PRIVILEGIA NE IRROGANTO           di Mauro Novelli               BIBLIOTECA


 

 

JOHN MILTON

 

 

IL PARADISO PERDUTO

 

Traduzione di LAZZARO PAPI

 

 

 

 

LIBRO PRIMO

 

 

 

In questo primo libro si propone in breve il soggetto del poema, cioè la disubbidienza dell’uomo e la perdita del paradiso in cui egli era stato collocato; e si accenna la prima cagione di sua caduta, cioè il serpente, o piuttosto Satáno nascosto entro il serpente, che già ribellandosi a Dio, e traendo alla sua parte molte legioni d’Angeli, fu per divino comando scacciato dal cielo con tutta la sua torma nel gran Profondo. Dopo ciò il poeta entra nel soggetto e rappresenta Satáno e gli angeli suoi in mezzo all’inferno, ch’è posto non già nel centro del mondo (poiché il cielo e la terra ancora non erano), ma in un luogo di tenebre esteriori, più acconciamente chiamato Caos. Là Satáno, giacente sul lago di fuoco co’ suoi Angeli, fulminato e stordito, ripiglia spirito e tien parole con Belzebù, il primo dopo di lui in potenza e dignità. Parlano eglino insieme della loro infelice caduta: Satáno risveglia le sue regioni che si alzano dalle fiamme. Loro numero, ordine di battaglia, e principali Capi sotto i nomi degl’idoli conosciuti di poi in Canaan e nelle vicine contrade. Il principe di Demonj rivolge loro il discorso, gli conforta con la speranza di racquistare il cielo, e loro parla infine d’un nuovo mondo, e d’una nuova creatura che doveva un giorno essere creata secondo un’antica profezia o racconto sparso in cielo, giacchè parecchi antichi Padri credono gli Angeli esser creati molto tempo innanzi a questo mondo visibile. Propone Satáno di esaminare in pieno consiglio il senso di quella profezia, e decidere quel che si possa in conseguenza tentare. Il Pandemonio, palagio di Satáno, sorge, fabbricato ad un tratto, fuori dal Profondo. gli spiriti infernali vi si raccolgono per deliberare.

 

 

 


Dell'uom la prima colpa e del vietato

Arbor ferale il malgustato frutto,

Che l'Eden ci rapì, che fu di morte

E d'ogni male apportator nel mondo,

Finchè un Uomo divin l'alto racquisto

Fa del seggio beato e a noi lo rende,

Canta, o Musa del ciel; tu che del Sina

dell'Orebbe in sul romito giogo

Inspirasti il pastor che primo instrusse

La stirpe eletta come i cieli e come

La terra in pria fuor del Caosse usciro;

se più di Sión t'aggrada il colle,

il rio di Siloè che al tempio augusto

Di Dio scorrea vicino, indi tua fida

Aita imploro all'animoso canto

Che d'innalzarsi a nobil volo aspira

Oltre l'Aonio monte, e a dir imprende

Cose ancor non tentate in prosa o rima.

E pria tu Divo Spirto, a cui più grato

È d'ogni tempo un retto core e puro,

Sii, tu che sai, maestro mio: presente

Dal principio tu fosti, e con distese

Ali robuste, di colomba in guisa,

Stesti covante sopra il vasto abisso,

E di virtù feconda il sen n'empiesti.

Tu quanto è oscuro in me rischiara, e quanto

È basso e infermo, in alto leva e reggi,

Onde sorgendo a par del tema eccelso,

Svelare all'uom la Provvidenza eterna

Io possa, e scioglier d'ogni dubbio gli alti

Di Dio consigli e le ragioni arcane.

Narra tu prima (poichè nulla il cielo,

Nulla l'inferno agli occhi tuoi nasconde),

Narra qual mai cagion gli antichi nostri

Padri, sì cari al cielo e in sì felice

Stato locati, a ribellarsi mosse

Da lui che gli creò. Mentre signori

Eran del mondo, un suo leggier divieto

Come romper fur osi? Al turpe eccesso

Chi sedusse gl'ingrati? Il Serpe reo

D'inferno fu. Mastro di frodi e punto

Da livore e vendetta egli l'antica

Nostra madre ingannò, quando l'insano

Orgoglio suo dal ciel cacciato l'ebbe

Con tutta l'oste de' rubelli Spirti.

Su lor coll'armi loro alto a levarsi

Ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio

Pensò, se a Dio si fosse opposto. Il folle

Pensier superbo rivolgendo in mente,

Incontro al soglio del Monarca eterno

Mosse empia guerra e a temeraria pugna

Venne, ma invan. L'onnipossente braccio

Tra incendio immenso e orribile ruina

Fuor lo scagliò dalle superne sedi

Giù capovolto e divampante in nero,

Privo di fondo disperato abisso;

Ove in catene d'adamante stretto

A starsi fu dannato e in fiamme ultrici

Qual tracotato sfidator di Dio,

E già lo spazio che fra noi misura

La notte e 'l dì, nove fiate scorse,

Che con l'orrida ciurma avvolto ei stava

Nell'igneo golfo, tutto sbigottito

Benchè immortal. Pur lo serbava ancora

A maggior pena il suo decreto. Intanto

L'aspro pensiero del perduto bene,

E del futuro interminabil danno

Il cruccia alternamente. Intorno ei gira

Le bieche luci una profonda ambascia

Spiranti e un cupo abbattimento misto

D'odio tenace e d'indurato orgoglio:

Ed in un punto, quanto lungi il guardo

D'un Angelo si stende, ei l'occhio manda

Su quell'atroce, aspro, diserto sito;

Carcere orrendo, simile a fiammante

Fornace immensa; ma non già da quelle

Tetre fiamme esce luce; un torbo e nero

Baglior tramandan solo, onde si scorge

La tenebrosa avviluppata massa

E feri aspetti e luride ombre e campi

D'ambascia e duol, dove non pace mai,

Non mai posa si trova, e la speranza

Che per tutto penétra, unqua non scende.

Quivi è tormento senza fin, che ognora

Incalza più, quivi si spande eterno

Un diluvio di foco, ognor nudrito

Da sempre acceso e inconsumabil solfo.

Tal la Giustizia eterna a quei ribelli

Aveva apparecchiata orrenda chiostra

D'esterno tenebror, remota tanto

Dalla luce del ciel quant'è tre volte

Lontan dal centro della terra il polo

Dell'Universo. Oh dalla stanza prima

Stanza diversa! Egli i compagni quivi

Di sua caduta scerne urtati, avvolti

Fra i turbinosi vortici, fra i gorghi

Del tempestoso foco, ed al suo fianco

Voltolantesi quei che gli era in cielo

In potere e 'n delitto il più vicino,

E noto poscia e Belzebù nomato

Fu in Palestina. Ad esso il gran Nemico

(Satáno è detto in ciel) si volse, e in queste

Parole audaci il fier silenzio ruppe:

Se quel tu sei... (Ma qual ti miro, e quanto

Cangiato da colui che ne' beati

Regni di luce tante schiere e tante

Di Spirti fulgidissimi vincevi

Tutto vestito di fulgór!). Se quegli

Tu se' che nell'ardita illustre impresa

I conformi pensier, le stesse voglie,

Egual speranza ed egual rischio meco

Strinsero in salda lega e che or congiunge

Un crudo egual destin, da quale altezza

Vedi in qual ruinammo orribil fondo!

Tanto la folgor sua colui più forte

Rese di noi: fatale atroce telo!

Chi pria d'allor ne conoscea la possa?

Ma non io per quell'arme, e non per quanto

L'ira del vincitor su me s'aggravi,

Non io mi pento o cangio: invan son io

Di fuor cangiato, il cor lo stesso è sempre;

Del mio spregiato merto ivi entro impressa

Altamente ho l'ingiuria, hovvi confitto

Il fero sdegno che a lottar mi spinse

Con quel Possente. E che! Potei pur trarre

Contr'esso in campo innumerabil'oste

Di congiurati valorosi Spirti

Che il regno suo dannavano, che a lui

Me preferìan, che di virtù, d'ardire

Diero alte prove memorande incontro

Gli estremi sforzi suoi, che sugl'immensi

Lassù celesti campi in dubbia lance

Tenner vittoria e gli crollaro il trono!

Perduto è il campo, e sia: perduto il tutto

Dunque sarà? Quell'invincibil, fermo

Voler ci resta ancor, quel di vendetta

Fero desìo, quell'immortal rancore

E quel coraggio che non mai s'abbatte,

Che mai non si sommette. E che altro è mai

L'essere invitto ed invincibil? Questo

Vanto la rabbia sua, la sua possanza

No, non avrà da me. Ch'io grazia chieda?

Ch'io mi prostri al suo piè? che qual mio Nume,

Qual mio Signor lui riconosca e onori,

Lui che il terror di questo braccio mise

Testè del regno in forse? Ah! questa invero

Fora viltà, fora ignominia ed onta

Peggior della caduta. Or poichè 'l Fato

Tai ci formò che il vigor nostro e questa

Celestïal sustanza unqua non ponno

Venirci men, poichè la fresca prova

Di tanto evento noi peggiori in arme

Punto non rese, e il preveder ci accrebbe,

Con speranza miglior, nuova ostinata

Guerra eterna moviamgli, e forza e frode

S'impieghi contro lui ch'ebbro d'orgoglio

Ora gioisce ai nostri mali, e solo

Da tiranno nel ciel trionfa e regna.

Così Satán, nel tormentato fondo

Del cor premendo un disperar feroce,

Imbaldanziva favellando, e a lui

Tal diè risposta il suo compagno audace:

Prence di tanti Eroi, sovrano Duce

Di tanti Duci, che al tuo cenno intenti

De' Serafini le ordinate squadre

Condussero al conflitto, e sempre in ogni

Più duro scontro impavidi e tremendi

Poser l'Eterno in rischio, e prova fèro

S'ei per forza o per caso o per destino

Lassù tenesse il primo seggio, e come

Vuoi ch'io non vegga il lacrimabil caso

Che il ciel ne ha tolto, e sì grand'oste ha tutta

Spinta in ruina orribile, per quanto

Posson perir celesti Essenze e Numi?

Ah troppo il veggo, ah troppo il sento! È vero

Che sebben spenta sia la gloria nostra,

E quel primier felice stato assorto

In eterna miseria, un'alma in noi

Invincibil rimane, e al core, e al braccio

Il perduto vigor pronto ritorna;

Ma che valer ci può, qual pro che il nostro

Onnipossente vincitor (m'è forza

Ora crederlo tal, chè tal se in vero

Egli non fosse, soggiogar tentato

Un poter pari al nostro avrebbe invano),

Qual pro che questa forza e questo spirto

Ci lasci integri? Non vuol ei capaci

Così farci d'un duol che fin non abbia

Per pascer senza fin quel suo feroce

Di vendetta inesplebile talento?

Ah! che quai schiavi per ragion di guerra

A qualunque pensier gli sorga in mente

Egli ci serba; ad opre indegne e dure

Forse ei qui ci destina in mezzo al foco,

O messaggeri suoi pel tenebroso

Imo baràtro. Il non scemato adunque

Nostro vigor, la nostra essenza eterna

Altro fruttar ci può che eterna pena?

Caduto Cherubino (a lui risponde

Vivamente Satáno), alma che langue,

Nell'oprar, nel soffrir, misera è sempre.

Tu certo intanto sii che nostra impresa

Il ben non fia mai più. Nel male ognora,

Nel mal che opposto è per natura all'alto

Voler di quei cui facciam guerra, il sommo

Dobiam cercar nostro diletto e vanto.

Studi egli pur con provvido consiglio

Volgere in bene il male; ogni nostr'arte

Quel suo disegno a distornar si volga,

E fuor del seno ancor del bene stesso

Per nostre oblique trame il mal germogli.

Ciò può spesso avvenirci, e, s'io non erro.

Forse ei vedrà dolente i suoi più chiusi

Pensieri ir lungi dal proposto segno.

Ma vedi tu? Quel vincitore irato

Alle porte del cielo i suoi ministri

D'inseguimento e di vendetta indietro

Ha richiamati. Quel sulfureo nembo,

Quella rovente impetuosa folta

Grandine ond'ei nel precipizio nostro

Ci flagellava, dileguossi omai;

E 'l tuon dell'ali sue di rabbia e foco

Scarichi tutti e logri alfin gli strali

Ha forse, e cessa di mugghiar pel vasto

Abisso interminato. Afferriam pronti

L'occasion che, sia dispregio o sia

Sazio furore, or ci abbandona il nostro

Crudo nemico. Vedi tu quell'ermo

Lugubre piano, inospite, coverto

Di folta tenebrìa, tranne quel raggio

Che spaventoso e lurido vi getta

Di queste vampe il livido barlume?

Lungi colà dal tempestar di queste

Onde focose indirizziamci, ed ivi

Posiam, se posa esser vi puote alcuna;

E raccogliendo le disperse schiere,

Cerchiam qual via ci resti, onde al nemico

Più grave danno in avvenir s'arrechi;

Cerchiam qual sia della sconfitta nostra

Il riparo miglior, come sì cruda

Sciagura superar, qual dalla speme

Forza ritrarre, o, in fin, qual dar ci possa

La disperazïon consiglio estremo.

Così al compagno suo dicea Satáno

Colla testa alta fuor dell'onde, e fuori

Degli occhi folgorando orribil lume:

Prono su i flutti e galleggiante il resto

Delle immani sue membra un ampio e lungo

Spazio di molti iugeri coprìa.

Tali in lor mole della terra i figli

La favolosa Grecia a noi dipinse

Che osâr Giove assalir, quel Briaréo

O quel Tifóne, cui di Tarso antica

Il grand'antro accogliea. Tal è fors'anco

Quel mostro enorme, a cui null'altro eguale,

Fra quanti l'ampio mar rompon col nuoto,

Creonne Iddio. Sulle Norvegie spume

(Se la fama col falso il ver non mesce)

Ove in lui steso per dormir s'abbatta

Il pallido nocchier di picciol legno

In buia notte a naufragar vicino,

Spesso un'isola il crede, in sua scagliosa

Scorza l'áncora gitta e a lui s'afferra,

Finchè la notte il mar ricopre, e tarda

La sospirata aurora. Incatenato

Su quell'ardente pelago giacea

Così vasto e disteso il gran nemico;

Nè alzata mai, nè scossa pur l'altera

Cervice avrìa di là, se il ciel che tutto

Regge e governa, non lasciava appieno

Ai disegni di lui libero il corso;

Ond'egli colpe accumulando a colpe

E l'altrui mal cercando, anco sul capo

Dell'ira eterna s'accrescesse il peso,

E furibondo al fin non altro frutto

Fuor dell'arti sue prave uscir vedesse

Che infinita bontà, grazia, mercede

Sull'uom da lui sedotto, e piover doppio

Scorno sopra di sè, furor, vendetta.

Repente egli erge dal bollente gorgo

Sua vasta mole; d'ambo i lati spinte

Torcon le fiamme le appuntate cime

E raggirate in grosse onde nel mezzo

Lascian orrida valle. Alto egli spande

L'ali e dirizza il vol per l'aria fosca

Che stride al peso inusitato, e sovra

L'arida terra approda alfin, se terra

Quella pur è che di massiccio foco

Tutt'arde ognor, siccome il lago ardea

Di foco alliquidito; e tal rassembra

Qual di rabbiosi sotterranei fiati

Per la gran forza da Peloro svelto

E via scagliato alpestre masso; o quale

Di Mongibello il fracassato fianco,

Quando le gorgoglianti ime fornaci

Di solfo pregne e d'irritati venti

Fuore sbocca tonando e al guardo scopre

Tutte di fumo e di fetor ravvolte

Le arroventate orribili caverne.

Sopra sì fatto suol, dal suo compagno

Seguìto ognor, le maledette piante

Satáno arresta, e baldanzosi entrambi

Vantansi dalla Stigia accesa lama

Per la lor propria ricovrata forza,

Quai Dei, scampati, e che il gran Re del Tutto

Così permise, immaginar non sanno.

Quest'è la regïon, la terra è questa,

Disse Satáno allor, quest'è la sede

Che abitar ci convien del cielo invece?

Questo lugubre orror per quella viva

Serena luce? Or sia; poichè colui

Ch'adesso è Re, così dispone e assesta

Il retto e 'l giusto al suo piacer sovrano.

Sì, miglior sempre il più lontano albergo

Sarà da quegli, cui Ragione agli altri

Agguaglia, e Forza sopra gli altri innalza.

Addio, felici campi; addio, soggiorno

D'eterna gioia. Salve, o Mondo inferno,

Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso,

Il tuo novello possessore accogli;

Accogli quei che in petto un'alma serra

Per loco o tempo non mutabil mai.

L'alma in se stessa alberga, e in sè trasforma

Nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo:

Che importa ov'io mi sia, se ognor lo stesso,

E qual deggio, son io? se tutto io sono,

Fuorchè minor di lui che il fulmin solo

Fe' più grande di me? Liberi almeno,

Qui liberi sarem: questo soggiorno

Egli non fece onde lo invidii, e quindi

Sbandirci non vorrà: regnar sicuri

Qui noi possiamo, e, al parer mio, quaggiuso

Anco è bello il regnar; sì, miglior sempre

Che in ciel servaggio, è nell'inferno un regno.

Ma perchè i nostri sventurati e fidi

Compagni e amici, istupiditi, avvolti

Lasciam colà sul fero lago, e a parte

Non gl'invitiam con noi di nostra sorte?

Sì, consultiam, veggiam ciò che, raccolte

Nostr'armi, in cielo racquistar si possa,

O se a perder quaggiuso altro ci resta.

Così Satán parlava, e in questi accenti

Rispose Belzebù: Duce di quelle

Raggianti schiere, cui sconfigger solo

Potea chi tutto può, se ancora il suono

Di tua voce elle udran, di quella voce

Che, quando più ostinata, incerta, orrenda

La pugna inferocía, di loro speme

Fu il pegno animator, fu in ogni assalto

Il più sicuro ed ubbidito segno,

Se ancor la udran, nuovo coraggio in esse

Vedrai rinascer tosto e nuova vita.

Or se, qual noi testè, sull'igneo lago

Trambasciate si stan, stordite, inerti,

Meraviglia non è dopo cotanto

Spaventevol caduta. Aveva appena

Di dir cessato Belzebù che l'altro

Vèr la spiaggia movea. Dietro le spalle

Ei si gittò lo scudo, eterea tempra,

Ponderoso, massiccio, ampio, rotondo:

Il largo cerchio a tergo gli pendea

Simile a luna, quando a sera il grande

Toscan Maestro con suoi vetri industri

Dal Fiesolano colle o di Valdarno

La sta mirando a discoprir novelle

Terre e nuove montagne e nuovi fiumi

Nel maculato globo. All'asta sua

Se il più gran pin delle Norvegie selve

Troncato a farne smisurata antenna

Di regal nave, agguagli, è verga lieve

Nella sua man: con essa ei regge e ferma

Sulla rovente sabbia i passi, oh quanto

Da quei diversi che sul piano azzurro

Dell'Empireo movea! La torrid'aura,

Che sul suo capo l'ignea volta manda,

Forte anco il fiede e abbronza; ei nulla cura

Per tanto ed oltre va, finchè sul margo

Di quel mare infiammato il piede arresta.

Alza il grido colà verso le sue

Prostese innumerabili falangi

Che ammucchiate giacean qual sotto gli alti

Archi de' boschi opachi in Vallombrosa

S'ammassano e ricoprono i suggetti

Rivi in autunno le cadute foglie:

E forse è folta men l'alga ondeggiante

Quando Orión di feri venti armato

Tutto dall'imo fondo alza e sconvolge

Quel mar famoso, entro i cui flutti vide

Il perseguìto Ebreo dal salvo lido

Busiri andar con l'oste sua sommerso,

E galleggiar tra rotti carri i morti

Cavalli e cavalieri e fanti avvolti.

Così densa coprìa quel vasto gorgo

La perduta oste rea, che più se stessa

Per lo stupor del cangiamento strano

Non conosceva: alto ei chiamolla, e tutti

Rintronàr dell'inferno i cupi seni

A quella voce: O Potentati, o Prenci,

Guerrieri che del ciel l'onor già foste,

Del ciel già vostro, ed ora, oimè! perduto,

Se un letargo simìl voi, Spirti eterni,

Puote ingombrar così: questa dimora

Sceglieste forse a ristorar la stanca

Vostra virtù dopo la pugna? è questo,

Come lassù del ciel le amene valli,

Il loco adatto ai vostri sonni? o in tale

Postura abietta d'adorar giuraste

Il vincitor? Ch'ei dal suo trono or miri

Le vostre insegne, le vostr'armi sparte,

E voi medesimi in questo mar convolti,

Nulla curate? Ma che parlo? Forse

State attendendo che, il vantaggio scorto,

Quel suo veloce inseguitor drappello

Dalle soglie del ciel scenda a calcarci

Giù col piede le languide cervici,

O co' fulminei catenati strali

Di questo golfo ci conficchi al fondo?

Scuotetevi, sorgete, o eternamente

Siate perduti. Eglino udir, vergogna

Gli punse, e l'ali dibattendo, a un tratto

Tutti s'alzaro. Quasi talor sull'armi

Dal capitan temuto a dormir colte

Le sentinelle, non ben deste ancora

Rizzansi e mostra fan d'ardite e franche,

Tai sembravan coloro. Il crudo stato

Senton ben essi e le lor pene acerbe:

Ma pur del Duce al grido in un istante

Obbedisce ciascun; tutto all'intorno

Si scuote, tutto freme e tutto ondeggia.

Così al brandir della possente verga

Del figliuol d'Amràm vide l'Egitto

Inorridito in quel feral suo giorno,

Curva sull'Euro comparir repente

Caliginosa mormorante nube

Di voraci locuste, e, come notte,

Dell'empio Faraòn pender sul regno

E coprirlo di tenebre. Tal era

L'innumerabil numero di quelle

Malvagie squadre che laggiù d'inferno

Sotto la vôlta, tra le basse ed alte

E d'ogni lato circolanti vampe,

Stavan sospese sugli aperti vanni;

Finchè, qual segno, l'aggirata in alto

Asta del magno Imperador diresse

Il corso lor. Sulle librate penne

A quella vôlta giù tosto si calano

Sovra quel fermo solfo e 'l vasto piano

Ingombran tutto; immensa torma, a cui

Una simil non mai versò da' suoi

Ghiacciati fianchi il popoloso Norte,

Quando, varcata la Danoia e 'l Reno,

Come un diluvio, i barbari suoi figli

Cadder sull'Austro e passâr Calpe, e tutte

Le Libiche inondaro aduste sabbie.

Repente fuor d'ogni squadrone uscendo

I condottier colà s'affrettan dove

Stava il gran Duce lor; divine, eccelse

Sembianze e forme, ogni beltà terrena

Superanti d'assai; Principi e Regi

Ch'eran nel ciel poc'anzi assisi in trono.

Ogni memoria de' lor nomi spenta

Or è lassuso, cancellati e rasi

Per la lor fellonía da' libri eterni

Di vita eternamente, e nuovi nomi

D'Eva tra i figli non aveano ancora.

Iddio provar l'uom volle e lor permise

D'ir la terra scorrendo, e sì potero

La più gran parte dell'uman lignaggio

Togliere al culto del verace Dio

Con lor menzogne e loro inganni, ond'essa

Lui glorioso, onnipossente, eterno,

Non comprensibil, non visibil, spesso

Coll'insensata imagine d'un bruto

Tutta di pompe e d'ôr cinta e coperta

Scambiò miseramente, e, come Numi,

I Démoni adorò. Diversi allora

Ebber costoro in terra idoli e nomi.

Di', Musa, dunque i nomi lor; chi prima

Surse, chi poi da quel bollente letto,

Da quel letargo, e, dietro a sè lasciando

De' minori guerrier la turba immensa,

Solo avvïossi ove il gran Duce alzava

Su quella spiaggia orribile e deserta

La rampognante imperïosa voce.

Capi eran quei che dal profondo abisso,

Lungo tempo dipoi, di preda in traccia

All'aure usciti, di locar vicine

Alla sede di Dio lor sedi osaro

E l'are lor presso alla sua; che gli empi

Voti usurpar de' popoli e gl'incensi.

Di Iéova stesso in trono assiso e cinto

Da' Cherubini suoi lo sguardo e 'l braccio

Fulminator non spaventolli, e spesso

Dentro Sionne ancor, dentro il medesmo

Santuario di lui gli abbominandi

Lor simulacri spinsero, le auguste

Pompe e i riti ineffabili e tremendi

Profanar s'attentaro, e l'empie loro

Tenebre opporre all'immortal sua luce.

Primo è Molocco, orrido Re, che bebbe

L'umano sangue ed i materni pianti

Sugli altari crudeli, ove le strida

Delle vittime sue tra 'l foco avvolte

Soffocava un frastuono alto, incessante

Di tamburi e taballi. A lui prostrossi

L'Ammoníta entro Rabba; e nelle sue

Pianure acquose ed in Basanne e Argobbe

Fin dell'Arnonne alle rimote sponde:

Nè pago ancora di cotanto audace

Sua vicinanza, il saggio cor sedusse

Di Salomone fabbricargli un tempio

In faccia al divin tempio, in cima a quella

Montagna obbrobriosa, e suo boschetto

Fece d'Innòm la dilettosa valle

Ch'ebbe indi il nome di Toféto e d'atra

Géenna, dell'inferno orrida imago.

L'altro è Chemosse, di Moabbo a' figli

Spavento osceno da Aroarre a Nebo

Fin d'Abarimme alle remote australi

Erme contrade. In Esebòna ancora

Stese l'impero e in Oronài, reame

Di Seòne, e di Sibma oltre la valle

Di liete vigne e fior tutta ridente,

E corse audace in Eleal perfino

All'Asfaltico stagno. Ei di Peorre

Il nome ancor portò, quando Israello,

Mentre fuggìa dalle Niliache sponde,

Colà in Sittimme ai suoi lascivi riti

Fu sedotto da lui, riti che furo

Di tanti mali la fatal sorgente.

Ei distese di là sovra quel colle

D'infamia eterna, che sorgea vicino

Del fier Molocco alla cruenta selva,

L'orgie impudiche, e mescolò col sangue

Le libidini sue, finchè d'entrambi

A terra il buon Giosía gli altari sparse

E nell'inferno gli rispinse. Appresso

A questi due venìan quei Spirti impuri

Che dalle sponde del vicino Eufrate

Al rio che dall'Egitto Assiria parte,

Di Baalimmi e di Astarotte i nomi

Comuni avean tra numeroso stuolo;

Dei quelli, e Dive queste. A lor talento

Or l'uno or l'altro sesso ed ambi insieme

Prendon gli Spirti ancor: pieghevol tanto

È lor pura sustanza, e lieve e molle;

Tanto ella vince la mortal struttura

Che di polpe e di nervi e d'ossa insieme

È contesta ed ingombra. In ogni forma

Oscura o luminosa, o densa o rara,

Qual più lor giova, or d'odio, ora d'amore

Possono i rei disegni in opra porre.

Per essi i figli d'Israello infidi,

Al sommo Dio, lor viva forza, spesso

Volsero il tergo, e infrequentata e muta

Lasciando l'ara sua, curvâr le fronti

Dianzi a brutali Numi, onde quell'empie

Cervici lor di tanta colpa carche

Poscia in campo mietè vil ferro imbelle.

Venìa con lor quell'Astaréte in schiera,

Che da' Fenici poi fu detta Astarte,

Del ciel notturna regnatrice, ornata

Delle crescenti luminose corna.

Alla corrusca imagin sua fur use

Per l'aer bruno offrir lor voti ed inni

Le Sidonie donzelle, e culto ed ara

In Sionne ebbe ancor sull'empio monte

Fondata da quel Re che il saggio core

Tra femminili amor corruppe, e spinto

Da sue belle idolatre, idoli immondi

Pur cadde ad incensar. Venìa Tammuzo

Poi, la cui piaga riaperta ogn'anno

Ogn'anno ancor rinnovellava il duolo

Delle Siriache vergini che in triste

Note d'amore al Libano d'intorno

Tutto un estivo dì stavan piangendo

L'acerbo fato suo, mentre vermiglie

Adoni al mar volgea le placid'onde

Dalla natía sua rupe, e a lor parea

Mostrar in esse di Tammuzo il sangue.

Di pari ardor quell'amorosa fola

Infettò di Sionne ancor le figlie;

E ben le turpi lor fiamme lascive

Fin dentro i sacri portici scoprío

Ezechïel quando girò sull'empie

Idolatrie del ribellato Giuda

L'occhio ripien della virtù superna.

Quegli poscia venìa che vivo duolo

Sentì nel cor quando la propria imago

Entro il suo tempio stesso a un tratto monca

Farsi dall'arca prigioniera ei vide,

E via le tronche mani e la spiccata

Testa balzarne rotolando al suolo,

De' suoi scornati adoratori al piede.

Dagón fu il nome suo, marino mostro,

Uom sopra e pesce in basso: alto sorgea

Il suo tempio in Azóto e i lidi tutti

Di Palestina ed Ascalona e Gata

Fin d'Accarón ai termini e di Gaza

Temean suo scettro. Lo seguìa Rimmone

Ch'ebbe nel bel Damasco ameno seggio

D'Abbana e di Farfarre in sulle vaghe

Fertili rive. Egli pur erse incontro

Alla magion di Dio l'audace fronte,

E se un lebbroso Duce ei vide un giorno

Abbandonar suo culto, un Re pur vide

Prestargli omaggio: Aazo ei fu, quel folle

Suo vincitor, che del verace Dio

Spregiò, rimosse l'ara, e un'altra a guisa

Delle Assirie n'eresse, ov'empi incensi

Arse agli Dei già da lui vinti e domi.

Folta appo questi una gran torma apparve

Che sotto i nomi celebrati antichi

D'Isi e d'Osiri e d'Oro, e de' tanti altri

Seguaci lor, con mostruose forme

E con vani prestigi il cieco Egitto

Sì schernir seppe e i sacerdoti suoi,

Che andaro ognor sotto ferino aspetto,

Anzichè umano, or qua or là cercando

I lor vaganti Dei. Da quella peste

Non fu immune Israél quando in Orebbe

L'oro accattato ei del vitello fuse

Nell'immago adorata. Empiezza eguale

Vider bentosto Bettelemme e Dana

Doppiarsi da quel Re che osò ribelle

Paragonare a bue che l'erba pasce,

Iéova che lo creò, Iéova che quando

Dall'Egitto ei fuggìa, con un sol colpo,

In una sola notte, ogni fanciullo

Primonato percosse, e a terra stese

Ogni muggente Nume. Ultimo venne

Quel Belial, di cui più laido Spirto

Dal ciel non cadde e più del vizio in preda

Sol per amor del vizio: a lui non tempio

Sorgea, nè altar fumava; eppur qual altro

Soggiornò più di lui fra templi ed are?

Ei là sovente d'ogni Dio l'idea

Nei sacerdoti cancellò, qual d'Eli

Ne' figli avvenne, che di Dio la casa

Di vïolenza e di lascivie empiero.

Ei pur le Corti e i gran palagi alberga,

E le ricche città passeggia altero,

Ove il fragor della licenza oscena,

Degli oltraggi e dell'onte, oltre le cime

Delle più eccelse torri ascende e suona;

E quando della notte il fosco velo

Le strade abbuia, allor vagando intorno

Escon di Belialle i sozzi figli

Ebbri di vino e oltracotanza. Troppo

Di Sodoma le vie sepperlo un giorno,

E Gabaa il seppe in quella notte impura

Che, a distornare un peggior ratto, aprissi

L'ospital soglia e una matrona espose.

In ordine e possanza eran costoro

Primi fra gli altri, di cui troppo fora

Lungo il ridir, benchè lontana suoni

La fama lor; di Iávana la stirpe,

Gli Dei di Ionia che pur Dei tenuti

Fur, sebben dopo Cielo e dopo Terra

Vantati padri lor, venuti al mondo;

Quel Titano di Ciel primiera prole

Coll'enorme sua schiatta, al qual fur tolti

Dal più giovin Saturno e dritti e regno,

E questi che a vicenda egual destino

Provò dal figlio che di Rea gli nacque

E che di forza il vinse. Ebbesi Giove

Usurpator così l'impero. In Creta

Da prima e in Ida essi fur noti, e quindi

Del freddo Olimpo sul nevoso giogo,

Dell'aere medio, lor più alto cielo,

Ebber governo, o soggiornar di Delfo

Sulla rupe, o in Dodona e pe' confini

Del Dorico terren. Sovr'Adria gli altri

Coll'antico Saturno il vol drizzaro

Ai campi Esperj e Celtici, e per tutte

Le remote vagaro isole estreme.

Tutti costoro ed altri molti innanzi

S'affollaro a Satán, con occhi pregni

Di pianto e chini al suol; ma pur di gioia

In essi un fosco raggio insiem traspare,

Mentre non anco di speranza uscito

Veggono il Duce loro, e sè medesmi

Non affatto perduti in mezzo a tanta

Spaventevol ruina: a lui non meno

Un incerto color rapidamente

Passò sul volto, ma l'usato orgoglio

Tosto ei riprende, e con parole altere,

Pompose sì, ma vane, a poco a poco

Ravviva in essi gli abbattuti spirti

E le speranze lor scuote e raccende.

Quindi impon tosto che al guerriero suono

Di trombe e d'oricalchi il gran vessillo

S'innalzi: n'ebbe il glorïoso incarco

Per suo dritto Azazél, d'alte e superbe

Sembianze un Cherubin: dalla raggiante

Asta egli tosto disviluppa e stende

L'insegna imperïal ch'alto nell'aura

Tremolando, qual lucida rifulse

Meteora in fosco ciel: splendeanvi in mezzo

D'oro e di gemme riccamente inteste

L'arme e i trofei Serafici. I sonori

Metalli intanto un marzïal clangore

Lunge spandeano, a cui sì forte un grido

Tutta l'oste mandò che dell'inferno

Scosse la vôlta e del Caosse e della

Vetusta Notte spaventò l'impero.

In un momento diecimila alzarsi

Bandiere fur per quell'orror vedute,

E nell'aura ondeggiar pinte de' vivi

Color del sol nascente: insiem levossi

Di lancie ampia foresta, e d'elmi e scudi

Conserta e folta un'ordinanza apparve

Profonda, immensurabile. S'avanza

In maestoso e fiero aspetto il campo

Di tibie e flauti al Dorico concento;

Dolce e grave armonia che degli antichi

Eroi presti a pugnar gli animi ergea

A somma altezza, e non furor, ma fermo

Valor deliberato in lor spirava

Che temea, più che morte, esser rispinto;

Alta armonia che con sublimi note

Dalle mortali ed immortali menti

Dubbio, paura, angoscia e affanno sgombra

O molce almeno. Tacita, secura

In sua virtude, in sua congiunta possa

Così movea quell'oste al dolce suono

Che del bruciante suol l'ardor temprava

Sotto i suoi passi dolorosi. In mostra

Ecco a un punto s'arresta; orrida fronte

Di terribil lunghezza e d'abbaglianti

Armi, ai prischi guerrier simile in parte

Con aste e scudi in ordinanza, e attenta

Stassi ad udir quale al possente Duce

Comando piaccia imporre. Egli l'esperto

Sguardo dardeggia per le file, e tutta

Da un punto all'altro la falange immensa

Ne trascorre veloce; il ben disposto

Ordine, i volti e le stature eccelse,

Solo proprie di Numi, osserva e squadra,

E alfin somma il lor numero. D'orgoglio

Or più gonfia il suo core e più s'indura;

Poichè dal giorno, in cui fu l'uomo creato,

Non mai si ragunò tal'oste e tanta

Che, di questa al paraggio, assai simile

Non fosse a stormo di pimmei pugnanti

Di strepitose gru contro uno stuolo.

Taccia Flegra i giganti, ed Ilio e Tebe

Quella stirpe d'Eroi che d'ambo i lati

Pugnò frammista ai parteggianti Numi;

Nè favola o romanzo il prode Arturo

Da' suoi Britanni o Armorici campioni

Intorno cinto osi membrar (chè troppo

Spregevol fora il paragon), nè quanti

In Aspramonte o Montalban giostraro,

In Damasco, in Marocco o in Trebisonda

Cristiani o Saracini invitti Eroi,

Nè quei che dalle Maure aduste arene

Mandò fra noi Biserta allorchè il Magno

Carlo con tutti i Paladini sui

In Fontarabia cadde. Incontro a questi

Del ciel rivali uman valor è nulla.

Pur se ne stanno riverenti al loro

Temuto Duce. Alteramente eccelso

Ei di persona, e portamento sopra

Tutti gli altri torreggia; ancor perduto

Non ha tutto il natìo fulgor celeste,

E conquiso com'è, pur sempre in lui

Un Arcangel si vede, un offuscato

Di gloria eccesso. Tale il sol nascente

Timidi getta e pallidi pel grave

Aere nebbioso i raggi, e tal ei sparge,

Se Cintia il vela coll'opposto dosso,

Sovra mezza la terra un torbo e mesto

Lume che pel timor d'aspre vicende

Tien palpitante de' tiranni il core.

Oscurato così, tanto splendea

Sopr'ogn'altro Satáno: ancor dell'alte

Cicatrici del folgore rovente

Solcata avea la faccia, ancor gli stava

La cura e 'l duol sulla scaduta guancia;

Ma sotto il ciglio l'indomabil core

E 'l ponderato orgoglio intento tutto

Alla vendetta trasparìa; feroce

Ardeva l'occhio suo, pur di rimorso

Segni gettava e di cordoglio: ei mira

Spiriti innumerabili, già visti

In sì diversa sorte, ora dal cielo

E da sua luce eterna eternamente

Per sua cagion sbanditi e in quegli abissi

Spinti e dannati; e suoi compagni furo,

Anzi seguaci suoi! pur fidi ancora

Quanto gli sono e nella lor sventura

Qual mostran fermo generoso core!

Così qualor la rovinosa fiamma

Del ciel piombò sulla foresta e gli alti

Pini e le querce noderose antiche

Percosse, diramò, pur coll'arsiccia

Sfrondata cima stan gli alteri tronchi

Sul divampato suol fissi ed immoti.

Egli a parlar s'accinge, onde si curva

Vèr lui del campo il destro corno e 'l manco,

E in semicerchio co' più degni Duci

Raccolto viene: ciascheduno è muto

Per desìo d'ascoltar: ei per tre volte

Tentò parlare e per tre volte, ad onta

Del proprio scorno, in lagrime proruppe,

Ma quali Angel le sparge; alfin mescendo

Co' sospir le parole, ei così disse:

O d'immortali Spirti immense schiere,

O Forti, o comparabili soltanto

Con lui che tutto può, certo d'onore

Priva non fu l'alta contesa nostra,

Benchè seguìta da un evento atroce

Siccome questo loco, ahi! troppo attesta,

E quest'orribil cangiamento, ond'io

Parlar non oso. Ma qual mai presaga

Mente sublime e dagli eventi instrutta

Temer potea che tal di Numi unito

Esercito, che forze a queste eguali,

Sì intrepide, sì ferme, esser disfatte

Potesser mai? Chi crederà che ancora

Abbattuto, com'è, stuol sì gagliardo,

Di cui l'esilio ha fatto vòto il cielo,

Col suo valor là risalir non debba

E i suoi riposseder perduti seggi?

Tutta l'oste del ciel ne chiamo in prova;

Se discordanza di consigli o rischio

Da me schivato le speranze nostre

Ha rovesciate. Ma colui ch'or regna

Lassù Monarca, infino allor sedea

Sul trono suo qual chi securo appieno

Per vecchia stima, uso o consenso il tiene,

E piena pompa del suo regio stato

Facendo, intanto il suo poter celava.

Questo a tentar c'indusse, e cagion questo

Fu di nostra ruina. Ormai sua possa

Noi conosciamo e nostra possa a un tempo,

Onde nè provocar guerra novella,

Nè provocati paventarla. Il meglio

Ci resta ancor: dove il poter non giunse,

L'arte vi giunga e 'l ben oprato inganno;

E apprenda ei pur da noi che sol da forza

Vinto nemico è per metà sol vinto.

Dello spazio nel grembo ermo ed immenso

Novelli mondi sorger ponno, e in cielo

Fama correa ch'egli in pensier volgesse

Crearne un altro in breve, ed una stirpe

Locare in esso a lui gradita e cara

Quanto del cielo i più diletti figli.

Ivi a spïar, se non ad altro, in prima

Uscirem noi, là forse o altrove ancora:

Chè in servitù no ritener non debbe

Chiusi quaggiù questa infernal vorago

Spirti celesti e l'Erebo coprirli

Delle tenebre sue. Ma in pien consiglio

Questi pensier matureransi: or fermo

Stia che vana è di pace ogni speranza

Per chi servir, sottomettersi non voglia;

E chi vorrallo? Aperta guerra dunque

O ascosa si risolva, e guerra eterna.

Disse, e quei detti ad approvar, dal fianco

De' forti Cherubini ecco ad un punto

Più milïon di sguainati brandi

L'aria fendèro e mandàr fiamme e lampi

Onde lontan rifulse il bujo regno

Per ogni intorno. Di furor, di rabbia

Tutti contro l'Eterno han gonfio il core,

E con bestemmie e grida verso il cielo

Lor disfide lanciando, i risonanti

Scudi percuoton colle spade e un cupo

Destan di guerra assordator fracasso.

Sorgea di là non lunge un piccol monte

Che dalla cima squallida eruttava

Rote di fumo e fiamme, e in tutto il resto

D'una lucente gromma era coverto:

Non dubbio segno che celato in grembo,

Per opera del zolfo, un ricco ei serba

Metallico tesoro. Ivi ad un tratto

Di loro un folto stuol distese il volo,

Quale d'asce e di marre armata schiera

Di guastatori intrepidi precorre,

Ad iscavar trinciera, a innalzar vallo,

Un esercito regio. Era lor Duce

Mammon, di cui Spirto più vil non cadde

Con lor dal cielo: anco lassuso ei sempre

Tenea gli sguardi ed i pensier confitti

Sul ricco pavimento, e più quell'oro

Da lor calcato gli rapiva il core

D'ogni bëante visïon celeste.

Ei fu che all'uom da pria spirò l'avara

Sete delle ricchezze, esso gli apprese

A squarciare e predar con empia mano

Della terra le viscere, ed in luce

Quei tesori a recar che meglio stati

Foran là dentro eternamente ascosi.

Tosto la torma sua larga ferita

Aprì nel monte, e d'ôr fulgidi brani

Ne trasse fuor. Niun meraviglia prenda

Che quel metallo nell'inferno abbondi;

A qual altro terren meglio conviensi

Il prezïoso tosco? Or qui chi vanta

Mortali cose, e di Babelle e Menfi

Meravigliando le grand'opre estolle,

Vegga quanto sia lieve ad empi Spirti

Solo in un'ora superar quegli alti

Per arte umana o per umana forza

Monumenti famosi, eretti appena

In lunghe età da innumerabil braccia

E da sudor perenne. Ivi d'appresso

Sul piano, in molte preparate celle

Che sotto avean di liquefatte fiamme

Rivi sgorganti dal bollente lago,

Una seconda affaccendata schiera

Con stupendo lavor distempra e scevra

La metallica massa, e ne dischiuma

Tutta l'impura feccia. Un terzo stuolo

Colla prestezza stessa entro il terreno

Varie forme compose e per arcani

Canali empiè delle bollenti celle

Le varie cavità. D'un'aura il soffio

Nell'organo così per molte file

Di canne scorre, e vario suon respira.

A guisa di vapor che in alto saglia,

Ecco repente dal terreno alzarsi,

Di tempio in forma, un edificio immenso,

Al suono di soavi sinfonie

E dolci canti. Doriche colonne,

D'aureo architrave sotto il peso, intorno

Splendono in ordin lungo: ornati i fregi

E le cornici con mirabil'arte

Son di sculture e di rilievi; è il tetto

Solid'oro intagliato. Unqua non vide

Magnificenza egual l'Eufrate e il Nilo,

Quando de' Regi loro e de' lor Numi

I palagi ed i templi ergeano a gara

Più eccelsi e vasti, e di ricchezza e lusso

Contendevan tra lor. Compiuta alfine

Sovra le salde basi immobil sorge

La maestosa mole; e l'énee porte

Repente spalancandosi, le interne

Splendide sale immense e il liscio e terso

Pavimento il sorpreso occhio discopre.

Dal curvo tetto per sottile incanto

Pendean stellati mille lampe e mille,

In cui Nafta ed Asfalto una sì viva

Luce nudrìan che un ciel pareva l'inferno.

Meravigliando entra la folla, e questi

Loda il lavor, quei l'architetto in cielo

Egli era illustre già per molte eccelse

Edificate moli, ove soggiorno

Scettrati Angeli fean che il Re supremo

Al governo esaltò degli ordin vari

Di sue celesti rifulgenti squadre.

Nè senza nome o senza onor divini

Andò per Grecia e per Ausonia, dove

Vulcan fu detto: ivi che Giove irato

Via lo scagliò dai cristallini merli

Favoleggiossi: dal nascente sole

Alla metà del dì, da questa infino

Alla rorida sera, un lungo estivo

Giorno durò precipitando, e allora

Che il sol cadea nell'onde, in Lenno, antica

Isola dell'Egeo, piombò simile

A divelta dal ciel corrusca stella.

Favole e sogni! Ei da gran tempo innanzi

Con questa cadde insiem ribelle turba,

Nè punto gli giovâr le alte nel cielo

Costrutte torri, nè sottile ingegno;

Chè capovolto con sua ciurma industre

Giù negli abissi a fabbricar fu spinto.

Al suon di trombe e con gran pompa intanto

Per comando sovran gli alati Araldi

Vanno per tutta l'oste alto gridando

Che in Pandemonio, la superba Reggia

Del gran Satáno e de' suoi Pari, in breve

Solenne s'aprirà Consesso augusto;

E colà tosto da ciascuna schiera,

Da ciascuna falange i più distinti

Per dignitade o per sovrana scelta

Sono appellati. Là traggon repente

Tutti costor da nobile seguìti

Corteggio innumerabile. Ogni via,

Ogni atrio capacissimo, ogni porta

Gran calca ingombra e stringe, e l'ampia sala

Tutta n'ondeggia e bolle, ancor che pari

A quei recinti ella in grandezza fosse,

Ove arditi campioni in sella armati

Presentarsi eran usi, e innanzi al seggio

Del Soldano appellare il fior de' prodi

Pagani Cavalieri a mortal zuffa

O a correr lancia. Della gente inferna

Coverto è il suol, l'aria n'è ingombra, e tutta

Stride divisa dai fischianti vanni.

Soglion così le pecchie, allor che il sole

Riede col Tauro, all'alveare intorno

Versar lor folta giovinetta prole

In densi gruppi, che su i freschi fiori

E le novelle erbette rugiadose

Van poi volando e rivolando, o sovra

Liscia e testè di lor ceroso visco

Spalmata panca che fuor sporge e quasi

Del paglieresco lor castello è il borgo,

S'aggiran premurose e l'alte cure

Conferiscono del regno. Era simile

Quivi di tanti Spirti il popol denso

A cui mancava il loco, allor che diessi

Un cotal segno, ed (oh stupor!) coloro

Che in lor mole testè vincean la vasta

Terrestre prole gigantéa, li vedi

De' più piccoli Nani a un tratto farsi

Più piccioletti ancora, e breve stanza

Chiuder stormo infinito. A lor somiglia

Quell'umil stirpe di Pimmei (se narra

La fama il vero), che dell'Indie estreme

Vive oltra i monti, o quei Folletti Spirti

Che in notturni tripudi o vede o sogna

Vedere appresso una foresta o un fonte

Il tardo peregrin, mentre sul capo

Dritto gli pende della luna il raggio

Che più vicino a noi ruota il bicorne

Pallido carro: a lor carole e feste

Stan quelli intenti: a lui molce l'orecchia

Dolce concento, e fra timore e gioia

Gli balza il cor. Così quei Spirti inferni

Strinser le membra immani in brevi forme,

E benchè tanti, in quella regia sala

Tutti capean, ma lunge a dentro i Prenci

De' Cherubini e Serafini, in guisa

Di mille Semidei, tuttor serbando

L'alte fattezze prime, in chiusa eletta

Parte e in frequente e pien Senato, assisi

Sovr'aurei seggi luminosi stanno.

Si fe' breve silenzio, e letto in pria

L'invito, aprissi il gran Concilio orrendo.


LIBRO SECONDO

 

Cominciatasi la consulta, Satáno discute se un’altra battaglia abbia a tentarsi per ricuperare il cielo. Alcuni sono di questo avviso, altri vi si oppongono. Si conchiude di seguire il pensiero di Satáno e ricercare la verità di quella profezia o tradizione che correva in cielo intorno ad un altro mondo e ad un’altra specie di creature poco inferiori agli Angeli, e che doveano essere create all’incirca in quel tempo. Dubbj sopra chi dovrà mandarsi alla difficile scoperta. Satáno, loro Capo, intraprende solo il viaggio, e ne riceve onori ed applausi. Sciolta l’adunanza, gli Spiriti si dividono in varie schiere, e per recare qualche sollievo ai loro mali, si danno a vari esercizj secondo le diverse loro inclinazioni, aspettando il ritorno di Satáno. Egli arriva alle porte dell’Inferno che trova chiuse e guardate da due mostri. Gli vengono finalmente aperte. Scopre il gran golfo fra l’inferno e il cielo. Con quanta difficoltà attraversa l’abisso. Il Caos, Sovrano di quel luogo, gl’indica il cammino verso il nuovo mondo, di cui va in traccia.

 

 

 

 


In trono eccelso che più ricco assai

Splende d'Ormus, dell'Indo e del pomposo

Orïente colà dove più spande

Su i barbarici Re l'oro e le gemme,

Siede Satáno, a quell'altezza rea

Portato da' suoi merti, e dallo stesso

Disperar sollevato oltre ogni speme

Più alto aspira ognor: la vana e stolta

Guerra col cielo a proseguir lo spinge

Una superba irrequïeta brama,

E dagli eventi non istrutto ancora

Così dispiega i suoi disegni alteri:

O Principi, o Possanze, o Dei del cielo,

Poichè abisso non v'ha ch'entro i suoi golfi

Rattener possa un immortal vigore,

Benchè scaduto, e oppresso, il ciel non stimo

Perduto io già. Spirti superni e divi,

Dal lor cader sorgendo, assai più chiari

Mostreransi e tremendi, e contro un nuovo

Fato staranno in sè sicuri. Un giusto

Dritto e del ciel le fisse leggi in prima,

Quindi la vostra appien libera scelta

E quanto oprai col senno e colla mano

Non indegno di pregio, a me governo

Sopra di voi già diero; e in fin di questa

Perdita stessa i danni in parte almeno

Già da me riparati, oltre ogni tema,

Oltre ogn'invidia stabilito m'hanno

Su questo soglio, a cui concorde e intero

Il vostro assenso mi chiamò da pria.

Alto grado lassù nel bel soggiorno

Puote ai men alti esser d'invidia oggetto;

Ma qui chi un seggio agognerà che il renda

Ai colpi del Tonante il primo segno,

Lo schermo vostro, e a maggior parte il danni

Di dolor senza fine? Ov'è sbandito

Il ben, non entra ambizïosa gara.

Saravvi alcun che a maggioranza aspiri

In questo diro abisso? A chi sì scarsa

Pena toccò ch'altra cercar ne voglia,

Più alto onor bramando? In ferma lega

Congiunti dunque, in stabil pace e fede

Più che nel cielo esser mai possa, il nostro

A vendicar giusto retaggio antico

Or noi torniamo, e di felici eventi

Più certi siam che se propizia ognora

Ci fosse stata la Fortuna. Or quale

Sia miglior mezzo, aperta guerra, o frode,

Cercar si dee: chi a dar consiglio basta,

Apra, chè appien gli lice, il suo pensiero.

Disse; e Molocco alzossi, inclito Rege,

Il più feroce Spirito, il più forte

Che nel cielo pugnasse, ed or più fero

Fatto dal disperar. Ei coll'Eterno

Aver sperava d'egual possa il vanto,

E nulla sì, di lui minor non mai

Esser volea: con tal pensiero, tutti

I suoi timor perdeo; di Dio, d'inferno

O peggio ei nulla cura, e sì favella.

Aperta guerra è il voto mio; di frodi,

Men ch'altri in esse esperto, io non mi vanto:

Chi n'ha d'uopo, le ordisca, e quando è d'uopo:

Non ora. E che! Mentre qui lenti adunque

Van costoro macchinando arti ed inganni,

Dovrà un popolo intier coll'armi in pugno

Il segno sospirar di sua vendetta

E del suo scampo, e qui languendo starsi

Dal ciel sbandito, fuggitivo, in questa

Obbrobrïosa fossa, in questo nero

Carcer di quel tiranno, il qual per nostro

Indugio or regna sol? No, no: piuttosto

Di queste fiamme e di nostr'ire armati,

Scegliam di viva forza e tutti a un tempo

Del ciel sull'alte torri aprirci il varco.

Contro il tormentator canginsi questi

Nostri tormenti in orrid'armi: egli oda

L'infernal tuono rimugghiare incontro

L'onnipossente ordigno suo; rimiri

Di questo foco i sanguinosi lampi

Con egual furia sfolgorar sul volto

A sue schiere atterrite, e queste fiamme,

Quest'atre fiamme strane e questo zolfo

Tartareo, ond'ei medesmo è stato il fabro,

Tutto allagargli e avviluppargli il trono.

Ardua par forse e malagevol via

Con ali erette il sollevarsi incontro

Sovrastante nemico. E chi pensarlo

Può, se non quei che istupiditi ancora

Stan dal sorso sonnifero di quella

Obblivïosa lama? Invér la sede

Nostra nativa ci trasporta il nostro

Moto natìo: scender, cader, contrasta

A nostra essenza. E chi pur dianzi, allora

Che noi sconfitti perseguiva a tergo

Giù per l'immenso báratro il feroce

Nostro nemico con oltraggi e scherni,

Chi nol provò? Chi non sentì con quanto

Duro sforzo, con qual lena affannata

Profondammo quaggiù? L'ascender dunque

È agevole per noi. - Ma incerto è molto

Quel che avvenir ne può: se il più possente

Osiam di nuovo provocar, sua rabbia

Più fere guise di tormenti a nostro

Danno inventar saprà. - Ma che di peggio

Può in inferno temersi? Ov'è di questa

Più cruda stanza? D'ogni ben noi privi,

Scacciati di lassù, dannati in questo

Abborrito Profondo a estremi guai,

Ove ci dee d'inestinguibil foco

Lo strazio eterno esercitar, noi tristo

Bersaglio all'ira di colui, dal suo

Fischiante inesorabile flagello

E dalla tormentosa ora chiamati

A nuove pene ognor, che altro di peggio

Temer dobbiam? L'annientamento è quanto

Aspettarci potremmo. E perciò dunque

Temerem noi tutta affrontar quant'ira

Ei serra in cor? Stolto timore! O noi

Saremo allora annichilati e spenti

Dalla sua rabbia, e fia per noi migliore

Che in eterno dolor viver eterni;

O se divino è l'esser nostro e mai

Cessar non può, nulla perciò s'innaspra

La nostra somma inaccrescibil pena;

E per prova sentiam che forza è in noi

Bastante a disturbar quelle celesti

Sedi e infestargli con perenni assalti,

Ancor che inaccessibile, quel suo

Trono fatal. Se non è vincer questo,

Vendetta è almen. - Cessa, e da' torvi lumi

Tal di vendetta e guerra un foco avventa,

Che non ne sosterrìa l'atroce vista

Chiunque è men che Nume. In gentil atto

Dall'altro canto Belïalle alzossi.

Angel più vago da' celesti seggi

Di lui non ruinò: splendongli in volto

Grazia e decoro, ad alte imprese adatto

Ei par, ma tutto è in lui fallace e vano.

Mele sua lingua stilla, ottima sembra

Sulle sue labbra la ragion peggiore,

E i più saggi consigli involve e atterra:

Son bassi i suoi pensier, nel vizio è scaltro,

Ma all'opre illustri timoroso e lento;

Pur col dolce suo dir le orecchie incanta,

E sì comincia: Esser dovrei pur io,

Campioni illustri, per l'aperta guerra,

Io che, in odio, ad altrui punto non cedo;

Se la ragion, cui sovr'ogni altra estolle

Chi guerra senza indugio a noi consiglia,

Me più che ogni altra dall'audace avviso

Non ritraesse e sull'intero evento

Non gettasse un fatal presagio tristo.

Dunque chi più degli altri in armi vale,

Mal nell'armi fidando e male in quanto

Ei pur consiglia, il suo coraggio fonda

Sul disperar? Dunque all'estremo nostro

Disfacimento, al nostro fin son tutte

Vôlte le mire sue, purchè si compia

Qualche fiera vendetta? Ahi! qual vendetta?

Son le torri del ciel d'armate scolte

Ripiene, e chiusa n'è ogni via: sovente

In sulle rive del vicino abisso

Lor legïoni accampano, e sull'ali

Tacite e brune van con larghi giri

Qua e là scorrendo il regno della notte,

E di sorprese ridonsi. E se a viva

Forza potessim'anco aprirci il varco,

E dietro noi l'intero inferno a un tempo

Sorgesse inferocito a scagliar questa

Caligin tutta entro a quell'alma luce,

Pur sull'eterno incorruttibil trono

Il nostro gran nemico appien securo

E intatto sederìa. L'eterea tempra

Macchia temer non può di basso foco;

Chè tosto il vince e sperde, e come in pria,

D'un fulgòre purissimo sfavilla.

In questo crudo stato, estrema nostra

Speranza è il disperar: dobbiam, si dice,

L'onnipossente vincitore a tanto

Sdegno irritar, che la sua rabbia tutta

Su noi riversi, e ci consumi alfine:

Questo esser dee nostro disegno e cura;

Non esser più. Tristo disegno e cura!

E chi vorrà, benchè d'affanni colma,

Questa che intende e vuol, sublime essenza,

Questi d'eternità nel giro immenso

Spazïanti pensier lasciar per sempre,

E giuso d'ogni moto e senso privo

Piombar perduto, inabissato dentro

All'ampio sen dell'increata notte?

E sia pur questo un ben, chi sa se possa

Darloci il fier nemico, o il voglia mai?

Che il possa, è dubbio; ch'ei non voglia, è certo.

Ei saggio tanto, al suo furore il freno

Tutto sciorrà ad un tempo e vorrà, quasi

Mal avveduto, e mal di sè signore,

Far de' nemici suoi paghe le brame

E consumar nella sua rabbia quelli

Che la sua rabbia stessa ad infinito

Gastigo serbar vuol? - Perchè si cessa

(Dice chi vuol la guerra)? a noi che giova

Lo star timidi e lenti? A duolo eterno

Decretati, serbati, additti omai

Noi siam: checchè si faccia, altro possiamo

Soffrir di più, soffrir di peggio? - Adunque

Così seder, così tener consiglio,

Così lo starsi in armi è adunque il peggio?

E allor che fu, quando incalzati, quando

Da quell'atroce folgore percossi

Fuggivam ruinosi, e questo abisso

A ricovrarci imploravamo? Allora

Contro quelle ferite un dolce asilo

Qui ci parve trovare. E quando stemmo

Là catenati su quel lago ardente,

Peggio non era? E che sarìa se il soffio

Che quelle fiamme spaventose accese,

Destosi ancor, settemplice furore

Vi spirasse per entro e ad esse in fondo

C'immergesse dipoi? Se l'intermessa

Vendetta colassù quella rovente

Sua destra armasse ancor? Se quanto ei serba

Riposto, sprigionasse, e questa vôlta,

Questa vôlta infernal che tien sospeso

Sul nostro capo un igneo mar, crollando

S'aprisse un giorno, e gl'infocati fiumi

Per le tremende cateratte infrante

Su noi si rovesciassero? che fora,

Se mentre stiamo glorïosa guerra

Disegnando o esortando, orribil turbo

Di foco ognun di noi rotasse, e in cima

D'acuto scoglio lo lasciasse infitto,

In trastullo e balía d'atre bufére?

Oppur ricinto di catene e sotto

A quel bollente Oceano eternamente

Star dovesse sommerso in pianti e strida,

Senza pietà, riposo, o tregua mai

Al disperato interminabil duolo?

Questo inver fora il peggio! Aperta guerra

Quind'io sconsiglio al pari e guerra ascosa.

Che può forza con lui, che può l'inganno

Con chi tutte le cose a un punto vede?

Nostri vani disegni egli dall'alto

Del ciel mira e deride; ei non men forte

Contro il poter che incontro a frode accorto.

Ma che? vivremo in tal viltade e tanta

Noi dunque? Noi stirpe celeste e diva

Così sbanditi, calpestati e carchi

Qui sarem di catene e di tormenti?

Poichè il voler del vincitor, decreto

Onnipossente, inevitabil fato

Sì ne soggioga, assai miglior io stimo

Questo soffrir che incontrar peggio. All'opre,

Come alle pene, è nostra forza eguale:

Che val lagnarsi? Non ingiusta è quella

Legge che così vuol: così fu fisso,

Se noi saggi eravam, quando a contesa

Contro sì gran nemico in pria venimmo,

E così incerti dell'evento. Io rido,

Quando veggo taluni audaci e baldi

All'impugnar dell'asta, e quando poi

Essa lor falla, raggricchiar di tema

A quel che inevitabile pur sanno,

A esiglio, a infamia, a lacci, a pena, a quanto

Dannarli goda il vincitor superbo.

Tal'è per or la nostra sorte: un giorno,

Se soffrirla saprem, può forse il nostro

Alto nemico assai calmar suo sdegno;

Forse avverrà che assai contento alfine

Della presa vendetta, a noi sì lungi

Da lui nè più offensori, ei più non pensi;

E se nol desta il soffio suo, s'allenti

Questo rabido foco. Allor la nostra

Più pura essenza su quest'atre vampe

Fia che s'innalzi o non le senta, avvezza;

O alfin cangiata, e contemprata al loco

Riceverà quasi suo proprio, e scevro

Di pena, il fero ardor: per noi giocondo

Quest'orror diverrà, splendide e belle

Queste tenebre stesse. Infin, qual speme

Dar non ci dee l'interminabil corso

Dei dì futuri, il vario caso e qualche

D'un prudente indugiar degna vicenda?

Felice dunque, ancor che dura, questa

Sorte apparir ci dee, che, sia pur dura,

La peggior non è già, se addosso trarci

Più gravi danni non cerchiam noi stessi.

Sì con parole ch'han di ver sembianza,

Pace infingarda, ozio e torpor, non pace

Belìal consigliava; e appresso lui

Così parlò Mammon: O a tor di soglio

Il regnator del ciel tende la nostra

Guerra, se guerra è il meglio, o i nostri dritti

Perduti a racquistare. Allor balzarlo

Dal trono sol potrem sperar che al sempre

Volubil Caso il sempiterno Fato

Ceda, e il Caosse la contesa sciolga.

Vano è il primo sperar, vano il secondo

Quindi è pur anco: entro i confin del cielo

Qual sede aver possiam, se vinto in pria

Il Sovrano del ciel per noi non cade?

Pongasi pur che il suo furor ei calmi

E a tutti noi, sulla promessa nostra

Di vassallaggio nuovo, egli promulghi

Grazia e perdon, deh! con qual fronte mai,

Dite, potremo in sua presenza starci

Ad ogni cenno suo sommessi, umìli?

Al suo Nume innalzar forzate lodi?

Gorgheggiar inni a gloria sua, mentr'egli

Oggetto a noi d'amara invidia in soglio

Con ogni pompa signoril s'asside

Re nostro, e l'ara sua d'ambrosii odori,

D'ambrosii fior, nostre servili offerte,

Soave spira? Ecco qual fora in cielo

Nostro diletto sempre e nostra cura.

Rendere a chi si abborre eterni omaggi,

Qual trista eternità! Non cerchiam dunque

Quel che per forza cercheremmo invano,

E che in grazia ottenuto, ancor che in cielo,

Accettabil non fora, il vile stato

Di splendido servaggio: in noi medesmi

Cerchisi il nostro bene e sia nostr'opra:

Sì, viviamo a noi stessi, entro quest'ampia

Remota sede indipendenti e sciolti,

E dura libertade al facil giogo

Di servil pompa anteponghiam. Più chiara

Risplenderà nostra grandezza allora

Che da picciole cose uscir le grandi,

Il vantaggio dal danno, e dagli avversi.

Per noi vedransi i fortunati eventi;

E alfin, qualunque il nostro albergo sia,

Alla grave miseria, al duro stento

La costanza, il sudor, lo sforzo opporsi

Vittorïosi, e trionfar del Fato.

Questo in cupo buior ravvolto mondo

Paventiam noi? Ma, quanto spesso ei pure

L'alto del cielo regnator non sceglie

Sua sede in mezzo a folte oscure nubi

Senza che di sua gloria un raggio scemi?

Di maestoso tenebror non cinge

Egli il suo trono tutt'intorno, donde

Poscia profondo in suon di rabbia mugge

Il tuon sì che un inferno il ciel rassembra?

Com'ei le nostre tenebre, ancor noi

Imitar non possiam, quando ci aggrada,

La luce sua? Questo diserto suolo

Splendidi in sè vasti tesori asconde

Di gemme e d'oro; e di scïenza e d'arte

Noi non siam scarsi onde innalzar eccelse

Moli di Numi degne, emule al cielo.

Cangiar questi tormenti anco può il tempo

In elementi nostri, e queste fiamme

Quant'or son crude e penetranti, allora

(Fatta la nostra alla lor tempra eguale)

Allenirsi dovranno, ed ogni senso

Spegnersi del dolor. Tutto c'invita

A consigli di pace, e a fermi starci

Nell'ordine presente, onde possiamo

Cercare in sicurtade ai nostri mali

Il sollievo miglior, quai siam mirando

E dove siamo, ed ogni van pensiero

Lungi cacciando di rischiosa guerra.

Ecco il consiglio mio. - Finito appena

Egli avea di parlar che tutto intorno

Per quel consesso un mormorìo si sparse,

Come allor quando il suon de' feri venti

Che volser tutta notte il mar sossopra,

In cave rocce romoreggia ancora;

E i marinai ch'entro petroso seno,

Calmato il nembo, s'ancoraro a caso

Da lunga veglia e da fatica oppressi

Col rauco borbottar al sonno invita.

Tal fu l'applauso, il bisbigliar fu tale

Quand'ei finì: piacque il suo voto a tutti

Di pace consiglier; chè un'altra pugna

Temean più dell'inferno; a lor nel seno

Tanto tuttor del folgore, e del brando

Di Michele potea l'alto spavento,

E la brama non men di por laggiuso

Le basi a impero tal che poscia un giorno,

Da forti leggi sostenuto, sorga

Sì che n'abbia anco il cielo invidia e tema!

Tosto che Belzebù quei plausi udìo,

Belzebù, di cui niun (tranne Satáno)

Più sublime sedea, con grave aspetto

Surse, e di stato una colonna parve.

Pubblica cura, alti pensier maturi

Ha in fronte impressi, gli risplende in volto,

Nella ruina maestoso ancora,

Regal consiglio, e a sostener la mole

Dei più possenti imperi atto si mostra

Su gli omeri atlantèi. Qual cheta notte,

O l'aere immoto di meriggio estivo,

Profondamente taciti ed attenti

Tutti pendean dal labbro suo, quand'egli

Così comincia: O degli eterei seggi

Prenci, Possanze, Re, Figli del cielo,

Di questi eccelsi titoli il rifiuto

Dobbiam far dunque, e invece esser nomati

Prenci d'Abisso? A questo invero inchina

Il voto popolar: qui ferma sede

Stabilir vuolsi, qui fondare un vasto

Crescente impero: o cieche menti! o sogni

Torbidi e vani! E che? sicuro asilo

Dalla sua man fulminatrice è questo

Carcere adunque, a cui quel Dio possente

Ci condannò? Solo ei quaggiù ne spinse

Perchè viviam dall'alta sua ragione

Liberi e sciolti, e in nova lega uniti

Ci rivolgiam contro il suo trono? Adunque

Vero non è che in duro aspro servaggio

Dobbiam qui sempre starci, e benchè tanto

Lungi da lui, col freno in bocca ognora,

Folla di schiavi a' cenni suoi serbata?

Ah! ch'ei primiero, egli ultimo, nell'alte

Sedi e nelle profonde, a me credete,

Esser vuol solo regnator, nè mai

Perder del regno suo minima parte

Pel nostro ribellar. Ei sull'inferno,

Sopra di noi stender suo ferreo scettro

Vuol, come l'aureo suo lassuso in cielo

Sopra i Celesti. A che seggiam qui dunque

Pace e guerra librando? Il nostro fato

Già la guerra fermò, già ci percosse

D'irreparabil danno: e patto alcuno

Non fu di pace ancor concesso o cerco:

Poichè qual pace o patto aver possiamo

Dal duro vincitor noi schiavi omai,

Fuorchè catene e stretta guardia ed aspri

Flagelli e quali imporre e quante pene

Ad esso piaccia? E ch'altro aver da noi

In cambio ei può fuorchè ostinato, fero

Abborrimento e sempre accesa brama

D'una qualche vendetta, ancor che tarda,

Pur sempre intenta ad iscemargli il frutto

Di sue vittorie e quella gioia cruda

Ch'ei sente in aggravar le nostre pene?

Tempo più adatto a nostre mire, e un qualche

Destro non mancherà; nè mover l'armi

Dovrem con tanto rischio incontro al cielo

Di cui l'eccelse mura assalto, agguato

O assedio di quaggiù temer non ponno.

Che! qualch'altra per noi men dura impresa

Dunque non vi sarà? Sì; se l'antica

E profetica in ciel fama non erra,

Un loco v'è, v'è un altro mondo, in cui

Avrà felice sede un'altra nuova

Stirpe ch'Uomo dirassi. Ella creata

Intorno a questo tempo esser dovea,

Simile a noi, di noi però minore

In nobiltate e in possa, e pur a lui

Che lassù regna, più gradita e cara.

Tale il decreto fu che in mezzo ai Numi

Ei proferì, ch'ei confermò coll'alto

Suo giuramento, a cui del ciel l'immenso

Girò crollò. Là si rivolgan tutti

I pensier nostri, ivi s'apprenda quale

Schiatta v'abbia soggiorno, e di qual tempra,

Di qual natura; quai sue doti, e quale

Sia la sua possa, da qual parte meglio

Assalir si potrà, se forza o inganno

Più con lei vaglia. Benchè il ciel sia chiuso

E quel supremo Re segga sicuro

In sua possanza, tuttavia quel sito,

Confine estremo del suo regno, forse

Aperto stassi, e di chi 'l tien, lasciato

Alla difesa: qualche illustre prova

Compier colà con improvviso assalto

Forse potrem, quanto creovvi appieno

Con queste fiamme esterminare o il tutto

Far nostro, e come noi cacciati fummo,

Indi que' fiacchi abitatori e imbelli

Metter in bando, o a nostra parte trarli

Sì che il medesmo lor Fattor si cangi

In lor nimico, e con pentita mano

Il suo proprio lavor cancelli e strugga.

Non sarìa questa, no, vulgar vendetta,

Se di turbargli quel piacer ch'ei prende

Nel nostro scorno ci avvenisse: e quale

Fia nostra gioia in rimirar sua rabbia,

Quand'ei, quaggiù fra noi scagliati i cari

Suoi figli, udralli maledir la frale

Origin loro, il lor svanito bene,

E svanito sì tosto! Or voi librate

Se di noi degna è tale impresa, o meglio

Sia qui sedersi in quest'orror, sognando

E fabbricando imperj. - In cotal guisa

Espose Belzebù quel da Satáno

Già divisato e già proposto in parte

Infernale consiglio: e donde, fuori

Che dal solo Satán, dal sole autore

Di tutti i mali, sì profonda e nera

Nequizia uscir potea? d'infettar tutta

L'umana stirpe in sua radice e ad onta

Del Creator sovrano, inferno e terra

Mescer insiem? Ma far più bella solo

La gloria dell'Eterno, altro non puote

Il suo dispetto. Quel disegno audace

Piacque altamente all'infernal Consesso;

Gioia scintilla ne' lor occhi e a pieni

Voti l'assenso è dato. Allor ripiglia

Così a dir Belzebù: Saggio decreto,

Dopo lunga contesa, è il vostro alfine,

O Concilio di Numi, e di voi degne

Risolveste gran cose: in onta al Fato

Dal più cupo Profondo anco una volta

Appresso al nostro almo soggiorno antico

Noi leveremci ed alla vista forse

Di quei confini luminosi, donde,

Tempo cogliendo alle sorprese adatto

Colle propinque nostre forze, in cielo

Rïentrar potrem forse, o albergo e stanza

Trovar sicuri in qualche ameno sito

Ove del ciel si stenda il dolce lume,

Ed a quel puro sfavillante raggio

Terger da noi questa caligin atra.

Quella delizïosa aura soave,

Col soffio suo balsamico, le crude

Di questo foco e ancor non chiuse piaghe

Temprerà, salderà. Ma dite in prima:

A ricercar questo novello mondo

Chi di noi spedirem? Con piè rammingo

Il negro, immenso e senza fondo abisso

Chi tenterà? chi l'aspra, ignota via

Per quella troverà palpabil notte,

Ed il sublime sterminato volo

Fia che con ala infaticabil sopra

Al discosceso baratro distenda

Pria ch'alla fortunata isola arrive?

Qual sarà mai da tanto o forza od arte

Che salvo il meni per le caute scolte,

Pe' fitti posti d'Angeli veglianti

Per tutt'intorno? Egli avrà là ben d'uopo

D'ogni accortezza, e minor uopo or noi

Non ne abbiam nello scerlo: il peso in lui

Di tutto è posto e la final speranza.

Ciò detto, ei siede, e con sospesi sguardi

Rivolti in giro, se alcun sorga, attende,

Per oppugnar la perigliosa prova,

Per secondarla o imprenderla; ma tutti

Si stetter muti con pensier profondo

Librando il rischio, e l'un dell'altro in faccia,

La propria tema attonito leggea.

Niun fu tra quei della celeste guerra

Primi e scelti campioni audace tanto

Che a quel vïaggio spaventoso osasse

Offrirsi od accettarlo. Alfin Satáno

Che il proprio merto sente e va superbo

De' primi onori, con reale orgoglio

Surse intrepido, e disse: O empirei Troni,

O progenie del ciel, ben a ragione,

Ancorchè in noi l'usato ardir non manchi,

Profondamente taciti e sospesi

Stemmo finor: lungo è il cammino e duro

Dall'Erebo alla luce, e saldo invero

È questo nostro carcere: di foco

Orribil vallo nove volte intorno

N'accerchia e serra, e contro noi sbarrate

Roventi porte d'adamante stanno.

Varcate queste, se alcun mai le varca,

Ecco spalanca sue tremende gole

Il golfo della Notte, il Vôto immenso,

Muto regno del nulla, il qual minaccia

Spegnerlo e tranghiottirlo entro la sua

Sempiterna caligine profonda;

E se indi salvo in altro mondo o spiaggia

Ignota egli esce, nuovi rischi ignoti

Gli restan sempre, e non men arduo scampo.

Ma ben sarei di questo trono indegno

E di questo sovrano eccelso grado

Cinto di gloria e di possanza armato,

Se cosa qui proposta e al comun bene

Utile giudicata, unqua potesse

Sotto aspetto di rischio o di fatica

Me dalla prova spaventar. Se queste

Reali insegne io vesto e non ricuso

Di qui regnare, tanta parte ai rischi

Quanta agli onori io ricusar potrei?

L'una e l'altra a chi regna è al par dovuta;

E il periglio maggior dritto è che s'abbia

Quei che sugli altri più onorato siede.

Itene dunque, incliti Eroi, terrore

Del cielo ancor nella ruina vostra,

Itene, e quanto più soffribil possa

Render l'inferno, infin che nostro albergo

Esser pur dee questa città dolente,

Volgetevi a cercar; tentate il modo

Onde si disacerbi o inganni almeno

La nostra angoscia; vigilate attenti

Contro vigil nemico, infin ch'io fuori

Tutte le buie piagge andrò spïando

Della distruzïone e a tutti noi

Procacciando uno scampo. Addio: con meco

Niuno esser dee di questa impresa a parte.

Così dicendo, egli levossi, e ogni altro

Dal più parlar cauto prevenne. Ei teme

Ch'altri or commossi dall'esempio ardito

E certi d'un rifiuto, all'alto onore

S'offran d'un rischio sì temuto in pria,

E, quali emuli suoi, la gloria e 'l vanto,

Onde a sì gran cimento egli s'espone,

S'usurpin di leggier. Ma quei non meno

Il periglio temean che di sua voce

Il severo divieto, e in un s'alzaro.

Il rumor del lor sorgere parea

Tuon che da lungi s'oda. Umili ad esso

E riverenti inchinansi; qual Nume

Al sommo Nume egual l'esaltan tutti;

E 'l suo gran cor ch'ave la propria a vile

Per la comun salute, ognun estolle,

Ognun ammira: chè l'idea pur anco

Fra que' malvagi di virtù si serba;

Onde sue gesta glorïose apprenda

L'uomo superbo a vantar men, che figlie,

Sotto manto di zel, sono sovente

Di vana ambizïon, di cieco orgoglio.

Così quella dubbiosa atra consulta

Recaro a fine, baldanzosi e lieti

Pel forte loro incomparabil Duce.

Sì qualor dorme in sue spelonche Borea,

E da' gioghi de' monti atre sollevansi

Nubi che tutta la ridente faccia

Del ciel coprendo folta pioggia e grandine

Sovra la terra intenebrata spandono,

Se con un dolce addio stende il suo raggio

Il sol cadente, i campi si ravvivano,

Ai dolci canti gli augelletti tornano,

E coi belati la lor gioja mostrano,

Le mandre, ond'alto e monti e valli echeggiano.

O vitupèro de' mortali! Insieme

Quei Spirti rei mutua concordia annoda;

L'uom solo è all'uom nemico, ed osa poi

Del celeste favor nudrir la speme.

Dio la pace alto grida, e guerra e morte

Gridan di rabbia e di vendetta ciechi

I feroci mortali, e del lor sangue

Spargon la trista desolata terra;

Come se quell'inferna oste che intenta

Sta dì e notte a' lor danni, e l'ire folli

Compor dovrebbe in alma pace, assai

De' mali lor non aggravasse il peso.

Così fu sciolto il parlamento, e fuori

Del superbo edificio i Grandi tutti

In bell'ordine usciro. Ad essi in mezzo,

Con pompa augusta che del cielo in parte

La maestade imita, il Sir possente

Viene, e non men che imperador temuto

De' tenebrosi regni, ei solo appare

Gran rivale del Cielo: intorno il cinge

Con raggianti bandiere ed orrid'armi

D'ardenti Serafini un folto stuolo.

Quindi, che il fin di quel consesso e 'l grande

Evento si promulghi al regal suono

Di trombe, ordin fu dato: ai quattro venti

Quattro leggieri Cherubini a un punto,

Gli squillanti oricalchi a bocca posti,

Ne diero il segno, a cui seguì la voce

Degli Araldi solenne: il cavo abisso

Tutto rimbomba, e tutta l'oste inferna

Con alto plauso intronator risponde.

Quindi men triste in core, e da superba

Fallace speme sollevate alquanto,

Disbandansi le schiere, e ognun, siccome

Proprio talento o trista scelta il guida,

Là volge i passi erranti ove più spera

Ingannar l'ore dolorose e qualche

Tregua trovar alle inquïete cure,

Finchè rieda il gran Duce. Altri sul piano,

Altri per l'aere in sulle forti penne

Gareggiano fra loro al corso, al volo,

Qual già soleano degli Olimpj ludi

O de' Pizi i campioni. Ignei corsieri

Frenan taluni o schivano la meta

Colle rapide rote: altri dispone

Schiere e falangi ad ordinata pugna;

Come allor quando nei turbati campi

Dell'etra, ad ammonir città superbe,

Appar di guerra portentoso appresto,

E fra le nubi l'un dell'altro a fronte

Due minaccianti eserciti si stanno,

Vansi prima ad urtar con lancie in resta

Gli aerei cavalieri; indi s'avventa

L'un'oste all'altra in folta mischia e tutto

D'orrendi scontri, dall'un polo all'altro,

Il firmamento romoreggia e avvampa.

Con gigantéo furor altri più felli

Squarcian rupi e montagne, e van su i nembi

Quell'aër nero trascorrendo: tanto

Fragore appena il vasto abisso cape.

Così d'Ecalia vincitor tornando

Ercol sentì del feral manto il tosco,

E da rabbioso duol spinto divelse

Dell'Eta i pini e nell'Euboico mare

Lica scagliò dall'alta vetta. Alcuni

Ch'han men fero talento, aman raccolti

Entro riposta valle, in man di nuovo

Prender le cetre, e con divini accenti

Le lor proprie cantare eroiche gesta,

La gran battaglia e l'infelice evento;

E accusano il Destin che al giogo indegno

Della Fortuna e della Forza avvinca

Il coraggio e 'l valor. Eran lor versi

Superbi e vani, ma le dive note

(Tanta è la possa del celeste canto!)

Calman l'inferno, e l'affollata turba

Tengon assorta in estasi profonda.

Altri, d'un ermo colle in vetta assisi,

In sublimi colloquj assai più dolci

D'ogni armonìa (chè questa i sensi alletta,

Quelli scendono nel cor) consuman l'ore;

E con alto pensar le arcane vie

Cercan scoprir di Dio, l'ordine eterno,

La prescïenza sua, l'immobil fato,

Il libero voler: per ciechi errando

Laberinti così, tentano invano

Di sempre nuovi dubbj il groppo sciorre.

Di lungo argomentar scabro subietto

Lor porgon quindi la cagione oscura

Del ben, del mal, la misera, e beata

Eternità, dell'alma i ciechi moti,

La piena requie lor, la gloria, e l'onta;

Inutile saper, fumosa e vana

Filosofia delle superbe menti!

Pur tessere a lor pene un dolce inganno

Così potean, o in sen destar fallace

Speme, o di dura sofferenza armarlo

Qual di triplice smalto. In grosse schiere

Pel disperato mondo altri sen vanno

A spïar lunge intrepidi se qualche

Men duro clima e men dolente stanza

Ponno trovar. Per quattro vie diverse

Drizzano il corso lor lungo le ripe

De' quattro fiumi che nell'igneo lago

Sgorgan acque angosciose; il crudo Stige

Ch'odio esala; Acheronte atro e profondo

Che gonfi di dolore i flutti volve;

Cocito che di mezzo a' gorghi suoi

Manda gemiti e strida ond'ebbe il nome;

E Flegetonte che fremendo aggira

Di fiamma e foco rapidissim'onde

Rabbia spiranti. Il lento e cheto Lete

Lungi da questi in tortuosi giri

Move il torpido umor, del qual chi bee,

Ogni memoria de' trascorsi tempi

E di se stesso e gioie e affanni obblìa.

Diserto, oscuro un agghiacciato mondo

Giace al di là, da turbini sonanti

E da sassosa grandine percosso

Eternamente: sulla salda terra

Non si scioglie essa mai, ma in rupi ed alpi

S'alza ed ammonta che d'antiche moli

Rassembran le ruine: il resto è tutto

Di gelo e neve altissimo baràtro,

Simile a quello che fra 'l Casio antico

S'apre e Damiata, e che fu già d'intere

Osti la tomba. Ivi l'acuto ed aspro

Aere brucia agghiacciando, e il gel del foco

Ha un effetto medesmo: ivi, ad un certo

Rivolger d'anni, strascinata tutta

Da Furie ch'han d'arpie gli unghiuti piedi

È dei dannati l'empia folla, ed ivi

Dei feri Estremi la vicenda cruda

Che più feri gli fa, soffre sommersa.

Colà dai letti di rabbioso foco

Vanno a languir nello stridente ghiado,

Finchè ogni stilla di calor sia spenta,

Irti, confitti, assiderati, immoti;

E risospinti nelle vive fiamme

Indi son poi. Sulla Letéa palude,

Per maggior cruccio lor, tornano e vanno,

E si struggon, si sforzano passando

Giugner l'acqua bramata, e con un leve

Sorso ogni pena lor spegner repente;

Ansanti già sporgonvi il labbro; invano:

S'oppone il Fato, co' terrori suoi

Gorgone truculenta il guado cinge,

E d'esser tocca da vivente labbro

Disdegna, e fugge per se stessa l'onda

Come favoleggiâr profane Muse

Che da' Tantalei labbri un dì fuggisse.

Così rinfuse, in via smarrite, incerte

Van quelle torme errando, e di spavento

Tremanti, smorte, con travolte luci

Or per la prima volta appien l'orrore

Veggono di lor sorte: in parte alcuna

Non trovano riposo, e duol per tutto.

Per molte buie spaventose valli,

Per molti atroci regni elle passaro,

Per molte alpi gelate e molte ardenti,

E per rocce, antri, laghi e gorghi e tane

E ferali ombre; per un mondo intero

Di ruina e di morte, odio di Dio

Che sì reo lo creò con sua tremenda

Parola imprecatrice, adatta sede

Del mal soltanto, ove ogni vita more

E sol vive la morte, ove di quanto

Colà produce la natura stessa

Inorridisce: i mostri ivi son tutti,

Tutti i prodigi abbominandi, a cui

Fra di noi manca il nome, assai più orrendi

Di quante mai la favella o 'l terrore

Anguicrinite imaginò Gorgóni,

Settemplici Idre, e triplici Chimere.

Fervido il cor, pieno la mente intanto

De' suoi disegni audaci il gran nemico

Degli uomini e di Dio, Satán dispiega

Sulle rapide penne il vol solingo

Vêr le porte d'Inferno. Egli or la manca

Scorre or la destra costa, or colle tese

Ali rade il Profondo, ora sublime

All'ignea vôlta s'erge. In simil guisa,

Là dove il sol le notti ai giorni agguaglia

E riconduce i regolari venti,

Ampio navilio, a cui gravò Bengala

O Ternate e Tidore il sen di ricche

Merci odorose, da lontan sul vasto

Etïopico mare invér l'estremo

Africo Capo veleggiar si scopre,

E par che dentro i gonfi immensi flutti

Or tutto s'innabissi, or d'essi in cima

Vada a toccar le nubi. Avea da lunge

Cotal sembianza il volator Nemico.

Alfine alzate dal profondo abisso

Fino all'orrida vôlta, ecco d'inferno

Appaiono le mura e le tre volte

Triplicate sue porte: eran di bronzo

Tre, tre di ferro e tre d'adamantino

Impenetrabil masso, e il foco eterno

Le fascia, le arroventa e nulla rode.

Stan due mostri terribili davanti

A ciascun lato delle porte: un d'essi

Infino al cinto vaga donna appare;

Ma poi con molte spire in vasto, immondo

A finir va scaglioso atro serpente

Di letal punta armato: al sen di lei

Intorno, intorno un ululo, un fracasso

Fan con cerberee spalancate gole

Inferni cani, alto, incessante; e dove

Sia quel gridar turbato, a voglia loro

Le s'acquattan nel ventre, ov'hanno il covo;

E là non visti i lor latrati ed urli

Seguon pur sempre. Erano assai men feri

Que' truci cani che di Scilla un giorno

Feron scempio in quel mar che dal sonante

Trinacrio lido la Calabria parte;

Nè più deformi mostri e più nefandi

Seguon giammai notturna Maga allora

Che in segreto chiamata e lunge il sangue

Fiutando de' fanciulli, in groppa assisa

Degli aerei cavalli a danzar vola

Fra le Lappone streghe, e a' loro incanti

La Luna intanto in ciel langue e s'oscura.

Quell'altra forma, se tal nome darsi

Pur puote a ciò che non ha forma alcuna

Distinta in membro od in giuntura, un cieco

Torbo Fantasma che sustanza ed ombra

A un tempo stesso rassomiglia, stava

Nera qual densa notte, a par di dieci

Furie crudel, come l'inferno orrenda,

E un fier dardo brandía: quel ch'esser fronte

In lei pareva, di regal corona

Avea sopra un'imago. Ad essa innanzi

Già sta Satán: quel mostro allor repente

Dal suo seggio vèr lui s'alza e si slancia

Con lunghi passi spaventosi: tutto

Tremò a que' passi l'Erebo. Satáno

Intrepido ammirò quel che ciò fosse,

Ammirò, non temè, Satán, cui nulla

(Tranne l'Eterno) è a spaventar bastante,

Ma a scherno prende ogni creata cosa;

E a lui con torvo lampeggiante sguardo

Sì prese a dir: Chi sei? Che vuoi? tremendo

Spettro ma non a me. Chi sei che innanzi

Osi a me farti e attraversarmi il passo

Di quelle porte? Io di varcarle intendo,

E a tuo dispetto varcherolle. Arrétrati,

Scostati, o questo braccio appien mostrarti

Saprà la tua follìa: vedrai per prova

Figlio d'inferno, se tu dèi con Spirti

Del cielo contrastar. E tu, di', chi sei?

(Feroce quello spettro a lui risponde).

Quell'Angelo fellon non se' tu forse

Che pace e fede invïolate in pria

Ruppe primo lassù? Quegli non sei

Che de' figli del ciel la terza parte

Cinta di ribellanti armi superbe

Teco traesti dall'Eterno a fronte,

Ond'ei te poscia e la tua torma rea

Dall'Empireo sbalzando, in questi abissi

Eterni giorni di miseria e duolo

A consumar dannovvi? e tu t'ascrivi

Fra gli Spirti del ciel, tu qui proscritto,

Traditor empio? tu minacce ed onte

Respiri ov'io do leggi, e dove io sono

Per tua rabbia maggior, tuo Rege e donno?

Va, disertor mendace, al tuo gastigo

Ritorna, ed ali alla tua fuga aggiungi,

O con flagello di aggroppati scorpi,

Se indugi ancor, t'incalzo, e strano orrore

Ti fo provar con questo dardo e ambasce

Non pria sentite. Così disse il truce

Irritato Fantasma, e sì parlando

E minacciando, dieci volte fessi

Più spaventoso e squallido. Satáno

Imperterrito stette e d'alto sdegno

Tutto avvampò: per l'iperboreo cielo

Arde men tetra un feral cometa

Che il vasto Ofiuco in sua lunghezza infiamma,

E dal sanguigno crin su gli atterriti

Mortali scuote pestilenza e guerra.

Ciascun di lor la fatal mira prende

Dell'altro al capo, e d'un secondo colpo

Non fan pensier: ne' tenebrosi e biechi

Sguardi rassembran due di lampi e tuoni

Gravide nubi che sul Caspio mare

S'avanzan negre, romorose e a fronte

Pendon l'una dell'altra infin che i venti.

Dien lor col soffio di cozzarsi il segno

A mezzo l'aere. A que' sembianti arcigni

Crebbe la notte dell'abisso: eguale

È il paragon, nè alcun di lor sì grande

Nemico incontra è per aver più mai,

Fuorchè sol uno, onde fien domi entrambi.

Già i lor gran colpi rintronato tutto

L'inferno avrìan, quando l'anguinea Maga

Che alla porta infernal sedeasi accanto

E custodíane la gran chiave, a un tratto

Surse, e fra lor con alto urlo lanciossi;

E, Padre, ella gridò, che tenti incontro

Quest'unica tua prole, e te, che germe

Se' d'ambo noi, qual furor cieco assale,

E quel dardo feral contro il paterno

Capo ti spinge ad avventar? Ah! sai,

Sai tu almeno per chi? Per lui che ride

Lassù nel cielo a' vostri sdegni intanto,

E destinato esecutore e servo

T'ha di quell'ira ch'ei giustizia appella,

Dell'ira sua per cui distrutti entrambi

Sarete un giorno. Ella sì disse, e 'l colpo

L'infernal peste a quel parlar rattenne.

Satán replica allor: Qual strano grido

E quai più strani detti or furo i tuoi?

Chi sei? rispondi (il mio furor sospendo),

Chi se' tu, strana doppia forma? E come

La prima volta ch'io t'incontro in questa

Valle d'abisso, me tuo padre appelli?

E com'è prole mia quella deforme

Larva? Io te non conosco, e d'ambo voi

Non vidi mai più abbominosi oggetti.

Dunque scordato m'hai così, soggiunse

Allor l'inferna Usciera, e agli occhi tuoi

Tanto deforme or sembro, io che sì bella

Comparvi in ciel? Recati a mente quando

Lassù nel mezzo alle falangi tutte

Che incontro a quel Sovrano in lega audace

S'unir con te, da fiero duol repente

Fosti assalito; in tenebre nuotaro

I foschi lumi tuoi, t'uscir di fronte

Dense e rapide fiamme, al manco lato

Quindi il tuo capo largamente aprissi,

E a te simil nel rifulgente aspetto,

Alma beltà celeste, armata Diva,

Io fuori ne balzai. Tutti stupiro,

Inorridiro a quella vista e indietro

Si trassero da pria, m'ebbero tutti

Qual portentoso segno, e tutti il nome

Mi dier di Colpa: a riguardarmi quindi

S'adusaron bentosto, e i vezzi miei

Fèr de' più schivi cor dolce rapina.

Più che ad altri, a te piacqui: e tu mirando

Sovente in me la tua medesma imago,

D'amor ardesti, e tal piacer di furto

Prendesti meco, che un crescente pondo

Il mio sen concepì. La guerra intanto

In ciel s'accese e si pugnò: restonne

(E ch'altro esser potea?) vittoria piena

Al nostro gran nemico e in fiera rotta

Tutti andarono i nostri, in questo fondo

Dal sommo ciel precipitati, e insieme

Io pur caddi cogli altri. In mano allora

Questa data mi fu possente chiave,

E di sempre tener guardate e chiuse

Queste porte fatali ebbi l'incarco,