistris> Indagato l'ex pg Favi ( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: che de Magistris era in conflitto d'interessi, perché aveva iscritto sul registro degli indagati il ministro Mastella, che aveva chiesto il trasferimento del pm. E disse anche, Favi, che doveva essere il tribunale dei ministri a giudicare Mastella, benché de Magistris avesse replicato che Mastella era stato iscritto non da ministro,

INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI ( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: virtuose non siano destinate a provocare conflitti e lacerazioni, con un tragico seguito di vite perdute, città distrutte, popolazioni in fuga. è certamente vero che il realista finisce per essere conservatore e dare minore importanza ai fattori ideali. Ma credo che tutti, anche gli idealisti, debbano chiedersi quali potrebbero le conseguenze delle loro generose istanze umanitarie.

L'incognita astensionismo nella sfida tra piro e avanti - massimo lorello ( da "Repubblica, La" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: è un conflitto di interessi perché i Comuni ne sono clienti e soci allo stesso tempo. La Provincia invece é super partes e può effettuare un controllo puntuale. Guardo a una struttura privata, che gestisca bene, e non ai carrozzoni pubblici. La Provincia deve poi garantire che non ci siano speculazioni sul costo dell'acqua".

"a ottobre penserò alla candidatura" - walter fuochi ( da "Repubblica, La" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Consorte sta facendo il suo mestiere, ma non ha nulla a che fare col Bologna calcio. Poi sono fiorite le leggende metropolitane e i gossip cittadini gonfiati ad arte per crearmi presunti conflitti d'interesse. Che, come si vede bene, non ho".

Sassolini nelle scarpe ( da "Manifesto, Il" del 14-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Buttatelo via questo conflitto, non interessa qui più nessuno. Ma andiamo. 2. Economicismo. Ecco un altro sassolino nella scarpa. Vorrebbe dire che il movimento operaio ed eredi s'è battuto fino a ieri per volgari soldi, più precisamente per assicurarli al solo maschio bianco, adulto e garantito.

Da venaria a margherita una settimana di anomalie - segue dalla prima di cronaca ( da "Repubblica, La" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: contro eventuali conflitti d'interessi e la rinuncia a una dozzina di incarichi, mentre contestualmente il suo studio legale di famiglia si vede assegnare il ruolo di advisor per il futuro sia di Gtt che di Iride. Incerte e imprecise fino all'ultimo, invece, le analisi su chi sia uscito davvero trionfatore dalla battaglia per il controllo della fondazione bancaria (

Antiche carte - federico rampini ( da "Repubblica, La" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: epoca di conflitto tra le dinastie Ming e Qing. Nel 1655 fa pubblicare ad Amsterdam il Novus Atlas Sinensis: 170 pagine di testo, 17 tavole, con le coordinate di 2.100 località cinesi. è un salto formidabile nella conoscenza della Terra di Mezzo. è Martini che corregge per la prima volta gli errori dei cartografi europei che collocavano la Grande Muraglia e Pechino sul 50°

Diritti umani, solo promesse ( da "Unita, L'" del 15-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: dai governi e dai gruppi armati in caso di conflitti. La violenza contro le donne e piu che mai diffusa in tutte le regioni del mondo. La totale messa al bando della tortura e dei maltrattamenti non regge alla prova dei fatti. In molti Paesi il dissenso politico viene soffocato e giornalisti e militanti vengono aggrediti e ridotti al silenzio.

Segue dalla Prima E cco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio per ra ( da "Unita, L'" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: impunito, i vantaggi di un gigantesco conflitto di interessi che gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine, passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati.

Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio: <Io, la bestia strana> ( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle tasse".

Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio ( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle tasse".

La stretta ue sulle agenzie di rating - alberto d'argenio ( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: per colpa di un conflitto di interessi, le agenzie hanno promosso i prodotti finanziari che poi hanno portato al collasso del credito mondiale. Un caso che non si deve più riproporre. Il commissario irlandese ha parlato da Dublino, capitale ancora sotto shock per la bocciatura al nuovo trattato Ue che rischia di mandare in tilt l'Europa a 27.

Non cadremo nel bluff il cavaliere rispetti la carta costituzionale - anna finocchiaro luigi zanda ( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: che violino i principi del conflitto di interessi, che ledano lo stato di diritto e la separazione dei poteri, che sconvolgano gli assetti istituzionali, che accentuino le disuguaglianze sociali, che, in una parola, non tengano conto dell'interesse generale del Paese. é per questo che il Pd ha considerato egualmente gravi sia la previsione,

Daniel barenboim dialogare in musica - paola zonca ( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: "Il conflitto tra israeliani e palestinesi non è politico, e nemmeno militare. Una guerra può scoppiare tra due nazioni che si contendono l'acqua, il petrolio: si combatte, poi finisce e basta. Questo, invece, è un conflitto umano tra due popoli che dura da decenni.

RIECCOLO ( da "Stampa, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: doppio conflitto di interessi" (in materia di tv e di giustizia) che condiziona e appesantisce l'azione di Silvio Berlusconi fin dal giorno della sua "discesa in campo". Già solo in queste poche settimane di avvio legislatura il conflitto è tornato a manifestarsi due volte: prima a proposito dei destini di Retequattro (una delle tv del premier)

Approvata in piena bagarre la variante al piano regolatore ( da "Stampa, La" del 17-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: aula per il conflitto di interessi. Ci sono stati anche momenti di tensione, tanto che alla fine il primo cittadino ha dichiarato che avrebbe querelato Dario Fracchia (minoranza) per le dichiarazioni apparse su di un giornale locale. Il primo cittadino Bruno Allegro sostiene che è stato fatto un attento esame idrogeologico dell'intero territorio e ogni rischio è stato valutato.

L'ultimo "mastino della guerra" - daniele mastrogiacomo ( da "Repubblica, La" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Dal regime razzista di Pretoria al conflitto civile in Sierra Leone In Papua-Nuova Guinea soffoca sul nascere la rivolta di un gruppo separatista DANIELE MASTROGIACOMO Con la richiesta di una condanna a 32 anni di carcere si chiude la storia dell'ultimo "mastino della guerra".

Per non soffrire le roi platini sceglie gli orange - berna ( da "Repubblica, La" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Chissà se si ritiene almeno in parte in conflitto di interessi, Platini, mentre si accomoda al suo posto presidenziale, fa una smorfia delle sue aggiustandosi il vestito e si concentra sul campo, mentre le squadre entrano sul terreno di gioco. In ogni caso lui è qui, non a Zurigo per Francia - Italia, e forse è un segnale, un avviso ai naviganti.

Nicoletta, la pasionaria dei diritti nel mirino di Silvio ( da "Unita, L'" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Alludendo ad un esplicito conflitto di interessi. Essendo la Gandus "tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato da cui nasce il presente processo... ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile.

Berlusconi e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul governo ( da "Giornale.it, Il" del 18-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Alema nessun conflitto, perché bisognerebbe essere in due.". Come dire: non sono io quello che polemizza e fa i distinguo. Insomma ponti d'oro al D'Alema portatore d'idee nel suo"ruolo importante che deve svolgere" alla fondazione ItalianiEuropei. Dopotutto il centralismo democratico non c'è più in casa degli ex-post e a-comunisti.

"contadini e poveri ecco chi perde sempre" - cristina nadotti ( da "Repubblica, La" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: retroscena un inasprimento dei conflitti per l'accesso alle risorse idriche. Che ripercussioni avrà l'accresciuto fabbisogno di acqua per i Giochi di Pechino sulla vita delle popolazioni della zona? "I lavori di costruzione di grandi canali e dighe, intrapresi dal governo cinese in occasione delle Olimpiadi, sono soltanto una parte delle opere che Pechino sta portando avanti da anni,

POSTA Prioritaria ( da "Manifesto, Il" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: impressione suscitata è che chi si fa carico del conflitto tra capitale e lavoro debba farsi carico "anche" del resto. Ora, se si concepisce il conflitto tra capitale e lavoro come lotta contro il dominio e l'alienazione, è evidente che non si tratta di farsi carico "anche" del resto, ma di farsi carico del resto "all'interno" di quel conflitto.

Scalfaro sfida il premier: si presenti ai giudici Deve superare il <complesso dell'imputato> ( da "Corriere della Sera" del 19-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: ultimi giorni dimostrano che il conflitto si è riaperto: Berlusconi parla ancora di "giustizia usata a fini politici", attacca procure e tribunali e vuol far passare una norma che congelerebbe un processo nel quale è imputato. è preoccupato di questo replay? "Sì, sono preoccupato soprattutto per l'annuncio della rottura di un dialogo che aveva appena cominciato a fare i primi passi.

Giordano, Rea, De Silva, Comencini, Ravera, sono, nell'ordine, gli autori in finale allo St ( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Irrisolto il nodo dei macroscopici conflitti di interessi che affetta la giuria: dove tra presenza di esponenti degli staff delle case editrici, e tra scambi di favori (ti dò il voto se mi pubblichi il libro), i giochi, ogni anno, si fanno ben al di fuori del Ninfeo. La suspense, comunque, questo primo giovedì di luglio la riserverà.

Ci sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti del Prater? Speriamo di no, ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli europei di calcio è il caso di preoccuparsi davver ( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Stai consultando l'edizione del Ci sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti del Prater? Speriamo di no, ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli europei di calcio è il caso di preoccuparsi davvero.

Dal Ruanda all'ex Jugoslavia le cifre delle violenze ( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Jugoslavia le cifre delle violenze Il Fondo di Sviluppo delle Nazioni per le Donne (Unifem) stima che il 70% delle vittime nei conflitti armati sono civili. La stragrande maggioranza di questi sono donne e bambini. L'agenzia Onu denuncia che le donne sono sempre più percepite come un obiettivo da parte dei belligeranti, che adottano una "strategia del terrore" come metodo di guerra.

Lo stupro tra i crimini di guerra, l'emergenza arriva all'Onu La violenza sessuale sulle donne spesso è un'arma nei conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non riconoscono la Corte ( da "Unita, L'" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Onu La violenza sessuale sulle donne spesso è un'arma nei conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non riconoscono la Corte penale internazionale di Roberto Rezzo / New York LA VIOLENZA sessuale contro le donne nelle aree di guerra è stato l'argomento che ha dominato l'ultima riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

DEMOS RIBELLE LA DEMOCRAZIA INSORGENTE CONTRO LO STATO ( da "Manifesto, Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Occorre portare alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente "buoniste"; occorre aprire e dar consistenza al conflitto tra i "grandi" ed il popolo; occorre che le soluzioni in cui di volta in volta si risolve questo conflitto non siano gerarchicamente imposte dallo Stato,

La Sinistra del fare Per reagire allo stordimento della sconfitta ( da "Liberazione" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: per fare in modo che i conflitti creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai 20/06/2008.

"Glasnost sul Piano regolatore" ( da "Stampa, La" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: essenziale di fronte a un nuovo Piano regolatore per evitare conflitti. La dichiarazione dei beni posseduti è un invito doveroso, ma non c'è alcun obbligo giuridico". Il capogruppo dei "Federati per l'Ulivo" Antonio Degiacomi: "Sarebbe bene che tutti i consiglieri aderissero, compreso il sindaco. Noi avevamo chiesto che fosse un impegno, la maggiornaza ha voluto che fosse solo un invito"

Ecco chi è "Sandokan" La vita tra killer e amanti del padrone di Gomorra ( da "Giornale.it, Il" del 20-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: spesso ha approfittato della stampa per far pubblicare argomentazioni a sua firma dove - in codice - dirimeva conflitti interni e dava ordini ai luogotenenti in libertà. è dunque anche grazie ai giornali locali che il nome del Padrino casertano, sempre accostato a un soprannome che l'interessato ha fatto sapere di gradire poco, è diventato un'icona della Camorra Spa.

TRA GIUSTIZIA E POLITICA COME EVITARE COLLISIONI ( da "Corriere della Sera" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: adottate durante il precedente governo erano visibilmente viziate dal conflitto di interessi, ma non erano di per sé illiberali e potevano essere difese con criteri di razionalità giuridica. Quella approvata recentemente dal Senato è la peggiore. Per cogliere un obiettivo preciso (il rinvio del processo Berlusconi), la legge mette in lista d'attesa processi che non sono meno importanti,

Da quattordici anni giura sui suoi figli ( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Papà Silvio quasi quasi li infilò con lui nel vortice del conflitto d'interessi anche di recente, quando in campagna elettorale disse che avrebbero potuto partecipare alla cordata fantasma per Alitalia. Poi si dovette correggere dicendo che, appunto, non avrebbero potuto farlo. E loro stessi trasecolarono alla sola possibilità.

Un partito forte per uscire dal passato ( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: contro il ritorno di una stagione di conflitti istituzionali, di leggi ad personam e di confusione tra gli interessi privati e la cosa pubblica. Al tempo stesso, sarà un'opposizione incalzante e propositiva sul terreno delle politiche che hanno a che fare con la concreta condizione di vita dei cittadini: sicurezza, potere d'acquisto, servizi sociali.

LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD ( da "Unita, L'" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Africa e i conflitti dimenticati, i grandi movimenti migratori, non sono argomenti da leggere o da ascoltare in televisione, ma concreta realtà. E così i mutamenti climatici, l'uso distorto delle risorse primarie e quello eccessivo delle fonti energetiche, una gravissima crisi alimentare che non bastano poche cifre a raccontare,

In città piovono le lettere di esproprio dell'Anas per l'Aurelia bis e lungo il tracc ( da "Stampa, La" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: sono convinti che nella maggior parte dei casi i conflitti verranno risolti e che gli espropri effettivi saranno limitatissimi e comunque a valori di mercato. Una tesi ribadita anche nella riunione che si è svolta il 3 giugno con Regione, Anas e Comune. Il nuovo svincolo messo a punto dallo Studio Rodino di Torino dovrebbe ad esempio risolvere i problemi delle case di via Scotto.

Stupro? Arma di guerra ( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: nello sviluppo di meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, di mantenimento della pace e della sicurezza e di peace-building a fine conflitto. O la richiesta che il segretario generale Ban Ki-moon stenda, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle situazioni di conflitto armato in cui la violenza sessuale è stata ampiamente e sistematicamente perpetrata contro i civili.

LA SINISTRA PER FARE. INCONTRO A ROMA ( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: per fare in modo che i conflitti creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai.

FRANCO Tir atore ( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: avvocato Lau vede una difficoltà: "La premessa è che tra gli stati ci sia un conflitto. Visto che Frattini si dichiara d'accordo col governo tedesco nel respingere le pretese degli ex internati e nel tutelare sempre e comunque l'immunità degli stati, il conflitto dov'è?". Il senso politico dell'intervista di Frattini è gravissimo.

La breve e avvincente storia politica di laus - ettore boffano ( da "Repubblica, La" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: mai seriamente riflettuto riguardo ai possibili conflitti di interessi connessi alle sue attività imprenditoriali) resta aperta la discussione su che cosa rappresentino sia la recente defezione di Mauro Laus quanto la sua passata militanza riguardo alla più ampia realtà del Partito Democratico piemontese, ai suoi assetti interni di potere, ai modi e agli accordi nascosti sui quali,

Franco Russo Tutti noi abbiamo letto con angoscia e apprensione gli articoli di Repubblica e dell'Unità dedicati al tesseramento di RC-SE, che sarebbe inquinato da interessi congre ( da "Liberazione" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: indimenticabile nel suo conflitto verso la dirigenza del partito all'XI congresso del PCI? Di fronte alle sfide immani, di analisi, di scavo, di comprensione del capitalismo totalizzante, di minaccia della sparizione della sinistra dal panorama sociale prima ancora che politico, di voto operaio alla Lega, dell'insicurezza che spinge ogni persona a una chiusura e a un affidamento securitario,

È l'utopia della pace che genera violenza ( da "Giornale.it, Il" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: "dialogo sociale" e negoziato degli interessi: in molti campi il consenso ha sostituito il conflitto. Pierre Rosanvallon non ha torto quando dice che, socialmente parlando, viviamo in un mondo senza una forte conflittualità strutturante. GUERRA ALLA GUERRA A livello internazionale, è ancora un'altra cosa.

Financial Times: "Berlusconi fa bene a frenare i magistrati" ( da "Giornale.it, Il" del 22-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: non avendo attaccato a testa bassa il conflitto di interessi del premier o i suoi presunti disegni di assoggettamento dei giudici, Caldwell non godrà della stessa eco che ebbero i suoi colleghi nel periodo 2001-2006 quando ogni virgola scritta Oltremanica era utile per le denunce urlate ai quattro venti dal centrosinistra.

Contrabbando, criminalità organizzata terrorismo ai confini del Sahel ( da "Manifesto, Il" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Un territorio dove ai vecchi conflitti politici (soprattutto la questione tuareg che interessa in modo particolare il Mali e il Niger) si sono aggiunti altri fenomeni endemici come il contrabbando e più recenti come la criminalità organizzata, dopo che il Sahel è diventato il punto principale di smistamento della cocaina che arriva dall'America latina e riparte per l'

Il ruolo dell'unione europea nella nascita dello stato palestinese - javier solana ( da "Repubblica, La" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Gli interessi di sicurezza israeliani non possono che trarre beneficio da uno stato palestinese pacifico, democratico e, col tempo, prospero e la soluzione del sessantennale conflitto israelo-palestinese porterà stabilità all'intera regione. L'UE sta offrendo il massimo contributo possibile a questo fine.

Tutti gli errori della lotta all'inflazione - joseph e. stiglitz ( da "Repubblica, La" del 23-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Il suo ultimo libro, scritto assieme a Linda Bilmes, è The Three Trillion Dollar War: The True Costs of the Iraq Conflict (La guerra da tremila miliardi di dollari: il vero costo del conflitto iracheno) Copyright Project Syndicate, 2008 Traduzione di Guiomar Parada.

Come ti vendo il "prodotto guerra" - massimiliano panarari ( da "Repubblica, La" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Occidente per far sembrare lecito il secondo conflitto in Iraq Come ti vendo il "prodotto guerra" I giornalisti Usa trasformati in "cani da salotto" anziché "da guardia" MASSIMILIANO PANARARI Il medium è il messaggio, ha detto, con una delle sue tipiche formule fulminanti, Marshall McLuhan, uno dei padri nobili (e insostituibili) delle scienze della comunicazione.

Il tempo dell'opposizione ( da "Unita, L'" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: da cui è uscito più volte forzando la legge a proprio esclusivo vantaggio, né tantomeno sul suo mai risolto conflitto d'interessi, mostruosità ignota in tutto l'universo democratico. Come sarà possibile discutere di riforme istituzionali con chi è abituato a trasformare in diritto solo la propria forza ed è pronto a brandirla con virulenza contro la magistratura?

Contro la Costituzione ( da "Unita, L'" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitto di interessi, ci apparivano necessarie. Ma esistono limiti invalicabili, e princìpi irrinunciabili. Così come nel 2006 ci battemmo con successo per respingere un progetto di riforma costituzionale altamente pericoloso, oggi siamo costretti a un nuovo e deciso "no" al tentativo di introdurre norme che sentiamo lesive di un fondamentale principio non solo della nostra Repubblica

Stai consultando l'edizione del L'INTERVENTONel libro dedicato al ricordo di Riccardo Faini, la rifl... ( da "Unita, L'" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: info" L'informazione economica ostaggio del conflitto d'interessi Tito Boeri Questo intervento appare nel libro a più voci "Riccardo Faini-Un economista al servizio delle istituzioni" a cura di Alessandra Del Boca (Il Mulino) Mi è stato chiesto di parlare del contributo di Riccardo a lavoce.

VITA E MIRACOLI DELL'ISIAO COME SI UCCIDE UN ENTE UTILE ( da "Corriere della Sera" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Suppongo che molte di queste attività siano state interrotte o rallentate dai conflitti. Non è facile fare archeologia islamica o pre-islamica in mezzo ai talebani, ai jihhadisti, ai marines e ai guardiani della rivoluzione. Ma non si sopprime un ente come l'IsIAO senza mettere a repentaglio il patrimonio di conoscenze e di esperienze accumulato in 75 anni di vita.

La Nazionale ombra ( da "Manifesto, Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: un centravanti che non segna che nemmeno il Pd quando parla di televisione e di conflitto di interessi. E ancora un centrocampo rimescolato tre volte su quattro, come quando si discute a vista dei guai giudiziari di Berlusconi. E poi una difesa reinventata per forza e non per amore, sulla base di un altro assunto tipicamente veltroniano: We can, ce la possiamo fare.

Progetti politici light per sopravvivere al supercapitalismo ( da "Manifesto, Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la "convergenza parallela" degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino.

Quando a essere lesi sono i diritti "degli altri" In difesa della Costituzione, se non noi chi? Infortuni in itinere, Sacconi si informi all'Inail ( da "Liberazione" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: E' un evidente caso di conflitto di interessi, per questi avvocati, tra il loro ruolo di professionisti privati ed il ruolo pubblico che ricoprono nelle Istituzioni. Non dovrebbero perciò astenersi dal legiferare, direttamente o dettando i testi ad altri parlamentari, laddove c'è un loro conflitto di interessi?

<Ma l'opera d'arte, qualsiasi essa sia, può valere più di una vita umana?> ( da "Liberazione" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ma a me interessava soprattutto il discorso sul mercato dell'arte, sul valore economico dell'opera, che entra in conflitto con le esigenze più elementari dell'essere umano, attentando alla nostra sopravvivenza. Questa terra di misfatti si chiama "England" ma forse l'opera avrebbe anche intitolarsi "America" o "Italia"?

Blocca processi: tregua tra governo e Csm Castelli: "Ripartire dal lodo Schifani" ( da "Giornale.it, Il" del 24-06-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitto d'interessi"? "Il centrodestra cerca di imbavagliare il Csm", accusa il ministro-ombra della Giustizia del Pd, Lanfranco Tenaglia. "è stata l'opposizione - gli risponde Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl - a cavalcare le indiscrezioni uscite dal Csm, al punto che qualcuno già sabato pomeriggio invitava Berlusconi a &


Articoli

Don Mario (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Voci eusebiane Don Mario Allolio L'ANNO DEDICATO AL BEATO DON POLLO Un anno dedicato alla memoria del beato vercellese don Secondo Pollo: nel 2008 ricorre il centenario della nascita (2 gennaio 1908) e del battesimo (4 gennaio 1908) del cappellano militare degli alpini, caduto in Montenegro durante il secondo conflitto mondiale. Sempre in quest'anno cade il decennale della beatificazione, avvenuta a opera di Giovanni Paolo II il 23 maggio 1998. Sino a dicembre numerose celebrazioni si susseguiranno nelle chiese della diocesi testimoni del ministero del beato. Un eccellente contributo è venuto dalla pubblicazione dell'ultima ricerca biografica di Emilio Raisaro, dedicata all'"Epistolario del beato Secondo Pollo sacerdote vercellese, relativa agli Anni del servizio di cappellano militare". Il testo, illustrato da una ricca documentazione fotografica e documentaria, prende in esame l'ultimo, decisivo anno e mezzo della vita del beato, ricostruito attraverso le lettere inviate ai familiari, all'arcivescovo mons. Giacomo Montanelli e a vari conoscenti. Di rilevante interesse, in appendice, la riproduzione fotografica delle relazioni mensili che don Pollo trasmetteva al proprio diretto superiore e che documentano l'intensa attività apostolica del tenente cappellano, esclusivamente animata da quell'amore per la gioventù che lo spinse sino al dono supremo di se stesso.

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L' amaca (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Commenti L' Amaca La famosa "banalità del male" trova un fertile campo d'azione nella banalità del mercato, la cui morale rudimentale (è buono ciò che mi fa guadagnare, cattivo ciò che mi fa perdere) è in sé stessa il trionfo della banalità. Splendido esempio, la messa al bando delle schifose bombe a grappolo, votata da tutti i Paesi della Terra tranne Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan. E perché mai questi sei Paesi non vogliono fare a meno di ordigni che dilaniano i civili, bambini soprattutto, anche molti anni dopo la fine dei conflitti? Semplice: perché sono i Paesi produttori della suddette bombe, e non vogliono perdere un buon affare. Né questioni di tecnica militare, né riflessioni etiche, né i differenti regimi in vigore, né altri pensieri o retropensieri di qualsivoglia natura sono in grado di interferire con la banalità del mercato. Ovunque gli interessi nazionali coincidono con gli interessi economici, ne sono giustapposti fino a combaciare perfettamente. Tempo qualche mese, è prevedibile che anche i primitivi amazzonici, e nel caso volessero riemergere dagli abissi pure gli abitanti di Atlantide, faranno sapere di essere contro tutto ciò che non li scomoda, e a favore di ciò che riempie le loro pance: e pazienza se sventra quelle altrui.

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"chi ha un'arma nel cassetto alla fine è tentato di usarla" (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina VII - Torino Il criminologo Scatolero sostiene la mediazione sociale "Chi ha un'arma nel cassetto alla fine è tentato di usarla" La corsa all'autodifesa va frenata, non incitata Nel rilascio delle autorizzazioni servono verifiche più incisive "Bisognerebbe andare a rileggersi "Un'arma in casa", il romanzo di Nadine Gordimer, premio Nobel sudafricano. Il protagonista uccide un amico sorpreso a letto con la sua ragazza. L'arma utilizzata è quella di casa, comprata contro eventuali malintenzionati. La disponibilità di una pistola, lo racconta anche la cronaca, lo ribadiscono studi italiani e internazionali, è più fonte di guai che di sicurezza". Duccio Scatolero, criminologo, sostenitore della strada della "mediazione sociale" per la soluzione dei conflitti, commenta la sentenza del Tar con una citazione letteraria. "Si legge in una sera, il libro. Si capiscono molte cose". E approva la linea della prefettura e dei giudici amministrativi, riconoscendo insieme anche la necessità di prendere in considerazione anche i sentimenti individuali. Professore, è giusto negare il porto d'armi ad un avvocato cui è stato concesso per più di 35 anni? "Non voglio entrare nel merito di questo singolo caso, della vicenda specifica. Ma la questione è sempre la stessa. Sono due i fattori da considerare. Il senso di insicurezza e di paura che un cittadino può avere, soggettivo. E la situazione oggettiva. Torino, sotto il profilo della criminalità, non mi pare che dia preoccupazioni particolari, non più che in passato. Le motivazioni della prefettura sono sagge, condivisibili. Prevale l'interesse collettivo". L'Fbi ha calcolato che le armi da difesa personale tenute in casa hanno sei volte più probabilità di essere usate nell'uccisione deliberata o accidentale di amici e parenti, piuttosto che servire contro rapinatori o ladri. E' così anche in Italia, a Torino? "Purtroppo sì. C'è gente perbene che, se ha una pistola sul comodino, per risolvere un conflitto allunga la mano e la usa". Da più parti, però, si invoca il diritto alla autodifesa, anche armata. Lei che dice? "Che si rischiano derive pericolose. La corsa all'autodifesa va frenata, non incitata. Nel rilascio di autorizzazioni per le armi dovrebbero essere applicate maggiori restrizioni. Ci vogliono maglie più strette, verifiche incisive. Vanno valutate, in modo diverso da quello attuale, le condizioni psicologiche e mentali di chi richiede i nulla osta. Oggi basta una visita medica ordinaria, superficiale. I medici si limitano a prendere atto di ciò che una persona dichiara. Meno armi si concedono, meglio è per tutti". L'alternativa per chi ha paura, per chi un reato lo ha subìto? "La mediazione è la strada maestra da seguire. Bisognerebbe raccogliere consensi su questo. Torino è stata una apripista". (l. pl.).

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Alemanno: "da mercoledì in centro tornano le strisce blu" - cecilia gentile (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina VI - Roma Con i "cappucci" Alemanno: "Da mercoledì in Centro tornano le strisce blu" Marchi: "E tariffe più basse per quelle della periferia" "Per i mancati incassi di 49 milioni parleremo con l'assessore al Bilancio" CECILIA GENTILE "Non abbiamo mai pensato di cancellare per sempre le strisce blu dalla capitale", dichiarano il sindaco Gianni Alemanno e l'assessore alla Mobilità Sergio Marchi. Che invece annunciano per mercoledì prossimo il ripristino di una prima fetta di sosta a pagamento, quella del centro storico. Per il resto della città bisognerà aspettare. Sindaco e assessore intendono infatti mettere al lavoro una commissione che dovrà ridefinire le zone cosiddette di rilevanza urbanistica, quelle dove il codice della strada permette di istituire solo strisce blu senza un adeguato numero di strisce bianche per il parcheggio gratuito. Il gruppo di lavoro sarà composta da tecnici del VII dipartimento, rappresentanti degli ordini professionali, presidenti dei municipi, comitati dei cittadini e consumatori. Un lavoro che comporterà anche una diversificazione delle tariffe, "perché non si può accettare - dice l'assessore Marchi - che chi parcheggia lontano dal centro debba pagare quanto chi lascia la macchina in centro". Dunque ci sarà una riduzione della tariffa oraria per le strisce blu più decentrate, ma non un aumento per la sosta in centro. Inondati dalle polemiche, Alemanno e Marchi tornano a sottolineare che il blocco delle strisce blu in tutta la città era "un atto dovuto", per evitare ricorsi dei cittadini. "Certo - ammette Marchi - un'altra soluzione poteva essere quella di fare ricorso al Consiglio di Stato, ma abbiamo valutato che avremmo fatto prima ad emettere una nuova delibera". Anche perché ad Alemanno e Marchi, un tempo all'opposizione, l'organizzazione della sosta tariffata a Roma non è mai piaciuta. Lo ribadiscono ancora. "è il ruolo della Sta, successivamente accorpata in Atac - scrivono in una nota congiunta - ad essere contestato dalla sentenza del Tar, in quanto una società che riscuote i proventi dei pagamenti e delle multe relative alle strisce blu non ha la terzietà necessaria per decidere la delimitazione dei parcheggi a pagamento. Da questo evidente conflitto di interessi è derivato, negli anni passati, il carattere eccessivo e vessatorio dell'indiscriminata estensione delle strisce blu, che si sono via via trasformate da mezzo per regolare la sosta privata in strumento per fare cassa". Conclusioni: "La nostra ordinanza non è né un atto arbitrario né può costituire un danno erariale, perché discende da una sentenza del Tar che metteva qualsiasi cittadino in condizione di impugnare le multe e i pagamenti per le strisce blu di tutta Roma". Chiarisce ancora Marchi: "La sentenza del Tar ha annullato due atti: la determinazione dirigenziale che istituiva le strisce blu all'Ostiense e la delibera 104 del 2004. Questa delibera non solo elencava le zone di rilevanza urbanistica, ma annullava e assorbiva tutte le precedenti delibere in materia, dunque inficiava la stessa esistenza delle strisce blu". Rimane il problema aperto dei mancati introiti. Con i 93 mila posti auto delimitati dalle strisce blu all'Atac entrano ogni anno 26 milioni di euro. Al Comune 23. "Ne parleremo con l'assessore al Bilancio - dice Marchi - D'altra parte non possiamo fare provvedimenti estemporanei, dobbiamo essere sicuri che il provvedimento regga e che i cittadini siano soddisfatti". "La sosta e il sistema di regole esistente - dichiara intanto il presidente della Provincia Nicola Zingaretti - ha garantito una vivibilità migliore della città, risorse e investimenti per il servizio pubblico. Se dovesse scomparire mi auguro che ci sia in egual modo una alternativa che garantisca la qualità della vita e le risorse per il trasporto pubblico. Altrimenti immagino che sarebbe un guaio".

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Questi fantasmi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Questi fantasmi Furio Colombo Segue dalla Prima M a fermiamoci per un momento a osservare il mondo di cui siamo parte, sia pure attraverso i vetri appannati e le finestre a feritoia dei nostri media. Nel mondo è improvvisamente riapparsa la penuria di cibo, un dramma finora estraneo alla economia contemporanea, che sembrava invece essere fondata sull'abbondanza e lo spreco. È vero, c'era il problema della fame in intere aree del mondo che eravamo abituati a citare nobilmente riservandoci, in ogni convegno, di fare grandi interventi il prossimo anno, o in quello dopo. La penuria diffusa, però, è un'altra cosa. Perché avviene simultaneamente dovunque, determina paurose impennate dei prezzi, provoca vaste macchie di improvvisa povertà anche in aree di ormai lungo e stabilizzato benessere. La causa è in parte nota (dirottamento di prodotti alimentari dal naturale mercato alle nuove fonti di energia), in parte dovuta al drastico cambiamento del clima nel pianeta, in parte alla tragica decisione adottata simultaneamente nei Paesi "moderni", di abbandonare l'agricoltura. In parte dall'arrivo - nel mondo del consumo - di nuovi consumatori. Il mondo è sconvolto dal costo del petrolio, che continua a crescere dopo essere rapidamente decuplicato, e pone di fronte a una ambivalenza senza soluzione: oltre certi limiti non si può pagare. Ma, qualunque sia il costo, non si può rinunciare. Per questo sale e continuerà a salire l'inflazione. Il mondo vede due guerre che divampano, e altre che possono esplodere in ogni momento. Vede un contesto di tensione e di violenza internazionale in cui il fuoco passa vicinissimo al petrolio e l'instabilità minaccia in tanti punti diversi un equilibrio mai così precario. Il mondo conosce tempeste finanziarie globali sottratte ad ogni controllo democratico, capaci di attraversare in un lampo luoghi lontani e sconnessi. Il crollo di un fondo di investimenti basato su mutui inesigibili in una provincia americana può svuotare il fondo pensioni pubblico di un Paese estraneo e lontano, in Europa o in Asia. * * * Nell'Italia di Berlusconi e di Bossi passeggiano i fantasmi. Un Paese moderno, sesta o settima economia del mondo, è ossessionato dalla minaccia dei Rom. Non milioni di Rom, che in Italia non esistono, ma appena 150mila persone, metà delle quali italiane, metà delle quali bambini. E metà degli adulti, donne. Dunque il pericolo incombente, in una delle grandi (o ex grandi) potenze del mondo, di sessanta milioni di cittadini dei nostri giorni, sono due decine di migliaia di uomini Rom, la maggior parte dei quali, come mostra qualunque statistica, non è dedita ad alcun crimine. Ma la credenza - una credenza alimentata dal governo e da una parte non piccola di stampa e televisione - è identica al più squallido medioevo di isolati villaggi agricoli: i Rom rubano i bambini. Alcuni episodi di denunce, allarme, accuse, drammatiche narrazioni di tentati rapimenti di nostri bambini da parte di pericolosissimi zingari sono venuti uno dopo l'altro in pochi giorni. Ci sono stati arresti, persone sono state portate via con l'accusa più bizzarra, per una comunità carica di figli (ho già detto che la metà della esigua popolazione Rom italiana è composta di bambini). Ebbene, di quelle accuse, arresti, gravissime imputazioni di rapimento, nessuna notizia, nessuna conferma, è venuta. Soltanto un oscuro silenzio. Eppure non si tratta di un problema di indagini, poiché i fatti sono avvenuti in modo istantaneo, sotto gli occhi dei denuncianti, e sempre in luoghi pubblici e con altre persone presenti. Eppure le cronache dei migliori giornali - che non hanno esitato, almeno nei titoli paurosi e nei drammatici occhielli, a gridare "rapimento" - non hanno più nulla da dirci né voglia di sapere. Era vero? * * * Nell'Italia di Berlusconi si aggira e minaccia il Paese il fantasma del clandestino. Intendesi per clandestino un uomo, una donna, un bambino, che vive nel nostro Paese (perché è miracolosamente arrivato vivo dalla traversata in mare) e ci vive non per turismo ma per disperato bisogno. In questo Paese il clandestino lavora, quasi sempre nei mestieri peggiori, quasi sempre per una paga da fame, senza una casa che possa chiamarsi casa, senza cure o scuola (in molte città è proibito, o lo vogliono proibire) per i bambini. Dicono tutti gli esperti - dall'America all'Europa - che gli immigranti senza diritti producono ricchezza per il Paese ospitante. Nell'Italia di Berlusconi personalità di governo variamente disposte in posizioni chiave agitano pregiudizio, paura, antagonismo, odio, in una brutta formula primitiva che in politica funziona (porta voti) ma nella vera vita punta al linciaggio, da Verona al Pigneto. Spiegate pure ai morti e ai feriti che i picchiatori e i saccheggiatori dei loro negozi non erano iscritti al fascio. Immaginate il sollievo degli zingari di Ponticelli, dei familiari del ragazzo di Verona o degli aggrediti all'Università La Sapienza o dei cittadini del Bangladesh al Pigneto nell'apprendere che le sprangate non erano politiche, o che il mandante era Che Guevara. Mentre il mondo è percorso dal brivido penuria-fame-petrolio-guerra-rischio di nuovo terrorismo, allarmanti scossoni ai più solidi edifici finanziari, l'Italia di Berlusconi introduce nelle leggi italiane 23 nuovi reati a carico dei clandestini e dei lavoratori immigrati (fonte: Il Sole 24 ore, 26, 27 maggio). Lo sguardo sfuocato dal provincialismo disinformato e dalla vista annebbiata della Lega xenofoba guida l'azione "decisionista" di un governo che - come certi giocattoli - sbatte e torna a sbattere contro muri che non vede. * * * Sono i muri di un provincialismo e di una autoreferenzialità soffocante che impediscono di percepire il mondo. Mentre l'Alitalia sta per scomparire dai cieli, ti annunciano all'improvviso, con una incosciente allegria da Titanic, il Ponte di Messina, opera gigantesca per cui non esistono disegni e studi di fattibilità e di (immenso, rovinoso) impatto ambientale. E non ci sono e non possono esserci i fondi. Ti rispondono, con sorrisi fuori posto, che provvede la finanza privata. Sarà la stessa finanza privata che sta affollandosi per rilanciare febbrilmente la grande cordata nazionale e patriottica che salverà l'Alitalia? Intanto sta per scatenarsi anche sull'Italia impoverita (è povera una famiglia su tre, la metà vive con poco più di mille euro) la più grande tempesta economica dal 1929, ci dicono, i più credibili esperti americani. Loro - il governo fuori dal mondo e dalla realtà e immerso in un cattivo teatro dell'assurdo - si presentano ad annunciare, senza il minimo senso della parole gravissime che stanno pronunciando, il nostro glorioso "ritorno al nucleare". Neppure economisti fantasiosi e disinvolti come Tremonti e Brunetta hanno provato a calcolare, sia pure per scherzo, una cifra, per esempio il costo di un abbozzo di progetto di un solo impianto nucleare. Nessuno ha provato a dirci in quanti anni (o decenni) un simile gigantesco investimento sarà compensato da costi minori dell'energia elettrica in Italia, rispetto al costo di oggi. Nessuno ha tentato, magari con una solenne dichiarazione da Napoli, di parlarci della gestione delle scorie. In questo cupo teatro si aggiunge, perfettamente giustificata dal clima di irrealtà, l'offerta del Primo ministro Berisha. Dice: "Venite a fare i vostri nuovi impianti nucleari in Albania. Noi siamo pronti". Ecco dunque il nuovo orizzonte di azione del governo fieramente decisionista: la repubblica nucleare d'Italia e di Albania, con Berlusconi capo indiscusso. Accade però che, dopo aver fatto la faccia feroce a clandestini e immigrati, Berlusconi si impantani nell'immondizia di Napoli, benché abbia fatto di nuovo finta di risolvere il problema con "leggi speciali" (la definizione, tristemente esatta, è di Stefano Rodotà, La Repubblica, 27 maggio). Il problema è drammatico e invoca soluzioni urgenti di adulti competenti. Berlusconi ha portato a Napoli il suo miglior abito elettorale (spingere in là il problema per occupare da solo tutta la scena) ma tutto ciò che ha saputo fare è una legge che nega il federalismo, cancella Comuni e Regioni, circonda di Forze armate alcune zone del Paese (la Lega accetta perché a loro importa la secessione, non il federalismo, meno che mai nel Sud). E si blocca di fronte a un nodo maledetto che nessuno dei suoi ha studiato o capito. È vero, neppure i governi locali o nazionali del centrosinistra avevano saputo farlo. Ma questa realtà, allarmante e triste, non autorizza alla celebrazione di Berlusconi che "finalmente ha deciso". L'immondizia continua. Continuerà. Purtroppo lo squallido film del finto governo, delle finte decisioni, delle finte soluzioni che sono o illegali o impossibili (la cattiveria di governo, le ronde spontanee contro gli immigrati e i Rom sono l'unico segno della nuova era) è seguito da due comiche finali. Una è quella, segnata dalla concitazione di gesti e di azioni dei film da ridere di un tempo, una concitazione tipica anche dei sofferenti di iperattivismo, e del ministro Renato Brunetta. È la "Festa del fannullone" in cui la finzione è evidente: il capro espiatorio si vede al primo sguardo (il capo ti rovina quando vuole, secondo le buone regole del mobbing, che - come tutti sanno - impediscono a qualcuno di lavorare). E l'intimidazione contro i medici che rilasciano certificati finti è roba forse vera e forse falsa, e non annuncia nulla se non disprezzo per chi lavora davvero e si ammala davvero. Infatti l'accusa ai medici non viene da una rigorosa inchiesta, ma dal sentito dire sul pianerottolo del condominio. In altre parole, come sempre nell'Italia della burocrazia, volano gli stracci e zompa chi può. Ve lo immaginate, in un clima improvvisato e superficiale di questo genere, come saranno bravi i dirigenti e i funzionari peggiori nel liberarsi di rompiscatole laboriosi che, per giunta, sono inclini a denunciare le complicità fra politica e burocrazia? Però non è tutto. Il cambio di stagione non si apprezza, nella sua triste portata, se non si dice, e si ricorda, e si dovrà ricordare, che tutta la prima fase di lavoro alla Camera dei Deputati italiana è stata spesa nel tentativo della maggioranza di difendere gli interessi e gli affari di Mediaset e di Berlusconi (salvataggio sfacciato di Rete 4). Ha fatto blocco, nell'aula di Montecitorio, l'impegno del Partito democratico, dell'Italia dei valori di Di Pietro, e - questa volta - anche del gruppo di Casini, per impedire un simile uso immorale delle Istituzioni italiane. Questa volta, almeno un poco, almeno in parte, l'opposizione ha vinto. Il vero punto segnato, però, è quello che tanti negano e di cui si fingono annoiati. È avere dimostrato che tutto continua, che non c'è alcun nuovo Berlusconi, che il conflitto di interessi esiste, cresce e, come un totem primitivo, è l'unica cosa salda e solida al centro del disastrato paesaggio italiano. furiocolombo@unita.it.

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E adesso, pover'uomo? (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del E adesso, pover'uomo? Marco Travaglio Bene ha fatto il Consiglio di Stato ad annunciare ieri, a Borsa chiusa, i suoi verdetti sulle sette cause del caso Europa7. Ma ha fatto malissimo a non pubblicare le sentenze (che dovrebbero essere note martedì), limitandosi a un comunicato scritto in ostrogoto, incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Solo il giulivo Confalonieri finge di sapere tutto e canta vittoria, probabilmente per rassicurare gli azionisti in vista della riapertura dei mercati dopodomani, dopo il lungo week end festivo. Ma, da alcuni passaggi del comunicato, parrebbe avere ottimi motivi per preoccuparsi. Poi, certo, a metterlo di buonumore è la notizia che, a quanto pare, ad assegnare le frequenze a Europa7 dovrebbe essere proprio il padrone di Rete4 che le occupa senza concessione: Berlusconi. Infatti il Consiglio di Stato sancisce "il dovere del Ministero di rideterminarsi motivatamente sull'istanza di Europa7 intesa alla attribuzione delle frequenze, anche in applicazione della sentenza della Corte di giustizia (europea) del 31 gennaio 2008". Traduzione (provvisoria): il governo Berlusconi, tramite il sottosegretario ad personam, anzi ad aziendam, Paolo Romani, dovrà finalmente consentire a Europa7 di trasmettere in chiaro su tutto il territorio nazionale con le apposite frequenze. E che la sentenza non sia proprio favorevole a Mediaset, lo si desume anche dal fatto che, per evitare contraccolpi sul mercato azionario, è stata annunciata di sabato. Ora non vorremmo essere nei panni del Cainano: già lo immaginiamo aggirarsi insonne in una delle sue numerose ville, attanagliato dal dilemma amletico: salvare un'altra volta Rete4 mettendosi contro la Costituzione, la Consulta, la Corte e la Commissione europea,le regole comunitarie e attirando sull'Italia una supermulta, o rispettare le leggi e le sentenze almeno una volta nella vita? Non per nulla, fino all'altro giorno, il governo Mediaset aveva tentato di risolvere la faccenda al solito modo: l'ennesimo emendamento-condono salva-Rete4 (ritirato solo dopo l'ostruzionismo di Idv e Pd) imperniato su un antico principio giurisprudenziale della scuola arcoriana: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato e pure le sentenze italiane ed europee. Le cause intentate allo Stato dall'editore Francesco Di Stefano dinanzi al Tar e poi al Consiglio di Stato sono sette. Tre, più secondarie, riguardano la seconda tv del gruppo, 7 Plus; tre (più una "doppia" che sarebbe lungo spiegare) investono la rete principale Europa7. 1) La prima è sul ricorso contro l'abilitazione a trasmettere in "fase transitoria" senza concessione rilasciata a suo tempo a Rete4 dal decreto 28/7/1999 del governo D'Alema. Il Tar e ora il Consiglio di Stato ritengono il ricorso inammissibile, ma ormai la questione era superata dalla nuova abilitazione data da Gasparri nel 2004 e dalla sentenza europea che boccia tutte le leggi italiane basate sulla "fase transitoria" a partire dal '94. 2) Europa7 chiedeva al governo di rispondere pro o contro le proprie istanze. Su questo, il Tar le dà ragione: o il governo revoca la concessione, o dà le frequenze. Mediaset fa ricorso. Ieri il Consiglio di Stato l'ha respinto, intimando al governo di "rideterminare le frequenze" chieste dalla tv mai nata e "applicare la sentenza" europea. 3) Europa7 chiede allo Stato le frequenze per Europa7 e i danni fin qui subiti per la mancata partenza dell'emittente (circa 3 miliardi). Il Consiglio di Stato chiede alla Corte europea se le norme italiane pro-Rete4 e anti-Europa7 siano compatibili con quelle comunitarie. La Corte risponde il 31 gennaio che no, la normativa italiana è incompatibile, dunque illegale, ergo va disapplicata: ubi maior, minor (cioè Berlusconi) cessat. Ieri il Consiglio di Stato ha rinviato la decisione al 16 dicembre. Ma, in via provvisoria, ha respinto "in parte" le richieste di Europa7. Che vuol dire? Che non le riconosce 3 miliardi di danni, ma un po' meno? O che i danni saranno quantificati solo quando si saprà se il governo darà le frequenze? Pare di sì, visto che si "subordina" il risarcimento al "rideterminarsi" le frequenze applicando la sentenza europea. Ma quali ordini vengano impartiti precisamente al governo ancora non si sa. L'unico dato certo è che il governo dovrà depositare "i documenti" di ciò che farà "entro il 15 ottobre". Ma che cosa esattamente debba fare, lo sapremo solo martedì. Per ora si sa che ora il conflitto d'interessi, da gigantesco, diventa mostruoso. E grottesco. Chi deve risolvere il problema è chi l'ha creato. Il detective incaricato di chiudere il caso è l'assassino. Ora d'Aria.

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Rete4 è fuorilegge, ma a pagare saremo noi Sentenza controversa del Consiglio di Stato: ha ragione Europa7, ma l'emittente del Biscione continui a trasmettere (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Rete4 è fuorilegge, ma a pagare saremo noi Sentenza controversa del Consiglio di Stato: ha ragione Europa7, ma l'emittente del Biscione continui a trasmettere di Roberto Brunelli / Roma L'ULTIMA BATTAGLIA DELL'ETERE si combatte intorno a un mistero. Un mistero degno dell'era del conflitto d'interessi, che ieri si è materializzato sotto forma di una sentenza che il Consiglio di Stato ha emesso sul caso "Rete4-Europa7". Sentenza controver- sa, perché qui tutti i contendenti gridano alla vittoria: ognuno ha la sua interpretazione, ognuno trova il suo pezzo di verità. Fedele Confalonieri esulta per il trionfo di Mediaset ("Rete4 è pienamente legittimata!"), l'ex ministro Paolo Gentiloni, Pd, afferma che la decisione "riconosce finalmente e definitivamente il diritto a Europa7 di avere le frequenze necessarie a trasmettere". Rotondi, della Dc, urla all'"attacco strumentale" contro il Biscione, mentr Di Pietro non esita a chiedere "l'impeachment" del premier. Come ogni volta che si parla degli interessi del Grande Capo, una bufera. Che segue di pochi giorni il primo scontro parlamentare della nuova legislatura intorno alla norma "salva-Rete4", conclusasi con una prima, temporanea, ritirata del governo. Ma oggi l'intreccio è più intricato. Invoca cautela Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21: "Non vorremmo che il governo decidesse di scaricare sulle tasche dei cittadini il costo dell'eventuale indennizzo che dovrà essere pagato ad Europa7. In questo caso i cittadini italiani sarebbero costretti a pagare una nuova tassa: quella sul conflitto di interessi". Mica briciole: Europa7, che nel '99 aveva vinto la gara per le trasmissioni su base nazionale (mentre sempre da allora la rete del Biscione trasmette in grazia di un'autorizzazione temporanea) dovrebbe ottenere dallo Stato un risarcimento-record: fino ad oggi, si è calcolato, almeno 300 mila euro al giorno, a spese di tutti noi. Dunque, che succederà? È un mistero. Perché nessuno sa con precisione cosa dica la sentenza, annunciata con un comunicato dello stesso Consiglio di Stato, ma poi non resa pubblica. Gli avvocati delle parti fino a ieri sera non l'avevano letta. Bisogna attendere martedì, quando verrà pubblicata ufficialmente. Intanto, seguendo la traccia del comunicato diffuso, a seconda del punto che si predilige l'interpretazione cambia completamente. Procediamo con ordine. Il punto cruciale consiste nel fatto che il Consiglio di Stato, respingendo il ricorso in appello proposto da Rti (Mediaset) contro Europa7 per l'annullamento della sentenza del Tar del Lazio del 16 settembre 2004 afferma con nettezza che la decisione sulle frequenze spetta al governo. La questione, quindi, torna al ministero che deve riprendere in esame la vicenda e "rideterminarsi motivatamente", cioè deve spiegare bene perché e come concederà o non concederà le frequenze. Il fatto è che i giudici richiamano esplicitamente la sentenza della Corte di giustizia europea, quella che affondava la Gasparri affermando che le norme italiane sulle frequenze non rispettano le direttive comunitarie, non rispettano il principio della libera prestazione dei servizi e non seguono criteri di selezione obiettivi. Sul risarcimento - Europa7 aveva chiesto poco più di 2 miliardi di euro nel caso in cui avesse ottenuto le frequenze e 3 miliardi in caso contrario - il Consiglio di Stato si invece è riservato di pronunciarsi successivamente. Qui entra in scena però un altro passaggio, che appare in contraddizione con la stessa sentenza Ue. I giudici respingono, infatti, il ricorso di Europa7 per l'annullamento della sentenza del Tar con la quale era stato dichiarato "irricevibile" il ricorso dell'emittente relativo all'abilitazione di Rete4. Traduzione: Rete4 è legittimata - per il momento - a proseguire l'attività di diffusione televisiva in ambito nazionale. Riassumendo maliziosamente: l'emittente del Biscione può continuare a trasmettere, sulle frequenze decide il governo (presieduto da un signore che si chiama Silvio Berlusconi), se poi il medesimo governo guarda caso non troverà le frequenze, si passa al mega-indennizzo. E quello lo pagheremo tutti noi. Chi ha vinto, chi ha perso? Non si sa, perché ad oggi qui le verità sono tre: a) ha vinto Europa7, perché i giudici si richiamano alla sentenza Ue; b) ha vinto Rete4, perché gli stessi giudici affermano che l'emittente deve continuare a trasmettere; c) hanno perso i cittadini italiani, perché se il governo non decide, si passa al risarcimento. Così, mentre Mediaset, con una nota, diffonde il suo Verbo ("l'ultimo tentativo di invocare lo stop della magistratura all'attività della Rete Mediaset è fallito"), Massimo Donadi, Idv, da una parte ribadisce che "si ribadisce il sacrosanto diritto di Europa7 ad avere le frequenze", ma dall'altra aggiunge che se il governo non provvede rapidamente a dare attuazione ai diritti di Europa7, "già a dicembre lo Stato dovrà pagare una mega multa che altro non sarà che la tassa "pro Emilio Fede" che dovranno pagare tutti i cittadini italiani". Avete presente il conflitto d'interessi? Eccolo, in tutta la sua rude concretezza.

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Ma sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta se il governo non assegnerà le frequenze Giulietti: Una tassa sul conflitto d'interessi? (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Ma sullo sfondo c'è il mega-risarcimento che scatta se il governo non assegnerà le frequenze Giulietti: "Una tassa sul conflitto d'interessi?".

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Va in onda ponzio pilato - (segue dalla prima pagina) (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

VA IN ONDA PONZIO PILATO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) e cioè quella di togliere le frequenze analogiche a Retequattro, trasferendola sul satellite, per assegnarle a Europa 7 che se le era regolarmente aggiudicate nel '99. Annunciata con un comunicato-stampa di sabato mattina a mercati chiusi, com'è d'uso per le società quotate in Borsa, la sentenza del supremo organo della giustizia amministrativa verrà pubblicata verosimilmente martedì prossimo e quindi a fino a quel momento non si potrà valutarla nel merito. Per ora, dunque, è vero che il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso in appello di Rti (Reti televisive italiane), la concessionaria delle reti Mediaset, contro l'emittente-fantasma di Francesco Di Stefano. Ma, in attesa di conoscere il dispositivo, non è ancora chiaro quali potranno essere gli effetti concreti di questa delibera: se il governo in carica applicherà mai la sentenza emessa dalla Corte europea di giustizia del gennaio scorso, attribuendo appunto le frequenze a Europa 7, in forza della normativa antitrust; oppure se - come appare decisamente più probabile - risponderà che queste non sono più disponibili, rinviando la palla al Consiglio di Stato a cui non resterà a quel punto che deliberare magari un risarcimento danni a favore di Di Stefano e a carico del ministero, vale a dire di tutti i contribuenti italiani. Poi, si tratterà eventualmente di verificare se una soluzione del genere risulterà soddisfacente per la Commissione di Bruxelles che, peraltro, ha già aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia per la controversa legge Gasparri. Lo stesso Consiglio di Stato richiama infatti la sentenza europea, secondo cui la nostra disciplina televisiva non rispetta le direttive comunitarie: in particolare, il principio della libera prestazione dei servizi e criteri di selezione obiettivi. C'è il rischio, insomma, di un ulteriore strascico giudiziario che potrebbe anche riportare la "vexata quaestio" davanti alla Corte del Lussemburgo. Siamo, comunque, alla farsa finale. Qui il conflitto d'interessi raggiunge ormai il diapason, con il governo Berlusconi chiamato dalla giustizia amministrativa a decidere su una vertenza che riguarda direttamente l'azienda che fa capo allo stesso presidente del Consiglio. Quello che la Costituzione (art. 100) definisce come un organo di consulenza dell'Esecutivo, preposto alla tutela dei diritti e degli interessi legittimi dei privati nei confronti della Pubblica amministrazione, fornisce un verdetto che francamente assomiglia allo storico responso di Ponzio Pilato. Ma così il Consiglio di Stato rischia di abdicare alla sua funzione giurisdizionale e di ridursi a corpo ausiliario (in senso stretto) di Palazzo Chigi. Certamente non saremmo arrivati a questo punto, se il governo Prodi avesse eseguito la sentenza della Corte europea, disapplicando subito le norme censurate e ripristinando un principio di diritto nell'assegnazione delle frequenze. Ma tant'è. Da più di vent'anni a questa parte - dal decreto Berlusconi imposto da Bettino Craxi e predisposto da Giuliano Amato nel 1985 alla legge Mammì del '90, dalla legge Maccanico del '97 fino ai giorni nostri - la storia della tv in Italia è un intrigo di interessi, omissioni e oggettive complicità. Il regime televisivo, purtroppo, non ha sede soltanto ad Arcore.

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Via Nazionale: meno azioni italiane in portafoglio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-01 num: - pag: 2 categoria: REDAZIONALE Piazza Affari Via Nazionale: meno azioni italiane in portafoglio 4,5%, la quota nelle Generali ROMA - Bankitalia ha "intensificato la ristrutturazione del portafoglio partecipazioni". Lo ha detto ieri il Governatore precisando che Via Nazionale detiene quote azionarie "come molte altre banche centrali"; non investe in istituti di credito; segue un orientamento di lungo termine; nell'esercizio del voto favorisce il ruolo delle minoranze. La ristrutturazione ha due obiettivi: ridurre il peso delle azioni italiane; eliminare discrezionalità sui nuovi investimenti, concentrandoli solo in strumenti collettivi legati a benchmark. Il tema delle partecipazioni di Bankitalia è tornato sotto i riflettori di recente, alle assemblee di Generali e Telecom, dove il fondo pensioni di Via Nazionale è socio rispettivamente con il 4,5% e l'1,5%. In entrambi i casi il rappresentante di Palazzo Koch ha votato sulle nomine per le liste di minoranza presentate da Assogestioni. Mosse coerenti con i criteri generali indicati ieri da Mario Draghi. Ma è evidente che pacchetti azionari così corposi detenuti in società strategiche (una delle quali, le Generali, partecipa a sua volta al capitale di Bankitalia) sono, per dirla con definizioni usate dal Governatore con i suoi interlocutori, "significativi". Mentre il portafoglio di Via Nazionale dovrebbe essere costituito da partecipazioni "appropriate". La questione è rilevante per l'istituto e per il mercato. E' evidente che un peso minore delle azioni italiane allontana i rischi di eventuali conflitti d'interessi. La ristrutturazione del portafoglio può comunque aver luogo subito per i nuovi investimenti, mentre richiede tempo per lo stock già esistente e in modo particolare per quote come quella detenuta a Trieste. 1,3%, la quota nella Telecom S. Bo.

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Dopo l'ok del Colle alla <costituzionalità> il Csm voterà un testo fermo però cauto nei toni (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 01-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-01 num: - pag: 7 categoria: BREVI Dopo l'ok del Colle alla "costituzionalità" il Csm voterà un testo fermo però cauto nei toni ROMA - La prossima mossa tocca al Consiglio superiore della magistratura, che darà il suo parere sul "decreto rifiuti". Poi sarà il turno dei giudici e del loro sindacato, nel congresso convocato da venerdì a domenica: il provvedimento governativo sulla gestione giudiziaria della situazione ambientale in Campania sarà uno dei nodi del dibattito interno all'Associazione magistrati. Tempo una settimana, dunque, e si capirà se la decisione del governo di forzare qualche regola e legare qualche mano per affrontare l'emergenza immondizia sarà l'occasione per l'ennesimo scontro tra politica e giustizia. Oppure se, in omaggio al "nuovo clima" post-elettorale, il possibile strappo sarà ricucito prima ancora di consumarsi. Senza le barricate erette in passato. Le avvisaglie, per adesso, fanno pensare a una sorta di "vigilanza coscienziosa " da parte delle toghe. Nel senso che il decreto legge non piace ai magistrati, per le "torsioni" che contiene e perché introduce un pericoloso precedente, ma non c'è molta voglia di andare alla guerra per contrastarlo. Nonostante l'aperta contestazione dei pubblici ministeri napoletani che dovranno applicarlo e la risposta altrettanto netta arrivata da Berlusconi in persona. "L'emergenza rifiuti è reale - spiega il presidente dell'Anm Luca Palamara - ma è legittimo esprimere perplessità e osservazioni quando si teme che per affrontarla vengano superati i limiti fissati dalla Costituzione ". Lui e il segretario dell'Associazione Giuseppe Cascini l'hanno già fatto, una settimana fa, con un comunicato nel quale si ricorda "il divieto costituzionale di istituire giudici straordinari o speciali" e si mette in guardia dalle "difficoltà pratiche e giuridiche" che provocheranno alcune delle norme varate dal governo. Al Csm chiamato a esprimere un parere (dallo stesso governo, nel rispetto del fair play istituzionale) ci si prepara a discutere e votare un documento che presumibilmente sarà fermo e deciso nei contenuti, però cauto nei toni. L'altro giorno, davanti al neo-ministro della Giustizia Alfano, l'unico a sollevare il problema è stato Livio Pepino, consigliere di Magistratura democratica, esprimendo "preoccupazioni profonde" per un decreto che prefigura "conflitti paralizzanti" e "anomalie senza precedenti". Ma il parere del Csm non potrà non tener conto del vaglio avvenuto al Quirinale sulla "non manifesta incostituzionalità" del provvedimento. Se il presidente della Repubblica nonché dello stesso Csm ha messo la sua firma in calce al decreto, significa che ha valutato le norme sulla nuova competenza territoriale e sui poteri (ridotti e accentrati) dei pubblici ministeri in Campania compatibili con i paletti fissati dalla Costituzione, di cui parla Palamara. E che eventuali "asimmetrie" o "eccentricità " rispetto all'ordinamento e al sistema complessivo possono essere corrette dal Parlamento durante la conversione in legge. In quelle riforme dettate dall'emergenza, insomma, il capo dello Stato non ha letto rotture o pericoli paventati invece dai pm napoletani. Anche questo, forse, consiglia i magistrati di non forzare i toni della critica al governo. "Siamo di fronte a una tensione fisiologica tra la difesa del principio di legalità, che spetta a noi, e la necessità di risolvere i problemi che compete al governo", riassume il segretario dell'Anm Cascini, che pure teme "scorciatoie emergenziali che sempre introducono nel sistema dei virus che rischiano di riprodursi". Come dire che interessi contrapposti tra le due esigenze sono naturali e occorre trovare un'adeguata mediazione, preferibilmente attraverso "rimedi ordinari", ma non siamo nella patologia della precedente legislatura colorata di centrodestra, quando i magistrati si ribellarono contro le leggi ad personam e la "controriforma" dell'ordinamento giudiziario. In più, seppure nessuno lo ammetta apertamente, c'è la consapevolezza che sono stati certi provvedimenti giudiziari eccessivamente fiscali delle scorse settimane (che hanno reso più difficile il lavoro del commissario straordinario De Gennaro) a convincere il governo a intervenire con l'accetta; e che in caso di scontro tra magistratura e potere politico - a fronte di un'emergenza da troppo tempo irrisolta, con l'immondizia e gli incendi nelle strade - difficilmente l'opinione pubblica e i partiti di opposizione si schiererebbero al fianco delle toghe. "Noi faremo comunque le nostre valutazioni - assicura Antonio Patrono, rappresentante al Csm della corrente moderata Magistratura indipendente -, mettendo in luce le zone d'ombra che a mio avviso esistono. Questo potrebbe essere il banco di prova della cosiddetta nuova stagione improntata al dialogo: non è necessario essere tutti d'accordo su tutto, ma che ci sia ascolto e rispetto reciproco tra chi prende le decisioni e chi è chiamato ad applicarle ". Giovanni Bianconi Il vertice dell'Anm Il presidente Palamara: legittimo esprimere perplessità e ricordare i limiti della Carta Ma l'emergenza è reale.

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Partecipazione all'impresa? Per la Cgil non è un tabù (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 02-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Sondaggio tra alcuni segretari. No alle ipotesi Sacconi-Bonanni, però si possono sperimentare alcuni spazi di decisione. Ma è altro dalla contrattazione Sara Farolfi Roma Raffaele Bonanni e Maurizio Sacconi ne parlano quotidianamente. "Collaborazione" tra impresa e lavoro, dice il ministro del Lavoro (che pensa all'azionariato dei dipendenti). "Partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese", ripete il leader Cisl (che teorizza invece la presenza dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende). Due ipotesi accomunate dalla volontà di superamento dell'antagonismo nei rapporti tra capitale e lavoro e l'approdo a un modello collaborativo. Un cambio di "cultura sindacale" che Emma Marcegaglia ha messo al centro della sua prima relazione davanti alla platea di Confindustria (ma i padroni sono da sempre contrari alla partecipazione dei lavoratori). E in Cgil? Guglielmo Epifani, concludendo la conferenza d'organizzazione, ha posto una domanda: "Siamo sicuri che la versione tradizionale dei rapporti tra capitale e lavoro, per cui ci sono interessi non conciliabili o comunque distinti, sia ancora valida?". La confederazione di corso d'Italia non ha mai fatto mistero della propria contrarietà tanto alle incursioni di Sacconi, quanto allo storico cavallo di battaglia Cisl. Ma il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa mai è stato tabù. In Cgil il modello tedesco non viene considerato riproducibile in Italia, mentre l'azionariato non è considerato un modello di vocazione sindacale. Convince invece ciò che una volta si diceva "democrazia economica", il fatto cioè che i lavoratori possano partecipare e pesare nelle decisioni di impresa, su piani distinti da quelli di competenza della contrattazione. Susanna Camusso, segretaria della Cgil Lombardia, si dice convinta del fatto che una forma di partecipazione, "mai risolutiva comunque della condizione materiale dei lavoratori", potrebbe anche favorire la contrattazione. "Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in funzione di un obiettivo". Alberto Morselli, segretario generale dei chimici Cgil, parla di un "sindacato partecipativo, sulla base di piattaforme rivendicative", e va a nozze anche con la "versione collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro". La segretaria generale dei tessili, Valeria Fedeli, lo definisce "un diverso modello di relazione industriale, che comunque andrebbe calibrato sull'assetto produttivo del paese, dove il lavoro, con la partecipazione, può godere di ulteriori vantaggi economici". In quali sedi? "Potrebbero essere i consigli di sorveglianza, ma si potrebbero trovare anche altre forme", dice Camusso, che pensa a un sistema duale. Storicamente, è stato il cosiddetto "modello Iri" al centro del dibattito in Cgil sulla democrazia economica. Il congresso della Fiom dell'88, che tutti ricordano come "il congresso della codeterminazione", quello richiamava: un sistema informativo molto avanzato in cui tutte le fasi più importanti di un'azienda venivano discusse anche con le organizzazioni sindacali. Non se ne fece mai nulla. E anche allora le imprese non volevano saperne. "La democrazia economica non si fa in un'azienda sola, ma con strumenti di politica economica e politica industriale", dice Giorgio Cremaschi (Fiom), "quello che propone Bonanni è una forma di aziendalismo, poi se davvero potessero esserci forme e luoghi per un ulteriore potere dei lavoratori, sarei favorevolissimo". Fermo restando, conclude, che si tratterebbe di una ulteriore via per i lavoratori, perché "la partecipazione non è il sindacato". Alla Zanussi (oggi Electrolux) esiste ancora, ma solo sulla carta, un sistema partecipativo fatto di commissioni composte da rappresentanti sindacali e aziendali: in realtà non ha mai funzionato, racconta Cremaschi. Fallimentare - racconta Fabrizio Solari, segretario della Filt Cgil - anche il tentativo dell'azionariato in Alitalia, dove qualche anno fa è stato distribuito il 20% delle azioni tra i lavoratori come acconto degli aumenti salariali a venire. Quel che è certo però, dice Solari, è che "oggi le emergenze sono altre e hanno più a che fare con la legittimazione del sindacato dal basso, che con la sua legittimazione nell'impresa".

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L'avvocato D'Amati: Se si arriva alle multe dal conflitto d'interessi si passa all'abuso d'ufficio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 02-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del L'avvocato D'Amati: "Se si arriva alle multe dal conflitto d'interessi si passa all'abuso d'ufficio...".

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Il reato di clandestinità colpisce anche l'infanzia (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 02-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Il reato di clandestinità colpisce anche l'infanzia Luigi Cancrini L'allarme che voglio lanciare riguarda i "bambini invisibili". I pediatri di famiglia che si riconoscono nella Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp) sono oltre settemila e sono preoccupati per le norme del pacchetto sicurezza licenziato dal Governo. Oggi - ha dichiarato il presidente nazionale della Fimp Giuseppe Mele - tantissimi figli di immigrati, sino ad oggi non rei, vanno a scuola e sono assistiti dai Pediatri di famiglia, come prevede la legge, il contratto nazionale e le relative deroghe che ne disciplinano l'accesso temporaneo al Servizio sanitario nazionale. L'introduzione del concetto di reato di immigrazione clandestina - ha aggiunto Mele - non potrà che avere come esito, che era ed è facilmente immaginabile, il fatto che questi bambini verranno dai loro genitori tolti dalla scuola e dall'accesso ai servizi sanitari diventando, in breve tempo, bambini invisibili". L'allarme per il quale la Fimp fa appello anche all'Unicef, è una richiesta di attenzione al problema da parte del governo, cui fa richiesta di un incontro urgente, "che dovrà tener conto anche di questo genere di problemi i cui effetti ricadranno sulla salute di migliaia di bambini, innocenti per natura, colpevoli per genesi e per decreto". Lei che ne pensa? Antonella Ciurlia Ne penso che il pacchetto sicurezza approvato dal Governo provocherà, se interamente approvato dal Parlamento, effetti disastrosi. Che non riuscirà a fermare una immigrazione le cui ragioni, economiche e politiche, sono più forti di qualsiasi legge e che il suo risultato sarà, come ben dice Mele, quello di spingere nella clandestinità chi dovrebbe essere soprattutto aiutato ad integrarsi. Anche se tanta stampa ne ha parlato come di una iniziativa politica necessaria ed anche se l'opposizione parlamentare ne ha sostanzialmente avallato le scelte e l'orientamento. Senza preoccuparsi del modo in cui (lo scrive Livio Pepino su l'Unità del 28 Maggio) "il nuovo diritto penale dello straniero alla base di questi decreti è espressione della convinzione, profondamente razzista, che sia possibile importare braccia e non persone. Inutile sottolineare la distanza di tale impostazione dal dettato della Costituzione e dai principi di uguaglianza che la ispirano. Quel che nessuno può ignorare è che misure come queste produrranno solo ulteriore insicurezza": per le persone che si trovano in condizioni di clandestinità perché quello che i clandestini eviteranno sistematicamente d'ora in poi è il contatto, a qualsiasi livello, con le istituzioni dello Stato e, inevitabilmente, anche per i cittadini italiani che sempre di più avranno a che fare con persone piene di difficoltà e di paura. Per ciò che riguarda le conseguenze che tutto questo avrà sui minori (ed in particolare sui bambini) il problema segnalato da Mele è, dunque, un problema reale. Di cui non è difficile immaginare le conseguenze.L'esempio più banale è quello del bambino che ha una febbre alta. Portarlo in Ospedale chiede, al genitore clandestino, di presentarsi. Se il suo essere clandestino diventerà un reato, farlo significherà autodenunciarsi, finire in carcere e andare incontro ad una espulsione: rischiando di perdere (questo nel suo immaginario è inevitabile) il rapporto con il bambino. In modo analogo andranno le cose, del resto per quello che riguarda le vaccinazioni e la scuola. Aprendo un vero e proprio conflitto d'interessi fra il figlio ed i suoi genitori, di fronte al semplice manifestarsi di un diritto del bambino: di ogni diritto, per ogni bambino che si trovi coinvolto in questo grande ciclone, nello tsunami umanitario che si determina intorno a tutte le emigrazioni.L'obiezione che viene fatta a questo discorso è quella che riguarda la necessità di contrastare a qualsiasi costo i comportamenti che si sviluppano nell'illegalità. Chi entra illegalmente in un paese, si dice, deve accettarne le leggi affrontando le conseguenze delle sue scelte. Se qualcuno decide di entrare clandestinamente in un paese in cui la clandestinità è un reato, dunque, è lui (o lei) quello che coinvolge il figlio in una situazione sbagliata. Se qualcosa di negativo ne deriverà per il minore la colpa non è della legge ma di colui che non l'ha rispettata. Quella che si combatte contro l'illegalità (lo dice ogni giorno il Ministro Maroni col tono di chi vuole mettere riparo alle inadempienze dei suoi predecessori) è una battaglia senza esclusione di colpi. Produce, probabilmente, dei danni secondarii ma va combattuta. La risposta da dare a questo ragionamento non piace oggi al governo né, purtroppo, all'opposizione. Si basa sull'osservazione di fondo per cui decidere che la clandestinità è un reato in una situazione caratterizzata da una differenza inaccettabile fra i paesi ricchi dell'occidente e quelli da cui gli emigranti provengono significa applicare a degli esseri umani l'idea per cui (la frase è di La Fontaine, la favola è quella del lupo e dell'agnello) "la loi du plus fort est toujours la meilleure": giustificando con una legge ad hoc la violenza di chi non accetta di confrontarsi con le difficoltà di chi sta peggio di lui. Delittuosa è la legge stabilita da chi si sente più forte, dunque, non il tentativo di sopravvivere e di far sopravvivere i propri figli alla miseria o alla persecuzione politica e delittuoso è soprattutto il modo in cui, definendo reato la richiesta di aiuto, si fa diventare criminale chi non lo è. Mettendo insieme quelli che cercano lavoro e rispetto del loro diritto di esistere e quelli che arrivano da noi con l'idea di prendere tutto quello che c'è da prendere. Osservato da questo punto di vista il problema dei "bambini invisibili" non è più il danno secondario prodotto da una scelta giusta. E, più semplicemente, la più infame e la più vergognosa delle conseguenze prodotte da una scelta sbagliata. Il sentimento più forte che provo in questa fase è una grande malinconia. Può darsi che io stia male ovviamente e che abbia bisogno degli antidepressivi di cui continuo a contestare inutilmente l'utilità, ma lo spettacolo del paese in cui vivo è davvero sconfortante se ci troviamo di fronte ad un governo che dichiara reato la clandestinità, ad una opposizione che non si scandalizza, ad un Papa e ad una stampa che lodano il clima "nuovo" che di questa collusione è il frutto avvelenato mentre nessuno risponde a questo appello dei pediatri italiani. Come se tutti fossero d'accordo insomma, nel pensare che il Berlusconi quater di quella che alcuni cominciano a chiamare pomposamente la terza repubblica sta facendo una cosa giusta nel momento in cui dà forza di legge all'odio della Lega e dei leghisti contro gli emigranti e contro i loro bambini. Mentre l'unica strada che resterà aperta a chi la pensa in modo diverso, credendo davvero nelle ragioni della vita, potrebbe essere la disobbedienza civile: di protezione dei clandestini e dei loro figli dai rigori stretti di una legge inaccettabile. Diritti negati.

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No alla tassa sul conflitto di interessi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 02-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del No alla tassa sul conflitto di interessi Giuseppe Giulietti * La sentenza del Consiglio di Stato ha davvero dato ragione a Silvio Berlusconi, come pure hanno sostenuto alcuni commentatori di "casa reale"? Neppure per idea! Sarebbe un gravissimo errore non contrastare l'operazione politica e mediatica in atto che ha il chiaro obiettivo di cancellare perfino il ricordo delle sentenze della Corte Costituzionale, dell'Alta Corte europea e, ultima in ordine di tempo, quella del Consiglio di Stato. La realtà, tuttavia, non è taroccabile. La sentenza della Corte Costituzionale non è stata superata e continua a mettere sotto accusa un sistema mediatico chiuso, lesivo del pluralismo editoriale e imprenditoriale. In quella sentenza si fa riferimento alla necessità di superare il regime delle proroghe e l'occupazione abusiva delle frequenze. Il medesimo concetto è stato ripreso e affermato in modo definitivo anche dalla Corte Europea che ha pienamente riconosciuto il diritto a trasmettere di Europa 7. In quella corte, come è noto, non siedono né guardie rosse, né "antiberlusconiani di professione". Il Consiglio di Stato, infine, ha pienamente recepito la sentenza europea e ha chiesto al governo italiano di provvedere immediatamente ad adeguarsi. Il Consiglio di Stato, sia pure in forme non sempre limpidissime, ha deciso dunque di salvare Europa 7. Questa è la notizia. Non la mancata chiusura di Rete4. Il governo del conflitto di interessi dovrà ora tutelare gli interessi di Europa 7 anche, eventualmente, entrando in conflitto con gli interessi del medesimo presidente del Consiglio. Lo faranno? Penso di no, Ma il nostro compito sarà quello di vigilare, di non concedere alibi, di non consentire bugie e falsificazioni della realtà. Il primo banco di prova arriverà già martedì al Senato, quando il governo dovrà svelare le sue intenzioni sul contrastato emendamento "ammazza Europa 7". È probabile, assai probabile, come ha ben scritto Roberto Brunelli su l'Unità, che tenteranno la carta del rinvio, della ennesima commissione destinata a non decidere. In questo modo, tuttavia, dimostreranno anche ai più dubbiosi che la mancata risoluzione del conflitto di interessi è ormai diventata una metastasi che mina il corretto funzionamento delle istituzioni. Tenteranno di arrivare al pagamento di un ricco indennizzo da prelevare direttamente dalle tasche degli italiani che si troverebbero così a pagare una vera e propria tassa sul conflitto di interessi. A questo punto l'anomalia italiana celebrerebbe il suo ultimo trionfo. Prima di fasciarsi la testa è tuttavia necessario condurre un'azione di contrasto seria, rigorosa, efficace, come è già accaduto nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati. Per questa ragione l'Associazione Articolo21 proporrà ai parlamentari europei e italiani, ai giuristi, alle associazioni del settore e ai movimenti dei consumatori di dar vita a un comitato che, passo dopo passo, possa seguire l'azione del governo, segnalando ritardi, omissioni, eventuali provvedimenti truffaldini. Se e quando, com'è assai probabile, l'esecutivo dovesse rifiutarsi di salvare Europa 7 e così di condannare l'Italia al pagamento di una forte multa, sarà allora indispensabile promuovere un'azione di tutela dei diritti dei cittadini affinché, almeno questo, la tassa sul conflitto di interesse se la paghino di tasca loro. Chi volesse aderire al comitato: "Giù le mani dalle tasche degli italiani", potrà inviare la sua adesione al sito: www.articolo21.info * portavoce Associazione Articolo21.

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Napoli, l'abulia della borghesia (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-02 num: - pag: 6 categoria: REDAZIONALE Risposta a Panebianco Napoli, l'abulia della borghesia di RAFFAELE LA CAPRIA A un attento onesto e sottile politologo come Angelo Panebianco l'ambiguità non conviene, non può permettersela. Ma uno scrittore, certo meno esperto di politica e spesso costretto ad occuparsene per forza maggiore, l'ambiguità - specie in un caso in cui entrano in ballo anche i sentimenti - a uno scrittore l'ambiguità a volte può essere consentita. E non tanto perché lui stesso è ambiguo ma perché è la realtà a essere ambigua. A proposito della mia risposta all'articolo di Galli della Loggia "Perché il Sud è senza voce" io ho voluto contestare il fatto che fosse senza voce perché quella voce ce l'ha ed è disperata e ha attraversato tutta la storia del Mezzogiorno. La voce dunque c'è, non c'è la società. Questo anch'io lo so e lo deploro, l'ho deplorato ogni volta che ho preso la penna. Io so che la società della "napoletanità ", che ha retto fino alla fine della prima guerra mondiale, era una società fondata su un mito, ma bene o male esisteva. Si è man mano sfaldata nel secondo dopoguerra. E quando tra società civile e società illegale il confine è diventato labile, ed è arrivato il sindaco Lauro, la speculazione edilizia e il terremoto, lo sfacelo è stato generale. Ora certo anch'io desidero che l'ultimo flagello, quello dei rifiuti, agisse come un colpo di frusta. Ma detto questo non credo che se la borghesia napoletana scendesse in piazza contribuirebbe a far nascere quella società civile che non c'è, e a risolvere il problema della monnezza che in quattordici anni i pubblici amministratori non sono riusciti a gestire. è vero ci sono problemi terribili nel mondo, come fame e sovrappopolazione, che sembrano insolvibili. A volte mi pare che il problema di Napoli appartenga a questa categoria, solo che è più piccolo e dunque forse risolvibile nel tempo. Non in breve. E non con una manifestazione in piazza. La "storia lenta" che ha determinato la scarsa presenza della borghesia nelle regioni meridionali non può diventare all'improvviso "storia rapida" con una pur auspicabile mobilitazione della classe borghese della città. La "storia lenta" ha a che fare con i miti, gli archetipi, le sopravvivenze, il linguaggio, le superstizioni, le tradizioni, con tutto ciò che concorre a formare la mentalità. La mentalità è più forte della cultura ed è più forte della ragione, fa parte di quel mistero nascosto di cui parla la Ortese ne "Il mare non bagna Napoli" . Il mare, cioè la felicità, non tocca Napoli a causa della mentalità. Dal prevalere della mentalità, dal conflitto di tante mentalità separate, nasce l'incapacità tutta italiana di percepire un interesse comune superiore all'interesse particolare, e lo si vede bene in questi giorni in cui tutti non vogliono la monnezza che essi stessi producono. è questa della mentalità la vera arretratezza di un paese malato di populismo, che ha confuso la democrazia con un pluralismo inconcludente gridato nelle piazze e ampliato dalla televisione. Solo dove non c'è libertà si ha un destino, solo chi se lo è voluto ha un destino. Il destino è una delle tante forme dell'immobilità, ed è nella natura del destino di non poter trovare in sé il proprio correttivo. Un destino è immutabile perché la natura (arcaica) che lo ha determinato non sa produrre al proprio interno gli anticorpi del cambiamento, e cioè "non sa criticarsi". La corruzione delle mentalità venute di colpo in contatto con la modernità ha rafforzato nel Sud mafie e camorre di vario genere e nel Nord la degenerazione della logica del profitto (tangenti). è sul terreno delle mentalità che la cultura deve affrontare il Nemico. Ma per farlo la cultura dell'intero Paese anziché idealistica (e ideologica) avrebbe dovuto essere pragmatica. è perché ho questo paesaggio davanti a me, che agli occhi di Panebianco posso apparire ambiguo. Se un politologo vede le cose dal punto di vista politico, uno scrittore le vede dal punto di vista dell'esistenza. L'esistenza è "tutto quello che accade". Ma non c'è dubbio che dal punto di vista morale sono anch'io colpito dall'abulia della classe borghese della mia città, la condanno e la giudico negativamente, e soprattutto non voglio scaricare su altri responsabilità che sono nostre. Ma non posso nemmeno impedirmi di vedere le cose come stanno, e dire che se ora si riconosce che la storia dei rifiuti fa fare una brutta figura a tutto il Paese, il Paese questa brutta figura l'ha già fatta da più di cent'anni a questa parte, da quando nacque la Questione Meridionale.

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La carica di Mondello (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 02-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-02 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE Capitalisti della Capitale di PAOLO FOSCHI La carica di Mondello Andrea Mondello rischia davvero di perdere la presidenza della Camera di commercio di Roma, come si sussurra nei salotti capitolini? Di sicuro ci sono diversi pretendenti alla carica, da Cesare Pambianchi (Confcommercio), a Massimo Tabacchiera (Federlazio) e a Francesco Saponaro (ex assessore della giunta regionale di Francesco Storace). La battaglia è ormai aperta, anche perché il cambio della guardia al Campidoglio ha dato uno scossone all'attuale equilibrio nella Camera di commercio, che era in qualche maniera garantito da Walter Veltroni. E' normale che il nuovo sindaco Gianni Alemanno voglia dire la sua, su questa partita. Vedremo. Andrea Mondello nel frattempo non è rimasto con le mani in mano. E ha appena incassato un'altra carica: è stato nominato alla guida del comitato territoriale di Unicredit, al posto dell'uscente Andrea Monorchio. Si tratta di un organismo che formula proposte per lo sviluppo del territorio. Al di là di un possibile conflitto di interessi per questa doppia carica, c'è un altro aspetto rilevante secondo gli insider della finanza capitolina: la nomina sarebbe un segnale preciso. E cioè che le banche, almeno Unicredit- Capitalia, sono ancora dalla parte di Mondello. Basterà a sventatre l'assalto alla presidenza della Camera di Commercio? p_foschi@yahoo.it Andrea Mondello Andrea Monorchio.

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Banca sella punta sui paperoni - stefano parola (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina X - Torino Banca Sella punta sui Paperoni I manager: "La scommessa private? Carte in regola per vincerla" STEFANO PAROLA Largo alle piccole. La fusione tra San Paolo e Intesa ha aperto nuovi spazi in regione e ad approfittarne sono proprio gli istituti medio-piccoli, che si contendono l'etichetta di banca piemontese più importante dopo che il gigante di piazza San Carlo si è imparentato e ha spostato il proprio baricentro verso Milano. In pole position c'è Banca Sella, che da qualche tempo ha deciso di premere l'acceleratore anche sul settore "private" attraverso la sua controllata Banca Patrimoni: 17 milioni di utile netto nel 2007, maturati anche grazie ad una plusvalenza derivata dalla cessione di una parte della quota di partecipazione in Borsa Italiana, e 4 miliardi di raccolta intermediata. "La dimensione - spiega Silva Lepore, nuova responsabile Private della controllata del gruppo Sella - non è un fattore indispensabile. è la prossimità ad essere necessaria. Per questo motivo abbiamo scelto di essere il più vicino possibile al cliente". Una strategia che ha avuto ulteriore impulso nel novembre dell'anno passato, quando in Banca Patrimoni Sella & C. è confluita la rete di promotori finanziari di Sella Consult. Ne è nato un soggetto rafforzato, con 11 succursali, 40 uffici di promozione finanziaria dislocati in tutta la Penisola, 176 dipendenti e 350 promotori. Origini biellesi, diramazione corposa sul territorio, ma la sede centrale è a Torino, in piazza Cln: "Per noi - spiega il vice-presidente Massimo Coppa - il capoluogo resta una piazza importantissima, in cui siamo convinti che ci siano ancora molti "paperoni" e molti spazi in cui inserirsi". I clienti torinesi, come del resto quelli di tutta la regione, hanno almeno una caratteristica che spesso prevale su tutte le altre: "Amano la discrezione - dice Silva Lepore -, in linea con lo storico comportamento sabaudo". Poi c'è la prudenza, altro tratto che caratterizza l'investitore piemontese rispetto agli omologhi delle altre regioni, soprattutto di quelle del Nord. è per questo motivo, secondo Coppa, che dovrebbero apprezzare la formula del gruppo biellese, che si avvale di "un azionariato stabile, indipendente e privo di conflitti di interessi" e che preferisce evitare i prodotti complessi. "Niente subprime: la nostra priorità è garantire analisi approfondite su ciò che offriamo ai nostri clienti", sostiene il vice-presidente. L'avventura del gruppo Sella nella gestione dei patrimoni è iniziata nel 1993, con la nascita della sua società d'investimento mobiliare. Poi la scelta, nel 2005, di farla diventare una banca a tutti gli effetti: "Abbiamo preferito questa denominazione - racconta Federico Sella, amministratore delegato di Banca Patrimoni nonché figlio di Maurizio, il presidente del gruppo - a quella di Società di risparmio gestito perché crediamo che renda meglio l'idea della nostra mission, che è amministrare bene la ricchezza, non solo gli asset mobiliari ma tutto il patrimonio nel suo complesso". Per diventare cliente private della banca la soglia è fissata a 500 mila euro, "ma noi - continua Sella - vogliamo dare servizi di qualità a tutti, anche ai clienti retail che si rivolgono a noi per poche migliaia di euro". "Bisogna essere flessibili", aggiunge la responsabile private Lepore, e per esserlo Banca Patrimoni offre tre modalità di investimento: una condivisa, in cui banker e cliente scelgono insieme su quali prodotti investire; una composta da cinque pacchetti "preconfezionati", con un mix variabile di azionario e obbligazionario; un'altra del tutto personalizzabile da parte dell'investitore. "Tre linee - conclude Lepore - che derivano da una lunga attività di ascolto delle esigenze del cliente".

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Il cinema nelle città invisibili Una rassegna al Filmstudio su conflitti e integrazione nelle metropoli contemporanee (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Il cinema nelle città invisibili Una rassegna al Filmstudio su conflitti e integrazione nelle metropoli contemporanee Federico Pedroni Italo Calvino scriveva che "la città non è solo un insieme di mattoni, ma quella strana cosa che sono le relazioni tra le persone". Da questa frase prende spunto una rassegna che inizia venerdì al Filmstudio e che, attraverso quattro giornate tematiche, cercherà di analizzare come il cinema contemporaneo abbia affrontato il rapporto tra uomo e metropoli. Il titolo del ciclo è emblematico - Frontiere invisibili. La città moderna tra conflitti e integrazione - ed emblematici sono i luoghi scelti per analizzare le mutazioni della città di oggi, delle nuove tensioni, delle problematiche che segnano la vita dell'Europa: l'Italia, la Germania, cuore culturale dell'Europa, la Polonia, che dal blocco sovietico irrompe nella Comunità Europea, e l'Olanda, terra di tolleranza e libertà esemplare nel panorama continentale. Le nuove migrazioni, l'influenza ineludibile della Storia, i disagi delle periferie e il potere che la musica ha di abbattere le barriere sociali, razziali e culturali nelle nuove realtà metropolitane sono raccontati da autori noti al pubblico italiano (Fatih Akin, Davide Ferrario, Jerzy Stuhr) e, attraverso alcune anteprime italiane, da registi emergenti come la tedesca Angelina Maccarone, che nel suo Vivere racconta il difficile e intenso rapporto tra due sorelle in viaggio tra Colonia e Rotterdam, o il polacco Robert Glinski che, in Wrózby kumaka e in Czesc Tereska, tenta attraverso i suoi protagonisti di definire il presente della sua nazione. Un viaggio tra film di finzione e documentari per provare a capire un po' di più delle città in cui viviamo. www.filmstudioroma.com - Via degli Orti d'Alibert 1/c - 06.45439775 Goethe-Institut Rom www.goethe.de/ins/it/rom/itindex.htm Via Savoia, 15 Tel. 06.8440051.

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Scrittura e conflitti (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - MILANO - sezione: Tempo Libero - data: 2008-06-03 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE IL CORSO Scrittura e conflitti U n laboratorio di scrittura sui conflitti, come potere e sopraffazione, amore e dolore, per imparare la scrittura drammaturgica con confronti tematici che vanno dal Sat Nam Rasayan alle costellazioni di Hellinger. "Margini di miglioramento" è il corso residenziale di Ass. Bartleby condotto dallo scrittore Giampaolo Spinato dal 21 al 25 luglio sul lago Maggiore (iscrizioni entro il 30 giugno, quote 470/380 euro, info e iscrizioni 338.39.28.412). (Ida Bozzi).

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Un mondo dove una tendenza non plasma la realtà (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

"Finanza e poteri" di Gianfranco La Grassa. Il capitalismo contemporaneo modellato dai conflitti tra le diverse strategie nazionali e sovranazionali Emiliano Brancaccio Rosario Patalano List oltre e persino contro Marx. È questo l'architrave del nuovo libro di Gianfranco La Grassa (Finanza e poteri, manifestolibri, pp. 158, euro 18). Per sancire la sua uscita definitiva dal marxismo, l'autore recupera il pensiero dell'economista tedesco di metà Ottocento Friedrich List e lo sviluppa in chiave inedita. List viene solitamente ricordato per il contributo teorico in tema di "industria nascente" e per avere invocato il protezionismo in difesa degli interessi nazionali della Germania, contro l'ideologia del libero scambio che veniva all'epoca propugnata da un'Inghilterra egemone. Per La Grassa la specifica analisi di fase di List può rivelarsi estremamente utile anche oggi. List ci aiuta infatti a comprendere che la globalizzazione capitalistica dei giorni nostri, ruotante attorno al nucleo egemone statunitense, ha le sue fratture, e che spesso queste fratture seguono il percorso dei confini nazionali. La nazione diventa quindi una chiave di lettura molto più efficace dell'internazionalismo proletario di masse affamate e sfruttate, o dell'ideologia pacifista neoliberale che descrive il mondo come una rassicurante superficie levigata e priva di increspature. Gli attriti internazionali si impongono, e non solo riguardano la contrapposizione tra nazioni ricche e nazioni disperate ma coinvolgono pure i rapporti tra le grandi potenze che si confrontano con la nazione dominante per insidiare il suo primato. List dunque insegna: si può rispondere al dominio monocentrico della nazione egemone solo animando una nuova fase policentrica di conflitti interstatuali. Chiaramente, l'esito potenziale di un simile sbocco è tutto da vedere. Ma è esattamente questo carattere di indeterminatezza e di apertura che, ad avviso di La Grassa, rende il possibile, futuro trapasso da un'epoca di monocentrismo ad una di policentrismo di estrema rilevanza politica. Questo a nostro avviso è il punto di maggiore interesse di questo volume. L'autore ha infatti il merito di condurre alle estreme conseguenze l'analisi dei rapporti internazionali e della loro evoluzione, e se anche magari può non convincere pienamente il lettore, in ogni caso lo costringe ad assumere una posizione secca e non più ambigua sulla questione. Per intenderci: se si accettano sia la tesi che gli auspici di La Grassa, diventa logicamente necessario mettere al bando la doppiezza che ha caratterizzato la politica estera di questi anni, soprattutto a sinistra. Dall'adesione ai bombardamenti Nato su Belgrado alla trovata della "spirale guerra-terrorismo", sono numerosi gli esempi in cui gli eredi dei movimenti operaio e comunista hanno mostrato una palese inadeguatezza rispetto ai tempi, una incapacità strutturale di spingere nella direzione del policentrismo al fine di sfruttare le congiunture che potrebbero derivarne. Una fragile biforcazione La capacità di evocare un limpido bivio politico è un merito indubbio. C'è tuttavia nella biforcazione di La Grassa un che di teoricamente fragile, che potrebbe avere ricadute deleterie sul piano dell'azione. Il problema principale scaturisce dal fatto che La Grassa si impegna con foga in un attacco al carattere destinale, teleologico, messianico dell'analisi marxista tradizionale. Ora, questo attacco al messianesimo e ai suoi ultimi scampoli odierni è ossigenante e benvenuto, come del resto quasi sempre accade quando capita di recuperare le eccezionali critiche di Althusser al marxismo ortodosso. L'unico grave errore di La Grassa verte sul fatto che, nell'impeto polemico, egli sembra voler fare ricadere nel calderone del teleologismo tutte le cosiddette "leggi di tendenza", inclusa quella alla centralizzazione dei capitali. Il che è strano, dal momento che tutti i dati indicano che quella tendenza rappresenta una delle poche costanti generali di sistema in un mare di soluzioni di continuità. A quanto pare insomma La Grassa va ben oltre il giusto attacco al messianesimo ortodosso. Egli in realtà punta equivocamente a relativizzare la tendenza alla centralizzazione al fine di contestare alla radice l'obiettivo marxista di costruire una teoria generale del capitalismo. Eppure in tal modo egli finisce per indebolire e non certo per rafforzare le sue tesi. Infatti, rimarcare l'assoluta rilevanza delle forze tendenti alla centralizzazione capitalistica non obbligherebbe certo ad assecondare le vecchie suggestioni socialdemocratiche su una finanza sempre più concentrata e parassita, né tantomeno le attuali ingenuità dedite alla banalizzazione del quadro politico, comodamente diviso tra grande capitale mondiale e masse globali diseredate. Al contrario, esaminare a fondo il moto interno dei capitali, la loro continua tendenza non solo a distruggersi ma anche ad accorparsi e a incastrarsi gli uni negli altri, aiuta a porre in luce proprio la genesi delle - possibili e mai certe - controtendenze, delle forze reattive che cercheranno di opporsi a quel moto. Del resto, la stessa tesi lagrassiana dei trapassi storici dal monocentrismo al policentrismo a nostro avviso non può tenersi in piedi tramite la mera evocazione del "conflitto strategico", quasi che fosse una tendenza antropologica in sé. Quella tesi regge soltanto attraverso l'analisi del processo di centralizzazione quale detonatore del conflitto inter-capitalistico e della crisi politica che può conseguirne. Si può davvero sfruttare l'emergenza, la congiuntura, il "fulmine", come ama definirlo La Grassa, solo se si conosce la corrente profonda del fiume. È questo, in fin dei conti, l'insegnamento del Marx anti-teleologico riletto da Althusser. La Grassa farebbe bene, al riguardo, a fare un passo non indietro ma in avanti, e quindi nuovamente in direzione di Marx. Dominanti e dominati Resta infine il macigno dell'abbandono lagrassiano della categoria della "classe", intesa essenzialmente nella sua dimensione soggettiva. L'autore preferisce ad essa la distinzione tra i cosiddetti "dominanti decisori" e i cosiddetti "dominati non-decisori", e tende a individuare i momenti di rottura sistemica nel conflitto interno ai primi, coi secondi a svolgere il ben più modesto ruolo delle truppe. Ora, del tutto indipendentemente dalle intenzioni dell'autore, va detto che una simile classificazione può trovare più di una sponda favorevole tra le categorie politico-sociologiche dei fascismi. Il problema principale tuttavia non è questo. La questione di fondo è che La Grassa abbandona la soggettività di classe di tipo marxista, notoriamente problematica, per proporre una classificazione forse ancor più ambigua. Solo per citare un esempio: abbiamo elementi che ci permettano di considerare il "caso Lenin" più facilmente interpretabile in base alle categorie lagrassiane rispetto a quella del partito rivoluzionario d'avanguardia di classe? La risposta è a nostro avviso negativa. Su questo punto decisivo il gioco pericoloso di La Grassa non sembra dunque valere la candela.

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I limiti della natura allo sviluppo dei desideri (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Incontro con il sociologo e ambientalista tedesco, che sulla scia di Ivan Illich studia una via per combinare la giustizia sociale con quella ecologica, trasformando i valori culturali che contribuiscono a formare l'universo simbolico I limiti della natura allo sviluppo dei desideri L'idea che la qualità di una società si possa giudicare dal livello della sua produzione economica interiorizza una concezione materialistica inaugurata da Truman nel 1949: prima questa idea non esisteva Giuliano Battiston Allievo di Ivan Illich, nel corso della sua attività Wolfgang Sachs si è esercitato costantemente con gli strumenti della scienza e della sociologia, ma prima ancora con quelli della teologia. Non l'ha fatto però "con l'intenzione di edificare un ulteriore piano nell'edificio teorico delle varie discipline accademiche", ma per mettere quegli strumenti "al servizio del cambiamento sociale ed ecologico". Convinto che sostenibilità significhi, "prima ancora che la salvezza delle balene", "la ricerca di una civilizzazione che sia in grado di estendere l'ospitabilità del pianeta" e promuovere la cittadinanza globale, e che a sua volta il cosmopolitismo sia "immaginabile soltanto sulla base di una trasformazione ecologica degli attuali modelli di produzione e consumo", Wolfgang Sachs ricerca da tempo la giusta via per combinare giustizia sociale ed ecologica. E suggerisce che una società compatibile con l'ambiente e con le richieste di redistribuzione e riconoscimento avanzate da chi ha meno privilegi possa passare solo attraverso un doppio binario: "sia attraverso una razionalizzazione intelligente dei mezzi sia moderando la portata dei suo scopi". Per farlo - questa la convinzione più profonda di Sachs - occorre però trasformare i valori culturali (e gli schemi istituzionali) che contribuiscono a formare l'universo simbolico di una società. Se ieri questa trasformazione era una opzione, oggi è una necessità: l'alternativa, "per dirla in modo rozzo, è tra giustizia e autodistruzione". Abbiamo incontrato Wofgang Sachs a Firenze, dove è stato tra i protagonisti di Terra Futura, la mostra-convegno dedicata alle "buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale". In molti dei suoi libri - per esempio in "Ambiente e giustizia sociale", così come nell'introduzione al "Dizionario dello sviluppo" - lei fa riferimento in modo esplicito "al magnetismo spirituale" di Ivan Illich e al debito intellettuale maturato nei suoi confronti: in che modo Illich ha influenzato il suo lavoro? Tra il 1972 e l'anno seguente mi sono ritrovato in Messico, a Cuernava, all'epoca del Centro di documentazione interculturale, e grazie alla mediazione di Illich ho avuto modo di conoscere non solo alcune specificità di quell'area geografica all'epoca definita Terzo mondo ma anche molte delle persone che gravitavano intorno a lui. I miei studi di teologia mi portavano a un certo scetticismo nei confronti della razionalità occidentale e della modernità in generale e questo scetticismo ha trovato poi una declinazione particolare nell'incontro con Illich, che aveva individuato strumenti molto efficaci per riconoscere e interpretare la gigantesca collisione, per dirla schematicamente, tra le culture non moderne e la modernità; o - in altre parole - per comprendere la grande transizione dalle società agricole alle società industriali e moderne. Proprio dalla lettura di Illich a questa transizione ho ricavato elementi essenziali per il mio lavoro. A proposito di collisioni, nell'introduzione ad "Ambiente e giustizia sociale" lei scrive: "Più o meno tutte le mie ricerche ruotano introno a un ricorrente sospetto: che il modello di sviluppo occidentale sia fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l'aspirazione di riconciliare l'umanità con la natura". Ci dice qualcosa di più di questo sospetto? È ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che questo modello di sviluppo contraddice e compromette la salvaguardia ambientale, tanto che il sospetto viene condiviso perfino da gran parte dell'élite economica e politica, almeno in Europa. Tre elementi in particolare vanno esaminati: nessuno nega più che ci troviamo a vivere nel caos dal punto di vista climatico, e molti sono consapevoli del fatto che questa situazione genererà conflitti, crisi e catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è importante, perché se una "stoffa" così imprescindibile alla civiltà industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa per questa civiltà sarà rilevantissima, tale da cambiarne profondamente i connotati. Il terzo aspetto è forse il più importante: fino a quando l'occidente è stato l'unico "colpevole ecologico" la consistenza del disastro ambientale poteva essere tenuta nascosta, ma con la crescita di India e Cina l'occidente è attraversato da un forte nervosismo. È una forma di vendetta del colonialismo, perché il colonizzato ha imitato il colonizzatore e ora l'imitazione minaccia la stessa integrità e sopravvivenza del colonizzatore. Se Cina e India non possono essere fermate, anche noi siamo costretti a modificare il nostro sistema. Oggi questi tre fattori hanno diffuso il sospetto, molto più acuto di quanto non fosse dieci anni fa, che questo modello di sviluppo non sia sostenibile a lungo termine. Nonostante la fiducia nel "progresso" risalga - come lei stesso riconosce - ad almeno duecento anni prima, lei è solito fissare l'inizio dell'epoca dello sviluppo al 20 gennaio 1949, in occasione del discorso inaugurale al Congresso del presidente americano Truman. Quale è la novità racchiusa nel discorso di Truman? Anche in questo caso ci sono tre elementi da considerare. Truman sostenne che tutte le nazioni del mondo corressero sulla stessa strada, il che vuol dire che sarebbero state inglobate all'interno della medesima concezione del tempo: un tempo unico, che come il progresso conosce solo il movimento in avanti o che si arresta; un tempo lineare, in cui il futuro è migliore del presente e il presente migliore del passato. L'idea di sviluppo deriva inoltre dal mondo biologico, e se per valutare lo stato di sviluppo di un fiore dobbiamo necessariamente conoscerne lo stato compiuto, maturo, allo stesso modo in termini socioeconomici non si può parlare di sottosviluppo senza implicare l'idea di una società completamente sviluppata, che in questo caso è quella occidentale. In questo senso non c'è sviluppo senza la contestuale attribuzione di una egemonia culturale alle società occidentali. Il terzo fattore invece rimanda forse con più evidenza ai temi ambientali: lo sviluppo, per dirla in termini schematici, introietta una concezione materialista della società, ovvero l'idea che la qualità di una società si possa giudicare dal livello della produzione economica. Prima di Truman questa idea non esisteva, perché anche il colonialismo ha sempre tenuto distinta la capacità produttiva di un paese e le sue risorse economiche dal livello morale della cultura e degli individui. Nello sviluppo inteso come modello di realtà, invece, queste due prospettive convergono, tanto che si stabilisce un'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà. Oltre all'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà, spesso, anche a sinistra, il paradigma "sviluppista" ha stabilito una equivalenza tra la crescita economica e la giustizia sociale, sulla base dell'idea che progresso e crescita potessero di per sé risolvere le diseguaglianze sociali. Lei invece ha spesso sottolineato la necessità di pensare insieme giustizia e limiti, più che giustizia e crescita... La concezione sviluppista rimanda a un'idea di crescita senza limiti, che si fonda sulla speranza per cui la crescita potrebbe essere infinita e non si dovrebbe badare più di tanto alla giustizia perché grazie alla crescita anche i poveri otterranno la loro parte. Vale qui la famosa metafora delle barche, per cui si crede che l'alta marea possa alzare tutte le barche insieme e allo stesso livello: è questa l'idea socialdemocratica della giustizia, oggi smentita drasticamente dalla storia. Perciò dobbiamo pensare giustizia e limiti insieme. Lo sviluppo, così come lo abbiamo inteso negli ultimi decenni, non può più essere la ricetta per garantire dignità ed equità a popoli e nazioni, ed è proprio questo il dramma odierno: il desiderio di dignità e i limiti della natura confliggono, e da questo scontro deriva la drammaticità della situazione in cui viviamo. In "Per un futuro equo", l'ultimo rapporto del Wuppertal Institut tradotto in italiano, si sostiene che per promuovere giustizia e libertà occorre concentrarsi non solo sui diritti dei deboli, ma anche, e soprattutto, sui doveri dei forti. Ma come è possibile diffondere un'etica kantiana, che postuli non tanto diritti universali quanto doveri universali, in un mondo in cui chi gode di più privilegi continua a sostenere che il proprio tenore di vita non è negoziabile? Già oggi la formula dello "stile di vita non negoziabile", usata da Bush padre nel 1992 durante la conferenza Onu di Rio de Janeiro, non tiene più. Nel corso della storia la giustizia non è mai opera del solo idealismo, ma della combinazione di idealismo e forza delle cose. Oggi la forza delle cose suggerisce la necessità di dimezzare le emissioni globali e per farlo bisogna convincere anche gli "altri", quegli altri che, come Cina e India, ogni anno acquisiscono un maggiore potere di negoziazione. Credo di non esagerare nel sostenere che ormai la politica ufficiale europea dia per scontato il fatto che lo stile di vita sia negoziabile: l'affermazione di Bush appartiene all'era fossile. L'Europa, secondo gli auspici del Wuppertal Institut, dovrebbe abbandonare la lealtà transatlantica e "presentarsi come portatrice del progetto di una società cosmopolitica, i cui pilastri si chiamano cooperazione, diritto ed ecocompatibilità". Sembra però che la strada da compiere sia ancora molto lunga... È una scommessa. Ci sono spinte che vanno in questa direzione ma anche in senso contrario. Nel caso dell'Europa mi sembra siano da evidenziare due linee di conflitto: la prima spaccatura, piuttosto evidente, è tra i paesi ex comunisti, che tendono ad apprezzare di più la libertà di mercato e a ridimensionare il ruolo dello Stato, e i paesi per così dire fondatori. L'altra spaccatura, troppo poco tematizza, è quella tra la politica ambientale e quella commerciale. L'interessante politica ambientale europea viene usata anche come uno strumento attraverso il quale dotare l'Europa di un profilo mondiale più riconoscibile, e rimanda alla necessità di individuare limiti e cambiare modelli di produzione e consumo; la politica commerciale invece è in contrasto rispetto a quella ambientale e riflette in gran parte le indicazioni del Wto: è un modello di libero mercato che non tiene in gran conto bisogni e diritti, interessato al predominio economico dell'industria europea e ossessionato dalla concorrenza con gli Stati Uniti e la Cina. Torniamo alla "polarità principale" individuata in "Per un Futuro equo": "da un lato il desiderio di uguaglianza e dignità delle persone e delle società è rivolto ai modelli di benessere dei paesi ricchi", dall'altro "la finitezza della biosfera impedisce di trasformare lo standard di vita del Settentrione in un modello di giustizia". Una delle possibili vie d'uscita suggerite è racchiusa nel modello concettuale di "convergenza e contrazione". Ce lo spiega? Partiamo dalla contrazione, che su un grafico apparirebbe come una curva discendente. Nel giro dei prossimi cinquant'anni i paesi "grassi", quelli che consumano molte risorse devono ridurre il consumo. Dall'altro lato molti paesi hanno la necessità e il diritto di ottenere di più anche in termini di uso delle risorse, aumentandone il consumo, entro un limite generale valido anche per loro; la loro curva nei prossimi cinquant'anni sarebbe in leggero rialzo, con un'ascesa che convergerebbe poi con il livello minimo dei paesi grassi. Tuttavia, se il discorso su convergenza e contrazione è ancora corretto nel suo complesso, quando lo abbiamo articolato, un paio di anni fa, non ci eravamo resi conto di un aspetto essenziale: per quanto riguarda le emissioni di CO2, anche se il nord drasticamente e abbastanza velocemente finisse di usare l'atmosfera come una discarica non rimarrebbe molto spazio per i paesi recentemente industrializzati. Se dovessimo rifare oggi quello schema, dovremmo essere molto più cauti.

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Banche via dai fondi, asse Giavazzi-Rossi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Economia - data: 2008-06-03 num: - pag: 30 categoria: REDAZIONALE Sul mercato "Va tagliato il legame tra gli istituti e le società di gestione" Banche via dai fondi, asse Giavazzi-Rossi DAL NOSTRO INVIATO TRENTO - Doveva forse essere un confronto fra intellettuali dell'economia su sponde opposte. Da un lato Guido Rossi, convinto che la crisi finanziaria porti con sé una violenta mutazione del capitalismo. Dall'altra Francesco Giavazzi, pronto a difendere l'utilità del credito flessibile all'americana "che dà una casa di proprietà agli immigrati messicani in media dopo meno di nove anni di soggiorno, anche quelli entrati come clandestini ". Alla fine dal dibattito fra i due a chiusura del Festival dell'Economia di Trento ieri è uscita invece quasi un'agenda per la finanza italiana. Un'agenda fatta di possibili nuove regole per rendere mercato e società più trasparenti. Con annesse almeno tre proposte di legge. La prima l'ha avanzata Giavazzi, editorialista del "Corriere" e docente di Economia alla Bocconi e al Massachusetts Institute of Technology. L'ha fatta con un richiamo alla legge americana del '33 che, in piena depressione, sciolse i conflitti d'interessi fra le banche d'investimento e quelle che raccolgono il risparmio. "Proponiamo insieme un Glass-Steagall Act italiano che vieti alle banche di possedere le società di gestione del risparmio" ha detto Giavazzi a Rossi, in linea con un'idea sulla quale insiste da tempo. Il giurista, ex presidente della Consob, si è subito detto "assolutamente d'accordo". E ha rilanciato con una proposta che rafforzi alcuni vincoli che in Italia in parte esistono già: "Regolerei le partecipazioni delle banche nelle imprese industriali e viceversa" è la proposta di Guido Rossi. Il direttore della "Stampa" Giulio Anselmi, nelle vesti di intervistatore, ha subito chiesto a Giavazzi se fosse d'accordo e lui, in linea di principio, ha confermato. Terzo terreno comune, quello del governo d'impresa. Qui la prima mossa a Trento è stata di Giavazzi, ma Guido Rossi in realtà l'ha scritto nel suo ultimo libro: "Vieterei che i membri non esecutivi dei consigli d'amministrazione - ha proposto l'economista della Bocconi - posseggano delle stock option, che li porterebbero ad avere interessi allineati con gli amministratori delegati, gli stessi in teoria loro dovrebbero controllare ". Fin qui l'agenda comune, ma né Guido Rossi né Giavazzi hanno risparmiato le stilettate. Quella del giurista è andata alla Consob che per lui "si è dimostrata in qualche caso un po' senza poteri e forse un po' distratta". L'economista invece ha bocciato la proposta del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sui dipendenti- azionisti: "Troppa concentrazione del rischio: se un'azienda fallisce, chi ci lavora perde il posto e anche il suo risparmio". Stock option Proposto anche il divieto di possedere stock option per i consiglieri non esecutivi Federico Fubini.

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Se la società occidentale non vuol più combattere (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 03-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Opinioni - data: 2008-06-03 num: - pag: 36 autore: di MAX HASTINGS categoria: REDAZIONALE GUERRE E SOLDATI Se la società occidentale non vuol più combattere I l ministero della Difesa del Regno Unito è impegnato in uno spiacevole processo definito come un "miniriesame in materia di difesa". Gruppi di ufficiali dell'esercito e funzionari del governo stanno analizzando ogni aspetto dei programmi di spesa e di equipaggiamento nel disperato tentativo di risparmiare denaro. Le cifre dell'anno in corso quadrano solo grazie a una contabilità creativa, rimandando al 2010 alcuni conti molto salati. Già è risaputo che occorre cancellare i più ambiziosi programmi di difesa britannici. Le portaerei, che stanno tanto a cuore alla Marina? Gli ufficiali taglierebbero proprio queste per prime, ma poiché le navi significano posti di lavoro per l'elettorato laburista, verranno quasi sicuramente risparmiate. Le fregate e i cacciatorpediniere? Almeno due vascelli di scorta, già in cantiere, saranno eliminati. L'esercito teme per i mezzi corazzati di nuova generazione. Numerosi quartier generali dovranno chiudere. Il generale Sir Richard Dannatt, capo di stato maggiore, non è riuscito a convincere i ministri a firmare nuovi finanziamenti per le forze armate. Le richieste di Dannatt sono motivate dal fatto che i suoi soldati stanno affrontando un conflitto di primaria importanza, in Afghanistan, con mezzi inadeguati, mentre altri quattromila soldati sono impegnati nel teatro di guerra iracheno per tener buoni gli americani. Inoltre l'esercito britannico mantiene una considerevole forza di pace nei Balcani. Ma il governo britannico, e ancora di più i parlamentari laburisti, restano profondamente convinto che le guerre di Tony Blair hanno regalato solo imbarazzo e problemi al Paese. E pertanto non si sogna neppure di sprecare altri soldi per arruolare nuovi soldati né tantomeno per schierarli in combattimento. Tale scetticismo è comprensibile, ma la conclusione alla quale si è giunti è sbagliata. Malgrado il profondo sconcerto per i gravissimi errori commessi in Iraq e in Afghanistan, resta comunque di fondamentale importanza per la Gran Bretagna possedere un esercito credibile. Un organico di centomila soldati risulta insufficiente. Nel XXI secolo si scateneranno nuovi conflitti nei quali il Paese sarà costretto a intervenire o a partecipare come forza di pace, che gli piaccia o no. La Gran Bretagna da sola non può riempire il vuoto abissale lasciato in Afghanistan da quei Paesi Nato che si rifiutano di combattere o di contribuire alla ricostruzione. Ma non può nemmeno sperare di vincere questa guerra, o qualunque altra, senza un numero adeguato di truppe. I numeri contano, eccome. In un momento di crisi, non è accettabile che le potenze occidentali dichiarino: "Invieremo più soldati " per poi spedire tre uomini e un cane. Nessuna strategia darà i frutti sperati se non ci sono soldati a sufficienza, coadiuvati da un forte sostegno umanitario. Molti analisti hanno osservato che i contingenti spediti da Tony Blair e dall'allora ministro della Difesa John Reid nella provincia di Helmand, in Afghanistan, erano del tutto inadeguati allo scopo e rappresentavano semmai una strategia simbolica. E così è stato in realtà. La politica occidentale in materia di difesa resta ancorata all'idea di rappresentanza formale fino a che tutte le nazioni europee, e in primo luogo gli Stati Uniti, non saranno disposti a spedire un numero adeguato di soldati di fanteria - di gran lunga più importanti per le "guerre tra la gente" rispetto a carri armati e bombardieri invisibili - per raggiungere gli obiettivi. La responsabilità di queste carenze tuttavia non può essere addossata esclusivamente ai governi. Parte del problema nasce dai mutamenti della nostra cultura. Diventa sempre più difficile per le società occidentali reclutare soldati di fanteria. La maggior parte dei reggimenti britannici di fanteria è a corto di effettivi, in particolare le unità scozzesi, e non solo per le economie del Tesoro, ma anche perché il reclutamento è sempre più arduo e il tasso di abbandono sempre più elevato. Per secoli, gli eserciti sono stati composti per lo più da giovani della classe operaia, spesso scarsamente qualificati. Costoro abbracciavano una vita di avventura e cameratismo, disposti ad accettare sia il dovere di uccidere che il rischio di morire. Ben di rado entravano nell'esercito per scelta, eppure molti finivano col far carriera in uniforme. Oggi, invece, sia alla scuola che alla famiglia ripugna vedere i ragazzi interessati alla vocazione del guerriero. Trovano disdicevole la nozione di armare gli adolescenti per inviarli a combattere, qualunque sia la causa. Grazie a Internet, uno scambio radiofonico tra una giornalista e il generale australiano Peter Cosgrove è entrato nel mito contemporaneo. Cosgrove, capo di stato maggiore in Australia, descrive alla radio un programma per introdurre i boy scout australiani alla vita avventurosa del soldato, invitandoli a visitare le basi dove potranno misurarsi con le arrampicate, la canoa, il tiro con l'arco e col fucile. "Col fucile? - esclama la giornalista, spaventata -. Non le sembra un'idea irresponsabile? ". "Non vedo perché - risponde il generale -. I ragazzi saranno attentamente controllati nel poligono di tiro". Ma l'intervistatrice non è convinta: "Non crede che sia molto pericoloso insegnare queste cose ai ragazzi? In questo modo li equipaggia alla violenza e all'omicidio". Cosgrove resta impassibile: "Beh, lei è equipaggiata per fare la prostituta, ma non lo è, dico bene? ". Molte persone condividono la ripugnanza istintiva della giornalista per le armi, come pure per altri aspetti della vita militare. Inoltre c'è il problema della scarsa prestanza fisica di molti adolescenti nell'affrontare la carriera militare. L'esercito britannico si sforza di ridurre l'elevato tasso di abbandono nei corsi di formazione di base per le nuove reclute, perché queste non accettano la disciplina o non riescono ad affrontare la preparazione fisica. Per gli adolescenti che rinunciano a camminare se possono prendere la macchina ed esprimono il loro entusiasmo per lo sport facendo il tifo davanti alla tv, i percorsi di guerra appaiono insostenibili. Il risultato è che tutte le nazioni occidentali hanno difficoltà nel reperire giovani reclute disposte a imbracciare il fucile sul campo di battaglia ed è sempre più difficile prevedere futuri scenari sociali che possano rovesciare questa tendenza. Le forze armate, in quanto istituzione, godono ancora di grande rispetto nell'opinione pubblica, ma questo non conta nulla se non si traduce nella volontà dei giovani di entrare nell'esercito e fare il proprio dovere. Paradossalmente proprio Tony Blair, che ha messo alla prova le forze armate britanniche più di qualsiasi altro primo ministro moderno, ha inflitto loro un colpo durissimo, associandole a cause impopolari e a guerre che forse sarà impossibile vincere. I tre rami delle forze armate britanniche oggi sono così carenti di effettivi che, qualora le attuali politiche e difficoltà dovessero protrarsi, sarà quasi impossibile arrestarne il declino. A meno che uno non sia un pacifista convinto, che rifiuti l'impegno militare in qualsiasi luogo e per qualsiasi causa, occorre riconoscere che gli interessi nazionali saranno a rischio se le forze armate verranno screditate e penalizzate per gli errori politici di un primo ministro. Si sente ancora ripetere che le forze armate britanniche sono le migliori al mondo. In realtà, non lo sono più. Per quanto ben preparate sotto il profilo professionale, oggi sono troppo esigue per fronteggiare i molti impegni loro assegnati. Anche se i ministri cercheranno di farci credere il contrario, il pubblico non deve lasciarsi ingannare. © Guardian News & Media Ltd 2008 Traduzione a cura dello Iulm.

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Matteo Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda <Una delle crisi umanitari (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 04-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Matteo Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo" Matteo Fraschini Koffi Gulu (Uganda) Jan Egeland, inviato speciale delle Nazioni Unite per le Emergenze, ha definito nel 2006 il conflitto in Nord Uganda "Una delle crisi umanitarie più dimenticate dal mondo". Eppure sciami di auto delle decine di organizzazioni non governative (Ong), si sono riversati in questa zona dell'Africa come api sul miele. Durante gli anni più bui del conflitto in pochi osavano raggiungere Gulu, una cittadina di qualche decina di migliaia di anime che ora, grazie alla sua posizione strategica, è diventata un nuovo centro commerciale in continua espansione. Ma le cose possono cambiare nel giro di poche ore, specialmente quando le condizioni per una nuova fiammata di violenze si sentono nell'aria e tra le strade polverose del capoluogo nord-ugandese. Era l'ottobre del 2005 quando la Corte Penale Internazionale (Icc) ha formulato il mandato d'arresto per Joseph Kony, il leader dei ribelli del Lord Resistance Army (Lra), e altri quattro dei suoi comandanti. Ma grazie al processo di pace iniziato con le prime apparizioni di Kony avvenute nei luoghi inospitali del Sud Sudan e nelle fitte foreste pluviali del Congo, il mandato d'arresto è rimasto in sospeso. Dopo una serie di incontri riusciti e falliti, la delegazione per l'accordo di pace, con a capo il Vice Presidente del Governo del Sud Sudan, Riek Machar, era ad un passo dal portare a termine la missione. La firma dell'accordo tra il governo ugandese di Yoweri Museveni e i ribelli avrebbe dovuto mettere fine a vent'anni di guerra, una delle più lunghe che abbiano mai marchiato il suolo del continente africano dalla fine del colonialismo. Le speranze erano ancora vive. Ora è tutto finito. Il leader, lo spiritato Kony, colui che sostiene di essere immune ai proiettili, non si è presentato alla cerimonia ed è ritornato nel bush. "Ha dichiarato che morirà combattendo" sono state le ultime parole del suo portavoce. E i suoi seguaci hanno ricominciato a rapire anime, minorenni per la maggior parte, costretti a mutilare, uccidere e odiare i propri connazionazionali. La Icc non ha perso tempo a rispondere con l'annullamento della sospensione, e il mandato d'arresto è di nuovo attivo, ma questa volta in modo definitivo. Più di 50 mogli, 20mila bambini rapiti, 33 capi d'accusa per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Sono solo alcune delle cifre che l'ex chierichetto di Odek, un villaggio a pochi chilometri da Gulu, è riuscito a procurarsi negli anni. "Kony era anche un ottimo ballerino, aveva tutte le donne ai suoi piedi" ha confermato un suo ex compagno di classe. Aderendo al Movimento dello Spirito Santo fondato da Alice Lakwena (forse sua cugina) per combattere il governo di Museveni e difendere la popolazione degli Acholi, nell'87 Kony ha deciso di ritirarsi nella foresta per dare inizio a una guerra civile basata sui dieci comandamenti biblici. Riconosciuto come uno dei più brutali conflitti al mondo, è indispensabile chiedersi perché tali avvenimenti abbiano potuto protrarsi per così tanto tempo. Le conseguenze del conflitto sono state devastanti, e la popolazione, di cui 1.5 milioni vivono in campi per sfollati (Idp camp), sta pagando un prezzo molto alto. "Kony è pericoloso, ma ormai è solo una pedina usata da forze ben più grandi di lui" afferma Silvanus Okela, ex ribelle riuscito a fuggire tre volte, e ora direttore di Kicaber, un'organizzazione non governativa che facilita il ritorno dei ribelli nella società. "La mia Ong ha bisogno di fondi per permettere ai bambini che seguiamo di andare a scuola. Un modo anche per evitare che siano rapiti e siano condannati a soffrire come ho sofferto io nei miei anni con l'Lra". Verso la metà degli anni '90 il governo di Khartum, in Sudan, iniziò a finanziare e a rifornire di armi l'Lra. Kony doveva rappresentare la spina nel fianco di Museveni, il quale iniziò a sostenere il Governo del Sud Sudan (GoSS) di John Garang, morto in un misterioso incidente di elicottero nel 2005. In questa situazione naturalmente si aggiunsero le potenze occidentali, ognuna con i propri scopi e obbiettivi. Ora l'area tra l'Uganda, il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo, è una delle zone più calde del pianeta, dove ogni traffico è permesso. Il quotidiano ugandese The Monitor ha recentemente pubblicato le interviste di alcuni ex bambini-soldato che temono un nuovo inizio delle ostilità e un loro ulteriore rapimento da parte dei ribelli che non ci penseranno due volte a ucciderli, probabilmente con l'accusa di tradimento. La popolazione sarà quindi costretta a scegliere tra l'Lra e le Forze di Difesa del Popolo Ugandese (Updf). Il pensiero comune è che Kony abbia avuto paura di essere arrestato dalla Icc e per questo si sia rifiutato di firmare l'accordo. Ma la giustizia tradizionale, che nel caso di Kony avrebbe trovato una riconciliazione con il popolo degli Acholi e lo avrebbe visto bere un'amara bevanda come punizione per i suoi massacri (pratica chiamata mato oput ), è diversa dalla giustizia Occidentale. C'è chi dubita appunto che Kony non abbia mai avuto veramente le intenzioni di firmare alcun accordo. Nel rapporto del think-tank statunitense "Enough", John Prendegast dell'International Crisis Group (Icg) ipotizza che questi due anni di negoziati siano serviti a Kony unicamente per rifornirsi di cibo, armi e nuovi alleati. I ribelli hanno infatti appena rapito cento bambini nella Repubblica Centro Africana, e hanno attaccato tra la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, bruciando villaggi e mietendo altre vittime. Queste, purtroppo, potrebbero essere le basi per una nuova fase della guerra nel lontano e dimenticato Nord Uganda. 04/06/2008.

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CERCANDO IL DECORO URBANO (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 04-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - ROMA - sezione: PRIMA PAGINA - data: 2008-06-04 num: - pag: 1 autore: di GIUSEPPE STRAPPA categoria: REDAZIONALE LA FORMA DELLA CITTà CERCANDO IL DECORO URBANO F orse è una buona idea quella dei lettori che propongono, nelle "lettere al Corriere", un assessorato all'arredo urbano dedicato a difendere gli spazi del nostro centro storico. Ma il vero problema è che le trasformazioni in corso, il loro carattere consumistico e volgare, sono il sintomo superficiale di un male ben più profondo. La forma della città, non solo quella dell'architettura, ma anche quella mobile e fluida della vita che vi scorre, non è casuale. La marea montante di recinzioni in alluminio, chiusure di plastica, l'invasione dei tavolini sono l'espressione di un conflitto tra interessi diversi e spesso ingenti (qualcuno ricorderà gli articoli dei quotidiani sull'entità e la provenienza degli investimenti in molti locali del centro storico). Una battaglia per la sopravvivenza, dunque, dove la buona volontà di qualche associazione e di pochi tecnici è destinata a soccombere. In queste condizioni l'arredo urbano non può che essere una delle disgrazie di questa città, lo strumento per trasformare in merce i nostri spazi pubblici. L'architettura di gazebo e tettoie, il disegno, a volte elegante, di pavimentazioni e marciapiedi divengono così una mediazione, servono a metabolizzare l'invasione rendendola, allo stesso tempo, gradevole e permanente. Ero stato facile profeta quando prevedevo, su queste pagine, gli esiti della delibera per le "piazze-salotto": si veda di chi sono oggi quei salotti e se i cittadini ne traggano qualche vantaggio. Per questo credo che, nella situazione attuale, piazze e strade storiche non vadano toccate, che debbano solo essere gelosamente protette, liberate da ogni corpo estraneo, restaurate. La vera modernità, per il nostro centro storico, è la sua appassionata tutela. E il nuovo assessorato non si dovrebbe chiamare, quindi, "all'arredo" ma "al decoro urbano". Dovremmo avere il coraggio di usare questo termine che sa di vecchie, buone maniere: meglio un leggero odore di polvere che gli scempi della cattiva gestione e della sua figlia naturale, l'architettura-spazzatura.

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I veri nodi in gioco nell'agenda di Rifondazione (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 04-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

L'opinione I veri nodi in gioco nell'agenda di Rifondazione Alberto Burgio Se Rifondazione comunista non riesce a essere sede di un "lavoro comune di indagine e proposta" per l'elaborazione di una "visione comune" alle forze della sinistra; se non riprende il cammino della Sinistra Arcobaleno, bruscamente interrotto dalla disfatta elettorale, allora il suo travaglio è sterile e insignificante. In questo caso, "che ci importa del suo congresso?". Così Rossana Rossanda chiude la sua lettera a Rifondazione (il manifesto, 17 maggio 2008). Provo a rispondere non eludendo la questione. Cruciale, ma alquanto dilemmatica. Rossanda mette in chiaro quel che a lei, "vecchia comunista", sta più a cuore. Il problema dei problemi è il lavoro, la solitudine del lavoro dipendente. Sul piano materiale, il problema si chiama precarietà, basso salario, disoccupazione. E ancora: peggioramento delle condizioni di lavoro (ritmi, orari di fatto, carichi, ripetitività, infortuni); non riconoscimento delle prestazioni reali; aumento delle differenze normative e salariali, oggi tra segmenti della stessa filiera, domani tra singoli dipendenti della stessa impresa. Queste alcune delle questioni essenziali. Che cosa comporta una simile impostazione? Forse che ci si disinteressi degli altri terreni di conflitto: delle questioni ambientali e istituzionali, delle differenze di genere e dei diritti civili, della guerra e dei diritti umani? Naturalmente no. Certo però porta con sé, questa impostazione, una prospettiva influente sulla lettura della realtà: una direzione dello sguardo, suggerita da un principio ordinatore. Se si ritiene cruciale un terreno di conflitto, ciò non deriva da opzioni personali di gusto o di interesse, ma dal modo in cui si leggono processi e conflitti. E questo modo rimanda a sua volta a un quadro di riferimento, a una ipotesi teorica, a una cultura politica. Che diventa poi - anzi che è in se stessa - pratica politica: su questa base si costruiscono agende e programmi e si definiscono obiettivi di lungo periodo e identità; su questa base si cercano alleanze e si prende posizione anche sullo spartiacque che da oltre un secolo divide le due famiglie della sinistra in Europa, la socialdemocrazia dalla sinistra anticapitalista e rivoluzionaria. Temi lontani? Inutili astrazioni? No, questioni all'ordine del giorno, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Guglielmo Epifani riguardanti precisamente il conflitto capitale-lavoro. Conflitto che il segretario generale della Cgil non ritiene più inevitabile (men che meno costitutivo di questa forma sociale), visto che inclina a ritenere gli interessi del lavoro e dell'impresa non solo "conciliabili" ma addirittura identici. Epifani non ha detto queste cose in un convegno di studiosi, ma alla Conferenza organizzativa della Cgil. E si riferiva alla "riforma" del modello contrattuale in discussione tra le parti sociali. Prendeva posizione - mostrando di apprezzarla - sulla filosofia collaborativa della Cisl che il governo naturalmente sponsorizza. Ora, ho l'impressione che sull'impostazione suggerita - se capisco - da Rossanda non vi sia accordo a sinistra. Anzi. Mi pare che non vi sia accordo nemmeno sulla possibilità di individuare un terreno cruciale di conflitto, quella che un tempo si chiamava "contraddizione principale". Da più parti (anche da una parte di Rifondazione comunista) ci si contrappone esplicitamente a questa idea, considerata "vecchia", residuale, novecentesca. Viziata da "lavorismo" (come se si potesse sostenere una lettura di classe abbandonando l'assunto della funzione sovraordinatrice del modo di produzione dominante). Del resto sappiamo bene che proprio intorno a questi temi si è sviluppata per decenni una discussione importante, che ha liberato nuovi saperi e nuove culture critiche. Ma che ha anche alimentato divergenze che sono parte - espressione e sostanza - della nostra stessa crisi. Se questo è vero, il lavoro comune di cui Rossanda parla non può per definizione essere assunto e portato a compimento da un partito. Che è tale solo se opera una scelta, se si dà un quadro di riferimento: se decide - certo, ponderatamente e senza riduzionismi - di tagliare la complessità scegliendo una direzione prevalente di ricerca e di iniziativa. Sembra riconoscerlo anche Rossanda, che a più riprese sottolinea la necessità di "darsi tempo" al cospetto di un "lavoro immenso". Ma il tempo è proprio quello che scarseggia, visto che non possiamo concederci il lusso di farci assorbire dalla discussione sospendendo l'intervento politico, mentre il paese subisce l'attacco quotidiano di una destra determinata a chiudere la partita con quanto resta del movimento operaio e della Repubblica nata dalla Resistenza. E allora? Allora forse non aiuta porre alternative secche, che rischiano di mancare i veri nodi in gioco. Vale la pena di prestare ascolto a un confronto congressuale che a guardar bene concerne - prima che forme e condizioni dell'unità a sinistra - proprio le diverse culture politiche che vivono dentro Rifondazione comunista: quindi, in primo luogo, il posto del lavoro nell'agenda e nel progetto politico. Sembra insomma che in questo caso sia più che mai opportuno osservare senza preconcetti. Non solo in considerazione delle responsabilità che oggi competono al Prc. Ma anche per la grande apertura che proprio la disfatta elettorale impone e consente alla sua discussione interna.

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Niente alibi, le frequenze per Europa7 ci sono Il presidente Agcom avverte il governo: Ristabilire la legittimità, la sentenze sono ineludibili (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 05-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Niente alibi, le frequenze per Europa7 ci sono Il presidente Agcom avverte il governo: "Ristabilire la legittimità, la sentenze sono ineludibili" di Roberto Brunelli / Roma NON CI SONO ALIBI Il governo è avvertito: le frequenze per Europa7 ci sono. Basta cercarle. E a dirlo non sono comunisti mangia-bambini, ma il presi- dente dell'Authority per le telecomunicazioni, Corrado Calabrò. Che ieri, commentando la sentenza del Consiglio di Stato sul caso Rete4, si è espresso in maniera limpida: non solo il pronunciamento dei giudici di Palazzo Spada - secondo cui il governo dovrà decidere sull'assegnazione delle frequenze in base alla dura sentenza della Corte di giustizia europea - "non è eludibile", ma l'Agcom "raschierà il fondo del barile" pur di trovarle. La questione è di importanza capitale: se si permetterà ad Europa7 - cui questa possibilità viene negata da ben nove anni, nonostante una gara per la concessione regolarmente vinta - di trasmettere sul territorio nazionale, finalmente si apre a nuovi soggetti il mercato televisivo, finora bloccato in un duo(mono)polio di stampo nordcoreano. Aprire il mercato: esattamente ciò che Re Silvio vede come fumo negli occhi, esattamente quello che in nome di normali regole di libera concorrenza chiedono l'Europa, la Corte di giustizia Ue, la Corte Costituzionale. Esattamente ciò che in Italia pare un tabù invalicabile. Tecnicamente funziona così: è l'Agcom a dover fornire "dal punto di vista tecnico il supporto per reperire le frequenze", come ha spiegato Calabrò. Che detta la linea con grande chiarezza: il Consiglio di Stato - ha detto - "afferma alcuni principi di cui dovranno tenere conto il legislatore, il governo e l'Agcom", ed ha dato "indicazioni molto precise". Pertanto l'Authority "farà tesoro dei principi indicati, ma il legislatore deve ispirarsi a quei principi per ripristinare la legittimità". Ripristinare la legittimità: come chiede la Ue, come affermano le opposizioni, come dicono svariate sentenze. A questo punto, per il governo del proprietario Mediaset sarà più difficile dire che, ahinoi, le frequenze non si trovano, visto che Rete4 (che ha solo un'autorizzazione temporeanea) non può sloggiare. Sarà dura sostenere che l'unico modo per ottemperare alle richieste europee è quello di limitarsi a pagare ad Europa7 il megarisarcimento (3,5 miliardi di euro), il quale - guarda caso - peserà esclusivamente sulle tasche dei cittadini, visto che è lo Stato a doverselo sobbarcare. Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, non ha dubbi: "Il presidente dell'Agcom ha dimostrato grande saggezza istituzionale. Il governo farebbe bene ad ascoltarlo. Il problema, infatti, non è quello di "oscurare" Rete4, ma di consentire ad Europa7 di esistere. L'Agcom ha indicato la strada. L'esecutivo può percorrere quella strada? Oppure il conflitto d'interesse glielo impedirà?". È questa la domanda vera. Quella che ieri hanno rilanciato Pd e Idv nella discussione al Senato sul decreto sugli obblighi Ue, quello stesso che alla Camera aveva fatto registrato la prima "guerra guerreggiata" tra opposizione e maggioranza sull'emendamento cosiddetto "salva-Rete4" che poi il governo aveva dovuto ingoiarsi dopo tre giorni di duro ostruzionismo. Vincenzo Vita, senatore Pd, intervendo ieri in aula, ha detto che "se davvero il governo vuole chiarire i dubbi sollevati sul caso Rete4 ed Europa7, anche alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, riferisca al più presto alle commissioni competenti su come intende intervenire per sopperire all'esigenza di liberare frequenze". L'obiettivo, ovvio, è quello di stanare il governo. In questi giorni una speciale commissione messa su da Scajola dovrà cercare una soluzione. Gli esperti dicono che le frequenze ci sono: ci sono quelle "ridondanti" di Rete4 (cioè frequenze in sovrannumero rispetto a quelle effittvamente necessarie), ci sono frequenze non utilizzate. L'Authority ha promesso di scovarle: niente alibi.

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Giulietti: Calabrò ha indicato la strada Il conflitto d'interesse impedirà al governo di percorrerla? (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 05-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Giulietti: "Calabrò ha indicato la strada Il conflitto d'interesse impedirà al governo di percorrerla?".

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Rifiuti, un decreto contro la differenziata (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 05-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

L'intervento Rifiuti, un decreto contro la differenziata Alberto Lucarelli Trovo minaccioso e preoccupante il decreto-legge n. 90 del 23 maggio 2008 sulle misure straordinarie per fronteggiare l'emergenza smaltimento rifiuti in Campania. In via preliminare va detto che l'intero impianto normativo si basa sul presupposto che stati di necessità e situazioni di fatto, quali la gravità del contesto socio-economico-ambientale, i rischi di natura igienico-sanitaria e il mantenimento dell'ordine pubblico, diventino a tutti gli effetti fonte del diritto. Dunque, il ricorso non a eventi imprevedibili ma allo stato di necessità, cioè a una categoria meta-giuridica, mina alla radice la legittimità del decreto-legge e degli atti che sulla base di esso verranno adottati - in violazione del principio di legalità - facendo risorgere, dopo il disarmo delle istituzioni pubbliche, un diritto pubblico autoritario, minaccioso e violento che intende attribuire allo stato, nella sua dimensione politico-amministrativa, solo la funzione di paladino della sicurezza, irresponsabile nei confronti dei conflitti sociali. Ciò azzera i traguardi dello stato democratico, regredendolo a stato di polizia della fine dell'800. Uno stato debole e inefficiente sul versante socio-economico, ma capace di "tirar fuori i muscoli" nel regolare il mitico rapporto autorità-libertà. Alcune riflessioni : 1. Il ricorso agli impianti di temodistruzione, in contrasto con la normativa comunitaria e quella interna, assume valenza prioritaria e escludente nel ciclo integrato dei rifiuti. Le altre fasi, quelle che si incentrano sulla politica delle "r" (recupero, riciclaggio, riuso, riutilizzo, riparazione) sono marginalizzate, tanto da poter compromettere le future strategie gestionali. Infatti, la deriva impiantistica (previsione di 4 inceneritori) può pregiudicare anche nel futuro la raccolta differenziata. Il decreto, dunque, assume una valenza non solo legata al contingente ma in grado di compromettere scelte future. 2. Il regime delle competenze, in contrasto con quanto affermato dalla Costituzione, continua a essere violato e calpestate in particolare le competenze della regione. Ciò determina una continua "fuga" dal ritorno al regime ordinario. 3. La militarizzazione di parti del territorio a presidio degli impianti di termodistruzione e dei siti indicati come discariche si pone in evidente contrasto con principi e valori costituzionalmente garantiti quali la libertà di circolazione. 4. La costituzione di aree di interesse strategico nazionale è in contrasto con il principio della trasparenza e viola il diritto di informazione e il collegato diritto di critica, così come tutelati dall'art. 21 della Costituzione. Diritti che sono il presupposto a una partecipazione dei cittadini, matura e consapevole. 5. Sono introdotte regole e sanzioni penali molto dure che di fatto negano il diritto di riunione, così come tutelato dall'art. 17 della Costituzione, e in senso più ampio le istanze partecipative. 6. Le norme sulla competenza dell'autorità giudiziaria nei procedimenti penali relativi alla gestione dei rifiuti nella Campania introducono di fatto nel nostro ordinamento, giudici regionalizzati, con funzioni straordinarie, in contrasto con il principio dell'unità della giurisdizione e del divieto di istituire giudici straordinari o speciali (art. 102 Cost.). 7. Le norme che consentono al termovalorizzatore di Acerra di "bruciare" qualsiasi tipo di rifiuto sono immotivate e illegittime e in contrasto con quanto più volte affermato dalla magistratura e dalle commissioni bicamerali di inchiesta. Anche tali norme pregiudicano politiche per la raccolta differenziata. 8. Si autorizza in modo autoritativo e immotivato l'esercizio del termovalorizzatore di Acerra, in deroga al parere della commissione di valutazione di impatto ambientale, come previsto dal decreto legislativo n. 59 del 18 febbraio 2005. 9. Con la previsione di 4 termovalorizzatori, il ciclo integrato dei rifiuti, in contrasto con la normativa comunitaria e con il diritto interno, si poggerebbe sulla fase dello smaltimento, scoraggiando la raccolta differenziata e vanificando i meccanismi virtuosi, ambientali e economici, a essa riconducibili. La deriva "impiantistica" è perniciosa al punto da pregiudicare il futuro esercizio ordinario di competenze della regione. 10. Le norme sull'informazione e partecipazione dei cittadini sono illegittime e insoddisfacenti poiché difformi dalla Convenzione di Arhus. E' evidente che con l'entrata in vigore del decreto legge il rischio è quello di annullare quel processo di democratizzazione che, attraverso un ruolo attivo del diritto pubblico, aveva contrassegnato il passaggio dallo stato di polizia allo stato democratico-sociale. Il diritto pubblico e quello amministrativo contenuti nel decreto-legge assumono una veste penalistica e sanzionatoria e non di regolazione dei conflitti sociali e di soluzione delle questioni ambientali e sanitarie. Il diritto pubblico nel decreto in oggetto abdica al suo ruolo indispensabile: quello di tracciare le piste dei processi economici e regolare i conflitti sociali. Il timore è che dopo il disarmo del diritto pubblico e la neo-feudalizzazione degli spazi giuridici, sia cominciato il percorso inverso, un déjà vu autoritario e incostituzionale, una vandalizzazione dei principi costituzionali. Il ritorno dell'uomo forte che recita, anche attraverso i simboli, il ruolo del decisionista è un richiamo infantile e pericoloso. Mi auguro tuttavia, che oggi, seppur tra tante ambiguità e ipocrisie, questo processo di vandalizzazione dello stato democratico, che dimostra tutte le sue debolezze, possa trovare ostacoli da parte del diritto internazionale e dal nascente "diritto pubblico europeo" e che il decreto legge venga ritirato o modificato radicalmente in sede di conversione. Mi auguro che tale atto, per verificarne la sua illegittimità, lo si raffronti alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e alla Carta europea dei diritti fondamentali. Mi auguro che la Campania sia in grado di "far sentire la sua voce" a difesa e in rappresentanza dei cittadini, impugnando dinanzi alla Corte costituzionale il decreto legge per violazione del principio costituzionale del regime delle competenze. Ordinario di diritto pubblico università di Napoli Federico II.

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Cagliari Nel celeberrimo nonché mitico Terrazzo di Enzino, l'altrettanto mitologica band Musica ex Machina in un concerto al tramonto con un pezzo del koraddu ispirato al Nicaragua (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 06-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Cagliari Nel celeberrimo nonché mitico Terrazzo di Enzino, l'altrettanto mitologica band Musica ex Machina in un concerto al tramonto con un pezzo del koraddu ispirato al Nicaragua . Alle 20 (il sole è puntuale!). Caserta I ritmi delle tammorre contadine e della moderna civiltà industriale con Mimmo Maglionico e PietrArsa in concerto al Leuciana Etnico al Real Belvedere di San Leucio. Napoli Oggi e domani al Teatro Mediterraneo Voci da dieci , lo spettacolo dell'associazione culturale Caliendo per festeggiare i 10 anni della scuola e per incidere un cd il cui ricavato sostiene Emergency . Avellino Le zone d'esodo e le aree di immigrazione e il Mezzogiorno al centro del secondo giorno per Memorie di un esodo il convegno internazionale a cura del Centro G. Dorso all'Hotel de la Ville. Dalle 9.30 con anche Francesco Barba e Andreina de Clementi. Frosinone Ottima musica + ottimo posto: Fleurs du Mal in concerto Cantina Mediterraneo via A. Fabi 341. Roma Ultima cineproposta per Dogmatismi, diritti umani, laicità : alle 17 nella Sala conferenze della Biblioteca comunale Elsa Morante in via Cozza 7 a Ostia Il destino di Youssef Chahine. Opporsi al sessismo, razzismo e omofobia per opporsi a vecchi e nuovi fascismi: a cura di Facciamo Breccia Sono anch'io una prostituta trans. (anti)fascismo e movimenti di liberazione alle 19 Forte Prenestino incontro + aperitivo + video + musica; alle 21.45 teatro con Eva messo in scena dalla Compagnia L'Effimera. Il mito della musica giamaicana Lee Scratch Perry al Villaggio globale; ma alle 21 non perdere lo spettacolo di Antonio Rezza Io . Festa di fine anno scolastico Non dire Gatto Party alla Factory. Un cultore della "sei corde": Saguto - Fursi Jazz Duo Il Pentagrappolo. Morini Bros e Be Good R'&'R Night Party al Lettere Caffè. Cinematografo Poverania presenta i lungometraggi poveri del cinema italiano: alle 20.30 al Circolo degli Artisti The Big Question di Francesco Cabras e Alberto Molinari e alle 23 Omogenic la serata Glbt by di Gay Project. Musica salentina con Insintesi all'Init. Vogliamo vivere in un quartiere aperto e accogliente: Festa della Pace e della Solidarietà domenica nell'area giochi del parco degli Acquedotti di via Lemonia. Con birra, ristoro e tanta voglia di un mondo migliore! Ladispoli (Rm) Le Nuove Tribù Zulu hanno avuto un grande merito: quello di aver "scoperto" Chejà Celen. Ragazze che ballano il gruppo di ragazze rom che ci fa avvicinare al mondo dei Gagè (i non Rom in lingua Romané). Se le vuoi vedere dal vivo l'appuntamento è alle 16 al Dialog Festival in via Castellamare di Stabia 8. Macerata La voce ironica di un moderno soldato Svejk ci racconta la guerra delle Malvine : storie di reclute impreparate, nei cui occhi il tragico di un conflitto assurdo si trasforma in comico. Adrián N. Bravi presenta il suo libro Sud 1982 alle 21 Specola della Biblioteca Mozzi-Borgetti in piazza Vittorio Veneto 2. Firenze Dea e Archivio storico Il Sessantotto presentano Il sessantotto: la svolta? , la mostra di documentazione storica alle 18 in Borgo Pinti 42r. Fino all'11. Incontri sul Raccontare la periferia , per la pubblicazione del volume omonimo, alle 18 cs Il Pozzo. Bagno a Ripoli (Fi) A cura di comune e Commissione Pace Incontro sulla Costituzione alle 17.30 nella Sala consiliare del comune con Salvatore Tassinari del Comitato per la difesa della Costituzione e Andrea Giuntini dell'Università di Modena e Reggio Emilia. Pisa Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione di Palermo, ci parla di Il ruolo di Peppino Impastato e del Centro Impastato nella lotta contro la mafia alle 16 Dip. di Storia della Normale. Ferrara La marcia carovana della Rete nazionale organizza la tre giorni per la sicurezza nei luoghi di lavoro Basta morti sul lavoro! Alle 21 cs Spartaco serata di autofinanziamento con filmati, buffet e musica. Bologna Aki Choklat e Christian Trippe discutono del loro libro Bearflavoured - anticipato in parte dall'omonima mostra fotografica - alle 18 Igor libreria via S. Petronio 3; un inedito percorso nell'immaginario estetico ursino. La naturopata Marcella Brizzi e l'autore, Simone Ramilli, presentano il libro Wellness Flower - I dodici rimedi per i conflitti psicosomatici secondo la Psicobiotica (Tecniche Nuove) alle 18 libreria Irnerio in via irnerio 27. Un torneo di pallavolo nazionale al quale prenderanno parte le squadre gay italiane. Tutte le associazioni gay, lesbiche, bisex, trans ed i gruppi italiani appassionati di questo sport sono state invitate al Torneo Volley Pride 2008 oggi e domani al Cassero via don Minzoni 18. Alle 19 aperitivo di benvenuto e domani si comincia. Dieci uomini, dieci storie, dieci viaggi da raccontare, un solo presente: performance teatrale sul diritto d'asilo Rifugio Italia alle 21.30 Tpo. Trieste E' scritto da un sopravvissuto alle prigioni interne del corpo dei Marines durante gli anni '50: The Brig di Kenneth H. Brown per la regia di Judith Malina oggi e domani alle 21.30 al Teatro Miela. Un agghiacciante ritratto della brutalità che caratterizza le prigioni militari. Trento Un seminario su un tema di grande rilevanza targato Ctm Altromercato e coop Mandacarù: Commercio equo e solidale e modelli di certificazione . Alle 10.30 Hotel Everest. Un'integrazione positiva in una società interculturale: Uguali diritti, uguali doveri alle 20.30 Sala Garibaldi della Cgil in via Muredei 42. Verona Al via Interazioni. Incontri e percorsi nella città globalizzata nel cortile del Mercato Vecchio. Alle 16 a Palazzo della Regione il convegno Il valore dello scambio: incontri con paesi extraeuropei e la descrizione dei progetti in Mali, Burkina Faso, Sud America e di turismo responsabile. Ci ritroviamo a Corticella Leoni domani alle 17.30 con l'Assemblea cittadina per ricordare Nicola e continuare a denunciare le tante responsabilità della sua morte. Pavia Crifiu live Africando Festival. Cantù (Co) Il diario-manuale di un giornalista per guidare le coppie he vogliono effettuare un'adozione internazionale: Paolo Moretti presenta il suo La cicogna che sconfisse l'aviaria (Infinito) alle 18.30 La Strada di via Roma 2. Osnago (Lc) Ex Afterhours Xabier Iriondo live + Paolo Saporiti Duo @ Arci La Locomotiva di via Trieste. Milano Mario Mariani ci parla del suo libro La casa dell'uomo (Lupetti) alle 21 Casa della Cultura di via Borgogna 3. Nino Rallo presenta Il XXI mistero di Rocco Pollina (Coppola) e ne discute con l'autore alle 18 Odradek via Principe Eugenio 28. E' organizzata da Punto Rosso la presentazione del libro Rom, un popolo. Diritto a esistere e deriva securitaria alle 18 Arci Corvetto in via Oglio 21; con Corrado Mandreoli della Cgil, Maurizio Pagani dell'Opera Nomadi, Emanuele Patti dell'Arci, Dijana Pavlovic del Comitato Rom e Sinti insieme, Erica Rodari di Punto Rosso e dell'Arci. Massimiliano La Rocca in concerto + Andrea Parodi per Notte d'anarchia - Note d'utopia Ateneo libertario viale Monza 255. Grandissimo reggae con Villa Ada Crew al Leoncavallo + Bushkillah + Bass'n'stilla feat Junior Sprea. Teatro danza alle 21.30 Arci Metromondo via E. Ponti 40 con Ametystos di e con Barbara Sanua. Il Centro Problemi Donna in via Silvio Pellico 6 promuove brevi corsi d'informazione sulla contraccezione completamente gratuiti, riservati alle donne extracomunitarie. Il primo incontro è per domani alle 16 ed è condotto dalla dottoressa Patrizia Cuneo, disponibile a rispondere alle domande delle persone interessate. Info: 02861145 - 02877829, dalle 9 alle 19, dal lunedì al venerdì. Cresce il prato in piazza Duomo! LifeGate, advisor per lo sviluppo sostenibile, da oggi all'11 giugno, organizza l'Area Relax del Festival Internazionale dell'Ambiente : 500 mq di prato rivestono questa celebre piazza offrendo un piccolo "paradiso verde" ai milanesi, insieme a musica e dj set. Brugherio (Mi) Mercatino del biologico e dell'artigianato, musica, ambiente, solidarietà, sport, animazione e teatro per Fiera Increa al Masnada il bar del Parco Increa. Stasera le cover di Jannacci e Cochi e Renato con Selton. Genova Per chiudere degnamente il 50° compleanno dell'Arci i 364 circoli della regione si riuniscono alle 17.30 nella Loggia degli Abbati a Palazzo Ducale Ripartire dal territorio per il bene delle nostre comunità . Un modo per conoscere i militanti "arcini", il presidente nazionale Paolo Beni, tutti e tutte gli/le "arcibravi/e" e per visitare la riuscitissima mostra nazionale Da soli non si può...solidarietà, cultura, diritti, partecipazione sui 50 anni di storia della più grande e radicata realtà associativa del nostro Paese. Torino Renato Curcio presenta con un dibattito il libro che ha curato I dannati del lavoro (Sensibili alle Foglie) domani alle 15.30 csoa Gabrio con il contributo di analisi su pacchetti sicurezza e nuove politiche razziste dell'avvocato Gianluca Vitale. 06/06/2008.

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RAPPORTO CONCLUSIVO DELL'INCHIESTA PARTITO 2006/08 Queste note presentano alcune considerazioni che partono dai risultati dell'inchiesta "riletti col senno di poi" (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 06-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

RAPPORTO CONCLUSIVO DELL'INCHIESTA PARTITO 2006/08 Queste note presentano alcune considerazioni che partono dai risultati dell'inchiesta "riletti col senno di poi". Ciò non significa che si siano forzati o deformati i risultati dell'inchiesta sul partito; ma che si scelgono e si interpretano quelli che ci sembrano più rilevanti per la fase che il partito sta attraversando. Quindi, considerazioni anche abbastanza "libere" a partire però da dati reali di inchiesta. Anche per questo, nelle note che seguono non ci saranno riferimenti ai dati statistici (percentuali di risposta, incroci) dei risultati dell'inchiesta. Questi li troverete - sia pure parzialmente - nelle appendici (e sul sito www.rifondazione.it dipartimento organizzazione e inchiesta); potrete così anche verificare se nella nostra interpretazione ci sono forzature. Il rapporto col territorio Oggi, dopo la sconfitta elettorale, tutti nel partito concordano (giustamente) sulla necessità di "ripartire dal territorio". Ma, come mostra l'inchiesta, noi nel territorio c'eravamo già, in misura notevole anche se certo non sufficiente. Il problema è se e come questo radicamento - e le esperienze che l'hanno caratterizzato - è stato utilizzato dal partito nell'elaborazione della sua linea e della sua pratica politica. Infatti, da ambedue le fasi dell'inchiesta sul partito (quella rivolta ai "quadri" e quella rivolta più in generale ai militanti) emerge un ricchissimo tessuto di lotte sociali, a partire dal territorio, dove le strutture di base del partito sono state coinvolte: lotte sul problema dei rifiuti e del loro smaltimento, su problemi urbanistici e di viabilità, sulla casa, sui servizi sociali, ma anche iniziative come luoghi di incontro per e con gli immigrati, ecc. In queste lotte, il partito c'è, con le sue strutture di base, e non è mai "da solo", ma le conduce insieme ad altre forze, con "pezzi" di movimento o della sinistra "politica", con pezzi di sindacato, con aggregazioni locali spontanee, ecc. Ma queste esperienze vivono "ciascuna per conto suo", senza un adeguato collegamento né "orizzontale" (con altre esperienze simili) né "verticale" (dalle esperienze alla direzione politica del partito e viceversa). Questo ha conseguenze negative, sia in termini di rapporti di forza (più lotte collegate sono più forti di una singola lotta isolata) sia in termini di omogeneità politica (raccogliere le ribellioni contro discariche e inceneritori è giusto, ma va inquadrato in una risposta adeguata al problema dello smaltimento dei rifiuti). Anche per questo, la più importante "indicazione operativa" che abbiamo tratto dall'inchiesta è la costruzione di una rete di comunicazione - un "network" informatico - tra le diverse esperienze e tra queste e il "centro" del partito, in modo da realizzare quel rapporto politico che finora è stato carente. Una rete che sia al tempo stesso un "archivio" delle esperienze: non a puri scopi documentari, ma per poterne periodicamente fare un bilancio, e trarne indicazioni politiche, a partire da ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato. Questo - che è uno dei problemi centrali emersi dall'inchiesta sul partito - si intreccia in modo molto stretto con altri livelli di problemi. Il rapporto con le istituzioni e i nostri rappresentanti istituzionali Sia chiaro: dalla nostra inchiesta (e in particolare dai riferimenti alle esperienze di lotta sul territorio) non emerge un prevalente giudizio negativo sull'azione dei nostri rappresentanti istituzionali (ci riferiamo qui, ovviamente, a quelli "locali", dal comune alla regione) - anche se critiche più esplicite ed articolate emergono dai "focus groups" regionali. Nell'analisi del questionario rispetto alla nostra presenza nelle istituzioni si riscontrano comunque alcune criticità. La prima: la questione di genere. Come si può vedere la presenza femminile nelle istituzioni è ancora più bassa della presenza femminile nel partito, già di per sé del tutto insoddisfacente. Attraverso il questionario scopriamo anche che quasi la totalità tra chi è nelle istituzioni ricopre anche incarichi di partito. Una quota di compagne/i che nelle piccole realtà ricoprono allo stesso tempo incarichi politici e incarichi istituzionali è giusta e normale, ma questo dato, insieme a indicatori di scarso ricambio tra chi è nelle istituzioni, sono indicatori di situazioni critiche che vanno affrontate di petto. Emerge quindi una situazione "caso per caso", in cui si va dalla collaborazione fattiva alla lontananza/estraneità fino al conflitto. Le differenze sono talvolta legate al livello istituzionale dei rappresentanti (quelli regionali sono spesso più "lontani", con meno momenti di confronti diretto) o alle caratteristiche politiche delle diverse situazioni (giunte più di sinistra o più centrista, nostro peso in giunta maggiore o minore). Ma al di là di queste differenze (di cui non siamo in grado di dare un quadro sistematico, data l'incompletezza delle informazioni in proposito), questo conferma il dato che sottolineavamo prima: la carenza di comunicazione tra centro e periferia fa sì che, non solo i compagni di base e i circoli ma anche i rappresentanti istituzionali, manchino di un orientamento omogeneo, elaborato attraverso il rapporto col "centro", sui problemi che quotidianamente si trovano ad affrontare. La enorme difficoltà di "fare rete" a livello istituzionale è data anche dall'assenza di un quadro di regole chiare e di supporto pratico nel partito sulle forme e le modalità di costruzione di un "partito partecipativo", in cui gli eletti nelle istituzioni siano chiamati a un confronto e a una verifica continua e trasparente del loro operato, e a una "cessione di sovranità" nei confronti dei luoghi decisionali democratici del partito rispetto alle loro pratiche istituzionali. Il funzionamento del partito Ma l'implicazione più rilevante dei fenomeni emersi "dai territori" e dalle loro esperienze di lotta riguarda il modo di funzionare del partito. In primo luogo: quel che abbiamo rilevato, e già sottolineato prima, spiega perché il partito non abbia "capitalizzato" le esperienze e gli elementi di radicamento nel territorio - non solo in termini di consenso elettorale ma in riferimento agli "spunti di inchiesta" che se ne potevano trarre e che potevano fornire utili elementi di conoscenza sugli orientamenti e sulle idee esistenti a livello di massa. (A questo proposito, apriamo una parentesi: anni fa, i compagni del Veneto, nel quadro di un interessante discorso sulla "questione settentrionale", proposero un'inchiesta sulla Lega Nord, sulla sua base elettorale e su quella militante, sulle forme del suo radicamento sociale, ecc. Però, quella inchiesta si realizzò solo in provincia di Cuneo - dove peraltro non è mai stata utilizzata politicamente ma ha dato luogo solo a un'accademica "pubblicazione"; a Brescia è partita, con primi risultati interessanti, ma si è arenata a metà strada; in Veneto non si è neanche provato ad avviarla). Ma tutto questo si ripercuote anche su due elementi-chiave del modo di essere e di funzionare del partito: la democrazia interna e l'efficienza/efficacia. In termini di democrazia interna, questo contribuisce a un crescente dualismo tra l'esperienza politica dei compagni e delle compagne, e l'elaborazione di una linea che prescinde da questa e che arriva dall'alto e (spesso) "dall'esterno" - dalle interviste sui giornali o dalla Tv. Questo contribuisce anche alla cronica mancanza della funzione che, nelle aziende, è chiamata di "programmazione/controllo", ma che è essenziale anche in un'organizzazione politica: si tratta cioè della definizione di obiettivi da realizzare (con i relativi tempi di realizzazione) accompagnata, poi, dalla verifica del grado di realizzazione o meno di tali obiettivi, cioè da un "bilancio dell'esperienza" che si è sviluppata attorno ad essi - per trarne utili indicazioni politiche. La questione del lavoro Le ricche indicazioni di esperienze sul territorio ci conducono - indirettamente - a esaminare una contraddizione emersa dalla nostra inchiesta: i problemi del lavoro, da un lato sono al primo posto nelle priorità di interessi degli intervistati (sono cioè la tematica a cui dicono di essere più interessati), ma non sono ai primi posti nelle loro aree di impegno nel partito e nelle iniziative dei circoli. Vuol dire che su questa tematica il riferimento politico principale è un altro - cioè, principalmente, il sindacato. Potrebbe sembrare un "dato fisiologico", ma proprio qui cominciano i problemi. Gli iscritti a sindacati autonomi di base sono una piccola minoranza, spesso in posizione fortemente polemica anche verso il partito. La grande maggioranza degli iscritti sindacalizzati (ma non tutti lo sono!) è iscritta alla Cgil: ma anche loro sono pesantemente critici verso le confederazioni in generale, e verso la stessa Cgil. Emerge dunque un problema, una contraddizione non risolta, che riflette anche una carenza di orientamento e di iniziativa. Di qui l'interrogativo: cos'ha fatto il partito sui problemi del lavoro e sulla questione del sindacato? non solo in termini di enunciazioni generali (che ci sono state, e in generale giuste), ma in termini di orientamento, di organizzazione e di iniziativa capillare. (Si veda in proposito l'esperienza dei circoli di luogo di lavoro: pochi, e spesso privi di iniziativa, perché questa viene demandata al sindacato o viene paralizzata dall'appartenenza degli iscritti a sindacati diversi). La "questione di genere" Partiamo da alcuni dati. La percentuale di donne iscritte è lievemente cresciuta negli ultimi anni, ma resta molto bassa. Analoghe considerazioni si possono fare per la loro partecipazione alla direzione dei circoli o alle istituzioni locali. Di questo c'è una generica consapevolezza, più diffusa e precisa tra le donne, assai più variegata nei maschi, che vanno da una consistente percentuale di "genericamente consapevoli" a una percentuale probabilmente maggiore di "sostanzialmente estranei o indifferenti" fino a una minoranza di espliciti "maschilisti". Insomma, si intravede una "questione" di genere, ma non c'è coscienza adeguata della "contraddizione" di genere. Le donne, nel migliore dei casi, sono viste come il "soggetto passivo" di un meccanismo di discriminazione/esclusione che andrebbe superato; non come il soggetto attivo di una battaglia a partire dalla loro condizione - a cui il partito dovrebbe rispondere come ad altri "soggetti attivi" di lotte per la liberazione sociale. (L'inchiesta sui consultori - da poco avviata - sarà un interessante banco di prova per vedere se nel partito avrà spazio ed ascolto, o sarà sommersa da altri e più rituali dibattiti congressuali). Il partito e la costruzione della sinistra Come si può vedere più precisamente dai dati riportati in appendice, c'è una consistente minoranza di intervistati (oltre il 20%) su posizioni che abbiamo chiamato "identitarie": identità più riferita al partito di Rifondazione che alla ideologia comunista in generale. Sono compagni che ritengono che Rifondazione sia autosufficiente, o che comunque sia il polo a cui gli altri debbono aggregarsi. (NB: - com'è ovvio per tutti i risultati dell'inchiesta, va tenuto presente che questa avveniva nell'autunno 2007). All'opposto, c'è una minoranza, assai meno consistente, che vede nell'unità in tempi rapidi della sinistra l'unica via possibile. La grande maggioranza, però, è favorevole al processo unitario "a condizione che...": le condizioni più frequentemente richiamate sono riferite alla linea (una chiara linea di classe, ecc.) e al metodo (che il tutto non si riduca a un'operazione di vertice). Il problema è come tradurre in positivo e in concreto quella che sembra essere l'esigenza maggioritaria. Se il processo unitario è qualcosa che arriva "dall'alto e dall'esterno" (si tenga presente che questo "dall'alto e dall'esterno" ha già caratterizzato il modo di funzionare del nostro partito, come abbiamo detto prima), ai compagni e alle compagne non resta che guardare e "fischiare i falli" (con rischi che ciò porti in vari casi a chiusure settarie). L'altra via è quella che riparte dai territori e dall'iniziativa nel sociale come terreno di costruzione e di verifica della sinistra che si vuol costruire; in tal caso le possibilità dei compagni di far pesare le proprie esigenze e i popri modi di vedere il processo unitario sono maggiori. Vale la pena di ricordare - da questo punto di vista - come si sia arenata l'idea, che pure era giustissima, della Sinistra Europea, che si è tradotta in convegni, seminari, senza incidere nel lavoro concreto del partito (come mostrano gli stessi risultati della nostra inchiesta) - e oggi rischia di essere solo una semplice etichetta. L'inchiesta e la funzione del dipartimento inchiesta Il quadro che abbiamo cercato di delineare - ricavandolo dall'inchiesta - del modo di agire e funzionare del partito è ben diverso da quel "partito dell'inchiesta" di cui molto si è parlato, a partire dai massimi livelli, senza che le parole si traducessero in pratica concreta. In queste condizioni, è inevitabile che il dipartimento inchiesta resti "al margine", producendo di tanto in tanto dei "prodotti finiti" (come l'inchiesta sul partito di cui stiamo parlando), che possono suscitare interesse ma non incidono sulle scelte politiche ed organizzative. Al tempo stesso, emerge un forte "potenziale di inchiesta inutilizzato" (o sotto-utilizzato): lavori di inchiesta che restano confinati in realtà locali (non per scelta localistica, ma perchè il partito nel suo complesso, a partire dai livelli di direzione, non li raccoglie e utilizza), o elementi di conoscenza della realtà sparpagliati e non elaborati, che potrebbero essere raccolti e completati da un vero lavoro di inchiesta. Ora, se il lavoro di inchiesta consiste nel fare centralmente qualche "bella inchiesta", sfornando poi un rapporto di ricerca, questo è un lavoro che può anche essere utile, ma non corrisponde ai tempi e ai terreni del lavoro politico quotidiano, non corrisponde ai "tempi della politica". L'inchiesta - lo abbiamo più volte ripetuto - dev'essere una dimensione quotidiana del lavoro politico, che serve "ex ante" per definire obiettivi e iniziative, e "ex post" per fare un bilancio dell'esperienza sviluppata attorno a questi obiettivi e iniziative. Non si tratta dunque di fare inchieste con tutti i "crismi sociologici e scientifici", ma di adottare un approccio alla realtà basato su una conoscenza costruita "andando a chiedere" ( "camminare domandando" , per dirla con il subcomandante Marcos). In questa impostazione, la funzione principale del dipartimento inchiesta non è quella di "sfornare inchieste centrali" (anche se in certi casi e su certi temi queste possono essere necessarie e importanti), ma quella di "formare all'inchiesta", dotandoli di alcuni strumenti-base, i compagni e le compagne a tutti i livelli (inclusi i gruppi dirigenti!); in modo che l'inchiesta non sia vista come uno "strumento sociologico ausiliario" ma come una dimensione permanente del lavoro politico del partito. Senza una conclusione, ma con una proposta. L'inchiesta, lo si è detto in ogni forma, non è una indicazione di linea politica, né tantomeno una mozione congressuale. E' però una base di discussione reale e non basata su assunti indimostrabili, che speriamo possa essere un contributo utile ad affrontare un congresso che non sarà controproducente solo a patto di essere una discussione vera tra le compagne e i compagni e non un referendum imposto dall'alto su chi dovrà guidare il partito nei prossimi difficili anni, lasciando fuori tutti gli altri. Oggi è necessario partire da una consapevolezza dura e senza sconti di quanto non ha funzionato nel Prc fino ad oggi. Ma dall'inchiesta emergono anche potenzialità che riempiono di significato quel "ripartire dai territori" che senza una conoscenza di questi ultimi rischierebbe di essere solo uno slogan. Per questo un ultimo spunto di riflessione "positivo" riguarda ancora il tema del territorio e dei movimenti. Quanti nel questionario dichiarano di fare parte di reti di movimento nel territorio dichiarano di essere più attivi rispetto agli altri nel partito, e questo dato si conferma anche rispetto all'aumento dell'attivismo, riscontrato più frequentemente in questa categoria. Non solo: appare chiaro che quanti sono su un territorio dove è attiva una qualche forma di rete di movimento si dichiarano generalmente più favorevoli a processi unitari a sinistra (alle condizioni già viste). Ai compagni e alle compagne la responsabilità di indicare cosa questo ci può dire su come oggi ripartire da Rifondazione comunista per costruire la sinistra. Per evitare che tutte le cose dette rimangano "discorsi", ci impegniamo ad attivare, già prima del congresso, quella "rete di comunicazione" tra le varie esperienze di lotta sul territorio e tra queste e il "centro" del partito, di cui abbiamo parlato. Un sito dove le esperienze possano dialogare tra loro e dove (si spera) si avvii anche un dialogo tra centro e periferia del partito. Ma, se non vogliamo che questo diventi un ghetto, è necessario che la politica organizzativa del partito faccia riferimento a queste esperienze: quindi, che la rete di comunicazione che intendiamo avviare non sia solo una "attività del dipartimento inchiesta", ma sia a pieno titolo una dimensione essenziale dell'area organizzazione del partito. Il dipartimento Inchiesta Prc-Se 06/06/2008.

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L'Unità più radical che chic (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 06-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 134 del 2008-06-06 pagina 14 L'Unità più radical che chic di Redazione La nuova Unità di Renato Soru sarà gestita da una Fondazione. Un po' per evitare i conflitti d'interesse (l'editore è anche governatore della Sardegna, e intende ricandidarsi) e un po', dicono i maligni, per poter accedere ai contributi pubblici anche quando dovrà rinunciare al finanziamento come organo di partito. Il nome di Guido Rossi nella Fondazione e quello di Concita Di Gregorio per la direzione (in autunno, dicono, quando il giornale sarà stato "ristrutturato") segnalano che il progetto di Soru e di Veltroni è quello di un giornale "fratello" di Repubblica, destinato a coprire il Pd "dialogante" sul fronte sinistro, quello più radical e girotondino, su cui Walter soffre molto la concorrenza di Di Pietro. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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L'Europa DELL'APARTHEID (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 06-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ÉTIENNE BALIBAR: "GLI IMMIGRATI CAPRI ESPIATORI" "Si è cittadini europei per diritto genealogico. Gli immigrati, ventottesima nazione fantasma, sono degli esclusi. Il razzismo è specchio dell'ostilità tra europei. Le colpe del nazionalismo di sinistra" Teresa Pullano È pessimista sull'avanzata delle destre, anche estreme, in Europa. E sul fatto che i cittadini dell'Unione desiderino realmente la democrazia. Ma si affida a Gramsci per dire che in questo momento bisogna avere l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Confessa che oggi non direbbe no ad un referendum sulla Costituzione europea. E pensa che nei confronti degli immigrati, il "ventottesimo stato dell'Ue", esista una vera e propria "apartheid europea", in cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista. In Italia ha vinto la Lega sulla base della difesa del territorio, perfino i movimenti pensano di ripartire dallo stesso principio, sia pur declinato in maniera opposta. Forse che in Europa il principio del territorio si sta sostituendo a quello di nazione? Quello del territorio è un concetto plastico che non ha un referente univoco.Leggevo qualche giorno fa un editoriale del manifesto sulle violenze al Pigneto: si faceva una critica, giustificata ma che non offre una soluzione immediata, del modo in cui tende a svilupparsi un mito del microterritorio che fa sì che gli abitanti di un quartiere o di una regione si percepiscano come difensori di uno spazio minacciato da cui espellere tutti gli stranieri. È la prova che la nozione di territorio può funzionare a vari livelli. Nelle periferie francesi le guerre tra bande di giovani proletari immigrati, disoccupati e non scolarizzati sono anch'esse dei fenomeni di difesa del territorio nel senso fantasmatico del termine. È a questo livello che bisogna proporsi non solo una critica della nozione di territorio, ma una vera politica d'apertura o di deterritorializzazione dell'appartenenza comunitaria. La sacralizzazione dei piccoli territori può essere molto violenta ma è limitata. Ciò che preoccupa è la generalizzazione di questi fenomeni su una scala più ampia. Si è verificato con il fascismo, che era una trasformazione immaginaria del territorio nazionale in proprietà di un popolo o di una razza. Ci sarebbero delle conseguenze disastrose se questo fenomeno si sviluppasse nell'insieme dell'Europa, in particolar modo su base culturale, come sembra suggerire Benedetto XVI, quando sostiene che essa è un territorio cristiano e di conseguenza i musulmani sono dei corpi estranei. Possiamo dunque concludere che il principio di territorialità può essere la base di una cittadinanza europea? La costruzione europea ha una base territoriale per definizione, ma a seconda se la concepiamo come fissa o evolutiva, come chiusa o aperta, si apre una direzione storica diversa. Oggi il territorio non è la base della cittadinanza europea, ma dovrebbe diventarlo. Quella che definisco come una vera e propria "apartheid europea" è data dal fatto che è cittadino europeo solo chi ha la nazionalità di uno degli Stati membri. Gli immigrati stabilitisi da una o più generazioni sul suolo europeo sono la ventottesima nazione fantasma dell'Ue e costituiscono circa un ottavo della sua popolazione. Non sono semplicemente persone che in Francia non sono francesi, in Germania non sono tedeschi o in Italia non sono italiani. È a livello dell'intera Europa che gli immigrati sono degli esclusi, a maggior ragione con la libera circolazione all'interno delle frontiere europee. L'allargamento dell'Unione europea produce forme qualitativamente nuove d'esclusione. Il diritto alla cittadinanza europea non è territoriale: è genealogico. Nella maggior parte degli stati membri la nazionalità si acquisisce con lo jus soli, ma a livello dell'insieme dell'Europa la cittadinanza è genealogica nel senso dell'appartenenza originaria alla nazione. Questo evoca dei ricordi e pone problemi inevitabili. Ci sono delle analogie tra lo sviluppo di quest'esclusione e il fatto che nella storia ci sono state e ci sono sempre, almeno a livello simbolico, delle popolazioni transnazionali trattate come nemici interni o corpi estranei alla civiltà europea. È stato il caso degli ebrei; oggi non lo è più. Rimane il caso dei rom. Il fenomeno di cui parlo è tuttavia molto più vasto. Oggi in Europa non si sentono istanze di partecipazione dal basso a livello comunitario, mentre nei singoli stati le istanze di partecipazione si esprimono in un linguaggio nazionalistico e identitario. Che rapporto vede fra queste due tendenze? La domanda di partecipazione a livello locale e la domanda di controllo popolare a livello nazionale e sovranazionale non si escludono. Forse c'è bisogno di un'accelerazione delle cose perché i cittadini ne prendano coscienza. La responsabilità di questa situazione è da attribuire alle istanze intermedie, come i partiti politici, che oggi sono drammaticamente assenti e ci si dovrebbe chiedere il perché. Secondo Gramsci, le istanze intermedie sono la trama statale del funzionamento della società civile e, reciprocamente, i conflitti della società civile si traspongono nella struttura dello stato. Le costituzioni nate dalla resistenza in Francia e in Italia infatti affidano ai partiti il ruolo di costituire l'opinione pubblica. Dove sono oggi i partiti politici in Europa? La legittimità degli Stati nazionali e quella dell'Unione europea secondo lei vanno di pari passo? Il momento attuale è caratterizzato, in modo preoccupante, da una perdita di legittimità democratica degli Stati nazione e da una diminuzione della legittimità del progetto politico europeo. Non si tratta di assumere una posizione di difesa della sovranità nazionale, al contrario. Io adotto la definizione di legittimità di Max Weber, che mi pare vicina al concetto foucaultiano di potere: una nozione pragmatica e realista che si articola in termini di probabilità, d'obbedienza al potere pubblico e dunque d'efficacia di questo stesso potere. Da questo punto di vista, non possiamo ritornare indietro rispetto a quel poco di struttura politica che esiste su scala europea, ma siamo obbligati a progredire. Ne consegue che la legittimità delle istituzioni europee è diventata una condizione di legittimità delle istituzioni nazionali stesse. Non tarderemo a vedere concretamente gli effetti di questa relazione, che si manifesteranno con forza man mano che le difficoltà economiche e sociali legate agli choc petroliferi si ripercuoteranno in Europa. Solo delle politiche europee comuni hanno una minima possibilità di essere efficaci di fronte a questo tipo di situazione, ma devono essere approvate dai cittadini degli Stati nazionali, che rimangono la fonte ultima di legittimità. Intanto in Europa assistiamo a una crescita delle destre, anche quelle più estreme. Perché, secondo lei? In questo momento sono pessimista e mi riconosco nella massima di Gramsci dell'ottimismo della volontà e pessimismo della ragione. Per principio le situazioni difficili sono quelle in cui bisogna immaginare delle soluzioni e delle forme d'azione collettiva e non lasciarsi andare a seguire la tendenza naturale delle cose. I sistemi politici relativamente democratici nei quali viviamo o abbiamo vissuto sono in questo momento gravemente minacciati ed indeboliti. Ai miei occhi, i problemi del nazionalismo e dell'avanzamento della destra non coincidono. Tra le due correnti ideologiche ci sono delle interferenze molto forti, ma esse non si riducono l'una all'altra. Il nazionalismo nei vari Paesi europei non è monopolio della destra. Faccio parte - lo devo confessare, ma i lettori del manifesto lo sanno - delle persone che tre anni fa in Francia hanno votato "no" al referendum sulla costituzione europea. Ho creduto di farlo per ragioni che non erano né di destra né nazionaliste. Sono oggi costretto a constatare che questa scommessa è stata persa e che l'aspetto transnazionale e il richiamo a un federalismo europeo sono stati completamente neutralizzati da una dominante nazionalista a sinistra, o meglio nella vecchia sinistra. Ciò che è inquietante è la convergenza del nazionalismo di destra e del nazionalismo di sinistra. I suoi effetti si fanno sentire a livello dei governi nella forma di un sabotaggio permanente delle politiche europee comuni. Ma la convergenza tra le due forme di nazionalismo a livello dell'opinione pubblica e dell'ethos delle classi popolari in Europa è ancora più preoccupante. Meno gli stati nazionali sono capaci di rispondere alle sfide economiche, sociali e culturali del mondo contemporaneo, più i discorsi populisti e nazionalisti fanno presa su una parte delle classi popolari in Europa. Bisogna interrogarsi sulle cause strutturali di questa situazione, non ci si può accontentare del discorso elitista dell'ignoranza del popolo. Di certo è una situazione molto pericolosa per il futuro della democrazia in Europa, senza parlare delle conseguenze sullo sviluppo del razzismo. Lei parla di un nazionalismo di sinistra. Si può dire che la sinistra oggi pensi da un lato lo spazio mondiale e dall'altro quello nazionale, e sia perciò incapace di vedere quello europeo come uno spazio eterogeneo rispetto agli altri due? È forse un lascito dell'internazionalismo di Marx? Calandoci nell'epoca in cui Marx ha scritto, potremmo dire esattamente il contrario. Il pensiero di Marx era legato a un momento rivoluzionario che investiva l'Europa intera. Rileggendo gli articoli di Marx del 1848, vediamo che il nazionalismo democratico si allea con il socialismo e le prime forme di lotta di classe. In quel momento Marx e Engels hanno probabilmente pensato che una repubblica democratica europea o un'alleanza di repubbliche democratiche europee era al contempo la forma nella quale si preparava o poteva realizzarsi il superamento del capitalismo. Oggi la situazione è diversa e il senso di parole come nazionalismo si è ribaltato. È vero che certe forme di anticapitalismo teorico, che pescano in parte nell'eredità di Marx e che io non disprezzo ma trovo un po' arcaiche ed unilaterali, trascurano il problema della politica europea. La prospettiva altermondialista ha tuttavia il vantaggio di affermare che pensare l'Europa come uno spazio chiuso è illusorio. Al contempo, le costituzioni democratiche sono radicate nella risoluzione dei conflitti storici passati. Costruire uno spazio politico europeo è importante perché dobbiamo ricomporre il nostro passato a livello continentale: una cultura politica comune deve emergere dalle differenze culturali e storiche dell'Europa. Vi è un legame profondo tra la mancata rielaborazione del nostro passato e l'immigrazione. Gli immigrati sono i capri espiatori dell'ostilità fra gli europei. E' la loro stessa incapacità di pensarsi come un'unità che impedisce agli europei di trattare il problema dell'immigrazione in termini progressisti. I francesi non vi diranno mai che detestano i tedeschi o gli inglesi che non possono sopportare l'idea di formare un popolo comune con gli spagnoli, però questa diffidenza non è stata superata, anzi si è rafforzata con l'allargamento dell'Europa ad Est. La Costituzione europea è stata affossata, ma in parte viene recuperata con il Trattato di Lisbona. Come giudica la strategia dei leader politici europei di procedere comunque, nonostante il rifiuto dei cittadini dell'Unione? Non m'interessa, dubito che gli stessi leader europei ci credano loro stessi. Possiamo invece tornare sulla questione del rifiuto del Trattato europeo. I casi francese ed olandese, come ha scritto Helmut Schmidt su Die Zeit, non erano isolati. Il malessere era generale. Questo malessere resta da interpretare e analizzare ed è sempre d'attualità. All'epoca ho difeso la posizione un po' troppo idealista, che oggi non sosterrei più allo stesso modo, secondo la quale la Costituzione europea non era abbastanza democratica. Pensavo che essa non presentasse una prospettiva sufficientemente chiara di progresso generale della democrazia per l'insieme del continente. Tendevo dunque a considerare che la sola possibilità, molto fragile, per l'Europa di diventare uno spazio politico nuovo e superiore al vecchio sistema degli stati-nazione e delle alleanze nazionali, era di apparire come un momento di creazione democratica. Continuo a pensarlo, ma c'è qualcosa d'idealista in questo modo di vedere le cose che la realtà attuale ci obbliga a guardare in faccia. L'idealismo consiste nell'immaginare che le masse vogliano la democrazia, mentre purtroppo siamo in un periodo molto difficile e conflittuale. Ci sforziamo di aprire nuovamente delle prospettive democratiche a livello transnazionale, però allo stesso tempo dobbiamo provare a trovare i mezzi di resistere passo per passo all'avanzata del populismo e del nazionalismo nei paesi europei.

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Il carabiniere che salvò i monumenti della città - attilio albergoni (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XIX - Palermo Il maggiore Spampinato si oppose alla fusione dei busti per la macchina bellica IL CARABINIERE CHE SALVò I MONUMENTI DELLA CITTà ATTILIO ALBERGONI robabilmente sono in pochi a sapere che Palermo deve anche ad un ufficiale dei Carabinieri reali, la salvaguardia di alcuni suoi monumenti in bronzo che tuttora possiamo ammirare. Era il 12 di maggio del 1942: la città era già in parte devastata dai bombardamenti inglesi e, come se non bastasse, il Governo nazionale con a capo il Duce Benito Mussolini batteva cassa sin dal 1935, per tramite delle Regie Prefetture al fine di raccattare quanto più metallo possibile. Tutti i metalli, più o meno nobili, venivano donati o requisiti ob torto collo al fine di incrementare la produzione bellica nazionale e non importava se cancellate di ville pubbliche e private e monumenti in bronzo fossero liquefatti in un atto di fede per la causa nazionale concretizzato in cannoni, bossoli, navi, armi e quant'altro assimilabile. E proprio per i monumenti in bronzo palermitani ebbe la competenza di decidere sul da farsi la Regia Soprintendenza ai monumenti, la quale inviò alla Regia Prefettura di Palermo un lungo elenco di possibili opere d'arte da fondere, a firma del Soprintendente di allora Martini, il 7 dicembre 1940. Tra questi c'erano il monumento ad Ignazio Florio posto nella omonima piazza, il monumento all'abate Meli di piazza Sant'Oliva, e poi la statua al tenente Cucceri, il busto a Benedetto Civiletti al Giardino Inglese e il busto a Cesare Battisti. Dal 1940 al 1942 si cercò quindi, in una altalena di corrispondenza tra Gabinetto del Podestà, Soprintendenza ai monumenti, Prefettura, Presidenza del Consiglio, ministero dell'Educazione nazionale, Carabinieri reali e altri organi preposti al controllo, di prendere tempo vagliando pro e contro anche in considerazione dei vari interessi in ballo. Interessi che, tra l'altro, coinvolgevano sia la popolazione che le istituzioni da un punto di vista emotivo, sentimentale, patriottico e di culto; opere che si trovavano poste all'interno di cimiteri, di chiese, di monumenti ai caduti non potevano essere liquefatte con un colpo di penna. Che fare? Alcune tra le più importanti espressioni artistiche monumentali a Palermo, di Mario Rutelli, Benedetto Civiletti, Scipione Li Volsi, correvano il rischio di essere distrutte e sostituite da fredde copie di marmo. La fine di questa particolare vicenda resterà con un finale incerto sino a quasi la fine del secondo conflitto mondiale in Sicilia, avvenuto il 17 agosto del '43, concludendosi con risvolti positivi grazie anche al buon senso del maggiore dei Carabinieri reali della Legione territoriale di Palermo, comandante Onofrio Spampinato. Il quale ebbe il grande coraggio di rispondere ad una lettera prefettizia del 6 maggio 1942, dicendo che la rimozione proposta di alcuni monumenti non sarebbe stata consigliabile visto l'attaccamento della popolazione ad essi, in quanto ricordavano personaggi per i quali la cittadinanza conservava una tradizionale affezione: "Ritengo pertanto che sia il caso di provocare la revoca del provvedimento di rimozione", scrisse.

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Cultura La globalizzazione, infatti, non va confusa con l'instaurarsi di un "sistema mondiale". Si t... (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 07-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Cultura La globalizzazione, infatti, non va confusa con l'instaurarsi di un "sistema mondiale". Si tratta di un processo che esercita la propria influenza non soltanto "da fuori", ma anche all'interno della propria vita, intervenendovi direttamente e creando le condizioni con le quali essa deve misurarsi in modo immediato. è altrettanto sbagliato considerare la globalizzazione come un processo che associa e riunifica. In sostanza, eliminando determinati interessi e mettendone in relazione di nuovi, in realtà essa non è proiettata verso esiti positivi. Al contrario, la globalizzazione genera piuttosto frammentazioni e nuove forme di disuguaglianza internazionale che, a loro volta, generano conflitti globali (basti pensare, per esempio, ai disastri ambientali causati dall'industria). Piuttosto che di una globalizzazione dei "beni", quindi, sarebbe più opportuno parlare di una globalizzazione dei "mali". Tuttavia, il processo di globalizzazione non impedisce l'emergere, di quando in quando, di spazi locali di cultura. Talvolta questi ultimi, forzando la mano, riescono a misurarsi in qualche modo col vigente, turbolento insieme delle norme, delle potenzialità, dei beni e delle minacce. Come ulteriore conseguenza, il processo di globalizzazione fa emergere una circostanza curiosa. I processi di delimitazione e chiusura, che sono possibili ove si tratti di stati o di qualsiasi altra organizzazione, si dimostrano invece assai ardui (nonché fallibili) nel caso di quell'unità minima che è la propria vita. Nella sua mobilità quotidiana, il singolo attraversa le "logiche" di diversi sistemi parziali (rappresentati, per esempio, dall'azienda, dagli uffici, dalla politica, dalla privacy e così via). Allo stesso tempo, però, egli mantiene una sorta di apertura dall'interno verso l'esterno. Da ogni parte incombono notizie, immagini, minacce, richieste e contraddizioni: la propria vita è, per certi versi, quel mondo che contiene in sé tutti gli ambienti e rispetto al quale si definisce ogni altro sistema parziale della società. La definizione della vita quale "mondo di ambienti", inoltre, la configura come luogo di raccolta dei cosiddetti "effetti collaterali", ovvero di tutto ciò che ciascuno tende a riversare sulla propria vita. Le linee di demarcazione fra pubblico e privato diventano obsolete, sicché non sorprende che la propria vita venga politicizzandosi dall'interno. Tuttavia, quando si parla di "politicizzazione della propria vita", è bene evitare di confonderla con una politicizzazione che rifletta lo schema "sinistra-destra" in cui si collocano i partiti. A provocare la politicizzazione, infatti, è piuttosto la molteplicità di aspetti di cui consiste (e a causa delle quali va in crisi) la conduzione autonoma della vita. Lo schema "sinistra-destra" è proprio della politica della società industriale. Occuparsi di sé, porsi determinate domande (chi sono? che cosa voglio? dove sto andando?) sono atteggiamenti che lo schema sinistra-destra interpreta come segnali di perdita, rischio, caduta e fallimento o, in altre parole, come il peccato originale dell'individualismo. Gli stessi atteggiamenti, invece, conducono a un'altra identità politica, quella che Anthony Giddens definisce life politics. Sorgono allora domande di altro tipo: in che modo alcune forme di solidarietà della propria vita possono essere considerate hobby? In che modo determinate dipendenze e interdipendenze, che sono parti integranti della propria vita, possono interagire tra loro, elevarsi a responsabilità e acquisire validità sul piano politico e su quello privato? E ancora: come possono il lavoro e la vita ridursi a modelli che consentano lo smaltimento degli "effetti collaterali" che schiacciano l'esistenza? Come è possibile intraprendere attività che trasformino la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite in fiducia attiva che consenta di avviare finalmente un'impresa apparentemente insormontabile per i risibili mezzi umani quale il "restauro" della società industriale? Sarebbe un equivoco credere che tutto ciò si possa volere o non volere. La politicizzazione della propria vita non ammette ostacoli. La politica della vita è politica dello stile di vita, ossia uno scontro tra gruppi di stili di vita divergenti, ciascuno dei quali possiede verità proprie che è assai difficile conciliare. Si pensi, per esempio, al dibattito sul diritto all'aborto, nel quale entrano in conflitto posizioni divergenti che si escludono a vicenda. Forse un giorno nasceranno anche religioni dello stile di vita, l'una radicalmente opposta all'altra e perciò capaci di innescare nuove crociate, anche perché sarà sempre più arduo elaborare ipotesi di conciliazione efficaci. Molte decisioni, infatti, sono impossibili da prendere, poiché tutte le alternative sono gravate del peso della colpa. Le istanze filosofiche dell'esistenzialismo stanno diventando problemi quotidiani. Le speculazioni di SØren Kierkegaard sulla paura quale rovescio della libertà, o la riflessione su chi definisca che cosa siano la vita e la morte e a chi spetti deciderne l'esito, entrano a far parte del bisogno che ciascuno avverte di decidere a proposito della propria vita; tale bisogno si traduce in grandi interrogativi che occupano sempre più la mente dell'uomo moderno. La vita (propria e allo stesso tempo globale) è diventata una categoria sociologica importante: l'orizzonte sul quale il mondo si frantuma e a partire dal quale, in futuro, occorrerà elaborare e giustificare il concetto di dimensione sociale. Ciò che si avverte come unico nella propria vita sembra escludere l'esistenza, almeno teorica, di un'identità sociale. Questo è vero, ma lo è anche il contrario. Nella lotta per difendere l'unicità della propria vita, infatti, si sta delineando una certa tradizione europea; francesi e inglesi, polacchi e italiani, tedeschi, finnici e portoghesi sono tutti accomunati da un elemento fondamentale: l'autoconsapevolezza. Con ciò non si intende che essi condividano una coscienza nazionale europea quale poteva esistere nel XIX secolo; piuttosto, essi sono legati dalla frantumazione di tale coscienza, ossia dalla comune aspirazione a una vita propria (che nel frattempo è divenuta globale) all'interno di una molteplicità inestricabile di eventi. Anziché di individualità europea, quindi, si potrebbe parlare di un'"Europa degli individui", proprio in relazione alla perdita di identità di ciascun carattere nazionale. La stessa aspirazione a una vita propria distingue la via europea da quella di altre culture. Essa affonda le sue radici, sia pure solo per accenni vaghi, nelle antiche origini greche dell'Europa, nel Rinascimento italiano, nella Riforma, nelle rivoluzioni inglese e francese, nonché nella Dichiarazione d'indipendenza americana; inoltre, essa tenta di applicare la Critica della ragion pura persino alla lotta quotidiana che vede gli individui continuamente impegnati in matrimoni affrettati, divorzi, seconde nozze, paternità e maternità con coniugi e partner diversi, nel tentativo di conciliare la vita propria con quella sociale. In questa battaglia (che spesso si riduce a una battaglia di nervi) contro l'individualismo quotidiano che permea la famiglia, i giovani, il lavoro e la politica, l'Europa si dimostra vitale. Essa è impegnata a elaborare possibili risposte alla seguente domanda: come è possibile armonizzare a livello istituzionale le aspirazioni degli individui a una vita propria (aspirazioni maturate storicamente) con i benefici (vantaggiosi quanto ormai obsoleti) offerti dalla società? Non c'è dubbio che l'"Europa degli individui" comporti dei rischi: tuttavia, per usare un'immagine cara a Niklas Luhmann, bisogna baciare il rospo, pur non sapendo se esso si tramuterà o meno in principe.

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Segue dalla Prima N oi sappiamo che la funzione della televisione privata e di quella pu (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 07-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Segue dalla Prima "N oi sappiamo che la funzione della televisione privata e di quella pubblica sono assolutamente diverse: quella pubblica dovrebbe formare il senso civico dei cittadini e solo in un secondo momento semmai far ridere". Quando ho letto queste parole non mi è affatto venuta in mente l'idea che forse questa è l'occasione per aprire un grande dibattito sul futuro del servizio pubblico, un dibattito alla luce del sole, che non sia appannaggio solo delle forze politiche ma coinvolga forze sociali ed economiche. No. Confesso che la prima idea che mi è venuta in mente è una idea di cui vergognarmi: che Mediaset non stia troppo bene! E che il suo azionista di riferimento cominci a preoccuparsi e a pensare a quale può essere il modo migliore per avere ancor meno concorrenza di oggi. Poi ho letto una dichiarazione del consigliere di amministrazione della Rai Giuliano Urbani, e pensieri ancor più maligni mi hanno assalito. Che cosa ha detto Urbani? "Parole sante quelle di Berlusconi. E io sono sicuro che durante i suoi colloqui con Sarkozy, avrà parlato anche dell'ipotesi di abolire la pubblicità nel sevizio pubblico e sostituirla con un finanziamento pubblico per restituire il vero ruolo alla Rai". Già la pubblicità! È un mercato quello televisivo che comincia a sentire pesantemente la concorrenza di Sky che porta via gli ascolti di un pubblico più giovane e più benestante e quindi in teoria più capace di consumare. Avere un concorrente in meno sul mercato pubblicitario televisivo - e che per di più vince tutti i confronti con Mediaset durante "i periodi di garanzia" - può essere una gran bella opportunità. Possibile che uno sia diventato così meschino da pensare solo al peggio? È vero quello che diceva "il divo" Giulio Andreotti che "a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca". Eppure è possibile che nella provocazione del primo ministro io riesca a vedere solo un interesse - quello privato - in conflitto con un altro interesse - quello generale? Quanti sanno che per legge il bilancio della Rai è strutturato in modo tale da suddividere i costi e le entrate fra i programmi di servizio pubblico così come indicati dall'Autorità garante delle comunicazioni e i programmi più di tipo commerciale? E quanti sanno che fra i programmi commerciali - e che dunque dovrebbero venire meno nella logica tutta di servizio pubblico come sembra improvvisamente piacere a Berlusconi - ci rientrano quasi tutti i successi di Raiuno, come "Ballando sotto le stelle" oppure "L'eredità" e "Affari tuoi", così come tutti i film e le fiction non europee? Berlusconi è stato un genio nell'inventare la tv all'americana con Dallas e tante altre soap opera, a lanciare comici fino ad allora quasi sconosciuti e tante belle signorine scosciate, per esempio a "Drive in". E perché non pensare che oggi Berlusconi - nei panni dello statista - non si voglia far carico di un problema serio e sentito da molti italiani, quello di un servizio pubblico più credibile, più impegnato nell'aiutare i telespettatori a capire la realtà che cambia? Quante volte, proprio dagli attuali consiglieri di amministrazione della Rai, è venuto l'invito ai massimi dirigenti delle reti a farsi carico più di oggi di programmi non solo di intrattenimento ma anche di informazione e di cultura! Abbiamo chiesto - basterebbe rileggersi i verbali del consiglio - che programmi come "La storia siamo noi" non finissero a notte fonda; che la rubrica di teatro "Palcoscenico" venisse anticipata; che in prima serata per la rete ammiraglia venisse studiato un format vincente dedicato alla informazione. Non dimentichiamo che fra i maggiori successi di ascolto vanno citate trasmissioni come "Anno Zero" di Michele Santoro su Raidue o "Che tempo che fa" di Fabio Fazio oppure "Report" della Gabanelli o "Ballarò" di Floris su Raitre. Sono programmi che non hanno eguali nella tv commerciale, tipici del servizio pubblico. Eppure spesso sono proprio i più contestati dalle forze politiche che fanno riferimento a Silvio Berlusconi. La Rai oggi fa per il 72 per cento (che per Raitre arriva al 92 per cento) delle trasmissioni, programmi di informazione, approfondimento, sport, pubblica utilità. In altre parole rispetta il contratto di servizio. Quel circa 30 per cento che secondo Berlusconi dovrebbe sparire comprende i telefilm e i film Usa, ma anche l'Isola dei famosi su Raidue oppure "Affari tuoi" su Raiuno che guarda caso fanno disperare Mediaset. C'è allora un modo per prendere sul serio il premier sul tema della tv pubblica? Sì. E lui ormai dovrebbe saperlo: accettare di modificare la Gasparri sui criteri di nomina del cda Rai. Sarebbe il primo segno che i partiti di centro destra accettano la sfida di ripensare davvero il ruolo del servizio pubblico, riconoscendo che nell'epoca della rivoluzione digitale la Rai deve avere la sua missione di servizio pubblico meglio definita da parte della politica, ma deve anche poter essere governata con criteri più aziendali, lasciata libera da vincoli partitocratici, da voglie di lottizzazione o peggio di appropriazione. Sono sette anni che di fatto in Rai c'è un cda con una maggioranza di centro destra. Questa televisione non piace al premier? Benissimo! Cominciamo a cambiare la legge che a questo ha portato. E poi un modo per evitare che uno si debba ancora vergognare dei suoi cattivi pensieri ci sarebbe: si creino meccanismi di reale concorrenza nella tv commerciale! Nelle condizioni in cui siamo vissuti finora non sono tanto io quello che si deve vergognare quanto chi ha ridotto così il sistema radiotelevisivo. Si può davvero creare un clima migliore fra maggioranza e opposizione se non si parte in modo coerente e coraggioso proprio dal primo punto che il calendario ha messo all'ordine del giorno e cioè i criteri di nomina del nuovo cda della Rai? Se non si parte da lì, anche la migliore idea, o comunque una idea da discutere e approfondire seriamente, diventa fonte di sospetto. "È chiaro che dovremmo introdurre un cambiamento" come dice il premier. Cominciamo da qui. E vedrà che avremo tempo perché solo "in un secondo momento il servizio pubblico semmai possa far ridere"!.

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Il Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 07-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-06-07 num: - pag: 17 autore: di SERGIO ROMANO categoria: REDAZIONALE Il Libano che teme la guerra civile e si ferma sull'orlo del precipizio La svolta del presidente Suleiman: "Via i miei ritratti dalle strade" BEIRUT - Mentre lavorava alla formazione del nuovo governo libanese, il generale Michel Suleiman, presidente della Repubblica, ha chiesto che venissero rimossi dalle strade di Beirut i suoi ritratti, apparsi in gran numero, dopo la sua elezione, sulle facciate delle case e nelle vetrine dei negozi. Il maronita Suleiman è un uomo sobrio, pacato, poco loquace. Ma la richiesta, in questo caso, non è un segno di modestia. Nelle strade di Beirut non esistono soltanto i ritratti del capo dello Stato. Le fotografie dei leader, spesso grandi quanto l'intera facciata di una casa, annunciano l'identità religiosa e politica di una zona urbana. So di essere nel quartiere di Amin Gemayel, capo delle Falangi cristiane, perché la piazza principale è dominata dalla gigantografia del figlio Pierre, esponente della maggioranza anti-siriana, assassinato nel novembre del 2006 quando era ministro dell'Industria nel governo di Fouad Siniora. So di essere in un quartiere sciita perché la strada principale è tappezzata dai ritratti di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, e da quelli dei "martiri" caduti combattendo contro Israele. Quasi tutti i quartieri di Beirut sono religiosamente omogenei e alcuni di essi "gridano" la loro identità esponendo l'immagine del leader di cui sono elettori. Chiedendo la rimozione dei suoi ritratti Suleiman chiede alla classe politica di fare altrettanto e di rinunciare alla spartizione di Beirut fra aree d'influenza. Vorrebbe che il Libano smettesse di essere un mosaico di comunità religiose (sono diciotto) e divenisse finalmente uno Stato di cittadini, eguali di fronte alla legge, uniti dall'appartenenza a una stessa nazione. è il sogno di tutti i riformatori. Non chiedono ai loro connazionali di rinunciare alla propria fede religiosa, ma vorrebbero che accanto all'identità confessionale vi fosse in ciascuno di essi il patriottismo libanese. Ogni crisi si conclude con un invito all'unità nazionale, unico rimedio contro le fazioni che dividono il Paese sin dal giorno, nel 1920, in cui il generale Henri Gouraud, conquistatore di Damasco, ne proclamò la nascita sotto le ali protettrici della Repubblica francese. Vi è persino qualcuno che vorrebbe conferire ai poteri pubblici una funzione tipica dello Stato moderno, ma esercitata in Libano dalle singole comunità religiose: lo stato civile. Sino a quando le nascite, le morti, il diritto matrimoniale e le disposizioni testamentarie saranno nelle mani delle singole confessioni, il Libano continuerà a essere un vestito d'Arlecchino, cucito con le pezze colorate di diciotto staterelli ecclesiastici. Occorre uscire da questa versione estrema della multiculturalità per creare infine il cittadino libanese. Peccato che le crisi si concludano generalmente grazie ad accordi che ribadiscono l'esistenza delle comunità religiose e il loro ruolo nella gestione politica del Libano. Ridotto all'osso, il patto firmato nello scorso maggio a Doha nel Qatar è soltanto lo strumento con cui i firmatari riconoscono che la storia e la demografia hanno modificato i rapporti di forza fra i tre maggiori gruppi religiosi: cristiani, sunniti e sciiti. Non esistono dati ufficiali perché un censimento periodico, come nei Paesi occidentali, avrebbe qui il pericoloso effetto di riaprire interminabili discussioni sulla spartizione delle maggiori cariche istituzionali. Ma non è necessario un censimento per sapere che gli sciiti, dopo essere stati per molto tempo l'ultima ruota del carro della società libanese, sono oggi, grosso modo, la metà del Paese. A Doha è stato deciso che il governo si comporrà di trenta ministri, che undici di essi saranno sciiti e che le maggiori decisioni verranno prese con la maggioranza dei due terzi. Il diritto di veto, che Hezbollah ha chiesto insistentemente sin dalla fine del 2006, è quindi ormai nelle sue mani. Non basta. Quando tornerà alle urne, probabilmente fra un anno, il Paese voterà con una nuova legge, approvata a Doha, che prevede distretti elettorali più piccoli e garantisce il seggio al gruppo religioso dominante. Il prossimo Parlamento sarà quindi, ancora più dell'attuale, il riflesso fedele del puzzle religioso libanese. L'esperimento tentato dal governo di Fouad Siniora negli scorsi mesi (la coalizione sunnita-cristiana al potere, gli sciiti e i loro alleati all'opposizione) è drammaticamente fallito nel momento in cui il presidente del Consiglio ha cercato di togliere a Hezbollah alcuni degli strumenti che consentivano alla maggiore organizzazione sciita di essere uno Stato nello Stato. La solidarietà nazionale, in altre parole, si conquista soltanto riconoscendo che il Libano, oggi, può essere soltanto una democrazia consociativa. All'ascesa politica degli sciiti corrisponde il declino demografico e politico delle comunità cristiane. Ho incontrato il Patriarca dei maroniti, Nasrallah Boutros Sfeir, nel suo palazzo di Bkirki alle pendici delle colline che salgono verso il Monte Libano: un piccolo "Vaticano" bianco in stile neoclassico circondato da chiese e da alberi contro lo sfondo di un cielo impeccabilmente azzurro. Capo di una Chiesa che riconosce il primato del vescovo di Roma, Sfeir è anche cardinale ed è il leader spirituale di una comunità religiosa composta da circa otto milioni di fedeli dispersi su cinque continenti. Ormai quasi novantenne ricorda con nostalgia l'epoca in cui il presidente della Repubblica, tradizionalmente maronita, veniva eletto con largo consenso prima che terminasse il mandato del predecessore. Erano gli anni in cui i cristiani (soprattutto maroniti, ma anche greco-ortodossi, greco-cattolici, armeni, caldei, siriaci) rappresentavano la metà della popolazione. Erano gli anni - ricorda Sfeir - in cui i maggiori partiti cristiani erano protagonisti della vita politica nazionale. Oggi hanno perduto la loro autonomia. Due di essi appartengono alla coalizione anti-siriana del 14 marzo, creata dopo l'assassinio di Rafik Hariri nel 2005, e il terzo (quello del generale Michel Aoun) gioca in campo sciita accanto agli Hezbollah di Nasrallah e al partito Amal di Nabih Berri, presidente del Parlamento. Il Libano della giovinezza del Patriarca Sfeir, il Paese dinamico e felice in cui la maggioranza cristiana esercitava una sorta di egemonia culturale, ha cessato di esistere. è scomparso durante la guerra civile quando un milione di persone, prevalentemente maronite, abbandonò il Paese. Resta da vedere se il nuovo compromesso raggiunto a Doha possa creare un nuovo Libano, meno cristiano e più sciita, ma pur sempre capace di alloggiare, all'insegna della convivenza e della reciproca tolleranza, il più largo ventaglio di comunità religiose esistente nel Mediterraneo. Beirut è sempre, ancor più del Cairo, un pezzo di Occidente sulle coste meridionali del Mediterraneo, una città in cui una larga parte della popolazione non rinuncia a considerarsi culturalmente e civilmente europea. Non esiste ancora uno Stato dei cittadini, ma lo spettro della guerra civile rappresenta pur sempre una sorta di paradossale collante. Dopo essersi ferocemente combattuti, i libanesi sembrano essere uniti dal timore di ricadere all'indietro nel peggior periodo della loro storia. L'improvvisa insurrezione di Hezbollah, dopo la prova di forza tentata dal premier Siniora, sembra indicare che i semi della discordia sono ancora all'opera. Ma la rapidità con cui l'accordo è stato concluso dimostra che tutti gli attori del dramma, dopo essersi pericolosamente affacciati sull'orlo del precipizio, hanno saputo fare un passo indietro. Non tutto, però, dipende dai libanesi. A causa della sua fragilità il Paese ha la sventura di essere soggetto agli appetiti dei suoi potenti vicini. A causa della sua parcellazione politico-religiosa è il luogo in cui si combattono per procura tutti i conflitti della regione. Il patto di Doha ha avuto il merito di evitare un nuovo conflitto civile. Ma darà buoni risultati soltanto se sarà riconosciuto dalla Siria, se l'Iran rinuncerà a servirsi di Hezbollah per i suoi scopi, se Israele metterà fine al suo contenzioso con il Libano restituendogli un pezzo di territorio nazionale (le fattorie di Sheba) occupato nel 1967. Il maggiore fattore di rischio è oggi ancora rappresentato dall'intreccio di interessi che lega da molti anni il movimento Hezbollah alla Siria di Bashar al Assad e all'Iran di Mahmud Ahmadinejad. Sarà questo l'argomento di un nuovo articolo. (1/continua) Pacifisti Studenti a Beirut sventolano bandiere libanesi e gridano slogan contro il rischio di una nuova guerra civile Sciiti Chierici sciiti di fronte a miliziani di Hezbollah per la commemorazione dell'uccisione del loro leader Mughniyeh.

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Basta contratto collettivo , i padroni d'ora in poi lo vogliono individuale (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 07-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

CONFINDUSTRIA Da Santa Margherita Ligure la ricetta dei giovani imprenditori: massima flessibilità e gabbie salariali. Plauso da governo e Pd "Basta contratto collettivo", i padroni d'ora in poi lo vogliono individuale Sara Farolfi INVIATA A SANTA MARGHERITA LIGURE Un contratto sempre meno collettivo e sempre più "taylor made", tagliato e cucito attorno al singolo individuo. A tanto arriva il "salto quantico", la "prospettiva culturale", il "dubbio radicale" lanciato ieri da Federica Guidi, presidenta dei giovani industriali, in apertura del consueto meeting preestivo a Santa Margherita Ligure. Ma la platea non sembra voler raccogliere la provocazione. Pragmaticamente consapevoli che ogni cosa ha il suo tempo, gli industriali plaudono ai primi provvedimenti del governo (che in questa direzione procedono spediti), e "più realisticamente" convergono sulla necessità di una differenziazione salariale tra nord e sud del paese. Mentre da Bergamo, dove è riunito lo stato maggiore di Confindustria, Emma Marcegaglia detta le prime condizioni alla trattativa con i sindacati che si apre martedì: "Firmeremo solo con un legame stringente tra aumento dei salari e produttività (ma sia chiaro che quello aziendale non può diventare un ulteriore salario fisso) e con la previsione di sanzioni per quei contratti siglati fuori dalle regole". Il post ideologico diventa il massimo dell'ideologia, ormai non è una novità. Il "vecchio" spacciato a buon mercato come "nuovo": l'impresa, ripulita delle obsolete contrapposizioni di interessi, come centro regolatore della società ("la distinzione tra capitale e lavoro risulta obsoleta come un blocco di marmo"). Non uno straccio di autoriflessione, nell'intervento di Guidi. La relazione del direttore del centro studi di Confindustria qualcosa dice in materia di produttività: in Italia l'investimento in ricerca e sviluppo delle imprese private è pari allo 0,4% del Pil (risultato che, in classifica, ci vede sopra solo alla Grecia e al Portogallo). Ma nell'intervento di Guidi due sono le strade per supplire alle vecchie scorciatoie non più praticabili (svalutazioni della moneta, competizione a basso costo e via dicendo): relazioni industriali riformulate ("uno, nessuno, centomila" contratti) e la riduzione della aliquote fiscali ("che produce impulsi espansivi più persistenti di quelli indotti da aumenti di spesa"). Per il contraddittorio bisognerà aspettare oggi. Inutilmente ieri ha tentato la "domanda scomoda" il moderatore del dibattito, Gad Lerner: ma siamo sicuri che in questa prospettiva non ci sia qualcuno che rischia di perdere? Nessuno risponde. "No ai contratti individuali, sì alla differenziazione territoriale delle retribuzioni", dicono, tra gli altri, Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Ivanhoe Lo Bello (presidente Confindustria Sicilia). L'unico a tirare in ballo l'articolo 18 è Pietro Ichino, deputato Pd (ma d'altro canto, lo dice lui stesso, "la distinzione tra destra e sinistra non c'è più"). L'unico a raccogliere il "salto quantico" proposto da Guidi è Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Marco Biagi. Ma lo show spetta al ministro Brunetta che chiede di potere recitare "una doppia parte in commedia". "Non esiste un modello contrattuale efficiente sempre e una volta per tutte", e qui parla il professore Brunetta che chiede un unico modello contrattuale tra pubblico e privato, e lancia lo "shopping contrattuale". Ridisegna poi il conflitto di classe, "non più tra capitale e lavoro, ma tra buon capitale e buon lavoro contro la cattiva burocrazia". Nelle vesti di ministro annuncia in tempi record (dieci giorni) un disegno di legge per la riforma della pubblica amministrazione: piatto forte è la class action anche nel pubblico.

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Bologna, democratici in allarme "cofferati rischia, troppe gaffe" - michele smargiassi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 08-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Dopo l'assenza allo stadio il sindaco "forestiero" fa temere una nuova sconfitta nel 2009 Bologna, democratici in allarme "Cofferati rischia, troppe gaffe" Ma il conflitto di interesse di Cazzola frena il Pdl La Forgia attacca il primo cittadino: è più interessato alla politica nazionale MICHELE SMARGIASSI BOLOGNA - - Più che un problema di linea politica, quello del Pd di Bologna sembra un problema di linee marittime. Nel 2009 la sinistra rischia di perdere Bologna per la seconda volta, esattamente dieci anni dopo? "Dipende da quanti traghetti prenderà ancora Cofferati", risponde sospirando il dirigente, in confidenza. L'ultimo traghetto che il sindaco ha preso, domenica scorsa, con la famiglia, gli ha procurato un avversario in più, a sorpresa, e insidioso. Non poteva proprio perderlo, quel traghetto, Sergio Cofferati, così non ha potuto essere in tribuna allo stadio Dall'Ara per festeggiare la promozione del Bologna calcio in serie A. Cori ingiuriosi dalla curva all'indirizzo del sindaco, "la prima volta nella storia di Bologna", nota un suo perplesso predecessore, Guido Fanti; e il giorno dopo il patron del Bologna, Alfredo Cazzola, eccolo già candidato in pectore, lanciato dal Pdl, ma pronto a "rifletterci seriamente", che è già una risposta. Intanto, per capitalizzare il vantaggio, ha restituito lo sgarbo: non è andato giovedì scorso in Comune con la squadra a ricevere i complimenti del sindaco. E adesso i democratici fanno i conti con paure finora tacitate. La minoranza anti-Cofferati le tira fuori esplicitamente: "Attenti, Cazzola ha un seguito, non va sottovalutato", se ne è uscita immediatamente Silvia Bartolini, promotrice della corrente-fronda "Bologna Formidabile", e dev'essere vero se lo dice lei che dieci anni fa fu vittima della più sanguinosa sottovalutazione nella storia della sinistra italiana, quando la candidarono con primarie trionfali, e perse duramente contro Giorgio Guazzaloca. Le primarie pare si faranno di nuovo a Bologna, benché il Pd abbia già chiesto ufficialmente a Cofferati di ricandidarsi, e lui abbia già accettato, e di solito un incumbent, un uscente, persino negli Usa patria delle primarie, viene ricandidato d'ufficio. A meno di disastri. E più o meno disastroso è ritenuto il quinquennio di Cofferati dal suo più probabile antagonista interno, il deputato Pd Antonio La Forgia, che mira subito al bersaglio grosso: "Cofferati sindaco? Mi pare una definizione impropria, è più interessato alla politica nazionale che all'amministrazione". Strategia autolesionista di delegittimazione, ribattono i sostenitori del sindaco. Torna la dolorosa morale del '99: a Bologna la sinistra non può essere sconfitta da nessuno, sa sconfiggersi benissimo da sola. Cazzola, pensano al Pd, non è uno sfidante insidioso: certo è più giovane di Cofferati, è un imprenditore di successo (fondatore del Motor Show, che ora ha venduto), non è classificabile uomo di destra; ma la popolarità della promozione sportiva pian piano si ridimensionerà, e verranno fuori i suoi limiti, primo il conflitto di interessi: è concessionario dello stadio, e ne vuole costruire un altro assieme a Romilia, un nuovo quartiere di case uffici centri commerciali, e il coordinatore Pd Salvatore Caronna va già all'attacco: "Vuol fare il sindaco di Bologna o di Romilia?". Inoltre, la sua apparizione ha scompigliato il centro destra, sconquassando il grande rientro di Giorgio Guazzaloca, che ancora non ha detto sì, ma per lui lo dicono i fedelissimi della sua lista civica "La tua Bologna", che per il 20 luglio hanno già organizzato la festa per la seconda nomination, però adesso vedono vacillare verso Cazzola perfino il loro azionista politico di riferimento, l'Udc del bolognese Casini. Nella città che fino a dieci giorni fa non ne aveva neanche uno, spuntano candidature da tutte le parti: sul versante laico c'è il socialista Grillini, a sinistra del Pd si mobilita l'area ribelle guidata dall'ex rifondatore Monteventi e dall'ex leader del '77 Bifo. Ma anche per questo c'è una contromossa: una lista di sinistra "intermedia", con pezzi dell'ex Arcobaleno, che potrebbe allearsi al Pd coprendolo a sinistra, nonostante Cofferati sia un alfiere dell'"andare da soli". Cofferati ha un solo temibile avversario, insistono le battute senza nome: si chiama Cofferati. Quella poltroncina vuota sugli spalti, domenica, è stata più deflagrante dell'assenza alla messa di un cardinale. Lo stadio è un tempio identitario. I pretoriani del sindaco lo hanno difeso ribaltando le accuse: erano fischi "guidati", insomma un piano sportivo-politico per lanciare Cazzola in gara direttamente dalla tribuna rossoblu. Ma qualche sera dopo, a una Festa dell'Unità di quartiere, il sindaco è stato accolto da qualche faccia contrariata anche tra i suoi stessi militanti: "Cazzola è un piccolo Berlusconi, ma Cofferati ha sbagliato a non andare", il commento medio raccolto tra gli stand. Preoccupano i possibili nuovi scivoloni di un sindaco forestiero cinque anni fa e oggi chissà, un sindaco a cui scappa ancora detto "voglio lavorare per questa città" e non "per la mia città", un errore così e Obama sarebbe fritto. Nel 2004 Cofferati sfilò dalle mani di Guazzaloca l'arma polemica del "forestiero" promettendo di diventare bolognese a tutti gli effetti. Anche tra chi lo vuole rivotare c'è chi si chiede quanto tempo gli rimanga per mantenere la promessa.

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Rossanda, Liberazione, il congresso (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 08-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Piero Sansonetti In un articolo assai bello e chiaro, che è stato pubblicato ieri sul manifesto , Rossana Rossanda ha illustrato le linee essenziali, e i "nodi", della battaglia politica che è aperta dentro Rifondazione comunista. E che sta cercando uno sbocco, una soluzione - o una ricomposizione - nel congresso che inizia nei prossimi giorni e che si concluderà il 27 di luglio. Non posso riassumere l'articolo di Rossanda - che merita di essere letto per intero - ma provo ad estrarne due punti. Il primo punto riguarda la sostanza della discussione in Rc, che secondo Rossanda è riducibile, con qualche approssimazione, a questa domanda: dobbiamo riorganizzare la sinistra intorno a un conflitto principale, che deve avere la prevalenza su tutti gli altri (su tutte le altre contraddizioni prodotte dal capitalismo, o prodotte da questa società) e cioè il conflitto tra capitale e lavoro; oppure quel conflitto non può avere esito positivo se non accetta di lasciarsi incastrare in uno schema "multiconflittuale" (scusate l'orrido neologismo) riconoscendo pari dignità al conflitto di sesso e al conflitto produzione-natura, e poi ad una infinità di altri conflitti - sociali, culturali, ideali, sessuali, mentali, storici, di stili di vita - che tutti insieme compongono la nostra società, ne determinano il funzionamento, le gerarchie, i meccanismi di organizzazione, di potere, di dominio? Non è una domandina da niente. E credo che Rossana Rossanda abbia ragione: è questo il nocciolo della discussione politica dentro Rifondazione, e tutto il resto - compresa l'idea di futuro partito politico o di futuro assetto della sinistra - è solo conseguenza, seppure conseguenza importantissima, e così vistosa che- finora - sembra sia stata l'unica protagonista del dibattito. E veniamo al secondo punto. Consiste in una frase contenuta nell'articolo di Rossanda, e sulla quale vorrei soffermarmi. Diceva così: "Ancora più bizzarro...il silenzio di Liberazione sulle mozioni e l'assenza di Liberazione dalle medesime. Eppure il giornale è stato più d'una volta oggetto di un contenzioso in Rc". 5 08/06/2008.

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Quale sinistra nell'era del Veltrusconi? Le risposte di Torino (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 08-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Confronto fra Claudio Fava, Paolo Ferrero, Monica Frassoni e Franco Giordano Quale sinistra nell'era del Veltrusconi? Le risposte di Torino Maurizio Pagliassotti Torino A vedere i volti assorti delle centinaia di persone che ieri pomeriggio hanno seguito il momento più atteso del Sinistra Pride a Torino c'è di che sperare per il futuro. "Sono molto contenta - dice Barbara una giovane studentessa - perché la sinistra fa l'unica cosa in cui noi veramente stacchiamo tutti gli altri, la dialettica democratica. Poi verrà tutto il resto: simboli, alleanze, lotta di classe, conflitto...". Non fosse stato per il monsone che ormai attanaglia Torino da circa due mesi, l'uditorio avrebbe spolpato di domande i relatori Claudio Fava, Paolo Ferrero, Monica Frassoni e Franco Giordano. Le questioni non pervenute ma che erano in qualche modo percebili, erano più o meno queste: ma quand'è che tiriamo fuori i muscoli con una bella manifestazione contro la politica xenofoba di questo governo? Il precariato non dà scampo e in Parlamento ormai sono tutti sulla linea di Confindustria. Quando ripetiamo moltiplicata per cinque la manifestazione dello scorso venti ottobre? Il mio datore di lavoro mi obbliga a fare gli straordinari... cosa proponete? E l'assessore corrotto della mia città? E cosa pensate sul nucleare? E... Nell'era di Berlusconi e della sua ombra Veltroni, la quotidianità per i trecento di piazza palazzo di città diventata una minaccia. E a testimoniare tutto questo era presente una delegazione dei lavoratori della Sandretto, una fabbrica metalmeccanica venduta ad una multinazionale brasiliana che vorrebbe fare piazza pulita degli accordi sindacali e salariali. Prima del monsone avevano provato a dare risposta i relatori, chiamati da un Paolo Hutter soddisfatto per l'attenzione dei torinesi al Sinistra Pride. Ha iniziato Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Democratica, che ha richiesto un esercizio di verità dopo la batosta delle ultime politiche. "Il paese è cambiato in peggio, sono tornati non solo in Italia ma in tutta Europa gli istinti primordiali e il centro destra ha raccolto questo cambiamento". Dobbiamo tornare a fare domande alla gente, aggiunge, senza rimanere chiusi dentro la ridotta dei simboli. E in questa categoria, quella dei simboli, Fava inserisce anche il conflitto capitale-lavoro. Il leader della Sinistra democratica, ha poi concluso con un attacco a Veltroni ma rilanciando l'idea di un nuovo centro sinistra. Dopo di lui Paolo Ferrero, attesissimo insieme a Franco Giordano. "La sconfitta è un bagno di realtà e deriva dal fatto che l'esperienza di governo è stata percepita dai nostri elettori come un'occasione persa. Dopo cinque anni di Berlusconi non siamo riusciti a realizzare quanto avevamo promesso. I nostri elettori quindi si sono domandati cosa sia cambiato. E non è stata solo colpa di Mastella o Dini... La sottomissione del Pd al Vaticano, alle banche e alle assicurazioni ha fatto si che fosse tradito l'accordo di programma. La nostra deve essere ora una collocazione di fase, prendendo spunto dall'esperienza del Pci e dei suoi fruttuosi quaranta anni di opposizione. No all'alleanza con il Pd, sì alla ricostruzione della sinistra, partendo dai compagni senza tessera. Per fare questo dobbiamo fare l'opposizione, anche perché nel paese non c'è. Il rischio che corriamo è che la sinistra scompaia non solo in parlamento ma anche nelle relazioni sociali. Avanti con un conflitto di classe efficace che aumenti le risorse per case popolari, asili, scuole pubbliche. Altrimenti il razzismo passa tra i nostri elettori... Come diceva Marx: i lavoratori formano una classe nella misura in cui si riconoscono come contrapposti ad un'altra classe...". Monica Frassoni, europarlamentare dei verdi ha riservato i passaggi più impegnativi ad un duro attacco contro l'attuale segreteria del suo partito. "La rottura deve essere immediata e netta, altrimenti i verdi organizzati in Italia avranno finito il loro ciclo politico". Ha poi risposto a Ferrero dicendo: "Questa storia del conflitto di classe non mi convince, ma questo è un problema mio. Ci confronteremo sulle questioni concrete. Dobbiamo competere con l'egemonia culturale della destra, rinnovare le nostre classi dirigenti ed essere efficaci nell'opposizione a questo governo". Ultimo, ma attesissimo anche lui, Franco Giordano. "Le ragioni della nostra sconfitta arrivano da lontano ed è salutare per tutti fare una riflessione collettiva come quella di oggi, la prima. E' un segnale di apertura, decisivo. Per ricostruire un punto di vista critico bisogna avere protagonismo e partecipazione alla base. Certo c'è stato un problema riguardo l'esperienza di governo precedente, una divaricazione drammatica tra il dire ed il fare. Dobbiamo ripensarci a fondo ma guai a quella sinistra che separa i diritti sociali da quelli civili! La situazione è grave: oggi il conflitto è uscito dal parlamento e rischia di essere strappato anche dalle mani delle organizzazioni sociali. Per combattere questo è necessario un nuovo protagonismo sociale unito ad un'idea diffusa di nuova società, che combatta l'idea berlusconiana di egemonia dell'impresa. Questo vuol dire avere l'umiltà di ricostruire un pensiero nuovo che opponga a questa visione la lotta per la precarietà e la difesa dell'ambiente. A noi tocca ricostruire due pilastri del pensiero marxiano: l'uguaglianza e la liberazione da paure che portano gli ultimi a fare le guerre contro i penultimi. Per fare questo non possiamo pensare di tornare a come eravamo perché non ci serve a contrastare questa forma del capitalismo". 08/06/2008.

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La favola bella che si racconta ogni tanto è quella di una Sanità che dev'essere svin (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 08-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Colata dai "campanilismi", all'unico servizio del cittadino a cui non interessano beghe e liti aziendal-burocratiche. L'altra verità è che il comparto ospedaliero, come tutte le organizzazioni complesse (dall'ordine monastico alla Lega calcio) sviluppa faide e lotte interne che hanno come scopo primario la conquista di potere e solo in seconda battuta la salute pubblica. Con buona pace dei medici - per fortuna ancora numerosi - che si sforzano per far sì che accada il contrario. Il conflitto che si sta sviluppando nella Sanità piemontese è di non facile comprensione perché attraversa i classici schieramenti politici (destra/sinistra) e si attesta sull'asse centro (Torino) contro periferie. O almeno così viene percepito da una parte del mondo ospedaliero. Il centro (cioè la Regione) ha notevoli problemi di spesa e tenta di tagliare razionalizzando (cioè, accentrando). In periferia si sospetta che tutto questo serva invece, o anche, a ridimensionare l'autonomia e le capacità di cura locali a favore dei torinesi. Questo sì che interessa i cittadini: non vorrebbero rischiare di finire vittime di una guerra che neanche sapevano si combattesse.

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Il casinò del greggio "virtuale" - (segue dalla prima pagina) federico rampini (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 09-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Economia Il casinò del greggio "virtuale" Così i signori della speculazione manipolano il mercato dell'energia L'analisi Il grande consumo di petrolio da parte di Cina e India non spiega il boom dei prezzi Il sospetto è che le banche Usa sfruttino la bolla per rialzarsi dopo la crisi subprime Al Nymex i futures movimentano un miliardo di barili al giorno, contro gli 85 milioni reali (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) FEDERICO RAMPINI La convergenza è notevole. Tutti e due hanno in mente la stessa cosa: l'inquietante enigma del caro-petrolio, che venerdì ha sfiorato i 140 dollari il barile e sembra deciso a realizzare la sospetta "profezia" della banca Goldman Sachs (200 dollari a barile). Si fa presto a dare la colpa ai soliti noti, Cina e India. Certo le superpotenze asiatiche, con centinaia di milioni di nuovi consumatori che accedono al benessere, sono la causa di fondo di un trend di rialzo secolare di tutte le materie prime. Inoltre le due locomotive cinese e indiana trainano lo sviluppo di molti altri nuovi protagonisti della globalizzazione, dalla Russia al Brasile. Ciascuno di questi diventa un consumatore delle stesse risorse naturali che vende all'estero: è sintomatica l'uscita dall'Opec dell'Indonesia, un ex-esportatore di greggio che oggi deve comprarlo sui mercati mondiali. Ma su questi cambiamenti storici si è innestata una marea di flussi finanziari che sono diventati a loro volta "il" problema. Quando in sole 48 ore di scambi al New York Mercantile Exchange (Nymex) i futures schizzano al rialzo del 13%, com'è successo tra giovedì e venerdì scorso, non c'è aumento dei consumi cinesi e indiani che tenga. Lo sviluppo economico asiatico, che comporta fra l'altro il boom della motorizzazione privata in paesi dove vivono 3,5 miliardi di persone, può spiegare l'aumento del 35% all'anno del petrolio negli ultimi cinque anni. Ma negli ultimi dodici mesi questo rincaro ha cominciato a puntare verso il cielo, raddoppiando di colpo. E il singolo aumento dei futures nella sola giornata di venerdì non si era mai verificato in quelle proporzioni da 25 anni. Ruchir Sharma, capo del dipartimento dei mercati emergenti alla Morgan Stanley, osserva che "i flussi di capitali che si sono riversati sugli hedge fund che speculano sul petrolio, in soli tre mesi hanno superato tutto il 2007, già un anno record". Qui la domanda e l'offerta della materia prima reale, il petrolio, non c'entrano più. Se non come un pretesto: uno scenario di fondo che viene utilizzato per orchestrarvi sopra una nuova ondata di scommesse finanziarie. Al Nymex ormai i contratti di futures sul petrolio movimentano un miliardo di barili al giorno, tutti virtuali; mentre la produzione del greggio vero è di soli 85 milioni di barili al giorno. La quantità di carta finanziaria che viene scambiata è immensamente superiore ai consumi mondiali di idrocarburi. E' la ragione per cui in molti condividono l'analisi di Soros: il casinò dove si puntano le giocate sui futures del petrolio è il luogo dove si è creata la nuova bolla speculativa. Le caratteristiche ci sono tutte. La curva di incremento esponenziale dei prezzi è identica a quella disegnata dal Nasdaq al culmine dell'euforìa sulla New Economy nel 1999, prima di crollare nel marzo 2000. A quell'epoca le Borse erano dominate dai colossi di Internet proprio come oggi sono dominate dalle compagnie petrolifere, nuove campionesse della capitalizzazione. Ai tempi della bolla-Nasdaq si erano distinte alcune banche come Merrill Lynch e Credit Suisse First Boston, i cui analisti suggerivano "comprare comprare" alla clientela anche quando le quotazioni avevano ormai superato la stratosfera. Oggi al centro della febbre dei futures petroliferi c'è la Goldman Sachs, il cui analista Arjun Murti ha lanciato la celebre previsione sul greggio a 200 dollari il barile. Una profezia che si autoavvera perché, guarda caso, è proprio Goldman Sachs il più importante operatore sui futures del petrolio. In passato altre manipolazioni clamorose dei mercati delle materie prime ? i fratelli Hunt sull'argento negli anni 70, Raul Gardini sulla soya a Chicago nell'89 ? furono smascherate e neutralizzate dall'intervento delle autorità. Ma questa volta l'impazzimento dei futures petroliferi avviene nel laissez-faire. Nessuno interviene a controllare che dietro le transazioni virtuali sui futures possano essere onorati gli scambi di merce reale. Non si applicano neppure quelle regole sul pagamento di margini di garanzia, che sono sempre servite a "tassare" la speculazione pura per distinguerla dalle normali operazioni di copertura del rischio. La denuncia di Soros sulla bolla speculativa davanti al Senato di Washington non ha avuto conseguenze. E' inevitabile un sospetto: chi dovrebbe intervenire è paralizzato dai conflitti d'interesse. Il primo imputato è il segretario americano al Tesoro, Henry Paulson, che prima di assumere l'incarico nell'Amministrazione Bush ha passato tutta la sua carriera professionale alla Goldman Sachs fino a diventarne presidente e amministratore delegato. Forse è ingeneroso ricordare che, quand'anche Paulson passasse i prossimi cent'anni al governo (per fortuna non accadrà), i suoi stipendi cumulati non raggiungerebbero il valore delle stock options che ha incassato alla Goldman Sachs. Al di là degli aspetti personali Paulson è stato il regista del salvataggio delle banche d'affari di Wall Street (vedi Bear Stearns) che stavano per affondare sotto il peso della crisi dei mutui subprime. Con che coraggio potrebbe punzecchiare la nuova bolla dei futures petroliferi, su cui le gloriose istituzioni di Wall Street stanno tentando di rifarsi i bilanci? Dietro di lui, gli interessi personali della famiglia Bush e del vicepresidente Dick Cheney nell'industria petrolifera non incoraggiano a smontare la macchina speculativa che ha moltiplicato le quotazioni azionarie di tutto il settore. Tanto più che dietro Wall Street, tutto il mondo del risparmio americano si è accodato: i fondi pensione hanno investito 40 miliardi di dollari nella speculazione sulle materie prime, ansiosi anche loro di recuperare almeno una parte delle perdite subìte sui subprime. E in questa nuova febbre speculativa un ruolo-chiave spetta al banchiere centrale Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve. Dopo aver dimostrato ai big di Wall Street che per quanto sbaglino non falliranno mai ? a salvarli ci penserà lui coi soldi del contribuente americano ? Bernanke abbassando i tassi d'interesse ai minimi storici ha continuato la politica del denaro facile che è il carburante primario di tutte le bolle. Il calo dei tassi a sua volta indebolisce il dollaro; costringe i paesi dell'Opec a cercare compensazioni nei rialzi del greggio (quotato in dollari); e incoraggia la finanza a puntare sulle materie prime come beni-rifugio contro l'inflazione mondiale. Un perfetto circolo vizioso. Che in qualsiasi momento può invertirsi e generare una contro-spirale altrettanto rovinosa, con effetti di panico sui mercati finanziari, la liquidità del credito, i risparmi delle famiglie. Si capisce perché per una volta Medvedev e Soros vanno d'accordo. L'epicentro di questa crisi è l'America, è la sua finanza impazzita che genera un altro contagio globale. Cina e India in questo caso sono solo lo scenario di fondo: è vero che l'aumento dei consumi petroliferi cinesi sale così velocemente da superare la riduzione dei consumi americani; ma per ora gli Stati Uniti continuano ad assorbire quasi il 25% del greggio mondiale contro il 9% della Cina. Le conseguenze di questa iperinflazione petrolifera sull'economia reale rischiano di diventare sempre più drammatiche nei prossimi mesi. La Cina e l'India, costrette ad abbandonare i "prezzi politici" dei carburanti, non soltanto si espongono al malcontento dei consumatori e alle tensioni sociali, ma possono rallentare la loro crescita che è per il resto del mondo l'unica speranza di salvezza dalla recessione. In Europa l'ultima locomotiva ? a mezzo servizio ? che ci resta, e cioè la Germania, dovrà sacrificare una parte dei suoi consumi per far fronte al rialzo del 66% della benzina alla pompa. Questo significherà anche minor domanda di moda o mobili o elettrodomestici made in Italy sui nostri principali mercati di sbocco. C'è almeno un effetto collaterale positivo, che può derivare dalla bolla finanziaria sul petrolio? I mercati, a modo loro, svolgono una funzione di supplenza. L'economista americano Kenneth Rogoff, ex direttore generale del Fondo monetario internazionale, lo ha spiegato in questi termini sul Sole-24 Ore: chi sospinge esageratamente al rialzo nel breve termine i prezzi del petrolio, "sta facendo molto di più per la difesa dell'ambiente di quanto non facciano i politici occidentali che cercano di prolungare l'epoca del consumismo occidentale eco-insostenibile". Il gioco d'azzardo della speculazione, in quanto scommette in anticipo su trend di lungo periodo che esauriranno le risorse energetiche, dovrebbe servire ad accelerare le nostre reazioni. Finora però questa funzione è stata scarsamente efficace. L'Unione europea si è fermata a Kyoto: come se la sua adesione a quel trattato fosse un certificato di buona condotta sufficiente, in attesa che altri si adeguino. Ma l'Agenzia internazionale dell'energia calcola che il costo delle emissioni carboniche alla "Borsa di Kyoto" dovrebbe quadruplicare, per costringerci davvero a cambiare modello di sviluppo. Intanto l'inverno prossimo basteranno uno o due gradi di freddo in più, e saremo tutti di nuovo alla mercè del signor Medvedev, alias Putin.

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Con il Trattato di Lisbona torna l'eurotormentone (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 09-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 23 del 2008-06-09 pagina 46 Con il Trattato di Lisbona torna l'eurotormentone di Paolo Granzotto Caro Granzotto, a proposito di tormentoni ci siamo liberati di quello relativo al conflitto di interesse, di quello relativo al riscaldamento globale e di quello relativo alla pace e al pacifismo. Bisognerebbe essere soddisfatti se ai tormentoni si aggiunge la scomparsa mediatica della sinistra comunista e dell'Udc di Pierferdinando Casini. Ma ecco che un vecchio tormentone, quello relativo all'Europa, minaccia di fare la sua ricomparsa con la storia del Trattato di Lisbona che la Lega vorrebbe sottoporre a referendum. Fermo restando che io sarei d'accordo, mi potrebbe dire in sintesi qual è l'importanza ai fini pratici del Trattato di Lisbona? Il Trattato di Lisbona, caro Bellomo, è la versione riveduta, corretta e malandrina della Costituzione europea. Velleitario papocchio che grazie ai fratelli francesi, non a caso enfants de la Patrie, fu debitamente impallinata e riposta in soffitta, tra Loreto impagliato, il busto d'Alfieri, i fiori in cornice, le buone cose di pessimo gusto, insomma, dell'amica di nonna Speranza. La differenza più marcata tra l'abortita Costituzione e il Trattato è la rispettiva mole. La prima si presentava con 448 articoli (sì, ha letto bene: 448 articoli. Quella degli Stati Uniti, che son sempre gli Stati Uniti, conta di un preambolo, cinque articoli e 7 emendamenti) per un totale di circa 65mila parole. Il secondo di articoli ne ha "solo" 70 e di parole all'incirca 13mila. Pur essendo ancora sbrodolatamente prolissa, è già qualcosa. Due le novità apprezzabilissime del Trattato: primo, l'eliminazione dei simboli - bandiera, inno e motto - dal trallallà iconografico eurolandico. Il drappo blu stellato, l'Inno alla gioia e "In varietate concordia" da marchio di fabbrica sono ridotti a gadget. Secondo, la norma che prevede la possibilità di recedere, di scappar via, dall'Unione europea. E se l'Europa avverte la necessità di disciplinare l'esodo significa che qualche suo membro ci sta facendo un pensierino o, detta in altri termini, che non è tutt'oro quel che luccica. E che dunque è meglio premunirsi di un "piano B", garantendosi la via di fuga. Per il resto, Trattato e Costituzione s'assomigliano nell'ambizioso fine di dare corpo politico all'Unione. E quindi di sottrarre sovranità agli Stati membri. Proposito che tuttavia qualcuno aggira appellandosi al diritto di "opt-out" detto altrimenti "clausola di esclusione". Inghilterra e Irlanda, ad esempio, l'hanno esercitato per esentarsi dall'applicare le decisioni comunitarie concernenti la giustizia, gli affari interni e, insieme alla Polonia, per non sottoscrivere la Carta dei diritti della quale disconoscono il valore giuridico. Inutile che io le ricordi, caro Bellomo, che l'Italia mai e poi mai ha avanzato clausole d'esclusione: per noi, da sempre, tutto quello che "fa" l'Europa è ben fatto. Anche le quote latte che hanno strangolato gli allevatori (la nostra quota è inferiore al fabbisogno nazionale). Anch'io, caro Bellomo, sono dell'idea che su argomenti che investono la sovranità nazionale e di conseguenza l'essenza stessa della cittadinanza sarebbe doveroso ricorrere al referendum popolare. Ne abbiamo fatto uno sugli orari dei negozi, figuriamoci se non sarebbe sacrosanto farne un altro sulla prospettiva che un bulgaro possa decidere cosa conviene a un italiano. Però vi si oppone l'articolo 75 della Costituzione che non ammette il referendum per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Un bel guaio, al quale mi auguro proprio che questa legislatura "costituente" metta riparo. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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L'EDITTO LIGURE (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Gabriele Polo "Sistemati" i poveracci - immigrati in testa - e in attesa di risolvere militarmente la discarica campana, il governo va a occuparsi dei lavoratori. Con l'appoggio della Confindustria, il beneplacito degli intellettuali di corte e nel vuoto di opposizione politica. "Ora si può fare", hanno detto Sacconi e Berlusconi al summit padronale ligure. E poiché lo stato è una grande azienda - parola di premier - la deregulation si decreta dall'alto. Sarà "un'opera pesante" per liberalizzare gli orari, protrarre all'infinito i contratti a termine, modificare la legge sulla sicurezza (che essendo quella del lavoro non interessa a nessuno, a parte chi ci crepa). Non c'è nulla di stupefacente in tutto questo. Se l'individualismo diventa la relazione sociale prevalente, i rapporti di lavoro non possono che essere "personali", vanno sciolti tutti i legami collettivi, tranne quello che vincola ciascun dipendente al suo imprenditore. Se il lavoro e chi lo svolge sono una merce profittevole, ogni ostacolo - di legge o contrattuale - va rimosso. Ci penserà poi il padrone a fissare prezzo e modalità, eventualmente a concedere un po' di welfare alla comunità aziendale. Al sindacato decidere se accodarsi o no, sapendo - precisano governo e imprese - che si procederà comunque, che il conflitto non è previsto. Quello, eventualmente, sarà materia di ordine pubblico.

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SPAZZA la notizia IL TG5 CENSURA E IL SINDACATO ACCONSENTE (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 09-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Per il secondo tg nazionale la condanna Ue dell'Italia per le frequenze di Rete4 non merita una parola. E' l'informazione asservita al potere. E l'Ordine dei giornalisti che dice? "Il fatto non ci riguarda" Franco Giustolisi Due sporche vicende. Una più lurida dell'altra. Eccole. La prima. Il 31 gennaio la Corte europea di giustizia condanna l'Italia per aver concesso le frequenze televisive a Rete 4, quella diretta da Emilio Fede e di proprietà dell'attuale presidente del Consiglio, invece che ad Europa 7, emittente televisiva che a suo tempo aveva vinto una specie di concorso. E sin qui siamo ai fatti noti. La notizia, una grande notizia perché c'è di mezzo una sentenza della Corte Costituzionale che aveva condannato Rete 4, il conflitto di interessi, la legge del fidatissimo berlusconiano Gasparri e il tentativo del governo Prodi di rivederla - trova, come è naturale, immediata accoglienza sull'informazione. I grandi quotidiani la piazzano nell'apertura delle relative pagine, Rai Tre la inserisce nei titoli di apertura, Rai Uno le dedica un esauriente servizio eccetera, eccetera. Il Tg5, quello diretto da Clemente e qualcosa Mimun, lo stesso che dopo la vittoria del suo dio ha espresso la volontà di tornare in Rai per dirigere il Tg2, invece tace. Non una riga, non una parola, non una virgola. Se la notizia non c'è, mi arrischio a sostenere che così direbbe anche McLuhan, il massimo esperto mondiale di comunicazioni, se la notizia non c'è, non viene data, non c'è notizia. Non so cosa ci sia stato dietro, non so, cioè se Mimun si sia consultato con Confalonieri o con il gradino superiore. Il fatto indiscutibile è che il Tg5 che arriva secondo come ascolto, dopo il Tg1, e qualche volta si vanta di essere al contrario il primo, non dice che il suo padrone è stato battuto. Non da qualche magistrato di casa nostra, magari additato come comunista, bensì dalla giustizia europea. E questo con parole talmente chiare e semplici che non è neanche il caso di stare a riportarle. Come talmente chiaro e semplice è il concetto che l'informazione, sia quella con la I maiuscola che quella con la i minuscola, non può, non deve essere soggetta, e in questo modo che definisco globale, agli interessi di parte. Magari si dà la notizia, non in grandissima evidenza, poi il sottopancia di turno commenterà a piacer suo e di chi lo paga. Ho sulle spalle mezzo secolo di giornalismo e qualche censura l'ho vista e ne ho subite anch'io, denunciandole in ogni occasione. Ma quell'indecente nonessere del Tg5 non l'ho mai constatato, nè al Giorno, quello vero degli anni '50 e '60, nè in Rai, a Tv7, dove per certe storie fui recluso in quello che allora veniva definito il cimitero degli elefanti, nè tantomeno, all'Espresso, perlomeno sino a qualche anno fa, ma avevo già tolto il disturbo. Preso allora da sacro furore mi rivolgo a quello che ritenevo il naturale interlocutore di chi chiede, vuole, esige giustizia nell'informazione. "Liberazione", in un impeto di fesseria, se n'è uscita con un chi se ne frega di Rete4. E no, egregi colleghi, ammesso che tali possiate essere definiti: se ce ne fregassimo di simili vicende salterebbe la già assai fragilissima impalcatura che tra schianti continui ancora sorregge l'informazione. Non avete ancora capito che la monnezza, gli impianti nucleari, la mezza abolizione dell'Ici, eccetera sono materie più importanti, ma se l'informazione non ne parla o ne parla male, ecco che tutti quei problemi spariscono. Ed ecco la seconda sporca vicenda, più sporca, se possibile delle prima, perché se uno schiavo inchina la sua testa a pro padrone, beh se non si giustifica, quanto meno lo si comprende. Ma chi non ha o non dovrebbe avere padroni? Che, anzi, istituzionalmente dovrebbe tutelare l'informazione, e cosa, se no? Parlo dell'Ordine regionale dei giornalisti, quello che ritenevo, allora, il naturale interlocutore e via dicendo. A ruota, il primo febbraio, invio a questi eminenti colleghi la mia denuncia nella quale propongo di cacciare, non scrissi a calci, ma il senso era questo, dall'"onorata" società di coloro che scrivono per mestiere, e soprattutto per passione, quel tale Mimun. E con lui, i suoi eventuali condirettori e vice, il conduttore che quella sera con la sua presenza ha avallato la gigantesca omissione, nonché i membri del comitato di redazione che non erano intervenuti, come sarebbe stato loro dovere. Invito anche i miei autorevoli colleghi ad indagare se Rete4 e Italia1 si sono comportati nello stesso modo del loro fratello maggiore, il Tg5. Si sa, essendo dello stesso proprietario... Attendo la risposta con una certa trepidazione. Mi arriverà il 18 febbraio, con una raccomandata a firma del presidente Bruno Tucci, il quale con modi cordiali e cortesi mi avverte che "il problema non è di competenza dell'Ordine in quanto l'articolo 6 del Contratto di lavoro prevede alcune specificità che esulano da qualsiasi potere di controllo". Mi si dice, inoltre, che "trattandosi di materia prettamente sindacale" il mio esposto è stato mandato all'attenzione dei probiviri dell'Associazione Stampa Romana. Prendo atto ed attendo la risposta che mi arriverà con tutto comodo il 14 aprile, sempre con raccomandata a firma del presidente dell'Associazione Stampa Romana, Fabio Morabito che a sua volta mi invia il verbale dei probiviri e delle probedonne a firma della presidentessa del consesso, Liliana Madeo, e del segretario Raul Wittenberg. Ebbene, all'unanimità, quei tali e quelle tali, richiamandosi all'articolo 6, dichiarano la propria incompetenza, dato che "non è stato ravvisato nelle scelte del direttore Mimun sulla gerarchia delle notizie le violazioni della correttezza professionale...". Mi sono andato a leggere questo maledetto articolo 6. Dice nella sostanza: "le facoltà del direttore sono determinate da accordi da stipularsi tra lui e l'editore... in ogni caso da non risultare in contrasto con le norme sull'ordinamento della professione giornalistica...". Allora, spiegatemi: l'omissione delle notizie non gradite, fa parte degli accordi editore-direttore o delle norme sull'ordinamento della professione giornalistica? Evidentemente no. Quindi? Non penso che ordinovisti e probiviri siano tutti soggetti al potere, mi auguro che qualcuno non lo sia. Ma, evidentemente tutti (quelle decisioni come ho scritto prima, sono state prese all'unanimità) sono soggetti legati, drogati da un vincolo secolare in quanto nei fatti il direttore non è un primus pares come viene detto con stile elegante e falso, bensì un primus impares. Per questo sostengo da sempre, ma il discorso andrà approfondito in altra occasione, che parlare di riforma della Rai è un falso problema, quel che conta è fare la rivoluzione del giornalismo. Però, dato che sono di capoccia dura ho fatto l'ulteriore passo rivolgendomi alla suprema Corte di Cassazione, come si può ritenere l'Ordine nazionale dei giornalisti. In un ricorso, si può definire così?, lungo un paio di cartelle racconto la storia, con questo esordio: "E' avvenuto qualcosa che è profondamente lesivo del concetto di informazione e della stessa identità di chi fa la nostra professione. E che, oltretutto, è di sporco consiglio alle nuove leve, quello di abbassare sempre e comunque la testa". Ma la "Cassazione" giornalistica mi farà sapere immediatamente, sempre per raccomandata, che "non le è consentito esprimere valutazioni di merito". Il tutto accompagnato da un bigliettino, forse involontariamente ironico, del segretario Enzo Iacopini "caro Franco, la legge è la legge". Sarà. Ma, al dunque, che ci stanno a fare? Però non bisogna dar retta al qualunquista Grillo che vuole l'abolizione dell'Ordine. No, ci deve essere, e come, ma va riformato, rifatto, restaurato, quanto meno nella mentalità per evitare che l'informazione sia al servizio del potere.

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Se aboliamo il sindacato - (segue dalla prima pagina) (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Commenti SE ABOLIAMO IL SINDACATO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ecco la laureata in ingegneria finanziaria che, non essendo riuscita ad esporre con efficacia il suo "portafoglio di competenze", esce dall'ufficio del gestore delle risorse umane con un contratto a termine da 800 euro al mese; mentre poco dopo un bracciante agricolo quarantenne, capace quando occorre di battere i pugni sul tavolo, rimedia un contratto da 2000 euro a tempo indeterminato. Ma a parte gli effetti sui destini personali, si tratta di comprendere dove simili proposte di riforma dei contratti di lavoro, ove fossero attuate, potrebbero condurre l'insieme del sindacato. L'idea del contratto individuale per tutti non è ovviamente nuova, tra gli imprenditori, i politici ed i giuslavoristi. Di fatto da parecchi lustri la legislazione italiana sul lavoro si muove in tale direzione. Sulla progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro si fonda palesemente il suo ultimo prodotto, la Legge 30 del 2003, come meglio si evince dal decreto attuativo n. 276/2003. Il bersaglio dichiarato, di continuo ripreso nella discussione degli ultimi mesi sulle riforme contrattuali, è il contratto collettivo nazionale. Abolito questo, è dato presumere, le nostre imprese potranno finalmente competere alla pari con le imprese indiane, filippine e messicane ed i loro salari da quattro dollari al giorno. Il contratto di lavoro individuale si colloca evidentemente all'estremo opposto rispetto al contratto collettivo nazionale. Ma in questa opposizione non sono in gioco soltanto architetture contrattuali. La insistita proposta di tale tipo di contratto rappresenta infatti una negazione autoritaria delle stesse ragioni di esistenza del sindacato dei lavoratori. Tre secoli fa, essi cominciarono ad associarsi in vari modi per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Nessuno poteva sognarsi da solo di ottenere simili progressi. Troppa era la debolezza contrattuale di ciascuno di fronte al potere economico, politico e sociale degli imprenditori, dei mercanti, delle pubbliche autorità. Però l'unione di mille o diecimila debolezze realizzata con qualche forma di associazione poteva dar luogo a un soggetto collettivo in grado di opporsi con efficacia al potere dei padroni e dello stesso governo. Come scrisse una volta per tutte Adam Smith in La ricchezza delle nazioni (1776), gli interessi delle due parti non sono affatto gli stessi, e per entrambe l'associazione è indispensabile al fine di difenderli. "Gli operai ? scriveva Smith ? desiderano ottenere quanto più è possibile, i padroni di dare quanto meno è possibile. I primi sono inclini ad associarsi per innalzare il prezzo del lavoro, i secondi ad associarsi per abbassarlo". Il livello del salario "dipende dal contratto concluso ordinariamente tra le due parti". Cioè tra le associazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro. Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile l'associazione sindacale e il contratto collettivo, l'idea pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto della uguaglianza di diritto tra le due parti. Un presuppasto che ignora la abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche, di mezzi di sussistenza, di peso politico, di capacità di resistere senza lavorare e produrre che sussiste tra il singolo lavoratore e la singola impresa, sia pure di piccole dimensioni. Una condizione di fatto da cui discende la necessità d'un sindacato che al tavolo della contrattazione sappia portare la forza costituita dalla combinazione di gran numero di debolezze. Se allo scopo di modernizzare il modello di contrattazione, anziché por mente alla disuguaglianza in essere, la si nega recuperando il citato presupposto, tanto vale tirarne le conclusioni: poiché dove quest'ultimo predomina vengono comunque negate le ragioni sostanziali di esistenza dell'associazione sindacale, si potrebbe proseguire abolendo il sindacato. L'ingegnera finanziaria al pari del bracciante agricolo, il commesso di supermercato come l'addetta al call center non ne hanno più bisogno. Altro che contratto nazionale. Ciascuno saprà, al caso, ritagliarsi il contratto di lavoro che meglio gli conviene. Allo scopo di abolire il sindacato il nostro legislatore non dovrebbe nemmeno sforzarsi molto. Dopotutto l'art. 39 della Costituzione stabilisce che l'organizzazione sindacale è libera, mica che è obbligatoria. Inoltre ? e forse non è un casuale incidente storico ? la parte seconda dell'articolo, quella che riguarda la personalità giuridica dei sindacati registrati, è rimasta fino ad oggi inattuata. Perciò si potrebbero semplicemente rispolverare le disposizioni del Combination Act approvato dal Parlamento del Regno Unito nel 1800, una legge antisindacale che ha fatto storia, avendo alle spalle una trentina almeno di editti repressivi susseguitisi fin dal 1720. La nuova legge precisava e generalizzava una legge dell'anno prima, denominata "Legge per impedire associazioni (combinations) illegali di lavoratori", che però si riferiva soprattutto ai costruttori di mulini. Ora veniva stabilito che tutti i contratti, convenzioni e accordi stipulati tra operai qualsiasi o altre persone al fine di ottenere aumenti salariali, oppure ridurre o cambiare l'orario di lavoro, o diminuire la quantità di lavoro prestato, erano illegali, nulli o vuoti. Prometteva anche fino a tre mesi di prigione comune, ovvero, a discrezione del giudice, fino a due mesi di lavoro forzato, a chiunque violasse la legge. Migliaia di lavoratori ne han fatto le spese negli anni successivi. Ho ricordato questa famosa legge antisindacale del passato perché al fondo del piano inclinato su cui il sindacato come istituzione pare rapidamente scivolare, a forza di diluire la vocazione originaria di attore che traduce la debolezza economica individuale in una forza collettiva per sua natura conflittuale, potrebbe trovarsi in un futuro non troppo distante davanti a qualcosa di simile. Magari senza la minaccia del carcere: le destre di oggi hanno compassione per chi non le ostacola. Per non sparire del tutto potrebbe trasformarsi in una società segreta, come avvenne durante il venticinquennio di vigenza del Combination Act. Oppure in un sindacato di servizi. Altra sagace idea dei modernizzatori odierni, nata più o meno ai tempi delle ghilde, poi superata dall'avvento delle unioni sindacali che preferivano, le sprovvedute, battersi per aumentare i salari.

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Niente convenzione a heliopolis podestà fa causa al governatore (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina IX - Milano La residenza per anziani è del neocoordinatore di Fi Niente convenzione a Heliopolis Podestà fa causa al governatore Guido Podestà fa causa a Roberto Formigoni. Motivo del contendere, il no del Pirellone alla residenza per anziani Heliopolis di Binasco. Controllata dal neo coordinatore regionale di Forza Italia attraverso la società Nuova San Zeno Immobiliare spa, di cui è presidente del consiglio di amministrazione e legale rappresentante. A contrapporre il successore di Mariastella Gelmini e il governatore lombardo, da poco nominato da Silvio Berlusconi vicepresidente nazionale del partito, questa volta, infatti, non è una poltrona, ma una casa di riposo e un ricorso al Tar della Lombardia presentato a febbraio. "Contro Regione Lombardia, nella persona del Presidente pro tempore e l'Asl Milano 2" - recita l'atto promosso da Guido Podestà e Aronne Strozzi legale rappresentante della Rsa, che, tra l'altro, ha sede in via Scarlatti 30, proprio allo stesso indirizzo dell'ufficio milanese dell'eurodeupato azzurro. Entrambe sono accusate di aver deciso ingiustamente "il blocco indistinto degli accreditamenti per tutte le residenze per gli anziani, ad eccezione di quelle ricomprese nel territorio di Milano", con la delibera del 14 dicembre 2005 n. 8/13/75, rinnovato anche nel 2007 quest'anno. Ma soprattutto di averlo ripetutamente negato alla struttura di Podestà. Nonostante la programmazione dall'Asl Milano 2 "avesse appositamente inserito nel 2006 la realizzanda struttura della Nuova San Zeno Immobiliare" a Binasco e Rozzano nella programmazione zonale delle strutture per gli anziani". Quando si dice il conflitto di interessi. "Il sito dell'Asl - si legge ancora nel ricorso - anche l'anno successivo continuava a evidenziare la necessità di altri 251 posti letto sui 1904 accreditati". Pesanti le contestazioni nei confronti del Pirellone. Eccesso di potere per difetto e contraddittorietà della motivazione, violazione dell'attuazione del piano socio sanitario e del principio comunitario di libero mercato. "Ma c'è di più. A dimostrazione dell'aggravamento della situazione, al 15 gennaio di quest'anno sempre l'Asl 2 denunciava che a fronte di una richiesta di 549 posti letto, vi era solo una disponibilità di 22 letti". Numeri significativi se si tiene conto che il piano nazionale sanitario 2003-05 certifica che "nel Nord quasi il 10 per cento della popolazione ha più di 75 anni" e che "il mondo anziano è in progressiva crescita". Tra il Pirellone e viale Monza, dunque, per il momento, più del dialogo prevalgono le carte bollate. Senza contare che la competenza sulle case di riposo spetta all'assessorato regionale alla Famiglia, finora guidato dal potentissimo Giancarlo Abelli. Al quale Podestà ha oltretutto soffiato il posto di coordinatore regionale prima che Berlusconi lo nominasse addirittura al vertice nazionale del partito al posto di Sandro Bondi. (a. m.).

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Le carte di casaroli cardinale tessitore - agostino giovagnoli (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 10-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Cultura Nel libro "La politica del dialogo" i documenti dell'archivio LE CARTE DI CASAROLI CARDINALE TESSITORE La sua opera "paziente" si sviluppò nel corso di tre pontificati AGOSTINO GIOVAGNOLI La diplomazia vaticana, si ripete spesso, è la prima diplomazia del mondo per l'abilità dei suoi artefici e per la finezza di modi raffinati nei secoli. "Figuriamoci come sarà la seconda", amava ripetere con la sua tipica ironia il cardinal Tardini, che la diresse per molti anni e che ne conosceva i limiti. Dotata di pochi mezzi, tale diplomazia esercita soprattutto il fascino che deriva dalla peculiarità dei suoi fini. Quando nel 1870 finì il potere temporale, ci fu incertezza in Vaticano sulla sua sorte: perché mantenerla se non c'era più uno Stato da rappresentare presso altri Stati? Ma la decisione di sopprimerla non venne presa e la diplomazia pontificia si trasformò in "diplomazia del papa", al servizio del leader di tutti i cattolici cui però vengono rivolte tante attenzioni anche da parte di molti non cattolici. Un'altra tempesta, di natura diversa, si è poi abbattuta sulla diplomazia vaticana con il Concilio. Dopo il Vaticano II, infatti, essa apparve l'emblema di un temporalismo anacronistico e insopportabile. Ma ad aiutarla, in modo probabilmente decisivo, venne l'Ostpolitik e cioè la "politica orientale" della S. Sede che si sviluppò proprio in quegli anni, fino alla caduta dei regimi comunisti nel 1989. Mentre molti ne denunciavano l'incompatibilità con una Chiesa chiamata a liberarsi definitivamente di ogni legame con il potere, in particolare nel mondo occidentale, dal centro dell'impero comunista venne invece un sorprendente apprezzamento per la diplomazia della S. Sede. Pur senza dimettere la sua radicale pregiudiziale antireligiosa e senza attenuare la politica anti-cattolica in Urss, infatti, Krusciov valutò positivamente l'impegno per la pace assunto in quegli anni da Giovanni XXIII. In questa contraddizione si inserì l'opera "faticosa e paziente" dell'Ostpolitik vaticana, che si sviluppò nel corso di tre pontificati e di cui il principale tessitore fu il cardinal Agostino Casaroli. La avviò Giovanni XXIII, con un'audace iniziativa personale, e fu poi continuata da Paolo VI, il quale la inserì nell'ottica del dialogo, tema chiave del suo pontificato. Giovanni Paolo II non la interruppe, come ci si sarebbe aspettati vista l'ostilità dell'episcopato polacco, ed anzi nominò proprio Casaroli suo Segretario di Stato, ma le affiancò un forte impulso per un'azione più incisiva delle Chiese cattoliche in Europa orientale. Oggetto di molte discussioni mentre era in corso di svolgimento, quest'azione diplomatica è stata poi investita da un dubbio radicale dopo il collasso del blocco sovietico: valeva la pena di trattare con regimi destinati a dissolversi pochi anni dopo? Molti dubbi possono ora essere chiariti dalla pubblicazione di numerosi documenti dell'archivio Casaroli nel volume, edito da Il Mulino, La politica del dialogo (pagg. 908, euro 48). Le carte Casaroli sull'Ospolitik vaticana, a cura di Giovanni Barberini e con l'introduzione del cardinal Achille Silvestrini, anch'egli protagonista dell'Ostpolitik vaticana. La pubblicazione fa seguito alle memorie di Casaroli (Il martirio della pazienza, Einaudi) in cui questi non si nascondeva i paradossi di tale politica, che risultano confermato dai documenti ora pubblicati, i quali però aiutano anche a capire meglio le ragioni di tanta "pazienza", pur in presenza di risultati scarsi o nulli: l'obiettivo era aiutare a sopravvivere chiese "boccheggianti" ma non ancora ridotte al silenzio, contrariamente a quanto sostenuto, in modo singolarmente convergente, dalle opposte propagande della guerra fredda. Su questa strada, però, la diplomazia vaticana fu spinta a fare anche molto altro, soprattutto per la pace nel mondo. In un appunto sulla crisi di Cuba del 1962, quando il mondo fu ad un passo da una terza guerra mondiale, si legge che Kennedy intervenne su Giovanni XXIII perché "solo un interessamento del Papa avrebbe potuto scongiurare la grave minaccia di un conflitto... La cosa fu riferita al papa, il quale si decise a parlare. Si dovette proprio al suo intervento - si ripetè da persone autorevoli delle due parti - se fu allontanata dal mondo la minaccia di un conflitto atomico". Se tale intervento fu davvero decisivo, la storia di quella crisi andrebbe riscritta. Ma per farlo occorrerebbero altri documenti, provenienti dagli archivi sovietici, che non sappiamo se arriveranno mai.

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Bush da Berlusconi, pressioni sull'Iran Il presidente americano domani a Roma: il nucleare di Teheran al centro del summit degli addii Sì degli Usa all'Italia nel gruppo dei 5+1 (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 10-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Bush da Berlusconi, pressioni sull'Iran Il presidente americano domani a Roma: il nucleare di Teheran al centro del summit degli addii Sì degli Usa all'Italia nel gruppo dei "5+1". Ma in cambio vogliono l'appoggio alla linea dura di Roberto Rezzo / New York L'AMICO GEORGE. Un presidente impopolare e alla fine del mandato arriva in Europa per un'ultima visita tanto fitta d'appuntamenti quanto povera d'aspettative. George W. Bush partecipa oggi al summit annuale tra Stati Uniti e Europa in Slovenia, quindi per tutta la settimana gli incontri bilaterali con Germania, Italia, Vaticano, Francia e Gran Bretagna. L'appuntamento di giovedì a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi è stato preparato e annunciato dalla Casa Bianca con attenzione ed enfasi del tutto particolari. Mentre gli altri leader europei guardano già al dopo Bush, il presidente del Consiglio italiano è l'unico a proclamarsi suo alleato a prescindere. "Sono d'accordo con gli Stati Uniti prima ancora di sapere come la pensano", è una frase che a Washington ricordano sempre con gratitudine. Ma quanto di concreto uscirà dall'incontro, resta tutto da vedere. Tra i commentatori americani prevale la sensazione che Berlusconi farà promesse che non potrà o non dovrà mantenere. L'agenda di Bush è stata anticipata dal consigliere per la Sicurezza della Casa Bianca Stephen Hadley: "Il presidente intende rafforzare una partnership transatlantica che promuova la democrazia, combatta il terrorismo e ne impedisca la proliferazione. Ma non aspettatevi annunci epocali". Il capitolo più spinoso riguarda naturalmente la questione del nucleare iraniano. Gran Bretagna, Francia e Germania, spalleggiate da Cina e Stati Uniti, stanno preparando l'offerta di un nuovo pacchetto d'incentivi economici e diplomatici in cambio della sospensione del programma per l'arricchimento dell'uranio. Teheran sta preparando una contro proposta, confermano fonti del dipartimento di Stato Usa. L'Italia smania per un posto nel gruppo ristretto incaricato della trattativa. Il cosiddetto 5+1, perché ne fanno parte i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania. Il ministro degli Esteri Franco Frattini aveva spiegato che "il forte sostegno del presidente degli Stati Uniti rappresenta un ulteriore elemento importante". E il forte sostegno è arrivato nel corso di un'intervista che Bush ha concesso al Tg1. "Il mondo libero deve continuare a mandare un segnale chiaro agli iraniani. In questo mio viaggio insisterò sui pericoli del nucleare iraniano. L'Italia può essere una voce importante nel convincere gli iraniani a non isolarsi". Si tratterebbe solo di verificare "alcuni dettagli". Affermazioni suggellate da attestazioni di stima per Berlusconi: "Lo conosco, mi fido e mi piace. Lo considero uno dei veri leader interessanti nel mondo". Alla domanda se sia ancora sul tavolo un intervento militare, la risposta di Bush è stata un secco "Sì". Nonostante il Pentagono abbia pronto da mesi un piano di attacco contro l'Iran, è improbabile che la Casa Bianca si spinga in un colpo di mano prima delle elezioni di novembre in collisione con la maggioranza democratica al Congresso. Questo dovrebbe mettere al riparo l'Italia dal rischio di farsi trascinare in un altro conflitto a seguito degli americani. Ma anche come new-entry nel gruppo dei negoziatori, difficilmente potrà sdraiarsi sulla linea dura di Washington. "Nonostante Berlusconi voglia a tutti i costi stringere legami più forti con gli Stati Uniti, l'Italia ha importanti interessi economici in Iran. A partire dall'Eni, il gigante petrolifero pubblico - scrive il Wall Street Journal - E questo rende molto più difficile trovare un accordo sulle sanzioni a Teheran". Più aperta la partita sull'Afghanistan. Gli Stati Uniti da tempo chiedono un maggior impegno militare degli europei nella regione. Senza alcuna soddisfazione. Ora per la prima volta il presidente francese Nicholas Sarkozy accetta di inviare altre 700 truppe in Afghanistan. E non è difficile immaginare che gli americani si aspettino da Berlusconi un'iniziativa analoga in cambio dei buoni favori ottenuti. Quando Roma discute di un cambio delle regole d'ingaggio per i militari italiani, Washington lo interpreta già come un segnale positivo. Sul fronte economico Bush intende spingere per un drastico alleggerimento delle barriere doganali su un mercato di scambi valutato in oltre 500 miliardi di dollari l'anno. La strada si presenta molto lunga e molto in salita. Persino su una questione marginale come l'importazione delle carni di pollo americane lavate con clorina, l'Europa ha chiuso la porta in faccia agli Stati Uniti con il parere contrario delle commissioni veterinarie di 26 Paesi su 27. Reginald Dale, analista del Center for Security and International Studies a Washington, insiste che la missione ha valore soprattutto simbolico. "Durante il primo mandato Bush è stato oggetto di critiche per trattare con le singole capitali cercando di metterle l'una contro l'altra e ignorando l'Unione Europea. Ha iniziato il secondo visitando proprio la sede dell'Unione Europea a Bruxelles. E ora vuole chiudere segnalando che la crisi nelle relazioni transatlantiche per la guerra in Iraq è alle spalle". Si guarda avanti, al vertice del G8 a luglio in Giappone. Anche se la guerra continua.

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Reato di clandestinità un'offesa al diritto Cara Unità, ho assistito alcune (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 10-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Reato di clandestinità un'offesa al diritto Cara Unità, ho assistito alcune sere fa, ad alcune battute della chiacchierata tra gli ospiti di Ilaria D'Amico: Tinti, Sansonetti, Gasparri, Bongiorno. Sono rimasto impietrito ascoltando l'On. Bongiorno in merito all'ipotetico reato d'immigrazione avvenuta fuori delle ipotesi consentite dalla legge: la cosiddetta immigrazione clandestina. Infatti, a fronte delle considerazioni di Tinti circa l'inefficacia, preventiva e repressiva, di un reato disegnato secondo il modello di quelli istantanei (per le immancabili ricadute sulla possibilità d'infliggere una condanna per un reato tendenzialmente soggetto a prescrizione, stante la difficoltà di accertare la data del fatto), ecco che Bongiorno, punta di diamante della sapienza giuridica del Popolo delle Libertà, ex papabile alla carica di Guardasigilli, se ne viene fuori con una trovata singolare: ella preferirebbe la formulazione di un (non meglio precisato) tipo di reato d'immigrazione clandestina che si concretasse solo nei confronti dei clandestini pericolosi per collettività. Mi chiedo dove l'On Bongiorno abbia tratto un'ispirazione che finirebbe con l'introdurre nel nostro sistema giuridico un monstrum che neppure la fantasia di Spielberg riuscirebbe a immaginare: ossia un'ipotesi criminosa che trovi applicazione solo al cospetto di un particolare modo di essere del reo, quasi per una sorta di colpa in autore. In altri termini, a parte la circostanza che non si sa secondo quali canoni si dovrebbe operare il giudizio riguardo alla pericolosità dell'imputato, rimane da chiedersi come possa essere già solo immaginata una figura delittuosa che, pur ancorata a una specie di status del reo (l'essere egli immigrato clandestino), si concreti o si dissolva, come una ninfa dei boschi, secondo che l'agente sia pericoloso o no! Di vero, anche un infante comprende che, persino se la pericolosità evinta dai fatti commessi contro la nostra collettività fosse tipizzata in modo perfetto, e fosse facilmente apprezzabile dal giudice, nondimeno l'accadimento pregresso (l'essersi introdotto clandestinamente in Italia) non potrebbe, mai e in ogni caso, essere addebitato all'agente, a titolo di reato autonomo, in virtù di una reviviscenza generata da un sortilegio giuridico! Vorrei ricordare come lo stesso Grandi, allorché qualche sinistro stupratore del diritto penale tentò di scimmiottare i nazisti proponendo norme cervellotiche e d'interpretazione equivoca, abbia avuto il coraggio di affermare, nella nota seduta del Gran Consiglio, che i princìpi del nostro diritto, radicati in quello romano, andavano difesi come il suolo della patria. Altro impulso mi porterebbe a evocare Carducci, il quale avrebbe ribadito: "Odi barbare (Ho udito cose barbare)". Ma forse è più efficace invocare direttamente soccorso, con il gridare: "Mamma, so' arrivati li Turchi... ". Ivan Russo A mio padre, eroe di guerra quest'Italia non piacerebbe Cara Unità, questa lettera la dedico al giornalista e partigiano Giorgio Bocca. Sabato 24 maggio ho letto con un groppo alla gola l'intervista che rilasciata all'"Unità". Quanta amara e profonda verità in quelle parole! Caro Bocca (mi permetta il caro), mio Padre fu un eroe della Prima Guerra Mondiale combattendo sul fronte carsico per tutta la durata del conflitto. Venne promosso per avanzamento Aiutante de Battaglia e decorato di Medaglia d'Argento al valor militare con questa motivazione: "con ardimento e calma alla testa del proprio plotone lo guidava all'assalto. Ferito in piu parti dallo scoppio di una granata avversaria, fattosi medicare al meglio, raggiungeva di nuovo il reparto e con i superstiti respingeva il nemico, rafforzandosi nella trincea conquistata. All'ordine di ripiegamento, faceva eseguire il movimento dei suoi uomini in modo regolare". Durante la Seconda Guerra Mondiale prestò servizio dal 1°gennaio al 30 giugno 1944 al Comando Militare di Stazione di Bologna, incurante delle bombe che gli Alleati sganciavano su ogni postazione strategica, inclusa la Stazione ferroviaria. Per il dovere di soldato e per il profondo antifascismo rischiò piu volte di essere ucciso. Mio Padre è stato un idealista come Lei, caro Bocca, se potesse tornare al mondo, sono sicura, rimarrebbe annichilito nel constatare che l'Italia, da Lui tanto amata, sia diventata uno Stato immemore, senza più ideali, pronto ad accogliere, ancora una volta la teppaglia fascista al Governo come nulla fosse successo. Quello che sta accadendo in questi giorni non è un buon presagio: cacciata di immigrati, atti di violenza xenofoba, tentativi di ripristinare l'ideologia fascista riesumando tristi personaggi, fucilatori di partigiani, dedicando loro strade, vie, piazze. Anche se siamo ancora al primo atto di questa oscena commedia, prepariamoci agli uomini in fez, col manganello e con l'olio di ricino. Gli immigrati, gli intellettuali, gli omosessuali saranno i nuovi ebrei da spedire nei campi di sterminio o discariche. Maria Pia Rossi, Bologna Prodi, la lezione di un galantuomo Caro Direttore, leggo sulla striscia rossa dell'Unità una semplice frase del galantuomo Prodi: lezione di umiltà e saggezza; leggo oggi l'ennesima notizia dei buoni risultati della politica economica del governo Prodi i cui provvedimenti (per esempio sui precari) iniziano a dare piccoli ma concreti risultati. È di pochi giorni fa la notizia che il Consiglio Ecofin, approvando l'abrogazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo aperta nel 2005,ha riconosciuto i meriti del grande lavoro svolto in due anni dal governo Prodi per il risanamento del debito pubblico italiano,tanto che il ministro Tremonti deve ammettere, bontà sua, che "siamo gli esecutori della politica di Prodi". Ma quanti cittadini italiani hanno coscienza di questi fatti? Interessano a qualcuno? Fanno venire dei dubbi sulle recenti scelte elettorali? Abbiamo mandato a casa Prodi e, oggi, Berlusconi si vanta dei risultati di una politica non sua. Ancora grazie, Professore. Mario Cavatorta, Bergamo.

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Le polemiche legate al salvataggio degli ospedali valdesi da parte della Regione - stabilito con la (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 11-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Legge del 18 maggio 2004 - tornano d'attualità con una relazione della Direzione Bilanci e Finanze della giunta regionale che critica la gestione del commissario liquidatore. Una segnalazione che dovrebbe portare, nei prossimi giorni, ad una contestazione formale da parte della giunta guidata da Mercedes Bresso. Nella relazione si evidenziano due anomalie. La prima mette in luce una situazione di conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti, un'azienda, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati. La seconda anomalia mette in evidenza come il commissario "si è autoliquidato 253 mila euro in più di quanto stabilito con la Dgr 38 del 14 giugno 2004", si legge a pagina 5 del documento che porta la data del 14 febbraio 2008. Partiamo da qui. La norma che assegna l'incarico al dottor Roberto Seymandi stabilisce nello 0,75% delle passività definitivamente accertate e trasferite alla Regione il valore del compenso. Il 31 ottobre 2007 il commissario presenta alla Regione un resoconto con una situazione patrimoniale che fissa in quasi 54 milioni le passività trasferite alla Regione. In base a questa cifra il commissario si è autoliquidato, al lordo delle trattenute, quasi 480 mila euro per un costo complessivo di oltre 571 mila euro. I dirigenti regionali, però, osservando il resoconto contestano quell'importo che "risulta essere superiore di 253 mila euro" a quanto stabilito. La differenza nasce, secondo la loro tesi, dal fatto che nel conteggio delle passività il commissario "sembrerebbe aver inserito anche i debiti previdenziali e tributari non trasferibili". Debiti che superano gli 11 milioni e mezzo di euro e che non dovrebbero essere conteggiati in base ad alcune norme regionali. Norme che se rispettate farebbero scendere il debito totale a 42,386 milioni e con esso anche il compenso del commissario. Nel corso dell'attività di monitoraggio i dirigenti del settore Bilanci hanno più volte segnalato la necessità di arrivare ad una definizione chiara "delle passività definitivamente accertate" senza aver mai avuto risposta. La relazione affronta anche il capitolo del conflitto di interesse in capo al commissario. Una situazione, per altro, che i dirigenti regionali hanno segnalato fin dal 28 dicembre del 2005 - "La "singolarità" della posizione di Seymandi pare confermata dalla sua qualità di socio della Pitagora Revisione Srl che risulta creditore della Ciov per un importo di oltre 120 mila euro" - e che non è mai stata risolta. Questa volta i dirigenti contestano Seymandi per aver inserito tra i creditori privilegiati i pagamenti effettuati a favore della società Pitagora Revisione Srl, di cui è socio. La Pitagora, così, ha ottenuto il pagamento di tutte le attività svolte. Per i dirigenti regionali, invece, Pitagora era da inserire tra i creditori non privilegiati. Finora la gestione liquidatoria è costata alla data del 30 novembre del 2007 oltre 1,5 milioni di euro tra compensi al commissario, consulenze e versamento trattenute. Una cifra che rappresenta il 4,4% della spesa totale finora sostenuta pari a 35,5 milioni. Che cosa risponde Seymandi? Il commissario accusa di scorrettezza i dirigenti regionali - "non mi hanno mai informato delle relazioni" - e spiega di aver dato i chiarimenti nel corso di una riunione con i direttori del settore. Secondo il commissario esiste una delibera firmata dall'ex assessore Mario Valpreda che permette di liquidare al 100% i crediti pregressi. Rientrerebbero in questa categoria anche i crediti della società Pitagora. Anche il compenso è fissato in base ai parametri fissati dall'Ordine professionale e "tutte le parcelle sono state vidimate. Tutto dunque è regolare". Tesi che Seymandi ha esposto nel corso di un incontro con i manager della Regione dove "è stato tutto chiarito". In realtà i vertici della struttura regionale spiegano che le risposte non sono state completamente soddisfacenti e che le perplessità restano tali. Perplessità che si trasformeranno nei prossimi giorni in una lettera di contestazione formale.

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11 TESI DOPO LO TSUNAMI - PROTEO O ANTEO? LA SINISTRA SULLE PROPRIE TRACCE (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 11-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Quando la politica non sa più parlare, il ceto politico parla solo a se stesso di se stesso, non interpreta la società e ne rincorre le pulsioni Centro Studi per la riforma dello Stato 1. CAMBIO DI PASSO Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall'heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell'iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c'erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D'altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c'è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C' è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione. 2. DOPPIO FALLIMENTO Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l'opinione di centro si è avvicinata all'opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l'illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C'era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell'iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l'Ulivo, poi l'Unione, poi il Partito democratico. Che quest'ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra. 3. POLITICA MUTA Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l'equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l'equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L'equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com'è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se lo assumi così com'è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, inneschi un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l'antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.  4. DECIFRARE E TRADURRE Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto.. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell'agire politico, vero e proprio fatto d'epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E' la politica che deve interrogare la società, e il dato che c'è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo come si presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.  5. COSTRUIRE IL SOCIALE Quale, su questo punto, la differenza tra adesso e ieri? In passato c'erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c'è più quindi voce sociale, aumenta l'obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è. 6. DISAGIO E PAURA C'è un'ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall'America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E' una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell'animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c'è la sinistra. E' una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell'evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra. 7. IL CONVITATO DI PIETRA C'è un retroterra di questo discorso,che funge un po' da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c'è da capire dove cadrà l'accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c'è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C'è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l'emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c'è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza. 8. SINISTRA, CHI SEI? Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l'Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l'anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell'eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione. 9. LAVORO E SAPERE La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un'idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l'esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C'è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po' la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E' prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c'è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo "mondo del lavoro". Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel "fare popolo" come "soggetto politico". Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica. 10. IL VECCHIO CHE AVANZA Diceva Brecht: sul muro sta scritto "viva la guerra"/ chi l'ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in avanti. 11. TRACCE DI CIVILTA' Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un'operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell'avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l'ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti, si diventa un'altra cosa.

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Parcella del Valdese l'ira della Bresso (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ORA SI CAMBIA il caso Nel mirino il commissario dell'ospedale La presidente: contesta i conti di Seymandi "La prossima volta assegneremo l'incarico con gara pubblica" Parcella del Valdese l'ira della Bresso MAURIZIO TROPEANO Il caso dei compensi del commissario liquidatore degli ospedali Valdesi non è affatto chiuso. Anzi siamo solo all'inizio: gli uffici stanno preparando una lettera di contestazione formale delle irregolarità riscontrate". Mercedes Bresso, presidente della Giunta regionale, annuncia che il direttore generale della ragioneria e quello della sanità pubblica stanno lavorando con la consulenza degli uffici legali per chiedere conto al dottor Roberto Seymandi dei "conti che noi riteniamo sbagliati". Ieri La Stampa aveva pubblicato una relazione della direzione Bilanci e Finanze che segnalava due anomalie nella gestione commissariale. La prima mette in luce una situazione di conflitto di interesse: il commissario ha inserito nell'elenco dei creditori privilegiati che hanno diritto al rimborso totale dei crediti, l'azienda di revisione Pitagora, di cui è socio, che avrebbe invece dovuto far parte dei creditori non privilegiati. La seconda anomalia mette in evidenza come il commissario "si è autoliquidato 253 mila euro in più di quanto stabilito con la Dgr 38 del 14 giugno 2004". Era stato Seymandi, interpellato da La Stampa, ad affermare che con la Regione "tutto è stato chiarito". Dal suo punto di vista il via libera al pagamento dei crediti della società Pitagora rientrerebbero all'interno dei parametri fissati da una delibera firmata dall'ex assessore Mario Valpreda che permetterebbe di liquidare al 100% i crediti pregressi. Anche il compenso è fissato in base ai parametri fissati dall'Ordine professionale e "tutte le parcelle sono state vidimate. Tutto dunque è regolare". Le dichiarazioni della presidente della Giunta confermano che per la Regione il caso non è chiuso. Bresso spiega che la contestazione ufficiale si baserà proprio sui contenuti di quella relazione e "su altre verifiche incrociate". Poi resta il problema legato al costo complessivo della gestione commissariale che supera 1,5 milioni di euro: "Quando ho letto queste cifre sono caduta dalle nuvole. Mi auguro che la Regione non si trovi più a dover gestire simili situazioni ma se mai dovesse capitare assegneremo l'incarico per mezzo di una gara pubblica", conclude la presidente. Del caso, comunque, si discuterà in Consiglio regionale. Vincenzo Chieppa, consigliere del Pdci, ha presentato un'interpellanza per chiedere alla Giunta se ha intenzione "una volta accertati i fatti di promuovere un'azione risarcitoria nei confronti del Commissario liquidatore". Anche Nino Boetti, consigliere del Pd, chiede di verificare "al più presto attraverso un contraddittorio la reale consistenza di queste situazioni anomale".

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La sicurezza calpestata - (segue dalla prima pagina) (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Commenti LA SICUREZZA CALPESTATA La Confindustria espelle chi paga il pizzo. Perché non usa la stessa severità con chi viola le norme sugli incidenti? Se non corriamo ai ripari l'economia non sarà più competitiva, anzi la condanneremo all'arretratezza strutturale (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Ma fuori, intorno? La società sregolata vede precipitare, insieme ai redditi da lavoro, anche le normative più elementari di una dignitosa convivenza. Si crepa di nuovo nelle stive, nelle autocisterne, nei depuratori, sulle impalcature, sulle linee di lavorazione a caldo, come un tempo si crepava nelle miniere. Subiamo il contrasto scandaloso fra la retorica di una sicurezza ideologica, con cui viene drogata la politica, e poi la sicurezza effettiva sacrificata magari con la scusa che la produttività si migliori facendo senza gli scafandri, gli estintori, i respiratori, i caschi. L'umiliazione del lavoro manuale, la retrocessione della vita operaia a destino sfortunato, spesso vengono giustificate in nome di una virtuosa concordia interclassista, perché il conflitto fra legittimi interessi altro non sarebbe che "invidia sociale". Venerdì scorso, nello stesso convegno dei giovani di Confindustria che suggeriva per la prima volta nel dopoguerra l'idea dei contratti di lavoro individuali, la relazione introduttiva lamentava "la fretta con cui il precedente governo ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro". In effetti, il 5 marzo scorso, all'indomani della morte di cinque operai alla Truckcenter di Molfetta, benché dimissionario il governo Prodi varò fra i suoi ultimi atti il decreto attuativo della legge 123 sull'antinfortunistica, a ciò sollecitato dallo stesso presidente Napolitano. Lungi da me voler attribuire alla Confindustria una responsabilità morale nelle stragi che si susseguono, tanto più che a Mineo quattro delle sei vittime erano dipendenti pubblici. Ma come potremmo accettare l'obiezione avanzata a Santa Margherita? "Rendere ancora più complesse e difficili le norme che presidiano la sicurezza sul lavoro impone costi crescenti agli imprenditori che già seguono il dettato della legge mentre non sfiora neppure chi dell'illegalità fa una prassi". Costi crescenti? Metteteli a bilancio per tempo, invece di stanziare oltre dieci milioni di euro per l'indennizzo delle vittime della ThissenKrupp, oltretutto ponendo la condizione vessatoria che rinuncino a costituirsi parte civile nel processo. Chiediamoci perché la stessa Confindustria, che giustamente approva l'espulsione degli associati che pagano il pizzo, non disponga la medesima linea di severità nei confronti delle aziende inadempienti violano le normative sulla sicurezza. Riconoscerebbe così il principio etico secondo cui la salvaguardia dell'incolumità dei dipendenti ? il primato della vita umana ? va inderogabilmente considerato un bene superiore rispetto al profitto. Le parti sociali si sono date un orizzonte di tre mesi per modernizzare le regole della contrattazione e affrontare una "questione salariale" riconosciuta come non più rinviabile, dopo dodici anni di costante diminuzione dei redditi da lavoro. Il pericolo che l'ideologia della deregulation, simboleggiata dalla provocazione dei "contratti individuali", apra nuove voragini di incuria nella tutela dei lavoratori, non può essere ignorato. Perché l'Italia delle morti bianche sta ritornando all'antico. In troppe aziende i sindacati hanno già sopportato deroghe mortificanti, magari in nome della salvaguardia dell'occupazione. E un mondo del lavoro in cui divenga norma non scritta la rinuncia alla sicurezza, lungi dal rendere più competitiva la nostra economia, la condanna all'arretratezza strutturale che già in altre epoche storiche abbiamo sofferto. Il lutto degli operai siciliani, piemontesi, veneti, liguri, pugliesi ? il susseguirsi delle stragi al ritmo insopportabile di dieci morti in un solo giorno ? rivela il tragitto di un paese nel quale i lavoratori tornano a essere plebe. Come tale indotta magari a ricercare protezioni clientelari, occasionali padrini politici, ma inadeguata a proporsi motore di uno sviluppo fondato sulla professionalità e sull'innovazione. Il nostro rimpianto boom economico, al tempo della ricostruzione, scaturì dal concorso fra talento imprenditoriale e ritrovata dignità del lavoro, dall'orgoglio di una comunità nazionale capace di valorizzare anche la fatica fisica che oggi invece viene rimossa, imposta per bisogno, sopportata come vessazione. Quei lavoratori di Mineo andati cinque metri sotto terra senza attrezzature e prevenzioni adeguate, rappresentano una quotidianità italiana vergognosa, l'abitudine dilagante al pressappochismo. Feriscono la coscienza di chi ce l'ha ancora. Promettono rabbia e violenza, altro che "clima nuovo".

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Parking del pincio, i tagli del comune - cecilia gentile (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 12-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XI - Roma Parking del Pincio, i tagli del Comune Alemanno: "Di certo sarà più piccolo, forse non si farà. Decideremo entro un mese" Sopralluogo in cantiere. Una commissione di saggi per rivedere il progetto CECILIA GENTILE Modificato o bloccato. Lo deciderà tra un mese una commissione di cinque saggi. E' questo il destino che si profila per il futuro parcheggio del Pincio dopo il sopralluogo del sindaco Gianni Alemanno, ieri mattina, al discusso cantiere sopra piazza del Popolo, dal quale dovrebbe nascere un parking sotterraneo per un totale di 726 posti auto. E non è solo un problema archeologico. "Gli ultimi, significativi ritrovamenti di una villa romana costruita dal I secolo avanti Cristo hanno reso necessario un approfondimento dello scavo per verificare l'entità del complesso - spiega il sovrintendente archeologico di Roma Angelo Bottini - ma allo stato attuale non esiste un conflitto di interessi insanabile tra conservazione e costruzione". Quello che il sindaco, d'accordo con gli assessori alla Cultura e alla Mobilità Umberto Croppi e Sergio Marchi che lo hanno accompagnato nel sopralluogo, vuole appurare una volta per tutte è la sostenibilità dell'intera opera. "Rispetto alle proteste di Italia Nostra e alle numerose denunce messe sul tavolo della precedente giunta - scandisce bene Alemanno - è opportuno creare una commissione di saggi che, sia sul versante storico architettonico che su quello tecnico, faccia una rapida revisione del progetto. I cinque saggi, scelti dagli assessori Croppi e Marchi, in un mese ascolteranno tutte le critiche al parcheggio e ci diranno se l'opera nel suo complesso, anche in relazione ai nuovi ritrovamenti archeologici, è sostenibile in un'area così delicata del centro storico". In altre parole, "ci sarà una valutazione complessiva dell'impatto ambientale, dopo la quale la commissione deciderà se rivedere il progetto, bloccarlo, o se dare il totale e definitivo via libera. Nel frattempo, gli scavi archeologici andranno avanti". Gli scavi, ma non i lavori veri e propri, naturalmente. Quelli, da progetto, dovranno iniziare al termine degli scavi, per una durata di trenta mesi. Intanto, fanno sapere dall'Atac, che ha redatto il progetto ed è responsabile del procedimento, gli scavi sono costati finora 900 mila euro. Per il sindaco, una cosa si può già anticipare: "I ritrovamenti porteranno sicuramente a una modifica del progetto, probabilmente ad una riduzione dei posti auto previsti. L'importante è non investire l'area archeologica. Ma se è vero che il 60% del terreno è sterile, ovvero privo di ritrovamenti, non verrà bloccato tutto il parcheggio". Nei piani della precedente giunta, in primis dell'ex sindaco Walter Veltroni, il parcheggio multipiano del Pincio, articolato su sette livelli dentro la collina, era la chiave di volta della pedonalizzazione del centro storico. L'attivazione del parking, insieme all'entrata in funzione della metro C, in particolare del tratto centrale San Giovanni-piazza Venezia, avrebbero portato alla progressiva chiusura al traffico privato. Ad aggiudicarsi la gara europea bandita dall'Atac è stata nell'agosto 2007 l'impresa Sac, del costruttore Claudio Cerasi, con un'offerta di 29 milioni di euro, che però verranno corrisposti solo alla fine dell'opera, primo caso in Italia. Un escamotage per evitare ritardi, anzi per sollecitare un eventuale chiusura anticipata dei lavori. Per i posti auto del parking è prevista una diversa utilizzazione: il 70% potrà essere acquistato dai cittadini che risiedono entro un chilometro di distanza dal Pincio. Per fissare queste indicazioni è stata votata una specifica delibera in consiglio comunale. Si tratta infatti di regole nuove rispetto a quelle dei parcheggi definiti "pertinenziali", che prevedono l'acquisto del box solo da parte di chi abita entro un raggio di 500 metri dalla struttura. In questo caso, la distanza di un chilometro riguarda solo la ztl del centro storico ed esclude la zona di piazzale Flaminio, fuori delle Mura Aureliane. Facilitazioni sono state previste per i diversamente abili e altre categorie svantaggiate. Un altro 20% sarà destinato all'affitto, svolgerà cioè le funzioni di un garage a lunga permanenza. Il restante 10% sarà destinato alla sosta a rotazione.

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Attenti, anche il democratico Obama verrà a chiedere molto agli alleati europei (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 12-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del LUCIO CARACCIOLOIl direttore della rivista di geopolitica Limes: in caso di vittoria lo sfidante di McCain dovrà mettere al centro il problema della sicurezza degli Usa "Attenti, anche il democratico Obama verrà a chiedere molto agli alleati europei" di Umberto De Giovannangeli "La discontinuità in politica estera rimarcata dall'attuale governo di centrodestra rispetto a quello precedente di centrosinistra significa, per ciò che riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, un impegno dell'Italia a trasformare la Nato in quel braccio globale, per quanto minore, della potenza americana che sognano a Washington". A sostenerlo è Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica "Limes". Oggi George W. Bush incontra Silvio Berlusconi. C'è chi ha descritto il viaggio del presidente Usa in Europa come una sorta di un "viaggio degli addii". È solo questo? "Certamente è anche un viaggio degli addii, ma non solo. Per quanto ci tocca più direttamente sarà importante concordare con gli americani una strategia comune verso l'Iran. Ciò implica due ricadute principali che riguardano i nostri militari in Libano meridionale e in Afghanistan, che sono di fatto ostaggi degli iraniani... ". In altri termini, l'incontro tra Bush e Berlusconi non sarà solo sorrisi e pacche sulle spalle... "Direi proprio di no. Se, come pare, Bush nei suoi ultimi sei mesi di presidenza non userà la forza ma accentuerà la pressione delle sanzioni contro Teheran, questo significherà che l'Italia dovrà scegliere: non saranno tollerate posizioni intermedie o ambigue. Sotto questo profilo, Berlusconi è più che ben disposto: non solo intendiamo partecipare alla nuova stretta sanzionatoria, sacrificando importanti interessi economici, ma a quanto pare intendiamo partecipare più attivamente alla campagna afghana. L'obiettivo è di entrare nel piccolo gruppo - il 5+1 (del quale fanno parte i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania, ndr) - abilitato a negoziare con Teheran. Ammesso che i tedeschi, magari sollecitati dagli americani, ci diano il via libera, non è chiaro se in questo club difenderemmo una nostra linea o ci limiteremmo a seguire gli americani". Bush ribadirà al premier italiano, come ha fatto con la cancelliera tedesca Angela Merkel, che sull'Iran tutte le opzioni sono aperte, compresa quella militare. È solo una frase fatta? "È una frase obbligata. Quando si parla di nucleare è inevitabile mettere la pistola sul tavolo. Questo non vuol dire, però, che Bush intenda usarla. Potrebbe esservi costretto se, come è perfettamente possibile, un incidente nel Golfo Persico innescasse un conflitto irano-americano. Non è escluso che qualcuno in Iran punti proprio a questo, giocando anche sulla debolezza e l'impopolarità di Bush". Dall'Iran all'altro dossier caldissimo: l'Afghanistan. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, ha affermato la disponibilità italiana ad un maggior coinvolgimento operativo, sul campo, dei nostri militari impegnati nella missione Isaf. Come leggere politicamente le affermazioni del titolare della Farnesina? "L'Italia vuole dimostrare agli americani di essere un alleato di serie A. Questo non significa partecipare alla guerra anglo-americana a pieno titolo, ma almeno rimuovere alcune delle clausole che rendono assai poco flessibile l'azione dei nostri militari, sperando che agli americani possa bastare". Sia Berlusconi che Frattini hanno più volte rimarcato la volontà dell'attuale governo di centrodestra di operare una discontinuità in politica estera rispetto alle linee di azione seguite dal precedente governo di centrosinistra. Applicata al rapporto con gli Stati Uniti, come va tradotta questa discontinuità evocata? "Nell'impegno dell'Italia a trasformare la Nato in quel braccio globale, per quanto minore, della potenza americana che sognano a Washington". Questo discorso sulla Nato varrebbe anche con Barack Obama alla Casa Bianca? "Sì, anzi Obama probabilmente chiederebbe agli europei molto di più di quanto Bush abbia loro chiesto, proprio perché crede in un approccio più multilaterale. In parole povere, Obama presidente chiederebbe agli alleati un maggior contributo alla sicurezza degli Stati Uniti perché così facendo contribuirebbero alla propria".

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Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-12 num: - pag: 2 autore: di PA... (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 12-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - ROMA - sezione: Cronaca di Roma - data: 2008-06-12 num: - pag: 2 autore: di PAOLO FOSCHI categoria: ALTRI OGGETTI I mille volti del "grand commis" A che titolo Vincenzo Gagliani Caputo ha partecipato all'incontro Alemanno-Tremonti? Come segretario generale del Comune uscente, verrebbe da pensare. Ma la risposta esatta potrebbe essere anche un'altra: come futuro consulente del sindaco. Secondo le indiscrezioni, Gagliani Caputo, giunto ormai alla pensione, starebbe trattando un contratto da supervisore della macchina amministrativa, una sorta di super-direttore generale. Instancabile. Perché Gagliani Caputo, 70 anni a ottobre, mentre era nel pieno delle funzioni di segretario generale è stato (ed è tutt'ora) per il Comune anche vicepresidente della Fondazione del Teatro dell'Opera, consigliere di amministrazione di Roma Metropolitane. E - ancora presidente del collegio sindacale delle Assicurazioni di Roma e del Centro Agroalimentare. Tradotto: per qualche società del Comune è amministratore, per qualche altra è controllore indipendente dei conti. E il conflitto di interessi? No, grazie. Quella è un'altra storia.

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Orario di lavoro e condizioni di vita. Era più bello il 1906 Oggi la politica ha smesso di pensare all'interesse generale (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 12-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Rina Gagliardi Non si sa chi abbia scritto quel testo e quella musica. Si sa solo che esso si è trasmesso, di generazione in generazione, per tutto il Novecento - di volta in volta, il testo mutava, la Russia, Scelba, le lotte comuniste, ma l'incipit restava lo stesso. Le otto ore. La dignità di chi lavora e fatica. Tanto "fece egemonia" questo concetto che, nel 1923 (un anno dopo la "marcia su Roma") un decreto regio stabiliva che per tutti i lavoratori valeva la regola dell'8 per 3: che cioè per tutti la giornata non può che esser divisa tra otto ore dedicate al lavoro, otto al sonno, otto al "tempo di vita". Sono passati centodue anni da quell'epico 1906 e il terrificante lavoro delle mondariso non esiste più - almeno qui da noi. Per nostra fortuna, chiamiamola così, viviamo in uno spicchio di mondo straordinariamente sviluppato, colmo di prodigi tecnologici e di rivoluzioni comunicative. Un progresso dall'apparenza inarrestabile. Ma com'è possibile che un tale progresso si converta nel suo esatto contrario, quando dalle macchine, dai miracoli della scienza e della tecnica, ci si addentra nell'universo del lavoro e della condizione di lavoro? Quando dalle cose si passa alle persone? Di colpo, ben più che in quel lontano 1906, le otto ore diventano un'utopia. Di colpo, si smantella un'intera civiltà, costata più di un secolo di lotte e di sudori. Ed è l'Europa a dirigere questa vera e propria controrivoluzione sociale: l'Europa che, nella sua bozza di Trattato costituzionale, aveva scelto il Mercato è la stessa che oggi si schiera "definitivamente" contro il lavoro e concede alle imprese l'orario ad esse più conveniente. Ma non è soltanto la regressione sociale, civile e culturale, l'unico paradosso (apparente) di questa vicenda. Ve n'è un altro, che salta agli occhi di qualunque persona di buon senso: con tanti lavoratori precari, inoccupati, disoccupati, "atipici" , "interinali" che affollano il mercato del lavoro, che cosa c'è di socialmente conveniente in questa deregulation che avanza, sul modello anglosassone? E che cosa c'è di "saggio" nel dividere la società tra chi è destinato alla condanna biblica di un lavoro sempre più lungo (e di uno sfruttamento conseguentemente sempre più intenso) e chi il lavoro lo cerca, lo invoca, lo sogna, tra un impiego a termine e l'altro? Parliamo di politici, s'intende, cioè del punto di vista generale che dovrebbe guidare le scelte di chi è responsabile della res publica e delle sue leggi. Ma è proprio qui che il paradosso si svela: la politica ha perduto, da un pezzo, ogni capacità (e volontà) di pensare all'"interesse generale". Ovvero, ha assunto la logica dell'impresa e del mercato come sinonimo di bene comune e come parametro a cui orientare le proprie opzioni. Insomma, la politica si è fatta ancella dell'economia: classista in senso stretto, strettissimo, come forse non è mai avvenuto nel secolo che ci sta alle spalle. In questa ottica squisitamente padronale, il "privilegio" di un lavoro garantito o stabile, per un numero sempre minore di lavoratori, non può, oggi, che pagare il prezzo di una radicale riduzione di diritti e di una compressione crescente della soggettività del lavoratore: l'orario allungato a dismisura, da determinare sulla base delle esigenze - immediate o strategiche - dell'impresa, è in realtà la "summa teologica" di questa spoliazione, di questo comando sempre più assoluto sulla forzalavoro. Comando del tempo, dei ritmi della vita, del fare e del pensare, dittatura sui corpi, riduzione a fortiori di tutto ciò, come la sicurezza, che chiede soldi e tempo e "rallenta la produttività". E attacco frontale all'aggregazione del lavoro, all'unità solidale di chi lavora e si organizza nel proprio comune interesse: l'altra faccia dell'orario sempre più lungo e sempre più flessibile è la fine, o la riduzione ad una parvenza, del contratto collettivo. Ma la faccia, tra tutte forse più autentica è, alla fin fine, la precarizzazione del lavoro, di tutta la condizione di lavoro in quanto tale: il suo svilimento, il suo degrado. In questo senso, non c'è contraddizione alcuna tra un nucleo di "garantiti" che faticano - per forza consenzienti - anche settanta ore a settimana, e un esercito di precari tendenzialmente cronici: non solo gli uni possono sconfinare negli altri in qualunque momento, ma gli uni e gli altri sono quasi equamente aggrediti nella loro forza soggettiva, nella loro capacità contrattuale collettiva, nella loro autonomia di soggetti e protagonisti del conflitto. Lo ripetiamo: sono tornati ad essere merci, anzi merci deperibili, mera variabile dipendente delle esigenze della competività di impresa. Non c'è nessuna malvagità, in tutto questo. Non c'è nessun "piano". E' solo il capitalismo, bellezza! 12/06/2008.

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Obama SECONDO GHEDDAFI (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 13-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

"TIFO PER LUI MA SBAGLIA SU GERUSALEMME" Obama SECONDO GHEDDAFI Il discorso nell'anniversario della cacciata degli americani da Wheelus bay: Obama è "un musulmano e un nero in cui spera tutta l'Africa". S'infuria con Sarkozy e l'Ue: vogliono la cooperazione col Mediterraneo? Vengano al Cairo o ad Addis Abeba. E rispolvera il suo cavallo di battaglia: per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi ci vuole uno stato binazionale, con diritti per arabi ed ebrei Maurizio Matteuzzi TRIPOLI Il primo settembre del 2009, il colonnello Muammar Gheddafi, se Allah e la fortuna lo vorranno, festeggerà i 40 anni della "rivoluzione" del 1969 con cui gli "ufficiali liberi" (giovani e nazionalisti) liberarono la Libia dal fatiscente e corrotto regime del re senusso Idris. Quarant'anni di rivoluzione, e di potere sono tanti - anche se formalmente il "leader" non ricopre più alcuna carica ufficiale. Al potere nella Jamahiriya libica ci sono "le masse" e "fortunatamente non c'è un presidente né un capo né elezioni", come ha detto mercoledì qui a Tripoli, durante la manifestazione convocata per celebrare i 38 anni dalla cacciata degli americani da Wheelus Bay, la grande base alle porte della capitale. Il tempo, l'età, il cambio di clima (anche se non precisamente nel senso che si dà ora a queste parole) hanno fatto maturare il giovane colonnello di allora. Che ha imparato anche dagli errori e dalle sconfitte e oggi, ormai prossimo ai 70 anni, assomiglia semmai a uno dei sempre più rari "vecchi saggi" dell'Africa e del mondo. Ma Gheddafi, che durante quasi quattro decenni da leader ha mostrato di essere un grande pragmatico pronto ad andare per le spicce, resta sempre un visionario. LA VISIONE DEL "LIBRO VERDE" La visione del "Libro verde", presa in parte da Rousseau e in parte dalle sue origini beduine, di fare dello "scatolone di sabbia" e poi di petrolio, in un mondo sempre più dominato dall'urbanesimo e dalle megalopoli, un paese fondato sulle virtù delle genti del deserto. La visione di unire "la nazione araba" - a cominciare dall'Egitto del suo idolo giovanile Nasser - e non per farne un califfato fondamentalista. La visione, una volta fallito il tentativo dell'unità araba dal Maghreb al Mashreq e fallita l'esperienza dell'Organizzazione per l'unità africana (l'Oua), di promuovere il sogno "impossibile" - finora e chissà per quanto - dell' "Unione africana". La visione di risolvere pacificamente la soluzione dell'irresolubile conflitto fra la Palestina e Israele e fra Israele e il mondo arabo. Non, come ripete a ogni occasione nelle sue esiziali esternazioni l'iraniano Ahmadinejad, con la "cancellazione" di Israele, ma con un'altra proposta apparentemente irrealizzabile, almeno di questi tempi. Quella di uno stato unico, e non confessionale né fondamentalista in un senso o nell'altro, per gli israeliani e per i palestinesi, di cui ha già trovato il nome, sfidando i sorrisi ironici dei più: Isratina. Una proposta, quello di uno stato unico bi-nazionale e democratico, che del resto era stata avanzata a suo tempo anche dall'Olp di Arafat, dopo l'iniziale - e in larga misura comprensibile, visto come giusto 60 anni fa era nato lo stato di Israele - "rifiuto arabo" e prima che il "rifiuto israeliano" facesse affogare l'ipotesi dei "due popoli-due stati" in un mare di sangue. PROPOSTA PER IL MEDIO ORIENTE Una proposta che si riaffaccia timidamente ora che quasi ogni speranza è perduta - per entrambe le parti - e che Gheddafi ha ribadito con ostinazione mercoledì nel discorso alla ex-Wheelus Bay. Perché "noi non abbiamo mai odiato gli ebrei", perché "gli ebrei hanno i loro diritti". Ma non possono pensare - anche se tutto fa pensare che lo pensino - di continuare per sempre ad appoggiarsi sugli "aiuti dell'America" e sulle "loro armi nucleari". L'unica speranza di Israele di cessare un giorno di essere la Sparta del Medio Oriente, per il leader libico ma non solo per lui, sta nella "convivenza" con i palestinesi e con gli arabi. Una posizione sostanzialmente conciliante anche se improbabile e non politicamente corretta. Per questo Gheddafi si è molto arrabbiato martedì, ritrovando un po' dell'antica contundenza, di fronte alla proposta del francese Sarkozy - accettata dall'Unione europea - di avviare una cooperazione sempre più stretta in materia di economia e di sicurezza con gli stati che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, Israele ovviamente incluso. "Ci prendono per scemi - ha detto -. Non apparteniamo a Bruxelles. La nostra Lega araba ha sede al Cairo e l'Unione africana ad Addis Abeba. Se loro vogliono la cooperazione devono venire al Cairo e Addis Abeba". Il piano, lanciato autonomamente l'anno scorso dal presidente francese nella sua ansia di protagonismo mediatico, è stato in parte stoppato dalla tedesca Angela Merkel, ma alla fine è la Ue che l'ha fatto proprio e sarà presentato il 13 luglio prossimo a Parigi come atto inaugurale della presidenza comunitaria della Francia. "Un insulto per noi arabi e africani". L'INTEGRAZIONE REGIONALE Il leader libico aveva convocato per martedì un mini-summit a Tripoli con sei paesi della regione. L'obiettivo di fondo era cercare una posizione comune su questa proposta della Ue e sul ruolo che in tutto questo ha Israele, tanto più che Israele, fra trattati di associazione e cooperazione firmati (fra cui quello con l'Italia) o proposti, in pratica fa già parte a titolo quasi pieno dell'Unione europea. Il timore di certi governi arabi - e forse lo scopo di certi governi europei -, è che attraverso questa cooperazione passi la normalizzazione di fatto dei loro rapporti con lo stato ebraico nel momento in cui lo stato ebraico pratica una politica "di abominio" (parole del vescovo sudafricano Desmond Tutu) verso la popolazione civile di Gaza e, dal pulpito della sua tecnologia nucleare e delle sue "almeno 150 bombe atomiche" (parole dell'ex-presidente americano Jimmy Carter), minaccia sempre più apertamente di scatenare una guerra preventiva contro l'Iran. La posizione comune cercata dagli arabi naturalmente non è stata trovata. A Tripoli sono arrivati i leader di Siria, Algeria, Tunisia e Mauritania, ma il re Mohammed del Marocco e il presidente egiziano Mubarak, i più vassalli fra i vassalli, non si son fatti vedere. Il vertice è fallito. Ognuno per sé e Allah per tutti. Il visionario-pragmatico Gheddafi è rimasto solo, come gli è capitato spesso nella sua lunga carriera. Tuttavia è un visionario da maneggiare con cura, anche se nessuno lo definisce più il "mad dog", il cane pazzo che Reagan mandò a bombardare nell'86 (sotto le bombe rimase una sua figlia piccola). Ormai Gheddafi ha pagato i suoi peccati, veri o presunti (tipo Lockerbie). In occidente non è amato ma è rientrato nella "comunità internazionale", attraverso il petrolio e la sua guerra a morte contro il fondamentalismo islamico, che qui ha un focolaio non sempre latente a Bengasi (e anche, ma questo riguarda soprattutto Italia e Spagna, attraverso la leva del flusso dei migranti clandestini sub-sahariani che partono dalle coste libiche). È stato Gheddafi, non Bush, a emettere la prima "condanna a morte" contro Osama bin Laden, che di Bush padre è stata una creatura e che, ammesso sia ancora vivo, a Bush figlio fa un gran comodo. Perfino a Washington capiscono che se salta il tappo anti-fondamentalista della Libia gheddafiana saranno dolori per tutti. Ora con gli americani i rapporti sono più "distesi" ha ricordato Gheddafi nel suo discorso di mercoledì, perché "noi non odiamo gli americani e la Libia è libera e indipendente". Non più una colonia com'era anche dopo l'indipendenza nominale del '52, o come quando lui, giovane tenente, si presentò un giorno alle porte della base e gli fu sbarrato il passo "perché quello era territorio americano", off-limits per i libici. Come Fidel Castro, spera in Obama, l'americano di origine kenyota che ha definito "un musulmano" e un nero "al cui fianco si schiera tutta l'Africa" - forse un'imprudenza, come quella di Fidel -, anche se è rimasto deluso dalle sue esternazioni in favore di Israele e dell'israelianità esclusiva di Gerusalemme. Gli americani sono di nuovo di casa in Libia. Ad attrarli non sono solo il petrolio e il gas. Tripoli è un cantiere che non chiude mai, nemmeno la notte. E Gheddafi, forse a malincuore, ha deciso di fare il grande salto verso la modernizzazione della Jamahiriya a tappe forzate. Mettendo sul piatto 250 miliardi di dollari da spendere subito. Che anche con il dollaro sempre più svalutato sono una bella sommetta, in tempi di recessione mondiale. 150 miliardi per porti e aeroporti, ferrovie e metropolitane, alberghi e case, strade e autostrade, stazioni turistiche e ospedali. Più 100 miliardi per acquisire partecipazioni (e neppure maggioritarie) in aziende occidentali. IL RAPPORTO CON L'ITALIA Qui torna in ballo l'Italia e il suo tormentato rapporto di odio-amore (amore interessato) con Gheddafi. Siamo già il primo partner commerciale, 37% delle esportazioni e 14% delle importazioni della Libia. Sulla strada aperta da Enrico Mattei, l'Eni ha da poco firmato un accordo per 28 miliardi di dollari in 10 anni. Prospettive rosee, grandi opportunità come si dice. Ma a rischio. Gheddafi aspetta con pazienza il "grande gesto". Calderoli con le sue magliette oscene è un poveraccio su cui è perfino disposto a transigere, ma Berlusconi, Prodi, D'Alema, che qualche anno fa riportò a Tripoli la Venere di Leptis Magna rubata da Balbo, sono "amici". Ma del "grande gesto" - forse l'autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano, con le scuse per le atrocità commesse dal colonialismo italiano (non solo fascista), forse l'accordo formale di associazione, forse l'invito per una visita in Italia (perché Bruxelles, Parigi e Madrid sì e l'Italia no?) - ancora non c'è traccia. Chissà se ci penserà Berlusconi, atteso presto a Tripoli, così sensibile all'odore dei soldi e delle grandi opere. Gheddafi, anche se non è più così focoso come in gioventù, e il suo intransigente (sacrosanto) nazionalismo vanno maneggiati con cura, specialmente dall'Italia. Il rischio è di perdere il business sulla "quarta sponda". E c'è anche un altro rischio. Girando per la laica Tripoli, dove gli ulema sono tenuti sotto stretta sorveglianza dal leader, si vedono le moschee piene e capita spesso di imbattersi in donne velate. Alcune perfino con l'orrido burqa afghano.

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<Le ragioni di una sconfitta>, storica Il ritorno "riflessivo" di Bertinotti (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 13-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Al convegno di "Alternative" l'ex presidente della Camera apre il dialogo sulla "disfatta della sinistra", ben al di là del voto "Le ragioni di una sconfitta", storica Il ritorno "riflessivo" di Bertinotti Il discorso bertinottiano ieri al convegno di Alternative per il socialismo , dopo un breve presentazione di Aldo Garzia ma specialmente dopo un minuto di silenzio con tutta la sala in piedi immediatamente dedicato ai 6 operai uccisi dal lavoro nel catanese mercoledì, si è svolto proprio sul filo dell'editoriale già scritto per il numero prossimo della rivista, in uscita entro la metà di luglio e dedicato interamente a quelle "ragioni di una sconfitta", con l'impegno di tutta le redazione e contributi di rilievo anche per la loro diversità - fra gli altri Rossana Rossanda e Marco Revelli. Un terreno che, evidentemente, interessa: lo palesa la partecipazione alla giornata di ieri, nell'auditorium dei Frentani nelle prime ore gremito fino alla galleria, con la presenza di tante e tanti di Rifondazione comunista, in testa Nichi Vendola e Franco Giordano - intervenuti entrambi in fine mattinata, il primo per tornare sul tema della "tradizione abbandonata" (nella definizione di Bertinotti) del '68 quale chiave di lettura del divorzio della sinistra dall'"efficacia" come dai "desideri" nel passaggio dalle pulsioni d'"egoismo maturo" e "critica d'ogni "naturalità"" di allora alla "solitudine sociale" e alla "dispersione di senso" d'oggi e il secondo per sottolineare quello del "mancato appuntamento" con "l'autoriforma" dell'"organizzazione politica". Come pure Graziella Mascia, Gennaro Migliore, Sergio Bellucci e Rosi Rinaldi (sia Mascia che Rinaldi con molta attenzione al "paradigma" della discriminazione sociale dei migranti, Migliore sulla "demistificazione del ritorno al territorio, che è produzione politica" e Bellucci sulla "mutazione del capitalismo digitale"). Ma anche, ad ascoltare attentamente, chi si sta battendo su altre sponde del confronto congressuale in corso come Claudio Grassi o, giunto nel pomeriggio, Maurizio Acerbo. Così pure Franco Russo, intervenuto i forte polemica sulla "rammemorazione mancata", secondo Bertinotti, della "tradizione del movimento operaio" come riduzione del "movimento storico" al "Pci". E ben oltre i confini del Prc, sempre nel campo politico "organizzato", Claudio Fava e l'iper-presente Achille Occhetto e Alfiero Grandi di Sd - tutti intervenuti - così come Grazia Francescato e Paolo Cento dei Verdi. E poi dirigenti e intellettuali dello stesso Pd, non proprio "veltroniani", come Alfredo Reichlin, Nicola Latorre (che prenderà la parola a sua volta, con intessanti aperture di dialogo: come le affermazioni che "sicurezza e lavoro non sono temi neutri, "né di destra né di sinistra"" e che "la transizione italiana non può darsi per conclusa con lo schema bipartitico affermatosi nelle elezioni") e Pierluigi Bersani, arrivato anche lui al pomeriggio. E persino, vicinissimo invece a Veltroni, un pur fugace - nel senso che presenzia alla sola relazione di Bertinotti - Goffredo Bettini. Ma poi, soprattutto, tante figure di "sinistra reale": da "mostri sacri" della teoria politica e dell'impegno nella comunità dei saperi, come Mario Tronti presidente del Crs, al fisico Marcello Cini (altro autore d'un ammirato intervento che rilancia la "costituente d'una sinistra" e simultaneamente indica i terreni del conflitto con il capitalismo nel suo nuovo carattere "cognitivo" e nella "minaccia di questo sviluppo all'umanità e al pianeta", come certificato dal fallito vertice Fao), Arcangelo Leone de Castris (appassionato oratore critico della "separatezza" degli intellettuali dal "legame sociale") e Isidoro Mortellaro. Fino a personaggi come Franca Valeri, in prima fila. E da esponenti del femminismo interne ed esterne all'esperienza di Sinistra europea quali Maria Luisa Boccia e Bianca Pomeranzi, fino al consigliere comunale primo eletto dell'Arcobaleno a Roma e "figura" dei movimenti metropolitani, Andrea Alzetta, e ad altri volti di Action come Fabrizio Nizzi. E' la messa a fuoco della sconfitta come tema "aperto" che, chiaramente, interessa, sotto molti e differenti punti di vista. E nell'editoriale, largamente anticipato ieri stesso su la Repubblica , il ruolo decisivo dell'analisi della sconfitta - un'"operazione politica di prima grandezza", una "necessità inderogabile" - per le stesse prospettive di ri-costruzione d'una politica è consacrato sin nella cadenza finale. Che suona così: "Se è vero che la Gerusalemme (metafora presa dal sacro delgli orizzonti laici di "liberazione" o di un "altro mondo possibile", ndr ) può anche essere non solo rimandata (ossia può anche escludersi dall'orizzonte storico, non arrivare mai più, ndr ), c'è in primo luogo da fare un esercizio di verità: siamo ad uno dei punti più difficili della nostra storia". Insomma: non è un "messianesimo negativo" frutto di enfasi retorica, ma una drammatizzazione mirata a sottolineare la portata della sconfitta, ciò che il fenomeno elettorale nasconde e deve rivelare in termini di processi profondi e "lunghi". E anche a dar conto fino in fondo degli "errori" soggettivi che l'hanno preceduta. Non è un caso che l'altro editoriale richiamato in questo, come pure nella relazione pronunciata ieri da Bertinotti, sia quello del secondo numero della rivista, dove si delineava come attuale il tema del rischio di "scomparsa" della sinistra. Per l'esattezza, era scritto allora, nel luglio 2007: "La sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse più difficile della sua storia: quella dell'esistenza politica". E sulla "risposta" possibile: "E' un po' come quando tocca insieme correre e cercare la strada, ed è anche possibile che non si riesca a trovarla. Ma se finisse così l'esito sarebbe drammatico: l'eredità del movimento operaio del '900 ne sarebbe, semplicemente, cancellata". E' questo rischio che, ora, viene messo a fuoco come più attuale. Nella lente d'una sconfitta, quale quella italiana, specifica ma che si presenta, dice adesso Bertinotti, come "caso limite" d'un problema di dimensione (almeno) europea. O, nelle parole di breve premessa dello stesso Garzia, come "rovesciamento del caso italiano". E cioè, di nuovo secondo Bertinotti: "La destra esce dalla minorità e la sinistra invece esce dalla scena parlamentare e a diventare minoritaria è la sua cultura". E' in effetti a partire dall'"analisi dei vincitori", della "destra italiana", che prende piede la riflessione bertinottiana. Per dire che a definirla, oggi, non è "l'eredità del fascismo" né "l'assolutizzazione dello stato nazione" e "neppure il liberismo". Piuttosto, appare una destra "deideologizzata" in grazia del suo "ingresso" nella "modernizzazione" su cui anzi esercita "una presa dura e originale". Dunque "non fascista" ma "in grado di usare elementi di quella cultura e dei suoi depositi" nel rappresentare "l'avversione dura e propotente ad ogni diversità specie quando l'insicurezza si tramuta in paura". E dunque "non l'assolutizzazione della patria-nazione" bensì "un pragmatico e cinico uso del suolo nativo", sino alla "piccola patria delle leghe, per esorcizzare lo storico problema delle migrazioni di massa nel mondo globalizzato delle diseguaglianze mortali". E "neppure pienamente liberista", tanto da "smarcarsi rispetto al neolibersmo impotente" del "partito di Maastricht"; e "contemporaneamente aderirvi in pieno sul tema crucuale del rapporto lavoro-impresa-mercato". In sintesi: "Un potente arlecchino che rispecia la scomposizione della società (...) confezionando un'idea generale di restaurazione". Di qui, in rapida concatenazione, l'affondo sulla magnitudine della "disfatta" della sinistra. Perché su di essa, come "sulla cocente sconfitta del Pd e sulla vittoria della Nuova destra", ciò che "prende corpo" è un quadro di "regime leggero". Definizione impropria per il "vecchio" Berlusconi, adatta invece ad una riorganizzazione del sistema politico in cui la destra primeggia in un "governo allargato", con un'opposizione attirata "verso il governo" come "da una gigantesca calamita", quella "del mercato": che nell'"allargamento del governo" attira anche "le parti sociali", "vanificando ogni autonomia del sindacato". E che esercita la privazione "della stessa politica se intesa in senso forte come, cioè, idea di società". Così che la Repubblica stessa si presenta come "a-fascista" e perciò "a-antifascista", cioè "senza radici e senza storia", quale l'ha rivendicata,"seconda o terza che sia", il neopresidente della Camera, Gianfranco Fini. E' una "privazione" che "arriva direttamente al cuore della democrazia", cioè al "conflitto". E qui, "nella lunga e strisciante crisi della democrazia" come "progressiva sostituzione della rappresentanza col governo", che Bertinotti vede "consumata la crisi della sinistra". La sua scomparsa o la sua "possibile ricostruzione" si presentano così come "un destino che condivide, di fatto, con le forze sociali e culturali che nella società si trovano ad affrontare il tema del loro riconoscimento". Ed è sotto questa luce che, retrospettivamente, si scandisce l'elenco degli errori e degli abbagli venuti a saldo attraverso "il fallimento dell'esperienza" del governo Prodi o dell'Unione e ratificati quindi nel voto. Anzitutto la "falsificazione" pratica dell'"ipotesi più ambiziosa", quella fondata sulla "permeabilità del governo da parte dei movimenti" e sull'"autonomia" del Prc "dal governo di cui entrava a far parte". Laddove all'opposta permeabilità del governo esclusivamente ai "poteri forti" ha corrisposto un "limite interno" dei movimenti in termini di mancata "soggettività politico-culturale condivisa", che però richiama "il limite della rifondazione del Prc" stesso. Consistente nella "mancata innovazione del modello di organizzazione". In continuità, dunque, il limite evidente dell'esperienza "in stato di necessità" della Sinistra Arcobaleno: anche qui, "quel che veniva negato nell'affermazione "non siamo un cartello elettorale", risultava essere la pratica concreta". Anche qui, "un errore di volontarismo e soggettivismo". In mezzo, appunto, il bilancio della partecipazione al governo. Finita nella "trappola mortale" di un processo complessivo che "ha concentrato nel governo la contesa politica". Trappola che "va spezzata", in ipotesi "da due lati": ossia con la messa "in discussione dal basso, dalla società" del paradigma della "governamentalità", e "lavorando sull'opposizione dell'ipotesi, oggi lontana, del governo riformatore al governo allargato". Mentre è aperta la possibilità che si verifichi l'"immaturità" in Europa, "in questo ciclo", della "questione del governo per la sinistra radicale": ma, in tal caso, "sarebbe un bel problema, non una liberazione". 13/06/2008.

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<Ostacolò de Magistris> Indagato l'ex pg Favi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cronache - data: 2008-06-13 num: - pag: 23 categoria: REDAZIONALE Salerno Per i pm ci fu un "complotto" di toghe e politici "Ostacolò de Magistris" Indagato l'ex pg Favi Il magistrato avocò l'inchiesta "Why not" Nell'ottobre del 2007 venne aperta la cassaforte del pm di Catanzaro per prelevare a sua insaputa gli atti DAL NOSTRO INVIATO SALERNO - Non fosse stato per l'inchiesta Why Not che tolse al pm Luigi de Magistris - inchiesta in cui finirono indagati anche l'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e l'ex premier Romano Prodi -, nessuno avrebbe mai saputo nulla del dottor Dolcino Favi. Ma da quel 19 ottobre 2007, quando da procuratore generale reggente di Catanzaro avocò a sé Why Not, Dolcino Favi da Siracusa non è più un Carneade. Perché quel giorno adottò il provvedimento più importante della sua vita. E lo fece con un tempismo e una determinazione che forse egli stesso non aveva mai sospettato di avere: Favi avocò Why Not giusto una settimana prima che scadesse la sua "reggenza " e quando il Csm aveva già nominato il procuratore titolare; subito dopo, attuò l'avocazione in una forma mai vista prima, facendo aprire la cassaforte dell'ufficio del pm de Magistris a sua insaputa, prelevandone tutti gli atti d'inchiesta. Disse, Favi, che de Magistris era in conflitto d'interessi, perché aveva iscritto sul registro degli indagati il ministro Mastella, che aveva chiesto il trasferimento del pm. E disse anche, Favi, che doveva essere il tribunale dei ministri a giudicare Mastella, benché de Magistris avesse replicato che Mastella era stato iscritto non da ministro, ma da senatore. Dopo, diversi mesi dopo, su questi due punti cruciali de Magistris potrà dire di aver avuto ragione. Troppo tardi però. Su di lui, come sul gip di Milano, Clementina Forleo, pende una pesante quanto discutibile richiesta di trasferimento, che per entrambi è basata sullo stesso "giudizio di idoneità" formulato dal membro del Csm Letizia Vacca, che li liquidò definendoli "due cattivi magistrati". Un giudizio basato anche, veniamo a sapere oggi, sulla instancabile opera di denuncia del dottor Dolcino Favi. Ma oggi Favi, che è tornato a fare l'avvocato dello Stato, è indagato dalla procura di Salerno per rivelazione e utilizzo di segreti d'ufficio, diffamazione e calunnia. Uno dei protagonisti, sostengono i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, dell'operazione di denigrazione e delegittimazione del pm de Magistris, studiata a tavolino dai vertici della magistratura lucana e calabrese in combutta con politici e imprenditori. Tutta gente che adesso è indagata a Salerno. Non più Carneade, dunque. Ma tanta notorietà forse Dolcino Favi non se l'aspettava. Non solo per l'avocazione di Why Not, ma anche per quella interrogazione parlamentare su di lui presentata nel 1989 da quattro deputati radicali - Mellini, Calderisi, Vesce e Rutelli. In quell'anno, da pubblico ministero a Siracusa, Favi venne accusato di violare sistematicamente le norme a tutela dei diritti fondamentali dell'individuo, di avere rapporti con la malavita, di aver falsificato una delega del procuratore della Repubblica di Messina per il compimento di un atto istruttorio, facendosi da sé un fonogramma e di aver firmato mandati di cattura nei confronti di alcuni magistrati catanesi sulla base di intercettazioni telefoniche irregolari. Non solo. Favi fu anche accusato di aver prodotto davanti al Csm giustificazioni inesistenti, documenti falsi e di aver persino inventato reati per la vicenda di un cavallo imbizzarrito che aveva ferito il pretore di Lentini. Insomma, un vero garantista. E infatti nei confronti di Favi il Csm e la giustizia ordinaria non hanno fatto assolutamente nulla. Carlo Vulpio Pm Luigi de Magistris, il magistrato che avviò l'inchiesta "Why Not" in cui fu indagato (e poi prosciolto) Mastella La motivazione Per Favi de Magistris non poteva indagare Mastella che ne aveva chiesto il trasferimento.

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INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 13-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-13 num: - pag: 49 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano INDIGNAZIONE DEGLI IDEALISTI PRUDENZA DEI CONSERVATORI Resto spesso basito di fronte a certe sue risposte tutte schierate in favore della ragion di Stato, anche quando sono in campo pesantissime violazioni dei diritti umani. Lei si è recentemente pronunciato contro la nascita del nuovo Stato del Kosovo, a favore della repressione russa in Cecenia ("tutto bene in Cecenia", sic, nonostante milioni di morti e una città praticamente distrutta!), a favore della Cina contro il Tibet, la cui battaglia sarebbe "antimoderna". A quest'ultimo riguardo vorrei citarle una frase del monaco in esilio Rimpoche Samdhong, pubblicata proprio sul Corriere il 3 maggio: "La Cina non è moderna. Modernizzazione significa democratizzazione. Significa rispetto dei diritti umani e una società aperta con diritti individuali. Nulla di tutto questo esiste oggi in Cina". L'unica eccezione lei l'ha fatta per il Kurdistan, solo perché sul suo diritto di esistere si erano pronunciati a suo tempo vari Stati dopo la caduta dell'Impero ottomano. Lei è uno strenuo difensore dello status quo: anche quando questo "status" dei vari Stati è basato su violenze, nefandezze e sapraffazioni intollerabili per ogni persona civile. Dimentica che la Storia, così come il diritto, sono in continuo movimento, così la nascita di nuovi Stati, che si spera non sia inevitabilmente affidata solo e sempre alle guerre (o alla caduta degli imperi). E che gli Stati, più e prima ancora che dai loro spesso indegni governanti, sono composti da milioni di persone, spesso vilipese, umiliate e sofferenti. Seguendo il suo ragionamento, ormai anche Israele avrebbe diritto a tenersi i territori sottratti ai palestinesi: giusto per "usucapione". Giovanni Frigerio gioveva@alice.it Caro Frigerio, P rima di rispondere alla sua domanda debbo fare qualche precisazione. Mi capita spesso di essere considerato favorevole o contrario a questa o a quella prospettiva politica semplicemente perché cerco di descrivere i fatti senza indignarmi, arrabbiarmi, scandalizzarmi, e cercando anzi di capire le ragioni dei contendenti. Comunque, a scanso di equivoci, debbo dirle che non sono né per la nascita di un grande Kurdistan indipendente né per il continuo dominio israeliano dei territori occupati. Sono due posizioni contraddittorie? Non credo. La prospettiva di un grande Kurdistan indipendente mi sembra pericolosa perché potrebbe realizzarsi soltanto grazie al cambiamento dei confini di quattro Stati - Iraq, Turchia, Iran e Siria - dove vivono, complessivamente, alcuni milioni di curdi. E il prolungamento dell'occupazione israeliana di territori palestinesi mi sembra altrettanto pericoloso perché non credo che cinque milioni di ebrei possano continuare a governare cinque milioni di arabi senza provocare reazioni e resistenze che già ora minacciano gravemente la stabilità politica dell'intera regione. Come vede, il giudizio, in ambedue i casi, non è fondato sui miei desideri e sulle mie convinzioni morali, ma sulle possibili conseguenze di un evento. Posso commettere un errore, naturalmente, e prevedere sviluppi che non si verificheranno. Ma penso che l'osservatore delle vicende internazionali dovrebbe sempre chiedersi se alcune soluzioni apparentemente virtuose non siano destinate a provocare conflitti e lacerazioni, con un tragico seguito di vite perdute, città distrutte, popolazioni in fuga. è certamente vero che il realista finisce per essere conservatore e dare minore importanza ai fattori ideali. Ma credo che tutti, anche gli idealisti, debbano chiedersi quali potrebbero le conseguenze delle loro generose istanze umanitarie. Ho riletto con interesse nella sua lettera le parole del monaco tibetano in esilio secondo cui la modernizzazione dovrebbe essere democratizzazione. Rispondo che molto dipende dalle condizioni del Paese, dalla sua consistenza demografica, dalla sua storia, dalla sua cultura, dalle sue condizioni economiche sociali. Dopo avere inutilmente tentato la strada della modernizzazione comunista, la dirigenza cinese ha scelto quella della modernizzazione capitalista. La formula di Den Xiaoping ha dato buoni risultati. Esiste ormai una borghesia cinese, forte di alcune centinaia di milioni di persone, che ha un livello di vita comparabile a quello delle borghesie occidentali. Esistono ceti sociali che stanno acquisendo, insieme alla prosperità, alcuni elementari diritti civili. Ma la crescita accelerata dell'economia ha avuto altri effetti. Ha esasperato il divario fra ricchi e poveri. Ha alterato vecchi equilibri ambientali. Ha creato criminalità e corruzione. Ha strappato i contadini alle campagne e li ha bruscamente inseriti nel clima ruvido e inospitale delle grandi città. Ha provocato la nascita di una popolazione di senza tetto che supera i cento milioni. Che cosa accadrebbe il giorno in cui a questa società in ebollizione venisse dato il diritto di formare partiti politici, condurre battaglie elettorali nello stile dell'Occidente, attaccare spregiudicatamente le pubbliche autorità? Siamo certi che questa improvvisa esplosione di libertà non avrebbe l'effetto di rompere l'unità nazionale, creare feudalità concorrenti e nuove lotte di classe?.

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L'incognita astensionismo nella sfida tra piro e avanti - massimo lorello (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 14-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina V - Palermo I due contendenti di Palermo chiudono una campagna elettorale con pochi entusiasmi L'incognita astensionismo nella sfida tra Piro e Avanti Ultimo appello per la corsa a Palazzo Comitini Con la coalizione di centrodestra che mi sostiene punto sul potenziamento di scuole e strade La riforma degli Ato rifiuti ha tagliato fuori dalla gestione Palazzo Comitini è inaccettabile Entrambi gli aspiranti amministratori promettono di investire sulla raccolta differenziata MASSIMO LORELLO "Spero che la mia presenza non faccia perdere troppi voti a Giovanni Avanti". Pierferdinando Casini, calato a Palermo per lanciare il candidato Udc alla Presidenza della Provincia, si concede una boutade che però sottende una grande verità. Sostenuto, incoraggiato e accompagnato passo passo da Salvatore Cuffaro e Saverio Romano, da Calogero Mannino, Antonello Antinoro e Antonino Dina, per Avanti la sortita siciliana di Casini è un "di più", il botto finale di una campagna elettorale che è stata comunque sotto tono. Perché le Province, considerate le ristrette competenze amministrative, hanno poco appeal e perché, queste consultazioni, sono state troppo vicine alle politiche e alle regionali di aprile. E allora, il pronostico che accomuna sia il centrosinistra, sia il centrodestra riguarda non vincitori e vinti ma l'astensionismo. Franco Piro, l'avversario di Avanti, il dirigente del Pd che è riuscito a mettere insieme tutti i partiti di quella che fu l'Unione, ha attraversato praticamente ciascuno degli 82 Comuni della provincia di Palermo per convincere quanti non si riconoscono nel centrodestra a presentarsi alle urne. "Il mio non è solo un appello a chi si riconosce nel centrosinistra - dice Piro - ma anche a chi è stato deluso dal centrodestra". E il motivo più convincente (e anche più recente) di questa possibile delusione, secondo il candidato a Palazzo Comitini, riguarda l'abolizione dell'Ici varata dal governo Berlusconi: "Alla provincia di Palermo - dice Piro - sono stati scippati 600 milioni di euro: così ci priveranno di importanti infrastrutture cioè, prima di ogni cosa, le strade che tutti i cittadini, sia quelli che vivono nel capoluogo, sia quelli che abitano fuori, da anni rivendicano e mi hanno continuamente richiesto durante la campagna elettorale". Per sostenere la denuncia di Piro ieri è arrivato a Palermo Enrico Letta, ministro del Welfare nel governo ombra del Partito democratico: "Nel primo mese di attività, l'esecutivo Berlusconi ha dato già la sua direzione di marcia e i punti cardinali sono in linea con ciò che accadde nel 2001, con le risorse di Sicilia e Calabria portate verso il Nord - dice Letta - Riguardo alla detassazione degli straordinari, le risorse verranno date per il 90 per cento al Centro-Nord, perché gli straordinari sono allocati in prevalenza proprio lì. Ma per finanziare la detassazione hanno utilizzato i fondi di Sicilia e Calabria. I siciliani sappiano che adesso hanno un'ulteriore occasione, cioè queste elezioni, per non svegliarsi troppo tardi, per rendersi conto che questo é un governo a trazione leghista". La politica nazionale, come non accadeva da tempo, è entrata decisamente nella campagna elettorale per le provinciali, campagna che difficilmente si sarebbe ravvivata altrimenti. I programmi dei due candidati sono noti da tempo e, sebbene si assomiglino su alcuni punti (il potenziamento delle strade e delle strutture scolastiche), differiscono sul tema centrale delle risorse idriche. "Nell'attuale organizzazione degli Ato - sottolinea il candidato del centrodestra - c'è un conflitto di interessi perché i Comuni ne sono clienti e soci allo stesso tempo. La Provincia invece é super partes e può effettuare un controllo puntuale. Guardo a una struttura privata, che gestisca bene, e non ai carrozzoni pubblici. La Provincia deve poi garantire che non ci siano speculazioni sul costo dell'acqua". Piro è di parere opposto e per spiegarlo non usa giri di parole: "L'affidamento ai privati è da revocare, bisogna ripartire da zero. Mi fa piacere che l'assemblea dei sindaci della provincia, convocata per decidere l'aumento delle tariffe, sia stata rinviata a dopo le elezioni, ma il 18 giugno (la data fissata per il vertice, ndr) è ancora troppo presto: il nuovo presidente non si sarà nemmeno insediato e invece gli dovrebbe essere dato il tempo di affrontare approfonditamente la questione". Anche la riforma degli Ato rifiuti, ridotti dal governatore Raffaele Lombardo da 27 a 10, non convince Piro: "Le nuove autorità d'ambito - dice il candidato del centrosinistra - prevedono la presenza dei comuni ma escludono le amministrazioni provinciali e questo non è tollerabile". Sia Piro, sia Avanti si trovano concordi sulla necessità di investire, come finora non è stato fatto, sulla raccolta differenziata. Fin qui i programmi e i "farò" dei due candidati che hanno condotto la campagna elettorale senza scontrarsi mai. Senza polemiche. L'unico caso è scoppiato a margine della corsa per Palazzo Comitini e riguarda la Biosphera, società regionale di servizi ambientali che ha appena bandito una selezione per assumere per 12 mesi cinquanta operatori terminalisti. I lavoratori della società ieri sono entrati in stato di agitazione. "è un bando che sembra fatto apposta per la campagna elettorale - dice Nuccio Ribaudo, segretario della Flai-Cgil - Questo ente, che è un carrozzone e di cui chiediamo la soppressione, continua nella strada degli sperperi del denaro pubblico e propone nuove assunzioni, incurante di un pronunciamento in senso opposto fatto dalla Corte dei conti". La società pubblica (il maggiore azionista è la Regione) è nata nel 2001 per stabilizzare gli lsu ed è accusata dalla Cgil anche per la condotta di tipo "clientelare portata avanti nella gestione delle riserve naturalistiche: sono state attribuite qualifiche e mansioni a persone senza titolo". Rimasto a debita distanza da questa polemica - Udc e Pdl da anni si contendono il board della società - Giovanni Avanti ha chiuso la campagna elettorale nell'ex deposito ferroviario di Sant'Erasmo in compagnia dei cabarettisti Gianni Nanfa ed Ernesto Maria Ponte. Piro invece era a Termini Imerese, la sua città di riferimento: avrebbe voluto chiudere con un po' di musica ma dopo la morte dell'operaio Domenico Cagnina ha deciso di annullare lo spettacolo, limitandosi a un saluto agli elettori. "Domenico - dice - era un amico di famiglia".

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"a ottobre penserò alla candidatura" - walter fuochi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 14-06-2008)

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Pagina V - Bologna "A ottobre penserò alla candidatura" Cazzola: nel Pd solo polli da batteria. Rivoterei Guazzaloca Cazzola: nel Pd solo polli da batteria. Rivoterei Guazzaloca "Cofferati è deludente pure per i suoi. Sopportato dal suo partito" "A luglio i nomi di chi acquista il club. Ora no, c'è un patto di riservatezza" "A luglio i nomi di chi acquista il club. Ora no, c'è un patto di riservatezza" WALTER FUOCHI CAZZOLA, da troppo a niente. Non fa più il sindaco di Bologna e, massimo un anno, non fa più neppure il presidente del Bologna. "Vediamola in un altro modo. Per un anno, o meglio una stagione sportiva, fino al giugno 2009, ho dato agli acquirenti della società la disponibilità a lavorare per loro, a titolo gratuito, com'è stato finora, e so per esperienza che, nei tre mesi estivi, si sgobba venti ore al giorno, fra mercato, sponsor, diritti tv, organizzazione e quant'altro, poi si rallenta e, a gennaio, si rifà un altro mese tremendo. Se mi vogliono, sono qui. E c'è la mia struttura, collaudata e ristretta, come piace a me, in pratica io, Arrigoni e Salvatori, a fare il Bologna che sarà mio figlio, come ho detto e confermo. Figlio mio con soldi d'altri. Poi, se trovano uno più bravo, grazie e arrivederci, ma fino al via del campionato, minimo, pedalerò io. L'altra faccenda sta così. Finchè sarò fortemente impegnato sul Bologna, come garante d'una transizione di cui sono moralmente responsabile, baderò lì, perché è una situazione incompatibile con altri impegni. Quando mi sarò liberato di queste incombenze, quelle che mi fanno impallinare dal fuoco nemico ed anche amico, e sarò un uomo libero, penserò, semmai, alla candidatura". Settembre, dunque. Arrovellandosi tutta l'estate? "Ottobre, meglio. E senza pensarci adesso. Diciamo che quel pensiero va qualche mese in freezer". Se in freezer ci resta, poi voterà per qualcun altro. Non a sinistra, par di capire. "No. Quando sento le dichiarazioni di uomini del Pd, come Caronna o De Maria, vedo persone che nulla hanno a che fare con le esigenze della città e dei cittadini. Qui servono invece uomini che fanno, che mettono energia per affrontare lo sviluppo della città. Abbiamo sostituito uomini che arrivavano dal dopoguerra, con ideali d'un certo tipo e certi progetti di sviluppo, con uomini allevati in batteria come dei polli. Quegli uomini sono oggi, drammaticamente, ai vertici della nostra città e sono quanto di più lontano esista dalle esigenze dei cittadini. Cofferati è un sindaco deludente pure per i suoi, sopportato dal suo stesso partito". Meglio Guazzaloca, dunque. "Gli ho dato il voto, glielo ridarei, ma non ha la squadra giusta per vincere e non porta novità. Non ha nessuna possibilità". Parliamo di americani nel pallone, adesso. Ai primi di luglio arrivano i soldi grossi e il Bologna è roba loro. "Il Bologna è già roba loro. Venduto, un passaggio definito, da cui non si torna indietro. La due diligence in corso potrà ritoccare il prezzo in qualche dettaglio, ma al 'closing', a luglio, l'80% delle quote sarà della Tag. Una tranche dei soldi è già arrivata, tra luglio e ottobre arrivano le due più grosse, il saldo sarà a giugno 2009". Ci sarebbe in giro una forte richiesta di trasparenza, tanto per tranquillizzare la città su un bene, come la squadra di calcio, che resta 'cosa comune'. Si sente di garantire? "A luglio vedremo i nomi e saranno rappresentativi di realtà finanziarie che, come mi sono state esposte a voce, sono di ampia garanzia, fondi di investimenti solidi e seri. Fin qui, per patto di riservatezza, nessuno ha potuto farli. Chiedo ai tifosi di fidarsi di me". Ha timori che tutto possa saltare? "Francamente no. Poi, tutto può succedere, ma càpita di rado, e a ritirarsi da un affare si perdono i soldi già messi. Gli uomini li conosco, a New York ci siamo visti più volte, e questo Galvin che è l'uomo di punta del gruppo ha competenze a 360 gradi, sia dal punto di vista sportivo che immobiliare". Menarini dice che sarebbe andato avanti lui. "Menarini è stato un amico, ma alla fine qualcosa s'era rotto. Vero, per tre volte negli ultimi due mesi m'ha chiesto di rilevare le mie quote. Con gli svizzeri e da solo. E l'ho ascoltato. L'ultima è stata mercoledì, solo che io lunedì, dopo averlo debitamente informato, e detto nel week-end che passava l'ultimo treno, avevo firmato con gli americani. Lui allora mercoledì m'invia una raccomandata a mano, scrivendo che è pronto a prendere tutto. L'ascolto ancora, a Casteldebole, ma devo avvertirlo: di là è fatta, sei disposto a rischiare una causa con la Tag? Lui dice sì mercoledì sera e no giovedì mattina, l'altro ieri. E allora, giovedì alle 15, metto sul sito il comunicato della cessione che avevo bloccato fin lì, per lui. Ho letto invece parole sue che mi hanno amareggiato". Lei dice: sarà un bel Bologna. Budget, obiettivi? "Il budget è stato tarato, coi nuovi, ai livelli dei nostri concorrenti, squadre come Genoa e Napoli. Stiano tranquilli i tifosi, ma cifre non posso farne, perché il mio gm Salvatori m'ha già ripreso: se diciamo che abbiamo soldi, ci alzano tutti i prezzi. E' un budget per restare in A. L'obiettivo è quello, attraverso 8-10 innesti. Curerò tutto io, e poi, con lo sport da dirigente, fatta la Virtus e fatto il Bologna, chiuderò. Ma al Dall'Ara, da tifoso, andrò sempre". Ogni volta che Cazzola vende, in città non si battono le mani. "Fui criticato pure per la Promotor ai francesi, ma quella s'è rivelata poi una cessione felice. E quando cedetti la Virtus, Madrigali era un imprenditore in forte ascesa verso la Borsa, bolognese, presentato da una primaria banca cittadina. Tanto che, al primo anno, fece grossi investimenti e centrò il Grande Slam, prima che la sua azienda perdesse quota per cause che non conosco: dopodichè, lo sport fu solo una conseguenza. Non fu un salto nel buio neanche quello e del resto, in affari, nessuno ha la palla di vetro". Chi ce l'ha, la palla di vetro, dice di vederci, dietro di lei, Consorte. "Sono uno dei 70 imprenditori che hanno comprato quote della sua finanziaria: esattamente, il 3%. I nostri rapporti sono buoni ma limitati agli incontri in qualche cda. Consorte sta facendo il suo mestiere, ma non ha nulla a che fare col Bologna calcio. Poi sono fiorite le leggende metropolitane e i gossip cittadini gonfiati ad arte per crearmi presunti conflitti d'interesse. Che, come si vede bene, non ho".

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Sassolini nelle scarpe (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 14-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Note da lontano Sassolini nelle scarpe Rossana Rossanda Scusate, ma mi devo togliere qualche sassolino dalla scarpa. Se no svengo. 1. Non ne posso più di inciampare ogni momento nella "contraddizione principale". Quale è, dove è, non è più quella di una volta. Sembra che non si possa aprir bocca, specie a sinistra, senza negarne una o indicarne un'altra. Cominciamo con l'intenderci. Contraddizione non mi piace. E' contraddizione quando una parte nega l'altra. "Lei mi sembra matto, lei mi sembra sanissimo di mente" "Il sole gira intorno alla terra, è la terra che gira intorno al sole" sono contraddizioni. Ma nella discussione corrente, si accusa la sinistra di derivazione operaia di aver definito " contraddizione principale" quella fra capitale e lavoro. Temo che sia stato proprio così. Ma non vuol dire che fosse vero. Vero nel senso proprio di contraddizione: che si dà o l'uno o l'altro. E non è un esecizio di vocabolario. E' il capitale a produrre il salariato, il quale prima non esisteva. C'era il singolo che faceva la tal cosa per un altro e ne era retribuito, ma non era un salariato. Il vecchio Marx arriva a scrivere con provocatorio buon senso che un operaio solo non esiste, esiste assieme alla manodopera a lui simile messa all'opera per produrre, e produce non per l'uso suo né per quello del padrone, ma per l'accumulazione del capitale. Prima neanche il capitalista esisteva, padrone e proprietrio sì ma capitalista no. Adesso il capitalista non esclude gli operai, anzi. Non sono una contraddizione, ma un rapporto ("un rapporto fra uomini, mediato da cose"). Ma, mi si obietta, con "contraddizione" si voleva dire un rapporto irrimediabilmente conflittuale, il più importante. Ora non è più così. Nel senso che fra capitale e lavoro non c'è più rapporto? Veramente non ce n'è mai stato tanto. Mai stati al mondo tanti capitali e tanti salariati. La globalizzazione è globalizzazione dei capitali che svolazzano da tutte le parti, si posano o si formano anche dove non erano mai stati, comunicano in tempo reale in mercati, anch'essi comunicanti anche se accortamente divisi, e là dove si posano chiamano a diventare salariati, cioè operai, indigeni e immigranti. Mi pare innegabile. E va bene, sarà così. Però se il rapporto fra capitale e lavoro c'è ancora, anzi più di prima, non è più conflittuale. Ah sì? Se il capitale si arricchisce sempre di più e gli operai sempre di meno, lo chiameremmo un rapporto "armonioso"? Sta scritto in tutte le tabelle ufficiali che della ricchezza prodotta la parte che va al capitale è sempre maggiore, mentre quella che va "al lavoro" cala. Non solo; essendo il costo del lavoro nella produzione non fisso ma contrattabile tra le due parti, il capitale cerca di comprimerlo al massimo. In passato gli operai avevano guadagnato unendosi, reclamando, protestando, scioperando per salari maggiori, accantonamenti per pensioni e sanità, per difendersi dal licenziamento; ma dagli anni '70 in poi il capitalista non cessa di rimettere in questione gli uni e gli altri, aiutato dagli stati, che al posto dell'antico "libertà, eguaglianza, fraternità" oggi si prefiggono "competitività", cioè attirare capitali che producono a minor costo. E va bene. Sarà conflittivo ma non è più sentito come tale dai lavoratori. Dov'è l'operaio in lotta? Sarà, se pur c'è (Fiom a parte) una minoranza. Non c'è più la fabbrica all'angolo, neanche lo vedo. E se gli operai non si battono che conflitto è? Diciamo la verità, forse non c'è mai stato. C'era un datore di lavoro (termine più simpatico che capitalista) e uomini che liberamente contrattavano con lui il costo della loro prestazione. Non li definivano Free agent gli inglesi nel secolo XIX? Uno stato davvero liberale non si impegnava a non metter becco nella loro libertà di contrattare? Certo non si permetteva di fissare tempo e condizioni di lavoro, minimi salariali. Invece dal Fronte popolare in poi lo ha infaustamente fatto. Pochi anni fa in Francia ha obbligato i salariati a lavorare solo 35 ore, protesta Sarkozy: suvvia, aboliamo questa iniqua ingerenza. Ma sì, annuisce la settimana scorsa l'Unione Europea; noi dicevamo al massimo 48 ore, facciamo invece d'ora in poi 60, anzi 65! Più di dieci al giorno. Viva la libertà di lavoro! Sì sì, torniamo anzi al contratto ad azienda, anzi ad personam, applaude Emma Mercegaglia. E le ex sinistre politiche tacciono. Se aprono la bocca è per dire "che volete, è la modernità". E aggiungono che comunque i salariati e i loro sindacati, peggio i loro partiti, a forza di insistere sul conflitto fra capitale e lavoro - che chiamavano "principale" mentre si trattava soltanto di vita o morte per fame o disoccupazione o malattia dei suddetti Free agent - dava poca o nessuna attenzione agli altri conflitti. Gli operai si mettevano assieme per garantirsi certi salari, certe pensioni e qualche difesa dal licenziamento, e si definivano "classe generale". E l'ambiente? E le donne? E le etnie? Chi li rappresentava? Nessuno. Brutti economicisti che erano. Brutta economicista anche tu che continui a cantare quella canzone! Buttatelo via questo conflitto, non interessa qui più nessuno. Ma andiamo. 2. Economicismo. Ecco un altro sassolino nella scarpa. Vorrebbe dire che il movimento operaio ed eredi s'è battuto fino a ieri per volgari soldi, più precisamente per assicurarli al solo maschio bianco, adulto e garantito. Invece non esiste lui solo, né si vive di solo pane! La vostra contraddizione o conflitto principale ignorava la politica, non aveva un'idea di società, s'è battuta solo con il fascismo ma è cosa d'altri tempi, non aveva idea di libertà, eguaglianza, fraternità. Anzi no, era fissato con l'uguaglianza, voleva tutti identici, tutti poveri, manco vedeva i diversi, manco vedeva le donne, odiava le differenze! Economicista universalista maschilista sviluppista! Questo è il leitmotiv. Ambientalisti, femministe, immigranti, religioni, etnie, tutti me lo rimproverano: non li avevamo neanche visti, sempre per via di quella contraddizione principale. Qualche amico marxista si copre: è quel conflitto principale che oggi li mette in luce. Bah. Che quel conflitto detto "principale" non avesse un'idea di società è una balla assoluta. E' il solo ad averne avuta una diversa da quella del capitale e del mercato. Ha proposto una società di uguali non perché ci voleva identici, ma uguali in diritti e uguali nel patteggiarli. E' stato il solo a disvelare la falsa libertà di rapporto fra soggetti asimmetrici, quindi la falsa eguaglianza del contratto sociale, la disinvoltura con la quale si garantisce la sola proprietà, inclusa quella dei mezzi di produzione. E' stato il solo a gridare: è inaccettabile che uomini, donne e natura diventino cose, siano trattati come merci. Il suo è stato un assalto al cielo difficilissimo. Non ce l'ha fatta. Ma economicista sarai tu, modernizzatore dei miei stivali! 3. Vediamo un poco le "altre" contraddizioni. Ce ne sarebbero di principali, oppure di uguale rilevanza. Nelle varie critiche o mozioni delle sinistre da far rinascere ne vengono agitate soprattutto due, per le quali si chiede pari dignità, o primazia, a scelta. Ambiente e donne. Io penso che non siano né uguali né simili, affatto. Che non sono né prime né seconde. Sono altro. La società umana non è una piramide, è un frattale. E' diversa da quella dei gatti e altri animali superiori perché la coscienza la fa complessa, non verticale, non orizzontale, non riducibile ad unum, né nelle forme, né nei rapporti nel tempo e nello spazio. Non è monoteista. Prendiamo i due sessi; nella specie umana sono in conflitto. Non c'è civiltà che ne sia esente, e, se mai è esistito il matriarcato, il conflitto esisteva in direzione simmetrica e opposta. Perché? Si va a supposizione. Tenderei a credere che per il maschio la proprietà della femmina era il solo modo di avere la proprietà dei figli, e con essi della tana e delle derrate che aveva raccolto. Non dovette essere un trauma da poco per i primi maschi coscienti rendersi conto che solo le donne erano in grado di riprodurre la specie, e anche quando capirono che però erano loro a fecondarle, non dovette essere facilissimo impadronirsi del frutto di quel fugace congiungimento. Mi persuade Luce Irigaray: hanno dovuto tagliare il cordone ombelicale e imporre a quel cosino urlante il proprio nome, sei "mio" figlio. La "mia" roba sarà tua. La condizione è che sia "mia" anche la donna che ti ha fatto, se no può generare con altri e magari tenere i figli per sé con proprietà annessa. Per cui la metto nella "mia" grotta e guai se ne esce e guai a chi la tocca. Di qui scriveva il povero Engels con il povero Marx - come altro definirli oggi? - l'origine della famiglia, della proprietà, dello stato. Di qui, quelle che alcune mie amiche femministe chiamano il "patto sessuale"; che non è fra uguali in diritto, ma neanche quello fra schiavo e padrone - c'è ben altro di mezzo. Per farla breve, che c'entra questa antichissima storia - prima del Genesi, prima di Esiodo - con il modo capitalistico di produzione e relativa critica? Questo l'ha ereditata assieme alla primazia del maschio. Conflitto fra i sessi sicuro, contraddizione no, nessuno dei due sessi auspicando la fine dell'altro. Conflitto primordiale, dopo la lotta con il dinosauro e forse anche prima. Così antico da essersi declinato nelle varie civiltà e divisione di genere, e da essere introiettato anche da chi lo subiva. Conflitto su tutt'altro piano di quello fra capitale e lavoro. Se il capitale vi ha mutato qualcosa è l'aver scoperto che per la sua accumulazione servivano anche le femmine, non solo come riproduttrici ma anche come salariate, tanto più che poteva pagarle di meno. Le ha dunque tirate fuori almeno parzialmente dalla grotta. E' nel capitalismo che hanno cominciato non più solo a patire o tentar di compensare la loro soggezione, ma a capirla, a interrogarsi non più solitariamente: che cosa diavolo sono? Che è una donna? Non mi potrei autodeterminare, vulgo liberare? In quel groviglio, interno ed esterno, stanno, stiamo. Pensare che uscire dal capitalismo ci avrebbe reso più libere (una liberazione tira l'altra...) è stato un errore. L'ho pensato anch'io. Aspettare che gli uomini modifichino il rapporto fra i sessi anche: per loro si tratta di perdere un introiettatissimo status superiore, secolare, intricato a proprietà e potere e alla ancora più intricata sessualità. A una sinistra progressista possiamo chiedere che metta a tema la questione, che ne tolga di mezzo gli aspetti più criminali, che anche il maschio insomma cominci a chiedersi: che diavolo sono? che è la virilità? Smettiamola di rimproverare e pregare. Esigiamo. Non ci mancano diversi mezzi. E deriviamo da una millenaria esperienza e dai suoi aggiornamenti le nostre considerazioni sulla attuale politica, sull'attuale sua crisi, sul perché, sul come uscirne. O non abbiamo niente da dire? Non ne siamo capaci? Non ci riguarda? O ci rassegnamo o ci affidiamo a questo o a quello? Curioso. Del tutto diverso il caso dell'ambientalismo. Anch'esso furente di essere stato trascurato, anzi peggio, dallo sviluppismo del movimento operaio. Gran dio! Se la smettessimo ci considerare la natura da una parte come sacra dall'altra come mero deposito di risorse? Marx ce l'aveva con la prima ipotesi, dalla quale faceva derivare le religioni; non abbiamo identificato la natura, che ci assediava con vulcani e glaciazioni e terremoti, e con la fame la malattia la morte, tutti eventi sui quali nulla potevamo, con l'onnipotente Iddio? Con la seconda non ce la poteva avere, non perché fosse sviluppista oppure perche sì, lo era, da Adamo in poi avendo dovuto coglierne i frutti e coltivare la terra per nutrirci, catturare e conservare il fuoco per scaldarci, e finché eravamo sì e no un miliardo e mezzo non pensavamo che le risorse naturali potessero avere un limite rispetto ai nostri bisogni. Che con il capitalismo e i suoi sviluppi tecnici e scientifici potessimo quintuplicarci e diventare predatori e distruttori del pianeta è evento e constatazione recente. Tutto il contrario del conflitto fra i sessi. Impensabile l'accelerazione che ci siamo impressi e non possiamo più dominare. E' perciò meno vero il conflitto attuale e unidirezionale fra noi e la natura? Siamo ancora a un'altra dimensione rispetto al conflitto di classe e a quello di sesso. I piani si intersecano, per il bene e per il male, in modo diverso. Che senso ha negarsi l'uno all'altro, o mettersi in gerarchia? E' una fissazione. 4 e fine. Se per politica si intende un'idea del mondo e un'azione per dargli un senso che riteniamo più giusto, più liberatorio, un soggetto politico deve pensare e pensarsi su diversi piani. Che non significano affatto pluralismo come sommatoria di oggetti e fini diversi, ma messa in connessione e discussione di un tutto assieme aperto, variante, obbligato. Significa far pensare a complessità, mettersi in causa, verificarsi, conoscere il passato, indagare il presente, esporsi a un futuro. Basta con le mezze verità. E basta con il mio sfogo. Fine dei sassolini da togliermi. Per oggi.

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Da venaria a margherita una settimana di anomalie - segue dalla prima di cronaca (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 15-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XXVIII - Torino DA VENARIA A MARGHERITA UNA SETTIMANA DI ANOMALIE SEGUE DALLA PRIMA DI CRONACA Polito avverte ancora come il governo ombra, in un paese serio, "è lotta politica aspra, costruzione di un'alternativa, non cortese attesa del proprio turno". Sempre in una paese serio, "i ministri ombra non prendono il tè delle cinque nell'ufficio del ministro vero per suggerirgli un paio di idee buone. Né il premier ombra fa meeting con il premier vero, o il suo sottosegretario, se non in caso di guerra". Ma nell'Italia dolciastra del berlusconismo mite, tutto è possibile, tutto può essere, senza che nessuno provi repulsione o, più semplicemente, una irresistibile voglia di ribellarsi. E anche l'ultima settimana torinese, in fatto di accadimenti anomali, offre alle cronache più di una riflessione strana e più di un'occasione di stupore: "Cose che voi umani?", direbbe il Roy di Blude Runner. Cominciamo da Venaria, dove Fabrizio Del Noce approda alla presidenza della fondazione che gestisce la reggia (il luogo che rivestirà un ruolo strategico e decisivo nelle future celebrazioni subalpine per l'Unità d'Italia) accompagnato dalle intenzioni neppure troppo celate del centrodestra che a Roma ha occupato militarmente il ministero della Cultura: "Ci serve uno dei nostri, fidato, per evitare che a Torino, questa volta, non comandino solo loro, i "rossi", come è accaduto per le Olimpiadi". Sotto la Mole però, ai tempi dolciastri del berlusconismo mite, tocca agli assessori alla Cultura di Comune e Regione (l'ex pedagogo marxista-leninista Fiorenzo Alfieri e l'ex storico antifascista Gianni Oliva) sopire e troncare ogni polemica, celebrando la felice intuizione di una scelta che incorona uno dei "fedelissimi" di Silvio Berlusconi usati per imporre "l'editto bulgaro" e la "filosofia Mediaset" nella tv pubblica di Stato. Dolciastri anche loro: pronti a bere il tè con l'avversario e a suggerirgli un paio di idee, magari con la mediazione del grande regista di questa nomina, Alain Elkann, e con quella stessa strafottenza assessorile con la quale, qualche mese fa, la cultura pubblica torinese ha pensato di dialogare con i milanesi Vittorio Sgarbi e Salvatore "Totò" Ligresti. Settimana decisiva anche per la Compagnia di San Paolo, dove l'avvocato d'affari Angelo Benessia incassa infine la poltrona di presidente, annunciando in contemporanea un "blind trust" contro eventuali conflitti d'interessi e la rinuncia a una dozzina di incarichi, mentre contestualmente il suo studio legale di famiglia si vede assegnare il ruolo di advisor per il futuro sia di Gtt che di Iride. Incerte e imprecise fino all'ultimo, invece, le analisi su chi sia uscito davvero trionfatore dalla battaglia per il controllo della fondazione bancaria (adesso pronta a trasformarsi in un "bancomat" per gli enti locali, rovesciando una spiritosa e felice definizione di Sergio Chiamparino). Sino alle indiscrezioni finali di queste ore, quando la notizia dell'imminente nomina di Valentino Castellani (il principale responsabile del default del Toroc alla vigilia dei Giochi del 2006) alla guida dell'Istituto Boella ha disvelato, nel contempo, chi sono i veri vincitori e quale argomento hanno usato gli sponsor di "tutto il potere a Benessia" per annettere alle proprie file l'ex sindaco salziano: sottraendolo allo schieramento perdente dell'ex patron di San Paolo Imi e convincendolo a rinunciare a qualsiasi ruolo nella Compagnia. L'ultima nota dolciastra riguarda il nostro mestiere qui a Torino, un tempo pronto ad esaltare ogni azione e ogni sussulto della "real casa" subalpina, e oggi così ritroso di attenzioni e di spazio per l'ultima Agnelli, quella Margherita figlia dell'Avvocato tornata per poche ore nella sua città per ricordare il fratello Edoardo, affidandone l'ex villa alla gestione pubblica come casa-famiglia per bambini abbandonati, in una cerimonia con tante autorità citate nel biglietto d'invito e quasi nessuna presente nel parterre ufficiale. Un'esclusione dall'eredità del padre che forse riguarda anche la possibilità di comunicare? Il resto è questo weekend nuvoloso, magari con qualche tè delle cinque: dolciastro come il berlusconismo mite.

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Antiche carte - federico rampini (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 15-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Cultura Antiche carte Qualcosa, in una mostra di preziose mappe geografiche del Sei-Settecento, ha indispettito le autorità di Pechino al punto da spingerle a chiedere di non esporre alcune tavole. Il fatto è che i cartografi del passato contraddicono l'odierna storiografia ufficiale: le loro raffigurazioni dimostrano che il Tibet fu a lungo un regno indipendente FEDERICO RAMPINI PECHINO Nel 1584 il gesuita-scienziato Matteo Ricci, che già da due anni viveva in Cina, vi realizzò un planisfero disegnato secondo la tradizione cartografica europea: con il nostro continente al centro e il Celeste Impero relegato sul bordo orientale della mappa. L'opera fu accolta dal gelo. Già per i cinesi era un trauma dover accettare il ridimensionamento del loro impero, in un mondo improvvisamente affollato da altre terre vaste e lontane. Vedersi per di più confinati alla periferia era una mancanza di rispetto, una raffigurazione offensiva. Ricci capì di aver commesso un errore. Duttilità culturale e tatto diplomatico non gli mancavano. Nei sedici anni successivi si ingegnò a ridisegnare un planisfero, altrettanto accurato, ma basato su una prospettiva completamente diversa: con il Celeste Impero collocato sul meridiano centrale, l'Europa schiacciata sulla sinistra e l'America a destra. Intitolato Carta geografica completa dei monti e dei mari, il mappamondo del 1600 ebbe un successo straordinario, venne replicato in numerose edizioni, e fu adottato da potenti notabili locali come il governatore di Guizhou, il letterato Guo Qingluo. Sono passati quattrocento anni ma i cinesi del XXI secolo non sono meno suscettibili, anzi. Se n'è accorto il sinologo Riccardo Scartezzini, che dirige il Centro studi Martino Martini di Trento. Lo studioso italiano ha portato in Cina una pregevole esposizione di carte antiche, intitolata Visioni del Celeste Iimpero. è riuscito a farla esporre, prima a Pechino e in questi giorni a Hangzhou, offrendo al pubblico cinese un'opportunità straordinaria: riscoprire l'immagine della Cina nella cartografia occidentale, un'immagine che dal Seicento in poi contribuì anche alla conoscenza che i cinesi hanno del proprio Paese. Ma questa mostra ha rischiato di non aprirsi mai. I fulmini della censura di Stato stavano per abbattersi sui pregevoli documenti storici. La ragione? In quelle magnifiche carte antiche c'è la prova inconfutabile che il Tibet e altre regioni della Repubblica popolare come il Xinjiang islamico furono a lungo indipendenti. "Nel clima teso dopo la rivolta del Tibet e le contestazioni alla fiaccola olimpica", racconta Scartezzini, "abbiamo avuto la richiesta di non esporre alcune tavole". Anche se vecchie di secoli, gli hanno spiegato i suoi interlocutori locali, quelle rappresentazioni potevano "dare luogo a malintesi". Potevano cioè rivelare all'ignaro visitatore di Pechino e Hangzhou la mistificazione della storia ufficiale: nei manuali contemporanei infatti l'appartenenza del Tibet alla Cina viene fatta risalire molto più indietro, nientemeno che a Gengis Khan (XIII secolo). Per salvare l'esposizione Scartezzini ha dovuto fare ricorso alla stessa flessibilità di Matteo Ricci. Alcune carte "oscene" sono state rimosse. L'incidente politico è stato scongiurato. I curatori locali della mostra sono stati messi al riparo dalle sanzioni del regime. Scartezzini ha avuto ragione a piegarsi. è importante che i cinesi possano vedere questa esposizione, sia pure senza le mappe-tabù. Anche dopo questo sacrificio di alcuni pezzi, Visioni del Celeste Impero rimane un'esposizione di straordinario valore. Per l'affascinante bellezza delle carte antiche, e per la storia che c'è dietro. è il ricordo di un'epoca felice - e troppo breve - in cui il confronto tra "noi" e "loro" avvenne in un clima di straordinaria apertura e tolleranza: una parentesi di contaminazione reciproca, quando l'Europa si liberò dai suoi pregiudizi, e la Cina dal suo orgoglioso senso di superiorità. Questi reperti rivelano l'eccezionale ruolo che svolsero i gesuiti - prima di essere a loro volta censurati dalla Chiesa romana - come mediatori culturali fra l'Occidente e la Terra di Mezzo. Furono quei missionari a farci conoscere per la prima volta una Cina reale, depurata dalle leggende dell'antichità greco-romana o dai racconti un po' troppo favolosi di Marco Polo. E furono sempre loro, i gesuiti, a far conoscere ai cinesi una rappresentazione oggettiva del resto del mondo. La loro maestria consisteva nel fondere le metodologie scientifiche più avanzate dell'Europa, insieme con lo straordinario bagaglio di conoscenze che la Cina aveva sviluppato per conto suo. Massimo Quaini, geografo italiano dell'università di Genova, nell'introduzione al catalogo della mostra ricorda quale fu il vantaggio competitivo dei gesuiti, basato sulla loro capacità di dialogo con la cultura confuciana che gli aveva spalancato le porte dell'Impero celeste. "I gesuiti", scrive Quaini, "poterono beneficiare di circostanze eccezionali e del favore dell'imperatore Kangxi, che aprì ai missionari gli archivi di tutte le provincie e fece collaborare localmente i mandarini e i letterati". I religiosi applicarono da un capo all'altro dell'impero le tecniche di triangolazione e di calcolo delle longitudini per mezzo dell'osservazione dei satelliti di Giove, messe a punto dall'Osservatorio astronomico di Parigi e dallo scienziato italiano Gian Domenico Cassini. Il loro lavoro gli valse l'ammirazione di un filosofo non particolarmente tenero verso la Chiesa: Voltaire. Nella voce Geografia del suo Dizionario filosofico, Voltaire scrisse: "La Cina è il solo paese dell'Asia di cui si abbia una misura geografica, perché l'imperatore Kangxi impiegò i gesuiti astronomi per costruire delle carte esatte; ed è ciò che i gesuiti hanno saputo fare di meglio. Se si fossero limitati a misurare la Terra, non sarebbero stati proscritti sulla Terra". (L'avventura in Estremo Oriente dei gesuiti si concluse con una cocente sconfitta quando il Vaticano condannò la loro tolleranza per i "riti cinesi", una liturgia troppo liberamente adattata ai costumi del luogo). Quelle carte ebbero un ruolo cruciale in Europa. Divennero strumenti di lavoro indispensabili nelle grandi spedizioni marittime del Settecento. Aiutarono i mercanti inglesi, olandesi e francesi a orientarsi nelle terre che offrivano nuove opportunità di arricchimento. Contribuirono al dilagare di una vera e propria "sinomania", di cui sono rimaste tracce ben visibili nel gusto rococò per le cineserie. A partire dall'Illuminismo si diffuse nei nostri Paesi la convinzione che la Cina era una civiltà di grande valore. Voltaire la considerava superiore nell'arte del buongoverno, visto che l'Impero Celeste aveva creato la prima burocrazia statale selezionata con esami di Stato, secondo criteri meritrocratici. I capolavori della cartografia non nascono per caso, sono il frutto di un metodo che contraddistingue i gesuiti dell'epoca. Consapevoli di avere a che fare con una società molto avanzata, e piuttosto refrattaria al proselitismo religioso, i missionari puntano a conquistarsi il rispetto della élite intellettuale che governa l'impero offrendo il meglio della cultura scientifica occidentale. Al tempo stesso fanno tesoro del patrimonio di conoscenze cinesi. Verso la cartografia infatti i Figli del Cielo hanno un grande rispetto. La considerano uno strumento essenziale per una buona amministrazione pubblica. Lo attesta il Documento sui riti della dinastia Zhou: "I direttori delle regioni sono incaricati delle carte dell'impero, sulla cui base sovrintendono alle terre dei diversi distretti. Il geografo reale ha la responsabilità delle carte dei circuiti provinciali. Quando l'imperatore compie un giro d'ispezione, il geografo cavalca accanto al veicolo imperiale per fornire spiegazioni sulle caratteristiche del Paese e sui suoi prodotti". Il pioniere Matteo Ricci è il primo scienziato europeo a realizzare un planisfero del mondo con spiegazioni e didascalie in lingua cinese, una svolta storica che rappresenta un ponte fra le culture d'Occidente e d'Oriente. Dopo Ricci l'autore più importante per la nuova visione geo-cartografica del Celeste Impero è Martino Martini, gesuita di Trento che sbarca nella provincia dello Zhejiang nel 1643, in un'epoca di conflitto tra le dinastie Ming e Qing. Nel 1655 fa pubblicare ad Amsterdam il Novus Atlas Sinensis: 170 pagine di testo, 17 tavole, con le coordinate di 2.100 località cinesi. è un salto formidabile nella conoscenza della Terra di Mezzo. è Martini che corregge per la prima volta gli errori dei cartografi europei che collocavano la Grande Muraglia e Pechino sul 50° di latitudine nord, anziché al 39° 59'. Il Novus Atlas Sinensis calcola le distanze tra le città cinesi con una tale precisione, che in larga parte coincide con le mappe di oggi. L'opera di Martini confluisce poi nell'Atlas Maior, la più grande impresa editoriale del Seicento (dodici volumi, tremila pagine di testo e seicento tavole), strumento indispensabile per generazioni di mercanti e viaggiatori in Estremo Oriente. è uno choc per la coscienza europea: fa piazza pulita di tante leggende e mitologie che avevano condizionato l'approccio alla Cina. Martini conclude il suo lavoro monumentale solo dopo avere perlustrato personalmente diverse regioni dell'Impero Celeste. Ma ha l'umiltà necessaria per riconoscere i suoi debiti verso le fonti locali: "Né alcuno deve pensare che queste cose siano state partorite dal mio cervello o addirittura inventate; infatti io dichiaro sinceramente e con germanica onestà che ho attinto tutte queste notizie dai libri di geografia e dalle mappe cinesi, per ciascuna provincia dai cinesi stessi decorati, composti e stampati, che ho ancora con me, e che sono pronto a esibire davanti a chiunque sia interessato a queste cose". La modestia - e la prudenza diplomatica - gli consiglia di sorvolare sul fatto che la sua opera ha rivoluzionato la visione della realtà degli stessi cinesi. Tradizionalmente essi avevano raffigurato un mondo piatto sovrastato da un universo ricurvo. La superiorità della Terra di Mezzo (la loro) derivava proprio dal fatto che essa era fisicamente la più vicina alla convessità del cielo, ricavandone tutte le influenze benefiche, mentre i barbari delle periferie non avevano questo privilegio. L'epoca felice in cui i Figli del Cielo erano interessati al dialogo con i gesuiti è l'ultimo periodo di feconda apertura della Cina verso il mondo esterno. Poi verrà una lenta decadenza, alimentata da un senso di autosufficienza e di presuntuoso disinteresse verso i progressi dell'Occidente. Le stupende carte antiche delle Visioni del Celeste Impero - nella versione integrale e non censurata - contraddicono la propaganda del regime comunista. A dispetto della versione ufficiale, i confini odierni della Repubblica popolare sono il frutto di conquiste territoriali imperialiste. Contrariamente a quel che dicono i dirigenti attuali di Pechino, anche la Cina ha avuto un espansionismo aggressivo e una politica di annessione di altre nazioni. Il perimetro attuale dei suoi confini è il risultato di guerre coloniali non diverse da quelle di cui si macchiò l'Occidente. La Repubblica popolare racchiude dentro le sue frontiere l'ultimo impero multietnico dell'èra contemporanea. Nella China Illustrata di Athanasius Kircher (ispirata ai lavori di Martini) è ben visibile nel 1667 un "Tibet Regnum" separato e indipendente. Nell'Atlas Nouveau di Guillaume Delisle del 1730 l'estensione del Tibet è ancora più vasta, ancorché lo si chiami "Tartarie Indépendante". Nel 1735 le ricerche dei gesuiti vengono incluse e aggiornate in un'altra opera grandiosa, la Description géographique de l'Empire de la Chine di Jean-Baptiste du Halde. Un'opera così voluminosa e costosa che in Europa a quei tempi ne vengono prodotte numerose edizioni-pirata. Viene citata nella Encyclopédie dell'Illuminismo. Servirà a guidare le missioni diplomatiche inglesi in Cina dell'ammiraglio Anson e dell'ambasciatore Macartney. Du Halde parla esplicitamente del "Regno del Tibet" come di un'entità ben distinta. In questo e in molti altri atlanti fino ai primi del Novecento appaiono come Stati indipendenti anche la Mongolia interna e il Turkestan orientale oggi ribattezzato Xinjiang: tutti ormai ridotti al rango di provincie della Repubblica popolare. I cui manuali di storia sono stati opportunamente riscritti per dimostrare la continuità della Cina nelle sue dimensioni "allargate" da tempi immemorabili. Quelle che furono autentiche civiltà, con storie e culture ben distinte, oggi devono accontentarsi dello statuto di minoranze etniche. A loro Pechino offre spazi vigilati di folclore locale come fossero concessioni magnanime. La verità è nascosta nelle carte maledette che i cinesi non possono vedere.

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Diritti umani, solo promesse (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 15-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Diritti umani, solo promesse Irene Khan * N el 1948, grazie ad una iniziativa frutto di una straordinaria leadership, le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (UDHR). Oggi quella dichiarazione altro non e' che un mucchio di promesse rimaste sulla carta che testimoniano il tradimento di un numero incalcolabile di persone sparse in tutto il mondo. Il Rapporto 2008 di Amnesty International traccia un quadro desolante della situazione dei diritti umani in 150 Paesi. I civili sono trattati come "selvaggina" dai governi e dai gruppi armati in caso di conflitti. La violenza contro le donne e' piu' che mai diffusa in tutte le regioni del mondo. La totale messa al bando della tortura e dei maltrattamenti non regge alla prova dei fatti. In molti Paesi il dissenso politico viene soffocato e giornalisti e militanti vengono aggrediti e ridotti al silenzio. Centinaia di migliaia di rifugiati, di migranti e di esuli in cerca di asilo sono abbandonati a se' stessi senza alcuna protezione. A dispetto di livelli di prosperita' senza precedenti nella storia dell'uomo, milioni di persone sono in condizioni disperate. Il mondo della finanza e delle grandi imprese per lo piu' non si preoccupa del suo impatto sui diritti umani. A questo quadro sconfortante dobbiamo aggiungere i diversi punti caldi per i diritti umani in ogni angolo del pianeta: Darfur, Zimbabwe, Gaza e Birmania. E' assolutamente chiara la necessita' di intervenire prontamente, ma dove sono la leadership e la volonta' politica? Il 2007 e' stato caratterizzato dall'impotenza dei governi occidentali e dell'ambivalenza o riluttanza delle potenze emergenti ad affrontare i problemi dei diritti umani. I governi occidentali hanno perso l'autorita' morale di campioni della difesa dei diritti umani in tutto il mondo proprio per aver dimostrato che spesso non rispettano quegli stessi principi di cui pretendono il rispetto dagli altri. L'amministrazione americana ha violato i principi fondamentali di tutela dei diritti umani in nome dell'anti-terrorismo. Centinaia di prigionieri a Guantanamo e Bagram e migliaia in Iraq languiscono in prigione senza un capo di accusa ne' un processo. Lo scorso luglio il presidente degli Stati Uniti ha autorizzato la CIA a proseguire con la pratiche delle detenzioni e degli interrogatori segreti contrari al diritto internazionale. Nell'ultimo anno sono venute alla luce ulteriori prove sulla collusione tra Stati membri della UE e la CIA in merito alla cattura, detenzione segreta e trasferimento illegale di prigionieri in Paesi nei quali venivano torturati o maltrattati. Malgrado i ripetuti appelli del Consiglio d'Europa, nessun governo europeo ha avviato una inchiesta approfondita su questi fatti e tanto meno preso misure adeguate per impedire che in futuro nel territorio europeo possano avere luogo cosi' palesi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Questi comportamenti non hanno certo contribuito alla lotta contro il terrorismo, mentre hanno ridotto la capacita' dei governi occidentali di influenzare il comportamento di altri governi in materia di diritti umani. In Birmania, dove la giunta militare ha represso violentemente dimostrazioni pacifiche guidate dai monaci, gli Stati Uniti e l'Unione Europa hanno espresso la loro condanna in termini duri e hanno inasprito l'embargo commerciale e sulla compravendita di armi, ma con scarse conseguenze sulla situazione dei diritti umani in quel Paese. Anche in Darfur i governi occidentali non hanno avuto la capacita' di incidere sulla situazione. La rabbia internazionale e la mobilitazione dell'opinione pubblica hanno sensibilizzato la coscienza della gente di tutto il mondo, ma le conseguenze sulle sofferenze del popolo del Darfur sono state irrilevanti. Sia per il Darfur che per la Birmania, il mondo si aspettava un intervento della Cina. In quanto primo partner commerciale del Sudan e secondo della Birmania, la Cina aveva il potere economico e politico per far sentire la sua voce. Pressata dalla comunita' internazionale, la Cina ha preferito affrontare la situazione del Darfur in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e ha sollecitato la giunta militare birmana ad aprire un dialogo con le Nazioni Unite. Ma da tempo la Cina sostiene che i diritti umani sono una questione interna degli Stati sovrani e non un tema di politica internazionale - una posizione che asseconda gli interessi politici e commerciali della Cina. Al pari della Cina, la Russia - altro importante attore della scena mondiale - si e' fatta sentire assai poco sul fronte dei diritti umani. Il dissenso politico e' stato soffocato in quanto considerato "anti- patriottico", i media indipendenti sono stati oggetto di forti pressioni e sono state approvate leggi che limitano la liberta' di movimento e di iniziativa delle ONG. In Cecenia regna l'impunita' tanto che alcune vittime si sono viste costrette a cercare giustizia presso la Corte Europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo. Mentre l'ordine geopolitico e' soggetto a forti scosse di assestamento, le vecchie potenze sono reticenti sulla questione dei diritti umani. Quali sono le prospettive di una nuova leadership? Nella sua qualita' di antica democrazia liberale con una forte tradizione nel campo dei diritti umani e con un sistema giudiziario indipendente, l'India puo' fungere da potente modello, a condizione di essere piu' incisiva in patria e piu' coraggiosa sulla scena internazionale nella difesa dei diritti umani. Paesi quali il Brasile e il Messico sono stati molti attivi nel promuovere i diritti umani sul piano internazionale, ma molto deboli nel farli rispettare in patria. La capacita' del Sud Africa di svolgere un ruolo guida nel campo dei diritti umani e' stata messa alla prova dalla sua disponibilita' ad affrontare il problema dello Zimbabwe. Dal canto suo il nuovo governo australiano si e' mostrato ansioso di avviare una nuova politica in materia di diritti umani. La strada che ci aspetta è accidentata, ma non senza speranze. C'è un movimento internazionale che lotta per i diritti e chiede conto ai governi dei loro comportamenti. Alcune delle immagini del 2007 che piu' hanno colpito la gente sono state quelle delle manifestazioni di protesta dei monaci in Birmania, degli avvocati in Pakistan e delle militanti delle organizzazioni femminili in Iran. In tutto il mondo quanti hanno sofferto per il fatto che le promesse non sono state mantenute, chiedono giustizia, liberta' e uguaglianza. Nuovi leader vengono alla ribalta in Paesi chiave del mondo. Nuove potenze stanno emergendo sulla scena internazionale. I nuovi leader e le nuove potenze hanno l'opportunita' senza precedenti di dare un senso nuovo alla parola leadership. La Dichiarazione universale del diritti dell'uomo è un faro importante oggi cosi' come lo era nel 1948. *** * Segretario generale di Amnesty International © IPS Traduzione di Carlo Antonio Biscotto.

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Segue dalla Prima E cco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio per ra (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 16-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Segue dalla Prima E cco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio "per ragioni strategiche"; uso dei soldati per il pattugliamento delle aree urbane; divieto quasi assoluto delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, con limiti scandalosi e risibili (interrompere dopo tre mesi, non poterle utilizzare se si accerta un nuovo reato!) per le poche intercettazioni possibili; impunità (ancora non si sa per che cosa) al primo ministro garantita dal ritorno del vergognoso "lodo Schifani". Torna il passato e torna al peggio. Rivediamolo. *** Un giorno dell'anno 2002, il secondo anno di direzione de l'Unità rinata e rifondata (non più di partito, non più vincolata ad alcuna ortodossia, ispirata alle battaglie "liberal" della stampa anglosassone, pragmatica e intransigente) direttore e il condirettore di questo nuovo corso (ovvero Antonio Padellaro e io) si sono presentati a una assemblea di senatori Ds per spiegare perché nel descrivere le imprese del governo Berlusconi di allora, fondato su una serie di "leggi vergogna", di "leggi ad personam" e di progetti di svuotamento o annullamento della seconda parte della Costituzione (in modo da colpire, sterilizzandoli, i principi democratici fondanti della prima parte della Costituzione, da cui nasce la nostra libertà) perché l'Unità usasse ripetutamente e con piena convinzione la parola "regime". L'accusa era di estremismo. Ma uno strano estremismo. Non eravamo colpevoli di squilibri e tensioni ideologiche. Il nostro singolare e mal tollerato estremismo non si misurava sulla causa dei lavoratori ma sulle accuse al primo ministro. Dicevamo che godeva della speciale potenza, di una ricchezza immensa e che usava liberamente, impunito, i vantaggi di un gigantesco conflitto di interessi che gli consentiva di governare insieme il pubblico e il privato e di bloccare le informazioni, stava dando segni sempre più chiari di tracimare ogni argine, passare ogni limite, e piegare norme e leggi, anche europee, ai suoi interessi privati. Già allora l'operare politico di Berlusconi era come una bomba a grappolo. Ogni nuovo colpo assestato ai codici italiani portava immediate conseguenze private per il legislatore-beneficiario, un serie di distorsioni e anomalie estranee all'Europa nel sistema giuridico e una catena di conseguenze di fatto su soggetti estranei, come il blocco o l'impossibilità di decine di altri processi o la cancellazione di fatto di altre azioni penali. Ma l'accusa è rimasta, come se si fosse trattato di un ossessione privata e personale. La frase tipica era: dire "regime" è una sciocchezza. Un governo può essere più o meno buono ma la nostra democrazia è intatta". Non era intatta. E ci è voluto un referendum popolare per cancellare le gravi ferite arrecate alla costituzione. Una legge elettorale clamorosamente antidemocratica è ancora in vigore, e sono rimaste intatte tutte le leggi vergogna e ad personam che hanna reso ridicola o brutta l'immagine italiana nel mondo democratico ai tempi del primo Berlusconi. *** Ed eccoci arrivati alla nuova prova mortale a cui è sottoposta adesso la democrazia italiana. In nome di un dialogo che - ormai deve essere evidente ed è certo chiaro ai milioni di cittadini che hanno votato Pd - sarà impossibile, la opposizione continua a esprimersi con i toni garbati e rispettosi della normale vita democratica. Quei toni, quanto alle civilissime intenzioni che esprimono, fanno onore a chi le usa. O meglio, facevano onore a chi voleva ostinarsi a credere nella normalità, forse in base al sempre atteso ma raro miracolo della fede che muove le montagne. Ma niente è normale nella situazione italiana che stiamo vivendo. Tutta l'energia, la bravura tecnica e la forza politica che ci servirebbe in un mondo attanagliato da una crisi gravissima, per proteggere i cittadini dai danni più gravi, collaborare fra noi e collaborare col mondo, vengono dirottati in alcune ossessioni che riguardano esclusivamente interessi personali o politici di alcune persone in Italia. È un delitto contro il Paese, spinto dentro strade senza sbocco, tenuto stretto in una morsa di paura insensata. La militarizzazione del territorio serve per coprire l'incapacità di risolvere il problema dei rifiuti al modo facile e immediato che era stato sbandierato in campagna elettorale. Berlusconi, incapace di capire e di risolvere la questione, ricorre all'occupazione militare. L'invio di reparti militari armati nelle strade delle grandi città esalta la paura, inventa una emergenza, rende unica l'Italia in Europa (e certo i fucili spianati di soldati non addestrati all'ordine pubblico non è un invito al turismo) e - se ci fossero i problemi che, per fortuna non ci sono - aggraverebbe i rischi di incidenti. Comunque, farà sparire provvisoriamente i criminali, che sanno come riorganizzarsi, e lascerà gli immigrati isolati e spaventati a fare da esca per le ronde militari. Bisognerà pure arrestare qualcuno. Quanto alle intercettazioni vietate, esse stanno già raccogliendo l'opposizione netta di tutta l'Europa libera, giornalisti, giuristi, difensori dei diritti civili. È bene annunciare per tempo, anche in Italia, la disobbedienza civile per evitare di farsi complici di un progetto estraneo al diritto, alla Costituzione, ai codici europei e italiani, e al buon senso. Perché è impensabile che un governo voglia fare sua la battaglia per creare uno scudo salva- malfattori. Ma se questo è lo scopo, dovrà avere tutta l'opposizione che merita. Speriamo che il Partito Democratico si renda conto che questa è la sua battaglia, pena la caduta in un vuoto senza storia.

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Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio: <Io, la bestia strana> (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 24 del 2008-06-16 pagina 13 Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio: "Io, la bestia strana" di Giancarlo Perna Cortese per natura, Daniele Capezzone è oggi ancora più premuroso. È tutto un cedermi il passo, invitarmi a sedere, sorridere aggraziato. Elegante e ben curato da anni, è addirittura da passerella oggi nell'abito blu. In meno di due mesi dal suo ingresso nel Pdl, l'ex segretario radicale è già il berlusconiano tipo: glamorous & fashionable. "Sono lietissimo di vederti", dice mentre accosta la porta della sua stanza al Velino, l'agenzia di stampa di cui è da sei mesi socio e direttore. "Spero tu non perda la letizia nel corso dell'intervista, furbacchione. Sei appena entrato e già sei portavoce di Fi. Mandrake?", chiedo. "Ringrazio Berlusconi che mi ha dato un'opportunità che mi lusinga", dice Daniele e si assesta gli occhialini che dilatano i suoi occhioni blu. "Perché ha scelto te che fino a qualche mese fa eri con i radicali, stretti alleati di Prodi?". "Io sono una bestia strana. Sono un politico che si dimette. Ho lasciato Pr e presidenza della Commissione Attività produttive quando Prodi era bene in sella. Non ho guardato alla convenienza. Ho mollato, punto. Alle ultime elezioni non mi sono neanche candidato", e mi guarda come se dovessi appiccicargli seduta stante una medaglia. "Che c'entra questo con la nomina?". "Credo che proprio questo abbia colpito il presidente. Da parte sua è stato un atto notevole scegliere come portavoce del partito un outsider totale". "Come ogni pupillo di Marco Pannella hai finito per litigarci. È un Saturno che mangia i figli?". "Logoro cliché che non gli rende giustizia. La verità è che ha commesso un drammatico errore che si chiama Prodi-Visco. Il Pr, che aveva portato in Italia il liberismo, vota per le tasse di Visco. Un suicidio", dice triste e reclina la testa come un fiore appassito. Ha capelli scuri graziosamente pettinati con un ciuffetto. "Perché hai rotto con Pannella ed Emma Bonino?". "Le asprezze personali contano poco. È stato un dissenso politico. Da segretario pr mi sono battuto anni per la riduzione di tasse e spese. Loro, invece, hanno sostenuto con la prima Finanziaria di Prodi l'aumento delle tasse, con la seconda l'aumento delle spese. E io ho fatto fagotto". "Una volta radicali, sempre radicali?". "Oggi, i radicali sono allo sbando. Politicamente, se la intendono con Folena e altri avanzi comunisti e verdi. Elettoralmente, alle Comunali di Roma hanno preso lo 0,6, meno della lista "Under 30" di Rutelli, un po' più delle liste "Forza Roma" e "Avanti Lazio". Mi dispiace". "Pannella non se ne accorge?", chiedo e giro gli occhi sulla stanza ipermoderna. Tavolo di vetro, tre gigantografie di grattacieli newyorkesi, vista sul Quirinale. "Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto. Comunque, auguri". "Bonino?". "Al Senato ha votato contro il decreto sul prestito Alitalia. Era lo stesso prestito deciso da Prodi e da lei votato al Consiglio dei ministri", dice sarcastico. "Non puoi sfilarti. Eri tu il segretario pr quando, nel 2006, decideste l'alleanza con Prodi", gli ricordo. "Purtroppo, fallì l'intesa col centrodestra. Me ne dolsi. Così, andammo alle elezioni con Prodi, ma in autonomia. Dovevamo giudicarlo da ciò che avrebbe fatto. Di colpo, invece, ci siamo totalmente appiattiti". "Mantieni le tue amicizie tra i radicali, per esempio con Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale?". "Ho tantissimi amici in giro per l'Italia. Di Bordin non parlo". "Ma ti difese quando Pannella volle radiarti dalla radio!". "Poi, ha scelto di conservare la direzione. Auguri anche a lui". "Pannella da vicino?". "Pirandellianamente ci sono tanti Pannella quanto lui sceglie che ce ne siano. In questi due anni, non c'è stato il Pannella migliore". "È autolesionista?". "Gli succede quello che accade in tante piccole aziende. Il fondatore ha paura di farle crescere e diffida dell'ingresso di nuovi soci. Per le stesse ragioni, Marco mette a rischio la sua impresa e la sua storia". "Bonino?". "Ha scelto di non osare. Al netto dei suoi prestigiosi incarichi (è vicepresidente del Senato, ndr), il suo profilo è oggi chiaramente scolorito". "Come tanti - da Rutelli a Giovanni Negri - anche tu hai lasciato gli studi a metà, fagocitato in tenera età da Marco", stuzzico. "Io sono un ragazzo fortunato che a 35 anni ha potuto fare tantissime cose anche grazie al Pr. Ho imparato che la ruota gira. A volte ti telefonano ogni due minuti, altre non ti si fila nessuno. Importante è restare sereni e fare ciò in cui si crede". "Si dice che i pupilli di Marco siano anche i suoi amasi. Tu lo sei stato?". "No", replica e mi fissa duro, ma senza rossori né imbarazzo. Oggi sei col Cav che hai spesso insultato. Con che faccia? "Berlusconi è stato il primo a sorridere affettuosamente di qualche battuta birichina che ho fatto su di lui in passato". Hai detto di lui: "Ha una visione clerico-fascista su divorzio e droga". Il Cav è clerico-fascista? "Al contrario. Berlusconi ha tenuto un ammirevole equilibrio tra il rispetto della sensibilità religiosa e la necessaria laicità dello Stato". Che pensi dell'uso di droga? "Non la consumo. Ma il proibizionismo non è la soluzione. Per mettere d'accordo proibizionisti e anti, è necessaria una grande campagna informativa sui rischi dell'uso e dell'abuso di droga". Sempre del Cav hai detto: "Quando è entrato in politica aveva cinque miliardi di debiti, oggi ha 29 miliardi di attivo", sottintendendo maneggi. "Maneggi, lo dice lei. Obiettivamente, si è trattato di una gestione di straordinaria efficacia. I retro pensieri li lascio ai malpensanti come lei". Fai pure l'offeso, sbarbatello. Io continuo col tu. Tu svicoli. Se accusi uno di guadagnare con la politica, gatta ci cova. O no? "Non svicolo. Capisco però che gli oppositori di Berlusconi possano ricamare sulla variazione in positivo. Ma non va dimenticato che qualcuno - vedi Di Pietro - voleva sfasciare lui e Mediaset. Bene che non ci sia riuscito e che l'Italia abbia guadagnato un politico liberale in campo". Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle tasse". Da liberista, ti fidi del neo statalista Tremonti? "L'esordio è eccellente. Via l'Ici e detassazione degli straordinari. Visco appartiene a un'altra era". Sei stato tra i paladini dell'indulto. Vari, usciti di galera grazie a te, hanno ucciso e stuprato. "È stata una battaglia giusta, gestita tafazzianamente da Prodi. Così, una buona intenzione si è risolta malamente". D'accordo con l'introduzione del reato di clandestinità? "L'Italia appare tuttora un posto dove chiunque può arrivare e fare qualunque cosa. Serve un segnale. Reato o no, il governo ha dato una svolta". Limitare le intercettazioni è un regalo ai delinquenti? "Lo dicono solo Di Pietro e i suoi. Per caso, il suo obiettivo è intercettare il cento per cento delle telefonate del cento per cento degli italiani?" Le toghe napoletane che, all'indomani della nomina del sottosegretario ai rifiuti, gli hanno arrestato lo staff? "Mi hanno preoccupato. Vorrei la collaborazione di tutti con gli sforzi di Berlusconi. Bene ha fatto il premier a difendere i suoi incaricati, subito e pubblicamente. Erano nel mirino". Una volta ti dissi che quello dei radicali schierati a sinistra era un tradimento. Hai risposto: "Questo film del tradimento dove lo danno?". Lo fu o no? "Riconosco che il film è stato effettivamente trasmesso. Ma successivamente al nostro colloquio. Di qui, la mia uscita dalla sala cinematografica". Quando tu flirtavi con Prodi stavano già col Cav tre radicali coi fiocchi: Calderisi, Della Vedova, Taradash. Spocchiosamente hai detto: "Auguro loro di portare nella Cdl il liberalismo che noi porteremo nel centrosinistra". Lo ridiresti? "Loro hanno davvero centrato l'obiettivo. Io ci ho provato, ma sono stato lasciato solo. Ne ho tratte le conseguenze". In passato, hai sempre escluso di sposarti. Ora? "Mai dire mai. Però, lavoro 20 ore il giorno. Non è onesto fare progetti che rischierebbero di essere troppo fragili". La fine dei rossi rossi? "Loro dicono che il Paese non li ha capiti. Penso invece che li abbia capiti benissimo: no Tav, no Ponte... No tutto. E il Paese vuole invece dire sì". La pax Cav-Veltroni? "Berlusconi fa bene a cercare di salvare il soldato Veltroni. L'Italia vuole il bipartitismo. Guai se dallo sfascio del Pd tornasse il festival dei nanetti. Però Veltroni si sta facendo fagocitare da Di Pietro e mi lascia allibito". Facendo il portavoce hai messo una pietra sopra a ogni velleità di critica. Zitto e cuccia per cinque anni? "Spero, nel mio piccolo, di favorire la maggioranza dicendo cose utili, liberali, non scontate". Qual è il tuo futuro, giovanotto? "Ho scommesso sul Pdl. Se va bene, magari, mi sposo". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 16-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 24 del 2008-06-16 pagina 0 Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio di Giancarlo Perna A 28 anni era segretario dei Radicali. Deluso dall'abbraccio con Prodi, ora è portavoce di Forza Italia: "Scommetto sul Pdl. Se va bene mi sposo". E su Pannella: "Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto" Cortese per natura, Daniele Capezzone è oggi ancora più premuroso. è tutto un cedermi il passo, invitarmi a sedere, sorridere aggraziato. Elegante e ben curato da anni, è addirittura da passerella oggi nell'abito blu. In meno di due mesi dal suo ingresso nel Pdl, l'ex segretario radicale è già il berlusconiano tipo: glamorous & fashionable. "Sono lietissimo di vederti", dice mentre accosta la porta della sua stanza al Velino, l'agenzia di stampa di cui è da sei mesi socio e direttore. "Spero tu non perda la letizia nel corso dell'intervista, furbacchione. Sei appena entrato e già sei portavoce di Fi. Mandrake?", chiedo. "Ringrazio Berlusconi che mi ha dato un'opportunità che mi lusinga", dice Daniele e si assesta gli occhialini che dilatano i suoi occhioni blu. "Perché ha scelto te che fino a qualche mese fa eri con i radicali, stretti alleati di Prodi?". "Io sono una bestia strana. Sono un politico che si dimette. Ho lasciato Pr e presidenza della Commissione Attività produttive quando Prodi era bene in sella. Non ho guardato alla convenienza. Ho mollato, punto. Alle ultime elezioni non mi sono neanche candidato", e mi guarda come se dovessi appiccicargli seduta stante una medaglia. "Che c'entra questo con la nomina?". "Credo che proprio questo abbia colpito il presidente. Da parte sua è stato un atto notevole scegliere come portavoce del partito un outsider totale". "Come ogni pupillo di Marco Pannella hai finito per litigarci. è un Saturno che mangia i figli?". "Logoro cliché che non gli rende giustizia. La verità è che ha commesso un drammatico errore che si chiama Prodi-Visco. Il Pr, che aveva portato in Italia il liberismo, vota per le tasse di Visco. Un suicidio", dice triste e reclina la testa come un fiore appassito. Ha capelli scuri graziosamente pettinati con un ciuffetto. "Perché hai rotto con Pannella ed Emma Bonino?". "Le asprezze personali contano poco. è stato un dissenso politico. Da segretario pr mi sono battuto anni per la riduzione di tasse e spese. Loro, invece, hanno sostenuto con la prima Finanziaria di Prodi l'aumento delle tasse, con la seconda l'aumento delle spese. E io ho fatto fagotto". "Una volta radicali, sempre radicali?". "Oggi, i radicali sono allo sbando. Politicamente, se la intendono con Folena e altri avanzi comunisti e verdi. Elettoralmente, alle Comunali di Roma hanno preso lo 0,6, meno della lista “Under 30” di Rutelli, un po' più delle liste “Forza Roma” e “Avanti Lazio”. Mi dispiace". "Pannella non se ne accorge?", chiedo e giro gli occhi sulla stanza ipermoderna. Tavolo di vetro, tre gigantografie di grattacieli newyorkesi, vista sul Quirinale. "Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto. Comunque, auguri". "Bonino?". "Al Senato ha votato contro il decreto sul prestito Alitalia. Era lo stesso prestito deciso da Prodi e da lei votato al Consiglio dei ministri", dice sarcastico. "Non puoi sfilarti. Eri tu il segretario pr quando, nel 2006, decideste l'alleanza con Prodi", gli ricordo. "Purtroppo, fallì l'intesa col centrodestra. Me ne dolsi. Così, andammo alle elezioni con Prodi, ma in autonomia. Dovevamo giudicarlo da ciò che avrebbe fatto. Di colpo, invece, ci siamo totalmente appiattiti". "Mantieni le tue amicizie tra i radicali, per esempio con Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale?". "Ho tantissimi amici in giro per l'Italia. Di Bordin non parlo". "Ma ti difese quando Pannella volle radiarti dalla radio!". "Poi, ha scelto di conservare la direzione. Auguri anche a lui". "Pannella da vicino?". "Pirandellianamente ci sono tanti Pannella quanto lui sceglie che ce ne siano. In questi due anni, non c'è stato il Pannella migliore". "è autolesionista?". "Gli succede quello che accade in tante piccole aziende. Il fondatore ha paura di farle crescere e diffida dell'ingresso di nuovi soci. Per le stesse ragioni, Marco mette a rischio la sua impresa e la sua storia". "Bonino?". "Ha scelto di non osare. Al netto dei suoi prestigiosi incarichi (è vicepresidente del Senato, ndr), il suo profilo è oggi chiaramente scolorito". "Come tanti – da Rutelli a Giovanni Negri – anche tu hai lasciato gli studi a metà, fagocitato in tenera età da Marco", stuzzico. "Io sono un ragazzo fortunato che a 35 anni ha potuto fare tantissime cose anche grazie al Pr. Ho imparato che la ruota gira. A volte ti telefonano ogni due minuti, altre non ti si fila nessuno. Importante è restare sereni e fare ciò in cui si crede". "Si dice che i pupilli di Marco siano anche i suoi amasi. Tu lo sei stato?". "No", replica e mi fissa duro, ma senza rossori né imbarazzo. Oggi sei col Cav che hai spesso insultato. Con che faccia? "Berlusconi è stato il primo a sorridere affettuosamente di qualche battuta birichina che ho fatto su di lui in passato". Hai detto di lui: "Ha una visione clerico-fascista su divorzio e droga". Il Cav è clerico-fascista? "Al contrario. Berlusconi ha tenuto un ammirevole equilibrio tra il rispetto della sensibilità religiosa e la necessaria laicità dello Stato". Che pensi dell'uso di droga? "Non la consumo. Ma il proibizionismo non è la soluzione. Per mettere d'accordo proibizionisti e anti, è necessaria una grande campagna informativa sui rischi dell'uso e dell'abuso di droga". Sempre del Cav hai detto: "Quando è entrato in politica aveva cinque miliardi di debiti, oggi ha 29 miliardi di attivo", sottintendendo maneggi. "Maneggi, lo dice lei. Obiettivamente, si è trattato di una gestione di straordinaria efficacia. I retro pensieri li lascio ai malpensanti come lei". Fai pure l'offeso, sbarbatello. Io continuo col tu. Tu svicoli. Se accusi uno di guadagnare con la politica, gatta ci cova. O no? "Non svicolo. Capisco però che gli oppositori di Berlusconi possano ricamare sulla variazione in positivo. Ma non va dimenticato che qualcuno – vedi Di Pietro – voleva sfasciare lui e Mediaset. Bene che non ci sia riuscito e che l'Italia abbia guadagnato un politico liberale in campo". Ti pesa il conflitto di interessi? "Davvero c'è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni". Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo? "Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell'economia liberale e della riduzione delle tasse". Da liberista, ti fidi del neo statalista Tremonti? "L'esordio è eccellente. Via l'Ici e detassazione degli straordinari. Visco appartiene a un'altra era". Sei stato tra i paladini dell'indulto. Vari, usciti di galera grazie a te, hanno ucciso e stuprato. "è stata una battaglia giusta, gestita tafazzianamente da Prodi. Così, una buona intenzione si è risolta malamente". D'accordo con l'introduzione del reato di clandestinità? "L'Italia appare tuttora un posto dove chiunque può arrivare e fare qualunque cosa. Serve un segnale. Reato o no, il governo ha dato una svolta". Limitare le intercettazioni è un regalo ai delinquenti? "Lo dicono solo Di Pietro e i suoi. Per caso, il suo obiettivo è intercettare il cento per cento delle telefonate del cento per cento degli italiani?" Le toghe napoletane che, all'indomani della nomina del sottosegretario ai rifiuti, gli hanno arrestato lo staff? "Mi hanno preoccupato. Vorrei la collaborazione di tutti con gli sforzi di Berlusconi. Bene ha fatto il premier a difendere i suoi incaricati, subito e pubblicamente. Erano nel mirino". Una volta ti dissi che quello dei radicali schierati a sinistra era un tradimento. Hai risposto: "Questo film del tradimento dove lo danno?". Lo fu o no? "Riconosco che il film è stato effettivamente trasmesso. Ma successivamente al nostro colloquio. Di qui, la mia uscita dalla sala cinematografica". Quando tu flirtavi con Prodi stavano già col Cav tre radicali coi fiocchi: Calderisi, Della Vedova, Taradash. Spocchiosamente hai detto: "Auguro loro di portare nella Cdl il liberalismo che noi porteremo nel centrosinistra". Lo ridiresti? "Loro hanno davvero centrato l'obiettivo. Io ci ho provato, ma sono stato lasciato solo. Ne ho tratte le conseguenze". In passato, hai sempre escluso di sposarti. Ora? "Mai dire mai. Però, lavoro 20 ore il giorno. Non è onesto fare progetti che rischierebbero di essere troppo fragili". La fine dei rossi rossi? "Loro dicono che il Paese non li ha capiti. Penso invece che li abbia capiti benissimo: no Tav, no Ponte... No tutto. E il Paese vuole invece dire sì". La pax Cav-Veltroni? "Berlusconi fa bene a cercare di salvare il soldato Veltroni. L'Italia vuole il bipartitismo. Guai se dallo sfascio del Pd tornasse il festival dei nanetti. Però Veltroni si sta facendo fagocitare da Di Pietro e mi lascia allibito". Facendo il portavoce hai messo una pietra sopra a ogni velleità di critica. Zitto e cuccia per cinque anni? "Spero, nel mio piccolo, di favorire la maggioranza dicendo cose utili, liberali, non scontate". Qual è il tuo futuro, giovanotto? "Ho scommesso sul Pdl. Se va bene, magari, mi sposo". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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La stretta ue sulle agenzie di rating - alberto d'argenio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Economia La stretta Ue sulle agenzie di rating McCreevy: "Sui subprime hanno fallito, ora vanno controllate" ALBERTO D'ARGENIO BRUXELLES - è in arrivo la stretta Ue sulle agenzie di rating, le società come Fitch, Standard and Poor's e Moody's chiamate a giudicare i bilanci di aziende e Stati certificandone l'affidabilità nel rimborsare gli investitori. Presto, dunque, i controllori saranno controllati da una apposita autorità europea. O per lo meno è quanto intende proporre il commissario Ue al mercato interno, Charlie McCreevy, tenendo fede alle promesse fatte all'indomani della crisi dei mutui subprime quando, per colpa di un conflitto di interessi, le agenzie hanno promosso i prodotti finanziari che poi hanno portato al collasso del credito mondiale. Un caso che non si deve più riproporre. Il commissario irlandese ha parlato da Dublino, capitale ancora sotto shock per la bocciatura al nuovo trattato Ue che rischia di mandare in tilt l'Europa a 27. Ma si riparte, e ogni responsabile Ue nel suo settore cerca di ricordare che Bruxelles è in grado di incidere positivamente sulla vita dei cittadini. Da qui la proposta di McCreevy su un settore che i suoi esperti hanno passato al setaccio dalla scorsa estate. Tra qualche mese, ha annunciato, presenteremo misure di regolazione "mirate". Anzitutto si prevede l'istituzione di un'Authority europea con un ruolo di supervisione esterna sull'operato delle agenzie. Una necessità visto che, ha sottolineato McCreevy, "nonostante i controlli sul rispetto dell'attuale codice delle agenzie (Iosco), in occasione della crisi dei suprime nessun supervisore è riuscito ad andare al di là di una semplice annusata del marcio che c'era nel cuore del processo di valutazione della finanza strutturata". E anche i codici di condotta autonomi si sono dimostrati insufficienti per evitare che la crisi partita dagli Stati Uniti si propagasse in Europa. Il piano di McCreevy prevede dunque di assoggettare le agenzie a un sistema di registrazione a livello europeo, di rafforzare la loro sorveglianza e riformarne la governance, probabilmente con quel regolatore europeo addetto alla vigilanza e alla supervisione proposto a suo tempo da Christine Lagarde, ministro dell'Economia della Francia. Paese che, insieme alla Germania, è grande sponsor della regolamentazione del settore. E l'idea dovrebbe essere rilanciata proprio in occasione della prossima riunione dei ministri delle finanze Ue (Ecofin) dell'8 luglio in attesa della proposta ufficiale della Commissione. Ad ogni modo lo schema tracciato da McCreevy non prevede una valutazione specifica dei singoli casi, bensì una supervisione esterna di strategie e procedure degli istituti di rating con la creazione di quelle che sono già state ribattezzate "muraglie cinesi" contro i conflitti di interesse. Una serie di contromisure che, ha garantito il commissario Ue, saranno definite nel dialogo "tra pari" in corso con Usa, Russia, India e Cina. Proprio negli Usa nei giorni scorsi la Sec, regolatore dei listini americani, ha proposto una riforma del settore proprio con l'intento di mettere fine al conflitto di interessi proibendo alle agenzie di valutare un pacchetto finanziario che hanno partecipato a creare, esattamente l'anello debole nella catena che ha permesso il terremoto subprime.

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Non cadremo nel bluff il cavaliere rispetti la carta costituzionale - anna finocchiaro luigi zanda (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Non cadremo nel bluff il Cavaliere rispetti la Carta costituzionale ANNA FINOCCHIARO LUIGI ZANDA Caro direttore, gli italiani hanno diritto di sapere se il tono e i contenuti del discorso programmatico del 13 maggio sulla base del quale Berlusconi ha ottenuto la fiducia fossero sinceri, segno di un radicale cambiamento rispetto alla politica che tanti danni ha portato all'Italia dal 2001 al 2006. Berlusconi ha solennemente ricordato che in questa legislatura serve una "volontà comune" per realizzare modifiche istituzionali "condivise da una larga maggioranza". A trenta giorni da quel discorso gli italiani si chiedono cosa realmente Berlusconi volesse dire. La risposta a questa domanda può servire ad impedire che la vita politica del nostro Paese venga inquinata da un equivoco spaventoso che, se non venisse chiarito, potrebbe produrre una quantità tale di veleno da farci molto male. Il Pd sente fortemente la responsabilità di dover contribuire a cambiare il Paese e vuole che questo avvenga con lo stesso spirito di attenzione al bene comune che l'Italia ha conosciuto ai tempi della Costituente o della lotta la terrorismo. Ma il Pd sa anche che questa prospettiva positiva è solo in minima parte nelle sue mani. In una democrazia a condurre il gioco non può che essere la maggioranza parlamentare. Noi crediamo che il dialogo sia necessario. Siamo convinti di questa scelta, pensiamo che essa sia utile all'Italia, al suo sistema politico, al suo fragile bipolarismo e alla sua democrazia. Ma perché la stagione del dialogo possa realmente cominciare, perché svanisca ogni paura di fraintendimento, servono condizioni di grande sostanza politica. La prima riguarda il contenuto e la natura delle iniziative che il governo sottopone al Parlamento. Se c'è una reale volontà di promuovere rapporti veramente nuovi tra centrodestra e centrosinistra è necessario che il governo si impegni a non presentare più norme ad personam, che violino i principi del conflitto di interessi, che ledano lo stato di diritto e la separazione dei poteri, che sconvolgano gli assetti istituzionali, che accentuino le disuguaglianze sociali, che, in una parola, non tengano conto dell'interesse generale del Paese. é per questo che il Pd ha considerato egualmente gravi sia la previsione, incostituzionale, di un'aggravante penale non collegata alla pericolosità della persona ma alla sua condizione oggettiva, sia l'ipotesi di utilizzo di militari per compiti di pubblica sicurezza. L'altra condizione riguarda la conformità delle proposte governative alla Costituzione, alle normative europee e ai Trattati internazionali. Se vogliamo veramente il dialogo, se non stiamo bluffando, questo è un punto su cui dobbiamo essere molto chiari. Forzature sulla costituzionalità delle leggi non solo non possono essere oggetto di trattativa, ma se continueranno a venir tentate (per di più nella subdola forma dell'emendamento al decreto legge) avremmo una rottura unilaterale di quel nuovo stile politico che Berlusconi ha detto di volere. Ebbene, ieri in Senato sono stati presentati dal Pdl emendamenti al decreto sicurezza che riguardano la sospensione dei processi per reati commessi fino al 30 giugno 2002, l'indicazione dei reati che la magistratura deve prioritariamente perseguire e altre norme che con il tema della sicurezza c'entrano ben poco. In più si annuncia un provvedimento che resusciterebbe il "lodo Schifani". Sono norme che il Pd, la giustizia e la democrazia italiana non possono accettare. Non solo per la loro incostituzionalità palese e la loro inammissibilità in quanto estranee alla materia del decreto. Ma anche perchè queste misure sarebbero la pietra tombale di quel "dialogo" che stava alla base del discorso con il quale Berlusconi ha chiesto la fiducia. gli autori sono capogruppo e vicecapogruppo del Pd al Senato.

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Daniel barenboim dialogare in musica - paola zonca (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 17-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Cultura Intervista/ Il maestro riceverà a Roma il premio Colomba d'oro daniel Barenboim dialogare in musica PAOLA ZONCA I l premio che riceverà il 23 giugno a Roma, assegnato dall'Archivio Disarmo per la pace (la giuria è presieduta da Rita Levi Montalcini), ha un nome bello e simbolico: Colomba d'oro. Ma il vincitore non è un politico e nemmeno una personalità impegnata nella lotta contro la pena di morte. è un musicista, uno dei più bravi del mondo. Daniel Barenboim, nato nel 1942 a Buenos Aires da genitori ebrei russi che si sono trasferiti in Israele nel 1952, non è solo un grande pianista e direttore. Da almeno dieci anni, sfidando le accuse di molti compatrioti, si dedica a un'impresa difficilissima: aiutare i palestinesi a migliorare le loro condizioni di vita. Ha fondato con l'intellettuale palestinese Edward Said la West-Eastern Divan Orchestra, dove suonano fianco a fianco professori arabi ed ebrei, ed è stato il primo cittadino israeliano ad accettare il passaporto palestinese. Lui, però, si schermisce: "Sono molto onorato, ma quello che riceverò non lo giudico un premio per la pace. Piuttosto un premio contro l'ignoranza e per il coraggio di dire la verità". Maestro, perché trova esagerata la definizione di "uomo di pace"? "Perché io non lavoro per la pace, non è falsa modestia. C'è bisogno di altri strumenti, che non ho a disposizione. Io voglio solo far capire che, in Medio Oriente, si sta percorrendo una strada falsa. è come se un medico curasse il paziente per una malattia collaterale, non per quella principale". E dove sta la verità? "Il conflitto tra israeliani e palestinesi non è politico, e nemmeno militare. Una guerra può scoppiare tra due nazioni che si contendono l'acqua, il petrolio: si combatte, poi finisce e basta. Questo, invece, è un conflitto umano tra due popoli che dura da decenni. Due popoli che sono certi di avere un diritto storico, filosofico, esistenziale, di vivere sulla stessa terra. Per questo motivo la soluzione non può essere militare: ebrei e palestinesi sono condannati a vivere insieme, inestricabilmente". Cosa dovrebbe succedere perché cessino le ostilità? "Entrambe le parti devono riconoscere di aver sbagliato, e non incolparsi a vicenda. Israele deve avere il coraggio di aiutare il popolo palestinese, condannato a vivere in baraccopoli e ad accettare standard inferiori di educazione e assistenza medica, invece di ricevere dalle forze di occupazione condizioni di vita decorose. I palestinesi devono capire che la violenza è inaccettabile, anche se la considerano una reazione contro l'occupazione. Anch'io sono contro l'occupazione, ma penso che dovrebbero optare per una forma di resistenza non violenta: usare tutti i mezzi possibili (dimostrazioni, proteste), ma non uccidere donne e bambini. Purtroppo non c'è nessun partito, né israeliano né palestinese, che la pensa come me". Tornando alla musica: non crede che possa fare qualcosa per la pace? "La musica non può cambiare il mondo, però è la dimostrazione che una convivenza è possibile, e può aiutare a capire il mondo. In un dialogo tra due persone, si aspetta che l'altro abbia finito di parlare prima di rispondere. In musica due voci dialogano nello stesso tempo, ognuna si esprime nella forma più piena e contemporaneamente ascolta l'altra. Ecco, i politici dovrebbero imparare dalla musica. Quello che dovrebbero fare in Israele è dar spazio agli interessi veri dei cittadini, anche dei palestinesi, coinvolgendoli in comuni progetti culturali, scientifici, artistici". Lei ha detto di riporre speranza in Barack Obama, che ora però difende la politica di Israele. "Se sarà eletto, avrà una chance di cambiare la politica estera americana. Barack deve riuscire a influenzare il Barak israeliano. Israele dimostra di non avere una visione lungimirante quando si appoggia esclusivamente sugli Stati Uniti per la sua sicurezza. L'egemonia dell'America sta diminuendo. Tra trent'anni conteranno di più Pechino e New Delhi. E non capisco nemmeno la lobby ebraica americana: se hanno tanto a cuore Israele, perché non vanno a viverci? Oppure, perché non lavorano per influenzare il governo degli Stati Uniti?". Le sue opinioni sono note: ha l'impressione che cadano nel vuoto o che vengano ascoltate? "Non ho la pretesa di influenzare i governanti: il dovere di un intellettuale è dire quello che pensa. Il politico ha il compito di cercare il compromesso, l'artista no. E io preferisco non avere il potere, per potermi esprimere con sincerità. Parlo soltanto per necessità interiore, perché questa situazione mi fa male, ogni giorno di più". Al termine dei concerti che fa in giro per il mondo, c'è chi le esprime solidarietà? "In tanti vengono in camerino e mi dicono: sono d'accordo con lei. Dalle persone comuni ai politici. Ad esempio, sono molto in sintonia con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ho l'appoggio di Kofi Annan, di Zapatero e del precedente premier spagnolo Gonzales, di cui sono amico personale. Angela Merkel mi scrive spesso, ora ha dato il patrocinio a un concerto della Divan a Berlino. Sono in contatto con intellettuali e scrittori israeliani. David Grossman verrà a stare due giorni con l'Orchestra Divan. Però ricevo anche lettere terribili, in cui mi accusano di essere un traditore, senza altre argomentazioni". Cosa pensa della richiesta del capo della comunità ebraica tedesca di ripubblicare Mein Kampf, il manifesto politico- ideologico di Hitler? "è un libro spaventoso, ma l'essere umano ha un grande difetto: attribuire la responsabilità e la colpa agli oggetti, invece di prenderla su di sé. Un coltello non ha una moralità. è uno strumento con cui posso uccidere, ma anche tagliare il pane e darlo a chi ne ha bisogno. La conoscenza può essere solo positiva, non bisogna averne paura. è giusto farlo leggere ai giovani perché non prendano sul serio l'assurdità e la crudeltà di quelle parole".

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RIECCOLO (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 17-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Federico Geremicca RIECCOLO Auspicata dai fan della politica tutta muscoli e polemiche, temuta - al contrario - da chi ritiene che da una dialettica civile il Paese abbia solo da guadagnare, la "grande gelata" sul tanto discusso dialogo tra governo e opposizione sembra esser arrivata: in controtendenza rispetto alla stagione calda e, naturalmente, sul terreno dell'amministrazione della giustizia. Anzi, per esser più precisi, dei rapporti tra il premier e la giustizia. A far da detonatore sono stati un paio di emendamenti presentati dalla maggioranza al decreto sicurezza con i quali - in ragione della necessità di accelerare i procedimenti per i reati più gravi o ad alto allarme sociale - viene ordinato ai giudici di dare "precedenza assoluta" appunto a questo tipo di processi (con pene superiori a dieci anni e per delitti commessi dalla criminalità organizzata) e di sospendere per un anno i dibattimenti relativi a reati commessi prima del giugno 2002. Nella casistica rientra anche un processo (il cosiddetto processo Mills) che vede imputato per appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio, il premier in carica. La circostanza ha scatenato le durissime proteste dell'opposizione ("Così la tela del dialogo si strappa", ha annunciato Veltroni) e riportato, con un doppio salto mortale all'indietro, toni e argomenti dello scontro politico al clima di una decina di anni fa. "Berlusconi è allergico alla giustizia - ha tuonato Di Pietro -. Non vuole che sia applicata a sé la legge che vale per tutti". E il premier ha reagito annunciando di voler ricusare il collegio che lo sta giudicando e puntando l'indice contro magistrati che utilizzano "la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportati da un Tribunale anch'esso politicizzato". Provando a separare i fatti dalla propaganda, ci si può qui limitare a due constatazioni. La prima, richiama l'oggettiva necessità di disciplinare in maniera più efficace e aderente al crescente allarme sociale, tempistica e esecuzione dell'azione giudiziaria: l'idea, dunque, che alcuni processi possano godere di una sorta di "corsia preferenziale" rispetto ad altri, non è sbagliata. La seconda, al contrario, sottolinea un errore di fondo: e cioè che sia la politica - e per di più per decreto, e senza alcuna consultazione dei vertici della magistratura - a decidere quali, per quale specie di reato e a partire da quando alcuni processi vadano accelerati, altri rallentati e altri ancora addirittura sospesi (fino a determinare, nel secondo e nel terzo caso, una sorta di maxi-amnistia non dichiarata). Questo per stare alla forma del problema. Volendo invece andare più concretamente alla sostanza, non si può non vedere come torni nuovamente alla ribalta quella sorta di "doppio conflitto di interessi" (in materia di tv e di giustizia) che condiziona e appesantisce l'azione di Silvio Berlusconi fin dal giorno della sua "discesa in campo". Già solo in queste poche settimane di avvio legislatura il conflitto è tornato a manifestarsi due volte: prima a proposito dei destini di Retequattro (una delle tv del premier) e oggi intorno alla sorte di un processo che lo riguarda. E conta onestamente poco - se non ai fini del clima generale - che a Walter Veltroni non sia quasi parso vero poter approfittare del doppio scivolone del premier per alzare i toni della polemica, annunciare che "la tela si strappa" e tirarsi così fuori dalle secche delle difficoltà che il bon ton ed il dialogo con Berlusconi gli hanno creato sia nel Pd sia presso il suo stesso elettorato. Stando così le cose, è dunque possibile che la tanto discussa "luna di miele" tra il governo, l'opposizione e il Paese sia già davvero finita, in anticipo rispetto anche alle più pessimistiche previsioni. È evidente che, giunti a questo punto, un solo atto potrebbe permetterne la prosecuzione: il ritiro o la profonda modifica delle norme appena annunciate. La settimana scorsa, a proposito di intercettazioni telefoniche, su richiesta della Lega e per fugare ogni dubbio che il provvedimento potesse frenare le indagini in materia di corruzione, questo tipo di reato (inizialmente escluso) fu inserito nella casistica di quelli per i quali è possibile procedere ad intercettazioni. La correzione fu applaudita, anche dall'opposizione. Ecco: se le norme proposte ieri in materia di processi sono state pensate guardando solo agli interessi dei cittadini e di un miglior funzionamento della macchina giudiziaria, si segua quell'esempio e le si modifichino in maniera tale da escludere da privilegi le pendenze del presidente del Consiglio. Sembra questa l'unica via per fugare ogni sospetto e riaprire la strada del dialogo. Ammesso che, naturalmente, sia davvero un confronto civile ciò che vogliono sul serio tanto il premier - ormai saldamente al governo - che Walter Veltroni, alle prese con la costruzione di una solida opposizione.

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Approvata in piena bagarre la variante al piano regolatore (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 17-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

SANT'AMBROGIO IL SINDACO MINACCIA DI QUERELARE UN CONSIGLIERE Approvata in piena bagarre la variante al piano regolatore [FIRMA]GIUSEPPE MARITANO SANT'AMBROGIO Approvato in via definitiva il progetto della variante al piano regolatore della città. Lo studio ha avuto un iter particolare, perché molti consiglieri hanno dovuto abbandonare l'aula per il conflitto di interessi. Ci sono stati anche momenti di tensione, tanto che alla fine il primo cittadino ha dichiarato che avrebbe querelato Dario Fracchia (minoranza) per le dichiarazioni apparse su di un giornale locale. Il primo cittadino Bruno Allegro sostiene che è stato fatto un attento esame idrogeologico dell'intero territorio e ogni rischio è stato valutato. L'amministrazione deve procedere con l'approvazione del documento. "Dobbiamo accelerare i tempi - dice il sindaco - perché ormai è di estrema importanza per i cittadini. Questo è un progetto valido e se si vota contro, vuol dire che esiste un preconcetto o è una questione politica. Ognuno deve però assumersi le proprie responsabilità". Il capo gruppo di "Progetto e Persone", Renzo Bianco, ha dovuto abbandonare l'aula per la parentela con alcuni proprietari dei terreni interessati dal provvedimento; mentre Paolo Tonasso (Lega Nord) ha votato contro mettendo in evidenza la questione delle scuole: "il sindaco aveva promesso l'inserimento di un nuovo polo scolastico, ma non è stato fatto nulla". Poi sono arrivate le critiche di Fracchia: "Il nostro Comune presenta gravi rischi di dissesto idrogeologico sismico. La nostra città è classificata in zona 3 per quanto concerne il rischio sismico e in zona R4, massimo rischio, per il dissesto idrogeologico". Ma la giunta comunale rigetta i problemi sollevati dall'opposizione. L'assessore al commercio Angelo Zerbonia, anzi, è sicuro che la maggioranza abbia fatto un ottimo lavoro per il recupero delle cave, dando anche la possibilità alle attività della zona industriale di poter ampliare le loro aziende. "Non sono un cementificatore - conclude il sindaco Allegro - la nostra previsione è di aumentare il numero degli abitanti del dieci per cento. In sostanza nell'arco di quindici anni è previsto l'insediamento di circa 200 famiglie". Il Consiglio dedicato la piano regolatore si è chiuso con la dura replica del primo cittadino al consigliere Fracchia. "Sono stufo delle accuse rivolte all'amministrazione - ha esclamato Allegro - in particolare per la grave dichiarazione apparsa su di un giornale locale, in cui si afferma che esistono interessi privati, personali, politici e di partito. Se hai sospetti su qualcuno parla e fai i loro nomi. Ne ho le tasche piene, la prossima settimana faccio partire la denuncia".

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L'ultimo "mastino della guerra" - daniele mastrogiacomo (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 18-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

È iniziato in Guinea il processo contro Simon Mann, il mercenario britannico accusato di colpo di Stato Appassionato di cricket, ex paracadutista, amico del figlio di Margareth Thatcher. Rischia 32 anni di carcere L'ultimo "mastino della guerra" Una vita fra le armi. Dal regime razzista di Pretoria al conflitto civile in Sierra Leone In Papua-Nuova Guinea soffoca sul nascere la rivolta di un gruppo separatista DANIELE MASTROGIACOMO Con la richiesta di una condanna a 32 anni di carcere si chiude la storia dell'ultimo "mastino della guerra". Simon Mann, classe 1952, figlio e nipote di celebri capitani della nazionale inglese di cricket, ottimi studi a Eton, ex ufficiale britannico, ex paracadutista in Irlanda del Nord, membro attivo della Sas a Cipro, in Germania e in Norvegia, grande esperto in informatica, sparito dalla circolazione e poi riapparso in Africa a capo di un gruppo di mercenari, paga il prezzo delle sue amicizie influenti e diventa vittima di un accordo strategico tra il disastrato Zimbabwe e la ricca Guinea equatoriale. Quattro anni dopo il suo arresto ad Harare, l'uomo che ha rischiato di mettere nei guai l'ex primo ministro Margaret Thatcher potrebbe finire i suoi giorni in una cella del più famigerato carcere della terra, quello di Black beach, a Malabo. Nella prima udienza del processo che lo vede accusato di tentato colpo di Stato ai danni del presidente della Guinea equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il procuratore non ha invocato la pena di morte "per rispettare", ha spiegato, "l'impegno che il nostro governo ha assunto nei confronti dello Zimbabwe". Ma condannare a oltre 30 anni di carcere - e in quel carcere - un uomo di 56 significa buttare la chiave e attendere la sua morte. La vita avventurosa e spregiudicata di Simon Mann si snoda tutta attraverso le armi e le guerre. Addestrato nei Sas, i gruppi speciali britannici, l'ultimo dei mercenari segna il suo destino con un paio di amicizie che gli frutteranno soldi, notorietà ma anche l'inizio di una fine predestinata. Con Tim Spicer, vecchio compagno d'armi, fonda nel 1996 la Sandline, una società specializzata nella sicurezza. I due vivono in Sudafrica, a Città del Capo. E da lì rispondono ad una serie di richieste di intervento da parte di società diamantifere alle prese con rivolte organizzate da gruppi concorrenti. Muovendo soldi e uomini, la storia li vede in azione in Angola, quando l'Unita, gruppo finanziato dal regime razzista sudafricano e dagli Usa, si appropria di alcune centrali petrolifere britanniche, e in Sierra Leone alle prese con una delle più feroci guerre civili. Ma sarà con l'operazione Bouganville, dal nome di un'isola della Papua-Nuova Guinea, che la Sandline international acquista una notorietà internazionale. Alla guida di cento uomini, Mann soffoca sul nascere la rivolta di un gruppo separatista. Gloria e tanto onore. Ma anche un po' di nostalgia. Mann cede alle lusinghe e accetta una parte in un film di successo, "Bloody sunday": la rievocazione della strage commessa il 30 settembre del 1972 da parte delle truppe inglesi contro una folla inerte nell'Irlanda del nord. Il "mastino" incarna la parte che più gli si addice, quella del colonnello dei parà Wilford che ordina il massacro. La realtà prende il sopravvento. Lo spirito d'avventura, la sua indole di trafficante e di mercenario lo spingono verso altri incarichi e verso la prima sconfitta. Il 7 marzo del 2004, viene arrestato assieme ad altre 69 persone che si trovavano a bordo di un Boeing 727, bloccato all'aeroporto di Harare, in Zimbabwe. Tutti vengono accusati di violazione della legge sull'immigrazione e di traffico di armi. L'aereo è vuoto, ma la soffiata che arriva dal Sudafrica e, probabilmente, da altri paesi africani sostengono che il cargo si apprestava a imbarcare un carico di armi. Vengono trovati anche i soldi, quasi 250 mila euro; ma la prova che lo incastrerà e che lo sbatterà in carcere per 7 anni, poi ridotti a 4 per buona condotta, arriva da alcune transazioni finanziarie confermate da Nick du Toit, anche lui ex mercenario, anche lui cittadino sudafricano, coinvolto in un progetto di golpe in Guinea equatoriale. Si parla di due milioni di dollari provenienti da una "fonte sconosciuta e non rintracciabile". Il 27 agosto del 2004 Simon Mann viene condannato in via definitiva. Ma è solo l'inizio del declino. Due giorni dopo, sir Mark Tathcher, figlio della "lady di ferro", ex primo ministro britannico, viene arrestato nella sua casa di Città del Capo. Anche lui è accusato di essere coinvolto nel golpe in Guinea. Le accuse arrivano ancora una volta da Nick du Toit. Deve giustificare la sua amicizia con il rampollo di Margaret Thatcher. Sostiene di aver avuto da lui i fondi rintracciati nelle indagini finanziarie che devono servire al golpe. E aggiunge di averlo conosciuto tramite Mann. Il cerchio si stringe. Tre anni dopo, la magistratura sudafricana accusa nuovamente il mercenario, il quale resta in Zimbabwe e qui viene condannato. Ma la Guinea equatoriale insiste e chiede la sua estradizione. Mugabe prende tempo. Gioca su due fronti: con la Gran Bretagna, sollevando lo spettro di un nuovo coinvolgimento del figlio della Thatcher; con la Guinea chiedendo petrolio in cambio dell'estradizione. Simon Mann resta in carcere ad Harare ma il 2 maggio del 2007 un tribunale dello Zimbabwe accoglie la richiesta di estradizione della Guinea. La sentenza verrà ricordata come "l'accordo Mann contro petrolio". L'ultimo "mastino della guerra" è ormai stritolato da interessi che si giocano su altri tavoli. Come tanti altri ex mercenari può essere sacrificato. Verrà spedito in Guinea con l'impegno a non condannarlo a morte. In cambio, Mugabe torna a respirare e manda avanti il suo paese ridotto al collasso grazie al petrolio che gli spedisce il presidente Mbasogo. Simon Mann viene rinchiuso nel carcere di Black beach. La moglie tenta inutilmente di vederlo: non le consentono nemmeno di telefonargli. Voci dicono che stia male, che rischia di morire. Due diplomatici, un inglese e un statunitense, lo visitano in cella. Diranno che è in buone condizioni di salute. Le ultime sue foto lo ritraggono con la divisa verde da carcerato, i polsi e le gambe strette con delle catene, la barba brizzolata, gli occhiali da vista tondi da intellettuale. Cammina a fianco di altri detenuti bianchi. Lo sguardo è ancora vispo, ma lo spirito è spento. Sperava nel ricorso contro l'estradizione. Lo ha perso. Il figlio della Thatcher è uscito di scena. Mugabe ha avuto il suo petrolio. Mann resta solo. Paga per tutti, con una condanna a vita.

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Per non soffrire le roi platini sceglie gli orange - berna (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 18-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Sport Per non soffrire le roi Platini sceglie gli Orange BERNA dal nostro inviato Le Roi è qui, e vi guarda dall'alto. C'è anche Johann Cruijff, se è per questo, e c'è anche la potentissima famiglia Becali, cioè i fratelli Giovanni e Victor, plenipotenziari del calcio rumeno con le procure di tutti i giocatori della nazionale di Piturca e con un bel mucchietto di contratti anche degli olandesi che sono in campo. Ma soprattutto c'è Le Roi, al secolo Michel Platini, nella veste di presidente dell'Uefa e forse, perché no, anche nella veste di francese illustre, venuto qui a vedere come butta, se davvero c'è odore di biscotti o di "combine", come la chiamerebbe lui. Chissà se si ritiene almeno in parte in conflitto di interessi, Platini, mentre si accomoda al suo posto presidenziale, fa una smorfia delle sue aggiustandosi il vestito e si concentra sul campo, mentre le squadre entrano sul terreno di gioco. In ogni caso lui è qui, non a Zurigo per Francia - Italia, e forse è un segnale, un avviso ai naviganti. Come a dire: comportatevi bene, l'Uefa vi osserva. Sulle tribune dello "Stade de Suisse" la solita marea arancione, il torrente che ha serpeggiato in città per tutto il giorno confluisce qui e il colpo d'occhio è meraviglioso, mette allegria. Nella marea c'è stata una persona più fortunata delle altre, oppure no, fate voi: sta di fatto che ieri la città di Berna (non chiedete come hanno fatto a calcolarlo, ma sono svizzeri e bisogna fidarsi) ha accolto il suo visitatore numero 500.000 durante gli Europei e si è trattato ovviamente di un'olandese, al secolo Petra van den Hamm, che come premio ha ricevuto dal sindaco della città del formaggio e del cioccolato, simboli imperituri dei Cantoni. I rumeni, invece, sono una minoranza. Stretti in uno spicchio di stadio, saranno poche migliaia dietro la porta che nel primo tempo viene occupata da Lobont. Inni nazionali, e si canta quello rumeno, mano sul cuore. Poi la sorpresa, almeno per questo Europeo, ed è una sorpresa che ovviamente cela il significato di questa sfida: parte l'inno olandese e i rumeni applaudono, applaudono davvero, convinti, cortesi, sportivi e furbastri. Fateci questo piacere, in fondo a voi cosa costa? (a.s.).

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Nicoletta, la pasionaria dei diritti nel mirino di Silvio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 18-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del IL GIUDICE RICUSATO Esponente storica di Magistratura Democratica, è stata tra i firmatari di numerosi appelli contro le leggi ad personam del premier Nicoletta, la pasionaria dei diritti nel "mirino" di Silvio di Oreste Pivetta Che cosa avrà mai fatto Nicoletta Gandus per meritarsi gli schiaffoni di Silvio Berlusconi? Che cosa avrà mai combinato nel corso della sua trentennale carriera per alimentare il sospetto di inimicizia nei confronti dell'amatissimo presidente del consiglio? Distilliamo tra le pagine di una biografia assolutamente non autorizzata alcuni delitti attribuibili allo scandaloso magistrato milanese. Sul più grave ha appena fatto piena luce l'avvocato Ghedini e quindi non ci dilungheremo: "È stata firmataria di un appello contro la decisione del Governo Berlusconi di prorogare il procuratore nazionale antimafia". Ce ne sarebbero altri di appelli. Quello ad esempio, di due anni fa (febbraio 2006), promotore anche il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, per chiedere "la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività...". Siamo alle solite, al ritornello cantato e ricantato dalla sinistra, delle leggi ad personan: tipo falso in bilancio, rogatorie, lodo Schifani, ex Cirielli, inappellabilità, eccetera. Di un particolare, sconosciuto ai più, ha arricchito il suo j'accuse il preciso avvocato Ghedini: la Gandus deteneva azioni Mediaset. Alludendo ad un esplicito conflitto di interessi. Essendo la Gandus "tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato da cui nasce il presente processo... ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile...". All'avvocato Ghedini, sempre assai attento, è sfuggito qualcosa però. Che ad esempio Nicoletta Gandus s'era permessa di negare l'accesso alle telecamere in aula proprio per il processo Mills, permettendosi di respingere una richiesta di Mediaset: le telecamere avrebbero turbato il tranquillo svolgimento delle udienze (sempre tranquille, peraltro, salvo la volta in cui gli avvocati di Berlusconi fecero due volte le stesse domande al teste eccellente Briatore in Gregoraci, giusto per farsi sentire anche dai giornalisti: lei, il presidente della decima sezione del Tribunale, naturalmente, s'arrabbiò). Ci sarebbe di peggio alle spalle della Gandus: ha sempre dimostrato una certa disponibilità a firmare appelli. Come quello, anni fa, nel 2001, per la liberazione di Layla Zana, prima donna kurda ad essere eletta deputata, condannata prima a morte e poi a quindici anni per tradimento e separatismo. La firma di Nicoletta Gandus si potrebbe leggere accanto a quelle di Susanna Agnelli, Tina Anselmi, Rosellina Archinto, Natalia Aspesi, Gae Aulenti, Ginevra Bompiani, Rita Levi Montalcini, Lalla Romano e di altre signore, tutte fiere nemiche (o inimiche, per citare Ghedini) dell'allora e ancora presidente del consiglio. Un altro appello nella sua carriera Nicoletta Gandus lo firmò per la pace in Palestina e contro l'erezione del muro. Un altro ancora (e qui si torna al capitolo "attacchi al governo") per la procreazione assistita, avendo a lungo militato in movimenti femminili e persino collaborato alla famigerata rivista milanese di pratica politica "Via Dogana" e avendo sostenuto più di recente persino le iniziative di un gruppo di signore, sindacaliste e giornaliste, tutte di sinistra naturalmente, intitolata "Usciamo dal silenzio". Insomma, si capisce che Nicoletta Gandus, cinquantottenne magistrato milanese, non s'è mai sognata di nascondere le sue idee politiche, sostenendo evidentemente la tesi che anche un magistrato possa coltivare idee politiche. Esponente storico di Magistratura Democratica, negli anni ottanta, quando era pretore, si era occupata di lavoro. Tra i primi casi affrontati, nel 1981, quello dell'allora presidente della Regione Lombardia, Cesare Golfari, che il giudice assolse dall'accusa di violazione della legge sull'aborto, quando si venne a sapere che, in molti ospedali lombardi, non veniva applicata la legge 194 sull'interruzione di gravidanza. Si era occupata, più recentemente, anche di Banco Ambrosiano, nel 1996, condannando quattro imputati per favoreggiamento. Nel 2005 le era toccato il caso di Cerro Maggiore, coinvolti Formigoni e il fratello di Berlusconi. Roberto Formigoni, accusato di corruzione, abuso d'ufficio, falso ideologico e favoreggiamento per presunte irregolarità nella gestione della discarica, era stato assolto. Paolo Berlusconi aveva patteggiato e se l'era cavatacon un pesantissimo risarcimento. Il 25 aprile 2006 fu tra i magistrati, con il pm Ilda Boccassini e il giudice Oscar Magi, a sfilare per le vie di Milano il 25 Aprile, quell'anno dedicato alla difesa della Costituzione. Con altro scopo c'era passata anche Letizia Moratti.

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Berlusconi e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul governo (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 18-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Il Pd sfoglia la margherita, dunque, nel senso che in casa Veltroni tira aria di lite che potrebbe sfociare prima o poi in separazione. Già, fra le anime diessina e teodem i rapporti non sono proprio idilliaci. Dopo l'anatema dei cattolici contro la "contaminazione" dei pannelliani, le dure critiche di "Famiglia Cristiana" e della solita Binetti a cui si aggiunge l'ex ministro Fioroni (infuriato) che dice "il loft? sembra di stare a Teheran.", la frenata sull'adesione al Partito socialista europeo, la strada per Veltroni è ancora più in salita. Da un lato c'è il governo Berlusconi che piace sempre di più agli italiani, dall'altro il livello dello scontro che assomiglia a un tutti contro tutti a pochi mesi dalle elezioni europee. Di Pietro, ma anche i Teodem, D'Alema ma anche Rutelli che pare meditare "vendetta" politica dopop la clamorosa trombatura rimediata nella corsa al Campidoglio. E ci si mette pure Bertinotti, il "parolaio rosso" di Pansa che rientra nel gioco della poltica con un seminario sul futuro della sinistra e invita Massimo D'Alema, capace di guardare a sinistra più di quanto non sappia o non voglia fare Veltroni (che vuole lo sbarramento anche per le europee, tanto per tener fuori i "cespugli" rossi anche dal parlamento di Strasburgo). Grande è l'agitazione nel campo della sinistra, dove si agitano spettri di scissioni e "ricomposizioni". Già, perché fra i teodem e gli uomini della margherita c'è chi guarda a Casini e quel che resta dell'Udc, isolata e senza per ora spartito politico da suonare che la lancia la sua Costituente popolare (a cui guarda con interesse anche Clemente Mastella), e in più c'è chi teme le mosse di Rutelli. Intanto il governo Berlusconi va. Scritto in Varie Commenti ( 30 ) " (17 votes, average: 3.06 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 28May 08 La Sapienza e il rito dell'intolleranza Prima il no dei Collettivi di sinistra a Papa Benedetto XVI, poi il no al dibattito sulle foibe: alla Sapienza di Roma l'intolleranza è di casa in nome di una "tradizione democratica" che tenta di riproporre schemi antichi, quelli del "rituale antifascista" degli anni Settanta. Già, brutto periodo quello, nelle università e nel Paese. con il corollario nel secondo caso dei manifesti di Forza Nuova strappati dai militanti dei Collettivi di sinistra, della rissa, degli arresti, delle polemiche e delle accuse. Salvo poi chiarire (rapporto della Digos) che l'aggressione è partita da sinistra. Ma stabilire colpe e responsabilità spetta ai giudici. E' il tema dell'intolleranza travestita da antifascismo, come scrive il nostro Mario Cervi, a preoccupare. E' il tentativo a questo punto nemmeno tanto mascherato di ricreare un clima di tensione, di scontro e di odio, a preoccupare. E' il tentativo di tornare allo schema degli opposti estremismi, ad allarmare. L'intolleranza si traveste, sbandiera ideali nobili, ma resta intolleranza: di parte e da parte di pochi. Bene ha fatto il sindaco di Roma Gianni Alemanno a dire: "Noi dobbiamo lanciare messaggi chiari, ovvero che questi episodi sono solati, estranei al contesto culturale e storico della nostra città e della nostra nazione. Questo è il messaggio che deve venire da tutti. Quando si costruiscono teoremi politici su una rissa tra giovani si comincia ad aprire un varco e armare le contrapposizioni ideologiche. Bisogna evitare questi schemi e queste persone vanno trattate come imbecilli fuori dalla storia e dal tempo". Veltroni invita la destra a "non minimizzare" e dice (giustamente) che le istituzioni devono stroncare subito l'insorgere della violenza. Ma quale? quella di una parte o di quella di tutte le parti? penso voglia dire quella di tutte. forse il "ma anche" stavolta ci sarebbe stato bene, per evitare fraintendimenti. Cosa che non fa Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori: "L'aggressione fascista a La Sapienza - sullo sfondo del nuovo quadro politico - ripropone il tema dell'autodifesa come diritto democratico elementare.E. E aggiunge il Ferrando: "E' necessario che ogni realtà minacciata appronti strutture di autodifesa, democraticamente designate e controllate". Parole gravi, le sue che ricordano proprio quegli anni di piombo che la maggioranza degli italiani vorrebbe consegnare agli archivi della storia. A chi giova strumentalizzare questi episodi per interessi di parte politica? A chi giova tornare a pescare nel torbido? Credo a nessuno, una democrazia è tanto più forte quanto è capace di rifiutare l'intolleranza delle estreme politiche ("frange" si diceva una volta). Il "giustificazionismo ideologico" stavolta non pagherebbe, gli italiani hanno scelto un' altra strada. Il dibattito è aperto. Scritto in Varie Commenti ( 75 ) " (39 votes, average: 3.46 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 16May 08 Così le tecnologie ci cambiano la vita. Dì la tua Vi è mai successo di dimenticare il cellulare a casa? E' facile immaginare la sensazione che avete provato, perché la maggioranza di noi l'ha vissuta in prima persona. Ci si sente persi. Vulnerabili. Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori britannici ha rilevato che è una sensazione paragonabile alla "tremarella del giorno delle nozze" o alla paura di quando si va dal dentista. Addirittura è stato coniato appositamente un termine medico. "Nomofobia", così si chiama la paura di rimanere senza portatile ("nomo" è l'abbreviazione di no mobile). Quale futuro? Non c'è niente da fare. Dobbiamo ammetterlo. La tecnologia fa parte di noi. Della nostra quotidianità. Ma dove stiamo andando? Quali saranno i nuovi mezzi di comunicazione e quale ruolo ricopriranno in un futuro più o meno vicino? Possible. ou probable Il Gruppo Editis, una prestigiosa casa editrice francese, ha proposto il suo punto di vista attraverso la realizzazione di un cortometraggio intitolato "Possible ou probable". Il film, che ha ricevuto il Laurier di bronzo al festival di Creusot, si propone di fare un salto in avanti nel tempo. Nella vita di una giovane coppia nell'era dell'editoria digitale. Di' la tua Editis apre il dibattito. Il Giornale.it, in occasione del 17 maggio, giornata mondiale delle Telecomunicazioni e della Società dell'Informazione, segue lasciando a voi lo spazio per esprimere le vostre idee e le vostre riflessioni su quello che è e che potrà essere. Guarda il cortometraggio (9 minuti) Scritto in Varie Commenti ( 12 ) " (112 votes, average: 1.14 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 14May 08 Berlusconi, Veltroni e i nemici del dialogo Il discorso di Silvio Berlusconi alla Camera (leggi il discorso del premier), l'apertura unilaterale al dialogo con l'opposizione (che è seguita alla telefonata del premier a leder del Pd), sono i segnali più evidenti che qualcosa sta davvero cambiando, nel Parlamento e nel Paese. Aggiungiamoci anche il discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di alto profilo istituzionale e politico, come ha riconosciuto il presidente della Camera Gianfranco Fini. Insomma, molti saranno scettici, ma parlare di avvio di Terza Repubblica forse non è azzardato. Basta rileggere le parole del premier, il "sì" di Fassino a nome del Pd: l'asse Berlusconi-Veltroni si rinsalda, su questo punto cruciale, pur nella distinzione dei ruoli. Ma non sono tutte rose e fiori, anche Berlusconi e Veltroni devono fare come Fanfani qualche decennio fa: contare amici e nemici. E parare i colpi. Soprattutto Veltroni. Sconfitta alle urne la sinistra massimalista, resta da sconfiggere il partito "giacobino", quei giustizialisti che sono ripartiti alla carica (vedi il caso Travaglio-Schifani) e faranno di tutto per mettere i bastoni fra le ruote proprio a Veltroni. E' lui l'anello "debole" che la sinistra giacobina vuole colpire fino a indebolirlo e condizionarlo. Una prova? La sceneggiata di Antonio Di Pietro alla Camera: "Noi non abboccheremo, non intendiamo cadere nella tela del ragno. Abbiamo memoria e non intendiamo perderla. Conosciamo bene la sua storia personale e politica". Così ha parlato Tonino, l'ex pm. Ma il bersaglio non è il Cavaliere. No, lui ha una maggioranza solida, consegnatagli dal voto popolare. Il bersaglio è Walter, e di Pietro non è certo il suo solo nemico. C'è un filo che lega il Santoro, Travaglio, Grillo. Tonino punta dritto su quel mondo e pensa alle Europee del 2009. Come ci pensa su un altro versante Massimo D'Alema, tornato gran manovratore dentro e fuori il Pd. Del resto, come racconta Augusto Minzolini sulla "Stampa", alla cerimonia della consegna della Campanella usata per le riunioni del Consiglio dei ministri, Prodi ha detto a Berlusconi: "Tu sei un avversario, io i veri nemici li ho avuti qua dentro.". La battuta ora vale anche per Veltroni. A cosa serve un'opposizione parlamentare debole in una Paese normale? Peserà di più l'opposizione nelle piazze? L'apertura di Berlusconi (ma già in campagna elettorale era stato chiaro) aiuta Veltroni, ma anche l'Italia. L'ha capito anche Walter: "Occorre il riconoscimento della vittoria e della responsabilità da parte degli sconfitti ma anche l'equilibrio dei vincitori, perciò vi prendo in parola: siamo pronti da subito. Ma non pensate di avere il paese in mano". Scritto in Varie Commenti ( 100 ) " (52 votes, average: 2.9 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 09May 08 E Walter diventa il "premier ombra" Dopo Occhetto (Pci poi Pds) nel 1989, Veltroni (Pci, Pds, Ds, Pd): la storia sembra ripetersi (ovviamente Veltroni spera in esiti migliori.) e torna il "governo ombra" (leggi l'articolo). Edizione rinnovata e aggiornata ai tempi di quella lontana esperienza partorita a Botteghe Oscure che - come ha ricordato Visco all'Unità - fu un fallimento e l'ex ministro ritiene che ci sarà il bis). Veltroni diventa "premier ombra" del "governo dell'opposizione": alla fine dopo trattative e incontri, divisioni e riavvicinamenti, no eccellenti (D'Alema e Parisi), tentennamenti divenuti alla fine un "sì accetto" (Bersani) ed entusiasti (Fassino, Franceschini) il leader del Partito democratico ha varato lo "shadow cabinet" di stampo anglosassone. Per ora le analogie finiscono qui, inutile fare il processo alle intenzioni che sulla carta sono buone. Tanto che la lista dei ministri ombra è stata presentata al presidente Napolitano (che fece parte - Esteri - della prima compagine occhettiana). Certo è sospetta la fretta con cui Walter si è affrettato a dichiarare "con D'Alema nessun conflitto, perché bisognerebbe essere in due.". Come dire: non sono io quello che polemizza e fa i distinguo. Insomma ponti d'oro al D'Alema portatore d'idee nel suo"ruolo importante che deve svolgere" alla fondazione ItalianiEuropei. Dopotutto il centralismo democratico non c'è più in casa degli ex-post e a-comunisti. Andare avanti, pensare subito alla direzione del Pd che sarà partorita dall'assemblea costituente. Mentre sprisce il "caminetto" e nasce il coordinamento dei "nove" che affiancherà il segretario piddino. Insomma, Veltroni riparte per tentare di rafforzare la sua non fortissima leadership. Vedremo se anche a sinistra nascerà davvero il "partito di Veltroni". Scritto in Varie Commenti ( 89 ) " (30 votes, average: 2.83 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 08May 08 Berlusconi e il governo del "fare". Veltroni e le liti sul governo "ombra". Dite la vostra Il governo Berlusconi quater va e stavolta per i detrattori più accaniti del Cavaliere sarà difficile sostenere che non c'è niente di nuovo a Palazzo Chigi. Già, perché i ministri (quelli che contano, con portafoglio) sono solo 12 (9 senza portafoglio ma con la casella chiave delle Riforme affidata a Umberto Bossi) e perché sono entrati uomini nuovi che affiancano ministri già collaudati: 13 new entry (quattro hanno fra 31 e 40 anni). Continuità-discontinuità, insomma. Il premier è deciso è riprendere il filo del suo progetto Paese interrotto dai due anni di Prodi, ma molto è cambiato. Questo sarà davvero il governo del premier, innanzitutto, che potrà contare su un nocciolo duro di governo che ruota attorno al sottegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, a Tremonti, Bossi, Maroni. e poi ci sono Matteoli e La Russa. Poco spazio ai tradizionali giochi di partito e 23 giorni per mettere a posto tutto, come ha riconosciuto soddisfatto il presidente Giorgio Napolitano ("Lungaggini? Siamo stati più veloci della Spagna."). Velocità, azione (ai tempi di Craxi fu coniato l'efficace "decisionismo"), la scelta bipartitica degli elettori che hanno semplificato il quadro politico di maggioranza e opposizione rende tutto più "decisionista" e apre la strada a una nuova stagione del "fare". Berlusconi su questo è deciso: anche perché da "fare" c'è davvero molto: pensiamo solo al caso Alitalia o alla vergogna dei rifiuti in Campania. E poi ci sono "problemini" non da poco che si chiamano stipendi, carico fiscale, sicurezza, immigrazione clandestina, rilancio del sistema paese, costi della politica e della burocrazia, federalismo. Mali antichi e problemi nuovi. Ecco perché Berlusconi ancora una volta ha sparigliato le carte. Per "fare", come chiedono gli italiani, serve un governo del premier (il Cavaliere) più che dei partiti. Ora ci aspettano i primi cento giorni di "luna di miele" con il Paese e le responsabilità di governo e maggioranza sono davvero grandi. Intanto la sinistra litiga sul governo che non ha sul "governo ombra" voluto da Veltroni (leggi l'articolo). Già perché anche il premier ombra ha i suoi problemi. Intanto D'Alema e Parisi hanno detto no, Bersani non è convinto, mentre Fassino ha detto sì per recuperare ruolo e visibilità. Ma serve il governo ombra? Esperienza di stampo anglosassone già sperimentata nel 1989 dal Pci poi diventato Pds. Allora non funzionò. lo volle Achille Occhetto quandò andò in crisi il governo De Mita e subentrò Andreotti (sesto governo) e la maggioranza era pentapartito. Sapete chi c'era? Giorgio Napolitano (esteri), Visco (finanze), Giovanni Berlinguer (sanità), Scola (spettacolo), Rodotà (giustizia). E oggi sull'Unità lo stesso Visco lo stronca: "Il governo ombra non ha un suo ruolo istituzionale e dunque non riesce ad operare. Si aggiunga il fatto che in un sistema dove ci sono più partiti, e non solo due come in Gran Bretagna, ciascun partito ha gruppi e rappresentanti in commissione. A questo punto si capisce perché non è stato esportato dalla Gran Bretagna in nessun altro paese. Lì è un luogo riconosciuto dell'opposizione. Da noi no". Senza contare, fa notare Visco, che tale proposta "anche interessante nella nostra esperienza passata non funzionò" e che "ci sono delle persone autorevoli dei partiti che stanno fuori dal governo ombra e che certo non smetteranno di dire quello che pensano", a cominciare da Massimo D'Alema. Comunque Walter ci riprova ma quello che dovrebbe essere un punto di forza del Pd rischia di rivelare che il re è nudo, perché sta mettendo in mostra divisioni correntizie, lacerazioni personali di un partito che pare allo sbando ed in cerca della rotta con una bussola rotta. Scritto in Varie Commenti ( 67 ) " (49 votes, average: 2.1 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 05May 08 D'Alema batte un colpo. Contro Walter. E "L'Unità" se la prende con la sinistra veltroniana tutta feste e terrazze E alla fine Massimo D'Alema parlò. Dopo una campagna elettorale che è apparsa ai più "silente" (salvo evitare le dimissioni di Bassolino in Campania per scongiurare il voto anticipato alla Regione ed rinviare l'ennesima sconfitta del Pd), il ministro degli Esteri ha rivestito i panni dell'uomo di partito e ha iniziato a sparigliare le carte nel loft veltroniano. già, perché la resa dei conti post elettorali sarà lunga e sicuramente non indolore nel centrosinistra. "La sconfitta è stata grave, ed è di lungo periodo. Serve quindi una riflessione approfondita.". Primo colpo. "La sintonia tra Berlusconi e il Paese, cominciata nel '94, non è mai finita". Secondo colpo. Il Pd "deve cercare di coalizzare coalizzare tutte le forze che si oppongono alla destra" perché anche se non è in Parlamento la sinistra radicale "non è scomparsa dal Paese e il Pd non è chiamato a continuare a correre sempre da solo, anche perché in Italia ci sono leggi elettorali diverse. Con il 33% l'autosufficienza sarebbe un errore". Quarto colpo. Partito del Nord? "Abbiamo bisogno di un grande partito nazionale, fortemente radicato nel territorio, con una struttura federale che abbia dei leader". Quinto colpo. "Non sono candidato nè aspiro a nessuna carica, quindi non sono antagonista di nessuno". Sesto colpo, il più pericoloso perché, tradotto significa "caro Vetroni, mi tengo le mani libere.". Così emerge "l'altra linea del Pd" a-veltroniano, che sembra saldare attorno a D'Alema anche il prodiano Parisi e il delusissimo (e furibondo) Rutelli, in cerca di rivincite, lui che è stato mandato allo sbaraglio. Per ora Veltroni regge, per ora. Vedremo se avrà davvero intenzione di andare al congresso anticipato e alla inevitabile conta. Anche perché non è da escludere un ritorno di Prodi, quando cadono le prime foglie dell'autunno. In fondo anche lui per ora si tiene le mani libere, ma i messaggi che ha mandato in giro non sono certo rassicuranti per Veltroni. Intanto "L'Unità" fa satira contro la sinistra veltroniana, come spiega il nostro Gianni Penncchi: è tutta feste e terrazze, con una serie di amare vignette-denuncia di Stefano Disegni, "matita cult" della sinistra. E' COSI'? COSA NE PENSI? DI' LA TUA Scritto in Varie Commenti ( 18 ) " (121 votes, average: 1.4 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 29Apr 08 Quel venticello di Roma che diventa uragano. Per Veltroni Ebbene sì, la straordinaria vittoria di Gianni Alemanno che ha abbattuto il "muro" di Roma, non ha travolto solo Rutelli ma ha anche ridotto in macerie (politiche) il loft veltroniano. E ha aperto la strada alla resa dei conti all'interno del Pd. Dopo la sconfitta senza se e senza ma alle elezioni politiche è arrivata la mazzata della perdita del Campidoglio. Altro che venticello di Roma, il centrosinistra è stato spazzato via dall'uragano Gianni. E ora, povero Walter? Quando inizieranno a volare gli stracci in casa del bi-sconfitto, accusato da Rutelli di averlo lasciato solo e atteso al varco da Massimo D'Alema? Dopo la sconfitta elettorale i leader dei partiti di sinistra defenestrati a furor di voto popolare dal parlamento, si sono dimessi. E Veltroni? Resterà a combattere come una sorta di San Sebastiano infilzato dal centrodestra e dai suoi, oppure farebbe meglio a lasciare la guida del Pd? In fondo lui sogna l'Africa e qualcuno dei suoi, perfidamente, potrebbe anche soprannominarlo "sciupone l'africano", politicamente parlando. Già, perché dall'I care all'inno all'obamismo pare proprio non averne azzeccata una. Veltroni è in grado di costruire un grande partito di centrosinistra di stampo europeo o ci sono altri in grado, meglio di lui, di farlo? Cosa ne pensate? Veltroni deve restare o dimettersi? Dì la tua Secondo voi, chi dovrebbe guidare il Pd? Vota il tuo leader Scritto in Varie Commenti ( 58 ) " (130 votes, average: 1.49 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 24Apr 08 Roma, quali sono le priorità da affrontare? Dite la vostra A Roma lo scontro per la conquista del Campidoglio si fa sempre più acceso, a fianco del candidato sindaco del Pdl, Gianni Alemanno e di quello del Pd Francesco Rutelli, sono scesi in campo anche i leader dei partiti. Sicurezza, campi rom, traffico, periferie abbandonate, futuro di Fiumicino e Alitalia sono i temi caldissimi della campagna elettorale: domenica e lunedì ci sono i ballottaggi per Comune e Provincia. Ed è una sfida decisiva. Come hanno detto Berlusconi, che ha attaccato frontalmente Rutelli (è un voltagabbana) e come ha sottolineato Fini: "Condizione irripetibile per vincere nella Capitale". Con Veltroni e i suoi impegnati a difendere la poltrona di sindaco dopo la sconfitta alle politiche. Roma deve voltare pagina, si dice, ma come? Quali sono le priorità che il nuovo sindaco dovrà affrontare? Dite la vostra Scritto in Varie Commenti ( 93 ) " (92 votes, average: 1.58 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico 23Apr 08 Racconta anche tu la partita della tua vita Nelle pagine dello sport del "Giornale", otto firme del nostro quotidiano (direttore Mario Giordano incluso) raccontano la loro partita della vita, l'incontro di calcio, quell'attimo fuggente fatto di emozione e di stupore, che ha segnato i loro ricordi legati allo sport più bello e più popolare del mondo (leggi gli articoli). E voi? Qual è la partita della vostra vita? Provate a raccontarla diventando per un momento giornalisti sportivi. Non scrivete troppe righe e buon divertimento. In fondo il mio blog ha, come sottotitolo, "Cronache di ordinaria quotidianità (ma non troppo)". Così possiamo per una volta divagare. A proposito, sapete qua è la mia partita della vita? Inter-Pisa, campionato 1983. Lavoravo a "il Tirreno" di Livorno e fui inviato a Milano, con il collega Marco Barabotti a seguire la partita. Rientro in redazione col primo aereo, scrittura di articoli per lo sport e per l'edizione di Pisa fino a mezzanotte. Poi, all 5 del mattino presi un treno per Milano e alle 11 firmai il contratto per lavorare al "Giornale". Grande partita. A proposito, sono interista, ma quel giorno vinse il Pisa. Scritto in Varie Commenti ( 19 ) " (131 votes, average: 1.2 out of 5) Loading ... Il Blog di Alberto Taliani © 2008 Feed RSS Articoli Feed RSS Commenti Invia questo post a un amico Post precedenti Chi sono Sono il caporedattore del Giornale.it, un toscano "adottato" da Indro Montanelli e da Milano nel 1983. 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"contadini e poveri ecco chi perde sempre" - cristina nadotti (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 19-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Vandana Shiva "Contadini e poveri ecco chi perde sempre" CRISTINA NADOTTI "Le olimpiadi non sono altro che ricche occasioni di affari per la mafia delle proprietà immobiliari". Il giudizio senza appello, nel quale include qualunque grande manifestazione sportiva internazionale, è di Vandana Shiva, scienziata, attivista politica e ambientalista indiana, vice presidente di Slow Food e autrice tra gli altri del saggio Le guerre dell'acqua (Feltrinelli). Più volte ha denunciato il pericolo che grandi eventi sportivi abbiano come retroscena un inasprimento dei conflitti per l'accesso alle risorse idriche. Che ripercussioni avrà l'accresciuto fabbisogno di acqua per i Giochi di Pechino sulla vita delle popolazioni della zona? "I lavori di costruzione di grandi canali e dighe, intrapresi dal governo cinese in occasione delle Olimpiadi, sono soltanto una parte delle opere che Pechino sta portando avanti da anni, incurante delle necessità non solo delle popolazioni agricole cinesi, ma anche dei diritti delle nazioni confinanti. La richiesta cinese di acqua è in continuo aumento e questa fame di risorse idriche è anche un pericolo per l'India. I due stati hanno in comune un grande fiume, il Brahmaputra, che nasce nel Tibet sudoccidentale. Da tempo la Cina lavora a progetti per deviare il suo corso verso Nord, cosa che avrebbe conseguenze catastrofiche per l'India e il Bangladesh. Le acque deviate non servirebbero a soddisfare il fabbisogno agricolo della Cina, ma ad alimentare progetti industriali causa del gravissimo inquinamento del Paese". Quanto l'opinione pubblica cinese è consapevole che è in atto una "guerra dell'acqua"? "La gente sa che sta bevendo acqua sempre più inquinata e sa anche, perché vive il problema tutti i giorni, che le risorse idriche sono sempre meno accessibili. Tuttavia è difficile promuovere azioni in Cina, dove si finisce in carcere per molto meno che una presa di posizione in favore della nostra campagna "Per la pace dell'acqua"". Lei si è già espressa a favore di un boicottaggio dei Giochi, cosa risponde a chi sostiene che si tratta solo di un evento sportivo? "Ogni grande manifestazione sportiva in qualunque Paese sta diventando un pericolo per chi vive e lavora sulle terre interessate dall'evento. Olimpiadi di Pechino, Giochi del Commonwealth in India nel 2010, le Olimpiadi a Londra nel 2012 non hanno nulla a che vedere con lo scambio culturale ed internazionale di atleti. A Delhi i cantieri dei Giochi hanno già sottratto il 75% delle risorse idriche alla città, a Londra sono già partiti i lavori per ridisegnare vasti quartieri della capitale e in questo progetto il fiume Tamigi ha un ruolo centrale. A tutto vantaggio dei costruttori edili".

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POSTA Prioritaria (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 19-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Lettere@ilmanifesto.it lettere@ilmanifesto.it I sassolini di Rossanda Rossanda ha ragione (il manifesto 14/6) quando rivendica il ruolo fondamentale della lotta tra capitale e lavoro e quando osserva che è una bestialità parlare di "economicismo", perché la prospettiva di quella lotta era una società liberata. Ma che all'interno di quella lotta abbiano trovato scarso posto il conflitto di genere e l'ambientalismo mi sembra una realtà. In conclusione Rosssanda accenna alla necessaria "messa in connessione" delle parti di un tutto complesso. Giusto. Ma è proprio questa connessione che mi pare assai debole nel suo articolo. L'impressione suscitata è che chi si fa carico del conflitto tra capitale e lavoro debba farsi carico "anche" del resto. Ora, se si concepisce il conflitto tra capitale e lavoro come lotta contro il dominio e l'alienazione, è evidente che non si tratta di farsi carico "anche" del resto, ma di farsi carico del resto "all'interno" di quel conflitto. Perché, semplifico, sarebbe un misero successo per le donne ottenere, come in parte sta avvenendo, la possibilità di insediarsi alla testa di istrituzioni e organismi repressivi, destinati a perpetuare l'ordine borghese, e la rinuncia all'incosiderato sviluppismo che sta conducendo il mondo alla catastofe è possibile solo se la produzione non è guidata dal profitto del capitale e la ricchezza equamente ripartita. Chiedo scusa alla compagna Rossanda per quanto non avessi capito. D'altro canto ha promesso di ritornare sull'argomento. Giorgio Cadoni Il mio giornale ideale Care compagne, cari compagni, ma soprattutto caro Gabriele, con il quale, alcuni anni fa, ebbi a discutere sulla qualità della stampa italiana e soprattutto de il manifesto, che non mi piaceva più. Alla fine di un fitto ed appassionato carteggio telematico sull'argomento, Gabriele mi augurò buona fortuna nella ricerca del mio giornale ideale che non c'è e ci lasciammo con la promessa io di continuare a comperarlo e a "rompere" e lui di provare a smentirmi ma senza la certezza di riuscirci. Ebbene, caro Gabriele, ci sei riuscito. Questo nuovo manifesto è qualcosa di molto ma molto prossimo, quasi sovrapponibile, al mio "giornale ideale", che quindi c'è e si può fare. Certo, ci vuole la "testa matta" de il manifesto per farlo; ma si può. Eccome. Anche nell'Italia del 2008, così come ben descritta dai vostri editoriali di presentazione di questa "nuova" impresa editoriale. Approfondimenti. Indagini. Inchieste. Curiosità. Senso critico permanente. Apertura sull'esistente. E perché no, una grafica innovativa, ariosa e finanche elegante. Un esempio per tutti dal primo numero del nuovo corso: l'inchiesta sui Verdi. Io ne sono stato un iscritto e militante, e continuo a mantenere un legame e contatti con quel "partitino rompicoglioni", rispetto al quale, nel panorama politico italiano attuale, faccio una gran fatica a trovare qualcosa che mi convinca di più. Questo significa che ne posso dire qualcosa "dall'interno". Ebbene, la vostra inchiesta era perfetta: contenuti, taglio, linguaggio, fotografia dell'attualità (ideale, politica, organizzativa) e definizione delle prospettive. Il nuovo manifesto, quindi, secondo me, è bellissimo. Da tutti i punti di vista. Avanti così. Roberto Pontecorvi, Fiano Romano (Rm). Quante ferie fa la Rai? Ormai da gli ultimi anni la Rai "chiude per ferie" tre, quattro mesi, nei quali ci propina film e spettacoli vecchi, anche di un secolo. Ma questo è disonesto, oltre che illegale poiché noi paghiamo un canone per l'intero anno. E le tv commerciali si accodano. Ma quale altra azienda si può permettere di chiudere così a lungo? E la difesa dei consumatori chi la fa? E i giornali? Possibile che questa questione di arbitrio, e di inciviltà, non venga da alcuno affrontata? Non interessa a nessuno che anziani, e non solo, magari soli in casa nel periodo estivo, non possano aver il conforto di una televisione che allevii solitudine e noia. Non vanno tutti in vacanza come alla Rai! un pensionato Maggiore cura e minore adrenalina Capisco, seppur condivido a stento, il motivo dell'ultimo restyling, ma avrei posto altrettanta attenzione anche altrove. Nella mia, più che ventennale, consuetudine alla lettura de il manifesto, ho avuto modo di acquisire una perizia da enigmista nel decifrare la mole di refusi che vi si possono incontrare. Ma mai mi era capitato d'imbattermi in un "forgiarsi del titolo" anziché fregiarsi. Non sono certo che si tratti di refuso (la cui etimologia vi è certo nota), né di più recenti, e maldestri, "copia-incolla". Lungi da me la prosopopea di un maestrino dalla penna rossa, la presente è solo per chiedervi una maggiore cura ed una minore adrenalina nella composizione degli articoli. D'altro canto, la frustrazione è più cocente se causata da chi ci è più vicino e, al momento, "di superstite e reale sinistra". Con affetto. Paolo Cardile Reggio Calabria Che fine ha fatto il "porcellum"? Due episodi illuminano come lampi nella notte il fossato che separa la classe politica dall'opinione pubblica, quelli che "comandano" dal sentire comune. Primo: il ddl sulle intercettazioni. Hai voglia a parlare del sacro diritto alla privacy, dell'esigenza di non violare il rispetto dovuto alla dignità dei soggetti. Sta di fatto che senza le intercettazioni, come ha scritto Scalfari, lo scandalo di calciopoli non sarebbe mai venuto a galla. Idem le scalte bancarie dei "furbetti" o il tragico caso recente della clinica milanese degli orrori. Le esigenze di giustizia richiederebbero se mai di aumentarle. Del resto c'è da scommettere che la stragrande maggioranza delle persone perbene non è turbata né punto né poco all'idea che le proprie telefonate possano essere eventualmente ascoltate da qualche magistrato. Secondo: non si parla neppure più di riformare la legge elettorale in vigore, il cosiddetto porcellum ispirato a suo tempo da Calderoli. Eppure è una legge atroce che stronca un diritto fondamentale: quello di scegliere i propri rappresentanti. Adesso i parlamentati non sono eletti, ma in realtà "nominati": non vengono scelti in messun modo dagli elettori. Nomi inseriti in un certo ordine (così avranno la certezza di farcela) dai dirigenti dei partiti nelle liste elettorali: agli elettori non resta che ingoiare o non votare. Si può cambiare lista, ma non cambia niente: da quanto sono stati aboliti i voti di preferenza non si può esercitare la minima influenza sugli elenchi predisposti. Caso macroscopico di violazione di un diritto fondamentale, che non viene percepito, tantomeno eliminato dai vertici politici. Rodolfo TabacchiRoma L'implacabile intelligenza Cari compagni de il manifesto, la nuova veste mi piace. Soprattutto condivido le intenzionalità espresse. Ho scaricato e rimesso in circolo inviandoli a persone che non sempre vi leggono, gli articoli di Valentino e Rossana e di Marco Revelli. Lo faccio da tanto tempo, e me lo permetto perché sono lettore da subito, poi azionista e da molti anni abbonato, e perché siete un esempio di uso implacabile (quasi sempre) dell'intelligenza. Un abbraccio a tutti, e coraggio! Pierino Zanisi Un uomo senza frontiere Arrivare a casa... senza perdere un uomo. Era il sogno sfrenato di chi era al fronte, in una guerra dura e folle, come tutte le guerre. E' morto un semplice e senza frontiere come Mario Rigoni Stern, nato ad Asiago, paese su un altopiano, noto oggi per il formaggio incellofanato nei supermercati, dal costo basso rispetto ad altri. Non c'è più un uomo mai diviso dalla terra e dalle creature che l'abitano. Se ne è andato un altro che ha raccontato la vita: speriamo che i bimbi di oggi sappiano un giorno, diventando grandi, che la montagna non la si conquista, che è una salita della terra abitata dalle stagioni e non c'è confine nell'amarle, pianure e montagne. Doriana Goracci Precisazione L'articolo apparso ieri sul vostro giornale riferisce del mio intervento durante l'assemblea "Mille voci contro il razzismo". A tale proposito tengo a precisare che il mio riferimento all'assenza degli studenti non voleva certo alludere ad una loro mancanza di sensibilità, ma piuttosto ad un'insufficiente pubblicizzazione dell'iniziativa all'interno dell'Università e forse ad un carattere un po' troppo autoreferenziale dell'iniziativa. Soprattutto in un momento come questo infatti, è di fondamentale importanza unire le forze delle realtà attive sul terreno dell'antirazzismo con quelle di tutta quella parte di società civile che quotidianamente lotta per mantenere aperti spazi di democrazia in questo Paese. Sveva Haertter Uff. Migranti Fiom-Cgil.

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Scalfaro sfida il premier: si presenti ai giudici Deve superare il <complesso dell'imputato> (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 19-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-06-19 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE Il presidente emerito della Repubblica Appello al Cavaliere sul caso Mills Scalfaro sfida il premier: si presenti ai giudici Deve superare il "complesso dell'imputato" Presidente Scalfaro, qualche ora fa, commemorando la Costituzione, lei ha ricordato che l'Italia ha vissuto "in passato tempi dolorosi di polemica tra l'esecutivo e la magistratura ". I fatti degli ultimi giorni dimostrano che il conflitto si è riaperto: Berlusconi parla ancora di "giustizia usata a fini politici", attacca procure e tribunali e vuol far passare una norma che congelerebbe un processo nel quale è imputato. è preoccupato di questo replay? "Sì, sono preoccupato soprattutto per l'annuncio della rottura di un dialogo che aveva appena cominciato a fare i primi passi. Ognuno si rende conto di quanto ci sia di vero in quel dialogo e quanto invece ci sia (a essere ottimisti) di tentativo di "recitazione", per cercar di introdurre una pagina nuova nella realtà politica italiana. Non ho mai creduto che, dopo tante tensioni, esplodesse d'un tratto un parlare confidenziale, un trattare autentico sulle grandi intese. Tuttavia, spezzare anche quel piccolo filo mi pare possa essere disastroso ". Si ripropone lo schema di 15 anni fa: una guerra tra poteri dello Stato. "Non c'è dubbio, mi pare sul serio un salto all'indietro nel tempo. E certi atteggiamenti mi fanno pensare a quello che, quando ero magistrato, chiamavamo "complesso dell'imputato". Così, eccoci qua a riascoltare i soliti discorsi sul complotto delle "toghe comuniste" e sulla "persecuzione delle aule di giustizia". Eccoci di fronte a leggi e provvedimenti studiati per mettere sotto controllo l'ordine giudiziario. Vicende che abbiamo già vissuto". Ma siccome è una storia già scritta, come si può uscirne senza che il Paese si paralizzi in una distruttiva prova di forza? "Proprio perché tutti sappiamo che effetti può avere la replica di un simile scontro e dove può sfociare, mi viene in mente una sola strada: un appello diretto ed esplicito al presidente del Consiglio. Quasi un'invocazione, che formulerei così: "Caro presidente, nell'interesse del nostro popolo, faccia un grosso sacrificio e affronti la sofferenza di una procedura dove penso che le sue dichiarazioni e l'appoggio dei suoi avvocati possano giungere a una soluzione di verità. Il servizio alla cosa pubblica molte volte porta a pagare un prezzo elevato, ma questo è infinitamente più meritorio che assumersi la paternità di una rottura e precipitare il Paese in uno scontro di cui non si comprenderebbe l'esito"". Per come il Cavaliere ha dimostrato di battersi finora, questa prospettiva è però irreale, non le pare? "Infatti. Anche se io credo (voglio credere) che le persone di sua fiducia, per impedire che si giunga a una lacerazione insanabile, possano convincersi e convincerlo che l'interesse dell'Italia deve prevalere su tutto ". Molti sono rimasti sconcertati nel vedere come Berlusconi abbia cancellato di colpo la "strategia del sorriso" dei mesi scorsi. Possibile che abbia un tale orrore verso la magistratura da compromettere il timido colloquio avviato in Parlamento? "Bisognerebbe che non ascoltasse le voci che fatalmente portano allo scontro e che si sforzasse di far emergere gli elementi positivi. Qui non è in gioco una fucilazione e dei consiglieri seri dovrebbero suggerirgli semmai di affrontare una serena sfida alla giustizia, come fa colui che si sente sicuro del proprio operato. Infatti, un conto è una sfida in un'aula di tribunale, un conto una guerra senza quartiere". Traduciamo quest'idea in concreto, presidente. "Il premier, se davvero crede sia utile il contestato emendamento per cambiare i ruoli delle udienze e far slittare certi processi (una sorta di "amnistia mascherata", come sostengono molti), vada in Parlamento e dica: "Questa legge è importante e necessaria, vi chiedo di votarla. Io, per parte mia, non porrò comunque ostacoli al mio processo perché so che ne uscirò pulito"". Era inevitabile che il dialogo politico si interrompesse su questa partita? Oppure, nel nome delle riforme, l'opposizione avrebbe dovuto tenere aperte le comunicazioni con il governo? "In queste ore ho incontrato diverse persone del centrosinistra e anche Veltroni. Riconoscono tutte che non è possibile far digerire agli italiani un intervento legislativo del genere, particolarmente anomalo e dichiarato "incostituzionale" da eminenti giuristi. La ferita sarebbe troppo grave. Non è dunque criticabile chi ha deciso di interrompere il dialogo. Quando si riduce la politica a guerra, come si può poi chiedere collaborazione? Oppure si vorrebbe che l'opposizione cedesse su tutta la linea? " Alcuni temono le ricadute della "partita giustizia" sull'opinione pubblica, il rilancio dei vecchi girotondi, e profetizza nuove lacerazioni. "Ho avuto qualche simpatia per i girotondi, che sono stati un segno di vitalità e di partecipazione oggi forse impossibile. Ma sono preoccupato che si vada verso uno sfascio totale, verso un'insanabile separatezza tra cittadini e istituzioni, verso il crollo definitivo di una fiducia che già vacilla da tempo. La gente è satura di scontri. Se domani ci fossero le elezioni, quanti crede che andrebbero a votare?" Il nuovo braccio di ferro del premier rischia di aprire un conflitto anche con il Quirinale. Che cosa farebbe, lei, al posto di Napolitano? "Il capo dello Stato sa perfettamente quel che serve fare in circostanze come questa. Gli sono fortemente vicino e non mi permetto di interferire con il suo compito, oggi più che mai delicato. Stamattina me lo sono trovato accanto, quando ho rievocato i 60 anni della Costituzione. E ho chiuso il mio intervento con poche parole: "Pensieri, preoccupazioni e speranze rimangono in silenzio... vorrei solo essere capace di invocare che prevalga sempre, a prezzo di ogni possibile sacrificio, l'interesse supremo del popolo italiano ". Marzio Breda \\ Dica che ne uscirà pulito Annunci all'Aula: io non ostacolerò il mio processo perché ne uscirò pulito \\ Napolitano sa come fare Il capo dello Stato sa perfettamente quel che serve fare in circostanze così.

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Giordano, Rea, De Silva, Comencini, Ravera, sono, nell'ordine, gli autori in finale allo St (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Giordano, Rea, De Silva, Comencini, Ravera, sono, nell'ordine, gli autori in finale allo Strega 2008. Nel primo anno della presidenza del napoletano (di Torre Annunziata) Tullio De Mauro, un Premio Strega nel nome del Meridione? Così si disse quando il 15 maggio scorso fu scelta la "dozzina". Ieri sera in via Fratelli Ruspoli, storica sede dove si sceglie la cinquina in lizza al Ninfeo di Valle Giulia il primo giovedì di luglio, sfida all'ultimo voto per i titoli effettivamente in gara: quattro partenopei, Ermanno Rea con Napoli ferrovia (Rizzoli), Diego De Silva con Non avevo capito niente (Einaudi), Ruggero Cappuccio con La notte dei due silenzi (Sellerio) e Giuseppina De Rienzo con Vico del Fico al Purgatorio (Manni), un brindisino, Emiliano Poddi, con Tre volte invano (Instar Libri), un romano, Carlo D'Amicis, con una storia però ambientata nel Salento, La guerra dei cafoni (minimum fax). E poi appunto il torinese Paolo Giordano, esordiente con La solitudine dei numeri primi (Mondadori), la torinese "romanizzata" Lidia Ravera con Le seduzioni dell'inverno (nottetempo), i romani Cristina Comencini con L'illusione del bene (Feltrinelli) e Giuseppe Manfridi con La cuspide di ghiaccio (Gremese), Cristina Masciola con Razza bastarda (Fanucci) e, per la prima volta, un albanese che scrive nella nostra lingua, Ron Kubati, con Il buio del mare (Giunti). A De Mauro, succeduto ad Anna Maria Rimoaldi, il merito di alcune innovazioni: tetto massimo di 12 libri selezionati, anzianità di almeno 8 anni nel settore narrativa per le case editrici, rotazione nel comitato direttivo e svecchiamento ciclico della giuria di Amici della Domenica. Irrisolto il nodo dei macroscopici conflitti di interessi che affetta la giuria: dove tra presenza di esponenti degli staff delle case editrici, e tra scambi di favori (ti dò il voto se mi pubblichi il libro), i giochi, ogni anno, si fanno ben al di fuori del Ninfeo. La suspense, comunque, questo primo giovedì di luglio la riserverà. In questo 2008 Giordano, con Mondadori, potrebbe portare a casa la vittoria benché Segrate abbia già vinto l'anno scorso con Ammaniti. Il 25enne torinese, fisico teorico e romanziere esordiente, quest'anno potrebbe scompaginare i giochi. spalieri@unita.it.

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Ci sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti del Prater? Speriamo di no, ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli europei di calcio è il caso di preoccuparsi davver (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Ci sarà anche la Madonna a fare il tifo sugli spalti del Prater? Speriamo di no, ma se il conflitto di civiltà contagia anche gli europei di calcio è il caso di preoccuparsi davvero.

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Dal Ruanda all'ex Jugoslavia le cifre delle violenze (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Dal Ruanda all'ex Jugoslavia le cifre delle violenze Il Fondo di Sviluppo delle Nazioni per le Donne (Unifem) stima che il 70% delle vittime nei conflitti armati sono civili. La stragrande maggioranza di questi sono donne e bambini. L'agenzia Onu denuncia che le donne sono sempre più percepite come un obiettivo da parte dei belligeranti, che adottano una "strategia del terrore" come metodo di guerra. In questo contesto le donne possono essere violentate, rapite, costrette a gravidanze forzate e ridotte in schiavitù. Lo statuto di Roma della Corte Penale Internazionale è il primo strumento internazionale che include la violenza sessuale tra i crimini contro l'umanità (art. 7) e i crimini di guerra (art. 8). Quasi la metà delle persone sotto processo presso la Corte Penale e gli altri tribunali internazionali sono accusate di stupro o di violenza sessuale, sia in quanto esecutori che mandanti. Fenomeni di violenza nei confronti delle donne sono stati registrati in quasi ogni conflitto internazionale o civile: Afghanistan, Burundi, Ciad, Colombia, Costa d'Avorio, Congo, Iraq, Liberia, Perù, Ruanda, Sierra Leone, Cecenia, Darfur, Sudan, Nord Uganda ed ex Jugoslavia. In Ruanda mezzo milione di donne sono state violentate durante il genocidio del 1994; 60mila sono state vittima di violenza sessuale durante il conflitto tra Croazia e Bosnia-Erzegovina; in Sierra Leone i casi di violenza sessuale contro le donne sfollate sono stati 64mila. Al termine della sua visita in Darfur il relatore Speciale Onu per la violenza contro le donne ha riportato testimonianze di donne che pur essendo state vittime di violenza, incontrano forti difficoltà nell'accesso alla giustizia e alla tutela sanitaria. Il coordinatore Onu per l'Emergenza Umanitaria, visitando la regione del Sud Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, ha riferito che dal 2005 sono stati riportati 32mila casi di violenza sessuale. Tutte le cifre sono approssimate per difetto. Unifem denuncia che la protezione e il sostegno alle donne vittime della violenza nelle zone di guerra e nella fase post-conflitto sono ancora inadeguati. La generale impunità di cui godono i colpevoli aggrava la situazione, fungendo da incentivo alle violenze. A otto anni dall'adozione della risoluzione 1325, l'agenzia Onu rileva come resta ancora molto da fare per rafforzare i meccanismi di prevenzione, d'indagine, di raccolta informazioni e di riparazione per le vittime. E molto resta da fare anche sul piano della partecipazione delle donne ai processi di pace. La scheda.

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Lo stupro tra i crimini di guerra, l'emergenza arriva all'Onu La violenza sessuale sulle donne spesso è un'arma nei conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non riconoscono la Corte (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Lo stupro tra i crimini di guerra, l'emergenza arriva all'Onu La violenza sessuale sulle donne spesso è un'arma nei conflitti. Gli Usa vogliono punirla ma non riconoscono la Corte penale internazionale di Roberto Rezzo / New York LA VIOLENZA sessuale contro le donne nelle aree di guerra è stato l'argomento che ha dominato l'ultima riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La speciale seduta è stata introdotta dalla segretaria di Stato americano Condoleezza Rice. Un obiettivo dichiarato all'ordine del giorno: implementare la risoluzione 1325 - approvata il 31 ottobre 2000 - che per la prima volta include lo stupro fra i crimini di guerra. E per tutti questi anni rimasta lettera morta. Il dossier Unifem denuncia una situazione che ha la portata di una tragedia umanitaria. Donne e bambini rappresentano la schiacciante maggioranza delle vittime in tutti i più recenti conflitti. Stupro e violenza sessuale sono sistematicamente impiegati per terrorizzare, umiliare e dominare il nemico. Sono armi non convenzionali capaci di distruggere intere comunità per le generazioni a venire. "Ma non si tratta solo di un problema umanitario - sottolinea Rice - È un problema che investe la sicurezza nazionale e internazionale. Perché le donne sono una parte fondamentale del tessuto economico e sociale". Negli ambienti diplomatici l'iniziativa ha raccolto un vasto consenso, suscitando insieme non poche perplessità. Il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, primo rappresentante del governo Berlusconi a intervenire al Palazzo di Vetro, ha annunciato che l'Italia "sta per finanziare" con un milione di euro un programma di monitoraggio e prevenzione in Liberia. "Partecipiamo a questa iniziativa al massimo livello. Esattamente come ci siamo impegnati per la moratoria internazionale sulle esecuzioni capitali. L'attenzione dell'Italia per questi temi non cambia a seconda dei governi". Le resistenze più forti sono venute dalla Cina e dalla Russia, convinte che il tema della violenza sessuale esuli dalle competenze del Consiglio di Sicurezza. Una posizione di minoranza. Le vere questioni sono altre, a cominciare da come si passa dalle dichiarazioni d'intenti ai fatti. Uno degli aspetti più allarmanti del dossier Unifem riguarda l'impunità della violenza contro le donne. La Corte Penale Internazionale dell'Aia ha competenza su questi crimini qualora i singoli governi locali manchi d'intervenire. Il suo statuto è entrato in vigore il 1 luglio del 2002 con il Trattato di Roma. Su 192 Stati membri dell'Onu, solo 104 lo hanno ratificato. Gli Stati Uniti hanno firmato il trattato ma l'amministrazione Bush si è rifiutata di ratificarlo. Ufficialmente per timore che il suo personale civile e militare possa essere oggetto di persecuzioni giudiziarie motivate politicamente. E resta il fatto che gli Stati Uniti, in questo momento alla presidenza del Consiglio di Sicurezza, sponsorizzano un'iniziativa contro la violenza e per l'affermazione della legalità che è in palese contrasto con le trattative condotte su altri scacchieri. È di questi giorni la notizia che il governo iracheno ha respinto la richiesta di Washington di assicurare l'immunità permanente dalle leggi irachene per il personale sia civile che militare di stanza in Iraq. Compresi i dipendenti delle società che lavorano in appalto per il Pentagono o il dipartimento di Stato. Baghdad ha motivato la decisione citando anche numerosi episodi di violenza contro le donne da parte di suddetto personale. E un rapporto del Congresso accusa l'amministrazione Bush di complicità negli abusi verificatisi a Guantanamo, Abu Graib e in Afghanistan. Il documento menziona esplicitamente torture e violenza sessuale nei confronti dei prigionieri. Scotti - incontrando i giornalisti prima della riunione - assicura che la bozza di risoluzione all'esame del Consiglio di Sicurezza fa riferimento all'importanza di allargare il numero dei Paesi che aderiscono al trattato di Roma. Un passaggio indispensabile per dare forza, credibilità ed efficacia alla Corte Penale Internazionale. In realtà il testo del documento si limita a ricordare che il Trattato di Roma esiste. E Marcello Spatafora, l'ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite, si affretta a correggere il tiro: "Il numero di Paesi che sottoscrivono uno statuto non è una questione prioritaria in questa fase. L'importante è che i caschi Blu e tutto il personale dell'Onu presente nelle aree di conflitto sia preparato e in grado di affrontare il problema della violenza contro le donne".

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DEMOS RIBELLE LA DEMOCRAZIA INSORGENTE CONTRO LO STATO (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Finalmente tradotto da Cronopio il saggio del filosofo francese Miguel Abensour sulla crisi delle istituzioni rappresentative indagata alla luce del persistente conflitto tra il governo dei "molti" e l'esercizio del dominio dei "grandi" L'azione politica è "anarchica" perché resiste alla cancellazione della molteplicità. Da qui la necessità di istituzioni democratiche che rompano il monopolio della decisione politica detenuto dallo Stato Mario Pezzella Questo libro di Miguel Abensour è dedicato in gran parte al commento di un testo giovanile di Karl Marx, La critica del diritto statuale hegeliano, commento che non ha nulla di accademico; il testo di Marx viene sottoposto a un'interrogazione che parte del presente, riattualizzato per rispondere a una nostra questione. Si potrebbe dire, parafrasando Benjamin, che quel testo di Marx conosce per noi l'ora della sua leggibilità. Abensour sceglie di interrogare Marx a partire dalla crisi del comunismo del Novecento, dalla deriva del socialismo reale in burocrazia, dalle forme assunte dal totalitarismo nella prima metà del secolo passato. In tale disfacimento di speranze, è possibile chiedersi cosa sia una "vera democrazia"? La domanda è meno scontata e retorica di quanto sembri. Pochi termini sono stati così banalizzati, pochi hanno perso in tale misura la carica dirompente e radicale che inizialmente possedevano. Attraverso l'inchiesta sul testo di Marx, Abensour mira in realtà a riproporre tale senso radicale e dimenticato. Lo fa mostrando come l'espressione "Stato democratico" sia in realtà una contraddizione terminologica, come la "vera democrazia" tenda verso il governo condiviso dei "molti"; lo Stato, invece, nel suo stesso principio, tende a sottoporre i molti al dominio di un Uno, forma unificante e organizzatrice. La signoria e la servitù La democrazia opera dunque contro le unificazioni formali ed astratte proposte dallo Stato, e che sempre suppongono un rapporto gerarchico di signoria e servitù: e sostiene invece forme di governo politico, in cui venga lasciato spazio al riconoscimento paritario dell'altro. Un riferimento importante, per tale linea di pensiero, è la riflessione di Hannah Arendt e la sua analisi della tradizione consiliarista e comunale; meno obbligato, e per certi versi sorprendente, è quello al pensiero del filosofo francese Emmanuel Lévinas, come se l'"etica dell'alterità", delineata da quest'ultimo, potesse trovare il suo effettivo inveramento solo nell'ambito politico. Da questo punto di vista procede la lettura di Marx. Il testo marxiano del '43 è in certa misura contraddittorio, esposto a due tendenze divergenti: da un lato la rivendicazione della democrazia come rifiuto dell'Uno statuale e affermazione della pluralità, della decisione condivisa dei molti; d'altra parte tale pluralità rischia di essere identificata con un demos, un popolo nella sua volontà sorgiva e originaria, che fungerebbe da nuovo principio unificante della diversità. La vera democrazia è l'affermazione delle "molte" singolarità che convengono insieme per decidere di volta in volta il loro essere in comune, o il loro disciogliersi in una forma unificante e finale, in cui ogni conflitto è risolto, ogni lacerazione placata in una superiore conciliazione? Intorno a questa tensione e a queste possibilità, entrambe presenti nel testo di Marx, ruota l'analisi di Abensour (e la risposta a tale domanda rinvia indirettamente agli esiti e alle tragedie delle rivoluzioni del Novecento. La governance del mercato Che altro è il "momento machiavelliano", di cui tanto si parla in questo libro, se non l'essenza stessa della democrazia e della decisione politica? Il momento machiavelliano non è -o non è solo- un periodo storico, ma una possibilità permanente dell'agire politico, una sua forma a priori, un suo imperativo regolativo. Occorre portare alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente "buoniste"; occorre aprire e dar consistenza al conflitto tra i "grandi" ed il popolo; occorre che le soluzioni in cui di volta in volta si risolve questo conflitto non siano gerarchicamente imposte dallo Stato, o rimesse al puro arbitrio dei rapporti di forza. Oggi si direbbe: le soluzioni non possono essere rimesse a un puro atto di governance o ad automatismi ciechi come quelli del mercato. L'idea di Abensour è che debbano esistere istituzioni democratiche diverse da quelle dello Stato, in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l'essere-in-comune, rispettando la differenza dell'altro, e la specificità dell'ambiente sociale in cui deve essere assunta la decisione. A questo generale decentramento e delocalizzazione della decisione corrisponderebbero le istituzioni consiliari descritte dalla Arendt e di cui Marx ha dato un'anticipazione nei suoi scritti sulla Comune. Assenza di expertise È possibile dire qualcosa dello spirito generale che animerebbe queste istituzioni e dell'orientamento, dell'unità di misura secondo cui potrebbero regolarsi. Arendt trova soccorso in un pensatore, che non ha mai scritto una vera e propria "filosofia politica", eppure ha elaborato una notevole teoria del "senso comune": si tratta di Kant e della sua opera apparentemente più impolitica, La critica del giudizio. Il senso comune, in quest'opera, è "una condizione di possibilità" della comunicabilità universale, l'espressione del voler "essere-in-comune" degli uomini; essi esprimono in tal modo il desiderio di persuadersi reciprocamente e giungere a giudizi universali e condivisi, a un "gusto" collettivamente apprezzato. Questa universalità è tuttavia il frutto di un'attività intersoggettiva continua, e non il risultato di principi primi inalterabili e prefissati. Kant riserva questo tipo di senso comune al giudizio estetico: ma non è possibile - si chiede Arendt - estenderne il significato all'agire della comunità politica, all'essere "cittadini" di una repubblica comune? D'altra parte, questa persuasione per comunicazione non ha nulla di idilliaco, non è garantita da nessuna expertise e si scontra duramente con i poteri gerarchici effettivamente esistenti. Se il dialogo è al principio della democrazia, esso apre il suo spazio all'interno del conflitto col potere, e la democrazia viene perciò definita da Abensour come costitutivamente e inevitabilmente "insorgente". Questo concetto rimanda a quello di "democrazia selvaggia" del filosofo Claude Lefort, anch'esso in certo misura derivante da una rilettura di Machiavelli: il dialogo coesiste continuamente col conflitto, perché sempre coesistono in ogni società i "grandi" e il popolo, animati da desideri discordi: quello dei grandi di mantenere e consolidare il proprio potere gerarchico, quello del popolo di partecipare alle decisioni, e dunque di essere libero. Secondo Lefort e Abensour non esiste stato finale della storia, né mai una trasparenza sociale assoluta, in cui tale conflitto e l'antagonismo che esso propone possa aver completamente fine. Sempre, nelle circostanze date, ogni volta diverse e ridefinibili, l'azione politica deve riprendere da capo il suo compito e "insorgere" contro l'irrigidimento dei rapporti servo-padrone che tende a riproporsi; sicchè questa prospettiva, più che a un'idea organica della rivoluzione come fine della storia, è più vicina a quella di una insorgenza permanente, che riproponga, in ogni situazione o "sito" del tempo, l'essere-in-comune contro l'essere-in-Uno. Nelle cesure della storia Riprendendo un altro autore assai caro ad Abensour, il Reiner Schürmann interprete di Heidegger, l'azione politica è sempre "situata": il "sito" dice Schürmann è il luogo dove gli umani possono "con-venire" insieme, rovesciando i rapporti concreti di potere; l'azione politica si radica inestricabilmente e irrimediabilmente alla specificità del sito in cui interviene, è in senso stretto "situazionista". Abensour e Schürmann ritengono l'azione politica "anarchica" in senso letterale e filosofico, perché rifiuta il ricorso a un "Principio primo" di esplicazione dell'agire, a un'arche, da cui deriverebbero per adesione, emanazione o disvelamento, le caratteristiche del giusto agire. "Senza principio", anarchica, l'azione politica segue però rigorosamente la sua unità di misura, e il suo imperativo regolativo: il riconoscimento dell'altro e la decisione discussa in comune con l'altro, di contro all'autorità che come un destino o un opaco immotivabile essere lo stringe alla sua necessità. L'apertura anarchica della "democrazia insorgente" si rivela al meglio nelle "cesure" della storia, o in quella "dialettica in sospeso", in bilico, di cui anche Walter Benjamin parlava nei suoi ultimi scritti, quando una vecchia forma di potere è in via di sgretolamento e ancora una nuova non ha avuto la forza di imporsi e sostituirla. Allora balena nella mente degli uomini l'idea che forse una vita senza potere sarebbe pure possibile, o almeno che la loro energia costituente potrebbe distruggere le solidificazioni del diritto costituito. S'è già detto come le insorgenze consiliari del Novecento abbiano prefigurato un'istituzione politica non centralizzata nell'unità dello stato e fondata piuttosto sulla pluralità riconosciuta dei "molti". In certo senso, si tratta di un'esperienza politica capace di ritornare costantemente al suo momento costituente, di revocare l'univocità e la permanenza delle forme costituite, con la consapevolezza che questo atto di apertura va riproposto in ogni situazione specifica e non conosce arresto o fine della storia: non è garantito da alcuna fine e da alcun principio. L'"insorgenza" definisce quei momenti di cesura della storia, in cui - nell'intervallo tra il crollo di un vecchio regime e il costituirsi di nuove istituzioni - si è tentata la via di una simile comunità politica. È in questo eccesso e in questo scarto, che Marx vedeva il significato irripetibile della Comune di Parigi. C'è sempre l'eventualità che la deliberazione comune si irrigidisca in struttura astratta, che l'altro ricada nel medesimo, che i molti vengano ricondotti all'Uno. La democrazia insorgente non è una forma data una volta per tutte, ma l'opera continua di trasformazione dell'essere nell'esistente e nel possibile.

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La Sinistra del fare Per reagire allo stordimento della sconfitta (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

La Sinistra del fare, è il titolo che abbiamo dato all'incontro di domenica 22 giugno al Ridotto dell'Eliseo per discutere con le varie realtà interessate a un soggetto unitario e plurale della sinistra su un programma di lavoro comune per i prossimi mesi. Reagire allo stordimento delle sconfitte tornando ai luoghi di origine e alle relazioni che rassicurano è forse un gesto spontaneo, ma probabilmente non è il più adatto a chi si trova in cammino. Insomma, per chi transita nelle "terre di mezzo", tra il non più e il non ancora, il rischio di sbagliare è grande. Questa sembra la situazione di coloro che hanno creduto e credono nella Sinistra. Tuttavia, la disfatta elettorale subita nelle recenti elezioni e l'ondata di destra che sta attraversando il paese con inquietanti pulsioni autoritarie, l'azione che tende a ridimensionare l'autonomia del sindacato e a porlo in una condizione di subalternità, l'aggressività delle spinte neoconfessionali, rendono necessaria una capacità di risposta. La composizione del nuovo parlamento italiano dimostra infatti che il cammino di una svolta "autoritaria"nel nostro paese ha guadagnato spazi enormi nelle coscienze. Occorre ripartire con la costruzione in Italia di una forza di sinistra che nasca da un processo fondato sulla partecipazione e sia capace di interpretare la fase difficile e complessa che sta di fronte a tutti noi. A questa semplificazione autoritaria noi, i partiti e i movimenti della sinistra, non sappiamo infatti ancora contrapporre un'idea nuova di "cittadinanza", che agisca all'interno di nuovi "confini" della politica, non più solo locali o nazionali, ma giocati sui molteplici contesti in cui il capitalismo globale agisce, a partire dai corpi e dalle relazioni private. Non solo in Italia, ma anche nel contesto europeo. Per questo motivo noi che crediamo nella necessità di una Sinistra unita. Vogliamo proporre non formule politiche, ma un modo per recuperare l'azione collettiva che dia nuovamente senso a una opposizione reale nel paese. Insomma una Sinistra del fare . La sfida è infatti quella di riuscire a creare i presupposti di una visione comune, una "collettività riconoscibile", in modo che le persone, pur se imbrigliate nella confusione dei loro molteplici desideri e dei loro molteplici bisogni, assumano consapevolezza di come il proprio agire possa determinare una massa critica capace di attirare consenso. Una sinistra che inizi a mettere da parte la frammentazione politico-culturale, sempre più narcisistica e separata, che spesso percorre anche i movimenti e che non può essere affrontata con il ritorno a strutture di partito cosi come le abbiamo sinora conosciute . Per questo motivo pensiamo sia necessario trovare modi di azione comune tra le reti esistenti di più soggetti, partitici e non. Modi che consentano ai soggetti partecipi di disporre di larghi elementi di autonomia, ma che rendano possibile assumere anche la responsabilità di un funzionamento collettivo. Tutto questo per tornare a essere presenti nel paese con le nostre visioni, per fare in modo che i conflitti creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai 20/06/2008.

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"Glasnost sul Piano regolatore" (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ALBA. COMUNE Tre pareri il caso Italia Nostra ha scritto a Rossetto "Glasnost sul Piano regolatore" Solo 11 su 21 consiglieri hanno finora dichiarato se posseggono terreni inedificati "Nessun obbligo Una buona regola" \ "Un progetto nel rispetto dell'ambiente" "La dichiarazione delle proprietà è un invito ma non c'è alcun obbligo giuridico" "In una lettera abbiamo indicato alcune istanze su ambiente edilizia e viabilità" "L'esigenza di informazioni e trasparenza è molto sentita dai cittadini" ALBA Mariella Bottallo Sergio Susenna Antonio Degiacomi [FIRMA]GIUSEPPINA FIORI ALBA Solo 11 amministratori comunali su ventuno hanno finora dichiarato se posseggono terreni inedificati nel territorio di Alba. La richiesta era stata avanzata a luglio 2007, rinnovata a dicembre e poi ancora a maggio di quest'anno dai "Federati per l'Ulivo", come gesto di trasparenza in vista del nuovo Piano regolatore. Con una mozione la minoranza aveva chiesto che venissero dichiarate le proprietà da parte del sindaco, dei consiglieri e loro famigliari, di società in cui rivestano ruoli amministrativi, allo scopo di avere una "chiara distinzione tra gli interessi privati e le decisioni pubbliche, evitare sospetti e opinioni negative sulla politica". Fino ad oggi hanno presentanto le loro dichiarazioni in Comune tutti i consiglieri di opposizione (Antonio Degiacomi, Roberto Giachino, Maurizio Marello, Franco Foglino, Massimo Scavino, Mariangela Roggero, Pierangelo Bonardi). Per la maggioranza hanno aderito la presidente del Consiglio comunale Mariella Bottallo, i consiglieri Gianfranco Brovida, Dino Destefanis e Domenico Boeri. Anche se nell'invito non erano stati direttamente coinvolti gli assessori, nessun componente della giunta ha dichiarato le sue proprietà. Sottolinea la presidente Mariella Bottallo: "La trasparenza è essenziale di fronte a un nuovo Piano regolatore per evitare conflitti. La dichiarazione dei beni posseduti è un invito doveroso, ma non c'è alcun obbligo giuridico". Il capogruppo dei "Federati per l'Ulivo" Antonio Degiacomi: "Sarebbe bene che tutti i consiglieri aderissero, compreso il sindaco. Noi avevamo chiesto che fosse un impegno, la maggiornaza ha voluto che fosse solo un invito". L'opposizione ha anche avviato una raccolta di firme per chiedere che il progetto preliminare del Piano regolatore prima di essere portato all'approvazione del Consiglio comunale sia illustrato in pubbliche assemblee. Questo per un confronto con i cittadini sui contenuti, sulle scelte fondamentali, sempre in un'ottica di trasparenza e di partecipazione. Ancora Degiacomi: "Abbiamo già raccolto oltre mille firme. I cittadini devono essere informati. Dato il grave ritardo che sta subendo il Piano regolatore, che non potrà essere operativo prima di 3-4 anni, chiediamo che si anticipino provvedimenti, come la realizzazione di nuove strade per migliorare l'insostenibile situazione del traffico". Il presidente della prima commissione urbanistica Gianfranco Brovida replica: "Il Piano regolatore è in discussione all'interno di un gruppo di lavoro, che ha recepito le osservazioni da passare agli architetti. Prima di tutto sarà presentato nelle commissioni e ai consiglieri comunali. Poi si vedrà". Anche la sezione albese di Italia Nostra è intervenuta sul Piano regolatore con una lettera indirizzata al sindaco Giuseppe Rossetto e agli amministratori, consegnata ieri in municipio dal presidente Sergio Susenna. L'associazione ricorda che sono ormai trascorsi cinque anni da quando sono state avviate le procedure per il nuovo strumento urbanistico e che nel quinquennio varie parti del territorio hanno avuto considerevoli trasformazioni, non sempre condivisibili. Scrive Italia Nostra: "Se davvero entro il termine del 2008 l'Amministrazione intende approvare il progetto preliminare, Italia nostra chiede che una bozza venga prima portata a conoscenza dei cittadini attraverso la consultazione delle organizzazioni socialmente rappresentative come i comitati di quartiere, sodalizi di categoria, associazioni". Per Italia Nostra le precedenti consultazioni non sono state sufficienti per esaurire le problematiche e si vogliono conoscere le scelte effettive. Nè le osservazioni che ogni cittadino, per legge, può presentare dopo l'adozione del progetto preliminare colmerebbero questa esigenza. Intanto nella sua lettera Italia Nostra comincia ad avanzare alcune istanze ritenute "irrinunciabili". Riguardano le tematiche ambientali (inquinamento, difesa del suolo, del verde); la salvaguardia del paesaggio per il centro storico e per le aree collinari, intesa non solo come pronunciamento idealistico, ma come principio da esplicare per la promozione del turismo e del riconoscimento Unesco. L'associazione raccomanda interventi di riassetto idraulico e di recupero della possibilità di fruizione del Tanaro e dei torrenti. E ancora i problemi della viabilità con l'esigenza di nuove strade compatibili, attenzione alla qualità delle nuove realizzazioni edilizie (civili, industriali e commerciali).

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Ecco chi è "Sandokan" La vita tra killer e amanti del padrone di Gomorra (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 20-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 146 del 2008-06-20 pagina 16 Ecco chi è "Sandokan" La vita tra killer e amanti del padrone di Gomorra di Gian Marco Chiocci Cala il sipario su Francesco Schiavone, il boss che per hobby si dipingeva vestito da Napoleone. Forte di un esercito di mille uomini aveva creato un impero finanziario fondato sul sangue e sul cemento Napoli - "Io non sono una belva in gabbia, non voglio comparire davanti a fotografi e giornalisti. Signor giudice, le comunico che d'ora in poi non presenzierò più al processo". In videoconferenza dal carcere dell'Aquila dov'è tuttora detenuto, lunedì scorso il capo dei capi casalesi, Francesco Schiavone detto "Sandokan", onorando il soprannome (per la somiglianza con l'attore Kabir-Bedi) ha ruggito come nemmeno la tigre di Mompracem di salgariana memoria. Eppure coi media il boss non ha mai rotto platealmente, anzi. Se a volte ha spedito i suoi uomini a minacciare chi gli scriveva contro, spesso ha approfittato della stampa per far pubblicare argomentazioni a sua firma dove - in codice - dirimeva conflitti interni e dava ordini ai luogotenenti in libertà. è dunque anche grazie ai giornali locali che il nome del Padrino casertano, sempre accostato a un soprannome che l'interessato ha fatto sapere di gradire poco, è diventato un'icona della Camorra Spa. Le cronache cominciano a occuparsi di lui sul finire degli anni Ottanta, col feroce regolamento di conti tra le famiglie di Antonio Bardellino e Mario Iovine. Il "tigrotto" di Casal di Principe lascia gli studi in medicina e si schiera in armi con il secondo, col quale uscirà vincente dalla prima mattanza anche grazie all'appoggio di Vincenzo De Falco, che poi finirà a sua volta ammazzato dal duo Schiavone-Iovine per aver spifferato ai carabinieri il luogo del summit dove cadrà Francesco Bidognetti, il quarto del gruppo. Seppellito il socio delatore, Schiavone diventa Capo fra i capi casalesi. Pentiti e soffiate lo descrivono pieno di carisma, dall'animo imprenditoriale, poco incline alla gratuita macelleria che non porta soldi ma solo più sbirri e problemi. Forte di un esercito di mille uomini, "Sandokan" entra due volte in prigione ma esce sempre per scadenza termini. La terza volta, sarà anche l'ultima: l'11 luglio 1998 la Dia lo rintraccia sotto terra, in un bunker ricavato tra le fondamenta di uno dei suoi tantissimi rifugi. Nel covo Schiavone ha una biblioteca dedicata a Napoleone, il suo idolo, che Schiavone dipingeva sempre di spalle al contrario delle tante immagini del Cristo a cui il boss, con pennellate naÏf, sostituiva il volto con una faccia più sorridente, la sua, incorniciata nei lunghi capelli corvini, un tutt'uno con barba, baffi e Ray-Ban a goccia. Tra una latitanza e l'altra, Sandokan ha preso in giro chi gli dava la caccia facendo partorire ben tre dei suoi sei figli alla moglie Giuseppina, sospettata di gestire l'indotto economico della Famiglia, comparsa ad aprile in tv per ironizzare sui successi editoriali di Saviano. "In Gomorra ha infilato, uno dietro l'altro, gli atti giudiziari degli ultimi 10 anni. E una cosa così la chiama anche libro?". Sempre in tv, stavolta alle Iene, in soccorso di Sandokan è accorso il padre: "Saviano è un buffone", ha tuonato. Non è una novità. La famiglia si è stretta sempre intorno a don Francesco, e a suo fratello Walter, famoso per atroci misfatti e per aver chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella di Al Pacino-Tony Montana in Scarface. Per dormire tranquillo Sandokan aveva arruolato tanti familiari, tra cui due cugini: Francesco e Carmine. Il primo sta pagando la fedeltà col carcere, il secondo è l'unico Giuda: s'è pentito rivelando che Sandokan aveva anche due belle amanti, sottufficiali della Nato. A Carmine l'"infame" gliel'hanno giurata tutti, e anche la figlia non gliel'ha mandata a dire: "è un grande falso, un bugiardo, che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia. Carmine non è mai stato mio papà". C'è e ci sarà un solo padre da queste parti: Francesco Schiavone. A cui hanno brindato tutti gli invitati al matrimonio del figlio Carmine, convolato a giuste nozze in coincidenza con i funerali dell'imprenditore Michele Orsi, impiombato a Gomorra. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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TRA GIUSTIZIA E POLITICA COME EVITARE COLLISIONI (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 21-06-2008)

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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-21 num: - pag: 41 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano TRA GIUSTIZIA E POLITICA COME EVITARE COLLISIONI Ho trent'anni e vivo in Gran Bretagna da quasi sei anni ma riesco ancora a stupirmi che in giorni come questi, in cui il Senato fa passare una legge fatta apposta per il primo ministro, gli italiani non scendano in piazza a protestare. Che cosa sta succedendo ai miei connazionali? Possibile che l'onestà di chi li rappresenta non sia una priorità assoluta? Possibile che debba vedere persone arrabbiarsi per l'inflazione, la disoccupazione, gli extracomunitari clandestini, la criminalità, la spazzatura a Napoli? Ma l'onestà e il rispetto della legge da parte di tutti non sono forse il presupposto imprescindibile per ogni democrazia? Daniele Borghi daniborghi@ libero.it Ma come fa l'ex presidente Scalfaro a chiedere di "liberarsi del complesso dell'imputato " a un cittadino che dal 1994 a oggi è stato processato per le tangenti alla Guardia di Finanza, All Iberian 1 e 2, caso Lentini, Medusa cinematografica, terreni di Macher io, Lodo Mondadori, Sme-Ariosto, accordi pubblicitari Rai-Fininvest, tangenti pay-tv, Telecinco in Spagna, collusioni con la mafia ed è attualmente sotto processo per il caso Mills e i diritti tv Mediaset. Lo chiede proprio lui che, in un discorso di fine anno a reti unificate come Capo dello Stato, ha gridato il famoso "io non ci sto" a quanti tentarono di farlo incriminare per gli stipendi extra ai ministri degli Interni. Se il giudice spagnolo Baltazar Garzòn ha sospeso il processo di Telecinco quando Berlusconi era premier, perché non si dovrebbero sospendere i due processi in corso a Milano finché è a Palazzo Chigi? Gerardo Mazziotti g_mazziotti@ yahoo.it Il senatore Maccanico della Margherita aveva proposto la temporanea immunità per le cinque più alte cariche dello Stato. Il lodo divenne Schifani perchè Maccanico lo ritirò. In Francia, ad esempio, esiste, e mi sembra anche ragionevole, sospendere le eventuali turbative all'operato dei personaggi rappresentativi della nazione. Chirac, lasciando la carica, è tornato un cittadino normale e la giustizia farà il suo corso. Dove sta il vergognoso marchingegno "ad personam "? Luciano Cantaluppi vallebona@alice.it Cari lettori, A nche se le lettere critiche, nello stile di quella di Daniele Borghi, sono senza dubbio la maggioranza, le vostre sono un campione rappresentativo di quelle giunte al Corriere in questi giorni e dimostrano come questo nuovo "caso Berlusconi " possa suscitare reazioni diverse. A quelli che hanno chiesto insistentemente la mia opinione e mi hanno rimproverato di non averla ancora data, rispondo ora spiegando le ragioni della mia reticenza e del mio disagio. Le leggi ad personam adottate durante il precedente governo erano visibilmente viziate dal conflitto di interessi, ma non erano di per sé illiberali e potevano essere difese con criteri di razionalità giuridica. Quella approvata recentemente dal Senato è la peggiore. Per cogliere un obiettivo preciso (il rinvio del processo Berlusconi), la legge mette in lista d'attesa processi che non sono meno importanti, per la sicurezza dei cittadini, di quelli considerati prioritari. La lettera che il presidente del Consiglio ha inviato al presidente del Senato per giustificare il provvedimento non è convincente e lascia nel palato del lettore un cattivo gusto d'ipocrisia. Ma esiste un problema a cui è impossibile voltare le spalle. Berlusconi è stato oggetto in questi anni di un numero straordinariamente elevato di indagini giudiziarie. Ma questo non ha impedito ai suoi connazionali di votarlo e di dargli in tre occasioni la maggioranza. Sulle ragioni di questo consenso possiamo fare molte supposizioni e giungere addirittura alla conclusione che una gran parte della società italiana è amorale. Ma tutto è possibile fuorché sostenere che gli elettori di Berlusconi non sapessero di scegliere una persona più volte indagata e processata. Per i magistrati, i teorici dello Stato di diritto, i paladini della separazione dei poteri, molti uomini politici e una parte considerevole della società nazionale, questa constatazione non ha alcuna importanza. I processi, costi quel che costi, devono fare il loro corso e l'indipendenza dei magistrati deve essere rigorosamente rispettata. Osservo, incidentalmente, che sarebbe più facile rispettarla se molti magistrati non dessero interviste, scrivessero libri, partecipassero a pubbliche manifestazioni e avessero un concetto personale dell'obbligatorietà dell'azione penale. Ma il vero problema è un altro: che cosa accadrebbe se un tribunale condannasse a una pena di prigione l'uomo che pochi mesi prima è stato votato da più di 17 milioni di italiani? Siamo certi di potere controllare la crisi che sarebbe probabilmente il risultato di tale sentenza? L'affermazione secondo cui la giustizia e la politica devono procedere su binari paralleli mi sembra in questo caso astratta e artificiosa. Vi sono circostanze in cui il deragliamento è possibile e pericoloso. Credo che la migliore soluzione di questo rebus italiano, caro Cantaluppi, sarebbe stata la legge del 2003 sulla temporanea immunità delle alte cariche dello Stato. So che quella legge fu respinta dalla Corte costituzionale perché contraria al principio della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ma se le persone sono eguali, non sono eguali le loro funzioni, le loro responsabilità e le ricadute di un'azione giudiziaria nei loro confronti sul funzionamento delle istituzioni. Anche di questo, credo, occorre tener conto.

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Da quattordici anni giura sui suoi figli (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Da quattordici anni giura sui suoi figli n.l. "Ve lo giuro sui miei figli che questo decreto non è stato fatto per nessuno della mia nidiata...": era il 1994 e Silvio Berlusconi già metteva la mano sulla testa dei suoi pargoli, avuti da due donne diverse, come prova inconfutabile della sua candida politica. Correva l'anno della discesa in campo, per il cavaliere magnate tv. A distanza di quattordici anni lo ha ripetuto ancora una volta, da presidente del Consiglio, per dirsi innocente nel processo Mills che evidentemente lo preoccupa non poco. "Ve lo giuro sui miei cinque figli che di quello di cui sono accusato io non c'è nemmeno l'ombra di una possibile verità". Chissà cosa pensano ogni volta che si sentono tirati in ballo i famosi cinque figli. Marina e Piersilvio, i piu' grandi avuti dalla prima moglie Carla Dall'Oglio, loro che hanno in mano le colonie maggiori dell'impero: la Mondatori lei e Mediaset lui. Papà Silvio quasi quasi li infilò con lui nel vortice del conflitto d'interessi anche di recente, quando in campagna elettorale disse che avrebbero potuto partecipare alla cordata fantasma per Alitalia. Poi si dovette correggere dicendo che, appunto, non avrebbero potuto farlo. E loro stessi trasecolarono alla sola possibilità. Pochi mesi fa, sempre in campagna elettorale dagli schermi di RaiDue suggerì a una giovane precaria di "sposare il figlio di un miliardario", se non il suo, quello di un altro. Ne scoppiò un caso politico, ma la precaria non la prese tanto male. Quando Berlusconi vuole usare i figlioli, che so' pezzi e'core, ce li mette tutti, anche i piccoli avuti con Veronica, nome d'arte di Miriam Bartolini. La scheda.

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Un partito forte per uscire dal passato (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Un partito forte per uscire dal passato Pubblichiamo il testo integrale dell'intervento tenuto ieri da Walter Veltroni a Roma all'Assemblea costituente nazionale del Partito Democratico La lettera che il Presidente del Consiglio ha inviato lunedì scorso al Presidente del Senato è uno spartiacque che rischia di segnare negativamente l'intera legislatura. Con quella missiva, l'on. Berlusconi ha assunto la paternità politica di un emendamento al decreto sulla sicurezza che stravolge il senso del provvedimento all'esame del Senato, colpisce il ruolo di garanzia del Capo dello Stato, strappa la delicatissima tela del dialogo istituzionale con l'opposizione. Siamo preoccupati, per questa svolta all'indietro. Siamo preoccupati per l'Italia, che rischia di perdere una nuova occasione per darsi un sistema politico maturo: una democrazia compiuta, nella quale si possa competere lealmente tra avversari, scontrarsi a viso aperto sui programmi di governo e allo stesso tempo convergere sui valori costituzionali e collaborare nella manutenzione e nella riforma delle istituzioni e delle regole democratiche, come avviene in tutti i grandi paesi occidentali. Siamo preoccupati, ma non sorpresi. In tutti questi mesi il Partito Democratico ha cercato di portare l'Italia fuori dal passato. La proposta che quasi un anno fa abbiamo avanzato al centrodestra, di aprire una nuova stagione di confronto, per il bene dell'Italia, non era solo una mano tesa: era anche un guanto di sfida. Abbiamo sfidato il centrodestra sul terreno della responsabilità nazionale, dell'innovazione politica e programmatica. Convinti che questo nostro Paese non può più permettersi di aspettare altro tempo, che gli italiani non possono più aspettare. L'Italia è un Paese fermo. È un Paese che non cresce. E' un Paese che dispone di straordinarie risorse, materiali e umane. Risorse però non sfruttate, e mortificate, da un vero e proprio blocco non solo politico-istituzionale, ma anche economico e sociale e perfino di genere e di generazione. Un blocco che lo imprigiona, lo attanaglia, fino quasi a soffocarlo. La nostra società è, e si sente, più povera. Sono e si sentono così milioni di famiglie, soprattutto quelle a reddito fisso, che di fatto contano in lire i loro stipendi e le loro pensioni e calcolano in euro il prezzo di quel che spendono per vivere, con sempre maggiori difficoltà a far quadrare tutto. Si sentono così tutte quelle persone, giovani e meno giovani, che si ritrovano a collezionare un contratto dopo l'altro per poche centinaia di euro alla volta. Sono più poveri gli operai, che si ritrovano con una busta paga sempre più leggera e rischiano di uscire dalla generale invisibilità solo quando sono vittime di uno dei troppi incidenti sul lavoro. Da quindici anni, coalizioni politiche di segno diverso si alternano al governo dell'Italia, ma nessuna di esse è stata in grado di esprimere la capacità di decisione democratica necessaria ad aggredire in modo incisivo e durevole i problemi di fondo del nostro Paese. Questa è la verità: l'Italia non dispone di un sistema istituzionale e politico all'altezza della gravità e della complessità dei suoi problemi. E se questo deficit di coesione politica e di decisione democratica non verrà rapidamente colmato, rischia una crisi di sistema, della quale da tempo si vedono molto più che le avvisaglie. La stessa anomalia della destra italiana, quel suo affidarsi alla persona che detiene la massima concentrazione di potere privato del Paese, non è che l'altra faccia della debolezza dei poteri pubblici e della fragilità del sistema politico. Quasi che un sistema politico e istituzionale strutturalmente inadeguato a prendere le decisioni necessarie dovesse e potesse essere surrogato dall'investitura di un potere parallelo. I risultati dei passati governi Berlusconi, così come l'infelice esordio di questa legislatura, ci dicono che la speranza che una parte larga e più volte maggioritaria del Paese ha riposto nella supplenza privata di poteri pubblici si è rivelata un'illusione: alla fine il potere privato, pure invocato per finalità pubbliche, finisce sempre per anteporre gli interessi particolari a quelli generali. Come ha scritto uno sconsolato Luca Ricolfi, "Emendamento salva Rete 4, limiti alle intercettazioni e alla libertà di stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato che dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani, tutto indica che ci risiamo: Berlusconi avrà anche un'idea dell'Italia, ha sicuramente ragione in alcune critiche alla magistratura, ma quando si mette in movimento è del tutto incapace di separare l'interesse personale da quello del Paese". Per questo ci ha preoccupato e indignato, ma non sorpreso, lo strappo consumato dall'on. Berlusconi con l'emendamento sul decreto sicurezza. L'occasione è perduta, forse definitivamente. Ma nessuno si illuda, tra i nostri avversari: noi non torneremo con loro nel passato. Noi continueremo a lavorare per la nuova stagione della democrazia italiana. Proprio l'inadeguatezza del centrodestra apre davanti a noi una grande opportunità, che dobbiamo far maturare con pazienza, coerenza, tenacia. E' proprio adesso che i nostri avversari hanno messo in mostra, ancora una volta, i loro limiti radicali, che noi non dobbiamo ricadere in vizi antichi e ripetere i vecchi errori: se lo facessimo, ci giocheremmo la possibilità di diventare maggioranza nel Paese. Anche nella legislatura 2001-2006 il berlusconismo si rivelò un rimedio peggiore del male, un'aggravante alla crisi italiana. E lungo tutto l'arco del quinquennio, il centrodestra continuò a perdere vaste aree di consenso, che preferirono accamparsi nella terra di nessuno dell'astensionismo. Il vecchio centrosinistra vinse in quegli anni quasi tutte le elezioni parziali. Ma non riuscì a smuovere e a spostare verso di sé gli elettori moderati che si erano rifugiati nell'astensione. E nel 2006, quei voti in grandissima parte tornarono lì da dove erano venuti. L'Unione rischiò così di perdere un'elezione che comunque non vinse. Fu il connubio tra antiberlusconismo e massimalismo a rendere non credibile la nostra alternativa. Fondata, plausibile, convincente nella denuncia, ma inadeguata nella proposta, incapace di porsi, sia sul piano programmatico che su quello politico, come praticabile soluzione politica alla crisi italiana. Noi non ripeteremo gli errori di quella stagione. Per la semplice ragione che oggi, finalmente, abbiamo il Partito democratico, la Casa comune dei riformisti, il grande partito che mancava al centrosinistra italiano e per il quale abbiamo lavorato, lottato, sperato, dalla nascita dell'Ulivo fino ad oggi. All'indomani della sconfitta delle elezioni del 13 e 14 aprile, le motivazioni della quale costituiscono il filo conduttore di questa relazione, noi abbiamo messo in campo una opposizione coerente con la natura del Partito Democratico. La nostra è l'opposizione di un grande partito riformista, che si candida non solo a governare il Paese, ma ad aprire un ciclo di grande innovazione istituzionale, politica e programmatica. Per questo, la nostra è già e sarà sempre di più un'opposizione intransigente: contro il ritorno di una stagione di conflitti istituzionali, di leggi ad personam e di confusione tra gli interessi privati e la cosa pubblica. Al tempo stesso, sarà un'opposizione incalzante e propositiva sul terreno delle politiche che hanno a che fare con la concreta condizione di vita dei cittadini: sicurezza, potere d'acquisto, servizi sociali. Un'opposizione che gradualmente, senza arroganza, ma con crescente autorevolezza, riesca ad imporre la propria agenda in Parlamento e nel Paese. Per questo abbiamo dato vita al "Governo-ombra": uno strumento essenziale per un'opposizione che voglia qualificarsi per le sue proposte e affermarsi progressivamente come credibile alternativa di governo per il Paese. Una decisione, la nostra, che è stata accolta dall'opinione pubblica più avvertita come la conferma della volontà di procedere con determinazione lungo la via dell'innovazione del sistema politico e istituzionale. Il governo Berlusconi è ancora nel pieno della fisiologica luna di miele col Paese, il periodo nel quale, come accade in ogni sistema democratico, anche chi non ha votato per il governo in carica può concedere fiducia al nuovo esecutivo, o quanto meno sospendere il giudizio, in attesa della prova dei fatti. La prova dei fatti verrà in autunno. Sul terreno economico, innanzi tutto. Ne abbiamo già i primi segni. Della manovra economica che il Governo ha presentato ieri, noi apprezziamo la conferma dell'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2011e l'equilibrio tra minori spese e maggiori entrate che sembra caratterizzarla. Esprimiamo invece un giudizio severo per la mancanza di qualsiasi intervento sulla questione salariale e per la discutibile qualità delle misure adottate per la riduzione della spesa pubblica. È davvero grave che proprio ora che le parti sociali muovono i primi passi verso una riforma del modello contrattuale che metta al centro la produttività e la sua equa remunerazione, proprio ora il Governo non dia luogo ad un intervento significativo di riduzione della pressione fiscale sui salari. Su tutti i salari - con l'aumento della detrazione IRPEF - e sulla quota di salario da contrattazione di secondo livello. Non ci si può rispondere che si è deciso di intervenire sugli straordinari: non tutti i lavoratori fanno straordinari, e un intervento su questo solo aspetto non è in grado di spingere le parti sociali ad una nuova stagione di contrattazione, che distribuisca finalmente un po' dei vantaggi da aumento di produttività a favore dei lavoratori. Ecco dunque un primo elemento della nostra contromanovra: salari migliori e salto nelle capacità competitive del sistema, attraverso misure fiscali e riforma del modello contrattuale. In secondo luogo, quale componente della spesa pubblica viene tagliata? Noi non discutiamo l'entità dell'intervento: il nostro programma elettorale, al quale intendiamo ispirare la nostra opposizione, prevedeva riduzioni della spesa corrente primaria della Pubblica Amministrazione, al netto della spesa sociale, anche più significative. All'interno della spesa corrente primaria, però, è soprattutto alle spese di organizzazione della Pubblica Amministrazione che noi guardiamo, per un'azione al tempo stesso di qualificazione e riduzione. Nell'intervento del Governo, invece, leggiamo di tagli alla sanità e agli Enti Locali. Quanto alla finanza locale, proprio non si vuole uscire dalla logica dei tagli orizzontali, che accomunano buoni e cattivi, virtuosi e viziosi, a tutto danno dei primi e a tutto vantaggio dei secondi. Bisogna invece rovesciare logica e tempistica rispetto a quella adottata dal Governo. Prima il federalismo fiscale, fondato su standard di qualità, quantità e costi dei livelli essenziali dei servizi, poi la razionalizzazione dei trasferimenti. Quanto a banche, assicurazioni e petrolieri, mi limiterò a qualche domanda: quanto vale, per questi soggetti, l'abolizione della class action? Quanto vale, l'evaporare della nostra proposta sulla commissione per massimo scoperto? Quanto vale il mantenimento di certi monopoli nel settore energetico? Quanto vale il rinnovo per legge delle concessioni autostradali? E quali sono i meccanismi che il governo intende mettere in atto per impedire che consumatori, risparmiatori e utenti vedano trasferire sui prezzi gli aggravi? Liberalizzare, aprire i mercati chiusi, favorire l'accesso degli outsiders: ecco di cosa c'è bisogno. Leggeremo la proposta del Governo sui servizi pubblici locali: se sarà figlia di una strategia di modernizzazione e apertura, capace al tempo stesso di favorire l'irrobustimento delle nostre imprese e l'apertura dei mercati, faremo la nostra parte. Se in passato le maggioranze di centrosinistra non hanno proceduto, in questo campo, non è certo stato per responsabilità dell'Ulivo e del PD. Infine, gli interventi sui fondi europei per il Sud. Qui, se davvero il Governo intende procedere ad una severa opera di selezione dei progetti, per riprogrammare alla luce di poche priorità, definite con le istituzioni regionali e locali - a partire dai progetti sulla mobilità, sulla ricerca e sulla sicurezza - sappia che troverà nel PD un interlocutore attento e disponibile. Ma il governo deve anche sapere che la sospensione dell'automaticità dei crediti d'imposta, il saccheggio delle risorse per le infrastrutture nel Sud a fini di copertura del decreto ICI, lo sperpero di 300 milioni nel prestito Alitalia, che non è più ponte verso una credibile soluzione (e dunque non è più nemmeno un prestito), hanno inferto un duro colpo alla sua credibilità in questo campo e ci rendono diffidenti sulla serietà delle sue intenzioni. Non ci siamo, on. Berlusconi. Oggi siamo noi a dirlo, in autunno sarà una larga parte degli italiani. Quella che noi chiameremo a raccolta, per una azione di protesta e di proposta in tutto il Paese, che culminerà con una grande manifestazione nazionale. Anche sul terreno, delicato e decisivo, della sicurezza dei cittadini, il governo appare prigioniero della sua stessa cattiva propaganda. Noi abbiamo detto con nettezza, nei mesi scorsi, che la sicurezza è un bene primario, un diritto civile indisponibile, una condizione imprescindibile della democrazia. Una delle "rotture", delle innovazioni più grandi che rispetto al passato il Partito Democratico ha prodotto, è stata proprio questa: affermare che quello alla sicurezza è un diritto fondamentale, che chi governa ha il compito di fare ogni cosa per assicurarlo. Con la necessaria fermezza, anche espellendo dall'Italia chi si macchia di reati gravissimi e mostra segni di pericolosità sociale. Come peraltro ponendo fine alla vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazia a un'infinità di premi e benefici. Dire questo, far vivere concretamente questi principi in un pacchetto sulla sicurezza che a suo tempo stato è un grave errore non approvare, ci ha permesso se non di colmare un ritardo accumulatosi per troppo tempo, di rimetterci in sintonia con il Paese. Con gli italiani, che in nove su dieci ritengono che negli ultimi anni la criminalità sia complessivamente aumentata e che per il 50 per cento pensano che questo sia avvenuto nel proprio territorio di residenza, dove vivono e lavorano. La percezione delle persone, si badi, non è qualcosa da sminuire o biasimare. È parte integrante del diritto a vivere sicuri e sereni, senza temere di andare a ritirare la pensione, senza dover star svegli con l'ansia di chi aspetta il ritorno a casa di sua figlia. La paura è un dato reale. Va compresa, e le vanno date risposte. Come va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede di aver riconosciuti diritti civili e politici, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative. Altra cosa, decisamente altra cosa, è fare un'equazione tanto ingiusta quanto gravemente sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, "altro" da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare. segue a pagina 16.

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LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del LA RELAZIONE DI WALTER VELTRONI ALL'ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD segue da pagina 15 Sia chiaro: gli individui che commettono un crimine vanno puniti, qualunque sia la loro nazionalità, la loro provenienza. Gli individui: mai i gruppi, le comunità etniche, sociali o religiose alle quali appartengono. Non lo dice solo il nostro codice, e già basterebbe e avanzerebbe. E' la nostra stessa civiltà a dire che chi pensa diversamente, chi nega questo fondamento, scivola inesorabilmente nella barbarie. E se come dicevamo la percezione di insicurezza e la paura vanno comprese, non altrettanto si può e si deve fare quando il confine viene oltrepassato. E' accaduto, quindi può accadere. Una folla scatenata che si scaglia contro un campo nomadi incurante di anziani e bambini terrorizzati e in fuga è parte del problema, e anche grande. Non è certo una risposta. Le ronde, la caccia al rom o all'immigrato, il mito aberrante del farsi giustizia da sé sono un problema, non sono certo la soluzione, nemmeno in minima parte. Proposte politiche che minimizzano l'una cosa e che propongono apertamente l'altra, sono anch'esse parte del problema, non la possibilità di uscirne. Non il modo di contrastare un virus pericoloso, nocivo, socialmente e moralmente. Quello fatto di semplificazioni xenofobe, di voglia di veder dilagare un "pensiero unico" segnato da separazione, chiusura, ostilità. Quello che poi si manifesta in tante forme, a cominciare dal linguaggio, dagli epiteti razzisti, dalle espressioni vergognose di chi arriva a parlare di lager o di operazioni di "derattizzazione". E' un problema chi soffia sul fuoco, chi alimenta le paure, chi innesca meccanismi che poi rischiano di scappare di mano, di sfuggire ad ogni controllo. Tutto per conquistare un consenso di tipo populista e antipolitico. Con un'enfasi che colpisce in modo particolare gli immigrati e che diventa facilmente sproporzione e poi ingiustizia, discriminazione, intolleranza. Con una attenzione, anche mediatica, che prende la realtà e invece di rappresentarla la distorce, la esaspera. Alcune cose, specie in alcuni momenti, sembrano essere osservate con il binocolo e ingrandite anche a distanza ravvicinata, altre vengono con troppa facilità allontanate dagli occhi e dalla coscienza. Ha davvero ragione Claudio Magris quando dice: "Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l'intimidazione - non di rado la morte - che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo nomadi. Non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo". E' così. Troppo spesso, in questo nostro Paese, succede così. E fatemi dire che io non ho visto uomini politici della destra, né in campagna elettorale, né nei giorni scorsi quando sono tornato di nuovo a Casal di Principe e in Sicilia, spendere una parola - non dico a combattere in prima fila, ma spendere una sola parola - contro la camorra, contro la mafia, per respingere il loro appoggio, per sostenere concretamente i magistrati, le forze dell'ordine, gli industriali anti-racket, i ragazzi di "Libera" o quelli di Locri che giorno per giorno difendono, tutti assieme, il valore della legalità, della moralità che la vita pubblica deve avere. Perché è su questo che si regge una democrazia, è questo che contribuisce a tenere insieme la trama, il tessuto della società. Non si governa un Paese, una comunità, coltivando l'egoismo sociale, calpestando e lasciando calpestare la legalità, riducendo le radici, l'identità, il territorio da quella ricchezza che sono ad una gabbia che restringe lo sguardo e mortifica le relazioni. Non è giusto, non serve al destino comune delle nostre società. E non serve nemmeno ai singoli individui, a coloro dei quali si dice di voler difendere prerogative e condizioni di vita. Invece è questo che fa la destra, in tutto l'Occidente. Non si presenta più col volto dell'innovazione, della rottura con vecchi schemi mentali e consolidati assetti di potere, della scommessa sugli "outsider" contro gli "insider", come seppero fare, pur con tutte le contraddizioni e producendo iniquità, la signora Thatcher e Ronald Reagan negli anni Ottanta del secolo scorso. Oggi la destra ha smesso di innovare. Sembra scommettere piuttosto sulla paura che i grandi cambiamenti in atto stanno suscitando in tutti i settori sociali. E sembra voler promettere più protezione che innovazione. Potremmo dire, in una parola, che la destra, venticinque anni dopo, è tornata conservatrice. Non a torto, la destra ritiene che questo sia precisamente ciò che le nostre società oggi le chiedono. Angosciate come sono da un cambiamento che avanza in modo tumultuoso, ma del quale non si riesce a comprendere il senso, ad afferrare la direzione di marcia, a prevedere gli sviluppi, nemmeno ad intravedere la guida. Pensiamo a questi ultimi vent'anni. Sono cambiati, e profondamente, gli equilibri politici. Nel 1989, con il crollo del Muro, finiva il tempo delle ideologie, tramontava l'assetto bipolare che per più di mezzo secolo aveva determinato i destini di popoli e paesi di ogni angolo del pianeta. Qualcuno, salutando i segni di una democrazia in complessiva espansione, perché era verso di essa che il mercato sembrava ineluttabilmente spingere, arrivava a preconizzare la "fine della Storia". Sarebbe bastato poco tempo a dimostrare che così non era. La cartina dell'Europa è stata ridisegnata, e con essa il suo ruolo. Con fasi alterne, e con non poche contraddizioni. Nel segno della pace si è riunificata la Germania, in quello della guerra e dell'odio etnico sono nati nuovi stati nei Balcani. L'allargamento a Est ha creato nuovi confini e assegnato nuovi possibili compiti all'Unione Europea. Nel frattempo, girato drammaticamente l'angolo del nuovo secolo, ci si accorge di quanto si siano incrinate le certezze sulla "naturale" crescita delle democrazie. Larry Diamond, politologo della Stanford University, lo ha detto con chiarezza: a fianco della tanto dibattuta recessione economica americana ce n'è oggi un'altra, meno discussa ma assai più temibile, perché se si consolidasse sarebbe molto difficile invertire il senso di marcia e le conseguenze per l'intero pianeta sarebbero di non breve durata. L'ha definita "recessione democratica", pensando soprattutto a quelle forme di "capitalismo autoritario" che con profili diversi ha i suoi esempi più grandi nella Cina e nella Russia. Realtà che si stanno incaricando di dimostrare che il mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli. Insomma, andiamo verso un mondo multipolare dove grandi potenze potranno non essere democratiche. E non solo: dove ogni grande democrazia deve trovare le energie per difendere, rafforzare e perfezionare se stessa. Non sono mai da sottovalutare i rischi che si addensano su una comunità, su una democrazia, quando lo Stato di diritto viene ferito e quando anche solo una piccola parte della libertà degli individui viene meno. Una "recessione democratica", dunque. E insieme, le grandi questioni legate al "Prometeo scatenato" di Giorgio Ruffolo, ad un sistema capitalistico che a fianco delle "condizioni prodigiose di prosperità" che ha saputo creare, e anzi spingendo proprio queste oltre ogni misura, si è avventurato in un percorso denso di "condizioni minacciose" per il futuro stesso dell'umanità. La devastazione dell'ambiente, i cambiamenti climatici, l'emergenza acqua, le carestie, la dissipazione delle fonti energetiche primarie e la dipendenza del petrolio che potrebbe mandarci in tilt: tutto concorre a dirci che il mondo così non può reggere ancora per molto, che siamo già oltre il limite e che rischiamo di arrivare ad un punto di non ritorno. E poi la dissipazione delle ricchezze reali con il peso smisurato assunto dalla finanza, il deterioramento delle relazioni sociali, un impoverimento generale delle risorse morali. A creare un mondo sempre più diseguale. Sempre più abitato da pochi vincitori e moltissimi perdenti. Con i frutti della crescita che non sono, evidentemente, distribuiti in modo equo. Guardiamo sempre gli ultimi due decenni: se da una parte si è verificata una modesta riduzione dell'enorme divario che continua a separare i redditi medi dei paesi ricchi da quelli dei paesi poveri, dall'altra abbiamo assistito ad un accentuarsi delle diseguaglianze all'interno sia degli uni che degli altri. E' da vent'anni e più che in tutti i paesi industrializzati i salari e gli stipendi sono rimasti fermi o sono andati indietro, mentre i profitti e le retribuzioni degli alti dirigenti sono aumentati. E a questo spostamento di ricchezza, che ha già prodotto l'impoverimento di larghe fasce di popolazione all'interno dei singoli paesi, si sta aggiungendo ora una massiccia redistribuzione del reddito, con il trasferimento di grandi risorse dai consumatori di petrolio, metalli e grano a chi queste cose le produce. La globalizzazione c'è, è un dato di fatto. Il punto è il suo governo. Perché è evidente che economia e mercati finanziari si sono più che globalizzati, e la politica, i suoi strumenti e le sue regole, no. Un risultato è che i singoli individui sono sempre più consapevoli che a decidere il loro futuro saranno fenomeni che sfuggono totalmente al loro controllo e che però incidono assai concretamente sulla loro vita. Gli squilibri tra Nord e Sud del mondo, gli scompensi demografici tra le diverse aree del pianeta, la fame dell'Africa e i conflitti dimenticati, i grandi movimenti migratori, non sono argomenti da leggere o da ascoltare in televisione, ma concreta realtà. E così i mutamenti climatici, l'uso distorto delle risorse primarie e quello eccessivo delle fonti energetiche, una gravissima crisi alimentare che non bastano poche cifre a raccontare, con il prezzo del riso aumentato negli ultimi mesi del 75% e quello del grano del 120% nell'ultimo anno: non sono più temi lontani, ma hanno a che fare con l'aria che si respira, con la salute dei propri figli, con l'enorme rincaro della spesa per gli alimenti o per gli spostamenti di ogni giorno. E ancora la crescita impetuosa dei mercati e degli scambi commerciali, e l'ingresso sulla scena mondiale di nuovi grandi protagonisti economici prima in forte ritardo: potranno essere fenomeni che interessano gli studiosi, ma certo riguardano ancora di più chi per questo perderà il posto di lavoro o dovrà vivere con il terrore che le voci di chiusura circolanti in fabbrica, ogni giorno più insistenti, si rivelino vere. Non c'è da stupirsi che il nostro sia diventato il tempo dell'insicurezza e della paura. Una paura che oggi ha immediatamente a che fare, pressoché in tutto il mondo, con la politica. Quella di chi fatica a sintonizzarsi con essa e a darle risposta. Quella di chi non si pone il problema, o meglio lo risolve in un altro modo: usandola. Ora: la paura è da sempre compagna di viaggio degli uomini e va considerata per quel che è, un sentimento umanissimo. Che le persone arrivino a farsene condizionare è quanto di più comprensibile. Altra cosa però è la politica, è l'uomo di governo, che non si pone il problema di superare la paura, di contrastare il suo dilagare contagioso, i guasti che così si producono all'interno di una comunità. Altra cosa ancora è chi pensa addirittura di trarre, da tutto ciò, un vantaggio. Sulla base della paura non si governa una società. Men che meno si governano e si tengono insieme società aperte e complesse come le nostre. Credo abbia ragione chi dice, come fa Paul Krugman, che non è stata e non è l'economia a determinare o almeno a condizionare la politica, quanto piuttosto il contrario. E' la politica che con le sue decisioni può ampliare o ridurre il grado di disuguaglianza, rafforzare o indebolire la rete di protezione che è a disposizione di ognuno, aumentare o diminuire le effettive opportunità, avvicinare o meno le concrete condizioni di partenza. E' allora dalla politica che bisogna ripartire. Anche nel nostro tempo post-ideologico, che anzi permette una più aperta contrapposizione di idee e programmi, non è affatto indifferente quale segno ha la politica, se è della neo-destra o di un moderno centrosinistra. La destra sceglie la chiave del populismo, cavalca le paure e solletica l'arbitrio personale, alza muri, invoca dazi e barriere. Preferisce fare facili promesse, rassicuranti forse nell'immediato, in grado di esorcizzare lì per lì la paura, ma non di sciogliere davvero i nodi che ne sono all'origine. Viene in mente la famosa nave di Kierkegaard: "è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani". Sembra la condizione in cui ci troviamo oggi. Non si può in effetti dire che la destra, nel mondo, sia in questo momento afasica. Parla, dà delle sue risposte alle insicurezze. Punta a rappresentare il disagio, anzi ad alimentarlo e ad amplificarlo. E che la cosa in quasi tutta Europa le stia riuscendo, emerge dal raffronto tra due fotografie, una scattata dieci anni fa, l'altra oggi. Dieci anni fa, dopo le vittorie di Prodi nel '96, di Blair e Jospin nel '97, di Schroeder nel '98, il centrosinistra governava 13 dei 15 paesi dell'Unione Europea e 11 dei premier appartenevano alla famiglia socialista. Oggi, non contando le grandi coalizioni di Austria e Germania, al governo dei rispettivi paesi troviamo solo i socialisti spagnoli e quelli portoghesi. E i laburisti in Gran Bretagna, ovviamente, ma qui gli ultimi risultati del voto locale e tutti i sondaggi non inducono purtroppo all'ottimismo. Questa è la situazione attuale. Una situazione che oggettivamente racconta delle difficoltà enormi in cui si trovano la sinistra e il centrosinistra in Europa e della grandezza della riflessione, oltre che dei compiti, che ci attendono immediatamente. Però noi non dobbiamo mai dimenticarlo, e mai smettere di comportarci conseguentemente: la destra non fa altro se non dire quel che le persone si vogliono sentir dire, si limita ad annunciare il menu del giorno dopo. Questo può fare indubbiamente piacere, può dare sollievo. Ma alla lunga non conduce lontano, non dà senso all'agire, non dà prospettiva. La globalizzazione attuale richiede di essere governata dai pubblici poteri, con un più efficace coordinamento internazionale, con un modello al tempo stesso multilaterale e multilivello. Una nuova idea di "governo mondiale". E' questa l'urgenza che il centrosinistra, le forze riformiste di tutto il mondo, si devono porre, assumendosi nuove e grandi responsabilità. Ci sono enormi diseguaglianze, c'è una "insostenibilità sociale" figlia di uno sviluppo privo di limiti? E' vero che il pendolo del potere economico si è spostato in questi anni dal lavoro al capitale, con l'uno a livelli record positivi e l'altro negativi? Bene: è tempo che il pendolo della politica torni su una posizione più favorevole al lavoro. Si cominci riconoscendo giuste retribuzioni, salari più alti a chi ha visto sminuire il valore della propria attività e concretamente precipitare il proprio potere d'acquisto. E se c'è qualcuno che le coltiva, ci si tolga dalla testa due idee: quella di poter competere con chi si affaccia ora al mercato giocando al ribasso sul livello delle retribuzioni o dei diritti; quella di rinunciare o semplicemente di sminuire il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori e degli altri corpi intermedi, che hanno migliorato la vita di milioni di persone e contribuito a rafforzare la democrazia estendendo e garantendo la sfera dei diritti politici, civili e sociali. Sono soggetti fondamentali, chiamati a ripensare e a innovare profondamente la loro azione proprio per tornare a svolgere con pienezza il ruolo che è loro. Ecco quindi un punto fermo: il valore del lavoro e la garanzia di tutela e protezione sociale. Da affermare non tornando al protezionismo. Piuttosto con nuove e concrete politiche di welfare (e con regole severe sul fronte finanziario, con vincoli saggi e scelte coraggiose su quello ambientale), che riconoscano la nuova realtà globale, che creino un efficace sistema di ammortizzatori sociali, che garantiscano la formazione a chi perde il posto e sostengano la transizione da un lavoro all'altro. E poi usando anche la leva fiscale per incoraggiare lo sviluppo di quelle attività che sostengono la crescita, e quindi la ricerca, la formazione, gli investimenti in tecnologia, piuttosto che per continuare a premiare chi fabbrica denaro con altro denaro. E' ora di dirlo, e di ripeterlo fino a quando sarà necessario: non è possibile che a chi trae i propri guadagni da speculazioni, da quelle che sono vere e proprie scommesse sui mercati finanziari, sia applicata una tassazione molto più bassa rispetto a chiunque si guadagna da vivere in qualunque altro modo. Non è solo un'ingiustizia clamorosa. E' difficile semplicemente capire perché questo possa essere accettato, perché anzi troppo spesso succeda che i "maghi" della finanza siano considerati più degni di ammirazione di un imprenditore, di un artigiano o di un commerciante che rischia in proprio o di chi, giorno dopo giorno, fa onestamente il proprio lavoro e contribuisce al buon funzionamento dei servizi e alla crescita dell'economia di un Paese. Su tutto, come condizione, c'è proprio questo, c'è il sostegno alla crescita. Il centrosinistra ha impiegato troppo tempo a far serenamente e convintamente suo il principio che nulla è possibile senza la crescita, che senza di essa non può esserci giustizia sociale. Ma ora che questo è finalmente avvenuto, proprio il centrosinistra deve avere l'orgoglio e la determinazione di affermare che le strategie di crescita non funzionano senza equità e uguaglianza di opportunità, senza attenzione alla distribuzione del reddito e all'accesso a servizi pubblici di alta qualità. La funzione, l'identità stessa di una forza di centrosinistra, si colloca, come Anthony Giddens ha ben sottolineato, su più dimensioni, lungo una scala che ha come gradini i grandi principi dell'eguaglianza e della solidarietà, da declinare ovviamente in modo nuovo e nelle nostre società, che sono degli individui e non delle classi; la scelta dell'innovazione e della sfida ai paralizzanti conservatorismi di ogni tipo; la tensione verso una società fatta sì di individui singoli e liberi, ma al tempo stesso tenuta insieme da un tessuto unitario, da una condivisione di responsabilità, contro il cinico abbandono alla "spontaneità" degli egoismi sociali; l'aperta relazione con le differenze culturali. Un riformismo globale: concrete proposte sui decisivi piani della progettualità politica e istituzionale, della protezione sociale e della socialità, della modernità e della multiculturalità; e poi capacità di decidere in base a una visione, a principi, che considerino le conseguenze non solo per chi è contemporaneo o vicino, ma anche per le generazioni future e per chi abita insieme a noi questo mondo. Solo così si governa il cammino, che non può proseguire se non su una strada: quella dell'apertura agli altri e al mondo. Senza disperdere nulla del valore positivo che hanno l'identità, il territorio, le comunità locali e la loro cultura, soprattutto in Italia, nel Paese delle cento città. Ma comunque, apertura agli altri e al mondo. Le radici possono servire, di certo servono le ali. Qualcuno, tra gli altri Peter Mandelson, certo non un politico sospettabile di scarso pragmatismo e di poca concretezza, ha detto pensando all'integrazione mondiale ed europea che l'apertura in atto va "umanizzata". Ecco, in fondo è di questo che alla fine si tratta. Non è certo impresa da poco. Anzi, è un compito assai difficile. C'è una moderna "questione sociale", come ha sottolineato Alfredo Reichlin, che se non affrontata diventerà esplosiva. A noi il grande compito di accendere, contro la paralisi della paura, una razionale speranza di cambiamento. E' possibile. Guardiamo oltreoceano, dove tra pochi mesi si porterà lo sguardo del mondo. George W. Bush è stato la prova vivente di questa regola aurea della politica democratica. Nessuno più di lui ha fatto leva sulla paura, dopo il tremendo choc dell'11 settembre. Grazie alla paura, Bush ha rivinto trionfalmente le elezioni del 2004, ma non è riuscito a governare, cioè a produrre soluzioni concrete e solide. Né per il mondo, né per gli Stati Uniti. La guerra all'Iraq si è dimostrata solo un cruento diversivo, che ha distolto forze militari ed energie politiche dall'Afghanistan ed ha prodotto come unico risultato geopolitico il rafforzamento dell'Iran. Più in generale, l'amministrazione Bush ha dissipato la straordinaria eredità di Clinton, che gli aveva consegnato un'America forte, economicamente solida, rispettata nel mondo: anziché lavorare alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, fondato sul diritto internazionale, ha pensato di poter gestire lo straordinario potere di cui dispone l'unica iperpotenza in chiave unilaterale. Sapremo in novembre se l'America vorrà girare pagina, affrontando le sue paure, provando a governarne le cause, tornando a credere nella capacità della politica di umanizzare il mondo, riprendendo il controllo di processi storici che oggi paiono senza guida. "Change", cambiamento, è la parola d'ordine del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: Barack Obama, al quale rivolgiamo il più caloroso abbraccio di augurio. Il mondo è stato rimesso sui piedi: se la destra alimenta le paure e torna a proporsi come forza conservatrice, i democratici scommettono sulla speranza umanistica nel cambiamento. "Change - ha detto Obama nel suo discorso di vittoria alle primarie - è capire che far fronte alle minacce del nostro tempo richiede non solo la nostra potenza di fuoco, ma la forza della nostra diplomazia. Change è costruire un'economia che remuneri non solo la ricchezza, ma il lavoro e i lavoratori che l'hanno creata". Il cambiamento possibile contro la paura del futuro. Questa è la scommessa dei democratici americani. Ma "cambiamento" vorremmo divenisse la parola chiave anche di una rinascita delle forze democratiche, riformiste, progressiste in Europa. Il No irlandese al trattato di Lisbona è un segnale inquietante. I popoli voltano le spalle all'Europa. E' come se la percepissero come parte del problema, il problema di una globalizzazione senza guida, anziché come parte essenziale della soluzione. Solo un'Europa più forte e più unita, capace di parlare con una voce sola, può invece consentire ai popoli europei di evitare il rischio della irrilevanza nel mondo "post-occidentale". Per questo chiediamo al governo di sciogliere le ambiguità della sua maggioranza e di chiarire qual è la sua posizione. E' quella contenuta nelle parole vagamente tranquillizzanti pronunciate ieri dal Presidente del Consiglio o quella del ministro Calderoli che brinda ringraziando il popolo irlandese per il voto sull'Europa e festeggia quella che considera la morte del Trattato di Lisbona? E a questo proposito: è in grado il governo di procedere con sollecitudine alla ratifica in Parlamento del Trattato? O piuttosto si farà bloccare da "avvertimenti politici" come quello inviato dalla Lega ieri alla Camera nel voto sul decreto rifiuti? Temo sia solo una delle prime dimostrazioni di quanto abbiamo detto sempre in questi mesi: quello schieramento elettorale e questa maggioranza erano e sono più il residuo della vecchia stagione delle coalizioni "contro" che una risposta adeguata alla sfida dell'innovazione politica lanciata dal Partito Democratico. E ancora: noi chiediamo al governo di assumere un'iniziativa in sede europea per individuare un gruppo di Paesi disponibili e interessati a procedere verso una più stretta e forte integrazione politica. A cominciare dalla costruzione di una politica economica comune, che valorizzi l'Euro non solo sul piano della stabilità, dove ha svolto un ruolo di straordinaria efficacia, ma anche su quello della crescita, dove invece è ancora ben lontana dall'esprimere appieno le proprie potenzialità. Cosa vuole fare il governo: schierare l'Italia tra i paesi europei che intendono scommettere sullo straordinario potenziale di crescita che il mercato unico rappresenta? O invece intende porre anche il nostro Paese tra quelli che si attardano a difesa di indifendibili e controproducenti barriere protezionistiche? L'Europa deve cambiare. C'è bisogno di più e non di meno Europa. E c'è bisogno, al Parlamento di Strasburgo, di un grande gruppo riformista e democratico, che lavori per far compiere un salto di qualità al processo di integrazione europea. Questo è ciò che stiamo dicendo, proprio in questi giorni, ai nostri amici socialisti e ai nostri amici liberali europei. E' esattamente l'opposto che pensare che l'Europa sia una grande Italia. Piuttosto, da italiani, vorremmo contribuire, uniti, a rendere più grande e forte l'Europa. E pensiamo che le famiglie politiche europee potranno veder crescere il loro ruolo e il loro significato, agli occhi sempre più scettici dei cittadini europei, solo se sapranno scommettere sulla loro capacità di rilanciare il processo di integrazione. La nostra è un'identità nuova in Europa e come tale è un'identità che è e resterà autonoma. Ma autonomia non significa solitudine. Tanto meno può significare dividersi tra di noi in gruppi diversi che ricalchino le vecchie provenienze. Noi stiamo costruendo relazioni strette del PD con il Pse, con i liberaldemocratici europei, con i Democratici americani, per favorire il formarsi di un grande campo dei riformisti, dei democratici, dei progressisti, sia in Europa che nel mondo. Per quanto riguarda il Parlamento di Strasburgo, sarà un fatto nuovo se i socialisti, come è da auspicare, favoriranno la nascita di un nuovo gruppo aperto a forze che non facciano parte del Pse. Ciò che stiamo costruendo è una soluzione che consenta al nostro partito di armonizzare la sua autonomia e la sua identità senza che questo significhi isolamento in Europa. Questo vuol dire che quale che sia la collocazione che avrà il gruppo del PD a Starsburgo noi dovremo lavorare per la costruzione di questo vasto campo che comprenda democratici, socialisti e liberali europei. Oggi, ad otto mesi dalla nascita del Partito democratico, e a due mesi dalla sconfitta elettorale, la parola torna dunque all'Assemblea nazionale. Davanti a noi, come sempre avviene nei momenti critici, c'è una domanda semplice. La strada che abbiamo imboccato otto mesi fa, per quante curve e salite possiamo avere davanti a noi, è quella giusta, quella che ci può portare non solo al governo, ma ad aprire un ciclo politico nuovo nella storia d'Italia, o invece la sconfitta ci dice che dobbiamo tornare indietro e cambiare strada? Rispondere a questa domanda, in modo sereno e limpido, è necessario e urgente, se vogliamo evitare il logoramento di un lungo, estenuante dibattito interno, opaco e inconcludente. E se vogliamo invece dare, prontamente, incisività e respiro strategico alla nostra opposizione in Parlamento e nel Paese. Per parte mia, in questi due mesi di riflessione, di studio, di confronto negli organismi del partito, di dibattito in tutta Italia, mi sono rafforzato nel mio convincimento che la linea che abbiamo scelto tutti insieme è quella giusta. Ma che essa ha bisogno, e per questo siamo qui, di ulteriori innovazioni e soprattutto di un partito che la esprima in modo efficace. Non solo non è stata la linea seguita in questi mesi a portarci alla sconfitta, ma è anzi grazie a quella bussola se siamo riusciti ad attraversare una tempesta di dimensioni ben più grandi dei nostri confini nazionali. E se disponiamo oggi delle coordinate fondamentali di una strategia di risposta e di rivincita. Ce lo dice innanzi tutto l'analisi del voto: un voto complesso e dalle molte facce. La prima faccia del voto del 13 e 14 aprile, quella più evidente e chiara, è la sconfitta: abbiamo perso le elezioni, perché grazie al voto popolare Berlusconi è tornato a Palazzo Chigi e c'è il centrodestra al governo del Paese. Proprio perché siamo un partito "a vocazione maggioritaria", se non riusciamo a conquistare la maggioranza dei consensi necessaria a governare, ci sentiamo e siamo sconfitti, qualunque sia la cifra proporzionale che come partito riusciamo ad ottenere. Per di più, la sconfitta c'è stata anche sul piano quantitativo: lo scarto tra noi e il Pdl è di un milione e mezzo di voti, che diventano più di 3 e mezzo con l'apporto dei rispettivi alleati: Lega Nord e autonomisti meridionali da una parte, Italia dei valori dalla nostra. Uno scarto ampio, che non sarebbe stato colmabile neppure ipotizzando di poterci avvalere dell'apporto della Sinistra Arcobaleno e dei Socialisti, che insieme non raggiungono il milione e mezzo di voti. Anche lasciando fuori dai blocchi i 2 milioni di voti dell'Udc, con l'apporto della Destra di Storace e Santanchè il centrodestra avrebbe comunque mantenuto un vantaggio di quasi 3 milioni di voti. L'ipotesi della sommatoria è peraltro solo un'ipotesi di scuola. Si tende infatti troppo facilmente a dimenticare che le elezioni del 13 e 14 aprile non sono state elezioni a scadenza naturale, ma elezioni anticipate, dopo l'interruzione traumatica della legislatura più breve della storia della Repubblica. E che quella crisi non è stato il frutto di un incidente di percorso, ma del riproporsi, per la seconda volta in un decennio, e in forme se possibile ancora più gravi del 1998, di una rottura strategica con Rifondazione comunista e le altre forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Questa volta in un contesto di disperante frammentazione che ha segnato tutta la legislatura. Più precisamente ancora: l'esperienza politica dell'Unione è andata in crisi non solo per la crescente difficoltà a fare sintesi nella maggioranza attorno all'azione di governo - sulla politica estera e di difesa come su quella economica e sociale, dalle politiche ambientali e infrastrutturali fino alle questioni eticamente sensibili - ma perché la sintesi, anche quando faticosamente veniva raggiunta, anziché allargare il nostro consenso nel Paese, finiva per logorarlo, consumarlo e ridurlo. Dopo mesi di allarme di tutti i sondaggisti, la riprova di questa pericolosa tendenza venne dalle elezioni amministrative del maggio 2007. Un test parziale, dal quale emersero però indicazioni chiare e univoche: non solo l'Unione perdeva - e perdeva in tutta Italia - ma perdeva a spese innanzitutto dei Ds e della Margherita, le due forze che avevano appena deciso, nei rispettivi congressi, di dar vita al PD. Scrive Marco Alfieri, nel suo graffiante pamphlet sul "Nord terra ostile": "Con le amministrative del giugno 2007, in Lombardia, Veneto e Piemonte - 18 milioni di abitanti e 2 milioni di imprese che producono il 38 per cento del pil e il 53 per cento dell'export italiano - il divario Unione/Cdl tocca livelli mai raggiunti in passato. Cadono come birilli Monza e Verona, Asti, Alessandria, Gorizia e Belluno, mentre la 'rossissima' provincia di Genova viene rivinta solo dopo un ballottaggio tiratissimo. Nel milanese crollano uno a uno, spostandosi a destra, storici bastioni come Rho, Melegnano, San Donato, Garbagnate... Il forzaleghismo ha invaso ormai quasi tutta la provincia... Non aver saputo seriamente scalfire il monopolio della Casa della libertà sui territori che corrono sotto l'arco alpino ha riportato, una dopo l'altra, all'ovile berlusconian-bossiano, tutta una serie di medie città di una 'padania' che sembra ormai aver divorziato dall'Unione". Ma i problemi non si fermano a Nord del Po: anche nelle regioni "rosse", scrive ancora Alfieri, nel 2007 "qualcosa ha cominciato ad incepparsi. In primo luogo sul fronte dell'astensionismo: il calo dei votanti è stato addirittura superiore al dato nazionale. Mai successo... In secondo luogo sul fronte dei comportamenti di voto. In otto dei tredici comuni superiori a 15 mila abitanti il centrosinistra ha perso consensi rispetto alle elezioni precedenti (in media -12,4%). In sette delle otto città amministrate dal centrosinistra si è dovuto ricorrere al ballottaggio per eleggere il nuovo sindaco. Più in generale, in tutti i comuni si è registrato un calo generalizzato dell'Ulivo. In 10 casi su 12 una contrazione media del 9 per cento, ma con punte anche del 15, rispetto al risultato 2002 di Ds e Margherita". Su un terzo fronte ancora, quello del voto dei cattolici praticanti, una accurata ricerca dell'Ipsos, pubblicata nei giorni scorsi, ha documentato che nella primavera 2007 le intenzioni di voto a favore dei partiti dell'Ulivo, che erano attorno al 35 per cento un anno prima, erano precipitate al 20 per cento: 15 punti in meno in un anno. La stessa ricerca documenta tuttavia che alle elezioni politiche il Partito Democratico ha riconquistato in pochi mesi tutti e 15 i punti persi nel 2007, tornando a quella quota 35 che fa del nostro un partito votato da una percentuale di cattolici praticanti simile se non superiore a quella che ottiene nell'elettorato nel suo insieme. La curva del consenso al PD tra i cattolici praticanti traccia una sorta di "V": un segmento in forte discesa tra il 2006 e il 2007 e uno in ripida salita dall'estate del 2007 alle elezioni del 2008. Lo stesso andamento ha avuto in buona sostanza la curva dei consensi complessivi al PD. In un contesto segnato dal fallimento politico dell'Unione e dalla conseguente, traumatica interruzione della legislatura, abbiamo raccolto 12 milioni di voti, un elettore su tre, un risultato sia in percentuale che in cifra assoluta migliore di quello dell'Ulivo nel 2006 e di gran lunga superiore alla somma di Ds e Margherita. E' questa la seconda faccia del voto del 13 e 14 aprile: una faccia che non nasconde né attenua la prima, quella della sconfitta, ma ci consente di affrontare il nuovo scenario politico "a partire dal PD" e non, come pure poteva accadere se si fosse confermato il trend del 2007, "senza il PD". Se non avessimo introdotto e perfino enfatizzato una forte discontinuità tra il PD e l'Unione, se non avessimo invece ripreso lo spirito dell'Ulivo, che nasceva come aggregazione delle forze riformiste, nella migliore delle ipotesi avremmo subito la stessa sconfitta, sul terreno della competizione per il governo, ma non avremmo salvato il progetto e la forza del Partito Democratico. Voglio essere chiaro su questo punto: per me l'Unione nascondeva una contraddizione con l'idea originaria dell'Ulivo. Per me il Partito Democratico è l'Ulivo del '96 che si è fatto finalmente partito. Se non avessimo scelto la discontinuità oggi, di fronte al governo Berlusconi, non ci sarebbe il più grande partito riformista della storia italiana ma un disordinato campo di forze, senza un progetto, una strategia, una leadership. Non ci sarebbe, cosa della quale dovremmo tutti avere più consapevolezza e anche più orgoglio, una forza elettorale all'altezza degli altri grandi partiti riformisti europei. I Laburisti inglesi, con la guida di Tony Blair, hanno vinto le elezioni per tre volte consecutive, l'ultima nel 2005, con il 35,3% dei voti. Nello stesso anno i socialdemocratici tedeschi hanno registrato il 34,2% dei consensi, ed è su quella base che ora governano insieme alla Cdu nella Grosse Koalition. I socialisti spagnoli hanno vinto le elezioni nel 2004 col 42,6% e nel 2008 col 43,6%. Quando qualche anno prima, nel 2000, le persero con il 34,4% evidentemente non si scoraggiarono, da lì ripartirono per la rivincita, insieme a Luis Zapatero. E' vero: una parte del risultato positivo del Partito Democratico è il frutto della dimostrata capacità di attrazione di elettori che nel 2006 avevano votato per Rifondazione o le altre forze che hanno poi dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Ma non si tratta, a ben guardare, di un gioco a somma zero, di una mera partita di giro: si tratta della dimostrazione, politicamente assai rilevante, che per molti elettori di sinistra, al contrario di una parte dei gruppi dirigenti di quei partiti, la politica non può mettere tra parentesi la questione del governo e ridursi ad un esercizio di rappresentazione identitaria. E invece si legge nel documento proposto da Claudio Fava alla riflessione di Sinistra Democratica: "Siamo stati puniti per gli esiti deludenti dell'azione del governo Prodi". Parole simili riecheggiano nel dibattito interno a Rifondazione comunista e alle altre forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno. Noi pensiamo, al contrario, che il governo Prodi abbia realizzato risultati straordinari per il Paese: dal risanamento finanziario, riassunto nella revoca, da parte della Commissione europea, della procedura di infrazione del patto di stabilità, avviata contro l'Italia dopo il fallimento della politica economica di Tremonti; alla politica estera e di difesa, con l'accresciuto prestigio dell'Italia nel mondo. Il problema del governo Prodi, il fattore che ne ha minato alle fondamenta la credibilità, è stato il carattere frammentario e rissoso della coalizione dell'Unione: è stata l'Unione a indebolire il governo e non il governo a deludere gli elettori dell'Unione. Un chiarimento su questo punto è indispensabile, non per puntiglio storico, ma per ragionare sul futuro. Le forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno sono ora alle prese con una riflessione e un dibattito interno che rispettiamo e al quale guardiamo con attenzione e interesse. Ci auguriamo, lo dico con la franchezza che credo possiamo permetterci, in ragione di una lunga amicizia con molti tra i loro dirigenti e militanti, che queste forze lascino alle loro spalle l'idea di altri tempi del "partito di lotta e di governo". Quando si sta al governo si governa. E l'unica lotta che è ammissibile - e anzi augurabile - è quella contro i problemi del Paese. In ogni caso, non si lotta contro il governo del quale si fa parte. I risultati elettorali dei quartieri o dei distretti industriali sono lì a dimostrare che è proprio tra gli operai che il divorzio della Sinistra Arcobaleno col governo ha incontrato il rifiuto più netto. Divorziando, per la seconda volta, dal governo, i gruppi dirigenti dei partiti della Sinistra Arcobaleno hanno finito per divorziare dalla parte prevalente del loro stesso elettorato, che ha disertato le urne o ha votato il PD, pur tra dubbi e riserve, proprio per la credibilità della proposta di governo che noi abbiamo saputo mettere in campo. Questa è stata la nostra principale risorsa, il messaggio che ha salvato il Partito Democratico, riconsegnandogli intatta ed anzi accresciuta la sua forza e suscitando attenzione e interesse in aree della società italiana che pur non avendoci votato, per la prima volta non hanno escluso di poterlo fare in futuro. E' stata quella che abbiamo chiamato la scelta di "andare liberi": liberi di parlare al Paese il linguaggio della verità, liberi di guardare in faccia, in modo laico, cioè non filtrato dall'ideologia o dal moralismo, i problemi reali degli italiani e di sforzarci di produrre risposte credibili e convincenti. La libertà non è, non è mai stata, nella nostra visione, né narcisistica ricerca della solitudine, né arrogante presunzione di autosufficienza. E' stata, questo sì, un capovolgimento strategico del rapporto che lega la costruzione delle alleanze con la definizione del programma di governo. Per quindici anni, il bipolarismo italiano si è strutturato attorno al primato delle alleanze, le più ampie, sterminate, eterogenee possibile, fondate e tenute assieme non da una comune visione del futuro del Paese, ma dal solo obiettivo di battere l'avversario. Col risultato che le contraddizioni nascoste nella fase di costruzione dell'alleanza, finivano per esplodere nel pieno dell'azione di governo, seminando sconcerto e delusione tra gli elettori e ponendo le condizioni per la inevitabile sconfitta successiva. C'è stata una sola eccezione, in questa lunga e ininterrotta teoria di coalizioni fragili e di governi precari: il governo dell'Ulivo, quello che con Prodi portò l'Italia nell'Euro, il governo che raggiunse vette storiche di popolarità nel pieno di una delle più pesanti manovre di risanamento finanziario della storia repubblicana. Non a caso, la caduta di quel governo suscitò nel Paese sconcerto, rabbia e perfino dolore autentico. E non a caso, da quel sentiero interrotto, prese origine il "mito" dell'Ulivo: il sogno di fare di quella che è sempre stata qualcosa di più di una semplice coalizione, un soggetto politico nuovo, una casa comune per tutti i riformisti, in definitiva un grande Partito Democratico. E proprio perché è dalla straordinaria esperienza dell'Ulivo che il PD deriva la sua radice più profonda e più importante, torno a chiedere a Romano Prodi, davanti e insieme a tutti voi, di restare presidente di questa grande assemblea del popolo dei democratici. La nascita del PD ha introdotto una discontinuità sostanziale. Abbiamo utilizzato una legge elettorale pessima, inventata per esasperare la frammentazione nell'ambito di coalizioni eterogenee, per semplificare drasticamente il sistema politico italiano e porre così almeno le premesse per una riforma compiuta: della legge elettorale, dei regolamenti parlamentari, di alcune circoscritte norme costituzionali. Una riforma - su questo voglio essere molto chiaro - che deve aiutarci ad andare avanti, nella costruzione di un bipolarismo incardinato su grandi partiti a vocazione maggioritaria, che assicurino competizione trasparente tra alleanze e proposte di governo alternative, stabilità degli esecutivi e coesione delle maggioranze politiche. Abbiamo introdotto questo elemento di dinamismo all'interno di un sistema politico in avanzata crisi di efficienza e di credibilità perché abbiamo scelto unilateralmente di presentarci alle elezioni, capovolgendo la gerarchia tra coalizione e programma. Abbiamo detto mai più coalizioni che si compongono solo per battere l'avversario e a questo obiettivo sacrificano la chiarezza e la credibilità del programma di governo. Una scelta che ha avuto ed ha per noi il valore di una scelta strategica. Dirò di più: di un principio costitutivo del partito nuovo che abbiamo messo in campo. Ho avuto modo di definirla, una volta, una scelta "anti-machiavellica": per noi la politica non esaurisce il suo significato nella lotta per la conquista e la conservazione del potere. Questa è semmai la sua dimensione tecnica, che Machiavelli ha insegnato a non trascurare. Ma il significato della politica, il suo valore umano, il suo spessore etico, sta nel mettere insieme le idee e le forze, in un unico, inscindibile sistema, volto ad intervenire nella storia umana, per ridurre la peraltro mai compiutamente eliminabile presenza in essa del male, del dolore, della violenza, dell'ingiustizia, della sopraffazione. E a piegarne umanisticamente il corso verso mete, certo parziali e mai irreversibili, di pace, di libertà, di giustizia, di sviluppo, di moltiplicazione delle opportunità per il maggior numero di esseri umani, di diritti civili riconosciuti ad ognuno, dentro società che considerino le differenze una ricchezza, rispettino le scelte di ognuno e si oppongano a qualunque forma di discriminazione e di intolleranza. Questo per noi è governare: non è solo ben amministrare l'esistente, tanto meno solo occupare il potere in una gara insensata tra competitori tra loro pressoché identici. Governare per noi democratici è riformare, dare nuova forma, per quanto possibile, alle cose, ai processi storici, ai rapporti di forza e di potere tra gli uomini. Vorremmo, vogliamo, non essere da soli in questa impresa. L'impresa di dare nuova forma all'Italia, di farla uscire, in avanti e non all'indietro, dalle contraddizioni storiche che da troppo tempo ne ostacolano la crescita e lo sviluppo. Per questo noi abbiamo ed avremo una politica delle alleanze. Che tuttavia non potrà più essere coniugata nei modi tradizionali. Non solo perché le alleanze possono risultare solide solo se si costruiscono sulla base del programma di governo e non viceversa. Ma anche perché la garanzia della realizzazione del programma può venire solo dalla presenza di una grande forza riformatrice che sia il baricentro dell'alleanza. Quella grande forza riformatrice che oggi finalmente, per la prima volta, l'Italia ha. E' in questa prospettiva che guardiamo con attenzione e rispetto a ciò che avviene alla nostra sinistra, così come siamo interessati al dialogo con l'Udc e con i Socialisti. Voglio qui rassicurare Pierferdinando Casini: noi riconosciamo il ruolo dell'Udc e abbiamo apprezzato il coraggio col quale ha saputo difendere la sua autonomia, anche se questa si sarebbe certo dispiegata con più successo se non si fosse aspettato l'ultimo momento e la decisione di Berlusconi di porre fine alla Casa della Libertà. Noi auspichiamo di poter lavorare insieme non solo per coordinare le opposizioni in Parlamento, ma anche per affermare non un bipartitismo, ma un nuovo bipolarismo fondato su chiare alleanze per il governo e non più, come la stessa Udc ha tante volte denunciato, su coalizioni tenute insieme solo dalla logica del nemico comune. A Riccardo Nencini, ai socialisti italiani, voglio dire che noi rispettiamo l'autonomia che essi rivendicano e pensiamo che sia non solo interesse, ma valore comune, creare le condizioni per ritrovarci. Ma questo potrà avvenire solo apprezzando reciprocamente l'identità di ognuno e con l'intelligente umiltà di sapere che il riformismo ha nell'unità e nella forza le ragioni della sua grandezza. E comunque: sia che si tratti di intese locali che di un confronto sulla politica nazionale, quel che conta sono per noi i contenuti programmatici, che devono risultare, agli occhi di un Paese sempre più critico ed esigente, come una credibile e convincente proposta di governo. Questa linea politica si basa su un presupposto teorico che può apparire ambizioso e tutt'altro che autoevidente. E' il presupposto che si possano, con l'azione politica e la proposta programmatica, modificare i rapporti di forza, non solo e non tanto tra le forze politiche, ma nel Paese. Che si possa, in altri termini, contendere al centrodestra la maggioranza dell'elettorato, spostando con la nostra iniziativa orientamenti profondi della società italiana. Le prime ricerche, i primi approfondimenti sulla struttura del voto del 13 e 14 aprile scorsi, ci dicono quanto il PD rischi di trovarsi rinchiuso negli stessi, per noi oggi troppo angusti e comunque minoritari, confini storici della sinistra italiana. E' sempre un errore, un grave errore, sottovalutare la forza delle tendenze storiche di lungo periodo. E tuttavia, non possiamo non dirci che il Partito Democratico nasce proprio sulla base dell'ambizione di correggere, di deviare almeno in parte, la tendenza all'eterno ritorno dell'identico della politica italiana. Se noi ci rassegnassimo all'idea che la società italiana è strutturalmente orientata a destra e che questa propensione quasi "naturale" può essere solo episodicamente aggirata, attraverso il gioco tattico della scomposizione e ricomposizione di alleanze sempre precarie perché eterogenee, verrebbe da domandarsi perché abbiamo voluto e siamo riusciti a dar vita ad un partito che reca nel suo dna la cifra dell'innovazione storico-politica. Se abbiamo dato vita al PD è perché abbiamo avvertito tutta l'insufficienza delle tradizioni riformiste e riformatrici del Novecento. E abbiamo compreso che il nostro obiettivo non poteva essere solo quello di mettere insieme pensieri ormai palesemente inadeguati a comprendere e a parlare con un mondo nuovo, con una nuova società. Ma doveva essere quello di metterci insieme alla ricerca di nuovi alfabeti e di nuovi paradigmi, a confronto con gli inediti problemi del nuovo secolo. segue a pagina 18.

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In città piovono le lettere di esproprio dell'Anas per l'Aurelia bis e lungo il tracc (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Iato del nuovo collegamento Albisola-Savona cresce il fronte del malcontento. Decine di proprietari di immobili hanno ricevuto il preavviso, dall'aziende che si trovano vicino al ponte di Grana ad Albisola ai proprietari dei capannoni e degli alloggi di corso Ricci su cui incombe il nuovo svincolo dell'Aurelia bis. Il fronte più caldo riguarda però i proprietari degli alloggi che si trovano nei palazzi di via Scotto (1-3), via Turati e via Mignone. In molti casi si tratta di provvedimenti precauzionali, in altri di espropri temporanei per consentire gli scavi del tunnel in condizioni di sicurezza. Il dato di fatto però è che dopo trent'anni di progetti, modifiche e polemiche, esiste un tracciato approvato e finanziato dal Comitato interministeriale con uno stanziamento di 250 milioni. Un progetto pronto al decollo su cui l'Anas entro fine mase bandirà la gara dell'appalto-concorso che affida ai vincitori il compito di realizzare il progetto esecutivo. Secondo il Comune e l'Anas sarà proprio il progetto esecutivo ad appianare i contrasti con i proprietari di capannoni, immobili e giardini. I tecnici Anas sono convinti che nella maggior parte dei casi i conflitti verranno risolti e che gli espropri effettivi saranno limitatissimi e comunque a valori di mercato. Una tesi ribadita anche nella riunione che si è svolta il 3 giugno con Regione, Anas e Comune. Il nuovo svincolo messo a punto dallo Studio Rodino di Torino dovrebbe ad esempio risolvere i problemi delle case di via Scotto. La gara d'appalto, tuttavia, deve partire con il progetto originario perchè è quello che ha ottenuto i finanziamenti. Il Comune, in tempi non sospetti, aveva evidenziato una decina di punti critici nel tracciato di 5 chilometri e mezzo fra Albisola e Savona. I primi problemi sono appunto ad Albisola, dove sarà necessario spostare il distributore del gas metano. Altro inconveniente dopo il ponte di Grana, dove è prevista la demolizione di un terzo del capannone dell'azienda Bertone. In via Scotti il tracciato passerà sotto il civico 3 (dove abitano 27 famiglie) e il civico 1 (12 alloggi). L'Anas al momento ha previsto solo un indennizzo di circa 2 milioni che servirebbe a pagare i disagi dei condomini costretti a un trasloco temporaneo nel periodo in cui verranno effettuati i lavori. Una delle incognite naturalmente sarà la durata: in teoria 1350 giorni a partire dal dicembre del 2009. Trasloco temporaneo anche per la bocciofila Rebagliati. In via Mignone i problemi maggiori riguardano il civico 18 dove abitano 9 famiglie. Per scavare la galleria sarà sicuramente necessario trasferire le famiglie che però secondo l'Anas potrebbero tornare nelle case. Altri espropri sono previsti in via Padova, via Schiantapetto, via Garroni e corso Ricci. Qui dovrebbe essere demolita una palazzina con un paio di alloggi e sarà necessario ricollocare alcune aziende. L'Anas ha messo a bilancio per gli espropri circa 13 milioni mentre secondo il Comune, realisticamente, ne servirebbero una ventina. Le preoccupazioni degli abitanti sono forti e crescono di giorno in giorno con l'arrivo delle lettere di esproprio. L'Anas invece suggerisce a quanti hanno ricevuto le comunicazioni, di mettersi in contatto con l'ufficio che sta seguendo la vicenda e che è in grado di fornire i dettagli. I proprietari di immobili e aziende, però, hanno deciso di tutelare comunque i propri interessi. E così i Comuni di Albisola Superiore e Savona hanno già ricevuto 4 ricorsi al Tar contro quest'opera pubblica che i savonesi attendono da trent'anni.Gli abitanti delle zone interessate dal tracciato dell'Aurelia bis pur essendo consapevoli dell'importanza del nuovo collegamento, vogliono giustamente tutelarsi. La preoccupazione di dover lasciare le case per un periodo indefinito e di non sapere in che condizioni troveranno gli immobili dopo i lavori, è palpabile. Esistono preoccupazioni anche dal punto di vista commerciale, sia per il pericolo di svalutazione degli immobili, sia per le modalità con cui verranno pagati i risarcimenti per gli espropri temporanei o definitivi.I tempi ormai sono comunque abbastanza stretti. La gara, che partirà entro fine mese, dovrebbe durare 8-9 mesi. Per la stipula del contratto è previsto il termine del 30 aprile 2009. La consegna dei lavori entro la fine del 2009.

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Stupro? Arma di guerra (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ONU Il Consiglio di sicurezza approva all'unanimità una risoluzione storica Stupro? "Arma di guerra" Esultano le ong: un freno agli eserciti, le violenze diminuiranno Junko Terao "In guerra, a volte, è più pericoloso essere una donna che essere un soldato". Marianne Mollman, Human Rights Watch, che ha definito "storica" la risoluzione 1820, che condanna lo stupro come arma di guerra, approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, dice una verità dimostrata dai fatti. Nei conflitti più recenti - a partire dalla ex-Yugoslavia, passando per il Rwanda, la Sierra Leone, la Liberia, la Colombia, il Perù, per arrivare fino all'Iraq e all'Afghanistan - la violenza su donne e bambine è stata usata sistematicamente come vero e proprio strumento di terrore per punire, umiliare e dominare i civili e distruggere le comunità o i gruppi etnici. Questa risoluzione, proposta dagli Stati uniti, sostenuta da 30 paesi - tra cui l'Italia - e approvata ieri all'unanimità dai 15 membri del Consiglio di sicurezza, segna un cambio di prospettiva fondamentale: lo stupro non è un effetto della guerra, ma un'arma usata da chi la guerra la fa. Una vera e propria tattica bellica, impiegata da criminali rimasti spesso impuniti. Fino ad ora, infatti, la violenza sessuale sulle donne era per lo più considerata come un' inevitabile, per quanto terribile, conseguenza dei conflitti armati. E' dall'istituzione dei tribunali criminali internazionali per l'ex-Yugoslavia e per il Rwanda che le cose hanno cominciato a cambiare e molti colpevoli sono stati condannati per l'uso dello stupro come strumento di genocidio, tortura e crimine contro l'umanità. Un rischio, quello a cui sono esposte le donne nelle zone di guerra, che spesso continua anche dopo la fine del conflitto: sono in molte, infatti, a dover subire violenze nei campi profughi o ad essere discriminate nei programmi di ricostruzione. Come in Afghanistan, per esempio, dove la fine della guerra non ha determinato un aumento nella partecipazione delle donne alla vita pubblica. In particolar modo per quelle che vivono fuori dalla capitale, la caduta dei Talebani non ha portato a un miglioramento della loro condizione di sicurezza, e il risultato è la loro esclusione dall'esercizio dei loro diritti fondamentali e dalla ricostruzione del paese. O in Iraq, dove buona parte della popolazione femminile vive ancora segregata in casa per paura delle violenze. Anche per questo, la risoluzione 1325, approvata nel 2000, con cui si riconosceva il ruolo fondamentale delle donne nei processi per la costruzione della pace e della sicurezza, ha avuto diverse carenze nella sua messa in atto. Da allora un gruppo di ong - una ventina di associazioni che si occupano di diritti umani in generale o di violenza contro le donne - ha lavorato sul tema "donne, pace e sicurezza", facendo lobby sui governi perché si arrivasse, ieri, ad un' approvazione della risoluzione col più ampio consenso possibile. Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International - che faceva parte del gruppo di lavoro - esprime "soddisfazione per il fatto che anche il Consiglio di sicurezza si occupi di un tema già dibattuto in molte sedi, riconoscendo che fermare la violenza sulle donne è fondamentale per la costruzione della pace". Dal punto di vista giuridico non cambierà molto, ma, secondo Noury, "gli effetti della risoluzione si tradurranno - sul piano della prevenzione - in maggiore attenzione sul campo e in un aumento della collaborazione delle ong nel meccanismo di reporting delle violenze registrate alle agenzie dell'Onu". Inoltre, "adesso che l'organo più influente dell'Onu individua lo stupro come tattica di guerra, i governi saranno più condizionati". Nel testo della risoluzione non mancano le ombre, "per esempio - sottolinea Noury - manca l'istituzione di un meccanismo specifico di monitoraggio del fenomeno e di un supervisore speciale", ma nel complesso sono molti i punti che le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani hanno trovato soddisfacenti: come il riferimento alla necessità del coinvolgimento delle donne, a livello decisionale, nello sviluppo di meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, di mantenimento della pace e della sicurezza e di peace-building a fine conflitto. O la richiesta che il segretario generale Ban Ki-moon stenda, entro il 30 giugno 2009, un rapporto sulle situazioni di conflitto armato in cui la violenza sessuale è stata ampiamente e sistematicamente perpetrata contro i civili. Un documento che contenga, tra le altre cose, delle proposte di strategie per limitare l'esposizione di donne e bambine a tali violenze; che fissi dei riferimenti per misurare i progressi nella prevenzione della violenza sessuale; che fornisca informazioni sulle azioni intraprese dalle parti in causa nei conflitti per rendere effettive le loro responsabilità, in particolare ponendo immediatamente e completamente fine a tutti gli atti di violenza sessuale e prendendo misure appropriate per proteggere donne e bambine. Un'ultimo punto degno di nota è la richiesta di rafforzare la "tolleranza zero" verso gli abusi sessuali da parte del personale Onu, finito in più occasioni sotto accusa.

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LA SINISTRA PER FARE. INCONTRO A ROMA (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

APPELLO LA SINISTRA PER FARE. INCONTRO A ROMA "La Sinistra del fare", è il titolo che abbiamo dato all'incontro di domenica 22 giugno al Ridotto dell'Eliseo a Roma per discutere con le varie realtà interessate a un soggetto unitario e plurale della sinistra su un programma di lavoro comune per i prossimi mesi. Reagire allo stordimento delle sconfitte tornando ai luoghi di origine e alle relazioni che rassicurano è forse un gesto spontaneo, ma probabilmente non è il più adatto a chi si trova in cammino. Insomma, per chi transita nelle "terre di mezzo", tra il non più e il non ancora, il rischio di sbagliare è grande. Questa sembra la situazione di coloro che hanno creduto e credono nella Sinistra. Tuttavia, la disfatta elettorale subita nelle recenti elezioni e l'ondata di destra che sta attraversando il paese con inquietanti pulsioni autoritarie, l'azione che tende a ridimensionare l'autonomia del sindacato e a porlo in una condizione di subalternità, l'aggressività delle spinte neoconfessionali, rendono necessaria una capacità di risposta. La composizione del nuovo parlamento italiano dimostra infatti che il cammino di una svolta "autoritaria" nel nostro paese ha guadagnato spazi enormi nelle coscienze. Occorre ripartire con la costruzione in Italia di una forza di sinistra che nasca da un processo fondato sulla partecipazione e sia capace di interpretare la fase difficile e complessa che sta di fronte a tutti noi. A questa semplificazione autoritaria noi, i partiti e i movimenti della sinistra, non sappiamo infatti ancora contrapporre un'idea nuova di "cittadinanza", che agisca all'interno di nuovi "confini" della politica, non più solo locali o nazionali, ma giocati sui molteplici contesti in cui il capitalismo globale agisce, a partire dai corpi e dalle relazioni private. Non solo in Italia, ma anche nel contesto europeo. Per questo motivo noi che crediamo nella necessità di una Sinistra unita. Vogliamo proporre non formule politiche, ma un modo per recuperare l'azione collettiva che dia nuovamente senso a una opposizione reale nel paese. Insomma una Sinistra del fare. La sfida è infatti quella di riuscire a creare i presupposti di una visione comune, una "collettività riconoscibile", in modo che le persone, pur se imbrigliate nella confusione dei loro molteplici desideri e dei loro molteplici bisogni, assumano consapevolezza di come il proprio agire possa determinare una massa critica capace di attirare consenso. Una sinistra che inizi a mettere da parte la frammentazione politico-culturale, sempre più narcisistica e separata, che spesso percorre anche i movimenti e che non può essere affrontata con il ritorno a strutture di partito così come le abbiamo sinora conosciute. Per questo motivo pensiamo sia necessario trovare modi di azione comune tra le reti esistenti di più soggetti, partitici e non. Modi che consentano ai soggetti partecipi di disporre di larghi elementi di autonomia, ma che rendano possibile assumere anche la responsabilità di un funzionamento collettivo. Tutto questo per tornare a essere presenti nel paese con le nostre visioni, per fare in modo che i conflitti creino condivisione e consenso, per fare opposizione alla deriva che sembra paralizzare l'Italia. Maria Luisa Boccia, Elio Bonfanti, Bruno Ceccarelli, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Piero Di Siena, Antonello Falomi, Pietro Folena, Ciro Pesacane, Bianca Pomeranzi, Mario Sai.

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FRANCO Tir atore (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 21-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

"Ai nostri deportati un indennizzo non serve". In un'intervista alla Süddeutsche Zeitung il ministro degli esteri italiano critica la sentenza di Cassazione, che ha riconosciuto la legittimità delle richieste dei sopravvissuti ai lager nazisti perché fu "crimine di guerra" "ROMA APPOGGIA BERLINO", FRATTINI MOLLA I DEPORTATI Guido Ambrosino BERLINO Quanto vale la parola del ministro degli esteri Franco Frattini? Il 17 giugno a Berlino aveva rassicurato i rappresentanti della stampa italiana: "Sulla questione degli indennizzi per i sopravvissuti al lavoro coatto nella Germania nazista, sentiremo il parere delle loro organizzazioni". Invece, sparando alle spalle agli interessati con un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, pubblicata ieri dal quotidiano tedesco, il Franco tiratore rinuncia a ogni risarcimento: anche al simbolico compenso di 2500 euro, che pure la Germania ha pagato, sulla base di una legge del 2000, ai forzati di altri paesi. La Süddeutsche annuncia in prima pagina: "Roma appoggia Berlino nella controversia sugli Zwangsarbeiter", il termine tedesco per lavoratori coatti. E riassume l'intervista nei termini seguenti: "Il ministro degli esteri italiano Franco Frattini suggerisce, al posto di un risarcimento in denaro, la costruzione di un monumento. Secondo Frattini, agli interessati non servirebbe un compenso di poche migliaia di euro. Il ministro degli esteri italiano condivide quindi la posizione del governo tedesco, che respinge tali richieste. L'Italia - così Frattini - non vuole creare difficoltà a Berlino, ma aiutare a risolvere un problema". Martedì scorso, dopo un incontro col ministro degli esteri Steinmeier nella capitale tedesca, Frattini aveva dato notizia della creazione di un gruppo di lavoro bilaterale "per risolvere" l'annosa controversia sugli indennizzi negati. Ora apprendiamo che gli esperti dovranno invece metterci una pietra sopra, magari un cippo marmoreo. Sulla via della sciagurata intesa alle spalle degli Zwangsarbeiter c'è però un ostacolo: l'ordinanza con cui il 4 giugno la corte di cassazione, confermando una sua sentenza del 2004, ha stabilito la legittimità delle richieste di risarcimento avanzate da ex deportati civili e internati militari italiani, tutt'ora pendenti davanti ai tribunali di diverse città italiane. Per i giudici delle sezioni unite civili, la Repubblica federale tedesca non si può trincerare dietro il principio dell'"immunità" statale che, secondo una vecchia tradizione, metteva in passato gli stati al riparo da richieste di risarcimento presentate da persone private. Secondo l'ordinanza 14201/08 tale immunità cessa di fronte a gravi crimini di guerra e a crimini contro l'umanità, "che segnano anche il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità". Non c'è dubbio che la coazione a lavoro, nelle condizioni di prigionia dei lager nazisti, sia stata un crimine contro l'umanità. Joachim Lau, avvocato tedesco che esercita la professione a Firenze e che da anni si batte per i diritti degli ex deportati, riassume quella tragedia in un elementare dato statistico: "Secondo le stime più recenti, i deportati avviati al lavoro coatto da tutta Europa furono 18 milioni. Di questi solo 7 milioni tornarono a casa, 11 milioni sono morti nei lager". Cosa pensa Frattini della giurisprudenza della corte di cassazione? "Ritengo pericolosa questa sentenza", risponde il ministro alla Süddeutsche. Vi vede infatti un rischio per "la sicurezza del diritto". Si badi bene: non la sicurezza dei cittadini a vedere punite e risarcite le violazioni loro inflitte. Ma la sicurezza del "diritto" degli stati a far quel che gli pare, sapendo che semmai dovranno renderne conto a altri stati, ma non alle individuali vittime della loro violenza. Il nuovo princìpio di responsabilità civile, stabilito dalla Corte di cassazione, vale per tutti gli stati. Quindi, ricorda giustamente (e maliziosamente) l'intervistatore Stefan Ulrich, corrispondente della Süddeutsche da Roma, anche per i crimini commessi dall'Italia fascista nei Balcani, in Libia, in Etiopia. Può riguardare anche, aggiunge da Firenze l'avvocato Lau, controparte della Germania nei giudizi in cassazione, l'uso di munizioni all'uranio in Kosovo, oppure le bombe al fosforo gettate dagli Usa sulla città irachena di Falluja. L'intervistatore propone a Frattini che Italia e Germania chiedano di comune accordo un parere alla corte di giustizia internazionale dell'Aia, nella speranza - non si sa quanto fondata - che ne venga una tirata d'orecchi per la nostra Corte di cassazione. Il nostro ministro si dice "aperto" a una simile soluzione. Dall'ufficio giuridico del ministero degli esteri tedesco confermano che proprio questa è la "via" che si intende percorrere: la richiesta consensuale di un "parere consultivo". Del resto non sembra che la Germania possa citare in giudizio l'Italia senza l'esplicito assenso del nostro governo. È vero che i paesi europei hanno firmato nel 1957 una convenzione che li impegna a sottoporsi alla giursidizione dell'Aia in caso di controversie, ma solo su questioni successive alla data di ratifica. Anche per la richiesta di un parere consultivo, l'avvocato Lau vede una difficoltà: "La premessa è che tra gli stati ci sia un conflitto. Visto che Frattini si dichiara d'accordo col governo tedesco nel respingere le pretese degli ex internati e nel tutelare sempre e comunque l'immunità degli stati, il conflitto dov'è?". Il senso politico dell'intervista di Frattini è gravissimo. Il ministro accetta un patto d'omertà tra le ex potenze dell'Asse fascista per "chiudere" il capitolo delle guerre passate, presenti e future. A tal fine prende le distanze dai cittadini italiani, ex internati militari e deportati civili, che hanno citato in giudizio lo stato tedesco e chiedono un risarcimento. Sposa anzi le ragioni della controparte, come se fosse ministro del re di Prussia. Inoltre denuncia come sovvertitori dell'ordine giuridico internazionale i giudici della cassazione. Ora, sebbene siamo orami abituati a sentir dichiarare pazzi i giudici, crediamo che la costituzione repubblicana continui a imporre al governo di rispettare le sentenze del potere giudiziario. Può un ministro brigare, insieme al governo tedesco, per aggirare il verdetto della cassazione con un inciucio all'Aia? Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa Giorgio Napolitano, presidente della repubblica e del consiglio superiore della magistratura. E cosa ne pensa l'opposizione in parlamento, se ancora c'è.

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La breve e avvincente storia politica di laus - ettore boffano (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 22-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XIV - Torino La breve e avvincente storia politica di laus ETTORE BOFFANO Interrogandosi così se il gesto di Laus sia da interpretare come una manifestazione locale di quella voglia di scissione e di scisma che, aldilà delle dichiarazioni ufficiali, animerebbe le schiere degli ex popolari e dei cattolici del Pd (e di una parte degli ex rutelliani) all'ombra dell'eterna questione della collocazione europea del Partito Democratico. Una lettura del caso Laus fuorviante e sbagliata se solo si tengano presenti due fatti determinanti ed essenziali per la comprensione dell'intera vicenda. Il primo riguarda la difficile attribuzione del monopolista subalpino del settore dei servizi alla tradizione del cattolicesimo democratico e sociale torinese, il secondo attiene invece i comportamenti politici dello stesso Laus il quale, dopo aver lasciato trapelare una possibile adesione all'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, pare adesso avvertire anche il richiamo delle antiche frequentazioni con l'area di Forza Italia vicina all'ex governatore piemontese Enzo Ghigo. Un'amicizia e una frequentazione che valsero all'ex procacciatore di voti del Psi craxiano, a cavallo tra gli Anni Novanta e il nuovo secolo, l'indicazione del fratello come consigliere dell'Amiat in quota azzurra e che coincisero con la sua irresistibile ascesa imprenditoriale. Entro pochi giorni conosceremo la soluzione di questo difficile dilemma. Liquidati dunque tutti gli interrogativi sulle recenti iniziative politiche dell'ex consigliere regionale del Pd (una carica sulla quale i dirigenti piemontesi del partito non hanno mai seriamente riflettuto riguardo ai possibili conflitti di interessi connessi alle sue attività imprenditoriali) resta aperta la discussione su che cosa rappresentino sia la recente defezione di Mauro Laus quanto la sua passata militanza riguardo alla più ampia realtà del Partito Democratico piemontese, ai suoi assetti interni di potere, ai modi e agli accordi nascosti sui quali, prima e dopo il 14 ottobre 2007, fu creata la gestione di un partito rimasto allo stato "liquido" e confinato in un equilibrio basato su criteri elitari e affidati ai capricci e alle scelte di un gruppo di notabili quasi mai passati attraverso il confronto cruciale dell'investitura popolare. Che cos'è infatti un partito che sente il bisogno, per avere voti e consensi, di accogliere e favorire l'ascesa di personaggi come Mauro Laus? E perché il suo cospicuo bottino di fans e di clienti è stato utilizzato senza problemi, prima ancora che per le competizioni politiche istituzionali, per cercare di orientare il consenso e l'esito delle primarie? La breve e avvincente storia politica del capocorrente del Pd piemontese Mauro Laus sarebbe in grado di fornire risposte concrete su questi interrogativi se solo chi governa e gestisce (alla luce del sole, ma anche nel segreto delle retrovie) le sorti del partito in Piemonte avesse la voglia di collegare e rendere pubblici i percorsi di un rapido e efficacissimo cambio di alleanze e di casacche. In particolare, la sua comparsa improvvisa sulla scena al seguito dell'approdo nella Margherita di uno dei filoni della malinconica e infinita diaspora socialista, il breve approdo nelle file di un nucleo postdemocristiano guidato da due vecchie "volpi" come Rolando Picchioni e Piero Isidoro Aceto (inspiegabilmente buggerati da un naif della politica) e infine la messa a disposizione del proprio patrimonio di votanti, al momento della formazione del Partito Democratico, a volte a favore degli ex rutelliani e del centro di potere che fa riferimento agli ex allievi di Enrico Salza, a volte addirittura di quella indubbia autorevolezza politica che, per il Pd subalpino, ha sede a Palazzo di Città. L'esito di questo percorso ha trovato adesso nell'uscita di Laus dal partito un finale poco nobile e certamente imbarazzante. E non solo per il monopolista torinese del settore dei servizi legati ai musei, ai grandi eventi e ai centri fieristici. Ma che cos'è oggi il Pd piemontese? E chi comanda al suo interno, in maniera democratica oppure no? E chi discute (e per conto di chi) riguardo all'analisi della recente sconfitta, alle scelte strategiche sui futuri appuntamenti elettorali, alle politiche amministrative dei grandi enti locali, alle nomine nelle grandi partecipate e negli organismi economici, alle sorti delle più importanti decisioni urbanistiche o delle grandi utilities? Domande che attendono invano risposte e che Mauro Laus si porta simbolicamente dietro verso il suo nuovo avvenire politico.

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Franco Russo Tutti noi abbiamo letto con angoscia e apprensione gli articoli di Repubblica e dell'Unità dedicati al tesseramento di RC-SE, che sarebbe inquinato da interessi congre (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 22-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Ssuali Franco Russo Tutti noi abbiamo letto con angoscia e apprensione gli articoli di Repubblica e dell'Unità dedicati al tesseramento di RC-SE, che sarebbe inquinato da interessi congressuali. E ho letto invece con interesse il ragionamento di Piero Sansonetti su Liberazione che propone un più marcato intervento del giornale nell'informazione sull'andamento del congresso. Da lettore mi permetto di dare un primo consiglio a Piero: si eviti la pantomima dei 'ferrariani' e dei 'vendoliani' come se il congresso ruotasse solo intorno a due nomi. Contribuite a mutare la percezione dei fatti. D'altra parte è il consiglio che ci dà il vecchio saggio, Pietro Ingrao, che di fronte ai due nomi dei presunti duellanti ci dice che 'non credo che sia la questione essenziale che sta di fronte al mondo di Rifondazione. In quel campo c'è necessità stringente di una riflessione'. Come raccogliere la suggestione di Ingrao? Come riappropriarsi di quel 'dubbio', di quell'ansia di 'ricerca' che lo hanno reso indimenticabile nel suo conflitto verso la dirigenza del partito all'XI congresso del PCI? Di fronte alle sfide immani, di analisi, di scavo, di comprensione del capitalismo totalizzante, di minaccia della sparizione della sinistra dal panorama sociale prima ancora che politico, di voto operaio alla Lega, dell'insicurezza che spinge ogni persona a una chiusura e a un affidamento securitario, il congresso di RC-SE si avvita sempre più intorno alla questione della leadership. Occorre fermarsi tutti a riflettere per percepire senza distorsioni la realtà che ci circonda. E la realtà è che Rifondazione rischia, oltre all'odierna paralisi, la fine. Si raccolga l'invito di Ingrao, si ponga fine alla lotta per conquista della segreteria, allo scontro intorno ai nomi: chiunque abbia la ventura di conquistare la maggioranza non potrà gestire RC-SE con il 50% dei voti. La candidatura di Vendola, o quella sottointesa di Ferrero, ci costringe a un congresso per vincere e non per riflettere. Non si può tenere un congresso come se fosse un plebiscito su Vendola. Se si continua con queste modalità saremmo comunque di fronte a una regressione del nostro senso comune, che vuole una collettività politica che discute e sceglie linee politiche non una persona. Non è regressivo ritenere che una figura carismatica possa risolvere i nostri drammatici problemi, e supplire alle nostre incapacità? Non è questo un riflesso della percezione di insicurezza che ci ha preso, e che ci spinge ad affidarci a un 'padre buono' che ci protegga e ci porti al sicuro? È così certo Vendola di aver fatto una scelta giusta nel candidarsi alla segreteria imprimendo una distorsione al processo congressuale? Non mi si dica che la prima distorsione è stata l'elezione del Comitato di gestione, che ha sancito una nuova maggioranza. Da solo votai al CPN un ordine del giorno per eleggere un comitato di garanzia, dopo le dimissioni annunciate da Giordano, e non un organismo che rifletteva la divisione tra componenti, le quali si dotavano di uno strumento a loro garanzia e per la loro perpetuazione. Certo, sono queste considerazioni di metodo, che oggi sono di importanza vitale perché da esse ne discende la possibilità di portare Rifondazione al di fuori della morsa mortale in cui ci siamo cacciati nell'incapacità di affrontare la disfatta elettorale e di fronteggiarla insieme, senza la ricerca di capri espiatori. Si sono ripetuti i rituali di sempre: la sconfitta è colpa del nemico interno. Senza accorgersi che ben più potente è stata l'azione esterna, del capitalismo totalizzante, a distruggere le basi sociali e culturali della sinistra. Erano considerazioni di metodo quelle che spinsero me, De Cesaris e Stramaccioni, a presentare un emendamento al regolamento congressuale per bloccare il tesseramento al giorno dell'indizione del congresso. Mi fu risposto che era prassi far votare anche chi si iscrivesse un minuto prima delle votazioni: oggi siamo alle accuse e ai sospetti. Ritroviamo la via della ragionevolezza, siamo ancora in tempo per un congresso non di 'vincitori e sconfitti', ma di persone che si confrontano per definire il quadro di una ricerca comune, di iniziative di contrasto del centrodestra, di ripresa di contatti con il variegato mondo della sinistra sociale. Diamoci del tempo, ragioniamo, pensiamo, agiamo per partecipare alla nascita di un'opposizione di lunga lena al centrodestra. Solo a far l'elenco delle questioni si rimane di sale: Europa, precarietà, migranti, leggi penali ad personam, guerre? Se ci fosse saggezza mi aspetterei dei passi indietro. Spero ancora di avere modo di poter discutere delle analisi di Ingrao, che Sansonetti assume come bussola e che io non trovo tutte convincenti. Ma di questo vorrei che ci dessimo il tempo per ragionare senza continuare nel precipizio dello scontro interno. Nello spazio pubblico si attuano processi deliberativi perché le preferenze, le scelte non sono sottratte alla discussione, anzi si modificano nell'ascolto: traiamone una lezione per il nostro congresso. 22/06/2008.

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È l'utopia della pace che genera violenza (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 22-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 148 del 2008-06-22 pagina 1 È l'utopia della pace che genera violenza di Alain de Benoist La violenza è attuale più che mai: tafferugli, auto in fiamme, crescita della delinquenza, minacce terroristiche, ma anche di guerra, e uso della forza di Stato. Max Weber ha dimostrato che la violenza - lungi dall'essere "fenomeno arcaico", anacronistico retaggio di barbarie - è la preminente manifestazione dell'antagonismo fra libertà e necessità. Georg Simmel l'ha definita elemento strutturale del fatto sociale. Georges Sorel non esita ad opporla alla forza dell'ordine costituito. Julien Freund la definisce il mezzo d'eccezione del politico. Michel Maffesoli scrive che "la sua stessa pluralità è indice privilegiato del politeismo dei valori", infatti è un'"espressione parossistica del desiderio di comunione". René Girard, secondo cui ogni società nasce da una violenza fondatrice, vede in essa parte di "una sacralità degradata". La violenza è insieme dissidenza, parossismo e duplicità; sul piano sociale s'inscrive in un doppio movimento di distruzione e fondazione. OVUNQUE E DA NESSUNA PARTE Al limite, si può estendere il campo della violenza fino a vederne ovunque, anche nell'obbligo imposto dalle leggi, dalle istituzioni e dalle strutture sociali, perché lo Stato nasce da un rapporto di forze. Ma se è ovunque, la violenza non è più in nessun posto. In senso stretto, è oggettivabile solo la violenza fisica, frutto dell'illecito uso materiale della forza. Molte dottrine chiamano violenza solo la forza illegittima. Sotto la copertura d'una formale neutralità, lo Stato stesso s'è arrogato il monopolio della violenza, ma senza riuscirci mai, infatti la legalità che esso incarna non sempre è legittima. Dove comincia allora la legittimità del ricorso alla forza, se la legittimità non si confonde con la semplice legalità? Principio organizzatore della società, la violenza può anche essere un modo per restaurare la città. Oggi l'aumentata settorializzazione della violenza ("violenza sociale", "violenza scolastica", "donne picchiate", ecc.) s'unisce all'infantolatria (colpisce che l'infanticidio abbia sostituito il parricidio come il peggiore dei crimini), all'ideologia vittimista (le vittime hanno rimpiazzato gli eroi come modelli, dunque per farsi ammirare occorre prima farsi compatire) nel suggerire un'ubiquità della violenza. PIÙ DI IERI, MENO DI DOMANI Città incluse, la violenza propriamente criminale è in realtà minore di una volta, almeno in Francia, ma la violenza dei giovani è certo aumentata. Essa s'accompagna a una spettacolarizzazione sempre più invadente. Il film Rambo 4 offre 236 morti in 93 minuti. Cyberdipendenza e videogiochi amplificano il fenomeno. La morte è banalizzata, ma son sempre meno quelli che hanno visto un vero cadavere. Il paradosso è che l'onnipresenza della violenza procede di pari passo con la non meno evidente accentuazione della sensibilità: fra la gente comune la soglia di tolleranza per la violenza reale continua a calare. Il vero problema della violenza comincia quando essa perde lo statuto di ultima ratio, per proliferare con virulenza e costituire un modo d'esistere. In parte è quanto accade ora. La violenza è l'eccezione del politico, ma l'organizzazione del politico della società esige che la violenza sia regolata. Ma anche qui torna l'ambivalenza. La violenza va contenuta perché destruttura la vita sociale, ma è sempre la violenza che permette, a chi si compiace di combatterla, di giustificare la soppressione delle dissidenze e il presidio generalizzato della socialità. Quotidianamente oggi l'ansia di sicurezza può esser invocata per imbrigliare le libertà. La violenza fa paura, giustamente, ma anche questa paura può esser strumentalizzata. Essa permette all'autorità di legittimarsi come istanza di "protezione" e quindi agevola il controllo sociale. ATTACCO PREVENTIVO Metafora delle tensioni sociali, la città è al centro delle paure contemporanee. La politicizzazione delle paure urbane spinge i poteri pubblici ad alimentare deliberatamente le inquietudini - non a rafforzare le solidarietà sociali - e a punire dissidenti e individui presunti "pericolosi" come dei colpevoli. La sacralizzazione della legge serve allora solo a premunirsi da una contestazione violenta del disordine costituito. L'anarchica proliferazione di violenze di ogni genere fa poi dimenticare che, su altri piani, il conflitto tende a sparire. I grandi conflitti sociali del secolo scorso si sono per lo più placati, a cominciare dalla lotta di classe, dimenticata a vantaggio di un chimerico "scontro di civiltà". Dal compromesso fordista, i sindacati si sono adeguati all'idea di una società senza un preminente antagonismo, proprio come i partiti contestatori di sinistra si sono adeguati alla logica consensuale del mercato. Anche lo Stato s'orienta alla ricerca sistematica di "compromessi negoziati". Desindacalizzazione, cedimento del pensiero critico, "dialogo sociale" e negoziato degli interessi: in molti campi il consenso ha sostituito il conflitto. Pierre Rosanvallon non ha torto quando dice che, socialmente parlando, viviamo in un mondo senza una forte conflittualità strutturante. GUERRA ALLA GUERRA A livello internazionale, è ancora un'altra cosa. L'idea dominante è d'eliminare la guerra e sopprimere il conflitto. Ma la guerra contro la guerra prevale, è sempre più violenta di tutte le altre, né la cultura del rifiuto del nemico impedisce al nemico di apparire. Ben diverso dal desiderio di pace (l'obiettivo naturale della guerra è la pace), il pacifismo è intrinsecamente polemogeno. Fondamentalmente la guerra non ha cambiato natura, ma i mezzi ai quali ricorrono i belligeranti son sempre più massicciamente distruttivi. Chi crede di liberarci dalla violenza è imbattibile nel giustificarla e nello scatenarla! La violenza è stata spesso messa al servizio dell'utopismo, ma anche la volontà di eliminare la violenza deriva dall'utopia. La società non potrà circoscrivere o canalizzare la violenza, pretendendo d'imporre la "pace universale" e sopprimere i fattori conflittuali. Il conflitto nasce da aggressività naturale, diversità umana e impossibilità di conciliare sempre progetti originati da valori divergenti. Non tutti i conflitti implicano violenza, però ne celano la possibilità. L'intolleranza a priori nei suoi riguardi rimanda meno al gusto per i rapporti civili e più alla paura del rischio, alla rassegnazione e all'inerzia. È fin troppo certo che rimozione del conflitto e rifiuto dell'idea stessa di lotta conducano alla violenza generalizzata: voler rimpiazzare a ogni costo il conflitto col consenso è votarsi a far scatenare la violenza estrema. Se oggi c'è troppa violenza, forse è perché difetta il conflitto creatore. Alain de Benoist (Traduzione di Maurizio Cabona) © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Financial Times: "Berlusconi fa bene a frenare i magistrati" (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 22-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 148 del 2008-06-22 pagina 4 Financial Times: "Berlusconi fa bene a frenare i magistrati" di Gian Maria De Francesco Il quotidiano inglese, solitamente severo con il primo ministro, interviene e approva la controversa norma sospendi-processi da Roma L'autorevole Financial Times approva Silvio Berlusconi e la norma "sospendi-processi". Ieri un editoriale del politologo Christopher Caldwell intitolato "L'Italia ha ragione a frenare i suoi giudici" ha fornito argomenti a favore della tutela del potere esecutivo nei confronti di quello giudiziario. Si tratta di un sostegno inaspettato per il presidente del Consiglio verso il quale la stampa economico-finanziaria anglosassone non ha nascosto mai la propria diffidenza o addirittura la propria ostilità. Nella memoria collettiva degli italiani sono infatti rimaste le copertine dell'Economist del 2001 nella quale il Cavaliere veniva giudicato unfit, "inadatto" a guidare il Paese e quella del 2005 nella quale si descriveva l'Italia come una nazione condannata al declino. Il Financial Times, quotidiano che dà voce a Wall Street e alla City, non ha mai assunto posizioni oltranziste ma di certo non ha risparmiato attacchi al centrodestra. E nel febbraio 2006, a meno di due mesi dalla risicata vittoria di Prodi, ospitò addirittura un editoriale di Alexander Stille nel quale si sosteneva che "Berlusconi ha trasformato la vita italiana nel reality show televisivo più lungo del mondo", in un Truman Show nel quale "l'apparenza conta più della realtà". Ma al di là delle prese di posizioni preelettorali, che Oltremanica sono considerate un segnale di trasparenza, l'Ft è stato spesso severo nei confronti dei singoli provvedimenti berlusconiani. La legge Gasparri non ha certo avuto un'accoglienza benevola e nel 2004 la tv italiana è stata descritta come "un inferno". Anche la politica estera del precedente quinquennio targato Cdl è stata oggetto di severe reprimende: ora per quella che veniva considerata un'eccessiva vicinanza al governo Bush sulla situazione medio-orientale ora per il multilateralismo, ossia per le aperture nei confronti della Russia di Putin che, a detta del giornale britannico, rischiavano di spaccare la posticcia compattezza dell'Unione Europea. Bisogna, tuttavia, specificare che in un'occasione Berlusconi ha meritato il plauso del Financial: la riforma fiscale del 2004 con conseguente taglio delle tasse fu salutata come una "vittoria". Ma cosa ha determinato il cambio di rotta quando fino a 4 anni orsono i tormentati rapporti tra il premier e i magistrati venivano descritti come "un'ombra sul governo"? Sembrerà strano, ma la risposta più semplice è la più vera: la serena analisi dei fatti. In primo luogo, l'immunità parlamentare non è una legge ad personam, ma una norma che tutela gli elettori salvaguardando i loro rappresentanti. In secondo luogo, lo strapotere della magistratura nel selezionare la classe dirigente italiana dal 1993 in poi. In ultima istanza, il vasto consenso popolare attorno a Berlusconi e al suo "genio politico" legittimano l'azione di governo volta a indirizzare il lavoro dei magistrati verso i reati di allarme sociale piuttosto che in cause che si trascinano da anni. Questa è l'opinione che Christopher Caldwell ha espresso sul Financial Times. Per sua sfortuna, non avendo attaccato a testa bassa il conflitto di interessi del premier o i suoi presunti disegni di assoggettamento dei giudici, Caldwell non godrà della stessa eco che ebbero i suoi colleghi nel periodo 2001-2006 quando ogni virgola scritta Oltremanica era utile per le denunce urlate ai quattro venti dal centrosinistra. © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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Contrabbando, criminalità organizzata terrorismo ai confini del Sahel (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 23-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ZONE DI FRONTIERA Contrabbando, criminalità organizzata terrorismo ai confini del Sahel Non è un segreto per nessuno che le basi di appoggio di al Qaeda Maghreb si trovano nel territorio del Sahel da dove - attraverso frontiere incontrollate e incontrollabili - possono moltiplicare le loro azioni terroristiche e ripiegare nei loro rifugi senza problemi. Si tratta di zone di frontiera a cavallo tra Algeria, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso, Mauritania e Libia. Un territorio dove ai vecchi conflitti politici (soprattutto la questione tuareg che interessa in modo particolare il Mali e il Niger) si sono aggiunti altri fenomeni endemici come il contrabbando e più recenti come la criminalità organizzata, dopo che il Sahel è diventato il punto principale di smistamento della cocaina che arriva dall'America latina e riparte per l'Europa. Criminalità che specula anche sul flusso degli immigrati che sperano di poter raggiungere la costa per attraversare il Mediterraneo. Sono fenomeni che trovano un terreno fertile nella povertà che interessa gran parte dei paesi del Sahel. In questa totale instabilità si aggiunge l'insicurezza alimentata dal terrorismo di al Qaeda Maghreb che proprio in Mali tiene ancora prigionieri due ostaggi austriaci catturati in Tunisia a febbraio. All'inizio di luglio la situazione del Sahel sarà affrontata in una riunione che si terrà a Bamako con la presenza dei sette capi di stato interessati. Intanto l'Algeria e la Libia sono continuamente chiamati in causa come mediatori nella ribellione tuareg. I continui passaggi ad Algeri di diplomatici maliani dimostrano che la questione preme e che non è di facile soluzione. Così come lo è ancora meno quello del terrorismo che continua a colpire indisturbato sia in Marocco che in Algeria. Se per il terrorismo residuale del Gspc (Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento) resta ancora la Kabilya, con le sue foreste, dove ha ricominciato a fare falsi posti di blocco in pieno giorno. Al Qaeda ha invece scelto il deserto ancor più vasto e incontrollabile. g.s.

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Il ruolo dell'unione europea nella nascita dello stato palestinese - javier solana (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 23-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Commenti IL RUOLO DELL'UNIONE EUROPEA NELLA NASCITA DELLO STATO PALESTINESE JAVIER SOLANA I negoziatori israeliani e palestinesi dialogano ormai da più di sei mesi, da quando nel novembre 2007 ad Annapolis è stato rilanciato il processo di pace, con l'intento dichiarato di arrivare ad un accordo su uno stato palestinese entro la fine dell'anno. Le questioni relative allo status definitivo ossia il problema dei confini, di Gerusalemme e dei rifugiati, sono nuovamente all'ordine del giorno e si profila, visibile, una soluzione a due stati. Recentemente si sono avuti alcuni segnali incoraggianti: l'Egitto ha mediato una tregua tra Hamas e Israele a Gaza, ci sono segni di dialogo intra-palestinese e pare che qualcosa si muova sul versante israelo-siriano. Non dobbiamo farci sfuggire l'opportunità della pace. La pace globale in Medio Oriente è l'obiettivo strategico dell'Unione Europea e la chiave per realizzarlo è risolvere il conflitto israelo-arabo sulla base di una soluzione a due stati. L'Europa ha la volontà, e la necessità, di veder sorgere uno stato palestinese indipendente, democratico e vitale, che viva in pace a fianco di Israele. A tal fine devono essere create le fondamenta e le strutture dello stato palestinese ed è questo l'ambito in cui l'Unione Europea gioca attualmente un ruolo particolare. L'UE guida le iniziative internazionali di sostegno ai palestinesi impegnati nello state-building nell'ambito di una grande strategia adottata dall'Unione Europea lo scorso anno. Una parte importante di tale strategia è dedicata a sviluppare la sicurezza e lo stato di diritto, ovvero le basi fondanti dello stato palestinese in fieri, ed è questo il tema della conferenza internazionale dei ministri degli esteri del 24 giugno a Berlino. La conferenza mira a garantire le risorse finanziarie necessarie a realizzare nell'arco del prossimo anno un pacchetto in materia di polizia civile e giustizia penale, inserito nelle iniziative della comunità internazionale a sostegno dei palestinesi impegnati a realizzare il loro Piano di Riforma e Sviluppo. L'azione dell'UE ha efficacia tangibile sul territorio. Contribuisce all'incremento delle risorse palestinesi in materia di sicurezza civile non solo formalmente o finanziariamente, ma grazie all'impiego di risorse umane. La nostra missione di polizia, Eupol Copps, è attiva nei Territori Palestinesi dal novembre 2005, fornendo consulenza e guida all'Autorità Palestinese impegnata a incrementare la forza di polizia civile e a stabilire l'ordine e la legalità. La missione gode dell'appoggio del Canada, della Norvegia e della Svizzera e operiamo in stretto coordinamento con i nostri partner statunitensi. è nostra intenzione aumentare entro breve tempo le dimensioni della missione e di espanderne la portata a comprendere in particolare i sistemi penale e giudiziario. Uno stato palestinese democratico necessita di una polizia civile adeguatamente equipaggiata, addestrata e disciplinata nonché di tribunali e carceri efficienti. La missione Eupol Copps non è l'unica missione di sicurezza dell'UE in Medio Oriente. La nostra missione Eubam Rafah, avviata nel 2005 per agevolare la gestione del valico di Rafah tra Egitto e Gaza, è attualmente in stand by, pronta a schierarsi non appena le circostanze lo consentano e gli stati membri dell'UE costituiscono la spina dorsale della forza dell'Onu in Libano (Unifil). Il nostro operato sta dando frutto e contribuisce a decisivi cambiamenti sul territorio. Nel corso del solo ultimo anno la missione UE ha addestrato 800 agenti della polizia civile in materia di ordine pubblico, ristrutturato le stazioni di polizia e contribuito alla rete di comunicazione della polizia civile. L'autorità Palestinese ha iniziato a schierare forze nelle grandi aree urbane come Nablus, e sta gradualmente assumendo la responsabilità della sicurezza in Cisgiordania. Le forze di sicurezza palestinesi e israeliane stanno cooperando e tale cooperazione deve necessariamente continuare e intensificarsi. Queste misure nell'ambito della sicurezza e dello stato di diritto si inseriscono in un più vasto impegno a migliorare le condizioni dei palestinesi e a rivitalizzare l'economia. Affinché la democrazia metta radici, devono migliorare visibilmente le condizioni di vita della popolazione. Bisogna rimuovere i blocchi stradali, i camion devono poter trasportare liberamente merci, le persone spostarsi per andare al lavoro, a scuola e in ospedale senza ostacoli, gli agricoltori devono poter coltivare e vendere derrate, va incoraggiato l'arrivo di investitori con capitale straniero, devono essere impiantate attività imprenditoriali. Tutto questo ovviamente, non andrà a esclusivo vantaggio dei palestinesi. Gli interessi di sicurezza israeliani non possono che trarre beneficio da uno stato palestinese pacifico, democratico e, col tempo, prospero e la soluzione del sessantennale conflitto israelo-palestinese porterà stabilità all'intera regione. L'UE sta offrendo il massimo contributo possibile a questo fine. L'autore è Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell'Unione Europea Traduzione di Emilia Benghi.

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Tutti gli errori della lotta all'inflazione - joseph e. stiglitz (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 23-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Commenti TUTTI GLI ERRORI DELLA LOTTA ALL'INFLAZIONE JOSEPH E. STIGLITZ I presidenti delle banche centrali costituiscono un club molto chiuso e sensibile alle mode. Nei primi anni Ottanta, ad ammaliarli fu il monetarismo, una teoria economica semplicistica rappresentata in primo luogo da Milton Friedman. Dopo la caduta in discredito del monetarismo, la cui adozione fu pagata a caro prezzo da svariati Paesi, iniziò la ricerca per un nuovo mantra. La risposta arrivò con l'inflation targeting, una strategia di politica monetaria secondo la quale ogniqualvolta la crescita dei prezzi supera un livello prestabilito devono essere alzati i tassi di interesse. Una ricetta suffragata da scarse elaborazioni di teoria economica e modeste prove empiriche: non vi sono ragioni per ritenere che la migliore risposta sia un rialzo dei tassi di interesse, indipendentemente da quali siano le fonti dell'inflazione. La speranza è che la maggior parte dei Paesi sia abbastanza sensata da non adottare l'inflation targeting. Le mie simpatie vanno in ogni caso ai cittadini di quei Paesi che lo hanno fatto (Israele, Repubblica Ceca, Polonia, Brasile, Cile, Colombia, Sudafrica, Thailandia, Corea, Messico, Ungheria, Perù, Filippine, Slovacchia, Indonesia, Romania, Nuova Zelanda, Canada, Regno Unito, Svezia, Austria, Islanda e Norvegia). L'inflation targeting quasi certamente fallirà. I tassi di inflazione più alti che si trovano ad affrontare oggi i Paesi in via di sviluppo non sono da imputarsi a una gestione macroeconomica più carente, bensì ai prezzi in impennata del petrolio e delle materie prime alimentari e, inoltre, in questi Paesi queste voci rappresentano una quota della spesa media delle famiglie assai più alta rispetto a quella delle famiglie nei Paesi ricchi. In Cina, per esempio, l'inflazione si sta avvicinando, o sta già superando, l'8 per cento; in Vietnam è persino più alta e si prevede che quest'anno sfiori addirittura il 18,2 per cento; in India è del 5,8 per cento. Negli Stati Uniti, invece, l'inflazione si è attestata al 3 per cento. Si deve dedurre che questi Paesi in via di sviluppo devono alzare i tassi d'interesse in misura molto maggiore rispetto agli Stati Uniti? L'inflazione in questi Paesi è, per la maggior parte, importata. Tassi d'interesse più alti avrebbero effetti esigui sul prezzo internazionale dei cereali o dei carburanti. Anzi, se si considera la dimensione dell'economia statunitense, è logico presumere che un suo rallentamento possa avere effetti sui prezzi a livello mondiale di gran lunga superiori a quelli di un rallentamento in qualsivoglia Paese in via di sviluppo, un dato che, se si assume una prospettiva globale, indica che è negli Stati Uniti e non nei Paesi in via di sviluppo, che dovrebbero essere ritoccati al rialzo i tassi. Finché i Paesi in via di sviluppo restano integrati nell'economia globale i prezzi domestici del riso o degli altri cereali sono destinati a subire un incremento significativo ogni qual volta lo subiscono quelli internazionali. Per molti Paesi in via di sviluppo, gli alti prezzi del petrolio e delle materie prime alimentari rappresentano una tripla minaccia: non solo i Paesi importatori si trovano a sborsare di più per le granaglie, ma devono anche spendere di più per farle arrivare in questi Paesi, con un'ulteriore spesa per farle arrivare a quei consumatori che risiedono lontano dai porti. L'incremento dei tassi d'interesse potrebbe ridurre la domanda aggregata, rallentando a sua volta l'economia e mitigando così i prezzi di alcuni beni e servizi, in particolare di quelli non determinati dal mercato. Ma, a meno che non siano portate fino a livelli intollerabili, queste misure, di per se stesse, non sono in grado di abbassare l'inflazione ai livelli target. Per esempio, anche se il ritmo dell'aumento dei prezzi dell'energia e delle materie prime alimentari a livello mondiale dovesse rallentare rispetto a quello attuale - scendendo a un 20 per cento l'anno, per esempio - e ciò si riflettesse sui prezzi interni, per fare scendere il tasso di inflazione complessivo a, diciamo, un 13 per cento, occorrerebbe una netta caduta dei prezzi da qualche altra parte. Ciò comporterebbe quasi sicuramente un significativo rallentamento dell'economia e un alto tasso di disoccupazione. La cura sarebbe peggiore della malattia. Che cosa si dovrebbe fare dunque? Innanzitutto, non si dovrebbe addossare la responsabilità di un'inflazione importata ai politici o ai presidenti delle banche centrali, così come non deve essere attribuito loro il merito di una bassa inflazione quando l'ambiente economico complessivo è favorevole. Ora si riconosce che buona parte del pasticcio nel quale si trova attualmente l'economia degli Stati Uniti è da imputare all'ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, mentre qualche volta gli si attribuisce il merito della bassa inflazione registrata negli Stati Uniti durante il suo mandato. La verità è, invece, che negli anni di Greenspan, gli Stati Uniti hanno beneficiato di un lungo periodo di caduta dei prezzi delle materie prime e della deflazione in Cina, elementi che hanno contribuito a mantenere i prezzi dei manufatti sotto controllo. Secondo, è necessario prendere atto che questi alti prezzi possono rappresentare un terribile stress per le popolazioni e, in particolare, per le persone a basso reddito. Le rivolte e le proteste che si sono avute in alcuni Paesi in via di sviluppo ne sono solo la manifestazione più evidente. Più di 25 anni fa, ho dimostrato che, in condizioni plausibili, la liberalizzazione del commercio avrebbe potuto peggiorare la situazione per tutti. Non mi stavo pronunciando a favore del protezionismo, bensì richiamando alla cautela e ricordando la necessità di tenere presenti i rischi e di essere pronti ad affrontarli. Nel caso dell'agricoltura, i Paesi industrializzati, come gli Stati Uniti o come i Paesi membri dell'Unione Europea, proteggono sia i loro consumatori sia i loro agricoltori da questi rischi. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, invece, non ha le strutture istituzionali o le risorse per fare altrettanto. Molti stanno imponendo delle misure di emergenza quali tariffe o divieti sulle esportazioni per aiutare i propri cittadini, ma ciò avviene a spese della popolazione di altri Paesi. Se si vuole evitare una reazione ancora più forte contro la globalizzazione, l'Occidente deve rispondere rapidamente e con forza. I sussidi per i biocarburanti, che hanno favorito una riallocazione delle terre dall'alimentazione all'energia devono essere revocati. Inoltre, alcuni dei miliardi che si spendono per i sussidi agli agricoltori in Occidente dovrebbero essere destinati ora ad aiutare i Paesi in via di sviluppo più poveri a soddisfare il loro fabbisogno minimo di cibo ed energia. Tuttavia, più importante ancora è che sia i Paesi industrializzati sia i Paesi in via di sviluppo abbandonino la strategia dell'inflation targeting. La lotta per fare fronte ai prezzi in continua crescita delle materie prime alimentari e dell'energia è già dura abbastanza. La più debole economia e il più alto tasso di disoccupazione che comporta l'inflation targeting non avranno grandi effetti sull'inflazione, ma renderanno soltanto più arduo il compito di sopravvivere in queste condizioni. L'autore ha vinto il premio Nobel per l'economia nel 2001. Il suo ultimo libro, scritto assieme a Linda Bilmes, è The Three Trillion Dollar War: The True Costs of the Iraq Conflict (La guerra da tremila miliardi di dollari: il vero costo del conflitto iracheno) Copyright Project Syndicate, 2008 Traduzione di Guiomar Parada.

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Come ti vendo il "prodotto guerra" - massimiliano panarari (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XIX - Bologna L'imponente meccanismo propagandistico dell'Occidente per far sembrare lecito il secondo conflitto in Iraq Come ti vendo il "prodotto guerra" I giornalisti Usa trasformati in "cani da salotto" anziché "da guardia" MASSIMILIANO PANARARI Il medium è il messaggio, ha detto, con una delle sue tipiche formule fulminanti, Marshall McLuhan, uno dei padri nobili (e insostituibili) delle scienze della comunicazione. Ma se il messaggio, soprattutto nella triste era dello "scontro di civiltà", è quello di dimostrare la liceità e l'opportunità della guerra e di alimentare il consenso del pubblico verso la scelta delle armi, ecco che i media paiono quasi contravvenire alla regola di McLuhan per mettersi senza resistenze al servizio del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Le "relazioni pericolose" tra apparato propagandistico militare, libera stampa e televisione, guerra e sua immagine postmoderna sono state oggetto di importanti riflessioni e convegni. Da queste analisi trae origine il volume su Marketing e rappresentazione dei conflitti. Media, opinione pubblica, costruzione del consenso (Bononia University Press), curato dal prorettore Roberto Grandi (uno dei più noti e originali studiosi italiani attivi nel campo delle comunicazioni di massa) e dalla semiologa Cristina Demaria che, nel volume, si occupa anche dei traumi culturali prodotti dalla seconda guerra del Golfo. Grandi stesso fornisce la cornice teorica al volume col suo ampio saggio consacrato ai processi di "costruzione sociale" del conflitto, nei quali le tecniche di marketing, la Media Diplomacy della Casa bianca e la nuova "ideologia bellica" codificata nella dottrina della Revolution in Military Affair vengono messe a disposizione del "prodotto guerra" da vendere alle opinioni pubbliche. Con il tutt'altro che secondario "effetto collaterale", come evidenzia Cristian Vaccari, di avere tendenzialmente convertito in "cani da salotto" più che "da guardia" i giornalisti americani, sempre e vieppiù embedded rispetto ai conflitti che la loro nazione accende e combatte fedele alla propria vocazione (spesso non richiesta) di "gendarme del mondo" (o, come diremmo oggi, "globale"). Un volume ricco e multidisciplinare nel quale compaiono numerosi altri saggi interessanti su come i mass media arabi (a partire dalla ormai famosissima Al Jazeera) parlano dell'Iraq (Augusto Valeriani) o su come vengono rappresentati in termini mediatici i soldati-obiettori di coscienza (Colin Wright). Ma anche sulla "costruzione dello zingaro come altro" (di questi tempi assai di attualità) nel discorso pubblico britannico (David Fraser) o sull'esistenzialismo di Sartre e l'opinione pubblica (Nicholas Hewitt) e sulla satira politica durante la guerra delle Falklands (Bernard McGuirk). La guerra, insomma, nell'epoca della sua (terribile) riproducibilità mediatica?.

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Il tempo dell'opposizione (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Il tempo dell'opposizione Pancho Pardi Caro Direttore, in pochi giorni la maggioranza ha reso sempre più chiare le sue vere intenzioni. Nel decreto legge sulla sicurezza, con grave sgarbo verso il Quirinale, ha introdotto a sorpresa una misura per sospendere i processi per reati cosiddetti di minore allarme sociale. Individuati in modo da farvi rientrare il processo Mills, in cui il presidente del consiglio è imputato di corruzione in affari giudiziari. Così, per salvarlo si danneggiano decine di migliaia di parti lese, cui verrà negata giustizia. È poi annunciato un disegno di legge sulle intercettazioni che ne restringerà all'estremo l'uso ai magistrati e impedirà ai giornalisti di parlarne: un plumbeo silenzio coatto. Ed è alle porte un nuovo tentativo di dare protezione definitiva al capo del governo, dissimulata con l'ampliamento del beneficio non solo alle cinque alte cariche dello stato ma anche ai giudici costituzionali. È evidente l'ipocrisia della misura: solo una carica, solo una persona ne ha davvero bisogno. Non solo, Berlusconi pretende che la protezione dai processi si allunghi oltre il suo quinquennio al governo per avere la possibilità di candidarsi anche al Quirinale: convinzione che è il più esplicito commento all'impossibilità delle sue aspirazioni. Insomma, leggi con larghi profili di incostituzionalità marciano a passo di carica in Parlamento. Ora, tra giugno e luglio, non fra tre o quattro mesi. L'esigenza di promuovere un'iniziativa pubblica tempestiva in cui opposizione parlamentare e libera cittadinanza possano esprimere la loro visione alternativa delle cose era stata espressa in una lettera aperta che Furio Colombo, Beppe Giulietti e chi scrive avevano rivolto, tramite MicroMega on line, ai leader dei due partiti di opposizione. Di Pietro ha aderito subito. Dopo qualche giorno di riflessione Veltroni ha preferito indicare la prospettiva di una grande manifestazione in autunno. Ora è molto probabile che anche in autunno la maggioranza proponga leggi che non ci piaceranno, ma quelle in questione sono in aula e in commissione adesso, in questi giorni. Sono già in parte andate al voto e presto vi andranno tutte. Come ha già osservato Flores d'Arcais ieri l'altro su queste pagine, è immaginabile protestare in autunno per leggi approvate all'inizio d'estate? Né il rinvio della manifestazione può essere motivato con la consapevolezza che purtroppo la maggioranza ha i numeri per far passare qualsiasi cosa. Da questa obbiettiva condizione di inferiorità non si può uscire rinunciando all'espressione tempestiva del proprio pensiero. I numeri la maggioranza li avrà anche in autunno. E proprio perché li ha, e li avrà, chi non è d'accordo ha il diritto e anche il dovere di manifestarlo. La pesantezza delle sconfitte subite è cocente e deve produrre un generale ripensamento da parte nostra, ma non può indurci a riconoscere nell'avversario meriti superiori all'entità temibile della sua forza attuale. Ricavata peraltro da una legge elettorale che ha distorto in profondità il rapporto tra voto popolare e rappresentanza politica, negata a quasi due milioni di cittadini di sinistra. In ogni caso la vittoria elettorale non scioglie il presidente del consiglio dai vincoli della legge, né potrà mai essere un condono tombale sulle sue numerose vicende giudiziarie, da cui è uscito più volte forzando la legge a proprio esclusivo vantaggio, né tantomeno sul suo mai risolto conflitto d'interessi, mostruosità ignota in tutto l'universo democratico. Come sarà possibile discutere di riforme istituzionali con chi è abituato a trasformare in diritto solo la propria forza ed è pronto a brandirla con virulenza contro la magistratura? Con chi ha il controllo dei principali mezzi d'informazione e fa passare attraverso di essi solo la propria voce e riduce a caricatura la voce degli altri? E che senso ha pensare a riforme istituzionali incardinate sul rafforzamento del potere esecutivo senza curarsi della possibilità che quel potere rafforzato finisca nelle mani di chi ha già il controllo personale di mezzi extraistituzionali negati a tutti gli altri competitori? L'opposizione ha appena cominciato la difficile via della propria rinascita. Non può pensare di fare anche un solo miglio di strada senza la discussione continua con la propria gente, delusa ma non scoraggiata. È urgente la ripresa di un contatto diretto tra l'opposizione parlamentare e tutti coloro che, molti o pochi, non vogliono rinunciare al protagonismo civile. La censura alle intercettazioni e il nuovo Lodo Schifani sono alle porte. Prepariamoci tutti per una manifestazione a brevissima scadenza, entro non più di due settimane. Ogni ritardo è incoraggiamento alla rinuncia. www.liberacittadinanza.it.

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Contro la Costituzione (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Contro la Costituzione Stefano Passigli Segue dalla Prima I n primo luogo applicandosi solo ai procedimenti prima del 2002, il blocco contrasta con il principio di eguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione discriminando tra ipotesi di reato identiche sulla base della mera data di avvio del relativo procedimento penale. Irragionevole appare in ogni caso il riferimento temporale adottato. Non solo meglio sarebbe stato sospendere quei processi ove la eventuale condanna sarebbe comunque coperta dal recente indulto, ma più logico sarebbe stato semmai accelerare anziché bloccare i processi più datati e quindi più a rischio di prescrizione, ritardando piuttosto i più recenti per i quali la prescrizione è più lontana. Né si dica che, essendo sospesa la prescrizione, la situazione dei processi bloccati non muterebbe. Alla loro ripresa, infatti, molti collegi giudicanti potrebbero dover essere ricostituiti per intervenuti trasferimenti o pensionamenti, con il conseguente ripartire da zero del processo e un altrettanto conseguente garanzia di impunità. La norma blocca-processi votata a maggioranza semplice dal Parlamento configurerebbe così, in buona sostanza, un'amnistia surrettizia, in spregio della norma che vuole le amnistie votate da una maggioranza qualificata. In secondo luogo, nel processo penale le parti sono tre: il Pubblico Ministero a tutela dell'interesse generale, la Parte Civile a tutela del soggetto offeso, e la Difesa a tutela dell'imputato. Ebbene ritardare - o addirittura vanificare, come spero di aver or ora dimostrato - la celebrazione del processo è certo nell'interesse dell'accusato, ma non della parte lesa e della collettività. Nel proporre la norma blocca-processi Berlusconi e il suo governo mostrano - e pour cous - di privilegiare l'interesse dell'imputato piuttosto che quello generale e delle parti lese. Ma proprio il centrodestra, per bocca del senatore Pera con il pieno appoggio dell'onorevole Berlusconi, si batté per introdurre in Costituzione la norma sull'equo processo che ne impone una "ragionevole durata": ebbene la norma blocca-processi allungandone la durata e di fatto favorendo in molti casi la prescrizione, priva gli imputati innocenti di una pronuncia assolutoria e le parti lese di una condanna, violando così palesemente l'articolo 111 della Costituzione. Da alcuni si è affermato (Antonio Alfano, Corriere della Sera del 22 giugno) che una norma blocca-processi fu già introdotta nel 1998 dal governo Prodi, ministro della Giustizia Flick, presidente Scalfaro. Niente di meno vero, e sorprende che a un ex Procuratore Generale onorario di Cassazione la passione politica faccia velo sull'intelligenza giuridica: tale disposizione prevedeva infatti che "al fine di assicurare la rapida definizione dei processi pendenti... nella trattazione dei procedimenti e nella formazione dei ruoli di udienza... si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l'accertamento dei fatti nonché dell'interesse della persona offesa". La concreta decisione sui criteri di priorità era insomma rimessa agli uffici che ne dovevano informare il Csm, restando così interamente nel discrezionale apprezzamento dei magistrati. Cosa ben diversa da un intervento legislativo che lede profondamente un ulteriore e fondamentale principio costituzionale: quello dell'autonomia della magistratura.Al di là della forma, avanzare dubbi sulla costituzionalità di una norma blocca-processi è dunque non solo legittimo, ma anche opportuno, specie alla luce delle modalità scelte dal governo per la proposta: non un disegno di legge costituzionale - al quale lo invitano, oltre ad alcuni esponenti della maggioranza, persino (con un intervento ai limiti dell'oltraggio a un potere dello Stato quale la Corte Costituzionale) il presidente emerito Cossiga che invita anche il presidente Napolitano a rinviare la legge di conversione qualora contenesse la norma - ma un emendamento suggerito a parlamentari amici che aggiunge a un decreto legge materia estranea al testo passato al vaglio autorizzativo della presidenza della Repubblica. Chi scrive è profondamente convinto che i presidenti di Camera e Senato dovrebbero dichiarare improponibili emendamenti estranei al corpo dei decreti, evitando così di vanificare il controllo dei requisiti di necessità e urgenza compiuto dalla presidenza della Repubblica. Ma chi scrive è altrettanto profondamente cosciente che - caduta la prassi che voleva le presidenze di Camera e Senato affidate a maggioranza e opposizione e votate consensualmente - a partire dalla rottura della prassi effettuata dal primo governo Berlusconi nel 1994 l'indipendenza delle due presidenze si è inevitabilmente affievolita. Occorre dunque aiutare la presidenza delle Camere a mantenere al massimo la propria autonomia: anche da questo punto di vista, la presentazione di un emendamento blocca-processi indebolisce e non rafforza le istituzioni, ed è opportuno che sia perciò ritirato. Infine, gli aspetti più strettamente politici. A lungo, in molti abbiamo lamentato che i rapporti tra maggioranza e opposizione non fossero in Italia quelli esistenti in un "paese normale". Alla necessità di un più corretto rapporto alcuni tra noi - io ad esempio - avevamo a malincuore sacrificato battaglie che come quella per una più adeguata disciplina del conflitto di interessi, ci apparivano necessarie. Ma esistono limiti invalicabili, e princìpi irrinunciabili. Così come nel 2006 ci battemmo con successo per respingere un progetto di riforma costituzionale altamente pericoloso, oggi siamo costretti a un nuovo e deciso "no" al tentativo di introdurre norme che sentiamo lesive di un fondamentale principio non solo della nostra Repubblica ma di qualsiasi democrazia: l'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Troppi indizi ci dicono che si sta preparando un nuovo tentativo di sovvertire alcuni capisaldi del nostro ordinamento costituzionale: la forma parlamentare di governo, ribadita dai cittadini italiani nel referendum del 2006; il ruolo e le funzioni delle supreme magistrature di garanzia (presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale); e infine l'autonomia della magistratura. In nessun paese gli assetti istituzionali sono immodificabili. E le modifiche vanno ricercate e fatte nel dialogo tra maggioranza e opposizione. Ma proprio per dialogare occorre non smarrire la coscienza di cosa è negoziabile e cosa non lo è.

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Stai consultando l'edizione del L'INTERVENTONel libro dedicato al ricordo di Riccardo Faini, la rifl... (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del L'INTERVENTONel libro dedicato al ricordo di Riccardo Faini, la riflessione di uno dei promotori di "lavoce.info" L'informazione economica ostaggio del conflitto d'interessi Tito Boeri Questo intervento appare nel libro a più voci "Riccardo Faini-Un economista al servizio delle istituzioni" a cura di Alessandra Del Boca (Il Mulino) Mi è stato chiesto di parlare del contributo di Riccardo a lavoce.info e allora vorrei proprio partire dal ricordare le riunioni del comitato di redazione di cui lui faceva parte. Queste riunioni si svolgevano su Skype normalmente il lunedì mattina e iniziavano immancabilmente commentando la partita del Milan del giorno prima. Nel comitato di redazione avevamo quella che Gramsci definirebbe come l'egemonia assoluta. Tutti tifosi del Milan: Riccardo, Carlo Scarpa, Giuseppe Pisauro ed io. (...) Riccardo aveva una passione civile fortissima. Non l'ho mai sentito alzare la voce (quella che si pronuncia come due parole staccate), ma indignarsi sì, moltissimo, commentando stupidaggini scritte su qualche giornale o trucchi contabili. Non c'era alcun atteggiamento professorale in questo suo modo di fare. Solo l'idea che "lavoce" (quella tutta attaccata) servisse per innalzare la qualità dell'informazione economica in Italia. In effetti, ben oltre l'esperienza de "lavoce", l'informazione economica in Italia ha avuto molto da Riccardo Faini. E oggi, me ne accorgo anche dalle domande e dalle richieste che mi sento rivolgere insistentemente da molti giornalisti, l'informazione italiana cerca disperatamente un altro Riccardo Faini. Che purtroppo non c'è.(...)Ci sono tre sviluppi importanti dell'informazione economica in Italia, due positivi ed uno negativo. Il primo fenomeno è un ruolo crescente dell'analisi macroeconomia fornita dai giornali e, in parte, anche dalla radio e dalla televisione. Non solo i media hanno fortemente aumentato la copertura di temi di politica economica di carattere generale, ma sembrano anche più che in passato preoccupati di trovare dati di supporto. Non dico che il risultato sia sempre ottimale - alcune testate e programmi televisivi continuano a dare credito più a stime dell'inflazione "fatte in casa" che ai dati ISTAT! - ma c'è più attenzione che in passato al dato statistico. Anche i politici ne devono tenere conto: più che in passato li vediamo sciorinare numeri a supporto delle proprie tesi. Purtroppo, spesso si tratta di numeri sbagliati, come abbiamo più volte dimostrato nella rubrica "vero o falso"? che proprio Riccardo ha contribuito a istituire sul nostro sito. E' servita, soprattutto durante la campagna elettorale del 2006, a documentare come molti politici letteralmente diano i numeri. (...) Il secondo fenomeno positivo è la diffusione dell'informazione economica su Internet. Sento spesso citare con terrore da direttori di testate giornalistiche l'articolo dell'Economist di un anno fa, quello che annunciava che l'ultimo giornale su carta stampata sarebbe stato letto nel 2043. Ma il potere di Internet, a mio giudizio, ci viene proprio in questi giorni segnalato semmai da fenomeni come il blog di Beppe Grillo, 200.00 visitatori al giorno e una capacità di mobilitazione che sfida quella del sindacato. C'è chi teme, soprattutto i giornalisti dei quotidiani, questi sviluppi. Certo, i giornali registrano ovunque, tranne in India e in Cina, un calo di lettori, mentre la crescita di Internet sembra inarrestabile. Tuttavia Internet è molto più complementare alla carta stampata di quanto si ritenga comunemente. Ce lo insegna proprio l'esperienza de "lavoce". Internet non serve solo ad offrire informazioni aggiornate in tempo reale. Serve anche ad offrire analisi e commenti supportati da collegamenti (link) ai documenti originali. Un giornale può vendere anche senza un proprio sito Internet, ma un giornale che usa Internet può svolgere meglio il proprio servizio di informazione. Sempre che il giornale non rinunci alla sua funzione primaria di informare. C'è una deriva pericolosa al giornale tutto commento poca notizia, per differenziarsi sia da Internet che dalla free press. E questo mi porta al terzo sviluppo, quello che ritengo più preoccupante. Non è cambiata la struttura proprietaria dei giornali. E questo incide negativamente soprattutto sull'informazione che viene fornita sui temi di finanza. L'informazione finanziaria da noi più che altrove continua a essere imbrigliata da un sistema di assetti proprietari complessi e poco trasparenti, che alimenta sospetti e pone in essere conflitti di interesse su tutto. Una stampa che fosse meno condizionata dai cosiddetti "grandi gruppi economici" potrebbe giocare un ruolo molto più importante nel modernizzare il capitalismo, come avvenuto in altri paesi. Nell'informazione finanziaria conta più quello che non si scrive di quello che si scrive, ma queste omissioni sono difficili da cogliere per il lettore. Mentre nel caso dell'informazione politica o anche sulle politiche macroeconomiche, un gruppo di controllo diversificato può bilanciarsi evitando che il giornale adotti posizioni troppo di parte, nel caso dell'informazione finanziaria vi può essere consenso collusivo di ogni azionista nell'evitare le notizie economiche delicate e compromettenti, chiudendo un occhio verso certi silenzi a favore di altri azionisti, se prevede un simile atteggiamento da parte di questi ultimi nei casi in cui i peccati di omissioni lo riguardino.

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VITA E MIRACOLI DELL'ISIAO COME SI UCCIDE UN ENTE UTILE (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Lettere al Corriere - data: 2008-06-24 num: - pag: 41 categoria: REDAZIONALE Risponde Sergio Romano VITA E MIRACOLI DELL'ISIAO COME SI UCCIDE UN ENTE UTILE Sembra che il governo intenderebbe sopprimere con decreto legge l'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente. L'IsIAO è erede di una duplice tradizione di studi e ricerche sull'Asia e sull'Africa, godendo di un indiscusso prestigio internazionale. Cosa pensare di una simile scelta, che non solo ignora l'eredità storica di Gentile, di Tucci e di tanti altri che hanno onorato gli studi in Italia e nel mondo, ma vanifica le attività correnti che coinvolgono centinaia di studiosi e un migliaio di allievi, e ci legano a Paesi come il Giappone, la Cina, l'India, il Pakistan, l'Afghanistan, l'Iran, l'Iraq, lo Yemen, il Sudan, l'Etiopia, l'Eritrea, il Niger e molti ancora nei due continenti? Prof. Gherardo Gnoli Presidente dell'IsIAO dir.generale@isiao.it Caro Gnoli, Q ualche giorno fa, rispondendo a un lettore, ho ricordato la figura di un grande orientalista, Giuseppe Tucci, e il suo ruolo nella creazione dell'Ismeo (Istituto per gli studi sul Medio ed Estremo Oriente). Sapevo che la creatura di Tucci aveva cambiato nome ed era diventata IsIAO nel 1995, grazie a una fusione con l'Istituto italiano per l'Africa. Ma sapevo altresì che il nuovo ente aveva conservato l'eredità del fondatore: le ricerche sulle religioni e le filosofie dell'Oriente, la conservazione dello straordinario patrimonio artistico e archeologico di Palazzo Brancaccio, i corsi di lingue dell'Asia in parecchie città italiane fra cui Milano, le spedizioni archeologiche, le campagne di scavo, i tradizionali rapporti culturali con i governi della regione. Ma non potevo immaginare che in quello stesso momento qualcuno, in un ministero romano, stesse inserendo l'IsIAO in una lista di proscrizione per enti inutili. So che la burocrazia può commettere errori innocenti, dettati dalla fretta e dalla disinformazione piuttosto che da cattiva volontà. Se si tratta di disinformazione ecco qualche notizia che può servire a correggere l'errore. Come è stato ricordato in un convegno del 1994, organizzato per il centenario della nascita di Tucci, l'Ismeo è passato attraverso quattro fasi. Nella sua prima fase, dal 1933 al 1947, l'attività scientifica rispecchiò gli interessi del suo fondatore per le zone (Tibet e India) che gli stavano maggiormente a cuore. Ma l'Ismeo fece anche una più generale attività culturale nei Paesi (India, Cina e Giappone) che rientravano nell'orizzonte della politica estera italiana. Nella seconda fase, dal 1947 al 1955, riprese le attività interrotte dalla guerra, soprattutto in Tibet e in Nepal. Nella terza, dal 1955 in poi, puntò ancora più decisamente sull'archeologia, sugli studi filosofici e religiosi, sulle ricerche storiche, filologiche, epigrafiche. Sono gli anni in cui l'archeologia italiana acquista maggiore visibilità internazionale in Paesi - Iran, Afghanistan, Pakistan - dove tutto lo spazio possibile, sino a quel momento, era stato occupato dalle missioni inglesi, francesi, tedesche e americane. La quarta fase iniziò con il volontario ritiro di Tucci dalla presidenza dell'Istituto. Continuarono le ricerche archeologiche nei Paesi dove la presenza italiana era più forte (Iran e Afghanistan). Ma si aprirono nuovi cantieri in Pakistan, a Oman, nello Yemen, in Thailandia e persino in Ungheria per lo studio delle culture delle steppe euro-asiatiche. Se ci fosse un processo all'Ismeo chiederei di essere chiamato a testimoniare come "persona informata dei fatti". Alla Farnesina, dove lavoravo in quegli anni, mi resi conto che vi erano Paesi dell'Asia in cui Ismeo significava Italia. Suppongo che molte di queste attività siano state interrotte o rallentate dai conflitti. Non è facile fare archeologia islamica o pre-islamica in mezzo ai talebani, ai jihhadisti, ai marines e ai guardiani della rivoluzione. Ma non si sopprime un ente come l'IsIAO senza mettere a repentaglio il patrimonio di conoscenze e di esperienze accumulato in 75 anni di vita. L'Asia è teatro di cambiamenti rivoluzionari e i suoi Paesi sono destinati a essere, sempre di più, protagonisti della vita internazionale. Chi avrà rapporti, nei prossimi decenni, con i loro studiosi, i ministeri della Cultura dei loro governi e le loro istituzioni accademiche? Un'ultima informazione per il burocrate ignaro che ha stilato la lista di proscrizione. Quando mi occupavo di relazioni culturali al ministero degli Esteri constatai che non esiste un dizionario italo-cinese. E' questa una delle ragioni per cui l'interscambio culturale con la Cina è molto più modesto di quello degli altri maggiori Paesi europei e il numero degli studenti cinesi in Italia è pressoché insignificante. Apprendo ora che è in corso di stampa, grazie all'IsIAO, il Dizionario cinese-italiano, di oltre 120.000 voci (il più cospicuo in una lingua occidentale). Dovremmo sopprimere anche questo?.

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La Nazionale ombra (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

COMMENTO La Nazionale ombra Francesco Paternò Fa bene Roberto Donadoni a non dimettersi per un rigore. Non l'ha fatto Walter Veltroni per molto ma molto di più, perché mai il ct della Nazionale dovrebbe lasciare? Purtroppo l'Italia è fuori dagli Europei e la squadra vista in campo contro la Spagna ha avuto passo e movenze da Pd - niente punte, niente contropiede, gioco rinunciatario in attesa dell'avversario. Per questo ha perso. Ma Donadoni c'entra fino a un certo punto. Il sospetto è che l'ombra di Walter abbia aleggiato sulla Nazionale a Vienna. CONTINUA|PAGINA12 E dài, un centravanti che non segna che nemmeno il Pd quando parla di televisione e di conflitto di interessi. E ancora un centrocampo rimescolato tre volte su quattro, come quando si discute a vista dei guai giudiziari di Berlusconi. E poi una difesa reinventata per forza e non per amore, sulla base di un altro assunto tipicamente veltroniano: We can, ce la possiamo fare. Ma mica è sicuro, e infatti siamo tornati a casa. Donadoni, ai tempi delle primarie e poi nelle ultime urne in cui la destra ha fatto cappotto, ha votato Partito democratico. Quindi è ancora più doppiamente cacciabile di Zoff, stando agli antichi parametri berlusconiani. Ma il problema non è il suo veltronismo personale, essendo comunque uno dei migliori regali allo sport avuto da Guido Rossi, il noto avvocato chiamato a un certo punto a giocare da tsunami per provare a spazzar via il nostro calcio bacato. La persona Donadoni è quella che, alla vigilia di Spagna-Italia, giustamente non ha replicato al sangue e arena dell'allenatore spagnolo ("moriremo sul campo"). La persona è quella che si è così interposta come un casco blu tra i suoi ragazzi e la stampa il giorno dopo l'eliminazione dagli Europei: "Non cerco alibi, né scuse: sarebbe facile e stupido, non fa parte del mio carattere. La squadra è arrivata fin qui dopo una stagione stressante, e ha dato tutto quello che aveva". Nulla di consolante, accidenti a tutti loro, ma così è andata e sparare sulla Croce rossa o sui Caschi blu, non si fa. Il problema di Donadoni è stato piuttosto lo spirito che ha infuso in questa squadra: troppo buonista e poco strategico. Tant'è che torna Lippi, che è come dire che torna D'Alema. Due ex figiciotti, due maestri di strategia e tattica, solo che uno c'ha vinto un mondiale di calcio, l'altro c'ha fatto perdere tutto resuscitando Berlusconi nello spogliatoio della Bicamerale. Il primo aspetta Donadoni a Roma per dargli il cambio a breve, il secondo aspetta Veltroni alle europee per dargli il cambio nella primavera prossima, sempre che il leader Pd ci arrivi e non finisca in fuorigioco da solo. La prima storia ha un risultato quasi certo, la seconda è irracontabile, tra panchine lunghe e intercettazioni telefoniche non più pubblicabili dai giornali - compreso il nostro - per decreto governativo. Donadoni fa bene a non dimettersi, è un signor allenatore da tempi per bene o al meno un compagno che sbaglia, e se Zapatero, Torres e il pil spagnolo volano più veloci della farsa politica italiana, lui ha giocato con quel che aveva a disposizione. E mica perché voleva correre da solo. Aveva Del Piero, che se in campo o non in campo, non se ne accorgeva nessuno, cosa che nel partito all'americana accade frequentemente. O Gattuso, l'assente di Spagna, che sembrava ogni tanto Di Pietro, entrambi gli unici davvero a ringhiare. O Cassano, presente e sostituito, l'unico a inventare, sebbene troppo ligio agli ordini per una volta nella sua vita, che poi era quella sbagliata. Chi sembrava Cassano? Sembrava Cassano e basta, nel Pd uno così creativo non esiste. Qualcuno ci scriverà: ma come dare dei democratici a gente dichiaratamente di destra come Buffon o Cannavaro, o perfino Aquilani con il busto di Mussolini in casa, messo lì però dallo zio? E' che senza vere ali sinistre, diciamolo, non c'è più partita.

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Progetti politici light per sopravvivere al supercapitalismo (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ROBERT REICH Progetti politici light per sopravvivere al supercapitalismo Benedetto Vecchi L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli Stati Uniti le "guerre culturali" vedevano l'esercito dei "teo-con" all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria. Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti, le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori evangelici "nemiche dell'american way of life", erano invece maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana. Con lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317, euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si basava il "capitalismo democratico" del secondo dopoguerra. Per Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni "quasi" d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato. In primo luogo, gli anni Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune "regole" della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze, trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono aboliti né i diritti civili, né quelli politici. Il libro di Robert Reich spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli "analisti simbolici" che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra capitale e forza-lavoro. È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà. I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese. Il limite del libro di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del consumatore, dell'investitore e del cittadino. CONTINUA|PAGINA14 In primo luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella "guerra di classe" contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del supercapitalismo. Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la "convergenza parallela" degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe, relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai liberal .

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Quando a essere lesi sono i diritti "degli altri" In difesa della Costituzione, se non noi chi? Infortuni in itinere, Sacconi si informi all'Inail (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

La xenofobia era già un segnale Caro direttore, l'opposizione, fino a poco fa sonnacchiosa, sembra essersi risvegliata. Ma perché proprio ora? Le ultime mosse del governo in tema di giustizia costituiscono un attacco gravissimo alle regole della democrazia, e bene ha fatto Veltroni ad alzare finalmente la voce; ma era forse meno grave l'attacco ai diritti umani che fin da principio caratterizza la politica del governo su sicurezza e immigrazione? Erano meno preoccupanti il razzismo e la xenofobia alimentati ad arte per fini di potere? È sacrosanto interrompere il dialogo con chi manipola le leggi per risolvere i propri guai giudiziari, ma come si poteva pensare a un rapporto pacificato e collaborativo con chi attua una politica di discriminazione razziale contro rom e stranieri, con chi considera reato fuggire dalla povertà e dalla fame? In questi giorni si levano voci giustamente allarmate per i rischi che minacciano la democrazia in Italia. Molti tuttavia si sono accorti del pericolo solo quando questo ha cominciato a riguardare "noi", cittadini italiani socialmente integrati, e la nostra libertà; le reazioni erano ben più tiepide finché la violazione dei diritti colpiva "gli altri": i poveri, gli immigrati, gli zingari. Roberto Blanco via e-mail Mobilitiamoci in difesa della Costituzione Caro direttore, non vi è dubbio che la politica complessiva sulla giustizia riproposta dal Governo in carica sembra ripercorrere le stessa scelte compiute sullo stesso tema nel periodo ricompreso tra il 2001 e il 2006 (lodo Schifani, legge sulle rogatorie internazionali, legge Cirielli, depenalizzazione di fatto del falso in bilancio) dall'attuale maggioranza parlamentare. La normativa proposta sulla sospensione dei procedimenti per reati che non superano i dieci anni di pena e commessi entro il 30 giugno 2002 appare incostituzionale per violazione del principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e per violazione dell'art. 111 della Costituzione, proprio quello che fissa le regole del giusto processo e della sua ragionevole durata. Ciò premesso, sotto il profilo politico, e rispettando l'autonomia dei movimenti impegnati da tempo nella difesa della legalità costituzionale, occorre che Rifondazione comunista insieme alle altre forze politiche della sinistra, alle associazioni democratiche e a singole individualità promuova le necessarie mobilitazioni in difesa della Costituzione e dei suoi valori fondanti. L'opposizione parlamentare dell'attuale centro-sinistra sembra, infatti, insufficiente a contrastare l'azione di chi intende usare il potere politico per tutelare posizioni processuali prevalentemente personali. Marco Dal Toso commissione giustizia e problemi dello Stato Prc Milano Parlamento, manca una vera opposizione Caro Sansonetti, sono molto preoccupato per come stanno andando le cose nel nostro Paese. Berlusconi ha tolto la "maschera", ha presentato in Parlamento dei decreti e disegni di legge che rappresentano un pericolo per la tenuta della democrazia. La sua ultima uscita sui magistrati la ritengo indegna e stupefacente, tutti dovremmo scandalizzarci per quello che ha detto e che il suo Governo vuole fare, ma ho sentito anche nell'opposizione poca convinzione nel farlo. Il pacchetto sicurezza che si preoccupa solo dei rom e degli immigrati ma della mafia e della camorra niente, tanto Mangano è un eroe! Salari, pensioni: dove sono finite le priorità che tanto avevano sbandierato in campagna elettorale? Le cattive notizie non sono finite la finanziaria sarà pessima, fatta solo di tagli alla sanità e agli enti locali. Si sente la mancanza delle "forze di sinistra" in Parlamento almeno potevano far capire alla gente dove ci porterà questa politica del governo Berlusconi, perché il Pd di opposizione ne sta facendo poca e serve qualcuno che porti avanti le idee e i bisogni dei più deboli. Davide Nardi via e-mail A proposito di infortuni mortali "in itinere" Cara "Liberazione", a una decina di giorni dalla presentazione del Rapporto Annuale sugli infortuni sul lavoro, l'Inail ha anticipato i dati sugli infortuni mortali sul lavoro per l'anno 2007: 1210, quasi 10% in meno rispetto al 2006 quando sono stati 1341. Questo secondo l'Inail. Ma io non posso fare a meno di ricordare che questi sono dati provvisori, anche se qualcuno va dicendo che sono dati quasi definitivi. Non posso fare a meno di ricordare che per gli infortuni mortali sul lavoro nel 2006 l'Inail aggiornò questi dati 2 volte, all'inizio aveva detto 1.250, poi 1.302 e infine, nei primi mesi del 2008, abbiamo saputo i dati definitivi per l'anno 2006: 1.341 vittime sul lavoro. Ecco perché ci andrei con i piedi di piombo a commentare questi dati. Inoltre, sarebbe ora che il ministro del Lavoro Sacconi e Confindustria la smettessero una volta per tutte di dire che il 50% degli infortuni sul lavoro è in itinere. Non perché lo dice Bazzoni, ma perché lo dice l'Inail. Se questi signori si fossero presi la briga di leggere la tabella Inail, avrebbero notato che gli infortuni in itinere nell'ultimo decennio non hanno mai superato il 10%, mentre per quanto riguarda gli infortuni mortali in itinere, hanno avuto il picco nel 2002 (26,8%). Va anche detto che sono andati via via a calare, fino a scendere al 19,8% del 2006. Per il 2007 bisognerà aspettare i dati definitivi. Questo il link della tabella Inail: http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N670419722/Andamento_storico.pdf Marco Bazzoni operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza Se Epifani apre gli occhi sul governo Cara "Liberazione", anche Guglielmo Epifani, dopo Veltroni, finalmente, si è reso conto di che pasta è fatto questo governo a cui sta per regalare il Ccnl insieme a Cisl e Uil. Al congresso della Cisl, dove non si fischia per statuto, Epifani dice che "con l'inflazione programmata fissata dal governo all'1,7% gli stipendi perderanno circa 500 euro l'anno". Non capisco perché questa volta Epifani parli di "inflazione programmata" e non di "inflazione realisticamente prevedibile" come ha fatto con Bonanni e Angeletti nel redigere la riforma della contrattazione? Paura dei fischi? Germano Delfino Portici (Na) Il premier e i suoi avvocati parlamentari Gentile redazione, dopo i reiterati episodi di votazioni a due mani, una per sé e l'altra per il vicino di banco, da parte dei "pianisti", sarebbe opportuno redigere "il giuramento del parlamentare", sulla falsariga del giuramento del medico. Tra l'altro, gli avvocati di Silvio Berlusconi, eletti in Parlamento, sono parte attiva nel formulare leggi a favore del loro cliente diventato Premier. E' un evidente caso di conflitto di interessi, per questi avvocati, tra il loro ruolo di professionisti privati ed il ruolo pubblico che ricoprono nelle Istituzioni. Non dovrebbero perciò astenersi dal legiferare, direttamente o dettando i testi ad altri parlamentari, laddove c'è un loro conflitto di interessi? Ascanio De Sanctis Roma Crisi suinicola e scelte ecocompatibili Gentile redazione, in merito all'allarme lanciato dalla Coldiretti circa la crisi del settore suinicolo, vorrei presentare un punto di vista affatto diverso da quello degli allevatori. C'è chi, infatti, pur comprendendo le preoccupazioni dei lavoratori, ritiene di non poter far prevalere l'interesse economico di questo o quel settore (in questo caso, quello suinicolo) sulla valutazione etica e scientifica sulle attività svolte nell'ambito del settore stesso. Pensare altrimenti, vorrebbe dire giustificare le guerre perché sostengono la produzione e l'occupazione nel settore degli armamenti. Nella fattispecie, il giudizio etico non può essere che negativo, visto che i maiali sono trattati come merce vivente, costretta a ritmi e spazi malsani e mortificanti, portata oltre i limiti della propria biologia ed etologia per ragioni di profitto. Il giudizio scientifico, considerando l'impatto diretto degli allevamenti per quanto riguarda lo smaltimento dei liquami, la quantità di proteine sprecate per alimentarli (che potrebbero essere utilizzate direttamente sotto forma vegetale), il conseguente impatto ecologico per produrle, nonchè le conseguenze per la salute di chi si nutre di carne suina (basti pensare alle malattie cardiovascolari), è altrettanto negativo. Non c'è dubbio che, se i porcellini potessero manifestare, non lo farebbero accanto agli allevatori, ma insieme a chi come me ha compiuto una scelta a favore di una dieta etica, sana ed ecocompatibile perché senza prodotti originati dalla sofferenza degli animali. Spero che l'attuale crisi spinga altri ad abbracciare questo pensiero e questo stile di vita. Denis Baroni Conselice (Ra) I cardinali fanno la comunione? Caro direttore, il Cavaliere, che si dice particolarmente sofferente perché, come divorziato, non può ricevere la Comunione, ha chiesto a un vescovo sardo se è possibile che da Oltretevere vengano emanate nuove regole in merito per i divorziati. Il Papa, con chiarezza teutonica, ha detto no, perché il sacramento della Comunione "spetta solo a chi è puro e senza peccati". Anche ricordando le sincere e amare recenti parole del cardinale Martini sui peccati degli uomini di chies, mi sono maliziosamente chiesto: ma vescovi, cardinali e più su ancora, la Comunione la fanno? Gabriele Barabino Tortona (Al) 24/06/2008.

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<Ma l'opera d'arte, qualsiasi essa sia, può valere più di una vita umana?> (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

"Ma l'opera d'arte, qualsiasi essa sia, può valere più di una vita umana?" Katia Ippaso E' una violenza senza campi di concentramento, dove lo spaccio di organi e di opere d'arte, simbolicamente equivalenti, viene seppellito nel ventre molle della vita quotidiana. Qui si occultano i cadaveri, si comprano le vite, come se nulla fosse. Tra gli applausi del mondo culturale. Nell'interstizio di tempo inesistente che va da un opening e l'altro, tra un contratto miliardario e un'asta di beneficenza. Dietro la forma del "dramma-conversazione", che traffica dentro luoghi comuni e autolegittimazioni di casta, si rivela l'impalpabile sterminio degli esseri umani in epoca post-moderna. Indifferenza, noia, smania di successo, potere dei soldi, incapacità di tollerare il dolore se non dentro la cornice di un quadro, sono gli elementi di England , l'ultima geniale opera del drammaturgo inglese Martin Crimp, tradotta da Luca Scarlini e messa in scena da Carlo Cerciello per il Napoli Teatro Festival Italia (repliche fino al 28 giugno al Madre e in diverse gallerie della città). Con Paolo Coletta e Mercedes Martini. Come sempre accade, anche in questa occasione il regista napoletano ha fatto esplodere i significati politici dell'opera, il suo stato di necessità. Cerciello, dietro l'impiato minimale, tascabile, di "England" c'è un pensiero critico stringente. Come si sono annodati testo e regia? England non ha una storia né dei personaggi tradizionalmente intesi, ma si costruisce su fasci di relazione. Si esce da un luogo e si entra in un altro come in un gioco di matrioske. Nel testo c'è un continuo riferimento al "guardare" e al "guardare oltre" che mi ha permesso si spingere le prospettive della visione. Ma a me interessava soprattutto il discorso sul mercato dell'arte, sul valore economico dell'opera, che entra in conflitto con le esigenze più elementari dell'essere umano, attentando alla nostra sopravvivenza. Questa terra di misfatti si chiama "England" ma forse l'opera avrebbe anche intitolarsi "America" o "Italia"? Certamente. La nostra protagonista è inglese, ma ha assimilato i vizi e il linguaggio della società opulenta occidentale. Soprattutto nella seconda parte dell'opera, c'è un graffio politico di Crimp. La donna benestante va ad offrire alla moglie del suo donatore un'opera d'arte di valore inestimabile. Il cuore dell'uomo è stato preso forse quando era ancora in vita. Chiamiamola "filantropia cannibale"? E' il comportamento tipico di un mondo radical e benestante che per la prima volta mi trovo a frequentare artisticamente. Nel mettere in scena England , ho chiesto la consulenza di alcuni galleristi che mi hanno raccontato di un universo terrificante ed effimero, i cui meccanismi sono autosufficienti e non hanno nessuna relazione con la realtà e con i bisogni degli esseri umani. Nel testo di Crimp, la donna si ammala, ma il suo fidanzato, mercante d'arte di successo, non tollera la vista del dolore, se non dentro la cornice miliardiaria di un quadro. Sembra esserci una precisa riflessione sull'indifferenza del "tempo quotidiano" che divora e consuma ogni possibilità di relazione umana fondata su un "tempo" altro? Prima c'erano i campi di concentramento, oggi c'è il ghetto del quotidiano. La malattia rappresenta solo un fastidio, un'interruzione della routine giornaliera. In questo getto non sono ammissibili i valori in cui sono cresciuto io, i valori della solidarietà, della non indifferenza verso quello che ci circonda. E' paradossale attribuire ad un oggetto un valore di milioni di euro, quando dall'altra parte c'è una vita che se ne va. Ormai il surreale ha preso il posto del reale. Rispetto al mercato dell'arte, quello teatrale è ben piccola cosa, ma parliamo pur sempre di un sistema di compravendite, di una politica di scambi? Io mi reputo un artigiano più che un artista. Il graffio artistico è dentro di me. Nel momento in cui lo traduco, lo faccio seguendo il modo dei vecchi maestri artigiani. Sono sempre stato indipendente. Ad ogni modo, penso che rispetto alle bassezze culturali in cui siamo crollati con gli ultimi dieci anni di televisione, a destra quanto a sinistra - nel momento in cui la sinistra ha adottato gli strumenti della destra per ottenere consenso - il teatro costituisce ancora una possibilità per l'essere umano di rimanere tale, esercitando il diritto al pensiero e al sogno. Il Festival nel quale "England" ha debuttato ha un'impalcatura pesante e per certi versi anche un po' indecifrabile. Qual è stata la sua esperienza? Senza dubbio è un festival istituzionale, e non indipendente. All'inizio, come cittadino, avevo i miei dubbi. Ma credo che costituisca una grande opportunità per la città, che soffre dei soliti problemi endemici (che non sono napoletani ma del "sistema-Italia"). Le idee del festival potranno essere discusse solo alla fine. Inizialmente, lei aveva presentato un progetto su Saramago che non è stato accettato? Sì, forse perché all'interno di un festival che ha una natura politica "corretta" (non voglio usare il termine inglese, "politically correct"), nel senso che dà spazio a voci anche contrastanti fra di loro, un progetto orientato politicamente come quello su Saramago è sembrato troppo sbilanciato. Dopo aver fatto Il contagio e Cecità , volevo affrontare il Saggio sulla lucidità , che chiude in maniera negativa l'ottimismo del primo libro. E' un progetto che prima o poi farò. Con England , ho fatto un'esperienza diversa, da scritturato. Ma la cosa interessante è che ho avuto la possibilità di confrontarmi con il testo di Martin Crimp. Qual è l'idea che guida "Don Giovanni ritorna dalla guerra" di Odon von Horvàth, il suo spettacolo che aprirà il 15 ottobre la stagione del Mercadante di Napoli? E' un testo ambientato in epoca pre-nazista. Don Giovanni torna dalla guerra e cerca la sua personale catarsi. Rincorre la figura di una donna che è morta. Al posto dell'amore romantico, troverà una specie di matriarcato stizzoso. Ho fatto riferimento, per un verso, al Bertolt Brecht dell' Opera da tre soldi , per l'altro alla Città delle donne di Fellini. In poche parole, Don Giovanni è un disadattato. Sì, è un uomo che non riesce a vivere la sua epoca. La guerra è finita (ma io ci metto il punto interrogativo: la guerra è veramente finita?) e tutto si riduce ad un grande affare. E' la caduta di un mito. A differenza di Casanova, innamorato dell'amore, Don Giovanni è un disperato che pratica il collezionismo. Anche in questo caso lo spettatore si troverà immerso in uno spazio onirico come è successo nel travolgente "'Nzularchia" (dal testo di Mimmo Borrelli), dove la sua regia aveva invertito platea e palcoscenico creando un gioco di prospettive da teatrino delle apparizioni? Qui torno al palcoscenico tradizionale, anche se lo sviluppo dell'operazione sarà molto poco classico. Quella che gira intorno a Don Giovanni è una società di cartapesta. Mi piace allora immaginare uno svelamento a vista della macchina teatro. E "'Nzularchia" che fine farà? Quando utilizzi lo spazio scenico in una maniera non commerciale, ma funzionale all'opera - in quel caso avevo bisogno di un campo lungo -, alla fine non vai da nessuna parte. 24/06/2008.

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Blocca processi: tregua tra governo e Csm Castelli: "Ripartire dal lodo Schifani" (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 24-06-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

N. 149 del 2008-06-24 pagina 0 Blocca processi: tregua tra governo e Csm Castelli: "Ripartire dal lodo Schifani" di Anna Maria Greco Dopo le voci sulla possibile incostituzionalità slitta il parere di Palazzo dei Marescialli. L'appello di Mantovano: "I magistrati smettano di fare politica". Tempi più lunghi per valutare il caso Mills. L'ex ministro della Giustizia Castelli: "Far ripartire il dialogo dal lodo Schifani" Roma - Svelenire il clima è la parola d'ordine al Csm, dopo le troppe polemiche e l'intervento del Quirinale. Sia per il parere sulle norme sospendi-processi, che per le pratiche a tutela dei magistrati di Milano attaccati dal premier, Silvio Berlusconi. Si riunisce la sesta commissione e, per "ragioni di opportunità", rinvia a oggi la discussione sulla bozza preparata dai relatori Fabio Roia e Livio Pepino, che ha provocato molte critiche per le anticipazioni sui rilievi di costituzionalità formulati agli emendamenti del pacchetto-sicurezza, battezzati dall'opposizione "salva-premier". Nessuna bocciatura, nulla di definitivo, ma solo una proposta che dev'essere discussa, eventualmente modificata e infine votata anche dal plenum, è stato precisato dopo il colloquio tra il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, e il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che è anche numero uno del Consiglio. E visto che oggi il Senato approverà il testo finale del decreto, con tutti i suoi emendamenti, il laico di sinistra Mauro Volpi, che presiede la Commissione, propone di iniziare a valutarlo nella sua complessità solo questo pomeriggio. Tutti d'accordo, meglio far calare le tensioni, essere prudenti e cercare una soluzione il più possibile condivisa. "Il parere del Csm non è vincolante - ricorda Piero Alberto Capotosti, già vicepresidente del Csm e presidente della Corte Costituzionale -, ma è rilevante". La discussione in commissione proseguirà giovedì, se non sarà fissata una seduta straordinaria per domani e dunque non approderà all'assemblea questa settimana ma, semmai, la prossima. E i tempi si allungano. Anche per la prima commissione che doveva discutere ieri delle pratiche a tutela del presidente del tribunale milanese, Nicoletta Gandus, ricusata dal premier nel processo Mills, e del pm Fabio De Pasquale che rappresenta l'accusa. Anche qui si accoglie all'unanimità la proposta del laico del Pdl, Gianfranco Anedda, di acquisire prima di entrare nel merito alcuni documenti: la copia del resoconto stenografico della seduta del Senato in cui il presidente Renato Schifani ha letto la lettera di Berlusconi, l'istanza di ricusazione del giudice Gandus presentata dai legali del premier e il parere del pg di Milano che ha giudicato "inammissibile" la ricusazione. Nello scenario politico, però, le polemiche non si placano. E il portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone chiede se è vero che tre magistrati (Pepino, Fresa, Roia) che dovranno valutare al Csm la controversia tra il premier e la Gandus sarebbero a loro volta firmatari della stessa lettera-appello anti-Berlusconi che costituisce proprio la base della ricusazione del giudice. "Per di più - sottolinea Capezzone - due di loro (Pepino e Roia) sono anche relatori, in altra commissione del Csm, sugli emendamenti Pdl al Senato", quelli sospendi-processi. C'è allora un "conflitto d'interessi"? "Il centrodestra cerca di imbavagliare il Csm", accusa il ministro-ombra della Giustizia del Pd, Lanfranco Tenaglia. "è stata l'opposizione - gli risponde Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori Pdl - a cavalcare le indiscrezioni uscite dal Csm, al punto che qualcuno già sabato pomeriggio invitava Berlusconi a &ldquo;riflettere” sulla bozza di risoluzione diffusa dalle agenzie di stampa". © SOCIETà EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano.

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