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DANTE ERETICO

 

Di Adelio g. Pellegrini*

 

Da http://www.vinsoft.net/pellegrini/DE/indice.php

 

Dante è stato più volte accusato di eresia. Gli amici settari del "Dolce stil novo", i "Fedeli d'amore", hanno avuto problemi con l'Inquisizione (come anche il Petrarca, il cantore de' casti amori), e/o hanno fatto l'esperienza del rogo (come Cecco d'Ascoli il 26.9.1327).

Dante ghibellino, pur riconoscendo la Chiesa, voleva delimitarne il suo potere nel campo spirituale e lasciare all'Imperatore quello politico. Il Poeta identificata la Chiesa del suo tempo con la puttana di Apocalisse 17, che amoreggia con i potenti della terra, e la raffigura anche con la lupa, che deve essere uccisa e ritornare nell'Inferno, nel regno di Lucifero, dal quale era uscita. Questa Chiesa carnale dovrà essere sostituita con la Chiesa spirituale, pura, che l'evangelista Giovanni descrive in Apocalisse 12, è che è raffigurata da Beatrice.

L'Inferno di Dante è l'Italia sotto il dominio della Chiesa e nel Purgatorio il Poeta intravede la strada della liberazione.

La chiave della lettura del poema dantesco è stata perduta. Avrebbe permesso di evangelizzare coloro che volevano sapere evitando di essere accusati di eresia.

La Commedia è lo scritto più violente che il Medio Evo e anche la post Riforma ha prodotto nei confronti di Roma.

La lingua del dolce sì sona è diventata quella di un grande popolo che avrebbe dovuto trarre ispirazione dall'insegnamento dei profeti, dagli apostoli e dal padre della propria lingua, ma la storia ci dice che la soppressione di questa sua parola, l'incarceramento, la persecuzione e la morte di chi credeva diversamente da Roma, hanno fatto sì che solo la lingua del più grande Poeta e non il suo pensiero sopravvivessero.

 

 

 

INTRODUZIONE

 

«Le cose passate fanno luce alle future, perché el mondo fu sempre di una sorte, e tutto quello che è e sarà è stato in altro tempo; e le cose medesime ritornano ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le riconosce, ma solo chi è savio e le osserva e considera diligentemente».

Francesco Guicciardini

 

 

Questa introduzione potrebbe essere meglio vista a conclusione di questo lavoro. Ma riteniamo opportuno che appaia qui perché il nostro intento è quello di fare risaltare che a distanza di secoli, dal tempo di Dante Alighieri, pur tenendo conto dell’evoluzione della storia, che viviamo in una società che rivendica valori diversi, sostanzialmente la Curia romana esprime, mediante una facciata messa a nuovo, e non poteva essere diversamente, la stessa sua natura[1]. L’intento di quest’opera non è tanto quello di spolverare il sito archeologico dantesco per fare risplendere i suoi colori nell’intenzionalità dell’autore della Commedia. È vero che essi a distanza di secoli sono presentati sbiaditi, non però a causa del trascorrere del tempo, ma perché nel tempo, a seguito della morte del Poeta, sono stati manipolati. Il motivo della nostra ricerca è un tentativo di far comprendere che il pensiero di Dante, il padre della nostra bella lingua italiana, dopo settecento anni di storia è ancora di attualità, è fresco, vivo, vero e ha senso studiarlo nella scuole.

Guelfi e ghibellini due orientamenti ideologici, politici che continuano a caratterizzare la vita del nostro Paese.

I primi, sostenitori del papa, vorrebbero che al potere religioso si aggiungesse quello politico-temporale, i secondi riconoscono al papa il potere spirituale e relegano a quella sfera la sua autorità.

            Parlare di guelfi e ghibellini automaticamente rievoca il tempo di Dante, il Ghibellin fuggiasco, quando queste due ideologie erano fortemente contrapposte e i guelfi, pur di mantenere i propri privilegi, naturalmente condivisi con la Chiesa che li sosteneva, si guardavano bene dal realizzare una unità nazionale e dare alla nostra penisola il senso di Nazione e agli italiani l’ideale di Patria.

            Schiacciati e ridotti al silenzio, dal Concilio di Trento alla Rivoluzione Francese, come scrive Giordano Bruno Guerri[2], alla fine del XVIII secolo e in particolare nel tempo delle lotte dell’unità d’Italia, i ghibellini risorsero. Con loro riemersero anche i guelfi che per quasi tre secoli non avevano motivo di esistere perché la Chiesa dominava e, in contrapposizione ai ghibellini, «vedevano nel papato e nella forza unificante del cattolicesimo la soluzione dell’indipendenza italiana. I cattolici aggiungevano ai meriti del Medio Evo l’egemonia cristiana e a quelli del papato la difesa della penisola dai barbari tedeschi. Niente sembrava attagliarsi meglio, per un patriota cattolico, all’Italia: solo la superiorità morale del papa, usando come armi i principi cattolicissimi, avrebbe potuto liberare l’Italia dagli austriaci e regalarle libertà, ricchezza e un nuovo Rinascimento. Nel 1843, Vincenzo Gioberti – sacerdote torinese, cappellano della corte sabauda, dieci anni prima si era rifugiato a Parigi per le sue simpatie repubblicane -  pubblicò Del Primato Morale e Civile degli Italiani, dove si legge che gli italiani hanno la missione storica, per il loro connaturato genio, di difendere la civiltà nel mondo; stesso compito, sul piano morale, ha la Chiesa cattolica, che non a caso sta a Roma; grazie a questa coppia l’Italia fu il faro della civiltà; non lo è più per colpa dei protestanti e dei razionalisti; l’Italia potrà ritornare libera e feconda se si unirà in una federazione  guidata dal papa. Il papato, assumendone la guida spirituale, la porterà di nuovo ad esempio per il mondo; i principi saranno la sua spada e i suoi strumenti. Gregorio XVI aveva condannato ogni libertà civile, oltre quelle di coscienza e di fede.-  Gioberti teorizzava un’alleanza trono-altare  rovesciata rispetto a quella in atto. L’altare avrebbe dovuto prevalere sul trono».[3]

            In quel tempo la Bibbia era anche presa a simbolo della libertà. Le si poteva non credere, ma il fatto d’averla, di leggerla era un’espressione d’orgoglio, d’indipendenza, d’autonomia, di distacco da un potere, quello ecclesiastico che condizionava tutto e tutti. La Bibbia assurgeva a sostenitrice di quei valori che il nuovo vento di fratellanza, libertà, uguaglianza, universalità univa le menti degli spiriti liberi. «In Italia la Bibbia ufficiale era in latino (la Vulgata, incomprensibile quasi a tutti) e la circolazione della Bibbia in italiano era di fatto vietata dai tempi del Concilio di Trento (sec. XVI), perciò la lettura o il semplice possesso della Diodati (versione protestante del 1606), che era un libro proibito, era considerato un fatto anche politico. La Bibbia era considerata un libro sovversivo, che doveva essere sequestrato dalla polizia, e molti di coloro che la compravano e la leggevano, come i garibaldini (Garibaldi stesso aveva a Caprera un deposito di Bibbie) e gli anarchici, lo facevano non tanto per convertirsi all’evangelo e vivere da cristiani, ma per affermare, nel possedere un libro vietato dal clero, d’essere uomini liberi. La Bibbia era un libro comunque ignoto e i protestanti ritennero giustamente che esso dovesse essere diffuso e fatto conoscere non solo agli atei, ma soprattutto ai cattolici: in Italia erano proprio i cattolici a dovere essere evangelizzati. È evidente che i protestanti e coloro che combattevano per il Risorgimento si trovarono ad operare insieme. Era infatti la diffusione ed il possesso della Sacra Scrittura ad essere vietato dall’autorità religiosa cattolica, appunto perché la lettura della Bibbia portava alla riflessione, alla libertà di pensiero e di coscienza, al confronto, al giudizio e, in potenza, alla rottura».[4]

Gregorio XVI con l’enciclica Inter praecipuas machinationes, nel 1844, dopo i moti carbonari, condannò definitivamente la diffusione della Bibbia affermando che la conoscenza diretta delle Sacre Scritture portava a rifiutare il magistero della Chiesa: «Condanniamo nuovamente con autorità apostolica tutte le Società Bibliche … e si fanno rei di gravissima colpa dinanzi a Dio e alla Chiesa tutti coloro che ardiscono iscriversi a qualcuna di queste Società, o collaborare con esse, o favorirle». Pio IX nell’enciclica Qui pluribus del 1846, appena eletto, ribadì che le «astutissime Società Bibliche, rinnovavano l’antica arte degli eretici, traducendo le Sacre Scritture nelle lingue volgari, contro le più sante regole della chiesa, … distribuendole a tutti affinché tutti, respinta la divina tradizione… e l’autorità della chiesa cattolica, interpretino a loro arbitrio le parole di Dio… Noi vogliamo che esse siano condannate». Era una presa di posizione talmente drastica che le stesse persone “moderate” che lavoravano per la diffusione della Bibbia cominciarono ad avvicinarsi a posizioni più radicali, e presto, costrette ad agire ai limiti della legalità quando non addirittura clandestinamente, si trovarono, nonostante alcune perplessità, a fianco a fianco ai movimenti sovversivi che combattevano le forze reazionarie dei borboni, degli austriaci e dello Stato Pontificio.

            Nel 1844, vicino all’ambiente evangelico, morirono i Fratelli Bandiera.

Come nel 1789 la Rivoluzione Francese iniziò con l’assalto della Bastiglia, così dopo 60 anni, nel 1848, i romani assaltarono la sede dell’inquisizione per poi costituire la Repubblica romana. Dopo un momento d’incertezza, nel 1848-49 in Italia si delinearono due precise posizioni contrapposte: le forze patriottiche, ghibelline, e quelle clericali-reazionarie guelfe.

            Con la fine della Repubblica Romana del 1849, difesa dalle armi garibaldine e dall’ideologia mazziniana, le Bibbie stampate anche in Roma furono sequestrate e distrutte. Tremila copie del Nuovo Testamento della Repubblica Romana furono bruciate in un cortile del Vaticano e, come richiedeva la tradizione guelfa, fu abolita la libertà di stampa, di religione, e fu ripristinata la pena di morte.

Due scomuniche sono state lanciate da Pio IX al governo piemontese (1851, 1860), la terza al governo italiano, dopo due giorni che aveva proclamato, il 27 marzo 1861, Roma capitale d’Italia, e l’ultima il 1° novembre 1870 contro i responsabili della presa della “sua” città.

Il conte Cavour cercava di convincere Pio IX a godere dell’indipendenza della Chiesa mediante la separazione dallo Stato: «Santo Padre… rinunciate e noi vi daremo quella libertà che avete in vano chiesto da tre secoli a tutte le potenze cattoliche… Quello che voi non avete mai potuto ottenere… noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare  in Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato».[5] La risposta fu proclamata l’8 dicembre (data cara a sua santità) 1864,[6] proclamando l’enciclica Quanta cura, e il Sillabo, con la condanna di tutte le dottrine anticattoliche, cioè: il razionalismo, dal socialismo al liberalismo, riaffermando l’origine divina della Chiesa e dello Stato, rifiutando la libertà di coscienza, di religione, concedendo quella di pensiero non espresso. Nel 1870 il Vescovo di Roma esprimeva la follia dell’orgoglio umano facendo proclamare il dogma dell’infallibilità del Papa.[7] In conformità con la propria grandezza ideologica religiosa di potere, che fu sempre una campana a morto per l’irredentismo italiano, il 24 novembre 1868 rifiutava la grazia, anche a seguito dell’intervento di Vittorio Emanuele II, ai due patrioti italiani Monti e Tognetti. Sempre Pio IX faceva uccidere, in una battaglia persa ancor prima di cominciare, i suoi fedeli che esprimevano l’ultima resistenza pontificia prima di arrendersi alle truppe italiane che entravano in Roma da Porta Pia il 20 settembre. La libertà, l’anti guelfismo, era espressa dai vari colportori (venditori ambulanti della Bibbia) che entrarono in Roma in quel giorno, e nei giorni successivi, anche con la carabina a tracolla e un carro di Bibbie trainato da un cane.

Durante il trasporto della salma di Pio IX, 12 luglio 1881, tre anni dopo la sua morte, per essere tumulata in S. Lorenzo fuori le mura, gli anticlericali ghibellini, come aveva fatto Dante, che aveva però solo utilizzato la penna, tentarono, quale ultimo oltraggio ad un avversario di tante battaglie, di buttare nel Tevere i resti di quello che chiamavano la «carogna».

I ghibellini hanno avuto una stagione piuttosto lunga d’impegni politici e sociali, per quasi un secolo, ma alla fine del secondo millennio, inizio del terzo, si può udire la voce di qualche nostalgico che sembra non abbia nessuna ripercussione, perché questa figura storica crediamo sia estinta e neppure protetta dal WWF.

È così incontestata l’autorità ecclesiastica vaticana, il nuovo Guelfismo, sempre vivo e attivo, che a fine millennio gli stessi sindacati ghibellini hanno rinunciato a festeggiare a Roma la tradizionale ricorrenza della festa dei lavoratori celebrata il 1° maggio.

Su il Manifesto del 4 dicembre 1999, l’articolista di Addio alla laicità, dopo aver ricordato che Cgil, Cisl e Uil avevano annullato le manifestazioni romane del primo maggio per confluire nella grande kermesse organizzata dal papa con i lavoratori cattolici di tutto il mondo, riporta lo stupore e l’indignazione delle minoranze religiose italiane che, contrariamente ai vertici sindacali, continuano a battersi per la laicità del nostro Paese quale garanzia per tutelare la libertà confessionale.

Al pastore valdese Giorgio Bouchard, uno dei più rappresentativi personaggi del pensiero protestante, sono state fatte alcune domande.

In una risposta afferma che la decisione dei sindacati gli ha provocato un grandissimo rammarico. È il sintomo della crisi profonda di una sinistra alla disperata ricerca di legittimazione. Prima si è cercata con leggerezza l’idea dell’uomo come orizzonte ultimo di se stesso, e per questa strada si è arrivati a produrre i gulag. Ora si cerca con altrettanta leggerezza l’imprimatur papale. Molti, a sinistra, sono stati atei superficiali e ora si attrezzano a diventare cristiani conformisti (o di regime, che è ancora più pericoloso, nota dell’A.). Sarebbe meglio che prenotassero fin da oggi il prete per l’estrema unzione perché certamente si convertiranno in punto di morte. Con la vicenda del primo maggio salutiamo con il fazzoletto la partenza del treno della laicità.

Alla domanda che Cofferati, D’Antoni e Larizza hanno voluto evitare la spaccatura tra lavoratori laici e cattolici, il pastore ha ricordato che la dignità non ha mai fatto male a nessuno: oggi si va al giubileo papale, domani si visiterà la Sindone e via accettando nuovi compromessi. Chi giustifica oggi questa scelta non mi venga poi a dire domani che si professa ateo. Giovanni Paolo II persegue da tempo un intelligente progetto di restaurazione culturale in Europa. Aderire al Giubileo significa aderire a quel progetto. Vedo che lo si sta facendo con incredibile superficialità.

Alla domanda : «Come spiega questa sbandata confessionale della sinistra ?» il pastore Bouchard, che ha una buona memoria storica, risponde : «Il comunismo è morto ed è morto male. Dopo quel decesso c’è un vuoto etico, culturale, spirituale. La caduta del muro non ha aperto un dibattito serio nella sinistra: è stata archiviata senza discussione. Avrei accettato il classico contrordine, una riflessione che dicesse: ci siamo sbagliati, l’uomo non è l’orizzonte dell’uomo, la religione non è l’oppio dei popoli. Non c’è stato nulla di tutto questo. Si passa dall’ateismo al raduno papale senza soluzione di continuità, si avanza a grandi passi verso il conformismo. Si seppellisce ogni tradizione laica presente nella storia nazionale. Torneremo all’Italia delle processioni come se Manzoni non avesse scritto il suo romanzo. Tra poco scopriremo che l’Opus dei[8] è di sinistra. Molte proposte di riforma costituzionale che circolano in questi mesi non mi persuadono. Ma ce n’è una che avanzerei con convinzione per sostituire il primo articolo della costituzione con un testo che affermi: “La religione cattolica, apostolica polacca è la religione di stato”».

In occasione della festa del 1° maggio di Roma si è riprodotto il clima di una domenica di oratorio anni Cinquanta. Al mattino tutti alla Santa Messa, anche i non credenti, gli antichi ghibellini, in prima fila, e il Segretario mondiale del Lavoro concludeva la lettura del suo discorso sui problemi degli operai, pronunciato in omaggio a Sua Santità, chiedendogli di parlare sul cosa fare, che loro lì, lo avrebbero ascoltato. Al pomeriggio, chi aveva assistito alla Santa Messa, tutti al cinema della parrocchia e così il palco dell’altare diventa quello dei rocchettari, per concludere una giornata storica, felice, contenti per la riuscita della festa del Villaggio Globale.

Già sull’Incontro – periodico indipendente di dicembre 1999 si leggeva : «È incredibile il numero di laici (di nome, ma non di fatto) che, in vista del Giubileo, vorrebbero essere ricevuti dal Papa, magari si accontenterebbero di un cardinale (come ha fatto il Ministro Bassolino) o di un vescovo o – perché no ? – anche soltanto di una guardia svizzera del Vaticano. Il socialista Claudio Martelli ha rivelato alla TV di essersi “confessato” con madre Teresa di Calcutta (non era meglio che si confessasse ai giudici di Tangentopoli ?). Il filosofo Gianni Vattimo in una lettera ironica a La Stampa con il titolo “Voglio andare dal Papa” si propone di presentargli il libro Credere di credere.- D’Alema – dopo Veltroni, Amato, Ciampi, Dini, Berlusconi – ha visitato papa Woityla con un ossequio degno d’un cattolico praticante. Sembra quasi una moda, com’era un tempo il salotto Bellonci per gli scrittori, una smania di esibirsi, inchinarsi o genuflettersi che fa sorridere compiaciute le gerarchie clericali. Ma nell’Italia contemporanea non vi sono più atei, anticlericali, razionalisti a cui non interessi per nulla una visita al capo della Chiesa?». Il sindaco della capitale, radicale, verde militante, laico, così diceva di essere e tutti gli credevano, davanti al papa riscopre l’emozione della spiritualità religiosa e si fa il segno della croce.

Tutti si ricordano ancora quando la camicia verde Bossi ha tuonato, commettendo l’errore nella forma, ma non nella sostanza, contro l’imperialismo vaticano, come tutte le forze dell’arcobaleno dei nostri rappresentanti politici hanno fatto quadrato, come cavalier serventi, per difendere la Chiesa.

Sono ancora vive le immagini che la TV ha presentato nei suoi telegiornali del 1999 quando i Ministri del Governo italiano di sinistra, nello scenario di Piazza S. Pietro, erano plaudenti, sorridenti e soddisfatti, perché erano stati ben bacchettati da sua santità che chiedeva il finanziamento delle scuole private, cioè cattoliche.[9] Basta che Woityla parli, per ripetere quanto altri hanno già detto, che anche il dissidente Bertinotti, per dare smalto alla propria voce, non fa altro che citarlo.

Il potere della Chiesa è tale che tutte le forze politiche sono impegnate a servirla. Oggi non c’è più una ideologia politica a sostegno della Chiesa, ma si constata che il seme morto della DC è germogliato in tutto il fronte dei partiti.

 Il futuro è avvolto nel mistero, ma nel clima della casa comune, dell’Europa cristiana dall’Atlantico agli Urali, considerando che il testo di Apocalisse XVII dice che i re della terra hanno fornicato con la Chiesa di Roma, non si può non pensare che alla rosa della cattedra di S. Pietro mancavano i petali della sinistra, per completare il cerchio degli amanti, che nel corso della storia sono stati: imperatori, re, principi, signori, borghesi, dittatori, governanti di centro e ora, a fine millennio e inizio del terzo, di sinistra, ma non più con la tinta vivida del passato, come pure per la Chiesa stessa che pur conservando le sue radici, anche se ha fatto atto formale, ma non veritiero, di perdono di errori commessi da qualche birbante, si presenta rinnovata nel nome della giustizia, della legalità, dell’uguaglianza, ma sempre con lo stesso progetto, avere il dominio sui popoli nel nome dei valori della coscienza.

Che Roma sia sempre simile a se stessa, la scrittrice americana Ellen White, proprio quando la Santa Sede, nel secolo scorso, aveva perduto il suo splendore, e non si intravedevano ancora all’orizzonte dell’Europa le dittature che sarebbero state per lei le stampelle che l’avrebbero portata al suo ristabilimento, scriveva: «È bene ricordare che Roma si vanta di non cambiare mai. I principi di Gregorio VII e di Innocenzo III sono gli stessi della chiesa cattolica romana di oggi. Se ne avesse il potere, essa li attuerebbe con maggior vigore dei secoli passati… Roma mira a ristabilire la sua autorità e a riconquistare la supremazia perduta… Il potere di Roma aumenta silenziosamente, e le sue dottrine esercitano il loro influsso nelle chiese e nei cuori degli uomini. Essa va innalzando sempre più la sua imponente e massiccia struttura… Furtivamente e insospettatamente essa prepara le sue armi per colpire quando sarà il momento».[10]

            Una della tante dimostrazioni di questo pensiero è il Giubileo 2000 che tutti hanno visto e di fronte al quale nessuno ha reagito. Una delle principali cause scatenanti della reazione di Lutero che portarono la Riforma furono la vendita delle indulgenze. Sua Santità, all’alba del III millennio, ad una società più evoluta, intelligente, riporta indietro di cinque secoli l’orologio della storia e propone una vecchia pratica della Chiesa da dispensare ai fedeli. Roma percorre la sua strada incurante di ciò che la circonda, stabilendo i tempi e i momenti. Firma un documento congiunto con i protestanti sulla giustificazione per fede, sola grazia, e poi nella prassi propone, senza che il popolo dei fedeli lo chieda, una prassi, le indulgenze, che sono tra gli insegnamenti più antibiblici che Roma abbia inventato tra le pratiche della simonia. Roma non tiene in nessun conto della capacità di riflessione dei fedeli, anzi il suo atteggiamento è di chi è convinto che gli altri non pensano e se ragionano poi si adeguano. C’è una seduzione che Roma esercita sul suo popolo, ed è al di fuori di ogni logica. Dante la paragonava al canto della sirena.    

Il papa Woityla, Giovanni Paolo II, che a detta di non pochi teologi cattolici si sarebbe dovuto chiamare Pio XIII, in una domenica di settembre dell’anno Santo del 2000, eleva a beato Pio IX, cioè rivendica, come autenticità della Chiesa, chi nel secolo scorso aveva negato, contrastato, contestato come libertà, giustizia, uguaglianza, fraternità, ciò che il XX secolo, con tutte le sue più profonde contraddizioni, delle quali la Chiesa è stata complice e sostenitrice, ha ereditato di positivo dalla Rivoluzione francese.[11]

          A questa beatificazione che in altri tempi del secondo millennio che è finito, per un soggetto così contestato, che arrivò ad affermare in un delirio di grandezza papale: «la tradizione sono io», avrebbe suscitato tante reazione e polemiche che sarebbero durate settimane e mesi, si è assistito invece ad un completo silenzio – certo non sono mancate le voci dei soliti dissenzienti che l’hanno fatta sentire anche in occasione della commemorazione della presa di Porta Pia. I nuovi ghibellini, ora detti “laici”[12], si sono giustificati, cosa mai successa nel passato, dicendo che il loro silenzio, la loro non presa di posizione è data dal fatto che si tratta di una questione interna della Chiesa. La beatificazione di Pio IX è stata una potente vittoria dell’ala guelfa vaticana ed è avvenuta nel disprezzo più sottile dell’intelligenza altrui. Nessuno avrebbe contestato la beatificazione di Giovanni XXIII[13], “il papa buono”, proprio perché tutti gli altri che l’avevano preceduto non lo erano stati, ma se volete la sua beatificazione prendetevi anche quella di chi nella storia degli ultimi secoli ha espresso il vero volto del potere papale, Pio IX. Come conseguenza di questa beatificazione la Chiesa, mediante Dominus Jesus ha ricordato, qualora ce ne fosse bisogno, il proprio pensiero di essere la sola e l’unica depositaria della salvezza,[14] facendo delle Chiese della Riforma ed evangeliche, che ne sono seguite, un incidente di percorso della storia. Poi la voce del cardinale Biffi di Bologna ricordava che la tradizione italiana è quella di essere un paese cristiano e quindi poco mancava che indicesse una guerra santa all’untore musulmano. I segnali che vengono da Roma sono chiari, il pericolo è dato dal fatto che non ci sono più i ghibellini.[15]

          Che la Chiesa si adatti e preceda i tempi, prendi due paghi uno, era già successo con Paolo VI, Montini, già arcivescovo di Milano e durante tutta la Secondo guerra mondiale, braccio destro di papa Pacelli, come sostituto della Segreteria di Stato, quando annunciò la volontà di beatificare Giovanni XXIII, la cui politica distensiva aveva ottenuto consensi in vastissimi strati dell’opinione pubblica di tutto il mondo e il filonazista Pio XII. «Sembrò a molti che quella che Stecchetti, che nelle sue irriverenti poesie, chiamava la “santa bottega” volesse obbligare chi desiderava un fisco di vin buono ad acquistare anche una bottiglia di aceto, che non avrebbe altrimenti trovato compratori».[16]

          Il non cambiamento di Roma, ha a suo favore il vuoto di memoria che le persone hanno nei suoi confronti. Il potere del Medio Evo continua nell’epoca post industriale con la maschera del cambiamento dei tempi. Nel passato la Chiesa è stata dalla parte dei potenti e l’avvocato parigino Edmond Paris nel 1959 della sua opera, Le Vatican contre l’Europe[17],  scriveva: «Dedico questo libro ai Signori delegati dell’U.N.E.S.C.O., organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, le scienze e la cultura al servizio della pace. Possa apportare il suo contributo ai loro lavori, nell’inchiesta approfondita che perseguono sulle cause permanenti del conflitto nel mondo». E. Paris documentava come la Chiesa fosse coinvolta nelle dittature degli anni venti-quaranta e dei crimini commessi in quegli anni con lei compiacente. Basti ricordare che il generale Franco aveva nel suo ufficio tre quadri: uno riproduceva Hitler, il secondo Mussolini e al centro Pacelli. Quando Hitler morì il 3 maggio 1945, Franco faceva scrivere sui suoi giornali: «Adolfo Hitler, figlio della Chiesa cattolica, è morto difendendo la cristianità. Si comprenderà dunque come la nostra penna non trovi delle parole per piangere la sua morte, quando per contro essa ne aveva trovate tante per esaltare la sua vita. Sui suoi resti mortali si drizza la sua figura vittoriosa. Con la palma del martirio, Dio rimetta a Hitler i lauri della Vittoria».[18] Ciò giustifica l’ultima opera uscita in italiano, Il Papa di Hitler, di J. Cornwell[19], e Giovanni Paolo II beatificherà il vescovo di Zagabria, monsignor Stepinac, Arcivescovo del Genocidio[20], sostenitore della dittatura ustascia di Ante Pavelic in Croazia, responsabile delle sterminio etnico e religioso di centinaia di migliaia di serbo-ortodossi, di conversioni obbligate di massa al cattolicesimo. Al tempo di Tito, il nuovo beato è stato condannato per collaborazione con la dittatura di destra a 16 anni di carcere, trasformati poi in domicilio coatto, oggi è definito “servo di Dio e martire della fede”.

          Sarà ancora il papa polacco a promuovere nella sua ascesa verso le alte sfere del potere della Chiesa monsignor Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina durante la dittatura della giunta golpista degli anni Settanta. Partner di tennis dell’ammiraglio Massera, c’è chi lo considera come criminale e boia dei desaparecidos. I militari della dittatura di Buenos Aires si definivano, come era già successo in Europa, qualche decennio prima e durante il corso della storia: «Crociati di Dio contro l’ateismo marxista». Monsignor Laghi nel 1976, visitando la guarnigione di Tucumán, luogo di tortura e di morte per i difensori della libertà dell’Argentina, aveva detto agli ufficiali: «Voi sapete bene che cosa sia la patria, eseguite gli ordini con obbedienza e coraggio e mantenetevi sereni nello spirito». Nel giugno del 1980 Giovanni Paolo II lo nominerà nunzio apostolico a Washington, e dopo il ritorno nella Curia romana, nel 1991, ormai potente cardinale della Curia romana all’ombra del Santo Padre, quale prefetto emerito della Congregazione per  l’educazione cattolica, patrono del Sovrano militare ordine di Malta, membro del Consiglio dei cardinali e vescovi della Segreteria di Stato guidato dall’amico cardinale Sodano, non avvertirà neppure il bisogno di associarsi pubblicamente alla richiesta di perdono della Chiesa Argentina.[21]

          Giovanni Paolo II, il papa che ha abbagliato la società di fine millennio, passerà alla storia per aver sconfitto il comunismo, ma per essere stato anche amico «di uno dei più feroci dittatori del XX Secolo, il cattolicissimo generale cileno Augusto Pinochet» e di avere messo sulla terza poltrona della Curia romana, Segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, monsignor Sodano a quel tempo nunzio apostolico che «rappresentava l’appoggio del Vaticano alla dittatura cilena (tutti i caporioni della giunta erano ferventi cattolici), e costituiva il contrappeso ai settori della Chiesa locale che si opponevano al regime».[22] Il generale Pinochet si era impegnato a costruire «un sistema democratico di ispirazione occidentale e cristiana».[23] In nome dell’Evangelo il Cile visse anni di terrore, di imprigionamenti,  torture, esecuzioni sommarie nei confronti degli oppositori. Partiti e sindacati tutti fuorilegge. «Intanto monsignor Sodano e il generale Pinochet, legati da rapporti sempre più amichevoli, trattavano per stipulare un nuovo Concordato fra la Santa Sede e il Cile che modificasse la separazione fra Chiesa e Stato sancita da quello stipulato nel lontano 1925. Il primo consigliere di Pinochet per gli affari ecclesiastici, entrato in carica nel novembre 1984, Quadra, era legato all’Opus Dei».[24] Il generale sempre più isolato nei rapporti internazionali, gli USA che avevano sostenuto il golpe prendevano sempre più distanza da un regime sanguinario e spietato. «Il dittatore che da 13 anni teneva il Cile nella morsa della sua spietata repressione, a livello internazionale poteva in pratica contare su un solo grande alleato: la Santa Sede». C’era un «rapporto preferenziale fra la dittatura e la Santa Sede attraverso il nunzio Sodano. Un rapporto di mutuo scambio: la dittatura legiferava in favore della Chiesa di Roma, e la Santa Sede operava per tacitare e isolare il dissenso della Chiesa cilena».[25] In questo clima di simbiosi sua santità Giovanni Paolo II nella sua prima giornata cilena va in visita al Palazzo Moneda, sede della dittatura e teatro del sacrificio di Salvatore Allende presidente eletto dal popolo. Il Santo Padre con il tiranno si affacciano prima, dopo un colloquio riservato, al balcone per salutare la folla plaudente, come avveniva a Piazza Venezia, e dopo che il dittatore mostrò i 5 figli e i 17 nipoti si affaccia al balcone del cortile per dire ai funzionari con i loro familiari: «Pace a questa casa e ai suoi abitanti». Prima di lasciare il palazzo, il Santo Padre s’inginocchiò a pregare nella cappella privata del dittatore. Cinque giorni in Cile, decine di discorsi con testi scritti, ma nessun appello in difesa dei “diritti civili”, com’era sua abitudine quando si rivolgeva ai Paesi dell’Est. Nessuna parola neppure quando «l’arcivescovo di Conception, monsignor José Manuel Santos Ascarza – il quale pure aveva salutato con favore il golpe del settembre 1973 – accolse il Santo Padre denunciando pubblicamente un “terrorismo di Stato con crimini orrendi”».[26] «Il dittatore cileno, nel suo discorso di saluto, … invocò la benedizione papale sul proprio operato in difesa di valori essenziali come la  sovranità e gli interessi nazionali, i quali esigono lo sforzo supremo di tutte le nostre potenzialità e necessitano dell’aiuto dell’Altissimo».[27]  Monsignor Sodano considerava «meraviglioso» l’insieme della visita del Papa.  Il Cile con una tensione sociale crescente, con una politica economica sfrenata liberista,  con una accresciuta disoccupazione ed un aumento delle sacche di povertà, isolato internazionalmente, con l’aiuto costante del potere tra le sacre mura, ma insufficiente per rimediare alla crisi, si apriva alle elezioni. Fonti umanitarie cilene e internazionali presentano seimila morti e diecimila desaparecidos. Il 28 giugno 1991, Giovanni Paolo II fece cardinale l’ex nunzio apostolico a Santiago, attribuendogli la carica di Segretario di Stato al posto del cardinale Casaroli. «Una promozione benedetta dalla funzione opusiana: non solo in ragione dei “meriti storici” acquisiti da Sodano nel Cile di Pinochet, ma anche per la granitica vocazione reazionaria del neo-porporato».[28] In occasione del 50° anniversario di matrimonio del dittatore con la cattolicissima Lucia Miriade, gli scrive una lettera con la quale «rinnova i suoi auguri di pace e  di felicità e affida al Signore le buone scelte di vita cristiana (sic!) del focolare nel quale regnano l’amore reciproco e la fiducia nella grazia di Dio» e poi allega un messaggio autografo del Santo Padre: «Al generale… Pinochet  … e alla sua distinta sposa …, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale».[29] Quando Pinochet fu poi fermato in Inghilterra agli arresti domiciliari, la villa lussuosissima che lo ospitava costava in affitto oltre cento milioni al mese, un sacerdote vi andò anche a celebrare la messa di Natale. Emergono anche gli affari sporchi e corrotti degli anni della dittatura: «Droga e armi per quasi quindici anni hanno sviluppato il senso imprenditoriale dei figli (di Pinochet) Augusto junior e Marco Antonio. Al loro fianco la Dina, servizi segreti responsabili di torture e delitti. Su tutto e tutti, Sua Eccellenza».[30]           Il socialista Lagos  Ricardo vinceva le elezioni in Cile, il suo rivale Joaquin Lavim, è membro soprannumerario dell’Opus Dei ed ex consigliere di Pinochet, reazionario, cattolico, superintegralista, candidato dell’Obra e della destra filo-Pinochet.[31]

          Se al tempo di Dante le rendite ecclesiastiche erano considerate peggiori dell’usura, a distanza di secoli in situazioni economiche, sociali e politiche cambiate, la Chiesa ha conservato le stesse finalità del passato. Lo scandalo di monsignor Marcinkus, la morte misteriosa del banchiere Roberto Calvi, la Banca del Vaticano, lo Ior, con le sue società fantasma nei paradisi finanziari, il crac del Banco Ambrosiano, a causa dei miliardi fatti giungere in Polonia a sostegno della politica di Solidarnosc, una testimonianza dell’illegalità occulta con la quale si muove l’alta finanza Vaticana per il cui reato nessuna delle figure ecclesiastiche è stata arrestata. Il Santo Padre, che si presenta quale paladino della giustizia e della morale, ha impedito che i suoi collaboratori subissero qualsiasi processo, coprendo così i propri interessi. Il crac del Banco Ambrosiano, riportano i Discepoli di Verità, ha visto la Santa Sede in uno scandalo di dimensioni epocali: una bancarotta di oltre un miliardo di dollari, costato al contribuente italiano. È uno scenario di massoneria e criminalità finanziaria internazionale, un banchiere impiccato a Londra con una messinscena para-esoterica. Un dramma del quale il protagonista principale era stato l’arcivescovo Paul Marcinkus, banchiere personale di Giovanni Paolo II ed esponente di punta della fazione “massonica” della Curia vaticana.[32] Lo Ior, uscendo dal ginepraio giudiziario negando qualsiasi responsabilità, ha offerto in via amichevole un «volontario contributo»,  al Banco Ambrosiano, di 241 milioni di dollari dei quali l’Opus Dei dovrebbe essersi fatto carico a causa delle casse vuote del Vaticano.

          Come ai tempi di Dante ancora oggi le porpore dei vescovi e le tiare cardinalizie hanno un costo. Il Papa  riveste i suoi collaboratori a seconda dell’influenza e del peso economico che riescono a esercitare su lui le forze progressiste della Curia massonica, e negli ultimi decenni, con più grande successo, i promotori dell’integralismo promosso dall’Opus Dei che dispone d’ingenti risorse economiche e di un’organizzazione segreta i cui uomini sono nei centri del potere politico, economico, dell’informazione, della cultura e quant’altro possa esercitare un’influenza sulla società. L’ultima opera dei Discepoli di Verità riporta un pensiero del teologo Hans Küng: «La gestione autoritaria del Papa polacco fa temere che lui stesso e i suoi faranno tutto il possibile per scegliere fra i cardinali il candidato “giusto”, cioè di nuovo qualcuno vicino all’Opus Dei, e manipolare l’elezione del nuovo Papa». Ancora prima che in gennaio si nominassero 37 cardinali, troppi dei quali dell’area dell’Obra, i Discepoli di Verità scrivevano che il papa avrebbe nominato «dei nuovi cardinali in grado di ulteriormente garantire nel Conclave l’elezione del candidato filo-Opus Dei». Küng diceva: «A Roma tutti sanno che la gente dell’Opus Dei auspica di nuovo un Papa a essa vicino e ha paura che il successore del Papa attuale possa fare ritorno al corso rinnovatore del Concilio Vaticano II». Questo organismo strisciante cattolico ha già chiaramente manifestato il proprio orientamento politico difendendo Jörg Haider[33], il leader reazionario e xenofobo del partito liberal-nazionalista di estrema destra, e contestando le sanzioni decise dalla Comunità europea a carico del nuovo governo viennese. «C’è chi sostiene  che in mezza Europa (Spagna, Italia, Germania, Francia, Belgio, Austria, Polonia) l’episcopato e la finanza filo-opusiani stiano attivamente collaborando con partiti e organizzazioni di estrema destra per contribuire a mutare gli assetti politici del Continente europeo, prevalentemente socialdemocratici, in senso conservatore e reazionario».  Il settimanale inglese The Sunday Times, sotto il titolo Il Papa ha perso il controllo del Vaticano, riportava che  «i gravi problemi di salute di Giovanni Paolo II hanno provocato un vuoto di potere in Vaticano riempito soprattutto dall’Opus Dei, la fazione integralista di destra che ha assunto il controllo di almeno tre dicasteri-chiave vaticani: la Congregazione responsabile della creazione dei Santi, la Congregazione che nomina i vescovi, e la potente Sala stampa…». Grazie al pontificato di Giovanni Paolo II, all’inizio del nuovo millennio l’ardito progetto concepito da Escrivà de Balaguer è ormai prossimo al compimento. L’antica fazione massonico-curiale è ormai residuale, e lo strapotere di quella opusiana in Vaticano si tocca con mano. I settori della gerarchia ecclesiastica che ancora si oppongono alla “Chiesa dell’Opus Dei” sono isolati e intimoriti. Nella Curia romana molti si inchinano al nuovo potere opusiano manifestando integralismi e conservatorismi per ragioni carrieristiche. Gli stessi mandanti del tentato omicidio del Santo Padre polacco non sono da ricercare all’Est. Le Sacre Mura hanno occhi ma non voce. Il giudice istruttore Rosario Priore, concludendo la sua sentenza-ordinanza sull’attentato al pontefice, aveva scritto: «Molti interrogativi di questa indagine potevano essere risolti se ci fosse stato l’ausilio della Città del Vaticano. Ma ci si è trovati davanti a un atteggiamento che appare, come intento e non si comprende da quale finalità determinato, di chiudere ogni indagine sul delitto e di porre una pietra tombale sulla ricerca della verità».[34]

          La forza della Chiesa è tale che le autorità politiche, che devono essere neutrali, al di sopra di qualsiasi posizione di fede, quando onorano personaggi e vittime con funerali di Stato, non offrono luoghi dove commemorarli e seguono così l’onda delle masse ponendosi in prima fila, assieme ai laici, nelle cattedrali che Roma ha in tutta Italia.

          I mass media hanno pubblicizzato come non mai il mea culpa del papa straniero, che ha suscitato commozione e ammirazione generale, perché come sempre pochi hanno cercato di capire il senso delle parole pronunciate.[35] Quando la Chiesa chiederà perdono al popolo italiano, il più danneggiato di tutti i popoli della terra a causa della sua presenza tra i suoi confini? Scrive infatti M.A. Manacorda: «Noi italiani attendiamo ancora che il papa Woityla ci chieda perdono a nome della Chiesa cattolica per questi nostri fratelli e sorelle da lei sacrificati, per la continua intrusione nelle nostre vicende, per il ritardo a cui ha costretto la nostra storia. Se è vero che il pentimento di papa Woityla è stato sempre a metà e teso soprattutto a ridare prestigio alla Chiesa è anche vero che esso aveva un chiaro intento politico, cioè quel falso ecumenismo o accordo con le altre religioni, a cominciare da quelle cristiane per proseguire con l’ebraica, la mussulmana, la buddista ed eventuali altre, che è destinato a servire come Santa alleanza mondiale della conservazione, mantenendo il cosiddetto primato di Pietro. A queste religioni valeva la pena di offrire reciproco pentimento e perdono, in vista di una alleanza contro il male del mondo, la rivoluzione. Ma a che può servire chiedere perdono alla piccola Italia, che è già sua? Dal Vaticano pare di sentire una voce sommessa, che ragioni così “I governanti italiani sono già nostri alleati e seguaci: tacciano che ci siamo opposti alla nascita del loro Stato e abbiamo invocato la repressione dei moti popolari, benedetto le bandiere di tutte le guerre coloniali; dimentichino le nostre tresche col fascismo e le guerre fasciste da noi benedette; ci lasciano prima dirigere un nostro partito all’interno della loro società civile, e poi cambiare politica ed essere presenti in più partiti; ci lasciano dettare alcuni dei più stupidi articoli della loro Costituzione, firmano con noi i concordati che noi gli dettiamo, e cedono poi a tutte le nostre richieste aggiuntive; ci pagano i nostri preti in tutte le loro istituzioni a cominciare dalle scuole, e ci pagano pure le nostre scuole e tutto il resto; il loro Stato si fa pagare a noi dei tributi che i nostri fedeli intendono sottrarre al tesoro comune per versarlo al nostro; ci consentono di sottrarre i nostri cardinali alla loro giustizia; ci fanno sedere al posto d’onore nelle loro manifestazioni ufficiali, scavalcando le legittime loro autorità; si inginocchiano davanti a noi non come rappresentanti di un popolo sovrano, ma come nostri devoti, o vengono con la loro famiglia e si battono il petto dichiarandosi emozionati come bambini.  La grande maggioranza degli italiani, così guidata, è con noi, e venera le nostre madonne, nere o di coccio; e i cristiani più seri, i quali vorrebbero una Chiesa di popolo e non di preti, vengono isolati e resi innocui. Che bisogno abbiamo di chiedere perdono per quanti di loro abbiamo censurato, escluso, perseguitato, ammazzato, e per i ritardi imposti alla loro storia, se loro stessi non se ne curano e continuano a ossequiarci? Né il nostro prestigio, né la nostra Santa alleanza hanno bisogno delle nostre lacrime per quegli esclusi, quei perseguitati, quegli ammazzati”. Questa voce ci giunge dal Vaticano, e c’è poco da commentare».[36]

          Scriveva nel secolo scorso Louis Gaussen : «Questa unione contro natura tra Chiesa e Impero, Governo e Clero, Religione e Politica... non ha cessato di corrompere la Chiesa e di affaticare lo Stato, di essere per i preti un inebriante veleno, e per i principi un fatale incubo, in cui essi hanno consumato la loro forza, tormentato la loro potenza e perduto la loro saggezza... Come vediamo dei piccoli bambini ritornare continuamente presso un vecchio furbo, per ripetere continuamente uno stesso gioco che li imbroglia, così si sono visti i principi di secolo in secolo ritornare senza posa al clero, più vecchio e più abile dei loro saggi, per ricevervi così, di secolo in se­colo, gli stessi errori, gli stessi malcontenti, le stesse risposte, gli stessi rifiuti».

          Il nostro paese nel mese di febbraio del nuovo millennio è stato testimone di questa prassi, ma in un modo che è difficile trovare precedenti nella storia. Nella prospettiva delle elezioni i leader politici si sono messi in processione verso la Santa Sede «pronti ad esibire un imbarazzante  clericalismo di ritorno nell’illusione  di ampliare così il proprio consenso», scrive Gad Lerner,[37] «e un poco alla volta cercheremo di vedere un po’ tutti» ha detto monsignor Sodano, Segretario di Stato, il numero due della Curia. Nel tentativo di giustificare la visita dei candidati premier alla sua persona, non a un vescovo di una diocesi italiana, ma alla massima figura di un Stato distinto dalla nazione italiana,[38] ha dichiarato: «Conoscevamo le persone, ma non conoscevamo ancora bene i programmi. … Il Papa che è vescovo di Roma, ha particolarmente a cuore la situazione italiana e desidera conoscerla sempre meglio».[39] Legittimo questo bisogno, ma se le cose stessero in questo modo il porporato sarebbe andato a trovare chi lo avrebbe informato. Ma i bambini, diceva L. Gaussen, ritornano sempre dai vecchi…[40]  Questo atteggiamento fa dire a Ezio Mauro che tutti i nostri politici, così gregari e subalterni, sono incapaci di fierezza istituzionale, perché spaventati dal vuoto della loro mancanza di valori.[41] In conformità alla profezia biblica è stato il pensiero di Enrico Berlinguer scritto nel 1981, ancora prima che Woityla segnasse profondamente la società italiana. Oliviero Diliberto, segretario dei comunisti italiani, così riassume e ricorda: «La crisi dei partiti porterà alla delegittimazione della politica, ciò farà sì che sul campo resterà una sola autorità morale – la Chiesa cattolica – e questo spingerà il Vaticano a mettere in discussione la laicità dello Stato».[42]

          Mario Alighiero Manacorda scrive a tale proposito, riflettendo sul nostro tempo: «Non sarà certo un caso se, proprio sotto questo pontificato spettacolare e prepotente, è esplosa la piccola bomba di una denuncia pubblica, lanciata da prelati “millenari” nel tristissimo libello intitolato Via col vento in Vaticano: dove l’umano risentimento per i mancati riconoscimenti all’onestà in nome dei favoritismi e dell’arrembaggio alle sedi del potere, si mescola, rimpicciolendole, alle denunce amarissime e ben più gravi sul tradimento di ogni idealità cristiana, che si perpetua proprio nel centro maggiore della divisa cristianità.

          Per un credente ciò è causa di rinnovata amarezza, per un laico ciò non è che il riaffacciarsi di una realtà da secoli ben conosciuta e immutabile. E non resta che da domandarsi come mai da un centro di potere così contraddittorio e corrotto possa spirare per tanta parte dell’umanità un’apparenza di luce e di speranza: da dove il consenso verso questa Chiesa cinica e affarista e verso questa così esuberante e così ambigua figura di pastore di popoli? Che cosa vi trovano i milioni di persone che da ogni parte del mondo, ma soprattutto da quello “in via di sviluppo”, vi accedono nella ingenua certezza di aderire così alla parte più progredita dell’umanità, mentre aderiscono alla sua parte più chiusa e più retriva?

          E viene fatto di trovare una maliziosa ma illuminante risposta in una grande intuizione del Boccaccio, che in una altissima anticipazione del piccolissimo Via col Vento in Vaticano, tra le laicissime novelle del suo Decamerone metteva come seconda la storia di Abraam giudeo che, incerto se convertirsi o no al cristianesimo, decide di recarsi “in corte di Roma” per conoscere prima da vicino la Chiesa. Solo che, “quivi dimorando…, cautamente cominciò a riguardare alle maniere del Papa e de’ cardinali e degli altri prelati e di tutti i cortigiani; e… trovò, dal maggiore infino al minore generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la potentia delle meretrici e de’ garzoni in impetrare qualunque gran cosa non v’era di picciol potere”. E vi trovò tutti universalmente golosi, beoni, ubriachi, nonché avari e cupidi di denari, e “niuna santità, niuna devozione, niuna buona opera o esempio di vita o d’altro, in alcuno che chierico fosse”, tanto che finì col ritenerla “più tosto per una fucina di diaboliche operazioni che di divine”, e col pensare che papa e cardinali tendessero a “cacciare del mondo la cristianità religione”. Ma il buon Abraam giunge infine alla improvvisa e paradossale conclusione che, se malgrado quello sconcio la religione cristiana si diffonde, “meritatamente mi par discerner lo Spirito Santo esser d’essa, sì come di vera e di santa più che alcuna altra, fondamento e sostegno”: e perciò si converte.

          Che c’è da aggiungere a questa stupenda pagina di sublime ironia e moralità, dove si dimostra, come dice l’idiota Concordato tra Repubblica italiana e Santa Sede, che “il cattolicesimo fa parte del patrimonio storico del popolo italiano”? Niente, se non che quello Spirito Santo sul quale si regge la Chiesa cattolica nel mondo, altro non è che lo spirito dell’uomo, cioè la beota ignoranza finora diffusa tra tutti i viventi, i quali, ingannati, non sanno quel che si fanno e cercano il bene là dove è il male una situazione assurda, che durerà fino a quando ci sarà chi, laico o prete, disponendo delle ricchezze materiali e culturali del genere umano, sarà in grado di condizionare a suo piacimento le coscienze altrui».[43]

          È bisogno dell’uomo avere un padrone. Fa parte del nostro patrimonio genetico. Se non fosse così non si spiegherebbe la sudditanza e il servilismo dell’uomo nei confronti del potente. Indro Montanelli, un simbolo dell’istituzione del giornalismo italiano, a 91 anni, nel ricevere la laurea honoris causa dall’Università di Bologna, anche lui riconosce di avere un padrone: «Io non sono stato libero da tutti e da tutto, ma ho scelto bene il mio padrone, il mio lettore, che mi ha sempre salvato in tutte le occasioni». Carlo Cassola, nel suo libro L’uomo e il cane, racconta le vicende di Jack, un randagio cacciato via in malo modo dal suo padrone che, per la verità, lo aveva sempre maltrattato. L’animale va alla ricerca di una sua dimensione, adesso che ha la libertà di rifarsi la vita. L’autore racconta con toni vivi e partecipati le sue vicende, mettendo in risalto anche le possibilità che Jack ha di vivere in libertà, dal momento che può scegliere con chi stare. Ma il randagio prova un disagio di fondo che lo porta a cercare altro finché, per ultimo, si propone insistentemente a un nuovo padrone che lo maltratta con durezza fin dal primo incontro. Il cane cerca di evitare le percosse il più possibile ma, pur mantenendo un atteggiamento guardingo, segue dovunque quello che ha individuato come suo nuovo padrone e lo supplica con lo sguardo e i latrati di notarlo e di prendersi cura di lui. Avrebbe dovuto capire che l’uomo era malvagio, ma è troppo tardi per liberarsi quando si ritrova con il guinzaglio al collo. L’uomo lo incatena a un palo e poi se ne va per sempre lasciandolo al suo destino.

          L’uomo ha bisogno di avere un padrone. Le folle agli stadi osannanti il proprio beniamino di stagione ne sono una prova. Il Giubileo 2000 ne è un’altra dimostrazione. L’unica festa in Israele che non richiedeva lo spostamento del popolo per celebrarla era proprio quella del Giubileo. La Chiesa ne ha fatto la festa per portare a Roma i suoi fedeli. Il sogno dei fedeli è “vedere” il papa. «Sono già stato alla sua presenza un paio di volte, ma ci ritorno molto volentieri. Che emozione poterlo vedere» diceva un sacerdote impegnato in un’attività sociale. Avere qualcuno al di sopra di noi è segno della nostra dipendenza dall’Eterno, il Signore dell’universo e del nostro mondo. Ma quando non c’è Lui, quale Signore e Dio di verità e libertà, allora ci sono le mistificazioni i condizionatori. Affinché l’uomo sia libero e realizzi pienamente se stesso, dopo la liberazione del popolo d’Israele dall’Egitto, l’Eterno diede al suo popolo la Legge la cui osservanza avrebbe tutelato la libertà acquisita. A difesa della dignità degli uomini l’Eterno offrì il suo progetto di fare dell’intero popolo una nazione di sacerdoti.[44] Affinché ogni israelita comprendesse questo suo privilegio di poter accedere direttamente alla divinità, di non avere nessuno al di sopra di sé, e malgrado i condizionamenti che la vita avrebbe comportato: differenze sociali ed economiche, di responsabilità, il rapporto con il Signore dei signori sarebbe stato sempre personale e diretto. Si poteva cadere in disgrazia ed essere servo di un’altra persona, si poteva essere alle dipendenze o asservite ad un’alta autorità amministrativa o giuridica, ma ciò non avrebbe sminuito la dignità di colui che si pone direttamente alla presenza dell’Altissimo. Per educarlo a questa funzione, cogliere l’importanza della sua personale dignità, l’Eterno presenta al suo popolo il sacerdozio levitico. Quando successivamente Israele vorrà un re, un sovrano come l’avevano gli altri popoli, Dio riconosce in questa richiesta un allontanarsi del popolo da Lui.[45] Con il Cristo questo progetto trova la sua realizzazione, ogni credente è un sacerdote, al di sopra di sé, pur riconoscendo le autorità per la loro responsabilità, ogni persona dipende direttamente da Dio. Il credente può svolgere la funzione più dipendente, più condizionante, può essere nello scalino più basso della scala sociale,[46] ma quale sacerdote del Re dei re, senza intermediari tra lui e il Signore dell’Universo, è rinvigorito nella sua dignità. L’apostolo Pietro spiega che questo progetto di Dio è ora compiuto.[47]  La Chiesa si organizza, ci sono i diversi ministeri, responsabilità nell’organizzazione, ma ogni credente ha un rapporto diretto con il suo Dio. La Riforma di Lutero ha riscoperto questo principio, ma Roma si è guardata bene dall’applicarlo. Inventa i mediatori celesti, defunti, santi e sante, statue e feticci e per mantenere un condizionamento di sudditanza consacra sacerdoti, vescovi, cardinali e papi. Dio è visto lontano, inaccessibile e l’uomo anziché realizzare la sua dignità di persona, mediante la grazia di Dio, si sottopone ai suoi padroni. Il papa, quale vicario di Cristo, è proprio l’espressione manifesta che nella Chiesa romana non c’è lo Spirito Santo la cui presenza sarebbe dovuta essere segno e garanzia di libertà.[48] Giovanni Franzoni fa notare che «il titolo di “vicario di Cristo”, usato nella Chiesa romana è perlomeno sconcertante. Nel diritto canonico infatti la nozione di potestà vicaria è molto chiara. Mentre il potere delegato si può usare anche in presenza del delegante, il potere vicario si esercita in assenza di colui che esercita la potestà diretta e sovrana. Dire che il papa è vicario di Cristo pone i cattolici di fronte a un dilemma angosciante: o Cristo è presente nella Chiesa mediante lo Spirito e allora il potere del papa è praticamente nullo, o almeno strettamente amministrativo, oppure Cristo è assente dalla Chiesa, e allora sorgono gravi problemi teologici».[49]

          Cosa ci riserverà il futuro?

         Abituati come siamo ad una libertà di stampa e di pensiero, siamo spesso portati a non curarci o, per lo meno, a dimenticarci delle difficoltà che hanno dovuto superare gli uomini anti-conformisti del passato.

Oggi viviamo circondati da tante luci che ci parlano di libertà e ci sembra incredibile pensare che si possa manifestare un regime di restrizione di pensiero e di azione. Ma è sempre bene tenere presente la storia del nostro Paese per renderci conto che le stesse cause e motivazioni che ieri determinarono anni di guerre e di persecuzioni possano essere ancora vive e reali nel nostro tempo e che un cambiamento di circostanze, situazioni impreviste, maggiore populismo, un abbassamento di guardia, può far perdere conquiste concretizzatesi nel tempo.

Se guardiamo in particolare modo il Medio Evo, per quel che riguarda la politica, l’Italia era divisa in tanti piccoli Stati ostili fra di loro e opposti a questo o a quel regnante al solo scopo di conservare la proprio indipendenza. Protagonista principale di questa rovina del bel Paese era il papato il cui motto era, come quello dell’antica Roma, “dividi et impera” cioè: “dividi e regna”. Roma aveva ereditato e quindi sapeva molto bene che per governare incontrastata non doveva permettere a nessun governante di avere un regno stabile e vasto.

Nell’antichità generalmente il potere temporale si confondeva con quello religioso. Prima di una guerra il re consultava, mediante sacrifici, chi gli poteva preannunciare qualcosa. È come avviene oggi nei Paesi mussulmani, il Capo dello Stato è anche il capo della religione. Cambiare religione non significa credere in un modo diverso – migliore o peggiore – ma essere un nemico del Paese perché lo si tradisce prendendo le distanze dal capo dello Stato non seguendo più la religione di cui lui è il principale esponente e rappresentante. Noi in Italia abbiamo vissuto questo clima, con sfumature diverse, fino a non molto tempo fa. Cambiare Chiesa significava tradire la famiglia, le tradizioni, essere altro di ciò che rappresentava il borgo, il paese. Solo nelle grandi città quest’ultimo aspetto era meno appariscente perché si era anonimi nella massa, ma si era additati nel quartiere.

            È con la Riforma protestante del XVI secolo, diffusasi in molte zone del Centro e Nord Europa, che si cominciò ad avere un orientamento in due direzioni, perseguite dalla Riforma stessa, non sempre comunque con coerenza, perché la forza della tradizione pesava sempre sul presente:[50] 1. separare il potere temporale da quello spirituale; 2. riconoscere all’individuo tutta la sua dignità.

            Nelle terre cattoliche la durissima lotta impegnata dalle gerarchie ecclesiastiche della Controriforma nei confronti dei protestanti, attraverso lo strumento dell’inquisizione, non consentì alcuna diffusione del concetto di tolleranza che si comincerà ad affermare solo nel tardo periodo illuminista.

            I fermenti di libertà religiosa non potevano essere compressi e si propagarono in quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti con la migrazione dall’Europa. Culminarono con l’affermazione del principio di separazione tra Chiesa e Stato, ma la tolleranza nelle colonie americane sarà instaurata solo a costo di numerose difficoltà. Roger Williams, comunque, nel 1638, redasse un documento che stabiliva il principio di una libera Chiesa in un libero Stato.

            In Europa la Rivoluzione francese produsse la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, che sarà seguita da quella del 1793 e del 1795.

            Nel nostro Paese, alla vigilia dell’unificazione del Regno d’Italia la situazione, da un punto di vista normativo, sembrava volgere verso un regime di tipo confessionale: l’art. 1 dello Statuto albertino (4 marzo 1848), infatti, indicava «la religione cattolica, apostolica romana» come «la sola religione dello Stato», mentre gli altri culti erano semplicemente «tollerati». Il 18 marzo 1871 si aboliva l’art. 1 dello Statuto albertino e tutti i culti ottenevano pari trattamento da parte dello Stato. Nel 1889 il codice penale “Zanardelli” sancì la parificazione di tutti i culti da un punto di vista della tutela penale.

            Il regime fascista, invece, con il bastone e l’acqua santa, portò a una riconfessionalizzazione dell’Italia e ad una forte compressione del diritto di libertà di culto degli appartenenti alle minoranze, soprattutto protestanti. Secondo Giorgio Rochat due furono le cause principali che portarono alla riduzione della libertà religiosa in Italia durante il ventennio. La prima è costituita dalla pressione delle autorità ecclesiastiche cattoliche nei confronti del regime fascista che considerava alleato; la seconda fu dovuta alle esigenze del regime fascista che aveva bisogno di limitare gli spazi di libertà. L’unità religiosa del Paese è sempre stata fonte di stabilità e questo Mussolini lo aveva ben capito. Il periodo fascista ebbe un grande momento con la firma dei Patti lateranensi dell’11 febbraio 1929 attraverso i quali si riaffermò il principio della religione cattolica come religione di Stato.

            Nel medesimo anno vennero regolati i rapporti con le altre confessioni religiose mediante una legge passando da uno status di tollerate a quello di ammesse e la cosa sembrò un notevole passo in avanti, ma nella realtà, purtroppo, i culti ammessi furono sottoposti a una stretta sorveglianza e divennero molto rigide le norme per il riconoscimento dei vari enti ecclesiastici. La fine della guerra e la nomina della Costituente Repubblicana aprirono la porta a nuove speranze.

            Alla fine del secondo millennio il nostro Paese può essere considerato tra quelli più garantisti dell’Occidente, ma voci e azioni in direzione opposta e un movimento trasversale tra i vari schieramenti politici tendenti a favorire chi ha giocato un ruolo preponderante nella nostra storia, deve essere sempre guardato a vista.

            Ai tempi di Dante, a seguito dell’avvento di Gregorio VII (1073-1085), Innocenzo III (1198-1216), Bonifacio VIII (1294-1303), che hanno rafforzato notevolmente la Chiesa e nel suo esercizio delle funzioni religiose, sia riformandone degli aspetti, ma anche imponendo la sua influenza sia diretta che indiretta negli affari temporali nel nome dei valori spirituali a lei affidati o meglio da lei proposti, la Chiesa esercita un’influenza su ogni persona, dall’uomo singolo, il viator, in viaggio, al principe, all’imperatore. Come il sole dà più luce della luna, così la Chiesa, quale sole, per ciò che rappresenta, è più illuminante rispetto alla luna, al potere temporale. C’è una spada che la Chiesa esercita direttamente e la seconda la esercita mediante il potere dei sovrani. Principi, sovrani, re, imperatori, come uomini credenti, e in quei tempi non era concepibile il non esserlo, erano soggetti al potere della Chiesa che nel nome della religione, della fede esercitava la sua autorità sulle coscienze, cioè su ogni persona. In caso di peccato il potente doveva chiedere perdono e ciò veniva accordato dall’autorità ecclesiastica, la quale a causa dei troppi peccati che venivano commessi nelle corti era costantemente presente, interpellata ed esercitante la sua autorità.

            Coloro che non si trovavano in armonia con le linee della Chiesa, la contestavano o volevano arricchire la società con un apporto di riflessione, subivano sempre una opposizione e oppressione da parte della Chiesa.

            È forte la reazione della Chiesa contro i movimenti ereticali i cui fedeli avevano un modo diverso di sentire e di esprimere la propria religiosità.

Il periodo del Medio Evo, e fino a qualche decennio fa, è tristemente famoso per la sua intransigenza nei confronti delle idee più libere ed avanzate. Eppure se dessimo un’occhiata alla letteratura del tempo, sembra che i poeti non pensino ad altro che all’amore, come se le situazioni politiche, nelle quali spesso erano fortemente coinvolti, e religiose incidessero poco nella vita sociale. L’uomo, da millenni, e la Bibbia ci offre degli esempi,[51] ha imparato a farsi schermo della figura femminile, di bestie, mostri, draghi, corna, per poter esprimere un messaggio in codice.

Dante ha utilizzato il linguaggio biblico per condannare una Chiesa che era causa di ogni male al suo tempo e abbiamo motivi per dirlo anche per il nostro.

Il perché di questo lavoro, lo abbiamo messo proprio all’inizio, Francesco Guicciardini diceva: «Le cose passate fanno luce alle future, perché el mondo fu sempre di una sorte, e tutto quello che è e sarà è stato in altro tempo; e le cose medesime ritornano ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le riconosce, ma solo chi è savio e le osserva e considera diligentemente».

Ci spaventa quando uomini che hanno fatto la resistenza, che sono stati al confino, poi giunte alle massime autorità dello Stato, nella loro ingenuità dicano: «Il mio amico il papa». La storia non è maestra di vita e il nostro paese lo sa molto bene.

          Benito Mussolini nel 1913, quando ancora non si intravedeva la sua marcia su Roma, la sua ascesa al potere, il suo governo delle masse, scriveva:

                        «Quando Cesare porge la mano a Pietro

                        da quella stretta sangue umano stilla».[52]

          Il romagnolo rosso, socialista, anticlericale per poter cavalcare la “bestia” del potere, pur usando il manganello, ha chiesto anche lui la benedizione dell’aspersorio[53] ed è diventato “l’uomo della provvidenza” e dopo aver firmato il Concordato fu un esempio per Hitler nell’indicargli la strada da seguire e assieme hanno distrutto l’Europa.

          Questa alleanza contro natura: altare-trono o/e trono-altare è già stata vista da Dante come la causa dei mali dell’Italia e del mondo.

          La storia non è finita, ma Dante ha saputo comprendere il suo tempo mediante la Sacra Scrittura, gli uomini di buona volontà dovrebbero fare la stessa cosa. È questa guida spirituale, fermento di veri valori che stabilisce cosa sia la verità e l’errore, che i moderni ghibellini non sanno cosa farsene, sono così nel loro disorientamento e sono ammaliati da chi da sempre sa come manipolare le coscienze. Nell’ambito della stessa Chiesa di Roma una vera riforma potrà essere fatta dai fedeli solo quando i valori spirituali occuperanno il giusto posto e la messa, il culto ai morti con la venerazione della Vergine saranno abbandonati. In caso contrario il legame con il Papa, pur contestato e fors’anche non ascoltato, sarà sempre più condizionante.

          Il dramma del nostro tempo è quello religioso. Si soddisfa questo bisogno con qualsiasi palliativo che produca emozioni spirituali. Ma in tutta questa realtà l’incontro con la Parola di Dio fa difetto. Dante conosceva bene la Sacra Scrittura e la sua Commedia lo dimostra.

          In un tempo di pseudoecumenismo, dove ognuno, come è suo diritto, crede a quello che vuole, ma nel nome del Signore ci si guarda bene, nel rispetto della Sua Parola, di ritornare alla «sana dottrina», come diceva l’apostolo Paolo,[54] riteniamo opportuno ricordare, per gli uomini di buona volontà, le parole di E. White che pronunciate più di cento anni fa, parlando di ciò che sarebbe avvenuto nel futuro, hanno del profetico: «Oggi i protestanti considerano la chiesa di Roma con maggiore favore che in passato… ma il cattolicesimo, in quanto sistema, non è oggi in armonia col Vangelo di Cristo più di quanto non lo fosse nei precedenti periodi della sua storia. Se le chiese protestanti non fossero anch’esse immerse in profonde tenebre, riconoscerebbero i segni dei tempi. La chiesa romana è lungimirante nei suoi piani e nei suoi metodi d’azione. Essa escogita ogni mezzo per estendere il proprio influsso e accrescere la propria potenza in previsione di un deciso e aspro conflitto per riconquistare il dominio del mondo, … disfare tutto ciò che il Protestantesimo ha fatto… Gli uomini chiudono gli occhi dinanzi al reale carattere del Romanesimo e ai pericoli che la sua supremazia determina… La gente deve essere risvegliata dal suo sonno per poter resistere alle sollecitazioni di questo nemico così pericoloso per la libertà civile e religiosa… Oggi la chiesa romana si presenta al mondo con aria di candida innocenza, e copre di giustificazioni la storia delle sue orribili crudeltà. Si è rivestita degli abiti di Cristo, ma non è cambiata. Ogni principio del papato professato in passato esiste tuttora… Fa parte della sua politica assumere l’aspetto che meglio si adatta ai suoi disegni per riuscire ad attuarli… Questo potere, la cui storia millenaria è stata scritta col sangue dei santi, potrebbe essere riconosciuta come parte della chiesa di Cristo?… Non senza ragione nei paesi protestanti è stato affermato che oggi il Cattolicesimo differisce dal Protestantesimo meno che nel passato. Sì, c’è stato un cambiamento, ma non nel papato. Il Cattolicesimo, infatti, somiglia al Protestantesimo attuale, perché questo è degenerato rispetto al tempo dei riformatori».[55]

          C’è da chiedersi se all’inizio del terzo millennio viviamo nel tempo del quale il testo biblico, parlando del potere del Vescovo di Roma, che ha dominato per 1260 anni per tutto il Medio Evo, ed è stato “ferito mortalmente”, al tempo della Rivoluzione francese, quando Pio VI veniva deportato in Francia a Valance, nel 1798, si debba ora constatare che «la sua piaga mortale» è stata «guarita» e «tutta la terra meravigliata» lo sta seguendo.[56]

          Un ringraziamento per questo lavoro va al Maestro Félix Alfred Vaucher, italiano di Luserna San Giovanni, località delle Valli Valdesi. Un esemplare di uomo del quale la storia è avara. Già nel 1952 pubblicava un articolo dal titolo La Religion de Dante Alighieri.[57] Sei pagine di cui due di bibliografia sull’argomento. Sono passati più di vent’anni da quando abbiamo fatto questa scoperta che ci ha entusiasmato e siamo contenti per quanto abbiamo ora potuto scrivere, che avrà sicuramente le sue critiche non fosse altro perché è un assolo al di fuori del coro.

          Una frase del pastore Giorgio Bouchard, pronunciata in un sermone in occasione di un convegno con gli extracomunitari a Velletri, ricordava che fin dal XII secolo dei movimenti di tipo evangelico esistevano in Italia. Le galere, l’inquisizione, le persecuzioni di ogni genere hanno spento come poi è stata spenta la Riforma italiana. Gli evangelici sono pochi nel nostro Paese, ma il loro contributo per uno Stato libero è stato ed è comunque notevole. Nel pensare a questa dichiarazione il nostro lavoro ne è una conferma.

Alla base di queste riflessioni ci sono le opere voluminose di Gabriele Dante Rossetti, letterato e poeta italiano, esiliato a Londra perché amava il suo Paese libero.[58] I suoi scritti (1826-1847) sono stati molto apprezzati ma anche aspramente criticati e come scrive Luigi Valli: «mai smentiti», e ai suoi oppositori Rossetti diceva: «Chinando grato la fronte agli applausi, ed elevandola imperturbabile alle villanie». Della sua opera più voluminosa, Il mistero dell’Amore Platonico, cinque volumi, è stata venduto solo qualche esemplare, perché considerata troppo pericolosa. Dopo la sua morte, come al tempo delle streghe, si convinceva la moglie a bruciarla.

In quel tempo si moltiplicarono le cattedre cattoliche di dantologia allo scopo di soffocare ogni dialettica che non corrispondesse al déjà vu o meglio al déjà dit.

Il Foscolo, lui pure esule in Inghilterra per gli stessi ideali di Patria, aveva intravisto degli orientamenti che il Rossetti presenterà con maggiore invisività.

Non potevamo non presentare riferimenti agli scritti dell’abate francese Eugène Aroux che ha reso pubblico il pensiero di Rossetti saccheggiandolo, iniziando la sua produzione letteraria, contro il nostro Poeta, dedicando la sua opera a Pio IX.

Il magistrato napoletano Carlo Vecchioni, vicepresidente della Suprema Corte di giustizia di Napoli, nel 1832 proponeva il suo primo volume Dalle intelligenze della Divina Commedia. La seconda parte di quest’opera fuori dal coro è rimasta inedita, forse per continuare a esercitare la propria funzione nel Foro di Napoli.

Ulteriori contributi furono dati da Francesco Perez, e da Giovanni Pascoli.

Luigi Valli, lui pure criticato, nel primo trentennio del XX secolo ha dato un ricco contributo.

Tutti assoli, voci scomode al di fuori del coro e pur tuttavia importanti per comprendere Dante.

            Con il Dolce stil Novo ogni studente liceale viene proiettato in un mondo irreale disgiunto dalla storia e fuori dal tempo. Degli uomini, anche impegnati politicamente e socialmente, sembra che passassero il loro tempo libero rievocando i primi amori giovanili. La poesia che in ogni tempo è stata veicolo di ideali, ideologie e messaggi di varia natura assume, nel dolce stil novo, connotazioni nuove e non coinvolgenti. È proprio vero che la Beatrice di Dante fosse la Portinari? Non comprendere ciò che il Padre delle lingua italiana volesse indicare con questa figura significa travisare la sua poesia, il suo pensiero. In un tempo in cui il rogo riportava l’ordine religioso nelle posizioni teologiche, e Dante, dopo morto, doveva essere bruciato con l’accusa di eresia, è molto probabile che i suoi scritti esprimessero un pensiero che è stato considerato bene che non venisse conosciuto.

            Fermenti religiosi, speranze di rigenerazione spirituale della Chiesa con la distruzione di quel sistema papale, una Curia romana accusata di simonia ed etichettata con le espressioni più dure prese in prestito dal testo biblico, un’Italia divisa in città contrapposte servite e dominate dall’autorità ecclesiastica è l’ambiente nel quale Dante si forma e vive. Questo quadro storico, seppur menzionato, non è sufficientemente pregnante nel presentare il pensiero poetico di Dante e  per secoli, si può pensare, che si sia cercato di azzittire la sua parola. Ritrovare oggi la chiave di lettura del tempo ci è difficile, ma riteniamo sufficientemente plausibile in quello che scriviamo.     

 

 

 

 

 

 



[1]              Per comprendere la natura di questo potere bisogna, come ha fatto Dante, riferirsi al testo biblico.

[2]              GIORDANO GUERRI Bruno, Gli Italiani sotto la Chiesa, Oscar Mondadori, Milano 1992,1995, p. 173.

[3]              Idem, p.172-174

[4]              CIGNONI Mario, in AA.VV., Dalle Valli all’Italia 1848-1998, Claudiana, Torino 1998, pp. 111,112,108.

[5]              RENDINA Claudio, I Papi storia e segreti, Newton  Compton editori, Roma, 1999, p. 769.

                M. Cignoni osserva che «la frase famosa attribuita al Cavour: “Libera chiesa in libero Stato” dimostra che lo Stato non era libero dalla chiesa, la quale nel corso dei secoli aveva accumulato privilegi senza fine. La stessa formula era ambigua e troppo idilliaca, come ebbe a far notare il Brofferio deputato dell’estrema sinistra, che la avversò, considerandola, in Italia, utopistica. In Italia era necessaria, sulla scia delle leggi Siccardi, una legislazione che limitasse lo strapotere della chiesa cattolica. I protestanti italiani erano dunque schierati con le forze patriottiche del Risorgimento contro la Restaurazione». M. Cignoni, Op. Cit., pp. 109,110.

[6]              8 dicembre 1854, Pio IX proclamava il dogma dell’immacolata concezione, nello stesso giorno, due anni dopo faceva elevare in Piazza di Spagna, su una colonna di marmo cipollino la statua della vergine.

[7]              Tra le pasquinate che si potevano ascoltare in Roma, ricordiamo:

Il concilio è convocato / i vescovi han decretato, / che infallibili due sono: Moscatelli (fabbrica di fiammiferi di Viterbo che portava sulla scatola la scritta: Moscatelli-Infallibili) e Pio nono.

Forse la più feroce presenta la nuova lettura dell’iscrizione fatta mettere da Pilato sulla croce con la quale voleva dire: Gesù Nazareno Re dei Giudei: I.N.R.I. - Io Non Riconosco Infallibilità. Cit., Idem, p. 770.

[8]              È l’espressione dell’integralismo cattolico più pericoloso con il quale la società dovrà fare i conti nei prossimi anni. «“Noi abbiamo la grande ambizione di santificare e cristianizzare (leggere cattolicizzare n.d.a.) le istituzioni dei popoli, la società, la cultura, la civiltà, la politica, l’arte e i rapporti sociali. Tutto dovrebbe essere cristiano, come espressione sociale e collettiva della fede degli esseri umani, e come strumento per la salvezza delle anime, per mantenerle nella loro fede e portarle a Dio”, Cronica, 1983,8. Questo integralismo e trionfalismo hanno bisogno di allearsi, per un sostegno reciproco, con regimi dittatoriali, disposti a dichiarare il carattere cristiano-cattolico dei loro Stati. Ebbene, quale progetto di azione politica può meglio di questo coincidere col progetto di Wojtyla? Di fronte a questo suo identificarsi con l’Opus Dei, sta la sua costante opposizione a ogni moto di ecumenismo popolare all’interno della sua Chiesa: come dice il cristianissimo e perciò eretico Dante, nella Divina Commedia, “Lo principe d’i nuovi Farisei, / avendo guerra presso a Laterano, / E non con Saracini, né con Giudei, ché ciascun suo nimico era cristiano” Inferno, I:27,85-88. Certo Dante parlava di Bonifacio VIII: noi, invece stiamo parlando di Giovanni Paolo II». MANACORDA Mario Alighiero e FRANZONI Giovanni, Le ombre di Wojtyla, ed. Riuniti, Roma 1999, pp. 78,79. Dei 36 nuovi cardinali nominati in gennaio 2001, diversi sono dell’area dell’Obra il cui scopo non è quello di cristianizzare il mondo, ma di romanizzarlo. Un papa di questo colore riporterà la Chiesa nel più oscurantismo del Medio Evo, come del resto è la sua ambizione.

[9]              In cinquanta anni di storia i Ministri della Pubblica Istruzione, sorteggiati sempre nell’area dello scudo crociato DC, mai hanno immaginato di proporre una cosa del genere. Un’opposizione determinata e forte della sinistra avrebbe impedito qualsiasi iniziativa, sia nel nome della Costituzione, ma anche perché se si accantonano motivazioni ideologiche, troppo scuole del Sud d’Italia, e dell’intera penisola, sono in uno stato così fatiscente da essere annoverate tra quelle del Sud del mondo. Come i bambini, i giovani possono avere fiducia, rispetto delle Istituzione e credere che la scuola sia importante quando sono obbligati a frequentare ambienti, compreso il personale, dove tutto è demotivante.

[10]             WHITE Ellen, Il gran conflitto, AdV, Firenze 1977, p. 423; ed. originale americana, p. 581.

[11]             Fu una coincidenza della storia o un progetto stabilito a tavolino quella di aver beatificato Pio IX, aver ribadito la dottrina dell’unicità della Chiesa di Roma, con il documento del Cardinale J. Ratzinger e il documento del Cardinale Biffi di Bologna sull’integralismo cattolico italiano nei confronti dei mussulmani?

[12]             Espressione impropria per indicare i non credenti. L’espressione laicos in greco indica l’assemblea, il popolo dei credenti dei quali fanno parte anche il clero.

[13]             All’inizio degli anni Ottanta i settori più integralisti della fazione opusiana avevano tentato di fermare il processo di beatificazione di Giovanni XXIII accreditando la voce che da nunzio in Turchia l’allora monsignor Roncalli aveva avuto rapporti omosessuali. Discepoli di Verità, All’Ombra del Papa infermo, ed. Kaos, Milano 2001, p. 378.

[14]             Dopo una «kermesse mediatico-religiosa lunga un anno, il cui assunto di fondo viene espresso dal Panzerkardinal Joseph Ratzinger con un’apposita dichiarazione solenne della Congregazione per la dottrina della fede: il primato e la supremazia della Chiesa di Roma su tutte le altre religioni – “Gesù Cristo è l’unico salvatore universale di tutti gli uomini”, la Chiesa cattolica è la sola depositaria “della verità”». Idem, p. 379. Del Panzerkardinal, il teologo Hans Küng commenta: «Per Ratzinger, oggi esiste al mondo un unico buon teologo: Joseph Ratzinger. È l’orgoglio dell’uomo di potere che del potere si è impossessato. Impigliato, in compagnia di cosche mafiose, in uno dei più grossi scandali finanziari che si conoscano», rappresentante di un pontificato che favorisce, «con tutti i mezzi l’organizzazione segreta spagnola Opus Dei, un’istituzione teologicamente e politicamente reazionaria, immischiata nelle banche, nelle università e nei governi, che ostenta tratti medioevali e controriformisti, e che questo Papa, il quale le era già vicino a Cracovia, ha sottratto al controllo dei vescovi». La Repubblica, 5.10.1985; cit. idem, p. 168. Nei confronti di questo organismo segreto, (G. Zizola, Panorama, 16.2.1986), nel quale gli adepti esercitano anche le punizioni corporali come nel Medio Evo, con il cilicio e altro, nulla è valsa l’interpellanza parlamentare di Franco Bassanini e Stefano Rodotà per verificare se funzionari civili e militari dello Stato siano coinvolti. Del resto anche la magistratura di fronte al cardinale Giordano di Napoli, accusato di usura, rispondendo ai giornalisti aveva detto di avere consegnato al fratello «pochi soldi necessari al mantenimento della nostra vecchia casa di famiglia a Sant’Angelo - luce, acqua, telefono…». La Repubblica, e Il Corriere della Sera del 23.8.1998 riportavano: «Gli assegni che sono stati riscossi non so neppure a quanto ammontavano, forse a 70 o 90 milioni. Soldi miei personali, i risparmi di cinquant’anni di un sacerdote». Successivamente «i magistrati appurarono che il cardinale e i suoi parenti avevano acceso decine di conti correnti in varie banche, e che non vi era alcuna separazione fra i conti “personali” dell’arcivescovo e i conti dell’arcidiocesi.-  Il cardinale Giordano ammise di avere consegnato al fratello e ai suoi nipoti la somma complessiva di un miliardo e 800 milioni, ma precisò di averlo fatto solo “per salvare mio fratello dal fallimento, io con quelle operazioni di usura non c’entro niente”, e che comunque si trattava di fondi suoi personali» Idem, pp. 332,339,341, quale risultato di un duro e onesto lavoro, senz’altro benedetto, e di risparmi, come forse ha fatto a suo tempo il dott. Poggiolini? L’innocenza del cardinale era così cristallina che l’apertura dell’anno giudiziario del 2001 è avvenuta con una S. Messa celebrata dal Cardinale stesso. Mai nel passato era avvenuto un simile rito religioso, che ha fatto della magistratura di Napoli un organismo confessionale. Affinché questo rito sia ufficiato senza opposizione si è provveduto a escludere i rappresentanti del mondo protestante ed evangelico, presenti negli anni precedenti all’inaugurazione con l’invito a rivolgere un messaggio di circostanza.

[15]             Nessun richiamo e rimprovero nei confronti di tale atteggiamento che sono stati quelli che hanno caratterizzato la storia e che nei Paesi in cui la maggioranza è di colore diverso da quella cattolica il Vaticano rivendica il rispetto e i diritti della minoranza. Forse fra qualche secolo, quando non costerà nulla, qualche voce autorevole chiederà perdono.

[16]             ROSSI Ernesto, Nuove pagine anticlericali, ed. Kaos, Milano 2002, p. 16.

[17]             Ed. librarie Fischbacher, Paris 1959.

[18]             Réforme 21.1.1945; cit. Idem, p. 116.

[19]             È il titolo dell’opera di CORNWELL John edita dalla Garzanti, Milano 2000, titolo originale Hitler’s Pope. The Secret History of Pius XII.

[20]             RIVELLI Marco Aurelio, edizioni Kaos, Milano 1999. 

[21]             La Chiesa Argentina chiederà «un perdono completo» per la sua complicità con la dittatura Videla. Lo farà attraverso un documento intitolato Confessione delle colpe, e pentimento e richiesta di perdono della Chiesa in Argentina, letto a Cordoba nel settembre 2000 dal presidente della Conferenza episcopale monsignor Estanislao Esteben Karlic: «Chiediamo perdono a Dio perché in diversi momenti della nostra storia siamo stati indulgenti con atteggiamenti totalitari, ferendo le libertà democratiche… Per mezzo di azioni e omissioni abbiamo discriminato molti dei nostri fratelli, senza impegnarci sufficientemente  nella difesa dei loro diritti… È giunto il momento  di chiedere clemenza per i silenzi responsabili e la partecipazione effettiva, a danno della libertà, alla tortura e alla delazione, alla persecuzione politica e all’intransigenza ideologica, alle guerre e alle morti assurde che hanno insanguinato il nostro Paese». Discepoli di Verità, Op. Cit., p. 31. Il principio evangelico insegna che la confessione deve essere seguita dalla restituzione del mal tolto. Nella Chiesa di Roma, le promozioni di monsignor Laghi insegnano e dimostrano che  nessuno paga per i crimini commessi. La Chiesa perdona sempre i suoi figli quando il sangue sparso è quello degli altri.

[22]             Tra questi possiamo citare il cardinale Silvia Henríquez che, avendo dato le dimissioni per raggiunti limiti di età, 75 anni, le vide accettate subito, all’istante, da Sua Santità, e sostituito con Juan Francisco Fresno Larraín con il mandato di smorzare l’opposizione della Chiesa cilena alla giunta Pinochet. Vedere Idem, p. 306.

[23]             Messaggio che il nunzio Sodano recapitò personalmente al Papa a Roma. La risposta del Santo Padre fu: «Il Pontefice ringrazia il presidente Pinochet per i sentimenti espressi». Poi gli annunciò il suo viaggio in Cile. Idem, p.  307.

[24]             Idem, p. 310.

[25]             Idem, pp. 312,313.

[26]             Idem, p. 315.

[27]             Idem, pp. 315,316.

[28]             Idem, p. 319.

[29]             Idem, p. 320.

[30]             Corriere della Sera, 9 agosto 2000; cit. Idem, p. 323.

[31]             Idem, p. 322.

[32]             Idem, p. 133.

[33]             Come al tempo delle dittature passate ritornano gli stessi suoni. Kurt Frenn vescovo di Sankt Pölten, vicinissimo all’Opus Dei, dichiarava: «Il partito di Haider è in accordo con la dottrina sociale della Chiesa, i suoi leader affermano i valori cristiani, io sto con Haider che è cattolico». È stato il solo politico austriaco a difendere  l’arcivescovo opusiano  di Vienna, cardinale Hermann Groër, travolto da uno scandalo di sodomia. Idem, p. 372.

[34]             Vedere idem, pp. 369,371,374,375,383.

[35]             Rinviamo il lettore all’opera di M.A. Manacorda, Op. Cit., pp. 80-99.

[36]             Idem, pp. 94-96.

[37]             LERNER Gad, Clericalismo senza fede, in Corriere della Sera, 21 febbraio 2001.

[38]             Precisa Ezio Mauro «La Chiesa non si è rivolta ai cattolici italiani e alle loro coscienze. Non hanno parlato i vescovi, negli indirizzi generali della loro Conferenza. È sceso in campo direttamente il Segretario di Stato del Vaticano, cioè l’uomo che per conto del Papa regge il governo della Santa Sede (uno Stato sovrano), e ha annunciato che lui stesso farà l’esame ai candidati alla guida del governo italiano, ne misurerà i programmi, anzi ha già fissato i  cinque punti di sbarramento per chi vorrà passare l’esame: la vita, la famiglia, la gioventù, la libertà scolastica, la solidarietà». MAURO Ezio, La Chiesa e il gregge smarrito dei partiti, in La Repubblica, 21 febbraio 2001, p. 15.

[39]             ACATTOLI Luigi, La Chiesa consulta i leader sui programmi, in Il Corriere della Sera, 20 febbraio 2001, p. 3.

[40]             Monsignor Sodano così si difende: «Nessuna ingerenza. Se i leader politici ci chiedono di venire in Vaticano che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo rispondere di no? Oppure dobbiamo chiudere loro le porte in faccia?…». La Repubblica, 22 febbraio 2001, p. 3.

[41]             E. Mauro, Op. Cit., p. 15. Nell’introduzione, in prima pagina, aveva scritto che siamo di fronte a due percezioni: quella dell’Italia nei confronti del Vaticano e viceversa: «Da un lato, è come se l’Italia politica avesse un concezione gregaria di sé, incapace di testimoniare un sentimento della Repubblica, una sua coscienza civile, una religione della democrazia, e forse dunque debitrice e tributaria nei confronti della Chiesa: una Chiesa vista come l’ultima e l’unica agenzia di valori perenni e universali, dopo la morte delle ideologie terrene del Novecento e il deperimento fisico dei partiti che le avevano incarnate. Dall’altro lato, il Vaticano vede l’Italia politica come un gregge senza guida e senza rotta, soprattutto senza più idee forti, incapace di tradurre la laicità dello Stato in uno spirito repubblicano autonomo: il terreno ideale all’esperimento, per la prima volta in cinquant’anni, di una sorta di “protettorato dei valori”, all’esercizio di un potere non più temporale ma culturale della Chiesa». Idem. Marzio Breda scrive: «Ciampi aggiunge un altro motivo di irritazione: l’atteggiamento processuale dei politici italiani, da Rutelli a Berlusconi, da Bossi a Storace è già di per sé una rinuncia a difendere l’identità laica dello Stato italiano». BREDA Marzio, Il “disagio” dell’Italia segnalato alla Santa Sede, in  La Repubblica,  22 febbraio 2001, p. 3.

[42]             ALBERTI Francesco, Diliberto: un’aggressione alla laicità dello Stato, in Il Corriere della Sera, 20 febbraio 2001, p. 3.

[43]             Idem, pp. 13,14.

[44]             Esodo 19:6.

[45]             1 Samuele 8:7.

[46]             Il senso della sudditanza servile senza la dignità sacerdotale era quella vissuta anche nelle campagne astigiane fino alla seconda guerra mondiale. Ai bambini buoni, come premio della settimana, era dato di “vedere” il Signor conte, che affamava i braccianti delle sue tenute, che con accanto la signora, a mezzogiorno di ogni domenica, con il calesse, trainato dal cavallo bianco, attraversava la proprietà.

[47]             1 Pietro 2:9.

[48]             2 Corinzi 3:17.

[49]             G. Franzoni, Op. Cit., p. 110.

[50]             Le stesse Chiese riformate una volta diventate nelle loro zone chiese di maggioranza, tendevano a negare o a restringere l’originario principio di libertà. Infatti non avevano ben assimilato il concetto di tolleranza, parlare di libertà religiosa concessa a tutti era ancora una prassi a loro completamente estranea e avendo portato con sé l’idea di una teocrazia altrettanto intollerante di quella che avevano appena lasciato. Arrivavano tutt’al più a sostenere l’idea per cui gli abitanti di un territorio dovessero abbracciare la religione ufficiale, ossia quella del sovrano, in base al criterio cuius regio eius religio.

[51]             Vedere i libri di Daniele, Apocalisse, e diversi capitoli di Isaia, Ezechiele, ecc.

[52]             MUSSOLINI Benito, Huss il veridico, ed. 1913.

[53]             Vedere ROSSI Ernesto, Il manganello e l’aspersorio, Kaos, Milano 2000.

[54]             2 Timoteo 4:3; 1 Timoteo 1:10; confr. 4:6; Tito 1:9; 2:1.

[55]             E. White, Op. Cit., pp. 410-416.

[56]             Apocalisse 13:3.

[57]             VAUCHER Alfred Félix, La Lacunziana, Essais sur les prophéties bibliques, deuxième serie, Imprimerie Fides, Collonges sous Salève, Haute Savoie 1952, pp. 90-95.

[58]             Malgrado le accuse di protestante e di traditore della fede cattolica Gabriele Rossetti è rimasto tale fino alla morte pur essendo stato sollecitato, diverse volte, a prendere una posizione diversa.


Capitolo I - DANTE ERETICO

 

 

Non tutti sanno che Dante si è dovuto presentare davanti al Tribunale dell’Inquisizione.

Alla sua morte «grande imprudenza fu quella del cardinale del Borghetto (Poggetto)! Correre schiumoso di bile fino a Ravenna per fare dell’ancor caldo cadavere di Dante quel che poi fu fatto al corpo del Pilingegno![1] Quel bruciar le ossa del poeta sarebbe bastato a palesare la natura del poema. La rabbia fu a tempo raffrenata», e nel fuoco fu gettato per pretesto, come spregio  il libro De Monarchia[2], nel quale non c’è nulla di eretico.[3]

Questo fermo della Corte di Roma, nei confronti del proprio legato apostolico, non si spiegherebbe se il significato delle opere del padre della lingua italiana non fossero chiare al Vaticano.

G. Rossetti, ripreso poi dall’abate E. Aroux, propone una lista di elementi che indicano quanto il Poeta fosse considerato un eretico.

Dopo aver detto che  P. Brezio considerava il suo poema come la bottega della maldicenza e si deve credere a Dante come si crede a un calunniatore, che Denis Fabbri rimproverava il Poeta d’osare «portare nel cielo una bocca temeraria e sacrilega», che Spontano lo segnala, nei suoi Annali (Année 1314), come un fautore dei Templari, riporta che il suo biografo Filelfo c’informa che fu per invidia accusato di eresia da molti, accusatus est ab invidi haereseos.[4]

 Archimbaud, arcivescovo di Milano, aveva scritto il nome di Alighieri nel suo elenco degli eretici.[5]

Ottimo, l’amico sconosciuto di Dante «che aveva iniziato a commentare il suo poema, due soli anni dopo la sua morte, s’esprime in questi termini a tale proposito: “Bisogna sapere che ciò che spinse l’autore a trattare così specialmente dei punti della fede cristiana, fu l’invidia di numerose e cattive lingue, morditori, che, non intendono il suo stile né la sua maniera poetica di parlare, lo incolpavano di eresia in certi punti”.[6] Non lasciava tuttavia di segnalare Dante per eretico riconoscendolo per ghibellino e dichiarando poi che “i ghibellini, sia apertamente sia in segreto, erano tutti degli eretici”.[7]

Belisario Bulgarini ci afferma che il poeta fiorentino, quand’era ancora in vita, era considerato come dannato, e a riprova di ciò cita questa strofa: “Messire Dante Alighieri, tu sei un gran millantatore, gran chiacchierone; tu hai scritto un grosso libro sull’inferno dove tu non sei mai andato; ma contaci bene che tu ci andrai”.

Poco tempo dopo la morte del poeta, il domenicano P. Vernani faceva chiaramente capire il pensiero dell’Inquisizione sul suo conto e scriveva in questi termini al cancelliere dell’Università di Bologna: “Sovente un vaso, il cui interno contiene una bevanda velenosa, espone all’esterno seducenti figure ingannatrici, in modo da ingannare non solamente i semplici e gli ignoranti, ma pure le persone più capaci e le più sapienti. E avviene così sovente anche nelle cose spirituali, e il pericolo è più grand’ancora per coloro che si lasciano coinvolgere. In effetti questo cattivo spirito, che è il padre della menzogna, ha dei vasi che, mentre sono decorati esternamente con figure smaltate piacevolmente di colori sofisticati, che seducono l’onestà e la verità, essi contengono un veleno tanto più crudele e pestilenziale che l’anima che ragiona ha la preminenza sul corpo corruttibile. Fra questi vasi del demonio, ce né uno (Dante) che, sofista verboso, com’è, è pervenuto, rimando fantasticamente molte cose, rendendosi gradevole a molta gente con le sue parole esteriori. Introducendo nelle chiese Boezio e Seneca, questi uomini, ha unito ai suoi fantasmi poetici il VERBO DELLA FILOSOFIA e non solamente conduce, con astuzia, alla morte della verità le anime deboli, ma vi spinge, con il dolce canto delle sirene, gli spiriti più santi. Lasciando dunque da parte, con disprezzo, le sue altre opere, io ho voluto esaminare un certo scritto che ha intitolato Monarchia”.[8] Il reverendo inquisitore segnala bene il vizio interno della Commedia. … Se bisogna credere all’editore di questo libro, Dante sarebbe stato dichiarato eretico dopo la sua morte, “come lo si vede nel Bartholo e in Daniel di Volterra”.

Ma pure quando era in vita sembra che Dante abbia avuto a che fare con l’Inquisizione. Si legge in effetti in un manoscritto della biblioteca Riccardiana, a Firenze (sotto il numero 1011), un breve avant-propos, di vecchissima data, al Credo di Dante, dove è detto che egli “fu accusato d’eresia davanti all’Inquisizione, come un uomo che non credeva in Dio e non osservava per nulla gli articoli della fede”. In effetti, viene aggiunto: “comparve davanti all’Inquisizione”.[9]

In un altro manoscritto della stessa biblioteca (numero 1154) questo Credo è preceduto dal seguente titolo: “Discorsi, canciones, inviati da Dante Alighieri di Firenze, denunciato al papa come eretico”.

Un terzo manoscritto, sotto il n. 1691, porta una indicazione più o meno simile.

Infine il gesuita P. Venturi  menziona ancora, nella prima edizione del suo commento, due altri manoscritti, l’uno portava queste parole in alto: “Certi versi fatti da Dante Alighieri quando fu accusato di essere eretico”; l’altro: “Qui comincia il trattato della fede cattolica composto dall’illustre e molto famoso dottore Dante Alighieri, poeta fiorentino, in risposta a messire l’inquisitore di Firenze, su ciò che Dante credeva”».

L’abate E. Aroux concludendo afferma: «Noi possiamo dunque considerare come certo che il poeta fiorentino fosse inquisito per le sue opinioni, sospettato con ragione; molti fatti storici non si basano su delle testimonianze così precise e così concordanti».[10]

Scrive il dantologo A. Ricolfi nel Giornale Dantesco: «Ortodosso agli occhi dei moderni più di molti frati spirituali del suo tempo, Dante era però un eretico agli occhi degl’Inquisitori  e della Curia romana; e ciò per molteplici ragioni: tra l’altro è da notarsi che, pur avendo egli dannato all’Inferno gli eretici (ma specificando solo, tra essi, la categoria degli epicurei, e senza nominare esplicitamente Catari, Valdesi ed Arnaldisti: la qual cosa può lasciar adito a commenti o sospetti), e di conseguenza avendo posto in paradiso colui (San Domenico) che “negli sterpi eretici, percosse”[11], pose tuttavia nello stesso cielo di San Tommaso quel Gioachino, le cui dottrine la Chiesa di Roma aveva, lui morto, condannate. Così dalle stesse labbra di San Tommaso Dante vuole sia fatto l’elogio di un filosofo razionalista, Sigieri, avversato aspramente in vita dal Santo d’Aquino e condannato come eretico dalla Chiesa che ne aveva affrettata la morte (“a ghiado il fe morir a gran dolore – nella corte di Roma, ad rbivieta”, scrive ser Durante nel Fiore), Dante lo pone nel cielo dei sapienti[12], e proprio accanto a Tommaso».[13]

L’Aroux scrive: «Quanto al sapere ciò che Dante credeva, si può vedere che era molto difficile, pure ad un inquisitore, accertarsene, e ancora più penetrare ciò che pensava. Lasciamolo parlare; il suo Credo comincia con queste parole: “Ho molte volte scritto sull’amore in rime, che ho fatto anche dolci, belle e piacevoli che io ho saputo, e ho impiegato tutte le mie lime per levigarle. Disilluso, i miei desideri prendono un’altra direzione, poiché io riconosco aver speso le mie fatiche in vano, e che esse mi hanno riportato solamente un triste salario, mal pagato. Rinunciando ormai a questo falso amore (tanto più falso che era simulato), io voglio non più parlare di lui nei miei scritti, e discorrere di Dio come un cristiano” (non come un cattolico romano). Segue una professione di fede nella quale il Simbolo degli apostoli, i sacramenti, il Decalogo, i peccati capitali, la preghiera domenicale e l’Ave Maria sono parafrasati in versi. Ci vorrebbe un teologo, più abile di quanto io possa lusingarmi di  essere, per scoprire in questa opera ipocrita il pensiero che si nasconde con cura sotto il pensiero ortodosso. Ma il preambolo è sufficiente perché ci si ponga in guardia, e perché si sappia bene che il cantore d’un amore fittizio, che non ha ottenuto i risultati desiderati, e che gli valgono almeno una citazione davanti all’inquisitore, si metta a parlare di Dio, nella Commedia, come potrebbe farlo il più ortodosso cristiano. Ma non è tutto.

Questa concessione fatta alle circostanze, in presenza d’un pericolo imminente, senza allontanarsi in nulla dai precetti e dalla regola di condotta dei suoi correligionari, bisogna istruirli di ciò che è avvenuto e di ciò che si prepara. Dante vi provvede scrivendo anche un sonetto, mezzo di corrispondenza abituale tra i fedeli d’amore; è il secondo del suo Canzoniere: “O dolci rime d’amore (e il suo Credo comincia con: Le dolci rime d’amore ch’i’ solia), che andate a parlare della mia nobile donna, vi succederà, se non è ancora avvenuto, qualcuno di cui voi direte, un che direte, questo qui è un nostro fratello, io vi scongiuro di non ascoltarlo, nel nome di questo signore che innamora le donne (la mente settaria che anima i ghibellini), poiché non si trova nella sua sentenza la minima cosa che sia amica della verità”. Nulla di più eloquente, senza dubbio, che una simile dichiarazione, quando ci si ricorda che indicava le sue produzioni sotto il nome comune di sorelle (Parole mie… a guisa delle vostre ANTICHE SUORE, dice nel primo sonetto del Canzoniere), come figlie d’uno stesso padre. Ciò che spiega, nel Convito, dicendo: “Nello stesso modo che si chiama sorella colei che è generata da uno stesso padre, si può, per similitudine, chiamare sorella l’opera prodotta da uno stesso autore, la nostra operazione essendo, in qualche modo, una generazione”.[14] Se dunque offre al suo Credo il nome di frate, al posto di quello di fratello, è perché il primo è utilizzato per indicare un monaco, e che vuole fare capire che questo fratello ha avuto le sue ragioni per vestirsi del saio monacale. Ma l’Inquisizione aveva ottenuto ciò che le interessava di strappare, quando dovette rinunciare a convertire il peccatore, una ritrattazione solenne, ed essa s’astenne da scrutare troppo profondamente sotto le pieghe dell’abito venerato di cui il poeta si era rivestito delle circostanze.

(L’abate francese conclude) Si può dunque considerare come certo e come risultato di fatti, il cui valore storico sarebbe difficilmente contestabile, che la corte di Roma non era per nulla ingannata dal gergo amoroso o dogmatico dei settari; che se qualche volta ha chiuso gli occhi, è perché la prudenza e la moderazione gli suggerirono di agire in quel modo; infine che l’opinione contemporanea non si ingannasse oltre sull’essenza delle opere del poeta fiorentino e che essa non esitava a riconoscervi, sotto le apparenze esteriori, il veleno nascosto dell’eresia».[15]

Roma evitò di avere con Dante uno scontro frontale perché «i capi della Chiesa comprendevano che sarebbe stato ben più funesto rivelare alla folla dei credenti cosa certi scritti di letteratura avevano nelle proprie pagine di ostilità contro i suoi dogmi che di lasciare circolare delle finzioni, più o meno trasparenti per lei, che circolavano nel pubblico ristretto, finzioni delle quali solamente qualcuno era in grado di andare oltre il velo, quando la maggioranza delle persone non vi scorgevano che delle opere di immaginazione e un  rilassamento per la mente.

In ogni tempo gli uomini furono di ghiaccio nei confronti della verità e di fuoco in favore della menzogna.

Se Gerson e numerosi dignitari ecclesiastici – in Francia -, al posto di occuparsi a rispondere agli scritti del Roman de la Rose, avessero proclamato che questo romanzo, che per molto tempo fu al centro dell’attenzione, era non solamente una satira contro la corte pontificia, ma ancora l’apoteosi dell’eresia, avrebbero raddoppiato, triplicato il numero dei lettori, che avrebbero cercato di scoprire il veleno nascosto con cura e non avrebbero mancato di trovarlo. Se le bolle che proibivano lo studio del provenzale, al posto di soffermarsi estesamente sulle traduzioni della Bibbia e dei Vangeli, in quella lingua, avessero dichiarato che tutte quelle poesie amorose dei trovatori non facevano altro che cantare l’eresia e spingere alla rovina la fede cattolica, avrebbero prodotto un effetto diametralmente opposto a quello che ci si aspettava e che hanno ottenuto,  avrebbero studiato con più grande zelo l’idioma nemico.

Se i romanzi della cavalleria di tutti i Cicli (Roman de la Rose) fossero stati denunciati come scritti e concepiti nello spirito d’ostilità contro l’organizzazione teocratica della società, alla quale si voleva pretendere di sostituire una organizzazione monarchica, questo Carlo Magno bonaccione, essendo la personificazione dell’Impero, destinato a trionfare dei miscredenti, degli infedeli e del loro capo, designato sia sotto un nome, sia sotto un altro, ma figurante sempre il capo venerato della cristianità, la stampa sarebbe forse stata inventata qualche secolo prima».[16]

Come spiega ancora l’abate Aroux, la soppressione dei Templari fu pronunciata con l’autorità personale di Clemente V perché, conoscendo fin troppo bene in cosa consisteva il crimine dell’Ordine o almeno quello dei suoi principali capi, sapeva che, per farli condannare dal Concilio, bisognava rivelare tutto ciò che le informazioni segrete avevano prodotto di insegnamento sulle loro dottrine e il loro scopo, dichiarare questo davanti alla cristianità significava gettare al vento i germi che avrebbero potuto dare ben presto una messe funesta.

Una condotta prudente, saggia e altrettanto abile fu quella di aggirare tutti questi ostacoli. Così il Roman de la Rose, ad esempio, è solamente conosciuto per il suo nome, la lingua provenzale è morta e, con essa, le poesie sedicenti galanti dei trovatori. La stessa cosa è stata per i romanzi della Chevallerie, e si discute ancora per sapere se i Trovatori fossero o no colpevoli.

Per Dante invece è stato diverso. Il suo poema domina ancora, è nella gloria, come lo fu durante il Medio Evo. L’austriaco sacerdote cattolico R.L. John, professore di letterature romanze all’Università di Vienna, definisce lo scritto di Dante «l’opera più eccelsa della letteratura mondiale».[17]  Quest’opera, a differenza di tante altre, ha beneficiato della tolleranza dei capi della Chiesa per il magnifico uso che egli ha saputo far dei sublimi elementi allegorici, troppo sconosciuti per la maggioranza della gente del suo tempo, grazie ai quali l’illusione è durata fino a noi. I pontefici hanno creduto che la sua Commedia, come tanti altri scritti, concepiti nello stesso spirito, con delle finzioni analoghe, con il tempo sarebbe caduta poco a poco nell’oblio. Poi, quando invece videro che lo splendore cattolico dell’opera abbagliava gli occhi del lettore, il potere ecclesiastico mantenne il silenzio, perché tranne pochi lettori, che non potevano e/o non osavano parlare, per le conseguenze che potevano avere, e l’immensa maggioranza dei fedeli restava nell’ignoranza della sua segreta essenza, al pericolo di propagare il male, nel segnalarlo, in un’epoca in cui l’istruzione era poco estesa e la stampa non esisteva, preferì l’inconveniente di lasciare sussistere un errore considerato inoffensivo. Ma alcuni fatti sono sufficienti per provare che i capi della Chiesa, pure l’Inquisizione, non si sono per nulla ingannati sulla tendenza e le dottrine di Dante Alighieri.

Per dare una parvenza di ortodossia[18] al poema dantesco, morto il Poeta, la Chiesa fece nominare ufficialmente, nel 1373, dal governo di Firenze il Boccaccio, «qual terzo splendore de’ Toscani a leggere e spiegare nelle chiesa di Santo Stefano il divino poema. – Il Porticati riporta - forse eccedendo che - erano ancora vivi gli amici e gl’inimici di Dante; e: Bianchi e i Neri, e i figli de’ lodati e vituperati, si assidevano a quella lettura; e forse avevano al fianco le armi tinte di un sangue non ancora placato».[19]

 Il Boccaccio quale amico e consettario dell’Alighieri, quale espositore della Commedia, diventava così il detentore della prima cattedra dantesca, rivestito dall’abito sacerdotale, fece di quello scritto, dandone una spiegazione pubblica, «un sepolcro dealbato», scriveva il Rossetti.

Il commento era molto artificioso e sotto molti aspetti falso, verboso nelle cose che tutti sapevano, lacunoso superficiale in quelle che si voleva conoscere. Il Valli scrive: «Naturalmente egli si trovò in grave imbarazzo tra la necessità di spiegare Dante e quella di non dire che cosa veramente contenesse la Divina Commedia. Fu cosi che egli riempì di digressioni, di sottigliezze, diciamo francamente, di chiacchiere, una enorme quantità di fogli saltando con meravigliosa maestria tutti i punti scabrosi.[20] … Come ognuno può vedere rileggendo il suo Commento, tutto disse in esso fuorché quello che un tale a noi sconosciuto, che era molto probabilmente un “Fedele d’Amore”, gli rimproverò aspramente questa contaminazione[21]», tanto che alcuni anni dopo, lo confesserà pentito in un sonetto nel quale spiega anche le ragione della sua condotta: impedire che la Commedia venisse bruciata come il De Monarchia.

                             «Io ò messo in galea senza biscotto[22]

l’ingrato vulgo, et senza alcun piloto

lasciato l’ò in mar a lui non noto,

benché sen creda esser maestro et dotto;

Onde el di su spero veder di sotto

del debol legno et di santità voto;

né avverrà, perch’el sappia di nuoto,

che non rimanga il doglioso et rotto.

      Et io, di parte excelsa riguardando,

ridendo, in parte piglierò ristoro

del ricevuto scorno et dell’inganno;

et tal fiata, a lui rimproverando

l’avero seno, et il beffato alloro,

gli crescerò et la doglia et l’affanno».[23]

            Così il Boccaccio mise “in galea senza biscotto” il vulgo ingrato, ma ci mise anche involontariamente un altro vulgo, quello dei commentatori che non ha nemmeno sospettato la sua atroce beffa ed ha continuato a citare le interpretazioni del Boccaccio come quelle di un “competente” e sulla scorta di questi primi commentatori “Fedeli d’Amore”, per i quali il dichiarare apertamente la Divina Commedia avrebbe significato il rogo per la Divina Commedia e per loro, va ancora sviandosi dietro artificiosi commenti fatti per dissimulare la pericolosa verità del Poema, e quindi di questa verità per sei secoli non ha compreso nulla “benché sen creda essere maestro e dotto”.

Col tempo la Commedia era sempre più presentata nelle chiese come la Sacra Scrittura. Si crearono in più città d’Italia cattedratici per interpretar Dante, e farne un campione fortissimo del Laterano.

Molte furono le persone che negli otto secoli che seguirono alla morte del padre della lingua italiana, si impegnarono per far dire a Dante cose contrarie al suo pensiero o diverse da quelle che ha voluto dire.

            E così grazie al suo linguaggio allegorico, la figura Dante è «ortodossa agli occhi dei moderni più di molti monaci spirituali del suo tempo, Dante era tuttavia  eretico agli occhi degli inquisitori e  della corte romana; e questo per numerose ragioni».[24]            

Il titolo stesso della Commedia esprime chiaramente il significato allegorico del contenuto. Orazio diceva che la Commedia è un mezzo «ad corrigendos mores – che serviva per correggere i costumi».

Dante, a differenza di alcuni santi suoi contemporanei riconosciuti ed onorati dalla Chiesa, non si limitò a inveire contro i Papi, chiamandone anche alcuni per nome, ma come era saputo, volendo attaccare l’istituzione papale, cosa che non poteva fare apertamente senza incorrere nella pena di morte, quale negatore dell’autorità dell’Ecclesia carnalis ha fatto il nome di alcuni esponenti già defunti, facendo nominare i viventi tramite alcuni personaggi della mitologia pagana, come Tiresia, Giasone, Pluto.

Da una parte dunque la mitologia per combattere il potere di Roma e dall’altra i riferimenti alla Bibbia per identificare la Chiesa cattolica con la prostituta di Apocalisse XVII e fare del Papa sulla terra la controfigura del principe dell’abisso, Satanno. Ma di questo parleremo in dettaglio nel IV capitolo.

Tale linguaggio, scrive il Rossetti, e il suo vero «significato non dovette essere ignorato dalla Curia Romana, contro cui in ultima analisi si appuntava, poiché l’Inquisizione e il clero hanno avuto sempre tante risorse per conoscere e penetrare nella coscienza degli uomini; ed allora perché  non reagì? Buona norma della Chiesa è stata sempre quella di non fare scandali, ecco perché essa tentava di distruggere le opere settarie e di punire i colpevoli senza pubblicità, la quale, viceversa, si sarebbe risolta contro di essa».

Ancora il nostro esule londinese Rossetti, come Dante in esilio in Italia, per gli stessi ideali politici, scriveva: «Gran prudenza fu quella della Corte Romana! Dissimula le proprie ingiurie per farne smarrire ogni sentire! Finge di non conoscere le armi contro lei impugnate, per farle perdere nella ruggine dell’età!.. L’alta politica di Roma non può abbastanza ammirarsi: ella dissimulò le proprie ingiurie, per non farsi un male più serio. Ella vedeva altrove che gli oltraggi stessi a lei fatti, parendo esternamente sinceri ossequj alla sua dottrina, contribuivano a tener vivo il suo credito nella moltitudine. Nell’aver saputo cangiare le armi del nemico in sue, ed in carezze gli schiaffi, non poté sdegnare che le fossero tributati come omaggi gli affronti. Col solo fingere di non ravvisare le contumelie, diè loro valore di venerazioni e si rassicurò. Scorgeva chiaramente che la grande complicazione del gergo, prodotta dalla paura, rendea quasi impossibile il colpirlo; e il fatto mostra che non s’ingannò. La illusoria magia del senso letterale la liberava da qualunque apprensione; e soprattutto la stranezza delle figure, sì remote dalle usuali, sì aliene dal comun concepire, allontanava da lei ogni ombra di timore, riguardo ad un effetto pubblico. Paga di vedersi curvi ai piedi i più fieri nemici, godea forse nel sentirsi odiata e riverita, quasi ad infliggerer pena intollerabile ad avversarj impotenti. Gl’inchini eran visibili, i sentimenti no; e la folla riceveva l’impressione da quelli e non da questi: che pretender altro? Lieta del presente non si curò di guardar nel futuro; finché venne un tempo che le fé sentire l’effetto del tempo”».[25] 

            Il Valli, uno dei migliori studiosi moderni del pensiero dantesco, diceva: «Sappiamo che la saggia tattica della Chiesa è stata ben diversa e che se essa ha bruciato la Monarchia, è stata ben felice di trovare nella Commedia una superficie abbastanza ortodossa per adoperarsi con tutte le forze a riaffermare la ortodossia del grande poeta, specie quando lo ha visto ormai vittorioso nei tempi, e ad inquadrarlo tutto entro il tomismo che indiscutibilmente ricopre la superficie della dottrina dantesca.

Prima della grande fioritura dell’amore per Dante, la Chiesa ufficialmente non era stata mai molto tenera per il poema sacro. Basta pensare che la Divina Commedia non si poté stampare in Roma fino al 1791. L’edizione del 1728, stampata a Roma, dové portare l’indicazione falsa di Napoli e aveva il testo mutilato di alcune sue parti perché “disdicevoli” come dice la prefazione “a scrittore religioso”».[26]

            La Chiesa con ogni mezzo ha tentato di far tacere Dante durante la sua vita, ma non vi è riuscita se non dopo la morte, quando ha istituito delle cattedre per fare insegnare, secondo la propria ottica, una Commedia diventata Divina e che non aveva più nulla a che vedere con il pensiero del Poeta. Prima messa al bando dalla Chiesa e, solo quando si perdettero i segreti del suo linguaggio anfibologico[27], la Chiesa accolse il suo poema come opera esaltante la sua religione.  «Perdute nella ruggine de’ secoli, le difficili chiavi che aprivano la dedalea macchina dantesca, Roma, quasi respirando, si adoperò a tutto il potere di farne cosa di sua pertinenza; e la faccia esterna di quel complicato disegno era fatta per favorire la mira. Quindi i preti e i frati de’ tempi posteriori predicarono come cosa santa e cattolica ciò che i loro predecessori maledicevano come diabolica ed ereticale».[28]

            L’abate E. Aroux afferma che la santa Chiesa ha fatto un passo in più: « Roma aveva preso il partito di credere all’ortodossia di Alighieri, colui che si sarebbe azzardato di rivelare la natura segreta del poema avrebbe pagato caro il suo tradimento e subito lui stesso, come eretico, il castigo che avrebbe creduto far subire all’altro. Ecco come Roma avrebbe contribuito da parte sua a ispessire i veli di cui l’autore fiorentino aveva avvolto la sua creatura, come essa avrebbe aiutato Beatrice a passare agli occhi della folla per la personificazione della teologia cattolica, Francesca di Rimini e la Pia, per delle tristi vittime dell’amore e d’una gelosia barbara».[29]

            Anche se il pensiero del Foscolo (pure lui in esilio in Inghilterra è datato, riteniamo che sia ancora oggi valido. Dopo aver chiamato arte incognita quella di Dante, aggiunge che, malgrado dei tanti che hanno battuto le tracce dell’Alighieri attraverso le regioni ch’ei calcò, spaventevoli per tenebre e labirinti, la strada è restata pur sempre la stessa; talché la più gran parte di questa immensa foresta rimane dopo le fatiche di cinque secoli, involta nella piena oscurità.[30]

Il Papato, pur sapendo Dante oppositore del suo potere ma, per il prestigio del suo alto ingegno, per la grandezza del suo intelletto e la sua elevata statura di poeta, che giganteggia nella letteratura e nel pensiero d’Italia, non poteva dare questa figura, simbolo, al fronte avverso, perché Dante, come riporta il Rossetti non è un uomo, ma tutta l’Italia in compendio. Può ben dirsi che ‘l principe de’ poeti epici e ‘l principe de’ poeti allegorici, questo duplice deposito d’una speranza che non fu mai interamente rivelata, è presentato da due obelischi venerandi, pieni di segni e figure che attraverso il tempo testimoniano di un passato di forza.

«Roma non si lascia così di leggero strappare dalle mani un grand’uomo e un gran poema, né soffrirà che sia volto contro lei ciò che sembra più a lei devota».[31]

 

 

 

 

 

 

 



[1]              G. Rossetti riporta che nel Dizionario degli uomini illustri sotto la voce Palingenio si legge che fu perseguitato in vita e le sue ceneri vennero bruciate, perché la Santa Inquisizione non poté acciuffarlo vivo, avendo egli grancopia di amici, perché aveva fatto una allegorica figura con la quale chiamava il Papa Lucifero e i suoi preti Demoni. La sua opera si intitola Zodiaco della Vita  e assomiglia straordinariamente alla raffigurazione che lo stesso Dante fa di Satana, solo che l’allusione è molto più palese. Il Papa è rappresentato come una bestia enorme con le ali di pipistrello, ha una cesta sul capo con 7 corna ed è accompagnato da una scorta (sacerdotes casti!).

Cecco d’Ascoli viene bruciato dall’Inquisitore dei Patarini a Firenze il 26.9.1327 ormai settuagenario. Parlava di storia naturale nelle sue corrispondenze con Dante. «Poema che i critici posteriori tengono per cattolicum e gl’inquisitori dichiarano per ereticole, sono nuove e autentiche prove alla dimostrazione che Roma e ‘l santuffizio conoscessero quel gergo» dei Fedeli d’Amore. ROSSETTI Gabriele, Sullo Spirito Antipapale che produsse la Riforma e sulla segreta influenza ch’esercitò nella letteratura d’Europa e specialmente in Italia some risulta da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio, Disquisizione di Gabriele Rossetti, Stampato dall’autore e venduto in sua casa, 38 ChaiBotte Strett, Portland Place, Londra 1832, (Bibl. Naz. FI, 26.3.2.5); ristampato Bologna 1974, p. 370-374,376.

                Petrarca, caso notissimo, il cantor de’ casti amori, fu trattato da mago dal Papa in persona, e maghi furono egualmente detti tutt’i poeti di quell’età, e i versi loro, senza distinzione, abominio infernale e fuoco diabolico. Il cantore di Laura, vessato dal Santuffizio, poté, grazie al suo credito e alle molte protezioni che gli fecero scudo, uscirne illeso, ma non senza gran travaglio, scriveva lo Squarzafico nella Vita di lui.

Volle l’inquisitore Fra Marco Piceno costituire come eretici tutt’i rimatori di quella età: molti in fatti ne carcerò, molti ne scrutinò; e già la tortura crudele cominciava a trarre delle labbra de’ martirizzati quella confessione che Roma temea cotanto. Ella li riseppe, accorse al riparo, mise in libertà gli arrestati, e cacciò via dal Santuffizio quel frataccio imprudente, il quale ne rimase cuculista come un matto che sognava eresie, e come un ignorante che perseguitava le lettere: e così il pericolo fu evitato un’altra volta.

                Gerolamo Squarzafico nella sua Vita carissimi Viri Francisci Petrarchae, che è riprodotta in fronte alla edizione veneziana del 1503 delle opere Latine del Petrarca, parla di un certo inquisitore Fra Marco Piceno di Solipodio che tentò un processo contro non nullos di questi poeti erano considerati in quel tempo maghi, incantatori ed eretici, ma qualcuno lo fece fermare per evitare «maxima scandale». Petrarca era uno degli imputati.

Tutto ciò conferma che la Chiesa ebbe sentore del contenuto eterodosso di questa poesia, si guardò bene dal suscitare i maxima scandalia e cercò di dissimularlo o di negarlo nei limiti del possibile e questa tattica si è continuata fino al secolo scorso quando il libro del Rossetti, che rilevava l’eterodossia di Dante, fu condannato e quello dell’Aroux, dedicato al Papa, fu lasciato senza risposta e poi attaccato da tutti i cattolici ferocemente, mentre la Chiesa, divenuta all’improvviso entusiasta dell’autore della Monarchia, favoriva da per tutto il formarsi di cattedre dantesche cattoliche e di commenti cattolici, la intensissima attività dei quali ha avuto una notevole efficacia nel creare le opinioni correnti oggi intorno a Dante». VALLI Luigi, Il Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore,  ed. Optium, Roma 1928; ed. Libreria Artigrafica Bretoni, ed. Multigrafica, Roma 1969, p. 420.   

B. Cerchio riporta l’azione del cardinale Poggetto come vendetta nei confronti di Dante perché mago, esoterico, alchimista e astrologo. «Della sua fama di mago sono due atti notarili (riportati da G.L. PASSERINI, Giornale dantesco, anno IV, I della Nuova serie, Quad. III) conservati negli archivi vaticani e rogati il 9 febbraio e l’11 settembre 1320 da Gerardo di Salò, notaio in Avignone. Essi riguardano un processo per maleficio contro Giovanni XXII, maleficio che sarebbe stato voluto da Matteo Visconti e richiesto a Bartolomeo Canolati; quest’ultimo attesta che il Visconti avrebbe fatto venire presso di sé Dante Alighieri da Firenze, con i medesimi propositi. Se la deposizione va accolta con beneficio d’inventario, è però rilevante che sentore di simili racconti avesse avuto quel famigerato cardinal Bernardo del Poggetto, nipote proprio di Giovanni XXII, che bruciò pubblicamente il De Monarchia e altrettanto ambiva fare con le spoglie mortali del Poeta». CERCHIO Bruno, L’Ermetismo di Dante, ed. Mediterranee, Roma 1988, pp. 20,21.

                Qualche decennio dopo la morte di Dante, Wycliff, preriformatore in Inghilterra, veniva esumato, le sue spoglie bruciate e le ceneri sparse nel fiume Swift, affluente dell’Avon, furono seme nelle terre raggiunte dalle acque per il fiore della Riforma.

[2]              «Quel libro in pubblico, come cose eretiche contenente, dannò al fuoco, e ‘l somigliante si sforza di fare della ossa dell’autore» scrive il Boccaccio, Vita di Dante, e così quel pericolo fu evitato.          

[3]              G. Rossetti, Op. Cit., p. 358.

[4]              Filelfo, Vita di Dante, p. 118.

[5]              CANCELLIERI F., Dissertation sur la Vision du moine Albéric, p. 62

[6]              Preambolo del canto XXIV del Paradiso.

[7]              «Il famoso proverbio fiorentino “ghibellino patarino” (che voleva significare che tutti i ghibellini in quanto tali erano eretici e viceversa) era in realtà una calunnia guelfa, anche se giustificata in qualche misura da alcuni fatti oggettivi. A Firenze erano eretici alcuni Uberti ghibellini, ma anche alcuni Cavalcanti guelfi; e d’altronde le fonti erano piene di esempi di ghibellini pii e buoni cristiani come di guelfi miscredenti. Sempre per quanto concerne i rapporti tra le città e la Chiesa, si ricordano casi di comuni ghibellini appoggiati per un qualche motivo dal papa e di comuni guelfi colpiti dall’interdetto. Un esempio classico da citare in proposito è quello di Parma: tradizionalmente ghibellina, passata al guelfismo nel 1247, non esitò tuttavia a colpire i privilegi del clero». Guelfi e Ghibellini, in Enciclopedia Europea, vol. 5, Garzanti, Milano 1977, p. 842.

[8]              GUIDONIS VERNINI F., De reprobatione Monarchiœ, ect. Bononiæ, 1746.

[9]              Saggio di rime di diversi buoni autori, Firenze 1825, prefazione.

[10]             AROUX Eugène, Dante l’hérètique, révolutionnaire et socialiste – Révélation d’un catholique sur le Moyen Âge, Renonard, Paris 1854, ristampato 1976, pp. 85-87.

[11]             Paradiso, XII:100

[12]             Paradiso, X:136. «Sigieri di Brabante, il più importante pensatore della corrente averroistica del secolo XIII. Maestro a Parigi, ebbe parte nei contrasti di quell’università nel 1266 e nel 1275; le sue tesi rigidamente deterministiche (negazione della creazione ex nihilo, dell’immortalità dell’anima, del libero arbitrio) gli procurarono numerosi e accaniti avversari, nonostante che egli le ponesse al riparo della dottrina della doppia verità, per cui poteva come credente rinnegare le teorie che difendeva risolutamente sul piano filosofico. Allorché molte sue proposizioni furono condannate nel 1277 dal vescovo di Parigi, venne alla corte di Roma per scolparsi e ivi fu sottoposto a rigorosa vigilanza. Morì ad Orvieto nel 1283, assassinato da un chierico suo segretario (da un passo del Fiore, XCII, sembra che la voce pubblica attribuisse quest’uccisione alle trame dei suoi nemici). La presenza di Sigeri nella prima corona del cielo dei sapienti e l’elogio di lui messo in bocca a San Tommaso costituiscono un problema non facile a risolversi per gli studiosi moderni.- Parlando di “invidiosi veri” verso 1238, Dante può aver avuto in mente sia singole tesi dottrinali, tra quelle condannate dal vescovo di Parigi nel 1277 e di cui alcune erano sostenute pur da San Tommaso. Sia anche la parte presa dal brabantino nell’aspra polemica dei maestri parigini contro gli ordini mendicanti, motivo di odii tenaci che alla fine lo travolsero. Sigeri e Boezio sono, in questo elenco di spiriti sapienti, le sole figure che si distacchino con netto rilievo poetico: due uomini che, per amore del vero, seppero patire e morire, e nella cui sorte pertanto Dante si riconosce e si esalta». SAPEGNO Natalino, La Divina Commedia, vol. I, Inferno, La Nuova Italia ed., Firenze 1966, pp. 136,137.  

[13]             RICOLFI Alfonso, Influssi Gioachimiti su Dante e i “Fedeli d’Amore”, in Il Giornale dantesco, vol. XXXIII, Nuova serie III, Annuario Dantesco 1930, Firenze 1932, p. 170.

[14]             Trattato III, cap. 9

[15]             E. Aroux, Op Cit.,  pp. 87-88.

[16]             Idem, p. 83.

[17]             JOHN Robert L., Dante Templare, Hoepli, Milano 1987, p. 9.

[18]             Cosa non si è fatto per cercare di dare alla Divina Commedia una parvenza di ortodossia! Per spiegare che colui “che fece per viltade il gran rifiuto” non era il papa Celestino V, diventato santo, lo si identificò con Esaù che rinunciò alla primogenitura per un piatto di lenticchie o/e lo si è identificato con questo o quel fiorentino della casa dei Cerchi.

Il Cardinale Bellarmino si è dato tanto da fare, usando un’espressione del Rossetti, «schiacchera carte», per provare che Dante era sottomesso alla Chiesa per confutare i protestanti che citavano anche il Poeta a sostegno della tesi che la Meretrice è la Chiesa cattolica.

Un devoto gesuita ristampò e commentò il poema, dedicandolo al Papa, aggiungendo all’edizione, per dimostrare che l’Alighieri era un cattolico ortodosso, un Credo, i Salmi penitenziali di Dante e un Magnificat che non è per niente del Poeta. Questo gesuita dice poi che Dante pentito dei peccati tradusse il Salterio e parla di un codice prezioso in cui faceva professione di fede davanti alla Inquisizione:   «Qui comincia el Tractato della Fede Cattolica, composta dall’egregio e famosissimo Doctore Dante Alighieri, poeta fiorentino, secondo che detto Dante rispose a Messer lo’ Inquisitor di Firenze di quella ch’esso credeva”; e di più “Alcuni versi che fece Dante Alighieri, quando gli veniva apposto essere eretico”.

Un reverendo agostiniano scrive una dissertazione, per dimostrare che Dante sia un teologo meraviglioso, e quasi santo padre della Latina Chiesa. P. Giannolenzo Berto, Dottrina Teologica contenuta nella Divina Commedia, Comm. Dissertazione. Vedere ROSSETTI Gabriele, Sullo Spirito…, p. 359; Comento Analitico al Purgatorio di D. Alighieri, opera inedita a cura di Pompeo Giannantonio, e Leo S. Olschki, Firenze 1967, p. 461.

Né mancò chi, non potendo storcere i sensi oscuri, prese a negare i fatti. E quanto non si sforzò Monsignor Fontanini, per farci inghiottire quella sua frenesia, che i tre famosi sonetti del Petrarca contro Roma non sono del Petrarca?….

[19]             Porticati, cit. G. Rossetti, Spirito…, p. 359

[20]             «Fu così che quando si trattava di dire chi era il Veltro e chi era la Lupa egli scivolava abilmente facendo, come si suol dire, “il tonto”… (e) dopo aver esposto alcune interpretazioni della più strane finisce col dire: “Che dunque più? Tenga di questo ciascuno  quello che più credibile gli pare”» L. Valli, Op.Cit., p. 400,401.

[21]             «Ma nei tre sonetti v’è un gioco di frasi che naturalmente dovevano sfuggire al volgo e per il quale essi vengono a significare cosa alquanto diversa da quella che mostrano a prima vista. Si osservi bene il significato di queste quartine: Se Dante piange dove ch’el si sia, / Che li concetti del suo alto ingegno / Aperti sieno stati al volgo indegno, / Come tu di’, dalla lettura mia, Ciò mi dispiace molto, né mai fia / Ch’io non ne porti verso me disdegno: / Come ch’alquanto pur me ne ritengo, / Perché d’altri, non mia, fu tal follia. (Rime, ed. Massera, CXXIII).

“Come tu di’” (non significa in realtà: “siamo stati rivelati come tu dici, al volgo”, ma “siamo stati rivelati al volgo e in quella maniera falsata e corrotta) che tu dici”. E la conferma di questa interpretazione si ha in un quarto sonetto nel quale il Boccaccio (senza però qui nominare Dante e la Commedia) confessa chiaramente a suo sollievo, a suo discarico, a suo sfogo, di avere solennemente imbrogliato il prossimo con quel Commento». L. Valli, Op. Cit., p. 402

[22]             «La mirabile ingenuità della critica “positiva” crede ancora che queste parole così ardenti di sdegno e di odio, questa compiacenza crudele di aver lasciato il vulgo “in galea senza biscotto” si possono riferire soltanto al fatto che il Boccaccio aveva interrotto il Commento. Ma sedici canti, se commentati onestamente e seriamente, sarebbero stati più che sufficienti a indirizzare alla vera conoscenza del Poema! Bisogna essere sordo nato come un critico “positivo” per credere che questo sonetto sia stato scritto dal Boccaccio soltanto per celebrare l’interruzione del Commento: no, egli celebra la solenne beffa che ha fatto a chi lo aveva costretto a parlare di Dante, celebra il fatto che ora il vulgo si crede essere maestro e dotto della Commedia e invece del segreto di Dante non sa nulla, perché il Boccaccio ha solennemente impasticciato il suo commento, e, fingendo di dire, non ha detto nulla e ha lasciato il vulgo in mare a lui non noto. -

A questo unico testimone, che dichiara di avere messo il vulgo in “galea senza biscotto”, il vulgo dei commentatori crede quando crede alla realtà storica di Beatrice e alla sua identificazione con Beatrice Portinari; e non si accorge nemmeno (tanto la cecità della critica “positiva” è profonda!) che il Boccaccio seguita a beffare solennemente il vulgo anche nella Vita di Dante, specialmente con quella meravigliosa panzana del sogno della madre di Dante che, come idea, è ricopiata da tutti i soliti sogni delle madri incinte di grandi uomini e nei suoi particolari è semplicemente un racconto iniziatici in gergo, nel quale compaiono dei simboli evidentemente settari e poi è, in fine del libro, condito con una di quelle maestrevoli chiacchierate dissimulatrici fatte apposta perché il “vulgo ingrato” non capisse nulla. -

Pareva alla gentil donna (la madre di Dante) nel suo sonno essere sotto uno altissimo albero, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire un figliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi solo dellorbache, le quali dell’alloro cadevano, e dell’onde della chiara fonte, le parea che divenisse un pastore, e s’ingegnasse a suo potere d’avere delle fronde dell’albero, il cui frutto l’aveva nutrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi, non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto. - Sappiamo bene che cosa sia questa solita fontana all’ombra di un lauro, o di un faggio o di altre piante consimili, è la stessa fontana sotto il lauro che tornerà stucchevolmente nella poesia del Petrarca, è l’antica fontana dell’insegnamento, la tradizione iniziatica, cu sui cresce la pianta delle cui bacche infatti Dante fanciullo si è nutrito. La sua nascita presso questa fonte vuol dire semplicemente che egli era stato nutrito nel seno della setta e della sua Sapienza e tutto il seguito vuol dire che egli era diventato “pastore”, guida e maestro del “Fedeli d’Amore”, e che, caduto nella morte, viveva eternamente in gloria, secondo il vecchio simbolo del pavone che significa appunto l’anima risorgente in gloria. Ma naturalmente il Boccaccio questo non dice, egli consegna una lunga spiegazione riducendo semplicemente l’alloro a poesia, la fonte alla “ubertà della filosofica dottrina morale e naturale; la quale sì come dalla ubertà nascosa nel ventre della terra procede”, il divenire subitamente pastore “ne mostra la eccellenza del suo ingegno” per il quale divenne “datore di pastura agli altri ingegni di ciò bisognosi”. E il Boccaccio spiega che era di quelli che “informano e l’anime e gli intelletti degli ascoltanti o de’ leggenti”. L’esser divenuto paone significa che egli vive nella sua Commedia la quale è come il pavone di penna angelica e in quella ha cento occhi, sozzi i piedi, voce orribile e carne odorifera e incorruttibile e così la Commedia è semplice e immutabile verità, istoria tanto bella e pellegrina distinta in cento canti, con parlare volgare, con orribili invettive.-

Lo spirito della critica recente tanto più si impigliava nelle rete tessuta per la “gente grossa” quanto più appassionatamente si fissava nella lettera dei contemporanei di Dante. La sua tendenza alla precisione, alla quale dobbiamo l’esame letterale preziosissimo di tanti codici, la inchiodava all’artificio della lettera e la sua venerazione per l’autorità dei contemporanei di Dante la impigliava fatalmente nelle loro “dissimulazioni”». Idem., p. 402-404.

[23]             G. Boccaccio, Rime, ed. Massera, sonetto CXXV, p. 174; vedere L. Valli, idem., pp. 403,265.

[24]             RICOLFI Alfonso, Giornale Dantesco, XXXIII Annuario Dantesco 1930, Firenze 1932, p. 170.

[25]             G. Rossetti, Spirito…, pp. 357-377; Purgatorio…, p. XXVI.

[26]             L. Valli, Op  Cit., p. 419.

[27]             Doppio significato.

[28]             ROSSETTI Gabriele, Il Mistero dell’Amore Platonico del Medio Evo, vol. IV, p. 1065.

Ancora un pensiero di questo nostro esule poeta: «Tanto importava il far credere che Dante, Petrarca e i loro pari fossero giusto il cuore della Cattolica Apostolica Santa Madre Chiesa Romana! E quel che di Dante e Petrarca si è fatto, si fé, si fa e si farà di ogni altro celebrato intelletto, perché il far credere questo cotale alla Romana Chiesa fedelissimo accresce credito alla Chiesa stessa. Come dunque potersi porsi apertamente nelle mani altrui quel paventato grimaldello che chiudeva tanto abominio contro Roma?». Quando coloro (Dante, Petrarca, ecc.) che potevano smentire, morivano, i loro «poemi furono poi studiati e commentati da eminenti e Reverendi, ed a’ Papi e Cardinali dedicati, venivano maledetti dai loro predecessori, che ne conoscevano la natura e ne temevano gli effetti» G. Rossetti, Spirito…, p. 359.

[29]             E. Aroux, Op. Cit., p. 21.

[30]             FOSCOLO Ugo, Dante, in The Edimburgo Review, 1818,1819; cit. G. Rossetti, Spirito…,   p. 30.

[31]             G. Rossetti,  Idem, p. 578.

 

 


II Capitolo - I   FEDELI   D’AMORE

 

In tutti i tempi nella storia ci sono stati momenti, occasioni, situazione in cui gli uomini per comunicare hanno utilizzato un linguaggio convenzionale, segreto. In tempo di guerra e anche di pace, la parola d’ordine è il lasciapassare per chi dall’esterno deve entrare in un ambiente ed è garanzia di sicurezza per chi in un posto accoglie qualcun altro che, pur non conoscendolo, è però affidabile.

È normale che gruppi sociali e religiosi abbiano avuto un linguaggio per iniziati. Anche oggi è evidente l’utilizzo di certe espressioni, modi di dire, in ambienti dove il rapporto tra le persone è molto stretto.

L’allegoria è un linguaggio comune a moltissimi gruppi, e quanto viene detto è compreso dagli iniziati.

Anche la Bibbia ha degli insegnamenti per iniziati. Le parabole stesse che Gesù raccontava alle folle, che lo seguivano e non capivano, le giustifica ai discepoli dicendo: «Parlo loro in parabole, perché, vedendo non vedano; e udendo non odano e non intendano».[1]

Il libro profetico di Daniele, scritto nel VI secolo a.C.,[2] presenta il divenire della storia, poteri, situazioni che si verranno a realizzare descritti con un linguaggio figurato dandone la chiave di lettura, dove un metallo raffigura con un animale, un regno, un impero, e con un corno una dinastia di re, un regno; il vento è sinonimo di invasioni militari, guerre; le acque sono  popoli e nazioni, e un giorno, in chiave profetica, come si riscontra anche nel profeta Ezechiele, corrisponde ad un anno. Parte di quanto Daniele vede e riporta sono cose «nascoste e sigillate sino al tempo della fine. Molti saranno purificati, imbiancati, affinati: ma gli empi agiranno empiamente, e nessuno degli empi capirà, ma capiranno i savi».[3]

            Il re Salomone compone il Cantico dei Cantici, che oggi la teologia, nell’aver abbandonato i vecchi sentieri, considera come una raccolta di cantate che precedevano, accompagnavano o/e seguivano la celebrazione delle nozze.[4] Lo si commenta in chiave amorosa tra amanti ma questa composizione poetica narra, con il linguaggio degli innamorati, l’amore della Sunamita, figura del popolo d’Israele che, pur sollecitata dalle avance del re di Gerusalemme, dagli abbagli del potere, dagli onori e dalla ricchezza che pongono in ombra la fedeltà all’Eterno, rimane fedele all’amore per il suo pastorello con il quale s’incontrava all’alba e al tramonto sui monti profumati della Palestina, cioè nell’ora in cui nel Tempio di Gerusalemme, sull’altare, venivano offerti i profumi, simbolo della preghiera e del legame con il Dio dell’eternità. Il linguaggio d’amore di quest’opera nasconde una realtà che è altro dell’amore di un uomo e d’una donna.[5]

            In tutti i tempi, i cambiamenti sociali avvengono perché una élite, un gruppo di persone, che già gestisce un potere, sono in autorità, promuovono iniziative, si lasciano coinvolgere da un’ideologia, da un progetto, da una visione la cui realizzazione può cambiare la realtà. I figli del popolo, la grande maggioranza, tranne qualche eccezione che conferma la regola, possono avere un uomo, una donna che conquista i galloni sul campo, ma sempre hanno dovuto offrire la propria manovalanza, come carne per le guerre. Le accademie militari sono state frequentate in  prevalenza da chi gestiva il potere, gli ufficiali, i generali hanno sempre fatto parte delle casate, dei nobili, di chi ha un nome, piccolo o grande che è già stato registrato nella storia. Non ci si deve quindi stupire che ai Fedeli d’Amore facessero parte persone con titoli o che, comunque, avessero già messo il piede sulla scala di chi può gestire, disporre, salire.

            Il linguaggio allegorico, segreto, è ciò che viene riservato, pur essendo utile a tutti, ad un gruppo più o meno esteso, geograficamente vicino o lontano, per dialogare in sicurezza e difendersi da chi possa tramare ed è bene che non sappia. Spesse volte è il linguaggio dei deboli che temono la prevaricazione dei potenti. L’uso di tale linguaggio si rende indispensabile in momenti politicamente difficili per non incorrere nella violenza delle classi dominanti.

            Non si può comprendere correttamente la poesia del Dolce Stil Novo, dei Fedeli d’Amore se non si è al chiaro su questo. La poesia, anche senza questa chiave di lettura, è piacevole e bella ed insegna, ma essa non trasmette quanto di ricco e potente ha tra le sue righe ed è comunicato utilizzando un velame per nasconderlo ad occhi indiscreti e condannatori.

È evidente che i Fedeli d’Amore comunicavano tra di loro mediante un linguaggio per iniziati. È vero che l’amore è quanto di più sublime possa animare il cuore di un uomo per una donna, ma che  uomini impegnati politicamente, come lo era l’Alighieri, passassero tutta la vita a scrivere agli amici, in là negli anni, sonetti di un innamoramento avvenuto, come nel suo caso, a nove anni e che costoro, dell’allegra brigata, nostalgici, continuassero a sognare la stessa cosa, è poco giustificato ed accettabile.

            Non si vuole negare che i poeti dei Fedeli d’Amore non s’innamorassero d’una donna, ma non era questo lo scopo della loro poesia.

            Ieri e oggi la poesia è il veicolo sì per parlare del proprio amore, ma è anche il mezzo con il quale si propone, si esprimono valori, ideologie, impegni, lotta e giustizia.

            I letterati del Dolce Stil Novo di cosa si occupavano mentre la loro società si dibatteva in mezzo a problemi enormi e guerre interminabili? I libri che i nostri giovani studiano nelle scuole ci presentano gli scrittori di quel periodo come persone che pensavano solo all’amore, come se la situazione politica e sociale non li sfiorasse neppure.

Dopo uno studio che ci porta a seguire altri sentieri, le cose non ci appaiono più sotto la stessa luce della tradizione.

Dante per esempio combatté a Campaldino nel 1289, fece parte del Consiglio speciale del Capitano del Popolo, nel ’95 fu tra i Savi consultati per l’elezione dei Priori, fece parte del Consiglio dei Cento, nel ”300 fu ambasciatore a S. Gimignano e poi uno dei Priori di Firenze, delegato della città presso la Curia pontificia, ma caduto in disgrazia dovette andare in esilio.

            Dante usa la poesia per comunicare con qualcuno senza voler far chiaramente capire a tutti quello che dice. Lo esprime chiaramente in una terzina dell’Inferno, che molti liceali ricordano:

«O Voi che avete gli intelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame degli versi strani».[6]

            Con queste parole il Poeta veicola l’idea che al di là del linguaggio di comprensione immediata, la sua opera vuole comunicare qualcosa che non appare e non è evidente alla superficie.

            Nel Convito Dante presenta tre delle 14 canzoni che aveva in animo di commentare e dice così: «Sempre lo litterale dee andare innanzi, siccome quello nella cui sentenza gli altri sono inclusi, e senza lo quale sarebbe impossibile e irrazionale intendere agli altri; e massimamente all’allegorico è impossibile, perocché in ciascuna casa che ha il dentro e il di fuori è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori… Io dunque, per queste ragioni, tutta via, sopra ciascuna canzone ragionerò: prima la letterale sentenza, e appresso di quella ragionerò la sua allegoria, cioè l’ascosa verità».[7]

            Questa forma poetica ha caratterizzato la storia d’Europa dal X al XV secolo. Ha le sue radici lontane nell’Oriente.

In Persia e nel mondo islamico tra il IX e il XV secolo ci fu un vastissimo movimento mistico e religioso simile a quello che viene espresso in Europa dai Fedeli d’Amore. Mistici musulmani e Sufi avevano scritto moltissime poesie in cui parlavano della donna in termini fisici per intendere la Sapienza o Dio; in questa poesia la bocca, i capelli, il sorriso, il neo della donna avevano un preciso significato mistico iniziatico. G. Rossetti aveva dimostrato che questo modo di cantare a doppio senso era stato importato dalla Persia dai manichei, dai catari[8] e dai templari e dai poeti siciliani quali re Federico II,[9] il figlio Manfredi, il cancelliere Pier della Vigna, il notaio imperiale Jacopo da Lentini e da questi al Bolognese Guido Guinizzelli e ai toscani: Guido Cavalcanti, Dante, il giudice Cino di Pistoia (che per un certo tempo sospese per paura ogni commercio con i consettari), Francesco di Barberino, Cecco d’Ascoli (che fu bruciato vivo nel 1327 per aver detto che il papa è l’anticristo), Lappo o Lajo Gianni e altri nomi come Dino Frescobaldi Gherardo da Reggio, Giglio Lelli, Sennuccio del Bene, Dante da Majano, Nuccio Senese, Guido delle Colonne coevo del Guinizelli, Pannuccio dal Bagno Pisano. Poi: Boccaccio, Petrarca e, nel Cinquecento, Torquato Tasso e altri ancora.

Petrarca dirà d’Arnaut Daniel, trovatore provenzale, bruciato nel 1155: «Fra tutti il primo Arnaldo Daniello / Gran Maestro[10] d’Amore, ch’alla sua terra  / Ancor fa onor col dir polito e bello». E nel Trionfo d’Amore accenna alla loro artificiosa lingua che serviva come lancia, spada per offendere e come scudo ed elmo per difendersi: «Amerigo Bernardo, Ugo ed Anselmo / E mille altri ne vidi, a cui la lingua / Lancia e spada fu sempre, e scudo ed elmo».

Cantavano d’amore i signori assoluti e principi coronati, Federico I e Federico II, imperatori di Germania, Corrado e Corradino stesso con Enzo, re di Sardegna della medesima famiglia, da Alfonso, re di Pastiglia, a Tedaldo, re di Navarra dai Conti di Provenza ai  conti di Barcellona, ai conti di Toledo.

Il primo cantore riportato dalla storia sembra che sia stato il conte di Poitou. Un altro conte di Poitou fu il fratello di Luigi VIII, Filippo il Lungo, pure lui cantore d’amore e voleva che tutta la sua corte si componesse di cantori.

Federico II incominciò a scrivere versi in volgare dedicandoli ad una donna che non legge il latino. La donna in questione leggeva la Bibbia, e siccome sappiamo che questo libro era tradotto in latino e non in volgare, risulta quindi evidente che non si tratta d’una donna, ma di qualcosa d’altro con il quale l’Imperatore si era alleato contro Roma. L’amore, in questo linguaggio allegorico, presenta le idee di questo gruppo consettario.

 L. Valli precisa che «la poesia de Fedeli d’Amore… si deve inquadrare tra la strage degli albigesi[11] e quella dei templari[12]; si deve incorniciare in quel fervore di tentate rivoluzioni religiose, di aspettazioni apocalittiche, di odi contro la Chiesa carnale, di ricerca della Chiesa ideale, che nei secoli XIII e XIV pervade tanto l’interno quanto l’esterno della ortodossia e che comprende il movimento di S. Francesco, il resto dei movimenti dei catari, dei valdesi, dei patarini, il movimento dei Fraticelli e forse le idee segrete dei Templari».[13]

Tra la crociata di Innocenzo III, (1208) contro gli albigesi e l’abolizione dell’Ordine del Templari (1312,1314)  vogliamo rilevare quattro elementi che ci permettono d’inquadrare non solo il tempo di Dante, ma ciò che costituisce il senso della sua opera:

-         l’espansione dell’ordine di Gioacchino da Fiore (1130-1202), la cui regola fu modellata, ma rendendola più severa, su quella dell’ordine cistercense che aveva abbandonato;

-         la politica e l’azione di Filippo il Bello, re di Francia e del papa Clemente V, contro i Templari;

-         il partito ghibellino insofferente ed oppositore della politica della curia di Roma che ha causato a Dante l’esilio dalla sua amata Firenze;

-         la poesia provenzale dopo le crociate che i catari hanno subito nel XII e XIII secolo.

Queste quattro situazioni storiche vengono riprodotte, cantate e veicolate dai Fedeli d’Amore. Il pensiero di  Gioacchino da Fiore e dei suoi discepoli e i frati mendicanti coinvolge la società del tempo: popolo, nobili e religiosi senza, però, che ne facciano parte. Si attendono l’èra dello Spirito. I templari, un ordine riconosciuto dalla Chiesa, possedendo immense ricchezze ed essendo prestigioso lo si vuole sciogliere. Lo si distrugge utilizzando l’arma più semplice del tempo, quella dell’accusa di eresia. L’ideologia politica dei ghibellini che, pur riconoscendo e anche professando la religione della Chiesa di Roma, ne contestano però lo strapotere temporale e politico del suo principe e della sua curia. All’esterno della Chiesa abbiamo i valdesi che sono stati separati dall’Ecclesia perché desideravano annunciare la Parola di rinnovamento come animava la loro fede, non sottomettendosi a ministri immorali e al divieto che la Chiesa aveva imposto. I movimenti ereticali influenzati dall’Oriente manicheo, come quella dei catari, che installandosi in Occidente fecero fiorire anche altri gruppi, che prendevano generalmente nome dalle località di cui si stabilivano o dalla figura carismatica che li costituiva, conservando i tratti d’una matrice comune.

Queste forze divise tra loro per situazioni geografiche e anche per posizioni teologiche e politiche erano, però, unite, facendo un fronte comune nel condannare Roma e nel chiedere una Chiesa meno corrotta, e più evangelica. Un linguaggio “segreto”, poetico accomunava queste forze che esprimevano ideologie e bisogni simili, comuni.

Crediamo che ci siano elementi per ritenere che la Commedia di Dante esprima questo humus del suo tempo, e il Poeta scriva un’opera nella quale raccoglie non solo le eredità dei grandi  poeti greco-latini del passato e le loro mitologie, ma anche la ricchezza di quella cultura che l’Occidente ha riscoperto nell’incontro con l’Oriente. In un tempo di attesa e di fermento religioso, dove era necessario un rinnovamento spirituale che verteva però più su una moralizzazione dei costumi che sull’ideologia, sulla dottrina, Dante fa precedere il carro, - che porterà Beatrice, la Chiesa nella sua purezza, e la figura a lei contrapposta, la puttana che amoreggia con i re della terra, la Chiesa di Roma, nella sua corruzione,  - da una processione con degli arredi del tempio di Gerusalemme e con l’eredità giudaico-cristiana, espressa con la presentazione dei personaggi che hanno costituito la Rivelazione scritta, cioè la Sacra Scrittura. 

 

 

Il calabrese abate Gioacchino di spirito profetico dotato

 

A causa della corruzione della Chiesa che, anziché essere sale, lievito per la società, contribuiva fortemente al suo degrado morale, era conseguente credere ad un intervento divino per compiere il suo giudizio e dare il castigo. «La venuta del Signore è imminente», era stato detto al concilio di Trosly, nel 909. «Il Signore sarebbe apparso nello splendore terrificante della sua maestà e i pastori si presenteranno con i loro greggi davanti alla faccia del Pastore eterno».[14] Verso la fine del secolo, le manifestazioni di spirito apocalittico crebbero. Nel 960, un eremita è espositore di terribili predicazioni in Francia e quando qualche anno dopo ci fu un’eclisse di sole, i soldati d’Ottone I, che combattevano in Calabria, credettero che fosse giunto il giorno del giudizio. Era anche generale il credere che un uomo terribile, l’Anticristo, sarebbe apparso. Questo pensiero «aveva invaso il mondo quasi interamente»,[15] scrive un autore verso il 998. Si attendevano anche grandi catastrofi per il 992, anno in cui l’Annunciazione doveva coincidere con il Venerdì santo, e altre erano attese per l’anno mille. Nell’avvicinarsi alla fine della storia, (fine primo millennio), aumentavano le processioni, si moltiplicavano i pellegrinaggi e dappertutto si riparavano chiese, conventi e se ne costruivano dei nuovi. Si cercava di comprare il cielo con le buone opere sulla terra.

Il nuovo millennio inizia senza che nulla di quanto atteso si realizzasse, ma gli animi continuano ad essere inquieti. I Turchi nel 1010 arrivano vicino a Gerusalemme, nel 1033 (mille anni dalla passione del Cristo) si ebbe la più terribile carestia del secolo. Si guardava al futuro con apprensione. L’avvento del Signore non era recepito come la realizzazione «della beata speranza» come la definiva l’apostolo Paolo[16], ma era atteso come giudizio, come punizione, creando angoscia per la sua realizzazione soprannaturale.

Jundt diceva che all’inizio dell’XI secolo c’è un ravvivamento spirituale, morale e sociale attorno all’ordine monacale di Cluny. Si progetta di raccogliere la grande famiglia umana sotto la guida del sommo pontefice, come le case dell’ordine erano sottomesse all’arciabate della casa madre. Si voleva trasformare la cristianità occidentale in una immensa “città” di Dio. Il Papa sarebbe stato «il depositario del diritto divino e di ogni potenza politica ed ecclesiastica in questo mondo, l’arbitro dei conflitti tra i principi; in una parola, il capo supremo del popolo di Dio, il nuovo Giosué che decreta in tutti i Paesi la guerra santa contro i nemici della fede. Tale è il piano grandioso che il monachesimo di Cluny, e gli altri ordini che si sono associati alla sua visione ecclesiastica, si sforzarono di realizzare. All’invecchiata e degenerata Chiesta cristiana sostituirono quella di una nuova teocrazia pontificia, che era rappresentata al di sopra delle divisioni della politica, realizzando l’unità del mondo cristiano… del quale il nuovo impero germanico non poteva più essere l’espressione».[17] I papi della scuola di Cluny: Leone IX (1049-1054), Gregorio VII (1073-1085), Urbano I (1088-1099), modificarono i regolamenti per realizzare questo progetto. Questa iniziativa non raggiunse il suo risultato perché la Chiesa era incapace di spogliarsi spontaneamente dei suoi possedimenti temporali e vivere della generosità dei fedeli. Il bene degli ecclesiastici e della Chiesa divenne una diga insormontabile alla riforma. «Senza possessioni e senza privilegi temporali, nessun avvenire certo, nessun mezzo di difesa era assicurato alla Chiesa nel mezzo della società».[18] In altre parole, un potere che nel corso dei secoli aveva fatto tutto per accumulare beni e privilegi ora rinnovato, li avrebbe dovuti rinunciare.

Gioacchino da Fiore (1130ca-1202)[19] profondamente convinto della corruzione della Chiesa e della sua radicata incapacità a realizzare l’ideale del regno di Dio, come è espresso nella Scrittura, considerava questa realtà come un periodo di transizione, come una fase dell’evoluzione storica, che realizza il progetto divino stabilito fin dall’eternità. Considerava la realtà della Chiesa nella sua drammaticità, ma nel nome della sua visione generale della storia non ha per lei indignazione, espressioni veementi, condanne appassionate, anche se la «giudica come Sinagoga di Satana a causa della sua simonia e del concubinaggio dei preti, che i pochi sacerdoti buoni non basteranno a salvarla dalle orde paurose e crescenti delle masse ereticali dei catari e dei Valdesi, a cui si aggiungono le incursioni dei saraceni»[20],  ma la tratta con indulgenza perché, non essendo  nel piano di Dio  la Chiesa perfetta e ultima che esprime la pienezza della grazia divina, non può dare di più. Non così si comportarono poi i suoi discepoli nei confronti della madre Chiesa.

Gioacchino divideva la storia in tre periodi: il primo, quella del Padre, da Abramo a Cristo, è il periodo introduttivo. Il secondo, quella del Figlio, dalla narrazione degli evangeli fino al 1260, è il regno sacerdotale, della gerarchia ecclesiastica inaugurata con il sacerdozio di Cristo. I 1260 anni corrispondono ai giorni di Apocalisse 12:6,[21] ai 42 mesi di Apocalisse 13:5 o altrettante generazioni di trent’anni l’una, ai tre anni e mezzo profetici (Apocalisse 12:14) che iniziano con l’incarnazione di Gesù. Il terzo periodo inizia dal 1260. È quello dello Spirito Santo. La data del 1260 non deve essere presa in forma rigida, era previsto un tempo di transizione più o meno lungo, una o due generazioni, durante il quale si sarebbe manifestato l’Anticristo (… dall’unione tra l’ultima principessa normanna e il diabolico svevo), un re tiranno «peggiore dei precedenti», che hanno diviso l’impero romano, che devasterà la Chiesa per tre anni e mezzo purificando, in questo modo, la cristianità, separando il buon grano dalla pula. Lo Spirito Santo si manifesterà nella sua pienezza, realizzando la profezia di Gioele che farà dell’antica Chiesa sacerdotale, Ecclesia carnalis, (la Chiesa impura dell’Apocalisse) la Chiesa spirituale, Ecclesia spiritualis. I nuovi uomini spirituali comprenderanno come non mai le cose del Signore, anche quelle fino allora non rivelate, passando dall’“intelligenza letterale” delle Scritture all’“intelligenza spirituale”. Questa intelligenza e penetrazione nei misteri del pensiero di Dio corrisponde all’«evangelo eterno» che deve essere annunciato a tutta l’umanità e quest’opera verrà realizzata con grande successo.[22] Si vivrà così nell’èra della libertà, dell’amore, dell’amicizia con Dio e della sua contemplazione, quando la legge di Dio sarà scritta nel cuore degli uomini.[23] Sarà il tempo della Chiesa monacale, di cui il tempo che va dalla costituzione dell’Ordine di San Benedetto da Norcia, nel VI secolo, che fonda la sua casa madre a Montecassino nel 529, fino all’inaugurazione del tempo dello Spirito è considerato introduttivo, preliminare, di preparazione; durante il quale il monachesimo è stato “sterile” anche se ha generato eminenti personalità animate dallo Spirito. In quel tempo la Chiesa genererà un figlio, il capo (dvx) nella nuova era cristiana. «Questo figlio non sarà un individuo, ma un ordine, superiore a tutti gli ordini precedenti, un “ordine di perfetti”, un “popolo di Santi”, votati alla contemplazione mistica come si addice a coloro che sono illuminati dallo Spirito Santo, un ordine vivente nell’umiltà e nella povertà, sul modello dell’età apostolica “dove non si acquistavano dei beni, ma si vendevano quelli che si avevano”.  E per definire meglio la santità dei nuovi religiosi, li si chiamavano secondo Zaccaria XIII:7, i “piccoli”. I trionfi più gloriosi attendono questo ordine. Sarà lui a rivelare l’ideale teocratico del monachesimo e stabilire definitivamente il regno di Dio sulla terra.- I Greci si sottometteranno e l’unità ideale della Chiesa sarà così ricostituita. Tutte le discordie saranno appianate qui sulla terra, i cuori dei padri saranno riconciliati con quelli dei figli (Malachia 4:6), e non ci sarà in tutta la cristianità che un solo “popolo di Santi”, e si compierà la promessa dell’Eterno a Salomone: “Io sarò tuo Padre e tu sarai mio figlio”.- L’Ordine dello Spirito Santo sostituirà la gerarchia sacerdotale nel governo del mondo cristiano. Raccoglierà la successione dell’episcopato ed erediterà dei diritti dal pontefice romano alla supremazia universale. La Chiesa latina non si rialzerà dai colpi che l’Anticristo gli avrà dato; Roma, la grande Babilonia dell’Apocalisse, perderà il suo dominio politico; le “catene di Babilonia” saranno rotte; dopo aver sopportato con costanza le tribolazioni dell’Anticristo, il papato cadrà in “dissoluzione” quanto alla sua forma esteriore, per rinascere raggiante e glorioso come non mai quanto alla sua essenza che non perisce, nella “Gerusalemme celeste”, o l’ordine spirituale della terza età.  Le promesse del Signore, in effetti, non periscono: la Chiesa di Pietro, che è il “trono del Cristo”, non sparirà; solamente si trasformerà e riceverà un nome nuovo. Lontano dal gemere per questa trasformazione, lontano dal vederla compiersi con dolore ed invidia, il papato se ne rallegrerà, poiché lo scopo della sua missione spirituale nel mondo sarà raggiunto.

L’ordine che presiederà così ai destini della Chiesa nella terza età, non formerà una moltitudine disordinata; avrà il suo governo interno, i suoi “prelati, vicari terrestri di Gesù Cristo”, che possederanno in una misura tutta speciale lo Spirito del Signore dato a tutti i suoi membri. La gerarchia della seconda età riapparirà dunque spiritualizzata nella Chiesa monacale degli ultimi tempi. Il mondo laico pure, spiritualizzato, cioè strasformato dallo spirito del monachesimo, troverà il suo posto nella nuova società religiosa».[24]    

I confratelli francescani mendicanti, o spirituali, che vennero dopo Gioacchino, erano rigorosi nell’applicare l’articolo riguardante la povertà. Malgrado S. Francesco avesse raccomandato ai suoi fratelli di non possedere nulla dando l’esempio che significava niente in forma assoluta, questa regola non nello stesso modo era osservata dalla maggioranza dei francescani. E viva era la scissione nell’Ordine sul significato che si era compiuta sulla nozione del possesso.

«Questa idea di una Chiesa dello Spirito trovò il suo sviluppo più gravido di conseguenze nell’ordine francescano, soprattutto in Provenza. Da qui probabilmente essa prese la via verso il mondo di idee del templarismo, nel quale l’attesa di una Chiesa spiritualizzata e rinnovata, nonché di un Impero vigorosamente ringiovanito, più tardi favorì la speranza di una quasi miracolosa rinascita dell’Ordine stesso dei templari.-  Il centro spirituale di quel gioachinismo provenzale fu il convento francescano di Hières presso Tolone.- Così verso la metà del sec. XIII, il gioachinismo era diventato un movimento spirituale che cominciava a penetrare profondamente nel mondo dei laici».[25]  

Che il pensiero di Dante sia stato influenzato da Gioacchino lo possiamo rilevare nel Convivio[26] dove esprime l’opinione che noi viviamo nella terza ed ultima età del mondo: «Noi siamo già – egli dice – nell’ultima età del secolo, e attendiamo veracemente la consumazione del celestiale movimento»; e nell’empireo Beatrice, dopo aver mostrato a Dante quanto sia grande la mistica rosa, gli dice:

«…Mira

quanto è il convento delle bianche stole!    /…/ 

Vedi li nostri scanni si ripieni

che poca gente più ci si disira»![27]    

«Se pochi erano gli scanni ancora vuoti in paradiso, - commenta A. Ricolfi - ciò pare voglia significare che per Dante l’umanità è già entrata nell’età finale ed è prossima la fine del mondo. Dante vede, è vero, che tutto il mondo

“di giorno in giornò più di ben si spolpa”[28],

perché il pastore e le pecorelle, invece che pascersi del benedetto fiore della sapienza santa, sono soltanto avidi del

“Maledetto fiore  c’ha disviatte le pecore e gli agni

però che fatto ha lupo del pastore”[29]».[30]

            Anche Gioacchino è stato influenzato dalla cultura dell’Oriente dove aveva soggiornato da giovane, pellegrino in Terra Santa, con Giovanni da Parma. Conobbe i montanisti che si consideravano ispirati dallo Spirito Santo e si atteggiavano a profeti e pensavano prossimo il giorno del giudizio universale, l’inizio di una nuova vita immortale celeste. Dante lo presenta in Paradiso come

«il calavrese abate Giovacchino

di spirito profetico dotato».[31] 

Egli seppur legato alla Chiesa latina - dalla Chiesa greca aveva assorbito la nozione dello Spirito che dovrebbe ravvivare quella occidentale e si accostava ai catari, che anche loro facevano dello Spirito una espressione consistente della propria spiritualità e che i perfetti ricevevano nel giorno del loro consolamentum e che il battesimo d’acqua fosse sostituito da quello del fuoco. Questa assonanza con gli eretici non gli impedì di perseguitare i catari e patarini.

            Dopo morto, la Chiesa condannò la dottrina di Gioacchino da Fiore nel 1215, al concilio del Laterano, per aver criticato nel Decacordo quanto Pietro Lombardo aveva detto dell’essenza di Dio  e nel 1254[32], ma Dante lo ha ammirato molto sia per le qualità morali, di edificazione[33] e per il suo sogno di purificazione della Chiesa. Il dantologo U. Cosmo conclude il suo articolo nel Giornale Dantesco, dicendo che è evidente «l’intima parentela tra il pensiero del più grande poeta e il più gran santo d’Italia».[34] Ma «sono le opere di due fervidi minoriti: il provenzale Pier Giovanni Ulivi (Olivi) e il suo discepolo Ubertino di Casale, che esercitarono un notevole influsso su Dante, e che, essendo venuti ad insegnare e a predicare quali lettori di teologia in Santa Croce a Firenze negli anni 1277 e 1278, Ubertino vi tornerà dal 1285 al 1289, poterono avere avuto tra i loro allievi anche Dante. I Frati Minori vi tenevano infatti una regolare scuola per fanciulli; e questa sembra appunto la scuola che frequentò Dante. Se così è, se egli giovinetto ne sentì la calda predicazione, si spiegherebbe come filtrasse poi in lui parecchio della dottrina profetica e del culto dei numeri inerenti alla dottrina dei gioachimiti; benché dalle esagerazioni dell’Ulivi e d’Ubertino egli seppe sempre guardarsi.- Questa dottrina profetica, a noi nota attraverso le opere dell’abate, e de’ suoi numerosi discepoli, eserciterà uno straordinario influsso su tutte le più pure correnti religiose del Duecento: comprese fra questa i pastorelli e i saccati di Provenza, e in Italia i fraticelli (i quali giunsero a giudicare eretico persino Innocenzo III, perché aveva condannato Gioacchino!), e i celestini».[35]

 

 

La Commedia e i Templari

 

L. Valli ricorda che al Museo Imperiale di Vienna si trova una medaglia con l’immagine di Dante circondata dalle lettere F.S.K.I.P.F.T. che sono interpretate: Fraternitatis Sacrae Kedosh Imperialis Principatus Frater Templarius. Prima di Rossetti si era già supposto che Dante fosse un templare e ciò conferma una tradizione che ha il suo valore. I templari tenevano gli adepti al grado di novizi per 9 anni prima dell’iniziazione. I loro colori erano il rosso e il bianco. Dante viene ritratto da Giotto vestito di rosso e di bianco. Nel Paradiso, Dante fu condotto da Beatrice fino al «giallo della Rosa sempiterna»[36], giunto lì, alla perfetta visione della beatitudine di Dio, ebbe come guida un cavaliere templare, anzi proprio colui che aveva dettato le leggi dell’Ordine, anzi il suo Padre spirituale: San Bernardo! A questo ed altri argomenti già presentati dal Rossetti e dall’Aroux, il Valli aggiunge che il Boccaccio fece una appassionata apologia dei templari nel IX libro, dei casi degli uomini illustri e li chiama «i nostri» e narra in una novella di un poeta della famiglia degli Elisei (che è quella di Dante) che andava errando, perché messo al bando dalla sua patria a causa di un “fraticel pazzo e bestiale”. Questo poeta fu ripreso dall’amore per la sua donna che l’aveva abbandonato “perché sentì cantare a Cipri una canzone già da lui composta in onore di Lei”. Cipri era la sede dei templari. Per il Valli emerge un altro argomento. Il sonetto di Dante Se vedi gli occhi miei di pianger vaghi, si riferisce indubbiamente a un’epoca di persecuzioni e di terrori subiti da Fedeli d’Amore e che vengono a fissarsi cronologicamente proprio nell’epoca della tragedia dei templari convergendo con le canzoni di Francesco Barberino: Se più non reggia il Sol, dove allude alla setta semidistrutta, parte morta, parte in prigione e in catene. È da rilevare la calda, nobilissima, appassionata apologia che fa dei Templari il Boccaccio nel IX libro: Dei casi degli uomini illustri (i libri, caso strano, sono 9). Esalta la loro purezza, la nobiltà e la povertà. Poi parla del loro martirio e della loro innocenza proclamata davanti alle fiamme del rogo: «Né altro dicevano eccetto che erano veri cristiani e che la loro religione era stata ed era santissima. Così lasciarono consumare in tormentati corpi fino all’ultimo esito degli spiriti».[37]

«I templari acquistano importanza proprio nel momento in cui fiorisce la poesia d’amore. Essi hanno avuto lunghi ed intimi contatti con la Siria e la Persia e secondo alcuni la loro fede ne fu contaminata fino al punto di essere per questo distrutti. Avevano riti segreti e grande potenza».[38]

I templari erano un Ordine religioso-militare che si costituì nel 1118,1119 a Gerusalemme, conquistata dai crociati nel 1099. Lo scopo era quello di salvaguardare le strade che collegavano Gerusalemme alla costa del Mediterraneo. Contribuirono alla difesa della città dai musulmani. Nel 1128, in occasione del Concilio di Troyes, divenne un Ordine indipendente staccandosi quindi da quello agostiniano e dandosi la severa regola cistercense. Al vertice c’era un gran maestro attorniato da alti dignitari. Diversi papi espressero nei suoi confronti dei riconoscimenti che ebbero come risultato finale l’esenzione da ogni autorità di diocesi ed indipendenza da ogni autorità regale, sia di Gerusalemme, dal re di Francia e altre corti. Si distinsero nella varie battaglie esprimendo molto coraggio e pagando un tributo alto di sangue per la guerra santa. I musulmani non concedevano la grazia a un templare catturato. L’assistere e l’aiutare i pellegrini che giungevano in Terra santa li beneficiò di grandi eredità, possedendo in Europa immensi patrimoni fondiari, la cui rendita e una attività bancaria faceva dell’Ordine una potenza finanziaria molto appetita. L’espansione dell’Ordine e la grande influenza faceva sì che fossero considerati una Chiesa nella Chiesa, e in Francia, che aveva in Tolosa il suo quartier generale, era visto come uno Stato nello Stato, al quale i principi si rivolgevano per esigenze economiche. Rientrati i cavalieri da Gerusalemme, dopo il 1291 si era progettato di assorbire questo Ordine in considerazione del fatto che, non presente in Palestina, non aveva più ragione di esistere. In realtà ciò che si desiderava avere era il suo forziere e il re francese Filippo il Bello si distinse in questa azione avendo un gran bisogno di soldi per le sue casse vuote.

Il re Filippo nel 1306 confisca i beni degli ebrei per portare denaro nelle sue casse. I beni dei templari erano considerati ecclesiastici. Allo scopo che Clemente V iniziasse un processo d’eresia nei confronti dell’ordine, nell’estate del 1307 Filippo il Bello fece una forte pressione sul papa. Il 13 ottobre 1307 il re di Francia ordina l’arresto dei templari nel suo Regno d’oltralpe, senza avvertire il papa né comunicargli l’azione a fatto compiuto. Il 29 maggio 1308 il papa rispondeva al re dichiarando che i templari erano innocenti. Il re era messo in gran difficoltà. La casa francese aveva bisogno di Roma, anche perché c’era il progetto di fare eleggere re di Germania il conte Carlo di Valois allo scopo di conquistare il nuovo casato e la corona imperiale.

Clemente V cede alle pressioni di Parigi e il 18 marzo 1311 ordina ai principi, ai re e agli inquisitori di ricorrere alla tortura nei confronti dei templari. La data segna anche la convinzione che l’ordine sarebbe stato soppresso. Il 16 aprile 1311 Dante scrive una lettera ad Arrigo VII in viaggio verso Roma. Il Poeta, che non conosceva ancora quanto emanato il 18 marzo e ha parole di benevolenza verso il papa chiamandolo “padre dei padri”. Il 25 agosto Clemente V emana il secondo ordine di torturare i templari.

Arrigo VII era il re amato dai templari, il solo che poteva aiutarli. Quando salì sul trono Lodovico il Bavaro, la bolla del 22 marzo 1312 che ordinava la soppressione dell’ordine era già stata emessa. Clemente V diventa agli occhi di Dante il “pastore senza legge”.  Quell’evento è definito da Michelet «il maggior disastro della storia d’Occidente».[39]

R.L. John scrive: «L’Alighieri credeva incrollabilmente alla risurrezione del templarismo, si rifiutò di scorgere nel concilio la sua pietra tombale; per lui quel concilio fu soltanto una triste e per niente vincolante pietra miliare nella storia dei templari».[40]

La struttura della Commedia e la situazione dei templari nei rapporti con il re di Francia e Clemente V ci permettono di condividere il pensiero che l’opera dantesca tiene conto di questo Ordine e presenta i fatti che precedono la conclusione della sua storia.

La struttura dell’opera s’ispira al simbolismo cistercense. Si poteva costituire un convento  se oltre all’abate c’erano anche 12 monaci. Un templare che non partecipava per impedimenti vari al culto comunitario era obbligato a recitare tredici Padrenostri come ufficio giornaliero e altrettanti in onore della Vergine. Il Gran Maestro era nominato dal capitolo elettorale costituito da dodici cavalieri e da un cappellano. Il numero 13 domina la struttura della Commedia e, a tale proposito, R.L. John ha fatto un’opera minuziosa per dimostrarlo.[41]

Oltre al commento che faremo nel nostro Capitolo IV, i brani principali  che sono messi in relazione con i templari sono i seguenti:                 

Nell’Inferno è presentato come: «lui chi Francia regge».[42]

Nel Purgatorio incontriamo suo padre, Filippo III, e suo suocero Enrico I di Navarra,  che non si lamentano per quanto stanno espiando, ma per il figlio e il genero che chiamano:

«mal di Francia»[43]

e incontrandosi con Ugo Capeto che nel presentarsi dice:

                               «Io fui radice della mala pianta

che la terra cristiana tutta aduggia,

si che buon frutto rado se ne schianta».[44]

            Dice di essere il capostipite-radice della dinastia-albero malvagia che diffonde una malefica ombra corruttrice della cristianità  e il buon frutto è raro a raccogliersi. Dante esprime con questo pensiero la politica antimperiale della corte di Francia, che come descriverà più avanti è sostenuta da Roma con la quale amoreggia e che avrà come risultato anche il trasferimento della curia ad Avignone. È il fondatore della casa di Francia che si esprime, dice N. Sapegno, come: «giudice, interprete e profeta dell’imminente giudizio divino».[45]

            Capeto elenca i numerosi misfatti dei suoi discendenti fino a giungere a quelli di Filippo il Bello:

       «Perché men paia il mal futuro e il fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

       Veggiolo un’altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l’aceto e ‘l fele,

e tra vivi ladroni esser inciso.

       Veggio il novo Pilato sì crudele,                      

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

porta nel Tempio le cupide vele».[46]

            Dopo che Bonifacio VIII aveva scomunicato il re di Francia, Filippo fece proclamare da un concilio di vescovi, il 7 settembre 1303 l’illegittimità della nomina del Papa. L’esercito del re, sostenuto da Colonna, entrò in Anagni e fece prigioniero il papa che fu liberato da una rivolta popolare. Come conseguenza, il Villani scrive che il vicario del Signore ritornato a Roma: «per l’ingiuria ricevuta gl’insurse… diversa malattia, che tutto si rodea come rabbioso, e in questo stato passò di questa vita a dì 12 ottobre».[47] Dante era così avverso a Filippo che il suo antenato lo paragona a Pilato che in Bonifacio VIII ricolpisce, con le mani dei suoi soldati, il Cristo sulla croce, con l’offerta dell’aceto, del fiele, quando consegna il papa ai suoi nemici mettendolo nelle mani dei Colonna e negando poi la sua personale responsabilità. L’appellativo di nuovo Pilato glielo aveva dato Benedetto XI in un discorso tenuto a Perugia nel 1304, che Dante deve aver sentito o letto. Nel 1307 Filippo il Bello, con una impresa piratesca (le vele), arrestò i templari, s’impossessò delle loro ricchezze, li accusò di eresia, li mandò a morte senza che fosse stato pronunciato un decreto nei loro confronti. Sarà nel 1312, durante il Concilio di Vienna, come abbiamo già detto, che l’ordine sarà sciolto. Il Salvemini scriveva che così facendo «Filippo il Bello non aveva più pagati i debiti che aveva coi templari, i quali fino alla vigilia del processo erano stati i suoi banchieri»; aveva confiscato tutto il denaro liquido; «aveva avuto l’attenzione di distruggere tutti i registri contabili, pretese di essere anche creditore dei cavalieri e si fece pagare dagli ospitalieri 200.000 lire tornesi a saldo di ogni avere; e finalmente, nonostante la deliberazione di Clemente V, continuò a godersi le rendite dei beni immobili dell’ordine col pretesto di rifarsi delle spese sopportate per mantenere in prigione i templari durante il lungo corso del processo».[48] Su questo monarca il Poeta invoca la vendetta dal cielo:

       «O Signore mio, quando sarò io lieto

a veder la vendetta che, nascosa,

fu dolce l’ira nel tuo segreto?».[49]

            «Forse non è eccessivo collegare le parole di Ugo Capeto alla maledizione lanciata da Walter de Molay, il Gran Maestro del Tempio, dal rogo su cui fu arso nel 1314, contro Filippo il Bello e Clemente V i quali, come da lui predetto, morirono entro l’anno».[50] Dante presenterà la realizzazione di questo giudizio-vendetta in Paradiso:

                               «Lì si vedrà il duol che sovra Senna

induce, falsamente la moneta,

quel che morrà di colpo di cotenna».[51]

«Si dice che Filippo il Bello morisse in un incidente di caccia, sbalzato dal cavallo la cui strada era stata tagliata da un cinghiale (la “cotenna”).[52] Né viene dimenticato l’altro corno della vendetta che colpisce Clemente V»:

                               «Ma poco poi sarà da Dio sofferto

nel santo officio; ch’el sarà detruso

là dove Simon mago è per suo merto».[53]    

«Clemente V infatti è colpevole d’aver venduto la Chiesa al re di Francia. Il loro triste connubio acquista tinte apocalittiche nella grande allegoria finale del Purgatorio».[54]

            Quanto abbiamo già riportato nella sezione precedente è altrettanto significativo in chiave templare la lettura del XXX canto del Paradiso:                   

                        «… Mira

                        quanto è il convento delle bianche stole!».[55]

Le «“bianche stole” - blanc manteaux - era il soprannome popolare dei templari (ancora oggi si trova a Parigi una Rue de blancs manteux): i bianchi, vistosi mantelli erano stati scelti a significare la riconciliazione col Creatore e la totale castità. Anche il termine “convento”, nella sua ambiguità, rafforza questa tesi, ulteriormente confermata dall’accenno ai Beati come “milizia santa”.[56]

La scelta di Bernardo come guida finale per il celeste viaggio non è priva d’importanza: San Bernardo è l’ispiratore dell’Ordine del Tempio, alla qual cosa si fa forse cenno con la scelta dei termini “contemplando” e “contemplante”[57]».[58]

            Anche la figura di Clemente V (1304-1314), malaticcio, debole, indeciso, mite con i forti, debole con i potenti e maestro nel temporeggiare. Arcivescovo di Bordeaux, fu eletto papa nel 1305, incoronato non a Roma, ma a Lione. Vive l’ultimo periodo della storia dei templari. Sei sono le condanne che Dante gli attribuisce.[59] 

Nicolò III dice a Dante che attende Clemente V all’Inferno, nei simoniaci, dopo la morte di Bonifacio VIII; nel Purgatorio viene identificato con la puttana che amoreggia con Filippo il Bello e il DXV (cinquecentoquindici) che deve sopprimere la bestia, il sistema papale, ucciderà anche lui se sarà ancora in vita; nel Paradiso è il Guascone che “ingannerà” il re Arrigo dopo averlo lusingato a venire in Italia; e assieme ai sodomiti e ai caorsini, tutti usurai[60], si appresta a distruggere il patrimonio spirituale della Chiesa acquistato con il sangue dei martiri; e ancora, Beatrice, che nei confronti dei templari può essere vista come la Sapienza del Tempio,[61] non lo condanna come traditore, ma come simoniaco e deve andare a prendere il posto di Bonifacio anche se in pubblico era favorevole ad Arrigo, ma in privato e di nascosto, naturalmente per motivi d’interesse e di grandezza, gli tramava contro. Beatrice dice di Lui che era «prefetto nel foro divino»[62] «ha meritato le sue condanne soprattutto come presidente del tribunale divino, … ufficio… (che) era stato fraudolentemente acquistato con la simonia e poi profanato dalla sua azione contro i templari; infine la sua ostilità contro Arrigo VII tolse all’Ordine l’ultima sua possibilità di difendersi».[63]

Dante fa dire a Pietro:

       «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che vaca

ne la presenza del Figliuol di Dio,

       fatt’ha del cimitero mio cloaca

del sangue e de la puzza; …».[64]

R.L. John ricorda che «Ubertino di Casale aveva contestato a Bonifacio VIII la legittimità del suo alto uffizio; Dante invece la riconobbe esplicitamente. Ora però egli nega a Clemente V la legittimità del suo papato… La triplice ripetizione «il luogo mio»  non è solo una espressione enfatica, ma anche un accenno al terzo papa a partire dalla Pasqua del 1300, dai giorni cioè in cui si compie il viaggio di Dante nell’aldilà».[65]  È nell’Inferno, nel canto XIX, dove sono presentati gli avari e i simoniaci, che papa Nicolò III paragona il suo successore a Giasone che ebbe, comprandola in modo fraudolento al re siriaco Antioco Epifanie, la funzione di sommo sacerdote, come fece Clemente V con il re francese Filippo il Bello:

                        «Nuovo Iasòn sarà…

… chi Francia regge».[66]

            Villani dice di questo papa che trasferì la sede ad Avignone: «Fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per denari s’avea in sua corte».  E il Sapegno commenta: «Si diceva che Bernardo di Got avesse comperato il papato, proponendo a Filippo il Bello, re di Francia, in cambio del suo potente appoggio, larghe concessioni, fra cui l’uso di “tutte le decime del reame per cinque anni”[67]».[68]

            Scrive il sacerdote R.L. John che: «il giovane adepto templare, avido di apprendere, ebbe occasione di conoscere a Firenze due discepoli personali di Tommaso d’Aquino: i due monaci domenicani fra Remigio Gerolami fiorentino (morto nel 1319) e fra Nicola Brunazzi di Perugina, ch’era stato compagno di Tommaso nel suo secondo viaggio a Parigi, nell’autunno del 1268. Entrambi insegnarono a Firenze nella scuola teologica del loro ordine, la quale fu poi trasformata in uno Studium generale nel 1295. Dante, il teologo, studiò certo con fra Remigio, dal quale fu verosimilmente introdotto nel pensiero di Alberto Magno e di Tommaso d’Aquino. Già il primo periodo del Convivio, scritto intorno al 1308, sembra tolto da una lezione introduttiva di fra Remigio Gerolami; inoltre nella chiusa di questa sua opera filosofica Dante chiama San Tommaso familiarmente “il buon frate Tommaso d’Aquino”. Non è neppure da escludersi che sia una reminiscenza di uno scritto di fra Remigio l’allegoria dei circa cento passi di danza di Matelda nel Paradiso Terrestre[69] e dei quasi dieci passi di Beatrice[70] nella stessa scena. Infatti lo scritto intitolato De via paradisi, del domenicano fiorentino, comincia con le parole: “Effettivamente, la via del paradiso consta di dieci passi, secondo il numero dei dieci comandamenti morali di Dio, di modo che ogni comandamento rappresenta un passo”».[71]

Come per i catari il centro del templarismo era in Francia a Tolosa.

 

 

I Ghibellini e i Fedeli d’Amore

           

«La catastrofe (politica di Dante) cominciò all’inizio dell’anno 1300, quando papa Bonifacio VIII… manifestò ad una legazione del re di Germania, Alberto d’Asburgo, il proprio urgente desiderio di ottenere la cessione alla Santa Sede della Toscana, retaggio della contessa Matilde di Tuscia. In quel momento, Alberto d’Asburgo non aveva ancora ottenuto il riconoscimento di Roma alla propria elezione. Il papa chiedeva la cessione della Toscana richiamandosi all’analoga cessione della Romagna, fatta pochi decenni prima da Rodolfo d’Asburgo, padre di Alberto. Senonché i “desideri” di Bonifacio VIII erano sempre delle pressanti richieste, cosa di cui non v’era dubbio soprattutto in quel caso. Da lungo tempo egli si proponeva di fare della Toscana un regno con capitale Firenze, e di insediarvi come sovrano uno dei suoi nipoti. In questo modo i membri della sua famiglia, i Castani, sarebbero diventati una dinastia: e Jacopone da Todi osò cantare in versi quanto mai audaci gli estremi ai quali poteva giungere il nepotismo di quel papa. Questa intenzione del pontefice fu subito nota a Firenze, provocando costernazione tra tutti i cittadini di sentimenti democratici, ai quali stava a cuore l’autonomia e l’indipendenza della patria. La famiglia dei Cerchi capeggiava questo orientamento politico, e furono i cerchieschi a preoccuparsi subito di mettere in atto misure difensive… sebbene il cardinale Matteo d’Acquasparta avesse dovuto lasciare Firenze con un nulla di fatto, Bonifacio VIII inviò un nuovo “paciere”: il conte Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo il Bello… Mentre il principe francese, nominato da Roma ufficialmente pacificator, stava per arrivare, fu inviata alla corte pontificia (al tempo del primo grande giubileo) una delegazione di tre membri, della quale fece parte anche Dante. Essa si proponeva di impedire una violenta presa di possesso dei Neri (guelfi) di Firenze… Carlo di Valois giunto a Firenze il giorno di Ognissanti del 1301; a dispetto degli accordi preliminari lasciò mano libera a Corso Donati, capo dei Neri (e tra l’altro lontano parente di Donna Gemma, moglie di Dante): in questo modo si decise il destino dei Bianchi… Dante, trattenuto forse intenzionalmente dal papa più a lungo degli altri due delegati, non poté partecipare agli ultimi, miseri tentativi degli autonomisti fiorentini... Nel mese di novembre riapparve il cardinale d’Acquasparta, questa volta però con vari progetti di matrimonio fra i Cerchi e i Donati, concepiti come garanzia di pacificazione. Ma i tentativi del cardinale di avvicinare i cerchieschi fecero infuriare a tal segno i partigiani dei Donati, che, d’accordo col principe francese, essi obbligarono il cardinale a lasciare la città. Ancora una volta egli la colpì d’interdetto e se ne andò.

Il 27 gennaio 1302 Dante fu colpito dal fulmine del furioso odio di parte: insieme ad altri quattro concittadini egli fu condannato a pagare l’esorbitante somma di cinquemila fiorini d’oro e… alla perdita definitiva dei diritti civili. La multa doveva essere pagata entro tre giorni, pena la distruzione e la confisca di case e possedimenti. Ma anche in caso di pagamento della somma, rimaneva la condanna a un esilio di due anni dalla Toscana… Certamente avvertito in tempo, Dante non fece ritorno a Firenze dalla ambasciata romana... Il 10 marzo successivo Dante fu condannato a morte in contumacia, questa volta insieme ad altri 14 compagni di sventura… Si leggeva: “Venga bruciato col fuoco, sì da farlo morire”. Ormai, se fosse ritornato in terra fiorentina, lo attendeva solo la morte sul rogo. Non vi mise piede mai più.

Come conseguenza nell’Inferno s’incontrano 32 fiorentini, nel Purgatorio 4 e nel Paradiso 2! Il suo esilio quasi ventennale lo portò in molte regioni d’Italia, e certamente di nuovo a Parigi, dove era già stato nell’ultimo decennio del Duecento; è possibile che egli sia arrivato anche fino ad Oxford».[72]

Gli italiani, che aspiravano a un rinnovamento della Chiesa e speravano che l’imperatore mettesse fine agli abusi della corte pontificia, si trovarono di fatto nel movimento politico dei ghibellini, che consideravano gli imperatori di Germania come i successori legittimi degli antichi Cesari e detestavano la teocrazia papale. L’amore che nutrivano per l’Impero, sembra che lo chiamassero AMOR, anagramma di Roma.

Questo movimento attraversava tutta l’Europa ed era chiamato: Cantori d’Amore in Italia; Minne – Sänger, Cantori d’Amore in Germania; Love – singers  in Inghilterra; Trobadeur e Trovier d’Amour  in lingua d’oc e oil.

I ghibellini in Italia costituivano una specie di società segreta nella quale erano presenti personaggi anche influenti. Lo scopo della loro affiliazione era quello di arginare lo strapotere ecclesiastico e della politica di Roma, di realizzare l’unità d’Italia sotto la sovranità dell’imperatore per il bene dell’Italia.[73] «La salvezza era vista nell’unità territoriale dello Stato italiano e nella libertà del suo popolo. Nei confronti del potere ecclesiastico era obbligo essere diffidenti, perché era interessato a mantenere l’Italia in “servitù” e quindi era un potere nemico che bisognava contrastare, non apertamente per le conseguenze che la Chiesa causava nei confronti dei suoi oppositori, ma anche perché Roma sfruttava con abilità le discordie fra i vari signorotti, principi, stati e città. Così facendo «i papi riuscirono a dividere i popoli, rendendo in loro colpevole la carità della patria, traendo da un sentimento di virtù il germe del più malefico vizio, e trasformando lo stesso desiderio di libertà in istrumento di servitù».[74]

Era  dei pontefici la volontà di non offrire all’Italia un solo dominatore che tutta la reggesse, per timore che con la sua forza preponderante dettasse legge anche a loro.

In un tempo in cui la religione impregnava la vita sociale e anche il pensiero politico e filosofico non poteva non essere arricchito da quello religioso, non c’era all’orizzonte il pensiero di costituire un’altra Chiesa diversa da quella che si conosceva, ma quello di rinnovarla. La Commedia offre una sintesi nella quale la libertà politica e sociale è determinata dai valori religiosi e spirituali.

Il potere dei ghibellini sembra avesse anche delle espressioni convenzionali le cui parole esprimevano stati d’animo, concetti, valori e la donna raffigurava l’insieme della propria ideologia, pensiero, ideale di vita.[75] 

In Lombardia e nel Nord d’Italia c’erano molti ghibellini legati all’imperatore. Can Grande della Scala di Verona era considerato il loro capo. A lui l’Alighieri dedica il Paradiso e, nella lettera che gli inviava, scriveva: «È da sapere che il senso di quest’opera non è già semplice, che anzi essa può dirsi di più sensi: dappoiché, altro è il senso che si ha dalla lettera, altro è quello che si ha dalle cose per la lettera significate: il primo si chiama letterale, il secondo allegorico. Ciò scorto, è manifesto che duplice dev’essere il soggetto circa il quale i due sensi procedono in forma alternata. E perciò è da vedere prima del soggetto di quest’opera, preso giusta la lettera, e poi del soggetto stesso, preso giusta la sentenza allegorica. A dunque, il soggetto di tutta l’opera, secondo la semplice lettera, è lo stato delle anime dopo la morte. Ma, se ben notasti le espresse parole, puoi ben raccorre che, secondo il senso allegorico, il poeta tratta di questo Inferno nel quale, pellegrinando come viatori possiamo meritare e demeritare. Allegoricamente il soggetto è l’uomo, a misura che, meritando o demeritando per la libertà del suo arbitrio, divien degno del premio o punizione».[76]  

A proposito della dissimulazione, Dante dice: «E questa cotale figura in retorica è molto laudabile, e anco necessaria, cioè quando le parole sono a una persona e la ‘ntenzione è a un’altra.  Questa figura è bellissima, utilissima e putesi chiamare dissimulazione. Ed è somigliante a l’opera di quello savio guerriero che combatte lo castello da una lato per levare la difesa da l’altro, che non vanno ad una parte la ‘ntenzione de l’aiutorio e la battaglia».[77]

L’opposizione tra guelfi e ghibellini Dante la presenta in più occasione; come vedremo anche nel IV capitolo, nell’Inferno.

 

 

I Fedeli d’Amore e i movimenti ereticali

            

Alfonso Ricolfi, in Tracce di gergo tra trovatori e catari, scrive: «Nei secoli dell’età comunale, contro la millenaria sovranità papale e quella del risorto impero romano, si levò una terza forza: quella dei Comuni, già dalla Provenza andavano irradiandosi per altre parti d’Europa (Francia, Inghilterra e Italia) le eresie… Si propagava dai piani d’Aquitania a quelli lombardi ed oltre, con mille tenaci radici, subdola e indistruttibile, la sterpaglia dell’eresia catara; … vigoreggiando per quella fiamma d’amore per l’Evangelo e per quello sdegno contro la Chiesa degenere che teneva uniti fraternamente tanti spiriti di diverse nazioni. … Esatta o no la notizia, certo è che già verso la fine del secolo (XII) i catari avevano chiese e vescovi, non solo in Francia, ma anche in Spagna, in Inghilterra ed in Italia. Bisognava che Roma agisse prontamente ed energicamente. Innocenzo III cerca per mezzo dei frati inquisitori, colle rimostranze e con le predicazioni, di spegnere l’incendio, ma inutilmente. Bisogna dunque vibrare un colpo mortale nel punto più vitale della mala pianta. Crociati all’appello del papa, i soldati di Simone di Monfort si rovesciarono sulle pingui pianure dell’Aquitania: Tolosa e Carcassona furono prese, il conte Raimondo spodestato, i catari arsi a centinaia. Ancora circa otto anni dopo la fine delle lotte seguite alla crociata, nel 1237, centottantatre albigesi venivano bruciati sul monte Aimé in Sciampagna, presente Tibaldo, conte di Sciampagna.[78] Ma nel sottosuolo francese, nei nascondigli di questi perseguitati, i tizzoni dell’eresia non sono spenti.

Nascono i romanzi stranissimi, che sono oscure trame di fantasie allegoriche irte di sensi satirici, come il Roman de la Rose;  o tragicosatirici, come quel Roman de Jauffre et Brunissensche può dirsi la sanguinosa epopea della Provenza…

Intanto alcune faville hanno passato le Alpi. Dispersi dalle persecuzioni, i trovatori vanno di corte in corte tra i signori d’Italia, missionari di un’indistruttibile fede: la fede nel trionfo della sapienza evangelica; e talora lo sdegno contro Roma freme nei loro versi.

Prima che in Lombardia attecchisca la dottrina valdese, già il catarismo vi dominava. In questa regione all’alba del secolo XIII si annoveravano sedici chiese catare; e verso l’anno 1200 sette vescovi eretici vi tennero un concilio per conferire e tentar di accordare su alcuni problemi della fede … Presto l’eresia si diffonde per le Romagne, le Marche e la Toscana, fissando il suo quartier generale a Firenze, dove nel 1245 si svolge contro i catari arrestati un grosso processo, dopo il quale le case dei condannati sono demolite e la fazione fanatica è momentaneamente sopraffatta dall’altra, capeggiata dal Podestà.

Sede di un vescovado catarino, probabilmente già prima dell’alba del Duecento, Firenze fu presto il quartier generale della comunità eretica della Tuscia, la cui diocesi comprendeva Pisa ed Arezzo, spingendosi fino a Montepulciano e Grosseto; e benché con un improvviso mutamento, evidentemente dettato da opportunità politiche, Firenze avesse assecondato il cardinal legato d’Innocenzo, decretando nel 1206 la pena del bando per gli eretici, in ciò tosto seguito da Prato, tuttavia, morto il Papa, essa torna presto ad essere nuovamente covo d’eresia. Sorge  poi fiera e implacabile la reazione; ecco nel 1245 una grossa retata di catari e un clamoroso processo condotto dall’inquisitore fra Ruggero Calcagni; molti catari, tra cui alcuni nobili e qualche dama che avevano avuto il consolamentum, sono mandati al rogo… Un terzo circa della cittadinanza fiorentina era allora infetta di catarismo; e l’infezione non era ancora scomparsa del tutto alla fine del secolo, come ci provano sentenze contro di loro degli anni 1283, 1287, 1297, 1309 e 1313 prova ne sia il lamento che contro la persistente piaga delle eresie moveva Dante nel 1314, nell’epistola ai cardinali. Ancora nel 1325 erano emanate disposizioni relative a loro e alla demolizione delle case ove si radunavano.- E quanto avviene a Firenze[79] si ripete in un gran numero di città del nord e del centro d’Italia; ovunque arresti, processi e roghi. Qualche esempio: nel 1233, a Verona, sessanta e più catari, quasi tutti d’illustri famiglie veronesi, sono fatti salire sul rogo da Giovanni di Schio. A Sirmione, sulle rive del Garda, gl’inquisitori fecero nel 1277 una retata di centosessantotto “perfetti” catari uomini e donne, e misero in stato d’accusa tutti gli abitanti. Settanta “perfetti” furono bruciati…  Ricordiamo che accanto ai “perfetti” catari, che erano il nocciolo della setta, vi erano i “credenti”, e poi tutta una schiera di amici e di simpatizzanti, di fautori e di protettori. Le loro organizzazioni furono a poco a poco distrutte, e della loro sterpaglia solo rimasero miseri avanzi, sempre più costretti a rigermogliare, quando potevano, in luoghi occulti. Le penombre della notte e dei recessi continuarono ancora per qualche decennio del Trecento a nascondere all’occhiuta gendarmeria inquisitoriale quei riti di affiliazione, nei quali invano s’illudeva la folla dei catari “credenti” di sentir discendere nell’animo il sospirato conforto della luce celeste.[80] Alla fine il catarismo fu totalmente vinto in Italia, e solo ne sopravvissero tenui faville in alcune terre d’oltre alpe».[81]

Trovarsi all’opposizione in quel periodo non era certo conveniente! La Chiesa ha avuto sempre una politica accorta, lungimirante e che da ogni situazione è sempre uscita con il minor danno. Finché ha potuto, la Chiesa ha lasciato correre perché, non esistendo la stampa, i libri erano copiati a mano, costavano un patrimonio e moltissimi erano analfabeti. Le conveniva tacere di fronte a questi Cantori d’Amore perché, se rivelava che il Roman de la Rose[82], «opera principale della letteratura simbolica del medioevo»[83] o Le Gesta di Carlomagno altro non erano se non la lotta clandestina contro l’organizzazione teocratica della società e che i veri capi degli arabi, sconfitti dall’imperatore e dai suoi fedeli, altri non erano se non il Papa e i suoi fedeli, la cosa si sarebbe subito propagandata e forse la macchina da scrivere sarebbe stata scoperta molti secoli prima, sosteneva l’abate Aroux.

Nel 1233 l’Inquisizione condannava le pratiche e l’espressione dell’amor cortese.

A. Ricolfi, al di sopra di ogni sospetto, su questa poesia ha scritto: «Quest’arte del linguaggio allegorico, con segreti intenti o significati religiosi difficili ad afferrarsi, non era però nata nel Duecento, ma rinata, come la Fenice, dalle ceneri dei roghi di Provenza: l’avevano già praticata Salomone ed i principi arabi suoi contemporanei, che con lui scambiavano problemi e messaggi; i gerofanti del tempio di Delfo e i sacerdoti e filosofi della Persia e dell’Egitto; e durante le persecuzioni cristiane la conobbero l’autore dell’Apocalisse e le pareti delle catacombe. Scomparsa dal seno del Cattolicesimo quando questo trionfò anche alla luce del sole, noi la ritroviamo …  poi tra i catari e feudatari di Francia che li proteggevano, fraternizzando con loro.

Quest’amore per una donna “giammai vista”, che amore potrà essere? Chi, quest’amica? Ripensiamo a quegli amori per la donna mai vista che troveremo poi in Bernardo di Ventadorn, in Jafré Rudel e in altri trovatori. Ma la molteplicità di questi cantori innamorati “di lungi”, attesterà una pura convenzionalità d’amore cortese? Guglielmo, scomunicato dal vescovo di Poitiers, non verseggiava per caso, qui e in altri canti – lui, in continui rapporti cogli albigese! – in onore della loro “donna”: Sofia? V’è chi intese: la Chiesa settaria».[84]

Le opere erano tradotte anche in inglese. Il Petrarca le leggeva e le raccomandava. Diede una copia in dono del Roman de la Rose al giovane duca di Mantova dicendogli: «Il suo soggetto è di far conoscere il potere dell’Amore, gli inganni d’una Vecchia, e gli stratagemmi di un Amante».[85]

I poeti cosiddetti “Fedeli d’amore” si sono fatti schermo della figura femminile per comunicare tra loro. Se noi leggiamo le poesie di amore di quel periodo ci rendiamo conto che in niente queste donne differiscono l’una dall’altra. Per decenni le donne della loro poesia si sono chiamate “Rosa” proprio come il fiore mistico delle società segrete persiane. «La Chiesa che tutto seppe incamerare e che già aveva simboleggiato talora nella rosa Maria o Cristo, incominciò anche lei “Mistica Rosa” e ne fece definitivamente un attributo della Vergine. Nel secolo XIV furono composte le litanie lauretane e si ritrovò ormai fissato per sempre tra gli attributi della Vergine quello di “Mystica Rosa”! Ed oggi nelle nostre chiesette di campagna, odorate dalle rose di maggio le donne ignare del nostro popolo, ancora dolcemente chiamano ed invocano “Rosa Mystica” e “non sanno che si chiamare”!».[86]

Paragonando le due poesie risaltava bene che la Rosa di Bakavali méta di simbolici viaggi, assomigliava molto a quella Rosa cantata dalla poesia primitiva italiana, lo scopo dell’amore del Roman de la Rose, riduzione italiana Fiore,[87] che Dante troverà alla fine del suo viaggio sotto forma di Rosa.

            A causa dei sospetti giustificati della Chiesa, i poeti sostituirono il nome Rosa[88] delle loro donne chiamandole con un nome che manteneva sempre un certo significato simbolico come Beatrice (ciò che dà la felicità), Fiammetta (da fiamma), Lucia (colei che illumina), ecc. Dante stesso nella Vita Nova dice che la sua donna «Fu da molti chiamata Beatrice, li quali non sapevano che si chiamare».

Lo storico C. Mauclair ha dimostrato come la poesia d’amore provenzale sia nata dalle persecuzioni  dirette contro i movimenti che hanno preparato la Riforma. «Le crudeltà delle guerre di religione, le dure prove sopportate dai luterani e dai calvinisti in tutta l’Europa, la tragedia del XVI secolo, non furono che le ripetizioni del martirio sofferto dagli evangelici indipendenti del XII e XIII secolo. Da Wycliff a Giovanni Huss e Gerolamo da Praga, dai Poveri di Lione ai Catari, d’Arnaldo da Brescia a Savonarola, su uno come su tutti le armi della Roma ortodossa non cessarono mai di colpire. - È a questa vasta passione di pre-protestantesimo che si applicano le chiavi dei romanzi di cavalleria. Gli autori conservano l’anonimato e usano l’allegoria. Le loro opere possono essere considerate come dei codici sacri, dei rapporti clandestini portati, da una contrada all’altra mediante sottili propagandisti che erano, con fede e consacrazione, gli agenti di legame delle Chiese evangeliche perseguitate. Questi iniziati: barbi, giocolieri, trovatori, erano i missionari di queste Chiese erranti di cui l’insieme costituiva la vera Chiesa di fronte al potere romano.

L’esame etimologico dei nomi degli eroi, donne, mostri, giganti, castelli, città e contrade incantate che abbondano nei romanzi di cavalleria, li rivela come dei segni allegorici evidenti, delle chiavi d’un sistema d’allusioni sociali, politici e religiosi, secondo un piano molto sottile immaginato da autori prudentemente anonimi che moltiplicano caratteri ed episodi allo scopo di distogliere ogni curiosità pericolosa. Che si tratti di Fierabras, d’Aucassin e Nicolette, di Jauffre e Branissons, d’Amadis di Gaule, del  Roman di Renart[89], dei cavalieri della Tavola Rotonda, dei paladini di Carlomagno, di certi racconti epici del Reno o della Scandinavia e pure di Tristano e Isotta o del Parsifal, l’etimologia denuncia il desiderio di creare dei romanzi in chiave.

Questi romanzi raccontano tutti i combattimenti dei puri contro i mostri dell’oppressione romana, oppongono l’ideale evangelico alla corruzione del clero alleato ai feudali.

Le confraternite dei cavalieri erranti, detti anche selvaggi, non fu né più né meno che un’associazione ideale di missionari e d’iniziati rinneganti la scandalosa immoralità del clero romano, dipinto dai romanzi satirici come un Minotauro vorace (forse il Morolt di Tristano) che esigeva il suo tributo di giovinezza per i suoi antri monastici e che si alleava con i baroni predatori, come Renart con Isengrin, per spogliare gli umili… Questo mondo di poesia non era che il pretesto della comunione degli eretici… Questo mondo di poesia è stato fondato su una dissidenza religiosa e sull’utopia simbolica della cavalleria amorosa che non è mai esistita di fatto. La fiction dei galanti cavalieri e delle corti d’amore dissimula l’opposizione del Mezzogiorno francese, ben presto esteso a tutta l’Europa, a un Papato detestato, e così si è preparato il Protestantesimo».[90]

«“La cavalleria che chiamiamo amorosa, per distinguerla dalle altre, è nata sul suolo francese; deriva dall’Evangelo degli albigesi, ed ebbe per padri i trovatori” Fauriel.

Dall’eccessiva compressione nacque la dissimulazione e questo generò la finzione, l’allegoria, le abilità linguistiche più o meno raffinate. Nel Medio Evo, nei paesi di lingua d’oc,  l’opposizione aveva stabilito il suo quartier generale. Troppo debole per affrontare alla luce del sole un’autorità davanti alla quale tremavano re ed imperatori. Gli albigesi, che la persecuzione comune aveva unito ai valdesi, compresero la necessità di nascondersi nell’ombra, come partito religioso. Lontani dal cercare il motivo, condannato nella loro credenza, ricorsero alla destrezza e alla simulazione.[91] Così si videro prendere tutte le forme: di volta in volta come artigiani, colportori, pellegrini, tessitori, carbonai. I loro letterati, i loro dottori come erano detti, i membri del loro clero, indicati con il nome di Perfetti, divennero dei Trovatori. Questi  dottori non avevano soltanto la scienza, avevano lo zelo e la fede che trasportava le montagne.

Scaduto il diritto di parlare,[92] si misero a cantare e ben presto la capanna come il castello ripeterono le loro composizioni[93]; la polemica sui dogmi e sulle istituzioni era a loro proibita: imboccarono la tromba epica o fecero risuonare gli zufoli campestri. Trattando degli argomenti di volta in volta leggeri, graziosi, esoterici, ebbero sempre cura di mettersi alla portata delle masse, esprimendosi nei loro linguaggi, svegliando la loro curiosità o la loro simpatia. Esclusi dalle cattedre dottorali, si fecero professori di Gaie scienze e insegnarono l’arte d’amare, cioè seguire le leggi del Vangelo nel praticare la virtù della carità, questa prima legge di Dio che è amore».[94]

«Questi cavalieri della fede del Cristo non erano in realtà che dei pii missionari, avendo votato la loro esistenza a spargere ovunque la parola evangelica; le loro imprese guerriere consistevano nel predicare la pace, l’ordine nelle libertà, come i discepoli di S. Francesco, e venire in aiuto ai poveri, al debole, alla vedova, all’oppresso. Oppressi essi stessi e vivendo di privazioni, si chiamavano i Poveri di Dio; la loro lancia, era la parola; la loro spada a due tagli, i loro argomenti a doppio senso; la loro armatura, le loro virtù, la loro dottrina e la loro buona coscienza, che li rendevano inaccessibili al timore; la loro cintura, la fede inscuotibile che faceva la loro forza, cinctorium fidei; il loro ‘destriero’ era il popolo dei credenti, che essi dirigevano nella buona via, di cui essi regolavano, con l’aiuto del freno, i generali slanci, gli scudieri, questi compagni fedeli dei cavalieri, erano i loro aiutanti, cioè il “figlio maggiore” e il “figlio minore”, destinati a succedere loro come “Perfetti”; così come il giullare del trovatore era il diacono o il vice diacono, che viene dopo il figlio minore, nell’organizzazione della chiesa catara o valdese. Infine lo scudiero, così come il giullare, non erano altri che il socius, dal quale il Perfetto doveva camminare accompagnato. Non c’è, fino al basto … o al cavallo da basto, che porta il bagaglio e le provvigioni cosa che non abbia così il suo significato. La donna, unico oggetto dei pensieri dei cavalieri, non era… che la loro parrocchia e la loro diocesi, secondo che avessero il rango di vescovi o di semplici pastori».[95]

            Il trovatore[96] non desiderava altro che essere gradito alla donna e il sommo suo desiderio era di ricevere da lei un bacio.

«Quando infine la donna-chiesa, toccata dai tormenti del suo servo consentiva a darsi a lui, significava che il Perfetto otteneva di risiedere sul territorio parrocchiale, di coricarvisi, sia in segreto, sia senza fare tanto mistero».[97]

            La donna in genere era sposata e il marito era geloso. Per i trovatori l’unione per matrimonio era quella della Chiesa cattolica con il pastore, mentre l’unione per amore era quella del trovatore con la setta. C’era quindi un disprezzo (solo) letterario per il matrimonio. I pastori eretici, però, erano quasi tutti sposati.[98]

            La cavalleria amorosa era diventata una macchina di guerra dell’eresia albigese.

In questa chiave di lettura allora i maomettani, i pagani, gli infedeli, la gente di Babilonia sono ben altre figure di quelli che possono sembrare ad un primo colpo d’occhio. Il re Artù con i suoi dodici i cavalieri della Tavola rotonda, come il grande Carlo circondato dai suoi dodici paladini, che vanno percorrendo il mondo da cavalieri erranti, che liberano il popolo, i deboli dagli oppressori, dai torti, sono descritti con un linguaggio convenuto che esprime nella realtà la potenza politica in lotta contro l’autorità ecclesiastica.[99]

            Nelle canzoni cavalleresche la guerra combattuta con armi, con dardi, spade, scudi, giavellotti è solo un artifizio letterario per descrivere una lotta sociale e spirituale per indebolire il potere ecclesiale.

            «Quando (per gli “eretici” n.d.t.) si trattava di fare dei proseliti, la loro prudenza uguagliava il loro zelo; prima di indirizzarsi a coloro che volevano guadagnare, convogliavano presso questa persona dei credenti, per stimolare i loro desideri spirituali, o almeno la loro curiosità. Poter essere un credente, accompagnato da un Perfetto, che va da un amico per chiedergli l’ospitalità per la notte; il credente comincia a parlare della necessità della salvezza e della difficoltà di pervenirvi; la sera, il Perfetto si siede al focolare con le persone della casa, e chiede se vogliono ascoltare “qualche parola buona”; allora parla “in modo eccellente di Dio e del Vangelo”. Stupiti e curiosi, coloro che assistono vanno a chiamare i loro amici e i loro vicini affinché si uniscano a loro, per ascoltare le parole di questa persona: quando poi capiscono che si tratta d’un eretico, lo trattano come “un buon cristiano”, come un “amico di Dio”, e lo invitano a continuare le sue istruzioni.[100] Mentre un credente conversa con un amico, l’esorta a pensare alla salvezza della sua anima, e a rendersi a Dio. L’amico chiede: “Come potrei fare” e il credente risponde: “Se vuoi credermi, tu lo potrai certamente; tu sai che Gesù Cristo ha sofferto la persecuzione per noi; se dunque vogliamo essere salvati, bisogna che noi siamo perseguitati come lui e a causa di lui”. “L’amico domanda chi sono queste persone, e lo si conduce in una riunione dove vede con quale rispetto si ascoltano i discorsi e si riceve la benedizione dei Buonuomini; viene a visitarli più spesso e finisce per unirsi a loro”[101]».[102]

            Chi comprendeva fin dall’inizio che il visitatore era un eretico, non poteva denunciarlo perché altrimenti sarebbe stato accusato di aver albergato sotto il proprio tetto un nemico della Chiesa e per questo motivo anche lui sarebbe stato condannato. A causa di questo, molti sapevano ma non parlavano il pericolo, la paura era grande. Chi avrebbe difeso una persona accusata d’eresia?

Quasi tutti questi trovatori erano poveri, cantavano la lingua lemosina (o la elemosina), erano chiamati i poveri di Lione, erano simpatizzanti dei poveri di S. Francesco, molti monaci si facevano trovatori. I trovatori più celebri morirono quasi tutti nei chiostri e sotto l’abito di monaci come Ezzelino dei Romani, soprannominato monaco, Guido da Montefeltro, Walter d’Aquitania. Molti conventi sia maschili che femminili erano permeati di eresia, specie quelli dei Francescani, tanto amati da Dante. Si trattava proprio di una società organizzata dentro un’altra società.[103]

I trovatori erano «uomini austeri, conducevano una vita di fatica e di privazioni, si mostravano sotto l’aspetto di allegri dottori, vivendo in saulas nei divertimenti delle corti; uomini di pace e di carità, si travestirono, perché cavalieri, in guerrieri intrepidi dati alla galanteria, unicamente occupati di battaglie, per la difesa del buon diritto, e di corteggiare le dame». Questa cavalleria era chiamata Massenie del S. Graal[104] e il suo compito era di ricondurre la chiesa cristiana ai tempi apostolici.[105]

I catari, come gli altri eretici, scorrevano diverse regioni, entravano nelle corti e nelle università; conversavano con principi e cortigiani, con filosofi e letterati, ben accolti dappertutto, apprezzati, festeggiati e anche, a volte, rimunerati. Erano portatori del Gaio sapere.                   

Il Rossetti in forma poetica, ma non meno vera, riassumeva con le parole che seguono le fatiche dei trovatori: «Fra tante vicissitudini, tante procelle, tante sciagure, senza mense, senz’asili, senza pace, espulsi, perseguitati, erranti… e in vita sì raminga, menate fral sangue, gl’incendj, e le reine delle furie civili che divoravano il lor misero paese, da un luogo ad un altro fuggendo a scampo di una misera esistenza, andavan dunque costoro sospirando di città in città, di villaggio in villaggio, di foresta in foresta! E sospirando solo d’AMORE!».[106]

Per questo motivo «la letteratura provenzale sia eroica che romanza e amorosa era infettata dal veleno dell’eresia. Bisognava che fosse così perch’essa divenne, da parte della Santa Sede, l’oggetto d’una guerra sistematica diretta contro la stessa lingua romanza, guerra nella quale perì. In effetti “nella bolla del 1245, il papa Innocenzo IV la qualifica di lingua eretica e ne proibisce l’uso agli studenti”.[107]

Sotto gli auspici della dominazione francese, l’autorità pontificia prese un grande potere nel Mezzogiorno: vi trovò molto da fare e fece anche molto, soprattutto a detrimento della letteratura locale. Si può contare fra gli atti della guerra dichiarata contro di lei dai papi, l’istituzione d’una università a Tolosa, verso la metà del XIII secolo. Nella bolla di istituzione, Onorio IV raccomanda, non senza enfasi, agli studenti lo studio del latino e l’abbandono dell’idiome vulgare, di questo idioma giustamente proscritto, di cui il razionalismo, la satira e l’eresia avevano fatto il loro organo. Su istigazione dei papi, diverse misure furono prese, dalle autorità civili, per la distruzione di tutti i libri eretici in lingua volgare, e fra questi libri era compresa la traduzione della Bibbia e degli Evangeli e tutto ciò che poteva portare qualche attenzione alla considerazione della corte romana».[108]

Tolosa fu presa, il conte Raymond spogliato dei suoi possedimenti, e l’eresia schiacciata; ma non fu annientata. Perseguitata dall’inquisizione, impiegò tutte le furbizie, tutti i mascheramenti per sfuggire ai suoi sguardi. Di già misteriosa nei suoi riti, diede più spessore ai suoi veli, combinò dei segni, una lingua, affinché i suoi si potessero riconoscere e corrispondere con loro senza tradirsi. Così Yves o Yvon di Narbonne, che viaggiava in Italia, verso la fine del XII secolo, e seguiva allora le dottrine dei patarini, scriveva, dopo la sua conversione, a Gérard, arcivescovo di Bordeaux, rendendogli conto delle pratiche segrete degli eretici di questo paese. A dire di questo anziano settario, che viaggiò fino in Austria, e ben oltre, passando per Como, Milano, Verona e Venezia, i dissidenti di queste contrade avevano dappertutto delle chiese regolarmente costituite e dirette da vescovi.  Inviavano dalla Lombardia e dalla Toscana, dei discepoli alle scuole di Parigi, e li mantenevano a loro spese, per imparare le sottigliezze della logica e della teologia, necessaria alla difesa delle loro dottrine. I loro mercanti percorrevano le fiere paesane per fare dei proseliti. Yvon si fece riconoscere dai suoi correligionari, dai quali ricevette una eccellente accoglienza, scambiando con loro i segni e le parole d’ordine della setta: Semper in recessu accessi ab aliis ad alios, inter SIGNA.[109]

            «L’inquisitore Ranieri, scrittore contemporaneo dell’imperatore Federico, che aveva rinnegato l’errore, dichiara che “in tutte le città della Lombardia e della Provenza, in altri regni e fra altre nazioni, c’erano più scuole per gli eretici che per i teologi, e più ascoltatori patarini che cattolici. I loro apostoli predicavano nei mercati, nei campi, nelle case particolari. Non c’è quasi paese in cui questa setta non si trovi e non pulluli”[110]».[111]

            «Nel 1327 il vescovo Sanuto[112] credeva di poter calcolare che circa la metà dei cristiani fosse scomunicata e che in detta metà si trovassero i più devoti servitori della Chiesa».[113]

Come conseguenza, il Rossetti scrive, forse eccedendo, che più di un milione di valdesi «uomini semplici e buoni» furono uccisi in Francia. Novecentomila cristiani che reclamavano una chiesa meno approfittatrice furono in mille modi, ma tutti orribili, trucidati in meno di trenta anni dopo l’istituzione dei Gesuiti. Il duca d’Alba, cruenta mano del fanatismo, si vantò (e purtroppo diceva il vero!) di aver posto trentaseimila cristiani a morte nei Paesi Bassi per man di carnefici e nel breve periodo di pochi anni. E nel breve corso di sei lustri l’Inquisizione distrusse per varie torture centocinquantamila seguaci di Cristo. E tanto più deve essere condannata una tale condotta, perché  la maggior parte di quegl’infelici che furono bruciati e messi a morte,  erano animati dallo zelo evangelico con il desiderio di vedere la religione all’opera per il bene degli uomini: per questo motivo divennero dei declamatori. Moltissimi di loro mostrarono una costanza apostolica,  intima persuasione in ciò che predicavano; dal che derivò quella fermezza e quella rassegnazione con cui soffrirono il martirio. Essi non cedettero di fronte alla testimonianza del sangue, professarono fede nell’acquistar con la morte la vita eterna. Gli stessi storici della parte avversa narrano questi fatti con meraviglia e con compiacimento. Gli infelici trovavano consolazione nella profezia dell’apostolo che l’Anticristo avrebbe fatto straziare e morire i veri zelatori del Vangelo.[114]

Ranieri Saccho, il celebre inquisitore dei valdesi, ci dice che, nel 1259, la Chiesa  patarina d’Alba contava oltre 500 membri; quella di Concorezzo, più di 1500, e quella di Bagnolo circa 200… In tempo di persecuzioni si riunivano in piccoli gruppi di 8, 20, 30 persone.[115]

 «La fiamma del rogo, sul quale i legisti di Filippo il Bello avevano gettato Walter Molay (1314, il gran Maestro dei Templari) e i suoi compagni, si era appena spenta che la voce eloquente di un uomo di genio si elevava per protestare contro ciò che era ai suoi occhi, un attentato odioso contro le leggi divine e umane. Colui del quale l’indignazione si armava contro i carnefici e i loro complici con tutta l’energia della sua convinzione, con tutta la potenza della sua parola, era un cittadino di Firenze con il nome Dante Alighieri. La sua arringa è da cinque secoli e mezzo (ora quasi sette n.d.a.) sotto gli occhi dei giudici; ha per titolo questa semplice parola, COMMEDIA».[116]

«Un fatto da rilevare, del quale si stupisce Rainouard, che non comprende la portata di coloro di cui si era costituito difensore, è che questi poeti provenzali, così aggressivi contro tutto ciò che riguardava Roma, da vicino e da lontano, non hanno mai lanciato una minima accusa contro i templari e li hanno risparmiati costantemente, ben più: “l’autore della satira intitolata la Bible Guiot, che maledice la maggioranza degli ordini religiosi, parla dei templari in termini onorabili”.[117] La conclusione da trarre di questo fatto, non è, a colpo sicuro, che tutti i templari fossero irreprensibili, si sarebbe piuttosto autorizzati a dedurre che doveva esistere tra i poeti languadoceni e provenzali, eretici conosciuti, e i templari, accusati d’eresia, una simpatia reale, la cui causa segreta poteva essere attribuita, senza paura di essere smentiti, a una certa comunanza di idee e di dottrine; testimoni i romanzi sul Santo Graal».[118] R.L. John a tale proposito scrive: «Tuttavia la lotta dei poeti provenzali contro la curia, contro il clero secolare e regolare (soprattutto dopo la disfatta di Damietta che aveva suscitato una tempesta di indignazione) conosce un’eccezione: i cavalieri templari! Mai un trovatore ha diretto un sirventese o una satira contro l’Ordine templare. Questo può essere dovuto a una certa gratitudine per l’ordine, che aveva trasmesso ai poeti provenzali la conoscenza del pensiero arabo-persiano; o forse a una più stretta connessione segreta fra gli albigesi e i templari, data l’importanza gnostica del pensiero di entrambi i gruppi: tanto più che il sufismo stesso era propriamente la gnosi dell’Islam. Ad ogni modo era un ben strano modo di “correggere” certi eretici pentiti, durante la guerra contro gli albigesi, quello di farli accogliere nei monasteri templari!».[119]

I valdesi, gli albigesi, i catari al di fuori della Chiesa e i gioachimiti, forse anche i templari, e altre personalità nella Chiesa, identificavano la curia di Roma e il suo vescovo con la puttana di Apocalisse XVII:1,4-7[120], con la Bestia di Apocalisse XIII:1-8 e con la sinagoga di Satana, come Giovanni riporta sempre in Apocalisse II:13. Dante nella Commedia dice, in prima persona e non metto il suo pensiero in bocca ad altri, la stessa cosa. E va anche oltre, come vedremo nel capitolo IV, anche se non utilizza l’espressione sinagoga di Satana. La sua opera riteniamo che non abbia confronti con quanto sia stato prodotto nel Medio Evo contro Roma. Dante potrebbe non essere stato cataro, anzi non lo era senz’altro, ma con il suo scritto ha offerto un mezzo con il quale gli eretici, che lui non contrasta, ma di cui imita gli ideali di purezza, possono attaccare, come del resto lui stesso ha fatto, la Chiesa di Roma, che non considerava sorella di nessun’altro gruppo religioso ma che il Poeta  presenta come madre di corruzione.[121]

L’abate Aroux sosteneva che il Padre della lingua italiana viaggiò moltissimo andando  in quasi tutte le parti d’Italia, in Francia, in Inghilterra stessa, si dice, nel nome della sua professione, almeno ufficiale, di medico speziale[122], della sua  vasta erudizione, ma anche come teologo. Per ben comprendere il modo di procedere nella Commedia, come solleva le questioni religiose, non si dovrebbe sottovalutare di riconoscere in lui l’entusiasta apostolo dell’eresia, dall’alto della sua statura poetica, dal suo essere dottore e nello stesso tempo nel suo essere un diplomatico uomo di stato. Farà conoscere a quelli che incontrerà la Commedia, poema enciclopedico[123], in cui si trova riassunto tutto ciò che l’umanità aveva riunito del sapere nel Medio Evo. Composta da lui come una macchina da guerra, come mezzo per reclutare seguaci, sparsi nelle varie località dei credenti, per essere commentata dai Perfetti, diventando, come le composizioni in versi e in prosa che l’avevano preceduta, con versi d’amore e prose di romanzi, un’arma tanto più terribile quanto più efficace perché colpisce nell’ombra. Doveva essere una salvaguardia per i propagatori della religione d’amore, e non ultimo un mezzo d’impatto con la folla attirata dal prestigio d’una poesia senza rivali e che suscitava l’avidità della curiosità. Tali erano i mezzi in uso nella chiesa settaria per reclutare tra i suoi ranghi nuovi fedeli evitando la persecuzione, gli anatemi e i boia. È così che i trovatori divennero,  grazie a questo scritto del Ghibellino, dei propagatori potenti e devoti. Dante compose il suo poema in un sistema tale da supplire ad ogni attacco e continuare la testimonianza religiosa, almeno in Italia.

L’Aroux arriva a supporre che questo poema scritto con uno stile particolare[124] aveva lo scopo di suscitare la curiosità mediante le scene che rappresentava, le immagini e la vivacità dei colori, mediante la magnificenza della poesia e il risveglio del sentimento religioso, mediante le controversie sofisticate dei doppi sensi, e suscitare un’accoglienza favorevole per coloro che si presentavano nelle città e nei castelli portando i preziosi manoscritti, dichiarandosi pronti a spiegarne le figure e il senso della poesia. Il poema sacro, fu indubbiamente destinato dal suo autore a sostituire l’esemplare del Nuovo Testamento, che i Perfetti mai avrebbero lasciato e che portavano sotto i loro mantelli in borse di cuoio e in tempo di persecuzione, era nei loro confronti una testimonianza accusatrice. Ma non così per la ortodossissima Commedia, composta sotto l’ispirazione della santissima, e umilissima Beatrice, così riempita di devozione per Maria, ch’ella ebbe sempre in grande venerazione.

È facile quindi immaginare uno di questi ministri della parola, con il nome di Perfetto, introdotto in un focolare di qualche famiglia della ricca borghesia o della nobiltà, sfogliare le pagine del poema divino e cominciando la lettura dei passi che suppone i più adatti a fare impressione sui suoi ospiti, che ascoltano e su ognun di loro si osserva l’effetto che essi producono, si ascoltano le riflessioni che suggeriscono, regolando di conseguenza gli sviluppi da dare alla sua glossa, spiegazione.

Ci si può fare una idea di ciò che avviene all’inizio del XIV secolo al tempo dell’apparizione della Commedia. È facile immaginare come sorsero da ogni parte tanti commentatori, molto abili nel mischiare il senso intimo sotto la lettera con quello immediato, superficiale. Annotazioni sui manoscritti sopravvissuti al tempo, conferenze sacre, spiegazioni orali. Si può comprendere l’interesse che fin dall’inizio si ebbe del poema, l’attenzione generale che esercitava, l’ammirazione che suscitava, al punto di entrare in trionfo in Firenze, per esservi commentata dal Boccaccio in piena Chiesa cattolica. Boccaccio, rispettoso dei suoi correligionari, legge in pubblico un dotto commentario, del quale ci è restata una parte, estendendosi lungamente su ciò che ciascuno sa, senza mai allontanarsi dalla lettera. Non conosce i suoi uditori, notato le loro impressioni, ascoltato le riflessioni di ognuno, e a colpo sicuro sa chi sono coloro con i quali può aprirsi più o meno nei suoi intrattenimenti segreti, sulla comprensione dello spirito e lo scopo di un poema di cui ha, come Petrarca, l’intelligenza al più alto livello, certo anche che questi ascoltatori non lo tradiranno. Roma prendeva partito di credere all’ortodossia di Alighieri, ma colui che si sarebbe azzardato a rivelare la natura segreta del poema avrebbe pagato caro il suo tradimento e subito lui stesso, come eretico, il castigo che avrebbe creduto far subire all’altro. Ecco come Roma avrebbe contribuito da parte sua a inspessire il velo con il quale l’autore fiorentino aveva avvolto la sua creatura, come essa avrebbe aiutato Beatrice ad essere vista dagli occhi della folla come la personificazione della teologia cattolica, e Francesca di Rimini, come triste vittima dell’amore e d’una gelosia violenta.[125]

            Il Dolce stil novo, nuova forma di fare poesia, i Fedeli d’Amore, coloro che la esprimevano e ne conoscevano il valore, costituivano in Italia un’élite della società. Influenzavano e si avvalevano di tante voci che promuovevano il pensiero di una nazione governata da un sovrano unico nella giustizia e nell’onestà dove la religione non era sinonimo di forza corrotta e corruttrice. La lingua provenzale d’oc, perché promuoveva i valori della Parola rivelata, la Sacra Scrittura, fu soffocata e non ebbe radice e tronco. Per contro la lingua del dolce sì sona è diventata quella d’un grande popolo che avrebbe dovuto trarre ispirazione dall’insegnamento dei profeti e dagli apostoli e dal padre della propria lingua, ma la storia ci dice che la soppressione di questa sua parola, l’incarceramento, la persecuzione e la morte di chi vi credeva e la veicolava, hanno fatto sì che solo la lingua e con lei le parole sono sopravvissute, ma non il rinnovamento che voleva portare. La lingua dei Fedeli d’Amore doveva dare voce alla Riforma a rinnovamento delle menti dell’intero Paese, ma ancora la Riforma non c’è stata, anzi l’Italia ha subito la Controriforma, la lingua si è evoluta, ma il bel Paese è rimasto una nazione atipica del continente Europa.

Scrive il pastore valdese Giorgio Tourn: «Nella mancata esperienza religiosa del XVI secolo sta l’origine della paralisi politica e culturale del paese. Avrebbe infatti condotto, se attuata da noi come negli altri paesi europei, a due conseguenze fondamentali: la fine del predominio clericale di Roma con la soluzione della questione romana e la nascita di una consapevolezza civile». Tra gli «elementi caratteristici di una mentalità moderna risultano assenti nella nostra società italiana… (tra) i più caratteristici: l’assenza di coscienza individuale, di spirito borghese, con tutto ciò che questo comporta, e il senso dello Stato.- Scriveva nel 1861 l’arcivescovo di Firenze a Bettino Ricasoli: “Voi siete cattolico e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque l’obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l’incremento della fede che professate”: l’uomo politico cattolico non regge uno Stato ma protegge la chiesa.- Lo Stato italiano stenta a realizzarsi perché la Chiesa lo ha cancellato dal suo orizzonte culturale, e resterà puro progetto fintantoché la chiesa, attenendosi alla sua teologia tomista medioevale, continuerà a considerarsi “società perfetta” di cui le realtà secolari sono strumento.- Difficilmente comprensibile all’italiano medio è propria questa dimensione della politica. Non esiste in Italia un solo uomo politico che si riconosca colpevole nell’adempimento del suo dovere, di aver fallito il mandato. Esistono solo politici caduti in disgrazia; l’unico problema del “politico” è gestire il potere, non  rendere conto di sé, tanto meno a Dio. Di conseguenza l’immagine che emerge dalla storia italiana recente per limitarci a quella, da Crispi a Giolitti, da Mussolini a Andreotti, abbonda di personaggi preoccupati unicamente di adattare la gestione del potere alla situazione contingente».[126]  

 

 

 



[1]              Matteo 13:13.

[2]              Siamo consapevoli che oggi la teologia cattolica a seguito di quella protestante non riconosce Daniele né come profeta né tanto meno come uno scrittore del VI secolo a.C. Daniele quale profeta è riconosciuto comunque da diversi studiosi  che confutano le argomentazioni liberali e in generale sono degli studiosi evangelici fondamentalisti. Dobbiamo rilevare però che non c’è un solo argomento valido che possa giustificare questa posizione liberale che ha fatto sentire la sua voce nel secolo scorso e che è indiscussa negli ultimi decenni del II millennio. La maggioranza di chi sostiene questa posizione non si confronta con le motivazioni, ma si limita a ripetere ciò che altri hanno detto senza dimostrare nulla. La cosa più incomprensibile di questa posizione è sostenere che lo scrittore Daniele, sia considerato come scrittore sacro e strumento dell’Eterno, usi il nome del Signore per dare credito alla propria parola e mentisca dicendo di scrivere nel VI secolo quando poi redige la sua opera nel II. È comprensibile che la teologia cattolica utilizzi la moderna posizione protestante per liberarsi finalmente da tutta quella letteratura espressa attraverso i secoli che vedeva il potere papale espresso in diversi simboli di questo scritto. Questa moderna posizione protestante non è il risultato di una migliore comprensione di questo strumento che l’Eterno ha utilizzato per raggiungere l’uomo, ma segno di abbandono delle proprie radici e separazione dai padri. La negazione di Daniele quale profeta e scrittore del VI secolo a.C. corrisponde ad attribuire alla tradizione ebraica, che ha sempre creduto a Daniele come profeta dell’Eterno che è vissuto nel VI secolo a.C., sprovvedutezza, ingenuità e superficialità. Per un approfondimento della problematica sull’autenticità di Daniele quale profeta, vedere la nostra opera: Quando la Profezia diventa storia, AdV, Falciani 1998, pp. 971-1002.                  

[3]              Daniele 12:9,10.

[4]              Senza entrare in merito alla paternità di Salomone del Cantico dei Cantici, ci rifacciamo alla secolare tradizione ebraica.

[5]              GODET Frédéric, Études bibliques,  vol. I, Delachaux  Niestlé, Neuchâtel-Paris, 1889, pp. 249-338.

[6]              Inferno, IX:21-23.

[7]              Convito, pp. 98,100, in ROSSETTI Gabriele, La Beatrice di Dante, ragionamenti critici a cura di Maria Luisa GIARTOSIO de COURTES prof. Di Babino Giuliano, Coop. Tip. Palo Galeati, Imola 1935, p. 68.

[8]              I catari, al tempo di Dante in Italia erano chiamati “patarini”, in Francia, “bougres”, cioè “bulgari” e in seguito “albigesi”, in Germania “etzer”, che diventò in seguito sinonimo di “eretico”, creando il neologismo scientifico “katharer”. Vedere VIRZ Regina, in Dante e la Bibbia, Atti del Convegno Internazionale promosso da “Biblia”, Firenze 26-28 sett. 1986, Leo S. Oelschki ed., Firenze 1988, p. 76. Cataro deriva dalla parola greca katharos, puro, cioè una élite di “perfetti” e “perfette”, o chiamate dal popolo: “buoni uomini” o “buone donne”.

«La diffusione di questa eresia neo-manichea nella Francia meridionale, nella Spagna settentrionale e in Italia avvenne con una rapidità sorprendente ed ebbe un tale successo, che la nuova religione (che solo in superficie sembrava ancora cristiana) poté in molti luoghi atteggiarsi a religione dominante. San Bernardo scorgeva la ragione principale di questo fenomeno nella decadenza del costume del clero, che in molte regioni offriva allora realmente uno spettacolo deplorevole. I capisaldi dell’eresia in Lingua doca si trovavano principalmente nei castelli dei nobili. Lo stesso fenomeno si rileva anche nell’Aragona e nell’Italia settentrionale». JOHN Robert L., Dante Templare, Hoepli, Milano 1987, pp. 76,77.

[9]              L’imperatore Federico II,  con il suo cancelliere, Pier della Vigna, secondo l’abate E. Aroux, furono i primi a mettere per iscritto questo apparente amore platonico. VALLI Luigi, Il Linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’amore, Optima, Roma 1928, p. 47.

[10]             Montaudon, poeta del secolo scorso, non avendo compreso la sua poetare dirà: «All’esame le sue poesie (di Arnaldo da Brescia) non si  vede ciò che Dante e Petrarca potevano trovare di meraviglioso è molto oscuro».

[11]             Il Papa Innocenzo III indisse (1208) contro gli Albigesi una crociata che al di là delle intenzioni dello stesso papa e del suo successore, Onorio III, si trasformò ben presto in una guerra di conquista in cui la nobiltà francese, paladina dell’ortodossia cattolica, vide il mezzo di affermare le proprie ambizioni territoriali ai danni dei grandi feudatari meridionali. Dopo Arnaldo di Citeaux, Simone di Montfort tenne sino alla morte (1218) il comando della crociata che si protrasse sanguinosamente fino al 1229. Luigi VIII, re di Francia, scostandosi dalla posizione riservata del suo predecessore, Filippo II Augusto, intervenne direttamente nel conflitto che si risolse in favore della corona, anche se Raimondo VII di Tolosa, succeduto al padre (1222), riuscì a conservare una parte dei suoi possessi. La crociata e la successiva inquisizione, affidata al nuovo ordine domenicano, dispersero e soppressero gli albigesi sino alla loro totale scomparsa e determinarono nello stesso tempo il decadimento irreversibile della civiltà provenzale. Vedere: Albigesi, in  Enciclopedia Europea, vol. I, p. 233.  R.L. John scrive a tale proposito: «La guerra condotta contro gli Albigesi, durata per una ventina d’anni, e combattuta da entrambe le parti con estrema crudeltà, terminò dopo l’orrenda, devastazione di splendide contrade, con la battaglia di Muret (1213) e col trattato di Parigi (1229), che assegnò la Provenza al conte Alfonso di Poiters, fratello del futuro re Luigi IX il Santo. Il matrimonio di Alfonso con la figlia dell’ultimo conte di Tolosa pose fine al tempo degli orrori, e la Francia meridionale passò alla corona dei Capetingi». R.L. John, o c., p. 77.

LÉGER Giovanni, in Histoire Generale des Eglises Voudoises, Part I, Leyde 1669, p. 155, scrive che gli Albigesi furono chiamati così dalla città di Albi, metropolitana di Lingua doca e che spesso erano chiamati Lombardi perché la loro religione fioriva soprattutto in Lombardia.

[12]             L’abolizione dell’ordine dei Templari avvenne nel Concilio di Vienna, ottobre 1312 o 1314 se si considera il rogo del Gran Maestro Walter de Molay.

[13]             L. Valli, Op. Cit., p. 147.

 

[14]             Concilion Troslejanum (Trosly vicino a Soissons); cit. JUNDT, L’Apocalypse Mystique du Moyen Âge et la Matelda de Dante, Libr. Fischbacher, Paris 1886, p. 20.

[15]             Abbonis abbatis Floriacensis Apologeticus ad Hugoncm et Robertum reges Francorum, scritto verso 998; cit. Idem, p. 20.

[16]             Tito 2:13.

[17]             Idem, p. 22.

[18]             Idem, p. 24

[19]             Scrive A. Ricolfi che Gioacchino fece costruire nel cuore della Sila selvaggia, su un poggio rupestre, la rocca del nuovo ordine, e benché i luoghi fossero selvaggi con barriere di monti e burroni, l’abbazia prese il nome di Fiore. Gioacchino, come fedele del Fiore, abbia voluto conferire alla badia questo simbolico nome, quasi a significare ai discepoli che la sua intendeva essere la rocca della Sapienza santa. Gli Annali dei Cistercensi dicono che fu Gioacchino a conferire tale nome alla località, prevedendo che i rovi colà abbondanti si sarebbero un giorno mutati in fiori. L’immagine del Fiore, ossia della Rosa, per designare la Sapienza santa, era un pensiero che proveniva dall’Oriente. Varie correnti orientali, poesia e cultura araba, ebbero poi centri di sviluppo in Sicilia e in Spagna. Il  amatorio persiano e siriano furono importati dalla  Sicilia in Calabria e dalla Spagna nella Francia meridionale.

Dall’Oriente proveniva pure il culto della rosa la “rosa di Saron, il giglio delle valli”, la rosa celestiale che sarà poi dalla Chiesa identificata colla Vergine; culto delle cui tracce è piena la letteratura mistica del Duecento, fino a Dante, che salirà a contemplare – meta suprema del suo viaggio – la Vergine fra i petali della “rosa sempiterna”. RICOLFI Alfonso, Influssi Gioachimiti su Dante e i “Fedeli d’Amore”, in Il Giornale dantesco, vol. XXXIII, Nuova serie III, Annuario Dantesco 1930, Firenze 1932, pp. 180,181.

[20]             Idem,  p. 174.

[21]             Gioacchino da Fiore è stato il primo autore cristiano che comprese i periodi profetici di Daniele e dell’Apocalisse con il principio ermeneutico giorno=anno.

[22]             Apocalisse 14:6.

[23]             Geremia 31:3.

[24]             Jundt, Op. Cit.,  pp. 36-39.

[25]             JOHN Robert L., Dante Templare, Hoepli, Milano 1987, pp. 65,78,79.

[26]             Convivio, II:14.

[27]             Paradiso, XXX:128-132.

[28]             Purgatorio, XXIV:80

[29]             Paradiso, X:130-132

[30]             A. Ricolfi, Op. Cit., pp. 174,175. N. Sapegno,, Op. Cit., vol. III, p. 378, stesso pensiero sulla fine: «Dante riteneva, d’accordo con i suoi contemporanei, che la fine del mondo, entrato ormai nella sua sesta ed ultima età (vedere nostra spiegazione cap. IV, riferimento 428-448), fosse relativamente vicina: “noi siamo già ne l’ultima etade del secolo, e attendemo veracemente la consumazione del celestiale movimento” Convivio, II, XIV,13».    

[31]             Paradiso, XII:140-141.

[32]             «In seguito alla pubblicazione dell’Introductorius, il principale tra quei libri gioachimiti, composti tra il 1250 e il 1260, accennanti tutti alla prossima fine, col 1260, del periodo in corso, e annunciante la prossima mascheratura dei falsi profeti e l’avvento di un’èra finale. Era autore fra Gherardo da Borgo San Donnino. Quando questo libro uscì, Guglielmo di Sant’Amore, rettore dell’Università di Parigi, pubblicò un opuscolo De pericolis novissimus temporum, torcendo l’arma d’offesa contro questi frati mendicanti che contendevano ai professori le cattedre all’Università. Gioacchino ha profetato il vero, affermava Guglielmo, ma i falsi profeti non sono già quei falsi sacerdoti cui si accenna nel vostro Introductorius, ma siete voi stessi, voi che sotto falsi manti d’umiltà carpite le cariche altrui! E all’opuscolo fece seguito l’opera De anticristo, nella quale, ribadendo il suo giudizio, diceva che l’anticristo avrebbe avuto per professori quei falsi profeti e monaci girovaghi che preparavano la rovina della Chiesa. Altro che la profezia di Gioacchino sull’anticristo, impersonato da lui nei nemici dei monaci, veri sostenitori della Chiesa! L’Evangelium Aeternum con l’Introductorius fu mandato al papa, che nominò una commissione per il processo. La sentenza, si assolse, come pare, Gioacchino e la sua dottrina nella parte centrale, condannò però l’autore dell’Introductorius, e con lui il capo e ispiratore del partito gioachimiti, Giovanni da Parma, generale dell’ordine, che forse gli era stato, come vuole il Tocco, collaboratore nel compilare l’Introductorius». A. Ricolfi, Op. Cit., pp. 172,173.

[33]             Aveva lasciato le ricche vesti della curia di Cosenza per indossare il saio, rinunciare poi all’abito di abate per essere semplice frate. Fu un contemplativo e difeso da Celestino III.

[34]             COSMO (COSIMO) Umberto, Noterelle Francescane, in Giornale Dantesco, Anno VII (IV della Nuova Serie), Firenze, Venezia, Roma 1899, p. 70. Cosmo nel suo articolo fa riferimento all’opera di KRAUS F.X., Dante, sein Leben und sein Werk, sein Verhältmiss zur Kinst und Politik, Grote, Belin 1897.

[35]             A. Ricolfi, Op. Cit., pp. 172-174.

[36]             Paradiso, XXX:124.

[37]             L. Valli, Op. Cit., pp. 424,425; stesso pensiero in R.L. John, Op. Cit., p. 319.

[38]             R.L. John, Op. Cit., p. 112.

[39]             MICHELET, cit. CERCHIO Bruno, L’Ermetismo di Dante, Mediterranee, Roma 1988, p. 14.

[40]             R.L. John, Op. Cit., p. 112.

[41]             Gli abitanti dell’Inferno dantesco si raggruppano in cerchi di 13. Idem, p. 208.

13 sono le persone che Dante riconosce mediante dei segni diversi. Idem, p. 209.

13 sono gli ospiti dell’Inferno che Dante riconosce senza particolari segni caratteristici. Idem, p. 209.

Gli abitanti del castello nel Limbo chiamati per nomi, nel IV canto sono 3 volte 13. Idem, p. 210.

Sono 13 le anime menzionate prima della città di Dite, che separa l’Inferno superiore da quello inferiore; e altre 13 si trovano immediatamente davanti, sopra o dietro le mura. Idem, p. 211.

I tiranni, ladroni e i violenti immersi nel sangue bollente del Flegetonte, compresi i tre centauri, sono 13. Idem, p. 212.

La selva dei suicidi, dei prodighi, il sabbione rovente dei sodomiti e degli usurai menziona 13 dannati. Idem, p. 212.

13 sono i dannati che Dante incontra nelle prime quattro Malebolge. Idem, p. 213.

Nel canto XXI, 13 sono i dannati menzionati. Idem, p. 213.

Nelle Malebolge da 5 a 7, 13 sono i barattieri, ipocriti e ladri menzionati. Idem, p. 214.

Dal canto XXVI alla fine dell’inferno ci sono 39 dannati, cioè 3x13. Idem, p. 214.

In Purgatorio Dante fa comparire 13 angeli. Idem, p. 217.

Dall’antipurgatorio alla valletta dei principi negligenti 13 nomi. Idem, p. 218.

Nella valletta sono riuniti 13 personaggi. Idem, p. 218.

Tra la valletta e il Paradiso ci sono cerchie templari. Idem, pp. 218,219.

Il XIV canto che riporta un confronto tra la Romagna di un tempo e il presente ci presenta un elenco di 13 nominativi. Idem, p. 219.

39 sono i personaggi, compreso Dante, che ha avuto il privilegio di entrarvi due volte, che sono menzionati in Paradiso. Idem, pp. 222,223.

Nel cielo dei teologi Dante ne elenca 13. Idem, p. 226.

Nel XVI canto Cacciguida menziona 13 località collegate con Firenze, e 39 nomi di casate. Idem, p. 227.

Sono 13 i nomi che ricevono il biasimo dall’Aquila luminosa nel canto XIX. Idem, pp. 228,229.

San Bernardo elenca 13 nomi che godono della beatitudine celeste. Idem, pp. 231,132.

13 scene del Paradiso terrestre. Idem, p. 295.

13 Colloqui e canti nettamente distinti tra di loro nel Paradiso terrestre. Idem, p. 295.

«19 cerchie templari nell’Inferno, 17 nel Purgatorio e 13 nel Paradiso. Ha creato una triplice “cerchia templare anche nel numero dei fiorentini che si trovano nell’al di là, o che sono esplicitamente attesi in uno dei suoi regni. - Il numero complessivo di tutte le “cerchie templari” (composta ciascuna di 13 elementi) ammonta a 19-17-13-352, cioè quattro volte tredici. E siccome da sempre il numero 4 è quello dei punti cardinali del mondo, sembra evidente che il poeta abbia voluto in questo modo decidere simbolicamente a ognuna delle quattro regioni del mondo una “cerchia templare”». Idem, p. 296,297.

[42]             Inferno, XIX:87.

[43]             Purgatorio, VII:109.

[44]             Purgatorio, XX:43-45.

[45]             N. Sapegno, Op. Cit., p. 224.

[46]             Purgatorio, XX:85-93.

[47]             Villani, Cronache VIII:63; cit. N. Sapegno, Op. Cit., p. 229.

[48]             SALVEMINI, Studi storici, Firenze 1901, p. 123; cit. N. Sapegno, Op. Cit., pp. 230,231.

[49]             Purgatorio, XX:94-96.

[50]             B. Cerchio, Op. Cit., p. 16

[51]             Paradiso, XIX:118-120.

[52]             Essendo stata questa morte, come sembra, rielaborata in senso leggendario, sarebbe interessante scoprire se il cinghiale vendicatore non personifichi il noto simbolo druido, in relazione alle misteriose radici celtiche del templarismo.

[53]             Paradiso, XXX:145-147.

[54]             B. Cerchio, idem, pp. 16,17.

[55]             Paradiso, XXX:125-126.        

[56]             Paradiso, XXX:2.

[57]             Paradiso, XXXI:111; XXXII:1.

[58]             B. Cerchio, Idem, p. 19.

[59]             Inferno,  XIX:82; Purgatorio, XXXII:148; XXXIII:44; Paradiso, XVII:82; XXVII:58; XXX:142-149.

[60]             Inferno, XI:50.

[61]             R.L. John, Op. Cit., p. 122.

[62]             Paradiso, XXX:142.

[63]             Idem.

[64]             Paradiso, XXVII:22-26.

[65]             Idem, pp. 122,123. Le ultime parole del periodo sono riportate in calce di pagina come nota del traduttore.

[66]             Inferno, XIX:85,87; Vedere 2 Maccabei 4:7-26.

[67]             Villani, Cronache IX:59; VIII:80.

[68]             SAPEGNO Natalino, La Divina Commedia, vol. I, Inferno, La Nuova Italia ed., Firenze 1969, p. 216.

[69]             Purgatorio, XXIX:10.

[70]             Purgatorio, XXXIII:17.

[71]             R.L. John, Op. Cit., pp. 20,21.

[72]             R.L. John, Op. Cit., pp. 25-31.

[73]             G. Rossetti dava la seguente  spiegazione: «Lo scopo della filosofica setta Ghibellina era quello di stabilire la santa unità d’Italia e di rettificare il reggimento civile e la disciplina ecclesiastica, per bene del loro paese e dalla umanità».  Inferno,  vol. II, p. 352. Stesso pensiero in Foscolo: «Dante applicò la poesia alle vicende de’ tempi suoi, quando la libertà faceva l’estremo di sua possa contro la tirannide; e scese nel sepolcro con gli ultimi eroi del medio evo.- Per recare l’Italia sotto il reggimento di un solo sovrano e per tor via il poter temporale de’ papi». FOSCOLO Ugo, Saggi e discorsi critici, a cura di G. FOLIGNO, Le Monnier, vol. X, ed. naz., Firenze 1953, p. 289; cit. ROSSETTI Gabriele, Comento Analitico al Purgatorio di D. Alighieri, Opera inedita a cura di Pompeo Giannantonio,  Leo S. Olschki, Firenze 1967, p. LXXI.

«Qual era lo scopo della Setta Ghibellina? Un imperatore universale. Qual è il termine del viaggio di Virgilio? La gloriosa Beatrice. Varie volte nel corso del pellegrinaggio ei la rammentò al suo seguace (Dante), e con questa promessa rianimò spesso le stanche forze di lui. Dunque se Virgilio è figura della setta Ghibellina, Beatrice, ch’è il termine del suo corso, non può essere che figura di altro che dell’Imperatore» G. Rossetti, Purgatorio…, p. 371. Riteniamo che questa valutazione del Rossetti non sia  da sottovalutare, la ricchezza del testo offre anche questa posizione, ma ci sembra preferibile vedere in Beatrice al «termine del suo corso» la figura della Chiesa rigenerata che svolge la sua missione come l’evangelo la presenta e non nella corruzione del potere acquisito.

                Riteniamo valide le riflessioni del Rossetti nel presentare la correlazione dei Ghibellini al tempo di Dante con i Carbonari che nel secolo scorso hanno lottato contro la chiesa, pur essendo cristiani cattolici, per la costituzione dell’Italia unita. Idem, pp. 458,459. Per molti di loro la Bibbia assunse a simbolo di libertà. Rispetto per il Dio della creazione, distacco dal Dio della Chiesa.

[74]             G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 352.

[75]             «Se è vero che queste parole hanno un significato segreto, vuol dire che sostituendo al loro significato aperto il supposto significato segreto, la frase e la poesia debbono rendere costantemente un senso e per di più rivelare un senso plausibile e più profondo là dove il senso letterale è strano, oscuro o sciocco». L. Valli, Op. Cit., p. 23 Alcune espressioni potrebbero essere:    

AMOR           anagramma di Roma e parola che troviamo nelle tre lingue che derivarono dal latino, d’oc, d’oil e del dolce sì.

AMORE         per la donna che corrisponde alla Sapienza, alla Setta, al proprio ideale, indicherebbe l’affetto per l’Imperatore. Se la parola è tronca e s’inverte significa Roma, sennò Amo-Re, un re supremo a Roma era quanto i Ghibellini speravano.

DONNA o MADONNA è la sapienza santa, la setta, i Fedeli d’Amore, la potestà Imperiale. Ogni poeta gli attribuiva un nome che nella sua mente aveva un senso allegorico. DONNA, cioè DOMINA, era per conseguenza la mente dominatrice, quella sapienza generale per la quale la Terra tutta doveva essere retta, da un solo uomo potentissimo, immagine di Dio, regolatore dell’universo. Alcuni esempi che la donna indichi i consettari, i “Fedeli d’amore” sono nella Vita Nova XIX:

                                    «Donne ch’avete intelletto d’amore, / e’ vo’ con voi de la mia donna dire, / …. / 

                                    Donne e donzelle amorose, con voi, / che non è cosa da parlarne altrui».

Dante ha sempre parlato del suo amore con uomini soprattutto ha avuto fitta corrispondenza  amorosa con Guido, Cino ed altri. Queste pseudo donne, cioè uomini,  nel cap. XXII rispondono:

                                    «Se’ tu colui c’hai trattato sovente / di nostra donna, sol parlando a nui?».

E’ ben strano sentir dire dalle donne «la nostra donna» e accettino la sua supremazia. Da rilevare quel «sol parlando a nui».

FONTANA - FIUME  é la «fontana d’insegnamento», cioè la tradizione della Sapienza santa. Dante nella Vita Nova trova Amore lungo «un fiume bello e corrente e chiarissimo» IX,4. Da rilevare che nel Roman de la Rose, l’amante si innamora del fiore non perché lo vede direttamente, ma perché si riflette nell’acqua di una fontana. La stessa idea si trova in Petrarca: «Chiare, fresche, e dolci acque, / ove le belle membra / pose colei che sole a me par donna».

MORTE         al peccato e quindi vita nuova con Cristo. Morte nel peccato cioè vita comune sotto la protezione della Chiesa romana, che corrisponde all’essere del Guelfismo. Morire = diventare Guelfo. Morte = Papismo. La parola può essere sinonimo di Pietà, da Pietas, Religione, perché il Papa ne era il regolatore.

                        Cino da Pistoia scrive: «Canzon, gira’ ne a que’ che sono in vita, / di gentil core e di gran nobilitate; /

     dì che mantengan lor prosperitate / e sempre si rimembrin de la morte, / in contrastarla forte, /

     e di’  che se visibil la vedranno / ne faccian la vendetta che dovranno».       

Il senso letterale di questa canzone sarebbe assurdo. Infatti è logico mandare un sonetto a chi è in vita e non a chi è nel camposanto. Lo manda a chi ha il cuor gentile perché sanno cosa significhi. Vedere L. Valli, Op. Cit., p. 165

PIANGERE simulare  per  evitare  l’inquisizione.  I  Catari,  come  altri  eretici consigliavano agli adepti di simulare

                        l’ortodossia.

PIETRA       da petrus cioè Papa. Con questa spiegazione torna molto chiaro il verso sibillino di Francesco da Barberino.

            «Caro in petra, amor di petra / chi so petra, Petre, impetra».

Petra quale vocativo di Petrus e significa «o Pietro». Quindi la spiegazione è chiara: «Chi sotto la Pietra (la Chiesa) invoca “O Pietro”, invoca a caro prezzo (a suo danno) l’amore di una pietra (che amore non ha)». L. Valli, Op. Cit.,  pp. 194,342. Per Pietra o sasso nel gergo si intende la Chiesa corrotta «una pietra sepolcrale che teneva chiusa in sé come cosa morta, la Sapienza santa che le era stata affidata». Valli, Op. Cit., p. 341.

                        Questo sonetto è attribuito a Dante, Opera, I, p. 127.

«Deh piangi meco tu, dogliosa petra, (la Chiesa) / perché s’è Petra en così crudel porta,

entrata, che d’angoscia el cor me’npetra; / deh, piangi meco tu che la tien morta! (la sapienza)

Ch’eri già bianca, e or se’ nera e tetra, (corrotta) / de lo color suo tutta distorta;

e quando più ti priego, più s’arretra / Petra d’aprirme, ch’io la veggia scorta.

Aprimi, petra, sì ch’io, Petra veggia / come nel mezzo di te, crudel, giace,

che ’l cor mi dice ch’ancor viva seggia, / Che se la vista mia non è fallace,

            il sudore e l’angoscia già ti scheggia… / petra è di fuor che dentro petra face, …» L. Valli, Op. Cit., p. 170. «Che tu possa piangere o Pietra (Chiesa corrotta) come piango io perché mi hai penetrato con una così crudele porta (ferita fatta in me) che mi impietri di angoscia il cuore. Tu che tieni morta la mia donna (la Sapienza santa) tu che eri bianca (pura) ora sei nera e tetra (corrotta) “dello colore suo tutto distorta” e che non mi apri, malgrado le mie preghiere, per darmi quella che è la verità santa che io voglio vedere. Apriti, Chiesa corrotta perché io veda come nel mezzo di te, crudele, giace la vera Sapienza santa, chè il cuore mi dice che essa sia ancora viva. Se la mia vista non mi inganna, il nostro lavoro (sudore) e il nostro dolore (angoscia) già ti scheggiano, ti disfaldano, o Pietra della corruzione. Tu sei la ‘pietra’ che fai diventare ‘pietre’ coloro che guardi». L. Valli, Op. Cit., pp. 341,342.

                        Il poeta parla ad una pietra (chiesa) che tiene rinchiusa la sua donna e il cuore gli dice che essa è ancora viva. Impreca contro di essa dicendo di aver tradito il suo colore iniziale e conclude dicendo che essa fa diventare pietra tutto ciò che tocca.

SALUTO       Vita Nova XXI: «e cui saluto fa tremar lo core». Questo saluto che fa tremare il cuore, toglie la parola, fa morire. È un rituale che permette all’adepto di entrare a far parte della setta.

VENTO          = significa Guerra. Ciò attesta Barberino nella parte V del Reggimento e Costumi delle Donne: «Levasi un vento che sperde li fiori» riferendosi ad Arrigo quando andò a far guerra a Firenze e scese come un vento che porta via i fiori. «Due guerrieri della casa Sveva saranno detti nel Paradiso due venti di Svevia. La Guerra contro i Ghibellini movea dal capo de’ Guelfi, e le ali di Lucifero mosser vento contro Virgilio e Dante. La guerra fatta dal partito Nero tormentò i Bianchi, sparpagliandoli raminghi in mille lati, e l’agitato Nero castiga gli amanti, che pajon sì al vento esser leggieri; talché quel fiato mena gli spiriti con la sua rapinam onde la bufera infernal che mai cessa li trasporta di là, di qua, di su e di giù». G. Rossetti, Inferno…, vol. II, p. 548.

VITA              è la verità della setta. Chi fa parte di essa è vivo, chi non ne fa parte è morto. È il Ghibellinismo. Le donne dei poeti dello Stil novo in genere muoiono in giovane età e questo significa che la Sapienza è trasfigurata nell’atto della contemplazione pura e si pone di fronte a Dio. Così Beatrice. La morte di Donna, Madonna può significare anche che essa è morta per la chiesa corrotta o è nascosta sotto una “pietra” così come il “Fiore” è tenuto nascosto in un castello da Gelosia.

Vita Nova, il nuovo corso della propria vita politica ed ideologica nella quale la nascita è l’istante in cui vi entra.

[76]             G. Rossetti, Spirito…., p. 41

«Screndum est quod istins operis non est simplex sensus; immo dici potest polisensuun, hoc est plusium sen suum…. Et quomodo isti sensus mystici variis appellantnr nominibus, generaliter omnes decipi possunt… His visis, manifestun est quod duplex oportet esse subjectum, circa quod currant alterni sensus. Et ideo videndum est de subjecto hujus operis prout ad literam accipitur, deinde de subjecto prout allegoricè sententiatur. Et ergo subjectum totius operis, literaliter tantum accepti, status animarum post mortem simpliciter sumptus… secundum allegoricum sensum poeta agit de Inferno isto in quo peregrinando ut viatores mereri et demoreri possumus… Subjectum est homo pront merendo et demerendo, per arbitrii libertatem, Justitiae praemiandi et puniendi abnoxius est… Sed omissa subtili investigatione, dicendum est breviter quod finis totius et partis est removere viventes in hac vità de statu miseriae et producere ad statum felicitatis…. Non ad speculandum, sed ad opus, inventum est totum et pars» G. Rossetti, Inferno, vol. I, p. 398.

[77]             Convivio, III, X. 6-8.

[78]             Una breve cronistoria può riportare alcune date:

-          1022 due canonici di Orleans, Etienne e Lysoe vengono arsi vivi perché sospetti di catarismo. La regina Costanza di Francia, di cui Etienne era stato confessore, li ha accecati prima con il suo bastone.

-          1120 due catari vengo linciati a Soisson per timore che venissero risparmiati.

-          1180, Alessandro III lancia l’anatema contro i Catari e i loro protettori.

-          1206 S. Domenico, allora Domingo Guzman, monaco spagnolo, avendo fallito la sua predicazione per richiamare gli eretici nell’alveo della Chiesa li minaccia della guerra santa: «Aizzeremo contro di voi principi e prelati, e sarete ridotti in servitù».

-          1207 Innocenzo III, scomunicò Raimondo VI, conte di Tolosa.

-          1208 Innocenzo III indice una crociata contro i catari, il cui Paese era considerato dai Baroni di Francia, per la sua ricchezza e prosperità, il “Paese della Cuccagna”.

-          1209 un esercito francese di 20 mila cavalieri e migliaia di fanti dilagò nella bassa Linguadoica.

-          1209, 22 luglio, a sorpresa Ziers viene presa. Non sapendo come distinguere i Cattolici dagli Eretici, l’abate di Citeaux, Arnaud Amaury, rispose: «Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi». 20 abitanti massacrati, la città saccheggiata e bruciata. È il primo atto di una guerra vergognosa che getta discredito sul cristianesimo e durò per cinquanta anni.

-          1210 Simon de Montfort ai cento difensori della città di Bram, fece tagliare la barba, il naso e cavare gli occhi meno a uno che gli ha lasciato un occhio affinché potesse fare da guida. 140 roghi vengono accesi a Minerve per altrettanti arsi vivi.

-          1211 a Lavaur, 80 cavalieri della terra dei catari, Occitania, furono scannati e/o impiccati. La castellana donna Giralda fu consegnata ai soldati che la violarono seppellendola viva in un pozzo. Il più grande rogo della crociata bruciò 400 catari; 94 a Cassès.

-          1215 si costituisce l’ordine dei Domenicani, e i Domini canes si misero subito a lavorare, come muta esperta nella caccia all’uomo.

-          1234 a Moissas 210 arsi vivi.

-          1242 ad Avignonet molti abitanti della zona furono bruciati.

-          1244 dal mese di maggio dell’anno prima un esercito di 20 mila uomini, accompagnato dagli inquisitori, assediò il castello di Montségur, il 17 marzo 215 persone vennero bruciate. Dove furono ridotte in cenere il luogo si chiama ancora oggi Prat des remats – Campo dei Bruciati.

-          1255 ultimo castello cataro espugnato a Quéribus, nelle Corbières.

La Costituzione di Benedetto XI, citata da Calderoni, mostra che in virtù di un privilegio di Clemente IV, gli inquisitori erano ‘absoluti a poena et a culpa’ per la grazia del papa e che erano stati loro accordati tutti i favori spirituali e i privilegi attribuiti alle crociate. Pure ancora secondo Calderoni, essi avevano il privilegio di assolversi mutuamente dalla scomunica sotto il colpo della quale essi potevano essere caduti.

«Nel 1229 i legati del papa indussero Luigi IX, che contava allora solo 14 anni, a promulgare la legge crudele che imponeva di condannare tutti gli eretici al rogo». DOELLINGER Ignazio, Il Papato dalle origini fino al 1870, Mendrisio 1914, p. 189.

Inoltre Gregorio IX nel 1231 aveva di già, nelle sue istruzioni ai Domenicani della Germania, garantito una indulgenza di 20 giorni a coloro che partecipavano alle loro predicazioni; di 3 anni a coloro che li assistevano nella loro persecuzione degli eretici; indulgenza plenaria a coloro che trovavano la morte in questa lotta. Icker, p. 37 e seg.; cit. DOELLINGER (DÖLLINGER) Ignace, La papauté, Paris 1904, p. 335.

 «Essi (i pontefici) misero allora fuor della legge famiglie intere, città, Stati lasciandoli in balia del primo vento che volesse saccheggiarli o ridurli in schiavitù… In altri casi, come fece Gregorio XI, i papi scomunicavano fino alla 7^ generazione (Opera di S. Caterina da Siena, II, 160 nella vita IV Gregorio, XI, Baluzio – testo latino) oppure facevano abbattere e radere al suolo intere città e trarre gli abitanti in servitù, come Bonifacio VIII che inflisse questo flagello a Palestrina». I. Doellinges, Il Papato … p. 145.

 Innocenzo IV (1243-1254) ordinò l’uso della tortura e poi seguito e approvato da Alessandro IV, Clemente IV e Callisto III: «Bastava allora un semplice dubbio per provocare l’applicazione della tortura; e la prigione perpetua a pane e acqua era considerata come una grazia; s’imponeva al figlio,  come obbligo di coscienza, di denunziare il padre e di abbandonarlo ai tormenti della tortura, alla prigione perpetua o alle fiamme del rogo. Tacevansi all’accusato il nome degli accusatori, gli si negava qualsiasi mezzo legale di difesa… Se un giurista si fosse permesso di prendere le difese dell’accusato sarebbe stato colpito dalla scomunica… Era vietato all’inquisitore usare dolcezza o riguardi e la tortura era il mezzo migliore per ottenere confessioni… Nessuna ritrattazione, nessun giuramento di fede conforme a quello della Chiesa valeva salvare l’accusato; gli si accordava la confessione, l’assoluzione e la comunione come prova che il foro del sacramento aveva fiducia nella sincerità del suo pentimento e della sua conversione, ma nello stesso tempo, trattandosi di un recidivo, gli si dichiarava che, giuridicamente non gli si credeva e che, per conseguenza, egli doveva morire. In fine, per colmare la misura, si spogliava, in virtù della confisca legale, la famiglia innocente del reo di tutti i beni che possedeva e la metà del patrimonio passava alla Camera pontificia. Il famoso giurista Felice Spandei, che nel 1499 fu vescovo di Lucca, dice nel suo Commento: “Per extravagantes pontificias bona haereticorum dividuntur inter Roman. Ecclesiam, episcopum et inquisitoremIn decretales, de off. Ord. In cap. irrefragabili ». I. Döllinger, Op. Cit., pp. 191,192.

Innocenzo III dice che ai figli degli eretici solo per pura misericordia si doveva lasciar salva la vita. Decret. C.10, de haer. (V.7).

Era lo Stato che doveva provvedere alla prigione e alla legna per il rogo. Se le autorità aspettavano un anno senza compiere l’esecuzione per indagare sugli eventuali atti d’accusa, esse stesse erano colpite d’inquisizione come sospette d’eresia.

Nel 1322 tutta la casa dei fedeli Ghibellini, Visconti di Milano, fu sottoposta all’inquisizione e una bolla pontificia denunciò la loro eresia e condannò tutti i sudditi alla schiavitù.

Millot che ne rammenta numerosi Trovatori che morirono imperterriti fra le armi che li sopraffecero o  tra le fiamme che li consumarono non distingue tra Albigesi e Trovatori il  Sismondi, nella sua opera delle letteratura del Mezzodì d’Europa, non soltanto li fa comparire o pugnare per la stessa causa, ma li fa sparire da quella Terra per la stessa azione. Roma nel distruggere gli Albigesi quasi annullò la razza dei Trovatori. Vedere ROSSETTI Gabriele, Il mistero dell’amore platonico del Medio Evo, vol. 1, Londra 1840, ristampato ed. Arché, 1982, p. 188.

L’eresia nel XII secolo non aveva un fondatore e non era organizzata come setta, quindi non aveva un nome unico ma una chiara concezione di quella che doveva essere la vita religiosa così come l’esponevano gli evangeli e il Nuovo Testamento in genere.

[79]             Tolosa in Francia era la patria della scienza arcana (Tolosia significa enigma, mistero). G. Cavalcanti vi andò e s’innamora d’una donna “accordellata e stretta” che chiamò alla maniera provenzale e tornato a Firenze adottò secondo gli insegnamenti tolesani.

Conosceva i segreti della setta della quale disse d’essere amante della donna di Tolosa e le dedica questi versi: «Una giovene donna di Tolosa, / Bella e gentil, di onesta leggiadria, / Tant’è diritta e somigliante cosa / Ne’ suoi dolci occhi della donna mia, / Che fatto ha dentro al cor desiderosa / L’anima in guisa che da lui si svia, / e vanne a lei; ma tanto è paurosa / Che non le dice di qual donna sia».

«Guido Cavalcanti passava a Firenze per un Patarino, secondo il Boccaccio anzi addirittura per un ateo. Egli intraprese uno di quei sospetti “pellegrinaggi” alla tomba dell’apostolo a Santiago di Campostella, che sempre si interrompevano a Tolosa, roccaforte degli Albigesi. Infatti anche Guido si fermò a Tolosa dove si innamorò di una Donna Manetta per la sola e unica ragione che essa rassomigliava tanto alla sua Donna Giovanna in Firenze! Giovanna era certo esattamente la medesima “Donna”, con qualche lieve differenza degli statuti dei suoi sodalizi templari, forse dovuti al carattere spiccatamente neoplatonico della lirica amorosa-filosofica toscana». R.L. John, Op. Cit., p. 323. È molto discutibile il pensiero di R.L. John che fa di Cavalcante un templare perché «i documenti lo provano, parecchi della famiglia dei Cavalcanti e tra questi molto probabilmente il padre Guido, compagno d’arca infocata di Farinata, e con non minore probabilità Guido stesso, chiamato eretico patarino dal volgo. Ora Patarino nel Duecento equivaleva appunto a cataro». A. Ricolfi, Op. Cit., p. 141. Vedere anche dello stesso autore, La setta dei Catari a Firenze e la Manetta di Guido Cavalcanti, in La Nuova Rivista Storica, 1930, fasc. VI.

Dante andò a Parigi e non ne parla mai, e nessuno sa bene che cosa ci sia andato a fare, proprio nel momento della grande tragedia dei Templari. Francesco da Barberino scrive buana parte dei suoi Documenti d’Amore in Francia. Nella Commedia Dante prende le parti dei Templari contro Filippo il Bello.

[80]             Era la cerimonia del Consolamentum nella quale l’imposizione della mano d’un “perfetto” si posava sull’ascetico volto dell’iniziato, mentre invocava lo Spirito Santo, era chiamato il battesimo “per spiritum”. Questi neofiti, con il mandato di apostolato, andavano di località in località a diffondere la dottrina catara.

[81]             RICOLFI Alfonso, Studi sui Fedeli d’Amore – dai Poeti di corte a Dante, ed. Bastoni, Foggia 1997, pp. 133-135.

[82]             L’arte d’Amore, il romanzo della Rosa, 22.000 versi, di Guglielmo di Lorris, continuato da Giovanni Melum. A quest’opera se ne aggiungono tante altre: L’arte d’Amore, o la Maestria d’Amore, del Trovatore Rambaldo d’Orange, L’Arte d’Amore del Trovatore Gujart, Traviere Roberto de Bois. Vedere G. Rossetti, Mistero…, vol. I, p. 190; da p. 190 riporta un lungo elenco di queste opere prodotte in Provenza.             

[83]             R. L. John, Op. Cit.,  p. 17.  Questo autore pensa  che quest’opera sia stata fatta conoscere a Dante dal maestro Brunetto Latini. Questo poema «con i sui 23.000 versi, doveva stimolare nel modo speciale l’interesse del Latini: infatti, nella sua seconda parte assume grande importanza la violenta ostilità del rettore dell’Università di Parigi, Guglielmo di Sant Amour, contro gli Ordini mendicanti. Ora ser Brunetto deve aver ancora assistito personalmente, durante il suo soggiorno parigino, almeno alle ultime fasi di quella lotta. Potrebbe darsi che a Brunetto Latini si debba l’impulso a tradurre in italiano quell’opera che tanto successo ebbe, prima in Francia, poi dappertutto» idem.

[84]             A. Ricolfi, Op. Cit., pp. 137,138. L’autore prosegue con la frase: «Siamo nel campo delle pure congetture; resta tuttavia che il linguaggio segreto gli era in uso presso di uno dei più antichi trovatori» Idem, pp. 138,139. In nota riportava: «Come non mancano, tra le poesie in provenzale o in francese antico, gli accenni di devozione amorosa ad una donna allegorica e non bene afferrabile, che talora è la Vergine, e forse tal altra la Sapienza santa, così non mancano gli accenni ad una misteriosa “falsa”, che ci ricordano simili accenni di qualche Fedele d’Amore italiano contemporaneo di Dante. In una canzone di risentimento e quasi d’odio – che nel poeta ha preso il posto dell’amore – che noi troviamo nel canzoniere d’un trovatore francese vissuto nella travagliata epoca di Falchetto da Marsiglia: Quene Canone?) de Bethume, - dal servizio dedicato ad una donna, che fu forse la contessa di Champagne, passato a quello d’una donna finora non identificata (e che potrebbe essere irreale), - ecco quali versi troviamo all’ultima stanza:

Ki or vedroit loial ami trover, / Si vigne à mon loz choisir, / Mais belle dame se doit bien garder / Ke me m’ainst pas por trair / ‘elle feroit com foi et com vilaine / S’en poroit bien mal oir, / Ensi con fist la fauste chapetaine / Ceui toz li mons doit hair.

Ossia : “Chi ora vorrà trovare un leale amico, venga a prendere il mio consiglio, ma la bella donna deve star bene attenta che non mi abbia a tradire; che essa agirebbe come folle e come villana, e se ne potrebbero uscire delle belle, così come fece la falsa cappellana che tutto il mondo deve odiare”. Ora chi potrà essere questa “falsa cappellana…?” Non è forse questo uno di quei frequenti attacchi dei trovatori contro Roma, che noi abbiamo altra volta registrata?» Idem, pp. 138,139.

[85]             G. Rossetti, Op. Cit., p. 194.

[86]             L. Valli, Op. Cit.,  p. 393.    

[87]             Nel 1881 il Castets pubblicò il Fiore il cui manoscritto fu trovato nell’archivio nella Biblioteca della Facoltà di Medicina di Montpellier. Egli formulò l’ipotesi che fosse di Dante. Questi sono gli argomenti portati dal Parodi nella Prefazione all’edizione del Fiore, Firenze 1922:

1.  Ad un certo punto il Roman de la Rose portava scritto il nome del suo autore, Jean de Meun. Al punto corrispondente dell’edizione italiana abbiamo il nome di Durante (Sonetti LXXXII e CCII). Egli è certamente fiorentino e scrive verso la fine del XIII secolo o al principio del secolo XIV, cioè quando Dante visse. Durante  o Dante è il suo vero nome, nome non raro in quel tempo, dal santo Duramdus.

2.  I sonetti sono 232 spesso sciatti e scritti in gran fretta, ma l’autore maneggia molto bene l’endecasillabo e il sonetto. In molti punti dimostra di essere capace di scrivere bei sonetti. Sarebbe strano se questo poeta diverso da Dante non avesse scritto altro e nessuno lo avesse menzionato.

3.  La cultura del poeta è molto profonda. A un certo punto c’è la rivendicazione di Sigieri di Bramante estranea al testo, ora questa rivendicazione era fatta da Dante nel Paradiso (Paradiso, X:136-138).

4.   Una quartina scritta nel sonetto XCVII del Fiore era stata prima attribuita a Dante che metteva in guardia un marito contro un fraticello ipocrita.

«Chi della pelle del monton fasciasse / il lupo e tra le pecore il mettesse, / credete voi, perché monton paresse, / che de le pecore e’ non divorasse?».

.[88]            Nella Divina Commedia c’è rappresentato il più antico dei simboli, la rosa. Dante perduto nella selva è aiutato dall’Aquila (Virgilio) e raggiunge il suo ideale (Beatrice) che santa lo porta di sfera in sfera fino all’atto supremo della contemplazione cioè alla Rosa, qui la Sapienza lo abbandona (Riccardo di S. Vittore simboleggia questo con Rachele che muore dando alla luce Beniamino). Qui Dante si trova accanto a S. Bernardo, fedele di Maria, pura carità, come Dante era fedele di Beatrice pura sapienza. Ritorna ancora qui la vittoria del “fiore” sulla “Pietra”.

[89]             Una satira antipapale l’abbiamo nei personaggi. Ermesseu, moglie di Bernardo, così si chiamava l’asino, sputa sentente non in provenzale, ma nella lingua rituale della Curia romana. A. Ricolfi, Op. Cit., p. 137.

[90]             MAUCLAIR Camille, Le protestantisme et le sens secret des romans de chevalerie, Biblioteque Universitaire et Revue de Genève, marzo 1929, pp. 273,269,274; cit. da VAUCHER Alfred Félix, La Religion de Dante Alighieri, in Lacunziana, II série, Fides, Collonges-sous-Salève 1952, pp. 91,92.

                Aroux scriveva: «Noi speriamo di dimostrare così:

5.        che il protestantesimo albigese ha avuto sulla marcia dello spirito umano e sugli avvenimenti che si sono succeduti in seguito, dal X secolo, una maggiore influenza che non è stata supposta fin’ora.

6.        Che l’albigesismo non fece che appropriarsi le dottrine neoplatoniche, e riunirle, da una parte con l’evangelico e all’insieme della teologia cattolica, e dall’altra alle tradizioni locali rimaneggiate in uno stesso spirito e a seguito di dati identici; dai saggi scandinavi, fino ai mobinogion, alle nibelunghe e alle mille leggende di pie o eroiche sparse nelle classi popolari delle contrade nelle quali penetravano questi apostoli.

7.        Mediante gli albigesi le idee dell’amore platonico invasero dal mezzogiorno al nord la Francia, la Spagna, l’Italia, l’Inghilterra, la Germania, dove generavano i cavalieri amorosi.

8.        Che questa concezione tutta ideale non ha mai avuto esistenza reale nella civiltà del Medio Evo; che generazioni platoniche di amanti rispettosi e di donne immacolate non furono che un sogno, una finzione immaginata dai poeti d’una comunione cristiana, ma anticattolica, in un interesse di propaganda. In una parola, la cavalleria amorosa utopica  sull’Evangelo, fu opposta dagli albigesi alla cavalleria feudale, violenta, brutale, oppressiva e corrotta.

9.        Che i centri d’amore della Provenza furono i primi a coltivare la poesia in lingua volgare e a comporre dei romanzi di gesta, allo scopo di consegnarvi, sotto il velo dell’allegoria, i successi e le prove dei loro missionari, chiamati Bonuomini e Perfetti nelle loro chiese, Trovatori nel mondo. Che queste relazioni romanzesche fossero dei veri giornali, dei bollettini, delle cronache dell’opposizione comprensibili per i soli iniziati, incaricati di spiegare ai neofiti; e che tradotti rapidamente nel linguaggio dei paesi nei quali le sette avevano i suoi apostoli, servivano di modello alle composizioni dello stesso genere segnalate nelle diverse contrade dell’Europa.

10.     Infine, a questa scuola albigese e provenzale si collega quella della Corte Siciliana sotto Federico II e tutta la grande scuola italiana.

                Noi abbiamo dunque cura di dire, cominciando il nostro studio su Dante che si tratta di tutta una rivoluzione nella storia dal punto di vista religioso, politico, letterale e filosofico». AROUX Eugène, Les Mystère de la chevallerie et de l’Amour Platonique au Moyen Âge, ed. Libr. De V. Jules Renouard, Paris 1858, p. LVII.

[91]             Nella prefazione del suo libro l’abate E. Aroux inizia con queste parole: «La fede cattolica derivante dalla verità rivelata e appoggiandosi su essa, tutto ciò che è frode, menzogna, simulazione le è antipatico, come contrario alle sue origini e alla sua essenza; essa non saprebbe allearsi né scendere a patti con l’errore, né adottare come suoi coloro che non vedono nella Chiesa di Roma la madre comune dei fedeli». Idem,  p. IX. Se non fosse stata madre, in che modo avrebbe scannato i propri figli?

[92]             I Valdesi (e per estensione possiamo coinvolgere anche gli altri gruppi ereticali) si presentarono come predicatori itineranti. I permessi per predicare erano stati dati a rarissime persone. Il permesso speciale del papa, il consenso dei vescovi e dei parroci furono poi vietati. «Perciò quando il Concilio Lateranense del 1179 rispose ai Valdesi che non si dovevano arrogare il diritto di predicare nisi rogantibus sacerdotibus  significava praticamente,… un divieto assoluto». GRUNDMANN Herbert, Movimenti religiosi nel Medio Evo, Mulino, Bologna 1974, p. 41.

Anche gli Umiliati, un altro gruppo d’adoratori, che avevano chiesto di vivere evangelicamente e di predicare contro l’eresia senza essere tacciati da eretici furono trattati come i Valdesi e fu loro impedita la predicazione. Con ciò la Chiesa dimostrava di non apprezzare la divulgazione dell’Evangelo e chi trasgrediva all’ordine era perseguitato come eretico anche se non predicava nessuna di quelle dottrine che la Chiesa considerava eretiche. (vedere H. Grundmann, Op. Cit., p. 42). Ma sia i Valdesi sia gli Umiliati continuarono la loro testimonianza verbale pubblica.

Dopo la morte di Alessandro III, Lucio III fu il primo a considerare un po’ più a fondo il problema dell’eresia in tutta la sua ampiezza senza limitarsi ad un dato territorio. Un decreto fu emanato a Verona il 4 novembre 1184 in cui si elencavano quali fossero le eresie e come punirle. Per la prima volta si parla dei Catari, dei Patarini e poi degli Umiliati e dei Poveri di Lione con qualche altro gruppo. Per prima cosa il decreto dichiarava eretico chiunque predicasse, a prescindere dal soggetto esposto, senza un’autorizzazione, quindi la predicazione era di monopolio della gerarchia ecclesiastica. In secondo luogo era eretico chi non credeva alla dottrina cattolica dei sacramenti.

Una prima apertura da parte della Chiesa si scorge quando Innocenzo III salì al trono pontificio nel 1198. Egli riconobbe la legittimità della predicazione itinerante e della vita evangelica purché tutto si sviluppasse nell’ortodossia e l’autorità del papa fosse riconosciuta. D’altra parte intensificò la lotta all’eresia. Nel 1201 gli Umiliati ottennero il riconoscimento ufficiale della Chiesa e furono organizzati in Ordini. La cosa era abbastanza agevole perché essi avevano una dimora fissa, ma ben diverso era per i Valdesi sempre itineranti che vivevano dell’elemosina degli uditori. I Valdesi si erano molto più sviluppati degli Umiliati perché la loro predicazione era stata molto divulgata e i seguaci numerosi. Essi dichiararono che era meglio servire Dio che gli uomini, così che la loro fiducia nella Chiesa era diminuita e la loro fede basata solo sulle Scritture.

Il contrasto che permetteva la predicazione itinerante consisteva nel fatto che la Chiesa pretendeva un’obbedienza incondizionata al papa, mentre i Valdesi dichiaravano che l’obbedienza spettava solo a Dio e agli ecclesiastici fino a che costoro seguivano le direttive di Dio. La Chiesa affermava che poteva predicare solo chi aveva l’autorizzazione dal papa o dai vescovi; i Valdesi dicevano che tutti, anche le donne, avevano ricevuto il mandato divino.

                A riguardo dei sacramenti all‘inizio i Valdesi non avevano contrasti con la Chiesa, tranne quando cominciarono a insegnare che dovevano amministrarli solo dei sacerdoti degni… Quindi la loro lotta iniziale era fondata sulla morale e non sulla dottrina.

Innocenzo III fece molti sforzi per ricondurre i Valdesi nell’ambito della Chiesa. Nel 1207 a Pamier ebbe luogo una “disputa” tra cattolici e Valdesi in seguito alla quale diversi Valdesi rientrarono in seno alla Chiesa dopo aver ricevuto l’assicurazione di poter, dietro organizzazione da parte della Chiesa, predicare e vivere la loro vita. Ma in realtà questi ex valdesi… dovettero riconoscere l’autorità del papa e dei vescovi; la validità dei sacramenti indipendentemente dalla dignità dei preti; solo i preti potevano esercitare i sacramenti; in alcuni casi il giuramento doveva essere ammesso; la Chiesa aveva diritto a spargere sangue senza commettere peccato mortale. Ottennero solo di poter essere esentati, in alcuni casi, dal servizio di guerra. Vedere H. Grundmann, Op. Cit., pp. 42,75-77,83. I “Poveri cattolici” questi ex-valdesi rientrati nella Chiesa continuarono a vivere la loro vita di prima. Predicarono davanti ai valdesi ancora  renitenti, continuarono a vestirsi nel modo che già prima aveva scandalizzato i cattolici e continuarono ad affermare che uccidere era peccato mortale. Per tutta la sua vita Innocenzo III cercò di trattarli dolcemente per reintegrarli completamente, ma la sua politica non fu capita dai vescovi che continuarono la loro persecuzione.

[93]             La conoscenza popolare delle opere di Dante, Petrarca, Tasso nel XV secolo e altre ancora era viva nel passato in alcune località del nostro Paese. L’Aroux lo ricorda con queste parole: «Quando ci si ricorda delle canzoni amorose, intelleggibili o almeno incomprensibili oggi, composte da Dante, Cavalcanti, Gino da Pistoia, Petrarca e da altri ancora; composizione allora popolare; come pure la Commedia, i cui versi erano nella memoria di semplici artigiani, e di persone dell’ultima classe, che venivano commentati cento anni dopo nelle Chiese; le strofe dell’Ariosto e del Tasso, cantate dai gondolieri di Venezia, dove gli eretici avevano più o meno la loro libertà d’azione; la signoria si era costantemente rifiutata allo stabilimento di un tribunale composto di monaci. (SARPI, Histoire de l’Inquisition In Venezia, Limborch, 63 e seuiv.)». E. Aroux, herésie…, p. 19.

[94]             E. Aroux, Mystère…, pp. 71,72.

[95]             Idem,  p. 74

[96]             «Menzogna di lusinghieri e Menestrelli» era un detto di quella società.

I Menestrelli, da “ministrelli” erano assistenti, ministri ai Trovatori. Erano detti Ministrelli, quale diminutivo di Ministro, perché i Trovatori erano i Ministri di quel culto segreto, per cui erano per tutta l’Europa in propaganda fide. Idem, p. 222

[97]             E. Aroux, Mystère…, p. 75

[98]             E. Aroux parla di un Codice d’Amore trovato da un cavaliere e ne presenta alcuni articoli.

I.              «Il matrimonio non è una scusa legittima contro l’amore» cioè «ogni chiesa cattolica che ha uno sposo nel suo curato non può partire da lì per respingere il pastore albigese, altrimenti la propaganda sarebbe impossibile».

III.           «Nessun può avere due affetti insieme». Bisognava scegliere tra Roma e Tolosa.

VII.               «L’uomo non può amare che nell’età della piena pubertà». Nessuno poteva essere pastore se non maggiorenne.

IX.                «Nessuno può amare se non vi è spinto dalla persuasione dell’amore». Cioè solo la  predicazione settaria può dare l’iniziazione. Dante nel Convito dice che i sorrisi sono la persuasione.

XIII.            «L’amore dura raramente quando è divulgato». Infatti se divulgato finisce al rogo.

XVII.       «Un nuovo amore obbliga l’altro ad andarsene». Questo nuovo amore procurava la vita nuova.

XXX.      «Niente impedisce che una donna sia amata da due uomini né che un uomo sia amato da due donne» cioè due pastori possono portare alla conversione una chiesa, o un pastore può accudire a due congregazioni.

XXXI.   «La sola droiture rende ogni personaggio degno di amore». Cioè l’adepto deve essere privo dell’orgoglio, dalla cupidigia, dagli appetiti grossolani e di tutti i visi della Curia. Vedere, Idem, p. 80,81

Raynouard dice di aver trovato un libro intitolato Capitula libri de arte amandi, ecc. È stato composto da maestro Andrea, cappellano del re di Francia, non nominato, e indirizzato dal suo amico Gauthier, che desiderava servire alla milizia d’amore. Dopo aver indicato le norme del Codice d’amore, il cappellano Andrea nomina le seguenti corti d’Amore: Ermeragarda, viscontessa di Narbonne, verso il 1185, la regina Eleonora, verso il 1140, la contessa di Champagne, verso il 1174, e la contessa di Fiandre verso il 1184. Vedere Idem, p. 82.

                Fauriel nelle sue ricerche minuziose su questo periodo trovò questo documento che è per lui un monumento storico. «Ci sono quattro gradi in amore: il primo è di esitante (feignaire), il secondo, quello di pregante (prégaire), il terzo, di ascoltato (entendeire), e il quarto quello di amico (druz.). Colui che desidera amare una donna e va spesso a corteggiarla, ma senza osare parlarle d’amore, quello è un esitante timido; ma se la donna gli fa tanto onore e lo incoraggia tanto che egli osi raccontarle la sua pena, egli è allora giustamente chiamato pregante; poi, se a parlare e a pregare egli fa così bene che essa lo trattiene e gli dà guanti, cordoni e cintura, eccolo elevato al grado di ascoltato; se infine piace alla donna di accordare con un bacio il suo amore al suo leale ascoltato, essa ne fa il suo amico…  Quando dopo delle prove più o meno lunghe, il cavaliere era accettato dalla donna come servitore di sua scelta, in ginocchio davanti ad essa, e con le due mani nelle sue, egli si votava completamente a lei, e le giurava di servirla fedelmente fino alla morte, la donna, da parte sua, dichiarava di accettare i suoi servizi, le impegnava il suo cuore, e in segno di unione le presentava ordinariamente un anello, poi essa lo rialzava, dandogli un bacio, sempre il primo e spesso il solo che esso doveva ricevere da lei». Cit. Idem, pp. 123-125.

                Curiosissima è la storia cavalleresca della iena Vidal, fiero albigese. Egli si era innamorato di una donna chiamata Lupa (Loba) di Panautier. Ma egli non riusciva a conquistarla e in suo onore si fa chiamare Lupo, si copre di pelle di lupo e comincia a vagare per monti e piani. Ma i pastori e i suoi cani lo rincorrono. L’abate Millot dice che lo trattarono tanto male che lo riportarono dalla sua amata. La donna ebbe pietà di lui e lo curò così anche suo marito. Cosa vuol dire in gergo questa storia: l’apostolo albigese Vidal, aveva tanto faticato per cercare di convertire la Chiesa di Penautier, ma essa era fedele cattolica (lupa), allora per raggiungere il suo scopo Vidal si finge ortodosso così bene che i suoi amici (pretori di cani) lo considerano traditore. Calunniato egli trova rifugio nella parrocchia di Penautier e per colmo di gioia egli si rende conto che anche il sacerdote (marito) lo accoglie. Cit. Idem, pp. 143,144.

[99]             Vedere, E. Aroux, hérésie…, p. 15.

[100]            1309. Liber sent. Iniquis. Tolos. 23. Berthold’s Predigten, 307.

[101]            Arch. De l’inq. De Carc. 1305. Doast. XXXIX, f° 94b e seg.

[102]            E. Aroux, hérésie …, pp. 17,18.

[103]            Idem, pp. 127,128.

[104]            Il romanzo del Santo Graal e quello di Lancelot - L’ancello (d’ancellus) servitore di Dio - scritti in Inghilterra, nella lingua anglo-sassone da un affiliato del Tempio. Walter Map, il preteso cappellano di Enrico II, lo stesso al quale sono attribuite delle satire violente contro Roma e l’alto clero, corrispondente per Inghilterra, all’arcivescovo di Turpin in Francia. Vedere E. Aroux, hérésie…, pp. 22,23.

[105]            E. Aroux, Mystères…, pp. 72,73.

[106]            G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 438.

[107]            Fauriel, Op. Cit., t. I, p. 24.

[108]            E. Aroux, hérésie ..., pp. 15,16.

[109]            Idem,  p. 13.

[110]            History of the crusades against the Albigenses, London 1826.

[111]            E. Aroux, Op. Cit., p. 9.

[112]            Epistolae, ap. Bongars, II, 310.

[113]            I. Döllinger, Op. Cit., p. 144.

[114]            G. Rosseti, Purgatorio.., p. 480.

[115]            GUERS Émile, Histoire Abrègèe de l’Eglise de Jésus Christ, t. I, Genève 1832, ed. Toulouse 1850, pp. 254,258.

[116]            E. Aroux, Op. Cit., p. 21.

[117]            Monu mentis historiques relatifs à la condamnation des Templiers, 1813.

[118]            E. Aroux, Dante…., p. 16.

[119]            R.L. John, Op. Cit., p. 319.

[120]            Vedere il Capitolo V.

[121]            «Riconosciamo dunque che il poema di Dante, con la sua ascesa dalla buia valle della miseria alla visione di Dio, con il suo viaggio attraverso l’intero aldilà, con le sue iniziazioni nel Purgatorio, è di natura assolutamente gnostica. In nessun punto questa gnosi di Dante si esprime però nel senso di uno gnosticismo neomanicheo; essa è invece la somma di conoscenze profonde, ma nascoste alle masse, sui grandi temi del medioevo: Dio e il mondo, Chiesa e Impero. Se Dante fosse stato veramente un seguace dello gnosticismo albigese o patarino, una quantità enorme di passi delle sue opere dovrebbero suonare in modo del tutto differente: dovrebbero mostrarsi i segni di un dualismo religioso, dovrebbe emergere la dottrina della preesistenza delle anime, dovrebbe essere soppressa o esposta in modo del tutto diverso la teologia del peccato originale, base della sua dottrina politico-sociale. Di tutto questo però non vi è accenno né nella Commedia, né nel Convivio o nella Monarchia: accenni che Dante, maestro nelle allusioni, avrebbe saputo formare con la massima facilità.

Le espressioni derivate dallo gnosticismo eretico sono di natura puramente artistico-formale. Una di queste è la già ricordata identificazione dell’io di Dante con l’io dell’intera umanità, che abbiamo trovato in tre punti cruciali del poema: nella selva oscura, nella divina foresta alla soglia del Paradiso terrestre e prima della visione di Dio nell’Empirio. Questo trapasso dall’io individuale a quello universale è un pensiero proprio dello gnosticismo esso ha il suo modello più famoso nella Canzone delle perle della gnosi siriana dove il principe significa l’umanità e si mette alla difficile ricerca delle nascoste perle della via contemplativa e della vita attiva». R.L. John, Op. Cit., p. 35.

Dante poteva anche non condividere la teologia Catara e preferire quella cattolica, ma la sua intenzione non era quella di fare un’apologia dei movimenti ereticali, ma di annunciare il sistema papale che doveva finire. Se a questo avesse aggiunto in forma esplicita il pensiero cataro, non condivisibile, come poteva evitare di essere bruciato?

[122]            All’età di trent’anni circa Dante ottenne l’iscrizione alla corporazione dei medici e degli speziali, da lui richiesta solo per disporre appunto dell’appartenenza ad una corporazione: senza di questa, dopo gli Ordinamenti di Giustizia dell’8 gennaio 1293, come estremo segno di democrazia, non si poteva fruire del diritto di voto  né attivo, né passivo. Non è improbabile che Dante  abbia coltivato anche studi di medicina.

[123]            Lo scritto di Dante non solo tiene conto della letteratura classica greca e latina con i loro miti, ma quanto ha prodotto nel tempo il sapere dall’astrologia alla storia, dalla teologia alla filosofia.

R.L. John ricorda che mentre fioriva il Dolce Stil Novo apparve l’opera più importante della gnosi giudaica, il Sefer Zibar (Libro dello splendore di Mosè da Leon, un’opera certo non passata inosservata da parte dei Templari).

Così ad esempio l’attraversamento del muro di fuoco prima del Paradiso terrestre (Purgatorio, XXVII) ci riconduce al libro Zohar, dove le anime (ugualmente sul limite del giardino dell’Eden) prima di ricevere il loro involucro di luce assomigliante al vecchio corpo deposto, vengono fatte passare a fine di purificazione attraverso un fiume di fuoco. Ugualmente derivante direttamente dal Sefer Zobar è l’idea di un’unica sorgente comune ai due fiumi Lete ed Eumè: vi si legge, infatti, che il fiume Jobel nasce nell’Eden e si biforca in due rami che portano i nomi delle due colonne Jachin e Boaz del Tempio di Salomone. E qui risuona una segreta connessione fra l’Eden e il Tempio, certo un pensiero che rallegrava il cuore dei Templari.

Secondo F.A. Lambert i versi 98-126 del XXVIII canto del Paradiso, che descrivono i novi cori angelici, potrebbero essere interamente tratti dal Sefer Zobar. Così pure è un’immagine della Cabala quella di Dio raffigurato come un abbagliante punto luminoso (Paradiso, XXVIII:16), quale appare a Dante nel supremo centro della smisurata cupola che sovrasta l’Empireo, dell’angelico templo (Paradiso, XXVIII:53) tutto formato da spiriti celesti. Nell’ultimo stadio del volo verso l’alto, quel punto luminoso si fa poi riconoscere come l’unità di …tre giri / di tre colori e d’una contenenza…

E anche la misteriosa immagine umana che appare nel secondo cerchio, formata dalla sua stessa luce, l’immagine della natura umano-divina di Cristo, è essa pure forse riconducibile a un motivo della Cabbala: l’uomo primordiale Adam Kadmon, da sempre vivo nell’idea di Dio.

Come si vede, qualunque cosa in Dante derivi dalla gnosi, sia da quella araba (alla quale spetta la parte principale), sia da quella ebraica, sia da quella eretica, non trascende mai il senso di una forma d’espressione puramente artistica che non offende in nessun punto l’ortodossia. I principi formali gnostici si trovano inseriti senza sforzo e senza contraddizione nella teologia cattolica.

La teologia di Dante è sempre una teologia gioachimita, per sua natura  molto aperta a concezioni gnostico-simbolistiche. R.L. John, Op. Cit., pp. 350-353.

                Questo attingere di Dante ad opere contemporanee lo abbiamo anche a proposito di Matelda del Purgatorio, che contrariamente alla spiegazione ormai classica e generale, che la identifica con Matilde Contessa di Toscana, riteniamo che ci siano motivi per credere che corrisponda alla Matelda di Magdeburg, nobile sassone, la cui opera è stata completata nel 1313 e in diversi punti è di suggerimento alla Commedia (vedere il nostro IV Capitolo).

[124]            «Or quale e quanta non dovette essere in lui la brama che l’affascinata Inquisizione nulla mai del suo stratagemma scoprisse? Dal solo segreto dipendeva tutto l’effetto delle nuove armi, con le quali facea guerra sorda al nemico sotto specie di suo partigiano. La Divina Commedia (e ben merita il suo titolo) è un vero arsenale di armi sifatte; e se fosse stata minimamente per quello che è ravvisata, lo sforzo di lui sarebbe riuscito vano, e assai più grave il periglio, anzi sicura la rovina non solo di lui, ma di quanti in quel mutamento avessero avuto la più, piccola parte. Tali armi da congiurato, in cui l’essere e il parere fanno a calci acquistano la doppia lor tempra della sola allegoria. Dante si trovò quindi fra due strette: dovea celar cautamente il segreto agli avversarj e scoprirlo accortamente agli amici; né poteva ottenere il duplice intento, se non col parlare così di  rimbalzo. E perciò in quasi tutte le opere sue diè le chiavi della Commedia senza mai nominar la Commedia, con che conseguì il richiesto vantaggio, di distornar da quella il sospetto degli avversarj e di attirarle l’attenzione degli amici. I primi, i quali non la vedean nelle sue carte esplicative in niuna guisa menzionata, non potean mai supporre che di quella parlasse; i secondi, i quali scorgevano ch’egli evitava fin nominarla, anche allora che forza gli era favellarne, potettero facilmente avvedersi che di essa appunto stesse ragionando». Per questi motivi: «i profani fecer poca attenzione alle strane fantasticaggini della Vita Nova, alle noiose sottigliezze del Convivio, alle secche teorie della Volgare Eloquenza, alla bizzarra dialettica della Monarchia, al platonico misticismo del Canzoniere, perché credettero di certo che nulla tal cose avesser da fare con quell’opera tutta cattolica della Divina Commedia. I non profani, al contrario, scorsero agevolmente che quelle fantasticaggini, quelle sottigliezze, quelle teorie, quella dialettica, quel misticismo esponevano i segreti dell’antipapale Divina Commedia; e possessori del linguaggio d’una scuola comune si avvidero che Dante dell’opera sua maggiore nelle minori ragionava, giusto perché in queste si guardava di nominarla anche per ombra. La stessa cura che sì visibilmente ei mostrava di non mai esprimere quel vocabolo, e star lì per dirlo senza dirlo mai, era per essi sicurissimo indizio che di essa stesse significando cose che altrimenti di notar non poteva». G. Rossetti, Amore Platonico…. vol. V, pp. 1537-1539.

[125]            E. Aroux, L’hérésie …, pp. 19-21.

[126]            TOURN Giorgio, Italiani e protestantesimo, Claudiana, Torino 1997, 1998, pp. 43,53,63,64,67,68.

 

 


Capitolo III  LE DONNE DEI FEDELI D’AMORE E LA BEATRICE DI DANTE

 

 

            È un luogo comune, e come tale, tutti pensano che sia così: Beatrice l’oggetto dei desideri, del sogno d’amore di Dante altro non era che la Madonna Beatrice Portinari, figlia di Messer Folco Portinari, andata sposa a Messer Simone dei Bardi.

Fu soltanto dopo ottant’anni dalla morte di lei che Boccaccio, che inaugurò la “lectura Dantis”, rese pubblico il presunto cognome di Beatrice, cioè Portinari, e di aver conosciuto la sua identità da un parente di lei, una «fedel degna persona». Boccaccio scriveva che fino a 9 anni Dante andava a casa di Beatrice, mentre il Poeta diceva che fino a 18 anni lei non gli aveva mai rivolto la parola. Boccaccio è stato in un certo senso costretto a dire che si trattava di una donna reale perché, facendo anche lui parte della setta[1], non poteva rivelare la vera identità della donna senza rischiare il rogo. Inoltre crediamo che abbia voluto salvare dalle fiamme pure la Vita Nova e la Commedia stessa dopo che il De Monarchia era già stato bruciato.

Così fu pure per la Laura del Petrarca, anche lei una figura allegorica. Nessuno al tempo del poeta e per 400 anni seppe darle un identità storica fino a quando l’abate De Sade disse che si trattava della bisnonna della sua quadrisavola di nome Laura.

Il gesuita Gerhard Gietmann, seguito dall’inglese John Earle, dimostrò, senza aver conosciuto l’opera di G. Rossetti, che la Beatrice della Vita Nova è puramente simbolica e che rappresenta la Chiesa ideale.[2]

Per bene interpretare il pensiero di Dante dobbiamo avere presente i suoi scritti e in particolare la Vita Nova, che, come abbiamo detto, è chiave del pensiero politico del Poeta ed è la chiave della stessa Commedia.

Quanto presentiamo è una sintesi del pensiero di illustri personaggi come per esempio: Anonimo (contemporaneo di Dante), Boccaccio, Landino, Giovanni Mario Filelfo nel 500, Ugo Foscolo[3], il poeta Gabriele Rossetti, l’abate francese Eugenio Aroux, Giovanni Pascoli[4], Francesco Perez[5], Adolfo Bartoli, il dantologo Luigi Valli, il sacerdote viennese Robert L. Jonh. La lista potrebbe essere allungata[6] e questo fa dire a Tommaso Ventura: «che Beatrice non sia la Portinari è stato dimostrato».[7]

C’è stato un altro sostegno a favore di Beatrice Portinari: Pietro, il figlio di Dante. Nella prima e più autentica  edizione del commento del 1340, la Portinari è ignorata. Nella sua vecchiaia, invece, Pietro la menziona. Perché prima non ne sapeva nulla e anche il fratello Iacopo, più vicino di lui al padre la ignorava nel suo commento? Le due testimonianze di Boccaccio e di Pietro sono tanto simili da sembrare cosa certa che l’uno abbia ripreso dall’altro. C’è anche da dire che Pietro fosse un adepto della setta ghibellina e che menzionasse anche lui, in tarda età, la Beatrice Portinari per salvare le opere del padre.

Se Beatrice non fosse una figura retorica non si potrebbero spiegare moltissime cose. Per esempio un bambino che s’innamora fino alla vecchiaia senza aver mai cercato di avvicinare la ragazza. Eppure Dante non era un uomo con difficoltà di comunicazione o che avesse anche problemi particolari. Dante è molto accorto perché sa fondere insieme apparenti realtà della vita quotidiana con le sue concezioni ideologiche, in modo che la figura che ne risulta abbia un significato ben preciso, naturalmente solo per coloro che conoscono la chiave del linguaggio segreto. Quando però i suoi versi d’amore cominciano a procurargli difficoltà e diffidenze, guai nella società, si precipitò a farla morire, fingendo un dolore profondo, mostrandosi poi felicissimo perché il suo amore era salito in Paradiso a vegliare su di lui.

            Da una sintesi della Vita Nova con la Commedia, si possono elencare queste osservazioni che caratterizzano gli incontri di Dante con Beatrice:

-   quando Dante nasce, Beatrice viene concepita (questo è l’unico elemento di quanto diremo che non è menzionato negli scritti danteschi), la differenza tra i due è di 9 mesi;

-   Beatrice nascendo fece cadere Dante, di 9 mesi, a terra[8] privo di sensi in preda ad una passione;

-   i 9 cieli si congiungono per essere propizi alla sua nascita;

-   al primo incontro Dante aveva  9 anni (Boccaccio scriveva che fino a 9 anni Dante andava a casa di Beatrice, mentre il Poeta diceva che fino 18 anni non le aveva mai rivolto la parola) e s’innamora perdutamente di lei e per tutta la vita. In quell’occasione emette 3 spiriti parlanti in latino uno dalla testa, uno dalla bocca e uno dal cuore;

-   Beatrice a 9 anni fu «distruggitrice di tutti i vizj e reina delle virtù»;

-   dopo 9 anni e 9 giorni si rivedono;

-   Beatrice saluta Dante alle 9 del mattino;

-   Dante ha una bellissima e significativa visione nell’ora prima delle 9 ultime della notte;

-   Dante è ammalato per 9 giorni;

-   ed ha un’altra visione alle 9 del giorno;

-   a 9 anni la veste di Beatrice è sanguigna, riferimento al sangue di cui è macchiata la Sapienza sempre perseguitata;

-   dopo 9 anni invece la sua veste è bianca, cioè vestita di gloria;

-   la morte di Beatrice avviene il nono giorno del nono mese (cioè il 9 giugno, nono mese dell’anno «secondo l’uso  di Siria») della decima nona del secolo;

-   Dante dice che solo il numero 9 si conveniva alla sua donna e

-   alla fine della Vita Nova Dante, che ha conosciuto Beatrice a nove anni, la presenta di nuovo «in simili etade a quella in che prima la vide».

            Crediamo che quanto la prosa e la poesia dell’Alighieri presentano vogliano far rilevare che il numero 9 abbia un valore simbolico perché «questa donna fu accompagnata dal numero 9, a dare ad intendere ch’ella era un 9» Vita Nova.

            Già nell’antichità, dall’Egitto alla Grecia, si hanno:

- 9 misteri Eleusini coi quali erano presentati i

- 9 giri del formidabile Stige;

- 9 mura;

- 9 cieli;

- 9 giorni festivi in cui calcolavano i misteri d’Iside;

- 9 giorni propositori;

-   9 linee dei geroglifici;

-   9 sono le Muse, immagine delle sfere celesti;

-   9 i libri sibillini, poi ridotti a 3. 81 è il numero perfettissimo. Sorace, iniziato ai misteri, ep. 58, scrive: “Consumare perfectum numerum quem novem novies 81 anni e io vedo che, se il Cristo non fosse stato crocifisso, avrebbe vissuto il tempo che poteva  percorrere secondo la natura, sarebbe così passato nel suo 81 anno da un corpo mortale nell’eternità”.

A queste considerazioni possiamo aggiungere che :

-   l’Inferno è costituito da 9 cerchi;

-   il Purgatorio ha 9 scaglioni: si sale per 9 cieli all’ultimo dei quali è collocato il Paradiso, ossia la suprema beatitudine;

-   in  Paradiso al centro di 9 cori d’angeli c’è la visione di Dio.

Nove era un numero che indicava la perfezione, il compimento.

Questo simbolismo di perfezione del numero tre e  nove lo ritroviamo nei catechismi delle società segrete dove leggiamo:

- «Chi siete voi?

–  Io sono tre volte tre, il perfetto numero …».

–  «Che cosa viene indicato da questi nove colpi?

–  L’età del maestro perfetto».[9]

–  «Quanti anni ha?

–  Nove anni.

–  Molto rispettabile. Cosa significa il numero nove.

–  L’età perfetta di un Massone.

–  Dove è diventato maestro?

–  In una loggia perfetta.

–  Chi sono coloro che compongono una loggia?

–  Nove, designati dalle nove lune».[10]

«3 membri compongono una loggia, 5 la fanno giusta, 7[11] la fanno piena, e 9 la rendono perfetta».[12]

Il numero 9 era sacro alle scuole d’iniziazione, come la pitagorica e la platonica. Ritorna spesso e con valore simbolico nelle opere dantesche, particolarmente, nella Vita Nova che segna, come dice, l’inizio di una Nuova Vita, cioè l’iniziazione di Dante e quindi della sua Beatrice ai misteri della scuola arcana, poiché il loro innamoramento avvenne quando ambedue avevano nove anni. Questa iniziazione è intesa come rinascita, cioè abbandono di una vita vecchia per una nuova. Sarebbe poco  immaginabile che un bambino di 9 anni abbandoni la vita vecchia per una nuova. Inoltre «è pochissimo verosimile… che Dante adulto intrattenga sui suoi amori novenni Guido Cavalcanti che concepiva l’amore come amore dell’Intelligenza attiva “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core – E destaste la mente che dormia”.[13] È verosimilissimo invece che questa età di 9 anni abbia un valore convenzionale iniziatico, perché in molte altre sette si ritrova che l’iniziato ha una certa età convenzionale».[14]

            I templari facevano attendere per 3 anni gli aspiranti prima che ricevessero l’investitura. Tre, numero perfetto, moltiplicato per se stesso (3x3=9) dava come risultato “il numero caffo che corrisponde al numero più perfetto”. Scrive  Pompeo Giannantonio, siccome nove significa perfezione nel sistema filosofico, si può pensare che in considerazione anche del fatto che  «tutte le date …della Vita Nova riferentesi a Beatrice sono simboliche e sono perciò multipli del numero nove, in perfetto accordo con la dottrina pitagorica che fondava sui numeri il proprio sistema filosofico, ecco perché si può affermare che  “Beatrice è quella donna dell’intelletto a cui Pitagora pose nome filosofia”[15]».[16]  Beatrice anche nella Commedia va intesa come filosofia. Tuttavia Dante «travestì la filosofia Pitagorica da Teologia cattolica, per darle un salvacondotto e farla passar senza intoppi, anzi fra gli applausi crescenti de’ più accaniti avversarj».[17]

            Inoltre è molto strano che un bambino di nove anni si innamori pazzamente per tutta la vita di una bambina che non cresce mai, muore prima di lui e, quando ciò avviene, ha la stessa età del primo incontro. Si ha così, nei Fedeli d’Amore e in altri autori, che Beatrice muore prima di Dante, Laura prima di Petrarca, Fiammetta prima di Boccaccio. Petrarca si “innamora” un venerdì santo, ma nello stesso giorno succede anche al trovatore catalano Ausias March, al rimatore Ludovico Martelli e perfino ancora al grande Camoens; e le loro donne furono tutte della stessa debole costituzione di Beatrice e di Laura, e morirono tutte prima dei loro ammiratori.[18] Ognuno è libero di prendere per storiche queste vicende ma è doveroso rilevare che ciò è un fenomeno costante in tutta l’Europa letteraria delle leghe intellettuali degli adepti, che il sacerdote R.L. John attribuisce ai templari. Le loro iniziazioni avvenivano di preferenza nel giorno del venerdì santo; ed essi raffiguravano il loro entusiasmo per la gnosi templare mediante l’amore allegorico per una donna, e la loro esperienza dell’estasi poetico-filosofica mediante la morte della loro donna.[19]

            È strano poi il comportamento di Dante che pazzamente innamorato, sposa un’altra donna la quale non dimostra alcuna gelosia per la rivale in amore, costantemente presente e oggetto delle poesie di suo marito e della quale l’innamorato Dante dice, con convinzione, che merita l’amore di tutti gli uomini. Dante, poi, non è geloso del marito di Beatrice.

Un'altra osservazione: Boccaccio fa incontrare Dante con Beatrice il 1° maggio mentre il Poeta dice che era sotto il segno dell’ariete. Il 1° maggio era il giorno più solenne dei misteri segreti.

Un venerdì santo Petrarca concepisce l’idea del suo poema latino Africa.

Il sabato santo Boccaccio si sente spirato a scrivere il suo Filocopo, ed è anche durante la settimana di Passione che si è riunito con gli amici per scrivere il Decamerone. È utile ricordare che i giorni della settimana santa erano sacri alla Massoneria.

Una cosa da far rilevare è che, trovandoci nel Medio Evo, tutti i maggiori poeti incontravano la loro donna in chiesa. Ricordiamo: Petrarca, ha avuto problemi con l’Inquisizione; Camoëns, condannato a morte e poi esiliato per «intrighi amorosi»; il trovatore Ausias March, Luigi Martelli, tutti e quattro incontrano la loro donna un venerdì santo, giorno della morte del Signore cioè giorno dello spegnersi della luce della Chiesa. Di giovedì santo comincia la Commedia e finisce al sabato santo, prima della resurrezione. Dante inizia quindi la sua opera prima della morte della Chiesa, che annuncia più volte, e la conclude prima che la Chiesa risorga. Anche Dante si trovava in chiesa con Beatrice in «un luogo dove si cantano le lodi del regime di gloria» quando per la prima volta illuminato la vide.

            Nei poeti d’Amore, rifacendosi ad una tradizione che risaliva ai secoli delle culture orientali, la donna era la figura che rappresentava le proprie aspirazioni. Con tutto il movimento d’incontro di culture occidentali e orientali, (XI-XIII secoli) da non sottovalutare le crociate, i templari, lo studio dei classici dell’antichità, anche in Europa la figura femminile assurse a simbolo della propria aspirazione.

Al tempo di Dante la donna, che presso i precedenti poeti era anonima, cominciò nel canzoniere ad avere un nome da parte dei Fedeli d’Amore, così la donna allegorica, o della mente, sembrò essere donna vera secondo i canoni dettati dai trovatori provenzali. «Similmente anche la gran maggioranza delle poesie di quei Fedeli d’Amore ci sembrano rigide, fredde, artificiose e convenzionali. Le donne sono sempre esseri di un altro mondo, di un mondo più bello; il loro sapere e la loro virtù oltrepassano ogni limite, eppure esse vengono talora amate con così scarsa passione, che il poeta augura loro l’amore del più gran numero possibile di ammiratori! Certo, un desiderio tanto pio permette di riconoscere inequivocabilmente il senso allegorico delle persone decantate. Questo culto della donna allegorica proveniva dalla Persia. In nessun altro paese l’Islam aveva trovato un terreno altrettanto fertile; furono persiani di nascita i massimi luminari delle scienze arabe».[20]

I templari, i provenzali avevano delle pratiche iniziatiche che sembra di ritrovarle in forma modificata anche in Toscana. «Guido Cavalcanti passava a Firenze per un patarino, secondo il Boccaccio anzi addirittura per un ateo. Egli intraprese uno di quei sospetti “pellegrinaggi” alla tomba dell’apostolo a Santiago di Campostela, che sempre s’interrompevano a Tolosa, roccaforte degli albigesi. Infatti, anche Guido si fermò in quella città dove s’innamorò di donna Manetta per la sola e unica ragione che essa rassomigliava tanto alla sua donna Giovanna in Firenze! Giovanna era certo esattamente la medesima “Donna”, con qualche lieve differenza degli statuti dei suoi sodalizi templari, forse dovuti al carattere spiccatamente neoplatonico della lirica amorosa-filosofica toscana».[21]

Nella letteratura provenzale la Rosa aveva una connotazione religiosa e molti fedeli d’Amore chiamavano la loro donna Rosa d’Oriente o Rosa di Sorìa.[22] In Sicilia, dove inizia il Dolce Stil Novo, si parla sempre solo della “donna”, del “fiore” o della “rosa fresca” o “rosa ardente”. Per sottrarsi ai sospetti della Chiesa nei poeti italiani, con Guinizzelli, che fu il primo a inaugurare la nuova poesia, la donna riceve da ogni suo ammiratore-adoratore un nome che manteneva sempre un significato simbolico. Guinizzelli la chiamerà Lucia, colei che illumina, nome sul quale il poeta giocherà molto.[23] Anche gli altri nomi avevano un significato: Fiammetta, da fiamma, per Boccaccio; per il Petrarca, Laura, a suo dire, simboleggia la verità mistica,[24] donna Vanna per Guido Cavalcanti, donna Lagia per Lapo Gianni, donna Costanza per Francesco da Barberino, Selvaggia per Cino da Pistoia. Beatrice, l’immortale amata da Dante, le supera tutte. «Ciò che con quei nomi essi intendevano nelle loro poesie era sempre la stessa cosa: la beatifica conoscenza della vera salvezza del mondo, conoscenza da serbare segreta».[25] Secoli dopo troviamo il Tasso, che si pone nello stesso solco della poesia dei Fedeli d’Amore e che fu relegato tra i pazzi per intrighi amorosi.[26]

Che il nome fosse una espressione convenzionale, e quindi di valore relativo, è confermato da Dante stesso quando nella Vita Nova dice che la sua donna «fu da molti chiamata Beatrice, li quali non sapevano che si chiamare».

L’orientalista Italo Pizzi, parlando della dottrina dei persiani scriveva: «“Ora, per questa attrazione potente di Dio e per il corrispondente amore delle anime, avviene che il loro congiungersi a lui è riguardato come un amplesso d’amore, come un connubio di sposi, e come tale fu anche descritto”.  Questa descrizione dell’amore mistico era molto realistica e quindi l’oggetto dell’amore, in tal caso Dio era una vera donna con tutte le caratteristiche femminili, ma ovviamente il significato delle parole era da intendersi allegoricamente, e quindi il Pizzi continua: “Perciò, quando il poeta mistico vi parla del bel volume dei capelli della sua amica devesi intendere che questi capelli sono i misteri divini noti a nessuno fuori che a Dio; e la fonte della sua bella altro non è che la manifestazione di questi misteri e il mento è grado di perfezione…., e la fossetta del mento significa la difficoltà che incontra l’uomo nella ricerca di Dio e la pappagorgia e la gioia sovrumana di tale che finalmente è giunto alla conoscenza piena di Dio. Non vi ha dubbio alcuno… che questo linguaggio non sia stato prima, nel suo significato vero e letterale, il linguaggio dei veri poeti d’amore, ma i mistici lo presero per sé non solo perché lo trovarono già fatto ed acconcio ad essere usato per metafora, ma ancora perché con esso poterono velare le loro dottrine pericolose a propagarsi apertamente, oggetto di esecrazione per tutti gli ortodossi”».[27]

            È a causa di queste espressioni poetiche, colorite e sfrontate, a volte spinte oltre misura, che caratterizzavano spesso gli scritti provenzali, che Dante ha cambiato il suo linguaggio rendendolo più religioso.

                        Chiaramente Guido Cavalcanti dice che la «donna mia» non rappresenta affatto una donna, ma qualcosa di diverso di una persona.[28]

                        «Chi volesse negare – scrive L. Valli – in modo assoluto l’esistenza di un linguaggio convenzionale nella poesia di questi dicitori per rima, direbbe una evidentissima e grossolana sciocchezza».[29]

            Questa unica donna amata da tutti non è mai causa di gelosia, come fa capire Cino da Pistoia[30] e Dante dopo aver scritto nel secondo trattato del Convito «la donna di cui io m’innamorai… fu la bellissima e onestissima figlia della Imperatore dell’universo alla quale Pitagora pose nome Filosofia»[31] scrive in un’altra occasione che questa donna deve essere amata ed esige amore da tutti coloro che la riconoscono:

                  «E chi mi vede e non se ne innamora

                  d’amor non averà mai intelletto».[32]

Il Valli riassume il pensiero di Dante e dice che nel Convito la donna è la Sapienza.[33]

Ma questa Sapienza non crediamo sia tutto, nasconde qualcosa d’altro che deve essere tenuto velato.

Dante non parla apertamente per motivi di prudenza, ma non mancano ripetuti richiami al lettore affinché capisca quello che egli vuole dire. Ricordiamo uno di questi numerosi inviti, già da noi rilevato:

«O Voi che avete gli intelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame degli versi strani».[34]

            L. Valli alla conclusione della sua opera riassume con queste parole il significato della Beatrice di Dante: «Io dico che tutte queste donne sono l’Intelligenza attiva o Sapienza, e intanto:

1)      che Beatrice nella Commedia sia la Sapienza santa lo sapevano tutti (vedesi, tra gli altri, il Pascoli)

2)      che Beatrice nella Vita Nova sia la Intelligenza attiva o Sapienza, lo aveva dimostrato quasi sessanta anni fa il Perez.

3)      Che la donna delle intelligenze di Dino Compagni sia l’Intelligenza attiva è anche troppo chiaramente detto nel libro ed è apparso chiaro a chiunque lo abbia letto in questi settanta anni da che è pubblicato.

4)      Che la donna di Guido Cavalcanti sia l’Intelligenza attiva appare manifesto dalla sua definizione dell’amore (che viene “da una forma veduta che prende loco e dimoranza come in suo subietto  nell’intelletto possibile”) e lo aveva visto del resto per conto suo il Salvadori.

5)      Che la donna di Guido Guinizelli significhi la Intelligenza è detto chiaramente nella canzone: Al cor gentil.

6)      Che la donna misteriosa dell’Acerba sia l’Intelligenza attiva appare manifesto a chiunque, e lo ha veduto, per esempio, per conto suo il Crespi.

Queste verità singole sono state riconosciute ognuna separatamente dall’altra».[35] 

            All’inizio del suo scritto L. Valli dice che in quei primi secoli di fioritura della letteratura italiana «tutte le poesie più importanti, e specialmente le canzoni, sono licenziate con un monotono ammonimento di andare soltanto ai “fratelli d’amore” a quelli che “hanno intendimento”, alla “gente cortese” e di fuggire invece la “gente villana”, la “gente grossa” e simili. Dante nella Vita Nuova si lascia sfuggire addirittura l’idea che un certo suo pensiero non sarebbe comprensibile se non “a chi fosse in simile grado fedele d’amore”[36]».[37]

            Anche per questo il G. Rossetti scrive: «Le Donne di questi nostri bizzarri poeti son Uomini con tanto di mustacchi».[38]  

Dante nella Vita Nova scriveva: «Pensi che parlar di là non si convenia, se non che ne parlassi a donne in seconda persona; e non ad ogni donna, ma solamente a coloro che son gentili, e che non son pur femmine».[39]

Osservava il Valli che «…questi poeti più volte si lasciarono sfuggire l’idea che essi “debbono cantare per comando di Amore”. …  Poiché ti piace Amore che io debba trovare e simili formule usate quasi da tutti ci riportano all’ipotesi di una setta nella quale… fosse obbligo degli adepti di comunicare ogni tanto in versi e mantenere in tal modo i contatti. Si comincia così la tradizione dei poeti, i quali ogni tanto parlano dell’obbligo che hanno di cantare».[40]

Dante nel Convivio dice: «Per Donna gentile s’intende la nobil Anima d’ingegno, libera nella sua podestà ch’è la ragione, poiché le altre anime dir non si possono Donne, ma ancelle».

La “donna” significa anche altra persona e/o persona nemica, come anche poeta il Barberini[41].

Riepilogando, crediamo che si possa dire che la “donna” in generale raffiguri i Fedeli d’Amore con i quali il Poeta intrattiene un dialogo, sono i settari ghibellini dislocati nelle varie località del Paese che mal sopportavano lo strapotere temporale dei vescovi di Roma. Significa anche persona o l’altro o gli altri, e a volte i nemici. Beatrice raffigura l’ideologia, la filosofia, l’intelligenza, gli ideali politici, le aspirazioni dell’animo verso il bene, la giustizia, la verità, la sapienza, la teologia.

Scrive Mons. L. Tondello: «D’altra parte Beatrice nella Commedia non è la filosofia e neanche la teologia, ma la Chiesa. Ora la Chiesa non è una astrazione, ma realtà presente e vivente».[42] Questo pensiero che non ci sembra dimostrato nello scritto, ma semplicemente affermato, crediamo che sia valido, ma non secondo l’intenzione dell’autore.

Dante era un credente, la cui fede era arricchita dalla conoscenza di tanta cultura, e abbiamo motivi per pensare che fosse anche sentita.

Come uomo del suo secolo, come già era stato per S. Francesco, non poteva concepire una Chiesa al di fuori di quella cattolica.[43] Questo pensiero ha caratterizzato attraverso i secoli, anche dopo Dante, la passione di molti uomini d’ingegno e di gran valore che per il bene dell’Italia e dell’umanità hanno immaginato, lottato e sofferto per una società cristiana con l’autoritarismo papale fortemente ridimensionato.

Gli eretici del tempo, più che in contrasto con la teologia di Roma (anche se questo succedeva), erano in collisione con il potere della sua curia e del suo capo. La critica e il contrasto non erano dalla teologia alla morale, come avvenne con Lutero dopo che la sua scomunica, ma all’inverso, dalla morale alla teologia.[44] Ed è per questo che le azioni di rinnovamento morale e spirituale, che hanno preceduto la Riforma, sono state momentanee e hanno inciso poco  – gli stessi francescani con i domenicani sono diventati inquisitori, fino a quando Lutero opponendosi a Roma su un piano teologico (sola scrittura, sola grazia, sola fede) ha riformato l’azione della religione nella storia.

Nella Bibbia che il Poeta conosce molto bene e ne ha dato prova diretta ed indiretta nella Commedia rifacendosi, più di quanto si possa immaginare, sia all’Antico sia al Nuovo Testamento,[45] non poteva essergli sfuggita la figura della donna rivestita dallo splendore del sole, con dodici stelle sul capo, con la luna sotto i piedi, incinta, che dopo aver partorito e minacciata dal dragone, si dovrà riparare nel deserto, come Giovanni la presenta in Apocalisse XII. Su questa donna, che non ha nulla a che vedere con la Madonna[46], o con la Madonna figura della Chiesa[47], l’Alighieri non ci sembra che spenda alcuna parola nei suoi scritti, in forma esplicita, eppure non poteva non sapere che Ippolito di Roma (III secolo), e Pseudo Cipriano, Tertulliano, Vittorino di Pattau, Metodio (312), Gerolamo (347-420); Siconio (IV secolo), il Beato, Bede il Venerabile, Berengardo, Waalafrid, e i suoi contemporanei: Rupert di Deut, Bruno di Segni, Riccardo di San Vittore, Gioachino da Fiore, Pietro Giovanni d’Olivi, che ha ascoltato nelle Chiese di Firenze, i valdesi e con loro i catari, albigesi e templari, mediante documenti che sono stati conservati nella storia, e tanti altri che hanno senz’altro parlato, ma senza aver lasciato nulla di scritto, credevano che rappresentasse la Chiesa di Gesù Cristo fedele alla sua parola e tendente alla coerenza mediante l’azione. La Bibbia stessa, alla quale Dante fa costantemente riferimento nella Commedia,presenta la “donna” come figura del popolo di Dio (Isaia 50:1; 54:1,5; 62:4,5; Geremia 2:2,20,23-25; 3:1; Ezechiele 16 e 23; Osea 2:20;Giovanni 3:29; Matteo ).15; 2 Corinzi 11:2; Efesi 5:23-32). 

Gioacchino da Fiore, come abbiamo già riportato nel precedente capitolo, considerava la seconda èra della storia del mondo, quella sacerdotale, inaugurata con l’incarnazione del Figlio e che si sarebbe protratta per un periodo di 1260 anni, corrispondente al numero dei giorni che la chiesa terrestre deve passare nel deserto[48], secondo Apocalisse XII:6, e giungere fino alla nascita di Dante. Questa donna-Chiesa fedele nella quale ci si poteva identificare non era vista come istituzione ai tempi di San Francesco, ma già in quelli di Dante, quando i gruppi settari valdesi, albigesi, catari, templari, provenzali, avevano una loro organizzazione, si vedeva in quanto figura una realtà distinta, separata, opposta alla donna prostituta di Apocalisse XVII con la quale si identificava l’istituzione di Roma. Queste due donna-Chiesa di Apocalisse XII e XVII il Poeta le presenta in Purgatorio coesistenti ed entrambi poste, in momenti diversi, sul carro-chiesa.

Il fatto che Dante non dica in forma esplicita Beatrice=donna con le caratteristiche che richiamino quella di Apocalisse XII, crediamo che sia una conferma indiretta del suo pensiero. Avervi fatto allusione, pur per una sola volta in questa forma, avrebbe significato esporsi a delle accuse, proprio perché in forma evidente senza equivoci presenta l’altra figura, la donna corrotta che amoreggia prostituendosi ai potenti del mondo per dominare, come potere temporale, sui corpi oltre a dominare come Chiesa sulle coscienze. Che Dante conoscesse questa figura idilliaca della Chiesa è dato anche dal fatto che menziona il drago, citato nello stesso capitolo, che Giovanni  descrive come colui che la minaccia.

Dante in una forma che non lascia dubbi, testimoniata da una tradizione secolare che condannava Roma con le parole dell’evangelista, presenta la sua rivale:

       «Sicura, quasi rocca in alto monte,

seder sovr’esso (il carro) una puttana sciolta[49]

 m’apparve con le ciglia intorno pronte» che con

«un gigante

…    baciavansi insieme alcuna volta».[50]

         Dante, pur non descrivendo la rivale di questa Chiesa corrotta, con le espressioni di Giovanni, presenta semplicemente Beatrice, nei due canti precedenti, che è la Chiesa combattuta dal Papa e da Satana. Di lei dice:

«quasi ammiraglio[51] che in poppa ed in prora,

Viene a veder la gente che ministra

per gli altri legno, ed a ben far la incuora… »,

del carro che la porta in trionfo, come avveniva per i generali degli eserciti romani, dice: «Non che Roma di carro così bello»[52] e dalle genti veritiere che assistono a questa scena il Poeta dice che:

«un di loro, quasi da ciel mosso,

“Vieni, sposa, de Libano” cantando

gridò tre volte, e tutti gli altri appresso».[53]

         Si ripete nei confronti di Beatrice quello che nel Cantico dei Cantici[54] Salomone aveva detto alla sua amata, figura del popolo di Dio a Lui fedele.

         Con Beatrice Dante mette in risalto delle caratteristiche della “donna-Chiesa”.[55]

            Concludiamo questo capitolo ricordando come Beatrice si presenta e con il commento di R.L. John:

«Guardami ben! Ben son, ben son Beatrice!»

«Con queste parole del verso 73 del XXX canto del Purgatorio Beatrice pronuncia per l’unica volta il proprio nome. Dante ha circondato questo passo di tutta la solennità allegorica di cui era capace il suo genio costruttivo. Infatti quel verso si trova esattamente al centro del canto: 72 versi lo precedono e 72 lo seguono. La somma delle cifre di questi versi 7+2 è 9, e noi ci ricordiamo che nella Vita Nova il numero nove accompagna costantemente tutto ciò che è connesso con Beatrice; anzi, ella stessa viene identificata col nove, numero che ha per radice il tre: e la nascita stessa di Beatrice viene proclamata un miracolo della divina Trinità.[56]

La somma della cifra del verso stesso è poi il numero perfetto dieci (7+3). Ma non basta. Il XXX canto del Purgatorio è al tempo stesso il 64° dell’intera Commedia: lo precedono 63 canti, mentre 36 lo seguono. Si vede dunque subito che le somme delle cifre dei canti e il loro reciproco rapporto sono gli stessi di quelli dei versi del XXX del Purgatorio: ancora una volta abbiamo un dieci (6+4) incoronato da due nove (6+3 e 3+6). Spetta a J. Earle[57] il merito della scoperta di questa insuperabile finezza architettonica con cui Dante mette in evidenza l’unico punto nel quale Beatrice nomina se stessa.

Non è quindi certo un’esagerazione se da parte nostra attribuiamo un significato particolare a questo 73° verso del XXX canto del Purgatorio, assegnando al triplice “ben” un senso diverso da quello di uno scialbo avverbio. Sembra un ben misero “crescendo”, gravemente sproporzionato alla solennità del momento e all’alto artificio costruttivo, l’interpretare quelle parole nel senso di “guardami bene, guardami bene: sono proprio Beatrice!” Il “ben” ripetuto tre volte va invece inteso nel suo significato di sostantivo, nel senso di “il bene”. Il verso 73 non è quindi solo un’esortazione ad aguzzare lo sguardo, bensì un’autorivelazione della Donna angelicata: “Scorgi in me il bene, io sono il bene, sono il bene che beatifica!” Vale a dire: la perfezione morale e la guida alla beatitudine celeste, sia per Dante il fiorentino, sia per Dante come allegoria dell’umanità. Essa è l’essenza di ciò che il poeta intende quando allude alla santa e pura Chiesa spirituale».[58]

         Pur riconoscendo la complessità dell’identificazione della donna e in particolare di Beatrice nei Fedeli d’Amore, concludiamo questa sezione con la seguente filastrocca:

«Con tutto il rispetto dell’altrui ingegno

Quando un letterato di Beatrice Portinari fa

Alcun riconoscimento al suo valore dover si dovrà».

 

 

 

 

 



[1]               La parola setta non deve essere presa in senso dispregiativo. Paradiso, III:105 la “setta” è l’ordine dei francescani di Santa Romana Chiesa.  SAPEGNO Natalino, La Divina Commedia, vol. II, Purgatorio, Firenze p. 251, a nota dello stico 87 scrive: «Setta: opinioni filosofiche e religiose. Setta s’intendeva in senso buono come “scuola filosofica” Convivio IV,XXII,15; Rime XCI,89 e persino come regola monacale (Paradiso, III,105)».

[2]              EARLE John, La Vita Nova di Dante, vol. I, Bologna 1899, p. 20.

[3]              FOSCOLO Ugo, Saggi e discorsi critici, a cura di C. FOLIGNO, vol. X, ed. Le Monnier, Firenze 1935.

[4]              PASCOLI Giovanni, La mirabile visione, Minerva oscura e Sotto il Velame, in Scritti Danteschi a cura di VICINELLI C., Milano 1952; VALLI Luigi, L’Allegoria di Dante secondo Giovanni Pascoli ,Milano 1955.

[5]              PEREZ Francesco, La Beatrice svelata, Palermo 1865; 2^ ed., Molfetta 1936.

[6]              PIETROBONO L., Il Poema sacro, 2 vol. Zanichelli, Bologna 1915; Saggi Danteschi, SEI, Torino 1954. BENINI R., Per la restituzione della Cantica dell’Inferno alla sua forma primitiva, in Il Nuovo Patto, settembre-novembre 1921, pp. 506-522. SCARLATA G., Le origini della letteratura italiana nel pensiero di Dante, Priulla, Palermo 1929. BOSTICCA G.B., Del Veltro allegorico attraverso il Poema sacro, Franchi, Pescia 1931. BERSANI S., Dottrine, allegorie, simboli nella “Divina Commedia”, appunti esegetici critici, Collegio Alberoni, Piacenza 1931. LAURENZI F., Commento alla Divina Commedia, Carabba, Lanciano 1931. RICOLFI A., Il ritorno di Beatrice, Firenze 1931; Influssi gioachimiti, Firenze 1932; Studi sui Fedeli d’Amore, vol. I, Corti d’amore e i Fedeli d’Amore in Francia e i loro riflessi in Italia, Soc. Dante Alighieri, Roma 1933; vol. 2, Dal problema del gergo al crollo d’un regno, 1940. MIGLIORE B., La soave medicina dell’Aquila celeste, tip. Ausonia, Roma 1934; Una nuova interpretazione delle rime di Dante e del dolce stil nuovo, Piazza di Spagna, Roma s.d. EVOLA F., Il mistero del Graal e la tradizione ghibellina dell’Impero, Hoepli, Milano 1937. EGIDI F., Guittone d’Arezzo, i Frati Gaudenti e i Fedeli d’Amore, in Nuova Rivista Storica, fasc. II e III 1937, RIZZO L., Allegoria, allegorismo e poesia nella Divina Commedia, Principato, Milano 1941. CASCIOLA B., L’enigma dantesco, Bergamo 1950. NATOLI G., Dante rivelato nella Vita Nova, Soc. Dante Alighieri, Roma 1952; Dante rivelato nel Convivio, idem 1954; La funzione dei cieli nel Paradiso dantesco, SEI, Torino 1964. OLSCHKI L., Dante Poeta-Veltro, L.S. Olschki, Firenze 1953. ALESSANDRINI M., Cecco d’Ascoli, Casini, Roma 1953; Dante Fedele d’Amore, Atanor, Roma 1960. COEN A., Dante et le contenu initiatique de la Vita Nuova, Vitiano, Paris 1958, GUÉNON, L’ésoterisme de Dante, Gallimard, Paris 1957. BENOIST L., L’ésotérisme, Presses Universitaires de France, Paris 1963. BATTAGLIA S., Linguaggio reale o linguaggio figurato nella Divina Commedia, in Filologia e Letteratura, VI, 1962, pp. 1-26. PAGLIARO A., Simbolo e allegoria nella Divina Commedia, in Alighieri, vol. IV, 1963, pp. 3-35.

[7]              VENTURA Tommaso, Tutto Dante, ed. Nuovi Orizzonti, Milano 1974, p. 54.

                Riteniamo importante riportare alcune pagine del professore viennese di lettera romanza R.L. John, che in forma ampia ha considerato questo argomento.

«I commentatori più antichi del poema: Bosone da Gubbio, Frate Guido da Pisa, Mino d’Arezzo (DEL BALZO, Poesie di mille autori intorno a Dante Alighieri, Roma 1891) non conoscono che una Beatrice allegorica. Nelle glosse dell’Inferno attribuite a Jacopo figlio di Dante si legge: Beatrice, dicendo la quale per tutto questo libro la Divina Scrittura s’intende, siccome perfetta e beata (Chiose alla Cantica dell’Inferno di Dante attribuite a Jacopo suo figlio, Firenze 1848,1849). Nelle chiose latine relative al Purgatorio, probabilmente dello stesso autore, si trova la seguente frase: “Dice che Virgilio parla a Dante di Beatrice, che qui sta a significare la beatitudine”. E al passo del Purgatorio, XXX:34: “Qui l’autore dice che Dante ripete avere amato questa Beatrice fin dall’infanzia, e che il suo spirito era sempre vicino a lei e l’aveva amata moltissimo. Intende parlare della sacra teologia (Chiose di Dante, le quali fece el figliuolo con le sue mani, ed. F.P. Luiso, Firenze, Carnesecche, 1903, pp. 129 e 144). E a commento di Purgatorio, XXXII:121 leggiamo: “L’autore dice che Dante intende Beatrice come sua Signora, e che sta a significare la teologia e la sacra Scrittura” (Idem, p. 159). Vediamo dunque che il figlio stesso di Dante (ammesso che Jacopo sia l’autore di questi commenti) mentre sottolinea già espressamente il senso allegorico di Beatrice, si mostra all’oscuro del suo significato preciso.

Il primo ad affermare, sia pure in modo assai vago, che Beatrice sia stata una reale giovane fiorentina amata da Dante fu nel 1324, il segretario di Stato bolognese Ser Graziolo de’ Bambaglioli. Il suo commento latino all’Inferno osserva sul discorso di Virgilio nel secondo canto… “quella stessa era stata un tempo l’anima generosa di Donna Beatrice di Ser…”. Dopo la parola “domini”, Ser Graziolo lascia una lacuna che evidentemente intendeva colmare, non appena avesse appreso qualcosa di preciso sul padre della Domina Beatrix. Ma ne apprese tanto poco, che quella medesima lacuna si trova ancor nella traduzione italiana del suo commento, pubblicata nel 1848 da Lord Vernon, il quale ignorava che si trattasse dell’opera del Bambaglioli (Commento alla Cantica dell’Inferno di Dante, di autore anonimo, Firenze 1848).  È vero che esiste un codice del 1386 nel quale la lacuna appare colmata dalle parole “figliuola che fu di Falco Portinari”. Luigi Rocca però mise in evidenza che queste parole sono state scritte con inchiostro diverso e da mano diversa (Cod. Barberiniano XLVI, 13. Cfr. ROCCA L., Di alcuni commenti della Divina Commedia, Firenze 1892, p. 57). Tutti gli altri codici (meno uno) accettano e conservano la lacuna dell’originale. L’unica eccezione è costituita dal Codice Magliabechiano che contiene il seguente passo piuttosto guasto: “anima nobile di mona biatrice figliuola cheffu… di geri de’ bardi di Firenze”. Se non furono scritte molto tempo dopo, queste indicazioni (che superano in precedenza quelle del Boccaccio) avrebbero per presupposto che a Bologna si fosse meglio informati che non a Firenze sulla genealogia del marito di Beatrice! Questa opinione soffre di una notevole inverosimiglianza interna (sia detto contro il parere del ROCCA L., Giornale Dantesco, 1904, p. 142), per cui riteniamo di dover considerare il codice in questione, non solo come fiorentino, ma anche come influenzato dal Boccaccio.

Sta di fatto che il Bambaglioli non ha esitato ad affermare che Dante “si era allontanato dalla via della verità” e che era caduto “in preda soprattutto dei vizi della lussuria, della superbia e dell’avarizia, o cupidigia”. Conformemente a questa sua opinione la famosa “corda” menzionata nel XVI canto dell’Inferno significava secondo lui la prova che Dante si era abbandonato ad eccessi servendosi anche dell’astuzia e della frode (L. Rocca, Alcuni Commenti…, pp. 54,55). Per quanto un po’ di prudenza anche a questo riguardo non avrebbe certo nociuto al cancelliere bolognese, tuttavia le sue affermazioni derivano direttamente dall’opinione che Beatrice vada intesa come una persona storica.

Le altre molto antiche chiose anonime, pubblicate nel 1865 a Torino da Francesco Selmi e nel 1900 a Città di Castello da Giuseppe Avalli parlano pure di lei come di una bella donna fiorentina chui già Dante amò di carnale amore: ma per il resto sanno di Beatrice altrettanto poco quanto Ser Graziolo.

Anche Jacopo della Lana, che di solito non perde un’occasione di raccontare una storiella, mentre di Matelda sa che sia tratta della Contessa di Toscana (non condividiamo questa identificazione, vedere nostra spiegazione cap. IV), di Beatrice dice solo che essa raffigura la teologia. In tutto il suo commento non si trova il minimo accenno ad una Beatrice storica.

L’Ottimo Commento dell’anno 1334, scritto da persona molto al corrente delle cose di Toscana e di Firenze, e la cui voglia di favoleggiare non è certo inferiore a quella di Jacopo della Lana, non sa nulla della figlia di Falco Portinari. Esso non colma la lacuna di Ser Grazioso de’ Bambaglioli, pur conoscendo il Commento.

Il primo a farlo con decisione fu senza dubbio Giovanni Boccaccio, che inaugurò la “Lectura Dantis” a Firenze. Egli scrisse tre volte sul suo grande compatriota: dapprima (dopo il 1350) il Trattatelo in laude di Dante, più tardi leggermente rielaborato e noto sotto il nome di Compendio; poi la cosiddetta Vita intera, e infine il Commento. Nella Vita egli segue Messer Graziolo e dice di Dante che non solo nella giovinezza, ma anche più tardi in lui trovò ampissimo luogo la lussuria.  Nel Compendio invece Boccaccio non trova parole bastanti per lodare il riserbo di Dante nei confronti di Beatrice: “… e quantunque questo amore, almeno dalla parte di Dante, ardentissimo fosse, niuno sguardo, niuna parola, niuno cenno, niuno sembiante, altro che laudevole, per alcuno se ne vide giammai”.-

Il Boccaccio si decide di accrescere la propria credibilità, richiamandosi nel Commento al racconto di una persona affidabile che avrebbe conosciuto ancora personalmente Beatrice. Ma a chi mai Beatrice potrebbe avere confidato l’amore di Dante per lei? Evidentemente, solo a una sorella o ad un’amica intima. In effetti, il Boccaccio intende una delle sue quattro sorelle, che noi conosciamo pure grazie al testamento di Falco.-

Sembra proprio lecito supporre che l’8 giugno del 1290 la sorella che ricevette la confidenza di Beatrice non fosse più una bambina. Ammettendo che alla morte di Beatrice la sorella avesse venti anni, ne risulta che il Boccaccio avrebbe alla fine rintracciato, come teste principale per l’identificazione della Beatrice di Dante con la Beatrice Portinari, una signora ultracentenaria, di cui francamente non ci sentiamo di stimare la credibilità quanto vorrebbe il Boccaccio: sia per l’indebolimento della memoria, sia per l’orgoglio famigliare. Il Commento risale al 1373. Ma anche se il Boccaccio avesse trovato la sua “fededegna persona” già quando scrisse la Vita (che il Macrì-Leone data al 1364, F. MACRI’-LEONE, La Vita di Dante scritta da Giovanni Boccaccio, Firenze 1888, p. 69), l’età di quella “sorella” di Beatrice sarebbe pur sempre stata tanto avanzata che l’attendibilità dei suoi racconti non ne risulterebbe meno problematica.-

Per di più, non ha poi tanto valore che il grande novellista fiorentino consideri degna di fede una persona, poiché egli stesso nella sua sonora loquacità non è certo un campione di attendibilità.-

Anche ammesso che il Boccaccio  non sia stato il padre della favola di Beatrice, ne fu certo il solerte padre adottivo. Come Jacopo Alighieri mostra di ignorare del tutto l’esistenza della giovane Portinari, di lei non parla affatto neppure suo fratello Pietro, né nel suo commento alla Commedia del 1341, né nella rielaborazione di esso del 1348. La terza redazione (di cui esistono solo tre codici) non è probabilmente dovuta a Pietro, oppure il passo, per noi tanto importante, sulla Portinari va considerato un’aggiunta successiva, quasi certamente posteriore alla morte di Pietro, avvenuta nel 1364. Infatti le parole con cui quel passo comincia sono l’esatta traduzione latina del corrispondente passo del Commento italiano del Boccaccio.- 

Francesco Buti, il commentatore pisano di Dante, conosceva il Commento del Boccaccio: malgrado ciò non ritiene che Beatrice sia stata un vero amore giovanile di Dante. Benvenuto da Imola segue invece di nuovo le tracce del Boccaccio, ma per quanto concerne la Commedia vede in Beatrice la raffigurazione delle teologia, come già aveva fatto Jacopo di Dante. Perché mai (così argomenta Benvenuto) Beatrice non dovrebbe essere stata una persona storica, dato che lo era anche la Laura del Petrarca? La deduzione di Benvenuto era un po’ troppo ingenua e affrettata.

Quanto più ci si allontana dal secolo XIV, tanto più irrilevanti diventano le testimonianze favorevoli o contrarie al fatto di un amore reale di Dante.-

Comunque, sin dall’inizio quella favola aveva basi molto fragili e ci si rivelerà subito come una pura finzione poetica.

Prescindiamo da tutte le inverosimiglianze interne del testo della Vita Nova. Non staremo a dimostrare quanto sia improbabile, per non dire impossibile, che dei figliuoli di vicini di casa si vedessero per la prima volta all’età di nove anni, soprattutto nella piccola Firenze del Duecento; e quanto appaia inverosimile che per altri nove anni la fanciulla non abbia detto una sola parola al giovinetto, e che il suo saluto rivolto al diciottenne lo abbia portato agli ultimi limiti della beatitudine». JOHN Robert L., Dante Templare, Hoepli 1987, pp. 303-310.

[8]              Nella Vita Nova, LX,VII, leggiamo:

«Lo giorno che costei nel mondo venne, / secondo che si trova / nel libro de la mente che vien meno / la mia persona pargola sostenne / una passion nova, / tal ch’io rimasi di paura pieno; / ch’a tutte mie virtù fu posto un freno, / subitamente, sì ch’io caddi in terra, / per una luce che nel cor percosse…». Vedere VALLI Luigi, Il Linguaggio Segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, ed. Optium, Roma 1928; Libr. Artigiana Bretoni, Multigrafica, Roma 1969, p. 330.

[9]              Light on Masonery, pp. 206,209; cit. da ROSSETTI Gabriele, La Beatrice di Dante, ragionamenti critici a cura di Maria Luisa ARTOSIO de COURTES,  Prof. DI BADINO Giuliano, Coop. Tip. Palo Galeati, Imola 1935, e da AROUX Eugène, Dante l’hérètique, révolutionnaire et socialiste – Révélation d’un catholique sur le Moyen Âge, Renonard, Paris 1854.

[10]             Maçonnerie Adonhiramite, perte II, pp. 44,46,85; cit. idem.

[11]             «La famosa pagoda indiana di Seringhan, celebre per le iniziazioni braminiche, ha sette mura e sette porte … Sette mura e sette porte vengon dalla mitologia assegnate al recinto che serbava il vello d’oro figura della scienza occulta. E Dante dié per dimora a Virgilio “un nobile castello, 7 volte cerchiato d’alte mura” nelle quali non può entrarsi che “per 7 porte” (Inferno IV)». G. Rossetti, Op.Cit., p. 409.

«… quel nobile castello con le sette mura et le sette porte si riferisce alla scienza occulta coi sette gradi». Interessante da notare che Dante e Virgilio vanno a visitare il castello con dei poeti come Omero, Orazio, Ovidio. Qui, tra gli altri, incontra «'l  maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia» (Inferno, IV:130-131), Socrate e Platone, Talete, Empedocle, Eraclito, Seneca, Enea, Orfeo. Ecco come mette in uno stesso luogo filosofi e personaggi creati dai poeti per fare viaggi nell’Oltretomba.

[12]             G. Rossetti, Op.Cit., p. 105.

[13]             R.A. Cod.Vat. 3214. n 92.

[14]             L. Valli, Op.Cit.,  p. 272.

[15]             G. Rossetti, Beatrice…, p. 135,

[16]             ROSSETTI Gabrile, Comento Analitico al Purgatorio di D. Alighieri, Opera inedita a cura di Pompeo GIANNANTONIO, e Leo S. Olschki, Firenze 1967, p. LV.

[17]             G. Rossetti, Beatrice…, p. 177.

[18]             Vedere ROSSETTI Gabriele, Il Mistero dell’Amore Platonico del Medio Evo, vol. I, Londra 1840, ristampato ed. Arché, 1992, pp. 156, 358.

[19]             R..L. John, Op.Cit., pp. 358,359.

[20]             R.L. John, Op.Cit., pp. 316,317

[21]             Idem, p. 323.

[22]             Barberini aveva detto che la Rosa e la signora di tutte le cose:

«Donna cosa donne rosa / Ponendo certude / Lei per quella eluce bella / Et e dognun salute».

Il cui significato suona «La Sapienza santa (Rosa) è signora di tutte le cose, luce di bellezza e salute (eterna) di ogni uomo».  ROSSETTI Gabriele, Inferno, vol. II, Londra        p. 283; L. Valli, Op.Cit., p. 239.

Buonagiunta da Lucca dice: «Tutto lo mondo si mantien per fiore».

[23]             R.L. John, che fa di Dante un Templare e spiega la Commedia in questa prospettiva, dice che Lucia è l’antica martire siciliana e doveva certo avere una parte di rilievo nella liturgia dell’Ordine dei Templari, perché proprio lei rispose al prefetto Pascasio che l’interrogava; «Quelli che vivono castamente e piamente sono il tempio dello Spirito Santo» 1 Corinzi 3:16; 6:19; 2 Corinzi 6:16. Che Santa Lucia godesse straordinaria devozione fra i Templari può essere supposto dal fatto che la sua festa cadeva in un giorno “tredici”: il 13 dicembre. R.L. John, Op.Cit., p. 257.

[24]             Poiché il Petrarca dichiara nelle sue opere «che la Verità mistica, la quale da lui ci è presentata nel libro cui diè per titolo Segreto suo, è quella medesima che venne da lui descritta nel palagio ch’egli con poetiche mani e con mirabile artificio le eresse sul giogo d’Atlanta; …» G. Rossetti, Spirito…, pp. 865,866. Il Petrarca era ben addentro ai segreti della setta, infatti, prosegue il Rossetti, la sua educazione in Provenza, ove eran ancora vivi i ricordi della strage degli Albigesi, sgozzati dai seguaci del papa per il loro settarismo, e la sua presenza a Tolosa, centro animatore del settarismo, sono elementi indiscutibili della sua iniziazione.  D’altra parte una sua continua allegoria serpeggia in tutte le sue opere e la figura di Laura ne risulta, secondo il gergo, sempre più simbolica e allusiva.  G. Rossetti, Purgatorio…, p. XLIV.

[25]             Per R.L. John tutte sono allegorie della sapienza del Tempio. Op.Cit., p. 326

[26]             E. Aroux,  Op.Cit., p. 29

[27]             PIZZI, Storia della Poesia Persiana,  vol. I, pp. 188,189; cit. Valli, Op.Cit., pp. 102,103.

[28]             Nella poesia Veggio ne gli occhi de la donna mia, dopo aver decritto i sentimenti di felicità che produce in lui la sua donna, dice:  «Cosa m’avien quand’i’ le son presente / ch’i’ no lo possa a lò ‘ntelletto dire: / veder mi par da la sua labbia uscire / una sì bella donna, che la mente / comprender no la può che ‘nmantenente  / ne nasce un’altra di bellezza nova / da la qual par ch’una stella si mova / e dica: La salute tua è apparuta…». Guido Cavalcanti, Le Rime a cura di E. Rivalta, Zanichelli, 1902, p. 156; cit. L. Valli, Op.Cit., p. 34.

E siccome era sapientissima, Jacopo da Lentini scriveva: «Lo vostro amore mi mena / Dottrina». MONACI, Crestomazia italiana dei primi secoli, p. 49.

Pensieri analoghi li troviamo anche in:

Cino da Pistoia che scriveva: «E le parole sue sono vita e pace, / ch’è sì saggia e sottile, / Che d’ogni cosa tragge lo verace». Cino da Pistoia, Rime, a cura di D. Fiodo, Carabba, 1913, p. 29;

Dino Compagni chiama la sua donna: «L’Amorosa Madonna Intelligenza». Dino Compagni, Strofe, p. 306; L. Valli, Op. Cit., p. 31

[29]             L. Valli, Op. Cit., p. 34.

[30]             «Chè non è sol de’ miei occhi allegrezza / Ma di quei tutti c’hanno da Dio grazia / D’aver valor di riguardarla fiso; / Ch’ogn’uom che mira il suo leggiadro viso / E ciò ch’è tra noi qui nel mondo sprezza». Cino, Rime, ed. cit. p. 31.

[31]             Convito, Trattato 2, cap. 14.

[32]             Dante, Opere, p. 93

[33]             -     Donna Gentile è la Filosofia (II, XV,12);

-          il riso della donna sono le persuasioni della Sapienza (III,XV,1);

-          gli occhi della donna sono le sue dimostrazioni della Sapienza (III, XV,1);

-          i druidi della donna indicano i Filosofi (II,XV,4);

              -    quando è amata i suoi amanti manifestano lo studio per conquistare la Sapienza (III,XII,2). L. Valli, Op. Cit., p. 143.

[34]             Inferno, IX,21-23.

[35]             L. Valli, Op. Cit., pp. 449,450.

[36]             Vita Nuova, XIV,14.

[37]             L. Valli, Op.Cit., p. 27.  L. Valli ricorda anche che secondo il Boccaccio è la «gente grossa» che  «piglia sul serio la sua testimonianza sulla realtà storica di Beatrice». Idem, p. 265.

[38]             G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 398.

[39]             Idem, pp. 400,401.

[40]             L. Valli, Op.Cit., p. 129.

                Barberino di tali donne che non son femmine scriveva: «Ma note qui ch’io parlo per le donne / In cui servigio questo libro è scritto».

Tanto è vero che quando poi parla di una femmina vera, al termine della seconda parte, esclama:

«Ma qui, per Dio, mi perdonate o donne, / Che questa tale ch’io v’ho nominata, / Poniamo che sia femmina,/ ella non è già donna / Né vo’ che sia tra donne nominata». G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 401. 

Nella XII parte dei suoi Documenti il Barberino scrive una canzone molto importante: «Comincia col dire che deve parlare oscuro, perché a tale lo ha tratto Fortuna. Dice poi che parla del suo stato “a voi saggi e coverti però che mi intendete” che ormai sono poche le donne (gli adepti) alle quali Amore apre la mente “tanto ha perduto di sangue o d’onore”». L. Valli, Op.Cit., p. 244.

                In un’altra occasione: «…chi è stato colpito e versa sangue è Amore colpito da “Morte” (chiesa). Il colpo ha leso la parte destra di Amore, l’altra parte invece è legata e tenuta in prigione. L’Amore vero stava in mezzo tra i due (papa, imperatore) ma è sprezzato (impero) e amore (della setta) resta da sola. Chiunque non è Pietra (seguace del papa) fugge. Conclude questa canzone con una strofa interessante: «Questo lamento è di cotal natura, / Che non si può intender dala gente /  Che non ha sottil mente / Nè han da quella chiave lo intellecto, / se non avesse ben ferito il pecto». Cit. L. Valli, Op. Cit., p. 246.  

Nella poesia del Barberino Se più non raggia il Sole scritto per la morte di Arrigo leggiamo:

«Non meravigli alcun s’oscuro tratto, /  Poiché a tal punto m’ha fortuna tratto. / Ecco tal dir che più raccoglie a serra: / Dico, Signori, a voi saggi e coperti, / Però che m’intendete: / Voi, Donna, poche siete  / A cui la mente mia aprisse Amore». Da notare che i “signori” sono chiamati “donna”.

G. Guinizelli, che Dante chiamò «il massimo Guido», rivolgendosi a lui lo chiama donna, gli scrisse: «Donna, Dio mi dirà, che presumisti? / Sento l’anima mia a lui davante». G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 402.

Guido Orlandi che scrive un volume in versi intitolato La Donna. Indirizza il sonetto Onde si muove e dove nasce Amore a Guido Cavalcanti chiedendogli che cosa fosse Amore: «Che cosa è, dico, Amore? Ha ei figura?  / Ha per sè forma, o pur somiglia altrui? / È Vita questo Amore, ovvero è Morte? / Chi il serve dee saver di sua natura: / Io ne domando a voi, Guido di Lui, / Perché odo, molto usate in la sua corte». Cavalcanti gli risponde chiamandolo donna: «Donna mi prega, perché voglio dire».

Nella Vita Nova XXVIII, Dante si sofferma su tre ragioni per cui non tratta della morte di Beatrice. «La terza si è che porta et fosse l’uno e l’altro non è convenevole a me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe essere me laudatore di me medesimo, la quale cosa è al postutto biasimevole a chi lo fae…»

Si vede male come Dante possa lodare se stesso descrivendo la morte della sua donna. Ma «Nessuna lode più alta poteva fare Dante a se stesso che raccontare di essere giunto a un altissimo sviluppo di spirito mistico e a quell’excessus mentis nel quale consiste appunto la morte di Beatrice». L. Valli, Op. Cit. p. 310.

Nicolò de’ Rossi, dopo la morte di Dante e trenta anni dopo quella di Beatrice, presenta la donna del Poeta che ritorna in terra: «Sei tu, Dante, anima beata, che vai chiedendo la tua Beatrice, e che fosti felice nella mente per averla trovata coronata in cielo. Ma ecco che Dio ce l’ha mandata quaggiù di nuovo in angelica forma e in sua vece (c’è qui tra noi viva e presente quella Sapienza santa che tu hai amato sotto il nome di Beatrice), ma il mio cuore mi dice che tu non la riconosceresti tanto essa è purificata (assurdo nel senso letterale). Or vieni meco (nel seno della setta ove io ti posso condurre) e quando vedrai una onestate vestita di nero, (una dottrina di perfetta sapienza e purezza che si nasconde sotto il velo nero), tu dai suoi atti riconoscerai che è lei, quella stessa che tu sempre lodasti: per cosa pura, salvo che ora è di bellezza anche più perfetta». («Se’ tu Dante o anima beata / che vai cercando la tua Beatrice. / Ben so che fusti a la tua mente felice /  Sol per trovarla in cielo coronata. / Ma veo che deo ce l’ha quaggiù mandata / Cum angelica forma en sua vice / Lo core meo, tanto è purificato. / Or vienne mego a quando cernerai / Una onestate vestita di nero / Negli acti suoi tu te ne accorgerai. Per fermo ch’essa è quella di vero  /  Che sempre la lodasti per cosa neta / Salvo ch’or di beltà è più perfetta»). Vat. Barberino, Lat. 3953, p. 242; vedere L. Valli, Op.Cit., pp. 399,400.

                Il primo enigmatico sonetto della Vita Nova, Dante lo manda a Brunetto.

«Messer Brunetto, questa pulzella       

Con essa voi si vien la Pasqua a fare; 

Non intendete Pasqua da mangiare     

Ch’ella non mangia, anzi vuol essere letta

La sua sentenza non richiede fretta,                     

Né luogo di rumore, né da giullare,                     

Anzi si vuol più volte lusingare,                            

Prima che in intelletto attivi entri

Se voi non l’intendete in questa guisa                

In vostra gente ha molti Frati Alberti                  

Da intender ciò che io porto loro in mano         

Coloro, u’ me stringete senza risa;                       

E se gli altri dei dubbi non son certi,                   

Ricorrete alla fine a Messer Giano». Idem, pp. 533,534.

                Messer Brunetto, questa ragazza Beatrice di cui nel sonetto si parla / che viene a voi per celebrare la Pasqua, cioè per farvi passare da morto a vita / non dovete capire Pasqua come festa nella quale si mangia / perché questa pulzella non mangia, anzi essa è da leggere / udite quello che dice senza fretta, / lontano dai luoghi rumorosi e dai giochi chiassosi / anzi più volte dovete prestare attenzione / prima che il suo pensiero entri in testa / se in questo modo non la capite / ricorrete a coloro che conoscono i segreti / delle Donne come a Frate Alberto Magno che aveva scritto De Secretis mulierum che sono tra la vostra gente, cioè tra i Guelfi, sono dei celati Ghibellini / che sanno capire ciò che metto nella loro mano / Stringete senza beffe coloro a me / e se questi, come frate Alberto, non sanno sciogliere i dubbi / ricorrete allora a Messer Giano della Bella, uomo valente, nobile, ricco, savio e possente, il più leale e dritto popolare di Firenze, che per intrigo e potentati Guelfi fu espulso nel 1294 perché doveva essere tra i principali settari imperiali.

[41]             «Ahi, gran Signore Amore, … / che per tua gran virtù trasformi l’uomo / in quella cosa principal ch’egli ama». Barberino, Del Reggimento e dei Costumi delle donne.

«Fui a sua Signoria servo soggetto / D’Amore in atto; di stretto in potenza / Di lei, sua forma presi».  Pannudio dal Bagna Pisano; Cit. G. Rossetti, Idem, p. 400.

[42]             TONDELLO Mons. Leone, Beatrice di Dante, SEI, Torino 1954, p. 95.

[43]             Foscolo a dimostrazione che Dante si considerasse investito da una divina missione per trasformare la Chiesa e la società del proprio tempo, interpreta, in questa chiave esegetica, sia il verso in cui il poeta dice che al proprio poema «ha posto mano e cielo e terra», sia l’esame fattogli nel Paradiso dagli apostoli sulle tre virtù teologali. A questa missione apostolica del poeta ci richiamano vari altri passi della Commedia e massimamente l’inizio, dove si legge: Io non Paolo sono / Me degno a ciò, né io, né altri crede / in cui «emerge altissima e necessaria la ragione dell’assunzione di Dante, come san Paolo, ne’ Cieli». Ma tale «ragione sufficiente della conferenza di Dante nell’aula più secreta del Cielo venne dissimulata forse per giusta prudenza» perché «l’avrebbero lapidato che se le vittorie de’ Ghibellini l’avessero fatto profeta veridico, la sua tomba sarebbe stata santificata e il testo del suo Poema troverebbe commentatori che l’avrebbero concordato con le Scritture; e avvertito assai cose che eludono gli studi nostri; e adorato nel teologo ciò che oggi pare ridicolo nel poeta». FOSCOLO Ugo, Discorsi sul testo e su le opinioni diverse prevalenti intorno alla storia e alla amendazione critica della Commedia di Dante, in Opere, a cura di G. BEZZOLA, Rizzoli, Milano 1965, pp. 718,719. Tuttavia Dante, per tale milizia apostolica, si aggiudicò ugualmente la corona quando disse di voler prendere «il cappello» sulla fronte del suo battesimo, «aspettandola non dall’applauso, né dal perdono de’ Fiorentini, né dal giudizio di uomo veruno, bensì dal decreto divino per la legittima autorità della sua missione e il merito d’avere militato contro la Chiesa puttaneggiante». Infatti quei tre apostoli che esaminarono Dante «erano stati per l’appunto que’ tre che avevano assentito l’apostolato a San Paolo: Jacobus et Cephas et Joannes, qui videbantur columnae esse dextras dederunt mihi. Tutto questo per ora si starà qui in via d’ipotesi».  Idem, pp. 724,725.

Il Rossetti si avvale del Reghellini, del Ragon e del rituale per confortare la propria tesi alla quale va incontro, secondo lui, lo stesso Dante quando scrive «tre volte cinse me» che indica appunto la triplice imposizione settaria. Ma c’è di più: Dante, dopo aver subito l’esame sulla virtù teologali, fa cantare: «Santo, Santo, Santo» perché «così appunto si fa nella recezion rituale del neofita Rosa-Croce». Quindi da questo episodio sino alla fine della Commedia è tutta un’estesa allusione all’occultismo dei Rosa-Croce. Come di consueto il Rossetti attinge alla letteratura settaria argomenti per la propria interpretazione. Egli tuttavia non condivide con il Foscolo l’idea che Dante volesse farsi fondatore «di un nuova scuola di religione in Europa», poiché lo spirito del tempo era decisamente contrario al Papato, ma non alla religione cristiana. V’era nei coetani di Dante «desiderio di riforma e non di distruzione, brama di veder purificata e non annullata la religione di Gesù Cristo» G. Rossetti, Beatrice…, p. 534. Infatti Dante parlando del «mistico» Sigieri dice che egli «sillogizzò invidiosi veri», ossia si fece, come gli altri, propugnatore di una riforma e che quella riforma luterana «che si fè poi è precisamente quella che volevasi far prima, e che coloro che in seguito l’effettuarono non avean diversa mira che quelli i quali innanzi la tentarono. Erano nemici del Papa e della sua Chiesa, di ciò non v’ha dubbio, ma adoratori di Cristo e zelanti del suo Vangelo, e della sua greggia» Idem, p. 537,538. Da tutto questo si deduce che se il Foscolo voleva fare di Dante un riformatore religioso aveva perfettamente ragione, ma, se, viceversa, ne voleva fare un fondatore di religione errava, poiché «anche coloro che si vantavano liberi pensatori, riguardo alla legge evangelica, dovean ben vedere che, quando fosse ella al suo primo instituto richiamata, niun’altra potria contrastarle il primato, nell’altissimo scopo di produrre il bene temporale e spirituale di tutta l’umana società, carattere preziosissimo che la malizia di Roma  le tolse». Idem, pp. 539,540; G. Rossetti, Purgatorio…, p. LXXVIII.

[44]             Come abbiamo accennato nel capitolo precedente i Valdesi contestavano i sacramenti ufficiati da sacerdoti in situazione di immoralità. Per contro la Chiesa sosteneva che essi aveva tutto il loro valore perché il sacerdote consacrato per quella funzione li ufficiava. I Valdesi facevano una critica morale la Chiesa sosteneva il valore sacerdotale con un discorso apparentemente teologico. Il sacerdote è tale non quando ufficia, ma quando è coerente nel suo status. La sua coerenza è segnata dal fatto che quanto fa è in conformità alla rivelazione  e non a delle pratiche che sono tradizioni umane. I valdesi più che criticare la validità della pratiche esercitata da alcuni sacerdoti avrebbero dovuto vedere se quelle pratiche erano in conformità alla rivelazione e se la funzione sacerdotale corrispondeva all’insegnamento della Parola. Questa dimensione viene acquisita con il tempo. La Chiesa di Roma sosteneva la validità del ministero sacerdotale come risultato del rito sacramentale dell’ordinazione indipendentemente dal comportamento etico. Sul piano teologico il sacerdote è tale non perché sia stato consacrato a tale funzione, ma perché il rapporto con Dio è tale per svolgere la funzione sacerdotale. È la teologia che pone le norme della morale e non l’etica che sancisce i valori teologici.

[45]             Vedere Appendice n. 1

[46]             È stata vista come Maria, madre di Gesù da: Œcumenius (VI secolo) il deserto è stato l’Egitto. I due suoi predecessori sono stati: Epifanio ed Efrem (306-372) di cui si conoscono delle allusioni; Areta (850-932 circa), vescovo di Cesarea, cita senza difficoltà Andrea vescovo di Cesarea e Œcumenius. Vedere PRIGENT Pierre, Apocalypse 12, Histoire de l’exégèse,Beiträge zur Geschichte der Biblischen Exegese, Mohr, Tübingen 1959, pp. 3-30. «Già nel 1957 uno studioso italiano (TRABUCCO A., La donna ravvolta nel sole - Apocalisse 12 - nell’esegesi cattolica post-tridentina, Roma 1957) esaminando 89 commentatori post-tridentini dell’Apocalisse, tutti cattolici, ne trovò soltanto due che identificavano direttamente la donna con Maria» CORSANI Bruno, L’Apocalisse, guida alla lettura, ed. Claudiana, Torino 1987, p. 108.

[47]             È stata identificata con Maria, figura della Chiesa, da: Quovultdeus, vescovo di Cartagine dal 437 (†445); Cassiodoro (†583); Ambroise Autpert (o Alberto) che scrive verso il 758-767, dipende molto da Ticonio; Vittorino ha due spiegazioni: Maria tipo della Chiesa genera Cristo, la Chiesa genera il corpo di Cristo; Alcuino (735-804), teologo di Carlomagno, riassume il pensiero di Ambrogio. Anche Haymon d’Auxerre (†circa 860) segue Ambrogio.

                Scrive A. Ricolfi: del «culto della Vergine naturalmente non mancano tracce nelle opere di Gioachino. Ad esempio, egli vede simboleggiata la Chiesa evangelica e con questa ad un tempo la Vergine, nella donna vestita di sole, alla quale s’oppone la bestia dalle sette teste e dalle dieci corna, simbolo della chiesa carnale.

Per Gioachino, Maria è la precisa personificazione della Chiesa “In Maria spiritualis ecclesia designatur”, leggesi nel Tractatus super quatour Evangelis. Sono identificazioni e idee che risalgono a San Bernardo, e discendono tali e quali in Dante e negli altri Fedeli d’Amore italiani.- Anche per Dante Maria è infatti l’immagine più, alta della Sapienza Evangelica: Sapienza Evangelica anche Beatrice, ma nel grado sottostante: non tutta Sapienza Divina, ma armonia perfetta tra “intelletto possibile” e intelletto divino. Sapienza umana già presso a Dio: il suo opposto è la bestia mostruosa in che si trasforma il carro della Chiesa.

Anche gli altri Fedeli adorano Colei che è la donna di tutti; essi “solo infiammati – son del piacer dello Spirito Santo” e solo “lo dolce ponte” può acquietare le loro brame; e persino Guido, prima di darsi a Manetta, probabile nome della setta di Tolosa, vedeva la donna sua nella sembianza della nuova Madonna che s’ammirava in San Michele in Orto, in quel sonetto all’Orlandi che comincia:

Una figura della Donna mia /  S’adora, Guido, a San Michele in Orto». 

RICOLFI Alfonso, Influssi Gioachimiti su Dante e i “Fedeli d’Amore”, in Il Giornale dantesco, vol. XXXIII; Nuova serie III, Annuario Dantesco 1930, Firenze 1932, pp. 182-184

             La Bibbia di Gerusalemme, dopo aver detto:  «La donna rappresenta il popolo santo dei tempi messianici, quindi la Chiesa in lotta», aggiunge:  «Forse Giovanni pensa anche a Maria nuova Eva, la figlia di Sion che ha dato vita al  Messia». La stessa Bibbia, versione francese, precisa:  «Questo sembra dubbioso». Del resto  «i teologi che oggi si occupano della Vergine Maria hanno qualche volta tentato di dire più di quanto sia scritto e sollecitato in favore di questa spiegazione dei testi della Sacra Scrittura... Una volta per tutte, bisognerebbe riconoscere... che la sola esegesi incontestabile è quella che vi tratteggia la Chiesa» così sostiene il cattolico FEUILLET André, L’Apocalypse - état de la question, Paris 1963, p. 96., o come dice Alfred Läpple: «Quand’anche a causa della nascita del Messia, si abbia potuto dapprima pensare a Maria, Madre di Gesù, la presente frase «la donna fugge nel deserto” allo stato attuale dell’ermeneutica - non permette più una interpretazione mariologica» LÄPPLE Alfred,  L’Apocalisse, ed. Paoline, 1962, p. 151, tanto è vero che nei documenti editi dal Concilio Vaticano II, i testi mariologici, in particolare il capitolo VIII del De Ecclesia, non si riferiscono all’Apocalisse. Del resto l’abate A. Crampon scriveva:  «Così i Padri e gli interpreti cattolici sono quasi unanimi nel riconoscere in questa donna un simbolo della Chiesa». CRAMPON Auguste-Joseph-Théodore,  La Sainte Bible, t. VII,  l’Apocalypse, rivista dal gesuita PIFFARD P.A., Paris 1904,  p. 471.

[48]          A nostra conoscenza solo tre religiosi cattolici, nel corso della storia, hanno cercato di giustificare l’identificazione della Chiesa cattolica con la donna che si ripara dagli attacchi del nemico rifugiandosi nel deserto per 1260 giorni-anni.

             Nel 1867 l’abate M. J. Michel scriveva: «Questo numero 1260 giorni si deve intendere naturalmente per il periodo nel quale la verità cattolica trionfa ed è ricevuta dalle coscienze dei principi e dei popoli; essa è compresa tra lo stabilimento cristiano fondato da Costantino nel IV secolo e la guerra infelice che ha definitivamente dato il libero esame inteso nel senso della Riforma e della filosofia del diritto che sono la negazione formale della legislazione e delle istituzioni cattoliche». MICHEL  M. J., Histoire du bien  et du mal dépuis Jésus Christ jusqu’à la fin des temps d’après la Révélation de S. Jean, Lyon 1867, pp. XVI,262,263.

             L’abate Joseph Maître è costretto dal testo biblico a vedere nella donna la Chiesa e scrive: «“Roma pagana è stata distrutta dai barbari, ma al suo posto si eleva una Roma cristiana, da dove la vita divina si spande attraverso il mondo. La Chiesa vi sarà mantenuta, conservata e rispettata durante 1260 giorni, durata simbolica che deve forse essere interpretata con un numero uguale d’anni a partire dal trionfo della società cristiana e dal suo stabilimento nella santa città». MAÎTRE Joseph,  La prophétie des papes attribuée à S. Malachie, Paris Beaune 1901,  pp. 382,383

             L’abate Th. Mémain, dal canto suo, dava questa spiegazione: «Questa donna è la Chiesa già esistente prima di Gesù Cristo, nel popolo ebraico, e che, dopo la venuta di Gesù Cristo continuerà la sua missione redentrice fra gli uomini... Dio dà alla sua Chiesa le due ali della grande aquila. Queste grandi ali, ben determinate dalla ripetizione dell’articolo greco, ton, è l’aquila romana... Dio dà in seguito alla Chiesa, dopo la conversione di Costantino, un luogo preparato per lei, dove essa resterà protetta dal serpente, durante i 1260 giorni (profetici). Questo luogo è la Roma cristiana, che doveva elevarsi sulle rovine della Roma pagana... Il serpente, vedendo la Chiesa protetta dalla potenza imperiale, scatena contro essa il flutto delle grandi invasioni, ma la terra assorbe queste invasioni, cioè le acque degli invasori passano senza sommergere la Chiesa e che, mediante la loro fusione con i popoli invasi, gli invasori diventano essi stessi dei popoli cristiani». MÉMAIN  Théophile, L’Apocalypse de saint Jean et le septième chapitre de Daniel avec leur interprétation, Paris 1898, pp. 34,36,37,45.

             Con queste spiegazioni, questi abati hanno trasformato l’umiliazione della Chiesa che fuggire nel deserto, nel suo trionfo e hanno fatto dire alla Bibbia il contrario di ciò che essa insegna. Per le critiche che questi abati hanno ricevuto nell’ambito cattolico vedere la nostra opera, Quando la profezia diventa storia, pp. 330-332.

             Il Dictionnaire Larousse illustrato all’articolo “deserto” dice: «Nome dato dai protestanti del XVII secolo all’altopiano incolto e pietroso che si estende al Nord-Ovest di Nîmes... Dopo la revoca dell’editto di Nantes del 1685, un certo numero di protestanti continuò a celebrare il proprio culto in segreto nei boschi, nelle caverne, nelle montagne, nei luoghi inabitati e di difficile accesso. Queste riunioni ricevevano il nome di chiese o di assemblee del deserto. Esse durarono, attraverso mille vicissitudini, dal 1685 al 1792». I pastori di quelle Chiese, scrive A. Borrel, avevano il titolo di: “pastori del deserto”; i loro sinodi: “i sinodi del deserto”; gli atti di questi sinodi, gli atti di battesimo e di matrimonio erano intestati: “Dal Deserto”, e rivestiti di un sigillo che rappresentava una donna con gli occhi al cielo, con la scritta: “Il trionfo dei fedeli sotto la croce”. Questa Chiesa aveva ancora un secondo sigillo raffigurante una barca con un albero che stava per essere inghiottita dalle onde; la sua vela era piegata e i marinai in preghiera gridavano: “Salvaci Signore noi periamo!”.

             Si legge negli atti di un processo verbale di un interrogatorio di un pastore ugonotto davanti a un consigliere del re:

- In quale luogo avete battezzato ed amministrato la cena?

- In piena campagna o nel deserto.

- Cosa intendete voi per Deserto?

- Dei luoghi appartati o inabitati nei quali si riuniscono i fedeli.

             Antoine Court, pastore della Chiesa del deserto, scriveva in quel tempo: «Eccoci ridotti a un piccolo numero di eletti, amati dal cielo, che non vogliono abbandonare la loro patria, né rinunciare alla loro religione, e che perseguitati,  se ne fuggono nel deserto. Si manda dietro a loro un fiume di truppe per farli perire; ma la guerra che sorge subito dopo, obbliga l’intruso a richiamare i suoi soldati, per opporli ai suoi nemici; la terra si aprì per molti. È così i fedeli che percorrevano i boschi e i deserti gustavano un po’ di rilassamento». BORREL A., Biografie de Antoine Court, Toulouse 1863, p. 52, vedere,  pp. 161-165.

             Calvino, scrivendo al re francese nella speranza di salvare dalle fiamme qualche fedele del Signore diceva: «La causa di Cristo è oggi talmente lacerata e calpestata nel vostro regno, che sembra senza speranza... La verità... è nascosta, seppellita... La povera Chiesa è scalzata da bandi, consumata da morti crudeli, e talmente spaventata da minacce e terrori che non osa pronunciare parola... Ah! Quante volte la Chiesa è stata eclissata, senza forma! ...Le montagne, i boschi, i laghi, le prigioni, i deserti, le caverne,... sparsi e nascosti... è là che i profeti, essendosi ritirati, hanno profetizzato». Cit. da VUILLEUMIER Jean, L’Apocalypse – Hier, Aujourd’hui, Demain, ed. Signes des Temps, Dammarie-les-Lys 1938, p. 202.

            Philippe de Mornay, consigliere di Stato di Enrico IV e governatore di Saumur, nella prefazione della sua opera dice al lettore: «Tu chiedi dunque in tutti questi secoli dove pascolava la nostra Chiesa... Ascolta ti prego, san Giovanni l’evangelista disse che questa donna, la Chiesa, perseguitata dal Dragone, si salvò nel deserto, in una solitudine, dove Dio le aveva preparato il suo luogo, dove essa fu nutrita, custodita, per 1260 giorni, giorni profetici; un tempo certo, ma abbastanza lungo. Non c’è dunque possibilità di cercarla, di pensarla nel Papato, in questa luce mondana, in mezzo a questo fasto e al lusso». MORNAY Philippe de, Le Mystère d’iniquité, c’est-à-dire l’Histoire de la Papauté, Saumur 1611, p. 5.

[49]             È quanto vedremo nel capitolo nel Capitolo V.

[50]             Purgatorio, XXXII:148-150,152,153.

[51]             A critica di questa nostra spiegazione condivisa da diversi commentatori, G. Rossetti, identifica Beatrice con la potestà imperiale, contrapposta alla meretrice figura della potestà papale o del Papa stesso. A sostegno del suo pensiero ricorda che il Convivio e la Vita Nova hanno le chiavi di lettura della Commedia. Nel Convivio IV,IV,5-7, la figura dell’ammiraglio rappresenta l’imperatore: «Quando più cose a un fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante ovvero reggente, e tutte le altre rette e regolate. Siccome vedemo in una nave, che diversi uffici e diversi fini di quella a uno solo fine sono ordinati, cioè prender loro desiderato porto per salutevole via, dove, siccome ciascuno ufficiale ordina la propria operazione nel proprio fine, così è uno che tutti questi fini considera, e ordina quelli nell’ultimo di tutti, e questi è il nocchiere alla cui voce tutti ubbidire deono. E questo vedemo nelle religioni e nelli eserciti, in tutte quelle cose che sono, com’è detto, a fine ordinare. Perché manifestamente veder si può che, a perfezione dell’universale religione dell’umana spezie, conviene e essere uno quasi nocchiere che considerando le diverse condizioni del mondo, e li diversi e necessari ufficj ordinare, abbia del tutto universale e irrepugnabile ufficio di comandare. E questo ufficio è per eccellenza Imperio chiamato senza nulla addizione, perocché esso è di tutti gli altri comandamenti comandamento: e così chi a questo ufficio è posto e chiamato Imperatore, perocché di tutto il comandamenti egli è comandatore, e quello ch’egli dice a tutti è legge, e per tutti deve essere ubbidito». G. Rossetti, Purgatorio…, p. 373.

[52]             Purgatorio, XXIX: 115.

[53]             Purgatorio, XXX:10-12.

[54]             Cantico dei Cantini 4:8.

[55]             Quando nel Purgatorio vuole presentare altre caratteristiche della donna-Chiesa, crediamo che le offra al lettore con la figura di donna Lucia.

[56]             Vita Nova, cp. 29.

[57]             EARLE J., Dante’s Vita Nuova, in Quarterly Review, July 1896, p. 24; cit. R.L. John, Op.Cit., p. 271.

[58]             R.L. John, Op.Cit., p. 270,271.

 

 

Capitolo IV - SIGNIFICATO DELLA COMMEDIA

 

 

Come abbiamo già ricordato, Dante scrivendo a Can Grande della Scala, signore di Verona, al quale dedicò il Paradiso, gli diceva che la sua opera non è semplice perché dovrebbe essere letta in più modi: il primo letterale, il secondo allegorico. Nella forma letterale si può vedere lo stato delle anime dopo la morte, ma nella forma allegorica il poeta tratta l’Inferno nel quale stiamo tutti pellegrinando e dal nostro modo di procedere possiamo meritare e demeritare il premio o la punizione.[1]  

Questo stile del Poeta ha creato fin dall’origine delle difficoltà sia perché i Fedeli d’Amore si guardarono bene da spiegarlo per quello che voleva dire, dopo essersi giurati fedeltà, sia perché il potere ecclesiastico li avrebbe distrutti, se apertamente avessero espresso il loro pensiero, sia anche perché, qualora il potere ecclesiastico l’avesse capito, avrebbe ostacolato la sua diffusione non fosse altro per evitare che il popolo traesse da quel poema la condanna che esprime su di lui.

Nel nostro tempo siamo quotidianamente immersi nello spettacolo: la scatola magica, la TV, svolge questa funzione, non sempre in modo intelligente, e si scambia l’informazione con la cultura. Ieri, i ceti meno abbienti e impossibilitati a studiare esprimevano la loro voglia di conoscere, di partecipare alla cultura recitando romanze, cantando brani lirici, memorizzando brani di letteratura.

Nel 1827, Quirico Vivianim editore ed amministratore del Codice Bartolimiano, dichiarava: «Per isvolgere la tela delle dantesche allegorie converrebbe affatto dimenticare noi stessi e la società a cui apparteniamo; immedesimarsi col secolo dell’autore; farsi per passione di parte or guelfo ed ora ghibellino; accendersi di amore ed odio, a secondo delle varie vicissitudini del poeta; investire la fantasia di tutte le sue immaginazioni anche le più esagerate; informar la mente di tutte le sue dottrine ecc. Finché non giunge un uomo di questa tempra, io non nutro speranza che si squarci ’l velame delli versi strani; in conseguenza noi dobbiamo confessare in questa parte la nostra ignoranza, e contentarcene».[2]

Ugo Foscolo, in esilio in Inghilterra per lo stesso spirito che lo accumulava al Poeta fiorentino, dopo aver chiamato arte incognita quella di Dante, diceva che nonostante i tanti rimaneggiamenti di coloro che hanno battuto le tracce dell’Alighieri attraverso le regioni che ei calcò, spaventevoli per tenebre e laberinti, la strada è restata pur sempre la stessa; talché la più gran parte di questa immensa foresta rimane dopo le fatiche di cinque secoli, involta nella piena oscurità.[3]

            I pensieri riportati sono parecchio datati, risalgono all’inizio del secolo scorso, ma Dante continua, a parere nostro, a non essere compreso.

            Vorremmo in questa sezione del lavoro fare un excursus ad alta quota sul percorso che l’Alighieri ci presenta nel suo scritto.

            Le parole del Poeta espresse solo nel canto IX dell’Inferno, da noi già rilevate,  crediamo valgano da introduzione a qualsiasi studio del Poema:

«O voi ch’ avete li ’ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ’l velame delli versi strani».[4]

Tutti sono d’accordo nel dire che il viaggio nell’oltretomba è tipico delle iniziazioni.

Apuleio narra che la sua iniziazione ai misteri consistette nello scendere nell’Inferno e poi risalire nei campi Elisi. I libri che parlano della massoneria descrivono il viaggio oltre tomba di Enea e la sua iniziazione.

M. Ragon, autore di un Cours philosophique et interprétatif des initiations anciennes et modernes, parlando del proselito degli antichi misteri, dice che egli avanza in una foresta che lo spaventa ancor più dei suoi sinistri pensieri. Ma riesce ad attraversare i deserti dei Plutoni popolati da spettri. Quando arriva sulla riva del fiume vi trova Caronte, il nocchiero degli inferi che lo trasporta fin davanti al palazzo di Plutone. Ben presto però davanti ai suoi occhi si apre la bellezza dei campi Elisi e si riposa beatamente della sua fatica.[5]

            Dante ha scritto qualcosa di molto più arguto di quello che hanno fatto Esopo e La Fontaine attribuendo agli animali i vizi degli uomini; egli ha preso dei veri uomini vissuti in ogni parte del mondo e li ha messi in relazione alla vita di Firenze indicando con i loro vizi e le loro virtù i vizi e le virtù dei suoi contemporanei.

Dante come i grandi poeti dell’antichità percorre lui stesso la strada degli inferi, prendendo Virgilio a sua guida e facendo del suo viaggio una parodia del potere religioso del suo tempo che ha condizionato la storia di Firenze e dell’Italia.

Riteniamo importante ricordare le parole del Buonaiuti che ci permettono di inquadrare, crediamo correttamente, l’atmosfera religiosa nella quale dovrebbe essere inserito il poema. Lo storico cattolico scriveva: «I suoi versi sono l’eco delle lezioni di Pietro Olivi» e nella pagina seguente della sua opera si chiedeva se non avesse ascoltato queste lezioni sull’Apocalisse in Santa Croce a Firenze.[6]

Come sostiene il poeta Gabriele Rossetti, il papato era colpevole di intrighi temporali, a danno dell’Italia tutta e anche delle corti degli altri Paesi. La sua corte rigurgitava vizi d’ogni genere e come conseguenza  uno spirito di opposizione nei suoi confronti era largamente diffuso nella cristianità medioevale. Un linguaggio apertamente ostile alla Curia romana, giudicata, secondo il passo dell’Apocalisse, «Babilonia la grande, madre delle meretrici e delle abominazioni della terra»[7], lo si ritrova facilmente e con una certa frequenza negli scritti del tempo, nei quali il vescovo di Roma era visto come Satana o/e l’Anticristo[8]. Per evitare la violenta reazione della Chiesa, i suoi oppositori cercarono di essere più cauti e meno aperti, creando per tutti i loro iniziati un linguaggio segreto, allegorico e analogico, cioè con doppio senso.[9]

Come abbiamo già detto, un linguaggio convenzionale univa fra di loro, in tutta l’Europa, i partigiani del dolce stil novo che sognavano una Chiesa rinnovata e un Impero non condizionato dal potere ecclesiastico. I Fedeli d’Amore, così erano chiamati in Italia in gergo amatorio, fingevano di sospirare per una donna che racchiudeva in sé il simbolo dei propri ideali politico-religiosi, espresso, fin dall’origine, mediante quell’amor platonico, del quale molti dotti furono presi.

La Commedia è il Poema con il quale l’Alighieri, spirito libero, oppresso da un potere che domina le coscienze e i princìpi, non potendosi ribellare apertamente pone in questo scritto, la cui chiave di lettura è nella Vita Nova e nel Convivio, la sua condanna alle ambizioni sfrenate dei papi preoccupati del loro potere temporale a danno di tutta la Penisola Italia, l’Inferno, bagnata da tre fiumi del tempo: Acheronte, Stige e Flegetonte, che pur avendo nomi diversi, è sempre lo stesso. Scaturisce dalla stessa sorgente, la statua tetrametallica con il piede d’argilla, conservata nella grotta di Creta, che «Roma guarda come suo speglio - specchio»[10], cambia nome durante il suo percorso per poi stagnarsi nel lago Cocito, nell’Abisso, dove risiede seduto Satana, il cui pozzo è cinto da mura la cui circonferenza indica quella di Roma.

In forma evidente il Poema presenta un continuo passare dalle ombre che sono nell’Inferno, Purgatorio e Paradiso alla realtà di coloro che vivono sulla terra. Le due situazioni: oltretomba e vita italiana sono tra loro collegate, perché il passato è legato al presente e il presente lo si comprende bene se si conoscono le sue radici.

Dante esprime la sua veemente lotta al potere ecclesiastico, attaccandolo e minandolo con illustrazioni bibliche, con personaggi della mitologia e figure storiche del suo tempo. Allegoricamente si riscontra quindi una corrispondenza dei demoni dell’Inferno con figure romane e papali.[11] 

L’Inferno dantesco è quindi l’Italia piegata sotto la dominazione pontificia del tempo di Dante, riproposta in tutti gli episodi in esso descritti. La discesa nel tormentoso abisso raffigura il suo penoso errare per l’Italia, simile in tutto ad un Inferno. In quel tempo si credeva che i condannati all’esilio in Italia fossero nell’Inferno.

 

Possiamo riassumere in qualche riga la trilogia dantesca:

-   l’Inferno è il tempo presente, nostra vita, è l’Italia  con le sue miserie intollerabili sotto il giogo sacerdotale di Roma.

Raffigura la società contemporanea. Ciò ci sembra dimostrato anche dalle descrizioni della città di Dite, che tanto assomiglia alla Firenze guelfa e quanto è detto è in relazione agli eventi avvenuti passati e presenti della città.

Il piccolo Dizionario ad uso delle Scuole, Padova 1821, diceva: «Inquisizione appellavasi con altro nome: Discesa all’Inferno».

- Il Purgatorio, è la via della liberazione, cioè l’antagonismo tra verità ed errore, raffigurati della donna santa Beatrice e della chiesa prostituta; è il periodo delle prove indispensabili da attraversare, affinché la città celeste, la chiesa dell’amore, donna Maria, abbia a manifestarsi gloriosa perché agli antipodi della città terrestre, della chiesa di odio, destinata a cancellarsi sotto dei raggi di luce, assorbita da donna Lucia,[12] da Lux, luce, è rivelazione dall’alto, guida, protezione dell’iniziato.

-   Il Paradiso infine, è il trionfo dopo la lotta e le sue angosce; è donna Maria vittoriosa della sua formidabile rivale. Si costituirà una specie di  «Atene celeste dove, grazie alle tre virtù teologali e alla Gaia scienza, le tre virtù e l’arte della verità eterna, filosoficheranno d’accordo, animate d’uno stesso volere, concordevolmente, le tre scuole insegnando uno stesso credo, scuole designate sotto i nomi di stoici, di pitagorici, di epicurei».[13] Atene, città del sapere, della filosofia, della comprensione delle cose, è in opposizione a Roma dove regna l’ignoranza e l’autoritarismo.

 

Ma la Commedia è anche una parafrasi mascherata dell’Apocalisse[14], dove le immagini tengono il posto delle esposizioni. L’Apocalisse si divide in tre scene principali:

-         prima pittura: il mondo pervertito da Babilonia;

-         seconda pittura: il giudizio e la punizione di Babilonia;

-         terza pittura: la Nuova Gerusalemme che succede a Babilonia.

Queste tre parti sono pure presentate da Dante: l’Inferno corrisponde alla prima, il Purgatorio alla seconda, il Paradiso alla terza.[15]

            Prima di entrare nell’esposizione di diversi canti vorremmo ribadire che la comprensione delle Commedia è a due livelli, come già precisava il Poeta. Il primo livello, quello letterale è generalmente presentato in tutti i lavori recenti e del passato per i quali è stata fatta una ricerca precisa, meticolosa per l’identificazione dei diversi nomi presentati e altrettanto accurata per comprendere il pensiero religioso, filosofico, morale di Dante. Quella che cercheremo di presentare è la comprensione nascosta, velata, che il Poeta ha voluto esprimere, per la quale ci sono pochi lavori. A diverse riprese gli studiosi hanno compreso che Dante volesse dire qualcosa di più, di diverso da quanto generalmente è spiegato. È in questa prospettiva che noi vogliamo condurre il nostro lettore, consapevoli anche di esporci al malcontento e a critiche di chi per anni e forse anche per una vita, ha compreso, scritto e insegnato diversamente. È probabile che qualche particolare di quanto da noi detto, susciti perplessità, ma riteniamo anche che l’evidenza del testo sia tale che quanto da noi riportato abbia buon motivo di essere accettato e condiviso.

            Ci auguriamo anche, nel rispetto delle proprie scelte, che qualche cataro, che ancora oggi esiste in Italia e nel sud della Francia, pur mantenendo il proprio anonimato, possa far sentire la propria voce su questo argomento, e contribuire agli studi letterari del nostro Paese e rivisitare il passato da una prospettiva fino ad oggi quasi ignorata, affinché si possano cogliere quelle problematiche e valori rimasti da troppi secoli sconosciuti. Riteniamo che ci siano motivi per credere che un simile contributo possa essere utile in un tempo in cui si assiste ad un appiattimento sui valori religiosi. Dare al patrimonio culturale del nostro Paese quella conoscenza del tempo passato che solo il tramandarsi da padre in figlio ha conservato, riteniamo che sia di grande ricchezza, non fosse altro per permettere ad altri di essere illuminati su ciò che per loro è chiaro ed importante e del quale attendono la realizzazione. Un tale messaggio potrebbe permettere ad altre persone di comprendere la nature della cose e guardare al futuro nella prospettiva della speranza. 

 

 

INFERNO - CANTO I - Nel mezzo del cammin di nostra vita

 

            Nell’Italia dominata dal potere papale che causa regioni e città contrapposte e impedisce l’unità del Paese, il padre della lingua italiana perde l’orientamento della sua vita e scrive quei primi versi della Commedia che ogni studente liceale ha imparato a memoria:

                               «Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura».

            Dante era nato nel 1265,[16] (in considerazione del Salmo di Mosè[17] che presenta la vita media  di 70 anni), abbiamo motivi per pensare che la finzione di questo viaggio può essere stabilita nell’anno del primo Giubileo: 1300.[18] Siamo nella notte del venerdì santo del 1300, 8 aprile. Tempo di rinnovamento dell’anno, inizio di secolo, tempo di redenzione, nel dolce della primavera quando la natura riprende vita. Per i Gioachimiti in quel tempo doveva iniziare la nuova èra, la terza età del mondo, e allora la Chiesa sarebbe passata da Ecclesia carnalis a Ecclesia spiritualis, quella nella forza dello Spirito Santo. Ma non era ancora apparsa, la Chiesa era ancora politicizzata e corrotta in un impero in miseria. L’aurora si doveva manifestare a breve. R.L. John scrive che il 1300 non era dunque solo il presunto momento centrale della vita di Dante[19], ma anche punto centrale della storia della Chiesa e della cristianità, dei quali il Poeta deve essere considerato il rappresentante. Nel mezzo del cammin di nostra vita, si tratta del pellegrinaggio terrestre di Dante e al tempo stesso dell’intera cristianità.[20] Ciò inizia quando il sole saliva sull’orizzonte con la costellazione d’Ariete.[21]

All’estremità della «valle» c’era un «colle»[22], che si contrappone alla selva, un «dilettoso monte» lo definisce Virgilio, che nel secondo canto chiamerà «bel monte».[23] È il “monte” di liberazione, di speranza, di vita. Le varie espressioni richiamano i testi dell’Antico Testamento che indicano Sion, il monte della dimora dell’Eterno, sul quale il tempio d’Israele era luogo d’incontro dell’uomo con Dio.[24] L’Ordine Templare risiedeva in Gerusalemme sul colle Moria, punta orientale del monte Sion. I profeti Isaia e Michea avevano scritto «Avverrà, negli ultimi tempi, che il monte della casa dell’Eterno, si ergerà sopra la sommità dei monti, e s’innalzerà al di sopra delle colline, e i popoli affluiranno ad esso. Verranno delle nazioni in gran numero e diranno: “Venite saliamo al monte dell’Eterno e alla casa dell’Iddio di Giacobbe; egli c’insegnerà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri. Egli sarà giudice fra molti popoli, e sederà come arbitro tra le nazioni potenti e lontane. Delle loro spade fabbricheranno vomeri, delle loro lance, roncole; una nazione non leverà più la spada contro l’altra, e non impareranno più la guerra….”».[25] Questa visione richiama quella della Nuova Gerusalemme.[26]

 

La selva oscura

 

            La «selva oscura» nella quale il Poeta ha smarrito «la dritta via» è il luogo, la «valle» dello smarrimento:

-         Brunetto Latini indicherà Firenze con la «valle» nella quale «là su di sopra (nel mondo dei vivi) … mi smarri’ …, aventi che l’età mia fosse piena».[27]

-         Nel Purgatorio, «…’l nome di tal valle pera - perisca» indica la Toscana, di cui la «misera valle» è il Casentino, e in quella regione si trovano: i «porci» casentini, i «botoli» aretini, i  «lupi» fiorentini e le «volpi» che sono i pisani.[28]

-         In Purgatorio, Firenze, nido di lupi, è chiamata «trista selva».[29]

-         Nel penultimo canto del Purgatorio Dante profetizza che l’amante francese «trassel per la selva»[30] la corrotta e prostituta chiesa di Roma, cioè: essa «attraverso la selva, verrà trascinata fuori d’Italia»[31] sarà portata in Francia: 

-         Cacciaguida dirà a Dante: in «compagnia malvagia e scempia … tu cadrai in questa valla».[32]

-         Nel Vulgare Eloquio 1:18 rappresenterebbe l’Italia.[33]

-         Nel Convivio è «la selva erronea di questa vita»,[34] e nel nostro poema leggiamo: «non lasciò già mai persona viva… (e)  nel pensier rinova la paura».[35] 

«Nel senso politico  (conosciuto il modo di pensare dell’Alighieri, si può aggiungere quello morale, che indicherebbe i vizi, e teologico) figura la Toscana, e più estesamente l’Italia, sconvolta dalle fazioni e versata da una multiforme tirannia, sicché sarebbesi potuto dire il regno di Satana», scriveva nel secolo scorso Brunone Bianchi ampliando il lavoro di Paolo Costa.[36]

Questa “selva-valle” dantesca è il luogo dello smarrimento ideologico del Poeta. Ciò potrebbe essere avvenuto nel tempo in cui, ambasciatore di Firenze presso Bonifacio VIII, gli furono dichiarate le persecuzioni che lo fecero diventare ghibellino fuggiasco, mutare il cammino politico, seguire Virgilio per attraversare l’Inferno, Roma e il Purgatorio per giungere nella realtà del Paradiso. Il prof. R.L. John dice che Dante in questa selva si smarrì quando lui si impegnò nell’arena della vita politica cittadina; la cristianità invece, ancora giovane, vi si smarrì quando, per effetto della donazione costantiniana, compì con l’illecita mescolanza Impero e Sacerdotium la prima discesa verso quella Ecclesia carnalis che per Dante, gioachimita e templare, pervenne con Clemente V al suo punto più basso.[37]

Nei versi 106-108 Dante, ad inciso della guerra che muoverà il “veltro” alla “lupa”, crediamo che menzioni in modo esplicito il bel Paese come terra nella quale si vive questa tragedia dell’Inferno:

       «… umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e  Turno e Niso…».[38]

               Nel Purgatorio Dante presenta l’Italia quale luogo dove alberga il “dolore”, ed è simile a una nave lasciata a se stessa in mezzo alla tempesta, perché ha perduto i punti di riferimento ed è in balia delle onde:

       «Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!».[39]

 

Tre fiere

 

            Alighieri viene ostacolato nel salire al «bel monte il corto andar»[40] dal raggiungere la liberazione perché tre fiere lo vogliono fare ripiegare «là dove ’l sol tace»[41]. Le tre bestie sono[42]:

      -     «una lonza … di pel macolato era coverta»;[43]

-         «un leone… con la test’alta»;[44]

-         «una lupa, che di tutte brame      

                         sembiava carca nella sua magrezza,

                        e molte genti fe’ già viver grame».

         E di lei ancora dice:

                               «…ha natura sì malvagia e ria,

                        che mai non empie la bramosa voglia,

                        e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

                               Molti son li animali a cui s’ammoglia

                        e più saranno ancora…».[45]

            Era nello stile dei profeti biblici[46] e costume dei popoli raffigurare le nazioni con le loro caratteristiche mediante degli animali che esprimono e rievocano la forza, l’arroganza, l’astuzia e la potenza.

 

La lonza

 

La lonza è un felino simile al leopardo e alla pantera. È un animale crudele e feroce. Dante non dice nulla del mantello del leone e della lupa perché non indicavano nessuna caratteristica, ma precisa che quello della lonza è macchiato.

È conseguente vedere in queste macchie quelle bianche dei guelfi-ghibellini, e quelle nere dei guelfi.[47] Questa lonza raffigura «politicamente Firenze»[48], la cui Repubblica è instabile e irrequieta che continuamente cambia governo, «città, ch’è piena / d’invidia, sì che già trabocca il sacco».[49]

 

Il leone

 

«Questo superbo animale è lo stemma della casa di Francia»[50] ed esprime: fierezza, superbia e arroganza. «Così per il leone, e la regia superbia e la superba Francia».[51] «Nel senso politico, la casa reale di Francia».[52] Era alleata del papa. La Francia viene presentata nella storia come la figlia di primo letto della Chiesa.

Raffigura Carlo di Valois quando scese a Firenze e provocò l’esilio di Dante. Nel canto I del Paradiso è chiamato Leone.[53]

Quando Carlo d’Angiò fece decapitare Corradino di Svevia, sulla sua tomba nella Chiesa di Napoli veniva scolpito: «Asturis imgue leo pullum rapiens aquuilinum / Hic deplumavit, acephalonque debit - Il leone di Austria ghermendo con gli artigli l’acquilotto, - qui lo spennacchiò, e lo gittò senza testa».[54]

 

La lupa

 

La lupa è figura dell’avara curia di Roma, che nonostante la sua voracità nel mangiare è sempre magra e a causa sua molta gente vive in un modo «gramo». «S’intende dunque per la lupa e l’avarizia e la corte di Roma sozzante, secondo lui, avida di beni temporali».[55] «Nel senso politico, il potere temporale dei papi».[56] «La curia romana, e la dominazione temporale dei papi».[57]

Degli antichi Fiorentini era detto: «La piccola Roma, e figlia e immagine di Roma» e tale si mostrò, che Dante, della madre disse: «Eleggi ormai se la fraterna pace / Fa più per te, ostar Lupa rapace».[58]

            Nel Paradiso, in una forma esplicita, di Firenze è detto che è la «pianta» di Lucifero, il quale ha il suo trono a Roma, e ha per radice l’invidia. È l’opposto di Lucia ed hanno in comune la stessa radice: Lux, luce. È la personificazione di ogni male, anima lo spirito dei Pontefici ed è la causa prima dei mali che affliggono l’umanità. Dante scriverà:

       «La tua città, che di colui è pianta        

che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,     

       produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,       

 però che fatto ha lupo del pastore».[59]

            Firenze, pianta di Lucifero, nido di ogni vizio e di ogni corruzione,[60] produce il fiorino[61], cioè la ricchezza, che ha traviato il gregge dei fedeli e ha trasformato il pastore in lupo.

            Nell’egloga III di Boccaccio, viene rievocato il regno di Federico II, i cui discendenti, Manfredi e Corradino, sono sgozzati da una lupa rabbiosa in un selva infestata da leoni, ossia dai principi della Casa di Francia, che poi concessero in grazioso omaggio la selva alla Lupa.[62]

            Come Dante chiama «Leone» il re francese Carlo, così chiama «Lupo» Bonifacio VIII.[63]

            «Senza dubbio la lupa  significa per Dante la cupidigia e l’avidità della politica territoriale della Chiesa, che secondo lui dopo la donazione costantiniana inevitabilmente impigliò sempre più la Chiesa nei conflitti della politica: per potere resistere, essa dovette di continuo tendere all’ampliamento del proprio territorio. Per il nostro poeta tutto ciò non era che l’effetto dell’avidità, l’opera dell’insaziabile lupa, la cui fame, la cui malvagità, prelude fatalmente la via alla beatitudine terrena».[64]

La curia romana è il centro del partito guelfo, ha sempre fame. Dante pone nel cerchio degli avari Papi e Cardinali. Lotario Wolf fu il gran funesto del guelfismo. Wolf, latinizzato, dà Guelfo; nel vecchio sassone, nel moderno tedesco e nell’inglese vuol dire Lupo.

            Con la lupa «molti sono gli animali a cui s’ammoglia» e quelle profetiche «e più saranno ancora …»[65] sono parole che non possono che richiamare quelle di Giovanni nell’Apocalisse quando scrive: «la gran meretrice … con la quale hanno fornicato i re della terra».[66]

            Questa triade perversa Dante la riproporrà nelle Erine che presenta al canto IX.

 

Il veltro che uccide la lupa

 

A causa dell’influenza che Roma ha su Firenze, sede del partito guelfo, nel XIV canto del Purgatorio la città toscana è chiamata «maladetta e sventurata fossa» dove  i «can» si fanno «lupi».[67] Contro questa lupa

«… ’l veltro   

 verrà, … la farà morir con doglia…

                               Questi la caccerà per ogni villa,            

                        fin che l’avrà rimessa nello ’nferno,

                        là onde invidia prima dipartilla».[68]

         La lupa, dopo essere stata cacciata di città in città, uccisa con sofferenza, viene gettata nell’Inferno là dove era prima di essere stata mandata sulla terra dall’invidioso Lucifero affinché  corrompesse e perdesse l’umanità, così come lui è perduto.  Il veltro, secondo B. Bianchi, «distruggerà la sua (della lupa) influenza politica dappertutto. Riformato il papa, a modo del Poeta, toltogli cioè il temporale dominio, che nel linguaggio ardito di lui, lo costituisce lupa, sarebbe tornata la cattedra romana alla primitiva santità, e cessava anche il principale impedimento alla istituzione della monarchia. Forse in questo luogo si vuole anche accennare l’abolizione dell’autorità secolare degli ecclesiastici in ogni altra terra d’Italia. La lupa è la madre dei lupi. I lupi sono i guelfi».[69]

            Il «Veltro»[70], cane da caccia veloce e ben addestrato, i commentatori lo hanno identificato con Can Grande della Scala, signore di Verona, capo dei ghibellini dell’Italia del Nord. La sua azione liberatrice avrebbe dovuto portare la salvezza in Italia[71], e non solo nel Lazio e nelle regioni del Sud per le quali già morirono nel lontano passato Camilla e Turno, Enrico e Nico.

            I ghibellini e i guelfi sono quindi “can” (cane) e “lupo”.

            Generalmente i commentatori identificano il «veltro» dell’Inferno e che «verrà» per far morire la lupa «di doglie» con l’inviato, il «messo di Dio» che nel Purgatorio «anciderà la fuja – ucciderà la bestia»[72]. Due predizioni che si riducono a una sola, la speranza che Can della Scala annientasse la potenza della curia romana e de’ guelfi. Indipendentemente dall’identificazione di questo veltro, come dice B. Bianchi, esso indica un capitano che, guidato dal suo amore per la giustizia e per la salvezza dell’Italia, rivendicherà i diritti imperiali su Roma facendo ritornare il Paese, come dice il Petrarca, “Aureo tutto e pien dell’opre antiche”.[73]

            Dante presenta così un quadro in cui l’influenza dell’avara Roma, della superba Francia e della grande invidia di Firenze fanno di questa città un campo di discordia.[74] Villani scrive che «quest’avversità e pericoli della città nostra fu per molti peccati commessi, per la superbia, invidia  ed avarizia dei nostri cittadini».[75]

Un’altra spiegazione rileva che la liberazione non apparterrà né agli spirituali francescani gioachimiti né ai conventuali, anche se la sua origine è nell’umiltà: la «sua nazion sarà tra feltro e feltro»[76]. Infatti San Bonaventura in Paradiso dirà che la salvezza non verrà né «da Casal, né d’Aquasparta»,[77] cioè dagli intransigenti seguaci spirituali d’Ubertino di Casale, né da Matteo d’Acquasparta, generale dell’ordine dal 1287 e cardinale nel 1288 che favoriva la posizione più liberale sul concetto di povertà. Strumento della politica subdola di Bonifacio VIII, era stato l’asservitore di Firenze al papa, firmando l’atto notarile dell’esilio dei Bianchi fiorentini faceva parte dei francescani falsificatori della Scrittura divina.

Il veltro 

«non ciberà terra né peltro

 ma sapienza, amore e virtute».[78]

            Dante fa dire a Virgilio che un giorno apparirà un liberatore che purificherà la cristianità dai suoi vizi; caccerà la lupa «in tutte le città» e dopo averla uccisa la getterò nell’inferno. Questo liberatore non si nutrirà “della terra e del suo vile metallo”. Il suo solo alimento sarà la saggezza, l’amore della virtù. Avrà per patria due pezzi di grezza lana tra le quali si riposerà. Erede dell’“aquila”, cioè della corona imperiale, libererà “la povera Italia” dai cattivi tiranni che l’opprimono annientando la Babilonia impura e i principi che intrigano con lei contro l’impero.[79]

Questa figura è stata identificata con Can Grande della Scala, con il papa del rinnovamento spirituale della Chiesa, con l’imperatore, ma in nessuna rappresentazione fatta trova piena soddisfazione. Ci chiediamo se non rappresenti il Signore stesso, che la Sacra Scrittura presenta al suo ritorno con potenza e gloria e compirà un giudizio di condanna e morte su Roma. Dante descrive la sua venuta non nel linguaggio trionfale che troviamo in Apocalisse XIX, ma con quello dell’umiliazione che abbiamo in Isaia LIII. Ciò che può disturbare in questa ottica è paragonare il Signore al veltro.

 

Virgilio

 

            Virgilio, inviato da Beatrice per aiutare Dante in difficoltà nella selva oscura, come il Poeta scrive nel canto II:53-74,  si presenta come segue:

                               «… omo già fui,                         

                        e li parenti miei furon Lombardi,

                        mantovani per patria ambedue.       

                               Nacqui sub Julio …

                        e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto

                        nel tempo delli dei falsi e bugiardi».[80]

Il poeta latino nacque nel 70 a.C., non proprio sotto la giurisdizione di Giulio Cesare che aveva 30 anni e non gestiva ancora il potere. Questa espressione sub Julio cominciò ad usarsi dopo che Cesare divenne imperatore e Virgilio, pur non essendo ancora noto a Cesare, che verrà ucciso nel 44 a.C., è stato apprezzato e messo in onore da Augusto, è comunque riconosciuto da tutti come il simbolo della filosofia politica,[81] esaltando la funzione dell’imperatore. Dante non prende Aristotele a simbolo della filosofia speculativa anche se lo definisce «il sommo filosofo, e il maestro dei filosofi» nel Convivio, o

«’l maestro di coloro che sanno

seder tra filosofica famiglia»

quando lo vede nel Limbo.[82] Il poeta latino è nel limbo per non aver avuto il battesimo. I genitori di Virgilio sono presentati come lombardi, mantovani, perché al tempo di Dante la Lombardia era talmente piena di ghibellini che questa fazione politica era sinonimo del nome della regione, e Mantova ne era la principale fortezza che desiderava riscrivere la forza e l’autorità dell’impero. Il signore di Verona viene chiamato da Dante

«gran Lombardo

che ’n su la scala porta il santo uccello»[83],

ma era lombardo solo perché «elevava l’Aquila Stemma di sua famiglia e dell’Impero insieme».[84]

Due sole le guide del Poeta: Virgilio, nell’Inferno e Purgatorio, figura dell’ideologia temporale che produce un buon governo rettificando i costumi; Beatrice, la religione del vangelo, che esprime la sapienza che guida l’uomo purificato al suo Fattore dopo una vita virtuosa.

Questo concetto è espresso chiaramente da Dante nel De Monarchia dove dice che si raggiunge la beatitudine di questa vita «per philosophica documenta»; mentre si raggiunge la beatitudine della vita eterna «secundum virtutes theologicas».[85] Dante riprenderà questo discorso nel XVI canto del Purgatorio.

 

Porta S. Pietro

 

Il primo canto si conclude con le parole di Dante in risposta a quelle di Virgilio:

                               «che tu mi meni là dove or dicesti,        

                        si ch’io veggia la porta di San Pietro

            e color cui  tu fai cotanto mesti».[86]

I commentatori generalmente pensano che questa «porta di S. Pietro» sia quella del Purgatorio, guardata da un angelo che è «vicario di Pietro»[87], quale ingresso del secondo Regno, dove ancora lo guiderà Virgilio; per altri, questa è la porta del Paradiso.

Il Rossetti, rifacendosi a Giovanni Villani, scriveva che «la città nuova di Firenze si cominciò a riedificare … e cominciassi della parte di levante alla Porta di San Pietro… e poi oltre seguendo dietro alla badia di Firenze si ricongiungevano le mura alla Porta di S. Pietro. E di così picciolo cerchio e giro si rifece la città nostra con buone mura e grosse, e spesse le torri con quattro porte maestre dette Porta San Pietro e Porta del Duomo e Porta San Pancrazio, e Porta Santa Maria».[88] Poi aggiunge che sotto questo primato di S. Pietro vi erano le chiavi. La famiglia Alighieri ebbe ab antico la sua casa quasi in sul canto di Porta S. Pietro[89]; e che il Poeta là era nato. E aggiunge: «Dante fu un onorevole e antico cittadino di Firenze, di Porta San Pietro».[90]

Quindi Dante non solo chiede di essere condotto nella sua città, ma anche nella stessa casa dove era nato.[91]

 

CANTO III

 

A porta dell’Inferno

 

Dante introduce il canto riportando la scritta sul portale dell’Inferno, la cui porta è stata divelta, e che non si chiude più dal giorno in cui Cristo Gesù ha vinto il male, la morte con la propria.

«PER ME SI VA NELLA CITTA’ DOLENTE / PER ME SI VA NELL’ETERNO DOLORE /  

PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE: / FECEMI LA DIVINA POTESTATE.

LA SOMMA SAPIENZA E ’L PRIMO AMORE. 

 DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE / SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO.  LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’ENTRATE».[92]

            Questa «città dolente» è Dite, che il Poeta presenterà nel canto VIII e nomina nei canti successivi[93] e che è opposta alla città di Dio, il Paradiso.[94] La scritta: «Per me si va nella città dolente» richiama quanto già Dante aveva detto di Firenze nella Vita Nova dove scrive: «Non piangete quando voi passate / per lo suo mezzo la città dolente?».

            È la città i cui abitanti «hanno perduto il ben dell’intelletto».[95] Questi non sono quelli che hanno subito il giudizio e quindi, per la legge del contrappasso, vivono la sofferenza della loro pena, ci sembra piuttosto l’atteggiamento di coloro che nella città toscana, nel seguire la loro ideologia politico-religiosa, non possono avere l’intelletto appagato nel vedere la Somma Verità di Dio, come Dante si esprime nel Convivio.[96]

 

Gli ignavi           

 

Nel III canto viene presentata la pena di

«…coloro

che visser senza ’nfamia e senza lodo»[97]

cioè senza le opere proprie dell’essere “uomini”, gli ignavi. Anche l’Apocalisse li pone come i primi ad essere esclusi dal Regno di Dio, li chiama codardi[98]. Non stanno in cielo né nel profondo inferno e si lamentano continuamente perché

       «… non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ’nvidiosi son d’ogni altra sorte.

       Fama di loro il mondo essere non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa».[99]  

 

Celestino V

 

            Nel luogo degli ignavi, ancora prima di attraversare il fiume Acheronte, Dante riconosce

                        «… l’ombra di colui                         

                        che fece per viltà il gran rifiuto».[100]

            Questa espressione dantesca viene messa in relazione con il papa Celestino V, eletto nel 1294. I suoi contemporanei gli diedero fama di santità e il 5 maggio 1313 egli fu canonizzato. Fra’ Pietro Morrone, che Boccaccio definisce «uomo idioto», eremita presso Sulmona in Abruzzo, per «viltà», cinque mesi dopo la sua nomina a seguito della quale ci fu gran pompa per il suo ingresso, tanta gente a salutarlo e grandi speranze per la cristianità, abdicò al seggio papale, giudicandosi privo di quelle capacità che gli avrebbero permesso di gestire la Chiesa, lasciando il seggio papale alla contestata figura di Bonifacio VIII, che prima lo aveva intimorito e costretto ad abdicare e poi lo perseguitò fino a quando, sopraffatto dagli stenti, morì forse anche avvelenato. Boccaccio scrive che Bonifacio lo fece «in una piccola chiesicciuola senza alcun onore funebre seppellire, in una fossa profondissima, acciocché alcuno non curasse di trarnelo giammai». [101]

            «Sulla trista riviera d’Acheronte» o Rubicone dell’Inferno, che segna il passaggio da un mondo all’altro, dalla vita alla morte, Dante sente il demone Caronte dagli «occhi di bragia venir per nave». Michelangelo lo dipingerà nel suo giudizio universale. Questo vecchio bianco è il figlio di Ezebo e della Notte, del buio, cioè dei Neri che sono in Firenze, porta le anime vicine al «nobile castello, sette volte cerchiato d’alte mura, difeso intorno d’un bel fiumicello» che viene superato come se fosse terra solida.[102] È il palazzo di Plutone, o di Dite, sinonimo di Lucifero,[103] figlio di Saturno e signore dell’Averno, cioè degli inferi.

«Un vecchio bianco per antico pelo,

gridando: “Guai a voi, anime prave!

       Non isperate mai di veder lo cielo:

io vegno per menarvi all’altra riva  

nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo”».[104] 

 

CANTO IV  

 

Il limbo

 

Nel IV canto, Dante presenta il primo cerchio dell’Inferno, il Limbo. Presenta la pena dei non battezzati e di coloro che morirono prima dell’incarnazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, e non conobbero l’Eterno, il Dio della creazione. Presenta anche come Gesù trasse da questo luogo molte persone, a seguito della sua morte e resurrezione, credenti del passato che hanno sperato nella sua venuta.

            L’Acheronte, come gli altri fiumi dell’Inferno, è formato dalle lacrime della storia, che indicano, come diceva Boccaccio, la vita presente, la quale simile a un fiume corre continuamente verso la foce, cioè alla morte, e non pensa mai a tornare indietro: «omnes morimur, et quasi acquæ  delabimur in terram quæ non revertuntur».

 

CANTO V  

 

            Nel secondo cerchio dell’Inferno ci sono coloro che soffrono per le conseguenze del loro amore.

 

Minosse

 

I due pellegrini incontrano Minosse che orribilmente ringhiando esamina le colpe dei dannati e, secondo il numero delle volte che avvolge la sua coda, manda nei vari cerchi sottostanti i colpevoli.[105] Questo demone è l’antico re di Creta, figlio di Giove.

Boccaccio parlando di questa figura mitologica, diceva che imitava: «la coscienza di ciascuno, la quale giudicatrice delle nostre operazioni col morso suo ci affligge e tormenta».[106] Anche Landino vede in Minosse la coscienza dei peccatori: «Non è altro Minosse che il giudicio della coscienza».

Il demonio Minosse raffigurerebbe quei figli della Chiesa che attribuiscono la pena per il male commesso a seguito della confessione. Rappresenterebbe il capo degli inquisitori, l’“inquisitore generale”, nominato da Innocenzo III nel 1215. Questo demone ringhia, cioè digrigna i denti, arringa la gente, come avviene nei tribunali. Ha una predicazione terrificante che vuole colpire di terrore chi non lo accetta. È quanto faceva San Domenico che giudicava e condannava chi non si convertiva. Come il dragone di Apocalisse XII, aveva una coda che trascinava nella perdizione la terza parte degli angeli, qui nell’Inferno dell’Italia i domenicani avevano la loro «coda»[107] maledetta con la quale trascinavano nella distruzione coloro che li ascoltavano e si confessavano. Infatti, nel verso 15 Dante scrive: «Dicono e odono, e poi son giù volte». I confessati dai domenicani sotto tortura “dicono” e “ascoltano” la condanna che il braccio secolare dovrebbe eseguire e dopo la sentenza, il baratro, la morte «son giù gettati». L’inquisitore Minosse avverte Dante: «Guarda com’ entri e di cui tu ti fide».[108] Nell’Inferno dove Roma regna non ti devi fidare di nessuno, neppure del papa. Voltaire non è stato il primo a mettere il fondatore dell’Ordine dei Predicatori all’Inferno.

 

La ruina

 

In questo cerchio si fa riferimento «alla ruina»[109] i luoghi franosi, mediante i quali Dante e Virgilio più volte discesero nei cerchi sottostanti. È stata prodotta dal terremoto che ha scardinato, come abbiamo detto, la porta dell’Inferno, al momento della morte di Gesù, come spiegherà Virgilio.[110] Questa “rovina-frana” è ancora la testimonianza della forza della grazia che ha vinto e può vincere ancora.

Nell’Inferno, anche se tutto dovrebbe essere determinato per sempre, a differenza del Purgatorio dove si espiano le colpe nella prospettiva del Paradiso, riteniamo che questo luogo di sofferenza dantesca, indica, come abbiamo detto, lo scorrere della vita nel bel Paese e c’è ancora, grazie all’intervento di Dio nella storia e a seguito della vittoria di Cristo Gesù sul Golgota, ricordata dalla «frana» la possibilità di cambiare vita, vincere.

 

Il significato di donna

 

In questo cerchio i due Poeti incontrano donne pagane e mitologiche che, come la Chiesa Romana, sono malate di lussuria, i «peccator carnali».

            La donna, come abbiamo presentato nella parte finale del nostro terzo capitolo, raffigura la Chiesa nella sua perfezione. I Fedeli d’Amore hanno dato a questa figura un nome, che li accomunava nel loro ideale, nella speranza, nel bisogno di libertà. I diversi nomi indicavano sempre lo stesso personaggio, mettendo però in risalto una caratteristica particolare: la sapienza, la dolcezza, la virtù, la luce, la speranza, ecc. Il sostantivo donna, come abbiamo detto, è ambivalente. È figura positiva della stessa ideologia, compagna d’avventura, espressione di fede; ma anche figura di chi a lei si contrappone negativamente, che le è nemica, avversaria, ed è corrotta. Ciò ci sembra evidente nel Purgatorio e nel Paradiso dove la Chiesa, raffigurata nella sua degenerazione, è una puttana, ed è contrapposta a Beatrice, e per estensione alle altre figure femminili, come Lucia e la Madonna, cioè alla donna fedele, quindi pura.

In questa sezione riportiamo il pensiero dell’abate E. Aroux, L’hérésie de Dante démontrée par Francesca de Rimini, che, scardinando i commenti tradizionali del V canto dell’Inferno, offre una spiegazione affascinante.

Nel XIII secolo l’Italia era inondata di albigesi che, scappando dalla Provenza, si rifugiavano presso i loro fratelli che vivevano al di qua delle Alpi, in Lombardia, in Romagna e in Toscana, dove l’eresia, pur dissimulandosi nell’ombra, come abbiamo detto nel secondo capitolo, aveva le sue principali chiese. L’eresia risentiva dello gnosticismo neoplatonico della scuola d’Alessandria e dell’influenza dei templari.

In un modo chiaro, nel mezzo dello splendore del trionfo, l’apoteosi della chiesa settaria era la Rosa mistica, la regina degli angeli, dei Perfetti, che aveva nome Maria. Un monaco greco, anteriore d’un secolo a Dante e un inquisitore milanese, che scriveva più di cinquanta anni prima di lui, attestavano, d’accordo con lo storico dei catari, Mons. Schmidt, che i settari, allo scopo di poter affermare, senza spergiurare, che credevano alla Vergine, Madre del Redentore, designavano simbolicamente la loro chiesa con il nome venerato di Maria, «che diventava così una metafora».[111]

La tesi dell’Aroux, già