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OMERO
ODISSEA
LIBRO PRIMO
Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
Gittate d'Ilïòn le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
L'indol conobbe; che sovr'esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni,
Mentre a guardar la cara vita intende,
E i suoi compagni a ricondur: ma indarno
Ricondur desïava i suoi compagni,
Ché delle colpe lor tutti periro.
Stolti! che osaro vïolare i sacri
Al Sole Iperïon candidi buoi
Con empio dente, ed irritâro il nume,
Che del ritorno il dì lor non addusse.
Deh! parte almen di sì ammirande cose
Narra anco a noi, di Giove figlia e diva.
Già tutti i Greci, che la nera Parca
Rapiti non avea, ne' loro alberghi
Fuor dell'arme sedeano e fuor dell'onde;
Sol dal suo regno e dalla casta donna
Rimanea lungi Ulisse: il ritenea
Nel cavo sen di solitarie grotte
La bella venerabile Calipso,
Che unirsi a lui di maritali nodi
Bramava pur, ninfa quantunque e diva.
E poiché giunse al fin, volvendo gli anni,
La destinata dagli dèi stagione
Del suo ritorno, in Itaca, novelle
Tra i fidi amici ancor pene durava.
Tutti pietà ne risentìan gli eterni,
Salvo Nettuno, in cui l'antico sdegno
Prima non si stancò, che alla sua terra
Venuto fosse il pellegrino illustre.
Ma del mondo ai confini e alla remota
Gente degli Etïòpi (in duo divisa,
Ver cui quinci il sorgente ed il cadente
Sole gli obbliqui rai quindi saetta)
Nettun condotto a un ecatombe s'era
Di pingui tori e di montoni; ed ivi
Rallegrava i pensieri, a mensa assiso.
In questo mezzo gli altri dèi raccolti
Nella gran reggia dell'olimpio Giove
Stavansi. E primo a favellar tra loro
Fu degli uomini il padre e de' celesti,
Che il bello Egisto rimembrava, a cui
Tolto avea di sua man la vita Oreste,
L'inclito figlio del più vecchio Atride.
“Poh!” disse Giove, “incolperà l'uom dunque
Sempre gli dèi? Quando a se stesso i mali
Fabbrica, de' suoi mali a noi dà carco,
E la stoltezza sua chiama destino.
Così, non tratto dal destino, Egisto
Disposó d'Agamennone la donna,
E lui, da Troia ritornato, spense;
Benché conscio dell'ultima ruina
Che l'Argicida esplorator Mercurio,
Da noi mandato, prediceagli: “Astienti
Dal sangue dell'Atride, ed il suo letto
Guàrdati di salir; ché alta vendetta
Ne farà Oreste, come il volto adorni
Della prima lanuggine e lo sguardo
Verso il retaggio de' suoi padri volga”.
Ma questi di Mercurio utili avvisi
Colui nell'alma non accolse: quindi
Pagò il fio d'ogni colpa in un sol punto”.
“Di Saturno figliuol, padre de' numi,
Re de' regnanti”, così a lui rispose
L'occhiazzurra Minerva: “egli era dritto
Che colui non vivesse: in simil foggia
Pera chïunque in simil foggia vive!
Ma io di doglia per l'egregio Ulisse
Mi struggo, lasso! che, da' suoi lontano,
Giorni conduce di rammarco in quella
Isola, che del mar giace nel cuore,
E di selve nereggia;:isola, dove
Soggiorna entro alle sue celle secrete
L'immortal figlia di quel saggio Atlante,
Che del mar tutto i più riposti fondi
Conosce e regge le colonne immense
Che la volta sopportano del cielo.
Pensoso, inconsolabile, l'accorta ninfa il ritiene e con soavi e molli
Parolette carezzalo, se mai
Potesse Itaca sua trargli dal petto:
Ma ei non brama che veder dai tetti
Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,
E poi chiuder per sempre al giorno i lumi.
Né commuovere, Olimpio, il cuor ti senti?
Grati d'Ulisse i sagrifici, al greco
Navile appresso, ne' troiani campi,
Non t'eran forse? Onde rancor sì fiero,
Giove, contra lui dunque in te s'alletta?”
“Figlia, qual ti lasciasti uscir parola
Dalla chiostra de' denti?” allor riprese
L'eterno delle nubi addensatore:
“Io l'uom preclaro disgradir, che in senno
Vince tutti i mortali, e gl'Immortali
Sempre onorò di sacrifici opìmi?
Nettuno, il nume che la terra cinge,
D'infurïar non resta pel divino
Suo Polifemo, a cui lo scaltro Ulisse
Dell'unic'occhio vedovò la fronte,
Benché possente più d'ogni Ciclope:
Pel divin Polifemo, che Toòsa
Partorì al nume, che pria lei soletta
Di Forco, re degl'infecondi mari,
Nelle cave trovò paterne grotte.
Lo scuotitor della terrena mole
Dalla patria il disvia da quell'istante,
E, lasciandolo in vita, a errar su i neri
Flutti lo sforza. Or via, pensiam del modo
Che l'infelice rieda; e che Nettuno
L'ire deponga. Pugnerà con tutti
Gli eterni ei solo? Il tenterebbe indarno.”
“Di Saturno figliuol, padre de' numi,
De' regi re,” replicò a lui la diva
Cui tinge gli occhi un'azzurrina luce,
“Se il ritorno d'Ulisse a tutti aggrada,
Ché non s'invìa nell'isola d'Ogige
L'ambasciator Mercurio, il qual veloce
Rechi alla ninfa dalle belle trecce,
Com'è fermo voler de' sempiterni
Che Ulisse alfine il natìo suol rivegga?
Scesa in Itaca intanto, animo e forza
Nel figlio io spirerò, perch'ei, chiamati
Gli Achei criniti a parlamento, imbrigli
Que' proci baldi, che nel suo palagio
L'intero gregge sgòzzangli, e l'armento
Dai piedi torti e dalle torte corna.
Ciò fatto, a Pilo io manderollo e a Sparta,
Acciocché sappia del suo caro padre,
Se udirne gli avvenisse in qualche parte,
Ed anch'ei fama, vïaggiando, acquisti.”
Detto così, sotto l'eterne piante
Si strinse i bei talar d'oro, immortali,
Che lei sul mar, lei su l'immensa terra
Col soffio trasportavano del vento.
Poi la grande afferrò lancia pesante,
Forte, massiccia, di appuntato rame
Guernita in cima, onde le intere doma
Falangi degli eroi, con cui si sdegna,
E a cui sentir fa di qual padre è nata.
Dagli alti gioghi del beato Olimpo
Rapidamente in Itaca discese.
Si fermò all'atrio del palagio in faccia,
Del cortil su la soglia, e le sembianze
Vesti di Mente, il condottier de' Tafî.
La forbita in sua man lancia sfavilla.
Nel regale atrio, e su le fresche pelli
Degli uccisi da lor pingui giovenchi
Sedeano, e trastullavansi tra loro
Con gli schierati combattenti bossi
Della Regina i mal vissuti drudi.
Trascorrean qua e là serventi e araldi
Frattanto: altri mescean nelle capaci
Urne l'umor dell'uva e il fresco fonte.
Altri le mense con forata e ingorda
Spugna tergeano, e le metteano innanzi,
E le molte partìan fumanti carni.
Simile a un dio nella beltà, ma lieto
Non già dentro del sen, sedea tra i proci
Telemaco: mirava entro il suo spirto
L'inclito genitor, qual s'ei, d'alcuna
Parte spuntando, a sbaragliar si desse
Per l'ampia sala gli abborriti prenci,
E l'onor prisco a ricovrar e il regno.
Fra cotali pensier Pallade scorse,
Né soffrendogli il cor che lo straniero
A cielo aperto lungamente stesse,
Dritto uscì fuor, s'accostò ad essa, prese
Con una man la sua, con l'altra l'asta,
E queste le drizzò parole alate:
“Forestier, salve. Accoglimento amico
Tu avrai, sporrai le brame tue: ma prima
Vieni i tuoi spirti a rinfrancar col cibo”.
Ciò detto, innanzi andava, ed il seguìa
Minerva. Entrati nell'eccelso albergo,
Telemaco portò l'asta, e appoggiolla
A sublime colonna, ove, in astiera,
Nitida, molte dell'invitto Ulisse
Dormiano arme simìli. Indi a posarsi
Su nobil seggio con sgabello ai piedi
La dea menò, stesovi sopra un vago
Tappeto ad arte intesto; e un varïato
Scanno vicin di lei pose a se stesso.
Così, scevri ambo dagli arditi proci,
Quell'impronto frastuon l'ospite a mensa
Non disagiava, e dell'assente padre
Telemaco potea cercarlo a un tempo.
Ma scorta ancella da bel vaso d'oro
Purissim'onda nel bacil d'argento
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne a impor candidissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E carni d'ogni sorta in larghi piatti
Recò l'abile scalco, ed auree tazze,
Che, del succo de' grappoli ricolme,
Lor presentava il banditor solerte.
Entraro i proci, ed i sedili e i troni
Per ordine occuparo: acqua gli araldi
Diero alle mani, e di recente pane
I ritondi canestri empièr le ancelle.
Ma in quel che i proci all'imbandito pasto
Stendean la man superba, incoronaro
Di vermiglio licor l'urne i donzelli.
Tosto che in lor del pasteggiar fu pago,
Pago del bere il natural talento,
Volgeano ad altro il core: al canto e al ballo
Che gli ornamenti son d'ogni convito.
Ed un'argentea cetera l'araldo
Porse al buon Femio, che per forza il canto
Tra gli amanti sciogliea. Mentr'ei le corde
Ne ricercava con maestre dita,
Telemaco, piegando in vêr la dea,
Sì che altri udirlo non potesse, il capo,
Le parlava in tal guisa: “Ospite caro,
Ti sdegnerai se l'alma io t'apro? In mente
Non han costor che suoni e canti. Il credo:!
Siedono impune agli altrui deschi, ai deschi
Di tal, le cui bianche ossa in qualche terra
Giacciono a imputridir sotto la pioggia,
O le volve nel mare il negro flutto.
Ma s'egli mai lor s'affacciasse un giorno,
Ben più che in dosso i ricchi panni e l'oro,
Aver l'ali vorrebbero alle piante.
Vani desìri! Una funesta morte
Certo ei trovò, speme non resta, e invano
Favellariami alcun del suo ritorno;
Del suo ritorno il dì più non s'accende.
Su via, ciò dimmi, e non m'asconder nulla:
Chi? di che loco? e di che sangue sei?
Con quai nocchier venìstu, e per qual modo
E su qual nave, in Itaca? Pedone
Giunto, per alcun patto io non ti credo.
Di questo tu mi contenta: nuovo
Giungi, o al mio genitor t'unisce il nodo
Dell'ospitalità? Molti stranieri
A' suoi tetti accostavansi; ché Ulisse
Voltava in sé d'ogni mortale il core”.
“Tutto da me”, gli rispondea la diva
Che cerùleo splendor porta negli occhi,
T'udrai narrare. Io Mente esser mi vanto,
Figliuol d'Anchìalo bellicoso, e ai vaghi
Del trascorrere il mar Tafî comando.
Con nave io giunsi e remiganti miei,
Fendendo le salate onde, vêr gente
D'altro linguaggio, e a Temesa recando
Ferro brunito per temprato rame,
Ch'io ne trarrò. Dalla città lontano
Fermossi e sotto il Neo frondichiomoso,
Nella baia di Retro il mio naviglio.
Sì, d'ospitalità vincol m'unisce
Col padre tuo. Chieder ne puoi l'antico,
Ristringendoti seco, eroe Laerte,
Che a città, com'è fama, or più non viene;
Ma vita vive solitaria e trista
Ne' campi suoi, con vecchierella fante,
Che, quandunque tornar dalla feconda
Vigna, per dove si trae a stento, il vede,
Di cibo il riconforta e di bevanda.
Me qua condusse una bugiarda voce,
Fosse il tuo padre di Itaca, da cui
Stornanlo i numi ancor; ché tra gli estinti
L'illustre pellegrin, no, non comparve,
Ma vivo, e a forza in barbara contrada,
Cui cerchia un vasto mar, gente crudele
Rattienlo: lo rattien gente crudele
Vivo, ed a forza in barbara contrada.
Pur, benché il vanto di profeta, o quello
D'augure insigne io non m'arroghi, ascolta
Presagio non fallace che su i labbri
Mettono a me gli eterni. Ulisse troppo
Non rimarrà della sua patria in bando,
Lo stringessero ancor ferrei legami.
Da quai legami uom di cotanti ingegni
Disvilupparsi non sapria? Ma schietto
Parla: sei tu vera sua prole? Certo
Nel capo e ne' leggiadri occhi ad Ulisse
Molto arïeggi tu. Pria che per Troia,
Che tutto a sé chiamò di Grecia il fiore,
Sciogliesse anch'ei su le cavate navi,
Io, come oggi appo il tuo, così sedea
Spesse volte al suo fianco, ed egli al mio.
D'allora io non più lui, né me vid'egli”.
E il prudente Telemaco: “Sincero
Risponderò. Me di lui nato afferma
La madre veneranda. E chi fu mai
Che per se stesso conoscesse il padre?
Oh foss'io figlio d'un che una tranquilla
Vecchiezza côlto ne' suoi tetti avesse!
Ma, poiché tu mel chiedi, al più infelice
Degli uomini la vita, ospite, io deggio”.
“Se ad Ulisse Penelope”, riprese
Pallade allor dalle cilestre luci,
“Ti generò, vollero i dèi che gisse
Chiaro il tuo nome ai secoli più tardi.
Garzon, dal ver non ti partir: che festa,
Che turba è qui? Qual ti sovrasta cura?
Convito? Nozze? Genial non parmi
A carco di ciascun mensa imbandita.
Parmi banchetto sì oltraggioso e turpe,
Che mirarlo, e non irne in foco d'ira,
Mal può chïunque un'alma in petto chiuda”.
Ed il giovane a lui: “Quando tu brami
Saper cotanto delle mie vicende,
Abbi che al mondo non fu mai di questa
Né ricca più, né più innocente casa,
Finché quell'uomo il piè dentro vi tenne.
Ma piacque altro agli dèi, che, divisando
Sinistri eventi, per le vie più oscure,
Quel che mi cuoce più, sparir mel fêro.
Piangerei, sì, ma di dolcezza vôto
Non fôra il lagrimar, s'ei presso a Troia
Cadea pugnando, o vincitor chiudea
Tra i suoi più cari in Itaca le ciglia.
Alzato avriangli un monumento i Greci,
Che di gloria immortale al figlio ancora
Stato sarebbe. Or lui le crude Arpìe
Ignobilmente per lo ciel rapiro:
Perì non visto, non udito, e al figlio
Sol di sturbi e di guai lasciò retaggio.
Ché lui solo io non piango: altre e non poche
Mi fabbricaro i numi acerbe cose.
Quanti ha Dulichio e Samo e la boscosa
Zacinto, e la pietrosa Itaca prenci,
Ciascun la destra della madre agogna.
Ella né rigettar può, né fermare
Le inamabili nozze. Intanto i proci,
Da mane a sera banchettando, tutte
Le sostanze mi struggono e gli averi;
Né molto andrà che struggeran me stesso”.
S'intenerì Minerva, e: “Oh quanto”, disse,
“A te bisogna il genitor, che metta
La ultrice man su i chieditori audaci!
Sol ch'ei con elmo e scudo, e con due lance
Sul limitar del suo palagio appena
Si presentasse, quale io prima il vidi,
Che, ritornato d'Efira, alla nostra
Mensa ospital si giocondava assiso,
(Ratto ad Efira andò chiedendo ad Ilo,
Di Mèrmero al figliuol, velen mortale,
Onde le frecce unger volea, veleno
Che non dal Mermerìde, in cui de' numi
Era grande il timor, ma poscia ottenne
Dal padre mio, che fieramente ammollo)
Sol ch'ei così si presentasse armato,
De' proci non sarìa, cui non tornasse
Breve la vita e il maritaggio amaro.
Ma venir debba di sì trista gente
A vendicarsi o no, su le ginocchia
Sta degli dèi. Ben di sgombrarla quinci,
Vuolsi l'arte pensare. Alle mie voci
Porrai tu mente? Come il ciel s'inalbi,
De' Greci i capi a parlamento invita,
Ragiona franco ad essi e al popol tutto,
Chiamando i numi in testimonio, e ai proci
Nelle lor case rientrare ingiungi.
La madre, ove desìo di nuove nozze
Nutra, ripari alla magion d'Icario,
Che ordinerà le sponsalizie, e ricca
Dote apparecchierà, quale a diletta
Figliuola è degno che largisca un padre.
Tu poi, se non ricusi un saggio avviso
Ch'io ti porgo, seguir, la meglio nave
Di venti e forti remator guernisci,
E, del tuo genitor molt'anni assente
Novelle a procacciarti, alza le vele.
Troverai forse chi ten parli chiaro,
O quella udrai voce fortuita, in cui
Spesso il cercato ver Giove nasconde.
Proa vanne a Pilo, e interroga l'antico
Nestore; Sparta indi t'accolga, e il prode
Menelao biondo, che dall'arsa Troia
Tra i loricati Achivi ultimo giunse.
Vive, ed è Ulisse, in sul ritorno? Un anno,
Benché dolente, sosterrai. Ma, dove
Lo sapessi tra l'ombre, in patria riedi,
E qui gli ergi un sepolcro, e i più solenni
Rendigli, qual s'addice, onor funébri,
E alla madre presenta un altro sposo.
Dopo ciò, studia per qual modo i proci
Con l'inganno tu spegna, o alla scoperta;
Ché de' trastulli il tempo e de' balocchi
Passò, ed uscito di pupillo sei.
Non odi tu levare Oreste al cielo,
Dappoi che uccise il fraudolento Egisto,
Che il genitor famoso aveagli morto?
Me la mia nave aspetta e i miei compagni,
Cui forse incresce questo indugio. Amico,
Di te stesso a te caglia, e i miei sermoni,
Converti in opre: d'un eroe l'aspetto
Ti veggio: abbine il core, acciò risuoni
Forte ne' dì futuri anco il tuo nome”.
“Voci paterne son, non che benigne”,
D'Ulisse il figlio ripigliava, ed io
Guarderolle nel sen tutti i miei giorni.
Ma tu, per fretta che ti punga, tanto
Férmati almen, che in tepidetto bagno
Entri, e conforti la dolce alma, e lieto,
Con un mio dono in man, torni alla nave:
Don prezïoso per materia ed arte,
Che sempre in mente mi ti serbi; dono
Non indegno d'un ospite che piacque”.
“No, di partir mi tarda”, a lui rispose
L'occhicerulea diva. “Il bel presente
Allor l'accetterò, che, questo mare
Rinavigando, per ripormi in Tafo,
T'offrirò un dono anch'io che al tuo non ceda”.
Così la dea dagli occhi glauchi; e, forza
Infondendogli e ardire, e a lui nel petto
La per sé viva del suo padre imago
Ravvivando più ancora, alto levossi,
E veloce, com'aquila, disparve.
Da maraviglia, poiché seco in mente
Ripeté il tutto, e s'avvisò del nume,
Telemaco fu preso. Indi, già fatto
Di se stesso maggior, venne tra i proci.
Taciti sedean questi, e nell'egregio
Vate conversi tenean gli occhi; e il vate
Quel difficil ritorno, che da Troia
Pallade ai Greci destinò crucciata,
Della cetra d'argento al suon cantava.
Nelle superne vedovili stanze
Penelope, d'Icario la prudente
Figlia, raccolse il divin canto, e scese
Per l'alte scale al basso, e non già sola,
Ché due seguìanla vereconde ancelle.
Non fu de' proci nel cospetto giunta,
Che s'arrestò della dedalea sala
L'ottima delle donne in su la porta,
Lieve adombrando l'una e l'altra gota
Co' bei veli del capo, e tra le ancelle
Al sublime cantor gli accenti volse:
“Femio”, diss'ella, e lagrimava, “Femio,
Bocca divina, non hai tu nel petto
Storie infinite ad ascoltar soavi,
Di mortali e di numi imprese altere,
Per cui toccan la cetra i sacri vati?
Narra di quelle, e taciturni i prenci
Le colme tazze vôtino; ma cessa
Canzon molesta che mi spezza il cuore,
Sempre che tu la prendi in su le corde;
Il cuor, cui doglia, qual non mai da donna
Provossi, invase, mentre aspetto indarno
Cotanti anni un eroe, che tutta empiéo
Del suo nome la Grecia, e ch'è il pensiero
De' giorni miei, delle mie notti è il sogno.”
“O madre mia”, Telemaco rispose,
“Lascia il dolce cantor, che c'innamora,
Là gir co' versi, dove l'estro il porta.
I guai, che canta, non li crea già il vate:
Giove li manda, ed a cui vuole e quando.
Perché Femio racconti i tristi casi
De' Greci, biasmo meritar non parmi;
Ché, quanto agli uditor giunge più nuova,
Tanto più loro aggrada ogni canzone.
Udirlo adunque non ti gravi, e pensa
Che del ritorno il dì Troia non tolse
Solo ad Ulisse: d'altri eroi non pochi
Fu sepolcro comune. Or tu risali
Nelle tue stanze, ed ai lavori tuoi,
Spola e conocchia, intendi; e alle fantesche
Commetti, o madre, travagliar di forza.
Il favellar tra gli uomini assembrati
Cura è dell'uomo, e in questi alberghi mia
Più che d'ogni altro; però ch'io qui reggo”.
Stupefatta rimase, e, del figliuolo
Portando in mezzo l'alma il saggio detto,
Nelle superne vedovili stanze
Ritornò con le ancelle. Ulisse a nome
Lassù chiamava, il fren lentando al pianto.
Finché inviolle l'occhiglauca Palla,
Sopitor degli affanni, un sonno amico.
I drudi, accesi, via più ancor che prima,
Del desìo delle nozze a quella vista,
Tumulto fean per l'oscurata sala.
E Telemaco ad essi: “O della madre
Vagheggiatori indocili e oltraggiosi,
Diletto dalla mensa or si riceva,
Né si schiamazzi, mentre canta un vate,
Che uguale ai numi stessi è nella voce.
Ma, riapparsa la bell'alba, tutti
Nel Foro aduneremci, ov'io dirovvi
Senza paura, che di qua sgombriate;
Che gavazziate altrove; che l'un l'altro
Inviti alla sua volta, e il suo divori.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, seguite. Io dell'Olimpo
Gli abitatori invocherò, né senza
Fiducia, che il Saturnio a colpe tali
Un giusto guiderdon renda, e che inulto
Tinga un dì queste mura il vostro sangue”.
Morser le labbra ed inarcar le ciglia
A sì franco sermon tutti gli amanti.
E Antinoo, il figliuol d'Eupìte: “Di fermo
A ragionar, Telemaco, con sensi
Sublimi e audaci t'impararo i numi.
Guai, se il paterno scettro a te porgesse
Nella cinta dal mare Itaca, Giove!
“Benché udirlo”, Telemaco riprese,
“Forse Antìnoo, t'incresca, io nol ti celo:
Riceverollo dalla man di Giove.
Parrìati una sventura? Il più infelice
Dal mio lato io non credo in fra i mortali
Chi re diventa. Di ricchezza il tetto
Gli splende tosto, e più onorato ei vanne.
Ma la cinta dal mare Itaca molti
Sì di canuto pel, come di biondo,
Chiude, oltre Antìnoo, che potran regnarla,
Quando sotterra dimorasse il padre.
Non però ci vivrà chi del palagio
La signorìa mi tolga, e degli schiavi,
Che a me solo acquistò l'invitto Ulisse”.
Eurìmaco di Pòlibo allor surse:
“Qual degli Achei sarà d'Itaca il rege,
Posa de' numi onnipossenti in grembo.
Di tua magion tu il sei; né de' tuoi beni,
Finché in Itaca resti anima viva,
Spogliarti uomo ardirà. Ma dimmi, o buono,
Chi è quello stranier? Dond'ei partissi?
Di qual terra si gloria e di qual ceppo?
Del padre non lontan forse il ritorno
T'annunzia? o venne in questi luoghi antico
Debito a dimandar? Come disparve
Ratto! come parea da noi celarsi!
Certo d'uom vile non avea l'aspetto”.
“Ah”, ripigliò il garzon, “del genitore
Svanì, figlio di Pòlibo, il ritorno!
Giungano ancor novelle, altri indovini
L'avida madre nel palagio accolga;
Né indovin più, né più novelle io curo.
Ospite mio paterno è il forestiere,
Di Tafo, Mente, che figliuol si vanta
Del bellicoso Anchìalo, e ai Tafi impera”.
Tal rispondea: ma del suo cor nel fondo
La calata dal ciel dea riconobbe.
I proci, al ballo ed al soave canto
Rivolti, trastullavansi, aspettando
Il buio della notte. Della notte
Lor sopravvenne il buio, e ai tetti loro
Negli occhi il sonno ad accettar n'andàro.
Telemaco a corcarsi, ove secreta
Stanza da un lato del cortil superbo
Per lui costrutta, si spiccava all'aura,
Salse, agitando molte cose in mente.
E con accese in man lucide faci
Il seguiva Euriclèa, l'onesta figlia
D'Opi di Pisenór, che già Laerte
Col prezzo comperò di venti tori,
Quando fiorìale giovinezza in volto:
Né cara men della consorte l'ebbe,
Benché temendo i coniugali sdegni,
Del toccarla giammai non s'attentasse.
Con accese il seguìa lucide faci:
Più gli portava amor ch'ogni altra serva,
Ed ella fu che il rallevò bambino.
Costei gli aprì della leggiadra stanza
La porta: sovra il letto egli s'assise,
Levò la sottil veste a sé di dosso,
E all'amorosa vecchia in man la pose,
Che piegolla con arte, e alla caviglia
L'appese, accanto il traforato letto.
Poi d'uscire affrettavasi: la porta
Si trasse dietro per l'anel d'argento;
Tirò la fune, e il chiavistello corse.
Sotto un fior molle di tessuta lana
Ei volgea nel suo cor, per quell'intera
Notte, il cammin che gli additò Minerva.
LIBRO SECONDO
Come la figlia del mattin, la bella
Dalle dita di rose Aurora surse,
Surse di letto anche il figliuol d'Ulisse,
I suoi panni vestì, sospese il brando
Per lo pendaglio all'omero, i leggiadri
Calzari strinse sotto i molli piedi
E della stanza uscì rapidamente,
Simile ad un degli Immortali in volto.
Tosto agli araldi dall'arguta voce
Chiamare impose i capelluti Achivi;
E questi, al gridar loro accorsi in fretta,
Si ragunaro, s'affollaro. Ei pure
Al parlamento s'avviò: tra mano
Stavagli un'asta di polito rame
E due bianchi il seguìan cani fedeli.
Stupìa ciascun, mentr'ei mutava il passo,
E il paterno sedil, che dai vecchioni
Gli fu ceduto, ad occupar sen gìa:
Tanta in quel punto e sì divina grazia
Sparse d'intorno a lui Pallade amica.
Chi ragionò primiero? Egizio illustre,
Che il dorso avea per l'età grande in arco,
E di vario saver ricca la mente.
Sulle navi d'Ulisse alla feconda
Di nobili destrier ventosa Troia
Andò il più caro de' figliuoli, Antìfo;
E a lui diè morte nel cavato speco
Il Ciclope crudel, che la cruenta
S'imbandì del suo corpo ultima cena.
Tre figli al vecchio rimanean: l'un, detto
Eurìnomo, co' proci erasi unito,
E alla coltura de' paterni campi
Presedean gli altri due. Ma in quello, in quello,
Che più non ha, sempre s'affisa il padre,
Che nel pianto i dì passa, e che sì fatte
Parole allor, pur lagrimando, sciolse:
“O Itacesi, uditemi. Nessuna,
Dacché Ulisse levò nel mar le vele,
Qui si tenne assemblea. Chi adunò questa?
Giovane, o veglio? E a che? Primo udì forse
Di estrania gente che s'appressi armata?
O d'altro, da cui penda il ben comune,
Ci viene a favellar? Giusto ed umano
Costui, penso, esser dee. Che che s'aggiri
Per la sua mente, il favorisca Giove!
Telemaco gioìa di tali accenti,
Quasi d'ottimo augurio, e, sorto in piedi,
Ché il pungea d'arringar giovane brama,
Trasse nel mezzo, dalla man del saggio
Tra gli araldi Pisènore lo scettro
Prese, e ad Egizio indi rivolto: “O”, disse,
“Buon vecchio, non è assai quinci lontano
L'uom che il popol raccolse: a te dinanzi,
Ma qual, cui punge acuta doglia, il vedi.
Non di gente che a noi s'appressi armata,
Né d'altro, da cui penda il ben comune,
Io vegno a favellarvi. A far parole
Vegno di me, d'un male, anzi di duo,
Che aspramente m'investono ad un'ora.
Il mio padre io perdei! Che dico il mio?
Popol d'Itaca, il nostro: a tutti padre,
Più assai che re, si dimostrava Ulisse.
E a questa piaga, ohimè l'altra s'arroge,
Che ogni sostanza mi si sperde, e tutta
Spiantasi dal suo fondo a me la casa.
Noioso assedio alla ritrosa madre
Poser de' primi tra gli Achivi i figli.
Perché di farsi a Icario, e di proporgli
Trepidan tanto, che la figlia ei doti
E a consorte la dia cui più vuol bene?
L'intero dì nel mio palagio in vece
Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo e dell'armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne votando,
Vivon di me: né v'ha un secondo Ulisse,
Che sgombrar d'infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, né uguale all'opra
In me si trova esperïenza e forza.
Oh così le avess'io, com'io le bramo!
Poscia che il lor peccar varca ogni segno.
E, che più m'ange, con infamia io pero.
Deh s'accenda in voi pur nobil dispetto;
Temete il biasmo delle genti intorno;
Degl'immortali dèi, non forse cada
Delle colpe de' proci in voi la pena,
L'ira temete. Per l'Olimpio Giove,
Per Temi, che i consigli assembra e scioglie,
Costoro, amici, d'aizzarmi contro
Restate, e me lasciate a quello in preda
Cordoglio sol, che il genitor mi reca.
Se non che forse Ulisse alcuni offese
De' prodi Achivi, ed or s'intende i torti
Vendicarne sul figlio. E ben, voi stessi
Stendete ai beni la rapace destra:
Meglio fôra per me, quando consunti
Suppellettil da voi fóssemi e censo,
Da voi, dond'io sperar potrei restauro.
Vi assalirei per la città con blande
Parole ad uno ad un, né cesserei,
Che tutto in poter mio pria non tornasse,
E di nuovo s'ergesse in piè il mio stato.
Ma or dolori entro del petto, a cui
Non so rimedio alcun, voi mi versate.
Detto così, gittò lo scettro a terra,
Ruppe in lagrime d'ira e viva corse
Di core in cor nel popolo pietade.
Ma taciturni, immoti, e non osando
Telemaco ferir d'una risposta,
Tutti stavano i proci. Antìnoo solo
Sorse e arringò: “Telemaco, a cui bolle
Nel petto rabbia che il tuo dir sublìma,
Quai parole parlasti ad onta nostra?
Improntar sovra noi macchia sì nera?
Non i migliori degli Achei: la cara
Tua madre e l'arti, ond'è maestra, incolpa.
Già il terzo anno si volse, e or gira il quarto,
Che degli amanti suoi prendesi gioco;
Tutti di speme e d'impromesse allatta,
Manda messaggi a tutti, ed altro ha in core.
Tela sottile, tela grande, immensa,
Questo ancor non pensò novello inganno?
A oprar si mise, e a sé chiamonne, e disse:
"Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Poiché già Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch'io questo possa
Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Acciò le fila inutili io non perda,
Prima fornir, che l'inclemente Parca,
Di lunghi sonni apportatrice, il colga.
Non vo' che alcuna delle Achee mi morda,
Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo in cui giacersi estinto".
Con simil fola leggermente vinse
Gli animi nostri generosi. Intanto,
Finché il giorno splendea, tessea la tela
Superba, e poi la distessea la notte
Al complice chiaror di mute faci.
Così un triennio la sua frode ascose,
E deluse gli Achei. Ma come il quarto
Con le volubili ore anno sorvenne,
Noi da un'ancella non ignara instrutti,
Penelope trovammo, che la bella
Disciogliea tela ingannatrice: quindi
Compierla dové al fin, benché a dispetto.
Or, perché a te sia noto e ai Greci il tutto,
Ecco risposta che ti fanno i proci.
Accommiata la madre, e quel di loro,
Che non dispiace a Icario e a lei talenta,
A disposar costringila. Ma dove,
Le doti usando, onde la ornò Minerva,
Che man formolle così dotta e ingegno
Tanto sagace, e accorgimenti dielle,
Quali non s'udir mai né dell'antiche
Di Grecia donne dalle belle trecce,
Tiro, Alcmena, Micene, a cui le menti
Di sì fini pensier mai non fioriro;
Dove credesse lungo tempo a bada
Tenerci ancor, la sua prudenza usata
Qui l'abbandonerìa. Noi tanto il figlio
Consumerem, quanto la madre in core
Serberà questo suo, che un dio le infuse,
Strano proposto. Eterna gloria forse
A sé procaccerà, ma gran difetto
Di vettovaglia a te; mentre noi certo
Da te pensiam non istaccarci, s'ella
Quel che le aggrada più pria non impalma”.
“Io”, rispose Telemaco, “di casa
Colei sbandir, donde la vita io tengo?
Dal cui lattante sen pendei bambino?
Grave inoltre mi fôra, ov'io la madre
Dipartissi da me, sì ricca dote
Tornare a Icario. Cruccierìasi un giorno
L'amato genitor che forse vive,
Benché lontano, e punìrianmi i numi,
Perch'ella, slontanandosi, le odiate
Implorerìa vendicatrici Erinni.
Che le genti dirìan? No; tal congedo
Non sarà mai ch'io liberi dal labbro.
L'avete voi per mal? Da me sgombrate;
Gozzovigliate altrove; alternamente
L'un l'altro inviti, e il suo retaggio scemi.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, seguìte. Io dell'Olimpo
Gli abitatori invocherò, né senza
Speme che il Saturnìde a tai misfatti
La debita mercé renda, e che inulto
Scorra nel mio palagio il vostro sangue”.
Sì favellò Telemaco, e dall'alto
Del monte due volanti aquile a lui
Mandò l'eterno onniveggente Giove.
Tra lor vicine, distendendo i vanni,
Fendean la vana regïon de' venti.
Né prima fur dell'assemblea sul mezzo,
Che si volsero in giro, e, l'ali folte
Starnazzando, e mirando tutti in faccia,
Morte auguraro: al fin, poiché a vicenda
Con l'unghie il capo insanguinato e il collo
S'ebber, volaro a destra, e dileguârsi
Della città su per gli eccelsi tetti.
Maravigliò ciascuno, e ruminava
Fra sé quai mali promettesse il fato.
Quivi era un uom di molto tempo e senno,
Di Mastore figliuol, detto Aliterse,
Che nell'arte di trar dagli osservati
Volanti augelli le future cose,
Tutti vinceva i più canuti crini.
“Itacesi, ascoltatemi, e più ancora
M'ascoltin”, disse, “i proci, a cui davante
S'apre un gran precipizio. Ulisse lungi
Da' cari suoi non rimarrà molt'anni.
Che parlo? Ei spunta, e non ai soli proci
Strage prepara e morte: altri, e non pochi
Che abitiam la serena Itaca, troppo
Ci accorgerem di lui. Consultiam dunque
Come gli amanti, che pel meglio loro
Cessar dovrìan per sé, noi raffreniamo.
Uom vi ragiona de' presagi esperto
Per lunghissima prova. Ecco maturo
Ciò ch'io vaticinai, quando per Troia
Scioglieano i Greci, e Ulisse anch'ei salpava.
“Molti”, io gridai, “patirà duoli, e tutti
Perderà i suoi: ma nel ventesim'anno,
Solo e ignoto a ciascun, farà ritorno”.
Già si compie l'oracolo: tremate!”
“Folle vecchiardo, in tua magion ricovra”,
Eurìmaco di Pòlibo rispose,
“oracoleggia ai figli tuoi, non forse
Gl'incolga un dì qualche infortunio. Assai
Più là di te ne' vaticinî io veggio.
Volan, rivolan mille augelli e mille
Per l'aere immenso, e non dibatton tutti
Sotto i raggi del sol penne fatali.
Quinci lontano perì Ulisse. Oh fossi
Tu perito con lui! Ché non t'udremmo
Profetare in tal guisa, e il furor cieco
Secondar di Telemaco, da cui
Qualche don, credo, alle tue porte attendi.
Ma oracol più verace odi. Se quanto
D'esperïenza il bianco pel t'addusse,
A sedurre il fanciullo e a più infiammarlo
L'adopri, tu gli nuoci, a' tuoi disegni
Non giovi, e noi tale imporremti multa,
Che morte fìati il sostenerla. Io poi
Tal consiglio al fanciul porgo: la madre
Rimandi a Icario, che i sponsali e ricca,
Qual dee seguir una diletta figlia,
Dote apparecchierà. Prima io non penso
Che da questa di nozze ardua tenzone
I figli degli Achei vorran giù tôrsi.
Di nessuno temiam; non, benché tanto
Loquace, di Telemaco; né punto
Del vaticinio ci curiam, che indarno
T'uscì, vecchio, di bocca, e che fruttarti
Maggiore odio sol può. Fine i conviti
Non avran dunque, e non sarà mai calma,
Finché d'oggi in doman costei ci mandi.
Noi ciascun dì contenderem per lei,
Né ad altre donne andrem, quali ha l'Acaia
Degne di noi, perché cagion primiera
Dell'illustre contesa è la virtude”.
“Eurìmaco e voi tutti”, il giovinetto
Soggiunse allor, “competitori alteri,
Non più: già il tutto sanno uomini e dèi.
Or non vi chiedo che veloce nave
Con dieci e dieci poderosi remi,
Che sul mar mi trasporti. All'arenosa
Pilo ed a Sparta valicare io bramo,
Del padre assente per ritrar s'io mai
Trovar potessi chi men parli chiaro,
O quella udir voce fortuita in cui
Spesso il cercato ver Giove nasconde.
Vivrà? ritornerà? Benché dolente,
Sosterrò un anno. Ma se morto e fatto
Cenere il risapessi, al patrio nido
Riederò senza indugio; e qui un sepolcro
Gli alzerò, renderogli i più solenni,
Qual si convien, fùnebri onori, e un altro
Sposo da me riceverà la madre”.
Tacque, e s'assise; e Mentore levossi
Del padre il buon compagno, a cui su tutto
Vegghiar, guardare il tutto, ed i comandi
Seguitar di Laerte, Ulisse ingiunse,
Quando per l'alto sal mise la nave.
“O Itacesi”, tal parlava il saggio
Vecchio, “alle voci mie l'orecchio date.
Né giusto più, né liberal, né mite,
Ma iniquo, ma inflessibile, ma crudo
D'ora innanzi un re sia, poiché tra gente
Su cui stendea scettro paterno Ulisse,
Più non s'incontra un sol, cui viva in core.
Che arroganti rivali ad opre ingiuste
Trascorran ciechi della mente, io taccio.
Svelgono, è ver, sin dalle sue radici,
La casa di quel Grande, a cui disdetto
Sperano il ritornar, ma in rischio almeno
Porgon la vita. Ben con voi m'adiro,
Con voi, che muti ed infingardi e vili
Vi state lì, né d'un sol moto il vostro
Signore ìnclito aitate. Ohimé! dai pochi
Restano i molti soverchiati e vinti”.
“Mentor, non so qual più, se audace, o stolto”,
Leòcrito d'Evènore rispose,
“Che mai dicestu? Contra noi tu ardisci
Il popol eccitar? Non lieve impresa
Una gente assalir, che per la mensa
Brandisca l'armi, e i piacer suoi difenda.
Se lo stesso re d'Itaca tornato
Scacciar tentasse i banchettanti proci,
Scarso del suo ritorno avrìa diletto
Questa sua donna, che il sospira tanto,
E morire il vedrìa morte crudele,
Benché tra molti ei combattesse: quindi
Del tuo parlar la vanità si scorge.
Ma, su via, dividetevi, e alle vostre
Faccende usate vi rendete tutti.
Mentore ed Aliterse, che fedeli
A Telemaco son paterni amici,
Gli metteran questo viaggio in punto:
Bench'ei del padre le novelle, in vece
Di cercarle sul mar, senza fatica
Le aspetterà nel suo palagio, io credo”.
Disse, e ruppe il concilio. I cittadini
Scioglieansi l'un dall'altro, e alle lor case
Qua e là s'avvïavano: d'Ulisse
Si ritiraro alla magione i proci.
Ma, dalla turba solitario e scevro,
Telemaco rivolse al mare i passi,
Le mani asterse nel canuto mare,
E supplicò a Minerva: “O diva amica,
Che degnasti a me ier scender dal cielo,
E fender l'onde m'imponesti, un padre
Per rintracciar, che non ritorna mai,
Il tuo solo favor puommi davante
Gl'inciampi tôr, che m'opporranno i Greci,
E più che altr'uomo in Itaca, i malvagi
Proci, la cui superbia ognor più monta”.
Così pregava; e se gli pose allato
Con la faccia di Mentore e la voce,
Palla, e a nome chiamollo, e feo tai detti:
“Telemaco, né ardir giammai, né senno
Ti verrà men, se la virtù col sangue
Trasfuse in te veracemente Ulisse,
Che quanto impreso avea, quanto avea detto,
Compiea mai sempre. Il tuo vïaggio a vôto
Non andrà, qual temer, dove tu figlio
Non gli fossi, io dovrei. Vero è che spesso
Dal padre il figlio non ritrae: rimane
Spesso da lui lungo intervallo indietro,
E raro è assai che aggiungalo od il passi.
Ma senno a te non verrà men, né ardire,
Ed io vivere Ulisse in te già veggo.
Lieto dunque degli atti il fine spera;
Né t'anga il vano macchinar de' proci,
Che non sentono, incauti e ingiusti al paro,
La nera Parca che gli assal da tergo,
Ed in un giorno sol tutti gli abbranca.
Io d'Ulisse il compagno, un tale aiuto
Ti porgerò, che partirai di corto
Su parata da me celere nave,
E con me stesso al fianco, in su la poppa.
Orsù, rïentra nel palagio, ai proci
Nuovamente ti mostra, ed apparecchia
Quanto al vïaggio si richiede, e il tutto
Riponi: il bianco nelle dense pelli
Gran macinato, ch'è dell'uom la vita,
E nell'urne il licor che la rallegra.
Compagni a radunarti in fretta io movo,
Che ti seguano allegri. Ha sull'arena
Molte l'ondicerchiata Itaca navi
Novelle e antiche: ne' salati flutti
Noi lancerem senza ritardo armata
Qual miglior mi parrà veleggiatrice”.
Così di Giove la celeste figlia:
Né più, gli accenti della diva uditi,
S'indugiava Telemaco. Al palagio,
Turbato della mente, ire affrettossi,
E trovò i proci, che a scoiar capretti,
E pingui ad abbronzar corpi di verri,
Nel cortile intendeano. Il vide appena,
Che gli fu incontro sogghignando, e il prese
Per mano Antinoo, e gli parlò in tal guisa:
“O molto in arringar, ma forte poco
Nel dominar te stesso, ogni rancore
Scaccia dal petto, e, qual solevi, adopra
Da prode il dente, e i colmi nappi asciuga.
Tutto gli Achei t'allestiran di botto:
Nave e rèmigi eletti, acciò tu possa,
Ratto varcando alla divina Pilo,
Correr del padre tuo dietro alla fama”.
E Telemaco allor: “Sedermi a mensa
Con voi, superbi, e una tranquilla gioia
Provarvi, a me non lice. Ah non vi basta
Cio che de' miei più prezïosi beni
Nella prima età mia voi mi rapiste?
Ma or ch'io posso dell'altrui saggezza
Giovarmi, e sento con le membra in petto
Cresciutami anco l'alma, io disertarvi
Tenterò pure, o ch'io qui resti, o parta.
Ma parto, e non invan, spero, e su nave
Parto non mia, quando al figliuol d'Ulisse,
Né ciò sémbravi sconcio, un legno manca”.
Tal rispose crucciato, e destramente
Dalla man d'Antinòo la sua disvelse.
Già il convito apprestavano, ed acerbi
Motti scoccavan dalle labbra i proci.
“Certo”, dicea di que' protervi alcuno,
“Telemaco un gran danno a noi disegna.
Da Pilo aiuti validi o da Sparta
Menerà seco, però ch'ei non vive
Che di sì fatta speme; o al suol fecondo
D'Efira condurrassi e ritrarranne
Fiero velen, che getterà nell'urne
Con man furtiva; e noi berrem la morte”,
E un altro ancor de' pretendenti audaci:
“Chi sa ch'egli non men, sul mar vagando,
Dagli amici lontano, un dì non muoia,
Come il suo genitor? Carco più grave
Su le spalle ne avremmo: il suo retaggio
Partirci tutto, ma la casta madre,
E quel di noi, ch'ella scegliesse a sposo,
Nel palagio lasciar sola con solo”.
Telemaco frattanto in quella scese
Di largo giro e di sublime volta
Paterna sala, ove rai biondi e rossi
L'oro mandava e l'ammassato rame;
Ove nitide vesti, e di fragrante
Olio gran copia chiudean l'arche in grembo;
E presso al muro ìvano intorno molte
Di vino antico, saporoso, degno
Di presentarsi a un dio, gravide botti,
Che del ramingo travagliato Ulisse
Il ritorno aspettavano. Munite
D'opportuni serrami eranvi, e doppie
Con lungo studio accomodate imposte;
Ed Euriclèa, la vigilante figlia
D'Opi di Pisenorre, il dì e la notte
Questi tesori custodìa col senno.
Chiamolla nella sala, e a lei tai voci
Telemaco drizzò: “Nutrice, vino,
Su via, m'attigni delicato, e solo
Minor di quel che a un infelice serbi,
Se mai scampato dal destin di morte,
Comparisse tra noi. Dodici n'empi
Anfore, e tutte le suggella. Venti
Di macinato gran giuste misure
Versami ancor ne' fedeli otri, e il tutto
Colloca in un: ma sappilo tu sola.
Come la notte alle superne stanze
La madre inviti e al solitario letto,
Per tai cose io verrò: ché l'arenosa
Pilo visitar voglio, e la ferace
Sparta, e ad entrambe domandar del padre”.
Dié un grido, scoppiò in lagrime, e dal petto
Euriclèa volar feo queste parole:
“Donde a te, caro figlio, in mente cadde
Pensiero tal? Tu l'unico rampollo
Di Penelope, tu, la nostra gioia,
Per tanto mondo raggirarti? Lunge
Dal suo nido perì l'inclito Ulisse,
Fra estranie genti: e perirai tu ancora.
Sciolta la fune non avrai, che i proci
Ti tenderanno agguati, uccideranti,
E tutte partirannosi tra loro
Le spoglie tue. Deh qui con noi rimani,
Con noi qui siedi, e su i marini campi,
Che fecondi non son che di sventure,
Lascia che altri a sua posta errando vada”.
“Fa cor, Nutrice”, ei le risponde tosto:
“Senza un nume non è questo consiglio.
Ma giura che alla madre, ov'aura altronde
Non le ne giunga prima e ten richiegga,
Nulla dirai, che non appaia in cielo
La dodicesim'aurora; onde col pianto
Al suo bel corpo ella non rechi oltraggio”.
L'ottima vecchia il giuramento grande
Giurò de' numi: e a lui versò ne' cavi
Otri, versò nell'anfore capaci
Le candide farine e il rosso vino.
Ei, nella sala un'altra volta entrato,
Tra i proci s'avvolgea: né in questo mezzo
Stavasi indarno la Tritonia Palla.
Vestite di Telemaco le forme,
Per tutto si mostrava ed appressava
Tutti, e loro ingiungea che al mare in riva
Si raccogliesser nottetempo, e il ratto
Legno chiedea di Fronio al figlio illustre,
A Noemòn, cui non chiedealo indarno.
S'ascose il Sole, e in Itaca omai tutte
S'inombravan le vie. Minerva il ratto
Legno nel mar tirò, l'armò di quanto
Soffre d'arnesi un'impalcata nave,
E al porto in bocca l'arrestò. Frequenti
Si raccoglieano i remator forzuti
Sul lido, e inanimavali la dea
Dallo sguardo azzurrin, che altro disegno
Concepì in mente. La magion d'Ulisse
Ritrova, e sparge su i beventi proci
Tal di sonno un vapor, che lor si turba
L'intelletto e confondesi, e di mano
Casca sul desco, la sonante coppa.
Sorse, e mosse ciascuno al proprio albergo,
Né fu più nulla del sedere a mensa:
Tal pondo stava sulle lor palpèbre.
Ma l'occhiglauca dea, ripreso il volto
Di Mentore e la voce, e richiamato
Fuor del palagio il giovinetto, disse:
Telemaco, ciascun de' tuoi compagni,
Che d'egregi schinier veston le gambe,
Già siede al remo, e, se tu arrivi, guarda”.
Ciò detto, la via prese, ed il garzone
Seguitavane l'orme. Al mar calati,
Trovàr sul lido i capelluti Achivi;
Cui di tal guisa favellò la sacra
Di Telemaco possa: “Amici, in casa
Quanto al cammin bisogna, unito giace:
Trasportarlo è mestieri. Né la madre
Sa, né, fuor che una, il mio pensier le ancelle”.
Tacque, e loro entrò innanzi; e quelli dietro
Teneangli. Indi con l'anfore e con gli otri,
Come d'Ulisse il caro figlio ingiunse,
Tornâro, e il carco nella salda nave
Deposero. Il garzon sopra vi salse,
Preceduto da Pallade, che in poppa
S'assise; accanto ei le sedea: la fune
I remiganti sciolsero, e montàro
La negra nave anch'essi, e i banchi empiero.
Tosto la dea dalle cerulee luci
Chiamò di verso l'occidente un vento
Destro, gagliardo, che battendo venne
Su pel tremulo mar l'ale sonanti.
“Mano, mano agli attrezzi”, allor gridava
Telemaco; “ov'è l'albero”? I compagni
L'udiro, e il grosso e lungo abete in alto
Drizzaro, e l'impiantaro entro la cava
Base, e di corda l'annodaro al piede:
Poi tiravano in su le bianche vele,
Con bene attorti cuoi. Gonfiò nel mezzo
Le vele il vento; e forte alla carena
L'azzurro mar romoreggiava intorno,
Mentre la nave sino al fin del corso
Su l'elemento liquido volava.
Legati i remi del naviglio ai fianchi,
Incoronaro di vin maschio l'urne,
E a ciascun degli dèi sempre viventi
Libaro, ma più a te, figlia di Giove,
Che le pupille di cilestro tingi.
Il naviglio correa la notte intera,
E del suo corso al fin giungea con l'alba.
LIBRO TERZO
Uscito delle salse acque vermiglie,
Montava il sole per l'eterea volta
Di bronzo tutta, e in cielo ai dèi recava
Ed agli uomini il dì su l'alma terra:
Quando alla forte Pilo, alla cittade
Fondata da Nelèo, giunse la nave.
Stavano allor sagrificando i Pili
Tauri sul lido, tutti negri, al dio
Dai crini azzurri, che la terra scuote.
Nove d'uomini squadre, e in ogni squadra
Cinquecento seduti, e per ciascuna
Svenati nove buoi, di cui, gustate
Le interïora, ardean le cosce al nume.
La nave intanto d'uguai fianchi armata,
Se ne venìa dirittamente a proda.
Le vele ammainâr, pigliaro il porto,
Nel lido si gittaro. Ei pur gittossi
Telemaco, e Minerva il precedea,
La dea dagli occhi di ceruleo tinti,
Che gli accenti al garzon primiera volse:
“Telemaco, depor tutta oggi è d'uopo
La pueril vergogna. Il mar passasti,
Ma per udir, dove s'asconda, e a quale
Destin soggiacque il generoso padre.
Su, dunque, dritto al domator t'avvia
Di cavalli Nestorre, onde si vegga
Quel ch'ei celato nella mente porta.
Il ver da lui, se tu nel chiedi, avrai:
Poiché mentir non può cotanto senno”.
Il prudente Telemaco rispose:
Mentore, per qual modo al rege amico
M'accosterò? Con qual saluto? Esperto
Non sono ancor del favellar de' saggi:
Né consente pudor, che a far parole
Cominci col più vecchio il men d'etade”.
Ma di tal guisa ripigliò la dea,
Cui cilestrino lume i rai colora:
“Telemaco, di ciò che dir dovrai,
Parte da sé ti nascerà nel core,
Parte nel cor la ti porranno i numi:
Ché a dispetto di questi in luce, io credo,
Non ti mandò la madre, e non ti crebbe”.
Così parlando, frettolosa innanzi
Palla si mise, ed ei le andava dopo.
Fur tosto in mezzo all'assemblea de' Pilî,
Ove Nestor sedea co' figli suoi,
Mentre i compagni, apparecchiando il pasto,
Altre avvampavan delle carni, ed altre
Negli spiedi infilzavanle. Adocchiati
Ebbero appena i forestier, che incontro
Lor si fero in un groppo, e gli abbracciâro,
E a seder gl'invitaro. Ad appressarli
Pisistrato fu il primo, un de' figliuoli
Del re. Li prese ambi per mano, e in molli
Pelli, onde attappezzata era la sabbia,
Appo la mensa gli adagiò tra il caro
Suo padre ed il germano Trasimede:
Delle viscere calde ad ambi porse;
E, rosso vin mescendo in tazza d'oro,
E alla gran figlia dell'Egìoco Giove
Propinando: “Stranier”; dissele, “or prega
Dell'acque il sir, nella cui festa, i nostri
Lidi cercando, t'abbattesti appunto.
Ma i libamenti, come più s'addice,
Compiuti e i prieghi, del licor soave
Presenta il nappo al tuo compagno, in cui
Pur s'annida, cred'io, timor de' numi,
Quando ha mestier de' numi ogni vivente.
Meno ei corse di vita, e d'anni eguale
Parmi con me: quindi a te pria la coppa”.
E il soave licor le pose in mano.
Godea Minerva che l'uom giusto pria
Offerto il nappo d'oro avesse a lei,
E subito a Nettun così pregava:
“Odi, o Nettuno, che la terra cingi,
E questi voti appagar degna. Eterna
Gloria a Nestorre, ed a' suoi figli in prima
E poi grata mercede a tutti i Pili
Dell'inclita ecatombe. Al mio compagno
Concedi inoltre e a me, che, ciò fornito
Perché venimmo, su le patrie arene
Con la negra torniam rapida nave”.
Tal supplicava, e adempiere intendea
Questi voti ella stessa. Indi al garzone
La bella offrì gemina coppa e tonda,
Ed una egual preghiera il caro figlio
D'Ulisse alzò. S'abbrustolaro intanto
Le pingui cosce, degli spiedi acuti
Si dispiccaro e si spartiro: al fine
L'alto si celebrò prandio solenne.
Giunto al suo fin, così principio ai detti
Dava il Gerenio cavalier Nestorre:
“Gli ospiti ricercare allora è bello,
Che di cibi e di vini hanno abbastanza
Scaldato il petto e rallegrato il core.
Forestieri, chi siete? e da quai lidi
Prendeste a frequentar l'umide strade?
Trafficate voi forse? O v'aggirate,
Come corsali, che la dolce vita,
Per nuocere ad altrui, rischian sul mare”?
Telemaco, a cui Palla un nuovo ardire
Spirò nel seno, acciò del padre assente
Nestore interrogasse, e chiaro a un tempo
Di sé spargesse per le genti il grido:
“O degli Achei”, rispose, “illustre vanto,
Di satisfare ai desir tuoi son presto.
Giungiam dalla seduta a pie' del Neo
Itaca alpestre, ed è cagion privata
Che a Pilo ci menò. Del padre io movo
Dietro alla fama, che riempie il mondo,
Del magnanimo Ulisse, onde racconta
Pubblica voce che i Troiani muri,
Combattendo con teco, al suol distese.
Degli altri tutti che co' Troi pugnaro,
Non ignoriam dove finiro i giorni.
Ma di lui Giove anco la morte volle
Nasconderci; né alcun sin qui poteo
Dir se in terra o sul mar, se per nemico
Brando incontrolla, o alle irate onde in grembo.
Eccomi or dunque alle ginocchia tue,
Perché tu la mi narri, o vista l'abbi
Con gli occhi propri, o dalle labbra udita
D'un qualche pellegrin; però che molto
Disventurato il partorì la madre.
Né timore, o pietà, del palesarmi
Quanto sai, ti ritenga. Ah! se l'egregio
Mio padre in opra o in detto unqua ti feo
Bene o comodo alcun, là, ne' Troiani
Campi che tinse il vostro sangue, o Greci,
Tel rimembra ora, e non tacermi nulla”.
Ed il Gerenio cavalier Nestorre:
“Tu mi ricordi, amico, i guai che molti
Noi, prole invitta degli Achei, patimmo,
O quando erranti per le torbid'onde
Ce ne andavam sovra le navi in traccia
Di preda, ovunque ci guidasse Achille;
O allor che pugnavam sotto le mura
Della cittade alta di Priamo, dove
Grecia quasi d'eroi spenta rimase.
Là cadde Achille, e il marzïale Aiace,
Là Patroclo, nel senno ai dèi vicino;
Quell'Antiloco là, forte e gentile,
Mio diletto figliuol, che abil del pari
La mano ebbe ai conflitti, e al corso il piede.
Se tu, queste sciagure ed altre assai
Per ascoltar, sino al quint'anno e sesto
Qui t'indugiassi, dalla noia oppresso.
Leveresti di nuovo in mar le vele,
Ch'io non sarei del mio racconto a riva.
Nove anni, offese macchinando, a Troia,
Ci travagliammo intorno; e, benché ogni arte
Vi si adoprasse, d'espugnarla Giove
Ci consentì nel decimo a fatica.
Duce col padre tuo non s'ardìa quivi
Di accorgimento gareggiar: cotanto
Per inventive Ulisse e per ingegni
Ciascun vincea. Certo gli sei tu figlio,
E me ingombra stupor, mentr'io ti guardo:
Ché i detti rassomigliansi, e ne' detti
Tanto di lui tenère uom, che d'etade
Minor tanto è di lui, vero non parmi.
L'accorto Ulisse ed io, né in parlamento
Mai, né in concilio, parlavam diversi;
Ma, d'una mente, con maturi avvisi,
Quel che dell'oste in pro tornar dovesse
Disegnavamo. Rovesciata l'alta
Città di Priamo, e i Greci in su le ratte
Navi saliti, si divise il campo.
Così piacque al Saturnio; e ben si vide
Da quell'istante, che un ritorno infausto
Ci destinava il correttor del mondo.
Senno non era, né giustizia in tutti:
Quindi il malanno che su molti cadde,
Per lo sdegno fatal dell'Occhiglauca,
Di forte genitor nata, che cieca
Tra i due figli d'Atrèo discordia mise.
A parlamento in sul cader del Sole
Chiamaro incauti, e contra l'uso, i Greci,
Che, intorbidati dal vapor del vino,
Gli Atridi ad ascoltar trassero in folla.
Menelao prescrivea che l'oste tutta
Le vele aprisse del ritorno ai venti;
Ma ritenerla in vece Agamennòne
Bramava, e offrir sacre ecatombe, il fiero
Sdegno a placar dell'oltraggiata diva.
Stolto! che non sapea ch'erano indarno:
Quando per fumo d'immolati tori
Mente i numi non cangiano in un punto.
Così, garrendo di parole acerbe,
Non si movean dal lor proposto. Intanto
Con insano clamor sorser gli Achivi
Ben gambierati; e l'un consiglio agli uni,
L'altro agli altri piacea. Funeste cose
La notte in mezzo al sonno agitavamo
Dentro di noi: che dal disastro il danno
Giove ci apparecchiava. Il dì comparso,
Tirammo i legni, nel divino mare,
E su i legni velìvoli le molte
Robe imponemmo e le altocinte schiave.
Se non che mezza l'oste appo l'Atrìde
Agamennòn rimanea ferma: l'altra
Dava ne' remi, e per lo mar pescoso,
Che Nettuno spianò, correa veloce.
Tènedo preso, sagrificî offrimmo,
Anelando alla patria: ma nemico
Dagli occhi nostri rimoveala Giove,
Che di nuovo partì tra loro i Greci.
Alcuni che d'intorno erano al ricco
Di scaltrimenti Ulisse, e al re de' regi
Gratificar volean, torsero a un tratto
Le quinci e quindi remiganti navi:
Ma io de' mali che l'avverso nume
Divisava, m'accorsi e con le prore,
Che fide mi seguìan, fuggii per l'alto.
Fuggì di Tideo il bellicoso figlio,
Tutti animando i suoi. L'acque salate
Solcò più lento, e in Lesbo al fine il biondo
Menelao ci trovò, che della via
Consigliavam; se all'aspra Chio di sopra,
Psiria lasciando dal sinistro lato,
O invece sotto Chio, lungo il ventoso
Mimanta, veleggiassimo. D'un segno
Nettun pregammo: ei mostrò un segno e il mare
Noi fendemmo nel mezzo, e dell'Eubèa
Navigammo alla volta, onde con quanta
Fretta si potea più, condurci in salvo.
Sorse allora e soffiò stridulo vento,
Che volar per le nere onde, e notturni
Sorger ci feo sovra Geresto, dove
Sbarcammo, e al nume dagli azzurri crini,
Misurato gran mar, molte di tori
Cosce ponemmo in su la viva brace.
Già il dì quarto splendea, quando i compagni
Del prode ne' cavalli Dïomede
Le salde navi riposaro in Argo:
Ed io vêr Pilo sempre il corso tenni
Con quel vento, cui pria mandato in poppa
M'aveano i numi, e che non mai s'estinse.
Così, mio caro figlio, ignaro io giunsi,
Né so nulla de' Greci o spenti o salvi.
Ciò poi che intesi ne' miei tetti assiso,
Celare a te certo non vuolsi. È fama
Che felice ritorno ebber gli sperti
Della lancia Mirmìdoni, che il degno
Figliuol guidava dell'altero Achille.
Felice l'ebbe Filottète ancora,
L'illustre prole di Peante. In Creta
Rimenò Idomenèo quanti compagni
Con la vita gli uscir fuori dell'arme:
Un sol non ne inghiottì l'onda vorace.
D'Agamennòn voi stessi, e come venne,
Benché lontani dimoriate, udiste,
E qual gli tramò Egisto acerba morte.
Ma già il fio ne pagò. Deh quanto è bello
Che il figliuol dell'estinto in vita resti!
Quel dell'Atride vendicossi a pieno
Dell'omicida fraudolento e vile,
Che morto aveagli sì famoso padre.
Quinci e tu, amico, però ch'io ti veggio
Di sembiante non men grande che bello,
Fortezza impara, onde te pure alcuno
Benedica di quei che un dì vivranno”.
“Nestore, degli Achei gloria immortale”,
Telemaco riprese, “ei vendicossi,
E al cielo i Greci innalzeranlo, e il nome
Nel canto se n'udrà. Perché in me ancora
Non infuser gli dèi tanto di lena,
Che dell'onte de' proci e delle trame
Potessi a pieno ristorarmi anch'io?
Ma non a me, non ad Ulisse e al figlio
Tanta felicità dagl'immortali
Fu destinata, e tollerar m'è forza”.
“Poiché tai mali”, ripigliò Nestorre
“Mi riduci alla mente, odo la casa
Molti occuparti a forza, e insidïarti,
Vagheggiatori della madre. Dimmi:
Volontario piegasti al giogo il collo?
O in odio, colpa d'un oracol forse,
I cittadini t'hanno? Ad ogni modo,
Chi sa che il padre ne' suoi tetti un giorno
Non si ricatti, o solo, o con gli Achivi
Tutti al suo fianco, di cotanti oltraggi?
Se te così Pallade amasse come
A Troia, duol de' Greci, amava Ulisse
(Sì palese favor d'un nume, quale
Di Pallade per lui, mai non si vide)
Se ugual di te cura prendesse, ai proci
Della mente uscirìan le belle nozze”.
E d'Ulisse il figliuol: “Tanto io non penso
Che s'adempia giammai. Troppo dicesti,
Buon vecchio, ed io ne maraviglio forte:
Ché ciò bramar, non conseguir mi lice,
Non, se agli stessi dèi ciò fosse in grado”.
“Qual ti sentii volar fuori de' denti,
Telemaco, parola? allor soggiunse
La dea che lumi cilestrini gira.
“Facile a un dio, sempre che il voglia, uom vivo
Ripatrïar dai più remoti lidi.
Io per me del ritorno anzi torrei
Scorgere il dì dopo infiniti guai,
Che rieder prima, e nel suo proprio albergo
Cader, come d'Egisto, e dell'infida
Moglie per frode il miserando Atride.
La morte sola, comun legge amara,
Gli stessi dèi né da un amato capo
Distornarla potrìan, quandunque sopra
Gli venga in sua stagion l'apportatrice
Di lunghi sonni disamabil parca”.
“E temo io ben”, Telemaco rispose,
“Che una morte crudel, non il ritorno,
Prefissa gli abbia, o Mentore, il destino.
Ma di questo non più: benché agli afflitti
Parlare a un tempo e lagrimar sia gioia.
Io voglio d'altro dimandar Nestorre,
Che vede assai più là d'ogni mortale,
E l'età terza, qual si dice, or regna,
Tal che mirare in lui sembrami un nume.
Figlio di Nèleo, il ver, mi narra. Come
Chiuse gli occhi Agamènnone, il cui regno
Stendeasi tanto? Menelao dov'era?
Qual morte al sommo Agamennòne ordìa
L'iniquo Egisto, che di vita uom tolse
Tanto miglior di sé? Non era dunque
Nell'Argo Acaica Menelao? Ma forse
Lontano errava tra straniere genti,
E quei la spada, imbaldanzito, strinse?”
Ed il Gerenio cavalier Nestorre:
“Figlio, quant'io dirò, per certo il tieni.
Tu feristi nel segno. Ah! se l'illustre
Menelao biondo, poiché apparve in Argo,
Nel palagio trovava Egisto in vita,
Non si spargea sul costui morto corpo
Un pugno scarso di cavata terra:
Fuor delle mura, sovra il nudo campo
Cani e augelli voravanlo, né un solo
Delle donne d'Acaia occhio il piangea.
Noi sotto Troia, travagliando in armi,
Passavam le giornate; ed ei, nel fondo
Della ricca di paschi Argo, tranquilla,
Con detti aspersi di dolce veleno
La moglie dell'Atride iva blandendo.
Rifugìa prima dall'indegno fatto
La vereconda Clitennestra, e retti
Pensier nutrìa, standole a fianco il vate,
Cui di casta serbargliela l'Atride
Molto ingiungea, quando per Troia sciolse.
Ma sorto il dì che cedere ad Egisto
La infelice dovea, quegli, menato
A un'isola deserta il vate in seno,
Colà de' feri volator pastura
Lasciallo, e strazio: e ne' suoi tetti addusse,
Non ripugnante, l'infedel regina.
E molte cosce del cornuto armento
Su l'are il folle ardea, sospendea molti
Di drappi d'oro sfavillanti doni,
Compiuta un'opra che di trarre a fine
Speranza ebbe assai men, che non vaghezza.
Già partiti di Troia, e d'amistade
Congiunti, battevam lo stesso mare
Menelao ed io: ma divenimmo al sacro
Promontorio d'Atene, al Sunio, appena,
Che il suo nocchier, che del corrente legno
Stava al governo, un'improvvisa uccise
Di Febo Apollo mansueta freccia,
L'Onetoride Fronte, uom senza pari
Co' marosi a combattere e co' venti.
L'Atride, benché in lui gran fretta fosse,
Si fermò al Sunio, ed il compagno pianse,
E d'esequie onorollo e di sepolcro.
Poi, rientrato in mare, e al capo eccelso
Giunto della Malèa, cammin felice
Non gli donò l'onniveggente Giove.
Venti stridenti e smisurati flutti,
Che ai monti non cedean, contro gli mosse,
E ne disgiunse i legni, e parte a Creta
Ne spinse, là 've albergano i Cidonî,
Alle correnti del Giardano in riva.
Liscia e pendente sovra il fosco mare
Di Gortina al confin, sorge una rupe,
Contro alla cui sinistra, e non da Festo
Molto lontana punta, Austro i gran flutti
Caccia; li frange un piccoletto sasso.
Là, percotendo, si fiaccaro i legni
Scampate l'alme a gran fatica, e sole
Cinque altre navi dall'azzurra prora,
Portò sovra l'Egitto il vento e l'onda.
Mentre con queste Menelao tra genti
D'altra favella s'aggirava, e forza
Vi raccogliea di vettovaglia e d'oro,
Tutti ebbe i suoi desir l'iniquo Egisto:
Agamennòne a tradimento spense,
Soggettossi gli Argivi, ed anni sette
Della ricca Micene il fren ritenne.
Ma l'ottavo anno ritornò d'Atene
Per sua sciagura il pari ai numi Oreste,
Che il perfido assassin del padre illustre
Spogliò di vita, e la funèbre cena
Agli Argivi imbandì, per l'odïosa
Madre non men, che per l'imbelle drudo.
Lo stesso giorno Menelao comparve,
Tanta ricchezza riportando seco,
Che del pondo gemean le stanche navi.
Figlio, non l'imitar, non vagar troppo,
Lasciando in preda le sostanze ai proci,
Che ciò tra lor che non avran consunto,
Partansi, e il vïaggiar ti torni danno.
Se non ch'io bramo, anzi t'esorto e stringo,
Che il re di Sparta trovi. Ei testé giunse,
Donde altri, che in quel mar furia di crudo
Vento cacciasse, perderia la speme
Di rieder più: mar così immenso e orrendo,
Che nel giro d'un anno augel nol varca.
Hai nave ed hai compagni. E se mai fosse
Più di tuo grado la terrestre via,
Cocchio io darotti e corridori, e i miei
Figli, che guideranti alla divina
Sparta, ove il biondo Menelao soggiorna.
Pregalo, e non temer che le parole
Re sì prudente di menzogna involva”.
Disse; e tramontò il Sole, e buio venne.
Qui la gran diva dal ceruleo sguardo
Si frappose così: Buon vecchio, tutto
Dicesti rettamente. Or via, le lingue
Taglinsi, e di licor s'empian le tazze.
Poscia, fatti a Nettuno e agli altri numi
I libamenti, si procuri ai corpi
Riposo e sonno, come il tempo chiede.
Già il sol s'ascose, e non s'addice al sacro
Troppo a lungo seder prandio solenne”.
Così Palla, né indarno. Acqua gli araldi
Dier subito alle man, di vino l'urne
Coronaro i donzelli, ed il recaro,
Con le tazze, augurando, a tutti in giro.
I convitati s'alzano, e le lingue
Gittan sul fuoco, e libano. Libato
Ch'ebbero, e a voglia lor tutti bevuto,
Palla e d'Ulisse il deiforme figlio
Ritirarsi voleano al cavo legno.
Ma Nestore fermolli, e con gentile
Corruccio: “Ah! Giove tolga, e gli altri”, disse,
“Non morituri dèi, ch'ire io vi lasci,
Qual tapino mortale, a cui la casa
Di vestimenti non abbonda e coltri,
Ove gli ospiti suoi, non ch'egli, avvolti
Mollemente s'addormino. Credete
Che a me vesti non sieno e coltri belle?
No; su palco di nave il figlio caro
Di cotant'uom non giacerà, me vivo,
E vivo un sol de' figli miei, che quanti
Verranno alle mie case ospiti accolga”.
“O vecchio amico”, replicò la diva
Cui sfavilla negli occhi azzurra luce,
“Motto da te non s'ode altro che saggio.
Telemaco, ubbidire io ti consiglio.
Che meglio puoi? Te dunque, o Nestor, siegua
E s'adagi in tua casa. Io vêr la nave
A confortar rivolgomi, e di tutto
Gli altri a informar: però ch'io tutti vinco
Que' giovani d'età, che non maggiori
Di Telemaco sono, e accompagnarlo
Voller per amistade. In sul naviglio
Mi stenderò: ma, ricomparsa l'alba,
Ai Caucòni magnanimi non lieve
Per ricevere andrò debito antico.
E tu questo garzon, che a te drizzossi,
Nel cocchio manda con un figlio, e al cocchio
De' corridori, che in tue stalle nutri,
I più ratti gli accoppia e più gagliardi”.
Qui fine al dir pose la dea, cui ride
Sotto le ciglia un azzurrino lume,
E si levò com'aquila, e svanìo.
Stupì chiunque v'era, ed anco il veglio,
Visto il portento, s'ammirava; e, preso
Telemaco per man, nomollo e disse:
“Ben conosc'ora che dappoco e imbelle,
Figliuol mio, non sarai, quando compagni
Così per tempo ti si fanno i numi.
Degli abitanti dell'Olimpie case
Chi altri esser porìa che la pugnace
Figlia di Giove, la Tritonia Palla,
Che l'egregio tuo padre in fra gli Achivi
Favorì ognor? Propizia, o gran regina,
Guardami, e a me co' figli e con la casta
Consorte gloria non vulgar concedi.
Giovenca io t'offrirò di larga fronte,
Che vide un anno solo, e al giogo ancora
Non sottopose la cervice indoma.
Questa per te cadrà con le vestite
Di lucid'oro giovinette corna”.
Tal supplicava, e l'udì Palla. Quindi
Generi e figli al suo reale ostello
Nestore precedea. Giunti, posaro
Su gli scanni per ordine e su i troni.
Il re canuto un prezïoso vino,
Che dalla scoverchiata urna la fida
Custode attinse nell'undecim'anno,
Lor mescea nella coppa, e alla possente
Figlia libava dell'Egìoco Giove,
Supplichevole orando. E gli altri ancora
Libaro, e a voglia lor bevvero. Al fine
Trasser, per chiuder gli occhi, ai tetti loro.
Ma nella sua magione il venerato
Nestore vuol che del divino Ulisse
La cara prole, in traforato letto
Sotto il sonante portico, s'addorma;
E accanto a lui Pisistrato, di gente
Capo, e il sol de' figliuoi che sin qui viva
Celibe vita. Ei del palagio eccelso
Si corcò nel più interno; e la reale
Consorte il letto preparògli e il sonno.
Tosto che del mattin la bella figlia
Con le dita rosate in cielo apparve,
Surse il buon vecchio, uscì del tetto, e innanzi
S'assise all'alte porte, in sui politi
Bianchi e d'unguento luccicanti marmi,
Su cui sedea par nel consiglio ai numi
Nelèo, che, vinto dal destin di morte,
Nelle case di Pluto era già sceso.
Nestore allora, guardïan de' Greci,
Lo scettro in man, sedeavi. I figli, usciti
Di loro stanza maritale anch'essi,
Frequenti al vecchio si stringeano intorno,
Echefróne, Persèo, Strazio ed Areto,
E il nobil Trasimede, a cui s'aggiunse
Sesto l'eroe Pisistrato. Menaro
D'Ulisse il figlio deïforme, e al fianco
Collocârlo del padre, che le labbra
In queste voci aprì: “Figli diletti,
Senza dimora il voler mio fornite.
Prima tra i numi l'Atenèa Minerva
Non degg'io venerar, che nel solenne
Banchetto sacro manifesta io vidi?
Un di voi dunque ai verdi paschi vada,
Perché tirata dal bifolco giunga
Ratto la vaccherella. Un altro mova
Dell'ospite alla nave e, salvo due,
Tutti i compagni mi conduca. E un terzo
Laerce chiami, l'ingegnoso mastro,
Della giovenca ad inaurar le corna.
Gli altri tre qui rimangano, e all'ancelle
Faccian le mense apparecchiar, sedili
Apportar nel palagio, e tronca selva,
E una pura dal fonte acqua d'argento”.
Non indarno ei parlò. Venne dal campo
La giovinetta fera, e dalla nave
Dell'ospite i compagni; il fabbro venne
Tutti recando gli strumenti e l'armi,
L'incude, il buon martello e le tanaglie
Ben fabbricate, con che l'ôr domava:
Né ai sacrifici suoi mancò la diva.
Nestore diè il metallo; e il fabbro, come
Domato l'ebbe, ne vestì le corna
Della giovenca, acciocché Palla, visto
Quel fulgor biondo, ne gioisse in core.
Per le corna la vittima Echefróne
Guidava, e Strazio: dalle stanze Arèto
Purissim'onda in un bacile, a vaghi
Fiori intagliato, d'una man portava,
Orzo dell'altra in bel canestro e sale;
Il bellicoso Trasimede in pugno
Stringea l'acuta scure, che sul capo
Scenderà della vittima; ed il vaso,
Che il sangue raccorrà, Perseo tenea.
Ma de' cavalli il domator, l'antico
Nestore, il rito cominciò: le mani
S'asterse, sparse il salat'orzo, e a Palla
Pregava molto, nell'ardente fiamma
Le primizie gittando, i peli svelti
Dalla vergine fronte. Alla giovenca
S'accostò il forte Trasimede allora
E con la scure acuta, onde colpilla,
Del collo i nervi le recise, e tutto
Svigorì il corpo: supplicanti grida
Figliuole alzaro, e nuore e la pudica
Di Nestor donna Euridice, che prima
Di Climèn tra le figlie al mondo nacque;
Poi la buessa, che giacea, di terra
Sollevâr nella testa, e in quel che lei
Reggean così, Pisistrato scannolla.
Sgorgato il sangue nereggiante e scorso,
E abbandonate dallo spirto l'ossa,
La divisero in fretta: ne tagliaro
Le intere cosce, qual comanda il rito,
Di doppio le covriro adipe, e i crudi
Brani vi adattâr sopra. Ardeale il veglio
Su gli scheggiati rami, e le spruzzava
Di rosso vin, mentre abili donzelli
Spiedi tenean di cinque punte in mano.
Arse le cosce e i visceri gustati,
Minuti pezzi fer dell'altro corpo,
Che rivolgeano ed arrostìano infissi
Negli acuti schidoni. Policasta,
La minor figlia di Nestorre, intanto
Telemaco lavò, di bionda l'unse
Liquida oliva, e gli vestì una fina
Tunica e un ricco manto; ed egli emerse
Fuor del tepido bagno, agl'Immortali
Simile in volto, e a Nestorre avviossi,
Pastor di genti, e gli s'assise al fianco.
Abbrostite le carni ed imbandite,
Sedeansi a banchettar: donzelli esperti
Sorgeano, e pronti di vermiglio vino
Ricolmavan le ciotole dell'oro.
Ma poiché spenti i naturali fûro
Della fame desiri e della sete,
Parlò in tal guisa il cavalier Nestorre:
“Miei figli, per Telemaco, su via,
I corridori dal leggiadro crine
Giungete sotto il cocchio”. Immantinente
Quelli ubbidiro, e i corridor veloci
Giunser di fretta sotto il cocchio, in cui
Candido pane e vin purpureo e dapi,
Quai costumano i re, di Giove alunni,
La veneranda dispensiera pose.
Telemaco salì, salì l'ornata
Biga con lui Pisistrato, di gente
Capo, e accanto assettossigli; e, le briglie
Nella man tolte, con la sferza al corso
I cavalli eccitò, che alla campagna
Si gittâr lieti: de' garzoni agli occhi
Di Pilo s'abbassavano le torri.
Squassavano i destrier tutto quel giorno
Concordi il giogo ch'era lor sul collo.
Tramontò il Sole, ed imbrunìan le strade:
E i due giovani a Fera, e alla magione
Di Diocle arrivàr, del prode figlio
Di Orsìloco d'Alfèo, dove riposi
Ebber tranquilli ed ospitali doni.
Ma come del mattin la bella figlia
Comparve in ciel con le rosate dita,
Aggiogaro i cavalli, e la fregiata
Biga salîro, e del vestibol fuori
La spinsero, e del portico sonante.
Scosse la sferza il Nestorìde, e quelli
Lietamente volaro. I pingui campi,
Di ricca messe biondeggianti, indietro
Fuggìan l'un dopo l'altro; e sì veloci
Gli allenati destrier movean le gambe,
Che l'Itacense e il Pilïese al fine
Del vïaggio pervennero, che d'ombra,
Il sol caduto, si coprìa la terra.
LIBRO QUARTO
Giunsero all'ampia, che tra i monti giace,
Nobile Sparta, e le regali case
Del glorïoso Menelao trovaro.
Questi del figlio e della figlia insieme
Festeggiava quel dì le doppie nozze,
E molti amici banchettava. L'una
Spedìa d'Achille al bellicoso figlio,
Cui promessa l'avea sott'Ilio un giorno,
Ed or compieano il maritaggio i numi:
Quindi cavalli e cocchi alla famosa
Cittade de' Mirmìdoni condurla
Doveano, e a Pirro che su lor regnava.
E alla figlia d'Alettore Spartano
L'altro, il gagliardo Megapente, unia,
Che d'una schiava sua tardi gli nacque:
Poiché ad Elèna gl'immortali dèi
Prole non concedean dopo la sola
D'amor degna Ermione, a cui dell'aurea
Venere la beltà splendea nel volto.
Così per l'alto spazïoso albergo
Rallegravansi, assisi a lauta mensa,
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava,
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo
Contempravano al canto i dotti salti.
Nell'atrio intanto s'arrestaro i figli
Di Nestore e d'Ulisse. Eteonèo,
Un vigil servo del secondo Atride,
Primo adocchiolli, e con l'annunzio corse
De' popoli al pastore, ed all'orecchio
Gli sussurrò così: “Due forestieri
Nell'atrio, o Menelao, di Giove alunno,
Coppia d'eroi, che del Saturnio prole
Sembrano in vista. Or di': sciorre i cavalli
Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse
Mandar de' Greci, che gli accolga e onori?”
D'ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo
Menelao gli rispose: “O di Boète
Figliuolo, Eteonèo, tu non sentivi
Già dello scemo negli andati tempi,
E or sembri a me bamboleggiar co' detti.
Non ti sovvien quante ospitali mense
Spogliammo di vivande, anzi che posa
Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove
Privilegiar dopo cotante pene
La nostra ultima età? Sciogli i cavalli,
E al mio convito i forestier conduci”.
Ratto fuor della stanza Eteonèo
Lanciossi; e tutti a sé gli altri chiamava
Fidi conservi. Distaccaro i forti
Di sotto il giogo corridor sudanti,
E al presepe gli avvinsero, spargendo
Vena soave di bianc'orzo mista,
E alla parete lucida il vergato
Cocchio appoggiâro. Indi per l'ampie stanze
Guidaro i novelli ospiti, che in giro
D'inusitata maraviglia carche
Le pupille movean: però che grande
Gettava luce, qual di Sole o Luna,
Del glorïoso Menelao la reggia.
Del piacer sazî, che per gli occhi entrava,
Nelle terse calâr tepide conche;
E come fur dalle pudiche ancelle
Lavati, di biond'olio unti e di molli
Tuniche cinti e di vellosi manti,
Si collocaro appo l'Atride. Quivi
Solerte ancella da bell'auro vaso
Nell'argenteo bacile un'onda pura
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne ad impor bianchissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E d'ogni sorta carni in larghi piatti
Recò l'abile scalco, e tazze d'oro.
Il re, stringendo ad ambidue la mano:
“Pasteggiate”, lor disse, “ed alla gioia
Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo.
De' vostri padri non s'estinse il nome,
E da scettrati re voi discendete.
Piante cotali di radice vile,
Sia loco al vero, germogliar non ponno”.
Detto così, l'abbrustolato tergo
Di pingue bue, che ad onor grande innanzi
Messo gli avean, d'in su la mensa tolse,
E innanzi il mise agli ospiti, che pronte
Steser le mani all'imbandita fera.
Ma de' cibi il desir pago e de' vini,
Telemaco, piegando in vêr l'amico,
Sì che altri udirlo non potesse, il capo,
Tale a lui favellò: “Mira, o diletto
Dell'alma mia, figlio di Nestor, come
Di rame, argento, avorio, elettro ed oro
L'echeggiante magion risplende intorno!
Sì fatta, io credo, è dell'Olimpio Giove
L'aula di dentro. Oh gl'infiniti oggetti!
Io maraviglio più, quanto più guardo”.
L'intese il re di Sparta, e ad ambo disse:
“Figliuoli miei, chi gareggiar mai puote
De' mortali con Giove? Il suo palagio,
Ciò ch'ei dentro vi serba, eterno è tutto.
Quanto all'umana stirpe, altri mi vinca
Di beni, o ceda; io so che, molti affanni
Durati e molto navigato mare,
Queste ricchezze l'ottavo anno addussi.
Cipro, vagando, e la Fenicia io vidi,
E ai Sidonî, agli Egizî e agli Etïòpi
Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle
Figlian tre volte nel girar d'un anno,
E spuntan ratto a gli agnellin le corna;
Né signore o pastor giammai difetto
Di carne pate, o di rappreso latte,
Ridondando di latte ognora i vasi.
Mentr'io vagava qua e là, tesori
Raccogliendo, il fratello altri m'uccise
Di furto, all'improvvista, e per inganno
Della consorte maladetta: quindi
Non lieto io vivo a questi beni in grembo.
Voi, quai sieno, ed ovunque, i padri vostri,
Tanto dalla lor bocca udir doveste.
Che non soffersi? Ruinai dal fondo
Casa di ricchi arredi e d'agi colma;
Onde piacesse ai dèi che sol rimasta
Mi fosse in man delle tre parti l'una,
E spirasser le vive aure que' prodi
Che, lungi dalla verde Argo ferace,
Ne' lati campi d'Ilïòn perîro!
Tutti io li piango, e li sospiro tutti,
Standomi spesso ne' miei tetti assiso,
E or mi pasco di cure, or nuovamente
Piglio conforto; che non puote a lungo
Viver l'uom di tristezza, e al fin molesto
Torna quel pianto che fu in pria sì dolce.
Pure io di tutti in un così non m'ango,
E m'ango assai, come d'un sol che ingrato
Mi rende, ove a lui penso, il cibo e il sonno:
Poiché Greco nessuno in tutta l'oste
O il bene oprando, o sostenendo il male,
Pareggiò Ulisse. Ma dispose il fato
Ch'ei tormentasse d'ogni tempo, e ch'io
Mesti per sua cagion traessi i giorni,
Io, che nol veggio da tanti anni, e ignoro
Se viva, o morto giaccia. Il piange intanto
Laerte d'età pieno, e la prudente
Penelope e Telemaco, che il padre
Lasciò lattante ne' suoi dolci alberghi”.
Disse; e di pianto subitana voglia
Risvegliossi in Telemaco, che a terra
Mandò lagrime giù dalle palpèbre,
Del padre udendo, ed il purpureo manto
Con le mani s'alzò dinanzi al volto.
Menelao ben comprese; e se a lui stesso
Lasciar nomare il padre, o interrogarlo
Dovesse pria, né serbar nulla in petto,
Sì e no tenzonavangli nel capo.
Mentre cosi fra due stava l'Atride,
Elena dall'eccelsa e profumata
Sua stanza venne con le fide ancelle,
Che Diana parea dall'arco d'oro.
Bel seggio Adrasta avvicinolle, Alcippe
Tappeto in man di molle lana, e Filo
Panier recava di forbito argento,
Don già d'Alcandra, della moglie illustre
Del fortunato Pòlibo, che i giorni
Nella ricca menava Egizia Tebe.
A Menelao due conche argentee, due
Trìpodi e dieci aurei talenti ei diede.
Ma la consorte ornar d'eletti doni
Elena volle a parte: una leggiadra
Conocchia d'ôr le porse, ed il paniere
Ritondo sotto, e di forbito argento,
Se non quanto le labbra oro guernìa.
Questo ricolmo di sudato stame
L'ancella Filo le recava, e sopra
Vi riposava la conocchia, a cui
Fini si ravvolgean purpurei velli.
Ella raccolta nel suo seggio, e posti
Sul polito sgabello i molli piedi,
Con questi accenti a Menelao si volse:
“Sappiam noi, Menelao di Giove alunno,
Chi siano i due che ai nostri tetti entraro?
Parlar m'è forza, il vero o il falso io dica:
Però ch'io mai non vidi, e grande tiemmi
Nel veder maraviglia, uomo né donna
Così altrui somigliar, come d'Ulisse
somigliar dee questo garzone al figlio,
Ch'era bambino ancor, quando per colpa
Ahi! di me svergognata, o Greci, a Troia
Giste, accendendo una sì orrenda guerra”.
Tosto l'Atride dalla bionda chioma:
“Ciò che a te, donna, a me pur sembra. Quelle
Son d'Ulisse le mani, i piè son quelli,
E il lanciar degli sguardi, e il capo e il crine.
Io, l'Itacese rammentando, i molti
Dicea disagi ch'ei per me sostenne;
E il giovane piovea lagrime amare
Giù per le guance, e col purpureo manto,
Che alzò ad ambe le man, gli occhi celava”.
E Pisistrato allor: “Nato d'Atrèo,
Di Giove alunno, condottier d'armati,
Eccoti appunto di quel grande il figlio.
Ma verecondo per natura, e giunto
Novellamente, gli parrebbe indegno
Te delle voci tue fermar nel corso,
Te, di cui, qual d'un dio, ci beano i detti.
Nestore, il vecchio genitor, compagno
Mi fece a lui, che rimirarti in faccia
Bramava forte, onde poter dell'opra
Giovarsi, o almen del tuo consiglio. Tutti
Que' guai che un figliuol soffre, a cui lontano
Dimora il padre, né d'altronde giunge
Sussidio alcun, Telemaco li prova.
Il genitor gli falla, e non gli resta
Chi dal suo fianco la sciagura scacci”.
“Numi!” riprese il re dai biondi crini,
“Tra le mie stesse mura il figlio adunque
D'uomo io veggio amicissimo, che sempre
Per me s'espose ad ogni rischio? Ulisse
Ricettare io pensava entro i miei regni,
Io carezzarlo sovra tutti i Greci,
Se ad ambo ritornar su i cavi legni
L'Olimpio dava onniveggente Giove.
Una io cedere a lui delle vicine
Volea cittade Argive, ov'io comando,
E lui chiamar, che dai nativi sassi
D'Itaca in quella mia, ch'io prima avrei
D'uomini vôta e di novelli ornata
Muri e palagi, ad abitar venisse
Col figlio, le sostanze e il popol tutto.
Così, vivendo sotto un cielo, e spesso
L'un l'altro visitando, avremmo i dolci
Frutti raccolti d'amistà sì fida,
Né l'un dall'altro si sarìa disgiunto
Che steso non si fosse il negro velo
Di morte sovra noi. Ma un tanto bene
Giove c'invidïò, cui del ritorno
Piacque fraudar quell'infelice solo”.
Sorse in ciascuno a tai parole un vivo
Di lagrime desïo. Piangea la figlia
Di Giove, l'Argiva Elena, piangea
D'Ulisse il figlio ed il secondo Atride,
Né asciutte avea Pisistrato le guance,
Che il fratello incolpabile, cui morte
Diè dell'Aurora la famosa prole,
Tra sé membrava, e che tai detti sciolse:
“Atride, il vecchio Nestore mio padre
Te di prudenza singolar lodava,
Sempre che in mezzo al ragionare alterno
Il tuo nome venìa. Fa', se di tanto
Pregarti io posso, oggi a mio senno. Poco
Me dilettan le lagrime tra i nappi.
Ma del mattin la figlia il nuovo giorno
Ricondurrà; né mi fia grave allora
Pianger chïunque al suo destin soggiacque;
Ché solo un tale onore agl'infelici
Defunti avanza, che altri il crin si tronchi,
E alle lagrime giuste allarghi il freno.
Anco a me tolse la rea Parca un frate,
Che l'ultimo non fu dell'oste Greca.
Tu il sai, che il conoscesti. Io né vederlo
Potei, né a lui parlar: ma udii che Antiloco
Su tutti si mostrò gli emuli suoi
Veloce al corso, e di sua man gagliardo.
E Menelao dai capei biondi: Amico,
L'uom più assennato e in più matura etade,
Che non è questa tua, né pensamenti
Diversi avrìa, né detti; e ben si pare
Agli uni e agli altri da chi tu nascesti.
Ratto la prole d'un eroe si scorge,
Cui del natale al giorno, e delle nozze
Destinò Giove un fortunato corso,
Come al Nelìde, che invecchiare ottenne
Nel suo palagio mollemente, e saggi
Figli mirar, non che dell'asta dotti.
Dunque, sbandito dalle ciglia il pianto,
Si ripensi alla cena, e un'altra volta
La pura su le mani onda si sparga.
Sermoni alterni anche al novello sole
Fra Telemaco e me correr potranno”.
Disse; ed Asfalïone, un servo attento,
Spargea su le man l'onda, e i convitati
Nuovamente cibavansi. Ma in altro
Pensiero allora Elena entrò. Nel dolce
Vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto e all'ira, e che l'obblìo
Seco inducea d'ogni travaglio e cura.
Chïunque misto col vermiglio umore
Nel seno il ricevé, tutto quel giorno
Lagrime non gli scorrono dal volto,
Non, se la madre o il genitor perduto,
Non, se visto con gli occhi a sé davante
Figlio avesse o fratel di spada ucciso.
Cotai la figlia dell'Olimpio Giove
Farmachi insigni possedea, che in dono
Ebbe da Polidamna, dalla moglie
Di Tone nell'Egitto, ove possenti
Succhi diversi la feconda terra
Produce, quai salubri e quai mortali;
Ed ove, più che i medicanti altrove,
Tutti san del guarir l'arte divina,
Siccome gente da Peòn discesa.
Il nepente già infuso, e a' servi imposto
Versar dall'urne nelle tazze il vino,
Ella così parlò: “Figlio d'Atrèo,
E voi, d'eroi progenie, i beni e i mali
Manda dall'alto alternamente a ognuno
L'onnipossente Giove. Or pasteggiate
Nella magione assisi, e de' sermoni
Piacer prendete in pasteggiando, mentre
Cose io racconto, che saranno a tempo.
Non già ch'io tutte le fatiche illustri
Ricordar sol del pazïente Ulisse
Possa, non che narrarle: una io ne scelgo,
Che a Troia, onde gran duol venne agli Argivi,
L'uom forte imprese e a fin condusse. Il corpo
Di sconce piaghe afflisse, in rozzi panni
S'avvolse, e penetrò nella nemica
Cittade, occulto e di mendìco e schiavo
Le sembianze portando, ei che de' Greci
Sì diverso apparìa lungo le navi.
Tal si gittò nella Troiana terra,
Né conoscealo alcuno. Io fui la sola
Che il ravvisai sotto l'estranie forme,
E tentando l'andava; ed ei pur sempre
Da me schermìasi con l'usato ingegno.
Ma come asperso d'onda, unto d'oliva
L'ebbi, e di veste cinto, ed affidato
Con giuramento, che ai Troiani primo
Non manifesterei, che alle veloci
Navi non fosse, ed alle tende giunto,
Tutta ei m'aperse degli Achei la mente.
Quindi, passati con acuta spada
Molti petti nemici, all'oste Argiva
Col vanto si rendé d'alta scaltrezza.
Stridi mettean le donne Iliache ed urli:
Ma io gioìa tra me; ché gli occhi a Sparta
Già rivolgeansi e il core, e da me il fallo
Si piagneva, in cui Venere mi spinse,
Quando staccommi dalla mia contrada,
Dalla dolce figliuola, e dal pudìco
Talamo e da un consorte, a cui, saggezza
Si domandi o beltà, nulla mancava.
“Tutto”, l'Atride dalla cròcea chioma,
“Dicesti, o donna, giustamente. Io terra
Molta trascorsi, e penetrai col guardo
Di molti eroi nel sen: ma pari a quella
Del pazïente Ulisse alma io non vidi.
Quel che oprò, basti, e che sostenne in grembo
Del cavallo intagliato, ove sedea,
Strage portando ad Ilio, il fior de' Greci.
Sospinta, io credo, da un avverso nume,
Cui la gloria de' Teucri a core stava,
Là tu giungesti, e uguale a un dio nel volto
Su l'orme tue Deïfobo venìa.
Ben tre fiate al cavo agguato intorno
T'aggirasti; e il palpavi, e a nome i primi
Chiamavi degli Achei, contraffacendo
Delle lor donne le diverse voci.
Nel mezzo assisi io, Diomede e Ulisse
Chiamar ci udimmo; e il buon Tidìde ed io
Ci alzammo, e di scoppiar fuor del cavallo,
O dar risposta dal profondo ventre,
Ambo presti eravam: ma nol permise,
E, benché ardenti, ci contenne Ulisse.
Taceasi ogni altro, fuorché il solo Anticlo,
Che risponder voleati, e Ulisse tosto
La bocca gli calcò con le robuste
Mani inchiodate, né cessò, che altrove
Te rimenato non avesse Palla.
Sì di tutta la Grecia ei fu salute”.
“E ciò la doglia, o Menelao, m'accresce”,
Ripigliava il garzone. “A che gli valse
Tanta virtù se non potea da morte
Difenderlo, non che altro, un cor di ferro?
Ma deh! piacciavi omai che ritroviamo
Dove posarci, acciò su noi del sonno
La dolcezza ineffabile discenda”.
Sì disse; e l'Argiva Elena all'ancelle
I letti apparecchiar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri,
E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre, ingiunse.
Quelle, tenendo in man lucide faci,
Usciro, e i letti apparecchiaro: innanzi
Movea l'araldo, e gli ospiti guidava.
Così nell'atrio s'adagiaro entrambi:
Nel più interno corcavasi l'Atride,
E la divina tra le donne Elèna
Il sinuoso peplo, ond'era cinta,
Depose, e giacque del consorte a lato.
Ma come del mattin la bella figlia
Rabbellì il ciel con le rosate dita,
Menelao sorse, rivestissi, appese
Per lo pendaglio all'omero la spada,
E i bei calzar sotto i piè molli avvinse:
Poi, somigliante nell'aspetto a un nume,
Lasciò la stanza rapido, e s'assise
Di Telemaco al fianco; e: “Qual”, gli disse,
“Cagione a Sparta, su l'immenso tergo
Del negro mar, Telemaco, t'addusse?
Pubblico affare, o tuo? Schietto favella”.
E in risposta il garzon: “Nato d'Atrèo,
Per risaper del genitore io venni.
In dileguo ne van tutti i miei beni,
Colpa una gente nequitosa e audace,
Che gli armenti divorami e le gregge,
E ingombra sempre il mio palagio, e anela
Della madre alle nozze. Io quindi abbraccio
Le tue ginocchia, e da te udir m'aspetto,
O visto, o su le labbra inteso l'abbi
D'un qualche vïandante, il triste fine
Del padre mio, che sventurato assai
Della sua genitrice uscì dal grembo.
Né timore o pietà così t'assalga,
Che del ver parte ti rimanga in core.
Venne mai dal mio padre in opra o in detto,
Bene o comodo a te, là ne' Troiani
Campi del sangue della Grecia tinti?
Ecco di rimembrarlo, Atride, il tempo”.
Trasse il Monarca, dai capei di croco,
Un profondo sospiro, e: “Ohimè”, rispose,
“Volean d'un eroe dunque uomini imbelli
Giacer nel letto? Qual se incauta cerva
I cerbiatti suoi teneri e lattanti
Deposti in tana di leon feroce,
Cerca, pascendo, i gioghi erti e l'erbose
Valli profonde; e quel feroce intanto
Riede alla sua caverna, e morte ai figli
Porta, e alla madre ancor: non altrimenti
Porterà morte ai concorrenti Ulisse.
E oh piacesse a Giove, a Febo e a Palla,
Che qual si levò un dì contra il superbo
Filomelìde nella forte Lesbo,
E tra le lodi degli Achivi a terra
Con mano invitta, lotteggiando, il pose,
Tal costoro affrontasse! Amare nozze
Foran le loro, e la lor vita un punto.
Quanto a ciò che mi chiedi, io tutte intendo
Schiettamente narrarti, e senza inganno,
Le arcane cose ch'io da Proteo appresi,
Dal marino vecchion, che mai non mente.
Me, che alla patria ritornar bramava,
Presso l'Egitto ritenean gli dèi,
Perché onorati io non gli avea di sacre
Ecatombi legittime; ché sempre
L'oblio de' lor precetti i numi offese.
Giace contra l'Egitto e all'onde in mezzo
Un'isoletta che s'appella Faro,
Tanto lontana, quanto correr puote,
Per un intero dì concavo legno,
Cui stridulo da poppa il vento spiri.
Porto acconcio vi s'apre, onde il nocchiero,
Poscia che l'acqua non salata attinse,
Facilmente nel mar vara la nave.
Là venti dì mi ritenean gli dèi:
Né delle navi i condottieri amici
Comparver mai su per l'azzurro piano,
Le immobili acque ad increspar col fiato.
E già con le vivande anco gli spirti
Per fermo ci fallìan, se una dea, fatta
Di me pietosa, non m'aprìa lo scampo.
Idotèa, del marin vecchio la figlia,
Cui fieramente in sen l'alma io commossi,
Occorse a me, che solitario errava,
Mentre i compagni dalla fame stretti
Giravan l'isoletta, ed i ricurvi
Ami gettavan qua e là nell'onde.
"Forestier", disse, come fu vicina,
"Sei tu del senno e del giudicio in bando,
O degli affanni tuoi prendi diletto,
Che così, a un ozio volontario in preda,
Nell'isola t'indugi, e via non trovi
D'uscirne mai? Langue frattanto il core
De' tuoi compagni, e si consuma indarno".
"O qual tu sii delle immortali Dive,
Credi", io le rispondea, "che da me venga
Così lungo indugiar? Vien dai beati,
Del vasto cielo abitatori eterni,
Ch'io temo aver non leggiermente offesi.
Deh, poiché nulla si nasconde ai numi,
Dimmi, qual è di lor che qui m'arresta,
E il mar pescoso mi rinserra intorno".
E repente la dea: "Forestier, nulla
Celarti io ti prometto. Il non bugiardo
Soggiorna in queste parti Egizio veglio,
L'immortal PrOteo, mio creduto padre,
Che i fondi tutti del gran mar conosce,
E obbedisce a Nettuno. Ei del vIaggio
Ti mostrerà le strade, e del ritorno,
Dove, stando in agguato, insignorirti
Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami,
Saprai da lui, che di felice o avverso
Nella casa t'entrò, finché lontano
Per vie ne andavi perigliose e lunghe".
"Ma tu gli agguati", io replicai, "m'insegna,
Ond'io così improvviso a Proteo arrivi,
Ch'ei non mi sfugga dalle mani. Un nume
Difficilmente da un mortal si doma".
"Questo avrai pur da me", la dea riprese.
Come salito a mezzo cielo è il sole,
S'alza il vecchio divin dal cupo fondo,
E uscito dalla bruna onda, che il vento
Occidentale increspagli sul capo,
S'adagia entro i suoi cavi antri, e s'addorme
E spesse a lui dormon le foche intorno,
Deforme razza di Alosidna bella,
Già pria dell'onda uscite, e il grave odore
Lunge spiranti del profondo mare.
Io te là guiderò, te acconciamente
Collocherò, ratto che il dì s'inalbi:
Ma di quanti compagni appo la nave
Ti sono, eleggi i tre che più tu lodi.
Ecco le usanze del vegliardo, e l'arti:
Pria noverar le foche a cinque a cinque,
Visitandole tutte; indi nel mezzo
Corcarsi anch'ei, quasi pastor tra il gregge.
Vistogli appena nelle ciglia il sonno,
Ricordatevi allor sol della forza,
E lui, che molto si dibatte e tenta
Guizzarvi delle man, fermo tenete.
Ei d'ogni belva che la terra pasce,
Vestirà le sembianze, e in acqua e in foco
Si cangerà di portentoso ardore;
E voi gli fate delle braccia nodi
Sempre più indissolubili e tenaci.
Ma quando interrogarti al fin l'udrai,
Tal mostrandosi a te, quale sdraiossi,
Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio
Sciogli, e sappi da lui chi è tra i numi,
Che ti contende la natìa contrada".
Disse, e nelle fiottanti onde s'immerse.
Io, combattuto da pensier diversi,
Colà n'andai, dove giacean del mare
Su la sabbia le navi, a cui da presso
La cena in fretta s'apprestò. Sorvenne
La prezïosa notte, e noi sul lido
Ci addormentammo al mormorìo dell'acque.
Ma poiché del mattin la bella figlia
Consperse il ciel d'orïentali rose,
Lungo il lido io movea, molto ai celesti
Pregando, e i tre, nel cui valor per tutte
Le men facili imprese io più fidava,
Conducea meco. La deessa intanto
Dal seno ampio del mare, in ch'era entrata,
Quattro pelli recò, del corpo tratte
Novellamente di altrettante foche;
E tramava con esse inganno al padre.
Scavò quattro covili entro l'arena:
Quindi s'assise e ci attendea. Noi presso
Ci femmo a lei, che subito levossi,
E noi dispose ne' scavati letti,
E i cuoi recenti ne addossò. Moleste
Le insidie ivi tornavano; ché troppo
Noiava delle foche in mar nutrite
L'orrendo puzzo. E chi a marina belva
Può giacersi vicin? Se non che al nostro
Stato provvide la cortese diva,
Che ambrosia, onde spirava alma fragranza,
Venneci a por sotto le afflitte nari,
Cui del mar più non giunse il grave odore.
Tutto il mattino aspettavam con alma
Forte e costante. Le deformi foche
Dell'onde usciro in frotta, e a mano a mano
Tutte si distendevano sul lido.
Uscìo sul mezzogiorno il gran vegliardo
E trovò foche corpulente e grasse,
Che attento annoverò. Contò noi prima,
Né di frode parea nutrir sospetto.
Ciò fatto, ei pur nella sua grotta giacque.
Ci avventammo con grida, e le robuste
Braccia al vecchio divin gittammo intorno,
Che l'arti sue non obliò in quel punto.
Leone apparve di gran giubba, e in drago
Voltossi, ed in pantera, e in verro enorme,
E corse in onda liquida, e in sublime
Pianta chiomata verdeggiò. Ma noi
Il tenevam fermo più sempre. Allora
L'astuto veglio, che nel petto stanco
Troppo sentiasi omai stringer lo spirto,
Con queste voci interrogommi: "Atride,
Qual fu de' numi che d'insidiarmi
Ti diè il consiglio, e di pigliarmi a forza?
Di che mestieri hai tu? "Proteo", io risposi,
"Tu il sai. Perché il dimandi, e ancor t'infingi?
Sai che gran tempo l'isoletta tiemmi,
Che scampo quinci io non ritrovo, e sento
Distruggermisi il core. Ah! dimmi, quando
Nulla celasi ai dèi, chi degli Eterni
M'inceppa e mi rinchiude il mare intorno".
"Non dovevi salpar", riprese il dio,
"Che onorato pria Giove e gli altri numi
Di sagrifici non avessi opimi,
Se in breve al natìo suol giungere ardevi.
Or la tua patria, degli amici il volto,
E la magion ben fabbricata il fato
Riveder non ti dà, dove tu prima
Del fiume Egitto, che da Giove scende,
Non risaluti la corrente, e porgi
Ecatombe perfette ai dii beati,
Che il bramato da te mar t'apriranno".
A tai parole mi s'infranse il core,
Udendo che d'Egitto in su le rive
Ricondurmi io dovea per gli atri flutti,
Lunga e difficil via. Pur dissi: "Vecchio,
Ciò tutto io compierò. Ma or rispondi,
Ti priego, a questo, e schiettamente parla:
Salvi tornaro co' veloci legni
Tutti gli Achivi che lasciammo addietro,
Partendo d'Ilïòn, Nestore ed io?
O perì alcun d'inopinata morte
Nella sua nave, o ai cari amici in grembo,
Posate l'armi, per cui Troia cadde?"
"Atride", ei replicò, perché tal cosa
Mi cerchi tu? Quel ch'io nell'alma chiudo,
Saper non fa per te, cui senza pianto,
Tosto che a te palese il tutto fia,
Non rimarrà lunga stagione il ciglio.
Molti colpì l'inesorabil Parca,
E molti non toccò. Due soli duci
De' vestiti di rame Achei guerrieri
Moriro nel ritorno; e, ritenuto
Del vasto mar nel seno, un terzo vive;
Aiace ai legni suoi dai lunghi remi
Perì vicino. Dilivrato in prima
Dall'onde grosse, e su gli enormi assiso
Girèi macigni, a cui Nettun lo spinse,
Potea scampar, benché a Minerva in ira,
Se non gli uscìa di bocca un orgoglioso
Motto che assai gli nocque. Osò vantarsi
Che, in dispetto agli déi, vincer del mare
Le tempeste varrìa. Nettuno udillo
Borïante in tal guisa, e col tridente,
Che in man di botto si piantò, percosse
La Girèa pietra, e in due spezzolla: l'una
Colà restava, e l'altra, ove sedea
Della percossa travagliato il Duce,
Si rovesciò nel pelago, e il portava
Pel burrascoso mare, in cui, bevuta
Molta salsa onda, egli perdeo la vita.
Il tuo fratello, col favor di Giuno,
Morte sfuggì nella cavata nave.
Ma come avvicinossi all'arduo capo
Della Malèa, fiera tempesta il colse,
E tra profondi gemiti portollo
Sino al confin della campagna, dove
Tieste un giorno, e allora Egisto, il figlio
Di Tieste, abitava. E quinci ancora
Parea sicuro il ritornar; ché i numi
Voltàr subito il vento, e in porto entraro
Gli stanchi legni. Agamennòn di gioia
Colmo gittossi nella patria terra,
E toccò appena la sua dolce terra,
Che a baciarla chinossi, e per la guancia
Molte gli discorrean lagrime calde,
Perché la terra sua con gioia vide.
Ma il discoprì da una scoscesa cima
L'esplorator, che il fraudolento Egisto
Con promessa di due talenti d'oro
Piantato aveavi. Ei, che spïando stava
Dall'eccelsa veletta un anno intero
Non trapassasse ignoto, e forse a guerra
Intalentato il tuo fratello, corse
Con l'annunzio al signor, che un'empia frode
Repente ordì. Venti, e i più forti, elesse:
E in agguato li mise, e imbandir feo
Mensa festiva: indi a invitar con pompa
Di cavalli e di cocchi andò l'Atride,
Cose orrende pensando, e il ricondusse;
E, accolto a mensa, lo scannò qual toro,
Cui scende su la testa, innanzi al pieno
Presepe suo, l'inaspettata scure.
Non visse d'Agamènnone o d'Egisto
Solo un compagno, ma di tutti corse
Confuso e misto nel palagio il sangue".
E a me schiantossi il core a queste voci.
Pianto io versava, su l'arena steso,
Né più mirar del sol volea la luce.
Ma come di plorar, di voltolarmi
Sovra il nudo terren sazio gli parvi,
Tal seguitava il non mendace vecchio:
"Resta, o figlio d'Atrèo, dall'infinite
Lagrime per un mal che omai compenso
Non pate alcuno, e t'argomenta in vece,
Più veloce che puoi, riedere in Argo.
Troverai vivo ne' suoi tetti Egisto,
O l'avrà poco dianzi Oreste ucciso,
E tu al funèbre assisterai banchetto".
Disse, e di gioia un improvviso raggio
Nel mio cor balenava. "Io già d'Aiace",
Risposi, "e del fratello assai compresi.
Chi è quel terzo che il suo reo destino
Vivo nel sen del mare, o estinto forse
Ritiene? Io d'udir temo e bramo a un tempo".
E nuovamente il non bugiardo veglio:
"D'Itaca il re, che di Laerte nacque.
Costui dirotto dalle ciglia il pianto
Spargere io vidi in solitario scoglio,
Soggiorno di Calipso, inclita ninfa,
Che rimandarlo niega: ond'ei, cui solo
Non avanza un naviglio, e non compagni
Che il trasportin del mare su l'ampio dorso.
Star gli convien dalla sua patria in bando.
Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno,
Chiuder gli occhi non dèi nella nutrice
Di cavalli Argo; ché non vuole il fato.
Te nell'Elisio campo, ed ai confini
Manderan della terra i numi eterni,
Là 've risiede Radamanto, e scorre
Senza cura o pensiero all'uom la vita.
Neve non mai, non lungo verno o pioggia
Regna colà; ma di Favonio il dolce
Fiato, che sempre l'Oceàno invia,
Que' fortunati abitator rinfresca.
Perché ad Elena sposo, e a Giove stesso
Genero sei, tal sortirai ventura.
Tacque, e saltò nel mare, e il mar l'ascose.
Io, da vari pensier l'alma turbato,
Movea co' prodi amici in vêr le navi.
La cena s'apprestò. Cadde la notte,
Dell'uom ristoratrice, e noi del mare
Ci addormentammo sul tranquillo lido.
Ma del mattin la figlia ebbe consperso
Di rose orïentali appena il cielo,
Che nel divino mar varammo i legni,
D'uguali sponde armati, e con le vele
Gli alberi alzammo: entrâro, e sovra i banchi
I compagni sedettero, ed assisi
Co' remi percotean l'onde spumose
Del fiume Egitto, che da Giove scende.
Un'altra volta all'abborrita foce
Io fermai le mie navi, e giuste ai numi
Vittime offersi, e ne placai lo sdegno.
Eressi anco al german tomba, che vivo
In quelle parti ne serbasse il nome.
Dopo ciò, rimbarcàimi, e con un vento
Che mi ferìa dirittamente in poppa,
Pervenni, folgorando, ai porti miei.
Or, Telemaco, via, tanto ti piaccia
Rimaner, che l'undecima riluca
Nell'orïente, o la duodecim'alba.
Io ti prometto congedarti allora
Con doni eletti: tre destrieri e un vago
Cocchio, ed inoltre una leggiadra tazza
Da libare ai celesti, acciò non sorga
Giorno che il tuo pensiero a me non torni”.
Il prudente Telemaco rispose:
“Gran tempo qui non ritenermi, Atride.
Non che a me non giovasse un anno intero,
La patria e i miei quasi obblïando, teco
Queste case abitar, ché alla tua voce
L'alma di gioia ricercarmi io sento.
Ma già muoion di tedio i miei compagni
Nell'alta Pilo; e tu m'arresti troppo.
Qualsiasi il don di che mi vuoi far lieto,
Un picciol sia tuo prezïoso arnese.
Ad Itaca i destrieri addur non penso;
Penso lasciarli a te, bello de' tuoi
Regni ornamento: perocché signore
Tu sei d'ampie campagne, ove fiorisce
Loto e cipéro, ove frumenti e spelde,
Ove il bianc'orzo d'ogni parte alligna.
Ma non larghe carriere, e non aperti
Prati in Itaca vedi: è di caprette
Buona nutrice, e a me di ver più grata,
Che se cavalli nobili allevasse.
Nulla del nostro mare isola in verdi
Piani si stende, onde allevar destrieri;
E men dell'altre ancora Itaca mia”.
Sorrise il forte ne' conflitti Atride,
E la mano a Telemaco stringendo:
“Sei”, disse, “o figlio, di buon sangue, e a questa
Tua favella il dimostri. Ebbene, i doni
Ti cambierò: farlo poss'io. Di quanto
La mia reggia contien, ciò darti io voglio,
Che più mi sembra prezïoso e raro:
Grande urna effigïata, argento tutta,
Dai labbri in fuor, sovra cui l'oro splende,
Di Vulcano fattura. Io dall'egregio
Fèdimo, re di Sidone, un dì l'ebbi,
Quando il palagio suo me, che di Troia
Venìa, raccolse; e tu n'andrai con questa.
Così tra lor si ragionava. Intanto
Dell'Atride i ministri al suo palagio
Conducean pingui pecorelle, e vino
Di coraggio dator, mentre le loro
Consorti il capo di bei veli adorne
Candido pan recavano. In tal guisa
Si mettea qui l'alto convivio in punto.
Ma in altra parte, e alla magion davante
Del magnanimo Ulisse, i proci alteri
Dischi lanciavan per diletto, e dardi
Sul pavimento lavorato e terso,
Della baldanza lor solito campo.
Solo i due capi, che di forza e ardire
Tutti vinceano, il pari in volto ai numi
Eurimaco ed Antìnoo, erano assisi.
S'accostò loro, ed al secondo volse
Di Fronio il figlio, Noemòn, tai detti:
“Antinoo, il dì lice saper, che rieda
Telemaco da Pilo? Ei dipartissi,
Con la mia nave che or verrìami ad uopo,
Per tragittar nell'Elide, ove sei
Pasconmi e sei cavalle, ed altrettanti
Muli non domi, che lor dietro vanno,
E di cui, razza faticante, alcuno
Rimenar bramo e accostumarlo al giogo”.
Stupìano i prenci che ne' suoi poderi
De' montoni al custode, o a quel de' verri
Trapassato il credeano, e non al saggio
Figliuol di Neleo nell'eccelsa Pilo.
“Quando si dipartì?” rispose il figlio
D'Eupìte, Antinoo. “E chi seguillo? Scelti
Giovani forse d'Itaca, o gli stessi
Suoi mercenari e schiavi? E osava tanto?
Schietto favella. Saper voglio ancora,
Se a mal cuor ti lasciasti il legno tôrre,
O a lui, che tel chiedea, di grado il desti”.
“Il diedi a lui, che mel chiedea, di grado”,
Noemón ripigliò. “Chi potea mai
Con sì nobil garzone e sì infelice
Stare in sul niego? Gioventù seguillo
Della miglior tra il popolo Itacese,
E condottier salìa la negra nave
Mentore, o un dio che ne vestìa l'aspetto.
E maraviglio io ben ch'ieri sull'alba
Mentore io scôrsi. Or come allor la negra
Nave salì, che veleggiava a Pilo?”
Disse, e del padre alla magion si rese.
Atterriti rimasero. Cessâro
Gli altri da' giuochi, e s'adagiaro anch'essi,
E a tutti favellò d'Eupìte il figlio:
[Se gli gonfiava della furia il core
Di caligine cinto, e le pupille
Nella fronte gli ardean come due fiamme.]
“Grande per fermo e audace impresa è questo,
Cui già nessun di noi fede prestava,
Vïaggio di Telemaco! Un garzone,
Un fanciullo gittar nave nel mare,
Di tanti uomini ad onta, e aprire al vento
Con la più scelta gioventù le vele?
Né il male qui s'arresta: ma Giove
A Telemaco pria franga ogni possa,
Che una tal piaga dilatarsi io veggia.
Su, via, rapida nave e venti remi
A me, sì ch'io lo apposti, e al suo ritorno
Nel golfo, che divide Itaca e Same,
Colgalo; e il folle con suo danno impari
L'onde a stancar del genitore in traccia”.
Così Antinoo parlò. Lodi e conforti
Gli davan tutti: indi sorgeano, e il piede
Nell'alte stanze riponean d'Ulisse.
Ma de' consigli che nutrìano in mente,
Penelope non fu gran tempo ignara.
Ne la feo dotta il banditor Medonte,
Che udìa di fuori la consulta iniqua,
E agli orecchi di lei pronto recolla.
Ella nol vide oltrepassar la soglia,
Che sì gli disse: “Araldo, onde tal fretta?
Ed a che i proci ti mandâro? Forse
Perché d'Ulisse le solerti ancelle
Dai lavori si levino, e l'usato
Convito apprestin loro? O fosse questo
De' conviti l'estremo, e a me travaglio
Più non desser, né altrui! Tristi! che, tutto
Del prudente Telemaco il retaggio
Per disertar, vi radunate in folla.
E non udiste voi da' vostri padri,
Mentr'eravate piccioletti e imberbi,
I modi che tenea con loro Ulisse,
Nessuno in opre molestando, o in detti,
Costume pur degli uomini scettrati,
Che odio portano agli uni, e agli altri amore?
Non offese alcun mai: quindi l'indegno
Vostro adoprar meglio si pare, e il merto
Che di tanti favor voi gli rendete”.
Ed il saggio Medonte: “Ai dèi piacesse
Che questo il peggior mal, reina, fosse!
Altro dai proci se ne cova in petto
Più grave assai, che Giove sperda: il caro
Figlio, che a Pilo sacra, e alla divina
Sparta si volse, per ritrar del padre,
Ucciderti di spada al suo ritorno”.
Penelope infelice, a tali accenti
Scioglier sentissi le ginocchia e il core.
Per lungo spazio la voce mancolle,
Gli occhi di pianto le s'empièr, distinta
Non poteale dai labbri uscir parola:
Rispose al fine: “Araldo, e perché il figlio
Da me staccossi? Qual cagion, qual forza
Sospingealo a salir le ratte navi,
Che destrieri del mar sono, e l'immensa
Varcano umidità? Brama egli dunque
Che né resti di sé nel mondo il nome?”
“Qual de' due spinto”, il banditor riprese,
“L'abbia sul mare, a domandar del padre,
Se la propria sua voglia, o un qualche nume,
Reina, ignoro”. E sovra l'orme sue
Ritornò, così detto, il fido araldo.
Fiera del petto roditrice doglia
Penelope ingombrò; né, perché molti
Fossero i seggi, le bastava il core
Di posare in alcun; sedea sul nudo
Limitar della stanza, acuti lai
Mettendo; e quante la servìano ancelle,
Sì da canuta età, come di bionda,
Ululavano a lei d'intorno tutte.
Ed ella, forte lagrimando: “Amiche,
Uditemi”, dicea. “Tra quante donne
Nacquero e crebber meco, ambasce tali
Chi giammai tollerò? Prima un egregio
Sposo io perdei, d'invitto cor, fregiato
D'ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome
Per l'Ellada risuona, e tutta l' Argo.
Poi le tempeste m'involaro il dolce
Mio parto, in fama non ancor salito,
E del vïaggio suo nulla io conobbi.
Sciaurate! eravi pur l'istante noto,
Ch'ei nella cava entrò rapida nave:
Né di voi fu, cui suggerisse il core
Di scuotermi dal sonno? Ov'io la fuga
Potuto avessi presentirne, certo
Da me, benché a fatica, ei non partìa,
O me lasciava nel palagio estinta.
Ma dei serventi alcun tosto mi chiami
L'antico Dolio, schiavo mio, che dato
Fummi dal genitor, quand'io qua venni,
Ed or le piante del giardin m'ha in cura.
Vo' che a Laerte corra, e il tutto narri,
Sedendosi appo lui, se mai Laerte,
Di pianto aspersa la senil sua guancia,
Mostrar credesse al popolo, e lagnarsi
Di color che schiantar l'unico ramo
Di lui vorrìano, e del divino Ulisse”.
E la diletta qui balia Euriclèa:
“Sposa cara”, rispose, “o tu m'uccida,
O nelle stanze tue viva mi serbi,
Parlerò aperto. Il tutto io seppi, e al figlio
Le candide farine e il rosso vino
Consegnai: ma giurar col giuramento
Più sacro io gli dovei, che ove agli orecchi
Non ti giugnesse della sua partenza
Aura d'altronde, e tu men richiedessi,
Io tacerei, finché spuntasse in cielo
La dodicesim'aurora, onde col pianto
Da te non s'oltraggiasse il tuo bel corpo.
Su via, ti bagna, e bianca veste prendi,
E, con le ancelle tue nell'alto ascesa,
Priega Minerva che il figliuol ti guardi:
Né affligger più con imbasciate il veglio
Già per sé afflitto assai. No, tanto ai numi
Non è d'Arcesio la progenie in ira,
Che un germe viver non ne debba, a cui
Queste muraglie sorgano, e i remoti
Si ricuopran di messe allegri campi”.
Con queste voci le sopì nel petto
La doglia, e il pianto le arrestò sul ciglio
Ella bagnossi, bianca veste prese,
E, con le ancelle sue, nell'alto ascesa,
Pose il sacr'orzo nel canestro e il sale,
E a Palla supplicò. “M'ascolta”, disse,
“O dell'Egìoco Giove inclita figlia.
Se il mio consorte ne' paterni tetti
Pingui d'agna o di bue cosce mai t'arse,
Oggi per me ten risovvenga: il figlio
Guardami, e sgombra dal palagio i proci,
Di cui, più ciascun dì monta l'orgoglio”.
Scoppiò in un grido dopo tai parole,
E l'Atenèa Minerva il priego accolse.
Tumulto fean sotto le oscure volte
Coloro intanto, e alcun dicea: “La molto
Vagheggiata Reina omai le nozze
Ci appresta, e ignora che al suo figlio morte
S'apparecchia da noi”. Tanto dal vero
Quelle superbe menti ivan lontane.
Ed Antinoo: “Sciaurati, il dire incauto,
Che potrìa dentro penetrar, frenate.
Ma che più badiam noi? Tacitamente
Quel che tutti approvar mettiamo in opra.
Ciò detto, venti scelse uomini egregi,
Ed al mare avvïossi. Il negro legno
Varâro, alzaro l'albero, assettaro
Gli abili remi in volgitoi di cuoio,
E le candide vele ai venti apriro.
Poi, recate arme dagli arditi servi,
Nell'alta onda fermâr la negra nave.
Quivi cenaro; e stavansi aspettando
Che più crescesse della notte il buio.
Ma la grama Penelope nell'alto
Giacea digiuna, non gustando cibo,
Bevanda non gustando; e a lei nel petto
Sul destin dubbio di sì cara prole
Fra la speme e il timor l'alma ondeggiava.
Qual de' lattanti leoncin la madre,
Cui fan corona insidïosa intorno
I cacciatori, che a temere impara,
E in diversi pensier l'alma divide:
Tal fra sè rivolvea cose diverse,
Finché la invase un dolce sonno. Stesa
Sul letto, e tutte le giunture sciolta,
La donna inconsolabile dormìa.
Allor la dea dall'azzurrino sguardo
Nuova cosa pensò. Compose un lieve
Fantasma, che sembrava in tutto Iftima,
D'Icario un'altra figlia, a cui legato
S'era con nodi maritali Eumelo,
Che in Fere di Tessaglia avea soggiorno.
Questa Iftima invïò d'Ulisse al tetto,
Che alla Reina tranquillasse il core,
E i sospiri da lei bandisse e il pianto.
Pel varco angusto del fedel serrame
Entrò il fantasma, e, standole sul capo:
“Riposi tu, Penelope”, dicea,
“Nel tuo cordoglio? Gl'immortali dèi
Lagrimosa non voglionti, nè trista.
Riederà il figliuol tuo, perché de' numi
L'ira col suo fallir mai non incorse”.
E la Reina, che dormìa de' sogni
Soavissimamente in su le porte:
“Sorella, a che venistu? io mai da prima
Non ti vedea, così da lunge alberghi;
E or vuoi ch'io vinca quel martìr che in cento
Guise mi stringe l'alma, io, che un consorte
Perdei sì buon, di sì gran core, ornato
D'ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome
Per l'Ellada risuona e l'Argo tutta!
S'arroge a questo, che il diletto figlio
Partì su ratta nave, un giovinetto
Delle fatiche e dell'usanze ignaro.
Più ancor per lui, che per Ulisse, io piango
E temo nol sorprenda o tra le genti
Straniere, o in mare, alcun sinistro: tanti
Nemici ha che l'insidiano, e di vita
Prima il desìan levar, ch'egli a me torni”.
Ratto riprese il simulacro oscuro:
“Scaccia da te questi ribrezzi, e spera.
Compagna il segue di cotanta possa,
Che ognun per sé la bramerìa: Minerva,
Cui pietà di te punse e di cui fida,
Per tuo conforto ambasciatrice io venni”.
E la saggia Penelope a rincontro:
“Poiché una dea sei dunque, o almeno udisti
La voce d'una dea, parlarmi ancora
Di quell'altro infelice or non potrai?
Vive? rimira in qualche parte il Sole?
O ne' bassi calò regni di Pluto?”
Ratto riprese il simulacro oscuro:
“S'ei viva, o no, non t'aspettar ch'io narri.
Spender non piace a me gli accenti indarno”.
Disse; e pel varco, ond'era entrata, uscendo
Si mescolò co' venti e dileguossi.
Ma la reina si destò in quel punto,
Ed il cor si sentì d'un'improvvisa
Brillar letizia, che lasciolle il sogno,
Che sì chiaro le apparve innanzi l'alba.
I proci l'onde già fendeano, estrema
Macchinando a Telemaco ruina.
Siede tra la pietrosa Itaca e Same
Un'isola in quel mar, che Asteri è detta,
Pur dirupata, né già troppo grande,
Ma con sicuri porti, in cui le navi
D'ambo i lati entrar ponno. Ivi in agguato
Telemaco attendean gl'iniqui Achei.
LIBRO QUINTO
Già l'Aurora, levandosi a Titone
D'allato, abbandonava il croceo letto,
E ai dèi portava ed ai mortali il giorno;
E già tutti a concilio i dèi beati
Sedean con Giove altitonante in mezzo,
Cui di possanza cede ogni altro nume.
Memore Palla dell'egregio Ulisse,
Che mal suo grado appo la ninfa scorge,
I molti ritesseane acerbi casi:
“O Giove”, disse, “e voi tutti d'Olimpo
Concittadini, che in eterno siete,
Spoglisi di giustizia e di pietade,
E iniquitate e crudeltà si vesta
D'ora innanzi ogni re, quando l'imago
D'Ulisse più non vive in un sol core
Di quella gente ch'ei reggea da padre.
Ei nell'isola intanto, ove Calipso
In cave grotte ripugnante il tiene,
Giorni oziosi e travagliosi mena;
E del tornare alla sua patria è nulla,
Poiché navi non ha, non ha compagni,
Che il carreggin del mar su l'ampio tergo.
Che più? Il figliuol, che all'arenosa Pilo
Mosse ed a Sparta, onde saver di lui,
Tôr di vita si brama al suo ritorno.
“Figlia, qual ti sentii fuggir parola
Dal recinto de' denti?” a lei rispose
L'adunator di nubi Olimpio Giove;
“Tu stessa in te non divisavi, come
Rieda Ulisse alla patria, e di que' tristi
Vendetta faccia? In Itaca il figliuolo
Per opra tua, chi tel contende? salvo
Rïentri, e l'onde navigate indarno
Rinavighi de' proci il reo naviglio.
Disse, e a Mercurio, sua diletta prole,
Così si rivolgea: “Mercurio, antico
De' miei comandi apportator fedele,
Vanne, alla ninfa dalle crespe chiome
Il fermo annunzia mio voler, che Ulisse
Le native contrade omai rivegga,
Ma nol guidi uom, né dio. Parta su travi,
Con multiplici nodi in un congiunte,
E il ventesimo dì della feconda
Scheria le rive, sospirando, attinga;
E i Feaci l'accolgano, che quasi
Degl'immortali al par vivon felici.
Essi qual nume onoreranlo, e al dolce
Nativo loco il manderan per nave;
Rame in copia darangli, ed oro e vesti,
Quanto al fin seco dalla vinta Troia
Condotto non avrìa, se con la preda,
Che gli toccò, ne ritornava illeso:
Ché la patria così, gli amici e l'alto
Riveder suo palagio, è a lui destino”.
Obbedì il prode messaggiero. Al piede
S'avvinse i talar belli, aurei, immortali,
Che sul mare il portavano, e su i campi
Della terra infiniti, al par col vento.
Poi, l'aurea verga nelle man recossi,
Onde i mortali dolcemente assonna,
Quanti gli piace, e li dissonna ancora,
E con quella tra man l'aure fendea.
Come presi ebbe di Pïeria i gioghi,
Si calò d'alto, e si gettò sul mare:
Indi l'acque radea velocemente,
Simile al laro, che pe' vasti golfi
S'aggira in traccia de' minuti pesci,
E spesso nel gran sale i vanni bagna.
Non altrimenti sen venìa radendo
Molte onde e molte l'Argicìda Ermete.
Ma tosto che fu all'isola remota,
Salendo allor dagli azzurrini flutti,
Lungo il lido ei sen gìa, finché vicina
S'offerse a lui la spazïosa grotta,
Soggiorno della ninfa il crin ricciuta,
Cui trovò il nume alla sua grotta in seno.
Grande vi splendea foco, e la fragranza
Del cedro ardente e dell'ardente tio
Per tutta si spargea l'isola intorno.
Ella, cantando con leggiadra voce,
Fra i tesi fili dell'ordìta tela
Lucida spola d'ôr lanciando andava.
Selva ognor verde l'incavato speco
Cingeva: i pioppi vi cresceano e gli alni
E gli spiranti odor bruni cipressi:
E tra i lor rami fabbricato il nido
S'aveano augelli dalle lunghe penne,
Il gufo, lo sparviere e la loquace
Delle rive del mar cornacchia amica.
Giovane vite di purpurei grappi
S'ornava e tutto rivestìa lo speco.
Volvean quattro bei fonti acque d'argento,
Tra sé vicini prima, e poi divisi
L'un dall'altro e fuggenti; e di vïole
Ricca si dispiegava in ogni dove
De' molli prati l'immortal verzura.
Questa scena era tal, che sino a un nume
Non potea farsi ad essa, e non sentirsi
Di maraviglia colmo e di dolcezza.
Mercurio, immoto, s'ammirava; e, molto
Lodatola in suo core, all'antro cavo,
Non indugiando più, dentro si mise.
Calipso, inclita dea, non ebbe in lui
Gli occhi affissati, che il conobbe: quando,
Per distante che l'un dall'altro alberghi,
Celarsi l'uno all'altro i dèi non ponno.
Ma nella grotta il generoso Ulisse
Non era: mesto sul deserto lido,
Cui spesso si rendea, sedeasi; ed ivi
Con dolori, con gemiti, con pianti
Struggeasi l'alma, e l'infecondo mare
Sempre agguardava, lagrime stillando.
La diva il nume interrogò, cui posto
Su mirabile avea seggio lucente:
“Mercurio, nume venerato e caro,
Che della verga d'ôr la man guernisci,
Qual mai cagione a me, che per l'addietro
Non visitavi, oggi t'addusse? Parla.
Cosa ch'io valga oprar, né si sconvegna,
Disdirti io non saprei, se il pur volessi.
Su via, ricevi l'ospital convito:
Poscia favellerai”. Detto, la mensa,
Che ambrosia ricoprìa, gli pose avanti,
Ed il purpureo néttare versògli.
Questo il celere messaggiero e quella
Prendea; né prima nelle forze usate
Tornò, che aprìa le labbra in tali accenti:
“Tu dea me dio dunque richiedi? Il vero,
Poiché udirlo tu vuoi, schietto io ti narro.
Questo viaggio di Saturno il figlio
Mal mio grado mi diè. Chi vorrìa mai
Varcar tante onde salse, infinite onde,
Dove città non sorge, e sagrificî
Non v'ha chi ci offra, ed ecatombe illustri?
Ma il precetto di Giove a un altro nume
Né vïolar, né oblïar lice. Teco,”
Disse l'Egidarmato, “i giorni mena
L'uom più gramo tra quanti alla cittade
Di Priamo innanzi combattean nove anni,
Finché il decimo alfin, Troia combusta,
Spiegâro in mar le ritornanti vele.
Ma nel cammino ingiurïar Minerva,
Che destò le bufere, e immensi flutti
Contra lor sollevò. Tutti perîro
Di quest'uomo i compagni; ed ei dal vento
Venne, e dal fiotto ai lidi tuoi portato.
Or tu costui congederai di botto;
Ché non morir dalla sua terra lunge,
Ma la patria bensì, gli amici e l'alto
Riveder suo palagio, è a lui destino”.
Inorridì Calipso, e con alate
Parole rispondendo: “Ah, numi ingiusti,”
Sclamò, “che invidia non più intesa è questa,
Che se una dea con maritale amplesso
Si congiunge a un mortal, voi non soffrite?
Quando la tinta di rosato Aurora
Orïone rapì, voi, dèi, cui vita
Facile scorre, acre livor mordea,
Finché in Ortigia il rintracciò la casta
Dal seggio aureo Dïana, e d'improvvisa
Morte il colpì con invisibil dardo.
E allor che venne, inanellata il crine,
Cerere a Giasïon tutta amorosa,
E nel maggese, che il pesante aratro
Tre volte aperto avea, se gli concesse,
Giove, cui l'opra non fu ignota, uccise
Giasïon con la folgore affocata.
Così voi, dèi, con invid'occhio al fianco
Mi vedete un eroe da me serbato,
Che solo stava in su i meschini avanzi
Della nave, che il telo igneo di Giove
Nel mare oscuro gli percosse e sciolse.
Io raccogliealo amica, io lo nutria
Gelosamente, io prometteagli eterni
Giorni, e dal gel della vecchiezza immuni.
Ma quando troppo è ver che alcun di Giove
Precetto vïolare a un altro nume
Non lice, od obblïar, parta egli e solchi,
Se il comandò l'Egidarmato, i campi
Non seminati. Io nol rimando certo;
Ché navi a me non sono e non compagni,
Che del mare il carreggino sul tergo.
Ben sovverrógli di consiglio, e il modo
Gli additerò, che alla sua dolce terra
Su i perigliosi flutti ei giunga illeso”.
“Ogni modo il rimanda,” l'Argicida
Soggiunse, “e pensa che infiammarsi d'ira
Potrebbe contra te l'Olimpio un giorno”.
E sul fin di tai detti a lei si tolse.
L'augusta ninfa, del Saturnio udita
la severa imbasciata, il prode Ulisse
Per cercar s'avvïò. Trovollo assiso
Del mar in su la sponda, ove le guance
Di lagrime rigava, e consumava
Col pensier del ritorno i suoi dolci anni;
Ché della ninfa non pungealo amore:
E se le notti nella cava grotta
Con lei vogliosa non voglioso passa,
Che altro l'eroe può? Ma quanto è il giorno,
Su i lidi assiso e su i romiti scogli,
Con dolori, con gemiti con pianti
Struggesi l'alma, e l'infecondo mare,
Lagrime spesse lagrimando, agguarda.
Calipso, illustre dea, standogli appresso:
“Sciagurato”, gli disse, in questi pianti
“Più non mi dar, né consumare i dolci
Tuoi begli anni così: la dipartita,
Non che vietarti, agevolarti io penso.
Su via, le travi nella selva tronche,
Larga e con alti palchi a te congegna
Zattera, che sul mar fosco ti porti.
Io di candido pan, che l'importuna
Fame rintuzzi, io di purissim'onda,
E di rosso licor, gioia dell'alma,
La carcherò: ti vestirò non vili
Panni, e ti manderò da tergo un vento,
Che alle contrade tue ti spinga illeso,
Sol che d'Olimpo agli abitanti piaccia,
Con cui di senno in prova io già non vegno”.
Raccapricciossi a questo il non mai vinto
Dalle sventure Ulisse, e: “O dea”, rispose
Con alate parole, “altro di fermo,
Non il congedo mio, tu volgi in mente,
Che vuoi ch'io varchi su tal barca i grossi
Del difficile mar flutti tremendi,
Che le navi più ratte, e d'uguai fianchi
Munite, e liete di quel vento amico
Che da Giove partì, varcano appena.
No: su barca sì fatta, e a tuo dispetto,
Non salirò, dove tu pria non degni
Giurare a me con giuramento grande,
Che nessuno il tuo cor danno m'ordisce”.
Sorrise l'Atlantìde, e, della mano
Divina carezzandolo, la lingua
Sciolse in tai voci: “Un cattivello sei,
Né ciò che per te fa, scordi giammai.
Quali parole mi parlasti! Or sappia
Dunque la Terra e il Ciel superno, e l'atra,
Che sotterra si volve, acqua di Stige,
Di cui né più solenne han, né più sacro
Gl'Iddii beati giuramento; sappia,
Che nessuno il mio cor danno t'ordisce.
Quello anzi io penso, e ti propongo, ch'io
Torrei per me, se in cotant'uopo io fossi.
Giustizia regge la mia mente, e un'alma
Pietosa, non di ferro, in me s'annida”.
Ciò detto, abbandonava il lido in fretta
E Ulisse la seguìa. Giunti alla grotta,
Colà, ond'era l'Argicida sorto,
S'adagiò il Laerziade; e la dea molti
Davante gli mettea cibi e licori,
Quali ricever può petto mortale.
Poi gli s'assise in fronte; e a lei le ancelle
L'ambrosia e il roseo néttare imbandiro.
Come ambo paghi per la mensa furo,
Con tali accenti cominciava l'alta
Di Calipso beltade: “O di Laerte
Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse,
Così tu parti adunque, e alla nativa
Terra e alle case de' tuoi padri vai?
Va, poiché sì t'aggrada, e va felice.
Ma se tu scorger col pensier potessi
Per quanti affanni ti comanda il fato
Prima passar, che al patrio suolo arrivi
Questa casa con me sempre vorresti
Custodir, ne son certa, e immortal vita
Da Calipso accettar: benché sì viva
Brama t'accenda della tua consorte,
A cui giorno non è che non sospiri.
Pur non cedere a lei né di statura
Mi vanto, né di volto; umana donna
Mal può con una dea, né le s'addice,
Di persona giostrare, o di sembianza”.
“Venerabile iddia”, riprese il ricco
D'ingegni Ulisse, “non voler di questo
Meco sdegnarti; appien conosco io stesso,
Che la saggia Penelope tu vinci
Di persona non men che di sembianza,
Giudice il guardo che ti stia di contra.
Ella nacque mortale; e in te né morte
Può, né vecchiezza. Ma il pensiero è questo;
Questo il desìo che mi tormenta sempre:
Veder quel giorno al fin, che alle dilette
Piagge del mio natal mi riconduca.
Che se alcun me percoterà de' numi
Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo
Forte contra i disastri anima in petto.
Molti sovr'esso il mar, molti fra l'armi,
Già ne sostenni; e sosterronne ancora”.
Disse; e il Sol cadde, ed annottò. Nel seno
Si ritira<ro della cava grotta,
Più interno e oscuro, e in dolce sonno avvolti,
Tutte le cure lor mandaro in bando.
Ma come del mattin la figlia, l'alma
Dalle dita di rose Aurora apparve,
Tunica e manto alle sue membra Ulisse,
E Calipso alle sue larga ravvolse
Bella gonna, sottil, bianca di neve;
Si strinse al fianco un'aurea fascia, e un velo
Sovra l'ôr crespo della chioma impose.
Né d'Ulisse a ordinar la dipartita
Tardava. Scure di temprato rame,
Grande, manesca e d'ambo i lati aguzza,
Con leggiadro, d'oliva, e bene attato
Manubrio, presentògli, e una polita
Vi aggiunse ascia lucente; indi all'estremo
Dell'isola il guidò, dove alte piante
Crescean; pioppi, alni, e sino al cielo abeti,
Ciascun risecco di gran tempo e arsiccio,
Che gli sdruccioli agevole sull'onda.
Le altere piante gli additò col dito,
E alla sua grotta il pié torse la diva.
Egli a troncar cominciò il bosco: l'opra
Nelle man dell'eroe correa veloce;
Venti distese al suolo arbori interi,
Gli adeguò, li polì, l'un destramente
Con l'altro pareggiò. Calipso intanto
Recava seco gli appuntati succhi,
Ed ei forò le travi e insieme unille,
E con incastri assicurolle e chiovi.
Larghezza il tutto avea, quanta ne dánno
Di lata nave trafficante al fondo
Periti fabbri. Su le spesse travi
Combacianti tra sé lunghe stendea
Noderose assi, e il tavolato alzava.
L'albero con l'antenna ersevi ancora,
E costrusse il timon, che in ambo i lati
Armar gli piacque d'intrecciati salci
Contra il marino assalto, e molta selva
Gittò nel fondo per zavorra o stiva.
Le tue tele, o Calipso, in man gli andâro
E buona gli uscì pur di man la vela,
Cui le funi legò, legò le sarte,
La poggia e l'orza: al fin, possenti leve
Supposte, spinse il suo naviglio in mare,
Che il dì quarto splendea. La dea nel quinto
Congedollo dall'isola: odorate
Vesti gli cinse dopo un caldo bagno;
Due otri, l'un di rosseggiante vino,
Di limpid'acqua l'altro, e un zaino, in cui
Molte chiudeansi dilettose dapi,
Collocò nella barca; e fu suo dono
Un lenissimo ancor vento innocente,
Che mandò innanzi ad increspargli il mare.
Lieto l'eroe dell'innocente vento,
La vela dispiegò. Quindi al timone
Sedendo, il corso dirigea con arte,
Né gli cadea su le palpèbre il sonno
Mentre attento le Pleiadi mirava,
E il tardo a tramontar Boòte e l'Orsa
Che detta è pure il Carro, e là si gira,
Guardando sempre in Orïone, e sola
Nel liquido Oceàn sdegna lavarsi
L'Orsa, che Ulisse, navigando, a manca
Lasciar dovea, come la diva ingiunse.
Dieci pellegrinava e sette giorni
Su i campi d'Anfitrite. Il dì novello
Gli sorse incontro co' suoi monti ombrosi
L'isola de' Feaci, a cui la strada
Conducealo più corta, e che apparìa
Quasi uno scudo alle fosche onde sopra.
Sin dai monti di Solima lo scôrse
Veleggiar per le salse onde tranquille
Il possente Nettun, che ritornava
Dall'Etïopia, e nel profondo core
Più crucciato che mai squassando il capo:
“Poh!” disse dentro a sé, “nuovo decreto,
Mentr'io fui tra gli Etiopi, intorno a Ulisse
Fêr dunque i numi? Ei già la terra vede
De' Feáci, che il fato a lui per meta
Delle sue lunghe disventure assegna.
Pur molto, io credo, a tollerar gli resta”.
Tacque; e, dato di piglio al gran tridente,
Le nubi radunò, sconvolse l'acque,
Tutte incitò di tutti i venti l'ire,
E la terra di nuvoli coverse;
Coverse il mar: notte di ciel giù scese.
S'avventaro sul mar, quasi in un groppo,
Ed Euro e Noto e il celebre Ponente
E Aquilon, che pruine aspre su l'ali
Reca, ed immensi flutti innalza e volve.
Discior sentissi le ginocchia e il core
Di Laerte il figliuol, che tal si dolse
Nel secreto dell'alma: “Ahi, me infelice!
Che di me sarà omai? Temo, non torni
Verace troppo della ninfa il detto,
Che al patrio nido io giungerei per mezzo
Delle fatiche solo e dell'angosce.
Di quai nuvole il ciel ampio inghirlanda
Giove, e il mar conturba? E come tutti
Fremono i venti? A certa morte io corro.
Oh tre fïate fortunati e quattro,
Cui perir fu concesso innanzi a Troia,
Per gli Atridi pugnando! E perché allora
Non caddi anch'io, che al morto Achille intorno
Tante i Troiani in me lance scagliaro?
Sepolto i Greci co' funèbri onori
M'avriano, e alzato ne' lor canti al cielo.
Or per via così infausta ir deggio a Dite”.
Mentre così doleasi, un'onda grande
Venne d'alto con furia e urtò la barca,
E rigirolla; e lui, che andar lasciossi
Dalle mani il timon, fuori ne spinse.
Turbine orrendo d'aggruppati venti
L'albero al mezzo gli fiaccò; lontane
Vela ed antenne caddero. Ei gran tempo
Stette di sotto, mal potendo il capo
Levar dall'onde impetuose e grosse;
Ché le vesti gravavanlo, che in dono
Da Calipso ebbe. Spuntò tardi, e molta
Dalla bocca gli uscìa, gli piovea molta
Dalla testa e dal crine onda salata.
Non però della zatta il prese obblìo:
Ma, da sé i flutti respingendo, ratto
L'apprese, e già di sopra, il fin di morte
Schivando, vi sedea. Rapìala il fiotto
Qua e là per lo golfo. A quella guisa
Che sovra i campi il tramontan d'autunno
Fascio trabalza d'annodate spine,
I venti trabalzavanla sul mare.
Or Noto da portare a Borea l'offre,
Ed or, perché davanti a sé la cacci,
Euro la cede d'occidente al vento.
La bella il vide dal tallon di perla
Figlia di Cadmo, Ino chiamata, al tempo
Che vivea tra i mortali: or nel mar gode
Divini onori, e Leucotèa si noma.
Compunta il cor per lui d'alta pietade,
S'alzò dell'onda fuor, qual mergo a volo,
E su le travi bene avvinte assisa,
Così gli favellò: “Perché, meschino,
S'accese mai con te d'ira sì acerba
Lo Scotitor della terrena mole,
Che ti semina i mali? Ah! non fia certo,
Ch'ei, per quanto il desìi, spenga i tuoi giorni.
Fa, poiché vista m'hai d'uomo non folle,
Ciò ch'io t'insegno. I panni tuoi svestiti,
Lascia il naviglio da portarsi ai venti,
E a nuoto cerca il Feacese lido,
Che per mèta de' guai t'assegna il fato.
Ma questa prendi; e la t'avvolgi al petto,
Fascia immortal, né temer morte o danno.
Tocco della Feacia il lido appena,
Spogliala, e in mar dal continente lungi
La gitta, e torci nel gittarla il volto”.
Ciò detto, e a lui l'immortal fascia data,
Rïentrò, pur qual mergo in seno al fosco
Mare ondeggiante, che su lei si chiuse.
Pensoso resta e in forse il pazïente
Laerziade divino, e con se stesso,
Raddoppiando i sospir, tal si consiglia:
“Ohimé! che nuovo non mi tessa inganno
De' Sempiterni alcun, che dal mio legno
Partir m'ingiunge. Io così tosto penso
Non ubbidirgli; ché la terra, dove
Di scampo ei m'affidò, troppo è lontana.
Ma ecco quel che ottimo parmi: quanto
Congiunte rimarran tra lor le travi,
Non abbandonerolle, e co' disastri
Fermo io combatterò. Sciorralle il flutto?
Porrommi a nuoto, né veder so meglio”.
Tai cose in sé volgea, quando Nettuno
Sollevò un'onda immensa, orrenda, grave,
Di monte in guisa, e la sospinse. Come
Disperse qua e là vanno le secche
Paglie, di cui sorgea gran mucchio in prima,
Se mai le investe un furïoso turbo,
le tavole per mar disperse andaro.
Sovra un sol trave a cavalcioni Ulisse
Montava: i panni che la dea Calipso
Dati gli avea, svestì, s'avvolse al petto
l'immortal benda, e si gittò ne' gorghi
Boccon, le braccia per nôtare aprendo.
Né già s'ascose dal ceruleo iddio,
Che, la testa crollando: “A questo modo
Erra”, dicea tra sé “di flutto in flutto
Dopo tante sciagure, e a genti arriva
Da Giove amate: benché speme io porti
Che né tra quelle brillerài di gioia”.
Così Nettuno; e della verde sferza
Toccò i cavalli alle leggiadre chiome,
Che il condussero ad Ega, ove gli splende
Nobile altezza di real palagio.
Pallade intanto, la prudente figlia
Di Giove, altro pensò. Fermò gli alati
Venti, e silenzio impose loro, e tutti
Gli avvinse di sopor, fuorché il veloce
Borea, che, da lei spinto, i vasti flutti
Dinanzi a Ulisse infranse ond'ei le rive
Del vago di remar popol Feace,
Pigliar potesse, ed ingannar la Parca.
Due giorni in cotal foggia, e tante notti
Per l'ampio golfo errava, e spesso il core
Morte gli presagìa. Ma quando l'Alba
Cinta la fronte di purpuree rose
Il dì terzo recò, tacquesi il vento,
E un tranquillo seren regnava intorno.
Ulisse allor, cui levò in alto un grosso
Flutto, la terra non lontana scôrse,
Forte aguzzando le bramose ciglia.
Quale appar dolce a un figliuol pio la vista
Del genitor, che su dolente letto
Scarno, smunto, distrutto, e da un maligno
Demone giacque lunghi dì percosso,
E poi del micidial morbo cortesi
Il disciolser gli dèi: tale ad Ulisse
La terra e il verde della selva apparve.
Quinci ei, nôtando, ambi movea di tutta
Sua forza i piedi a quella volta. Come
Presso ne fu, quanto d'uom corre un grido,
Fiero il colpì romor: poiché i ruttati
Sin dal fondo del mar flutti tremendi,
Che agli aspri si rompean lidi ronchiosi,
Strepitavan, mugghiavano, e di bianca
Spuma coprìan tutta la sponda, mentre
Porto capace di navigli, o seno
Non vi s'aprìa, ma littorali punte
Risaltavano in fuori, e scogli e sassi.
Le forze a tanto ed il coraggio Ulisse
Fallir si sente, e dice a sé, gemendo:
“Qual pro che Giove il disperato suolo
Mostri, e io m'abbia la via per l'onde aperta,
Se dell'uscirne fuor non veggio come?
Sporgon su l'onde acuti sassi, a cui
L'impetuoso flutto intorno freme,
E una rupe va su liscia e lucente:
Né così basso è il mar, che nell'arena
Fermare il pie' securamente io valga.
Quindi, s'io trar men voglio, un gran maroso
Sovra di sé può tormi, e in dura pietra
Cacciarmi; o s'io lungo le rupi cerco
Nôtando un porto, o una declìve schiena,
Temo, non procellosa onda m'avvolga,
E, sospirando gravemente, in grembo
Mi risospinga del pescoso mare.
Forse un de' mostri ancor, che molti nutre
Ne' gorghi suoi la nobile Anfitrite,
M'assalirà: ché l'odio io ben conobbi
Che m'ha quel dio, per cui la terra trema”.
Stando egli in tai pensieri, una sconcia onda
Trasportollo con sé ver l'ineguale
Spiaggia, che lacerata in un sol punto
La pelle avrìagli, e sgretolate l'ossa,
Senza un consiglio che nel cor gli pose
L'occhicerulea diva. Afferrò ad ambe
Mani la rupe, in ch'ei già dava, e ad essa
Gemendo s'attenea. Deluso intanto
Gli passò su la testa il vïolento
Flutto: se non che poi, tornando indietro,
Con nuova furia il ripercosse, e lunge
Lo sbalzò della spiaggia al mare in grembo.
Polpo così dalla pietrosa tana
Strappato vien, salvo che a lui non pochi
Restan lapilli nelle branche infitti:
E Ulisse in vece la squarciata pelle
Delle nervose man lasciò alla rupe.
L'onde allora il copriro, e l'infelice
Contro il fato perìa: ma infuse a lui
Nuovo pensier l'Occhiazzurrina. Sorto
Dall'onde, il lido costeggiava, ai flutti
Che vel portavan contrastando, e attento
Mirando sempre, se da qualche parte
Scendesse una pendice, o un seno entrasse:
Né dall'opra cessò, che d'un bel fiume
Giunto si vide all'argentina foce.
Ottimo qui gli sembrò il loco al fine,
Siccome quel che né di sassi aspro era,
Né discoperto ai venti. Avvisò ratto
Il puro umor che devolveasi al mare,
E tal dentro di sé preghiera feo:
“O chiunque tu sii, re di quest'acque,
Odimi: a te, cui sospirai cotanto,
Gli sdegni di Nettuno e le minacce
Fuggendo, io m'appresento. È sacra cosa
Per gl'Immortali ancor l'uom, che d'altronde
Venga errando, com'io, che dopo molti
Durati affanni, ecco alla tua corrente
Giungo, e ai ginocchi tuoi. Pietà d'Ulisse,
Che tuo supplice vedi, o re, ti prenda”.
Disse, ed il nume acchetò il corso, e l'onda
Ritenne, sparsa una perfetta calma
E alla foce il salvò del suo bel fiume.
L'eroe, tocca la terra, ambo i ginocchi
Piegò, piegò le nerborute braccia:
Tanto il gran sale l'affliggeva. Gonfiava
Tutto quanto il suo corpo, e per la bocca
Molto mar gli sgorgava, e per le nari;
Ed ei senza respiro e senza voce
Giaceasi, e spento di vigore affatto:
Che troppa nel suo corpo entrò stanchezza.
Ma come il fiato ed il pensier rïebbe,
Tosto dal petto la divina benda
Sciolse, e gittolla ove amareggia il fiume.
La corrente rapivala, né tarda
A riprenderla fu con man la dea.
Ei dall'onda ritráttosi, chinossi
Su i molli giunchi, e baciò l'alma terra.
Poi nel secreto della sua grand'alma
Così parlava e sospirava insieme:
“Eterni dèi, che mi rimase ancora
Di periglioso a tollerar? Dov'io
Questa gravosa notte al fiume in riva
Vegghiassi, l'aer freddo e il molle guazzo
Potrian me di persona e d'alma infermo
Struggere al tutto, ché sui primi albori
Nemica brezza spirerà dal fiume.
Salirò al colle in vece, ed all'ombrosa
Selva, e m'addormirò tra i folti arbusti,
Sol che non vieti la fiacchezza o il ghiado,
Che il sonno in me passi furtivo? Preda
Diventar delle fere e pasto io temo”.
Dopo molto dubbiar questo gli parve
Men reo partito. Si rivolse al bosco,
Che non lunge dall'acque a un poggio in cima
Fea di sé mostra, e s'internò tra due
Sì vicini arboscei, che dalla stessa
Radice uscir pareano, ambi d'ulivo,
Ma domestico l'un, l'altro selvaggio.
La forza non crollavali de' venti,
Né l'igneo Sole co' suoi raggi addentro
Li saettava, né le dense piogge
Penetravan tra lor; sì uniti insieme
Crebbero, e tanto s'intrecciaro i rami.
Ulisse sottentrovvi, e ammontichiossi
Di propria man comodo letto, quando
Tal ricchezza era qui di foglie sparse,
Che ripararvi uomini tre, non che uno,
Potuto avrìano ai più crudeli verni.
Gioì alla vista delle molte foglie
L'uom divino, e corcossi entro alle foglie,
E a sé di foglie sovrappose un monte.
Come se alcun, che solitaria suole
Condur la vita in sul confin d'un campo,
Tizzo nasconde fumeggiante ancora
Sotto la bruna cenere, e del foco,
Perché cercar da sé lungi nol debba,
Serba in tal modo il prezïoso seme:
Così celossi tra le foglie Ulisse.
Pallade allor che di sì rea fatica
Bramava torgli l'importuno senso,
Un sonno gli versò dolce negli occhi,
Le dilette palpèbre a lui velando.
LIBRO SESTO
Mentre sepolto in un profondo sonno
Colà posava il travagliato Ulisse,
Minerva al popol de' Feaci e all'alta
Lor città s'avvïò. Questi da prima
Ne' vasti d'Iperèa fecondi piani
Far dimora solean, presso i Ciclopi,
Gente di cuor superbo, e a' suoi vicini
Tanto molesta più quanto più forte.
Quindi Nausitoo, somigliante a un dio,
Di tal sede levolli, e in una terra,
Che dagli uomini industri il mar divide,
Gli allogò, nella Scheria; e qui condusse
Alla cittade una muraglia intorno.
Le case fabbricò, divise i campi,
E agl'Immortali i sacri templi eresse.
Colpito dalla Parca, ai foschi regni
Era già sceso, e Alcinoo, che i beati
Numi assennato avean, reggea lo scettro.
L'occhicilestra dea, che sempre fissa
Nel ritorno d'Ulisse avea la mente,
Tenne verso la reggia, e alla secreta
Dedalea stanza si rivolse, dove
Giovinetta dormìa, che le immortali
D'indole somigliava e di fattezze,
Nausica, del re figlia; ed alla porta,
Che rinchiusa era, e risplendea nel buio.
Giacean due, l'una quinci e l'altra quindi,
Pudìche ancelle, cui le Grazie istesse
Di non vulgar beltà la faccia ornâro.
La dea, che gli occhi in azzurrino tinge,
Quasi fiato leggier di picciol vento,
S'avvicinò della fanciulla al letto,
E sul capo le stette, e, preso il volto
Della figlia del prode in mar Dimante
Molto a lei cara, e ugual d'etade a lei,
Cotali le drizzò voci nel sonno:
“Deh, Nausica, perché te così lenta
La genitrice partorì? Neglette
Lasci giacerti le leggiadre vesti.
Benché delle tue nozze il dì s'appressi,
Quando le membra tue cinger dovrai
Delle vesti leggiadre, e a quelli offrirne,
Che scorgeranti dello sposo ai tetti.
Così fama s'acquista, e ne gioisce
Col genitor la veneranda madre.
Dunque i bei panni, come il cielo imbianchi,
Vadasi a por nell'onda: io nell'impresa,
Onde trarla più ratto a fin tu possa,
Compagna ti sarò. Vergine, io credo
Non rimarrai gran pezza; e già di questo,
Tra cui nascesti tu, popol Feace
I migliori ti ambiscono. Su via,
Spuntato appena in orïente il Sole,
Trova l'inclito padre e de' gagliardi
Muli il richiedi, e del polito carro,
Che i pepli, gli scheggiali e i prezïosi
Manti conduca: poiché sì distanno
Dalla città i lavacri, che del cocchio
Valerti e non del piede, a te s'addice”.
Finiti ch'ebbe tali accenti, e messo
Consiglio tal della fanciulla in petto,
La dea, che guarda con azzurre luci,
All'Olimpo tornò, tornò alla ferma
De' sempiterni dèi sede tranquilla,
Che né i venti commuovono, né bagna
La pioggia mai, né mai la neve ingombra;
Ma un seren puro vi si spande sopra
Da nube alcuna non offeso, e un vivo
Candido lume la circonda, in cui
Si giocondan mai sempre i dii beati.
L'Aurora intanto d'in su l'aureo trono
Comparve in orïente, e alla sopita
Vergine dal bel peplo i lumi aperse.
La giovinetta s'ammirò del sogno,
E al padre per narrarlo, ed alla madre
Corse, e trovolli nel palagio entrambi.
La madre assisa al focolare, e cinta
Dalle sue fanti, e con la destra al fuso
Lane di fina porpora torcea.
Ma nel caro suo padre, in quel che al grande
Concilio andava, ove attendeanlo i capi
De' Feacesi, s'abbatte Nausica,
E stringendosi a lui: “Babbo mio dolce,
Non vuoi tu farmi apparecchiar”, gli disse,
“L'eccelso carro dalle lievi ruote,
Acciocché le neglette io rechi al fiume
Vesti oscurate, e nitide le torni?
Troppo a te si convien, che tra i soprani
Nelle consulte ragionando siedi,
Seder con monde vestimenta in dosso.
Cinque in casa ti vedi amati figli,
Due già nel maritaggio, e tre cui ride
Celibe fior di giovinezza in volto.
Questi al ballo ir vorrìan con panni sempre
Giunti dalle lavande allora allora.
E tai cose a me son pur tutte in cura”.
Tacquesi a tanto; ché toccar le nozze
Sue giovanili non s'ardìa col padre.
Ma ei comprese il tutto, e sì rispose:
“Né di questo io potrei, né d'altro, o figlia,
Non soddisfarti. Va: l'alto, impalcato
Carro veloce appresteranti i servi.
Disse; e gli ordini diede, e pronti i servi”.
La mular biga dalle lievi ruote
Trasser fuori, e allestîro, e i forti muli
Vi miser sotto, e gli accoppiâro. Intanto
Venìa Nausica con le belle vesti,
Che sulla biga lucida depose.
Cibi graditi e di sapor diversi
La madre collocava in gran paniere
E nel capace sen d'otre caprigno
Vino infondea soave: indi alla figlia,
Ch'era sul cocchio, perché dopo il bagno
Sé con le ancelle, che seguìanla, ungesse,
Porse in ampolla d'or liquida oliva.
Nausica in man le rilucenti briglie
Prese, prese la sferza, e diè di questa
Sovra il tergo ai quadrupedi robusti,
Che si moveano strepitando, e i passi
Senza posa allungavano, portando
Le vesti, e la fanciulla, e non lei sola,
Quando ai fianchi di lei sedean le ancelle.
Tosto che fur dell'argentino fiume
Alla pura corrente, ed ai lavacri
Di viva ridondanti acqua perenne,
Da cui macchia non è che non si terga,
Sciolsero i muli, e al vorticoso fiume
Il verde a morsecchiar cibo soave
Del mele al pari, li mandaro in riva.
Poscia dal cocchio su le braccia i drappi
Recavanli, e gittavanli nell'onda,
Che nereggiava tutta; e in larghe fosse
Gìanli con presto piè pestando a prova.
Purgati e netti d'ogni lor bruttura,
L'uno appo l'altro gli stendean sul lido,
Là dove le pietruzze il mar poliva.
Ciò fatto, si bagnò ciascuna, e s'unse,
E poi del fiume pasteggiâr sul margo:
Mentre d'alto co' raggi aureolucenti
Gli stesi drappi rasciugava il Sole.
Ma, spento della mensa ogni desìo,
Una palla godean trattar per gioco,
Deposti prima dalla testa i veli;
Ed il canto intonava alle compagne
Nausica bella dalle bianche braccia.
Come Dïana per gli eccelsi monti
O del Taigeto muove, o d'Erimanto,
Con la faretra agli omeri, prendendo
De' ratti cervi e de' cinghiai diletto:
Scherzan, prole di Giove, a lei d'intorno
Le boscherecce Ninfe onde a Latona
Serpe nel cor tacita gioia; ed ella
Va del capo sovrana, e della fronte
Visibilmente a tutte l'altre, e vaga
Tra loro è più qual da lei meno è vinta:
Così spiccava tra le ancelle questa
Da giogo marital vergine intatta.
Nella stagion che al suo paterno tetto
I muli aggiunti e ripiegati i manti
Ritornar disponea, nacque un novello
Consiglio in mente all'occhiglauca diva,
Perché Ulisse dissonnisi, e gli appaia
La giovinetta dalle nere ciglia
Che de' Feaci alla cittade il guidi.
Nausica in man tolse la palla, e ad una
Delle compagne la scagliò: la palla
Desvïossi dal segno a cui volava,
E nel profondo vortice cadé.
Tutte misero allora un alto grido,
Per cui si ruppe incontanente il sonno
Nel capo a Ulisse; che a seder drizzossi
Tai cose in sé volgendo: Ahi fra qual gente
Mi ritrovo io? Cruda, villana, ingiusta,
O amica degli estrani, e ai dii sommessa?
Quel, che l'orecchio mi percosse, un grido
Femminil parmi di fanciulle ninfe,
Che de' monti su i gioghi erti, e de' fiumi
Nelle sorgenti, e per l'erbose valli
Albergano. O son forse umane voci,
Che testé mi ferîro? Io senza indugio
Dagli stessi occhi miei sapronne il vero.
Ciò detto, uscìa l'eroe fuor degli arbusti,
E con la man gagliarda, in quel che uscìa,
Scemò la selva d'un foglioso ramo,
Che velame gli valse ai fianchi intorno.
Quale dal natìo monte, ove la pioggia
Sostenne e i venti impetuosi, cala
Leon, che nelle sue forze confida;
Foco son gli occhi suoi; greggia ed armento
O le cerve selvatiche, al digiuno
Ventre ubbidendo, parimente assalta,
Né, perché senta ogni pastore in guardia,
Tutto teme investìr l'ovile ancora:
Tal, benché nudo, sen veniva Ulisse,
Necessità stringendolo, alla volta
Delle fanciulle dal ricciuto crine
Cui, lordo di salsuggine com'era,
Sì fiera cosa rassembrò, che tutte
Fuggîro qua e là per l'alte rive.
Sola d'Alcinoo la diletta figlia,
Cui Pallade nell'alma infuse ardire,
E francò d'ogni tremito le membra,
Piantossegli di contra e immota stette.
In due pensieri ei dividea la mente:
O le ginocchia strignere a Nausica,
Di supplicante in atto; o di lontano
Pregarla molto con blande parole
Che la città mostrargli, e d'una vesta
Rifornirlo, volesse. A ciò s'attenne;
Ché dello strigner de' ginocchi sdegno
Temea che in lei si risvegliasse. Accenti
Dunque le inviò blandi e accorti a un tempo.
“Regina, odi i miei voti. Ah degg'io dea
Chiamarti, o umana donna? Se tu alcuna
Sei delle dive che in Olimpo han seggio,
Alla beltade, agli atti, al maestoso
Nobile aspetto, io l'immortal Dïana,
Del gran Giove la figlia, in te ravviso.
E se tra quelli, che la terra nutre,
Le luci apristi al dì, tre volte il padre
Beato, e tre la madre veneranda,
E beati tre volte i tuoi germani,
Cui di conforto almo s'allarga e brilla
Di schietta gioia il cor, sempre che in danza
Veggiono entrar sì grazïoso germe.
Ma felice su tutti oltra ogni detto,
Chi potrà un dì nelle sue case addurti
D'illustri carca nuzïali doni.
Nulla di tal s'offerse unqua nel volto
O di femmina, o d'uomo, alle mie ciglia:
Stupor, mirando, e riverenza tiemmi.
Tal quello era bensì che un giorno in Delo,
Presso l'ara d'Apollo, ergersi io vidi
Nuovo rampollo di mirabil palma:
Ché a Delo ancora io mi condussi, e molta
Mi seguìa gente armata in quel viaggio
Che in danno rïuscir doveami al fine.
E com'io, fìssi nella palma gli occhi
Colmo restai di meraviglia, quando
Di terra mai non surse arbor sì bello;
Così te, donna, stupefatto ammiro,
E le ginocchia tue, benché m'opprima
Dolore immenso, io pur toccar non oso.
Me uscito dell'Ogigia isola dieci
Portava giorni e dieci il vento e il fiotto.
Scampai dall'onda ier soltanto, e un nume
Su queste piagge, a trovar forse nuovi
Disastri, mi gittò: poscia che stanchi
Di travagliarmi non cred'io gli eterni.
Pietà di me, Regina, a cui la prima
Dopo tante sventure innanzi io vegno,
Io, che degli abitanti, o la campagna
Tengali, o la città, nessun conobbi.
La cittade m'addita; e un panno dammi,
Che mi ricopra; dammi un sol, se panni
Qua recasti con te, di panni invoglio.
E a te gli dèi, quanto il tuo cor desìa,
Si compiaccian largir: consorte e figli,
E un sol volere in due, però ch'io vita,
Non so più invidïabile, che dove
La propria casa con un'alma sola
Veggonsi governar marito e donna.
Duol grande i tristi m'hanno, e gioia i buoni:
Ma quei ch'esultan più, sono i due sposi”.
“O forestier, tu non mi sembri punto
Dissennato e dappoco”, allor rispose
La verginetta dalle bianche braccia.
“L'Olimpio Giove, che sovente al tristo
Non men che al buon felicità dispensa,
Mandò a te la sciagura, e tu da forte
La sosterrai. Ma, poiché ai nostri lidi
Ti convenne approdar, di veste o d'altro,
Che ai supplici si debba ed ai meschini,
Non patirai disagio. Io la cittade
Mostrarti non ricuso, e il nome dirti
Degli abitanti. È de' Feaci albergo
Questa fortunata isola; ed io nacqui
Dal magnanimo Alcinoo, in cui la somma
Del poter si restringe, e dell'impero”.
Tal favellò Nausica, e alle compagne:
“Olà”, disse, “fermatevi. In qual parte
Fuggite voi, perché v'apparse un uomo?
Mirar credeste d'un nemico il volto?
Non fu, non è: e non fia chi a noi s'attenti
Guerra portar: tanto agli dèi siam cari.
Oltre che in sen dell'ondeggiante mare
Solitari viviam, viviam divisi
Da tutto l'altro della stirpe umana.
Un misero è costui, che a queste piagge
Capitò errando, e a cui pensare or vuolsi.
Gli stranieri, vedete, ed i mendichi
Vengon da Giove tutti, e non v'ha dono
Picciolo sì, che lor non torni caro.
Su via, di cibo e di bevanda il nuovo
Ospite soccorrete, e pria d'un bagno
Colà nel fiume, ove non puote il vento”.
Le compagne ristêro, ed a vicenda
Si rincorâro, e, come avea d'Alcinoo
La figlia ingiunto, sotto un bel frascato
Menâro Ulisse, e accanto a lui le vesti
Poser, tunica e manto, e la rinchiusa
Nell'ampolla dell'ôr liquida oliva:
Quindi ad entrar col piè nella corrente
Lo inanimîro. Ma l'eroe: “Fanciulle,
Appartarvi da me non vi sia grave,
Finché io questa salsuggine marina
Mi terga io stesso, e del salubre m'unga
Dell'oliva licor, conforto ignoto
Da lungo tempo alle mie membra. Io certo
Non laverommi nel cospetto vostro;
Ché tra voi starmi non ardisco ignudo”.
Trasser le ancelle indietro, ed a Nausica
Ciò riportaro. Ei dalle membra il sozzo
Nettunio sal, che gl'incrostò le larghe
Spalle ed il tergo, si togliea col fiume,
E la bruttura del feroce mare
Dal capo s'astergea. Ma come tutto
Si fu lavato ed unto, e di que' panni
Vestito, ch'ebbe da Nausica in dono,
Lui Minerva, la prole alma di Giove,
Maggior d'aspetto, e più ricolmo in faccia
Rese, e più fresco, e de' capei lucenti,
Che di giacinto a fior parean sembianti,
Su gli omeri cader gli feo le anella.
E qual se dotto mastro, a cui dell'arte
Nulla celaro Pallade o Vulcano,
Sparge all'argento il liquid'oro intorno,
Sì che all'ultimo suo giunge con l'opra:
Tale ad Ulisse l'Atenèa Minerva
Gli omeri e il capo di decoro asperse;
Ad Ulisse, che poscia, ito in disparte,
Su la riva sedea del mar canuto,
Di grazia irradïato e di beltade.
La donzella stordiva; ed all'ancelle
Dal crin ricciuto disse: “Un mio pensiero
Nascondervi io non posso. Avversi, il giorno
Che le nostre afferrò sponde beate,
Non erano a costui tutti del cielo
Gli abitatori: egli, d'uom vile e abbietto
Vista m'avea da prima, ed or simìle
Sembrami a un dio che su l'Olimpo siede.
Oh colui fosse tal, che i numi a sposo
Mi destinâro! Ed oh piacesse a lui
Fermar qui la sua stanza! Orsù, di cibo
Sovvenitelo, amiche, e di bevanda”.
Quelle ascoltaro con orecchio teso,
E il comando seguîr: cibo e bevanda
All'ospite imbandîro, e il paziente
Divino Ulisse con bramose fauci
L'uno e l'altra prendea, qual chi gran tempo
Bramò i ristori della mensa indarno.
Qui l'occhinera vergine novello
Partito immaginò. Sul vago carro
Le ripiegate vestimenta pose,
Aggiunse i muli di forte unghia, e salse.
Poi così Ulisse confortava: “Sorgi
Stranier, se alla cittade ir ti talenta
E il mio padre veder, nel cui palagio
S'accoglieran della Feacia i capi.
Ma, quando folle non mi sembri punto,
Cotal modo terrai. Finché moviamo
De' buoi tra le fatiche e de' coloni,
Tu con le ancelle dopo il carro vieni
Non lentamente: io ti sarò per guida.
Come da presso la cittade avremo,
Divideremci. È la città da un alto
Muro cerchiata, e due bei porti vanta
D'angusta foce, un quinci e l'altro quindi,
Su le cui rive tutti in lunga fila
Posan dal mare i naviganti legni.
Tra un porto e l'altro si distende il foro
Di pietre quadre, e da vicina cava
Condotte, lastricato; e al fôro in mezzo
L'antico tempio di Nettun si leva.
Colà gli arnesi delle negre navi,
Gomene e vele, a racconciar s'intende,
E i remi a ripulir: ché de' Feaci
Non lusingano il core archi e faretre,
Ma veleggianti e remiganti navi,
Su cui passano allegri il mar spumante.
Di cotestoro a mio potere io sfuggo
Le voci amare, non alcun da tergo
Mi morda, e tal, che s'abbattesse a noi
Della feccia più vil: "Chi è", non dica,
"Quel forestiero che Nausica siegue,
Bello d'aspetto e grande? Ove trovollo?
Certo è lo sposo. Forse alcun di quelli,
Che da noi parte il mar, ramingo giunse,
Ed ella il ricevé, che uscìa di nave:
O da lunghi chiamato ardenti voti
Scese di cielo, e le comparve un nume,
Che seco riterrà tutti i suoi giorni.
Più bello ancor, se andò ella stessa in traccia
D'uom d'altronde venuto, e a lui donossi,
Dappoi che i molti, che l'ambìano, illustri
Feaci tanto avanti ebbe in dispetto".
Così dirìano; e crudelmente offesa
Ne sarìa la mia fama. Io stessa sdegno
Concepirei contra chïunque osasse,
De' genitori non contenti in faccia,
Pria meschiarsi con gli uomini, che sorto
Fosse delle sue nozze il dì festivo.
Dunque a' miei detti bada; e leggermente
Ritorno e scorta impetrerai dal padre.
Folto di pioppi ed a Minerva sacro
Ci s'offrirà per via bosco fronzuto,
Cui viva fonte bagna, e molli prati
Cingono: ivi non più dalla cittade
Lontan, che un gridar d'uomo, il bel podere
Giace del padre, e l'orto suo verdeggia.
Ivi, tanto che a quella ed al paterno
Tetto io giunga, sostieni; e allor che giunta
Mi crederai, tu pur t'inurba, e cerca
Il palagio del re. Del re il palagio
Gli occhi tosto a sé chiama, e un fanciullino
Vi ti potrìa condur; che de' Feaci
Non sorge ostello che il paterno adegui.
Entrato nel cortil, rapidamente
Sino alla madre mia per le superbe
Camere varca. Ella davanti al foco,
Che del suo lume le colora il volto,
Siede, e, poggiata a una colonna, torce,
Degli sguardi stupor, purpuree lane.
Siedonle a tergo le fantesche; e presso
S'alza del padre il trono, in ch'ei, qual dio,
S'adagia, e della vite il nèttar bee.
Declina il trono, e stendi alle ginocchia
De la madre le braccia; onde tra poco
Del tuo ritorno alle natìe contrade,
Per remote che sien, ti spunti il giorno.
Stùdiati entrarle tanto e quanto in core;
E di non riveder le patrie sponde,
Gli alberghi avìti, e degli amici il volto,
Bandisci dalla mente ogni sospetto”.
Detto così, della lucente sferza
Diè sulle groppe ai vigorosi muli,
Che pronti si lasciâro il fiume addietro.
Venìan correndo ed alternando a gara,
Bello a vedersi, le nervose gambe;
E la donzella, perché Ulisse a piede
Lei con le ancelle seguitar potesse,
Attenta carreggiava e fea con arte
Scoppiare in alto della sferza il suono.
Cadea nell'acque occidentali il sole,
Che al sacro di Minerva illustre bosco
Fûro; ed Ulisse ivi s'assise. Quindi
A Minerva pregava in tali accenti:
“Odimi, invitta dell'Egìoco figlia,
Ed oggi almen fa' pieni i voti miei
Tu, che pieni i miei voti unqua non festi,
Finché su l'onde mi sbalzò Nettuno.
Tu dammi che, gradito e non indegno
Di pietade, ai Feaci io m'appresenti”.
Disse, e Palla l'udì; ma non ancora
Visibilmente gli assistea, per tema
Del zio possente, al cui tremendo cruccio
Era, pria che i natìi lidi toccasse,
Bersaglio eterno il pari ai numi Ulisse.
LIBRO SETTIMO
Mentre così pregava il pazïente
Divino Ulisse, dal vigor de' muli
Portata era Nausica alla cittade.
Giunta d'Alcinoo alla magion sublime,
S'arrestò nel vestibolo; e i germani,
Belli al par degli Eterni, intorno a lei
D'ogni parte venìan: sciolsero i muli,
E le vesti recaro entro la reggia.
Ma la fanciulla il piede alla secreta
Movea sua stanza: e raccendeale il foco
Eurimedusa, una sua vecchia fante,
Nata in Epiro, e su le negre navi
Condotta, e al prode Alcinoo offerta in dono
Perché ai Feaci ei comandava, e lui,
Qual se un dio favellasse, udìan le genti.
Costei Nausica dal braccio di neve
Rallevò nel palagio, ed ora il foco
Raccendeale, e mettea la cena in punto.
Ulisse intanto sorse, e il cammin prese
Della città. Ma l'Atenéa Minerva,
Che da lui non torcea l'occhio giammai,
Di molta il cinse impenetrabil nebbia,
Onde nessun Feace o di parole,
Scontrandolo, il mordesse, o il domandasse
Del nome e della patria. Ei già già entrava
Nell'amena città, quando la diva
Gli occhi cerulea, se gli fece incontro,
Non dissimile a vergine, che piena
Sul giovinetto capo urna sostenti.
Stettegli a fronte in tal sembianza, e Ulisse
Così la interrogava: “O figlia, al tetto
D'Alcinoo, che tra questi uomini impera,
Vuoi tu condurmi? Io forestier di lunge,
E dopo molti guai venni, né alcuno
Della città conobbi, o del contorno”.
“Ospite padre”, rispondea la diva
Dai glauchi lumi, “il tetto desïato
Mostrar ti posso di leggier; ché quello
Del mio buon genitor per poco il tocca.
Ma in silenzio tu seguimi e lo sguardo
Non drizzare ad alcun, non che la voce.
Render costoro agli stranieri onore
Non sanno punto, né accoglienze amiche
Trova, o carezze qui, chi altronde giunga.
Essi, fidando nelle ratte navi,
Per favor di Nettuno il vasto mare
In un istante varcano: veloci
Come l'ale o il pensier sono i lor legni”.
Dette tai cose, frettolosa Palla
Gli entrava innanzi, e l'orme ei ne calcava.
Né i Feaci scorgeanlo andar tra loro:
Così volendo la possente diva,
Pallade, che al suo ben sempre intendea,
E di sacra l'avvolse oscura nube.
Ulisse i porti e i bei costrutti legni
Maravigliava, e le superbe piazze,
Ove i prenci s'assembrano, e le lunghe,
Spettacolo ammirando, eccelse mura
Di steccati munite e di ripari.
Ma non prima d'Alcinoo alle regali
Case appressaro, che Minerva disse:
“Eccoti, ospite padre, in faccia il tetto
Che mi richiedi: là vedrai gli alunni
Di Giove, i prenci, a lauta mensa assisi.
Cacciati dentro, e non temer: l'uom franco
D'ogni difficoltate, a cui s'incontri,
Meglio si trae, benché di lunge arrivi.
Pria la Regina, che si noma Arete,
E comun con Alcinoo il sangue vanta,
Ti s'offrirà alla vista. Il dio che scuote
Del suo tridente la terrena mole,
Un bambin ricevé dalla più bella
Donna di quell'età, da Peribèa,
Figlia minor d'Eurimedonte, a cui
De' Giganti obbedìa l'oltracotata
Progenie rea, che per le lunghe guerre
Tutta col suo re stesso al fin s'estinse.
Nettun di lei s'accese, e n'ebbe un figlio,
Nausìtoo generoso, il qual fu padre
Di Ressènore e Alcinoo; e sul Feace
Popol regnava. Il primo, a cui fallìa
Prole del miglior sesso, avea di poco
Nella sua reggia la consorte addotta
Che Apollo dall'argenteo arco il trafisse;
Né rimase di lui che una figliuola,
Arete, e questa in moglie Alcinoo tolse,
E venerolla fieramente: donna
Non vive in nodi maritali stretta,
Che sì alto al suo sposo in mente sieda.
E in gran pregio non men l'hanno, ed amore
Portanle i figli, e i cittadini ancora,
Che a lei, quandunque va per la cittade,
Gli occhi alzan, come a diva, e con accenti
Festivi la ricevono; ché senno
Né a lei pur manca vêr chi più tien caro,
E le liti non rado ella compone.
Se un loco prender nel suo cor tu sai,
La terra, dove i lumi apristi al giorno,
La magion de' tuoi padri, e degli amici
I noti volti riveder confida”.
Detto, la dea, ch'è nelle luci azzurra,
Su pel mare infruttifero lanciossi.
Lasciò la bella Scheria, e Maratona
Trovò, ed Atene dalle larghe vie,
E nel suo tempio entrò, che d'Erettèo
Fu ròcca inespugnabile. Ma Ulisse
All'ostello reale il piè movea,
E molte cose rivolgea per l'alma,
Pria ch'ei toccasse della soglia il bronzo:
Ché d'Alcinoo magnanimo l'augusto
Palagio chiara, qual di sole o luna,
Mandava luce. Dalla prima soglia
Sino al fondo correan due di massiccio
Rame pareti risplendenti, e un fregio
Di ceruleo metal girava intorno.
Porte d'ôr tutte la inconcussa casa
Chiudean: s'ergean dal limitar di bronzo
Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo
Sosteneano architrave, e anello d'oro
Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,
Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:
Fattura di Vulcan, che in lor ripose
Viscere dotte, e da vecchiezza immuni
Temperolli, e da morte, onde guardato
Fosse d'Alcinoo il glorïoso albergo.
E quanto si stendean le due pareti,
Eranvi sedie quinci e quindi affisse,
Con fini pepli sovrapposti, lunga
Delle donne di Scheria opra solerte.
Qui de' Feaci s'assideano i primi,
La mano ai cibi ed ai licor porgendo,
Che lor metteansi ciascun giorno avante:
E la notte garzoni in oro sculti
Su piedistalli a grande arte construtti,
Spargean lume con faci in su le mense.
Cinquanta il re servono ancelle: l'une
Sotto pietra rotonda il biondo grano
Frangono; e l'altre o tesson panni, o fusi
Con la rapida man rotano assise,
Movendosi ad ognor, quali agitate
Dal vento foglie di sublime pioppo.
Splendono i drappi a maraviglia intesti,
Come se un olio d'ôr su vi scorresse.
Poiché quanto i Feaci a regger navi
Gente non han che li pareggi, tanto
Valgon tele in oprar le Feacesi,
Cui mano industre più che all'altre donne
Diede Minerva, e più sottile ingegno.
Ma di fianco alla reggia un orto grande,
Quanto ponno in dì quattro arar due tori
Stendesi, e viva siepe il cinge tutto.
Alte vi crescon verdeggianti piante,
Il pero e il melagrano, e di vermigli
Pomi carico il melo, e col soave
Fico nettáreo la canuta oliva.
Né il frutto qui, regni la state, o il verno,
Pêre, o non esce fuor: quando sì dolce
D'ogni stagione un zeffiretto spira,
Che mentre spunta l'un, l'altro matura.
Sovra la pera giovane, e su l'uva
L'uva, e la pera invecchia, e i pomi e i fichi
Presso ai fichi ed ai pomi. Abbarbicata
Vi lussureggia una feconda vigna,
De' cui grappoli il sol parte dissecca
Nel più aereo ed aprìco, e parte altrove
La man dispicca dai fogliosi tralci,
O calca il piè ne' larghi tini: acerbe
Qua buttan l'uve i redolenti fiori,
E di porpora là tingonsi e d'oro.
Ma del giardino in sul confin tu vedi
D'ogni erba e d'ogni fior sempre vestirsi
Ben culte aiuole, e scaturir due fonti
Che non taccion giammai: l'una per tutto
Si dirama il giardino, e l'altra corre,
Passando del cortil sotto alla soglia,
Sin davanti al palagio; e a questa vanno
Gli abitanti ad attingere. Sì bella
Sede ad Alcinoo destinaro i numi.
Di maraviglia tacito e sospeso
Ulisse colà stava; e visto ch'ebbe
Tutto, e rivisto con secreta lode,
Nell'eccelsa magion ratto si mise.
Trovò i Feaci condottieri e prenci,
Che libavan co' nappi all'Argicida
Mercurio, a cui libar solean da sezzo,
Come del letto gli assalìa la brama;
E innanzi trapassò, dentro alla folta
Nube che Palla gli avea sparsa intorno,
Finché ad Arete e al suo marito giunse.
Circondò con le braccia alla Reina
Le ginocchia; ed in quel da lui staccossi
La nube sacra, e in vento si disciolse.
Tutti repente ammutolîro, e forte
Stupìan, guardando l'uom che alla Reina
Supplicava in tal forma: “O del divino
Ressènore figliuola, illustre Arete,
Alle ginocchia tue, dopo infiniti
Disastri, io vegno, vegno al tuo consorte,
E a questi grandi ancor, cui dì felici
Menar gli dèi concedano, e ne' figli
Le ricchezze domestiche e gli onori
Che s'acquistaro, tramandare. Or voi
Scorta m'apparecchiate, acciocché in breve
Alla patria io mi renda ed agli amici,
Da cui vivo lontan tra i guai gran tempo”.
Disse, e andò al focolare, e innanzi al foco
Sovra l'immonda cenere sedette:
Né alcun fra tanti aprìa le labbra. Al fine
Parlò l'eroe vecchio Etenèo, che in pronto
Molte avea cose trapassate, e tutti
Di facondia vincea, non men che d'anni:
“Alcinoo”, disse con amico petto,
“Poco ti torna onor, che su l'immonda
Cenere il forestier sieda; e se nullo
Muovesi, egli è perché un tuo cenno aspetta.
Su via, leval di terra, e in sedia il poni
Borchiettata d'argento; e ai banditori
Mescer comanda, onde al gran Giove ancora
Che del fulmine gode, e s'accompagna
Co' venerandi supplici, libiamo.
La dispensiera poi di quel che in serbo
Tiene, presenti al forestier per cena”.
Alcinoo, udito ciò, lo scaltro Ulisse
Prese per man, dal focolare alzollo
E l'adagiò sovra un lucente seggio,
Fatto sorgerne prima il più diletto
De' suoi figliuoli che sedeangli accanto,
L'amico di virtù Laodamante.
Tosto l'ancella da bel vaso d'oro
Purissim'acqua nel bacil d'argento
Gli versava, e stendea desco polìto,
Su cui l'onesta dispensiera bianchi
Pani venne ad imporre, e di serbate
Dapi gran copia. Ma la sacra possa
Di Alcinoo al banditor: “Pontònoo, il rosso
Licore infondi nelle tazze, e in giro
Recalo a tutti, onde al gran Giove ancora,
Che del fulmine gode, e s'accompagna
Co' venerandi supplici, libiamo”.
Disse; e Pontònoo il buon licore infuse,
E il recò, propinando, a tutti in giro.
Ma il re, come libato ebbero, e a piena
Voglia bevuto, in tai parole uscìo:
“O condottieri de' Feaci, o capi,
Ciò che il cor dirvi mi consiglia, udite.
Già banchettati foste: i vostri alberghi
Cercate adunque e riposate. Al primo
Raggio di Sole in numero più spessi
Ci adunerem, perché da noi s'onori
L'ospite nel palagio, e più superbe
Vittime immoleransi: indi con quale
Scorta al suol patrio, per lontan che giaccia,
Possa, non pur senza fatica o noia,
Ma lieto e rapidissimo condursi,
Diviseremo. Esser dee nostra cura
Che danno non l'incolga, in sin ch'ei tocco
Non abbia il suol natìo. Colà poi giunto,
Quel soffrirà, che le severe Parche
Nel dì del suo natale a lui filâro.
E se un dio fosse dall'Olimpo sceso?
Altro s'avvolgerìa disegno in mente
De' numi allora. Spesso a noi mostrarsi
Nell'ecatombe più solenni, e nosco
Starsi degnaro ad una mensa. Dove
Un qualche vïandante in lor s'avvenga,
Non l'occultano a noi, che per vetusta
Origine lor siam molto vicini,
Non altrimenti che i Ciclopi antichi,
E de' Giganti la selvaggia stirpe”.
“Alcinoo”, gli rispose il saggio Ulisse,
“Muta questo pensiero. Io dell'immenso
Cielo ai felici abitatori eterni
Né d'indole somiglio, né d'aspetto.
Somiglio ai figli de' mortali, e a quanti
Voi conoscete in più angoscioso stato.
Né ad alcuno di lor cedo ne' mali:
Tanti e sì gravi men crearo i numi.
Or cenar mi lasciate, ancor che afflitto;
Però che nulla io so di più molesto
Che il digiun ventre, di cui l'uom mal puote
Dimenticarsi per gravezze o doglie.
Nel fondo io son de' guai: pur questo interno
Signor, che mai di domandar non resta,
Vuol ch'io più non rammenti i danni miei,
E ai cibi stenda ed ai licor la mano.
Ma voi, comparso in Orïente il giorno,
Rimandarmi vi piaccia. Io non ricuso,
Visti i miei servi, l'alte case e i campi,
Gli occhi al lume del Sol chiuder per sempre”.
Disse; e tutti assentìano, e fean gran ressa,
Che lo stranier, che ragionò sì bene,
Buona scorta impetrasse. Al fin, libato
Ch'ebbero e a pien bevuto, il proprio albergo
Ciascun cercava, per entrar nel sonno.
Sol nella reggia rimaneasi Ulisse,
E presso gli sedeano Alcinoo e Arete,
Mentre le ancelle del convito i vasi
Dalla mensa toglieano. Arete prima
Gli favellò, come colei che il manto
Riconobbe, e la tunica, leggiadre
Vesti, che di sua man tessute avea
Con le sue fanti, e che or vedeagli in dosso:
“Stranier”, gli disse con alate voci,
Di questo io te cercar voglio la prima:
Chi sei tu? Donde sei? Da chi tai panni?
Non ci fai creder tu che ai nostri lidi
Misero, errante e naufrago approdasti?”
E il saggio Ulisse replicògli: “Forte,
Regina, i mali raccontar, che molti
M'invïaro gli dèi. Quel che più brami
Sapere, io toccherò. Lontana giace
Un'isola nel mar che Ogigia è detta.
Quivi d'Atlante la fallace figlia
Dai ben torti capei, Calipso, alberga,
Terribil dea, con cui nessun de' numi
Conversa, o de' mortali. Un genio iniquo
Con lei me solo a dimorar costrinse,
Dappoi che Giove a me per l'onde scure
La ratta nave folgorando sciolse.
Tutti morti ne fûro i miei compagni:
Ma io, con ambe mani alla carena
Della nave abbracciatomi, per nove
Giorni fui trasportato, e nella fosca
Decima notte all'isoletta spinto
Della dea, che m'accolse, e amicamente
Mi trattava e nodriva, e promettea
Da morte assicurarmi e da vecchiezza;
Né però il cor mi piegò mai nel petto.
Sette anni interi io mi vedea con lei,
E di perenni lagrime i divini
Panni bagnava, che mi porse in dono.
Ma tosto che l'ottavo anno si volse,
La diva, o fosse imperïal messaggio
Del figliuol di Saturno, o di lei stessa
Mutamento improvviso, alle mie case
Ritornar confortavami. Su travi,
Da moltiplici nodi in un congiunte,
Con molti doni accommiatommi: pane
Candido e dolce vin diemmi, e odorate
Vesti vestimmi, e, ad incresparmi il mare,
Un placido mandò vento innocente.
Io dieci viaggiava e sette giorni
Su le liquide strade. Al nuovo albore
Mi sorse incontro co' suoi monti ombrosi
L'isola vostra, e a me infelice il core
Ridea, benché altri guai m'apparecchiasse
Nettun, che incitò i venti, il mar commosse,
Mi precise la via; né più speranza
Già m'avanzava, che il naviglio frale
Me gemente portasse all'onde sopra.
Ruppelo al fine il turbo. A nuoto allora
Misurai questo mar, finché alla vostra
Contrada il vento mi sospinse e il flutto.
Quivi alla terra, nell'uscir dell'acque,
Franto un'onda m'avrìa, che me in acute
Punte cacciava, e in disamabil riva:
Se non ch'io, ritirandomi dal lido,
Tanto nôtava, che a un bel fiume sceso
Da Giove io giunsi, ove opportuno il loco
Parvemi e liscio; né in balìa de' venti.
Scampai, le forze raccogliendo. Intanto
Spiegò i suoi veli la divina Notte,
Ed io, lasciato da una parte il fiume,
Sovra un letto di foglie e tra gli arbusti
Giacqui, e m'infuse lungo sonno un dio.
Dormìi l'intera notte insino all'alba,
Dormìi sino al meriggio; e già calava
Verso Occidente il Sole, allor che il dolce
Sonno m'abbandonò. Vidi le ancelle
Della tua figlia trastullar su l'erba,
E lei tra quelle, che una dea mi parve,
E a cui preghiere io porsi; ed ella senno
Mostrava tal, qual non s'attende mai
L'uom da una età sì fresca, in cui s'abbatta,
Perché la fresca età sempre folleggia.
Ella recente pan, vino possente,
Ella comodo bagno a me nel fiume,
Ed ella vesti. Me infelice il fato
Render potrà, ma non potrà bugiardo”.
Ed Alcinoo repente: “Ospite, in questo
La mia figlia sfallì, che non condusse
Te con le ancelle alla magion, quantunque
Tu a lei primiera supplicato avessi”.
“Eccelso eroe, non mi biasmar”, rispose
Lo scaltro Ulisse, “per cagion sì lieve
La incolpabil fanciulla. Ella m'ingiunse
Di seguitarla con le ancelle; ed io
Men guardai, per timor che il tuo vedermi
T'infiammasse di sdegno. Umana, il sai,
Razza noi siamo al sospettare inchina”.
Ed Alcinoo di nuovo: “Ospite, un'alma
Già non s'annida in me, che fuoco prenda
Sì prontamente. Alla ragione io cedo,
E quel che onesto è più, sempre io trascelgo.
Ed oh piacesse a Giove, a Palla e a Febo,
Che, qual ti scorgo, e d'un parer con meco
Sposa volessi a te far la mia figlia,
Genero mio chiamarti, e la tua stanza
Fermar tra noi! Case otterresti e beni
Da me, dove il restar non ti sgradisse:
Ché ritenerti a forza, e l'ospitale
Giove oltraggiar, nullo qui fia che ardisca.
Però così su l'alba il tuo vïaggio
Noi disporrem, che abbandonarti al sonno
Nella nave potrai, mentre i Feaci
L'azzurra calma romperan co' remi,
Né cesseran, che nella patria messo
T'abbiano, e ovunque ti verrà desìo,
Foss'anco oltre l'Eubèa, cui più lontana
D'ogni altra regïon che alzi dal mare,
Dicon que' nostri che la vider, quando
A Tizio, figlio della terra, il biondo
Radamanto condussero. All'Eubèa
S'indrizzar, l'afferrar, ne ritornaro
Tutto in un giorno; e non fu grave impresa.
Conoscerai quanto sien bene inteste
Le nostre navi, e i giovani gagliardi
Nel voltar sottosopra il mar co' remi”.
Gioì a tai detti il pazïente Ulisse,
E, le braccia levando: “O Giove padre”,
Sclamò, “tutte adempir le sue promesse
Possami Alcinoo! Ei gloria eterna avranne,
Ed io porrò nelle mie case il piede”.
Queste correan tra lor parole alterne.
Ma la Reina, candida le braccia,
Arete, intanto alle fantesche impose
Il letto collocar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri,
E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre. Uscîro
Quelle, tenendo in man lucide faci,
Il denso letto sprimacciaro in fretta,
E rïentrate: “Sorgi, ospite; or puoi”,
Dissero a Ulisse, “chiuder gli occhi al sonno”.
Né punto al forestier l'invito spiacque.
Così ei sotto il portico sonante
Là s'addormìa ne' traforati letti.
Alcinoo si corcò del tetto eccelso
Ne' penetrali; e a lui da presso Arete,
La consorte real, che a sé ed a lui
Preparò di sua mano il letto e i sonni.
LIBRO OTTAVO
Ma tosto che rosata ambo le palme,
Comparve in ciel l'aggiornatrice Aurora,
Surse di letto la sacrata possa
Del magnanimo Alcinoo, e il divin surse
Rovesciator delle cittadi Ulisse.
La possanza d'Alcinoo al parlamento,
Che i Feaci tenean presso le navi,
Prima d'ogni altro mosse. A mano a mano
Venìano i Feacesi, e su polite
Pietre sedeansi. L'occhiglauca diva,
Cui d'Ulisse il ritorno in mente stava,
Tolte del regio banditor le forme,
Qua e là s'avvolgea per la cittade,
E appressava ciascuno, e: “Su”, dicea,
“Su, prenci e condottieri, al foro, al foro,
Se udir vi cal dello stranier che giunse
Ad Alcinoo testé per molto mare,
E assai più, che dell'uom, del nume ha in viso”.
Disse, e tutti eccitò. Della raccolta
Gente fûro in brev'ora i seggi pieni.
Ciascun guardava con le ciglìa in arco
Di Laerte il figliuol: ché a lui Minerva
Sovra il capo diffuse e su le spalle
Divina grazia, ed in grandezza e in fiore
Crebbelo, e in gagliardìa, perch'ei ne' petti
Destar potesse riverenza e affetto,
E de' nobili giuochi, ove chiamato
Fosse a dar di sé prova, uscir con vanto.
Concorsi tutti, e in una massa uniti,
Tra loro arringò Alcinoo in questa guisa:
“O condottieri de' Feaci, e prenci,
Ciò che il cor dirvi mi comanda, udite.
Questo a me ignoto forestier, che venne
Ramingo, e ignoro ancor se donde il Sole
Nasce, o donde tramonta, ai tetti miei
Scorta dimanda pel viaggio, e prega
Gli sia ratto concessa. Or noi l'usanza
Non seguirem con lui? Uomo, il sapete,
Ai tetti miei non capitò, che mesto
Languir dovesse sovra queste piagge,
Per difetto di scorta, i giorni e i mesi.
Traggasi adunque nel profondo mare
Legno dall'onde non battuto ancora,
E s'eleggan cinquanta e due garzoni
Tra il popol tutto, gli ottimi. Costoro,
Varato il legno, e avvinti ai banchi i remi,
Subite e laute ad apprestar m'andranno
Mense, che a tutti oggi imbandite io voglio.
Ma quei che di bastone ornan la mano,
L'ospite nuovo ad onorar con meco
Vengano ad una; e il banditor mi chiami
L'immortale Demodoco, a cui Giove
Spira sempre de' canti il più soave,
Dovunque l'estro, che l'infiamma, il porti”.
Detto, si mise in via. Tutti i scettrati
Seguìanlo ad una, e all'immortal cantore
L'araldo indirizzavasi. I cinquanta
Garzoni e due, come il re imposto avea,
Fûro del mar non seminato al lido;
La nave negra nel profondo mare
Trassero, alzâro l'albero e la vela.
I lunghi remi assicurâr con forti
Lacci di pelle, a maraviglia il tutto,
E, le candide vele al vento aperte,
Arrestaro nell'alta onda la nave:
Poscia d'Alcinoo ritrovar l'albergo.
Già i portici s'empiean, s'empieano i chiostri,
Non che ogni stanza, della varia gente,
Che s'accogliea, bionde e canute teste,
Una turba infinita. Il re quel giorno
Diede al sacro coltel dodici agnelle,
Otto corpi di verri ai bianchi denti,
E due di tori dalle torte corna.
Gli scoiâr, gli acconciâr, ne apparecchiaro
Convito invidïabile. L'araldo
Ritorno feo, per man guidando il vate,
Cui la Musa portava immenso amore,
Benché il ben gli temprasse e il male insieme.
Degli occhi il vedovò, ma del più dolce
Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo
Sedia d'argento borchiettata a lui
Pose, e l'affisse ad una gran colonna:
Poi la cetra vocale a un aureo chiodo
Gli appese sovra il capo, ed insegnògli,
Come a staccar con mano indi l'avesse.
Ciò fatto, un desco gli distese avanti
Con panier sopra, e una capace tazza,
Ond'ei, qual volta nel pungea desìo,
Del vermiglio licor scaldasse il petto.
Come la fame rintuzzata, e spenta
Fu la sete in ciascun, l'egregio vate,
Che già tutta sentìasi in cor la Musa,
De' forti il pregio a risonar si volse,
Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo
Salse in que' dì la fama. Era l'antica
Tenzon d'Ulisse e del Pelìade Achille,
Quando di acerbi detti ad un solenne
Convito sacro si ferîro entrambi.
Il re de' prodi Agamennòn gioìa
Tacitamente in sé, visti a contesa
Venire i primi degli Achei: ché questo
Della caduta d'Ilio era il segnale.
Tanto da Febo nella sacra Pito,
Varcato appena della soglia il marmo,
Predirsi allora udì, che di que' mali,
Che sovra i Teucri, per voler di Giove,
Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi,
Si cominciava a dispiegar la tela.
A tai memorie il Laerziade, preso
L'ampio ad ambe le man purpureo manto,
Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,
Vergognando che lagrime i Feaci
Vedesserlo stillar sotto le ciglia.
Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte
Le guancie in fretta, dalla testa il manto
Si tolse, e, dato a una ritonda coppa
Di piglio, libò ai numi. I Feacesi
Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli
Il poeta eccitavano, che aprìa
Novamente le labbra; e novamente
Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse.
Così, gocciando lagrime, da tutti
Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide,
E l'adocchiò, sedendogli da presso,
Oltre che forte sospirare udillo;
E più non aspettando: “Udite”, disse,
“Della Feacia condottieri e prenci.
Già del comun convito, e dell'amica
De' conviti solenni arguta cetra
Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi
Proviamci, perché l'ospite, com'aggia
Rimesso il piè nelle paterne case,
Narri agli amici, che l'udranno attenti,
Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso,
Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente”.
Disse, ed entrò in cammino; e i prenci insieme