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Paolo Sarpi

 

 

HISTORIA DEL CONCILIO TRIDENTINO

 


 

INDICE

Libro primo [1500 - agosto 1544] 1

Libro secondo [settembre 1544 - marzo 1547] 106

Libro terzo [aprile 1547 - aprile 1551] 263

Libro quarto [maggio 1551 - agosto 1552] 305

Libro quinto [settembre 1552- dicembre 1561] 370

Libro sesto [1° gennaio - 17 settembre 1562] 452

Libro settimo [18 settembre 1562 - 15 maggio 1563] 563

[Libro ottavo [17 maggio 1563 - 12 marzo 1565] 683

 


 

 

 

Libro primo

[1500 - agosto 1544]

 

 

[Dissegno dell'autore]

 

Il proponimento mio è di scrivere l'istoria del concilio tridentino, perché, quantonque molti celebri istorici del secol nostro nelli loro scritti n'abbiano toccato qualche particolar successo, e Giovanni Sleidano, diligentissimo autore, abbia con esquisita diligenza narrate le cause antecedenti, nondimeno, poste tutte queste cose insieme, non sarebbono bastanti ad un'intiera narrazione.

Io subito ch'ebbi gusto delle cose umane, fui preso da gran curiosità di saperne l'intiero, e dopo, l'aver letto con diligenza quello che trovai scritto e li publici documenti usciti in stampa o divulgati a penna, mi diedi a ricercar nelle reliquie de' scritti de prelati et altri nel concilio intervenuti, le memorie da loro lasciate e li voti o pareri detti in publico, conservati dagli autori proprii o da altri, e le lettere d'avisi da quella città scritte, non tralasciando fatica o diligenza, onde ho avuto grazia di vedere sino qualche registro intiero di note e lettere di persone ch'ebbero gran parte in quei maneggi. Avendo adunque tante cose raccolte, che mi possono somministrar assai abondante materia per la narrazione del progresso, vengo in risoluzione di ordinarla.

Racconterò le cause e li maneggi d'una convocazione ecclesiastica, nel corso di 22 anni per diversi fini e con varii mezi da chi procacciata e sollecitata, da chi impedita e differita, e per altri anni 18 ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varii fini, e che ha sortita forma e compimento tutto contrario al dissegno di chi l'ha procurata et al timore di chi con ogni studio l'ha disturbata: chiaro documento di rasignare li pensieri in Dio e non fidarsi della prudenza umana.

Imperoché questo concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che comminciava a dividersi, ha cosí stabilito lo schisma et ostinate le parti, che ha fatto le discordie irreconciliabili; e maneggiato da li prencipi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior deformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano, e dalli vescovi sperato per racquistar l'autorità episcopale, passata in gran parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitú; nel contrario temuto e sfugito dalla corte di Roma come efficace mezo per moderare l'essorbitante potenza, da piccioli principii pervenuta con varii progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatagli soggetta, che non fu mai tanta, né cosí ben radicata.

Non sarà perciò inconveniente chiamarlo la Illiade del secol nostro, nella esplicazione della quale seguirò drittamente la verità, non essendo io posseduto da passione che mi possi far deviare. E chi mi osserverà in alcuni tempi abondare, in altri andar ristretto, si ricordi che non tutti i campi sono di ugual fertilità, né tutti li grani meritano d'esser conservati, e di quelli che il mietitore vorrebbe tenerne conto, qualche spica anco sfugge la presa della mano o il filo della falce, cosí comportando la condizione d'ogni mietitura, che resti anco parte per rispigolare.

 

 

[Uso de' concili antichi]

 

Ma inanzi ad ogn'altra cosa mi convien ricordare esser stato antichissimo costume nella Chiesa cristiana di quietare le controversie in materia di religione e riformare la disciplina trascorsa in corruttela col mezo delle convocazioni de' sinodi. Cosí la prima che nacque vivendo ancora molti delli santi apostoli, se le genti convertite a Cristo erano tenute all'osservanza delle leggi mosaiche, fu composta per riduzzione in Gierusalem di 4 apostoli e di tutti li fedeli che in quella città si ritrovavano; al cui essempio nelle occorrenze che alla giornata in ciascuna provincia nacquero, per 200 e piú anni seguenti, anco nel fervore delle persecuzioni, si congregarono i vescovi et i piú principali delle Chiese per sedarle e mettervi fine, essendo questo l'unico rimedio di riunire le divisioni et accordare le opinioni contrarie.

Ma doppo che piacque a Dio di dar pace alla sua Chiesa con eccitar al favor della religione Constantino, sí come fu piú facile che molto piú Chiese communicassero e trattassero insieme, cosí ancora le divisioni si fecero piú communi. E dove che avanti non uscivano d'una città, overo al piú d'una provincia, per la libertà della communicazione si estesero in tutto l'Imperio, per il che anco l'usato rimedio delli concilii fu necessario che si raccogliesse da piú ampli luoghi. Onde essendo in quel tempo congregato da quel prencipe un concilio di tutto l'Imperio, ebbe nome di santa e grande sinodo, e qualche tempo doppo fu anco chiamato concilio generale et ecumenico, se ben non raccolto da tutta la Chiesa, della quale gran parte si estendeva fuori dell'Imperio romano, ma perché l'uso di quel secolo era di chiamar l'imperatore patrone universale di tutta la terra abitata, con tutto che sotto l'Imperio non fusse contenuta la decima parte d'essa. Ad essempio di questo, in altre occorrenze di dissidii di religione simili concilii furono congregati dalli successori di Constantino. E se ben l'Imperio piú volte fu diviso in orientale et occidentale, nondimeno, maneggiandosi gli affari sotto nome commune, continuò ancora la convocazione delle sinodi dall'Imperio tutto.

Ma doppo che fu diviso l'Oriente dall'Occidente, non rimanendovi communione nel principato, e doppo che l'orientale fu in gran parte da' sarraceni occupato e l'occidentale partito in molti prencipi, il nome di concilio universale et ecumenico non derivò piú dall'unità dell'Imperio romano, ma appresso greci dal convento delli 5 patriarchi, e nelle regioni nostre dall'unità e communione di quei regni e stati, che nelle cose ecclesiastiche rendevano obedienza al pontefice romano. E di questi la congregazione si è continuata, non principalmente per sopir le dissensioni della religione, come già, ma overo per far la guerra di Terra Santa, o per sopir schismi e divisioni della Chiesa romana, overo anco per controversie che fussero tra li pontefici e li prencipi cristiani.

 

 

[Prima occasione del Tridentino]

 

Principiando il secolo XVI doppo la natività di nostro Signore, non appariva urgente causa di celebrar concilio, né che per longo tempo dovesse nascere. Perché parevano a fatto sopite le querele di molte Chiese contra la grandezza della corte, e tutte le regioni de' cristiani occidentali erano in communione et obedienza della Chiesa romana. Solo in una picciola parte, cioè in quel tratto de monti che congiongono le Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie degli antichi valdesi, overo albigesi. Nelli quali però era tanta semplicità et ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a communicar la loro dottrina ad altre persone, oltre che erano posti in cosí sinistro concetto d'impietà et oscenità appresso gli vicini, che non vi era pericolo che la contagione potesse passar in altri.

In alcuni cantoni ancora di Boemia vi erano alcuni pochi della medesima dottrina, reliquie pur degli stessi, dalli boemi chiamati picardi, li quali per la stessa ragione non era da dubitare che potessero aumentarsi.

Nell'istesso regno di Boemia erano li seguaci di Giovanni Hus, che si chiamavano calistini overo sub utraque, li quali, fuori che in questo particolare che nella santissima communione ministravano al popolo il calice, nelle altre cose non erano molto differenti dalla dottrina della Chiesa romana. Ma né questi venivano in considerazione, cosí per il loro picciol numero, come perché mancavano di erudizione, né si vedeva che desiderassero communicar la loro dottrina, né che altri fossero curiosi d'intenderla.

Vi fu ben qualche pericolo di schisma. Perché, avendo Giulio II atteso piú alle arti della guerra che al ministerio sacerdotale et amministrato il pontificato con eccessivo imperio verso li prencipi e cardinali, aveva necessitato alcuni di essi a separarsi da lui e congregar un concilio. Al che aggiongendosi che Luigi XII, re di Francia, scommunicato dallo stesso pontefice, gli aveva levato l'obedienza e si era congionto con li cardinali separati, pareva che potesse passar questo principio a qualche termine importante. Ma morto opportunamente Giulio et essendo creato Leone, con la sua desterità in brevissimo tempo riconciliò li cardinali et il regno di Francia insieme, sí che fu con mirabile celerità e facilità estinto un fuoco che pareva dovesse arder la Chiesa.

 

 

[Nel tempo di Leone X]

 

Leon X, come quello ch'era nobilmente nato et educato, portò molte buone arti nel pontificato; fra quali erano una buona erudizione singolare nelle buone lettere di umanità, bontà e dolcezza di trattare maravigliosa, con una piacevolezza piú che umana, insieme con somma liberalità et inclinazione grande a favoriti letterati e virtuosi, che da longo tempo non s'erano vedute in quella sede né uguali, né prossime alle sue. E sarebbe stato un perfetto pontefice, se con queste avesse congionto qualche cognizione delle cose della religione et alquanto piú d'inclinazione alla pietà: dell'una e dell'altra delle quali non mostrava aver gran cura. E sí come era liberalissimo e ben intendente dell'arte del donare, cosí in quella dell'acquistare non era sufficiente da sé, ma si serviva dell'opera di Lorenzo Pucci, cardinal di Santi Quattro, il qual in questa parte valeva assai.

Ritrovandosi adunque Leone in questo stato quieto, estinto in tutto e per tutto il schisma, senza alcun avversario, si può dire, (poiché quei pochi valdesi e calistini non erano in considerazione), liberale nello spendere e donare, cosí a parenti, come a corteggiani et alli professori di lettere, essausti gli altri fonti donde la corte romana suole tirar a sé le ricchezze dell'altre regioni, pensò valersi di quello delle indulgenze.

Questo modo di cavar danari fu messo in uso doppo il 1100. Imperoché, avendo papa Urbano II concessa indulgenza plenaria e remissione di tutti i peccati a chi andava nella milizia di Terra Santa per conquistar e liberar il sepolcro di Cristo dalle mani di maometani, fu seguitato per piú centenara d'anni dalli successori, avendo alcuni d'essi, (come sempre si aggionge alle nuove invenzioni) aggiontovi la medesima indulgenza a quelli che mantenevano un soldato, non potendo essi o non volendo personalmente andare nella milizia; e poi, col progresso, concesso le medesime indulgenze e remissioni anco per far la guerra a quelli che, se ben cristiani, non erano obedienti alla Chiesa romana; e per lo piú erano fatte abondantissime essazzioni di danari sotto li pretesti detti di sopra. Li quali però erano applicati, o tutti, o la maggior parte, ad altri usi.

Seguendo questi essempii Leone, cosí consegliato dal cardinal Santi Quattro, mandò una indulgenza e remissione de peccati per tutte le regioni di cristiani, concedendola a chi contribuisse danari et estendendola anco a morti: per i quali, quando fosse fatta l'esborsazione, voleva che fossero liberati dalle pene del purgatorio; aggiongendo anco facoltà di mangiar ova e latticini ne' giorni di digiuno, di eleggersi confessore, et altre tali abilità. E se ben l'essecuzione di questa impresa di Leone ebbe qualche particolare poco pio et onesto, come si dirà, il quale diede scandalo e causa di novità, non è però che molte delle concessioni simili già fatte dalli pontefici per l'inanzi non avessero cause meno oneste e non fossero essercitate con maggiore avarizia et estorsione. Ma molte volte nascono occasioni sufficienti per produrre notabili effetti, e svaniscono per mancamento d'uomini che se ne sappiano valere. E quello che piú importa, è necessario che per effettuare alcuna cosa venga il tempo nel quale piaccia a Dio di corregger i mancamenti umani. Queste cose tutte s'incontrarono nel tempo di Leone, del quale parliamo.

Imperoché avendo egli del 1517 publicata la universale concessione delle indulgenze, distribuí una parte delle rendite prima che fossero raccolte né ben seminate, donando a diversi le revenute di diverse provincie e riserbando anco alcune per la sua camera. In particolare donò il tratto delle indulgenze della Sassonia e di quel braccio di Germania che di là camina sino al mare a Maddalena sua sorella, moglie di Franceschetto Cibo, figlio naturale di papa Innocenzio VIII. Per ragione del qual matrimonio Leone era stato creato cardinale in età di 14 anni, che fu il principio delle grandezze ecclesiastiche nella casa de Medici. Et usò Leone quella liberalità non tanto per affetto fraterno, quanto per ricompensa delle spese fatte dalla casa Cibo in quel tempo che stette retirato in Genova, non potendo dimorar in Roma mentre Alessandro VI era congionto con li fiorentini nemici di casa Medici, che l'avevano scacciata di Fiorenza. Ma la sorella, acciò il dono del pontefice gli rendesse buon frutto, diede la cura di mandar a predicare l'indulgenze e dell'essazzione del danaro al vescovo Aremboldo, il quale nell'assonzione della dignità e carico episcopale non si era spogliato di alcuna delle qualità di perfetto mercatante genovese. Questo diede la facoltà di publicarle a chi offerí di piú cavarne, senza risguardo della qualità delle persone, anzi cosí sordidamente, che nissuna persona mediocre poté contrattar con lui, ma solo trovò ministri simili a sé, non con altra mira che di cavar danari.

Era costume nella Sassonia che quando dalli pontefici si mandavano l'indulgenze, erano adoperati li frati dell'ordine degli eremitani per publicarle. A questi non volsero inviarsi li questori ministri dell'Aremboldo, come a quelli che, soliti maneggiare simili merci, potevano aver maniera di trarne occultamente frutto per loro, e da quali anco, come usati a questo ufficio, non aspettavano cosa straordinaria e che li potesse fruttare piú del solito; ma s'inviarono alli frati dell'ordine di san Domenico. Da questi, nel publicar l'indulgenze, furono dette molte novità che diedero scandalo, mentre essi volevano amplificare il valore piú del solito. Si aggionse la cattiva vita delli questori, i quali nelle taverne et altrove, in giuochi et altre cose piú da tacere, spendevano quello che il popolo risparmiava dal suo vivere necessario per acquistar le indulgenze.

 

 

[Le indulgenze contese da Lutero]

 

Dalle quali cose eccitato Martino Lutero, frate dell'ordine degli eremitani, li portò a parlar contra essi questori; prima riprendendo solamente i nuovi eccessivi abusi, poi, provocato da loro, incominciò a studiare questa materia, volendo vedere i fondamenti e le radici dell'indulgenza; li quali essaminati, passando dagli abusi nuovi alli vecchi e dalla fabrica alli fondamenti, diede fuora 95 conclusioni in questa materia, le quali furono proposte da esser disputate in Vitemberga; né comparendo alcuno contra di lui, se ben viste e lette, non furono da alcuno oppugnate in conferenza vocale, ma ben frate Giovanni Thecel, dell'ordine di san Domenico, ne propose altre contrarie a quelle in Francfort di Brandeburg.

Queste due mani di conclusioni furono come una contestazione di lite, perché passò inanzi Martino Lutero a scrivere in difesa delle sue, e Giovanni Ecchio ad oppugnarle, et essendo andate cosí le conclusioni, come le altre scritture, a Roma, scrisse contra Lutero frate Silvestro Prierio dominicano. La qual contesa di scritture sforzò una parte e l'altra ad uscir della materia e passar in altre di maggiore importanza.

Perché, essendo l'indulgenze cosa non ben essaminata ne' precedenti secoli, né ancora ben considerata come si difendesse e sostentasse, o come si oppugnasse, non erano ben note la loro essenza e cause. Alcuni riputavano le indulgenze non esser altro ch'una assoluzione e liberazione, fatta per autorità del prelato, dalle penitenze che negli antichissimi tempi, per ragion di disciplina, la Chiesa imponeva a' penitenti, (questa imposizione fu ne' seguenti secoli dal solo vescovo assonta, poi delegata al prete penitenziario, e finalmente rimessa all'arbitrio del confessore), ma non liberassero di pagar il debito alla divina giustizia. Il che parendo ad altri che cedesse piú a maleficio, che a beneficio del popolo cristiano, il quale, coll'esser liberato dalle pene canoniche, si rendeva negligente a sodisfar con pene volontarie alla divina giustizia, entrarono in opinione che fossero liberazione dall'una e dall'altra. Ma questi erano divisi, volendo alcuni che fossero liberazione senza che altro fosse dato in ricompensa di quelle, altri, aborrendo un tal arbitrio, dicevano che, stante la communione in carità delli membri di Santa Chiesa, le penitenze di uno si potevano communicar all'altro e con questa compensazione liberarlo. Ma perché pareva che questo convenisse piú agli uomini di santa et austera vita, che all'autorità de prelati, nacque la terza opinione che le fece in parte assoluzione, per il che se li ricerchi l'autorità, et in parte compensazione. Ma non vivendo li prelati in maniera che potessero dar molto de loro meriti ad altri, si fece un tesoro nella Chiesa pieno de' meriti di tutti quelli che ne hanno abondanza per loro proprii. La dispensazione del quale è commessa al pontefice romano, il quale, dando l'indulgenze, ricompensa il debito del peccatore con assegnare altretanto valor del tesoro. Né qui era il fine delle difficoltà, perché opponendosi che essendo i meriti de' santi finiti e limitati, questo tesoro potrebbe venir a meno, volendolo fare indeficiente, vi aggionsero i meriti di Cristo che sono infiniti: d'onde nacque la difficoltà a che fosse bisogno di gocciole de' meriti d'altri, quando si aveva un pelago infinito di quelli di Cristo. Che fu cagione ad alcuni di fare essere il tesoro delli meriti della Maestà sua solamente.

Queste cose cosí incerte allora e che non avevano altro fondamento che la bolla di Clemente VI fatta per il giubileo del 1350, non parevano bastanti per oppugnar la dottrina di Martino Lutero, risolvere le sue ragioni e convincerlo; perilché Thecel, Ecchio e Prierio, non vedendosi ben forti nelli luoghi proprii di questa materia, si voltarono alli communi e posero per fondamento l'autorità pontificia et il consenso delli dottori scolastici, concludendo che, non potendo il pontefice fallare nelle cose della fede et avendo egli approvata la dottrina de' scolastici e publicando esso le indulgenze a tutti i fedeli, bisognava crederle per articolo di fede. Questo diede occasione a Martino di passar dalle indulgenze all'autorità del pontefice, la qual essendo dagli altri predicata per suprema nella Chiesa, da lui era sottoposta al concilio generale legitimamente celebrato, del quale diceva esservi bisogno in quella instante et urgente necessità; e continuando il calore della disputa, quanto piú la potestà papale era dagli altri inalzata, tanto piú da lui era abbassata (contenendosi però Martino nei termini di parlar modestamente della persona di Leone e riservando alle volte il suo giudicio). E per l'istessa ragione fu anco messa a campo la materia della remissione de peccati e della penitenza e del purgatorio, valendosi di tutti questi luoghi i romani per prova delle indulgenze.

Piú appositamente di tutti scrisse contra Martin Lutero, frate Giacomo Ogostrato, dominicano inquisitore, il qual tralasciate queste ragioni, essortò il pontefice a convincer Martino con ferro, fuogo e fiamme.

 

 

[Lutero è citato a Roma]

 

Tuttavia si andava essacerbando la controversia e Martino passava sempre inanzi a qualche nuova proposizione, secondo che gli era data occasione. Perilché Leone pontefice nell'agosto del 1518 lo fece citare a Roma da Gieronimo, vescovo d'Ascoli, auditore della Camera, e scrisse un breve a Federico, duca di Sassonia, essortandolo a non protegerlo. Scrisse anco a Tomaso de Vio, cardinale Gaetano, suo legato nella dieta d'Augusta, che facesse ogni opera per farlo prigione e mandarlo a Roma. Fu operato col pontefice per diversi mezi che si contentasse far essaminar la sua causa in Germania; il quale trovò buono che fosse veduta dal suo legato, al quale fu commesso quel giudicio con instruzzione che se avesse scoperto alcuna speranza in Martino di resipiscenza, lo dovesse ricevere e promettergli impunità delli difetti passati, et anco onori e premii, rimettendo alla sua prudenza; ma quando lo trovasse incorrigibile, facesse opera con Massimiliano imperatore e con gli altri prencipi di Germania che fusse castigato.

Martino con salvocondotto di Massimiliano andò a trovar il legato in Augusta, dove, dopo una conveniente conferenza sopra la materia controversa, scoprendo il cardinale che con termini di teologia scolastica, nella professione della quale era eccellentissimo, non poteva esser convinto Martino, che si valeva sempre della Scrittura divina, la quale da scolastici è pochissimo adoperata, si dichiarò di non voler disputar con lui, ma l'essortò alla retrattazione o almeno a sottometter i suoi libri e dottrina al giudicio del pontefice, mostrandogli il pericolo in che si trovava persistendo e promettendogli dal papa favori e grazie. Al che non essendo risposto da Martino cosa in contrario, pensò che non fosse bene, col molto premere, cavar una negativa, ma interponer tempo, acciò le minaccie e le promesse potessero far impressione, per il che lo licenziò per allora. Fece anco far ufficio in conformità da frate Giovanni Stopiccio, vicario generale dell'ordine eremitano.

Tornato Martino un'altra volta, ebbe il cardinale con lui colloquio molto longo sopra i capi della sua dottrina, piú ascoltandolo che disputando, per acquistarsi credito nella proposta dell'accommodamento; alla quale quando discese, essortandolo a non lasciar passare un'occasione tanto sicura et utile, li rispose Lutero con la solita efficacia che non si poteva far patto alcuno a pregiudicio del vero, che non aveva offeso alcuno, né aveva bisogno della grazia di qual si voglia, che non temeva minaccie, e quando fosse tentato cosa contra di lui indebita, avrebbe appellato al concilio. Il cardinale (al quale era andato all'orecchie che Martino fosse assicurato da alcuni grandi per tener un freno in bocca al pontefice) sospettando che parlasse cosí persuaso, si sdegnò e venne a riprensioni acerbe e villanie, et a conchiudere che i prencipi hanno le mani longhe, e se lo scacciò dinanzi. Martino, partito dalla presenza del legato e memore di Giovanni Hus, senza altro dire partí anco d'Augusta, di dove allontanato e pensate meglio le cose sue, scrisse una lettera al cardinale, confessando d'essere stato troppo acre e scusandosi sopra l'importunità de' questori e de' scrittori suoi avversarii, promettendo di usar maggior modestia nell'avvenire, di sodisfar al papa e di non parlar delle indulgenze piú; con condizione, però, che i suoi avversarii anco facessero l'istesso. Ma né essi, né egli potevano contenersi in silenzio, anzi l'uno provocava l'altro, onde la controversia s'inaspriva.

 

 

[Il papa sostenta le indulgenze per una bolla]

 

Perilché in Roma la corte parlava del cardinale con gran vituperio, attribuendo tutto il male all'aver trattato Lutero con severità e con villanie; li attribuivano a mancamento che non gli avesse fatto promessa di gran richezze, d'un vescovato et anco d'un capel rosso da cardinale. E Leone, temendo di qualche gran novità in Germania, non tanto contra l'indulgenze quanto contra l'autorità sua, fece una bolla sotto il 9 novembre 1518, dove dicchiarò la validità delle indulgenze e che esso, come successore di Pietro e vicario di Cristo, aveva potestà di concederle per i vivi e per i morti, e che questa era la dottrina della Chiesa romana, la quale è madre e maestra di tutti li cristiani, che doveva esser ricevuta da qualonque vuol esser nel consorzio della Chiesa. Questa bolla mandò al cardinale Gaetano, il qual, essendo a Linz in Austria superiore, la publicò e ne fece far molti essemplari autentici, mandandone a ciascuno dei vescovi di Germania con commandamento di publicarli e di commandar severamente e sotto gravi pene a tutti di non aver altra fede.

Da questa bolla vidde chiaramente Martino che da Roma e dal pontefice non poteva aspettar altro ch'esser condannato, e sí come per l'innanzi aveva per lo piú riservata la persona et il giudicio pontificio, cosí doppo questa bolla venne a risoluzione di rifiutarlo. Perilché mandò fuori un'appellazione: nella quale, avendo prima detto di non voler contraporsi all'autorità del pontefice quando insegni la verità, soggionse ch'egli non era essente dalle communi condizioni di poter fallare e peccare, allegando l'essempio di san Pietro ripreso da san Paolo gravemente; ma ben era cosa facile al papa, avendo tante richezze e seguito, senza rispetto d'alcuno, opprimere chi non sente con lui; a' quali non resta altro rimedio che rifugire al concilio col beneficio dell'appellazione, poiché per ogni ragione deve esser preposto il concilio al pontefice. Andò per Germania la scrittura dell'appellazione e fu letta da molti e tenuta ragionevole; perilché la bolla di Leone non estinse l'incendio eccitato in Germania.

 

 

[Per le medesime ragioni nascono turbamenti in svizzeri. Giudicii del mondo sopra questi accidenti]

 

Ma in Roma, avendo come dato animo alla corte non altrimenti che se il fuoco fosse estinto, fu mandato fra Sanson da Milano, dell'ordine di san Francesco, a predicare le medesime indulgenze ne svizzeri; il quale, doppo averle pubblicate in molti luoghi e raccolto sino a 120 mila scudi, finalmente capitò in Zurich, dove insegnava Ulrico Zuinglio, canonico in quella chiesa; il quale opponendosi alla dottrina del frate questore, furono tra loro gravi dispute, passando anco d'una materia nell'altra non altrimenti di quello che era accaduto in Germania. Onde avvenne che Zuinglio fosse da molti ascoltato et acquistasse credito e potesse parlare non tanto contra gli abusi dell'indulgenze, ma contra l'indulgenze stesse et anco contra l'autorità del pontefice che le concedeva.

Martino Lutero, vedendo la sua dottrina esser ascoltata et anco passar ad altre regioni, fatto piú animoso, si pose ad essaminar altri articoli, et in materia della confessione e della communione si partí dall'intelligenza delli scolastici e della romana Chiesa, approvando piú la communione del calice usata in Boemia e ponendo per parte principale della penitenza non la diligente confessione al sacerdote, ma piú tosto il proposito di emendar la vita per l'avvenire. Passò anco a parlare delli voti e toccare gli abusi dell'ordine monastico, e caminando i suoi scritti arrivarono in Lovanio et in Colonia, dove veduti dalle università di quei teologi et essaminati, furono da loro condannati. Né questo turbò punto Martino, anzi gli diede causa di passar inanzi e dichiarare e fortificare la sua dottrina quanto piú era oppugnata

Con queste piú tosto contenzioni che risolute discussioni passò l'anno 1519, quando, moltiplicando gli avisi a Roma delli moti germanici et elvetici, aumentati con molte amplificazioni et aggionte, come è costume della fama, massime quando si raccontano cose lontane, Leone era notato di negligenza, che in tanti pericoli non desse mano a gagliardi rimedii. I frati particolarmente biasimavano che, attento alle pompe, alle caccie, alle delizie et alla musica, de quali sopra modo si dilettava, tralasciasse cose di somma importanza. Dicevano che nelle cose della fede non conviene trascurare cosa minima, né differire un punto la provisione, la quale, sí come è facilissima prima che il male prenda radice, cosí quando è invecchiato riesce tarda; che Arrio fu una minima scintilla che con facilità sarebbe stata estinta, e pure abbruciò tutto il mondo; che averebbero a quell'ora fatto altretanto Giovanni Hus e Gieronimo da Praga, se dal concilio di Costanza non fussero stati oppressi nel principio. In contrario Leone era pentito di tutte le azzioni fatte da lui in queste occorrenze e piú di tutto del breve delle indulgenze mandato in Germania, parendogli che sarebbe stato meglio lasciar disputare i frati tra di loro e conservarsi neutrale e riverito da tutte le parti, che, col dichiararsi per una, costringer l'altra ad alienarsi da lui; che quella contenzione non era tanto gran cosa, che non bisognava metterla in riputazione, e che mentre sarà tenuta per leggiera pochi ci pensaranno, e se il nome pontificio non fosse entrato sino allora dentro, averebbe fatto il suo corso e sarebbe dileguata.

 

 

[Condannazione di Lutero a Roma]

 

Con tutto ciò, per le molte instanze de' prelati di Germania, delle università che, interessate per la condanna, ricercavano l'autorità pontificia per sostentamento, e piú per le continue importunità de' frati di Roma, venne in risoluzione di ceder all'opinione commune. E fece una congregazione di cardinali, prelati, teologi e canonisti, alla quale rimesse intieramente il negozio. Da quella con grandissima facilità fu concluso che si dovesse fulminar contra tanta impietà; ma furono discordi i canonisti dalli teologi, volendo questi che immediatamente si venisse alla fulminazione, e dicendo quelli che fosse necessario precedesse prima la citazione. Allegavano i teologi che la dottrina si vedeva con evidenza empia, et i libri erano divulgati, e le prediche di Lutero notorie; dicevano gli altri che la notorietà non toglieva la difesa che è de iure divino et naturale, correndo alli luoghi soliti: «Adam ubi es?», «Ubi est Abel frater tuus?» e nell'occorenza delle 5 città, «Descendam et videbo». Aggiongevano che la citazione dell'auditore dell'anno inanzi, in virtú della quale il giudicio fu rimesso al Gaetano in Augusta e restò imperfetta, quando altro non fosse la mostrava necessaria. Doppo molte dispute, nelle quali i teologi attribuivano a sé soli la decisione, trattandosi di cosa di fede, et i giurisconsulti se l'appropriavano quanto alla forma di giudicio, fu proposto composizione tra loro, distinguendo il negozio in tre parti: la dottrina, i libri e la persona. Della dottrina, concessero i canonisti che si condannasse senza citazione; della persona, persistevano in sostenere che fosse necessaria; però non potendo vincer gli altri, che insistevano con maggior acrimonia e si coprivano col scudo della religione, trovarono temperamento che a Martino fosse fatto un precetto con termine conveniente, che cosí si risolverebbe in citazione. Delli libri fu piú che fare, volendo i teologi che insieme con la dottrina fossero dannati assolutamente, et i canonisti che si ponessero dal canto della persona e si comprendessero sotto il termine. Non potendosi accordar in questo, fu fatto l'uno e l'altro: prima dannati di presente, e poi dato il termine ad abbruciarli. E con questa risoluzione fu formata la bolla, sotto il dí 15 giugno 1520, la quale essendo come principio e fondamento del concilio di Trento di cui abbiamo da parlare, è necessario rappresentare qui un breve compendio di quella.

 

 

[Bolla di Leone]

 

Nella quale il pontefice inviando il principio delle sue parole a Cristo, il quale ha lasciato Pietro et i suoi successori per vicarii della sua Chiesa, lo eccita ad aiutarla in questi bisogni; e da Cristo voltatosi a san Pietro, lo prega per la cura ricevuta dal Salvatore voler attendere alle necessità della Chiesa romana, consecrata col suo sangue; et passando a san Paulo, lo prega del medesimo aiuto, aggiongendo che se ben egli ha giudicato l'eresie necessarie per prova de' buoni, è però cosa conveniente estinguerle nel principio; finalmente rivoltatosi a tutti i santi del cielo et alla Chiesa universale, gli prega ad interceder appresso Dio che la Chiesa sia purgata da tanta contagione. Passa poi a narrare come gli sia pervenuto a notizia et abbia veduto con gli occhi proprii essere rinovati molti errori già dannati, de' greci e boemi et altri, falsi, scandalosi, atti ad offender le pie orecchie et ingannar le menti semplici, seminati nella Germania, sempre amata da lui e da suoi predecessori, i quali, doppo la translazione dell'Imperio greco, hanno pigliato sempre defensori da quella nazione e da quei prencipi pii sono emanati molti decreti contra gli eretici, confermati anco dalli pontefici; perilché egli, non volendo piú tolerare simili errori, ma provedervi, vuol recitare alcuni d'essi. E qui recita 42 articoli che sono nelle materie del peccato originale, della penitenza e remissione de' peccati, della communione, delle indulgenze, della scommunica, della podestà del papa, dell'autorità de' concilii, delle buone opere, del libero arbitrio, del purgatorio, e della mendicità; i quali dice che respettivamente sono pestiferi, perniziosi, scandalosi, con offesa delle pie orecchie, contra la carità, contra la riverenza dovuta alla romana Chiesa, contra l'obedienza, che è nervo della disciplina ecclesiastica; per la quale causa, volendo procedere alla condannazione, ne ha fatto diligente essaminazione con gli cardinali e generali degli ordini regolari, con altri teologi e dottori dell'una e l'altra legge, e per tanto gli condanna e reproba respettivamente come eretici, scandalosi, falsi, in offesa delle pie orecchie et inganno delle pie menti e contrarii alla verità catolica, proibisce sotto pena di scommunica e d'innumerabili altre pene che nissuno ardisca tenerli, defenderli, predicarli o favorirli. E perché le medesime asserzioni si ritrovano nelli libri di Martino, però li danna, commandando sotto l'istesse pene che nissuno possa legerli o tenerli, ma debbiano esser abbrucciati cosí quelli che contengono le proposizioni predette, come qualunque altri. Quanto alla persona di esso Martino, dice che l'ha ammonito piú volte, citato e chiamato con promessa di salvocondotto e viatico, e che se fosse andato, non averebbe trovato tanti falli nella corte come diceva, e che esso pontefice gli averebbe insegnato che mai i papi suoi predecessori hanno errato nelle constituzioni loro. Ma perché egli ha sostenute le censure per un anno et ha ardito d'appellare al futuro concilio, cosa proibita da Pio e Giulio II sotto le pene degli eretici, poteva proceder alla condannazione senza altro; nondimeno, scordato delle ingiurie, ammonisce esso Martino e quelli che lo difendono che debbiano desister da quelli errori, cessar di predicare, et in termine di 60 giorni, sotto le medesime pene, aver rivocati tutti gli errori sudetti et abrusciati i libri: il che non facendo, gli dichiara notorii e pertinaci eretici. Appresso commanda a ciascuno, sotto le stesse pene, che non tenga alcun libro dell'istesso Martino, se ben non contenesse tali errori. Poi ordina che tutti debbano schifare cosí lui, come i suoi fautori; anzi commanda a ognuno che debbiano prenderli e presentarli personalmente, o almeno scacciarli dalle proprie terre e regioni; interdice tutti i luoghi dove anderanno; commanda che siano publicati per tutto e che la sua bolla debba essere letta in ogni luogo, scommunicando chi impedirà la publicazione; determina che si creda alli transonti, et ordina che la bolla sia publicata in Roma, Brandeburg, Misna e Manspergh.

Martino Lutero, avuto nova della dannazione della sua dottrina e libri, mandò fuori una scrittura facendo repetizione dell'appellazione interposta al concilio, replicandola per le stesse cause. Et oltre di ciò, perché il papa abbia proceduto contra uno non chiamato e non convinto, e non udita la controversia della dottrina, anteponendo le opinioni sue alle Sacre Lettere e non lasciando luogo alcuno al concilio, si offerí di mostrare tutte queste cose, pregando Cesare e tutti i magistrati che per diffesa dell'autorità del concilio ammettessero questa sua appellazione, non riputando che il decreto del papa oblighi persona alcuna, fin che la causa non sia legitimamente discussa nel concilio.

 

 

[Giudicii degli uomini sopra detta bolla]

 

Ma gli uomini sensati, vedendo la bolla di Leone, restarono con maraviglia per piú cose. Prima quanto alla forma, che con clausule di palazzo il pontefice fusse venuto a dichiarazione in una materia che bisognava trattare con le parole della Scrittura divina, e massime usando clausule tanto intricate e cosí longhe e prolisse, che a pena era possibile di cavarne senso, come se si avesse a far una sentenza in causa feudale; et in particolare era notato che una clausula, la quale dice «inhibentes omnibus ne praefatos errores asserere praesumant», è cosí allongata, con tante ampliazioni e restrizzioni, che tra l'«inhibentes» et il «praesumant» vi sono interposte piú di 400 parole.

Altri, passando poco piú inanzi, consideravano che l'aver proposto 42 proposizioni e condannate come eretiche, scandalose, false, offensive delle pie orecchie et ingannatrici delle menti semplici, senza esplicare, quali di loro fossero le eretiche, quali le scandalose, quali le false, ma con vocabolo «respettivamente» attribuendo a ciascuna di esse una qualità incerta, veniva a restare maggior dubio che inanzi, il che era non diffinir la causa, ma renderla piú controversa che prima, e mostrar maggiormente il bisogno che vi era d'altra autorità e prudenza per finirla.

Alcuni ancora restavano pieni d'ammirazione come fosse detto che fra le 42 proposizioni, vi fossero errori de' greci già dannati. Ad altri pareva cosa nuova che tante proposizioni in diverse materie di fede fossero state decise in Roma col solo consiglio de' cortegiani, senza participarne con gli altri vescovi, università e persone letterate d'Europa.

 

 

[In Lovanio e Colonia sono arsi i libri di Lutero ed egli arde le decretali]

 

Ma le università di Lovanio e Colonia, liete che per editto pontificio fosse dato colore al giudicio loro, abrusciarono publicamente i libri di Lutero. Il che fu causa ch'egli ancora in Vitemberga, congregrata tutta quella scola, con forma di giudicio publicamente facesse abrusciare non solo la bolla di Leone, ma anco insieme le decretali pontificie, e poi con un longo manifesto, publicato in scritto, rendesse conto al mondo di quella azzione, notando il papato di tirannide nella Chiesa, perversione della dottrina cristiana et usurpazione della potestà de' legitimi magistrati.

Ma cosí per l'appellazione interposta da Lutero, come per queste et altre considerazioni, ogni uno venne in opinione che fosse necessario un legitimo concilio, per opera del quale non solo le controversie fossero decise, ma ancora fosse rimediato agli abusi per longo tempo introdotti nella Chiesa; e sempre tanto piú questa necessità appariva, quanto le contenzioni crescevano, essendo continuamente dall'una parte e l'altra scritto. Perché Martino non mancava di confermare con diversi scritti la dottrina sua e, secondo che studiava, scopriva piú lume, caminando sempre qualche passo inanzi e trovando articoli ai quali nel principio non aveva pensato. Il che egli diceva fare per zelo della casa di Dio. Ma era anco costretto da necessità, perché i pontificii avendo fatto opera efficace in Colonia con l'elettore di Sassonia, per mezo di Gieronimo Aleandro, che desse Martino prigione al papa o per altra via gli facesse levar la vita, egli si vedeva in obligo di mostrare a quel prencipe et ai popoli di Sassonia et ad ogni altro che la ragione era dal canto suo, acciò il suo prencipe o qualche altro potente non desse luogo agli ufficii pontificii contra la vita sua.

 

 

[Lutero comparisce in Vormazia in dieta imperiale. Cesare proscrive Lutero]

 

Con queste cose, essendo passato l'anno 1520, si celebrò in Germania la dieta di Vormazia del 1521, dove Lutero fu chiamato con salvocondotto di Carlo, eletto due anni inanzi imperatore, per render conto della sua dottrina. Egli era consigliato a non andarvi poiché già era publicata et affissa la sua condanna fatta da Leone, onde poteva esser certo di non riportare se non conferma della condannazione, se pur non gli fosse avvenuto cosa peggiore. Nondimeno, contra il parere di tutti gl'amici, sentendo egli in contrario, diceva che, se ben fosse certo d'aver contra tanti diavoli quanti coppi erano nelli tetti delle case di quella città, voleva andarvi, come fece.

Et in quel luogo ai 17 d'aprile, in presenza di Cesare e di tutto il convento de' principi, fu interrogato se egli era l'autore de libri che andavano fuora sotto suo nome, de' quali furono recitati i titoli e mostratigli gli essemplari posti in mezo del consesso, e se voleva difendere tutte le cose contenute in quelli o ritrattarne alcuna. Rispose, quanto alli libri, che li riconosceva per suoi, ma il risolversi di difendere o no le cose contenute in quelli essere di gran momento e pertanto avere bisogno di spazio per deliberare. Gli fu concesso tempo quel giorno per dar risposta il seguente. Il qual venuto, introdotto Martino nel consesso, fece una longa orazione: scusò prima la sua semplicità se, educato in vita privata e semplice, non aveva parlato secondo la dignità di quel consesso e dato a ciascuno i titoli convenienti; poi confermò di riconoscer per suoi i libri; e quanto al difenderli, disse che tutti non erano d'una sorte, ma alcuni contenevano dottrina della fede e pietà, altri riprendevano la dottrina de' pontificii, un terzo genere era delli scritti contenziosamente contra i defensori della contraria dottrina. Quanto alli primi, disse che, se li retrattasse, non farebbe cosa da cristiano e da uomo da bene; tanto piú, quanto per la medesima bolla di Leone, se ben tutti erano condannati, non però tutti erano giudicati cattivi. Quanto alli secondi, che era cosa pur troppo chiara che tutte le provincie cristiane, e la Germania massime, erano espilate e gemevano sotto la servitú; e però il retrattare le cose dette non sarebbe stato altro che confermare quella tirannide. Ma nelli libri del terzo genere confessò d'esser stato piú acre e veemente del dovere, scusandosi che non faceva professione di santità, né voleva defender i suoi costumi ma ben la dottrina; che era parato di dar conto a qualonque persona si volesse, offerendosi non esser ostinato, ma, quando li fosse mostrato qualche suo errore con la Scrittura in mano, era per gettar i suoi libri nel fuoco. Si voltò all'imperatore et alli prencipi dicendo esser gran dono di Dio quando vien manifestata la vera dottrina, sí come il ripudiarla è un tirarsi adosso causa d'estreme calamità.

Finita l'orazione fu, per ordine dell'imperatore, ricercato di piana e semplice risposta, se voleva difender o no i suoi scritti. Al che rispose di non poter revocar alcuna cosa delle scritte o insegnate, se non era convinto con le parole della Scrittura o con evidenti ragioni.

Le quali cose udite, Cesare fu risoluto, seguendo i vestigi de' suoi maggiori, difender la Chiesa romana et usar ogni rimedio per estinguer quell'incendio; non volendo però violar la fede data, ma passar al bando dopo che Martino fosse ritornato salvo a casa. Erano nel consesso alcuni che, approvando le cose fatte in Costanza, dicevano non doversi servar la fede; ma Lodovico, conte palatino elettore, si oppose come a cosa che dovesse cadere a perpetua ignominia del nome tedesco, esprimendo con sdegno esser intolerabile che, per servigio de' preti, la Germania dovesse tirarsi addosso l'infamia di mancar della publica fede. Erano anco alcuni, quali dicevano che non bisognava correr cosí facilmente alla condanna, per esser cosa di gran momento e che poteva apportar gran consequenze.

Fu ne' giorni seguenti trattato in presenza d'alcuni de' prencipi, et in particolar dell'arcivescovo di Treveri e di Gioachino, elettore di Brandeburg, e dette molte cose da Martino in difesa di quella dottrina e da altri contra, volendo indurlo che rimettesse ogni cosa al giudicio di Cesare e del consesso e della dieta, senza alcuna condizione. Ma dicendo egli che il profeta proibiva il confidarsi negli uomini, eziandio ne' prencipi, al giudicio de' quali nissuna cosa doveva esser manco permessa che la parola di Dio, fu in ultimo proposto che sottomettesse il tutto al giudicio del futuro concilio, al che egli acconsentí, con condizione che fossero cavati prima dai libri suoi gli articoli ch'egli intendeva sottoporre, e che di quelli non fosse fatta sentenzia se non secondo le Scritture. Ricercato finalmente che rimedii pareva a lui che si potessero usare in questa causa, rispose: quelli soli che da Gamaliele furono proposti agli ebrei; cioè, che se l'impresa era umana, sarebbe svanita, ma se da Dio veniva, era impossibile impedirla; e che tanto doveva anco sodisfar al pontefice romano, dovendo esser certi tutti, come egli ancora era, che se il suo dissegno non veniva da Dio, in breve tempo sarebbe andato in niente. Dalle quali cose non potendo esser rimosso e restando fermo nella sua risoluzione che non accettarebbe alcun giudicio se non sotto la regola della Scrittura, gli fu dato comiato e termine di 21 giorni per tornar a casa, con condizione che nel viaggio non predicasse, né scrivesse. Di che egli, avendone rese grazie, a 26 d'aprile si partí.

Dopo, Carlo imperatore, il giorno 8 di maggio, nel medesimo consesso di Vormazia, publicò un editto dove, avendo prenarrato che all'ufficio dell'imperatore tocca aggrandire la religione et estinguer l'eresie che incominciassero a nascere, passò a raccontare che frate Martino Lutero si sforzava di macchiare la Germania di quella peste, sí che, non ovviandosegli, tutta quella nazione era per cadere in una detestabile pernicie; che papa Leone l'aveva paternamente ammonito, e poi il consiglio di cardinali et altri uomini eccellenti avevano condannato i suoi scritti e dichiarato lui eretico, se fra certo termine non rivocava li errori; e di quella bolla della condanna ne aveva mandato copia ad esso imperatore, come protettor della Chiesa, per Girolamo Aleandro suo nuncio, ricercandolo che fosse esseguita nell'Imperio, regni, dominii e provincie sue. Ma che per ciò Martino non si era corretto, anzi alla giornata moltiplicava libri pieni non solo di nove eresie, ma ancora di già condannate da' sacri concilii, e non tanto in lingua latina, ma ancora in tedesca. E nominati poi in particolare molti errori suoi, conclude non vi esser alcuno scritto dove non sia qualche peste o aculeo mortale, sí che si può dir che ogni parola sia un veneno. Le quali cose considerate da esso imperatore e dalli consiglieri suoi di tutte le nazioni suddite a lui, insistendo ne' vestigii degl'imperatori romani suoi predecessori, avendo conferito in quel convento di Vormazia con gli elettori et ordini dell'Imperio, col consiglio loro e assenso, se bene non conveniva ascoltar un condannato dal sommo pontefice et ostinato nella sua perversità e notorio eretico, nondimeno, per levar ogni materia di cavillare, dicendo molti ch'era necessario udir l'uomo prima che venir all'essecuzione del decreto del pontefice, risolveva mandar a levarlo per uno di suoi araldi, non per conoscere e giudicare le cose della fede, il che s'aspetta al solo pontefice, ma per ridurlo alla dritta via con buone persuasioni. Passa poi a raccontare come Martino fu introdotto nel publico consesso, e quello di che fu interrogato e ciò che rispose, sí come di sopra è stato narrato, e come fu licenziato e partí.

Poi segue concludendo che pertanto, ad onor di Dio e riverenza del pontefice e per debito della dignità imperiale, con consiglio et assenso degl'elettori, prencipi e stati, esseguendo la sentenza e condanna del papa, dicchiara d'aver Martino Lutero per notorio eretico e determina che da tutti sia tenuto per tale, proibendo a tutti di riceverlo o difenderlo in qualunque modo, commandando sotto tutte le pene a li prencipi e stati che debbano, passato il termine delli 20 giorni, prenderlo e custodirlo e perseguitar ancora tutti i complici, aderenti e fautori suoi, spogliandoli di tutti i beni mobili et immobili. Commanda ancora che nissuno possi leggere o tenere i libri suoi, non ostante che vi fosse dentro alcuna cosa buona, ordinando tanto alli prencipi quanto agli altri che amministrano giustizia che gli abbruscino e destrugghino. E perché in alcuni luoghi sono composti e stampati libri estratti dalle opere di quello, e sono divulgate pitture et imagini in vergogna di molti, et anco del sommo pontefice, commanda che nissuno possi stamparne, dipingerne o tenerne, ma dalli magistrati siano prese et abbrusciate, e puniti i stampatori, compratori e venditori; aggiongendo una general legge che non possi essere stampato alcuno scritto dove si tratta cosa della fede, ben che minimo, senza volontà dell'ordinario.

 

 

[Parigi oppugna Lutero, e similmente Arrigo re d'Inghilterra]

 

In questo medesimo tempo ancora, l'università di Parigi, cavate diverse conclusioni dalli libri di Lutero, le condannò, parte come renovate dalla dottrina di Vigleffo e Husso, e parte nuovamente pronunciate da lui contra la dottrina catolica. Ma queste opposizioni tutte non causavano altro se non che, rispondendo Lutero, si moltiplicava in libri dall'una parte e dall'altra, e le contenzioni s'inasprivano e s'eccitava la curiosità di molti che, volendo informarsi dello stato della controversia, venivano ad avvertire gli abusi ripresi e cosí si alienavano dalla divozione pontificia.

Tra i piú illustri contradittori che ebbe la dottrina di Lutero fu Enrico VIII, re d'inghilterra, il qual, non essendo nato primogenito regio, era stato destinato dal padre per arcivescovo di Canturberi e però nella puerizia fatto attendere alle lettere. Ma morto il primogenito, e dopo quello anco il padre, egli successe nel regno, et avendo per grand'onore adoperarsi in una controversia di lettere cosí illustre, scrisse un libro de 7 sacramenti, difendendo anco il pontificato romano et oppugnando la dottrina di Lutero; cosa che al pontefice fu tanto grata che, ricevuto il libro del re, l'onorò col solito titolo di difensore della fede. Ma Martino non si lasciò spaventare dal splendore regio che non rispondesse a quella Maestà con altretanta acrimonia, veemenzia e poco rispetto, con quanta aveva risposto ai piccioli dottori. Questo titolo regio entrato nella controversia la fece piú curiosa, e come avviene nelli combattimenti, che i spettatori s'inclinano sempre al piú debole et essaltano piú le azzioni mediocri di quello, cosí qui concitò l'inclinazione universale piú verso Lutero.

 

 

[Il moto de' svizzeri continua. Il senato di Zurigo vi provede per via di conferenza]

 

Subito che fu per tutto publicato il bando dell'imperatore, l'istesso mese Ugo, vescovo di Costanza, sotto la diocese del quale è posta la città di Zurich, scrisse al collegio de' canonici di quel luogo, nel numero de quali era Zuinglio, et un'altra lettera al senato della medesima città. In quelle considerò il danno che le chiese e le republiche ancora pativano per le novità delle dottrine, con molto detrimento della salute spirituale, confusione della quiete e tranquillità publica. Gli essortò a guardarsi dalli nuovi dottori, mostrando che non sono mossi se non dalla propria ambizione et instigazione diabolica. Manda insieme il decreto di Leone et il bando di Cesare, essortando che il decreto del papa fosse ricevuto et obedito, e quello del imperatore immitato, e notò particolarmente la persona e la dottrina di Zuinglio e de suoi aderenti, sí che constrinse Zuinglio a dar conto di tutto quello che insegnava alli colleghi e sodisfar il senato. E scrisse ancora al vescovo, insistendo principalmente sopra questo, che non erano da tolerar piú longamente i sacerdoti concubinarii, di dove veniva l'infamia dell'ordine ecclesiastico et il cattivo essempio alli popoli e la corruzzione della vita generalmente in tutti: cosa che non si poteva levare, se non introducendo, secondo la dottrina apostolica, il matrimonio. Scrisse ancora in propria difesa a tutti i cantoni de svizzeri, facendo in particolare menzione d'un editto fatto dalli loro magistrati maggiori, che ogni prete fosse tenuto ad aver la concubina propria, acciò non insidiasse la pudicizia delle donne oneste, soggiongendo che se ben pareva decreto ridiculoso, era nondimeno fatto per necessità e non doveva esser mutato se non che quanto era constituito al favor del concubinato, al presente doveva esser tramutato in matrimonio legitimo.

Il moto del vescovo indusse i dominicani a predicar contra la dottrina di Zuinglio e lui a difendersi. Perilché anch'egli scrisse e publicò 67 conclusioni, le quali contenevano la sua dottrina e toccavano li abusi del clero e delli prelati. Onde nascendo molta confusione e dissensione, il senato di Zurich entrò in deliberazione di sedare i tumulti, e convocò tutti i predicatori e dottori della sua giurisdizzione. Invitò anco il vescovo di Costanza a mandar qualche persona di prudenza e dottrina per assister a quel colloquio, a fine di quietare i tumulti e di statuire quello che fosse alla gloria di Dio. Fu mandato dal vescovo Giacomo Fabro, suo vicario, che fu poi vescovo di Vienna, e venuto il giorno statuito del congresso, raccolta gran moltitudine di persone, Zuinglio riprodusse le sue conclusioni, si offerí difenderle e rispondere a qualunque avesse voluto contradirle. Il Fabro, doppo molte cose dette da diversi frati dominicani et altri dottori contra Zuinglio, e da lui risposto, disse che quel tempo e luogo non erano da trattare simile materia, che la cognizione di simili propositi toccava al concilio, il qual presto si doveva celebrare, perché cosí diceva esser convenuto il pontefice con i prencipi e maggiori magistrati e prelati della cristianità. Il che tanto piú diede materia a Zuinglio di fortificarsi, dicendo che queste erano promesse per nudrir il popolo con vane speranze e tra tanto tenerlo sopito nell'ignoranza; che ben si poteva, aspettando anco una piú intiera dicchiarazione dal concilio delle cose dubie, trattar allora le certe e chiare nella Scrittura divina e nell'uso dell'antica Chiesa. E tuttavia instando che dicesse quello che si poteva opponere alle conclusioni sue, si ridusse il Fabro a dire che non voleva trattare con lui in parole, ma che averebbe risposto alle sue conclusioni in scritto. Finalmente si finí il consesso, avendo il senato decretato che l'Evangelio fosse predicato secondo la dottrina del Vecchio e Nuovo Testamento, non secondo alcun decreto o constituzione umana.

 

 

[Il concilio viene desiderato a diversi fini e con differenti rispetti]

 

Vedendosi adonque che le fatiche de' dottori e prelati della Chiesa romana et il decreto del pontefice, ch'era venuto alla condanna assoluta, et il bando imperiale cosí severo non solo non potevano estinguer la nuova dotrina, anzi nonostante quella faceva ogni giorno maggior progresso, ogni uno entrò in pensiero che questi rimedii non fossero proprii a tal infermità e che bisognasse venire finalmente a quella sorte di medicina che per il passato, in simili occasioni usata, pareva avesse sedato tutti i tumulti, il che era la celebrazione del concilio. Onde questo fu desiderato da ogni sorte di persone come rimedio salutare et unico.

Veniva considerato che le novità non avevano avuto altra origine se non dagli abusi introdotti dal tempo e dalla negligenza delli pastori, e però non essere possibile rimediare alle confusioni nate, se non rimediando agli abusi che n'avevano dato causa, né esserci altra via di proveder a quelli concordemente et uniformemente, se non con una congregazione universale. E questo era il discorso delli uomini pii e ben intenzionati; non mancando però diversi generi di persone interessate, a' quali per i loro fini sarebbe stato utile il concilio, ma cosí regolato e con tali condizioni, che non potesse essere se non a favor loro e non contrario alli loro interessi. Primieramente quelli che avevano abbracciate le opinioni di Lutero volevano il concilio con condizione che in quello tutto fosse deciso e regolato con la Scrittura, escluse tutte le constituzioni pontificie e le dottrine scolastiche, perché cosí tenevano certo non solo di difender la loro, ma anco che ella sola dovess'essere approvata. Ma un concilio che procedesse come era fatto per 800 anni inanzi non lo volevano, e si lasciavano intendere di non rimettersi a quel giudicio. E Martino usava di dire che in Vormazia fu troppo pusillanime, e che era tanto certo della sua dottrina che, come divina, non voleva manco sottometterla al giudicio degli angeli, anzi, che con quella egli era per giudicare gli uomini e gli angeli tutti. I prencipi et altri governatori de' paesi, non curando molto quello che il concilio dovesse risolvere intorno alle dottrine, lo desideravano tale che potesse ridurre i preti e frati al loro principio, sperando che per quel mezo ad essi dovessero tornare i regali e le giurisdizzioni temporali, che con tanta abondanzia et ampiezza erano passate nell'ordine ecclesiastico. E però dicevano che vano sarebbe far un concilio dove soli i vescovi et altri prelati avessero voto deliberativo, perché essi dovevano essere riformati, et era necessario che altri ne avessero il carico, quali dal proprio interesse non fossero ingannati e costretti a risolvere contra il ben commune della cristianità. Quelli del popolo, ancora che avessero qualche cognizzione delle cose umane, desideravano moderata l'autorità ecclesiastica e che non fossero cosí aggravati i miseri popoli con tante essazzioni, sotto pretesto di decime, limosine d'indulgenze, né oppressi dalli ufficiali de' vescovi, sotto pretesto di correzzioni e di giudicii. La corte romana, parte principalissima, desiderava il concilio in quanto avesse potuto restituire al pontefice l'obedienzia che gli era levata, et approvava un concilio secondo le forme nelli prossimi secoli usate; ma che quello avesse facultà di riformar il pontificato e di levare quelle introduzzioni dalle quali la corte riceveva tanti emolumenti e per le quali collava in Roma gran parte dell'oro della cristianità, questo non piaceva loro. Il pontefice Leone, angustiato da ambedue le parti, non sapeva che desiderare. Vedeva che ogni giorno l'obedienzia andava diminuendosi et i popoli intieri separandosi da lui, e ne desiderava il rimedio del concilio; il quale, quando considerava dover esser peggior del male, portando la riforma in consequenza, l'aborriva. Andava pensando via e modo come far un concilio in Roma o in qualche altro luogo dello Stato ecclesiastico, come il suo predecessore et esso avevano celebrato pochi anni innanzi il Lateranense con buonissimo frutto, avendo con quel mezo sedato lo scisma, ridotto il regno di Francia ch'era separato e, quello che non era di minor importanza, abolita la Pragmatica Sanzione, doppiamente contraria alla monarchia romana, sí perché era un essempio di levarli tutte le collazioni de' beneficii, gran fondamento della grandezza pontificia, come anco perché era una conservazione della memoria del concilio basileense, e per conseguente della soggezzione del pontefice al concilio generale. Ma non vedeva poi come un concilio di quella sorte potesse rimediar al male, il quale non era nelli prencipi e gran prelati, appresso i quali vagliono le prattiche et interessi, ma era nei popoli, con quali averebbe bisognato realtà e vera mutazione.

 

 

[Il papa in queste ambiguità si muore e gli succede Adriano VI]

 

In questo stato di cose, nel fine dell'anno 1521, passò di questa vita papa Leone. E nel principio dell'anno seguente, a 9 di genaro, fu creato Adriano, la cui assonzione al pontificato, essendo fatta di persona che mai era stata veduta in Roma, incognita ai cardinali et alla corte e che allora si ritrovava in Spagna, e, del rimanente, era anco opinione del mondo ch'egli non approvasse i costumi romani et il libero modo di vivere de' corteggiani, rivoltò i pensieri di tutti a questo; in modo che le novità luterane non erano piú in nissuna considerazione. Temevano alcuni ch'egli fosse pur troppo inclinato alla riforma, altri che chiamasse a sé i cardinali e portasse fuori d'Italia la sede romana, come altre volte era intervenuto; ma presto restarono quieti di tanto timore. Perché il novo pontefice il dí seguente doppo avuto l'aviso della sua elezzione (che fu il 22 dell'istesso mese, nella città di Vittoria in Biscaglia), non aspettati i legati che gli erano mandati dal collegio de' cardinali per significargliela et aver il suo consenso, congregati quei pochi prelati che poté avere, consentí all'elezzione, et assonto l'abito e le insegne si dicchiarò pontefice e non differí a passar in Barcellona, dove scrisse al collegio de' cardinali la causa perché aveva assonto il nome et il carico di pontefice e s'era posto in viaggio senza aspettar i legati, commettendo anco loro che ciò facessero noto per tutta Italia. Fu costretto aspettar in Barcellona tempo opportuno per passar il golfo di Lione assai pericoloso; non però differí piú di quanto era necessario ad imbarcarsi per venir in Italia, e vi arrivò in fine d'agosto del 1522.

 

 

[Adriano VI pensa a' rimedii alle novità, cominciando per una leggera riforma in Roma]

 

Ritrovò Adriano tutta Italia in moto per la guerra tra Cesare et il re di Francia, la Sede apostolica immersa in guerra particolare con li duchi di Ferrara et Urbino, Arimini nuovamente occupato da Malatesti, i cardinali divisi e diffidenti, l'assedio posto da turchi all'isola di Rodi, tutte le terre della Chiesa essauste et in estrema confusione per 8 mesi di anarchia; nondimeno applicò principalmente il pensiero a componere le discordie della religione in Germania, e come quello ch'era dalla fanciullezza nodrito, allevato et abituato nelli studii della scolastica teologia, teneva quelle opinioni per cosí chiare et evidenti, che non credeva poter cadere il contrario in animo d'alcun uomo ragionevole. Perilché non dava altro titolo alla dottrina di Lutero, se non d'insipida, pazza et irragionevole, e giudicava che nissuna persona, se non qualche pochi sciocchi, la credessero, e che il seguito che Martino aveva fosse di persone che in sua conscienzia tenessero per indubitate l'opinioni romane, fingendo altrimenti, irritati dalle oppressioni. E però essere cosa facilissima estinguere quella dottrina, che non era fondata salvo che sopra gl'interessi; onde pensava che col dare qualche sodisfazzione, facilmente si risanarebbe quel corpo, quale piú tosto faceva sembiante d'essere infermo che in verità lo fosse. E per esser egli nativo d'Utrech, città di Germania inferiore, sperava che tutta la nazione dovesse facilmente porger orecchie alle proposte sue et interessarsi anco a sostenere l'autorità sua, come d'uomo germano e per tanto sincero, che non trattasse con arti e per fini occulti. E tenendo per fermo ch'importasse molto l'usare celerità, deliberò far la prima proposizione nella dieta che si preparava a Noremberg: la quale, acciò fosse gratamente udita e le sue promesse fossero stimate reali, inanzi che trattar cosa alcuna con essi loro, pensava necessario dar saggio con principio di reforma, levando li abusi stati causa delle dissensioni. A questo effetto chiamò a Roma Giovanni Pietro Caraffa, arcivescovo di Chieti, e Marcello Cazele gaetano, uomini stimati di bontà e costumi irreprensibili, e molto periti delle cose spettanti alla vera disciplina ecclesiastica, acciò col consiglio loro e delli cardinali piú suoi confidenti trovasse qualche medicina alle piú importanti corrutele: tra quali prima si rappresentava la prodigalità delle indulgenze, per aver ella aperta la via al credito acquistato da' nuovi predicatori in Germania.

Il pontefice, come teologo che già aveva scritto questa materia prima che mai Lutero pensasse di trattarla, era in parere di stabilire per decreto apostolico e come papa quella dottrina che, come privato, aveva insegnata e scritta: cioè che, concessa indulgenza a chi farà una tal pia opera, è possibile che da alcuno l'opera sia esseguita in tanta perfezzione che conseguisca l'indulgenza; se però l'opera manca di quella essattezza, l'operante non ottiene quella indulgenza tutta, ma solo tanta parte che a proporzione corrisponda all'opera imperfetta. Riputava il pontefice che in questa maniera non solo fosse proveduto per l'avvenire ad ogni scandalo, ma anco rimediato alli passati; poiché potendo ogni minima opera essere cosí ben qualificata di circostanze che meriti ogni gran premio, restava risoluta l'obiezzione fatta da Lutero, come per l'oblazione d'un danaro s'acquistasse un tanto tesoro; e poiché per difetto dell'opera, chi non guadagna tutta l'indulgenza, ne ottiene però una parte proporzionata, non si ritiravano i fedeli dal cercare l'indulgenze.

 

 

[Il papa è dissuaso dal cardinal Gaetano]

 

Ma frate Tomaso da Gaeta, cardinale di San Sisto, teologo consumato, lo dissuadeva, dicendogli che ciò era un publicare quella verità, la quale per salute delle anime era meglio ritenere secreta appresso gli uomini dotti e ch'era piú tosto disputabile che decisa. Perilché anco esso, qual vivamente in conscienza la sentiva, nello scrivere però l'aveva in tal maniera portata che solo gli uomini consumatissimi potevano dalle sue parole cavarla. La qual dottrina quando fosse divulgata et autorizata, vi sarebbe pericolo che gl'uomini eziandio letterati non concludessero da quella che la concessione del papa non giova niente, ma tutto dev'essere attribuito alla qualità dell'opera, cosa che diminuirebbe affatto il fervore in acquistare l'indulgenze e la stima dell'autorità pontificia. Aggionse il cardinale che doppo l'avere, per commandamento di Leone, fatto essatto studio in questo soggetto l'anno medesimo che nacquero le contenzioni in Germania, e scrittone un pieno trattato, l'anno seguente, essendo legato in Augusta, ebbe occasione di ventilarlo e trattarne piú diligentemente, parlando con molti et essaminando le difficoltà e motivi che turbavano quelle provincie, et in due colloqui ch'ebbe con Lutero in quella città, discusse pienamente la materia, la quale avendo ben digerita, non dubitava di poter dire asseverantemente e senza pericolo di prender errore ch'altra maniera non vi era di rimediare ai scandali passati, presenti e futuri che ritornando le cose al suo principio. Essere cosa chiara che, quantunque il papa possi liberare col mezo delle indulgenze i fedeli da qualsivoglia sorte di pena, legendo però le decretali, chiaramente apparisce l'indulgenza essere un'assoluzione e liberazione dalle pene imposte nella confessione solamente. Perilché, ritornando in osservanzia i canoni penitenziali andati in desuetudine, et imponendo, secondo quelli, le condecenti penitenze, ognuno chiaramente vedrebbe la necessità et utilità delle indulgenze e le cercherebbe studiosamente per liberarsi dal gran peso delle penitenze, e ritornerebbe l'aureo secolo della Chiesa primitiva, nel quale i prelati avevano assoluto governo sopra i fedeli, non per altro, se non perché erano tenuti in continuo essercizio con le penitenze; dove ne' tempi che corrono, fatti oziosi, vogliono scuotersi dalla obedienza. Il popolo di Germania che, sepolto nell'ozio, presta orecchie a Martino che predica la libertà cristiana, se fosse con penitenze tenuto in freno, non pensarebbe a questa novità, e la Sede apostolica potrebbe farne grazia a chi le riconoscesse da lei.

 

 

[Il parere del cardinal Gaetano di rimetter su l'uso delle penitenze antiche è rifiutato da' deputati alla riforma]

 

Piaceva al pontefice questo parere come fondato sopra l'autorità, et al quale non vedeva che opposizione potesse esser fatta. Lo fece proporre in penitenziaria per trovar modo e forma come metterlo in uso prima in Roma, poi in tutta la cristianità. Furono fatte per ciò diverse radunanze dalli deputati sopra la riforma insieme con li penitenzieri per trattare come pratticarlo; e tante difficultà si vedevano attraversare, che finalmente Lorenzo Puccio, fiorentino, cardinale di Santi Quattro, che fu datario di papa Leone e ministro diligente per ritrovar danari, come già s'è detto, et ora era sommo penitenziero, col parer universale riferí al pontefice ch'era stimata irreuscibile la proposta, e che quando fosse tentata, in luogo di rimediare alli presenti mali, n'averebbe suscitati di molto maggiori. Che le pene canoniche erano andate in disuso perché, mancato il fervor antico, non si potevano piú sopportare; però, volendo ritornarle, era necessario prima ritornare l'istesso zelo e carità nella Chiesa. Che il presente secolo non era simile alli passati, ne' quali tutte le deliberazioni della Chiesa erano ricevute senza pensarci piú oltre, là dove al presente ogni uno vuol farsi giudice et essaminare le ragioni. Il che, se si vede farsi nelle cose che nulla o poco di gravezza portano seco, quanto maggiormente in una che sarebbe gravissima. Esser vero che il rimedio è appropriato al male, ma supera le forze del corpo infermo, et in luogo di guarirlo, sarebbe per condurlo a morte, e pensando di racquistar la Germania, farebbe perdere l'Italia prima, et alienare quella maggiormente. Soggionse il cardinale: «Mi par d'udir uno che dica come san Pietro: "Perché tentar Dio, imponendo sopra le spalle de' discepoli quello che né noi, né i padri nostri abbiamo potuto sopportare?'». Si ricordasse Sua Santità di quel celebre luogo della glosa allegata da lei nel suo quarto delle sentenze, che intorno al valore delle indulgenze la querela è vecchia et ancor dubia. Considerasse le quattro opinioni tutte catoliche e tanto diverse che quella glosa riferisce. Da che appare chiaro che la materia ricerca in questi tempi piú tosto silenzio, che altra discussione.

 

 

[Adriano, perplesso, è raffermato dal cardinal Soderini]

 

Penetrarono queste ragioni nell'animo d'Adriano e lo resero incerto di quello che dovesse fare, e tanto piú perplesso, quanto non trovava minor difficoltà nelle altre cose che s'era proposto in animo di riformare. Nella materia delle dispense matrimoniali, il levar molte delle proibizioni di contrattare matrimonio tra certo genere di persone, che parevano superflue e difficili da osservare, a che egli molto inclinava e sarebbe stato gran sollevamento al popolo, era biasimato da molti come cosa che ralentasse il nervo della disciplina; il continuarle prestava materia alli luterani di dire ch'erano per trar danari. Il restringer le dispense ad alcune qualità di persone era un dare nova materia di querimonie alli pretendenti che nelle cose spirituali et in quello che al ministerio di Cristo appartiene non vi sia differenzia alcuna di persone. Il levare le spese pecuniarie per queste cose non si poteva fare senza ricomprare gli ufficii venduti da Leone, li compratori de' quali traevano emolumenti da questo. Il che anco impediva da levare i regressi, accessi, coadiutorie et altri modi usati nelle collazioni de' beneficii, che avevano apparenza (se, piú veramente, non si deve dir essenza) di simonia. Il ricomprare gli ufficii era cosa impossibile, attese le gran spese ch'era convenuto fare e tuttavia continuare. E quel che piú di tutto gli confondeva l'animo era che quando aveva deliberato di levare qualche abuso, non mancava chi con qualche colorata apparenza pigliava a sostenere che fosse cosa buona o necessaria. In queste ambiguità afflisse il pontefice l'animo suo sino al novembre, desideroso pure di fare qualche notabile provisione che potesse dar al mondo saggio dell'animo suo, risoluto a porgere rimedio a tutti gli abusi prima che incomminciare a trattar in Germania.

In fine lo fermò e fece venir a risoluzione Francesco Soderino, cardinale prenestino, chiamato di Volterra, allora suo confidentissimo, se bene doppo entrò cosí inanzi nella disgrazia sua che lo fece anco impriggionare. Questo cardinale, versatissimo nelli maneggi civili et adoperato nelli pontificati d'Alessandro, Giulio e Leone, pieni di varii et importanti accidenti, in ogni ragionamento col pontefice andava gettando parole che potessero instruirlo: li commendava la bontà et ingenuità sua e l'animo inclinato alla riforma della Chiesa et all'estirpazione dell'eresie; aggiongendo però che non poteva avere laude della sola buona intenzione, insufficiente da se stessa per far il bene, se non vi s'aggiongesse un'essatta elezzione de' mezzi opportuni et un'essecuzione maneggiata con somma circonspezzione. Ma quando lo vidde costretto dall'angustia del tempo a risolversi, li disse non esservi speranza di confondere et estirpare i luterani con la correzzione de' costumi della corte; anzi questo esser un mezo d'aummentare a loro molto piú il credito. Imperoché la plebe, che sempre giudica dalli eventi, quando per l'emenda seguita restarà certificata che con ragione il governo pontificio era ripreso in qualche parte, si persuaderà similmente ch'anco l'altre novità proposte abbiano buoni fondamenti, e gli eresiarchi, vedendo d'averla vinta in una parte, non cesseranno di riprendere l'altre. In tutte le cose umane avvenire che il ricevere sodisfazzione in alcune ricchieste dà pretensione di procacciarne altre e di stimare che siano dovute; che leggendo le passate istorie, dai tempi che sono state eresie contra l'autorità della Chiesa romana, si vedrà tutte aver preso pretesto dalli costumi corrotti della corte. Con tutto ciò mai nissuno pontefice riputò utile mezo il riformarli, ma sí bene, doppo usate le ammonizioni et instruzzioni, indurre i prencipi a proteggere la Chiesa. Quello che per il passato è riuscito, doversi tenere et osservar sempre: nissuna cosa far perire un governo maggiormente che il mutar i modi di reggerlo; l'aprire vie nuove e non usate esser un esporsi a gravi pericoli e sicurissima cosa essere caminare per i vestigii de' santi pontefici che sempre hanno avuto essito felice delle loro imprese. Nissuno aver mai estinto l'eresie con le riforme, ma con le crucciate e con eccitare i prencipi e popoli all'estirpazione di quelle. Si ricordasse ch'Innocenzo III con tale mezo oppresse felicemente gli albigesi di Linguadoca et i pontefici seguenti non con altri modi estinsero in altri luoghi i valdesi, piccardi, poveri di Lione, arnaldisti, speronisti e patarini, sí che al presente resta il solo nome. Non essere per mancare prencipi in Germania, i quali (concedendo loro la Sede apostolica d'occupare lo Stato de' fautori de' luterani) debbano avidamente ricevere la condizione, e facendo loro seguito de popoli con le indulgenze e remissioni a chi anderà a quel soccorso. Li considerò anco il cardinale che non era da pensare alli moti di religione in Germania come se non vi fosse altro pericolo imminente alla Sede apostolica, perché soprastava la guerra d'Italia, cosa di maggior pericolo, alla quale era necessario applicare principalmente l'animo: nel maneggio della quale, se si ritrovasse senza nervo, che è il danaro, potrebbe ricevere qualche notabil incontro, e nissuna riforma potersi fare la quale non diminuisca notabilmente l'entrate ecclesiastiche, le quali avendo 4 fonti, uno temporale, le rendite dello Stato ecclesiastico, gli altri spirituali, l'indulgenze, le dispense e la collazione de' beneficii, non si può otturar alcuno di questi, che le entrate non restino troncate in un quarto.

Il papa, conferendo questi discorsi con Gulielmo Encourt, che poi creò cardinale, e Teodorico Hezio, suoi familiari e confidentissimi, affermava essere misera la condizione de' pontefici, poiché vedeva chiaro che non potevano far ben neanco volendo e faticandosene, e concluse che non era possibile inanzi l'espedizione che doveva far in Germania mandar ad effetto alcun capo di riforma, e che bisognava che si contentassero di credere alle sue promesse, le quali era risoluto di mantenere, quando anco avesse dovuto ridursi senza alcun dominio temporale et anco alla vita apostolica. Diede però stretta commissione ad ambidue, uno de' quali era datario e l'altro secretario, che nella concessione delle indulgenze, nelle dispense, ne' regressi e coadiutorie si usasse parcità, sin tanto che si trovasse come regolarlo con legge e perpetua constituzione. Le quali cose avendo io letto diffusamente narrate in un diario del vescovo di Fabriano, dove tenne memoria delle cose notabili da lui vedute et udite, ho voluto riportarle qui sommariamente, dovendo servir molto all'intelligenza delle cose che si diranno.

 

 

[Adriano manda il vescovo di Fabriano in una dieta in Norimberga]

 

Nel primo concistorio di novembre, col parere de cardinali, destinò Francesco Chiericato, conosciuto da lui in Spagna e vescovo di Fabriano, (il quale ho nominato poco fa) per noncio alla dieta di Noremberga, che si celebrava senza la presenza di Cesare, quale alcuni mesi inanzi era stato sforzato passar in Spagna per quietar i tumulti e sedizioni nate in quei regni. Arrivò il noncio a Noremberga nel fine dell'anno, e presentò le lettere del pontefice agli elettori, prencipi et oratori delle città, scritte in commune sotto il 25 novembre, nelle quali si doleva prima che, essendo stato Martino Lutero condannato per sentenza di Leone e la sentenza esseguita per un editto imperiale in Vormazia, publicato per tutta Germania, nondimeno egli perseverasse nelli medissimi errori, publicando continuamente libri pieni d'eresie, e fosse favorito non solo da' plebei, ma anco da' nobili; soggiongendo che, se ben predisse l'apostolo che le eresie erano necessarie per essercizio de' buoni, quella necessità, però, era tolerabile nelle opportunità de' tempi, non in quelli ne' quali, trovandosi la cristianità oppressa dall'arme de' turchi, si doveva mettere ogni studio per purgare il mal interno; che il danno et il pericolo, qual da se stesso porta, impedisce anco l'adoperarsi contra un tanto inimico. Essorta poi i prencipi et i popoli a non monstrarsi di consentire a tanta sceleratezza col tolerarla longamente. Gli rappresenta essere cosa vergognosissima che si lascino condurre da un fraticello fuora della via de' loro maggiori, quasi che solo Lutero intenda e sappia. Gli avvertisce che se i seguaci di Lutero hanno levato l'obedienza alle leggi ecclesiastiche, molto maggiormente vilipenderanno le secolari, e se hanno usurpato i beni della Chiesa, meno si asteneranno da quei de laici, et avendo ardito di mettere mano nelli sacerdoti di Dio, non perdoneranno alle case, mogli e figlioli loro. Gli essorta che se non potranno con le dolcezze ridur Martino et i suoi seguaci nella dritta via, venghino ai rimedii aspri e di fuoco, per risecare dal corpo i membri morti, come fu fatto ne' tempi antichi a Datan et Abiron, ad Anania e Saffira, a Gioviniano e Vigilanzio, e finalmente come i maggiori fecero contra Giovanni Hus e Gieronimo da Praga nel concilio di Costanza, l'essempio de' quali, quando non possino far altramente, debbono immitare. Infine si rimette, cosí in quel particolare come in altri negozii, alla relazione di Francesco Chiericato suo noncio. Scrisse anco lettere quasi a tutti i prencipi con gl'istessi concetti: all'elettore di Sassonia, in particolare, scrisse che ben considerasse qual macchia sarebbe stata alla sua posterità avendo favorito un frenetico che metteva confusione in tutto 'l mondo con invenzioni empie e pazze, rivoltando la dottrina stabilita col sangue de' martiri, vigilie de santi dottori et armi di tanti prencipi fortissimi, caminasse per i vestigii de suoi maggiori, non lasciandosi abbagliare gli occhi dalla rabbia d'un omicciuolo a seguire gli errori dannati da tanti concilii.

 

 

[Questo noncio presenta la sua instruzione in dieta]

 

Presentò il noncio alla dieta non solo il breve del papa, ma ancora la sua instruzzione, nella quale gli era commesso di essortar i prencipi ad opporsi alla peste luterana con 7 ragioni. Prima, perché a ciò li doveva movere il culto di Dio e la carità verso il prossimo; secondariamente, la infamia della loro nazione; terzo, il loro onor proprio, mostrandosi non degenerare dalli loro progenitori che intervennero alla condannazione di Giovanni Hus in Costanza e delli altri eretici, conducendone alcuni d'essi con le proprie mani al fuogo, e non volessero mancare della propria parola e costanza, avendo la maggior parte d'essi approvato l'editto imperiale contra Lutero; quarto, gli doveva muovere l'ingiuria fatta da Lutero ai loro progenitori publicando un'altra fede che la creduta da essi e concludendo per conseguenza che tutti siano all'inferno; quinto, si debbano muovere dal fine che i luterani pretendono, che è voler snervare la potestà secolare doppo che averanno anichilata l'ecclesiastica con falso pretesto che sia usurpata contra l'Evangelio, se ben astutamente mostrano di salvar la secolare per ingannarli. Nel sesto luogo considerino le dissensioni e turbulenze che quella setta eccita in Germania, e finalmente avvertano che Lutero usa la medisima via usata già da Mahometo, permettendo che siano saziate l'inclinazioni carnali, se ben mostra di farlo con maggior modestia per piú efficacemente ingannarli. E se alcuno dicesse Lutero esser stato condannato non udito e non difeso, e però che sia conveniente udirlo, debbia responder: essere giusto udirlo in quello che tocca al fatto, cioè se ha predicato, scritto o non; ma sopra le cose della fede o la materia de' sacramenti ciò non esser conveniente, percioché non s'ha da metter in dubbio quello che una volta è stato approvato da' concilii generali e da tutta la Chiesa. Poi gli dà commissione il pontefice di confessar ingenuamente che questa confusione fosse nata per li peccati degli uomini, massime de' sacerdoti e prelati, confessando che in quella Santa Sede, già alcuni anni, sono state fatte molte cose abominevoli, molti abusi nelle cose spirituali, molti eccessi ne' precetti e finalmente tutte le cose mutate in male, in maniera che si possa dire che l'infermità sia passata dal capo alle membra, da sommi pontefici agli inferiori prelati, sí che non vi sia stato chi faccia bene né pur uno. Alla correzzione del qual male egli, per propria inclinazione e debito, è deliberato adoperarsi con tutto lo spirito et usar ogni opera acciò che innanzi ogni altra cosa la corte romana, donde forse tanto mal è proceduto, si reformi. Il che tanto piú farà, quanto vede che tutto 'l mondo avidamente lo desidera. Niuno però dover meravigliarsi se non vederà cosí subito emendati tutti gli abusi. Perché, essendo il male invecchiato e fatto moltiplice, bisogna a passo a passo procedere nella cura e cominciar dalle cose piú gravi per non turbar ogni cosa col voler fare tutto insieme. Gli commise ancora che promettesse per suo nome che egli gli osservarebbe i concordati e che s'informarebbe de' processi avvocati dalla rota, per rimetterli ad partes secondo la giustizia. Et in fine che sollecitasse i prencipi e stati per nome suo a rispondere alle lettere et informarlo de' mezi per li quali si potesse ovviar piú commodamente ai luterani. Oltre l'aver presentato il breve del papa e l'informazione, propose anco il noncio che in Germania si vedeva quasi per tutto i religiosi uscir de' monasteri e ritornar al secolo et i preti maritarsi con gran sprezzo e vilipendio della religione, e la maggior parte di loro commetter anco molti eccessi et enormità; per il che era necessario che fosse pigliata provisione, per la quale questi sacrileghi matrimonii fossero separati, gli autori severamente puniti, e gli apostati rimessi nella potestà de' loro superiori.

 

 

[La dieta risponde a' capi della proposta del noncio]

 

Fece la dieta risposta al noncio in iscritto, dicendo d'aver letto con reverenza il breve del pontefice e l'istruzzione presentata nel negozio della fazzione luterana, e render grazie a Dio della assonzione di Sua Beatitudine al pontificato, pregandole dalla Maestà divina ogni felicità. E (dopo aver detto quello che occorreva circa la concordia tra prencipi cristiani e la guerra contra turchi) quanto alla domanda d'esseguire la sentenza promulgata contra Lutero e l'editto di Vormes, risposero essere paratissimi ad impiegar ogni loro potere per estirpare gli errori, ma aver tralasciato d'esseguir la sentenza e l'editto per grandissime et urgentissime cause: imperoché la maggior parte del popolo era persuasa da libri di Lutero che la corte romana avesse inferiti molti gravami alla nazione germanica; onde se si fosse fatta alcuna cosa per l'essecuzione della sentenza, la moltitudine sarebbe entrata in sospetto che si facesse per sostentare e mantenere gli abusi e l'impietà, e ne sarebbono nati tumulti populari con pericolo di guerre civili. Per tanto esser di bisogno in simili difficoltà di rimedii piú opportuni, particolarmente confessando esso noncio, per nome del pontefice, che questi mali venivano per li peccati degli uomini e promettendo la riforma della corte romana: gli abusi della quale, se non fossero emendati e levati i gravami e riformati alcuni articoli, che i prencipi secolari darebbono in iscritto, non era possibile metter pace tra gli ecclesiastici e secolari, né estirpar i presenti tumulti. E perché la Germania avea consentito al pagamento delle annate, con condizione che s'impiegassero nella guerra contra i turchi, e ch'essendo state tanti anni pagate, né mai convertite in quel uso, pregavano il pontefice che per l'avvenire non avesse la corte romana cura d'essigerle, ma fossero lasciate al fisco dell'Imperio per le spese di quella guerra. Et a quello che Sua Santità ricercava conseglio de' mezi con i quali si potesse ovviar a tanti inconvenienti, risposero che dovendosi trattar non di Lutero solo, ma tutt'insieme d'estirpar molti errori e vizii radicati per invecchiata consuetudine con diversi rispetti, da chi per ignoranza, da chi maliziosamente difesi, nissun altro rimedio giudicavano piú commodo, efficace et opportuno che se la Santità Sua, con consenso della Maestà Cesarea, convocasse un concilio pio, libero e cristiano quanto piú presto fosse possibile, in un luogo conveniente in Germania: cioè in Argentina, in Mogonza, in Colonia, overo in Metz, non differendo la convocazione piú d'un anno, e che in quel concilio a ciascheduno, cosí ecclesiastico, come secolare, fosse concesso di poter parlare e consegliare a gloria di Dio e salute dell'anime, non ostante qualonque giuramento e obligazione. Il che tenendo dovere esser esseguito da Sua Santità con prontezza e celerità, né volendo restar di far al presente quelle megliori provisioni che possibili siano per il tempo intermedio, aveano deliberato di procurar con l'elettore di Sassonia che i luterani non scrivessero né stampassero altro, e che per tutta Germania i predicatori, tacciute le cose che potevano muover tumulto popolare, dovessero predicar sinceramente e puramente il santo Evangelio secondo la dottrina approvata dalla Chiesa, non movendo dispute, ma riservando sino alla determinazione del concilio tutte le controversie. Che i vescovi deputassero uomini pii e letterati per sopraintender a predicatori, informarli e correggerli, ma in maniera che non si potesse sospettare che fosse per impedire la verità evangelica: che per l'avvenire non si stampi cosa nuova, se non veduta e riconosciuta da uomini di probità e dottrina: sperando con questi mezi d'ovviare a tumulti, se la Santità Sua farà la debita provisione a gravami et ordinarà un libero e cristiano concilio, sperando che cosí i tumulti si quietarebbono e la maggior parte si ridurebbe a tranquillità. Perché gli uomini da bene aspettarebbono senza dubbio la deliberazione del concilio, quando vedessero che si fosse per celebrare presto. Quanto ai preti che si maritavano e religiosi che ritornavano al secolo, perché nelle leggi civili non vi era pena, pensavano che bastasse se fossero puniti dalli ordinarii con le pene canoniche. Ma se commetteranno alcuna sceleratezza, il prencipe overo podestà, nel territorio de' quali falliranno, lor dovrà dare il debito castigo.

 

 

[Poco gusto d'esso noncio]

 

Il noncio non restò sodisfatto di questa risposta e venne in risoluzione di replicare. E prima, quanto alla causa, perché non si fosse esseguita la sentenza del papa e l'editto dell'imperatore contra Lutero, disse non sodisfare la ragione allegata che si fosse restato per fugir i scandali, non convenendo tolerar il male acciò ne venga il bene e dovendo tenere piú conto della salute dell'anime che della tranquillità mondana. Aggionse che non si dovevano scusar i seguaci di Lutero colli scandali e gravami della corte romana, perché, se ben fossero veri, non però si doveano partire dall'unità catolica, ma piú tosto sopportar pazientissimamente ogni male. Onde li pregava per l'essecuzione della sentenza e dell'editto inanzi che la dieta si finisse; e se la Germania era in alcun conto gravata dalla corte romana, la Sede apostolica sarebbe pronta di sollevarla, e se vi fossero discordie tra gli ecclesiastici et i prencipi secolari, il pontefice le componerebbe et estinguerebbe. Quanto alle annate, altro non diceva per allora, poiché opportunamente Sua Santità avrebbe dato risposta. Ma quanto alla domanda del concilio, replicò che sperava non dover dispiacer a Sua Santità se l'avessero domandato con parole piú convenienti e però ricercava che fossero levate tutte quelle che potessero dar qualche ombra alla Beatitudine Sua: come quelle parole che il concilio fosse convocato col consenso della Maestà Cesarea, e quelle altre che il concilio fosse celebrato piú in una città che in un'altra, perché, se non si levavano, pareva che volessero legar le mani alla Santità Sua, cosa che non averebbe fatto buon effetto. Quanto a predicatori, ricercò che si osservasse il decreto del pontefice che per l'avvenire nissuno potesse predicar, se la dottrina sua non fosse essaminata dal vescovo. Quanto agli stampatori e divulgatori de' libri, replicò che in nissun modo gli piaceva la risposta; che dovessero esseguir la sentenza del papa e dell'imperatore, che i libri si abbrugiassero e fossero puniti i divulgatori d'essi, instando et avvertendo che in questo stava il tutto. E quanto ai libri da stamparsi, si dovesse servare il moderno concilio lateranense. Ma quanto ai preti maritati, la risposta non gli sarebbe dispiaciuta, s'ella non avesse avuto un aculeo alla coda, mentre si diceva che, se commetteranno qualche sceleratezza, saranno puniti dai prencipi o potestà. Perché questo sarebbe contra la libertà ecclesiastica, e si metterebbe la falce nel campo d'altri, e si toccarebbono quelli che sono riservati a Cristo. Conciosiacosa che non dovevano i prencipi presumer di creder che per l'apostasia si divolvessero alla loro giurisdizzione, né potessero esser castigati da loro degli altri delitti; imperoché restando in loro il carattere e l'ordine, sono sempre sotto la potestà della Chiesa; né possono far altro i prencipi che denonciarli a loro vescovi e superiori, che li castighino. Concludendo in fine, ricercarli ad aver sopra le suddette cose piú matura deliberazione e dar risposta megliore, piú chiara, piú sana e meglio consultata.

Nella dieta non fu gratamente veduta la replica del noncio, e communemente tra quei prencipi si diceva il noncio aver una misura del bene e del male per sola rilazione all'utilità della corte e non alla necessità della Germania; la conservazione dell'unità catolica dover maggiormente muovere a far il bene, facile da essequire, che a sopportar il male, difficile a tolerare. E nondimeno il noncio ricercava che la Germania sopportasse pazientissimamente le oppressioni inferitegli dalla corte romana, non volendo essa piegarsi pur un poco al bene, anzi piú tosto a desister dal male, se non colle sole promesse. Et averebbe mostrato troppo vivo senso quando fosse restata offesa dalla domanda del concilio tanto modesta e necessaria. E dopo longa discussione fu risoluto di commun parere di non far altra risposta, ma aspettar quello che il pontefice risolvesse sopra la già data.

 

 

[I prencipi secolari formano lo scritto de' Cento gravami]

 

I prencipi secolari poi a parte fecero una longa querela di ciò che pretendevano contra la corte romana e contra tutto l'ordine ecclesiastico, riducendola a 100 capi, che per ciò chiamarono centum gravamina. I quali, perché il noncio, col quale erano stati conferiti, si partí prima che fossero distesi, mandarono al pontefice con una protesta di non volere né potere tolerarli piú, e di essere dalla necessità et iniquità loro costretti a cercar di liberarsene con ogni industria e per le piú commode vie che potessero.

Longo sarebbe esprimer il contenuto, ma in somma si querelavano del pagamento per le dispense et assoluzioni, de' danari che si cavavano per l'indulgenze, delle liti che si tiravano in Roma, delle riservazioni de' beneficii et altri abusi di commende et annate, dell'essenzione degli ecclesiastici ne' delitti, delle scommuniche et interdetti ingiusti, delle cause laiche con diversi pretesti tirate all'ecclesiastico, delle gran spese nelle consecrazioni delle chiese e cimiteri, delle penitenze pecuniarie, delle spese per aver i sacramenti e la sepoltura. I quali tutti riducevano a tre principali capi: al metter in servitú i popoli, spogliarli de' danari et appropriarsi la giurisdizzione del magistrato secolare.

A 6 di marzo fu fatto il recesso con i precetti contenuti nella risposta al noncio, e fu poco dopo ogni cosa stampata, cosí il breve del papa, come anco l'instruzzione del noncio, le risposte e repliche con li 100 gravami furono divolgati per Germania e di là passarono ad altri luoghi et anco a Roma. Dove la aperta confessione del pontefice, che della corte romana et ordine ecclesiastico venisse l'origine d'ogni male, non piacque e generalmente non fu grata ai prelati, parendo che fosse con troppo ignominia e che dovesse renderli piú odiosi al secolo e potesse esser causa anco di farli sprezzare dai popoli, anzi dovesse far i luterani piú audaci e petulanti. E sopra tutto premeva il vedere aperta una porta, dove per necessità sarebbe introdotta o la tanto aborrita moderazione de' commodi loro, overo convinta la incorrigibilità. E quelli che scusavano piú il pontefice, attribuivano alla poca cognizione sua dell'arti colle quali si mantiene la potenza pontificia e l'autorità della corte, fondate sopra la riputazione. Lodavano papa Leone di giudicio e prudenza, che seppe attribuir la mala opinione che la Germania aveva de' costumi curiali alla poca cognizione che di essa avevano. E però nella bolla contra Martino Lutero disse che se egli, essendo citato, fosse andato a Roma, non averebbe trovato nella corte gli abusi che si credeva.

Ma in Germania i mal affetti alla corte romana interpretavano quella candidezza in sinistro, dicendo che era una solita arte di confessar il male e prometterne il rimedio, senza alcun pensiero di effettuare cosa alcuna, per addormentar gli incauti, goder il beneficio del tempo e fra tanto, co 'l mezo delle prattiche co' prencipi, giustificarsi in modo che potessero meglio assoggettir i popoli e levarli il potersi opponer ai loro voleri e di parlare dei loro mancamenti. E perché diceva il pontefice che bisognava nel rimediare non tentar di proveder a tutto insieme, per il pericolo di causar mal maggiore, ma far le cose a passo a passo, se ne ridevano, soggiongendo che ben a passo a passo, ma in maniera che tra un passo e l'altro vi si fraponesse la distanza d'un secolo. Ma attesa la buona vita tenuta da Adriano inanzi il pontificato, cosí dopo assonto a vescovato et al cardinalato, come anco per inanzi, e la buona intenzione che si scopriva in tutte le sue azzioni, gli uomini pii interpretavano il tutto in buon senso, credendo veramente ch'egli confessasse gli errori per ingenuità e che fosse anco per porgervi rimedio piú presto di quello che prometteva. Né l'evento lasciò giudicar il contrario: perché non essendo la corte degna d'un tal pontefice, piacque a Dio che passasse all'altra vita quasi subito dopo ricevuta la relazione dal suo noncio di Noremberga. Perché a 13 septembre finí il corso de suoi anni.

Ma in Germania, quando fu publicato il decreto del recesso di Noremberga con li precetti sopra le prediche e stampe, dalla maggior parte non ne fu tenuto conto alcuno, ma gli interessati, cosí quelli che seguivano la Chiesa romana, come i luterani, l'intesero a loro favore: perché dicendosi che si tacessero le cose che potessero mover tumulti popolari, intendevano i catolici che si dovessero tacer le cose introdotte da Lutero nella dottrina e la riprensione degli abusi dell'ordine ecclesiastico, et i luterani dicevano esser stata mente della dieta che si dovessero tacer le difese degli abusi, per li quali il popolo si muoveva contra i predicatori quando udiva rappresentar cosí le cose cattive, come le buone; e quella parte del decreto che commandava di predicar l'Evangelio secondo la dottrina de' scrittori approvati dalla Chiesa, i catolici intendevano secondo la dottrina de' scolastici e degli ultimi postillatori delle Scritture, ma i luterani dicevano che s'intendeva de' santi padri, Ilario, Ambrosio, Agostino, Gieronimo et altri tali, interpretando anco che fosse loro lecito, per virtú dell'editto del recesso, continuar insegnando la loro dottrina sino al concilio; sí come i catolici intendevano che la mente della dieta fosse stata che si dovesse continuar nella dottrina della Chiesa romana. Onde pareva che l'editto, in luogo d'estinguer il fuogo delle controversie, l'accendesse maggiormente, e restava nelle pie menti il desiderio del concilio libero, al quale pareva che ambe le parti si sottomettessero, sperandosi che per quello dovesse seguir la liberazione da tanti mali.

 

 

[Clemente VII, eletto papa, prende via diversa da quella di Adriano]

 

Dopo la morte di Adriano fu creato successore Giulio de' Medici, cugino di papa Leone, e fu chiamato Clemente VII, il quale di subito applicò l'animo alle cose di Germania; e come quello ch'era molto versato nella cognizione de' maneggi, vedeva chiaramente che papa Adriano, contra lo stile sempre usato da savi pontefici, era stato troppo facile cosí in confessar i difetti della corte, come in prometter la riformazione, e troppo abietto in aver domandato alli germani consiglio, come si potesse proveder alle contenzioni di quel regno. Perché con questo egli si aveva tirato adosso la domanda del concilio, che molto importava, massime con la condizione di celebrarlo in Germania, et aveva dato troppo animo a prencipi, onde avevano avuto ardire non solo di mandarli, ma di metter ancor in stampa i 100 gravami, scrittura ignominiosa per l'ordine ecclesiastico di Germania, ma molto piú per la corte romana. E ben pensate tutte le cose, venne in risoluzione che fosse necessario dar qualche sodisfazzione alla Germania, in maniera tale, però, che non fosse posta in pericolo l'autorità sua, né levati i commodi alla corte. Considerò che nelli 100 gravami, se ben molti risguardavano la corte, la maggior parte però toccavano a vescovi, officiali, curati et altri preti di Germania. Perilché venne in speranza che, se li detti fossero riformati, i tedeschi facilmente s'averebbono lasciato indur a tacere per allora per quello che toccava a Roma, e con questa medesima riforma averebbe divertito la trattazione del concilio. Per tanto giudicò bene spedir subito un legato di prudenza et autorità alla dieta che si doveva celebrar di là a 3 mesi in Noremberga, con instruzzione di caminar per le sopradette vie; e sopra tutte le cose dissimular di sapere le proposizioni fatte da Adriano e le risposte dateli, per non riceverne qualche pregiudicio nelle trattazioni sue e per poter procedere come in re integra.

Il legato fu Lorenzo Campeggio, cardinal di Santa Anastasia; il quale, gionto nella dieta, dopo aver trattato diverse cose con alcuni particolari per disponer il suo negoziato, parlò anco in publico, dove disse sentir molta maraviglia che tanti prencipi, e cosí prudenti, potessero sopportare che fosse estinta et abolita la religione, i riti e ceremonie nelle quali essi erano nati et educati, et i loro padri e maggiori morti, senza considerare che tal novità tendesse alla ribellione del popolo contra i magistrati. Che il pontefice, non mirando ad alcun interesse suo, ma paternamente compatendo alla Germania, incorsa in spirituali e temporali infermità e soggetta a maggiori pericoli imminenti, l'aveva mandato per trovar modo di sanar il male. Non esser intenzione della Santità Sua di prescriver loro cosa alcuna, né meno di voler che a lui fosse prescritta, ma ben di consegliar insieme i rimedii opportuni, concludendo che se fosse rifiutata da loro la diligenza della Santità Sua, non sarebbe poi ragionevole rivoltar colpa alcuna sopra di quella.

Gli fu risposto da' prencipi (perché Cesare era in Spagna, come si è detto di sopra), dopo aver ringraziato il pontefice della benevolenza, che ben sapevano il pericolo imminente per la mutazione della dottrina nella religione: che perciò nella dieta dell'anno inanzi avevano mostrato al noncio del pontefice Adriano il modo e via di componer i dissidii, e gli avevano anco dato in iscritto tutto quello che desideravano e ricercavano da Roma, la qual scrittura credevano che fosse stata da Adriano ricevuta, avendo il noncio promesso di consegnarla; sí come anco tenevano che a tutti fossero noti i gravami che la Germania riceveva dall'ordine ecclesiastico, essendo publicati in stampa, e sino a quell'istante erano stati aspettando che i loro giusti desiderii fossero essauditi, come tuttavia aspettavano. Perilché, s'egli allora aveva qualche ordine o instruzzione dal pontefice, lo pregavano d'esporlo, acciò si potesse insieme con lui consegliare il tutto.

 

 

[Il cardinale legato sfugge con dissimulazioni e promesse]

 

A questo il legato, seguendo la commissione datagli, replicò: non saper che fosse stata portata al papa né a cardinali alcuna instruzzione del modo e via di componer il dissidio della religione; ben gli accertava dell'ottima volontà del pontefice, dal quale egli aveva pienissimo potere di far tutto quello che avesse servito a tal fine, ma che toccava a loro di metter inanzi la via, i quali sapevano la condizione delle persone et i costumi della regione. Esserli molto ben noto che Cesare, nella dieta di Vormazia, di loro consenso, aveva publicato un editto contra i luterani, al quale alcuni avevano obedito et alcuni no; della quale diversità e varietà egli non ne sapeva la ragione, ma ben li pareva che inanzi ogni altra cosa si dovesse deliberar del modo d'esseguirlo. Che se ben non aveva ancora inteso che i 100 gravami fossero stati publicati per presentargli al pontefice, sapeva però esserne stati portati tre essemplari a Roma ad alcuni privati; ch'egli n'aveva veduto uno, et erano stati veduti anco dal pontefice e da cardinali, i quali non si potevano persuadere che fossero raccolti per ordine de' prencipi, ma ben pensavano che da qualche malevolo, per odio della corte romana fossero mandati fuori; che se ben egli non aveva nissun ordine o instruzzione dal pontefice in quella materia, non dovessero però pensare che non avesse autorità di trattarne secondo l'espediente; ben diceva che in quelle domande n'erano molte che derogavano alla podestà del pontefice e sentivano d'eresie; ch'egli non poteva trattarne, ma si offeriva di conoscere e parlar di quelle che non erano contro al pontefice et avevano fondamento d'equità; che poi, se restasse qualche cosa da trattarsi col pontefice, la potrebbono proporre, ma con modi piú moderati. Che non poteva restar di biasimare che si fossero stampati e publicati, parendogli questo troppo; ma però esser certo che per amor della Germania il pontefice faria ogni cosa, essendo egli pastore universale; ma se la voce del pastore non fosse udita, il pontefice et egli non potrebbono far altro che portarlo in pazienza e rimetter ogni cosa a Dio.

La dieta, se ben non ebbe per verisimile che il cardinale et il pontefice non fossero conscii delle cose trattate con Adriano e giudicasse che nelle risposte del legato vi potessero essere degli artificii, nondimeno desiderando che si prendesse buona deliberazione al fine della quiete di Germania deputarono alcuni prencipi per negoziare col cardinale, i quali non potero aver da lui altro se non ch'egli averebbe fatto una buona riforma per il clero di Germania; ma quanto agli abusi della corte, non fu possibile farlo condescendere ad alcuna cosa: perché, quando se n'introduceva ragionamento, o diceva che il riprenderli fosse eresia, o che se ne rimetteva al pontefice e che con lui bisognasse trattarne.

 

 

[Il cardinale legato tenta d'appagar la dieta con una leggera riforma]

 

Fece il cardinale la riforma della Germania, la quale non toccando se non il clero minuto (e giudicandosi che dovesse non solo fomentar il male, come fanno sempre i remedi leggieri, ma che servisse ad accrescere maggiormente il dominio della corte e de' prelati maggiori, a pregiudicio dell'autorità temporale e desse adito a maggiori estorsioni di danari) non fu ricevuta, tenendosi che fosse una mascherata per deludere l'aspettazione della Germania e per ridurla sotto maggior tirannide, con tutto che il legato facesse accurati ed efficaci uffici acciò fosse accettata: onde né egli consentí ad alcuna delle proposizioni fattegli dai deputati della dieta. Vedendosi perciò che fosse impossibile di concludere alcuna cosa con esso, publicarono il recesso a' 18 aprile, con decreto che dal pontefice, col consenso di Cesare, fosse intimato quanto prima un concilio libero in Germania, in luogo conveniente, e che li stati dell'Imperio si congregassero a Spira per li 11 novembre per determinar che cosa si dovesse seguir tra tanto che fosse dato principio al concilio. Che ciascun prencipe nel suo Stato congregasse uomini pii e dotti, i quali raccogliessero le cose da disputare nel concilio; che li magistrati avessero cura che fosse predicato l'Evangelio secondo la dottrina de' scrittori approvati dalla Chiesa, e fossero proibite tutte le pitture e libri contumeliosi contra la corte romana.

Il legato, avendo risposto a tutti i capi del decreto, e mostrato che non fosse ufficio de' secolari deliberar alcuna cosa intorno alla fede e dottrina o predicazione di quella, promise quanto al concilio solamente che n'averebbe dato conto al pontefice.

Partendosi i prencipi dalla dieta, fece il legato ufficio con quelli che piú erano aderenti alle cose romane di ridurli insieme per far publicar la riforma non ricevuta nella dieta; e si ridussero in Ratisbona con lui, Ferdinando, fratello dell'imperatore, il cardinale arcivescovo di Salzburg, due delli duchi di Baviera, i vescovi di Trento e Ratisbona, e gli agenti di 9 vescovi; dove fecero prima un decreto sotto il dí 6 di luglio: che essendo stato ordinato nel convento di Noremberga che l'editto di Vormazia contra Lutero fosse esseguito quanto si poteva, per tanto essi, ad instanzia del cardinale Campeggio legato, commandavano che fosse osservato in tutti i loro dominii e Stati. Che fossero castigati gl'innovatori, secondo la forma dell'editto; che non si mutasse cosa alcuna nella celebrazione della messa e de' sacramenti, si castigassero i monachi e monache apostati e preti che si maritavano, e quelli che ricevevano l'eucaristia senza confessarsi, o mangiavano cibi proibiti; e che tutti i loro sudditi, i quali erano nell'academia di Vitemberg, fra tre mesi partissero, tornando a casa overo andando in altro luogo. Il giorno seguente, delli 7, publicò il cardinale le sue constituzioni della riforma, le quali furono approvate da tutti i sopra nominati prencipi, e commandato che per li loro Stati e dominii fossero promolgate, ricevute et osservate.

Nel proemio d'esse constituzioni diceva il cardinale che, essendo di molto momento per estirpar l'eresia luterana, riformare la vita et i costumi del clero, col conseglio de' prencipi e prelati seco ridotti, aveva statuito quei decreti, i quali commandava che fossero ricevuti per tutta Germania dalli arcivescovi, vescovi et altri prelati, preti e regolari, e publicati in tutte le città e chiese. Contenevano 37 capi, circa il vestire e conversare dell'ordine clericale, circa il ministrar gratis i sacramenti et altre fonzioni ecclesiastiche, sopra i conviti, sopra le fabriche delle chiese, sopra quelli che s'avevano a ricever alli ordini, sopra la celebrazione delle feste, sopra i digiuni, contra i preti che si maritavano, contra quelli che non si confessavano e communicavano, contra i biastematori, sortilegi divinatori et altre cose tali. Infine era commandata la celebrazione de' concilii diocesani in ogni anno per osservanzia di quei statuti, dando ai vescovi potestà d'invocare il braccio secolare contra i transgressori.

Divulgato l'editto di riforma, i prencipi e vescovi che nella dieta non avevano consentito alla dimanda del cardinale restarono offesi, cosí di lui, come di tutti quelli che erano convenuti con esso in Ratisbona, parendo loro restar ingiuriati dal legato, che avesse voluto far un ordine generale per tutta la Germania con intervento d'alcuni pochi solamente, e tanto piú dopo che gli era stato dimostrato che non fosse per riuscirne alcun bene. Si riputarono anco ingiuriati da que' pochi prencipi e vescovi, che soli s'avessero assonto d'intervenire ad obligar tutta la Germania, contra il parere degli altri. S'opponeva anco a quella riformazione: prima, che tralasciate le cose importanti, come se in quelle non vi fosse alcun disordine, si provedesse alle cose di leggierissimo rilevo; perché poco male pativa la Germania per gli abusi del clero minuto, ma gravi per le usurpazioni de' vescovi e prelati, e gravissimi per quelli della corte romana; e nondimeno, come se questi fossero stati piú ordinati che nella primitiva Chiesa, non se ne faceva menzione; poi, per quanto s'aspettava anco al minuto clero, non si trattava delli principali abusi, ma di quelli che meno importavano, che era quasi un approvar gli altri; e quelli anco che si riprendevano erano lasciati senza veri rimedii, col solo notarli, non applicandovi la medicina necessaria per sanar il male.

Ma al legato et alli sopra detti prencipi con lui convenuti poco importava quello che fosse detto in Germania, e meno quello che fosse per seguire della publicazione dell'editto; perché il loro fine non era altro che dar sodisfazzione al pontefice, né il fine del pontefice altro che mostrar d'aver proveduto, sí che non vi fosse bisogno del concilio. Perché Clemente, molto versato ne' maneggi di Stato, eziandio vivendo Adriano, sempre aveva tenuto difeso che nelle occorrenze di quei tempi fusse consiglio pernizioso valersi del mezo de' concilii; et era solito dire che il concilio fosse utile sempre che si trattasse tutt'altro che dell'autorità del papa, ma venendo quella in contenzione, nissuna cosa fosse piú perniziosa. Perché, sí come per li tempi passati l'arma de' pontefici fu il ricorrere alli concilii, cosí nel presente la sicurezza del pontificato consiste in declinarli e fuggirli; tanto piú ch'avendo già Leone condannata la dottrina di Lutero, non si poteva trattare la medesima materia in un concilio, né metterla in essame, senza metter in dubio anco l'autorità della Sede apostolica.

 

 

[Biasima Cesare la dieta]

 

Cesare, ricevuto il decreto di Noremberga, si commosse assai, parendoli che il trattar e dar risposta cosí risoluta, senza sua saputa, a prencipe forestiero in cosa di tanta importanza fosse di poca riputazione alla Maestà Sua imperiale. Né meno li piacque il rigore del decreto, prevedendo il dispiacere del pontefice, quale desiderava tenersi grato e ben affetto per la guerra che si faceva allora da' suoi capitani con francesi. Perilché rescrisse in Germania a' prencipi, lamentandosi che avendo egli condannato tutti i libri di Lutero, la dieta si fosse ristretta ai soli contumeliosi. Ma piú gravemente li riprese ch'avessero fatto decreto di celebrar il concilio in Germania et avessero ricercato il legato di trattarne col pontefice, quasi che questo non appertenesse piú ad esso pontefice e a sé che a loro; i quali, se credevano che fosse tanto utile alla Germania la congregazione d'un concilio, dovevano aver ricorso a lui che l'impetrasse dal pontefice; con tutto ciò, conoscendo egli ancora che ciò sarebbe stato utile per la Germania, era risoluto che si celebrasse, in tempo e luogo, però, quando e dove egli potesse ritrovarsi in persona. Ma toccando l'aver ordinato una nuova reduzzione in Spira per regolarvi le cose della religione sino al concilio, disse di non voler in modo alcuno concederlo; anzi li commandava ch'attendessero ad obedire all'editto di Vormazia e non trattassero cosa alcuna di religione sin tanto che non si congregasse un concilio per ordine del pontefice e suo. Le lettere imperiali, piú imperiose di quello che la Germania era solita ricevere dalli predecessori, mossero umori assai pericolosi negli animi di molti prencipi, che fluttuando averebbono facilmente sortito qualche fastidioso termine.

 

 

[Il proposito della dieta è sospeso per li turbamenti]

 

Ma il moto presto restò sedato e rimase l'anno seguente 1525 senza nissuna negoziazione in questa materia. Perché in Germania si eccitò ribellione de' villani contra i prencipi e magistrati, e la guerra degli anabaptisti che tenne ognuno occupato; et in Italia successe nel principio dell'anno la giornata di Pavia e la prigionia del re Francesco di Francia, la quale inalzò cosí l'animo di Cesare che li pareva aver tutto 'l mondo in suo arbitrio; ma poi lo tenne tutto occupato per le leghe di molti prencipi che si trattarono contra di lui, e per la negoziazione della liberazione del re. Il pontefice ancora, per esser restata l'Italia senza difesa in arbitrio de' ministri cesarei, pensava a se stesso e come congiongersi con altri che lo potessero difender dall'imperatore, dal quale si era alienato, vedutolo fatto cosí potente che il ponteficato li restava a discrezione

Nell'anno 1526 si tornò alle medesime trattazioni in Germania et in Italia. In Germania, essendo ridotti tutti gli ordeni dell'Imperio alla dieta in Spira nel fine di giugno, fu posto in deliberazione per ordine speciale di Cesare in che modo si potesse conservar la religione cristiana e gli antichi costumi della Chiesa, e castigar i violatori. Et essendo i pareri cosí diversi che non era possibile concluder cosa alcuna, i rappresentanti cesarei fecero leggere le lettere imperiali, dove Carlo diceva aver deliberato di passar in Italia et a Roma per la corona e per trattar col pontefice di celebrar il concilio; per tanto commandava che nella dieta non si statuisse alcuna cosa contra le leggi, ceremonie e vecchi usi della Chiesa, ma fosse osservata la formula dell'editto di Vormazia e si contentassero di portar in pazienza quella poca dimora, sin che egli avesse trattato col pontefice la celebrazione del concilio, il che sarebbe in breve, perché col trattar le cose della religione in una dieta, piú tosto ne nasce male che bene.

 

 

[È richiesto un concilio nazionale da' tedeschi]

 

Le città per la maggior parte risposero esser loro desiderio di gratificar et ubedir Cesare, ma non veder il modo di far quello che egli nelle lettere commandava, per esser accresciute e crescer continuamente le controversie, particolarmente sopra le ceremonie e riti; e se per lo passato non s'aveva potuto osservar l'editto di Vormazia per tema di sedizioni, la difficoltà esser molto maggiore al presente, come s'era dimostrato al legato del pontefice; sí che se Cesare si ritrovasse presente e fosse informato dello stato delle cose, non ne farebbe altro giudicio. Quanto alla promessa di Sua Maestà per la celebrazione del concilio, diceva ciascuno che egli poteva effettuarla nel tempo che scrisse le lettere, perché allora era in buona concordia col pontefice; ma dopo, essendo nati tra loro disgusti et avendosi armato il pontefice contra lui, non si vedeva come in questo stato di cose si potesse congregar concilio. Per questi rispetti alcuni proponevano che, per rimediar ai pericoli imminenti, fosse ricercato Cesare di conceder un concilio nazionale in Germania; il che se non gli piacesse, almeno, per ovviare alle gravissime sedizioni, si contentasse di differire l'essecuzione dell'editto di Vormazia sino al concilio generale. Ma i vescovi, che non avevano altra mira che a conservar la loro autorità, dicevano nella causa della religione non doversi venir ad alcuna trattazione duranti le discordie tra Cesare et il pontefice, ma tutto fosse differito a meglior tempo.

Le opinioni erano cosí diverse e si eccitò tanta discordia tra gli ecclesiastici e gli inclinati alla dottrina luterana, che le cose si viddero in manifesto pericolo di guerra civile, e molti de' prencipi si mettevano in ordine per partire. Ma Ferdinando e gli altri ministri di Cesare, vedendo chiaramente quanto male sarebbe nato se con tal dissensione d'animi si fosse dissoluta la dieta e si fossero partiti i prencipi senza alcun decreto, (perché, secondo i varii interessi, diversamente averebbono operato, con pericolo di dividere irreconciliabilmente la Germania), si diedero a placar gli animi de' principali cosí dell'una come dell'altra parte, e finalmente si venne alla risoluzione di far un decreto; il qual, se ben in essistenza non concludeva secondo la mente di Cesare, nondimeno mostrava apparenza di concordia fra li stati et obedienza verso l'imperatore. Il contenuto suo fu che, essendo necessario per dar ordine e forma alle cose della religione e per mantenimento della libertà, celebrar un legitimo concilio in Germania overo un universale di tutta la cristianità, il quale s'incomminci inanzi che passi un anno, si debbano mandar ambasciatori a Cesare a pregarlo di voltar l'occhio al misero e tumultuoso stato dell'Imperio e ritornar in Germania quanto prima a procurarlo. Che fra tanto che si ottenga o l'un o l'altro de' concilii necessarii, nella causa della religione e dell'editto di Vormazia tutti li prencipi e stati debbiano nelle loro provincie e giurisdizzioni governarsi in maniera che possino render buon conto delle loro azzioni alla Maestà divina et all'imperatore.

 

 

[Clemente, ingelosito contra Cesare, fa lega col re di Francia et altri]

 

Ma in Italia Clemente, che aveva passato tutto l'anno inanzi in perplessità e timori, parendogli di veder Carlo ora armato in Roma per occupar lo Stato ecclesiastico e racquistare la possessione dell'Imperio romano, occupato coll'arti de' suoi predecessori, ora di vederlo in un concilio a moderar l'autorità pontificia nella Chiesa, senza di che ben vedeva esser impossibile diminuire la temporale, e sopra tutte le cose avendo concetto un mal presaggio che tutti i ministri mandati in Francia per trattar con la madre del re e col governo fossero nel viaggio periti, finalmente nell'uscir di marzo di quest'anno respirò alquanto, intendendo che il re liberato era tornato in Francia. Mandò in diligenza a congratularsi con lui et a concluder la confederazione contra l'imperatore; la qual, poiché fu stabilita in Cugnac il 22 maggio tra sé, quel re et i prencipi italiani con nome di Lega santissima, et assolto il re dal giuramento prestato in Spagna per osservazione delle cose convenute, liberato dal timore, affetto che lo dominava molto, parendoli d'esser in libertà, et irritato sommamente perché non solo in Spagna et in Napoli erano publicate ordinazioni in pregiudicio della corte romana, ma, quel che piú gli premeva, in quei giorni un notaro spagnolo ebbe ardire di comparir in Rota publicamente e far commandamento per nome di Cesare a due napolitani che desistessero di litigar in quell'auditorio, venne in risoluzione di far palese l'animo suo per dar cuore ai collegati; e scrisse a Carlo sotto il 23 giugno un breve assai longo in forma d'invettiva, dove commemorati i beneficii fattigli da sé, cosí essendo cardinale, come doppo nel pontificato, et i partiti grandi che aveva ricusato da altri prencipi per star nella sua amicizia, vedendo d'esser mal rimeritato e non essergli corrisposto né in benevolenza, né meno in osservazione delle promesse, anzi, in contrario, essergli data molta materia di sospezzione e fatte molte offese, con eccitamento di nuove guerre in Italia et altrove, le quali tutte commemorò particolarmente, imputando all'imperatore la colpa di tutti i mali e mostrando che in tutto la dignità pontificale fosse lesa, e passando anco ad un altro genere di offensioni fattegli con aver publicato leggi in Spagna e pragmatiche in Napoli contra la libertà ecclesiastica e la dignità della Sede apostolica, concluse finalmente non secondo il consueto de' pontefici con minaccie di pene spirituali, ma protestandogli che se non vorrà ridursi alle cose del giusto, cessando dall'occupazione d'Italia e da perturbar le altre parti della cristianità, egli non sarà per mancar alla giustizia e libertà d'Italia, nella quale sta la tutela di quella Santa Sede, ma moverà le arme sue giuste e sante contra di lui, non per offenderlo, ma per defender la commune salute e la propria dignità.

Ispedito il dispaccio in Spagna, il dí seguente scrisse et espedí all'imperatore un altro breve senza far menzione del primo; dove in sostanza diceva che egli era stato costretto, per mantenere la libertà d'Italia e soccorrere ai pericoli della Sede apostolica, venir alle deliberazioni che non si potevano tralasciare senza mancar all'ufficio di buon pontefice e di giusto prencipe, alle quali se la Maestà Sua vorrà porger il rimedio a lei facile, utile e glorioso, la cristianità sarà liberata da gran pericolo, di che gli darà piú ampio conto il suo noncio appresso lui residente; che la pregava per la misericordia di Dio d'ascoltarlo e proveder alla salute publica e contener tra i termini del giusto le voglie sfrenate et ingiuriose de' suoi, acciò gli altri possino restar sicuri de' beni e della vita propria. Sotto queste ultime parole comprendeva il pontefice principalmente Pompeio cardinale Colonna, Vespasiano et Ascanio, con altri di quella famiglia seguaci delle parti imperiali et aiutati dal vicerè di Napoli, da quali riceveva quotidianamente varie opposizioni a' suoi pensieri. E quello che nel animo suo faceva impressione maggiore, temeva anco che non gli mettessero in difficoltà il pontificato. Imperò che il cardinal sudetto, uomo ardito e fastuoso, non si conteneva di parlar publicamente di lui come di asceso al pontificato per vie illegitime e, magnificando le cose operate dalla casa Colonna contra altri pontefici (come egli diceva) intrusi et illegitimi, aggiongeva esser fatale a quella famiglia l'odio de' pontefici tiranni et ad essi l'esser ripressi dalla virtú di quella, e minacciava di concilio, facendo ufficio con tutti i ministri imperiali per indur l'imperatore a congregarlo. Di che non solo irritato il pontefice, ma ancora per prevenire, publicò un severo monitorio contra quel cardinale, citandolo a Roma sotto gravissime pene e censure, nel qual anco toccava manifestamente il vicerè di Napoli et obliquamente l'imperatore. Ma non passando prosperamente la mossa d'arme in Lombardia, e differendo a comparir l'essercito del re di Francia, et insieme essendo successa in Ongaria la sconfitta del essercito cristiano e la morte del re Ludovico, e moltiplicando tuttavia in Germania il numero di quelli che seguivano la dottrina di Lutero e ricchiedendo tutti un concilio che conciliasse una pace universale tra' cristiani e mettesse fine a' tanti disordini [..]

 

 

[Il papa per forza dà qualche assentimento al concilio]

 

Il papa, avendo prima composte le cose coi Colonnesi et abolito il monitorio publicato contra il cardinale, congregato il consistorio il dí 13 settembre, con longhissimo discorso commiserò le miserie della cristianità, deplorò la morte del re d'Ongaria et attribuí ogni infortunio all'ira divina eccitata per i peccati, confessando che tutti avevano origine dalla deformazione dell'ordine ecclesiastico; monstrò come era necessario per placarla incomminciare (cosí disse) dalla casa di Dio, al che voler dar lui essempio nella propria persona; scusò la mossa delle armi et il processo contra i Colonna, essortò i cardinali all'emendazione de' costumi; disse che voleva andar in persona a tutti i prencipi per maneggiar una pace universale, risoluto piú tosto di lasciar la vita che cessar da questa impresa sin che non l'avesse condotta ad effetto, avendo nondimeno ferma speranza nell'aiuto di Dio di vederne la conclusione: la qual ottenuta, era risoluto di celebrar il concilio generale per estinguer anco la divisione nella Chiesa e sopir l'eresie. Essortò i cardinali a pensar ciascuno e proporgli tutti quei mezi che giudicassero poter servire a questi due scopi, d'introdur la pace e sradicar l'eresie. Si publicò per Roma et anco per Italia il ragionamento del papa e ne fu mandata copia per mano di molti, e quantonque da' suoi fosse molto aiutato con la commendazione, ebbe però fede di sincero appresso pochi.

Ma in Spagna, essendo state presentate le 2 lettere dal noncio pontificio all'imperatore, l'una un dí doppo l'altra, eccitò molto pensiero nel conseglio di quel prencipe. Credevano alcuni d'essi che Clemente, pentito dell'acerbità della prima, avesse scritta la seconda per medicina, per il che consegliavano che non convenisse mostrarne risentimento. E questa opinione era fomentata da una disseminazione sparsa dal noncio, che con la seconda avesse avuto ordine, se la prima non era presentata, di non darla, ma consegnando solo la seconda, rimandarla. I piú sensati ben vedevano che non vi essendo differenza maggiore che d'un giorno, se fosse stato pentimento averebbe il papa potuto, facendo accelerar il corriere secondo, prevenir il primo; poi non esser verisimile che un prencipe prudente come quello, senza gran consulta, fosse venuto a deliberazione di scriver con tanta acerbità. Però riputavano che fosse stato un artificio di protestare e non voler risposta. E fu risoluto che dall'imperatore fosse immitato, rispondendo parimente alla prima con i termini convenienti alla severità, et un giorno doppo alla seconda, correspondendo alla maniera tenuta in quella.

 

 

[Cesare risponde con gravi querele et imputazioni]

 

E cosí fu esseguito, e sotto il 17 settembre scritta dall'imperatore una lettera apologetica, che nel suo originale conteneva 22 fogli in carta bombacina, la qual Mercurio da Gattinara cosí aperta presentò al noncio e gliela lesse, et in sua presenza la sigillò e consegnò acciò la facesse capitar al papa. Nell'ingresso della lettera mostrò Cesare il modo tenuto dal pontefice esser disconveniente all'ufficio d'un vero pastore e non corrispondente alla filial osservanza usata da sé verso la Sede apostolica e la Santità Sua, la quale lodava tanto le proprie azzioni e condannava con titoli di ambizione et avarizia quelle di lui, che lo costringeva dimostrar la sua innocenzia; et incomminciata la narrazione da quello che passò in tempo di Leone, poi in tempo di Adriano e finalmente nel suo pontificato, andò mostrando in tutte le sue azzioni aver avuto ottima intenzione e necessità d'operare come aveva fatto, rivoltando la colpa nel pontefice; commemorò ancora molti beneficii fattigli, e per il contrario molte trattazioni di esso pontefice contra di lui in diverse occasioni; e finalmente concluse che nissuna cosa piú desiderava che la publica quiete e la pace universale e la giusta libertà d'Italia. Le quali se anco erano desiderate dalla Santità Sua, ella doveva metter giú l'arme, riponendo la spada di Pietro nella vagina; perché, fatto questo fondamento, era facile edificarvi sopra la pace et attender a correger gli errori de' luterani et altri eretici, in che averebbe trovato lui ossequente figliuolo. Ma se la Santità Sua facesse altrimenti, protestava inanzi a Dio et agli uomini che non si poteva ascriver a colpa sua nissuna delle sinistre cose che sarebbono avvenute alla religione cristiana; promettendo che se Sua Santità ammetterà le sue giustificazioni, come vere e legitime, egli non si riccorderà delle ingiurie ricevute. Ma se continuerà contra di lui con l'arme, poi che ciò non sarà far officio di padre, ma di parte, né di pastore, ma di assalitore, non sarà conveniente che sia giudice in quelle cause, né essendovi altro a chi aver ricorso contro di lui, per propria giustificazione rimetterà tutto alla recognizione e giudicio d'un concilio generale di tutta la cristianità, essortando nel Signore la Santità Sua che dovesse intimarlo, in luogo sicuro e congruo, prefigendovi termine conveniente. Perché vedendo lo stato della Chiesa e religione cristiana tutto turbarsi, per proveder alla salute propria e della republica, ricorre ad esso sacro et universal concilio et a quello appella di tutte le minaccie e futuri gravami.

La risposta alla seconda fu sotto il 18 et in quella diceva essersi rallegrato vedendo nelle seconde lettere la Santità Sua trattar piú benignamente e di meglior animo desiderar la pace. La qual se fosse cosí in potestà di lui di stabilire, come in mano d'altri il muover la guerra, vederebbe qual fosse l'animo suo. Se ben tiene che la Santità Sua parli spinta da altri e non d'animo spontaneo, e spera in Dio che ella debbia piú tosto procurar la salute publica, che secondar gli affetti d'altri. Perilché la prega a risguardar le calamità del popolo cristiano. Imperoché egli chiama Dio in testimonio che sempre è per far che ogni uno conosca lui non aver altro fine che la gloria di Dio e la salute del suo popolo, come nelle altre lettere ha scritto piú diffusamente.

 

 

[Cesare conferma le stesse cose per lettere al collegio de' cardinali reiterando la domanda d'un concilio]

 

Scrisse ancora l'imperatore, sotto il 6 ottobre, al collegio de' cardinali, sentir grandissimo dolore che il papa, scordato della dignità pontificia, cercasse turbar la tranquillità publica, e mentre egli pensava per l'accordo fatto col re di Francia aver ridotto tutto 'l mondo in pace, gli fossero sopravenute lettere dal pontefice, quali mai averebbe creduto dover uscir da un padre commune e vicario di Cristo, le quali ancora ha creduto esser state deliberate non senza loro conseglio, pensando che il pontefice non tratti cose di tanto momento, senza communicargliele. Perilché si è molto turbato, vedendo che da un pontefice e da padri di tanta religione procedessero guerre, minaccie e perniciosi consegli contra un imperatore protettore della Chiesa, e tanto benemerito, il qual, per compiacer loro, in Vormazia otturò le orecchie alle preghiere postegli da tutta la Germania contra le oppressioni e gravami che pativa dalla corte romana, non tenendo conto delle oneste dimande fattegli, che fosse convocato un concilio per ovviare alle sudette oppressioni, che sarebbe ovviate insieme all'eresia luterana. Che per servigio della Sede romana ha proibito il convento che la Germania aveva intimato in Spira, prevedendo che sarebbe stato un principio di separar la Germania dall'obedienza romana, et ha divertito i pensieri di quei prencipi col promettergli il concilio. Di che avendo scritto al pontefice e datogli conto, la Santità Sua lo ringraziò che avesse vietato il convento di Spira, e lo pregò a differir di parlar di concilio a tempo piú opportuno. Et egli, per compiacer alla Santità Sua, tenne piú conto di sodisfarlo, che delle preci della Germania tanto necessarie; e con tutto ciò il papa gli scriveva ora lettere piene di querele et imputazioni, dimandandogli anco cose che non poteva con giustizia e con sicurtà sua concedere; delle quali lettere manda loro la copia, avendo voluto significargli il tutto, acciò che sovvengano alla cristianità cadente e si adoprino a divertir il pontefice da cosí perniciosa deliberazione; nella quale se persevererà immobile, lo essortino alla convocazione del concilio; a che quando non voglia condescendere, secondo l'ordine della legge, ricerca Loro Paternità Reverendissime et il sacro collegio che, negando o differendo il pontefice la convocazione, debbiano convocarlo esse, servato il debito ordine. Perché se esse negheranno di concedergli questa giusta dimanda o differiranno piú di quello che sia conveniente, egli provederà con l'autorità imperiale, usando i rimedii giusti et opportuni. Fu presentata questa lettera a 12 di decembre nel consistorio et insieme, anco nel medesimo luogo, fu presentato al pontefice un duplicato della lettera che fu consegnata al noncio in Granata.

Furono immediate stampate in diversi luoghi di Germania, Spagna et Italia tutte queste lettere e n'andarono per mano degli uomini molti essemplari. Le persone che, se ben osservano li accidenti del mondo, non sono però di molta capacità e sogliono viver e regolarsi dagli essempii d'altri e massime delli grandi, e che per le demonstrazioni fatte da Carlo contra i luterani, cosí in Vormazia come in altre occasioni, a favore del pontificato, tenevano che per religione e conscienzia Carlo favorisse la parte del papa, veduta la mutazione dell'imperatore restarono pieni di scandolo, massime per quel che diceva, aver otturato l'orrecchie alle oneste preghiere di Germania per far piacere al pontefice. Et i ben intendenti ebbero openione che quella Maestà non fosse stata ben consegliata a divulgar un tanto arcano e dar occasione al mondo di credere che la riverenza dimostrata verso il papa era un'arte di governo, coperta di manto della religione. Et oltre ciò aspettavano che per quelle lettere si dovesse veder qualche gran risentimento del pontefice, avendo l'imperatore toccati due grand'arcani del pontificato: l'uno, appellando dal papa al futuro concilio contra le constituzioni di Pio e Giulio secondi; l'altro, avendo invitato i cardinali a convocar concilio in caso della negativa data o dilazione interposta dal pontefice; et era necessario che questo principio tirasse seco gran consequenti.

 

 

[Invasione de' Colonnesi]

 

Ma sí come i semi, quantonque fertilissimi, gettati in terra fuori di stagione non producono, cosí i gran tentativi fuori dell'opportunità riescono vani. E tanto avvenne in questa occasione. Perché, mentre il pontefice trattava con le arme sue e di tanti prencipi risentirsi, per dover poi adoperar i rimedii spirituali, doppo fatto qualche fondamento temporale, i Colonnesi, o non fidandosi delle promesse del pontefice o per altra causa, armati gli uomini delle loro terre et altri seguaci di quella fazzione, s'accostarono a Roma dalla parte del Borgo il dí 20 settembre; che messe gran spavento nella famiglia ponteficia, et il papa soprapreso alla sprovista e tutto confuso, non sapendo che risoluzione prendere, dimandava gli abiti pontificali solenni, dicendo voler cosí vestito ad imitazione di Bonifacio VIII, sedendo nella Sede pontificale aspettare di veder se ardissero di aggionger alla prima una seconda violazione della dignità apostolica nella propria persona del pontefice. Ma cesse facilmente al consiglio de suoi che lo persuasero a salvar la persona sua per il corridore nel Castello e non dar occasione d'esser notato d'imprudenza.

Entrarono i Colonnesi in Roma e saccheggiarono tutta la supellettile del palazzo ponteficio e la chiesa di San Pietro. Si estesero ancora alle prime case del Borgo. Ma facendo resistenza gli abitanti e sopravenendo gli Orsini, contraria fazzione, in soccorso, furono costretti ritirarsi nell'alloggiamento sicuro che avevano preso vicino, portando nondimeno la preda del Vaticano con immenso dispiacere del papa, et in quel luogo ingrossandosi ogni giorno piú con aiuti che giongevano da Napoli, il papa, temendo qualche maggior incontro, vinto dalla necessità, chiamò in Castello don Ugo di Moncada, ministro imperiale, concluse con lui tregua per 4 mesi, con condizione che i Colonnesi et i napolitani si ritirassero da Roma, et il papa ritirasse le sue genti di Lombardia; il che esseguendo ambidue le parti, Clemente fece ritornar le genti sue a Roma sotto pretesto d'osservare i capitoli della tregua, e con quelle assicurato fulminò contra tutti i Colonnesi, dichiarandoli eretici e scismatici e scommunicando qualonque gli prestasse aiuto, conseglio o favore overo gli desse ricetto, e privò ancora il cardinale della dignità cardinalizia; il qual ritrovandosi in Napoli, non stimate le censure del papa, publicò un'appellazione al concilio, proponendo non solo l'ingiustizia e nullità de' monitorii, censure e sentenze, ma ancora la necessità della Chiesa universale, la quale, ridotta in manifesto esterminio, non poteva esser per alcun mezo sollevata se non per la convocazione d'un legitimo concilio che la riformasse nel capo e ne' membri; in fine citando Clemente al concilio che l'imperatore averebbe convocato in Spira.

Di questa appellazione o citazione o pur manifesto, da' partegiani de' Colonnesi ne fu affisso in Roma di notte sopra le porte delle chiese principali et in diversi altri luoghi l'essemplare e disseminato per Italia: il che a Clemente causò gran perturbazione, il quale aborriva sommamente il nome di concilio, non tanto temendo la moderazione dell'autorità pontificia e de' commodi della corte, quanto per, i rispetti suoi proprii. Imperoché, quantonque Leone suo cugino, volendolo crear cardinale, facesse provare che tra la madre sua et il padre Giuliano fosse promessa di matrimonio, nondimeno la falsità delle prove era notoria, e se ben non vi è legge che proibisca agli illegitimi d'ascender al pontificato, nondimeno l'openione vulgare è persuasa che con tal qualità non possi star la degnità papale. Lo faceva dubitar assai che ad un tal pretesto, se ben vano, non fosse dato vigore da' suoi nemici sostentati dalla potenza dell'imperatore. Ma piú ancora temeva perché, conscio a se stesso con che arti fosse asceso al pontificato e come il cardinale Colonna avesse maniera di provarle, attesa la severa bolla di Giulio II che annulla l'elezzione simoniaca e vieta che possi esser convalidata per consenso susseguente, aveva gran dubitazione che non avvenisse a sé quello che a Baltassar Cossa detto Giovanni XXIII. Ma che negoziazione fosse di concilio di Spira, non ho potuto venir in maggior cognizione, non avendone trovato menzione se non nel manifesto sopradetto et appresso Paulo Giovio nella vita del sopra nominato cardinale. Nel colmo di questi tumulti venne il fine dell'anno con publica aspettazione e timore dove fosse per cadere tanta tempesta.

 

 

[Il papa è assalito da' cesariani e Roma è presa e saccheggiata]

 

Perilché nel seguente anno 1527 andarono in silenzio le negoziazioni di concilio, secondo l'uso delle cose umane che ne' tempi della guerra le provisioni delle leggi non hanno luogo. Successero nondimeno notabili accidenti, i quali è necessario narrare per l'intelligenzia delle cose che succedettero doppo nella materia che noi trattiamo. Imperoché, pretendendo il vicerè di Napoli che il pontefice, col procedere contra i Colonnesi, avesse violata la tregua et incitato dal cardinale et altri di quella famiglia, ritornò a reinviar le genti sue verso Roma. E dall'altro canto ancora Carlo di Borbone, capo dell'essercito imperiale in Lombardia, non avendo da pagar l'essercito e temendo che si ammutinasse o almeno dileguasse, volendolo in ogni maniera conservare, l'inviò verso lo Stato ecclesiastico, al che anco era incitato efficacemente da Giorgio Fransperg, capitano tedesco, il qual avendo condotto in Italia un numero di 13 in 14 mila soldati di Germania, quasi tutti aderenti alle openioni di Lutero, non con altra paga che con avergli dato un scudo per uno del suo proprio e promesso di condurli a Roma, mostrandogli la grand'occasione di predare e farsi ricchi in una città dove cola l'oro di tutta Europa.

Nel fine di genaro Borbone passò il Po con tutta questa gente e s'inviò verso la Romagna, dalla qual mossa Clemente ebbe molta perturbazione, considerando la qualità della gente e le continue minaccie di Fransperg, che appresso all'insegna faceva portar un laccio, dicendo con quello voler impiccar il papa, per inanimir i suoi a star uniti e sopportar di caminare, ancorché non pagati. Le qual cose tutte indussero il pontefice a dar orecchie a Cesare Fieramosca napolitano, il quale di nuovo venuto di Spagna, gli aveva portato una longa lettera di Cesare piena d'offerte; e fattogli fede che l'imperatore aveva sentito male l'ingresso de Colonnesi in Roma e che era desideroso di pace, indusse il pontefice a prestare orecchie ad una trattazione di tregua, la qual si sarebbe maneggiata tra lui et il vicerè di Napoli. E se ben nel marzo sopravenne un accidente d'apoplessia al capitano Giorgio Fransperg, che lo condusse quasi a morte, nondimeno, perché l'essercito era già entrato nello Stato ecclesiastico e tuttavia caminava, in fine del mese si risolse il papa di venir all'accordo, quantonque lo vedeva dover esser con grand'indignità et anco con dar sospezzione a' collegati e forse alienargli dalla sua difesa. Fu adonque stabilita la sospensione d'arme per otto mesi, pagando il pontefice sessanta mila scudi e concedendo assoluzione dalle censure a' Colonnesi e la restituzione della dignità al cardinale, al che condescese con estrema difficoltà.

Ma la tregua, se ben conclusa col vicerè e seguita la esborsazione de' danari e la restituzione de' Colonnesi, non fu accettata dal duca di Borbone, il qual, seguitando il camino, il dí 5 maggio alloggiò appresso Roma, et il giorno seguente diede l'assalto dalla parte del Vaticano. Dove, quantonque i soldati del papa e la gioventú romana, massime della fazzione guelfa, s'opponesse nel principio arditamente, e Borbone restasse morto d'archibuggiata, nondimeno l'essercito entrò, fuggendo i defensori nel Borgo. Il pontefice, come ne' casi repentini, pieno di timore, con alcuni cardinali si salvò nel Castello; e quantonque fosse consegliato non fermarvisi, ma passar immediate in Roma e di là salvarsi in qualche luogo sicuro, nondimeno, ripudiato il buono conseglio, forse per disposizione di causa superiore, risolvé di fermarvisi. La città ritrovandosi senza capo, restò piena di confusione in maniera che nissun venne al rimedio, che sarebbe stato proprio in quel tempo, di romper i ponti che sopra il Tevere passano dal Borgo in Roma e mettersi alla difesa, il che, se fosse stato fatto, averebbero i romani almeno avuto tempo di retirar le persone di conto e le robe preciose in luogo sicuro; ma non essendo questo fatto, passarono i soldati nella città, spogliarono non solo le case, ma le chiese ancora di tutti gli ornamenti, giettate in terra e conculcate le reliquie et altre cose sacre non di valore, fecero prigioni i cardinali et altri prelati, facendo anco derisione delle persone loro con menarli sopra le bestie vili in abito e con l'insegne pontificali. Certo è che i cardinali di Siena, della Minerva e Ponceta furono bene battuti e menati vilissimamente in processione, e che i cardinali spagnoli e tedeschi, con tutto che si fidassero per esser l'essercito composto de' soldati delle nazioni loro, non furono meno mal trattati delli altri.

Fu assediato il papa, retirato nel Castel Sant'Angelo, e fu costretto ad accordarsi, cedendo il Castello, insieme a' capitani imperiali e consegnando la persona sua prigione in quello, nel quale anco fu tenuto da loro assai stretto; dove essendo per le cose successe in grandissima afflizzione, se glien'aggionse una, secondo la sua stima molto maggiore, che il cardinale di Cortona, il qual era al governo di Fiorenza per suo nome, immediate udita la nuova, si retirò dalla città e la lasciò libera; la quale, subito scacciati i Medici e vindicatasi in libertà, riordinò il suo governo, e la maggior parte de' cittadini dimostrò tanta acerbità verso il papa e la casa sua, che scancellò tutte l'insegne di quelli, eziandio ne' luoghi loro privati, e desformò con molte ferite l'imagini di Leone e di Clemente che erano nella chiesa della Nonciata.

 

 

[Cesare finge dolore e tratta accordo col pontefice]

 

Ma l'imperatore, ricevuto aviso del sacco di Roma e della prigionia del papa, diede molti segni di grandissimo dolore e ne fece dimostrazione col far immediate cessar dalle solenni feste che si facevano in Vagliadolid per essergli nato il figliuolo a 21 di quel medesimo mese; con le qual apparenze averebbe fatto fede al mondo di pietà e religione, se insieme con quelle avesse immediate commandato almeno la liberazione della persona del papa. Ma il mondo, che vidde restar prigione il pontefice ancora 6 mesi, s'accorse quanta differenzia sia dalla verità all'apparenza.

Fu dato immediate principio a trattar dell'accommodamento e liberazione del pontefice, e voleva l'imperatore che fosse condotto in Spagna, giudicando, come veramente sarebbe stato, sua gran riputazione se d'Italia in 2 anni fossero stati condotti in Spagna doi cosí gran prigioni, un re di Francia et un pontefice romano. Ma perché tutta Spagna e specialmente i prelati detestavano di veder con gli occhi una tanta ignominia della cristianità, che fosse menato là prigione chi rappresentava la persona di Cristo, cessò da questa pretensione, avendo anco considerazione di non concitarsi troppo grand'invidia et irritar l'animo del re d'Inghilterra, del quale temeva molto, quando l'avesse constretto a congiongersi piú strettamente di quel che era congionto, per la pace publicata nell'agosto, col re di Francia, il qual aveva già mandato un potente essercito in Italia et ottenuto diverse vittorie in Lombardia. Concesse pertanto in fine dell'anno l'imperatore che il pontefice fosse liberato con questa condizione, che non gli fosse contrario nelle cose di Milano e Napoli, e per sicurità di ciò gli mettesse in mano Ostia, Civitavecchia, Civita Castellana e la rocca di Forlí, e statichi Ippolito et Alessandro suoi nepoti; gli concedesse la cruciata in Spagna et una decima delle entrate ecclesiastiche di tutti i suoi regni. Conclusa la liberazione e ricevuta facoltà di partir di Castello il dí 9 decembre, non si fidò d'aspettar quel tempo, ma ne uscí la notte degli 8 con poca scorta in abito di mercante, e si ritirò immediate a Monte Fiascone, e poco fermatosi, di là passò ad Orvieto.

 

 

[In questi turbamenti la religione s'altera in svizzeri e luoghi vicini]

 

Mentre i prencipi tutti stavano occupati nella guerra, le cose della religione andavano alterandosi in diversi luoghi, dove per publico decreto de' magistrati e dove per sedizione popolare. Imperoché Berna, fatto un solenne convento e de' suoi dottori e de' forestieri, et udita una disputa di piú giorni, ricevé la dottrina conforme a Zurich; et in Basilea, per sedizione popolare, furono ruinate et abbrugiate tutte le imagini e privato il magistrato, et in luogo di quello creati altri e stabilita la nuova religione. E dall'altro canto si congregarono 8 cantoni, quali nelle terre loro stabilirono la dottrina della Chiesa romana, e scrissero una longa essortazione a' bernesi confortandogli a non far mutazione di religione, come cosa che non può aspettar ad un popolo o ad una regione, ma al solo concilio di tutto il mondo. Ma con tutto ciò l'essempio di Berna fu seguitato a Geneva, Costanza et altri luoghi convicini, et in Argentina fatta una publica disputa, per publico decreto fu proibita la messa sin tanto che i defensori di questa dimostrassero che fosse culto grato a Dio, non ostante che dalla camera di Spira gli fosse fatta una grande e longa rimostranza, che non solo ad una città, ma né anco a tutti gli ordini dell'Imperio fosse lecito far innovazione di riti e dottrina, essendo ciò proprio d'un concilio generale o nazionale.

In Italia ancora, essendo questi 2 anni senza papa, senza corte romana, e parendo che le calamità di quelli fossero essecuzione d'una sentenzia divina contra quello governo, molte persone s'accostarono alla riforma, e nelle case private in diverse città, massime in Faenza terra del papa, si predicava contra la Chiesa romana e cresceva ogni giorno il numero di quelli che gli altri dicevano luterani et essi si chiamavano evangelici.

L'anno seguente 1528 l'essercito francese fece gran progresso nel regno di Napoli, occupatolo quasi tutto, il che costrinse i capitani imperiali a condur l'essercito fuori di Roma molto diminuito, parte per quelli che carichi di preda la vollero condur in sicuro e parte per la peste che causò in loro gran mortalità. I collegati facevano grand'instanzia al pontefice che, essendo Roma liberata per necessità e non per volontà dell'imperatore, non avendo piú bisogno di temporeggiar con lui, in quell'occasione si dichiarasse congionto con loro e procedesse contra lui con le arme spirituali, e lo privasse del regno di Napoli e dell'imperio. Ma il papa, cosí per esser stanco da' travagli, come anco perché restando i collegati superiori, averebbono mantenuto la libertà di Fiorenza, il governo della quale egli piú desiderava di ricuperare che di vendicarsi delle ingiurie ricevute de Carlo, fece risoluta deliberazione di non esser contrario, anzi di congiongersi con lui la prima occasione per ricuperar Fiorenza. La quale certo era che, se il re di Francia et i veneziani fossero restati superiori in Italia, averebbero voluto mantener in libertà; tenendo nondimeno questo per allora nel petto suo, si scusò che per la povertà et impotenza sua sarebbe stato di gravezza e non di giovamento a' collegati, e che la privazione dell'imperatore sollevarebbe la Germania per gelosia che non pretendesse di applicar a sé l'autorità di crear l'imperatore. La qual risposta, accorgendosi che da' collegati era penetrato dove mirava, come era eccellente in coprir i suoi dissegni, faceva ogni dimonstrazione d'aver deposto tutti i pensieri delle cose temporali; fece per molti mezi intendere a' fiorentini esser alienissimo dal pensiero d'intromettersi nel loro governo, solamente desiderare che lo riconoscessero come pontefice e non piú di quanto facevano gli altri prencipi cristiani; che non perseguitassero i suoi nelle cose loro private; si contentassero che nelle fabriche di suoi maggiori vi fossero l'insegne loro; d'altro non parlava che della riforma della Chiesa e di ridur i luterani, che era risoluto andar in Germania in persona e dar tal essempio che tutti si sarebbono convertiti. E con tal termini sempre parlò tutto questo anno, in modo che molti credevano certo che le vessazioni mandategli da Dio per emendazione, avessero prodotto il debito frutto. Ma le cose seguite gli anni doppo fecero credere alle persone pie che fossero stata semenza gettata sopra la pietra overo appresso la strada, et a' piú avveduti che fossero esca per addormentar i fiorentini.

 

 

[Il papa entra in trattato con Cesare]

 

Nel seguente anno 1529, maneggiandosi la pace tra l'imperatore et il re di Francia, rimesso l'ardore della guerra, si ritornò alle trattazioni di concilio. Imperoché avendo Francesco Quignones, cardinale di Santa Croce, venuto di Spagna, portato da Cesare al papa la rilassazione di Ostia e Civitavecchia et altre terre della Chiesa consegnate a' ministri imperiali per sicurezza delle promesse pontificie, insieme con ample offerte per parte dell'imperatore, Clemente, attesa la trattazione di pace col re di Francia che si maneggiava e considerando quanto gli interessi suoi ricercassero che si congiongesse strettamente con Carlo, gli mandò Girolamo, vescovo di Vasone, suo maestro di casa, in Barcellona per trattar gli articoli della convenzione; alla conclusione de' quali facilmente si venne, promettendo il papa l'investitura di Napoli con censo solo d'un caval bianco, il iuspatronato delle 24 chiese, passo alle sue genti e la corona imperiale; dall'altro canto l'imperatore promettendo di rimetter in Fiorenza il nipote del papa, figlio di Lorenzo, e dargli Margarita, sua figlia naturale, per moglie, et aiutarlo alla ricuperazione di Cervia, Ravenna, Modena e Reggio occupategli da' veneziani e dal duca di Ferrara. Convennero anco di riceversi insieme alla coronazione con le ceremonie consuete. Solo un articolo fu longamente disputato, proponendo i pontificii che Carlo e Ferdinando si obligassero a costringer con le arme i luterani a ritornare all'ubedienza della Chiesa romana, e ricchiedendo gli imperiali che, per ridurgli, il papa convocasse il concilio generale: sopra che, doppo longa discussione, essendo nel resto convenuti, per non troncare tanti altri importanti dissegni sopra quali erano in buon appontamento, fu deliberato in questo articolo star ne' termini generali e concluso che per ridur i luterani all'unione della Chiesa, il pontefice s'averebbe adoperato con i mezi spirituali, e Carlo e Ferdinando con i temporali; quali sarebbono anco venuti alle arme, quando quelli fossero stati pertinaci, et il pontefice in quel caso sarebbe obligato ad operare che gli altri prencipi cristiani gli porgessero aiuto.

In questo tenore fu conclusa la confederazione con molta allegrezza di Clemente e maraviglia del mondo, come avendo perduto tutto lo Stato e la riputazione, in cosí breve tempo fosse ritornato nella medesima grandezza; il che in Italia, la qual vidde un accidente cosí pieno di varietà, anzi contrarietà, da ciascuno era attribuito a miracolo divino, e dalli amatori della corte ascritto a dimostrazione di favore di Dio verso la sua Chiesa.

Ma in Germania, essendo intimato un convento in Spira, al qual fu dato principio li 15 marzo, vi mandò il papa Giovanni Tomaso dalla Mirandola per essortare alla guerra contra il Turco, promettendo di contribuir esso ancora quanto gli concedessero le sue forze essauste per le calamità patite negli anni passati, et ad assicurare di adoperarsi con ogni spirito per accordar le differenze tra l'imperatore et il re di Francia, acciò, quietate tutte le cose e levati tutti gli impedimenti, si potesse attender quanto prima alla convocazione e celebrazione del concilio per ristabilire la religione in Germania.

 

 

[Nella dieta di Spira i catolici procacciano metter dissensione e diffidenza nella parte avversa; poi si fa decreto d'accomodamento]

 

Nel convento si trattò prima della religione, et i catolici pensarono di metter dissensione tra li avversarii, divisi in 2 openioni, seguitando alcuni la dottrina di Lutero et altri quella di Zuinglio, se il lantgravio di Assia, persona prudente et avveduta, non avesse ovviato al pericolo, mostrando che la differenzia non era di momento e dando speranza che s'averebbe facilmente concordato, e mostrando il danno che sarebbe nato dalla divisione e l'avvantaggio che averebbono avuto gli avversarii. Doppo longa disputa nella dieta per trovar qualche forma di composizione, finalmente si fece il decreto: che essendo stato con sinistre interpretazioni storto il decreto dell'anterior convento di Spira a defender ogni absurdità d'openioni, e pertanto essendo necessario ora dichiararlo, ordinavano che chi aveva osservato l'editto cesareo di Vormazia dovesse continuare nell'osservazione, costringendo anco a ciò il popolo fino al concilio, il quale Cesare dava certa speranza che dovesse esser presto convocato, e chi aveva mutato dottrina e non poteva retirarsi senza pericolo di sedizione si fermasse in quello che era fatto non innovando altro di piú sino al tempo del concilio; che la messa non fosse levata, né meno postole impedimento in nissun luogo dove fosse introdotta la nuova dottrina; che l'anabatesmo fosse sotto pena capitale, secondo l'editto publicato dall'imperatore, il qual ratificavano; e che circa le prediche e stampe fossero servati i decreti delle 2 ultime diete di Norimberga, cioè che i predicatori siano circonspetti, si guardino dall'offender alcuno con parole, non diano occasione al popolo di sollevarsi contra il magistrato, non propongano dogmi nuovi overo poco fondati nelle Sacre lettere, ma predichino l'Evangelio secondo l'interpretazione approvata dalla Chiesa, senza toccar altre cose che sono in disputa, aspettando la determinazione del concilio, dove sarà il tutto legitimamente deciso.

 

 

[Il decreto è contradetto da molti prencipi insieme con molte città, che prendono nome di protestanti]

 

A questo decreto s'opposero l'elettor di Sassonia e cinque altri prencipi, dicendo che non conveniva partirsi dal decreto fatto nell'anterior dieta, nella quale fu concesso a ciascuno la propria religione sino al concilio, il qual decreto, essendo fatto di commun consenso di tutti, non si poteva, se non con commun consenso, mutare. Che nella dieta di Norimberga fu molto chiaramente veduta l'origine e causa delle dissensioni, et il medesimo pontefice la confessò, al quale furono mandate le dimande et esplicati i 100 gravami; né per questo si era veduta alcuna emendazione. Che in tutte le deliberazioni sempre era stato concluso non esser via piú espediente per levar le controversie che il concilio. Quale mentre s'aspetta, l'accettar il decreto fatto da loro sarebbe un negar la parola di Dio pura e monda, et il conceder la messa rinovar gli disordini. Che lodavano ben quella particola di predicar l'Evangelio secondo l'interpretazioni approvate dalla Chiesa, ma però restava in dubio qual fosse la vera Chiesa. Che il stabilir un decreto cosí oscuro era aprir la strada a molte turbe e controversie, e che però in nissun modo volevano assentir al decreto, e del suo parer n'averebbono dato conto a tutti et a Cesare ancora. E mentre che si darà principio ad un concilio generale di tutta la cristianità, overo nazionale di Germania, non faranno cosa che con ragione possi essere reprobata.

A questa dicchiarazione si congionsero 14 città principali di Germania e da questo venne il nome de' protestanti, col quale sono chiamati quelli che seguitano la religione rinovata di Lutero, imperoché questi prencipi e città diedero fuora la loro protesta et appellazione da quel decreto a Cesare et al futuro concilio generale overo nazionale di Germania et a tutti i giudici non sospetti.

 

 

[Origine delle differenze sacramentali tra Lutero e Zuinglio]

 

E perché si è fatta menzione della differenzia d'opinione nella materia dell'eucaristia tra Lutero e Zuinglio, è ben narrar qui come, essendo principiata la rinovazione della dottrina in doi luoghi e da due persone independenti l'una dall'altra, cioè da Lutero in Sassonia e da Zuinglio in Zurich, essi furono concordi in tutti i capi della dottrina sino al 1525, et allora, nell'esplicar il misterio del santissimo sacramento dell'eucaristia, se ben s'accordarono ambidoi con dire che il corpo et il sangue di Nostro Signore Giesu Cristo sono nel sacramento solamente in uso e sono ricevuti col cuore e con la fede, nondimeno insegnava Lutero che le parole dette da Nostro Signore: «Questo è il mio corpo», debbiano esser ricevute in senso nudo e semplice; et in contrario insegnava Zuinglio, che erano parole figurate spiritualmente e sacramentalmente, non carnalmente intese; e la contenzione s'accrebbe sempre e fecesi ogni giorno piú acerba, massime dal canto di Martino, il qual la trattava con maniera assai aspra verso la contraria parte. E questo diede materia a' catolici nella dieta di Spira, tenuta questo anno, di valersene (come s'è detto) a metter in diffidenzia e disgusto una parte con l'altra. Ma il lantgravio d'Assia, che, scoperto l'artificio delli avversarii, aveva tenuti i suoi in concordia con speranza di conciliare le contrarie opinioni, cosí per mantener la sua promessa, come per ovviare a' pericoli futuri, procurò che si venisse a colloquio; sollecitò i svizzeri che dovessero mandare i suoi, et assegnò luogo per la conferenzia la città di Marpurg e tutto l'ottobre dell'istesso anno 1529. Là si ridussero di Sassonia Lutero con doi discepoli, e di svizzeri Zuinglio et Ecolampadio. Disputarono Lutero e Zuinglio solamente, e la disputa continuò piú giorni; con tutto ciò non fu mai possibile che convenissero, o fosse questo, perché essendo passata la controversia tanto inanzi, pareva che si trattasse dell'onore delli autori; overo perché, come avviene in tutte le questioni verbali, la tenuità della differenza è fomento dell'ostinazione; o per quello che Martino doppo qualche tempo scrisse ad un amico che, vedendo molto moto eccitato, non volse con la forma di dire zuingliana, sopra modo aborrita da' romanisti, render i suoi prencipi piú essosi et esporgli a pericolo maggiore. Ma fosse qual si voglia di queste la causa, una piú universale è ben vera, che piacque alla Maestà divina servirsi di quella differenzia d'opinioni per diversi effetti seguiti doppo. Fu necessario metter fine al colloquio senza conclusione, se non che convennero per opera del lantgravio in questo, che essendo d'accordo nelli altri capi, dovessero per l'avvenire astenersi dalle acerbità in questo particolare, pregando Dio che mostrasse qualche lume di concordia. La qual conclusione, quantonque deliberata con prudenza e, come essi dicevano, con carità, non seguita da' successori, ritardò assai il progresso della rinovata dottrina. Perché nelle cause di religione ogni subdivisione è potente arma in mano della contraria parte.

 

 

[Il papa e Cesare si trovano insieme in Bologna]

 

Ma essendo, come si è detto, conclusa la lega tra 'l papa e l'imperatore, fermato l'ordine per la coronazione, fu deputata per questo effetto la città di Bologna, non parendo al papa conveniente che quella solennità si facesse in Roma con l'intervento di quelli che doi anni prima l'avevano saccheggiata; cosa che fu anco grata a Carlo, come quella che faceva le ceremonie di piú breve ispedizione, il che era desiderato da lui per passar in Germania quanto prima. Arrivò perciò in Bologna prima il pontefice, come maggiore, e poi l'imperatore a' 5 di novembre, dove si fermò per 4 mesi, abitando in un istesso palazzo col papa. Molte cose furono trattate da questi due prencipi, parte per quiete universale della cristianità e parte per interesse dell'uno e dell'altro. Le principali furono la pace generale d'Italia e l'estinzione de' protestanti in Germania: della prima non appartiene al soggetto che si tratta parlare; ma per quello che tocca a' protestanti, da alcuni conseglieri di Cesare era proposto che, considerata la natura de' tedeschi, tenaci della libertà, fosse meglio con mezi soavi e dolci rapresentazioni e dissimulando molte cose, operare che i prencipi all'obedienzia pontificia ritornassero, perché essendo levata quella protezzione a' nuovi dottori, al rimanente sarebbe facilmente rimediato. E per far questo, il vero e proprio rimedio esser il concilio, cosí perché da loro era richiesto, come anco perché a quel nome augusto e venerando ogni uno s'inclinerebbe.

Ma il pontefice, che di nissuna cosa piú temeva che di un concilio, e massime quando fosse celebrato di là da' monti, libero e con intervento di quelli che già apertamente avevano scosso il giogo dell'obedienza, vedeva benissimo quanto fosse facil cosa che da questi fossero persuasi anco gli altri. Oltre di ciò considerava che, se ben la causa sua era commune con tutti li vescovi, quali le rinovate opinioni cercavano di privare delle ricchezze possedute, nondimeno anco tra loro e la corte romana restava qualche materia di disgusti, pretendendo essi che fosse usurpata loro la collazione de' beneficii con le reservazioni e prevenzioni, et ancora levata gran parte dell'amministrazione e tirata a Roma con avocazione di cause, riservazioni di dispense et assoluzioni et altre tal facoltà, che, già communi a tutti i vescovi, s'avevano i pontefici romani appropriate. Onde si figurava che la celebrazione del concilio dovesse esser una totale diminuzione dell'autorità pontificale. Per il che voltò tutti i suoi pensieri a persuader l'imperatore che il concilio non era utile per quietare i moti di Germania, anzi pernizioso per l'autorità imperiale in quelle provincie. Gli considerava due sorti di persone infette: la moltitudine et i prencipi e grandi; esser verisimile che la moltitudine sia ingannata, ma il sodisfarla nella dimanda del concilio non esser mezo per illuminarla, anzi per introdur la licenzia populare. Se si concedesse di metter in dubio o ricercar maggior chiarezza della religione, averebbe immediate preteso di dar anco legge al governo e con decreti restringer l'autorità de' prencipi, e quando avessero ottenuto di essaminare e discutere l'autorità ecclesiastica, impararebbono a metter difficoltà anco nella temporale. Gli mostrò esser piú facile opporsi alle prime dimande della moltitudine che, doppo, averla compiacciuta in parte, volergli metter termine. Quanto a' prencipi e grandi, poteva tener per certo essi non aver fine di pietà, ma d'impadronirsi de' beni ecclesiastici e diventar assoluti, riconoscendo niente o poco l'imperatore, e molti di loro conservarsi intatti da quella contagione per non aver ancora scoperto l'arcano, il qual fatto manifesto, tutti s'adrizzeranno allo stesso scopo. Non esser dubio che il pontificato, perduta la Germania, perderebbe assai; maggior però sarebbe la perdita imperiale e della casa d'Austria; a che, volendo provedere, non aveva altro mezo che severamente adoperare l'autorità e l'imperio, mentre la maggior parte l'ubidiva; nel che era necessaria la celerità, inanzi che il numero cresca maggiormente e sia scoperto dall'universale il commodo che vi sia seguendo quelle opinioni. Alla celerità tanto necessaria niente esser piú contrario che trattar di concilio; perché, quantonque ognuno s'inclinasse e non vi fosse posto impedimento alcuno, non si potrà però congregar se non con longhezza d'anni, né trattar le cose se non con prolissità; il che solo voleva considerare; perché parlare delli impedimenti che si eccitarebbono per diversi interessi di persone che con vari pretesti si opponerebbono, interponendo dilazione per il meno a fine di venirne a niente, sarebbe cosa infinita. Esser sparsa fama che i pontefici non vogliono concilio per timore che l'autorità loro sia ristretta: raggione che in lui non fa impressione alcuna, essendo l'autorità sua data da Cristo immediate con promessa che manco le porte dell'inferno non potranno prevalere contra quella, et avendo l'esperienza de' tempi passati mostrato che per nissun concilio celebrato è stata diminuita l'autorità pontificale; anzi, che seguendo le parole del Signore, i padri l'hanno sempre confessata assoluta et illimitata, come è veramente. E quando i pontefici, per umiltà o per altro rispetto, si sono astenuti d'usarla intieramente, i padri sono stati autori di fargliela metter tutta in essecuzione. E questo può veder chiaro chi leggerà le cose passate; perché sempre i pontefici si sono valuti di questo mezo contra le nuove opinioni di eretici et in ogni altra necessità con aumento dell'autorità loro. E quando si volesse anco tralasciar la promessa di Cristo, che è il vero et unico fondamento, e considerar le cose in termini umani, il concilio consta di vescovi, ai vescovi la grandezza pontificia è utile, perché da quella sono protetti contra i prencipi e popoli. I re et altri soprani ancora, che hanno inteso et intenderanno ben le regole di governo, sempre favoriranno l'autorità apostolica, non avendo altro mezo di reprimer e tener in ufficio i loro prelati, quando hanno spirito di trapassare il grado proprio. Concluse il papa esser nell'animo suo tanto certo dell'essito che poteva parlarne come profeta et affermare che facendo concilio seguirebbono maggiori disordini in Germania. Perché chi lo richiede, mette inanzi per pretesto di continuare sino allora nelle cose attentate; quando da quello le openioni loro saranno condannate, che altro non può succeder, piglieranno altra coperta per detraer al concilio, e per fine l'autorità cesarea in Germania resterà annichilata et in altri luoghi concussa; la ponteficia in quella regione si diminuirà e nel resto del mondo s'amplificherà maggiormente. E però tanto piú doveva Cesare creder al parer suo, quanto non era mosso da proprio interesse, ma da desiderio di veder la Germania riunita alla Chiesa e l'imperatore ubedito. Che era irreuscibile, se non si fosse trasferito in Germania quanto prima et immediate usata l'autorità con intimare che senza alcuna replica fosse esseguita la sentenzia di Leone e l'editto di Vormazia, non ascoltando qualonque cosa i protestanti siano per dire, dimandando o concilio o maggior instruzzione, o allegando la loro appellazione e protesta o altra iscusazione, che tutti non possono esser se non pretesti d'impietà; ma al primo incontro di disubedienzia passando alla forza, la quale gli sarebbe stata facile usare contra pochi, avendo tutti i prencipi ecclesiastici e la maggior parte de' secolari, che s'averebbono armato con lui a questo effetto; che cosí, e non altrimenti, conviene al ufficio dell'imperatore, avvocato della Chiesa romana, et al giuramento fatto nella coronazione d'Aquisgrana e che doverà far nel ricever la corona per mano sua. Finalmente esser cosa chiara che la tenuta del concilio e qualonque altra trattazione o negociazione che si introducesse in questa occasione, necessariamente terminerebbe in una guerra. Esser adonque meglio tentar di componer quei disordeni col vigor dell'imperio et assoluto commando, cosa che si può reputar dover riuscir facilmente, e quando ciò non si potesse ben effettuare, venir piú tosto alla forza et arme, che rilasciar il freno alla licenzia popolare, alla ambizione de' grandi et alla perversità degli eresiarchi.

Queste ragioni, se ben disdicevoli in bocca di frate Giulio de' Medici, cavalier di Malta (che cosí si chiamava il pontefice inanzi fusse creato cardinale) non che di Clemente papa VIII, valsero nondimeno appresso Carlo, aiutate dalle persuasioni di Mercurio da Gattinara, cancellier imperiale e cardinale, al qual fece il papa molte promesse, e particolarmente d'aver risguardo ai suoi parenti e dependenti nella prima promozione de' cardinali che preparava far, et anco dalla propria inclinazione di Cesare d'aver in Germania imperio piú assoluto di quello che fu concesso al suo avo et all'avo del padre.

 

 

[Cesare intima una dieta in Augusta]

 

Si fecero in Bologna tutti gli atti e solite ceremonie della coronazione, alla quale fu dato compimento il 24 febraro, e Cesare, risoluto di passar personalmente in Germania per metter fine a quei disordeni, intimò la dieta imperiale in Augusta per li 8 aprile, e nel marzo si pose in viaggio.

Partí l'imperatore da Bologna con questa ferma risoluzione, di operare nella dieta con l'autorità e con l'imperio sí, che i prencipi separati ritornassero all'obedienza della Chiesa romana, e proibir le prediche e libri della rinovata dottrina; et il pontefice gli diede in compagnia il cardinal Campeggio, come legato, che lo seguisse nella dieta. Mandò ancora Pietro Paulo Vergerio noncio al re Ferdinando, dandogli instruzzione di operare con lui che nella dieta non si disputasse, né si deliberasse cosa alcuna della religione, né meno si risolvesse di far concilio in Germania a questo effetto, e per aver questo prencipe favorevole, il quale, come fratello di Cesare e che era stato tanti anni in Germania, pensava che dovesse poter molto, gli concesse di poter cavar una contribuzione dal clero di Germania per la guerra contra i turchi e di potersi anco valere delli ori et argenti deputati ad ornamento delle chiese.

Alla dieta arrivarono quasi tutti i prencipi inanzi Cesare, il qual vi gionse a' 13 di giugno, vigilia della festa del Corpus Domini, et intervenne alla processione il giorno seguente, non avendo però potuto ottenere che i prencipi protestanti si contentassero d'esser presenti, la qual cosa essendo sentita con estremo dispiacere dal legato per il pregiudicio fatto al pontefice con quella (diceva egli) contumacia, per superar questo passo e far intervenire alle ceremonie della Chiesa romana i protestanti, fu autore che Cesare, 8 giorni doppo, dovendosi dar principio alla radunanza, ordinò all'elettore di Sassonia che portasse la spada inanzi, secondo il suo ufficio, nell'andar e star alla messa. All'elettore pareva di contravenir alla professione sua se condescendeva, e di perder la dignità sua ricusando, avendo presentito che sopra la sua repugnanza Cesare era per dar l'onore ad un altro. Ma fu consegliato da' suoi teologi, discepoli di Lutero, che senza alcun'offesa della sua conscienzia poteva farlo, intervenendo come ad una ceremonia civile, non come a religiosa, con l'essempio del profeta Eliseo, il qual non ebbe per inconveniente che il capitano della milizia di Soria, convertito alla vera religione, s'inclinasse nel tempio dell'idolo quando s'inclinava il re, appoggiato sopra il suo braccio. Conseglio che da altri non era approvato, potendosi da quello concludere che ad ogni uno fosse lecito intervenire a tutti i riti d'altra religione come a ceremonie civili, non mancando a qual si voglia persona raggione di necessità, overo utilità, che l'induca all'intervento. Ma altri, approvando il conseglio e la deliberazione dell'elettore, concludevano appresso che se i nuovi dottori avessero usato per il passato et usassero all'avvenire questa ragione, in molte occasioni non sarebbe aperta la porta a diversi inconvenienti, dovendo con quell'essempio esser lecito a ciascuno, per conservar la dignità propria o lo stato suo o la grazia del suo signore o d'altra persona eminente, non ricusar di prestar assistenza a qualonque azzione alla quale, se ben gli altri intervenissero come ad atto religioso, esso vi assistesse come a cosa civile.

In quella messa, inanzi l'offertorio, fece un'orazione latina Vicenzo Pimpinello, arcivescovo di Rosano, noncio apostolico, nella quale non parlò ponto di cosa alcuna spirituale o religiosa, ma solo rimproverò alla Germania l'aver sopportato tanti mali da' turchi senza vindicarsi, e con molti essempi de' capitani antichi della republica romana gli essortò alla guerra contra loro; il disavantaggio della Germania disse essere perché i turchi ubedivano a un solo prencipe, dove in Germania molti non rendevano obedienzia; che i turchi vivono in una religione et i germani ogni giorno ne fabricano di nuove e si ridono della vecchia come rancida; gli riprese che volendo far mutazione di fede, non avessero cercato almeno una piú santa e piú prudente; che imitando Scipion Nasica, Catone, il popolo romano et i loro maggiori, averebbono osservato la catolica religione; gli essortò finalmente a lasciar quelle novità et attender alla guerra.

Nel primo consesso della dieta il cardinal Campeggio legato presentò le lettere della sua legazione, e fece un'orazione latina nel convento in presenzia di Cesare, la sostanza della quale fu che, delle tante sette le quali in quel tempo regnavano, la causa era la carità e benevolenzia estinta; che la mutazione della dottrina e de' riti aveva non solo lacerata la Chiesa, ma orribilmente destrutto ogni polizia. Al qual male per rimediare, i pontefici passati avendo mandato legazioni alle diete e non essendosi fatto frutto, Clemente aveva inviato lui per essortar, consegliar et operar quel tutto che avesse potuto per restituir la religione; e lodato l'imperatore, essortò tutti ad ubedire quello che ordinerà e risolverà nelle cause della religione et intorno gli articoli della fede. Essortò alla guerra contra turchi, promettendo che il papa non perdonerà alla spesa per aiutargli. Gli pregò per amor di Cristo, per la salute della patria e loro propria, che deposti gli errori, attendessero a liberar la Germania e tutto 'l cristianesmo; che cosí facendo il papa, successor di san Pietro, gli dava la benedizzione.

 

 

[I protestanti presentano alla dieta la lor confessione]

 

All'orazione del legato, di ordine dell'imperatore e della dieta, rispose il Magontino: che Cesare, per debito di supremo avvocato della Chiesa, tenterà tutti i mezi per componere le discordie, impiegherà tutte le sue forze nella guerra contra turchi, e tutti i prencipi si giongeranno con lui operando sí fattamente che le loro azzioni saranno approvate da Dio e dal papa. Udite doppo questo altre legazioni, l'elettor di Sassonia, con gli altri prencipi e città protestanti congionte seco, presentò all'imperatore la confessione della loro fede scritta in latino e tedesco, facendo instanzia che fosse letta, né volendo l'imperatore che si leggesse in quel publico, fu rimesso questo al giorno seguente, quando il legato, per non ricever qualche pregiudicio, non volle intervenire, ma congregati i prencipi inanzi all'imperatore in una sala capace di circa 200 persone, fu ad alta voce letta, e le città che seguivano la dottrina di Zuinglio separatamente presentarono la confessione della loro fede, non differente dalla sudetta, se non nell'articolo dell'eucaristia.

La confessione de' prencipi, che poi da questo comizio dove fu letta si chiamò augustana, conteneva due patti: nella prima erano esposti gli articoli della loro fede in numero 21 dell'unità divina, del peccato originale, dell'incarnazione, della giustificazione, del ministerio evangelico, della Chiesa, del ministerio de' sacramenti, del battesimo, dell'eucaristia, della confessione, della penitenzia, dell'uso de' sacramenti, dell'ordine ecclesiastico, de' riti della Chiesa, della republica civile, del giudicio finale, del libero arbitrio, della causa del peccato, della fede e buone opere, del culto de' santi. Nella seconda erano esplicati i dogmi differenti della Chiesa romana e gli abusi che i confessionisti reprobavano; e questi erano esplicati in articoli 7, assai longamente distesi: della santa communione, del matrimonio de' preti, della messa, della confessione, della distinzione de' cibi, de' voti monacali e della giurisdizzione ecclesiastica. Si offerivano in fine, bisognando, di presentar ancora informazione piú ampla. Ma nel proemio di essa esposero aver messo in scritto la sua confessione per obedir alla proposta di Sua Maestà che tutti dovessero presentargli la loro openione; e però, se anco li altri prencipi daranno in scritto le loro, sono apparecchiati di conferir amicabilmente per venir ad una concordia; alla quale quando non si possi pervenire, avendo la Sua Maestà in tutte le precedenti diete fatto intender di non poter determinare e concludere alcuna cosa in materia di religione, per diversi rispetti allora allegati, ma ben esser per operare col pontefice romano che sia congregato un concilio generale, e finalmente avendo fatto dir nel convento di Spira che, essendo vicino a componersi le differenzie tra Sua Maestà e l'istesso pontefice, non si poteva piú dubitare che il papa non fosse per acconsentir al concilio, si offerivano di comparire e di render ragione e difender la loro causa in un tal general, libero e cristiano consesso, del quale si è sempre trattato nelle diete celebrate gli anni del suo imperio. Al qual concilio anco, et a Sua Maestà insieme, hanno in debita forma di ragione appellato; alla qual appellazione ancora aderiscono, non intendendo né per questo trattato, né per alcun altro abandonarla, se la differenzia non sarà prima in carità ridotta a concordia cristiana

In quel giorno non si passò ad altro atto. Ma l'imperatore, prima che far risoluzione alcuna, volle aver l'aviso del legato; il qual letta e considerata con i teologi, d'Italia condotti, la confessione, se ben il giudicio loro fu che si dovesse oppugnare e publicare sotto nome di lui una censura, con tutto ciò egli, prevedendo che averebbe dato occasione di maggiori tumulti, e dicendo chiaramente che quanto alla dottrina in buona parte la differenzia gli pareva verbale e poco importava il dir piú ad un modo che ad altro e non esser ragionevole che la Sede apostolica entri in parte nelle dispute delle scole, non consentí che il suo nome fosse posto nelle contenzioni. Et all'imperatore fece risposta che non faceva bisogno per allora entrar in stretto essamine della dottrina, ma considerare l'essempio che s'averebbe dato a tutti li spiriti inquieti e sottili, a' quali non averebbono mancato infinite altre novità da proporre con non minore verisimilitudine, le quali avidamente sarebbono state udite per il prurito d'orrecchie che eccitano nel mondo le novità. E quanto agli abusi notati, il correggerli causerebbe maggiori inconvenienti di quelli che si pensa rimediare. Il suo parere esser che, essendo letta la dottrina de' luterani, per levare il pregiudizio fosse letta una confutazione parimente, la quale non si publicasse in copie, per non aprir strada alle dispute, e s'attendesse col mezo del negozio ad operare che i protestanti ancora s'astenessero dal caminar piú inanzi, proponendo favori e minaccie. Ma la confessione letta, negli animi de' catolici che l'udirono fece diversi effetti: alcuni ebbero i protestanti per piú empii di quello che si erano persuaso prima che fossero informati delle loro particolari opinioni; altri, in contrario, rimessero molto del cattivo concetto in che gli avevano, riputando i loro sensi non tanto assurdi quanto avevano stimato, anzi, quanto a gran parte degli abusi confessavano che con ragione erano ripresi. Non è da tralasciare, che 'l cardinal Matteo Langi, arcivescovo di Salzburg, a tutti diceva esser onesta la riforma della messa e conveniente la libertà ne' cibi e giusta la dimanda d'esser sgravati di tanti precetti umani, ma che un misero monaco riformi tutti non esser cosa da sopportare. E Cornelio Scopero, secretario dell'imperatore, disse che se i predicatori protestanti avessero danari, facilmente comprarebbono dagli italiani qual religione piú gli piacesse, ma senza oro non potevano sperare che la loro potesse rilucere nel mondo.

 

 

[Cesare, seguendo il parer del legato, fa rifiutar detta confessione]

 

Cesare, conforme al conseglio del legato, approvato da' conseglieri proprii ancora, desideroso di componer il tutto con la negoziazione, cercò prima di separar gli ambasciatori delle città dalla congionzione con i prencipi; il che non essendo riuscito, fece far una confutazione della scrittura de' protestanti et una altra a parte di quella che produssero le città, e convocata tutta la dieta, disse a' protestanti d'aver considerato la confessione presentatagli e dato ordine ad alcuni pii et eruditi di doverne far il loro giudicio; e qui fece legger una confutazione d'essa, nella quale, tassate molte delle opinioni loro, nel fine si confessava nella Chiesa romana esser alcune cose che meritavano emendazione, alle quali Cesare prometteva che sarebbe proveduto; e però dovessero i protestanti rimettersi a lui e ritornar alla Chiesa, certificandoli che ottenerebbono ogni loro giusta dimanda; ma altrimenti facendo, egli non mancarebbe di mostrarsi protettore e defensore di quella.

I prencipi protestanti s'offerirono pronti per far tutto quello che si poteva, salva la conscienzia, e se con la Scrittura divina in mano gli fosse mostrato esser qualche errore nella loro dottrina, di correggerlo, o se vi fosse bisogno di maggiore dichiarazione, dicchiararla. E perché de' capi proposti da loro, alcuni nella confutazione gli erano concessi, altri rifiutati, se delle confutazioni gli fosse data copia, si esplicarebbono piú chiaramente.

Dopo molte trattazioni finalmente furono eletti 7 de' catolici e 7 de' protestanti, i quali conferissero insieme per trovar modo di composizione; né potendo convenire, il numero fu ristretto a 3 per parte; e se ben furono accordati alcuni pochi ponti di dottrina meno importanti et altre cose leggieri appartenenti ad alcuni riti, finalmente si vidde che la conferenza non poteva in modo alcuno terminar a concordia, perché nissuna delle parti si disponeva a conceder le cose importanti all'altra. Consumati molti giorni in questa trattazione, fu letta la confutazione della confessione presentata dalle città; la qual udita, gli ambasciatori di quelle risposero che erano recitati molti articoli della loro scrittura altrimenti che da loro erano stati scritti, e tirate a cattivo senso molte altre delle cose da loro proposte per rendergli odiosi. Alle quali obiezzioni tutte averebbono risposto, se gli fosse data copia della confutazione; fra tanto pregare che non si voglia credere calonnia, ma aspettare d'udire la loro difesa. Fu negato di dargli copia, con dire che Cesare non vuole permettere che le cose della religione siano poste in disputa.

Tentò l'imperatore, per via della prattica, di persuader i prencipi, massime con dire che essi erano pochi e la loro dottrina nuova. che era stata sufficientemente confutata in questa dieta; esser grande l'ardire loro di voler dannar d'errore et eresia e falsa religione l'imperial Maestà, tanti prencipi e stati di Germania, co' quali comparati essi non fanno numero; e quello che è peggio, aver anco per eretici i loro proprii padri e maggiori, e dimandar concilio, ma nondimeno tra tanto volendo caminar inanzi negli errori. Le quali persuasioni non giovando, poiché negavano la loro dottrina esser nuova et i riti della romana Chiesa essere antichi, Cesare, mettendo in opera gli altri rimedii consegliati dal legato Campeggio, fece trattar con ciascuno a parte, proponendo qualche sodisfazzione nelle cose di loro interesse molto desiderate, et anco mettendo loro inanzi diverse opposizioni et attraversamenti che egli averebbe eccitati alle cose loro, mentre persistessero fermi nella risoluzione di non riunirsi alla Chiesa. Ma, o perché quei prencipi pensassero di far ben i fatti loro perseverando, o pur perché anteponessero ad ogni altro interesse il conservar la religione appresa, gli ufficii, se ben potenti, non partorirono effetto. Nemeno poté ottener Cesare da loro che si contentassero di conceder nelle loro terre l'essercizio della religione romana, sino al concilio, che egli prometteva doversi intimare fra 6 mesi, avendo i protestanti penetrato ciò esser invenzione del legato pontificio, il qual non potendo ottener di presente il suo intento, giudicava far assai se, con stabilir in ogni luogo l'uso della dottrina romana, mettesse confusione ne' popoli già alienati, onde restasse la via aperta alli accidenti che potessero dar occasione d'estirpar la nuova. Perché, quanto alla promessa d'intimar il concilio fra 6 mesi, sapeva ben che molti impedimenti s'averebbono potuto alla giornata pretendere per metter dilazione, e finalmente per deluder ogni aspettazione.

Non avendosi potuto concludere alcuna cosa, partirono i protestanti in fine d'ottobre, e Cesare fece un editto per stabilimento degli antichi riti della religione catolica romana; il quale insomma conteneva: che non si mutasse cosa alcuna nella messa, nel sacramento della confirmazione e dell'estrema onzione, che le imagini non fossero levate d'alcun luogo e le levate fossero riposte, che non fosse lecito negar il libero arbitrio, né meno tener opinione che la sola fede giustifica, che si conservassero i sacramenti, le ceremonie, i riti, l'essequie de' morti nel medesimo modo, che i beneficii si dessero a persone idonee, e che i preti maritati o lascino le mogli, o siano soggetti al bando, tutte le vendite de' beni della Chiesa et altre usurpazioni siano irritate, nell'insegnar e predicar non si possi uscir di questi termini, ma si essorti il popolo ad udir la messa, invocar la Vergine Maria e gli altri santi, osservar le feste e digiuni, dove i monasterii et altri sacri edificii sono stati destrutti, siano reedificati, e sia ricercato il pontefice di far il concilio et inanzi 6 mesi intimarlo in luogo idoneo, e doppo, fra un anno al piú longo, dargli principio; che tutte queste cose siano ferme e stabili, e nissuna appellazione o eccezzione che se gli faccia contra abbia luogo, e che per conservar questo decreto ogni uno debbia metter tutte le sue forze e facoltà e la vita ancora et il sangue, e la camera proceda contra chi s'opponerà.

 

 

[Il papa, mal sodisfatto di Cesare, per la riputazione simula desiderar il concilio]

 

Il pontefice, avuta notizia delle cose nella dieta successe per aviso del suo legato, fu toccato d'un interno dispiacere d'animo, scoprendo che se ben Carlo aveva ricevuto il suo conseglio, usando l'imperio e minacciando la forza, però non aveva proceduto come avvocato della Chiesa romana, al quale non appartiene prender cognizione della causa, ma esser mero essecutore de' decreti del pontefice; a che era affatto contrario l'aver ricevuto e fatto legger le confessioni e l'aver instituito colloquio per accordar le differenze. Si doleva sopra modo che alcuni ponti fossero accordati, e maggiormente che avesse acconsentito l'abolizione d'alcuni riti, parendogli che l'autorità pontificia fosse violata quando cose di tanto momento sono trattate senza participazione sua; se almeno l'autorità del suo legato fosse intervenuta, s'averebbe potuto tolerare. Considerava appresso che l'aver a ciò consentito i prelati, era con sommo suo pregiudicio, e sopra tutto gli premeva la promessa del concilio, tanto aborrito da lui: nella quale, se ben pareva fatta onorevole menzione dell'autorità sua, però l'aver prescritto il tempo di 6 mesi a convocarlo e d'un anno a principiarlo era metter mano in quello che è proprio del pontefice e far l'imperatore principale et il papa ministro. Osservando questi principii, concluse che poco buona speranza poteva aver nelle cose di Germania, ma che conveniva pensare ad un defensivo, acciò il male non passasse all'altre parti del corpo della Chiesa. E poiché non si poteva rifar altrimenti il passato, era prudenza non mostrar che fosse contra suo voler, ma farsene esso autore, dovendo in tal modo ricever minor percossa nella riputazione.

Per tanto diede conto delle cose passate a tutti i re e prencipi, spedendo sue lettere sotto il primo decembre, tutte dell'istesso tenore: che sperava potersi estinguer l'eresia luterana con la presenzia di Cesare, e che per tal causa principalmente era andato a Bologna per fargliene instanzia, se ben lo conosceva in ciò da se stesso assai animato; ma avendo avisi dell'imperatore e del Campeggio, suo legato, che i protestanti si sono fatti piú ostinati, esso, avendo communicato il tutto con i cardinali et insieme con loro avendo chiaramente veduto che non vi resta altro rimedio se non l'usato da' maggiori, cioè un generale concilio, per tanto gli essorta ad aiutar con la presenzia loro, o veramente per mezo di ambasciatori nel concilio che si convocherà, una causa cosí santa che egli quanto prima si potrà ha deliberato metter in effetto, intimando un generale e libero concilio in qualche luogo commodo in Italia. Le lettere del pontefice furono a tutto 'l mondo note, facendo opera i ministri pontificii in ogni luogo che passassero a notizia di tutti; non perché né il papa né la corte desiderassero o volessero applicar l'animo al concilio, dal quale erano alienissimi, ma per trattener gli uomini, acciò con l'aspettazione che gli abusi et inconvenienti sarebbono presto rimediati, restassero fermi nell'ubidienzia. Però pochi restarono ingannati, non essendo difficile scoprire che l'instanzia fatta a prencipi di mandare ambasciatori ad un concilio, del quale non era determinato né tempo né luogo né modo, era troppo affettata prevenzione.

 

 

[I protestanti chiedono daddovero il concilio]

 

Ma i protestanti da quelle lettere presero essi ancora occasione di scrivere medesimamente ai re e prencipi; e l'anno seguente nel mese di febraro, per nome commune di tutti, formarono una lettera a ciascuno di questo tenore: essere nota alle Maestà loro la vecchia querimonia fatta dalli uomini pii contra i vizii ecclesiastici, notati da Giovanni Gersone, Nicolò Clemangis et altri in Francia, e da Giovanni Colletto in Inghilterra, e da altri altrove; il che anco era avvenuto in questi prossimi anni in Germania, nata occasione per il detestabile et infame guadagno che alcuni monachi facevano publicando indulgenze. E da questo passando a narrar tutte le cose doppo successe sino all'ultima dieta, seguirono dicendo che i loro avversarii erano intenti ad eccitar Cesare et altri re contra loro, usando varie calunnie, le quali sí come hanno ributtate nella Germania, cosí piú facilmente le confuterebbono in un concilio generale di tutto 'l mondo, al quale si rimetteranno, purché sia tale che in lui non abbiano luogo i pregiudicii et affetti. Che tra le calonnie date loro questa è la principale, che dannino i magistrati e sminuiscano la dignità delle leggi; il che non solo non è vero, ma, sí come hanno mostrato nella dieta d'Augusta, la loro dottrina onora i magistrati, defende il valor delle leggi piú che sia stato mai fatto nelle altre età, insegnando a' magistrati che lo stato loro e quel genere di vita è gratissimo a Dio, e predicando a' popoli che sono tenuti a prestar onore et obedienza al magistrato per commandamento di Dio, il quale non lascierà senza punizione i disubedienti, poiché il magistrato ha il governo per ordinazione divina. Che hanno voluto scriver queste cose ad essi re e prencipi di tanta autorità per scolparsi appresso loro, pregandogli a non dar fede alle calonnie e servar il loro giudicio intiero, sino che gli imputati abbiano luogo di scolparsi publicamente. E per ciò vogliono pregare Cesare che per utilità della Chiesa congreghi quanto prima un concilio pio, libero, in Germania, e non voglia procedere con la forza sino che la cosa non sia disputata e definita legitimamente.

Rispose il re di Francia con lettere molto ufficiose, in sostanza rendendo grazie della communicazione d'un affare di tanto momento: mostrò essergli stato molto grato intender la loro discolpazione, approvar l'instanza che i vizii siano emendati, nel che troveranno congionta anco la volontà sua con la loro; la ricchiesta del concilio esser giusta e santa, anzi necessaria, non solo per i bisogni di Germania, ma per tutta la Chiesa; non essere cosa onesta venir alle armi dove si può con la trattazione metter fine alle controversie. Del medesimo tenore furono anco le lettere del re d'Inghilterra, oltre che in particolare si dicchiarò desiderare esso ancora il concilio e volersi interporre con Carlo per trovar modo di concordia.

Andata per tutta Germania la notizia del decreto imperiale, immediate fu dato principio ad accusar nella camera di Spira quelli che seguivano la nuova religione, da chi per zelo e da altri per vendetta di proprie inimicizie e da alcuni ancora per occupar i beni delli avversarii; furono fatte molte sentenze, molte dicchiarazioni e molte confiscazioni contra prencipi, città e privati, e nissuna ebbe luogo, se non qualcuna contra quelli privati, i beni de' quali erano nel dominio de' catolici. Dalli altri le sentenze erano sprezzate con gran diminuzione non solo della riputazione della camera, ma anco di quella di Cesare; il quale si avvide presto che la medicina non era appropriata al male, che quotidianamente andava facendosi maggiore. Perché i prencipi e città protestanti, oltre il tener poco conto de' giudicii camerali, si erano ristretti tra loro e preparati alla difesa e fortificatisi anco con le intelligenze forestiere, sí che caminando le cose inanzi, si vedeva nascere una guerra pericolosa per ambe le parti, et in qualunque modo l'essito succedesse, perniziosa alla Germania. Per il che concesse che alcuni prencipi si interponessero e trovassero modo di concordia. Per questo effetto anco si negoziarono molti capi e condizioni di convenzione per tutto questo anno del 1531, e per dargli qualche conclusione fu ordinata una dieta in Ratisbona per l'anno seguente.

 

 

[In svizzeri crescono i turbamenti. Zuinglio è morto in battaglia]

 

Tra tanto le cose restavano piene di sospezzioni, onde le diffidenzie tra l'una parte e l'altra piú tosto crescevano. Et occorse questo anno anco ne' svizzeri un notabile evento, il quale fu causa di componer le cose tra loro: imperoché, quantonque la controversia nata per causa della religione tra quei di Zurich, Berna e Basilea da una parte contra i cantoni pontificii fosse stata piú volte per interposizione di diversi sopita per allora, gli animi però restavano essulcerati, e nascendo quotidianamente qualche nuova occasione di disgusti, spesso le controversie si rinovavano. Questo anno furono grandissime, avendo tentato quei di Zurich e di Berna d'impedir le vettovaglie a cinque cantoni, perilché l'una parte e l'altra s'armarono. Nel campo de' zuricani uscí con loro Zuinglio, se ben da molti amici essortato a rimaner a casa e lasciar ch'un altro andasse a quel carico; il che egli non volse a nissun modo, per non parer che solo nella Chiesa dasse animo al popolo e gli mancasse in occasione pericolosa. Vennero a giornata alli 11 ottobre, nella quale quei di Zurich ebbero il peggio e restò anco Zuinglio morto; di che ebbero piú allegrezza i catolici che della vittoria, anzi, per questo fecero diversi insulti et ignominie a quel cadavero, e quella morte fu potissima causa che, per interposizione d'altri, di nuovo s'accommodarono insieme, ritenendo tutte due le parti la propria religione; tenendo per fermo i cinque cantoni catolici che, levato di mezo quello che stimavano con le sue prediche esser stato autore della mutazione di religione nel paese, tutti dovessero ritornar alla vecchia; nella qual speranza si confermarono tanto piú, perché Ecolampadio, ministro in Basilea, unanime con Zuinglio, morí pochi giorni doppo per afflizzione d'animo contratta per la perdita dell'amico, attribuendo i catolici l'una e l'altra morte alla divina providenza che, compassionando la nazione elvetica, avesse puniti e levati i ministri della discordia. E certamente è pio e religioso pensiero l'attribuir alla divina providenza la disposizione d'ogni evenimento; ma il determinar a che fine siano da quella somma sapienza gli eventi inviati è poco lontano dalla prosonzione. Gli uomini tanto strettamente e religiosamente sposano l'opinioni proprie, che si persuadono quelle esser altretanto amate e favorite da Dio come da loro. Ma le cose succedute ne' seguenti tempi hanno mostrato che, doppo la morte di questi due, li cantoni chiamati evangelici hanno fatto maggior progresso nella dottrina da loro ricevuta: argomento manifesto che da piú alta causa venne che dall'opera di Zuinglio.

 

 

[Cesare conosce la necessità del concilio e lo richiede a Clemente]

 

In Germania si negoziò la concordia de' protestanti con gli altri dalli elettori di Mogonza e palatino, e molte scritture furono fatte e mutate, perché non davano intiera sodisfazzione né all'una né all'altra parte. Il che fece venir Cesare in resoluzione che 'l concilio fusse sommamente necessario, e conferita la sua deliberazione col re di Francia, mandò uomo in posta a Roma per trattarne col pontefice e col collegio de' cardinali. Non faceva l'imperatore capitale di luogo prescritto né di altra condizione speciale, purché la Germania restasse sodisfatta, sí che i protestanti vi intervenissero e sottomettessero; la qual sodisfazzione il re ancora diceva esser giusta e s'offeriva per coadiuvare. Fu esposta l'ambasciata al pontefice in questi termini: che avendo tentato l'imperatore ogni altra via per riunire i protestanti alla Chiesa, avendo adoperato l'imperio, le minaccie, gli ufficii et il mezo della giustizia ancora, non restando piú se non o la guerra o il concilio, né potendo venir alle arme, poiché le preparazioni che faceva il turco contra lui lo proibivano, era necessitato ricorrere all'altro partito, e però pregar la Sua Santità che, imitando i suoi predecessori, si contentasse di conceder un concilio al quale i protestanti non facessero difficoltà di sottomettersi, avendo loro piú volte offerto di star alla determinazione d'uno libero, nel quale debbiano esser giudici persone non interessate.

Il papa, che in modo alcuno non voleva concilio, udita la ricchiesta, non potendo darvi aperta negativa, acconsentí, ma in modo che sapeva che non sarebbe accettato. Propose per luogo una delle città dello Stato ecclesiastico, nominando Bologna, Parma overo Piacenza, città capaci di ricever una moltitudine et opulenti per nodrirla e d'aria salubre e con territorio amplo circostante, dove i protestanti non dovevano far difficoltà d'andare per dover esser uditi; a quali egli averebbe dato pieno et ampio salvocondotto, e si sarebbe trovato ancora in persona, acciò le cose fussero trattate con pace cristiana e non fusse fatto torto ad alcuno. Non poter in alcun modo consentire di celebrarlo in Germania, perché l'Italia non comportarebbe d'esser posposta, e la Spagna e Francia, che nelle cose ecclesiastiche cedono all'Italia per la prerogativa del pontificato che è proprio di quella, non vorrebbono ceder alla Germania, e sarebbe poco stimata l'autorità di quel concilio dove vi fussero soli tedeschi e pochi d'altra nazione, perché indubitatamente italiani, francesi e spagnoli non s'indurrebbono ad andarvi. La medicina non si mette nella potestà dell'infermo, ma del medico; per il che la Germania, corrotta per la moltiplicità e varietà delle nuove opinioni, non potrebbe dare in questa materia buon giudicio come l'Italia, Francia e Spagna che sono ancora incorrotte e perseverano tutte intiere nella soggezzione della Sede apostolica, la quale è madre e maestra di tutti i cristiani. Quanto al modo di definire le cose in concilio, diceva il pontefice non esser necessario trattar altro, non potendo in questo nascere difficoltà, se non si voleva far una nuova forma di concilio, non piú nella Chiesa usata: esser cosa chiara che nel concilio non hanno voto se non i vescovi, per dritto del canone, e gli abbati, per consuetudine, et alcuni altri per privilegio ponteficio; gli altri, che pretendono esser uditi, debbono sottomettersi alla determinazione di questi, facendosi ogni decreto per nome della sinodo, se il papa non interviene in persona; ché essendovi la sua presenza, ogni decreto si spedisce sotto suo nome, con la sola approbazione de' padri della sinodo. I cardinali ancora parlavano nell'istesso tenore, sempre però interponendo qualche ragione a mostrare che 'l concilio non era necessario, stante la determinazione di Leone, la qual essequendo, tutto sarebbe rimediato: e chi ricusa di rimettersi alla determinazione del papa, massime seguita col conseglio de' cardinali, maggiormente sprezzarà ogni decreto conciliare. Vedersi chiaro che i protestanti non chiamano concilio, se non per interpor tempo all'essecuzione dell'editto di Vormazia: perché sanno bene che il concilio non potrà far altro che approvare quello che Leone ha terminato, se non vorrà esser conciliabolo, come tutti quelli che si sono scostati dalla dottrina et ubedienzia pontificia.

L'ambasciator cesareo, per trovar temperamento, ebbe molti congressi col pontefice e con due cardinali, da quello sopra ciò deputati. Considerò che non l'Italia, né la Francia, né la Spagna avevano il bisogno di concilio, né lo ricchiedevano; però non era in proposito metter in conto i loro rispetti; che per medicar i mali di Germania era ricercato, a' quali dovendo esser proporzionato, conveniva eleger luogo dove tutta quella nazione potesse intervenire; che quanto alle altre, bastavano i soggetti principali, poiché di quelle non si trattava; che le città proposte erano dotate di ottime qualità, ma lontane da Germania, e quantonque la fede di Sua Santità dovesse assicurar ogni uno, però i protestanti esser insospettiti per diverse ragioni, e vecchie e nuove, tra quali riputavano la minima che Leone X, suo cugino, già gli aveva condannati e dichiarati eretici. E se ben tutte le ragioni si risolvono con questo solo, che sopra la fede del pontefice ogni uno debbe acquetarsi, nondimeno la Santità Sua, per la molta prudenza e maneggio delle cose, poteva conoscer esser necessario condescendere all'imperfezzione degli altri, e, compassionando, accommodarsi a quello che, quantonque secondo il rigore non è debito, però secondo l'equità è conveniente. E quanto a' voti deliberativi del concilio, discorreva che, essendo introdotti per consuetudine e parte per privilegio, s'apriva un gran campo a lui d'essercitar la sua benignità, introducendo altra consuetudine piú propria a' presenti tempi. Perché, se già gli abbati per consuetudine furono admessi per essere gli piú dotti et intendenti della religione, la ragione vuole che al presente si faccia l'istesso con persone d'ugual o maggior dottrina, se ben senza titolo abbaciale. Ma il privilegio dar materia di sodisfar ogni uno, perché concedendo simile privilegio a qualonque persona che possi far il servigio di Dio in quella congregazione, si farà apponto un concilio pio e cristiano come il mondo desidera.

 

 

[Cesare chiede libertà a' protestanti fin al concilio]

 

A queste ragioni essendo risposto con i motivi detti di sopra, non poté Cesare ottener altro dal pontefice, onde restò per allora il negozio imperfetto, et attese l'imperatore a sollecitar il trattato di concordia incomminciato; il quale ridotto a buon termine, instando la guerra turchesca, fu publicata finalmente la composizione alli 23 di luglio che fosse pace commune e publica tra la Cesarea Maestà e tutti li Stati dell'Imperio di Germania, cosí ecclesiastici come secolari, sino ad un generale, libero e cristiano concilio, e fra tanto nissuno per causa di religione possi mover guerra all'altro, né prenderlo o spogliarlo o assediarlo, ma tra tutti sia vera amicizia et unità cristiana. Che Cesare debbia procurar che 'l concilio sia intimato fra 6 mesi e fra un anno incomminciato. Il che se non si potesse fare, tutti li stati dell'Imperio siano chiamati et adunati per deliberare quello che si doverà fare, cosí nella materia del concilio come nelle altre cose necessarie. Che Cesare debbia suspendere tutti i processi giudiciali in causa di religione fatti dal suo fiscale o da altri contra l'elettore di Sassonia e suoi congionti, sino al futuro concilio overo alla deliberazione sudetta delli stati.

Dall'altra parte l'elettor di Sassonia e gli altri prencipi e città promettessero di servare questa publica pace con buona fede e render a Cesare la debita ubedienza e conveniente aiuto contra il Turco; la qual pace Cesare con sue lettere date alli 2 d'agosto ratificò e confermò; sospese anco tutti li processi, promettendo di dar opera per la convocazione del concilio fra sei mesi, e per il principio fra un anno. Diede anco conto a' prencipi catolici della legazione mandata a Roma per la celebrazione del concilio, soggiongendo che per ancora non si erano potute accordar alcune difficoltà molto grandi circa il modo e luogo. Però continuerebbe operando che si risolvessero e che il pontefice venisse alla convocazione, sperando che non sarebbe per mancar al bisogno della republica et al suo ufficio; ma quando ciò non riuscisse, intimerebbe un'altra dieta per trovarvi rimedio.

Fu questa la prima libertà di religione che gli aderenti alla confessione di Lutero, chiamata augustana, ottennero con publico decreto, del quale variamente si parlava per il mondo. A Roma era ripreso l'imperatore d'aver messo (dicevano) la falce nel seminato d'altri, essendo ogni prencipe obligato con strettissimi legami di censure all'estirpazione de' condannati dal pontefice romano; in che debbono ponere l'aver, lo Stato e la vita e tanto piú gli imperatori che fanno di ciò giuramenti tanto solenni. Ai quali avendo contravenuto Carlo con inaudito essempio, doversi temere di vederne presto la celeste vendetta. Ma altri commendavano la pietà e la prudenza dell'imperatore, il qual avesse anteposto il pericolo imminente al nome cristiano per le arme de' turchi, che de diretto oppugnano la religione, a' quali non averebbe potuto resistere senza assicurar i protestanti, cristiani essi ancora, se ben differenti dalli altri in qualche riti particolari, differenzia tolerabile. La massima tanto decantata in Roma, che convenga piú perseguitar gli eretici che gli infideli, essere ben accommodata al dominio pontificio, non però al beneficio della cristianità. Alcuni anco, senza considerare a' turchi, dicevano li regni e prencipati non doversi governare con le leggi et interessi de' preti, piú d'ogni altro interessati nella propria grandezza e commodi, ma secondo l'essigenza del publico bene, quale alle volte ricerca la toleranza di qualche difetto. Esser il debito d'ogni prencipe cristiano l'operare ugualmente che i soggetti suoi tengano la vera fede, come anco che osservino tutti i commandamenti divini, e non piú quello che questo. Con tutto ciò, quando un vizio non si può estirpare senza ruina dello Stato, esser grato alla Maestà divina che sia permesso, né esser maggior l'obligo di punir gli eretici che i fornicatori, quali se si permettono per publica quiete, non esser maggior inconveniente se si permetteranno quelli che non tengono tutte le nostre opinioni. E quantonque non sia facile allegare essempio de' prencipi che abbiano ciò fatto da 800 anni in qua, chi risguarderà però i tempi inanzi, lo vederà fatto da tutti e lodevolmente, quando la necessità ha costretto. Se Carlo, doppo aver tentato per 11 anni di rimediare alle dissensioni della religione con ogni mezo, non ha potuto ottenerlo, chi potrà riprenderlo che, per esperimentare anco quello che si può far col concilio, abbia tra tanto stabilita la pace in Germania per non vederla andar in rovina? Non saper governar un prencipato altri che il proprio prencipe, il qual solo vede tutte le necessità. Distruggerà sempre lo Stato suo qualonque lo governerà risguardando gli interessi d'altri: tanto riuscerebbe il governar Germania secondo che i romani desiderano, come governar Roma a gusto de' tedeschi.

A nissuno che leggerà questo successo doverà esser maraviglia se questi e molti altri discorsi passavano per mente delli uomini, essendo cosa che a tutti tocca nell'interno, poiché si tratta se ciascuna delle reggioni cristiane debbiano esser governate come il loro bisogno et utilità ricercano, o se siano serve d'una sola città, per mantener le commodità della quale debbiano le altre spendere se stesse et anco desolarsi. I tempi seguenti hanno dato e daranno in perpetuo documenti che la risoluzione dell'imperatore fu conforme a tutte le leggi divine et umane. Il pontefice, che di questo ne fu piú di tutti turbato, come quello che di governo di Stato era intendentissimo, vidde bene di non avere ragione di querelarsi, ma insieme anco concluse che gli interessi suoi non potevano convenire con quei dell'imperatore e però nell'animo s'alienò totalmente da lui.

 

 

[Cesare e 'l papa s'abboccano di nuovo a Bologna]

 

Scacciato il Turco dall'Austria, Cesare passò in Italia et in Bologna venne in colloquio col pontefice, dove trattarono di tutte le cose communi; e se ben tra loro fu rinovata la confederazione, dal canto però del pontefice non vi era intiera sodisfazzione, e per la libertà di religione concessa in Germania, come si è detto, e perché non erano concordi nella materia del concilio. Perseverava l'imperatore, conforme alla proposizione dell'ambasciatore suo l'anno inanzi, ricchiedendo concilio tale che potesse medicar i mali di Germania: il che non poteva esser, se i protestanti non vi avevano dentro parte. Il pontefice insisteva nella deliberazione d'allora, che non averebbe voluto concilio di sorte alcuna, ma pure, quando vi fosse stato necessità di farlo, che non si celebrasse fuori d'Italia e che non vi avessero voto deliberativo se non quelli che le leggi pontificie determinavano. Alla volontà del pontefice Cesare si sarebbe accommodato, quando si fosse trovato via di operare che i protestanti si fossero contentati, e per certificar di ciò il pontefice propose che mandasse in Germania un noncio, et egli un ambasciatore, per trovar forma e temperamento a queste difficoltà, promettendo che l'ambasciatore suo si reggerebbe secondo la volontà del noncio. Il pontefice ricevette il partito, non però pienamente sodisfatto dell'imperatore, tenendo per fermo che quando l'ufficio di ambedue i ministri non avesse sortito effetto, Carlo averebbe cercato che la Germania avesse sodisfazzione, e d'allora risolvé Clemente di restringersi col re di Francia per poter con quel mezo metter sempre impedimento a quello che l'imperatore proponesse.

In essecuzione del partito proposto et accettato, doppo la Pasca dell'anno 1533 mandò il pontefice Ugo Rangone, vescovo di Reggio; il qual andato con un ambasciatore di Cesare a Giovanni Federico, elettore di Sassonia, che pochi mesi inanzi era successo al morto padre come principale de' protestanti, espose la sua commissione: che Clemente dal principio del suo pontificato sempre aveva sopra le altre cose desiderato che le differenze di religione nate in Germania si componessero, e per ciò vi aveva mandato molte persone eruditissime; e se bene la fatica loro non era riuscita, ebbe il pontefice nondimeno speranza che all'andata di Cesare doppo la sua coronazione il tutto si perfezzionasse; né avendo sortito il fine desiderato, Cesare, ritornato in Italia, gli aveva dimostrato che non vi era rimedio piú commodo che per un concilio generale, desiderato ancora da' prencipi di Germania. La qual cosa essendo piacciuta al pontefice, cosí per bene publico come per far cosa grata a Cesare, aveva mandato lui per pigliar appuntamento del modo del futuro concilio e del tempo e del luogo. E che quanto al modo et ordine proponeva il pontefice alcune condizioni necessarie.

La prima, che dovesse esser libero e generale, sí come per il passato i padri sono stati soliti di celebrare. Poi, che quelli da chi è ricercato il concilio promettino et assicurino di dover ricever i decreti che saranno fatti: imperoché altrimente la fatica sarebbe presa in vano, non giovando fare leggi che non si vogliano osservare; poi, ancora, che chi non potrà esser presente, vi mandi ambasciatori per fare la promessa e dar la cauzione. Appresso di questo esser necessario che tra tanto tutte le cose restino nello stato che si ritrovano e non si faccia nissuna novità inanzi il concilio. Aggionse il noncio che, quanto al luogo, il pontefice aveva avuta longa, frequente e grande considerazione; imperoché bisognava provederlo fertile che potesse supplire di vettovaglie ad un tanto celebre concorso, e di aria salutifero ancora, accioché dalle infirmità non sia impedito il progresso. E finalmente gli pareva molto commodo Piacenza, Bologna, overo Mantova, lasciando che la Germania eleggesse qual luogo piú le piaceva di questi. Ma aggiongendo che, s'alcun prencipe non venirà o non manderà legati al concilio e recuserà d'ubedire a' decreti, sarà giusto che tutti gli altri defendano la Chiesa. In fine concluse che, se dalla Germania sarà risposto a queste proposte convenientemente, il pontefice immediate tratterà con gli altri re, e tra 6 mesi intimarà il concilio, da principiarsi un anno dopo, accioché si possa far provisione di vettovaglie, e tutti, massime i piú lontani, si possano preparar al viaggio.

 

 

[Le proposte intorno al concilio sono rifiutate da' protestanti in Smalcalda]

 

Diede il noncio la sua proposizione anco in scrittura, e l'ambasciatore dell'imperatore fece l'istesso ufficio coll'elettore. Il qual avendo ricchiesto spacio per rispondere, sentí il noncio di ciò piacere inestimabile, non desiderando egli altro che dilazione, et ebbe la risposta per presagio che il suo negozio dovesse sortir riuscita felice, e non si poté contenere di non lodarlo che interponesse spacio in una deliberazione che lo meritava. Rispose nondimeno dopo pochi giorni l'elettore, avere sentito molta allegrezza che Cesare et il pontefice siano venuti in deliberazione di far il concilio, dove, secondo la promessa fatta piú volte alla Germania, si trattino legitimamente le controversie con la regola della parola divina. Che egli, quanto a sé, volontieri risponderebbe allora alle cose proposte; ma perché sono molti prencipi e città che nella dieta d'Augusta hanno ricevuta la medesima confessione che lui, non esser conveniente ch'egli risponda senza loro, né meno utile alla causa; ma essendo intimato un convento per li 24 di giugno, si contenti di concedere questa poca dilazione per aver conclusione piú commune e risoluta. Tanto maggiore fu il piacere e la speranza del noncio, il qual averebbe desiderato che la dilazione fosse piú tosto d'anni che di mesi. Ma i protestanti, ridotti in Smalcalda al sudetto tempo, fecero risposta ringraziando Cesare che, per la gloria di Dio e salute della republica, abbia preso questa fatica di far celebrar un concilio; la qual fatica vana riuscirebbe, quando fosse celebrato senza le condizioni necessarie per risanare i mali di Germania; la quale desidera che in esso le cose controverse siano definite col debito ordine, e spera d'ottenerlo, avendo anco Cesare in molte diete imperiali promessone un tale, quale con matura deliberazione de' prencipi e stati è stato risoluto che si celebrasse in Germania; atteso che essendo con occasione delle indulgenze predicate scopertosi molti errori, il pontefice Leone condannò la dottrina et i dottori che manifestarono gli abusi, nondimeno quella condanna fu oppugnata con i testimonii de' profeti e delli apostoli. Onde è nata la controversia, la quale non può esser terminata se non in un concilio, dove la sentenza del pontefice e la potenza di qual si sia non possa pregiudicar alla causa, e dove il giudicio si faccia non secondo le leggi delli pontefici o le opinioni delle scole, ma secondo la Sacra Scrittura. Il che quando non si facesse, vanamente sarebbe presa una tanta fatica, come si può veder per gli essempii di qualche altri concilii celebrati per inanzi.

Ora le proposizioni del pontefice esser contrarie a questo fine, alle ricchieste delle diete et alle promesse dell'imperatore. Perché, quantonque il papa proponga un libero concilio in parole, in fatti però lo vuole ligato, sí che non possano esser ripresi i vizii né gli errori, et egli possa defender la sua potenza. Non essere domanda raggionevole che alcuno si oblighi a servar i decreti prima che si sappia che ordine e che modo e forma si debbia tenere in fargli: se il papa sia per voler che la suprema autorità sia appresso di lui e de' suoi, se vorrà che le controversie siano discusse secondo le Sacre Lettere overo secondo le leggi e tradizioni umane. Parergli anco cavillosa quella clausola che il concilio debbia esser fatto secondo il costume vecchio: perché, intendendosi di quell'antico, quando si determinava conforme alle Sacre Lettere, non lo ricusarebbono; ma i concilii dell'età superiore esser molto differenti da quei piú vecchi, dove troppo è stato attribuito a' decreti umani e pontificii. Esser speciosa la proposta, ma levar affatto la libertà dimandata e necessaria alla causa. Pregar Cesare che voglia operarsi che il tutto passi legitimamente. Tutti i popoli esser attenti e star in speranza del concilio e domandarlo con voti e preghiere, che si volterebbono in gran mestizia e crucio di mente, quando questa aspettazione fosse delusa con dar concilio sí, ma non quale è desiderato e promesso. Non esser da dubitare che tutti gli ordini dell'Imperio e gl'altri re e prencipi ancora non siano del medesimo parer di rifiutare quei lacci e legami con che il pontefice pensa di stringerli in un nuovo concilio; all'arbitrio del quale se sarà permesso maneggiar le cose, rimetteranno il tutto a Dio e pensaranno a quello che doveranno fare. E con tutto ciò, se fossero citati con sicurezza certa e legitima, quando vedessero di poter operare alcuna cosa in servigio divino, non tralasciarebbono di comparire, con condizione però di non consentire alle dimande del pontefice né a concilio non conforme a' decreti delle diete imperiali. In fine pregavano Cesare di non ricevere la loro risoluzione in sinistra parte et operare che non sia confermata la potenza di quelli che già molti anni incrudeliscono contra gli innocenti.

Deliberarono i protestanti non solo di mandare la risposta al papa et a Cesare, ma di stamparla ancora, insieme con la proposizione del noncio, la quale dal medesimo pontefice fu giudicata imprudente e troppo scoperta. Perilché, sotto colore che fosse vecchio et impotente a sostener il carico, lo ricchiamò e scrisse al Vergerio, noncio al re Ferdinando, che dovesse ricever quel carico con la medesima instruzzione, avvertendo ben d'aver sempre a mente di non si partire in conto alcuno dalla sua volontà, né ascoltar alcuno temperamento, ancoraché il re lo ricercasse, accioché imprudentemente non lo gettasse in qualche angustia et in necessità di venir all'atto di concilio, il qual non era utile per la Chiesa, né per la Sede apostolica.

 

 

[Il papa, sdegnato contra Cesare per questa instanza del concilio, si collega col re di Francia]

 

Mentre che queste cose si trattavano, il pontefice, che prevedeva la risposta che sarebbe venuta di Germania e che già in Bologna aveva concetta poca confidanza con Cesare, si alienò totalmente dall'amicizia, perché nella causa di Modena e Reggio, vertente tra Sua Santità et il duca di Ferrara, rimessa dalle parti al giudicio dell'imperatore, egli prononciò per il duca. Per tutte le qual cause il papa negoziò confederazione col re di Francia, la qual si concluse e stabilí anco col matrimonio di Enrico, secondogenito regio, e di Catarina de' Medici, pronepote di Sua Santità. E per dar perfetto compimento al tutto, Clemente andò personalmente a Marsilia per abboccarsi col re. Il qual viaggio intendendo esser dall'universal ripreso, come non indrizzato ad alcun rispetto publico, ma alla sola grandezza della casa, egli giustificava, dicendo esser intrapreso a fine di persuader il re a favorir il concilio per abolire l'eresia luterana. Et è vero che in quel luogo, oltre le altre trattazioni, fece ufficio con la Maestà cristianissima accioché si adoperasse con i protestanti, e massime col lantgravio d'Assia, che doveva andar a trovarlo in Francia, per fargli desistere dal domandare concilio, proponendo loro che trovassero ogni altra via per accommodare le differenze e promettendo che esso ancora averebbe coadiuvato con buona fede et opere efficaci al suo tempo.

Fu l'ufficio fatto dal re; né però poté ottenere, allegando il lantgravio che nissun altro modo era per ovviare alla desolazione di Germania, e tanto era non parlar di concilio, quanto dar spontaneamente nella guerra civile. Trattò in secondo luogo il re che si contentassero del concilio in Italia; né a questo fu acconsentito, dicendo i tedeschi, che questo partito era peggiore del primo, il qual solamente gli metteva in guerra, ma questo in manifesta servitú corporale e spirituale; a quale non si poteva ovviare, se non col concilio e luogo libero: onde condescendendo in grazia di Sua Maestà a tutto quello che si poteva, averebbono cessato d'insistere nella dimanda che si celebrasse in Germania, purché si deputasse altro luogo fuori d'Italia e libero, eziandio che fosse all'Italia vicino.

Diede il re, nel principio dell'anno 1534, conto al pontefice di quello che aveva operato, e s'offerí di fare che si contentassero i protestanti del luogo di Geneva. Il pontefice, ricevuto l'avviso, fu incerto se il re, quantonque confederato e parente, avesse caro di vederlo in travagli, o pur se in questo particolare mancasse della prudenza che usava in tutti gli affari; ben concluse che non era utile adoperarlo in questa materia, e gli scrisse ringraziandolo dell'opera fatta, senza rispondergli al particolare di Geneva, et a molti della corte, che perciò erano entrati in sollecitudine, fece buon animo, accertandoli che per niente (diceva egli) era per consentir a tal pazzia.

 

 

[L'Inghilterra si separa dalla Chiesa romana per cagione del divorzio di Enrico VIII]

 

Ma in questo anno, in luogo di racquistar la Germania, perdette il pontefice l'ubedienza d'Inghilterra, per aver in una causa proceduto piú con colera e con affetto, che con la prudenza necessaria a' gran maneggi. Fu l'accidente di grand'importanza e di maggiore consequenza; quale per narrare distintamente, bisogna comminciare dalle prime cause donde ebbe origine.

Era maritata al re Enrico VIII d'Inghilterra Catarina, infante di Spagna, sorella della madre di Carlo imperatore. Questa era stata in primo matrimonio moglie di Arturo, prencipe di Gales, fratello maggiore di Enrico; doppo la morte del quale con dispensa di papa Giulio II, il padre loro la diede in matrimonio ad Enrico VIII, rimasto successore. Questa regina molte volte era stata gravida, e sempre aveva partorito overo aborto, overo creatura di breve vita, se non una sola figliuola. Enrico, o per ira conceputa contra l'imperatore, o per desiderio di figliuoli, o per qual causa si sia, si lasciò entrare nella mente scrupulo che il matrimonio non fosse valido, e conferito questo con i suoi vescovi, si separò da se stesso dal congresso della moglie. I vescovi fecero ufficio con la regina che si contentasse di divorzio, dicendo che la dispensa pontificia non era valida, né vera. La regina non volse dar orrecchie; anzi di questo ebbe ricorso al papa, al quale il re ancora mandò a ricchiedere il repudio. Il papa, che si ritrovava ancora ritirato in Orvieto e sperava buone condizioni per le cose sue, se da Francia et Inghilterra fossero continuati i favori che tuttavia gli prestavano col molestar l'imperatore nel regno di Napoli, mandò in Inghilterra il cardinal Campeggio, delegando a lui et al cardinal Eboracense insieme la causa. Da questi e da Roma fu data speranza al re che in fine sarebbe stato giudicato a suo favore; anzi, che per facilitare la risoluzione, acciò le solennità del giudicio non portassero la causa in longo, fu ancora formato il breve, nel quale si dicchiarava libero da quel matrimonio con clausule le piú ample che fossero mai poste in alcuna bolla pontificia, e mandato in Inghilterra il cardinale con ordine di presentarlo, quando fossero fatte alcune poche prove, che certo era doversi facilmente fare: e questo fu 1528. Ma poiché Clemente giudicò piú a proposito per effettuare i dissegni suoi sopra Fiorenza, come al suo luogo si è narrato, di congiongersi coll'imperatore, che perseverare nella amicizia di Francia et Inghilterra, del 1529 mandò Francesco Campana al Campeggio con ordine che abbrugiasse il breve e procedesse ritenutamente nella causa. Campeggio incomminciò prima a portar il negozio in longo, e poi a metter difficoltà nell'essecuzione delle promesse fatte al re; onde egli, tenendo per fermo la collusione del giudice con gli avversarii suoi, mandò a consultar la causa sua nelle università d'Italia, Germania e Francia, dove trovò teologi parte contrarii, parte favorevoli alla pretensione sua. La maggior parte de' parisini furono da quella parte, e fu anco creduto da alcuni che ciò avessero fatto persuasi piú da' doni del re, che dalla ragione.

Ma il pontefice, o per gratificare Cesare, o perché temesse che in Inghilterra, per opera del cardinale Eboracense, potesse nascer qualche atto non secondo la mente sua, e per dar anco occasione al Campeggio di partirsi, avvocò la causa a sé. Il re, impaziente della longhezza, o conosciute le arti, o per qual altra causa si fosse, dicchiarato il divorzio con la moglie, si maritò in Anna Bolena, che fu nell'anno 1533; però continuava la causa inanzi al pontefice, nella quale egli era risoluto di proceder lentamente, per dar sodisfazzione all'imperatore e non offender il re. Perilché si trattavano piú tosto articoli che il merito della causa. E si fermò la disputa nell'articolo degli attentati, nel quale sentenziò il pontefice contra il re: prononciando che non gli fosse stato lecito di propria autorità, senza il giudice ecclesiastico, separarsi dal commercio congiugale della moglie. La qual cosa udita dal re nel principio di quest'anno 1534, levò l'ubedienza al pontefice, commandando a tutti i suoi di non portar danari a Roma e di non pagar il solito danaro di san Pietro. Questo turbò grandissimamente la corte romana e quotidianamente si pensava di porgergli qualche rimedio. Pensavano di proceder contra il re con censure e con interdire a tutte le nazioni cristiane il commercio con Inghilterra. Ma piacque piú il conseglio moderato di andar temporeggiando col re, e per mezo del re di Francia far ufficio di qualche componimento. Il re Francesco accettò il carico e mandò a Roma il vescovo di Parigi per negoziare col pontefice la composizione: nondimeno tuttavia in Roma si procedeva nella causa, lentamente, però, e con risoluzione di non venir a censure, se Cesare non procedeva prima o insieme con le armi. Avevano diviso la causa in 23 articoli, e trattavano allora se il prencipe Arturo aveva avuto congionzione carnale con la regina Catarina; et in questo si consumò sino passata la meza quadragesima, quando alli 19 di marzo andò nuova che in Inghilterra era stato publicato un libello famoso contra il pontefice e tutta la corte romana et era ancora stata fatta una comedia in presenzia del re e di tutta la corte in grandissimo vituperio et opprobrio contra il papa e tutti i cardinali in particolare. Perilché accesa la bile in tutti, si precipitò alla sentenza, la quale fu prononciata in consistorio li 24 dello stesso mese: che il matrimonio tra Enrico e la regina Catarina era valido et egli era tenuto averla per moglie, e che non lo facendo, fosse scommunicato.

Fu il pontefice presto mal contento della precipitazione usata. Perché 6 giorni dopo arrivarono lettere del re di Francia, che quello d'Inghilterra si contentava d'accettare la sentenza sopra gli attentati e render l'ubedienza, con questo che i cardinali sospetti a lui non s'intromettessero nella causa e si mandasse in Cambrai persone non sospette per pigliare l'informazione, e già aveva inviato il re i procuratori suoi per intervenire nella causa in Roma. Per questo il pontefice andava pensando qualche pretesto con quale poteva sospendere la sentenza precipitata e ritornar in piedi la causa.

Ma Enrico, subito veduta la sentenza, disse importare poco, perché il papa sarebbe vescovo di Roma, et egli unico padrone del suo regno; che l'averebbe fatta al modo antico della Chiesa orientale, non restando d'esser buon cristiano, né lasciando introdurre nel suo regno l'eresia luterana o altra; e cosí esseguí. Publicò un editto dove si dichiarò capo della Chiesa anglicana; pose pena capitale a chi dicesse che il pontefice romano avesse alcun'autorità in Inghilterra; scacciò il collettore del danaro di san Pietro, e fece approvare tutte queste cose dal parlamento, dove anco fu determinato che tutti i vescovati d'Inghilterra fossero conferiti all'arcivescovo Cantuariense, senza trattar niente con Roma, e che dal clero fosse pagato al re 150 mila lire sterlinghe all'anno per defensione del regno contra qualonque.

Questa azzione del re fu variamente sentita: altri la riputavano prudente, che si fosse liberato dalla soggezzione romana senza nissuna novità nelle cose di religione e senza metter in pericolo di sedizione i suoi popoli e senza rimettersi al concilio, cosa che si vedeva difficile da poter effettuare e pericolosa anco a lui, non sapendosi vedere come un concilio composto di persone ecclesiastiche non fosse sempre per sostentare la potenzia pontificia, essendo quella il sostentamento dell'ordine loro; poiché quello, col pontificato, è sopraposto ad ogni re et imperatore, che senza quello bisogna che resti soggetto, non essendovi altro ecclesiastico che abbia principato con superiorità, se non il pontefice romano. Ma la corte romana difendeva che non si poteva dire non esser fatta mutazione nella religione, essendo mutato il primo e principale articolo romano, che è la superiorità del pontifice, e dover nascere le medesime sedizioni per questo solo che per tutti gli altri. Il che anco l'evento comprobò, essendo stato necessitato il re, per conservazione dell'editto suo, di proceder ad essecuzioni severe contra persone del suo regno, amate e stimate da lui. Non si può esplicar il dispiacer sentito in Roma e da tutto l'ordine ecclesiastico per l'alienazione d'un tanto regno dalla soggezzione pontificia, e diede materia per far conoscer la imbecillità delle cose umane, nelle quali il piú delle volte s'incorre in estremi detrimenti, donde furono prima ricevuti supremi beneficii. Imperoché per le dispense matrimoniali e per le sentenze di divorzio, cosí concesse, come negate, il pontificato romano in tempi passati ha molto acquistato, facendo ombra col nome di vicario di Cristo a' prencipi, a' quali metteva conto con qualche matrimonio incesto, o col discioglier uno per contraerne un altro, unir al suo qualche altro prencipato, o sopire raggioni di diversi pretendenti, restringendosi per ciò con loro et interessando la loro potestà a defender quell'autorità, senza la quale le azzioni loro sarebbono state dannate et impedite; anzi, interessando non quei prencipi soli, ma tutta la posterità loro per sostentamento della legitimità de' suoi natali: se ben forsi l'infortunio nato quella volta si potrebbe ascriver alla precipitazione di Clemente, che non seppe maneggiar in questo caso la sua autorità, e che, se a Dio fosse piacciuto lasciarli in questo fatto l'uso della solita prudenza, poteva far grand'acquisto, dove fece molta perdita.

 

 

[Cesare si querela col papa del suo obliquo procedere nel fatto del concilio]

 

Ma tornando in Germania, Cesare, quando ebbe aviso del negoziato dal noncio Rangone in Germania nella materia del concilio, scrisse a Roma dolendosi che avendo egli promesso il concilio alla Germania e trattato col pontefice in Bologna nel modo che conveniva tenere con i prencipi di Germania in questo proposito, nondimeno dalli noncii di Sua Santità non fosse stato negoziato nella maniera convenuta, ma s'avesse trattato in modo che i protestanti riputavano esser stati delusi; pregando in fine di voler trovar qualche modo per dar sodisfazzione alla Germania. Furono lette in consistorio il dí 8 giugno le lettere dell'imperatore, e perché poco inanzi era venuto aviso che il lantgravio d'Assia aveva con le armi levato il ducato di Vittemberg al re Ferdinando e restituitolo al duca Ulrico, legitimo patrone, perilché anco Ferdinando era stato sforzato a far pace con loro, per questa causa molti de' cardinali dissero che, avendo i luterani avuta una tal vittoria, era necessario dargli qualche sodisfazzione e non proceder piú con arti, ma, venendo all'essecuzione, fare qualche dimostrazzione d'effetti; massime che, avendo Cesare promesso il concilio, finalmente bisognava che la promessa fosse attesa; e se dal pontefice non fosse trovato il modo, era pericolo che Cesare non fosse constretto condescendere a qualche altro di maggior pregiudicio e danno della Chiesa. Ma il pontefice e la maggior parte de' cardinali vedendo che non era possibile far condescender i luterani ad accettar il concilio nella maniera che era servizio della corte romana, e risoluti di non voler sentir parlar di farlo altrimenti, vennero in deliberazione di risponder a Cesare che molto ben conoscevano l'importanza de' tempi e quanto bisogno vi era d'un concilio universale, quale erano prontissimi d'intimare, purché si potesse celebrar in modo che producesse i buoni effetti, come il bisogno ricerca; ma vedendosi nascer nuove discordie tra lui et il re di Francia, e varie dissensioni aperte tra altri prencipi cristiani, era necessario, che quelle cessassero e gli animi si riconciliassero prima che il concilio si convocasse. Perché, duranti le discordie, non sarebbe nissun buon effetto, e meno in questo tempo presente, essendo i luterani in arme et insuperbiti per la vittoria di Vittemberg.

Ma fu necessario metter in silenzio li raggionamenti del concilio col pontefice, perché egli cadette in una infermità longa e mortale, della quale anco in fine di settembre passò ad altra vita, con allegrezza non mediocre della corte. La quale, se ben ammirava le virtú di quello, che erano una gravità naturale et essemplare parsimonia e dissimulazione, odiava però maggiormente l'avarizia, durezza e crudeltà, accresciute o manifestate piú del solito, doppo che restò dall'infermità oppresso.

 

 

[È fatto capitolo in conclave intorno alla convocazione del concilio]

 

Nelle vacanze della Sede è costume de' cardinali comporre una modula di capitoli per reforma del governo pontificio, la quale tutti giurano servare, se saranno assonti al pontificato, quantunque per tutti gli essempii passati si è veduto che ciascuno giura con animo di non servargli, se sarà papa; e subito creato dice non aver potuto obligarsi, e coll'acquisto del pontificato esserne sciolto. Morto Clemente, secondo il costume, furono ordinati gli capitoli, fra quali uno fu che il futuro papa fosse tenuto in termine d'un anno convocare il concilio. Ma i capitoli non potero esser stabiliti e giurati, perché quel medesimo giorno de' 12 ottobre, nel quale fu serrato il conclave, sprovistamente fu creato pontefice il cardinal Farnese, chiamato prima nella creazione Onorio V, e poi nella coronazione Paolo III, prelato ornato di buone qualità, e che, tra tutte le sue virtú, di nissuna faceva maggior stima che della dissimulazione. Egli, cardinal essercitato in 6 pontificati, decano del collegio e molto versato nelle negoziazioni, non mostrava di temer il concilio, come Clemente, anzi era d'opinione che fosse utile per le cose del pontificato mostrare di desiderarlo e volerlo onninamente, essendo certo che non poteva esser sforzato di farlo con modo et in luogo dove non vi fosse suo avvantaggio, e che, quando avesse bisognato impedirlo, era assai bastante la contradizzione che gli averebbe fatta la corte e tutto l'ordine ecclesiastico. Giudicava che questo anco gli avesse dovuto servire per tener la pace in Italia, la quale gli pareva molto necessaria, per poter governare con quiete. Vedeva benissimo che questo colore di concilio gli poteva servire a coprire molte cose et a scusarsi dal far quelle che non fossero state di sua volontà. Perilché, subito creato, si lasciò intendere che, quantonque i capitoli non fossero giurati, egli nondimeno era risoluto di voler osservare quello della convocazione del concilio, conoscendola necessaria per la gloria di Dio e beneficio della Chiesa; et a' 16 dello stesso mese fece congregazione universale de' cardinali, che non si chiama consistorio, non essendo ancora coronato il papa, dove propose questa materia. Mostrò con efficaci ragioni che la intimazione non si poteva differire, essendo altrimente impossibile che fra prencipi cristiani potesse seguire buona amicizia e che le eresie potessero esser estirpate, e però che i cardinali tutti dovessero pensare maturamente sopra il modo di celebrarlo. Deputò anco tre cardinali che considerassero sopra il tempo e luogo et altri particolari, con ordine che, fatta la coronazione, nel primo consistorio dovessero andare col loro parere. E per incomminciare a far nascere le contradizzioni, delle quali potesse servirsi alle occasioni, soggionse che sicome nel concilio s'averebbe riformato l'ordine ecclesiastico, cosí non era conveniente che vi fosse bisogno di riformar i cardinali, anzi era necessario che essi comminciassero allora a riformarsi, per essere sua deliberata volontà di cavare frutto dal concilio, i precetti del quale sarebbono di poco vigore, se ne' cardinali non si vedessero prima gli effetti.

Secondo il costume che ne' primi giorni i cardinali, massime grandi, ottengono dal nuovo pontefice facilmente grazie, il cardinal di Lorena et altri francesi, per nome ancora del re, gli domandarono che concedesse al duca di Lorena la nominazione de' vescovati et abbazie del suo dominio: la qual cosa s'intendeva anco che era per domandar la republica di Venezia de' suoi. Rispose il pontefice che nel concilio, qual in breve doveva celebrare, era necessario levare tal facoltà di nominazione a quei prencipi che l'avevano, non senza nota de' pontefici precessori suoi, che le hanno concesse. Perilché non era cosa raggionevole accrescer il cumulo delli errori e conceder allora cosa che era certo dover esser rivocata fra poco tempo con poco onore.

Nel primo consistorio, che fu alli 12 novembre, tornò a raggionare del concilio e disse esser necessario inanzi ad ogni altra cosa ottener un'unione de' prencipi cristiani, o veramente una sicurezza che, per il tempo che durerà il concilio, non si moveranno le arme. E però voleva mandar nuncii a tutti i prencipi per negoziare questo capo, et altri particolari che i cardinali avessero raccordato. Chiamò anco il Vergerio di Germania, per intendere bene lo stato delle cose in quelle provincie, e deputò tre cardinali, uno per ciascun ordine, per consultare le cose della riforma. I quali furono il cardinal di Siena, di San Severino e Cesis; né mai celebrava consistorio, che non intrasse e parlasse longamente di questa materia, e spesso replicava essere necessario, perciò, che prima si riformasse la corte e massime i cardinali; il che da alcuni veniva interpretato esser detto con buon zelo e desiderio dell'effetto, da altri acciò la corte et i cardinali trovassero modi, per non venir alla riforma, di metter impedimenti al concilio; e ne prendevano argomento perché, avendo deputato i 3 cardinali, non aveva eletto né i piú zelanti, né i piú essecutivi, ma i piú tardi e quieti che fossero nel collegio. Ma il seguente mese di decembre diede piú ampia materia a' discorsi. Perché creò cardinali Alessandro Farnese, nepote suo di Pietro Aloisio, figliuolo suo naturale, e Guido Ascanio Sforza, nipote per Costanza, sua figliuola, quello di 14 e questo di 16 anni; rispondendo a chi considerava la loro tenera età, che egli suppliva con la sua decrepità. L'openione conceputa che si dovesse veder riforma de' cardinali, et il timore d'alcuni d'essi svaní immediate, non parendo che d'altrove potesse esser incomminciata che dall'età e nascimento di quelli che si dovevano creare. Cessò anco il pontefice di piú parlarne, avendo fatto un'opera che l'impediva il mascherare la mente propria; restava però in piedi la proposizione di far il concilio.

 

 

[Paolo III spedisce suoi noncii a' prencipi intorno alla convocazione del concilio]

 

E nel consistorio di 16 gennaro 1535 fece una longhissima et efficacissima orazione, eccitando i cardinali di venir a risoluzione di quella materia; perché, procedendosi cosí lentamente, si dava ad intender al mondo che in verità il concilio non si volesse, ma fossero parole e pasto dato; e parlò con cosí gravi sentenzie, che commosse tutti. Fu deliberato in quel consistorio di spedire noncii a Cesare, al Cristianissimo et ad altri prencipi cristiani, con commissione d'esporre che il pontefice et il collegio avevano determinato assolutamente, per beneficio della cristianità, di celebrarlo, con essortargli a favorirlo et anco ad assicurare la quiete e tranquillità mentre si celebrarà; ma, quanto al tempo e luogo, di dire che Sua Santità non era ancora risoluta. E portava anco la instruzzione loro piú segreta che vedessero destramente di sottrarre qual fosse la mente de' prencipi quanto al luogo, a fine di poter, saputi gli interessi e fini di tutti, opporre l'uno all'altro per impedirgli e metter ad effetto il suo. Commise anco a' noncii di querelarsi delle azzioni del re d'Inghilterra, e quando vedessero apertura, incitarli contra lui et offerirgli anco quel regno in preda.

Tra questi noncii fu uno il Vergerio, rimandato con piú speciali commissioni in Germania per penetrare la mente de' protestanti circa la forma del trattar nel concilio, per potergli far sopra i riflessi necessarii. Gli commise anco specialmente di trattare con Lutero e con gli altri principali predicatori della rinovata dottrina usando ogni sorte di promesse e partiti di ridurgli a qualche composizione. Riprendeva il pontefice in ogni occasione la durezza del cardinal Gaetano, che nella dieta d'Augusta del 1518 rifiutasse il partito proposto da Lutero, che, imposto silenzio agli avversarii suoi, si contentava anco esso di tacere, e dannava l'acerbità di quel cardinal, che, con voler ostinatamente la ritrattazione, avesse precipitato quell'uomo in disperazione, la qual diceva esser costata e dover costar cosí cara alla Chiesa romana, quanto la metà della autorità sua; che egli non voleva immitare Leone in questo, che credette i frati esser buoni instromenti di opprimer i predicatori di Germania; il che la ragione e l'evento aveva mostrato quanto fosse vano pensiero. Non esservi se non due mezi: la forza e le prattiche, quali egli era per adoperare, essendo pronto a concordare con ogni condizione, la quale riservi intiera l'autorità pontificia; perilché anco, dicendo d'aver bisogno d'uomini di valore e di negozio, creò il 21 maggio 6 cardinali, e pochi giorni doppo il settimo, tutti persone di molta stima nella corte. Fra quali fu Giovanni Fischerio, vescovo Roffense, che allora si trovava prigione in Inghilterra per aver ricusato d'aderir al decreto del re nel levare l'autorità pontificia. Il papa, nell'elegger la sua persona, ebbe considerazione che onorava la promozione sua, mettendo in quel numero un uomo letterato e benemerito per la persecuzione che sosteneva, e che, avendolo accresciuto di dignità, si sarebbe il re indotto a portargli rispetto, et appresso il popolo sarebbe entrato in credito maggiore. Ma quel cardinalato non giovò in altro a quel prelato se non ad accelerargli la morte, che gli fu data 43 giorni dopo con la troncazione del capo in publico.

Ma con tutto che il papa facesse cosí aperte dimostrazioni di voler il concilio in maniera che dovesse dar sodisfazzione e ridur la Germania, nondimeno la corte tutta, et i medesimi intimi del pontefice e che trattavano queste cose intrinsecamente con lui, dicevano che non poteva esser celebrato altrove che in Italia, perché altrove non sarebbe stato libero, e che in Italia non si poteva elegger altro luogo che Mantova.

 

 

[Il Vergerio tratta co' protestanti e con Lutero stesso]

 

Il Vergerio ritornato in Germania fece l'ambasciata del pontefice a Ferdinando, prima, e poi a qualonque de' protestanti che andava a trovar quel re per gli occorrenti negozii; e finalmente fece un viaggio per trattar anco con gli altri. Da nissuno d'essi ebbe altra risposta, salvo che averebbono consultato insieme nel convento che dovevano ridurre nel fine dell'anno, e di commun consenso deliberata la risposta. La proposizione del noncio conteneva che quell'era il tempo del concilio tanto desiderato, avendo il pontefice trattato con Cesare e con tutti i re per ridurlo seriamente, e non come altre volte, in apparenza; et acciò non si differisca piú, aveva risoluto d'elegger per luogo Mantova, conforme a quello che già due anni era stato risoluto con l'imperatore. La qual città essendo di un feudatario imperiale e vicina ai confini di Cesare e de' Veneziani, potevano tenerla per sicura; senza che il pontefice e Cesare averebbono data ogni maggior cauzione. Non esser bisogno risolvere, né parlare del modo e forma di trattare nel concilio, poiché molto meglio ciò si farà in esso, quando sarà congregato. Non potersi celebrar in Germania, abondando quella di anabattisti, sacramentarii et altre sette, per la maggior parte pazzi e furiosi; perilché alle altre nazioni non sarebbe sicuro andare dove quella moltitudine è potente, e condannare la sua dottrina. Che al pontefice non sarebbe differenzia di farlo in qualonque altra regione; ma non vuol apparire che sia sforzato e gli sia levata quella autorità, che ha avuto per tanti secoli, di prescrivere il luogo de' concilii generali.

In questo viaggio il Vergerio trovò Lutero a Vittemberg, e trattò con lui molto umanamente con questi concetti, estendendogli et amplificandogli assai. E prima accertandolo che era in grandissima estimazione appresso il pontefice e tutto 'l collegio de' cardinali, quali sentivano dispiacere estremo che fosse perduto un soggetto, che, implicatosi ne' servizii di Dio e della Sede apostolica, che sono congionti, averebbe potuto portare frutto inestimabile; che farebbono ogni possibile per racquistarlo; gli testificò che il pontefice biasimava la durezza del Gaetano, la quale non era meno ripresa da' cardinali; che da quella Santa Sede poteva aspettar ogni favore; che a tutti dispiaceva il rigore col quale Leone procedette, per instigazione d'altri e non per propria disposizione; gli soggionse anco che egli non era per disputare con esso lui delle cose controverse, non professando teologia, ma poteva ben con raggioni communi mostrargli quanto sarebbe ben riunirsi col capo della Chiesa. Perché, considerando che solo già 18 anni la dottrina sua era venuta in luce, e publicandosi aveva eccitato innumerabili sette, che l'una detesta l'altra, e tante sedizioni populari, con morte et esterminio d'innumerabili persone, non si poteva concluder che venisse da Dio: ben si poteva tenere per certo che era perniciosa al mondo, riuscendo da quella tanto male. Diceva il Vergerio: è un grand'amore di se stesso, et una stima molto grande dell'opinione propria, quando un uomo voglia turbare tutto 'l mondo per seminarla. «Se avete - diceva il Vergerio, - innovato nella fede in quale eravate nato et educato 35 anni per vostra conscienzia e salute, bastava che la teneste in voi. Se la carità del prossimo vi moveva, a che turbare tutto 'l mondo per cosa di che non vi era bisogno, poiché senza quella si viveva e serviva a Dio in tranquillità? La confusione - soggiongeva - è passata tanto oltre, che non si può differir piú il rimedio. Il pontefice è risoluto applicarlo con celebrar il concilio, dove convenendo tutti gli uomini dotti d'Europa, la verità sarà messa in chiaro, a confusione delli spiriti inquieti; et ha destinato per ciò la città di Mantova. E se ben nella divina bontà conviene aver la principale speranza, mettendo anco in conto l'opere umane, in potestà di Lutero è fare che il rimedio riesca facile, se vorrà ritrovarsi presente, trattare con carità, et obligarsi anco il pontefice, prencipe munificentissimo e che riconnosce le persone meritevoli». Gli raccordò l'essempio d'Enea Silvio, che, seguendo le proprie openioni, con molta servitú e fatica non si portò piú oltre che ad un canonicato di Trento; ma, mutato in meglio, fu vescovo, cardinale e finalmente papa Pio II. Gli raccordò Bessarione niceno, che, d'un misero caloiero da Trabisonda, diventò cosí grande e riputato cardinale e non molto lontano dal succeder papa.

Le risposte di Lutero furono, secondo il naturale costume suo, veementi e concitate, con dire che non faceva nissuna stima del conto in che fosse appresso la corte romana, della quale non temeva l'odio, né curava la benevolenza; che ne' servizii divini s'implicava quanto poteva, se ben con riuscita di servo inutile; che non vedeva come fossero congionti a quei del pontificato, se non come le tenebre alla luce; nissuna cosa nella vita sua essergli stata piú utile che il rigore di Leone e la durezza del Gaetano, quali non può imputare a loro, ma gli ascrive alla providenza divina. Perché in quei tempi, non essendo ancora illuminato di tutte le verità della fede cristiana, ma avendo solo scoperto gli abusi nella materia delle indulgenze, era pronto di tener silenzio, quando da suoi avversarii fosse stato servato l'istesso. Ma le scritture del maestro del sacro palazzo, la superchiaria del Gaetano e la rigidezza di Leone l'avevano costretto a studiare e scoprire molti altri abusi et errori del papato meno tollerabili, i quali non poteva con buona conscienzia dissimulare et restar di mostrare al mondo. Aver il noncio per sua ingenuità confessato di non intender teologia, il che appariva anco chiaro per le raggioni proposte da lui, poiché non si poteva chiamare la dottrina sua nuova, se non da chi credesse che Cristo, gli apostoli et i santi padri avessero vivuto come nel presente secolo il papa, i cardinali et i vescovi; né si può far argomento contra la dottrina medesima dalle sedizioni occorse in Germania, se non da chi non ha letto le Scritture e non sa questa essere la proprietà della parola di Dio e dell'Evangelio, che, dove è predicato, eccita turbe e tumulti, sino al separar il padre dal figliuolo. Questa esser la sua virtú, che a chi l'ascolta dona la vita, a chi lo ripudia è causa di maggiore dannazione. Aggionse che questo era il piú universale difetto de' romani: voler stabilir la Chiesa con governi tratti da ragioni umane, come se fosse uno stato temporale. Che questa era quella sorte di sapienza che san Paolo dice esser riputata pazzia appresso Dio, sí come il non stimare quelle raggioni politiche con che Roma governa, ma fidarsi nelle promesse divine e rimettere alla Maestà sua la condotta degli affari della Chiesa, è quella pazzia umana che è sapienza divina. Il far riuscir in bene e profitto della Chiesa il concilio non essere potestà di Martino, ma di chi lo può lasciare libero, acciò che lo spirito di Dio vi preseda e lo guidi, e la Scrittura divina sia regola delle deliberazioni, cessando di portarvi interessi, usurpazioni et artificii umani: il che, quando avvenisse, egli ancora vi apportarebbe ogni sincerità e carità cristiana, non per obligarsi il pontefice, né altri, ma per servizio di Cristo, pace e libertà della Chiesa. Non poter però aver speranza di veder un tanto ben, mentre non aparisce che lo sdegno di Dio sia pacificato per una seria conversione dell'ipocrisia; né potersi far fondamento sopra la radunanza di uomini dotti e letterati, poiché, essendo accesa l'ira de Dio, non vi è errore cosí assordo et irragionevole che Satan non persuada, e piú a questi gran savii che si tengono sapere, i quali la Maestà divina vuol confondere. Che da Roma non può ricevere cosa alcuna compatibile col ministerio dell'Evangelio. Né moverlo gli essempii di Enea Silvio o di Bessarione, perché non stima quei splendori tenebrosi, e quando volesse anco essaltare se stesso, potrebbe con verità replicare quello che da Erasmo fu detto facetamente, che Lutero, povero et abietto, arricchisce et inalza molti; esser molto ben noto ad esso noncio, per non andar lontano, che al maggio prossimo egli ha avuto gran parte nella creazione di Roffense et è stato causa totale di quella di Scomberg. Che se poi al primo è stata levata la vita cosí tosto, questo è d'ascrivere alla divina providenza. Non poté il Vergerio indurre Lutero a rimetter niente della sua fermezza, il quale con tanta costanza teneva la sua dottrina come se fosse veduta con gli occhi, e diceva che piú facilmente il noncio et anco il papa averebbe abbraciata la fede sua, che egli abbandonatala.

Tentò ancora il Vergerio altri predicatori in Vitemberg, secondo la commissione del pontefice, et altrove nel viaggio, né trovò inclinazione, come averebbe pensato, ma rigidità in tutti quelli che erano di conto, e quelli che si sarebbono resi, gli trovò di poco valore e di molta pretensione, sí che non facevano al caso suo.

 

 

[Il convento de' protestanti rifiuta tutti i partiti del papa]

 

Ma i protestanti, intesa la proposizione di Vergerio, essendo congregati in Smalcalda 15 prencipi e 30 città, risposero aver dicchiarato quale fosse la loro volontà et intenzione circa il concilio in molte diete, et ultimamente, già 2 anni, al noncio di papa Clemente et all'ambasciatore dell'imperatore, e che tuttavia desideravano un legitimo concilio, come erano certi che era desiderato da tutti gli uomini pii, et al qual erano anco per andare, sí come piú volte era stato determinato nelle diete imperiali. Ma quanto a quello che il pontefice aveva destinato in Mantova, speravano che Cesare non fosse per dipartirsi da' decreti delle diete e dalle promesse tante volte fattegli, che il concilio si dovesse celebrar in Germania; dove che vi possi esser pericolo, non saperlo vedere, poiché tutti i prencipi e città ubediscono a Cesare e sono cosí ben ordinate che i forestieri vi sono ricevuti e trattati con ogni umanità. Ma che il pontefice sia per proveder alla sicurezza di quelli ch'anderanno al concilio, non sapevano intender come, massime risguardando le cose occorse nell'età precedente. Che la republica cristiana ha bisogno d'un pio e libero concilio, e che ad un tale essi hanno appellato. Che poi non si debbia trattare prima del modo e forma, altro non significa se non che non vi debbia esser libertà e che tutto si debbia riferir alla potestà del pontefice, il qual avendo già dannata la loro religione tante volte, se egli doverà esser giudice, il concilio non sarà libero. Che il concilio non è un tribunale del solo pontefice, né de' soli preti, ma di tutti gli ordini della Chiesa, eziandio de' secolari. Che il voler preponer la potestà del pontefice all'autorità di tutta la Chiesa è openione iniqua e piena di tirannide; che defendendo il pontefice l'openione de' suoi, anco con editti crudeli, sostenendo egli una parte della lite, il giusto vuol che da' prencipi sia determinato il modo e forma dell'azzione.

Al medesimo convento di Smalcald mandarono ambasciatori i re di Francia e d'Inghilterra; quel di Francia, che essendo morto Francesco Sforza, duca di Milano, dissegnava fare la guerra in Italia, gli ricercò di non accettare luogo per la celebrazione del concilio, se non con conseglio suo e del re d'Inghilterra, promettendo che essi ancora non ne accetterebbono nissuno senza di loro. Il re d'Inghilterra, oltre di ciò, gli fece intendere che stessero ben avvertiti che non si facesse un concilio, dove, in luogo di moderar gli abusi, si stabilisse tanto piú la dominazione del pontefice, e gli ricercò che approvassero il suo divorzio. Dall'altro canto essi proposero che il re ricevesse la confessione augustana: le quali cose trattate in diversi conventi, non ebbero conclusione alcuna.

 

 

[Il Vergerio riferisce al papa non esservi altra via che le armi et è mandato per persuadere ad esse Cesare]

 

Ma il Vergerio nel principio dell'anno 1536 tornò al pontefice per riferire la sua legazione. Riportò in somma che i protestanti non erano per ricever alcun concilio, se non libero, in luogo opportuno, tra i confini dell'Imperio, fondandosi sopra la promessa di Cesare, e che di Lutero e degli altri suoi complici non vi era speranza alcuna, né si poteva pensar ad altro che opprimergli con la guerra. Ebbe il Vergerio per suo premio il vescovato di Capo d'Istria, sua patria, e dal pontefice fu mandato a Napoli per fare la medesima relazione all'imperatore, il qual, ottenuta la vittoria in Africa, era passato in quel regno per ordinare le cose di quello. Et udita la relazione del noncio, passò Cesare a Roma. Fu a' stretti colloqui col pontefice sopra le cose d'Italia e del modo di pacificare la Germania, il qual modo persuadendo il pontefice, secondo il conseglio anco del Vergerio, che non poteva esser altro, salvo che la guerra, Cesare, che non vedeva il tempo maturo per cavare da quella il buon frutto che altri persuadeva, e vedendosi anco implicato in Italia, da che non poteva svilupparsi, se non cedendo lo Stato di Milano, quale aveva deliberato onninamente d'appropriarsi, e qua tendeva lo scopo principale di tutte le sue azzioni, allegava, per raggione di differire, esser piú necessario in quel tempo difendere Milano da' francesi. Dall'altro canto il papa, il pensiero del quale tutto era volto a far cadere quello Stato in un italiano, e perciò proponeva la guerra di Germania non tanto per oppressione de' luterani (come publicamente diceva), ma anco per divertir Cesare dall'occupare Milano, che era il fine suo principale, se ben segreto, replicava che piú facilmente egli co' veneziani, usando le arme e le prattiche insieme, averebbe fatto desistere il re, quando Sua Maestà Cesarea non si fusse intromessa.

 

 

[Cesare finge approvare, ma in prima richiede concilio]

 

Ma l'imperatore, penetrato l'interno del papa, con altrotanta dissimulazione si mostrò persuaso et inclinato alla guerra di Germania, dicendo però che, per non aver tutto 'l mondo contra, conveniva giustificare ben la causa, e col intimar il concilio mostrar che avesse tentato prima ogni altro mezo. Il pontefice non aveva discaro che, dovendo finalmente intimarlo, ciò si facesse nel tempo, quando, per aver il re di Francia occupata già la Savoia et il Piemonte, l'Italia tutta era per ardere di guerra: onde se gli dava apparentissimo pretesto per circondar il concilio di arme, sotto colore di custodia e protezzione. Si mostrò contento, purché fossero statuite condizioni che non derogassero all'autorità e riputazione della Sede apostolica. L'imperatore, che per la vittoria ottenuta in Africa aveva l'animo molto elevato e pieno di vasti pensieri, riputava di dover in 2 anni almeno vincer la guerra di Lombardia e, serrato il re di Francia di là da' monti, attendere alle cose di Germania senza altro impedimento. Voleva che il concilio gli servisse a 2 cose: prima, durante la guerra d'Italia, per raffrenar il papa, se, secondo il costume de' pontefici, avesse pensato mettersi dalla parte di Francia, quando quella fusse restata inferiore, per contrapesar il vincitore; poi, per ridur la Germania all'obedienza sua, a che egli mirava, perché, quanto alla pontificia, l'aveva per cosa accidentale. Gli piaceva il luogo di Mantova; quanto al rimanente non curava qual condizione il papa vi apponesse, poiché quando fosse stato ridotto, egli averebbe potuto mutare quello che non gli fosse piacciuto. Pertanto concluse che, mentre si facesse il concilio, si contentava d'ogni condizione, allegando che sperava di persuader, se non a tutta la Germania, poco meno, a consentirvi finalmente. Fu adonque stabilita la deliberazione dal pontefice con tutto 'l collegio de' cardinali.

 

 

[È pubblicata infine la bolla con l'intimazione a Mantova]

 

Perilché l'imperatore, intervenendo nel consistorio publico a' 28 d'aprile, ringraziò il pontefice et il collegio che avessero prontamente et espeditamente deliberata la convocazione del concilio generale, e gli ricercò appresso che la bolla fosse spedita inanzi la sua partita da Roma, acciò egli potesse dar ordine al rimanente. Non si poté ordinare cosí presto, essendo pur necessaria qualche considerazione per mettervi parole apposite che dessero quanto piú buona speranza di libertà era possibile et insieme non portassero alcun pregiudicio all'autorità pontificia. Furono deputati a questo 6 cardinali e 3 vescovi, e finalmente la bolla fu spedita sotto i 2 di giugno, publicata in consistorio e sottoscritta da tutti i cardinali. Il tenor di quella era:

Che dal principio del suo pontificato nissuna cosa aveva piú desiderato che purgare dalle eresie et errori la Chiesa, raccommandata da Dio alla cura sua, e di restituire nel pristino stato la disciplina; al che non avendo trovato via piú commoda che la sempremai usata in simili occorrenze, cioè il concilio generale, di questo aver scritto piú volte a Cesare et agli altri re con speranza non solamente d'ottener questo fine, ma ancora che, sedate le discordie tra i prencipi cristiani, si movesse la guerra agli infedeli per liberar i cristiani da quella misera servitú e ridurre anco gli infideli alla fede. Perilché, per la pienezza di potestà che egli ha da Dio, col consenso de' suoi fratelli cardinali, intima un concilio generale di tutta la cristianità per i 23 maggio dell'anno seguente 1537 in Mantova, luogo abondante et opportuno per la celebrazione d'un concilio; e pertanto commanda a' vescovi et altri prelati di qualonque luogo si siano, per l'obligo del giuramento prestato da loro e sotto le pene statuite da' santi canoni e decreti, che vi si debbiano trovare al giorno prefisso. Prega Cesare et il re di Francia e tutti gli altri re e prencipi, per amor di Cristo e per salute della republica cristiana, che vogliano trovarvisi in persona, e non potendo, mandino onorevoli et ampie ambasciarie, sí come esso Cesare et il medesimo re di Francia e gli altri prencipi cristiani hanno promesso piú volte et a Clemente et a lui. E facciano anco, che i prelati di suoi regni debbiano andarvi e starvi sino al fine, per determinare quello che sarà opportuno per riforma della Chiesa, estirpazione delle eresie e per mover la guerra agli infideli.

Publicò anco il papa un'altra bolla, per emendare (sí come diceva) la città di Roma, capo di tutta la cristianità, maestra della dottrina, di costumi e della disciplina, di tutti i vizii e mancamenti; acciò che purgata la casa propria, potesse piú facilmente purgare le altre; al che non potendo attendere solo pienamente, deputò sopra ciò i cardinali Ostiense, San Severino, Ginuzio e Simoneta, commandando sotto gravissime pene a tutti di prestar loro intiera obedienza. Questi cardinali insieme con alcuni prelati, pur dal papa deputati, si diedero immediate a trattare la riformazione della penitenziaria, della dataria e de' costumi de' corteggiani: però non fu posta cosa alcuna in effetto. Ma l'intimazione del concilio parve ad ogni mediocre ingegno molto poco opportuna in tempo quando tra l'imperatore et il re di Francia erano in piedi le guerre in Picardia, in Provenza et in Piemonte.

 

 

[I protestanti non se ne contentano]

 

I protestanti, veduta la bolla, scrissero a Cesare che non vedendosi qual dovesse essere la forma et il modo del concilio, che da loro era stato sempre domandato pio, libero et in Germania, e tale sempre promesso, si confidavano che Cesare averebbe proveduto sí che le loro dimande fussero sodisfatte e la sua promessa adempita.

Ma nel principio dell'altro anno 1537 mandò Cesare Mattia Eldo, suo vicecancellario a' protestanti, ad essortargli a ricever il concilio, il qual con tanta sua fatica era stato convocato et al quale egli dissegnava trovarsi in persona, se non intervenisse qualche grand'impedimento di guerra, che lo constringesse esser altrove. Ricordò loro d'aver appellato al concilio, e però non esser conveniente che ora, mutato proposito, non volessero convenire con tutte le altre nazioni che hanno posto in quello tutta la speranza della riforma della Chiesa. Quanto al pontefice, disse Cesare non dubitare che non si governi come si conviene al principal capo dell'ordine ecclesiastico, che se averanno qualche querela contra di lui, la potranno proseguire nel concilio modestamente. Quanto al modo e forma, non esser conveniente che essi vogliano prescriverla a tutte le nazioni: pensassero che non i soli teologi loro siano inspirati da Dio et intendenti delle cose sacre, ma che anco altrove ve ne siano, a chi non manchi dottrina e santità di vita. Quanto al luogo, se ben essi hanno dimandato uno in Germania, però debbono anco pensare quello che sia commodo all'altre nazioni. Mantova è vicina alla Germania, abondante e salubre e suddita dell'Imperio, et il duca di quella feudatario cesareo; in maniera che il pontefice non vi ha alcuna potestà; e se vorranno maggiore cauzione, Cesare esser preparato dargliela. Parlò anco con l'elettore di Sassonia a parte, essortandolo a mandar i suoi ambasciatori al concilio, senza usar eccezzioni o scuse, le quali non possono partorire se non inconvenienti. I protestanti risposero a questa parte del concilio che, avendo letto le lettere del papa, vedevano non esser l'istessa mente di quel pontefice e della Maestà Sua Cesarea, e repetite le cose trattate con Adriano, Clemente e Paolo, conclusero che si vedeva esser l'istesso fine di tutti. Passarono ad allegare le cose per le quali non conveniva che il pontefice fosse giudice nel concilio, né meno quelli che gli sono obligati con giuramento. E quanto al luogo destinato, oltre che è contra i decreti delle diete imperiali, con nissuna sicurezza potrebbono andarci senza pericolo. Imperoché avendo il pontefice aderenti per tutta Italia, che portano acerbo odio alla dottrina de' protestanti, gran pericolo vi è d'insidie et occulti consegli; oltra che, dovendo andar in persona molti dottori e ministri, non essendo conveniente trattare cosa di tanta importanza per procuratori, sarebbe un lasciare le chiese desolate. E come possono consentire nel giudicio del papa, che non ha altro fine se non d'estirpare la dottrina loro, che egli chiama eresia, e non si può contenere di dirlo in tutte le bolle sue, eziandio in quella dove intima il concilio, e nella bolla che fece simulando di volere riformare la corte romana espressamente ha detto d'aver convocato il concilio per estirpare l'eresia luterana; e ne fa dimostrazione con effetto, incrudelendo con tormenti e supplicii contra i miseri innocenti che per loro conscienza seguono quella religione? E come potranno accusare il pontefice et i suoi aderenti, quando egli voglia essere giudice? E l'approvar il suo breve non esser altro che consentire nel suo giudicio. E però aver domandato sempre un concilio libero e cristiano, non tanto perché ogni uno possa parlare liberamente, e vi siano esclusi i turchi et infideli, ma perché quelli che sono collegati insieme con giuramenti et altri patti non siano giudici, e perché la parola di Dio sia presidente e definisca tutte le controversie. Che sanno benissimo esser degli uomini dotti e pii nelle altre nazioni; ma sono anco certi insieme che, se la immoderata potenza del pontefice sarà regolata, non solo i loro teologi, ma molti altri che al presente, essendo oppressi, stanno nascosti, s'affaticheranno per la riforma della Chiesa. Che non vogliono disputare del sito et opportunità della città di Mantova, ma ben dire che, essendo la guerra in Italia, non possono esser senza sospetto. Del duca di quella città bastar dire che egli ha un fratello cardinale de' primi della corte. Che in Germania sono molte città non meno commode che Mantova, dove fiorisce l'equità e la giustizia; et in Germania non sono noti et usitati quei occulti consegli e clandestini modi di levare gli uomini di vita, come in alcuni altri luoghi. Nelli antichi concilii essere stata sempre cercata principalmente la sicurità del luogo, la qual però, quantonque Cesare fosse in persona al concilio, non sarà sufficiente, sapendosi che i pontefici gli concedono ben luogo nelle consultazioni, ma la potestà del determinare la riservano a sé soli. Esser noto quello che avvenne a Sigismondo Cesare nel concilio di Costanza, il salvocondotto del quale fu violato dal concilio et egli costretto a ricever un tanto affronto. Perilché pregavano Cesare a considerare quanto queste raggioni importassero.

Era comparso nella medesima dieta il vescovo d'Ais mandato dal pontefice per invitargli al concilio; ma non fece frutto, et alcuni anco de' prencipi ricusarono d'ascoltarlo; e per far note al mondo le loro raggioni, publicarono e mandarono una scrittura in stampa, dove principalmente si sforzavano di responder a quella obiezzione, che essi non volessero sottomettersi a nissun giudice, che sprezzassero le altre nazioni, che fugissero il supremo tribunal della Chiesa, che avessero rinovate l'eresie altre volte condannate, che abbiano caro le discordie civili, che le cose da loro riprese de' costumi della corte romana siano leggieri e tolerabili. Allegarono le cause perché non conveniva che il pontefice solo, né meno insieme con i suoi, fusse giudice; portarono essempii di molti concilii ricusati da diversi de' santi padri; implorarono in fine a loro difesa tutti i prencipi, offerendosi che se in alcun tempo si congregherà un concilio legitimo, difenderanno in quello la sua causa e daranno conto delle proprie azzioni. Mandarono anco un ambasciatore espresso al re di Francia per dargli conto particolare delle medesime cose, il qual anco rispose che quanto al concilio era del medesimo parere di loro, di non approvarlo se non legitimo et in luogo sicuro, offerendo anco in questo l'istessa volontà del re di Scozia, suo genero.

 

 

[Il duca di Mantova propuone condizioni per accettare il concilio nella sua città. Il concilio è sospeso]

 

Il duca di Mantova concesse la sua città per far il concilio in gratificazione del pontefice, senza pensar piú oltre, giudicando, conforme all'opinione commune, che non si potrebbe effettuare, essendo la guerra in piedi tra Cesare et il re di Francia, e repugnante la Germania, per la quale il concilio si faceva. Ma veduta l'intimazione, comminciò a pensare come assicurarebbe la città, e mandò a proponer al papa che dovendosi introdurre uno sí gran numero di persone, quali sarebbono convenute al concilio, era necessaria una grossa guarnigione, la qual egli non voleva dependente da altri e non aveva da mantenerla del suo: perilché era necessario, che volendo Sua Santità celebrar il concilio in quella città, gli somministrasse danari per il pagamento de' soldati. Al che rispose il pontefice che la moltitudine doveva esser non di persone armate, né professori di milizia, ma de' ecclesiastici e letterati, quali con un solo magistrato, che egli averebbe deputato per render giustizia con una picciola corte e guardia, sarebbe stato bastante per contenergli in ufficio; che una guarniggione di soldati armati sarebbe stata di sospetto a tutti e poco condecente al luogo d'un concilio, che debbe essere tutto in apparenza et effetti di pace; e che pure quando vi fosse stato bisogno di arme per guardia, non essere di raggione che fossero in mano d'altri che del concilio medesimo, cioè del papa che ne è il capo. Il duca, considerando che la giurisdizzione si tira sempre dietro l'imperio, replicò non volere in modo alcuno che nella sua città sia amministrata la giustizia da altri che dalli ufficiali suoi; il papa, prudentissima persona, a cui poche volte occorreva di udir risposta non preveduta, restò pieno di stupore e rispose all'uomo del duca che non averebbe creduto dal suo patrone, prencipe italiano, la casa del quale aveva ricevuti tanti beneficii dalla Sede apostolica, che aveva un fratello cardinale, dovergli essere negato quello che mai piú da nissuno gli fu messo in controversia, quello che ogni legge divina et umana gli dona, che né anco i luterani gli sanno negare, cioè l'essere giudice supremo degli ecclesiastici, e quello che il duca non contrasta al suo vescovo, che giudica le cause de' preti in Mantova. Nel concilio non dovere intervenire se non persone ecclesiastiche, le quali sono essenti dal secolare cosí esse, come le sue famiglie, il che è cosí chiaro che concordemente dalli dottori è affermato eziandio le concubine de' preti esser del foro ecclesiastico, et egli vuol negargli d'aver un magistrato che rendi giustizia a quelli durante il concilio? Non ostante questo, il duca stette fermo cosí in ricusare di concedere al papa giusdicenti in Mantova, come anco in domandar soldi per pagar soldati; le quali condizioni parendo al pontefice dure e (come diceva) contrarie alli antichi costumi et aliene dalla dignità della Sede et alla libertà ecclesiastica, ricusò di condescendervi e deliberò di non voler piú concilio a Mantova, raccordandosi molto bene di quello che avvenne a Giovanni XXIII avendo celebrato concilio dove altri era piú potente, deliberò di sospendere il concilio, si scusò con una sua bolla publica, dicendo in sostanza che, se ben con suo dolore era sforzato deputar altro luogo per il concilio, nondimeno lo sopportava, perché era per colpa d'altri e non sua propria, e che non potendo cosí sprovistamente risolversi d'un altro luogo opportuno, sospendeva la celebrazione del concilio sino ad primo di novembre del medesimo anno.

Publicò in questo tempo il re d'Inghilterra un manifesto per nome suo e della nobiltà, contra la convocazione fatta dal pontefice, come da persona che non abbia potestà, et in tempo di guerra ardente in Italia, et in luogo non sicuro, soggiongendo che ben desidera un concilio cristiano, ma al pontificio non è per andare, né per mandarvi ambasciata, non avendo che fare col vescovo romano, né con i suoi editti, piú che con quelli di qualonque altro vescovo; che già i concilii solevano essere congregati per autorità de re, e questo costume maggiormente debbe esser rinovato adesso, quando che si tratta d'accusar i difetti di quella corte; non esser cosa insolita a' pontefici di mancar di fede, il che dovea considerare piú lui, che è acerbissimamente odiato per aver dal suo regno levata quella dominazione et il censo che gli era pagato. Che il dar la colpa al prencipe di Mantova, perché non voglia senza presidio admetter tanta gente nella sua città, è un burlarsi del mondo; sí come anco il prorogar il concilio sino a novembre e non dire in che luogo si abbia da celebrare; poiché, se il papa alcun luogo eleggerà, senza dubio o piglierà uno di quelli dello Stato proprio, overo di qualche prencipe obligatogli. Perilché non potendo alcun uomo di giudicio sperar d'avere un vero concilio, il meglio di tutto è che ciascuno prencipe emendi la religione a casa sua; concludendo in fine che se da alcuno gli fosse mostrata megliore via, egli non la ricusarebbe.

 

 

[Il papa stimolato da' rimproveri, ritorna alla riforma della sua corte]

 

In Italia anco vi era una gran disposizione ad interpretare in sinistro le azzioni del pontefice, e si parlava liberamente che, quantonque versasse la colpa sopra il duca di Mantova, da lui però nasceva che il concilio non si facesse, et esserne manifesto indicio, perché nel medesimo tempo aveva publicata la bolla della riforma della corte e dato il carico a' quatro cardinali, né a ciò esservi opposizione del duca, né di altri, che non fosse in sua potestà, e pur di quella piú non si parlava, sí come anco era stata in silenzio 3 anni doppo che la propose immediate assonto al pontificato. Per ovviare a queste diffamazioni deliberò il papa di nuovo ripigliare quel negozio, riformando prima sé, i cardinali e la corte, per poter levar ad ogni uno l'obiezzione e la sinistra interpretazione di tutte le azzioni sue; et elesse quattro cardinali e cinque altri prelati tanto da lui stimati, che quattro di essi nelli anni seguenti creò poi cardinali, imponendo a tutti 9 di raccogliere gli abusi che meritavano riforma, et insieme aggiongervi i rimedii co' quali si potesse prestamente e facilmente levargli, e ridur il tutto ad una buona riformazione. Fecero quei prelati la raccolta secondo il commandamento del pontefice, e la ridussero in scritto.

Proposero nel principio, per fonte et origine di tutti gli abusi, la prontezza de' pontefici a dar orecchie alli adulatori e la facilità in derogare le leggi, con la inosservanza del commandamento di Cristo di non cavar guadagno delle cose spirituali; e descendendo a particolari, notarono 24 abusi nell'amministrazione delle cose ecclesiastiche, e 4 nel governo speciale di Roma; toccarono l'ordinazione di clerici, la collazione di beneficii, le pensioni, le permutazioni, li regressi, le reservazioni, la pluralità di beneficii, le commende, la residenza, le essenzioni, la deformazione dell'ordine regolare, la ignoranza de' predicatori e confessori, la libertà di stampare libri perniciosi, le lezzioni, la toleranza de' apostati, i questuarii; e passando alle dispensazioni, toccarono prima quella di maritare gli ordinati, facilità di dispensare matrimonii ne' gradi proibiti, la dispensa a' simoniaci, la facilità nel conceder confessionali et indulgenze, la dispensazione de' voti, la licenza di testare de' beni della Chiesa, la commutazione delle ultime volontà, la toleranza delle meretrici, la negligenza del governo delli ospedali, et altre cose di questo genere, trattate minutamente, con esporre la natura degli abusi, le cause et origine loro, le consequenze dei mali che portano seco, i modi di rimediarvi e conservar il corpo della corte per l'avvenire in vita cristiana: opera degna d'esser letta, che se la sua longhezza non avesse impedito, meritava esser registrata di parola in parola.

Il pontefice, ricevuta la relazione di questi prelati, la fece considerar a molti cardinali e propose poi in consistorio la materia per prenderne deliberazione. Frate Nicolò Scomberg dell'ordine dominicano, cardinale di San Sisto, con altro nome chiamato di Capua, con longhissimo discorso mostrò, che quel tempo allora presente non comportava che si riformasse alcuna cosa. Primieramente considerò la malizia umana, che sempre, quando li è impedito un corso al male, ne ritrova un peggiore, e che è manco mal tolerar il disordine conosciuto, e che per esser in uso non dà tanta maraviglia, che, per rimediar a quello, dar in uno che, come nuovo, restarà piú apparente e sarà anco piú ripreso. Aggionse che sarebbe dar occasione a' luterani di vantarsi che avessero sforzato il pontefice a far quella riforma, e sopra tutte le cose considerava che sarebbe stato principio non di levar gli abusi soli, ma ancora insieme i buoni usi, e metter in maggior pericolo tutte le cose della religione: perché con la riforma si confesserebbe che le cose provedute meritamente erano riprese da luterani, che non farebbe altro che dar fomento a tutta la loro dottrina. In contrario Giovan Pietro Caraffa, cardinale teatino, mostrò che la riforma era necessaria e grand'offesa di Dio esser il tralasciarla, e rispose esser regola delle azzioni cristiane che sí come non s'ha da far alcun male acciò ne succeda bene, cosí non si debbe tralasciare alcun bene di obligazione per timore che ne venga il male. Varie furono le opinioni, e finalmente, dopo detti diversi pareri, fu concluso che si differisse di parlarne ad altro tempo, e commandò il pontefice che fosse tenuta segreta la rimostranza fattagli da' prelati. Ma il cardinal Scomberg ne mandò una copia in Germania, il che da alcuni fu creduto non esser fatto senza saputa del pontefice, acciò fusse veduto che in Roma vi era qualche dissegno e qualche opera ancora di riformazione. La copia mandata fu subito stampata e publicata per tutta Germania, e fu anco scritto contra di quella da diversi in lingua tedesca e latina. E pur tuttavia nella medesima regione cresceva il numero de' protestanti, essendo entrati nella loro lega il re di Dania et alcuni prencipi della casa di Brandeburg.

 

 

[Il papa intima il concilio in Vicenza]

 

Avvicinandosi il mese di novembre, il pontefice publicò una bolla di convocazione del concilio a Vicenza, e causando che per la vicinità dell'inverno vi era bisogno di prorogar il tempo, l'intimò per il primo di maggio dell'anno seguente 1538, e destinò legati a quel luogo tre cardinali, Lorenzo Campeggio, già legato di Clemente VII in Germania, Giacomo Simoneta e Gieronimo Aleandro, da lui creati cardinali.

Uscita la bolla in luce, in Inghilterra fu publicato un altro manifesto del re contra questa nuova convocazione, inviato a Cesare et ai re e popoli cristiani, dato sotto gli 8 aprile dell'istesso anno 1538: che avendo già manifestato al mondo le molte et abondanti cause per quali aveva ricusato il concilio, che il papa fingeva voler celebrar in Mantova, prorogato poi senza assignazione di certo luogo, non gli pareva conveniente, ogni volta che il pontefice avesse escogitato qualche nuova via, dover esso pigliar fatica di protestare o ricusare quel concilio che egli mostrasse di voler celebrare. Perilché quel libello defende la causa sua e del suo regno da tutti i tentativi che si potessero fare o da Paolo overo da qualonque altro pontefice romano, e però l'ha voluto confermare con quella epistola, che facilmente lo doverà iscusare perché non sia piú per andar a Vicenza di quello che non era per andare a Mantova, quantonque non vi sia chi piú desideri una publica convocazione de' cristiani, purché sia concilio generale, libero e pio, quale ha figurato nella protesta contra il concilio di Mantova. E sí come nissuna cosa è piú santa che una generale convocazione di cristiani, cosí nissuno può apportare maggiore pregiudicio e pernicie alla religione che un concilio abusato per guadagni, per utilità, o per confermar errori. Concilio generale chiamarsi, perché tutti i cristiani possano dire il suo parere: né potersi dire generale dove siano uditi solamente quelli che averanno determinato di tener sempre, in tutte le cose, le parti del pontefice e dove l'istessi siano attori, rei, avvocati e giudici. Potersi replicare sopra Vicenza tutte le medesime cose che si sono dette nell'altro suo libello di Mantova. E replicato con brevità un succinto contenuto di quello, seguí dicendo: se Federico, duca di Mantova, non ha deferito all'autorità del pontefice in concedergli la sua città in quel modo che egli la voleva, che raggione vi è che noi debbiamo tanto stimarla in andar dove gli piace? Se ha il pontefice potestà da Dio di chiamar i prencipi dove vuole, perché non l'ha di eleggere qual luogo gli piace e farsi ubedire? Se il duca di Mantova può con raggione negar il luogo eletto dal pontefice, perché non potranno anco gli altri re e prencipi non andar a quello? E se tutti i prencipi gli negassero le loro città, dove sarebbe la sua potestà? Che sarebbe avvenuto, se tutti si fussero messi in viaggio e gionti là s'avessero trovati esclusi dal duca di Mantova? Quello che di Mantova è accaduto, può accader di Vicenza.

Andarono i legati a Vicenza al tempo determinato, et in questo medesimo il pontefice andò a Nizza di Provenza per intervenir al colloquio dell'imperatore e del re di Francia, procurato da lui, dando fuori che fosse solamente per metter quei due gran prencipi in pace, se ben il fine piú principale era di tirar in casa sua il ducato di Milano. In quel luogo il pontefice, tra le altre cose, fece ufficio con ambidue che mandassero gli ambasciatori loro al concilio e che vi facessero anco andare i prelati che erano nelle loro compagnie, e dessero ordine a quelli che si ritrovavano ne' loro regni di mettersi in viaggio. Quanto al dar l'ordine, l'uno e l'altro si scusò che era necessario prima informarsi con i prelati de' bisogni delle loro chiese; e quanto al mandare quei che erano quivi presenti, che sarebbe stato difficile persuadergli ad andare soli, senza aver communicato conseglio con altri. Restò tanto facilmente il papa sodisfatto della risposta, che lasciò dubio se piú desiderasse l'affermativa che la negativa. Riuscito adonque infruttuoso questo ufficio, come gli altri trattati dal papa in quel convento, egli se ne partí, et essendo di ritorno in Genova ebbe lettere da Vicenza da legati che si ritrovavano ancora là soli, senza prelato alcuno; perilché gli richiamò, e sotto il 28 giugno per una sua bolla allongò il termine del concilio sino al giorno della prossima pasca.

 

 

[Il papa fulmina la scomunica contra il re d'Inghilterra]

 

In questo anno il pontefice ruppe la prudente pazienza overo dissimulazione usata per 4 anni continui verso Inghilterra, e fulminò contra quel re una terribile bolla, con modo non piú usato da' suoi precessori, né da successori immitato, della quale fulminazione, per esser originata da manifesti publicati contra il concilio intimato in Mantova et in Vicenza, ricerca il mio proposito che ne faccia menzione; oltre che, per intelligenza di molti accidenti che di sotto si narreranno, è necessario recitare questo successo con i suoi particolari.

Avendo il re d'Inghilterra levata l'ubedienza alla Chiesa romana e dichiaratosi capo dell'anglicana l'anno 1534, come al suo luogo s'è detto, papa Paolo, immediate dopo la sua assonzione, dall'imperatore per i proprii interessi, e dall'instanze della corte, la quale con quel mezo credeva di racquistare overo abbrugiare l'Inghilterra, fu continuamente stimolato a fulminare contra quel re; il che egli, come uomo versato nella cognizione delle cose, giudicava poco a proposito, considerando, se i fulmini de' suoi precessori non avevano sortito mai buon effetto in quei tempi, quando erano creduti e riveriti da tutti, minore speranza esserci che, dopo publicata e ricevuta da molti una dottrina che gli sprezzava, potessero farlo. Teneva per opera di prudenza il contenere nel fodro un'arma che non ha altro taglio, se non nell'opinione di coloro contra chi si combatte. Ma del 1535, succeduta la decapitazione del cardinal Roffense, gli altri cardinali gli furono intorno a rimostrargli quanta fosse l'ignominia e quanto grande il pericolo di quell'ordine che era stimato sacrosanto et inviolabile, se fosse lasciato prender piede a quell'essempio; imperoché i cardinali defendono il pontificato con ardire appresso tutti i prencipi per la sicurezza della propria vita, la quale, quando fosse levata e mostrato a' secolari che i cardinali possono esser giustiziati, sarebbono costretti operare con troppo timore. Il pontefice però non partí dalla risoluzione sua, ma trovò un temperamento non piú usato da papa alcuno, di alzare la mano col fulmine e minacciar di tirarlo, ritenendolo però senza lanciarlo, e con questo modo sodisfare a' cardinali et alla corte et altri, e non metter in prova la potestà pontificale. Formò per tanto il papa un processo e sentenza severissima contra quel re sotto il dí 30 agosto 1535, e tutto insieme sospese la publicazione a suo beneplacito, lasciata però andare la copia occultamente in mano di chi sapeva glie l'averebbe fatta capitare e facendo caminar il rumore della bolla formata e della sospensione d'essa, con fama che presto presto, levata la sospensione, si venirebbe alla publicazione, e con dissegno di non venirci mai.

E se ben non era senza speranza che il re, o per timore del fulmine fabricato, o per l'inclinazione del suo popolo, o per sazietà de' supplicii contra gli inubedienti al suo decreto, s'inducesse, o per interposizione dell'imperatore o del re di Francia (quando per le occorenze del mondo fosse costretto unirsi con alcuno di loro) fosse indotto a cedere; principalmente però si mosse per la causa sudetta, acciò egli medesimo non mostrasse la debolezza delle arme sue e fermasse il re maggiormente nella separazione. Nondimeno in capo di 3 anni si mosse a mutare proposito per gli irritamenti che gli pareva esser usati da quel re verso lui senza occasione, in mandare sempre manifesti contra le sue convocazioni del concilio et oppugnare le sue azzioni, se ben non indrizzate ad offesa particolare di lui; e nuovamente con aver processato, citato e condannato per ribelle del regno, con confiscazione de' beni, san Tomaso cantuariense, prima canonizato da Alessandro III per esser stato ucciso in difesa della libertà e potestà ecclesiastica sino 1171, del quale si fa annualmente solenne festa nella Chiesa romana, con essecuzione della condanna, levando dalla sepoltura le ossa, che furono abbrugiate in publico per mano del ministro di giustizia e sparse le ceneri nel fiume; posta la mano ne' tesori, ornamenti et entrate delle chiese dedicate a lui, il che era l'avere toccato un arcano del pontificato molto piú importante che la materia del concilio. Alle qual cose gionta qualche speranza, conceputa nel colloquio col re di Francia, che fosse per somministrare aiuti a' malcontenti d'Inghilterra come fosse libero dalle guerre con l'imperatore, sotto il 17 decembre vibrò il fulmine lavorato già 3 anni, aperta la mano che per tanto tempo era stata in atto di fulminare. Le cause allegate furono in sostanza quella del divorzio e per l'ubedienza levata, per l'uccisione di Roffense, per la dichiarazione contra san Tomaso. Le pene furono: privazione del regno, et alli aderenti suoi di tutto quello che possedevano, comandando a' sudditi di levargli l'ubedienza et a' forestieri di non aver commercio in quel regno; et a tutti, che si dovessero levare con arme contra lui et i suoi fedeli e perseguitargli, concedendo in preda li Stati e le robbe et in servitú le persone di tutti loro.

Ma in quanto conto fosse tenuto il breve del papa e quanto fossero osservati i commandamenti suoi lo dimostrano le leghe, confederazioni, paci, trattazioni, che doppo furono fatte con quel re dall'imperatore, re di Francia et altri prencipi catolici.

 

 

[In Germania è proposto a Francfort un modo di amichevole composizione, contradetto dal papa]

 

Nel principio del anno 1539, essendo eccitate nuove controversie in Germania per le cause della religione, e forse anco da persone mal intenzionate che le adoperavano per pretesto, fu tenuto un convento in Francfort, dove Cesare mandò un commissario, e là, dopo longa disputa, sotto il dí 19 d'aprile, col consenso di quello, fu concluso di far un colloquio al primo d'agosto in Noremberga per trattare quietamente et amorevolmente della religione, dove avessero da intervenire da una parte e dall'altra, oltre i dottori, altre persone prudenti mandate da Cesare, dal re Ferdinando e da' prencipi per sopraintendere al colloquio et intromettersi tra le parti; e quello che fosse di commune consenso determinato, fusse significato a tutti gli ordini dell'Imperio e nella prima dieta confermato da Cesare. Volevano i catolici che fosse ricercato il pontefice di mandar esso ancora persona a quel colloquio; ma i protestanti riputarono questo esser cosa contraria alla loro protestazione, perilché non fu esseguito. Andata a Roma nuova di questa convenzione, il pontefice offeso, cosí perché si dovesse far in Germania trattazione della religione, come perché fosse con gran pregiudicio alla riputazione del concilio intimato da lui, se bene puoco si curava che fosse celebrato, e piú particolarmente perché si avesse trattato di admetterci uno mandato dal pontefice e fosse poi totalmente esclusa la sua autorità, spedí subito il vescovo di Montepulciano in Spagna, principalmente acciò facesse opera che Cesare non confermasse, anzi annichilasse i decreti di quella dieta.

Ebbe il noncio grande e longa instruzzione, prima di dolersi gravemente de' portamenti del commissario suo, che era Giovanni Vessalio arcivescovo di London, il qual, smenticatosi del giuramento prestato a quella Sede e d'infiniti beneficii ricevuti dal pontefice, e dell'instruzzione datagli dall'imperatore, avesse consentito alle domande de' luterani con pregiudicio della Sede apostolica e disonore di Sua Maestà Cesarea; che il London era stato corrotto con doni e promissioni, avendogli la città d'Augusta donato 250 mila fiorini d'oro et il re di Dania promesso 4 mila fiorini all'anno sopra i frutti del suo arcivescovato di London occupatogli. Che pensava di pigliar moglie e lasciare le cose di Chiesa, non avendo mai voluto ricevere gli ordini sacri. Ebbe anco il noncio ordine di mostrare all'imperatore che le cose concesse dal London, quando fossero confermate da lui, mostrariano che non fosse vero figliuolo della Sede apostolica, e che tutti i prencipi catolici di Germania ne facevano querela e tenevano che la Sua Maestà non la confermarebbe; e di proporli altri suoi interessi toccanti il ducato di Gheldria e l'elezzione del re de' Romani per moverlo maggiormente; raccordandogli ancora che per tolerare i luterani ne' loro errori, non potrà però disponere la Germania, come London et altri gli deping[o]no, perché è cosa ormai nota che non si può fidare di conservare gli imperii, dove si perde la religione o dove due religioni sono comportate. Che ciò è accaduto agli imperatori orientali, i quali, abandonata l'ubedienza all'universale pontefice di Roma, persero le forze et i regni. Esser manifeste le fraudi de' luterani, che hanno proceduto sempre malignamente con Sua Maestà, e che sotto pretesto di rassettar le cose della religione, vanno procurando altro che religione. Esserne essempio la dieta di Spira del '26, di Noremberg del '32 e di Calano del '34, quando il duca di Vitemberg ripigliò il ducato: il che mostrò che i moti del lantgravio e luterani non furono per causa di religione, ma per levare quel Stato al re de' Romani. Mettesse in considerazione che, quando convenisse co' luterani, i prencipi catolici non potrebbono tolerar un tal disordine, che Sua Maestà potesse piú sopra loro, che sopra i protestanti, e pensarebbono a nuovi rimedii. Che vi sono molte altre lecite et oneste vie con le quali le cose di Germania si possono ridurre, essendo preparato il papa, secondo la qualità delle sue forze, di non mancargli mai di tutti gli aiuti possibili. E quando Sua Maestà vi metterà pensiero, troverà non potersi approvare questi capitoli, che tutta Germania non si faccia luterana, il che sarebbe un levar a lei tutta l'autorità, perché la loro setta esclude ogni superiorità, predicando sopra ogni altra cosa la libertà, anzi licenza. Mettesse in considerazione a Cesare d'accrescere la lega catolica e levar a' luterani gli aderenti il piú che si potesse, mandando quella maggior quantità de' danari in Germania che fosse possibile per prometterne e darne anco con effetto a chi seguisse la lega catolica. Che sarebbe anco bene, sotto titolo di cose turchesche, mandare qualche numero di gente spagnola o italiana in quelle parti, tratenendola nelle terre del re de' Romani. Che il pontefice risolveva di mandare qualche persona a prencipi catolici con danari per promettere e per gratificare quelli che saranno a proposito per le cose sue. Confortasse Cesare a far un editto simile a quello che il re d'Inghilterra aveva fatto nel suo regno, facendo seminare anco destramente che Sua Maestà avesse maneggio col detto re per farlo ridurre all'ubedienza pontificia. Diede anco il pontefice commissione allo stesso Montepulciano di dolersi con Cesare che la regina Maria, governatrice de' Paesi Bassi, sua sorella, segretamente prestasse favore alla parte luterana, che gli mandasse uomini a posta; che quando si era per stabilire la lega catolica ella scrisse all'elettor di Treveri che non v'entrasse, e cosí fu impedita quella santa opera; che impedí monsignore di Lavaur, oratore del re di Francia, dall'andar in Germania per consultare col re de' Romani e col legato di Sua Beatitudine sopra le cose della religione; che credeva ben il pontefice questo non venir da mala volontà di lei, ma per conseglio de cattivi ministri.

Ma perché si è fatta menzione d'un editto del re d'Inghilterra in materia della religione, non sarà fuora di proposito raccontar qui come, in quell'istesso tempo della dieta di Francfort, Enrico VIII, o perché credesse far il servizio di Dio non permettendo rinovazione di religione nel suo regno, o per mostrar costanza in quello che aveva scritto nel libro contra Lutero, overo per smentire il papa, che nella sua bolla gli imputava d'aver publicato dottrina eretica nel suo regno, fece publicar un editto, dove commandava che per tutta Inghilterra fosse creduta la real presenza del vero e natural corpo e sangue di Cristo, nostro Signore, sotto le specie del pane e del vino, non rimanendovi la sostanza di quei elementi; che sotto l'una e l'altra delle specie si conteneva Cristo tutto intieramente; che la communione del calice non era necessaria; che a' sacerdoti non era lecito contraere matrimonio; che i religiosi, dopo la professione e voti di castità, erano perpetuamente ubligati a servarla e vivere ne' monasterii; che la confessione secreta et auriculare era non solamente utile, ma ancora necessaria; che la celebrazione delle messe, eziandio private, era cosa santa e che commandava fusse continuata nel suo regno. Proibí a tutti l'operare o insegnare contra alcuno di questi articoli, sotto tutte le pene ordinate dalle leggi contra gli eretici. È ben maraviglia come il papa, che pochi giorni prima aveva fulminato contra quel re, fosse costretto lodare l'azzioni di lui e proporlo all'imperatore per essempio da immitare: cosí il proprio interesse fa lodar e biasimar l'istessa persona.

 

 

[Il papa, perplesso nel negozio del concilio, lo sospende a suo beneplacito]

 

Ma il papa, dopo spedito il Montepulciano, avendo veduto che col convocar il concilio e poi differire il termine assignato, se ben andava trattenendo le persone, nondimeno perdeva assai della riputazione, giudicò necessario lasciare quel proceder ambiguo, il quale, se ben per lo passato aveva trattenuto il mondo, in progresso però poteva partorire qualche sinistro effetto, e fece risoluzione in se medesimo di volersi dichiarare et uscire dalle ambiguità; et in consistorio, narrata la serie delle cose successe e proposto che era necessario far una stabile e ferma risoluzione o in un modo o in un altro, pose la materia in consultazione. Alcuni de cardinali, per liberarsi dal timore che ogni altro giorno gli metteva in spavento, non approvavano il termine di sospensione, ma averebbono voluto una espressa dichiarazione che il concilio non si farebbe, per non vedersi come superare gli impedimenti prima che fosse conciliata pace tra i prencipi, mezo necessario, senza il quale non si poteva sperare di celebrarlo. Ma i piú prudenti erano bilanciati tra questo et un altro timore, che non si passasse a' concilii nazionali o ad altri rimedii piú nocivi a loro che il concilio generale; e per ciò la maggior parte passò nella medesima opinione del sospender a beneplacito: pensando che, quando non fosse parso utile per loro il venir all'effetto, con la pretensione della discordia de' prencipi o con altra, s'avesse continuata la sospensione, e se si fosse attraversato pericolo di concilio nazionale, o di colloquii, o d'altro, con metter inanzi il concilio generale et assignargli luogo e tempo, si rimediasse a' pericoli; per far poi, circa il celebrarlo o no, quello che le opportunità avessero consegliato. Fu il partito abbracciato, e fu formata una bolla sotto il 13 giugno, per la quale il concilio intimato veniva sospeso a beneplacito del papa e della Sede apostolica.

Ma il noncio Montepulciano, andato in Spagna, esseguí le commissioni sue con Cesare, il quale per le cause allegate dal noncio o per altri suoi rispetti non si dichiarò se assentisse o dissentisse al colloquio destinato da farsi all'agosto in Noremberg; poi, succedendo la morte della moglie e, dopo quella, ancora la sollevazione di Gant e di parte de' Paesi Bassi, ebbe occasione, pretendendo affari di maggiore importanza, lasciare la cosa sospesa. E cosí passò tutto l'anno 1539.

 

 

[Cesare consulta di pacificare le cose della religione per via di conferenza, ma ne è dissuaso dal legato Farnese]

 

Io, quando mi son posto a scrivere questa istoria, considerando i molti colloquii che sono stati parte solamente intimati e parte anco tenuti per componere le differenze della religione, sono stato in dubio se convenisse fare di tutti menzione, occorrendomi raggioni concludenti per l'una parte e per l'altra; in fine, considerato d'aver proposto narrare tutte le cause del concilio tridentino, et osservando nissun colloquio essere stato intimato o tenuto, se non per impedire, per divertire, per ritardare, per incitare, o per accelerare il concilio, ho risoluto meco stesso di far menzione d'ogni uno, massime per il frutto che si può cavare dalla cognizione de' notabili particolari in ciascuno occorsi; come in quello che fu instituito l'anno seguente 1540, il quale cosí ebbe origine.

Cesare, passando per Francia, andò a' Paesi Bassi per accommodare quelle sedizioni, e Ferdinando andò a ritrovarlo: dove uno de' principali negozii conferiti da ambedue fu il trovar componimento alle cose della religione in Germania. Del che essendosi trattato nel consiglio di Cesare con molta accuratezza, pareva che tutti inclinassero ad instituire un colloquio sopra questa materia.

Essendo ciò penetrato alle orrecchie del Farnese che si trovava ivi legato et aveva accompagnato Cesare per il viaggio, il qual cardinale, se ben giovene di sotto gli 20 anni, aveva però in compagnia molte persone di maneggio, e tra gli altri Marcello Cervino, vescovo di Nicastro, il quale, dopo fatto papa, fu chiamato Marcello II, si oppose a questa deliberazione, trattando con Cesare e con Ferdinando e con tutti quelli del conseglio, mettendo in considerazione che molte volte era stato trattato co' protestanti di concordia, incomminciando già 10 anni nella dieta d'Augusta, né mai s'aveva potuto concludere cosa alcuna; e quando ben fosse stata trovata e conclusa qualche concordia, sarebbe riuscita vana e senza frutto, perché i protestanti mutano alla giornata opinione, non seguendo una dottrina certa, avendo sino contravenuto alla loro propria confessione augustana; che sono lubrichi quanto le anguille; si mostravano prima desiderosi che gli abusi et i vizii fossero levati, ora non vogliono piú il pontificato emendato, ma estinto, et estirpata la Sede apostolica et abolita ogni giurisdizzione ecclesiastica. E se mai furono petulanti, sarebbono allora, quando non era ben fermata la pace con Francia et il turco soprastava l'Ongaria; non potersi pensare di rimuoverli, per essere le controversie sopra innumerabili dogmi, et anco, per essere molte le sette tra loro, esser impossibile il concordare con tutti; senza che la maggior parte di loro non hanno altro fine, se non d'occupare quel d'altri e rendere Cesare senza autorità. Esser vero che la guerra de' turchi instante conseglia a concordare nella religione: ma questo non era da farsi in diete particolari o nazionali, ma in un concilio generale, il qual si potrebbe intimar immediate; perché toccando la religione, non è da farsi mutazione senza commun consenso. Non doversi aver rispetto alla sola Germania, ma alla Francia, Spagna et Italia et agli altri popoli, senza conseglio de' quali, se la Germania farà mutazione, ne nascerà una divisione pericolosa di quella provincia dalle altre. Esser antichissimo costume, sino dagli apostoli, che col solo concilio sono state terminate le controversie e tutti i re, prencipi et uomini pii desiderarlo ora. Potersi con facilità concludere ora la pace tra Cesare et il re di Francia, et immediate far il concilio, e fra tanto attendere a crescere numero e potenzia alla lega catolica di Germania, il che farà che i protestanti intimiditi per ciò si sottometteranno al concilio, overo saranno sforzati da' catolici; e quando sarà necessario resister al turco, essendo la lega catolica potente, si potrà ridur anco i protestanti in necessità di contribuire: il che, se non volessero fare, esser necessario di doi mali elegger il minore, essendo mal maggiore offender Iddio, abandonata la causa della religione, che mancar dell'aiuto d'una parte d'una provincia. Massime che non è facile da determinare chi siano piú contrarii a Cristo, i protestanti, o i turchi, poiché questi mirano a metter in servitú i corpi, e quelli i corpi e le anime insieme. Tutti i discorsi e raggionamenti del cardinale avevano per conclusione che conveniva chiamar il concilio e principiarlo quello istesso anno, e non trattar della religione nelle diete di Germania, ma attendere ad accrescere la lega catolica e far la pace col re di Francia.

 

 

[Cesare intima una dieta in Aganoa, dove è concluso che si farà conferenza in Vormazia]

 

Cesare, dopo molta deliberazione, concluse di voler tentare la via della concordia, et ordinò di far una dieta in Germania in quel luogo dove Ferdinando avesse giudicato bene, invitando i prencipi protestanti a trovarvisi in persona e promettendo sicurezza publica a tutti. Et il cardinal Farnese, intesa questa conclusione fatta senza sua saputa, si partí immediate, e passato per Parigi ottenne dal re un severo editto contra gli eretici e luterani, che publicato in quella città s'esseguí poi per tutta la Francia con molto rigore.

In Germania fu da Ferdinando la dieta congregata in Aganoa, dove co' dottori catolici intervennero molti de' predicatori e ministri luterani; e furono deputati per mediatori tra le parti l'elettore di Treveri e palatino, col duca Ludovico di Baviera e Vielmo, vescovo d'Argentina. I protestanti, ricercati che presentassero i capi della dottrina controversa, risposero che già 10 anni in Augusta avevano presentata la loro confessione et una apologia in difesa; che perseveravano in quella dottrina, apparecchiati di rendere conto a tutti; e non sapendo che cosa fosse ripresa dagli avversarii, non avevano che dire altro di quello, ma aspettavano d'intendere da loro ciò che riputassero esser contrario alla verità; che cosí la cosa venirà a colloquio et essi non mancheranno d'aver inanzi gli occhi la concordia. I catolici subito presero il ponto; et assentendo a quello che gli altri proponevano, inserivano che conveniva aver per approvate tutte le cose in quella dieta passate et aver per fermo e stabilito il decreto nel recesso promulgato, e portar inanzi la forma di riconciliazione in quella dieta incomminciata. I protestanti, conoscendo il disavantaggio loro proseguendo in quella forma et il pregiudicio che gli averebbe inferito quel decreto, instavano per una nuova forma, rimessi tutti i pregiudicii. Dall'altro canto i catolici, dovendosi rimuovere ogni pregiudicio, domandavano che fossero anco da' protestanti purgati gli attentati e fossero restituiti i beni delle chiese occupati. Replicarono i protestanti: i beni non esser stati occupati, ma con la rinovazione della buona dottrina riapplicati a quei usi legitimi et onesti, a' quali furono destinati nella prima instituzione, dalla quale avevano gli ecclesiastici degenerato; e però essere necessario prima decidere i ponti della dottrina che parlare de' beni; e crescendo le contenzioni, Ferdinando concluse che s'instituisse una nuova forma non pregiudiciale ad alcuno e trattassero i dottori d'ambe le parti in numero pari e fosse lecito al pontefice mandarvi suoi noncii, et il colloquio fosse rimesso a principiarsi in Vormazia il 28 d'ottobre seguente, sotto il beneplacito di Cesare. Accettarono il decreto i protestanti, dichiarando che, quanto all'intervenire noncii, non repugnavano, ma ben non intendevano che fosse per ciò attribuito alcuno primato al papa, né autorità a loro.

 

 

[Il papa manda noncio in dieta il Vergerio e la fa rompere per sua arte apppresso Cesare]

 

Cesare confermò il decreto et ordinò la riduzzione, destinando suo commissario a quel colloquio il Granvela, il quale andatovi insieme col vescovo d'Arras, suo figliuolo, che fu poi cardinale, e tre teologi spagnoli, diede principio facendo un raggionamento molto pio e molto apposito a componere le differenzie; pochi giorni dopo arrivò Tomaso Campeggio, vescovo di Feltre e noncio del pontefice: perché il papa, quantonque vedesse che ogni trattazione di religione in Germania era perniciosa per le cose sue e per ciò avesse fatto ogni diligenza per interrompere quel colloquio, nondimeno riputava minor male l'acconsentirvi che il lasciarlo fare senza suo volere. Il noncio, seguendo l'instruzzione del pontefice, nel suo ingresso fece un ragionamento, dicendo che la quiete della Germania era stata procurata sempre da' pontefici e massime da Paulo III, il quale per ciò aveva intimato il concilio generale in Vicenza, se ben era stato sforzato differirlo in altro tempo, per non vi esser andato alcuno, et al presente era deliberato di nuovo intimarlo in luogo piú opportuno: nel quale, acciò là fossero trattate con frutto le cose della religione, aveva concesso a Cesare che si potesse tener un colloquio in Germania, che fosse come un preludio per disponere alla risoluzione del concilio, et aveva mandato lui per intervenirvi e coadiuvare. Però pregava tutti d'inviar ogni cosa alla concordia, promettendo che il pontefice sarebbe per fare tutto quello che si potesse, salva la pietà. Vi arrivò anco il vescovo di Capo d'Istria, di sopra spesso nominato, il quale, se ben mandato dal pontefice, come molto versato nell'intendere gli umori di Germania, intervenne però come mandato da Francia, per meglio far il servizio del papa sotto nome alieno. Egli fece stampare un'orazione che portava per soggetto l'unità e pace nella Chiesa: la qual aveva per scopo di mostrare che per ottenere questo fine non fosse buon mezo il concilio nazionale; e questa la distribuí a quanto piú persone poté, ad effetto d'interromper quel colloquio, che ne aveva sembianza. Si consumò gran tempo nel dar forma alla conferenza cosí quanto alla secretezza, come quanto al numero de' dottori che dovessero parlare: e non mancavano quelli che studiosamente protraevano il tempo, cosí per i diligenti ufficii fatti dal noncio Campeggio, come per i maneggi segretti del Vergerio; finalmente fu ordinato, che parlassero per la parte de' catolici Giovanni Ecchio e per i protestanti Filippo Melantone, e la materia fosse del peccato originale. Mentre che queste cose caminavano in Vormazia, il noncio pontificio residente appresso Cesare non cessava di persuadere la Maestà Sua che quel colloquio era per partorire qualche gran scisma, per far diventare tutta la Germania luterana, e non solo levare l'ubedienza al Pontefice, ma anco indebolire la sua; replicava de quei medesimi concetti usati dal Montepulciano per impedire il colloquio determinato nella dieta di Francfort, e delli usati dal cardinale Farnese per impedire quello d'Aganoa. Finalmente Cesare, considerate quelle raggioni e gli aiuti datigli dal Granvela delle difficoltà che incontrava, e pensando di far meglio l'opera esso in propria persona, risolvé che il colloquio non procedesse piú inanzi. Perilché avendo parlato 3 giorni Ecchio e Melantone, fu interrotto il colloquio, essendo venute lettere da Cesare che richiamavano il Granvela e rimettevano il rimanente alla dieta in Ratisbona.

 

 

[Cesare intima dieta in Ratisbona, e vi si trova in persona. Il papa vi manda il cardinal Contarini]

 

Quella si comminciò a congregare nel marzo 1541. Si ritrovò Cesare in persona con speranza grandissima di dover terminare tutte le discordie et unire la Germania in una religione. Per qual effetto aveva anco pregato il pontefice che volesse mandar un legato, persona dotta e discreta, con amplissima autorità, sí che non fosse stato bisogno mandar a Roma per cosa alcuna, ma s'avesse potuto determinare là immediate tutto quello che dalla dieta e dal legato fosse stato giudicato conveniente, dicendo che per ciò aveva esaudite l'efficaci instanze fattegli dal noncio residente appresso sé per interromper il colloquio di Vormazia.

Mandò il pontefice legato Gasparo cardinale Contarini, uomo stimato di eccellente bontà e dottrina; l'accompagnò anco con persone ben instrutte di tutti gli interessi della corte, con notarii che dovessero far instromento di tutte le cose che fossero trattate e dette; gli diede in commissione che se presentisse trattarsi di far cosa in diminuzione della autorità pontificia, interrompesse con propor il concilio generale, unico e vero rimedio, e quando l'imperatore fosse sforzato a condescendere a' protestanti in qualche cosa pregiudiciale, egli dovesse con l'autorità apostolica proibirla, e se fosse fatta, condannarla e dichiararla irrita e partirsi dal luogo della dieta, ma non dalla compagnia di Cesare.

Gionto il legato in Ratisbona, la prima cosa che ebbe a fare con l'imperatore fu scusar il pontefice che non gli avesse data quella amplissima autorità et assoluta potestà che Sua Maestà desiderava. Prima, perché è cosí annessa alle ossa del pontificato, che non può essere concessa ad altra persona; poi ancora, perché non si trovano parole, né clausule con quali si possi communicare dal pontefice l'autorità di determinare le cose controverse della fede, essendo il privilegio di non poter fallare donato alla sola persona del pontefice in quelle parole: «Ego rogavi pro te, Petre». Ma ben che Sua Santità gli aveva data ogni potestà di concordare co' protestanti, purché essi ammettino i principii: che sono il primato della Sede apostolica, instituito da Cristo, et i sacramenti, sí come sono insegnati nella Chiesa romana, e le altre cose determinate nella bolla di Leone, offerendosi nelle altre cose di dar ogni sodisfazzione alla Germania, ma pregando Sua Maestà che non volesse ascoltare proposta di cosa, la quale non fosse conveniente concedere senza saputa delle altre nazioni, acciò non si facesse nella cristianità qualche divisione pericolosa. Delle cose che in quella dieta passarono è necessario far particolare menzione, perché quella fu causa principale che indusse il pontefice non tanto a consentire come prima, ma anco a metter ogni spirito acciò il concilio si congregasse, et i protestanti a certificarsi che né in concilio, né dove intervenisse ministro del papa potevano sperare d'ottenere cosa alcuna.

Si comminciò la prima azzione a 5 d'aprile, dove fu proposto, per nome di Cesare, come, vedendo la Maestà Sua il turco penetrato nelle viscere di Germania, di che ne era causa la divisione delli stati dell'Imperio per il dissidio della religione, aveva sempre cercato via di pacificarla, et essendogli parsa commodissima quella del concilio generale, era andato a posta in Italia per trattarne con Clemente; e dopo, non avendo potuto condurlo ad effetto, era tornato et andato in persona a Roma per trattarne con Paolo; il quale anco si era mostrato pronto, ma non avendosi potuto effettuare per varii impedimenti della guerra, finalmente aveva convocata quella dieta e ricercato il pontefice di mandarci un legato. Ora non desiderare altro, se non che qualche composizione si mandi ad effetto e che da ambe le parti sia eletto qualche picciol numero d'uomini pii e dotti e, conferito amicabilmente sopra le cose controverse senza pregiudicio d'alcuna delle parti, propongano in dieta i modi della concordia, acciò, deliberato il tutto col legato, si possa venir alla desiderata conclusione. Nel modo d'eleggere questi trattatori fu subito controversia tra i catolici et i protestanti. Perilché Cesare desideroso che qualche ben si facesse, domandò et ottenne dall'una parte e dall'altra che concedessero a lui di nominare le persone e si confidassero che non farebbe se non cosa di beneficio commune. Elesse per i catolici Giovanni Ecchio, Giulio Flugio e Giovanni Gropero, e per i protestanti Filippo Melantone, Martino Bucero e Giovanni Pistoria: i quali chiamò a sé e con gravissime parole gli ammoní a dar bando agli affetti et aver mira alla gloria di Dio. Prepose al colloquio Federico, prencipe palatino, et il Granvela, aggiontovi alcuni altri per intervenirvi, acciò il tutto passasse con maggior degnità.

 

 

[Cesare fa presentar un libro di concordia, del quale alcuni articoli sono approvati]

 

Congregato il colloquio, Granvela messe fuora un libro, dicendo essere stato dato a Cesare d'alcuni uomini pii e dotti come buono per la futura concordia et essere volontà di Cesare che lo leggessero et essaminassero, dovendogli servire come argomento e materia di quello che dovevano trattare, e che quello che piacesse a tutti, fosse confermato, quello che dispiacesse, corretto, e dove non convenissero, si procurasse di ridursi a concordia. Conteneva il libro 22 articoli: della creazione dell'uomo et integrità della natura, del libero arbitrio, della causa del peccato originale, della giustificazione, della Chiesa e suoi segni, de' segni della parola di Dio, della penitenzia dopo il peccato, dell'autorità della Chiesa, dell'interpretazione della Scrittura, de' sacramenti, del sacramento dell'ordine, del battesmo, della confermazione, dell'eucaristia, della penitenzia, del matrimonio, dell'estrema onzione, della carità, della ierarchia ecclesiastica, delli articoli determinati dalla Chiesa, dell'uso et amministrazione e ceremonie de' sacramenti, della disciplina ecclesiastica, della disciplina del popolo. Fu letto et essaminato, et alcune cose furono approvate et altre per commun consenso corrette; in altre non potero convenire. E queste furono: nel 9 della potestà della chiesa, nel 14 del sacramento della penitenzia, nel 18 della ierarchia, nel 19 delli articoli determinati dalla chiesa, nel 21 del celibato; dove restarono differenti, l'una e l'altra parte scrisse il suo parere.

Il che fatto, nel consesso de tutti i prencipi, Cesare portò le cose convenute et i pareri differenti de' collocutori, ricercando il parere di tutti et insieme proponendo l'emendazione dello stato della republica, cosí civile, come ecclesiastica. I vescovi rifiutarono affatto il libro della concordia e tutta l'azzione del colloquio: a' quali non consentendo gli altri elettori e prencipi catolici desiderosi della pace, fu concluso che Cesare, come avvocato della Chiesa, col legato apostolico essaminasse le cose concordate e, se alcuna cosa fosse oscura, la facesse esplicare, e trattasse poi co' protestanti che nelle cose controverse consentissero a qualche cristiana forma di concordia. Cesare communicò il tutto col legato e fece instanzia che si dovesse riformare lo stato ecclesiastico. Il legato considerate tutte le cose, diede una risposta in scritto, non meno chiara degli antichi oracoli, in questa forma, cioè: che avendo visto il libro presentato all'imperatore e le cose scritte dalli deputati del colloquio, cosí concordamente con le apostille dell'una e dell'altra parte, come anco le eccezzioni de' protestanti, gli pareva che, essendo li protestanti differenti in alcuni articoli dal commun consenso della Chiesa, ne' quali però non disperava che con l'aiuto di Dio non fossero per consentire, non si dovesse ordinar altro circa il rimanente, ma rimettere al sommo pontefice et alla Sede apostolica; il quale, o nel concilio generale che presto si farà, o in altro modo, se bisognerà, potrà deffinirle secondo la verità catolica, e determinare, avuto risguardo a' tempi et a quello che fosse espediente per la republica cristiana e per la Germania.

Ma quanto alla riforma dello stato ecclesiastico, si offerí prontissimo, et a questo fine congregò in casa sua tutti i vescovi e fece loro una longhissima essortazione. Prima, quanto al modo del vivere, che si guardassero da ogni scandalo et apparenzia di lusso, avarizia, overo ambizione; quanto alla famiglia loro, sapessero che da quella il popolo fa congiettura de' costumi del vescovo; che per custodir il loro grege dimorassero ne' luoghi piú abitati della diocese e nelli altri luoghi avessero fedeli esploratori, visitassero le diocesi, conferissero i beneficii a uomini da bene et idonei, dispensassero le rendite episcopali ne' bisogni de' poveri, fuggendo non solo il lusso, ma il soverchio splendore; provedessero de predicatori pii e dotti e discreti e non contenziosi; procurassero che la gioventú fosse ben instituita, vedendosi che i protestanti per questo tirano a sé tutta la nobiltà. Ridusse in scritto questa orazione e la diede a Cesare, a' vescovi et a' prencipi; il che fu occasione a' protestanti di tassare insieme la risposta data a Cesare e l'essortazione fatta a' prelati: allegando per causa del motivo loro che, essendo publicato il scritto, parerebbe, dissimulando, che l'approvassero. Non piacque manco a' catolici la risposta data a Cesare, parendo che approvasse le cose concordate nel colloquio.

 

 

[Cesare propuone che si ricevano gli articoli concordati fin al concilio]

 

Ma l'imperatore diede parte in publica dieta di tutto quello che sino allora era fatto e communicò le scritture del legato, e concluse che avendo usato tutte le diligenzie possibili, non vedeva che altra cosa si potesse far di piú, fuor che deliberare se, salvo il recesso della dieta d'Augusta, si doveva ricever gli articoli concordati in questa conferenza come cristiani, né mettergli piú in disputa, almeno sino al concilio generale che presto si tenerà, come pareva anco esser l'opinione del legato; overo, non facendosi il concilio, sino ad una dieta, dove però siano essattamente trattate tutte le controversie della religione.

Dalli elettori fu risposto, approvando indubitatamente per buono et utile che gli articoli accordati nel colloquio siano ricevuti da tutti sino al tempo del concilio, nel quale si potranno di nuovo essaminare; overo, in difetto di quello, in un concilio nazionale o in una dieta, dovendo questo servire ad introdur una piú perfetta riconciliazione negli altri articoli non concordati. Ma ancora pregar Sua Maestà a voler passar piú inanzi, se vi fosse speranza di concordar altro di piú in quella dieta; e se l'opportunità nol permetteva, lodavano molto il trattar col pontefice et operar che quanto prima si congregasse in Germania un concilio generale overo nazionale con sua buona grazia, per stabilir totalmente l'unione. L'istessa risposta fecero i protestanti, solo dichiarandosi che, sí come desideravano un libero e cristiano concilio in Germania, cosí non potevano consentire in uno dove il papa et i suoi avessero la potestà di conoscere e giudicare le cause della religione. Ma i vescovi insieme con alcuni pochi prencipi catolici altramente risposero: prima confessando che in Germania e nelle altre nazioni erano molti abusi, sette et eresie che non potevano esser estirpate senza un concilio generale; aggiongendo che non potevano acconsentire ad alcuna mutazione di religione, ceremonie e riti, poiché il legato ponteficio offerisce il concilio tra breve tempo, e Sua Maestà è per trattarne con Sua Santità; ma quando il concilio non si potesse celebrare, pregavano che il pontefice e Cesare volessero ordinare un concilio nazionale in Germania, il che, se non piacesse loro, di nuovo si dovesse congregar una dieta per estirpar gli errori; essendo essi determinati d'aderir alla vecchia religione secondo che è contenuta nella Scrittura, concilii, dottrina de' padri et anco ne' recessi imperiali, e massime in quello d'Augusta. Che non consentiranno mai che siano ricevuti gl'articoli concordati nel colloquio, per esser alcuni d'essi superflui, come i quattro primi, e perché vi sono forme di parlar in quelli non conformi alla consuetudine della Chiesa; oltre anco alcuni dogmi, parte dannabili, parte da essere temperati; et ancora perché gli articoli accordati sono di minor momento e gli importanti restano in discordia, e perché i catolici del colloquio avevano concesso troppo a' protestanti, d'onde veniva lesa la riputazione del sommo pontefice e delli Stati catolici; concludevano essere meglio che gli atti del colloquio fossero lasciati al suo luogo e tutto il pertinente alla religione differito al concilio generale o nazionale, o alla dieta. A questa risposta de' catolici diede occasione non solo il parer a loro che la proposta di Cesare fosse molto avvantaggiosa per i protestanti, ma ancora perché i tre dottori catolici del colloquio erano entrati in differenza tra loro.

 

 

[Il Contarini vuole ch'el tutto si rimetta al papa e contradice ad ogni concilio nazionale]

 

Ma il legato, inteso come Cesare l'aveva nominato per consenziente allo stabilimento delle cose concordate, cosí per proprio timore, come spinto dalle instanze degli ecclesiastici della dieta, andò a Cesare e si querelò che fosse stata mal interpretata la sua risposta e che fosse incolpato d'aver consentito che le cose concordate si tolerassero sino al concilio; che la mente sua era stata che non si risolvesse cosa alcuna, ma ogni cosa si mandasse al papa: il qual prometteva in fede di buon pastore et universale pontefice di fare che il tutto fosse determinato per un concilio generale o per altra via equivalente con sincerità e senza nissun affetto umano; non con precipizio, ma maturamente, avendo sempre mira al servizio di Dio. Sí come la Santità Sua nel principio del pontificato per questo medesimo fine aveva mandate lettere e noncii a' prencipi per celebrar il concilio, e poi intimatolo e mandato al luogo i suoi legati; e che se aveva sopportato che in Germania tante volte s'avesse parlato delle cose della religione con poca riverenzia dell'autorità sua, alla quale sola aspetta trattarle, l'aveva fatto per essergli dalla Maestà Sua data intenzione e promesso che ciò si faceva per bene: esser cosa contra ogni ragione volere la Germania, con ingiuria della Sede apostolica, assumersi quello che è di tutte le nazioni cristiane. Perilché non è d'abusar piú la clemenzia del pontefice, concludendo in una dieta imperiale quello che tocca al papa et alla Chiesa universale; ma mandare il libro e tutta l'azzione del colloquio, insieme co' pareri d'una parte e d'altra a Roma, et aspettar dalla Santità Sua la deliberazione. E non sodisfatto di questo, publicò una terza scrittura, la quale conteneva che, essendo stata data varia interpretazione alla scrittura sua, data alla Maestà Sua Cesarea, sopra il trattato del colloquio, interpretandola alcuni come se avesse consentito che si dovessero osservare sino al concilio generale gli articoli concordati, et intendendo altri che egli avesse rimesso al pontefice e quelli e tutte le altre cose, acciò in questa parte non restasse alcuna dubitazione, dichiara non aver avuto intenzione con la scrittura decidere alcuna cosa in questo negozio, né che alcun articolo fosse ricevuto o tolerato sino al futuro concilio, e che meno allora lo decideva o diffiniva, ma che ha rimesso al sommo pontefice tutto 'l trattato, e tutti gli articoli di quello, sí come ancora gli rimetteva: il che avendo dichiarato alla Cesarea Maestà in voce, voleva anco dichiararlo e confirmarlo a tutto 'l mondo con scrittura.

E non contento di questo, ma considerando che il voto de tutti i prencipi catolici, eziandio delli ecclesiastici, concordava in domandar concilio nazionale, e che nell'instruzzione sua aveva avuta strettissima commissione dal pontefice di opponersi quando di ciò si trattasse, se ben lo volessero fare con autorità pontificia e con presenza de legati apostolici, e che mostrasse quanto sarebbe in pernicie delle anime e con ingiuria dell'autorità pontificia, alla quale venirebbe levata la potestà, che Dio gli ha data, per concederla ad una nazione, che raccordasse all'imperatore quanto egli medesimo avesse detestato il concilio nazionale, essendo in Bologna, conoscendolo pernicioso all'autorità imperiale; poiché i sudditi, preso animo dal vedersi concessa potestà di mutare le cose della religione, pensarebbono anco a mutare lo Stato, e che Sua Maestà, dopo il 1532, non volse mai piú celebrar in sua presenza dieta imperiale per non dar occasione di domandar concilio nazionale; fece il cardinale diligentissimamente l'ufficio con Cesare e con ciascuno de' prencipi, et oltre ciò publicò una altra scrittura indrizzata a' catolici, in quella dicendo: aver considerato diligentemente di quanto pregiudicio fosse se le controversie della fede si rimettessero al concilio d'una nazione, et aver giudicato esser ufficio suo di ammonirgli che onninamente dovessero levar via quella clausula, essendo cosa manifestissima che nel concilio nazionale non si ponno determinare le controversie della fede, concernendo questo lo stato universale della Chiesa, e se alcuna cosa fosse determinata in quello, sarebbe nulla, irrita e vana; il che, se essi avessero levato, come egli si persuadeva, sí come sarebbe gratissimo alla Santità del pontefice, che è capo della Chiesa e de tutti i concilii, cosí non lo facendo, gli sarebbe molestissimo; essendo cosa chiara che in questo modo sarebbono per nascere maggiori sedizioni nelle controversie della religione, cosí nelle altre nazioni, come in quella nobilissima provincia; che non aveva voluto tralasciare questo ufficio per obedire all'instruzzione di Sua Santità e per non mancare al carico della legazione impostagli.

A questa scrittura del legato risposero i prencipi ch'era in potestà d'esso di rimediare e prevenire tutti gli inconvenienti che potessero nascere, operando con Sua Santità che il concilio universale fosse intimato e celebrato senza piú longa procrastinazione; che cosí li levarebbe ogni occasione di concilio nazionale, il che tutti li stati dell'Imperio desiderano e pregano; ma se il concilio generale, tante volte promesso et anco finalmente da lui, non si riducesse ad effetto, la manifesta necessità della Germania ricercava che le controversie fossero determinate in uno concilio nazionale o in una dieta imperiale, con l'assistenza d'un legato apostolico. I teologi protestanti con una longa scrittura risposero essi ancora, dicendo che non potevano nascer né maggiori sedizioni, né sedizione alcuna, quando le controversie della religione saranno composte secondo la parola di Dio, e che i manifesti vizii saranno corretti secondo la dottrina della Scrittura e gli indubitati canoni della Chiesa; che ne' tempi passati mai è stato negato a' concilii nazionali determinare della fede, avendo avuto promessa da Cristo della sua assistenza, quando fussero due o tre soli congregati nel nome suo. Esservene numero grande de concilii, non solo nazionali, ma anco di pochissimi vescovi, che hanno determinato le controversie e fatto instituzioni de' costumi della Chiesa in Soria, Grecia, Africa, Italia, Francia e Spagna, contra gli errori di Samosateno, Arrio, Donatisti, Pelagio et altri eretici; le determinazioni de' quali non si possono dire nulle, irrite e vane, senza impietà. Essere ben stato concesso alla sedia romana che fosse la prima, et al vescovo di Roma che fosse tra i patriarchi di prerogativa autorità; ma che sia stato chiamato capo della Chiesa e de' concilii non trovarsi appresso alcun padre. Cristo solo è capo della Chiesa; Paulo, Apollo e Ceffa sono ministri d'essa. Che qual cosa possino aspettar da Roma, la disciplina che vi si osserva già tanti secoli e la tergiversazione al celebrare un legitimo concilio lo mostrano.

Ma Cesare, dopo longa discussione, a 28 di luglio fece il recesso della dieta, rimettendo ogni azzione del colloquio al concilio generale o alla sinodo nazionale di Germania, overo ad una dieta dell'Imperio. Promise d'andare in Italia e di trattar col pontefice del concilio, il quale non potendo ottenere, né generale, né nazionale, tra 18 mesi intimerebbe una dieta dell'Imperio per assettare le cose della religione, operando che il pontefice vi mandi un legato. Commandò a' protestanti di non ricevere nuovi dogmi, se non i concordati, et a' vescovi, che riformassero le loro chiese. Commandò che non fossero destrutti li monasterii, né occupati li beni delle chiese, né sollicitato alcuno a mutare religione. E per dar maggior sodisfazzione a' protestanti aggionse che, quanto a dogmi non ancora accordati, non gli prescriveva cosa alcuna; quanto a monasterii de' monachi, che non si dovevano destruggere, ma ben ridurli ad una emendazione pia e cristiana; che i beni ecclesiastici non si dovessero occupare, ma fossero lasciati a' ministri, senza avere risguardo di diversità di religione; che non si possa sollecitar alcuno a mutare religione, ma ben potessero essere ricevuti quelli che spontaneamente vorranno mutarla. Sospese ancora il recesso d'Augusta, quanto s'aspetta alla religione et alle cose che da quello derivano, sino che nel concilio o in dieta le controversie fossero determinate.

 

 

[Cesare abboccatosi col papa, convengono di tenere il concilio a Vicenza, poi in Trento]

 

Finita la dieta, Cesare passò in Italia, et in Lucca ebbe raggionamento col pontefice sopra il concilio e sopra la guerra de' turchi, e restarono in conclusione che la Santità Sua per ciò mandasse un noncio in Germania per prendere risoluzione nell'una e nell'altra materia nella dieta che doveva esser in Spira nel principio dell'anno seguente, e che il concilio si facesse in Vicenza, sí come già fu appontato. Significò il papa la conclusione al senato veneto, al quale non pareva piú per diversi aspetti essere a proposito che concorresse in quella città tanta moltitudine, e che si trattasse della guerra de' turchi, come s'averebbe al sicuro fatto, o con fine di farla in effetto, o per bella apparenza solamente. Laonde rispose che, per l'accordo fatto da loro nuovamente col Turco, variati i rispetti, non potevano restare nella stessa deliberazione: perché si sarebbe generato nella mente di Solimano sospetto che procurassero di far congiurar i prencipi cristiani contra lui. Onde convenne al papa far altro dissegno. Ma il cardinale Contarini partí molte calonnie nella corte romana, ove era nata opinione che egli avesse qualche affetto alle cose luterane; e quelli che meno male parlavano di lui dicevano che non si era opposto quanto conveniva e che aveva messo in pericolo l'autorità ponteficia. Il papa non si tenne servito di lui, se ben era difeso con tutti li spiriti dal cardinale Fregoso. Ma ritornato al pontefice che si ritrovava in Lucca, aspettando quivi l'imperatore, e reso conto della legazione, gli diede sodisfazzione pienissima.

In questo stato di cose finí l'anno 1541, e nel seguente mandò il pontefice a Spira (dove in presenzia di Ferdinando la dieta si teneva) Giovanni Morone, vescovo di Modena, il quale, seguendo la commissione datagli quanto al concilio, espose la mente del pontefice essere la medesima che per il passato: cioè che il concilio pur una volta si facesse; che l'aveva sospeso con volontà di Cesare per aprire inanzi qualche adito di concordia in Germania, la quale vedendo essere stata vanamente tentata, egli ritornava alla deliberazione di prima, di non differire la celebrazione. Ma quanto al congregarlo in Germania, non si poteva compiacergli, perché egli voleva intervenirvi personalmente, e la età sua e la longhezza della strada e la mutazione tanto diversa dell'aria ostava al trasferirsi in quella regione, la quale non pareva manco commoda alle altre nazioni; senza che vi era gran probabilità di temere che in Germania non si potessero trattare le cose senza torbulenzia; per il che gli pareva piú a proposito Ferrara o Bologna o Piacenza, città tutte grandi et opportunissime; quali, quando non piacessero a loro, si contentava di farlo in Trento, città a' confini di Germania. Che averebbe voluto darci principio alla pentecoste, ma per l'angustia del tempo l'aveva allongato a' 13 d'agosto. Pregava tutti di voler convenire in questo e, deposti gli odii, trattare la causa di Dio con sincerità. Ferdinando et i prencipi catolici ringraziarono il pontefice dicendo che, non potendo ottenere un luogo atto in Germania, come sarebbe Ratisbona o Colonia, si contentavano di Trento. Ma i protestanti negarono di consentire, né che il concilio fosse intimato dal pontefice, né che il luogo fusse Trento: il che fu causa che in quella dieta, quanto al concilio, non si fece altra determinazione.

Con tutto ciò il pontefice mandò fuora la bolla dell'intimazione sotto li 22 maggio di questo anno; nella quale, commemorato il desiderio suo di provedere a' mali della cristianità, diceva avere continuamente pensato a' rimedii; né trovandosene piú opportuno che la celebrazione del concilio, venne in ferma risoluzione di congregarlo; e fatta menzione della convocazione mantovana, poi della sospensione, e passato alla convocazione vicentina, et all'altra sospensione fatta in Genova, e finalmente di quella a beneplacito, passò a narrare le raggioni che l'avevano persuaso a continuare la stessa sospensione sino allora. Le quali furono: la guerra di Ferdinando in Ongaria, la ribellione di Fiandria contra Cesare e le cose seguite per la dieta di Ratisbona, aspettando che fosse il tempo destinato da Dio per questa opera. Ma finalmente, considerando che ogni tempo è grato a Dio, quando si tratta di cose sante, era risoluto di non aspettare piú altro consenso de' prencipi, e non potendo avere piú Vicenza, ma desiderando dare sodisfazzione, quanto al luogo, alla Germania, intendendo che essi desideravano Trento, quantonque a lui paresse maggiormente commodo un luogo piú dentro Italia, nondimeno per paterna carità inchinò la propria volontà alle loro domande, et elesse Trento per celebrarvi il concilio ecumenico al primo di novembre prossimo, interponendo quel tempo, accioché il suo decreto potesse essere publicato et i prelati avessero spacio d'arrivare al luogo. Perilché per l'autorità del Padre, Figliuolo e Spirito Santo e degli apostoli Pietro e Paolo, la qual esso essercita in terra, col conseglio e consenso de' cardinali, levata qualonque sospensione, intima il sacro ecumenico e generale concilio in quella città, luogo commodo e libero et opportuno a tutte le nazioni, da essere principiato al primo di quel mese, proseguito e terminato; chiamando tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi, abbati, e tutti quelli che per legge o privilegio hanno voto ne' concilii generali, e commandandogli in virtú del giuramento prestato a lui et alla Sede apostolica e per santa ubedienzia, e sotto le pene della legge e consuetudine contra gli inobedienti, che debbiano ritrovarvisi; e se saranno impediti, fare fede dell'impedimento, o mandare procuratori; pregando l'imperatore, il re cristianissimo e gli altri re, duchi e prencipi d'intervenirvi, o, essendo impediti, mandar ambasciatori uomini di gravità et autorità, e fare venire da' suoi regni e provincie i vescovi e prelati: desiderando questo piú da' prelati e prencipi di Germania, per causa de' quali il concilio è intimato nella città desiderata da loro, accioché si possan trattare le cose spettanti alla verità della religione cristiana, alla correzione de' costumi et alla pace e concordia de' popoli e prencipi cristiani, et all'oppressione de' barbari et infideli.

 

 

[Guerra tra Cesare e 'l re di Francia]

 

Fu mandata da Roma immediate la bolla a tutti i prencipi, la quale poco opportunamente uscí. Perché nel mese di luglio il re Francesco di Francia, denonciata la guerra a Cesare con parole atroci, e publicata ancora con un libro mandato fuora, la mosse tutto in un tempo in Brabanzia, Lucemburgo, Ronciglione, Piemonte et in Artois.

Cesare, ricevuta la bolla del concilio, rispose al papa non essere sodisfatto del tenore di quella; imperoché non avendo egli mai ricusato alcuna fatica, né pericolo, overo spesa acciò il concilio si facesse, per il contrario, avendosi il re di Francia adoperato sempre per impedirlo, gli pareva cosa strana che in quella bolla gli fosse comparato et ugualiato, e narrate tutte le ingiurie che pretendeva avere ricevute dal re, vi aggionse anco che nell'ultima dieta di Spira s'aveva adoperato per mezo de' suoi ambasciatori per nutrire le discordie della religione, promettendo separatamente all'una parte et all'altra amicizia e favore. In fine rimesse alla Santità Sua il pensare se le azzioni di quel re servivano per rimediare a' mali della republica cristiana e per principiare il concilio, il quale sempre aveva attraversato per sua utilità privata et aveva costretto esso, che se n'era avveduto, a trovar altra strada per reconciliare le cose della religione. Dovere per tanto la Santità Sua imputare a quel re, e non a lui, se il concilio non si celebrarà, e volendo aiutare il publico bene, dichiararseli nemico, essendo questo mezo unico per venir a fine di fare il concilio, stabilire le cose della religione e ricuperare la pace.

Il re, come presago delle imputazioni che gli sarebbono date, d'avere mosso una guerra con detrimento della religione et impedimento del divino servizio che si poteva aspettar dal concilio, aveva prevenuto con la publicazione d'un editto contra i luterani, commandando a' parlamenti l'inviolabile essecuzione, con severi precetti che fossero denonciati quei che avessero libri alieni dalla Chiesa romana, che si congregassero in secreti conventicoli, i transgressori de' commandamenti della Chiesa, e specialmente che non osservassero la dottrina de' cibi, overo usassero orazione in altra lingua che latina; commandando a' sorbonisti d'essere, contra tutti questi, diligentissimi esploratori. Poi, fatto conscio dell'arteficio di Cesare, che per ciò tentava incitargli contra il pontefice, per rimedio sollecitava che con effetti si procedesse contra i luterani e commandò che in Parigi s'instituisse una formula di scoprirli et accusarli, proposto anco pene a chi non gli manifestasse e premii a' denonciatori. Avuto poi piena notizia di quanto Cesare aveva scritto al pontefice, gli scrisse ancora una longa lettera apologetica per sé, et invettiva contra Cesare: primieramente rinfaciandogli la presa e sacco di Roma, e la derisione aggionta al danno col fare processioni in Spagna per la liberazione del papa che egli teneva prigione; discorse per tutte le cause d'offese tra sé e Cesare, imputando a lui ogni cosa. Concluse non potersi ascrivere a lui che il concilio di Trento fosse impedito o ritardato, essendo cosa da che non gliene veniva alcuna utilità et era molto lontana dagli essempii di suoi maggiori, i quali immitando, metteva ogni suo spirito a conservare la religione, come ben dimostravano gli editti et essecuzioni ultimamente fatte in Francia. Perilché pregava la Santità Sua di non dare fede alle calonnie e rendersi certo di averlo sempre pronto in tutte le cause sue e della Chiesa romana.

 

 

[Il papa cerca di pacificargli, et invia suoi legati a Trento]

 

Il pontefice, per non pregiudicare all'ufficio di padre commune, da precessori suoi sempre ostentato, destinò ad ambedue i prencipi legati per introdurre trattato di pacificazione, il cardinale Contarini a Cesare et il Sadoleto al re di Francia, a pregarli di rimetter l'ingiurie private per rispetto della causa publica e pacificarsi insieme, accioché le loro discordie non impedissero la concordia della religione; et essendo quasi immediate passato ad altra vita il Contarini, vi sostituí il cardinale Viseo con maraviglia della corte, perché quel cardinale non aveva la grazia di Cesare, a cui era mandato. E con tutto che la guerra ardesse in tanti luoghi, il pontefice, riputando che se non proseguiva il negozio del concilio, interessava molto la sua riputazione, sotto li 26 agosto di questo anno 1542 mandò a Trento per legati suoi alla sinodo intimata i cardinali Pietro Paolo Parisio, Giovanni Morone e Reginaldo Polo; il primo come dotto e prattico canonista, il secondo intendente de' maneggi, il terzo a fine di mostrare che, se ben il re d'Inghilterra era alienato dalla soggezzione romana, il regno però aveva gran parte in concilio. A questi spedí il mandato della legazione e commesse che si ritrovassero e trattenessero i prelati e gli ambasciatori che vi fossero andati non facendo però azzione alcuna publica sino che non avessero ricevuta l'instruzzione che egli gli averebbe inviato a tempo opportuno.

L'imperatore ancora, intesa la deputazione de' legati, non con speranza che in quel stato di cose potesse riuscire alcun bene, ma acciò dal pontefice non fosse operato alcuna cosa in suo pregiudicio, vi mandò ambasciatori don Diego, residente per lui in Venezia, e Nicolò Granvela, insieme con Antonio, vescovo d'Arras, suo figliuolo, et alcuni pochi vescovi del regno di Napoli. Et il pontefice, oltre i legati, inviò anco alcuni vescovi de' piú fedeli, ordinando però che lentamente vi si incaminassero. Arrivarono cosí i ponteficii, come gli imperiali, a tempo determinato. E questi presentarono a' legati il mandato imperiale: fecero instanza che il concilio si aprisse e fosse dato principio alle azzioni. Interposero i legati dilazione con dire che non era degnità incomminciare un concilio con sí poco numero, massime dovendo trattare articoli di tanta importanza, come quelli che da' luterani erano rivocati in dubio. I cesarei replicavano che si poteva ben trattare la materia di riforma, che era piú necessaria, né soggetta a tante difficoltà, e gli altri allegando che conveniva applicare quella all'uso di diverse regioni, onde era piú necessario in essa l'intervento di tutti. In fine passarono a proteste, alle quali non rispondendo i legati, ma rimettendo la risposta al papa, non si faceva conclusione alcuna.

Approssimandosi il fine dell'anno, ordinò l'imperatore al Granvela d'andare alla dieta, che nel principio del seguente si doveva tenere in Noremberga, con ordine a don Diego di restar in Trento et operare che al concilio fosse dato principio, overo almeno che i congregati non si disunissero, per valersi di quell'ombra di concilio nella dieta. Il Granvela in Noremberga propose la guerra contra i turchi e di dar aiuti a Cesare contra il re di Francia. I protestanti replicarono, domandando che si componessero le differenze della religione e si levassero le oppressioni che i giudici camerali usavano contra di loro sotto altri pretesti, se ben in verità per quella causa; a che rispondendo Granvela che ciò non si poteva, né doveva fare in quel luogo e tempo, essendo già congregato per ciò il concilio in Trento, ma riusciva l'escusazione vana, non approvando i protestanti il concilio e dicendo chiaro di non volere intervenirvi. La dieta ebbe fine senza conclusione, e don Diego tornò all'ambasciaria sua a Venezia, quantonque i legati facessero instanzia che, per dare riputazione al negozio, si trattenesse sino che dal pontefice avessero risposta.

 

 

[Il convento tridentino si dilegua, e 'l papa s'abbocca con Cesare a Busseto per fini privati]

 

Partito l'ambasciatore cesareo, seguirono i vescovi imperiali, e licenziati gli altri sotto diversi colori, finalmente i legati, dopo esservi stati sette mesi continui senza alcuna cosa fare, furono dal pontefice richiamati. E fu questo il fine di quella congregazione. Dovendo essere Cesare di breve in Italia, partito di Spagna per mare, a fine d'andar in Germania, dissegnava il pontefice d'abboccarsi con lui in qualche luogo, e desiderava che ciò fosse in Bologna: et a questo effetto mandò Pietro Aloisio, suo figliuolo, a Genova ad invitarlo. Ma non volendo l'imperatore uscire di strada, né perdere tempo in viaggio, mandò il cardinale Farnese ad incontrarlo e pregarlo di far la via di Parma, dove il pontefice avesse potuto aspettarlo. Ma poi, essendo difficoltà, come l'imperatore potesse entrare in quella città, il 21 giugno del 1543 si ritrovarono ambedue in Busseto, castello de' Pallavicini, posto sopra la riva del Taro, tra Parma e Piacenza. I fini dell'uno e dell'altro non comportarono che il negozio del concilio e della religione fosse il principale trattato tra loro. Ma l'imperatore, essendo tutto volto a' pensieri contra il re di Francia, procurava di concitargli il papa et avere da lui danari per la guerra. Il pontefice, valendosi dell'occasione, era tutto intento ad ottenere Milano per i nepoti suoi, a che era per proprio interesse aiutato da Margarita, figliuola naturale di Cesare, maritata in Ottavio Farnese, nepote del papa, e per ciò fatta duchessa di Camerino. Prometteva il pontefice a Cesare di collegarsi con lui contra il re di Francia, fare molti cardinali a sua nominazione, pagargli per alcuni anni 150 mila scudi, lasciandogli anco in mano i castelli di Milano e di Cremona. Ma richiedendo gli imperiali un millione di ducati di presente et un altro in termini non molto longhi, non potendosi concludere allora, né potendosi Cesare trattenere piú longamente, fu rimesso di continuare la trattazione per mezo de' ministri ponteficii che seguirebbono l'imperatore. Del concilio Cesare si mostrò sodisfatto che con la missione de' legati e con l'andata di quei pochi prelati i catolici di Germania almeno avessero conosciuto la pronta volontà; e perché gli impedimenti si potevano imputare al re di Francia, concluse che non era da pensare che rimedio usare, sino che fosse veduto l'incaminamento di quella guerra. Si partirono con gran dimostrazioni di scambievole sodisfazzione, restando però il pontefice in sé medesimo dubioso se l'imperatore era per dargli sodisfazzione; onde incomminciò a voltare l'animo al re di Francia.

 

 

[Cesare si collega con Inghilterra, e 'l papa con Francia]

 

Ma mentre sta in queste ambiguità, si publicò la lega tra l'imperatore et il re d'Inghilterra contra Francia: la quale necessitò il papa ad alienarsi affatto dall'imperatore, imperoché vidde quanto offendesse quella lega l'autorità sua, essendo contratta con un scommunicato, anatematizato da lui e maledetto, destinato alla eterna dannazione e scismatico, privato d'ogni regno e dominio, con annullazione d'ogni confederazione con qual si voglia contratta, contra il quale anco per suo commandamento tutti i prencipi cristiani erano obligati mover le arme, e quello che piú di tutto importa, che restando sempre piú contumace e sprezzando eziandio con aperte parole l'autorità sua, che questo mostrava evidentemente al mondo, l'imperatore non avere a lui rispetto alcuno, né spirituale, né temporale, e dava essempio ad ogni altro di non tenere conto alcuno dell'autorità sua; e tanto maggiore gli pareva l'affronto, quanto per gli interessi dell'imperatore e per farli piacere, Clemente, che averebbe potuto con gran facilità temporeggiare in quella causa, aveva proceduto contra quel re, del rimanente ben affetto e benemerito della Sede apostolica. A queste offese poneva il papa nell'altra bilancia che il re di Francia aveva fatto tante leggi et editti di sopra narrati per conservare la religione e la sua autorità; a quali s'aggiongeva che al primo d'agosto i teologi parisini a suono di tromba, congregato il popolo, publicarono i capi della dottrina cristiana, 25 in numero, proponendo le conclusioni e determinazioni nude, senza aggiongerli raggioni, persuasioni o fondamenti, ma solo prescrivendo, come per imperio, quello che volevano che fusse creduto; i quali furono stampati e mandati per tutta la Francia, confermati con lettere del re, sotto gravissime pene a chi altramente parlasse overo insegnasse, con un altro nuovo decreto d'inquirire contra i luterani. Cose le quali piú piacevano al papa, perché sapeva essere fatte dal re non tanto per la causa detta di sopra, cioè di giustificarsi col mondo che la guerra con Cesare non era presa da lui per favorire la dottrina de' luterani, né per impedire la loro estirpazione, ma ancora e piú principalmente per compiacere a lui e per riverenza verso la Sede apostolica.

Ma l'imperatore a cui notizia erano andate le querele del papa, rispondeva che avendo il re di Francia fatta confederazione col Turco a danno de cristiani, come bene mostrava l'assedio posto a Nizza di Provenza dall'armata ottomana, guidata dal Polino, ambasciatore del re, e le prede fatte nelle riviere del regno, a lui era stato lecito per diffesa valersi del re d'Inghilterra, cristiano se ben non riconosce il papa, sí come anco, con buona grazia del medesimo pontefice, egli e Ferdinando si valevano degli aiuti de' protestanti piú alieni dalla Sede apostolica che quel re; che averebbe dovuto il papa, intesa quella collegazione di Francia col Turco, procedere contra lui; ma vedersi bene la differenza usata: perché l'armata de' turchi, che tanti danni aveva portati a tutti i cristiani per tutto dove transitato aveva, era passata amichevolmente per le riviere del papa; anzi, che essendo andata ad Ostia a far acqua la notte di san Pietro et essendo posta tutta Roma in confusione, il cardinale de Carpi, che per nome del papa assente commandava, fece fermare tutti, sicuro per l'intelligenza che aveva co' turchi.

La guerra e queste querele posero in silenzio per questo anno le trattazioni di concilio; le quali però ritornarono in campo il seguente 1544, fatto principio nella dieta di Spira; dove Cesare, avendo commemorato le fatiche altre volte fatte da lui per porgere rimedio alle discordie della religione, e finalmente la sollecitudine e diligenza usata in Ratisbona, raccordò come, non avendosi potuto allora componere le controversie, finalmente la cosa fu rimessa ad un concilio generale o nazionale, overo ad una dieta, aggiongendo che dopo il pontefice a sua instanza aveva intimato il concilio, al quale egli medesmo aveva determinato di ritrovarsi in persona, e l'averebbe fatto, se non fosse stato impedito dalla guerra di Francia; ora, restando l'istessa discordia nella religione e portando le medesme incommodità, non essere piú tempo di differire il rimedio: al quale ordinava che pensassero e proponessero a lui quella via che giudicassero migliore. Furono sopra il negozio della religione avute molte considerazioni; ma perché le occupazioni delle guerre molto piú instavano, fu rimesso questo alla dieta che si doveva celebrare al decembre; e tra tanto fu fatto decreto che Cesare dasse la cura ad alcuni uomini di bontà e dottrina di scrivere una formula di riforma, e l'istesso dovessero fare tutti i prencipi, accioché nella futura dieta, conferite tutte le cose insieme, si potesse determinare di consenso commune quello che s'avesse da osservare sino al futuro generale concilio, da celebrarsi in Germania, overo sino al nazionale. Tra tanto tutti stessero in pace, né si movesse alcun tumulto per la religione, e le chiese dell'una e dell'altra religione godessero i suoi beni. Questo recesso non piacque a' catolici generalmente: ma perché alcuni d'essi s'erano accostati a' protestanti, gli altri approvavano questa via di mezo. Quelli che non se ne contentavano, veduto essere pochi, si risolsero di sopportarlo.

Ma seguitando tuttavia la guerra, il pontefice, aggionto allo sdegno conceputo per la confederazione con Inghilterra, che l'imperatore non aveva mai assentito ad alcuno de' molti et ampli partiti offertigli dal cardinale Farnese, mandato legato con lui in Germania, intorno al concedere a' Farnesi il ducato di Milano, e che finalmente dovendo intervenire nella dieta di Spira, non aveva concesso che il cardinale legato lo seguisse a quella, per non offendere i protestanti, e finalmente considerato il decreto fatto nella dieta, tanto a sé et alla Sede apostolica pregiudiciale, restò maggiormente offeso vedendo le speranze perdute e tanto diminuita l'autorità e riputazione sua, e giudicava necessario risentirsi. E se bene dall'altro canto, considerato che la parte sua in Germania era indebolita e fosse da' suoi piú intimi consegliato dissimulare, nondimeno finalmente essendo certo che, dichiarato apertamente contrario a Cesare, obligava piú strettamente il re di Francia a sostentare la sua riputazione, si risolse incomminciare dalle parole, per pigliare occasione di passar a' fatti che le congionture avessero portato.

Et a 25 d'agosto scrisse una grande e longa lettera all'imperatore, il tenor della quale in sostanza fu: che avendo inteso che decreti erano stati fatti in Spira, per l'ufficio e carità paterna non poteva restare di dirgli il suo senso, per non immitare l'essempio di Elí sacerdote, gravemente punito da Dio per l'indulgenza usata verso i figliuoli. I decreti fatti in Spira essere con pericolo dell'anima di esso Cesare et estrema perturbazione della Chiesa; non dovere lui partirsi dalli ordeni cristiani, i quali, quando si tratta della religione, commandano che tutto debbia essere riferito alla Chiesa romana, e con tutto ciò, senza tenere conto del pontefice, il qual solo per legge divina et umana ha autorità di congregare concilii e decretare sopra le cose sacre, abbia voluto pensare di far concilio generale o nazionale; aggionto a questo, che abbia concesso ad idioti et eretici giudicare della religione; che abbia fatto decreti sopra i beni sacri e restituito agli onori i ribelli della Chiesa, condannati anco per proprii editti; volere credere che queste cose non sono nate da spontanea volontà di esso Cesare, ma da pernicioso conseglio de malevoli alla Chiesa romana, e di questo dolersi, che abbia condesceso a loro; essere piena la Scrittura d'essempii dell'ira di Dio contra gli usurpatori dell'ufficio del sommo sacerdote, di Oza, di Datan, Abiron e Core, del re Ozia e d'altri. Né essere sufficiente scusa dire che i decreti siano temporarii sino al concilio solamente; perché, se bene la cosa fatta fosse pia, per raggione della persona che l'ha fatta, non gli toccando, è empia. Dio avere sempre essaltato i prencipi divoti della Sede romana, capo di tutte le chiese, Constantino, i Teodosii e Carlo Magno; per il contrario avere punito quelli che non l'hanno rispettata: ne sono essempii Anastasio, Maurizio, Costante II, Filippo, Leone et altri, et Enrico IV per questo fu castigato dal proprio figliuolo, sí come fu anco Federico II dal suo. E non solo i prencipi, ma le nazioni intiere sono per ciò state punite: i giudei per avere ucciso Cristo, figliuolo di Dio, i greci per avere sprezzato in piú modi il suo vicario; le quali cose egli debbe temere piú, perché ha origine da quelli imperatori, i quali hanno ricevuto piú onore dalla Chiesa romana, che non hanno dato a lei. Lodarlo che desideri l'emendazione della Chiesa, ma avvertirlo anco di lasciare questo carico a chi Dio n'ha dato la cura: l'imperatore essere ben ministro, ma non rettor e capo. Aggionse sé essere desideroso della riforma et averlo dichiarato con l'intimazione del concilio fatta piú volte e sempre che è comparsa scintilla di speranza che si potesse congregare; e quantonque sino allora senza effetto, nondimeno non aveva mancato del suo debito, desiderando molto, cosí per l'universale beneficio del cristianesmo, come speciale della Germania, che ne ha maggior bisogno, il concilio, unico rimedio di provedere tutto. Essere già intimato, se bene per causa delle guerre differito a piú commodo tempo; però ad esso imperatore tocca aprire la strada che possi celebrarsi, col fare la pace o differire la guerra, mentre si trattano le cose della religione in concilio: ubedisca donque a' commandamenti paterni, escluda dalle diete imperiali tutte le dispute della religione e le rimetta al pontefice, non faccia ordinazione de' beni ecclesiastici, revochi le cose concesse a' ribelli della Sede romana, altrimenti egli per non mancar all'ufficio suo, sarà sforzato usare maggiore severità con lui, che non vorrebbe.


 

Libro secondo

[settembre 1544 - marzo 1547]

 

 

[La pace fatta tra Cesare e 'l re di Francia dà occasione di ritornare a trattar del concilio]

 

La guerra tra l'imperatore et il re di Francia non durò longamente; perché Cesare conobbe chiaro che, restando egli in quella implicato et il fratello in quella contra turchi, la Germania s'avvanzava tanto nella libertà, che in breve manco il nome imperiale sarebbe stato riconosciuto, e che egli, facendo guerra in Francia, immitava il cane d'Esopo che, seguendo l'ombra, perdette e quella et il corpo; onde diede orecchie alle proposte de' francesi per fare la pace, con dissegno non solo di liberarsi da quello impedimento, ma anco, col mezo del re, accommodare le cose con turchi et attendere alla Germania. Perilché a 24 di settembre in Crespino fu conclusa fra loro la pace, nella quale, tra le altre cose, l'uno e l'altro prencipe capitolarono di defendere l'antica religione, d'adoperarsi per l'unione della Chiesa e per la riforma della corte romana, d'onde derivavano tutte le dissensioni, e che a questo effetto fosse unitamente richiesto il papa a congregar il concilio, e dal re di Francia fosse mandato alla dieta di Germania a far ufficio con i protestanti che l'accettassero. Il pontefice non si spaventò per il capitolo del concilio e di riformare la corte, tenendo per fermo che quando avessero posta mano a quella impresa, non averebbono potuto longamente restare concordi per i diversi e contrarii interessi loro, e non dubitava che dovendosi esseguire il dissegno per mezo del concilio, egli non avesse fatto cadere ogni trattazione in modo che l'autorità sua si fosse amplificata; ma ben giudicò che quando, avesse convocato il concilio alla richiesta loro, sarebbe stato riputato che l'avesse fatto costretto, che sarebbe stato con molta diminuzione della sua riputazione e d'accrescimento d'animo a chi dissegnava moderazione dell'autorità ponteficia. Per il che non aspettando d'essere da alcuno di loro prevenuto, e dissimulate le sospizioni contra l'imperatore concepute, e le piú importanti, che gli rendeva la pace fatta senza suo intervento con capitoli pregiudiciali alla sua autorità, mandò fuori una bolla, nella quale, invitando tutta la Chiesa a rallegrarsi della pace, come per quale era levato l'unico impedimento al concilio, lo stabilí di nuovo in Trento, ordinando il principio per il 15 marzo.

Vedeva il termine angusto, et insufficiente a mandare la notizia per tutto, nonché a lasciare spacio a' prelati di mettersi in ordine e far il viaggio; riputò nondimeno che fosse vantaggio suo che, se però s'aveva da celebrare, s'incomminciasse con pochi, e quelli italiani, corteggiani e suoi dependenti, i quali sarebbono stati i primi, cosí sollecitati da lui, dovendosi nel principio trattare del modo come proceder nel concilio che è il principale, anzi il tutto per conservare l'autorità ponteficia; alla determinazione de' quali sarebbono costretti stare quelli che alla giornata fossero sopragionti; né essere maraviglia che un concilio generale s'incomminci con pochi, perché nel pisano e costanziense cosí occorse, i quali ebbero però felice progresso. Et avendo penetrata la vera causa della pace, scrisse all'imperatore che in servizio suo aveva prevenuto et usato celerità nell'intimazione del concilio. Imperoché sapendo come Sua Maestà, per la necessità della guerra francese, era stata costretta permettere e promettere molte cose a' protestanti, con l'intimazione del concilio gli aveva dato modo d'escusarsi nella dieta che si doveva fare al settembre, se, instante il concilio, non effettuava quello che aveva promesso concedere sino alla celebrazione di quello.

Ma la prestezza del pontefice non piacque all'imperatore, né la ragione resa lo sodisfece: averebbe egli voluto per sua riputazione, per far accettare piú facilmente il concilio alla Germania e per molti altri rispetti, essere causa principale; nondimeno, non potendo altro fare, usò però tutti quei termini che lo potessero mostrare lui autore et il papa aderente, mandò ambasciatori a tutti i prencipi a significare l'intimazione e pregargli mandare ambasciatori per onorare quello consesso e confermare i decreti che si li farebbono. Et attendeva a fare seria preparazione come se l'impresa fosse stata sua. Diede diversi ordeni a' prelati di Spagna e de' Paesi Bassi, et ordinò tra le altre cose che i teologi di Lovanio si congregassero insieme per considerare i dogmi che si dovevano proporre, i quali ridussero a 32 capi, senza però confermargli con alcun luogo delle Sacre Lettere, ma esplicando magistralmente la sola conclusione: i quali capi furono dopo confermati con l'editto di Cesare e divulgati con precetto che da tutti fossero tenuti e seguiti. E non occultò l'imperatore il disgusto conceputo contra il pontefice in parole al noncio dette, cosí in quella occasione, come in altre audienze; anzi, avendo al decembre il papa creati 13 cardinali, tra quali tre spagnoli, gli proibí l'accettare le insegne et usare il nome e l'abito.

Il re di Francia ancora fece convenire i teologi parigini a Melun per consultare de' dogmi necessarii alla fede cristiana che si dovevano proponere in concilio; dove vi fu molta contenzione, volendo alcuni che si proponesse la confermazione delle cose statuite in Costanza et in Basilea et il restabilimento della Pragmatica, et altri dubitando che per ciò il re dovesse restar offeso, per la destruzzione che ne seguiva del concordato fatto da lui con Leone, consegliavano di non metter a campo questa disputa. Et appresso, perché in quella scuola sono varie opinioni anco nella materia de' sacramenti, a' quali alcuni dànno virtú effettiva ministeriale, et altri no, e desiderando ogni uno che la sua fosse articolo di fede, non si poté concludere altro, se non che si restasse ne' 25 capi publicati due anni inanzi.

Ma il pontefice, significato al re di Francia il poco buon animo dell'imperatore verso lui, lo richiese che per sostentamento della Sede apostolica mandasse quanto prima suoi ambasciatori al concilio, et al noncio suo appresso l'imperatore commise che, stando attento a tutte le occasioni, quando da' protestanti gli fusse dato qualche disgusto, gli offerisse ogni assistenza dal pontefice per ricuperare l'autorità cesarea con aiuti spirituali e temporali; di che avendo il noncio purtroppo spesso avuto occasione, operò sí che Cesare, comprendendo di potere avere bisogno del papa nell'un e nell'altro modo, rimise la durezza e ne diede segno concedendo a' nuovi cardinali di assumer il nome e l'insegne, et al noncio dava audienze piú grate e con lui conferiva delle cose di Germania piú del solito.

 

 

[Il papa delega i legati al concilio]

 

Fu grande la fretta del pontefice non solo a convocare il concilio, ma anco ad ispedire i legati, i quali non volle, sí come alcun consegliava, che per degnità mandassero prima qualche sostituto a ricevere i primi prelati, per fare poi essi entrata con incontri e ceremonie, ma che fossero i primi e giongessero inanzi il tempo. Deputò per legati Giovanni Maria di Monte, vescovo cardinale di Palestrina, Marcello Cervino, prete di Santa Croce, e Reginaldo Polo, diacono di Santa Maria in Cosmedin: in questo elesse la nobiltà del sangue e l'opinione di pietà che communemente si aveva di lui, e l'esser inglese, a fine di mostrare che non tutta Inghilterra fosse ribelle; in Marcello la costanza e perseveranza immobile et intrepida, insieme con isquisita cognizione; nel Monte la realtà e mente aperta, congionta con tal fideltà a' patroni, che non poteva preporre gli interessi di quelli alla propria conscienza. Questi spedí con un breve della legazione e non diede loro, come si costuma a' legati, la bolla della facoltà, né meno scritta instruzzione, non ben certo ancora che commissioni dargli, pensando di governarsi secondo che i successi e gli andamenti dell'imperatore consegliassero, ma con quel solo breve gli fece partire.

Ma oltre il pensiero che il papa metteva allora alle cose di Trento, versava nell'animo suo un altro di non minor momento intorno la dieta che si doveva tener in Vormazia, alla quale si credeva che l'imperatore non interverrebbe; temendo il papa che Cesare, irritato dalla lettera scrittagli, non facesse sotto mano fare qualche decreto di maggior pregiudicio alle cose sue, che i passati, overo almeno non lo permettesse; per questo giudicava necessario avere un ministro d'autorità e riputazione con titolo di legato in quel luogo. Ma era in gran dubio di non ricevere per quella via affronto, quando dalla dieta non fosse ricevuto con onore debito. Trovò temperamento di mandare il cardinale Farnese, suo nepote, all'imperatore e farlo passare per Vormazia, e quivi dare gli ordeni a' catolici, e fatti gli ufficii opportuni, passare inanzi verso l'imperatore, e fra tanto mandare Fabio Mignanello da Siena, vescovo di Grosseto, per noncio residente appresso il re de' Romani, con ordine di seguirlo alla dieta.

Poi applicando l'animo a Trento, fece dare principio a consultare il tenor delle facoltà che si dovevano dare a' legati. Il che ebbe un poco di difficoltà, per non avere essempii da seguire. Imperoché al lateranense precedente era intervenuto il pontefice in persona; inanzi quello, al fiorentino, parimente intervenne Eugenio IV; il costanziense, dove fu levato il schisma, ebbe il suo principio con la presenza di Giovanni XXIII, uno de' tre papi demessi, et il fine con la presenza di Martino V; inanzi di quello, il pisano fu prima congregato da cardinali e finito da Alessandro V. In tempi ancora piú inanzi, al vienense fu presente Clemente V; a' doi concilii di Lion, Innocenzio IV e Gregorio X, et inanzi questi al lateranense, Innocenzio III. Solo il concilio basileense, in quel tempo che stette sotto l'obedienza d'Eugenio IV, fu celebrato con presenza de' legati. Ma immitare qualsivoglia delle cose in quello osservate era cosa di troppo cattivo presagio. Si venne in risoluzione di formare la bolla con questa clausula, che gli mandava come angeli di pace al concilio intimato per l'inanzi da lui in Trento; et esso gli dava piena e libera autorità, accioché per mancamento di quella, la celebrazione e continuazione non potesse essere ritardata, con facoltà di presedervi et ordinare qualonque decreti e statuti, e publicarli nelle sessioni, secondo il costume; proponere, concludere et esseguire tutto quello che fosse necessario per condannare et estirpare da tutte le provincie e regni gli errori; conoscere, udire, decidere e determinare nelle cause d'eresia e qualonque altre concernenti la fede catolica, riformare lo stato della santa Chiesa in tutti i suoi membri, cosí ecclesiastici, come secolari, e mettere pace tra i prencipi cristiani, e determinare ogni altra cosa che sia ad onore di Dio et aummento della fede cristiana, con autorità di raffrenare con censure e pene ecclesiastiche qualonque contradittori e rebelli d'ogni stato e preminenza, ancora ornati di dignità ponteficale overo regale, e di fare ogni altra cosa necessaria et opportuna per l'estirpazione dell'eresie et errori, riduzzione de' popoli alienati dall'ubedienza della Sede apostolica, conservazione e redintegrazione della libertà ecclesiastica, con questo però, che in tutte le cose procedessero col consenso del concilio.

E considerando il papa non meno ad inviare il concilio che a' modi di dissolverlo quando fosse incomminciato, se il suo servizio avesse cosí ricercato, per provedersi a buon'ora, seguendo l'essempio di Martino V, il quale, temendo di quei incontri che avvennero a Giovanni XXIII in Costanza, mandando i noncii al concilio di Pavia, gli diede un particolar breve con autorità di prolongarlo, dissolverlo, trasferirlo dovunque fosse loro piacciuto, arcano per attraversare ogni deliberazione contraria a' rispetti di Roma. Pochi dí dopo fece un'altra bolla, dando facoltà a' legati di trasferire il concilio. Questa fu data sotto il 22 febraro dell'istesso anno, della quale dovendo di sotto parlare quando si dirà della translazione a Bologna, si deferirà sino allora quel tutto che sopra ciò si ha da dire.

 

 

[I due legati giongono in Trento; giongono anco l'ambasciator cesareo e gli ambasciatori del re de' Romani]

 

 

[A'] 13 marzo gionsero in Trento il cardinale del Monte et il cardinale Santa Croce, raccolti dal cardinal di Trento, fecero entrata publica in quel giorno e concessero tre anni et altre tante quarantene d'indulgenza a quelli che si ritrovarono presenti, se ben non avevano questa autorità dal papa, ma con speranza che egli ratificarebbe il fatto. Non trovarono prelato alcuno venuto, se ben il pontefice aveva fatto partire da Roma alcuni, acciò si ritrovassero là al tempo prefisso.

La prima cosa che i legati fecero fu considerare la continenza della bolla delle facoltà dategli, e deliberarono tenerla occulta, et avvisarono a Roma che la condizione di procedere con consenso del concilio gli teneva troppo ligati e gli rendeva pari ad ogni minimo prelato, et averebbe difficoltato grandemente il governo, quando avesse bisognato communicare ogni particolare a tutti; aggiongendo anco che era un dare troppo libertà, anzi licenza alla moltitudine. Fu conosciuto in Roma che le raggioni erano buone e la bolla fu corretta secondo l'aviso, concedendo l'autorità assoluta. Ma i legati, mentre aspettavano risposta, dissegnarono nella chiesa catedrale il luogo della sessione capace di 400 persone.

Dieci giorni dopo li legati, gionse a Trento don Diego di Mendozza, ambasciatore cesareo appresso la republica di Venezia, per intervenire al concilio con amplissimo mandato datogli il 20 febraro da Bruselles, e fu ricevuto da' legati con l'assistenza del cardinale Madruccio e di tre vescovi, che tanti sino allora erano arrivati, quali, per essere stati i primi, è bene non tralasciare i nomi loro: e furono Tomaso Campeggio vescovo di Feltre, nepote del cardinale, Tomaso di San Felicio, vescovo della Cava, fra' Cornelio Musso franciscano, vescovo di Bitonto, il piú eloquente predicatore di quei tempi. Quattro giorni dopo fece don Diego la sua proposta in scritto: conteneva la buona disposizione della Maestà Cesarea circa la celebrazione del concilio e l'ordine dato a' prelati di Spagna per ritrovarvisi, quali pensava che oramai fossero in camino; fece scusa di non essere venuto prima per le indisposizioni; ricercò che s'incomminciassero le azzioni conciliari e la riforma de' costumi, come due anni prima in quel luogo medesimo era stato proposto da monsignore Granvela e da lui. I legati in scritto gli risposero, lodando l'imperatore, ricevendo la scusa della sua persona, e mostrando il desiderio della venuta de' prelati. E la proposta e la risposta furono dalla parte a chi apparteneva ricevute ne' capi non pregiudiciali alle raggioni del suo prencipe rispettivamente: cautela che rende indizio manifesto con qual carità e confidenza si trattava in proposta e risposta, dove non erano parole che di puro complemento, fuori che nella menzione di riforma.

I legati, incerti ancora qual dovesse esser il modo di trattare, facevano dimostrazione di dovere giontamente procedere con l'ambasciatore e prelati, e di communicare loro l'intiero de' pensieri: onde all'arrivo delle lettere da Roma o di Germania convocavano tutti per leggerle. Ma avvedendosi che don Diego si parteggiava a loro et i vescovi si presumevano piú del costumato a Roma, e temendo che, accresciuto il numero, non nascesse qualche inconveniente, avisarono a Roma, consegliando che ogni spacio gli fosse scritto una lettera da potere mostrare, e le cose secrete a parte, perché delle lettere sino a quel tempo ricevute gli era convenuto servirsi con ingegno. Dimandarono anco una cifra per poter communicare le cose di maggior momento. Le qual particolarità, insieme con molte altre che si diranno, avendole tratte dal registro delle lettere del cardinale del Monte e servendo molto per penetrare l'intimo delle trattazioni, non ho voluto tacerle.

Essendo già passato il mese di marzo e spirato di tanti giorni il prefisso nella bolla del papa per dar principio al concilio, i legati consegliandosi tra loro sopra l'aprirlo, risolsero d'aspettar aviso da Fabio Mignanello, noncio appresso Ferdinando, di quello che in Vormazia si trattava, et anco ordine da Roma, dopo che il papa avesse inteso la venuta et esposizione di don Diego; massime che gli pareva vergogna dar un tanto principio con tre vescovi solamente. Alli 8 d'aprile gionsero ambasciatori del re de' Romani, per ricevere i quali fu fatta solenne congregazione. In quella don Diego voleva precedere il cardinale di Trento e sedere appresso i legati, dicendo che, rappresentando l'imperatore, doveva sedere dove averebbe seduta Sua Maestà. Ma per non impedire le azzioni fu trovato modo di stare che non appariva quale di loro precedesse. Gli ambasciatori del re presentarono solo una lettera del suo prencipe; a bocca esplicarono l'osservanza regia verso la Sede apostolica et il pontefice, l'animo pronto a favorire il concilio et ample offerte: soggionsero che mandarebbe il mandato in forma e persone piú instrutte.

Dopo questo arrivò a Trento et a Roma l'aspettato aviso della proposta fatta in dieta il dí 24 marzo dal re Ferdinando, che vi presedeva per nome dell'imperatore, e della negoziazione sopra di quella seguita: e fu la proposta del re che l'imperatore aveva fatta la pace col re di Francia per attendere a comporre i dissidii della religione e proseguire la guerra contra turchi; dal quale aveva avuto promessa d'aiuti e dell'approbazione del concilio di Trento, con risoluzione d'intervenirvi o in persona o per suoi ambasciatori. Per questo stesso fine aveva operato col pontefice che l'intimasse di nuovo essendo stato per inanzi prorogato, e sollecitatolo anco a contribuire aiuti contra i turchi. Che dalla Santità Sua aveva ottenuto l'intimazione e già essere in Trento gl'ambasciatori mandati dall'imperatore e da lui. Che era noto ad ogni uno quanta fatica avesse usato Cesare per fare celebrare il concilio, prima con Clemente in Bologna, poi con Paolo in Roma, in Genova, in Nizza, in Lucca et in Busseto. Che secondo il decreto di Spira, aveva dato ordine ad uomini dotti e di buona conscienza che componessero una riforma; la qual anco era stata ordinata. Ma essendo cosa di molta deliberazione et il tempo breve, soprastando la guerra turchesca, avere Cesare deliberato che, tralasciato di parlare piú oltre di questo, s'aspettasse di veder prima qual fosse esser il progresso del concilio e che cosa si poteva da quello sperare, dovendosi comminciare presto; che, quando non apparisse frutto alcuno, si potrebbe inanzi il fine di quella dieta intimare un'altra per trattare tutto 'l negozio della religione, attendendo adesso a quello che piú importa, cioè alla guerra de' turchi.

 

 

[I protestanti rifiutano il concilio tridentino]

 

Di questa proposta presero i protestanti gran sospetto, perché, dovendo durare la pace della religione sino al concilio, dubitarono che, snervati di danaro per le contribuzioni contra il Turco, non fossero assaliti con pretesto che il decreto della pace per l'apertura del concilio in Trento fosse finito. Però dimandarono che si continuasse la trattazione incomminciata, allegando essere assai longo il tempo a chi ha timor di Dio, overo almeno si stabilisse di nuovo la pace sino ad un legitimo concilio tante volte promesso, quale il tridentino non era, per le raggioni tante volte dette; e dichiararono di non poter contribuire, se non avendo sicurezza d'ogni pace, non ligata a concilio ponteficio, quale avevano ripudiato sempre che se n'era parlato; e se ben gli ecclesiastici assolutamente acconsentivano che la causa della religione si rimettesse totalmente al concilio, fu nondimeno risoluto d'aspettare la risposta di Cesare inanzi la conclusione.

Di questa azzione al pontefice et a' legati, che erano in Trento, tre particolari dispiacquero. L'uno, che l'imperatore attribuisse a sé d'aver indotto il papa alla celebrazione del concilio, che pareva mostrare poca cura delle cose della religione nel pontefice; il secondo d'avere indotto il re di Francia ad acconsentirvi, che non era con onore della Santità Sua, a cui toccava far questo; il terzo, che volesse tenergli ancora il freno in bocca di una dieta futura, accioché, non andando inanzi il concilio, avessero sempre da stare in timore che non si trattasse in dieta delle cose della religione. Sentiva il papa molestia perpetua, non meno per le ingiurie che riceveva quotidianamente da' protestanti, che per le azzioni dell'imperatore, le quali egli soleva dire che, quantonque avessero apparenza di favorevoli, erano maggiormente perniziose alla religione et autorità sua. quali non possono essere l'una dall'altra separate. Senza che gli pareva sempre esser in pericolo che l'imperatore non s'accordasse co' tedeschi in suo pregiudicio: e pensando a' rimedii non sapeva trovarne alcuno, se non mettere in piedi una guerra di religione; poiché con quella ugualmente resterebbono et i protestanti raffrenati e l'imperatore implicato in difficile impresa, e si metterebbe in silenzio ogni raggionamento di riforma e concilio. Era in gran speranza che gli potesse riuscire per quello che il suo noncio gli scriveva, di ritrovare Cesare sempre piú sdegnato co' protestanti e che ascoltava le proposte del soggiogarli con le forze: per questo rispetto, oltre il narrato di sopra, d'impedire che in dieta non fosse fatta cosa pregiudiciale, e far animo et aggionger forza a' suoi, s'aggiongeva un'altra causa piú urgente, come quella che era d'interesse privato; che avendo deliberato di dar Parma e Piacenza al figliuolo, non gli pareva poterlo fare senza gravissimo pericolo, non acconsentendo l'imperatore, che averebbe potuto trovare pretesti, o perché quelle città altre volte furono del ducato di Milano, o perché, come avvocato della Chiesa, poteva pretendere d'ovviare che non fosse lesa. Per questi negozii mandò il cardinale Farnese legato in Germania con le necessarie instruzzioni.

 

 

[I legati in Trento chiedono avviso al papa intorno all'aprire il concilio]

 

Ma i legati in Trento, avendo avuto commissione dal papa che in evento che intendessero trattarsi della religione nella dieta, dovessero, senza aspettare maggior numero de' prelati, aprire il concilio con quei tanti che vi fossero, ma non dovendosi trattarne, si governassero come gli altri rispetti consegliassero, viddero dalla proposta della dieta non esser astretti, ma ben, dall'altra parte, il poco numero de' prelati (che sino allora non erano piú di quattro) persuadergli la dilazione; restavano però in dubio che il pericolo delle arme turchesche non constringesse Ferdinando a fare il recesso e, secondo la promessa, intimare un'altra dieta dove si trattasse della religione, ributtando la colpa in loro con dire d'avergli fatto notificare la proposizione, accioché, sapendo quello che era promesso con buona intenzione, essi, aprendo il concilio, dassero occasione che non s'esseguisse. Per la qual causa mandarono al pontefice in diligenza per ricevere ordine da lui di quello che dovessero fare in tal angustia di deliberazione, vedendosi dall'un canto necessitati da un potente rispetto d'accelerare, e dall'altro costretti a soprasedere per essere quasi come soli in Trento. Misero inanzi al pontefice avere molte congetture e grandi indicii che l'imperatore non curasse molto la celebrazione del concilio; che don Diego, dopo la prima comparizione, non aveva mai detto pur una parola, e che mostrava quasi in fronte avere piacere di quell'ocio e trascorso di tempo, bastandogli solo la sua comparizione per scolpar il suo patrone e giustificarlo che, avendo per se stesso e per oratori continuamente chiesto e sollecitato il concilio, et avendo condotto il negozio al termine, e non vedendo progresso conveniente, potesse e dovesse intimare l'altra dieta, e terminare la causa della religione, come raggionevolmente devoluta a Sua Maestà per la diligenza sua e negligenza del pontefice. Proponevano di pigliare un partito medio, di cantare una messa dello Spirito Santo prima che l'imperatore gionga in dieta, la qual sia per principio del concilio e cosí prevenire tutto quello che l'imperatore potesse fare nel recesso, e dall'altro canto levare l'occasione che si potesse dire essersi comminciato a trattare le cose del concilio con 4 persone; restando in libertà di goder il beneficio del tempo, e potere o procedere piú oltre, o soprasedere, o trasferire, o serrar il concilio, secondo che gli accidenti consigliassero. Gli considerarono ancora che, se il concilio fosse aperto dopo che il cardinale Farnese avesse parlato a Cesare, alcuno averebbe potuto credere che quel cardinale fosse mandato per impetrare che non si facesse e non avesse potuto ottenerlo; oltra che crescendo la fama delle arme del Turco, si direbbe che fosse aperto in tempo, quando bisognava attendere ad altro e si sapeva non potersi fare. Il cardinale Santa Croce aveva gran desiderio che si mostrassero segni di devozione e si facesse con le solite ceremonie della Chiesa concorrere il popolo; e però fu autore che scrivessero tutti al papa dimandando un breve con l'autorità di dar indulgenze, il quale avesse la data dalla loro partita, acciò l'indulgenza già concessa da loro nella entrata fosse valida. Aveva scrupolo quel cardinale che il popolo trovatosi presente a quel ingresso non fosse defraudato di quei tre anni e quarantene che concessero, e con questo voleva supplire, senza considerare che difficoltà nasce, se chi ha autorità di dar indulgenze può convalidare le concesse da altri senza potestà.

 

 

[Il papa si risolve a far aprire il concilio]

 

Il cardinale vescovo e patrone di Trento, considerando che quella città in se stessa picciola e vuota d'abitatori, se il concilio fosse caminato inanzi, restava in discrezione di forestieri con pericolo di sedizioni, fece sapere al papa che era necessario un presidio almeno di 150 fanti, massime se venissero i luterani: qual spesa esso non poteva fare, essendo essausto per i molti debiti lasciatigli dal suo precessore. A questo rispose il pontefice che il mettere presidio nella città sarebbe stato un pretesto a' luterani di publicare che il concilio non fosse libero; che mentre soli italiani erano in Trento, vano sarebbe aver dubio, e che egli non aveva minor cura della quiete della città, che esso medesimo cardinale, importando piú al pontefice la sicurezza del concilio, che al vescovo della città; però lasciasse la cura a lui e tenesse per certo che starà vigilante e provederà a' pericoli per suo interesse, né lo aggraverà di far alcuna spesa; et avendo ben pensato tutte le raggioni che persuadevano e dissuadevano il dare principio al concilio, per la dissuasione non vedeva raggione di momento, se non che quando fosse aperto, egli fosse ricercato di lasciarlo cosí, sino che cessassero gli impedimenti della guerra de turchi et altri: il che era mettergli un freno in bocca per agitarlo dove fosse piacciuto a chi ne tenesse le redine, sommo pericolo alle cose sue. Questo lo fece risolvere stabilmente in se stesso che per niente si doveva lasciarlo stare ociosamente aperto, né partirsi da questa disgiontiva: che overo il concilio si celebri, potendo; o non potendo, si serri o si sospenda sino che da lui fosse publicato il giorno nel quale si avesse da riassumere. E fermato questo ponto, scrisse a' legati che l'apprissero per il dí di Santa Croce; qual ordine essi publicarono all'ambasciatore cesareo et a tutti gli altri, senza venire al particolare del giorno. E poco dopo gionse il cardinal Farnese in Trento per transitare di là in Vormazia e portò l'istessa commissione, e consultato il tutto tra lui et i legati, fu tra loro determinato di continuare, notificando a tutti la commissione d'aprire il concilio in genere, ma non descendendo al giorno particolare, se non quando egli, gionto in Vormes, avesse parlato all'imperatore, avendo conceputa molto buona speranza per aver inteso che l'imperatore, udita l'espedizion della legazione, era rimasto molto sodisfatto del papa e lasciatosi intendere di volere procedere unitamente con lui; il che per non sturbare, non volevano senza notizia della Maestà Sua procedere a nissuna nuova azzione, massime che cosí don Diego, come il cardinal di Trento consegliavano l'istesso.

Rinovò don Diego la sua pretensione di precedere tutti, eccetto i legati, allegando che sí come quando il papa e Cesare fossero insieme, nissuno sederebbe in mezo, l'istesso si dovesse osservare ne representanti l'uno e l'altro e dicendo d'aver in ciò il parere e conseglio di persone dotte. Da' legati non fu risposto se non con termini generali, che erano preparati di dar a ciascuno il suo luogo, aspettando d'aver ordine da Roma; il che anco piaceva a don Diego, sperando che là nelli archivi publici si troverebbono decisioni et essempii di ciò; mostrandosi pronto, fuori del concilio di cedere ad ogni minimo prete; ma soggiongendo che nel concilio nessuno ha maggior autorità, dopo il papa, che il suo prencipe. Ad alcuno, nel legere questa relazione, potrebbe parere che essendo di cose e raggioni leggiere, tenesse del superfluo: ma lo scrittore dell'istoria, con senso contrario, ha stimato necessario fare sapere da quali minimi rivoli sia causato un gran lago che occupa Europa, e chi nel registro vedesse quante lettere andarono e venirono prima che quell'apertura fosse conclusa, stupirebbe della stima che se ne faceva e delli sospetti che andavano attorno.

 

 

[Il vicerè di Napoli ordina a' vescovi del regno di nominare quattro procuratori in nome comune di tutti pel concilio. Il papa rimedia per una bolla generale che divieta le procurazioni in concilio]

 

In Italia, poiché si viddero incaminate le cose del concilio con speranza che questa volta si dovesse pur celebrare, li vescovi pensavano al viaggio. Il vicerè di Napoli entrò in pensiero che non andassero tutti i suoi: voleva mandare quattro nominati da lui col mandato degli altri del regno, che passano 100. Fece perciò il capellan maggior del regno una congregazione de' prelati in casa sua e gli intimò che facessero la procura: a che molti s'opposero, dicendo voler andar in persona; che cosí hanno giurato e sono tenuti, e non potendo, esser di raggione che ciascuno, secondo la propria conscienzia, faccia procuratore, e non un solo per tutti. S'alterò il vicerè e di nuovo ordinò al capellan maggior che gli chiamasse e gli commandasse che facessero la procura, e simil ordine mandò a tutti i governi del regno. Questo diede pensiero assai al papa et a' legati, non sapendo se venisse dalla fantasia propria del vicerè, per mostrarsi sufficiente o per poca intelligenza, o pur se altri glielo facesse fare e venisse da piú alta radice. E per scoprire l'origine di questo motivo, il papa fece una bolla severa, che nissun assolutamente potesse comparire per procuratore; quale i legati ritennero appresso loro secreta e non publicarono, come troppo severa, per essere universale a tutti i prelati di cristianità, eziandio a' lontanissimi et impediti, a' quali era cosa impossibile da osservare, et ancora per essere rigida, statuendo che incorrano ipso facto in pena di sospensione a divinis et amministrazione delle chiese, temendo che potesse causare molte irregularità, nullità d'atti et indebite percezzioni de' frutti, e che per ciò si potesse svegliare qualche nazione mal contenta ad interporre un'appellazione, et incomminciare a contender di giurisdizzione. Perilché anco scrissero di non doverla publicare senza nuova commissione, stimando anco che basti il solo romore d'essere fatta la bolla, senza che si mostri: di questa bolla si dirà a suo luogo il fine che ebbe.

Un altro negozio, se ben di minor momento, non però manco noioso, restava. I legati, che sino a quel giorno avevano avuto leggieri sussidii per fare le spese occorrenti, et essendo anco assai poveri per supplire col suo, come in qualche particolare gli era convenuto fare, continuando in tal guisa non averebbono potuto mantenersi, onde communicato con Farnese, scrissero al pontefice che non era riputazione sua far un concilio senza ornamenti et apparati necessarii e consueti, con quel splendore che tanto consesso ricerca; a che era necessaria persona con carico proprio; e però sarebbe stato bene ordinare un depositario con qualche somma di denari per provedere alle spese occorrenti e per sovvenire a qualche prelato bisognoso, et accarezzare qualche uomo di conto; cosa molto necessaria per fare avere buon essito al concilio.

 

 

[Si tiene congregazione per cose preparatorie]

 

Il 3 maggio, essendo già arrivati 10 vescovi, fecero congregazione per stabilire le cose preambule; nella quale intimarono publicamente la commissione del pontefice d'aprire il concilio, aggiongendo che aspettavano a determinare il giorno, quando ne fosse data parte all'imperatore. Si passò la congregazione per la gran parte in cose ceremoniali: che i legati, se ben d'ordine diverso, essendo un vescovo, l'altro prete, et il terzo diacono, dovessero nondimeno avere i paramenti conformi, portando tutti tre ugualmente piviali, sí come l'ufficio et autorità loro era uguale in una legazione et una presidenza; che il luogo delle sessioni dovesse esser adobbato di panni arazzi, acciò non paresse un consesso di mecanici. Proposero se si dovevano fare sedie per il pontefice e per l'imperatore, le quali dovessero esser ornate e restar vacue; si trattò se a don Diego se avesse a dare un luogo piú onorato degli altri oratori. Si considerò che i vescovi di Germania, i quali sono anco prencipi d'Imperio, pretendono dovere precedere tutti gli altri prelati, anco arcivescovi, allegando che nelle diete non solo cosí si osserva, ma anco che i vescovi non prencipi stanno con la berretta in mano inanzi loro. Si ebbe in considerazione che l'anno inanzi in quella stessa città fu disparere sopra ciò, ritrovandosi insieme ad una messa il vescovo Heicstatense e gli arcivescovi di Corfú et Otranto. Si allegò anco da alcuni che nella capella ponteficia i vescovi, che sono oratori de duchi et altri prencipi, precedono gli arcivescovi, onde maggiormente le persone medesme de' prencipi debbono precedergli. E sopra questo fu concluso di non risolver cosa alcuna, sino che il concilio non fosse piú frequente, per veder anco come l'intendono quei di Francia e quei di Spagna. Fu ordinato di rinovare il decreto di Basilea e di Giulio II nel lateranense, che a nissuno pregiudichi sedere fuori di luogo suo. Fu commendata la risoluzione d'aspettar gli avisi del Farnese a determinare il giorno dell'apertura, con molta satisfazzione di don Diego; mostrarono quei pochi vescovi molta divozione et ubedienza al pontefice, sí come fece anco dopo il vescovo di Vercelli, che gionse il dí medesimo, finita la congregazione, insieme col cardinal Polo, terzo legato.

 

 

[Persecuzione in Provenza]

 

Mentre che si fa congregazione in Trento per convincere l'eresia col concilio, in Francia l'istesso s'operò con le arme contra certe poche reliquie de' valdesi abitanti nelle Alpi di Provenza, che (come di sopra s'è detto) s'erano conservati dalla ubedienza della Sede romana separati, con altra dottrina e riti, assai però imperfetti e rozzi, li quali, dopo le renovazioni di Zuinglio, avevano con quella dottrina fatto aggionta alla propria e ridotti i riti loro a qualche forma, allora quando Geneva abbracciò la riforma. Contro quelli già alcuni anni dal parlamento d'Ais era stata pronunziata sentenzia, la quale non aveva ricevuto essecuzione. Commandò in questo tempo il re che la sentenzia s'essequisse. Il presidente, congregati i soldati che poté raccorre dalli luoghi vicini e dallo Stato ponteficio d'Avignone, andò armato contra quei miseri, i quali né avevano arme, né pensavano a defendersi se non con la fuga, quei che lo potevano fare. Non si trattò né d'insegnargli, né di minacciargli a lasciare le loro openioni e riti, ma empito prima tutto 'l paese di stupri, furono mandati a fil di spada tutti quei che non avevano potuto fuggire e stavano esposti alla sola misericordia, non lasciando vivi vecchi, né putti, né di qualonque condizione et età. Distrussero, anzi spianarono le terre di Cabriera in Provenza e di Merindolo nel contado di Veinoisin, spettante al papa, insieme con tutti i luoghi di quei distretti. Et è cosa certa che furono uccise piú di 4000 persone, che senza fare alcuna difesa chiedevano compassione.

 

 

[Cesare gionge in dieta, e 'l Farnese legato preme al concilio contra le opposizioni de' protestanti]

 

Ma in Germania a' 16 di maggio gionse in Vormazia l'imperatore, et il giorno seguente vi arrivò il cardinal Farnese, il qual trattò con lui e col re de' Romani a parte; espose le sue commissioni, particolarmente nel fatto del concilio, facendo sapere che il pontefice aveva dato facoltà a' legati d'aprirlo; il che aspettavano di fare dopo che avessero inteso da esso lo stato delle cose della dieta. Considerò all'imperatore che non bisognava avere alcun rispetto alle opposizioni fatte da' protestanti, poiché l'impedimento da loro posto non era nuovo e non anteveduto dal giorno, che si comminciò a parlare di concilio; doversi tener per certo che, avendo essi scosso il giogo dell'obedienza, fondamento principale della religione cristiana, e proceduto in tanto empie e scelerate innovazioni contro il rito osservato per centenara d'anni con l'approbazione di tanti celeberrimi concilii, con la medesima animosità ricalcitrarebbono contra il concilio che s'incomminciava, quantonque legitimo, generale e cristiano, essendo certi di dover essere condannati da quello. Però altro non rimaneva se non che la Maestà Sua o con l'autorità gli inducesse, o con le forze gli constringesse ad ubedire. Il che quando non si facesse, e per loro rispetto si desistesse da procedere inanzi alla condannazione loro, overo dopo condannati non fossero costretti a deporre i loro errori, si mostraria a tutto 'l mondo che gli eretici commandano, et il papa con l'imperatore ubediscono. Che sí come la Sua Santità lodava usare prima la via della dolcezza, cosí riputava necessario mostrare con effetti che, dopo quella, sarebbe seguita la forza armata. Gli offerí per questo effetto concessione di valersi di parte delle entrate ecclesiastiche di Spagna e vendere vassellaggi di quelle chiese, di sovvenirlo de dannari proprii e di mandargli d'Italia in aiuto 12000 fanti e 500 cavalli pagati, e far opera che dagli altri prencipi d'Italia fossero parimente mandati altri aiuti, e mentre facesse quella guerra, procedere con arme spirituali e temporali contra qualonque tentasse molestare i Stati suoi. Espose anco Farnese all'imperatore il tentativo del vicerè di Napoli di volere mandare quattro procuratori per nome di tutti i vescovi del regno, con mostrargli che questo non era né raggionevole, né legitimo modo, né sarebbe stato con reputazione del concilio; che se vescovi tanto vicini, in numero cosí grande, avessero potuto scusarsi con la missione di quattro, molto piú l'averebbe fatto la Francia e la Spagna, e s'averebbe fatto un concilio generale con 20 vescovi. E pregò l'imperatore a non tolerare un tentativo cosí contrario all'autorità del papa et alla dignità del concilio, del quale è protettore, pregandolo a darci rimedio opportuno. Trattò anco il cardinale sopra la promessa fatta per nome di Sua Maestà nella proposta mandata alla dieta, cioè che per terminare le discordie della religione, caso che il concilio non facesse progresso, si farebbe un'altra dieta; e gli pose in considerazione che, non restando dalla Santità Sua, né da' suoi legati e ministri, né dalla corte romana che il concilio non si celebri e non faccia progresso, non poteva in alcun modo nel recesso intimare altra dieta sotto questo colore; et inculcò grandissimamente questo ponto, perché ne aveva strettissima commissione da Roma, e perché il cardinale del Monte, uomo molto libero, non solo glie ne fece instanza a bocca, ma anco gli scrisse per nome proprio e de' colleghi dopo che partí da Trento con apertissime parole, che questo era un capo importantissimo, al quale doveva sempre tenere fissa la mira e non se ne scordare in tutta la sua negoziazione, avvertendo ben di non ammettere coperta alcuna, perché questo solo partorirebbe ogni altro buon appontamento. E che quanto a lui, raccordarebbe a Sua Beatitudine che elegesse piú presto d'abandonare la Sede e rendere a san Pietro le chiavi, che comportare che la potestà secolare arrogasse a sé l'autorità di terminare le cause della religione, con pretesto e colore che l'ecclesiastico avesse mancato del debito suo nel celebrar concilio, o in altro.

Intorno al tentativo del vicerè, disse l'imperatore che il motivo non veniva da altronde che da proprio e spontaneo moto, e che quando non avesse avuto urgente raggione si sarebbe rimosso. Sopra l'aprire del concilio non gli diede risoluta risposta, ma, parlando variamente, ora disse che sarebbe stato ben incomminciarlo in luogo piú opportuno, ora che era necessario inanzi l'apertura fare diverse provisioni: onde il cardinale chiaramente vedeva che mirava a tenere la cosa cosí in sospeso e non far altro, per governarsi secondo i successi o aprendolo, o dissolvendolo. Al non intimare altra dieta per trattare della religione diede risposta generale et inconcludente, che averebbe sempre fatto, quanto fosse possibile, la stima debita dell'autorità ponteficia. Ma alla proposta di fare la guerra a' luterani rispose essere ottimo il conseglio del pontefice, e la via da lui proposta unica; la quale era risoluto d'abbracciare, procedendo però con la debita cauzione, concludendo prima la tregua co' turchi, che col mezo del re di Francia sollecitamente e secretissimamente trattava, e con avvertenza che, essendo il numero et il poter de' protestanti grande et insuperabile, se non si divideranno tra loro o non saranno sprovistamente soprapresi, la guerra sarebbe riuscita molto ambigua e pericolosa. Che il disegno era da tenersi secretissimo, sin che l'opportunità apparisse, la quale scoprendosi, egli averebbe mandato a trattare col pontefice: tra tanto accettava le oblazioni fattegli.

 

 

[Farnese tratta dell'infeudazione di Parma e Piacenza per li suoi]

 

Oltra questi negozii publici, ebbe il cardinale un altro privato di casa sua. Il pontefice, parendogli poco aver dato a suoi il ducato di Camerino e Nepi, pensò dargli le città di Parma e Piacenza, le quali essendo poco tempo inanzi state possedute da' duchi di Milano, desiderava che vi intervenisse il consenso di Cesare per stabilirne meglio la disposizione; e di questo trattò il cardinale con l'imperatore, mostrando che sarebbe tornato a maggior servizio di Sua Maestà, se quelle città tanto prossime al ducato di Milano fossero state in mano d'una casa tanto devota e congionta, piú tosto che in poter della Chiesa, nella quale succedendo qualche pontefice mal affetto, diversi inconvenienti potevano nascere; che quella non sarebbe stata alienazione del patrimonio della Chiesa, poiché erano pervenute primieramente solo in mano di Giulio II, né ben confirmato il possesso se non sotto Leone; che sarebbe stata con evidente utilità della Chiesa, perché, in cambio di quelle, il pontefice gli dava Camerino e, detratte le spese che si facevano nella guardia di quelle due città e gionti 8000 scudi che averebbe il nuovo duca pagato, s'averebbe cavato piú entrata di Camerino, che di quelle. A queste esposizioni aggionse anco il cardinale lettere della figliuola, che per proprio interesse ne pregava efficacemente l'imperatore, il quale non aveva la cosa discara, cosí per l'amore della figliuola e de' nepoti, come perché sarebbe stato piú facile di ricuperarla da un duca che dalla Chiesa. Con tutto ciò non negò, né acconsentí; disse solamente che non averebbe fatto opposizione.

Trattò il legato co' catolici et ecclesiastici massime, confortandogli alla diffesa della religione vera, promettendogli dal papa ogni favore. Della negoziazione della guerra, se ben trattata secretamente, ne presero sospetto i protestanti: perché un frate franciscano, in presenza di Carlo e di Ferdinando e del legato predicando, dopo una grand'invettiva contra i luterani, voltato all'imperatore disse il suo ufficio essere di difendere con le arme la Chiesa; che aveva mancato sino allora di quello che già bisognava avere del tutto effettuato; che Dio gli aveva fatto tanti beneficii meritevoli che ne mostrasse ricognizione contra quella peste d'uomini, che non dovevano piú vivere, né doveva differirlo piú oltre, perdendosi ogni giorno molti per questo, de' quali Dio domandarà conto da lui, se non vi porgesse presto rimedio. Questa predica non solo generò sospetto, ma eccitò anco raggionamenti che dal legato fosse stata commandata, e dalle essortazioni publiche, concludevano quali dovevano essere le private: al qual romore per rimediare, il cardinale partí di notte secrettamente e ritornò con celerità in Italia. Ma la sospezzione de' protestanti s'accrebbe per gli avisi andati da Roma che il papa, nel licenziare alcuni capitani, avesse loro data speranza d'adoperargli l'anno futuro.

 

 

[I procuratori del Mogontino gionti in Trento]

 

Ma in Trento il 18 maggio gionse il vescovo sidoniense con un frate teologo et un secolar dottore, come procuratori dell'elettor cardinale arcivescovo Mogontino. Il vescovo fece una meza orazione dell'ossequio dell'elettore verso il papa e la Sede apostolica, lodando molto la celebrazione del concilio, come solo rimedio necessario a quelle fluttuazioni della fede e religione catolica. Da' legati fu risposto commendando la pietà e divozione di quel prencipe, e quanto all'admissione del mandato, dissero che era necessario prima vederlo, per essere fatta di nuovo una provisione di Sua Santità, che nissuno possi dar voto per procuratore, che restavano in dubio se comprendeva un cardinale e prencipe, che sapevano molto ben la prerogativa che meritava Sua Signoria Illustrissima, alla quale erano prontissimi di fare tutti gli onori et aver ogni rispetto. Si misero in confusione questi tre sentendosi fare difficoltà, e consegliavano di partire. I legati furono pentiti della risposta, conoscendo di quanta importanza sarebbe stato se il primo prencipe e prelato di Germania in dignità e ricchezze, si fosse alienato da quel concilio, et operarono per via d'ufficii fatti destramente dal cardinal di Trento, dalli ambasciatori et altri che si fermassero, dicendo che la bolla parlava solo de' vescovi italiani, che da' legati era stato preso errore; i quali legati si contentarono ricevere questa carica, per ovviare a tanto disordine.

Scrissero però a Roma dando conto del successo e richiedendo se dovevano ricevergli stante la bolla, aggiongendo parergli duro dar ripulsa a' procuratori d'un tanto personaggio che si mostra fervente e favorevole alla parte de' catolici, quale per ciò si potrebbe intepidire; instando d'averne risposta, perché la deliberazione che si facesse in quella causa, servirebbe per essempio, poiché potrebbono forse mandare procuratori anco gli altri vescovi grandi di Germania: i quali non sarebbe manco bene che andassero in persona a Trento, perché, soliti a cavalcar con gran comitive, non potrebbono capire tutti in quella città; e scrissero che sopra tutto non bisognava sdegnar i tedeschi, naturalmente sospettosi e che facilmente si risolvono, tanto piú quando si tratta di persone amorevoli e benemeriti, come il Cocleo, che è già in viaggio per nome del vescovo Heicstetense, il qual ha scritto tante cose contra gli eretici, che si vergognerebbono di dire che non potesse aver voto in concilio. Il pontefice non giudicò ben respondere precisamente sopra di ciò, attese le difficoltà di Napoli: perché continuando il vicerè nella sua risoluzione, fu fatto il mandato alli 4 che per nome di tutti intervenissero; quali posti in punto, passarono da Roma, tacendo d'esser eletti procuratori degli altri e dicendo andare per nome proprio e che gli altri averebbono seguito. Ma scrisse a' legati che trattenessero i procuratori, dando buone parole sin che egli dasse altra risoluzione. I napolitani nell'istesso tenore parlarono anco al loro arrivo in Trento, dissimulando cosí il papa, come i legati, per aspettare a farne motto quando fosse risoluto il tempo dell'aprire il concilio.

 

 

[I prelati in Trento s'annoiano e si turbano]

 

Nel fine di maggio erano gionti in Trento 20 vescovi, 5 generali et un auditor di rota, tutti già molto stanchi dall'aspettare, i quali lodavano gli altri, che non essendosi curati d'esser fretolosi, aspettavano di vedere occasione piú raggionevole di partire da casa: sí come con qualche loro disgusto erano chiamati corrivi da quelli che non s'erano mossi cosí facilmente. Dimandavano però a legati abilitazione di poter andare 15 o 20 giorni a Venezia, a Milano o altrove per fuggire le incommodità di Trento, pretendendo o indisposizione, o necessità di vestirsi, o altri rispetti. Ma i legati, conoscendo quanto ciò importasse alla reputazione del concilio, gli trattenevano, parte con dire che non avevano facoltà di concedere la licenza e parte con dar speranza che fra pochi giorni s'averebbe dato principio. L'ambasciatore cesareo ritornò all'ambasciaria sua a Venezia, sotto pretesto d'indisposizione, avendo lasciato i legati dubii se fosse con commissione di Cesare con qualche artificio, o pur per stanchezza di star in ocio con incommodità: promesse presto ritorno, aggiongendo che fra tanto restavano gli ambasciatori del re de' Romani per aiutare il servizio divino, e nondimeno che desiderava non si venisse all'apertura del concilio sino al suo ritorno.

Ma in fine dell'altro mese la maggiore parte de' vescovi, spinti chi dalla povertà, chi dall'incommodo, fecero querele grandissime et eccitata tra loro quasi una sedizione, minacciavano di partirsi, ricorrendo a Francesco Castelalto, governatore di Trento, qual Ferdinando aveva deputato per tenere il luogo suo, insieme con Antonio Gineta. Egli si presentò a' legati e fece loro instanza, per nome del suo re, che ormai si dasse principio, vedendosi quanto bene sia per seguire dalla celebrazione e quanto male dal temporeggiare cosí. Di questo i legati si riputarono offesi, parendogli che era un volere mostrar al mondo il contrario del vero et attribuir a loro quella dimora che nasceva dall'imperatore; e quantonque avessero tra loro risoluto di dissimulare e rispondere con parole generali, nondimeno il cardinale del Monte non poté raffrenare la sua libertà che nel fare la risposta non concludesse in fine, confortandolo ad aspettare don Diego, il quale aveva piú particolari commissioni di lui. Grande era la difficoltà in trattenere e consolare i prelati che sopportavano malamente quella ociosa dimora, e massime i poveri, a' quali bisognavano danari e non parole: per il che si risolsero di dare a spese del pontefice 40 ducati per uno a' vescovi di Nobili, di Bertinoro e di Chioza, che piú delli altri si querelavano: e temendo che quella munificenza non dasse pretensione per l'avvenire, si dichiararono che era per un sussidio e non per provisione. Scrissero al pontefice dandogli conto di tutto l'operato e mostrandogli la necessità di sovvenirgli con qualche maggior aiuto; ma insieme considerandogli che non fosse utile dar cosa alcuna sotto nome di provisione ferma, accioché i padri non paressero stipendiarii di Sua Santità, e restasse fomentata la scusa de' protestanti di non sottomettersi al concilio per essere composto de soli dependenti et obligati al papa.

 

 

[Cesare cita l'elettor di Colonia, il che è biasimato a Trento e viepiú dal papa]

 

In questo medesimo tempo in Vormazia l'imperatore citò l'arcivescovo di Colonia, che in termine di 30 giorni comparisse inanzi a sé o mandasse un procuratore per rispondere alle accuse et imputazioni dategli; commandando anco che tra tanto non dovesse innuovare cosa alcuna in materia di religione e riti, anzi ritornare nello stato di prima le cose innovate. Già sino del 1536 Ermanno, arcivescovo di Colonia, volendo riformare la sua chiesa, fece un concilio de' vescovi suoi suffraganei, dove molti decreti furono fatti e se ne stampò un libro composto da Giovanni Gropero canonista, che per servizii fatti alla Chiesa romana fu creato poi cardinale da papa Paolo IV. Ma o non si satisfacendo l'arcivescovo né il Gropero medesimo di quella riforma, avendo mutato opinione, del 1543 congregò il clero e la nobiltà e li principali del suo Stato, e stabilí un'altra sorte di riformazione; la quale, se ben da molti approvata, non piacque a tutto 'l clero, anzi la maggior parte se gli oppose, e se ne fece capo Gropero, il qual prima l'aveva consegliata e promossa. Fecero ufficio con l'arcivescovo che volesse desistere et aspettare il concilio generale o almeno la dieta imperiale. Il che non potendo ottenere, del 1543 appellarono al pontefice et a Cesare, come supremo avvocato e protettore della Chiesa di Dio. L'arcivescovo publicò con una sua scrittura che l'appellazione era frivola e che non poteva desistere da quello che apparteneva alla gloria di Dio et emendazione della Chiesa, che egli non aveva da fare né con luterani, né con altri, ma che guardava la dottrina consenziente alla Sacra Scrittura. Proseguendo l'arcivescovo nella sua riforma et instando il clero di Colonia in contrario, Cesare ricevette il clero nella sua protezzione e citò l'arcivescovo, come s'è detto.

Di questo essendo andato aviso in Trento, diede materia di passare l'ocio, almeno con raggionamenti. Si commossero molto i legati, e tra i prelati che si ritrovavano, quei di qualche senso biasimavano l'imperatore che si facesse giudice in causa di fede e di riforma; e la piú dolce parola che dicevano era il procedere cesareo essere molto scandaloso: comminciarono a conoscere di non esser stimati, e che lo star in ocio era insieme un star in vilipendio del mondo. Perciò discorrevano essere costretti a dichiararsi d'essere concilio legitimamente congregato, et a dare principio all'opera di Dio, incomminciando le prime azzioni dal procedere contra l'arcivescovo suddetto, contra l'elettore di Sassonia, contra il lantgravio d'Assia et anco contra il re d'Inghilterra. Avevano concetto spiriti grandi, sí che non parevano piú quei che pochi giorni prima si riputavano confinati in prigione. Raffrenavano questo ardore i ministri del Magontino, considerando la grandezza di quei prencipi e l'aderenza, et il pericolo di fargli restringere col re d'Inghilterra, e metter un fuoco maggiore in Germania; et il cardinale di Trento non parlava in altra forma. Ma i vescovi italiani, riputandosi da molto se mettessero mano in soggetti eminenti, dicevano essere vero che tutto 'l mondo sarebbe stato attento ad un tal processo, nondimeno che tutta l'importanza era principiarlo e fondarlo bene. S'incitavano l'un l'altro, dicendo che bisognava resarcire parte della tardità passata con la celerità. Che si dovesse domandar al papa qualche uomo di valore che facesse la perorazione contra i rei, come fece Melchior Baldassino contra la Pragmatica nel concilio lateranense, persuasi che il privare i prencipi delli Stati loro non avesse altra difficoltà che di ben usare le formule de' processi. Ma i legati, cosí per questa come per altra occorrenza, conobbero essere necessario aver un tal dottore, e scrissero a Roma che fosse proveduto d'alcuno.

Il pontefice, intesa l'azzione dell'imperatore, restò attonito e dubioso se dovesse querelarsi o tacere; il querelarsi, non dovendo da ciò succedere effetto, lo giudicava non solo vano, ma anco una publicazione del poco potere, e questo lo moveva grandemente. Ma dall'altra parte ben pensato quanto importasse se egli avesse passato con silenzio una cosa di tanto momento, deliberò di non fare parole, come a Trento, ma venire a' fatti per rispondere poi all'imperatore, s'egli avesse parlato. E però sotto il 18 luglio fece un'altra citazione contra l'istesso arcivescovo, che in termine di 60 giorni dovesse comparire personalmente inanzi a lui. Citò ancora il decano di Colonia e 5 altri canonici de' principali, lasciando in disputa alle persone in che modo l'arcivescovo potesse comparire inanzi a doi che lo citavano per la medesima causa in diversi luoghi, nel medesimo tempo, et in che appartenesse all'onore di Cristo una disputa di competenza di foro. Ma di questo, quello che succedesse e che termine avesse la causa si dirà al suo luogo.

 

 

[Cesare tenta di far condiscendere i protestanti a sottomettersi al concilio]

 

Tornando a quello che tocca piú prossimo il concilio, furono dall'imperatore fatti diversi tentativi nella dieta, acciò i protestanti condescendessero ad accordare gli aiuti contra i turchi, senza far menzione delle cause della religione: al che perseveravano rispondendo non potere fare risoluzione, se non gli era data sicurezza che la pace si dovesse conservare e che per la convocazione fatta in Trento sotto nome di concilio non s'intendesse venuto il caso della pace finita, secondo il decreto della dieta superiore, ma fosse dichiarato che la pace non potesse esser interrotta, né essi sforzati per qualonque decreti si facessero in Trento: perché a quel concilio non possono sottomettersi, dove il papa, che gli ha già condannati, ha intiero arbitrio. L'imperatore diceva non potergli dare pace che gli essenti dal concilio, all'autorità del quale tutti sono sottoposti; che non averebbe modo di scusarsi appresso agli altri re e prencipi, quando alla sola Germania si concedesse non ubedire al concilio, congregato principalmente per rispetto di lei. Ma se essi pretendevano aver causa, come dicevano, di non sottomettersi, andassero al concilio, rendessero le raggioni perché l'hanno in sospetto; che sarebbono ascoltati, e se allora gli fosse parso essergli fatto torto, averebbono potuto ricusarlo, non essendo pertinente il prevenire et insospettirsi di quello che non appare, e pretendere gravame di cose future, facendo giudicio di quello che ancora non si vede. A che replicavano non parlare di cose future, ma passate, essendo la loro religione stata già dannata e perseguitata dal pontefice e da tutti i suoi aderenti. Onde non avevano d'aspettare giudicio futuro, essendovi già il passato. Perilché esser giusta cosa che nel concilio il papa con aderenti suoi di Germania e d'ogni altra regione facessero una parte, et essi l'altra, e della difficultà circa il modo et ordine di procedere fossero giudici l'imperatore et i re e prencipi; ma quanto al merito della causa, la sola parola di Dio.

Né potero essere mai rimossi da questa risoluzione, ancorché l'ambasciatore di Francia, che era ivi presente, facesse instanza grandissima che acconsentissero al concilio con parole che tenevano del minaccievole, dettate a quell'ambasciatore, quando di Francia partí, da' ministri di quel re fautori del pontefice. Fu messo in campo da' cesarei di trasferire il concilio in Germania, sotto promessa dell'imperatore di far efficace opera che il pontefice vi condescendesse: la qual proposta fu dagli altri accettata sotto condizione che fosse stabilita la pace sin tanto che fosse quivi congregato. Ma Carlo, certo che il pontefice mai averebbe acconsentito, vidde che questo era un dargli pace perpetua, e però meglio era lasciare le cose in sospeso, concedendola solo fin ad un'altra dieta, vedendosi costretto per non avere ancora concluso la tregua co' turchi e stimando piú quella guerra, e pensando che per occasioni d'un colloquio si sarebbono offerti altri mezi raggionevoli all'avvenire per costringerli di nuovo che acconsentissero al concilio di Trento, e, recusando, avergli per contumaci e fargli la guerra. Perilché finalmente a' 4 d'agosto mise fine alla dieta, ordinandone una per il mese di genaro seguente in Ratisbona, dove i prencipi intervenissero in persona, et instituendo un colloquio sopra le cause della religione, di 4 dottori e 2 giudici per parte, il qual s'incomminciasse al decembre, acciò la materia fosse digesta inanzi la dieta; confermando e rinovando i passati editti di pace, et ordinando il modo di pagare le contribuzioni per la guerra. Come il colloquio procedesse nel suo luogo si dirà.

Partiti i protestanti da Vormazia, diedero fuori un libro dove dicevano in somma che non avevano il tridentino per concilio, come non congregato in Germania, secondo le promesse di Adriano e dell'imperatore; al che avendo mostrato di sodisfare con eleggere Trento, era un farsi beffe di tutto 'l mondo, non potendosi dire Trento in Germania, se non perché il vescovo è prencipe dell'Imperio: ma per quello che tocca alla sicurtà, essere cosí ben in Italia et in potere del pontefice, come Roma medesima; e maggiormente non averlo per legitimo, perché papa Paolo voleva presedere in quello e proponere per i legati, perché i giudici a lui erano obligati con giuramento; che essendo contra il papa la lite instituita, non doveva egli essere giudice; che bisognava trattare prima della forma del concilio che delle autorità sopra quali si doveva fare fondamento.

Ma ugualmente in Trento, come a Roma dispiacque sopra modo la resoluzione dell'imperatore, cosí perché un prencipe secolare s'introme[tte]sse in cause di religione, come perché gli pareva esser essautorato il concilio, poiché essendo quello imminente, si dava ordine di trattare altrove le cause della religione. I prelati che in Trento si ritrovavano quasi con una sola bocca biasimavano il decreto, dicendo essere peggio che quello di Spira, e maravigliandosi come il pontefice, che contra quello si era mostrato cosí vivo, avesse tolerato e tolerasse questo, dopo che era inditto e già congregato il concilio. Cavavano da questo manifesto indizio che lo star loro in Trento era una cosa vana e disonorevole: s'ingegnavano i legati quanto potevano di consolargli e persuadergli che tutto era stato permesso da Sua Santità a buon fine. Ma essi replicavano che a qualonque fine sia permesso e qualonque cosa ne segua, non si torrà mai la nota fatta non solo al pontefice e Sede apostolica, ma al concilio et a tutta la Chiesa; né potevano i legati resistere alle loro querele, le quali poi terminavano tutte in domandar licenza di partire, alcuni allegando necessarii et importanti loro affari, altri per ritirarsi in alcune delle città vicine per infermità o indisposizione. E se ben i legati non concedevano licenza a nissuno, alcuni alla giornata se l'andavano prendendo, sí che inanzi il fine del mese di settembre restarono pochissimi. Ma in Roma, se ben per la negoziazione del cardinale Farnese si prevedeva che cosí dovesse essere, nondimeno, dopo succeduto, si comminciò a pensarci con maggior accuratezza: si consideravano i fini dell'imperatore molto differenti da quello che era l'intenzione del pontefice: perché Cesare, col tenere le cose cosí in sospeso, faceva molto ben il fatto suo con la Germania, dando speranza a protestanti che, se fosse compiacciuto, non averebbe lasciato aprire il concilio, e mettendogli anco in timore che, non compiacciuto l'averebbe aperto e lasciato procedere contra di loro. Per il che faceva nascere sempre nuovi emergenti che tenessero le cose in sospeso, trasportando dolcemente il tempo sotto diversi colori, et alle volte proponendo anco che fosse meglio trasferirlo altrove, dando anco speranza di contentarsi che si transferisse in Italia et anco a Roma, accioché piú facilmente il papa et i prelati italiani porgessero orrecchie alla proposta e tirassero il concilio in longo.

 

 

[Il papa si risolve alla traslazione, e dà l'investitura di Parma e Piacenza al suo figlio naturale]

 

Il pontefice era molto angustiato: alle volte si eccitava in lui il desiderio antico de' suoi precessori che il concilio non si celebrasse, e condannava se stesso d'aver caminato questa volta tanto inanzi; vedeva però di non poter senza gran scandalo e pericolo mostrar apertamente di non volerlo, con dissolvere quella poca di congregazione che era in Trento; vedeva chiaramente che per estinguer l'eresie non era utile rimedio, perché per quello che s'aspettava all'Italia, era piú ispediente con la forza e con l'ufficio dell'inquisizione provedere, dove che l'espettazione del concilio impediva questo che era l'unico rimedio. Quanto alla Germania appariva ben chiaramente che il concilio piú tosto difficoltava che facilitava quelle cose; nel rimanente, ancora celebrandosi, aveva gran dubio se dovesse concedere all'imperatore i mezi frutti e vassallatici de' monasterii di Spagna; perché non facendolo, Sua Maestà ne sarebbe restata sdegnata, e facendolo dubitava che nel concilio scoprissero i prelati spagnuoli alienazione d'animo da lui e dalla Sede apostolica, che ad altri donava quello che a loro apparteneva. Vedeva anco una mala sodisfazzione ne' prelati del regno, a' quali averebbe parso intolerabile il pagare le decime et insieme stare su le spese nel concilio; giudicava che quelli di Francia si sarebbono accostati con loro e fomentatigli non per carità, ma per impedire i commodi dell'imperatore. Perilché comminciò voltare l'animo alla translazione, purché non si trattasse di portarlo piú dentro in Germania, come era stato trattato in Vormes, al che non voleva acconsentire mai (diceva egli), se ben s'avesse avuto 100 ostaggi e 100 pegni; massime che col trasferirlo piú dentro in Italia in luogo piú fertile, commodo e sicuro, gli pareva fuggire l'inconveniente di continuare in quello stato e tener il concilio sopra le ancore, e tirarlo di stagione in stagione, peggior deliberazione che si potesse fare per infiniti e perpetui pregiudicii che potrebbono succedere; oltre che, col tempo che la translazione portava, era rimediato al male presente, che era avere un concilio in concorrenza d'un colloquio e d'una dieta instituita per causa di religione, non sapendo che fine né l'uno né l'altro potessero avere; cosa disonorevole e pericolosa e di mal essempio, e si sodisfaceva a' prelati col partire da Trento. Cosí deliberato, per esser provisto a far opportunamente l'essecuzione, mandò a' legati la bolla di facoltà per trasferirlo, data sotto 22 di febraro, della qual dí sopra s'è detto.

Non occupavano questi pensieri né tutto, né la principal parte dell'animo del pontefice, sí che non pensasse molto piú all'infeudazione di Parma e Piacenza nella persona del figliuolo, quale aveva a Cesare communicata, e la mandò ad effetto nel fine d'agosto, senza rispetto dell'universale mormorio che, mentre si trattava di reformar il clero, il capo donasse principati ad un figliuolo di congionzione dannata, e quantonque tutto 'l collegio lo sentisse male, se ben solo Giovan Dominico de Cupis, cardinale de Trani, con l'aderenza d'alcuni pochi, si opponesse, e Giovan Vega, ambasciator imperiale, ricusasse intervenirvi, e Margarita d'Austria, sua pronuora, che averebbe voluto l'investitura in persona del marito, perché perdeva il titolo di duchessa di Camerino e non ne acquistava altro, se ne mostrasse scontenta. Dipoi, voltato tutto ad uscire delle difficultà e pericoli che portava il concilio, stando cosí né aperto, né chiuso, ma sí ben in termine di poter servire all'imperatore contra di lui, deliberò di mandar il vescovo di Caserta per trattare con Sua Maestà, proponendo che si aprisse e se gli dasse principio, overo si facesse una sospensione per qualche tempo; e quando questo non fosse piacciuto, la translazione in Italia, per dare tempo onestamente a quello che si fusse trattato nel colloquio e dieta, o qualche altro partito, che non fosse cosí disonorevole e pericoloso per la Chiesa, come era lo star in concilio in pendente con i legati e prelati ociosi.

 

 

[Il papa si risolve d'aprire il concilio]

 

Questa negoziazione s'incaminò con varie difficoltà, perché l'imperatore era risoluto di non consentire né a suspensione, né a translazione, né parendogli utile a' suoi fini l'apertura, non negava assolutamente alcuna delle proposte, né avendo altro partito non sapeva che altro fare se non interporre difficoltà alle tre proposte. Finalmente nel mezo d'ottobre trovò temperamento che il concilio si aprisse e trattasse della riformazione, soprasedendo dalla trattazione delle eresie e de' dogmi, per non irritar i protestanti. Il pontefice, avisato per lettere del noncio, fu toccato nel intimo del cuore; vedeva chiaro che questo era dare la vittoria in mano a' luterani e spogliare lui di tutta l'autorità, facendolo dependere da' colloqui e diete imperiali, con ordinare in quelle trattazioni di religione e vietarle al concilio, et indebolirlo con alienargli i suoi per via di riforma, e fortificare i luterani col sopportare o non condannare l'eresie loro. E certificato in se stesso che gli interessi suoi e quei di Cesare, per la contrarietà, non potevano unirsi, deliberò tenergli i suoi fini occolti et operare come metteva conto alle cose sue: però, senza mostrar alcuna displicenza della risposta, replicò immediate al Caserta che, per compiacere a Sua Maestà, deliberava d'aprir il concilio senza interposizione di tempo, commandando che si dasse principio agl'atti conciliari, procedendo tutti con piena libertà e con debito modo et ordine. Il che disse il pontefice cosí con parole generali, per non esprimersi quali cose dovessero essere prima o dopo proposte e trattate o lasciate in tutto; essendo risoluto che le cose della religione e de' dogmi fossero principalmente trattate senza addur altra raggione, quando fosse costretto dirne alcuna, se non che il trattare della riforma sola era una cosa mai piú usata, contraria alla riputazione sua e del concilio. Perilché l'ultimo d'ottobre, avendo communicato il tutto co' cardinali, di loro conseglio e parere stabilí e scrisse anco a Trento che il concilio dovesse esser aperto per la futura domenica, Gaudete dell'avvento, la qual doveva esser a' 13 decembre.

Arrivata la nuova, i prelati mostrarono grandissima allegrezza, vedendo d'essere liberati dal pericolo che gli pareva soprastare di rimanere in Trento longamente e senza operare cosa alcuna. Ma poco dopo tornarono in campo le ambiguità, perché arrivarono lettere dal re di Francia a' suoi prelati, che erano tre, di dovere partire. A' legati ciò parve cosa importantissima, essendo come una dichiarazione che la Francia et il re non approvassero il concilio. Tentarono ogni prattica per impedire quella partita; dicevano a' tre prelati che quell'ordine era dato dal re in un altro stato di cose e che bisognava aspettarne un altro nuovo da Sua Maestà, poiché avesse inteso il presente, raccordando lo scandalo che ne sarebbe successo altrimente facendo e l'offesa che averebbono ricevuto le altre nazioni. Il cardinal di Trento ancora et i prelati spagnuoli et italiani protestavano che non fossero lasciati partire; perilché finalmente presero temperamento che solo monsignore di Renes partisse per dare conto al re, e gli altri doi rimanessero, il che, quando fu saputo dal re, fu anco lodato.

L'ultimo di novembre, avicinandosi il tempo prefisso all'apertura, scrissero i legati a Roma che, per conservare l'autorità della Sede apostolica, conveniva nell'aprirlo leggere e registrare una bolla che lo commandasse, e spedirono in diligenza acciò potesse venir a tempo. Arrivò la risposta con la bolla alli 11 decembre, per il che il giorno seguente i legati commandarono un digiuno e processione per quel dí, e fecero una congregazione de tutti i prelati, dove prima fu letta la sopranominata bolla e poi trattato di tutto quello che si aveva da fare il dí seguente nella sessione. Il vescovo di Estorga con dolcissima maniera propose che fosse necessario legger in congregazione il breve della legazione e presidenza, acciò fosse una professione dell'obedienza e soggezzione di tutti loro alla Sede apostolica. La quale richiesta fu approvata da quasi tutta la congregazione, anco con instanza particolare di ciascuno. Ma il legato Santa Croce, considerando dove poteva la dimanda capitare e che il publicare l'autorità della presidenza sarebbe stato con pericolo che fosse limitata, riputando meglio, con tenerla secreta, poterla usare come gli accidenti comportassero, rispose prontamente che nel concilio tutti erano un solo corpo e che tanto sarebbe stato necessario leggere le bolle di ciascun vescovo, per mostrare che egli era tale et instituito dalla Sede apostolica, che sarebbe cosa longa, e per quelli che veniranno alla giornata occuperebbe tutte le congregazioni; e con questo mise fine all'instanza e ritenne la degnità della legazione che consisteva in esser illimitata.

 

 

[Si fa l'apertura del concilio con preghiere e ceremonie]

 

Venne finalmente il 13 di decembre, quando in Roma il papa publicò una bolla di giubileo, dove narrava aver intimato il concilio per sanare le piaghe causate nella Chiesa dagli empi eretici. Perilché essortava ogniuno ad aiutare i padri congregati in esso con le loro preghiere appresso Dio; il che per fare piú efficacemente e fruttuosamente, dovessero confessarsi e digiunare tre dí, e ne' medesimi intervenire alle processioni e poi ricevere il santissimo sacramento, concedendo perdono di tutti i peccati a chi cosí facesse. E l'istesso giorno in Trento i legati con tutti i prelati, che erano in numero 25, in abito pontificale, accompagnati da' teologi, dal clero e dal popolo forestiero e della città, fecero una solenne processione dalla chiesa Trinità alla catedrale: dove gionti, il Monte, primo legato, cantò la messa dello Spirito Santo, nella quale fu fatto un longo sermone dal vescovo di Bitonto con molta eloquenza; e quella finita fecero legger i legati un'ammonizione de scritto molto longa, la somma della quale era essere carico loro nel corso del concilio ammonire i prelati in ogni occorrenza; era giusto dare principio in quella prima sessione, intendendo però di fare tanto quell'ammonizione, quanto tutte le altre a se stessi ancora, come dell'istessa condizione con loro; che il concilio era congregato per tre cause, per estirpazione dell'eresia, restituzione della disciplina ecclesiastica e recuperazione della pace. Per esseguire le quali cose, prima conveniva aver un vero et intimo senso d'essere stati causa di tutte tre quelle calamità. Dell'eresie, non per averle suscitate, ma non avendo fatto il debito in seminare buona dottrina e sradicare la zizania. De' corrotti costumi non essere bisogno fare menzione, essendo manifesta cosa che il clero et i pastori soli erano et i corrotti, et i corrottori. Per le qual cause anco, Iddio aveva mandato la terza piaga, che era la guerra cosí esterna de' turchi, come civile tra i cristiani. Che senza questa interna e vera recognizione, invano entravano in concilio, in vano averebbono invocato lo Santo Spirito. Essere giusto il giudicio di Dio che gli castigava sí fattamente, però con pena minor del merito. Perilché essortavano ogni uno a conoscere i suoi falli, a mitigare l'ira di Dio, replicando che non sarebbe venuto lo Spirito Santo da loro invocato, se ricusassero udir i proprii peccati et ad essempio di Esdra, Neemia e Daniele confessargli; et aggiongendo essere gran beneficio divino l'occasione di principiare il concilio per restaurare ogni cosa. E se ben non mancheranno oppugnatori, nondimeno essere loro carico operare con costanza e come giudici guardarsi dagli affetti et attendere alla sola gloria divina, dovendo fare questo ufficio inanzi Dio, gli angeli e tutta la Chiesa. Ammonirono in fine i vescovi mandati da' prencipi a far il servizio de' loro signori, con fede e diligenza; preponendo però la riverenza divina ad ogni altra cosa. Dopo questa fu letta la bolla dell'intimazione del concilio del 1542 et un breve della semplice deputazione de' legati, con la bolla dell'apertura del concilio letta in congregazione, et immediate si fece inanzi Alfonso Zorilla, secretario di don Diego, e riprodusse il mandato dell'imperatore, già presentato a' legati, aggiongendo una lettera di don Diego, nella quale scusava l'assenzia sua per indisposizione. Da' legati fu risposto quanto all'escusazione, che era ben degna d'essere admessa; quanto al mandato dissero che, se ben potevano insistere nella risposta fatta al sopradetto tempo, nondimeno gli piaceva, per maggior riverenza, riceverlo di nuovo et essaminarlo, dovendo poi darne risposta.

Le qual cose fatte secondo il rito del ceremoniale romano, s'inginocchiarono tutti a fare l'orazione con voce sommessa, accostumata in tutte le sessioni, e poi la publica: «Adsumus, Domine, ecc., Sancti Spiritus», ecc., che il presidente dice ad alta voce in nome di tutti, e cantate le letanie, dal diacono fu letto l'Evangelio: «Si peccaverit in te frater tuus», e finalmente cantato l'imno: «Veni, creator Spiritus», e sentati tutti a' proprii luoghi, il cardinal del Monte con la propria voce pronunciò il decreto, per parole interrogative; leggendo se piaceva a' padri, a laude di Dio, estirpazione dell'eresie, riformazione del clero e popolo, depressione degli inimici del nome cristiano, determinare e dicchiarare che il sacro tridentino e general concilio incomminciasse e fosse incomminciato: al che tutti risposero, prima i legati, poi i vescovi et altri padri per la parola: «placet». Soggionse poi se, attesi gli impedimenti che dovevano portare le feste dell'anno vecchio e nuovo, gli piaceva che la sequente sessione si facesse a' 7 di gennaro, e risposero parimente che gli piaceva. Il che fatto, Ercole Severalo, promotor del concilio, fece instanza a' notarii che del tutto facessero instromento. Si cantò l'inno: «Te Deum laudamus», et i padri, spogliati gli abiti pontificali e vestiti i communi, accompagnarono i legati, precedendo inanzi loro la croce. Le qual ceremonie essendo state usate nelle seguenti sessioni similmente, non si replicaranno piú.

 

 

[Sommario del sermone del Bitonto et i giudizii del mondo]

 

Stavano la Germania et Italia in gran curiosità d'intendere le prime azzioni di questo consesso con tante difficoltà principiato, et i prelati et i loro famigliari, che si ritrovavano in Trento, incaricati dagli amici d'avisarnegli. Perilché immediate dopo la sessione fu mandato per tutto copia dell'ammonizione de' legati e dell'orazione del Bitonto, le quali furono anco presto poste in stampa. De quali per narrare ciò che fosse detto communemente è necessario prima riferire in sommario il contenuto dell'orazione. Quella ebbe principio dal mostrare la necessità di concilio, per essere passati 100 anni dopo la celebrazione del fiorentino, e perché le cose ardue e difficili, alla Chiesa spettanti, non si possono ben trattare se non in quello. Perché ne' concilii sono stati fatti i simboli, dannate l'eresie, emendati i costumi, unite le nazioni cristiane, mandato gente all'acquisto di Terra Santa, deposti re et imperatori et estirpati i schismi. E che per ciò i poeti introducono i concilii de' dei. E Moisè scrive che furono voci conciliari il decreto di fare l'uomo e di confondere le lingue de' giganti. Che la religione ha 3 capi: dottrina, sacramenti e carità, che tutti tre chiamano concilio. Narrò le corruttele entrate in tutti questi tre, per restituire i quali il papa, col favore del imperatore, de' re di Francia, de' Romani e di Portugallo, e di tutti i principi cristiani, ha ridotta la sinodo e mandato i legati. Fece digressione longhissima in lode del papa; un'altra poco piú breve in commendazione dell'imperatore, lodò poi i tre legati, traendo le commendazioni dal nome e cognome di ciascuno d'essi; soggionse che, essendo il concilio congregato, tutti dovevano adunarsi a quello, come al caval di Troia. Invitò i boschi di Trento a risuonare per tutto 'l mondo che tutti si sottomettino a quel concilio; il che se non faranno, si dirà con raggione che la luce del papa è venuta al mondo e gli uomini hanno amato piú le tenebre che la luce. Si dolse che l'imperatore non fosse presente, o almeno Diego che lo rappresentava. Si congratulò col cardinale Madruccio che nella sua città il papa avesse congregato i padri dispersi et erranti. Si voltò a' prelati e disse che aprire le porte del concilio è aprire quelle del paradiso, di donde debbia descendere l'acqua viva per empire la terra della scienza del Signore. Essortò i padri ad emendarsi et aprire il cuore come terra arida per riceverla; soggiongendo che, se non lo faranno, lo Spirito Santo nondimeno aprirà loro la bocca, come quella di Caiphas e di Balaam, acciò fallando il concilio, non falli la Chiesa santa, restando però le menti loro ripiene di spirito cattivo. Gli essortò a deponere tutti gli affetti, per poter degnamente dire: «È parso allo Spirito Santo et a noi». Invitò la Grecia, Francia, Spagna et Italia e tutte le nazioni cristiane alle nozze. In fine si voltò a Cristo, pregandolo per l'intercessione di san Vigilio, tutelar della valle di Trento, ad assistere a quel concilio.

L'ammonizione de' legati fu stimata pia, cristiana e modesta e degna de' cardinali; ma il sermone del vescovo fu giudicato molto differente; la vanità et ostentazione d'eloquenzia era notata da tutti: ma le persone intelligenti comparavano come sentenzia santa ad una empia quelle ingenue e verissime parole de' legati che, senza una buona recognizione interna, invano s'invocarebbe lo Spirito Santo, col detto del vescovo tutto contrario, che senza di quella anco sarebbe dallo Spirito Santo aperta la bocca, restando il cuore pieno di spirito cattivo. Era stimata arroganzia l'affirmare che errando quei pochi prelati, la Chiesa tutta dovesse fallare; quasi che altri concilii di 700 vescovi non abbiano errato, ricusando la Chiesa di ricevere la loro dottrina. Aggiongevano altri questo non esser conforme alla dottrina de' ponteficii, che non concedono infallibilità, se non al papa et al concilio per virtú della conferma papale. Ma l'avere comparato il concilio al caval di Troia, che fu machina insidiosa, era notato d'imprudenza e ripreso d'irreverenza. L'avere ritorto le parole della Scrittura, che Cristo e la dottrina sua, luce del Padre, è venuto al mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, facendo che il concilio o sua dottrina sia luce del papa aparsa al mondo, che se non fosse ricevuta, si dovesse dire: gli uomini hanno amato piú le tenebre che la luce, era stimata una biastema, e si desiderava almeno non fossero prese le parole formali della divina Scrittura per non mostrare cosí apertamente di vilipenderla.

 

 

[I legati chiedono avviso a Roma intorno a molte cose]

 

Ma in Trento, fatta l'apertura non sapevano ancora, né i prelati, né i legati medesimi, che cosa si dovesse trattare, né che modo si dovesse servare. Perilché, dando conto delle cose fatte inanzi et in quella, scrissero i legati a Roma una lettera degna d'essere reportata in tutte le sue parti. Prima dicevano avere statuito la seguente sessione al giorno dopo l'Epifania, come termine da non poter essere tassato né di soverchia prolongazione, né di troppo brevità, acciò che fra tanto potessero esser avisati come doveranno governarsi nelle altre sessioni, sopra che desidera[va]no aver lume; e perché potrebbono esser interpellati ad ogni ora di diverse cose, le quali non avessero spacio d'avisare et aspettare risposta, ricercavano che se gli mandasse un'instruzzione piú particolare che fosse possibile, che sopra tutto desideravano essere avvertiti quanto al modo e forma di procedere e di proporre e risolvere, e quanto alle materie da trattare; dimandarono specialmente se le cause dell'eresie averanno da essere le prime e se si averanno da trattare generalmente o in particolare, dannando la falsa dottrina o le persone degli eretici famosi principali, o l'uno e l'altro insieme; se proponendo da' prelati qualche articolo di riforma, alla quale pare che ogni uno miri, si doverà trattarne insieme con l'articolo della religione, o prima, o dopo; se il concilio ha da intimare a' popoli e nazioni il suo principio, invitando i prelati e prencipi et essortando i fideli a pregare Dio per il buon progresso, o se Sua Santità vorrà farlo essa. Se occorrerà scrivere qualche lettera missiva o responsiva, che forma s'avrà da usare e che sigillo; similmente, che forma s'averà da usare nella estensione de' decreti; se doveranno mostrare di sapere o dissimulare il colloquio e dieta che si faranno in Germania; se nel procedere doveranno andare tardi o presto, cosí nel determinare le sessioni, come nel proponere le materie. Avisarono essere pensiero d'alcuni prelati che si proceda per nazione; il qual modo essi tenevano per sedizioso, che averebbe fatto ammutinare insieme quelli di ciascuna, e che il maggior numero degli italiani, che sono i piú fideli alla Sede apostolica, non averebbe giovato, quando il voto di tutti insieme fosse stato d'ugual valore a quello di pochi francesi, o spagnoli, o tedeschi. Avisarono anco che si penetrava altri avere dissegnato di disputare della potestà del concilio e del papa, cosa pericolosa per fare nascer un schisma tra i catolici medesimi; e che nella congregazione de' 12 si vidde che tutti i prelati unitamente persistevano in volere veder il mandato della loro facoltà, il che con molta arte gli era besognato fugire di mostrare, non sapendo ancora come si doveva intendere la loro presidenza e quanto la Santità Sua dissegnasse di farla valere. Dimandavano ancora che fossero ordinate le cavalcate per tutta la via, accioché potessero ogni giorno et ogni ora, secondo le occorrenze, mandare e ricever avisi; ricercavano qualche ordine circa la precedenzia degli oratori de' prencipi, e provisione de danari, poiché 2000 scudi mandatigli qualche giorno inanzi erano spesi nelle provisioni de' vescovi poveri.

Instavano i prelati che si dasse principio all'opera; perilché i legati per dargli qualche sodisfazzione e per mostrare di non star in ocio, a 18 fecero una congregazione, dove però non fu proposto altro che il modo del vivere e conversare e di tener le famiglie in ufficio; e molte cose furono dette contra l'uso introdotto, massime in Roma, di portare l'abito di prelato nella ceremonia solamente e di rimanente vestire da secolare; riprese ugualmente le vesti sontuose, come le abiette e sordide; dell'età ancora della servitú fu detto molto, ma il tutto rimesso ad essere risoluto ad un'altra congregazione, la qual si tenne a' 22 e si consumò tutta in raggionamenti di simil ceremonie, con conclusione che era necessaria principalmente una buona riformazione nell'animo; perché avendo per mira il decoro al grado conveniente e l'edificazione del popolo, ciascuno vederà che rimediare in sé e nella famiglia sua.

Ma il papa, ricevuto l'aviso dell'apertura del concilio, deputò una congregazione de' cardinali e curiali per sopraintendere e consegliare le cose di Trento; con questi consultando, risolse le cose non esser ancora in stato che si potesse veder chiaro che materie trattare e con che ordine: fece rispondere a' legati che non conveniva alla sinodo invitare né prencipi, né prelati, meno invitare alcuno ad aiutargli con le orazioni, perché questo era fatto da lui sufficientemente con la bolla del giubileo, e quello con le lettere della convocazione; che parimente non era da pensare che la sinodo scrivesse ad alcuno, potendo supplire essi legati con lettere proprie loro, scritte per nome commune. Per quello che tocca la estensione de' decreti, dovessero intitolare: la sacrosanta ecomenica e general sinodo tridentina, presedendo i legati apostolici. Ma quanto alla forma del dar i voti, essere ottime le raggioni loro di non introdurre di farlo per nazioni, e tanto piú, quanto quel modo non fu mai usato dall'antichità, ma introdotto dal constanziense e seguito dal basileense, che non si devono imitare: ma essendo il modo usato nell'ultimo lateranense ottimo e decentissimo, seguissero quello, potendo anco con quell'essempio recente e ben riuscito serrare la bocca a chi ne proponesse altro. E per quello che tocca la condanna degli eretici e le materie da trattare e delle altre cose da loro ricchieste, che opportunamente gli sarebbe dato ordine; tra tanto, secondo il costume degli altri concilii, si trattenessero nelle cose preambule; che la presidenza loro fosse mantenuta con quel decoro che conviene a' legati della Sede apostolica, procurando insieme col decoro dar anco sodisfazzione a tutti; ma sopra ogni cosa usando diligenza che i prelati non uscissero de termini della onesta libertà e riverenza verso la Sede apostolica. Era cosa piú urgente l'aiutare i prelati che potessero fare le spese: per questo mandò un breve nel quale essentava dalle decime tutti i prelati del concilio e gli concedeva la participazione di tutti i frutti et emolumenti in assenzia, tanto quanto se fossero stati presenti; mandò ancora 2000 scudi per sovvenire i vescovi indigenti, ordinando che si facesse senza avere rispetto che ciò fosse publicato, poiché risaputosi ancora, non poteva esser interpretato se non ufficio amorevole d'un capo del concilio.

 

 

[Discorso delle diverse maniere di concilii e vario procedere in essi]

 

Questo luogo ricerca, per le cose dette e che si diranno in varie occasioni circa il modo di dire i pareri in concilio, chiamato «dire li voti», che si dica come anticamente si faceva e come s'è pervenuto all'usato in questi tempi. L'adunanza di tutta una Chiesa per trattare in nome di Dio le occorrenze per la dottrina e disciplina è cosa utilissima, usata da' santi apostoli nell'elezzione di Mattia e degli 7 diaconi, et a questo sono assai simili i concilii diocesani; ma del convenire persone cristiane da piú luoghi e lontani per trattare insieme, vi è il celebre essempio degli Atti apostolici, quando Paolo e Barnaba con altri di Soria convennero in Gierusalem con gli apostoli et altri discepoli, che quivi si ritrovarono, sopra la questione dell'osservanzia della legge; e se ben si potrebbe dire che fosse stato un ricorso delle chiese di gentili nove ad una vecchia matrice, di onde la fede era a loro derivata, che per longo tempo fu usato in quei primi secoli, e da Ireneo e da Tertulliano spesso si commemora, e la lettera sia scritta da' soli apostoli, vecchi e fratelli gierosolimitani, nondimeno, avendo parlato non solo essi, ma ancora Paolo e Barnaba, si può con raggione chiamare concilio; con essempio del quale i vescovi che successero dopo, tenendo che tutte le chiese cristiane fossero una e che i vescovati tutti fossero parimente un solo cosí formato, del quale ciascun ne tenesse una parte, non come propria, ma sí che tutti dovessero reggere tutto, occupandosi però ciascuno piú in quella che gli era specialmente raccommandata, come san Cipriano nell'aureo libretto dell'unità della Chiesa piamente dimostra, occorrendo bisogno di qual si voglia particolar chiesa, con tutto che alcune volte le persecuzioni ardessero, si congregavano insieme quelli che potevano per ordinare in commune la provisione; nelle qual adunanze, presedendo Cristo e lo Spirito Santo, né avendo luogo gli affetti umani, ma la carità, senza ceremonie, né formule prescritte, consegliavano e risolvevano quanto occorreva. Ma dopo qualche progresso di tempo, con la carità meschiatisi gli affetti umani, essendo necessario regolargli con qualche ordine, il principale tra congregati in concilio, o per dottrina, o per grandezza della città o della chiesa, o per qualche altro rispetto d'eminenza, pigliava carico di proponere e guidare l'azzione e raccogliere i pareri. Ma dopo che piacque a Dio dare pace a' fedeli e che i prencipi romani ricevettero la santa fede, occorrendo piú spesso difficoltà nella dottrina e disciplina, le quali anco per l'ambizione o altri affetti cattivi di quei che avevano seguito e credito, turbavano la quiete publica, ebbe origine un'altra sorte di adunanze episcopali congregate da prencipi o prefetti loro per trovare rimedio alle turbe. In questi, l'azzione era guidata da quei prencipi o magistrati che gli congregavano, intervenendo essi nelle azzioni, proponendo, guidando la trattazione e decretando per interlocutorie le differenze occorrenti, restando al commun parere del consesso la definizione del capo principale, perché era congregata l'adunanza. Questa forma apparisce nelli concilii de' quali gli atti restano. Si può portar per essempio il colloquio de' catolici e donatisti inanzi Marcellino, et altri molti; ma per parlar solo de' concilii generali, questo si vede nel concilio efesino primo inanzi Candidiano conte, mandato per presedere dall'imperatore, e piú chiaramente nel calcedonense generale, inanzi Marziano e giudici da lui deputati, nel constantinopolitano di Trullo inanzi Constantino Pogonato, dove il prencipe e magistrato presedendo commanda che cosa si debbia trattare, che ordine tenere, chi debbia parlare, chi tacere, e nascendo differenza in queste cose, le decide et accommoda; e negli altri generali, de' quali gli atti non restano, come del primo niceno e del secondo constantinopolitano, attestano gli istorici di quei tempi che l'istesso fecero Constantino e Teodosio. In questi stessi tempi non s'intermisero però quelli altri, quando li stessi vescovi da loro medesimi s'adunavano e l'azzione era guidata, come s'è detto, da uno di loro, e la risoluzione presa secondo il commun parere. La materia trattata alle volte era di breve risoluzione, sí che in un consesso si espediva; alle volte, per la difficoltà o moltiplicità, aveva bisogno di reiterarsi, onde vengono le molte sessioni nel medesimo concilio. Nissuna era di ceremonia, né per solo publicare cose digeste già altrove, ma per intendere il parere di ciascuno; erano chiamati atti del concilio i colloquii, le discussioni, le dispute e tutto quello che si faceva o diceva. È nuova openione e pratticata poche volte, se ben in Trento è stabilita, che i soli decreti siano atti del concilio e soli debbiano esser dati in luce, ché negli antichi tutto si dava a tutti. Intervenivano notarii per raccogliere i voti, i quali, quando un vescovo parlava non contradicendo alcuno, non scrivevano il nome proprio di quello, ma usavano scrivere cosí: «la santa sinodo disse». E quando molti dicevano l'istesso, si scriveva: «i vescovi esclamarono» overo «affermarono», e le cose cosí dette erano prese per definizioni; se parlavano in contrario senso, erano notate le contrarie openioni et i nomi degli autori, et i giudici o presidenti decidevano. Avveniva senza dubio qualche impertinenza alle volte, per l'imperfezzione d'alcuno, ma la carità, che iscusa i difetti del fratello, la ricopriva. Interveniva numero maggiore della provincia dove il concilio si teneva e delle vicine, ma senza emulazione, desiderando ogni uno piú d'ubedire, che di prescrivere legge ad altri.

Separato l'occidentale dall'orientale Imperio, restò nondimeno qualche vestigio anco in occidente di quei concilii che da principio erano congregati; e si vedono molti sotto la posterità di Carlo Magno in Francia e Germania, e sotto i re gotti in Spagna non poco numero. In fine, esclusi affatto i prencipi d'intromettersi nelle cose ecclesiastiche, di questa sorte di concilio si perse l'uso, e restò quella sola che da' medesimi ecclesiastici è convocata: la quale anco fu quasi che tirata tutta nel solo pontefice romano col mandar suoi legati a presedere dovunque intendeva che si trattasse di far concilio; e dopo qualche tempo attribuí anco a sé quella facoltà che da' prencipi romani fu usata di convocar concilio di tutto l'Imperio e presedervi, essendo presente, e non essendo, mandarvi chi per nome suo presedesse e guidasse l'azzione. Ma ne' prelati ridotti nella sinodo, levato il timore del prencipe mondano che gli conteneva in ufficio, sí come i rispetti mondani, cause di tutti gli inconvenienti, crescevano in immenso, il che moltiplicava le indecenze, si diede principio a digerire et ordinare le materie in secreto e privato, per potere servare nel publico consesso il decoro; poi questo fu preso per forma e nacquero nelli concilii, oltre le sessioni, le congregazioni d'alcuni deputati ad ordinare le materie; le quali da principio, quando erano moltiplici, si ripartivano, assignando a ciascuna la propria congregazione; né bastando ancora questo a rimovere tutte le indecenze, perché gli altri non intervenuti, avendo gli interessi differenti, movevano difficoltà in publico, oltre la congregazione particolare, s'introdusse la generale, inanzi la sessione, dove tutti intervenissero; la qual chi risguarda il rito antico, essa veramente è l'azzione conciliare, perché la sessione, andando a cosa fatta, resta pura ceremonia. Poco piú d'un secolo è passato, poi che gli interessi fecero nascere tra i vescovi di diverse nazioni qualche competenza; onde le lontane, che de poco numero erano, non volendo sopportare d'essere superate dalle vicine numerose, per pareggiarle tra loro fu necessario che ciascuna si congregasse da sé e per numero de' voti facesse la sua deliberazione, e l'universale definizione fosse stabilita non per voti de' singolari, ma per pluralità de' voti delle nazioni. Cosí fu servato ne concilii di Costanza e Basilea; il che, come è uso molto proprio dove si governa in libertà, quale era allora quando il mondo era senza papa, cosí poco sarebbe stato appropriato in Trento, dove si ricercava concilio soggetto al pontefice. E questa fu la ragione perché i legati in Trento e la corte a Roma facevano cosí gran capitale della forma di procedere e della qualità et autorità della presidenza.

 

 

[Prelati del concilio esenti delle decime]

 

Imperò gionta la risposta da Roma, chiamarono la congregazione il dí 5 genaro 1546, nella quale, dopo aver il Monte salutati e benedetti tutti da parte del pontefice, fece leggere il breve sudetto dell'essenzione delle decime. I legati tutti tre fecero come tre encomii, l'uno dopo l'altro, mostrando la buona volontà del pontefice verso le persone de' padri; ma alcuni spagnuoli dissero che questa era una grazia fatta dal papa di maggior danno che beneficio, essendo l'accettarla una confessione che il papa può imponere gravezze alle altre chiese, e che il concilio non ha autorità né di proibirlo, né di essentare quelli che giustamente non doverebbono essere compresi; il che non solo dispiacque a' legati, ma fu anco ributtato da loro con qualche parole mordaci. Altri de' prelati dimandarono che la grazia fosse estesa anco a loro famigliari et a tutte le persone che si ritrovarebbono in concilio. I generali degli ordini parimente dimandavano l'istessa essenzione, allegando le spese che convenivano fare i loro monasterii per i frati condotti da essi al concilio. Catalano Triulzio, vescovo di Piacenza, arrivato 2 giorni prima, narrò publicamente che passando poco lontano dalla Mirandola era stato svaliggiato e dimandò che in concilio si facesse un'ordinazione contra quelli che impedivano o molestavano i prelati et altre persone che andassero al concilio. I legati, mettendo insieme questa proposta con la pretensione d'essenzione detta di sopra, considerarono quanto potesse importare che il concilio mettesse mano in simile materia, facendo editti per propria essaltazione, e che questo era un tentar gli arcani della ierarchia ecclesiastica; divertirono con molta destrezza, allegando che sarebbe parso al mondo una novità et un troppo rissentimento, et offerendosi di operare col pontefice che provedesse alla sicurezza delle persone et avesse considerazione alli famigliari de' prelati et a' frati; e cosí acquiettarono tutti.

 

 

[Il concilio di Laterano proposto ad imitare a Trento. Contesa sopra 'l titolo]

 

E passando alle azzioni conciliari, il cardinale del Monte narrò il modo tenuto nel concilio lateranense ultimo, nel quale egli intervenne arcivescovo sipontino. Disse che trattandosi allora della pragmatica di Francia, del schisma introdotto contra Giulio II e della guerra tra prencipi cristiani, furono fatte tre deputazioni de' prelati sopra quelle materie, accioché ciascuna congregazione, occupata in una sola, potesse meglio digerirla; che formati i decreti si faceva congregazione generale, dove ciascuno diceva il voto suo, e secondo quelli erano meglio riformate le risoluzioni, in modo che nella sessione le cose passavano con somma concordia e decoro; che piú molteplice era quello che da loro doveva essere trattato, avendo i luterani mosso ogni pietra per sovvertire l'edificio della fede; però che sarà necessario dividere le materie et in ciascuna ordinare congregazioni particolari per disputarle; far deputati a formare i decreti da esser proposti in congregazione generale, dove ogni uno dirà il parere suo; quale, acciò sia intieramente libero, essi legati avevano deliberato di fare solamente ufficio de proponenti e non dire il suo voto, ma questo fare nelle sessioni solamente. Che tutti pensassero le cose necessarie da trattare per dover dare qualche principio, fatta la sessione che instava.

Che allora proponevano, se piaceva loro che si publicasse nella sessione un decreto formato circa il modo di vivere cristianamente in Trento durante il concilio. Il qual letto col titolo: «la Sacrosanta», sí come fu da Roma mandato, fecero instanza i francesi che si dovesse aggiongere: «rappresentante la Chiesa universale», la qual opinione fu seguita da gran parte de' vescovi con universale assenso. Ma i legati, considerando che questo era titolo usato dal constanziense e basileense solamente, e l'immitargli era un rinovare la loro memoria e dargli qualche autorità et aprire porta all'ingresso delle difficoltà che la Chiesa romana ebbe in quei tempi, e, quello che piú importava, avvertendo che dopo avere detto: «rappresentante la Chiesa universale», averebbe potuto venire pensiero ad alcuni d'aggiongere anco le seguenti parole, cioè che tiene potestà immediate da Cristo, alla quale ciascuno, eziandio di degnità papale, è tenuto di ubedire, s'opposero gagliardamente e (come essi scrissero a Roma) con parole formali s'appontarono contra, non esplicando però a' padri le vere cause, ma solo con dire che erano parole ampullose et invidiose, e che gli eretici gli averebbono dato sinistra interpretazione; e s'adoperarono ciascuno d'assistere senza scoprir il secreto, prima con arte, e poi con lasciarsi intendere liberamente di non volerlo permettere, sí che fecero acquiettare il moto universale, se ben i francesi et alcuni altri pochi restarono fermi nella loro proposta.

Et a' legati prestò grand'aiuto Giovanni di Salazar, vescovo di Lanciano, spagnolo di nazione; il qual, avendo commendato in molte parole i primi concilii della Chiesa per l'antichità e santità degli intervenienti, lodò che fossero immitati nel titolo usato da loro molto semplice, senza espressione di rappresentazione, o di quale o quanta autorità la sinodo abbia. Non piacque però quello che continuò dicendo, che ad essempio di quelli si doveva tralasciare anco la nominazione de' presidenti, che non si vede mai usata in nissun concilio vecchio, solo incomminciata dal costanziense, che per causa del scisma mutò piú volte presidenti; soggiongendo che, se l'essempio di quello fosse da seguire, bisognarebbe anco nominare l'ambasciatore dell'imperatore, perché allora fu nominato il re de' Romani et anco i prencipi che erano con lui. Ma questa fastosità essere aliena dall'umiltà cristiana, e fece ripetizione del discorso fatto dal cardinal Santa Croce de' 12 decembre, inerendo al quale concludeva che si dovesse tralasciare anco il far menzione di presidenza. Diede a' legati questa proposta maggior pensiero che la precedente; nondimeno il cardinale del Monte presentaneamente rispose: i concilii aver parlato diversamente secondo le occorrenze che i tempi portano; per i tempi passati il papa essere stato sempre riconosciuto come capo nella Chiesa, né mai da alcuno essere stato dimandato concilio con questa condizione che fosse independente dal papa, come i tedeschi adesso arditamente; alla qual eretical temerità conveniva sempre in ogni azzione repugnare, mostrandosi d'essere congionti col capo, che è il pontefice romano, facendo menzione dei suoi legati. Parlò longamente in questa materia, la qual sapendo che con la diversione era piú facile sostentare che persuadere, procurò che si passasse ad altro. La contenenza del decreto fu approvata da tutti; ma essendovi in esso una particola, dove ognuno era essortato a pregar Dio per il papa, per l'imperatore e per i re, fecero instanza i prelati francesi, che si facesse nominatamente menzione di quel di Francia; il che lodando il cardinale Sancta Croce, ma soggiongendo che averebbe convenuto fare simile specificazione di tutti al luogo loro, che era cosa longa e piena di pericolo per la precedenza replicarono i francesi che il papa nella bolla della convocazione aveva fatta menzione del solo imperatore e re di Francia, e però conveniva, seguendo l'essempio, o nominar ambedue o nissuno d'essi. Si riferirono i legati a pensarci, dando intenzione che ogni uno resterebbe sodisfatto.

 

 

[Seconda sessione e decreto d'essa]

 

Il dí 7 di genaro, adonque, tutti i prelati, vestiti in abito commune, si congregarono in casa del primo legato, da dove partendosi con la croce inanzi s'inviarono alla chiesa catedrale. Dal contado di Trento furono congregati nella città, 300 fanti, armati parte di piche, parte di archibugi, con alquanti cavalli, quali si misero in fila da ambedue le parti della strada, dalla casa sino alla chiesa, et entrati in chiesa i legati et i prelati, ridotta tutta la soldatesca in piazza, si sparò l'archibusaria e la soldatesca restò nella piazza a fare la guardia a quella sessione. Oltre il legato et il cardinale di Trento, si ritrovarono 4 arcivescovi, 28 vescovi, 3 abbati della congregazione cassinense e 4 generali, i quali stavano sedendo nel luogo della sessione: queste 43 persone costituivano il concilio generale. Degli arcivescovi, doi erano portativi, mai veduti dalle chiese de quali avevano il titolo, solo per causa d'onore datogli dal pontefice: uno, Olao Magno, con nome d'arcivescovo upsalense in Gozia, e l'altro Roberto Venanzio, scocese, arcivescovo d'Armacano in Ibernia, il quale, uomo di brevissima vista, era commendato di questa virtú, di correr alla posta meglio d'uomo del mondo. Questi doi, sostentati in Roma qualche anni per limosina del papa, furono mandati a Trento per crescer il numero e dependere da' legati. In piedi erano circa 20 teologi; vi intervenne l'ambasciatore del re de' Romani et il procuratore del cardinale d'Augusta, che sedettero nella banca degli oratori, et appresso loro su la stessa banca sedevano 10 gentiluomini de' circonvicini, eletti dal cardinale di Trento. Fu cantata la messa da Giovanni Fonseca, vescovo di Castelamare; fece il sermone nella messa Coriolano Martirano, vescovo di San Marco.

Finita la messa, i prelati si vestirono pontificalmente e furono fatte le letanie et orazioni, come nella sessione prima. Quali finite e seduti tutti, il vescovo celebrante, montato nel pulpito, lesse la bolla, di sopra menzionata, che non fossero ammessi i procuratori degli assenti a dare voto, e non si fece menzione d'un altra, nella quale erano eccettuati quei di Germania. Dipoi lesse il decreto nel quale la sinodo essortava tutti i fedeli congregati in Trento a vivere nel timore di Dio e pregare ogni giorno per la pace de prencipi et unità della Chiesa, e le persone del concilio a dire messa almeno la dominica, e pregare per il papa, imperatore, re e prencipi, e tutti a digiunare e fare limosine, essere sobrii, instruire i loro famigliari. Essortava anco tutti, massime i letterati, a pensar accuratamente le vie e modi di propulsare le eresie e ne' consessi usare modestia nel parlare. E di piú ordinò che se alcuno non sedesse al luogo suo, o dasse voto, overo intervenisse nelle congregazioni, a nissuno fosse fatto pregiudicio, né acquistata nuova raggione. Il qual letto, interrogati i padri, risposero: «placet». Ma i francesi aggionsero che non approvavano il titolo cosí imperfetto e vi ricercavano l'aggionta: «universalem Ecclesiam repraesentans». In fine fu ordinata la futura sessione per il dí 4 febraro e licenziati i padri; quali, deposto gli abiti pontificali, ne' communi accompagnarono i legati in casa col medesimo ordine che erano alla chiesa venuti; il quale fu in tutte le seguenti sessioni osservato.

 

 

[Nella congregazione seguente si tratta di nuovo del titolo del concilio]

 

Dopo la sessione non fu tenuta congregazione sino a' 13 genaro, perché Pietro Pacceco, vescovo di Iaen, creato cardinale nuovamente, che aspettava da Roma la berretta, senza quale la ceremonia non gli concedeva trovarsi in luoghi publici, aveva desiderio d'intervenire, dovendosi in quella metter ordine che nella sessione non avvenissero piú inconvenienti. Ridotta la congregazione, i legati si dolsero di quelli che avevano fatto opposizione al titolo nel giorno della sessione; mostrarono che non era decoro in quel luogo publico fare apparire diversità d'opinioni: le congregazioni farsi accioché ogni uno possi dire il suo parere in luogo retirato, per dover essere tutti conformi in quello che s'ha da publicare; nissuna cosa dovere piú sbigotire gli eretici e dare costanza a' catolici, quanto la fama dell'unione. Discesero alla materia del titolo, considerando che nissuno era piú conveniente di quello che gli dava il pontefice nella convocazione et in tante altre bolle dove era nominato ecumenico et universale: al che superfluamente s'aggiongerebbe rappresentazione, essendo pieni i libri di quello che sia o rappresenti un tal concilio legitimamente inditto e comminciato; che altrimente facendo, si mostrava di dubitare della sua autorità et assomigliarlo a qualche altro concilio che per ciò aveva dato quel titolo, perché conoscendo mancare d'autorità legitima, voleva supplire con le parole, accennando il basileense e constanziense; però a fine di fare stabile risoluzione, ogni uno dovesse dire sopra ciò il voto suo.

Il cardinal Pacceco entrò a dire il concilio esser ornato di molti e molti titoli, quali tutti se fossero da usare in tutte le occasioni, l'espressione di quelli sarebbe sempre maggiore che il corpo del decreto. Ma sí come un grand'imperatore, possessore de molti regni e stati, per ordinario nelli editti non usa se non il titolo dal quale l'editto riceva forza, e ben spesso, senza alcun titolo, prepone il nome suo proprio, cosí questo concilio, secondo le materie che si tratteranno, doverà valersi di diversi titoli per esplicare l'autorità sua; adesso che si sta ne' preparatorii, non è necessità d'usarne alcuno. Il vescovo di Feltre considerò che i protestanti avevano richiesto un concilio, dove con voto decisivo intervenissero essi ancora, e se si mettesse per titolo del concilio che egli rappresenti la Chiesa universale, caveranno di qui argomento: adonque debbono intervenirvi di tutti gli ordini della Chiesa universale, i quali essendo doi, clericale e laicale, non può esser intieramente rappresentata se l'ordine laicale è escluso. Ma del rimanente, anco quei che nella sessione assentirono al titolo semplice, furono d'openione che fosse supplito. Il vescovo di Santo Marco disse che impropriissimamente i laici si possono dire Chiesa, perché, come i canoni determinano, non hanno alcuna autorità di commandare, ma solo necessità d'ubedire, e questa essere una delle cose le quali doveva questo concilio decretare, che i secolari debbano umilmente ricevere quella dottrina della fede che gli è data dalla Chiesa, e non ne disputare, né meno pensarci piú oltre. E però aponto conviene usare il titolo che la sinodo rappresenta la Chiesa universale, per fargli sapere che essi non sono la Chiesa, ma debbono ascoltare et ubedire alla Chiesa. Molte cose furono dette e si passò inanzi senza piú ferma conclusione, con stabilire solamente che per la seguente sessione si usasse il titolo semplice come nella passata.

Questo finito, perché avevano fatto instanza certi prelati che ormai si dovesse venire alle cose sostanziali, per sodisfargli fu proposto da' legati che si pensasse sopra i tre capi contenuti nelle bolle del pontefice, cioè l'estirpazione delle eresie, riformazione della disciplina e stabilimento della pace; in che modo s'aveva d'entrare in quelle trattazioni, che via s'avesse da tenere e come s'avesse da procedere, e pregassero Dio che illuminasse tutti, e ciascuno dicesse il suo parere nella prima congregazione. In fine furono presentati alcuni mandati da vescovi assenti, e furono deputati l'arcivescovo d'Ais il vescovo di Feltre e quello d'Astorga a vedere il punto dell'escusazione e riferire in congregazione.

I legati il giorno seguente scrissero a Roma che si vedeva quella amplificazione del titolo, con aggionta del rappresentare la Chiesa universale, essere cosa tanto populare e piacere cosí a tutti, che facilmente poteva ritornar in trattazione; e però desideravano sapere la volontà di Sua Santità, se dovevano persistere in negarlo, overo compiacergli, massime in occasione che si avesse da fare qualche decreto importante, come in condannare l'eresie e simili cose. Avisarono ancora d'avere fatta la proposta per la seguente congregazione cosí in genere, per secondare il desiderio de' prelati che era d'entrare nelle cose essenziali e mettere nondimeno tempo in mezo, sin che venisse da Sua Santità l'instruzzione ricchiesta. Aggionsero appresso il cardinale Pacceco esser avisato che l'imperatore aveva dato ordine a molti vescovi spagnuoli, persone d'essemplarità e di dottrina, che andassero al concilio: perilché giudicavano essere necessario che Sua Santità mandasse 10 o 12 prelati, de' quali si potesse fidare e fossero ancora per le altre qualità atti a comparire, acciò crescendo il numero de oltramontani, massime uomini rari e d'essemplarità e dottrina, trovassero riscontro in qualche parte: perché di quelli che sino allora si trovavano in Trento, i ben intenzionati erano di poche lettere e minor prudenza; quelli di qualche sapere si scoprivano uomini di dissegno e difficili da maneggiare.

 

 

[I cesarei vogliono che si venga al trattato della riforma, altri a' dogmi]

 

Nella seguente congregazione, ridotta a' 18 per sentire li pareri di tutti sopra le proposte della precedente, le sentenze furono 4. Gli imperiali dissero che il capo de' dogmi non si poteva toccare con speranza di frutto, essendo di bisogno prima, con una buona riforma, levare le transgressioni d'onde sono nate l'eresie, allargandosi assai in questo campo e concludendo che, sin a tanto che non cessa lo scandalo che piglia il mondo per la deformazione dell'ordine ecclesiastico, non sarà mai creduta cosa che predicheranno o affermeranno nella dottrina, essendo tutti persuasi che si debbia guardare li fatti, non le parole; né doversi pigliar essempio dalli concilii vecchi, perché in quei o non vi era corrottela de' costumi, o quella non era causa dell'eresia; et in fine il mettere dilazione al trattare della riforma esser un mostrarsi incorrigibili.

Alcuni altri pochi giudicavano d'incomminciare da' dogmi e successivamente passar alla riforma; allegando che la fede è il fondamento e la base del viver cristiano; che non si commincia mai ad edificare dal tetto, ma da' fondamenti; che maggior peccato era errare nella fede che nelle altre azzioni umane; e che il capo dell'estirpare l'eresie era posto per primo nelle bolle ponteficie. Una terza opinione fu che malamente si potevano disgiongere i doi capi della riformazione e della fede, non essendovi dogma che non abbia aggionto il suo abuso, né abuso che non tiri appresso la mala interpretazione et il mal senso di qualche dogma: onde era necessario di trattargli in un medesimo tempo, aggiongendo che avendo tutto 'l mondo gli occhi a questo concilio et aspettando il rimedio non meno alle cose della fede che a quelle de' costumi, si satifaria meglio col trattarli ambidoi insieme, che l'uno dopo l'altro; massime che, secondo la proposta del cardinale del Monte, si farebbono diverse deputazioni, trattando una parte questa materia e l'altra quell'altra: il che si doveva accelerare di fare, considerando il presente tempo, quando la cristianità è in pace, essere precioso e da non perdere, non sapendo che impedimenti potesse apportar il futuro; dovendosi anco studiare ad abbreviare il concilio quanto si poteva, accioché le chiese restassero manco tempo private de' loro pastori, e per molti altri rispetti; accennando quello che poteva nascere a longo andare, con poco gusto del pontefice e della corte romana.

Alcuni altri ancora, tra quali furono i francesi, dimandavano che si mettesse per principale il capo della pace; che si scrivesse all'imperatore, al re Cristianissimo et agli altri precipi, rendendo grazie per la convocazione del concilio, per continuare il quale volessero stabilire la pace e coadiuvare l'opera con mandare loro oratori e prelati; e parimente si scrivesse amicabilmente alli luterani, invitandogli con carità a venire al concilio e congiongersi col rimanente della cristianità. I legati, uditi i pareri di tutti e lodata la loro prudenzia, dissero che per essere l'ora tarda e la deliberazione gravissima e le sentenzie varie, averebbono pensato sopra quanto era stato raccordato da ciascuno, e nella prima congregazione averebbono proposto i ponti per determinare.

Fu preso ordine che le congregazioni si facessero due volte alla settimana, il lune et il venere, senza intimarle; et in fine l'arcivescovo d'Ais, avendo ricevuto lettere dal re Cristianissimo, salutò per suo nome la sinodo e promise che Sua Maestà presto mandaria un ambasciatore e molti prelati del suo regno; e qui la congregazione finí.

I legati avisarono del tutto Roma, scrivendo che avevano portato inanzi la risoluzione delle cose trattate sotto li pretesti narrati, ma in verità per mettere tempo di piú in mezo, aspettando che potessero venir le instruzzioni et ordini come reggersi; supplicando Sua Santità di novo di far intendere la sua volontà, ponderando sopra tutte le altre considerazioni che l'allongare il concilio e tenerlo aperto, potendo abbreviarlo, non fa per la Sede apostolica; aggiongendo essere stati necessitati a stabilire due congregazioni alla settimana per tener i prelati in essercizio e levargli l'occasione di farne da loro stessi. Ma che questo farà comminciare le cose a stringersi, e però sarà necessario che in Roma si pigli maniera di risolvere le proposte presto e non tardare a rispondergli, come sin allora si era fatto, ma tenergli avisati di quanto doveranno fare di mano in mano, con preveder anco li casi quanto sarà possibile; e poiché per molte lettere avevano scritto esservi molti poveri vescovi andati al concilio sotto la speranza e le buone promesse di Sua Santità e del cardinale Farnese, lo replicarono anco allora, aggiongendo che non si pensasse di trattargli cosí alla domestica in Trento come in Roma, dove, non avendo alcuna autorità, stanno umili e soggetti; perché, quando sono al concilio, pare loro dover essere tutti stimati e mantenuti; il che quando non si pensi di fare, sarà meglio pensare di non avergli in quel luogo, che avergli mal sodisfatti e disgustati; concludendo che quella impresa non si poteva condurre a buon fine senza diligenzia e senza spendere.

Parerebbe maraviglia ad ognuno che il pontefice, persona prudentissima e versata ne' maneggi, in tanto tempo, a tante instanze de' suoi ministri, non avesse dato risposta a doi particolari cosí importanti e necessarii. Ma la Santità Sua si fondava poco sopra il concilio: tutti i suoi pensieri erano volti alla guerra che il cardinale Farnese aveva trattato coll'imperatore l'anno inanzi, e non si poteva contenere che non ne facesse dimostrazione, né l'imperatore richiedeva progresso di concilio, per li fini del quale allora bastava che restasse aperto.

 

 

[È risoluto di trattar d'ambedue]

 

Ma i prelati che volevano incomminciare dalla riforma e lasciar adietro i dogmi, aiutati da' ministri imperiali, attesero a tirare nel voto suo gli altri, cosa che fu assai facile, per essere la riforma universalmente desiderata e poco creduta, e moltiplicarono tanto in numero che i legati si trovarono confusi. Onde per loro stessi e per mezo degli aderenti fecero diversi ufficii privati, e finalmente nella congregazione de' 22 tutti tre, l'uno dopo l'altro, si posero a sbattere i fondamenti che si allegavano in favor della riforma. Fece grand'impressione una raggione tratta dalla proposta di Cesare nella dieta di Vormes, il maggio passato, quando disse che si stasse a vedere che progresso faceva il concilio nelle definizioni de' dogmi e nella riforma; che non ne facendo alcuno, intimeria un'altra dieta, dove le differenze nella religione si accommodassero e gli abusi si correggessero; arguendo di qua che, se non si trattasse de' dogmi, si canonizeria il colloquio e la dieta futura, e non si potrebbe con buona raggione impedire che in Germania non si trattasse della religione, quello che si ricusava di trattar in concilio.

Fu nella congregazione un gran prelato e ricco, il qual con orazione meditata attese a mostrare che non bisognava mirare se non alla riforma, essaggerando molto la deformazione commune d'ogni parte del clero et inculcando che sin che i vasi nostri non si mondassero, lo Spirito Santo non poteva abitarvi, e per conseguente non si poteva sperare alcun retto giudicio nelle cose della fede.

Ma il cardinale Santa Croce, preso di qua il parlare, disse che era molto ben raggione non differire niente la riformazione di quei medesimi che avevano a maneggiar il concilio; ma che quella era ben facile et ispedita, e si poteva metter subito in essecuzione, senza ritardar il capo de' dogmi, per se stesso intricato e di longa diggestione. Lodò molto quel prelato d'aver raccordato cosa cosí santa e di buon essempio; perché, incomminciando da se stessi, si poteva riformare tutto 'l resto del mondo con facilità, essortando tutti con efficaci parole a venirne alla prattica. Questa sentenza fu ben da tutti lodata, ma non fu seguita, dicendo molti che la riforma doveva esser universale e non si doveva perdere tempo in quella particolare; perilché fu concluso da tutti, eccettuati doi soli, che gli articoli della religione e della riformazione fossero trattati di pari, sí come di pari sono desiderati da tutto 'l mondo e giudicati necessarii et insieme proposti nelle bolle di Sua Santità. Restarono contenti i legati di questa risoluzione, se ben averebbono desiderato piú tosto trattare della sola fede, tralasciata la riforma; ma tanto era il timore che avevano d'essere costretti a trattare della riformazione sola, che riputavano total vittoria il mandarle ambidue insieme; pensando anco che finalmente la loro opinione di tralasciare la riforma era pericolosa, volendo resistere a tutti i prelati et a tutti li Stati della cristianità che la dimandavano, e non potendosi fare senza molto scandalo et infamia. Il qual partito preso da loro, costretti da mera necessità, quando a Roma non fosse piacciuto, non averebbono potuto lamentarsi d'altri che di loro stessi, tante volte solecitati a rispondere alle lettere e mandare le instruzzioni necessarie.

Fu poi deliberato di scrivere al pontefice, ringraziandolo della convocazione et apertura del concilio, supplicandolo a mantenerlo e favorirlo, et ad interporsi appresso a prencipi cristiani per il mantenimento della pace tra loro et eccitargli a mandar ambasciatori al concilio. Ordinarono anco di scrivere all'imperatore, al re di Francia, de' Romani, di Portogallo et altri re catolici per la conservazione della pace, per la missione degli ambasciatori, per l'assicurazione delle strade e perché eccitassero i loro prelati a comparire personalmente nel concilio; e la cura di scrivere queste lettere fu data al vescovo di San Marco, per essere lette e fermate nella futura congregazione.

Diedero fuori li legati doi ponti sopra quali dovessero i padri avere considerazione e dir il voto loro: il primo, se nella sessione prossima si doveva pronunciare il decreto che sempre fossero trattati insieme i capi della fede e quelli della riforma correspondenti; il secondo, in che modo si ha da proceder in eleggere i doi capi et in trattargli et essaminargli. Pensarono i legati con queste proposizioni aversi scaricato dell'importuna ricchiesta d'alcuni di stabilire in ogni congregazione qualche cosa di sustanziale et insieme d'avere mostrato di tener conto de' prelati.

 

 

[Si tratta del sigillo e dell'ordine de' dogmi. Artificio de' legati per poter aspettar da Roma la risposta]

 

La congregazione seguente si consumò nel leggere le molte lettere formate e nel disputare del sigillo con che serrarle; proponendo alcuni che fossero sigillate in piombo con bolla propria della sinodo, nella quale chi voleva che da una parte fosse impressa l'imagine dello Spirito Santo in forma di colomba, dall'altra il nome della sinodo, e chi raccordava altre forme, che tutte tenevano del specioso. Ma i legati, che avevano altro ordine da Roma, lasciato disputar i padri sopra questo, divertirono la proposta con dire che aveva del fastoso e che protraeva il tempo, perché averebbe convenuto mandare a Venezia per farne la forma, non essendo in Trento artefice sufficiente per un'opera tale; soggiongendo che s'averebbe pensato meglio dopo, e che era necessario spedire le lettere allora, che si poteva fare col nome e sigillo del primo legato; il rimanente fu rimesso alla seguente congregazione.

Nella quale parlandosi sopra i doi ponti già proposti, per il primo essendo due openioni: una, che il decreto fosse formato e publicato, l'altra, che non era ben l'obbligarsi con decreto, ma conservarsi in libertà per potere deliberare secondo le opportunità, si prese la via di mezo di fare menzione solamente, che la sinodo era congregata principalmente per quelle due cause, senza passar piú inanzi; ma quanto al secondo ponto, sentiva la maggior parte che, essendo congregati per dannare l'eresia luterana, conveniva seguire l'ordine della loro confessione; al qual parere fu da altri contradetto, perché sarebbe un seguire li colloqui tenuti in Germania, che era un abbassare la dignità del concilio, e perché, essendo li primi di doi capi della confessione augustana l'uno della Trinità, l'altro dell'Incarnazione, ne' quali vi era concordia in sostanza, ma espressi con nuovo modo et inusitato nelle scuole, quando fossero approvati quelli, se gli sarebbe dato riputazione e fatto pregiudicio al condannar li seguenti; quando s'avesse voluto, non approvandogli, né dannandogli, parlarne non con i termini di quella confessione, ma con i scolastici o con altri, portava pericolo d'introdurre nove dispute e novi scismi. A' legati, che non miravano se non di portar il tempo inanzi, piaceva sentire le difficoltà e studiosamente le nodrivano, dando destramente fomento ora all'uno, ora all'altro.

Avvicinandosi il tempo prefisso per la sessione e non avendo ricevuto da Roma instruzzione, si ritrovarono i legati in molta perplessità. Il passare quella sessione in ceremonie come la precedente pareva un perder tutta la riputazione; il dar mano ad alcuna materia era giudicato cosa pericolosa, non avendo ancora prefisso il scopo dove mirare. Quello che pareva portare manco rischio era formar un decreto sopra la risoluzione presa nella congregazione di trattar insieme la materia della fede con quella della riforma: a che si opponeva che era un obligarsi et anco un determinare cosa quasi indecisa dal pontefice nella convocazione. In questa ambiguità era proposto che si passasse con un decreto dilatorio sotto pretesto che molti prelati erano in viaggio e s'aspettavano di corto. Il cardinale Polo messe in considerazione che, essendosi in tutti gli antichi concilii publicato un simbolo di fede, si dovesse in quella sessione fare l'istesso, publicando quello della Chiesa romana. Fu in fine deliberato di formar il decreto con titolo semplice et in quello fare menzione di dovere trattare della religione e della riforma, ma tanto in generale che si potesse accommodare ad ogni opportunità, e recitar il simbolo, e passarsela, facendo un altro decreto di rimettere le materie all'altra sessione, allegando per causa l'essere molti prelati in procinto et alcuni in viaggio; e per non essere ridotti piú in tal angustie allongar il termine della seguente il piú inanzi che si poteva, non differendola però dopo Pasca.

Quello formato, fu communicato a' prelati piú confidenti; fra quali il vescovo di Bitonto considerò che il fare una sessione per recitar il simbolo già 1200 anni stabilito e continuamente creduto et al presente da tutti accettato intieramente, potrà esser ricevuto dagli emuli con irrisione e dagli altri con sinistra interpretazione; che non si può dire di seguire in ciò l'essempio de' padri, perché essi overo hanno composto simboli contra l'eresie che condannavano, overo replicati gli anteriori contra eresie già condannate per dargli autorità maggiore, aggiontavi qualche cosa per dicchiarazione, overo per ritornarlo in memoria, et assicurarlo contra l'oblivione; ma allora non si componeva simbolo novo, non vi s'aggiongeva dicchiarazione; il dargli maggior autorità non essere cosa da loro, né da quel secolo; il rammemorarlo, recitandosi almeno ogni settimana in tutte le chiese et essendo in memoria recente d'ogni uomo, essere cosa superflua et affettata. Che col simbolo fossero convinti gli eretici esser vero di quelli che erravano contra esso; però non potersi far cosí contra i luterani, che lo credono come i catolici. Se dopo l'aver fatto questo apparato, mai sarà usato il simbolo a questo effetto, s'interpreterà l'azzione come fatta non per altro che per tratenere e dare pasto, non avendo ardire di toccar i dogmi, né volendo dare mano alla riforma. Consegliò che fosse meglio mettere dilazione, attesa l'aspettazione de' prelati, e con quella passare la sessione.

Il vescovo di Chioza vi aggionse che, anzi, le raggioni addotte nel decreto potrebbono essere dagli eretici adoperate a proprio favore con dire che, se il simbolo può servire a convertire gli infedeli, espugnare eretici, confermare fedeli, non si debbe costringergli a credere altra cosa fuori di quelle. Queste raggioni non furono giudicate da' legati cosí efficaci come la contraria, che il non far decreto fosse con perdita della riputazione; perilché, risoluti a questa parte et accommodate meglio alcune parole, secondo gli avvertimenti de' prelati, proposero il decreto nella congregazione del I di febraro: sopra il quale furono dette varie cose e, se ben fu approvato dalla maggior parte, nondimeno con poco gusto, nel partire della congregazione, alcuni de' prelati, raggionando l'un all'altro, ebbero a dire: «Si dirà che con negozio di 20 anni si ha concluso di ridursi per udire a recitar il Credo».

 

 

[Si fa sessione col recitar il simbolo]

 

Venuto adonque il dí 4, giorno destinato della sessione, con la medesima ceremonia e compagnia s'andò alla chiesa; nella quale cantò la messa Pietro Tragliavia, arcivescovo di Palermo; fece il sermone frate Ambrosio Catarino, senese dominicano, e l'arcivescovo di Torre lesse il decreto, la sostanza del quale fu che la sinodo, considerando l'importanza de' doi capi che aveva da trattare, dell'estirpazione delle eresie e riformazione de' costumi, essorta tutti a confidar in Dio e vestirsi delle arme spirituali; et accioché la sua diligenza abbia principio e progresso dalla divina grazia, determina di comminciare dalla confessione della fede, seguitando gli essempii de' padri, che ne' principali concilii nel principio delle azzioni hanno opposto quel scudo contra le eresie e con quel solo alcune volte hanno convertito gli infedeli e vinti gli eretici; nel quale concordano tutti i professori del nome cristiano; e qui fu recitato tutto, di parola in parola, senza soggiongere altra conclusione; et interrogò l'arcivescovo i padri se gli piaceva il decreto. Fu risposto da tutti affirmativamente, ma d'alcuni con condizioni et addizioni non di gran momento, con displicenzia del cardinale del Monte, al quale non poteva piacere che in sessioni si descendesse a' particolari, temendo che quando s'avesse trattato cosa di rilievo, potesse nascere qualche inconveniente. Fu letto dopo l'altro decreto, intimando la sessione per li 8 d'aprile, allegando per causa della dilazione che molti prelati erano in pronto per il viaggio et alcuni in via, e che le deliberazioni della sinodo potranno apparere di maggior stima, quando saranno corroborate con conseglio e presenzia di piú padri, non differendo però l'essamine e discussione di quelle cose che alla sinodo pareranno.

La corte di Roma, che al nome di riforma era tutta in spavento, sentí con piacere che il concilio si trattenesse in preambuli, sperando che il tempo averebbe portato rimedio, et i cortegiani intemperanti di lingua essercitarono la dicacità, dando fuori, sí come si costumava allora in tutti gli avvenimenti, diverse pasquinate molto mordaci, chi con lodare i prelati congregati in Trento d'aver fatto un nobilissimo decreto e degno d'un concilio generale, e chi confortandoli a conoscere la propria bontà e scienzia.

I legati, nel dare conto al papa della sessione tenuta, avisarono anco essere cosa difficile per l'avvenire opponersi e vincere quelli che volevano finir il titolo con la rapresentazione della Chiesa universale; nondimeno sarebbono sforzati di superare le difficoltà. Ma che di trattenere piú i prelati senza operare cosa di momento e venir all'essenziale non era possibile, e che però aspettavano l'ordine e l'instruzzione tante volte ricchiesta; che a loro sarebbe ben parso trattare della Sacra Scrittura quelle cose che sono controverse co' luterani e gli abusi introdotti nella Chiesa in quella materia; cose con quali si poteva dare molta sodisfazzione al mondo senza offendere nissuno, e di ciò averebbono aspettata la risposta, essendovi tempo assai longo per poter essaminare quelle materie e molte occasioni di portare tempo sino al principio di quadragesima.

 

 

[In Germania s'allarga la riforma nuova. Muore Lutero]

 

Ma in questo tempo, ben che il concilio fosse aperto e tuttavia si celebrasse, non mutarono stato in Germania le cose. Nel principio dell'anno l'elettor palatino introdusse la communione del calice, la lingua populare nelle publiche preghiere, il matrimonio de' preti et altre cose riformate già in altri luoghi. E li destinati da Cesare ad intervenire nel congresso per trovar modo di concordia nelle differenze della religione, si ridussero in Ratisbona al colloquio; del quale Cesare deputò presidente il vescovo di Eicstat et il conte di Furstemberg, dove non riuscí alcun buon frutto per le sospizzioni che ciascuna delle parti concepí contra l'altra e perché i catolici incontravano ogni occasione di dar all'altra parte maggiori sospetti e fingerli dal canto proprio; i quali fecero finalmente dissolvere il convento.

Morí anco, a 18 di febraro, Martino Lutero; le quali cose avisate in Trento et a Roma, non fu sentito tanto dispiacere della mutazione della religione nel Palatinato, quanta allegrezza perché il colloquio non avesse successo e tendesse alla dissoluzione, e fosse morto Lutero. Il colloquio pareva un altro concilio e dava gran gelosia, perché, se qualche cosa fosse stata concordata, non si vedeva come potesse poi dal concilio essere reggiettata, e se fosse accettata averebbe parso che il concilio ricevesse le leggi d'altronde, et in ogni modo quel colloquio in piedi con intervenienti ministri di Cesare era con poca riputazione del concilio e del papa. Concepirono i padri in Trento e la corte in Roma gran speranza, vedendo morto un instromento molto potente a contrastare la dottrina e riti della Chiesa romana, causa principale e quasi totale delle divisioni e novità introdotte, e l'ebbero per un presagio di prospero successo del concilio, e maggiormente per essersi divulgata quella morte per l'Italia come successa con molte circostanze portentose e favolose, le quali s'ascrivevano a miracolo e vendetta divina, se ben non vi intervennero se non di quei stessi evenimenti soliti accadere ordinariamente nelle morti degli uomini di 63 anni, ché in tanta età Martino passò di questa vita. Ma le cose succedute dopo sin all'età nostra hanno dichiarato che Martino fu solo uno de' mezi e che le cause furono altre piú potenti e recondite.

Cesare, gionto in Ratisbona, si lamentò gravemente che il colloquio fosse dissoluto, e di ciò ne scrisse per tutta Germania lettere, le quali furono con riso vedute; essendo pur troppo noto che la separazione era proceduta dall'opera de' spagnuoli e frati e dal vescovo di Eicstat da lui mandato. E non è difficile, quando sono saputi gli operatori, immediate conoscere di onde venga il principio del moto. Ma il savio imperatore dell'istessa cosa voleva valersi per sodisfare il papa et al concilio, e per cercar occasione contra i protestanti; il che l'evento comprobò quando, replicate le stesse querimonie nella dieta e ricercato dalli congregati nuovi modi di concordia, i ministri di Magonza e Treveri, separati da quei degl'altri elettori e congionti con gli altri vescovi, approvarono il concilio e fecero instanza a Cesare che lo protegesse et operasse che i protestanti vi intervenissero e se gli sottomettessero, repugnando essi e rimostrando in contrario che quel concilio non era con le qualità e condizioni promesse tante volte, et instando che la pace fosse servata e le cose della religione fossero concordate in un concilio di Germania legitimo overo in un convento imperiale. Ma le maschere furono in fine tutte levate, quando le provisioni della guerra non potero piú essere occultate; di che a suo luogo si dirà.

 

 

[Il papa scrive a' legati e consente che s'entri in materia. È preso a soggetto la Sacra Scrittura]

 

Sopra la lettera da Trento scritta ebbe il pontefice molta considerazione, dall'uno canto ponderando gli inconvenienti che sarebbono seguiti tenendo, come diceva, il concilio su le ancore, con mala sodisfazzione di quei vescovi che ivi erano, et il male che poteva nascere quando s'incomminciasse riforma; in fine, vedendo ben che era necessario rimettere qualche cosa alla ventura e che la prudenzia non consegliava se non evitar il male maggiore, risolvé di riscrivere a Trento che, secondo il raccordo loro, incaminassero l'azzione, avvertendo di non metter in campo nuove difficoltà in materia di fede, né determinando cosa alcuna delle controverse tra' catolici, e nella riforma procedendo pian piano. I legati, che sin allora si erano trattenuti nelle congregazioni in cose generali, avendo ricevuto facoltà d'incaminarsi, nella congregazione de 22 febraro proposero che, fermato il primo fondamento della fede, la consequenza portava che si trattasse un altro piú ampio, che è la Scrittura divina, materia nella quale vi sono ponti spettanti a' dogmi controversi co' luterani et altri per riforma degli abusi, e li piú principali e necessarii da emendare, et in tanto numero che forsi non basterà il tempo sino alla sessione per trovare rimedio a tutti. Si discorse delle cose controverse con luterani in questo soggetto e degli abusi, e fu da diversi prelati parlato molto sopra di questo.

Sino allora i teologi, che erano al numero di 30 e per il piú frati, non avevano servito in concilio ad altro che a fare qualche predica i giorni festivi, in essaltazione del concilio o del papa, e per pugna ombratile con luterani; ora che si doveva decidere dogma controverso e rimediare agli abusi piú tosto de' letterati che d'altri, comminciò ad apparire in che valersene. E fu preso ordine che, nelle materie da trattarsi per decidere punti di dottrina, fossero estratti gli articoli da' libri de' luterani, contrarii alla fede ortodossa, e dati da studiare e censurare a' teologi, accioché, dicendo ciascuno d'essi l'opinione sua, fosse preparata la materia per formare i decreti; quali proposti in congregazione et essaminati da' padri, inteso il voto di ciascuno, fosse stabilito quello che in sessione s'averebbe a publicare. Et in quello che appartiene agli abusi, ogni uno raccordasse quello che gli pareva degno di correzzione, col rimedio appropriato.

Gli articoli formati per la parte spettante alla dottrina, tratti da' libri di Lutero, furono:

1 Che la dottrina necessaria della fede cristiana si contiene tutta intiera nelle divine Scritture, e che è una finzione d'uomini aggiongervi tradizioni non scritte, come lasciate da Cristo e dagli apostoli alla santa Chiesa, arrivate a noi per il mezo della continua successione de' vescovi, et essere sacrilegio il tenerle d'ugual autorità con le Scritture del Nuovo e Vecchio Testamento.

2 Che tra libri del Vecchio Testamento non si debbono numerare salvo che i ricevuti dagli ebrei, e nel Testamento Nuovo le 6 Epistole, cioè sotto nome di san Paolo agli ebrei, di san Giacomo, seconda di san Pietro, seconda e terza di san Giovanni et una di san Iuda, e l'Apocalisse.

3 Che per avere l'intelligenza vera della Scrittura divina o per allegare le proprie parole è necessario aver ricorso a' testi della lingua originaria nella quale è scritta, e reprovare la tradozzione che da' latini è usata, come piena d'errori.

4 Che la Scrittura divina è facilissima e chiarissima, e per intenderla non è necessaria né glosa, né commenti, ma avere spirito di pecorella di Cristo.

5 Se contra tutti questi articoli si debbono formare canoni con anatemi.

Sopra i due primi articoli fu discorso da' teologi in 4 congregazioni, e nel primo tutti furono concordi che la fede cristiana si ha parte nella Scrittura divina e parte nelle tradizioni, e si consumò molto tempo in allegare per questo luoghi di Tertulliano, che spesso ne parla e molti ne numera, d'Ireneo, Cipriano, Basilio, Agostino et altri; anzi, dicendo di piú alcuni che tutta la dottrina catolica abbia per unico fondamento la tradizione, perché alla medesima Scrittura non si crede, se non perché si ha per tradizione. Ma vi fu qualche differenza come fosse ispediente trattare questa materia.

Fra Vicenzo Lunello franciscano fu d'opinione che, dovendosi stabilire la Scrittura divina e le tradizioni per fondamenti della fede, si dovesse inanzi trattare della Chiesa, che è fondamento piú principale, perché la Scrittura riceve da quella l'autorità, secondo il celebre detto di sant'Agostino: «Non crederei all'Evangelio, se l'autorità della Chiesa non mi constringesse», e perché delle tradizioni non si può aver uso alcuno, se non fondandolo sopra la medesima autorità, poiché, venendo controversia, se alcuna cosa sia per tradizione, sarà necessario deciderla o per testimonio, o per determinazione della Chiesa. Ma stabilito questo fondamento, che ogni cristiano è ubligato credere alla Chiesa, sopra quello si fabricarà sicuramente. Aggiongeva doversi pigliar essempio da tutti quelli che sino allora avevano scritto con sodezza contra luterani, come frate Silvestro et Ecchio, che si sono valuti piú dell'autorità della Chiesa, che di qualonque altro argomento; né con altro potersi mai convincer i luterani. Esser cosa molto aliena dal fine proposto, cioè di ponere tutti i fondamenti della dottrina cristiana, lasciare il principale e forse l'unico, ma al certo quello senza il quale gli altri non sussistono. Non ebbe questa opinione seguaci. Alcuni gli opponevano che era sogetta alle stesse difficoltà che faceva agl'altri; perché anco le sinagoghe d'eretici s'arrogarebbono d'essere la vera Chiesa, a chi tanta autorità era data. Altri, avendo per cosa notissima et indubitabile che, per la Chiesa, si debbe intendere l'ordine clericale, e piú propriamente il concilio et il papa come capo, dicevano che l'autorità di quella s'ha da tenere per già decisa, e che il trattarne al presente sarebbe un mostrare che fosse in difficoltà, o almeno cosa chiarita di nuovo, e non antichissima, sempre creduta dopo che ci è Chiesa cristiana.

Ma fra Antonio Marinaro carmelitano era di parere che si astenesse di parlare delle tradizioni, e diceva che in questa materia, per decisione del primo articolo, conveniva prima determinare se la questione fosse facti vel iuris, cioè se la dottrina cristiana ha due parti, una, che per divina volontà fosse scritta, l'altra che per la stessa fosse proibito scrivere, ma solo insegnare in voce; overo se di tutto il corpo della dottrina per accidente è avvenuto che, essendo stata tutta insegnata, qualche parte non sia stata posta in scritto. Soggionse essere cosa chiara che la Maestà divina, ordinando la legge del Vecchio Testamento, statuí che fosse necessario averla in scritto, però col proprio dito scrisse il decalogo in pietra, commandando, che fosse riposto nello scrigno, perciò chiamato del patto, che si dice «Arca foederis». Che commandò piú volte a Moisè di scrivere li precetti in libro, e che un essemplare stasse appresso lo scrigno, e che il re ne avesse uno per leggere continuamente. Non fu l'istesso nella legge evangelica, la qual dal figlio di Dio fu scritta ne' cuori, alla quale non è necessario avere tavole, né scrigno, né libro. Anzi, fu la Chiesa perfettissima inanzi che alcuni de' santi apostoli scrivessero; e se ben niente fosse stato scritto, non però alla Chiesa di Cristo sarebbe mancata alcuna perfezzione. Ma sí come fondò Cristo la dottrina del Nuovo Testamento ne' cuori, cosí non vietò che non dovesse essere scritta, come in alcune false religioni, dove i misterii erano tenuti in occolto, né era lecito mettergli in scritto, ma solamente insegnarli in voce; e pertanto essere cosa indubitata che quello che hanno scritto gli apostoli e quello che hanno insegnato a bocca è di pari autorità, avendo essi scritto e parlato per l'instinto dello Spirito Santo; il quale però, sí come assistendo loro gli ha drizzati a scrivere e predicare il vero, cosí non si può dire che abbia loro proibito scrivere alcuna cosa per tenerla in misterio, onde non si poteva distinguere doi generi d'articoli della fede, alcuni publicati con scrittura, altri commandati di communicare solo in voce. Disse anco che, se alcuno fosse di contraria opinione, averebbe due gran difficoltà da superare: l'una in dire in che consiste la differenza; l'altra, come i successori degli apostoli abbiano potuto metter in scritto quello che da Dio fu proibito; soggiongendo essere altretanto dura e difficile da sostenere l'altra, cioè per accidente esser occorso che alcuni particolari non siano stati scritti, poiché derogherebbe molto alla divina providenza nell'indrizzare i santi apostoli nella composizione delle scritture del Nuovo Testamento. Pertanto concludeva che l'entrar in questa trattazione fosse un navigare tra Scilla e Cariddi et essere meglio immitar li padri, quali si sono sempre valuti di questo luogo solo ne' bisogni, non venendo però mai in parere di formarne un articolo di competenza contra la divina Scrittura. Aggionse che non era necessario passar allora a fare nuova determinazione, poiché da' luterani, se ben hanno detto di non voler essere convinti salvo che con la Scrittura, non è però stata formata controversia in questo articolo, et essere ben attendere alle sole controversie che essi hanno promosse, e non metterne in campo di nuove, esponendosi a pericolo di fare maggior divisione nel cristianesmo.

A pochi piacque l'openione del frate; anzi dal cardinale Polo fu ripreso, con dire che quel parere era piú degno d'un colloquio di Germania, che condecente ad un concilio universale della Chiesa; che in questo convien avere mira alla verità sincera, non come là, dove non si tratta se non d'accordarsi et eziandio con pregiudicio della verità; per conservare la Chiesa essere necessario o che i luterani ricevino tutta la dottrina romana, o che siano scoperti quanti piú errori di loro si può ritrovare, per mostrare al mondo tanto piú che non si può convenire con loro; però se essi non hanno formato la controversia sopra le tradizioni, bisogna formarla e condannare le openioni loro e mostrare che quella dottrina non solo è differente dalla vera in quello dove professatamente gli contradice, ma in tutte le altre parti; doversi attendere a condannare piú assordità che si potran cavare da' scritti loro, et essere vano il timore di urtar in Scilla o Cariddi per quella cavillosa raggione, a quale chi attendesse concluderebbe che non ci fosse tradizione alcuna.

 

 

[Diverse openioni sopra 'l canone de' libri sacri]

 

Nel secondo articolo le openioni furono conformi in questo, che secondo gli antichi essempii si facesse catalogo de' libri canonici, nel quale fossero registrati tutti quelli che si leggono nella Chiesa romana, eziandio quelli del Vecchio Testamento che dagli ebrei non sono ricevuti; e per prova di ciò fu da tutti allegato il concilio laodiceno, Innocenzio I pontefice, il III concilio cartaginense e Gelasio papa. Ma furono 4 openioni. Alcuni volevano che doi ordini fossero fatti: nel primo si ponessero quei soli che da tutti sono sempre stati ricevuti senza contradizzione; nell'altro quelli, quali altra volta sono stati reietti o di loro dubitato; e si diceva che, se ben ciò non si vede fatto precedentemente da nissun concilio o pontefice, nondimeno era sempre cosí stato inteso; perché sant'Agostino fa una tal distinzione e l'autorità sua è stata canonizata nel canone In canonicis, e san Gregorio, che fu posterior anco a Gelasio, sopra Iob dice de' libri de' Macabei che sono scritti per edificazione, se ben non sono canonici.

Fra Aloisio di Catanea dominicano diceva che questa distinzione era fatta da san Gierolamo, ricevuto come regola e norma dalla Chiesa per constituir il canone delle Scritture, et allegava il cardinal Gaetano, il quale esso ancora gli aveva distinti, seguendo san Gierolamo come regola infallibile dataci dalla Chiesa, e cosí scrisse a papa Clemente VII, mandandogli l'esposizione sua sopra i libri istoriali del Vecchio Testamento. Altri erano di parere che tre ordini fossero stabiliti: il primo di quelli che sempre furono tenuti per divini; il secondo di quelli che altre volte hanno ricevuto dubio, ma, per uso, ottenuto autorità canonica, nel qual numero sono le sei Epistole, e l'Apocalisse del Nuovo Testamento et alcune particole degli evangelisti; il terzo di quelli che mai sono certificati, quali sono i sette del Vecchio Testamento et alcuni capi di Daniele e di Ester. Altri riputavano meglio non far alcuna distinzione, ma immitare il concilio cartaginense e gli altri, ponendo il catalogo senza dire piú parole. Un altro parere fu che si dicchiarassero tutti, in tutte le parti, come si ritrovano nella Bibia latina, essere di divina et ugual autorità. Maggior pensiero diede il libro di Baruc, il quale non è posto in numero né da' laodiceni, né da' cartaginesi, né da' pontefici romani, e si sarebbe tralasciato cosí per questa causa, come perché non si sapeva trovar il principio di quel libro; ma ostava che nella Chiesa se ne legge lezzione, raggione stimata cosí potente che fece risolvere la congregazione, con dire che dagli antichi fu stimato parte di Ieremia e compreso con lui.

Nella congregazione del venere 5 marzo, essendo andato aviso che i pensionarii del vescovo di Bitonto dimandavano in Roma d'essere pagati, e per questo l'avevano fatto citar inanzi l'auditore, facendo instanza che fosse costretto con scommuniche et altre censure, secondo lo stile della corte, a fare il pagamento, egli si lamentava dicendo che i suoi pensionarii avevano raggione, ma né egli aveva il torto, perché, stando in concilio, non poteva spendere manco di 600 scudi all'anno e, detratte le pensioni, non ne restava a lui piú che 400, onde era necessario che fosse sgravato o sovvenuto degli altri 200. I prelati poveri, come in causa commune, s'adoperavano in suo servizio et alcuni d'essi passarono in qualche parole alte, dicendo che questo fosse un'infamia del concilio, quando ad un officiale della corte di Roma fosse permesso usare censure contra un prelato essistente in concilio; esser una mostruosità, che averebbe dato da dire al mondo che il concilio non fosse libero; che l'onor di quel consesso ricercava che fosse citato a Trento l'auditore, overo usato verso di lui qualche risentimento che conservasse la degnità della sinodo illesa. Alcuni anco passavano a dannare l'imposizione delle pensioni, dicendo essere ben causa giusta et usata dall'antichità che le chiese ricche sovvenissero le povere, non però costrette, ma per carità, né levando a se stesse le cose necessarie; cosí anco aver insegnato san Paolo; ma che i poveri prelati, di quello che era necessario per la sostentazione propria, fossero costretti con censure a rifondere a' ricchi, essere cosa intolerabile; e questo esser un capo di riforma da trattar in concilio, riducendo la cosa all'antico e veramente cristiano uso. Ma i legati, considerando quanto fossero giuste le querele e dove potevano capitare, quietarono ogni cosa con promettere che averebbono scritto a Roma e fatto onninamente desistere dal processo giudiciale et operato che in qualche modo fosse proveduto al vescovo, sí che potesse mantenersi in concilio.

Avendo tutti i teologi finito di parlare, il dí 8 fu intimata congregazione per il seguente, se ben non era giorno ordinario, non tanto per venir a fine di stabilire decreto sopra gli articoli disputati, quanto per decoro del concilio, che in quel giorno dedicato a festa profana del carnovale, i padri si occupassero nelle cose conciliari; et allora fu da tutti approvato che le tradizioni fossero ricevute come di ugual autorità alla Scrittura, ma non concordarono nella forma di tessere il catalogo de' libri divini; et essendo 3 openioni, l'una di non descendere a particolar libri, l'altra di distinguer il catalogo in tre parti, la terza di farne un solo, ponendo tutti i libri d'ugual autorità, né essendo ben tutti risoluti, furono fatte tre minute, con ordine che si pensasse accuratamente per dire ciascuno quale ricevesse nella seguente congregazione, che il giorno 12 non si tenne per l'arrivo di don Francesco di Toledo, mandato dall'imperatore ambasciatore per assistere al concilio come collega di don Diego; il qual fu incontrato dalla maggior parte de' vescovi e dalle famiglie de' cardinali.

Arrivò in Trento in questo tempo il Vergerio, di sopra piú volte nominato, andato non per volontà d'intervenir al concilio, ma fuggendo l'ira del suo popolo, concitato contra lui come causa della sterilità della terra, e da frate Annibal Grifone inquisitore; né sapeva dove poteva stare con degnità et avere commodo maggiore di giustificarsi dalle imputazioni del frate, che lo publicava per luterano non solo nell'Istria, ma appresso il noncio di Venezia et il papa; delle qual cose essendo anco i legati del concilio avisati, l'esclusero d'intervenire negli atti publici come prelato, se prima non si fosse giustificato appresso il pontefice, dove lo essortarono efficacemente andare, e se non avessero temuto di far parlare contra la libertà del concilio, sarebbono usciti dalle essortazioni. Ma egli, vedendo di star in Trento con maggiore indegnità, pochi dí dopo si partí con animo di tornar al vescovato, reputando la sedizione populare esser acquietata; ma gionto a Venezia, gli fu proibito d'andarci dal noncio, quale aveva ricevuto ordine da Roma di formare processo contra di lui; di che sdegnato o intimorito o per qualche altra causa che fosse, non molti mesi dopo uscí d'Italia.

 

 

[Il canone de' libri sacri stabilito, e si tratta della traslazione latina]

 

Il dí 15, proposte le tre formule, se ben ciascuna ebbe chi la sostentò, la terza però fu approvata dalla maggior parte. Nelle seguenti congregazioni parlarono i teologi sopra gli altri articoli, e molta differenza fu nel terzo sopra la translazione latina della Scrittura tra alcuni pochi che avevano buona cognizione di latino e gusto di greco, et altri nudi di cognizione di lingue. Fra Aloisio da Catanea disse che per risoluzione di quell'articolo non si poteva portare cosa piú a proposito et accommodata a' presenti tempi et occasioni che il giudicio del cardinale Gaetano, versatissimo nella teologia, avendo studiato sino dalla fanciullezza, e per la felicità dell'ingegno e laboriosa diligenza riuscito il primo teologo di quello e molti altri secoli, al quale non era prelato, né altro soggetto in concilio che non cedesse in dottrina e non tenesse d'esser in stato d'imparare da lui. Questo cardinal, andato in Germania legato del 1523, accuratamente investigando come si potesse ridurre alla Chiesa li sviati e convincere gli eresiarchi, trovò il vero rimedio: l'intelligenza leterale del testo della Sacra Scrittura nella sua lingua originale nella quale è scritto; e tutto 'l rimanente di sua vita, che 11 anni furono, si diede solo allo studio della Scrittura, esponendo non la translazione latina, ma i fonti ebreo nel Vecchio, e greco nel Nuovo Testamento: delle qual lingue non avendo egli alcuna cognizione, adoperò persone intendenti che, di parola in parola, gli facessero costruzzione del testo, come le opere sue scritte sopra i sacri libri mostrano. Era solito dire quel buon cardinale che l'intendere il testo latino non era l'intendere la parola di Dio infallibile, ma quella del traslatore, soggetto e succombente agli errori; che ben disse Gieronimo, il profetare e scrivere sacri libri provenire dallo Spirito Santo, ma il translatargli in altra lingua esser opera della perizia umana; e dolendosi diceva: «Piacesse a Dio che i dottori de' secoli inanzi avessero cosí fatto, che le eresie luterane non averebbono trovato luogo». Soggionse non potersi approvare translazione alcuna, se non reprovando il canone Ut Veterum d. 9, che commanda d'aver il testo ebreo per essaminare la realtà de' libri del Vecchio Testamento, et il greco per norma di quei del Nuovo. L'approvar un'interpretazione per autentica essere condannare san Gieronimo e tutti quelli che hanno tradotto: se alcuna è autentica, a che potrebbono servire le altre non autentiche? Una gran vanità sarebbe produrre copie incerte avendone in forma probante; doversi tener con san Gieronimo e col Gaetano che ogni interprete abbia potuto fallare, con tutto che abbia usato ogni arte per non scostarsi dall'originale; cosí certa cosa essere che, se il santo concilio essaminasse et emendasse al testo vero un'interpretazione, lo Spirito Santo, che assiste alle sinodi nelle cose della fede, gli soprastarebbe che non facesse errore, et una tal tradozzione cosí essaminata et approvata si potrebbe dire autentica. Ma se senza tal essamine si possi approvarne una e promettersi che lo Spirito Santo assista, non ardiva dirlo, se dalla santa sinodo non fosse cosí determinato, vedendo che nel concilio de' santi apostoli precesse una grand'inquisizione. Ma essendo una tal opera di decene d'anni, né potendosi intraprendere, pareva meglio lasciare le cose come erano state 1500 anni, che le tradozzioni latine fussero verificate co' testi originali.

In contrario, dalla maggior parte de' teologi era detto essere necessario avere per divina et autentica in tutte le parti sue quella tradozzione che per li tempi passati è stata letta nelle chiese et usata nelle scuole, altrimenti sarebbe dare la causa vinta a' luterani et aprir una porta per introdur all'avvenire innumerabili eresie e turbare continuamente la quiete della cristianità. La dottrina della santa madre Chiesa romana, madre e maestra di tutte le altre, essere fondata in gran parte da' pontefici romani e da' teologi scolastici sopra qualche passo della Scrittura, che dando libertà a ciascuno d'essaminare se sia ben tradotta, ricorrendo ad altre tradozzioni o cercando come dica in greco o in ebreo, questi nuovi grammatici confonderanno ogni cosa e sarà fargli giudici et arbitri della fede, et in luogo de' teologi e canonisti converrà tener il primo conto, nell'assumer a' vescovati e cardinalati, de' pedanti. Gli inquisitori non potranno piú procedere contra i luterani se non sapranno ebreo e greco, che subito sarà risposto da' rei che il testo non dice cosí e che la tradozzione non è fedele; et ogni novità e capriccio che verrà in testa a qualonque grammatico, o per malizia o per poca perizia delle cose teologiche, purché possi con qualche apice grammaticale di quelle lingue confermarlo, troverà fondamento, che mai si venirà al fine. Vedersi adesso, dopo che Lutero ha dato principio a far una tradozzione della Scrittura, quante diverse e contrarie tra loro sono uscite in luce, che meritavano essere in perpetue tenebre occultate, quante volte esso Martino ha mutato quella che aveva prima in un modo tradotto, che mai si è ristampata la tradozzione senza qualche notabile mutazione non d'un passo o doi, ma di centenara in una fiata; dando questa libertà a tutti, presto ridurrebbe la cristianità che non si saprà che credere.

A queste raggioni, sentite con applauso della maggior parte, altri aggiongevano anco che, se la divina providenza ha dato una Scrittura autentica alla Sinagoga et un autentico Testamento Nuovo a' greci, non si poteva, senza derogargli, dire che la Chiesa romana, piú diletta, fosse stata lasciata senza tanto beneficio, e però che questo stesso Spirito Santo, qual dettò i libri sacri, abbia anco indettata questa traslazione, che dalla Chiesa romana doveva esser accettata. Ad alcuni pareva ardua cosa fare profeta overo apostolo uno, solamente per tradur un libro; però moderavano l'asserzione con dire che non ebbe spirito profetico o apostolico, ma ben uno a questo molto vicino. E se alcuno si rendesse difficile a dare l'assistenza dello spirito di Dio all'interprete, non la potrà negare al concilio, e quando sarà approvata la volgata edizione e fulminato l'anatema contra chi non la riceve, quella sarà senza errori, non per spirito di chi la scrisse, ma della sinodo che per tale l'ha ricevuta.

Don Isidoro Claro bresciano, abbate benedittino, molto versato in questo studio, con la narrazione istorica cercò di rimovere questa opinione, dicendo in sostanza che del Vecchio Testamento molte translazioni greche furono nella primitiva Chiesa, quali Origene raccolse in un volume, confrontandole in 6 colonne: di queste la principale si chiama de' 70, della quale ne furono anco tratte diverse in latino, sí come varie anco ne furono cavate dalle scritture del Novo Testamento greche, una de quali, la piú seguita e letta nella Chiesa, si chiama Itala, da sant'Agostino tenuta per megliore delle altre, in maniera però che si dovessero preferire senza nissun dubio i testi grechi. Ma san Gieronimo, perito, come ogni uno sa, nella cognizione delle lingue, vedendo quella del Vecchio Testamento deviare dalla verità ebraica, parte per difetto dell'interprete greco, parte del latino, ne trasse una dall'ebreo immediate et emendò quella del Nuovo Testamento alla verità del greco testo. Per il credito nel quale Gieronimo era, la tradozzione sua fu da molti ricevuta, e ripudiata da altri, piú tenaci degli errori dell'antichità et aborrenti dalle novità o, come egli si duole, per emulazione; ma dopo qualche anni, cessata l'invidia, fu ricevuta quella di san Gieronimo da tutti i latini e furono ambedue in uso, chiamandosi la vecchia e la nova. Testifica san Gregorio, scrivendo a Leandro sopra Iob, che la Sede apostolica le usava ambedue e che egli, nell'esposizione di quel libro, eleggeva di seguire la nuova, come conforme all'ebreo; però nelle allegazioni si sarebbe valuto ora dell'una, ora dell'altra, secondo che fosse tornato meglio a suo proposito. I tempi seguenti, con l'uso di queste due, ne hanno composto una, pigliando parte dalla nova e parte dalla vecchia, secondo che gli accidenti hanno portato, et a questa cosí composta fu dato nome d'edizzione vulgata. I salmi essere tutti della vecchia, perché continuandosi di cantargli quotidianamente nelle chiese, non si potero mutare. I profeti minori tutti della nuova, i maggiori misti d'ambedue. Questo essere ben certo, che tutto ciò è per divina disposizione avvenuto, senza la quale non succede cosa alcuna. Ma non si può dire però che vi sia intervenuto perizia maggiore che umana. San Gieronimo afferma apertamente che nissun interprete ha parlato per Spirito Santo. L'edizzione che abbiamo è per la maggior parte sua: sarebbe gran cosa attribuire divina assistenza a chi ha conosciuto et affermato di non averla. Laonde mai si potrà uguagliare tradozzione alcuna al sacro testo della lingua originale. Pertanto essere di parere che l'edizzione vulgata fosse anteposta a tutte et approvata, corretta però al testo originale, e fosse vietato ad ogni uno di far altra traslazione, ma solo si emendasse quella e le altre si estinguessero, e cosí cesserebbono tutti gli inconvenienti causati dalle nuove interpretazioni che con molto giudicio sono stati notati e ripresi nelle congregazioni.

Fra Andrea di Vega franciscano, caminando quasi come mediatore tra queste opinioni, approvò il parere di san Gierolamo, che le qualità dell'interprete non sono spirito profetico o altro divino speciale che gli dia infallibilità, e la sentenza del medesimo santo e di sant'Agostino d'emendare le tradozzioni co' testi della lingua originale; soggiongendo però che a questo non ripugnava il dire insieme che la Chiesa latina abbia per autentica l'edizzione vulgata, perché questo si debbe intendere: che non vi sia errore alcuno in quella che appartiene alla fede et a' costumi, ma non in ogni apice et ogni espressione propria delle voci, essendo impossibile, che tutte le voci d'una lingua siano trasportate in un'altra, senza che v'intervenga ristrizzione et ampliazione de significati o metafora o altra figura. Già la volgata edizione esser stata essaminata da tutta la Chiesa per corso di piú di 1000 anni, e conosciuto che in quella non vi è fallo alcuno nella fede o costumi; et in tal conto è stata dagli antichi concilii usata e tenuta, e però come tale si debbe tenere et approvare, e si potrà dicchiarare l'edizzione vulgata autentica, cioè che si può leggere senza pericolo, non impedendo i piú diligenti di ricorrere a' fonti ebrei e greci, ma ben proibendo tanto numero di translazioni intiere che generano confusione.

 

 

[Senso et interpretazione della Scrittura]

 

Intorno l'articolo del senso della Scrittura divina, diede occasione di parlare diversamente la dottrina del già cardinale Gaetano, che insegnò e pratticò egli ancora, cioè di non rifiutare i sensi nuovi, quando quadrino al testo e non sono alieni dagli altri luoghi della Scrittura e dalla dottrina della fede, se ben il torrente de' dottori corresse ad un altro, non avendo la divina Maestà legato il senso della Scrittura a' dottori vecchi; altrimente non resterebbe, né a presenti, né a' posteri, altra facoltà che di scrivere di libro in quaderno, il che da alcuni de' teologi e padri era approvato e da altri oppugnato.

A' primi pareva che fosse come una tirannide spirituale il vietare che, secondo le grazie da Dio donate, non potessero i fedeli essercitare il proprio ingegno e che questo fosse apunto proibire la mercanzia spirituale de' talenti da Dio donati; doversi con ogni allettamento invitare gli uomini alla lezzione delle sacre Lettere, dalle quali sempre che si leva quel piacere che la novità porta, tutti sempre le aborriranno, et una tal strettezza farà applicare li studiosi alle altre sorti di lettere et abandonare le sacre e per consequenza ogni studio e cura di pietà; questa varietà de' doni spirituali appartenere alla perfezzione della Chiesa e vedersi nella lettura de' antichi padri, ne' scritti de' quali è diversità grande e spesso contrarietà, congionta però con strettissima carità. Per qual causa non dover essere concesso a questo secolo quella libertà che con frutto spirituale hanno goduto gli altri? Li scolastici nella dottrina di teologia, se ben non hanno tra loro dispute sopra l'intelligenza delle lettere sacre, avere però non minor differenze ne' ponti della religione, e quelle non meno pericolose; meglio essere l'immitare l'antichità, che non ha ristretta l'esposizione della Scrittura, ma lasciata libera.

La contraria opinione portava che, essendo la licenza popolare disordine maggiore della tirannide, in questi tempi conveniva imbrigliare gli ingegni sfrenati, altrimente non si poteva sperare di veder fine delle presenti contenzioni: agli antichi tempi esser stato concesso di scrivere sopra i libri divini, perché, essendovi poche esposizioni, ve ne era bisogno, e gli uomini di quei tempi erano di vita santa et ingegno composto, che da loro non si poteva temere di confusioni, come al presente. E per tanto i scolastici teologi, avendo veduto che non vi era piú bisogno nella Chiesa d'altre esposizioni e che la Scrittura era non solo a bastanza, ma anco abondantemente dichiarata, presero altro modo di trattare le cose sacre; e vedendo gli uomini inclinati alle dispute, giudicarono che fosse ben occupargli piú tosto in essamine di raggioni e detti d'Aristotele, e conservare la Scrittura divina in riverenza, alla quale molto si deroga, quando sia maneggiata communemente e sia materia de' studii et essercizii de' curiosi. E tanto si passava inanzi con questa sentenzia che fra Ricardo di Mans franciscano disse i dogmi della fede essere tanto dilucidati al presente dagli scolastici, che non si doveva imparargli piú dalla Scrittura; la qual è vero che altra volta si leggeva in chiesa per instruzzione de' popoli e si studiava per l'istessa causa; dove al presente si legge in chiesa solo per dir orazione, e per questo solo doverebbe anco servire a ciascuno e non per studiare, e questa sarebbe la riverenza e venerazione debita da ogni uno alla parola Dio. Ma almeno doverebbe esser proibito il leggerla per ragion di studio a chi non è prima confermato nella teologia scolastica, né con altri fanno progresso i luterani, se non con quelli che studiano la Scrittura; il qual parere non fu senza aderenti.

Tra queste opinioni ve ne caminarono due medie: una, che non fosse bene restringere l'intelligenza della Scrittura a' soli padri, atteso che per il piú i loro sensi sono allegorici e rare volte litterali, e quelli che seguono la lettera s'accommodano al loro tempo, sí che l'esposizione non riesce a proposito per l'età nostra. Essere stato dottamente detto dal cardinale Cusano, di eccellente dottrina e bontà, che l'intelligenza delle Scritture si debbe accommodar al tempo et esporla secondo il rito corrente, e non avere per maraviglia se la prattica della Chiesa in un tempo interpreta in un modo, in un altro, all'altro. E non altrimente l'intese il concilio lateranense ultimo, quando statuí che la Scrittura fosse esposta secondo i dottori della Chiesa o come il longo uso ha approvato. Concludeva questa opinione che le nuove esposizioni non fossero vietate, se non quando discordano dal senso corrente.

Ma fra Dominico Soto dominicano distinse la materia di fede e di costumi dalle altre, dicendo in quella sola esser giusto tener ogni ingegno tra termini già posti, ma nelle altre non esser inconveniente lasciare che ogni uno, salva la pietà e carità, abondi nel proprio senso: non essere stata mente de' padri che fossero seguiti di necessità, salvo che nelle cose necessarie da credere et operare; né i pontefici romani, quando hanno esposto nelle decretali loro alcun passo della Scrittura in un senso, aver inteso di canonizare quello, sí che non fosse lecito altrimente intenderlo, pur che con raggione. E cosí l'intese san Paolo, quando disse che si dovesse usare la profezia, cioè l'interpretazion della Scrittura, secondo la raggion della fede, cioè riferendola agli articoli di quella; e se questa distinzione non si facesse, si darebbe in notabili inconvenienti per le contrarietà che si ritrovano in diverse esposizioni date dagli antichi padri, che repugnano l'una all'altra.

 

 

[L'edizione volgata approvata in congregazione]

 

Le difficoltà promosse non furono di tanta efficacia che nella congregazione de' padri non fosse con consenso quasi universale approvata l'edizione volgata, avendo fatto potente impressione nell'animo de' prelati quel discorso che i maestri di grammatica si arrogherebbono d'insegnar a' vescovi e teologi. E quantonque alcuni pochi sostentassero che fosse ispediente, attese le raggioni da' teologi considerate, tralasciar quel capo per allora, ma poiché fu risoluto altrimente, posero in considerazione che, approvandola, conveniva anco commandare che sia stampata et emendata, e dovendo questo fare, era necessario formare l'essemplare al quale si dovesse formare l'impressione. Onde di commun concordia furono deputati sei, che attendessero a quella correzzione con accuratezza, acciò si potesse publicare inanzi il fine del concilio, riservandosi d'accrescer il numero, quando, tra quei che di nuovo giongessero, vi fosse persona di buona attitudine per quella opera.

Ma nel render i voti sopra il quarto articolo, dopo aver detto il cardinale Pacceco che la Scrittura era stata esposta da tanti e cosí eccellenti in bontà e dottrina, che non si poteva sperare d'aggiongere cosa bona di piú, e che le nuove eresie erano tutte nate per nuovi sensi dati alla Scrittura; però che era necessario imbrigliare la petulanza degli ingegni moderni e farla star contenta di lasciarsi reggere dagli antichi e dalla Chiesa, et a chi nascesse qualche spirito singolare, sia costretto tenerlo in sé e non confonder il mondo col publicarlo, concorsero quasi tutti nella medesima opinione.

La congregazione de' 29 tutta fu consummata sopra il quinto articolo, perché avendo parlato i teologi con poca risoluzione e col rimetter al voler della sinodo, a quale appartiene far i statuti, i padri ancora erano ambigui. Il tralasciare afatto l'anatema era un non fare decreto di fede e nel bel principio rompere l'ordine preso di trattar i 2 capi insieme. Il condannar anco per eretico ogni uno che non accettasse l'edizione volgata in qualche luogo particolare e forse non importante, e parimente che publicasse qualche sua invenzione sopra la Scrittura per leggierezza di mente, pareva cosa troppo ardua. Dopo longa discussione si trovò temperamento di formar il primo decreto e comprendere in esso quel solo che tocca il catalogo de' libri sacri e le tradizioni, e quello concludere con anatema. Nel secondo poi, che appartiene alla riforma e dove l'anatema non ha luogo, comprendere quello che aspetta alla tradozzione e senso della Scrittura, come che il decreto sia un rimedio all'abuso di tante interpretazioni et esposizioni impertinenti.

 

 

[Abusi a riformare intorno alla Scrittura]

 

Restava parlare degli altri abusi, de quali ciascuno aveva raccolto numero grande et in quello adunati innumerabili modi come la debolezza e superstizione umana si vale delle cose sacre, non solo oltre, ma anco contra quello perché sono instituite. Delle incantazioni per trovar de tesori et effettuare lascivi dissegni o ottenere cose illecite fu assai parlato e proposti molti rimedii per estirparle. Tra le incantazioni ancora fu posto da alcuni il portar adosso Evangelii, nomi di Dio per prevenir infermità o guarire d'esse, overo per essere guardato da mali et infortunii, o per aver prosperità, il leggergli medesimamente per gl'istessi effetti e lo scrivergli con osservazioni de tempi; furono nominate in questo catalogo le messe che in alcune reggioni si dicono sopra il ferro infuocato, sopra le acque bollenti o fredde, o altre materie per le purgazioni volgari, il recitare Evangelii sopra le arme, acciò abbiano virtú contra gli inimici. In questa serie erano poste le congiurazioni de' cani che non mordano, de' serpi che non offendano, delle bestie nocive alle campagne, delle tempeste et altre cause di sterelità della terra, ricercando che tutte queste osservazioni come abusi fossero condannate, proibite e punite. Ma in diversi particolari passarono alle contradizzioni e dispute, difendendo alcuni, come cose devote e religiose, o almeno permesse e non dannabili, quelle che da altri erano condannate per empie e superstiziose, il che avvenne parimente parlando della parola di Dio per sortilegii o divinazioni, o estraendo polize con versi della Scrittura, overo osservando gli occorrenti aprendo il libro. Il valersi delle parole sacre in libelli famosi et altre detrazzioni fu universalmente dannato, e parlato assai del modo come levare le pasquinate di Roma, nel che mostrò il cardinal del Monte gran passione nel desiderare rimedio, per esser egli, attesa la libertà e giocondità del suo naturale, preso molto spesso da' cortegiani per materia della loro dicacità. Tutti concordavano che la parola di Dio non può mai esser tenuta in tanta riverenzia che sodisfaccia al debito, e che il valersi di quella anco per lodare gli uomini, eziandio prencipi e prelati, non è condecente, e generalmente ogni uso d'essa in cosa vana era peccato; ma però non doveva il concilio occuparsi in ciò, non essendo congregati per fare provisione a tutti i mancamenti; né doversi proibire assolutamente che non siano tirate le parole della Scrittura alle cose umane, perché santo Antonino nell'istoria sua non condannò gl'ambasciatori siciliani che domandando perdono a Martino IV in publico consistorio, esposero l'ambasciata non con altre parole, se non dicendo tre volte: «Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis»; né la risposta del papa, che disse parimente tre volte: «Ave Rex Iudeorum, et dabant illi alapas». Però esser stata una malignità de' luterani il riprendere il vescovo di Bitonto, che nel sermone fatto nella sessione publica dicesse, a chi non accetterà il concilio potersi dire: «Papæ lux venit in mundum, et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem». Tante congregazioni furono consumate in questo, e tanto cresceva il numero et appariva la debolezza de' rimedii proposti, che la commune openione inclinò a non fare menzione particolare d'alcuno d'essi, né descender a' rimedii appropriati, né a pene particolari, ma solo proibirgli sotto i capi generali e rimetterle pene all'arbitrio de' vescovi. Degl'abusi delle stampe si parlò, né vi fu molto che dire, sentendo tutti che fosse posto freno alli stampatori e fosse loro vietato stampare cosa sacra che non fosse approvata; ma che perciò bastasse quello che dall'ultimo concilio lateranense fu statuito.

Ma intorno le lezzioni e predicazioni s'eccitarono gravissime controversie. I frati regolari, già in possesso di queste fonzioni, cosí per privilegii ponteficii, come per averle essercitate soli per 300 anni, con tutte le forze operavano per conservarle; et i prelati, allegando che erano proprie loro et usurpate, pretendevano la restituzione; e perché non si contendeva qui d'openioni, ma d'utilità, oltre le raggioni erano da ambedue le parti adoperati gli effetti, e queste differenze erano per causare che al tempo della sessione niente fosse deciso: perilché i legati risolsero di differire questi doi punti ad un'altra sessione. Furono, secondo le risoluzioni prese, formati i doi decreti, e nella ultima congregazione letti et approvati con qualche eccezzioni nel capo dell'edizione volgata, in fine della quale il cardinal del Monte, dopo avere lodato la dottrina e prudenza di tutti, gli ammoní del decoro che conveniva usare nella publica sessione, mostrando un cuore et un'anima istessa, poiché nelle congregazioni le materie erano essaminate sufficientemente; et il cardinal Santa Croce, finita la congregazione, radunò quelli che avevano opposto al capo della volgata, e mostrò loro che non potevano dolersi, perché non era vietato, anzi restava libero il poter emendarla e l'avere ricorso a' testi originali, ma solo vietato il dire che vi fossero errori in fede, per quali dovesse essere reietta.

 

 

[Quarta sessione e suo decreto]