HOME   PRIVILEGIA NE IRROGANTO           di Mauro Novelli            

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FELICE VENOSTA

Raccolta delle opere

 

 

INDICE

·         BALILLA O LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI DA GENOVA (1746) 1

·         IL MARTIRIO DI BRESCIA. 45

·         I 46I TOSCANI  A CURTATONE E A MONTANARA. 119

·         CARLO PISACANE E GIOVANNI NICOTERA  O LA SPEDIZIONE DI SAPRI 167

LA SPIGOLATRICE DI SAPRI 224

 

 


BALILLA O LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI DA GENOVA (1746)

 

NARRAZIONE STORICA

 

 

 

 

Che l’inse! gridò Balilla.

 

 

 

 

 

 

MILANO 1865.

CARLO BARBINI EDITORE

Via Larga.


 

I

 

Jesus, Jesus non più fuoco non più

fuoco, siamo Cristiani!...

 

Le parole poste in testa a questo capitolo erano gridate la mattina del giorno 10 dicembre 1746 in Genova da numerose orde di Austriaci, fuggenti innanzi al popolo, che, stanco della straniera oppressione, era sorto forte del proprio diritto.

La tirannide ha pure un limite. Quando l’oppresso non trova giustizia sulla terra, quando il giogo si è fatto insopportabile, pieno di fidanza egli stende la mano al Cielo, e giù ne trae i suoi eterni diritti, che lassù pendono inalienabili e indistruttibili, come le stelle! Riede il primitivo stato di natura, in cui l’uomo sta in faccia all’uomo. - Qual mezzo supremo, se ogni altro mezzo non giovi, gli è dato il ferro.

Genova, la città dai cento triremi, la città dai splendidi dogi, la città che fra la vivezza del traffico ha mostrato come si eserciti il commercio e la guerra, che ne’ suoi annali ha scritto i nomi di Colombo e di Doria, era per il poco senno di alcuni deboli uomini caduta in mano dello straniero, il quale di essa faceva crudo strazio. Ma Genova, pronubo un fanciullo, sapeva riacquistare la propria dignità, rendersi degna de’ suoi grandi uomini.

 

II.

 

Ecco Genova, ecco l’antica dominatrice dei mari, la Ligure donna. Assisa sovra un letto di alghe e di coralli, col capo incoronato d’un diadema di monti, ell’è sempre bella, comechè lo scettro dei flutti le sia caduto di mano e disperso nelle acque! Ecco sublime levarsi il palagio del Comune un dì saldissimo monumento di libertà che Simon Cantoni riedificava; ecco il tempio di San Lorenzo dai neri suoi marmi, ove si custodisce il famoso catino che rammenta i Genovesi vincitori a Cesarea: rammenta que’ liberi petti che, ricevuta la comunione, non con altri ingegni che colle scale delle loro triremi, salivano animosi le mura dell’osteggiata città. Questo tempio, arricchito dalle spoglie dei Saraceni d’Oriente e di Spagna, fu testimonio di splendide repubblicane memorie. Imperocchè qui il popolo, geloso di sua libertà, ricusava il giuramento d’ubbidienza a Federico II; qui, armata mano, eleggeva a primo suo doge quel Simon Boccanegra cui la patrizia viltà indi a poco dava morte; qui rogavasi l’atto onde Giacomo re di Gerusalemme e di Cipro, passato dal carcere al soglio, si rendeva tributario de’ Genovesi dai quali riceveva lo scettro; qui fra la pompa d’un immenso popolo accolto un augusto Vegliardo prendeva dalla destra del doge il vessillo maggiore della Repubblica per condurre nella rubelle Corsica, soccorsa invano da Francia, le galee genovesi; e la croce vermiglia in campo d’argento, già riverita in ogni lido, nelle mani del decrepito ma generoso Andrea Doria fu ancor vincitrice. - Illustre per antiche memorie, infame per atroci delitti, ecco il tempio di San Giovanni di Prè, le cui marmoree colonne, il peregrino campanile, le ricche finestre accusano i secoli delle crociate. A tarda notte quando tace ogni lume di stella, quando il mare procelloso rompe sordamente al lido, echeggia per queste funebri arcate un lungo ululato, uno strido di catene, ed il volgo atterrito lo crede il lamento di cinque illustri infelici che quivi furono ad un tempo strozzati. Narrano concordemente gli storici che, quando Urbano VI, stretto d’ossidione in Nocera da re Carlo di Napoli fu salvo per opera de’ Genovesi, seco recasse tra’ ferri in questa città, fra gli altri molti, sei cardinali sospetti di fellonia. I quali, lacere le vesti, squallidi pei durati martirî, furono ivi tratti al cospetto dell’irato Pontefice. Invano sacramentarono la loro innocenza, invano lo disfidarono al giudizio di Dio, un solo andò salvo a petizione degli Inglesi primati: gli altri tutti fece il papa occultamente strozzare in prigione, o secondo altri, rinchiusi in cinque sacchi furono lanciati in balia dei flutti. - Ecco la chiesa di Carignano dall’eccelse sue cupole; quella dell’Annunciata, opera di una famiglia di re, decorata d’ogni più bel fregio d’arte; quella di San Matteo ove fremono le ossa del grande repubblicano; quella dei Servi, dai pregiati dipinti; quella della Consolazione ed altre molte sacre a Maria, protettrice del popolo. - Ecco il celebrato Faro; la torre di quell’Embriaco cui si dovette in gran parte la presa di Gerusalemme; l’Albergo dei poveri, opera di tre nobili artisti, ove i fortunati pezzenti sono i soli signori di sì magnifica reggia; ecco il bastione di Pietraminuta, testimonio di quanto possa l’ardore popolare. - Ecco gli ampî palagi, ove un giorno sobbollivano le più generose passioni, e che nome immortale diedero ai suoi artefici, i quali, scaldati al fuoco dei grandi geni, crearono la corona delle arti e ne cinsero Genova. Ciò che Sansovino a Venezia, fu a Genova il perugino Galeazzo Alessio, discepolo di Michelangelo. - Ecco l’ampio ospedale dalle cento sue statue; l’infermità può qui dimenticare la prima salute: il dolore non ebbe mai stanze più belle nei palagi di re. - Ecco i pensili giardini, i declivi erbosi dell’irrigua Polcevera, i ridenti poggi d’Albaro, il famoso acquedotto che levò al cielo il nome di Marin Boccanegra, l’Arnolfo di Genova. Fra tante bellezze d’arte e di natura, là presso l’asilo dei patimenti sorge un monumento che ricorda una gloria del popolo, l’eroico ritorno a libertà, per opera sua. È un piccolo marmo sul lastrico; esso porta la data del 1746.

Genova fra i nomi degli Adorni, dei Fregosi, degli Spinola, dei Doria, dei Grimani, dei Dinegro, dei Colombo, e di Giulio II e di tanti altri suoi grandi, incise quello umile di un fanciullo popolano, di Giovanni Balilla.

 

Un vecchio potente, Carlo VI d’Austria, era sceso nell’avito sepolcro, lasciando dietro di sè la sua corona, pomo fatale di discordia lanciato in mezzo al mondo. Invano una lunga guerra aveva preceduta quella prammatica per la quale l’estinto aveva creduto di avere pacificamente assicurata alla figlia, Maria Teresa, la sua vasta successione. La morte dell’Imperatore, svegliando le cupidigie di tutti, fece che il turbine imperversasse folgoreggiando per tutta Europa, e Maria Teresa si vedesse ridotta alle forze degli eserciti che il principe Eugenio di Savoia soleva ben a ragione chiamare la migliore delle prammatiche.

Federico di Prussia, Luigi di Francia, Filippo di Spagna, il re di Baviera e quello di Sardegna si erano collegati contro la nuova imperatrice, e il 18 di maggio 1741 avevano conchiuso un contratto, per cui, smembrata la monarchia austriaca, la bassa Silesia colla città di Neiss e la contea di Glatz restavano assegnate al re di Prussia; l’alta Silesia e la Moravia al re di Polonia; la Boemia, il Tirolo e l’Austria Superiore all’elettore di Baviera. Quanto all’Italia si doveva spartire tra la casa Borbone e quella di Savoia. Così coll’appoggio di testamenti, matrimoni, fedi di battesimo, parentele più o meno prossime acconce in begli alberi genealogici, cavillazioni senza fine, i principi di Europa rinnegavano ciò che avevano consentito, e preparavano ai popoli una delle maggiori tragedie che la straziata umanità abbia viste.

Maria Teresa era stata infrattanto, in virtù della prammatica, con pubblica solennità chiamata in Vienna regina d’Ungheria e di Boemia, arciduchessa d’Austria, e sovrana di tutti gli Stati, che, per titolo ereditario, appartenevano all’Imperatore suo padre. Poi, condottasi a Presburgo nel mese di giugno 1741, vi fu gridata con grandissimo calore, così dai magnati, come dal popolo regina d’Ungheria. La sua gioventù, la bellezza, le dolci ed affettuose maniere, legarono così fattamente i cuori degli Ungari che non mai regina fu più amata da nessun popolo. Cacciata più tardi da Vienna pel rumore delle armi bavare e francesi, fra i suoi forti e generosi Ungari si affrettò a ritirarsi. Chiamò in Presburgo la dieta, vennevi portando in grembo il suo figliuolo ancor bambino, che fu poi l’Imperatore Giuseppe II, di tanta gloriosa memoria, s’atteggiò in grazia e dignità, e latinamente con fuoco affascinante in tal modo parlò: « - Vedete i mancatori di fede, la cupidigia delle austriache spoglie li tira contro una donna e un fanciullo! ma un Dio è in cielo proteggitore dell’innocenza, punitore degli spergiuri, e sono in terra gli Ungari fedeli, cui la perfidia sdegna, cui la sventura commove, cui il valore inspira. Questo è mio figlio, ed ecco che è vostro: adottatelo, difendetelo; crescerà amandovi e difenderavvi un giorno, come ora voi lo difenderete.  »

Taciti ed ansi l’ascoltarono i magnati. Poi, come ebbe posto fine al parlare, proruppero in lagrime, in applausi in segni di fortissima volontà per salvarla. Toccavano il figliuolo, s’inchinavano alla madre, un incredibile entusiasmo li possedeva, nè mai più santo fervore di questo si manifestò a voce di re fra le commosse nazioni. Sguainate quindi le spade, fieramente e unanimamente, in latina favella, fecero il famoso giuramento:

 

«Moriamur pro rege nostro Maria Theresia!

 

giuramento che fu la salvezza dell’austriaco dominio; fatale vittoria, fatale ai vinti e ai vincitori insieme.

Le sorti rapidamente mutarono; e Carlo Emanuele di Sardegna, vedendo come la fortuna di Maria Teresa prendesse vigore, rompeva il trattato conchiuso colla lega e accordava all’Imperatrice il suo aiuto in Italia, mercè la carica di generalissimo delle armi austro-piemontesi. Il 1 di febbrajo 1742 l’Austria e la Sardegna, pel mezzo del conte di Schulembourg e del marchese d’Ormea, concludevano una convenzione.

Re Carlo Emanuele continuava la politica della sua casa, aiutandosi ora dell’uno ora dell’altro straniero, che si combattevano il dominio dell’Italia, per aggiungere qualche brano di terra al suo regno.

Se non quanto può risguardare la nostra istoria noi terremo dietro alle fierissime guerre in allora combattute, guerre che gravemente travagliarono l’Italia.

Sembra scritto che, come annovi uomini che la fortuna si piace a combattere e a stremare, sienvi nazioni che debbano piangere, e a cui Dio numerò non a giorni ma a secoli le pene della cattività e del tormento. Niobe delle nazioni, l’Italia doveva più d’ogni altra vedere i suoi figli condannati alle lagrime e ai tormenti.

Il giorno 13 settembre del 1743 erasi a Vormanzia stabilito un trattato segreto fra la Sardegna, l’Austria e l’Inghilterra a danno di Francia e di Spagna. Secondo ragione e secondo giustizia, la Repubblica di Genova, che viveva neutrale tra le parti, non per nulla ci doveva entrare; ma la scoperta di un patteggiamento iniquo la trascinò.

Quella Repubblica aveva da molto tempo, mercè lo sborso d’un milione e duecento mila pezze, comprato dall’Imperatore Carlo VI le sue ragioni di sovranità sul marchesato di Finale. Ora la figliuola dell’Imperatore per gratificare il re di Sardegna, di cui aveva bisogno, cedeva col trattato di Vormanzia la cosa venduta e legalmente comprata, senza partecipazione del compratore e con promessa solamente di restituzione del prezzo a carico di chi non aveva nè voglia, nè possibilità di pagare, cioè del re di Sardegna medesimo.

Lo storico Carlo Botta, discorrendo di questo fatto, esclama: «Bene era serbarsi la montagna delle pezze, ma sarebbe stato meglio serbar la fede con conservare al compratore. Misera Genova, che era picciola! Il pianto più forte che presto faremo di lei, proverà sempre più che la miglior ragione è quella dei cannoni e che han fatto bene a scrivervela su.»

Il patrizio Gian Francesco Pallavicino, legato in Allemagna, ebbe sentore della vendita e ne avvisò il Senato. Non poteva questo darsi a credere una cosa tanto enorme, posciachè la Repubblica non aveva offeso nessuno, standosene scrupolosamente neutrale; tuttavia mandò comando a Giuseppe Spinola e a Giambattista Gastaldi, il primo inviato straordinario presso la regina d’Ungheria, il secondo ministro presso il re d’Inghilterra, affinchè scrutassero ed informassero. I ministri di Vienna negarono con fronte ferrea; esclamarono non essere vero niente. Quei di Londra non istettero assolutamente sulle negative, ma parlarono per ambagi. La conclusione delle parole loro era che quando il trattato fosse comparso in cospetto del pubblico, si vedrebbe che non ci era poi quel tanto male, che si supponeva. L’un dì più che l’altro però divenendo palese il fatto e che la vendita era stipulata, Vienna e Londra non poterono più negare.

Gli Austriaci dissero «che la regina avendo ceduto a Carlo Emanuele pel trattato una parte considerabile de’ suoi Stati nel milanese, non era, in grado di negare a quel re ciò che di quello di altri egli mostrava di tanto desiderare; che del resto ella non avevagli ceduto che quelle ragioni che ella stessa aveva sul marchesato, e che se nessuna ce ne fosse tanto meglio per Genova.»

La qual cosa, oltre alla derisione, veniva a dire palesemente che Maria Teresa o aveva ingannato Carlo Emanuele con vendergli cosa che non era, o frodati i Genovesi dando ad altri ciò che loro apparteneva.

Gli Inglesi si spiegarono con derisione più pietosa; dissero che compativano proprio la disavventura della Repubblica, ma il re di Sardegna essere molto premuroso di possedere il marchesato di Finale e non lo si voler scontentare, perchè ne avevano bisogno.

Da bella prima quando si era subodorata la convenzione di Vormanzia, ma innanzi che se ne avesse certezza, la Francia e la Spagna avevano fatti tentativi presso la Repubblica perchè si unisse a loro promettendole aiuto e protezione. Alle quali insinuazioni non aveva allora prestato orecchio, sperando di indurre a migliore e più grato consiglio i tre confederati. Ma quando dalle risposte date ebbesi certezza dell’indegno mercato, si cominciò a trattare la cosa nel consiglietto, che era il minore consiglio politico dello Stato.

La materia era di somma importanza per Genova; si trattava di entrare o no in una guerra contro potenti nazioni, con pericolo di pagarne un troppo doloroso scotto. Alcuni consideravano fiorire la Repubblica pel commercio e per le pacifiche arti, che hanno amica la pace e nimicissima la guerra; vedersi sempre incerto l’esito delle armi, e se i Borboni avessero la peggio, quali sarebbero i destini dell’imprudente Genova? Pace convenirsi a chi non può far guerra da solo, a chi per eseguità delle forze debba essere secondo o terzo nella partita.

È fatto; lo abbiamo provato nel 1859, e tutto dì lo proviamo, che il vantaggio ricavato dalle alleanze colle potenze maggiori non è il più lusinghiero. O il maggiore alleato è vincitore, allora il minore è a sua discrezione e deve soggiacere a tutti quei patti od a tutte quelle umiliazioni che gli sono dopo la vittoria imposti; o è perdente, più dannosa pel minore è la conseguenza della sconfitta.

Quei della parte contraria rispondevano sopravvenire nella vita degli Stati congiunture straordinarie che li spingono, se non vogliono perire, a pigliare vie nuove e non consentanee alla cheta prudenza. L’ambizione di casa Savoia tirarla ai danni della Repubblica, sicchè pessimo evento sarebbe stato l’avere il re di Sardegna accampato da padrone sul prossimo marchesato di Finale. La cupidità dei Savoini essere ben nota, e avere il re medesimo, dopo l’acquisto di Piacenza, messo fuori voce e pubblicato per le gazzette che il golfo della Spezia era suo come dipendenza del Piacentino; andare di più mendicando ragioni or su questo or su quel feudo della Lunigiana; voler lui pertanto stringere co’ suoi artigli tutta l’ampiezza del territorio genovese; voler distruggere non solamente la potenza ma anco il nome della Repubblica. Soggiungevano conoscersi l’incertezza di casi della guerra, ma grandi forze avere i Borboni, e grandi eserciti in Italia, e supremo loro desiderio essere il procurarvi una Signorìa a don Filippo; se saranno da Genova rifiutati, si volteranno al re di Sardegna, e la sua amicizia e la sua alleanza di certo acquisteranno; così Genova, volendo perseverare in neutralità e pace, andrà incontro ad una guerra terribile e alla rovinosa tempesta l’esser suo e la libertà tutta perderà.

L’ultima sentenza prevalse. Il primo di maggio 1744 in Aranjuez fu convenuto tra la Repubblica, la Francia, la Spagna e la corte di Napoli che Genova nelle imprese che stavano preparando gli eserciti borbonici, darebbe un sussidio di diecimila soldati ed un treno di artiglieria, obbligandosi le potenze federate alla loro volta a guarentirle il presente dominio e segnatamente il marchesato di Finale.

Nel tempo istesso che i sopracciò della Repubblica stavano provvedendo a mettere in atto il trattato, pensavano anche a munire per la propria difesa i luoghi più minacciati. Mandarono cinque mila soldati al Finale, duemila a Savona; fecero rompere le strade che portavano al Piemonte, munire con serraglie tutti i passi pe’ quali rimaneva aperto l’adito ai Sardi; e aspettarono la tempesta che non doveva tardare a scagliarsi su loro violentissima se non improvvisa.

Le voci di guerra, il rumore dei cannoni che si trainavano or qua, ora là, i soldati, che s’ingrossavano, e mutavano le stanze, avevano molto sollevato gli animi in Genova, e fatti solleciti e pensosi delle cose avvenire. S’aggiunsero portenti. Un sacerdote, celebrando la messa all’altare di San Giovanni Battista nella metropolitana, vide per ben tre volte, come corse fama, scuotersi il tabernacolo con grande ammirazione dei circostanti. Chiamati i preti e i sacristani videro e paventarono; sparsasi la voce dell’accidente, tutta la città rimase compresa da stupore e da terrore, funesto annunzio dei mali della Repubblica. Il terrore e l’ubbia popolare accrebbe una cometa crinita con coda a modo di scopa, che in sullo scorcio del gennaio era sopra la città comparsa, facendovi per un mese intero terribile mostra di sè. Non sapevano quali, ma certo i Genovesi si aspettavano mortali disgrazie.

I presi auguri cominciavano a verificarsi per le insolenze inglesi. L’ammiraglio Mathews, come se non sapesse del turpe mercato e come se gli innocenti dovessero lasciarsi spogliare senza neppure muovere dito o mettere fuori voce, scrisse con modo altero alla Signorìa, che non conoscendo nessun nemico a Genova, non sapeva capire perchè armasse e che quell’attelarsi in guerra gli dava sospetto. Il Senato rispose che Genova non armava per altro che per fare rispettare la sua neutralità, e non per dipartirsene; che il trattato di Vormanzia le aveva insegnato quanto fosse pericoloso lo stare inerme; che gli apparecchi guerreschi non miravano ad altro che al rendersi sicura dagli insulti di chi le portava mal animo. La sincerissima risposta spiacque all’Inglese; esso quindi metteva ad abusare della sua forza. Sotto colore di chiudere il mare ai soccorsi spagnuoli, predava le navi genovesi, insultava i littorali, e talfiata, quasi a sollazzo, gettava bombe nelle innocenti città.

Genova tra la Sardegna e l’Inghilterra non aveva riposo. Presto vedremo venire l’Austria a sobbissarla.

 

III.

 

Non fu che nel 1745 che Genova si risolse di chiarire le sue intenzioni e palesare al mondo gli accordi di Aranjuez. In sulla fine di giugno di quell’anno mandò fuori un manifesto col quale esponeva i danni che a lei derivavano dal trattato di Vormanzia, le inutili diligenze fatte per ischivarne le funeste conseguenze e la necessità in cui si trovava di unire un corpo delle sue truppe in qualità di ausiliarie a quelle dei Borboni e di fornirle di artiglieria, unico partito, diceva, a lei rimasto per preservarsi da quelle rovine, che le sovrastavano.

Poco dopo tal manifesto la Repubblica mandava agli alleati gallo-ispani, che si trovavano attendati tra il Panaro e la Magra, i diecimila soldati promessi, cui diedero in governo, come commissario supremo, al patrizio Gianfrancesco Brignole Sale, e, come generale, al conte di Cecil. Coi Borboniani, i Genovesi combattevano gli Austro-Sardi sulle sponde del Tanaro e della Bormida; prendevano nei primi di settembre Tortona, Piacenza, Parma, Pavia; vincevano il 27 re Carlo Emanuele in gran giornata a Bassignana, e invadevano quindi il Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria.

Mentre le armi della Repubblica si coprivano di gloria nella suddetta guerra, gli Inglesi, come se volessero punire Genova dell’ingiuria che a lei avevano fatta col furto di Finale, e come se loro stesse a cuore di aggiungere la violenza all’ingiustizia, vennero col loro naviglio sopra Savona e gettarono dentro la città più di cento bombe. Speravano, oltre lo strazio di cui parevano assai dilettarsi, che i Savonesi si ritrarrebbero dalla loro fede verso Genova. Ma nessuno si rimutò, e la fortezza rispose coi cannoni, obbligando gli aggressori ad andarsene.

La Repubblica, considerato il fatto di Savona, temette per la capitale; armò, rinforzò le poste, moltiplicò le batterie, mise le galere alla bocca del porto. Le prevenzioni di Genova non andarono fallite.

Il 27 settembre, il giorno stesso in cui re Carlo Emanuele era posto in rotta a Bassignana, gl’Inglesi comparvero al cospetto della Ligure città colle loro navi grosse, e colle palandre, e coi cannoni, e colle pentole. Cominciarono il bersaglio delle bombe; ma non istettero mute le batterie, e fu piuttosto giuoco che seria rappresentazione. Imperocchè per la forza dei cannoni genovesi non potè il nemico approssimarsi tanto da far danno; e poche bombe lanciò, la maggior parte delle quali creparono in aria, le altre piombarono in mare.

Ridevano i cittadini di quella inutile mostra, e si burlavano degli Inglesi. Le donne stesse, accorse in sulle mura della marina, con fischiate, risa e vituperi canzonavano gli aggressori, i quali, sfogato finalmente il capriccio, se ne andarono con una nave rotta, e le palandre fracassate, ed alcune pentole crepate.

Il capriccio però non era passato. Gl’Inglesi continuavano a tributare le terre della riviera. Vennero pure a vista del Finale; i cannoni lanciarono trecento palle, le pentole quasi altrettante bombe. La fortezza rispose con forza; le giuste palle repubblicane cagionarono non lieve danno alle navi nemiche. Pareva che quelle tranquille sedi di uliveti facessero invidia agli Inglesi, e non fossero essi contenti se non le rendessero spaventate e sanguinose.

Il giorno 30 settembre si lanciarono contro San Remo. I Sanremaschi, veduti giungere quegli uomini settentrionali, della cui dolcezza e giustizia avevano da Genova, Savona e Finale avuto novelle, furono invasi dalla paura, e vollero provare se cortesia vincesse villania. Mandarono all’ammiraglio deputati con rinfreschi; gli fecero dire che se egli fosse adirato contro la Repubblica, essi non dovevano portarne la pena, perchè non sudditi di quella erano, ma bensì popoli convenzionati. Se non che l’Inglese rispose loro: «convenzionati o non convenzionati or ora vedrete.» E fece tosto mettere in giuoco i cannoni e le pentole. Sul povero San Remo vennero gittate più di mille due cento palle di cannone e duecento bombe; l’Inglese usava maggior rabbia per le non riusciute sue imprese contro Genova, Savona e Finale: i Sanremaschi pagavano per tutti. Settanta case furono rovinate o conquassate, e parecchi cittadini morti o feriti.

Frattanto le armi della Repubblica colle borboniche invadevano il Milanese, entravano in Milano, mandando sempre più a precipizio le cose austro-sarde in Italia.

Re Carlo Emanuele aveva nel trattato di Vormanzia introdotta una clausola, insueta sì ma che accettata dall’altra parte gli dava un diritto certo ed onorato, cioè che egli potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi aveva il re libertà di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata il 26 dicembre 1745 a Torino, ed un armistizio firmato a Parigi il 17 febbrajo 1746, ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza con alcune terre all’intorno all’infante don Filippo; il Milanese a Casa di Savoja; ed accresciuti a Genova, a Modena, a Venezia i loro possedimenti. Toscana sola toccava a Casa d’Astria; cosicchè tutt’Italia ne sarebbe rimasta indipendente alla fine, divisa tra principi italiani o che lo sarebbero diventati; e poi tutt’Italia doveva stringersi in lega a mantenere quella indipendenza.

Quel negoziato non si conchiuse e si ruppe. Se fosse riuscito, ci sarebbe stato il fatto più bello di quella guerra. Erano dodici secoli che l’Italia mancava della sua indipendenza; ed in allora, libera di stranieri, piena di principati nazionali, avrebbe potuto mano mano venir edificando quella libertà ed unità che le costarono ad acquistarle di poi tanto sangue de’ suoi figli.

Continuò Carlo Emanuele la guerra. Sorprese in bella fazione i Gallo-Ispani in Asti; il 6 marzo 1746 ripresela, e il giorno 11 liberò la cittadella d’Alessandria. Gli Austriaci vinsero in battaglia a Piacenza i Francesi, ricuperarono Milano e Lombardia; e quindi Austriaci e Piemontesi, sotto il comando del generale austriaco marchese Botta Adorno, rigettarono i Borboniani nell’Appennino e poi nelle Alpi e si presentarono innanzi a Genova.

Tra Francesi e Spagnuoli, dopo la perdita d’Asti, era sorta un po’ di diffidenza; gli Spagnuoli accusavano gli alleati di aver fatto cedere Asti per isforzarli ad acconsentire al trattato dello spartimento; quella diffidenza venne mano mano ingrandendo fra le due parti, cioè a misura che peggiori divenivano le loro condizioni in Italia.

I maneggi politici del re di Sardegna non furono estranei a quelle gelosie. Carlo da essi maggior frutto raccolse che da’ suoi sforzi militari stessi, comechè in questa parte non abbia certamente mancato a sè medesimo.

Risultato di quelle discrepanze fu terribile ammaestramento pei piccoli, l’abbandono di Genova, il cui governo, preso da timore al comparire degli Austriaci, venne, come vedremo, a vergognosi patti coll’inimico.

 

IV.

 

Un tremendo avvenire stava per piombare sopra l’abbandonata città. Lo sentiva, lo sapeva, e non vedeva a quale partito appigliarsi. I cittadini erano costernati, costernato era il governo. Mentre ognuno già di sè medesimo e della patria stava in forse, arrivavano a furia in città, siccome cacciati da qualche funesto accidente, donne e fanciulli, recando le loro più portabili masserizie. Si venne tosto a sapere che gli Austriaci, assaltata Bocchetta e trovata poca resistenza in coloro che la difendevano, se ne erano impadroniti, e già facevano le viste di avanzare.

In tanto estremo i sopracciò della Repubblica, anzichè darsi a tutt’uomo a provvedimenti di guerra, si appigliarono ad un miserando partito. Mandarono in Langasco, in val di Polcevera, ove trovavansi i Borboniani, deputati a pregare l’infante don Filippo e gli altri generali a non volere abbandonare la città. Esposero i mandati non essere le cose disperate; i malagevoli monti delle propinque valli poter essere scudo e fondamento a far risorgere la fortuna caduta; doversi dar tempo al respirare dei soldati, affinchè la lena e gli spiriti riprendessero; essere Genova pronta a far tutto per difendere la sua libertà e gli interessi de’ suoi alleati; essere città forte e piena d’un popolo geloso delle sue franchigie, pronto per esso a dare il sangue de’ suoi figli; essere i villani delle valli vicine usi alle armi e deditissimi alla Repubblica, i quali, uniti alle soldatesche d’ordinanza, avrebbero potuto giovare assai alla comune difesa; domandare Genova che, siccome per lei sola non aveva combattuto, sola non fosse lasciata contro un nemico, il quale di nessun’altra cosa la imputava, se non di quella di essere stata amica di Francia e di Spagna.

I deputati toccarono poscia gl’interessi degli Stati: importare molto la salute di Genova ai confederati; lei essere chiave d’Italia; se in mano austriaca venisse col famoso suo porto, colle sue comode riviere, essere certo che il regno di Napoli sarebbe in pericolo estremo; là l’Austria imbarcherebbe soldati, artiglierie, provvisioni per l’acquisto del desiderato reame; Genova amica dei Borboni essere antemurale di Napoli, serva degli Austriaci diventarne la ruina; non l’abbandonassero adunque, l’aiutassero, la preservassero.

E don Filippo e quanti generali alla presenza di lui si trovavano risposero con bellissime parole, che stessero pure i Genovesi di buon animo e sperassero bene della patria loro, perchè Francia e Spagna non avrebbero potuto in tanto momento abbandonare la fedele Repubblica. Parlarono di provvedimenti di guerra, d’un campo a Fegino sulla destra sponda della Polcevera.

I fatti dimostrarono quanto fraudolenti fossero quelle parole. Se per necessità militare era cosa tollerabile il lasciare nel fondo dell’abisso chi ci si era messo per colpa altrui, cosa intollerabile e sozza doveva reputarsi l’aggiungere l’inganno al danno, e il nutrire in uomini amici una speranza per cui dovevano, conosciuta tosto l’orribile verità, rimanere doppiamente affannosi e tormentati.

Mentre i capi borboniani le promesse riferite facevano, le truppe difilavano verso ponente, e ponevano su barche gli arnesi e le armi. Seppesi subito dopo come don Filippo già se ne fosse partito per la via di mare alla volta di Nizza, e ogni cosa fosse in moto per una totale partenza. Pretessevano i capi borboniani non sappiano quali fole: che il re di Sardegna infuriava verso Cadibuona, e minacciava Savona e Finale, come se coll’esercito ancora numeroso e coi soldati della Repubblica e colla gente del paese, nemicissima del nome savoiardo, non si fossero potuti facilmente custodire quei luoghi già di per sè stessi forti e guarentissimi.

L’Italia stupì della partenza de’ Borboniani; non poteva comprendere come tanto loro fracasso fosse finito in Signorìa austriaca.

Genova rimase atterrita; si empieva di pianto, di querele e di spavento. Il generale Escher fu mandato al conte Brown, comandante dell’avanguardia austriaca, per vedere se si avesse a fare con uomini discreti. Portò seco rinfreschi squisiti e delicati camangiari. Se non che l’Austriaco li ricusò, più crudo che ingannatore. Escher espose, che la Repubblica non aveva guerra coll’Imperatrice regina, e sperava che l’oste tedesca solo venisse per inseguire l’inimico non per trattare Genova da nemica.

Diede il conte di Brown con fiero cipiglio una dura risposta; egli disse che veniva come nemico, e userebbe con Genova da nemico.

I reggitori provarono mandargli i patrizi Ranieri, Grimaldi, Lomellini coi medesimi discorsi che Genova non era punto in guerra coll’Imperatrice, e che per la necessaria sua difesa solamente era stata costretta a prendere le armi in qualità d’ausiliaria.

Vana prova fu questa pure. Venne finalmente domandato a Brown quali fossero le sue intenzioni. Ei rispose che tosto lo saprebbero; e mandò in Genova il conte Gerani con un foglio. Crudele era il foglio; ma presto ne giunse altro più crudele ancora.

Gli Austriaci frattanto avevano occupato San Pier d’Arena. Improvvisamente e a dismisura crebbe la Polcevera per piogge copiose cadute sui monti, che con molte bestie, arnesi e provvisioni trascinò via quasi mille soldati, che rimasero annegati.

Pareva che il cielo volesse aiutare i reggitori genovesi, ma essi non sapevano aiutarsi.

Il marchese Botta, rinnegato italiano, sentiva come Genova non fosse preda da lasciare ad altri, e venne prestamente da Novi. Agostino Lomellini e Marcello Durazzo andarono a lui, e con mesti accenti gli rappresentarono l’innocenza di Genova, la necessità inevitabile che le aveva messo le armi in mano, il diritto incontrastabile che ella aveva avuto di usarle in quel modo. Gli raccomandarono finalmente una città famosa al mondo, città piena di maravigliosi edifici, appartenenti alla civiltà ed alla religione, città infine che era tanto sua, quanto di loro medesimi; imperocchè il nome dei Botta Adorno trovavasi numerato fra le famiglie patrizie ed inscritto nel libro d’oro.

Le voci miserande d’una eletta patria, d’un’inclita città, anziché muovere a mansuetudine, non fecero che vieppiù indurare l’intrattabile capitano austriaco. Disse che da nemico era venuto, da nemico voleva trattare Genova; che vincitore era, e contro Genova vinta userebbe la vittoria; obbedissero tutti ed eseguissero quanto era detto nel foglio che in mano teneva. Sincroni scritti narrano che Botta portasse odio a Genova per essere stato suo padre quarantott’anni prima dalla Repubblica, per attentato commesso da lui nel territorio di Ovada, d’ogni cosa spogliato e dannato nel capo, promettendo perfino una taglia a chi l’avesse ammazzato. Ma oltre a ciò il muovevano il suo mal animo, gli ordini dell’Imperatrice, forse anche la cupidigia dell’oro.

Volgeva il 6 settembre 1746 quando succedeva quanto abbiamo narrato.

Le intimazioni di Botta erano le seguenti: «Che alle ore ventitre di quello stesso giorno si consegnassero le porte della città alle truppe della regina d’Ungheria; che la guarnigione rimanesse prigioniera di guerra; che i disertori fossero dichiarati con promessa però di perdono; che si consegnassero tutte le artiglierie, armi e munizioni sì da guerra che da bocca raccolte per cagione di guerra; che la Repubblica comandasse a’ suoi popoli, soldati e milizie a non commettere ostilità contro i soldati della regina, contro i suoi alleati e dipendenti; che fossero liberi l’accesso e l’uscita del porto alle navi delle potenze alleate; che fossero notificate le persone e le proprietà dei Francesi, Spagnuoli e Napoletani; che il castello di Gavi si desse subito e rimanesse la guarnigione prigioniera di guerra; che durante quella guerra le soldatesche austriache avessero libero passaggio per tutti gli Stati e piazze della Repubblica; che il doge e sei senatori fossero spediti a Vienna dentro lo spazio d’un mese per implorare la clemenza cesarea e domandare perdono dei passati errori; che si liberassero tutti gli ufficiali e soldati austriaci od alleati d’Austria presi in guerra; che la Repubblica sborsasse incontanente cinquanta mila genovine[1] da dispensarsi ai soldati a titolo di rinfresco e pel quieto vivere, oltre le contribuzioni di guerra, circa le quali ella dovesse intendersi col commissario Chotek; che con ciò gli Austriaci si terrebbero in disciplina e pagherebbero ogni cosa in contante; che la convenzione valesse fino a ratifica o cambiamento da Vienna; che intanto quattro senatori si mandassero ostaggi nella capitale dell’Impero.»

Tali intimazioni vennero accolte dai deputati con orrore e dolore. Il Botta ciò scorgendo disse: « Dovete rimanermi obbligati che vi apro la strada da poter riscattare la libertà e la vita, le quali se non vi tolgo, vi sia d’argomento, che nè d’umanità sono spoglio, nè dimentico di quella patria che chiamate mia. Se poi ad alcuno gravi ed acerbe condizioni parranno, costui pensi, quanto più grave ed acerbo sarebbe il vedersi sforzare le case, involare le sostanze, trarre in servitù, e ferro e fuoco e sacco sofferire, ed ogni più dura cosa sostenere di quelle, con cui i vincitori sogliono i vinti ricalcitranti punire. »

Lomellini e Durazzo si provarono nuovamente a condurre a più miti sensi l’animo del Botta. Dissero dell’impossibilità di eseguire le imposte cose; come nel breve tempo prescritto non potessero i consigli deliberare, essendo statuito dalle leggi della Repubblica che quando si trattava di cose gravi, come quell’era, nulla si dovesse nello stesso giorno deliberare.

L’Italiano, fatto austriaco, per niente commosso, rispose, non esservi più altra legge che la sua volontà, e le condizioni eseguissero perchè così voleva.

La mezza notte era già scorsa, quando fu posto fine al tremendo colloquio. I deputati s’affrettarono a rapportare al doge le parole di Botta. Si convocò in ora straordinaria il consiglio; vi si trattò dell’inesorabile volontà dell’inumano generale. Genova avrebbe avuto d’uopo in que’ supremi momenti d’uomini energici, di quegli uomini che a difesa della libertà, anzichè tergersi colle mani gli occhi bagnati di pianto, non istanno un istante in forse ad armare la mano d’un ferro ed a chiamare il popolo tutto contro il nemico. Ma erano mutati i tempi per Genova. I suoi reggitori non sapevano trovar fiamma al pensiero dell’opere grandi che i grandi Genovesi avevano operate. I nomi degli Adorni, dei Fregosi, dei Doria ed altrettali non giungevano ad iscuoterli. Una sol donna antica genovese valeva per tutti quei padri; quelle donne che, serrate in unità di falange, animose volavano al conquisto del sepolcro del Nazareno; facevano gitto de’ loro gioielli e dorerie per cingere la città di baluardi; pugnavano, ministravano le armi; quella bellissima figlia di Fulcone Guercio che, ferita la mammella di strale, cadeva a lato de’ combattenti suoi padri, incitandoli all’ire.

Gli uomini dell’oggi, al racconto delle sciagure che soprastavano alla Repubblica, in atteggiamento mesto e doloroso rimangono, come coloro che, sopraffatti dalla paura, non sanno a qual partito appigliarsi.

Per ordine dei supremi consigli si chiamò alfine un consiglio di guerra. Vi assistettero gli ufficiali generali, i brigadieri e i colonnelli. Degni servi degli uomini fiacchi che reggevano la Repubblica, essi opinarono che la città per la poca soldatesca non poteva resistere alla forza superiore degli Austriaci; che non v’erano vittovaglie se non per pochi giorni; che la folla delle popolazioni della Polcevera e del Bisagno, venute a ricoverarsi dentro le mura, oltre il consumo dei viveri, cagionerebbe maggiori confusioni e minore difesa; che il contrastare con guerra non ridonderebbe in altro che in un totale esterminio.

La Signorìa si credette stretta da una ineluttabile necessità a piegare il collo, e vergognosamente il piegò. Acconsentì alle condizioni, il minor consiglio le approvò; venne sottoscritto il foglio fatale e lo si rimandò a Botta; il quale, non sì tosto l’ebbe ricevuto, ordinò ad una banda di granatieri prendessero possesso della porta della Lanterna. In sull’annottare del dì 7 mandò a dire ai Genovesi che voleva anco la porta san Tommaso. I deputati recaronsi a lui, e rappresentarongli come avesse a voce detto s’accontenterebbe di una sola. Il tristo Italiano a quelle parole, con un ghigno infernale, rispose che se dessi non avevano cervello lo aveva ben lui; che col domandare una porta, non aveva punto inteso un mucchio di sassi in arco, ma sibbene un adito aperto e libero per Genova, e che voleva porta san Tommaso. Ei se la ebbe; come pure per ordine della Signorìa ebbesi il castello di Gavi; ma non senza sdegno di Gianluca Balbi, che lo governava.

Occupate le porte Lanterna e san Tommaso, occupazione che era la servitù di Genova, la Signorìa, postergando insino all’estremo ogni dignità, mandava copiosi rinfreschi e cibi preziosi al Botta. Ma questi che di ben altri rinfreschi che di gola aveva voglia, ricusò il tutto. I sopracciò, temendo che il popolo, veduto il rifiuto in uno all’inaspettata consegna delle porte, potesse uscire in atti «imprudenti» - così i governi deboli chiamano la libera manifestazione del popolo contro ai nemici - ordinarono che i canestri prelibati fossero lasciati nella casa della missione di Fazzuolo. Quei religiosi godettero parte di quei doni, parte ne diedero ai poveri.

Il giorno 8 settembre arrivava in San Pier d’Arena l’annunciato commissario Chotek. Furono tosto dalla Signorìa mandati a lui Giambattista Grimaldi e Lorenzo Fieschi; a questi il duro Tedesco disse che la regina d’Ungheria era clementissima; che lasciava lo Stato ai Genovesi, ed in libertà di governarsi colle proprie leggi, cose di cui ella avrebbe potuto giustamente privarli per diritto di guerra e di confisca; che per cagione loro i Gallo-Ispani avevano trovato aperto il varco per introdursi in Lombardia, cui avevano sino in fondo desolata e guasta; che la regina aveva ogni ragione per domandare ai Genovesi il rifacimento dei sofferti danni; ma che siccome clemente era e buona così si accontentava soltanto di tremilioni di genovine, uno de’quali fra quarantotto ore, il secondo fra giorni otto, il terzo fra quindici. Concluse colle sue intimazioni, e disse badassero bene che se non pagavano i milioni avrebbero ferro, fuoco e sacco.

I deputati genovesi rimasero attoniti e pieni di spavento all’udire di quell’enorme contribuzione, che sarebbe stata insoffribile ad una ricca provincia, non ad una città sola. S’aggiunga che il Botta, il quale aveva ricevuto le cinquantamila genovine a titolo di primo sollievo pei soldati, e per cui, secondo la promessa, doveva contenerli in disciplina, e pagare ogni cosa in contante, andava moltiplicando in nuove e gravose richieste di tende, farine, biscotti, bastimenti da trasporto, in somma in tutto ciò che poteva abbisognargli, senza fare pagamento veruno. I deputati erano andati a trovarlo, lamentandosi e protestando che i Genovesi perivano sotto il peso di tanti balzelli e di tante avanie; ed egli aveva risposto «che bene restavano loro gli occhi per piangere». Così Genova pagava ad uno spietato nemico il fio del suo Finale, che esso stesso le aveva ingiustamente ritolto.

 

V.

 

Il generale Botta aveva detto ai Genovesi che ben loro rimanevano occhi per piangere. Ora vedremo come rimanessero loro pur mani per battere. L’abbiam detto nel primo capitolo, la tirannide ha pure un limite. Raro i popoli danno come Roma sotto Domiziano esempio di solenne pazienza, tollerando il colmo della servitù a cui la tirannide li ha condotti. Quando il giogo si è fatto insopportabile basta una parola, un atto a far sorgere il popolo contro l’oppressore.

Il Botta instava, e il Chotek più di lui, perchè presto Genova pagasse il primo milione. In caso contrario minacciavano l’esecuzione militare, non rendendosi garanti di quanto potesse in città accadere per parte delle soldatesche sguinzagliate.

Non soltanto que’ due inumani uomini si alzavano su colle acerbe domande per pagare e pascere l’esercito, ma benanco per procacciare ogni fornimento necessario alla spedizione che intendevano di fare contro la Provenza e contro Napoli.

Invano i deputati pregarono Chotek divenisse più umano; invano il pregarono a non voler la rovina della città, ad accontentarsi di una minore somma, od almeno a dare respiro sufficiente per trovarla. Volle la somma intera, accordando soltanto un breve indugio.

Il Senato, oppresso da una ferrea necessità, prese una risoluzione insolita e spaventosa, e fu di por mano nel sacro deposito di san Giorgio, dov’erano i capitali, non dello Stato, ma di uomini particolari, i quali, avendo fede in Genova, là avevanli investiti, mai immaginando, fra avvenimenti possibili di quaggiù, una irruenza di Austriaci, noti per la loro fame degli altrui averi. Si fecero i sacchi, si aprirono le porte, si caricarono le some, e l’illibato denaro fu portato all’avidissimo Chotek. Ei ne gongolava tutto per la gioia; ma i Genovesi ebbero a provarne sommo dolore; molti avrebbero desiderato di non essere mai venuti al mondo anzichè vedere quel denaro cadere in mani austriache.

I barbari nordici aspettavano senza remissione il tempo prefisso per l’estinzione delle altre due rate. Nè cessavano con tutto questo le domande del Botta per nuovi attrezzi militari, nè le molestie dei soldati contro li cittadini, cui per la più frivola cagione, e talfiata senza cagione veruna, disonestamente bistrattavano così fuori, come nelle case. «Non mai, scrive lo storico Botta, si vide un soldatesco furore simile a quello. Certamente se i Genovesi fossero stati, non uomini, ma bestie, con tanta rabbia non si sarebbe incrudelito contro di loro».

L’esecrabile fame dell’oro genovese andava ogni dì piú che l’altro moltiplicandosi nell’empie gole austriache; per essa i soldati di Maria Teresa avevano dimenticati perfino gli interessi del re di Sardegna.

Il banco di san Giorgio turbava i sonni di Carlo Emanuele, il quale, oltre l’avere il marchesato di Finale, voleva pur partecipare in que’ monti di genovine. Il ministro di lui conte Bogino il sollecitava, ed egli per sè ci andava assai volentieri. Il re si lamentò cogli Inglesi, i quali, essendo ancor più teneri di lui che degli Austriaci, molto efficacemente lo favorivano.

Villet, ambasciatore inglese, e Townshend, ammiraglio, trovarono che Carlo Emanuele aveva tutte le ragioni, e mandarono una nave con uno sciambecco[2] nel porto di Genova. Fu lasciata entrare, chè, come abbiamo letto nelle intimazioni del Botta, doveva il porto essere libero anco alle navi delle potenze alleate. Il capitano si ancorò alla bocca, non per semplice stazione, ma per commissione crudele. Quanti legni arrivavano, tanti faceva venire a bordo, poscia li metteva in preda, arnesi di guerra o non di guerra, vettovaglie o non vettovaglie portassero.

I Genovesi alzarono grida dolorose, poichè ben scorgevano come alla rapacità soldatesca si sarebbe presto aggiunta l’inesorabile fame. Non era punto da dubitarsi, che, sparsasi la voce dell’infame condotta degli Inglesi, nave nissuna più non si sarebbe indirizzata a Genova.

I deputati della città andarono dal Botta, gli rappresentarono che se quegl’Inglesi non se ne fossero andati, o non avessero cambiato modi, la fame avrebbe consumato non solamente i Genovesi, ma anco gli Austriaci; che il pretendere che la città pascesse l’esercito, ed il torle il mezzo di far venire i viveri, era un volere cose contradditorie; che poichè pei capitoli dell’accordo si era statuito non potessero i cannoni della Repubblica discacciare gl’insolenti, facesse almeno opera egli che cessassero. Rispose, che farebbe; eppure la rapacità continuava. Instarono di nuovo, e di nuovo rispose che farebbe. Ma era nulla di nulla; imperocchè l’Inglese continuava; porto e città erano desolati.

I reggitori della Repubblica fecero domandare al capitano stesso della nave nemica, perchè contro Genova in quella guisa operasse. Rispose ipocritamente dolergli tal cosa, ma esservi astretto dagli ordini superiori; condannare egli pel primo come ingiusto il suo operare e di pochissimo onore per la sua nazione, ma essergli giuocoforza obbedire.

Botta non rimediava, pretessendo ragioni che per comando di Maria Teresa nulla poteva imprendere che potesse arrecare disgusto a Carlo Emanuele o contrariare le sue intenzioni.

Gli storici non dubitano a credere come tra Austriaci ed Inglesi fosse una sola bottega.

Una terza volta i Genovesi si lamentarono col Botta. Dopo lunga discussione il generale concluse col promettere che avrebbe dato alle navi che sarebbero giunte in porto passaporti che l’Inglese rispetterebbe. Quei passaporti si davano in apparenza gratis, ma in sostanza no; chè anzi costavano grassi beveraggi.

In mezzo a congerie tale di danni e di disastri e sul timore di maggiori, avevano i cittadini concepito tanto terrore, che, dimentichi della patria e forse di loro medesimi, abbandonavano le proprie case e l’antica sede delle proprie famiglie, si dannavano all’esilio volontario, e andavano cercando se nel mondo fosse qualche regione in cui ancora si pregiasse il giusto e l’onesto, e trovasse la sventura compassionevoli cuori. Molti dei principali negozianti erano già partiti, già partivano alcuni dei primari patrizi, portando seco quanto di prezioso era asportabile. Nasceva il pericolo che, seguitandone altri l’esempio, si venisse finalmente a tale da mancare nel minore consiglio il numero dei suffragi necessario per andare a partito e fare le deliberazioni; cosa che sarebbe riuscita di totale esterminio in tanta necessità di provvisioni subite ed importanti. Con una legge si ordinò agli annoverati nel minor consiglio a non scostarsi per un anno dalla città o dalle vicinanze sotto pena del pagamento d’una multa di quattromila scudi d’oro e di essere mandati a confine per dieci anni.

 

VI.

 

Mentre Genova era in preda alle surriferite sciagure, nelle riviere andava pur precipitando il suo Stato. I Piemontesi, guidati dal conte della Rocca, si erano già avanzati nella riviera di ponente, avevano presa la città di Savona, solo rimanendo in potere della Repubblica il castello, alla cui custodia era Agostino Adorno, nobile per lignaggio ed ancor più per valore. Comechè egli si fosse avveduto che la fortuna di Genova andava cadendo in disperazione, da nessuna parte gli si aprisse speranza di soccorso, intento solamente al suo dovere, aveva risposto alle chiamate di dedizione che gli erano state fatte, che la Repubblica gli aveva dato in guardia la fortezza e alla Repubblica la voleva conservare.

Nacque da una tale opposizione un caso per parte degli Anglo-Austriaci, cui non sappiamo classificare se più iniquo o più ridicolo. Gli Inglesi, vilmente torcendo a danno del più debole il senso dell’articolo della intimazione del Botta, in cui era detto che i Genovesi non potessero commettere ostilità contro gli Austriaci e loro alleati, pretendevano che Agostino Adorno non dovesse in modo veruno sturbare i Piemontesi nelle opere che facevano contro la piazza di Savona, come se i Genovesi fossero obbligati a lasciarsi uccidere senza la menoma resistenza.

Il misero Adorno, mosso o da una fede eccessiva nei patti, o da una prepotenza, di cui non poteva conoscere, se ricusasse, gli effetti contro l’infelice sua patria, frenò la destra, e fece tacere i cannoni. I Piemontesi poterono farsi avanti a loro bell’agio nei lavori della per loro non difficile ossidione; imperocchè procedevano contro chi non voleva difendersi per rispetto ai patti stipulati, o per timore d’una incredibile prepotenza.

Quando poi le trincee, e le alzate, e le scavate, e gli spinapesci, e i gabbioni, e le fasciature, ed altre simili invenzioni di guerra furono condotte a compimento, senza che il castello dêsse segno, i Piemontesi cominciarono molto furiosamente a bersagliarlo con palle e bombe. L’Adorno, sebbene fosse sul disavvantaggio, per avere il nemico preso i luoghi più propizi all’attacco, non si smarrì punto; e poichè al fuoco si era venuto, col fuoco vigorosamente rispose. Nè cedè, come vedremo, se non quando per la rottura della muraglia era divenuto evidente che non a mancanza d’animo, ma ad una necessità di guerra obbediva.

Carlo Emanuele, geloso di ricuperare la sua Nizza, non si era punto fermato all’intoppo trovato a Savona. Lasciati ivi sufficienti manipoli di soldati, aveva più oltre proceduto, preso Finale, già bloccato dal principe di Carignano, occupato tutto il paese, e non aveva trovato impedimento che a Ventimiglia. Quivi era ancora forte mano di Francesi, i quali ricusarono di cedere alle intimazioni di Carlo Emanuele. Laonde fu necessità al re d’usare la forza per domarli. Fatte venire per mare le grosse artiglierie, battè talmente la piazza che il comandante, fatta per otto giorni onorata difesa, fu obbligato ad arrendersi.

Destino non dissimile ebbero i castelli di Villafranca e di Montalbano, i quali, venuti dopo debole contrasto in mano dell’antico padrone, gli aprirono l’adito a Nizza.

Carlo Emanuele desiderava di andare senza porre tempo di mezzo a tentare le sponde del fiume Varo; ma fu costretto di frenare il corso alcun giorno, essendo stato in Nizza colpito dal vaiuolo.

In sullo scorcio del mese di novembre, sempre fermo nel suo divisamento, accompagnato dall’austriaco Brown, passò il re il Varo, recandosi alla conquista della Provenza. Di tale invasione ebbe a soffrirne anco l’infelice Genova; imperocchè, avendo gli Austro-Sardi trovato il paese invaso spoglio affatto di viveri, da quella città traevano le provvigioni, il che la metteva in augustie tali da non potersi adequatamente descrivere. Oltre a ciò abbisognando gli aggressori di grosse artiglierie per battere le piazze forti, ed innanzi a tutte quella di Antibo, nè essendo riuscibile a Carlo Emanuele di far venire le sue in numero sufficiente per le difficoltà che un anticipato inverno aveva arrecato alle strade, decisero di servirsi di quelle di Genova; per cui scrisse al Botta che le mandasse. Il generale austriaco ne fece istanza alla Signorìa con qualche dolcezza di parole; ma però con minaccia che se non le dêsse le avrebbe prese da sè. Ebbe per risposta che la Repubblica non poteva concedere ai danni altrui quelle artiglierie che alla sua difesa soltanto erano destinate; che del rimanente essa non aveva mezzi per opporsi alla forza, qualora si fosse voluto con violenza levarle.

Forte risposta, che dimostrò non avere ancora l’estrema sventura del tutto accasciati gli animi dei patrizi genovesi.

Botta, veduto come fosse mestieri fare da sè, andava nell’arsenale visitando i depositi delle artiglierie, dei mortai e degli attrezzi, come pure i cannoni che in più felici tempi erano stati in sulle mura piantati a difesa della patria. Questo e quel pezzo sceglieva; e già aveva dato principio a trasportarli alla volta della Lanterna, donde intendeva inviarli sulle navi a Carlo Emanuele, il che fu presto cagione di quel furore di popolo che or ora narreremo.

Non meno di Genova e della riviera di Ponente era in lagrimevole stato la riviera di Levante. Quivi erano venuti colle loro genti austriache i generali Piccolomini e Kai, e l’avevano occupata in tutta la sua lunghezza da Nervi sino alla Spezia, nel quale golfo soggiornarono a loro arbitrio i vascelli inglesi e le galere sarde. Le insolenze, le rapine, le violenze soldatesche anche qui andarono al colmo: le estorsioni erano incredibili; il più basso uffiziale esigeva, sotto titolo di quartiere d’inverno, di quieto vivere, o d’altro pretesto, ciò che più venivagli pel capo. Gl’infelici abitanti cercavano alla meglio di soddisfare alla cupidigia degli ospiti rapaci; tuttavia non andavano esenti dagli strapazzi. Coi più acerbi modi venivano le comunità sforzate a dare grosse provvisioni di carni e di altri generi che dal paese non erano prodotti. Gli uffiziali dicevano: «Dateci il denaro, e ci provvederemo da noi medesimi.» Davano i Riveraschi anco il denaro, e tuttavolta le molestie e le vessazioni continuavano. E guai a chi si fosse indugiato all’impazienza austriaca. Le sconcie parole non solo, ma gl’immani fatti e le battiture stesse e le mortali ferite avrebbe dovuto soffrire.

Tutto il corpo della Repubblica era rotto e sanguinoso; tutto stretto dalla forza nemica; eppure i suoi tiranni avevano ancor paura che si riscuotesse. Domandarono gli statici, come se il più puro sangue degli onesti cittadini dovesse stare per la mallevadoria della schiavitù.

Sono ben schifosi gli oppressori dei popoli!

Al periglioso sacrificio furono scelti ed a Milano mandati, Giannicolò Santi e Carlogrillo Cattaneo, senatori, Giambernardo Veneroso e Negrone Rivola, patrizi.

Nel colmo di tanti affanni giungeva in Genova un conte Cristiani, gran cancelliere di Milano. Nato suddito della Repubblica, scritto nel libro d’oro, il suo arrivo diede qualche speranza a chi già più non ne aveva. Ma non più tenero verso la patria che il Botta, veniva egli a molesto cómpito. Non si tosto in Genova, egli stabiliva un ufficio di posta per Milano e paesi austriaci, non si fidando delle poste genovesi. Una rappresentanza della città si presentava a lui, raccomandandogli che sospendesse quell’istituzione. Rispondeva il cancelliere che non poteva nulla, e se ne partiva colle sue tasche e le sue bolgette.

Infrattanto lo spietato generale Botta andava sempre più aggravando la mano sulla sventurata Repubblica. Nè meglio rispettava la sua sovranità che la possibilità del pagare. Sforzava i magistrati a mettere in libertà i figli di un tal Domenico Rivarola, ladro e ribelle, il quale incitava allora a ribellione la Corsica ad istigazione di Carlo Emanuele. Questo re non si vergognava di servirsi di quell’impuro e vile uomo per turbare alla Repubblica lo Stato quieto in quell’Isola.

L’aspetto di Genova mostravasi squallidissimo; ad ogni momento grida d’uomini tormentati da crudeli aguzzini sorgevano ora in questa, ora in quella via; le botteghe si chiudevano per paura, per violenza si aprivano; i generali, gli uffiziali, gli stessi gregari usavano verso i cittadini asprezze sopra ogni credere, i più barbari trattamenti. S’accostavano alle botteghe per comperare generi; facevano o pesare, o versare, o tagliare ciò che loro piaceva, eppoi pagavano come saltava loro pel capo, senza riguardo di giustizia e di onestà, adoperando persino il bastone contro que’ meschini che prontamente non soddisfacessero alle loro richieste.

I deputati Grimaldi e Fieschi lamentavansi a nome della città col Botta delle insoffribili violenze. Il Tedesco rispondeva stringendosi nelle spalle, e dicendo, che quella era guerra, e che pure, ripetè, avevano i Genovesi gli occhi per piangere.

La giustizia era sospesa, i magistrati più non esercitavano gli uffici. Offendeva massimamente gli occhi del popolo il vedere il doge, l’uomo in cui era raccolta tutta la dignità della Repubblica, e che allora era Gianfrancesco Brignole Sale, chiaro per virtù e per costanza pari alla disgrazia, uscirsene senza onore di palazzo, mentre al tempo lieto sempre l’accompagnavano e la comitiva del grado ed i soldati attenti a fargli onoranza. Ciò era forse arte in Gianfrancesco, oppure dolore, o rispetto verso le pubbliche calamità. Se non che il popolo l’attribuiva a proibizione dell’Austriaco, e d’infinito sdegno se n’infiammava.

 

VII

 

Chotek andava intanto domandando il pagamento del secondo milione di genovine, e minacciava se non fosse eseguito, sacco, ferro e fuoco. All’avara e feroce intimazione Grimaldi e Fieschi andarono dal Botta, lamentandosi della gravezza della domanda e dimostrando l’impossibilità di soddisfarla. Ma tanto il generale, quanto il commissario avevano l’animo indurato ai patimenti degli infelici. Ei venne fuori con un proverbio tedesco assai usitato in Vienna e che significa: «La cosa deve essere così.» Instarono i deputati, e il generale allora pronunciò questa parabola: «C’era una volta Thamas Kulikan, il quale voleva intraprendere la guerra contro il Signore dei Turchi. Era entrato senza ragione alcuna nell’imperio del Mogol e ne aveva trasportato immensi tesori e ricchezze immense, di cui si servì per sopperire alle spese delle meditate conquiste.» Tirando indi la cosa a Genova, il Botta soggiunse «che l’Imperatrice, regina d’Ungheria, faceva la guerra contro i Francesi e che lo stato di Genova considerava come il suo Mogol.»

Così un Italiano per conculcare Italiani si serviva dell’esempio d’un Tartaro.

Non trovata pietà veruna in uomini spietati, Genova si apprestava a cercare il milione. Creossi un magistrato di tredici membri, uno decorato della toga senatoria, il quale a tutti presiedeva, due della toga procuratoria, cinque eran patrizii ed altrettanti cittadini o popolani dei migliori, acciocchè ad un tristo, ma inevitabile ufficio attendendo, con un balzello ad arbitrio, ma con equità posto sui più facoltosi, raggranellasse il secondo monte di genovine. Ma vedendosi il denaro di gran lunga inferiore al bisogno, e maggior tempo richiedendosi per raccoglierlo di quello fissato da Chotek, il quale già minacciava sacco e rovina, fu forza di compire la somma col denaro estratto una seconda volta dalla cassa di San Giorgio.

Al veder riaprire le porte del luogo che sacro a tutti doveva essere, immenso dolore s’aggiunse al dolore che già sì grave era nel cuore dei Genovesi.

Benedetto XIV, alle inaudite oppressioni ed angustie della Repubblica, si commosse. Scomunicare un generale apostolico sarebbe stata marchiana davvero; ma il pontefice, che al postutto non era tristo uomo, volle mettersi di mezzo tra Austria e Genova. Ordinò al suo nunzio in Vienna che caldamente si adoperasse presso Maria Teresa, affinchè si mostrasse clemente verso la Repubblica ligure. Il nunzio ebbe per risposta dalla bocca stessa dell’Imperatrice, che, in grazia delle preghiere del pontefice, si contentava di desistere dalla domanda del terzo milione. Il nunzio scrisse a Benedetto; questi alla Repubblica.

I Genovesi già se ne rallegravano, quand’ecco Chotek, senza cui non era bene far conti, domandare colle solite minaccie il terzo milione; più un quarto milione per gli alloggiamenti invernali; più ducento cinquantamila fiorini per prezzo «clementissimamente» come disse, valutato dalla sua Imperatrice e padrona, di que’ magazzini di viveri che pel mantenimento delle soldatesche della Repubblica avrebbe dovuto essere in Genova all’arrivo degli Austriaci.

Invero quegli appicchi militari per estorcere denaro erano cose incredibili e spaventose.

I Genovesi, ingannati crudelmente, vennero allora in forse di loro medesimi, e temettero del totale sterminio della loro patria. I deputati tornarono da Botta, lo pregarono a muoversi a giustizia verso la desolata città, e gli dimostrarono l’impossibilità di soddisfare alle insaziabilità del commissario. Il generale lasciò capire che se in Genova non si trovava oro ed argento a sufficienza, mettessero i cittadini mano nei capitali che possedevano in Inghilterra, in Francia, in Olanda, in Italia, in Alemagna, e con essi soddisfacessero. Soggiunse ironicamente parlando che, poichè tanto amavano la patria, non dovevano ritrarsi dal fare l’indicata deliberazione per salvarla. Ma quasi subito ritirandosi dalla sua proposizione, forse perchè aveva parlato con Chotek, riprese dicendo che voleva vedere oro e non carte, e tornò in sul volere che si pagassero in contanti il milione delle genovine colle due aggiunte sopra accennate.

Governo e cittadini erano costernati; ma Botta e Chotek non si curavano punto della costernazione e dei dolori altrui: essi si fondavano sulle baionette e sui cannoni. Chotek anzi venne apertamente in sul dire, come se Thamas Kulikan fosse lui stesso, che quanto era in Genova e quanto possedevano gli abitatori, tutto all’Imperatrice apparteneva, e che qualsivoglia cosa avessero voluto serbare, dovevano ripeterla dalla di lei generosità e clemenza. Con ipocrito dolore poi andava il commissario dicendo che gli ultimi mali sovrastavano a Genova, ignara che cosa realmente fossero gli estremi della guerra; ch’egli però lo sapeva, e, comechè avesse il cuore indurato fra l’armi, al solo pensarvi ne sentiva raccapriccio ed orrore. Diceva che avrebbe lasciate le truppe per le esecuzioni, ma in quanto a lui sarebbe uscito dalla città per non vederne cogli occhi propri l’eccidio e la desolazione. Replicatosi dai deputati che qualunque trattamento non poteva indurre Genova a pagare, il truculento Chotek soggiunse che essi parlavano in quella guisa, perchè mai non avrebbero potuto figurare, nè concepire nell’animo i mali che li minacciavano, i quali di gran lunga avrebbero superato ogni immaginativa.

Per mostrare poi come fosse risoluto di eseguire ciò che aveva minacciato, diede ordine che gli uffiziali e i soldati vieppiù insolentissero. Laonde si videro questi bentosto girare baldanzosi per la città, ed insultare ai pacifici cittadini e ai tranquilli soldati della Repubblica. Visitavano le porte ed i posti dove ancor erano truppe genovesi, e bravavanle, e da loro imperiosamente richiedevano qual numero di gente abbisognasse per provvedere le necessarie sentinelle, affermando che presto sarebbero venuti a prenderne possesso.

Soldati od uffiziali incontrandosi per le vie con soldati od uffiziali della Repubblica superbamente e con atti del maggior disprezzo li riguardavano. Notavano a voce alta gli Austriaci le case cui designavano al sacco. Alcuni uffiziali, portando al sommo la loro impertinenza, cavalcavano con barbarica iattanza nel chiuso ricinto di Porto Franco, dove, all’ombra del diritto comune delle genti e sotto la fede della Repubblica, stavano raccolte le ricchezze del commercio fra le nazioni, vantandosi che tutto quel tesoro era loro roba e che presto ne avrebbero pigliato possesso. Altri apposta andavano spargendo funeste voci, e profetizzavano che non passerebbero otto giorni che il sangue inonderebbe Genova, e che i mucchi dei cadaveri farebbero mostra ancor più terribile del sangue.

«Furore che più non pensa, scrive lo storico Botta, furore che più non regge, gonfiava gli animi poco sofferenti dei Genovesi.» Era il caso in cui i versi immortali di Petrarca si dovessero tradurre in fatto:

 

«Virtù contro furore

Prenderà l’arme e fia ’lcombatter corto;

Chè l’antico valore

Nell’italici cor non è ancor morto.»

 

Sì, era giunto l’istante in cui un popolo oppresso, ma non domato, doveva fiaccare l’orgoglio a chi con tanta insolenza lo insultava e lo rubava.

Il popolo genovese ha anima, è vero popolo italiano; non poteva esso più a lungo sopportare il terribile giogo.

 

VIII.

 

Il Botta dava opera al suo divisamento di togliere via le artiglierie di Genova per mandarle in Provenza, ove gran terrore regnava alla fama dell’esercito confederato. La Francia era lasciata a sè stessa. Gli Spagnuoli, rotto quasi l’accordo con essa, avevano preso la via per riguadagnare le case loro e rifarsi delle fatiche e dei danni sofferti in lunghi viaggi ed in accannita guerra. Francia sola non poteva bastare con soldati scemi per morti e diserzioni, resi deboli dalle tante fatiche, non solo a combattere lunga guerra, ma ad opporre una diga all’irrompere dei soldati vincitori di Londra e di Vienna.

La causa dei Borboni pareva perduta. «Ma, era fatale, scrive il Buonamici, che alla virtù dei Genovesi, la Francia andasse obbligata della sua salvezza, l’Italia della sua libertà.»

Qui ci è forza accennare come noi non accordiamo punto col Buonamici. Imperocchè è ben vero che l’eroismo genovese dalla rovina salvò colle sue le terre meridionali di Francia; ma non possiamo capire che razza di libertà salvasse all’Italia, quando la cecità del governo piemontese aveva fatta lega per riconfiggere nella Penisola il chiodo fatale dell’austriaca dominazione. La reggia di Torino non poneva punto mente alle voci di Dante e di Macchiavelli, e i suoi ministri ignoravano i bei versi di Petrarca:

 

«Ben provvide natura al nostro Stato

Quando dell’Alpi schermo

Pose tra noi e la tedesca rabbia.»

 

Gli Austriaci avevano cominciato col levare i più grossi cannoni dalle mura e dai posti della città; e già tredici pezzi coi loro carriaggi avevano trascinati verso la Lanterna, dove attendeva un naviglio inglese per riceverli a bordo, e portarli a destinazione. Fremeva il popolo nel vedersi involare quelle armi che erano state apprestate a sua difesa. Dalle maledizioni tacite, passava alle minacce aperte:

« — Costoro, diceva, vengono a rubarci l’oro per consumare, e anco ci disarmano per poterci a loro agio scannare.»

E l’indignazione, la rabbia, l’orrore andavano sempre più manifestandosi nel minuto popolo, il quale, coll’animo invasato dal furore e dalla vendetta, s’affollava e fremeva e mormorava là dove qualche ingombro od intoppo nasceva intorno alle artiglierie, che per le strette e montuose vie di Genova si conducevano dall’odioso nemico verso la porta a riva il mare.

Il popolo stava per insorgere; e quando il popolo si desta, diremo col poeta soldato Goffredo Mameli, il martire di Roma:

 

«Dio si mette alla sua testa

Le sue folgori gli dà.»

 

Le grandi rivoluzioni mai sempre furono fatte dai popoli. Il popolo tant’oltre non guarda; esso non numera il nemico; non calcola: ma sorge, combatte e muore. Il patrizio pensa ed è vizio, la plebe opera ed è virtù. Gli uomini dubitosi non salvano mai gli Stati, soltanto il popolo sa eseguire i grandi rivolgimenti politici, sa distruggere d’un colpo gli artifizi lungamente combinati dalla tirannide.

Nonostante i segni del nembo che s’aggirava in aria, Botta continuava nella sua ostinazione, quasi che Iddio pel castigo degli oppressori gli avesse tolto l’intelletto. Chotek, con quella sua avidità dell’oro, non sapeva alla sua volta quello che si facesse; solo andava gridando: danaro, danaro, date qua danaro!...

E tra i cannoni e il danaro scese tremenda la vendetta di quel Dio, che i potenti atterra e gli umili solleva.

Era il 5 dicembre 1746. Il pallido sole d’una bella giornata d’inverno brillava allegro e puro su d’un limpido, azzurro cielo. Il mare increspato lene lene dalla tramontana pareva andasse a ritroso, ed era appena se una lama sottile di candida spuma si frastagliasse fremendo in sulla riva.

Genova da tempo non era paruta così bella; il suo popolo stesso sembrava vivificato, ritornato ai bei giorni gloriosi della Repubblica.

Il dì era trascorso senza fatto di qualche importanza. In sulla sera una mano di Austriaci, pel quartiere di Portoria, veniva trascinando colle funi un pesante mortaio da bombe, quando ad un tratto, sfondatasi la strada sotto l’immane peso del bronzo, rimase incagliato il trasporto. Invano i soldati s’erano affannati e colle corde e colle stanghe a sollevare l’affondato mortaio, invano avevano chiesto aiuto al popolo, che, in cerchio, man mano s’era venuto agglomerando dattorno ai Tedeschi, e ghignava alle barbariche loro bestemmie.

Un giovanetto, il figlio di un povero pescatore, bello della persona e con occhi vivacissimi, stava in fondo alla via contemplando quel tramestio, e pareva che la vampa di tutto un odio gli salisse al capo.

— Oh! i maledetti! sclamò d’un tratto. Ci rubano ogni cosa costoro; e non vi saranno genovesi mani che sorgano a vendicare l’oltraggio?

— Aiutati che ti aiuterò, son parole di Dio, rispose un vecchio popolano, che era a lui vicino.

— Miseri noi! miseri noi!... suonò una voce di donna, miseri noi! che solamente ci rimangono gli occhi per piangere.

— E mani per combattere, no?...

In così dire il giovanetto s’era venuto avvicinando a pochi passi dalla soldatesca, che rabbiosamente lottava per vincere la resistenza del mortaio.

— Per Iddio! urlò il sergente nel suo gergo barbaresco; per Iddio! razza di scalzacani che siete, date una mano qua!...

L’opera era infame. Nessuno si mosse. Anzi la cerchia del popolo indietreggiò; tutti abborrivano dall’empio ufficio.

— Sollevatelo voi altri stessi se potete, che vi colga il fistolo! risposero cento voci alla stolta pretesa degli Austriaci.

I soldati, che non s’immaginavano punto qual grossa piena mandassero gl’indomiti cuori de’ Genovesi, si decisero ad usare il bastone contro alcuni popolani per obbligarli.

Un immenso grido di dolore e di rabbia, un fremito di furore e di vendetta sorsero come il mugghio d’un mare in tempesta. L’argine si ruppe, e cento e cento mani si levarono pronte a respingere la prepotenza colla forza.

Il giovanetto si trovò come alla testa di quella bufera. Cavato il logoro saio, e rimasto smanicato alla foggia popolaresca, mostrò le belle, giovanili sue forme, dove l’Ercole e l’Apollo si confondevano nel plastico atteggiamento della minaccia. Misurata la distanza con occhio pieno di lagrime, furioso volse il capo alla folla che stava dietro a lui, si chinò rapidamente, e colla destra dato di piglio ad uno sasso: Che l’inse! sclamò, e lo trasse. Il sasso scagliato corse a percuotere nel capo uno dei percussori, che stramazzò.

Che l’inse! parola che in quel tronco ed energico dialetto genovese significa presso a poco: «Io la rompo, la finisco, più non mi tengo.

Che l’inse! Che l’inse! Bravo Balilla, viva Balilla! chè tale era il nome del fanciullo, dappertutto si udì a gridare.

Ed ecco sorgere una sassajuola così furiosa da tutte bande contro que’ luridi soldati, mandati a pericolosa bisogna dallo stolido marchese Botta, i quali stimarono che fosse bene di dare indietro più che di passo.

Gli Austriaci, vergognosi della fuga, o rinfrancati gli spiriti da chi li comandava, tornarono indietro colle spade sfoderate, persuadendosi che a quell’atto il popolo avrebbe tremato molto e sgombrato il terreno. Ma ecco invece che dessi dovettero di nuovo indietreggiare accolti dai fieri Genovesi con un’altra pioggia di sassate peggiore della prima.

Il drappello, accortosi che quello non era più luogo da starci, a passo di corsa, tutto pesto, sanguinoso, si diresse verso la caserma. Il benaugoroso mortaio se ne stette affondato in Portoria; i ragazzi, come per festa e per vittoria, salivano su quel trofeo, che doveva essere piedestallo di libertà, mentre il popolo ne godeva.

Gli stranieri erano fuggiti all’ira prorompente del popolo, e ormai il fiotto saliva come i cavalloni dell’Oceano, quando il turbine li sospinge colla misteriosa prepotenza dei venti.

Balilla, salito sopra al mortaio, alzando le sue braccia bianche di giovinezza, gridò: «— Animo, animo, fratelli! a palazzo, a palazzo, a prender armi.»

« — A palazzo, a palazzo! andiamo a prender l’armi, andiamo!» rispose ad alta voce il popolo.

« — Viva Maria santissima!»

« — Armi, armi»

Se Tomaso di Aquino fosse stato al mondo e lì presente, avrebbe al certo confermate le parole scritte nel suo libro: «Quando il popolo si leva in massa è Iddio che lo chiama.»

Pigmei dell’umanità, tisici e paurosi intelletti, contemplate questi sublimi impeti del popolo e poi negate, se vi basta l’animo, la vita che anima questo grande essere collettivo. Che ponno mai i teoremi di gabinetto, i calcoli, con cui presumete confinare il mondo dentro alle brevi angustie del vostro cranio, di fronte a quel Briareo dalle mille braccia, a quell’Idra dai mille capi e dalle mille bocche, a quelle mille menti concepenti un solo pensiero, a quelle mille bocche levanti un concorde grido di guerra, a quelle mille mani pronte a combattere? Come l’immenso Oceano prova la vanità dell’umana potenza, così l’irresistibile onda del popolo prova la debolezza dei troni. Stolto chi crede infrenare l’impeto del popolo. Non v’ha diga che il possa. Simile alla bufera imperversante del mare, passa, e scettri e troni, imperatori e re, tutto travvolge sotto di sè e precipita.

Annottava; la pioggia si era messa a cadere a secchie; non per questo il popolo di Portoria si ristette. Calò pel borgo dei Laneri, per la via dei Servi, per la piazza del Molo, e, qual valanga che più s’ingrossa precipitando, ad ogni passo raccoglieva furia di gente simile a sè: garzoni da taverna, pattumai, ciabattini, pescivendoli, fruttaiuoli, fognai, facchini, da formare una considerevole folla.

Tra il buio della notte, gli scrosci dell’uragano, le grida che assordavano l’aria, i lumi che mano mano s’andavano accendendo nelle vie e per le finestre, formavasi uno spettacolo cui penna non potrà adequatamente descrivere, spettacolo degno dell’immaginazione di Dante.

Giunto il popolo a calca innanzi al palazzo pubblico, cominciò con urli e schiamazzi a chiedere le armi.

Erano in quel punto congregati i collegi per deliberare sulle tristi condizioni in cui versava la patria. Udito il rumore e le strida del popolo, mandarono i più prudenti padri in una stanza contigua all’interno cortile, acciocchè, fatti quivi venire i capi del tumulto, intendessero a calmare quel furore, che poteva, secondo i loro paurosi intelletti, mettere la città al bersaglio d’un sacco, e precipitarla in un abisso di irreparabili mali.

I signori del Governo, non volendo essere sforzati a qualche precipitosa risoluzione, fecero intanto chiudere le porte del palazzo, raddoppiare le guardie, a cui ordinarono che, anco colle armi, contenessero fuori del cancello la folla.

I pacificatori, abboccatisi coi popolani, quantunque mettessero loro innanzi le calamità, gli stenti ed i pericoli conseguenti necessariamente alla loro impresa, nulla poterono da quelli ottenere, perchè stettero sempre ostinati nel volere le armi e nel far guerra cogli Austriaci.

La moltitudine, accresciuta sempre più di numero pel sopraggiungere continuo di popolani di altri quartieri, specialmente di quel di Prè, fermossi a rumoreggiare fino alle cinque della notte innanzi a palazzo, incessantemente chiedendo armi. I sopracciò ricusarono sempre. Indignati i reclamanti cominciarono a mormorare contro i reggitori dello Stato, malgrado del solito rispetto che ognuno nutriva per loro.

Fra la notte tempestosa e piena di pioggie e di tenebre, e la stanchezza dei cittadini, e l’incertezza con cui i non bene conosciuti capi comandavano, la folla mano mano si sparpagliò, ritraendosi ognuno alla fine a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un bussare e un aprir di porte, un apparire e uno sparire di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalle vie. Tornate queste deserte e tacite, i discorsi continuarono nelle case, e non morirono certamente negli sbadigli; chè gli animi de’ Genovesi erano di troppo concitati.

 

I reggitori del governo, temendo che dal moto popolare potesse derivare un gran male, mandarono al Botta il patrizio Nicolò Giovio coll’incarico d’informare quel generale dello scompiglio, d’avvertirlo dell’imprudente contegno dei conduttori del mortaio, di pregarlo a desistere dal pensiero di più farlo trasportare, se pur desiderava che il popolo si rimettesse in calma, e non sorgesse qualche strano accidente. Vollero che il Giovio gli mettesse in considerazione essere impossibile a porre termine alla vendetta di molti, quando sono accesi dallo sdegno. Il rinnegato Italiano rispose al messo che non temeva punto del popolaccio, che avrebbe nella seguente mattina mandata per prendere il mortaio altra soldatesca, condotta da prudente ufficiale per evitare scandali. Giovio ripregò, dimostrò come maggiori sconcerti succederebbero, ove ancora si toccasse allo sprofondato bronzo. Il Botta non si rimosse dalla sua risoluzione.

In fatti la mattina del giorno sei, verso le ore quindici italiane, si videro entrare per porta a San Tomaso cento granatieri austriaci colla baionetta in canna, scortanti una compagnia di guastatori destinata a levare il mortaio. Per la via di Prè erano quasi giunti presso a Fossello, il mercato dei commestibili, quando vennero accolti da una furia di sassate, lanciate loro di fronte dal popolo, che numeroso s’era venuto affollando al mercato, di fianco dalle finestre gremite di donne e di ragazzi, in guisa che, udito lo strano ronzio e sentite le disadatte percosse, più frettolosamente che non erano venuti, se ne tornarono al loro alloggiamento.

Fuggiti gli Austriaci, il popolo, fatto ancor più numeroso per l’agglomeramento di nuova gente accorsa dagli altri rioni, era tornato al pubblico palazzo, minacciosamente chiedendo armi. Ad ogni senatore, che entrava, assordava le orecchie dicendo: « — Armi, armi ci vogliono, non parole. Dateci armi; se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e noi con voi.»

Ma i padri, che avevano paura di essere salvati, saldi continuarono nel disdire la richiesta. Per non essere sforzati, fecero circondare il palazzo da doppie guardie, colle baionette in canna. Allora il popolo portò scale per salire alle alte finestre dell’armeria; ma i sopracciò fecero quelle scale portar via dalla soldatesca. Infrattanto mandarono nuovamente il Giovio al Botta per assicurarlo che essi non entravano per nulla nella sommossa.

Strana contesa; vigliacca da un lato, eroica dall’altro!

Non potendo avere le armi da chi avrebbe dovuto senza domanda offrirle pel bene della patria, il popolo, acceso da un santo entusiasmo, si voltò a cercarle altrove. Corse alle varie porte e ai vari posti della città, e per forza strappò di mano alle guardie i fucili, dicendo loro che se ne facessero dare degli altri. Quindi pensando che ne potessero essere nelle case dei particolari, specialmente degli ufficiali, si portò la moltitudine a precipizio verso di quelle, e o sforzandone le porte, o scalandone le finestre, vi irruì, e si provvide. Adocchiò altresí le botteghe degli armaiuoli, e spezzandone le toppe s’impossessò di quante armi vi potè ritrovare, senza portar via alcuna altra cosa, o fare la minima violenza.

Armato che fu alla meglio, si divise a squadriglie: una qua, una là, macchinando ciascuna a suo modo la meditata impresa.

Gli Austriaci frattanto si erano fatti forti alla porta a San Tomaso. Vi avevano verso la città guardie raddoppiate e numerosissime, ed in particolare i due reggimenti Piccolomini e Andreasi. Fuori della porta, specialmente sulla piazza principe Doria, stavano attelate grosse forze, massime di Croati, Panduri e cavalleria.

Due squadre di volontari della libertà, l’una per la strada di Prè, l’altra per l’Acquaverde, vennero contro San Tomaso, e quando furono a portata degli Austriaci, mandarono loro un saluto con una ben diretta scarica di archibugiate.

Questo fu il primo segno di fuoco che accennava alla salute di Genova.

Gli Austriaci furono presti a chiudere la porta. Poco dopo ne uscì una mano di granatieri, i quali respinsero i popolani, prendendo loro un cannone, cui una turba di ragazzi, ancor più inferociti dei loro padri, avevano colle tenere braccia aiutato a condurre. I nemici usarono tostamente del vantaggio; onde, fattisi innanzi con alcuni cavalli, prima con una scarica, poi ponendosi a corsa colle sciabole nude, facilmente sparpagliarono quell’incomposta moltitudine. Giunsero sino alla piazza della Nunziata; ma poco vi si trattennero; poichè i popolani, ripreso animo, avevano voltata la fronte, e tirata tal furia di archibugiate che tutta la squadra degli aggressori impaurita, a gran fretta, si riparò nella sicura stanza di San Tomaso, lasciando due morti in mano del popolo.

Principale intento dei sollevati era di scacciare innanzi tratto gli Austriaci da quella porta; e’ s’accorsero come a tale proposito fossero mestiere forza, ordine, armi migliori. Il numero dei zelatori di patria venne sempre crescendo, e con essi l’impeto. Trovate le braccia cercarono le armi, non più solamente sciabole ed archibugi, ma cannoni, mortai e colubrine.

Pegli amatori di quella libertà insidiata da uno spietato nemico, e malamente difesa da deboli patrizi, era bello il vedere il fremito, il bollore, l’ardore del popolo nel ricercare le armi, il durare contro la fatica di chi le trasportava. A forza di sole braccia, senza alcun aiuto di bestie da tiro, uomini, donne, fanciulli, preti, frati, trascinavano i pesantissimi cannoni con una velocità assai incredibile per le ineguali e perciò assai malagevoli vie che dovevano attraversare per giungere a fronte del nemico. Sembrava impossibile che per luoghi così disastrosi potessero essere condotte quelle macchine fatali. Narrano gli storici come in pochissimo tempo fosse montato a forza di sole braccia un grosso mortaio su per la rapida, angusta e difficilissima salita detta di Pietraminuta, cui molto importava di guadagnare per battere di là contro gli Austriaci a San Tomaso e nella piazza principe Doria.

Anco oggidì chi esamina quel luogo così erto, malagevole e stretto, e col fatto il paragona, non può rimanere capace della verità. Iddio infonde molta forza a chi difende la patria da fargli eseguire incredibili cose.

Spezzate con violenza le porte delle pubbliche polveriere, i facchini dentro vi entrarono; ed era una gara nel trasportare chi una cesta di palle da cannone, chi una bomba, chi altro arnese di distruzione; i ragazzi stessi si aiutavano a portare una palla, o un piccone da romper terra, o altro oggetto bisognevole all’intento.

«Maria Teresa, scrive lo storico Botta, che, col bambino in braccio, aveva eccitato così fervido moto fra gli Ungari, avrebbe dovuto ammirare l’ardente zelo del generoso popolo di Genova, non volere soffocarlo con le sue barbare soldatesche. Pacieri bisognava mandarvi, non Panduri e Varadini.»

Ai popolani non era nascosto quanto danno arrecar loro poteva la cavalleria, di cui abbondavano i nemici, perchè entrando, ed a furia correndo per le vie facilmente poteva mettervi ogni cosa in iscompiglio. Per avvisare al pericolo asseragliarono con botti, panche, tavole ed altri impedimenti le tre vie dell’Acquaverde, di Prè e di Sottoriva, verso dove mettono capo in prossimità di porta a San Tomaso, assicurando poi le serraglie con tagliate ed alzate di terreno. Inoltre pensando all’assalire non che al difendersi, vi condussero due cannoni in fronte della contrada dell’Acquaverde, uno in quella di Prè da Sant’Antonio, un altro nell’imboccatura di Sottoriva. Ordinarono poi le guardie; provvidero le sentinelle, avvicendarono ogni esercizio di custodia, osservarono in tutto gli ordini militari. Tanto più maravigliosa era tal cosa, in quantochè quegli uomini inesperti, nessuno o poco ammaestramento guidava, ma soltanto il natural talento di preservare quanto di più caro avevano in terra, la libertà della patria.

Nonostante la grossissima pioggia, che incessante cadeva, e ogni cosa, così gli uomini come la terra, fosse molle, sdrucciolevole e guazzosa, si facevano le guardie, vegliavano le sentinelle, niun servizio veniva negletto, e colla più immobile costanza duravano i volontari della libertà. E sì che la imperversante pioggia era più penosa a loro che ad altri, come quelli che in maggior parte erano dotati di povere facoltà. Misere vestimenta avevano, ricovero alcuno. È d’uopo il dire come i nobili, o che temessero che il popolo fosse per venire a qualche atto sfrenato contro di essi, o che, dubbiosi dell’esito, amassero temporeggiare per comparire in caso di rotta del popolo medesimo incolpabili, avessero egoisticamente fatto chiudere con gran cura le porte, e ostinatamente negassero di aprirle, quantunque ne venissero richiesti e pregati reiteratamente dai combattenti per trovare riparo contro la tempesta del cielo. I vili, mandate le mogli e le figliuole nei monasteri, si erano appiattati nei più intimi penetrali dei loro palazzi, con tutti i piani terreni chiusi, le finestre stoppate, i servitori armati; essi avevano prese tutte quelle precauzioni come quando si tema il sacco.

I popolani, malgrado quell’ingrato trattamento, e il grande bisogno che avessero di ripararsi contro il rovinío dell’acqua, non si portarono ad atti ostili, niuna porta sforzarono. Una sola ne aprirono, e fu quella de’ gesuiti in via Balbi, ponendo quivi il seggio dove si adunarono poscia le consulte e si resse la guerra.

Per dare buon indirizzo ad un moto di tanta importanza, si passò alle nomine dei capi. A presidente del quartier generale venne creato Tomaso Assereto, detto l’Indiano, e Carlo Bava a mediatore generale delle milizie di campagna. Poi gli altri destinati per ciascun quartiere, e tutti subordinati al quartier generale, furono eletti Giambattista Ottone, paramentaro; Giuseppe Comotto, pittore; Giuseppe Tezzoso, merciaio; Camillo Marchini, scritturale; Duval e Muratti, mercanti; Francesco Lanfranco, mercante di formaggio; Carlo Parma, merciaio; Andrea Urbedo, detto lo Spagnoletto, calzolaio; Stefano e Domenico fratelli Costa, detti Grassini, tintori; Domenico e Francesco Sicardi, impresari de’ forni; Giuseppe Malatesta, detto il Cristino, facchino; Giovanni Carbone, aiutante di locanda; Lazzaro Parodi, calzolaio; Alessandro Gioppo, pescivendolo e Bernardo Cartassi. Avevano essi balía di fare quanto richiedesse la salute della Repubblica.

Quegli oscuri uomini coi forti intelletti, colle callose mani, ma con cuori caldi ed anime sviscerate della libertà, si adoperavano e mettevano la vita a pericolo per la patria, mentre i tronfi patrizi, accovacciati nell’interno dei loro palazzi, lasciavano che la fortuna volgesse a suo talento quello Stato in cui essi avevano tanti onori e tanta potenza.

Non solo combattere, ma comandare anco sapevano i popolani. Ottimi furono i provvedimenti da loro presi. Ordinarono pattuglie di giorno e di notte per ovviare ai furti e ad ogni altro disordine; emanarono editti rigorosissimi sotto pene estreme ad ogni genere di persone, perchè accorressero alla comune difesa; disposero squadriglie ai capi delle vie, perchè invigilassero e accettassero chi avesse voglia di combattere, sforzassero i neghitosi.

In tanto tramestío di cose, in tanta concitazione di animi nessun inconveniente notabile successe. Il popolo si mostrava furioso contro il nemico, continente verso i cittadini, e perchè esso sempre mite si stesse, i capi fecero in abbondanza distribuire pane a chi, cessati i lavori e gli esercizi, colle non avvezze, ma devote mani difendeva la patria.

Odiosa era al popolo quella posta di lettere per Milano che il Cristiani aveva ordinata in Genova. Corse in calca alla casa ov’era collocata, e la mise in preda con far suo tutto quanto apparteneva agli impiegati della medesima. I predatori avendo ivi trovate certe argenterie da patrizi genovesi postevi come in luogo sicuro dal sacco, che, per ordine del Botta, si temeva, le presero e prontamente le restituirono ai proprietari, tosto che li conobbero.

 

IX.

 

Il marchese Botta s’era messo nel fermo proposito di voler domare il popolo insorto. Esso lo credeva più scomposto e meno coraggioso di quello che realmente fosse. S’era preparato alla guerra, aveva ingrossato le guardie alla porta a San Tomaso ed all’altura dei Filippini. Dalla prima infestava coi cannoni la strada di Prè, dalla seconda l’Acquaverde e la via Balbi. Aveva anco richiamate in Genova le genti che teneva sguinzagliate nelle riviere, ed in Novi ed in Varone, e alcune di quelle che erano in viaggio per la Provenza per averle tutte ad ogni emergenza pronte.

Prevalendosi poi la notte del giorno sette d’un po’ di riposo preso dal popolo, occupava la commenda di San Giovanni di Prè, posta nella via dello stesso nome, e vi si fortificava.

Chi dava molto a temere al generale austriaco erano gli abitanti delle valli di Bisagno e di Polcevera, uomini belligeri e deditissimi alla Repubblica. Spediva colà tostamente un proclama colla parola imperiale di non più esigere i due milioni di fresco intimati, e di sgravarli da ogni peso di guerra, purchè facessero promessa di non prender parte al moto della città e di fedelmente obbedire alla regina. Oltre a ciò instava presso la Signorìa affinchè per ridurre i Genovesi all’obbedienza ordinasse ai soldati regolori di assalire gli insorti alle spalle, mentre le genti austriache li urterebbero di fronte, dal qual movimento egli teneva certa la vittoria. Più volte avevano i padri ricusato all’instare del Botta, e per troncare molestia gli fecero alfine risolutamente capire, che non mai la Repubblica avrebbe acconsentito di volgere contro i propri sudditi quelle armi che soltanto alla tutela dei medesimi erano destinate. Risposta lodevole, ma sarebbe ancora stata migliore, se avessero comandato ai propri soldati: «Ite, al popolo unitevi, e i tiranni della patria sperperate.» Ma o per paura di sconcerti maggiori, o per fede nei disonorevoli patti, nol vollero fare. E quasi quella loro negativa volessero mitigare in faccia al Botta, vigliaccamente mandarono ordini ai due capitani delle valli di Bisagno e di Polcevera che tenessero quiete quelle popolazioni, e comminassero la pena della galera a chiunque prendesse le armi.

Il marchese Alessandro Botta, fratello primogenito del generale, provando increscimento dell’eccidio della nobile città e che il fratello si tirasse addosso il carico d’uomo crudele e spietato, presentavasi a lui, cercando di ammollirne il duro cuore. Anco il principe Doria, pietosissimo inverso la patria, in compagnia del padre Porro, teatino, recavasi dal generale, esponendogli le domande del popolo, e dimostrandogli come difficile cosa fosse il domarlo, pericoloso il cimento, in forse la riputazione delle armi austriache. Per parte della Repubblica vi andava il patrizio Agostino Lomellini. Infine per patria carità traeva dal generale pure il gesuita Visetti. Si convenne un armistizio di alcune ore, domandato dal nemico con innalzare bandiera bianca al posto dei Filippini. Botta il faceva con arte, e dava intrattenimento di parole, perchè aspettava i rinforzi di soldatesche. Il popolo accettò per meglio armarsi. Le pratiche fra il generale e i deputati e gl’intercessori della Repubblica, riducevansi in ciò che il primo acconsentiva ad abbandonare porta a San Tomaso, ma non quella della Lanterna, mentre i Genovesi le volevano ambidue, e di più che gli Austriaci intieramente sgombrassero dalla città. Botta mostravasi assai cocciuto; per cui Doria, disperando della concordia, sdegnoso erasene fuggito dalle conferenze, e andava dicendo al popolo: «Il Botta ha la testa dura, ed il popolo più del Botta.»

Il padre Visetti, desiderosissimo di aggiustare le discrepanze, aveva nuovamente visitato il generale nemico, notiziandogli che al popolo si erano uniti i cittadini d’ogni condizione, e che tutti erano risoluti di vincere o di morire per la libertà della patria. Il Botta rispose che avrebbe date le porte. Ma fu inganno; chè già il cannone nemico rimbombava, e scuoteva le falde del travagliato Appennino. Genovesi contro Austriaci, Austriaci contro Genovesi, già si erano di nuovo avventati, e ciascun faceva l’estremo di sua possa per vincere.

A quel fiero spettacolo, quanti animo pietoso avevano, preci innalzavano al Dio delle vittorie, affinchè rendesse felice la causa di un popolo, che era sorto a difesa della propria libertà.

Furibondi correvano i popolani contro l’odiato oppressore, quando incontrossi in loro il padre Visetti. Tra l’affanno, la meraviglia, la speranza, la disperazione, egli disse che il generale Botta acconsentiva al rilascio delle porte.

«Non è più tempo, rispose con voce tremenda il popolo; non vogliamo limosine, vogliamo guerra!»

Il gesuita allora soggiunse: «Ho fatto quanto ho potuto; aiutatevi, aiutatevi, non vi è più rimedio!»

E i Genovesi si aiutavano veramente.

 

X.

 

Era il giorno dieci dicembre. La pugna ferveva. S’udivano rimbombare i cannoni da ogni parte, strepitare gli archibugi, alzarsi grida teutoniche contro le italiane, e grida italiane contro le teutoniche; frastuono reso più orribile dal continuo martellare d’ogni campanile. Il Santissimo Sacramento era esposto in tutte le chiese; le vergini, le donne, ogni fievole per infermità e per età stavano prostrati innanzi agli altari, impetranti la benedizione di Dio sulle armi del popolo. Alcuni preti e frati salmeggiavano nei loro cupi cori, e quelle divote e dimesse voci indicavano come in quel momento stesso si giudicasse una gran causa. Altri preti e frati, in lunghe file schierati, e seguiti da stuoli di dame scalze e dolorose, recavansi per le vie recitando il rosario, e mandando preci a Maria protettrice di Genova. Altri, infine, mescolatisi col popolo, col Crocifisso in una mano, lo schioppo nell’altra, precipitavansi ove più terribile era la mischia, e si facevano animatori di guerra e del pari combattenti.

I dolci volti dei preganti, accanto ai volti severi degli andanti alla pugna presentavano in un tempo solo quanto la umanità ha di più tenero, di più venerando, di più tremendo.

 

Settecento Austriaci erano alloggiati in Bisagno, e si sforzavano di entrare in città per la porta Romana. I Bisagnini diedero loro addosso alle spalle; i Vicentini, gli abitatori cioè del quartiere di San Vincenzo che sta dicontro a quella porta, li presero da fronte; nel tempo stesso che i popolani, impadronitisi della batteria di Santa Chiara, per di sopra li fulminarono. Micidiale ed ostinato fu il combattimento, del quale rimase il popolo vincitore.

Cinquanta granatieri, riparatisi in una osteria, non volevano cedere alla forza, che d’ogni intorno li circondava. Essi si difendevano gagliardamente; lo snidarli pareva impossibile. Balilla, che sempre era là ove maggiore era il pericolo, saputa la cosa, accorreva seguìto da altro ragazzo di dieci in undici anni per soprannome Pittamuli. Giunto di faccia all’osteria, sclamava: «Lasciate pur fare a noi». E senza por tempo in mezzo, prendeva una fascina e l’accendeva; Pittamuli si armava di pistola; ed entrambi animosamente correvano verso la porta assediata, bravando la morte. Piantavano una palla in petto al primo austriaco che si parava loro avanti, e poi, entrati con altri ragazzi nell’interno, ponevano fuoco ai sacconi dei letti, in guisa che, l’incendio, unito alle archibugiate ed alle cannonate che cadevano e dal Bisagno, e da San Vincenzo, e da Santa Chiara, costringevano i granatieri ad arrendersi prigionieri. I ragazzi vittoriosi li trascinarono in Genova, e dietro di loro nel fango e nella belletta le loro bandiere.

Frattanto gli altri corpi di soldati che travagliavano la città da Levante, non potendo resistere innanzi ai guerrieri della libertà, cessarono dal combattere, e si diedero tutti in balìa del popolo, che fecene una grande e lieta festa. Anco quelli che erano alloggiati in Nervi ed in Recco, non trovando scampo in mezzo a que’ furiosi villani, seguirono la fortuna dei compagni. Il quale successo, uditosi dagli Austriaci che stanziavano in Chiavari e nei luoghi vicini, pel monte delle Cento Croci, fuggirono su quel di Parma. I vinti furono condotti in città laceri e scalzi colle bandiere e gli stendardi sdrusciti.

Gl’intrepidi cittadini dopo quella vittoria s’avviavano verso il fianco occidentale della città, con intenzione massimamente di snidiare il nemico dalla porta a San Tomaso. Strada facendo, continuamente s’ingrossavano, perchè, oltre al rintocco delle campane che rombava per l’aria, e l’aspetto dei preti e dei frati armati di croce e di spada, da cui erano incitati alla lotta, fu intimato a suono di tamburo ad ognuno di qualunque condizione fosse di correre alla difesa della libertà, pena la vita. Quartiere a quartiere ciascuno si accoppiava secondo le sue insegne, con tale ordine e con maestria tale che piuttosto che uomini dati agli esercizi civili sembravano soldati da molto tempo instrutti ed avvezzi alle militari fazioni.

Popolo e cittadini presero consiglio di spedire squadriglie armate ai posti tenuti dai soldati della Repubblica, i quali, fermi pel divieto della Signorìa, oziosamente guardavano i propri concittadini a combattere per la comune patria. Ne gettarono a terra le porte, infransero i rastelli, entrarono dentro a furia. — «Soldati, sclamarono, soldati; il suolo genovese tutto trema dal cannone; ne vanno le vite dei vostri fratelli; la servitù sta sulla soglia, e voi qui ve ne rimanete oziando, rattenuti da un timido, se non empio comando. Forse pei signori solamente, non per tutta Genova deste i nomi? Su, su; mano a quelle armi, che soggiogarono Tortona, Bassignana, Zuccarello; su, dimostrate combattendo per queste sante mura, che siete i medesimi in patria, che foste sulle terre straniere.» — In così parlare li sforzarono a marciare ai posti divisati.

Fra le grida, il calpestìo, gli scoppi degli archibugi, il rombare ed il rimbombare dei cannoni e delle campane, trascorrendo l’infierita moltitudine le vie Balbi, di Prè, di Sottoriva, s’avviava verso alla porta a San Tomaso e all’altura dei Filippini da cui il nemico fulminava in via Balbi. Agli insorti era obice il corpo austriaco alloggiato alla commenda di San Giovanni, posta a mezza strada dai luoghi in cui intendevano di andare a ferire. Provarono di sloggiarlo collo sparo degli archibugi, ma non vi riuscirono, difendendosi gli Austriaci con assai valore. A conseguire l’intento, voltarono una parte della vicina batteria dell’arsenale contro il campanile, dalla cui sommità il nemico fulminava, e lo diroccarono. Sassi, travi, campane e Tedeschi precipitarono a terra in un mucchio. Tra la rovina e lo spavento, i superstiti uscirono nella strada per ivi far battaglia. Debolmente combatterono, fortemente furono combattuti. Rimasero presi dal popolo, e condotti trionfalmente fra grida di gioia nel cortile del palazzo. I prigionieri mostrarono alla Signorìa come Genova per virtù del popolo risorgesse.

«A furia, a furia, a San Tomaso, all’altura dei Filippini!» gridava il popolo lieto della sua vittoria.

Fiera fu la lotta ai Filippini; più i soldati d’Austria resistevano, più i figli di Genova induravano la battaglia. In quel combattimento rimaneva morto da una scheggia di granata Giuseppe Malatesta uno dei principali capi del popolo, da noi più sopra mentovati. La morte del generoso uomo non rallentò punto il coraggio de’ suoi, anzi accrebbe a mille doppi il loro furore; tutti ansiosi di vendicare ad un tempo l’incontaminata vita.

Dopo lungo ed accanito combattimento, durante il quale i Genovesi rinnovarono atti di antico valore, riuscì a questi di smontare al nemico un cannone che più degli altri bersagliava la via Balbi, per cui le loro artiglierie cominciarono a sopravvanzare. E specialmente quelle collocate a Pietraminuta, le quali in modo terribile folgoravano sulla porta, sulla piazza principe Doria e sulla tanto contesa altura dei Filippini. Bello era il vedere come quella gente inesperta si opportunamente sapesse scegliere il bersaglio ed aggiustare i colpi.

Il generale Botta era venuto raccogliendo buon nerbo di fanti e cavalli nella piazza principe Doria a rinforzo dei difensori della porta a San Tomaso e a impedire l’irrompere del popolo, qualora giungesse a superarla. Egli stesso presiedeva alle mosse e al pericolo. Lo scoppio in aria su quella piazza stessa, dove stava cinto dal suo stato maggiore, di una granata reale lanciata da un mortaio in Pietraminuta, il fece accorto non essere quello il luogo da sostare; onde col suo seguito s’incamminò più che di passo verso la Lanterna. Sempre eguali i generali d’Austria; essi non furono giammai troppo amanti dei pericoli.

La gente mercenaria non potrà mai vincere la gente patria. L’amore della patria, oltre all’essere gran maestro di guerra, sa infondere nell’animo del popolo tale un coraggio che non può che essere soffio di Dio. La battaglia continuava terribile. Dalle vie Balbi, di Prè e da quella di Sottoriva, e da Pietraminuta, e dal monte Galletto, e dal Castellaccio, e dalla Darsena fecero i Genovesi tale urto, e fecero piovere tale fitta tempesta di palle e mitraglia, assordando l’aria colle grida di «Viva Maria! Viva Genova! viva la libertà!» che l’odiato nemico diessi a precipitosa fuga, lasciando in potere del popolo le posizioni dei Filippini e di San Tomaso, e molti morti, feriti e prigionieri. I soldati che si trovavano schierati nella piazza Doria s’affaticarono invano di resistere alla piena che contro di loro si riversava. Il popolo, uscito fuori vittorioso dalla conquistata porta, coi cannoni a scaglia, coi fucili, coi sassi terribilmente li conquideva. Nel momento istesso da Oregina e da San Rocco, quale torrente, calò giù una furia di armati popolani, e sulla sovrastante montagna, tra le vecchie e le nuove mura, si videro correre a precipizio al basso molti armati genovesi.

Gli Austriaci, già tempestati da fronte e dai lati, temettero che i scendenti dalla montagna venissero per tagliar loro il ritorno; onde più non ressero, e si diedero precipitosamente alla fuga, avviandosi verso la Lanterna.

Tra la paura e lo scompiglio, che invano il Botta s’ingegnava di frenare, accadde che una palla di cannone scagliata dalla Darsena contro la piazza di Negro, ove il generale aveva fatto sosta, uccidesse primieramente il cavallo del suo aiutante, il cavaliere Castiglione, che stavagli allato, percuotesse poscia nella muraglia, e distaccasse una scheggia di pietra, che andò a ferire, comechè leggermente, nella guancia il generalissimo. Gli Austriaci allora non si contennero più; fu così precipitosa la loro fuga e così alto il loro terrore, che, tutti tremanti, gridavano: «Jesus, Jesus, non più fuoco, non più fuoco, siamo Cristiani!»

E per vero sembrava che tutte le bocche dei vulcani d’Italia si fossero aperte sopra que’ soldati, tanto terribilmente Genova tuonava, tanto terribile era il menare delle genovesi mani.

Il popolo vinceva, ma non era ancor compiuta la vittoria, poichè il nemico occupava ancora una parte delle mura.

Una gran calca di cittadini e di villani scese dai sovrapposti monti, e si avventò contro San Benigno, sito tenuto dagli Austriaci con estrema gelosia. Il terrore da luogo in luogo aveva invaso tutte le anime teutoniche. Ben poco i nemici ostarono in San Benigno, e lo cedettero prestamente; morti alcuni di loro, fatti prigioni altri da quelli che tanto avevano sprezzato ed irritato, e che ora non sapevano combattere. Anche in San Benigno gridavano: «Jesus, Jesus, siamo cristiani!» E cristiani erano essi, poveri schiavi trascinati al macello dal dispotismo e dalla cupidigia altrui. Erano cristiani, ma non il Botta e meno il Chotek e meno ancora gli apostolici e cristianissimi e cattolici padroni autori di tante rovine.

Perduti i luoghi più importanti, inseguiti dappertutto da stuoli d’armati, scesi anco dal poggio della chiesa degli Angeli, gli Austriaci non pensarono più ad altro che a porsi totalmente in salvo coll’abbandonare affatto una città, che, crudelmente taglieggiata ed insultata, aveva saputo infugarli, e lavare l’onta che su dessa avevano gettato i suoi vilissimi reggitori. Rotti, scemi, avviliti e sanguinosi gli Austriaci dalla ghermita, ed or perduta preda, se ne andarono.

E ben col poeta poteva gridare il forte popolo genovese ai tiranni d’oltralpe e di oltremare:

 

«Imparate da me voi che mirate

La pena mia, non violate il giusto,

Riverite gli Dei.»

 

XI.

 

Il popolo era vincitore. La furiosa tempesta aveva cacciati i barbari dalla bella Genova, e le soldatesche croate, varadine, ungare, iloti del dispotismo, che Botta e Chotek per Maria Teresa e Carlo Emanuele avevano condotte all’eccidio di una generosa città, fuggivano collo sgomento nell’animo.

La ligure regina era libera, libera per la virtù delle sue braccia, de’ suoi figli, capaci di romano ardimento, perchè amavano la loro terra, perché sopra ogni altro affetto stava in loro l’amor santo di patria.

L’onda vivente, che aveva cogli impetuosi cavalloni rotto l’argine della schiavitù, si diffondeva per le vie della patria liberata, ed era un suono concorde di letizia, un grido unanime di riconoscenza a quel Dio che cogli oppressi combatte, e protegge i magnanimi ardimenti della conculcata innocenza. La natura istessa pareva sorridere al trionfo della giustizia, e il sole dardeggiando dal sereno cielo sul mare tranquillo faceva scintillare in grembo al mobile azzurro milioni di gemme. Le campane suonavano, ma non era più il tremendo rintocco delle battaglie, ma la voce maestosa dei festivi bronzi che l’eco delle vicine convalli recava sui passi del nemico fuggente.

Nella gloriosa impresa tutti i popolani fecero il loro dovere. Ma ogni altro sopravanzò quel capo quartiere Giovanni Carbone già da noi citato.

Esso era nato in bassa condizione, era un povero servitore nell’osteria della Croce Bianca, e non aveva che ventidue anni di età, ma era dotato di un gran cuore. Non solo colla mano, ma anco col senno molto si adoperò per la patria; imperocchè, quantunque ferito, fu sempre fra i primi là ove più ferveva la lotta. Questo coraggioso e dabben popolano, pugnando a San Tomaso, corpo per corpo, venutegli fra le mani le chiavi di quella porta, così grondante di sangue come era, si condusse a nome del popolo al palazzo, ove stavano i collegi radunati, e, al doge presentandole, disse queste memorande parole gravi di profondissimo senso:

« — Signori, queste sono le chiavi che con tanta franchezza, loro serenissimi, hanno dato ai nostri nemici: procurino in avvenire di meglio custodirle, perchè noi col nostro sangue le abbiamo ricuperate.»

Terribile ammonizione data da un umile garzone di osteria a tanti patrizi di antico e chiaro sangue.

Accrebbe la comune allegrezza la poca perdita fatta dai popolani nella terribile mischia, tanto essi seppero bene avvantaggiarsi colla celerità nelle mosse e col coprirsi nell’andare avanti. Nel giorno della compiuta vittoria otto soltanto mancarono per morte, trenta per ferite; qualche numero più rilevante perì nei fatti precedenti, ma non tanto che il danno del nemico non fosse di gran lunga maggiore.

Oltre a mille nelle sole giornate di Genova rimasero uccisi di Austriaci, e oltre a quattromila prigionieri; i reggimenti Andreasi e Pallavicini furono i più danneggiati. Combatterono degli Austriaci quattordici compagnie di granatieri, quindici battaglioni di veterani, oltre millecinquecento Varadini, Panduri e Croati.

Il generale Botta erasi ritirato in San Pier d’Arena. Ma pur quivi non si credette in luogo sicuro, temendo che i Polceveraschi, uditi i casi di Genova, si levassero in armi, e gli facessero qualche mal giuoco sul fianco e alle spalle. Ordinò che prontamente l’esercito partisse. Gli Austriaci raccolsero quanto era permesso nell’angustia del tempo, massime i monti delle estorte genovine, che ancor loro rimanevano. Caricata ogni cosa, così di contanti, come d’arnesi, sopra carri, muli e sulle spalle dei soldati più fedeli, col favore della notte, buzzi buzzi, silenziosi, s’incamminarono per alla volta della Bocchetta.

Qual fosse l’aspetto del nemico fuggente può adequatamente giudicarlo i nostri lettori. Il Botta non sapeva darsi pace per l’orgoglio, il Chotek per l’avarizia. Sospiravano il perduto onore, ma più di tutto le perdute genovine. Andando, temevano sempre di essere danneggiati da qualche levata di villani. Per ovviare a quel pericolo sparsero voce che ogni differenza era stata accomodata colla Repubblica, e che partivano in buona pace per tornare negli Stati della loro padrona e sovrana, divenuta amica di Genova. Ingannate da tali voci quelle alpestri popolazioni, e dai danari che gli ufficiali donavano loro, e di più assecondati da un Carlo Casale, detto il Bachelippa, mulattiere di professione, poi impresario dei viveri pegli Austriaci, il quale fu in Genova arrestato per questo fatto, i nemici poterono condursi a salvamento sino alla Bocchetta. Solamente verso la fine della ritirata, accortisi dell’inganno, i Polceveraschi diedero addosso in Pontedecimo ad un corpo di retroguardia, e gli tolsero il danaro rapito ai Genovesi.

Gli Austriaci non fecero sosta che oltre Gavi non riputandosi sicuri neppure alla Bocchetta.

La notte che successe al glorioso giorno dieci i popolani diedero ogni buon ordine in città. Intimarono a suon di tamburo che si tenessero lumi accesi alle finestre, che tutte le case dovessero rimanere aperte; minacciarono la pena della forca a chi avesse fatto il minimo rubamento. Il giorno 11 poi si spinsero fino a San Pier d’Arena, dove non dubitavano che gli Austriaci andandosene, avrebbero per la gran fretta lasciato molto bagaglio.

Passato ogni pericolo, le porte dei palazzi dei nobili si aprirono, e fuori ne uscirono i loro paggi, staffieri e servitori d’ogni fatta, i quali, lasciata la custodia dei padroni, accorrevano al bottino che i popolani stavano facendo nelle case e nei magazzeni precipitosamente abbandonati dal nemico; indi, seguendo i popolani stessi, i quali non sappiamo perchè non cacciassero lungi da loro quella bordaglia che s’era cansata al pericolo, con essi gridando Viva Maria! s’intrusero nel sacco delle case abitate dagli Austriaci in San Pier d’Arena, dividendo così i frutti delle altrui fatiche. Bandiere, tamburi, viveri, armi, munizioni, carri, calessi, carrozze, utensili, mobili d’ogni sorta, quanto l’avarizia aveva raccolto, quanto la paura aveva lasciato, quanto alla guerra serviva, od al vitto, od al piacere dei cacciati tiranni, tutto divenne preda di quel popolo che prima col valore si era vendicato, ed ora colle spoglie si confortava.

I fatti di Genova risuonarono con onore ovunque erano uomini generosi. Fortezza e amor di patria mai si erano accoppiati più fraternamente. Rimase sempre più provato come le giuste cause sieno dal cielo benedette, e come non senza pericolo si possano torturare e spolpare i popoli. Di sommo momento poi ne furono le conseguenze pei principi in guerra; imperocchè dall’improvvisa alzata di Genova ne venne la salute di quelli che perdevano, e la perdita di quelli che vincevano.

 

XII.

 

Genova continuava a reggersi a popolo. Il quartier generale era tuttodì nel collegio dei gesuiti in via Balbi: da quivi partivano tutti gli ordini. I capi eletti pensavano alla quiete, alle armi, all’annona; ordinavano quanto potesse tornare utile al paese. Rinnovarono le proibizioni rigorose contro i ladri e fautori di scandali, e per far loro vedere che non era da burla, piantarono nel bel mezzo della piazza dell’Annunciata le forche, e guai a chi ci avesse provato. Mandarono le navi più leggiere e spedite pei mari vicini, affinchè, sguizzando fra le navi inglesi, che opprimere volevano ed affamare un popolo libero, recassero in porto le vettovaglie. Diedero pur opera alle fortificazioni, ed a ridurre in regolari compagnie il popolo armato. Non isfuggiva loro come Maria Teresa e Carlo Emanuele, tanto più nemici, quanto più irritati, non avrebbero omesso di tornare a tribolare chi con sì terribile slancio avevali scacciati lontano da sè.

Infatti quando l’austriaca Imperatrice venne a sapere il caso di Genova, si trasportò a grandissimo sdegno, e, senza porre tempo in mezzo, mandò ordine allo Spinola, ministro della Repubblica, al quale aveva già proibito di comparirle dinnanzi, che sgombrasse tostamente da ogni terra austriaca. Nuova gente fece calare in Lombardia: Croati, Varadini, Austriaci, Boemi, Ungari, e quanti altri mai barbari aveva nel suo esercito, minacciando tutta l’ira sua alla Repubblica. Gli ostaggi genovesi, il Sauli, il Cattaneo, il Veneroso e il Rivarola, che Milano avevano per confine, furono rinchiusi e gelosamente custoditi nel castello.

I popolani stavano con non poca apprensione pel castello di Savona, il quale, come più sopra raccontammo, era cinto dalle armi piemontesi, che con estremo vigore ne battevano le mura. Le cose erano quasi condotte a termine, rotte quasi le muraglie e praticabile la breccia: poco tempo ancora la fortezza poteva durare. Soltanto sostenevala l’egregio valore dell’Adorno; il quale, non punto indispettito che il governo dai patrizi suoi compagni fosse passato al popolo, continuava a difendersi colla medesima fede, come se la Signorìa non fosse cambiata; raro esempio di temperanza e di cittadina bontà, e tanto più commendevole in un patrizio genovese.

Conosciuto l’imminente pericolo del forte di Savona, il quartier generale mise fuori un bando per adunare gente, ed inviarla al soccorso dell’Adorno. Assai uomini raccolse, ma, ad eccezione di pochi regolari, sì di soldatesca antica come di popolo, erano marmaglia atta piú a rubare che al combattere. Infatti giunta appena quella gente raccogliticcia in San Pier d’Arena, e quivi scoperto un magazzino di sale che agli Austriaci aveva appartenuto, si diede a farne bottino. La scoperta di quel magazzino, facendole subodorare che ve ne fossero altri, si sbandò, e Savona indarno attese il sospirato soccorso. Il dieciannove dicembre Adorno dovette arrendersi alle armi dei Piemontesi, ricevendo la guarnigione tutti gli onori militari, in riconoscenza del valore da lei dimostrato nel difendersi. Fu specialmente dal Rocca molto lodato l’Adorno per la sua virtù di guerra e pel suo amore al paese.

Erano intanto in Genova sempre due governi, uno di diritto che non faceva niente, cioè quello dell’antica Signorìa, l’altro di fatto, che faceva tutto, cioè quello del popolo. Allontanatisi gli Austriaci, le cose per parte di questo non camminarono più con quell’ordine maraviglioso per pensiero e per unità che aveva data la vittoria. Cominciò un po’ di tumulto. Alcuni volevano che i capi fossero cambiati, attesochè i presenti erano stati nominati durante la lotta; altri li accusavano di volersi fra di loro dividere il bottino; altri finalmente pretendevano che il loro numero fosse di troppo ristretto, e volevano che si ampliasse, affinchè il governo avesse più numerose radici nel popolo benemerito. Non mancavano, come sempre accade in tali contingenze, i susurroni, i commettimale, che si arrabattavano a seminare invidia per ambizione. Anco fra i nobili v’erano di quelli che non isdegnavano spargere fra il popolo i semi della discordia, nella speranza che fra di sè dividendosi, e della divisione divenendo insofferente, di nuovo si sarebbe sottomesso all’antica obbedienza.

Il diciasette dicembre venne in pubblico, in sulla piazza dell’Annunciata, convocato un parlamento. In esso furono aboliti i primi magistrati del quartiere generale, e creato un nuovo consiglio che fu detto deputazione. Fu questa composta di trentasei persone, escluso ogni nobile; cioè di dodici operai tratti a sorte, di otto avvocati, notai e mercanti, di dodici fra i primi del popolo che impugnarono le armi, e di quattro fra Polceveraschi e Bisagnini.

I nuovi magistrati, che però sovente variarono pei capricci delle moltitudini, emanarono altri ordini per la quiete e per la sicurezza pubblica; crearono nuove regole militari, affinchè ognuno fosse armato, e all’uopo potesse subitamente congiungersi ai compagni, e ordinarono infine una solenne festa nella chiesa della Provvidenza per ringraziare Iddio della ricuperata libertà.

Un immenso popolo trasse a quella festa; quel popolo che sa Dio e patria essere uno, muoveva volonteroso i passi al tempio del Signore, come Israele muoveva nei giorni della vittoria. Fra i popolani cominciarono in quell’occasione a vedersi alcuni nobili, certo per far ricordanza di loro, e dimostrare che approvavano l’avvenuto, e che ancor essi erano gelosi della libertà.

In strada Balbi, al quartier generale, venne inalberato il grande stendardo del popolo con in mezzo la croce rossa in campo bianco, in un angolo il nome ed il cuore di Gesù, con sotto il motto: Viva Gesù, e nell’altro angolo il nome di Maria, con sotto il motto: Viva Maria. I capi nei loro atti pubblici si intitolavano: difensori della libertà.

Gli Austriaci, condotti dai generali Andelaw, Marcelli e Woster, andavano frattanto infestando Sarzana e il paese circostante. I fatti di Genova avevano acceso di santo entusiasmo ogni terra ligure. I Sarzanesi, guidati da Giambenedetto Pareto, commissario della Repubblica, e da Paolo Petralba, comandante di Sarzanello, mossero intrepidi contro le genti nemiche, combatterono con molto ardimento, vinsero, fugarono gli Austriaci, obbligandoli a fuggirsene, a lasciar libero tutto il territorio genovese sin oltre la Magra.

Dopo questo fatto successero rumori in Genova. Il popolo tumultuariamente chiedeva se gli rendesse conto del bottino raccolto durante la lotta. E dálle dálle venne a scoprire che Tomaso Assereto e Carlo Bava, già capi del quartier generale, avevano, acconciando i propri fatti convertito in proprio prò quelle argenterie e quei denari che erano stati nelle loro mani depositati. Il popolo aveva verso i due colpevoli tanti obblighi per la loro instancabile opera alla ricuperazione della libertà, tuttavia fremette di sdegno. Assereto e Bava tentarono fuggire innanzi all’aspetto minaccevole del popolo, il quale, vieppiù infuriato per quel tentativo, li cacciò in prigione, con quasi tutti gli altri primi capi.

Infrattanto i patrizi stavano in sulle velette. Godevano delle dissezioni. Sapevano che il popolo, solito a darsi della zappa sui piedi, sarebbe da per sè medesimo tornato a loro. Infatti fra le accuse date, vere o false che si fossero, cominciò a rinascere nel cuore dei popolani il desiderio dei personaggi dell’antico reggimento. Una rappresentanza del popolo andò dai due senatori Piermaria Canevari e Girolamo Serra, e per forza li condusse al quartier generale dicendo: «Vi vogliamo come galantuomini alla testa del nostro governo.» Questo fu un primo appicco per la nobiltà, e come un capo di fune che tirò con sè il restante. Più tardi furono chiamati a consultare coi due senatori altri nobili.

Intanto le arti si erano ordinate in compagnie per parrocchie, ciascuna colla propria divisa; era un grato spettacolo quando si univano ed armeggiavano. Le quattro compagnie di castello elessero per loro colonnello il doge e per cappellano l’arcivescovo. In esse si arrolarono indistintamente i patrizi in qualità di semplici soldati o di ufficiali, cercando con zelo presente di far dimenticare la debolezza passata. La compagnia denominata dei cadetti fu la prima ad innalzare nel cortile del palazzo le antiche insegne della Repubblica, il che fu tosto imitato dalle altre; grande avviamento quello all’antica consuetudine.

Gli ecclesiastici dell’uno e dell’altro clero dimostrarono il medesimo zelo, essendosi i preti ordinati in diverse compagnie, le quali, finchè durò il bisogno, si adoperarono valorosamente in pro’ del pubblico. Anco i regolari di ogni ordine, così di cappuccio, come di berretta, prestarono un ottimo militare servizio, o alla guardia delle porte, o alla custodia della sontuosa fabbrica dell’Albergo, dove erano rinchiusi gli Austriaci prigionieri.

I mezzi divini non si omettevano. Vedevansi frequenti e divote processioni, sì d’uomini che di donne, andare visitando ora questa, ora quell’altra chiesa, o recitando per le vie preci fervorose ad invocare l’aiuto di Dio, e l’assistenza di Maria, a cui Genova era devotissima.

A perpetua memoria della riacquistata libertà, e ad onore di coloro che per essa avevano versato il proprio sangue, il popolo dell’abitatissimo quartiere di Portoria decise che l’avventuroso mortaio da cui era nato il primo rumore, il principio della liberazione, fosse solennemente riportato all’antica sua sede della Cava di Carignano, là donde le ladre mani austriache lo avevano levato.

 

XIII.

 

Volgeva l’8 gennaio 1747. Sin dall’alba Genova aveva un aspetto di festa. Mentre un popolo numerosissimo, azzimato e lieto, muoveva per il quartiere di Portoria, e i balconi e le finestre s’ornavano di tappeti e di bandiere, le campane d’allegrezza suonavano, strepitavano i mortaletti. Era quello il dì destinato al trasporto del mortaio.

Sopra un carro indorato, tappezzato e adornato di fiori veniva collocato il famoso bronzo. Nel tragitto il corteo era preceduto e seguito da innumerevole moltitudine, gridante Viva Maria!... Viva Genova!... Viva la libertà!... Nel volto di tutti stava dipinta un’allegrezza con un fervore sommo, e segni anco di gratitudine scorgevansi verso que’ valorosi che la Dio mercè salva avevano la patria: Genova era davvero in quel momento la più bella delle città.

Alla lieta pompa intervennero i capitani del popolo, tutti vestiti di spoglie austriache; due battaglioni di cittadini armati; sessanta giovani a cavallo, i quali, guerniti di elmo e di corazza, a terra trascinavano le insegne e le bandiere tolte all’abborrito oppressore. Seguivano anco regolari milizie, musiche e tamburi; onde più e più si rallegrava la festa.

Quando il popolo giunse alla Cava di Carignano e il mortaio si ricollocò all’antico suo posto, si rinnovarono e moltiplicarono le grida, gli applausi, le acclamazioni, ed i concenti. Cittadini d’ogni ordine s’abbracciarono fratelli: popolo e patrizi stringevansi alfine concordi la mano.

Bene avevano ragione i Genovesi di animarsi e di unirsi. Imperocchè gli Austriaci, rifattisi forti pei soccorsi venuti dalla Lombardia, erano di nuovo comparsi alla Bocchetta, e, infestando le regioni superiori della Polcevera, facevano le viste di voler calare a basso.

Schulembourg era succeduto a Botta nel comando delle squadre nemiche; esso andava concependo atroce vendetta dell’onta patita dalle armi imperiali. I popolani che s’immaginavano tal cosa, oltre i militari apprestamenti fatti dentro, avevano stimato necessarissimo di ordinar bene la difesa anco al di fuori. Non che i Polceveraschi e i Bisagnini avessero bisogno di sprone, poichè in loro l’odio contro i Tedeschi era moltissimo, ma necessaria cosa era di ridurre a qualche norma gl’incomposti moti delle masse.

Furono mandati, quali commissari generali, alla Polcevera il patrizio Gaspare Bassadonna, ed al Bisagno il patrizio Giambattista Cattaneo, e, quali commissari particolari, a Montoggio il patrizio Giambattista Raggi, e a Voltri il patrizio fra Girolamo Balbi, cavaliere di Malta. Diedero costoro ordinamento alla buona volontà dei popoli, le loro forze unirono a quelle delle milizie d’ordinanza, e colla voce e coll’esempio mostrarono quanto loro stesse a cuore la Repubblica.

Dalle nomine di tanti patrizi a custodia di luoghi gelosissimi, ognuno di leggieri può comprendere come la nobiltà principiasse ad aver piede e ad intromettersi nelle faccende. Al qual cambiamento, d’uopo è il dirlo, avevano dato luogo molte cagioni; lo zelo che i nobili allora dimostravano per la pubblica causa, l’essersi spogliati in un colle loro donne delle cose più preziose per far denaro a beneficio della patria, la prudenza dei patrizi chiamati alle consulte del quartier generale, la necessità infine che in ogni grave negozio politico spinge gli inesperti a voltarsi verso chi più vede e più sa.

La maggiore autorità che i patrizi andavano un dì più che l’altro acquistando, e il ridursi le cose a poco a poco sugli antichi ordini, mentre piaceva ai popolani più savi, i quali non ignoravano punto come l’infima plebe è buona a combattere non a reggere, arrecava grave disgusto a coloro che o amavano il saccheggio, od avevano il cuore acceso d’un odio inestinguibile contro i nobili. Questo verme rodeva lo Stato, ed eccitò tumulti.

Schulembourg, il nuovo capitano austriaco, era uomo destro non solo per la guerra, ma anche per maneggiare accortamente gli uomini. Esso non ignorava come la discordia serpeggiasse fra i Genovesi; e volle farne tesoro. Con sobillamenti e con accorte intelligenze giunse a guadagnare a sè alcuni fra coloro che si dimostravano più aderenti alla causa popolare. Colle insinuazioni, colle calunnie, colle accuse, cercò di contaminare gli animi: arte vecchia della tirannide di vincere colla divisione dell’inimico. Divide et impera, è detto antico e vero. Si spargevano con maestria voci che i nobili tradivano il popolo, che se la intendevano cogli Austriaci, che stati essi primieramente oziosi, quando cioè si combatteva, ora prevalevano della salute procurata loro per far rovinare di nuovo la Repubblica, che più che alla Bocchetta i principali nemici del popolo erano al palazzo pubblico, che sino a quando quel nido di tiranni e di traditori non era disfatto, invano potevasi sperare di giungere a salvamento. Dicevasi che poichè il popolo da sè solo aveva incominciato, da sè solo dovesse pur finire, che le insidie occulte dei traditori son più funeste alle imprese generose dei popoli che la forza manifesta. Per quanto i patrizi colla prudenza e la dolcezza cercassero sventare quelle disseminate insinuazioni, non ne venivano a capo. Temevasi dai buoni, e con ragione, che ad una data occasione la mina sarebbe scoppiata.

Un dì del gennajo 1747 udissi come gli Austriaci si fossero spinti sino alla Madonna della Vittoria. Senza porre tempo di mezzo vennero suonate le campane a martello per sollecitare i cittadini ad accorrere prontamente al pericolo. E senza farsi attendere, una immensità di gente d’ogni età e condizione recossi in Polcevera, e arditamente affrontati i nemici, dopo corto combattere li respinse.

Fra gente affollata, armata ed ardente, passato il pericolo, non potevano non riscaldarsi gli animi, rinfiammarsi le passioni; l’opera latente del nemico doveva operare.

D’un tratto fu visto uscire fuori di sua casa, e correre per le vie un vilissimo uomo, per nome Gianstefano Noceto, bargello di professione, epperò assuefatto colla belletta della società. A costui si unì anco un Gianfrancesco Garbino, pescivendolo, per colmo di infamia anco un figlio del boia; uomini tutti sfrontati, di mala vita, insolentissimi. Andavano gridando essere giunto il tempo di castigare debitamente i traditori; avere i patrizi macchinato di dare il misero popolo in preda agli Austriaci, affinchè ne facessero aspra vendetta; doversi opprimere chi opprimere voleva, ne esservi altro modo di salvezza che questo. Dalla mala opera di que’ tristi suscitossi un gran tumulto. I plebei, a cui ballava in tasca la tedesca moneta, fra loro si accostarono, si confusero, concordemente gridarono: a palazzo, a palazzo! e a quella volta con prave intenzioni s’incamminarono. I furenti erano armati di pietre e di bastoni e di armi da essi rubate nella pubblica armeria, ma pur anco traevano seco un cannone per abbattere le imposte della sede del governo. Era un baccano d’inferno, e davvero pareva che l’inferno avesse vomitata quella schifosa e cenciosa orda di gente.

A chi nulla nulla abbia vissuto in mezzo alle umane rivoluzioni questi fatti non giungeranno nuovi. Sempre succederanno, finchè il mondo, camminando innanzi, non per la via dei patiboli, ma per quella delle scuole, perverrà a distruggere la plebe. E qui è da fare una distinzione che si deve pure avvertire fra popolo e plebe. Narrano del demonio che abbia uno specchio, il quale invertisca ogni cosa da bene a male, da virtù a vizio. Quand’è così deve dirsi che il popolo è creazione di Dio e la plebe plagio del diavolo. Ed è poi certamente con diabolico artifizio che l’una all’altro si mescola, e, mascherando il suo vero essere, compie le nefande opere, e satisfà, agli istinti perversi col nome altrui; per cui, non raro, l’uno è accusato e infamato di quello che l’altra compie. Col popolo non possono vivere e grandeggiare che la libertà, che le opere generose, soltanto colla plebe gavazzano gli osceni saturnali, la sbrigliata licenza.

I furenti, giunti che furono innanzi all’antica e splendida sede del governo, ponevano il cannone sulla piazza detta volgarmente dei Pollaiuoli, e ne volgevano la bocca contro il palazzo, dov’erano il doge e i venerandi consessi della Repubblica. Quindi ad alte voci domandavano armi, mostravano di voler entrare negli appartamenti, lo che era loro negato col chiudere le guardie il rastrello. Ciò essi veduto vieppiù inviperivano. Scagliavano assai orribili imprecazioni contro la Signorìa, minacciavano di trarre col cannone. Noceto, Garbino e il figlio del carnefice ai più estremi fatti incitavano la pazza turba. I senatori che al palazzo andavano, insultavano con vilissime parole, e in ciò sopra ogni altro mostravasi accanito il figlio del boia. A tanto di sventura era giunta Genova, che un disceso dal più abietto fra i mestieri osava oltraggiare il fiore delle sue famiglie.

Una grande sciagura sovrastava quella città che colle patrie mani aveva testè versato il sangue forestiero, prossima allora a bruttarsi del sangue proprio.

Le esortazioni dei prudenti non valevano punto; anzi chi esortava, e della salute della patria ammoniva, era chiamato traditore e minacciato nella vita. In quel pericoloso momento uscì dal palazzo pubblico Giacomo Lomellini, disposto o di sedare quella forsennata rabbia, o di morire. Con voce calma, voltosi alle turbe: « — E dove andate, e che volete, o cittadini?» sclamò. «Questo non è il campo austriaco, ma la sede da tanto tempo riverita dei vostri padri. Farete voi, atterrando queste sante mura, ciò che gli Austriaci non hanno fatto? Farete voi ciò che essi vorrebbero fare? Sarete più nemici della vostra patria che i nemici stessi? Voi vi lamentate dei nobili, voi li chiamate traditori. Credete voi, che chi ha creato questa patria, ed a tanto splendore innalzata, la voglia ora distruggere? Credete voi che chi l’ha fatta libera, ora la voglia far serva? Credete voi ch’essi sieno tanto snaturati, tanto di loro medesimi nemici, che amino meglio servire ad un padrone lontano che reggere un popolo libero? Voi li chiamate traditori! E non vi sovviene dei doni gratuiti da loro fatti, non delle loro mani unite alle vostre in Polcevera, in Bisagno, in questa scena stessa della travagliata Genova, che felice e libera sarà, quando non sarà divisa e parteggiante! Voi li accusate di avere intelligenza coll’Austria! Badate a quel che dite. Voltate gli occhi, ed osservate là nei feudi imperiali, presentemente ingombrati da soldati austriaci, aguzzate la vista ed osservate fumare le proprietà dei nobili genovesi con maggiore furore di ogni altra incenerita da quegli uomini tedeschi. Venite, e prestate ora l’orecchio ad una fama vera, e sentirete, come la regina d’Ungheria abbia confiscato i capitali cantati ne’ suoi Stati, e che ai nobili genovesi appartengono. Queste sono le primizie d’Austria verso i nobili, che voi ora perseguitate, questi gli allettamenti, queste le carezze. Orsù, tornate in voi medesimi ed in calma vi rimettete, posciachè i divini oracoli hanno pronunziato, che i regni divisi periscano; tornate e calmatevi, che nè la nobiltà v’inganna, amante com’ella è al pari di voi di questa nobile patria, nè io parole vi recherei, in ciò credo che mi conosciate, da parte di chi a voi infenso ed amico del nemico fosse.»

Così parlava Lomellini per ridurre alla ragione la gente mentecatta. Alle affettuose parole del patrizio, che era grato al popolo per essersi con ardore e con fede adoperato per la causa della patria, alcuni si rimettevano della loro ferocia; ma il furore dei più non si calmava. Mossi da malvagi, che gridavano essere quello un nuovo tranello, non davano ascolto a quanto dicesse l’onesto cittadino, e volevano accontentare il fiero talento che li trasportava. Già le cose si avvicinavano agli estremi danni. Un plebeo più degli altri crudele ed empio, colla miccia accesa in un mano, si accostava per sparare il cannone e far strage del sovrano palazzo. Ma il Lomellini, con pericolo della propria vita, non permise quello scandalo inaudito. Esso, postosi innanzi alla micidiale bocca da fuoco:

« — Non fia, sclamò, che quell’augusta sede offendiate, se prima non avrete lacerate queste mie membra; in me, in me sfogate tutta la rabbia vostra: saziatevi del mio sangue; meno rei sarete per l’uccisione d’un cittadino solo che per l’eccidio di quel primo presidio della patria, ed io felice morrommi, se gli occhi miei una tanta scelleratezza non vedranno.»

Alle parole, al generoso atto e magnanimo del Lomellini gli empi persecutori della patria si ristettero. I circostanti per tenerezza non poterono trattenere le lagrime, il popolo, il vero popolo che comprese l’inganno con cui era stato trascinato, già mormorava, e voleva dare una seria lezione ai dispregiatori d’ogni legge divina ed umana. Ma costoro, conosciuto come corressero pericolo, si fecero piccin piccini, e chi di qua, chi di là, tutti sgattaiolarono. Il cannone, lasciato libero, fu ricondotto al luogo donde era stato levato. E la giustizia, che raro non raggiunge i colpevoli, prese tostamente Noceto, Garbino e il figlio del boia, e tutti e tre fece appiccare al gibetto.

Genova fu salva, e la sua salvezza dovette al patrizio Giacomo Lomellini, del cui nome con onore mai sempre parleranno le storie. Il nome di Lomellini non andrà disgiunto da quello del giovane Desilles, il quale, in sul principio della rivoluzione francese, in Nanci, con atto simile e per la medesima cagione, sè medesimo votò alla patria, e pervenne lo spargimento di sangue cittadino.

 

XIV.

 

La divisione dei capi del popolo, la cupidità di alcuni di loro col convertire in uso proprio ciò che era del pubblico, coll’appropriarsi parte maggiore di bottino di quella che a loro spettasse, l’amore del saccheggio mostrato dalla plebe, anco in occasione dell’ultimo tafferuglio, tutto concorreva a screditare affatto la loro parte. I più savi fra i popolani capivano poi come Genova per sostenere la libertà con tanta fatica e tanto sangue riacquistata, d’uopo avesse dei principi forestieri, i quali mai certo avrebbero acconsentito trattare con un reggimento tumultuario, variabile, non mai sicuro delle proprie deliberazioni. Da ciò nacque la necessità di rimettere in piena azione l’antico governo, conosciuto dai principi, ad essi spirante fiducia. Onde il doge ed i collegi in uno cogli altri magistrati tornarono nell’esercizio delle loro cariche, negoziarono colle estere potenze, amministrarono la giustizia, elessero i magistrati, regolarono le rendite pubbliche. Al quartiere generale del popolo non rimase che una certa sovraintendenza sulle militari faccende, e più per animare che per indirizzare, essendosi le milizie, come per lo passato, sottomesse all’autorità del sergente generale della Repubblica.

Dubbio non v’era che il rivolgimento delle cose in Genova non fosse per fare entrare le Corti d’Europa in nuove deliberazioni, e concepire alle medesime, circa la guerra, altri pensieri di quelli cui sino allora avevano accettati. L’Austria invece intendeva tutta al vendicarsi, e le sue mire poneva al soggiogamento della Repubblica. E tanto era il suo ardore in questo divisamento, che oltre le proprie genti di molto ingrossate e infestanti già le rive della Polcevera, instantemente domandava, e anche con qualche imperio, a Carlo Emanuele, che all’assedio di Genova buon nerbo de’ suoi soldati mandasse. Comechè il re già vivesse con qualche freddezza con Vienna, non potè tuttavia esimersi dalla fattagli inchiesta. Onde accadde che Genova, non solamente si trovò stretta da lungi, e dalla parte di ponente, ma eziandio da vicino, dalla parte di levante.

I Genovesi non s’intimorirono punto. Fatti grandi dalla precedente vittoria, invasati del santo amore alla propria patria, tutti stretti in fraterna concordia, arditamente affrontarono i numerosi nemici, e in più fazioni, sempre con estremo valore combattendoli, fecero del loro sangue rosse le rupi di Langasco, di Masone, di Ronsiglione, di Serra, d’Isoverde e di altri luoghi circostanti. Ma il valore non sempre è vincitore; esso talfiata deve dopo inaudite prove di costanza cedere al numero. Tal fu dei Genovesi, i quali altre braccia non avevano che le proprie, menomate ogni dì per ferite o per morti, mentre quelle del nemico ogni dì più s’accrescevano. Essi dovettero alfine indietreggiare per modo che già vedevano l’odiata grifagna sventolare dicontro alle mura della diletta città.

Infrattanto i fatti di Genova erano pervenuti nella loro verità alle orecchie dei re di Francia e di Spagna. Innanzi tratto erano stati mescolati con molte fole; dicevasi che in Genova signoreggiasse una plebe sfrenata e furibonda, che fossero scacciati tutti i nobili, che uno della più bassa plebaglia fosse innalzato alla suprema autorità del dogato, che lo Stato fosse ridotto al vivere, non pure popolare, ma plebeo, che nessun fondamento si potesse fare su di quella moltitudine cieca, mutabile, incomposta, sempre mossa da passione non mai da ragione, che le cose di quel paese fossero disperate, che esso si dovesse abbandonare a quel destino che da per sè stesso si era creato. Ma coll’andare del tempo i patrizi avevano trovato modo di far sapere che le condizioni della città non erano tanto cattive, quanto ne era andata la fama, che per verità un popolo poco regolato aveva gran parte nel maneggio delle pubbliche faccende, che però già gli antichi statuali risorgevano, e riprendevano piede ogni giorno più dell’altro, di modo che avevasi certa speranza che un assetto stabile si darebbe a tutto, e capace di poter presentare buon fondamento a chi volesse Genova soccorrere. Piegando poi i termini della Repubblica sempre più a maggior ordine, e ricuperatasi dal doge e dai collegi la consueta autorità, mandarono questi il principe Doria innanzi tratto in Provenza per informare i generali di Francia e di Spagna del vero stato delle cose, e come Genova, già aiutatasi da sè medesima, fosse in grado di aiutare chi a lei accorresse; indi allo stesso patrizio commisero si recasse a Parigi ed Londra per far persuasi quei sovrani delle ragioni e dei dolori della Repubblica, e per pregare il primo a mandare sussidi, il secondo a non più trattarla da nemica. A malappena schivando le navi inglesi, giunse il Doria in Provenza, e da quel buon patriota che era, fece con tutto l’affetto l’ambasciata appresso ai generali, dai quali fu accolto coi segni della maggiore onoranza. Poi mosse per a Parigi, quivi da quel re fu amicamente ed onorevolmente accolto; ma non a Londra, chè quel re lasciò capire, che quantunque l’ufficio gradisse e la persona, non poteva tuttavia in quelle emergenze di tempo nè udirlo, nè ammetterlo.

Luigi di Francia, che conosceva l’importanza della liberazione di Genova, non contento delle informazioni avute dal principe Doria, quantunque concordassero pienamente con quelle del signor di Guimont, ambasciatore francese presso la Repubblica, volle mandare in città apposta un uomo, coll’incarico di attentamente osservare e fedelmente ed esattamente riferire. Le relazioni del mandatario si uniformarono colle precedenti, e dileguossi allora nella mente di Luigi ogni dubbio, e per comunione anco in quella di Ferdinando di Spagna.

Que’ due monarchi pensarono che siccome Genova era stata forte e generosa nel vendicarsi in libertà, così ancora forte e generosa sarebbe nel conservarla, e non si commetterebbe a debole appoggio chi l’aiutasse. Per tanto si restrinsero le pratiche, e Luigi di Francia acconciò l’animo a far opera soccorritrice a favore della Repubblica. Innanzi tratto scrisse una lettera al doge, in cui, esaltando con magnifiche parole la nobile condotta del popolo genovese, il chiamava non punto degenere da quegli antichi Liguri che sì gloriosa fama di sè avevano lasciata nel mondo. Ciò ci dimostra chiaro come vero sia quel proverbio che suona così «Aiutati che ti aiuterò!» E Genova che si era aiutata, raccoglieva adesso il frutto del suo magnanimo ardimento, stringendo profittevoli alleanze.

È una ragione politica codesta di cui gli uomini di Stato italiani dovrebbero avere costante memoria, onde fra la ossequiosa osservanza ai maggiori e la iniziativa dei forti propositi non esitar mai. Siate forti e le alleanze saranno patti proficui ed onorati; ma deboli essendo e paurosi nel cercare amicizie, non troverete che protettori e padroni.

Prima che le narrate cose si facessero, in Provenza erano già succedute grandi mutazioni. Nel timore che se l’Austria s’impadronisse di Genova tutta Italia sarebbe sotto al giogo, Carlo di Napoli in pericolo, Filippo senza speranza di Stato, la Spagna s’era riconciliata colla Francia, verso la quale aveva avuto poco innanzi non lieve materia di dispiacenza. La Francia vittoriosa nei Paesi Bassi si era rifatta di gente sulle sponde del Varo con un forte rinforzo di veterani. E l’una e l’altra potenza si erano risolute di venire di nuovo al paragone dell’armi sui duri gioghi delle Alpi e degli Apennini.

L’austriaco Brown e re Carlo Emanuele provavano di già quello, di cui avrebbero dovuto rimaner capaci fin da prima, cioè che la Francia è una terra che non facilmente si lascia conquidere.

La rivoluzione di Genova diede il tracollo e la guerra perduta pegli Austriaci e pei Piemontesi in Provenza; imperocchè Brown non solo non poteva più trarre da quella città le artiglierie per rinforzare Antibo, ma eragli in pari tempo tolta ogni speranza di ricevere nuovi rinforzi da Schulembourg, il quale a malappena poteva colle truppe, che sotto i suoi comandi stavano, frenare i valenti Repubblicani. Disperata ormai l’impresa, e ogni dì più che l’altro crescendo la forza dei Gallo-Ispani, Carlo Emanuele e Brown si trovarono costretti a ripassare il Varo, e a ricondurre le soldatesche, sceme d’assai dalle fatiche, dai freddi e dalle pioggie invernali, l’uno in Piemonte, l’altro in Lombardia. In tale maniera seguì vana l’impresa di Provenza, e un tal fine ebbero gl’intendimenti d’Austria e di Sardegna contro di quella francese provincia, comechè gl’Inglesi si fossero impossessati delle isole di Sant’Onorato e di Santa Margherita, cui per breve tempo conservarono, tornate tosto in potere del primo signore per la ritirata degli Austro-Sardi.

Le truppe spagnuole destinate all’impresa d’Italia erano capitanate dal marchese Lasminas, sotto l’impero di don Filippo; le francesi dal maresciallo Bellisle, piuttosto bel parlatore di guerra che buon intendente, prode però della persona, generoso, e di gloria cupidissimo. Bellisle, che per proprio impulso e per volontà del suo re, procedeva con assai zelo in favore di Genova, attendendo l’istante propizio di mandare soldati in quella città, vi faceva precedere generose parole e segni del buon animo della Francia.

 

XV.

 

Ai due di febbraio 1747 entrò nel porto di Genova una nave francese. Da essa discesero a terra otto ufficiali, fra cui due ingegneri, che il maresciallo Bellisle mandava in servigio della Repubblica. A quel tratto d’amicizia della Francia, tutta la città si commosse. Cittadini d’ogni età, d’ogni sesso e condizione a calca correvano per vedere gli ufficiali mandati da un re benevolo in aiuto della patria di nuovo minacciata; salutavano con infinita allegrezza le insegne francesi, e nel rivederle sentivano rinverdirsi in loro ogni speranza.

Gli ufficiali di Francia, oltre la presenza, il valore, il consiglio, tutte cose di importanza non lieve, portavano seco ottomila luigi d’oro, somma molto opportuna, comechè fosse insufficiente per sollevare la Repubblica dalle angustie in cui versava. Le comuni allegrezze vennero accresciute dalle novelle dagli stessi ufficiali recate di non lontani soccorsi per parte di Francia e di Spagna, e della ritirata degli Austro-Sardi dal Varo.

Vana non riuscì l’aspettazione dei Genovesi; chè in sullo scorcio del mese di marzo e nei primi di aprile approdarono nei porti liguri i soldati soccorritori delle due potenze. Gli Spagnuoli, oltre l’aiuto d’armi, recavano anco quaranta casse di denaro.

Gli era ben tempo. Schulembourg era venuto frattanto cingendo Genova d’ogni intorno, e non più a piccoli affronti in sulle montagne, ma si cimentava a vere ed effettive oppugnazioni delle opere esteriori e delle mura stesse della città. A prima giunta s’impadroniva del monte dei Due Fratelli, che domina lo sperone, ultima parte delle mura; poi del convento del monte; ma quello veniva ricuperato dai Francesi, questo dai Genovesi.

Le operazioni degli Austriaci non procedevano con quella prestezza che avrebbe fatto di mestieri. Innanzi tratto non erano essi abbastanza numerosi per accerchiare una grande città, non giungendo il loro numero che a ventimila combattenti; poscia perchè il popolo e i presidiari acremente si difendevano, ed infine perchè i Bisagnini e i Polceveraschi, tutti in arme, continuamente tribulavano gl’ingiusti aggressori della loro patria. I Bisagnini, in particolar modo con altri popoli della riviera di Levante, avevano fatto una grossa accolta, la quale, sotto la condotta del patrizio Piermaria Canevari, postasi alla Scoffara, serviva quasi d’antemurale dalla parte del Bisagno. Così la guerra sino allora sparsa e vaga erasi ridotta sotto le mura.

Schulembourg, dal suo quartier generale alla Torrazza, mandò un aiutante di campo alla Repubblica, significandole che ancor era tempo pei Genovesi di ricorrere alla clemenza dell’Imperatrice pronta a perdonare ogni eccesso; che clemenza e perdono da parte di lei egli loro offeriva, ma che se intendessero aspettare gli estremi e le artiglierie, che già erano in cammino, riponessero bene in mente che avendo l’Austria giustissima collera contro di Genova, sarebbero allora, malgrado ogni preghiera, saccheggiate le campagne, inceneriti i villaggi, mandata sossopra la capitale, e sepolti sotto le sue rovine i cittadini tutti. Solito linguaggio codesto de’ capitani austriaci non peranco mutato ai giorni in cui viviamo; mentre in altri è tutto incivilimento e moderazione; in essi è barbarismo ed iracondia.

La Signorìa, ritemprata dall’eroica azione del popolo, come a uomini liberi s’addice, rispose allo stolto tedesco:

«Genova non aver per volontà preso le armi, non per offendere, ma per difendersi, non per torre ad alcuno il suo, ma per conservare il proprio; avere per Maria Teresa ogni rispetto, ma più cara la propria libertà; essere pronti i suoi popoli a mettere e beni e vita, e quanto amano e quanto possedono per mantenere quella libertà salva ed intatta; confidare che la gran Madre di Dio e Dio stesso non le sarebbero scarsi del loro sussidio, ond’ella potesse tener fermo lo Stato, resistere ad una ingiusta aggressione, e condurre a buon fine un proposito di cui niuno era nè più generoso, nè più santo.»

I cannoni ricominciarono allora a tirare; Austriaci, Ungari, Boemi, Croati, Varadini vennero alle prese contro i Genovesi, Francesi e Spagnuoli. Ai monti, al piano, alla Polcevera, al Bisagno, facevansi scaramuccie alla mescolata, seguivano zuffe accanite, in cui popolo e valligiani menavano le mani non meno aspramente delle soldatesce regolari.

Pel mondo si sparse famoso grido dell’assedio di Genova; il valore e la causa dei Genovesi erano nei cuori di tutti gli uomini onesti e generosi.

Mentre ostinazione e generosità fra loro si contendevano, ecco giugnere a Genova, quale legato di re Luigi, il duca di Boufflers, pari di Francia e governatore generale delle Fiandre.

Il 4 di maggio l’illustre personaggio, accompagnato dai deputati della Repubblica, preceduto dagli ufficiali sì francesi che spagnuoli, circondato dalla nobiltà, che l’aveva atteso vicino alla chiesa di San Siro, seguito da una calca innumerabile di popolo, andò a palazzo, ove, introdotto nella sala del minor consiglio in presenza dei collegi radunati, postosi a sedere di rimpetto al trono, dove stava seduto il doge Brignole Sale, così prese a favellare:

«Avete, o Genovesi, colla medesima grandezza d’animo restituito alla patria la libertà, procurato salvezza alle provincie nostre, e quel nemico stesso che dai vostri colli via levaste, pur dai confini della Francia allontanaste. Voi adunque prima per beneficio e fama di virtù conoscemmo che per aspetto e conversazione; a voi venendo, mi pare di venire al cospetto dei Marcelli, dei Fabi, e degli Scipioni, di cui voi a niun modo scorati per le estreme calamità, per un miracolo quasi non credibile dai posteri, rinnovaste col senno e colla mano gli altissimi fatti. Al famoso grido del valor vostro si commosse il re di Francia, quel re di Francia fido in guerra, fido in pace, e statuì di dare soccorso alla benemerita Repubblica; ed io qui sono testimonio e mallevadore della regia volontà. Ite adunque adesso, che un gran re vi accompagna; ite, combattete, prostrate quel nemico, che da voi soli già cacciaste e da voi soli rintuzzaste. M’avrete, così comanda il re, nei consigli compagno, nelle battaglie capitano, ne meglio crederommi provare al mondo che francese io sono, che col dimostrarmi per amore e per fede verso la Repubblica Genovese».

Il doge commosso rispose: «I Genovesi hanno la libertà più cara della vita, non mai di lei dubitarono, quando un acerbo nemico sulle loro generose cervici stava, nemico venutovi, non per forza di lui, ma per un impaccio di fatale destino, ma ora più cara l’hanno ancora, e più sicura la stimano, che il possente re Luigi sotto l’ombra del suo patrocinio l’accoglie, e lei di sostenere, lei di difendere promette, e cura e pensiero ne prende. Da così degno portatore delle sue promesse argomentano il grado della sua benevolenza, e superbi ne vanno, e se ne rallegrano sovrabbondevolmente. Molte cose fauste, molte infauste provò nel corso dei secoli la Repubblica, ma niuna più infausta della occupazione Tedesca, niuna più fausta di avere rivolto in sè il benigno animo di un re di Francia; ciò ella giudica essere il più desiderabile compenso delle passate disgrazie, il più prezioso frutto dei sudori e del sangue sparso. Non dubitate, o duca di Boufflers, e fatene certo il vostro alto signore, che Genova tale sarà, quale fu, e con tanta maggiore costanza combatterà, quanto che al desiderio di conservarsi libera si aggiunge quello di mostrarsi riconoscente.»

Mentre in Genova succedevano le dette cose, i nemici andavano insultando. Partiti dal campo di Creto, assaltarono monte Cornaro. Ivi s’appiccò una zuffa, come in un giusto fatto d’arme. I posti furono innanzi tratto ben difesi dai terrieri bisagnini, quindi, giungendo il patrizio Canevari con mille terrieri scelti, gli Austriaci vennero sì furiosamente caricati che dovettero a precipizio ricoverarsi nel loro primo alloggiamento di Creto.

In quel fatto glorioso, fu mortalmente ferito il Canevari, colpito da una archibugiata nemica nella gola. Era un giovine di venti anni, da ognuno amato pel suo valore e pella sua virtù. Sopravisse brevi momenti, e comechè si sentisse mancar la vita, non cessava con instanti voci di pregare i suoi a combattere, finchè avessero compiuta la liberazione della patria. Morì felice, udendo la vittoria del popolo, e la fuga degli Austriaci dal monte Cornaro.

Nella cattedrale si fecero solenni esequie al caro estinto. V’intervennero Boufflers con tutti i capi più ragguardevoli delle armi e del governo. Lodarono l’onorata persona, l’esaltarono, la mostrarono quale esempio agli altri. Il Senato ordinò che una statua le s’innalzasse nella sala senatoria.

I volontari della libertà non rimasero punto avviliti per la morte dell’egregio e prode cittadino; anzi le esangui spoglie, infiammando i loro cuori, li fecero entrare in maggior furore che mai, e le già pronte mani vieppiù sospinsero contro gli avidi conculcatori della patria. Guidati da Agostino Pinelli, sostituito al Canevari, quanti Austriaci capitavano loro alle mani, tanti sacrificavano all’anima del diletto capitano. Rimasero su per quei monti segni terribili del valore e del risentimento dei forti terrazzani.

Non migliore esito per il nemico avevano le battaglie dal lato della Polcevera; imperocchè i Genovesi non trascuravano in parte alcuna la difesa di que’ luoghi.

Schulembourg, che non poteva superare i forti petti degli Italiani, lasciava che i suoi soldati infierissero sugli inermi, solito andazzo austriaco che l’Italia dovrebbe sapere a prova e non dimenticar mai. Le crudeltà, i saccheggi, gl’incendi dalle truppe dell’apostolica Imperatrice commessi non ponno credersi. Non perdonavano le truculenti, nè a sesso, nè a età, nè a condizione; chi ferivano, chi contaminavano, chi trucidavano con barbari modi. Campane, vasi sacri, ornamenti di chiesa, marmi, statue, quadri, ferriate, vetri, suppellettili, mobili, tutto depredavano i saccomanni, e dalla spiaggia di Sestri di Ponente tutto imbarcavano su navi inglesi per Livorno e Savona. I sepolcri stessi non andavano esenti dalla loro rapacità; imperocchè li aprivano, e se vi trovavano alcun ornamento d’oro o d’argento posto ai morti dai congiunti o dagli amici, quale segno di riverenza od amore, tutto essi rubavano, ed insaccato mandavano ai sicuri lidi.

Eppure erano quelli soldati di una regina, di una donna che diceva seguire la religione del Nazareno, che si faceva chiamare imperatrice apostolica. Ma l’Austriaco del divin Maestro non segue già le dottrine, sibbene quelle del Papa, e come questo della religione fa istrumento di barbarie e di dispotismo.

Un colonnello austriaco, un tal Franquin, uomo più che bestiale, vera bestia, dopo tante immanità commesse da non ridire, fe’ a Sestri evirare un cappuccino, perché il meschino frate non aveva saputo appuntino ragguagliarlo dello Stato di Genova. Ma il castigo di Dio non doveva tardare a colpire l’inumano uomo; chè, tirando gli Italiani coi cannoni dal poggio di Belvedere contro gli Austriaci alloggiati all’Incoronata, una palla vendicatrice lo percosse nel petto, e lo stramazzò cadavere nel fango.

 

XVI.

 

Infrattanto che i fatti suaccennati accadevano, venivano giungendo mano mano intorno a Genova manipoli di soldati piemontesi, i quali si mettevano a campo cogli austriaci. Schulembourg assai si doleva del modo rilento impiegato da Carlo Emanuele nello spedirgli non solo i suoi, ma benanco le provvigioni di cui tanto abbisognava. Non è che quel re sentisse rimorso di dare aiuto allo straniero per debellare una città italiana. Egli oltre al temere l’eccessiva potenza di Vienna in Italia ove di Genova s’impadronisse, provava dispetto per non essere stato messo a parte del bottino di Piacenza, come aveva con istanza domandato.

Il generale austriaco che non ignorava come alla sua Imperatrice stesse a cuore la presa di Genova, e desideroso essendo egli medesimo di acquistar gloria in quella ossidione, instava presso Carlo Emanuele affinchè sollecitasse i soccorsi. Mandava anco a Torino il barone di Plunker, il quale abboccatosi coi ministri del re li trovò che volevano bensì aiutare, ma con nuovo vil prezzo, oltre ai già pattuiti. Trovato il prezzo, non ebbe ad impiegare molta fatica a persuaderli.

Dopo i soliti ragionamenti, si convenne fra le parti di fare uno spartimento della Repubblica. Genova doveva rimaner libera, ma soltanto come città anseatica, la riviera di Ponente doveva toccare a Carlo Emanuele, quella di Levante a Maria Teresa, eccettuato il golfo della Spezia ed il Sarzanese che sarebbero caduti in potere del Granduca di Toscana.

Così Piemonte ed Austria facevano fra di loro il conto, il quale, come in appresso vedremo, ricorda l’antico proverbio che non occorre rammentare.

Tosto, comandati dal conte Cacherano della Rocca, partirono alla volta del campo austriaco dodici battaglioni di fanteria con altre milizie, e la proporzionale accompagnatura di cannoni. A Sestri cacciarono Anfrano Sauli ed il capitano Barbarossa, lodatissimi guerrieri, i quali avevano in que’ luoghi dato prove di straordinario valore. Non potendo i due Repubblicani reggere all’impeto del nemico di molto più grosso, si ritrassero ai monti verso Masone per inquietarlo da quelle balze quanto più potessero.

Le fazioni militari si accalorarono. Dalla parte del Bisagno gli Austriaci tentarono parecchi assalti, ma con esito infelice; imperocchè quelle intrepide popolazioni, confortate anche da qualche compagnia di soldati regolari di Francia, Spagna e Genova, valorosissimamente sostennero i vari scontri.

Sulle rive della Polcevera gli Austro-Sardi avevano posto piede sul poggio della Madonna della Misericordia, da cui signoreggiavano la costa di Rivarolo. Quella comparsa fece stupire i Genovesi, e a Bouffiers dimostrò come non si dovesse tentennare. Fece suonare la raccolta in città; in gran numero accorsero le milizie cittadine, si unirono colle francesi, e, sotto la guida del cavaliere di Chauvelin, intrepide andarono all’assalto del poggio. Per divisamento di Boufflers, che dalla porta di Granarolo su ogni cosa vegliava, uscì in pari tempo, il conte di Lannion dal monte de’ Due Fratelli, ed investì da quel lato gli Austriaci.

Il combattimento dalle due parti durò più di tre ore d’assai ostinato. I Franco-Italiani si erano già condotti sino al convento della Misericordia, dov’era il grosso degli Austro-Sardi, e ogni speranza di vittoria avevano, quando, sopraggiunta la notte, dovettero porre fine al combattere, e tornarsene.

In quel fatto gli Austro-Sardi ebbero a soffrire una perdita di circa ottocento uomini tra morti e feriti, i Genovesi intorno a quattrocento. Fra questi eravi quell’Andrea Uberdò, detto lo Spagnoletto, uno dei capi-popolo da noi citati in sul principio della sommossa; egli morì col nome di patria sulle labbra. Perì pure di mortale ferita il marchese della Faye.

Tutti piansero l’Uberdò, generoso in vita, generoso in morte per la sua patria. Nella comune lode i Genovesi accoppiarono il di lui nome con quello di Canevari, quantunque l’uno patrizio, popolano l’altro; felice connubio da cui speravano la salute della Repubblica.

In quel medesimo fatto fra altri rimase prigioniero Francesco Grimaldi, il quale, stretto dalle forze austriache, andava gridando: «Della mia cattività non mi dolgo, se non perchè ella mi toglie la possibilità di più adoperarmi in pro della patria.»

Grandi pericoli sovrastavano ancora a Genova dalla parte del Bisagno, sino allora difesa con sì prosperi successi.

Schulembourg o che fosse mosso sul principio dalla necessità di aspettare i Piemontesi, o che il determinasse la maggior facilità di far venire dalla Lombardia le provvisioni, aveva anteposto l’attaccarsi alla parte verso la Polcevera, comechè Genova fosse ivi meglio munita che verso il Bisagno. Il suo sforzo aveva già assai tempo durato, nè si vedeva che presto dovesse aver fine, difendendosi quei di dentro con egregio valore. Anzi in loro crescevano ogni giorno gli spiriti guerrieri e la esperienza delle armi, mercè principalmente le cura di Boufflers, il quale nè giorno, nè notte riposava, nè ricusava alcun ufficio, ora capitano, ora soldato. Fortificava i luoghi più deboli, muniva maggiormente i più forti, indirizzava i movimenti, s’intendeva ottimamente col governo. «Se Genova, scrive lo storico Botta, fosse stata sua patria propria e fra quelle mura fosse nato, più amorevole volontà non avrebbe potuto dimostrare, nè con più attento o forte animo la causa genovese procurare.» Il valoroso duca egregiamente eseguiva il suo mandato; e tanto più perchè trovava negli uomini cui presiedeva valore e abnegazione.

Se Boufflers bene rispondeva al popolo che l’amava, bene pur rispondeva il popolo a Boufflers, e bene il governo ad ambedue. Tale concordia, tale vicendevole operare dovrebbero sempre essere seguiti in pari circostanze. Il non assecondare gli sforzi di chi regge le armi, gl’impacci frapposti dal governo, la sfiducia degli animi non danno certo giammai la vittoria.

Schulembourg, considerate tutte le esposte cose, prese consiglio d’avventarsi contro la fronte del Bisagno, nella speranza che la sorpresa e la qualità delle fortificazioni gli avrebbero aperto più facilmente la via al conseguimento del suo desiderio.

La notte che susseguì al giorno dodici di giugno, pose in esecuzione il suo disegno. Lasciati i Piemontesi a guardia degli alloggiamenti e trincee fatte sulle rive della Polcevera, e a Piemontesi mescolati con Austriaci data la custodia del quartier generale della Torrazza, il supremo capitano col maggior nerbo dei soldati dell’impero s’incaminò per alla volta del Bisagno. Marciava col favore della notte pei sentieri montuosi che sono attorno a Genova, silenzioso, colle schiere sciolte dalle artiglierie, cui intendeva di far venire da Sestri di Ponente alla Sturla col mezzo delle navi inglesi. Aveva diviso i suoi in tre drappelli, l’uno a guida del generale Spreker, l’altro del barone di Sant’Andrea, il terzo di lui stesso. Silenzioso partì, silenzioso giunse. Per fare che i Genovesi non si accorgessero del piano che poneva in opera aveva lasciato ordine al generale Della Rocca, come se sul solito piano della Polcevera volesse battere, che in sul far del dì assaltasse, come eseguì, il ponte di Corvigliano per far vista di entrare in San Pier d’Arena, al generale Piccolomini che rumoreggiasse più su verso Rivarolo, e al generale Andelaw che investisse il monte dei Due Fratelli.

Gli Austro-Sardi trovarono dappertutto i difensori pronti, ed altri che accorrevano, perchè credevano essi che quivi i nemici volessero sforzare la città; il disegno di Schulembourg riusciva a seconda.

Infrattanto egli passava il Bisagno nelle parti superiori, e in sul far del giorno era ivi alcun poco molestato dai villani che custodivano i passi di San Gottardo, ma fu un nulla. Proseguendo il cammino diligentemente, giungeva senza muovere sospetti alla serra dei Bavari, ove i paesani non avevano pernottato in quel numero che dai vigilanti capitani era stato prescritto. Per cui soltanto una leggiera avvisaglia qui succedeva, in conseguenza della quale Galeotto Pallavicino, che là reggeva le armi, doveva ritirarsi con andar a prender posto al basso, in prossimità di Albaro. Via celeremente seguitando, il duce austriaco, quasi senza difficoltà di sorta, superava il monte vicino denominato Castellazzo, e l’animo e l’armi voltava contro il poggio detto per la sua eminenza la Bocca dei Ratti.

Tale località era di estrema importanza, imperocchè per ivi si passa a Camaldoli, a Quezzi, a Santa Tecla, a San Martino d’Albaro, luoghi tutti vicini, e per dove si poteva far forza contro le trincee, che, per maggior sicurezza, i Genovesi avevano fatto sulla sinistra del Bisagno, e che si distendevano dalla Madonna del Monte sino a San Francesco d’Albaro. Un reggimento composto di Svizzeri ai servigi di Spagna con qualche nodo di paesani tenevano in custodia quel passo, da cui poteva dipendere la salute o la rovina di Genova. Ma se la passavano quegli molto alla spensierata, e senza quella vigilanza che si conveniva, negligenza da far meraviglia da parte degli Svizzeri che in quel tempo tenevano il primato delle armi.

Gli Austriaci assalirono improvvisamente, e quando gli altri meno se l’aspettavano. Gli Svizzeri e i Genovesi punto si sgominarono per ciò; ma, afferrate prestamente le armi, al certame corsero intrepidi, e ressero per ben tre ore, con uccidere molta gente al nemico, massime dei granatieri. Se non che la ognora crescente calca degli aggressori li fece indietreggiare. Al rumore e alle funeste novelle accorse sul luogo il generale spagnuolo Taubin, a cui, alloggiato dentro il recinto delle nuove mura, era commessa la custodia di quelle parti. Esso sovvenne gli Svizzeri, incoraggiò i villani, e già faceva certa per sè la vittoria, quando, ferito mortalmente in una gamba, fu trasportato via dal campo di battaglia, e tradotto nella propria abitazione in Genova, dove in capo a dodici giorni morì.

Impossessatisi gli Austriaci prima della Bocchetta, poscia del monte dei Ratti, colla loro ala sinistra scesero per le rive della Sturla sino alla marina, colla destra occuparono l’eremo di Camaldoli e la montagna di Quezzi, dove attesero a fortificarsi e a spingere guardie sino a tiro del cannone della piazza.

Colla perdita della Bocca dei Ratti non rimaneva ai Genovesi che un punto importante, quello del convento della Madonna del Monte, sito assicurato con qualche opera di trincee dal marchese di Roquepine. Se ivi giungevano ad annidarsi gli Austriaci, le fortificazioni esteriori divenivano pei Genovesi inutili. Il nemico si sarebbe facilmente insinuato fra le fortificazioni medesime e le mura del recinto, e, avvicinatosi così al Bisagno, avrebbe potuto e battere coi cannoni le mure e lanciare bombe nella città. Il sapeva Schulembourg; e a tutt’uomo vi si sforzò.

Nel convento della Madonna del Monte eravi il marchese di Leyde, spagnuolo, il quale, vedendo venire alla sua volta tanta moltitudine di nemici, e considerando la debolezza delle trincee, che lo cingevano, aveva fatto pensiero di ritirarsi e già, ottenutone il consentimento di Boufflers, si ritirava. Se non che il maresciallo di campo Sickel, svizzero, al soldo di Genova, insistette con sì efficaci parole sulla necessità di conservare quel posto, se pur si voleva che la Repubblica trionfasse, che Boufflers mandò ordine si difendesse ad ogni costo. Leyde, compreso che se si allontanava la vittoria per fermo sarebbe pegli Austriaci, i quali ferocemente venivano all’assalto, tornò prestamente indietro, ed appiccò la zuffa, e nel fatale cimento, accorsero e si mescolarono villani, popolo e borghesi.

Crudele e lunga fu la battaglia. Finalmente fra il resistere unito di tanti, si rallentò l’impeto dei nemici, i quali, lasciando sul campo circa duemila tra morti e feriti, ritiraronsi nei loro alloggiamenti di Camaldoli e di Quezzi. Fra i morti si numeravano il marchese Clerici e quattro colonnelli. Gli Austriaci, scesi più abbasso, avevano anco tentato le trincee di San Francesco d’Albaro, ma pur quivi senza frutto. Così Schulembourg, che aveva preso quartiere nel palazzo di Gianagostino Pinelli in San Martino d’Albaro, scorgeva le mura della bramata città, ma non le poteva battere per la distanza.

La battaglia della Madonna del Monte volse in bene le sorti di Genova; oltre alla strenua difesa devesi pure l’esito della giornata all’opportunità delle trincee innalzate e degli interriati fatti dai Genovesi oltre il Bisagno.

 

XVII.

 

I rapidi progressi di Schulembourg verso la parte orientale, e l’aver esso di Quezzi e di Camaldoli fatto suo ricettacolo, non poca trepidazione cagionarono nel popolo. Siccome sempre accade in simili casi, molti magnificavano la cosa oltre il vero, e, già presi da sgomento, i Genovesi dubitavano della salute della patria. In tali estremi momenti non vi è che l’energia di chi regge che possa risollevare gli animi di chi ubbidisce. E così fu.

I collegi in permanente adunanza vegliavano; Boufflers s’affaticava quanto e forse più di quanto potesse prode e amorevole uomo; assicurava le fortificazioni; alzava una subitanea trincea tra il monastero di Santa Chiara di Carignano e la porta Santo Stefano, eccitando colla parola e coll’esempio il popolo al lavoro, e il popolo, rifatto d’animo, accorreva; nuove opere d’alzate e di trincee faceva al minacciato posto della Madonna del Monte, vi mandava più forte presidio, dandolo in guardia al valoroso marchese Roquepine; infine l’instancabile capitano poneva il suo quartiere generale alla porta Romana per essere meglio in grado di sopravedere e di soprastare da sè medesimo a quanto occorresse per le difese. Anco la Signorìa mostrava animo pari al pericolo. Mandava alla Madonna del Monte gran numero di popolo e di villani guidati dai patrizi Giambattista Saluzzo, Stefano Lomellino, Gianfrancesco Dongo. Colla loro attività e col loro coraggio que’ patrizi assai danni arrecarono agli Austriaci, specialmente il Dongo, il quale, lasciato l’abito ecclesiastico, onninamente si adoperò nella patria causa.

Nel movimento universale prodotto dalla prossimità del nemico, gli ecclesiastici, che del Vaticano non seguivano le massime, mostraronsi sublimi nel loro cómpito di carità patria, degni di essere tramandati pel ministerio delle lettere alla memoria degli uomini. Si armarono in gran numero, ed armati si condussero a custodire notte e giorno la muraglia della minacciata parte; ed in tali pietosi esercizi continuarono, finchè durò il bisogno, mai venendo in loro meno l’ardore. Monsignore Saporiti, arcivescovo di Genova, spinto anch’esso dallo zelo medesimo, andò a farne la rivista là dov’erano accampati alle palizzate del Bisagno, e i fatti succedentisi non diceva opera umana, ma giustizia del Signore.

Tutto s’infervorava, nè la lunghezza del tempo attediava gli animi o stancava i corpi. Le donne ed i fanciulli, cui uguale amore per la Repubblica, ma non uguali forze potevano impiegare, si adoperavano volonterosissimi nell’aiutare i più robusti ed intrepidi uomini alle fortificazioni con portar ceste, terra, fascine, zappe ed ogni altro oggetto o strumento atto a procurare sicurezza. Onde forti e deboli, armati e inermi, ricchi e poveri, secolari ed ecclesiastici tutti pagavano il debito loro alla dolce madre che avevali allevati e nutriti.

La furia di Schulembourg dovette arrestarsi innanzi agli intrepidi petti dei difensori di Genova, innanzi alla loro concordia. Il Tedesco non si mise più in pensiero di voler conquistare la Madonna del Monte. Trovandosi la ligure città tutta all’intorno cinta dall’esercito confederato e il mare chiuso dal navilio inglese, sperò che la fame avrebbe fatto quello che non poteva la forza.

I terrazzani da difensori si fecero assalitori. Vedendo il nemico silenzioso, si spiccarono da Quezzi, l’andarono a snidare, e gli arrecarono grave danno con una ben combattuta fazione; altri portatisi a San Pier d’Arena scacciarono i Piemontesi da una casa nel borgo di Cornigliano, dove si erano fortificati. Gli Austriaci tentarono di tener fermo il posto di San Gottardo, ma pur quivi colla peggio furono rimandati.

Austriaci e Piemontesi, non potendo vincere, saccheggiavano e soqquadravano il paese; nè si poteva distinguere chi di loro più infuriasse; imperocchè gli uni e gli altri facevano alle peggiori, nè si ristavano ai pianti ed alle supplicazioni degli inermi e dei quieti, purchè rubassero, uccidessero, violentassero, ponessero dappertutto la desolazione e la rovina erano contenti. Nel leggere le narrazioni sincrone di questi fatti, non potemmo di meno di volare col pensiero alle pagine di Vittor Hugo, e di convincerci che quando la possente fantasia egli sbrigliava a descrivere le selvagge mostruosità d’un Han d’Irlanda fosse più storico che poeta. Cuori di quella tempra pur troppo allignano quaggiù. Se v’ha un conforto a ciò, egli è che le storie non sempre ci riportano di tali inumanità.

L’ammiraglio inglese che governava l’assedio dal lato di mare, anco da quello che aveva udito dalla bocca di Schulembourg, si era immaginato che i Genovesi morissero di fame. Per accertarsene si mise in capo di voler fare un bel tratto; e fu questo.

Una mattina con bandiera parlamentaria presentavansi al porto due ufficiali inglesi, i quali chiedevano, a nome del loro capo, di essere presentati al doge. Allorchè furono innanzi alla suprema carica della Repubblica, trassero un foglio e lo sporsero. In quel foglio da parte della Corte di Torino si domandava una cantatrice che in Genova tutt’altro mestiere faceva di quello di cantare. Aveva proprio la Corte di Torino da pensare in quel tempo alle cantatrici. Si conobbe la sciocca pretesa, e agli ufficiali venne detto andassero pure, secondo il piacer loro, cercando la chiesta persona, e visitassero liberamente la città. I due inglesi videro dappertutto perfetta quiete, le botteghe de’ fornai piene di pane, tutte le piazze provviste di commestibili d’ogni genere, non solo i più necessari, ma benanco di quelli che allettano alla gola. Boufflers li invitò a pranzo; la tavola fu imbandita con tale abbondanza e squisitezza, che ne avrebbe disgradato le più sontuose in tempo della più perfetta pace. In fine di tavola l’arguto francese disse loro: «Vedete, signori, ai Genovesi non manca che un po’ di neve per mitigare il calore contro dei loro nemici». Bisticcio da secentista, ma pure espressivo.

Allorchè i due messi se ne tornarono all’ammiraglio, e gli riferirono quanto avevano veduto ed udito, il superbo figlio d’Albione sbassò alquanto la sua arroganza per modo che non sapeva più che dirsi dello Schulembourg.

L’abbondanza dei viveri in Genova proveniva dall’ardire e dall’arte, con cui i legni della Repubblica: gondole, gusci, saettie, liuti, schifetti, trapassavano, malgrado gli sforzi supremi dei nemici, le navi inglesi, ed entravano nel porto recando ogni sorta di provvigioni.

Narrasi di una galeotta, chiamata la San Luigi, di bandiera francese, ma da Genovesi governata, la quale, carica di polveri, nella più chiara luce del giorno sguizzò attraverso della fila brittanica, e, comechè dalle due bande i cannoni inglesi la fulminassero, salva si condusse nel porto. Esempio questo raro di sommo ardimento.

Boufflers si studiava continuamente a moltiplicare gli ostacoli al nemico e a prolungare colla difesa la vita di Genova. Gli fu suggerito, ed accettò il pensiero di armare un pontone, tarda e grossa nave, fatta solamente per uso di trasportar pietre. Lo afforzò tutto all’intorno di gomene, stoppe, lane, di quanto infine il potesse rendere impenetrabile alle artiglierie. Lo munì di due grossi cannoni in poppa, di due minori ai lati, di due mortai nel mezzo. Così armato lo mandò alla marina della Sturla, scortato da due galere e rimorchiato da una quantità di battelli. Colà giunto, il pontone si diede a tirare contro gli Austriaci, molti ne uccise, indusse in tutti timore e stupore per l’apparizione di sì strana e potente invenzione. Incominciarono i cervelli alemanni a pensare, e capirono che i Genovesi non erano poi gente da potersi soggiogare così alla prima. Gli alleati principiarono pure a vacillare nei loro consigli, e dell’evento non pronosticarono troppo bene.

In quel mentre giunsero ai Genovesi desideratissime novelle. L’esercito Gallo-Ispano, passato il Varo, ed occupato il paese di Nizza, si era accinto all’assedio di Ventimiglia, mentre l’avanguardia condotta da don Francesco Pignatelli, già era pervenuta in San Remo. Più dubbio veruno non eravi che Carlo Emanuele, temendo pel suo reame, non fosse per richiamare i suoi soldati dal campo di Genova per inviarli ai soliti e naturali baluardi del Piemonte. Non fu così nondimeno, chè quel re, credendo forse che Genova fosse in maggiori angustie di quante veramente ne provava, oppure stimando che pei luoghi rotti della riviera il nemico non potesse così presto approssimarsi, aveva manifestato al generale austriaco l’intenzione di vieppiù stringere Genova, attaccarla con maggior sforzo, onde averla tosto nelle mani.

Schulembourg e Della Rocca si affrettarono ad aderire al desiderio del re di Piemonte; essi non cercavano di meglio che prevenire le nuove combinazioni di guerra che con sè portava l’esercito alleato.

Genova però non dormiva. Cittadini, popolo, contadini, soldati e milizie, Boufflers, la Signorìa e l’Arcivescovo stesso co’ suoi preti e frati, tutti zelatori di libertà, tutti vegliavano perchè la Repubblica non ricevesse danno. Mani forti avevano i campioni di Genova, ed animo ancor più forte. Scacciarono essi i Piemontesi e i Croati dalla Madonna della Incoronata sulle rive della Polcevera, respinsero gli Austriaci da San Gottardo sulle rive del Bisagno, e comechè in un assalto dato al monte delle Fasce rimanessero perdenti, tuttavolta vi ebbero combattuto così ferocemente che il nemico si accorse che in loro non era punto scemato il vigor primitivo.

In questo fatto fu ferito, preso e barbaramente trucidato dai Tedeschi fra Paris, fratello di Agostino Pinelli, cavaliere di Malta, il quale, udito il pericolo della patria, era prestamente accorso per giovarle e col consiglio e col braccio, in entrambi valentissimo. Il cadavere di lui, tutto lacero, e indegnamente tronco da uomini inscienti d’ogni legge divina ed umana, venne ricompro a contanti e trasportato in Genova. Nella cattedrale, come a quella del Canevari, vennero alla cara salma fatti gli ultimi onori con solenni esequie. V’intervennero i magistrati, la nobiltà e il popolo, ed i primi ufficiali di guerra.

 

XVIII.

 

La costanza genovese e la caponaggine austriaca continuavano ad urtarsi. La vittoria però non doveva essere ormai dubbia. Da un lato si combatteva per la libertà, dall’altro pella servitù; valore, umanità e diritto stavano pei Genovesi, viltà, crudeltà e dispotismo pegli Austriaci.

Il 30 giugno da Antibo giungeva in Genova Agostino Haumada, distintissimo generale spagnuolo, mandato da Lasminas in surrogazione del morto Taubin. Quell’arrivo rinforzò sempre più le speranze dei Genovesi; imperocchè se la Spagna mandava uno de’ più scelti suoi generali era argomento che neppur essa rallentava del suo favore verso la Repubblica. In quel torno di tempo seppesi pure che il castello di Ventimiglia si era arreso alle forze Gallo-Ispani. Ciò diede prova manifesta come essi avessero gli eserciti in buon assetto di guerra, e non restasse loro più altro impedimento per venire avanti che le difficoltà dei passi. In quanto a Leutron, che trovavasi in Oneglia, non dava timore che potesse arrestare il corso dei vincitori, poche genti avendo con sè.

Carlo Emanuele, veduto fallito il tentativo di impadronirsi di Genova, e udendo come l’esercito Gallo-Ispano ogni ostacolo superando si avanzasse vittorioso, ordinò al generale Della Rocca, levasse tosto il campo di Genova e andasse prestamente a congiungersi colle altre forze piemontesi destinate a preservare il Reame da un’invasione che pareva imminente.

Della Rocca, senza indugio alcuno, levò il campo e si ritrasse a Savona, donde poi fece passo in Piemonte. Tale provincia non era certamente sicura. I generali degli eserciti borbonici, non solamente sembravano di volersi prolungare per la riviera in soccorso di Genova, ma benanco di voler tentare qualche fatto di non lieve momento sulle fonti della Dora e del Chiusone, e aprirsi un varco nelle pianure subalpine, avendo mandato sotto gli ordini del cavaliere di Bellisle, fratello del generalissimo di Francia, numerosi battaglioni su pel dorso delle Alpi.

Le speranze d’Austria caddero affatto colla partenza dei Piemontesi, e vani tornarono i desideri di possessione e di vendetta. Ella, mordendosi le mani, dovè convenire che se i Genovesi avevano scritto sulle porte della loro città la parola Libertas, possedevano anche in cuore virtù capace per sostenere che altrui non la cancellasse.

La notte del 3 di luglio, Schulembourg, non potendo più fare alcuna cosa buona per la lontananza degli alleati, e trovandosi in cattiva condizione, levò con somma cautela tutti i campi che sul Bisagno aveva posti, e, con silenzio camminando, si ridusse innanzi tratto al suo alloggiamento della Torrazza; indi, varcata la Bocchetta, e più in là procedendo, lasciò libero quasi tutto il territorio della Repubblica. Gli Inglesi, venuti per opprimere un popolo che voleva la sua libertà, dalle spiaggie della Sturla e di Sestri di Ponente, dove avevano il principale adunamento, spiegate nel tempo stesso le vele, s’incamminarono a Vado ed a Savona, riconducendo con sè le artiglierie e le provvisioni che con tanta fatica e tanta spesa avevano portato ad una impresa di così brutto proposito per le armi d’Inghilterra. Salvi se ne andarono, perchè la superiorità del loro navilio non permise alle piccole navi genovesi di danneggiarli. Bene però popolo e villani seguirono alla coda i soldati fuggenti di Maria Teresa; non pochi ne uccisero e ne ferirono, impadronendosi anco di alcune some piene di oggetti d’oro, non che di molto bestiame.

Così i nemici di Genova se ne andarono; così libera rimase quella generosa città, esempio al mondo che non si assassinano impunemente gli innocenti, e che i forti petti dei cittadini sono baluardo insuperabile a qualunque prepotenza. Il nome genovese visse, come aveva tanti secoli vissuto, rispettato ed amato, finchè, tra la fede rotta e i nuovi disegni di chi più poteva per la forza delle armi vincitrici, non fu già spento, ma fatto comune con quello che già aveva avuto nemico. Però è da credere che i despoti non avvertissero bene nel 1815 a quel che facevano, unendo forti mani e forti petti di qua e di là dall’Appennino; se ci avessero pensato non lo avrebbero fatto.

 

Al partire delle detestate insegne si rallegrarono assai i Genovesi, gli uni e gli altri si abbracciarono, le passate calamità si raccontarono quasi come un orribile sogno, e il valore mostrato nella lotta con quel bell’entusiasmo d’un popolo che sa di aver fatto un’opera santa. E il popolo genovese aveva ben ragione di andar glorioso. Senza di esso Genova sarebbe stata sotto il giogo austriaco chi sa per quanto tempo ancora, angariata, concussa in sino all’estremo. Senza il popolo, il patriziato genovese non avrebbe saputo trovare l’antica energia, stabilire alleanze fruttevoli alla patria. «Che l’inse!» sclamò il popolano Balilla, parole che meglio di lunghi discorsi esprimono la terribile disperazione di un popolo che non poteva più sopportare sul capo la ferrea mano dell’usurpatore; e quel popolo, alla magica pietra lanciata contro i superbi e mal accorti Golia, si accese, insorse e vinse; vinse perchè lo volle con fermo e costante proposito. Le rivoluzioni non si fanno come un atto qualunque della vita individua o sociale. Iddio nella sua giustizia ne decreta il giorno e l’ora. E quando il giorno è sorto, quando l’ora è scoccata, la goccia d’acqua fa traboccare il calice, il sasso lanciato impegnare la guerra, mentre la voce dei secoli grida al mondo: «Lasciate passare la giustizia di Dio». Grido democratico di popolo fu quello di Balilla, allarme di rivoluzione, quello allarme che tuttora minaccevole e tremendo suona alla tirannide e alla prepotenza. Grido magnanimo, che precede la eterna giustizia, che i codardi Eunuchi invano presumono soffocarne il prorompere. Silenzio, vi diciamo coll’inspirata parola di Mameli, silenzio, Eunuchi:

 

«Stolti, o venduti — credono

Guidar tremando i fati,

Che il lor terror adorino

I popoli prostrati;

Della viltà profeti,

Sui fremiti secreti

Che l’avvenir racchiudono

Spargon blandizie e oblio,

Dicon, mentendo Iddio,

Empio chi tenta oprar.

 

Se Balilla avesse consultato uno di costoro innanzi gettare il sasso, avrebbe avuto l’appellativo di pazzo o di peggio; sarebbe stato deriso, se fallito il colpo, da quelli stessi, che, riuscito a bene, ne sublimarono il nome, gridandolo grande e generoso figlio di Genova. Sempre eguali costoro, anco ai dì nostri ne avemmo esempi. Milano sorge nel 1848, vince, ed è gridata eroica città; nel 1853 alcuni arditi patrioti tentano sollevarla per cacciarne il nemico, sono perdenti, e quelli stessi che cinque anni prima erano eroi, grandi, vengono appellati pazzi dai fratelli, assassini dai nemici. I fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, ed altri furono derisi, perchè con pochi compagni tentarono generose imprese e fallirono; grande invece è chiamato Garibaldi, che, pur con pochi compagni, riesce nella redenzione di Sicilia e di Napoli. Se una nave borbonica lo avesse gettato nel fondo del mare innanzi sbarcare a Marsala, esso pur ora s’avrebbe la taccia di pazzo. Gli Eunuchi non adorano che la forza materiale, che i fatti compiuti, e pur questi a loro modo. Malgrado i molti esempi non vogliono riconoscere la potenza del popolo, non ammettere che Dio lo protegga nelle sante sue imprese.

Per debito di giustizia dobbiamo ora un cenno alla Francia e alla Spagna, le quali per salvare Genova dalla perdizione, a cui la chiamavano due principi vicini ed uno lontano, quella Genova che grande mostravasi, furono liberali d’uomini e di denaro. La Francia sopratutto è degna di grandissima commendazione; imperocchè nessuna spoglia per sè serbò, solo intenta a proteggere il giusto. Così se la ingiustizia trovò avvocati ed armi, la giustizia pur nè trovò, e tanto più che il popolo aveva saputo meritarli col suo amor di patria, col suo coraggio.

 

XIX.

 

Il duca di Boufflers, che sì valorosamente aveva combattuto, non ebbe il contento di veder coronata l’opera da lui sì bene condotta. Le palle tedesche lo avevano rispettato, il vaiuolo lo ammazzò. Esso morì ai 2 di luglio 1747 nell’età di quarantadue anni. I Genovesi lo avevano preso ad amare assai, poichè nessuno fu mai più caritatevole verso i poveri, nè più generoso verso gli amici, nè più valoroso contro i nemici, nè più amante di Genova dell’estinto duca. Il popolo lo pianse, e le lagrime d’un popolo sono la più eloquente, la più bella orazione funebre cui uomo possa desiderare. Il popolo non sa fingere, il suo pianto o la sua gioia non sono menzogneri, non adulatori. Oltre alle lagrime i Genovesi diedero al Boufflers quanto Stato riconoscente può dare a chi più non viva. I collegi decretarono che una lapide alla sua memoria fosse posta nella chiesa dell’Annunciata del Guastata, precisamente nella cappella di San Luigi appartenente alla nazione francese. L’inscrizione latina incisa su quel marmo nell’italiana favella suona così:

«A Giuseppe duca di Boufflers, governatore della Fiandra, francese, a Genova venuto portatore della volontà di Luigi XV, re, per avere col senno e colla mano confortato i cittadini afflitti da lungo assedio, col riattar vecchie ed alzar nuove fortificazioni, frenato per terra e per mare i confederati inimichevolmente avventantisi, con fatiche e consunzione della vita sostentato la libertà della Repubblica da nemica forza ad ogni modo tentata, al difensore amantissimo il Senato per dargli immortalità di nome, giacchè non potè di vita».

Quindi il gran consiglio, intento ad onorare un uomo caro e benemerito alla Repubblica, statuì che il figlio dell’estinto Boufflers e i suoi discendenti fossero inscritti nel libro d’oro della nobiltà genovese, e di più che e’ potessero annestare le armi della Repubblica con quelle del proprio casato.

Gli altri morti per Genova si ebbero pure i dovuti onori. Per ordine dell’arcivescovo fu solennizzato nella cattedrale un triduo ed un funerale. Il magnifico tempio era tutto a gramaglia; nel mezzo ergevasi un catafalco, circondato da infiniti lugubri lumi, e sopra la porta maggiore leggevansi le seguenti parole:

«Ai fortissimi cittadini cui l’amore della patria spinse a morte, perchè abbiano dopo le guerriere fatiche pace e riposo eterno, questo lutto di pietà, questo ufficio di gratitudine.»

Altro e non men grave pensiero era pur venuto in mente dei magistrati, e fu che si rendessero grazie e voti al Dator d’ogni bene per aver conservato alla Repubblica quello che più d’ogni altro si deve apprezzare ed amare, la libertà. Il 23 di luglio, i collegi, la nobiltà, i magistrati i capi delle armi radunavansi nella metropolitana, e per loro facevasi solenne processione coll’intervento dell’arcivescovo e del clero, a cui pei loro recenti fatti in pro della patria, i popoli riconoscenti guardavano con maggior riverenza del solito. La divina presenza, la serenità dell’aria, il raccoglimento dei magistrati, il rispetto dei cittadini, l’armi lucenti ed apprestate, non più a morte, ma a vita, la ricordanza dei passati danni, il contento della presente felicità, davano a quella pompa un non so che di grave, di pietoso, di soave e di sacrosanto insieme: religione e libertà si univano. I Genovesi pregavano e ringraziavano: il mondo li ammirava. In quel solenne e ben augurato momento suonavano le campane, strepitavano ad allegrezza i fucili delle schiere, tuonavano i cannoni. La sera poi la città in ogni parte comparve illuminata, e scorgevansi altri festevoli segni, indicatori che quello era giorno memorabile e grande nei fasti della Repubblica.

Le felici novelle di Genova furono dai sopracciò partecipate a mezzo di ambasciatori agli amici sovrani. Le cose però non erano ferme ancora intieramente; imperocchè i rumori di guerra facevansi tuttodì udire ai confini della Repubblica. L’assistenza della Francia era ancora necessaria.

Il marchese di Bissy venne per sostenere le veci di Boufflers, poi, per maggiore significazione d’onore e di favore, re Luigi, in sullo scorcio del settembre, mandava il duca di Rechelieu. Presentatosi questi al Senato disse:

«Genovesi, re Luigi, mio signore, niuna cosa ha più a cuore che la salute della Repubblica, io a voi vengo portando per lei la medesima incorrotta fede, il medesimo intenso desiderio di giovarle, che in Boufflers tanto da voi sospirato e pianto avete veduto.»

Il doge rispose:

«Duca di Rechelieu, la Repubblica conosce e sente nell’intimo del cuore le obbligazioni che ha al magnanimo re di Francia; si rallegra, si gloria e si conforta che ad un re sì potente tanto sia accetta da mandare, quale esecutore della sua benigna volontà, un ministro di così alto stato e tanto amato da lui.»

Il duca di Richelieu mostrò verso Genova la medesima benevolenza del predecessore; ma l’occasione di segnalarsi che fu larga a Boufflers gli mancò. Piccoli fatti soltanto successero ancora su quello della Repubblica, perchè la guerra in altri territori incrudeliva. Tentò Savona per sorpresa, Campofreddo per forza, e non gli riuscì. Conquistò però Varaggine, cacciandone i Piemontesi e facendo molti di loro prigioni. Represse il nemico nella riviera di Levante, preservò quella di Ponente sia dov’era libera, e tale in pericolo fazioni si mostrò, che ognuno conobbe come capace fosse delle più grandi.

 

XX.

 

I potentati erano ormai stracchi della guerra; ma non sazi di sangue. Terminato l’assedio di Genova, i Gallo-Ispani decisero condursi a nuove offese.

Il maresciallo Bellisle ed il marchese Lasminas, non andavano però innanzi tratto troppo d’accordo sull’impresa che primieramente dovevano eseguire. L’uno e l’altro volevano bensì cacciare nel precipizio il re di Sardegna, e rompere la forza austriaca in Italia, ma Bellisle l’intendeva ad un modo, Lasminas ad un altro. Il Francese considerava che se si penetrasse in Piemonte per le Alpi e si domasse re Carlo Emanuele, altro partito non resterebbe agli Austriaci che quello di ritirarsi sugli alti monti del Tirolo. Presumeva altresì che il re, tutto intento alle cose Liguri, avesse lasciato con poca custodia i luoghi per ove intendeva di passare. Voleva per conseguenza che il Piemonte s’invadesse per le Alpi. Lo Spagnuolo, pel contrario, mosso sempre dalla mira del grasso pascolo di Parma e di Piacenza, portava opinione che si costeggiasse il mare per la riviera di Ponente, si prendesse Savona e si riuscisse, varcati gli Appennini liguri, e sottomesso Gavi, sulle sponde della Scrivia e della Trebbia. Le due sentenze furono abbracciate, scemandole così del loro valore.

Una parte delle forze francesi fu posta a stanza nella contea di Nizza per tenere in riguardo la forte adunazione di truppe, che Carlo Emanuele aveva fatta nella provincia di Saluzzo. Quella parte, quando l’altra, di cui ora parleremo, avesse condotto a compimento le fazioni commessele, doveva prestamente calarsi pella valle di Stura contro Cuneo e appoggiare così l’andata di Lasminas per la riviera. L’altra parte francese, confidata al cavaliere di Bellisle, a cui il maresciallo, suo fratello, desiderava meritamente con ardore di aprire l’occasione di qualche fatto onorato, teneva ordine di passare le Alpi Cozzie e penetrare da quel lato nella pianura piemontese per divenire l’ala sinistra del corpo principale condotto dal fratello. Strano era il pensiero e inusitata la via che volevano fare; imperocchè disegno loro era di evitare Icilia e Fenestrelle, e, valicando i monti torreggiati fra l’una e l’altra di quelle fortezze e dividenti la valle di Dora dalla valle di Chiusone, sboccare nella valle di Sangone per scendere a Giaveno, con che avrebbero schivato l’incontro della insuperabile Brunetta. Speravano poscia, che parte per oppugnazione, parte per assedio non avrebbero molto penato ad impadronirsi delle fortezze, e, torcendo la via verso la loro destra, avrebbero inondato tutto il Piemonte, rasentando le Alpi Cozzie e Marittime e l’Appennino.

Il cavaliere di Bellisle marciò colle sue genti, giunse a Briansone, e, tra il quattordici e quindici luglio, passò il monte Ginevra. Al suo apparire i Piemontesi, ingrossati da qualche nodo di Austriaci e da alcune compagnie di Valdesi, si ritirarono sul colle di Sestriere, onde passarono a Villar d’Aumont, a Isoraus, e finalmente sul colle del Puy di Prato Gelato, dove si accamparono. Infrattanto i soldati leggieri di Francia si erano condotti alla Rua, piccolo villaggio posto rimpetto al Puy. Rimaneva a superarsi il sommo giogo che separa la valle di Dora da quella di Chiusone. La via ne è alpestre sì, ma alquanto piana sulla cima, per cui vien detto il colle dell’Assieta.

La custodia di quelle sommità era affidata al conte di Cacherano di Bricherasco, valoroso soldato subalpino. Ai diciotto venendo ai diciannove, egli ebbe avviso dell’avvicinarsi del nemico, e tosto da Puy mandò al passo dell’Assieta qualche po’ di gente a munirlo, alloggiandole nelle trincee, o piuttosto dentro certi ripari di sassi che vi aveva fatto innalzare con previsione di ciò che avvenne. Il numero de’ suoi non sommavano che a quattordici battaglioni, dieci piemontesi, quattro austriaci. Ma il capitano del re di Sardegna, postosi sulla più alta cima del monte, aveva innanzi a sè tutti i luoghi sottostanti, e signoreggiava tutte le trincee. Il dì diciannove i Gallo-Ispani comparvero con terribile mostra verso l’Assieta, salendo con quaranta battaglioni divisi in tre colonne, e provveduti di nove cannoni da campo. Alla vista di quelle prevalenti forze, il Bricherasco fu per un momento in forse della difesa. Erano tanto sproporzionati i due campi da non lasciar quasi speranza di vittoria, e anzi da mettere in fondato timore di essere circondati e fatti prigionieri di guerra. Senza artiglieria, senza palizzate, senza opere difenditrici, la esitazione non era per fermo da imputarsi negli Italiani subalpini a codardia. Però considerando l’importanza di quella chiave delle piemontesi valli e la brama di far argine coi valorosi corpi alla inondazione nemica, Bricherasco rinnovò su quelle vette alpine il magnanimo proposito dei trecento di Leonida alle Termopili.

L’ardimento all’assalto fu indicibile. Salivano i Gallo-Ispani di corsa la dirupata via verso il sommo del colle, quantunque ad ogni passo vedessero a cadere morti o feriti de’ compagni, avvegnachè nessun colpo i Piemontesi tiravano che non andasse a segno. Più volte i granatieri di Francia, formanti la prima colonna, ebbero toccato il sommo giogo, e già colle scuri abbattevano le deboli trincee, e già le rovinavano sulla fronte, là dove il conte di San Sebastiano e il cavaliere Caldora, capitani del reggimento delle guardie, sostenevano la battaglia, ma sempre da que’ due valenti furono con gravi perdite risospinti indietro. Le altre due colonne, a destra e a sinistra, non poterono mai avvicinarsi alle trincee, sì per la malagevolezza del cammino, come pel fitto bersaglio che facevano i Piemontesi a palle ed a sassi. Con infinito cordoglio il prode Bellisle vedeva l’indietreggiare de’ suoi. Egli a tutto costo anelava di mettere a fine il suo mandato, pensando all’importanza del fatto, all’onore della Francia, alla fede del fratello, ai discorsi che in Parigi si farebbero se vinto, dopo tanti vanti, da poca gente in mezzo ad ignorate montagne. Non sofferendogli l’animo ad un tal pensiero, e dal proprio coraggio sospinto, toglieva arditamente di mano ad un alfiere una bandiera, e si slanciava innanzi per piantarla proprio sull’orlo delle fatali trincere. Così precedeva Bellisle a Bonaparte, che, ai 17 novembre 1796, rinnovava il forte esempio nel Veneto, al ponte d’Arcole, quantunque con più lieto successo che non il suo predecessore. Soldati ed ufficiali lo seguitarono per punto d’onore. Accanitissima zuffa si accalorò allora d’attorno all’onorato segno. Invano gli stessi ufficiali di Piemonte, ammirati a tanto valore del capitano francese, lo supplicavano a ritirarsi da quel certo pericolo. Stette fermo, chiamando e richiamando i suoi alla pugna, finchè, ferito di baionetta in un braccio nell’atto stesso che piantava la bandiera, e poi da due archibugiate, l’una nel petto l’altra nella testa, cadde morto sul campo. Al cadere del prode generale, scoraggiatisi, i soldati di Francia si diedero precipitosamente a fuggire, rimanendo a Bricherasco e ai suoi strenui compagni la vittoria.

Il numero dei morti, feriti e prigionieri nella parte perdente passò i cinquemila, compresi trecento e più ufficiali uccisi. Da lungo tempo fra le nobili e più ricche famiglie di Francia non era stato tanto lutto per parenti od amici morti in battaglie. Più di seicento feriti, lasciati lungo le strade per mancanza di trasporto, furono raccomandati al Bricherasco. Nel campo vennero trovate tre bandiere, le quali furono anzichè a Torino recate a Vienna. Perchè? È vero che fra i vincitori contavansi pochi battaglioni austriaci, ed erano i meno di lunga, ed era battaglia combattuta e vinta in Italia. Ma Carlo Emanuele era sventuratamente non solo re di Sardegna, sibbene, come in principio di questa storia dicemmo, anco generalissimo di Sua Maestà Apostolica, e doveva essere a quella sottomesso. Misera sorte di questa nostra terra dannata per tanti secoli

 

«A pianger sempre vincitrice o vinta».

 

Degli Austro-Sardi, tra morti e feriti, mancarono appena duecento.

La nuova della vittoria rallegrò i popoli piemontesi, e tanto più che sperarono dalla gloria acquistata avere alfine la tranquillità. Fu vana speranza; chè non così presto dovevano essere i popoli appagati.

Il dì 23 di luglio nella metropolitana di Torino se ne rendettero pubbliche grazie a Dio. Carlo Emanuele fece distribuire in pari tempo premi a chi aveva sì ben combattuto, largire alle truppe il soldo d’un mese con un’arrota di riso, carne, vino ed altri commestibili e conforti di soldatesca. Al maggiore del reggimento di Casale, cavaliere di Panizzera, che primo recò a Torino la nuova della segnalata vittoria, fece dono della croce dei SS. Maurizio e Lazzaro e d’una pensione, e della gran croce e di una pensione più grossa a Bricherasco, che aveva con poche truppe, sprovvisto d’ogni argomento di guerra, vinto un nemico tre volte più forte e munito di cannoni.

 

XX.

 

Noi non racconteremo punto la minuta guerra che travagliò sullo scorcio del 1747 e sul principio del 1748 le due riviere di Genova, sforzandosi i generali austriaci di fare alla Repubblica ligure tutto quel male che potessero, e Rechelieu tutto quel bene che nel suo animo benevolo le portava. La narrazione di tali particolari, oltre al non essere nel limite della nostra storia, recherebbe troppo dolore ai nostri lettori. Soltanto diremo come il mondo, stremato di forze per lunga e disperata guerra, domandasse pace, e pace concludessero i potentati. I legati convennero in Aquisgrana, ed ivi il 18 ottobre 1748 fu conchiuso il patto, che ebbe nome da quella città. In forza di quel patto Genova venne rintegrata nel possesso del Finale, e così Carlo Emanuele rimase deluso di un paese, che gli era stato dato in acquisto col poco onesto trattato di Vormanzia. Gli Stati poi delle altre parti belligeranti a quasi nessuna variazione soggiacquero. I popoli respirarono alfine, pur dicendo che non francava la spesa di tanto sangue e di tanto oro per lasciare le cose poco su poco giù come erano prima. I popoli avevano ragione; ma avrebbero fatto meglio a pensarci prima di lasciarsi trascinare al macello. Quel giorno in cui la fratellanza europea sarà diventata un sentimento delle coscienze d’ogni popolo, allora di tali assassinamenti non se ne vedranno più. È cómpito santo degli Apostoli di libertà l’educare i popoli europei al principio delle nazionalità confederate. Ogni patriota di qualunque nazione sia, che ama davvero il bene della propria patria, e per essa quello dell’umanità intera, lavori indefessamente a sempre più propagarlo. Una tale confederazione è tuttora nella mente degli ideologi; bisogna perseverare, non sostare sulla via gloriosa e profittevole, e un dì il grande edificio sarà eretto: allora soltanto i popoli saranno ricchi e felici.

— E Balilla il generoso popolano? ci domanderanno i nostri lettori nell’accomiatarci da loro.

La storia tace di lui dopo aver narrato il suo atto eroico; anco la tradizione sembra averne perduta la traccia. I Bisagnini narrano che un pietoso romito nella seconda metà del secolo XVIII vivesse nella loro valle e che colle sue opere continuate di santità avesse saputo acquistarsi l’amore di tutti. Non aveva stabile dimora, or nell’uno or nell’altro eremo che dal Bisagno alla Cervara trovavasi, riposava. Pallido il viso, il dolore gli aveva travagliato la fronte di profondi solchi, e gli pendeva incolta sul petto la barba precocemente canuta. Era consiglio e conforto in quelle valli dove la riverenza e l’affetto lo facevano santo. Sugli ultimi anni lo aveva raccolto la solitudine dove fu prigione il re cavalleresco, e di là scendeva a Camogli per le provvisioni che domandava alla carità. Per alcuni giorni non fu veduto, e i terrazzani, inquieti per la di lui vita, salirono a cercarlo. Lo trovarono inginocchiato sull’ignuda terra nell’atto di chi prega. L’anima aveva spezzate le sue catene ed erasi liberata dal carcere umano. Sotto al cilicio che gli tormentava le carni trovarono un medaglione d’argento con inciso da un lato la data 5 dicembre 1746, dall’altra un nome di donna. L’amata reliquia fu sepolta con lui nella badia di San Fruttuoso, e avvegnachè nessuno sapesse il nome del santo vecchio, sulla pietra del suo sepolcro scrissero il nome e la data del medaglione.

L’innominato romito era Giovanni Balilla, il popolano iniziatore della grande rivoluzione genovese.

 

La Signorìa, per testimoniare ai posteri che ella riconosceva dalla Madre di Dio la forza e l’energia dimostrata dal popolo nello spezzare le proprie catene, dopo di aver rimunerato in ogni maniera chi tanto si era adoperato pel bene della Repubblica, decretava che ogni anno il giorno dieci di dicembre, giorno in cui gli Austriaci erano stati vinti e cacciati da Genova, il serenissimo doge coi collegi dovesse recarsi in forma solenne sul monte di Oregina a porgere inni di ringraziamento nella chiesa che ivi sorge dedicata a Nostra Signora di Loreto, la cui festa nel giorno dieci di quel mese appunto succede. Questa solennità aveva luogo ogni anno all’epoca indicata; caduta la Repubblica, tacque la festa del popolo.

Fu soltanto nel 1847 che alcuni egregi ed intrepidi cittadini genovesi, animati da quell’affetto che ogni dì più andava crescendo in quanti erano Italiani amanti della patria, vollero rinnovata la religiosa festa popolare, sì per isciogliere un voto fatto dai loro avi a Maria, come anche per restituire ai cittadini d’ogni ceto la dovuta e santa eredità delle loro gloriose memorie.

Il sole del 10 dicembre 1847 sorgeva bello, limpido in un cielo azzurro e trasparente, pareva che irradiasse con affetto maggiore le verdeggianti colline genovesi a festeggiare anch’esso colla brillante corona de’ suoi raggi la grande solennità diciamo, anziché municipale, nazionale. Erano appena le ore otto del mattino, e già l’amena passeggiata dell’Acquasola, luogo del comune ritrovo, era gremita di molte migliaia di persone, le quali ordinavansi in ischiere, in isquadre. Un numero immenso di bandiere sventolavano in aria, era un chiedere ansioso, un prepararsi giulivo, un fremere d’impazienza, una lietezza che traspariva d’ogni volto e che faceva più vivido l’occhio delle belle Genovesi, più espressiva la fisonomia della gente del popolo. In tutti vedevansi dipinto un insolito giubilo, in tutti una nuova energia, l’entusiasmo di un gran fatto, d’una nuova vita. Era una festa non officiale; era una festa cui il popolo doveva prendere parte, non come spettatore insciente di ciò che si stava per fare, ma siccome attore protagonista che leggeva nel passato e meditava sull’avvenire. Alle nove circa la processione prendeva le mosse ed avviavasi per il santuario di Oregina. In capo alla comitiva sventolava la famosa bandiera del 1746 che quei di Portoria in uno alla memoria del Balilla e della gran rivolta, conservano tuttodì con affetto veramente religioso, profondo. Essa era recata da un tal Nicola Bixio, cugino del generoso Balilla, vecchio di oltre novant’anni ed ottimo popolano, depositario del sacro vessillo[3]. Seguitava una numerosa schiera di donne povere e ricche bellamente confuse, capitanata dall’animosa signora marchesa Teresa Doria, e preceduta da uno stendardo portato da una del popolo. A questa schiera di donne, animate di un eguale sentimento, teneva dietro una rimarchevole truppa di fanciulli, i quali schiudevano il cuore, sì teneri ancora, all’affetto di patria. Questi erano seguiti da molti preti e frati, preceduti dalle loro bandiere, e dopo di essi da infinite schiere di cittadini d’ogni condizione: negozianti, mediatori, avvocati, procuratori, notai, studenti, questi ultimi aventi a duce il conte Terenzio Mamiani. Le schiere tutte procedevano in bell’ordine, facendo pompa dei loro vessilli che sventolavano festosi, o delle azzurre coccarde di cui adornavansi il petto; ciascuno aveva anche un ramoscello di quercia, simboleggiante la propria forza civile. Quelle schiere erano sempre precedute e regolate da un capo-squadra e da parecchie guide, le quali si adoperavano meravigliosamente perchè i movimenti delle schiere medesime si eseguissero con regolare e ben intesa prontezza. Venivano quindi i capitani di mare sulle cui fronti abbronzite brillava il raggio del sentimento cittadino, i marinai gagliardissimi, i cultori delle belle arti, i facchini, gli artigiani, confusi tra loro. Nè vuolsi dimenticare che era gratissimo lo scorgere un numeroso drappello di piemontesi, tutti disposti in ordine mirabile, facenti sventolare i loro rossi vessilli con bianca croce, capitanati da un signore piemontese, il quale, in segno di gentilezza veramente cordiale ed accettissima, recava un magnifico stendardo genovese.

Il numero delle persone componenti la processione era di oltre a trentamila.

La comitiva, partendo dall’Acquasola, percorreva le strade Nuove, via Balbi, San Tomaso, ecc. e bello era il vedere le finestre d’ogni palazzo, d’ogni casa adorne di arazzi, apparamenti, bandiere, e da queste stesse finestre bello lo scorgere persone che facevano sventolare i loro bianchi fazzoletti in segno di evviva, di esultanza. Il corteggio, devoto al programma, procedeva composto a gravità religiosa, silenziosa, tranquilla; a quando a quando quel silenzio era interrotto dai lieti suoni di molti civici concerti, alcuni dei quali erano stati inviati dalle vicine città e vicini paesi della Liguria. La folla del popolo, accorso anco dalle due riviere, era immensa; stipava ogni via, accalcavasi per ogni dove, applaudiva, esultava per tutto, e da per tutto ordine ed armonia scorgevansi; quell’ordine e quella ben intesa armonia, la quale è prova di incivilimento e di progresso.

Intanto il solenne corteo ascendeva il monte di Oregina. Appena il venerato stendardo del 1746 toccò le soglie della chiesa sacra a Maria fu intuonato solenne Te Deum che quelle moltitudini cantarono con tutta l’enfasi di cui è capace chi è animato dall’amore della patria, dalla religione. Dopo di che, inginocchiatisi gli astanti, fu data la benedizione del Venerabile. E qui si aprì una nuova scena quanto altra mai commoventissima e grande. L’egregio abate di San Matteo, Pio Nepomuceno Doria, collocatosi al sommo della gradinata del tempio, con intorno un corteggio di frati, preti e cittadini, benediceva ai vessilli che i passanti abbassavano dinanzi a lui, mentre quello del 1746 gli stava al fianco come simbolo della memoranda vittoria e dello splendido festeggiamento. Il verde degli allori, l’affluenza straordinaria del popolo, i suoni dei musicali istrumenti facevano di quel colle un luogo di magico incanto; ma la commossa persona dell’abate, sulla cui mitra dorata il sole vibrava i suoi raggi, in quell’atto maestoso e solenne, riempiva l’anima di profondo rispetto e di religiosa compunzione. E sfilava, sfilava il corteggio dinanzi all’ abate; e, sciolto il voto, intuonavasi da tutti l’inno popolare: «Sorgete Italiani - A vita novella». Fra i suoi evviva e i suoi canti e la sua ebbrezza indicibile, il corteggio schiudeva pure il cuore alla carità; imperocchè nell’attraversare la villa Elena, gentilmente aperta dall’egregio proprietario, offeriva a quattro distinte signore, collocate all’ingresso e all’uscita della villa anzidetta, una obblazione generosissima pel cugino del valoroso Balilla, pei poveri della città e per una cadente vecchia, dimorante in Oregina, la quale rammentava alcuni fatti della popolare vittoria del 1746. Attraversata la villa Elena, la comitiva, sempre in ordine ammirabile, discendeva dal piano di Rocca, mentre dal soprastante colle di Pietraminuta udivansi continuati spari di mortaretti, i quali accrescevano notabilmente la comune festività. Sboccato il corteggio sulla piazza dell’Annunziata, gremita di gente, inoltravasi in via Carlo Alberto, San Lorenzo, Carlo Felice, via Giulia, e finalmente nella gloriosa strada di Portoria, ove non è a dire quante persone si fossero adunate. Quivi era stato eretto un grand’arco, tutto a festoni, a bandiere, ad arazzi e ad emblemi, e alla cui sommità era la statua di Balilla in atto di scagliare il sasso fatale. Mano a mano che i drappelli passavano, dove è venerata la pietra del famoso mortaio, si abbassavano su questa i vessilli, ed alzavasi il più generoso e gagliardo evviva che mai puossi proferire da labbro: Viva l’indipendenza italiana! «Attraversata Portoria fra i viva ed i canti, la comitiva, reduce all’Acquasola, scioglievasi in bellissimo ordine, senza che il più lieve sconcerto alterasse mai nel lungo tragitto la dignitosa calma e la gioia suprema di tutti.

Ecco la festa del popolo. — V’ha festa al mondo che possa mai pareggiarla? Le feste nazionali del popolo sono la scena più imponente, lo spettacolo più grande che possa porgere una città; imperciocchè negli evviva, nei canti, nelle grida che egli solleva, v’ha il sentimento profondo della sua dignità e de’ suoi diritti; v’ha l’eco delle sue glorie, la grandezza de’ suoi giuramenti; le feste del popolo, destinate a solennizzare un gran fatto, una grande vittoria, sono la più gran prova della gagliardia cittadina. Il popolo che canta con tanto ardore e con tanto entusiasmo le sue vittorie, sente la propria forza. Sublimi sempre saranno le feste del popolo, ed eterne dureranno; imperciocchè le vittorie come quelle di Genova, di Milano, di Como, di Brescia, di Bologna, di Palermo, non facilmente ponnosi dai popoli dimenticare.

Venuta la notte fuvvi in Genova generale luminaria. I segni di vera esultanza non solo mostravansi per entro la città, ma anche sui mille colli che la incoronano; imperocchè ardevano sovr’essi un numero infinito di falò, le cui fiamme, agitate dal vento, parevano confondersi fra loro e formare attorno a Genova una ghirlanda di fuoco. Era un incanto magico e nuovo; uno spettacolo indescrivibile. Nè in quella sera tacquero gli spari dei mortaretti. Il colle di Pietraminuta, quello stesso su cui, come abbiamo narrato, in onta alla rapidissima salita, la furia del popolo trascinava nel 1746 un grosso mortaio per battere di là gli Austriaci a San Tomaso e nella piazza principe Doria, ora alla sua volta voleva ricordare il celebratissimo fatto; ed a tal uopo alcuni animosi signori, dimoranti sopra l’amenissimo colle, ordinarono gli spari di un numero sterminato di mortaretti, i quali echeggiavano rumoreggiando per l’aere, quasi accompagnando col loro frequente tuonare gli acuti evviva dei cittadini.

Mentre dai monti, dai colli, da ogni luogo circonvicino si appalesavano quei segni di giubilo, nelle popolosissime vie della città scorrevano molti e molti drappelli di cittadini, cui prendevano parte anco gentili signore, preceduti da vessilli, e alcuni accompagnati da torce. Il canto, voce dell’anima, risuonava dappertutto: ogni via era stipata di popolo e rischiarata da lumi; ogni viottolo aveva i suoi tripudi; ogni bocca il suo inno; ogni cuore il suo voto. Il quartiere di Portoria però era il centro della gioia, il luogo del trionfo; ivi le grida di festa erano continuate; i giuramenti profferti sul sasso del mortaio, infiniti; era un non interrotto abbracciarsi di nobili e plebei, di ricchi e poveri; un chiamarsi replicatamente fratelli. La generale commozione era sì grande, sì profonda, sì vera, che ogni ciglio versava lagrime di arcana indicibile contentezza.

Dal 1847 in poi, il glorioso anniversario della grande sconfitta austriaca è con più o meno pompa religiosamente celebrato in Genova ogni anno nel decretato giorno 10 dicembre. Il popolo sempre vi accorre numeroso: è dessa una sua festa, una sua gloria. — Ormai anco altri fratelli di Italia vi prendono parte, sciolgono coi Genovesi un voto che, se fu fatto dalla Repubblica, è voto nazionale, voto di tutta la generosa Penisola. — Iddio conservi sempre ai popoli le loro feste.

 

Oltre alla pietra che in strada di Portoria copre la fossa ove sfondò l’avventuroso mortaio e addita l’epoca in cui il sasso scagliato dal Balilla produsse quella popolare rivolta che abbiamo descritta, santificando nel cuore d’ogni buon Italiano le caldissime parole del giovinetto del popolo, venne eretto nella vicina piazza dell’Ospedale di Pammatone un monumento rappresentante il Balilla in atto che lancia la pietra. Quel monumento fu dono della città di Torino, alla quale Genova, in attestato di sentita gratitudine, fece alla sua volta presente della statua di Pietro Micca, il semplice soldato minatore, nato pur dal popolo in Andorno Sagliano, il quale, col sacrificio della propria vita, il 30 agosto 1706, faceva salva Torino.

Balilla e Micca; ecco i due liberatori del secolo decimottavo[4].

 

 

 

 

 

 


IL MARTIRIO DI BRESCIA

 

 

NARRAZIONE DOCUMENTATA

 

DI

 

FELICE VENOSTA

 

 

 

 

 

Seconda edizione riveduta dall'autore

 

AL PRODE BERGAMASCO

 

FRANCESCO NULLO
 
MORTO IN POLONIA

 

IL 5 MAGGIO 1863

 

COMBATTENDO PER LA LIBERTÀ

 

IN ITALIA GIÀ DA LUI COTANTO PROPUGNATA

 

QUESTE MEMORIE

 

COLL'AFFETTO DI UN CUORE DIVOTO

 

L'AUTORE CONSACRA.

I

 

Dopo l'infelice giornata di Custoza, Brescia, ritornata colla Lombardia sotto l'austriaco reggimento, o per meglio dire sotto la militare licenza, aveva serbato il più austero, il più dignitoso contegno. Mesi lunghi e lentissimi corsero per quella generosa città dall'agosto 1848, al marzo 1849, se si pensi che l'un di più che l'altro crescevano i motivi all'odio contro i truculenti generali dell'Austria, e la baldanza a questi e la disperazione d'ogni indugio; e più ancora se si consideri che molti incitamenti e d'uomini e di circostanze rinfuocavano le speranze e irritavano l'impazienza dei popoli. Ma nè lo scoppio della rivoluzione avvenuta in Vienna nell'ottobre, nè i moti della Valle Intelvi scossero la forte Brescia, a cui pareva che fossero da aspettare più sicuri segni e più fidi consigli.

Intanto infuriavano gli invasori, ebbri di paura e di vendetta. Oltre alle prescrizioni, agli assassini legali, ai sequestri, alle multe, che ingoiavano interi patrimonî, alle bastonature e alle prigionie mettevano mano ai più strani ed insoliti argomenti di tirannide. Bandivano una tassa sulle pietre e sui mattoni che si fossero trovati altrove che nei fondachi dei venditori, o in sull'opera dei manovali; richiamavano i disertori, che era quanto dire la gioventù profuga oltre il Ticino o pei monti, minacciando di trascinare al servizio militare i parenti di quelli, e non erano pochi, che non rispondessero all'appello; reprimevano peggio che con parole una scaramuccia infantile, animoso simulacro di guerra; giungevano fino alla stoltezza di comandare la gioia e di obbligare i cittadini a mostrarsi frequenti ai teatri. Non contenti di queste prepotenze, presto si misero sul truffare e sull'insidiare. Sitibondi d'oro, fabbricavano larve di congiure, e assoldavano sicarî e spie per ripescare multe e confische. Fra gli iniqui fatti, fu iniquissimo il sequestro di molti arredi militari, appartenenti al cessato Governo Provvisorio, di cui già il Municipio aveva dato nota al Comandante austriaco, e che nondimeno gli valsero pretesto per taglieggiare la città d'un mezzo milione di lire. Ma le minacce, le angherie e le estorsioni non piegavano gli animi invitti e fissi nell'avvenire: lusinghe e terrori non valsero a fare che la Congregazione Provinciale mandasse a Vienna, come ne aveva comando, a promettere fedeltà e ad invocare perdono al nuovo imperatore d'Austria, Francesco Giuseppe. L'avvocato Saleri, probo e venerando vecchio, e dopo di lui il Sangervasio, eletti, non senza recondito consiglio, a curvarsi sotto quelle forche caudine, rifiutarono con risoluta fierezza: e la plebe, vedendo uomini cresciuti nella mollezza degli agi e degli studi sfidare l'esilio e il gibetto, imparava come si dovesse amare la patria, e come fosse onorevole e desiderabile di patire per essa.

Quelle enormezze soffriva Brescia con fiera dignità, senza infingersi, ma senza correre a precipitosi consigli. Per lo che gli Austriaci, dopo avere indarno usato le blandizie e le provocazioni, querelavansi nei loro bandi, che tutta la popolazione bresciana si mostrasse incocciata nelle tristizie liberali. Ma i Bresciani lasciavano strepitare i generali Haynau e d'Appel, e attendevano a riaversi dallo sbalordimento, e a raccogliere in una muta e generale congiura tutte le forze della provincia.

A confermarli in questo proposito si aggiunsero verso la metà di novembre i conforti de' fuorusciti lombardi, che, in gran numero, raccozzatisi in Piemonte, assediavano re Carlo Alberto e il Parlamento e l'Esercito perchè non venissero meno ai patti giurati della unione, e commuovevano l'opinione pubblica, mirabilmente spalleggiati da quanti erano in quelle provincie amatori del vivere libero e teneri dell'onore italiano.

«E scrive il Correnti([5]), tanto valse la fede recente del più solenne patto politico, di cui la storia dia esempio, e la pietà d'un popolo intero di profughi, che protestavano di non esser stati vinti e di non volersi rendere vinti, ed il dispetto di una fuga inesplicabile, che in breve il Piemonte si rincuorò e tornò a credere a' propri destini. E anche i più restii per diffidenza o i più avversi per interesse alla guerra di libertà, sentendo rinforzare il vento contrario, non osavano più predicar la pace ad ogni costo, e aspettavano l'opportunità, o di rompere la guerra, quando altro non si potesse, o di far la pace in termini meno disonesti. Ma nell'ottobre e nel novembre, giunte le novelle della rivoluzione viennese e della guerra fra l'Austria e l'Ungheria, fuggito Pio IX, e prevalente la democrazia in Roma ed in Toscana, più si rinfiammarono le impazienze del partito della guerra in Piemonte, e le speranze dei Lombardi. E il Ministero, benchè tutti lo giudicassero deliberato a temporeggiare insino all'ultimo, pure, non sappiamo se per tenersi aperta anche la via delle armi o se per qualche più cupo consiglio, cominciò ad accogliere più benignamente i capi dei fuorusciti e ad assecondarli. Di che tosto si videro i frutti: perchè in poche settimane furono annodate infinite corrispondenze coll'interno di Lombardia, e si vennero formando lungo il confine molti Comitati, ove i profughi di maggior seguito e i più operosi raccoglievansi a dare in comune il miglior indirizzo alla vasta cospirazione, che dovea dar vinta in tutta Italia la seconda guerra dell'indipendenza.»

La provincia di Brescia, animosa e concorde, rispose anch'essa all'invito de' fuorusciti e del governo piemontese; e mostrò di correre volonterosissima incontro ai nuovi pericoli. A Torino temevasi da que' popoli qualche precipizio fuori di tempo; se non che la prudenza fu pari all'ardore. Nè mai le spie dell'Austria seppero fiutare dove mettesse capo il Comitato insurrezionale; chè, se le forze pubbliche e regolari non avessero fatta sì misera prova, avrebbe presi tutti ad un colpo gli oppressori d'Italia.

Nel cuore dell'inverno chi teneva in Brescia il filo della vasta trama, sovvenuto da alcun poco di danaro, cominciò ad avviare, per un giro lunghissimo di valli e di monti, verso il Piemonte, i disertori ed i coscritti affinchè ingrossassero le file di quella divisione, che, conservando il nome di Lombarda, era simbolo della unione italiana e pegno di guerra. Altri coscritti e disertori, con infinito pericolo, soccorse di denaro e di consigli, perchè in quell'aspra stagione potessero annidarsi per entro le valli meno accessibili, e indurarvisi alle armi e alle abitudini dei guerriglieri.

Frattanto in Brescia, sotto gli occhi della polizia militare, in mezzo a numero grande di cagnotti e di delatori, correvano letti, ricopiati, imparati a memoria certi foglietti a stampa, mandati dai fuorusciti, ove brevemente si narravano le speranze della causa italiana, si indicavano gli ostacoli, si incuoravano i buoni, si minacciavano i seminatori di scandali e gli uomini venali. «Questi fogli, scrive il Correnti, che non tanto creavano quanto esprimevano i sentimenti popolari, diedero occasione e modo di riconoscere la mirabile e profonda concordia degli animi e la forza, infino allora latente, della opinione. I tristi impaurirono, gli astuti assecondarono, gli incerti e i tiepidi si rinfrancarono; e una vasta, universale, muta ma nondimeno quasi direbbesi pubblica congiura si venne ramificando e rassodando senza bisogno di assembramenti e di complicate affigliazioni. Così nel mentre il Comitato segreto attendeva con infinite cautele a comprar armi, ammannir munizioni, levare le piante de' fortilizi eretti d'intorno al castello e in sulle Alpi Camunie, tessere una vasta rete e sicura di corrispondenze e di esplorazioni, lo spirito pubblico con quella misteriosa sagacità che tiene del divino, sembrava indovinare e presentire quel che si andava preparando. I cittadini guardandosi negli occhi s'intendevano e si favellavano. Tutti dicevansi: il Piemonte è in armi, Roma e Toscana si mettono in punto, dieci milioni di Italiani sono liberi di pensare e di concertare la vendetta: alla prima novella che l'esercito nazionale siasi mosso, noi faremo in modo che cotesti cani non possano nè corrergli incontro, nè ritirarsi a salvamento nelle fortezze.»

Tra le speranze e i timori, sotto il permanente patibolo, in mezzo alle insidie nostrali e straniere, passò l'inverno del 1849, memorabile per coloro che lo vissero tra le incertezze dell'esilio, ma più ancora per coloro, che, prigionieri e quasi esuli in patria, lontani e segregati dalle notizie degli eventi da cui pendeva il loro destino, sospesi tra l'infamia e la gloria, passavano le notti insonni; aspettavano ogni domani il giorno della vendetta, e della libertà.

Più la primavera veniva avvicinandosi, più riavvampavano gli animi; crescevano le speranze, e con queste i timori.

Il 14 marzo giunse la notizia che l'armistizio tra l'Austria ed il Piemonte, era stato disdetto due giorni prima a mezzodì; che il 20 comincerebbero le ostilità, che i fuorusciti sarebbero entrati coll'esercito, e prima dell'esercito; che cento mila soldati stavano lungo il Ticino, pronti a rivendicare i diritti d'Italia.

Il dì 16 la guarnigione austriaca partiva da Brescia. Il generale d'Appel lasciava nel castello cinquecento uomini con quattordici pezzi di cannone, sotto gli ordini del capitano Leshke; alle falde di quello, nel Quartiere di Sant'Urbano, oltre sessanta gendarmi; nel Broletto, ov'era la Delegazione, il Tribunale della cassa pupillare e l'Ufficio della Polizia, un buon polso di soldati: nella sua solita stanza il Comandante di Piazza; negli ospedali di San Luca, Sant'Eufemia e San Gaetano da settecento in ottocento ammalati e un certo numero di medici.

Cogli Austriaci partivano le spie più notorie, gli sgherrani d'Haynau e d'Appel, e i pochissimi partigiani del dominio dell'oppressione.

Tant'era la fede in Dio e nella patria, che i Bresciani, senza distinzione, pronti aspettavano un cenno per insorgere; e nessun altro timore o dubbio avevano che quello di parere, per intemperanza di coraggio, o troppo impazienti, o poco disciplinati.

Appena gli Austriaci ebbero sgombrata la città, il Municipio, che era stato ricomposto poche settimane prima a capriccio dell'autorità militare, e alla cui direzione era stato messo Giovanni Zambelli, uomo tenuto ligio agli stranieri([6]), mandò fuori due bandi: in uno raccomandava ai cittadini la prudenza, e prometteva la guardia civica, perchè più facilmente si potesse mantenere la quiete: nell'altro, che faceva imponente la guarnigione del castello, minacciava in caso di disordini, il bombardamento. Codeste scede non piacevano punto a quelli che erano deliberati a far davvero; nè piaceva loro il Zambelli. E ormai il tempo degli indugi era trascorso; imperocchè le prime ostilità s'erano già rotte dalle bande montanare, le quali, guidate dall'animoso curato di Serle, don Pietro Boifava, il giorno 19, per consiglio del Comitato segreto insurrezionale, che a ciò da quasi un mese le aveva armate, spesate e ammaestrate, vennero a postarsi sui colli suburbani, e di là percorrendo le strade avevano predato i traini e le staffette dell'esercito nemico. Il dì 20 gran folla di popolo si mosse fin sotto la loggia del Municipio, chiedendo al Zambelli desse luogo ad uomo più degno di reggere il freno della città in sì gravi momenti. Nella vegnente sera il Zambelli rinunziava la carica([7]). Il Consiglio Comunale, presieduto dall'aggiunto di delegazione Dehò, acclamava allora capo del Municipio l'avvocato Saleri, con incarico di istituire subito la guardia nazionale per conservare il buon ordine nella città. Questa istituzione era tanto più urgente, in quanto che i gendarmi, per aver fatto da sicari durante il terrorismo d'Haynau e di Appel, erano odiati da tutti i cittadini. Era certo che col loro servizio non li avrebbero che maggiormente irritati, suscitando intempestiva sommossa. L'avvocato Saleri, uomo pur distinto per talenti, per specchiata probità e filantropico sentire, e benemerito alla patria pei miglioramenti sociali che cercò mai sempre d'introdurre, e, da ultimo, per il nobile rifiuto d'andarsene nunzio di sommessione a Vienna, forse per l'età sua avanzata o per troppa dolcezza di carattere, o fors'anche perchè oppresso da una crisi di famiglia cui era soggetto in quei giorni per grave malattia della moglie, che la conduceva poscia al sepolcro, mancava di quell'energia che si richiedeva per simile posto fra un popolo che divampava furore insurrezionale.

Comunque fosse, la città tutta aveva applaudito alla di lui nomina; per lo che il Saleri, più per riconoscenza che per propria volontà, accettava il posto conferitogli, e attivava subito la guardia cittadina, eleggendone capi i dottori Pietro Buffali e Carlo Tibaldi, giovani per capacità, per entusiasmo e per coraggio adattissimi. Chiedeva armi all'uopo al Comandante del forte, il quale, dietro replicate istanze, piegando alla necessità, prometteva quattrocento sciabole; ma come è di solito in tutti i generali austriaci, che hanno l'inganno a base della loro politica, ne consegnava, come vedremo, soltanto quaranta. In tal modo la guardia civica riesciva assai difficile ad effettuarsi, anche per la circostanza che pochi cittadini si facevano inscrivere, avversi come erano ai servigi che a quella venivano imposti, i quali non si confacevano punto alla santa causa cui avrebbero voluto coadiuvare.

Intanto giungeva in Brescia un messo, spedito dalla Giunta insurrezionale stanziata in Torino, il quale recava le istruzioni del generalissimo Charnowski, col piano dell'insurrezione lombarda, e coll'ordine che si dovesse incominciare il moto non più tardi del 21 marzo.

«I fuorusciti, scrive il Correnti, credevano utilissimo che in uno stesso giorno l'esercito regolare aprisse le sue mosse sul Ticino e sul Po, e le popolazioni lombarde tutte assieme insorgessero; di maniera che il maresciallo Radetzky, trovandosi asserragliate le vie, mozzate le comunicazioni, minacciati i fianchi e le spalle, non potesse concentrare lungo i confini le sue masse in tempo e in luogo da opporre valido contrasto agli irruenti Piemontesi, nè potesse staccare grosse colonne a sterminio delle città levatesi in armi, nè quieto ed intero ricovrare ai covili delle sue fortezze: e così messo in mezzo ad un incendio universale, trovasse pericoloso tanto il combattere, quanto il ritirarsi. Ma questo diviso venne a risolversi in nulla nel puntiglio dei capi di guerra piemontesi, che vollero intimare la cessazione dell'armistizio, comunque essi stessi confessassero, che gli Austriaci ne avevano violati svergognatamente e più volte i patti. Data agli Austriaci cogli otto giorni di disdetta ogni abilità di concentrarsi, l'insurrezione lombarda dovea di necessità riuscire secondaria; essendo evidente che, posti a fronte i due eserciti interi come in prefissa arena, la fortuna della guerra sarebbesi decisa in una battaglia campale. Ma ancora molto rimaneva a fare ai fuorusciti ed ai popoli lombardi; rumoreggiare alle spalle e sui fianchi dell'esercito nemico, interciderne le comunicazioni colle fortezze, preparare libero qualche punto sulla sinistra del Po, per agevolare il passo alle divisioni La Marmora ed Apice, che scendendo dall'Apennino accennavano a Mantova: portar il grido di guerra sulle soglie di Verona e nel Tirolo, e di là dar mano ai Veneti, i quali poi dal Cadore e dalle Lagune avrebber potuto correre su Padova e su Treviso, minacciare Vicenza, e congiungersi colle truppe della Repubblica Romana, che venivano a campo tra Ferrara e Bologna. Tutte queste cose, che ora sembrano quasi poetiche, si potevano allora compiere agevolmente, e si sarebbero senza alcun dubbio compiute, non diremo se Radetzky fosse stato vinto a Novara, ma soltanto se l'esercito Sardo avesse fatto testa per quindici giorni al nemico.»

La città di Brescia, riparata dalle estreme falde montane e signora delle valli armigere, che fanno strada dall'una parte al Tirolo italiano, e dall'altra a quel vasto labirinto prealpino, dove vive la più vigorosa razza d'Italia, e nel tempo stesso collocata quasi verso il mezzo della pianura a vigilare i passi dell'alto Mincio, era quella che meglio di ogni altra si prestava a quel piano d'insurrezione, e in essa appunto s'incardinava il vasto disegno. Il Municipio cercava, ma invano, di rattenere l'entusiasmo che infiammava ogni petto bresciano; chè questo veniva mirabilmente accresciuto dagli armati raccolti sui Ronchi. I cittadini d'ogni età e condizione si portavano a frotte a visitarli con espansione di gioia, comechè a pochi soltanto fosse accordato l'ingresso nel recinto dei locali in cui quelli si trovavano.

La guarnigione del castello s'era accorta della comparsa dei corpi-franchi, ed aveva fatto trasportare due cannoni nella parte del colle che guarda i Ronchi, e li aveva livellati contro di loro.

Il giorno 22 si leggeva affissa pei canti della città un'esortazione ai cittadini, che convenissero il dì appresso a mezzogiorno sotto la loggia municipale. Non era indicato da chi quella esortazione fosse stata promossa, nè perchè; onde gli animi ne erano tanto più scossi. Il Municipio, vedendosi disarmato ed incerto, e i tempi ingrossare, chiedeva tosto al Comando della piazza le armi per la milizia civica, ed a' suoi compatrioti soccorso d'opera e di consigli.

La mattina del 23 il Comando militare faceva consegnare quaranta sciabole; ma nel tempo stesso, quasi a ricompensa di quella maravigliosa larghezza, osava chiedere che gli sborsassero in sull'atto lire 130.000, porzione della ingiustissima multa di lire 500.000, con cui Haynau faceva pagare alla città una di lui menzogna.

Il Saleri allora raccolse in una sala del teatro tutti quelli che già si erano scritti per la guardia civica, e ristrettosi co' più savi veniva divisando come si potesse, senza disdire apertamente la soggezione, apparecchiare le armi, indugiare il pagamento dell'iniquo balzello e misurare agli incastellati le provigioni, sì che non se ne rifornissero troppo lautamente.

Ma intanto il popolo, tenendo l'invito delle scritte anonime, traeva in piazza; e avuto sentore dei denari che si chiedevano e si promettevano, cominciò a strepitare e a gridare: «Ai predoni si mandi piombo e non oro!»

Il caso volle che in quel punto avessero a passare per la via degli Orefici, proprio in su gli occhi dell'indignata moltitudine, certe carra di viveri e di legna che in mezzo ai soldati s'avviavano al castello. Non ci volle altro. I più impazienti diedero mano a quelle scheggie da ardere, e palleggiandole a modo di clava, con disperato coraggio si scagliarono sulla scorta, e, in un attimo, la disarmarono; predarono il convoglio, e corsero per le vie mettendo in fuga i soldati e gli accorsi gendarmi, strappando e calpestando quante insegne austriache loro venivano vedute, e levando il grido di viva il Piemonte! e morte ai barbari!

 

Ecco come descrive il Cassola quell'episodio:

 

«La caccia proseguiva in tutte le parti della città, e i pochi soldati della guarnigione degli spedali che si trovavano sbandati, venivano inseguiti ed arrestati, e quelli che osavano rivolgersi colle armi alla mano, erano a colpi di bastone feriti o massacrati. Finita questa caccia selvaggia, che avrebbe destato orrore se la santità della causa non l'avesse giustificata, e dirò anzi nobilitata, succedeva una scena ben più aggradevole a vedersi; era l'atterrarsi e la distruzione degli abborriti stemmi. Ad ogni aquila bicipite che veniva precipitata a terra, succedevano acclamazioni di gioia: quelle che erano formate di legno venivano spaccate, ed esultanti i cittadini si armavano con que' pezzi, che a qualche soldato riescivano ben dolorosi.»

Quel primo moto, che era costato la vita di uno de' nostri, non era ancora sbollito, che in mal punto si presentavano al Municipio, per ripetere la somma, il signor Pomo, comandante di piazza, unitamente al signor Canali, commissario de' viveri. La folla li serrò dappresso, e, riversatasi nelle aule municipali, li avrebbe spacciati senz'altri complimenti, se non era un tal Maraffio, popolano audacissimo e caporione dei macellai, che, pregato dal Sangervasio, dal Rossa e da altri cittadini, si prese i due male arrivati sotto il braccio, e gridando ch'ei ne rispondeva sulla sua testa, con piglio minaccevole, si schiuse il passo tra la folla, e condusse i prigionieri fuori delle porte sui Ronchi «dove, come soleva dire il popolo bresciano, magnificando col desiderio le cose, era il campo del general Boifava, cioè dove erano appostate le bande del curato di Serle, accresciute allora di altre guidate dal dottore Maselli, giovine ardentissimo di patrio amore.»

Il Comandante di piazza, fatto prigione, dovette per iscritto ordinare a' suoi di cedere alla guardia nazionale i fucili dei soldati, che erano ancora negli ospitali militari. L'ospitale di San Luca e quello di San Gaetano obbedirono senza porre tempo in mezzo: ma l'altro di Santa Eufemia rifiutò, e si fece a sparare sulla moltitudine: un cittadino in quella fazione cadeva morto, un altro gravemente ferito.

Quel tradimento portò al colmo l'irritazione del popolo, e sebbene soltanto otto o dieci cittadini vi si trovassero muniti di schioppi, parte de' quali anco in mal essere, tuttavolta scambiarono alcune fucilate.

Venuta la sera quasi trecento convalescenti ne uscirono e, sgominate o ferite le sentinelle cittadine, si aprirono coll'armi un varco al castello, lasciando i malati alla misericordia del popolo. Anche i gendarmi in quella sera riparavano in castello.

Ormai il dado era tratto; epperò con ottimo avvedimento i capi del Comitato divulgarono quei segreti che insino allora erano andati dubbiamente bucinando; e recate al Municipio le copie dei dispacci del Ministero e della Commissione insurrezionale di Torino, aprirono tutto l'ordine della congiura. Quasi nell'ora istessa giungevano dal Piemonte i cittadini Martinengo, Borghetti e Maffei, dando certezza, che già molte armi e munizioni erano in sulla strada d'Iseo, che le colonne degli emigrati movevano verso Bergamo, guidate da Camozzi, che in breve il campo degli insorti sarebbe raccolto intorno a Brescia: infine portavano liete non soltanto novelle, ma testimonianze della guerra, rotta da tre giorni coll'ingresso delle divisioni piemontesi in Lombardia per la via di Boffalora.

La certezza delle armi vicine e le speranze buone infiammarono il popolo meravigliosamente. Esso, sdegnoso d'ogni indugio, gridava concorde che si smettessero le pratiche e si venisse al ferro. Allora si cominciarono a vedere per le vie quei fucili irruginiti, che per sette mesi, sotto le minacce della legge marziale, erano stati guardati a rischio di vita, spettacolo minaccioso e commovente, che, mostrando quanto era stata infino allora la virtù segreta di Brescia, prometteva nuovi miracoli.

Intanto pareva che gli Austriaci a disegno irritassero quelle forti nature e volessero, così rintanati com'erano dietro i baluardi e i cannoni, comportarsi con baldanza da vincitori e con durezza da padroni.

Quando giunse al Leshke la notizia, che la città si era levata a rumore, egli gettò, quasi per saggio, dieci bombe, che non recarono danno notabile. Alle quattro mandava, a mezza d'un manuale muratore, ordine al Municipio, che rendesse i prigioni. Un'ora dopo, altro ordine che sciogliesse i prigioni, e tornassero tutti all'obbedienza; se prima di notte non fosse fatta ragione alla domanda, palle e bombe.

Il Saleri chiedeva tempo a pensare, a provvedere, a persuadere; dava in pegno la sua fede per la vita dei prigioni; e intanto convocava i Consiglieri comunali, e s'ingegnava per ogni via a guadagnare qualche ora di respiro. L'austriaco però era duro, e più duro il popolo; tantochè e lettere e preghiere poco fruttarono da una parte, e meno dall'altra.

A mezzanotte, quando già la città era tornata alla quiete, il Leshke, come ne aveva data parola, cominciò a bombardare: e per oltre due ore durò quel rovinìo. Ne infuriavano i bresciani, a cui non pareva essere secondo le giuste e onorate leggi di guerra quella tempesta di fuoco, lanciata a caso per le tenebre della notte, e paurosa e mortifera, non già agli uomini vigili ed armati, alle donne ed ai bimbi dormenti.

La città tutta, desta in sussulto, corse animosamente alle armi; gli incendi che qua e là scoppiavano furono spenti in poco d'ora; gli uomini armati traevano a furia verso il castello a bersagliarvi i cannonieri austriaci; i fanciulli correvamo alle campane, rispondevano ai cannoni martellando a stormo; le donne e gli inermi s'affaccendavano ad asserragliare le vie; e le bande dei disertori, annidate sui Ronchi, scendevano a battere le strade. Grandissimo era nei popolani il furore, ma più grande la fede: per cui quella scena di notturna lotta aveva quasi l'aspetto d'una festa promessa e lungamente desiderata.

«Le canzoni patriottiche, scrive Cassola, le grida di viva l'Italia e fuori i lumi, per invitare i cittadini ad illuminare la città, si confondevano nell'aere col fragore del bombardamento, e producevano sugli animi, specialmente dei giovani, quelle sensazioni per cui l'uomo s'innalza a tutta la sua dignità.»

Il bombardamento di quella notte aveva apportato la morte a due fanciulli, e il guasto di poche case e delle suppellettili che contenevano; ma aveva pur dimostrato che l'effetto devastatore delle bombe non è quale i tiranni vorrebbero far credere per atterrire i popoli. Una città predominata dal sentimento nazionale sfida i bombardatori e ride dei loro mezzi distruttori.

Il dì vegnente, in sull'albeggiare, Leshke, vedutosi stretto da ogni parte dalle compagnie del Boifava e del Maselli, e veduto come le scolte popolane, alla loro volta, già gli impedissero dal lato della città di fornirsi di acqua, di cui sul colle pativasi grande difetto, temendo di non poter resistere lungamente, mandò fuori alcuni gendarmi, due dei quali sgattaiolatisi tra le sentinelle dei disertori, che battevano le campagne, volarono a Mantova a chiedervi pronti soccorsi. Intanto teneva a bada i Bresciani, ora minacciando di nuovo le bombe, ora promettendo di sospendere le ostilità.

Dal canto loro i patrioti bresciani, volendo crescere forza ed autorità alla insurrezione, elessero duumviri a reggere lo sforzo delle armi cittadine e la pubblica difesa, l'ingegnere Luigi Contratti e li dottore Carro Cassola, uomini noti all'universale per devozione e per fede alla causa italiana. Essi tosto curarono di porre qualche ordine nell'impeto delle moltitudini, creando molti capi-squadre che guidassero i cittadini al fuoco, creando pure tre commissioni, una che sopravvedesse l'ordinamento e il servizio delle guardie nazionali, l'altra che facesse incetta d'armi, la terza che attendesse ad afforzare le mura e a piantare serraglie, secondo la necessità dei luoghi. Inoltre mandarono esploratori a spiare le mosse del nemico, e uomini autorevoli che chiamassero all'armi le campagne, e s'abboccassero coi fuorusciti, coi Bergamaschi e coi Riveriani del Mincio e del Po. Le 130 mila lire che la città aveva raccolte per saziare l'ingordigia d'Haynau, furono assegnate al Comitato di difesa, perché le erogasse a pro' della patria. «E anche questo pareva ottimo augurio; che la taglia della tirannide servisse a ricomperare la libertà([8])

Nella notte del 23 al 24, prendeva le redini del Municipio il Sangervasio; imperocchè, il Saleri, ritornando dall'ufficio alla propria casa, inciampò inavvertitamente in istrada e cadde, riportandone una contusione che lo tenne obbligato a letto. Quest'avvenimento e le disgrazie di famiglia già enunciate, riducevano quest'ottimo cittadino a rinunciare definitivamente alla sua carica.

Il giorno 24 passò tra timori e speranze, essendo l'animo di tutti vôlto alle novelle che si aspettavano dal Ticino. Il Leshke due volte riprese il bombardamento; la prima in sull'alba, per dar agio a' suoi messi di passare col favore del disordine attraverso i posti bresciani, la seconda poco oltre il mezzodì; ma l'una volta e l'altra molto debolmente; perchè anche gli Austriaci stavano con timore ed ansietà grandissima attendendo avvisi dal campo. Questi a dir vero, giunsero in quel dì medesimo anche in città recando il fatto di Mortara e la prima fuga dei Piemontesi; ma i Bresciani giudicarono quella essere un'avvisaglia di nessuna importanza, e il loro animo non fu minimamente abbattuto.

Il dì 25 passò quieto più che le circostanze paressero concederlo. Tacque il castello; la città preparava le armi. A crescere il numero e l'animo dei difensori calavano dalle valli parecchie centinaia di Trumplini, Valsabbini e Pedemontani, sui quali i capi della congiura avevano pur fatto assegnamento, armandoli e ordinandoli. Ma gli aiuti aspettati dalle provincie non venivano, i Pianigiani non davano sentore di volersi levare; nè dal teatro della guerra giungevano notizie d'alcun fatto importante. Ben sulla sera fu predato il corriere che dal campo portava lettere di privati e dispacci a Verona. Con quanta ansietà si leggessero quei fogli è più facile immaginarlo, che dirlo. Ma i dispacci non recavano cosa d'importanza, e le molte lettere non fecero che crescere l'incertezza. Un ufficiale scriveva dal campo: vincemmo a Mortara, d'un salto entreremo a Torino. Un altro scriveva da Pavia: i nostri trascorrono oltre Mortara, mentre noi qui abbiamo a' fianchi integra e minacciosa una divisione nemica.

I Bresciani avevano fede nella lealtà dei capi e nel valore dell'esercito regio; credevano, come tutti, italianissimo il generale Ramorino: e facilmente si persuasero che gli Austriaci, cacciatisi innanzi a tentare un colpo disperato, sarebbero stati côlti di fianco rituffati nel Po e nel Ticino, presi alle spalle da Ramorino e da Lamarmora.

In quella notte giunsero avvisi sicuri che un corpo di soldati austriaci si era mosso da Mantova; e sotto il comando del generale Nugent correva a marcia precipitosa sovra Brescia.

In fatto, all'alba del 26 marzo, una colonna di mille uomini con due cannoni sboccò a Montechiaro, e di là trasse a corsa verso Rezzato. Quivi, dopo breve avvisaglia coi disertori e gli altri insorti sui colli, sostò per aspettare rinforzi da Verona, ed a concedere un poco di respiro ai soldati affranti dalla marcia.

Il Comitato di difesa, d'accordo col Municipio, spediva come parlamentario a Nugent il capo-medico militare, dottor Lowestein, per saperne le intenzioni. Quel generale con modi villani licenziava il povero medico, dicendogli che per trattare con lui dovesse la città mandare una deputazione di cittadini. Non perchè si credesse che vi fosse qualche probabilità di convenire coll'Austriaco, ma per non lasciar nulla d'intentato che potesse risparmiare l'effusione del sangue, veniva mandata una deputazione di tre distinti e benemeriti cittadini, fra cui Pallavicini e Rossa, ai quali si aggiungeva il medico militare suddetto. Questi presentatisi al generale, lo stesso intimava loro che Brescia dovesse distruggere tosto le barricate, deporre le armi ed arrendersi a discrezione. Diceva voler entrare per amore o per forza, dare tempo quattr'ore a rispondere, intanto per misericordia avrebbe frenato i soldati, e comandato silenzio ai cannoni.

La Commissione riportò al Comitato l'arrogante proposta e le superbe minacce del Nugent. Comechè non peranco fossero giunti i fucili mandati dal Piemonte, Cassola e Contratti, fiduciosi nel valore cittadino, nella santità della causa, abbracciavano senza porre tempo in mezzo il partito di sfidare il tracotante straniero. Pubblicate al popolo dal balcone le esigenze di Nugent, esso colla potente sua voce prorompeva in grida di guerra e di disfida al nemico. Allora i duumviri ne scrivevano al generale austriaco, il quale, al messo che gli aveva portata la lettera, disse che il Comitato avrebbe avuto a che fare con lui. «Allora veramente, sclama il Correnti, si vide quanto possano in un popolo il magnanimo sdegno e lo amor di patria.» Di tutta quella moltitudine, che era convenuta in sulla gran piazza, non uscì infatti una voce che degna non fosse di Brescia e del nome italiano. E sì che le notizie della guerra correvano ancora dubbiose, e a moltissimi pareva pericolosa la condizione della città, la quale, lontana e incerta degli amici, pressochè inerme e al tutto sprovvista di cannoni e di milizie regolari, trovavasi avere sovracapo il castello, e alle porte un nerbo di agguerriti nemici, che signoreggiavano la campagna; pure tutti, come fosse ispirazione di istinto naturale, trovaronsi concordi nel pensare che Brescia si avesse a difendere fino all'estremo. E l'impeto cittadino parve torrente che, rotto l'argine, straripi.

All'ora fissata gli Austriaci, in numero di duemila, trassero ordinatamente contro sant'Eufemia, grossa borgata che siede appiè dei colli, a tre miglia da Brescia. I più animosi drappelli di cittadini e dei disertori si erano appostati e asserragliati in santa Eufemia, deliberati a difendervisi ed a ripulsare coi fucili e colle baionette le artiglierie nemiche. Arditi bersaglieri si erano distesi in catena per la campagna da una parte verso il piano, e dall'altra in sui monti di Caionvico ad impedire che gl'Imperiali circuissero il borgo; un piccolo corpo di riserva si era infine stabilito a san Francesco di Paola, che sorge a mezzo cammino tra Brescia e sant'Eufemia, dove i colli serrandosi alla strada la rendono più difendevole. Poco prima di mezzodì i nemici aprivano il fuoco, e irruivano più numerosi contro la sinistra dei Bresciani, sperando forse trovare mal difese le alture, che dominano quella posizione. Ma in quel primo scontro fu miracoloso il coraggio dei nostri, i quali, benchè pochi di numero e nuovi alle arti del combattere, ributtarono gli Austriaci, e li avrebbero inseguiti colla baionetta in resta sino al piano, se non si fosse opposto Tito Speri, giovane ardentissimo per la causa dell'indipendenza, che comandava quel pugno di bravi, e che ad una rara intrepidezza congiungeva perspicacia naturale, e qualche esperienza militare([9]).

Gli Italiani lietamente combattevano, e parimente morivano.

Un Raboldi, all'aprirsi del fuoco, côlto da una palla austriaca nel petto spirava dicendo: Me fortunato! ho l'onore di morire per primo sul campo di battaglia! e raccomandando al capitano che non dimenticasse di scrivere primo il suo nome. E il mio secondo! gridava un altro, cadendo col ventre squarciato dalla mitraglia; e i compagni che gli si affacendavano intorno lo udirono mormorare fino all'ultimo sospiro: Viva l'Italia! Viva la guerra! Un terzo, pericolosamente ferito, rifiutava con tenero disdegno i soccorsi dei commilitoni, e li ricacciava al fuoco dicendo: Ben è assai che manchi io: ma non comporterà mai che quattro sani per cagion mia lascino il posto.

Questi magnanimi esempi, e la persuasione che in tutti era saldissima di combattere col favore del cielo e per la giustizia, avevano infiammati i nostri per modo che, più volte, lo Speri fu costretto ad esortare e a comandare che più cautamente procedessero. Mostrando come i cacciatori nemici s'acquattassero dietro gli alberi e le siepi, li pregava ad avanzarsi cauti e coperti e a studiare il terreno. Ma con quella audacia che rare fiate si può biasimare, perchè di rado s'incontra, i soldati della libertà rispondevano unanimi che essi sdegnavano di imitare i soldati della tirannide; e cacciandosi innanzi all'aperto, e talora salendo in sulle barricate tranquillamente, e come se fossero dietro sicurissima trinciera, puntavano e sparavano su gli accovacciati nemici. E con superba arguzia chiamavano codesto modo di combattere: alla bresciana; modo che veramente doveva parere agli Austriaci non sappiamo se più strano, o più terribile: onde forse erano indotti a credere che que' radi ed audacissimi stracorridori fossero l'antiguardo di grosse schiere. Il fatto è che essi, a quella tempesta, stavano spesso come smemorati. Fu veduto un Bresciano, che aveva avuto il cappello forato da tre palle, scagliarsi ridendo contro uno scarco di macerie, ove erano nascosti quattro cacciatori austriaci, ucciderne uno, mandare in fuga gli altri, fermarsi a raccogliere le spoglie nemiche, e tornarsene a'suoi dicendo: Ben mi pagai del mio cappello!

E veramente doveva essere sovrumano il valore de' nostri, se, pochi di numero, tennero fermo più ore contro le truppe di Nugent. Mancate le munizioni, i battaglieri di sant'Eufemia mandavano per queste al Comitato e per rinforzi; ma s'ebbero invece comando di ritirarsi. Essi non sapevano risolversi a voltare le spalle; epperò, raccozzatisi nelle vie di quel borgo, continuarono a combattere.

Vedevi madri sorridere ai perigli de' figliuoli, e, baciandoli in fronte, dire loro come le antiche romane: «Compite il debito vostro e riva l'Italia!» Altre chiuder la casa ai figliuoli, che ritornavano stanchi dal combattimento, e dire loro che non avrebbero aperto sinchè Brescia non fosse affatto libera. E mariti distaccarsi senza pianto dalle non singhiozzanti loro consorti colle parole: «Se noi morremo vendicateci!» E non mancarono donne, le quali armate di moschetto escirono a combattere a lato degli amanti loro. E vecchi, che nulla ormai potevano operare col braccio, udivi rammentare le atrocità dei Croati, l'avarizia de' loro capi, le lascivie usate dai barbari dopo le civiche sconfitte; e i meglio devoti e pii, magnificare il miracolo altra fiata compito dai santi Faustino e Giovita, respingendo dalle protette mura le palle nemiche. Un sacerdote, fra gli altri, levatosi a favellare, con infiammativo discorso ricorda alla moltitudine lo strazio patito dal prete Attilio Pulusella e da Luigi Usanza([10]).

Il Comitato di difesa aveva frattanto dato mano a quei provvedimenti, che portava la gravità dei casi. Innanzi tutto prese ordine, che si chiudesse compiutamente il blocco del castello, appostando scolte e pattuglie ove ne era necessità; quindi si minassero i ponti, si tagliassero le strade minacciate; poi provvide che si rafforzassero le barricate, che si murassero le porte tutte, meno quella di san Giovanni e quella di Torrelunga. Oltre a ciò proibì strettissimamente a chiunque l'uscita dalla città senza un passaporto del Municipio; mandò lettere ai sacerdoti che predicassero per tutta la provincia la guerra di popolo, e diede facoltà ai parrochi di disegnare le famiglie povere, che nei giorni della battaglia dovessero venir mantenute dal pubblico erario([11]).

In mezzo a quel generale fervore giungevano in Brescia, quasi a confermare i generosi propositi, varie bande armate di valligiani, e un grosso traino che recava parte dei fucili e delle munizioni dal Ministero di Torino assegnate ed avviate alla provincia bresciana; carico affidato al signor Gabriele Camozzi, insieme ad altre armi destinate per Bergamo. Le armi, che erano bellissime, vennero distribuite a festa, ed impugnate con animo tanto più volonteroso, in quanto divulgavasi allora per lettere venute da Codogno, la lieta e creduta novella d'una gran vittoria piemontese. Ond'è che tutto il popolo, senza più dubitare, corse alle serraglie ed alle mura, acclamando viva alla guerra ed all'Italia, e rincalzando con terra e con altri munimenti le trinciere. E i più animosi uscirono fuori ad ingrossare le fila dei combattenti che s'erano appostati nelle case di San Francesco di Paola, e su pei Ronchi sovrastanti, da dove con un vivissimo moschettare, quantunque pochi di numero, impedirono agli Austriaci, forti di dieci compagnie di fanti, di procedere più oltre. Ma il fulminare incessante di due cannoni puntati contro il villaggio, e le difficoltà di guardare, durante la notte, con gente inesperta una lunga ed aperta linea, consigliarono verso sera i nostri a ridursi dentro le mura.

In tal modo aveva fine il giorno 26 marzo, in cui il popolo fu sull'armi dall'alba alla sera. Il Comitato di pubblica difesa emanava un ordine del giorno in cui si gloriava del coraggio bresciano, che veramente si era mostrato quel dì, come dissero i duumviri, con popolare efficacia, a prova di bomba.

Le ore notturne passarono senza molestie per parte del nemico; e l'alba del 27 sorgeva con ottime speranze. S'aspettava d'ora in ora Camozzi co' suoi Bergamaschi e colle bande dei fuorusciti; dal Ticino non venivano notizie certe, ma nessuno pensava che di là avessero a giungere altre notizie se non buone.

Nugent aveva avuto il giorno prima una dura lezione; e innanzi cimentarsi di nuovo attendeva altri rinforzi d'uomini e d'artiglieria; e appena li ebbe, verso le due pomeridiane, mosse l'avanguardia per porta Torrelunga. Il corpo austriaco era forte di 4,000 soldati e 5 pezzi di cannone.

Il Comitato di difesa, volendo risparmiare sangue e guadagnar tempo, aveva quel dì preso ordine coi capi delle bande bresciane che s'uscisse all'aperto.

«Durò l'attacco quasi tre ore, scrive il Correnti; e come fu micidiale ai nemici che procedevano in sullo stradale e spesso erano bersagliati di fianco dalle bande dei disertori appostati sui Ronchi, così sarebbe riuscito quasi incruenta ai Bresciani se il Leshke, battendo co' fuochi del sovraeminente castello la fronte interna di porta Torrelunga e fulminando le vie adiacenti, non avesse con più centinaia di bombe e di granate recato un danno gravissimo alla città e posti i difensori della porta in fra due fuochi. Nè però se ne sgominarono; chè anzi pareva in essi crescere l'animo, quanto più cresceva il pericolo. Anche i cannoni di Nugent, tirati in su d'un colle suburbano, tempestavano l'oppugnata porta, e spesso le palle di rimbalzo saltavano oltre la barricata, e venivano a rotolare in sul corso, dove l'ardita ragazzaglia le inseguiva e raccoglieva festosamente. Le bombe quasi subito seguite dai razzi, che entravano a metter fuoco dove il peso e l'impeto del primo proiettile avea aperta una rovina, presto ebbero desti molti incendi: e il popolo motteggiando diceva: Vhe la tal casa e la tal'altra che hanno acceso il sigaro! e senza punto badare a quella pioggia infernale, attendeva a spegnere il fuoco, a soccorrere i feriti e portar armi in sulle mura. Quivi poi era una bella gara di coraggio, anzi pur di fiera lietezza. Due de' più animosi e destri erano alla vedetta, e appena vedevano fiammeggiare il cannone, gridavano: La viene! e gli altri che stavano in sull'avviso, raccosciavansi un istante, poi rimbalzavano più alacri in piedi rispondendo al tuono delle cannonate con un Viva l'Italia, e collo sparo de' moschetti. Nè i feriti degnavansi turbare coi lamenti quella festa di guerra: ed uno a cui una scaglia portò via il braccio sinistro, si resse un istante in piedi, scaricò il fucile col braccio destro, e cadde gridando: Viva! mi resta un braccio per la spada; mi faranno capitano! Poco dopo era sepolto. Quasi nel tempo stesso lo scoppio d'una bomba levò di mano il martello ad un artiere, che stava in sul torrione interno a non so quali lavori, e il valent'uomo, senza mutarsi in viso, afferra un frammento della bomba, e s'ingegna a pur ripicchiare con quell'informe arnese, dicendo: Mi han tolto il martello di bottega, e mi han dato quello di guerra. Un altro, a cui una palla da fucile avea forato una coscia, sorridendo guardavasi la ferita, e diceva: Ih! che bel buco! ma io non voglio lasciar il ballo per questa miseria: e bisognò portarlo di forza all'ospitale

«Ciò che non si potè fare con un giovane a cui era entrata nelle carni una palla morta, il quale confortato ad aversi cura e a ritirarsi, sclamava argutamente: Come? Ora che io son maschio mezza volta più di voi? E fattosi levare la palla rimase al suo posto. Dopo la prova di un'ora e assalitori e assaliti compresero che le artiglierie facevano più fracasso che danno: e però scemava la baldanza degli uni, e cresceva negli altri l'ardimento: i quali veggendo languire il fuoco del cannone di Nugent, chiesero di sortire e di correre sui nemici. Detto, fatto; e vi fu gran ressa alle porte, volendo ognuno uscire tra i primi. E perché a schiudere il cancello era necessità di venire allo scoperto oltre le barricate, e lo Speri, come capitano della porta, non volle concedere che altri l'aprisse, e vi andò egli stesso; moltissimi accorsero a fargli scudo della persona contro le palle nemiche che convergevano a quel punto pericoloso come a metà di bersaglio. E sebbene Dio abbia voluto che niuno di quei bravi rimanesse colpito, che in vero parve miracolo, noi volemmo ricordare questo fatto, notabile in soldati di due giorni, non legati al loro capo da riverenza di disciplina, e da consuetudine di connivenza. Ma l'amor di patria è sollecito e mirabile maestro. E prova ne sia che i nostri, i quali non erano forse due centinaia, correndo audacemente contro la linea degli Imperiali, la videro rompersi e ritirarsi, e per poco stette che non riuscissero addosso ad un cannone, il quale era rimasto a sostenere il retroguardo, e che dovette a gran galoppo mettersi in salvo verso santa Eufemia.»

Côlto il buon punto, i disertori calavano dai Ronchi, ed occupavano le case di Rebuffone, scalandone le mura e le finestre con impeto indicibili; quivi, invece di trovarvi appiattati i cacciatori tirolesi, come se ne aveva avuto avviso, non si rinvennero che alcuni cadaveri austriaci. Intanto annottava; e benchè i nostri potessero spingere le loro scolte oltre il villaggio di san Francesco, sgombro di nemici, parve ai capi di guerra più savio partito, che i cittadini tornassero al sicuro e riposato posto delle mura, e le bande del Boifava e del Maselli si riducessero di nuovo in sull'alto dei Ronchi.

Ad un giorno glorioso ne succedeva un altro più glorioso ancora; e ciò che prima a molti era sembrato un prodigio di valore e di fortuna, dopo la doppia prova del dì 26 e del dì 27 a tutti cominciava a parere cosa naturale.

La mattina del 28 marzo arrivava un altro convoglio di fucili e, secondo il solita, una folla di popolo accorreva al Comitato per aspirare al possesso di quegl'istromenti tanto desiderati; per cui in un momento venivano distribuiti. Ma troppo scarso ne era ancora il numero al confronto di quelli che li ricercavano, e molti perciò si allontanavano dolenti per non aver potuto raggiungere la meta dei loro ardenti desideri.

Il Comitato di difesa, che mulinava come mettere in pensiero la guarnigione del castello, affinchè più non potesse fulminare la città, faceva un'eletta schiera de' più esperti bersaglieri, e, armatili di stutzen, li appostava in sull'alba del giorno nel pendìo dei Ronchi, e sulla torre del popolo, a cui quasi non partiva colpo, che non atterrasse in sugli spalti del castello o sentinella, o cannoniere. Ne infuriava il Leshke; e mentre faceva in fretta in fretta lavorare i parapetti, che mettessero i suoi al coperto, minacciava nuovamente delle sue bombe la città.

Dalla parte di sant'Eufemia i nemici procedevano frattanto rimessamente. Appena si vedevano venire con ogni cautela drappelli di Croati verso le mura, i quali ritraevansi alle prime fucilate, poi riapparivano di nuovo, e di nuovo andavano in volta. Ciò scorgendo, i nostri opinarono che gli Austriaci si ritirassero; e per conseguenza nacque tosto in loro il pensiero d'inseguirli. Ma lo Speri, che aveva occhio sicuro, da più indizi era stato condotto a pensare che quella peritanza dei nemici non fosse altro che un'astuzia per tenere i nostri lontani dalle mura, e averne buon mercato in rasa campagna. E però ne avvisò i suoi, confortandoli a rimanersi dietro le barricate, ove non poteva nè l'arte, nè la forza dei nemici. A molti parve, che insidia o non insidia, si dovesse uscire, dacchè prosperamente si era combattuto anche il giorno innanzi all'aperto. Per cui, contro le preghiere e i comandi di Speri e d'altri influenti uomini, tumultuariamente sortirono, caricando gli avamposti nemici, e respingendoli fin verso san Francesco di Paola.

Nugent li lasciò fare, perocchè voleva che si cacciassero innanzi e dessero nella rete che egli aveva tesa con molta arte, disponendo due grandi catene l'una verso il piano, l'altra in sui colli, e imponendo ai soldati che diligentemente s'acquattassero per le fosse, nelle case, dietro i muriccioli e sotto i vigneti. Oltre di che aveva imboscato tra due colline un mezzo battaglione di fanteria, che a un dato segno doveva irruire di fianco o alle spalle dei Bresciani. Ora quando le prime bande dei cittadini ebbero contro gli ordini dato dentro, non parve agli altri di doverle abbandonare; e perciò fatte due grosse squadre, l'una fiancheggiando a sinistra, sotto il comando dello Speri, salì pei Ronchi, l'altra, sotto quello di Antonio Bosi, rimase come retroguardo e riserva ad impedire che gli Austriaci, stesi dal lato della pianura, circuissero i Bresciani ed occupassero la strada.

Lungo tutta la linea cominciò allora il fuoco assai vivamente; e i cittadini con tanto impeto si scagliarono sugli Austriaci, che presto la ritirata di costoro non fu più simulata. Di che Nugent, ammirato e sdegnoso, veggendosi in sul punto d'essere ricacciato là, dove due giorni innanzi aveva con tanta durezza accolti i messi del municipio e posto loro termine quattro ore a pentirsi e a chiedere mercè, si trasse avanti ad incuorare i soldati: e mentre stava accennando che si avanzasse un cannone e si puntasse contro gl'infuriati Bresciani, cadde ferito d'un colpo che in pochi giorni lo trasse a morte([12]).

Gli Austriaci, portando seco il ferito generale, abbandonarono san Francesco; e i nostri ad inseguirli gridando: Avanti, avanti, a sant'Eufemia! Viva l'Italia! La Vittoria è nostra! E sì forte e sì concorde era il grido, e tanto l'impeto, che nè lo Speri, nè gli altri in influenti valsero per ragione o per autorità a dissuadere o fermare quella mossa dissennata.

Narrasi anzi che lo Speri, veduta l'impossibilità dell'impresa, e veduto inutile il sacrificio de' suoi, ordinava alla colonna di ritirarsi verso la città. Se non che taluni, dominati da disperato coraggio, insistevano perché non si dovesse lasciar posa al nemico, e tacciavano di vile il loro capo, e lo dicevano indegno di guidarli, ove non avesse abbracciato il partito d'inseguire il nemico. Un tale rimprovero, quantunque immeritato, ridestava un incendio in quell'intrepido cuore giovanile, e soffocava in lui ogni calcolo della mente; per cui, alzata la spada, seguitemi, sclamò, e senza badare che pochissimi uomini si mostravano determinati a quel sacrificio, si lanciava alla loro testa sulla falange austriaca.

Anco i più circospetti, per non far peggio, si disposero allora d'aiutare in tutto quello che non potevano impedire; e gittaronsi in sant'Eufemia. Mentre si stava gagliardamente combattendo per le contrade, Speri commise ad un Taglianini, giovane sopramodo intrepido, che, salito sul campanile, suonasse a stormo: e mandò messi ai Botticini, a Rezzato, a Cajonvico, affinchè le campagne si levassero in armi. I nemici si strinsero frattanto d'ogni parte verso sant'Eufemia; occuparono la strada di Brescia, e presero in mezzo i nostri. Il Taglianini, che attendeva a rintoccare a stormo, ebbe una palla in bocca, e nondimeno, moribondo com'era, continuò a martellare gagliardamente, finchè i Croati, saliti in sul campanile, non lo ebbero finito.

Infrattanto la prima brigata di Bresciani, che già era penetrata nel borgo, vedutasi ormai in punto d'essere oppressa dal numero, e al tutto deliberata di non volersi rendere, precipitossi in colonna serrata allo sbocco occidentale di sant'Eufemia per guadagnare la strada di Brescia. Ivi assalita da una schiera di cavalli la scompigliò con un fuoco a bruciapelo, e, passata oltre, rovesciò colle bajonette un nodo di fanti, che stavano in riserva dietro la cavalleria; così aprendosi il cammino fra un mucchio di cadaveri, potè congiungersi verso san Francesco, coi soccorsi, che accorrevano da Brescia, e rinfrescare il combattimento, che durò d'intorno a quel villaggio fino a notte.

La compagnia dello Speri, che, girando sant'Eufemia, era sboccata in sull'altra estremità del borgo, trovossi a disperato partito, come quella che aveva alle spalle tutte le forze di Nugent, nè poteva aprirsi il cammino se non espugnando il paese, già venuto in mano degli Austriaci. Epperò lo Speri si gettò co' suoi in sui colli, per vedere se con più lungo giro, e con una deliberazione strana e forse non preveduta dai nemici, potesse uscir loro di mano. Ma pare che la mala ventura lo portasse invece a dar di cozzo in quel mezzo battaglione, che Nugent aveva appostato in riserva, per modo che alla difficoltà della salita, s'aggiunse bentosto un fuoco di carabine, sì fitto, incessante e crescente, che due terzi dei Bresciani ne restarono in sul luogo morti o feriti. «Gli altri, nota il Correnti, respinti alle falde, si volsero senza smarrirsi verso il borgo; e benchè non giungessero alla decina, tentarono di attraversarlo colla baionetta in resta. La calca dei nemici li oppresse; cinque furono presi vivi, e poco stante fucilati; gli altri morirono combattendo([13]). I feriti, stesi al suolo o accoccolati, stavano aspettando coll'armi in pugno che i predatori nemici si avvicinassero, colpivano una volta ancora, e morivano. Di cinquanta, che erano collo Speri, egli quasi solo potè trarsi a salvamento dopo aver tutte adempiute le parti di soldato e di capitano, e cessata per alcun tempo con sottile accorgimento l'estrema rovina dei suoi. Poichè, quando i nemici calati in folla dal Monte incalzavano gli stremati Bresciani verso sant'Eufemia, lo Speri, gettandosi dietro le spalle parte del denaro, ch'egli aveva seco per far le spese alla sua brigata, più volte ritardò la furia dei perseguenti Croati, nei quali, sovra ogni altra considerazione, può l'avidità della preda.

Circa cento de' nostri caddero tra morti, feriti e prigionieri in quella terribile giornata del 28 marzo; ma doppia riescì la perdita dei nemico, che rimase ammirato del valore dei Bresciani, e quasi inorridito per la loro sovraumana pertinacia; e diceva essere essi più terribili quando cadevano, che quando vincevano. «E perchè sia chiara l'indole di questa guerra e degli uomini che la combattevano, scrive il Correnti, vuolsi ricordare un fatto, che occorse in questo dì 28 a vista dell'uno e dell'altro campo. Un drappello di dragoni trascinava fuori di sant'Eufemia due prigionieri bresciani. I bersaglieri nostri s'appostarono per pur tentare di liberare i loro compatrioti. Al primo suono delle fucilate i cavalli tedeschi si mossero per pigliare altra via: ma i due prigioni, ch'erano in mezzo ad essi, afferrando le briglie e le staffe tentarono d'impedir la mossa; percossi, feriti, atterrati non ristettero dall'offendere: e l'uno d'essi, avvinghiata la gamba deretana del cavallo dell'ufficiale che guidava il drappello, e cavato un pugnale, si tirò addosso col cavallo il cavaliere, e prima di rendere l'estremo fiato lo trafisse.

Cinque ufficiali austriaci rimasero per un dì intiero insepolti sul campo di battaglia. D'altri tre ufficiali furono recate in trofeo per tutta Brescia le vesti e le insegne, colla spada d'un capitano presa dai nostri.

Il generale Nugent, in punto di morte, mandava per nuovi soccorsi ad Haynau, che reggeva il blocco di Venezia, e al maresciallo Radetzky, che già tornava vittorioso dal Ticino.

La mattina del 29 alcuni esploratori, i quali erano stati mandati a Milano con lettere pel console di Francia, portarono una copia dell'armistizio di Novara. Ma l'enormezza veramente incredibile del fatto, e le speranze che i Bresciani avevano posto vivissime nell'esercito piemontese, non lasciava credere la funesta novella, a cui toglieva fede anche il difetto degli inviati, che avuto a Gorgonzola l'infelice bollettino, senza curarsi d'altro, e senza toccare Milano, mezzo smarriti, se ne erano tornati a Brescia.

Intanto giungevano lettere e messaggi da varie parti, recando della guerra novelle lietissime, ma con molta varietà di circostanze. In tre cose però tutte le lettere cadevano d'accordo: che, cioè Carlo Alberto, dopo essere calato a patti cogli Austriaci, avesse abbandonato la corona e la patria al suo primogenito Vittorio Emanuele; che Radetzky, spintosi a fidanza nel cuore del Piemonte, vi fosse stato combattuto e vinto dal Chzarnowsky; che la casa di Savoja era stata dalle Camere dichiarata decaduta dal trono, e spiegata bandiera rossa. Onde il Comitato di pubblica difesa, temendo che le contraddicenti novelle fornissero materia a dispute oziose e a gelosie, senz'ira di fazione, diè fuori un bando che acclamava Chzarnowsky salvatore e dittatore d'Italia, e confortava i cittadini a seguire quella bandiera, che il vittorioso Piemonte avrebbe inalberata.

I Bresciani non si lasciarono volgere dalle strane novelle a vanità di giudizi; i migliori se ne stavano in sulle mura e per le barricate; e loro bastava sapere che l'esercito piemontese vincesse.

Il fuoco era incominciato in sul mezzodì assai gagliardo; poiché gli Austriaci, per soccorsi avuti da Peschiera e da Verona, si erano considerevolmente ingrossati. I nostri tenevano ancora san Francesco di Paola; ma essendo riuscito ai nemici di stendersi sui fianchi del Ronco sovrastante, nè potendo la colonna dei volontari disertori, per difetto di munizioni, opporre a loro valido contrasto, i Bresciani abbandonarono il villaggio. Ma il prete Boifava, comechè stesse col sospetto di essere girato ed assediato su quelle cime isolate, tuttavolta, ritrattosi verso la cresta dei colli, vi si mantenne.

Mentre così con dubbia fortuna e senza molto sangue si combatteva fuor delle mura, il Leshke bombardava dentro furiosamente: la maggior parte dei proiettili cadeva nel quartiere di sant'Eufemia verso Torrelunga, ove i cittadini facevano l'adunanza per le sortite. Ma quel dì non poche caddero sull'ospitale civile. Di che il Comitato, giustamente commosso a sdegno, mandò al capo medico dell'ospedale militare di sant'Eufemia, significandogli che se Nugent non rispettava la bandiera sanitaria, esso e gli infermi suoi, che erano nelle mani dei cittadini, ne avrebbero pagato il fio([14]). Il capo medico spedì tosto taluno con bandiera bianca, perchè supplicasse Nugent di rispettare il diritto delle genti, o almeno di aver riguardo alle vite dei suoi compatrioti minacciate dalla legge del taglione.

«E qui occorse caso, racconta il Correnti, che mostrò quale veramente fosse l'animo del popolo. Imperocchè veduta quella bandiera parlamentaria, e venuti in sospetto che il Municipio trattasse la resa, colle grida e colle armi impedirono al signifero che andasse alle mura, e bisognò che lo Speri e due venerandi cittadini, che erano con lui, giurassero a nome di tutte le autorità bresciane, d'altro non volersi parlare ai nemici se non del rispetto dovuto, secondo la legge di guerra, ai sacri ospizi degli infermi.»

Gli Austriaci accolsero i nostri con piglio oltre dire superbo; e, fatto mostra di credere che Brescia volesse capitolare, senza dar luogo ad alcuna parola per parte de' parlamentari, concessero un'ora sola a mandare qualcuno, che legalmente rappresentasse la città, e ritennero in ostaggio un degno sacerdote, che era venuto agli avamposti coi parlamentari. Preso quel tempo, gli Austriaci, contro ogni fede o ogni legge di guerra, si trassero fin sotto la porta, e cacciatosi avanti il prete, senza guardare se fosse o no scoccata l'ora pattuita, vennero a più stretto contatto e deliberato assalto; e per crescere confusione e terrore, misero in fiamme molte case in sui Ronchi. A quella vista i Bresciani, irritati oltremodo, strappavano la bandiera di pace, e, calpestatala nel fango, gridavano di volere piuttosto seppellirsi colle donne e coi figli loro sotto le rovine della città, che comportare siffatto vituperio. E appunto mentre l'affollato popolo consigliavasi confusamente come pigliare vendetta dell'insulto, una grossa bomba scoppiò quasi in sulla piazza; e alcuno afferratone il più grosso frammento, recollo in mezzo; e su di esso, come sul Vangelo, tutti stesero a gara la mano, consacrando così in modo guerriero il giuramento di morire anzi che cedere.

«Del qual atto, scrive il Correnti, tanto fu la nobile fierezza e l'umanità, che molti, come a religioso spettacolo, s'inginocchiarono, e molti piangevano di tenerezza.»

Di repente il grido: Alle porte! Alla sortita! Sorse di mezzo alla moltitudine; e moltissimi a quella voce aggiunsero l'atto, precipitandosi fuori la porta. Il nemico, che aveva sperimentato di che sapesse la furia bresciana, si ritrasse verso san Francesco.

Breve fu la notte ai cittadini, già affranti di sette giorni di incertezze, di agitazioni e di battaglie. Il giorno 30 marzo, per tempissimo, ricominciarono le offese dalle due parti, massime a porta Torrelunga, investita da sei grosse compagnie di fanti, gente fresca e bene in punto, le quali facevano prova di stendersi sotto le mura, e di congiungersi colla guarnigione del castello. Ma il fuoco, spesso e giusto, dei cacciatori bresciani ruppe quel disegno; tanto che quelle dovettero pigliare altro partito, e salire in colonna sull'erta dei Ronchi per isboccare poi con lungo e faticoso rigiro alle spalle del castello. Il che riuscì loro nè senza pena, nè senza sangue; imperocchè innanzi tratto cozzarono coi volontari del Boifava, i quali, fatta quella resistenza che loro concedeva il numero sottile e la scarsità delle munizioni, si ritrassero quindi ordinati ed intieri verso le parti più aspre della montagna.

Nello scendere dai Ronchi per venire verso la porta di soccorso del castello, il nemico ebbe a sostenere, quasi scoperto, il fuoco dei cittadini, che dalle mura e dal torrione della Pusterla sicuramente lo tempestavano, e più fiate, comechè senza artiglieria, lo costrinsero a retrocedere. Seguendo il vandalico sistema introdotto nell'esercito austriaco dalla ferina natura de' capi, i truci si vendicavano delle perdite che soffrivano col saccheggiare i casini di campagna. Dopo tali gesta, piombarono sulla città. Intrepidi i Bresciani difendevano le serraglie; e nè le bombe del castello, nè il cannoneggiamento al di fuori, nè la fitta moschetteria bastarono ad atterrire quegli intrepidi petti, dai quali scoppiavano di tratto in tratto le grida di Viva l'Italia! Soltanto la morte costringeva quei prodi a cedere il posto, il quale veniva tosto rimpiazzato da altri; giacchè tutti gareggiavano nello spingersi avanti per essere a migliore portata di offendere il nemico. Un intrepido cittadino, fra le palle nemiche, osava salire sui cancelli di ferro della porta e piantarvi una bandiera nazionale.

Il conflitto durò sino a sera, e sebbene guaste in ispecialità dalle palle de' cannoni, nessuna serraglia fu abbandonata. Il nemico si ritirò di nuovo a santa Eufemia, idrofobo per non aver potuto sfogare la sua rabbia sui cittadini, come aveva fatto sui loro averi.

In quel giorno altre nuove fallaci giungevano del campo. Lettere da Crema e da Lodi recavano essersi dopo le due infelici battaglie di Mortara e Novara, combattuto di nuovo il 26 lungo la Sesia coll'ultimo esterminio dell'intera vanguardia austriaca; avere il maresciallo toccata tale una rotta da dover d'un tratto, come Melas, dopo la battaglia di Marengo, cedere tutta la Lombardia. I corrispondenti, uomini autorevoli e credibili, allegavano in prova di quelle notizie essere venuti in gran diligenza ordini che i prigionieri fatti sui Piemontesi a Mortara, e sino dal 22 avviati per a Pavia e Cremona verso Mantova, retrocedessero per essere restituiti al vincitore, e averne essi già veduti gli effetti; aver letto coi loro occhi il bando stampato dal generale, Chzarnowski ove celebrava le vittorie italiane e l'armistizio vendicatore delle vergogne di Vigevano e di Novara.

Anzi di quest'armistizio fu mandata copia a Brescia. Numerava sei articoli, che in sostanza portavano, doversi l'Austriaco ritirare oltre l'Adige, sgombrando le provincie lombarde e le fortezze del Mincio, e serbando rispetto alle vite ed alle proprietà delle popolazioni, framezzo alle quali gli si concedeva la ritirata. «E quest'ultima condizione, narra il Correnti, che assai bene quadrava ai Bresciani, indusse il Comitato a mandare un medico militare al generale Nugent, perchè lo ammonisse a ritirarsi oltre l'Adige, senza più molestare, violando i patti, i popoli lombardi. Il generale, il quale era, come dicemmo, malamente ferito, appena sentì le parole del parlamentario, che, senza più oltre chiarire le cose, come la giustizia e l'umanità avrebbero pur voluto, gl'intimò di levarsegli d'innanzi e di tornare a' suoi infermi. Ma i cittadini, ingannati da tanta concordia di liete novelle, e non disingannati nè dagli amici, nè dai nemici, sempre più si persuadevano che gl'Imperiali, battuti e perseguitati in sul Ticino dai Piemontesi, volessero per sete di vendetta e di preda buttarsi su Brescia e farne strazio prima di ridursi entro le linee loro assegnate dai Vincitori.»

Mentre di tali speranze si pascevano i Bresciani, le fanterie nemiche, le quali, finchè bastò la luce diurna, erano state tenute in rispetto, col favore delle tenebre, in silenzio e rapidamente, per la porta di soccorso, si riducevano in castello. E poco oltre la mezzanotte vi giunse anche, da niuno aspettato, il tenente maresciallo Haynau colla scorta del secondo battaglione del reggimento fanti di Baden. Uditi i casi di Brescia e lo smacco che le armi imperiali ne soffrivano, si era l'Haynau mosso segretamente da Mestre, e soprarrivato improvviso agli avamposti di sant'Eufemia, con meraviglia dello stesso Nugent, recossi in mano il comando dell'assedio, e prestamente divisò come compiere l'eccidio di quella città, cui pochi mesi prima aveva bistrattata e insultata sì bassamente, che i Bresciani solevano chiamarlo col nome di Jena.

Fu la notte quieta per Brescia quanto essere poteva tra i gridi d'allarme, le fucilate delle scolte, il rintocco delle campane, e il barlume dei morenti incendi, che i Croati avevano la sera accesi nelle case dei Ronchi, quasi per documentare a lor modo che ne avevano preso possesso.

 

 

II

 

Il mattino del giorno 31 sorgeva tristo e uliginoso. I cittadini, già fattisi alla vita soldatesca, erano tornati ai posti aspettando l'assalto, e più diligentemente guardandosi con doppie scolte, perchè il nemico non si vantaggiasse d'un nebbione assai fitto, che toglieva la vista dei colli e delle strade suburbane. Poco appresso le ore antimeridiane calarono dal castello alcuni soldati, preceduti da una bandiera bianca, portata da due gendarmi. Ne corse subito voce per la città, e fu maravigliosa la pressa del popolo, che già sperava d'essere venuto al termine glorioso delle sue fatiche. I due gendarmi furono presi in mezzo dalle pattuglie cittadine e condotti al Municipio, ove misero fuori un dispaccio dell'Haynau. Veggendo la firma del truculento generale, che per sicura fama sapevano a Mestre, istupidirono i Bresciani; e molti credettero che il Leshke, disperato d'uscire vivo dalle mani dei cittadini, avesse falsata la firma per ottenere col terrore d'un nome ciò che non aveva potuto colle bombo; altri cominciarono a sospettare quello che veramente era, cioè che ormai tutto lo sforzo della guerra italiana si riducesse d'intorno alle mura di Brescia. Ma più valse la lettura del dispaccio a rinfuocare gli animi, che tante e sì grandi cagioni di dubbio a tenerli sospesi. Scriveva l'Haynau di volere tosto, senza condizione alcuna, la resa della ribellante città; se per mezzodì non fossero levate le serraglie e dati i passi alle truppe, prometteva l'assalto, il saccheggio, la devastazione e l'estrema rovina. E per far pompa della sua fiera natura, finiva dicendo: Bresciani voi mi conoscete, io mantengo la mia parola!

Quantunque al disonesto scherno ribollissero i magnanimi sdegni, non si pigliò tuttavia alcun partito, che non fosse prudente, potendo nei consiglieri e nei capi del Municipio e del Comitato più la carità della patria, che l'ira. Decisero pertanto di mandare commissari in castello, che vedessero l'Haynau, e gli esponessero le cagioni per cui Brescia era sorta e voleva mantenersi in armi. Non fidandosi alcuno del tenente maresciallo, non furono i messi designati per sorte o per elezione; ma, come a sacrificio di vita si offrirono alla pericolosa andata Lodovico Borghetto e Pietro Pallavicini, animosi giovani, che erano stati pochi dì prima chiamati ad assistere il Sangervasio. E perchè si veda come i nobili esempi portano tosto i loro frutti, l'avv. Barucchelli e Girolamo Rossa vollero andare compagni ai primi due, e un Novelli si pigliò il carico di vessillifero, e li precedette col segnale di pace. Così si mossero per andare al castello, accorrendo d'ogni parte la moltitudine, che ora pregava loro dal cielo il ritorno, ora fremeva e si rifiutava di dare il passo, temendo che da quell'andare e venire non ne uscisse qualche brutta conclusione. Pervenuti i commissari al castello, furono messi dentro e condotti di mezzo a due file di ufficiali, che non si astennero punto dal minacciarli, fino ad un salotto, ove l'Haynau coi maggiorenti dell'esercito li stava attendendo.

Parlò uno dei commissari, narrando i fatti come erano corsi, e la città lasciata in propria balia, e gli impedimenti posti al valido ordinamento d'una guardia civica, e gli ordini avuti dal Ministero Sardo, e il debito di fede che stringeva la città per voto solenne al regno dell'Alta Italia, e infine le notizie della guerra e i patti dell'armistizio, che volevano sgombra la Lombardia dagli Austriaci: in così dire offerse copia dell'atto al tenente maresciallo, il quale con un ghigno feroce rispondeva: saper tutto, essere informato di ogni cosa, ma non voler parlare di questo; doversi parlare soltanto della resa ch'egli aveva intimata alla città pel mezzogiorno. Erano allora presso ad undici ore. I commissari come ne avevano ordine, chiesero 48 ore di tempo per meglio chiarire i fatti, protestando pur sempre che se un armistizio era stato firmato, doveva intendervisi compresa anche Brescia, e che se contro i patti, o senza dar altre soddisfazioni, gli Austriaci avessero attaccato quel dì stesso, di fermo la città si sarebbe difesa fino agli estremi. Ripeteva l'Haynau, quasi per fuggire dall'argomento dell'armistizio: Ho detto a mezzogiorno, ho detto a mezzogiorno! E gli altri a dimostrargli che mezzogiorno era tanto vicino, che appena rimaneva tempo a notificare di nuovo quel suo ultimato ai cittadini. Allora concesso due ore di respiro oltre il mezzodì; e presi gli appunti sull'orologio, senza altro dire accomiatò i parlamentari.

A codesta infamia assistevano anche gli altri ufficiali superiori; nè alcuno osò o volle disingannare i prodi Bresciani; ma anzi tutti se ne stavano ad arte pensosi.

Tornati i deputati in città, e venuti al Municipio riferirono le cose udite e le vedute; l'Haynau starsene veramente nella rocca con truppe nuove e fresche; i soldati o gli ufficiali minori mostrarsi insolenti e superbi, come gli Austriaci non sanno fare che nella fortuna seconda; avere il tenente maresciallo parlato alto ed arrogante; ma per contrario niuno essersi levato a smentire l'armistizio di Chzarnorwsky o le sue vittorie. A quel fatto, già per sè di grande significanza, aggiungevano valore le novelle per via sicurissima allora pervenute a Brescia, che gli Austriaci se ne erano tornati dal Piemonte in Milano senza alcuna pompa militare, senza le musiche, muti, laceri, disordinati, in aspetto di vergognosi e dolenti. Prova certissima, come tutti allora credettero a Milano, e come più facilmente si doveva credere a Brescia, già eccitata a maschi propositi, che quella fosse una ritirata pattuita e concessa, perchè il tumulto e la disperazione d'una fuga barbarica non avesse a consumare il paese([15]).

Il Sangervasio, uscito in sulla loggia del palazzo municipale, alla fremente moltitudine di che era gremita la gran piazza e le propinque vie e le finestre della case e infino i tetti, rispettoso e grave, lesse senz'altri commenti l'intimazione dell'Haynau, e narrò quello che ai messi era intervenuto.

Allorchè giunse a riferire le superbe parole dell'Austriaco e le due ore concedute, perchè Brescia si risolvesse a darsi vinta per paura, dall'innumerevole folla levossi un grido formidabile: Guerra! vogliamo guerra! libertà o morte. Era il mezzogiorno. Dato il voto, il popolo tacque e si sciolse; sicché in pochi minuti la piazza rimase muta e deserta. Correvano gli uomini pei loro quartieri e alle case a prendere le armi, ad afforzare le barricate, a mettere gl'infermi ed i bambini in salvo nelle cantine, e a dare gli ultimi baci e gli ultimi consigli alle donne; le quali, lodando la difesa, e non mostrandosi punto smarrite per la gravezza del pericolo, animosamente apprestavano le armi virili e le proprie: cartuccie, sassi, tegole, acqua bollente. Anzi molte ne furono viste armate e succinte correre alle mura ed alle serraglie: «e due sorelle fra le altre, fanciulle entrambe, e di vita e di casa onorate, le quali a vederle muovevano pianto d'orgoglio e di tenerezza, e più che di guerriere rendevano immagine di martiri cristiane([16]).» Così confortandosi ed ammirandosi l'un l'altro, e i propri dolori dimenticando per consolare i dolori fraterni, passarono i cittadini due ore sublimi, respirando un'atmosfera di sacrificio e d'amore; sicchè furono allora fatte molte paci, e spenti e perdonati molti odi antichi, come se quella fosse una comune preparazione ad una santa morte. Allo scoccare delle due tutte le campane della città, come se fossero siate mosse da un solo uomo, e tocche da uno stesso martello, cominciarono a suonare a stormo. E questa fu la risposta dei Bresciani alle minacce dell'Haynau.

Subito dopo cominciò dalle case, dai tetti, dai campanili, dalle porte, un vivo moschettare contro gli avamposti nemici, che debolmente rispondevano, e solo coi fucilieri dell'antiguardo. Ma non per questo perdevano essi tempo: perchè poco lungi della porta Torrelunga, a Villa Maffei, stavano puntando, a mezza gittata di cannone una batteria di grossi mortai; e intanto, fatte quattro nuove schiere di fanti, prendevano ordine ch'esse, col favor della nebbia, girando poco fuori delle mura, si conducessero presso le altre porte della Città, e s'appostassero poco lungi dai sobborghi per far impeto tutte assieme quando le artiglierie del castello ne avessero dato il segno. Per tal modo l'Haynau, moltiplicando gli assalti, i pericoli, le paure, sperava di forzare con poco sangue de' suoi la città, tanto più che i fuochi del castello potevano battere di fianco e di rovescio tutte le porte, e principalmente porta Torrelunga e porta Pile, le quali dovevano essere quel giorno oppugnate più duramente che mai.

Cominciò il Castello a tuonare verso le tre pomeridiane; e allora ad un tratto la città fu attaccata da ogni parte, e tutte le porte furono combattute col ferro e col fuoco. L'artiglieria, fulminando furiosamente in breccia contro porta Torrelunga, schiantò le spranghe di ferro dei cancelli, spezzò la barricata esterna. I nostri si ritrassero entro la porta, e i nemici ad inseguirli; ma ne furono aspramente ributtati. E sebbene dal castello venisse tutt'intorno alla porta una sì fitta tempesta di bombe, di granate, di razzi, che spesso ai difensori pareva d'essere dentro un cerchio di fiamme; sebbene i fanti di Nugent più volte tornassero all'assalto, e i mortai squarciassero con orribili colpi le crollanti trinciere, nondimeno i volontari dello Speri duravano intrepidi alla guardia di quel posto, che niun soldato di professione avrebbe più oltre osato difendere.

Mentre così lo sforzo della battaglia pareva, come nei giorni innanzi, concentrarsi a porta Torrelunga, l'Haynau commise al battaglione dei fanti di Baden di occupare di forza lo sbocco delle vie che mettono al centro della città. Trovarono i soldati duro contrasto, e furono ricacciati con molte morti dai colpi sicuri, che uscivano dalle barricate, dalle finestre e dalle torri. Ma dopo che si furono ritratti più in alto, e distesi a mezza china, cominciarono col vantaggio del sito a tempestare i Bresciani con un fuoco di fila assai ben nutrito. I nostri allora con ottimo avvedimento pigliarono partito di lasciarli calare e di combatterli nelle vie.

Fermato questo consiglio, essi a poco a poco si ritrassero dall'estrema barricata, eretta allo sbocco della via che mena al castello e che per quasi due ore aveva sostenuto il fuoco dei soverchianti fucilieri tedeschi; poi fatta una mostra di difesa, abbandonarono anche le altre barricate di sant'Urbano, e delle Consolazioni.

Gli Austriaci, a cui già sapeva strano quel lungo e micidiale contrasto di un popolo imbelle contro milizie agguerrite, facilmente s'indussero a credere quello che loro pareva naturale. E però, atterrati gli impedimenti e disfatte le serraglie, si cacciarono innanzi per le insidiose vie. E così urlando e minacciando sboccarono sulla piazza dell'Aldera. Quivi li aspettavano i Bresciani, appostati tutti all'intorno nelle case, e dietro saldissime trinciere, che chiudevano ogni sbocco della piazzetta verso le più interne parti della città. Il primo nodo di fanteria nemica, che uscì in sull'aperto, fu da un nugolo di palle decimato. E così gli altri, a misura che accorrendo al rumore della battaglia, giungevano sotto le feritoie cittadine. Non per questo i sorvegnenti soldati, contenuti e sospinti dai pelottoni che s'avanzavano dietro di loro per la via angusta, potevano ritrarsi dal mal passo. Per cui, disperati d'ogni altro scampo, fatto un nodo, e come meglio potevano copertisi dagli stessi colpi, si avventarono risolutamente alla baionetta in sulle barricate. Ma un fuoco a bruciapelo, diretto da mani ferme e da cuori sicuri, menò di loro siffatta strage, che nessun altro osò più ritentare la prova.

Stava l'Haynau alle vedette in sullo sterrato del castello, accanando con messaggi e con rinforzi il valore de' suoi, e ammirando, pur suo malgrado, quello degli avversari. E quando vide atterrata a piè delle barricate l'ultima schiera, dicono che esclamasse: «Se avessi trentamila di questi indemoniati Bresciani vorrei ben io tra un mese veder Parigi!([17])» E intanto comandava che tutte le riserve del battaglione di Baden e le compagnie di Rumeni calassero a rinfrescare la battaglia. E perchè i soldati ci andavano a malincorpo, come quelli che avevano veduto tornar pochissimi de' molti che erano stati al primo fatto, l'Haynau volle che il tenente colonnello Milez si ponesse alla loro testa. V'ha chi assicura, che per usare più spicci conforti, facesse spianare i cannoni del castello contro i soldati tentennanti, gridando loro «che se avessero voltate le spalle ai borghesi, si sarebbero trovati in faccia alla mitraglia imperiale([18])

Fatto sta che gli Austriaci s'avventarono di nuovo all'assalto. Ma appena le prime schiere si furono messe per la perigliosa forra, che il Milez cadde col cuore trafitto da una palla di carabina. A quella vista i Bresciani, levando uno strido di vittoria, saltarono fuori dai ripari e dai nascondigli, e colle baionette, colle daghe, colle coltella corsero sui nemici, desiderando pur una volta di odorare il loro fiato, come ferocemente chiedevano i macellai, di cui una grossa brigata era venuta alla difesa di sant'Urbano. Di che fu sì grande lo spavento dei soldati, incalliti al fischiare delle palle e al tuonare dei cannoni, ma insoliti a sostenere il baleno d'occhi sanguigni e il digrignare dei denti, ch'essi se ne andarono in dileguo, abbandonando morti o feriti in mano al vincitore; e fra questi anche il loro tenente-colonnello, non ancora ben freddo. I Bresciani lo svestirono, e le spoglie mandarono in città affinchè le vedessero le donne, i vecchi, e ne pigliassero augurio di vittoria. Il cappello e la spada donarono però al feritore, giovane popolano, che, armato d'uno stutzen, da più ore con occhio infallibile stava spiando e saettando gli ufficiali nemici. Il popolo lo gridò capitano del posto; ed ei si piantò presso la commessagli barricata colle trionfali insegne, e vi stette bersaglio ai nemici, e trofeo vivente del valore italiano, finchè delle tante che lo cercavano non l'ebbe giunto una palla che gli ruppe il magnanimo petto.

Così la piazza dell'Albera, ingombra da mucchi di cadaveri, restò ai nostri: e gli Austriaci non osarono più neppure far capolino dalla via di sant'Urbano. Ma da un'altra parte si riscattava il pertinace Haynau, il quale poichè vide alla prova come in quel labirinto di strade nulla potessero le artiglierie e poco la disciplina, racimolati quanti erano o per ufficio, o per ultima riserva, o per mal ferma salute rimasti in castello, e fattone un battaglione di mezzo migliaio di fanti d'ogni arma, lo pose sotto la direzione del tenente Imeresk, commettendogli di lanciarsi a corsa sui bastioni orientali, e di non sostare finchè non fosse riuscito alla torre che sta ai fianchi e quasi in sul collo della porta Torrelunga, ove già ferveva da due ore la mischia tra le compagnie dello Speri e la brigata Nugent, condotta quel dì all'assalto dal colonnello Favancourt, che poi vi rimase morto. Quando lo Speri vide gli Austriaci in sulle mura sovrastanti alla barricata di porta Torrelunga, ordinò a' suoi che, senza far altro contrasto, riparassero dietro alle barricate più interne, le quali già erano state fra loro legate con tale avvedimento, da formare una nuova linea difendibile. Ma tanto era il furore dei Bresciani, e sì fermo in loro il proposito di morire, che nè comandi, nè preghiere potevano indurli alla ritirata; e molti rimasero e caddero al loro posto. «Fra questi ricorderemo Cesare Guerini, giovane soave di forme e d'ingegno, che ferito in un ginocchio sarebbe venuto in mano de' truci, se non era un altro giovinetto appena quindicenne, e d'umile condizione, il quale non potendo vedere, come ei diceva, morire quel buon signore in mezzo ai nemici, tornato indietro tra il grandinare delle palle e quasi d'in sulle baionette austriache, levò di terra il ferito, e recatoselo in collo, lo trasse dietro le barricate. Ed un ferito mentre era portato per le vie sentendo alcune donne compiangerlo e muovere lamenti e che? sclamava, credete voi che alla guerra si vada a scambiar baci? state allegre, gridate viva l'Italia, e lasciate piangere i tedeschi([19])

Intanto la brigata di Nugent, rotta la barricata di porta Torrelunga, si rinversava in città; e mentre una colonna correva a prendere di fianco porta sant'Alessandro, e a sfondarla per mettervi dentro le compagnie, che infino allora avevano indarno dalla campagna combattuto quel posto, un'altra colonna si buttava sulle barricate interne, e faceva prove di entrare nel cuore della città. Fu l'urto violento per modo che gl'inimici penetrarono tino alla Bruttanome; ma poi accorrendo loro addosso da tutte le strade cittadini e valligiani, e venutosi a lotta più serrata di baionette, di pistole e di pugnali, furono risospinti ed inseguiti fino alla porta. E qui i nostri piansero gravemente ferita la più intrepida fra le eroine bresciane.

Cadeva il crepuscolo, e il feroce Haynau, temendo che i suoi per le incerte ombre si lasciassero tirare sprovvedutamente dietro le insidie cittadine, comandò che sostassero e si fortificassero nei posti che avevano con tanto sangue acquistati. Ma in sostanza la città durava ancora pressoché intatta, perchè i nemici dal lato di sant'Eufemia erano stati ricacciati fin sulle mura ed alla soglia di porta Torrelunga; nè dentro la porta sant'Alessandro avevano potuto fare alcun progresso di considerazione; alla scesa del castello tenevano appena quell'estremo lembo del quartiere di sant'Urbano, dove erano stati tirati ad arte. Alle porte di san Nazaro e di san Giovanni n'era stato piuttosto simulacro e fracasso, che pericolo d'assalto; a porta Pile, per la prossimità del castello, e pel giuoco delle soprastanti artiglierie, era riuscito più aspro il combattere degli Austriaci, e più onorata la vittoria dei Bresciani.

Senonchè atrocissimi consigli agitava l'animo dell'Haynau; il quale sapendo come il dì appresso tutto il terzo corpo dell'esercito con fioritissima artiglieria dovesse giungere sotto Brescia, smaniava d'impazienza, e recavasi ad onta di non avere espugnata la città prima che giungesse il soccorso, quasichè quel poco d'indugio, che altri avrebbe saputo volgere a benefizio d'umanità, potesse macchiare il suo onore, e fargli uscire di mano l'indubbia vittoria. Volle tentare in quella notte stessa un'estrema prova se mai colla pietà e coll'orrore potesse vincere gli animi, che la paura e la morte non avevano saputo piegare. Già a molte case suburbane ed a molte ville de' Ronchi era stato, come dicemmo, appiccato il fuoco; tantochè sull'imbrunire si vedeva la nobile città incoronata d'incendi. Quando le tenebre posero fine agli assalti, fu comandato e insegnato ai soldati di forare i muri delle case e penetrare nell'interno, abbruciando e devastando: nuovo ed orribile modo di guerra. A quest'uopo venivano per ogni pelottone alcuni gregari recando acqua ragia, pece, paglia ed altro da appiccare e propagare rapidamente le fiamme: e gli uffiziali si facevano maestri di questa barbarie. Gl'incendi ruppero spaventevoli principalmente nelle case di sant'Urbano e nei vicoli popolatissimi che stanno presso a porta sant'Alessandro: e presto giganteggiarono le vampe, spandendo largamente un orrendo chiarore sotto il cupo orizzonte d'una notte nebulosa.

I cittadini vegliavano in armi quell'ultima notte della libertà lombarda: e combattendo il fuoco ed i nemici, con maravigliosa gara di pietà, soccorrevano i feriti, raccoglievano ed ospitavano le famiglie fuggenti dalla ferina caccia de' Croati, i quali, poiché avevano saccheggiata una casa ed incendiata, si postavano presso ad essa ad insidiare i soccorrevoli, a scannarli senza riguardo a sesso o a età, prolungando soltanto per le donne il supplizio per appagare prima i loro istinti brutali. Gli stridi delle vittime di tratto in tratto si facevano udire fra il continuato moschettare, a cui tenevano dietro le grida di viva Haynau! saccheggio ed incendio a Brescia! grida che i proconsoli del paterno regime austriaco facevano emettere da quelle belve ferocissime. Con viva all'Italia, rispondevano i nostri a quelle umane ecatombi.

Poco oltre il mezzo di quell'orribile notte si raccoglieva a consiglio il Corpo municipale, chiamandovi i più autorevoli cittadini, fra' quali alcuni della guardia nazionale, i duumviri Contratti e Cassola. Brevi parole vi si fecero. Parecchi, allibiti e disfatti, mostrando più colla mano che colla voce l'atmosfera ardente che soffocava la città, pregavano che si cedesse al destino. I più stavano sopra pensiero, come aspettando od ascoltando un'interna ispirazione; al di fuori s'udiva crescere ed avvicinarsi il crepito degli incendi, il rovinio delle case, il tuonare degli schioppi, il rintocco rabbioso delle campane, e quello che sopra ogni altra cosa trafiggeva il cuore, le grida di donne e di fanciulli e gli urli come di fiere, che ora parevano dileguarsi lontano, ora finire strozzati, ora scoppiare in sulla piazza del Municipio, secondo che il vento ne portava col fumo, e colle faville quel viluppo di suoni orribili e pietosi. «Dinanzi a siffatto spettacolo, scrive il Correnti, levossi taluno chiedendo gravemente se rimanessero armi, combattenti, munizioni e speranze. Rispose il Comitato di difesa: non essersi perduto un fucile: pochi dei combattenti caduti, e quei che rimanevano tanto più feroci e deliberati: le munizioni bastare per un giorno ancora: aspettarsi aiuti dalle valli e dal Camozzi che forse fra poche ore, o certamente entro il domani doveva capitare: della guerra grande non v'essere altre nuove dopo quelle dell'armistizio, che l'Haynau non aveva osato negare. I consiglieri allora considerando che se era cresciuto il pericolo, non erano però mutate le ragioni dei difendersi, decisero, che Brescia terrebbe finchè le avanzasse una cartuccia, od una speranza. E fu di subito codesta deliberazione notificata al popolo, che, raccolto sotto la loggia, confortava i suoi magistrati a pigliar per migliore il partito più onorevole.»

 

 

III

 

L'aurora della domenica, prima di aprile, spuntava scolorata. Non si udivano più gli inni patriottici, le grida di gioia, le manifestazioni d'entusiasmo: soltanto lo sconforto si leggeva nel volto dei cittadini. Non era che il potente braccio del popolo bresciano fosse infiacchito dalle bombe e dalle baionette: lo spettacolo della morte dei molti Martiri non aveva fatto che accrescere energia ai cuori audaci dei volontari della libertà: era il sentimento dell'umanità, sconosciuto agli Austriaci, che aveva trovato facile albergo ne' petti bresciani. Il martellare spesseggiava più furioso del dì innanzi; i cittadini si cacciavano dappertutto fuori delle serraglie ad assalire i nemici, a snidiarli da quei posti che avevano sorpresi durante la notte, e col favore degli incendi. Haynau meravigliò come Brescia ancora combattesse tanto arditamente; e ne furono sì sbigottiti i soldati, che a porta Torrelunga vennero in tanta confusione, che se i nostri fossero stati più numerosi e freschi, come erano intrepidi, forse ne usciva la salute dell'eroica città.

Schiere austriache si erano avanzate a scaglioni dal lato della Bruttanome, ed avevano piantati due cannoni per battere le interne barricate, quando ardimentosi cittadini colle baionette e colle picche erano sboccati per una via traversa, si erano avventati contro quelle con immenso impeto, avevano rovesciate le prime file, ed erano riusciti addosso ai cannoni, che i soldati avevano dovuto difendere coi loro corpi e tirare a forza di braccia fin presso le mura.

Questa fu l'ultima vittoria del popolo bresciano. Imperocchè in quell'istante istesso, in cui i soldati in sulle mura e a capo delle vie, storditi dell'irruente furia bresciana, cominciavano a piegare, nuove artiglierie e nuovi battaglioni giungevano dal Ticino e dal Mincio sotto la città, e l'Haynau li faceva subito entrare nella battaglia, che da quel punto egli condusse con arte veramente infernale. Schierate le artiglierie sulle mura, e agli sbocchi delle vie spaziose si davano gli Austriaci a mitragliare, affinchè i cittadini non potessero stringere d'appresso colle armi corte i soldati: poi, inquietando con falsi assalti e con rumore di moschetti i difensori delle barricate, di repente dirizzavano il cannone e l'impeto dei guastatori contro qualche casa, i cui muri sfasciandosi lasciavano accesso ai soldati, i quali vi irruivano, col ferro e col fuoco ove non era difesa alcuna. Trascorrendo e passando di casa in casa, uscivano a tergo o in sui fianchi delle serraglie meno munite, e mostrandosi improvvisamente alle finestre e di mezzo agli incendi, confondevano ogni ordine della difesa cittadina.

«A stravolger le menti ed agghiacciar nelle vene il sangue, così il Correnti nella sua terribile narrazione, s'aggiungeva la vista delle orribili enormezze, a cui o ebbri, o comandati, per natura stolidamente feroci gl'Imperiali trascorsero: cose che escono dai confini non pur del credibile, ma dell'immaginabile. Perchè non solo inferocirono contro gl'inermi, le donne, i fanciulli e gli infermi, ma raffinarono per modo gli strazii, che ben si parve come le umane belve anche in ferocia passino ogni animale.

Le membra dilacerate delle vittime scagliavano giù dalle finestre e contro le barricate, come si getta ai cani l'avanzo di un pasto. Teste di teneri fanciulli divelte dal busto e braccia di donne e carni umane abbrustolate cadevano in mezzo alle schiere bresciane, a cui allora parvero misericordiose le bombe. E sopratutto piacevansi i cannibali imperiali nelle convulsioni atrocissime dei morti per arsura; onde, immollati i prigioni con acqua ragia, li incendiavano; e spesso obbligavano le donne de' martoriati ad assistere a siffatta festa; ovvero, per pigliarsi giuoco del nobile sangue bresciano sì ribollente alle magnanime ire, legati strettamente gli uomini, davanti agli occhi loro vituperavano e scannavano le mogli ed i figliuoli. E alcuna volta (Dio ci perdoni se serbiamo memoria dell'orribil fatto) si sforzavano di far inghiottire ai malvivi le sbranate viscere dei loro diletti. Di che molti morirono d'angoscia e più assai impazzirono.»

E il popolo bresciano, ad onta dei nuovi nemici accorrenti da tutte le parti ad opprimere una città di soli trentacinque mila abitanti, ad onta della persuasione essere vano ogni ulteriore contrasto, ad onta degli strazi testè narrati e d'una imminente rovina, non si dava per vinto, durava fermo alle poste e combatteva. Nè ciò basta, chè, scorta la bandiera di pace, inalberata sulla loggia del Comune, strepitò sì fattamente, che fu forza rizzare di nuovo il vessillo rosso, segnale di guerra disperata. E siccome i nemici, incendiando uomini e case, sempre più si venivano allargando, levossi una voce a consigliare a' cittadini, che, messi colle loro mani in fiamme anche i quartieri del centro, si gettassero tutti, uomini e donne, col coltello in pugno a cercare in quel vasto baratro di fuoco i nemici, e a morire sui loro cadaveri. Ma fu chi sviò il popolo da quel tremendo consiglio, che avrebbe avuto compimento, ricordando che molte spie stavano tuttora impunite nelle prigioni. I più feroci trassero a quell'invito di sangue; e cavati di carcere alcuni tristissimi mezzani della inquisizione austriaca, li fucilarono, sfidando così i sovrastanti nemici. I nomi di quei rifiuti della società sono: un Imiotti, cursore di Polizia, un Sambrini, un Giovanni Marinoni, detto Brutto, ed altro agente di Polizia col soprannome di Menacò. Non crediamo tacere, affinchè non si abbia a dare a questo fatto maggior valore di quello che porti un trabocco d'indignazione, come la Commissione dei giudizi avesse di que' scellerati già formato il processo, e già deciso di dannarli alla pena capitale, quali felloni del popolo sicari dello straniero.

Mentre così la folla si diradava, parte correndo alle carceri, e parte traendo di nuovo alle serraglie per ringagliardire la difesa, il Municipio, nel timore che la moltitudine, cieca di ira e di giusto dolore, non incrudelisse contro sè stessa, accettò, anco dietro consiglio del prete Mor, l'offerta che gli fece il Padre Maurizio, priore de' Riformati, di interporsi paciere appo la Jena. Il valent'uomo ben sapeva come la cocolla non fosse obice troppo sicuro contro i Croati, tuttavolta si mise animosamente per la via del turrito covo, accompagnato da un altro frate, e preceduto da un tal Marchesini, mirabile popolano a cui l'amore di patria in quel dì supremo ispirò eloquenza di tribuno e coraggio di martire.

Più fiate venne inceppato il cammino al vessillo bianco dai soldati, che non volevano saperne di dar quartiere, e dai cittadini che non volevano nè impetrarlo, nè accettarlo. Pure al fine, dopo lungo rigirarsi e pregare riuscirono i messi al castello.

Il Padre Maurizio con quella autorità che gli concedeva di prendere la riputazione di eloquenza e di bontà in cui era tenuto da tutti, venuto innanzi all'Haynau, fece ogni prova per cavarne pronta e benigna risposta, e gli consegnò una lettera degli uffiziali austriaci prigionieri di guerra in Brescia, i quali pregavano il tenente-maresciallo a ricordarsi in che mani fossero, e per che cagione; e un foglio in cui il Municipio, significando che la città sarebbesi senz'altro contrasto rassegnata alla forza, chiedeva a quali patti si potesse cessare il macello. Haynau, duro e muto, non annuì neppure a comandare che durante il colloquio le armi posassero. Epperò ne venne che mentre i Bresciani, incorreggibilmente cavallereschi, sapendo salito il Padre Maurizio ai castello, e temendo per la sua vita, si conteneva dall'offendere gli Austriaci, questi, per lo contrario, trovate sprovviste o debolmente difese parecchie barricate, contro ogni legge di guerra, si avvantaggiarono per modo, e per tante vie si vennero distendendo, che si può dire senza esagerazione avere quelle poche ore di falsa tregua assai più nociuto a Brescia dei molti giorni di battaglia.

Intanto la spietata Jena lasciava, che il Padre Maurizio gettasse il fiato e le lagrime; e solo una volta con un cotal suo ghigno gli accennò la strada di Milano, che da quell'altezza tutta, finchè bastava la vista, si scopriva. In quella si scorgevano luccicare per lunghissimo spazio le baionette de' battaglioni accorrenti su Brescia. Infine, dopo quasi due ore, lo accommiatò con uno scritto, ove in mezzo a parole aspre e sconvenienti a tanta sventura e a sì alto valore era pur detto: Che nulla d'ostile avrebbero a soffrire i pacifici cittadini. Ne' termini a cui erano venute le cose, parve al Municipio di doversene contentare; e veramente la promessa, quantunque non portasse alcuna sicurtà, assai larga doveva giudicarsi, se quella parola d'onore che sanciva le minaccie, si aveva a tenere per buona e ferma anche a sancire le promesse. E benchè lo scritto del tenente maresciallo fosse duro e nimichevole, piacque tuttavolta al nobile orgoglio de' Bresciani, gelosissimi della fede loro; essi preferirono non fosse imposto, nè consentito alcun atto di soggezione, recandosi a gloria di essere trattati come nemici e come vinti, e non come servi perdonati e rimessi all'usato giogo. Le altre condizioni erano che si togliessero le barricate e si smurassero le porte; che niun cittadino uscisse armato o armato si affacciasse alle finestre; che quelle case da cui fosse partito un colpo sarebbero state rase; che sei ostaggi fra i principali della città rispondessero vita per vita dei prigionieri austriaci. Degli ostaggi non occorsero altre parole, avendo il Municipio, quando già i nemici di fronte alla loggia apprestavano le scale e le fiaccole, accettato gli altri patti dell'Haynau e resi i prigionieri.

Le condizioni della resa furono gridate per tutta la città; e vennero mandati parecchi cittadini bene accetti al popolo a divulgare la capitolazione e a predicare la pazienza e la prudenza. Quasi tutte le case ed i campanili misero subito fuori bandiera bianca; molte barricate furono disfatte; e molti cittadini, gettato in terra lo schioppo, corsero al Municipio, agli spedali ed agli incendi, offrendosi a servire la patria caduta ed umiliata, come l'avevano servita libera e gloriosa. Ma ai macellai sapeva amaro il cedere; questi, ridottisi tra porta Pile e porta san Giovanni, sostennero fino a notte una valida difesa; il che fu cagione di saccheggio e rovina, non solo a quella parte di città, ma ad altri luoghi, dove pure ogni contrasto era del tutto cessato. I soldati chiedevano, come premio lungamente promesso, saccheggi e carnificine; e l'Haynau glieli concedeva; e moltissimi uffiziali volontieri avrebbero tenuto loro il sacco.

 

 

IV

 

Le torme austriache si sguinzagliarono subito dopo la resa per le piazze e per le vie, gridando con efferata gioia: Viva l'imperatore, viva Radetzky, viva Haynau! Ma i cittadini, non potendo più rispondere a quegli insulti con colpi di moschetto, dimostrarono loro almeno che avevano aperte le porte alla forza brutale; ma che giammai il bombardatore fanciullo li avrebbe ridotti alla servilità di inchinarsi al suo nefando altare.

Lo stato maggiore mandò a chiedere al Municipio viveri ed alloggi; e non lasciò di far capire come i soldati fossero stanchi e riscaldati dalla lotta e dalle celeri marce nella speranza di saccheggiare la città. Il Municipio che, quantunque minacciato, per miracolo di virtù civile, non aveva abbandonato il posto, non sapeva come aderire alle domande degli Austriaci. Erano parecchi giorni che in Brescia non entravano più carni; e nella pressura dell'assalto non si era neppur pensato a far pane. Fuggiti o rintanati nei nascondigli i fornai, gli osti, i pizzicagnoli; morti od ancora ostinati all'ultima barricata i macellai; oscura la notte, spezzate le lampade, chiuse tutte le finestre, piene le vie di soldati, che, guidati dal sinistro chiarore degli incendi, traevano colle scuri a sfondare usci e botteghe; l'andare nelle strade portava pericolo di morte; per cui non si potevano neppure mandare avvisi, nè chiedere consigli, nè interporre le supplicazioni presso i generali, i quali, sia avanzo di pudore, sia arte di crudeltà, non si lasciarono trovare. Malgrado tutto ciò, il Municipio, a mezzo dei fornitori di viveri nel castello, provvide che si imbandissero per le vie quindici mila razioni di pane, vino e salumi. S'aggiunsero legna e strame in buon dato. Allora si accesero per la città i fuochi dei bivacchi, e intorno ad essi il tumulto barbarico e le gozzoviglie dei vincitori durarono sino all'alba.

La lunga agonia di quella notte non fu senza un ultimo raggio di speranza; imperocchè, in sulle undici ore, quando era dappertutto cessato ogni conato, i Bresciani, che, quantunque chiusi nelle più remote parti delle loro case, stavano tuttavolta vigili per timore d'una irruzione de' truci, udirono di repente a scoppiare e mano mano distendersi poco lungi dalla città, verso ponente, una viva fucilata. Durò quel tumulto, come d'un'avvisaglia d'avamposti, per alcune ore; poi svanì senza che altro per allora se ne sentisse. Seppesi poi che in quella notte si erano gli Austriaci azzuffati coi volontari di Camozzi e di Narducci, i quali, lasciata Bergamo quando già correvano tristi novelle della battaglia di Novara, e nondimeno deliberati di mettersi a qualsiasi rischio anzichè abbandonare i Bresciani, la resa dei quali ignoravano, erano per la strada di Fantasine pervenuti, con quasi ottocento uomini, e con un buon carico di polvere e di armi, in vista della città sul declinare della domenica, e si erano spinti con un'audace manovra e non senza sangue fino nel borgo di san Giovanni.

Se un tal Patuzzi, agente comunale, citiamo il nome a sua perenne infamia, non si fosse fatto delatore appo l'Haynau, col riferirgli come i posti avanzati del Camozzi fossero ad Ospedaletto del Mella, questi avrebbe potuto sorprendere gli Austriaci e rinfrescare la lotta. Disgrazia volle che oltre all'essere i volontari prevenuti, gli Austriaci ne trovarono l'antiguardo sorpreso nel sonno; essi lo cinsero e gli furono addosso uccidendo ventuno di que' generosi. Alla fucilata accorse il Camozzi; egli pugnò con estremo ardimento insino alla mattina, facendo non una volta retrocedere i nemici; ma saputo della capitolazione di Brescia, e come imponenti forze nemiche marciassero verso la città, riflettè che ormai non avrebbe potuto coi pochi suoi volontari occuparsi in imprese che rialzassero la bandiera italiana nella Lombardia; disciolse allora la sua gente e si congedò da loro.

In compagnia del generale Camozzi trovavasi un personaggio illustre per fama italiana, vogliamo dire il padre Massimino, uomo di vasta mente, di condotta rigorosamente evangelica, di cuore divampante d'amor patrio. Se il clero di Roma si componesse di sacerdoti simili al padre Massimino, l'Italia avrebbe ormai la sua capitale, alzerebbe le mani al cielo per ringraziare il Dio dell'amore e della fratellanza dei popoli.

Poco mancò che l'Italia non perdesse sotto le mura di Brescia questi due suoi prodi campioni, giacchè, essendosi avanzati in compagnia soltanto di un aiutante per osservare le mosse dei nemici, erano stati colti all'improvviso da un picchetto di cavalleria austriaca, che passò sul ponte sotto il quale essi ebbero appena il tempo di nascondersi. Fu al certo l'angelo della libertà che li salvò da quel pericolo.

 

———

 

Riferiamo alcuni fatti, i quali chiaramente dimostrano come i mercenari austriaci, lasciandosi uscire quasi sempre di mano i validi e i combattenti, si avventassero bramosamente contro gli infermi, le donne e i fanciulli.

La mattina della domenica, 1.° aprile, i Moravi dalla scala di sant'Urbano discesero dopo un fiero contrasto nel vicolo della Carità, e mandarono le case che erano lì intorno a fuoco ed a ruba; fra le quali era quella in cui un tal Guidi teneva un collegio d'educazione per fanciulli. Vi irruirono i soldati, non essendovi che la madre del Guidi, donna assai avanti negli anni, la moglie di lui e dodici alunni sotto la guardia di un servo. I saccomanni cominciarono a rompere, strepitare, minacciare, invano pregando loro d'innanzi le donne ed i fanciulli. Poi, cresciuto il furore, presero fra gli alunni il più tenerello di età, e lo sgozzarono. Il servo, che l'indegno strazio di quell'innocente non seppe sopportare, senza far prove di difenderlo, fu morto: e dopo di lui, le due donne e alla rinfusa quanti altri diedero nelle mani di quelle furie: appena alcuni di quei fanciulli furono salvati da un gendarme italiano. Di questo martirio andò subito il grido per la città; e benchè già a tutti e da tutte le parti sovrastassero supremi dolori, nondimeno fu grande la pietà delle molte madri accorrenti al Municipio per aver novelle de' loro figliuoli.

Più fiero fu lo strazio dei Parolari, mercanti onorati alle Cantarane, poco lungi da Torrelunga, nella cui casa entrati i dragoni il sabbato sera, ferirono di squadrone e lasciarono per morto il figlio Luigi, giovane d'animo prode, ma non atto all'armi per forte epilessia. I parenti lo portarono in camera, e tutta quella notte lo vegliarono, benchè le case e le propinque vie fossero in fiamme. Il mattino della domenica di nuovo irruirono i soldati, e strappato pe' capegli giù dal letto il moribondo, sconciamente lo percossero, sicchè appena la madre con lagrime e con industria di blandimenti e di doni ottenne che nol finissero. Ma poco valse; perchè quanti soldati passavano per quella via come a data posta traevano a pascersi del doloroso spettacolo; ed ogni fiata erano nuove ferite all'agonizzante, e nuove trafitture al cuore della madre, la quale, nè per minacce, nè per l'abbandono di tutti i suoi, mai si mosse di là, supplendo cogli atti, quando le mancavano la voce e le lagrime, di pregare in misericordia pella vita del figliuolo. Così dieci volte vide la derelitta co' propri occhi l'assassinio del suo sangue, finchè un croato suggellò quel lungo spasimo, freddando con un colpo di grazia il corpo mutilato e malvivo presso il quale l'amore materno pregava e sperava ancora.

Pietoso fatto fu anco quello della Piozzi, che, vecchia e inferma, trovossi di notte cacciata fuori da una sua villetta, ove ella viveva sui Ronchi, e tratta fra le imprecazioni e le minacce dei soldati, e obbligata a vedere dall'una parte l'incendio della città, e dall'altra parte la ruina della casa. Non è villanìa che non le facessero percuotendola e straziandola a diletto; e certo l'avrebbero uccisa, o lasciata morire di dolore e d'affanno in sulla nuda terra, se non erano alcuni contadini nei quali tanto potè la pietosa vista di quella canuta posta a sì indegno vituperio, che, fatto impeto d'improvviso, la tolsero di mano a' soldati e la condussero a salvamento in un seno più remoto di que' colli.

Il sacerdote Andrea Gabetti, maestro di scuola ed alienissimo dall'armi, appena gridati la domenica i patti della resa, si mosse inerme e sicuro verso porta Torrelunga, con animo d'uscire nel quartiere suburbano dove la notte prima aveva veduto, stando pur tuttavia in città, ardere poco fuori dalle mura una sua casetta, nella quale aveva la madre. Alla porta chiese dell'ufficiale, e chiaritolo del pietoso motivo che lo faceva andare, n'ebbe l'assenso. Ma non aveva fatto cento passi, che a gran tempesta fu richiamato, inseguito, preso e mandato all'Haynau in castello, dove, il dì appresso, come prete e come patriota, venne fucilato.

Pietro Venturini, uomo di legge assai popolare tra i Bresciani, grave come era per l'età e per la podagra, fu pur strappato inerme di sua casa e tradotto in castello. Quivi pressato con minacce a giurare la bandiera imperiale, si rizzò fieramente in mezzo alle baionette puntategli sul cuore, e imprecando ai nemici d'Italia, e mandando un saluto d'amore alla patria e alla libertà chiese ed ottenne di morire.

Carlo Ziga, lavoratore di cocchi, giovine vensettenne e sciancato della persona, fu ghermito dai Croati, e, bagnato d'acqua ragia, arso vivo, credendo i truci che il misero potesse spirare coi più risibili contorcimenti che mai. Se non che il forte popolano, avventatosi sul più prossimo e giubilante dei suoi manigoldi, lo abbrancò, e colla furibonda vendetta, lo tenne sì indissolubilmente avvinto che lo costrinse a morire con lui di morte aspra e crudele.

 

 

V

 

L'alba del lunedì, 2 aprile, rischiarando le opere della notte e destando alle usate cupidigie le soldatesche, crebbe orrore allo spettacolo della violata città e terrore negli abitanti. Quei pochi che si attentarono ad uscire delle case, inermi e in atto di supplichevoli, venivano minacciati, percossi, rubati; parecchi che recando il fucile disarmato ed arrovesciato verso terra s'avviavano al Municipio per liberarsene, furono in sull'atto fucilati, nè loro valse pregare e chiamare in testimonio Dio e i patti della resa. Per il che tutti, aspettando il saccheggio e la morte, stavano come la notte innanzi, rintanati ed agonizzanti. Non uscio, non bottega, non finestra aperta, se non dove divampavano gl'incendi, o dove erano entrati i saccomanni. Quasi in nessun luogo delle muraglie si potevano fissare gli occhi, senza vedere solco di palla o di scure, traccia di fuoco o macchia di sangue.

«Per le vie, narra il Correnti, smosso e spezzato il lastrico di granito, sconvolto l'acciottolato, mura squarciate dalle bombe, tetti crollanti, avanzi di barricate, che alle materie ricche talora e gentili di cui erano composte, e alla fretta con cui poi erano state atterrate e disperse ancora serbavano indizio del primo entusiasmo e dell'ultimo spavento; scarchi di stoviglie e d'arredi rotti e sperperati come dalla pazza furia d'un turbine; e qua e là cadaveri di Bresciani e di soldati già da molte ore insepolti; e talora gruppi di donne e di fanciulli accovacciati in qualche angolo remoto, fissi, muti, istupiditi, i quali dando immagine della morte dell'anima, erano più strazianti a vedere che i cadaveri. Gli incendi duravano tuttavia, e minacciavano di stendersi a tutta la città; nè le violenze dei soldati cessavano.»

Il Municipio domandò in carità che gli venissero restituite le macchine idrauliche, che come nobile trofeo di guerra, avevano nel dì 31 gli Austriaci menate via, e le ottenne. Domandò una guardia pel palazzo di città e pei suoi impiegati, che più fiate erano stati bistrattati dai soldati e perfino dagli ufficiali; e anche questo gli fu consentito. Allora si cominciò a rifiatare e a dare qualche provvedimento. Ma troppo più facile era frenare gli incendi, che ammansare gli inferociti vincitori, massime con animi sì ripugnanti alla viltà delle supplicazioni come sono i Bresciani; e con quel soprarrivare ad ogni ora di nuove truppe, le quali si sguinzagliavano per la città cavando da tutto pretesto di forzare le porte e d'insanguinare le mani. Così alcuni, da più giorni rimbucati per le cantine, furono allora malconci o morti. Nè i generali, nè gli ufficiali superiori si mostravano solleciti dell'onore o dell'umanità, se appena se ne eccettuino alcuni pochi. E tra questi vogliamo menzionare il colonnello Jellachich, il quale volle mostrarsi, fra compagni, umano. Narrano ch'egli, udendo minacciata da' suoi la chiesa di sant'Affra, ove si erano ricoverate molte donne, accorresse a guardia della soglia, che la religione avrebbe mal difesa, e vi rimanesse supplicando finchè i suoi non furono passati oltre. Anche parecchi altri ufficiali, che nel verno avevano avuta le stanze in Brescia, accorsero per salvare dal sacco le case degli ospiti. Ma l'Haynau non diè segno alcuno che il valore, la sventura e l'aperta giustizia della causa avessero ammollito la sua ferocia; sicchè parve piuttosto aver l'animo di vendicarsi che a vincere e a governare.

Quel lunedì, quasi per sopraggravare i dolori dei Bresciani, la Jena mandò fuori un bando con cui multava la provincia di sei milioni di lire, e la città, due volte ribelle, d'una tassa di trecento mila lire destinate a compenso e premio degli ufficiali. Poi il comando della città affidò al tenente maresciallo Appel, il quale alle due pomeridiane entrò in Brescia alla testa del terzo corpo di armata, composto di venti battaglioni con cavalleria e cannoni, borioso di essere stato vincitore a Novara, e chiedente con ansia che quella sua gloria gli fosse pagata in licenza ed in sangue!

Il Sangervasio ed i suoi due assistenti accorsero a lui, sebbene non fosse senza loro pericolo, e modestamente ricordarono all'Appel, essersi la città data sotto fede che si sarebbero rispettati gl'imbelli, i rassegnati e gli inermi; epperò pregavano che si frenasse la licenza militare, che le porte e le vie della città si liberassero ai commerci, e che anche nel punire non si procedesse più a capriccio e a furore de' soldaiti. Aspramente rispose Appel: «Non essere tempo di misurati consigli, ma di rigida giustizia; i municipali non a parlar di patti e a muover querele, ma pensassero invece a dargli in mano i capi-popolo, o a denunciarglieli; a far subito sparire ogni traccia delle infami barricate, a riaprir le botteghe, a rassettare il selciato. Conceder loro per questo un termine di 6 ore, e facoltà di usar coi renitenti la forza e le pene; badassero però che anch'essi colla forza e colle pene sarebbero stati astretti a compiere l'ufficio loro

Così li accommiatò minacciando. Poco dopo il Sangervasio, avuto per indizi e per avvisi, certezza, che volevano arrestarlo, dovette trafugarsi fuor di città. Rimasero i due suoi colleghi, i quali con bandi e con messi sollecitarono i bottegai a riaprire i loro fondachi, mostrando come quella chiusura irritasse il nemico e offrisse pretesto d'usare violenza. Ma più di questi conforti valse il pensiero di assoldare sentinelle e postarle a guardia delle botteghe, frenando così colla religione della disciplina quelle orde ubbriache di sangue.

Intanto alla tumultuaria carnificina, succedeva, nuovo argomento di terrore, la carnificina ordinata. Svanera e Siccardi, famosi sgherri di polizia, appena liberati dalle prigioni, ove il popolo aveva loro perdonato la vita, entrarono in caccia: e quanti si fossero in voce o di più caldi amatori della patria, o di più intrepidi al fuoco venivano fiutati, cercati, e, se per loro mala ventura presi, erano nel giro di poche ore tratti in castello o nelle caserme, bastonati, martoriati, e infine fucilati e buttati nelle fosse o sotto i bastioni, ove per più giorni se ne lasciavano insepolti i cadaveri, affinchè servissero di salutare terrore.

Mal si potrebbe dire quanti a questo modo mancassero; ma la fama li reca presso ad un centinaio. Infine tre giorni dopo, alle reiterate supplicazioni del Municipio, il tenente maresciallo Appel promise, e gli parve clemenza, che «da quel dì in avanti nessuno più sarebbe passato per l'armi senza i soliti processi.» Tanto s'erano gli animi spaventati, e le menti alterate che, parve un beneficio il tornare alle enormezze de' giudizi marziali.

«E veramente, scrive il Correnti, in questo fatto di Brescia, quasi come in ultimo schianto di tutte le passioni buone e malvagie che si erano andate ingrossando durante la guerra italiana, trasmodò per modo l'umana natura così in bene, come in male, da toglier fede a chi debba narrarne con tocchi rapidi e riassuntivi.»

Che i soldati austriaci, anzichè infrenati, venissero eccitati dai capi a incrudelire spietatamente contro gli abitanti, possiamo chiarircene leggendo la relazione dell'atroce Haynau. «Quando io vidi, scrive egli, che già moltissimi dei nostri erano caduti, e che nè per la tempesta incessante delle bombe, nè per l'assalto generale s'allentava il furore dei cittadini, che duravano pertinaci alle difese, diedi mano gli estremi argomenti di guerra, comandando che più non si ricevessero prigioni, e che in sull'atto si facesse macello di quanti fossero presi coll'armi indosso, e le case, ove si trovasse contrasto, venissero arse e spianate.» Quest'era la legge di guerra del tenente maresciallo austriaco; ed egli stesso poi confessa che i soldati nel calore del fatto trascorsero più oltre, e diedero in eccessi. Pensino i nostri lettori di qual natura saranno stati questi eccessi, se tali parvero al truculento Haynau. E un tal uomo, chiamato dall'austriaco imperatore suo benemerito, veniva dal medesimo mandato tosto dopo a rizzare le pericolanti sorti dell'impero in Ungheria; e come sotto le mura di Brescia, pur quivi il suo cuore fu chiuso ad ogni senso di pietà([20]).

Comechè la sfrenata licenza dei soldati avesse per modo inorriditi i cittadini, che non pochi si precipitarono alla fuga da incredibile altezza, o cercarono morte più riposata buttandosi sulle armi nemiche, tuttavia, anco in mezzo allo spavento ed al furore che suole aizzare gli uomini, si vide sempre segno della forte ed amorevole natura del popolo bresciano.

Alle famiglie cacciate dalle loro case e raminghe per le vie, ai fuggenti, ai proscritti non furono mai chiuse le porte dai cittadini, quantunque non si potessero aprire senza pericolo di vedere irrompere dietro gli inseguiti i persecutori. Anzi in quei dì nefasti pareva che niuna altra gloria conoscessero i Bresciani e niun'altra consolazione volessero se non quella d'ospiziare qualche Martire della patria; e molte famiglie, che prima erano sembrate tiepide alle speranze, si mostrarono ferventi ai pericoli colla carità. E se ne videro esempi notabili anche nel saccheggio. Imperocchè avendo i soldati aperto delle loro ruberie un mercato fuori di porta Torrelunga intorno al Rebuffone, molti accorsero a comperare, fingendo d'esservi tirati dall'ingordigia del buon prezzo in cui quegli oggetti erano venduti([21]); e acquistato che avessero alcun che andavano cercando i danneggiati e a loro restituivano il mal tolto. E fra gli altri moltissime robe ricomperò e diligentemente restituì una ostessa, che, come bella e giovane, era stata dai soldati trascinata fra le prede, e che, senza lasciarsi avvilire dalla vergogna e dal dolore, volse la sventura propria in soccorso de' suoi fratelli.

«E certo, scrive il Correnti, a frenare gli animi indomiti più valse la pietà, che la paura. E pur troppo spesso nelle case del popolo gli uomini dopo avere per carità delle donne e dei figli patito alcun tempo l'oltracotanza dei nemici, vinti ad un tratto da qualche più acerba trafittura, riafferravano le armi e morivano vendicati. Spesso anche i cittadini, che da più ore s'erano abbarrati nelle loro case, uscirono fuori di nuovo ai pericoli per soccorrere feriti, od accorrere agli incendi. Perchè è da notare che anche in questo estremo i Bresciani sdegnosamente rifiutarono che gli stranieri mettessero mano a soccorrere la città dopo averla rovinata; ed una volta che i soldati fecero vista di mescolarsi coi cittadini per combattere le fiamme che minacciavano d'incenerire tutto un quartiere, furono accolti con imprecazioni e con atti di orrore, sicchè dovettero restarsene.»

Dieci giorni durò Brescia in sull'armi, spesso vincente e non vinta affatto se non colle insidie. Caso unico negli annali guerreschi, ove, si pensi che la città, popolata, come abbiamo più sopra notato, di soli trentacinque mila persone d'ogni sesso e d'ogni età, aveva confitto nei fianchi il castello devastatore, e di più in sulle porte l'oste nemica, che crescendo man mano, in sull'ultimo toccava le venti migliaia di soldati stanziali. A questi appena appena si opposero due in tre migliaia di fucili in mano di cittadini e di valligiani nuovi tutti alla guerra, se ne togliamo le bande dei disertori; il resto sassi, tegole, coltelli. Lontani i patrioti più autorevoli, lontana tutta la gioventù più animosa e più esperta dell'armi, scarso l'erario, le mura indifese, non un cannone, nè un nodo di milizie regolari, nè un ufficiale di esperienza, col quale consigliarsi. E nondimeno o sul campo, o di ferite negli ospitali morirono 1514 nemici; e fra questi un tal numero d'ufficiali, da provare qual fosse l'accanimento nel combattere e il terrore del soldato, a muovere il quale, dopo ch'ebbe assaggiato di che sapessero i Bresciani, bisognarono stimoli di fieri castighi, di insolita emulazione e d'infami promesse. Fra i morti 30 ufficiali, tre capitani, un tenente colonnello, due colonnelli e il generale Nugent. Nel giorno 17 gli Austriaci contavano ancora più di seicento feriti nei tre ospitali.

Più fiate il castello saettò l'incendio e la morte sulle case cittadine, delle quali trecento furono consunte dal fuoco, o guaste; e il danno passò i dodici milioni di lire. Piovvero mille seicento bombe e palle: alcune di pietra, le quali, furono dal Leshke gettate per sordidezza. I vincitori, non contenti alle multe, ai danni dell'incendio ed alle tasse di guerra di sei milioni e mezzo, mandarono al Municipio la polizza dei proiettili e della polvere, chiedendo che la città ne pagasse le spese.

I circa seicento Bresciani che morirono (e più di metà furono donne, fanciulli o inermi presi e martoriati a furore, ovvero assassinati dai giudizi militari a dispetto delle condizioni della resa) furono spazzati via alla rinfusa; e di molti non si trovò il nome o il cadavere.

Consci d'aver dato al mondo un magnanimo esempio, i Bresciani non ruppero al fiero colpo in discordie e in calunnie. E sì che avrebbero potuto con troppa apparenza di ragione dirsi tratti in errore da coloro, che, promettendosi miracoli dall'esercito piemontese, avevano mosso quella pratica esiziale. Ma all'incontro, ricordandosi soltanto che le speranze erano state comuni, e abborrendo dal volgere, secondo il capriccio della fortuna, in colpa ed in biasimo quello che prima a tutti pareva merito e lode, non pensarono neppure un momento a gridare traditori, quelli che l'Austriaco cercava a morte. Anzi tutti d'accordo e principalmente i macellai e gli operai minuti, s'adoperavano anco col rischio di vita, a trarre fuori delle porte e a calare giù delle mura i più noti autori della sommossa, quelli stessi che i sobbillatori e le spie dell'Austria con quell'arte vecchia, che pur troppo, anco in questi dì venne posta in opera per gettare scissura fra noi, accusavano al popolo come macchinatori delle sciagure che aggravavano su Brescia. Onde l'Haynau e l'Appel, per vigili che stessero, non ebbero in mano altro che uomini, i quali non avevano preso parte alcuna a preparare o a dirigere i fatti. Ciò non tolse ai due generali d'incrudelire e allora, e poi; come mostrò l'infame processo del luglio, pel quale dodici popolani, quando già tutta Italia era prostrata e quattro mesi erano corsi sul primo furore delle vendette, furono sentenziati a morire della morte dei ladri. Dodici forche furono rizzate in fila sui baluardi al cantone Mombello in vista dei Ronchi, della città e di quella porta di Torrelunga, ove tante volte i Bresciani avevano con liete grida invocato il Dio della libertà e della vittoria.

 

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Fra un popolo di cotanto eroismo, come quello di cui abbiamo narrato le gesta, non mancarono uomini vili, che cercarono di disonorarlo col mostrare al mondo come esso si trovasse pentito della fatta rivoluzione e che a questa fosse stato travolto soltanto da pochi pazzi, andando, dietro proposta del famigerato Zambelli, in commissione a Vienna per impetrar grazia dall'Imperatore. I Bresciani non potendo protestare altamente contro l'illegale atto, vollero gli emigrati della vinta ma non doma città, residenti in Isvizzera, pubblicare lo scritto, che qui riportiamo, il quale fa conoscere come la sventura non aveva potuto avvilire i petti bresciani.

 

PROTESTA.

 

..... l'8 giugno 1849.

 

«Perchè una Commissione rappresenti legalmente ed equamente una nazione, in ispecial modo quando si tratta del suo onore, non solo deve averne da essa il mandato, ma deve inoltre essere coscienziosamente persuasa che il di lei voto è quello della massa, giacchè senza il primo requisito, la Commissione sarebbe illegale nella sua rappresentanza, senza il secondo, il di lei operato sarebbe iniquo. Ora la Commissione, composta dei cittadini bresciani Giovanni Zambelli, Faustino Feroldi e Camillo Palusella, partita da Brescia per Vienna a riconoscere l'imperatore fanciullo Francesco Giuseppe I, ed impetrar grazia da lui per averlo offeso colla rivoluzione, mancherebbe di entrambi questi requisiti, e perciò la si dichiara illegale ed iniqua

«È illegale, perchè, non solo la Congregazione provinciale che la nominò, dietro proposta del famigerato austriacizzante Zambelli, non poteva avere, nè aveva facoltà di rappresentare il principio nazionale, perchè affatto indipendente dalle mansioni relative alla sua istituzione, ma perchè ancora i pusillanimi cittadini che componevano quella Congregazione non potevano emettere un libero voto sotto la diretta influenza delle baionette austriache, pronte a ferire ove diversamente si fossero espressi.»

«È poi iniqua la commissione, perchè il voto della nazione assolutamente contrario al di lei mandato. E ciò chiaro si appalesa dalla generale rivoluzione del passato anno, riprodotta non ha guari dai Bresciani colla più disperata resistenza, dimostrando in tal modo che fra essi e gli Austriaci non v'ha più transazione, ma che si tratta di vita o di morte; e si manifestò inoltre colla universale riprovazione che susseguì alla nomina della Commissione stessa.»

«In vista di ciò, gli emigrati bresciani, interpreti del vero sentimento della nazione, e come i soli che possano liberamente esprimerlo,»

1.° Protestano altamente in faccia ai popoli d'ogni nazione contro l'operato qualsiasi della Commissione bresciana diretta a Vienna allo scopo di patteggiare vilmente coll'imperatore fanciullo Francesco Giuseppe I, per essere stata la Commissione istessa illegalmente costituita, e per essersi assunto un mandato contrario al voto della nazione;

2.° Dichiarano e sostengono che la provincia di Brescia non perde punto del suo onore nazionale per il fatto illegale ed iniquo della Commissione stessa;

3.° Manifestano la più sentita disapprovazione contro la Congregazione Provinciale, che per vigliacca condiscendenza agli aggressori della nostra patria si lasciò indurre alla nomina di quella Commissione;

4.° Abbandonano all'esecrazione universale gli individui componenti la Commissione, per avere rinnegata la loro patria, cercando di stuprarne l'onore, che i loro concittadini resero sì bello col proprio sangue.»

 

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Gli uomini che hanno fede soltanto in ciò che vedono e che toccano; quelli la cui religione è materia e calcolo, tanto che vorrebbero gettare ghiaccio e chiudere un abbaco fin dentro al divampante cuore del popolo; i pochi di spirito che vorrebbero le rivoluzioni misurate a compasso e che presumerebbero fare l'economo agli slanci popolari, questa gente, che è quanto codarda, altrettanto inetta a capire i grandi problemi dell'umanità, nella caduta di Brescia non vide che quello con cui finiscono le vittorie austriache: oro espilato e vittime massacrate. Il popolo per lo contrario scôrse nel mezzo delle grandi rovine della patria, il grande compenso; misurò le sue forze, sentì la sua potenza, acquistò la sicurezza per l'avvenire; e, superbo della sua opera, per dodici anni nudrì ed espresse un sempre crescente odio allo straniero. Noi teniamo poi per fermo che abbia di molto operato sul cuore non solo dei Bresciani, ma di tutte le genti italiane, lo spettacolo d'un popolo che si dibatte per dieci non interrotti dì colle smisuratamente superiori forze nemiche, e l'un di più che l'altro progredisce nella disperata lotta, e cade schiacciato soltanto dallo sterminato numero, ma pur contando, sopra una delle sue, dieci delle vittime nemiche. La grandezza delle tradizioni e degli esempi hanno sempre gran parte nella riabilitazione dei popoli. Le rivoluzioni di Brescia, di Milano, di Bologna e delle altre città italiane s'ebbero i loro frutti; ne scorgiamo il genio in tutti que' portentosi avvenimenti che vennero succedendosi ne' giorni dell'oggi; e quella fiamma di cui tutta Italia è invasa, la chiamiamo fulgidissima favilla di quelle rivoluzioni.

Concluderemo dicendo che i dieci giorni di Brescia verranno mai sempre ricordati ad onore perpetuo di quella generosa città, ad infamia perenne de' suoi scellerati carnefici.

 

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Le ossa delle vittime dell'insurrezione bresciana inonoratamente sepolte dall'austriaca vendetta, vennero ricuperate dietro accurate indagini d'una Commissione istituita da quel Municipio, e, come cosa santa, con trasporto d'amore, collocate nel pubblico cimiterio.

La mesta e solenne cerimonia del trasporto delle ossa, ebbe luogo il 1.° aprile 1861. Meglio che alla nostra parola a descriverla, noi diamo luogo ad una peregrina narrativa che il bresciano scrittore Federico Odorici gentilmente ci inviava:

«Alcuni scheletri dissepolti nell'ultimo recinto del castello, e che si tennero dapprima miserande reliquie di fucilati del 1849, furono causa di più minute ricerche. Perchè destatasi dal fatto l'attenzione del Municipio e del Circolo Nazionale, una Commissione da quest'ultima eletta, ritrovate quell'ossa di lunga mano più antiche, fu dal Circolo incaricata della indagine di altre, che veramente sapevansi colà disperse, di molte vittime cadute nell'eroica resistenza, che apprese al Leshke ed all'Haynau di che sapessero l'armi nostre.

«Rinvenuti i luoghi che la pietà cittadina aveva già designati come deserte sepolture di quegli assassinati, la nostra Giunta delegava (13 marzo) il conte Gerolamo Fenaroli, il dottor Lodovico Balardini, l'ing. Bortolo Peroni e Federico Odorici, perchè sopravvedessero al disterramento ed al trasporto nel patrio cimiterio dei martiri della nostra indipendenza.

«La disumazione fu principiata in castello il 19 marzo nella cannoniera sotto il torrione così detto dei Francesi. Vi si rinvennero quattro cadaveri barbaramente fracellato il cranio da gravi pietre scagliate loro prima ancora che la terra ne li coprisse. L'una di quelle vittime sembra non spirasse che a quest'ultimo colpo di tedesca rabbia, perchè ci apparvero spalancate le mascelle e schiacciata la fronte sotto il largo sasso. Il poveretto, nelle prime esultanze della rivolta, poneva all'abito bottoni dorati del 1797 recanti il moto Guardia Nazionale Bresciana, e quel moto fors'anche gli costò la vita.

«Il giorno appresso venivano dissepolte l'orsa dei fucilati lungo gli spaldi del Ravarotto. In quattro fosse, così com'erano rimescolati alla rinfusa, e nelle strane guise in cui giacquero, buttativi dentro dall'ira croata, emersero le reliquie di trentadue cadaveri: nè fu cuore dei presenti a quell'orrida scena, che non fremesse di sdegno e di pietà. - Era austriaca sepoltura.

«Per quanto difficile riuscisse alla Commissione discernere ed appartare gli scheletri, una scarpa ed una fibula da prete additarono quello di Andrea Gabetti, come una suola di femminile calzatura e l'ossa delle pelvi designavano i resti d'una donna massacrata coi dodici che nel tumulo rasente alla cinta di S. Giulia furono rinvenuti. Nessun indizio positivo distingueva del resto di tanto salme, quella di Francesco Canobio, mitissima ed innocente creatura; di Pietro Venturini, che terrore de' suoi carnefici, moriva imprecando alla tedesca immanità; di Cesare Nullo, che ferito com'era, fu colà trascinato perchè le palle nemiche troncassero nel fiore delle speranze una giovane vita.

«Se i due comaschi ciotolai, giustiziati nelle fosse del castello a destra dell'ingresso, furono tosto rinvenuti, più difficili tornarono le indagini nella Rocchetta di S. Chiara, dove soltanto al terzo dì si discopersero le spoglie di Pietro Boifava, Sotero Bresciani, Dionisio Donabini, Filippo Franzoni, mentre nel piano di fronte ai magazzeni del Forno di Castello, a rintracciarsi le reliquie del prete Attilio Pulusella e di Luigi Usanza, riuscirono vane investigazioni più rigorose ed insistenti.

«Terminato quel triste ufficio che allo squallore di profana terra toglieva i resti di tanti martiri della bresciana libertà, la Giunta Municipale annunciava la pompa del trasporto, mentre la Commissione volgevasi con altro appello a tutte le classi lavoratrici: a quella massa potente dai terribili commovimenti, che nelle grandi sventure sostenne frequenti volte le nostre sorti, e sempre la dignità del nostro nome. E quell'appello fu inteso; e più di due mila popolani accorsero dimandando al Circolo Nazionale i moti e le bandiere dell'arti.

«La funerea cerimonia doveva compiersi al 1° di aprile, ricorrenza gloriosa della nostra insurrezione, cui le attonite città chiamarono salvatrice dell'avvenire. Quel mattino volgeva mesto e piovoso; ma l'onda dell'affluente moltitudine, lo spiegarsi delle bandiere e il divisarsi a lutto delle contrade dava imponente aspetto di popolo chiamato ad un convegno fraterno, nè d'altro compreso che del compimento di una sacra ed antica promessa.

«La Guardia Nazionale sfilata nella piazza del Duomo, e nella via di Broletto le ventinove Corporazioni dell'arti aspettavano il convoglio che lentamente si avvicinava, e che arrestatosi di fronte alla cattedrale, cessato il rito con cui la religione saluta le ceneri dell'uomo, s'era messo nel centro del grave corteggio, per modo che, precedute dai nostri Bersaglieri e da una banda musicale, venivano l'arti schierate a compagnie, distinte dalle loro bandiere; poi gli animosi Garibaldini; e recante l'impresa, di cui ben presto non avrà più bisogno:

 

«V'aspettan frementi

«Le oppresse città»,

 

la veneta Emigrazione, e dietro ad essa le singole rappresentanze dell'arti e delle industrie provinciali.

«Era il convoglio come di ricco mausoleo. Otto genii, colle faci arrovesciate, seduti appiè del monumento, erano simboli del nostro dolore. Sovr'alta base decorata dell'armi sabaude e cittadine, fiancheggiata dalle italiche bandiere e di funerei vasi, era l'urna dei martiri. Il Bresciano lione posava sull'urna e gli sedeva sul dorso mestamente raccolta la immagine di Brescia, che fiera de' suoi martiri porgea, spezzate per essi, le catene dell'antica servitù. Quattro consiglieri della città ed altrettanti ufficiali della guardia cittadina reggevano i cordoni del feretro, che, trascinato da sei cavalli coperti di gramaglie, cui moderavano vestiti a lutto sei palafrenieri, traspariva da un ampio velo che leggermente ne l'avvolgeva. Ai lati del monumento leggemmo le parole — Vittime della patria libertà — Caddero senza vanto ma da forti. Dietro al carro procedeva col Sindaco l'intero Corpo municipale, e col governatore l'altre civili e provinciali rappresentanze, quelle dei Circoli, del Commercio, della pubblica Istruzione, dei molti Comuni del piano e delle valli, accorse volonterose al commovente rito; nè mancarono sacerdoti che dividessero con noi quest'ultimo saluto ai fratelli caduti. Sei bande musicali empievano frattanto di mestissime armonie le contrade silenti, eppur stipate di popolo, mentre dalle finestre cadevano fiori in sulla tomba, e più d'un volto immoto su di lei, come di vinti dalla piena di commozioni profonde, si rigava di pianto. Il corteggio era chiuso dall'intera Legione della Guardia Nazionale.

«Tra le bande Musicali quella di Breno attrasse i nostri sguardi. La ricca e fantastica sua divisa di velluto nero a candidi cordoni, armonizzava colla mestizia della pompa; se non che la breve tunica stretta al fianco da una sciarpa azzurra che dall'un capo libera scendeva, e un non so che di spigliato ritraente del bersagliere, le dava carattere alpigiano ch'era nuncio dei luoghi da cui veniva, i quali a noi per secoli congiunti di lingua, di costumi, di glorie e di sventura, a noi tolti sul principiare del secolo, ridati ora dalle sorti mutate, riconsacravano in quel giorno, dodici lustri, sull'ossa dei nostri martiri la fratellanza antica.

«Giunto il convoglio di fronte al camposanto, il cui viale era messo a cippi ed are e serti di fiori, o confaloni divisati a corruccio, ritrovò già sfilate a riceverlo le compagnie dell'arti, mentre la Guardia Nazionale col tuono delle artiglierie e coi fuochi di fila egregiamente riusciti, ne salutavano l'arrivo.

«Finalmente, dall'alto della tribuna, suonò poderosa la parola del nostro Salvoni, che trasfuso negli animi commossi l'entusiasmo del suo, vi destò sentimenti ed affetti, a ciascuno dei quali rispose un palpito dei nostri cuori. E quando facevasi promettitore, che la virtù dei figli sarebbe stata degna dell'olocausto dei padri, lo giuriamo, gridò una voce solitaria emersa dalla calca; e il forte grido corse vibrato per la vasta moltitudine come un eco solenne e per poco la sacra dignità di quell'istante non fu vinta dal prorompere impetuoso d'una di quelle manifestazioni, che nei popoli concitati hanno sempre un non so che di sublime e di tremendo.

Sulla porta del tempio, dettata dal conte Lechi, era la bella epigrafe:

 

RITI SOLENNI

PER L'INUMAZIONE DELLE OSSA DEI NOSTRI FRATELLI

CHE L'AUSTRIA RABBIA

ASSASSINÒ E SEPPELLÌ A GUISA DI BELVE

IN POCA TERRA

SCAVATA DALLE MANI STESSE DEI MISERI.

 

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DIO VINDICE E LIBERATORE

CHE NELLA TUA MISERICORDIA

BENEDICI AI POPOLI REDENTI

ACCOGLI LE PRECI E LE LACRIME DEI BRESCIANI

PER QUESTI MARTIRI

CHE NELL'AGONIA IMPLORAVANO QUELLA GIUSTIZIA

CHE CI DIEDE ALFINE UNA PATRIA.

 


 

MARTIRI DI BRESCIA

 

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Brescia nel 1836, colpita dal flagello del cholera, erigeva piamente nel suo cimitero un cenotafio comune, ove tutte sono ricordate le vittime del contagio; noi siamo sicuri che, non andrà molto, essa porrà una colonna votiva a commemorazione dei Martiri suoi. Frattanto con religioso sgomento qui trascriviamo i nomi che si sono potuti ricavare. Alle vittime ignote, che non hanno lasciato che un brano di cadavere irreconoscibile, e forse un'angoscia segreta in qualche umile cuore, provvegga la giustizia di Dio!

 

1.    Albertani Angelo, di Brescia, massacrato.

2.    Anderloni Faustino, id., d'anni 45, massacrato

3.    Angeli Andrea, idem, d'anni 62, agricoltore, massacrato.

4.    Apostoli Tommaso, idem, morto all'ospedale per ferita di bomba.

5.    Archetti Domenico, idem.

6.    Arrighini Federico, idem, morto per ferite.

7.    Arrighini Rosa, idem, d'anni 30, cucitrice, ferita in sua casa, poi morta.

8.    Baronio Pietro, idem, d'anni 40, cuoco, preso e fucilato in castello.

9.    Bassi Pietro, idem, d'anni 15, preso e fucilato in castello.

10. Beccaguti Vincenzo, idem, d'anni 52, massacrato.

11. Bellini Giovanni, idem, d'anni 48, cuoco, morto all'ospedale per ferite.

12. Berardi Pietro.

13. Bernasconi Antonio, idem, d'anni 38, muratore, massacrato dai soldati in cantina.

14. Berti Bortolo, idem, d'anni 48.

15. Bertolani Antonio, idem, d'anni 51, muratore, ucciso.

16. Bertolani Giuseppe, idem, d'anni 27, muratore, figlio del suddetto, ucciso.

17. Bertolani Giuseppe, idem, d'anni 25, muratore, figlio del suddetto, ucciso.

18. Bertua Giovanni, idem, d'anni 48, oste, preso in sua casa e fucilato sugli spalti dai soldati.

19. Bettini Marco.

20. Boggiani Faustino.

21. Bonata Pietro, idem, d'anni 20, morto per ferite all'ospedale.

22. Bonduri Andrea, idem, d'anni 39, prestinaio, ucciso in sua casa, ammogliato e padre di tre teneri figli.

23. Bonfanti Gio. Battista, idem, d'anni 49, sarto e possidente, massacrato dai soldati che invasero la sua casa.

24. Bonservi Giovanni, di Milano, d'anni 57, indoratore, morto per ferita al braccio sinistro.

25. Braga Pietro, di Brescia, d'anni 15, ucciso dai soldati.

26. Bracchi Carlo, idem, d'anni 32.

27. Bresciani Angelo, idem, d'anni 29, ucciso dai soldati.

28. Bruschi Giuseppe, morto all'ospedale per ferite.

29. Buffi Gio. Antonio, idem, d'anni 49, calzolaio.

30. Calabi Carlo, idem, d'anni 35, negoziante israelita, morto per ferite.

31. Calzavelli Margherita, idem, d'anni 70, uccisa dai soldati.

32. Capellini Giovanni, idem, morto per ferite.

33. Carobi Pietro, idem, d'anni 67.

34. Cassamali Giuseppe, morto per ferite.

35. Chiodo Pietro, di Bedizzole, d'anni 25, farmacista, morto in combattimento.

36. Chiodo Gio. Battista, idem, d'anni 20, studente, fratello del suddetto, ferito in ambe le braccia, ed amputato che ne moriva.

37. Cominardi Vincenzo, morto all'ospedale per ferite.

38. Conti Gaetano, di Brescia, d'anni 39.

39. Corsetti Antonio, di Gargnano, d'anni 18, studente, morto in combattimento.

40. Costa Giacinta, di Brescia, d'anni 88, uccisa dai soldati.

41. David Carlo, idem, d'anni 46.

42. Duina Gio. Battista, idem, d'anni 46, ucciso dai soldati.

43. Eretico Gio. Battista, d'anni 56.

44. Ferrari Luigi, idem, morto all'ospedale per ferite.

45. Ferretti Giuseppe, idem, d'anni 17, vetturale, ferito in fronte da una palla e morto.

46. Filippi Andrea, d'anni 60.

47. Fogliata Gio. Battista, morto all'ospedale per ferite.

48. Francinelli Pietro, idem, d'anni 48, ucciso dai soldati.

49. Franzoni Benedetto, idem, d'anni 29, macinatore.

50. Franzoni Gio. Battista, idem, d'anni 31, agente di negozio.

51. Gabaglio Fedele, idem, d'anni 66, muratore, massacrato dai soldati nella sua cantina dove si era nascosto.

52. Gabaglio Francesco, idem, d'anni 24, massacrato come sopra.

53. Gabetti Andrea, di Urago Mella, d'anni 41, sacerdote, prese inerme a porta Torrelunga e fucilato il 1° aprile in castello.

54. Gazzoli Pietro, di Volta Bresciana, d'anni 35, agricoltore.

55. Genovesi Girolamo, morto all'ospedale per ferite.

56. Gherber Alberto, svizzero, d'anni 19, cameriere, gettato dalla finestra dai soldati che ne invasero la casa, moriva.

57. Gigalini Gio. Battista, di Brescia, d'anni 29, barbitonsore.

58. Giacomini Francesco, idem, d'anni 32.

59. Giuliani Giuseppe, idem, sarto, colpito da una bomba, moriva.

60. Godi Giovanni, idem, d'anni 39, ucciso dai soldati.

61. Grassi Giovanni, idem, d'anni 32, prestinaio.

62. Guerrini Cesare, idem, d'anni 23, dottore in legge, ferito al ginocchio in combattimento, fu amputato, e moriva.

63. Guerrini Paolo, idem, morto all'ospedale per ferite.

64. Guerrini Carlo, idem, d'anni 44.

65. Inselvini Gio. Battista, idem, d'anni 32, oste.

66. Lecchi Benedetto, idem, d'anni 72, falegname, massacrato in sua casa.

67. Locatelli Francesco, idem, d'anni 68, ucciso dai soldati.

68. Longhi Innocente.

69. Lovatini Temistocle, idem, d'anni 19, studente, ferito, fu fatto prigioniero e fucilato.

70. Lumieri Giovanni, idem, d'anni 40, sensale.

71. Maffezzoni Giuseppe, idem, d'anni 66, domestico, ucciso dai soldati.

72. Marti Giuseppe, d'anni 55, agricoltore.

73. Mazza Angelo, idem, d'anni 22, argentiere.

74. Mazza Faustino, idem, d'anni 77, sacerdote, venne abbruciato dai soldati.

75. Mayer Carlo d'anni 32.

76. Melchiori Rosa, idem, uccisa dai soldati.

77. Micheli Pietro, idem, d'anni 40.

78. Mottinelli Lorenzo, idem, d'anni 57.

79. Mostacchini Antonio, idem, oste, ucciso dai soldati in sua casa.

80. Ninzola Luigi, idem, d'anni 31.

81. Novelli Giuseppe, idem, morto all'ospedale per ferite.

82. Nullo Cesare, idem, d'anni 24, negoziante, ferito, fu fatto prigioniero e fucilato.

83. Onofrio Gio. Pattista, idem, d'anni 30, possidente, ferito nella coscia destra, moriva.

84. Paderni Giuseppe, idem.

85. Fari Alessandria, idem, incendiata.

86. Parolari Luigi, idem, d'anni 28, negoziante di biade, martoriato ed ucciso in sua casa.

87. Parzani Andrea, idem, d'anni 56, canestraio, morto di ferite ricevute in combattimento.

88. Pasotti Felice, idem, possidente, prestinaio, uscendo da città il giorno dopo le ostilità, venne ucciso dai soldati, che lo spogliarono di alcune migliaia di lire, nella partizione delle quali essendo nato contrasto col loro ufficiale, lo uccisero.

89. Pasqualigo Gaetano, idem, d'anni 65, giornaliere.

90. Pedrini Barbara, idem, d'anni 65, cucitrice, uccisa dai soldati.

91. Pellegrini Santa, idem, d'anni 65, abbruciata.

92. Pelizzari Bortolo, idem, d'anni 66, ucciso dai soldati.

93. Perati Pietro, idem, morto all'ospedale per ferita di bomba.

94. Patiroli Giacomo, idem. d'anni 68, patinista, colpito da fucilata uscendo di casa.

95. Perlotti Faustino, morto all'ospedale per ferite.

96. Peroni Bortolo, idem, d'anni 61, possidente ed oste, martoriato e ferito venne gettato dalla finestra dal 4,° piano della sua casa, alla quale i soldati diedero fuoco dopo saccheggiata.

97. Peroni Pietro, idem, d'anni 27, figlio del suddetto, martoriato some sopra.

98. Piazza Luigi, d'anni 60, giornaliere.

99. Pini Giacomo, d'anni 60.

100.                    Prina Giacomo, morto all'ospedale per ferite.

101.                    Radici Serina, idem, d'anni 42, moglie del direttore del collegio Guidi; invaso il collegio dai soldati, venne uccisa con 10 alunni dell'età dagli 8 agli 11 anni.

102.                    Ragni Giovanni, idem, morto all'ospedale per ferite.

103.                    Ragni Bortolo, idem, morto all'ospedale per ferite.

104.                    Ragni Faustino, idem.

105.                    Rienzi Antonio.

106.                    Ronchetti Pietro, morto all'ospedale per ferite.

107.                    Ronchi Gaetano, ferito sulle mura da una palla in fronte, moriva.

108.                    Rubini Francesco, idem, d'anni 13, studente nel collegio Guidi, ucciso dai soldati.

109.                    Sandri Giacomo, idem, d'anni 50, ucciso dai soldati.

110.                    Sandrini Andrea, idem, d'anni 37, vetturale, ferito, moriva all'ospedale.

111.                    Serafini Paolo, d'anni 37.

112.                    Servergnini Paolo.

113.                    Sigalini Francesco, d'anni 41.

114.                    Squassini Luigia, idem, d'anni 24, cucitrice, ferita dai soldati in sua casa e poi morta.

115.                    Tavelli Michele.

116.                    Tavelli-Lubbi Teresa, idem, d'anni 17, sposa da mesi, uccisa dai soldati.

117.                    Tedeschi Cesare, d'Adro, possidente prigioniero, fu fucilato.

118.                    Tisi Giuseppe, di Gargnano, d'anni 36, maiolino, morto in combattimento.

119.                    Tosi Massimiliano, di Brescia, morto all'ospedale per ferite.

120.                    Tosini Giorgio, idem, d'anni 70, calzolaio, ferito da bomba, moriva.

121.                    Trenchi Beniamino, idem, morto all'ospedale per ferite.

122.                    Trentini Giovanni, idem, d'anni 64, ucciso dai soldati.

123.                    Valsecchi Luigi, morto all'ospedale per ferite.

124.                    Vanini Luigi, d'anni 45.

125.                    Ventura Luigi, idem, morto all'ospedale per ferite.

126.                    Venturini Pietro, idem, d'anni 63, fu preso inerme in casa sua, condotto in castello e fucilato.

127.                    Vicentini Gio. Battista, d'anni 70, ucciso dai soldati.

128.                    Vicentini Pietro, d'anni 50, ucciso dai soldati.

129.                    Vicentini Luigi, d'anni 35, ucciso dai soldati.

130.                    Vimercati Ulisse, d'anni 18.

131.                    Vonong Carlo, Ungherese, d'anni 40, si battè da prode, e moriva in combattendo.

132.                    Zambelli Teresa, di Brescia d'anni 73, madre del direttore Guidi, massacrata in sua casa.

133.                    Zamboni Catterina, maritata Fava, idem, morta per ferita di bomba.

134.                    Zatti Costantino, idem, morto all'ospedale per ferite.

135.                    Zatti Paolo, idem, morto all'ospedale per ferite.

136.                    Zima Carlo, idem, d'anni 26; fabbricante di carozze, abbruciato vivo con un croato.

137.                    Frate Arcangelo, idem, d'anni 75, P. Francescano, ucciso da un croato in sua casa.

 

 

Oltre ai sunnominati si debbono aggiungere:

 

a)                     Diciassette morti trovati in parrocchia Santa Maria Calchera, non riconosciuti.

b)                     Altri tre, i cui cadaveri mutilati si rinvennero nell'orto del Dazio porta Turrelunga, e che non erano riconoscibili, e fra cui forse quello del povero Taglianini.

c)                     Venti individui Bergamaschi appartenenti alla legione Camozzi stati rinvenuti morti in casa Caldera nel comune di Fiumicello; nel territorio del qual comune furono pure trovati altri quattro individui appartenenti alla stessa legione.

d)                     Altri 16 individui della stessa legione, dei quali 11 Bergamaschi, 5 della provincia bresciana, che fatti prigionieri e condotti in castello, furono fucilati.

e)                     Il 5 aprile 1849 furono sepolti altri 29 individui morti nei combattimenti del 30 e 31 Marzo, e 1° aprile, i quali vennero raccolti nella fossa della città tra porta Torrelunga e il Casino della Polveriera.

 

Al numero risultante dal presente quadro ve ne sarebbero da aggiungere molti altri, che venivano nei giorni del trambusto seppelliti dai cittadini, ed altri sotterrati dal militare all'insaputa del civile.

 

In occasione del disterramento praticato nel 19 marzo 1861, venivano riconosciuti gli scheletri de' seguenti generosi Martiri

1. Boifava Pietro, vero sacerdote del Vangelo.

2. Bresciani Sotero.

3. Canobio Francesco, giovine elettissimo per molte virtù cittadine.

4. Donabini Dionisio.

5. Franzoni Filippo.

 

In questo martirologio non dobbiamo dimenticare i nomi di:

 

1. Pulusella Attilio.

2. Usanza Luigi,

fucilati dall'ira austriaca prima dell'eroica difesa.

 

Nomi dei 12 individui stati appiccati, 6 il giorno 9, e gli altri 6 il susseguente giorno 10 luglio per aver preso parte alla insurrezione di Brescia: ciò per sentenza del Consiglio di guerra radunatosi per ordine dell'I.R comando dell'armata d'Italia.

 

Maccatinelli Pietro, detto Cicca di Brescia, d'anni 31, nubile, macellaio.

Rizzi Costantino, detto Pitanzini, idem, d'anni, 31, ammogliato e padre, tintore,

Bianchi Vincenzo, di Pavia, d'anni 26, nubile, orefice.

Gobbi Bortolo, di Lumezzane, provincia di Brescia, d'anni 19, nubile, calzolaio.

Conegatti Gaetano, di Brescia, d'anni 38, nubile, tintore.

Dall'Era Giovanni, detto Gobbo, idem, d'anni 27, nubile, macellaio.

Avanzi Giovanni, detto Pestaos od Inoci, idem, di anni 46, vedovo con due figli, calzolaio.

Zanni Napoleone, idem, d'anni 29, nubile, muratore.

Zanini Pietro, di Villanova, provincia di Brescia, di anni 45, ammogliato e padre, fruttivendolo.

Zanini Pietro, detto Peteo di Brescia, d'anni 30, nubile, fruttivendolo.

Zappani Francesco, di sant'Eufemia, provincia di Brescia, d'anni 31, nubile, falegname.

Maggi Bonafino, detto Barabba, di Milano, d'anni 30, nubile, macchinista.

COMANDO DEL TERZO CORPO D'ARMATA

 

Brescia, 21 dicembre 1813.

 

All'Inclita I. R. Delegazione Provinciale.

 

Sembra essere intenzione di un certo partito di dar a divedere il proprio malcontento intorno allo stato attuale delle cose col non frequentare, in maniera come concertata, le rappresentazioni teatrali. Affinchè non vi abbia nemmeno l'apparenza, che gli impiegati di queste II. RR. cariche civili e della città, i quali pur ricevono il loro onorario dallo Stato, convengano in così semplici e frivole dimostrazioni col non andare al teatro, si dovrà significare ai medesimi, giacere nella natura della cosa che tutti i pubblici impiegati abbiano ad abbonarsi alle rappresentazioni teatrali che stanno per aver luogo, ed in quanto non vi si oppongano forti impedimenti frequentare eziandio il teatro, per non figurare siccome prendenti parte a quelle meschine dimostrazioni.

 

Haynau, tenente maresciallo.

PROCLAMA

 

L'avviso stato pubblicato in questa città il 6 passato settembre prescriveva che tutti gl'individui presso i quali si fossero trovati oggetti militari di qualsiasi specie appartenenti a truppe austriache, ovvero a quelle di altre potenze, od a corpi franchi formatisi sotto il passato governo provvisorio, erano obbligati a farne immediata notificazione a questo I. R. comando sotto comminatoria che qualora si fossero in seguito trovati simili oggetti non notificati i detentori sarebbero stati trattati secondo le vigenti leggi militari.

Malgrado ciò si scopersero ora diversi magazzini chiusi sotto chiave, con iscienza di questa municipalità, nei quali trovansi accumulate considerevoli quantità di monture e di effetti d'armatura d'ogni specie in parte già perfezionati, ed in parte ancora in materiali, non solo di ragione dell'Austria, ma anche di altre potenze estere.

Questo accumulamento di sì rilevante numero di forniture militari, che per essere durato quattro mesi, deve dirsi operato a disegno, è tanto più inescusabile e colpevole, in quanto che partì dalla prima autorità della città, alla quale non essendo ignota l'esistenza dei suddetti magazzini, correva già obbligo per suo dovere d'ufficio di farne la notificazione, e la consegna anche senza il preciso avviso di sopra enunciato.

La sleale occultazione di tanta ragguardevole quantità di monture ed effetti di armatura austriaca tolta all'I. R. militare non poteva essere ignota neppure agli abitanti della città, il che non fa che confermare di nuovo lo spirito ostile, in cui questa stessa città continuamente persiste. Anche lo scoprimento di fucili carichi nascosti appartenenti alle truppe austriache verificatosi in occasione dell'incendio non è guari quivi scoppiato, è un'altra prova della cattiva disposizione di questi abitanti.

Tali fatti, e la conservazione dei magazzini ripieni di effetti militari non fanno fede di sentimenti leali e di pacifiche tendenze, e non possono trovare spiegazione se non se nella speranza che si nutre di rimettere all'occasione gli effetti medesimi ai nemici dell'Austria.

Per queste misure di alto tradimento, e per l'opposizione che si manifesta in ogni occasione contro il legittimo I. R. governo, la città di Brescia, ad ammonizione ben anco delle altre città che fussero dello stesso spirito, viene multata della somma di austriache lire 520.000, alla quale dovranno contribuire in ragione del rispettivo scotato d'estimo tanto i proprietari di una o più case in Brescia coll'aggiunta della cifra d'estimo della possidenza che potessero avere in provincia, quanto coloro che avendo soltanto regolare domicilio in questa città di Brescia possedessero beni immobili nel territorio bresciano.

La quota parte dei singoli contribuenti dovrà essere versata pel giorno 21 del prossimo venturo febbraio al più tardi nella cassa dell'esattore comunale di Brescia sotto la comminatoria ai morosi dell'immediata esecuzione forzosa.

L'I. R. Delegazione provinciale resta incaricata della pronta e puntuale esecuzione del presente proclama.

Brescia, 4 gennaio 1849

Il comandante l'I. R. 3° Corpo d'armata

I. R. ten. Maresciallo Haynau

 

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NOTIFICAZIONE

 

Egli è un fatto comprovato dalle investigazoni praticate che la recente diserzione, la quale va sempre più estendendosi, dei già disertori del reggimento conte Haugwitz, rientrati in seguito al perdono generale, è indotta principalmente dalle insinuazioni dei loro parenti ed amici, i quali, dal canto loro, sono a ciò eccitati da malevoli ed ingannevoli dicerie di ogni maniera, che loro danno ad intendere i male intenzionati: ed è pur cosa di fatto che cotali disertori si trattengono nel circondario dei comuni, e che anzi vengono da questi sussidiati.

Allo scopo di porre possibilmente un argine a questo procedere ostile, il quale, nella maggior parte dei casi, non può dai comuni ignorarsi, si fa noto colla presente, che quel comune nel cui territorio trovasi il disertore, qualora non avesse a consegnare il medesimo entro il termine che gli verrà fissato, dovrà pagare la multa di austriache lire 500.

Nelle stesse pene incorrerà pure quel comune in cui venga colto il disertore in qualsiasi altro modo, e questi deponga d'essersi trattenuto in esso comune senza essere stato dal medesimo notificato e consegnato.

La famiglia di un tal disertore dovrà inoltre fornire al detto reggimento un individuo idoneo preso dal seno della medesima, e quando questo non vi fosse, dovrà provvedere il comune per la presentazione di un altro soggetto, da prendersi dal comune stesso, il quale rimarrà presso il reggimento qual supplente del disertore sino a che quest'ultimo sarà ricondotto ad esso reggimento. Qualora il disertore avesse esportate in questa rinnovata di lui evasione effetti di montura ovvero d'armatura, il comune rispettivo dovrà pure presentarne l'indennizzo giusta l'ordine che al medesimo sarà per pervenire.

Quel comune, il quale, cinque giorni dopo che gli sarà stata partecipata la relativa condanna, che non avrà versata la multa che si sarà tirata addosso nella maniera suindicata, ovvero il rimborso presso il commissario distrettuale, cui appartiene per l'ulteriore trasmissione all'imperiale regio comando del terzo corpo d'armata, sarà punito col doppio importo della multa stessa, e verrà inoltre colà spedito un corrispondente distaccamento di truppa per l'esecuzione, il quale vi si tratterà a spese del comune, e con l'aggiunta di una lira austriaca al giorno fino a che la somma di detta multa sarà soddisfatta.

Per quei comuni poi, i quali, persistendo nella resistenza, daranno a conoscere con ciò la continua loro disposizione ostile, verrà proceduto contro di loro ad altre più severe misure militari.

La presente notificazione dovrà esser letta in ciascun comune dal parroco al pubblico raccolto nella chiesa, per tre giorni, fra i quali dovrà cadere una domenica, e dovrà inoltre essere affissa al locale del comune e partecipata dalla deputazione comunale a quella famiglia in ispecie alla quale appartiene l'uno o l'altro dei disertori.

Brescia, 15 gennaio 1849.

Haynau.

 

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NOTIFICAZIONE

 

Essendo avvenuti ripetutamente nell'intervallo di questi ultimi quattro giorni gravi eccessi a perturbare la quiete, quali sarebbero uno sparo d'arma carica a palla stato diretto il 15 corrente contro la quasi caserma in casa Cazzago, ed una sassata lanciata da una casa il giorno 18 pure corrente contro una pattuglia, nella quale occasione si ebbe perfino l'ardire di insultare e scagliar sassi non solo contro i singoli soldati tranquilli, che passavano a caso, ma ben anche contro le pattuglie mandate a ristabilir l'ordine e la quiete, così allo scopo di mantenere sì l'uno che l'altra, trovo di ordinare quanto segue:

Sono severamente proibite le adunanze di ragazzi e giovinetti adulti, che hanno luogo, a quel che sembra, non senza scopo, sui bastioni, i quali ragazzi, mediante giuochi clamorosi, attirano numerosi spettatori, gran parte dei quali si compone di persone che approfittano di quest'occasione per provocare in modo petulante il militare. Qualora in onta a tal divieto avesse a rinnovarsi un cosiffatto scandalo saranno sottoposti al meritato castigo non solo i ragazzi che verranno arrestati, ma saranno severamente puniti i loro genitori, ed in mancanza di questi i parenti, ovvero le persone incaricate della sorveglianza dei medesimi, correndo loro obbligo di curare che simili fanciulli oziosi non vengano sedotti a cattivi fini.

All'intento però di meglio ovviare in avvenire simili perturbazioni della quiete, introdotte a disegno, costituisco in pari tempo solidariamente responsabile quel circondario della città, in cui avesse a verificarsi un inconveniente di tale natura, ed impartisco parimente l'ordine che all'evenienza di simili casi venga immediatamente colà acquartierata per l'ulteriore mantenimento dell'ordine una divisione, ovvero a norma delle circostanze un intiero battaglione, per le cui competenze di tappa durante tutto il tempo di questa occupazione militare dovrà provvedere il corrispettivo circondario, il quale dovrà pagare inoltre una multa di austriache lire 5000. Ciascuna casa, dalla quale venisse gettato un sasso, qualora non venga consegnato il colpevole, dovrà essere sgombrata intieramente entro 24 ore, e sarà ridotta a caserma a spese del circondario della città, e come tale subito occupata dal militare, ovvero rivolta ad altro uso.

Si ricorda da ultimo, che il gettar sassi contro le pattuglie porta con sè, secondo la legge marziale, la stessa pena della resistenza a mano armata.

Nel caso che queste sassate partano da un assembramento di persone, le pattuglie hanno ordine di rispondere a cotali attacchi con una scarica a palla.

Le vittime colpevoli od innocenti, che in conseguenza di ciò rimanessero colpite, dovranno ascriversi a sola colpa degli autori di un tale conflitto.

Brescia, i febbraio 1849.

L'I. R. comandante del 3.° Corpo d'armata.

Tenente maresciallo Appel.

 

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N° 14-24

 

I. R. INTENDENZA PROVINCIALE DI FINANZA

 

Brescia, 6 marzo 1849.

Con sommo mio dispiacere mi viene oggi partecipato da S. E. il tenente maresciallo barone di Appel, comandante il terzo corpo d'armata, che alcuni degli impiegati di Finanza si permettono di indossare distintivi anti-politici tendenti a dimostrazioni contro l'attuale ordine di cose, come sarebbero abiti di velluto, stivali rossi e cappelli così detto alla Calabrese, all'Ernani, alla Profuga ecc., ecc.

Non potendosi tollerare, massime nei pubblici impiegati, i quali anzi dovrebbero servire di buon esempio agli altri abitanti, il rimarcato abuso, siccome scandaloso ed ostile all'attuale governo, così d'ordine della prelodata S. E. diffida tutti i signori impiegati a smettere in giornata i suddetti distintivi, perchè in caso contrario dovranno a sè stessi imputare le severe misure delle leggi militari da cui sarebbero impreteribilmente colpiti i renitenti, contro le quali non varrebbe al certo l'opera mia in loro favore.

E perchè nessuno degli impiegati da me dipendenti abbia ad allegare ignoranza di queste determinazioni, i signori capi d'uffizio trarranno copia della presente sulla quale dovranno essere riportate le firme di tutti gli impiegati addetti all'ufficio rispettivo, e me la rassegneranno in giornata e prima della scadenza dell'ora d'ufficio.

I dirigenti poi dell'ufficio medesimo saranno ritenuti responsabili dell'inesecuzione della stessa.

Pagani

 

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MUNICIPIO DI BRESCIA.

 

AVVISO

 

Una rappresentanza di cittadini per la difesa della patria ha nominato un Comitato apposito, composto dei seguenti:

Ingegnere professore Luigi Contratti,

Dottore Carlo Cassola.

«Cittadini, il vostro amore per la patria è conosciuto, ed ora è il tempo di darne una luminosa prova; avvicinatevi al Comitato, che fissa la sua residenza nel locale del Teatro, ed attendete da lui direzione ed ordine.

Brescia, 24 marzo 1849.

Per il dirigente Sangervasio

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Elegge e nomina in via d'urgenza le seguenti Commissioni:

Per l'organizzazione della Guardia nazionale, con incarico di sorvegliare l'esatto adempimento del servizio e la distribuzione delle relative paghe:

I signori ingegnere Domenico Buizza,

Dottor Pietro Buffali,

Ingegnere Camillo De-Dominici,

Dottore Carlo Tibaldi;

Per l'acquisto delle armi e munizioni:

I signori Vincenzo Grassi,

Serafino Volponi,

Giovanni Micheloni,

Zaccaria Premoli;

Per la distribuzione delle armi e munizioni:

I signori ingegnere Pietro Pedarali,

Ragioniere Alessandro Usardi.

Le summentovate Commissioni avranno residenza nel locale del Teatro.

Dall'Ufficio, 24 marzo 1849.

I membri del Comitato

ContrattiCassola.

 

 

 

IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 29 marzo 1849.

I sottoscritti, stati eletti per provvedere alla difesa della patria, nell'accettare sì grave incarico confidano che i cittadini i quali diedero già tante belle dimostrazioni di amor patrio vorranno concorrere con tutta l'energia di cui sono capaci, a sostegno di una così santa causa.

Frattanto si invitano tutti coloro che possiedono uno schioppo e che non fossero ancora organizzati in pattuglie, a presentarsi oggi alle ore dieci antimeridiane alla caserma nel Teatro, ove si dirigeranno alla Commissione già nominata per l'organizzazione e pagamento della Guardia nazionale, avvertiti che a coloro che traessero i mezzi di sussistenza dal giornaliero lavoro verrà corrisposta la mercede di lire 1,50.

 

Cittadini!

 

Nessun privato interesse, nessun timore vi trattenga dall'accorrere alla chiamata, e considerate quale infamia piomberebbe su quelli che non si prestassero in momenti tanto decisivi per la salute della patria.

Unione - Costanza - Coraggio.

Cassola – Contratti

 

 

MUNICIPALITÀ DI BRESCIA

AVVISO.

 

La rappresentanza Municipale di questa città trovasi necessitata a dover provvedere ai mezzi di pubblica sicurezza e difesa, la quale venne ieri affidata ad un Comitato composto dei signori ingegnere Luigi Contratti e dottore Carlo Cassola.

Trattasi di confermare nel Comitato medesimo ogni relativo potere di somministrare i mezzi ad agire nell'importantissimo ed urgente mandato.

Il rappresentante Municipale a questa scopo, e per essere appoggiato al voto della popolazione, invita tutti i possidenti e censiti, negozianti ed esercenti arti liberali della città, e quelli ancora della provincia che si trovassero, a recarsi oggi alle ore quattro pomeridiane nel palazzo Municipale della Loggia per deliberare sopra così importante oggetto.

Brescia, dal Civico Palazzo, il 25 marzo 1849.

Per il dirigente Sangervasio.

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

CIRCOLARE.

Ai reverendi Parrochi

della città e campagna della provincia di Brescia.

 

Sacerdoti! A voi, che tanta influenza, pel sacro vostro ministero, avete sulla popolazione, è giunto il momento dell'opera vostra.

Il sole della nostra indipendenza aveva già rischiarato il nostro bel paese l'anno scorso, e poscia offuscatosi, ora comincia a mostrarsi più bello, ed a lasciarne scorgere speranze, e speranze fondate di libertà ed indipendenza dello straniero.

Ma non basta l'affidarsi all'esito di una battaglia fra le due armate, che delle notizie avute è a noi favorevole; è necessario che anche la popolazione lombardo-veneta dia mano contro il comune nemico, contro lo straniero, e mostrandosi e lui imponente ed infesta, agisca sul morale di truppe preste alla diserzione, e poco vogliose al combattere, come le italiane e le ungheresi, e sia al nemico di danno, o col scemarlo di numero, o col rendergli difficile il provvigionarsi, e le operazioni militari nel caso specialmente di una ritirata ai loro nidi.

Brescia e Bergamo hanno di già dimostrato di essere comprese di queste massime, hanno di già inalberata la bandiera della rivoluzione, e dimostrato all'austriaco cha non aspettavamo che il segnale per armarsi e difendere col loro sangue e colla loro vita quanto si ha di più caro dopo Dio; la nostra patria.

Ora a voi si indirizza questo Comitato di pubblica difesa, a voi, ministri di un Dio giusto, onnipotente e che vuole mantenuti agli uomini i diritti che a lui concesse col dare un'anima, un pensiero libero, una patria, affinchè col vostro carattere sacro alla popolazione abbiate a secondare lo spirito d'indipendenza che così bene si ebbe già a manifestare in questa città ed in alcuni paesi. Nè solo è Ufficio il secondare, ma se siete veri patrioti dovete eccitare la popolazione, far conoscere ad essa il debito verso la patria. Ma i giovani specialmente accorrino alla caserma ed alla città, che quivi sarà loro dato un fucile, un'arma, onde con essa dar prova del loro amor patrio; pronti i cittadini a dividere seco loro il pane ed i pericoli.

Sì, voi dovete parlare, voi dovete col crocifisso in mano gridare l'allarmi, voi dovete far conoscere colle vostre influentissime parole come si deve amare la patria, e quanto deve farsi per essa contro lo straniero.

Se compirete quest'ufficio, Dio nella sua giustizia vi benedirà, la patria ve ne sarà grata, la storia, parlerà di voi, la vostra coscienza ed il vostro cuore saranno tranquilli. Guai a voi se non lo compirete, guai per la vostra coscienza e per la esecrazione dei vostri concittadini e congiunti.

Brescia, 25 marzo 1859([22]).

I membri del Comitato

Contratti - Cassola.

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, il 26 marzo 1849.

Questo Comitato avrebbe intenzione di formare una guardia di arditissimi bersaglieri, ai quali verrebbero affidate importantissime operazioni di difesa ed offesa.

Si invitano pertanto tutti coloro che avessero il coraggio e l'attitudine per appartenere a questo corpo distinto a presentarsi nella caserma del Teatro alle dodici meridiane d'oggi, ove verranno debitamente organizzati e si assegneranno loro le relative incombenze.

 

Giovani Bresciani!

 

L'ora è scoccata in cui potrete mostrare all'Italia che il nome di prodi che avete ereditato dai vostri maggiori sapete conservarlo immacolato, e farete conoscere all'ostinato nemico quali cuori questo sole arista riscaldi.

Unione - Costanza - Ardire.

Cassola - Contratti.

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

AL POPOLO BRESCIANO.

 

Brescia, 28 marzo 1849.

Il 27 marzo di Brescia sarà trasmesso ai posteri del paro coi più gloriosi giorni che rifulsero a Milano e Palermo durante la lotta per l'indipendenza italiana.

Nel precedente giorno 26 un'armata nemica presentavasi nelle vicinanze della città. Alla Commissione di tre distinti cittadini, speditagli contro a Sant'Eufemia per conoscere quali fossero le sue intenzioni, imperiosamente rispondeva che gli si dovevano aprire le porte e consegnare i prigionieri di guerra.

Il Comitato di difesa allora, dopo aver consultato il voto del popolo, rescriveva quanto segue:

 

Al comandante le armate austriache

nelle vicinanze di Brescia.

 

Abbiamo comunicato ai cittadini la vostra risposta, ed il popolo in massa ha respinto con indignazione le vostre proposte, proclamando che si deve vincere o morire, e che la città è pronta a resistere finchè sia ridotta in cenere. Nulla noi aggiungiamo alla potente voce del popolo, e ci siamo perciò determinati di sostenere con tutti i mezzi che abbiamo in nostro potere qualunque assalto.

Signore! Non confidate troppo nelle vostre forze; perchè la massa popolare di una città agguerrita non si vince che con un imponente esercito. Pensate che le vostre truppe saranno massacrate sotto le mura di questa città, e quindi quale responsabilità attirerete sul vostro capo con un progetto disperato.

Pensate inoltre che al principiare delle ostilità contro Brescia tutti i prigionieri e gli ammalati che abbiamo in nostro potere sarebbero massacrati dal furor popolare.

Il Comitato di pubblica difesa

Cassola - Contratti

 

Ieri giorno il comandante nemico minaccioso si presentava davanti alla città, ed il popolo bresciano, fermo nelle sua promesse, avrebbe senza dubbio effettuato lo sterminio delle sue truppe, se prudentemente non le avesse salvate colla ritirata.

Cassola - Contratti.

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 26 marzo 1849.

 

LA PATRIA È IN PERICOLO.

 

Ora è il momento, o Bresciani, di agire e di far conoscere che le vostre promesse non furono millanterie. Gli armati accorrino davanti al Teatro per ricevere le destinazioni. Chi non ha armi, le donne, i vecchi, i ragazzi, si adoprino a costruire barricate alle porte della città. Uniamo le forze, e difendiamoci. Non si tratta che di duemila uomini con due pezzi d'artiglieria, quasi tutti italiani. All'armi, all'armi.

Unione – Costanza - Ordine.

Cassola - Contratti.

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 26 marzo 1849

 

Allo scopo che i cittadini abbiano cognizione degli eventi della guerra, si pubblica il seguente bollettino piemontese, or ora pervenuto.

 

Bollettino piemontese.

 

Il nemico ebbe l'audacia d'inoltrarsi sul nostro suolo; battuto da tutte le parti, tenta inutilmente ritirarsi al corpo.

La nostra vittoria è di diecimila tra morti e feriti, e quattromila prigionieri.

Un corpo di quindicimila uomini è separato dal maggior corpo austriaco, e tenta invano di riunirsi.

Dal Campo.

Chrzanowski.

 

Cittadini!

 

A fronte di tali vittorie riportate dai nostri prodi, vorrete voi gettare incancellabile macchia d'infamia sulla nostra città col cedere in faccia ad un piccolo distaccamento, che certe notizie dicono minore di duemila uomini? Quando i generosi figli di Brescia che combattono per noi in Piemonte ritorneranno in patria a raccontare le loro prodezze, come potrete nascondere la vostra viltà se mostraste loro delle catene? Il Comitato di difesa ha deciso di vincere o morire. Lo abbandonerete voi? Ah no! Brescia non smentirà il suo nome di città eroica.

All'armi adunque, alle barricate.

Ordine - Costanza - Ardire.

Cassola – Contratti

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 26 marzo 1849.

Popolo bresciano,

Pare che il nemico non abbia avuto il coraggio di affrontarci durante il giorno per non far conoscere la sua debolezza. Forse potrebbe tentare un assalto nella vegnente notte, nella lusinga che, spiegando all'improvviso un vivo fuoco dall'esterno della città di concerto col bombardamento da parte del castello, fra le tenebre della notte, possiate essere atterriti ed abbandoniate la difesa. Quanto s'inganni però ce lo comprova l'entusiasmo che scorgiamo in tutti i cittadini pronti a vincere o morire. Voi siete già a prova di bomba, perchè finora il bombardamento non eccitò che allegria ai cittadini. I nemici esterni non oltrepassano i seicento.

Interpreti perciò del voto universale, li sfidiamo a qualunque ora. Poco importa che la nostra vittoria sia rischiarata dal sole o dall'illuminazione della città.

Comprenderanno pertanto i cittadini che necessita che a tutte le finestre verso strada sieno esposti i lumi.

In questo momento ci è giunto un proclama del generale insurrezionale Camozzi, il quale annuncia che la città di Bergamo ha di già ottenuta vittoria del presidio nemico. Domani sarà qui in nostro sussidio. I Bergamaschi usarono di ogni mezzo di difesa; sassi, tegole ed altri effetti venivano scagliati dalle finestre e dai tetti. Sarete voi meno di loro? No, per Dio! Brescia sceglierebbe la tomba in confronto del disonore. Secondate pertanto gli sforzi del Comitato, e la città sarà salva.

Unione - Costanza - Ardire.

Cassola - Contratti

 

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MUNICIPALITÀ DI BRESCIA.

 

AVVISO.

 

Seduta del Consiglio comunale

del giorno 27 marzo 1849, ore 10 antimeridiane.

 

La suprema necessità di conservare la sicurezza delle persone e delle sostanze di questa città dopo chè le autorità superiori hanno abbandonato l'esercizio delle loro attribuzioni, lasciandola sprovveduta, in onta alle fatte istanze d'ogni guarnigione, difesa e tutela, ha indotto il sig. dottor Girolamo Sangervasio col concorso di un'eletta di cittadini convocati a tale scopo a domandare parte dei poteri e lui conferiti dall'avv. Saleri ad un Comitato composto dei signori Luigi Contratti e Carlo Cassola affinchè provvedessero alla difesa della patria nell'urgenza delle circostanze. I sopravvenuti avvenimenti, i bombardamenti tre volte ripresi sulla città e la vicinanza di un corpo di milizia imperiale hanno suscitata nel popolo la massima esacerbazione, ma l'indole generosa della popolazione ci ha salvati fin qui dalle estremità della guerra conservando incolumi gli stessi ammalati militari lasciati alla sua protezione. Continuando però il pericolo, ed il governo della cosa pubblica trovandosi tuttavia concentrato nel solo Municipio, e l'unica forza del popolo armato, l'adunanza dei consiglieri comunali e di altri cittadini in numero di 38 convocatisi in questo stesso giorno ha deliberato ad unanimità quanto segue, ed ha votato la pubblicazione del seguente

 

PROCESSO VERBALE.

 

Attesa la necessità imperiosa di provvedere straordinariamente alla sicurezza delle persone e delle cose, resta conservato interinalmente nel signor dott. Girolamo Sangervasio ogni potere già conferito al benemerito avvocato Saleri, compresa la facoltà di aggregarsi quelle persone che più credesse opportune con pieno mandato di avvisare al miglior possibile andamento della cosa pubblica, anche costituendo un corpo armato nazionale che come in altra epoca ha meritato l'universale encomio, così anche negli attuali bisogni si presti munito delle armi necessarie tanto lasciate dal militare, quanto provvedute o da provvedersi al di fuori; è approvata ad unanimità ogni misura sin qui attuata dal signor Sangervasio sottentrato alla dirigenza municipale per i poteri trasmessi dal consiglio 22 marzo corrente, oltre a quelli straordinariamente attribuitegli in questo giorno, e nel mentre si votano i ringraziamenti ad esso Sangervasio ed al Comitato di pubblica difesa, si lascia allo stes-so Sangervasio di avvisare al completamento degli uffici dipendenti per tutte le misure ch'egli crederà nel caso così pure alla provvista dei mezzi e relativa esecuzione.

Per estratto conforme

il f. f. del Presidente dei consiglio

Antonio Basiletti.

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, il 27 marzo 1849

ore sei e mezza pomeridiane.

 

Cittadini!

 

Il vostro nome alla posterità è assicurato. Voi vi difendeste da leoni. Il nemico trovasi nell'avvilimento perché gli imponenti mezzi di guerra coi quali credeva atterrirvi non hanno fatto che accrescere il vostro entusiasmo. Ormai ha consumati tutti i suoi mezzi guerreschi, e quindi non dovete far altro che dar compimento alla vittoria nello stesso modo che l'avete incominciata.

Italia tutta farà plauso a tanta prodezza.

Ordine - Costanza - Unione.

Cassola - Contratti

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 27 marzo 1849.

Mentre l'entusiasmo patriotico predomina la mente ed il cuore di questa generosa popolazione, pur troppo alcuni vermi malnati, calpestando ogni dovere sociale, osano in questi momenti sacri alla patria commettere il più abbominevole fra i delitti, quello cioè di violenza alle persone allo scopo di impadronirsi delle sostanze. Se pertanto da una parte il Comitato di difesa va superbo di trovarsi in circostanze da prestarsi alla salvezza di sì eroica popolazione, conosce, dall'altra, gli obblighi che si trovano inerenti al suo difficile incarico; e perciò, mentre fa plauso alla massa dei cittadini che fanno onore alla loro patria con azioni generose, ha determinato di adottare le misure più rigorose contro questi esseri indegni del nome bresciano.

 

SI DECRETA QUINDI:

 

Tutti quelli che verranno colti in flagrante delitto di rapina saranno assoggettati ad una Commissione di giudizio statario e condannati alla pena di morte colla fucilazione.

Allo stesso giudizio ed alla stessa pena verranno assoggettati anche coloro a carico dei quali sarà provato lo spionaggio a favore del nemico.

Tale Commissione di giudizio statario viene composta dei seguenti cittadini:

Contratti Luigi

Cassola Carlo.

Prestini Giambattista.

I buoni cittadini faranno eco senza dubbio a questa misura straordinaria di giustizia, e la loro approvazione basta ai sottoscritti.

Cassola - Contratti

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 28 marzo 1849

AVVISO.

Attesa la rinuncia del cittadino Prestini Giambattista al posto assegnatogli nella Commissione di giudizio statario, nominata con decreto a stampa di ieri giorno, gli si sostituisce il cittadino Ulisse Marinoni, e perciò tale Commissione viene composta dei seguenti cittadini;

Contratti Luigi.

Cassola Carlo.

Marinoni Ulisse.

I membri dei Comitato

Cassola - Contratti.

 

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CITTADINI!

Chiamato dalla confidenza vostra in questi gravissimi tempi alla direzione della cosa pubblica, io non potei soffermarmi a considerare quanto le mie forze fossero insufficienti a tanto peso; amore pel mio paese e i vostri incoraggiamenti mi spinsero a continuare nel cammino; volontà ferma, intenzione pura, piena fiducia in voi, ecco ciò che importa al grande lavoro, cui tutti ora ci stiamo travagliando. L'affetto e la persuasione che mi avete dimostrato sono già largo compenso alle mie fatiche. Uniti nell'impresa il pericolo non saprà disgiungerci mai. Le angoscie della patria cesseranno fra breve, io ne sono certo, perché voi, i quali sapeste già eroicamente difenderla, siete degni di possederla libera e gloriosa.

Brescia, 28 marzo 1849.

Il dirigente interinale del Municipio.

Sangervasio.

 

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LA DIRIGENZA DEL MUNICIPIO DI BRESCIA.

 

DECRETA

 

Tutti i venditori di commestibili di prima necessità, come pure le farmacie, droghierie ed i caffè dovranno secondo l'uso restare aperte onde prestarsi immediatamente al pubblico bisogno. Quelli che non eseguiranno tale ingiunzione saranno multati ed anche puniti a norma delle circostanze.

Brescia, 28 marzo 1849.

Il dirigenteSangervasio.

 

 

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LA DIRIGENZA DEL MUNICIPIO

 

DECRETA

 

Tutte le case della città devono essere illuminate per tutta la notte fino a nuovo avviso. E siccome tale misura voluta imperiosamente dalle circostanze non è stata in parte eseguita malgrado le ordinanze del Comitato di difesa, così ogni proprietario ed inquilino si ritiene solidariamente obbligato a tale ingiunzione, ed alle pene o multe pecuniarie che saranno applicate in caso di mancanza.

Brescia, 8 marzo 1849.

Il dirigente - Sangervasio

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 28 marzo 1849,

 

LE BARRICATE.

 

Questa felice istituzione dei popoli per fiaccare la potenza di forze materiali, diabolicamente congegnate a ruina della società, deve essere non solo conservata, ma migliorata.

Frattanto pensiamo noi a trar profitto degli importanti vantaggi di tale istituzione.

Le guardie nazionali si lagnano ed a ragione, al vedere tanti individui colle mani in mano, e che non hanno altra scopo se non quello di appagare la propria curiosità, raccogliendo notizie, mentre ad esse tocca vegliare giorno e notte per la causa comune. Nessuna scusa che valga possono addurre i neghittosi in questi momenti d'azione. Chi non ha armi può prestare colle braccia importante sussidio; le barricate li aspettano. Chi non ha forza di braccio, avrà una voce per incoraggiare, mani per apprestar cibi ai lavoranti, cuore per offrir loro ricovero ove ne avessero di bisogno.

Tutti i cittadini adunque devono prestare qualche sussidio alla causa, e guai agli inerti.

Cassola - Contratti

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Per evitare qualunque disordine dell'uso della forza armata, e per moderare l'ardore sfrenato di alcuni che anelano di battere il nemico, lo che può portare delle sinistre conseguenze, si ordina che nessuno possa intraprendere qualsiasi impresa fuori di città, senza avere riportati l'assenso del Comitato di difesa.

Brescia, 29 marzo 1849.

Contratti - Cassola

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 29 marzo 1849.

Non avendo avuto compimento la sistemazione della guardia nazionale colla convocazione seguita nelle parrocchie al mezzogiorno d'oggi, si ordina che tale convocazione dovrà rinnovarsi nel giorno di domani 30 marzo, alle ore dodici del mezzodì.

A tale convocazione dovranno intervenire indistintamente tutti coloro che sono domiciliati in città, sia che abbiano armi proprie od armi avute dal Comitato, e sia che ricevino soldo o che si prestino gratuitamente, non avuto riguardo alle antecedenti iscrizioni. Tutti quelli che si troveranno in servizio nell'ora prefissa, faranno pervenire alla parrocchia i loro nomi colla indicazione della compagnia a cui appartengono.

Nessuno manchi per compire un ordine che tanto deve giovare alla patria.

Contratti - Cassola

 

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COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 31 marzo 1849.

Riesce spiacentissimo il vedere quasi tutte le porte delle case chiuse quando la prode Guardia Nazionale di città e di provincia sta respingendo il nemico alle barricate. Come mai ponno esistere esseri dominati da tanto egoismo e privi d'ogni sentimento amorevole verso i suoi simili, da chiuder loro le porte in faccia mentre espongono il loro petto alle palle nemiche per la comune causa dell'indipendenza ed impedire così ad essi un rifugio, nel caso che esuberante forza d'impeto nemico, superata qualche barricata, portasse la guerra nelle contrade? Guai a quel cittadino che, dopo la pubblicazione del presente, non aprisse il portello non solo, ma anche gli usci degli appartamenti onde i nostri prodi possano all'evenienza ripararvisi ed offendere il nemico dalle finestre. Colui sarebbe dichiarato traditore della patria, ed oltre l'esecrazione universale, verrebbe da apposita commissione condannato al pagamento di una gravosa multa.

Si ripromette il Comitato che chi racchiude in petto cuore bresciano non vorrà contravvenire a tale ordine.

Contratti - Cassola.

 

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MUNICIPALITÀ DI BRESCIA.

 

AVVISO.

 

Brescia, 29 marzo 1849.

Il dirigente della municipalità di Brescia in forza dei poteri attribuitigli dall'adunanza del Consiglio comunale e dei cittadini convocati nel 27 febbraio 1849, giusta quanto stato proclamato con avviso municipale:

 

DECRETA

 

1.° Tutti gli ufficii tanto amministrativi, quanto giudiziarii restano pienamente confirmati nelle loro attribuzioni e nello stesso modo con cui sono attualmente costituiti; essi dipendono immediatamente dalla dirigenza del municipio.

2.° Tutti gli impiegati addetti agli ufficii medesimi dovranno prestare il loro servizio.

Il dirigente Sangervasio.

 

 

MUNICIPIO DI BRESCIA.

 

Visto l'urgenza di provvedere a che gli affari giudiziarii non soffrano pregiudizio dalle attuali condizioni politiche locali, interpellato anche il potere giudiziario:

Il dirigente del Municipio in vista delle attribuzioni conferitegli,

 

DECRETA:

 

1.° Resta sospesa la decorrenza di tutti i termini giudiziarii tanto prescritti dal regolamento generale sul processo civile, quanto dal giudice a datare dal giorno 23 marzo fino a nuova disposizione.

2.° Le rate ed altri effetti cambiari scadenti col giorno 30 e 31 marzo corrente restano in proroga fino a tutto il prossimo venturo aprile, e quelle scadenti dal 1.° al 10 aprile prossimo venturo restano prorogate pel lasso di 8 giorni, salvo le successive disposizioni che saranno del caso.

Dal civico Palazzo, 26 marzo 1849.

Il dirigente Sangervasio,

 

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CITTADINI!

 

Il Comitato di pubblica difesa, intento al bene dei poveri di questa città, essendo in questi momenti interrotti i mezzi di sussistenza, ha emesso dei Boni che vennero consegnati ai parrochi e curati delle singole parrocchie, i quali conosciuti i più e i meno bisognosi dispenseranno a questi i detti Boni, che i fornai hanno l'ordine di estinguere.

Brescia, 29 marzo 1849.

CASSOLA - CONTRATTI.

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 29 marzo 1849

Per meglio facilitare la difesa della patria si ordina: Chi venderà fucili ricevuti dal Comitato sarà arrestato, e secondo le circostanze aggravanti potrà anche venir fucilato. Chi compra tali fucili sarà arrestato e condannato alla multa di lire 100 per ogni fucile. Chi ha arme da fuoco senza farne il debito uso a pro della patria, sarà arrestato e le armi saranno confiscate e subirà altresì una multa da determinarsi. Chi non sa usare le armi da fuoco dovrà consegnarle al Comitato di difesa per la distribuzione, salva la restituzione a suo tempo, altrimenti sarà arrestato e multato.

Contratti - Cassola.

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 28 marzo 1849.

Dietro proposta di molte guardie nazionali si ordina ai principali alberghi e caffè di questa città di lasciar aperte le botteghe durante la notte, così in caso di attacco del nemico si proibisce che si chiudano le botteghe e le porte delle case, delle quali ultime si dovrà almeno lasciar aperto il portello. Non si pone dubbio che questi ordini saranno puntualmente eseguiti.

Cassola - Contratti

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 29 marzo 1849.

S'invitano tutti i cittadini a portarsi colle proprie armi alla rispettiva parrocchia per eleggersi un capo. Ogni parrocchia avrà un capitano il quale dividerà sotto di sè i soldati in tante compagnie di 30 uomini per ciascheduna con un capo.

 

Bresciani!

 

Voi che fino ad ora deste tante luminose prove di buon volere, voi sarete per approvare questa deliberazione, e quindi vi stabiliamo per tale riunione l'ora di mezzogiorno.

Viva l'Italia! Viva l'Indipendenza!

Cassola – Contratti.

 

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IL COMITATO DI PUBBLICA DIFESA.

 

Brescia, 28 marzo 1849.

 

Il Comitato di pubblica difesa conoscendo che alcuni dell'armata austriaca disertano e girano senza nome, ha deliberato che tutti quei disertori che si presenteranno allo stesso Comitato con fucile saranno premiati colla somma di correnti lire 50. e saranno altresì protetti e giornalmente sussidiati colla paga di lire 1 50.

Contratti - Cassola.

 

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CASTELLO DI BRESCIA.

 

Li 31 marzo 1849, ore 9 antimeridiane.

Notifico alla Congregazione municipale ch'io alla testa delle mie truppe mi trovo qui per intimare alla città di rendersi tosto e senza condizione. Se ciò non succederà sino oggi a mezzogiorno, se tutte le barricate non sono intieramente levate, la città sarà presa d'assalto e saccheggiata, e lasciata in balìa a tutti gli orrori della devastazione. Tutte le uscite della città verranno occupate dalle mie truppe, ed una resistenza prolungata trarrà seco la certa rovina della città.

Bresciani! voi mi conoscete, io mantengo la mia parola.

Il comandante delle truppe

stanziate all'intorno alla città di Brescia

il tenente maresciallo

Haynau.

 

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ORDINE DEL GIORNO.

 

Italiani, sì Piemontesi che Lombardi, voi siete valorosi e degni figli d'Italia.....! Voi vedeste il nemico ed egli fu vinto, ora ritornerete colle vostre stesse mani a piantare il vessillo tricolore sull'Adige, lo vedrete, ve lo assicuro, sventolare sulle rive dell'Isonzo.

CHZARNOWSKY.

 

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BOLLETTINO.

Il giorno 25 Radetzky proponeva un armistizio che fu rigettato dal valente Chzarnowsky. Il giorno 25 due divisioni, 24,000 uomini, avanzavansi baldanzosamente sul ponte della Sesia inseguendo piccol corpo di piemontesi in finta ritirata. Appena da una di queste divisioni fu passato il ponte già minato, questo balzò, dividendo così l'armata austriaca. Le divisioni ora trovansi al cospetto di 40,000 uomini comparsi quasi per incanto: s'impone la resa. La divisione rifiuta, e le nostre artiglierie fulminano da ogni lato. I nostri soldati assalgono il nemico di fianco alla baionetta. I Tedeschi si avvoltolano nella polve lasciando nude le fila. Radetzky vedendo irreparabile una sconfitta, innalza bandiera bianca intanto che la predetta divisione deponeva le armi. Dopo breve ma franco parlamento fu conchiuso l'armistizio in questi termini:

1.° Radetzky sgombrerà subito il Lombardo col restante dell'armata ritirandosi Veronetta oltre l'Adige.

2.° Il Lombardo verrà immediatamente occupato dalle truppe sarde.

3.° Restituzione di tutti i prigionieri Piemontesi e Lombardi.

4.° Detenzione dei prigionieri Tedeschi in Piemonte.

5.° Rispetto alle vite ed alle proprietà d'ogni provincia lombarda.

6.° Sull'Adige nuovi trattati riguardo al Veneto.

 

Cittadini!

 

A tali notizie non occorre far comenti per destare entusiasmo. Rispettiamo i patti del grande Chzarnowsky e quindi tregua coi nostri nemici. Se però fossimo assaliti, imitate i nostri fratelli che si trovano in Piemonte.

Firmati - CASSOLA - CONTRATTI.

ESTRATTO DEL RAPPORTO

 

DEL FELD MARESCIALLO HAYNAU

 

sulla presa di Brescia comunicata a Radetzky.

 

«Non dubitando che a V. E. saranno noti gli avvenimenti in ed all'intorno di Brescia fino al 30 marzo a. c. comunicati col mezzo dell'I. R. comando militare L. V. mi affretto ad umiliare a V. E. la relazione dell'attacco e sottomissione di questa ribelle città intrapreso nel giorno 31 marzo e 1 aprile.

Fino al 30 marzo la brigata del generale Nugent si era accontentata di minacciare la città dalla sola parte del borgo di sant'Eufemia, e non aveva potuto fino allora mettersi in comunicazione col castello.

Quando nella notte dal 29 al 30 mi pervenne la notizia che la ribellione in Brescia prendeva maggiormente vigore, nel giorno 30 mi portai da Padova a Verona fino sant'Eufemia, presi tutte le disposizioni per spedire alcuni corpi di truppe, come anche pel rinforzo della guarnigione a Verona, ed ordinai che sul giorno 31 in unione alla brigata Nugent concentrata a sant'Eufemia si dovesse compiere il blocco della città ed operare l'assalto sopra le cinque porte ad un tempo.

La detta brigata consisteva nel 1. battaglione di Confinali Rumeni del Banato, 2. battaglione del reggimento arciduca Baden, due divisioni del Ceccopieri, uno squadrone di cavalleggieri Lichtenstein, e quattro pezzi di cannone: dassi in tutto 2300 uomini e 50 cavalli.

Ad onta di così piccol forza di truppa io non dubitava dell'esito, nè si poteva ritardare più oltre l'attacco poichè gl'insorgenti ricevevano dai colli continui rinforzi. Nel giorno 31 in sull'aurora venne operata la circuizione col mezzo di cinque colonne in modo che erano occupate le cinque strade che conducono alla città, e minacciate le cinque porte.

Io condussi meco il primo battaglione del Baden attraverso al declivio dei colli, facendolo entrare in castello per la porta esterna. Tutte le indicate colonne dovettero mettersi alle rispettive posizioni lottando cogli insorgenti in modo che ebbimo un morto e quattordici feriti. Sebbene una dirotta pioggia rendesse difficile l'operazione, venne d'altra parte favorita dalla nebbia. Verso il mezzogiorno era compiuto il blocco della città nella quale dominava il popolo e la perfetta anarchia.

Io feci conoscere alla città che mi trovava in castello, e che con apposita notificazione le intimava la resa.

Alle 11 ore comparve una deputazione della città, la quale facendo conoscere l'impotenza dell'autorità municipale e della parte ben intenzionata dei cittadini a dominare la ribellione, tenne contemporaneamente un linguaggio che provava come i ribelli non volessero in alcun modo conoscere il loro delitto: anzi versassero nella pazza idea di trovarsi sopra un terreno legale difendendo la città contro le truppe imperiali poichè erano incominciate le ostilità tra il Piemonte e l'Austria.

La deputazione chiese una dilazione fino alle 2 ore dopo mezzogiorno, essendo quel tempo assolutamente indispensabile per muovere gl'insorgenti a deporre le armi. Concessi la dilazione sempre sperando che i ribelli rinunciassero al pazzo proposito della difesa.

In luogo della risposta alle due ore pomeridiane venne suonato a stormo con tutte le campane della città, e si diresse sopra il castello un fuoco non interrotto dalle fila delle case che circondano il castello, dalle torri e dai tetti.

Io temporeggiai volontariamente il termine fino a 4 ore dopo il mezzogiorno, ma vedendo che la ribellione si faceva più forte, feci aprire il fuoco dal castello sulla città, ed incominciai l'assalto sopra tutti i punti.

Siccome io non aveva che 4 pezzi di cannone alla porta Torrelunga, e tutte le entrate fortemente barricate, non si potè a prima giunta penetrare che per questa porta.

L'attacco di essa venne facilitato da una divisione di riconvalescenti che io feci partire dal castello sotto la direzione del tenente Imeresk, prendendo la via dei Bastioni, disperdendoli in modo di operare di fianco sulla barricata della porta medesima.

Il tenente Imeresk eseguì l'attacco con distinta bravura e gl'insorgenti al primo giungere furono dispersi dalla barricata in modo che la colonna esterna del generale Nugent potè penetrare per questa porta nella città. Contemporaneamente feci uscire dal castello il 1.° battaglione Baden ordinando di assalire anche da quel lato la città.

Allora cominciò un combattimento micidiale il quale dagl'insorgerti venne condotto da barricata a barricata, da casa a casa, colla massima ostinazione: io non avrei giammai creduto che una causa così cattiva potesse essere sostenuta con tanta perseveranza. Ad onta di questa disperata resistenza, sebbene l'assalto non si potesse effettuare che in parte e con forti cannoni le nostre brave truppe sotto grave perdita con eroico coraggio occuparono una fila delle prime case; ma siccome tutte le colonne non poterono ad un tempo penetrare nella città, comandai sul far della notte di sospendere ogni progresso nell'assalto e di mantenere soltanto le parti conquistate.

Il combattimento durò sino a notte inoltrata. Al primo aprile sul far del giorno si rinnovò il suono delle campane a stormo ancor più forte che nel giorno prima, e la pugna cominciò dalla parte degli insorgenti con ancor maggior accanimento.

Io feci aprire subito un terribile bombardamento sulla città e ricominciare l'assalto. Attesa la grave perdita che avevamo di già sofferta, l'ostinazione ed il furore del nemico, si dovette procedere alla più rigorosa misura, comandai perciò che non si facessero prigionieri, e fossero immediatamente massacrati tutti coloro che venissero colti coll'arma alla mano; le case da cui venisse sparato, incendiate, e così avvenne che il fuoco già incominciato parte ad opera delle truppe, e parte dal bombardamento si appiccò in parecchi luoghi.

Le nostre truppe fecero a poco a poco progressi, poichè non si poteva avanzare che di posto in posto, essendo la forza disponibile troppo poca per una città così estesa, e colle contrade così strette. A poco a poco mediante assalti di fianco furono prese ed occupate le porte s. Alessandro, s. Nazaro, e finalmente in sulla sera anche la porta s. Giovanni, e in quella misura sgombrata la città dagl'insorgenti che in maggior parte tentarono fuggire per le mura. Essi furono serrati nell'angolo tra s. Giovanni, e porta Pile. A quattro ore dopo mezzogiorno entrava in città un battaglione di confinali del Banato ed una batteria di mortai che io aveva fatto pervenire il primo da Verona, la seconda da Mantova.

Il suddetto battaglione venne tosto impiegato a sollecitare la resa della città, e siccome la resistenza dei ribelli a poco a poco cedeva, così le nostre truppe a 6 ore pomeridiane erano già in possesso della città non solo, ma avevano anche ristabilita la quiete.

La nostra perdita in questo ostinato e micidiale combattimento che durò dalle 4 pomeridiane del 31 marzo fino a cinque ore dopo mezzogiorno del 1.° aprile fu considerevole. Non posso per ora spedire un quadro preciso e particolareggiato, però debbo umilmente annunciare che il generale Nugent è stato ferito alla noce del piede in modo che gli si dovette farne l'amputazione; che il colonnello conte Favancourt comandante in sua vece alla testa delle sue truppe ebbe una palla attraverso il petto e morì poco dopo; che il tenente colonnello Milez, dello stesso reggimento Baden, cadde gravemente ferito e dagli insorgenti poscia massacrato, e la sua salma mutilata. In tutto, la perdita dovrebbe ammontare in morti a 5 o 6 ufficiali e 480 uomini, in feriti a 10 o 12 ufficiali, e più che 430 uomini, avrò l'onore di comunicare a suo tempo la precisa distinta di queste perdite. Quella degli insorgenti non si può stimare; però si sono trovati in molti luoghi quantità di cadaveri.

Tutte le truppe, i loro ufficiali alla testa, hanno combattuto con straordinario valore, e il loro contegno merita la più grande riconoscenza.

Se questo lungo ed ostinato combattimento non trascorse senza eccessi in tali circostanze, ciò non si può evitare anche colle truppe meglio disciplinate.

Io mi darò somma cura di ristabilire nella città l'ordine e la legge, e non ritornerò colle mie truppe se non quando l'avrò consegnata al feld-maresciallo barone Appel, il quale deve entrare in Brescia al giorno 2 aprile. Tengo frattanto occupate le porte con forte guarnigione, e non lascio uscire alcuno per ottenere possibilmente l'arresto dei capi della rivolta.

In prova dello spirito che dominava nella città unisco alcuni proclami emanati dall'autorità([23]).

B. HAYNAU.

 

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PROCLAMA.

 

Partite le Imperiali Regie truppe pel Ticino, la città di Brescia con baldanza insolente si mise in ribellione, usò violenze agli II. RR. Militari qui rimasti, imprigionandoli e maltrattandoli, si armò e ammise entro le sue mura masnade armate della provincia e fece tutti i preparativi ed una difesa ostinata contro l'I. R. Militare.

Invece che il terrore di un bombardamento l'avesse indotta di desistere dal suo procedere insensato e di ritornare al suo dovere, s'organizzò nella città la resistenza sotto la direzione d'un apposito - Comitato di pubblica difesa - e colla diffusione delle notizie le più assurde di sventure sofferte dall'armata imperiale, s'eccitò ad una perseveranza generale e pertinace. Sono accorso per domare la città ribelle e di punirla per la ripetuta sua ribellione verso l'I. R. Governo.

Non ostante la prolungazione di due ore chieste e da me accordata, il termine posto alla città per la sua resa a discrezione, non servì ad altro, che di vieppiù fortificare la difesa della città coll'erigere di nuove barricate, e il termine scorso fu annunziato con un generale suonar a stormo.

Nulla di meno ritenni ancora per alcune ore gli ordini per l'assalto della città, nell'aspettativa che questa desistesse dal suo procedere insensato.

Poichè dopo un breve bombardamento, fatto come avvertimento, non si eseguì ancora la sommissione, la città dopo una resistenza disperata fu presa d'assalto dalle valorose mie truppe.

Eccitati dalla micidiale lotta nelle contrade alla più grande esacerbazione, nulla di meno essi non fecero sentire alla città tutti gli orrori di una presa d'assalto.

 

SI PORTA A GENERALE COGNIZIONE:

 

1.° Quattro ore dopo la pubblicazione di questo Proclama, tutte le armi e munizioni d'ogni sorta devono essere portate al Municipio, e consegnate all'I. R. Militare.

2.° Dove scorso il termine accordato per l'impunita consegna delle armi, si trovassero, praticando visite domiciliarie, delle armi o munizione di qualunque sorta il loro proprietario, o se questo non venisse trovato, il proprietario della casa o il suo agente sarà fucilato.

3.° Tutte le barricate sono tosto da levare, e il selciato deve essere rimesso come era prima, dove questo non succede sino oggi alle cinque ore di sera, e talmente che le traccie non sieno riconoscibili, le case private che vi confinano pagheranno una multa determinata.

4.° Gli II. RR. stemmi sono da ricollocare entro 48 ore in tutti quei luoghi ove furono prima, dove ciò non sarà effettuato, subentrerà una multa corrispondente.

5.° La città e provincia di Brescia pagherà una multa espiatoria di Sei milioni di Lire Austriache, le quali levate secondo lo scudo d'estimo, si verseranno in rate mensili di cinquecento mila lire austriache, cioè la prima rata col primo maggio di quest'anno, la seconda col primo giugno e così avanti sino all'ultima, scadente col primo aprile 1850.

6.° Per quegli II. RR. Militari, che in questa lotta contro gl'insorgenti traditori furono feriti, come anche per gli orfani dei rimasti sul campo, la città di Brescia pagherà Trecento mila lire austriache, pagabili in tre rate eguali, una coll'ultimo aprile, l'altra coll'ultimo maggio e la terza coll'ultimo giugno di quest'anno.

7.° Inoltre tutti i detrimenti sofferti dalle locali Casse militari e pubbliche durante e in causa di questa ribellione, sono da restituirsi e soddisfarsi dietro la precisa evaluazione.

 


 

 

I TOSCANI  A CURTATONE E A MONTANARA

 

(1848)

 

NOTIZIE STORICHE

 

 

«I combattimenti di Montanara e di Curtatone salvarono l'onore toscano, e mostrarono che la gioventù nostra sapeva tenersi sui campi di guerra, quantunque tre secoli di servitù cospirassero a snervare e ammollire il nostro paese.»

Atto Vannucci.

 

 

 

 

 

 

 

MILANO 1863.

PRESSO L'EDITORE CARLO BARBINI

ALLA SANTA MEMORIA

DI

LUIGI ZAMBONI

DI BOLOGNA

E DI

GIOV. BATTISTA DE - ROLANDIS

DI CASTEL D'ALFEO D'ASTI

CHE PRIMI CONGIURARONO

E SOFFERSERO LA MORTE PER LA PATRIA

QUESTE MEMORIE

SUI GENEROSI MARTIRI TOSCANI

L'AUTORE CONSACRA.

«Giova ricordare gli esempi della virtù popolare: così si insegna ad imitarli.»

 

Con animo veramente commosso ci accingiamo a narrare la storia di que' generosi Toscani, che, corsi nel 1848 ne' campi lombardi, mostrarono a Curtatone, a Montanara, alle Grazie, di che fossero ancora capaci le genti italiane, malgrado che tre secoli di schiavitù avessero congiurato a snervare ogni braccio, a soffocare nei petti ogni sentimento di patria. Erano pochi, adolescenti appena, usciti allora allora dai collegi, dalle famiglie, male forniti d'armi, eppure stettero saldi alla tenzone, non fuggirono innanzi ad un nemico fortissimo per numero, per posizioni, per argomenti di guerra. Non fuggirono que' pochi, ma combatterono sino a che o morti o prigionieri non fosse più a nessun di loro dato di brandire un ferro. Era il 29 maggio, anniversario glorioso; e que' soldati della libertà si mostrarono degni emulatori degli avi; i quali, nello stesso giorno del 1176, combatterono e vinsero in Legnano il medesimo nemico. Noi narriamo la storia di questi Martiri, perchè è sacra per noi la vita data per la patria; perchè dobbiamo per quanto è in noi eternare la memoria di que' precursori, che c'insegnarono, morendo, come si adempie il disegno di Dio, che ci vuol liberi e fratelli sulla terra. La gioventù italiana, leggendo queste pagine, troverà esempi di grandi virtù; essa, compresa d'ammirazione e d'entusiasmo, farà un voto di imitarli, preparando l'anima ed il braccio ai novelli cimenti della suprema battaglia.

 

Felice Venosta.

«La morte loro accese nei superstiti più vivo l'amore di libertà.»

Anonimo.

 

I

 

Il sabbato 18 marzo 1848, un popolo inerme sorgeva concorde, col santissimo nome di patria in sulle labbra, contro lo straniero oppressore. Era quello il popolo di Milano, il quale con solenni dimostrazioni aveva già fatto conoscere al tiranno, che l'opprimeva, come la dignità sua non avesse sbandita dal petto, come esso si accingesse a combatterlo, ove ai suoi giusti desideri non fosse fatta ragione.

Quando al diritto d'un popolo si sovrappone il falso diritto dei desposti, quando la sacra ragione giace schiacciata dalla forza, allora la coscienza di quel popolo trova al suo grido forme solenni, nobilissime dimostrazioni, che, svelando al mondo l'isolamento della tirannide, ne preparano la caduta. E, da queste generose proteste mosse la rigenerazione italiana sin dalla seconda metà dell'anno 1846. Milano sopratutto, ricorda con giusto orgoglio quelle gigantesche dimostrazioni, che segnarono irrevocabilmente la condanna dell'oppressione straniera e che rimarranno indelebili nel sacro volume della Storia.

La virtù del volere, spiegata di fronte alla brutale potenza delle baionette, il fermo proposito d'un popolo, consapevole del suo diritto e del suo finale trionfo, professato a viso scoperto, sotto gli occhi delle falangi nemiche, gridato all'orecchio dell'oppressore fu fatto mirabilissimo, infallibile foriero della nostra risurrezione. — Era il diritto che faceva tremare la forza.

Che disse allora, per calunniare Milano all'Europa, l'oppressore straniero? Disse che quelle dimostrazioni erano l'opera di pochi spiriti turbolenti e perversi, nemici d'ogni autorità e d'ogni governo, a cui il popolo, incline sempre a novità, affascinato ed illuso, traeva dietro. Rise l'Europa civile della stolta discolpa, ben sapendo che non è dato a pochi facinorosi d'imporsi al buon senso del popolo, e prevalere all'istinto d'ordine radicato profondamente nei civili consorzi. Essa sapeva che que' segni non erano che le aspirazioni di tutto un popolo stanco del servaggio.

Tale sacrosanta verità Milano mostrò nelle sue giornate di marzo. L'Austria non aveva più dinanzi a sè i pochi forsennati tumultuanti: essa si trovava di fronte un popolo, che aveva spezzate le catene, pronto a vendicarsi dei patiti martirî. Il potente straniero impallidì, tremò, fuggì dinanzi a quegli uomini che per tant'anni aveva conculcati, che aveva sempre riguardati con occhio di sprezzo.

Nelle prime ore della lotta i cittadini non avevano che pochissime armi: circa trecento fucili da caccia: qualche pistola, un pugno di vecchie sciabole, e quanti utensili domestici, ferri taglienti ed appuntati, cadessero nelle mani. Tutto per loro era buono a correggere le antiche ingiurie. E così sforniti d'armi furono sempre vincitori, perchè tutti avevano l'entusiasmo nel cuore, il valore nel braccio; perchè il coraggio era grande in tutti, quanto l'amore della libertà, quanto la coscienza del proprio diritto. Innumerevoli barricate, costruite dagli ingegneri del popolo, sorsero, come per incanto, in ogni via, custodite animosamente da fanciulli e da vecchi, mentre i più gagliardi si cimentavano a fronte del nemico, accorrendo ove più minacciasse il pericolo. Le campane tutte suonavano a stormo, eccitando sempre più i cittadini, e gettando nel petto dello straniero il terrore. Le donne fasciavano le ferite, incuoravano alla pugna, combattevano esse medesime; e non poche andarono famose per coraggio e per virile ardimento. Le persone, già più deboli e timide, allora, fatte forti e coraggiose dal pericolo della patria, instavano animosamente alla zuffa; e il fragore dei cannoni convertivano in argomento di festa e di scherzo. Chi non poteva fare altra difesa, gettava dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli, legnami. Ogni classe di cittadini in quelle famose giornate fece prove stupende, e con uno splendido trionfo fu purgata la vergogna di 34 anni di turpe dominio.

Allato di questa gloria, altra anco ne vanta la memorabile rivoluzione di Milano; vogliamo dire la più che rara unica moderazione del popolo nella vittoria. Non furti, non saccheggi, non incendi, non private vendette, non insulti privati; alle persone, alle cose rispetto; rispetto ai prigionieri; mirabile contrasto colla barbarie, colla ferocia, la licenza degli Austriaci; e tanto più mirabile, che mentre il popolo accoglieva con amore il gregario vinto, sapeva che i fratelli prigionieri erano nel turrito castello spietatamente trucidati.

Il memorando trionfo del 22 marzo non si poteva ottenere senza grandi dolori, senza grandi sacrifici. L'albero della libertà non alligna che in terreno inaffiato col sangue dei Martiri. E copioso fu il numero di questi generosi, perchè grande era la forza dei nemici e più grande la loro efferatezza. I Martiri, che conquistarono e resero più preziosa la libertà di Milano, sommano a più centinaia: sono donne, vecchi, fanciulli, sacerdoti, cittadini d'ogni età, d'ogni condizione.

Il giorno 23 era in Milano un contento, una festa che sentiva del delirio. La coscienza di aver saputo col proprio valore cacciare l'abborrito straniero, rendeva baldo quel generoso popolo.

Dopo la vittoria, i Milanesi avrebbero voluto inseguire il fuggente nemico, stringerlo ai fianchi, distruggerlo. Ma quel movimento abbisognava di un capo esperimentato, che riunisse ogni fede; era pure mestieri che venissero ordinate le masse dei battaglieri della libertà; imperocchè, in campo aperto, ogni impetuoso valore diviene dannoso, ove non venga regolato dal senno di chi lo guida. In campo aperto l'uomo deve combattere a posta d'altri e non sua; altrimenti, la disciplinatezza del nemico, quantunque inferiore di animo e di numero, lo atterra e lo infuga.

L'entusiasmo del popolo milanese andò scemando sempre più tra i cantici e l'allegria. Quelli che continuarono ad essere i sopracciò della pubblica cosa non avevano la sapienza delle rivoluzioni. Essi lasciarono che il popolo s'intiepidisse, lasciarono che credesse già compiuta l'antica speranza, che tornasse alle usate faccende, ai piaceri. — Errore grandissimo e fatalissimo.

Nulladimeno, in mezzo a quella fiacchezza, parecchi, che l'adorazione d'Italia spingeva innanzi, partirono. Non avevano uniformità d'armi, nè di reggimento. Erano centoventinove, animosi giovani appartenenti a povere, agiate o nobili famiglie, i quali, sapendo come il debito d'ogni Lombardo non fosse interamente saldato sulle cittadine barricate, senza provvedimenti, senza vesti di ricambio, col solo moschetto dei cinque giorni, spensieratamente, ma colla esaltazione dell'eroismo, seguivano Luciano Manara, il quale, pel primo, dava esempi di abnegazione, lasciando la moglie, i figliuoli, le abitudini di lusso, tutto, per seguire gli impulsi dei suo cuore, e concorrere alla conquista della patria indipendenza, o morire.

Ma se que' che in Milano rimasero al timone degli affari, si mostrarono fiacchi non all'altezza del cómpito che più che il merito, il caso aveva loro affidato, non dormivano le genti italiane.

Da ogni città, da ogni borgo, da ogni villaggio, all'annuncio della sollevazione di Milano, sorgevano giovani volontari, i quali correvano sui campi lombardi per combattere le onorate battaglie del fraterno riscatto. Mancava in essi il freno della disciplina; non l'impeto. Fra gli uomini si notavano parecchie donne, a cui la debilità del sesso, la nessuna abitudine ai forti esercizi non erano impedimento all'impugnare le armi, ai disagi delle marce, alle privazioni d'ogni maniera([24]). Non mancavano sacerdoti, i quali, in nome di Cristo liberatore dei popoli, si erano fatti guidatori di squadre.

Il movimento dei novelli crociati era bello, grande, ammirato dai contrari, temuto dai nemici.

Non ci sentiamo abbastanza forti a descrivere il superbo spettacolo che la nostra Italia presentava in que' dì, in cui i padri, i mariti, i figliuoli, i professori, gli studiosi correvano a rivendicare col loro sangue i colculcati diritti, e a riconquistare a tutti una patria che uno straniero insolente ci aveva tolta. Dal Modenese, dal Parmigiano, dal Genovesato, dal Novarese andavano volonterosi aiuti ai Lombardi. Le Guardie nazionali di Firenze, di Pisa, di Livorno, di Siena si mobilizzavano, aventi a capo il colonnello Giovannetti. La principessa Cristina di Belgioioso traeva seco da Napoli un drappello di volontari, cui Ferdinando di Borbone aveva dovuto, suo malgrado, accordare le armi. Da Roma, guidati dai generali Giovanni Durando e Andrea Ferrari, partivano le truppe pontificie delle tre armature con parecchie legioni di militi cittadini. Da Milano, dopo l'esempio di Manara, partivano nuove guerriglie, le quali, là sul Garda, si univano, coll'intendimento di asserragliare i passi dello Stelvio e del Tonale, suscitare nel cuor bellicoso dei Tirolesi la sacra fiamma del fratellevole amore, rivendicare i confini d'Italia sulle Alpi Rezie, dove la natura li ha posti, e il diritto delle nostre genti li addita.

Bello era quell'entusiasmo, quell'accorrere di giovani volonterosi di vincere o di morire per la patria; ma di quell'entusiasmo, di que' volontari non si volle far tesoro.

Era cessata la lotta delle vie. La baldoria delle festività rumorose venivasi mano mano pur racquetando. La mente di parecchi posò per riflettere sui nuovi casi e trarne norma alle proprie azioni: gli uni a rivolgerle all'italica vita, gli altri all'individuale ambizione, i troppi alle sfrenatezze politiche. Per cui il nostro paese presentò alla gente illuminata la anarchia delle idee; il governo, l'ignoranza del maneggio della pubblica cosa; il popolo, il genio della rivoluzione bensì, ma fiacchezza nei propositi, facilità di spogliarsi della virtualità del sacrificio, di credere alla parola di quelli che, di lui temendo, sanno con arte fina trarlo nell'inerzia.

I governi provvisori, che qua e là vennero sorgendo, mano mano cioè che, all'esempio di Milano, le altre terre di Lombardia e quelle della Venezia cacciavano il nemico, erano composti da uomini di casato o di censo; da magistrati municipali dei tempi degli Austriaci, sudditi queruli, ma non energici; da qualche vittima dei caduti governi; da qualche avvocato in grido o scrittore di novelle. Codesti uomini, dondolandosi in seno di fallaci speranze di potenti aiuti del Re sabaudo, spensero a tutta possa il pubblico entusiasmo, risuscitarono le mal sopite discordie col parlare di agglomeramenti, d'innesti, di fusioni di popoli, invece di provvedere forti e pronti mezzi per discacciare oltre l'Alpi il nemico, di assecondare gli sforzi eroici dei soldati piemontesi coll'attivare la coscrizione, col chiamare alle armi l'italica gioventù, coll'affrettare la compera delle armi, e poter dire un giorno con nobile orgoglio: «L'Italia sta ed ha fatto da sè. Pusilli, per non dir peggio, guardavano invece con occhio diffidente quelli che in loro desideravano energia di propositi, sprezzavano i volontari accorrenti da ogni dove; e non potendo porre un obice all'impeto di quelle sacre falangi, facevano in modo che esse avessero ad essere in balia di sè stesse, a mancare di tutto; non furono rari i giorni in cui quegli eletti giovani d'Italia ebbero a piatire il pane. I sospetti, le tendenze, le ambizioni, le ingorde bramosie, le speranze agitarono gli animi di tutti, e fecero pendere in sospeso lo scopo precipuo, essenzialissimo, vitale, che tutti in lor cuore volevano attuato, fiaccamente aiutandolo.

 

II.

 

Carlo Alberto, all'esempio di Pio IX, aveva innalzato lo stendardo italiano, ogni suo decreto aveva diretto al bene della parte d'Italia che era da lui governata. Postosi su d'una tal via non poteva egli, senza smentire i propri atti, non aderire alle brame dei suoi popoli, che lo spingevano ad accorrere al soccorso dei Lombardo-Veneti. Sia per impulso altrui, sia per quello del proprio cuore, fatto stà che il giorno 23 emanava il seguente proclama:

 

Popoli della Lombardia e della Venezia!

 

«I destini d'Italia si maturano; sorti più felici arridono agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.

«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.

«Popoli della Lombardia e della Venezia! Le nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.

«Seconderemo i vostri giusti desiderii, fidando in Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio, che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio, che con maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di fare da sè.

«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

Carlo Alberto»

 

Scorsi tre giorni partiva da Torino per Alessandria, ove era radunato il maggior nerbo delle truppe, di cui ne assumeva il supremo comando. Divideva quelle in due corpi; spediva le avanguardie, ed accelerava la mossa degli sparsi reggimenti; indi stipulava col governo provvisorio di Milano i seguenti capitoli:

«I. Le truppe di S. M. Sarda agiranno da fedeli e leali alleati del governo provvisorio, ritenendo S. M. a tutto suo carico gli stipendi in corso e stando invece a carico del governo provvisorio ogni somministrazione di sussistenza. A tal uopo l'esercito piemontese sarà assistito da' suoi commissari di guerra; potrà il governo provvisorio aggiungere quei controllori che crederà del caso. Le richieste per la somministrazione delle razioni di viveri e foraggi si giustificheranno mediante boni firmati dai rispettivi comandanti dei diversi corpi, i quali saranno mallevadori della loro esattezza numerica.

«II. Avendo il governo provvisorio sopra istanza del signor generale comandante Lecchi espresso il desiderio di avere degli ufficiali per la istruzione delle nuove truppe che si stanno organizzando, il signor marchese Passalacqua - generale di S. M. - accoglie la richiesta in quanto a quelli che non figurano nei quadri di attività colla condizione che gli ufficiali assunti dal governo provvisorio diventino ufficiali al servizio di questo.»

 

Il 29 marzo, accomiatandosi dai suoi popoli, il Re varcava quel confine, che segnato aveva la tirannide, seguito da 23,000 soldati d'ogni armatura. A Pavia veniva accolto fra applausi indicibili, tra gridi di festa e fra le vie sparse di fiori. L'esercito sardo sommava a 72,000 uomini, molte migliaia de' quali rimasero di presidio nei paesi che furono occupati durante la guerra; molti i vaganti per capriccio, per malattia, per superiore permesso, per dilatata licenza. Quell'esercito era ben lontano allora da quell'organamento a cui il La Marmora seppe portarlo dopo gl'infelici anni 1848 e 1849, e a cui si dovettero quelle stupende prove da lui date in Crimea, a Palestro, a san Martino. La fiducia d'un'eterna pace coll'Austria aveva fatte trascurare al governo di Torino le provvidenze di guerra; e se le armi soperchiavano di gran lunga la ordinaria misura per sedare le possibili intestine sommosse, non bastavano, sia nel numero, sia nelle militari discipline, per porsi convenientemente in campo contro un nemico, fuggitivo sì, ma sempre gigante com'era l'austriaco. Oltre a ciò i generali mancavano di carte topografiche, e non conoscevano la parte d'Italia in cui andavano a combattere. A un tale esercito bisognava un capo ardito, sapiente delle cose di guerra, di que' generali che sanno in pochi dì creare i soldati, che sanno loro infondere quell'impeto che sopperisce agli stretti ordinamenti. Carlo Alberto, prendendo a sè il comando supremo delle truppe, fece grave errore. Egli avrà avute tutte le buone qualità immaginabili; ma mancava di spirito belligero, e d'attitudine per essere generale; era fiacco ed ignorante affatto della strategia. Anco il suo stato maggiore, fatta una eccezione, quella del generale conte Franzini, non era da più del supremo capitano. Affinchè i nostri lettori possano convincersi come le sorti della guerra fossero in cattive mani, diremo che il capo di stato maggiore, il conte Carlo Canera di Salasco, era un gentiluomo di camera, di nobile prosapia, d'indole timida e servile e di scarso ingegno. Egli spingeva la devozione verso la persona del re sino all'estremo; perfin nel campo si credeva in obbligo di continuare l'incarico di ciambellano, e sempre lo segui come l'ombra sua sia a piedi che a cavallo. Parte della notte passava in veglia per redigere que' bollettini che tutti hanno letto e prescrivere gli ordinamenti dell'esercito. Travagliato dalla propria coscienza, egli non cessava dal chiedere al suo principe lo dispensasse da cure, che domandavano altre teste che non fosse la sua. Carlo Alberto non assentiva ai suoi desideri; e al cessare della prima campagna, cessava l'alta funzione con fama di pessimo strategico e colla fatalità d'aver dato il suo nome ad un armistizio coll'inimico, forse per la forza dei casi inevitabile, però inviso ad ogni generoso cuore italiano.

Il giorno cinque di aprile il quartiere generale era a Bozzolo. Una mano di arditissimi volontari, capitanata da Griffini, aveva occupato il passaggio del fiume Oglio e disfattone il ponte presso Marcaria. Verso sera fu spinto più innanzi un nodo di truppa regolare delle tre armi, che occupò una casipola isolata lungo la strada di Mantova. A notte fitta, i cacciatori nemici, approfittando della spensierata sicurezza in cui si credevano i nostri, si avanzarono carponi verso quella casipola, attaccarono que' negligenti soldati e li posero in fuga. Una quarantina d'ulani li inseguì, facendone prigionieri nove, e togliendo loro otto cavalli che furono tradotti in Mantova. Quel primo scontro si poco felice, le frequenti paure al più lieve rumore notturno, il continuo trarre degli schioppi senza saper dove, nè contro chi, appalesavano chiaramente come le truppe piemontesi ignorassero i primi elementi dell'arte militare.

Il giorno sette il grosso dell'esercito muoveva per Goito, collo scopo di forzare il passo tra la fortezza di Mantova e quella di Peschiera. Il giorno 8, in sul meriggio, la prima divisione mosse con molta ansia contro gli Austriaci, i quali si erano asserragliati nel paese ed avevano minato il ponte. Dopo accanito contrasto i nostri facevano estremo impeto, entravano in Goito a viva forza, abbattevano ogni ostacolo, ponevano in fuga il nemico; il quale, sgominato da tanto ardire, correva precipitosamente al ponte per difendersi sull'altra linea del fiume. Anche quivi la resistenza fu lunga e ostinata; ma i nostri rimanevano vincitori.

Le perdite dal nostro lato, tra morti e feriti, sommarono a quarant'otto uomini. Caddero eroicamente il maggiore Maccarani del Real-Navi e il giovine tenente Wrigt, inglese di nascita. Si distinsero particolarmente il generale d'Arvillars, il generale dei volontari Griffini, il colonnello Alessandro Ferrero della Marmora([25]), il tenente Franchetti, il Milanesi, caporale d'artiglieria.

Il felice successo della giornata di Goito, mentre indeboliva la temuta fama di possanza dell'esercito nemico, incuorava sopramodo i nostri. Il giorno 9, il generale Broglia, colla 3a divisione, dirigevasi verso le alture che signoreggiano Monzambano. Gli Austriaci, all'avvicinarsi delle colonne italiane, fuggivano dal paese, e, riparando nella sponda sinistra, appiccavano il fuoco al ponte. La prima batteria a cavallo, sotto gli ordini del maggiore Filippi, allontanò di quasi mille metri gli opponenti dal Mincio, affine di ristabilire il ponte, su cui passavano di corsa buon nodo de' nostri. Se lo stato maggiore avesse conosciuti i luoghi avrebbe saputo rispondere all'ardore dei soldati, che volevano ad ogni costo inseguire i fuggenti. Ma quello doveva tenersi in una saggia moderazione, e anzichè eccitare le truppe le infrenava. Il colonnello Mollard, alle due e mezza dello stesso giorno occupava Borghetto. L'indomani le truppe della libertà prendevano posizione sulle alture dinanzi il castello di Valeggio; e il giorno 11, riposti in assetto i ponti fatti saltare in aria dal nemico, tutte passavano il fiume.

La facile vittoria ringalluzziva i nostri, e li faceva meno oculati e guardinghi; come quelli che ormai non temevano punto d'un nemico sbaragliato e fuggente. Ed era quello il momento che un generale esperto in cose di guerra avrebbe afferrato per ispingere innanzi le sue colonne, e approfittare in un tempo e dell'entusiasmo che le infiammava e della paura in cui ancora erano invasi gli Austriaci. In quella vece Carlo Alberto fissava il suo quartiere generale in Volta, e pago si teneva delle posizioni che gli erano state cedute con tanta facilità. La prima operazione del re a Volta fu, dietro consiglio di taluno, di tentare un movimento verso Peschiera; poichè, venivagli detto, il presidio di quella fortezza avrebbe tosto ceduto all'avvicinarsi delle sue truppe vittoriose. Se non che le mura di Peschiera non erano quelle di Gerico; nè era più il tempo che a suon di tromba cadevano i fortilizi. I Croati, che la presidiavano, erano soltanto 1800; ma, gente predona e selvaggia, avanzata alle vendette di Milano; essi non sentivano punto lo scoraggiamento nell'animo, bensì la speranza, nel resistere alla mala fortuna, d'infestare di bel nuovo le strade e i paesi, di appagare la non mai sazia ferocia col saccheggio e col sangue.

L'ufficiale parlamentario trovò adunque illusoria la facile reddizione della piazza; ed il Re, che, durante l'inutile tentativo, era rimasto ne' punti più bersagliati dalle palle nemiche, si ritraeva di là lasciando la brigata Pinerolo a stringere il blocco della fortezza.

Le truppe di Mantova, sfornite di viveri, andavano infrattanto battendo i campi, le cascine, i paeselli, predando quanto meglio cadesse loro nelle mani e malmenando spietatamente que' terrazzani che non erano lesti a darsi alla fuga. Carlo Alberto, a togliere questi miseri campagnuoli dallo strazio che il nemico di loro faceva, e fors'anco per pulire Rivolta e le Grazie dagli Austriaci, e facilitare il congiungimento delle proprie ordinanze colle modenesi, romane e toscane, che avevano di già varcato il Po, ordinava per la notte del dì 11 una grande ricognizione verso quella fortezza.

Ai primi albori, il generale Bava, alla testa di 12 mila uomini, muoveva da Gazzoldo dirigendo le sue truppe per Sarginesco, per Castellucchio e Montanara, affine di attaccare di fianco il nemico, ove avesse cercato di difendere l'argine dell'Osone; altre truppe dirigeva da Sacco per Rivolta e le Grazie per coglierlo di fronte; altre di Ceresara per Rodigo e Borghetto per procedere sino a Curtatone, ed altre infine da Piubega per Ospitaletto, affine di starvi come riserva, ed entrare, nel bisogno, a prender parte alla ricognizione.

Scopo di quelle mosse era, come si vede, di battere di fronte e di fianco gli Austriaci, esploranti le campagne, di tagliar loro la ritirata, e portarsi quindi immediatamente sotto le mure di Mantova. Il nemico non fu côlto all'improvviso; egli era stato avvisato di que' movimenti dalle accurate e indefesse spie che aveva saputo sguinzagliare dappertutto. Si ritirò in fortezza, sostenendo, verso Belfiore, un breve scontro coi bersaglieri, che gli tennero dietro sino alle porte.

Fallito quel tentativo, Bava faceva ripiegare i battaglioni. Sotto Mantova rimaneva una divisione di 5000 mila Toscani, volontari e stanziali, sotto il comando del generale d'Arco Ferrari, il quale, già buon soldato sotto il primo Bonaparte, era dagli anni e dagli ozi reso ormai svigorito ed inutile. Ai Toscani s'era aggiunto il 10.° reggimento di linea Abruzzo, che Ferdinando di Napoli aveva mandato in aiuto al granduca di Toscana.

Sin dal 18 aprile una legione volante di Modenesi, sotto gli ordini del maggiore Lodovico Fontana, aveva traghettato il Po presso San Benedetto per presidiare Governolo, posizione importantissima non lontana da Mantova.

La scelta del Fontana a capo di que' soldati fu ottima. Uomo di natura semplice, onesta, attivissima, egli aveva apprese le militari dottrine nel battaglione del duca di Modena, e desunte dal proprio cuore le politiche credenze. Il suo coraggio, la franchezza dei modi lo facevano stimare dai conterranei; il suo piglio soldatesco, le libere parole lo rendevano l'idolo delle schiere, che il governo provvisorio avevagli affidate. Consistevano queste in ottocento volontari, in duecentoventicinque soldati d'ordinanza, in trentacinque dragoni a cavallo ed in trenta cannonieri con tre pezzi d'artiglieria da campagna ed un obice. A cotale forza erano uniti cinquanta bersaglieri mantovani, guidati da Longoni, distinto ufficiale al servizio del Piemonte; fra que' bersaglieri erano i genovesi Nino Bixio e Goffredo Mameli. Saputosi come alcuni nodi di nemici ponessero a ruba ed a sacco il vasto paese, che era loro dato di campeggiare, alcuni fra i Modenesi, divorati dalla sete di combattere, chiesero a Fontana di poter volteggiare verso il forte, e ai predoni in cui s'imbattessero di far pagare caramente le loro ribalderie. Partirono quegli arditi in numero di trecento. Giunti a Castellaro vi si fortificarono, riconoscendo quel luogo importante per intercettare le comunicazioni di Mantova con Verona e Legnago. L'indomani a sera, avvertiti che due compagnie di cacciatori austriaci erano giunte a Castelbelforte, partirono in numero di duecento per tentare di sorprenderle e farle prigioniere. Albeggiava appena, quando presso il paese si scontrarono in loro, già deste ed in marcia per a Mantova. Attaccatele senza porre tempo di mezzo, dopo mezz'ora di accanito combattimento, le costringevano alla fuga, facendo loro soffrire parecchie perdite, ed inseguendole per buon tratto di strada.

Frattanto i rimasti a Castellaro venivano sorpresi ed assaliti da un battaglione ungherese con cavalleria e cannoni; e, benchè presi all'improvviso per la mala guardia che intorno a sè facevano, si difesero per un'ora, e si ritirarono poscia ordinati verso Governolo. Il temerario ardimento dei nostri divenne esca al nemico alla vendetta.

 

III

 

Il generale Gorzkowsky, di esecrata memoria, l'uccisore di Ugo Bassi, era allora governatore di Mantova. L'animo suo truce non poteva sopportare in pace come un pugno di volontari, usciti allora allora, in gran parte dai collegi, figli di famiglia il dì prima, non abituati alla guerra e in loco non munito dall'arte, avessero saputo porre in fuga due compagnie delle migliori sue truppe e sostenuto un lungo combattimento con altre truppe numerose senza arrendersi, senza lasciare neppure un di loro prigioniero. Quel generale deliberò di gettare, nella sera del dì vegnente, contro i soldati di Fontana una forte colonna di scelti gregari ai cenni d'un veneto, il Duodo. — Notiamo il nome a titolo di vergogna, chè, se come soldato il Duodo non credeva dover abbandonare le file dell'oppressore, come italiano doveva infrenare le sue soldatesche.

Per la porta San Giorgio, notte tempo, come branco di ingordi ladroni, un reggimento di ungheresi ed un battaglione di cacciatori uscivano con seco sei pezzi d'artiglieria e due squadroni usseri. Ubbriacatisi in un'osteria alle Colombare, uccisone l'oste e la moglie, ed arsa la casa, il Duodo spediva i cacciatori verso Casale per assalire i nostri di fronte e di fianco; il molto vino però, che questi avevano tracannato, offuscava loro siffattamente gli occhi che stentavano a raccapezzare la strada. Il grosso del corpo egli spingeva direttamente per la via dell'argine. Tutto era silenzio e tenebra; le ruote dei carri erano fasciate di stoppa. Gli Austriaci sorprendevano, immerso nel sonno, un giovinetto reggiano, sentinella avanzata; uccisala a colpi di baionetta, scavalcavano la prima serraglia composta provvisoriamente d'alberi incrocicchiati; e i nostri, a difesa di quel punto, sorpresi e côlti da spavento si davano a precipitosa fuga, avvisando il campo del giungere del nemico con grida smodate.

Scoccavano allora le quattro del mattino. Un falso allarme nella notte aveva tutti desti; epperò tutti erano pronti a battaglia. Fontana, disceso in fretta nella strada, minacciava di morte chi alzasse grido, o battesse i tamburi; e provvedeva celeramente alla difesa. Poneva una compagnia di fanti con due cannoni sulla sponda destra del Mincio, ordinando al capitano Cremonini di prendere l'inimico di fianco. Disponeva tre centurie nel camposanto, che sta sulla via di Casale. Difilava dal ponte levatoio sino alla chiesa, che è in fondo al borgo, una riscossa di trecento uomini tra volontari, stanziali e soldati a cavallo. Traeva seco trecentosessanta civili, i bersaglieri mantovani e due pezzi d'artiglieria sull'argine della riva sinistra. Presso il casino Tiraboschi era stata già rotta la strada, e apertovi un largo fosso comunicante col fiume.

Il nemico si accennò col rimbombo dei cannoni e col fischio dei razzi. Il Fontana, a cavallo, si pose alla testa de' suoi, ed alzando il braccio e la spada, gridò animosamente: Viva l'Italia! a' quel grido si succedevano le grida dei soldati, e alla mitraglia delle artiglierie austriache quella delle modenesi. Ad ogni colpo dell'inimico vedevansi andare in frantumi i tetti delle case di Governolo, a smembrarsi i pilastri dei porticati; ad ognuno dei nostri vedevasi lo sperpero nelle avverse file, e si udiva il confuso lamento delle teutoniche voci. La compagnia di Longoni procedeva innanzi, e i Modenesi la imitavano. Intanto uno dei due pezzi a capsula — su cui il duca Francesco IV, di trista memoria, aveva con villano scherzo fatta apporre la leggenda «Ciro Menotti contro i liberali, 1831» avendo rotto il congegnamento, non faceva più fuoco. Il Cremonini si rimaneva inoperoso nell'opposta riva, mentre alcuni tra i suoi si erano posti a fuggire verso il Po. Fontana mandava il suo aiutante per riscuotere l'attività dell'inerte capitano; ma lo stimolo non valse. Pur la fortuna combatteva pe' nostri; imperocchè i pochi, postisi in iscaglioni, recavano la strage nell'opposto campo.

Dopo un combattimento di oltre quattr'ore, il Duodo, inasprito dalla lunga difesa e per le tante morti de' suoi, ordinava la carica alla baionetta. Gli ungheresi rispondevano al cenno che i tamburi loro davano; ma giunti al valico del fosso s'arrestavano incerti. Essi venivano côlti da un ben nutrito fuoco di moschetteria che li faceva indietreggiare. Un nostro tamburo, senz'ordine, cominciava a battere anch'egli la carica. Il Fontana gridava: Vittoria! Viva l'onore italiano! I soldati della libertà si aggruppavano in colonna e correvano sui passi dell'inimico, il quale, preso da tale sbigottimento, si dava a dirotta fuga. Erano allora le dieci. Inseguiti gli Austriaci per buon tratto, i nostri fecero qualche prigioniero ed ebbero per bottino un carro coperto con munizioni da guerra.

 

IV.

 

Dal lago di Garda alle alture tirolesi erano adunati cinquemila e più volontari lombardi, svizzeri e genovesi, i quali si avevano a comandante un colonnello federale, originario di Piemonte, per nome Allemandi. Le varie legioni erano capitanate dal Borra di Brescia, ufficiale del già esercito italiano, cui i molti anni non avevano punto scemate le forze fisiche e del cuore; dal Thannberg, giovine alsaziano arditissimo; dal Tibaldi di Cremona; dal Manara, dal Trotti, dall'Arcioni, dal Torres, dal Beretta, dall'Anfossi, dal Longhena, e da altri generosi figli d'Italia. I soldati, che a que' capi dovevano ubbidire, erano audaci tutti, ma mancavano di disciplina, di fermezza ne' propositi. Il governo, come accennammo, avevali quasi abbandonati, facendo loro mancare vesti, munizioni e vettovaglie. Tuttavia essi valorosamente combatterono alle Sarche, presso il castello di Toblino, ed inseguirono il nemico verso Trento sin oltre Vezzano. L'Allemandi, che vedeva quanto importante fosse di conservare i passi del Tirolo, sia per tagliare da quelle parti la ritirata agli Austriaci, sia per impedire che vi ricevesse nuovi rinforzi, chiedeva a Carlo Alberto quattro battaglioni di truppe regolari con quattro pezzi d'artiglieria. Le sue istanze non erano ascoltate; dopo lungo domandare, gli veniva detto che il governo provvisorio di Milano, non volendo in quelle posizioni più oltre agire, gli ordinava si apprestasse a portarsi a Brescia colle sue genti per ricevervi una regolare riforma. Così nel corso d'un mese, dì per dì, dalla cacciata di Milano degli Austriaci, que' reggitori della pubblica cosa decretavano l'abbandono del Tirolo, concedevano agio al nemico di raccozzare nuovi armati al di là delle Alpi, lasciavano indifesa la Venezia, scoperto il Friuli, libero il passo del lago di Garda per Brescia. Incredibile cosa, ma pur vera.

Anco la grossa guerra era infrattanto condotta con molta lentezza. Dopo una assai prolungata inerzia, parecchie scaramucce di avamposti si erano operate dai Piemontesi in sullo scorcio d'aprile. Essi avevano infugati gli Austriaci da Villafranca e avevano occupata quella terra. Pel giorno 30 si decideva di dare una battaglia. Mentre il generale Bes vigorosamente avrebbe respinto il nemico dai villaggi di Pacenzo e di Cola, il generale Broglio avrebbe marciato verso Santa Giustina e Pastrengo per impossessarsi di quelle posizioni; distruggere i corpi esciti da Verona, e infine chiudere ogni comunicazione tra quella piazza e Peschiera. Altre truppe venivano aggiunte in modo da formare un corpo di venticinquemila uomini, che era affidato al supremo comando del generale Ettore De-Sonnaz.

Il 30 aprile era giorno festivo. Il Re volle che, prima d'ingaggiare la battaglia, i soldati avessero ad udire la messa, ciò che ritardò di molte ore i movimenti delle truppe. Tuttavia le saggie disposizioni date dal De-Sonnaz, e il valore dei soldati riportarono dappertutto completa vittoria. La brigata Piemonte, 3.° e 4.° di linea, era la prima a misurarsi; essa spingeva il nemico, lo incalzava, lo proseguiva di collina in collina; la brigata Cuneo, 7.° e 8.° di linea, comechè a rilento a cagione del terreno accidentato, la imitava alla dritta. Pastrengo era preso d'assalto con un entusiasmo senza pari. Gli Austriaci, disloggiati, si riordinavano, e tentavano una vigorosa fazione sulla sinistra; e quel brusco attacco poteva forse cangiare le loro sorti, se tre squadroni di carabinieri non si fossero slanciati alla carica sulla collina, e non avessero colla forza irresistibile dell'esempio trascinata a sè la fanteria. Allora gli Austriaci, cinti da ogni lato, piegavano disordinatamente verso i ponti di barche stabiliti a Pescantina e a Pontone. Battevano le quattro pomeridiane; senza alcun pericolo si potevano inseguire i fuggenti, tagliare loro la ritirata, o farne per lo meno un numero grande prigionieri. Ma Carlo Alberto, che, da un'eminenza, aveva innanzi tutto assistito alla battaglia, e si era trovato quindi, a vero dire, ne' più perigliosi punti, non seppe trarre profitto dalla loro demoralizzazione, e si accontentò delle acquistate posizioni.

La giornata di Pastrengo fu la prima battaglia campale, in cui gl'Italiani diedero saggio del loro valore e dell'intelligenza nell'eseguire le disposizioni del supremo generale.

Tra le più note virtù che in quel dì si appalesarono, noteremo il capitano d'artiglieria Paolo Riccardi, che poneva in rotta un grosso corpo nemico, disponendo saggiamente e con molto ardimento i suoi cannoni; — il maggiore Alfonso Lamarmora, il quale alla testa di uno squadrone di lancieri e d'una mezza batteria a cavallo, infugava, sgominandola, prima una colonna di fanteria nemica poscia altra di cacciatori; — il capitano Delavenay, che con un piccolo drappello di granatieri savoiardi si avanzava arditamente contro una compagnia di Austriaci, che avevano sorpreso uno squadrone de' nostri, disposto in iscaglioni. Il nemico resisteva, egli lo assaliva colla baionetta; e, afferrato il braccio del capitano, lo faceva prigioniero co' suoi. Ufficiali e soldati morirono da prodi. Cadde tra i più cari e rimpianti il giovane marchese Gerolamo di Bevilacqua, da Brescia, ricco di dovizie e di amor patrio, pochi dì prima assunto al grado di ufficiale nel reggimento di cavalleria Piemonte Reale; egli cadde mentre già i nostri gridavano vittoria. Avuto il comando dal suo capitano d'infugare un nodo di nemici, egli si slanciava furiosamente alla testa de' suoi soldati, e, spiccando un gran salto per sopra una siepe, si dirigeva verso il cimitero di Pastrengo. Il fatto era coronato di lieto successo, non era morto che un trombettiere. Imperocchè gli Austriaci lasciavano la riva destra dell'Adige, e i Croati, rannicchiati dietro una cascina posta sopra un poggio, erano stati obbligati a snidar di colà per la maestria delle artiglierie nostre, le quali avevano smantellato quel riparo. E ad uno di codesti Croati, mortalmente ferito vicino ad un albero, Bevilacqua si avvicinava appunto per pietà guerriera e per dirgli di rimanere pur tranquillo in potere degl'Italiani. Esso avvicinavasi con un sentimento di benevolenza; ma l'altro, scaricandogli contro l'archibugio, che carico aveva fra le gambe, freddamente l'uccideva. Così a 25 anni moriva per la causa italiana Gerolamo Bevilacqua, lasciando di sè ineffabile dolore nella famiglia, desiderio perenne negli amici, nella storia il nome di un Martire.

La forza santificata dal diritto respingeva sui campi lombardi la forza compagna alla violenza ed all'oppressione. I casi della prima trovavano un eco sopra ogni labbro, sopra ogni pagina di giornale, e destavano un palpito di sublime fierezza entro ogni cuore italiano. Ma sollevando il pensiero all'altezza dei tempi progrediti, possiamo asserire che le vittorie riportate dai nostri sull'austriaco non valevano quelle apparentemente più modeste, che riportavano su loro medesimi, vogliam dire su quell'istinto naturale che ci spinge a lavare l'offesa colla vendetta. Mentre da una parte si sapevano i crudeli trattamenti a cui venivano sottoposti i nostri prigionieri, noi siamo lieti di contrapporre al quadro dolente due episodi, non unici, durante quella campagna.

Nella battaglia appunto di Pastrengo i due eserciti erano travagliati da un'ardentissima sete. Ricacciati gli Austriaci dappertutto, alcuni dei nostri erano giunti a procacciarsi una secchia d'acqua, e vi stavano affollati intorno, avidissimi d'immergervi le riarse labbra. Ma una voce si sollevò: «Portiamola ai prigionieri.» Tutti applaudirono al generoso invito, e gli Austriaci non tardarono ad essere i primi a spegnervi la sete. Il primo Bonaparte fu applaudito quando, salutando un convoglio di prigionieri, sclamava: Honneur au courage malheureux! Ma noi abbiamo ferma credenza che il fatto dei nostri si lasci di gran lunga addietro la vantata generosità del saluto e del detto dell'imperatore dei Francesi.

In quella medesima fazione, ricercando alcuni dei nostri nella giberna d'un prigioniero, ed affrettandosi questo a dar di mano alla borsa per offrir loro alcune swanzighe, gli venne risposto: «Tienti il tuo danaro, noi non sappiamo che farne, vogliamo soltanto le cartucce.»

Mentre gl'Italiani dalla mente immaginosa e poetica cantavano inni a gola piena sulla riconquista della patria, quasi attendendo il rinnovamento di que' prodigi registrati nella storia degli Ebrei, il generale Nugent, quello stesso che un anno dopo moriva sotto le mura di Brescia, alla testa d'un corpo d'armata valicava senza ostacolo l'Isonzo, muovendo per alla volta di Palmanova. Erano 20,000 uomini che il ministero di Vienna aveva potuto radunare e spedire in Italia durante le incertezze di Carlo Alberto e gli errori del governo di Lombardia.

Oh! se quel re, serbando le mitezza dell'animo per tempi più lieti, si fosse mostrato capace di risoluzioni forti ed ardite! Se i generali, meglio scienti di quanto valessero, non avessero abbracciato ogni mezzo per ispegnere il primo entusiasmo, nè gettato il discredito sull'insurrezione popolare! Oh almeno, se gl'Italiani tutti adatti alle armi, invece di farsi abbagliare da mendaci propositi, fossero sorti alla voce dell'onore ed avessero avviluppato e ristretto gli stranieri entro una cerchia di baionette, l'Italia sin d'allora si sarebbe costituita; avremmo Roma e Venezia; Nizza e Savoia non sarebbero state vendute, e non saremmo all'arbitrio dell'uomo del 2 dicembre.

La fortezza di Palmanova era presidiata da un buon nerbo di difensori lombardi, veneti e piemontesi; ciò saputosi dal Nugent, stimando che lo Zucchi, lor comandante, si sarebbe battuto sino all'estremo, volse le sue genti perso Udine. Presidiavano questa città due compagnie di fanteria; 500 civici mobilizzati, parte con fucili da caccia, parte armati di lancie; una compagnia di granatieri mandati da Venezia senz'armi, e pochi artiglieri di marineria con quattro cannoni da 6. E questo pugno d'Italiani, sprovveduto d'ogni argomento di guerra, teneva per sei ore continue testa alle falangi austriache, e le fugava con non lievi perdite. Cresciuto l'animo nei civili, volevano esporsi ad una sortita che dalle autorità municipali e dall'arcivescovo non era assentita. Durante la notte i reggitori del paese, presi da paura, vilmente cedevano al nemico; e i cittadini, nel leggere, in sull'alba dell'indomani, affisso pei canti il turpe trattato, ad imprecare contro i traditori del paese, a sottrarre le armi e le robe alla cupidigia nemica, e a fuggire il loco natio per non cader vittime della vendetta dei fortunati.

Nugent non imitava punto la moderazione e la lentezza dei nostri generali. Esso opprimeva, taglieggiava, spandeva dappertutto il terrore, e proseguiva la sua corsa verso il Tagliamento. Il ponte era quivi troncato per un quarto della sua lunghezza; ma egli lo traghettava su piccole barche. I volontari della libertà e le scarse truppe, che difendevano la sponda, dopo breve resistenza si ritiravano, contando far mano non sulla Livenza, ma sulla Piave.

In Treviso si adunavano, oltre i volontari, un migliaio d'uomini di truppa regolare, e due legioni di egual numero, una delle quali comandata dal conte Livio Zambeccari, di Bologna. Poco lungi stavano i settemila pontifici e diecimila volontari di Roma, delle Marche, dell'Umbria, i primi guidati da Durando, da Ferrari i secondi.

Quelle schiere non potevano bastare ad infrenare i passi di Nugent, che, giunto d'improvviso a Conegliano, aveva spinti i suoi avamposti sulla riva sinistra del fiume. Soprammodo difficile è la difesa di una tal naturale barriera; impossibile quando si hanno di contro forze di molto superiori, e una lunga linea da sorvegliare.

Il generale Durando ne aveva una lunghissima dal Cadore alla Foce e colle poche sue truppe. Laonde dava soltanto quelle disposizioni che avessero potuto, non già respingere, ritardare almeno le operazioni di un nemico abile e forte. Il Nugent esitava qualche giorno in Conegliano e in Oderzo; distaccava armati a Ceneda, a Serravalle, e spingeva nodi dei suoi sino a Mel sulla Piave; finalmente, udendo come i Romani si avanzassero, cacciava un grosso corpo tra Belluno e Feltre, dirigeva tremila uomini sulla prima città senza incontrare opposizione, e faceva lo stesso sull'altra che, senza condizione veruna, pur gli apriva le porte. Durando ripiegava su Bassano affine di asserragliare la valle del Brenta; e siccome il nemico, perseguendolo da Feltre, non aveva che due strade, quella di Primolano e l'altra di Pederoba, poneva mille e duecento uomini nel primo paese, ritenendosi seco tremila; l'altro era custodito dai Romani di Ferrari, il quale era in Montebelluna e in Narvesa col principale nerbo.

Nugent, che aveva frastagliate le sue schiere pei paesi rioccupati, mandava quattromila nelle due strade. In Pederoba fu breve la resistenza; le truppe ripiegarono sopra Cornuda, ove Ferrari si recava sollecitamente con tremila uomini. Le truppe di Nugent attaccava quel generale la sera dell'8 maggio; e le milizie civili, comechè nuove alla guerra, resistevano intrepide al tempestare delle bombe e dei razzi e all'impeto della cavalleria. La notte poneva fine al combattimento; ma l'alba appariva appena, che gli Austriaci lo riaccendevano; e i nostri lo sostenevano con maraviglioso ardire. Nelle prime, file, esempio di raro coraggio, era il Gentiloni di Filottrano, che i compagni animava colle parole e cogli atti. Il Ferrari aveva, durante la notte, spediti messaggi premurosi al Durando, pregandolo di accorrere subito. Questo generale per lettera gliene dava assicurazione; dicendo che le sue truppe si sarebbero incontanente poste in marcia per Crespano; e i volontari, certi d'un pronto soccorso, tenevano fermo, mentre la morte mieteva molti di loro, tra cui l'aiutante maggiore Danzetta, operosissimo e prode. Poco oltre il mezzogiorno giungeva altra lettera del Durando, la quale diceva queste ormai celebri parole:

 

«Generale — Crespano — Vengo correndo. — Durando.

 

Ma il Durando non venne. In tutta la campagna quel generale cercò sempre di sfuggire gli Austriaci, tenendo una condotta delle più inesplicabili e senza scuse; eppure egli andò impunito; poichè, vuolsi, gli fosse tenuta buona la discolpa, di avere seguite le istruzioni del governo di Roma al cui stipendio era dal 1847, cioè da quando i Romani vollero ufficiali piemontesi pel riordinamento delle loro milizie.

Nugent infrattanto era venuto sempre più rinforzando le sue posizioni con nuovi battaglioni; e tuttavia le milizie nostre avevano tenuto fermo; ma svigorite dalla veglia della notte precedente, dal continuato combattere, dal digiuno, e non vedendo a giungere i soccorsi, esse cominciarono a diradare il fuoco e a cedere il terreno. Allora Ferrari comandò si effettuasse il movimento di ritirata. Erano le cinque e un quarto pomeridiane. La marcia fu ordinata, se non tranquilla. Gli Austriaci, che avevano patite di molte perdite, non osarono inquietarle.

I nostri giunti a Montebelluna, non trovandovi truppa stanziale, gridarono ad alta voce essere ingannati dal Ferrari, traditi dal Durando, venduti al nemico; e tanta paura e tanto disordine entrò in quelle legioni, che pocanzi avevano sì gagliardamente combattuto, che, sciogliendo il freno della disciplina, si diedero a fuggire verso Treviso. Fu giuocoforza al Ferrari seguire le improntitudini dei suoi e col resto della sua divisione abbandonare la Piave. Egli sperava confortare gli animi, contenere la corsa, riordinare i volontari, e riprendere Montebelluna prima che il nemico potesse occuparla. Senza porre tempo di mezzo, egli partecipava i lamentevoli eventi al Durando acciò lo soccorresse; scriveva al generale Guidotti di difendere colla sua brigata i posti occupati, o si ritirasse su quel punto che stimasse il migliore; ed eguale ordine trasmetteva al colonnello Gallieno. Inutile cura; il primo si poneva ad eseguire delle marce e contromarce a suo talento senza recare soccorso al compagno; i secondi erano già in marcia precipitosa verso Treviso. Veduta ormai vana ogni resistenza, Ferrari dirigevasi anch'esso per quest'ultima città.

Il Nugent, non trovando opposizione veruna da parte di Durando, e degli altri corpi, muoveva le sue genti per a Treviso in tre punti diversi, Il Ferrari dava disposizioni per la difesa; ma alcune sue truppe, andate in ricognizione sulla via di Spresiano, sorde alle voce del dovere e dell'onore, allo apparire degli Austriaci, ripiegavano in tumulto per colpa di alcuni capi, a cui il governo di Gregorio XVI aveva dato gradi supremi in grazia di turpi e nefandi meriti. Quel fatto demoralizzava sempre più le schiere stanziate in Treviso ed in ispeciale modo i papalini. Per cui Ferrari, radunato sollecito consiglio, proponeva di lasciare nella piazza un presidio di 5,000 uomini, i migliori che avesse tra i granatieri, i reggimenti de' volontari e i corpi franchi, e trarre seco il rimanente, di notte per la via di Mestre, la sola sicura. Ma il grosso delle sue genti, preso dal timor panico — malattia contagiosa che così facilmente si apprende nelle giovani schiere di recente battute — non voleva partire adducendo a ragione non voler commettere una viltà coll'abbandonare un paese che il nemico stringeva come d'assedio. Oltre a ciò, un forte nodo di giovani trevigiani asserragliava la porta della città per impedirne la uscita. L'indomani, dodici maggio, venne ritentata la prova e riescì; il colonnello Lante rimase a comandante la piazza colla guarnigione di sopra accennata; la popolazione, sommante a quindicimila abitanti, pareva animata dal più nobile ardore; e la città circondata da muraglie era per lungo tratto inaccessibile a cagione delle paludose sponde del Sile. Facevano parte eziandio del presidio trecencinquantuno Italiani di tutte provincie, venuti da Parigi a Genova, con armi ed a spese del governo provvisorio di Francia e guidati da Giacomo Antonini, di Novara, capitano nelle napoleoniche schiere; colonnello in quelle della Polonia; eletto poi dai suoi, generale; uomo valente, arditissimo; ma di poco ingegno e di non specchiata moralità.

Il corpo del Nugent era in buona parte composto di Transilvani e Croati, gente brutta, ingorda e ladrona, uscita dalle povere sue contrade per far numero e forza, ed opprimere con ogni crudeltà, con ogni preda il paese infestato da' suoi passi. E' campeggiavano sui prati tra Visnadello e Fontane, e spingevansi qua e là a drappelli, rubando nei vicini villaggi. Lo stesso giorno che il Ferrari si dirigeva per a Mestre, il generale Guidotti, col moschetto alla mano, quasi semplice milite, volle fare una sortita coi pochi che consentirono seguirlo. «Soldati, aveva detto, il generoso italiano, il primo posto del pericolo è quello dei vostri generali; noi non vi diciamo di avanzarvi inverso l'inimico, vi diciamo soltanto di seguirci.» Ciò detto si slanciava solo in mezzo alla via, a pochi passi dagli Austriaci; e per tre volte faceva fuoco sull'oste vicina, con ardimento che è quasi incomprensibile al coraggio umano. Rotto il cuore dall'angoscia, voleva morire. Invano Ugo Bassi il raggiungeva a cavallo per esortarlo a non esporsi a certo pericolo. Egli fu irremovibile, e gridò ancora: Vincere o morire! Nè fu lontano l'avveramento del presagio. Colpito in mezzo alla fronte, cadde riverso sul terreno, e le sue ultime parole suonarono: Italia e libertà. Un grande cittadino perdette la patria, e un guerriero fortissimo l'esercito romano. Guidotti portò in cielo intemerata e bella la palma del martirio.

 

V.

 

La pubblica opinione aveva già mormorato sull'inutile tentativo fatto sopra Peschiera. Il ministero muoveva istanze perchè le mosse offensive si continuassero; i gazzettieri prorompevano in biasimi più o meno aperti, a seconda del partito a cui appartenevano, sulle cose operate cotanto a rilento, sulla persona che le dirigeva, e sul nessun pro' ritirato dalla vittoria di Pastrengo. Carlo Alberto leggeva que' fogli, entrava in gravi pensieri, e ordinava che l'esercito uscisse dall'incriminata immobilità. Alcuni segreti messaggi spediti da Verona al quartiere generale, davano speranza che gli abitanti di quella città sarebbero insorti all'apparire dei nostri nelle vicinanze; dicevano altresì che cinquemila Lombardi avrebbero disertato; ed aggiungevano che le truppe ungheresi, conscie di ciò che accadeva nella loro patria, non avrebbero preso parte al combattimento.

Il Re, a quelle voci, senza molto precisare il come ai capi delle schiere, comandava si eseguisse l'indomani, 6 maggio, una ricognizione offensiva sotto Verona. Nelle prime ore del mattino, le truppe si mossero dai rispettivi campi di Pastrengo e di Goito, o s'avanzarono scaldate da molto entusiasmo. Le due genti s'incontrarono vicino al villaggio di Santa Lucia, da una parte e dall'altra si combattè con impeto grande. I nostri furono sempre vincitori; ma il Re, vedendo che niun movimento avveniva in Verona per parte dei cittadini, ordinava verso sera la ritirata.

Cotesta impresa, malamente diretta e senza assieme, senza la menoma conoscenza del terreno, con uno spreco di sangue, come se da essa avessero dipenduto le sorti supreme d'Italia, colmò di stupore il nemico, il quale tolse un'alta idea del valore italiano, e impensierì i nostri sulla imperizia dei capi e sull'imprevidenza del corpo sanitario.

Un migliaio di soldati d'ogni grado e d'ogni arma rimase fuori di combattimento. Perirono tra gli altri gloriosamente il colonnello del 5.° fanteria, cavaliere Ottavio Caccia, il quale, traforato il petto da una palla, proferì negli estremi singulti: «Come io sono felice di morire per la mia Italia!»; il luogotenente dei cavalleggieri Aosta, cavaliere Alfonso Balbis di Sambuy; il marchese Carlo Del-Carretto, spento sul cannone di cui dirigeva il fuoco; il marchese Pietro Colli, pur ufficiale d'artiglieria; il tenente nel 5.° reggimento Bernardino Polombella, ed altri molti.

Possano presto gl'Italiani alzare in Santa Lucia una pietra monumentale a tutti i nostri fratelli, i quali vi caddero colla spada alla mano per la libertà d'Italia. Allora scomparirà la lapide che il 6 maggio dell'anno 1858 fece lo straniero collocare nel cimiterio a perpetuare la memoria di que' fra i soldati del reggimento Sigismondo, che perirono in quella fazione; e tanto più che quella pietra rammenta una vergogna nostra: que' soldati erano italiani combattenti per la tirannide!

Fra i fatti parziali in quel dì operati, vogliamo ricordare quello del soldato Descamps dell'artiglieria a cavallo, il quale rimase al suo posto, comechè una scheggia di mitraglia gli avesse strappate due dita; — quello del capitano d'Yvoley, il quale, non curando una grave ferita già riportata, continuò a combattere sino al punto in cui un altro proiettile venne a fracassargli l'osso della gamba. Vogliamo ricordare altresì l'atto generoso e pio del tenente di Loc-Maria, il cui cuore nella ritirata fu scosso alla vista di parecchi soldati giacenti sul campo alla mercè de' Croati; ond'egli, con pochi de' suoi, malgrado il grandinare delle palle, li raccoglieva e li faceva salvi per tempi migliori.

Alcuni giorni prima della fazione di Santa Lucia, i Toscani, dilatando il campo d'operazione sino al villaggio di San Silvestro a due miglia da Mantova, avevano, presso Chiesanova, ingaggiato il fuoco con parecchie compagnie ungheresi del reggimento Gyulai. La ricognizione era diretta dal magg. Belluomini, vecchio soldato che le nevi di Russia avevano risparmiato all'Italia. Breve fu la resistenza; i nemici vennero presi ed infugati; ed alcuni ardimentosi giovani li inseguirono sin sotto le mura di Mantova. Due giorni dopo, essi ricomparvero in numero di mille contro gli avamposti di San Silvestro; da cui ben presto volsero ignominiosamente le spalle; e in numero di duemila contro il campo di Curtatone; quivi si trovarono a fronte del secondo battaglione del 10.° di linea napoletano, che, gittando grandi urli, si cacciarono loro addosso. L'avanguardia austriaca si pose a fuggire; ma in quell'istante sboccarono da una prossima via altri uomini in colonna serrata, aventi veste di velluto e cappello piumato alla foggia dei volontari lombardi, i quali, preceduti da una bandiera tricolore, andavano gridando: «Viva Pio IX! Viva l'Italia!» I Napoletani ed i Toscani li stimarono fratelli, risposero al gradito saluto, e corsero per abbracciarli. Allora quegli sciagurati scoprirono un pezzo d'artiglieria, diedero fuoco e fuggirono precipitosamente. I nostri li rincorsero per trarre vendetta di sì nero tradimento. Quella mancanza di lealtà è degna di vili assassini e non di soldati. Ma da quelle orde che insozzano l'Italia ne abbiamo veduto a commettere di peggiori.

La Valtellina, ricca di belle tradizioni, manifestò essa pure il suo entusiasmo per la causa nazionale. Ma non a sole parole si limitò quell'entusiasmo. Le nevose giogaie dello Stelvio furono presidiate da quei generosi e gagliardi valligiani. Infrattanto che avvenivano i fatti per noi narrati, varie fazioni ivi pur ebbero luogo; e le compagnie Lavizzari e Arrigosi sostennero sempre glorioso il nome italiano. Da tutte le relazioni che abbiamo sotto gli occhi risulta che que' prodi figli delle Alpi combattevano ad un tempo e le bufere alpine e la rabbia tedesca, e sopportavano i disagi di quegli inospiti siti con una fermezza che altamente onora il loro nome.

 

VI.

 

Quelli che reggevano la cosa pubblica in Toscana non avevano aggiunto altre truppe alle già spedite pel blocco di Mantova. Cotesta città ne chiedeva ben altro numero di quello che ivi era. Le frequenti scaramucce poi che esse sostenevano coi drappelli, che uscivano dal forte per provvedere profende e vettovaglie, l'aria malsana dei luoghi andavano giornalmente diminuendole. Il giorno dieci maggio, venuto l'ordine dal comandante il primo corpo d'esercito di riprendere le primitive posizioni di Curtatone e di Montanara, il battaglione di linea, sotto la guida di Ferdinando Landucci, veniva vigorosamente attaccato presso Rivalta da trecento Tirolesi. I Toscani, comechè pochi, li respinsero sino a Curtatone. Il Landucci, sempre primo alla mischia, combatteva con estremo ardimento. Uccideva colla pistola un nemico, che nella lotta lo stringeva per farlo prigione, si difendeva colla sciabola da altri assalitori, ma riportava mortale ferita, e moriva alle Grazie dopo sette giorni, mostrando sia nel combattere che nel novissimo istante del viver suo animo ben temprato e italianissimo. Fu nella chiesetta delle Grazie che il fiero e cittadino sacerdote Giambastiani, cappellano militare, ne disse l'orazione funebre, e il capitano dello stato maggiore, Enrico Mayer, notissimo letterato e cittadino di Livorno, ne dettò una bellissima iscrizione.

Il giorno 12, Gorzkowky ordinava ai campagnoli, che abitavano presso la città, che disloggiassero immantinente e si riducessero nell'interno. E l'indomani, poco oltre il mezzogiorno, quel generale spingeva numerose colonne con molta artiglieria verso Montanara, San Silvestro e Curtatone. Il colonnello Campia faceva quivi una gagliarda resistenza, sapendo trarre profitto del valore dei nostri artiglieri, diretti dal Niccolini e dal Mossele, della giustezza dei tiri dei bersaglieri volontari e dei Napoletani civili; i quali continuamente respinsero le barche armate, mostrantisi minacciose sul Mincio. In quella mischia erano feriti Cesare Rossaroll ed Enrico Poerio.

Trovavasi a caso nel campo, per ispezionare le scarse truppe, il ministro della guerra, De-Neri Corsini; egli volle assistere a cavallo a quella fortunata fazione.

Il colonnello Giovannetti alle grida di Viva l'Italia! attaccava il nemico sulla fronte di Montanara. Il generale De-Laugier sosteneva con due compagnie la posizione avanzata di San Silvestro. Il Giovannetti, approfittando dell'altezza del grano e della boscata delle vigne, assaltava di fianco gli Austriaci, che ripiegavano sino al camposanto; finchè, infugati da tutti i punti, si ritiravano nelle turrite mura, seco trascinando parecchie carri di feriti e di morti. Pochi furono i prigionieri fatti; ben più i disertori, dai quali seppesi la gravità delle perdite sofferte dall'oste nemica.

In quella fazione si distinsero il Lazzeretti, il Carminati, il Peckliner, il Michelazzi, il Simoncini, il Bresciani, il Carchidio, il Geri, il Zanetti, il Molli, il Renard, il Barzacchini, il Parra e molti altri. Noteremo pure il fatto d'un granatiere, che merita di essere ricordato. Questi, che il soverchio dell'audacia aveva lasciato solo in mezzo ad un drappello ungherese, veniva tolto prigione ed avviato verso Mantova. In una rivolta, côlto il destro, faceva cadere un nemico, l'altro disarmava ed uccideva, il già caduto malamente feriva, e colle armi tinte del sangue straniero, ritornava fra i suoi.

 

——

 

Noi ebbimo ad accennare all'improvvido richiamo dei volontari dal Tirolo. Essi rientrarono in Brescia laceri e scalzi; pochi erano i forniti di cappotti o di mantelli; e quella povertà di vestiti, que' visi incotti dal sole ed emaciati dai patimenti; quell'andare spavaldo, che assume comunemente chi ha sacrificati i propri interessi e rischiata la vita a pro della patria in faccia a coloro che cooperano coi soli voti a quei sacrifici e a que' rischi, invece di renderli bene accetti alla popolazione, li faceva malvisi ed insultati. Domandarono di far parte dell'esercito regolare; e la domani erano passati in rassegna dal colonnello piemontese Cresia. Quell'ufficiale, anzichè parlar loro d'Italia, della santa guerra combattuta, pronunciò parole enfatiche sul Piemonte, su Carlo Alberto, sulla disciplina dell'esercito regio. I volontari, a que' detti, risposero tumultuariamente che essi volevano bensì combattere, ma per l'Italia tutta, e non agli ordini di un re. E al grido di Viva il Re promosso dal Cresia, risposero con Viva la Repubblica! Il governo provvisorio seppe tuttavia rappattumarli; li vestì convenientemente, li ordinò alla meglio, e, postili sotto gli ordini del generale Durando, fratello all'altro che trovavasi alla testa delle truppe papaline, li dirigeva pel Caffaro a trattenere l'impeto dei nemici tra i claustri delle Alpi.

Gli Austriaci campeggiavano in Vai di Ledro; essi sapevano che que' volontari, per naturale incuria, mal custodivano i loro posti, e che nei dì festivi si davano tempone, per cui l'indomani giacevano briachi e bisognosi di quiete.

In sull'albeggiare del 22 maggio, i nemici, silenziosi si avanzarono verso i nostri. I primi a vedere le colonne austriache furono i volontari di Beretta e quelli d'Anfossi, i quali si davano a precipitosa fuga. Fortuna volle che il tenente Guerini tenesse fermo colle sue artiglierie e rispondesse al cannoneggiare e alla fucilata del nemico. Il generale, avvisato a Vestone del disastro, accorreva col suo stato maggiore. In Sant'Antonio s'imbatteva nei fuggenti; egli snudava la spada, minaccioso li incalzava, e, spingendo gli uni sugli altri, riusciva a riordinarli.

Luciano Manara, avvertito anch'esso a tempo, muoveva co' suoi da Salò, toglieva seco le guide del Tirolo, comandate da Thannberg, e, passando per Rocca d'Anfo, si riduceva a Sant'Antonio, ove la via si biforca, l'una scendendo al palazzo del Caffaro, l'altra ascendendo al monte Suelo.

La mischia ricominciava e durava due ore; finchè il soperchiante nemico, portatosi sul fianco sinistro lungo le pendici, rendeva dubbia e micidiale la difesa del Caffaro e di Lodrone. Il colonnello Monti, capo di stato maggiore, disegnava allora di occupare sollecitamente le alture del monte Suelo, le quali, dominando la valle, offrono la chiave di tutta quella linea. Ciò fatto, gli Austriaci, che alla lor volta pur vi salivano, venivano cacciati al basso. Una legione, ch'erasi arditamente avanzata sullo stradale di Rocca d'Anfo, fulminata dai nostri, dovette rivalicare il fiume, ove parecchi annegarono. Un'altra, che, presa la via montana, la quale da Lodrone conduce a Bagnolino, minacciava pur sempre la nostr'ala sinistra, veniva respinta anche da questo lato dal secondo battaglione del reggimento bresciano, accorso frettolosamente da Ricco-Massimo.

L'azione durò sino al declinare del sole colla perdita di venti de' nostri tra morti e feriti; e lasciato Val Bona, il Durando rimaneva nei conquistati quartieri di Sant'Antonio e di San Giacomo sul monte Suelo.

Infrattanto Carlo Alberto aveva abbandonato il suo quartier generale per assistere al bombardamento di Peschiera. Cinque pezzi del forte furono smontati, e un violentissimo scoppio avvisava l'incendio di una piccola polveriera del forte Mandella. Diversi punti della città erano in fiamme. Il Re, mosso dalla pietà per quegli abitanti, mandava il maggiore Alfonso La Marmora a proporre onorevoli accordi al comandante della cittadella; e siccome al suo lato cadevano a furia le palle nemiche, un uffiziale di stato maggiore se gli accostò per dirgli: «Maestà, la vostra vita è in pericolo qui; non è egli questo un posto per voi.» Ed egli preoccupato e distratto forse dalla sorte dei miseri, che dimoravano nella città assediata, rispondeva: «È vero: eccolo!» E spronando il cavallo lo arrestava venti passi più oltre. Intanto il La Marmora tornava colla risposta del general Rath, il quale aveva detto, che la breccia non essendo pur anche aperta, nè le munizioni esaurite, non poteva senza mancare all'onor militare consegnare il posto che gli era stato affidato. «Vi rimanga finchè il suo onore sia salvo» rispondeva Carlo Alberto; ed ordinava per l'indomani si attivasse il fuoco di tutte le batterie.

La direzione suprema dell'assedio era stata affidata al duca di Genova, secondogenito del Re, giovane istruito, valentissimo e assai bene amato dal padre suo, e prematuramente tolto all'Italia; il generale Chiodo comandava il corpo degl'ingegneri, il generale Rossi l'artiglieria e il generale Federici la quarta divisione che assediava la cittadella.

Verso il 15 di maggio, il generale Nugent aveva tentato e tentava ogni prova per far sì che Durando lasciasse le sue posizioni dietro la Brenta, e accorresse alla difesa di Treviso e de' miseri abitanti delle vicinanze, i quali dagli Austriaci erano danneggiati a tutta possa; ma quegli indovinando la segreta cagione di tanti eccessi, si ristava immobile e vigilante. Non però molto, chè cedeva alle vive dimostranze del governo di Venezia.

Pauroso delle sue sorti per la voce che il nemico volesse ad ogni costo occupare Treviso, per aver libera la diretta via di Udine a Verona, e così stringere dappresso la città della Laguna, Durando, cedendo in mal punto, si portò da Piazzola a Moriano, e di là a Quinto per passare il Sile, e attaccare di fianco il nemico, che il presidio della città avrebbe combattuto di fronte. Gli era per l'appunto ciò che il Nugent agognava; imperocchè appena ebbe sentore delle altrui mosse, tolse il campo, e per Castelfranco e Cittadella avviossi per a Vicenza.

Durando era avvertito di quella subita partita a Mogliano; dirigeva immantinente su Mestre la sua avanguardia, comandata dal colonnello Gallieno, il quale nella sera del dì 19 giungeva per la strada ferrata in Vicenza co' suoi tre battaglioni. Il giorno di poi, al tocco, gli Austriaci si annunciavano a Lusiera col fumo degl'incendi. Un'ora di poi il fuoco di moschetteria era vivissimo sulla prima barricata fuori la porta di Santa Lucia; quindi, a porta Padova e a porta San Bortolo. Dopo cinque ore di combattimento che a noi valsero la perdita di dieci morti e settanta feriti, il nemico validamente respinto e inseguito, si ritirava sul suo corpo principale. Il giorno dopo giungeva il Durando col resto delle sue schiere. Lo avevano preceduto il generale Antonini colla sua legione, il colonnello Cavedalis con una provvista di munizioni, ed il Manin ed il Tommaseo espressamente venuti di Venezia.

La guerra contro Vienna era sì santa; la inesperienza militare, il temerario eroismo, il valore frugavano siffattamente le vene e i polsi de' nostri a non farli tranquilli e lieti che nell'azione. Per acquietare tali brame, Durando permetteva all'Antonini di muovere ad una ricognizione. E più tardi egli stesso esciva per sostenerlo nella temeraria impresa colla colonna Galateo, le compagnie scelte degli Svizzeri, uno squadrone di dragoni e quattro pezzi d'artiglieria.

Alla distanza di due miglia da porta Castello il primo trovò un grosso corpo nemico, il quale proteggeva la marcia di tutto il convoglio che aveva preso la via di Verona. Il combattimento fu oltremodo ostinato e durò sino all'imbrunire. Perdemmo un centinaio d'uomini tra morti e feriti; la colonna la più danneggiata fu quella dell'Antonini, il quale, spintosi con molta imprudenza e bravura alla testa de' suoi sul Bacchiglione, n'ebbe molti uccisi e annegati, ed egli il braccio diritto portato via da un pezzo di mitraglia.

Nel ritirarsi di là per far la congiunzione colle truppe di Radetzky, il generale La Tour Taxis, surrogante il Nugent malato di febbre in Udine, scontravasi in San Bonifacio col maresciallo, il quale era scontentissimo de' fatti suoi per aver con poca energia attaccato Vicenza, posizione strategica ch'ei voleva possedere, come quella a cui fanno capo tutte le vie del Tirolo e del Friuli, che menano all'Adige. Egli ordinavagli di tornare indietro alla testa di 18,000 uomini e di quaranta pezzi d'artiglieria.

Il generale Taxis giungeva a Vicenza in sull'annottare del dì 23; e, senza dare riposo alle truppe, le scagliava contro la città per impadronirsene di sorpresa. Alcuni posti importanti cadevano in suo potere. Ma i 10,000 armati dell'interno, accorsi frettolosamente, ne li ricacciavano colla punta dalle baionette. Oscura la notte e tempestosa; pioveva acqua a dirotto; piovevano bombe e razzi anche a dirotto, che danneggiarono parecchi edifici ed in particolare modo quello della Posta, ove un proiettile caduto nella camera abitata dal generale Antonini, al quale avevano amputato il braccio, lo avrebbe ucciso con quelli che lo attorniavano, se, scivolando dal poggiuolo della finestra, non avesse scoppiato nella sottoposta corte.

All'alba, le artiglierie vicentine collocate presso il casino Carcano, dominante il campo di Marte e la stazione della ferrovia, venivano rafforzate da due pezzi delle batterie svizzere dirette dal buon colonnello Lentulus, il quale ne smontò due all'inimico. Vano il numero contro il valore de' nostri e la vigilanza degli abitanti, che sfidavano ogni pericolo per ispegnere gl'incendi e per recar munizioni dovunque abbisognassero. Verso le dieci ore del mattino, una sortita trovava debole resistenza negli avversari; cadevano in nostro potere alcuni prigionieri, fra i quali parecchi ufficiali. Già un distaccamento di veneti aveva occupato Cittadella, ove trovavansi parecchi feriti. In sul mezzodì il fuoco era interamente cessato e i più arditi inseguivano i Croati per più di sette miglia verso Montebello, ove questi depositarono all'ospedale dodici carrettoni di feriti; altri feriti coi morti li avevano posti qua e là nelle case di campagna in prossimità del luogo della battaglia, e bruciatili al solito nella ritirata. La nostra perdita sommava ad una settantina d'uomini fuor di combattimento; quella dell'inimico fu calcolata quasi a due mila.

Un tentativo cotanto dannoso impensierì il vecchio maresciallo senza punto indebolire la possanza dell'animo suo. Egli guerreggiava una guerra sventurata e rea; ma aveva nelle file del suo esercito capi, che non facilmente piegavano nelle avversità; le sue genti imbaldanzivano nei ladronecci e nello sfogo di tutte le passioni. D'altra parte scorgeva la nessuna sagacia militare ne' generali avversi, il nessun vantaggio ritratto dall'empito, dalla destrezza e dalla intelligenza degl'Italiani, assoldati o volontari, e la sfiducia e lo scoramento che la mancanza di buoni ordini metteva in essi; notava la indifferente attitudine delle popolazioni lombarde, tranne quelle che abitavano le città più cospicue, in faccia alla nazionale rivoluzione, ed a' necessari effetti che ne derivavano; a furia d'oro abilmente sparso in Milano aveva ordito una trama, da cui operava concertati favori. Immaginò allora un'impresa arditissima, che, scambiando di un tratto le sorti della guerra, poteva rifarlo possessore di tutto il paese perduto. I rischi erano molti, siccome pur molte le probabilità di successo.

 

VII.

 

In sulla sera del 27 maggio, Radetzky partiva da Verona con 35,000 uomini, una numerosa artiglieria e un traino da ponte, dirigendosi per l'Isola della scala. L'indomani a quell'ora istessa giungeva in Mantova, ed accampavasi presso San Giorgio. Durante il giorno, da Nogara e da Castellaro disertarono dugento soldati italiani allo incirca. parte con armi, parte no, e venuti in Sustinente e in Governolo presso il maggiore Fontana, tuttora stanziante coi Modenesi sulla sinistra del Mincio e del Po, a lui rivelarono il disegno del Maresciallo, cioè di piombare sulla divisione toscana e sterminarla; passare sulla ripa diritta del Mincio e distruggervi i magazzini ed i ponti; sgominare sulla linea le schiere piemontesi, e ripresentarsi trionfante in Milano, di cui i retrivi gli aprirebbero le porte, profittando dello scompiglio generale; lo accertarono che presso Rivoli stava forte nerbo di soldati per correre su Peschiera e chiudere il grosso dell'esercito di Carlo Alberto tra l'Adige ed il Mincio.

Fontana, senza porre tempo di mezzo, avvertiva delle cose udite il generale Bava, che allora stanziava a Custoza, e il generale De-Laugier, il quale aveva il quartier generale alle Grazie, e in pari tempo chiedeva istruzioni all'uopo. La legione modenese, comechè di molto assottigliata dalle malattie, dalla svogliatezza, prodotta da perverse mene e dall'inazione, isolata com'era e con poca speranza d'aiuti, pur era decisa a combattere e a tener saldo a qualunque costo.

Il foglio di Fontana trovava il De-Laugier già avvisato da Bava, il quale avevagli pur promesso un sollecito e valido soccorso. Il generale toscano, con pochissime truppe in paragone di quelle nemiche, non contando che 4,685 fanti, 100 cavalli, 6 cannoni e 2 obici sulla lunga linea da San Silvestro alle Grazie, senza precise istruzioni, senza precise promesse d'aiuti, sentiva di assumere una grande responsabilità. Ov'egli senza combattere si fosse ritirato su Goito, le più acerbe e più odiose critiche avrebbero il suo nome infamato. Aspettando di piè fermo gli Austriaci, esponeva i suoi ad un macello, ma salvava l'onore suo e quello della gioventù toscana pronta, come i soldati di Leonida, ad ogni sacrificio per l'Italia. De-Laugier decideva di star saldo.

È triste quanto glorioso il racconto della disperata lotta in cui durò quell'eletta gioventù; glorioso perchè dimostra quanto sia il valore italiano, infiammato dal santissimo amor di patria, dal sentimento d'indipendenza e di libertà; triste per le vittime, troppo chiare sventuratamente, che dovevano col sangue loro improntare nella storia quella indelebile pagina.

Il De Laugier, verso la sera del 28 maggio, riceveva dal Bava un altro dispaccio, in cui eragli detto, si apparecchiasse a difesa; e se malgrado ogni conato avesse dovuto cedere il terreno, si ritirasse in buon ordine verso Gazzoldo; indi, approfittando dei terreni tagliati, si conducesse sin sotto Volta, ov'era il suo corpo d'ordinanza.

De Laugier cominciò a dare le opportune istruzioni, ed intimò al maggiore Fortini, il quale aveva sparso il suo battaglione di volontari in Rivolta, a Sacca e a Castelluccio, di sorvegliare le sponde del Mincio, di distruggere al bisogno il ponte di Fossa Nuova e di difendere i ridotti dell'estremo paesello, per sostenere la ritirata ai compagni. Avvisò il Campia a Curtatone e il Giovannetti a Montanara di ciò che avrebbero dovuto operare tanto nell'attacco, quanto nella ritirata. Egli rimase alle Grazie con un solo obice; più tardi mandò anche quello col tenente Giovanni Araldi a Montanara, chiedendo di là un pezzo da sei che non gli fu spedito.

Alle ore nove e mezzo della mattina del giorno 29 maggio, il nemico, forte di trentamila uomini con cinquanta pezzi d'artiglieria, inoltravasi pella strada di Mantova.

I bersaglieri dei volontari venivano tosto alle prese. Le nostre artiglierie rispondevano gagliardamente alle austriache. A Montanara e a San Silvestro, i liberi battaglieri, presso i quali l'ardente amor di patria suppliva al numero, saltavano le barricate e battevano allo scoperto.

De Laugier passava per di là, e faceva richiamo al Giovannetti di tanta imprudenza. L'impavido colonnello rispondevagli: «Gl'Italiani debbono mostrare il petto al nemico. È viltà il nascondersi. Lasciamolo fare agli Austriaci!»

Infrattanto il capitano d'artiglieria Contri operava con una mano di cannonieri e di volontari un'ardita esplorazione sul fianco sinistro dei nemici. Egli s'incontrava con due battaglioni, ed apriva il fuoco ed il sosteneva per qualche tempo; alfine, non ricevendo aiuti, era obbligato a ripiegare. Ma, riforzato da due compagnie di fanteria, riprendeva la offensiva, e pel momento giungeva a discacciare la soperchiante colonna.

Il battaglione degli universitari, forte di duecento ottanta uomini, e comandato dal colonnello Melani, era stato posto come riserva a Curtatone. Se non che que' generosi, non resistendo al loro patriottico ardore, si cacciavano oltre il ponte, là dove meglio ferveva la mischia, e rinforzavano i punti più ferocemente assaliti. Quivi moriva il capitano in quel battaglione Leopoldo Pilla, chiarissimo professore di geologia nell'Università di Pisa. Così tanti studi, tanta dottrina, tanto onore d'Italia distruggeva un colpo vandalico.

Nel centro non era meno l'entusiasmo. I razzi nemici avevano appiccato il fuoco ai cassoni delle polveri, e queste avevano orrendamente morti e feriti gli artiglieri e quanti erano vicini. Vedevi alcuni a correre sfigurati, dolenti, e strapparsi di dosso gli accesi abiti; altri, fatti anche più ebbri da quel supplicio, a surrogare alle riarse miccie i brani brucianti delle proprie assise, coi quali davano fuoco ai loro pezzi. Era ammirabile la condotta del caporale cannoniere Elbano Gaspari, il quale, rimasto solo in vita fra' compagni, rispondeva con tre pezzi d'artiglieria ai 22 degli Austriaci che aveva di contro; solo e ignudo per essersi dovuto togliere i panni che gli bruciavano addosso. Mirabile pure era la condotta dei due ufficiali sanitari, Zannetti e Burci, professori di molto nome, che avevano lasciato le loro clientele, gl'ingenti lucri, tutto per seguire nel campo la gioventù militante; il loro zelo operoso ove più ferveva la mischia ha pochi riscontri nella storia.

I promessi aiuti non giungevano; nessuno dei messaggeri mandati a Goito ritornava con liete notizie. La mitraglia nemica continuava a mietere spietatamente le file dei generosi; alle grida di entusiasmo era succeduto il silenzio, quel solenne silenzio indicante che quelli i quali combattono sanno di morire senza vincere.

Il De Laugier riceveva frattanto un foglio da Bava, in cui era detto che un reggimento di cavalleria era in Goito, che due altri erano poco lontani con una batteria di campagna, e che un'intera divisione di fanteria con due batterie accampavano a Volta. Il generale spediva un aiutante per chiedere un sollecito soccorso, e gridava ai suoi: «Coraggio, figliuoli, costanza; i Piemontesi non sono lontani.»

Il vigore si riaccendeva; si operavano prove d'indicibile eroismo. Il colonnello Chigi aveva una mano tronca da un colpo di mitraglia; pur lieto sorrideva, e, agitando in alto il moncone sanguinoso; sclamava: Viva l'Italia! Il Campia pur era ferito; molti ufficiali e soldati giacevano alla rinfusa morti o semivivi al suolo.

Battute le ali, battuto il centro, non giungendo soccorso veruno, era mestieri sgombrare il terreno. Senza riserve, senza artiglierie numerose, che valessero a tenere in distanza il nemico, era impossibile eseguire con ordine la ritirata. Le discipline erano infrante; le voci dei capi non venivano più udite. Ognuno, per naturale istinto di vita, cercava uno scampo. Il disordine e lo scompiglio erano da non dirsi.

Il capitano Malenchini giungeva fortunatamente a rannodare i suoi bersaglieri e qualche altro dei volontari, e teneva in rispetto l'irrompente nemico, il quale intendeva di tagliare la ritirata dalle Grazie.

Il professore Giuseppe Montanelli colle parole e cogli atti infiammava i compagni; e intanto che pietoso dava l'ultimo bacio di affetto ad un giovine amico, caduto morto a' suoi piedi, una palla lo feriva nella clavicola e cadeva. Il Morandini sorreggevalo, lo difendeva da un'orda di Croati, e veniva con esso lui tolto prigione; tenevano loro dietro in Mantova il Barellai e il Paganucci, giovani chirurghi, i quali, per mancanza di ambulanze, non avendo potuto salvare i feriti, vollero seguirli per aver cura di essi.

Bella prova di eroismo forniva l'aiutante Giuseppe Cipriani, il quale cedeva il proprio cavallo al generale De Laugier nell'atto che, stramazzato al suolo e calpesto dai suoi cavalieri in fuga, era per essere raggiunto da un drappello di ulani. Il Cipriani, uno dei gravemente offesi in Curtatone pella esplosione delle polveri, rimase sempre al suo posto; e comechè soffrisse moltissimo per la scottatura delle carni, fu uno degli ultimi a ritirarsi dal luogo del combattimento.

Passato il ponte, che era minato, le confuse schiere si riordinavano, e lentamente potevano procedere verso Goito, ove giunsero sull'annottare. Quivi, oltre al consueto presidio toscano e napolitano di 940 fanti, 14 cavalli e due cannoni, sotto gli ordini del colonnello Rodriguez, nessun altro corpo trovavasi. Che aveva detto e promesso adunque il Bava? Quel generale s'era infatto recato in Goito; ma era ritornato a Volta, senza mandare un soccorso ai fratelli, che, credenti nella sua parola, facevano sacrificio della vita, col combattere un nemico numerosissimo e fornito di tutto: speravano che i loro cadaveri avrebbero spianata la via a debellarlo completamente. Bava ritornava a Volta, e tranquillamente si poneva a contemplare col canocchiale gl'incendi e l'eccidio dei generosi Toscani. La storia ha già rimeritato quel generale della sua condotta.

Sguernite le posizioni delle Grazie e di Curtatone, Radetzky spingeva forti colonne ad investire quel pugno di eroi, che, con una ostinatezza senza pari difendeva ancora i ridotti di Montanara. Ma alla furia dei colpi e alle grida dei nostri, gli Austriaci credevano che fossero truppe fresche allora allora sopraggiunte, e indietreggiavano; era d'uopo agli ufficiali porsi alla testa delle colonne, perchè le loro schiere disanimate tornassero all'assalto.

Poco oltre le ore quattro, il generale Lichtenstein si avvedeva che i casolari della Santa erano sprovveduti di armati, e, marciando per quella volta, sboccava sulla via maestra, e minacciava alle spalle i compagni del Giovannetti. L'intrepido Toscano contrastava palmo a palmo il terreno, finchè, vedendo indebolite le sue file, e scorgendo farsi ognora più spessa l'onda nemica, avvertito pure che le altre linee erano già state abbandonate ordinava la ritirata. Appena passata la porta di Montanara, quel nodo di prodi vedeva dinanzi a sè chiusa la strada di Santa Lucia.

Il colonnello si teneva sulla destra coi Napoletani e coi volontari, e spingeva un reggimento in colonna dietro l'artiglieria per difenderla. La spessa mitraglia lo sgominava; i cannonieri anch'essi saltavano il fosso a dritta, e spargevansi pei campi; il solo tenente Araldi, comechè ferito, rimaneva al suo posto. Incitato dal Giovannetti a ritirarsi, rispondeva: «Un buon artigliere, quando non può salvare i suoi pezzi, muore su di essi.» E trascinava a braccia con sessanta volontari i cannoni nella cascina ov'erano deposti i feriti, e quivi proseguiva un fuoco micidiale contro il nemico per più d'un'ora, finchè, da varie parti gli Austriaci entrati nella cascina, e que' pochi uomini dopo una disperata difesa, ridotti a soli dieciasette, feriti tutti, egli rimaneva prigioniero. Giovanni Araldi sarebbe stato morto di baionetta nemica, se un ufficiale degli ungheresi, il barone Lazzarini di Fiume, vedendolo a cadere sul pezzo, non fosse corso a lui per salvarlo.

Dopo parecchi tentativi, e sempre combattendo, il Giovannetti poteva imboccare in una traversa, che l'introduceva sulla via di Castellucchio, da cui proseguiva co' suoi, trafelati e stanchi, il cammino verso Marcaria e San Martino.

Il nemico non potè menar gran vanto della sua vittoria, scorgendo delusa ogni preconcetta speranza. Soltanto quattro cannoni andarono perduti per mancanza di cavalli che li trasportassero. Le bandiere furono tutte salve. Gli ufficiali Lavagnini e Andreini, che, con un drappello di soldati d'ordinanza le avevano in custodia, cinti da ogni lato, presso a cadere prigionieri, ritolsero le insegne dalle aste, e, celatele sotto la divisa, religiosamente le spartirono in Mantova tra i compagni. E quando furono liberi mostrarono ai loro conterranei quelle onorate reliquie, come memoria d'un infelice destino e della loro intemerata fede.

Nella giornata del 29 maggio 1848, gl'Italiani non vennero meno a sè stessi. Ricordandosi che in quel medesimo giorno, nel 1176, i loro avi, pochi di numero, avevano in Legnano combattuto e vinto i soldati del Barbarossa, fecero prove stupende d'abnegazione e di valore. Per tre volte fu suonato a raccolta; indarno. Tutti fermi nel proposito di far vedere al nemico quanto valesse il braccio dei figli d'Italia, tutti volevano morire sul campo. Ma alla fine, pensando come fosse migliore serbarsi a successi più prosperi, frementi si ritiravano, lasciando sul suolo zuppo di sangue, lacere membra, morti molti e feriti, e molti prigionieri. E nella morte e nella prigionia non ismentirono il nome italiano. Tutti sino all'ultimo gridarono: Viva l'Italia. Molti di essi e per ingegno e per dottrina erano le più belle speranze della patria: v'erano avvocati, medici, professori, artisti, studenti, che formavano la parte più eletta delle città toscane. Morirono venticinque di Firenze, sei di Pistoia; altri di Livorno, di Pisa, di Lucca, di Montepulciano, di Massa, d'ogni terra: molti in battaglia, alcuni nella ritirata, altri nella prigionia; tutti fieri amatori della libertà della patria.

Accenniamo que' giovani immortali, che, come i trecento di Sparta, insegnarono ai superstiti che per vincere bisogna saper morire; li accenniamo per causa di venerazione, e per ricordare ai nuovi campioni il sangue che spetta le loro vendette. Che gl'Italiani si rendano degni di coloro che dai primi albori del nostro risorgimento, hanno con prove indefesse o continue preparato le vittorie della nostra libertà, che come gl'immortali di Dario hanno sempre presentato la stessa fronte al nemico, allora sì che il completo affrancamento della patria diverrà un fatto compiuto.

 

Leopoldo Pilla, professore dell'università di Pisa, nacque a Venafro, patria del celebre capitano Giambattista Della-Valle, primo scrittore italiano di fortificazione, il dì 20 ottobre del 1805.

Gli scritti e gli esempi paterni di certo instillarono nell'animo di Leopoldo i primi amori della scienza, cui aveva a recare tanto lustro e decoro, e più le avrebbe arrecato incremento e copia di trovati e di utilità, se gli fosse bastata la vita, se una vita sì preziosa non fosse stata con tante altre generosamente e debitamente esposta per la salute e la libertà d'Italia. Ed a che giova la vita, la scienza e la gloria quand'è schiava la patria? Le provincie e i reggimenti di cavalleria sentivano il difetto dei chirurghi da mascalcìa; sicchè sorgeva in Napoli un collegio di coteste discipline, per educarvi numerosa gioventù. Colà faceva i suoi studi il giovine Leopoldo Pilla, già inviato nelle lettere dall'archeologo Cotugno, e nelle scienze fisiche dal chiarissimo Niccolò Cavelli, e ne uscì ornato di buoni studi in fatto d'Ippiatria, di Zoologia e di scienze naturali. Ma non si sentì chiamato all'arte pur generosa di ricercare, e sapere, e curare i mali gravi delle bestie. Per la qual cosa più e meglio si volse alla terra; e coltivando poi gli studi geologici, egli presto s'accorse che assai difficilmente ne avrebbe potuto trarre frutto di vita, nè voleva, anche potendolo, vivere delle discretissime entrate della sua casa, tanto più ch'altro fratello e due sorelle avevano bisogno di ricorrere al patrimonio. Non lasciando dunque da parte i suoi lavori prediletti, vi congiunse gli studi di medicina, come secondari in vero e come espedienti di professione. Infatti il primo suo lavoro è quello della vita scientifica del citato Cavelli, ch'ei lesse nell'Accademia Pontaniana l'anno 1830. Nè faremo le maraviglie vedendo un giovane com'era il Pilla, promettitore di sicura ed eminente riuscita nelle scienze naturali, vivere negli ultimi posti de' medici militari d'un ospedale. Imperocchè generalmente negli eserciti e allora più in Napoli, tenendosi in maggior pregio la vita de' cavalli e delle bestie da tiro, si affidava la salute del soldato a giovani, o a praticanti di pochissimo valore. Pure il Pilla, al cui animo gentile ripugnava di certo un servigio, che non avesse egli potuto ministrare con tutte le forze dell'ingegno e dell'animo, preferì anche in quell'officio il ramo piuttosto dell'amministrazione e della statistica. E in questo suo intendimento potè essere viemmeglio confortato, dappoichè risaputasi la sua passione e la sua valentìa nelle cose naturali, il generale che comandava allora supremamente le milizie napolitane, ed era vago d'impinguare il patrimonio co' negozi dell'allume, dell'ossidiana, delle acque termali, de' cappelli di certa materia vegetale, consultava sempre il Pilla. Cotesta meritata e pesata protezione, non che la sua bella fama, la quale di dì in dì cresceva rapidamente, lo fecero eleggere fra quei professori dell'arte salutare e delle scienze naturali, i quali furono dallo Stato spediti in Vienna e nella Germania per istudiarvi la malattia venuta in Europa dalle regioni asiatiche, che desolò l'Italia e sovrappiù Napoli e Palermo.

I terreni meridionali fra' più ricchi d'Italia, richiedevano una gioventù studiosa de' naturali tesori; nè più erano que' tempi che l'Italia, e in ispecie la parte di mezzodì, potevasi contentare di tenere solo il campo dell'agricoltura e della pastorizia. Più non era stagione di esclusioni e di sapere privato, in cui chiamavansi i minatori sassoni e stiriani per aprire e coltivare le miniere di Calabria. Anche ai ministri meno veggenti si presentava il bisogno di avere non già per vanità e per pompa una cattedra nel pubblico Studio di Napoli; ma più e più geologi e mineralogisti, i quali avessero potuto disaminare e scorrere e studiare la natura, più che sulle pagine, nelle viscere de' nostri terreni, quasi lasciati vergini e sconosciuti al martello e alla trivella del ricercatore.

Per le quali considerazioni il ministro dell'Interno indusse il Pilla a lasciare quel posto di chirurgo militare, alla cui gloria davvero non aspirava, nè poteva aspirare il geologo, e a mostrarsi cittadino veramente utile ed operoso, in que' tempi d'industria nazionale, nelle ricerche e nelle aperture delle miniere; tanto più che, morto di recente il vecchio professore dell'Università, poteva un dì più che l'altro ascendere meritamente a quell'offizio. Dovette egli credere a cotesta spacciata protezione, la quale non era punto quell'altra, più povera forse, ma subita e pronta e franca del soldato; era la protezione tronfia, magnificante, abbottonata dell'uomo di Stato, secondo i tempi infausti e codardi. Gli si voleva mostrare il posto vuoto, perchè la scienza fosse stata cortigiana e stesse inchinata innanzi al superbo ministro, e intanto il Pilla rimaneva senza l'antico officio modesto, e senza il magnanimo soccorso annunziato.

Si accorse dunque, come aveva già avuto sempre in animo, dover meglio fondare sul favore del popolo e dell'universale, che su quello del famoso Mecenate; talchè non si addormentò su' guanciali delle promesse de' Grandi, ma guardò alla scienza e alla sua fama, e nel 1836 fece un viaggio nella Sicilia e nella Calabria per studiare l'attacco degli Appennini, come lo dimostrano certe sue scritture.

Gli studiosi di scienze naturali, massime di geologia, non erano molti in Italia; Pilla ne aprì uno studio; anzi, come annunzio più solenne e come più solenne malleveria del suo valore nell'insegnamento, lesse nella grande sala dell'Accademia Pontoniana, fra ripetuti e grandi applausi, un Discorso accademico intorno ai principali progressi della geologia ed allo stato presente di questa scienza.

L'insegnamento suo privato ebbe grandissimo successo. E volendo tornare utile a' suoi cittadini, quand'era appunto il tempo di non aver bisogno del braccio altrui e dell'altrui predominio nelle imprese di scavazioni, di combustibili e di minerali, e sentendo già il bisogno d'ogni affrancamento dallo straniero e della libertà della patria, faceva pubbliche nel 1841 alcune Conoscenze di mineralogia necessarie per lo studio di geologia, dove in ogni pagina contiensi quanto è necessario a preparare lo studioso alle cognizioni geologiche.

Intanto all'occhio del governo pareva troppa vergogna fare sì lungo tempo rimanere chiusa la cattedra pubblica di mineralogia; e alla fine il Pilla vi nominava professore, ma professore interino solamente.

La Corte toscana allora era in Napoli: le tradizioni di civiltà, la estimazione maggiore in che tenevansi in quella Italia di mezzo le discipline e i pubblici studi, la minore gelosia e la veruna paura che, a differenza di Napoli, ispiravano colà gli uomini sapienti e dediti alla gloria d'Italia, e forse un certo tributo di omaggio alla casa di Carlo III, che aveva onorato il cittadino di Stia, Bernardo Tanucci; tutte queste cose insieme fecero dall'Università di Pisa dimandare al Gran Duca d'invitarvi delle capacità eminenti, in ispecialità nella geologia, nella chimica e anche nella medicina frenologica; vieppiù indotti i Toscani dalla decrepitezza del professore di chimica, cui erasi concesso il riposo, e dalla divisione delle due cattedre di zoologia e di geologia, non meno che dalla scarsezza che allora facevasi colà sentire in cotesti campi scientifici, di uomini egregi.

Il Pilla, prima di lasciare Napoli, recossi dal ministro dell'Interno per ringraziarlo delle sue parole, e prendere congedo. Quegli, con modi del tutto sconci, osò dire al professore: Eh dovreste ricordarvi ch'io vi tolsi di mano il lavativo!

Non terremo presso alla vita del Pilla durante gli anni che fu professore a Pisa. Diremo come, quando i comizi scientifici italiani succedevansi di anno in anno, egli, che lieto vi vedeva il bene delle scienze, e lietissimo ne scorgeva le conseguenze morali e politiche della divisa Italia, non mancò di farvi risuonare la sua voce o mandarvi le sue scritture.

Sul cominciare del 1846 il ministero toscano, dov'erano ministri un Homburg e un Paucr, voleva aprire il passo a' Gesuiti, e si provava a stanziarvi le suore del Sacro Cuore, tenute come antiguardo della milizia gesuitica, e già raccettate dalla contessa Buturlin, sotto il gradito e onorevole nome di suore della Carità. Gli amici e protettori della Compagnia stimarono esser Pisa il primo asilo più acconcio; ma il popolo e l'Università se ne sdegnarono forte, sicchè ì professori sottoscrissero una dignitosa petizione, e fu tra essi il Pilla, comunque vi fossero stati negativi il Mori, i due Savi, il Padelletti e Del Padule.

Ma a' mali morali si aggiunsero quelli di natura, dacchè un'ora dopo il mezzodì del 15 di agosto di quello stesso anno una romba simile a quella di lontana bufera, annunziava un flagello che doveva contristare buona parte di Toscana. Succedeva un tremuoto, ch'empieva di terrore e di rovine quel tratto di paese, che si distende fra Orbetello, l'isola D'Elba, la Lunigiana e la montagna di San Marcello. E Leopoldo Pilla pianse quel caso e ne studiò le cagioni, e ne raccolse i fatti, recandosi in vari luoghi, e più specialmente in Orciano, popolata di 800 abitanti, la quale divenne un mucchio di sassi, e in Castelnuovo della Misericordia, dove rovinarono trentatrè case rusticali; pubblicandone una importantissima descrizione, venduta a beneficio de' danneggiati. Nè passò molto tempo, che pose a stampa il primo volume del suo Corso compiuto di Geologia, il cui secondo volume non si poteva ancora pensare dovesse apparire postumo nel 1849.

Fra' pochi, cui parve sicura la morte gloriosa sui campi di Lombardia, si fu di certo Leopoldo Pilla. Il quale, eletto capitano d'una compagnia del battaglione universitario, stimolando al cammino e alla guerra il governo e la scolaresca, fu solamente tranquillo alla vista del nemico. E presago di sua prossima fine, tant'era acceso al combattere, appunto al quartiere generale delle Grazie, il dì 22 maggio scrisse di sua mano il suo testamento, per provvedere a innocente e caro bambino di tre anni, che portava il suo nome medesimo. E furono queste le sue solenni parole:

 

«Siccome la vita e la morte è nelle mani di Dio, così trovandomi nel campo toscano nella santa guerra della Indipendenza Italiana, e potendo mancare a' vivi, esprimo in questo foglio la mia ultima volontà in parte: Lascio a Giuditta Nocentini, ed alla sua sorella Teresa, tutto il danaro contante che si trova chiuso nella scrivania dentro alla mia stanza di studio a Pisa, e di più il letto più grande della mia casa con tutte le suppelletteli annessevi. Dichiaro che il bimbo Leopoldo Nocentini, che è custodito dalla prelodata Giuditta, è mio figliuolo. Lascio a questo bimbo tutte le suppellettili di casa, fuorchè i libri scentifici, e di più i soldi, di cui posso rimanere creditore dal governo, a condizione che egli rimanga sempre in casa della prelodata Giuditta, la quale gli ha fatto ufficio di madre. Raccomando questo bimbo al governo, se mai la mia opera e le mie fatiche hanno potuto essere in qualche modo utili alla Toscana.»

 

Tardi fu chiamato a combattere il battaglione universitario, dov'era un fremito generale di guerra; e quando si fu giunti al bivio fra le Grazie e Curtatone, dove si rimase fermi per più di un'ora, il capitano Pilla era fra' primi a gridare di doversi e volere accorrere prontamente. E parecchi de' militi, mancando alla disciplina, lasciarono un'ora innanzi il battaglione; ma il Pilla, il quale avrebbe pur voluto farsene guida, rattenuto dall'idea della riverenza alle leggi militari e dell'esempio, rimase dolorosamente obbediente.

Lieto egli della vita di guerra, ritornato da Peschiera, di cui volle osservare i lavori dell'assedio, invitò il dì 28 alle Grazie i suoi amici carissimi e compagni d'arme Ginnasi e Fonseca, uno che cadde pur vittima alla domane e l'altro prigioniero. E nel giorno appunto della pugna stava Leopoldo sopra un rialto con Mossotti: gli scolari pregavanli di ritirarsi perchè troppo esposti. Ma vi sono delle ore supreme della vita, in cui l'uomo generoso non vive la vita propria, che un granello di piombo può sperdere, ma la vita nazionale, contro cui non hanno nessun potere i passeggieri trionfi della tirannide e dell'usurpazione. Poco dopo, una scaglia gli fracassò l'antibraccio destro, e gli lacerò corrispondentemente il basso ventre. Lo raccolse il Bini, che gli era innanzi nell'abbarrata, al cui orecchio giunse un grido e si voltò. Accorsero poscia il Livi e altri due scolari, i quali lo posero su moschetti; e passando per quell'usciolino medesimo, pel quale pochi minuti prima era entrato il battaglione, lo menarono sull'argine destro dell'Osone, avendo a sinistra le Grazie, dove lo lasciarono colla speranza e quasi colla certezza che un'ambulanza lo avesse raccolto.

 

Ferdinando Landucci, maggiore nelle milizie stanziali, nacque a Pescia nel giorno 4 dicembre 1791, morì alle Grazie il 17 maggio 1848, per ferita riportata nel combattimento del giorno 10.

 

Armando Chiavacci, nacque a Pistoia il 18 agosto 1818, morì a Montanara il 29 maggio. Fin da quando fu istituita la guardia nazionale in Pistoia, Armando fu fra' più volonterosi ed accesi sostenitori di essa. Laonde egli colla signora Bracciolini ed altre signore concittadine, e con altri che meglio potevano esser di esempio, si recò a Firenze nella memoranda giornata del 12 settembre 1847.

Nel marzo del 48 egli, fatto foriere, si diresse alla frontiera passando per San Marcello, piano Asinatico e l'Abetone; ma nell'animo suo combattevano potentemente gli affetti della famiglia e gli affetti di patria, ai quali risolutamente pospose ogni altro. Ma scoraggiato dalla lentezza del procedere, dalla discordia tra comandanti e comandati, e dalla poca disciplina, lasciò il suo corpo, desiderando trovarne uno ove fosse maggior ordine e vigoria di comando. E sul cominciare dell'aprile tornava a Pistoia ed a Firenze a rivedere la madre inferma e la sorella: poi il dì 6 del medesimo mese prendeva lo schioppo e il sacco dalle mani dell'Odaldi e dal gonfaloniere di Pistoia; e con alcuni altri della compagnia Bellorini si volgeva a Bologna per arruolarsi in quella del modenese Piva, antico soldato napoleonico. E il dì 10 di aprile scriveva da Revere ad un suo amico grandissimo: «Nel vedere il Po e quelle immense pianure, nel calcare questo suolo desolato ed afflitto, mi sono sentito compreso da entusiasmo e da orgoglio indefinito, pensando che anch'io sono qua, e che presto coi Napoletani, Romani, Lombardi potrò io pure combattere e versare il mio sangue pel santo riscatto.» E il 20 di aprile scriveva: «Sono in Montanara e sto benissimo: spero di battermi, e allora starò meglio.»

Il suo cuore era generosissimo, e di impeto subitaneo, benchè facile ad essere vinto e ragionevolmente persuaso. Quand'era risoluto davvero ad una impresa, sentivasi impaziente, durante il tempo che pur era necessario ad ottenere lo scopo. Dopo di che ognuno intenderà che non altro che la fortuna (la quale mai non gli era stata amica) lo avrebbe potuto salvare da essere vittima della guerra. Un soldato cittadino come lui generoso, tenero, impetuoso, impaziente, infiammato dell'amor della patria e della gloria italiana, doveva pei primi cadere il dì 29 nell'impari tenzone sulle abbarrate pur troppo deboli di Montanara, ferito in fronte da palla di moschetto.

 

Luigi Pierotti, volontario, nacque a Pistoia nel 1818, fu ferito mortalmente alle Grazie il 29 maggio, e morì all'ospedale di Castiglione delle Stiviere, ai 7 di giugno 1848.

 

Alberti Bechelli, volontario, nacque a Pistoia agli 8 di dicembre 1828, morì a Curtatone il 29 maggio.

 

Luigi Barzellotti, volontario, nacque in Pian Castagnaio, morì il 29 maggio a Curtatone. Ferito volle pur continuare a combattere; il professore di matematiche di Pistoia, che gli caricava il moschetto, e dicevagli di ritirarsi, lo vide cadere a terra tronco del capo che una palla di cannone gli aveva portato via.

 

Pietro Parra, volontario, era nato a Pisa; era giovane; era ricco; ma non per questo era felice. Imperciocchè egli aveva un'anima nobile e sentiva che gioventù e ricchezza sono perle vanamente sprecate per chi appartiene ad una famiglia di schiavi, per chi si sa figlio d'una Nazione, che non può levar la testa nel consesso delle Nazioni. E convinto di questo supremo dovere, gemente com'era la Toscana sotto la sferza d'una polizia tirannica ed onnipotente, univasi con animo pronto alle politiche manifestazioni che avevano luogo in patria contro le mene de' Gesuiti e dei Gesuitanti. Nè de' liberi sentimenti faceva vanto, quieto e tranquillo nelle pareti domestiche, dove l'amore della famiglia lo circondava, tra' fondatori del giornale l'Italia; cosicchè quella libertà che ne' giorni del pericolo aveva coraggiosamente sostenuta, non adulò poi vilmente, quando mostrarsi libero divenne facile coraggio, e il santo nome di patria suonò senza merito sulle labbra di tutti. Ma per l'Italia parve un giorno solenne, parve giunto il momento di frangere con uno sforzo generoso il giogo di dieci secoli; e l'idea d'indipendenza si mostrò vicina a ricevere la conferma dal fatto.

Il 22 marzo, Parra partì coi volontari, lasciando il suo grado di capitano per stringere un moschetto. Ma quelle milizie cittadine, per altrui colpa, tergiversavano nelle montagne di Lunigiana, e per incerti ordini; sicchè a lui che la causa italiana, non la municipale Toscana, era surto a difendere, parve quella un'angustissima sfera d'azione; e lasciando i compagni corse ai campi di Lombardia col fratello Antonio, con Luigi Fantoni e Giovanni Frassi. E annoverato nella colonna dell'Arcioni volò verso il Tirolo, ove prima pareva doversi incontrare il nemico.

Ma volto appena verso Rezzato, la malattia di suo fratello lo costringeva a tornare in Brescia, per deciderlo a riprendere la via di Toscana, e provvedere sotto il patrio cielo alle cure di mal ferma salute. I due fratelli si separarono, e fu straziante l'addio, come se un mesto presentimento dicesse loro, non doversi rivedere mai più. Intanto la legione toscana aveva passato il Po, e stava a campo sotto Mantova; talchè si prevedeva da tutti, avrebbe essa avuto luogo a sostenere ardue e luminose fazioni di guerra. Parra allora, in compagnia di Giuseppe Montanelli, volle tornare fra' suoi, dai quali soltanto lo aveva diviso il pensiero, che potessero non esser serbati alla gloria della battaglia.

Giunse al campo di Curtatone, dov'era stanziato il battaglione pisano; e benchè non iscritto a nessuna compagnia, divise la dura vita e le costrizioni morali che alle anime generose sono il più duro sacrificio, poichè per esse è momento di festa quello nel quale ferve più accesa la mischia. Era di poco giunto al campo toscano, quando la prima scaramuccia ebbe luogo il dì 5 di maggio, alla quale accennando; scriveva a sua madre, che stava allora in Desenzano «Appena giunti qua, abbiamo portato fortuna.»

Presente allo scontro vittorioso del 13 di maggio, d'altro non si lamentava che d'aver dovuto restare a guardia della trincera, invidiando chi da bersagliere si era avanzato ne' campi, inseguendo più da vicino il nemico. Comunque fosse, egli ebbe parte in quella gloriosa giornata; e qualche tempo dopo andò a Desenzano per abbracciarvi la sorella e la madre, e insieme con Montanelli potè stare all'assedio di Peschiera, ed avere, com'esso diceva, la consolazione di vedere due bombe scoppiare a' suoi piedi. La sorella e la madre volevano trattenerlo ancora, ed esso sentì la forza del dovere maggiore di quella dell'affetto, e il 25 di maggio partì pel campo.

Intanto sorgeva l'alba del 29; le scaramuccie, gli scontri, che avevano avuto luogo fino allora, cedevano il passo ad una vera, a una disperata battaglia, dove, come vedemmo, il valore d'una mano di Toscani osava tener fronte per sette ore all'urto delle migliaia, al fulminare delle artiglierie austriache.

Egli, incorporato in quel giorno alla compagnia Malenchini, fu sempre per tutto ove maggiore incalzava il pericolo: vide per tre volte piegare gli Austriaci, li vide tornare rinforzati all'assalto, e quando la disperata resistenza dovette cessare, per le munizioni scoppiate, per le artiglierie sguarnite, quando si dovette volgere a ritirata, che fruttò più d'una vittoria, alla voce di Montanelli, il quale gridava a pochi: «Dobbiamo morire ma non ritirarci,» lo seguì al posto disperato del Molino, e là, mentre accanitamente ferveva la mischia, che oramai non era più che parziale, una palla lo colpiva nella fronte, e, stendendolo senza vita su' campi sanguinolenti, gli cingeva alla fronte la corona del martirio.

 

Torquato Toti, volontario, nacque il 18 febbraio 1823 in Val d'Arno, morì il 29 maggio a Curtatone.

 

Roberto Buonfanti, volontario, vero sacerdote del Vangelo, nacque il 20 novembre 1826 in Lamporecchio, morì, credesi, il 29 maggio a Curtatone. Ove giaccia la sua spoglia mortale s'ignora. Forse che la mano del nemico la compose nel sepolcro. Neppur breve nota indica al passante il nome di lui. Ma che ci cale? Anco le ossa di Francesco Ferruccio non sappiamo ove sieno; non pertanto la fama lo consacra fra gl'immortali, alla gloria delle opere grandi, all'eternità.

 

Domenico Vincenti, volontario, nacque in Santa Reparata di Corsica nel 1828, morì il 29 maggio.

 

Riccardo Bernini, volontario, studente di medicina, nacque a Livorno nel 1827, morì alle Grazie il 29 maggio, colpito nel petto al di là delle barricate che egli saltò per andare incontro all'inimico.

 

Giovacchino Biagiotti, volontario, nacque a Firenze nel 1829, morì a Curtatone il 29 maggio. All'urto poderoso delle falangi austriache, fra' primi che opposero disperata resistenza fu Giovacchino. Il quale, quando il valore tornò vano sul numero, sdegnoso di sopravvivere, con pochi de' suoi, fra il piombo e le scaglie che gli strisciavano sul capo, passò le abbarrate; nè restò dal combattere finchè, fulminato dalle batterie nemiche, cadde morto sul campo. E infatti il chiarissimo chirurgo supremo Zannetti, incapace di esagerare i fatti, lo chiamava giovane coragiosissimo ed ardente.

 

Raffaelle Zei, volontario, studente di medicina, giovane di raro ingegno, nacque a Firenze il 16 novembre del 1829; ferito di molti colpi il 29 maggio a Curtatone, morì nel campo nemico. Come quella del Buonfanti, ignorasi ove giaccia la sua salma.

 

Giuseppe Ginnasi, volontario, nato a Imola nel 1827. Nel 1848 trovavasi all'università di Pisa; e allo scoppiar della guerra di Lombardia muoveva col battaglione dei suoi condiscepoli, e si trovò alla mischia il giorno 29. Quando vide che già da qualche ora combattevasi e il suo battaglione rimaneva inoperoso, corse dove il pericolo era maggiore, cioè ai posti avanzati della sinistra, ove era una mano di Napoletani sotto gli ordini del tenente Fonseca. Combattè da prode, quantunque la natura non lo avesse fornito di grande coraggio: ma lo incitavano il sentimento, il dovere, l'amor della patria e il farsi degno della mano di una carissima vergine. — Colà una scheggia di granata lo ferì primamente alla fronte, e tosto che l'ufficiale ebbelo con una pezzuola medicato alla meglio, ritornò al fuoco. Altri, dopo la ferita, avrebbe stimato terminare il proprio ufficio: non così il Ginnasi. Anzi pieno d'ira nel veder morto il fratello della sua sposa, il suo maestro, l'amico, uno dei più splendidi intelletti d'Italia, raddoppiò di valore. Ma ecco cominciava la ritirata, rimanevano soli quei pochi, nè il tenente voleva abbandonare il posto. Si ripararono poi dietro una casa, e di là continuarono a far fuoco, caricando i moschetti sotto le scale, quando una palla di stutzen colpì nel petto il Ginnasi e lo gittò sul terreno. Nè fu possibile raccoglierlo, imperocchè, incalzati vieppiù, si ebbero gli altri a ridurre in una casa ed abbarrarla: donde udirono i lamenti del povero moribondo che diceva ripetutamente: «Ungheresi, uccidetemi.»

 

I fratelli Sforzi. — Temistocle Sforzi nacque in Livorno il 24 luglio 1826. Fu di ingegno pronto e vivace, di animo schietto e generoso. Negli anni più giovani frequentò le pubbliche lezioni di San Sebastiano, e poi la scuola privata d'eccellente Istitutore. Proclive assai al divertimento seppe però spregiarlo quando il dovere lo esigeva, e lo dimostra il felice esito con cui subì tutti gli esami sì nella Università di Siena, che in quella di Pisa, ove attese allo studio delle scienze naturali. — Nell'anno appunto in cui doveva conseguire la laurea, scoppiò la guerra della Indipendenza; e come aveva posposto al dovere di studente i sollazzi che tanto allettano l'età giovanile; così al dovere di cittadino sacrificò non solo gli agi e le mollezze delle quali in tempi ordinari era anche troppo curante, ma eziandio il piacere per lui grandissimo di essere spesso in seno della famiglia; e si espose a perdere (come pur troppo perdè) un avvenire lieto, quale lo facevano presagire il buon esito de' suoi studi, e un mediocre censo domestico. Ottenuto, dopo replicate istanze, il consenso del padre, partiva da Pisa col battaglione universitario, ansioso di difendere colle armi quella indipendenza che aveva gridato nelle feste di settembre. Chi ha conosciuto il gracile temperamento e le abitudini di Temistocle Sforzi, dice, non potersi niuno immaginare come egli abbia potuto sopportare i disagi del cammino e del sereno.

Pure nulla di ciò lo turbava; giunto in Lombardia, non di altro si lagnava, che di essere lontano dal fuoco, e invidiava gli altri due fratelli che erano nel luogo dell'azione. In data del 5 maggio scriveva alla famiglia da Marcaria, accennando lo scontro del 4, e soggiungeva: «Forse Aristide avrà veduto i nemici, ed avrà con essi cambiata qualche palla, e noi, del Battaglione Universitario, che dovremmo esser l'anima de' volontari, ci tengono qua a poltrire almeno dieci miglia distanti dal campo.» Le quali parole, alteramente disdegnose, ei ripeteva al suo capitano e parente, professor Puccinotti, ed al suo amico d'infanzia e compagno di studi, Azzati. E nel 16 maggio, da Castellucchio, chiedeva al padre un permesso scritto e autenticato dalle Autorità competenti, onde, in caso di scioglimento del battaglione universitario, entrare nella Civica fiorentina «per potere essere utile alla patria, per la quale sinora ho sofferto senza riportarne onore veruno, mentre tutti gli altri corpi di volontari, almeno sanno per prova che cosa sieno le moschettate.»

Il pericoloso onore che tanto agognava, lo ebbe finalmente nel 29 di maggio. Colpito nel ventre da una palla di cannone, spirò dopo pochi momenti; e fu il primo a morire nel passaggio del piccolo ponte di comunicazione fra le due parti del campo, rimanendo ferito dal medesimo colpo l'altro milite Brachini di Siena.

 

Aristide, l'altro fratello di Temistocle, nacque in Livorno il 16 giugno 1830. Fino dalla sua infanzia mostrò intrepidezza non comune, anzi disprezzo del pericolo e del dolore. — Agli studi letterari mostrava preferire una vita più attiva e faticosa. Chiese ed ottenne di entrare nella Marineria di Guerra Sarda, ma gli avvenimenti del 1848 gli fecero cambiare proposito.

Partì da Livorno come milite civico colla prima colonna comandata dal capitano Mussi, comunque si sentisse spezzare il cuore lasciando la madre che lo guardava stupefatta, avendo da qualche tempo smarrito il senno e la ragione. In età di non ancora diciotto anni sopportò tutti i disagi delle marce nè mai nelle sue lettere accennò a lagnanze; la traversata dell'Appennino, fatta con un temporale orribile, non strappò dalla sua penna che espressioni di compiacenza: «ora posso dirmi soldato perchè ho potuto tollerare questi disagi senza risentirne danno.» — Anzi, quanto più pativa e più si avvicinava ai pericoli, tanto più si innamorava della vita militare, e quindi chiedeva al padre il permesso di arruolarsi nel primo Reggimento di linea. Ottenne finalmente il sospirato consenso, e nonostante il difetto di età, fu scritto nella 6.a compagnia del 2.° battaglione, colla quale combattè il 13 maggio a Curtatone, mostrando un ardore che da molti era tacciato, e forse con ragione, di temerità, scusabile per altro in lui giovanissimo.

Piacque ai superiori di ordinare in altro modo il Reggimento; ed egli fu allora collocato nella 4.a compagnia del battaglione medesimo. Con questa si trovò a Montanara il 29 maggio, e là dopo distinte prove di valore, cadeva mortalmente ferito da un colpo di moschetto. Così periva Aristide Sforzi innanzi di compiere il diciottesimo anno, lasciando immersa nel lutto una famiglia, che doveva piangere la perdita di Temistocle nello stesso giorno a Curtatone, e deplorare ancora la prigionia di un fratello degli uccisi, Napoleone.

 

Cesare Taruffi, volontario, nacque a Firenze il 6 gennaio 1832, morì a Montanara il 29 maggio.

 

Giuseppe Amidei, volontario, nacque a Massa Marittima il 28 agosto 1823. Sebbene allevato in povera ma onesta famiglia, sebbene educato al lavoro ed al grave lavoro dell'incudine e del fuoco, sentì che oltre al babbo e alla mamma, eravi una mamma più ancora venerabile, la patria: oltre ai doveri di cristiano e dell'officina, eranvi quelli non meno sacri del cittadino e della patria. E perchè avesse meglio inteso i suoi doveri, imparò a leggere e scrivere. Maggiore di sei figliuoli, tre fratelli e altrettante sorelle, egli avrebbe voluto esser di conforto a' bisogni della famiglia col suo amato genitore. Il quale, incuorandolo di certo a ben fare quando, era chiamato come milite della guardia nazionale, agli esercizi e ai doveri della pace, seppe con ammirabilissime parole accommiatarlo, abbracciandolo piangendo, e dicendogli: «Sai, il tuo dovere ti chiama; e se fossi più giovine, volerei anch'io in soccorso della patria. Ultime parole che il giovine ascoltò, e che il padre gl'indirizzò. Imperocchè al 29, combattendo con animo fierissimo all'estrema difesa del Molino, fu ferito nel braccio sinistro, e condotto a Castiglione delle Stiviere, sopportando coraggiosamente i patimenti della ferita, nè d'altro lamentandosi che d'esser posto nell'impossibilità di pugnare, in quell'ospedale il dì 11 di luglio diede l'anima a Dio.

 

Giuseppe Fusi, volontario, dottore in medicina, nacque a Massa Marittima il primo di novembre 1831, morì il 29, valorosamente combattendo, colpito da una palla di cannone nel momento in cui stava piegato per evitare lo scoppio d'una bomba vicina.

 

Raffaele Luti, bersagliere, nacque ai 24 ottobre 1826 a Sant'Angelo. A 19 anni andava all'Università. La medicina, come scienza d'affetto, ministero di carità e scuola di verità, gli piacque meglio, e l'abbracciò non come mezzo venale di brancicarsi così materialmente, ma come scopo santissimo da intendervi anima, ingegno, vita, tutto sè stesso.

Andato a Pisa, anzichè sfrenarsi a una vita sollazzevole e lieta, parve raccogliersi più che mai nella sua abituale melanconia, melanconia mista a una certa alterezza, che ai pusilli pareva superbia, e non era; era invece sentimento della dignità dell'uomo, era tensione continua dell'anima a cose alte e generose. Parlava poco, ma con posatezza soave, con un senno, spesso sovra l'età; co' maggiori di sè ei si teneva in silenzio, i ciarlatani tanto di caffè che di trivio che allora allora erudivano, nè anche d'uno sguardo li avrebbe degnati.

Una madre tenerissima lo richiamava ogni dì tra gli affanni di un dolore disperato; la salute stessa cominciava a pericolare. Qual cosa più potente in un'anima buona delle preghiere d'una madre? Povero Raffaello! Si hanno sott'occhio le lettere sue d'allora; chi sa le lagrime di cui le bagnava! che sforzo gli sarà costato lo scrivere al tuo fratello Luigi, che pur lo pregava a tornare: «Chi sente l'onore, non macchia la vita di quest'obbrobrio. Intendo l'angoscia d'una madre e d'un padre; il pensiero mi strazia l'anima, e mi adiro col mio destino, che non mi diede genitori simili a quelli che scrivono a' figli: «non tornare a casa, se non onorato; tutto sacrifica alla patria.» Però se gli altri seguitano col conforto della famiglia, io col disconforto, ho un merito doppio, peno doppiamente: consola e persuadi. Cosa difficile, comprendo, parlare all'affetto, perchè, perdio, non si può parlare alla ragione.»

Queste parole ei le scriveva da Reggio il giorno di Pasqua, 23 aprile, le quali parole ogni giovane italiano vorrebbe saper dire a 22 anni; ed esse come valgono ad onorare una vita intiera, così le vogliamo scolpite a ricordanza di sì caro nome, a vergogna delle ignave e stolte superbie, ad eccitamento di maschie virtù, in luogo sacro ai martiri della patria.

 

Alberto Acconci, bersagliere, nato a Pisa il 9 dicembre 1828. Alberto nell'allontanarsi dalla casa paterna sentiva palpitare il suo cuore diviso in due affetti. — La speranza di salvare la patria, il dolore di aver lasciato i suoi cari genitori. Vinto però dal suo primo dovere, la mattina del dì ventidue marzo 1848 si unì alla Civica pisana, salì nel convoglio della ferrovia lucchese, e, giunto a Lucca, si diresse a Pietrasanta, da Pietrasanta a Fivizzano, e quivi, unitosi al battaglione senese, traversò gli Appennini.

Colà il padre gli scriveva perchè ritornasse in patria presso l'adorata famiglia, la quale non attendeva che il momento di riabbracciarlo. Ed egli rispondeva in questo tenore: — «Se ella è mio padre, non mi discorra di tornare adesso, che vi è qualche pericolo. Fino dalla mia prima età ho sognato questo momento, e adesso che è giunto non dovrei approfittarne?» — E soggiungeva — «Dica da parte di tutti coloro che sono qua con me, quei tali che ci chiamano vagabondi, dica loro, che se non si crepa tutti, torneremo, e sapremo loro rispondere, che il vile ha sempre bisogno di una scusa per nascondere agli occhi di tutti la sua dappocaggine.» — E più sotto ancora: — Sento con piacere che stiate tutti bene, ed io pure starei, se il desiderio di rivedere la mia famiglia non mi facesse alcuna volta stare di cattivo umore: ma per ora ci vuol pazienza. Iddio mi darà forza, e mi farà combattere per la salvezza dalla mia bella Italia, e se a Lui piacerà, ritornerò sano e salvo a rivedere i miei.»

Giunto a Mantova, dopo varie scaramuccie avute coi nemici, il tredici maggio 1848, Alberto Acconci non solo si distinse per il suo coraggio, quanto ancora per la sua destrezza delle armi: ed il ventinove, combattendo da valoroso, facendo animo a' suoi amici, e difendendosi colla maestria di un vecchio soldato, cadde sventuratamente prigioniero.

Ognuno può immaginarsi il dolore, l'angoscia e la disperazione che regnava nella famiglia Acconci dopo il giorno ventinove. Eglino credevano estinto il loro figlio, e ne avevano ben donde, poichè stettero un mese e mezzo nella più crudele incertezza e nell'assoluta mancanza di sue notizie. Finalmente parve che il cielo volesse mettere un termine al loro dolore, e la mattina del dì diciassette luglio 1848 giunse una lettera di Alberto diretta a suo padre, che lo ragguagliava della sua prigionia.

Egli scriveva da Budwei quando giunse l'ordine di trasferirsi a Theresienstadt.

Giunto in quel luogo (facendo quasi sempre a piede quel viaggio per non togliere sui carri un posto a chi egli nella sua delicatezza credeva ne fosse più degno), ricevè lettere di sua famiglia, scrisse varie poesie, e si mostrò cogli amici pieno di coraggio e di rassegnazione. Ma, oh fatalissima circostanza! o fossero i disagi del lunghissimo tratto di strada che aveva percorso, o fosse il cattivo vitto, o il clima variabilissimo e costantemente umido di quel luogo, una sera dopo qualche malessere provato durante il giorno, gli comparve una febbre. La credè una effimera, e giudicò non essere necessario il riguardo. Nel secondo e terzo giorno la febbre tornava, ma non essendo accompagnata da gravi sintomi, pensava di superarla senza bisogno di costituirsi ammalato. — Io desidero morire presso di voi, diceva a' suoi compagni, piuttosto che andare all'ospedale. L'ospedale mi fa orrore... non so perchè... ma sento che ci ho una grande avversione. — Il quinto però essendo più forte la febbre, cedè alle istanze di tutti i suoi amici, che gli promisero di assisterlo e di mai abbandonarlo, come infatti fecero, e fu condotto all'ospedale.

Alla sordità si aggiunse l'insonnio continuo, quindi il vaniloquio, un delirio placido, e finalmente dopo due giorni di continuo sopore, il dì diciassette agosto 1848, spirò fra le braccia de' suoi più cari amici. Prima che fosse entrato in delirio, diceva spesso ai suoi compagni: — Io sento che è giunta l'ultima ora, eppure assicuratevi che morirei più volentieri, se fossi sicuro di lasciare l'Italia libera. Ah! potessi almeno rivedere i miei genitori, i miei fratelli; i miei parenti!... quando sapranno la nuova della mia morte.... mi amavano tanto!... infelici!... e dovrò morire lungi da loro senza rivederli mai più!... Ah! per pietà, che eglino non lo sappiano!... io sono certo che ne morirebbero di dolore! — Dopo di ciò, uscito fuori di sè non si udiva che proferire queste interrotte parole: — Madre mia!... Padre mio!... mia bella Italia!... morte ai Tedeschi!...

 

Achille Becheroni, bersagliere, nacque in Poggibonsi il 5 ottobre 1817. Spuntati i giorni sereni del risorgimento italiano, e suonata l'ora del riscatto, partì, caldo d'amor di patria, nella seconda compagnia del primo battaglione dei volontari. Giovine pieno a ribocco d'onore, ma educato alla bellezza e alla pace delle arti, era assai inquieto, e passò dal primo al secondo battaglione nella compagnia dove erano tenenti Federico Fabbrini e Ferdinando Materassi. Poco dopo fece altro mutamento per combattere nei bersaglieri, e per essere insieme con altri artisti. E avendo affrontati con ardore tutti i disagi della insolita vita, il 29 maggio 1848, ferito mortalmente, da due palle nel basso ventre a Montanara, morì, dopo 24 ore, nelle stanze dell'ambulanza di Mantova, di morte gloriosa e onorata, e fra il compianto de' suoi compagni d'arme, che con lui eran caduti vivi, nelle mani dell'inimico.

 

Pietro Pifferi; bersagliere, nacque in Arcidosso di Val d'Orcia nell'anno 1828. Quando scoppiò la guerra patria si arruolò nella quinta compagnia del secondo battaglione. Il dì 29 fu ferito alla coscia destra e menato all'ambulanza; ma essendo pieno il luogo, venne collocato sulle stanghe per salvarlo dall'inimico che sopraggiungeva. Nè però si sottrasse alla morte, chè piombò la cavalleria ungherese; ed il soldato Baroncelli, ordinanza del capitano Giannelli, il quale anch'esso era fra i feriti, dette al Pifferi il suo moschetto, ed egli con fermezza e coraggio indescrivibile lo scaricò addosso ai nemici. Della qual cosa irritati gli ungheresi, si dettero a menare in tondo e alla cieca i loro squadroni su tutti quegli sventurati, e più sul Pifferi, che fu orribilmente mutilato e quasi ridotto in pezzi.

 

Alessandro Ceccherini, bersagliere, nacque a Pisa da genitori popolani nel 1824; ferito mortalmente il 29 a Montanara, morì a Mantova i primi di giugno.

 

Pietro Sarcoli, volontario nei bersaglieri, nacque in Massa Marittima il 26 giugno 1817. Giovane serio per natura, e sempre prudente e morigerato, ei non tenne come pompa vana l'officio e l'abito di milite nella guardia nazionale; finchè all'annunzio della guerra, prima di scriversi soldato volontario co' suoi compagni, avuta la notizia che potesse la fortezza di Ferrara essere assalita, vi si recò rapidamente, e non essendosi poi verificato quest'assalto, raggiunse in Viadana la compagnia, dov'erano annoverati i suoi carissimi Massetani. Il Sarcoli il 29 era distaccato con dieci uomini ad un posto avanzato. Quando i nemici sopravvennero, e col numero soverchiarono i nostri; egli non si volle ritirare. Proseguì colla baionetta spianata contro gli Austriaci e fu trucidato.

 

 

Paolo Sacchi, nacque a Bibbiena. Appena scoppiata la guerra s'inscriveva nella settima compagnia dei volontari. E quanto amor di patria sentisse e di quanto coraggio avesse pieno l'animo solennemente il dimostrò a Curtatone il dì 29, quando i suoi soldati, restati privi di cartucce per l'incendio de' cassoni di munizione, egli andava a cercarne nelle tracolle dei morti in mezzo a una grandine di palle e di razzi, sempre mantenendosi il medesimo fino a che una palla d'archibugio non gli passò una coscia. Egli dapprima voleva disprezzare la ferita, e a chi amorosamente dimandavagli: «che! sei ferito?» rispose: «non è niente, non è niente» e intanto si fasciava là dove sgorgava il sangue. Ma non potè durare lungamente, e quindi trasportato in una casa poco distante sulla destra del lago, fu con altri fatto prigioniero e menato all'ospedale di Mantova.

Forte e robusto, potè in pochi giorni essere a tale da muovere per la Germania, ed era a Theresienstadt, quando vennegli la lieta novella del cambio dei prigionieri. Partì immantinente ma quella vita che era rimasta salva in cotanti pericoli non potè superare una febbre cagionata anche dalla riapertura della ferita, che gli sopraggiunse in Budwei; e così in terra straniera rimase il di 22 di agosto il corpo trafitto di Paolo Sacchi.

 

Clearco Freccia, volontario, nato nel 1831 a Noceto. Lasciato lo scalpello correva nel 1848 a combattere le battaglie della patria indipendenza. Il dì 9 di maggio il battaglione in cui era inscritto dividevasi colle stanze fra Rivalta, Sacca e Castelvecchio; e Clearco, volendo correre i maggiori pericoli, e non esser fermo di presidio, si unì a' bersaglieri, comandati e ammaestrati dal valoroso maggiore Beraudi piemontese in Monteggiana sulle rive del Po.

Così combattè strenuamente il dì 29 nel campo di Montanara, e mortalmente ferito insieme al Becheroni, furono entrambi menati prigionieri in Mantova, dove all'alba del dì 30 insieme spirarono nelle stanze di osservazione nell'ospedale, senza un abbraccio e una lagrima pietosa de' fratelli e degli amici.

 

Francesco Barzacchini, volontario, nacque il 21 luglio 1821, in Campiglia, morì a Montanara il 29 maggio.

 

Francesco Pierallini di Bibbiena, soprannominato il Grillino, fu figlio unico di onesti pigionali. E quantunque, giovine di diciannove anni, fosse sostegno ai vecchi genitori col guadagno che ritraeva come garzone di postiglione, cioè come stalliere, pure quando Milano e Lombardia si scossero, sentì anch'esso il bisogno di consacrare all'Italia la sua vita. E non ebbe pace finchè non partì per Firenze con altri volontari del paese; ma giunto al deposito, non fu arruolato perchè mancante del permesso paterno. Laonde ripartì il medesimo giorno per Bibbiena, e si presentò al povero padre che, quasi previdente dell'avvenire, non voleva accordargli il suo consenso; ma dovè cedere quando scôrse la ferma risoluzione del giovane italiano, di togliersi la vita primachè esser scherno dei suoi compagni e de' suoi concittadini. Col desiderato permesso ripartì lietissimo, e ricomparve al deposito colla massima sollecitudine: ed ivi fu arruolato, e fin da quel momento diceva di esser diventato il giovane più felice della terra. Al campo, questo popolano fu esempio di valoroso ed ubbidiente milite, ed amore della sua compagnia. Il giorno 29 maggio 1818 fu il primo, cui una palla di moschetto colse mortalmente alla fronte; e di subito spirò fra le braccia del suo compatriota tenente Ghilardi.

 

Virgilio Bernardini, volontario, nacque il 1832 a Convalle in quel di Lucca. Alla battaglia di Curtatone, dopo la prima ora di fuoco, salito sul parapetto della trincea, sdegnando di parare il suo corpo, fu colpito in fronte da una palla, e cadde, gridando più volte: Viva l'Italia!

 

Giuseppe Solimeno, nacque in Marciana il dì 10 febbraio 1806, ferito mortalmente il 29 maggio, morì il 1 dicembre 1848 dopo dolorosa malattia, sopportato colla massima rassegnazione.

 

Giuseppe Nerli di Siena, deposto il grado tributatogli nella milizia cittadina, si distaccava dall'amorosa madre, volava ai campi di Lombardia. Ultimo negli onori, primo ai rischi e ai disagi, intrepido e feroce nel conflitto, pio, umano modesto, docile, mansueto fra i suoi, ei presto rendevasi modello ai guerrieri della libertà; e ben tale suonava e suona sempre il suo nome fra quanti durarono con lui quella infelice e gloriosa guerra. Nel 29 maggio rimasto con un solo compagno tra i nemici ferri, rispettabile ai nemici stessi per indomito valore, fu preso alfine e fatto prigione. Sopportò dignitoso i quattro mesi di sua cattività; fu paziente nella malattia contratta fra i travagli del campo; ma il cordoglio dei pubblici casi vinse le sue forze usate già con tanto abbandono. Attaccato dalla miliare, dissimulò alla povera madre il corso pericolo, e sperò, nella breve tregua avuta dal fiero morbo, tornare a lei consolatore del lungo affanno. La infelice gli corse incontro al ritorno, lo abbracciò vaneggiando, e nelle care sembianze ravvivate in quell'ultima gioia, non lesse, delusa! la imminente ruina. La cruda lue, appresa sordamente agli organi respiratori, insorgeva di nuovo, e dopo poca lotta, già puro e disposto a miglior soggiorno, spegnevalo tra le braccia di quella desolata.

 

Roberto Menabuoni, nacque il 19 luglio 1827 in Livorno. Lo scoppio della guerra lo chiamava nei campi lombardi ove difatti si inviava fra i primi il giorno 21 marzo 1848, quantunque afflitto da dolori reumatici acquistati poche notti avanti, allorquando nel compiere l'ufficio della ronda cittadina gli avvenne di scoprire ed inseguire alquanti malfattori. Partiva esso col primo battaglione livornese, comandato dal Mussi, e precisamente colla prima compagnia del capitano Dupuis. E ad un amico, il quale avendo stabilito di partire egli pure fra militi, lo impegnava ad aspettarlo per partire poi insieme solo due giorni dopo, il Menabuoni risolutamente rispose: «Ho dato la mia parola d'onore e parto oggi.». Nè valsero a ritenerlo neppure le calde esortazioni della famiglia, e specialmente del padre. E partì, tribolando pel dolore alle gambe; del quale però in breve restò libero, come egli stesso dopo non molti giorni scriveva. E coi Napoletani si trovò il 4 maggio al fatto di San Silvestro; ed ivi si segnalò per valore ed ardire, tantochè poco mancò non fosse ferito, come avvenne al suo compagno d'armi è d'affetto Riccardo Lacomba, che cadde il primo nelle mani del nemico. Il dì 29 era nella linea aperta de' bersaglieri di Montanara, aspettando con ansia di scaricare il suo archibugio già preparato, allorchè disgraziatamente fu colpito per negligenza da ferita mortale che subitamente il freddò. Lo piansero italianamente i suoi cari; e del padre suo desolatissimo non vogliamo tacere una bellissima azione, che meglio si scorgerà nelle due lettere seguenti:

 

«Cittadino ministro,

«Quando la patria ha d'uopo di soccorso, ciascuno faccia quel che può. Il sottoscritto perdè un figlio per l'italiana indipendenza: ebbene, sia pace all'anima sua.

«Oggi, tanto esso, quanto la di lui famiglia, ascoltano le grida dell'eroica Venezia e le destinano la piccola somma di lire fiorentine cinquanta, inviandole a voi, cittadino ministro, acciò, unite alle altre sovvenzioni, possano essere di qualche utile a quei valorosi italiani.

«Con distinta stima si pregia di essere

«Livorno, 8 gennaio 1849.

«Di voi, cittadino ministro dell'interno

«Umil. devot. servo

«Bartolommeo Menabuoni»

 

Il ministro F. D. Guerrazzi rispondeva il giorno 10:

 

«Cittadino,

«Leggiamo nei libri santi, come il Signore, di tutte le offerte, gradisca principalmente l'obolo della vedova e dell'orfano; e la patria sopra ogni altra, in verità io ve lo assicuro, avrà accetta la vostra offerta, che io chiamerei volentieri il dono del dolore. Non temete, no, che la vostra moneta vada confusa con le altre; ella vince di splendore quella dell'oro, perchè sfolgorante di ardentissimo amore e di sacrificio cittadino.

«Il cuore vostro di uomo forte vi ha consolato della morte del figlio; e poichè voi siete di coloro che si mostrano capaci di virili conforti, io vi dico che non si muore cadendo per la patria, ma si vive nella memoria degli uomini e nelle sedi più beate del cielo, dove si accolgono le anime elette. Credete, o, buon cittadino, a questa religione; imperciocchè, se tale fu la religione di Cicerone, di cui porge testimonianza nel sogno di Scipione e di Tacito, come si legge nella Vita d'Agricola, perchè non dovrebbe essere la nostra, dopochè con bene altri precetti e con divina certezza ce la rivelava Gesù Cristo, amico di ogni oppresso, nemico di tutto oppressore?»

 

Ulisse Renard, nacque a Firenze nel 1823. Quando sorsero le voci di guerra, e si andava da molti con ampie parole tentando gli animi de' giovani più arditi, Ulisse rispondeva con brevi, ma vere e sentite parole: «quando sarà il momento di combattere, non s'avrà che ad annunziarmelo soltanto, e non sarò secondo a nessuno.» Infatti lasciò subitamente Castiglion Fiorentino, appena intese le prime mosse, e partì volontario in uno de' battaglioni. Fu a' diversi fatti combattuti il 4, il 10 e il 13; e nella giornata del 29 aveva ricevuto tre ferite, una al piede, due al braccio, e pure non andava all'ospedale. «Ritirati» gli dicevano i compagni e gli uffiziali; ma egli rispondeva, bastargli ancora la vita, e tutta volerla dare all'Italia libera. Un cannone era per cadere nelle mani dell'inimico: vi volevano audaci cittadini e soldati per salvarlo, e primo tra essi andò il Renard; ma lì presso venne colpito mortalmente da una palla nemica e cadde sul campo.

 

Liberato Molli, nacque in Arezzo nel 1822. Come architetto e ingegnere fu sempre adoperato alla tumultuaria costruzione e al mantenimento delle deboli trincee del campo in Montanara; ma non volle mai nè per viltà, nè per avarizia, pur di fatica, nè per aumento di provvisione lasciar la veste del caporale; sicchè, ora costruiva ed ora vigilava, quando ristaurava e quando proteggeva i campali baluardi; e ne prese cotale infreddatura, che il dì 25 di maggio fu obbligato dal chirurgo maggiore Chelli di cavarsi presto sangue e starsene qualche tempo guardingo in letto. E scriveva appunto in que' momenti di ozio una lettera al Pierotti, in cui, fra altro, così diceva: «Se mi sono prestato e mi seguito a prestare per le fortificazioni, lo faccio colla paga solita cha passano a' comuni, e ho rifiutato l'aumento, non dovendo esser lo scopo d'un buon figlio d'Italia l'interesse, ma sì vero la buona volontà d'occuparsi pel felice esito della santa causa per cui siamo mossi. Pur troppo si va dicendo che parecchi di noi stanno qua per speculazione, non già io e la maggior parte.» E in questa medesima lettera proponevasi di disegnare la chiesa e il posto delle Grazie, sicchè dimandava seste e righe e occorrenze da disegno. Ei lasciava subitamente l'ospedale ambulante per trovarsi alla già preveduta zuffa. Era appunto sui parapetti di Montanara, quando il furiere della sua compagnia, Leopoldo Pierotti, dicevagli: «Smetti, Liberato, oramai sono buone quattr'ore che fai fuoco. — È il mio dovere, rispondeva, dammi un solo bicchier d'acqua, che ho arsa la gola.» Andava subito l'amico, ma ritornato, una palla coglieva in fronte il Molli, il quale spirò sul suo parapetto.

 

Paolo Caselli, nacque a Firenze nei primi del 1831. Mentre a Curtatone ferveva la pugna, gli ufficiali della compagnia, a cui apparteneva, dissero animosamente: «Giovanotti, chi di voi ha audacia e valore lo mostri: deggionsi portare le cariche a' nostri posti avanzati, che già cominciano a difettarne.» E Caselli, presane buona quantità, arditamente si spinse innanzi. Ma più non tornò fra' suoi, e veduto il bisogno pugnò nell'antiguardo e perì da forte.

 

Pietro Simoncini, nacque a Fucecchio. Nel 13 maggio fu ferito a Curtatone nella parte superiore dell'avambraccio sinistro, per cui fino al 29 luglio seguente stette all'ospedale di Villafranca sotto il chirurgo Burci, professore nell'Università pisana.

Ripatriò il 3 di agosto 1848, ricondotto dal suo fratello Giovacchino (chè se arrogi Francesco, erano al campo tre fratelli) e si mise sotto cura rigidissima; perocchè per due consulti fu minacciato della mutilazione. Ma poscia dalla estrazione di diversi frammenti e schegge degli ossi radio e ulna, si erano formate delle caverne intorno del condotto fistoloso, le quali facevano deposito, ed in alcune di esse rendendosi difficile lo scolo, chè le materie dovevano ripassare contro il proprio peso, si rese indispensabile la contro apertura, dietro cui migliorò assai. Sempre però accusava offeso il braccio; ma infine riprese servigio, e poteva considerarsi guarito.

Ebbe a patire carcere in Samminiato dopo la ristorazione in seguito di processo; perocchè alla fin fine divennero sospetti colà tutti quelli che avevano combattuto per l'Italia. E per dolore, e per le conseguenze della ferita, nel febbraio dell'anno 1851 si rimise in letto, e agli 8 di luglio ad un'ora pomeridiana morì.

 

Pio Foresti, nacque in Casale il 19 gennaio 1813. Ai primi rumori della rivoluzione di Milano abbandonò ogni cosa per offerire il suo braccio alla guerra santa; e, vinta la ripugnanza de' genitori, che, come unico figliuolo, lo persuadevano a rimanersene a casa, si arruolò volontario nella legione Torres. — Giovane alto di statura, di colorido pallido, ma di fibra gagliarda, e d'indole aperta e risoluta, non tardò a dare prove di singolare bravura e di molta perizia nelle fazioni campali, per cui fu promosso al grado di maggiore della legione. — Ma quella milizia andò in breve soggetta a sinistre vicende, e ai 17 di aprile Pio Foresti scriveva da Goito al vecchio suo padre le seguenti parole:

 

«La legione Torres, nella quale io era maggiore del secondo battaglione, venne disfatta sotto Mantova tre giorni fa, ed in pochi ci siamo ritirati con marcia retrograda qui a Goito. — Molti sono i partiti che mi vengono offerti: — prima però d'accettare voglio intendermela col comitato del governo provvisorio di Milano.

«Spero per altro di aver tempo a fare una gita a casa per passarvi le feste di Pasqua. — Se però non potessi, e dovessi invece trovarmi presto nuovamente in faccia al nemico, ella non si turbi perciò, perchè, passando anche nel numero dei più, sarò lieto abbastanza di aver data la mia vita alla patria.

«Tanti saluti a tutti, ed in ispecie alla cara mamma.

«— In fretta addio.—

 

La Pasqua di quell'anno cadeva ai 23 di aprile; ma Pio Foresti non potè adempiere il voto di rivedere i suoi, perchè, essendosi riordinata la legione Torres, egli tornò a correrne le sorti e ad affrontare il nemico. E innanzi Mantova, nella fazione di San Silvestro, Pio Foresti, combattendo, cadeva il terzo giorno di maggio trafitto da una palla che gli passava da parte a parte il petto, senza poter mettere altre voci che Italia mia!

 

Enrico Lazzeretti, nacque in Montepascoli il 17 maggio 1827. Fece prodigi di valore nel combattimento del 13 maggio a Curtatone, sicchè meritò la medaglia da Carlo Alberto. Ed oggi la famiglia, che tien conto delle virtù cittadine di Enrico, le quali sono le prime virtù del mondo, conserva religiosamente quella medaglia d'argento, e, più che la medaglia, le parole del decreto, per aver sostenuto con molto coraggio l'assalto del nemico, riportando nell'azione una ferita al lato destro del torace.

Giovanetto com'era, chiamava, morendo, la madre, e diceva al Buonamici, che ne raccoglieva l'ultimo sospiro: «Ella non voleva lasciarmi partire; la desolata sappia almeno ch'io sono spirato col suo nome carissimo sulle labbra e con quello d'Italia!»

 

Francesco Lotti, nacque a Pisa nell'anno 1818. Allo scoppiare della guerra si scrisse volontario nella prima compagnia del battaglione pisano comandata dal capitano Ferdinando Ruschi, e combattè valorosamente in tutta la giornata del 29 insino all'ultima ritirata: allora nel saltare una fossa fu colpito al fianco da una palla dirizzatagli da un Croato, rimanendo supino su quel ciglio, e proferendo un ultimo addio al fratello, ch'ei consegnava morente al suo compagno d'arme Giovanni Donzelli, ch'insieme con lui fu più fortunato nel saltare quell'ostacolo.

 

Leopoldo Fedeli, nacque a Siena il 1 aprile 1825. Egli esercitava la professione di stipettaio; nella quale si mostrava intelligente ed operoso; sicchè i lavori che uscivano delle sue mani, erano non solo eleganti nelle forme, ma esattissimi e netti. Cogli altri Sanesi ei partì per Lombardia il dì 24 di marzo 1848. Fu eccellente milite e di carattere esemplare: buono, obbediente, indefesso alla fatica, rassegnato a' disagi della guerra; e quantunque si fosse ammalato delle febbri dei pantani fin dal 24 di maggio, e il dì 29 si trovasse assai debole e febbricitante, si slanciò coi suoi fratelli d'armi nel pertinace conflitto a Montanara, e fu ferito alla coscia destra. Rimasto prigioniero, fu menato dai nemici in Mantova, dove imperterrito morì il dì 3 di agosto, tre giorni dopo l'amputazione di quella gamba, che per tre mesi lo aveva fatto stare fra la vita travagliata e la desiderata morte.

 

Tito Diddi, nacque in Firenze nel 1826. Nella famosa giornata del 29, egli ricevè moltissime ferite per fitta mitraglia, una delle quali all'inguine, che lo tolse di vita il 22 di giugno, dopo giorni di prigionia nell'ospedale di Mantova. E si racconta della sua costanza che, trafitto in terra, cercasse a un suo compagno lo schioppo carico, e sollevatosi come potè meglio volle trarre almeno per l'ultima volta contro il nemico d'Italia.

 

Alfredo Newton, inglese di nascita, italiano per l'affetto che portava alla nostra terra. Non tratto già da spirito inconsiderato di parte, ma da vero amor patrio, risolvè di partire per la guerra, non convenendo, diceva, a lui oramai italiano, starsene colle mani in mano, mentre gli altri, e singolarmente il fratello Gervasio, esponevano il petto alle spade e al cannone. Andò dunque e sempre si segnalò, singolarmente in due fatti d'arme, a testimonianza dei commilitoni superstiti. Nella battaglia del 29 in Montanara fu ferito da due palle di moschetto alla spalla sinistra, e caduto come estinto fu presso ad esser seppellito co' morti. Per sorte un uffiziale austriaco, vedutolo dar segni di vita, lo fece trasportare in Mantova, quando aveva già quasi vuote le vene di sangue: pur tuttavolta riebbesi nello spedale, mercè le cure dei medici e di persone che le rare sue doti gli amicarono ben presto. Intanto scriveva al padre più volte, nè mai ebbe risposta, per sinistro invio di lettere. Fu annunziato nella lista dei prigionieri già morti; e come tale fu tenuto per un mese all'incirca. Pienza, terra ove erasi accasata la famiglia Newton, ne piangeva dolorosissimamente la perdita, e con solenne funebre pompa ne ricordava la cara memoria; ed egli intanto stava a confortare caramente il suo compagno di prigionia e d'infermità Raffaele Zei, il quale gli offriva come segno di affetto e di ultimo addio il proprio oriuolo, e Alfredo ricusando, quegli soggiungeva: «Tienlo, ti farà comodo: tu non hai un soldo: io poche ore ho da vivere.»

Dopo alquanto tempo finalmente vennero certissime novelle che Alfredo era ancor vivo. Il padre, che di quella perdita era desolatissimo, si mosse per le poste alla volta di Mantova per condurlo via. La nuova frattanto giunse ancora in Pienza, i cui cittadini trasecolarono come di cosa che non pareva credibile. Riavutisi dallo stupore i Pientini festeggiarono con pubbliche dimostrazioni d'esultanza e con rendimento di grazie all'Altissimo il fausto annunzio. Alfredo tornò in braccio a' suoi cari, malgrado però della spalla che tormentavalo sempre e mantenevalo abitualmente arso di febbre. Migliorò nondimanco mercè le sollecite cure del prof. Filugelli, e ottenuto alcunchè di miglioramento, eccolo col pensiero e coll'anima tutta alla sua Pienza. Riassunto il grado negli offici di capitano, la notte del giovedì santo del 1850, volle di per sè distribuire e vigilare la civica nella visita dei SS. Sepolcri. La febbre ingagliardì e lo pose in letto. Fu creduto vano ogni medico, e il 6 aprile, tra le smanie del male, quanto repentino, altrettanto doloroso, rese la bell'anima a Dio.

 

Alfonso Mazzei, nacque a Pistoia il giorno 29 settembre 1831, morì il giorno 29 maggio.

 

Mariano Mancianti, nacque in Siena il 2 gennaio dell'anno 1817. Fece parte del battaglione sanese-pisano, e nel dì 29 perdè fra' primi la giovine vita ne' campi di Montanara, trovandosi per l'appunto una delle più avanzate sentinelle in quel posto. Gridò il suono dell'arme, aspettò il nemico per ripiegare e congiungersi colle altre sentinelle della Gran Guardia e del Sostegno, e, nel battere la ritirata, cadde quasi in mezzo a' nemici, che forse nell'impeto dell'assalto gli calpestarono il viso insanguinato.

 

Romualdo Bianchini, giovane scultore allo studio dei Duprez, figliuolo d'un tappezziere, moriva il 29 maggio a Montanara.

 

Leopoldo Calosi, già dottorato nell'Università di Pisa, scolare di belle speranze, morì a Montanara il 29 maggio.

 

Tomaso Marchetti di Bagnacavallo, di 27 anni all'incirca, il quale a Montanara fece prove di immenso valore, e per una palla giuntagli alla gola, rimase freddo sul campo.

 

Colombi Cesare di Montepulciano, studente di legge, morì ferito da cinque palle il 29 a Curtatone.

 

Zenone Benini di Firenze, egualmente al canonico Bonfanti, ignorasi quando e come perisse.

 

Luigi Santini, del corpo dei bersaglieri, fu ferito mentre animosamente combatteva presso il mulino di Curtatone. I compagni, fra cui Giovanni Bozzano, incalzati furiosamente dal nemico non poterono soccorrerlo. Ed egli, trovata forza per alzarsi dalla caduta, passeggiava dietro una casa col petto insanguinato, aspettando senza lamenti e con disperata rassegnazione la morte.— Il Bozzano era uomo di cuore veramante italiano e commendabilissimo per bontà di costumi. Combattè animosamente alla trinciera: cadde colpito da una palla di moschetto nella fronte e morì.

 

Gli altri valorosi volontari morti sono:

 

Agostini Giovanni — Arrighini — Baldi Angiolo — Bardi Lodovico — Barlei Francesco — Benozzi — Berlinghieri — Bertuccelli Giorgio — Bianchi Gaetano — Boccardi Metello — Bonuccelli Raffaello — Bozzano Giovanni — Brilli Lorenzo — Camagrani Ferdinando — Cartoni — Catani Eugenio — Cateni Cesare — Ciaccheri — Ciacchi — Cialdi Giuseppe — Ciani Ferdinando — Cinganelli Michele — Comasoni Ferdinando — Fondi Ferdinando — Formichini — Francia Giuseppe — Franci Gioachino — Franchini Giuseppe — Giacomelli Giovanni — Grossi Angiolo —Guidi Francesco — Lucchesi Ermenegildo — Marcucci Nicola — Marendi Nicola — Marruzzi Nicola — Martini Angiolo — Martinelli Luigi — Masetti — Masi, di Montereggioni — Masini Luigi — Mazzoni Angiolo — Micheletti Pietro — Molinelli Luigi — Monaldi Milziade — Nardini Giuseppe — Nusiglia Lorenzo — Paolo detto Giuseppe —— Pavolini Domenico — Pelagatti Lorenzo — Pellegrini Francesco — Piantini Giacomo — Picchi Tito — Pieri Giuseppe — Pierolini Domenico — Pietrini Pietro — Pizzetti Ottavio — Rafanelli Ferdinando — Righini Angiolo — Rivi Stefano — Rossi Alessandro — Rossini — Salvarelli Domenico — Sambuchi Angiolo — Sandrini Giulio — Santini Federigo — Savelli Gaetano — Scatarsi Luigi — Scelli Pietro — Tassi Cosimo — Tomagioni Lorenzo — Vibriani Leone — Vincenti Marco — Zellini Raffaello — Zocchi Gaetano.

 

I nomi conosciuti sommano a 194, di cui solamente 70 appartengono alla truppa regolare e che sono i seguenti:

 

Angeletti Domenico — Balbiani Eugenio — Baliotti Pietro — Benedetti Michele — Biagini Pietro — Bianchi Luigi — Borelli Pietro — Bossi Samuele, cadetto — Brunetti — Bruscatini Ferdinando — Camiciottoli Lorenzo — Caprilli Silvestro — Cartoni — Ciarpaglini Ellero, maggiore — Ciocchi Pietro — Clementi Gian Battista — Colzi Riccardo — Comparini — Comparoni — De Gambron Emmanuele — Donini Paolo — Fabbri Carlo — Foresti — Franci Gioachino — Fratini Andrea — Gasperini Cesare — Gattai Onorato — Gavazzi Pier Francesco — Ghelardoni Jacopo, tenente — Giannini Antonio — Giuntini Oreste — Grassolini Eugenio, sergente — Gualtierolfi — Guarigieri Salvatore — Guerri Lorenzo — Ilari Luigi — Innocenti — Landucci Ferdinando, maggiore — Lenzi Giuseppe — Livi Gioachino — Lorenzoni Costantino — Lucchesi Giovanni — Lupi Costantino — Lupichini Rinaldo — Luppicchini — Maffei Antonio — Mancini Antonio — Marchi Luigi, cadetto — Mattioli Tito — Nosi Giovanni — Pallini Michele — Pananti Claudio — Pelagatti Cristoforo — Pellegrini Francesco — Pellegrini Costantino — Petronici Alessandro — Piccinini Pietro — Poggesi Ranieri, cadetto — Pompei Gio. Antonio — Raspi Antonio — Rimbotti Giuseppe — Sandrini Giulio — Scoti Cesare — Tellini Raffaele — Tognocchi Giuseppe — Tonnacchera Andrea — Trani — Vigiani Giovanni — Viti Angelo — Zannoni Antonio.

 

Nella giornata del 29 maggio, coi Toscani, pur da prode moriva Beraudi Francesco, piemontese, maggiore nelle milizie stanziali del granducato. Era nato il dì 29 aprile 1801 in Boves, borgo assai cospicuo nelle vicinanze della città di Cuneo, ultimo figliuolo di molta prole. Indottosi alla vita del soldato, entrava nel 1816 nella brigata Cuneo; nel 1822 era sergente nella brigata Pinerolo. Da grado in grado giungeva nel 1848 al grado di capitano nel 13.° fanteria. Vi erano voluti meglio di nove anni, e quasi un'èra novella perchè il Beraudi avesse con dispaccio del 26 febbraio 1848 il grado di maggiore, e fosse «destinato al servizio della Toscana con paga e vantaggi fissati in Piemonte agli ufficiali dell'arma e grado stesso, con soprassoldo di lire 1000 annue, oltre l'alloggio, con riserva di ricollocarlo col suo grado nell'armata, e quando l'opera sua non tornasse più utile al servizio toscano.» E tanto più lietamente vi andava; quantochè l'unica sua sorella Caterina era colà maritata sin dal 1813 a Deograzias Manetti da Oratorio presso Pisa. Giunsero in Firenze il dì 22 di marzo gli ufficiali piemontesi, a' quali non fu data molta ingerenza; ma nessuno poteva, nè voleva impedire che nei pericoli supremi quegli eccellenti ufficiali avessero esposta, col pubblico vantaggio, la vita, facendo opera non pur di prodi soldati d'Italia, ma di guide sapienti e di conforto. E Beraudi, perito com'era negli esercizi e negli armeggiamenti da bersaglieri ammaestrò i più svelti militi de' due battaglioni toscani a guerreggiare nell'ordine sparpagliato; tenendo guardie frattanto sul Po verso Borgoforte insino al 4 di maggio. Nè si contentò di ammaestrarli e addestrarli, volle bensì guidarli e con essi bravamente pugnare. Laonde il dì 29, date le più acconcie disposizioni, disse la sera al capitano Bellandi, il quale avea preso il comando dei bersaglieri ed erasi presentato alla Canonica, dov'era l'alloggiamento del comandante: «ritornate alla compagnia, e procurate di star pronti e dormire come le lepri.»

Alla domane egli era lieto e animoso alla testa delle sue giovani ribollenti milizie; e spintosi primo innanzi al fervore della pugna, fuori del campo trincerato di Montanara fu gravissimamente ferito nell'ippocondrio sinistro, e non ostante fosse raccolto dal sergente Luigi Maccianti di Prato Vecchio, che in quel giorno medesimo cotanto si distinse, e da Bartolomeo Gaube, i quali lo menarono nel quartiere del colonnello Giovannetti, e fosse poscia collocato con altri feriti sopra un barroccio, pur ci cadde prigioniero al nemico. Nell'ospedale de' Cappuccini in Mantova, il dì 31 giugno spirò pietosamente fra la mesta compagnia de' prigionieri italiani, mandando l'ultimo sospiro all'Italia e al Dio degli oppressi([26]).

 

Alla gloriosa sventura non solo la Toscana, ma tutta Italia si commosse; e ai prodi che intrepidamente morirono si fecero dappertutto solenni esequie, e si decretarono onori di epigrafi e di monumenti.

Il giorno tre di giugno 1848 in Santa Maria del Fiore([27]), e a gramaglia, e a fiori e a trofei, si raccoglieva tutta Firenze per pregare pace alle anime dei generosi Toscani che il sangue avevano versato per l'indipendenza della patria.

Ci piace riportare le epigrafi dettate in quella circostanza. Al sommo della porta di mezzo leggevasi:

 

Ai Valorosi

 

Che il ventinove maggio

Anniversario della gloriosa giornata di Legnano

Nipoti non degeneri del Ferrucci

Palpitanti di libertà e di gloria

Sul Campo Lombardo

Per la santa Indipendenza d'Italia

Morirono combattendo come leoni

Pregate o Cittadini

 

———

 

Ai quattro lati del Tumulo:

 

Fortunati!

 

A voi toccò di morire per la Patria

E potete dal Paradiso

Vagheggiare la grande Vittoria

Frutto della vostra morte.

 

———

 

Carissimi!

 

Finchè aura di libera vita

Spiri su i colli del bel Paese

Voi sarete il primo palpito

D'ogni Italo cuore.

 

———

 

Benedetti!

 

L'Angelo il più innamorato

Raccolse il vostro sangue in calice d'oro

Arra d'intero trionfo

E Dio l'ebbe caro.

 

Gloriosi!

 

Palme di fronda immortale

Crescono per voi Martiri della Patria

Alla vostra eterna memoria

S'ispirerà l'avvenire.

 

———

 

Nella stessa Firenze poi i nomi dei 25 suoi martiri furono incisi in tavole di bronzo e posti nei Panteon di Santa Croce. A Pisa i nomi degli otto pur caduti per la causa della patria vennero scolpiti in una lapide posta nel camposanto. A Pistoia i sei prodi di Curtatone furono eternati nella facciata del palazzo municipale. Ai tre di Massa Marittima, Pasquale Romanelli eresse un monumento. Una scritta rammentò quei di Poggibonsi. Vedremo poscia come la reazione vincente muovesse guerra anco ai santi Martiri.

 

VIII.

 

Lo stesso giorno in cui il terreno di Mantova si bagnava del generoso sangue toscano, un corpo di circa 6000 Austriaci discendeva dai colli di Rivoli per portare soccorso a Peschiera. Baldanzosi venivano innanzi i nemici; ma giunti a Colmasino, sorpresi da poche compagnie di bersaglieri, si asserragliarono nel cimitero. Sopraggiunto in quel mentre colà il generale Bes con rinforzi, i nostri caricarono i nemici alla baionetta, li snidarono dal campo, li inseguirono al di là del Cavaglione. I bersaglieri, tra i quali erano gli studenti dell'Università di Torino, e il 3.° e 4.° di linea, contarono due morti e quattordici feriti. Gli Austriaci lasciarono sessanta cadaveri sul campo.

Se Radetzky avesse posseduto quel genio guerresco che i reazionari d'Europa tutta decantavano in lui, non avrebbe lasciato tempo a Carlo Alberto di apparecchiarsi alle difese. Appena superato il passaggio del Mincio, «che buoni ragazzi toscani, così egli chiamò ironicamente que' giovani immortal