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Pietro Verri

 

Storia di Milano

 

INDICE

Prefazione. 3

Capitolo I 5         Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguìta nell'anno 452. 5

Capitolo II 17        Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento. 17

Capitolo III 28       Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo. 28

Capitolo IV. 40       Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere. 40 la più importante città della Lombardia nel secolo undicesimo. 40

Capitolo V. 53        Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI 53

Capitolo VI 70       Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I 70

Capitolo VII 83      Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I 83

Capitolo VIII 100     Umiliazione dell'Imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico. 100

Capitolo IX. 113       Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII 113

Capitolo X. 128        Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV. 128

Capitolo XI 146       Di Matteo I, di Galeazzo I, e d'Azzone Visconti, signori di Milano. 146

Capitolo XII 160      Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV. 160

Capitolo XIV. 190     Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano. 190

Capitolo XV. 202      Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria. 202

Capitolo XVI 219     Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza. 219

Capitolo XVII 237    Francesco I Sforza, duca di Milano. 237

Capitolo XVIII 245   Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca. 245

Capitolo XIX. 255     Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII 255

Capitolo XX. 267      Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai 267

Capitolo XXI 277     Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca. 277

Capitolo XXII 288    Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano. 288

Capitolo XXIII 298   Vicende infelici de' Francesi. Francesco II Sforza, riconosciuto duca di Milano. Venuta in Italia di Francesco I re di Francia, ed assedio di Pavia. 298

Continuazione di Pietro Custodi 311

Prefazione del continuatore. 311

§ I. - Della storia del conte Verri 311

§ II. - Giudizi della detta storia. 314

§ III. - Continuazione del canonico Frisi 317

§ IV. - Del mio lavoro. 319 PIETRO CUSTODI 321

Capitolo XXIV. 322       Battaglia di Pavia. 322

Capitolo XXV. 334        Francesco II Sforza bloccato nel castello di Milano. 334 Sollevazioni e stato miserabile de' Milanesi. 334

Capitolo XXVI 346       Congresso in Bologna per la pace. 346 Incoronazione di Carlo V. 346

Capitolo XXVII 356      Tentativi e progetti per la successione nel ducato di Milano. 356

Capitolo XXVIII 362     Il principe don Filippo investito del ducato di Milano. Morte di Francesco I. 362 Entrata in Milano del nuovo duca. Nuova guerra in Italia. Tregua di Cambrai. Abdicazione e morte di Carlo V. 362

Capitolo XXIX. 365       Pace tra la Spagna e la Francia. Il cardinale Carlo Borromeo arcivescovo di Milano. 365 Contese di giurisdizione tra esso e i governatori regii. Soppressione dell'ordine degli Umiliati. 365 Morte di Filippo Il re di Spagna. Venuta in Milano di Margherita d'Austria, sposa del re Filippo III 365

Capitolo XXX. 375        Governo del conte di Fuentes e de' suoi successori. Morte del re di Spagna Filippo III. 375 Fondazioni pubbliche, reggendo l'arcivescovado di Milano il cardinale Federico Borromeo. 375 Progresso delle controversie giurisdizionali. Peste del 1630. 375

Capitolo XXXI 390       Successione di governatori. Guerre nel Piemonte, nella Valtellina e in Lombardia. Morte del re Filippo IV. 390 Governo del duca di Ossuna. Morte del re Carlo II. Sacre e pie fondazioni, e morti di persone distinte. 390

Capitolo XXXII 401      Cause della guerra detta di Successione. Guerra in Italia. Morte dell'imperatore Leopoldo I, cui succedè il figlio Giuseppe I. Liberazione di Torino. Il principe Eugenio di Savoia governatore di Milano, conquistato dagl'Imperiali. Carlo VI imperatore. Nuova guerra d'Italia. Pace di Vienna. 401

Capitolo XXXIII 408      Morte dell'imperatore Carlo VI, al quale succede negli Stati ereditari la primogenita Maria Teresa. 408 Altra guerra in Italia, ch'ebbe fine colla pace in Acquisgrana. Condizione e governo della Lombardia. 408 Giuseppe II imperatore; sue riforme. Breve regno e morte di Leopoldo II. 408

 


 

 

Prefazione

 

Abbiamo un buon numero di scrittori della storia e della erudizione patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini colti, i quali abbiano un'idea della storia del loro paese. Questa generale oscurità ci dispiace, e tavolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli che dovremo superare per acquistare la notizia, sono tanti e sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè, del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra istoria, con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un seguito di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di pubblicare la storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie opportune a servire alla storia, alle private e pubbliche ragioni, alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della sua mente nell'esatta sua critica; la quale se talvolta sembra venir meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale, con chiarezza, metodo e discernimento, sviluppi il filo della nostra storia, e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità. Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi, un'opera in due volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente, passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo, colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi. Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta sopportare.

Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co' nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera, sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati sinora; perché, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le opinioni, anziché trascrivere i giudizi già pronunziati. Non rispondo che in un'opera vasta per se medesima non mi possa esser corso qualche errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per essi veramente ho travagliato.

Il linguaggio della storia è quello della verità: sacra, augusta verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolenta, declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una efimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente, amore del vero, ed amore della patria. Avrei tralasciato di porre il mio nome a quest'opera, se i fatti si potessero credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri, costumi ed azioni che la storia possa narrar con piacere, senza bisogno di alcun ornamento.


Capitolo I

 

Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguìta nell'anno 452

 

 

L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perché trattasi di un avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.

Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le Alpi, si collocarono in questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi Lombardia, dai Romani ebbe il nome di Gallia Cisalpina. Questa generale opinion degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di qua dalle Alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, di Roma, della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto Francesi, che Italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perché se bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a noi più vicini.

Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano quivi collocate le loro sedi. Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt.[1] Il saggio autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta de' Galli quanto gli era stato narrato: De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus;[2] e poco sopra, parlando di questa venuta, dice: Eam gentem traditur... alpes transisse[3]. Trattasi di un avvenimento che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio Prisco, cioè seicento anni prima dell'èra volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di esso prima d'Augusto. Negli scavi che sinora si sono fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'èra volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia, di cui l'autore non sia vissuto più secoli dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che haec accepimus, ovvero traditur; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.

Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un fiume, al lido del mare; e i luoghi muniti e forti si sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali secent'anni sono, per rendere comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano, che aveva nome Medo, a cui si attribuisce la prima pianta della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano, per nome Olano, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato Mediolanum: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciar ignorare quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del nostro paese.

La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de' sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le Alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di Levante. In questa pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono vi gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perché valgon meno che le due parole Paolo Frisi, mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi Maggiore e di Como, sono prossimamente allo stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così riesce braccia ducentocinquanta più alto della città di Milano, cioè settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti. La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta, cioè dalle mura di porta Nuova a quelle di porta Ticinese, il che fa vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori[4], ci dimostra con quanta facilità diventino lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini, quasi contro il di lei volere; simili in ciò agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni, ivi si è formata una palude. Sant'Ambrogio, nella lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brissello, Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama tot semirutarum urbium cadavera[5]. Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella vita di san Geminiano[6].

Mutinensis urbis solum, nimia acquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, acquarum crebra, ut diximus, inundatione submersa.[7] Se dunque è vero che la costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude, da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di coltura e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il loro sito coprendo la terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone[8], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna. I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità nostra vorrebbe sapere come e perché i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico, inondazione, terremoto, ecc.; la violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ecc., l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal Sassone, mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano l'illirico, mentre nelle città la lingua naturale è la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.

Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal Tedesco Mayland (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, e in cui ne' sei mesi dell'anno che cominciano in novembre e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce Mediolanum da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, d'onde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso Milano.

 

ad moenia Gallis

Condita, lanigerae suis ostentantia pellem.[9]

 

Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale, annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano.

 

Et quae lanigero de sue nomen habet.[10]

 

Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione si chiamassero con tal nome, e che i Galli perciò chiamassero Milano la città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di una infruttuosa discussione; perché i nomi s'inventarono prima che s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo ritrovata la scrittura.

Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano, ascende all'anno di Roma 533, cioè appunto duemille anni fa, scrivendo io nel 1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno 221 prima dell'èra volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete; qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco ci attesta che allora Milano era una città molto popolata: urbem Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli Cisalpini pro capite habent[11]; ma Plutarco scrisse due secoli e più dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri Mediolanum, praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus, Gallos persequitur[12]. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco Romano. Di sì fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre presso degli storici nostri quest'Arco Romano, che conviene per qualche poco ragionarne.

Molte volte mi accadrà nel decorso di quest'opera di nominare il signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perché tutto quello che dirò dell'Arco Romano, da lui l'ho preso; e chi volesse vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma, il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco Romano nella più ampollosa e strana foggia: un arco lungo niente meno di due miglia; munito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime colonne. La larghezza di questo Arco Romano era un getto di pietra, e si chiamava ora l'Arco Romano ed ora l'Arco Trionfale. Di questa mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi; opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa torre era collocata sulla via Romana, di contro al luogo ove oggi vedesi il monastero di San Lazaro[13]. Di simili torri se ne vedono altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro[14] scrive che Cnejo Domizio Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti. Utriusque victorie quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus trophaea fixere[15]. La nostra torre diventò celebre dappoi per le esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata sempre più dal Chronicon Vincentii canonici Pragensis,[16] che per la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre Glasio Dobner, che ha per titolo; Monumenta Historica Bohemiae nusquam antehac edita. Pragae[17]. Il canonico era testimonio di veduta e così la descrive: turris fortissima, maxima, de fortissimo opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur[18]. Questo testimonio non poteva essere noto al conte Giulini, perché non ancora pubblicato mentr'egli scriveva.

Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre secoli dell'èra volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la loro dominazione, piantaronvi delle nuove città; tali furono Piacenza, Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e fra essi Emilio Scauro si distinse; poi mentre Roma era lacerata dalle fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia, che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino all'Alpi; e così divenimmo Italiani per adozione. Il dominio adunque di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove; rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi; dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e perfine, da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione, se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore[19]. Marco Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime, eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gl'innalzarono nel fòro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano, si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui, per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisore di Cesare e il nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio, perché rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende capricciose della fortuna[20]. Così i Romani colti e potenti trattarono gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai vinti, né mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato civile. Non credettero mai utile né giusto il disprezzo anche verso un popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari. Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando: egli ha fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità del comando, ovvero la industriosa sapienza de' mezzi trascelti; e se la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo, e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.

Fra gl'imperatori de' primi secoli, Giulio Capitolino scrive che Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore l'anno 193, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati; e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo; e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi con un esercito, che s'inventarono de' favolosi aiuti per ispiegare il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori dell'Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi de' paesi, e custodire le alture che dominano sulle vie: e porre gli invasori nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere genti per mare non potevano allora temersi; perché non v'era alcuna nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia, per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte ne' sbocchi delle Alpi; e così fecero gl'imperatori verso la fine del terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto, prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavanlo per collocare un successore sul trono del mondo. Ne' contorni di Milano qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai latini chiamossi Pons Aureoli, ora Pontirolo. Marc'Aurelio Valerio Massimiano Erculeo è stato fra gl'imperatori quello al quale più deve la città di Milano; perché fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio Vittore. Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia[21]. Il giro di queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente descritta la loro posizione nel libro: Le vicende di Milano durante la guerra con Federico I, imperatore, pubblicato con eleganza dalla stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno 1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva. Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della città. La Romana era poco lontana da San Vittorello; la Erculea[22] era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino; la Ticinese era al Carrobio; la Vercellina era vicina a San Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome di Santa Maria alla Porta; la Giovia era vicina al monastero di San Vincenzino; la Comasina era poco discosta da San Marcellino; la porta Nuova stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la porta Argentea, ora Renza, era prima di giugnere alla colonna, così detta, del Leone; la porta Tosa era al fine della via di San Zenone. Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma, al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di quindici miglia, l'altezza di settantaquattro piedi, e finalmente, che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti hanno dipoi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco Romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro, due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perché troppo sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel monastero Maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, né è difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i nostri storici. Né può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poiché, oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi della città chiamati, l'uno al Circolo, l'altro al Teatro; ed è ben naturale che una città in cui molto risedevano gli Augusti, avesse tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo, e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, né l'esame minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il Teatro, il Palazzo vennero costrutti nel decorso del quarto secolo, e furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente ne' notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di Pavia, e che dicono:

 

Et Mediolani mira omnia: copia rerum;

Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum

Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro

Amplificata loci species; populique voluptas

Circus, et inclusi moles cuneata theatri:

Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,

Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,

Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,

Moeniaque in valli formam circumdata limbo;

Omniaque magnis, operum veluta emula, formis

Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.[23]

 

Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato Roma, non potevano sembrare mira omnia[24] le cose di Milano. Noi non vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, da' rottami della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba architettura, avanzi dei tempii, de' palaggi, delle rocche emule della grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra: e da essa ne' contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia si scavano ogni giorno de' preziosi avanzi della magnificenza e della coltura antica.

Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de' Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sé, prima che i barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma, ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino, al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano; perché in Roma non v'era più un artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que' pochi ornati che si dovettero allora aggiungere per riempire il vano sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni simili travagli gotici. Ciò posto, la grandezza di Milano s'innalzò appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere, e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori, i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benèfici e grandi augusti, Nerva, Trajano, Adriano, Antonino e Marc'Aurelio, regni preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette e pacifiche si esercitarono, perché onorate; ma non s'innestarono ne' giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde, nella seguente generazione, scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton, che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi come, fra le atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante del proprio sangue, si svilupparono gl'ingegni sublimi che hanno resa gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel secolo d'Alessandro e in quello d'Augusto e nei successivi tempi; cioè, essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Luca; e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori; ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. Dacché venne eretta l'Accademia Francese in Roma non si è innalzato alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi grandi fra le turbolenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui di cinque anni; Cicerone ebbe troncato il capo nella proscrizione; in somma nessun uomo ha mai potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano e spingono al di sopra del livello comune, qualora vi sia speranza di superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerate le magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni sono del buon secolo, né io potrei crederle mai innalzate al principio del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Metallurgia per l'opera De Venarum Metallicarum Excoctione[25], e benemerito per le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera, si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel secolo XVI.

Nel quarto secolo molto dimorarono i cesari in Milano; Massimiano Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno, 1° di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo. Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano, registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestatem sequendi religionem, quam quisque voluisset[26]. In Milano, l'anno 355, Giuliano fu dichiarato cesare; e Costanzo radunò un concilio in Milano, a cui intervennero più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano, ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebrò le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si raccoglie che in quella compilazione vi sono trecentoundici leggi pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; né certamente in tale collezione si saranno trascritte, se non quelle che si credettero destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto, essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette per conseguenza essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.

Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa potenza del prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una nuova forma al governo dell'Impero; abolì il prefetto del pretorio e divise le province, affidandone il governo a distinti ufficiali. L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose il vicario di Roma, in Milano il vicario d'Italia. Il governo del vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cioè la Campagna, l'Etruria, l'Umbria, il Piceno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cioè la Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma; e di questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella cospicua dignità della sede vescovile di Milano[27], giacché le giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo civile de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle città capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle città che nel governo politico da quelle dipendevano[28]. Il che posto, conosciamo quanto cospicua città sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo, osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di ventuna città da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara, Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino, Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I confini delle diocesi, le preminenze delle sedi vescovili, sono per lo più un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni città e dell'antico stato di ciascheduna; perché le cose sacre, anco presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate, per lo più, intatte frammezzo alle rivoluzioni civili.

La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può in questi tempi de' quali tratto, chiamarsi metropolitano bensì, ma non già arcivescovo, titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza più che giurisdizione; la dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato fra gli esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio nobile e virtuoso col quale escluse dai sacri misteri l'Augusto Teodosio. Nella Macedonia i popoli della città di Salonicco, allora Thessalonica, tumultuarono contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila abitatori, donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di quest'atroce crudeltà. Questi orrori vengono dalla storia registrati nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia di quell'augusto, che non l'avrebbe ammesso a partecipare de' sacri misteri, se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneità alla riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi voleri, pensò che la sola maestà di sua presenza dovesse annientare ogni riguardo; s'incamminò per entrare nella chiesa, ove, con passo grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli queste parole: Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine e della pace? La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la gran colpa con pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cioè colle opere virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli, non deve loro manifestare il timore ch'egli ha d'essere ingiusto e violento. Questo è un colpo alla opinione, su di cui si appoggia il governo; s'ei non era padrone di sè stesso, da uomo virtuoso doveva giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò bensì che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità intera ha tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a tal segno che da lui prese la chiesa milanese il nome, il rito e la dignità. La liturgia ambrosiana, che anche oggidì si conserva, sebbene abbia sofferte molte variazioni co' secoli, essa però si è preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla. Io non deciderò quale sia la migliore costituzion ecclesiastica, se la repubblicana, ovvero la monarchica; né mi propongo di trattare di cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano; che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose, può diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente cambierà la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili cambiamenti lo consiglino; e così, senza ch'io intenda di preferire l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserverò che l'autorità del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente da Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di Milano veniva eletto per lo più dai primari ecclesiastici, che si chiamarono cardinali della santa chiesa milanese: così i vescovi suffraganei erano eletti dal clero delle loro città. Non dipendeva il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai suffraganei. Le controversie, o si decidevano dal metropolitano, ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, e su quant'altro occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma è sempre stata la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunqe per circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di non mai intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona epistola del libro terzo, diretta ad presbyteros et clerum mediolanensem[29], quel sommo pontefice scrisse: Verumtamen quia antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor electionem vestram[30]. Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano Lorenzo, per certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente da Roma, nomina la chiesa milanese santa. Quod autem perhibetis ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, iuris sanctae, cui Deo auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid debeat solide definire[31]; e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse un breve: Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto venerabili archiepiscopo Mediolanensi[32]. Ciò sia detto per conoscere quanto fosse decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo, e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicché nessun'altra città dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma.

Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano Mediolani pecunia signata; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., Mediolanum; così vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne' tempi appunto ne' quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne' riferiti versi: opulensque moneta; non vedo che vi sia improbabilità alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano negli scavi del nostro paese, sono per lo più del terzo, quarto e quinto secolo.

Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. Gli storici nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de' vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto di molte sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti accaduti e degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato l'antichità, onde avere una idea dello stato della popolazione, della civile costituzione, del governo e del genio de' Milanesi; se marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo che trascorse fra l'Impero di Costantino, e la devastazione d'Attila, accaduta nel 452. Così diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que' secoli, sopra i costumi sì religiosi che civili del popolo, e in una parola sulla storia antica; nulla di più sapendosene fuori che essere stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città di Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.


Capitolo II

 

Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento

 

Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla difesa dell'Impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro l'invidia de' cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto, ed avrebbe difeso se medesimo col proteggere il difensor dell'Impero; ma Valentiniano III non era né accorto né degno del trono augusto. Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale uccise Ezio; e dopo ciò Attila invase l'Italia. Non v'era più uomo capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre città furono saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere che questa fu una vera distruzione ed una vera rovina della nostra città; e per conoscerlo basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino, scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio nell'antico codice di pergamena intitolato: Homiliarum hiemalium, dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così quel santo vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini. Quidam imperiti nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est, sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem, irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt... Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam... vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus, vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque nostris amissa reparare[33]. Perché così Attila maltrattasse gl'Italiani, perché questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare che il progetto di que' feroci fosse, non di piantare una dominazione, ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a cinquecentomila e più uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da conquistatrice, passò ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non può temere resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini dell'Impero, affatto mancava. Il più rapido mezzo per acquistare le ricchezze d'una città si è il diroccarla; e così intendiamo come Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone, abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che tutti gli storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è vero però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o Alano, o Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in così breve tempo siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da' suoi, e temuto dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò non ostante Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. I Romani vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.

Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, memori delle precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa può vantarne di uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si è collocata; sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si è conservato l'antico sangue puro italiano, sicuro contro l'invasione delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virtù e della sapienza dopo compiuti tredici secoli[34].

Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano poté essere la residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma. Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna, e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi di Anicio Olibrio, Flavio Glicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi, quasi efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di re d'Italia. L'Imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente, non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co' Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocché gl'Italiani non s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.

Il regno de' Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni. Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige, sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata, come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, né per ora né in seguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale, è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha fatti piangere colla Pantea, gli ha fatti fremere colla Congiura di Galeazzo Sforza, e gli ha occupati colla placida e sensibile narrazione di Saffo, abbia saputo dipingere al vivo il carattere de' secoli, e lo stato della felicità e della coltura degl'Italiani da Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti, si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione, fuorché per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo 538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del Romano impero fossero invase da' popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò co' pubblici edifici, col codice delle leggi, e coll'attività de' suoi generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano dimenticati della grandezza della loro patria, e quindi abborrivano l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi, acquistato tanto ascendente fino a fare illusione, e togliere agl'Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi, tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza de' Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio, vescovo di Milano, con alcuni de' primari della patria, i quali, abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il numero de' popoli, l'odio che generalmente regnava contro de' Goti, e la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo, giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano. La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero, se non vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e gl'imperiali non erano né in numero da poterla sorprendere, né scortati da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara, Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa vòlta un buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poiché l'antica Borgogna si estendeva persino su quelle parti) fecero che un'armata di Borgognoni contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante. Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio, Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecentomila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi in questo racconto, che ci viene da Procopio[35], crede di trovare una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio, che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti de' tempi suoi, e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse sopra tutti gli abitatori del Milanese. Vero è altresì che rari sono nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno de' più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudeltà; ma la condizione de' Goti era pericolosissima sin tanto che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e s'innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitatori. Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la fecondità della terra del Milanese sono tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze ed altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre in forse il regno de' Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare la strage a trentamila uomini; con tuttociò a me sembra che una tale perdita, benché funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi.

Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi di Uraja e di Vitige sono i più funesti che possa rammemorare la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il primo a violarlo, poiché visse e morì in Milano, siccome ho detto. Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano di Milano in que' tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle cose civiche, né a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una forma repubblicana, e avesse creato i propri magistrati, e riscossi i propri tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso al governo aristocratico o popolare; ma Milano era città suddita come le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risedeva un governatore a nome del sovrano, chiamato duca sotto i Longobardi, e conte sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione, sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che, se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto indecente, e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la sua grandezza ancora in que' secoli ne' quali la corte de' sovrani stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un monarca desidereranno sempre di esserne la residenza, e la patria de' successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso de' loro diritti, fuorché una pergamena.

La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete, spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risedette in Roma, reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni. Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino, guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de' Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome di esarca gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle altre città: ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione. I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare. Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi, venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina al centro, che oggidì chiamasi Cordùs, nome derivato, a quanto pretendesi, dal latino Curia Ducis. Questa anarchia dopo dieci anni terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e una porzione de' tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto verso il finire del sesto secolo. La dinastia de' Longobardi durò per ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni, le feste, le incoronazioni le nozze, tutto quello che indichi luogo di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano: suscepit Agilulfus, qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est[36] e quell'apud fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina, e non nella città; e altrove: igitur sequenti aestate, mense julio, levatus est Adaloaldus rex super Longobardos apud Mediolanum in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis Theudeberti regis Francorum[37]: e qui pure apud e non Mediolani, come avrebbe scritto Paolo Diacono; giacché, quantunque presso alcuni scrittori del buon secolo la voce apud non significhi ne' contorni, ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza, ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi, e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome dell'Impero occidentale.

Di ciò che spetti alla storia di Milano durante la dominazione de' Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò dal 712 al 744: ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte il nome del re Desiderio, e dall'altra Flavia Mediolano; essa prova che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poiché questa rara moneta, che il solo Le Blanc ha pubblicata, è stata coniata ne' diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta. Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione de Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede: habitant Germaniam quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi.[38] Erano adunque i Longobardi popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale. Aggiunge poi Tolomeo: interiora atque mediterranea maxime tenent Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi[39]. Sembra con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno avesse osservato Cornelio Tacito nel libro de situ Germaniae, ove si legge: Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis, et periclitando tuti sint[40]; e Tacito istesso nelle storie, Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas afflictabat[41], dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.

Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non poté risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa un ammasso di rovine, con alcune chiese e alcune case abitate da un piccolo numero di poveri uomini mal sicuri; perché le mura della città atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; in somma non restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro del patriarca d'Aquileia.

Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la maggior parte de' nobili abitava nelle terre[42]: e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: naturalmente vi avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano; così dice narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano, egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque dell'antica città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale; dico appena, poiché, laddove le mura attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima. Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi era vacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era il Forum Assamblatorum; v'era il Fòro pubblico[43]; v'era l'orto dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perciò si nominò il Broletto vecchio dalla voce Brolo, che ne' secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe[44]. D'altra parte, l'arcivescovo aveva il giardino, Viridarium, Verzè; così attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva perciò anche presentemente il nome di Campo Santo[45]. Entro le mura della città, vicino a San Giovanni alle quattro facce, v'erano in que' tempi dei campi coltivati[46]. Altri pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro[47]. Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati, con una cascina[48]. Altra terra coltivata trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[49]. Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, eranvi pure altre terre coltivate[50], e questi probabilmente non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta città, perché né saranno state pubblicate tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi, né col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno tutti conservati, né su tutti i pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[51], ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio in Solariolo, che così fu chiamata perché ivi si trovava una piccola casa con camere superiori[52]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo, ob nimiam hominum raritatem[53]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto quello che ce ne rimane, ne dà indizio. Alcune poche vie della città chiamavansi carrobj, perché non tutte erano larghe abbastanza per il passaggio dei carri[54]. Le piazzette della città si lasciavano a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome milanese di pascuè[55], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi le muraglie erano formare con una grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[56], così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi erano gl'incendii nel secolo undecimo e al principio del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori: ubi est sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur[57]. In fatti ci raccontano gli storici incendii fatali accaduti in que' tempi, negli anni 1071[58], 1075[59] 1104[60] e 1106[61].

Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca, ché tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, né cosa alcuna conveniente ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoiché, riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era come annientata. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a suo luogo.

I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta all'imperatore; se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria, e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò in Pavia: Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così, nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione de' Longobardi, e principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo suolo, poiché erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando nella Lombardia, professavano la legge Salica; e così nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza l'aggiunta: qui professus est vivere lege Romanorum; ovvero qui visus fuit vivere lege Longobardorum; ovvero qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica[62], e simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocché i contraenti potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sé tanti regni. Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla divinità sublimato.

Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perloché nasce dubbio ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano nell'810; ma ciò non accadde già perché quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra co' Greci e co' Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare che non vi fosse allora in Milano modo di fargli i funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono finora conosciute carte né di Carlo Magno, né di Lodovico, né di Lottario, né di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, non ve n'è alcuno ch'io sappia, né de' ventidue re longobardi, né de' primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data Actum ad Mediolanum, come se fosse attendato ne' contorni della rovinata città[63]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di che può consultarsi la Dissertazione del signor dottore Pietro Pessani, intitolata: de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio di Pavia, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona nel territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865, il quale stava di alloggio in Curia ducis, dove è ora il Cordùs, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava: Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum iustitiam faciendam[64]. Poche memorie ci rimangono di quei tempi. Il quartiere della città delle Cinque vie si trova nominato sino nell'ottavo secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.

Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani; la condizion de' tempi non ne aveva fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi, non furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere pubbliche. I re franchi interrottamente comparivano nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'Impero e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di mente, a quel grado che, ispirando un disprezzo universale, fu dalla sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni di Brescia un dato giorno, nel quale, egli pure si ritrovò sul luogo col clero che poté raccogliere, e così questa forza combinata rapì l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di sant'Ambrogio[65]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti: Effector voti, propositique tenax,[66] come si legge nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti, e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta d'avanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira una sorta di grandezza e di maestà, in confronto delle meschine idee di quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di architettura gotica e di scrittura gotica; giacché le cose che portano questi nomi, vennero inventate più di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni VIII, acciocché intervenisse co' vescovi suoi suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse; ma né l'arcivescovo, né i suffraganei vi si prestarono, e il concilio non si tenne[67]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[68]. Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle né ascoltarli né riceverli, ma li fece dimorare fuori della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile, e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocché, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più degno: Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis, dignior fuerit repertus, eum, Cristi solatio, ad archiepiscopatus honorem promoverent[69], come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà ne' secoli bassi l'autore che io primariamente terrò a seguitare per la sicurezza dei fatti[70]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero, perché fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto ed alla santa chiesa milanese: Fideli devotione, totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restitutione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque in omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter comperimus[71]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'oraziano propositique tenax, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani per agir da sovrano benefico e ristoratore della sua patria; rianimò il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali: onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli ancora, prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una città capitale; perloché la strage di Uraja lasciò la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla patria nostra. I nomi di Uraja e di Ansperto meritano d'essere più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono stati.


Capitolo III

 

Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo

 

Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso de' quali si era fatta l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo, fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice sempre più vivesse sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse. L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacché aveva già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice, solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito è difficile l'assegnare a quale de' tre pretendenti obbedisse l'Italia. Milano fu soggetta a Berengario, che risedeva in Pavia ed in Monza; poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia.

Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo, ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto fece tagliare la testa al conte; né pago ancora, volle punita la fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero, privati entrambi degli occhi[72]. All'atrocità unì Lamberto la più supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo. Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava, potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che il giovine Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello, il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso al suolo[73]; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpo di bastone sul capo, e colla percossa avergli tolta la vita[74]. Non ci lagneremmo cotanto de' tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi de' secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perché siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice, il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor suo il corso degli anni, per di cui mezzo, una lunga serie di beneficii avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento della desolata sua famiglia.

Ucciso così l'imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo sovrano d'Italia in Pavia, poiché Arnolfo quasi nel tempo istesso aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali, ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole acompagnata da molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno, difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza e il timore; né l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia. Scese Lodovico dalle Alpi, e sorprese Berengario, che poté appena aver tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia, venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo diploma egli stesso ce lo insegna: Venientibus nobis Papiam in sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta[75]. Da queste parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato elettivo e dipendente dalla libera volontà de' signori italiani, e si conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore, ma poco poté godere di sua fortuna, poiché ben tosto venne scacciato dall'Italia da Berengario che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia, in palatio ticinensi, quod est caput regni nostri[76], e da altri si scorge ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare; onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così, assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la villa favorita da lui era Olona.

Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa Radegonda chiamavasi San Salvatore di Vigelinda; quello di Santa Margarita chiamavasi Santa Maria di Gisone; il Bocchetto aveva la denominazione allora di San Salvatore di Dateo; le monache di Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di Santa Maria di Orona; il monastero Maggiore chiamavasi Santa Maria inter Vineam; e per quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de' giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico, alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto, alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e per la possibilità che servano a beneficio di private persone; sebbene non sieno materiali servibili per tesserne una storia.

Erano già trascorsi quindici anni dacché l'augusto Berengario regnava senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate; e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori, avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia. La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi. Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti, ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del clero[77]. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil gente[78]. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico, conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della dignità arcivescovile. Poco dopo, l'imperatore conobbe d'avere malamente scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori[79], e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un Oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne' quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo. Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poiché, nel 924, assediò co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e incenerite; che vi fossero rovinate tute le abitazioni; e che appena ducento abitatori abbiano potuto salvate la vita. Se questo fosse, non si potrebbe spiegate come poi nello stesso anno vi soggiornasse Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto 974, di cui tratta il conte Giulini[80]. Sebbene poi anche a molto meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sé, con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficiato in avvenire: e in prova, sul momento, donògli una preziosa coppa d'oro. Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poiché, pochi giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse. Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza a un estremo vizioso; poiché la libertà data a Gilberto cagionò al regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore. I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si espone la società intera al pericolo di nuovi danni.

Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima di prevalersene; donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene, e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento, Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poco anzi feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido, duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto, credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai fratelli, si impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città, e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in seguito d'uno scritto che la marchesa Ermengarda poté fargli giugnere, quel re furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un'amante in Pavia, e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza, al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito[81]. Lo schernito Rodolfo a stento poté uscire dal labirinto in cui la spensieratezza avevalo condotto. Si partì quindi d'Italia per raccogliere un'armata ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere, per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia, e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto, nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma molti principi d'Italia: Eum ibidem munitionem construere velle, qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coërcere decrevisset[82]. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza accolse l'ospite illustre, giacché Burcardo era suocero dello stesso re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici: Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam nisi carissimis magnisque concessit amicis[83], così dice Liutprando; in somma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poiché, assalito ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi, dum juxta murum civitatis equitaret,[84] vi è la seguente: Lingua propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equas caballitare, non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos praecipitabo[85]. Veramente così non parlò Cesare alla cena, né Augusto alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non fu nobile e generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte, se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non doveva simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava, né cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa depressione: il progetto non era né generoso né eseguito nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie; che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono; e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si resero padroni della terra.

Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco poi dell'arcivescovo chiamato Brolio, in cui manteneva i cervi, era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede l'aggiunta in Brolio alle due nominate chiese; né questo è da confondersi coll'orto chiamato Broletto, che aveva l'arcivescovo al sito in cui vedesi oggidì la ducal corte.

Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza, già invitato, come dissi, dagl'Italiani, sen venne: Venit Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit[86]. Qui non sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta Borgogna, e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per la vedova marchesa d'Ivrea Ermengarda, sorella di lui per parte di madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le monete, ebbero la leggenda di Hugo et Lotharius reges[87], anzi in modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'Impero, e faceva servire gli amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocché con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'Impero; e lo avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città, dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe, al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere; eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone, da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi, e questo fu Teobaldo, che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana, che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere fra i cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo di ordinari[88], e così con finissima politica, onorando quel ceto di potenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poiché durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re, ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo, ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co' Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti , ma fu salvo Arderico[89]; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene, e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania. Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo e da' signori suoi aderenti, comparve in Italia alla testa di alcuni armati. Nel 945 venne a Verona, d'onde passò a Milano. In Milano si radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forze per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia; pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta la corona italica per dicianove anni, ne' quali tenne per lo più la sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano, o perché ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale ordinario il figlio reale Teobaldo.

Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio, siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la sua inquietudine politica, e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo, poiché fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmiò al padre la macchia d'aver eseguito l'infame progetto, e rese avvisato Berengario dell'occorrente: di che Liutprando non arrossì di biasimarlo[90]; tanto le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama una solennissima volpe: io non credo che vi facesse bisogno di tanta accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sé alla posterità un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfianca contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia, colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue virtù.

Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia, fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se non per sentimento, ché l'anima di costui forse non ne era capace, almeno per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni addietro; né si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando. (945) Il regno del giovane Lotario fu puramente di nome, poiché in fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno 950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.

Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distraerci dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la storia di quegli anni. Poiché si dovette tumulare in Milano l'estinto re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti[91]. La lingua latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così: Dum in Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod topia vocatur, infra eadem Curte, etc[92]. Una sentenza comincia così: Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus Lambertus piissimus imperator preerat, in domum eiusdem sancte mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo, singulorum hominimum iustitiam faciendam, ed deliberandam, etc.[93]. Altra sentenza così comincia: In Dei nomine, civitatis mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc.[94]. Vero è che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla p. 17, ove così leggesi: Confirmo ut omnes servos ed ancellas meas sint Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant.[95] Ma convien confessare che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo colto, egli, nel 903, così scriveva: Senodochium istum sit rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de besana diebus vite sue[96]. Da ciò comprendesi qual grado di coltura poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti gli autori de' buoni secoli preceduti; poiché per poco che un uomo si addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì; e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali parlando, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque, anche a' nostri giorni i Milanesi, scrivono quella lingua che chiamasi italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio. Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura, non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero costanti se fossero state in uso nel parlare; né può intendersi questa varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del volgare da due parti, dalla terza, dalla quarta; come in una carta del 941. Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta parte terra sancti petri de clevade[97]. Dallo stato della lingua può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi persuase che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e ciò perché le vocali u ed eu pronunziate coll'accento francese, e così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro parole spagnuole ci sono restate, infado, amparo, giunta, desdita e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi, e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in breve tempo intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di Francia che all'italiana!

L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno 873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.

Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non poté firmare una carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere; e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero la croce[98]. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di viceconte era immediatamente subalterna del conte, che reggeva la città in nome del re, come la carica di vicedomino era immediatamente subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi origine del cognome che ne prese la famiglia Visconti. I cognomi non ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli uomini d'essere felici; in vece di ascendere alle cagioni, e impedire che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo di costringerli a confessare il supposto delitto, onde punirli[99]; e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo, sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità, la felicità pubblica caramente si abbracciano[100].

Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri ne' quali principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe darci qualche idea del governo d'Italia in que' tempi. Un re elettivo; il primate, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere; la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne' quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati, nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi, non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile, chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado. Carlo Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista, dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale, gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai privati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri; per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de' sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando, costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il visconte, l'arcivescovo, chiamato anche dominus, il di lui vicario vicedominus, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a misura della circostanza del momento.

Dello stato della popolazione nel decimo secolo nulla abbiamo di preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti, i quali chiamavansi aldiones. Molta parte del ducato era bosco. In qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta di grano si coltivavano, e si coltivava anche il lino. Le terre, che prima si misuravano a pedatura, già nel principio del nono secolo si misuravano a pertiche e tavole, come oggidì si costuma; la misura del fieno era a fascio, quella del vino a stajo ed a mina, nella misura delle terre però eranvi juges, misura equivalente a dodici pertiche.

Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio, vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo institutore che non venisse abolito[101]. Fra le mutazioni accadute nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allora si eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo: massimamente finché durò il costume di non conferire comunemente quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso di ragione, come insegna il conte Giulini[102]. L'altro battisterio chiamavasi San Giovanni alle fonti, destinato per gli uomini; ed è tuttavia in piedi, sebbene mutato di forma. Ognuno può ravvisarlo al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio[103]. Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi in Pavia l'anno 850, a cui presedeva l'arcivescovo di Milano. Si proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma ne' privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli celebrare se non da un sacerdote: Docendi igitur saeculares viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant, quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis examinati luerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo contemptores canonum extraordinarie illicite ministrantes, et divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate compescere, excomunicetur[104]. Nel medesimo concilio si prescrive ai vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette. Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente richiamare la pietà degli antichi tempi.

 


 

Capitolo IV

 

Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere

la più importante città della Lombardia nel secolo undicesimo

 

(950). Già erano trascorsi più di sessanta anni dacché l'Italia non aveva più connessione alcuna co' regni di Francia né con quello di Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo il Grosso Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel quale finì il sangue di Carlo Magno: a questo fu sostituito Corrado I, conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene non dimenticassero l'Italia, e pensassero a regnarvi scacciandone quelli che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però né occasioni né mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo, ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice, fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti, Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, regnassero interrotamente. Questi Italiani, innalzati al trono italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia. Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli augusti né Arnolfo né Luigi né Corrado né Enrico, dagli Oltramontani inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal papa, e sebbene né Corrado né Enrico nei loro diplomi si siano mai dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda di equivoci, perché Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama Enrico II; e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane eccedono d'una unità le nostre. Io, Italiano, debbo servirmi della cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare né Corrado né Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, non solamente abborrendo la recentissima sceleraggine d'aver egli avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951[105]. Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato Manasse arcicappellano[106]. (952) Pare che al comparire di Ottone si ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia; poi ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in seguito i re di Germania di avere sopra l'Italia.

Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia, dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile. Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre, che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli. Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario, da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente lo fece scortare libero nella fortezza. In que' tempi, sotto Ottone, sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana; e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso Litolfo, amato e venerato allora dagl'Italiani, poco dopo morì, non senza sospetto di veleno[107]. Tali erano le armi di Berengario. Così que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce lo descrive Landolfo Seniore. Interea Valperto mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit... Valpertus, magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit.[108] Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo dopo, acciocché si veda che nessuna menzione in que' tempi si faceva della corona ferrea, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo a riflettere che i suffraganei si chiamano beati Ambrosii, non già Barnabae apostoli. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro ch'egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano: non potendosi chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come era costume, perché il palazzo reale era stato distrutto da Berengario, siccome accenna il conte Giulini appoggiato al testimonio di alcuni scrittori.

Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il nome di Grande. L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa[109], da cui venne incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina, e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere alle armi di Ottone Augusto anche San Leone, e allora Berengario e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; né entrerò io ad esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta, ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato dall'Eccart, dice che Ottone: Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur[110]. Vi è chi ha opinato che la nuova moneta fosse di cuoio[111]; ma la moneta è di argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario, scodellata come quelle, e perciò innovavit potrebbe intendersi, o per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa Alla Moneta, dove quell'officina si è conservata per più di otto secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, né sotto il di lui figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre. Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei anni, ne' quali non si riconobbe verun re, giacché il fanciullo Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva essergli tutore, e gl'Italiani non conoscevano loro sovrano se non quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone; il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano; poi venne in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001, lo destinò suo ambasciatore all'imperial corte di Costantinopoli per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle parole di lui: Archiepiscopus, magno ducatu militum stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibellinis, aut rhenonibus variis, et hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat,[112] si portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti: Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris, aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus, esse solitus fuit... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus honorificentia, satis episcopaliter conversatus est[113]. L'ambasciata doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto, per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra; e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco prima di Ottone III, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova ne' monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore de' quali non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu rimeritato della enorme spesa che fece.

Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte, proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico[114]. Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perché eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era lontana che di quarant'anni. L'arcivescovo era del partito di Enrico, che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda del tempo[115]. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna che venne in Milano il nuovo re, Sanctissimi praesulis Ambrosii amore[116]. Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno, portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014, incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine in Pavia[117]. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama questa costumanza concubinato, e i sacerdoti ammogliati concubinarii: io credo che sia più conveniente voce quella di matrimonio e di ammogliati; perché nel nostro linguaggio comune, le prime parole significano una unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia, moglie di Nerone; Domitilla, moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa ha sublimato i ministri dell'altare, allora non era così generalmente osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca. Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la moglie. Dico ritenere, poiché il rito non permetteva ad alcun sacerdote di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perché io preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perché l'imparzialità della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto: Sanctae mediolanensis ecclesiae archiepiscopus,[118] così egli si qualificò, né gli altri vescovi chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo non si prese molta briga perché fossero questi decreti nella sua diocesi bene eseguiti, dice il conte Giulini[119].

Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano Heribertus; ma egli si sottoscriveva Aribertus, e così lo chiama il conte Giulini, come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano. Ariberto da Antimiano era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cioè cardinalis de ordine, dal che ne venne il vocabolo di ordinario, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi propri: de nostris proprietatibus, come egli dice, e assegnò il fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero osservare la regola di san Benedetto[120]. Sanno gli eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come ogni altro ecclesiastico[121], e che i monasteri per lo più avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia, che non potevansi mantenere senza una incessante forza; e perciò il re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando l'arcivescovo Ariberto: Suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum, così ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese, scrittore di quel secolo[122]; dal che vedesi abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al quale dice che Ariberto, promise che, tosto che fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re: Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret;[123] il che gli promise con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette all'arcivescovo: Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum[124]; e con ciò oltre il dritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice placet, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo, rediens securus in omnibus, totam suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens[125]. Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, o per innalzare se stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno 1026[126], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e la sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere, siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi non era cosa insolita il veder dei vescovi nelle armate: merita però riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era acquistata da potere da sé fare la guerra[127]. I Pavesi e i Lodigiani, così, diventarono nemici dei Milanesi.

(1028). Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita di essere riferito; perché ci dà idea de' tempi e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[128], quasi che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo, della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginità, e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni. Così essi professavano la loro fede[129]. Molti marchesi e vescovi e signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua giurisdizione, sulle diocesi de' vescovi suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi[130], sebbene ascoltasse da Gaiardo, uno de' pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto, credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, i primati della nostra città, temendo, dice il conte Giulini[131] che non si spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e dall'altra acceso un gran fuoco fecero venire tutti gli eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a pié della croce, e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fatto accadesse per volere dei primati, Heriberto nolente.[132] In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce con uno staffile nella mano; né si credeva che avesse contrastato al sovrano, né perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe; e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocché misericordiosamente gli richiamasse alla strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la pazienza disarmano gli avversari, e li chiamano a venerare il vero Dio, con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato politico, egli ha saputo rendersi padrone di quella ròcca, il che in vano altri aveva tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegl'infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro confratelli allorché gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità. Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in quel secolo, così scriveva: ad tantam faecem quotidie semitipso deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facto agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit[133]. Così quel santo descriveva i costumi di que' tempi infelici. Il supplizio adunque de' nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai pagani si trattassero i màrtiri; ma così non si legge che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati da' cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che ne' secoli posteriori è stato seguìto da tanti altri funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.

Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere d'Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico nostro Arnolfo[134]. Poi, ritornato Ariberto alla patria, sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase sul campo[135]. Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel 1037; e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io non trovo difficiltà a credere che realmente Ariberto non fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne partire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva, o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza. A custodire il prigioniero Ariberto l'imperatore aveva destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con somma allegrezza. Poiché Corrado intese il fatto, si mosse, e alla testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e languente; era maxima multitudine munita,[136] come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei poté devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero di avere Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e nominò Ambrogio prete, cardinale della santa chiesa milanese, in sua vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[137]. Vedendo riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[138], e quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo cessò di vivere nel 1039.

Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città. Enrico, figlio di Corrado, era stato proclamato re di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gl'Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità, disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più, sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai naturale, perché i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno espediente migliore; poiché invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili, o per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto, nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto, e l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: io vado sicuro ai piedi di sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa pietà del nostro Ariberto: Convocatis sacerdotibus et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta, atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscepit,[139] e poco dopo morì; uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.

L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il carroccio, nome conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione, ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione, egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante, acciocché colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti; parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocché si abbia una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero stavavi una croce. Avanti a quest'antenna eravi l'altare sul quale celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva, per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti, sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella maniera di guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della polvere, il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando, coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città; non già per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto; ma perché la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al segno di non aver potuto preservare quello spazio che sommamente era cura di ciascuno il difendere.

La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e durava tutt'ora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocché il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda; ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata. Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che spirituale[140]. Non fu possibile di terminare la controversia fra di noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa chiesa milanese, acciocché ne facesse la scelta. Ma il re profittò dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, Milanese bensì, ma uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali ordinari: e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de' plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone del regno d'Italia, che non poté esserlo il di lui padre Corrado. Vi volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo arcivescovo[141]. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro mansuetudine allontanandolo dal perseguitare i nostri fratelli sotto pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione, in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più libero corso.

Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si dicevano sommi pontefici; e fece eleggere dal clero o dal popolo Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di Clemente II, Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano, coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità, gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi, vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa, con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro popolo. Né si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono, colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori, avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva l'appoggio della tradizione; contrario alle opinioni di quei tempi, ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che faceva collocare sulle sede vescovile soggetti inettissimi e affatto indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de' vescovadi e de' beneficii; era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere, si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli. Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano i fatti importanti e più interessanti per la loro influenza: ma giacché la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò, mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente.

Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in quei tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna: Insuper archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi, immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata.[142] Da queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della zecca di Milano all'arcivescovo; giacché due anni dopo quest'epoca le monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai ebbero il nome di verun arcivescovo trattone quello dell'arcivescovo Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente. Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di raccogliere e conservare la mèsse del suo campo. I Pavesi, Lodigiani, Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e questi altretanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo, personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però l'arbitro di essa; poiché v'erano i messi ed i giudici regii, che potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un Milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i fratelli dell'arcivescovo Landolfo, præ solito, civitatis abuti dominio[143], venne scacciato per questa insolita pretenzione l'arcivescovo dalla città, la quale, tempore Ottonis imperatoris primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum procurando regebat.[144]

Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate. Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe. Abbiamo più legati pii ai poveri, che dispongono di distribuirne. Uno di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte, pascere debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem, et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et vino, stario uno.[145] Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si credeva che l'Impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti.

 

Hercules vidi, del qual si ragiona

Che, fin che'l giacerà come fa ora,

L'Imperio non potrà forzar persona.

 

Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale ponendosi a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, qual prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni delle Rogazioni; le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i circostanti. Nella vigilia del Santo Natale si faceva ardere un ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria Sforza. Il giorno del Santo Natale i padri di famiglia distribuivano, sin d'allora, i denari; acciò tutti potessero divertirsi giuocando. Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa anitre e carne di maiale; come anche oggidì il popolo costuma di fare. V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli dona una casa, acciocché col fitto di essa i monaci comprino de' pesci, ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima de' trapassati. Sono anche curiose le parole: Emant pisces ad refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio, quo ipsis proficiat at gaudium et anime salutem.[146] Si credeva da molti che giovasse al riposo della anime de' defunti l'accendere sulle tombe loro delle lampadi: Ut ipsa luminaria luceant pro anima ipsius.[147] Altre donazioni ritrovansi colla condizione: Et faciat ardere in quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam Andreae genitoris[148]. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere per una più vasta erudizione[149].

Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di Tortona la metà dei beni disputati: Propter rectum judicium quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus[150]. Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi, la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati[151]. L'uso di decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale ecclesiae facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia[152]; e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo Landolfo: Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum, archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant, jurejurando asserens, pactum usque detestabile patratus.[153] Io ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza; cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano (poiché la terra è la loro abitazione) ma non innalzano la temeraria fronte, né dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni idea di giustizia e di virtù.


Capitolo V

 

Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI

 

La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1024. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette il sommo ponteficato a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichstat, scelto in Magonza, il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco in Roma, poi cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poiché il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire, Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de' vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio, malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.

(1056). Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il patrio rito sino dai tempi di sant'Agostino, il quale, come nella forma del Battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio permesso il matrimonio ai sacerdoti[154]. Citavano allora i nostri ecclesiastici un testo del santo dottore del suo primo libro de officiis ministrorum[155], con queste parole: De monogamia sacerdotum quid loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec lex est non iterare conjugium[156]. Ma questo passo ora si legge così: De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non iterare conjugium[157]. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di malafede i nostri sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza; anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse dottrina di sant'Ambrogio: Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur absolutionis suae gratia; nulla enim culpa coniugii, sed lex. Ideo Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed' praerogativa exuitur sacerdotis[158]. Questo passo del santo dottore ora si legge così: Virtutum autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare[159]. Il testo odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in questi termini: Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi: qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis[160]. Cresce anche al di più la difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a tal proposito, presentemente leggesi: Patres in concilio Nicaeno tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda conjugia sortitus sit;[161] il che non si sa come spiegarlo, poiché ne' venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici bigami; né è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene il deciderlo[162]. I nostri ecclesiastici allora interpretavano letteralmente i testi di san Paolo: Bonum est homini mulierem non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem habeat[163]; e l'altro: Oportet ergo episcopum irreprehensibilem esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc.[164] Questa opinione, che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita da Galvaneo Fiamma: In synodo Damasi Primi, centum quadraginta episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit Ambrosius, gravissima dissensio exorta est inter sacerdotes uxoratos ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse. Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait: Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum etc. Ideo lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit, sacerdotium amittit[165]. Questa opinione durava ancora al principio del secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiunge: Iis omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas Mediolani genuerat.[166] E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e concesse loro[167] che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo; parole che trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente; egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056, erano nati ed allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure è poco amico di que' nostri ecclesiastici: così egli: Non era così antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io trovato qualche indizio che nel secolo decimo[168].

Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli ecclesiastici; perché meno legami gli attaccano alle brighe della società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli degli ecclesiastici, che vivono co' beni della Chiesa, contraggono con una eduzione civile i bisogni ai quali totalmente viene a mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti per servire al ministero dell'altare, anche allor quando si disputasse se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo genere di vita giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese di que' tempi concubinari, siccome in questi ultimi tempi sogliono fare alcuni; poiché essi né difendevano il concubinato, né generalmente erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò incontinenti, eretici, scismatici, nicolaiti, voci adoperate per un male inteso zelo, poiché nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.

Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio, ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il matrimonio degli ecclesiastici[169]. Sappiamo che gli ecclesiastici erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città, dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito; e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla giurisdizione romana, finché fu innalzato al sommo pontificato per opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro era uno zecchiere assai ricco, de' quali due compagni di Arialdo, uno con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de' buoni, dice il conte Giulini[170]. Convien credere che appunto questo fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poiché di lui in nulla si fa menzione, né io più lo nominerò. I due che figurarono furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario. Arnoldo, che viveva, in que' tempi, così comincia il racconto di questa dissenzione: Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum invasit clerum... ... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc versetur in oculis, prout possumus enarremus... Quidam igitur ex Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio, severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter utpote natus, prævidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem, et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero, quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator, repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae, prædicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi suave est, et ejus leve sit onus[171]. Landolfo adunque dai privati discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici, ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente: Carissimi seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite, domini miei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat enim saepe Deus minori, quod denegat majori. Dicite mihi: creditis in Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni. Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator. Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haeresis quoque simoniaca in sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint in urbe vel extra[172]. Gli editori della raccolta Rerum Italicarum credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico, e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse contro il matrimonio de' preti: acriter intonuisse[173]; ma non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici; e se crediamo a questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose: Quum res nostris adhuc versetur in oculis[174], si vede che erano vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione: Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes, forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus, populi virtutem sollicitando, removeret.[175] Il conte Giulini a questo passo aggiugne: Quanto al delitto che gli appone il maligno scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne dice. Oltreché, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta impostura[176]. I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e questo basterà perché non venga loro prestata ciecamente credenza nel male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato unicamente di repristinare o dilatare la disciplina del celibato anche nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione si sarebbe potuta discutere pacificamente: ma volendosi rimovere dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti non contrastati, e non far caso delle declamazioni.

Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito, evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza un buon numero di popolo, e alla testa della moltitudine entrato nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici, violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i canti e rispostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono. Arnolfo così lo racconta: Die una solemni ad ecclesiam veniens [parla di Arialdo] cum turbis a foro, psallentes omnes violenter projecit a choro, insequens per angulos et diversoria; deinde providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines ambrosianae dioecesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis. Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquas in urbe dirutas, lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes substantiam[177]. Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette: Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine; ma pure talora sono necessari[178]; il che suppone che quegli ecclesiastici fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità, che legittimamente lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo[179], Guidone arcivescovo doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano, venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma né Arialdo né Landolfo vollero presentarvisi[180], e quindi vennero da quel sinodo scomunicati[181]. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con molta onorificenza[182]. Landolfo aveva presa la strada medesima, e le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse ferito in Milano[183]. Allora sembrava ritornata la quiete nella città.

Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine era di sotto mettere alla giurisdizione di Roma la chiesa milanese: mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[184]. L'arrivo de' due legati, che opravano in nome del sommo pontefice Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. La discordia era cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati, temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili tutte le sue operazioni; così il conte Giulini[185]: al che aggiugne questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità. Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche onesto accomodamento. L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un nuovo canto[186]. I due legati partirono, lasciando la città immersa più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò: Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur, super nos accendis?[187]. Da altro ecclesiastico distino era stato così ripreso: Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso viro prius multis cum jejuniis debuisses consiliari[188]. La voce patalia era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni riprovabili chiamavansi patalini, patarini o catari, come oggidì chiamansi novatori. Così i due partiti, protestando ciascuno di sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda co' nomi di nicolaiti e di patarini. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano, anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito dalla sentenza de' legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili, non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre: Ast nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae calamitati finem imponerent, tempus expectabant[189]. Abbandonati così gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora, e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era forte: Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis concordiam optabant[190].

La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano) prontamente se ne partirono, condannando, siccome dissi, l'arcivescovo; ora la venuta de' legati doveva essere più sicura, e la loro commissione più facile ad eseguirsi. Ciò non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando. Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito) e gli si assegnò per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno 1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a' parenti ed a clientele; l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissitna. Non perciò fu la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando: Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi, vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit, Ecclesiae sit subjecta![191] Così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa fazione naturalmente sarà nata, perché il partito medesimo della plebe secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla; ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione; furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi: Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus archiepiscopo nostro praeferre: sed populus in propria dioecesi temerari ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine nî obsequerentur, effecit[192]. Queste pene, delle quali fu dispensatore san Pier Damiano, furono date ai simoniaci; poiché, per un abuso assai antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che li consacrava, e davano per essere suddiaconi duodecim nummos[193], diciotto per essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[194]: sul qual proposito così scrive il conte Giulini: A coloro che avevano pagato la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua, e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti il Natale, e quella avanti Pasqua, ecc.[195]. Questa sommissione poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare: O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo. Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in posterum subjectum Romae Mediolanum[196]. Così Arnolfo, che viveva in que' tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiugne: Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto l'esercitò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e felicità[197]. Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a Roma per intervenire ad un sinodo: Ecce metropolitanus vester, prae solito, romanam vocatur ad synodum[198], dice Arnolfo, continuando l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice: anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perché non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse l'arcivescovo di Milano ai concilii[199]. Il dotto conte Giulini, che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione romana la chiesa milanese; né ha nominato alcuno arcivescovo che siasi portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti, dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri ch'egli fa ad Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato così: non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello; quando il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano. Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste, così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[200].

I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061) Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così parla di lui: Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini ingenii non mediocrem sacrarum litterarum eruditionem junxerat; et statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter sacerdotes obtinuit[201]. Maggiore accortezza non poteva certamente adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare papa un Milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse una lettera: Omnibus Mediolanensibus clero, et populo[202], nella quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva: Speramus autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium luxuria cum caeteris haeresibus confundetur[203]. Questo fu un avviso che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli, dopo di avere perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia: Quum vero placuit Altissimo, qui renes scrutatur et corda, ille qui alienam diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos accusare videamur, de illo penitus taceamus[204]. San Pier Damiano gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue epistole, ed è diretta: Landulfo, clerico et senatorii generis, et peritiae litteralis nitore cospicuo[205]. Landolfo non si fece monaco. Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco, e occupandosi, come fece, in Milano[206]. Il cardinale Baronio lo ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un libero soggetto di esame.

Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi suoi concittadini, gli aveva chiamati Vos autem, dilectissimi, membra mea, viscera animae meae[207], armò solennemente campione della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue[208]. Venne a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni, e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse ascoltare la messa di un prete ammogliato, la qual proibizione, dice il conte Giulini, dee singolarmente notarsi, perché cagionò i più gravi rumori in questa città[209]. (1063) Questo avvenne l'anno 1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie e le Rogazioni: Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel discipulorum instituitione traditum; ab antiquis tantum idolorum cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi, Cererisque solebant[210]; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce aver sostenuto Arialdo[211], che quel digiuno e quelle pie processioni non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di lui. La morale severa predicata concilia partito, perché si crede santa, e perché ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino; chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori; declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo, dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato, se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova. Ivi corse il popolo con furore. Mal per lui, dice il conte Giulini, se si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata la vita; e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era stato rapito[212]. Né questo avvenimento rallentò punto l'ardore di Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credé lecito di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi[213]. Di questi fatti ne era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo sæpe numero legationes[214], e lettere apostolicis praenotatas sigillis[215], come ci assicura Arnolfo[216]. Ma questi due contrari moti del popolo nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo portossi a Roma[217].

(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica pronunciata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino giorno solenne della Pentecoste, e poiché radunato fu gran numero di gente nella chiesa, vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare. Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze, e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii, sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto. Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel numero de' santi[218]; e con fama diversa secondo altri, i quali, vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per alcuni altri mesi il furor di partito.

Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante difficultà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base dei suo carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa. Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio. L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica, né il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti; potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi, dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era necessario il collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era questi il soggetto che piacesse a Erlembaldo. Quindi col ferro, col fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non poté conseguire mai la possessione né della carica, né delle entrate. Guidone pensò allora a ripigliare la dimessa dignità, poiché non si voleva che Gotofredo ne fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collegò incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne custodito[219] sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole, che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata; non fece che la guerra difensiva: in somma non parmi un uomo meritevole di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser parziale.

L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la rinunzia fattane da Guidone; perché Gotofredo non poté mai farne le funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo, di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a questo grado un giovane chiamato Attone. Herlembaldus, dice Landolfo Seniore, producens quemdam Attonem, sibique consentientem, coram omni multitudine, ore suo inlicito elegit. Hoc videns majorum et minorum multitudo tam suorum quam adversariorum, quae noviter fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio, Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis, archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit[220]: su di che veggasi il conte Giulini[221]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in cui dichiarò scumunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano, nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato dai suffraganei, animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[222]. In mezzo a questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente vedendo i mali giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo, armato di tutto punto sopra d'un generoso destriero[223], preso il vessillo romano, si pose alla testa della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[224]: Eadem hora, post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum; absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata, reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa radice pullulando protensi[225]. Pochi anni dopo Urbano II riconobbe Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie[226]. La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.

Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento; si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguìto in prima. Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente dal metropolitano[227]: indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[228]. Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era imperatore, per quei mezzi istessi pe' quali se gli ribellò Corrado II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente e quasi per stanchezza di resistere, dopo trentatré anni di guerra, si rese soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero: Reverendissimo et sanctissimo confratri[229], ma dirò che Urbano II, nel 1093, scriveva: Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum praecepti nostri tenorem... facias[230]. Vero è che non per ciò immediatamente la creazione dell'arcivescovo poté appropriarsela il papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha ritrovata il conte Giulini, è dell'anno 1099[231]. In seguito Genova venne sottratta all'arcivescovo, e creata arcivescovato; Bobbio fu staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente furono la maggior parte de' vescovi suffraganei, o dichiarati dipendenti immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre chiese arcivescovili. Così la gran mole della Chiesa ambrosiana venne a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente sommessa alla giurisdizione romana.

Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poiché vide piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno. Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta, o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano, pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: Gloria dei santi milanesi. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si pronunziava l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli ecclesiastici non si parla: Sicut a sanctis patribus statutum legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia volumus[232]; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti; anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoiché in pratica erasi abolita la tassa, unicamente per avvalorare sempre più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente; ed allora dovremmo supporre, essersi disimpegnato senza strepito alcuno l'oggetto intralciatissimo dei matrimoni, prima che si abolisse una tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo: Statuimus etiam juxta sanctorum patrum instituta, et primitivae ecclesiae, formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi, abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus[233]. Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era pericolo che continuassero i beneficii per eredità: Et quia nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per paternam successionem... archidiaconatum, vel archipresbyteratum, cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda cupiditate ductus, ecclesiam alterius possidere tentaverit, et haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam vocem, quousque resipiscat, anathematis vinculo subiaceat[234]. Così quel sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii. Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date solamente ai celibi. Difatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritroviamo in quell'archivio, in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo signor canonico teologo don Anton Francesco Frisi, conosciuto per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi) ordina che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui erede persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus et decumanis binos denarios[235]; e poi più sotto vi si legge: Si vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem[236]. Le quali parole sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si dilatò la legge del celibato.

Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilègi, profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando, che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora, manomessa dai Goti, Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della Lombardia era principalmente collocata ne' vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione vivente, che ha un dritto attuale di esistere bene, colla speranza incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno? È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai esaminate bene simili questioni.

 

 


Capitolo VI

 

Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I

 

Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni, ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre, e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però Milano si reggesse da sé, una apparente dipendenza dal sovrano si conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno anche oggidì le città libere dell'Impero[237]. Oltre all'onore di porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075 i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato solennemente, e posto nel suo ufficio, poiché Erlembaldo era stato ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione: Thealdum dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio, et olim jam factum anathema super ipsos innovamus[238]. Più volte fu ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando, che, rifugiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in soccorso di Enrico.

(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde, dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie, abusando della religione... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poiché in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero senza dipendenza alcuna, né dall'imperatore Enrico né dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della repubblica milanese: poiché, se in prima l'arcivescovo godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una sovranità che rappresentava tutto il popolo[239], e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo senato persino i decreti sinodali, acciocché venissero confermati coll'acclamazione fiat, fiat[240], quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, perché si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanti allora fossero; quando la loro dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo è però che monete né di Corrado né col nome della Repubblica non ve ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo sappiamo che il numero dei consoli era diciotto, e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cioè dai capitani, i quali erano i nobili del primo ordine, dai valvassori, che erano nobili bensì, ma di minore autorità, e dai cittadini, che erano come il terzo ordine. Il numero de' consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[241], non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne' comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora, poiché la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città; e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del Seprio, i conti della Martesana e altri distretti, che avevano un governo parziale e i loro consoli[242]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[243]. Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime: Papienses et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritati contraria; cum illi cives jurarent sibi servare se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum[244]; dal che pare che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de' contratti, testamenti, sentenze, ecc., si soleva in prima porre il nome dell'imperatore o re d'Italia: Regnante Domino nostro, il tale. Al principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'Impero.

Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel raccontarla; cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole dello storico: Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujus prudentis viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt[245]. Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente esclamazione Ultreja, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente, essere un composto di Eja! Ultra! Come sarebbe animo! avanti! eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le armi, e passare nell'Asia[246]. Che questa crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è difficile il definirlo; tanto sono discordi gli scrittori. Orderico Vitale, scrittore di que' tempi, ci racconta che questo esercito si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso Gandras fu malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo Gandras. Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai Saraceni sotto Danisma; ma nemmeno Danisma si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense in vece c'insegna che la battaglia seguì: contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria[247]; ma nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de' Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo di Milano Anselmo, né delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica Landolfo il Giovine, per un povero uomo, semplice, timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito: ad vocem hujus prudentis viri[248]. Probabilmente a queste disposizioni del di lui animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi per combattere gl'infedeli; poiché si vide affaticato da un assai lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli de' quali ignorava il costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.

Nel principio appunto del secolo duedecimo lo storico nostro Landolfo Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità dei posteri. Sin ora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che il portatore tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il Giovine: heccum la stola, heccum la stola[249]; dal che vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla. Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poiché ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e nella bolla gli scrisse: Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si perseveraveris in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem[250]; e poi dopo lo chiama martyr Christi[251]. Il prete Liprando era titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò nacquero de' dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente l'arcivescovo di simonia, per munus a manu, per munus a lingua, per munus ab obsequio[252]. La disputa andò tanto avanti, che vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e Grossolani turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii clericum lapide occidit[253]. Fu perciò costretto l'arcivescovo Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità. Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa all'altar maggiore in faccia dell'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda, ante introitum missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam[254]. Comunque sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poiché la messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole convincerò quest'uomo; indi rivolto al prete, hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: vedete, disse al popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo di vedere questo prodigio, si udì gridare perché venisse al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò coi suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte due cataste di legna di quercia; ciascuna delle quali era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente larghe, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto, per renderne più lento e difficile il passaggio. Poiché il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa, e disse: Iste Grossolanus, qui est sub ista cappa, et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani[255]. Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo, e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocché ei non passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano. Allora dissegli: prete Liprando, mira la tua morte, piegati all'arcivescovo, e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla maledizione di Dio. Il prete rispose a lui: Sathana, retro vade[256], poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena; due volte recitò in quel passaggio: Deus, in nomine tuo salvum me fac, et in virtute tua libera me[257], e nella terza volta, alla parola fac, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno nella persona, o ne' lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote Landolfo ci racconta il fatto.

Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova del fuoco; si prepararono due caste lunghe dieci piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi passò illeso un monaco Giovanni Albrobandino, che fu poi chiamato Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero al buon senso, io abbjurerò la prima: né crederò che la divinità abbia operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che: praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem integre non praebuit[258], e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio: turba tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post paucos dies scandalizavit[259]. Ci narra di più lo stesso autore che in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco, ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la spiegazione. Né sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo, che il di lui zio Liprando era ammalato: Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate[260]: asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro conte Giulini, che sarebbe stato desiderabile che lo storico ci avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza, che quello era un angelo[261]. Tutti i nostri autori però, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare. Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguìta l'opinione piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente credute.

Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo, e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro di lui, quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, proteso a' pie del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita[262]. I delitti di questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de' vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli ostacoli, poiché erano già avvezze a reggersi da sé. Novara, fra le altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece regalo alcuno, né in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde con versi assai meschini:

 

Aurea vasa sibi nec non argentea misit

Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:

Nobilis urbs sola Mediolanum populosa

Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[263].

 

Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse fuori di Roma, né gli accordò la libertà, se non quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de' quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti: Otho autem mediolanensis Vicecomes, cun multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus civitatem, mediolanensem, et Ecclesiam[264]. Questo Ottone è forse lo stesso reso immortale dai due versi del Tasso:

 

O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,

In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo[265]

 

L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo, ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se rinunziava alle investiture; e il titolo di re d'Italia, già diventato sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una turbolente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti furono adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico, che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione: Mediolanenses quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat, gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt Laudem, in Langobardia civitatem alteram[266]. Un calendario antico, stampato nella raccolta Rerum Italicarum[267], dice VII kal. (junii) MCXI capta est civitas Luadensis a Mediolanensibus (1111)[268]; e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice: anno MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et jacuit annis XLVIII[269]. Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così ne ragiona: De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet, cujus in manus plura in eam rem, etsi diligenter perquisiverim, non venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus, vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus carere[270]. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne vedono le vestigia al sito che si chiama Lodi Vecchio. La città di Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poiché deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo.

(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso, disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi, videro la loro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi parimenti si mosse la guerra; e nel 1132 ci riuscì di dar loro una rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi Cremonesi, e nel 1137 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era armato con l'usbergo come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo[271]. Tale era la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente premunirsi contro le fondate pretensioni dell'Impero, collegandosi e rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni. Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e così animarsi la repubblica.

La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici, i quali vedevano volontieri che gl'Italiani non gli obbedissero. Fra questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse alla repubblica di Milano una lettera che comincia così: Consulibus, capitaneis, omni militiae, universoque mediolanensi populo. - Civitas Dei Inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore perfrueris[272]. E in questa lettera ci avvisa come i principi della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia (membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro. Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se ne lasciasse sfuggire l'occasione. In somma Milano era una Repubblica; era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città: odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava da un principe debole a un altro debole; ma rovinose disposizioni al momento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di forze robusto.

Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel 1128, se ne venne a Milano, per la strada di Como; che fu acclamato re d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia, nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario non poté essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II. Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia: Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quella di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni favoriva Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava l'arcivescovo di Milano, perché aveva incoronato Corrado: il papa di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice, il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più famigliari del defunto pontefice, e de' più assidui nell'assisterlo all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte, elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de' cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco, e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati. Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito più forte, e risiedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti, e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo, e l'arcivescovo di Milano Anselmo Pusterla aveva coronato Corrado, e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano del papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo, distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo, ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro, sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i nuovi monaci di san Bernardo, che il popolo considerava come angeli del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a dire che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole: Ordinarii itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias effuderunt, et ipsa legis et morum peritis atque bellatoribus viris tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem concionem, ut ubi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione. Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione, Nazarius primicerius, mirae callidatis homo, per prolixum sermonem cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus, qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus, sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus. His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit, quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis, qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei, sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis, sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum commoverunt. Veruntatem gladio Anselmi in die illa resistere non potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii, et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum a sede compulit[273]. Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice Landolfo il Giovine al luogo citato: Ad haec peragenda, papa adeo idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas claraevallensis fuit[274]. Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerarazione accolto, che immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi cessarono di esporli: ad nutum quidem hujus abbatis, omnia ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento palliisque in Ecclesia ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis reclusa sunt[275]. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di lui! Il popolo di Milano, poiché era scacciato l'arcivescovo Anselmo Pusterla, accorse a San Bernardo, che stava alloggiato vicino a San Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così appunto fece e se ne partì: Ego in crastinum ascendam palafredum meum, et si me extra vos portaverit, non ero vobis quod petitis, ac sic a Mediolano recessit[276]. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e imperatore Lottario; e partito che fu San Bernardo, i suoi monaci, dice Landolfo al luogo citato: per civitatem euntes, collectam multam de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt[277], e con questi mezzi fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Moribondo, così nominati ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua sede, per essere stato del partito di Anacleto, s'incamminò verso Roma; dove Anacleto era riconosciuto per legìttimo papa da un gran numero di persone, e risiedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma, viaggiando, fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il Laterano: illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui procurator est Innocentii, vitam finivit[278].

Corrado, sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e, unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino[279]: poi queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como, colla desolazione de' Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia. Ma né Lottario, né Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte di Lottario, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni. Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della repubblica di Milano si andò rinfiancando.

La città di Milano, divenuta opulenta e popolata nel secolo duodecimo, naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre imbandigioni, ed erano queste: in prima appositione, pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda, pullos plenos, carnem vaccinam cum piperata, et turtellam de lavezolo: in tertia, pullos rostidos, lombolos cum panitio, et porcellos plenos[280]; sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito nostro conte Giulini[281], e che molto meno potrei io spiegare. Bastano però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza. Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a lustrare coll'acqua benedetta la casa da cui si era trasportato un morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto coll'incensiere a profumarle. Quando si contraevano sponsalia de futuro[282], cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si doveva a lui restituire se non la metà del regalo: Si nomine sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile, seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto, medietas redditur si osculum intercesserit[283]; così le consuetudini di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de' nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia, colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario s'erano scoperte in Amalfì le Pandette, e s'era risvegliato un fermento universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far risorgere la facoltà che coltivava, in Salerno. Egli scrisse in versi latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia:

Anglorum regi scribit schola tota Salerni[284] ecc., e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne' pubblici contratti si scriveva così: deveniat in potestatem abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domnus Eribertus archiepiscopus[285]. I cognomi cominciarono a formarsi nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. La maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine, ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de' nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare, il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani; poco degni in verità d'esser liberi, per l'abuso che ne fecero a danno proprio e dei vicini.

 

 


Capitolo VII

 

Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I

 

Il nome di Federigo I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti; ma non vili, né senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli. Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico I tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida, saranno Ottone, vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato, quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore, continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone[286]. Ivi si legge la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo a scrivete e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia[287]; ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto per obbedienza al desiderio del defunto vescovo: Ejus jussu, pariteraque divi imperatoris Friderici nutu[288]. Sicuramente essi non hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia, e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764 dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: Monumenta Historica Boemiae, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi, pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nidano, del Menckenio, dello Struvio, dell'Oefalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora de' nostri Italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma unicamente pe' fatti che non possono essere contrari all'imperatore; sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado, se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli autori originali che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo partito che conviene allorché s'entra a narrare una porzione di storia controversa.

(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, morì in Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia, e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Alamano e Omobono Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza, e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de' Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui domandava che si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria, per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi ed ingiurie; poiché il timore de' Milanesi era il solo sentimento che restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure. Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo poté sottrarsi al furore del popolo e fuggirsene di notte[289]. Dopo un tale affronto Federico si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de' Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale, come dice il panegirista e parente di Federico: Inter caeteras ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet... non solum ex sui magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas civitates vicinas in eodem situ positas, idest Cumam et Laudam, ditioni suae adjecerit[290]. Cominciò Federico a devastare alcune nostre terre. Erano amici nostri i Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera riferita da Ottone di Frisinga: Destructa Terdona, Papienses, ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent, ad civitatem nos invitaverunt[291]. Col vocabolo però di distruzione non si può intendere già, che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento de' ripari che la munivano. Poiché nello stesso anno in cui venne distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la lettera seguente: Consules, populusque mediolanensis, consulibus derthonensibus, omnique populo, salutem - Cuncto romano Imperio notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a nobis audacter nec non viriliter restauratam esse, murisque, omnium nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam, qua populos in unum convocetur, vetrum significantem incrementum. Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur chartae, continens in se duas civitates Mediolanun et Derthonam, designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat Christi, cum lapsa, refecta fuit[292]. I Milanesi innalzarono la circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel tempo in cui Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre più l'animo dell'imperatore; al quale inutilmente avevano già in prima offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li condannò al bando dell'Impero[293]. La sentenza di questo anatema non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che i delitti imputati ai Milanesi fossero enormi, commessi con animo sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia. Ciò non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e i Cremonesi.

Frattanto però che stavamo rendendoci più odiosi ai vicini ed al lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire d'un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di Massimiliano, ristorate dall'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato è precisamente quello per cui ora scorre il canale del Naviglio, e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate cantarane, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di Ottone da Frisinga Radevico[294], inimico de' Milanesi, con questi termini: Mediolanenses autem, utpote viri bellicosi et strenui, civitatem suam magnis fossis circumdederunt, et imperatori audacter et viriliter restiterunt[295]; e della terra cavata nel fare la fossa se ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il nome di Terraggio. Convien dire che queste fortificazioni fossero assai ben fatte; poiché vedremo che non vennero mai superate colla forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperator Federico alla testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg, Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera, l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza, Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il duca di Zaringhen, e altri principi sovrani[296]. (1158) La venuta di questa terribile armata accadde l'anno 1158. È strana la cerimonia che l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari. Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un gastigo senza una sentenza, né una sentenza senza un giudizio, né un giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo alla manìa del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati gli animi nello studio del Codice e delle Pandette di Giustiniano, rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato dai Milanesi, che non ardì superarlo. Gl'Imperiali tentarono il guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che i nostri che trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo, per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella storia; poiché fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella torre dell'Arco Romano, di cui ho data notizia nel capitolo primo. Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva né difendersi né reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di legna e postovi il fuoco. Gl'imperiali, ben presto cominciando a rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali, colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta, che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso San Celso. Di contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si circondò la città con un esercito di centomila uomini[297]; ovvero, come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila cavalieri, e innumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi, Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi, Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modana, di Bologna, d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere contro di noi[298]. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano armati, tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni: Stabant armati super vallum, nihil omnino strepentes; dubium, principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et hujus silentii disciplinam, an metum universis incusserit[299], dice Radevico, lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio, ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve ascende sino alla pubblicazione dell'opera: De nullitate Magiae, in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260 cioè quasi un secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci attestano Larrey e Mezerai. Il re d'Inghilterra Eduardo scompigliò i Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accadde più d'un secolo e mezzo dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno accostarsi, e perciò: Divisis, ut dictum est, inter principes exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus, palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus, aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant. Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri[300]. Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti, trasmessici da un Tedesco, nemico del nome italiano, e panegirista dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza e di un ardimento meravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai medesimi molti cavalli: Interea milites Mediolani egrediabantur de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tetriolorum vendebatur[301]; e il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di Svevia: Apertis portis, cum pugnacissimis egressi, disjectis custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant, sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac improvisa primo perculsi (l'affare era di notte) alter apud alterum formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare, hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare: clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc[302]., e conchiude che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella città[303]. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio Dobner[304]. Secondo detto cronista, la sortita fatta dai Milanesi non fu di notte, ma circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad Regem Bohemiae plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniat militia[305]; dice poi che il re accorse co' suoi, e piombò addosso ai Milanesi: Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt; ex utraque, parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit[306]. Questo autore era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poiché di notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico, contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della città: Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes, ignominiam judicabant, si pares, imo plures multitudine, minori animo venientibus non occurrerent[307]: e allora pure furono respinti. La più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico[308], quando uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati dal conte Ekeberto di Butene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali. Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata dall'imperatore (ed era quella del Buttinugo, ora detto Bottonuto, e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale) i Milanesi non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza verso la persona dell'imperatore: Sed nec ad portam, ubi militia principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an reverentia imperatoris cohiberentur[309]. Tentarono gl'imperiali di prendere la città di assalto, e poté loro riuscire di porre il fuoco ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perché composto di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto. Ciò nondimeno fa meraviglia, come dopo un mese di blocco la città si rendesse; e non è facile il persuaderci, come questa dedizione fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio Radevico[310]. Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano premunite le abitazioni colla linea di circonvallazione, avessero preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; né è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico, nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga, che era presente a questi avvenimenti, non scrive né della fame né d'altra malattia, se non che: Foetor cadaverum intolerabiliter ex utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis cruciabantur aegritudinibus[311]. L'autore medesimo ci avverte che il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi, e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole: Hujus auctor negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderatensis, vir prudens, dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae charus, et civibus suis non esset suspiciosus[312]. Questo conte Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale della milizia de' Milanesi[313]. La maggior parte del Novarese era sua, ed esposta alle invasioni degl'imperiali. Il carattere e la fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero soggetto di dubitazione, e sembra che, comandando i Milanesi, li disponesse per essere battuti[314]. L'imperatore poi sempre se lo ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale, per obbligare gl'infelici Milanesi, esuli dalla patria, a sborsare nuovi tributi[315]. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che, senza pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti della resa furono: 1) I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile saranno indipendenti dai Milanesi; 2) i Milanesi giureranno fedeltà all'imperatore; 3) fabbricheranno un palazzo imperiale; 4) pagheranno novemila marche d'argento; 5) daranno ostaggi; 6) i consoli saranno eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7) nel palazzo imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8) si restituiranno i prigionieri; 9) saranno dell'imperatore la zecca e le regalìe; 10) saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto che dai Cremaschi sieno pagate centoventi marche; 11) eseguito ciò, l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e le cose loro; 12) i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non li dispensi; 13) potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali, poco prima, avevano giurato fedeltà all'imperatore[316]. Così Milano si rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.

Questo avvenimento non fu veramente né di gloria all'imperatore né di biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Né l'imperatore, scortato di tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni, non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene presente, capaci d'un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci. Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo, perché capitolò, e perché si obbligò a partirsene, e lasciò il reggimento della città ai consoli; né proibì ai Milanesi il governo della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de' consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione. Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine di sant'Ambrogio colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se del primo, secondo, terzo o quarto; ma né dei Corradi né di Lottario II non ne ho; né alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa; appunto perché la nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sé la moneta, ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore dei tempi sottratti.

Poiché fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti, quell'Augusto, se crediamo a Radevico, diceva: Mirari se prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scientia legum glorientur, maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam evidenter apparere[317]. Se quell'Augusto avesse riflettuto che lo studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più controversie che in una più povera e indolente; non avrebbe parlato con derisione degl'Italiani, perché, studiando molto le leggi di Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò pure abitatore del mondo, come lo sono le anime grandi. Le antipatie nazionali sono minute opinioni del volgo. In ogni secolo e presso di ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica. Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano, e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di fazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani, i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non era punto affezionato né agli Italiani né ad essi. La guerra fatta ai Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli dall'oppressione; ma, profittando delle nostre discordie, cercava di sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le città alle quali in quella dieta prese tutte le regalìe, per formare a se medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano assai. Più accortamente avrebbe operato quell'Augusto, se, dopo di aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de' popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici, Ma è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte sciagure funeste ai popoli d'Italia; funeste all'Impero medesimo; perché, dopo le miserie di una seconda guerra, poté bensì opprimere i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.

Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere interamente amico de' Milanesi, e come dice il canonico di Praga Vincenzo: Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos sibi suas constituat potestates... quod imperator laudans, usque ad tempus huic rei competens in corde suo recondit[318]. I Milanesi, appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo dei consoli, e l'elezione, soltanto da approvarsi dal sovrano, non sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno di corrispondere alla confidenza di quell'Augusto, dovesse cadere a loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico. Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi. Nullo modo se hoc facere posse respondent; verumtamen, sicut in privilegio imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant[319]. È da notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la capitolazione: Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consules eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejus nuncium ad hoc constitutum, pro juranda imperatori fidelitate. adducerent. Contra hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori dederint consilium, quod per suos nuncios in civitatibus Lombardiae ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi[320]. Ognuno facilmente giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli scrittori tedeschi incolpano gl'Italiani d'aver infranta la data fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che era al seguito del suo vescovo di Praga[321]. Egli è certo che il popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida fora, fora! mora, mora! come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i nobili milanesi cercassero di guadagnarseli co' regali e procurassero di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso dell'imperatote. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci, ribelli, disertori dell'Impero e nemici; condannò quindi i beni de' Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto un errore, allontanando la sua armata da Milano; nel tempo in cui, violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una torre di travi posta sulle ruote; e la faceva spignere verso le mura di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata. L'espediente che prese Federico, fu di far legare alcuni prigionieri cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato della Torre, che si presentava alla città assediata, farla così spingere da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Né questa fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perché tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta. Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perché si difendessero con valore e facessero delle uscite coraggiosamente: In eruptionibus suis aut machinis flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur[322]. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a narrarci: Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque promuris jussit appendi[323]. Non credo che Cesare, quando assediava le città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi tali. Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit ad supplicium[324]. E prosiegue a narrarci come allora Federico obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur[325]; e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi milanesi, allora còlti, perché parlavano co' Piacentini, vennero condannati alle forche; Tum interim adducuntur captivi quidam de nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum Placentinis perfida miscebant colloquia... nam ut supra dictum est, Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat obedientia... hos itaque... duci jubet ad supplicium, similisque his, qui et prioribus, vitae finis extitit[326]. Se Radevico avesse scritto per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli scriveva, nutu serenissimi imperatoris Friderici[327]. Convien confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente, così Radevico ci descrive il fatto della Torre. Jamque ad civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis princeps absistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii, miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus![328] Secondo i principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata legittima dopo molti anni, dacché erasi acquistata. Poteva anche chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza di animo la costanza e il valore dei combattenti: né imputare a delitto se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo assedio, e Radevico ci dice: Ipsum castrum, egressis inde quasi XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus ad diripiendum permissum est[329]. Questo modo di assediare e di prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la conservò Radevico[330] nel libro secondo, cap. 43; Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles, vos partecipes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit, sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam semper clementiam in principe esse testantur[331].

(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie; la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle cose in quei tempi. Aspettava quell'Augusto nuovi soccorsi dalla Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii, sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo scisma venne, perché morto, nel 1159, Adriano IV, che nascostamente animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24 marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce; che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima, non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto, come il giorno sopra gli altri infausto: poiché ci trovammo da quel momento in faccia di un potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.

(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162[332]. Non seguì alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul ci dice che, per provvedere la città, electi sunt de unaquaque parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta, quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis versum est[333]: parole che non furono abbastanza sinora meditate; perché la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici, sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del 1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico, del 1161, cominciò a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere, fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro rimanere, era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo partito, vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende. Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di quella terribile autorità; né sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col nemico; e, chiesti i salvacondotti dal duca di Boemia e dal conte Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal landgravio di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di Federico, ci racconta[334] che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia Reinoldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri; e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero, l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro Sire Raul ci descrive molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco. Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le mani. Nomina sei Milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocché servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del 1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle domestiche mura si vegliava, perché il padre non rubasse al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro Calchi: Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus nurum, frater fratrem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur[335]. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il raccolto. Soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte; poiché le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava. La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi poteva più a lungo soggiornare, o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo; del quale, nello stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno, quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando Giudice, ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali della carestia mosse il popolo, e la vita de' consoli fu in pericolo; per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore, e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Bucardo, oltre il Morena.

La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio di marzo 1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi, trascelti fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a' suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriverò minutamente quello spettacolo umiliante; poiché quando una città si rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni avvilimento, ogni insulto di più che debba soffrire il popolo che in tal modo si è reso, può far torto bensì alla grandezza d'animo del vincitore, ma non aggiugne alcuna macchia di più ad una città che non ha più mezzi per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne a Milano; e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, e che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice: Fossata complanamus, muros subvertimus, turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus[336]. Radevico descrive così: Deinde muri civitatis et fossata et turres paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in ruinam et desolationem detracta est[337]. Dodechino, nella continuazione della cronaca di Mariano Scoto, dice: Populus expulsus: murus in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae[338]; e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così racconta: Mediolanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam... Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et aedificia destrui[339]. L'anonimo autore della cronaca Sampietrina Erfurtense, così dice: Mediolanenses, regis, et italici atque teutonici exercitus obsidione, jant quadriennio, arctati, post multa et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices, regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis, ac grandi multitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute, omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri, turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur[340]; indi più oltre, per accennare il modo con cui i Milanesi alloggiavano, dice: Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt[341]; e nel Cronico Boemico si legge che l'imperator Federico allora, muros urbis diruit, et aspera mutat in plana[342]. Il canonico di Praga Vincenzo così ci descrive più a lungo questo avvenimento: Mediolanenses autem tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus, fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a princibus, tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum in manus domini imperatoris tradant. Et ex-consilio suorum fidelium Laudam civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita quod contra romanorum imperatorem dominum nostrum naturalem arma movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae, urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S. Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri subditis, pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia pedum vestrorum adorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit, et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem, ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti, ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem, et Austrum: Mediolanum in potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum, Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardorum collecta militia, Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus, Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur: qualia pocula aliis propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas, imperiales destruxerunt civitates, et eorum destruatur Mediolanum. Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus, frater domini regis Wladislai, deinde Papienses, Cremonenses, Laudenses, Cumani et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto, ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem, Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem, tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae rem acturus, suos disponit exercitus[343]. Tutti i riferiti autori tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla città scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi; e che la città non solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino, Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorità ancora non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal mese di marzo 1162 sino al 1167, non abitarono in Milano, ma ne' suddetti luoghi; e questo si è che nessun contratto, nessuna carta scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali portano In burgo de Veglantino, ovvero In burgo Noceti, che anche chiamavasi Burgo Porte Romane de Noxeda[344]; e le monache de' monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di Orona, di cui vi è un livello fatto nel 1163: Ante portam sancti Georgii de Noxeda[345]. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase un acervo di rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane, capaci appena di ricoverare alcuni contadini.

I nemici o si disarmano co' benefici, o si spengono, come insegnò il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero, per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle, e per conservarsi la comunicazione co' Borgognoni, ossia Svizzeri, loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa d'un'armata, passò a fil di spada i nostri maggiori, e lasciò il paese deserto per cinque secoli, siccome si è veduto. La condotta dell'imperatore Federico è stata men crudele; ma non più eroica né più saggia. Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire gli abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se uno sterile ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che non più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non di vedere rinata la città al primo istante in cui fosse allontanata la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero posto l'incendio nelle due città? In mezzo all'ardore della guerra le nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì il colonnato di San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le chiese di San Giovanni in Conca, di San Sempliciano, di San Celso, di San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo, ed altri edifici, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de' Magi, dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La superstizione di quei tempi avrà fatto credere che fosse un maggior delitto il diroccare le mura d'un tempio, che di ridurre alla estrema angoscia gli uomini d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci lasciò scritto, che: Quinquagesima pars Mediolani non remansit ad destruendum[346]; lo storico milanese Sire Raul ci scrive: Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos[347]. Vero è che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi, e dagli abitanti del ducato medesimo delle province Martesana e Seprio, i quali, a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare le antiche abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore Federico fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i Milanesi mai più non osassero rientrare nella città; e dovessero vivere sempre a vista della rovinata città, ma separati in quattro terre. Ma gli amori e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto variabili quanto l'autorità e l'interesse; poiché la prima li dirige nei paesi ignoranti, l'altro, negli illuminati. Gli autori contemporanei non parlano, né che fosse sparso il sale sulle rovine della città, né che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono dal Meimbomio, e dal Fiamma posterormente; e il giudizioso nostro conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute da chi descrisse questa nostra sciagura[348]. I buoi non potrebbero trascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: né in un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è tanto abbondante da farne tal uso insolito ed inefficace. Il sale anzi si vendeva in Milano soldi trenta lo stato, come ci attesta Sire Raul, e i trenta soldi di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, più che non valgono tredici zecchini ai tempi nostri[349]; tanta era la carestia di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire Raul ci descrive: Planctum, et luctum marium, atque mulierum, et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium et proprios lares reliquentium[350]. E a dire vero, questo trattamento fatto ai milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno, che da noi anche in marzo è durevole. La neve, il ghiaccio non sono cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi, vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad abbandonare se stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza[351], dopo aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata così a penuriare di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano la città infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù dei Romani; e Federico credette così gloriosa impresa per lui l'avere, non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che tuttora si conservano, vi pose la data: Post destructionem Mediolani[352], e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale ai vescovi.

Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io già per ciò che le quarantanove cinquantesime parti della città siano state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e antiche mura. È verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro nella parte più vicina al suolo; poiché i mattoni, la calce, i travi, cadendo, le dovevano sepellire sotto il mucchio di que' rottami. E ciò sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosità e l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della città; poiché se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni città fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio, cioè che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice villaggio, gradatamente crescendo sia diventata una città. Le prime case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori, si comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si obbligano i nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre più allontanarsi dal centro, quanto più tardi si determinano a scegliervi la dimora, perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane dal mezzo della città; perché le case dei centro sono state aggiunte ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una città che aveva un regolamento di Edili. Io perciò opino che la maggior parte delle vie interne di Milano sieno antichissime, e le case, ristorate sempre sopra i primi fondamenti; poiché dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà riattata sopra gli antichi fondamenti.

Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti, è facile immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se è possibile un governo civile che abbia per oggetto l'infelicità del popolo, lo fu quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione sotto cui fecero gemere i nostri antenati[353]. Il terrore di questo trattamento costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico: ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori existerent, funditus subverterentur[354], dice il Morena. Tutte le città del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le avevano poste nella servitù. Le doglianze non portavano in risposta che scherno e vilipendio[355]. Tale fu il punto a cui le interne discordie condussero le città della Lombardia. Tale fu la condotta dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benèfici, né fra gli eroi militari; poiché per vincere una città fiancheggiata da' nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione, circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck: Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu, Mediolanum obsedit[356], non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi, con un apparato simile, il non acquistare la città per assalto, ma l'ottenerla colla subordinazione in prima, poi colla fame. Un numero assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; e rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un più virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia lasciato scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca: Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla clementia Mediolanum destruxit[357]. Una scorreria di barbari può demolire molte città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' secoli feroci; e ciò diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico.

 

 


Capitolo VIII

 

Umiliazione dell'Imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico

 

Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra; presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico, all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza de' Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le città tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle regalie, e ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore. In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l'anno 1165. L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle città lombarde erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica dell'imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perché né Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, né pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera de' frati, ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini più accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si trovarono alcuni de' principali cittadini delle città lombarde[358]. Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli a ripristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse stato condotto con mistero questo primo congresso, non poté a meno che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti, divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi nostri nemici, erano i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una città secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa de' ministri imperiali faceva tutto paventare agl'infelici: O quantus clamor, dice Sire Raul, et quantus timor, quantus fletus per quatuor hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini! nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce Papienses burgos comburere[359]. L'imperatore trovavasi verso Roma: i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la spiegazione de' quali io non intraprenderò, sì per essere questo un oggetto più d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini[360], al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che precede i militi e porta il vessillo: né si può dubitarne, poiché vi è scolpito sotto: Frater Jacobo; il che avvalora sempre più l'opinione che de' frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa, condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero dal congresso all'esecuzione.

Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui l'imperatore stavasene colla sua armata nella Romagna per discacciarne il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva fatto, non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que' cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente o cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese; ma si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono l'imperatore a contenersi e a ritirarsi nella Germania per la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città di Lombardia: Insimul unum corpus effectae sunt[361], come dice il continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitré città collegate: Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemponeamente l'accorto Alessandro III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste; le prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro padroni e loro benèfici legislatori e maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano né si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un popolo, sa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che il sublime dell'arte consiste nella scelta dei mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.

Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l'imperatore Federico perché venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore della Germania venne nella Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città, e la cinse d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, ma la chiamava Rovereto, nome proprio d'uno de' vicini villaggi, gli abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta di quell'augusto che ha la data: In episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti[362]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che li riferiscano gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli; è un barbaro tiranno per questi; io però mi attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocché non sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città di Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano scappati dai loro padroni: Multitudo latrunculorum, raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat[363]. Pare veramente difficile che degli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi: Magna costantia ex utraque parte militaris res fervebat: interdum ex his et illis quidam capti, nonnulli occisi et suspensi sunt. Imperator vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mox oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisivit; ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel imperium tuum gessi: sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit[364]. Nel capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese Sire Raul ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell'accusa; ma questo autore tedesco, che negli altri suoi racconti è sempre parziale a Federico ed animato contro gl'ltaliani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò che i Tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, giudichino se sia quiddam laude dignum[365] quello che fece Federico, perché fece accecare due soli di que' disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da ladroncello né da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense: Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, munitissimam, non murorum ambitu, sed positione loci, et vallo incredibiliter magno, un quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum caede, interjectis etiam aliquot annis[366]; anzi a dir vero né tosto né tardi la poté Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per resister coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'Imperio; e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli àrbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazaro, pavese. Le città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, e Gezone da Verona.

Si cominciò a trattare per questa pace fra gli àrbitri. Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottofredo ci vuol far credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria, sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal racconto; né è mai stato l'uso che per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella vôlta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto duranti i regni dei due ultimi cesari Lottario II e Corrado III: Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sine violentia, vel metu fecerunt[367]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini, ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, dice: Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi[368]; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperator Federico, di noi scrisse: Latini sermonis elegantiam, morumque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam[369]. I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi non mancarono né di valor militare né di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.

Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore aveva offerto con poco buona fede, per aspettare le nuove forze della Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que' secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale, indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poiché gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della società: e questo ceto cli uomini, che non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano, fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di tanto multiplicati i tributi sopra de' popoli, i quali però hanno acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati dall'obblico di espatriare e di soffrire le inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi, i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra ferace sulla quale siamo nati, ma senza un'esatta misura de' campi non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà si aggiugneva un'altra di opinione, ché credevasi ingiusta cosa lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia distributiva. L'erudito circospettissimo nostro conte Giulini asserisce di non avere osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi; ma bensì ai frutti, ovvero alle persone[370]. Forse l'antichissimo carico dell'Imbottato, abolito dalla beneficentissima Sovrana l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di polli, trecento uova e cento libbre di ferro[371], e con ciò aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi, doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così, per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la tassa straordinaria di un denaro a testa, a cui vennero assoggettati anche le donne ed i fanciulli[372]. I telonei sono antichissimi, ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intriseca di questo carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche strade[373]. Abbiamo stampata, colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per ciascuna lira di valore, sia il cinque per cento, senza distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione; per rendere più o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni, e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico, il teloneo né la curtadia, che era un nome quasi sinonimo[374], non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche, di cui non si curava l'imperatore; e questo teloneo, nei tempi de' quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come dice il Fiamma che anticamente si percepiva dall'arcivescovo: De quolibet curru lignorum recipiebat unum, de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum[375]. V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che si chiamava Nabullum. In oltre per poter legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava Abdicius[376]. Un'altra tassa si conosceva col nome di Fodro, e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano[377]. V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega, come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori di veneranda memoria[378]. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione d'oggi, la percezione del tributo; poiché mancava il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti i boschi, si stese la cultura sopra un parte di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della legna.

Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli àrbitri discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona; e l'imperatore andògli incontro. La città di Como gli era fedele, come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato co' suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote dell'imperatore, e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi sconosciuto, e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 di maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri non ci furono di norma, quando prospera avemmo la sorte delle armi; né alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono Sire Raul e il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è stato rappresentato. Poiché se unicamente fosse stato l'imperatore, scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa de' Milanesi, da cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar parere, né pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia, che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che prese e conservò in seguito Federico, dimostrarono la verità del racconto e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purché si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che si rinunziasse a quella unione che rendeva solida la costituzione dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare la sicurezza propria. Né si lasciò di conoscere che se una città preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata contro il nome e la libertà dell'Italia. Quest'interesse però non era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle città confederate; di che molto, e non senza ragione se ne lagnarono le città della lega. Così il papa poté entrarsene alla residenza di Roma, d'onde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi prevaleva in favore dell'antipapa.

La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso, nel quale si presero a trattare gl'interessi comuni, per rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tant'altre città che disopra ho nominate. (1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perché stata collocata nel corpo delle leggi, acciocché servisse ne' secoli successivi di norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; goderanno di tutte le regalie, e conserveranno le loro consuetudini; le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio duemila marche d'argento[379]; l'imperatore avrà i suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a profferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, verranno decise dai Pari della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche, Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli Reipublicae Mediolanensis[380].

Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della Martesana, del Seprio ecc., cioè la maggior parte de' borghi e delle terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli[381], a noi rinunziò omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi etc.[382]. Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento; e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza il consenso de' consoli di Milano[383]. Così giurò, e promise di far giurare anche il suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani, entro quel termine, che sarebbe piaciuto ai consoli ed al consiglio di Milano di assegnare: ad terminum quem consules Mediolani com Consilio credentiae nobis dixerint[384]. I Milanesi, in ricompensa, si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia, e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non ci risguardava più come schiavi, né conservava più l'opinione d'essere signore del globo terraqueo, orbis terrae dominum; ma era un principe che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre; e ce lo ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore Federico plenam jurisdictionem concessit[385] alla città di Milano sulle terre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini[386] Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato, Triviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.

(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo luogo) l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia. La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta, panni, pellicce: Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum, et aliarum bonarum rerum[387]. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per se stesso la sede arcivescovile; onde nell'incoronazione del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero. Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due anni. In seguito l'imperatore, diventato umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza, avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato un milanese Ottone Zendadario[388]. Con tutto ciò la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di lui come quello d'un barbaro feroce. Né egli, né suo figlio, né il figlio di suo figlio, entrambo imperatori, co' nomi di Enrico V e di Federico II, ebbero mai la benevolenza de' Milanesi, né essi ebbero mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse sino a un dato limite è possibile il dimenticarle; ma quando ai danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. Io non dirò già, che la vendetta sia lodevole; anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma né vi è stata mai, né vi può essere, una nazione di magnanimi, o di eroi. Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili, e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore a colori di sangue la memoria degl'insulti sofferti, e spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine de' beni e de' piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono, dimenticano l'offesa, perché non reggono alla fatica di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dal contaminare mai la mia penna coll'apologia del vizio o coll'oltraggiare la virtù!

Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci fanno testimonio ch'egli fu un principe d'animo fermo, ardito, intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle città, disunite e rivali, che attaccò; il modo con cui vinse, ora per maneggio, ora per l'inedia, non mai con un assalto impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione militare intraprese, la quale provi la superiorità della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose, e al primo rovescio di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto era di sottomettere il regno Italico alla dipendenza assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile, dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente, allorché viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de' Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo placato. Ottone Frisingense, suo zio, ce ne assicura: Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium perpendi potest[389]. Questo timore che sempre più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e, territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio depopulatus est[390], come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo[391]. Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de' cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote, me ne dia un cenno dove scrive: Durum siquidem est scriptoris animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere arbitrium[392]. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli si fa omaggio del regno. Il re di Inghilterra gl'invia i suoi deputati alla dieta dell'impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente. Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero, al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a favor suo l'animo degli scrittori della Germania; sulla quale tanto influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi l'ottenne confermata dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati, e così dando altri titoli, nemmeno è, per se medesima, grande cosa. L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti; ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse centomila Tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre dell'impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poiché, bagnandosi in un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati di Roma, e la riposta che pone in bocca a Federico, sono una scena nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false le lunghe parlate; poiché lo scrittore non era presente comunemente, e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è punto verisimile che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli: Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro; eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica. Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte l'anno 1158, non poté stendere i fasti sino alla distruzione di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.

Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare; acciò si formi un giudizio, e della umanità sua e de' principii della sua virtù; e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti nella prima spedizione in Lombardia, acciocché con essa avesse lo scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo regno; eccone alcuni pezzi: Dum ab eis, cioè dai Milanesi, dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent, nobilissimum castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites habebat, capi et incendio destrui fecimus... inde tria castra eorum fortissima, Minimam videlicet, Gailardam, et Trecam destruximus, et natale Domini cum maxima jucunditate celebrato... inde Chairam, maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus... inde venimus Spoletum, et quia rebellis erat... vi cepimus, ignet videlicet et gladio, et infinitis spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus[393]. Questo è il modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo. Perché Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e che non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle, non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone Frinsingense: Civitas direptioni datur, et antequam asportari usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt... postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intoterabilem generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent spolia[394]. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense: Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant supplicium[395]; e quando prese Tortona, Civitas, primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur[396]: così il Frisingense[397]. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige, ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati, i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte in vano tentare di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere Francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni. Erant pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, unus ex eis inquit: Audi, impeator nobilissime, miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine, quamvis pauper, eques, conditione liber, etc.. Hunc solum imperator gloriosus de caeteris sententia mortis, eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est[398]; e i cadaveri poi di questi, ut cunctis transeuntibus temeritatis suae praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerint autem, ut dicitur, quingenti[399]. Un altro fatto accaduto nel Veronese, alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello di Garda, perché non era per anco consacrato imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo, affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocché mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito. Dodici fra i più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono, avendo un seguito di molti altri nobili. L'imperatore li accolse con volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un più alto patibolo. Eccone le parole: Rex Fridericus collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad Papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses, tamquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, dicentes eum esse nondun Caesarem, sed regem, propter hoc eam, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit: postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis excercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant; qui verbis ejus credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimis, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores suspendi praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam nobiliorem, suspendi praecipit[400]. Giudichi ognuno come sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de' grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e l'uomo barbaro.

 

 

 


Capitolo IX

 

Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII

 

Dopo la morte di Federico I venne incoronato imperatore Enrico di lui figlio; il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza bastante per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare se medesimo re di Germania, sebbene un altro partito nella Germania medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. Così ne' sette anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.

I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni. Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti importanti accaduti dappoi. Le inquietudini co' vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Verona, Bologna, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure, poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e insignificanti, non meritano luogo nella memoria de' posteri. La città di Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata da padre in figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo; sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza; egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La plebe formò da sé un corpo politico nell'anno 1198; e questo prese il nome di Credenza di sant'Ambrogio. Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle rendite della Repubblica[401]. I nobili del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la Credenza dei consoli; e i nobili valvassori, i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, formavano La Motta; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori[402]. Così v'erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissensioni e turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città; ma tante dissensioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di sceglierli, che, per disperazione, conveniva crearsi un dittatore per un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati. Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato dispotico, col nome di podestà, perché tutta l'autorità era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano. Per evitare l'invidia venne proclamato un Piacentino, e fu Uberto Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti a chiamare un Bresciano, che dominasse per sei mesi; sinché fosse eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori variazioni accaddero; poiché nel 1201, temendo forse di collocare in un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che commissum fuit Anselmo de Terzago, quod provideret secundum suam discretionem de regimine civitatis; qui elegit duos consules, qui regerent per annum[403]. (1203) L'anno immediatamente seguente, cinque podestà ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà era quella di nominare il dispotico ogni anno; e finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali, e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano gli altrui fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che: Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant[404]; legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli faceva leggi, e le faceva eseguire: Dico, jubeo et statuo perpetuo firmiter observari[405], sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne abbiamo la memoria in una legge di Oberto da Vialta, bolognese, podestà di Milano nel 1214.

Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva realmente la forma repubblicana dalla città, e la costringeva a rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva a mio credere per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare l'orgoglio de' nobili, né i valvassori quello de' capitani. Sappiamo quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli auspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare e creò i primi imperatori, i quali, colla rovina de' nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola, si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che dominasse città o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del Milanese anche oggidì sono divise in più possessori. A primo aspetto sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paese. Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estensione dello stato di Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile è montuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecentocinquantamila annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducono più di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente ricade a suo profitto. Questo antico sistema, da una parte, anima la coltivazione delle terre, cointeressando il villano; e dall'altra, pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poiché in luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine, e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi né avrebbe alimento né mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da Salvo, di porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e che il debitore invitò il popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contato del Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalla città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno 1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: che ciascuno nobile potesse occidere un plebeo con la pena de' libre septe, e soldo uno de terzoli, per la qual cosa molti erano morti. Io credo falsa questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poiché il Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può facilmente intendersi la costanza della dissensione, sempre mantenutasi nella città; giacché la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, né da essi si allontana né con essi guerreggia, se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi si sfogarono i due partiti colla questione de' preti ammogliati; indi i pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessati che furono, sempre si videro rianimate, sintanto che, come dissi e come in appresso vedremo, rovinò la Repubblica, e la città si rese suddita di un solo.

(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguìta l'anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo era stato privato della Baviera e della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge: Oblivisci non etiam possumus, quod vos, jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa[406]. (1210) Venne in Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generale il giubilo e il plauso in tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza da noi, l'ottenne largamente: e partì, accompagnato da buona scorta de' nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'imperatore Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania il di lui rivale Federico, e i Milanesi attaccarono i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un Milanese, nessuna città potesse scegliere un Milanese per suo podestà. Ordinò in oltre che tutte le mercanzie de' Milanesi si sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti che avesse verso di un Milanese; e in questa lettera perfino minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro di noi una Crociata[407]. Tanto era impegnato il papa Innocenzo III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali legati l'anno 1216, i quali, dopo aver adoperati, senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati, ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni Milanese, posero la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Mlianesi dalla divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile in mezzo alle più terribili prove che in que' tempi la potessero cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue maniere.

(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gl'interdetti, l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini di Milano; acciocché la sorte dei giudizi non fosse più tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da Cassano sino a Castiglione Lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava Adda nuova; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la Muzza