HOME     PRIVILEGIA NE IRROGANTO    di Mauro Novelli             

 BIBLIOTECA


Un doveroso ringraziamento va a quanti, con serio e minuzioso lavoro, permettono la fruizione di testi informatizzati attraverso l’opera di siti come www.liberliber.it. Molti degli scritti che seguono sono il prodotto della loro encomiabile azione.



             

OMERO

 

ODISSEA

 

Trad. di Ippolito Pindemonte

 

 

 

 

 

            LIBRO PRIMO

             

             

              Musa, quell'uom di multiforme ingegno

            Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra

            Gittate d'Ilïòn le sacre torri;

            Che città vide molte, e delle genti

            L'indol conobbe; che sovr'esso il mare

            Molti dentro del cor sofferse affanni,

            Mentre a guardar la cara vita intende,

            E i suoi compagni a ricondur: ma indarno

            Ricondur desïava i suoi compagni,

            Ché delle colpe lor tutti periro.

            Stolti! che osaro vïolare i sacri

            Al Sole Iperïon candidi buoi

            Con empio dente, ed irritâro il nume,

            Che del ritorno il dì lor non addusse.

            Deh! parte almen di sì ammirande cose

            Narra anco a noi, di Giove figlia e diva.

              Già tutti i Greci, che la nera Parca

            Rapiti non avea, ne' loro alberghi

            Fuor dell'arme sedeano e fuor dell'onde;

            Sol dal suo regno e dalla casta donna

            Rimanea lungi Ulisse: il ritenea

            Nel cavo sen di solitarie grotte

            La bella venerabile Calipso,

            Che unirsi a lui di maritali nodi

            Bramava pur, ninfa quantunque e diva.

            E poiché giunse al fin, volvendo gli anni,

            La destinata dagli dèi stagione

            Del suo ritorno, in Itaca, novelle

            Tra i fidi amici ancor pene durava.

            Tutti pietà ne risentìan gli eterni,

            Salvo Nettuno, in cui l'antico sdegno

            Prima non si stancò, che alla sua terra

            Venuto fosse il pellegrino illustre.

            Ma del mondo ai confini e alla remota

            Gente degli Etïòpi (in duo divisa,

            Ver cui quinci il sorgente ed il cadente

            Sole gli obbliqui rai quindi saetta)

            Nettun condotto a un ecatombe s'era

            Di pingui tori e di montoni; ed ivi

            Rallegrava i pensieri, a mensa assiso.

            In questo mezzo gli altri dèi raccolti

            Nella gran reggia dell'olimpio Giove

            Stavansi. E primo a favellar tra loro

            Fu degli uomini il padre e de' celesti,

            Che il bello Egisto rimembrava, a cui

            Tolto avea di sua man la vita Oreste,

            L'inclito figlio del più vecchio Atride.

              “Poh!” disse Giove, “incolperà l'uom dunque

            Sempre gli dèi? Quando a se stesso i mali

            Fabbrica, de' suoi mali a noi dà carco,

            E la stoltezza sua chiama destino.

            Così, non tratto dal destino, Egisto

            Disposó d'Agamennone la donna,

            E lui, da Troia ritornato, spense;

            Benché conscio dell'ultima ruina

            Che l'Argicida esplorator Mercurio,

            Da noi mandato, prediceagli: “Astienti

            Dal sangue dell'Atride, ed il suo letto

            Guàrdati di salir; ché alta vendetta

            Ne farà Oreste, come il volto adorni

            Della prima lanuggine e lo sguardo

            Verso il retaggio de' suoi padri volga”.

            Ma questi di Mercurio utili avvisi

            Colui nell'alma non accolse: quindi

            Pagò il fio d'ogni colpa in un sol punto”.

              “Di Saturno figliuol, padre de' numi,

            Re de' regnanti”, così a lui rispose

            L'occhiazzurra Minerva: “egli era dritto

            Che colui non vivesse: in simil foggia

            Pera chïunque in simil foggia vive!

            Ma io di doglia per l'egregio Ulisse

            Mi struggo, lasso! che, da' suoi lontano,

            Giorni conduce di rammarco in quella

            Isola, che del mar giace nel cuore,

            E di selve nereggia;:isola, dove

            Soggiorna entro alle sue celle secrete

            L'immortal figlia di quel saggio Atlante,

            Che del mar tutto i più riposti fondi

            Conosce e regge le colonne immense

            Che la volta sopportano del cielo.

            Pensoso, inconsolabile, l'accorta ninfa il ritiene e con soavi e molli

            Parolette carezzalo, se mai

            Potesse Itaca sua trargli dal petto:

            Ma ei non brama che veder dai tetti

            Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo,

            E poi chiuder per sempre al giorno i lumi.

            Né commuovere, Olimpio, il cuor ti senti?

            Grati d'Ulisse i sagrifici, al greco

            Navile appresso, ne' troiani campi,

            Non t'eran forse? Onde rancor sì fiero,

            Giove, contra lui dunque in te s'alletta?”

             “Figlia, qual ti lasciasti uscir parola

            Dalla chiostra de' denti?” allor riprese

            L'eterno delle nubi addensatore:

            “Io l'uom preclaro disgradir, che in senno

            Vince tutti i mortali, e gl'Immortali

            Sempre onorò di sacrifici opìmi?

            Nettuno, il nume che la terra cinge,

            D'infurïar non resta pel divino

            Suo Polifemo, a cui lo scaltro Ulisse

            Dell'unic'occhio vedovò la fronte,

            Benché possente più d'ogni Ciclope:

            Pel divin Polifemo, che Toòsa

            Partorì al nume, che pria lei soletta

            Di Forco, re degl'infecondi mari,

            Nelle cave trovò paterne grotte.

            Lo scuotitor della terrena mole

            Dalla patria il disvia da quell'istante,

            E, lasciandolo in vita, a errar su i neri

            Flutti lo sforza. Or via, pensiam del modo

            Che l'infelice rieda; e che Nettuno

            L'ire deponga. Pugnerà con tutti

            Gli eterni ei solo? Il tenterebbe indarno.”

              “Di Saturno figliuol, padre de' numi,

            De' regi re,” replicò a lui la diva

            Cui tinge gli occhi un'azzurrina luce,

            “Se il ritorno d'Ulisse a tutti aggrada,

            Ché non s'invìa nell'isola d'Ogige

            L'ambasciator Mercurio, il qual veloce

            Rechi alla ninfa dalle belle trecce,

            Com'è fermo voler de' sempiterni

            Che Ulisse alfine il natìo suol rivegga?

            Scesa in Itaca intanto, animo e forza

            Nel figlio io spirerò, perch'ei, chiamati

            Gli Achei criniti a parlamento, imbrigli

            Que' proci baldi, che nel suo palagio

            L'intero gregge sgòzzangli, e l'armento

            Dai piedi torti e dalle torte corna.

            Ciò fatto, a Pilo io manderollo e a Sparta,

            Acciocché sappia del suo caro padre,

            Se udirne gli avvenisse in qualche parte,

            Ed anch'ei fama, vïaggiando, acquisti.”

              Detto così, sotto l'eterne piante

            Si strinse i bei talar d'oro, immortali,

            Che lei sul mar, lei su l'immensa terra

            Col soffio trasportavano del vento.

            Poi la grande afferrò lancia pesante,

            Forte, massiccia, di appuntato rame

            Guernita in cima, onde le intere doma

            Falangi degli eroi, con cui si sdegna,

            E a cui sentir fa di qual padre è nata.

            Dagli alti gioghi del beato Olimpo

            Rapidamente in Itaca discese.

            Si fermò all'atrio del palagio in faccia,

            Del cortil su la soglia, e le sembianze

            Vesti di Mente, il condottier de' Tafî.

            La forbita in sua man lancia sfavilla.

              Nel regale atrio, e su le fresche pelli

            Degli uccisi da lor pingui giovenchi

            Sedeano, e trastullavansi tra loro

            Con gli schierati combattenti bossi

            Della Regina i mal vissuti drudi.

            Trascorrean qua e là serventi e araldi

            Frattanto: altri mescean nelle capaci

            Urne l'umor dell'uva e il fresco fonte.

            Altri le mense con forata e ingorda

            Spugna tergeano, e le metteano innanzi,

            E le molte partìan fumanti carni.

            Simile a un dio nella beltà, ma lieto

            Non già dentro del sen, sedea tra i proci

            Telemaco: mirava entro il suo spirto

            L'inclito genitor, qual s'ei, d'alcuna

            Parte spuntando, a sbaragliar si desse

            Per l'ampia sala gli abborriti prenci,

            E l'onor prisco a ricovrar e il regno.

            Fra cotali pensier Pallade scorse,

            Né soffrendogli il cor che lo straniero

            A cielo aperto lungamente stesse,

            Dritto uscì fuor, s'accostò ad essa, prese

            Con una man la sua, con l'altra l'asta,

            E queste le drizzò parole alate:

            “Forestier, salve. Accoglimento amico

            Tu avrai, sporrai le brame tue: ma prima

            Vieni i tuoi spirti a rinfrancar col cibo”.

              Ciò detto, innanzi andava, ed il seguìa

            Minerva. Entrati nell'eccelso albergo,

            Telemaco portò l'asta, e appoggiolla

            A sublime colonna, ove, in astiera,

            Nitida, molte dell'invitto Ulisse

            Dormiano arme simìli. Indi a posarsi

            Su nobil seggio con sgabello ai piedi

            La dea menò, stesovi sopra un vago

            Tappeto ad arte intesto; e un varïato

            Scanno vicin di lei pose a se stesso.

            Così, scevri ambo dagli arditi proci,

            Quell'impronto frastuon l'ospite a mensa

            Non disagiava, e dell'assente padre

            Telemaco potea cercarlo a un tempo.

            Ma scorta ancella da bel vaso d'oro

            Purissim'onda nel bacil d'argento

            Versava, e stendea loro un liscio desco,

            Su cui la saggia dispensiera i pani

            Venne a impor candidissimi, e di pronte

            Dapi serbate generosa copia;

            E carni d'ogni sorta in larghi piatti

            Recò l'abile scalco, ed auree tazze,

            Che, del succo de' grappoli ricolme,

            Lor presentava il banditor solerte.

              Entraro i proci, ed i sedili e i troni

            Per ordine occuparo: acqua gli araldi

            Diero alle mani, e di recente pane

            I ritondi canestri empièr le ancelle.

            Ma in quel che i proci all'imbandito pasto

            Stendean la man superba, incoronaro

            Di vermiglio licor l'urne i donzelli.

            Tosto che in lor del pasteggiar fu pago,

            Pago del bere il natural talento,

            Volgeano ad altro il core: al canto e al ballo

            Che gli ornamenti son d'ogni convito.

            Ed un'argentea cetera l'araldo

            Porse al buon Femio, che per forza il canto

            Tra gli amanti sciogliea. Mentr'ei le corde

            Ne ricercava con maestre dita,

            Telemaco, piegando in vêr la dea,

            Sì che altri udirlo non potesse, il capo,

            Le parlava in tal guisa: “Ospite caro,

            Ti sdegnerai se l'alma io t'apro? In mente

            Non han costor che suoni e canti. Il credo:!

            Siedono impune agli altrui deschi, ai deschi

            Di tal, le cui bianche ossa in qualche terra

            Giacciono a imputridir sotto la pioggia,

            O le volve nel mare il negro flutto.

            Ma s'egli mai lor s'affacciasse un giorno,

            Ben più che in dosso i ricchi panni e l'oro,

            Aver l'ali vorrebbero alle piante.

            Vani desìri! Una funesta morte

            Certo ei trovò, speme non resta, e invano

            Favellariami alcun del suo ritorno;

            Del suo ritorno il dì più non s'accende.

            Su via, ciò dimmi, e non m'asconder nulla:

            Chi? di che loco? e di che sangue sei?

            Con quai nocchier venìstu, e per qual modo

            E su qual nave, in Itaca? Pedone

            Giunto, per alcun patto io non ti credo.

            Di questo tu mi contenta: nuovo

            Giungi, o al mio genitor t'unisce il nodo

            Dell'ospitalità? Molti stranieri

            A' suoi tetti accostavansi; ché Ulisse

            Voltava in sé d'ogni mortale il core”.

              “Tutto da me”, gli rispondea la diva

            Che cerùleo splendor porta negli occhi,

            T'udrai narrare. Io Mente esser mi vanto,

            Figliuol d'Anchìalo bellicoso, e ai vaghi

            Del trascorrere il mar Tafî comando.

            Con nave io giunsi e remiganti miei,

            Fendendo le salate onde, vêr gente

            D'altro linguaggio, e a Temesa recando

            Ferro brunito per temprato rame,

            Ch'io ne trarrò. Dalla città lontano

            Fermossi e sotto il Neo frondichiomoso,

            Nella baia di Retro il mio naviglio.

            Sì, d'ospitalità vincol m'unisce

            Col padre tuo. Chieder ne puoi l'antico,

            Ristringendoti seco, eroe Laerte,

            Che a città, com'è fama, or più non viene;

            Ma vita vive solitaria e trista

            Ne' campi suoi, con vecchierella fante,

            Che, quandunque tornar dalla feconda

            Vigna, per dove si trae a stento, il vede,

            Di cibo il riconforta e di bevanda.

            Me qua condusse una bugiarda voce,

            Fosse il tuo padre di Itaca, da cui

            Stornanlo i numi ancor; ché tra gli estinti

            L'illustre pellegrin, no, non comparve,

            Ma vivo, e a forza in barbara contrada,

            Cui cerchia un vasto mar, gente crudele

            Rattienlo: lo rattien gente crudele

            Vivo, ed a forza in barbara contrada.

            Pur, benché il vanto di profeta, o quello

            D'augure insigne io non m'arroghi, ascolta

            Presagio non fallace che su i labbri

            Mettono a me gli eterni. Ulisse troppo

            Non rimarrà della sua patria in bando,

            Lo stringessero ancor ferrei legami.

            Da quai legami uom di cotanti ingegni

            Disvilupparsi non sapria? Ma schietto

            Parla: sei tu vera sua prole? Certo

            Nel capo e ne' leggiadri occhi ad Ulisse

            Molto arïeggi tu. Pria che per Troia,

            Che tutto a sé chiamò di Grecia il fiore,

            Sciogliesse anch'ei su le cavate navi,

            Io, come oggi appo il tuo, così sedea

            Spesse volte al suo fianco, ed egli al mio.

            D'allora io non più lui, né me vid'egli”.

              E il prudente Telemaco: “Sincero

            Risponderò. Me di lui nato afferma

            La madre veneranda. E chi fu mai

            Che per se stesso conoscesse il padre?

            Oh foss'io figlio d'un che una tranquilla

            Vecchiezza côlto ne' suoi tetti avesse!

            Ma, poiché tu mel chiedi, al più infelice

            Degli uomini la vita, ospite, io deggio”.

              “Se ad Ulisse Penelope”, riprese

            Pallade allor dalle cilestre luci,

            “Ti generò, vollero i dèi che gisse

            Chiaro il tuo nome ai secoli più tardi.

            Garzon, dal ver non ti partir: che festa,

            Che turba è qui? Qual ti sovrasta cura?

            Convito? Nozze? Genial non parmi

            A carco di ciascun mensa imbandita.

            Parmi banchetto sì oltraggioso e turpe,

            Che mirarlo, e non irne in foco d'ira,

            Mal può chïunque un'alma in petto chiuda”.

            Ed il giovane a lui: “Quando tu brami

            Saper cotanto delle mie vicende,

            Abbi che al mondo non fu mai di questa

            Né ricca più, né più innocente casa,

            Finché quell'uomo il piè dentro vi tenne.

            Ma piacque altro agli dèi, che, divisando

            Sinistri eventi, per le vie più oscure,

            Quel che mi cuoce più, sparir mel fêro.

            Piangerei, sì, ma di dolcezza vôto

            Non fôra il lagrimar, s'ei presso a Troia

            Cadea pugnando, o vincitor chiudea

            Tra i suoi più cari in Itaca le ciglia.

            Alzato avriangli un monumento i Greci,

            Che di gloria immortale al figlio ancora

            Stato sarebbe. Or lui le crude Arpìe

            Ignobilmente per lo ciel rapiro:

            Perì non visto, non udito, e al figlio

            Sol di sturbi e di guai lasciò retaggio.

            Ché lui solo io non piango: altre e non poche

            Mi fabbricaro i numi acerbe cose.

            Quanti ha Dulichio e Samo e la boscosa

            Zacinto, e la pietrosa Itaca prenci,

            Ciascun la destra della madre agogna.

            Ella né rigettar può, né fermare

            Le inamabili nozze. Intanto i proci,

            Da mane a sera banchettando, tutte

            Le sostanze mi struggono e gli averi;

            Né molto andrà che struggeran me stesso”.

              S'intenerì Minerva, e: “Oh quanto”, disse,

            “A te bisogna il genitor, che metta

            La ultrice man su i chieditori audaci!

            Sol ch'ei con elmo e scudo, e con due lance

            Sul limitar del suo palagio appena

            Si presentasse, quale io prima il vidi,

            Che, ritornato d'Efira, alla nostra

            Mensa ospital si giocondava assiso,

            (Ratto ad Efira andò chiedendo ad Ilo,

            Di Mèrmero al figliuol, velen mortale,

            Onde le frecce unger volea, veleno

            Che non dal Mermerìde, in cui de' numi

            Era grande il timor, ma poscia ottenne

            Dal padre mio, che fieramente ammollo)

            Sol ch'ei così si presentasse armato,

            De' proci non sarìa, cui non tornasse

            Breve la vita e il maritaggio amaro.

            Ma venir debba di sì trista gente

            A vendicarsi o no, su le ginocchia

            Sta degli dèi. Ben di sgombrarla quinci,

            Vuolsi l'arte pensare. Alle mie voci

            Porrai tu mente? Come il ciel s'inalbi,

            De' Greci i capi a parlamento invita,

            Ragiona franco ad essi e al popol tutto,

            Chiamando i numi in testimonio, e ai proci

            Nelle lor case rientrare ingiungi.

            La madre, ove desìo di nuove nozze

            Nutra, ripari alla magion d'Icario,

            Che ordinerà le sponsalizie, e ricca

            Dote apparecchierà, quale a diletta

            Figliuola è degno che largisca un padre.

            Tu poi, se non ricusi un saggio avviso

            Ch'io ti porgo, seguir, la meglio nave

            Di venti e forti remator guernisci,

            E, del tuo genitor molt'anni assente

            Novelle a procacciarti, alza le vele.

            Troverai forse chi ten parli chiaro,

            O quella udrai voce fortuita, in cui

            Spesso il cercato ver Giove nasconde.

            Proa vanne a Pilo, e interroga l'antico

            Nestore; Sparta indi t'accolga, e il prode

            Menelao biondo, che dall'arsa Troia

            Tra i loricati Achivi ultimo giunse.

            Vive, ed è Ulisse, in sul ritorno? Un anno,

            Benché dolente, sosterrai. Ma, dove

            Lo sapessi tra l'ombre, in patria riedi,

            E qui gli ergi un sepolcro, e i più solenni

            Rendigli, qual s'addice, onor funébri,

            E alla madre presenta un altro sposo.

            Dopo ciò, studia per qual modo i proci

            Con l'inganno tu spegna, o alla scoperta;

            Ché de' trastulli il tempo e de' balocchi

            Passò, ed uscito di pupillo sei.

            Non odi tu levare Oreste al cielo,

            Dappoi che uccise il fraudolento Egisto,

            Che il genitor famoso aveagli morto?

            Me la mia nave aspetta e i miei compagni,

            Cui forse incresce questo indugio. Amico,

            Di te stesso a te caglia, e i miei sermoni,

            Converti in opre: d'un eroe l'aspetto

            Ti veggio: abbine il core, acciò risuoni

            Forte ne' dì futuri anco il tuo nome”.

              “Voci paterne son, non che benigne”,

            D'Ulisse il figlio ripigliava, ed io

            Guarderolle nel sen tutti i miei giorni.

            Ma tu, per fretta che ti punga, tanto

            Férmati almen, che in tepidetto bagno

            Entri, e conforti la dolce alma, e lieto,

            Con un mio dono in man, torni alla nave:

            Don prezïoso per materia ed arte,

            Che sempre in mente mi ti serbi; dono

            Non indegno d'un ospite che piacque”.

              “No, di partir mi tarda”, a lui rispose

            L'occhicerulea diva. “Il bel presente

            Allor l'accetterò, che, questo mare

            Rinavigando, per ripormi in Tafo,

            T'offrirò un dono anch'io che al tuo non ceda”.

            Così la dea dagli occhi glauchi; e, forza

            Infondendogli e ardire, e a lui nel petto

            La per sé viva del suo padre imago

            Ravvivando più ancora, alto levossi,

            E veloce, com'aquila, disparve.

              Da maraviglia, poiché seco in mente

            Ripeté il tutto, e s'avvisò del nume,

            Telemaco fu preso. Indi, già fatto

            Di se stesso maggior, venne tra i proci.

            Taciti sedean questi, e nell'egregio

            Vate conversi tenean gli occhi; e il vate

            Quel difficil ritorno, che da Troia

            Pallade ai Greci destinò crucciata,

            Della cetra d'argento al suon cantava.

            Nelle superne vedovili stanze

            Penelope, d'Icario la prudente

            Figlia, raccolse il divin canto, e scese

            Per l'alte scale al basso, e non già sola,

            Ché due seguìanla vereconde ancelle.

            Non fu de' proci nel cospetto giunta,

            Che s'arrestò della dedalea sala

            L'ottima delle donne in su la porta,

            Lieve adombrando l'una e l'altra gota

            Co' bei veli del capo, e tra le ancelle

            Al sublime cantor gli accenti volse:

            “Femio”, diss'ella, e lagrimava, “Femio,

            Bocca divina, non hai tu nel petto

            Storie infinite ad ascoltar soavi,

            Di mortali e di numi imprese altere,

            Per cui toccan la cetra i sacri vati?

            Narra di quelle, e taciturni i prenci

            Le colme tazze vôtino; ma cessa

            Canzon molesta che mi spezza il cuore,

            Sempre che tu la prendi in su le corde;

            Il cuor, cui doglia, qual non mai da donna

            Provossi, invase, mentre aspetto indarno

            Cotanti anni un eroe, che tutta empiéo

            Del suo nome la Grecia, e ch'è il pensiero

            De' giorni miei, delle mie notti è il sogno.”

              “O madre mia”, Telemaco rispose,

            “Lascia il dolce cantor, che c'innamora,

            Là gir co' versi, dove l'estro il porta.

            I guai, che canta, non li crea già il vate:

            Giove li manda, ed a cui vuole e quando.

            Perché Femio racconti i tristi casi

            De' Greci, biasmo meritar non parmi;

            Ché, quanto agli uditor giunge più nuova,

            Tanto più loro aggrada ogni canzone.

            Udirlo adunque non ti gravi, e pensa

            Che del ritorno il dì Troia non tolse

            Solo ad Ulisse: d'altri eroi non pochi

            Fu sepolcro comune. Or tu risali

            Nelle tue stanze, ed ai lavori tuoi,

            Spola e conocchia, intendi; e alle fantesche

            Commetti, o madre, travagliar di forza.

            Il favellar tra gli uomini assembrati

            Cura è dell'uomo, e in questi alberghi mia

            Più che d'ogni altro; però ch'io qui reggo”.

              Stupefatta rimase, e, del figliuolo

            Portando in mezzo l'alma il saggio detto,

            Nelle superne vedovili stanze

            Ritornò con le ancelle. Ulisse a nome

            Lassù chiamava, il fren lentando al pianto.

            Finché inviolle l'occhiglauca Palla,

            Sopitor degli affanni, un sonno amico.

              I drudi, accesi, via più ancor che prima,

            Del desìo delle nozze a quella vista,

            Tumulto fean per l'oscurata sala.

            E Telemaco ad essi: “O della madre

            Vagheggiatori indocili e oltraggiosi,

            Diletto dalla mensa or si riceva,

            Né si schiamazzi, mentre canta un vate,

            Che uguale ai numi stessi è nella voce.

            Ma, riapparsa la bell'alba, tutti

            Nel Foro aduneremci, ov'io dirovvi

            Senza paura, che di qua sgombriate;

            Che gavazziate altrove; che l'un l'altro

            Inviti alla sua volta, e il suo divori.

            Che se disfare impunemente un solo

            Vi par meglio, seguite. Io dell'Olimpo

            Gli abitatori invocherò, né senza

            Fiducia, che il Saturnio a colpe tali

            Un giusto guiderdon renda, e che inulto

            Tinga un dì queste mura il vostro sangue”.

              Morser le labbra ed inarcar le ciglia

            A sì franco sermon tutti gli amanti.

            E Antinoo, il figliuol d'Eupìte: “Di fermo

            A ragionar, Telemaco, con sensi

            Sublimi e audaci t'impararo i numi.

            Guai, se il paterno scettro a te porgesse

            Nella cinta dal mare Itaca, Giove!

              “Benché udirlo”, Telemaco riprese,

            “Forse Antìnoo, t'incresca, io nol ti celo:

            Riceverollo dalla man di Giove.

            Parrìati una sventura? Il più infelice

            Dal mio lato io non credo in fra i mortali

            Chi re diventa. Di ricchezza il tetto

            Gli splende tosto, e più onorato ei vanne.

            Ma la cinta dal mare Itaca molti

            Sì di canuto pel, come di biondo,

            Chiude, oltre Antìnoo, che potran regnarla,

            Quando sotterra dimorasse il padre.

            Non però ci vivrà chi del palagio

            La signorìa mi tolga, e degli schiavi,

            Che a me solo acquistò l'invitto Ulisse”.

              Eurìmaco di Pòlibo allor surse:

            “Qual degli Achei sarà d'Itaca il rege,

            Posa de' numi onnipossenti in grembo.

            Di tua magion tu il sei; né de' tuoi beni,

            Finché in Itaca resti anima viva,

            Spogliarti uomo ardirà. Ma dimmi, o buono,

            Chi è quello stranier? Dond'ei partissi?

            Di qual terra si gloria e di qual ceppo?

            Del padre non lontan forse il ritorno

            T'annunzia? o venne in questi luoghi antico

            Debito a dimandar? Come disparve

            Ratto! come parea da noi celarsi!

            Certo d'uom vile non avea l'aspetto”.

              “Ah”, ripigliò il garzon, “del genitore

            Svanì, figlio di Pòlibo, il ritorno!

            Giungano ancor novelle, altri indovini

            L'avida madre nel palagio accolga;

            Né indovin più, né più novelle io curo.

            Ospite mio paterno è il forestiere,

            Di Tafo, Mente, che figliuol si vanta

            Del bellicoso Anchìalo, e ai Tafi impera”.

            Tal rispondea: ma del suo cor nel fondo

            La calata dal ciel dea riconobbe.

              I proci, al ballo ed al soave canto

            Rivolti, trastullavansi, aspettando

            Il buio della notte. Della notte

            Lor sopravvenne il buio, e ai tetti loro

            Negli occhi il sonno ad accettar n'andàro.

            Telemaco a corcarsi, ove secreta

            Stanza da un lato del cortil superbo

            Per lui costrutta, si spiccava all'aura,

            Salse, agitando molte cose in mente.

            E con accese in man lucide faci

            Il seguiva Euriclèa, l'onesta figlia

            D'Opi di Pisenór, che già Laerte

            Col prezzo comperò di venti tori,

            Quando fiorìale giovinezza in volto:

            Né cara men della consorte l'ebbe,

            Benché temendo i coniugali sdegni,

            Del toccarla giammai non s'attentasse.

            Con accese il seguìa lucide faci:

            Più gli portava amor ch'ogni altra serva,

            Ed ella fu che il rallevò bambino.

            Costei gli aprì della leggiadra stanza

            La porta: sovra il letto egli s'assise,

            Levò la sottil veste a sé di dosso,

            E all'amorosa vecchia in man la pose,

            Che piegolla con arte, e alla caviglia

            L'appese, accanto il traforato letto.

            Poi d'uscire affrettavasi: la porta

            Si trasse dietro per l'anel d'argento;

            Tirò la fune, e il chiavistello corse.

            Sotto un fior molle di tessuta lana

            Ei volgea nel suo cor, per quell'intera

            Notte, il cammin che gli additò Minerva.

             

             


            LIBRO SECONDO

             

             

              Come la figlia del mattin, la bella

            Dalle dita di rose Aurora surse,

            Surse di letto anche il figliuol d'Ulisse,

            I suoi panni vestì, sospese il brando

            Per lo pendaglio all'omero, i leggiadri

            Calzari strinse sotto i molli piedi

            E della stanza uscì rapidamente,

            Simile ad un degli Immortali in volto.

            Tosto agli araldi dall'arguta voce

            Chiamare impose i capelluti Achivi;

            E questi, al gridar loro accorsi in fretta,

            Si ragunaro, s'affollaro. Ei pure

            Al parlamento s'avviò: tra mano

            Stavagli un'asta di polito rame

            E due bianchi il seguìan cani fedeli.

            Stupìa ciascun, mentr'ei mutava il passo,

            E il paterno sedil, che dai vecchioni

            Gli fu ceduto, ad occupar sen gìa:

            Tanta in quel punto e sì divina grazia

            Sparse d'intorno a lui Pallade amica.

              Chi ragionò primiero? Egizio illustre,

            Che il dorso avea per l'età grande in arco,

            E di vario saver ricca la mente.

            Sulle navi d'Ulisse alla feconda

            Di nobili destrier ventosa Troia

            Andò il più caro de' figliuoli, Antìfo;

            E a lui diè morte nel cavato speco

            Il Ciclope crudel, che la cruenta

            S'imbandì del suo corpo ultima cena.

            Tre figli al vecchio rimanean: l'un, detto

            Eurìnomo, co' proci erasi unito,

            E alla coltura de' paterni campi

            Presedean gli altri due. Ma in quello, in quello,

            Che più non ha, sempre s'affisa il padre,

            Che nel pianto i dì passa, e che sì fatte

            Parole allor, pur lagrimando, sciolse:

            “O Itacesi, uditemi. Nessuna,

            Dacché Ulisse levò nel mar le vele,

            Qui si tenne assemblea. Chi adunò questa?

            Giovane, o veglio? E a che? Primo udì forse

            Di estrania gente che s'appressi armata?

            O d'altro, da cui penda il ben comune,

            Ci viene a favellar? Giusto ed umano

            Costui, penso, esser dee. Che che s'aggiri

            Per la sua mente, il favorisca Giove!

              Telemaco gioìa di tali accenti,

            Quasi d'ottimo augurio, e, sorto in piedi,

            Ché il pungea d'arringar giovane brama,

            Trasse nel mezzo, dalla man del saggio

            Tra gli araldi Pisènore lo scettro

            Prese, e ad Egizio indi rivolto: “O”, disse,

            “Buon vecchio, non è assai quinci lontano

            L'uom che il popol raccolse: a te dinanzi,

            Ma qual, cui punge acuta doglia, il vedi.

            Non di gente che a noi s'appressi armata,

            Né d'altro, da cui penda il ben comune,

            Io vegno a favellarvi. A far parole

            Vegno di me, d'un male, anzi di duo,

            Che aspramente m'investono ad un'ora.

            Il mio padre io perdei! Che dico il mio?

            Popol d'Itaca, il nostro: a tutti padre,

            Più assai che re, si dimostrava Ulisse.

            E a questa piaga, ohimè l'altra s'arroge,

            Che ogni sostanza mi si sperde, e tutta

            Spiantasi dal suo fondo a me la casa.

            Noioso assedio alla ritrosa madre

            Poser de' primi tra gli Achivi i figli.

            Perché di farsi a Icario, e di proporgli

            Trepidan tanto, che la figlia ei doti

            E a consorte la dia cui più vuol bene?

            L'intero dì nel mio palagio in vece

            Banchettan lautamente, e il fior del gregge

            Struggendo e dell'armento, e le ricolme

            Della miglior vendemmia urne votando,

            Vivon di me: né v'ha un secondo Ulisse,

            Che sgombrar d'infra noi vaglia tal peste.

            Io da tanto non son, né uguale all'opra

            In me si trova esperïenza e forza.

            Oh così le avess'io, com'io le bramo!

            Poscia che il lor peccar varca ogni segno.

            E, che più m'ange, con infamia io pero.

            Deh s'accenda in voi pur nobil dispetto;

            Temete il biasmo delle genti intorno;

            Degl'immortali dèi, non forse cada

            Delle colpe de' proci in voi la pena,

            L'ira temete. Per l'Olimpio Giove,

            Per Temi, che i consigli assembra e scioglie,

            Costoro, amici, d'aizzarmi contro

            Restate, e me lasciate a quello in preda

            Cordoglio sol, che il genitor mi reca.

            Se non che forse Ulisse alcuni offese

            De' prodi Achivi, ed or s'intende i torti

            Vendicarne sul figlio. E ben, voi stessi

            Stendete ai beni la rapace destra:

            Meglio fôra per me, quando consunti

            Suppellettil da voi fóssemi e censo,

            Da voi, dond'io sperar potrei restauro.

            Vi assalirei per la città con blande

            Parole ad uno ad un, né cesserei,

            Che tutto in poter mio pria non tornasse,

            E di nuovo s'ergesse in piè il mio stato.

            Ma or dolori entro del petto, a cui

            Non so rimedio alcun, voi mi versate.

              Detto così, gittò lo scettro a terra,

            Ruppe in lagrime d'ira e viva corse

            Di core in cor nel popolo pietade.

            Ma taciturni, immoti, e non osando

            Telemaco ferir d'una risposta,

            Tutti stavano i proci. Antìnoo solo

            Sorse e arringò: “Telemaco, a cui bolle

            Nel petto rabbia che il tuo dir sublìma,

            Quai parole parlasti ad onta nostra?

            Improntar sovra noi macchia sì nera?

            Non i migliori degli Achei: la cara

            Tua madre e l'arti, ond'è maestra, incolpa.

            Già il terzo anno si volse, e or gira il quarto,

            Che degli amanti suoi prendesi gioco;

            Tutti di speme e d'impromesse allatta,

            Manda messaggi a tutti, ed altro ha in core.

            Tela sottile, tela grande, immensa,

            Questo ancor non pensò novello inganno?

            A oprar si mise, e a sé chiamonne, e disse:

            "Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,

            Poiché già Ulisse tra i defunti scese,

            Le mie nozze indugiar, ch'io questo possa

            Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,

            Acciò le fila inutili io non perda,

            Prima fornir, che l'inclemente Parca,

            Di lunghi sonni apportatrice, il colga.

            Non vo' che alcuna delle Achee mi morda,

            Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,

            Fallisse un drappo in cui giacersi estinto".

            Con simil fola leggermente vinse

            Gli animi nostri generosi. Intanto,

            Finché il giorno splendea, tessea la tela

            Superba, e poi la distessea la notte

            Al complice chiaror di mute faci.

            Così un triennio la sua frode ascose,

            E deluse gli Achei. Ma come il quarto

            Con le volubili ore anno sorvenne,

            Noi da un'ancella non ignara instrutti,

            Penelope trovammo, che la bella

            Disciogliea tela ingannatrice: quindi

            Compierla dové al fin, benché a dispetto.

            Or, perché a te sia noto e ai Greci il tutto,

            Ecco risposta che ti fanno i proci.

            Accommiata la madre, e quel di loro,

            Che non dispiace a Icario e a lei talenta,

            A disposar costringila. Ma dove,

            Le doti usando, onde la ornò Minerva,

            Che man formolle così dotta e ingegno

            Tanto sagace, e accorgimenti dielle,

            Quali non s'udir mai né dell'antiche

            Di Grecia donne dalle belle trecce,

            Tiro, Alcmena, Micene, a cui le menti

            Di sì fini pensier mai non fioriro;

            Dove credesse lungo tempo a bada

            Tenerci ancor, la sua prudenza usata

            Qui l'abbandonerìa. Noi tanto il figlio

            Consumerem, quanto la madre in core

            Serberà questo suo, che un dio le infuse,

            Strano proposto. Eterna gloria forse

            A sé procaccerà, ma gran difetto

            Di vettovaglia a te; mentre noi certo

            Da te pensiam non istaccarci, s'ella

            Quel che le aggrada più pria non impalma”.

              “Io”, rispose Telemaco, “di casa

            Colei sbandir, donde la vita io tengo?

            Dal cui lattante sen pendei bambino?

            Grave inoltre mi fôra, ov'io la madre

            Dipartissi da me, sì ricca dote

            Tornare a Icario. Cruccierìasi un giorno

            L'amato genitor che forse vive,

            Benché lontano, e punìrianmi i numi,

            Perch'ella, slontanandosi, le odiate

            Implorerìa vendicatrici Erinni.

            Che le genti dirìan? No; tal congedo

            Non sarà mai ch'io liberi dal labbro.

            L'avete voi per mal? Da me sgombrate;

            Gozzovigliate altrove; alternamente

            L'un l'altro inviti, e il suo retaggio scemi.

            Che se disfare impunemente un solo

            Vi par meglio, seguìte. Io dell'Olimpo

            Gli abitatori invocherò, né senza

            Speme che il Saturnìde a tai misfatti

            La debita mercé renda, e che inulto

            Scorra nel mio palagio il vostro sangue”.

              Sì favellò Telemaco, e dall'alto

            Del monte due volanti aquile a lui

            Mandò l'eterno onniveggente Giove.

            Tra lor vicine, distendendo i vanni,

            Fendean la vana regïon de' venti.

            Né prima fur dell'assemblea sul mezzo,

            Che si volsero in giro, e, l'ali folte

            Starnazzando, e mirando tutti in faccia,

            Morte auguraro: al fin, poiché a vicenda

            Con l'unghie il capo insanguinato e il collo

            S'ebber, volaro a destra, e dileguârsi

            Della città su per gli eccelsi tetti.

            Maravigliò ciascuno, e ruminava

            Fra sé quai mali promettesse il fato.

              Quivi era un uom di molto tempo e senno,

            Di Mastore figliuol, detto Aliterse,

            Che nell'arte di trar dagli osservati

            Volanti augelli le future cose,

            Tutti vinceva i più canuti crini.

            “Itacesi, ascoltatemi, e più ancora

            M'ascoltin”, disse, “i proci, a cui davante

            S'apre un gran precipizio. Ulisse lungi

            Da' cari suoi non rimarrà molt'anni.

            Che parlo? Ei spunta, e non ai soli proci

            Strage prepara e morte: altri, e non pochi

            Che abitiam la serena Itaca, troppo

            Ci accorgerem di lui. Consultiam dunque

            Come gli amanti, che pel meglio loro

            Cessar dovrìan per sé, noi raffreniamo.

            Uom vi ragiona de' presagi esperto

            Per lunghissima prova. Ecco maturo

            Ciò ch'io vaticinai, quando per Troia

            Scioglieano i Greci, e Ulisse anch'ei salpava.

            “Molti”, io gridai, “patirà duoli, e tutti

            Perderà i suoi: ma nel ventesim'anno,

            Solo e ignoto a ciascun, farà ritorno”.

            Già si compie l'oracolo: tremate!”

              “Folle vecchiardo, in tua magion ricovra”,

            Eurìmaco di Pòlibo rispose,

            “oracoleggia ai figli tuoi, non forse

            Gl'incolga un dì qualche infortunio. Assai

            Più là di te ne' vaticinî io veggio.

            Volan, rivolan mille augelli e mille

            Per l'aere immenso, e non dibatton tutti

            Sotto i raggi del sol penne fatali.

            Quinci lontano perì Ulisse. Oh fossi

            Tu perito con lui! Ché non t'udremmo

            Profetare in tal guisa, e il furor cieco

            Secondar di Telemaco, da cui

            Qualche don, credo, alle tue porte attendi.

            Ma oracol più verace odi. Se quanto

            D'esperïenza il bianco pel t'addusse,

            A sedurre il fanciullo e a più infiammarlo

            L'adopri, tu gli nuoci, a' tuoi disegni

            Non giovi, e noi tale imporremti multa,

            Che morte fìati il sostenerla. Io poi

            Tal consiglio al fanciul porgo: la madre

            Rimandi a Icario, che i sponsali e ricca,

            Qual dee seguir una diletta figlia,

            Dote apparecchierà. Prima io non penso

            Che da questa di nozze ardua tenzone

            I figli degli Achei vorran giù tôrsi.

            Di nessuno temiam; non, benché tanto

            Loquace, di Telemaco; né punto

            Del vaticinio ci curiam, che indarno

            T'uscì, vecchio, di bocca, e che fruttarti

            Maggiore odio sol può. Fine i conviti

            Non avran dunque, e non sarà mai calma,

            Finché d'oggi in doman costei ci mandi.

            Noi ciascun dì contenderem per lei,

            Né ad altre donne andrem, quali ha l'Acaia

            Degne di noi, perché cagion primiera

            Dell'illustre contesa è la virtude”.

              “Eurìmaco e voi tutti”, il giovinetto

            Soggiunse allor, “competitori alteri,

            Non più: già il tutto sanno uomini e dèi.

            Or non vi chiedo che veloce nave

            Con dieci e dieci poderosi remi,

            Che sul mar mi trasporti. All'arenosa

            Pilo ed a Sparta valicare io bramo,

            Del padre assente per ritrar s'io mai

            Trovar potessi chi men parli chiaro,

            O quella udir voce fortuita in cui

            Spesso il cercato ver Giove nasconde.

            Vivrà? ritornerà? Benché dolente,

            Sosterrò un anno. Ma se morto e fatto

            Cenere il risapessi, al patrio nido

            Riederò senza indugio; e qui un sepolcro

            Gli alzerò, renderogli i più solenni,

            Qual si convien, fùnebri onori, e un altro

            Sposo da me riceverà la madre”.

              Tacque, e s'assise; e Mentore levossi

            Del padre il buon compagno, a cui su tutto

            Vegghiar, guardare il tutto, ed i comandi

            Seguitar di Laerte, Ulisse ingiunse,

            Quando per l'alto sal mise la nave.

            “O Itacesi”, tal parlava il saggio

            Vecchio, “alle voci mie l'orecchio date.

            Né giusto più, né liberal, né mite,

            Ma iniquo, ma inflessibile, ma crudo

            D'ora innanzi un re sia, poiché tra gente

            Su cui stendea scettro paterno Ulisse,

            Più non s'incontra un sol, cui viva in core.

            Che arroganti rivali ad opre ingiuste

            Trascorran ciechi della mente, io taccio.

            Svelgono, è ver, sin dalle sue radici,

            La casa di quel Grande, a cui disdetto

            Sperano il ritornar, ma in rischio almeno

            Porgon la vita. Ben con voi m'adiro,

            Con voi, che muti ed infingardi e vili

            Vi state lì, né d'un sol moto il vostro

            Signore ìnclito aitate. Ohimé! dai pochi

            Restano i molti soverchiati e vinti”.

              “Mentor, non so qual più, se audace, o stolto”,

            Leòcrito d'Evènore rispose,

            “Che mai dicestu? Contra noi tu ardisci

            Il popol eccitar? Non lieve impresa

            Una gente assalir, che per la mensa

            Brandisca l'armi, e i piacer suoi difenda.

            Se lo stesso re d'Itaca tornato

            Scacciar tentasse i banchettanti proci,

            Scarso del suo ritorno avrìa diletto

            Questa sua donna, che il sospira tanto,

            E morire il vedrìa morte crudele,

            Benché tra molti ei combattesse: quindi

            Del tuo parlar la vanità si scorge.

            Ma, su via, dividetevi, e alle vostre

            Faccende usate vi rendete tutti.

            Mentore ed Aliterse, che fedeli

            A Telemaco son paterni amici,

            Gli metteran questo viaggio in punto:

            Bench'ei del padre le novelle, in vece

            Di cercarle sul mar, senza fatica

            Le aspetterà nel suo palagio, io credo”.

              Disse, e ruppe il concilio. I cittadini

            Scioglieansi l'un dall'altro, e alle lor case

            Qua e là s'avvïavano: d'Ulisse

            Si ritiraro alla magione i proci.

              Ma, dalla turba solitario e scevro,

            Telemaco rivolse al mare i passi,

            Le mani asterse nel canuto mare,

            E supplicò a Minerva: “O diva amica,

            Che degnasti a me ier scender dal cielo,

            E fender l'onde m'imponesti, un padre

            Per rintracciar, che non ritorna mai,

            Il tuo solo favor puommi davante

            Gl'inciampi tôr, che m'opporranno i Greci,

            E più che altr'uomo in Itaca, i malvagi

            Proci, la cui superbia ognor più monta”.

              Così pregava; e se gli pose allato

            Con la faccia di Mentore e la voce,

            Palla, e a nome chiamollo, e feo tai detti:

            “Telemaco, né ardir giammai, né senno

            Ti verrà men, se la virtù col sangue

            Trasfuse in te veracemente Ulisse,

            Che quanto impreso avea, quanto avea detto,

            Compiea mai sempre. Il tuo vïaggio a vôto

            Non andrà, qual temer, dove tu figlio

            Non gli fossi, io dovrei. Vero è che spesso

            Dal padre il figlio non ritrae: rimane

            Spesso da lui lungo intervallo indietro,

            E raro è assai che aggiungalo od il passi.

            Ma senno a te non verrà men, né ardire,

            Ed io vivere Ulisse in te già veggo.

            Lieto dunque degli atti il fine spera;

            Né t'anga il vano macchinar de' proci,

            Che non sentono, incauti e ingiusti al paro,

            La nera Parca che gli assal da tergo,

            Ed in un giorno sol tutti gli abbranca.

            Io d'Ulisse il compagno, un tale aiuto

            Ti porgerò, che partirai di corto

            Su parata da me celere nave,

            E con me stesso al fianco, in su la poppa.

            Orsù, rïentra nel palagio, ai proci

            Nuovamente ti mostra, ed apparecchia

            Quanto al vïaggio si richiede, e il tutto

            Riponi: il bianco nelle dense pelli

            Gran macinato, ch'è dell'uom la vita,

            E nell'urne il licor che la rallegra.

            Compagni a radunarti in fretta io movo,

            Che ti seguano allegri. Ha sull'arena

            Molte l'ondicerchiata Itaca navi

            Novelle e antiche: ne' salati flutti

            Noi lancerem senza ritardo armata

            Qual miglior mi parrà veleggiatrice”.

              Così di Giove la celeste figlia:

            Né più, gli accenti della diva uditi,

            S'indugiava Telemaco. Al palagio,

            Turbato della mente, ire affrettossi,

            E trovò i proci, che a scoiar capretti,

            E pingui ad abbronzar corpi di verri,

            Nel cortile intendeano. Il vide appena,

            Che gli fu incontro sogghignando, e il prese

            Per mano Antinoo, e gli parlò in tal guisa:

            “O molto in arringar, ma forte poco

            Nel dominar te stesso, ogni rancore

            Scaccia dal petto, e, qual solevi, adopra

            Da prode il dente, e i colmi nappi asciuga.

            Tutto gli Achei t'allestiran di botto:

            Nave e rèmigi eletti, acciò tu possa,

            Ratto varcando alla divina Pilo,

            Correr del padre tuo dietro alla fama”.

              E Telemaco allor: “Sedermi a mensa

            Con voi, superbi, e una tranquilla gioia

            Provarvi, a me non lice. Ah non vi basta

            Cio che de' miei più prezïosi beni

            Nella prima età mia voi mi rapiste?

            Ma or ch'io posso dell'altrui saggezza

            Giovarmi, e sento con le membra in petto

            Cresciutami anco l'alma, io disertarvi

            Tenterò pure, o ch'io qui resti, o parta.

            Ma parto, e non invan, spero, e su nave

            Parto non mia, quando al figliuol d'Ulisse,

            Né ciò sémbravi sconcio, un legno manca”.

            Tal rispose crucciato, e destramente

            Dalla man d'Antinòo la sua disvelse.

              Già il convito apprestavano, ed acerbi

            Motti scoccavan dalle labbra i proci.

            “Certo”, dicea di que' protervi alcuno,

            “Telemaco un gran danno a noi disegna.

            Da Pilo aiuti validi o da Sparta

            Menerà seco, però ch'ei non vive

            Che di sì fatta speme; o al suol fecondo

            D'Efira condurrassi e ritrarranne

            Fiero velen, che getterà nell'urne

            Con man furtiva; e noi berrem la morte”,

            E un altro ancor de' pretendenti audaci:

            “Chi sa ch'egli non men, sul mar vagando,

            Dagli amici lontano, un dì non muoia,

            Come il suo genitor? Carco più grave

            Su le spalle ne avremmo: il suo retaggio

            Partirci tutto, ma la casta madre,

            E quel di noi, ch'ella scegliesse a sposo,

            Nel palagio lasciar sola con solo”.

              Telemaco frattanto in quella scese

            Di largo giro e di sublime volta

            Paterna sala, ove rai biondi e rossi

            L'oro mandava e l'ammassato rame;

            Ove nitide vesti, e di fragrante

            Olio gran copia chiudean l'arche in grembo;

            E presso al muro ìvano intorno molte

            Di vino antico, saporoso, degno

            Di presentarsi a un dio, gravide botti,

            Che del ramingo travagliato Ulisse

            Il ritorno aspettavano. Munite

            D'opportuni serrami eranvi, e doppie

            Con lungo studio accomodate imposte;

            Ed Euriclèa, la vigilante figlia

            D'Opi di Pisenorre, il dì e la notte

            Questi tesori custodìa col senno.

            Chiamolla nella sala, e a lei tai voci

            Telemaco drizzò: “Nutrice, vino,

            Su via, m'attigni delicato, e solo

            Minor di quel che a un infelice serbi,

            Se mai scampato dal destin di morte,

            Comparisse tra noi. Dodici n'empi

            Anfore, e tutte le suggella. Venti

            Di macinato gran giuste misure

            Versami ancor ne' fedeli otri, e il tutto

            Colloca in un: ma sappilo tu sola.

            Come la notte alle superne stanze

            La madre inviti e al solitario letto,

            Per tai cose io verrò: ché l'arenosa

            Pilo visitar voglio, e la ferace

            Sparta, e ad entrambe domandar del padre”.

              Dié un grido, scoppiò in lagrime, e dal petto

            Euriclèa volar feo queste parole:

            “Donde a te, caro figlio, in mente cadde

            Pensiero tal? Tu l'unico rampollo

            Di Penelope, tu, la nostra gioia,

            Per tanto mondo raggirarti? Lunge

            Dal suo nido perì l'inclito Ulisse,

            Fra estranie genti: e perirai tu ancora.

            Sciolta la fune non avrai, che i proci

            Ti tenderanno agguati, uccideranti,

            E tutte partirannosi tra loro

            Le spoglie tue. Deh qui con noi rimani,

            Con noi qui siedi, e su i marini campi,

            Che fecondi non son che di sventure,

            Lascia che altri a sua posta errando vada”.

              “Fa cor, Nutrice”, ei le risponde tosto:

            “Senza un nume non è questo consiglio.

            Ma giura che alla madre, ov'aura altronde

            Non le ne giunga prima e ten richiegga,

            Nulla dirai, che non appaia in cielo

            La dodicesim'aurora; onde col pianto

            Al suo bel corpo ella non rechi oltraggio”.

              L'ottima vecchia il giuramento grande

            Giurò de' numi: e a lui versò ne' cavi

            Otri, versò nell'anfore capaci

            Le candide farine e il rosso vino.

            Ei, nella sala un'altra volta entrato,

            Tra i proci s'avvolgea: né in questo mezzo

            Stavasi indarno la Tritonia Palla.

            Vestite di Telemaco le forme,

            Per tutto si mostrava ed appressava

            Tutti, e loro ingiungea che al mare in riva

            Si raccogliesser nottetempo, e il ratto

            Legno chiedea di Fronio al figlio illustre,

            A Noemòn, cui non chiedealo indarno.

            S'ascose il Sole, e in Itaca omai tutte

            S'inombravan le vie. Minerva il ratto

            Legno nel mar tirò, l'armò di quanto

            Soffre d'arnesi un'impalcata nave,

            E al porto in bocca l'arrestò. Frequenti

            Si raccoglieano i remator forzuti

            Sul lido, e inanimavali la dea

            Dallo sguardo azzurrin, che altro disegno

            Concepì in mente. La magion d'Ulisse

            Ritrova, e sparge su i beventi proci

            Tal di sonno un vapor, che lor si turba

            L'intelletto e confondesi, e di mano

            Casca sul desco, la sonante coppa.

            Sorse, e mosse ciascuno al proprio albergo,

            Né fu più nulla del sedere a mensa:

            Tal pondo stava sulle lor palpèbre.

            Ma l'occhiglauca dea, ripreso il volto

            Di Mentore e la voce, e richiamato

            Fuor del palagio il giovinetto, disse:

            Telemaco, ciascun de' tuoi compagni,

            Che d'egregi schinier veston le gambe,

            Già siede al remo, e, se tu arrivi, guarda”.

              Ciò detto, la via prese, ed il garzone

            Seguitavane l'orme. Al mar calati,

            Trovàr sul lido i capelluti Achivi;

            Cui di tal guisa favellò la sacra

            Di Telemaco possa: “Amici, in casa

            Quanto al cammin bisogna, unito giace:

            Trasportarlo è mestieri. Né la madre

            Sa, né, fuor che una, il mio pensier le ancelle”.

              Tacque, e loro entrò innanzi; e quelli dietro

            Teneangli. Indi con l'anfore e con gli otri,

            Come d'Ulisse il caro figlio ingiunse,

            Tornâro, e il carco nella salda nave

            Deposero. Il garzon sopra vi salse,

            Preceduto da Pallade, che in poppa

            S'assise; accanto ei le sedea: la fune

            I remiganti sciolsero, e montàro

            La negra nave anch'essi, e i banchi empiero.

            Tosto la dea dalle cerulee luci

            Chiamò di verso l'occidente un vento

            Destro, gagliardo, che battendo venne

            Su pel tremulo mar l'ale sonanti.

            “Mano, mano agli attrezzi”, allor gridava

            Telemaco; “ov'è l'albero”? I compagni

            L'udiro, e il grosso e lungo abete in alto

            Drizzaro, e l'impiantaro entro la cava

            Base, e di corda l'annodaro al piede:

            Poi tiravano in su le bianche vele,

            Con bene attorti cuoi. Gonfiò nel mezzo

            Le vele il vento; e forte alla carena

            L'azzurro mar romoreggiava intorno,

            Mentre la nave sino al fin del corso

            Su l'elemento liquido volava.

            Legati i remi del naviglio ai fianchi,

            Incoronaro di vin maschio l'urne,

            E a ciascun degli dèi sempre viventi

            Libaro, ma più a te, figlia di Giove,

            Che le pupille di cilestro tingi.

            Il naviglio correa la notte intera,

            E del suo corso al fin giungea con l'alba.


            LIBRO TERZO

             

             

              Uscito delle salse acque vermiglie,

            Montava il sole per l'eterea volta

            Di bronzo tutta, e in cielo ai dèi recava

            Ed agli uomini il dì su l'alma terra:

            Quando alla forte Pilo, alla cittade

            Fondata da Nelèo, giunse la nave.

            Stavano allor sagrificando i Pili

            Tauri sul lido, tutti negri, al dio

            Dai crini azzurri, che la terra scuote.

            Nove d'uomini squadre, e in ogni squadra

            Cinquecento seduti, e per ciascuna

            Svenati nove buoi, di cui, gustate

            Le interïora, ardean le cosce al nume.

            La nave intanto d'uguai fianchi armata,

            Se ne venìa dirittamente a proda.

              Le vele ammainâr, pigliaro il porto,

            Nel lido si gittaro. Ei pur gittossi

            Telemaco, e Minerva il precedea,

            La dea dagli occhi di ceruleo tinti,

            Che gli accenti al garzon primiera volse:

            “Telemaco, depor tutta oggi è d'uopo

            La pueril vergogna. Il mar passasti,

            Ma per udir, dove s'asconda, e a quale

            Destin soggiacque il generoso padre.

            Su, dunque, dritto al domator t'avvia

            Di cavalli Nestorre, onde si vegga

            Quel ch'ei celato nella mente porta.

            Il ver da lui, se tu nel chiedi, avrai:

            Poiché mentir non può cotanto senno”.

              Il prudente Telemaco rispose:

            Mentore, per qual modo al rege amico

            M'accosterò? Con qual saluto? Esperto

            Non sono ancor del favellar de' saggi:

            Né consente pudor, che a far parole

            Cominci col più vecchio il men d'etade”.

              Ma di tal guisa ripigliò la dea,

            Cui cilestrino lume i rai colora:

            “Telemaco, di ciò che dir dovrai,

            Parte da sé ti nascerà nel core,

            Parte nel cor la ti porranno i numi:

            Ché a dispetto di questi in luce, io credo,

            Non ti mandò la madre, e non ti crebbe”.

            Così parlando, frettolosa innanzi

            Palla si mise, ed ei le andava dopo.

            Fur tosto in mezzo all'assemblea de' Pilî,

            Ove Nestor sedea co' figli suoi,

            Mentre i compagni, apparecchiando il pasto,

            Altre avvampavan delle carni, ed altre

            Negli spiedi infilzavanle. Adocchiati

            Ebbero appena i forestier, che incontro

            Lor si fero in un groppo, e gli abbracciâro,

            E a seder gl'invitaro. Ad appressarli

            Pisistrato fu il primo, un de' figliuoli

            Del re. Li prese ambi per mano, e in molli

            Pelli, onde attappezzata era la sabbia,

            Appo la mensa gli adagiò tra il caro

            Suo padre ed il germano Trasimede:

            Delle viscere calde ad ambi porse;

            E, rosso vin mescendo in tazza d'oro,

            E alla gran figlia dell'Egìoco Giove

            Propinando: “Stranier”; dissele, “or prega

            Dell'acque il sir, nella cui festa, i nostri

            Lidi cercando, t'abbattesti appunto.

            Ma i libamenti, come più s'addice,

            Compiuti e i prieghi, del licor soave

            Presenta il nappo al tuo compagno, in cui

            Pur s'annida, cred'io, timor de' numi,

            Quando ha mestier de' numi ogni vivente.

            Meno ei corse di vita, e d'anni eguale

            Parmi con me: quindi a te pria la coppa”.

            E il soave licor le pose in mano.

              Godea Minerva che l'uom giusto pria

            Offerto il nappo d'oro avesse a lei,

            E subito a Nettun così pregava:

            “Odi, o Nettuno, che la terra cingi,

            E questi voti appagar degna. Eterna

            Gloria a Nestorre, ed a' suoi figli in prima

            E poi grata mercede a tutti i Pili

            Dell'inclita ecatombe. Al mio compagno

            Concedi inoltre e a me, che, ciò fornito

            Perché venimmo, su le patrie arene

            Con la negra torniam rapida nave”.

              Tal supplicava, e adempiere intendea

            Questi voti ella stessa. Indi al garzone

            La bella offrì gemina coppa e tonda,

            Ed una egual preghiera il caro figlio

            D'Ulisse alzò. S'abbrustolaro intanto

            Le pingui cosce, degli spiedi acuti

            Si dispiccaro e si spartiro: al fine

            L'alto si celebrò prandio solenne.

            Giunto al suo fin, così principio ai detti

            Dava il Gerenio cavalier Nestorre:

            “Gli ospiti ricercare allora è bello,

            Che di cibi e di vini hanno abbastanza

            Scaldato il petto e rallegrato il core.

            Forestieri, chi siete? e da quai lidi

            Prendeste a frequentar l'umide strade?

            Trafficate voi forse? O v'aggirate,

            Come corsali, che la dolce vita,

            Per nuocere ad altrui, rischian sul mare”?

              Telemaco, a cui Palla un nuovo ardire

            Spirò nel seno, acciò del padre assente

            Nestore interrogasse, e chiaro a un tempo

            Di sé spargesse per le genti il grido:

            “O degli Achei”, rispose, “illustre vanto,

            Di satisfare ai desir tuoi son presto.

            Giungiam dalla seduta a pie' del Neo

            Itaca alpestre, ed è cagion privata

            Che a Pilo ci menò. Del padre io movo

            Dietro alla fama, che riempie il mondo,

            Del magnanimo Ulisse, onde racconta

            Pubblica voce che i Troiani muri,

            Combattendo con teco, al suol distese.

            Degli altri tutti che co' Troi pugnaro,

            Non ignoriam dove finiro i giorni.

            Ma di lui Giove anco la morte volle

            Nasconderci; né alcun sin qui poteo

            Dir se in terra o sul mar, se per nemico

            Brando incontrolla, o alle irate onde in grembo.

            Eccomi or dunque alle ginocchia tue,

            Perché tu la mi narri, o vista l'abbi

            Con gli occhi propri, o dalle labbra udita

            D'un qualche pellegrin; però che molto

            Disventurato il partorì la madre.

            Né timore, o pietà, del palesarmi

            Quanto sai, ti ritenga. Ah! se l'egregio

            Mio padre in opra o in detto unqua ti feo

            Bene o comodo alcun, là, ne' Troiani

            Campi che tinse il vostro sangue, o Greci,

            Tel rimembra ora, e non tacermi nulla”.

              Ed il Gerenio cavalier Nestorre:

            “Tu mi ricordi, amico, i guai che molti

            Noi, prole invitta degli Achei, patimmo,

            O quando erranti per le torbid'onde

            Ce ne andavam sovra le navi in traccia

            Di preda, ovunque ci guidasse Achille;

            O allor che pugnavam sotto le mura

            Della cittade alta di Priamo, dove

            Grecia quasi d'eroi spenta rimase.

            Là cadde Achille, e il marzïale Aiace,

            Là Patroclo, nel senno ai dèi vicino;

            Quell'Antiloco là, forte e gentile,

            Mio diletto figliuol, che abil del pari

            La mano ebbe ai conflitti, e al corso il piede.

            Se tu, queste sciagure ed altre assai

            Per ascoltar, sino al quint'anno e sesto

            Qui t'indugiassi, dalla noia oppresso.

            Leveresti di nuovo in mar le vele,

            Ch'io non sarei del mio racconto a riva.

            Nove anni, offese macchinando, a Troia,

            Ci travagliammo intorno; e, benché ogni arte

            Vi si adoprasse, d'espugnarla Giove

            Ci consentì nel decimo a fatica.

            Duce col padre tuo non s'ardìa quivi

            Di accorgimento gareggiar: cotanto

            Per inventive Ulisse e per ingegni

            Ciascun vincea. Certo gli sei tu figlio,

            E me ingombra stupor, mentr'io ti guardo:

            Ché i detti rassomigliansi, e ne' detti

            Tanto di lui tenère uom, che d'etade

            Minor tanto è di lui, vero non parmi.

            L'accorto Ulisse ed io, né in parlamento

            Mai, né in concilio, parlavam diversi;

            Ma, d'una mente, con maturi avvisi,

            Quel che dell'oste in pro tornar dovesse

            Disegnavamo. Rovesciata l'alta

            Città di Priamo, e i Greci in su le ratte

            Navi saliti, si divise il campo.

            Così piacque al Saturnio; e ben si vide

            Da quell'istante, che un ritorno infausto

            Ci destinava il correttor del mondo.

            Senno non era, né giustizia in tutti:

            Quindi il malanno che su molti cadde,

            Per lo sdegno fatal dell'Occhiglauca,

            Di forte genitor nata, che cieca

            Tra i due figli d'Atrèo discordia mise.

            A parlamento in sul cader del Sole

            Chiamaro incauti, e contra l'uso, i Greci,

            Che, intorbidati dal vapor del vino,

            Gli Atridi ad ascoltar trassero in folla.

            Menelao prescrivea che l'oste tutta

            Le vele aprisse del ritorno ai venti;

            Ma ritenerla in vece Agamennòne

            Bramava, e offrir sacre ecatombe, il fiero

            Sdegno a placar dell'oltraggiata diva.

            Stolto! che non sapea ch'erano indarno:

            Quando per fumo d'immolati tori

            Mente i numi non cangiano in un punto.

            Così, garrendo di parole acerbe,

            Non si movean dal lor proposto. Intanto

            Con insano clamor sorser gli Achivi

            Ben gambierati; e l'un consiglio agli uni,

            L'altro agli altri piacea. Funeste cose

            La notte in mezzo al sonno agitavamo

            Dentro di noi: che dal disastro il danno

            Giove ci apparecchiava. Il dì comparso,

            Tirammo i legni, nel divino mare,

            E su i legni velìvoli le molte

            Robe imponemmo e le altocinte schiave.

            Se non che mezza l'oste appo l'Atrìde

            Agamennòn rimanea ferma: l'altra

            Dava ne' remi, e per lo mar pescoso,

            Che Nettuno spianò, correa veloce.

            Tènedo preso, sagrificî offrimmo,

            Anelando alla patria: ma nemico

            Dagli occhi nostri rimoveala Giove,

            Che di nuovo partì tra loro i Greci.

            Alcuni che d'intorno erano al ricco

            Di scaltrimenti Ulisse, e al re de' regi

            Gratificar volean, torsero a un tratto

            Le quinci e quindi remiganti navi:

            Ma io de' mali che l'avverso nume

            Divisava, m'accorsi e con le prore,

            Che fide mi seguìan, fuggii per l'alto.

            Fuggì di Tideo il bellicoso figlio,

            Tutti animando i suoi. L'acque salate

            Solcò più lento, e in Lesbo al fine il biondo

            Menelao ci trovò, che della via

            Consigliavam; se all'aspra Chio di sopra,

            Psiria lasciando dal sinistro lato,

            O invece sotto Chio, lungo il ventoso

            Mimanta, veleggiassimo. D'un segno

            Nettun pregammo: ei mostrò un segno e il mare

            Noi fendemmo nel mezzo, e dell'Eubèa

            Navigammo alla volta, onde con quanta

            Fretta si potea più, condurci in salvo.

            Sorse allora e soffiò stridulo vento,

            Che volar per le nere onde, e notturni

            Sorger ci feo sovra Geresto, dove

            Sbarcammo, e al nume dagli azzurri crini,

            Misurato gran mar, molte di tori

            Cosce ponemmo in su la viva brace.

            Già il dì quarto splendea, quando i compagni

            Del prode ne' cavalli Dïomede

            Le salde navi riposaro in Argo:

            Ed io vêr Pilo sempre il corso tenni

            Con quel vento, cui pria mandato in poppa

            M'aveano i numi, e che non mai s'estinse.

            Così, mio caro figlio, ignaro io giunsi,

            Né so nulla de' Greci o spenti o salvi.

            Ciò poi che intesi ne' miei tetti assiso,

            Celare a te certo non vuolsi. È fama

            Che felice ritorno ebber gli sperti

            Della lancia Mirmìdoni, che il degno

            Figliuol guidava dell'altero Achille.

            Felice l'ebbe Filottète ancora,

            L'illustre prole di Peante. In Creta

            Rimenò Idomenèo quanti compagni

            Con la vita gli uscir fuori dell'arme:

            Un sol non ne inghiottì l'onda vorace.

            D'Agamennòn voi stessi, e come venne,

            Benché lontani dimoriate, udiste,

            E qual gli tramò Egisto acerba morte.

            Ma già il fio ne pagò. Deh quanto è bello

            Che il figliuol dell'estinto in vita resti!

            Quel dell'Atride vendicossi a pieno

            Dell'omicida fraudolento e vile,

            Che morto aveagli sì famoso padre.

            Quinci e tu, amico, però ch'io ti veggio

            Di sembiante non men grande che bello,

            Fortezza impara, onde te pure alcuno

            Benedica di quei che un dì vivranno”.

              “Nestore, degli Achei gloria immortale”,

            Telemaco riprese, “ei vendicossi,

            E al cielo i Greci innalzeranlo, e il nome

            Nel canto se n'udrà. Perché in me ancora

            Non infuser gli dèi tanto di lena,

            Che dell'onte de' proci e delle trame

            Potessi a pieno ristorarmi anch'io?

            Ma non a me, non ad Ulisse e al figlio

            Tanta felicità dagl'immortali

            Fu destinata, e tollerar m'è forza”.

              “Poiché tai mali”, ripigliò Nestorre

            “Mi riduci alla mente, odo la casa

            Molti occuparti a forza, e insidïarti,

            Vagheggiatori della madre. Dimmi:

            Volontario piegasti al giogo il collo?

            O in odio, colpa d'un oracol forse,

            I cittadini t'hanno? Ad ogni modo,

            Chi sa che il padre ne' suoi tetti un giorno

            Non si ricatti, o solo, o con gli Achivi

            Tutti al suo fianco, di cotanti oltraggi?

            Se te così Pallade amasse come

            A Troia, duol de' Greci, amava Ulisse

            (Sì palese favor d'un nume, quale

            Di Pallade per lui, mai non si vide)

            Se ugual di te cura prendesse, ai proci

            Della mente uscirìan le belle nozze”.

              E d'Ulisse il figliuol: “Tanto io non penso

            Che s'adempia giammai. Troppo dicesti,

            Buon vecchio, ed io ne maraviglio forte:

            Ché ciò bramar, non conseguir mi lice,

            Non, se agli stessi dèi ciò fosse in grado”.

              “Qual ti sentii volar fuori de' denti,

            Telemaco, parola? allor soggiunse

            La dea che lumi cilestrini gira.

            “Facile a un dio, sempre che il voglia, uom vivo

            Ripatrïar dai più remoti lidi.

            Io per me del ritorno anzi torrei

            Scorgere il dì dopo infiniti guai,

            Che rieder prima, e nel suo proprio albergo

            Cader, come d'Egisto, e dell'infida

            Moglie per frode il miserando Atride.

            La morte sola, comun legge amara,

            Gli stessi dèi né da un amato capo

            Distornarla potrìan, quandunque sopra

            Gli venga in sua stagion l'apportatrice

            Di lunghi sonni disamabil parca”.

              “E temo io ben”, Telemaco rispose,

            “Che una morte crudel, non il ritorno,

            Prefissa gli abbia, o Mentore, il destino.

            Ma di questo non più: benché agli afflitti

            Parlare a un tempo e lagrimar sia gioia.

            Io voglio d'altro dimandar Nestorre,

            Che vede assai più là d'ogni mortale,

            E l'età terza, qual si dice, or regna,

            Tal che mirare in lui sembrami un nume.

            Figlio di Nèleo, il ver, mi narra. Come

            Chiuse gli occhi Agamènnone, il cui regno

            Stendeasi tanto? Menelao dov'era?

            Qual morte al sommo Agamennòne ordìa

            L'iniquo Egisto, che di vita uom tolse

            Tanto miglior di sé? Non era dunque

            Nell'Argo Acaica Menelao? Ma forse

            Lontano errava tra straniere genti,

            E quei la spada, imbaldanzito, strinse?”

              Ed il Gerenio cavalier Nestorre:

            “Figlio, quant'io dirò, per certo il tieni.

            Tu feristi nel segno. Ah! se l'illustre

            Menelao biondo, poiché apparve in Argo,

            Nel palagio trovava Egisto in vita,

            Non si spargea sul costui morto corpo

            Un pugno scarso di cavata terra:

            Fuor delle mura, sovra il nudo campo

            Cani e augelli voravanlo, né un solo

            Delle donne d'Acaia occhio il piangea.

            Noi sotto Troia, travagliando in armi,

            Passavam le giornate; ed ei, nel fondo

            Della ricca di paschi Argo, tranquilla,

            Con detti aspersi di dolce veleno

            La moglie dell'Atride iva blandendo.

            Rifugìa prima dall'indegno fatto

            La vereconda Clitennestra, e retti

            Pensier nutrìa, standole a fianco il vate,

            Cui di casta serbargliela l'Atride

            Molto ingiungea, quando per Troia sciolse.

            Ma sorto il dì che cedere ad Egisto

            La infelice dovea, quegli, menato

            A un'isola deserta il vate in seno,

            Colà de' feri volator pastura

            Lasciallo, e strazio: e ne' suoi tetti addusse,

            Non ripugnante, l'infedel regina.

            E molte cosce del cornuto armento

            Su l'are il folle ardea, sospendea molti

            Di drappi d'oro sfavillanti doni,

            Compiuta un'opra che di trarre a fine

            Speranza ebbe assai men, che non vaghezza.

            Già partiti di Troia, e d'amistade

            Congiunti, battevam lo stesso mare

            Menelao ed io: ma divenimmo al sacro

            Promontorio d'Atene, al Sunio, appena,

            Che il suo nocchier, che del corrente legno

            Stava al governo, un'improvvisa uccise

            Di Febo Apollo mansueta freccia,

            L'Onetoride Fronte, uom senza pari

            Co' marosi a combattere e co' venti.

            L'Atride, benché in lui gran fretta fosse,

            Si fermò al Sunio, ed il compagno pianse,

            E d'esequie onorollo e di sepolcro.

            Poi, rientrato in mare, e al capo eccelso

            Giunto della Malèa, cammin felice

            Non gli donò l'onniveggente Giove.

            Venti stridenti e smisurati flutti,

            Che ai monti non cedean, contro gli mosse,

            E ne disgiunse i legni, e parte a Creta

            Ne spinse, là 've albergano i Cidonî,

            Alle correnti del Giardano in riva.

            Liscia e pendente sovra il fosco mare

            Di Gortina al confin, sorge una rupe,

            Contro alla cui sinistra, e non da Festo

            Molto lontana punta, Austro i gran flutti

            Caccia; li frange un piccoletto sasso.

            Là, percotendo, si fiaccaro i legni

            Scampate l'alme a gran fatica, e sole

            Cinque altre navi dall'azzurra prora,

            Portò sovra l'Egitto il vento e l'onda.

            Mentre con queste Menelao tra genti

            D'altra favella s'aggirava, e forza

            Vi raccogliea di vettovaglia e d'oro,

            Tutti ebbe i suoi desir l'iniquo Egisto:

            Agamennòne a tradimento spense,

            Soggettossi gli Argivi, ed anni sette

            Della ricca Micene il fren ritenne.

            Ma l'ottavo anno ritornò d'Atene

            Per sua sciagura il pari ai numi Oreste,

            Che il perfido assassin del padre illustre

            Spogliò di vita, e la funèbre cena

            Agli Argivi imbandì, per l'odïosa

            Madre non men, che per l'imbelle drudo.

            Lo stesso giorno Menelao comparve,

            Tanta ricchezza riportando seco,

            Che del pondo gemean le stanche navi.

            Figlio, non l'imitar, non vagar troppo,

            Lasciando in preda le sostanze ai proci,

            Che ciò tra lor che non avran consunto,

            Partansi, e il vïaggiar ti torni danno.

            Se non ch'io bramo, anzi t'esorto e stringo,

            Che il re di Sparta trovi. Ei testé giunse,

            Donde altri, che in quel mar furia di crudo

            Vento cacciasse, perderia la speme

            Di rieder più: mar così immenso e orrendo,

            Che nel giro d'un anno augel nol varca.

            Hai nave ed hai compagni. E se mai fosse

            Più di tuo grado la terrestre via,

            Cocchio io darotti e corridori, e i miei

            Figli, che guideranti alla divina

            Sparta, ove il biondo Menelao soggiorna.

            Pregalo, e non temer che le parole

            Re sì prudente di menzogna involva”.

              Disse; e tramontò il Sole, e buio venne.

            Qui la gran diva dal ceruleo sguardo

            Si frappose così: Buon vecchio, tutto

            Dicesti rettamente. Or via, le lingue

            Taglinsi, e di licor s'empian le tazze.

            Poscia, fatti a Nettuno e agli altri numi

            I libamenti, si procuri ai corpi

            Riposo e sonno, come il tempo chiede.

            Già il sol s'ascose, e non s'addice al sacro

            Troppo a lungo seder prandio solenne”.

              Così Palla, né indarno. Acqua gli araldi

            Dier subito alle man, di vino l'urne

            Coronaro i donzelli, ed il recaro,

            Con le tazze, augurando, a tutti in giro.

            I convitati s'alzano, e le lingue

            Gittan sul fuoco, e libano. Libato

            Ch'ebbero, e a voglia lor tutti bevuto,

            Palla e d'Ulisse il deiforme figlio

            Ritirarsi voleano al cavo legno.

            Ma Nestore fermolli, e con gentile

            Corruccio: “Ah! Giove tolga, e gli altri”, disse,

            “Non morituri dèi, ch'ire io vi lasci,

            Qual tapino mortale, a cui la casa

            Di vestimenti non abbonda e coltri,

            Ove gli ospiti suoi, non ch'egli, avvolti

            Mollemente s'addormino. Credete

            Che a me vesti non sieno e coltri belle?

            No; su palco di nave il figlio caro

            Di cotant'uom non giacerà, me vivo,

            E vivo un sol de' figli miei, che quanti

            Verranno alle mie case ospiti accolga”.

              “O vecchio amico”, replicò la diva

            Cui sfavilla negli occhi azzurra luce,

            “Motto da te non s'ode altro che saggio.

            Telemaco, ubbidire io ti consiglio.

            Che meglio puoi? Te dunque, o Nestor, siegua

            E s'adagi in tua casa. Io vêr la nave

            A confortar rivolgomi, e di tutto

            Gli altri a informar: però ch'io tutti vinco

            Que' giovani d'età, che non maggiori

            Di Telemaco sono, e accompagnarlo

            Voller per amistade. In sul naviglio

            Mi stenderò: ma, ricomparsa l'alba,

            Ai Caucòni magnanimi non lieve

            Per ricevere andrò debito antico.

            E tu questo garzon, che a te drizzossi,

            Nel cocchio manda con un figlio, e al cocchio

            De' corridori, che in tue stalle nutri,

            I più ratti gli accoppia e più gagliardi”.

              Qui fine al dir pose la dea, cui ride

            Sotto le ciglia un azzurrino lume,

            E si levò com'aquila, e svanìo.

            Stupì chiunque v'era, ed anco il veglio,

            Visto il portento, s'ammirava; e, preso

            Telemaco per man, nomollo e disse:

            “Ben conosc'ora che dappoco e imbelle,

            Figliuol mio, non sarai, quando compagni

            Così per tempo ti si fanno i numi.

            Degli abitanti dell'Olimpie case

            Chi altri esser porìa che la pugnace

            Figlia di Giove, la Tritonia Palla,

            Che l'egregio tuo padre in fra gli Achivi

            Favorì ognor? Propizia, o gran regina,

            Guardami, e a me co' figli e con la casta

            Consorte gloria non vulgar concedi.

            Giovenca io t'offrirò di larga fronte,

            Che vide un anno solo, e al giogo ancora

            Non sottopose la cervice indoma.

            Questa per te cadrà con le vestite

            Di lucid'oro giovinette corna”.

              Tal supplicava, e l'udì Palla. Quindi

            Generi e figli al suo reale ostello

            Nestore precedea. Giunti, posaro

            Su gli scanni per ordine e su i troni.

            Il re canuto un prezïoso vino,

            Che dalla scoverchiata urna la fida

            Custode attinse nell'undecim'anno,

            Lor mescea nella coppa, e alla possente

            Figlia libava dell'Egìoco Giove,

            Supplichevole orando. E gli altri ancora

            Libaro, e a voglia lor bevvero. Al fine

            Trasser, per chiuder gli occhi, ai tetti loro.

            Ma nella sua magione il venerato

            Nestore vuol che del divino Ulisse

            La cara prole, in traforato letto

            Sotto il sonante portico, s'addorma;

            E accanto a lui Pisistrato, di gente

            Capo, e il sol de' figliuoi che sin qui viva

            Celibe vita. Ei del palagio eccelso

            Si corcò nel più interno; e la reale

            Consorte il letto preparògli e il sonno.

              Tosto che del mattin la bella figlia

            Con le dita rosate in cielo apparve,

            Surse il buon vecchio, uscì del tetto, e innanzi

            S'assise all'alte porte, in sui politi

            Bianchi e d'unguento luccicanti marmi,

            Su cui sedea par nel consiglio ai numi

            Nelèo, che, vinto dal destin di morte,

            Nelle case di Pluto era già sceso.

            Nestore allora, guardïan de' Greci,

            Lo scettro in man, sedeavi. I figli, usciti

            Di loro stanza maritale anch'essi,

            Frequenti al vecchio si stringeano intorno,

            Echefróne, Persèo, Strazio ed Areto,

            E il nobil Trasimede, a cui s'aggiunse

            Sesto l'eroe Pisistrato. Menaro

            D'Ulisse il figlio deïforme, e al fianco

            Collocârlo del padre, che le labbra

            In queste voci aprì: “Figli diletti,

            Senza dimora il voler mio fornite.

            Prima tra i numi l'Atenèa Minerva

            Non degg'io venerar, che nel solenne

            Banchetto sacro manifesta io vidi?

            Un di voi dunque ai verdi paschi vada,

            Perché tirata dal bifolco giunga

            Ratto la vaccherella. Un altro mova

            Dell'ospite alla nave e, salvo due,

            Tutti i compagni mi conduca. E un terzo

            Laerce chiami, l'ingegnoso mastro,

            Della giovenca ad inaurar le corna.

            Gli altri tre qui rimangano, e all'ancelle

            Faccian le mense apparecchiar, sedili

            Apportar nel palagio, e tronca selva,

            E una pura dal fonte acqua d'argento”.

              Non indarno ei parlò. Venne dal campo

            La giovinetta fera, e dalla nave

            Dell'ospite i compagni; il fabbro venne

            Tutti recando gli strumenti e l'armi,

            L'incude, il buon martello e le tanaglie

            Ben fabbricate, con che l'ôr domava:

            Né ai sacrifici suoi mancò la diva.

            Nestore diè il metallo; e il fabbro, come

            Domato l'ebbe, ne vestì le corna

            Della giovenca, acciocché Palla, visto

            Quel fulgor biondo, ne gioisse in core.

            Per le corna la vittima Echefróne

            Guidava, e Strazio: dalle stanze Arèto

            Purissim'onda in un bacile, a vaghi

            Fiori intagliato, d'una man portava,

            Orzo dell'altra in bel canestro e sale;

            Il bellicoso Trasimede in pugno

            Stringea l'acuta scure, che sul capo

            Scenderà della vittima; ed il vaso,

            Che il sangue raccorrà, Perseo tenea.

            Ma de' cavalli il domator, l'antico

            Nestore, il rito cominciò: le mani

            S'asterse, sparse il salat'orzo, e a Palla

            Pregava molto, nell'ardente fiamma

            Le primizie gittando, i peli svelti

            Dalla vergine fronte. Alla giovenca

            S'accostò il forte Trasimede allora

            E con la scure acuta, onde colpilla,

            Del collo i nervi le recise, e tutto

            Svigorì il corpo: supplicanti grida

            Figliuole alzaro, e nuore e la pudica

            Di Nestor donna Euridice, che prima

            Di Climèn tra le figlie al mondo nacque;

            Poi la buessa, che giacea, di terra

            Sollevâr nella testa, e in quel che lei

            Reggean così, Pisistrato scannolla.

            Sgorgato il sangue nereggiante e scorso,

            E abbandonate dallo spirto l'ossa,

            La divisero in fretta: ne tagliaro

            Le intere cosce, qual comanda il rito,

            Di doppio le covriro adipe, e i crudi

            Brani vi adattâr sopra. Ardeale il veglio

            Su gli scheggiati rami, e le spruzzava

            Di rosso vin, mentre abili donzelli

            Spiedi tenean di cinque punte in mano.

            Arse le cosce e i visceri gustati,

            Minuti pezzi fer dell'altro corpo,

            Che rivolgeano ed arrostìano infissi

            Negli acuti schidoni. Policasta,

            La minor figlia di Nestorre, intanto

            Telemaco lavò, di bionda l'unse

            Liquida oliva, e gli vestì una fina

            Tunica e un ricco manto; ed egli emerse

            Fuor del tepido bagno, agl'Immortali

            Simile in volto, e a Nestorre avviossi,

            Pastor di genti, e gli s'assise al fianco.

              Abbrostite le carni ed imbandite,

            Sedeansi a banchettar: donzelli esperti

            Sorgeano, e pronti di vermiglio vino

            Ricolmavan le ciotole dell'oro.

            Ma poiché spenti i naturali fûro

            Della fame desiri e della sete,

            Parlò in tal guisa il cavalier Nestorre:

            “Miei figli, per Telemaco, su via,

            I corridori dal leggiadro crine

            Giungete sotto il cocchio”. Immantinente

            Quelli ubbidiro, e i corridor veloci

            Giunser di fretta sotto il cocchio, in cui

            Candido pane e vin purpureo e dapi,

            Quai costumano i re, di Giove alunni,

            La veneranda dispensiera pose.

            Telemaco salì, salì l'ornata

            Biga con lui Pisistrato, di gente

            Capo, e accanto assettossigli; e, le briglie

            Nella man tolte, con la sferza al corso

            I cavalli eccitò, che alla campagna

            Si gittâr lieti: de' garzoni agli occhi

            Di Pilo s'abbassavano le torri.

            Squassavano i destrier tutto quel giorno

            Concordi il giogo ch'era lor sul collo.

            Tramontò il Sole, ed imbrunìan le strade:

            E i due giovani a Fera, e alla magione

            Di Diocle arrivàr, del prode figlio

            Di Orsìloco d'Alfèo, dove riposi

            Ebber tranquilli ed ospitali doni.

              Ma come del mattin la bella figlia

            Comparve in ciel con le rosate dita,

            Aggiogaro i cavalli, e la fregiata

            Biga salîro, e del vestibol fuori

            La spinsero, e del portico sonante.

            Scosse la sferza il Nestorìde, e quelli

            Lietamente volaro. I pingui campi,

            Di ricca messe biondeggianti, indietro

            Fuggìan l'un dopo l'altro; e sì veloci

            Gli allenati destrier movean le gambe,

            Che l'Itacense e il Pilïese al fine

            Del vïaggio pervennero, che d'ombra,

            Il sol caduto, si coprìa la terra.

             


            LIBRO QUARTO

             

             

              Giunsero all'ampia, che tra i monti giace,

            Nobile Sparta, e le regali case

            Del glorïoso Menelao trovaro.

            Questi del figlio e della figlia insieme

            Festeggiava quel dì le doppie nozze,

            E molti amici banchettava. L'una

            Spedìa d'Achille al bellicoso figlio,

            Cui promessa l'avea sott'Ilio un giorno,

            Ed or compieano il maritaggio i numi:

            Quindi cavalli e cocchi alla famosa

            Cittade de' Mirmìdoni condurla

            Doveano, e a Pirro che su lor regnava.

            E alla figlia d'Alettore Spartano

            L'altro, il gagliardo Megapente, unia,

            Che d'una schiava sua tardi gli nacque:

            Poiché ad Elèna gl'immortali dèi

            Prole non concedean dopo la sola

            D'amor degna Ermione, a cui dell'aurea

            Venere la beltà splendea nel volto.

              Così per l'alto spazïoso albergo

            Rallegravansi, assisi a lauta mensa,

            Di Menelao gli amici ed i vicini;

            Mentre vate divin tra lor cantava,

            L'argentea cetra percotendo, e due

            Danzatori agilissimi nel mezzo

            Contempravano al canto i dotti salti.

              Nell'atrio intanto s'arrestaro i figli

            Di Nestore e d'Ulisse. Eteonèo,

            Un vigil servo del secondo Atride,

            Primo adocchiolli, e con l'annunzio corse

            De' popoli al pastore, ed all'orecchio

            Gli sussurrò così: “Due forestieri

            Nell'atrio, o Menelao, di Giove alunno,

            Coppia d'eroi, che del Saturnio prole

            Sembrano in vista. Or di': sciorre i cavalli

            Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse

            Mandar de' Greci, che gli accolga e onori?”

              D'ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo

            Menelao gli rispose: “O di Boète

            Figliuolo, Eteonèo, tu non sentivi

            Già dello scemo negli andati tempi,

            E or sembri a me bamboleggiar co' detti.

            Non ti sovvien quante ospitali mense

            Spogliammo di vivande, anzi che posa

            Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove

            Privilegiar dopo cotante pene

            La nostra ultima età? Sciogli i cavalli,

            E al mio convito i forestier conduci”.

              Ratto fuor della stanza Eteonèo

            Lanciossi; e tutti a sé gli altri chiamava

            Fidi conservi. Distaccaro i forti

            Di sotto il giogo corridor sudanti,

            E al presepe gli avvinsero, spargendo

            Vena soave di bianc'orzo mista,

            E alla parete lucida il vergato

            Cocchio appoggiâro. Indi per l'ampie stanze

            Guidaro i novelli ospiti, che in giro

            D'inusitata maraviglia carche

            Le pupille movean: però che grande

            Gettava luce, qual di Sole o Luna,

            Del glorïoso Menelao la reggia.

            Del piacer sazî, che per gli occhi entrava,

            Nelle terse calâr tepide conche;

            E come fur dalle pudiche ancelle

            Lavati, di biond'olio unti e di molli

            Tuniche cinti e di vellosi manti,

            Si collocaro appo l'Atride. Quivi

            Solerte ancella da bell'auro vaso

            Nell'argenteo bacile un'onda pura

            Versava, e stendea loro un liscio desco,

            Su cui la saggia dispensiera i pani

            Venne ad impor bianchissimi, e di pronte

            Dapi serbate generosa copia;

            E d'ogni sorta carni in larghi piatti

            Recò l'abile scalco, e tazze d'oro.

            Il re, stringendo ad ambidue la mano:

            “Pasteggiate”, lor disse, “ed alla gioia

            Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo.

            De' vostri padri non s'estinse il nome,

            E da scettrati re voi discendete.

            Piante cotali di radice vile,

            Sia loco al vero, germogliar non ponno”.

              Detto così, l'abbrustolato tergo

            Di pingue bue, che ad onor grande innanzi

            Messo gli avean, d'in su la mensa tolse,

            E innanzi il mise agli ospiti, che pronte

            Steser le mani all'imbandita fera.

            Ma de' cibi il desir pago e de' vini,

            Telemaco, piegando in vêr l'amico,

            Sì che altri udirlo non potesse, il capo,

            Tale a lui favellò: “Mira, o diletto

            Dell'alma mia, figlio di Nestor, come

            Di rame, argento, avorio, elettro ed oro

            L'echeggiante magion risplende intorno!

            Sì fatta, io credo, è dell'Olimpio Giove

            L'aula di dentro. Oh gl'infiniti oggetti!

            Io maraviglio più, quanto più guardo”.

              L'intese il re di Sparta, e ad ambo disse:

            “Figliuoli miei, chi gareggiar mai puote

            De' mortali con Giove? Il suo palagio,

            Ciò ch'ei dentro vi serba, eterno è tutto.

            Quanto all'umana stirpe, altri mi vinca

            Di beni, o ceda; io so che, molti affanni

            Durati e molto navigato mare,

            Queste ricchezze l'ottavo anno addussi.

            Cipro, vagando, e la Fenicia io vidi,

            E ai Sidonî, agli Egizî e agli Etïòpi

            Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle

            Figlian tre volte nel girar d'un anno,

            E spuntan ratto a gli agnellin le corna;

            Né signore o pastor giammai difetto

            Di carne pate, o di rappreso latte,

            Ridondando di latte ognora i vasi.

            Mentr'io vagava qua e là, tesori

            Raccogliendo, il fratello altri m'uccise

            Di furto, all'improvvista, e per inganno

            Della consorte maladetta: quindi

            Non lieto io vivo a questi beni in grembo.

            Voi, quai sieno, ed ovunque, i padri vostri,

            Tanto dalla lor bocca udir doveste.

            Che non soffersi? Ruinai dal fondo

            Casa di ricchi arredi e d'agi colma;

            Onde piacesse ai dèi che sol rimasta

            Mi fosse in man delle tre parti l'una,

            E spirasser le vive aure que' prodi

            Che, lungi dalla verde Argo ferace,

            Ne' lati campi d'Ilïòn perîro!

            Tutti io li piango, e li sospiro tutti,

            Standomi spesso ne' miei tetti assiso,

            E or mi pasco di cure, or nuovamente

            Piglio conforto; che non puote a lungo

            Viver l'uom di tristezza, e al fin molesto

            Torna quel pianto che fu in pria sì dolce.

            Pure io di tutti in un così non m'ango,

            E m'ango assai, come d'un sol che ingrato

            Mi rende, ove a lui penso, il cibo e il sonno:

            Poiché Greco nessuno in tutta l'oste

            O il bene oprando, o sostenendo il male,

            Pareggiò Ulisse. Ma dispose il fato

            Ch'ei tormentasse d'ogni tempo, e ch'io

            Mesti per sua cagion traessi i giorni,

            Io, che nol veggio da tanti anni, e ignoro

            Se viva, o morto giaccia. Il piange intanto

            Laerte d'età pieno, e la prudente

            Penelope e Telemaco, che il padre

            Lasciò lattante ne' suoi dolci alberghi”.

              Disse; e di pianto subitana voglia

            Risvegliossi in Telemaco, che a terra

            Mandò lagrime giù dalle palpèbre,

            Del padre udendo, ed il purpureo manto

            Con le mani s'alzò dinanzi al volto.

            Menelao ben comprese; e se a lui stesso

            Lasciar nomare il padre, o interrogarlo

            Dovesse pria, né serbar nulla in petto,

            Sì e no tenzonavangli nel capo.

              Mentre cosi fra due stava l'Atride,

            Elena dall'eccelsa e profumata

            Sua stanza venne con le fide ancelle,

            Che Diana parea dall'arco d'oro.

            Bel seggio Adrasta avvicinolle, Alcippe

            Tappeto in man di molle lana, e Filo

            Panier recava di forbito argento,

            Don già d'Alcandra, della moglie illustre

            Del fortunato Pòlibo, che i giorni

            Nella ricca menava Egizia Tebe.

            A Menelao due conche argentee, due

            Trìpodi e dieci aurei talenti ei diede.

            Ma la consorte ornar d'eletti doni

            Elena volle a parte: una leggiadra

            Conocchia d'ôr le porse, ed il paniere

            Ritondo sotto, e di forbito argento,

            Se non quanto le labbra oro guernìa.

            Questo ricolmo di sudato stame

            L'ancella Filo le recava, e sopra

            Vi riposava la conocchia, a cui

            Fini si ravvolgean purpurei velli.

              Ella raccolta nel suo seggio, e posti

            Sul polito sgabello i molli piedi,

            Con questi accenti a Menelao si volse:

            “Sappiam noi, Menelao di Giove alunno,

            Chi siano i due che ai nostri tetti entraro?

            Parlar m'è forza, il vero o il falso io dica:

            Però ch'io mai non vidi, e grande tiemmi

            Nel veder maraviglia, uomo né donna

            Così altrui somigliar, come d'Ulisse

            somigliar dee questo garzone al figlio,

            Ch'era bambino ancor, quando per colpa

            Ahi! di me svergognata, o Greci, a Troia

            Giste, accendendo una sì orrenda guerra”.

              Tosto l'Atride dalla bionda chioma:

            “Ciò che a te, donna, a me pur sembra. Quelle

            Son d'Ulisse le mani, i piè son quelli,

            E il lanciar degli sguardi, e il capo e il crine.

            Io, l'Itacese rammentando, i molti

            Dicea disagi ch'ei per me sostenne;

            E il giovane piovea lagrime amare

            Giù per le guance, e col purpureo manto,

            Che alzò ad ambe le man, gli occhi celava”.

              E Pisistrato allor: “Nato d'Atrèo,

            Di Giove alunno, condottier d'armati,

            Eccoti appunto di quel grande il figlio.

            Ma verecondo per natura, e giunto

            Novellamente, gli parrebbe indegno

            Te delle voci tue fermar nel corso,

            Te, di cui, qual d'un dio, ci beano i detti.

            Nestore, il vecchio genitor, compagno

            Mi fece a lui, che rimirarti in faccia

            Bramava forte, onde poter dell'opra

            Giovarsi, o almen del tuo consiglio. Tutti

            Que' guai che un figliuol soffre, a cui lontano

            Dimora il padre, né d'altronde giunge

            Sussidio alcun, Telemaco li prova.

            Il genitor gli falla, e non gli resta

            Chi dal suo fianco la sciagura scacci”.

              “Numi!” riprese il re dai biondi crini,

            “Tra le mie stesse mura il figlio adunque

            D'uomo io veggio amicissimo, che sempre

            Per me s'espose ad ogni rischio? Ulisse

            Ricettare io pensava entro i miei regni,

            Io carezzarlo sovra tutti i Greci,

            Se ad ambo ritornar su i cavi legni

            L'Olimpio dava onniveggente Giove.

            Una io cedere a lui delle vicine

            Volea cittade Argive, ov'io comando,

            E lui chiamar, che dai nativi sassi

            D'Itaca in quella mia, ch'io prima avrei

            D'uomini vôta e di novelli ornata

            Muri e palagi, ad abitar venisse

            Col figlio, le sostanze e il popol tutto.

            Così, vivendo sotto un cielo, e spesso

            L'un l'altro visitando, avremmo i dolci

            Frutti raccolti d'amistà sì fida,

            Né l'un dall'altro si sarìa disgiunto

            Che steso non si fosse il negro velo

            Di morte sovra noi. Ma un tanto bene

            Giove c'invidïò, cui del ritorno

            Piacque fraudar quell'infelice solo”.

              Sorse in ciascuno a tai parole un vivo

            Di lagrime desïo. Piangea la figlia

            Di Giove, l'Argiva Elena, piangea

            D'Ulisse il figlio ed il secondo Atride,

            Né asciutte avea Pisistrato le guance,

            Che il fratello incolpabile, cui morte

            Diè dell'Aurora la famosa prole,

            Tra sé membrava, e che tai detti sciolse:

            “Atride, il vecchio Nestore mio padre

            Te di prudenza singolar lodava,

            Sempre che in mezzo al ragionare alterno

            Il tuo nome venìa. Fa', se di tanto

            Pregarti io posso, oggi a mio senno. Poco

            Me dilettan le lagrime tra i nappi.

            Ma del mattin la figlia il nuovo giorno

            Ricondurrà; né mi fia grave allora

            Pianger chïunque al suo destin soggiacque;

            Ché solo un tale onore agl'infelici

            Defunti avanza, che altri il crin si tronchi,

            E alle lagrime giuste allarghi il freno.

            Anco a me tolse la rea Parca un frate,

            Che l'ultimo non fu dell'oste Greca.

            Tu il sai, che il conoscesti. Io né vederlo

            Potei, né a lui parlar: ma udii che Antiloco

            Su tutti si mostrò gli emuli suoi

            Veloce al corso, e di sua man gagliardo.

              E Menelao dai capei biondi: Amico,

            L'uom più assennato e in più matura etade,

            Che non è questa tua, né pensamenti

            Diversi avrìa, né detti; e ben si pare

            Agli uni e agli altri da chi tu nascesti.

            Ratto la prole d'un eroe si scorge,

            Cui del natale al giorno, e delle nozze

            Destinò Giove un fortunato corso,

            Come al Nelìde, che invecchiare ottenne

            Nel suo palagio mollemente, e saggi

            Figli mirar, non che dell'asta dotti.

            Dunque, sbandito dalle ciglia il pianto,

            Si ripensi alla cena, e un'altra volta

            La pura su le mani onda si sparga.

            Sermoni alterni anche al novello sole

            Fra Telemaco e me correr potranno”.

              Disse; ed Asfalïone, un servo attento,

            Spargea su le man l'onda, e i convitati

            Nuovamente cibavansi. Ma in altro

            Pensiero allora Elena entrò. Nel dolce

            Vino, di cui bevean, farmaco infuse

            Contrario al pianto e all'ira, e che l'obblìo

            Seco inducea d'ogni travaglio e cura.

            Chïunque misto col vermiglio umore

            Nel seno il ricevé, tutto quel giorno

            Lagrime non gli scorrono dal volto,

            Non, se la madre o il genitor perduto,

            Non, se visto con gli occhi a sé davante

            Figlio avesse o fratel di spada ucciso.

            Cotai la figlia dell'Olimpio Giove

            Farmachi insigni possedea, che in dono

            Ebbe da Polidamna, dalla moglie

            Di Tone nell'Egitto, ove possenti

            Succhi diversi la feconda terra

            Produce, quai salubri e quai mortali;

            Ed ove, più che i medicanti altrove,

            Tutti san del guarir l'arte divina,

            Siccome gente da Peòn discesa.

            Il nepente già infuso, e a' servi imposto

            Versar dall'urne nelle tazze il vino,

            Ella così parlò: “Figlio d'Atrèo,

            E voi, d'eroi progenie, i beni e i mali

            Manda dall'alto alternamente a ognuno

            L'onnipossente Giove. Or pasteggiate

            Nella magione assisi, e de' sermoni

            Piacer prendete in pasteggiando, mentre

            Cose io racconto, che saranno a tempo.

            Non già ch'io tutte le fatiche illustri

            Ricordar sol del pazïente Ulisse

            Possa, non che narrarle: una io ne scelgo,

            Che a Troia, onde gran duol venne agli Argivi,

            L'uom forte imprese e a fin condusse. Il corpo

            Di sconce piaghe afflisse, in rozzi panni

            S'avvolse, e penetrò nella nemica

            Cittade, occulto e di mendìco e schiavo

            Le sembianze portando, ei che de' Greci

            Sì diverso apparìa lungo le navi.

            Tal si gittò nella Troiana terra,

            Né conoscealo alcuno. Io fui la sola

            Che il ravvisai sotto l'estranie forme,

            E tentando l'andava; ed ei pur sempre

            Da me schermìasi con l'usato ingegno.

            Ma come asperso d'onda, unto d'oliva

            L'ebbi, e di veste cinto, ed affidato

            Con giuramento, che ai Troiani primo

            Non manifesterei, che alle veloci

            Navi non fosse, ed alle tende giunto,

            Tutta ei m'aperse degli Achei la mente.

            Quindi, passati con acuta spada

            Molti petti nemici, all'oste Argiva

            Col vanto si rendé d'alta scaltrezza.

            Stridi mettean le donne Iliache ed urli:

            Ma io gioìa tra me; ché gli occhi a Sparta

            Già rivolgeansi e il core, e da me il fallo

            Si piagneva, in cui Venere mi spinse,

            Quando staccommi dalla mia contrada,

            Dalla dolce figliuola, e dal pudìco

            Talamo e da un consorte, a cui, saggezza

            Si domandi o beltà, nulla mancava.

              “Tutto”, l'Atride dalla cròcea chioma,

            “Dicesti, o donna, giustamente. Io terra

            Molta trascorsi, e penetrai col guardo

            Di molti eroi nel sen: ma pari a quella

            Del pazïente Ulisse alma io non vidi.

            Quel che oprò, basti, e che sostenne in grembo

            Del cavallo intagliato, ove sedea,

            Strage portando ad Ilio, il fior de' Greci.

            Sospinta, io credo, da un avverso nume,

            Cui la gloria de' Teucri a core stava,

            Là tu giungesti, e uguale a un dio nel volto

            Su l'orme tue Deïfobo venìa.

            Ben tre fiate al cavo agguato intorno

            T'aggirasti; e il palpavi, e a nome i primi

            Chiamavi degli Achei, contraffacendo

            Delle lor donne le diverse voci.

            Nel mezzo assisi io, Diomede e Ulisse

            Chiamar ci udimmo; e il buon Tidìde ed io

            Ci alzammo, e di scoppiar fuor del cavallo,

            O dar risposta dal profondo ventre,

            Ambo presti eravam: ma nol permise,

            E, benché ardenti, ci contenne Ulisse.

            Taceasi ogni altro, fuorché il solo Anticlo,

            Che risponder voleati, e Ulisse tosto

            La bocca gli calcò con le robuste

            Mani inchiodate, né cessò, che altrove

            Te rimenato non avesse Palla.

            Sì di tutta la Grecia ei fu salute”.

              “E ciò la doglia, o Menelao, m'accresce”,

            Ripigliava il garzone. “A che gli valse

            Tanta virtù se non potea da morte

            Difenderlo, non che altro, un cor di ferro?

            Ma deh! piacciavi omai che ritroviamo

            Dove posarci, acciò su noi del sonno

            La dolcezza ineffabile discenda”.

            Sì disse; e l'Argiva Elena all'ancelle

            I letti apparecchiar sotto la loggia,

            Belle gittarvi porporine coltri,

            E tappeti distendervi, e ai tappeti

            Manti vellosi sovrapporre, ingiunse.

            Quelle, tenendo in man lucide faci,

            Usciro, e i letti apparecchiaro: innanzi

            Movea l'araldo, e gli ospiti guidava.

            Così nell'atrio s'adagiaro entrambi:

            Nel più interno corcavasi l'Atride,

            E la divina tra le donne Elèna

            Il sinuoso peplo, ond'era cinta,

            Depose, e giacque del consorte a lato.

              Ma come del mattin la bella figlia

            Rabbellì il ciel con le rosate dita,

            Menelao sorse, rivestissi, appese

            Per lo pendaglio all'omero la spada,

            E i bei calzar sotto i piè molli avvinse:

            Poi, somigliante nell'aspetto a un nume,

            Lasciò la stanza rapido, e s'assise

            Di Telemaco al fianco; e: “Qual”, gli disse,

            “Cagione a Sparta, su l'immenso tergo

            Del negro mar, Telemaco, t'addusse?

            Pubblico affare, o tuo? Schietto favella”.

              E in risposta il garzon: “Nato d'Atrèo,

            Per risaper del genitore io venni.

            In dileguo ne van tutti i miei beni,

            Colpa una gente nequitosa e audace,

            Che gli armenti divorami e le gregge,

            E ingombra sempre il mio palagio, e anela

            Della madre alle nozze. Io quindi abbraccio

            Le tue ginocchia, e da te udir m'aspetto,

            O visto, o su le labbra inteso l'abbi

            D'un qualche vïandante, il triste fine

            Del padre mio, che sventurato assai

            Della sua genitrice uscì dal grembo.

            Né timore o pietà così t'assalga,

            Che del ver parte ti rimanga in core.

            Venne mai dal mio padre in opra o in detto,

            Bene o comodo a te, là ne' Troiani

            Campi del sangue della Grecia tinti?

            Ecco di rimembrarlo, Atride, il tempo”.

              Trasse il Monarca, dai capei di croco,

            Un profondo sospiro, e: “Ohimè”, rispose,

            “Volean d'un eroe dunque uomini imbelli

            Giacer nel letto? Qual se incauta cerva

            I cerbiatti suoi teneri e lattanti

            Deposti in tana di leon feroce,

            Cerca, pascendo, i gioghi erti e l'erbose

            Valli profonde; e quel feroce intanto

            Riede alla sua caverna, e morte ai figli

            Porta, e alla madre ancor: non altrimenti

            Porterà morte ai concorrenti Ulisse.

            E oh piacesse a Giove, a Febo e a Palla,

            Che qual si levò un dì contra il superbo

            Filomelìde nella forte Lesbo,

            E tra le lodi degli Achivi a terra

            Con mano invitta, lotteggiando, il pose,

            Tal costoro affrontasse! Amare nozze

            Foran le loro, e la lor vita un punto.

            Quanto a ciò che mi chiedi, io tutte intendo

            Schiettamente narrarti, e senza inganno,

            Le arcane cose ch'io da Proteo appresi,

            Dal marino vecchion, che mai non mente.

              Me, che alla patria ritornar bramava,

            Presso l'Egitto ritenean gli dèi,

            Perché onorati io non gli avea di sacre

            Ecatombi legittime; ché sempre

            L'oblio de' lor precetti i numi offese.

            Giace contra l'Egitto e all'onde in mezzo

            Un'isoletta che s'appella Faro,

            Tanto lontana, quanto correr puote,

            Per un intero dì concavo legno,

            Cui stridulo da poppa il vento spiri.

            Porto acconcio vi s'apre, onde il nocchiero,

            Poscia che l'acqua non salata attinse,

            Facilmente nel mar vara la nave.

            Là venti dì mi ritenean gli dèi:

            Né delle navi i condottieri amici

            Comparver mai su per l'azzurro piano,

            Le immobili acque ad increspar col fiato.

            E già con le vivande anco gli spirti

            Per fermo ci fallìan, se una dea, fatta

            Di me pietosa, non m'aprìa lo scampo.

            Idotèa, del marin vecchio la figlia,

            Cui fieramente in sen l'alma io commossi,

            Occorse a me, che solitario errava,

            Mentre i compagni dalla fame stretti

            Giravan l'isoletta, ed i ricurvi

            Ami gettavan qua e là nell'onde.

            "Forestier", disse, come fu vicina,

            "Sei tu del senno e del giudicio in bando,

            O degli affanni tuoi prendi diletto,

            Che così, a un ozio volontario in preda,

            Nell'isola t'indugi, e via non trovi

            D'uscirne mai? Langue frattanto il core

            De' tuoi compagni, e si consuma indarno".

            "O qual tu sii delle immortali Dive,

            Credi", io le rispondea, "che da me venga

            Così lungo indugiar? Vien dai beati,

            Del vasto cielo abitatori eterni,

            Ch'io temo aver non leggiermente offesi.

            Deh, poiché nulla si nasconde ai numi,

            Dimmi, qual è di lor che qui m'arresta,

            E il mar pescoso mi rinserra intorno".

              E repente la dea: "Forestier, nulla

            Celarti io ti prometto. Il non bugiardo

            Soggiorna in queste parti Egizio veglio,

            L'immortal PrOteo, mio creduto padre,

            Che i fondi tutti del gran mar conosce,

            E obbedisce a Nettuno. Ei del vIaggio

            Ti mostrerà le strade, e del ritorno,

            Dove, stando in agguato, insignorirti

            Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami,

            Saprai da lui, che di felice o avverso

            Nella casa t'entrò, finché lontano

            Per vie ne andavi perigliose e lunghe".

            "Ma tu gli agguati", io replicai, "m'insegna,

            Ond'io così improvviso a Proteo arrivi,

            Ch'ei non mi sfugga dalle mani. Un nume

            Difficilmente da un mortal si doma".

              "Questo avrai pur da me", la dea riprese.

            Come salito a mezzo cielo è il sole,

            S'alza il vecchio divin dal cupo fondo,

            E uscito dalla bruna onda, che il vento

            Occidentale increspagli sul capo,

            S'adagia entro i suoi cavi antri, e s'addorme

            E spesse a lui dormon le foche intorno,

            Deforme razza di Alosidna bella,

            Già pria dell'onda uscite, e il grave odore

            Lunge spiranti del profondo mare.

            Io te là guiderò, te acconciamente

            Collocherò, ratto che il dì s'inalbi:

            Ma di quanti compagni appo la nave

            Ti sono, eleggi i tre che più tu lodi.

            Ecco le usanze del vegliardo, e l'arti:

            Pria noverar le foche a cinque a cinque,

            Visitandole tutte; indi nel mezzo

            Corcarsi anch'ei, quasi pastor tra il gregge.

            Vistogli appena nelle ciglia il sonno,

            Ricordatevi allor sol della forza,

            E lui, che molto si dibatte e tenta

            Guizzarvi delle man, fermo tenete.

            Ei d'ogni belva che la terra pasce,

            Vestirà le sembianze, e in acqua e in foco

            Si cangerà di portentoso ardore;

            E voi gli fate delle braccia nodi

            Sempre più indissolubili e tenaci.

            Ma quando interrogarti al fin l'udrai,

            Tal mostrandosi a te, quale sdraiossi,

            Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio

            Sciogli, e sappi da lui chi è tra i numi,

            Che ti contende la natìa contrada".

            Disse, e nelle fiottanti onde s'immerse.

              Io, combattuto da pensier diversi,

            Colà n'andai, dove giacean del mare

            Su la sabbia le navi, a cui da presso

            La cena in fretta s'apprestò. Sorvenne

            La prezïosa notte, e noi sul lido

            Ci addormentammo al mormorìo dell'acque.

            Ma poiché del mattin la bella figlia

            Consperse il ciel d'orïentali rose,

            Lungo il lido io movea, molto ai celesti

            Pregando, e i tre, nel cui valor per tutte

            Le men facili imprese io più fidava,

            Conducea meco. La deessa intanto

            Dal seno ampio del mare, in ch'era entrata,

            Quattro pelli recò, del corpo tratte

            Novellamente di altrettante foche;

            E tramava con esse inganno al padre.

            Scavò quattro covili entro l'arena:

            Quindi s'assise e ci attendea. Noi presso

            Ci femmo a lei, che subito levossi,

            E noi dispose ne' scavati letti,

            E i cuoi recenti ne addossò. Moleste

            Le insidie ivi tornavano; ché troppo

            Noiava delle foche in mar nutrite

            L'orrendo puzzo. E chi a marina belva

            Può giacersi vicin? Se non che al nostro

            Stato provvide la cortese diva,

            Che ambrosia, onde spirava alma fragranza,

            Venneci a por sotto le afflitte nari,

            Cui del mar più non giunse il grave odore.

              Tutto il mattino aspettavam con alma

            Forte e costante. Le deformi foche

            Dell'onde usciro in frotta, e a mano a mano

            Tutte si distendevano sul lido.

            Uscìo sul mezzogiorno il gran vegliardo

            E trovò foche corpulente e grasse,

            Che attento annoverò. Contò noi prima,

            Né di frode parea nutrir sospetto.

            Ciò fatto, ei pur nella sua grotta giacque.

            Ci avventammo con grida, e le robuste

            Braccia al vecchio divin gittammo intorno,

            Che l'arti sue non obliò in quel punto.

            Leone apparve di gran giubba, e in drago

            Voltossi, ed in pantera, e in verro enorme,

            E corse in onda liquida, e in sublime

            Pianta chiomata verdeggiò. Ma noi

            Il tenevam fermo più sempre. Allora

            L'astuto veglio, che nel petto stanco

            Troppo sentiasi omai stringer lo spirto,

            Con queste voci interrogommi: "Atride,

            Qual fu de' numi che d'insidiarmi

            Ti diè il consiglio, e di pigliarmi a forza?

            Di che mestieri hai tu? "Proteo", io risposi,

            "Tu il sai. Perché il dimandi, e ancor t'infingi?

            Sai che gran tempo l'isoletta tiemmi,

            Che scampo quinci io non ritrovo, e sento

            Distruggermisi il core. Ah! dimmi, quando

            Nulla celasi ai dèi, chi degli Eterni

            M'inceppa e mi rinchiude il mare intorno".

              "Non dovevi salpar", riprese il dio,

            "Che onorato pria Giove e gli altri numi

            Di sagrifici non avessi opimi,

            Se in breve al natìo suol giungere ardevi.

            Or la tua patria, degli amici il volto,

            E la magion ben fabbricata il fato

            Riveder non ti dà, dove tu prima

            Del fiume Egitto, che da Giove scende,

            Non risaluti la corrente, e porgi

            Ecatombe perfette ai dii beati,

            Che il bramato da te mar t'apriranno".

              A tai parole mi s'infranse il core,

            Udendo che d'Egitto in su le rive

            Ricondurmi io dovea per gli atri flutti,

            Lunga e difficil via. Pur dissi: "Vecchio,

            Ciò tutto io compierò. Ma or rispondi,

            Ti priego, a questo, e schiettamente parla:

            Salvi tornaro co' veloci legni

            Tutti gli Achivi che lasciammo addietro,

            Partendo d'Ilïòn, Nestore ed io?

            O perì alcun d'inopinata morte

            Nella sua nave, o ai cari amici in grembo,

            Posate l'armi, per cui Troia cadde?"

              "Atride", ei replicò, perché tal cosa

            Mi cerchi tu? Quel ch'io nell'alma chiudo,

            Saper non fa per te, cui senza pianto,

            Tosto che a te palese il tutto fia,

            Non rimarrà lunga stagione il ciglio.

            Molti colpì l'inesorabil Parca,

            E molti non toccò. Due soli duci

            De' vestiti di rame Achei guerrieri

            Moriro nel ritorno; e, ritenuto

            Del vasto mar nel seno, un terzo vive;

            Aiace ai legni suoi dai lunghi remi

            Perì vicino. Dilivrato in prima

            Dall'onde grosse, e su gli enormi assiso

            Girèi macigni, a cui Nettun lo spinse,

            Potea scampar, benché a Minerva in ira,

            Se non gli uscìa di bocca un orgoglioso

            Motto che assai gli nocque. Osò vantarsi

            Che, in dispetto agli déi, vincer del mare

            Le tempeste varrìa. Nettuno udillo

            Borïante in tal guisa, e col tridente,

            Che in man di botto si piantò, percosse

            La Girèa pietra, e in due spezzolla: l'una

            Colà restava, e l'altra, ove sedea

            Della percossa travagliato il Duce,

            Si rovesciò nel pelago, e il portava

            Pel burrascoso mare, in cui, bevuta

            Molta salsa onda, egli perdeo la vita.

            Il tuo fratello, col favor di Giuno,

            Morte sfuggì nella cavata nave.

            Ma come avvicinossi all'arduo capo

            Della Malèa, fiera tempesta il colse,

            E tra profondi gemiti portollo

            Sino al confin della campagna, dove

            Tieste un giorno, e allora Egisto, il figlio

            Di Tieste, abitava. E quinci ancora

            Parea sicuro il ritornar; ché i numi

            Voltàr subito il vento, e in porto entraro

            Gli stanchi legni. Agamennòn di gioia

            Colmo gittossi nella patria terra,

            E toccò appena la sua dolce terra,

            Che a baciarla chinossi, e per la guancia

            Molte gli discorrean lagrime calde,

            Perché la terra sua con gioia vide.

            Ma il discoprì da una scoscesa cima

            L'esplorator, che il fraudolento Egisto

            Con promessa di due talenti d'oro

            Piantato aveavi. Ei, che spïando stava

            Dall'eccelsa veletta un anno intero

            Non trapassasse ignoto, e forse a guerra

            Intalentato il tuo fratello, corse

            Con l'annunzio al signor, che un'empia frode

            Repente ordì. Venti, e i più forti, elesse:

            E in agguato li mise, e imbandir feo

            Mensa festiva: indi a invitar con pompa

            Di cavalli e di cocchi andò l'Atride,

            Cose orrende pensando, e il ricondusse;

            E, accolto a mensa, lo scannò qual toro,

            Cui scende su la testa, innanzi al pieno

            Presepe suo, l'inaspettata scure.

            Non visse d'Agamènnone o d'Egisto

            Solo un compagno, ma di tutti corse

            Confuso e misto nel palagio il sangue".

              E a me schiantossi il core a queste voci.

            Pianto io versava, su l'arena steso,

            Né più mirar del sol volea la luce.

            Ma come di plorar, di voltolarmi

            Sovra il nudo terren sazio gli parvi,

            Tal seguitava il non mendace vecchio:

            "Resta, o figlio d'Atrèo, dall'infinite

            Lagrime per un mal che omai compenso

            Non pate alcuno, e t'argomenta in vece,

            Più veloce che puoi, riedere in Argo.

            Troverai vivo ne' suoi tetti Egisto,

            O l'avrà poco dianzi Oreste ucciso,

            E tu al funèbre assisterai banchetto".

              Disse, e di gioia un improvviso raggio

            Nel mio cor balenava. "Io già d'Aiace",

            Risposi, "e del fratello assai compresi.

            Chi è quel terzo che il suo reo destino

            Vivo nel sen del mare, o estinto forse

            Ritiene? Io d'udir temo e bramo a un tempo".

              E nuovamente il non bugiardo veglio:

            "D'Itaca il re, che di Laerte nacque.

            Costui dirotto dalle ciglia il pianto

            Spargere io vidi in solitario scoglio,

            Soggiorno di Calipso, inclita ninfa,

            Che rimandarlo niega: ond'ei, cui solo

            Non avanza un naviglio, e non compagni

            Che il trasportin del mare su l'ampio dorso.

            Star gli convien dalla sua patria in bando.

            Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno,

            Chiuder gli occhi non dèi nella nutrice

            Di cavalli Argo; ché non vuole il fato.

            Te nell'Elisio campo, ed ai confini

            Manderan della terra i numi eterni,

            Là 've risiede Radamanto, e scorre

            Senza cura o pensiero all'uom la vita.

            Neve non mai, non lungo verno o pioggia

            Regna colà; ma di Favonio il dolce

            Fiato, che sempre l'Oceàno invia,

            Que' fortunati abitator rinfresca.

            Perché ad Elena sposo, e a Giove stesso

            Genero sei, tal sortirai ventura.

            Tacque, e saltò nel mare, e il mar l'ascose.

              Io, da vari pensier l'alma turbato,

            Movea co' prodi amici in vêr le navi.

            La cena s'apprestò. Cadde la notte,

            Dell'uom ristoratrice, e noi del mare

            Ci addormentammo sul tranquillo lido.

            Ma del mattin la figlia ebbe consperso

            Di rose orïentali appena il cielo,

            Che nel divino mar varammo i legni,

            D'uguali sponde armati, e con le vele

            Gli alberi alzammo: entrâro, e sovra i banchi

            I compagni sedettero, ed assisi

            Co' remi percotean l'onde spumose

            Del fiume Egitto, che da Giove scende.

            Un'altra volta all'abborrita foce

            Io fermai le mie navi, e giuste ai numi

            Vittime offersi, e ne placai lo sdegno.

            Eressi anco al german tomba, che vivo

            In quelle parti ne serbasse il nome.

            Dopo ciò, rimbarcàimi, e con un vento

            Che mi ferìa dirittamente in poppa,

            Pervenni, folgorando, ai porti miei.

            Or, Telemaco, via, tanto ti piaccia

            Rimaner, che l'undecima riluca

            Nell'orïente, o la duodecim'alba.

            Io ti prometto congedarti allora

            Con doni eletti: tre destrieri e un vago

            Cocchio, ed inoltre una leggiadra tazza

            Da libare ai celesti, acciò non sorga

            Giorno che il tuo pensiero a me non torni”.

              Il prudente Telemaco rispose:

            “Gran tempo qui non ritenermi, Atride.

            Non che a me non giovasse un anno intero,

            La patria e i miei quasi obblïando, teco

            Queste case abitar, ché alla tua voce

            L'alma di gioia ricercarmi io sento.

            Ma già muoion di tedio i miei compagni

            Nell'alta Pilo; e tu m'arresti troppo.

            Qualsiasi il don di che mi vuoi far lieto,

            Un picciol sia tuo prezïoso arnese.

            Ad Itaca i destrieri addur non penso;

            Penso lasciarli a te, bello de' tuoi

            Regni ornamento: perocché signore

            Tu sei d'ampie campagne, ove fiorisce

            Loto e cipéro, ove frumenti e spelde,

            Ove il bianc'orzo d'ogni parte alligna.

            Ma non larghe carriere, e non aperti

            Prati in Itaca vedi: è di caprette

            Buona nutrice, e a me di ver più grata,

            Che se cavalli nobili allevasse.

            Nulla del nostro mare isola in verdi

            Piani si stende, onde allevar destrieri;

            E men dell'altre ancora Itaca mia”.

              Sorrise il forte ne' conflitti Atride,

            E la mano a Telemaco stringendo:

            “Sei”, disse, “o figlio, di buon sangue, e a questa

            Tua favella il dimostri. Ebbene, i doni

            Ti cambierò: farlo poss'io. Di quanto

            La mia reggia contien, ciò darti io voglio,

            Che più mi sembra prezïoso e raro:

            Grande urna effigïata, argento tutta,

            Dai labbri in fuor, sovra cui l'oro splende,

            Di Vulcano fattura. Io dall'egregio

            Fèdimo, re di Sidone, un dì l'ebbi,

            Quando il palagio suo me, che di Troia

            Venìa, raccolse; e tu n'andrai con questa.

              Così tra lor si ragionava. Intanto

            Dell'Atride i ministri al suo palagio

            Conducean pingui pecorelle, e vino

            Di coraggio dator, mentre le loro

            Consorti il capo di bei veli adorne

            Candido pan recavano. In tal guisa

            Si mettea qui l'alto convivio in punto.

              Ma in altra parte, e alla magion davante

            Del magnanimo Ulisse, i proci alteri

            Dischi lanciavan per diletto, e dardi

            Sul pavimento lavorato e terso,

            Della baldanza lor solito campo.

            Solo i due capi, che di forza e ardire

            Tutti vinceano, il pari in volto ai numi

            Eurimaco ed Antìnoo, erano assisi.

            S'accostò loro, ed al secondo volse

            Di Fronio il figlio, Noemòn, tai detti:

            “Antinoo, il dì lice saper, che rieda

            Telemaco da Pilo? Ei dipartissi,

            Con la mia nave che or verrìami ad uopo,

            Per tragittar nell'Elide, ove sei

            Pasconmi e sei cavalle, ed altrettanti

            Muli non domi, che lor dietro vanno,

            E di cui, razza faticante, alcuno

            Rimenar bramo e accostumarlo al giogo”.

              Stupìano i prenci che ne' suoi poderi

            De' montoni al custode, o a quel de' verri

            Trapassato il credeano, e non al saggio

            Figliuol di Neleo nell'eccelsa Pilo.

              “Quando si dipartì?” rispose il figlio

            D'Eupìte, Antinoo. “E chi seguillo? Scelti

            Giovani forse d'Itaca, o gli stessi

            Suoi mercenari e schiavi? E osava tanto?

            Schietto favella. Saper voglio ancora,

            Se a mal cuor ti lasciasti il legno tôrre,

            O a lui, che tel chiedea, di grado il desti”.

              “Il diedi a lui, che mel chiedea, di grado”,

            Noemón ripigliò. “Chi potea mai

            Con sì nobil garzone e sì infelice

            Stare in sul niego? Gioventù seguillo

            Della miglior tra il popolo Itacese,

            E condottier salìa la negra nave

            Mentore, o un dio che ne vestìa l'aspetto.

            E maraviglio io ben ch'ieri sull'alba

            Mentore io scôrsi. Or come allor la negra

            Nave salì, che veleggiava a Pilo?”

            Disse, e del padre alla magion si rese.

              Atterriti rimasero. Cessâro

            Gli altri da' giuochi, e s'adagiaro anch'essi,

            E a tutti favellò d'Eupìte il figlio:

            [Se gli gonfiava della furia il core

            Di caligine cinto, e le pupille

            Nella fronte gli ardean come due fiamme.]

            “Grande per fermo e audace impresa è questo,

            Cui già nessun di noi fede prestava,

            Vïaggio di Telemaco! Un garzone,

            Un fanciullo gittar nave nel mare,

            Di tanti uomini ad onta, e aprire al vento

            Con la più scelta gioventù le vele?

            Né il male qui s'arresta: ma Giove

            A Telemaco pria franga ogni possa,

            Che una tal piaga dilatarsi io veggia.

            Su, via, rapida nave e venti remi

            A me, sì ch'io lo apposti, e al suo ritorno

            Nel golfo, che divide Itaca e Same,

            Colgalo; e il folle con suo danno impari

            L'onde a stancar del genitore in traccia”.

            Così Antinoo parlò. Lodi e conforti

            Gli davan tutti: indi sorgeano, e il piede

            Nell'alte stanze riponean d'Ulisse.

              Ma de' consigli che nutrìano in mente,

            Penelope non fu gran tempo ignara.

            Ne la feo dotta il banditor Medonte,

            Che udìa di fuori la consulta iniqua,

            E agli orecchi di lei pronto recolla.

            Ella nol vide oltrepassar la soglia,

            Che sì gli disse: “Araldo, onde tal fretta?

            Ed a che i proci ti mandâro? Forse

            Perché d'Ulisse le solerti ancelle

            Dai lavori si levino, e l'usato

            Convito apprestin loro? O fosse questo

            De' conviti l'estremo, e a me travaglio

            Più non desser, né altrui! Tristi! che, tutto

            Del prudente Telemaco il retaggio

            Per disertar, vi radunate in folla.

            E non udiste voi da' vostri padri,

            Mentr'eravate piccioletti e imberbi,

            I modi che tenea con loro Ulisse,

            Nessuno in opre molestando, o in detti,

            Costume pur degli uomini scettrati,

            Che odio portano agli uni, e agli altri amore?

            Non offese alcun mai: quindi l'indegno

            Vostro adoprar meglio si pare, e il merto

            Che di tanti favor voi gli rendete”.

              Ed il saggio Medonte: “Ai dèi piacesse

            Che questo il peggior mal, reina, fosse!

            Altro dai proci se ne cova in petto

            Più grave assai, che Giove sperda: il caro

            Figlio, che a Pilo sacra, e alla divina

            Sparta si volse, per ritrar del padre,

            Ucciderti di spada al suo ritorno”.

              Penelope infelice, a tali accenti

            Scioglier sentissi le ginocchia e il core.

            Per lungo spazio la voce mancolle,

            Gli occhi di pianto le s'empièr, distinta

            Non poteale dai labbri uscir parola:

            Rispose al fine: “Araldo, e perché il figlio

            Da me staccossi? Qual cagion, qual forza

            Sospingealo a salir le ratte navi,

            Che destrieri del mar sono, e l'immensa

            Varcano umidità? Brama egli dunque

            Che né resti di sé nel mondo il nome?”

              “Qual de' due spinto”, il banditor riprese,

            “L'abbia sul mare, a domandar del padre,

            Se la propria sua voglia, o un qualche nume,

            Reina, ignoro”. E sovra l'orme sue

            Ritornò, così detto, il fido araldo.

              Fiera del petto roditrice doglia

            Penelope ingombrò; né, perché molti

            Fossero i seggi, le bastava il core

            Di posare in alcun; sedea sul nudo

            Limitar della stanza, acuti lai

            Mettendo; e quante la servìano ancelle,

            Sì da canuta età, come di bionda,

            Ululavano a lei d'intorno tutte.

            Ed ella, forte lagrimando: “Amiche,

            Uditemi”, dicea. “Tra quante donne

            Nacquero e crebber meco, ambasce tali

            Chi giammai tollerò? Prima un egregio

            Sposo io perdei, d'invitto cor, fregiato

            D'ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome

            Per l'Ellada risuona, e tutta l' Argo.

            Poi le tempeste m'involaro il dolce

            Mio parto, in fama non ancor salito,

            E del vïaggio suo nulla io conobbi.

            Sciaurate! eravi pur l'istante noto,

            Ch'ei nella cava entrò rapida nave:

            Né di voi fu, cui suggerisse il core

            Di scuotermi dal sonno? Ov'io la fuga

            Potuto avessi presentirne, certo

            Da me, benché a fatica, ei non partìa,

            O me lasciava nel palagio estinta.

            Ma dei serventi alcun tosto mi chiami

            L'antico Dolio, schiavo mio, che dato

            Fummi dal genitor, quand'io qua venni,

            Ed or le piante del giardin m'ha in cura.

            Vo' che a Laerte corra, e il tutto narri,

            Sedendosi appo lui, se mai Laerte,

            Di pianto aspersa la senil sua guancia,

            Mostrar credesse al popolo, e lagnarsi

            Di color che schiantar l'unico ramo

            Di lui vorrìano, e del divino Ulisse”.

              E la diletta qui balia Euriclèa:

            “Sposa cara”, rispose, “o tu m'uccida,

            O nelle stanze tue viva mi serbi,

            Parlerò aperto. Il tutto io seppi, e al figlio

            Le candide farine e il rosso vino

            Consegnai: ma giurar col giuramento

            Più sacro io gli dovei, che ove agli orecchi

            Non ti giugnesse della sua partenza

            Aura d'altronde, e tu men richiedessi,

            Io tacerei, finché spuntasse in cielo

            La dodicesim'aurora, onde col pianto

            Da te non s'oltraggiasse il tuo bel corpo.

            Su via, ti bagna, e bianca veste prendi,

            E, con le ancelle tue nell'alto ascesa,

            Priega Minerva che il figliuol ti guardi:

            Né affligger più con imbasciate il veglio

            Già per sé afflitto assai. No, tanto ai numi

            Non è d'Arcesio la progenie in ira,

            Che un germe viver non ne debba, a cui

            Queste muraglie sorgano, e i remoti

            Si ricuopran di messe allegri campi”.

              Con queste voci le sopì nel petto

            La doglia, e il pianto le arrestò sul ciglio

            Ella bagnossi, bianca veste prese,

            E, con le ancelle sue, nell'alto ascesa,

            Pose il sacr'orzo nel canestro e il sale,

            E a Palla supplicò. “M'ascolta”, disse,

            “O dell'Egìoco Giove inclita figlia.

            Se il mio consorte ne' paterni tetti

            Pingui d'agna o di bue cosce mai t'arse,

            Oggi per me ten risovvenga: il figlio

            Guardami, e sgombra dal palagio i proci,

            Di cui, più ciascun dì monta l'orgoglio”.

            Scoppiò in un grido dopo tai parole,

            E l'Atenèa Minerva il priego accolse.

              Tumulto fean sotto le oscure volte

            Coloro intanto, e alcun dicea: “La molto

            Vagheggiata Reina omai le nozze

            Ci appresta, e ignora che al suo figlio morte

            S'apparecchia da noi”. Tanto dal vero

            Quelle superbe menti ivan lontane.

              Ed Antinoo: “Sciaurati, il dire incauto,

            Che potrìa dentro penetrar, frenate.

            Ma che più badiam noi? Tacitamente

            Quel che tutti approvar mettiamo in opra.

              Ciò detto, venti scelse uomini egregi,

            Ed al mare avvïossi. Il negro legno

            Varâro, alzaro l'albero, assettaro

            Gli abili remi in volgitoi di cuoio,

            E le candide vele ai venti apriro.

            Poi, recate arme dagli arditi servi,

            Nell'alta onda fermâr la negra nave.

            Quivi cenaro; e stavansi aspettando

            Che più crescesse della notte il buio.

              Ma la grama Penelope nell'alto

            Giacea digiuna, non gustando cibo,

            Bevanda non gustando; e a lei nel petto

            Sul destin dubbio di sì cara prole

            Fra la speme e il timor l'alma ondeggiava.

            Qual de' lattanti leoncin la madre,

            Cui fan corona insidïosa intorno

            I cacciatori, che a temere impara,

            E in diversi pensier l'alma divide:

            Tal fra sè rivolvea cose diverse,

            Finché la invase un dolce sonno. Stesa

            Sul letto, e tutte le giunture sciolta,

            La donna inconsolabile dormìa.

              Allor la dea dall'azzurrino sguardo

            Nuova cosa pensò. Compose un lieve

            Fantasma, che sembrava in tutto Iftima,

            D'Icario un'altra figlia, a cui legato

            S'era con nodi maritali Eumelo,

            Che in Fere di Tessaglia avea soggiorno.

            Questa Iftima invïò d'Ulisse al tetto,

            Che alla Reina tranquillasse il core,

            E i sospiri da lei bandisse e il pianto.

            Pel varco angusto del fedel serrame

            Entrò il fantasma, e, standole sul capo:

            “Riposi tu, Penelope”, dicea,

            “Nel tuo cordoglio? Gl'immortali dèi

            Lagrimosa non voglionti, nè trista.

            Riederà il figliuol tuo, perché de' numi

            L'ira col suo fallir mai non incorse”.

              E la Reina, che dormìa de' sogni

            Soavissimamente in su le porte:

            “Sorella, a che venistu? io mai da prima

            Non ti vedea, così da lunge alberghi;

            E or vuoi ch'io vinca quel martìr che in cento

            Guise mi stringe l'alma, io, che un consorte

            Perdei sì buon, di sì gran core, ornato

            D'ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome

            Per l'Ellada risuona e l'Argo tutta!

            S'arroge a questo, che il diletto figlio

            Partì su ratta nave, un giovinetto

            Delle fatiche e dell'usanze ignaro.

            Più ancor per lui, che per Ulisse, io piango

            E temo nol sorprenda o tra le genti

            Straniere, o in mare, alcun sinistro: tanti

            Nemici ha che l'insidiano, e di vita

            Prima il desìan levar, ch'egli a me torni”.

              Ratto riprese il simulacro oscuro:

            “Scaccia da te questi ribrezzi, e spera.

            Compagna il segue di cotanta possa,

            Che ognun per sé la bramerìa: Minerva,

            Cui pietà di te punse e di cui fida,

            Per tuo conforto ambasciatrice io venni”.

              E la saggia Penelope a rincontro:

            “Poiché una dea sei dunque, o almeno udisti

            La voce d'una dea, parlarmi ancora

            Di quell'altro infelice or non potrai?

            Vive? rimira in qualche parte il Sole?

            O ne' bassi calò regni di Pluto?”

              Ratto riprese il simulacro oscuro:

            “S'ei viva, o no, non t'aspettar ch'io narri.

            Spender non piace a me gli accenti indarno”.

            Disse; e pel varco, ond'era entrata, uscendo

            Si mescolò co' venti e dileguossi.

            Ma la reina si destò in quel punto,

            Ed il cor si sentì d'un'improvvisa

            Brillar letizia, che lasciolle il sogno,

            Che sì chiaro le apparve innanzi l'alba.

              I proci l'onde già fendeano, estrema

            Macchinando a Telemaco ruina.

            Siede tra la pietrosa Itaca e Same

            Un'isola in quel mar, che Asteri è detta,

            Pur dirupata, né già troppo grande,

            Ma con sicuri porti, in cui le navi

            D'ambo i lati entrar ponno. Ivi in agguato

            Telemaco attendean gl'iniqui Achei.

             

             


            LIBRO QUINTO

             

             

              Già l'Aurora, levandosi a Titone

            D'allato, abbandonava il croceo letto,

            E ai dèi portava ed ai mortali il giorno;

            E già tutti a concilio i dèi beati

            Sedean con Giove altitonante in mezzo,

            Cui di possanza cede ogni altro nume.

              Memore Palla dell'egregio Ulisse,

            Che mal suo grado appo la ninfa scorge,

            I molti ritesseane acerbi casi:

            “O Giove”, disse, “e voi tutti d'Olimpo

            Concittadini, che in eterno siete,

            Spoglisi di giustizia e di pietade,

            E iniquitate e crudeltà si vesta

            D'ora innanzi ogni re, quando l'imago

            D'Ulisse più non vive in un sol core

            Di quella gente ch'ei reggea da padre.

            Ei nell'isola intanto, ove Calipso

            In cave grotte ripugnante il tiene,

            Giorni oziosi e travagliosi mena;

            E del tornare alla sua patria è nulla,

            Poiché navi non ha, non ha compagni,

            Che il carreggin del mar su l'ampio tergo.

            Che più? Il figliuol, che all'arenosa Pilo

            Mosse ed a Sparta, onde saver di lui,

            Tôr di vita si brama al suo ritorno.

              “Figlia, qual ti sentii fuggir parola

            Dal recinto de' denti?” a lei rispose

            L'adunator di nubi Olimpio Giove;

            “Tu stessa in te non divisavi, come

            Rieda Ulisse alla patria, e di que' tristi

            Vendetta faccia? In Itaca il figliuolo

            Per opra tua, chi tel contende? salvo

            Rïentri, e l'onde navigate indarno

            Rinavighi de' proci il reo naviglio.

              Disse, e a Mercurio, sua diletta prole,

            Così si rivolgea: “Mercurio, antico

            De' miei comandi apportator fedele,

            Vanne, alla ninfa dalle crespe chiome

            Il fermo annunzia mio voler, che Ulisse

            Le native contrade omai rivegga,

            Ma nol guidi uom, né dio. Parta su travi,

            Con multiplici nodi in un congiunte,

            E il ventesimo dì della feconda

            Scheria le rive, sospirando, attinga;

            E i Feaci l'accolgano, che quasi

            Degl'immortali al par vivon felici.

            Essi qual nume onoreranlo, e al dolce

            Nativo loco il manderan per nave;

            Rame in copia darangli, ed oro e vesti,

            Quanto al fin seco dalla vinta Troia

            Condotto non avrìa, se con la preda,

            Che gli toccò, ne ritornava illeso:

            Ché la patria così, gli amici e l'alto

            Riveder suo palagio, è a lui destino”.

              Obbedì il prode messaggiero. Al piede

            S'avvinse i talar belli, aurei, immortali,

            Che sul mare il portavano, e su i campi

            Della terra infiniti, al par col vento.

            Poi, l'aurea verga nelle man recossi,

            Onde i mortali dolcemente assonna,

            Quanti gli piace, e li dissonna ancora,

            E con quella tra man l'aure fendea.

            Come presi ebbe di Pïeria i gioghi,

            Si calò d'alto, e si gettò sul mare:

            Indi l'acque radea velocemente,

            Simile al laro, che pe' vasti golfi

            S'aggira in traccia de' minuti pesci,

            E spesso nel gran sale i vanni bagna.

            Non altrimenti sen venìa radendo

            Molte onde e molte l'Argicìda Ermete.

            Ma tosto che fu all'isola remota,

            Salendo allor dagli azzurrini flutti,

            Lungo il lido ei sen gìa, finché vicina

            S'offerse a lui la spazïosa grotta,

            Soggiorno della ninfa il crin ricciuta,

            Cui trovò il nume alla sua grotta in seno.

              Grande vi splendea foco, e la fragranza

            Del cedro ardente e dell'ardente tio

            Per tutta si spargea l'isola intorno.

            Ella, cantando con leggiadra voce,

            Fra i tesi fili dell'ordìta tela

            Lucida spola d'ôr lanciando andava.

            Selva ognor verde l'incavato speco

            Cingeva: i pioppi vi cresceano e gli alni

            E gli spiranti odor bruni cipressi:

            E tra i lor rami fabbricato il nido

            S'aveano augelli dalle lunghe penne,

            Il gufo, lo sparviere e la loquace

            Delle rive del mar cornacchia amica.

            Giovane vite di purpurei grappi

            S'ornava e tutto rivestìa lo speco.

            Volvean quattro bei fonti acque d'argento,

            Tra sé vicini prima, e poi divisi

            L'un dall'altro e fuggenti; e di vïole

            Ricca si dispiegava in ogni dove

            De' molli prati l'immortal verzura.

            Questa scena era tal, che sino a un nume

            Non potea farsi ad essa, e non sentirsi

            Di maraviglia colmo e di dolcezza.

            Mercurio, immoto, s'ammirava; e, molto

            Lodatola in suo core, all'antro cavo,

            Non indugiando più, dentro si mise.

              Calipso, inclita dea, non ebbe in lui

            Gli occhi affissati, che il conobbe: quando,

            Per distante che l'un dall'altro alberghi,

            Celarsi l'uno all'altro i dèi non ponno.

            Ma nella grotta il generoso Ulisse

            Non era: mesto sul deserto lido,

            Cui spesso si rendea, sedeasi; ed ivi

            Con dolori, con gemiti, con pianti

            Struggeasi l'alma, e l'infecondo mare

            Sempre agguardava, lagrime stillando.

              La diva il nume interrogò, cui posto

            Su mirabile avea seggio lucente:

            “Mercurio, nume venerato e caro,

            Che della verga d'ôr la man guernisci,

            Qual mai cagione a me, che per l'addietro

            Non visitavi, oggi t'addusse? Parla.

            Cosa ch'io valga oprar, né si sconvegna,

            Disdirti io non saprei, se il pur volessi.

            Su via, ricevi l'ospital convito:

            Poscia favellerai”. Detto, la mensa,

            Che ambrosia ricoprìa, gli pose avanti,

            Ed il purpureo néttare versògli.

            Questo il celere messaggiero e quella

            Prendea; né prima nelle forze usate

            Tornò, che aprìa le labbra in tali accenti:

            “Tu dea me dio dunque richiedi? Il vero,

            Poiché udirlo tu vuoi, schietto io ti narro.

            Questo viaggio di Saturno il figlio

            Mal mio grado mi diè. Chi vorrìa mai

            Varcar tante onde salse, infinite onde,

            Dove città non sorge, e sagrificî

            Non v'ha chi ci offra, ed ecatombe illustri?

            Ma il precetto di Giove a un altro nume

            Né vïolar, né oblïar lice. Teco,”

            Disse l'Egidarmato, “i giorni mena

            L'uom più gramo tra quanti alla cittade

            Di Priamo innanzi combattean nove anni,

            Finché il decimo alfin, Troia combusta,

            Spiegâro in mar le ritornanti vele.

            Ma nel cammino ingiurïar Minerva,

            Che destò le bufere, e immensi flutti

            Contra lor sollevò. Tutti perîro

            Di quest'uomo i compagni; ed ei dal vento

            Venne, e dal fiotto ai lidi tuoi portato.

            Or tu costui congederai di botto;

            Ché non morir dalla sua terra lunge,

            Ma la patria bensì, gli amici e l'alto

            Riveder suo palagio, è a lui destino”.

              Inorridì Calipso, e con alate

            Parole rispondendo: “Ah, numi ingiusti,”

            Sclamò, “che invidia non più intesa è questa,

            Che se una dea con maritale amplesso

            Si congiunge a un mortal, voi non soffrite?

            Quando la tinta di rosato Aurora

            Orïone rapì, voi, dèi, cui vita

            Facile scorre, acre livor mordea,

            Finché in Ortigia il rintracciò la casta

            Dal seggio aureo Dïana, e d'improvvisa

            Morte il colpì con invisibil dardo.

            E allor che venne, inanellata il crine,

            Cerere a Giasïon tutta amorosa,

            E nel maggese, che il pesante aratro

            Tre volte aperto avea, se gli concesse,

            Giove, cui l'opra non fu ignota, uccise

            Giasïon con la folgore affocata.

            Così voi, dèi, con invid'occhio al fianco

            Mi vedete un eroe da me serbato,

            Che solo stava in su i meschini avanzi

            Della nave, che il telo igneo di Giove

            Nel mare oscuro gli percosse e sciolse.

            Io raccogliealo amica, io lo nutria

            Gelosamente, io prometteagli eterni

            Giorni, e dal gel della vecchiezza immuni.

            Ma quando troppo è ver che alcun di Giove

            Precetto vïolare a un altro nume

            Non lice, od obblïar, parta egli e solchi,

            Se il comandò l'Egidarmato, i campi

            Non seminati. Io nol rimando certo;

            Ché navi a me non sono e non compagni,

            Che del mare il carreggino sul tergo.

            Ben sovverrógli di consiglio, e il modo

            Gli additerò, che alla sua dolce terra

            Su i perigliosi flutti ei giunga illeso”.

              “Ogni modo il rimanda,” l'Argicida

            Soggiunse, “e pensa che infiammarsi d'ira

            Potrebbe contra te l'Olimpio un giorno”.

            E sul fin di tai detti a lei si tolse.

              L'augusta ninfa, del Saturnio udita

            la severa imbasciata, il prode Ulisse

            Per cercar s'avvïò. Trovollo assiso

            Del mar in su la sponda, ove le guance

            Di lagrime rigava, e consumava

            Col pensier del ritorno i suoi dolci anni;

            Ché della ninfa non pungealo amore:

            E se le notti nella cava grotta

            Con lei vogliosa non voglioso passa,

            Che altro l'eroe può? Ma quanto è il giorno,

            Su i lidi assiso e su i romiti scogli,

            Con dolori, con gemiti con pianti

            Struggesi l'alma, e l'infecondo mare,

            Lagrime spesse lagrimando, agguarda.

              Calipso, illustre dea, standogli appresso:

            “Sciagurato”, gli disse, in questi pianti

            “Più non mi dar, né consumare i dolci

            Tuoi begli anni così: la dipartita,

            Non che vietarti, agevolarti io penso.

            Su via, le travi nella selva tronche,

            Larga e con alti palchi a te congegna

            Zattera, che sul mar fosco ti porti.

            Io di candido pan, che l'importuna

            Fame rintuzzi, io di purissim'onda,

            E di rosso licor, gioia dell'alma,

            La carcherò: ti vestirò non vili

            Panni, e ti manderò da tergo un vento,

            Che alle contrade tue ti spinga illeso,

            Sol che d'Olimpo agli abitanti piaccia,

            Con cui di senno in prova io già non vegno”.

              Raccapricciossi a questo il non mai vinto

            Dalle sventure Ulisse, e: “O dea”, rispose

            Con alate parole, “altro di fermo,

            Non il congedo mio, tu volgi in mente,

            Che vuoi ch'io varchi su tal barca i grossi

            Del difficile mar flutti tremendi,

            Che le navi più ratte, e d'uguai fianchi

            Munite, e liete di quel vento amico

            Che da Giove partì, varcano appena.

            No: su barca sì fatta, e a tuo dispetto,

            Non salirò, dove tu pria non degni

            Giurare a me con giuramento grande,

            Che nessuno il tuo cor danno m'ordisce”.

              Sorrise l'Atlantìde, e, della mano

            Divina carezzandolo, la lingua

            Sciolse in tai voci: “Un cattivello sei,

            Né ciò che per te fa, scordi giammai.

            Quali parole mi parlasti! Or sappia

            Dunque la Terra e il Ciel superno, e l'atra,

            Che sotterra si volve, acqua di Stige,

            Di cui né più solenne han, né più sacro

            Gl'Iddii beati giuramento; sappia,

            Che nessuno il mio cor danno t'ordisce.

            Quello anzi io penso, e ti propongo, ch'io

            Torrei per me, se in cotant'uopo io fossi.

            Giustizia regge la mia mente, e un'alma

            Pietosa, non di ferro, in me s'annida”.

              Ciò detto, abbandonava il lido in fretta

            E Ulisse la seguìa. Giunti alla grotta,

            Colà, ond'era l'Argicida sorto,

            S'adagiò il Laerziade; e la dea molti

            Davante gli mettea cibi e licori,

            Quali ricever può petto mortale.

            Poi gli s'assise in fronte; e a lei le ancelle

            L'ambrosia e il roseo néttare imbandiro.

              Come ambo paghi per la mensa furo,

            Con tali accenti cominciava l'alta

            Di Calipso beltade: “O di Laerte

            Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse,

            Così tu parti adunque, e alla nativa

            Terra e alle case de' tuoi padri vai?

            Va, poiché sì t'aggrada, e va felice.

            Ma se tu scorger col pensier potessi

            Per quanti affanni ti comanda il fato

            Prima passar, che al patrio suolo arrivi

            Questa casa con me sempre vorresti

            Custodir, ne son certa, e immortal vita

            Da Calipso accettar: benché sì viva

            Brama t'accenda della tua consorte,

            A cui giorno non è che non sospiri.

            Pur non cedere a lei né di statura

            Mi vanto, né di volto; umana donna

            Mal può con una dea, né le s'addice,

            Di persona giostrare, o di sembianza”.

              “Venerabile iddia”, riprese il ricco

            D'ingegni Ulisse, “non voler di questo

            Meco sdegnarti; appien conosco io stesso,

            Che la saggia Penelope tu vinci

            Di persona non men che di sembianza,

            Giudice il guardo che ti stia di contra.

            Ella nacque mortale; e in te né morte

            Può, né vecchiezza. Ma il pensiero è questo;

            Questo il desìo che mi tormenta sempre:

            Veder quel giorno al fin, che alle dilette

            Piagge del mio natal mi riconduca.

            Che se alcun me percoterà de' numi

            Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo

            Forte contra i disastri anima in petto.

            Molti sovr'esso il mar, molti fra l'armi,

            Già ne sostenni; e sosterronne ancora”.

            Disse; e il Sol cadde, ed annottò. Nel seno

            Si ritira<ro della cava grotta,

            Più interno e oscuro, e in dolce sonno avvolti,

            Tutte le cure lor mandaro in bando.

              Ma come del mattin la figlia, l'alma

            Dalle dita di rose Aurora apparve,

            Tunica e manto alle sue membra Ulisse,

            E Calipso alle sue larga ravvolse

            Bella gonna, sottil, bianca di neve;

            Si strinse al fianco un'aurea fascia, e un velo

            Sovra l'ôr crespo della chioma impose.

            Né d'Ulisse a ordinar la dipartita

            Tardava. Scure di temprato rame,

            Grande, manesca e d'ambo i lati aguzza,

            Con leggiadro, d'oliva, e bene attato

            Manubrio, presentògli, e una polita

            Vi aggiunse ascia lucente; indi all'estremo

            Dell'isola il guidò, dove alte piante

            Crescean; pioppi, alni, e sino al cielo abeti,

            Ciascun risecco di gran tempo e arsiccio,

            Che gli sdruccioli agevole sull'onda.

            Le altere piante gli additò col dito,

            E alla sua grotta il pié torse la diva.

              Egli a troncar cominciò il bosco: l'opra

            Nelle man dell'eroe correa veloce;

            Venti distese al suolo arbori interi,

            Gli adeguò, li polì, l'un destramente

            Con l'altro pareggiò. Calipso intanto

            Recava seco gli appuntati succhi,

            Ed ei forò le travi e insieme unille,

            E con incastri assicurolle e chiovi.

            Larghezza il tutto avea, quanta ne dánno

            Di lata nave trafficante al fondo

            Periti fabbri. Su le spesse travi

            Combacianti tra sé lunghe stendea

            Noderose assi, e il tavolato alzava.

            L'albero con l'antenna ersevi ancora,

            E costrusse il timon, che in ambo i lati

            Armar gli piacque d'intrecciati salci

            Contra il marino assalto, e molta selva

            Gittò nel fondo per zavorra o stiva.

            Le tue tele, o Calipso, in man gli andâro

            E buona gli uscì pur di man la vela,

            Cui le funi legò, legò le sarte,

            La poggia e l'orza: al fin, possenti leve

            Supposte, spinse il suo naviglio in mare,

            Che il dì quarto splendea. La dea nel quinto

            Congedollo dall'isola: odorate

            Vesti gli cinse dopo un caldo bagno;

            Due otri, l'un di rosseggiante vino,

            Di limpid'acqua l'altro, e un zaino, in cui

            Molte chiudeansi dilettose dapi,

            Collocò nella barca; e fu suo dono

            Un lenissimo ancor vento innocente,

            Che mandò innanzi ad increspargli il mare.

              Lieto l'eroe dell'innocente vento,

            La vela dispiegò. Quindi al timone

            Sedendo, il corso dirigea con arte,

            Né gli cadea su le palpèbre il sonno

            Mentre attento le Pleiadi mirava,

            E il tardo a tramontar Boòte e l'Orsa

            Che detta è pure il Carro, e là si gira,

            Guardando sempre in Orïone, e sola

            Nel liquido Oceàn sdegna lavarsi

            L'Orsa, che Ulisse, navigando, a manca

            Lasciar dovea, come la diva ingiunse.

            Dieci pellegrinava e sette giorni

            Su i campi d'Anfitrite. Il dì novello

            Gli sorse incontro co' suoi monti ombrosi

            L'isola de' Feaci, a cui la strada

            Conducealo più corta, e che apparìa

            Quasi uno scudo alle fosche onde sopra.

              Sin dai monti di Solima lo scôrse

            Veleggiar per le salse onde tranquille

            Il possente Nettun, che ritornava

            Dall'Etïopia, e nel profondo core

            Più crucciato che mai squassando il capo:

            “Poh!” disse dentro a sé, “nuovo decreto,

            Mentr'io fui tra gli Etiopi, intorno a Ulisse

            Fêr dunque i numi? Ei già la terra vede

            De' Feáci, che il fato a lui per meta

            Delle sue lunghe disventure assegna.

            Pur molto, io credo, a tollerar gli resta”.

              Tacque; e, dato di piglio al gran tridente,

            Le nubi radunò, sconvolse l'acque,

            Tutte incitò di tutti i venti l'ire,

            E la terra di nuvoli coverse;

            Coverse il mar: notte di ciel giù scese.

            S'avventaro sul mar, quasi in un groppo,

            Ed Euro e Noto e il celebre Ponente

            E Aquilon, che pruine aspre su l'ali

            Reca, ed immensi flutti innalza e volve.

              Discior sentissi le ginocchia e il core

            Di Laerte il figliuol, che tal si dolse

            Nel secreto dell'alma: “Ahi, me infelice!

            Che di me sarà omai? Temo, non torni

            Verace troppo della ninfa il detto,

            Che al patrio nido io giungerei per mezzo

            Delle fatiche solo e dell'angosce.

            Di quai nuvole il ciel ampio inghirlanda

            Giove, e il mar conturba? E come tutti

            Fremono i venti? A certa morte io corro.

            Oh tre fïate fortunati e quattro,

            Cui perir fu concesso innanzi a Troia,

            Per gli Atridi pugnando! E perché allora

            Non caddi anch'io, che al morto Achille intorno

            Tante i Troiani in me lance scagliaro?

            Sepolto i Greci co' funèbri onori

            M'avriano, e alzato ne' lor canti al cielo.

            Or per via così infausta ir deggio a Dite”.

              Mentre così doleasi, un'onda grande

            Venne d'alto con furia e urtò la barca,

            E rigirolla; e lui, che andar lasciossi

            Dalle mani il timon, fuori ne spinse.

            Turbine orrendo d'aggruppati venti

            L'albero al mezzo gli fiaccò; lontane

            Vela ed antenne caddero. Ei gran tempo

            Stette di sotto, mal potendo il capo

            Levar dall'onde impetuose e grosse;

            Ché le vesti gravavanlo, che in dono

            Da Calipso ebbe. Spuntò tardi, e molta

            Dalla bocca gli uscìa, gli piovea molta

            Dalla testa e dal crine onda salata.

            Non però della zatta il prese obblìo:

            Ma, da sé i flutti respingendo, ratto

            L'apprese, e già di sopra, il fin di morte

            Schivando, vi sedea. Rapìala il fiotto

            Qua e là per lo golfo. A quella guisa

            Che sovra i campi il tramontan d'autunno

            Fascio trabalza d'annodate spine,

            I venti trabalzavanla sul mare.

            Or Noto da portare a Borea l'offre,

            Ed or, perché davanti a sé la cacci,

            Euro la cede d'occidente al vento.

              La bella il vide dal tallon di perla

            Figlia di Cadmo, Ino chiamata, al tempo

            Che vivea tra i mortali: or nel mar gode

            Divini onori, e Leucotèa si noma.

            Compunta il cor per lui d'alta pietade,

            S'alzò dell'onda fuor, qual mergo a volo,

            E su le travi bene avvinte assisa,

            Così gli favellò: “Perché, meschino,

            S'accese mai con te d'ira sì acerba

            Lo Scotitor della terrena mole,

            Che ti semina i mali? Ah! non fia certo,

            Ch'ei, per quanto il desìi, spenga i tuoi giorni.

            Fa, poiché vista m'hai d'uomo non folle,

            Ciò ch'io t'insegno. I panni tuoi svestiti,

            Lascia il naviglio da portarsi ai venti,

            E a nuoto cerca il Feacese lido,

            Che per mèta de' guai t'assegna il fato.

            Ma questa prendi; e la t'avvolgi al petto,

            Fascia immortal, né temer morte o danno.

            Tocco della Feacia il lido appena,

            Spogliala, e in mar dal continente lungi

            La gitta, e torci nel gittarla il volto”.

            Ciò detto, e a lui l'immortal fascia data,

            Rïentrò, pur qual mergo in seno al fosco

            Mare ondeggiante, che su lei si chiuse.

              Pensoso resta e in forse il pazïente

            Laerziade divino, e con se stesso,

            Raddoppiando i sospir, tal si consiglia:

            “Ohimé! che nuovo non mi tessa inganno

            De' Sempiterni alcun, che dal mio legno

            Partir m'ingiunge. Io così tosto penso

            Non ubbidirgli; ché la terra, dove

            Di scampo ei m'affidò, troppo è lontana.

            Ma ecco quel che ottimo parmi: quanto

            Congiunte rimarran tra lor le travi,

            Non abbandonerolle, e co' disastri

            Fermo io combatterò. Sciorralle il flutto?

            Porrommi a nuoto, né veder so meglio”.

              Tai cose in sé volgea, quando Nettuno

            Sollevò un'onda immensa, orrenda, grave,

            Di monte in guisa, e la sospinse. Come

            Disperse qua e là vanno le secche

            Paglie, di cui sorgea gran mucchio in prima,

            Se mai le investe un furïoso turbo,

            le tavole per mar disperse andaro.

            Sovra un sol trave a cavalcioni Ulisse

            Montava: i panni che la dea Calipso

            Dati gli avea, svestì, s'avvolse al petto

            l'immortal benda, e si gittò ne' gorghi

            Boccon, le braccia per nôtare aprendo.

            Né già s'ascose dal ceruleo iddio,

            Che, la testa crollando: “A questo modo

            Erra”, dicea tra sé “di flutto in flutto

            Dopo tante sciagure, e a genti arriva

            Da Giove amate: benché speme io porti

            Che né tra quelle brillerài di gioia”.

            Così Nettuno; e della verde sferza

            Toccò i cavalli alle leggiadre chiome,

            Che il condussero ad Ega, ove gli splende

            Nobile altezza di real palagio.

              Pallade intanto, la prudente figlia

            Di Giove, altro pensò. Fermò gli alati

            Venti, e silenzio impose loro, e tutti

            Gli avvinse di sopor, fuorché il veloce

            Borea, che, da lei spinto, i vasti flutti

            Dinanzi a Ulisse infranse ond'ei le rive

            Del vago di remar popol Feace,

            Pigliar potesse, ed ingannar la Parca.

            Due giorni in cotal foggia, e tante notti

            Per l'ampio golfo errava, e spesso il core

            Morte gli presagìa. Ma quando l'Alba

            Cinta la fronte di purpuree rose

            Il dì terzo recò, tacquesi il vento,

            E un tranquillo seren regnava intorno.

            Ulisse allor, cui levò in alto un grosso

            Flutto, la terra non lontana scôrse,

            Forte aguzzando le bramose ciglia.

            Quale appar dolce a un figliuol pio la vista

            Del genitor, che su dolente letto

            Scarno, smunto, distrutto, e da un maligno

            Demone giacque lunghi dì percosso,

            E poi del micidial morbo cortesi

            Il disciolser gli dèi: tale ad Ulisse

            La terra e il verde della selva apparve.

            Quinci ei, nôtando, ambi movea di tutta

            Sua forza i piedi a quella volta. Come

            Presso ne fu, quanto d'uom corre un grido,

            Fiero il colpì romor: poiché i ruttati

            Sin dal fondo del mar flutti tremendi,

            Che agli aspri si rompean lidi ronchiosi,

            Strepitavan, mugghiavano, e di bianca

            Spuma coprìan tutta la sponda, mentre

            Porto capace di navigli, o seno

            Non vi s'aprìa, ma littorali punte

            Risaltavano in fuori, e scogli e sassi.

              Le forze a tanto ed il coraggio Ulisse

            Fallir si sente, e dice a sé, gemendo:

            “Qual pro che Giove il disperato suolo

            Mostri, e io m'abbia la via per l'onde aperta,

            Se dell'uscirne fuor non veggio come?

            Sporgon su l'onde acuti sassi, a cui

            L'impetuoso flutto intorno freme,

            E una rupe va su liscia e lucente:

            Né così basso è il mar, che nell'arena

            Fermare il pie' securamente io valga.

            Quindi, s'io trar men voglio, un gran maroso

            Sovra di sé può tormi, e in dura pietra

            Cacciarmi; o s'io lungo le rupi cerco

            Nôtando un porto, o una declìve schiena,

            Temo, non procellosa onda m'avvolga,

            E, sospirando gravemente, in grembo

            Mi risospinga del pescoso mare.

            Forse un de' mostri ancor, che molti nutre

            Ne' gorghi suoi la nobile Anfitrite,

            M'assalirà: ché l'odio io ben conobbi

            Che m'ha quel dio, per cui la terra trema”.

              Stando egli in tai pensieri, una sconcia onda

            Trasportollo con sé ver l'ineguale

            Spiaggia, che lacerata in un sol punto

            La pelle avrìagli, e sgretolate l'ossa,

            Senza un consiglio che nel cor gli pose

            L'occhicerulea diva. Afferrò ad ambe

            Mani la rupe, in ch'ei già dava, e ad essa

            Gemendo s'attenea. Deluso intanto

            Gli passò su la testa il vïolento

            Flutto: se non che poi, tornando indietro,

            Con nuova furia il ripercosse, e lunge

            Lo sbalzò della spiaggia al mare in grembo.

            Polpo così dalla pietrosa tana

            Strappato vien, salvo che a lui non pochi

            Restan lapilli nelle branche infitti:

            E Ulisse in vece la squarciata pelle

            Delle nervose man lasciò alla rupe.

            L'onde allora il copriro, e l'infelice

            Contro il fato perìa: ma infuse a lui

            Nuovo pensier l'Occhiazzurrina. Sorto

            Dall'onde, il lido costeggiava, ai flutti

            Che vel portavan contrastando, e attento

            Mirando sempre, se da qualche parte

            Scendesse una pendice, o un seno entrasse:

            Né dall'opra cessò, che d'un bel fiume

            Giunto si vide all'argentina foce.

            Ottimo qui gli sembrò il loco al fine,

            Siccome quel che né di sassi aspro era,

            Né discoperto ai venti. Avvisò ratto

            Il puro umor che devolveasi al mare,

            E tal dentro di sé preghiera feo:

            “O chiunque tu sii, re di quest'acque,

            Odimi: a te, cui sospirai cotanto,

            Gli sdegni di Nettuno e le minacce

            Fuggendo, io m'appresento. È sacra cosa

            Per gl'Immortali ancor l'uom, che d'altronde

            Venga errando, com'io, che dopo molti

            Durati affanni, ecco alla tua corrente

            Giungo, e ai ginocchi tuoi. Pietà d'Ulisse,

            Che tuo supplice vedi, o re, ti prenda”.

            Disse, ed il nume acchetò il corso, e l'onda

            Ritenne, sparsa una perfetta calma

            E alla foce il salvò del suo bel fiume.

            L'eroe, tocca la terra, ambo i ginocchi

            Piegò, piegò le nerborute braccia:

            Tanto il gran sale l'affliggeva. Gonfiava

            Tutto quanto il suo corpo, e per la bocca

            Molto mar gli sgorgava, e per le nari;

            Ed ei senza respiro e senza voce

            Giaceasi, e spento di vigore affatto:

            Che troppa nel suo corpo entrò stanchezza.

            Ma come il fiato ed il pensier rïebbe,

            Tosto dal petto la divina benda

            Sciolse, e gittolla ove amareggia il fiume.

            La corrente rapivala, né tarda

            A riprenderla fu con man la dea.

            Ei dall'onda ritráttosi, chinossi

            Su i molli giunchi, e baciò l'alma terra.

            Poi nel secreto della sua grand'alma

            Così parlava e sospirava insieme:

            “Eterni dèi, che mi rimase ancora

            Di periglioso a tollerar? Dov'io

            Questa gravosa notte al fiume in riva

            Vegghiassi, l'aer freddo e il molle guazzo

            Potrian me di persona e d'alma infermo

            Struggere al tutto, ché sui primi albori

            Nemica brezza spirerà dal fiume.

            Salirò al colle in vece, ed all'ombrosa

            Selva, e m'addormirò tra i folti arbusti,

            Sol che non vieti la fiacchezza o il ghiado,

            Che il sonno in me passi furtivo? Preda

            Diventar delle fere e pasto io temo”.

              Dopo molto dubbiar questo gli parve

            Men reo partito. Si rivolse al bosco,

            Che non lunge dall'acque a un poggio in cima

            Fea di sé mostra, e s'internò tra due

            Sì vicini arboscei, che dalla stessa

            Radice uscir pareano, ambi d'ulivo,

            Ma domestico l'un, l'altro selvaggio.

            La forza non crollavali de' venti,

            Né l'igneo Sole co' suoi raggi addentro

            Li saettava, né le dense piogge

            Penetravan tra lor; sì uniti insieme

            Crebbero, e tanto s'intrecciaro i rami.

            Ulisse sottentrovvi, e ammontichiossi

            Di propria man comodo letto, quando

            Tal ricchezza era qui di foglie sparse,

            Che ripararvi uomini tre, non che uno,

            Potuto avrìano ai più crudeli verni.

            Gioì alla vista delle molte foglie

            L'uom divino, e corcossi entro alle foglie,

            E a sé di foglie sovrappose un monte.

            Come se alcun, che solitaria suole

            Condur la vita in sul confin d'un campo,

            Tizzo nasconde fumeggiante ancora

            Sotto la bruna cenere, e del foco,

            Perché cercar da sé lungi nol debba,

            Serba in tal modo il prezïoso seme:

            Così celossi tra le foglie Ulisse.

            Pallade allor che di sì rea fatica

            Bramava torgli l'importuno senso,

            Un sonno gli versò dolce negli occhi,

            Le dilette palpèbre a lui velando.

             

             


            LIBRO SESTO

             

             

              Mentre sepolto in un profondo sonno

            Colà posava il travagliato Ulisse,

            Minerva al popol de' Feaci e all'alta

            Lor città s'avvïò. Questi da prima

            Ne' vasti d'Iperèa fecondi piani

            Far dimora solean, presso i Ciclopi,

            Gente di cuor superbo, e a' suoi vicini

            Tanto molesta più quanto più forte.

            Quindi Nausitoo, somigliante a un dio,

            Di tal sede levolli, e in una terra,

            Che dagli uomini industri il mar divide,

            Gli allogò, nella Scheria; e qui condusse

            Alla cittade una muraglia intorno.

            Le case fabbricò, divise i campi,

            E agl'Immortali i sacri templi eresse.

            Colpito dalla Parca, ai foschi regni

            Era già sceso, e Alcinoo, che i beati

            Numi assennato avean, reggea lo scettro.

              L'occhicilestra dea, che sempre fissa

            Nel ritorno d'Ulisse avea la mente,

            Tenne verso la reggia, e alla secreta

            Dedalea stanza si rivolse, dove

            Giovinetta dormìa, che le immortali

            D'indole somigliava e di fattezze,

            Nausica, del re figlia; ed alla porta,

            Che rinchiusa era, e risplendea nel buio.

            Giacean due, l'una quinci e l'altra quindi,

            Pudìche ancelle, cui le Grazie istesse

            Di non vulgar beltà la faccia ornâro.

              La dea, che gli occhi in azzurrino tinge,

            Quasi fiato leggier di picciol vento,

            S'avvicinò della fanciulla al letto,

            E sul capo le stette, e, preso il volto

            Della figlia del prode in mar Dimante

            Molto a lei cara, e ugual d'etade a lei,

            Cotali le drizzò voci nel sonno:

            “Deh, Nausica, perché te così lenta

            La genitrice partorì? Neglette

            Lasci giacerti le leggiadre vesti.

            Benché delle tue nozze il dì s'appressi,

            Quando le membra tue cinger dovrai

            Delle vesti leggiadre, e a quelli offrirne,

            Che scorgeranti dello sposo ai tetti.

            Così fama s'acquista, e ne gioisce

            Col genitor la veneranda madre.

            Dunque i bei panni, come il cielo imbianchi,

            Vadasi a por nell'onda: io nell'impresa,

            Onde trarla più ratto a fin tu possa,

            Compagna ti sarò. Vergine, io credo

            Non rimarrai gran pezza; e già di questo,

            Tra cui nascesti tu, popol Feace

            I migliori ti ambiscono. Su via,

            Spuntato appena in orïente il Sole,

            Trova l'inclito padre e de' gagliardi

            Muli il richiedi, e del polito carro,

            Che i pepli, gli scheggiali e i prezïosi

            Manti conduca: poiché sì distanno

            Dalla città i lavacri, che del cocchio

            Valerti e non del piede, a te s'addice”.

              Finiti ch'ebbe tali accenti, e messo

            Consiglio tal della fanciulla in petto,

            La dea, che guarda con azzurre luci,

            All'Olimpo tornò, tornò alla ferma

            De' sempiterni dèi sede tranquilla,

            Che né i venti commuovono, né bagna

            La pioggia mai, né mai la neve ingombra;

            Ma un seren puro vi si spande sopra

            Da nube alcuna non offeso, e un vivo

            Candido lume la circonda, in cui

            Si giocondan mai sempre i dii beati.

              L'Aurora intanto d'in su l'aureo trono

            Comparve in orïente, e alla sopita

            Vergine dal bel peplo i lumi aperse.

            La giovinetta s'ammirò del sogno,

            E al padre per narrarlo, ed alla madre

            Corse, e trovolli nel palagio entrambi.

            La madre assisa al focolare, e cinta

            Dalle sue fanti, e con la destra al fuso

            Lane di fina porpora torcea.

            Ma nel caro suo padre, in quel che al grande

            Concilio andava, ove attendeanlo i capi

            De' Feacesi, s'abbatte Nausica,

            E stringendosi a lui: “Babbo mio dolce,

            Non vuoi tu farmi apparecchiar”, gli disse,

            “L'eccelso carro dalle lievi ruote,

            Acciocché le neglette io rechi al fiume

            Vesti oscurate, e nitide le torni?

            Troppo a te si convien, che tra i soprani

            Nelle consulte ragionando siedi,

            Seder con monde vestimenta in dosso.

            Cinque in casa ti vedi amati figli,

            Due già nel maritaggio, e tre cui ride

            Celibe fior di giovinezza in volto.

            Questi al ballo ir vorrìan con panni sempre

            Giunti dalle lavande allora allora.

            E tai cose a me son pur tutte in cura”.

              Tacquesi a tanto; ché toccar le nozze

            Sue giovanili non s'ardìa col padre.

            Ma ei comprese il tutto, e sì rispose:

            “Né di questo io potrei, né d'altro, o figlia,

            Non soddisfarti. Va: l'alto, impalcato

            Carro veloce appresteranti i servi.

            Disse; e gli ordini diede, e pronti i servi”.

            La mular biga dalle lievi ruote

            Trasser fuori, e allestîro, e i forti muli

            Vi miser sotto, e gli accoppiâro. Intanto

            Venìa Nausica con le belle vesti,

            Che sulla biga lucida depose.

            Cibi graditi e di sapor diversi

            La madre collocava in gran paniere

            E nel capace sen d'otre caprigno

            Vino infondea soave: indi alla figlia,

            Ch'era sul cocchio, perché dopo il bagno

            Sé con le ancelle, che seguìanla, ungesse,

            Porse in ampolla d'or liquida oliva.

            Nausica in man le rilucenti briglie

            Prese, prese la sferza, e diè di questa

            Sovra il tergo ai quadrupedi robusti,

            Che si moveano strepitando, e i passi

            Senza posa allungavano, portando

            Le vesti, e la fanciulla, e non lei sola,

            Quando ai fianchi di lei sedean le ancelle.

              Tosto che fur dell'argentino fiume

            Alla pura corrente, ed ai lavacri

            Di viva ridondanti acqua perenne,

            Da cui macchia non è che non si terga,

            Sciolsero i muli, e al vorticoso fiume

            Il verde a morsecchiar cibo soave

            Del mele al pari, li mandaro in riva.

            Poscia dal cocchio su le braccia i drappi

            Recavanli, e gittavanli nell'onda,

            Che nereggiava tutta; e in larghe fosse

            Gìanli con presto piè pestando a prova.

            Purgati e netti d'ogni lor bruttura,

            L'uno appo l'altro gli stendean sul lido,

            Là dove le pietruzze il mar poliva.

            Ciò fatto, si bagnò ciascuna, e s'unse,

            E poi del fiume pasteggiâr sul margo:

            Mentre d'alto co' raggi aureolucenti

            Gli stesi drappi rasciugava il Sole.

            Ma, spento della mensa ogni desìo,

            Una palla godean trattar per gioco,

            Deposti prima dalla testa i veli;

            Ed il canto intonava alle compagne

            Nausica bella dalle bianche braccia.

            Come Dïana per gli eccelsi monti

            O del Taigeto muove, o d'Erimanto,

            Con la faretra agli omeri, prendendo

            De' ratti cervi e de' cinghiai diletto:

            Scherzan, prole di Giove, a lei d'intorno

            Le boscherecce Ninfe onde a Latona

            Serpe nel cor tacita gioia; ed ella

            Va del capo sovrana, e della fronte

            Visibilmente a tutte l'altre, e vaga

            Tra loro è più qual da lei meno è vinta:

            Così spiccava tra le ancelle questa

            Da giogo marital vergine intatta.

              Nella stagion che al suo paterno tetto

            I muli aggiunti e ripiegati i manti

            Ritornar disponea, nacque un novello

            Consiglio in mente all'occhiglauca diva,

            Perché Ulisse dissonnisi, e gli appaia

            La giovinetta dalle nere ciglia

            Che de' Feaci alla cittade il guidi.

            Nausica in man tolse la palla, e ad una

            Delle compagne la scagliò: la palla

            Desvïossi dal segno a cui volava,

            E nel profondo vortice cadé.

            Tutte misero allora un alto grido,

            Per cui si ruppe incontanente il sonno

            Nel capo a Ulisse; che a seder drizzossi

            Tai cose in sé volgendo: Ahi fra qual gente

            Mi ritrovo io? Cruda, villana, ingiusta,

            O amica degli estrani, e ai dii sommessa?

            Quel, che l'orecchio mi percosse, un grido

            Femminil parmi di fanciulle ninfe,

            Che de' monti su i gioghi erti, e de' fiumi

            Nelle sorgenti, e per l'erbose valli

            Albergano. O son forse umane voci,

            Che testé mi ferîro? Io senza indugio

            Dagli stessi occhi miei sapronne il vero.

              Ciò detto, uscìa l'eroe fuor degli arbusti,

            E con la man gagliarda, in quel che uscìa,

            Scemò la selva d'un foglioso ramo,

            Che velame gli valse ai fianchi intorno.

            Quale dal natìo monte, ove la pioggia

            Sostenne e i venti impetuosi, cala

            Leon, che nelle sue forze confida;

            Foco son gli occhi suoi; greggia ed armento

            O le cerve selvatiche, al digiuno

            Ventre ubbidendo, parimente assalta,

            Né, perché senta ogni pastore in guardia,

            Tutto teme investìr l'ovile ancora:

            Tal, benché nudo, sen veniva Ulisse,

            Necessità stringendolo, alla volta

            Delle fanciulle dal ricciuto crine

            Cui, lordo di salsuggine com'era,

            Sì fiera cosa rassembrò, che tutte

            Fuggîro qua e là per l'alte rive.

            Sola d'Alcinoo la diletta figlia,

            Cui Pallade nell'alma infuse ardire,

            E francò d'ogni tremito le membra,

            Piantossegli di contra e immota stette.

            In due pensieri ei dividea la mente:

            O le ginocchia strignere a Nausica,

            Di supplicante in atto; o di lontano

            Pregarla molto con blande parole

            Che la città mostrargli, e d'una vesta

            Rifornirlo, volesse. A ciò s'attenne;

            Ché dello strigner de' ginocchi sdegno

            Temea che in lei si risvegliasse. Accenti

            Dunque le inviò blandi e accorti a un tempo.

              “Regina, odi i miei voti. Ah degg'io dea

            Chiamarti, o umana donna? Se tu alcuna

            Sei delle dive che in Olimpo han seggio,

            Alla beltade, agli atti, al maestoso

            Nobile aspetto, io l'immortal Dïana,

            Del gran Giove la figlia, in te ravviso.

            E se tra quelli, che la terra nutre,

            Le luci apristi al dì, tre volte il padre

            Beato, e tre la madre veneranda,

            E beati tre volte i tuoi germani,

            Cui di conforto almo s'allarga e brilla

            Di schietta gioia il cor, sempre che in danza

            Veggiono entrar sì grazïoso germe.

            Ma felice su tutti oltra ogni detto,

            Chi potrà un dì nelle sue case addurti

            D'illustri carca nuzïali doni.

            Nulla di tal s'offerse unqua nel volto

            O di femmina, o d'uomo, alle mie ciglia:

            Stupor, mirando, e riverenza tiemmi.

            Tal quello era bensì che un giorno in Delo,

            Presso l'ara d'Apollo, ergersi io vidi

            Nuovo rampollo di mirabil palma:

            Ché a Delo ancora io mi condussi, e molta

            Mi seguìa gente armata in quel viaggio

            Che in danno rïuscir doveami al fine.

            E com'io, fìssi nella palma gli occhi

            Colmo restai di meraviglia, quando

            Di terra mai non surse arbor sì bello;

            Così te, donna, stupefatto ammiro,

            E le ginocchia tue, benché m'opprima

            Dolore immenso, io pur toccar non oso.

            Me uscito dell'Ogigia isola dieci

            Portava giorni e dieci il vento e il fiotto.

            Scampai dall'onda ier soltanto, e un nume

            Su queste piagge, a trovar forse nuovi

            Disastri, mi gittò: poscia che stanchi

            Di travagliarmi non cred'io gli eterni.

            Pietà di me, Regina, a cui la prima

            Dopo tante sventure innanzi io vegno,

            Io, che degli abitanti, o la campagna

            Tengali, o la città, nessun conobbi.

            La cittade m'addita; e un panno dammi,

            Che mi ricopra; dammi un sol, se panni

            Qua recasti con te, di panni invoglio.

            E a te gli dèi, quanto il tuo cor desìa,

            Si compiaccian largir: consorte e figli,

            E un sol volere in due, però ch'io vita,

            Non so più invidïabile, che dove

            La propria casa con un'alma sola

            Veggonsi governar marito e donna.

            Duol grande i tristi m'hanno, e gioia i buoni:

            Ma quei ch'esultan più, sono i due sposi”.

              “O forestier, tu non mi sembri punto

            Dissennato e dappoco”, allor rispose

            La verginetta dalle bianche braccia.

            “L'Olimpio Giove, che sovente al tristo

            Non men che al buon felicità dispensa,

            Mandò a te la sciagura, e tu da forte

            La sosterrai. Ma, poiché ai nostri lidi

            Ti convenne approdar, di veste o d'altro,

            Che ai supplici si debba ed ai meschini,

            Non patirai disagio. Io la cittade

            Mostrarti non ricuso, e il nome dirti

            Degli abitanti. È de' Feaci albergo

            Questa fortunata isola; ed io nacqui

            Dal magnanimo Alcinoo, in cui la somma

            Del poter si restringe, e dell'impero”.

              Tal favellò Nausica, e alle compagne:

            “Olà”, disse, “fermatevi. In qual parte

            Fuggite voi, perché v'apparse un uomo?

            Mirar credeste d'un nemico il volto?

            Non fu, non è: e non fia chi a noi s'attenti

            Guerra portar: tanto agli dèi siam cari.

            Oltre che in sen dell'ondeggiante mare

            Solitari viviam, viviam divisi

            Da tutto l'altro della stirpe umana.

            Un misero è costui, che a queste piagge

            Capitò errando, e a cui pensare or vuolsi.

            Gli stranieri, vedete, ed i mendichi

            Vengon da Giove tutti, e non v'ha dono

            Picciolo sì, che lor non torni caro.

            Su via, di cibo e di bevanda il nuovo

            Ospite soccorrete, e pria d'un bagno

            Colà nel fiume, ove non puote il vento”.

              Le compagne ristêro, ed a vicenda

            Si rincorâro, e, come avea d'Alcinoo

            La figlia ingiunto, sotto un bel frascato

            Menâro Ulisse, e accanto a lui le vesti

            Poser, tunica e manto, e la rinchiusa

            Nell'ampolla dell'ôr liquida oliva:

            Quindi ad entrar col piè nella corrente

            Lo inanimîro. Ma l'eroe: “Fanciulle,

            Appartarvi da me non vi sia grave,

            Finché io questa salsuggine marina

            Mi terga io stesso, e del salubre m'unga

            Dell'oliva licor, conforto ignoto

            Da lungo tempo alle mie membra. Io certo

            Non laverommi nel cospetto vostro;

            Ché tra voi starmi non ardisco ignudo”.

              Trasser le ancelle indietro, ed a Nausica

            Ciò riportaro. Ei dalle membra il sozzo

            Nettunio sal, che gl'incrostò le larghe

            Spalle ed il tergo, si togliea col fiume,

            E la bruttura del feroce mare

            Dal capo s'astergea. Ma come tutto

            Si fu lavato ed unto, e di que' panni

            Vestito, ch'ebbe da Nausica in dono,

            Lui Minerva, la prole alma di Giove,

            Maggior d'aspetto, e più ricolmo in faccia

            Rese, e più fresco, e de' capei lucenti,

            Che di giacinto a fior parean sembianti,

            Su gli omeri cader gli feo le anella.

            E qual se dotto mastro, a cui dell'arte

            Nulla celaro Pallade o Vulcano,

            Sparge all'argento il liquid'oro intorno,

            Sì che all'ultimo suo giunge con l'opra:

            Tale ad Ulisse l'Atenèa Minerva

            Gli omeri e il capo di decoro asperse;

            Ad Ulisse, che poscia, ito in disparte,

            Su la riva sedea del mar canuto,

            Di grazia irradïato e di beltade.

              La donzella stordiva; ed all'ancelle

            Dal crin ricciuto disse: “Un mio pensiero

            Nascondervi io non posso. Avversi, il giorno

            Che le nostre afferrò sponde beate,

            Non erano a costui tutti del cielo

            Gli abitatori: egli, d'uom vile e abbietto

            Vista m'avea da prima, ed or simìle

            Sembrami a un dio che su l'Olimpo siede.

            Oh colui fosse tal, che i numi a sposo

            Mi destinâro! Ed oh piacesse a lui

            Fermar qui la sua stanza! Orsù, di cibo

            Sovvenitelo, amiche, e di bevanda”.

              Quelle ascoltaro con orecchio teso,

            E il comando seguîr: cibo e bevanda

            All'ospite imbandîro, e il paziente

            Divino Ulisse con bramose fauci

            L'uno e l'altra prendea, qual chi gran tempo

            Bramò i ristori della mensa indarno.

              Qui l'occhinera vergine novello

            Partito immaginò. Sul vago carro

            Le ripiegate vestimenta pose,

            Aggiunse i muli di forte unghia, e salse.

            Poi così Ulisse confortava: “Sorgi

            Stranier, se alla cittade ir ti talenta

            E il mio padre veder, nel cui palagio

            S'accoglieran della Feacia i capi.

            Ma, quando folle non mi sembri punto,

            Cotal modo terrai. Finché moviamo

            De' buoi tra le fatiche e de' coloni,

            Tu con le ancelle dopo il carro vieni

            Non lentamente: io ti sarò per guida.

            Come da presso la cittade avremo,

            Divideremci. È la città da un alto

            Muro cerchiata, e due bei porti vanta

            D'angusta foce, un quinci e l'altro quindi,

            Su le cui rive tutti in lunga fila

            Posan dal mare i naviganti legni.

            Tra un porto e l'altro si distende il foro

            Di pietre quadre, e da vicina cava

            Condotte, lastricato; e al fôro in mezzo

            L'antico tempio di Nettun si leva.

            Colà gli arnesi delle negre navi,

            Gomene e vele, a racconciar s'intende,

            E i remi a ripulir: ché de' Feaci

            Non lusingano il core archi e faretre,

            Ma veleggianti e remiganti navi,

            Su cui passano allegri il mar spumante.

            Di cotestoro a mio potere io sfuggo

            Le voci amare, non alcun da tergo

            Mi morda, e tal, che s'abbattesse a noi

            Della feccia più vil: "Chi è", non dica,

            "Quel forestiero che Nausica siegue,

            Bello d'aspetto e grande? Ove trovollo?

            Certo è lo sposo. Forse alcun di quelli,

            Che da noi parte il mar, ramingo giunse,

            Ed ella il ricevé, che uscìa di nave:

            O da lunghi chiamato ardenti voti

            Scese di cielo, e le comparve un nume,

            Che seco riterrà tutti i suoi giorni.

            Più bello ancor, se andò ella stessa in traccia

            D'uom d'altronde venuto, e a lui donossi,

            Dappoi che i molti, che l'ambìano, illustri

            Feaci tanto avanti ebbe in dispetto".

            Così dirìano; e crudelmente offesa

            Ne sarìa la mia fama. Io stessa sdegno

            Concepirei contra chïunque osasse,

            De' genitori non contenti in faccia,

            Pria meschiarsi con gli uomini, che sorto

            Fosse delle sue nozze il dì festivo.

            Dunque a' miei detti bada; e leggermente

            Ritorno e scorta impetrerai dal padre.

            Folto di pioppi ed a Minerva sacro

            Ci s'offrirà per via bosco fronzuto,

            Cui viva fonte bagna, e molli prati

            Cingono: ivi non più dalla cittade

            Lontan, che un gridar d'uomo, il bel podere

            Giace del padre, e l'orto suo verdeggia.

            Ivi, tanto che a quella ed al paterno

            Tetto io giunga, sostieni; e allor che giunta

            Mi crederai, tu pur t'inurba, e cerca

            Il palagio del re. Del re il palagio

            Gli occhi tosto a sé chiama, e un fanciullino

            Vi ti potrìa condur; che de' Feaci

            Non sorge ostello che il paterno adegui.

            Entrato nel cortil, rapidamente

            Sino alla madre mia per le superbe

            Camere varca. Ella davanti al foco,

            Che del suo lume le colora il volto,

            Siede, e, poggiata a una colonna, torce,

            Degli sguardi stupor, purpuree lane.

            Siedonle a tergo le fantesche; e presso

            S'alza del padre il trono, in ch'ei, qual dio,

            S'adagia, e della vite il nèttar bee.

            Declina il trono, e stendi alle ginocchia

            De la madre le braccia; onde tra poco

            Del tuo ritorno alle natìe contrade,

            Per remote che sien, ti spunti il giorno.

            Stùdiati entrarle tanto e quanto in core;

            E di non riveder le patrie sponde,

            Gli alberghi avìti, e degli amici il volto,

            Bandisci dalla mente ogni sospetto”.

              Detto così, della lucente sferza

            Diè sulle groppe ai vigorosi muli,

            Che pronti si lasciâro il fiume addietro.

            Venìan correndo ed alternando a gara,

            Bello a vedersi, le nervose gambe;

            E la donzella, perché Ulisse a piede

            Lei con le ancelle seguitar potesse,

            Attenta carreggiava e fea con arte

            Scoppiare in alto della sferza il suono.

            Cadea nell'acque occidentali il sole,

            Che al sacro di Minerva illustre bosco

            Fûro; ed Ulisse ivi s'assise. Quindi

            A Minerva pregava in tali accenti:

            “Odimi, invitta dell'Egìoco figlia,

            Ed oggi almen fa' pieni i voti miei

            Tu, che pieni i miei voti unqua non festi,

            Finché su l'onde mi sbalzò Nettuno.

            Tu dammi che, gradito e non indegno

            Di pietade, ai Feaci io m'appresenti”.

              Disse, e Palla l'udì; ma non ancora

            Visibilmente gli assistea, per tema

            Del zio possente, al cui tremendo cruccio

            Era, pria che i natìi lidi toccasse,

            Bersaglio eterno il pari ai numi Ulisse.

             

             


            LIBRO SETTIMO

             

             

              Mentre così pregava il pazïente

            Divino Ulisse, dal vigor de' muli

            Portata era Nausica alla cittade.

            Giunta d'Alcinoo alla magion sublime,

            S'arrestò nel vestibolo; e i germani,

            Belli al par degli Eterni, intorno a lei

            D'ogni parte venìan: sciolsero i muli,

            E le vesti recaro entro la reggia.

            Ma la fanciulla il piede alla secreta

            Movea sua stanza: e raccendeale il foco

            Eurimedusa, una sua vecchia fante,

            Nata in Epiro, e su le negre navi

            Condotta, e al prode Alcinoo offerta in dono

            Perché ai Feaci ei comandava, e lui,

            Qual se un dio favellasse, udìan le genti.

            Costei Nausica dal braccio di neve

            Rallevò nel palagio, ed ora il foco

            Raccendeale, e mettea la cena in punto.

              Ulisse intanto sorse, e il cammin prese

            Della città. Ma l'Atenéa Minerva,

            Che da lui non torcea l'occhio giammai,

            Di molta il cinse impenetrabil nebbia,

            Onde nessun Feace o di parole,

            Scontrandolo, il mordesse, o il domandasse

            Del nome e della patria. Ei già già entrava

            Nell'amena città, quando la diva

            Gli occhi cerulea, se gli fece incontro,

            Non dissimile a vergine, che piena

            Sul giovinetto capo urna sostenti.

            Stettegli a fronte in tal sembianza, e Ulisse

            Così la interrogava: “O figlia, al tetto

            D'Alcinoo, che tra questi uomini impera,

            Vuoi tu condurmi? Io forestier di lunge,

            E dopo molti guai venni, né alcuno

            Della città conobbi, o del contorno”.

              “Ospite padre”, rispondea la diva

            Dai glauchi lumi, “il tetto desïato

            Mostrar ti posso di leggier; ché quello

            Del mio buon genitor per poco il tocca.

            Ma in silenzio tu seguimi e lo sguardo

            Non drizzare ad alcun, non che la voce.

            Render costoro agli stranieri onore

            Non sanno punto, né accoglienze amiche

            Trova, o carezze qui, chi altronde giunga.

            Essi, fidando nelle ratte navi,

            Per favor di Nettuno il vasto mare

            In un istante varcano: veloci

            Come l'ale o il pensier sono i lor legni”.

              Dette tai cose, frettolosa Palla

            Gli entrava innanzi, e l'orme ei ne calcava.

            Né i Feaci scorgeanlo andar tra loro:

            Così volendo la possente diva,

            Pallade, che al suo ben sempre intendea,

            E di sacra l'avvolse oscura nube.

            Ulisse i porti e i bei costrutti legni

            Maravigliava, e le superbe piazze,

            Ove i prenci s'assembrano, e le lunghe,

            Spettacolo ammirando, eccelse mura

            Di steccati munite e di ripari.

            Ma non prima d'Alcinoo alle regali

            Case appressaro, che Minerva disse:

            “Eccoti, ospite padre, in faccia il tetto

            Che mi richiedi: là vedrai gli alunni

            Di Giove, i prenci, a lauta mensa assisi.

            Cacciati dentro, e non temer: l'uom franco

            D'ogni difficoltate, a cui s'incontri,

            Meglio si trae, benché di lunge arrivi.

            Pria la Regina, che si noma Arete,

            E comun con Alcinoo il sangue vanta,

            Ti s'offrirà alla vista. Il dio che scuote

            Del suo tridente la terrena mole,

            Un bambin ricevé dalla più bella

            Donna di quell'età, da Peribèa,

            Figlia minor d'Eurimedonte, a cui

            De' Giganti obbedìa l'oltracotata

            Progenie rea, che per le lunghe guerre

            Tutta col suo re stesso al fin s'estinse.

            Nettun di lei s'accese, e n'ebbe un figlio,

            Nausìtoo generoso, il qual fu padre

            Di Ressènore e Alcinoo; e sul Feace

            Popol regnava. Il primo, a cui fallìa

            Prole del miglior sesso, avea di poco

            Nella sua reggia la consorte addotta

            Che Apollo dall'argenteo arco il trafisse;

            Né rimase di lui che una figliuola,

            Arete, e questa in moglie Alcinoo tolse,

            E venerolla fieramente: donna

            Non vive in nodi maritali stretta,

            Che sì alto al suo sposo in mente sieda.

            E in gran pregio non men l'hanno, ed amore

            Portanle i figli, e i cittadini ancora,

            Che a lei, quandunque va per la cittade,

            Gli occhi alzan, come a diva, e con accenti

            Festivi la ricevono; ché senno

            Né a lei pur manca vêr chi più tien caro,

            E le liti non rado ella compone.

            Se un loco prender nel suo cor tu sai,

            La terra, dove i lumi apristi al giorno,

            La magion de' tuoi padri, e degli amici

            I noti volti riveder confida”.

              Detto, la dea, ch'è nelle luci azzurra,

            Su pel mare infruttifero lanciossi.

            Lasciò la bella Scheria, e Maratona

            Trovò, ed Atene dalle larghe vie,

            E nel suo tempio entrò, che d'Erettèo

            Fu ròcca inespugnabile. Ma Ulisse

            All'ostello reale il piè movea,

            E molte cose rivolgea per l'alma,

            Pria ch'ei toccasse della soglia il bronzo:

            Ché d'Alcinoo magnanimo l'augusto

            Palagio chiara, qual di sole o luna,

            Mandava luce. Dalla prima soglia

            Sino al fondo correan due di massiccio

            Rame pareti risplendenti, e un fregio

            Di ceruleo metal girava intorno.

            Porte d'ôr tutte la inconcussa casa

            Chiudean: s'ergean dal limitar di bronzo

            Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo

            Sosteneano architrave, e anello d'oro

            Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,

            Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:

            Fattura di Vulcan, che in lor ripose

            Viscere dotte, e da vecchiezza immuni

            Temperolli, e da morte, onde guardato

            Fosse d'Alcinoo il glorïoso albergo.

            E quanto si stendean le due pareti,

            Eranvi sedie quinci e quindi affisse,

            Con fini pepli sovrapposti, lunga

            Delle donne di Scheria opra solerte.

            Qui de' Feaci s'assideano i primi,

            La mano ai cibi ed ai licor porgendo,

            Che lor metteansi ciascun giorno avante:

            E la notte garzoni in oro sculti

            Su piedistalli a grande arte construtti,

            Spargean lume con faci in su le mense.

            Cinquanta il re servono ancelle: l'une

            Sotto pietra rotonda il biondo grano

            Frangono; e l'altre o tesson panni, o fusi

            Con la rapida man rotano assise,

            Movendosi ad ognor, quali agitate

            Dal vento foglie di sublime pioppo.

            Splendono i drappi a maraviglia intesti,

            Come se un olio d'ôr su vi scorresse.

            Poiché quanto i Feaci a regger navi

            Gente non han che li pareggi, tanto

            Valgon tele in oprar le Feacesi,

            Cui mano industre più che all'altre donne

            Diede Minerva, e più sottile ingegno.

              Ma di fianco alla reggia un orto grande,

            Quanto ponno in dì quattro arar due tori

            Stendesi, e viva siepe il cinge tutto.

            Alte vi crescon verdeggianti piante,

            Il pero e il melagrano, e di vermigli

            Pomi carico il melo, e col soave

            Fico nettáreo la canuta oliva.

            Né il frutto qui, regni la state, o il verno,

            Pêre, o non esce fuor: quando sì dolce

            D'ogni stagione un zeffiretto spira,

            Che mentre spunta l'un, l'altro matura.

            Sovra la pera giovane, e su l'uva

            L'uva, e la pera invecchia, e i pomi e i fichi

            Presso ai fichi ed ai pomi. Abbarbicata

            Vi lussureggia una feconda vigna,

            De' cui grappoli il sol parte dissecca

            Nel più aereo ed aprìco, e parte altrove

            La man dispicca dai fogliosi tralci,

            O calca il piè ne' larghi tini: acerbe

            Qua buttan l'uve i redolenti fiori,

            E di porpora là tingonsi e d'oro.

            Ma del giardino in sul confin tu vedi

            D'ogni erba e d'ogni fior sempre vestirsi

            Ben culte aiuole, e scaturir due fonti

            Che non taccion giammai: l'una per tutto

            Si dirama il giardino, e l'altra corre,

            Passando del cortil sotto alla soglia,

            Sin davanti al palagio; e a questa vanno

            Gli abitanti ad attingere. Sì bella

            Sede ad Alcinoo destinaro i numi.

            Di maraviglia tacito e sospeso

            Ulisse colà stava; e visto ch'ebbe

            Tutto, e rivisto con secreta lode,

            Nell'eccelsa magion ratto si mise.

            Trovò i Feaci condottieri e prenci,

            Che libavan co' nappi all'Argicida

            Mercurio, a cui libar solean da sezzo,

            Come del letto gli assalìa la brama;

            E innanzi trapassò, dentro alla folta

            Nube che Palla gli avea sparsa intorno,

            Finché ad Arete e al suo marito giunse.

            Circondò con le braccia alla Reina

            Le ginocchia; ed in quel da lui staccossi

            La nube sacra, e in vento si disciolse.

            Tutti repente ammutolîro, e forte

            Stupìan, guardando l'uom che alla Reina

            Supplicava in tal forma: “O del divino

            Ressènore figliuola, illustre Arete,

            Alle ginocchia tue, dopo infiniti

            Disastri, io vegno, vegno al tuo consorte,

            E a questi grandi ancor, cui dì felici

            Menar gli dèi concedano, e ne' figli

            Le ricchezze domestiche e gli onori

            Che s'acquistaro, tramandare. Or voi

            Scorta m'apparecchiate, acciocché in breve

            Alla patria io mi renda ed agli amici,

            Da cui vivo lontan tra i guai gran tempo”.

              Disse, e andò al focolare, e innanzi al foco

            Sovra l'immonda cenere sedette:

            Né alcun fra tanti aprìa le labbra. Al fine

            Parlò l'eroe vecchio Etenèo, che in pronto

            Molte avea cose trapassate, e tutti

            Di facondia vincea, non men che d'anni:

            “Alcinoo”, disse con amico petto,

            “Poco ti torna onor, che su l'immonda

            Cenere il forestier sieda; e se nullo

            Muovesi, egli è perché un tuo cenno aspetta.

            Su via, leval di terra, e in sedia il poni

            Borchiettata d'argento; e ai banditori

            Mescer comanda, onde al gran Giove ancora

            Che del fulmine gode, e s'accompagna

            Co' venerandi supplici, libiamo.

            La dispensiera poi di quel che in serbo

            Tiene, presenti al forestier per cena”.

              Alcinoo, udito ciò, lo scaltro Ulisse

            Prese per man, dal focolare alzollo

            E l'adagiò sovra un lucente seggio,

            Fatto sorgerne prima il più diletto

            De' suoi figliuoli che sedeangli accanto,

            L'amico di virtù Laodamante.

            Tosto l'ancella da bel vaso d'oro

            Purissim'acqua nel bacil d'argento

            Gli versava, e stendea desco polìto,

            Su cui l'onesta dispensiera bianchi

            Pani venne ad imporre, e di serbate

            Dapi gran copia. Ma la sacra possa

            Di Alcinoo al banditor: “Pontònoo, il rosso

            Licore infondi nelle tazze, e in giro

            Recalo a tutti, onde al gran Giove ancora,

            Che del fulmine gode, e s'accompagna

            Co' venerandi supplici, libiamo”.

              Disse; e Pontònoo il buon licore infuse,

            E il recò, propinando, a tutti in giro.

            Ma il re, come libato ebbero, e a piena

            Voglia bevuto, in tai parole uscìo:

            “O condottieri de' Feaci, o capi,

            Ciò che il cor dirvi mi consiglia, udite.

            Già banchettati foste: i vostri alberghi

            Cercate adunque e riposate. Al primo

            Raggio di Sole in numero più spessi

            Ci adunerem, perché da noi s'onori

            L'ospite nel palagio, e più superbe

            Vittime immoleransi: indi con quale

            Scorta al suol patrio, per lontan che giaccia,

            Possa, non pur senza fatica o noia,

            Ma lieto e rapidissimo condursi,

            Diviseremo. Esser dee nostra cura

            Che danno non l'incolga, in sin ch'ei tocco

            Non abbia il suol natìo. Colà poi giunto,

            Quel soffrirà, che le severe Parche

            Nel dì del suo natale a lui filâro.

            E se un dio fosse dall'Olimpo sceso?

            Altro s'avvolgerìa disegno in mente

            De' numi allora. Spesso a noi mostrarsi

            Nell'ecatombe più solenni, e nosco

            Starsi degnaro ad una mensa. Dove

            Un qualche vïandante in lor s'avvenga,

            Non l'occultano a noi, che per vetusta

            Origine lor siam molto vicini,

            Non altrimenti che i Ciclopi antichi,

            E de' Giganti la selvaggia stirpe”.

              “Alcinoo”, gli rispose il saggio Ulisse,

            “Muta questo pensiero. Io dell'immenso

            Cielo ai felici abitatori eterni

            Né d'indole somiglio, né d'aspetto.

            Somiglio ai figli de' mortali, e a quanti

            Voi conoscete in più angoscioso stato.

            Né ad alcuno di lor cedo ne' mali:

            Tanti e sì gravi men crearo i numi.

            Or cenar mi lasciate, ancor che afflitto;

            Però che nulla io so di più molesto

            Che il digiun ventre, di cui l'uom mal puote

            Dimenticarsi per gravezze o doglie.

            Nel fondo io son de' guai: pur questo interno

            Signor, che mai di domandar non resta,

            Vuol ch'io più non rammenti i danni miei,

            E ai cibi stenda ed ai licor la mano.

            Ma voi, comparso in Orïente il giorno,

            Rimandarmi vi piaccia. Io non ricuso,

            Visti i miei servi, l'alte case e i campi,

            Gli occhi al lume del Sol chiuder per sempre”.

              Disse; e tutti assentìano, e fean gran ressa,

            Che lo stranier, che ragionò sì bene,

            Buona scorta impetrasse. Al fin, libato

            Ch'ebbero e a pien bevuto, il proprio albergo

            Ciascun cercava, per entrar nel sonno.

            Sol nella reggia rimaneasi Ulisse,

            E presso gli sedeano Alcinoo e Arete,

            Mentre le ancelle del convito i vasi

            Dalla mensa toglieano. Arete prima

            Gli favellò, come colei che il manto

            Riconobbe, e la tunica, leggiadre

            Vesti, che di sua man tessute avea

            Con le sue fanti, e che or vedeagli in dosso:

            “Stranier”, gli disse con alate voci,

            Di questo io te cercar voglio la prima:

            Chi sei tu? Donde sei? Da chi tai panni?

            Non ci fai creder tu che ai nostri lidi

            Misero, errante e naufrago approdasti?”

              E il saggio Ulisse replicògli: “Forte,

            Regina, i mali raccontar, che molti

            M'invïaro gli dèi. Quel che più brami

            Sapere, io toccherò. Lontana giace

            Un'isola nel mar che Ogigia è detta.

            Quivi d'Atlante la fallace figlia

            Dai ben torti capei, Calipso, alberga,

            Terribil dea, con cui nessun de' numi

            Conversa, o de' mortali. Un genio iniquo

            Con lei me solo a dimorar costrinse,

            Dappoi che Giove a me per l'onde scure

            La ratta nave folgorando sciolse.

            Tutti morti ne fûro i miei compagni:

            Ma io, con ambe mani alla carena

            Della nave abbracciatomi, per nove

            Giorni fui trasportato, e nella fosca

            Decima notte all'isoletta spinto

            Della dea, che m'accolse, e amicamente

            Mi trattava e nodriva, e promettea

            Da morte assicurarmi e da vecchiezza;

            Né però il cor mi piegò mai nel petto.

            Sette anni interi io mi vedea con lei,

            E di perenni lagrime i divini

            Panni bagnava, che mi porse in dono.

            Ma tosto che l'ottavo anno si volse,

            La diva, o fosse imperïal messaggio

            Del figliuol di Saturno, o di lei stessa

            Mutamento improvviso, alle mie case

            Ritornar confortavami. Su travi,

            Da moltiplici nodi in un congiunte,

            Con molti doni accommiatommi: pane

            Candido e dolce vin diemmi, e odorate

            Vesti vestimmi, e, ad incresparmi il mare,

            Un placido mandò vento innocente.

            Io dieci viaggiava e sette giorni

            Su le liquide strade. Al nuovo albore

            Mi sorse incontro co' suoi monti ombrosi

            L'isola vostra, e a me infelice il core

            Ridea, benché altri guai m'apparecchiasse

            Nettun, che incitò i venti, il mar commosse,

            Mi precise la via; né più speranza

            Già m'avanzava, che il naviglio frale

            Me gemente portasse all'onde sopra.

            Ruppelo al fine il turbo. A nuoto allora

            Misurai questo mar, finché alla vostra

            Contrada il vento mi sospinse e il flutto.

            Quivi alla terra, nell'uscir dell'acque,

            Franto un'onda m'avrìa, che me in acute

            Punte cacciava, e in disamabil riva:

            Se non ch'io, ritirandomi dal lido,

            Tanto nôtava, che a un bel fiume sceso

            Da Giove io giunsi, ove opportuno il loco

            Parvemi e liscio; né in balìa de' venti.

            Scampai, le forze raccogliendo. Intanto

            Spiegò i suoi veli la divina Notte,

            Ed io, lasciato da una parte il fiume,

            Sovra un letto di foglie e tra gli arbusti

            Giacqui, e m'infuse lungo sonno un dio.

            Dormìi l'intera notte insino all'alba,

            Dormìi sino al meriggio; e già calava

            Verso Occidente il Sole, allor che il dolce

            Sonno m'abbandonò. Vidi le ancelle

            Della tua figlia trastullar su l'erba,

            E lei tra quelle, che una dea mi parve,

            E a cui preghiere io porsi; ed ella senno

            Mostrava tal, qual non s'attende mai

            L'uom da una età sì fresca, in cui s'abbatta,

            Perché la fresca età sempre folleggia.

            Ella recente pan, vino possente,

            Ella comodo bagno a me nel fiume,

            Ed ella vesti. Me infelice il fato

            Render potrà, ma non potrà bugiardo”.

              Ed Alcinoo repente: “Ospite, in questo

            La mia figlia sfallì, che non condusse

            Te con le ancelle alla magion, quantunque

            Tu a lei primiera supplicato avessi”.

              “Eccelso eroe, non mi biasmar”, rispose

            Lo scaltro Ulisse, “per cagion sì lieve

            La incolpabil fanciulla. Ella m'ingiunse

            Di seguitarla con le ancelle; ed io

            Men guardai, per timor che il tuo vedermi

            T'infiammasse di sdegno. Umana, il sai,

            Razza noi siamo al sospettare inchina”.

              Ed Alcinoo di nuovo: “Ospite, un'alma

            Già non s'annida in me, che fuoco prenda

            Sì prontamente. Alla ragione io cedo,

            E quel che onesto è più, sempre io trascelgo.

            Ed oh piacesse a Giove, a Palla e a Febo,

            Che, qual ti scorgo, e d'un parer con meco

            Sposa volessi a te far la mia figlia,

            Genero mio chiamarti, e la tua stanza

            Fermar tra noi! Case otterresti e beni

            Da me, dove il restar non ti sgradisse:

            Ché ritenerti a forza, e l'ospitale

            Giove oltraggiar, nullo qui fia che ardisca.

            Però così su l'alba il tuo vïaggio

            Noi disporrem, che abbandonarti al sonno

            Nella nave potrai, mentre i Feaci

            L'azzurra calma romperan co' remi,

            Né cesseran, che nella patria messo

            T'abbiano, e ovunque ti verrà desìo,

            Foss'anco oltre l'Eubèa, cui più lontana

            D'ogni altra regïon che alzi dal mare,

            Dicon que' nostri che la vider, quando

            A Tizio, figlio della terra, il biondo

            Radamanto condussero. All'Eubèa

            S'indrizzar, l'afferrar, ne ritornaro

            Tutto in un giorno; e non fu grave impresa.

            Conoscerai quanto sien bene inteste

            Le nostre navi, e i giovani gagliardi

            Nel voltar sottosopra il mar co' remi”.

              Gioì a tai detti il pazïente Ulisse,

            E, le braccia levando: “O Giove padre”,

            Sclamò, “tutte adempir le sue promesse

            Possami Alcinoo! Ei gloria eterna avranne,

            Ed io porrò nelle mie case il piede”.

              Queste correan tra lor parole alterne.

            Ma la Reina, candida le braccia,

            Arete, intanto alle fantesche impose

            Il letto collocar sotto la loggia,

            Belle gittarvi porporine coltri,

            E tappeti distendervi, e ai tappeti

            Manti vellosi sovrapporre. Uscîro

            Quelle, tenendo in man lucide faci,

            Il denso letto sprimacciaro in fretta,

            E rïentrate: “Sorgi, ospite; or puoi”,

            Dissero a Ulisse, “chiuder gli occhi al sonno”.

            Né punto al forestier l'invito spiacque.

            Così ei sotto il portico sonante

            Là s'addormìa ne' traforati letti.

            Alcinoo si corcò del tetto eccelso

            Ne' penetrali; e a lui da presso Arete,

            La consorte real, che a sé ed a lui

            Preparò di sua mano il letto e i sonni.

             

             


            LIBRO OTTAVO

             

             

              Ma tosto che rosata ambo le palme,

            Comparve in ciel l'aggiornatrice Aurora,

            Surse di letto la sacrata possa

            Del magnanimo Alcinoo, e il divin surse

            Rovesciator delle cittadi Ulisse.

            La possanza d'Alcinoo al parlamento,

            Che i Feaci tenean presso le navi,

            Prima d'ogni altro mosse. A mano a mano

            Venìano i Feacesi, e su polite

            Pietre sedeansi. L'occhiglauca diva,

            Cui d'Ulisse il ritorno in mente stava,

            Tolte del regio banditor le forme,

            Qua e là s'avvolgea per la cittade,

            E appressava ciascuno, e: “Su”, dicea,

            “Su, prenci e condottieri, al foro, al foro,

            Se udir vi cal dello stranier che giunse

            Ad Alcinoo testé per molto mare,

            E assai più, che dell'uom, del nume ha in viso”.

              Disse, e tutti eccitò. Della raccolta

            Gente fûro in brev'ora i seggi pieni.

            Ciascun guardava con le ciglìa in arco

            Di Laerte il figliuol: ché a lui Minerva

            Sovra il capo diffuse e su le spalle

            Divina grazia, ed in grandezza e in fiore

            Crebbelo, e in gagliardìa, perch'ei ne' petti

            Destar potesse riverenza e affetto,

            E de' nobili giuochi, ove chiamato

            Fosse a dar di sé prova, uscir con vanto.

              Concorsi tutti, e in una massa uniti,

            Tra loro arringò Alcinoo in questa guisa:

            “O condottieri de' Feaci, e prenci,

            Ciò che il cor dirvi mi comanda, udite.

            Questo a me ignoto forestier, che venne

            Ramingo, e ignoro ancor se donde il Sole

            Nasce, o donde tramonta, ai tetti miei

            Scorta dimanda pel viaggio, e prega

            Gli sia ratto concessa. Or noi l'usanza

            Non seguirem con lui? Uomo, il sapete,

            Ai tetti miei non capitò, che mesto

            Languir dovesse sovra queste piagge,

            Per difetto di scorta, i giorni e i mesi.

            Traggasi adunque nel profondo mare

            Legno dall'onde non battuto ancora,

            E s'eleggan cinquanta e due garzoni

            Tra il popol tutto, gli ottimi. Costoro,

            Varato il legno, e avvinti ai banchi i remi,

            Subite e laute ad apprestar m'andranno

            Mense, che a tutti oggi imbandite io voglio.

            Ma quei che di bastone ornan la mano,

            L'ospite nuovo ad onorar con meco

            Vengano ad una; e il banditor mi chiami

            L'immortale Demodoco, a cui Giove

            Spira sempre de' canti il più soave,

            Dovunque l'estro, che l'infiamma, il porti”.

              Detto, si mise in via. Tutti i scettrati

            Seguìanlo ad una, e all'immortal cantore

            L'araldo indirizzavasi. I cinquanta

            Garzoni e due, come il re imposto avea,

            Fûro del mar non seminato al lido;

            La nave negra nel profondo mare

            Trassero, alzâro l'albero e la vela.

            I lunghi remi assicurâr con forti

            Lacci di pelle, a maraviglia il tutto,

            E, le candide vele al vento aperte,

            Arrestaro nell'alta onda la nave:

            Poscia d'Alcinoo ritrovar l'albergo.

            Già i portici s'empiean, s'empieano i chiostri,

            Non che ogni stanza, della varia gente,

            Che s'accogliea, bionde e canute teste,

            Una turba infinita. Il re quel giorno

            Diede al sacro coltel dodici agnelle,

            Otto corpi di verri ai bianchi denti,

            E due di tori dalle torte corna.

            Gli scoiâr, gli acconciâr, ne apparecchiaro

            Convito invidïabile. L'araldo

            Ritorno feo, per man guidando il vate,

            Cui la Musa portava immenso amore,

            Benché il ben gli temprasse e il male insieme.

            Degli occhi il vedovò, ma del più dolce

            Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo

            Sedia d'argento borchiettata a lui

            Pose, e l'affisse ad una gran colonna:

            Poi la cetra vocale a un aureo chiodo

            Gli appese sovra il capo, ed insegnògli,

            Come a staccar con mano indi l'avesse.

            Ciò fatto, un desco gli distese avanti

            Con panier sopra, e una capace tazza,

            Ond'ei, qual volta nel pungea desìo,

            Del vermiglio licor scaldasse il petto.

              Come la fame rintuzzata, e spenta

            Fu la sete in ciascun, l'egregio vate,

            Che già tutta sentìasi in cor la Musa,

            De' forti il pregio a risonar si volse,

            Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo

            Salse in que' dì la fama. Era l'antica

            Tenzon d'Ulisse e del Pelìade Achille,

            Quando di acerbi detti ad un solenne

            Convito sacro si ferîro entrambi.

            Il re de' prodi Agamennòn gioìa

            Tacitamente in sé, visti a contesa

            Venire i primi degli Achei: ché questo

            Della caduta d'Ilio era il segnale.

            Tanto da Febo nella sacra Pito,

            Varcato appena della soglia il marmo,

            Predirsi allora udì, che di que' mali,

            Che sovra i Teucri, per voler di Giove,

            Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi,

            Si cominciava a dispiegar la tela.

              A tai memorie il Laerziade, preso

            L'ampio ad ambe le man purpureo manto,

            Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,

            Vergognando che lagrime i Feaci

            Vedesserlo stillar sotto le ciglia.

            Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte

            Le guancie in fretta, dalla testa il manto

            Si tolse, e, dato a una ritonda coppa

            Di piglio, libò ai numi. I Feacesi

            Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli

            Il poeta eccitavano, che aprìa

            Novamente le labbra; e novamente

            Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse.

            Così, gocciando lagrime, da tutti

            Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide,

            E l'adocchiò, sedendogli da presso,

            Oltre che forte sospirare udillo;

            E più non aspettando: “Udite”, disse,

            “Della Feacia condottieri e prenci.

            Già del comun convito, e dell'amica

            De' conviti solenni arguta cetra

            Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi

            Proviamci, perché l'ospite, com'aggia

            Rimesso il piè nelle paterne case,

            Narri agli amici, che l'udranno attenti,

            Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso,

            Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente”.

              Disse, ed entrò in cammino; e i prenci insieme