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CONSIDERAZIONI DI UN SABINO

SUL NATALE DI ROMA E DINTORNI.

(Sintesi)

di Mauro Novelli - 2002


                                                   INDICE

INTRODUZIONE.. 1

I SABELLI. 2

LE PRIMAVERE SACRE.. 4

I QUIRITI. 6

CIVIS ROMANUS SUM: UN INSUPERATO SPIRITO DI APPARTENENZA. 9

AUGUSTO L’OTTIMIZZATORE: L’INIZIO DELLA VISIONE INDIVIDUALISTA   11

E NOI ?   (VELOCEMENTE E DA APPROFONDIRE). 16

 

 


 

Introduzione

Sostiene Carandini, colto archeologo, che le leggende sorte attorno alla fondazione delle città soffrono di una condanna: o si trova la prova documentale che dimostri la veridicità della leggenda – la quale diventa, così, storia - oppure quella leggenda è del tutto inventata, senza alcun fondamento di verità per nessun suo elemento.

La leggenda è un indice degli avvenimenti o realmente accaduti o che si vorrebbe fossero accaduti. Ma non è solo invenzione.

Di fatto, Roma è il prodotto dell'incontro di tre popoli, differenti per civiltà e tradizioni:

- I Sabini, invadenti ma non aggressivi né inclini alla violenza;  proprio come i loro progenitori, i Sabelli, sacralizzavano  e ritualizzavano tutto, anche la povertà;

-  I Tagliagole del Palatino, maestri nell'arte dell'agguato negli acquitrini del Velabro contro coloro che utilizzavano il Tevere peril baratto ed il commercio; violenti ma intelligenti "succhiaruote" riguardo alle  più civili, economiche e ingegnose soluzioni attrezzate dai popoli vicini;

-  Gli Etruschi, civili e violenti nei confronti di coloro che potevano mettere in difficoltà i loro commerci.

Tralasciamo i Tagliagole del Palataino e gli Etruschi, fin troppo studiati.

 

 

I SABELLI

Catone  (di famiglia contadina di Tuscolo, allora Sabina)  sostiene che dal nucleo originario di Amiterno-Antrodoco, i Sabelli (prima del 1000 a.C.) figliarono a sud i Marsi, i Marrucini, i Peligni, gli Apuli, i Sanniti, i Lucani, i Bruzii gli Irpini; a sud-est i Frentani; ad ovest i Sabini; a nord i Piceni.

Un inciso. Sarà un caso, ma la radice di Sabelli, Sanniti, Sabini è la stessa di “sacro”. Chi ha avuto la possibilità – qualche anno fa - di visitare a Roma la mostra ( “L’uomo d’oro”) sul ritrovamento degli arredi funerari di un principe delle steppe, ricorderà che quel popolo nomade si autodenominava “Sac”.

Invadenti ma non invasori si dice dei Sabelli. Superstiziosi e con alto senso del sacro, avevano ritualizzato soprattutto le cadenze fondamentali della loro esistenza, in primo luogo le difficoltà della vita.

La zona di origine è una delle più tribolate dell'Italia centrale:  la piana reatina - unica zona pianeggiante della Sabina - era, per tre quarti  dell'anno,  un immenso acquitrino, freddo, nebbioso ed inospitale. Solo attorno al 290 a.C. il console Manio Curio Dentato tagliò lo sperone che impediva al Velino di riversarsi nella valle del Nera, da tempo terra degli Umbri - cugini dei Sabelli- di circa 100 metri più bassa, dando luogo alla cascata delle Marmore. Gli acquitrini in parte si ritrassero, ma si consideri che ancora oggi la conca è attraversata da due fiumi (Velino e Turano – di cui ho ricordi giovanili di bagni estivi e di esondazioni invernali) ed è costellata da decine di laghi e laghetti, con una moltitudine di sorgenti di acqua minerale e solforosa.

Terra ingenerosa, quindi, e proprio per questo abitata da gente "strana".   

Rispetto alle capacità di sostentamento, i villaggi divenivano velocemente sovrappopolati. Se in altri luoghi, (mi viene in mente la Cina), l'equilibrio di sopravvivenza è stato garantito dalla eliminazione delle figlie femmine, in Sabina, tremila anni fa, pensarono di risolvere il problema diversamente.

 

 

LE PRIMAVERE SACRE

Una società agricola “normale” (basta tornare indietro di pochi decenni) tende a mantenere in casa i figli maschi - oggetto degli auguri per i nuovi sposi - ai quali si insegna l'arte perché siano, per i vecchi malandati, il bastone della vecchiaia, il corrispondente della pensione; fa allontanare, invece, le figlie femmine (con dote) le quali si accasano presso la famiglia del marito. Per questo venivano mantenute incolte: non conveniva investire per insegnare loro l’arte, al massimo si conferiva loro la dote, altrimenti nessuno le avrebbe volute.

I Sabini decisero diversamente: in presenza di carestie "normali" facevano emigrare i figli maschi; in caso di carestie gravi, ai maschi si accompagnavano le femmine. I vecchi, contro ogni logica di umanità contadina,  rimanevano a sostenersi da soli, per quanto possibile. Più che a conservare i loro geni, pensavano a quelli già proiettati.

Gente curiosa, appunto.

L'emigrazione era sacralizzata nella ritualità delle "Primavere sacre": tutti i figli nati nel corso di ogni anno venivano dedicati ad un dio ed al suo animale votivo (un anno al lupo, l'altro al serpente, al cinghiale, al falco ecc.). Superata l'adolescenza ed in funzione della entità delle carestie, gli àuguri (chiamiamoli così) individuavano, nella direzione scrutata e rivelata dell'animale votivo del dio cui erano dedicati i giovani, la via che avrebbe preso il gruppo di coetanei allontanandosi dal villaggio.

Con carestie normali, emigravano solo i giovani maschi, dotati di armi; in caso di grave carestia, il villaggio si privava anche delle giovani femmine.

Il gruppo si muoveva nella direzione indicata fino ad incontrare un villaggio, altra gente che li potesse accogliere. Non forzavano la mano: in caso di mala accoglienza si doveva proseguire il cammino. Non aggredivano né conquistavano, ma si fondevano (se possibile) proponendo lingua, costumi, agricoltura di frontiera e, soprattutto, senso del sacro, della ritualità e della religiosità in genere.

 

 

I QUIRITI

Primaveron primaveroni, i Sabelli occidentali, cioè i Sabini,  si spinsero fino ad occupare/ampliare/ripopolare Magliano Sabina, Palombara, Cori, Tivoli, Fidene, Tuscolo. Giunsero fino al Quirinale: il loro Marte era Quirino (forse da Cori). Erano i Quiriti.

Per inciso, Domiziano, fratello di Tito, figli di Vespasiano, [della gens sabina Flavia] fece erigere sul Quirinale un Templum gentis Flaviæ ad onore del luogo "in cui abitarono gli antenati".

I dirimpettai del Palatino, i Tagliagole, dovrebbero essere entrati in contatto con i Sabini in occasione delle migrazioni, magari per grave carestia e quindi con giovanette al seguito. L'apologetica romana ha poi voluto "nobilitare" quella fusione con un atto di forza (il ratto delle Sabine). Sta di fatto che la leggenda fonda Roma, nel 753, il 21 aprile, in piena primavera.

Il periodo del regno (fino al 510  a. C.) ha visto avvicendarsi re romani a re sabini, infine etruschi. La leggenda parla di Romolo e, sottovoce, del sabino Tito Tazio (di Cori) che lo affiancava. E’ curioso che Romolo fosse chiamato anche Quirino: si trattava di Romolo o del suo compagno non romano?  Tito Livio dice che governarono congiuntamente.

I re Sabini (nella leggenda, Numa Pompilio e Anco Marzio –oltre che Tito Tazio) introdussero ritualità e sacralità tra i Tagliagole, gettando il seme della civilizzazione: il Fuoco Sacro, le Vestali, le procedure augurali e i giorni fasti e nefasti, tutte le istituzioni religiose (i Sali, i Flamini) il culto di Giano, il pontificato, a servire il primo ponte sul Tevere, il Sublicio, fatto costruire - secondo la leggenda- da Anco Marzio. Il calendario fu portato da dieci a dodici mesi.

La fusione dei due popoli fu tale da sdoppiare la denominazione del nuovo prodotto etnico: si denominavano Quiriti in campo sociale e forense, Romani in campo istituzionale e militare.

A mio avviso l' "SPQR" ricompone Quiriti e Romani. Ma non vorrei aggredire la traduzione corrente di cui quel simbolo vuol definirsi acronimo: mi limito a proporre un po’ di invadenza.

Curiosamente, non si parlerà più dei Sabini per due secoli, fino al 290 a.C., quando il console Manio Curio Dentato (quello della cascata delle  Marmore)  sottomise la regione, i cui abitanti, assieme ai Sanniti, erano rimasti soli a sostenere la reazione romana contro la ribellione dei popoli dell’Italia centrale. Etruschi e Umbri si erano già “defilati”.

Non si sa bene che cosa sia successo nel frattempo; ma sappiamo che  i Romani avevano l’abitudine di nascondere e poi tagliare ogni radice che non fosse la loro, lasciando in evidenza la pianta romanizzata. Per gli Etruschi il meccanismo di cassare ogni vestigia è chiaro e crudele,  ma la stessa cosa dovrebbe essere capitata ai Sabini, pur se non paragonabili, quanto a civiltà, ai Tirreni.

Per un legionario non sabino, essere definito "quiris miles"  era un'offesa, perché ne metteva in evidenza la scarsa propensione alla violenza. Si apprezzano, invece, i legionari di origine sabina, cioè i milites quirites, nei rapporti con le popolazioni vinte, come colonizzatori (immediatamente dopo la conquista). Diremmo: "Quiriti brava gente".

Il verbo "quirito -as -avi -are" vuol dire "chiedere aiuto". La "quiritatio"  traduce "il gridare al soccorso".

 

 

CIVIS ROMANUS SUM: un insuperato spirito di appartenenza.

La  Repubblica romana - contemporanea della polis greca - fondava la sua democrazia sulla “disciplina” che, attenzione, è cosa ben diversa dall’ “obbedienza”.

La disciplina è lo spirito che anima i discepoli nei riguardi dell’autorevolezza del maestro. Applicati, per comprendere; riflessivi, per criticare; attivi, per progredire, hanno il piacere di fare il proprio dovere nella certezza che anche il maestro, con ancor maggiore consapevolezza, sta compiendo il suo. Tutti motivati a proseguire, ineluttabilmente, il cammino di civiltà.

In altri termini, il civis romanus era certo che al suo senso del dovere corrispondeva quello di qualsiasi altro cittadino, e che quanti si offrivano di procedere nel cursus honorum si gravavano di onerosi obblighi, più pesanti di quelli che spettavano ai cittadini “normali”. Alla maggiore potestas (o auctoritas in campo religioso) corrispondeva immediatamente una più intensa e concreta responsabilità.

[Oggi è esattamente il contrario: si fa carriera (in ogni campo) per avere meno responsabilità e scansare ogni rottura di palle: si ritiene che al potere debbano essere annessi solo vantaggi.]

Tutti, comunque, operavano al meglio per accrescere il prestigio della civitas romana. Non a caso, il più alto riconoscimento per gli alleati fedeli (e capaci) era quello della civitas romana cum suffragio, in assoluto la più ambita ricompensa per i popoli venuti a contatto con i Romani ed inglobati nei confini dello Stato.

Quella del “civis romanus sum” è stata una delle più formidabili sorgenti aggreganti mai riscontrata su questo pianeta. E la visione non era individuale; nei secoli della repubblica (esclusi gli ultimi cento anni  avanti Cristo) si pensava in termini di “gens” che in piccolo riproponeva lo stesso senso del dovere mantenuto per la Res Publica: si operava al meglio, per accrescere il decoro ereditato dagli antenati che si doveva riconsegnare, accresciuto, ai discendenti. Anche la plebe, da non confondere con i “poveracci”,  aveva una visione familiare e non individuale: la possibilità di accedere alle cariche – fino alle tribunizie - spingeva a ben operare per mettere in evidenza il nome e fare della famiglia un riferimento politico sul versante plebeo (oggi diremmo borghese), in attesa di riconoscimenti istituzionali.

Il dovere/diritto [commistione etica ben più intrecciata di quanto non sia oggi] del “civis romanus” aveva cinque valenze inscindibili. Era rivolto :

1.                     alla difesa militare dei confini e degli interessi dello stato, come legionario;   

2.                     alla vita produttiva, come agricoltore;

3.                     alla alimentazione dell’ Erario (voglio scriverlo maiuscolo), come contribuente;

4/5.     alla buona salute della Res Publica (maiuscolo), come elettore e/o come eletto.

Per la maggior gloria di Roma.

 

Per il raggiungimento degli obbiettivi, lo strumento più disaggregato era quindi la gens o la familia, non l’individuo. Né ci si poteva basare su riconoscimenti post mortem: tutti si sarebbero ritrovati in Averno, regno dei morti, buoni e malvagi, probi o improbi, onesti o scellerati.

Il decoro per la familia, la gens, la civitas era acquisito in vita, con atti concreti, mossi dal piacere di far bene il proprio lavoro.

 

 

AUGUSTO L’OTTIMIZZATORE: L’INIZIO DELLA VISIONE INDIVIDUALISTA

Gli ultimi cento anni prima di Cristo vedono una vita politica caratterizzata da una curiosa congiuntura di personaggi/individui di particolare spicco personale: Mario, Silla, Cicerone, [Catilina], Cesare, Pompeo, Crasso, [Spartaco], Lepido, Antonio, Ottaviano.

Mario intuisce la superiorità di un esercito di professionisti. Non è più il cittadino che si fa legionario per Roma, è il professionista  a militare nell’esercito per se stesso.

La concezione della Res Publica è devastata da personalità invadenti e disarticolanti: si parla di triunvirati (due), i consoli passano in secondo piano, le gentes arrancano e soccombono sotto il peso di esponenti di spicco, si passa dalla “gens” al "vir".

Il decoro diventa appannaggio personale. L’orizzonte quello del singolo.

Nel 31 a.C. Augusto vince la partita. Si rende conto del devastante strappo istituzionale operato in pochi decenni. Decide di riconsegnare la potestas e l’auctoritas alle istituzioni repubblicane, in primo luogo al Senato. Nominalmente, le prerogative repubblicane sono nella forma ripristinate. Mantiene due soli poteri:

- la “tribunicia potestas” (in soldoni, il potere di convocare il Senato), successivamente arricchita della “intercessio” (il potere di opporsi ad ogni decisione presa da qualsivoglia istanza istituzionale);

- l’ “imperium proconsulare maius et infinitum” che lo rendeva imperator di tutti gli eserciti romani operativi entro i confini dello stato.

Da eccellente ottimizzatore, Augusto si dedica prontamente al miglioramento dei suoi eserciti.

1.                Capisce  (l'intuizione era già stata di Mario) che un esercito di professionisti è di gran lunga più efficace delle legioni fino ad allora impostate sul senso del dovere di ogni cittadino. Che un esercito permanente era ben più affidabile delle coorti di contadini costituite in fretta per fronteggiare necessità contingenti e successivamente sciolte. Che il volontario poteva essere sostenuto da motivazioni (individuali) più facili da solleticare, più forti di quelle suggerite alla collettività dal senso civico.

2.                Capisce che le coorti destinate all’ordine pubblico della città, fino ad allora affidate ed alimentate dai civilissimi soci spagnoli, ormai romani a tutti gli effetti, sono più efficaci se costituite dai rudi giganti della Pannonia (i Galli Boi della Boemia). Che, poi, la cittadinanza li veda come estranei e ostili è cosa di nessuna importanza.

Cancella, pertanto, il primo dovere/diritto del civis romanus: l’essere miles per difendere confini ed interessi della Res Publica,  della gens, della familia.

Il legionario diventa semplicemente soldato.

Il dramma è rappresentato dal fatto che i cives romani plaudono alla iniziativa. Ormai, la visione individualista mirava a carpire vantaggi nell’arco della vita del singolo.

La Res Publica? Figuriamoci ! 

Per il senso di appartenenza, un tempo coltivato gelosamente, è l’inizio della fine.

L’equilibrio doveri/diritti è scardinato. Sarà facile per i successivi imperatori:

-                     capire che sono più produttivi i contadini di professione (gli schiavi provenienti da mezzo mondo) di quanto non lo fosse il colono romano, spesso distratto dal doversi fare legionario;

-                     capire la convenienza del saccheggio delle province rispetto alla impopolare riscossione dei tributi ed alle lungaggini di una colonizzazione;

-                     capire infine che, per eleggere il nuovo imperatore, non è necessario convocare i comizi: basta far pronunciare i soldati.

Con i vantaggi della “specializzazione”  scoperti ed utilizzati da Mario ed ottimizzati da Augusto, lo Stato romano comincia a dar fondo al capitale morale, umano e sociale accumulato dall’ottavo al primo secolo a.C. La consistenza del quale, di immensa entità, permette all’impero di vivere bene per altri tre secoli, di vivacchiare ancora per un quarto secolo e di agonizzare per ulteriori settanta anni.

 

 


E NOI ?   (Velocemente e da approfondire)

La dimensione miseramente individuale della vita, acquisita in due secoli (il primo a.C. ed il primo d.C.)  come conseguenza dell’abbandono della visione  sorta in seno alla repubblica, crea  tre  esigenze:

-                     la aspirazione ad un prolungamento della vita della persona, anche dopo la morte fisica, per recuperare sulle delusioni presentate da una vita normale;

-                     la necessità di una giustizia superiore a quella terrena, ormai estranea alle possibilità di intervento dei “sudditi”; una vendetta postuma;

-                     la revisione del vecchio Olimpo, con l’aggiunta di divinità più congeniali alle prime due grette visioni personalistiche.

La filosofia supporta queste esigenze con le elaborazioni e gli approfondimenti di Plotino (neoplatonismo) e con la proposizione di un sincretismo globalizzante (gnosticismo).

Si inglobano velocemente tutte quelle religioni, anche misteriche, che forniscono soluzioni salvifiche individuali. Iside, Mitra, Cristo sono gli innesti più fertili. Tutte promettono una vita eterna, ai meritevoli.

L’operazione è vinta dal cristianesimo. L’innesto egiziano è solo per ricchi. L’innesto mitriaco (con principi, dogmi, messaggi e doveri molto simili a quelli cristiani) è solo per iniziati maschi – introdotto e diffuso dai militari/marinai -, di buon livello sociale, con templi privati, con iniziazioni di un certo impegno, con un numero di adepti non eccessivo per ogni singolo tempio [le gemmazioni sembra siano state continue]. L’innesto cristiano, al contrario,  è aperto a tutti, maschi e femmine, ben accolti se poveri, ancor meglio se ignoranti; la sua iniziazione (il battesimo) è solo simbolica; si diventa soldati di Cristo (cresima) con una semplice croce unta dal prete sulla fronte. Si prediligono le assemblee numerose, partecipate da intere famiglie, dove stare in  comunione.

 

Non trascorre un secolo dalla invasione dei Vandali (476 d.C.) che il senso profondo di appartenenza si ricostituisce negli ambiti dell’abbazia benedettina, tra i monaci, su basi diverse ma con principi molto simili a quelli repubblicani:

1.                difensore della comunità (il pugnale era in dotazione ai monaci) e della popolazione circostante;

2.                produttore per la comunità e per le popolazioni vicine  (ora et labora);

3.                contribuente per la Chiesa;

4.                5. elettore/eletto nell’ambito dell’abazia e del corpo ecclesiastico più ampio.

Per la maggior gloria di Dio.

E’ questa coscienza fiera delle proprie radici, da proteggere perché sane, valide, utili; è questo il filo rosso che sorregge (ancor oggi) la cultura occidentale.

Ci saranno due forme aggreganti successive: le Signorie (durata: due secoli; prodotto: il Rinascimento) e il nazismo/fascismo/comunismo (durata: 12 , 23, 73 anni;  prodotto: 70 milioni di morti ed oltre).

Nel bene e nel male chi individua i meccanismi di formazione dei canoni di aggregazione, o  incappa nei suoi ingranaggi, ha in mano una macchina formidabile. A seconda della capacità del suo utilizzo e dei fini portanti può essere pila atomica o bomba atomica.