HOME PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro Novelli BIBLIOTECA
ILIADE
di Omero
traduzione
di Vincenzo Monti
INDICE
Cantami, o Diva, del Pelìde
Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo
all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò
(così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa),
da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo
Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il
figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un
feral morbo,
e la gente perìa: colpa
d'Atride
che fece a Crise sacerdote
oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende
avea,
e l'aureo scettro dell'arciero
Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in
prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati
Achei,
gl'immortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol
tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al
prego
tutti acclamâr: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche
offerte.
Ma la proposta al cor d'Agamennóne
non talentando, in guise aspre il
superbo
accommiatollo, e minaccioso
aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste
navi
ned or né poscia più ti colga
io mai;
ché forse nulla ti varrà lo
scettro
né l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in
Argo,
nella nostra magion pria non la
sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole
intenta,
e a parte assunta del regal mio
letto.
Or va, né m'irritar, se salvo ir
brami.
Impaurissi il vecchio, ed al comando
obbedì. Taciturno
incamminossi
del risonante mar lungo la riva;
e in disparte venuto, al santo
Apollo
di Latona figliuol, fe' questo
prego:
Dio dall'arco d'argento, o tu che
Crisa
proteggi e l'alma Cilla, e sei di
Tènedo
possente imperador, Smintèo,
deh m'odi.
Se di serti devoti unqua il
leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t'arsi i fianchi
opimi,
questo voto m'adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
Sì disse orando. L'udì
Febo, e scese
dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
coll'arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce
orrendo
su gli omeri all'irato un
tintinnìo
al mutar de' gran passi; ed ei
simìle
a fosca notte giù
venìa. Piantossi
delle navi al cospetto: indi uno
strale
liberò dalla corda, ed un
ronzìo
terribile mandò l'arco
d'argento.
Prima i giumenti e i presti veltri
assalse,
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire.
Nove giorni volâr pel campo acheo
le divine quadrella. A parlamento
nel decimo chiamò le turbe
Achille;
ché gli pose nel cor questo
consiglio
Giuno la diva dalle bianche braccia,
de' moribondi Achei fatta pietosa.
Come fur giunti e in un raccolti, in
mezzo
levossi Achille piè-veloce, e
disse:
Atride, or sì cred'io volta
daremo
nuovamente errabondi al patrio lido,
se pur morte fuggir ne fia concesso;
ché guerra e peste ad un medesmo
tempo
ne struggono. Ma via; qualche
indovino
interroghiamo, o sacerdote, o pure
interprete di sogni (ché da Giove
anche il sogno procede), onde ne
dica
perché tanta con noi d'Apollo
è l'ira:
se di preci o di vittime neglette
il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e
scelte
capre accettando l'odoroso fumo,
il crudel morbo allontanar gli
piaccia.
Così detto, s'assise. In
piedi allora
di Testore il figliuol Calcante
alzossi,
de' veggenti il più saggio, a
cui le cose
eran conte che fur, sono e saranno;
e per quella, che dono era d'Apollo,
profetica virtù, de' Greci a
Troia
avea scorte le navi. Ei dunque in
mezzo
pien di senno parlò queste
parole:
Amor di Giove, generoso Achille,
vuoi tu che dell'arcier sovrano
Apollo
ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
Ma del braccio l'aita e della voce
a me tu pria, signor, prometti e
giura:
perché tal che qui grande ha su gli
Argivi
tutti possanza, e a cui l'Acheo
s'inchina,
n'andrà, per mio pensar,
molto sdegnoso.
Quando il potente col minor s'adira,
reprime ei sì del suo rancor
la vampa
per alcun tempo, ma nel cor la cova,
finché prorompa alla vendetta. Or
dinne
se salvo mi farai. - Parla securo,
rispose Achille, e del tuo cor
l'arcano,
qual ch'ei si sia, di' franco. Per
Apollo
che pregato da te ti squarcia il
velo
de' fati, e aperto tu li mostri a
noi,
per questo Apollo a Giove caro io
giuro:
nessun, finch'io m'avrò
spirto e pupilla,
con empia mano innanzi a queste navi
oserà vïolar la tua
persona,
nessuno degli Achei; no, s'anco
parli
d'Agamennón che sé medesmo or vanta
dell'esercito tutto il più
possente.
Allor fe' core il buon profeta, e
disse:
né d'obblïati sacrifici il Dio
né di voti si duol, ma
dell'oltraggio
che al sacerdote fe' poc'anzi
Atride,
che francargli la figlia ed accettarne
il riscatto negò. La colpa
è questa
onde cotante ne diè strette,
ed altre
l'arcier divino ne darà; né
pria
ritrarrà dal castigo la man
grave,
che si rimandi la fatal donzella
non redenta né compra al padre
amato,
e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
Così forse avverrà che
il Dio si plachi.
Tacque, e s'assise. Allor l'Atride
eroe
il re supremo Agamennón levossi
corruccioso. Offuscavagli la grande
ira il cor gonfio, e come bragia
rossi
fiammeggiavano gli occhi. E tale ei
prima
squadrò torvo Calcante, indi
proruppe:
Profeta di sciagure, unqua un
accento
non uscì di tua bocca a me
gradito.
Al maligno tuo cor sempre fu dolce
predir disastri, e d'onor vote e
nude
son l'opre tue del par che le
parole.
E fra gli Argivi profetando or
cianci
che delle frecce sue Febo
gl'impiaga,
sol perch'io ricusai della fanciulla
Crisëide il riscatto. Ed io bramava
certo tenerla in signoria, tal sendo
che a Clitennestra pur, da me
condutta
vergine sposa, io la prepongo, a cui
di persona costei punto non cede,
né di care sembianze, né d'ingegno
ne' bei lavori di Minerva istrutto.
Ma libera sia pur, se questo
è il meglio;
ché la salvezza io cerco, e non la
morte
del popol mio. Ma voi mi preparate
tosto il compenso, ché de' Greci io
solo
restarmi senza guiderdon non deggio;
ed ingiusto ciò fôra, or che
una tanta
preda, il vedete, dalle man mi
fugge.
O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che
modo
i magnanimi Achei? Che molta in
serbo
vi sia ricchezza non partita,
ignoro:
delle vinte città tutte
divise
ne fur le spoglie, né diritto or
torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ché più larga n'avrai tre
volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un
giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar,
quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in
questo
né gabbo tu mi fai, divino Achille,
né persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma
giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir
risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia
d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremerà d'ira alle cui tende
io vegna.
Ma di ciò poscia parlerem.
D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o
Idomenèo,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge
impiaga.
Lo guatò bieco Achille, e gli
rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei
sì vile
che obbedisca al tuo cenno, o trar
la spada
in agguati convegna o in ria
battaglia?
Per odio de' Troiani io qua non
venni
a portar l'armi, io no; ché meco ei
sono
d'ogni colpa innocenti. Essi né
mandre
né destrier mi rapiro; essi le biade
della feconda popolosa Ftia
non saccheggiâr; ché molti gioghi
ombrosi
ne son frapposti e il pelago sonoro.
Ma sol per tuo profitto, o
svergognato,
e per l'onor di Menelao, pel tuo,
pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a
Troia
ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi
tu ne disprezzi ingrato, e ne
calpesti,
e a me medesmo di rapir minacci
de' miei sudori bellicosi il frutto,
l'unico premio che l'Acheo mi diede.
Né pari al tuo d'averlo io
già mi spero
quel dì che i Greci
l'opulenta Troia
conquisteran; ché mio dell'aspra
guerra
certo è il carco maggior; ma
quando in mezzo
si dividon le spoglie, è tua
la prima,
ed ultima la mia, di cui m'è
forza
tornar contento alla mia nave, e
stanco
di battaglia e di sangue. Or dunque
a Ftia,
a Ftia si rieda; ché d'assai fia
meglio
al paterno terren volger la prora,
che vilipeso adunator qui starmi
di ricchezze e d'onori a chi
m'offende.
Fuggi dunque, riprese Agamennóne,
fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti
prego
di rimanerti. Al fianco mio si
stanno
ben altri eroi, che a mia regal
persona
onor daranno, e il giusto Giove in
prima.
Di quanti ei nudre regnatori abborro
te più ch'altri; sì,
te che le contese
sempre agogni e le zuffe e le
battaglie.
Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono
la tua fortezza. Or va, sciogli le
navi,
fa co' tuoi prodi al patrio suol
ritorno,
ai Mirmìdoni impera; io non
ti curo,
e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.
Poiché Apollo Crisëide mi toglie,
parta. D'un mio naviglio, e da' miei
fidi
io la rimando accompagnata, e cedo.
Ma nel tuo padiglione ad involarti
verrò la figlia di
Brisèo, la bella
tua prigioniera, io stesso; onde
t'avvegga
quant'io t'avanzo di possanza, e
quindi
altri meco uguagliarsi e cozzar
tema.
Di furore infiammâr l'alma d'Achille
queste parole. Due pensier gli
fêro
terribile tenzon nell'irto petto,
se dal fianco tirando il ferro acuto
la via s'aprisse tra la calca, e in
seno
l'immergesse all'Atride; o se
domasse
l'ira, e chetasse il tempestoso
core.
Fra lo sdegno ondeggiando e la
ragione
l'agitato pensier, corse la mano
sovra la spada, e dalla gran vagina
traendo la venìa; quando
veloce
dal ciel Minerva accorse, a lui
spedita
dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
egual cura ed amor nudrìa nel
petto.
Gli venne a tergo, e per la bionda
chioma
prese il fiero Pelìde, a
tutti occulta,
a lui sol manifesta. Stupefatto
si scosse Achille, si rivolse, e
tosto
riconobbe la Diva a cui dagli occhi
uscìan due fiamme di terribil
luce,
e la chiamò per nome, e in
ratti accenti,
Figlia, disse, di Giove, a che ne
vieni?
Forse d'Atride a veder l'onte?
Aperto
io tel protesto, e avran miei detti
effetto:
ei col suo superbir cerca la morte,
e la morte si avrà. - Frena
lo sdegno,
la Dea rispose dalle luci azzurre:
io qui dal ciel discesi ad
acchetarti,
se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,
Giuno ch'entrambi vi difende ed ama.
Or via, ti calma, né trar brando, e
solo
di parole contendi. Io tel
predìco,
e andrà pieno il mio detto:
verrà tempo
che tre volte maggior, per doni
eletti,
avrai riparo dell'ingiusta offesa.
Tu reprimi la furia, ed obbedisci.
E Achille a lei: Seguir m'è forza,
o Diva,
benché d'ira il cor arda, il tuo
consiglio.
Questo fia lo miglior. Ai numi
è caro
chi de' numi al voler piega la
fronte.
Disse; e rattenne su l'argenteo pomo
la poderosa mano, e il grande
acciaro
nel fodero respinse, alle parole
docile di Minerva. Ed ella intanto
all'auree sedi dell'Egìoco
padre
sul cielo risalì fra gli
altri Eterni.
Achille allora con acerbi detti
rinfrescando la lite, assalse
Atride:
Ebbro! cane agli sguardi e cervo al
core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
dar dentro colla turba; o negli
agguati
perigliarti co' primi infra gli
Achei,
ché ogni rischio t'è morte.
Assai per certo
meglio ti torna di ciascun che
franco
nella grand'oste achea contro ti
dica,
gli avuti doni in securtà
rapire.
Ma se questa non fosse, a cui comandi,
spregiata gente e vil, tu non
saresti
del popol tuo divorator tiranno,
e l'ultimo de' torti avresti or
fatto.
Ma ben t'annunzio, ed altamente il
giuro
per questo scettro (che diviso un
giorno
dal montano suo tronco unqua né ramo
né fronda metterà, né mai
virgulto
germoglierà, poiché gli tolse
il ferro
con la scorza le chiome, ed ora in
pugno
sel portano gli Achei che posti sono
del giusto a guardia e delle sante
leggi
ricevute dal ciel), per questo io
giuro,
e invïolato sacramento il
tieni:
stagion verrà che negli Achei
si svegli
desiderio d'Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell'omicida Ettòr
farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di
rabbia
il cor ti roderai, ché sì
villana
al più forte de' Greci onta
facesti.
Disse; e gittò lo scettro a
terra, adorno
d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea
l'Atride
di novello furor, quando nel mezzo
surse de' Pilii l'orator, Nestorre
facondo sì, che di sua bocca
uscièno
più che mel dolci d'eloquenza
i rivi.
Di parlanti con lui nati e cresciuti
nell'alma Pilo ei già
trascorse avea
due vite, e nella terza allor
regnava.
Con prudenti parole il santo veglio
così loro a dir prese: Eterni
Dei!
Quanto lutto alla Grecia, e quanta a
Prìamo
gioia s'appresta ed a' suoi figli e
a tutta
la dardania città, quando fra
loro
di voi s'intenda la fatal contesa,
di voi che tutti di valor vincete
e di senno gli Achei! Deh
m'ascoltate,
ché minor d'anni di me siete
entrambi;
ed io pur con eroi son visso un
tempo
di voi più prodi, e non fui
loro a vile:
ned altri tali io vidi unqua, né
spero
di riveder più mai, quale un
Drïante
moderator di genti, e
Piritòo,
Cèneo ed Essadio e Polifemo
uom divo,
e l'Egìde Teseo pari ad un
nume.
Alme più forti non
nudrìa la terra,
e forti essendo combattean co'
forti,
co' montani Centauri, e strage
orrenda
ne fean. Con questi, a lor
preghiera, io spesso
partendomi da Pilo e dal lontano
Apio confine, a conversar
venìa,
e secondo mie forze anch'io pugnava.
Ma di quanti mortali or crea la
terra
niun potrìa pareggiarli. E nondimeno
da quei prestanti orecchio il mio
consiglio
ed il mio detto obbedïenza
ottenne.
E voi pur anco m'obbedite adunque,
ché l'obbedirmi or giova. Inclito
Atride,
deh non voler, sebben sì
grande, a questi
tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia
in pace
da' Greci il dato guiderdon
consenti:
né tu cozzar con inimico petto
contra il rege, o Pelìde. Un
re supremo,
cui d'alta maestà Giove
circonda,
uguaglianza d'onore unqua non
soffre.
Se generato d'una diva madre
tu lui vinci di forza, ei vince, o
figlio,
te di poter, perché a più
genti impera.
Deh pon giù l'ira, Atride, e
placherassi
pure Achille al mio prego, ei che
de' Greci
in sì ria guerra è
principal sostegno.
Tu rettissimo parli, o saggio
antico,
pronto riprese il regnatore Atride;
ma costui tutti soverchiar presume,
tutti a schiavi tener, dar legge a
tutti,
tutti gravar del suo comando. Ed io
potrei patirlo? Io no. Se il
fêro i numi
un invitto guerrier, forse pur anco
di tanto insolentir gli diero il
dritto?
Tagliò quel dire Achille, e
gli rispose:
Un pauroso, un vil certo sarei
se d'ogni cenno tuo ligio foss'io.
Altrui comanda, a me non già;
ch'io teco
sciolto di tutta obbedienza or sono.
Questo solo vo' dirti, e tu nel
mezzo
lo rinserra del cor. Per la
fanciulla
un dì donata, ingiustamente
or tolta,
né con te né con altri il brando mio
combatterà. Ma di quant'altre
spoglie
nella nave mi serbo, né pur una,
s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol
credi,
vieni alla prova; e il sangue tuo
scorrente
dalla mia lancia farà saggio
altrui.
Con questa di parole aspra tenzone
levârsi, e sciolto fu l'acheo
consesso.
Con Patroclo il Pelìde e co'
suoi prodi
riede a sue navi nelle tende; e
Atride
varar fa tosto a venti remi eletti
una celere prora colla sacra
ecatombe. Di Crise egli medesmo
vi guida e posa l'avvenente figlia;
duce v'ascende il saggio Ulisse, e
tutti
già montati correan l'umide
vie.
Ciò fatto, indisse al campo
Agamennóne
una sacra lavanda: e ognun devoto
purificarsi, e via gittar nell'onde
le sozzure, e del mar lungo la riva
offrir di capri e di torelli intere
ecatombi ad Apollo. Al ciel
salìa
volubile col fumo il pingue odore.
Seguìan nel campo questi
riti. E fermo
nel suo dispetto e nella dianzi
fatta
ria minaccia ad Achille, intanto
Atride
Euribate e Taltibio a sé chiamando,
fidi araldi e sergenti, Ite, lor
disse,
del Pelìde alla tenda, e
m'adducete
la bella figlia di Brisèo. Se
il niega,
io ne verrò con molta mano,
io stesso,
a gliela tôrre: e ciò gli fia
più duro.
Disse; e il cenno aggravando in via
li pose.
Del mar lunghesso l'infecondo lido
givan quelli a mal cuore, e
pervenuti
de' Mirmidóni alla campal marina
trovâr l'eroe seduto appo le navi
davanti al padiglion: né del vederli
certo Achille fu lieto. Ambo al
cospetto
regal fermârsi trepidanti e chini,
né far motto fur osi né dimando.
Ma tutto ei vide in suo pensiero, e
disse:
Messaggeri di Giove e delle genti,
salvete, araldi, e v'appressate. In
voi
niuna è colpa con meco. Il
solo Atride,
ei solo è reo, che voi per la
fanciulla
Brisëide
qui manda. Or va, fuor mena,
generoso Patròclo, la
donzella,
e in man di questi guidator
l'affida.
Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
ed innanzi ai mortali e al re
crudele
siatemi testimon, quando il
dì splenda
che a scampar gli altri di rovina il
mio
braccio abbisogni. Perocché delira
in suo danno costui, ned il presente
vede, né il poi, né il come a sua
difesa
salvi alle navi pugneran gli Achei.
Disse; e Patròclo del diletto
amico
al comando obbedì. Fuor della
tenda
Brisëide menò, guancia
gentile,
ed agli araldi condottier la cesse.
Mentre ei fanno alle navi achee
ritorno,
e ritrosa con lor partìa la
donna,
proruppe Achille in un subito
pianto,
e da' suoi scompagnato in su la riva
del grigio mar s'assise, e il mar
guardando
le man stese, e dolente alla diletta
madre pregando, Oh madre! è
questo, disse,
questo è l'onor che darmi il
gran Tonante
a conforto dovea del viver breve
a cui mi partoristi? Ecco, ei mi
lascia
spregiato in tutto: il re superbo
Atride
Agamennón mi disonora; il meglio
de' miei premi rapisce, e sel
possiede.
Sì piangendo dicea. La
veneranda
genitrice l'udì, che ne'
profondi
gorghi del mare si sedea dappresso
al vecchio padre; udillo, e tosto
emerse,
come nebbia, dall'onda: accanto al
figlio,
che lagrime spargea, dolce s'assise,
e colla mano accarezzollo, e disse:
Figlio, a che piangi? e qual
t'opprime affanno?
Di', non celarlo in cor, meco il
dividi.
Madre, tu il sai, rispose alto
gemendo
il piè-veloce eroe. Ridir che
giova
tutto il già conto? Nella
sacra sede
d'Eezïon ne gimmo; la cittade
ponemmo a sacco, e tutta a questo
campo
fu condotta la preda. In giuste
parti
la diviser gli Achivi, e la
leggiadra
Crisëide fu scelta al primo Atride.
Crise d'Apollo sacerdote allora
con l'infula del nume e l'aureo
scettro
venne alle navi a riscattar la
figlia.
Molti doni offerì, molte agli
Achivi
porse preghiere, ed agli Atridi in
prima.
Invan; ché preghi e doni e sacerdote
e degli Achei l'assenso ebbe in
dispregio
Agamennón, che minaccioso e duro
quel misero cacciò dal suo
cospetto.
Partì sdegnato il veglio; e
Apollo, a cui
diletto capo egli era, il suo
lamento
esaudì dall'Olimpo, e contra
i Greci
pestiferi vibrò dardi
mortali.
Perìa la gente a torme, e
d'ogni parte
sibilanti del Dio pel campo tutto
volavano gli strali. Alfine un saggio
indovin ne fe' chiaro in assemblea
l'oracolo d'Apollo. Io tosto il
primo
esortai di placar l'ire divine.
Sdegnossene l'Atride, e in
piè levato
una minaccia mi fe' tal che pieno
compimento sortì. Gli Achivi
a Crisa
sovr'agil nave già la schiava
adducono
non senza doni a Febo; e dalla tenda
a me pur dianzi tolsero gli araldi,
e menâr seco di Brisèo la
figlia,
la fanciulla da' Greci a me donata.
Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo
soccorri,
vanne all'Olimpo, e porgi preghi a
Giove,
s'unqua Giove per te fu nel bisogno
o d'opera aitato o di parole.
Nel patrio tetto, io ben lo mi
ricordo,
spesso t'intesi glorïarti, e
dire
che sola fra gli Dei da ria sciagura
Giove campasti adunator di nembi,
il giorno che tentâr Giuno e
Nettunno
e Pallade Minerva in un con gli
altri
congiurati del ciel porlo in catene;
ma tu nell'uopo sopraggiunta, o Dea,
l'involasti al periglio, all'alto
Olimpo
prestamente chiamando il gran
Centìmano,
che dagli Dei nomato è
Brïarèo,
da' mortali Egeóne, e di fortezza
lo stesso genitor vincea d'assai.
Fiero di tanto onore alto ei
s'assise
di Giove al fianco, e n'ebber tema i
numi,
che poser di legarlo ogni pensiero.
Or tu questo rammentagli, e al suo
lato
siedi, e gli abbraccia le ginocchia,
e il prega
di dar soccorso ai Teucri, e far che
tutte
fino alle navi le falangi achee
sien spinte e rotte e trucidate.
Ognuno
lo si goda così questo
tiranno;
senta egli stesso il gran regnante
Atride
qual commise follìa quando
superbo
fe' de' Greci al più forte un
tanto oltraggio.
E lagrimando a lui Teti rispose:
Ahi figlio mio! se con sì reo
destino
ti partorii, perché allevarti, ahi
lassa!
Oh potessi ozioso a questa riva
senza pianto restarti e senza
offese,
ingannando la Parca che t'incalza,
ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi
giorni
brevi sono ad un tempo ed infelici,
ché iniqua stella il dì ch'io
ti produssi
i talami paterni illuminava.
E nondimen d'Olimpo alle nevose
vette n'andrò,
ragionerò con Giove
del fulmine signore, e al tuo desire
piegarlo tenterò. Tu statti
intanto
alle navi; e nell'ozio del tuo
brando
senta l'Achivo de' tuoi sdegni il
peso.
Perocché ieri in grembo
all'Oceàno
fra gl'innocenti Etïopi discese
Giove a convito, e il seguîr tutti i
numi.
Dopo la luce dodicesma al cielo
tornerà. Recherommi allor di
Giove
agli eterni palagi; al suo ginocchio
mi gitterò,
supplicherò, né vana
d'espugnarne il voler speranza io
porto.
Partì, ciò detto; e
lui quivi di bile
macerato lasciò per la
fanciulla
suo mal grado rapita. Intanto a
Crisa
colla sacra ecatombe Ulisse approda.
Nel seno entrati del profondo porto,
le vele ammaïnâr, le collocaro
dentro il bruno naviglio, e
prestamente
dechinâr colle gomone l'antenna,
e l'adagiâr nella corsìa. Co'
remi
il naviglio accostâr quindi alla
riva;
e l'ancore gittate, e della poppa
annodati i ritegni, ecco sul lido
tutta smontar la gente, ecco
schierarsi
l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave
dell'onde vïatrice ultima
uscire
Crisëide. All'altar l'accompagnava
l'accorto Ulisse, ed alla man del
caro
genitor la ponea con questi accenti:
Crise, il re sommo Agamennón mi
manda
a ti render la figlia, e offrir
solenne
un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni
placar del nume che gli Achei
percosse
d'acerbissima piaga. - In questo
dire
l'amata figlia in man gli cesse; e
il vecchio
la si raccolse giubilando al petto.
Tosto dintorno al ben costrutto
altare
in ordinanza statuîr la bella
ecatombe del Dio; lavâr le palme,
presero il sacro farro, e Crise
alzando
colla voce la man, fe' questo prego:
Dio che godi trattar l'arco
d'argento,
tu che Crisa proteggi e la divina
Cilla, signor di Tènedo
possente,
m'odi: se dianzi a mia preghiera il
campo
acheo gravasti di gran danno, e
onore
mi desti, or fammi di quest'altro
voto
contento appieno. La terribil lue,
che i Dànai strugge,
allontanar ti piaccia.
Sì disse orando, ed esaudillo
il nume.
Quindi fin posto alle preghiere, e
sparso
il salso farro, alzar fêr suso
in prima
alle vittime il collo, e le
sgozzaro.
tratto il cuoio, fasciâr le incise
cosce
di doppio omento, e le coprîr di
crudi
brani. Il buon vecchio su l'accese
schegge
le abbrustolava, e di purpureo vino
spruzzando le venìa. Scelti
garzoni
al suo fianco tenean gli spiedi in
pugno
di cinque punte armati: e come
fûro
rosolate le coste, e fatto il saggio
delle viscere sacre, il resto in pezzi
negli schidoni infissero, con molto
avvedimento l'arrostiro, e poscia
tolser tutto alle fiamme. Al fin
dell'opra,
poste le mense, a banchettar si
diero,
e del cibo egualmente ripartito
sbramârsi tutti. Del cibarsi estinto
e del bere il desìo, d'almo lïeo
coronando il cratere, a tutti in
giro
ne porsero i donzelli, e fe'
ciascuno,
libagion colle tazze. E così
tutto
cantando il dì la gioventude
argiva,
e un allegro peàna alto
intonando,
laudi a Febo dicean, che nell'udirle
sentìasi tocco di dolcezza il
core.
Fugato il sole dalla notte, ei
diersi
presso i poppesi della nave al
sonno.
Poi come il cielo colle rosee dita
la bella figlia del mattino aperse,
conversero la prora al campo argivo,
e mandò loro in poppa il
vento Apollo.
Rizzâr l'antenna, e delle bianche
vele
il seno dispiegâr. L'aura seconda
le gonfiava per mezzo, e strepitoso,
nel passar della nave, il flutto
azzurro
mormorava dintorno alla carena.
Giunti agli argivi accampamenti, in
secco
trasser la nave su la colma arena,
e lunghe vi spiegâr travi di sotto
acconciamente. Per le tende poi
si dispersero tutti e pe' navili.
Appo i suoi legni intanto il
generoso
Pelìde Achille nel segreto
petto
di sdegno si pascea, né al
parlamento,
scuola illustre d'eroi, né alle
battaglie
più comparìa; ma il cor
struggea di doglia
lungi dall'armi, e sol dell'armi il
suono
e delle pugne il grido egli sospira.
Rifulse alfin la dodicesma aurora,
e tutti di conserva al ciel gli
Eterni
fean ritorno, ed avanti iva il re
Giove.
Memore allor del figlio e del suo
prego,
Teti emerse dal mare, e mattutina
in cielo al sommo dell'Olimpo
alzossi.
Sul più sublime de' suoi
molti gioghi
in disparte trovò seduto e
solo
l'onniveggente Giove. Innanzi a lui
la Dea s'assise, colla manca strinse
le divine ginocchia, e colla destra
molcendo il mento, e supplicando
disse:
Giove padre, se d'opre e di parole
giovevole fra' numi unqua ti fui,
un mio voto adempisci. Il figlio
mio,
cui volge il fato la più
corta vita,
deh, m'onora il mio figlio a torto
offeso
dal re supremo Agamennón, che a forza
gli rapì la sua donna, e la
si tiene.
Onoralo, ti prego, olimpio Giove,
sapientissimo Iddio; fa che vittrici
sien le spade troiane, infin che
tutto
e doppio ancora dagli Achei pentiti
al mio figlio si renda il tolto
onore.
Disse; e nessuna le facea risposta
il procelloso Iddio; ma lunga pezza
muto stette, e sedea. Teti il
ginocchio
teneagli stretto tuttavolta, e i
preghi
iterando venìa: Deh, parla
alfine;
dimmi aperto se nieghi, o se
concedi;
nulla hai tu che temer; fa ch'io mi
sappia
se fra le Dee son io la più
spregiata.
Profondamente allora sospirando
l'adunator de' nembi le rispose:
Opra chiedi odiosa che nemico
farammi a Giuno, e degli ontosi suoi
motti bersaglio. Ardita ella mai
sempre
pur dinanzi agli Dei vien meco a lite,
e de' Troiani aiutator m'accusa.
Ma tu sgombra di qua, ché non ti
vegga
la sospettosa. Mio pensier fia
poscia
che il desir tuo si cómpia, e a tuo
conforto
abbine il cenno del mio capo in
pegno.
Questo fra' numi è il massimo
mio giuro,
né revocarsi, né fallir, né vana
esser può cosa che il mio
capo accenna.
Disse; e il gran figlio di Saturno i
neri
sopraccigli inchinò. Su
l'immortale
capo del sire le divine chiome
ondeggiaro, e tremonne il vasto
Olimpo.
Così fermo l'affar si
dipartiro.
Teti dal ciel spiccò nel mare
un salto;
Giove alla reggia s'avviò.
Rizzârsi
tutti ad un tempo da' lor troni i
numi
verso il gran padre, né veruno
ardissi
aspettarne il venir fermo al suo
seggio,
ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei
grave
si compose sul trono. E già
sapea
Giuno il fatto del Dio; ch'ella
veduto
in segreti consigli avea con esso
la figlia di Nerèo, Teti la
diva
dal bianco piede. Con parole acerbe
così dunque l'assalse: E qual
de' numi
tenne or teco consulta, o
ingannatore?
Sempre t'è caro da me scevro
ordire
tenebrosi disegni, né ti piacque
mai farmi manifesto un tuo pensiero.
E degli uomini il padre e degli Dei
le rispose: Giunon, tutto che penso
non sperar di saperlo. Ardua ten
fôra
l'intelligenza, benché moglie a
Giove.
Ben qualunque dir cosa si convegna,
nullo, prima di te, mortale o Dio
la si saprà. Ma quel che
lungi io voglio
dai Celesti ordinar nel mio segreto,
non dimandarlo né scrutarlo, e
cessa.
Acerbissimo Giove, e che dicesti?
Riprese allor la maestosa il guardo
veneranda Giunon: gran tempo
è pure
che da te nulla cerco e nulla
chieggo,
e tu tranquillo adempi ogni tuo
senno.
Or grave un dubbio mi molesta il
core,
che Teti, del marin vecchio la
figlia,
non ti seduca; ch'io la vidi, io
stessa,
sul mattino arrivar, sederti
accanto,
abbracciarti i ginocchi; e certo a
lei
di molti Achivi tu giurasti il danno
appo le navi, per onor d'Achille.
E a rincontro il signor delle
tempeste:
Sempre sospetti, né celarmi io
posso,
spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma
indarno
la tua cura uscirà, ch'anzi
più sempre
tu mi costringi a disamarti, e
questo
a peggio ti verrà. S'al ver
t'apponi,
che al ver t'apponga ho caro. Or
siedi, e taci,
e m'obbedisci; ché giovarti invano
potrìan quanti in Olimpo a
tua difesa
accorresser Celesti, allor che poste
le invitte mani nelle chiome io
t'abbia.
Disse; e chinò la veneranda
Giuno
i suoi grand'occhi paurosa e muta,
e in cor premendo il suo livor
s'assise.
Di Giove in tutta la magion le
fronti
si contristâr de' numi, e in mezzo a
loro
gratificando alla diletta madre
Vulcan l'inclito fabbro a dir
sì prese:
Una malvagia intolleranda cosa
questa al certo sarà, se voi
cotanto,
de' mortali a cagion, piato movete,
e suscitate fra gli Dei tumulto.
De' banchetti la gioia ecco
sbandita,
se la vince il peggior. Madre,
t'esorto,
benché saggia per te; vinci di
Giove,
vinci del padre coll'ossequio l'ira,
onde a lite non torni, e del convito
ne conturbi il piacer; ch'egli ne
puote,
del fulmine signore e dell'Olimpo,
dai nostri seggi rovesciar, se il
voglia;
perocché sua possanza a tutte
è sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse,
ciò detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre
mia,
benché mesta a ragion, sopporta in
pace,
onde te con quest'occhi io qui non
vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ché allor nessuna con dolor mio
sommo
darti aìta io potrei. Duro
egli è troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il
sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il
crudo
afferrommi d'un piede, e mi
scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno
intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche
braccia
rise, e in quel riso dalla man del
figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli
altri Eterni,
incominciando a destra, e dal
cratere
il nèttare attignendo, a
tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al
tramonto,
tutto il dì convitossi, ed
egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
Né l'aurata mancò lira
d'Apollo,
né il dolce delle Muse alterno
canto.
Ratto, poi che del Sol la luminosa
lampa si spense, a' suoi riposi
ognuno
ne' palagi n'andò, che
fabbricati
a ciascheduno avea con ammirando
artifizio Vulcan l'inclito zoppo.
E a' suoi talami anch'esso, ove qual
volta
soave l'assalìa forza di
sonno,
corcar solea le membra, il
fulminante
Olimpio s'avvïò. Quivi
salito
addormentossi il nume, ed al suo
fianco
giacque l'alma Giunon che d'oro ha
il trono.
Tutti ancora dormìan per
l'alta notte
i guerrieri e gli Dei; ma il dolce
sonno
già le pupille abbandonato
avea
di Giove che pensoso in suo segreto
divisando venìa come
d'Achille,
con molta strage delle vite argive,
illustrar la vendetta. Alla divina
mente alfin parve lo miglior
consiglio
invïar all'Atride Agamennóne
il malefico Sogno. A sé lo chiama,
e con presto parlar, Scendi, gli
dice,
scendi, Sogno fallace, alle veloci
prore de' Greci, e nella tenda
entrato
d'Agamennón, quant'io t'impongo,
esponi
esatto ambasciator. Digli che tutte
in armi ei ponga degli Achei le
squadre,
che dell'iliaco muro oggi è
decreta
su nel ciel la caduta; che discordi
degli eterni d'Olimpo abitatori
più non sono le menti; che di
Giuno
cessero tutti al supplicar; che in
somma
l'estremo giorno de' Troiani
è giunto.
Disse; ed il Sogno, il divin cenno
udito,
avvïossi e calossi in un baleno
su l'argoliche navi. Entra d'Atride
nel queto padiglione, e immerso il
trova
nella dolcezza di nettareo sonno.
Di Nestore Nelìde il volto
assume,
di Nestore, cui sovra ogni altro
duce
Agamennóne riveriva, e in queste
forme sul capo del gran re sospesa,
così la diva visïon gli
disse:
Tu dormi, o figlio del guerriero
Atrèo?
Tutta dormir la notte ad uom
sconviensi
di supremo consiglio, a cui son
tante
genti commesse e tante cure. Attento
dunque m'ascolta. A te vengh'io
celeste
nunzio di Giove, che lontano ancora
su te veglia pietoso. Egli precetto
ti fa di porre tutti quanti in arme
prontamente gli Achei. Tempo
è venuto
che l'ampia Troia in tua man cada: i
numi
scesero tutti, intercedente Giuno,
in un solo volere, e alla troiana
gente sovrasta l'infortunio estremo
preparato da Giove. Or tu ben figgi
questo avviso nell'alma, e fa che
seco
non lo si porti, col partirsi, il
sonno.
Sparve ciò detto; e delle
udite cose,
di che contrario uscir dovea
l'effetto,
pensoso lo lasciò. Prender di
Troia
quel dì stesso le mura egli
sperossi,
né di Giove sapea, stolto! i
disegni,
né qual aspro pugnar, né quanta il
Dio
di lagrime cagione e di sospiri
ai Troiani e agli Achivi
apparecchiava.
Si riscuote dal sonno, e la divina
voce dintorno gli susurra ancora.
Sorge, e del letto su la sponda
assiso
una molle s'avvolge alla persona
tunica intatta, immacolata; gittasi
il regal manto indosso; il
piè costringe
ne' bei calzari; il brando aspro e
lucente
d'argentee borchie all'omero
sospende,
l'invïolato avito scettro
impugna,
ed alle navi degli Achei cammina.
Già sul balzo d'Olimpo alta
ascendea
di Titon la consorte, annunziatrice
dell'alma luce a Giove e agli altri
Eterni;
quando con chiara voce i banditori
per comando d'Atride a parlamento
convocaro gli Achei, che frettolosi
accorsero e frequenti. Ma raccolse
de' magnanimi duci Agamennóne
prima il senato alla nestorea nave,
e raccolti che fûro, in questi
accenti
il suo prudente consultar propose:
M'udite, amici. Nella queta notte
una divina visïon m'apparve,
che te, Nestore padre, alla statura,
agli atti, al volto somigliava in
tutto.
Sul mio capo librossi, e così
disse:
Figlio d'Atrèo, tu dormi? A
sommo duce
cui di tanti guerrieri e tante cure
commesso è il pondo, non
s'addice il sonno.
M'odi adunque: mandato a te son io
da Giove che dal ciel di te pensiero
prende e pietate. Ei tutte ti
comanda
armar le truppe de' chiomati Achei,
ché di Troia il conquisto oggi
è maturo;
poiché di Giuno il supplicar compose
la discordia de' numi, e grave ai
Teucri
danno sovrasta per voler di Giove.
Tu di Giove il comando in cor
riponi.
Sparve, ciò detto, e quel mio
dolce sonno
m'abbandonò. La guisa or noi
di porre
gli Achivi in arme esaminiam. Ma
pria
giovi con finto favellar tentarne,
fin dove lice, i sentimenti. Io
dunque
comanderò che su le navi
ognuno
si disponga alla fuga, e sparsi ad
arte
voi l'impedite con opposti accenti.
Così detto s'assise. In
piè rizzossi
dell'arenosa Pilo il regnatore
Nestore, e saggio ragionando disse:
O amici, o degli Achei principi e
duci,
s'altro qualunque Argivo un cotal
sogno
detto n'avesse, un menzogner
l'avremmo,
e spregeremmo: ma lo vide il sommo
capo del campo. A risvegliar si
corra
dunque l'acheo valore. - E sì
dicendo
usciva il vecchio dal consiglio, e
tutti
surti in piè lo
seguìan gli altri scettrati
del re supremo ossequiosi. Intanto
il popolo accorrea. Quale dai fori
di cava pietra numeroso sbuca
lo sciame delle pecchie, e
succedendo
sempre alle prime le seconde, volano
sui fior di aprile a gara, e vi fan
grappolo
altre di qua affollate, altre di
là;
così fuor delle navi e delle
tende
correan per l'ampio lido a
parlamento
affollate le turbe, e le spronava
l'ignea Fama, di Giove
ambasciatrice.
Si congregaro alfin. Tumultuoso
brulicava il consesso, ed al sedersi
di tante genti il suol gemea di
sotto.
Ben nove araldi d'acchetar fean
prova
quell'immenso frastuono, alto
gridando:
Date fine ai clamori, udite i regi,
udite, Achivi, del gran Dio gli
alunni.
Sostârsi alfine: ne' suoi seggi
ognuno
si compose, e cessò l'alto
fragore.
Allor rizzossi Agamennón stringendo
lo scettro, esimia di Vulcan fatica.
Diè pria Vulcano quello
scettro a Giove,
e Giove all'uccisor d'Argo Mercurio;
questi a Pelope auriga, esso ad
Atrèo;
Atrèo morendo al possessor di
pingui
greggi Tieste, e da Tieste alfine
nella destra passò
d'Agamennóne,
che poi sovr'Argo lo distese, e
sopra
isole molte. A questo il grande
Atride
appoggiato, sì disse: Amici
eroi,
Dànai, di Marte bellicosi
figli,
in una dura e perigliosa impresa
Giove m'avvolse, Iddio crudel, che
prima
mi promise e giurò delle
superbe
iliache mura la conquista, e in Argo
glorioso il ritorno. Or mi delude
indegnamente, e dopo tante in guerra
vite perdute, di tornar m'impone
inonorato alle paterne rive.
Del prepotente Iddio questo è
il talento,
di lui che nell'immensa sua possanza
già di molte città
l'eccelse rocche
distrusse, e molte struggeranne
ancora.
Ma qual onta per noi appo i futuri
che contra minor oste un tale e
tanto
esercito di forti una sì
lunga
guerra guerreggi; e non la cómpia
ancora?
Certo se tutti convocati insieme
salda pace a giurar Teucri ed
Achivi,
e di questi e di quei levato il
conto,
ad ogni dieci Achivi un Teucro solo
mescer dovesse di lïeo la
spuma,
molte decurie si vedrìan
chiedenti
con labbro asciutto il mescitor:
cotanto
maggior de' Teucri cittadini estimo
il numero de' nostri. Ma li molti
da diverse città raccolti e
scesi
in lor sussidio bellicosi amici
duro intoppo mi fanno, e a mio
dispetto
mi vietano espugnar d'Ilio le mura.
Già del gran Giove il nono
anno si volge
da che giungemmo, e già
marciti i fianchi
son delle navi, e logore le sarte;
e le nostre consorti e i cari figli
desïando ne stanno e
richiamando
nelle vedove case. E noi l'impresa
che a queste sponde ne condusse,
ancora
consumar non sapemmo. Al vento
adunque,
diamo al vento le vele, io vel
consiglio,
alla dolce fuggiam terra
natìa
di concorde voler, ché disperata
delle mura troiane è la
conquista.
Mosse quel dire delle turbe i petti,
e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti
si confondono allor che Noto ed Euro
della nube di Giove il fianco
aprendo
a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio
denso campo di biade urta, e
passando
il capo inchina delle bionde spiche;
tal si commosse il parlamento, e
tutti
alle navi correan precipitosi
con fremito guerrier. Sotto i lor
piedi
s'alza la polve, e al ciel si volve
oscura.
I navigli allestir, lanciarli in
mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli
sottrarre alle carene era di tutti
la faccenda e la gara. Arde ogni
petto
del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia.
E degli Achei quel dì
sarìa seguìto,
contro il voler de' fati, il
dipartire,
se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O
dell'Egìoco Padre
invincibile figlia, così
dunque,
il mar coprendo di fuggenti vele,
al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il
vanto
lasceran tutto dell'argiva
Elèna
dopo tante per lei, lungi dal caro
nido natìo, qui spente anime
greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi,
ed adopra
lusinghiero parlar, molci i soldati,
frena la fuga, né patir che un solo
de' remiganti pini in mar sia
tratto.
Obbediente la cerulea Diva
dalle cime d'Olimpo dispiccossi
velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di
Giove,
occupato non già del suo
naviglio,
ma del dolor che il preme, e immoto in
piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse,
così dunque n'andrete? E al
patrio suolo
navigherete, e lascerete a Priamo
di vostra fuga il vanto, ed ai
Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue
di tanti, che per lei qui lo
versaro,
bellicosi compagni? A che ti stai?
T'appresenta agli Achei, rompi
gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni,
né consentir che antenna in mar si
spinga.
Così disse la Dea. Ne
riconobbe
l'eroe la voce, e via gittato il
manto,
che dopo lui raccolse il banditore
Eurìbate itacense, a correr
diessi;
e incontrato l'Atride Agamennóne,
ratto ne prende il regal scettro, e
vola
con questo in pugno tra le navi
achee;
e quanti ei trova o duci o re, li
ferma
con parlar lusinghiero; e, Che fai,
dice,
valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti
resta,
pregoti, e gli altri fa restar. La
mente
ben palese non t'è
d'Agamennóne;
egli tenta gli Achei, pronto a
punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi
in chiuso
consesso ei disse. Deh badiam, che
irato
non ne percuota d'improvvisa offesa.
Di re supremo acerba è l'ira,
e Giove,
che al trono l'educò, l'onora
ed ama.
S'uom poi vedea del vulgo, e lo
cogliea
vociferante, collo scettro il dosso
batteagli; e, Taci, gli
garrìa severo,
taci tu tristo, e i più
prestanti ascolta
tu codardo, tu imbelle, e nei
consigli
nullo e nell'armi. La vogliam noi
forse
far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi,
e quegli
cui scettro e leggi affida il Dio,
quei solo
ne sia di tutti correttor supremo.
Così l'impero adoperando
Ulisse
frena le turbe, e queste a
parlamento
dalle navi di nuovo e dalle tende
con fragore accorrean, pari a marina
onda che mugge e sferza il lido, ed
alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
ciascheduno al suo posto: il sol
Tersite
di gracchiar non si resta, e fa
tumulto
parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe
pieno il cerèbro, e fuor di
tempo, e senza
o ritegno o pudor le vomitava
contro i re tutti; e quanto a destar
riso
infra gli Achivi gli venìa
sul labbro,
tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui
più brutto
ceffo; era guercio e zoppo, e di
contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo,
e sparso
di raro pelo. Capital nemico
del Pelìde e d'Ulisse, ei li
solea
morder rabbioso: e schiamazzando
allora
colla stridula voce lacerava
anche il duce supremo Agamennóne,
sì che tutti di sdegno e di
corruccio
fremean; ma il tristo ognor
più forti alzava
le rampogne e gridava: E di che
dunque
ti lagni, Atride? che ti manca? Hai
pieni
di bronzo i padiglioni e di
donzelle,
delle vinte città spoglie
prescelte
e da noi date a te primiero. O forse
pur d'auro hai fame, e qualche
Teucro aspetti
che d'Ilio uscito lo ti rechi al
piede,
prezzo del figlio da me preso in
guerra,
da me medesmo, o da qualch'altro
Acheo?
O cerchi schiava giovinetta a cui
mescolarti in amore alla spartita?
Eh via, che a sommo imperador non
lice
scandalo farsi de' minori. Oh vili,
oh infami, oh Achive, non Achei!
Facciamo
vela una volta; e qui costui si
lasci
qui lui solo a smaltir la sua
ricchezza,
onde a prova conosca se l'aita
gli è buona o no delle
nostr'armi. E dianzi
nol vedemmo pur noi questo superbo
ad Achille, a un guerrier che
sì l'avanza
di fortezza, for onta? E dell'offeso
non si tien egli la rapita schiava?
Ma se d'Achille il cor di generosa
bile avvampasse, e un indolente vile
non si fosse egli pur, questo
sarìa
stato l'estremo de' tuoi torti,
Atride.
Così contra il supremo
Agamennóne
impazzava Tersite. Gli fu sopra
repente il figlio di Laerte, e torvo
guatandolo gridò: Fine alle
tue
faconde ingiurie, ciarlator Tersite.
E tu sendo il peggior di quanti a
Troia
con gli Atridi passâr, tu audace e
solo
non dar di cozzo ai re, né rimenarli
su quella lingua con villane
aringhe,
né del ritorno t'impacciar, ché il
fine
di queste cose al nostro sguardo
è oscuro,
né sappiam se felice o sventurato
questo ritorno riuscir ne debba.
Ma di tue contumelie al sommo Atride
so ben io lo perché: donato il vedi
di molti doni dagli achivi eroi,
per ciò ti sbracci a
maledirlo. Or io
cosa dirotti che vedrai compiuta.
Se com'oggi insanir più ti
ritrovo,
caschimi il capo dalle spalle, e
detto
di Telemaco il padre io più
non sia,
mai più, se non t'afferro, e
delle vesti
tutto nudo, da questo almo consesso
non ti caccio malconcio e
piangoloso.
Sì dicendo, le terga gli
percuote
con lo scettro e le spalle. Si
contorce
e lagrima dirotto il manigoldo
dell'aureo scettro al tempestar, che
tutta
gli fa la schiena rubiconda;
ond'egli
di dolor macerato e di paura
s'assise, e obbliquo riguardando
intorno
col dosso della man si terse il
pianto.
Rallegrò quella vista i mesti
Achivi,
e surse in mezzo alla tristezza il
riso;
e fu chi vòlto al suo vicin
dicea:
Molte in vero d'Ulisse opre vedemmo
eccellenti e di guerra e di
consiglio,
ma questa volta fra gli Achei, per
dio!
fe' la più bella delle belle
imprese,
frenando l'abbaiar di questo cane
dileggiator. Che sì, che
all'arrogante
passò la frega di dar morso
ai regi!
Mentre questo dicean, levossi in
piedi
e collo scettro di parlar fe' cenno
l'espugnatore di cittadi Ulisse.
In sembianza d'araldo accanto a lui
la fiera Diva dalle luci azzurre
silenzio a tutti impose, onde gli
estremi
del par che i primi udirne le parole
potessero, ed in cor pesarne il
senno.
Allora il saggio diè
principio: Atride,
questi Achivi di te vonno far oggi
il più infamato de' mortali.
Han posto
le promesse in obblìo fatte
al partirsi
d'Argo alla volta d'Ilïon,
giurando
di non tornarsi che Ilïon
caduto.
Guardali: a guisa di fanciulli, a
guisa
di vedovelle sospirar li senti,
e a vicenda plorar per lo
desìo
di riveder le patrie mura. E in vero
tal qui si pate traversìa,
che scusa
il desiderio de' paterni tetti.
Se a navigante da vernal procella
impedito e sbattuto in mar che
freme,
pur di un mese è crudel la
lontananza
dalla consorte, che pensar di noi
che già vedemmo del nono anno
il giro
su questo lido? Compatir m'è
forza
dunque agli Achivi, se a mal cor qui
stanno.
Ma dopo tanta dimoranza è
turpe
vôti di gloria ritornar. Deh voi,
deh ancor per poco tollerate, amici,
tanto indugiate almen, che si
conosca
se vero o falso profetò
Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti
le divine parole, e voi ne foste
testimoni, voi sì quanti la
Parca
non aveste crudel. Parmi ancor ieri
quando le navi achee di lutto a
Troia
apportatrici in Aulide raccolte,
noi ci stavamo in cerchio ad una
fonte
sagrificando sui devoti altari
vittime elette ai Sempiterni,
all'ombra
d'un platano al cui piè
nascea di pure
linfe il zampillo. Un gran prodigio
apparve
subitamente. Un drago di sanguigne
macchie spruzzato le cerulee terga,
orribile a vedersi, e dallo stesso
re d'Olimpo spedito, ecco repente
sbucar dall'imo altare, e tortuoso
al platano avvinghiarsi. Avean lor
nido
in cima a quello i nati tenerelli
di passera feconda, latitanti
sotto le foglie: otto eran elli, e
nona
la madre. Colassù l'angue
salito
gl'implumi divorò,
miseramente
pigolanti. Plorava i dolci figli
la madre intanto, e svolazzava
intorno
pietosamente; finché ratto il serpe
vibrandosi afferrò la
meschinella
all'estremo dell'ala, e lei che
l'aure
empiea di stridi, nella strozza
ascose.
Divorata co' figli anco la madre,
del vorator fe' il Dio che lo
mandava
nuovo prodigio; e lo converse in
sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del
fatto
la meraviglia, e a noi, che
dell'orrendo
portento fra gli altari intervenuto
incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati
Achivi,
perché muti così? Giove ne
manda
nel veduto prodigio un tardo segno
di tardo evento, ma d'eterno onore.
Nove augelli ingoiò l'angue
divino,
nov'anni a Troia ingoierà la
guerra,
e la città nel decimo
cadrà.
Così disse il profeta, ed
ecco omai
tutto adempirsi il vaticinio. Or
dunque
perseverate, generosi Achei,
restatevi di Troia al giorno
estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
a cui le navi con orribil eco
rispondean, grido lodator del saggio
parlamento d'Ulisse. Ed incalzando
quei detti il vecchio cavalier
Nestorre,
Oh vergogna, dicea; sul vostro
labbro
parole intesi di fanciulli a cui
nulla cal della guerra. Ove
n'andranno
i giuramenti, le promesse e i tanti
consigli de' più saggi e i
tanti affanni,
le libagioni degli Dei, la fede
delle congiunte destre? Dissipati
n'andran col fumo dell'altare?
Achei,
noi contendiamo di parole indarno,
e in vane induge il tempo si
consuma,
che dar si debbe a salutar riparo.
Tien fermo, Atride, il tuo coraggio,
e fermo
su gli Achei nelle pugne alza lo
scettro:
ed in proposte, che d'effetto vote
cadran mai sempre, marcir lascia i
pochi
che in disparte consultano se in
Argo
redir si debba, pria che falsa o
vera
si conosca di Giove la promessa.
Io ti fo certo che il saturnio
figlio,
il giorno che di Troia alla
ruïna
sciolser gli Achivi le veloci
antenne,
non dubbio cenno di favor ne fece
balenando a diritta. Alcun non sia
dunque che parli del tornarsi in
Argo,
se prima in braccio di troiana sposa
non vendica d'Elèna il ratto
e i pianti.
Se taluno pur v'ha che voglia a
forza
di qua partirsi, di toccar si provi
il suo naviglio, e troverà
primiero
la meritata morte. Tu frattanto
pria ti consiglia con te stesso, o
sire,
indi cogli altri, né sprezzar
l'avviso
ch'io ti porgo. Dividi i tuoi
guerrieri
per curie e per tribù,
sì che a vicenda
si porga aita una tribù con
l'altra,
l'una con l'altra curia. A questa
guisa,
obbedendo agli Achei, ti fia palese
de' capitani a un tempo e de'
soldati
qual siasi il prode e quale il vil;
ché ognuno
con emula virtù pel suo
fratello
combatterà. Conoscerai pur
anco
se nume avverso, o codardìa
de' tuoi,
o poca d'armi maestrìa ti
tolga
delle dardanie mura la conquista.
Saggio vegliardo, gli rispose
Atride,
in tutti della guerra i parlamenti
nanzi a tutti tu vai. Piacesse a
Giove,
a Minerva piacesse e al santo Apollo,
ch'altri dieci io m'avessi infra gli
Achei
a te pari in consiglio; ed atterrata
cadrìa ben tosto la
città troiana.
Ma me l'Egìoco Giove in alti
affanni
sommerse, e incauto mi sospinse in
vane
gare e contese. Di parole avemmo
gran lite Achille ed io d'una
fanciulla,
ed io fui primo all'ira. Ma se fia
che in amistà si torni, un
sol momento
non tarderà di Troia il danno
estremo.
Or via, di cibo a ristorar le forze
itene tutti per la pugna. Ognuno
l'asta raffili, ognun lo scudo
assetti,
di copioso alimento ognun governi
i corridor veloci, e diligente
visiti il cocchio, e mediti il
conflitto;
onde questo sia giorno di battaglia
tutto e di sangue, e senza posa
alcuna,
finché la notte non estingua l'ire
de' combattenti. Di guerrier sudore
bagnerassi la soga dello scudo
sui caldi petti, verrà manco
il pugno
sovra il calce dell'asta, e destrier
molli
trarranno il cocchio con infranta
lena.
Qualunque io poscia scorgerò
che lungi
dalla pugna si resti appo le navi
neghittoso, non fia chi salvo il mandi
dalla fame de' cani e degli augelli.
Così disse, e al finir di sue
parole
mandâr gli Achivi un altissimo grido
somigliante al muggir d'onda
spezzata
all'alto lido ove il soffiar la
caccia
di furioso Noto incontro ai fianchi
di prominente scoglio, flagellato
da tutti i venti e da perpetue
spume.
Si levâr frettolosi, si dispersero
per le navi, destâr per tutto il
lido
globi di fumo, ed imbandîr le mense.
Chi a questo dio sacrifica, chi a
quello,
al suo ciascun si raccomanda, e il
prega
di camparlo da morte nella pugna.
Ma il re de' prodi Agamennóne un
pingue
toro quinquenne al più
possente nume
sagrifica, e convita i più
prestanti:
Nestore primamente e
Idomenèo,
quindi entrambi gli Aiaci, e di
Tidèo
l'inclito figlio, e sesto il divo
Ulisse.
Spontaneo venne Menelao, cui noto
era il travaglio del fratello. E
questi
fêr di sé stessi una corona
intorno
alla vittima, e preso il salso farro
nel mezzo Agamennóne orando disse:
Glorioso de' nembi adunatore
Massimo Giove abitator dell'etra,
pria che il sole tramonti e l'aria
imbruni,
fa che fumanti al suol di Priamo io
getti
gli alti palagi, e d'ostil fiamma
avvampi
le regie porte; fa che la mia lancia
squarci l'usbergo
dell'ettòreo petto,
e che dintorno a lui molti suoi fidi
boccon distesi mordano la polve.
Disse; ed il nume l'olocausto
accolse,
ma non il voto, e a lui più
lutto ancora
preparando venìa. Finito il
prego
e sparso il farro, ed incurvato
all'ara
della vittima il collo, la scannaro,
la discuoiaro, ne squartâr le cosce,
le rivestîr di doppio zirbo, e sopra
poservi i crudi brani. Indi la
fiamma
d'aride schegge alimentando, a
quella
cocean gli entragni nello spiedo
infissi.
Adusti i fianchi, e fatto delle
sacre
viscere il saggio, lo restante in
pezzi
negli schidon confissero, ed
acconcia-
-mente arrostito ne levaro il tutto.
Finita l'opra, apparecchiâr le
mense,
e a suo talento vivandò
ciascuno.
Di cibo sazi e di bevanda, prese
a così dire il cavalier
Nestorre:
Re delle genti glorioso Atride
Agamennón, si tolga ogni dimora
all'impresa che in pugno il Dio ne
pone.
Degli araldi la voce alla rassegna
chiami sul lido i loricati Achei,
e noi scorriamo le raccolte squadre,
e di Marte destiam l'ira e il
desìo.
Assentì pronto il sire, ed al
suo cenno
l'acuto grido degli araldi diede
della pugna agli Achivi il fiero
invito.
Corsero quelli frettolosi; e i regi
di Giove alunni, che seguìan
l'Atride,
li ponean ratti in ordinanza. Errava
Minerva in mezzo, e le splendea sul
petto
incorrotta, immortal la
prezïosa
Egida da cui cento eran sospese
frange conteste di finissim'oro,
e valea cento tauri ogni gherone.
In quest'arme la Diva folgorando
concitava gli Achivi, ed accendea
l'ardir ne' petti, e li facea
gagliardi
a pugnar fieramente e senza posa.
Allor la guerra si fe' dolce al core
più che il volger le vele al
patrio nido.
Siccome quando la vorace vampa
sulla montagna una gran selva
incende,
sorge splendor che lungi si propaga;
così al marciar delle falangi
achive
mandan l'armi un chiaror che tutto
intorno
di tremuli baleni il cielo infiamma.
E qual d'oche o di gru volanti
eserciti
ovver di cigni che snodati il tenue
collo van d'Asio ne' bei verdi a
pascere
lungo il Caïstro, e vagolando
esultano
su le larghe ale, e nel calar
s'incalzano
con tale un rombo che ne suona il
prato;
così le genti achee da navi e
tende
si diffondono in frotte alla pianura
del divino Scamandro, e il suol
rimbomba
sotto il piè de' guerrieri e
de' cavalli
terribilmente. Nelle verdi lande
del fiume s'arrestâr gremìti
e spessi
come le foglie e i fior di
primavera.
Conti lo sciame dell'impronte mosche
che ronzano in april nella capanna,
quando di latte sgorgano le secchie,
chi contar degli Achei desìa
le torme
anelanti de' Teucri alla rovina.
Ma quale è de' caprai la
maestrìa
nel divider le greggie, allor che il
pasco
le confonde e le mesce, a questa
guisa
in ordinate squadre i capitani
schieravano gli Achivi alla
battaglia.
Agamennón qual tauro era nel mezzo,
che nobile e sovrana alza la fronte
sovra tutto l'armento e lo conduce:
e tal fra tanti eroi Giove
gl'infonde
e garbo e maestà, che Marte
al cinto,
Nettunno al petto, e il Folgorante
istesso
negli sguardi somiglia e nella
testa.
Muse dell'alto Olimpo abitatrici,
or voi ne dite (ché voi tutte, o
Dive,
riguardate le cose e le sapete:
a noi nessuna è conta, e ne
susurra
di fuggitiva fama un'aura appena),
dite voi degli Achivi i condottieri.
Della turba infinita io né parole
farò né nome, ché bastanti a
questo
non dieci lingue mi sarìan né
dieci
bocche, né voce pur di ferreo petto.
Di tutta l'oste ad Ilio navigata
divisar la memoria altri non puote
che l'alme figlie dell'Egìoco
Giove.
Sol dunque i duci, e sol le navi io
canto.
Erano de' Beozi i capitani
Arcesilao, Leìto e
Penelèo
e Protenore e Clonio, e traean seco
d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa,
con quei di Scheno e Scolo, e quei
dell'erta
Eteono e di Tespia, e quei che manda
la spazïosa Micalesso e Grea;
e quei che d'Arma la contrada
edùca,
ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone
e Peteone ed Ila ed Ocalèa.
Seguono i prodi della ben costrutta
Medeone e di Cope, e gli abitanti
d'Eutresi e Tisbe di colombe
altrice.
Di Coronèa vien dopo e
dell'erbosa
Alïarto e di Glissa e di
Platèa
e d'Ipotebe dalle salde mura
una gran torma: ed altri abbandonaro
le sacrate a Nettunno inclite selve
d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi
colli;
altri il pian di Midèa; altri
di Nisa
gli almi boschetti, e gli ultimi
confini
d'Antèdone. Di questi eran
cinquanta
le navi, e ognuna cento prodi e
venti,
fior di beozia gioventù,
portava.
Dell'Orcomèno
Minïèo gli eletti,
misti a quei d'Aspledóne, hanno a
lor duci
Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte
egregia prole. Ne' secreti alberghi
d'Attore Azìde partorilli
Astioche
vereconda fanciulla, alle superne
stanze salita, e al forte iddio
commista
in amplesso furtivo. Eran di questi
trenta le navi che schierârsi al
lido.
Regge la squadra de' Focensi il
cenno
di Schedio e d'Epistròfo,
incliti figli
del generoso Naubolìde
Ifìto.
Invìa questi guerrier la
discoscesa
balza di Pito, e Ciparisso e Crissa,
gentil paese, e Daulide e Panope.
D'Anemoria e di Jampoli van seco
gli abitatori, e quei che del Cefiso
beon l'onde sacre, e quei che di
Lilèa
domano i gioghi alle cefisie fonti.
Son quaranta le prore al mar fidate
da questi prodi, e tutte in
ordinanza
de' Beozî disposte al manco lato.
Di Locride guidava i valorosi
Aiace d'Oïlèo, veloce al
corso.
Di tutta la persona egli è
minore
del Telamonio, né minor di poco;
ma picciolo quantunque e non coperto
che di lino torace, ei tutti avanza
e Greci e Achivi nel vibrar
dell'asta.
Di Cino, di Callïaro e d'Opunte
lo seguono i deletti, e quei di
Bessa,
e quei che i colti dell'amena
Augèe
e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa
ai duri agresti, e quei di Tronio a
cui
il Boagrio torrente i campi allaga.
Venti e venti il seguìan
preste carene
della locrese gioventù venuta
di là dai fini della sacra
Eubèa.
Ma gl'incoli d'Eubèa gli
arditi Abanti,
Eretrïensi, Calcidensi, e
quelli
dell'aprica vitifera Istïea,
e di Cerinto e in una i marinari,
e i montanari dell'alpestre Dio,
e quei di Stira e di Caristo han
duce
il bellicoso Elefenòr,
figliuolo
di Calcodonte, e sir de' prodi
Abanti.
Snellissimi di piè portan
costoro
fiocchi di chiome su la nuca, egregi
combattitori, a maraviglia sperti
nell'abbassar la lancia, e sul
nemico
petto smagliati fracassar gli
usberghi.
E quaranta di questi eran le vele.
Della splendida Atene ecco gli eroi,
popolo del magnanimo Erettèo
cui l'alma terra partorì.
Nudrillo
ed in Atene il collocò
Minerva
alla sant'ombra de' suoi pingui
altari,
ove l'attica gente a statuito
giro di soli con agnelli e tauri
placa la Diva. Guidator di questi
era il Petìde
Menestèo. Non vede
pari il mondo a costui nella
scïenza
di squadronar cavalli e fanti. Il
solo
Nestor l'eguaglia, perché d'anni il
vince.
Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a
queste
sei altre e sei di Salamina uscite,
al Telamonio Aiace obbedienti.
Seguìa l'eletta de' guerrier,
cui d'Argo
mandava la pianura e la superba
d'ardue mura Tirinto e le di cupo
golfo custodi Ermïone ed
Asìne.
Con essi di Trezene e della lieta
di pampini Epidauro e d'Eïone
venìa la squadra; e dopo
questa un fiero
di giovani drappello che d'Egina
lasciò gli scogli e di
Masete. A questi
tre sono i duci, il marzio
Dïomede,
Stènelo dell'altero
Capanèo
diletta prole, e il somigliante a
nume
Eurïalo figliuol di Mecistèo
Talaionide. Ma del corpo tutto
condottiero supremo è
Dïomede.
E sono ottanta di costor le antenne.
Ma ben cento son quelle a cui
comanda
il regnatore Agamennóne Atride.
Sua seguace è la gente che
gl'invìa
la regale Micene e l'opulenta
Corinto, e quella della ben
costrutta
Cleone e quella che d'Ornee
discende,
e dall'amena Aretirèa. Né
scarsa
fu de' suoi Sicïon, seggio
primiero
d'Adrasto. Anco Iperesia, anco
l'eccelsa
Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte
le marittime prode, e tutta intorno
d'Elice la campagna impoverîrsi
d'abitatori. E questa truppa
è fiore
di gagliardi, e la più di
quante allora
schierârsi in campo. D'arme
rilucenti
iva il duce vestito, ed esultava
in suo segreto del vedersi il primo
fra tanti eroi; e veramente egli era
il maggior di que' regi, e conducea
il maggior nerbo delle forze achive.
Il concavo di balze incoronato
lacedemonio suol Sparta e
Brisèe,
e Fari e Messa di colombe altrice,
e Augìe la lieta e
l'amiclèa contrada,
Etila ed Elo al mar giacente e Laa,
queste tutte spedîr sovra sessanta
prore i lor figli; e Menelao li
guida
aïtante guerrier. Disgiunta ei
tiene
dalla fraterna la sua schiera, e
forte
del suo proprio valor la sprona
all'armi,
di vendicar su i Teucri
impazïente
l'onta e i sospir della rapita
Elèna.
Di novanta navigli capitano
veniva il veglio cavalier Nestorre.
Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene
gli abitanti e di Trio, guado
d'Alfèo,
e della ben fondata Epi, con quelli
a cui Ciparissente e
Anfigenìa
sono stanza, e Ptelèo ed Elo
e Dorio,
Dorio famosa per l'acerbo scontro
che col tracio Tamiri ebber le Muse
il giorno che d'Ecalia e dagli
alberghi
dell'ecaliese Eurìto ei fea
ritorno.
Millantava costui che vinte
avrìa
al paragon del canto anco le Muse,
le Muse figlie dell'Egìoco
Giove.
Adirate le dive al burbanzoso
tolser la luce e il dolce canto e
l'arte
delle corde dilette animatrice.
Seguìa l'arcade schiera dalle
falde
del Cillene discesa e dai contorni
del tumulo d'Epìto, esperta
gente
nel ferir da vicino. Uscìa
con essa
di campestri garzoni una caterva,
che del Fenèo li paschi e il
pecoroso
Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe
e di Strazia i coloni e di
Tegèa,
e quei d'Enispe tempestosa, e quelli
cui dell'amena Mantinèa
nutrisce
l'opima gleba e la stinfalia valle
e la parrasia selva. Avean costoro
spiegate al vento di cinquanta e
dieci
navi le vele, che a varcar le negre
onde lor diè lo stesso rege
Atride
Agamennóne; perocché di studi
marinareschi all'Arcade non cale.
D'intrepidi nell'arme e sperti petti
iva carca ciascuna, e la reggea
d'Ancèo figliuolo il rege
Agapenorre.
La squadra che consegue, e si divide
quadripartita, ha quattro duci, e
ognuno
a dieci navi accenna. Le montaro
molti Epèi valorosi, e gli
abitanti
di Buprasio e del sacro elèo
paese,
e di tutto il terren che tra il
confine
di Mirsino ed Irmino si racchiude,
e tra l'Olenia rupe e l'erto
Alìsio.
Di Cteato figliuol l'illustre
Anfimaco
guida il primo squadron, Talpio il
secondo
egregio seme dell'Eurìto
Attòride;
Dïore il terzo, generosa prole
d'Amarincèo. Del quarto
è correttore
il simigliante a nume Polisseno,
germe dell'Augeïade Agastene.
Ai forti di Dulichio e delle sacre
Echinadi isolette, che rimpetto
alle contrade elèe rompon
l'opposto
pelago, a questi è condottier
Megete,
di sembiante guerrier pari a
Gradivo.
Il generò Filèo diletto
a Giove,
buon cavalier che dai paterni un
giorno
odii sospinto alla dulichia terra
migrò fuggendo, e v'ebbe
impero. Il figlio
quaranta prore ad Ilïon
guidava.
Dei prodi Cefaleni, abitatori
d'Itaca alpestre e di Nerito
ombroso,
di Crocilèa, di Samo e di
Zacinto
e dell'aspra Egelìpe e
dell'opposto
continente, di tutti è duce
Ulisse
vero senno di Giove; e lo
seguièno
dodici navi di vermiglio pinte.
Ne spinge in mar quaranta il
capitano
degli Etoli Toante, a cui fu padre
Andrèmone; e traea seco le
torme
di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
quelle dell'aspra Calidone e quelle
di Calcide. E raccolta era in Toante
degli Etòli la somma
signorìa
da che la Parca i figli ebbe
percosso
del magnanimo Enèo, posto col
biondo
Meleagro infelice ei pur sotterra.
Il gran mastro di lancia
Idomenèo
guida i Cretesi che di Gnosso
usciro,
di Litto, di Mileto e della forte
Gortina e dalla candida Licasto
e di Festo e di Rizio, inclite tutte
popolose contrade, ed altri molti
dell'alma Creta abitator, di Creta
che di cento città porta
ghirlanda.
Di questi tutti Idomenèo
divide
col marzio Merïon la
glorïosa
capitananza; e ottanta navi han
seco.
Nove da Rodi ne varâr gli alteri
Rodïani per l'isola partiti
in triplice tribù: Lindo,
Jaliso,
e il biancheggiante di terren
Camiro.
L'Eraclide Tlepòlemo è
lor duce,
grande e robusto battaglier che al
forte
Ercole un giorno
Astïochèa produsse,
cui d'Efira e dal fiume Selleente
seco addusse l'eroe, poiché
distrutto
v'ebbe molte cittadi e molta insieme
gioventù generosa. Entro i
paterni
fidi alberghi Tlepòlemo
cresciuto
di subitaneo colpo a morte mise
Licinnio, al padre avuncolo diletto,
e canuto guerrier. Ratto costrusse
alquante navi l'uccisore, e accolti
molti compagni, si fuggì per
l'onde,
l'ira vitando e il minacciar degli
altri
figli e nipoti dell'erculeo seme.
Dopo error molti e stenti i
fuggitivi
toccâr di Rodi il lido, e qui divisi
tutti in tre parti posero la stanza:
e il gran re de' mortali e degli Dei
li dilesse, e su lor piovve la piena
d'infinita mirabile ricchezza.
Nirèo tre navi conducea da
Sima,
Nirèo d'Aglaia figlio e di
Caropo,
Nirèo di quanti navigaro a
Troia
il più vago, il più
bel, dopo il Pelìde
beltà perfetta. Ma un imbelle
egli era;
e turba lo seguìa di pochi
oscuri.
Quei che tenean Nisiro e Caso e
Cràpato
e Coo seggio d'Euripilo, e le prode
dell'isole Calidne, il cenno regge
d'Antifo e di Fidippo, ambo
figliuoli
di Tessalo Eraclìde. E trenta
navi
aravano a costor l'onda marina.
Ditene adesso, o Dive, i valorosi
d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo
e di Trachine; né di Ftia né
d'Ellade,
di bellissime donne educatrice,
gli eroi tacete, Mirmidon chiamati,
ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta
prore a costoro è capitano
Achille.
Ma di guerra in que' cor tace il
pensiero,
ch'ei più non hanno chi a
pugnar li guidi.
Il divino Pelìde appo le navi
neghittoso si giace, e della tolta
Briseide l'ira si smaltisce in
petto,
bella di belle chiome alma fanciulla
che in Lirnesso ei s'avea con molto
affanno
conquistata per mezzo alla
ruïna
di Lirnesso e di Tebe, a morte
spinti
del bellicoso Eveno ambo i figliuoli
Epistrofo e Minete. Per costei
languìa nell'ozio il mesto
eroe; ma il giorno
del suo destarsi all'armi era
vicino.
Quei che Filàce e la fiorita
Pìrraso,
terra a Cerere sacra, e la feconda
di molto gregge Itóne, e quei che
manda
la marittima Antrone e di
Ptelèo
l'erboso suol, reggea, mentre che
visse,
il marzïal Protesilao. Ma lui
la negra terra allor chiudea nel
seno,
e la moglie in Filàce
derelitta
le belle gote lacerava, e tutta
vedova del suo re piangea la casa.
Primo ei balzossi dalle navi, e
primo
trafitto cadde dal dardanio ferro:
ma senza duce non restò sua
schiera,
ché Podarce or la guida, esimio
figlio
del Filacide Ificlo, che di pingui
lanose torme avea molta ricchezza.
Del magnanimo ucciso era Podarce
minor germano; ma perché quel grande
non pur d'anni il vincea, ma di
prodezza,
l'egregio estinto duce era pur
sempre
di sua schiera il desìo. Di
questa squadra
son quaranta le navi in ordinanza.
Gli abitator di Fere, appo il
bebèo
stagno, e quelli di Bebe e di Glafira
e dell'alta Jaolco avean salpato
con undici navigli. Eumelo è
duce,
germe caro d'Admeto, e la divina
in fra le donne Alcesti il
partorìo,
delle figlie di Pelia la più
bella.
Di Metone, Taumacia e Melibèa
e dell'aspra Olizone era venuto
con sette prore un fier drappello, e
carca
di cinquanta gagliardi era ciascuna,
sperti di remo e d'arco e di
battaglia.
Famoso arciero li reggea da prima
Filottete; ma questi egro d'acuti
spasmi ora giace nella sacra Lenno,
ove da tetra di pestifer angue
piaga offeso gli Achei
l'abbandonaro.
Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati
Argivi
ricorderansi, e in breve. Intanto il
fido
suo stuol si strugge del
desìo di lui,
ma non va senza duce. Lo governa
Medon cui spurio figlio ad
Oïlèo
eversor di città Rena
produsse.
Que' poi che Tricca e la scoscesa
Itome
ed Ecalia tenean seggio d'Eurito,
han capitani d'Esculapio i figli,
della paterna medic'arte entrambi
sperti assai, Podalirio e Macaone.
Fan trenta navi di costor la
schiera.
Ormenio, Asterio e l'iperèe
fontane,
e del Titano le candenti cime
i lor prodi mandâr sotto il comando
del chiaro figlio d'Evemone
Eurìpilo
da quaranta carene accompagnato.
D'Argissa e di Girton, d'Orte e
d'Elona
e della bianca Oloossona i figli
procedono suggetti al fermo e forte
Polipete, figliuol di
Piritòo,
del sempiterno Giove inclito seme;
e generollo a Piritòo
l'illustre
Ippodamìa quel dì che
dei bimembri
irti Centauri ei fe' l'alta
vendetta,
e li cacciò dal Pelio, e agli
Eticesi
li confinò. Né solo è
Polipete,
ma seco è Leontèo,
marzio germoglio
del Cenìde magnanimo Corone.
e questa è squadra di
quaranta antenne.
Venti da Cifo e due Gunèo ne
guida
d'Enïeni onerose e di Perebi,
franchi soldati, e di color che
intorno
alla fredda Dodona avean la stanza,
e di quelli che solcano gli ameni
campi cui l'onda titaresia irriga,
rivo gentil che nel Penèo
devolve
le sue bell'acque, né però le
mesce
con gli argenti penèi, ma vi
galleggia
come liquida oliva; ché di Stige
(giuramento tremendo) egli è
ruscello.
Ultimo vien di Tentredone il figlio
il veloce Protòo, duce ai
Magneti
dal bel Penèo mandati e dal
frondoso
Pelio. Il seguìan quaranta
navi. E questi
fur dell'achiva armata i capitani.
Dimmi or, Musa, chi fosse il
più valente
di tanti duci e de' cavalli insieme
che gli Atridi seguîr. Prestanti assai
eran le ferezïadi puledre
ch'Eumèlo maneggiava, agili e
ratte
come penna d'augello, ambe d'un
pelo,
d'età pari e di dosso a
dritto filo.
Il vibrator del curvo arco d'argento
Febo educolle ne' pïerii prati,
e portavan di Marte la paura
nelle battaglie. Degli eroi primiero
era l'Aiace Telamonio, mentre
perseverò nell'ira il grande
Achille,
il più forte di tutti; e
innanzi a tutti
ivan di pregio i corridor portanti
l'incomparabil Tessalo. Ma questi
nelle ricurve navi si giacea
inoperoso, e sempre spirante ira
contro l'Atride Agamennóne. Intanto
lunghesso il mare al disco,
all'asta, all'arco
i suoi guerrieri si prendean
diletto.
Ozïosi i cavalli appo i lor
cocchi
pasceano l'apio paludoso e il loto,
e i cocchi si giacean coperti e muti
nelle tende dei duci, e i duci
istessi,
del bellicoso eroe desiderosi,
givan pel campo vagabondi e inerti.
Movean le schiere intanto in vista
eguali
a un mar di foco inondator, che
tutta
divorasse la terra; ed alla pesta
de' trascorrenti piedi il suol
s'udìa
rimbombar. Come quando il fulminante
irato Giove Inarime flagella
duro letto a Tifèo, siccome
è grido;
così de' passi al suon gemea
la terra.
Mentre il campo traversano veloci
gli Achei, col piè che i
venti adegua, ai Teucri
Iri discese di feral novella
apportatrice, e la spedìa di
Giove
un comando. Tenean questi consiglio
giovani e vecchi, congregati tutti
ne' regali vestiboli. Mischiossi
tra lor la Diva, di Polìte
assunta
l'apparenza e la voce. Era
Polìte
di Priamo un figlio che, del
piè fidando
nella prestezza, stavasi de' Teucri
esploratore al monumento in cima
dell'antico Esïeta, e vi
spïava
degli Achivi la mossa. In queste
forme
trasse innanzi la Diva, e al re
conversa,
Padre, disse, che fai? Sempre a te
piace
il molto sermonar come ne' giorni
della pace; né pensi alla ruina
che ne sovrasta. Molte pugne io
vidi,
ma tali e tante non vid'io giammai
ordinate falangi. Numerose
al pari delle foglie e dell'arene
procedono nel campo a dar battaglia
sotto Troia. Tu dunque primamente,
Ettore, ascolta un mio consiglio, e
il poni
ad effetto. Nel sen di questa grande
città diversi di diverse
lingue
abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno
de' lor duci si ponga alla lor
testa,
e tutti in punto di pugnar li metta.
Conobbe Ettorre della Dea la voce,
e di subito sciolse il parlamento.
Corresi all'armi, si spalancan tutte
le porte, e folti sboccano in
tumulto
fanti e cavalli. Alla città
rimpetto
solitario nel piano ergesi un colle
a cui s'ascende d'ogni parte.
È detto
da' mortai Batïèa,
dagl'immortali
tomba dell'agilissima Mirinna;
ivi i Teucri schierârsi e i
collegati.
Capitan de' Troiani è il
grande Ettorre,
d'eccelso elmetto agitator. Lo segue
de' più forti guerrier
schiera infinita
coll'aste in pugno di ferir bramose.
Ai Dardani comanda il valoroso
figliuol d'Anchise Enea cui la
divina
Venere in Ida partorì,
commista
Diva immortale ad un mortal; ned
egli
solo comanda, ma ben anco i due
Antenòridi Archìloco e
Acamante
in tutte guise di battaglia esperti.
Quei che dell'Ida alle radici
estreme
hanno stanza in Zelèa ricchi
Troiani
la profonda beventi acqua d'Asepo,
Pandaro guida, licaonio figlio,
cui fe' dono dell'arco Apollo
istesso.
Della città d'Apesio e
d'Adrastèa,
di Pitïèa la gente e
dell'eccelsa
ferèa montagna han duci
Adrasto ed Anfio
corazzato di lino, ambo rampolli
di Merope Percosio. Era costui
divinator famoso, ed a' suoi figli
non consentìa l'andata
all'omicida
guerra. Ma i figli non l'udir; ché
nero
a morir li traea fato crudele.
Mandâr Percote e Prazio e Sesto e
Abido
e la nobile Arisba i lor guerrieri,
ed Asio li conduce, Asio figliuolo
d'Irtaco, e prence che d'Arisba
venne
da fervidi portato alti cavalli
alla riviera sellentèa
nudriti.
Dalla pingue Larissa i furibondi
lanciatori pelasghi Ippòtoo
mena
con Pilèo, bellicosi ambo
germogli
del pelasgico Leto Teutamìde.
Acamante e l'eroe duce Piròo
i Traci conducean quanti ne serra
l'estuoso Ellesponto; ed i
Cicòni
del giavellotto vibratori, Eufemo
del Ceade Trezeno alto nipote;
poi Pirecme i Peòni a cui sul
tergo
suonan gli archi ricurvi, e gli
spedisce
la rimota Amidone, e l'Assio, fiume
di larga correntìa, l'Assio
di cui
non si spande ne' campi onda
più bella.
Dall'èneto paese ov'è
la razza
dell'indomite mule, conducea
di Pilemene l'animoso petto
i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo
e di splendide case abitatori
lungo le rive del Partenio fiume,
e d'Egiàlo e di Cromna e
dell'eccelse
balze eritine. Li seguìa la
squadra
degli Alizoni d'Alibe discesi,
d'Alibe ricca dell'argentea vena.
Duci a questi eran Hodio ed
Epistròfo,
e Cromi ai Misii e l'indovino
Ennòmo.
Ma con gli augurii il misero non
seppe
schivar la Parca. Sotto l'asta ei
cadde
del Pelìde, quel dì
che di nemica
strage vermiglio lo Scamandro ei
fece.
Forci ed Ascanio dëiforme al campo
dall'Ascania traean le frigie torme
di commetter battaglia
impazïenti.
Di Pilemene i figli Antifo e Mestle,
alla gigèa palude partoriti,
ai Meonii eran duci, a quelli ancora
che alla falda del Tmolo ebber la
vita.
Quindi i Carii di barbara favella
di Mileto abitanti e del frondoso
monte de' Ftiri e del meandrio fiume
e dell'erte di Mìcale
pendici.
Anfimaco a costor con Naste impera,
figli di Nomïon, Naste un
prudente,
Anfimaco un insano. Iva alla pugna
carco d'oro costui come fanciulla:
stolto! ché l'oro allontanar non
seppe
l'atra morte che il giunse allo
Scamandro.
Ivi il ferro achilleo lo stese, e
l'oro
preda del forte vincitor rimase.
Venìan di Licia alfine, e dai
rimoti
gorghi del Xanto i Licii, e li
guidava
l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.
Poiché sotto i lor duci ambo
schierati
gli eserciti si fur, mosse il
troiano
come stormo d'augei, forte gridando
e schiamazzando, col romor che mena
lo squadron delle gru, quando del
verno
fuggendo i nembi l'oceàn
sorvola
con acuti clangori, e guerra e morte
porta al popol pigmeo. Ma taciturni
e spiranti valor marcian gli Achivi,
pronti a recarsi di conserto aita.
Come talor del monte in su la cima
di Scirocco il soffiar spande la
nebbia
al pastore odiosa, al ladro cara
più che la notte, né va lunge
il guardo
più che tiro di pietra: a
questa guisa
si destava di polve una procella
sotto il piè de' guerrieri
che veloci
l'aperto campo trascorrean. Venuti
di poco spazio l'un dell'altro a
fronte
gli eserciti nemici, ecco Alessandro
nelle prime apparir file troiane
bello come un bel Dio. Portava
indosso
una pelle di pardo, ed il ricurvo
arco e la spada; e due dardi
guizzando
ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci
sfidando i primi a singolar
conflitto.
Il vide Menelao dinanzi a tutti
venir superbo a lunghi passi; e quale
il cor s'allegra di lïon che
visto
un cervo di gran corpo o
caprïolo,
spinto da fame a divorarlo intende,
e il latrar de' molossi, e degli
audaci
villan robusti il minacciar non
cura;
tale alla vista del Troian leggiadro
esultò Menelao. Piena sperando
far sopra il traditor la sua
vendetta,
balza armato dal cocchio: e lui
scorgendo
venir tra' primi, in cor turbossi il
drudo,
e della morte paventoso in salvo
si ritrasse tra' suoi. Qual chi
veduto
in montana foresta orrido serpe
risalta indietro, e per la balza
fugge
di paura tremante e bianco in viso,
tal fra le schiere de' superbi
Teucri,
l'ira temendo del figliuol d'Atreo,
l'avvenente codardo retrocesse.
Ettore il vide, e con ripiglio
acerbo
gli fu sopra gridando: Ahi
sciagurato!
ahi profumato seduttor di donne,
vile del pari che leggiadro! oh mai
mai non fossi tu nato, o morto fossi
anzi ch'esser marito, ché tal fôra
certo il mio voto, e per te stesso
il meglio,
più che carco d'infamia ir
mostro a dito.
Odi le risa de' chiomati Achei,
che al garbo dell'aspetto un
valoroso
ti suspicâr da prima, e or sanno a
prova
che vile e fiacca in un bel corpo
hai l'alma.
E vigliacco qual sei tu il mar
varcasti
con eletti compagni? e visitando
straniere genti tu dall'apia terra
donna d'alta beltà, moglie
d'eroi,
rapir potesti, e il padre e Troia e
tutti
cacciar nelle sciagure, agl'inimici
farti bersaglio, ed infamar te
stesso?
Perché fuggi? perché di Menelao
non attendi lo scontro? Allor saprai
di qual prode guerrier t'usurpi e
godi
la florida consorte: né la cetra
ti varrà né il favor di
Citerea,
né il vago aspetto né la molle
chioma,
quando cadrai riverso nella polve.
Oh fosser meno paurosi i Teucri!
ché tu n'andresti già, premio
al mal fatto,
d'un guarnello di sassi rivestito.
Ed il vago a rincontro: Ettore, il
veggo,
a ragion mi rampogni, ed io
t'escuso.
Ma quel duro tuo cor scure somiglia
che ben tagliente una navale antenna
fende, vibrata da gagliardi polsi,
e nerbo e lena al fenditor
raddoppia.
Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
ché, qualunque pur sia, gradito e
bello
sempre è il dono d'un Dio; né
il conseguirlo
è nel nostro volere. Or se
t'aggrada
ch'io scenda a duellar, fa che
l'achee
squadre e le teucre seggansi
tranquille,
e me nel mezzo e Menelao mettete
d'Elena armati a terminar la lite,
e di tutto il tesor di ch'ella
è ricca.
Qual si vinca di noi s'abbia la
donna
con tutto insieme il suo regal
corredo,
e via la meni alle sue case; e tutti
su le percosse vittime giurando
amistà, voi di Troia
abiterete
l'alma terra securi, e quelli in
Argo
faran ritorno e nell'Acaia in
braccio
alle vaghe lor donne. - A questo
dire
brillò di gioia Ettorre, ed
elevando
l'asta brandita e procedendo in
mezzo,
di sostarsi fe' cenno alle sue
schiere.
Tutte fêr alto: ma gl'infesti
Achei
a saettar si diero alla sua mira
e dardi e sassi, infin che forte
alzando
la voce Agamennón: Cessate, ei
grida,
cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
ch'egli par che parlarne il
bellicoso
Ettore brami. - Riverenti tutti
cessâr le offese, e si fur queti.
Allora
fra questo campo e quello Ettor
sì disse:
Troiani, Achivi, dal mio labbro
udite
ciò che parla Alessandro,
esso per cui
fra noi surta ed accesa è
tanta guerra.
Egli vuol che de' Teucri e degli
Achei
quete stian l'armi, e sia da solo a
solo
col bellicoso Menelao decisa
d'Elena la querela, e in un di
quanta
ricchezza le pertien. Quegli de' due
che rimarrassi vincitor, si prenda
la bella donna, e in sua magion
l'adduca
col tutto che possiede: e sia tra
noi
con saldi patti l'amistà
giurata.
Disse; e tutti ammutîr. Ma non
già muto
si restò Menelao, che
doloroso,
Me pur, gridava, me me pure udite,
ché il primo offeso mi son io. Fra'
Greci
bramo io pur diffinita e fra'
Troiani
questa lite una volta e le sofferte
molte sventure per la mia ragione
e per l'oltraggio d'Alessandro. Or
quello
perisca di noi due, che dalla Parca
è dannato a perire; e voi con
pace
vi separate. Una negr'agna adunque
svenate, o Teucri, all'alma Terra, e
un agno
di bianco pelo al Sole: un terzo a
Giove
offrirassi da noi. Ma venga all'ara
la maestà di Prïamo, e
la pace
giuri egli stesso su le sacre fibre
(ché spergiuri per prova e senza
fede
io conosco i suoi figli), onde
protervo
nessun di Giove i giuramenti
infranga.
Incostante, com'aura, è per
natura
de' giovani il pensier; ma dove il
senno
intervien de' canuti, a cui presenti
son le passate e le future cose,
ivi è felice d'ambe parti il
fine.
Sì disse; e rallegrò
Teucri ed Achei
la dolce speme di finir la guerra.
Schieraro i cocchi e ne smontâr:
svestiti
quindi dell'armi, le adagiâr su l'erba,
l'une appresso dell'altre, e breve
spazio
separava le schiere. Alla cittade
due banditori, a trarne i sacri
agnelli
e a chiamar ratti il padre, Ettore
invìa:
invìa del pari il rege
Agamennóne
alle navi Taltibio, onde la terza
ostia n'adduca; e obbediente ei
corse.
Scese intanto dal cielo
ambasciatrice
Iri ad Elèna dalle bianche
braccia,
della cognata Laodice assunto
il sembiante gentil, di Laodice
che pregiata del prence Elicaone,
d'Antènore figliuolo, era
consorte,
e tra le figlie prïamee tenuta
la più vaga. Trovolla che
tessea
a doppia trama una splendente e
larga
tela, e su quella istorïando
andava
le fatiche che molte a sua cagione
soffrìano i Teucri e i
loricati Achei.
La Diva innanzi le si fece, e disse:
Sorgi, sposa diletta, a veder vieni
de' Troiani e de' Greci un ammirando
spettacolo improvviso. Essi che
dianzi
di sangue ingordi lagrimosa guerra
si fean nel campo, or fatto han
tregua, e queti
seggonsi e curvi su gli scudi in
mezzo
alle lunghe lor picche al suol
confitte.
Alessandro frattanto e Menelao
per te coll'asta in singolar certame
combatteranno, e tu verrai chiamata
del prode vincitor cara consorte.
Con questo ragionar la Dea le mise
un subito nel cor dolce desìo
del primiero marito e della patria
e de' parenti. Ond'ella in bianco
velo
prestamente ravvolta, e di segrete
tenere stille rugiadosa il ciglio,
della stanza n'usciva; e non
già sola,
ma due donzelle la seguìan,
Climene
per grand'occhi lodata, e di Pitteo
Etra la figlia. Delle porte Scee
giunser tosto alla torre, ove seduto
Priamo si stava, e con lui Lampo e
Clizio,
Pantòo, Timete, Icetaone e i
due
spegli di senno Ucalegonte e
Antènore,
del popol senïori, che
dell'armi
per vecchiezza deposto avean
l'affanno,
ma tutti egregi dicitor, sembianti
alle cicade che agli arbusti appese
dell'arguto lor canto empion la
selva.
Come vider venire alla lor volta
la bellissima donna i vecchion gravi
alla torre seduti, con sommessa
voce tra lor venìan dicendo:
In vero
biasmare i Teucri né gli Achei si
denno
se per costei sì
dïuturne e dure
sopportano fatiche. Essa all'aspetto
veracemente è Dea. Ma tale
ancora
via per mar se ne torni, e in nostro
danno
più non si resti né de'
nostri figli.
Dissero; e il rege la chiamò
per nome:
Vieni, Elena, vien qua, figlia
diletta,
siedimi accanto, e mira il tuo
primiero
sposo e i congiunti e i cari amici.
Alcuna
non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
che contra mi destâr le lagrimose
arme de' Greci. Or drizza il guardo,
e dimmi
chi sia quel grande e maestoso Acheo
di sì bel portamento? Altri
l'avanza
ben di statura, ma non vidi al mondo
maggior decoro, né mortale io mai
degno di tanta riverenza in vista:
Re lo dice l'aspetto. - E la
più bella
delle donne così gli
rispondea:
Suocero amato, la presenza tua
di timor mi rïempie e di
rispetto.
Oh scelta una crudel morte m'avessi,
pria che l'orme del tuo figlio
seguire,
il marital mio letto abbandonando
e i fratelli e la cara figlioletta
e le dolci compagne! Al ciel non
piacque;
e quindi è il pianto che mi
strugge. Or io
di ciò che chiedi ti
farò contento.
Quegli è l'Atride Agamennón
di molte
vaste contrade correttor supremo,
ottimo re, fortissimo guerriero,
un dì cognato a me donna
impudica,
s'unqua fui degna che a me tale ei
fosse.
Disse; ed in lui maravigliando il
vecchio
fisse il guardo e sclamò:
Beato Atride,
cui nascente con fausti occhi miraro
la Parca e la Fortuna, onde il
comando
di fior tanto d'eroi ti fu sortito!
Sovviemmi il giorno ch'io toccai
straniero
la vitifera Frigia. Un denso io vidi
popolo di cavalli agitatore
dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo,
che poste del Sangario alla riviera
avean le tende, ed io co' miei
m'aggiunsi
lor collegato, e fui del numer uno
il dì che a pugna le virili
Amàzzoni
discesero. Ma tante allor non
fûro
le frigie torme no quante or
l'achee.
Visto un secondo eroe, di nuovo il
vecchio
la donna interrogò: Dinne chi
sia
quell'altro, o figlia. Egli è
di tutto il capo
minor del sommo Agamennón, ma parmi
e del petto più largo e della
spalla.
Gittate ha l'armi in grembo
all'erba, ed egli
come arïète si ravvolve
e scorre
tra le file de' prodi; e veramente
parmi di greggia guidator lanoso
quando per mezzo a un branco si
raggira
di candide belanti, e le conduce.
Quegli è l'astuto laerziade
Ulisse,
la donna replicò, là
nell'alpestre
suol d'Itaca nudrito, uom che
ripieno
di molti ingegni ha il capo e di
consigli.
Donna, parlasti il ver, soggiunse il
saggio
Antènore. Spedito a
dimandarti
col forte Menelao qua venne un tempo
ambasciatore Ulisse, ed io fui loro
largo d'ospizio e d'accoglienze
oneste,
e d'ambo studïai l'indole e il raro
accorgimento. Ma venuto il giorno
di presentarsi nel troian senato,
notai che, stanti l'uno e l'altro in
piedi,
il soprastava Menelao di spalla;
ma seduti, apparìa più
augusto Ulisse.
Come poi la favella e de' pensieri
spiegâr la tela, ognor succinto e
parco
ma concettoso Menelao parlava;
ch'uom di molto sermone egli non
era,
né verbo in fallo gli cadea dal
labbro,
benché d'anni minor. Quando poi
surse
l'itaco duce a ragionar, lo scaltro
stavasi in piedi con lo sguardo
chino
e confitto al terren, né or alto or
basso
movea lo scettro, ma tenealo immoto
in zotica sembianza, e un dispettoso
detto l'avresti, un uom balzano e
folle.
Ma come alfin dal vasto petto emise
la sua gran voce, e simili a dirotta
neve invernal piovean l'alte parole,
verun mortale non avrebbe allora
con Ulisse conteso; e noi ponemmo
la maraviglia di quel suo sembiante.
Qui vide un terzo il re d'eccelso e
vasto
corpo, ed inchiese: Chi quell'altro
fia
che ha membra di gigante, e va
sovrano
degli omeri e del capo agli altri
tutti? -
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
nel fluente suo vel la dìa
Lacena,
Aiace, rocca degli Achei.
Quell'altro
dall'altra banda è
Idomenèo: lo vedi?
ritto in piè fra' Cretensi un
Dio somiglia,
e de' Cretensi gli fan cerchio i
duci.
Spesso ad ospizio nelle nostre case
l'accolse Menelao, ben lo ravviso,
e ravviso con lui tutti del greco
campo i primi, e potrei di
ciascheduno
dir anco il nome: ma li due non
veggo
miei germani gemelli, incliti duci,
Càstore di cavalli domatore,
e il valoroso lottator Polluce.
Forse di Sparta non son ei venuti;
o venuti, di sé nelle battaglie
niegan far mostra, del mio scorno
ahi! forse
vergognosi, e dell'onta che mi
copre.
Così parlava, né sapea che
spenti
il diletto di Sparta almo terreno
lor patrio nido li chiudea nel
grembo.
Venìan recando i banditori
intanto
dalla città le sacre ostie di
pace,
due trascelti agnelletti, e della
terra
giocondo frutto generoso vino
chiuso in otre caprigno. Il
messaggiero
Idèo recava un fulgido
cratere
ed aurati bicchier. Giunto al
cospetto
del re vegliardo sì l'invita
e dice:
Sorgi, figliuol laomedonteo; nel
campo
ti chiamano de' Teucri e degli Achei
gli ottimati a giurar l'ostie
percosse
d'un accordo. Alessandro e Menelao
disputeransi colle lunghe lancie
l'acquisto della sposa; e questa e tutte
sue dovizie daransi al vincitore.
Noi patteggiando un'amistà
fedele
Ilio securi abiteremo, e in Argo
daran volta gli Achei. Sì
disse; e strinse
il cor del vecchio la pietà
del figlio.
A' suoi sergenti nondimen comanda
d'aggiogargli i destrieri, e quelli
al cenno
pronti obbediro. Montò
Priamo, e indietro
tratte le briglie, fe' su l'alto
cocchio
salirsi al fianco Antènore.
Drizzaro
fuor delle Scee nel campo i
corridori.
De' Troi giunti al cospetto e degli
Achei
scesero a terra, e fra l'un campo e
l'altro
procedean venerandi. Ad incontrarli
tosto rizzossi Agamennón, rizzossi
l'accorto Ulisse; e i risplendenti
araldi
tutto venìan frattanto
apparecchiando
dell'accordo il bisogno, e nel
cratere
mescean
le sacre spume. Indi de' regi
dieder l'acqua alle mani; e
Agamennóne
tratto il coltello che alla gran
vagina
della spada portar solea sospeso,
de' consecrati agnei recise il
ciuffo:
e quinci in giro e quindi distributo
fu dagli araldi il sacro pelo ai
duci,
de' quai nel mezzo Agamennón,
levando
e la voce e le man, supplice disse:
Giove, d'Ida signor, massimo padre,
e sovra ogni altro glorioso Iddio,
Sole che tutto vedi e tutto ascolti,
alma Tellure genitrice, e voi
fiumi, e voi che punite ogni
spergiuro
laggiù nel morto regno,
inferni Dei,
siate voi testimoni e in un custodi
del patto che giuriam. Se a Menelao
darà morte Alessandro, egli
in sua possa
Elena e tutto il suo tesor si tegna;
e noi spedito promettiam ritorno
su l'ondivaghe prore al patrio lido.
Ma se avverrà che Menelao di
vita
spogli Alessandro, i Teucri allor la
donna
ne renderanno e l'aver suo con ella,
pagando ammenda che convegna, e tale
che ne passi il ricordo anco ai
futuri.
Se Priamo e i figli suoi, spento
Alessandro,
negheran di pagarla, io qui
coll'arme
sosterrò mia ragione, e rimarrovvi
finché punito il mancator ne sia.
Disse; e col ferro degli agnelli
incise
le mansuete gole, e palpitanti
sul terren li depose e senza vita.
Ciò fatto, il sacro di
Lïeo licore
dal cratere attignendo,
agl'Immortali
fean colle tazze libagioni e voti;
e qualche Teucro e qualche Acheo
s'intese
in questo mentre così dire: O
sommo
augustissimo Giove, e voi del cielo
Dii tutti quanti, udite: A chi
primiero
rompa l'accordo, sia Troiano o
Greco,
possa il cerèbro distillarsi,
a lui
ed a' suoi figli, al par di questo
vino,
e adultera la moglie ir d'altri in
braccio.
Così pregâr: ma chiuse a
cotal voto
Giove l'orecchio. Il re dardanio
allora,
Uditemi, dicea, Teucri ed Achei:
alla cittade io riedo. A qual de'
due
troncar debba la Parca il vital filo
sol Giove e gli altri Sempiterni il
sanno.
Ma contemplar del fiero Atride a
fronte
un amato figliuol, vista sì
cruda
gli occhi d'un padre sostener non
ponno.
Sì dicendo, sul cocchio le
sgozzate
vittime pose il venerando veglio,
e ascesovi egli stesso, e tratte al
petto
le pieghevoli briglie, al par con
seco
fe' Antènore salire, e via
con esso
al ventoso Ilïon si ricondusse.
Ettore allora primamente e Ulisse
misurano la lizza. Indi le sorti
scosser nell'elmo a chi primier
dovesse
l'asta vibrar. L'un campo intanto e
l'altro
le mani alzando supplicava al cielo,
e qualche labbro bisbigliar
s'udìa:
Giove padre, che grande e
glorïoso
godi in Ida regnar, quello de' due,
che tra noi fu cagion di sì
gran lite,
fa che spento precipiti alla cupa
magion di Pluto, ed una salda a noi
amistà ne concedi e patti
eterni.
Fra questo supplicar l'elmo
squassava
Ettòr, guardando addietro: ed
ecco uscire
di Paride la sorte. Allor s'assise
al suo posto ciascun, vicino a' suoi
scalpitanti destrieri e alle giacenti
armi diverse. Della ben chiomata
Elena intanto l'avvenente sposo
Alessandro di fulgida armatura
tutto si veste. E pria di bei
schinieri
che il morso costrignea d'argentea
fibbia,
cinse le
tibie. Quindi una lorica
del suo germano Licaon, che fatta
al suo sesto parea, si pose al
petto:
all'omero sospese il brando, ornato
d'argentei chiovi; un poderoso scudo
di grand'orbe imbracciò;
chiuse la fronte
nel ben temprato e lavorato elmetto,
a cui d'equine chiome in su la cima
alta una cresta orribilmente ondeggia.
Ultima prese una robusta lancia
che tutto empieagli il pugno. In
questo mentre
del par s'armava il bellicoso
Atride.
Di lor tutt'arme accinti i due
guerrieri
s'appresentâr nel mezzo, e si
guataro
biechi. Al vederli stupor prese e
tema
i Dardani e gli Achei. L'un contra
l'altro
l'aste squassando al mezzo
dell'arena
s'avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano
primier la lunga e grave asta
vibrando
la rotella colpì del suo
nemico,
ma non forolla, ché la buona targa
rintuzzonne la punta. Allor secondo
coll'asta alzata Menelao si mosse
così pregando: Dammi, o padre
Giove,
sovra costui che m'oltraggiò
primiero,
dammi sovra il fellon piena
vendetta.
Tu sotto i colpi di mia destra il
doma
sì che il postero tremi, e a
non tradire
l'ospite apprenda che l'accolse amico.
Disse, e l'asta avventò, la
conficcò
dell'avversario nel rotondo scudo.
Penetrò fulminando la ferrata
punta il pavese rilucente, e tutta
trapassò la corazza,
lacerando
la tunica sul fianco a fior di
pelle.
Incurvossi il Troiano, ed il mortale
colpo schivò. L'irato Atride
allora
trasse la spada, ed erto un gran
fendente
gli calò ruïnoso in su
l'elmetto.
Non resse il brando, ché in
più pezzi infranto
gli lasciò la man nuda;
ond'ei gemendo
e gli occhi alzando dispettoso al
cielo,
Crudel Giove, gridava, il più
crudele
di tutti i numi! Io mi sperai punire
di questo traditor l'oltraggio: ed
ecco
che in pugno, oh rabbia! mi si
spezza il ferro,
e gittai l'asta indarno e senza
offesa.
Così fremendo, addosso
all'inimico
con furor si disserra: alla criniera
dell'elmo il piglia, e tragge a
tutta forza
verso gli Achivi quel meschino, a
cui
la delicata gola soffocava
il trapunto guinzaglio che le barbe
annodava dell'elmo sotto il mento.
E l'avrìa strascinato, e a
lui gran lode
venuta ne sarìa; ma del
periglio
fatta Venere accorta i nodi sciolse
del bovino guinzaglio, e il vôto
elmetto
seguì la mano del traente
Atride.
Aggirollo l'eroe, e fra le gambe
lo scagliò degli Achei, che
festeggianti
il raccolsero. Allor di porlo a
morte
risoluto l'Atride, alto coll'asta
di nuovo l'assalì. Di nuovo
accorsa
lo scampò Citerea, che
agevolmente
il poté come Diva: lo ravvolse
di molta nebbia, e fra il soave
olezzo
dei profumati talami il depose.
Ella stessa a chiamar quindi la
figlia
corse di Leda, e la trovò
nell'alta
torre in bel cerchio di dardanie
spose.
Prese il volto e le rughe
d'un'antica
filatrice di lane, che sfiorarne
ad Elena solea di molte e belle
nei paterni soggiorni, e sommo amore
posto le avea. Nella costei
sembianza
la Dea le scosse la nettarea veste,
e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama
Alessandro che già negli
odorati
talami stassi, e su i trapunti letti
tutto risplende di beltà
divina
in sì gaio vestir, che lo
diresti
ritornarsi non già dalla
battaglia,
ma invïarsi alla danza, o dalla
danza
riposarsi. Sì disse, e il cor
nel seno
le commosse. Ma quando all'incarnato
del bellissimo collo, e all'amoroso
petto, e degli occhi al tremolo
baleno
riconobbe la Dea, coglier sentissi
di sacro orrore, e ritrovate alfine
le parole, sclamò: Trista! e
che sono
queste malizie? Ad alcun'altra forse
di Meonia o di Frigia alta cittade
vuoi tu condurmi affascinata in
braccio
d'alcun altro tuo caro? Ed or che
vinto
il suo rival, me d'odio carca a
Sparta
e perdonata Menelao radduce,
sei tu venuta con novelli inganni
ad impedirlo? E ché non vai tu
stessa
e goderti quel vile? Obblìa
per lui
l'eterea sede, né calcar più
mai
dell'Olimpo le vie: statti al suo
fianco,
soffri fedele ogni martello, e il
cova
finché t'alzi all'onor di moglie o
ancella;
ch'io tornar non vo' certo (e fôra
indegno)
a sprimacciar di quel codardo il
letto,
argomento di scherno alle troiane
spose, e a me stessa d'infinito
affanno.
E irata a lei la Dea: Non irritarmi,
sciagurata! non far ch'io
t'abbandoni
nel mio disdegno, e tanto io sia
costretta
ad abborrirti alfin quanto t'amai;
e t'amai certo a dismisura. Or io
negli argolici petti e ne' troiani
metterò, se mi tenti, odii
sì fieri,
che di mal fato perirai tu pure.
L'alma figlia di Leda a questo dire
tremò, si chiuse nel suo
bianco velo,
e cheta cheta in via si pose, a
tutte
le Troadi celata, e precorreva
a' suoi passi la Dea. Poiché venute
fur d'Alessandro alle splendenti
soglie,
corser di qua di là le
scaltre ancelle
ai donneschi lavori, ed ella intanto
bellissima saliva e taciturna
ai talami sublimi. Ivi l'amica
del riso Citerea le trasse innanzi
di propria mano un seggio, e di
rimpetto
ad Alessandro il collocò.
S'assise
la bella donna, e con amari accenti,
garrì, senza mirarlo, il suo
marito:
E così riedi dalla pugna? Oh
fossi
colà rimasto per le mani
anciso
di quel gagliardo un dì mio
sposo! E pure
e di lancia e di spada e di fortezza
ti vantasti più volte esser
migliore.
Fa cor dunque, va, sfida il forte
Atride
alla seconda singolar tenzone.
Ma t'esorto, meschino, a ti star
queto,
né nuovo ritentar d'armi periglio
col tuo rivale, se la vita hai cara.
Non mi ferir con aspri detti, o
donna,
le rispose Alessandro. Fu Minerva
che vincitor fe' Menelao, sol essa.
Ma lui del pari vincerò pur
io,
ch'io pure al fianco ho qualche
Diva. Or via
pace, o cara, e ne sia pegno un
amplesso
su queste piume; ché giammai
sì forte
per te le vene non scaldommi Amore,
quel dì né pur che su veloci
antenne
io ti rapìa di Sparta, e tuo
consorte
nell'isola Crenea ti giacqui in
braccio.
No, non t'amai quel dì quant'ora,
e quanto
di te m'invoglia il cor dolce
desìo.
Disse; ed al letto s'avvïaro,
ei primo,
ella seconda; e l'un dell'altro in
grembo
su i mollissimi strati si confuse.
Come irato lïon l'Atride
intanto
di qua di là si ravvolgea
cercando
il leggiadro rival; né lui fra tanta
turba di Teucri e d'alleati alcuno
significar sapea, né lo sapendo
l'avrìa di certo per amor
celato;
ché come il negro ceffo della morte
abborrito da tutti era costui.
Fattosi innanzi allora Agamennóne,
Teucri, Dardani, ei disse, e voi di
Troia
alleati, m'udite. Vincitore
fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque
Elena ne rendete, e tutta insieme
la sua ricchezza, e d'un'ammenda
inoltre
ne rintegrate che convegna, e tale
che memoria ne passi anco ai nepoti.
Disse; e tutto gli plause il campo acheo.
Nell'auree sale dell'Olimpo accolti
intorno a Giove si sedean gli Dei
a consulta. Fra lor la veneranda
Ebe versava le nettaree spume,
e quelli a gara con alterni inviti
l'auree tazze vôtavano mirando
la troiana città. Quand'ecco il
sommo
Saturnio, inteso ad irritar Giunone,
con un obliquo paragon mordace
così la punse: Due possenti
Dive
aiutatrici ha Menelao, l'Argiva
Giuno e Minerva Alalcomènia.
E pure
neghittose in disparte ambo si
stanno
sol del vederlo dilettate. Intanto
fida al fianco di Paride l'amica
del riso Citerea lungi respinge
dal suo caro la Parca; e dianzi, in
quella
ch'ei morto si tenea, servollo in
vita.
Rimasta è al forte Menelao la
palma;
ma l'alto affar non è
compiuto, e a noi
tocca il condurlo, e statuir se guerra
fra le due genti rinnovar si debba,
od in pace comporle. Ove la pace
tutti appaghi gli Dei, stia Troia, e
in Argo
con la consorte Menelao ritorni.
Strinser, fremendo a questo dir, le
labbia
Giuno e Minerva, che vicin sedute
venìan de' Teucri macchinando
il danno.
Quantunque al padre fieramente irata
tacque Minerva e non fiatò.
Ma l'ira
non contenne Giunone, e sì
rispose:
Acerbo Dio, che parli? A far di
tante
armate genti accolta, alla
ruïna
di Priamo e de' suoi figli, ho
stanchi i miei
immortali corsieri; e tu pretendi
frustrar la mia fatica, ed involarmi
de' miei sudori il frutto? Eh ben
t'appaga;
ma di noi tutti non sperar
l'assenso.
Feroce Diva, replicò sdegnoso
l'adunator de' nembi, e che ti
fêro,
e Priamo e i Priamìdi, onde
tu debba
voler sempre di Troia il giorno
estremo?
La tua rabbia non fia dunque satolla
se non atterri d'Ilïon le
porte,
e sull'infrante mura non ti bevi
del re misero il sangue e de' suoi
figli
e di tutti i Troiani? Or su, fa come
più ti talenta, onde fra noi
sorgente
d'acerbe risse in avvenir non sia
questo dissidio: ma riponi in petto
le mie
parole. Se desìo me pure
prenderà d'atterrar qualche a
te cara
città, non porre a' miei
disdegni inciampo,
e liberi li lascia. A questo patto
Troia io pur t'abbandono, e di mal
cuore;
ché, di quante città
contempla in terra
l'occhio del sole e dell'eteree
stelle,
niuna io m'aggio più cara ed
onorata
come il sacro Ilïone e Priamo e
tutta
di Priamo pur la bellicosa gente:
perocché l'are mie per lor di sacre
opìme dapi abbondano mai
sempre,
e di libami e di profumi, onore
solo alle dive qualità
sortito.
Compose a questo dir la veneranda
Giuno gli sguardi maestosi, e disse:
Tre cittadi sull'altre a me son care
Argo, Sparta, Micene; e tu le
struggi
se odiose ti sono. A lor difesa
né man né lingua moverò; ché
quando
pure impedir lo ti volessi, indarno
il tentarlo uscirìa, sendo
d'assai
tu più forte di me. Ma dritto
or parmi
che tu vano non renda il mio
disegno,
ch'io pur son nume, e a te comune io
traggo
l'origine divina, io dell'astuto
Saturno figlia, e in alto onor
locata,
perché nacqui sorella e perché
moglie
son del re degli Dei. Facciam noi
dunque
l'un dell'altro il volere, e il
seguiranno
gli altri Eterni. Or tu ratto
invìa Minerva
fra i due commossi eserciti, onde
spinga
i Troiani ad offendere primieri,
rotto l'accordo, i baldanzosi Achei.
Assentì Giove al detto, ed a
Minerva,
Scendi, disse, veloce, e fa che i
Teucri
primi offendan gli Achei, turbando
il patto.
A Minerva, per sé già
desïosa,
sprone aggiunse quel cenno. In un
baleno
dall'Olimpo calò. Quale una
stella
cui portento a' nocchieri o a
numerose
schiere d'armati scintillante e
chiara
invìa talvolta di Saturno il
figlio;
tale in vista precipita dall'alto
Minerva in terra, e piantasi nel
mezzo.
Stupîr Teucri ed Achivi
all'improvvisa
visïone, e talun disse al
vicino:
Arbitro della guerra oggi vuol Giove
per certo rinnovar fra un campo e
l'altro
l'acerba pugna, o confermar la pace.
La Dea mischiossi tra la folta
intanto
delle turbe troiane, e la sembianza
di Laòdoco assunta (un
valoroso
d'Antènore figliuol) si pose
in traccia
del dëiforme Pandaro. Trovollo
stante in piedi nel mezzo al
clipeato
stuolo de' forti che l'avea
seguìto
dalle rive d'Esepo. Appropinquossi
a lui la Diva, e disse: Inclito
germe
di Licaon, vuoi tu ascoltarmi?
Ardisci,
vibra nel petto a Menelao la punta
d'un veloce quadrello. E grazia e
lode
te ne verrà dai Dardani e dal
prence
Paride in prima, che d'illustri doni
colmeratti, vedendo il suo rivale
montar sul rogo, dal tuo stral trafitto.
Su via dunque, dardeggia il
burbanzoso
Atride, e al licio saettante Apollo
prometti che, tornato al patrio
tetto
nella sacra Zelèa, darai di
scelti
primogeniti agnelli un'ecatombe.
Così disse Minerva, e dello
stolto
persuase il pensier. Diè mano
ei tosto
al bell'arco, già spoglia di
lascivo
capro agreste. L'aveva egli
d'agguato,
mentre dal cavo d'una rupe
uscìa,
colto nel petto, e su la rupe steso
resupino. Sorgevano alla belva
lunghe sedici palmi su l'altera
fronte le corna. Artefice perito
le polì, le congiunse, e di
lucenti
anelli d'oro ne fregiò le
cime.
Tese quest'arco, e dolcemente a
terra
Pandaro l'adagiò. Dinanzi a
lui
protendono le targhe i fidi amici,
onde assalito dagli Achei non vegna,
pria ch'egli il marzio Menelao
percuota.
Scoperchiò la faretra, ed un
alato
intatto strale ne cavò,
sorgente
di lagrime infinite. Indi sul nervo
l'adattando promise al licio Apollo
di primonati agnelli un'ecatombe
ritornato in Zelèa.
Tirò di forza
colla cocca la corda, alla mammella
accostò il nervo, all'arco il
ferro, e fatto
dei tesi estremi un cerchio,
all'improvviso
l'arco e il nervo fischiar forte
s'udiro,
e lo strale fuggì desideroso
di volar fra le turbe. Ma non
fûro
immemori di te, tradito Atride,
in quel punto gli Dei. L'armipotente
figlia di Giove si parò
davanti
al mortifero telo, e dal tuo corpo
lo devïò sollecita,
siccome
tenera madre che dal caro volto
del bambino che dorme un dolce
sonno,
scaccia l'insetto che gli ronza
intorno.
Ella stessa la Dea drizzò lo
strale
ove appunto il bel cinto era frenato
dall'auree fibbie, e si stendea
davanti
qual secondo torace. Ivi l'acerbo
quadrello cadde, e traforando il
cinto
nel panzeron s'infisse e nella
piastra
che dalle frecce il corpo gli
schermìa.
Questa gli valse allor d'assai, ma
pure
passolla il dardo, e ne
sfiorò la pelle,
sì che tosto diè
sangue la ferita.
Come quando meonia o caria donna
tinge d'ostro un avorio, onde
fregiarne
di superbo destriero le mascelle;
molti d'averlo cavalieri han brama;
ma in chiusa stanza ei serbasi bel
dono
a qualche sire, adornamento e pompa
del cavallo ed in un del cavaliero:
così di sangue imporporossi,
Atride,
la tua bell'anca, e per lo stinco
all'imo
calcagno corse la vermiglia riga.
Raccapricciossi a questa vista il
rege
Agamennón, raccapricciò lo stesso
marzïal Menelao; ma quando ei
vide
fuor della polpa l'amo dello strale,
gli tornò tosto il core, e si
rïebbe.
Per man tenealo intanto Agamennóne,
ed altamente fra i dolenti amici
sospirando dicea: Caro fratello,
perché qui morto tu mi fossi, io
dunque
giurai l'accordo, te mettendo solo
per gli Achivi a pugnar contra i
Troiani,
contra i Troiani che l'accordo han
rotto,
e a tradimento ti ferîr? Ma vano
non andrà delle vittime il
giurato
sangue, né i puri libamenti ai numi,
né la fé delle destre. Il giusto
Giove
può differire ei sì,
ma non per certo
obblïar la vendetta; e caro un
giorno
colle lor teste, colle mogli e i
figli
ne pagheranno gli spergiuri il fio.
Tempo verrà (di questo ho
certo il core)
ch'Ilio e Priamo perisca, e tutta
insieme
la sua perfida gente. Dall'eccelso
etereo seggio scoterà
sovr'essi
l'egida orrenda di Saturno il figlio
di tanta frode irato; e non cadranno
vôti i suoi sdegni. Ma d'immenso
lutto
tu cagion mi sarai, dolce fratello,
se morte tronca de' tuoi giorni il
corso.
Sorgerà negli Achei vivo il
desìo
del patrio suolo, e d'onta carco in
Argo
io tornerommi, e lasceremo ai
Teucri,
glorïoso trofeo, la tua
consorte.
Putride intanto nell'iliaca terra
l'ossa tue giaceran, senz'aver dato
fine all'impresa, e il tumulo del
mio
prode fratello un qualche Teucro
altero
calpestando, dirà: Possa i
suoi sdegni
satisfar così sempre
Agamennóne,
siccome or fece, senza pro guidando
l'argoliche falangi a questo lido,
d'onde scornato su le vote navi
alla patria tornò, qui derelitto
l'illustre Menelao. Sì fia
ch'ei dica;
e allor mi s'apra sotto i piè
la terra.
Ti conforta, rispose il biondo
Atride,
né co' lamenti spaventar gli Achivi.
In mortal parte non ferì
l'acuto
dardo: di sopra il ricamato cinto
mi difese, e di sotto la corazza
e questa fascia che di ferrea lama
buon fabbro foderò. -
Sì voglia il cielo,
diletto Menelao, l'altro riprese.
Intanto tratterà medica mano
la tua ferita, e farmaco porravvi
atto a lenire ogni dolor. - Si volse
all'araldo, ciò detto, e, Va,
soggiunse,
vola, o Taltibio, e fa che ratto il
figlio
d'Esculapio, divin medicatore,
Macaon qua ne vegna, e degli Achei
al forte duce Menelao soccorra,
cui di freccia ferì qualche
troiano
o licio saettier che sé di gloria,
noi di lutto coprì. - Disse,
e l'araldo
tra le falangi achee corse veloce
in traccia dell'eroe. Ritto lo vide
fra lo stuolo de' prodi che da
Tricca
altrice di corsier l'avea
seguìto:
appressossi, e con rapide parole,
Vien, gli disse, t'affretta, o
Macaone;
Agamennón ti chiama: il valoroso
Menelao fu di stral colto da qualche
licio arciero o troiano che superbo
va del nostro dolor. Corri, e lo
sana.
Al tristo annunzio si commosse il
figlio
d'Esculapio; e veloci attraversando
il largo campo acheo, fur tosto al
loco
ove al ferito dëiforme Atride
facean cerchio i migliori.
Incontanente
dal balteo estrasse Macaon lo
strale,
di cui curvârsi nell'uscir gli acuti
ami: disciolse ei quindi il
vergolato
cinto e il torace colla ferrea
fascia
sovrapposta; e scoperta la ferita,
succhionne il sangue, e destro la
cosparse
dei lenitivi farmaci che al padre,
d'amor pegno, insegnati avea
Chirone.
Mentre questi alla cura intenti sono
del bellicoso Atride, ecco i Troiani
marciar di nuovo con gli scudi al
petto,
e di nuovo gli Achei l'armi vestire
di battaglia bramosi. Allor vedevi
non assonnarsi, non dubbiar, né
pugna
schivar l'illustre Agamennón; ma
ratto
volar nel campo della gloria. Il
carro
e i fervidi destrier tratti in
disparte
lascia all'auriga Eurimedonte,
figlio
del Piraìde Tolomèo;
gl'impone
di seguirlo vicin, mentre pel campo
ordinando le turbe egli s'aggira,
onde accorrergli pronto ove
stanchezza
gli occupasse le membra. Egli pedone
scorre intanto le file, e quanti
all'armi
affrettarsi ne vede, ei colla voce
fortemente gl'incuora, e grida: Argivi,
niun rallenti le forze: il giusto
Giove
bugiardi non aiuta: chi primiero
l'accordo vïolò, pasto
vedrassi
di voraci avoltoi, mentre captive
le dilette lor mogli in un co' figli
noi nosco condurremo, Ilio
distrutto.
Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi
della battaglia, con irati accenti
li rabbuffando, O Argivi, egli
dicea,
o guerrier da balestra, o
vitupèri!
Non vi prende vergogna? A che vi
state
istupiditi come zebe, a cui,
dopo scorso un gran campo, la
stanchezza
ruba il piede e la lena? E voi del
pari
allibiti al pugnar vi sottraete.
Aspettate voi forse che il nemico
alla spiaggia s'accosti ove ritratte
stan sul secco le prore, onde si
vegga
se Giove allor vi stenderà la
mano?
Così imperando trascorrea le
schiere.
Venne ai Cretesi; e li trovò che
all'armi
davan di piglio intorno al bellicoso
Idomenèo. Per vigorìa
di forze
pari a fiero cinghiale
Idomenèo
guidava l'antiguardia, e
Merïone
la retroguardia. Del vederli allegro
il sir de' forti Atride al re
cretese
con questo dolce favellar si volse:
Idomenèo, te sopra i
Dànai tutti
cavalieri veloci in pregio io tegno,
sia nella guerra, sia nell'altre
imprese,
sia ne' conviti, allor che ne'
crateri
d'almo antico lïeo versan la
spuma
i supremi tra' Greci. Ove degli
altri
chiomati Achivi misurato è il
nappo,
il tuo del par che il mio sempre
trabocca,
quando ti prende di bombar la
voglia.
Or entra nella pugna, e tal ti
mostra
qual dianzi ti vantasti. - E de'
Cretensi
a lui lo duce: Atride, io qual
già pria
t'impromisi e giurai, fido compagno
per certo ti sarò. Ma tu
rinfiamma
gli altri Achivi a pugnar senza
dimora.
Rupper l'accordo i Teucri, e perché
primi
del patto vïolâr la santitate,
sul lor capo cadran morti e
ruïne.
Disse; e gioioso proseguì
l'Atride
fra le caterve la rivista, e venne
degli Aiaci alla squadra. In tutto
punto
metteansi questi, e li seguìa
di fanti
un nugolo. Siccome allor che scopre
d'alto loco il pastor nube che
spinta
su per l'onde da Cauro s'avvicina,
e bruna più che pece il mar
vïaggia,
grave il seno di nembi; inorridito
ei la guarda, ed affretta alla
spelonca
le pecorelle; così negre ed
orride
per gli scudi e per l'aste si
moveano
sotto gli Aiaci accolte le falangi
de' giovani veloci al rio conflitto.
Allegrossi a tal vista Agamennóne,
e a' lor duci converso in presti
accenti,
Aiaci, ei disse, condottieri egregi
de' loricati Achivi, io non
v'esorto,
(ciò fôra oltraggio) a
inanimar le vostre
schiere; già per voi stessi a
fortemente
pugnar le stimolate. Al sommo Giove
e a Pallade piacesse e al santo
Apollo,
che tal coraggio in ogni petto
ardesse,
e tosto presa ed adeguata al suolo
per le man degli Achei Troia
cadrebbe.
Così detto lasciolli, e
procedendo
a Nestore arrivò, Nestore
arguto
de' Pilii arringator, che in
ordinanza
i suoi prodi metteva, e alla
battaglia
li concitava. Stavangli dintorno
il grande Pelagonte ed Alastorre,
e il prence Emone e Cromio, ed il
pastore
di popoli Biante. In prima ei pose
alla fronte coi carri e coi cavalli
i cavalieri, e al retroguardo i
fanti,
che molti essendo e valorosi, il
vallo
formavano di guerra. Indi nel mezzo
i codardi rinchiuse, onde forzarli
lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a
tutto
porge ricordo ai combattenti
equestri
di frenar lor cavalli, e non
mischiarsi
confusamente nella folla. - Alcuno
non sia, soggiunse, che in suo cor
fidando
e nell'equestre maestrìa,
s'attenti
solo i Teucri affrontar di schiera
uscito:
né sia chi retroceda; ché cedendo
si sgagliarda il soldato. Ognun che
sceso
dal proprio carro l'ostil carro
assalga,
coll'asta bassa investalo, ché
meglio
sì pugnando gli torna. Con
quest'arte,
con questa mente e questo ardir nel
petto
le città rovesciâr gli
antichi eroi.
Il canuto così mastro di
guerra
le sue genti animava. In lui
fissando
gli occhi l'Atride, giubilonne, e
tosto
queste parole gli drizzò:
Buon veglio,
oh t'avessi tu salde le ginocchia
e saldi i polsi come hai saldo il
core!
La ria vecchiezza, che a null'uom
perdona,
ti logora le forze: ah perché
d'altro
guerrier non grava la crudel le
spalle!
perché de' tuoi begli anni è
morto il fiore!
Ed il gerenio cavalier rispose:
Atride, al certo bramerei pur io
quelle forze ch'io m'ebbi il
dì che morte
diedi all'illustre Ereutalion. Ma
tutti
tutto ad un tempo non comparte Giove
i suoi doni al mortal. Rideami
allora
gioventude: or mi doma empia vecchiezza.
Ma qual pur sono mi starò nel
mezzo
de' cavalieri nella pugna, e gli
altri
gioverò di parole e di
consiglio,
ché questo è officio de'
provetti. Dêssi
lasciar dell'aste il tiro ai
giovinetti
di me più destri e nel vigor
securi.
Disse; e lieto l'Atride
oltrepassando
venne al Petìde
Menestèo, perito
di cocchi guidator, ritto nel mezzo
de' suoi prodi Cecròpii.
Eragli accanto
lo scaltro Ulisse colle forti
schiere
de' Cefaleni, che non anco udito
di guerra il grido avean, poiché le
teucre
e l'argive falangi allora allora
cominciavan le mosse: e questi in
posa
aspettavan che stuolo altro d'Achei
impeto fêsse ne' Troiani il
primo,
e ingaggiasse battaglia. In quello
stato
li sorprese l'Atride; e corruccioso
fe' dal labbro volar questa
rampogna:
Petìde Menestèo,
figlio non degno
d'un alunno di Giove, e tu d'inganni
astuto fabbro, a che tremanti state
gli altri aspettando, e separati? A
voi
entrar conviensi nella mischia i
primi,
perché primi io vi chiamo anche ai
conviti
ch'ai primati imbandiscono gli
Achei.
Ivi il saìme saporar vi giova
delle carni arrostite, e a piena
gola
di soave lïeo cioncar le tazze.
Or vi giova esser gli ultimi, e vi
fôra
grato il veder ben dieci squadre
achee
innanzi a voi scagliarsi entro il
conflitto.
Lo guatò bieco Ulisse, e gli
rispose:
Qual detto, Atride, ti fuggì
di bocca?
E come ardisci di chiamarne in
guerra
neghittosi? Allorché contra i
Troiani
daran principio al rio marte gli
Achei,
vedrai, se il brami e te ne cal,
vedrai
nelle dardanie file antesignane
di Telemaco il padre. Or cianci al
vento.
Veduto il cruccio dell'eroe, sorrise
l'Atride, e dolce ripigliò:
Divino
di Laerte figliuol, sagace Ulisse,
né sgridarti vogl'io, né comandarti
fuor di stagione, ch'io ben so che
in petto
volgi pensieri generosi, e senti
ciò ch'io pur sento. Or
vanne, e pugna; e s'ora
dal labbro mi fuggì cosa mal
detta,
ripareremla in altro tempo. Intanto
ne disperdano i numi ogni ricordo.
Ciò detto, gli abbandona, e
ad altri ei passa;
e ritto in piedi sul lucente cocchio
il magnanimo figlio di Tidèo
Diomede ritrova. Al fianco ha
Stènelo,
prole di Capanèo. Si volse il
sire
Agamennóne a Diomede, e ratto
con questi accenti rampognollo: Ahi
figlio
del bellicoso cavalier Tidèo,
di che paventi? Perché guardi
intorno
le scampe della pugna? Ah! non solea
così Tidèo tremar; ma
precorrendo
d'assai gli amici, co' nemici ei
primo
s'azzuffava. Ciascun che ne'
guerrieri
travagli il vide, lo racconta. In
vero
né compagno io gli fui né testimone,
ma udii che ogni altro di valore ei
vinse.
Ben coll'illustre Polinice un tempo
senz'armati in Micene ospite ei
venne,
onde far gente che alle sacre mura
li seguisse di Tebe, a cui
già mossa
avean la guerra; e ne fêr
ressa e preghi
per ottenerne generosi aiuti;
e volevam noi darli, e la domanda
tutta appagar; ma con infausti segni
Giove da tanto ne distolse. Or come
gli eroi si fûro dipartiti e
giunti
dopo molto cammino al verdeggiante
giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe
spedîr Tidèo gli Achivi.
Andovvi, e molti
banchettanti Cadmei trovò del
forte
Eteòcle alle mense. In mezzo
a loro,
quantunque estrano e solo, il
cavaliero
senza punto temer tutti sfidolli
al paragon dell'armi, e tutti ei
vinse,
col favor di Minerva. Irati i vinti
di cinquanta guerrieri, al suo
ritorno,
gli posero un agguato. Eran lor duci
l'Emonide Meone, uom d'almo aspetto,
e d'Autofano il figlio Licofonte,
intrepido campion. Tidèo gli
uccise
tutti, ed un solo per voler de'
numi,
il sol Meone rimandonne a Tebe.
Tal fu l'etòlo eroe, padre di
prole
miglior di lingua, ma minor di fatti.
Non rispose all'acerbo il valoroso
Tidìde, e rispettò del
venerando
rege il rabbuffo; ma rispose il
figlio
del chiaro Capanèo, dicendo:
Atride,
non mentir quando t'è palese
il vero.
Migliori assai de' nostri padri a
dritto
noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue
sette
porte espugnammo: e nondimen
più scarsi
eran gli armati che guidammo al
sacro
muro di Marte, ne' divini
auspìci
fidando e in Giove. Per l'opposto
quelli
peccâr d'insano ardire e vi periro.
Non pormi adunque in onor pari i
padri.
Gli volse un guardo di traverso il
forte
Tidìde, e ripigliò:
T'accheta, amico,
ed obbedisci al mio parlar. Non io,
se il re supremo Agamennóne istiga
alla pugna gli Achei, non io lo
biasmo.
Fia sua la gloria, se, domati i
Teucri,
noi la sacra cittade espugneremo,
e suo, se spenti noi cadremo, il
lutto.
Dunque a dar prove di valor si
pensi.
Disse, e armato balzò dal
cocchio in terra.
Orrendamente risonâr sul petto
l'armi al re concitato, a tal che
preso
n'avrìa spavento ogni
più fermo core.
Siccome quando al risonante lido,
di Ponente al soffiar, l'uno
sull'altro
del mar si spinge il flutto; e prima
in alto
gonfiasi, e poscia su la sponda
rotto
orribilmente freme, e intorno agli
erti
scogli s'arriccia, li sormonta, e in
larghi
sprazzi diffonde la canuta spuma:
incessanti così l'una su
l'altra
movon l'achee falangi alla battaglia
sotto il suo duce ognuna; e
sì gran turba
marcia sì cheta, che di voce
priva
la diresti al vederla; e riverenza
era de' duci quel silenzio; e l'armi
di varia guisa, di che gìan
vestiti
tutti in ischiera, li cingean di
lampi.
Ma simiglianti i Teucri a numeroso
gregge che dentro il pecoril di
ricco
padron, nell'ora che si spreme il
latte,
s'ammucchiano, e al belar de' cari
agnelli
rispondono belando alla dirotta;
così per l'ampio esercito un
confuso
mettean schiamazzo i Teucri, ché non
uno
era di tutti il grido né la voce,
ma di lingue un mistìo, sendo
una gente
da più parti raccolta. A
questi Marte,
a quei Minerva è sprone, e
quinci e quindi
lo Spavento e la Fuga, e del crudele
Marte suora e compagna la Contesa
insazïabilmente furibonda,
che da principio piccola si leva,
poi mette il capo tra le stelle, e
immensa
passeggia su la terra. Essa per
mezzo
alle turbe scorrendo, e de' mortali
addoppiando gli affanni, in ambedue
le bande sparse una rabbiosa lite.
Poiché l'un campo e l'altro in un
sol luogo
convenne, e si scontrâr l'aste e gli
scudi,
e il furor de' guerrieri,
scintillanti
ne' risonanti usberghi, e delle
colme
targhe già il cozzo si
sentìa, levossi
un orrendo tumulto. Iva confuso
col gemer degli uccisi il vanto e il
grido
degli uccisori, e il suol sangue
correa.
Qual due torrenti che di largo
sbocco
devolvonsi dai monti, e nella valle
per lo concavo sen d'una vorago
confondono le gonfie onde veloci:
n'ode il fragor da lungi in cima al
balzo
l'atterrito pastor: tal dai commisti
eserciti sorgea fracasso e tema.
Primo Antiloco uccise un valoroso
Teucro, alle mani nelle prime file,
il Taliside Echèpolo, il
ferendo
nel cono del chiomato elmo:
s'infisse
la ferrea punta nella fronte, e
l'osso
trapanò: s'abbuiâr gli occhi
al meschino,
che strepitoso cadde come torre.
Ghermì pe' piedi quel caduto
il prence
de' magnanimi Abanti Elefenorre
figliuol di Calcodonte, e
desïoso
di spogliarlo dell'armi, lo traea
fuor della mischia: ma fallì
la brama;
ché mentre il morto ei dietro si
strascina,
Agenore il sorprende, e a lui che
curvo
offrìa nudati di pavese i
fianchi,
tale un colpo assestò, che
gli disciolse
le forze, e l'alma abbandonollo.
Allora
tra i Troiani e gli Achei surse una
fiera
zuffa sovr'esso: s'affrontâr quai
lupi,
e in mutua strage si metteano a
morte.
Qui fu che Aiace Telamonio il figlio
d'Antemion percosse il giovinetto
Simoesio, cui scesa dall'Idee
cime la madre partorì sul
margo
del Simoenta, un giorno ivi venuta
co' genitori a visitar la greggia;
e Simoesio lo nomâr dal fiume.
Misero! Ché dei presi in educarlo
dolci pensieri ai genitor diletti
rendere il merto non poteo: la
lancia
d'Aiace il colse, e il viver suo fe'
breve.
Al primo scontro lo colpì nel
petto
su la destra mammella, e la ferrata
punta pel tergo riuscir gli fece.
Cadde il garzone nella polve a guisa
di liscio pioppo su la sponda nato
d'acquidosa palude: a lui de' rami
già la pompa crescea, quando
repente
colla fulgida scure lo recise
artefice di carri, e inaridire
lungo la riva lo lasciò del
fiume,
onde poscia foggiarne di bel cocchio
le volubili rote: così
giacque
l'Antemide trafitto Simoesio,
e tale dispogliollo il grande Aiace.
Contro Aiace l'acuta asta diresse
d'infra le turbe allor di Priamo il
figlio
Antifo, e il colpo gli fallì;
ma colse
nell'inguine il fedel d'Ulisse amico
Leuco che già di Simoesio
altrove
traea la salma; e accanto al corpo
esangue,
che di man gli cadea, cadde egli
pure.
Forte adirato dell'ucciso amico
si spinse Ulisse tra gl'innanzi,
tutto
scintillante di ferro, e più
dappresso
facendosi, e dintorno il guardo
attento
rivolgendo, librò l'asta
lucente.
Si misero a quell'atto in guardia i
Teucri,
e lo cansâr; ma quegli il telo a
vôto
non sospinse, e ferì
Democoonte,
Priamide bastardo che d'Abido
con veloci puledre era venuto.
A costui fulminò l'irato
Ulisse
nelle tempie la lancia; e
trapassolle
la ferrea punta. Tenebrârsi i lumi
al trafitto che cadde fragoroso,
e cupo gli tonâr l'armi sul petto.
Rinculò de' Troiani, al suo
cadere,
la fronte, rinculò lo stesso
Ettorre;
dier gli Argivi alte grida, ed
occupati
i corpi uccisi, s'avanzâr di punta.
Dalla rocca di Pergamo mirolli
sdegnato Apollo, e rincorando i
Teucri
con gran voce gridò: Fermo
tenete,
valorosi Troiani, ed agli Achei
non cedete l'onor di questa pugna,
ché né pietra né ferro è la
lor pelle
da rintuzzar delle vostr'armi il
taglio.
Non combatte qui, no, della
leggiadra
Tétide il figlio: non temete;
Achille
stassi alle navi a digerir la bile.
Così dall'alto della rocca il
Dio
terribile sclamò. Ma la
feroce
Palla, di Giove glorïosa
figlia,
discorrendo le file inanimava
gli Achivi, ovunque li vedea
rimessi.
Qui la Parca allacciò
l'Amarancìde
Dïore. Un'aspra e quanto cape
il pugno
grossa pietra il percosse alla
diritta
tibia presso il tallone, e feritore
fu l'Imbraside Piro che de' Traci
condottiero dall'Eno era venuto.
Franse ambidue li nervi e la
caviglia
l'improbo sasso, ed ei cadde supino
nella sabbia, e mal vivo ambo le
mani
ai compagni stendea. Sopra gli corse
il percussore, e l'asta in mezzo
all'epa
gli cacciò. Si versâr tutte
per terra
le intestina, e mortale ombra il
coperse.
All'irruente Piro allor
l'Etòlo
Toante si rivolge; e lui nel petto
con la lancia ferendo alla mammella
nel polmon gliela ficca. Indi
appressato
gliela sconficca dalla piaga; e in
pugno
stretta l'acuta spada glie l'immerse
nella ventraia, e gli rapìo
la vita;
l'armi non già, ché intorno
al morto Piro
colle lungh'aste in pugno irti di
ciuffi
affollârsi i suoi Traci, e il chiaro
Etòlo,
benché grande e gagliardo,
allontanaro
sì che a forza respinto si
ritrasse.
Così l'uno appo l'altro nella
polve
giacquero i due campioni, il tracio
duce,
e il duce degli Epei. Dintorno a
questi
molt'altri prodi ritrovâr la morte.
Chi da ferite illeso, e da Minerva
per man guidato, e preservato il
petto
dal volar degli strali, avvolto in
mezzo
alla pugna si fosse, avrìa le
forti
opre stupito degli eroi, ché molti
e Troiani ed Achivi nella polve
giacquer proni e confusi in quel
conflitto.
Allor Palla Minerva a Dïomede
forza infuse ed ardire, onde fra
tutti
gli Achei splendesse glorïoso e
chiaro.
Lampi gli uscìan dall'elmo e
dallo scudo
d'inestinguibil fiamma, al
tremolìo
simigliante del vivo astro
d'autunno,
che lavato nel mar splende
più bello.
Tal mandava dal capo e dalle spalle
divin foco l'eroe, quando la Diva
lo sospinse nel mezzo ove più
densa
ferve la mischia. Era fra' Teucri un
certo
Darete, uom ricco e d'onoranza
degno,
di Vulcan sacerdote, e genitore
di due prodi figliuoi mastri di
guerra
Fegèo nomati e Idèo.
Precorsi agli altri
si fêr costoro incontro a
Dïomede,
essi sul cocchio, ed ei pedone: e a
fronte
divenuti così, scagliò
primiero
la lung'asta Fegèo. L'asta al
Tidìde
lambì l'omero manco, e non l'offese.
Col ferrato suo cerro allor secondo
mosse il Tidìde, né di mano
indarno
il telo gli fuggì, ché tra le
poppe
del nemico s'infisse, e dalla biga
lo spiombò. Diede
Idèo, visto quel colpo,
un salto a terra, e in un col suo
bel carro
smarrito abbandonò la pia
difesa
dell'ucciso fratel. Né avrìa
schivato
perciò la morte; ma Vulcan di
nebbia
lo ricinse e servollo, onde non
resti
il vecchio padre desolato al tutto.
Tolse i destrieri il vincitore, e
trarli
da' compagni li fece alle sue navi.
Visti i due figli di Darete i Teucri
l'un freddo nella polve e l'altro in
fuga,
turbârsi; e la glaucopide Minerva
preso per mano il fero Marte disse:
O Marte, Marte, esizïoso Iddio
che lordo ir godi d'uman sangue e al
suolo
adeguar le città, non
lasceremo
noi dunque battagliar soli tra loro
Teucri ed Achei, qualunque sia la
parte
cui dar la palma vorrà Giove?
Or via
ritiriamci, evitiam l'ira del nume.
In questo favellar trasse la scaltra
l'impetuoso Dio fuor del conflitto,
e su la riva riposar lo fece
dell'erboso Scamandro. Allora i
Dànai
cacciâr li Teucri in fuga; e ognun
de' duci
un fuggitivo uccise. Agamennóne
primier riversa il vasto Hodio dal
carro,
degli Alizóni condottiero, e primo
al fuggir. Gli piantò l'asta
nel tergo,
e fuor del petto uscir la fece. Ei
cadde
romoroso, e suonâr l'armi sovr'esso.
Dalla glebosa Tarne era venuto
Festo figliuol del Mèone
Boro. Il colse
Idomenèo coll'asta alla
diritta
spalla nel punto che salìa
sul carro.
Cadde il meschin d'orrenda notte
avvolto,
e i servi lo spogliâr
d'Idomenèo.
L'Atride Menelao di Strofio il
figlio
Scamandrio uccise, cacciator famoso
cui la stessa Dïana ammaestrava
le fere a saettar quante ne pasce
montana selva. E nulla allor gli
valse
la Diva amica degli strali, e nulla
l'arte dell'arco. Menelao lo giunse
mentre innanzi gli fugge, e tra le
spalle
l'asta gli spinse, e
trapassòglì il petto.
Boccon cadde il trafitto, e
cupamente
l'armi sovr'esso rimbombar s'udiro.
Prole del fabbro Armònide,
Fereclo
da Merïon fu spento. Era costui
per tutte guise di lavori industri
maraviglioso, e a Pallade Minerva
caramente diletto. Opra fur sua
di Paride le navi, onde principio
ebbe il danno de' Teucri, e di lui
stesso,
perché i decreti degli Dei non
seppe.
L'inseguì, lo raggiunse, lo
percosse
nel destro clune Merïone, e
sotto
l'osso vêr la vescica
uscì la punta.
Gli mancâr le ginocchia, e
guaiolando
e cadendo il coprì di morte
il velo.
Mege uccise Pedèo, bastarda
prole
d'Antènore, cui l'inclita
Teano,
gratificando al suo consorte, avea
con molta cura nutricato al paro
dei diletti suoi figli. Si fe' sopra
a costui coll'acuta asta il
Filìde
Mege, e alla nuca lo ferì.
Trascorse
tra i denti il ferro, e gli
tagliò la lingua.
Così concio egli cadde, e
nella sabbia
fe' tenaglia co' denti al freddo
acciaro.
Ipsènore, figliuol del generoso
Dolopïon, scamandrio sacerdote
riverito qual Dio, fugge davanti
al chiaro germe d'Evemone
Eurìpilo.
Eurìpilo l'insegue, e via
correndo
tal gli cala su l'omero un fendente
che il braccio gli recide.
Sanguinoso
casca il mozzo lacerto nella polve,
e la purpurea morte e il violento
fato le luci gli abbuiâr. Di questi
tal nell'acerba pugna era il lavoro.
Ma di qual parte fosse Dïomede,
se troiano od acheo, mal tu sapresti
discernere, sì fervido ei
trascorre
il campo tutto; simile alla piena
di tumido torrente che cresciuto
dalle piogge di Giove, ed improvviso
precipitando i saldi ponti abbatte
debil freno alle fiere onde, e de'
verdi
campi i ripari rovesciando, ingoia
con fragor le speranze e le fatiche
de' gagliardi coloni: a questa guisa
sgominava il Tidìde e
dissipava
le caterve de' Troi, che sostenerne
non potean, benché molti, la ruina.
Come Pandaro il vide sì
furente
scorrere il campo, e tutte a sé
dinanzi
scompigliar le falangi, alla sua
mira
curvò subito l'arco, e
l'irruente
eroe percosse alla diritta spalla.
Entrò pel cavo dell'usbergo
il crudo
strale, e forollo, e il
sanguinò. Coraggio,
forte allora gridò l'inclito
figlio
di Licaon, magnanimi Troiani,
stimolate i cavalli, ritornate
alla pugna. Ferito è degli
Achei
il più forte guerrier, né
credo ei possa
a lungo tollerar l'acerbo colpo,
se vano feritor non mi sospinse
qua dalla Licia il re dell'arco
Apollo.
Così gridava il vantator. Ma
domo
non restò da quel colpo
Dïomede,
che ritraendo il passo, e de'
cavalli
coprendosi e del cocchio, al suo
fedele
Capaneìde si rivolse, e
disse:
Corri, Stènelo mio, scendi
dal carro,
e dall'omero tosto mi divelli
questo acerbo quadrel. - Diè
un salto a terra
Stènelo e corse, e l'aspro
stral gli svelse
dall'omero trafitto. Per la maglia
dell'usbergo spicciava il caldo
sangue,
e imperturbato sì l'eroe
pregava:
Invitta figlia dell'Egìoco
Giove,
se nelle ardenti pugne unqua a me
fosti
del tuo favor cortese e al mio gran
padre,
odimi, o Dea Minerva, ed or di nuovo
m'assisti, e al tiro della lancia
mia
manda il mio feritor: dammi ch'io
spegna
questo ventoso nebulon che grida
ch'io del Sol non vedrò
più l'aurea luce.
Udì la Diva il prego, e a lui
repente
e mani e piedi e tutta la persona
agile rese, e fattasi vicina
e manifesta disse: Ti rinfranca
Dïomede, e co' Troi pugna
securo;
ch'io del tuo grande genitor
Tidèo
l'invitta gagliardìa ti pongo
in petto,
e la nube dagli occhi ecco ti
sgombro
che la vista mortal t'appanna e
grava,
onde tu ben discerna le divine
e l'umane sembianze. Ove alcun Dio
qui ti venga a tentar, tu con gli
Eterni
non cimentarti, no; ma se in
conflitto
vien la figlia di Giove Citerea,
l'acuto ferro adopra, e la ferisci.
Sparve, ciò detto, la cerulea
Diva.
Allor diè volta e si
mischiò tra' primi
combattenti il Tidìde, a
pugnar pronto
più che prima d'assai; ché in
quel momento
triplice in petto si sentì la
forza.
Come lïon che, mentre il gregge
assalta,
ferito dal pastor, ma non ucciso,
vie più s'infuria, e
superando tutte
resistenze si slancia entro l'ovile:
derelitte, tremanti ed affollate
l'una addosso dell'altra si
riversano
le pecorelle, ed ei vi salta in
mezzo
con ingordo furor: tal dentro ai
Teucri
diede il forte Tidìde. A
prima giunta
Astìnoo uccise ed
Ipenòr: trafisse
l'uno coll'asta alla mammella;
all'altro
la paletta dell'omero percosse
con tale un colpo della grande
spada,
che gli spiccò dal collo e
dalla schiena
l'omero netto. Dopo questi addosso
ad Abante si spicca e a Poliido,
figli del veglio interprete di sogni
Euridamante; ma il meschin non seppe
nella lor dipartenza a questa volta
divinarne il destin, ch'ambi il
Tidìde
li pose a morte e li spogliò.
Drizzossi
quindi a Xanto e Faon figli a
Fenopo,
ambo a lui nati nell'età
canuta.
In amara vecchiezza il derelitto
genitor si struggea, ché d'altra
prole,
cui sua reda lasciar, lieto non era.
Gli spense ambo il Tidìde, e
lor togliendo
la cara vita, in aspre cure e in
pianti
pose il misero padre, a cui negato
fu il vederli tornar dalla battaglia
salvi al suo seno; e di lui morto in
lutto
ignoti eredi si partîr l'avere.
Due Prïamidi, Cromio ed
Echemóne,
venìano entrambi in un sol
cocchio. A questi
s'avventò Dïomede; e col
furore
di lïon che una mandra al bosco
assalta
e di giovenca o bue frange la nuca;
così mal conci entrambi il
fier Tidìde
precipitolli dalla biga, e tolte
l'arme de' vinti, a' suoi sergenti
ei dienne
i destrieri onde trarli alla marina.
Come de' Teucri sbarattar le file
videlo Enea, si mosse, e per la
folta
e fra il rombo dell'aste discorrendo
a cercar diessi il valoroso e chiaro
figlio di Licaon, Pandaro. Il trova,
gli si appresenta e fa queste
parole:
Pandaro, dov'è l'arco? ove i
veloci
tuoi strali? ov'è la gloria
in che qui nullo
teco gareggia, né verun si vanta
licio arcier superarti? Or su, ti sveglia,
alza a Giove la mano, un dardo
allenta
contro costui, qualunque ei sia, che
desta
cotanta strage, e sì malmena
i Teucri,
de' quai già molti e forti a
giacer pose:
se pur egli non fosse un qualche
nume
adirato con noi per obblïati
sacrifizi: e de' numi acerba
è l'ira.
Così d'Anchise il figlio. E
il figlio a lui
di Licaone: O delle teucre genti
inclito duce Enea, se quello scudo
e quell'elmo a tre coni e quei
destrieri
ben riconosco, colui parmi in tutto
il forte Dïomede. E nondimeno
negar non l'oso un immortal. Ma
s'egli
è il mortale ch'io dico, il
bellicoso
figliuolo di Tidèo, tanto
furore
non è senza il favor d'un
qualche iddio,
che di nebbia i celesti omeri
avvolto
stagli al fianco, e dal petto gli
disvìa
le veloci saette. Io gli scagliai
dianzi un dardo, e lo colsi alla
diritta
spalla nel cavo del torace, e certo
d'averlo mi credea sospinto a Pluto.
Pur non lo spensi: e irato quindi io
temo
qualche nume. Non ho su cui salire
or qui cocchio verun. Stolto! che in
serbo
undici ne lasciai nel patrio tetto
di fresco fatti e belli, e di
cortine
ricoperti, con due d'orzo e di
spelda
ben pasciuti cavalli a ciascheduno.
E sì che il giorno ch'io
partii, gli eccelsi
nostri palagi abbandonando, il
veglio
guerriero Licaon molti ne dava
prudenti avvisi, e mi facea precetto
di guidar sempre mai montato in
cocchio
le troiane coorti alla battaglia.
Certo era meglio l'obbedir; ma,
folle!
nol feci, ed ebbi ai corridor
riguardo,
temendo che assueti a largo pasto
di pasto non patissero difetto
in racchiusa città.
Lasciàili adunque,
e pedon venni ad Ilio, ogni fidanza
posta nell'arco, che giovarmi poscia
dovea sì poco. Saettai con
questo
due de' primi, l'Atride ed il
Tidìde,
e ferii l'uno e l'altro, e il vivo
sangue
ne trassi io sì, ma n'attizzai
più l'ira.
In mal punto spiccai dunque dal muro
gli archi ricurvi il dì che
al grande Ettore
compiacendo qua mossi, e de' Troiani
il comando accettai. Ma se redire,
se con quest'occhi riveder
m'è dato
la patria, la consorte e la sublime
mia vasta reggia, mi recida ostile
ferro la testa, se di propria mano
non infrango e non getto nell'accese
vampe quest'arco inutile compagno.
E al borïoso il duce Enea: Non
dire,
no, questi spregi. Della pugna il
volto
cangerà, se ambedue sopra un
medesmo
cocchio raccolti affronterem costui,
e farem delle nostre armi periglio.
Monta dunque il mio carro, e de'
cavalli
di Troe vedi la vaglia, e come in
campo
per ogni lato sappiano veloci
inseguire e fuggir. Questi (se
avvegna
che il Tonante di nuovo a
Dïomede
dia dell'armi l'onor), questi
trarranno
salvi noi pure alla cittade. Or via
prendi tu questa sferza e queste
briglie,
ch'io de' corsieri, per pugnar, ti
cedo
il governo; o costui tu stesso
affronta,
ché de' corsieri sarà mia la
cura.
Sì (riprese il figliuol di
Licaone)
tien tu le briglie, Enea, reggi tu
stesso
i tuoi cavalli, che la mano udendo
del consueto auriga, il curvo carro
meglio trarranno, se fuggir fia
forza
dal figlio di Tidèo. Se lor
vien manco
la tua voce, potrìan per caso
istrano
spaventati adombrarsi, e senza legge
aggirarsi pel campo, e a trarne
fuori
della pugna indugiar tanto che il
fero
Dïomede n'assegua impetuoso,
ed entrambi n'uccida, e via ne meni
i destrieri di Troe. Resta tu dunque
al timone e alle briglie, ché
coll'asta
io del nemico sosterrò
l'assalto.
Montâr, ciò detto,
sull'adorno cocchio,
e animosi drizzâr contra il
Tidìde
i veloci cavalli. Il chiaro figlio
di Capanèo li vide, ed
all'amico
vòlto il presto parlar,
Tidìde, ei disse,
mio diletto Tidìde, a pugnar
teco
veggo pronti venir due di gran nerbo
valorosi guerrier, l'uno il famoso
Pandaro arciero che figliuol si
vanta
di Licaone, e l'altro Enea che prole
vantasi ei pur di Venere e
d'Anchise.
Su, presto in cocchio; ritiriamci, e
incauto
tu non istarmi a furiar tra i primi
con sì gran rischio della
dolce vita.
Bieco guatollo il gran
Tidìde, e disse:
Non parlarmi di fuga. Indarno tenti
persuadermi una viltà.
Fuggire
dal cimento e tremar, non lo
consente
la mia natura: ho forze intégre, e
sdegno
de' cavalli il vantaggio.
Andrò pedone,
quale mi trovo, ad incontrar
costoro;
ché Pallade mi vieta ogni paura.
Ma non essi ambedue salvi di mano
ci scapperan, dai rapidi sottratti
lor corridori, ed avverrà che
appena
ne scampi un solo. Un altro avviso
ancora
vo' dirti, e tu non l'obblïar.
Se fia
che l'alto onore d'atterrarli
entrambi
la prudente Minerva mi conceda,
tu per le briglie allora i miei
cavalli
lega all'anse del cocchio, e ratto
vola
ai cavalli d'Enea, e dai Troiani
via te li mena fra gli Achei. Son
essi
della stirpe gentil di quei che
Giove,
prezzo del figlio Ganimede, un
giorno
a Troe donava; né miglior destrieri
vede l'occhio del Sole e
dell'Aurora.
Al re Laomedonte il prence Anchise
la razza ne furò, sopposte ai
padri
segretamente un dì le sue puledre
che di tale imeneo sei generosi
corsier gli partoriro. Egli
n'impingua
quattro di questi a sé nel suo
presepe,
e due ne cesse al figlio Enea,
superbi
cavalli da battaglia. Ove n'avvegna
di predarli, n'avremo immensa lode.
Mentre seguìan tra lor queste
parole,
quelli incitando i corridor veloci
tosto appressârsi, e Pandaro
primiero
favellò: Bellicoso ardito
figlio
dell'illustre Tidèo, poiché
l'acuto
mio stral non ti domò, vengo
a far prova
s'io di lancia ferir meglio mi
sappia.
Così detto, la lunga asta
vibrando
fulminolla, e colpì di
Dïomede
lo scudo sì, che la ferrata
punta
tutto passollo, e ne sfiorò
l'usbergo.
Sei ferito nel fianco (alto allor
grida
l'illustre feritor), né a lungo, io
spero,
vivrai: la gloria che mi porti
è somma.
Errasti, o folle, il colpo
(imperturbato
gli rispose l'eroe); ben io m'avviso
ch'uno almeno di voi, pria di
ristarvi
da questa zuffa, nel suo sangue
steso
l'ira di Marte sazierà.
Ciò detto,
scagliò. Minerva ne diresse
il telo,
e a lui che curvo lo sfuggìa,
cacciollo
tra il naso e il ciglio.
Penetrò l'acuto
ferro tra' denti, ne tagliò
l'estrema
lingua, e di sotto al mento
uscì la punta.
Piombò dal cocchio, gli tonâr
sul petto
l'armi lucenti, sbigottîr gli stessi
cavalli, e a lui si sciolsero per
sempre
e le forze e la vita. Enea temendo
in man non caggia degli Achei
l'ucciso,
scese, e protesa a lui l'asta e lo
scudo
giravagli dintorno a simiglianza
di fier lïone in suo valor
sicuro;
e parato a ferir qual sia nemico
che gli si accosti, il difendea
gridando
orribilmente. Diè di piglio
allora
ad un enorme sasso Dïomede
di tal pondo, che due nol
porterebbero
degli uomini moderni; ed ei
vibrandolo
agevolmente, e solo e con
grand'impeto
scagliandolo, percosse Enea
nell'osso
che alla coscia s'innesta ed
è nomato
ciotola. Il fracassò l'aspro
macigno
con ambi i nervi, e ne
stracciò la pelle.
Diè del ginocchio al grave
colpo in terra
l'eroe ferito, e colla man robusta
puntellò la persona. Un negro
velo
gli coperse le luci, e qui
perìa,
se di lui tosto non si fosse avvista
l'alma figlia di Giove Citerea
che d'Anchise pastor l'avea
concetto.
Intorno al caro figlio ella diffuse
le bianche braccia, e del lucente
peplo
gli antepose le falde, onde
dall'armi
ripararlo, e impedir che ferro acheo
gli passi il petto e l'anima gl'involi.
Mentre al fiero conflitto ella
sottragge
il diletto figliuol, Stènelo
il cenno
membrando dell'amico, ne sostiene
in disparte i cavalli, e prestamente
all'anse della biga avviluppate
le redini, s'avventa ai ben chiomati
corridori d'Enea; di mezzo ai Teucri
agli Achivi li spinge, ed alle navi
spedisceli fidati al dolce amico
Dëipilo, cui sopra ogni altro
eguale,
perché d'alma conforme, in pregio ei
tiene.
Esso intanto l'eroe capaneìde
rimontato il suo cocchio, e in man
riprese
le riluccnti briglie, allegramente
de' cavalli sonar l'ugna facea
dietro il Tidìde che
coll'empio ferro
l'alma Venere insegue, la sapendo
non una delle Dee che de' mortali
godon le guerre amministrar, siccome
Minerva e la di mura atterratrice
torva Bellona, ma un'imbelle Diva.
Poiché raggiunta per la folta ei
l'ebbe,
abbassò l'asta il fiero, e
coll'acuto
ferro l'assalse, e della man gentile
gli estremi le sfiorò verso
il confine
della palma. Forò l'asta la
cute,
rotto il peplo odoroso a lei tessuto
dalle Grazie, e fluì dalla
ferita
l'icòre della Dea, sangue
immortale,
qual corre de' Beati entro le vene;
ch'essi, né frutto cereal gustando
né rubicondo vino, esangui sono,
e quindi han nome d'Immortali. Al
colpo
died'ella un forte grido, e dalle
braccia
depose il figlio, a cui difesa
Apollo
corse tosto, e l'ascose entro una
nube,
onde camparlo dall'achee saette.
Il bellicoso Dïomede intanto,
Cedi, figlia di Giove, alto gridava,
cedi il piè dalla pugna. E
non ti basta
sedur d'imbelli femminette il core?
Se qui troppo t'avvolgi, io porto
avviso
che tale desteratti orror la guerra,
ch'anco il sol nome ti darà
paura.
Disse; ed ella turbata ed affannosa
partiva. La veloce Iri per mano
la prese, la tirò fuor del
tumulto
carca di doglie e livida le nevi
della morbida cute. Alla sinistra
della pugna seduto il furibondo
Marte trovò: la grande asta
del Nume
e i veloci corsier cingea la nebbia.
Gli abbracciò le ginocchia
supplicando
la sorella, e gridò: Caro
fratello,
miserere di me, dammi il tuo cocchio
ond'io salga all'Olimpo. Assai mi
cruccia
una ferita che mi feo la destra
d'un ardito mortal, di Dïomede,
che pur con Giove piglierìa
contesa.
Sì prega, e Marte i bei
destrier le cede.
Salì sul cocchio allor la
dolorosa,
salì al suo fianco la
taumanzia figlia,
e in man tolte le briglie, a tutto
corso
i cavalli sferzò che
desïosi
volavano. Arrivâr tosto all'Olimpo,
eccelsa sede degli Eterni. Quivi
arrestò la veloce Iri i
corsieri,
li disciolse dal giogo, e ristorolli
d'immortal cibo. La divina intanto
Venere al piede si gittò
dell'alma
genitrice Dïona, che la figlia
raccogliendo al suo seno, e colla
mano
la carezzando e interrogando, Oh!
disse,
oh! chi mai de' Celesti si permise,
amata figlia, in te sì grave
offesa,
come rea di gran fallo alla
scoperta?
Il superbo Tidìde
Dïomede,
rispose Citerea, l'empio ferimmi
perché il mio figlio, il mio sovra
ogni cosa
diletto Enea sottrassi dalla pugna,
che pugna non è più di
Teucri e Achivi,
ma d'Achivi e di numi. - E a lei
Dïona
inclita Diva replicò:
Sopporta
in pace, o figlia, il tuo dolor; ché
molti
degl'Immortali con alterno danno
molte soffrimmo dai mortali offese.
Le soffrì Marte il dì
che gli Aloìdi
Oto e il forte Efïalte
l'annodaro
d'aspre catene. Un anno avvinto e un
mese
in carcere di ferro egli si stette,
e forse vi perìa, se la
leggiadra
madrigna Eeribèa nol rivelava
al buon Mercurio che di là
furtivo
lo sottrasse, già tutto per
la lunga
e dolorosa prigionìa
consunto.
Le soffrì Giuno allor che il
forte figlio
d'Anfitrïone con trisulco dardo
la destra poppa le piagò,
sì ch'ella
d'alto duol ne fu colta. Anco il
gran Pluto
dal medesmo mortal figlio di Giove
aspro sofferse di saetta un colpo
là su le porte dell'Inferno,
e tale
lo conquise un dolor, che lamentoso
e con lo stral ne' duri omeri
infisso
all'Olimpo sen venne, ove Peone,
di lenitivi farmaci spargendo
la ferita, il sanò; ché sua
natura
mortal non era: ma ben era audace
e scellerato il feritor che d'ogni
nefario fatto si fea beffe, osando
fin gli abitanti saettar del cielo.
Oggi contro te pur spinse Minerva
il figlio di Tidèo. Stolto!
ché seco
punto non pensa che son brevi i
giorni
di chi combatte con gli Dei: né
babbo
lo chiameran tornato dalla pugna
i figlioletti al suo ginocchio
avvolti.
Benché forte d'assai, badi il
Tidìde
ch'un più forte di te seco
non pugni;
badi che l'Adrastina
Egïalèa,
di Dïomede generosa moglie,
presto non debba risvegliar dal
sonno
ululando i famigli, e il forte Acheo
plorar che colse il suo virgineo
fiore.
In questo dir con ambedue le palme
la man le asterse dal rappreso
icòre,
e la man si sanò, queta ogni
doglia.
Riser Giuno e Minerva a quella
vista,
e con amaro motteggiar la Diva
dalle glauche pupille il genitore
così prese a tentar. Padre,
senz'ira
un fiero caso udir vuoi tu? Ciprigna
qualche leggiadra Achea sollecitando
a seguir seco i suoi Teucri diletti,
nel carezzarla ed acconciarle il
peplo,
a un aurato ardiglione,
ohimè! s'è punta
la dilicata mano. - Il sommo padre
grazïoso sorrise, e a sé
chiamata
l'aurea Venere, Figlia, le dicea,
per te non sono della guerra i fieri
studi, ma l'opre d'Imeneo soavi.
A queste intendi, ed il pensier
dell'armi
tutto a Marte lo lascia ed a
Minerva.
Mentre in cielo seguìan
queste favelle,
contro il figlio d'Anchise il
bellicoso
Dïomede si spinge, né l'arresta
il saper che la man d'Apollo il
copre.
Desïoso di porre Enea sotterra
e spogliarlo dell'armi peregrine,
nulla ei rispetta un sì gran
Dio. Tre volte
a morte l'assalì, tre volte
Apollo
gli scosse in faccia il luminoso
scudo.
Ma come il forte Calidonio al quarto
impeto venne, il saettante nume
terribile gridò: Guarda che
fai;
via di qua, Dïomede; il
paragone
non tentar degli Dei, ché de'
Celesti
e de' terrestri è disugual la
schiatta.
Disse; e alquanto l'eroe ritrasse il
piede
l'ira evitando dell'arciero Apollo,
che, fuor condutto della mischia
Enea,
nella sagrata Pergamo fra l'are
del suo delubro il pose. Ivi Latona,
ivi l'amante dello stral Dïana
lo curâr, l'onoraro. Intanto Apollo
formò di tenue nebbia una
figura
in sembianza d'Enea; d'Enea le finse
l'armi, e dintorno al vano simulacro
Teucri ed Achei facean di targhe e
scudi
un alterno spezzar che intorno ai
petti
orrendo risonava. Allor si volse
al Dio dell'armi il Dio del giorno,
e disse:
Eversor di città, Marte
omicida,
che sol nel sangue esulti, e non andrai
ad aggredir tu dunque, a cacciar
lungi
questo altiero mortal, questo
Tidìde
che alle mani verrìa con
Giove ancora?
Egli assalse e ferì prima
Ciprigna
al carpo della mano; indi avventossi
a me medesmo coll'ardir d'un Dio.
Sì dicendo, s'assise alto sul
colmo
della pergàmea rocca, e il
rovinoso
Marte sen corse a concitar de'
Teucri
le schiere, e preso d'Acamante il
volto,
d'Acamante de' Traci esimio duce,
così prese a spronar di
Priamo i figli:
Illustri Prïamìdi, e
sino a quando
permetterete della vostra gente
per la man degli Achei sì rio
macello?
Sin tanto forse che la strage arrivi
alle porte di Troia? A terra
è steso
l'eroe che al pari del divino
Ettorre
onoravamo, Enea preclaro figlio
del magnanimo Anchise. Andiam, si
voli
alla difesa di cotanto amico.
Destâr la forza e il cor d'ogni
guerriero
queste parole. Sarpedon con aspre
rampogne allora rabbuffando Ettorre,
Dove andò, gli dicea, l'alto
valore
che poc'anzi t'avevi? E pur t'udimmo
vantarti che tu sol senza l'aita
de' collegati, e co' tuoi soli
affini
e co' fratei bastavi alla difesa
della città. Ma niuno io qui
ne veggo,
niun ne ravviso di costor, ché tutti
trepidanti s'arretrano siccome
timidi veltri intorno ad un leone:
e qui frattanto combattiam noi soli,
noi venuti in sussidio. Io che mi
sono
pur della lega, di lontana al certo
parte mi mossi, dalla licia terra,
dal vorticoso Xanto, ove la cara
moglie ed un figlio pargoletto e
molti
lasciai di quegli averi a cui
sospira
l'uomo mai sempre bisognoso. E pure
alleato, qual sono, i miei guerrieri
esorto alla battaglia, ed io medesmo
sto qui pronto a pugnar contra
costui,
benché qui nulla io m'abbia che il
nemico
rapir mi possa, né portarlo seco.
E tu ozïoso ti ristai? né
almeno
agli altri accenni di far fronte, e
in salvo
por le consorti? Guàrdati,
che presi,
siccome in ragna che ogni cosa
involve,
non divenghiate del crudel nemico
cattura e preda, e ch'ei tra poco al
suolo
la vostr'alma cittade non adegui.
A te tocca l'aver di ciò
pensiero
e giorno e notte, a te dell'alleanza
i capitani supplicar, che fermi
resistano al lor posto, e far che
niuna
cagion più sorga di rampogne
acerbe.
D'Ettore al cor fu morso amaro il
detto
di Sarpedonte, sì che tosto a
terra
saltò dal cocchio in tutto
punto, e l'asta
scotendo ad animar corse veloce
d'ogni parte i Troiani alla
battaglia,
e destò mischia dolorosa.
Allora
voltâr la fronte i Teucri, e
impetuosi
fêrsi incontro agli Achei, che
stretti insieme
gli aspettâr di piè fermo e
senza tema.
Come allor che di Zefiro lo spiro
disperde per le sacre aie la pula,
mentre la bionda Cerere la scevra
dal suo frutto gentil, che il buon
villano
vien ventilando; lo leggier spulezzo
tutta imbianca la parte ove del
vento
lo sospinge il soffiar: così
gli Achivi
inalbava la polve al cielo alzata
dall'ugna de' cavalli entrati allora
sotto la sferza degli aurighi in
zuffa.
Difilati portavano i Troiani
il valor delle destre, e
furïoso
li soccorrea Gradivo discorrendo
il campo tutto, e tutta di gran buio
la battaglia coprendo. E sì
di Febo
i precetti adempìa, di Febo
Apollo
d'aurea spada precinto, che comando
dato gli avea d'accendere ne' Teucri
l'ardimento guerrier, vista partire
l'aiutatrice degli Achei Minerva.
Fuori intanto de' pingui aditi sacri
Enea messo da Febo, e per lui tutto
di gagliardìa ripieno
appresentossi
a' suoi compagni che gioîr, vedendo
vivo e salvo il guerriero e
rintegrato
delle pristine forze. Ma gravarlo
d'alcun dimando il fier nol
consentìa
lavor dell'armi che dell'arco il
divo
sire eccitava, e l'omicida Marte,
e la Discordia ognor furente e
pazza.
D'altra parte gli Aiaci e
Dïomede
e il re dulìchio anch'essi
alla battaglia
raccendono gli Achei già per
sé stessi
né la furia tementi né le grida
de' Dardani, ma fermi ad aspettarli.
Quai nubi che de' monti in su la
cima
immote arresta di Saturno il figlio
quando l'aria è tranquilla e
il furor dorme
degli Aquiloni o d'altro impetuoso
di nubi fugator vento sonoro;
di piè fermo così
senza veruno
pensier di fuga attendono gli Achivi
de' Troiani l'assalto. E Agamennóne
per le file scorrendo, e molte cose
d'ogni parte avvertendo, Amici, ei
grida,
uomini siate e di cor forte, e
ognuno
nel calor della pugna il guardo tema
del suo compagno. De' guerrier che
infiamma
generoso pudore, i salvi sono
più che gli uccisi; chi
rossor di fuga
non sente, ha persa coll'onor la
forza.
Scagliò l'asta, ciò
detto, ed un guerriero
percosse de' primai, commilitone
del magnanimo Enea, Dëicoonte,
di Pèrgaso figliuol tenuto in
pregio
dai Teucri al paro che di Priamo i
figli,
perché presto a pugnar sempre tra'
primi.
Colpillo Atride nell'opposto scudo
che difesa non fece. Trapassollo
tutto la lancia, e per lo cinto
all'imo
ventre discese. Strepitoso ei cadde,
e l'armi rimbombâr sovra il caduto.
Enea diè morte di rincontro a
due
valentissimi, Orsiloco e Cretone,
figli a Dïòcle, della
ben costrutta
città di Fere un ricco
abitatore.
Scendea costui dal fiume Alfeo che
largo
la pilia terra di bell'acque inonda:
Alfèo produsse Orsiloco di
molte
genti signore, Orsiloco Dïòcle,
e Dïòcle costor, mastri
di guerra
d'un sol parto acquistati. Aveano
entrambi
già fatti adulti navigato a
Troia
per onor degli Atridi, e qui la vita
entrambi terminâr. Quai due leoni,
cui la madre sul monte entro i
recessi
d'alto speco educò, fan ruba
e guasto
delle mandre, de' greggi e delle
stalle,
finché dal ferro de' pastor
raggiunti
caggiono anch'essi; e tali allor
dall'asta
d'Enea percossi caddero costoro
col fragor di recisi eccelsi abeti.
Strinse pietà dei due caduti
il petto
del prode Menelao, che tosto innanzi
si spinse di lucenti armi vestito
l'asta squassando. E Marte, che
domarlo
per man d'Enea fa stima, il cor gli
attizza.
Del magnanimo Nestore il buon figlio
Antiloco osservollo, e un qualche
danno
paventando all'Atride, un qualche
grave
storpio all'impresa degli Achei,
processe
nell'antiguardo. Già s'aveano
incontro
abbassate le picche i due campioni
pronti a ferir, quando d'Atride al
fianco
Antiloco comparve: e di due tali
viste le forze in un congiunte,
Enea,
benché prode guerriero, retrocesse.
Trassero questi tra gli Achei gli
estinti
Orsiloco e Cretone, e d'ambedue
le miserande spoglie in man deposte
degli amici, dier volta, e nella
pugna
novellamente si mischiâr tra' primi.
Fu morto il duce allor de' generosi
scudati Paflagoni, il marziale
Pilemene. Il ferì d'asta alla
spalla
l'Atride Menelao. Lo suo sergente
ed auriga Midon, gagliardo figlio
d'Antimnio, cadde per la man
d'Antiloco.
Dava questo Midon, per via fuggirsi,
la volta al cocchio. Antiloco nel
pieno
del cubito il ferì con tale
un colpo
di sasso, che gittògli al
suol le belle
eburnee briglie. Gli fu tosto sopra
il feritor col brando, e su la
tempia
d'un dritto l'attastò, che
giù dal carro
lo travolse, e ficcògli nella
sabbia
testa e spalle. Anelante in quello
stato
ei restossi gran pezza, ché profondo
era il sabbion; finché i destrier
del tutto
lo riversâr calpesto nella polve.
Diè lor di piglio Antiloco, e
veloce
col flagello li spinse al campo
acheo.
Com'Ettore di mezzo all'ordinanze
vide lor prove, impetuoso mosse
con alte grida ad investirli, e
dietro
de' Teucri si traea le forti squadre
cui Marte è duce e la feral
Bellona.
Bellona in compagnìa vien
dell'orrendo
tumulto della zuffa; e Marte in
pugno
palleggia un'asta smisurata, e or
dietro
or davanti cammina al grande
Ettorre.
Turbossi a quella vista il bellicoso
Tidìde; e quale della strada
ignaro
vïator che trascorsa un'ampia
landa
giunge a rapido fiume che mugghiante
l'onda del mar devolve, e visto il
flutto
che freme e spuma, di fuggir s'affretta
l'orme sue ricalcando: a questa
guisa
retrocesse il Tidìde, e al
suo drappello
volgendo le parole: Amici, ei disse,
qual fia stupor se forte d'asta e
audace
combattente si mostra il duce
Ettorre?
Sempre al fianco gli viene un
qualche iddio
che alla morte l'invola; ed or lo
stesso
Marte in sembianza d'un mortal
l'assiste.
Non vogliate attaccar dunque co'
numi
ostinata contesa, e date addietro,
ma col viso ognor vòlto
all'inimico.
Mentr'egli sì dicea,
scagliârsi i Teucri
addosso alla sua schiera. E quivi
Ettorre
a morte mise due guerrier, nell'armi
assai valenti e in un sol cocchio
ascesi,
Anchïalo e Meneste. Ebbe di
loro
pietade il grande Telamonio Aiace,
e féssi avanti e stette, e la
lucente
asta lanciando, Anfio colpì,
che figlio
di Selago tenea suo seggio in Peso
ricco d'ampie campagne. Ma la nera
Parca ad Ilio il menò
confederato
del re troiano e de' suoi figli. Il
colse
sul cinto il lungo telamonio ferro,
e nell'imo del ventre si confisse.
Diè cadendo un rimbombo, e a
dispogliarlo
corse l'illustre vincitor; ma un
nembo
i Troiani piovean di frecce acute
che d'irta selva gli coprîr lo
scudo.
Ben egli al morto avvicinossi, e il
petto
calcandogli col piè, la
fulgid'asta
ne sferrò, ma dall'omero le
belle
armi rapirgli non poteo: sì
densa
la grandine il premea delle saette.
E temendo l'eroe nol circuisse
de' Troiani la piena, che ristretti
erano e molti e poderosi, e tutti
con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro
ad incalzarlo, a repulsarlo intesi,
ei benché forte e di gran corpo e
d'alto
ardir diè volta, e si
ritrasse addietro.
Mentre questi alle mani in questa
parte
si travaglian così, nemico
fato
contra l'illustre Sarpedon sospinse
l'Eraclide Tlepòlemo,
guerriero
di gran persona e di gran possa. Or
come
a fronte si trovâr quinci il nepote
e quindi il figlio del Tonante
Iddio,
Tlepòlemo primiero
così disse:
Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo
rozzo in guerra a tremar qua ti
condusse?
È mentitor chi
dell'Egìoco Giove
germe ti dice. Dal valor dei forti,
che nell'andata età nacquer
di lui,
troppo lungi se' tu. Ben altro egli
era
il mio gran genitor, forza divina,
cuor di leone. Qua venuto un giorno
a via menar del re Laomedonte
i promessi destrieri, egli con sole
sei navi e pochi armati Ilio
distrusse,
e vedovate ne lasciò le vie.
Tu sei codardo, tu a perir qui
traggi
i tuoi soldati, tu veruna aita,
col tuo venir di Licia, non darai
alla dardania gente; e quando pure
un gagliardo ti fossi, il braccio
mio
qui stenderatti e spingeratti a
Pluto.
E di rimando a lui de' Licii il
duce:
Tlepòlemo, le sacre iliache
mura
Ercole, è ver, distrusse, e
la scempiezza
del frigio sire il meritò,
che ingrato
al beneficio con acerbi detti
oltraggiollo; e i destrieri, alta
cagione
di sua venuta, gli negò. Ma i
vanti
paterni non torran che la mia lancia
qui non ti prostri. Tu morrai: son
io
che tel predìco, e a me
l'onor qui tosto
darai della vittoria, e l'alma a
Pluto.
Ciò detto appena, sollevaro
in alto
i ferrati lor cerri ambo i
guerrieri,
ed ambo a un tempo gli scagliâr.
Percosse
Sarpedonte il nemico a mezzo il
collo,
sì che tutto il passò
l'asta crudele,
e a lui gli occhi coperse eterna
notte.
Ma il telo uscito nel medesmo
istante
dalla man di Tlepòlemo la
manca
coscia ferì di Sarpedon.
Passolla
infino all'osso la fulminea punta,
ma non diè morte, ché
vietollo il padre.
Accorsero gli amici, e dal tumulto
sottrassero l'eroe che del confitto
telo di molto si dolea, né mente
v'avea posto verun, né s'avvisava
di sconficcarlo dalla coscia offesa,
onde espedirne il camminar: tant'era
del salvarlo la fretta e la
faccenda.
Dall'altra parte i coturnati Achei
di Tlepòlemo anch'essi dalla
pugna
ritraggono la salma. Al doloroso
spettacolo la forte alma d'Ulisse
si commosse altamente; e in suo
pensiero
divisando ne vien s'ei prima insegua
di Giove il figlio, o più gli
torni il darsi
alla strage de' Licii. Alla sua
lancia
non concedean le Parche il porre a
morte
del gran Tonante il valoroso seme.
Scagliasi ei dunque da Minerva
spinto
nella folta dei Licii, e quivi
uccide
l'un sovra l'altro Alastore, Cerano,
Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone
ed Alio: e più n'avrìa
di lor prostrati
il divino guerrier, se il grande
Ettorre
di lui non s'accorgea. Tra i primi
ei dunque
processe di corrusche armi
splendente,
e portante il terror ne' petti
argivi.
Come il vide vicin fe' lieto il core
Sarpedonte, e con voce lamentosa:
Generoso Prïamide, dicea,
non lasciarmi giacer preda al
nemico:
mi soccorri, e la vita m'abbandoni
nella vostra città, poiché
m'è tolto
il tornarmi al natìo dolce
terreno,
e d'allegrezza spargere la mia
diletta moglie e il pargoletto
figlio.
Non rispose l'eroe; ma desïoso
di vendicarlo e ricacciar gli Achivi
colla strage di molti, oltre si
spinse.
In questo mezzo la pietosa cura
de' compagni adagiò sotto un
bel faggio
a Giove sacro Sarpedonte, e il telo
dalla piaga gli svelse il valoroso
diletto amico Pelagon. Nell'opra
svenne il ferito, e
s'annebbiò la vista;
ma l'aura boreal, che fresca intorno
ventavagli, tornò ne' primi
uffici
della vita gli spirti; e nell'anelo
petto affannoso ricreògli il
core.
Da Marte intanto e dall'ardente
Ettorre
assaliti gli Achei né paurosi
verso le navi si fuggìan, né
arditi
farsi innanzi sapean. Ma quando il
grido
corse tra lor che Marte era co'
Teucri,
indietro si piegâr sempre cedendo.
Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto
dal ferreo Marte e dall'audace
Ettorre?
Teutrante che sembianza avea d'un
Dio,
l'agitatore di cavalli Oreste,
il vibrator di lancia Etolio Treco,
e l'Enopide Elèno, ed
Enomào,
e d'armi adorno di color diverso
Oresbio che a far d'oro alte
conserve
posto il pensier, tenea suo seggio
in Ila
appo il lago Cefisio ov'altri assai
opulenti Beozi avean soggiorno.
Tale e tanta d'Achivi occisïone
Giuno mirando, a Pallade si volse,
e con preste parole: Ohimè!
le disse,
invitta figlia dell'Egìoco
Giove,
se libera lasciam dell'omicida
Marte la furia, indarno a Menelao
noi promettemmo dell'iliache torri
la caduta, e felice il suo ritorno.
Or via, scendiamo, e di valor noi
pure
facciam prova laggiù. Disse,
e Minerva
tenne l'invito. Allor la veneranda
Saturnia Giuno ad allestir veloce
corse i d'oro bardati almi
destrieri.
Immantinente al cocchio Ebe le curve
ruote innesta. Un ventaglio apre
ciascuna
d'otto raggi di bronzo, e si rivolve
sovra l'asse di ferro. Il giro
è tutto
d'incorruttibil oro, ma di bronzo
le salde lame de' lor cerchi
estremi.
Maraviglia a veder! Son puro argento
i rotondi lor mozzi, e vergolate
d'argento e d'ôr del cocchio anco le
cinghie
con ambedue dell'orbe i semicerchi,
a cui sospese consegnar le guide.
Si dispicca da questo e scorre avanti
pur d'argento il timone, in cima a
cui
Ebe attacca il bel giogo e le
leggiadre
pettiere; e queste parimenti e
quello
d'auro sono contesti. Desïosa
Giuno di zuffe e del rumor di
guerra,
gli alipedi veloci al giogo adduce.
Né Minerva s'indugia. Ella diffuso
il suo peplo immortal sul pavimento
delle sale paterne, effigïato
peplo, stupendo di sua man lavoro,
e vestita di Giove la corazza,
di tutto punto al lagrimoso ballo
armasi. Intorno agli omeri divini
pon la ricca di fiocchi Egida
orrenda,
che il Terror d'ogn'intorno
incoronava.
Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
ivi l'atroce Inseguimento, e il diro
Gorgonio capo, orribile prodigio
dell'Egìoco signore. Indi
alla fronte
l'aurea celata impone irta di
quattro
eccelsi coni, a ricoprir bastante
eserciti e città. Tale la
Diva
monta il fulgido cocchio, e l'asta
impugna
pesante, immensa, poderosa, ond'ella
intere degli eroi le squadre atterra
irata figlia di potente iddio.
Giuno, al governo delle briglie,
affretta
col flagello i corsieri. Cigolando
per sé stesse s'aprîr l'eteree porte
custodite dall'Ore a cui commessa
del gran cielo è la cura e
dell'Olimpo,
onde serrare e disserrar la densa
nube che asconde degli Dei la sede.
Per queste porte dirizzâr le Dive
i docili cavalli, e ritrovaro
scevro dagli altri Sempiterni e solo
su l'alta vetta dell'Olimpo assiso
di Saturno il gran figlio. Ivi i
destrieri
sostò la Diva dalle bianche
braccia,
e il supremo de' numi interrogando:
Giove padre, gli disse, e non ti
prende
sdegno de' fatti di Gradivo atroci?
Non vedi quanta e quale il furibondo
strage non giusta degli Achei
commette?
Io ne son dolorosa: e queti intanto
si letiziano Apollo e Citerea,
essi che questo d'ogni legge schivo
forsennato aizzâr. Padre, s'io
scendo
a rintuzzar l'audace, a discacciarlo
dalla pugna, n'andrai tu meco in
ira?
Va, le rispose delle nubi il sire,
spingi contra costui la predatrice
Minerva, a farlo assai dolente
usata.
Di ciò lieta la Dea fe' su le
groppe
de' corsieri sonar la sferza; e quelli
infra la terra e lo stellato cielo
desïosi volaro; e quanto vede
d'aereo spazio un uom che in alto
assiso
stende il guardo sul mar, tanto d'un
salto
ne varcâr delle Dive i tempestosi
destrier. Là giunte dove
l'onde amiche
confondono davanti all'alta Troia
Simoenta e Scamandro, ivi rattenne
Giuno i cavalli, gli staccò
dal cocchio,
e di nebbia li cinse. Il Simoenta
loro un pasco fornì
d'ambrosie erbette.
Tacite allora, e col leggiero
incesso
di timide colombe ambe le Dive
appropinquârsi al campo acheo,
bramose
di dar soccorso a' combattenti. E
quando
arrivâr dove molti e valorosi,
come stuol di cinghiali o di
lïoni,
si stavano ristretti intorno al
forte
figliuolo di Tidèo, presa la
forma
di Stèntore che voce avea di
ferro,
e pareggiava di cinquanta il grido,
Giuno sclamò: Vituperati
Argivi,
mere apparenze di valor, vergogna!
Finché mostrossi in campo la divina
fronte d'Achille, non fur osi i
Teucri
scostarsi mai dalle dardanie porte;
cotanto di sua lancia era il
terrore.
Or lungi dalle mura insino al mare
vengono audaci a cimentar la pugna.
Sì dicendo svegliò di
ciascheduno
e la forza e l'ardir. Sorgiunse in
questa
la cerula Minerva a Dïomede
ch'appo il carro la piaga, onde
l'offese
di Pandaro lo stral, refrigerava;
e colla stanca destra sollevando
dello scudo la soga tutta molle
di molesto sudor, tergea del negro
sangue la tabe. Colla man posata
sul giogo de' corsier la Dea
sì disse:
Tidèo per certo generossi un
figlio
che poco lo somiglia. Era
Tidèo
picciol di corpo, ma guerriero; e
quando
io gli vietava di pugnar, fremea.
E quando senza compagnìa
venuto
ambasciatore a Tebe io co' Tebani
ne' regii alberghi a banchettar
l'astrinsi,
non depose egli, no, la bellicosa
alma di prima, ma sfidando il fiore
de' giovani Cadmei, tutti li vinse
agevolmente col mio nume al fianco.
E al tuo fianco del pari io qui ne
vegno,
e ti guardo e t'esorto e ti comando
di pugnar co' Troiani arditamente.
Ma te per certo o la fatica
oppresse,
o qualche tema agghiaccia, e tu non
sei
più, no, la prole del pugnace
Enìde.
Ti riconosco, o Dea (tosto rispose
il valoroso eroe), ti riconosco,
figlia di Giove, e di buon grado e
netta
mia ragione dirò. Né vil
timore
né ignavia mi rattien, ma il tuo
comando.
Non se' tu quella che pugnar
poc'anzi
mi vietasti co' numi? E se la figlia
di Giove Citerea nel campo entrava,
non mi dicesti di ferirla? Il feci.
Ed or recedo, e agli altri Achivi
imposi
d'accogliersi qui tutti, ora che
Marte,
ben lo conosco, de' Troiani è
il duce.
E a lui la Diva dalle luci azzurre:
Diletto Dïomede, alcuna tema
di questo Marte non aver, né d'altro
qualunque iddio, se tua difesa io
sono.
Sorgi, e drizza in costui
gl'impetuosi
tuoi corridori, e stringilo e il
percuoti,
né riguardo t'arresti né rispetto
di questo insano ad ogni mal parato
e ad ogni parteggiar, che a me pur
dianzi
e a Giuno promettea che contra i
Teucri
a pro de' Greci avrìa
pugnato; ed ora
immemore de' Greci i Teucri aiuta.
Sì dicendo afferrò
colla possente
destra il figliuol di
Capanèo, dal carro
traendolo; né quegli a dar fu tardo
un salto a terra; ed ella stessa
ascese
sovra il cocchio da canto a
Dïomede
infiammata di sdegno. Orrendamente
l'asse al gran pondo cigolò,
ché carco
d'una gran Diva egli era e d'un gran
prode.
Al sonoro flagello ed alle briglie
diè di piglio Minerva, e
senza indugio
contra Marte sospinse i generosi
cornipedi. Lo giunse appunto in
quella
che atterrato l'enorme Perifante
(un fortissimo Etòlo, egregio
figlio
d'Ochesio), il Dio crudel lordo di
sangue
lo trucidava. In arrivar si pose
Minerva di Pluton l'elmo alla
fronte,
onde celarsi di quel fero al guardo.
Come il nume omicida ebbe veduto
l'illustre Dïomede, al suol
disteso
lasciò l'immenso Perifante, e
dritto
ad investir si spinse il cavaliero.
E tosto giunti l'un dell'altro a
fronte,
Marte il primo scagliò l'asta
di sopra
al giogo de' corsier lungo le
briglie,
di rapirgli la vita desïoso:
ma prese colla man l'asta volante
la Dea Minerva e la stornò
dal carro,
e vano il colpo riuscì.
Secondo
spinse l'asta il Tidìde a
tutta forza.
La diresse Minerva, e al Dio
l'infisse
sotto il cinto nell'epa, e
vulnerollo,
e lacerata la divina cute
l'asta ritrasse. Mugolò il
ferito
nume, e ruppe in un tuon pari di
nove
o dieci mila combattenti al grido
quando appiccan la zuffa. I Troi
l'udiro,
l'udîr gli Achivi, e ne tremâr:
sì forte
fu di Marte il muggito. E quale pel
grave
vento che spira dalla calda terra
si fa di nubi tenebroso il cielo;
tal parve il ferreo Marte a
Dïomede,
mentre avvolto di nugoli alle sfere
dolorando salìa. Giunto alla
sede
degli Dei su l'Olimpo, accanto a
Giove
mesto s'assise, discoperse il sangue
immortal che scorrea dalla ferita,
e in suono di lamento: O padre, ei
disse,
e non t'adiri a cotal vista, a fatti
sì nequitosi? Esizïosa
sempre
a noi Divi tornò la mutua
gara
di gratuir l'umana stirpe; e intanto
di nostre liti la cagion tu sei,
tu che una figlia generasti insana,
e di sterminii e di malvage imprese
invaghita mai sempre.
Obbedïenti
hai quanti alberga Sempiterni il
cielo;
tutti inchiniamo a te. Sola costei
né con fatti frenar né con parole
tu sai per anco, connivente padre
di pestifera furia. Ella pur dianzi
stimolò di Tidèo
l'audace figlio
a pazzamente guerreggiar co' numi;
ella a ferir Ciprigna; ella a
scagliarsi
contra me stesso, e pareggiarsi a un
Dio.
E se più tardo il piè
fuggìa, sarei
steso rimasto fra quei tanti uccisi
in lunghe pene, né morir potendo
m'avrìa de' colpi infranto la
tempesta.
Bieco il guatò l'adunator de'
nembi
Giove, e rispose: Querimonie e lai
non mi far qui seduto al fianco mio,
fazïoso incostante, e a me fra
tutti
i Celesti odïoso. E risse e
zuffe
e discordie e battaglie, ecco le
care
tue delizie. Trasfuso in te conosco
di tua madre Giunon l'intollerando
inflessibile spirto, a cui mal posso
pur colle dolci riparar; né certo
d'altronde io penso che il tuo danno
or scenda,
che dal suo torto consigliar. Non io
vo' per questo patir che tu sostegna
più lungo duolo: mi sei
figlio, e caro
la Dea tua madre a me ti
partorìa.
Se malvagio, qual sei, d'altro
qualunque
nume nascevi, da gran tempo avresti
sorte incorsa peggior degli
Uranìdi.
Così detto, a Peon comando ei
fece
di risanarlo. La ferita ei sparse
di lenitivo medicame, e tolto
ogni dolore, il tornò sano al
tutto,
ché mortale ei non era. E come il
latte
per lo gaglio sbattuto si rappiglia,
e perde il suo fluir sotto la mano
del presto mescitor; presta del pari
la peonia virtù Marte
guarìa.
Ebe poscia lavollo, e di leggiadre
vesti l'avvolse; ed egli accanto a
Giove
dell'alto onor superbo si ripose.
Repressa del crudel Marte la strage,
tornâr contente alla magion del
padre
Giuno Argiva e Minerva
Alalcomènia.
Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei
così restaro a battagliar.
Più volte
tra il Simoenta e il Xanto impetuosi
si assaliro; più volte or da
quel lato
ed or da questo con incerte penne
la Vittoria volò. Ruppe di
Troi
primo una squadra il Telamonio
Aiace,
presidio degli Achivi, e il primo
raggio
portò di speme a' suoi,
ferendo un Trace
fortissimo guerriero e di gran mole,
Acamante d'Eussòro. Il colse
in fronte
nel cono dell'elmetto irto d'equine
chiome, e nell'osso gli
piantò la punta
sì che i lumi gli chiuse il
buio eterno.
Tolse la vita al Teutranìde
Assilo
il marzio Dïomede. Era d'Arisbe
bella contrada Assilo abitatore,
uom di molta ricchezza, a tutti
amico,
ché tutti in sua magion, posta
lunghesso
la via frequente, ricevea cortese.
Ma degli ospiti ahi! niuno accorse
allora,
niun da morte il campò. Solo
il suo fido
servo Calesio, che reggeagli il
cocchio,
morto ei pur dal Tidìde, al
fianco cadde
del suo signore, e con lui scese a
Pluto.
Eurìalo abbatte Ofelzio e
Dreso; e poscia
Esepo assalta e Pedaso gemelli,
che al buon Bucolïone un
dì produsse
la Naiade gentile Abarbarèa.
Bucolïon del re Laomedonte
primogenito figlio, ma di nozze
furtive acquisto, conducea la
greggia
quando alla ninfa in amoroso
amplesso
mischiossi, e di costor madre la
feo.
Ma quivi tolse ad ambedue la vita
e la bella persona e l'armi il
figlio
di Mecistèo. Fur morti a un
tempo istesso
Astïalo dal forte Polipete;
il percosso Pidìte dall'acuta
asta d'Ulisse; Aretaon da Teucro.
D'Antiloco la lancia Ablero atterra,
Èlato quella del maggiore
Atride,
Èlato che sua stanza avea
nell'alta
Pedaso in riva dell'ameno fiume
Satnioente. Euripilo prostese
Melanzio; e l'asta dell'eroe
Leìto
il fuggitivo Fìlaco trafisse.
Ma l'Atride minor, strenuo
guerriero,
vivo Adrasto pigliò. Repente
ombrando
li costui corridori, e via pel campo
paventosi fuggendo in un tenace
cespo implicârsi di mirica, e quivi
al piede del timon spezzato il carro
volâr con altri spaventati in fuga
verso le mura. Prono nella polve
sdrucciolò dalla biga appo la
ruota
quell'infelice. Colla lunga lancia
Menelao gli fu sopra; e Adrasto a
lui
abbracciando i ginocchi e
supplicando:
Pigliami vivo, Atride; e largo
prezzo
del mio riscatto avrai. Figlio son
io
di ricco padre, e gran conserva ei
tiene
d'auro, di rame e di foggiato ferro.
Di questi largiratti il padre mio
molti doni, se vivo egli mi sappia
nelle argoliche navi. - A questo
prego
già dell'Atride il cor si
raddolcìa,
già fidavalo al servo, onde
alle navi
l'adducesse; quand'ecco
Agamennòne
che a lui ne corre minaccioso e
grida:
Debole Menelao! e qual ti prende
de' Troiani pietà? Certo per
loro
la tua casa è felice! Or su;
nessuno
de' perfidi risparmi il nostro
ferro,
né pur l'infante nel materno seno:
perano tutti in un con Ilio, tutti
senza onor di sepolcro e senza nome.
Cangiò di Menelao la mente il
fiero
ma non torto parlar, sì ch'ei
respinse
da sé con mano il supplicante, e lui
ferì tosto nel fianco
Agamennòne,
e supino lo stese. Indi col piede
calcato il petto ne ritrasse il
telo.
Nestore intanto in altra parte
accende
l'acheo valor, gridando: Amici eroi,
Dànai di Marte alunni, alcun
non sia
ch'ora badi alle spoglie, e per
tornarne
carco alle navi si rimanga indietro.
Non badiam che ad uccidere, e gli
uccisi
poi nel campo a bell'agio
ispoglieremo.
Fatti animosi a questo dir gli Achei
piombâr su i Teucri, che scorati e
domi
di nuovo in Ilio si sarìan
racchiusi,
se il prestante indovino Eleno,
figlio
del re troiano, non volgea per tempo
ad Ettore e ad Enea queste parole:
Poiché tutta si folce in voi la
speme
de' Troiani e de' Licii, e che voi
siete
i miglior nella pugna e nel
consiglio,
voi, Ettore ed Enea, qui state, e i
nostri
alle porte fuggenti rattenete,
pria che, con riso del nemico, in
braccio
si salvin delle mogli. E come tutte
ben rincorate le falangi avrete,
noi di piè fermo, benché
lassi e in dura
necessitade, qui farem coll'armi
buon ripicco agli Achei. Ciò
fatto, a Troia
tu, Ettore, ten vola, ed alla madre
di' che salga la rocca, e del
delubro
a Minerva sacrato apra le porte,
e vi raccolga le matrone, e il peplo
il più grande, il più
bello, e a lei più caro
di quanti in serbo ne' regali
alberghi
ella ne tien, deponga umilemente
su le ginocchia della Diva, e dodici
giovenche le prometta ancor non
dome,
se la nostra città
commiserando
e le consorti e i figli, ella dal
sacro
Ilio allontana il fiero Dïomede
combattente crudele, e vïolento
artefice di fuga, e per mio senno
il più gagliardo degli Achei.
Né certo
noi tremammo giammai tanto il
Pelìde,
benché figlio a una Dea, quanto
costui
che fuor di modo inferocisce, e
nullo
vien di forze con esso a paragone.
Disse: e al cenno fraterno
obbedïente
Ettore armato si lanciò dal
carro
con due dardi alla mano; e via
scorrendo
per lo campo e animando ogni
guerriero,
rinfrescò la battaglia: e
tosto i Teucri
voltâr la faccia, e coraggiosi
incontro
fersi al nemico. S'arretrâr gli
Achivi,
e la strage cessò; ch'essi
mirando
sì audaci i Teucri convertir
le fronti,
stimâr disceso in lor soccorso un
Dio.
E tuttavia le sue genti Ettorre
confortando, gridava ad alta voce:
Magnanimi Troiani, e voi di Troia
generosi alleati, ah siate, amici,
siatemi prodi, e fuor mettete intera
la vostra gagliardìa, mentr'io
per poco
men volo in Ilio ad intimar de'
padri
e delle mogli i preghi e le votive
ecatombi agli Dei. - Parte,
ciò detto.
Ondeggiano all'eroe, mentre cammina,
l'alte creste dell'elmo; e il negro
cuoio,
che gli orli attorna dell'immenso
scudo,
la cervice gli batte ed il tallone.
Di duellar bramosi allor nel mezzo
dell'un campo e dell'altro
appresentârsi
Glauco, prole d'Ippoloco, e il
Tidìde.
Come al tratto dell'armi ambo fur
giunti,
primo il Tidìde
favellò: Guerriero,
chi se' tu? Non ti vidi unqua ne'
campi
della gloria finor. Ma tu d'ardire
ogni altro avanzi se aspettar non
temi
la mia lancia. È figliuol
d'un infelice
chi fassi incontro al mio valor. Se
poi
tu se' qualche Immortal, non io per
certo
co' numi pugnerò; ché lunghi
giorni
né pur non visse di Drïante il
forte
figlio Licurgo che agli Dei fe'
guerra.
Su pel sacro Nisseio egli di Bacco
le nudrici inseguìa. Dal rio
percosse
con pungolo crudel gittaro i tirsi
tutte insieme, e fuggîr:
fuggì lo stesso
Bacco, e nel mar s'ascose, ove del
fero
minacciar di Licurgo paventoso
Teti l'accolse. Ma sdegnârsi i numi
con quel superbo. Della luce il caro
raggio gli tolse di Saturno il
figlio,
e detestato dagli Eterni tutti
breve vita egli visse. All'armi io
dunque
non verrò con gli Dei. Ma se
terreno
cibo ti nutre, accòstati; e
più presto
qui della morte toccherai le mete.
E d'Ippoloco a lui l'inclito figlio:
Magnanimo Tidìde, a che
dimandi
il mio lignaggio? Quale delle
foglie,
tale è la stirpe degli umani.
Il vento
brumal le sparge a terra, e le
ricrea
la germogliante selva a primavera.
Così l'uom nasce, così
muor. Ma s'oltre
brami saper di mia prosapia, a molti
ben manifesta, ti farò
contento.
Siede nel fondo del paese argivo
Efira, una città,
natìa contrada
di Sisifo che ognun vincea nel
senno.
Dall'Eolide Sisifo fu nato
Glauco; da Glauco il buon
Bellerofonte,
cui largiro gli Dei somma beltade,
e quel dolce valor che i cuori
acquista.
Ma Preto macchinò la sua
ruina,
e potente signor d'Argo che Giove
sottomessa gli avea, d'Argo
l'espulse
per cagione d'Antèa sposa al
tiranno.
Furïosa costei ne desïava
segretamente l'amoroso amplesso;
ma non valse a crollar del saggio e
casto
Bellerofonte la virtù.
Sdegnosa
del magnanimo niego l'impudica
volse l'ingegno alla calunnia, e
disse
al marito così: Bellerofonte
meco in amor tentò meschiarsi
a forza:
muori dunque, o l'uccidi. Arse di
sdegno
Preto a questo parlar, ma non
l'uccise,
di sacro orror compreso. In quella
vece
spedillo in Licia apportator di
chiuse
funeste cifre al re suocero,
ond'egli
perir lo fêsse. Dagli Dei
scortato
partì Bellerofonte, al Xanto
giunse,
al re de' Licii appresentossi, e
lieta
n'ebbe accoglienza ed ospital
banchetto.
Nove giorni fumò su l'are
amiche
di nove tauri il sangue. E quando
apparve
della decima aurora il roseo lume
interrogollo il sire, e a lui la
tèssera
del genero chiedea. Viste le crude
note di Preto, comandògli in
prima
di dar morte all'indomita Chimera.
Era il mostro d'origine divina
lïon la testa, il petto capra,
e drago
la coda; e dalla bocca orrende vampe
vomitava di foco. E nondimeno
col favor degli Dei l'eroe la
spense.
Pugnò poscia co'
Sòlimi, e fu questa,
per lo stesso suo dir, la più
feroce
di sue pugne. Domò per terza
impresa
le Amazzoni virili. Al suo ritorno
il re gli tese un altro inganno, e
scelti
della Licia i più forti, in
fosco agguato
li collocò; ma non redinne un
solo:
tutti gli uccise l'innocente. Allora
chiaro veggendo che d'un qualche
iddio
illustre seme egli era, a sé lo
tenne,
e diegli a sposa la sua figlia, e
mezza
la regal potestade. Ad esso inoltre
costituiro i Licii un separato
ed ameno tenér, di tutti il meglio,
d'alme viti fecondo e d'auree messi,
ond'egli a suo piacer lo si coltivi.
Partorì poi la moglie al
virtuoso
Bellerofonte tre figliuoli, Isandro
e Ippoloco, ed alfin Laodamìa
che al gran Giove soggiacque, e
padre il fece
del bellicoso Sarpedon. Ma quando
venne in odio agli Dei Bellerofonte,
solo e consunto da tristezza errava
pel campo Aleio l'infelice, e l'orme
de' viventi fuggìa. Da Marte
ucciso
cadde Isandro co' Sòlimi
pugnando;
Laodamìa perì sotto
gli strali
dell'irata Diana; e a me la vita
Ippoloco donò, di cui
m'è dolce
dirmi disceso. Il padre alle troiane
mura spedimmi, e generosi sproni
m'aggiunse di lanciarmi innanzi a
tutti
nelle vie del valore, onde de' miei
padri la stirpe non macchiar, che
fûro
d'Efira e delle licie ampie contrade
i più famosi. Ecco la
schiatta e il sangue
di che nato mi vanto, o
Dïomede.
Allegrossi di Glauco alle parole
il marzïal Tidìde, e
l'asta in terra
conficcando, all'eroe dolce rispose:
Un antico paterno ospite mio,
Glauco, in te riconosco.
Enèo, già tempo,
ne' suoi palagi accolse il valoroso
Bellerofonte, e lui ben venti interi
giorni ritenne, e di bei doni
entrambi
si presentaro. Una purpurea cinta
Enèo donò,
Bellerofonte un nappo
di doppio seno e d'ôr, che in serbo
io posi
nel mio partir: ma di Tidèo
non posso
farmi ricordo, ché bambino io m'era
quando ei lasciommi per seguire a
Tebe
gli Achei che rotti vi periro. Io
dunque
sarotti in Argo ed ospite ed amico,
tu in Licia a me, se nella Licia
avvegna
ch'io mai porti i miei passi. Or
nella pugna
evitiamci l'un l'altro. Assai mi
resta
di Teucri e d'alleati, a cui dar
morte,
quanti a' miei teli n'offriranno i
numi,
od il mio piè ne
giungerà. Tu pure
troverai fra gli Achivi in chi far
prova
di tua prodezza. Di nostr'armi il
cambio
mostri intanto a costor, che l'uno e
l'altro
siam ospiti paterni. Così
detto,
dal cocchio entrambi dismontâr d'un
salto,
strinser le destre, e si dier mutua
fede.
Ma nel cambio dell'armi a Glauco
tolse
Giove lo senno. Aveale Glauco d'oro,
Dïomede di bronzo: eran di
quelle
cento tauri il valor, nove di
queste.
Al faggio intanto delle porte Scee
Ettore giunge. Gli si fanno intorno
le troiane consorti e le fanciulle
per saper de' figliuoli e de' mariti
e de' fratelli e degli amici; ed
egli,
Ite, risponde, a supplicar gli Dei
in devota ordinanza, itene tutte,
ch'oggi a molte sovrasta alta
sciagura.
De' regali palagi indi
s'avvìa
ai portici superbi. Avea cinquanta
talami la gran reggia edificati
l'un presso all'altro, e di polita
pietra
splendidi tutti. Accanto alle
consorti
dormono in questi i Priamìdi.
A fronte
dodici altri ne serra il gran
cortile
per le regie donzelle, al par de'
primi
di bel marmo lucenti, e posti in
fila.
Di Priamo in questi dormono gl'illustri
generi al fianco delle caste spose.
Qui giunto Ettore, ad incontrarlo
corse
l'inclita madre che a trovar sen
gìa
Laodice, la più delle sue
figlie
avvenente e gentil. Chiamollo a
nome,
e strettolo per mano: O figlio,
disse,
perché, lasciato il guerreggiar, qua
vieni?
Ohimè! per certo i detestati
Achei
son già sotto alle mura, e te
qui spinge
religioso zelo ad innalzare
là su la rocca le pie mani a
Giove.
Ma deh! rimanti alquanto, ond'io
d'un dolce
vino la spuma da libar ti rechi
primamente al gran Giove e agli
altri Eterni,
indi a rifar le tue, se ne berai,
esauste forze. Di guerrier
già stanco
rinfranca Bacco il core, e te
pugnante
per la tua patria la fatica
oppresse.
No, non recarmi, veneranda madre,
dolce vino verun, rispose Ettorre,
ch'egli scemar potrìa mie
forze, e in petto
addormentarmi la natìa
virtude.
Aggiungi che libar non oso a Giove
pria che di divo fiume onda mi lavi;
né certo lice colle man di polve
lorde e di sangue offerir voti al
sommo
de'
nembi adunator. Ma tu di Palla
predatrice t'invìa deh! tosto
al tempio,
e rècavi i profumi
accompagnata
dalle auguste matrone, e qual
nell'arca
peplo ti serbi più leggiadro
e caro,
prendilo, e umìle della Diva
il poni
su le sacre ginocchia, e sei le vóta
giovenche e sei di collo ancor non
tocco
se la cittade e le consorti e i
figli
commiserando, dall'iliache mura
allontana il feroce Dïomede,
artefice di fuga e di spavento.
Corri dunque a placarla. Io ratto
intanto
a Paride ne vado, onde svegliarlo
dal suo letargo, se darammi orecchio.
Oh gli s'aprisse il suolo, ed
ingoiasse
questa del mio buon padre e di noi
tutti
invïata da Giove alta sciagura.
Né penso che dal cor mi fia mai
tolta
di sì spiacenti guai la
rimembranza,
se pria non veggo costui spinto a
Pluto.
Disse; e ne' regii alberghi Ecuba
entrata
chiama le ancelle, e a ragunar le
manda
per la cittade le matrone. Ed ella
nell'odorato talamo discende,
ove di pepli istorïati un serbo
tenea, lavor delle fenicie donne
che Paride, solcando il vasto mare,
da Sidon conducea quando la figlia
di Tindaro rapìo. Di questi
Ecùba
un ne toglie il più grande,
il più riposto,
fulgido come stella, ed a Minerva
offerta lo destina. Indi
s'avvìa
dalle gravi matrone accompagnata.
Al tempio giunte di Minerva in vetta
all'ardua rocca, aperse loro i sacri
claustri la figlia di Cissèo,
la bella
d'alme guance Teano, che lodata
d'Antènore consorte i giusti
Teucri
di Minerva nomâr sacerdotessa.
Tutte allora levâr con alti pianti
a Pallade le palme, e preso il
peplo,
su le ginocchia della Diva il pose
la modesta Teano: indi di Giove
alla gran figlia orò con
questi accenti:
Veneranda Minerva, inclita Dea,
delle città custode, ah tu
del fiero
Tidìde l'asta infrangi, e di
tua mano
stendilo anciso su le porte Scee,
che noi tosto su l'are a te faremo
di dodici giovenche ancor non dome
scorrere il sangue, se di queste
mura
e delle teucre spose, e de' lor cari
figli innocenti sentirai pietade.
Così pregâr: ma non
udìa la Diva
delle misere i voti. Ettore intanto
di Paride cammina alle leggiadre
case, di che egli stesso il prence
avea
divisato il disegno, al magistero
de' più sperti di Troia
architettori
fidandone l'effetto. E questi a lui
e stanza ed atrio e corte edificaro
sul sommo della rocca, appo i regali
di Priamo stesso e del maggior
fratello
risplendenti soggiorni. Entrovvi
Ettorre,
nelle mani la lunga asta tenendo
di ben undici cubiti. La punta
di terso ferro colla ghiera d'oro
al mutar de' gran passi scintillava.
Nel talamo il trovò che le
sue belle
armi assettava, i curvi archi e lo
scudo
e l'usbergo. L'argiva Elena, in
mezzo
all'ancelle seduta, i bei lavori
ne dirigea. Com'ebbe in lui gli
sguardi
fisso il grande guerrier, con detti
acerbi
così l'invase: Sciagurato! il
core
ira ti rode, il so; ma non è
bello
il coltivarla. Intorno all'alte mura
cadono combattendo i cittadini,
e tanta strage e tanto affar di
guerra
per te solo s'accende; e tu sei tale
che altrui vedendo abbandonar la
pugna
rampognarlo oseresti. Or su, ti
scuoti,
esci di qua pria che da' Greci
accesa
venga a snidarti d'Ilïon la
fiamma.
Bello, siccome un Dio, Paride allora
così rispose: Tu mi fai,
fratello,
giusti rimprocci, e giusto al par mi
sembra
ch'io ti risponda, e tu mi porga
ascolto.
Né sdegno né rancor contra i Troiani
nel talamo regal mi rattenea,
ma desir solo di distrarre un mio
dolor segreto. E in questo punto
istesso
con tenere parole anco la moglie
m'esortava a tornar nella battaglia,
e il cor mio stesso mi dicea che
questo
era lo meglio; perocché nel campo
le palme alterna la vittoria. Or
dunque
attendi che dell'armi io mi rivesta,
o mi precorri, ch'io ti seguo, e
tosto
raggiungerti mi spero. - Così
disse
Paride: e nulla gli rispose Ettorre;
a cui molli volgendo le parole
Elena soggiugnea: Dolce cognato,
cognato a me proterva, a me primiero
de' vostri mali detestando fonte,
oh m'avesse il dì stesso in
che la madre
mi partoriva, un turbine divelta
dalle sue braccia, ed alle rupi
infranta,
o del mar nell'irate onde sommersa
pria del bieco mio fallo! E poiché
tale
e tanto danno statuîr gli Dei,
stata almeno foss'io consorte ad
uomo
più valoroso, e che nel cor
più addentro
i dispregi sentisse e le rampogne.
Ma di presente a costui manca il
fermo
carattere dell'alma, e non ho speme
ch'ei lo s'acquisti in avvenir.
M'avviso
quindi che presto pagheranne il fio.
Ma tu vien oltre, amato Ettorre, e
siedi
su questo seggio, e il cor stanco
ricrea
dal rio travaglio che per me
sostieni,
per me d'obbrobrio carca, e per la
colpa
del tuo fratello. Ahi lassa! un duro
fato
Giove n'impose e tal ch'anco ai
futuri
darem materia di canzon famosa.
Cortese donna, le rispose Ettorre,
non rattenermi. Il core,
impazïente
di dar soccorso a' miei che me
lontano
richiamano, fa vano il dolce invito.
Ma tu di cotestui sprona il
coraggio,
onde s'affretti ei pure, e mi
raggiunga
anzi ch'io m'esca di città.
Veloce
corro intanto a' miei lari a veder
l'uopo
di mia famiglia, e la diletta moglie
e il pargoletto mio, non mi sapendo
se alle lor braccia tornerò
più mai,
o s'oggi è il dì che
decretâr gli Eterni
sotto le destre achee la mia caduta.
Parte, ciò detto, e giunge in
un baleno
alla eccelsa magion; ma non vi trova
la sua dal bianco seno alma
consorte;
ch'ella col caro figlio e
coll'ancella
in elegante peplo tutta chiusa
su l'alto della torre era salita:
e là si stava in pianti ed in
sospiri.
Come deserta Ettòr vide la
stanza,
arrestossi alla soglia, ed
all'ancelle
vòlto il parlar: Porgete il
vero, ei disse;
Andromaca dov'è? Forse alle
case
di qualcheduna delle sue congiunte,
o di Palla recossi ai santi altari
a placar colle troïche matrone
la terribile Dea? - No, gli rispose
la guardïana, e poiché brami il
vero,
il vero parlerò. Né alle
cognate
ella n'andò, né di Minerva
all'are,
ma d'Ilio alla gran torre. Udito
avendo
dell'inimico un furïoso assalto
e de' Teucri la rotta, la meschina
corre verso le mura a simiglianza
di forsennata, e la fedel nutrice
col pargoletto in braccio
l'acccompagna.
Finito non avea queste parole
la guardïana, che veloce
Ettorre
dalle soglie si spicca, e ripetendo
il già corso sentier, fende
diritto
del grand'Ilio le piazze: ed alle
Scee,
onde al campo è l'uscita,
ecco d'incontro
Andromaca venirgli, illustre germe
d'Eezïone, abitator dell'alta
Ipoplaco selvosa, e de'
Cilìci
dominator nell'ipoplacia Tebe.
Ei ricca di gran dote al grande
Ettorre
diede a sposa costei ch'ivi allor
corse
ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
tra le braccia portando il
pargoletto
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella. Il
padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astïanatte, perché il padre ei
solo
era dell'alta Troia il difensore.
Sorrise Ettorre nel vederlo, e
tacque.
Ma di gran pianto Andromaca bagnata
accostossi al marito, e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce
suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo
ardito!
il tuo valor ti perderà:
nessuna
pietà del figlio né di me tu
senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei
tolto,
l'andar sotterra. Di te priva, ahi
lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo
pianto?
Orba del padre io sono e della
madre.
M'uccise il padre lo spietato
Achille
il dì che de' Cilìci
egli l'eccelsa
popolosa città Tebe
distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel
crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso
da divino terror. Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di
frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco
Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol
giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in
mezzo
alle mugghianti mandre ed alle
gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e
poscia
per largo prezzo in libertà
la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle
paterne
stanze lo stral d'Artèmide
trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il
figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città
scoperse
più agevole salita e
più spedito
lo scalar delle mura. O che agli
Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio
ardire,
questo ti basti che i più
forti quivi
già fêr tre volte di
valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e
il chiaro
sire di Creta ed il fatal
Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me
pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io
temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della
pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo
appresi
ad esser forte, ed a volar tra'
primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor
mel dice,
verrà giorno che il sacro
iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né
quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o
donna,
sì di questi il dolor, quanto
il crudele
tuo destino, se fia che qualche
Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo
l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
Misera! in Argo all'insolente cenno
d'una straniera tesserai le tele.
Dal fonte di Messìde o
d'Iperèa,
(ben repugnante, ma dal fato
astretta)
alla superba recherai le linfe;
e vedendo talun piovere il pianto
dal tuo ciglio, dirà: Quella
è d'Ettorre
l'alta consorte, di quel prode
Ettorre
che fra' troiani eroi di generosi
cavalli agitatori era il primiero,
quando intorno a Ilïon si
combattea.
Così dirassi da qualcuno; e
allora
tu di nuovo dolor l'alma trafitta
più viva in petto sentirai la
brama
di tal marito a scior le tue catene.
Ma pria morto la terra mi ricopra,
ch'io di te schiava i lai pietosi
intenda.
Così detto, distese al caro
figlio
l'aperte braccia. Acuto mise un
grido
il bambinello, e declinato il volto,
tutto il nascose alla nudrice in
seno,
dalle fiere atterrito armi paterne,
e dal cimiero che di chiome equine
alto su l'elmo orribilmente
ondeggia.
Sorrise il genitor, sorrise
anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo
pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l'infante, alzollo al
cielo,
e supplice sclamò: Giove
pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo
mio figlio
sia splendor della patria, e de'
Troiani
forte e possente regnator. Deh fate
che il veggendo tornar dalla
battaglia
dell'armi onusto de' nemici uccisi,
dica talun: Non fu sì forte
il padre:
E il cor materno nell'udirlo esulti.
Così dicendo, in braccio alla
diletta
sposa egli cesse il pargoletto; ed
ella
con un misto di pianti almo sorriso
lo si raccolse all'odoroso seno.
Di secreta pietà l'alma
percosso
riguardolla il marito, e colla mano
accarezzando la dolente: Oh! disse,
diletta mia, ti prego; oltre misura
non attristarti a mia cagion.
Nessuno,
se il mio punto fatal non giunse
ancora,
spingerammi a Pluton: ma nullo al
mondo,
sia vil, sia forte, si sottragge al
fato.
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori
intendi,
alla spola, al pennecchio, e delle
ancelle
veglia su l'opre; e a noi, quanti
nascemmo
fra le dardanie mura, a me primiero
lascia i doveri dell'acerba guerra.
Raccolse al terminar di questi
accenti
l'elmo dal suolo il generoso
Ettorre,
e muta alla magion la via riprese
l'amata donna, riguardando indietro,
e amaramente lagrimando. Giunta
agli ettorei palagi, ivi raccolte
trovò le ancelle, e le
commosse al pianto.
Ploravan tutte l'ancor vivo Ettorre
nella casa d'Ettòr le
dolorose,
rivederlo più mai non si
sperando
reduce dalla pugna, e dalle fiere
mani scampato de' robusti Achei.
Non producea gl'indugi in questo
mezzo
dentro l'alte sue soglie il
Prïamìde
Paride: e già di tutte
rivestito
le sue bell'armi, d'Ilio folgorando
traversava le vie con presto piede.
Come destriero che di largo cibo
ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi
del fiume avvezzo alla bell'onda,
alfine
rotti i legami per l'aperto corre
stampando con sonante ugna il
terreno:
scherzan sul dosso i crini, alta
s'estolle
la superba cervice, ed esultando
di sua bellezza, ai noti paschi ei
vola
ove amor d'erbe o di puledre il
tira;
tale di Priamo il figlio dalla rocca
di Pergamo scendea tutto nell'armi
esultante e corrusco come sole.
Sì ratti i piedi lo portâr,
ch'ei tosto
il germano raggiunse appunto in
quella
che dal tristo parlar si
dipartìa
della consorte. Favellò
primiero
Paride, e disse: Alla tua giusta
fretta
fui di lungo aspettar forse cagione,
venerando fratello, e non ti giunsi
sollecito, tem'io, come imponesti.
Generoso timor! rispose Ettorre;
null'uom, che l'opre drittamente
estimi,
darà biasmo alle tue nel
glorioso
mestier dell'armi; ché tu pur se'
prode.
Ma, colpa del voler, spesso
s'allenta
la tua virtude, e inoperosa giace.
Quindi è l'alto mio duol
quando de' Teucri
per te solo infelici odo in tuo
danno
le contumelie. Ma partiam, ché
poscia
comporremo tra noi questa contesa,
se grazia ne farà Giove
benigno
di poter lieti nelle nostre case
ai Celesti immortali offrir la coppa
dell'alma libertà, vinti gli
Achei.
Così dicendo, dalle porte
eruppe
seguìto dal fratello il
grande Ettorre.
Ardono entrambi di far pugna: e
quale
i naviganti allegra amico vento
che un Dio lor manda allor che
stanchi ei sono
d'agitar le spumanti onde co' remi,
e cascano le membra di fatica;
tali al desìo de' Teucri essi
appariro.
A prima giunta Paride stramazza
Menestio d'Arna abitatore, e figlio
del portator di clava
Arëitòo,
a cui lo partorìa Filomedusa
per grand'occhi lodata. Ettore
attasta
Eïoneo di lancia alla cervice
sotto l'elmetto, e morto lo
distende.
Glauco, duce de' Licii, a un tempo
istesso
d'un colpo di zagaglia ad
Ifinòo,
prole di Dèssio, l'omero
trafigge
appunto in quella che salìa
sul cocchio,
e dal cocchio al terren morto il
trabocca.
Vista la strage degli Achei, Minerva
dall'Olimpo calossi impetuosa
verso il sacro Ilïon. La vide
Apollo
dalla pergàmea rocca, e
vincitori
bramando i Teucri, le si fece
incontro
vicino al faggio, e favellò
primiero:
Figlia di Giove, e quale il cor
t'invade
furia novella? E qual sì
grande affetto
dall'Olimpo ti spinge? a portar
forse
della pugna agli Achei la dubbia
palma,
poiché niuna ti tocca il cor pietade
dello strazio de' Teucri? Or su,
m'ascolta,
e fia lo meglio. Si sospenda in
questo
giorno la zuffa, e alla novella
aurora
si ripigli e s'incalzi infin che
Troia
cada: da che la sua caduta a voi
possenti Dive il cor cotanto
invoglia.
Sia così, Palla gli rispose:
io scesi
fra i Troiani e gli Achei con questa
mente.
Ma come avvisi di quetar la pugna?
Suscitiam, replicava il saettante
figlio di Giove, suscitiam la forte
alma d'Ettorre a provocar qualcuno
de' prodi Achivi a singolar tenzone:
e indignati gli Achivi un valoroso
spingano anch'essi a cimentarsi in
campo
da solo a solo col troian guerriero.
Disse, e Minerva acconsentìa.
Conobbe
de' consultanti iddii tosto il
disegno
il Prïamide Elèno in suo
pensiero,
e ad Ettore venuto: Ettore, ei
disse,
pari a quello d'un nume è il
tuo consiglio;
ma udir vuoi tu del tuo fratello il
senno?
Fa dall'armi cessar Teucri ed Achei,
e degli Achei tu sfida il più
valente
a singolar certame. Io ti fo certo
che il tuo giorno fatal non giunse
ancora;
così mi dice degli Dei la
voce.
Esultò di letizia all'alto
invito
il valoroso: e presa per lo mezzo
la sua gran lancia, e tra l'un campo
e l'altro
procedendo, fe' alto alle troiane
falangi; ed elle soffermârsi tutte.
Soffermârsi del pari al riverito
cenno d'Atride i coturnati Achivi,
e in forma d'avoltoi Minerva e Febo
sull'alto faggio s'arrestâr di
Giove,
con diletto mirando de' guerrieri
quinci e quindi seder dense le file
d'elmi orrende e di scudi e d'aste
erette.
Quale è l'orror che di
Favonio il soffio
nel suo primo spirar spande sul
mare,
che destato s'arruffa e l'onde
imbruna:
tale de' Teucri e degli Achei nel
vasto
campo sedute comparìan le
file.
Trasse Ettorre nel mezzo, e così
disse:
Udite, o Teucri, udite attenti, o
Achivi,
ciò che nel petto mi ragiona
il core.
Ratificar non piacque all'alto Giove
i nostri giuramenti, e in suo
segreto
agli uni e agli altri macchinar ne
sembra
grandi infortunii, finché l'ora
arrivi
ch'Ilio per voi s'atterri, o che voi
stessi
atterrati restiate appo le navi.
Or quando il vostro campo il fior
racchiude
degli achivi guerrieri, esca a
duello
chi cuor si sente: lo disfida
Ettorre.
Eccovi i patti del certame, e Giove
testimonio ne sia. Se il mio nemico
m'ucciderà, dell'armi ei mi
dispogli,
e le si porti; ma il mio corpo
renda,
onde i Troiani e le troiane spose
m'onorino del rogo. Ov'io lui
spegna,
ed Apollo la palma a me conceda,
porteronne le tolte armi nel sacro
Ilio, e del nume appenderolle al
tempio:
ma l'intatto cadavere alle navi
vi sarà rimandato, onde
d'esequie
l'orni l'achea pietade e di sepolcro
su l'Ellesponto. Lo vedrà de'
posteri
naviganti qualcuno, e fia che dica:
Ecco la tomba d'un antico prode
che combattendo coll'illustre
Ettorre
glorïoso perì. Questo
fia detto,
ed eterno vivrassi il nome mio.
All'audace disfida ammutoliro
gli Achei, tementi d'accettarla, e
insieme
di recusarla vergognosi. Alfine
in piè rizzossi Menelao,
nell'imo
del cor gemendo, ed in acerbi detti
prorompendo gridò: Vili
superbi,
Achive, non Achei! Fia questo il
colmo
dell'ignominia, se tra voi non trova
quell'audace Troian chi gli
risponda.
Oh possiate voi tutti in nebbia e
polve
resoluti sparir, voi che vi state
qui senza core immoti e senza onore.
Ma io medesmo, io sì, contra
costui
scenderò nell'arena. In man
de' numi
della vittoria i termini son posti.
Ciò detto, l'armi indossa. E
certo allora
per le mani d'Ettorre, o Menelao,
trovato avresti di tua vita il fine,
(ch'egli di forza ti vincea d'assai)
se subito in piè surti i
prenci achivi
non rattenean tua foga. Egli medesmo
il regnatore Atride Agamennóne
l'afferrò per la mano, e, Tu
deliri,
disse, e il delirio non ti giova. Or
via,
fa senno, e premi il tuo dolor, né
spinto
da bellicosa gara avventurarti
con un più prode di cui tutti
han tema,
col Prïamide Ettorre. Anco il
Pelìde,
sì più forte di te, lo
scontro teme
di quella lancia nel conflitto. Or
dunque
ritorna alla tua schiera, e statti
in posa.
Gli desteranno incontra altro
più fermo
duellator gli Achivi, e tal
ch'Ettorre,
intrepido quantunque ed indefesso,
metterà volentier, se dritto
io veggo,
le ginocchia in riposo, ove pur sia
che netto egli esca dalla gran
tenzone.
Svolge il saggio parlar del sommo
Atride
del fratello il pensier, che
obbedïente
quetossi, e lieti gli levâr di dosso
le bell'arme i sergenti. Allor nel
mezzo
surse Nestore, e disse: Eterni Dei!
Oh di che lutto ricoprirsi io veggio
la casa degli eroi, l'achea
contrada!
Oh quanto in cor ne gemerà
l'antico
di cocchi agitator Pelèo, di
lingua
fra' Mirmidon sì chiaro e di
consiglio;
egli che in sua magion solea di
tutti
gli Achei le schiatte dimandarmi e i
figli,
e giubilava nell'udirli! Ed ora
se per Ettorre ei tutti li sapesse
di terror costernati, oh come al
cielo
alzerebbe le mani, e pregherebbe
di scendere dolente anima a Pluto!
O Giove padre, o Pallade, o divino
di Latona figliuol! ché non son io
nel fior degli anni, come quando in
riva
pugnâr del ratto Celadonte i Pilii
con la sperta di lancia arcade gente
sotto il muro di Fea verso le chiare
del Jàrdano correnti? Alla
lor testa
Ereutalion venìa, che pari a
nume
l'armatura regal d'Arëitòo
indosso avea, del divo
Arëitòo
che gli uomini tutti e le ben cinte
donne
clavigero nomâr; perché non d'arco
né di lunga asta armato ei
combattea,
ma con clava di ferro poderosa
rompea le schiere. A lui diè
morte poscia,
pel valore non già, ma per
inganno
Licurgo al varco d'un angusto calle,
ove il rotar della ferrata clava
al suo scampo non valse; ché Licurgo
prevenendone il colpo
traforògli
l'epa coll'asta, e stramazzollo; e
l'armi
così gli tolse che da Marte
egli ebbe,
armi che poscia l'uccisor portava
ne' fervidi conflitti; insin che,
fatto
per vecchiezza impotente, al suo
diletto
prode scudiero Ereutalion le cesse.
Di queste dunque altero iva costui
disfidando i più forti, ed
atterriti
n'eran sì tutti, che nessun
si mosse.
Ma io mi mossi audace core, e d'anni
minor di tutti m'azzuffai con esso,
e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta
arena
giaceami steso al piede. Oh mi
fiorisse
or quell'etade e la mia forza
intégra!
Per certo Ettorre troverìa
qui tosto
chi gli risponda. E voi del campo
acheo
i più forti, i più
degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò
primiero
il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso,
Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio
Eurìpilo, e Toante
Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente.
Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra
sia
della scelta la sorta, e sia
l'eletto,
salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé
stesso.
Segna a quel detto ognun sua sorte:
e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi
sollevava le palme; e con gli
sguardi
fissi nel cielo udìasi dire:
O Giove,
fa che la sorte il Telamònio
Aiace
nomi, o il Tidìde, o di
Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier
Nestorre
agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La
prese,
e a dritta e a manca ai prenci
achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come,
andando
dall'uno all'altro, il banditor
pervenne
al Telamònio Aiace e gliela
porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici,
è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce
il core,
che su l'illustre Ettòr spera
la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al
sommo Giove
supplicate in silenzio, onde non sia
dai teucri orecchi il vostro prego
udito;
o supplicate ad alta voce ancora,
se sì vi piace, ché nessuno
io temo,
né guerriero v'avrà che mio
malgrado
di me trionfi, né per fallo mio.
Sì rozzo in guerra non
lasciommi, io spero,
la marzïal palestra in
Salamina,
né il chiaro sangue di che nato io
sono.
Disse; e gli Achivi alzâr gli
sguardi al cielo,
e a Giove supplicâr con questi
accenti:
Saturnio padre, che dall'Ida imperi
massimo, augusto! vincitor deh rendi
e glorioso Aiace; o se pur anco
t'è caro Ettorre e lo
proteggi, almeno
forza ad entrambi e gloria ugual
concedi.
Di splendid'armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poiché tutte
l'ebbe assunte dintorno alla
persona,
concitato avvïossi, a camminava
quale incede il gran Marte allor che
scende
tra fiere genti stimolate all'armi
dallo sdegno di Giove, e dall'insana
roditrice dell'alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
lo smisurato Aiace, sorridendo
con terribile piglio, e misurava
a vasti passi il suol, l'asta
crollando
che lunga sul terren l'ombra
spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
a riguardarlo; ma per l'ossa ai
Teucri
corse subito un gelo. Palpitonne
lo stesso Ettòr; ma né
schivar per tema
il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi
più non gli lice, ché fu sua
la sfida.
E già gli è sopra
Aiace coll'immenso
pavese che parea mobile torre;
opra di Tichio, d'Ila abitatore,
prestantissimo fabbro, che di sette
costruito l'avea ben salde e grosse
cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
una falda d'acciar. Con questo al
petto
enorme scudo il Telamònio
eroe
féssi avanti al Troiano, e
minaccioso
mosse queste parole: Ettore, or
chiaro
saprai da solo a sol quai prodi
ancora
rimangono agli Achei dopo il
Pelìde
cuor di lïone e rompitor di
schiere.
Irato coll'Atride egli alle navi
neghittoso si sta; ma noi siam tali,
che non temiamo lo tuo scontro, e
molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il
primo.
Nobile prence Telamònio
Aiace,
rispose Ettorre, a che mi tenti, e
parli
come a imbelle fanciullo o femminetta
cui dell'armi il mestiero è
pellegrino?
E anch'io trattar so il ferro e dar
la morte,
e a dritta e a manca anch'io girar
lo scudo,
e infaticato sostener l'attacco,
e a piè fermo danzar nel
sanguinoso
ballo di Marte, o d'un salto sul
cocchio
lanciarmi, e concitar nella
battaglia
i veloci destrier. Né già
vogl'io
un tuo pari ferire insidïoso,
ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò
colla man forte
la lunga lancia, e saettò
d'Aiace
il settemplice scudo. Furïosa
la punta trapassò la ferrea
falda
che di fuor lo copriva, e via
scorrendo
squarciò sei giri del bovin
tessuto,
e al settimo fermossi. Allor secondo
trasse Aiace, e colpì di
Priamo il figlio
nella rotonda targa. Traforolla
il frassino veloce, e nell'usbergo
sì addentro si ficcò,
che presso al lombo
lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la
morte.
Ricovrò l'uno e l'altro il
proprio telo,
e all'assalto tornâr come per fame
fieri leoni, o per vigor tremendi
arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro
colpì, lo scudo ostil, ma
senza offesa,
ch'ivi la punta si curvò: di
nuovo
trasse Aiace il suo telo, ed alla
penna
dello scudo ferendo, a parte a parte
lo trapassò, gli punse il
collo, e vivo
sangue spiccionne. Né per ciò
l'attacco
lasciò l'audace Ettorre. Era
nel campo
un negro ed aspro enorme sasso: a
questo
diè di piglio il Troiano, e
contra il Greco
lo fulminò. Percosse il duro
scoglio
il colmo dello scudo, e orribilmente
ne rimbombò la ferrea piastra
intorno.
Seguì l'esempio il gran
Telamonìde,
ed afferrato e sollevato ei pure
un altro più d'assai rude
macigno,
con forza immensa lo rotò, lo
spinse
contra il nemico. Il molar sasso
infranse
l'ettoreo scudo, e di tal colpo
offese
lui nel ginocchio, che riverso ei
cadde
con lo scudo sul petto: ma rizzollo
immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
più da vicino si
ferìan, se ratti,
messaggieri di Giove e de' mortali,
non accorrean gli araldi, il teucro
Idèo,
e l'achivo Taltìbio, ambo
lodati
di prudente consiglio. Entrâr
costoro
con securtade in mezzo ai
combattenti,
ed interposto fra le nude spade
il pacifico scettro, il saggio
Idèo
così primiero favellò:
Cessate,
diletti figli, la battaglia.
Entrambi
siete cari al gran Giove, entrambi
(e chiaro
ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
ma la notte discende, e giova, o
figli,
alla notte obbedir. - Dimandi
Ettorre
questa tregua, rispose il fiero
Aiace:
primo ei tutti sfidonne, e primo ei
chiegga.
Ritirerommi, se l'esempio ei porga.
E l'illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largîr cortesi
pari alla forza ed al valore il
senno,
e nel valor tu vinci ogni altro
Acheo.
Abbian riposo le nostr'armi, e cessi
la tenzon. Pugneremo altra
fïata
finché la Parca ne divida, e intera
all'uno o all'altro la vittoria
doni.
Or la notte già cade, e della
notte
romper non dêssi la ragion. Tu
riedi
dunque alle navi a rallegrar gli
Achivi,
i congiunti, gli amici. Io nella
sacra
città rïentro a serenar
de' Teucri
le meste fronti e le dardanie donne,
che in lunghi pepli avvolte
appiè dell'are
per me si stanno a supplicar. Ma
pria
di dipartirci, un mutuo dono attesti
la nostra stima: e gli Achei poscia
e i Teucri
diran: Costoro duellâr coll'ira
di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria
spada
gli presentò d'argentei
chiovi adorna
con fulgida vagina ed un pendaglio
di leggiadro lavoro; Aiace a lui
il risplendente suo purpureo cinto.
Così divisi, agli Achei
l'uno, ai Teucri
l'altro avvïossi. Esilarârsi i
Teucri,
vivo il lor duce ritornar veggendo
dalla forza scampato e dall'invitte
mani d'Aiace; e trepidanti ancora
del passato periglio alla cittade
l'accompagnaro. Dall'opposta parte
della palma superbo il lor campione
guidâr gli Achivi al padiglion
d'Atride,
che per tutti onorar tosto al
Tonante
un bue quinquenne in sacrificio
offerse.
Lo scuoiâr, lo spaccâr, lo
fêro in brani
acconciamente, e negli spiedi
infisso
l'abbrustolâr con molta cura, e
tolto
il tutto al foco, l'apprestâr sul
desco,
e banchettando ne cibò
ciascuno
a pien talento. Ma l'immenso tergo
del sacro bue donollo Agamennóne
d'onore in segno al vincitor
guerriero.
Del cibarsi e del ber spento il
desìo,
il buon veglio Nestorre, di cui
sempre
ottimo uscìa l'avviso, in
questo dire
svolse il suo senno: Atride e duci
achei,
questo giorno fatal la vita estinse
di molti prodi, del cui sangue rossa
fe' l'aspro Marte la scamandria
riva,
e all'Orco ne passâr l'ombre
insepolte.
Al nuovo sole le nostr'armi adunque
si restino tranquille, e noi sul
campo
convenendo, imporrem le salme esangui
su le carrette, e muli oprando e
buoi,
qui ne faremo il pio trasporto, e al
rogo
le darem lungi dalle navi alquanto,
onde al nostro tornar nel patrio
suolo
le ceneri portarne ai mesti figli.
E dintorno alla pira una comune
tomba ergeremo, e di muraglia e
d'alte
torri, a difesa delle navi e nostra,
con rapido lavor la cingeremo,
e salde vi apriremo e larghe porte
per l'egresso de' cocchi. Indi
un'esterna
profonda fossa scaverem che tutta
circondi la muraglia, e de' cavalli
l'impeto affreni e de' pedon, se mai
de' Teucri irrompa l'orgoglioso
ardire.
Disse, e tutti annuiro i prenci
achei.
Di Prïamo alle soglie in questo
mentre
su l'alta iliaca rocca i Teucri
anch'essi
tenean confusa e trepida consulta.
Primo il saggio Antenòr
sì prese a dire:
Dardanidi, Troiani, e voi venuti
in sussidio di Troia, i sensi udite
che il cor mi porge. Rendasi agli
Atridi
con tutto il suo tesor l'argiva
Elèna.
Vïolammo noi soli il
giuramento,
e quindi inique le nostr'armi sono.
Se non si rende, non avrem che
danno.
Così detto, s'assise. E surto
in piedi
il bel marito della bella Argiva
così Pari rispose: Al cor
m'è grave,
Antenore, il tuo detto, e so che
porti
una miglior sentenza in tuo segreto.
Ché se parli davver, davvero i numi
ti han tolto il senno. Ma ben io qui
schietti
i miei sensi aprirò. La donna
io mai
non renderò, giammai. Quanto
alle ricche
spoglie che d'Argo a queste rive
addussi,
tutte render le voglio, ed altre
ancora
aggiungeronne di mio proprio dritto.
Tacque, e sul seggio si raccolse.
Allora
in sembianza d'un Dio levossi in
mezzo
il Dardanide Prïamo, ed, Udite,
Teucri, ei disse, e alleati, il mio
pensiero,
quale il cor lo significa. Pel campo
del consueto cibo si ristauri
ognuno, e attenda alla sua scolta, e
vegli.
Col nuovo sole alle nemiche navi
Idèo sen vada, e ad ambedue
gli Atridi
di Paride, cagion della contesa,
riferisca la mente, e una discreta
proposta aggiunga di cessar la
guerra,
finché il rogo consunte abbia le
morte
salme de' nostri, per pugnar di poi
finché la Parca ne spartisca, e agli
uni
conceda o agli altri la vittoria
intégra.
Tutti assentiro riverenti al detto:
indi pel campo procurâr le cene
in divisi drappelli. Il dì
novello
alle navi s'avvìa l'araldo
Idèo,
e raccolti ritrova a parlamento
i bellicosi Achei davanti all'alta
agamennònia poppa.
Appresentossi
tosto il canoro banditore, e disse:
Atridi e duci achei, mi diè
comando
Priamo e di Troia gli ottimati
insieme
di sporvi, se vi fia grato l'udirla,
di Paride, cagion di questa guerra,
una proferta. Le ricchezze tutte
ch'ei d'Argo addusse (oh pria perito
ei fosse!)
ei tutte le vi rende, ed altre
ancora
di sua ragion n'aggiungerà.
Ma quanto
alla gentil tua donna, o Menelao,
di questa ei niega il rendimento, e
indarno
l'esortano i Troiani. E un'altra io
reco
di lor proposta: Se quetar vi
piaccia
della guerra il furor, finché de'
morti
le care spoglie il foco abbia
combuste,
per indi razzuffarci infin che piena
tra noi decida la vittoria il fato.
Disse, e tutti ammutîr. Sciolse il
Tidìde
alfin la voce; e, Niun di Pari, ei
grida,
l'offerta accetti, né la stessa pure
rapita donna. Ai Dardani sovrasta,
un fanciullo il vedrìa,
l'esizio estremo.
Plausero tutti al suo parlar gli
Achivi
con alte grida, e n'ammiraro il
senno.
Indi vòlto all'araldo il
grande Atride:
Idèo, diss'egli, per te
stesso udisti
degli Achei la risposta, e in un la
mia.
Quanto agli estinti, di buon grado
assento
che siano incesi; ché non
dêssi avaro
esser di rogo a chi di vita è
privo,
né porre indugio a consolarne
l'ombra
coll'officio pietoso. Il fulminante
sposo di Giuno il nostro giuro
ascolti.
Così dicendo alzò lo
scettro al cielo,
e l'araldo tornossi entro la sacra
cittade ai Teucri, già del
suo ritorno
impazïenti e in pien consesso
accolti.
Giunse, e intromesso la risposta
espose.
Si sparsero allor ratti, altri al
carreggio
de' cadaveri intenti, altri al
funèbre
taglio de' boschi. Dall'opposta
parte
un cuor medesmo, una medesma cura
occupava gli Achivi. E già
dal queto
grembo del mare al ciel montando il
sole
co' rugiadosi lucidi suoi strali
le campagne ferìa, quando
nell'atra
pianura si scontrâr Teucri ed Achei
ognuno in cerca de' suoi morti, a
tale
dal sangue sfigurati e dalla polve,
che mal se ne potea, senza lavarli,
ravvisar le sembianze. Alfin trovati
e conosciuti li ponean su i mesti
plaustri piangendo. Ma di Priamo il
senno
non consentìa del pianto a'
suoi lo sfogo:
quindi afflitti, ma muti, al rogo i
Teucri
diero a mucchi le salme; ed arse
tutte,
col cuor serrato alla città
tornaro.
D'un medesmo dolor rotti gli Achei
i lor morti ammassâr sovra la pira,
e come gli ebbe la funerea fiamma
consumati, del mar preser la via.
Non biancheggiava ancor l'alba
novella,
ma il barlume soltanto antelucano,
quando d'Achei dintorno all'alto
rogo
scelto stuolo affollossi. E
primamente
alzâr dappresso a quello una comune
tomba agli estinti, ed alla tomba
accanto
una muraglia a edificar si diero
d'alti torrazzi ghirlandata, a
schermo
delle navi e di sé: porte vi
fêro
di salda imposta, e di gran varco al
volo
de' bellicosi cocchi: indi lunghesso
l'esterno muro una profonda e vasta
fossa scavâr di pali irta e gremita.
Degli Achei la stupenda opra tal
era.
La contemplâr maravigliando i numi
seduti intorno al Dio de' tuoni, e
irato
sì prese a dir
l'Enosigèo Nettunno:
Giove padre, chi fia più tra'
mortali,
che gl'Immortali in avvenir
consulti,
e n'implori il favor? Vedi tu quale
e quanto muro gli orgogliosi Achei
innanti alle lor navi abbian
costrutto
e circondato d'un'immensa fossa
senza offerir solenni ostie agli
Dei?
Di cotant'opra andrà certo la
fama
ovunque giunge la divina luce,
e il grido morirà delle
sacrate
mura che al re Laomedonte un tempo
intorno ad Ilïone Apollo ed io
edificammo con assai fatica.
Che dicesti? sdegnoso gli rispose
l'adunator de' numbi: altro
qualunque
Iddio di forza a te minor potrebbe
di questo paventar. Ma del possente
Enosigèo la gloria al par
dell'almo
raggio del sole splenderà per
tutto.
Or ben: sì tosto che gli
Achei faranno
veleggiando ritorno al patrio lido,
e tu quel muro abbatti e tutto
quanto
sprofondalo nel mare, e d'alta arena
coprilo sì che ogni orma ne
svanisca.
In questo favellar l'astro s'estinse
del giorno, e l'opra degli Achei fu
piena.
Della sera allestite indi le mense
per le tende, cibâr le opime carni
di scannati giovenchi, e ristorârsi
del vino che recato avean di Lenno
molti navigli; e li spediva
Eunèo
d'Issipile figliuolo e di Giasone.
Mille sestieri in amichevol dono
Eunèo ne manda ad ambedue gli
Atridi;
compra il resto l'armata, altri con
bronzo,
altri con lame di lucente ferro;
qual con pelli bovine, e qual col
corpo
del bue medesmo, o di robusto
schiavo.
Lieto adunque imbandîr pronto
convito
gli Achivi, e tutta banchettâr la
notte.
Banchettava del par nella cittade
con gli alleati la dardania gente.
Ma tutta notte di Saturno il figlio
con terribili tuoni annunzïava
alte sventure nel suo senno ordite.
Di pallido terror tutti compresi
dalle tazze spargean le spume a
terra
devotamente, né veruno ardìa
appressarvi le labbra, se libato
pria non avesse al prepotente Giove.
Corcârsi alfine, e su lor scese il
sonno.
Già spiegava l'aurora il
croceo velo
sul volto della terra, e co' Celesti
su l'alto Olimpo il folgorante Giove
tenea consiglio. Ei parla, e
riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar:
M'udite
tutti, ed abbiate il mio voler
palese;
e nessuno di voi né Dio né Diva
di frangere s'ardisca il mio
decreto,
ma tutti insieme il secondate,
ond'io
l'opra, che penso, a presto fin
conduca.
Qualunque degli Dei vedrò
furtivo
partir dal cielo, e scendere a
soccorso
de' Troiani o de' Greci, egli
all'Olimpo
di turpe piaga tornerassi offeso;
o l'afferrando di mia mano io
stesso,
nel Tartaro remoto e tenebroso
lo gitterò, voragine profonda
che di bronzo ha la soglia e ferree
porte,
e tanto in giù nell'Orco
s'inabissa,
quanto va lungi dalla terra il
cielo.
Allor saprà che degli Dei son
io
il più possente. E vuolsene
la prova?
D'oro al cielo appendete una catena,
e tutti a questa v'attaccate, o Divi
e voi Dive, e traete. E non per
questo
dal ciel trarrete in terra il sommo
Giove,
supremo senno, né pur tutte oprando
le vostre posse. Ma ben io, se il
voglio,
la trarrò colla terra e il
mar sospeso:
indi alla vetta dell'immoto Olimpo
annoderò la gran catena, ed
alto
tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de' numi
le forze e de' mortai. - Qui tacque,
e tutti
dal minaccioso ragionar percossi
ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
finalmente il silenzio, e
così disse:
Padre e re de' Celesti, e noi pur
anco
sappiam che invitta è la tua
gran possanza.
Ma nondimen de' bellicosi Achei
pietà ne prende, che di fato
iniquo
son vicini a perir. Noi dalla pugna,
se tu il comandi, ci terrem lontani;
ma non vietar che di consiglio
almeno
sien giovati gli Achivi, onde non
tutti
cadan nell'ira tua disfatti e morti.
Con un sorriso le rispose il sommo
de' nembi adunator: Conforta il
core,
diletta figlia; favellai severo,
ma vo' teco esser mite. - E
così detto,
gli orocriniti eripedi cavalli
come vento veloci al carro aggioga:
al divin corpo induce una lorica
tutta d'auro, e alla man data una
sferza
pur d'auro intesta e di gentil
lavoro,
monta il cocchio, e flagella a tutto
corso
i corridori che volâr bramosi
infra la terra e lo stellato Olimpo.
Tosto all'Ida, di belve e di rigosi
fonti altrice, arrivò su
l'ardua cima
del Gargaro, ove sacro a lui
frondeggia
un bosco, e fuma un odorato altare.
Qui degli uomini il padre e degli
Dei
rattenne e dal timon sciolse i
cavalli,
e di nebbia gli avvolse. Indi
s'assise
esultante di gloria in su la vetta
di là lo sguardo a Troia
rivolgendo
ed alle navi degli Achei, che preso
per le tende alla presta un parco
cibo
armavansi. Ed all'armi anch'essi i
Teucri
per la città correan; né gli
sgomenta
il numero minor, ché per le spose
e pe' figli a pugnar pronti li rende
necessità. Spalancansi le
porte:
erompono pedoni e cavalieri
con immenso tumulto, e giunti a
fronte,
scudi a scudi, aste ad aste e petti
a petti
oppongono, e di targhe odi e
d'usberghi
un fiero cozzo, ed un fragor di
pugna
che rinforza più sempre. De'
cadenti
l'urlo si mesce coll'orribil vanto
de' vincitori, e il suol sangue
correa.
Dall'ora che le porte apre al
mattino
fino al merigge, d'ambedue le parti
durò la strage con egual
fortuna.
Ma quando ascese a mezzo cielo il
sole,
alto spiegò l'onnipossente
Iddio
l'auree bilance, e due diversi fati
di sonnifera morte entro vi pose,
il troiano e l'acheo. Le prese in
mezzo,
le librò, sollevolle, e degli
Achivi
il fato dechinò, che
traboccando
percosse in terra, e balzò
l'altro al cielo.
Tonò tremendo allor Giove
dall'Ida,
e un infocato fulmine nel campo
avventò degli Achei, che
stupefatti
a quella vista impallidîr di tema.
Né Idomenèo né il grande
Agamennóne,
né gli Aiaci, ambedue lampi di
Marte,
fermi al lor posto rimaner fur osi.
Solo il Gerenio, degli Achei tutela,
Nestore vi restò, ma suo mal
grado
ché un destrier l'impedìa,
cui di saetta
d'Elena bella l'avvenente drudo
nella fronte ferì laddove
spunta
nel teschio de' cavalli il primo
crine,
ed è letale il loco alle
ferite.
Inalberossi il corridor trafitto,
ché nel cerèbro entrata era
la freccia,
e dintorno alla rota per l'acuto
dolor si voltolando, in iscompiglio
mettea gli altri cavalli. Or mentre
il vecchio
gli si fa sopra colla daga, e tenta
tagliarne le tirelle, ecco veloci
fra la calca e il ferir de'
combattenti
sopraggiungere d'Ettore i destrieri,
superbi di portar sì grande
auriga.
E qui perduta il veglio avrìa
la vita,
se del rischio di lui non s'accorgea
l'invitto Dïomede. Un grido
orrendo
di pugna eccitator mise l'eroe
alla volta d'Ulisse: Ah dove
immemore
di tua stirpe divina, dove fuggi,
astuto figlio di Laerte, e volgi,
come un codardo della turba, il
tergo?
Bada che alcun le fuggitive spalle
non ti giunga coll'asta. Agl'inimici
volta la fronte, ed a salvar vien
meco
dal furor di quel fiero il vecchio amico.
Quelle grida non ode, e ratto in
salvo
fugge Ulisse alle navi. Allor
rimasto
solo il Tidìde, si sospinse
in mezzo
ai guerrier della fronte, avanti al
cocchio
di Nestore piantossi, e lui
chiamando
veloci gli drizzò queste
parole:
Troppo feroce gioventù nemica
ti sta contra, o buon vecchio, e
infermi troppo
sono i tuoi polsi: hai grave d'anni
il dorso,
hai debole l'auriga e i corridori.
Monta il mio cocchio, e la
virtù vedrai
dei cavalli di Troe, che dianzi io
tolsi
d'Anchise al figlio, a maraviglia sperti
a fuggir ratti in campo e ad
inseguire.
Lascia cotesti agli scudieri in
cura,
drizziam questi ne' Teucri, e vegga
Ettorre
s'anco in mia man la lancia è
furibonda.
Disse: né il veglio ricusò
l'invito.
Di Stènelo e del buon
Eurimedonte,
valorosi scudieri, egli al governo
cesse le sue puledre, e tosto il
cocchio
del Tidìde salito, in man si
tolse
le bellissime briglie, e col
flagello
i corsieri percosse. In un baleno
giunser d'Ettore a fronte, che
diritto
lor d'incontro venìa con gran
tempesta.
Trasse la lancia Dïomede, e il
colpo
errò; ma su le poppe in mezzo
al petto
colpì l'auriga
Enïopèo, figliuolo
dell'inclito Tebèo. Cade il
trafitto
giù tra le rote colle briglie
in pugno:
s'arretrano i destrieri, e in quello
stato
perde ogni forza l'infelice, e
spira.
Del morto auriga addolorossi
Ettorre,
e mesto di lasciar quivi il compagno
nella polve disteso, un altro audace
alla guida del carro iva cercando:
né di rettor gran tempo ebber
bisogno
i suoi destrieri, ché gli occorse
all'uopo
l'animoso Archepòlemo
d'Ifito,
cui sul carro montar fa senza
indugio,
e gli abbandona nella man le
briglie.
Immensa strage allora e fatti
orrendi
fôran d'arme seguìti, e come
agnelli
stati in Ilio sarìan
racchiusi i Teucri,
se de' Celesti il padre e de'
mortali
tosto di ciò non s'accorgea.
Tonando
con gran fragore un fulmine rovente
vibrò nel campo il nume, e il
fece in terra
guizzar di Dïomede innanzi al
cocchio:
e subita n'uscìa d'ardente
zolfo
una terribil vampa. Spaventati
costernansi i destrier, scappan di
mano
a Nestore le briglie; onde al
Tidìde
rivoltosi tremante; Ah piega, ei
grida,
piega indietro i cavalli, o
Dïomede,
fuggiam: nol vedi? contro noi
combatte
Giove irato, e a costui tutto dar
vuole
di presente l'onor della battaglia.
Darallo, se gli piace, un'altra
volta
a noi pur: ma di Giove oltrapossente
il supremo voler forza non pate.
Tutto ben parli, o vecchio, gli
rispose
l'imperturbato eroe; ma il cor mi
crucia
la dolorosa idea ch'Ettore un giorno
fra' Troiani dirà gonfio
d'orgoglio:
Io fugai Dïomede, io lo
costrinsi
a scampar nelle navi. - Ei questo
vanto
menerà certo, e a me si fenda
allora
sotto i piedi la terra, e mi divori.
E Nestore ripiglia: Ah che dicesti,
valoroso Tidìde? E quando
avvegna
che un codardo, un imbelle Ettor ti
chiami,
i Troiani non già sel
crederanno,
né le troiane spose, a cui nell'atra
polve stendesti i floridi mariti.
Disse; e addietro girò tosto
i cavalli
tra la calca fuggendo. Ettore e i
Teucri
con urli orrendi li seguiro, e un
nembo
piovean su lor d'acerbi strali, ed
alto
gridar s'udiva de' Troiani il duce:
I cavalieri argivi, o Dïomede,
e di seggio e di tazze e di vivande
te finora onorâr su gli altri a
mensa;
ma deriso or n'andrai, che un cor
palesi
di femminetta. Via di qua,
fanciulla;
non salirai tu, no, fin ch'io
respiro,
d'Ilio le torri, né trarrai cattive
le nostre mogli nelle navi, e morto
per la mia destra giacerai tu pria.
Stettesi in forse a quel parlar
l'eroe
di dar volta ai cavalli, e
d'affrontarlo.
Ben tre volte nel core e nella mente
gliene corse il desìo, tre
volte Giove
rimormorò dall'Ida, e fe'
securi
della vittoria con quel segno i
Teucri.
Con orribile grido Ettore allora
animando le schiere: O Licii, o
Dardani,
o Troiani, dicea, prodi compagni,
mostratevi valenti, e fuor mettete
le generose forze. Io non m'inganno,
Giove è propizio; di vittoria
a noi
e d'esizio a' nemici ei diede il
segno.
Stolti! che questo alzâr debile
muro,
troppo al nostro valor frale
ritegno.
Quella lor fossa varcheran d'un
salto
i miei cavalli; e quando emerso a
vista
io sarò delle navi, allor le
faci
ministrarmi qualcun si risovvegna,
ond'io que' legni incenda, e fra le
vampe
sbalorditi dal fumo i Greci uccida.
Poi conforta i destrieri, e
sì lor parla:
Xanto,
Podargo, Etón, Lampo divino,
mercé del largo cibo or mi rendete,
che dell'illustre Eezïon la
figlia
Andromaca vi porge, il dolce io dico
frumento, e l'alma di Lïeo
bevanda,
ch'ella a voi mesce desïosi, a
voi
pria che a me stesso che pur suo mi
vanto
giovine sposo. Or via, volate;
andiamo
alla conquista del nestòreo
scudo
di cui va il grido al cielo, e tutto
il dice
d'auro perfetto, e d'auro anco la
guiggia.
Poi di dosso trarremo a Dïomede
l'usbergo, esimia di Vulcan fatica.
Se cotal preda ne riesce, io spero
che ratti i Greci su le navi in
questa
notte medesma salperan dal lido.
Del superbo parlar forte sdegnossi
l'augusta Giuno, e s'agitò
sul trono
sì che scosso tremonne il
vasto Olimpo.
Quindi rivolte le parole al grande
dio Nettunno, sì disse: E
sarà vero,
possente Enosigèo, che degli
Argivi
a pietà non ti mova la ruina!
Pur son essi che in Elice ed in Ege
rècanti offerte graziose e
molte.
E perché dunque non vorrai tu loro
la vittoria bramar? Certo se quanti
siam difensori degli Achivi in cielo
vorrem de' Teucri rintuzzar
l'orgoglio
e al Tonante far forza, egli soletto
e sconsolato sederà su l'Ida.
Oh! che mai parli, temeraria Giuno?
le rispose sdegnoso il re Nettunno:
non sia, no mai, che col saturnio
Giove
a cozzar ne sospinga il nostro
ardire;
rammenta ch'egli è
onnipossente, e taci.
Mentre seguìan tra lor queste
parole,
quanto intervallo dalle navi al muro
la fossa comprendea, tutto era denso
di cavalli, di cocchi e di guerrieri
ivi dal fiero Ettòr serrati e
chiusi,
che simigliante al rapido Gradivo
infuriava col favor di Giove.
E ben le navi avrìa messe in
faville,
se l'alma Giuno in cor d'Agamennóne
il pensier non ponea di girne
attorno
ratto egli stesso a incoraggiar gli
Achivi.
Per le tende egli dunque e per le
navi
sollecito correa, raccolto il grande
purpureo manto nel robusto pugno:
e cotal su la negra capitana
d'Ulisse si fermò, che vasta
il mezzo
dell'armata tenea, donde distinta
d'ogni parte mandar potea la voce
fin d'Aiace e d'Achille al
padiglione,
che l'eguali lor prore ai lati
estremi,
nel valor delle braccia ambo securi,
avean dedotte all'arenoso lido.
Di là fec'egli rimbombar sul
campo
quest'alto grido: Svergognati
Achivi,
vitupèri nell'opre e sol
d'aspetto
maravigliosi! dove dunque andaro
gli alteri vanti che menammo un
giorno
di prodezza e di forza? In Lenno
queste
fur le vostre burbanze allor che l'epa
v'empiean le polpe de' giovenchi
uccisi,
e le ricolme tazze inghirlandate
si venìan tracannando, e si
dicea
che un sol per cento e per dugento
Teucri,
un sol Greco valea nella battaglia.
Ed or tutti ne fuga un solo Ettorre,
che ben tosto farà di queste navi
cenere e fumo. O Giove padre, e
quale
altro mai re di tanti danni
afflitto,
di tanto disonor carco volesti?
Pur io so ben, che quando a questo
lido
il perverso destin mi conducea,
giammai veruno de' tuoi santi altari
navigando lasciai sprezzato indietro;
ma l'adipe a te sempre e i miglior
fianchi
de' giovenchi abbruciai sovra
ciascuno,
bramoso d'atterrar l'iliache mura.
Deh almen n'adempi questo voto,
almeno
danne, o Giove, uno scampo colla
fuga,
né per le mani del crudel Troiano
consentir degli Achivi un tanto
scempio.
Così dicea piangendo. Ebbe
pietade
di sue lagrime il nume, e ad
accennargli
che non tutto il suo campo
andrìa disfatto,
il più sicuro de' volanti
augurio
un'aquila spedì che negli
unghioni
tolto al covil della veloce madre
un cerbiatto stringendo, accanto
all'ara,
ove l'ostie svenar solean gli Achivi
al fatidico Giove, dall'artiglio
cader lasciò la palpitante
preda.
Gli Achei veduto il sacro augel, cui
spinto
conobbero da Giove, ad affrontarsi
più coraggiosi ritornâr co'
Teucri,
e rinfrescâr la pugna. Allor nessuno
pria del Tidìde fra cotanti
Argivi
vanto si diede d'agitar pel campo
i veloci corsieri, ed oltre il fosso
cacciarli ed azzuffarsi. Egli
primiero
anzi a tutti si spinse, e a prima
giunta
Agelao di Fradmon tolse di mezzo
uom troiano. Costui piegàti
in fuga
i suoi destrieri avea. Coll'asta il
tergo
gli raggiunse il Tidìde,
gliela fisse
tra gli omeri, e passar la fece al
petto.
Cadde Agelao dal carro, e cupamente
l'armi sovr'esso rintonâr. Secondo
Agamennón si mosse, indi il
fratello,
indi gli Aiaci impetuosi, e poi
Idomenèo con esso il suo
scudiero
Merïon che di Marte avea
l'aspetto;
poi d'Evemon l'illustre figlio
Eurìpilo,
ed ultimo giungea Teucro del curvo
elastic'arco tenditor famoso.
D'Aiace Telamònio egli
locossi
dietro lo scudo, e dello scudo Aiace
gli antepose la mole. Ivi securo
l'eroe guatava intorno, e quando
avea
saettato nel denso un inimico,
quegli cadendo perdea l'alma, e
questi,
come fanciullo della madre al manto,
ricovrava al fratel che alla
grand'ombra
dello splendido scudo il proteggea.
Or dall'egregio arcier chi de'
Troiani
fu primo ucciso? Primamente
Orsìloco,
indi Ormeno e Ofeleste: a questi
aggiunse
Detore e Cromio, e per divin
sembiante
Licofonte lodato, e Amopaone
Poliemonìde, e Melanippo,
tutti
l'un dopo l'altro nella polve stesi.
Gioiva il re de' regi Agamennóne
mirandolo dall'arco vigoroso
lanciar la morte fra' nemici, e a
lui
vicin venuto soffermossi, e disse:
Diletto capo Telamònio
Teucro,
siegui l'arco a scoccar, porta, se
puoi,
a' Dànai un raggio di salute,
e onora
il tuo buon padre Telamon che un
giorno
ti raccolse fanciullo, e benché
frutto
di non giusto imeneo, pur con
pietoso
tenero affetto in sua magion ti
crebbe.
Or tu fa ch'egli salga in alta fama,
sebben lontano. Ti prometto io poi
(e sacra tieni la promessa mia)
che se Giove e Minerva mi daranno
d'Ilio il conquisto, tu primier
t'avrai
il premio, dopo me, de' forti onore,
ed in tua man porrollo io stesso, un
tripode,
o due cavalli ad un bel cocchio
aggiunti,
o di vaghe sembianze una fanciulla
che teco il letto e l'amor tuo
divida.
E Teucro gli rispose: Illustre
Atride,
a che mi sproni, per me stesso assai
già fervido e corrente? Io
non rimango
di far qui tutto il mio poter. Dal
punto
che verso la città li
respingemmo,
mi sto coll'arco ad aspettar
costoro,
e li trafiggo. E già ben otto
acuti
dardi dal nervo liberai, che tutti
profondamente si ficcâr nel corpo
di giovani guerrieri, e non ancora
ferir m'è dato questo can
rabbioso.
Disse; e di nuovo fe' volar
dall'arco
contr'Ettore uno strale. Al colpo
tutta
ei l'anima diresse, e nondimeno
fallì la freccia, ché
l'accolse in petto
di Prïamo un valente esimio
figlio
Gorgizïon, cui d'Esima condotta
partorì la gentil
Castïanira,
che una Diva parea nella persona.
Come carco talor del proprio frutto,
e di troppa rugiada a primavera
il papaver nell'orto il capo
abbassa,
così la testa dell'elmo
gravata
su la spalla chinò
quell'infelice.
E Teucro dalla corda ecco sprigiona
alla volta d'Ettorre altra saetta,
più che mai del suo sangue
sitibondo.
E pur di nuovo uscì lo strale
in fallo,
ché Apollo il devïò, ma
colse al petto
d'Ettòr l'audace bellicoso
auriga
Archepòlemo presso alla
mammella.
Cadde ei rovescio giù dal
cocchio, addietro
si piegaro i cavalli, e quivi a lui
il cor ghiacciossi, e l'anima si
sciolse.
Di quella morte gravemente afflitto
il teucro duce, e di lasciar
costretto,
mal suo grado, l'amico, a
Cebrïone
di lui fratello che il
seguìa, fe' cenno
di dar mano alle briglie. Ad
obbedirlo
Cebrïon non fu lento; ed ei
d'un salto
dallo splendido cocchio al suol
disceso
con terribile grido un sasso
afferra,
a Teucro s'addirizza, e di ferirlo
l'infiammava il desìo. Teucro
in quel punto
traeva un altro doloroso telo
dalla faretra, e lo ponea sul nervo.
Mentre alla spalla lo ritragge in
fretta,
e l'inimico adocchia, il
sopraggiunge
crollando l'elmo Ettorre, e dove il
collo
s'innesta al petto ed è
letale il sito,
coll'aspro sasso il coglie, e rotto
il nervo
gl'intorpidisce il braccio. Dalle
dita
l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei
casca.
Il caduto fratello in abbandono
Aiace non lasciò, ma ratto
accorse,
e col proteso scudo il
ricoprìa,
finché lo si recâr sovra le spalle
due suoi cari compagni,
Mecistèo
d'Echìo figliuolo, e il
nobile Alastorre,
e alle navi il portâr che gravemente
sospirava e gemea. Ne' Teucri allora
di nuovo suscitò l'Olimpio
Giove
tal forza e lena, che al profondo
fosso
dirittamente ricacciâr gli Achei.
Iva Ettorre alla testa, e dalle
truci
sue pupille mettea lampi e paura.
Qual fiero alano che ne' presti
piedi
confidando, un cinghial da tergo
assalta,
od un lïone, e al suo voltarsi
attento
or le cluni gli addenta, ora la
coscia;
così gli Achivi insegue
Ettorre, e sempre
uccidendo il postremo li disperde.
Ma poiché l'alto fosso ed il palizzo
ebber varcato i fuggitivi, e molti
il troiano valor n'avea già
spenti,
giunti alle navi si fermaro, e
insieme
mettendosi coraggio, e a tutti i
numi
sollevando le man spingea ciascuno
con alta voce le preghiere al cielo.
Signor del campo d'ogni parte
intanto
agitava i destrieri il grande
Ettorre
di bel crine superbi, e rotar bieco
le luci si vedea come il Gorgóne,
o come Marte che nel sangue esulta.
Impietosita degli Achei la bianca
Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
Invitta figlia dell'Egìoco
Giove,
dunque, ohimè! non vorremo
aver più nullo
pensier de' Greci già
cadenti, almeno
nell'estremo lor punto? Eccoli tutti
l'empio lor fato a consumar vicini
per l'impeto d'un sol, del fiero
Ettorre
che in suo furore intollerando omai
passa ogni modo, e ne fa troppe
offese!
A cui la Diva dalle glauche luci
Minerva rispondea: Certo perduta
avrìa costui la furia e
l'alma ancora,
a giacer posto nella patria terra
dal valor degli Achei; ma quel mio
padre
di sdegnosi pensier calda ha la mente,
sempre avverso, e de' miei forti
disegni
acerbo correttor; né si rimembra
quante volte servar gli seppi il
figlio
dai duri d'Euristèo comandi
oppresso.
Ei lagrimava lamentoso al cielo,
e me dal cielo allora ad
aïtarlo
Giove spediva. Ma se il cor prudente
detto m'avesse le presenti cose,
quando alle ferree porte il suo
tiranno
l'invïò dell'Averno a
trar dal negro
Erebo il can dell'abborrito Pluto,
ei, no, scampato non avrìa di
Stige
la profonda fiumana. Or m'odia il
padre,
e di Teti adempir cerca le brame,
che lusinghiera gli baciò il
ginocchio,
e accarezzògli colla destra
il mento,
d'onorar supplicandolo il
Pelìde
delle cittadi atterrator. Ma tempo,
sì, verrà tempo che la
sua diletta
Glaucòpide a chiamarmi egli
ritorni.
Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia
co' veloci cornipedi, ché tosto
io ne vo dentro alle paterne stanze,
e dell'armi mi vesto per la pugna.
Vedrem se questo Ettòr, che
sì superbo
crolla il cimiero, riderà
quand'io
nel folto apparirò della
battaglia.
Qualcun per certo de' Troiani ancora
presso le navi achee satolli e
pingui
di sue polpe farà cani ed
augelli.
Disse; né Giuno ricusò, ma
corse
ai divini cavalli, e d'auree barde
in fretta li guarnìa, Giuno
la figlia
del gran Saturno, veneranda Diva.
D'altra parte Minerva il rabescato
suo bellissimo peplo, delle stesse
immortali sue dita opra stupenda,
sul pavimento dell'Egìoco
padre
lasciò cader diffuso; ed
indossando
del nimbifero Giove il grande
usbergo,
tutta s'armava a lagrimosa pugna.
Sul rilucente cocchio indi salita
impugnò la pesante e poderosa
gran lancia, ond'ella, allor che
monta in ira,
di forte genitor figlia tremenda,
le schiere degli eroi rovescia e
doma.
Stimolava Giunon velocemente
colla sferza i destrieri, e tosto
fûro
alle celesti soglie, a cui custodi
vegliano l'Ore che il maggior de'
cieli
hanno in cura e l'Olimpo, onde
sgombrarlo
o circondarlo della sacra nube.
Cigolando s'aprîr per sé medesme
l'eteree porte, e docili al flagello
spinser per queste i corridor le
Dive.
Come Giove dal Gàrgaro le
vide,
forte sdegnossi, ed Iri a sé
chiamando
ali-dorata Dea, Vola, le disse,
Iri veloce, le rivolgi indietro,
e lor divieta il venir oltre meco
ad inegual cimento. Io lo protesto,
e il fatto seguirà le mie
parole,
io loro fiaccherò sotto la
biga
i corridori, e dall'infranto cocchio
balzerò le superbe, e delle
piaghe
che loro impresse lascerà il
mio telo,
né pur due lustri salderanno il
solco.
Saprà Minerva allor qual sia
stoltezza
il cimentarsi col suo padre in
guerra.
Quanto a Giunon, m'è forza
esser con ella
meno irato: gli è questo il
suo costume
di sempre attraversarmi ogni
disegno.
Disse; ed Iri a portar l'alto
messaggio
mosse veloce al par delle procelle;
ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo
di molti gioghi altero, e su le
soglie
incontrate le Dee, sì le
rattenne,
e lor di Giove le parole espose:
Dove correte? Che furore è
questo?
Sostate il piè, ché il dar
soccorso ai Greci
nol vi consente Giove. Le minacce
dell'alto figlio di Saturno udite,
che fian messe ad effetto. Ei sotto
il carro
storpieravvi i destrieri, e
dall'infranto
carro voi stesse balzerà, né
dieci
anni le piaghe salderan che impresse
lasceravvi il suo telo; e tu,
Minerva,
allor saprai qual sia demenza il
farti
al tuo padre nemica. Né con Giuno,
sempre usata a turbargli ogni
disegno,
tanto s'adira, ei no, quanto con
teco,
invereconda audace Dea, che ardisci
contra il Tonante sollevar la
lancia.
Disse, e ratta sparì la
messaggiera.
Ed a Minerva allor con questi
accenti
Giuno si volse: Ohimè!
più non si parli,
figlia di Giove, di pugnar con esso
per cagion de' mortali: io nol
consento.
Di loro altri si muoia, altri si
viva,
come piace alla sorte; e Giove
intanto,
come dispon suo senno e sua
giustizia,
fra i Troiani e gli Achei tempri il
destino.
Sì dicendo la Dea ritorse
indietro
i criniti destrieri, e l'Ore ancelle
li distaccâr dal giogo, e li legaro
ai nettarei presepi, ed il bel
cocchio
appoggiaro alla lucida parete.
Si raccolser le Dive in aureo seggio
con gli altri Dei confuse; e Giove
intanto
dal Gàrgaro all'Olimpo i corridori
e le fulgide ruote alto spingea.
Giunto alle case de' Celesti, a lui
sciolse i corsieri l'inclito
Nettunno,
rimesse il cocchio, e lo
coprì d'un velo.
Giove sul trono si compose e tutto
tremò sotto il suo piè
l'immenso Olimpo.
Ma Minerva e Giunon sole in disparte
sedean, né motto né dimanda a Giove
ardìan veruna indirizzar.
S'avvide
de' lor pensieri il nume, e
così disse:
Perché sì meste, o voi
Minerva e Giuno?
e' non si par che molto affaticate
v'abbia finor la glorïosa pugna
in esizio de' Teucri, a cui
sì grave
odio poneste. E v'è di mente
uscito
che invitto è il braccio mio?
che quanti ha numi
il ciel, cangiare il mio voler non
ponno?
A voi bensì le delicate
membra
prese un freddo tremor pria che la
guerra
pur contemplaste, e della guerra i
duri
esperimenti. Io vel dichiaro (e fôra
già seguìto l'effetto)
che percosse
dalla folgore mia, no, non v'avrebbe
il vostro cocchio ricondotte al
cielo,
albergo degli Eterni. - Il Dio
sì disse,
e in secreto fremean Minerva e Giuno
sedendosi vicino, ed ai Troiani
meditando nel cor alte sciagure.
Stette muta Minerva, e contra il
padre
l'acerbo che l'ardea sdegno
represse;
ma sciolto all'ira il fren Giuno
rispose:
Tremendissimo Giove, e che dicesti?
Ben anco a noi la tua possanza invitta
è manifesta; ma pietà
ne prende
dei dannati a perir miseri Achei.
Noi certo l'armi lascerem, se questo
è il tuo strano voler; ma
nondimeno
qualche ai Greci daremo util
consiglio,
onde non tutti il tuo furor li
spegna.
E Giove replicò: Più
fiero ancora
vedrai dimani, se t'aggrada, o
moglie,
l'onnipotente di Saturno figlio
dell'esercito achèo struggere
il fiore.
Perocché dalla pugna il forte
Ettorre
non pria desisterà, che
finalmente
l'ozïosa si svegli ira
d'Achille
il dì che in gran periglio
appo le navi
combatterassi per Patròclo
ucciso.
Tal de' fati è il voler, né
de' tuoi sdegni
sollecito son io, no, s'anco ai muti
della terra e del mar confini
estremi
andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
di Giapeto e Saturno, che nel cupo
Tartaro chiusi né il superno raggio
del Sole, né di vento aura ricrea;
no, se tant'oltre pure il tuo
dispetto
vagabonda ti porti, io non ti curo,
poiché d'ogni pudor possasti il
segno.
Tacque; né Giuno osò pure
d'un detto
fargli risposta. In grembo al mar frattanto
la splendida cadea lampa del Sole
l'atra notte traendo su la terra.
Della luce l'occaso i Teucri
afflisse,
ma pregata più volte e
sospirata
sovraggiunse agli Achei l'ombra
notturna.
Fuor del campo navale Ettore allora
i Troiani ritrasse in su la riva
del rapido Scamandro, ed in pianura
da' cadaveri sgombra a parlamento
chiamolli; ed essi dismontâr dai
cocchi,
e affollati dintorno al gran
guerriero
cura di Giove, a sue parole attenti
porgean gli orecchi. Una grand'asta
in pugno
di ben undici cubiti sostiene:
tutta di bronzo folgora la punta,
e d'oro un cerchio le discorre
intorno.
Appoggiato su questa, così
disse:
Dardani, Teucri, Collegati, udite:
io poc'anzi sperai ch'arse le navi
e distrutti gli Argivi a Troia
avremmo
fatto ritorno. Ma sì bella speme
ne rapîr le tenèbre
invidiose,
che inopportune sul cruento lido
salvâr le navi e i paurosi Achei.
Obbediamo alle negre ombre nemiche,
apparecchiam le cene. Ognun dal temo
sciolga i cavalli, e liberal sia
loro
di largo cibo. Di voi parte intanto
alla città si affretti, e
pingui agnelle
e giovenchi n'adduca, e di Lïeo
e di Cerere il frutto almo e
gradito.
Sian di secche boscaglie anco
raccolte
abbondanti cataste, e si cosparga,
finché regna la notte e l'alba
arriva,
tutto di fuochi il campo e il ciel
di luce,
onde dell'ombre nel silenzio i Greci
non prendano del mar su l'ampio
dorso
taciturni la fuga; o i legni almeno
non salgano tranquilli, e la
partenza
senza terror non sia; ma
nell'imbarco
o di lancia piagato o di saetta
vada più d'uno alle paterne
case
a curar la ferita, e rechi ai figli
l'orror de' Teucri, e così
loro insegni
a non tentarli con funesta guerra.
Voi cari a Giove diligenti araldi,
per la città frattanto ite, e
bandite
che i canuti vegliardi, e i
giovinetti
a cui le guance il primo pelo infiora,
custodiscan le mura in su gli spaldi
dagli Dei fabbricati. Entro le case
allumino gran fuoco anco le donne,
e stazïon vi sia di sentinelle,
onde, sendo noi lungi, ostile
insidia
nell'inerme città non
s'introduca.
Quanto or dico s'adémpia, e non fia
vano,
magnanimi compagni, il mio
consiglio.
Dirò dimani ciò che
far ne resta.
Spero ben io, se Giove e gli altri
Eterni
avrem propizi, di cacciarne lungi
cotesti cani da funesto fato
qua su le prore addutti. Or per la
notte
custodiamo noi stessi. Al primo
raggio
del nuovo giorno in tutto punto
armati
desteremo sul lido acre conflitto;
vedrem se Dïomede, questo forte
figliuolo di Tidèo,
respingerammi
dalle navi alle mura, o s'io
coll'asta
saprò passargli il fianco, e
via portarne
le sanguinose spoglie. Egli dimani
manifesto farà se sua
prodezza
tal sia che possa di mia lancia il
duro
assalto sostener. Ma se fallace
non è mia speme, ei
giacerà tra' primi
spento con molti de' compagni
intorno,
ei sì, dimani, all'apparir
del Sole.
Così immortal foss'io, né mai
vecchiezza
vïolasse i miei giorni, ed
onorato
foss'io del par che Pallade ed
Apollo,
come fatale ai Greci è il
dì futuro.
Tal fu d'Ettorre il favellar
superbo,
e gli fêr plauso i Teucri.
Immantinente
sciolsero dal timone i polverosi
destrier sudati, e colle briglie al
carro
gli annodò ciascheduno. Indi
menaro
pecore e buoi dalla cittade in
fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
altri di cibo cereale; ed altri
cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapìan l'odor delle vivande i
venti
da tutto il campo, e lo spargeano al
cielo.
Ed essi gonfi di baldanza, e in
torme
belliche assisi dispendean la notte,
tutta empiendo di fuochi la
campagna.
Siccome quando in ciel tersa
è la Luna,
e tremole e vezzose a lei dintorno
sfavillano le stelle, allor che
l'aria
è senza vento, ed allo
sguardo tutte
si scuoprono le torri e le foreste
e le cime de' monti; immenso e puro
l'etra si spande, gli astri tutti il
volto
rivelano ridenti, e in cor ne gode
l'attonito pastor: tali al vederli,
e altrettanti apparìan de' Teucri
i fuochi
tra le navi e del Xanto le correnti
sotto il muro di Troia. Erano mille
che di gran fiamma interrompeano il
campo,
e cinquanta guerrieri a ciascheduno
sedeansi al lume delle vampe
ardenti.
Presso i carri frattanto orzo ed
avena
i cavalli pascevano, aspettando
che dal bel trono suo l'Alba
sorgesse.
Queste de' Teucri eran le veglie.
Intanto
del gelido Terror negra compagna
la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,
l'achivo campo possedea. Percosso
da profonda tristezza era di tutti
i più forti lo spirto; e in
quella guisa
che il pescoso Oceàno si
rabbuffa,
quando improvviso dalla tracia tana
di Ponente sorgiunge e d'Aquilone
l'impetuoso soffio; alto s'estolle
l'onda, e si sparge di molt'alga il
lido:
tale è l'interna degli Achei
tempesta.
Sovra ogni altro l'Atride addolorato
di qua, di là s'aggira, ed
agli araldi
comanda di chiamar tutti in segreto
ad uno ad uno i duci a parlamento.
Come fûro adunati, e mesti in
volto
s'assisero, levossi Agamennóne.
Lagrimava simìle a cupo fonte
che tenebrosi da scoscesa rupe
versa i suoi rivi; e dal profondo
seno
messo un sospiro, cominciò:
Diletti
principi Argivi, in una ria sciagura
Giove m'avvolse. Dispietato! ei
prima
mi promise e giurò che al
suol prostrate
d'Ilio le mura, glorïoso in
Argo
avrei fatto ritorno; ed or mi froda
indegnamente, e dopo tante in guerra
estinte vite, di partir m'impone
inonorato. Il piacimento è
questo
del prepotente nume, che già
molte
spianò cittadi eccelse, e
molte ancora
ne spianerà, ché immenso
è il suo potere.
Dunque al mio detto obbediam tutti,
al vento
diam le vele, fuggiamo alla diletta
paterna terra, ché dell'alta Troia
lo sperato conquisto è vana
impresa.
Ammutîr tutti a queste voci, e in
cupo
lungo silenzio si restâr dolenti
i figli degli Achei. Lo ruppe alfine
il bellicoso Dïomede, e disse:
Atride, al torto tuo parlar col vero
libero dir, che in libero consesso
lice ad ognun, risponderò. Tu
m'odi
senza disdegno. Osasti, e fosti il
primo,
alla presenza degli Achei pur dianzi
vituperarmi, e imbelle dirmi, e privo
d'ogni coraggio, e l'udîr tutti. Or
io
dico a te di rimando, che se Giove
l'un ti diè de' suoi doni,
l'onor sommo
dello scettro su noi, non ti
concesse
l'altro più grande che lo
scettro, il core.
Misero! e speri sì codardi e
fiacchi,
come pur cianci, della Grecia i
figli?
Se il cor ti sprona alla partenza,
parti;
sono aperte le vie; le numerose
navi, che d'Argo ti seguîr, son
pronte:
ma gli altri Achivi rimarran qui
fermi
all'eccidio di Troia; e se pur essi
fuggiran sulle prore al patrio lido,
noi resteremo a guerreggiar; noi due
Stènelo e Dïomede, insin
che giunga
il dì supremo d'Ilion; ché
noi
qua ne venimmo col favor d'un Dio.
Tacque; e tutti mandâr di plauso un
grido,
del Tidìde ammirando i
generosi
sensi; e di Pilo il venerabil veglio
surto in piedi dicea: Nelle
battaglie
forte ti mostri, o Dïomede, e
vinci
di senno insieme i coetani eroi.
Né biasmar né impugnar le tue parole
potrà qui nullo degli Achei:
ma pure,
benché retti e prudenti e di noi
degni,
non ferîr giusto i tuoi discorsi il
segno.
Giovinetto se' tu, sì che il
minore
esser potresti de' miei figli. Io
dunque
che di te più d'assai vecchio
mi vanto,
dironne il resto, né il mio dir
veruno
biasmerà, non lo stesso
Agamennóne.
È senza patria, senza leggi e
senza
lari chi la civile orrenda guerra
desidera. Ma giovi or della fosca
diva dell'ombre rispettar l'impero.
S'apprestino le cene, ed ogni scolta
vegli al fosso del muro, e questo
sia
de' giovani il pensier. Tu, sommo
Atride,
come a capo s'addice, accogli a
mensa
i più provetti; e ben lo puoi,
ché piene
le tende hai tu del buon lïeo
che ognora
pel vasto mar ti recano veloci
l'achive prore dalle tracie viti.
Nulla all'uopo ti manca, ed al tuo
cenno
tutto obbedisce. Congregati i duci,
apra ognun la sua mente, e tu
seconda
il consiglio miglior, ché di
consiglio
utile e saggio or fa mestier
davvero.
Imminente alle navi è
l'inimico,
pien di fuochi il suo campo. E chi
mirarli
può senza tema? Questa fia la
notte
che l'esercito perda, o lo conservi.
Disse, e tutti obbediro.
Immantinente
uscîr di rilucenti armi vestite
le sentinelle. N'eran sette i duci;
il Nestoride prence Trasimede,
di Marte i figli Ascàlafo e
Jalmeno,
Merïon, Dëipìro ed
Afarèo
con Licomede di Creonte; e cento
giovani prodi conducea ciascuno
di lunghe picche armati. In ordinanza
si difilâr tra il fosso e il muro, e
quivi
destaro i fuochi, e apposero le
cene.
Nella tenda regal l'Atride intanto
convita i duci, di vivande grate
li ristaura; e sì tosto che
de' cibi
e del bere in ciascun tacque il
desìo,
il buon Nestorre, di cui sempre
uscìa
ottimo il detto, cominciò
primiero
a svolgere dal petto un suo
consiglio,
e in questo saggio ragionar
l'espose:
Agamennóne glorïoso Atride,
da te principio prenderan le mie
parole, e in te si finiranno, in te
di molte genti imperador, cui Giove,
per la salute de' suggetti, il carco
delle leggi commise e dello scettro.
Principalmente quindi a te conviensi
dir tua sentenza, ed ascoltar
l'altrui,
e la porre ad effetto, ove da pura
coscïenza proceda, e il ben ne
frutti;
ché il buon consiglio, da qualunque
ei vegna,
tuo lo farai coll'eseguirlo. Io
dunque
ciò che acconcio a me par,
dirò palese,
né verun penserà miglior
pensiero
di quel ch'io penso e mi pensai dal
punto
che dalla tenda dell'irato Achille
via menasti, o gran re, la
giovinetta
Brisëide, sprezzato il nostro
avviso.
Ben io, lo sai, con molti e caldi
preghi
ti sconfortai dall'opra: ma tu
spinto
dall'altero tuo cor onta facesti
al fortissimo eroe, dagl'Immortali
stessi onorato, e il premio gli
rapisti
de' suoi sudori, e ancor lo ti
ritieni.
Or tempo egli è di consultar
le guise
di blandirlo e piegarlo, o con
eletti
doni o col dolce favellar che tocca.
Tu parli il vero, Agamennón rispose,
parli il vero pur troppo, enumerando
i miei torti, o buon vecchio. Errai,
nol nego:
val molte squadre un valoroso in cui
ponga Giove il suo cor, siccome in
questo
per lo cui solo onor doma gli Achei.
Ma se ascoltando un mal desìo
l'offesi,
or vo' placarlo, e il presentar di
molti
onorevoli doni, e a voi qui tutti
li dirò: sette tripodi, non
anco
tocchi dal foco; dieci aurei
talenti;
due volte tanti splendidi lebeti;
dodici velocissimi destrieri
usi nel corso a riportarmi i primi
premii, e di tanti già mi
fêr l'acquisto,
che povero per certo e di ricchezze
desideroso non sarìa chi
tutti
li possedesse. Donerogli in oltre
di suprema beltà sette
captive
lesbie donzelle a meraviglia sperte
nell'opre di Minerva, e da me stesso
trascelte il dì che Lesbo ei
prese. A queste
aggiungo la rapita a lui poc'anzi
Brisëide, e farò giuro solenne
ch'unqua il suo letto non calcai.
Ciò tutto
senza indugio fia pronto. Ove gli
Dei
ne concedano poscia il porre al
fondo
la troiana città, primiero ei
vada,
nel partir delle spoglie, a
ricolmarsi
d'oro e bronzo le navi, e si
trascelga
venti bei corpi di dardanie donne
dopo l'argiva Elèna le
più belle.
Di più: se d'Argo riveder
n'è dato
le care sponde, ei genero sarammi
onorato e diletto al par d'Oreste,
ch'unico germe a me del miglior
sesso
ivi s'edùca alle dovizie in
seno.
Ho di tre figlie nella reggia il
fiore,
Crisotemi, Laòdice,
Ifianassa.
Qual più d'esse il talenta a
sposa ei prenda
senza dotarla, ed a Pelèo la
meni.
Doterolla io medesmo, e di tal dote
qual non s'ebbe giammai altra
donzella:
sette città, Cardàmile
ed Enòpe,
le liete di bei prati Ira ed
Antèa,
l'inclita Fere, Epèa la
bella, e Pèdaso
d'alme viti feconda: elle son poste
tutte quante sul mar verso il
confine
dell'arenosa Pilo, e dense tutte
di cittadini che di greggi e mandre
ricchissimi, co' doni al par d'un
Dio
l'onoreranno, e di tributi opimi
faran bello il suo scettro. Ecco di
quanto
gli farò dono se depor vuol
l'ira.
Placar si lasci: inesorato è
il solo
Pluto, e per questo il più
abborrito iddio.
Rammenti ancora che di grado e
d'anni
io gli vo sopra; lo rammenti, e
ceda.
Potentissimo Atride Agamennóne,
riprese il veglio cavalier, pregiati
sono i doni che appresti al re
Pelìde.
Senza dunque indugiar alla sua tenda
si mandino i legati. Io stesso, o
sire,
li nomerò, né alcun mi fia
ritroso:
primamente Fenice, al sommo Giove
carissimo mortale, e capo ei sia
dell'imbasciata. Il seguirà
col grande
Aiace il divo Ulisse, e degli araldi
n'andran Hodio ed Eurìbate.
Frattanto
date l'acqua alle mani, e comandate
alto silenzio, acciò che
salga a Giove
la nostra prece, e la pietà
ne svegli.
Disse; e a tutti fu caro il suo
consiglio.
Dier le linfe alle mani i banditori;
lesti i donzelli coronâr di liete
spume le tazze, e le portaro in
giro:
e libato e gustato a pien talento
il devoto licore, uscîr veloci
dalla tenda regal gli ambasciadori;
e molti avvisi porgea lor per via
il buon veglio, girando a
ciascheduno,
principalmente di Laerte al figlio,
le parlanti pupille, e a tentar
tutte
le vie gli esorta d'ammansar quel
fiero.
Del risonante mar lungo la riva
avviârsi i legati, supplicando
dall'imo cor l'Enosigèo
Nettunno
perché d'Achille la grand'alma ei
pieghi.
Alle tende venuti ed alle navi
de' Mirmidóni, ritrovâr l'eroe
che ricreava colla cetra il core,
cetra arguta e gentil, che la
traversa
avea d'argento, e spoglia era del
sacco
della città d'Eezïon
distrutta.
Su questa degli eroi le
glorïose
geste cantando raddolcìa le
cure:
Solo a rincontro gli sedea
Patròclo
aspettando la fin del bellicoso
canto in silenzio riverente. Ed ecco
dall'Itaco precessi all'improvviso
avanzarsi i legati, e al suo
cospetto
rispettosi sostar. Alzasi Achille
del vederli stupito, ed abbandona
colla cetra lo seggio; alzasi ei
pure
di Menèzio il buon figlio, e
lor porgendo
il Pelìde la man, Salvete, ei
dice,
voi mi giungete assai graditi: al
certo
vi trae grand'uopo: benché irato, io
v'amo
sovra tutti gli Achei. - Così
dicendo,
dentro la tenda interïor li
guida,
in alti scanni fa sederli sopra
porporini tappeti, ed a
Patròclo
che accanto gli venìa,
Recami, disse,
o mio diletto, il mio maggior
cratere,
e mesci del più puro, ed
apparecchia
il suo nappo a ciascun: sotto il mio
tetto
oggi entrâr generose anime care.
Disse; e Patròclo del suo
dolce amico
alla voce obbedì. Su l'ignee
vampe
concavo bronzo di gran seno ei pose,
e dentro vi tuffò di
pecorella
e di scelta capretta i lombi opimi
con esso il pingue saporoso tergo
di saginato porco. Intenerite
così le carni, Automedonte in
alto
le sollevava; e con forbito acciaro
acconciamente le incidea lo stesso
divino Achille, e le infiggea ne'
spiedi.
Destava intanto un grande foco il
figlio
di Menèzio, e conversi in
viva bragia
i crepitanti rami, e già del
tutto
queta la fiamma, delle brage ei fece
ardente un letto, e gli schidion vi
stese;
del sacro sal gli asperse, e tolte
alfine
dagli alari le carni abbrustolate
sul desco le posò; prese di
pani
un nitido canestro, e su la mensa
distribuilli; ma le apposte dapi
spartìa lo stesso Achille,
assiso in faccia
ad Ulisse col tergo alla parete.
Ciò fatto, ingiunse al suo
diletto amico
le sacre offerte ai numi; e quei nel
foco
le primizie gettò. Stesero
tutti
allor le mani all'imbandito cibo.
Come fur sazi, fe' degli occhi Aiace
al buon Fenice un cotal cenno: il
vide
lo scaltro Ulisse, e ricolmato il
nappo,
al grande Achille propinollo, e disse:
Salve, Achille; poc'anzi entro la
tenda
d'Atride, ed ora nella tua di lieto
cibo noi certo ritroviam dovizia;
ma chi di cibo può sentir
diletto
mentre sul capo ci veggiam pendente
un'orrenda sciagura, e sul periglio
delle navi si trema? E periranno,
se tu, sangue divin, non ti rivesti
di tua fortezza, e non ne rechi
aita.
Gli orgogliosi Troiani e gli alleati
imminente all'armata e al nostro
muro
han posto il campo, e mille fuochi
accesi,
e fan minaccia d'avanzarsi arditi,
e le navi assalir. Giove co' lampi
del suo favor gli affida; Ettore i
truci
occhi volgendo d'ogni parte, e molto
delle sue forze altero e del suo
Giove,
terribilmente infuria, e non
rispetta
né mortali né Dei (tanto gl'invade
furor la mente), e della nuova
aurora
già le tardanze accusa, e
freme, e giura
di venirne a schiantar di propria
mano
delle navi gli aplustri, ed a
scagliarvi
dentro le fiamme, e incenerirle
tutte,
e tutti tra le vampe istupiditi
ancidere gli Achivi. Or io di forte
timor la mente contristar mi sento,
che le costui minacce avversi numi
non mandino ad effetto, e che non
sia
delle Parche decreto il dover noi
lungi d'Argo perir su queste rive.
Ma tu deh! sorgi, e benché tardi,
accorri
a preservar dall'inimico assalto
i desolati Achei. Se gli abbandoni,
alto cordoglio un dì n'avrai,
né al danno
troverai più riparo. A tempo
adunque
l'antivieni prudente, ed allontana
dall'argolica gente il giorno
estremo.
Ricòrdati, mio caro, i saggi
avvisi
del tuo padre Pelèo, quando
di Ftia
invïotti all'Atride. Amato
figlio,
(il buon vecchio dicea) Minerva e
Giuno,
se fia lor grado, ti daran fortezza;
ma tu nel petto il cor superbo
affrena,
ché cor più bello è il
mansueto; e tienti
(onde più sempre e giovani e
canuti
t'onorino gli Achei), tienti remoto
dalla feconda d'ogni mal Contesa.
Questi del veglio i bei ricordi
fûro:
tu gli obblïasti. Ten sovvenga
adesso,
e la trista una volta ira deponi.
Ti sarà, se lo fai, largo di
cari
doni l'Atride. Nella tenda ei dianzi
l'impromessa ne fece: odili tutti.
Sette tripodi intatti, e dieci d'oro
talenti, e venti splendidi lebeti;
dodici velocissimi destrieri
usi nel corso a riportarne i primi
premii, e già tanti
n'acquistâr, che brama
più di ricchezze non
avrìa chi tutti
li possedesse. Ti largisce inoltre
sette d'alma beltà lesbie donzelle
d'ago esperte e di spola, e da lui
stesso
per lor suprema leggiadrìa
trascelte
il dì che Lesbo tu espugnavi.
A queste
la figlia aggiunge di Brisèo,
giurando
che intatta, o prence, la ti rende.
E tutte
pronte son queste cose. Ove poi
Troia
ne sia dato atterrar, tu primo
andrai,
nel partir della preda, a ricolmarti
d'oro e di bronzo i tuoi navigli, e
dieci
captive e dieci ti scerrai tenute
dopo l'Argiva Elèna le
più belle.
Di più: se d'Argo rivedrem le
rive,
tu genero sarai del grande Atride,
e in onoranza e nella copia accolto
d'ogni cara dovizia al par del suo
unico Oreste. Delle tre che il fanno
beato genitor alme fanciulle,
Crisotemi, Laòdice,
Ifianassa,
prendi quale vorrai senza dotarla.
Doteralla lo stesso Agamennóne
di tanta dote e tal, ch'altra
giammai
regal donzella la simìl non
s'ebbe;
sette città, Cardamile ed
Enòpe,
Ira, Pedaso, Antèa, Fere ed
Epèa,
tutte belle marittime contrade
verso il pilio confin, tutte
frequenti
d'abitatori, a cui di molte mandre
s'alza il muggito, e che di bei tributi
t'onoreranno al par d'un Dio.
Ciò tutto
daratti Atride, se lo sdegno
acqueti.
Ché se lui sempre e i suoi presenti
abborri,
abbi almeno pietà degli altri
Achei
là nelle tende costernati e
chiusi,
che t'avranno qual nume, ed alle
stelle
la tua gloria alzeran. Vien dunque,
e spegni
questo Ettòr che furente a te
si para,
e vanta che nessun di quanti Achivi
qua navigaro, di valor l'eguaglia.
Divino senno, Laerzìade
Ulisse,
rispose Achille, senza velo, e quali
il cor li detta e proveralli il
fatto,
m'è d'uopo palesar dell'alma
i sensi,
onde cessiate di garrirmi intorno.
Odio al par della porte atre di
Pluto
colui ch'altro ha sul labbro, altro
nel core:
ma ben io dirò netto il mio
pensiero.
Né il grande Atride Agamennón, né
alcuno
me degli Achivi piegherà. Qual
prezzo,
qual ricompensa delle assidue pugne?
Di chi poltrisce e di chi suda in
guerra
qui s'uguaglia la sorte: il vile
usurpa
l'onor del prode, e una medesma
tomba
l'infingardo riceve e l'operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a
tanti
rischi di Marte la mia vita esposi,
che guadagni, per dio, che
guiderdone
su gli altri ottenni? In vero il
meschinello
augel son io, che d'esca i suoi
provvede
piccioli implumi, e sé medesmo
obblìa.
Quante, senza dar sonno alle
palpèbre,
trascorse notti! quanti giorni
avvolto
in sanguinose pugne ho combattuto
per le ree mogli di costor! Conquisi
guerreggiando sul mar dodici altere
cittadi; ne conquisi undici a piede
dintorno ai campi d'Ilïon; da
tutte
molte asportai pregiate spoglie, e
tutte
all'Atride le cessi, a lui che
inerte
rimasto indietro, nell'avare navi
le ricevea superbo, e dividendo
altrui lo peggio riserbossi il
meglio;
o s'alcun dono agli altri duci ei
fenne,
nol si ritolse almeno. Io sol del
mio
premio fui spoglio, io solo; egli la
donna
del mio cor si ritiene, e ne
gioisce.
A che mai questa degli Achei co'
Teucri
cotanta guerra? a che raccolse
Atride
qui tant'armi? Non forse per la
bella
Elena? Ma l'amor delle consorti
tocca egli forse il cor de' soli
Atridi?
Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
e tienla in pregio, siccom'io costei
carissima al mio cor, quantunque
ancella.
Or ch'egli dalle man la mi
rapìo
con fatto iniquo, di piegar non
tenti
me da sue frodi ammaestrato assai.
Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei
dunque
consulti il modo di sottrar l'armata
alle fiamme nemiche. E quale ha
d'uopo
ei del mio braccio? Senza me
già fece
di gran cose. Innalzato ha un alto
muro,
lungo il muro ha scavato un largo e
cupo
fosso, e nel fosso un gran palizzo
infisse.
Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
nol fa sicuro ancor, da
quell'Ettorre
che, mentre io parvi fra gli Achei,
scostarsi
non ardìa dalle mura, o non
giugnea
che sino al faggio delle porte Scee.
Sola una volta ei là
m'attese, e a stento
poté sottrarsi all'asta mia. Ma
nullo
più conflitto vogl'io con
quel guerriero,
nullo: e offerti dimani al sommo
Giove
e agli altri numi i sacrifici, e
tratte
tutte nel mare le mie carche navi,
sì, dimani vedrai, se te ne
cale,
coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
i miei legni le vele, ed esultanti
tutte di lieti remator le sponde.
Se di prospero corso il buon
Nettunno
cortese mi sarà, la terza
luce
di Ftia porrammi su la dolce riva.
Ivi molta lasciai propria ricchezza
qua venendo in mal punto, ivi
molt'altra
ne reco in oro, e in fulvo rame, e
in terso
splendido ferro e in eleganti donne,
tutto tesoro a me sortito. Il solo
premio ne manca che mi diè
l'Atride,
e re villano mel ritolse ei poscia.
Torna dunque all'ingrato, e gli
riporta
tutto che dico, e a tutti in faccia,
ond'anco
negli altri Achei si svegli una
giust'ira
e un avvisato diffidar dell'arti
di quel franco impudente, che pur
tale
non ardirebbe di mirarmi in fronte.
Digli che a parte non verrò
giammai
né di fatto con lui né di consiglio;
che mi deluse; che mi fece
oltraggio;
che gli basti l'aver tanto potuto
sola una volta, e che mal fonda in
vane
ciance la speme d'un secondo
inganno.
Digli che senza più turbarmi
corra
alla ruina a cui l'incalza Giove
che di senno il privò: digli
che abborro
suoi doni, e spregio come vil
mancipio
il donator. Né s'egli e dieci e
venti
volte gli addoppii, né se tutto ei
m'offra
ciò ch'or possiede, e
ciò ch'un dì venirgli
potrìa d'altronde, e quante
entran ricchezze
in Orcomèno e nell'egizia
Tebe
per le cento sue porte e li dugento
aurighi co' lor carri a ciascheduna;
mi fosse ei largo di tant'oro alfine
quanto di sabbia e polve si
calpesta,
né così pur si speri
Agamennóne
la mia mente inchinar prima che
tutto
pagato ei m'abbia dell'offesa il
fio.
Non vo' la figlia di costui.
Foss'ella
pari a Minerva nell'ingegno, e il
vanto
di beltà contendesse a
Citerea,
non prenderolla in mia consorte io
mai.
Serbila ad altro Acheo che al
grand'Atride
più di grado s'adegui e di
possanza.
A me, se salvo raddurranmi i numi
al patrio tetto, a me scerrà
lo stesso
Pelèo lo sposa. Han molte
Ellade e Ftia
figlie di regi assai possenti: e
quale
di lor vorrò, legittima e
diletta
moglie farolla, e mi godrò
con essa
nella pace, a cui stanco il cor
sospira,
il paterno retaggio. E parmi in vero
che di mia vita non pareggi il prezzo
né tutta l'opulenza in Ilio accolta
pria della giunta degli Achei, né
quanto
tesor si chiude nel marmoreo templo
del saettante Apollo in sul petroso
balzo di Pito. Racquistar si ponno
e tripodi e cavalli e armenti e
greggi;
ma l'alma, che passò del labbro
il varco,
chi la racquista? chi del freddo
petto
la riconduce a ravvivar la fiamma?
Meco io porto (la Dea madre mel
dice)
doppio fato di morte. Se qui resto
a pugnar sotto Troia, al patrio lido
m'è tolto il ritornar, ma
d'immortale
gloria l'acquisto mi farò. Se
riedo
al dolce suol natìo, perdo la
bella
gloria, ma il fiore de' miei
dì non fia
tronco da morte innanzi tempo, ed io
lieta godrommi e dïuturna vita.
Questa m'eleggo, e gli altri tutti
esorto
a rimbarcarsi e abbandonar di Troia
l'impossibil conquista. Il Dio de'
tuoni
su lei stese la mano, e rincorârsi
i suoi guerrieri. Itene adunque, e
come
di legati è dover, le mie
risposte
ai prenci achivi riferendo, dite
che a preservar le navi e il campo
argivo
lor fa mestiero ruminar novello
miglior partito, ché il già
preso è vano.
Inesorata è l'ira mia. Fenice
qui rimanga e riposi: al nuovo
giorno
seguirammi, se il vuole, alla
diletta
patria. Di forza nol trarrò
giammai.
Disse: e l'alto parlare e l'aspro
niego
tutti li fece sbalorditi e muti.
Ruppe alfin quel silenzio il
cavaliero
veglio Fenice, e sul destin tremando
delle argoliche navi, ed ai sospiri
mescendo i pianti, così prese
a dire:
Se in tuo pensiero è fissa,
inclito Achille,
la tua partenza, se nell'ira immoto
di niuna guisa allontanar non vuoi
gli ostili incendii dalla classe
achea,
come, ahi come poss'io, diletto
figlio,
qui restar senza te? Teco mandommi
il tuo canuto genitor Pelèo
quel giorno che all'Atride
Agamennóne
invïotti da Ftia, fanciullo
ancora
dell'arte ignaro dell'acerba guerra,
e dell'arte del dir che fama
acquista.
Quindi ei teco spedimmi, onde di
questi
studi erudirti, e farmi a te
nell'opre
della lingua maestro e della mano.
A niun conto vorrei dunque, mio
caro,
dispiccarmi da te, no, s'anco un
Dio,
rasa la mia vecchiezza, mi prometta
rinverdir le mie membra, e
ritornarmi
giovinetto qual era allor che il
suolo
d'Ellade abbandonai, l'ira fuggendo
e un atroce imprecar del padre mio
Amintore d'Orméno. Era di questa
ira cagione un'avvenente druda
ch'egli, sprezzata la consorte,
amava
follemente. Abbracciò le mie
ginocchia
la tradita mia madre, e supplicommi
di mischiarmi in amor colla rivale,
e porle in odio il vecchio amante.
Il feci.
Reso accorto di questo il genitore,
mi maledisse, ed invocò sul
mio
capo l'orrendi Eumenidi, pregando
che mai concesso non mi fosse il
porre
sul suo ginocchio un figlio mio.
L'udiro
il sotterraneo Giove e la spietata
Proserpina, e il feral voto fu
pieno.
Carco allor della sacra ira del
padre,
non mi sofferse il cor di più
restarmi
nelle case paterne. E servi e amici
e congiunti mi fean con caldi preghi
dolce ritegno, ed in allegre mense
stornar volendo il mio pensier, si
diero
a far macco d'agnelle e di torelli,
a rosolar sul foco i saginati
lombi suìni, a tracannar del
veglio
l'anfore in serbo. Nove notti al
fianco
mi fur essi così con veglie
alterne
e con perpetui fuochi, un sotto il
portico
del ben chiuso cortil, l'altro alle
soglie
della mia stanza nell'andron. Ma
quando
della decima notte il buio venne,