PRIVILEGIA NE IRROGANTO           di Mauro Novelli               BIBLIOTECA


 

 

JOHN MILTON

 

 

IL PARADISO PERDUTO

 

Traduzione di LAZZARO PAPI

 

 

 

 

LIBRO PRIMO

 

 

 

In questo primo libro si propone in breve il soggetto del poema, cioè la disubbidienza dell’uomo e la perdita del paradiso in cui egli era stato collocato; e si accenna la prima cagione di sua caduta, cioè il serpente, o piuttosto Satáno nascosto entro il serpente, che già ribellandosi a Dio, e traendo alla sua parte molte legioni d’Angeli, fu per divino comando scacciato dal cielo con tutta la sua torma nel gran Profondo. Dopo ciò il poeta entra nel soggetto e rappresenta Satáno e gli angeli suoi in mezzo all’inferno, ch’è posto non già nel centro del mondo (poiché il cielo e la terra ancora non erano), ma in un luogo di tenebre esteriori, più acconciamente chiamato Caos. Là Satáno, giacente sul lago di fuoco co’ suoi Angeli, fulminato e stordito, ripiglia spirito e tien parole con Belzebù, il primo dopo di lui in potenza e dignità. Parlano eglino insieme della loro infelice caduta: Satáno risveglia le sue regioni che si alzano dalle fiamme. Loro numero, ordine di battaglia, e principali Capi sotto i nomi degl’idoli conosciuti di poi in Canaan e nelle vicine contrade. Il principe di Demonj rivolge loro il discorso, gli conforta con la speranza di racquistare il cielo, e loro parla infine d’un nuovo mondo, e d’una nuova creatura che doveva un giorno essere creata secondo un’antica profezia o racconto sparso in cielo, giacchè parecchi antichi Padri credono gli Angeli esser creati molto tempo innanzi a questo mondo visibile. Propone Satáno di esaminare in pieno consiglio il senso di quella profezia, e decidere quel che si possa in conseguenza tentare. Il Pandemonio, palagio di Satáno, sorge, fabbricato ad un tratto, fuori dal Profondo. gli spiriti infernali vi si raccolgono per deliberare.

 

 

 


Dell'uom la prima colpa e del vietato

Arbor ferale il malgustato frutto,

Che l'Eden ci rapì, che fu di morte

E d'ogni male apportator nel mondo,

Finchè un Uomo divin l'alto racquisto

Fa del seggio beato e a noi lo rende,

Canta, o Musa del ciel; tu che del Sina

dell'Orebbe in sul romito giogo

Inspirasti il pastor che primo instrusse

La stirpe eletta come i cieli e come

La terra in pria fuor del Caosse usciro;

se più di Sión t'aggrada il colle,

il rio di Siloè che al tempio augusto

Di Dio scorrea vicino, indi tua fida

Aita imploro all'animoso canto

Che d'innalzarsi a nobil volo aspira

Oltre l'Aonio monte, e a dir imprende

Cose ancor non tentate in prosa o rima.

E pria tu Divo Spirto, a cui più grato

È d'ogni tempo un retto core e puro,

Sii, tu che sai, maestro mio: presente

Dal principio tu fosti, e con distese

Ali robuste, di colomba in guisa,

Stesti covante sopra il vasto abisso,

E di virtù feconda il sen n'empiesti.

Tu quanto è oscuro in me rischiara, e quanto

È basso e infermo, in alto leva e reggi,

Onde sorgendo a par del tema eccelso,

Svelare all'uom la Provvidenza eterna

Io possa, e scioglier d'ogni dubbio gli alti

Di Dio consigli e le ragioni arcane.

Narra tu prima (poichè nulla il cielo,

Nulla l'inferno agli occhi tuoi nasconde),

Narra qual mai cagion gli antichi nostri

Padri, sì cari al cielo e in sì felice

Stato locati, a ribellarsi mosse

Da lui che gli creò. Mentre signori

Eran del mondo, un suo leggier divieto

Come romper fur osi? Al turpe eccesso

Chi sedusse gl'ingrati? Il Serpe reo

D'inferno fu. Mastro di frodi e punto

Da livore e vendetta egli l'antica

Nostra madre ingannò, quando l'insano

Orgoglio suo dal ciel cacciato l'ebbe

Con tutta l'oste de' rubelli Spirti.

Su lor coll'armi loro alto a levarsi

Ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio

Pensò, se a Dio si fosse opposto. Il folle

Pensier superbo rivolgendo in mente,

Incontro al soglio del Monarca eterno

Mosse empia guerra e a temeraria pugna

Venne, ma invan. L'onnipossente braccio

Tra incendio immenso e orribile ruina

Fuor lo scagliò dalle superne sedi

Giù capovolto e divampante in nero,

Privo di fondo disperato abisso;

Ove in catene d'adamante stretto

A starsi fu dannato e in fiamme ultrici

Qual tracotato sfidator di Dio,

E già lo spazio che fra noi misura

La notte e 'l dì, nove fiate scorse,

Che con l'orrida ciurma avvolto ei stava

Nell'igneo golfo, tutto sbigottito

Benchè immortal. Pur lo serbava ancora

A maggior pena il suo decreto. Intanto

L'aspro pensiero del perduto bene,

E del futuro interminabil danno

Il cruccia alternamente. Intorno ei gira

Le bieche luci una profonda ambascia

Spiranti e un cupo abbattimento misto

D'odio tenace e d'indurato orgoglio:

Ed in un punto, quanto lungi il guardo

D'un Angelo si stende, ei l'occhio manda

Su quell'atroce, aspro, diserto sito;

Carcere orrendo, simile a fiammante

Fornace immensa; ma non già da quelle

Tetre fiamme esce luce; un torbo e nero

Baglior tramandan solo, onde si scorge

La tenebrosa avviluppata massa

E feri aspetti e luride ombre e campi

D'ambascia e duol, dove non pace mai,

Non mai posa si trova, e la speranza

Che per tutto penétra, unqua non scende.

Quivi è tormento senza fin, che ognora

Incalza più, quivi si spande eterno

Un diluvio di foco, ognor nudrito

Da sempre acceso e inconsumabil solfo.

Tal la Giustizia eterna a quei ribelli

Aveva apparecchiata orrenda chiostra

D'esterno tenebror, remota tanto

Dalla luce del ciel quant'è tre volte

Lontan dal centro della terra il polo

Dell'Universo. Oh dalla stanza prima

Stanza diversa! Egli i compagni quivi

Di sua caduta scerne urtati, avvolti

Fra i turbinosi vortici, fra i gorghi

Del tempestoso foco, ed al suo fianco

Voltolantesi quei che gli era in cielo

In potere e 'n delitto il più vicino,

E noto poscia e Belzebù nomato

Fu in Palestina. Ad esso il gran Nemico

(Satáno è detto in ciel) si volse, e in queste

Parole audaci il fier silenzio ruppe:

Se quel tu sei... (Ma qual ti miro, e quanto

Cangiato da colui che ne' beati

Regni di luce tante schiere e tante

Di Spirti fulgidissimi vincevi

Tutto vestito di fulgór!). Se quegli

Tu se' che nell'ardita illustre impresa

I conformi pensier, le stesse voglie,

Egual speranza ed egual rischio meco

Strinsero in salda lega e che or congiunge

Un crudo egual destin, da quale altezza

Vedi in qual ruinammo orribil fondo!

Tanto la folgor sua colui più forte

Rese di noi: fatale atroce telo!

Chi pria d'allor ne conoscea la possa?

Ma non io per quell'arme, e non per quanto

L'ira del vincitor su me s'aggravi,

Non io mi pento o cangio: invan son io

Di fuor cangiato, il cor lo stesso è sempre;

Del mio spregiato merto ivi entro impressa

Altamente ho l'ingiuria, hovvi confitto

Il fero sdegno che a lottar mi spinse

Con quel Possente. E che! Potei pur trarre

Contr'esso in campo innumerabil'oste

Di congiurati valorosi Spirti

Che il regno suo dannavano, che a lui

Me preferìan, che di virtù, d'ardire

Diero alte prove memorande incontro

Gli estremi sforzi suoi, che sugl'immensi

Lassù celesti campi in dubbia lance

Tenner vittoria e gli crollaro il trono!

Perduto è il campo, e sia: perduto il tutto

Dunque sarà? Quell'invincibil, fermo

Voler ci resta ancor, quel di vendetta

Fero desìo, quell'immortal rancore

E quel coraggio che non mai s'abbatte,

Che mai non si sommette. E che altro è mai

L'essere invitto ed invincibil? Questo

Vanto la rabbia sua, la sua possanza

No, non avrà da me. Ch'io grazia chieda?

Ch'io mi prostri al suo piè? che qual mio Nume,

Qual mio Signor lui riconosca e onori,

Lui che il terror di questo braccio mise

Testè del regno in forse? Ah! questa invero

Fora viltà, fora ignominia ed onta

Peggior della caduta. Or poichè 'l Fato

Tai ci formò che il vigor nostro e questa

Celestïal sustanza unqua non ponno

Venirci men, poichè la fresca prova

Di tanto evento noi peggiori in arme

Punto non rese, e il preveder ci accrebbe,

Con speranza miglior, nuova ostinata

Guerra eterna moviamgli, e forza e frode

S'impieghi contro lui ch'ebbro d'orgoglio

Ora gioisce ai nostri mali, e solo

Da tiranno nel ciel trionfa e regna.

Così Satán, nel tormentato fondo

Del cor premendo un disperar feroce,

Imbaldanziva favellando, e a lui

Tal diè risposta il suo compagno audace:

Prence di tanti Eroi, sovrano Duce

Di tanti Duci, che al tuo cenno intenti

De' Serafini le ordinate squadre

Condussero al conflitto, e sempre in ogni

Più duro scontro impavidi e tremendi

Poser l'Eterno in rischio, e prova fèro

S'ei per forza o per caso o per destino

Lassù tenesse il primo seggio, e come

Vuoi ch'io non vegga il lacrimabil caso

Che il ciel ne ha tolto, e sì grand'oste ha tutta

Spinta in ruina orribile, per quanto

Posson perir celesti Essenze e Numi?

Ah troppo il veggo, ah troppo il sento! È vero

Che sebben spenta sia la gloria nostra,

E quel primier felice stato assorto

In eterna miseria, un'alma in noi

Invincibil rimane, e al core, e al braccio

Il perduto vigor pronto ritorna;

Ma che valer ci può, qual pro che il nostro

Onnipossente vincitor (m'è forza

Ora crederlo tal, chè tal se in vero

Egli non fosse, soggiogar tentato

Un poter pari al nostro avrebbe invano),

Qual pro che questa forza e questo spirto

Ci lasci integri? Non vuol ei capaci

Così farci d'un duol che fin non abbia

Per pascer senza fin quel suo feroce

Di vendetta inesplebile talento?

Ah! che quai schiavi per ragion di guerra

A qualunque pensier gli sorga in mente

Egli ci serba; ad opre indegne e dure

Forse ei qui ci destina in mezzo al foco,

O messaggeri suoi pel tenebroso

Imo baràtro. Il non scemato adunque

Nostro vigor, la nostra essenza eterna

Altro fruttar ci può che eterna pena?

Caduto Cherubino (a lui risponde

Vivamente Satáno), alma che langue,

Nell'oprar, nel soffrir, misera è sempre.

Tu certo intanto sii che nostra impresa

Il ben non fia mai più. Nel male ognora,

Nel mal che opposto è per natura all'alto

Voler di quei cui facciam guerra, il sommo

Dobiam cercar nostro diletto e vanto.

Studi egli pur con provvido consiglio

Volgere in bene il male; ogni nostr'arte

Quel suo disegno a distornar si volga,

E fuor del seno ancor del bene stesso

Per nostre oblique trame il mal germogli.

Ciò può spesso avvenirci, e, s'io non erro.

Forse ei vedrà dolente i suoi più chiusi

Pensieri ir lungi dal proposto segno.

Ma vedi tu? Quel vincitore irato

Alle porte del cielo i suoi ministri

D'inseguimento e di vendetta indietro

Ha richiamati. Quel sulfureo nembo,

Quella rovente impetuosa folta

Grandine ond'ei nel precipizio nostro

Ci flagellava, dileguossi omai;

E 'l tuon dell'ali sue di rabbia e foco

Scarichi tutti e logri alfin gli strali

Ha forse, e cessa di mugghiar pel vasto

Abisso interminato. Afferriam pronti

L'occasion che, sia dispregio o sia

Sazio furore, or ci abbandona il nostro

Crudo nemico. Vedi tu quell'ermo

Lugubre piano, inospite, coverto

Di folta tenebrìa, tranne quel raggio

Che spaventoso e lurido vi getta

Di queste vampe il livido barlume?

Lungi colà dal tempestar di queste

Onde focose indirizziamci, ed ivi

Posiam, se posa esser vi puote alcuna;

E raccogliendo le disperse schiere,

Cerchiam qual via ci resti, onde al nemico

Più grave danno in avvenir s'arrechi;

Cerchiam qual sia della sconfitta nostra

Il riparo miglior, come sì cruda

Sciagura superar, qual dalla speme

Forza ritrarre, o, in fin, qual dar ci possa

La disperazïon consiglio estremo.

Così al compagno suo dicea Satáno

Colla testa alta fuor dell'onde, e fuori

Degli occhi folgorando orribil lume:

Prono su i flutti e galleggiante il resto

Delle immani sue membra un ampio e lungo

Spazio di molti iugeri coprìa.

Tali in lor mole della terra i figli

La favolosa Grecia a noi dipinse

Che osâr Giove assalir, quel Briaréo

O quel Tifóne, cui di Tarso antica

Il grand'antro accogliea. Tal è fors'anco

Quel mostro enorme, a cui null'altro eguale,

Fra quanti l'ampio mar rompon col nuoto,

Creonne Iddio. Sulle Norvegie spume

(Se la fama col falso il ver non mesce)

Ove in lui steso per dormir s'abbatta

Il pallido nocchier di picciol legno

In buia notte a naufragar vicino,

Spesso un'isola il crede, in sua scagliosa

Scorza l'áncora gitta e a lui s'afferra,

Finchè la notte il mar ricopre, e tarda

La sospirata aurora. Incatenato

Su quell'ardente pelago giacea

Così vasto e disteso il gran nemico;

Nè alzata mai, nè scossa pur l'altera

Cervice avrìa di là, se il ciel che tutto

Regge e governa, non lasciava appieno

Ai disegni di lui libero il corso;

Ond'egli colpe accumulando a colpe

E l'altrui mal cercando, anco sul capo

Dell'ira eterna s'accrescesse il peso,

E furibondo al fin non altro frutto

Fuor dell'arti sue prave uscir vedesse

Che infinita bontà, grazia, mercede

Sull'uom da lui sedotto, e piover doppio

Scorno sopra di sè, furor, vendetta.

Repente egli erge dal bollente gorgo

Sua vasta mole; d'ambo i lati spinte

Torcon le fiamme le appuntate cime

E raggirate in grosse onde nel mezzo

Lascian orrida valle. Alto egli spande

L'ali e dirizza il vol per l'aria fosca

Che stride al peso inusitato, e sovra

L'arida terra approda alfin, se terra

Quella pur è che di massiccio foco

Tutt'arde ognor, siccome il lago ardea

Di foco alliquidito; e tal rassembra

Qual di rabbiosi sotterranei fiati

Per la gran forza da Peloro svelto

E via scagliato alpestre masso; o quale

Di Mongibello il fracassato fianco,

Quando le gorgoglianti ime fornaci

Di solfo pregne e d'irritati venti

Fuore sbocca tonando e al guardo scopre

Tutte di fumo e di fetor ravvolte

Le arroventate orribili caverne.

Sopra sì fatto suol, dal suo compagno

Seguìto ognor, le maledette piante

Satáno arresta, e baldanzosi entrambi

Vantansi dalla Stigia accesa lama

Per la lor propria ricovrata forza,

Quai Dei, scampati, e che il gran Re del Tutto

Così permise, immaginar non sanno.

Quest'è la regïon, la terra è questa,

Disse Satáno allor, quest'è la sede

Che abitar ci convien del cielo invece?

Questo lugubre orror per quella viva

Serena luce? Or sia; poichè colui

Ch'adesso è Re, così dispone e assesta

Il retto e 'l giusto al suo piacer sovrano.

Sì, miglior sempre il più lontano albergo

Sarà da quegli, cui Ragione agli altri

Agguaglia, e Forza sopra gli altri innalza.

Addio, felici campi; addio, soggiorno

D'eterna gioia. Salve, o Mondo inferno,

Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso,

Il tuo novello possessore accogli;

Accogli quei che in petto un'alma serra

Per loco o tempo non mutabil mai.

L'alma in se stessa alberga, e in sè trasforma

Nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo:

Che importa ov'io mi sia, se ognor lo stesso,

E qual deggio, son io? se tutto io sono,

Fuorchè minor di lui che il fulmin solo

Fe' più grande di me? Liberi almeno,

Qui liberi sarem: questo soggiorno

Egli non fece onde lo invidii, e quindi

Sbandirci non vorrà: regnar sicuri

Qui noi possiamo, e, al parer mio, quaggiuso

Anco è bello il regnar; sì, miglior sempre

Che in ciel servaggio, è nell'inferno un regno.

Ma perchè i nostri sventurati e fidi

Compagni e amici, istupiditi, avvolti

Lasciam colà sul fero lago, e a parte

Non gl'invitiam con noi di nostra sorte?

Sì, consultiam, veggiam ciò che, raccolte

Nostr'armi, in cielo racquistar si possa,

O se a perder quaggiuso altro ci resta.

Così Satán parlava, e in questi accenti

Rispose Belzebù: Duce di quelle

Raggianti schiere, cui sconfigger solo

Potea chi tutto può, se ancora il suono

Di tua voce elle udran, di quella voce

Che, quando più ostinata, incerta, orrenda

La pugna inferocía, di loro speme

Fu il pegno animator, fu in ogni assalto

Il più sicuro ed ubbidito segno,

Se ancor la udran, nuovo coraggio in esse

Vedrai rinascer tosto e nuova vita.

Or se, qual noi testè, sull'igneo lago

Trambasciate si stan, stordite, inerti,

Meraviglia non è dopo cotanto

Spaventevol caduta. Aveva appena

Di dir cessato Belzebù che l'altro

Vèr la spiaggia movea. Dietro le spalle

Ei si gittò lo scudo, eterea tempra,

Ponderoso, massiccio, ampio, rotondo:

Il largo cerchio a tergo gli pendea

Simile a luna, quando a sera il grande

Toscan Maestro con suoi vetri industri

Dal Fiesolano colle o di Valdarno

La sta mirando a discoprir novelle

Terre e nuove montagne e nuovi fiumi

Nel maculato globo. All'asta sua

Se il più gran pin delle Norvegie selve

Troncato a farne smisurata antenna

Di regal nave, agguagli, è verga lieve

Nella sua man: con essa ei regge e ferma

Sulla rovente sabbia i passi, oh quanto

Da quei diversi che sul piano azzurro

Dell'Empireo movea! La torrid'aura,

Che sul suo capo l'ignea volta manda,

Forte anco il fiede e abbronza; ei nulla cura

Per tanto ed oltre va, finchè sul margo

Di quel mare infiammato il piede arresta.

Alza il grido colà verso le sue

Prostese innumerabili falangi

Che ammucchiate giacean qual sotto gli alti

Archi de' boschi opachi in Vallombrosa

S'ammassano e ricoprono i suggetti

Rivi in autunno le cadute foglie:

E forse è folta men l'alga ondeggiante

Quando Orión di feri venti armato

Tutto dall'imo fondo alza e sconvolge

Quel mar famoso, entro i cui flutti vide

Il perseguìto Ebreo dal salvo lido

Busiri andar con l'oste sua sommerso,

E galleggiar tra rotti carri i morti

Cavalli e cavalieri e fanti avvolti.

Così densa coprìa quel vasto gorgo

La perduta oste rea, che più se stessa

Per lo stupor del cangiamento strano

Non conosceva: alto ei chiamolla, e tutti

Rintronàr dell'inferno i cupi seni

A quella voce: O Potentati, o Prenci,

Guerrieri che del ciel l'onor già foste,

Del ciel già vostro, ed ora, oimè! perduto,

Se un letargo simìl voi, Spirti eterni,

Puote ingombrar così: questa dimora

Sceglieste forse a ristorar la stanca

Vostra virtù dopo la pugna? è questo,

Come lassù del ciel le amene valli,

Il loco adatto ai vostri sonni? o in tale

Postura abietta d'adorar giuraste

Il vincitor? Ch'ei dal suo trono or miri

Le vostre insegne, le vostr'armi sparte,

E voi medesimi in questo mar convolti,

Nulla curate? Ma che parlo? Forse

State attendendo che, il vantaggio scorto,

Quel suo veloce inseguitor drappello

Dalle soglie del ciel scenda a calcarci

Giù col piede le languide cervici,

O co' fulminei catenati strali

Di questo golfo ci conficchi al fondo?

Scuotetevi, sorgete, o eternamente

Siate perduti. Eglino udir, vergogna

Gli punse, e l'ali dibattendo, a un tratto

Tutti s'alzaro. Quasi talor sull'armi

Dal capitan temuto a dormir colte

Le sentinelle, non ben deste ancora

Rizzansi e mostra fan d'ardite e franche,

Tai sembravan coloro. Il crudo stato

Senton ben essi e le lor pene acerbe:

Ma pur del Duce al grido in un istante

Obbedisce ciascun; tutto all'intorno

Si scuote, tutto freme e tutto ondeggia.

Così al brandir della possente verga

Del figliuol d'Amràm vide l'Egitto

Inorridito in quel feral suo giorno,

Curva sull'Euro comparir repente

Caliginosa mormorante nube

Di voraci locuste, e, come notte,

Dell'empio Faraòn pender sul regno

E coprirlo di tenebre. Tal era

L'innumerabil numero di quelle

Malvagie squadre che laggiù d'inferno

Sotto la vôlta, tra le basse ed alte

E d'ogni lato circolanti vampe,

Stavan sospese sugli aperti vanni;

Finchè, qual segno, l'aggirata in alto

Asta del magno Imperador diresse

Il corso lor. Sulle librate penne

A quella vôlta giù tosto si calano

Sovra quel fermo solfo e 'l vasto piano

Ingombran tutto; immensa torma, a cui

Una simil non mai versò da' suoi

Ghiacciati fianchi il popoloso Norte,

Quando, varcata la Danoia e 'l Reno,

Come un diluvio, i barbari suoi figli

Cadder sull'Austro e passâr Calpe, e tutte

Le Libiche inondaro aduste sabbie.

Repente fuor d'ogni squadrone uscendo

I condottier colà s'affrettan dove

Stava il gran Duce lor; divine, eccelse

Sembianze e forme, ogni beltà terrena

Superanti d'assai; Principi e Regi

Ch'eran nel ciel poc'anzi assisi in trono.

Ogni memoria de' lor nomi spenta

Or è lassuso, cancellati e rasi

Per la lor fellonía da' libri eterni

Di vita eternamente, e nuovi nomi

D'Eva tra i figli non aveano ancora.

Iddio provar l'uom volle e lor permise

D'ir la terra scorrendo, e sì potero

La più gran parte dell'uman lignaggio

Togliere al culto del verace Dio

Con lor menzogne e loro inganni, ond'essa

Lui glorioso, onnipossente, eterno,

Non comprensibil, non visibil, spesso

Coll'insensata imagine d'un bruto

Tutta di pompe e d'ôr cinta e coperta

Scambiò miseramente, e, come Numi,

I Démoni adorò. Diversi allora

Ebber costoro in terra idoli e nomi.

Di', Musa, dunque i nomi lor; chi prima

Surse, chi poi da quel bollente letto,

Da quel letargo, e, dietro a sè lasciando

De' minori guerrier la turba immensa,

Solo avvïossi ove il gran Duce alzava

Su quella spiaggia orribile e deserta

La rampognante imperïosa voce.

Capi eran quei che dal profondo abisso,

Lungo tempo dipoi, di preda in traccia

All'aure usciti, di locar vicine

Alla sede di Dio lor sedi osaro

E l'are lor presso alla sua; che gli empi

Voti usurpar de' popoli e gl'incensi.

Di Iéova stesso in trono assiso e cinto

Da' Cherubini suoi lo sguardo e 'l braccio

Fulminator non spaventolli, e spesso

Dentro Sionne ancor, dentro il medesmo

Santuario di lui gli abbominandi

Lor simulacri spinsero, le auguste

Pompe e i riti ineffabili e tremendi

Profanar s'attentaro, e l'empie loro

Tenebre opporre all'immortal sua luce.

Primo è Molocco, orrido Re, che bebbe

L'umano sangue ed i materni pianti

Sugli altari crudeli, ove le strida

Delle vittime sue tra 'l foco avvolte

Soffocava un frastuono alto, incessante

Di tamburi e taballi. A lui prostrossi

L'Ammoníta entro Rabba; e nelle sue

Pianure acquose ed in Basanne e Argobbe

Fin dell'Arnonne alle rimote sponde:

Nè pago ancora di cotanto audace

Sua vicinanza, il saggio cor sedusse

Di Salomone fabbricargli un tempio

In faccia al divin tempio, in cima a quella

Montagna obbrobriosa, e suo boschetto

Fece d'Innòm la dilettosa valle

Ch'ebbe indi il nome di Toféto e d'atra

Géenna, dell'inferno orrida imago.

L'altro è Chemosse, di Moabbo a' figli

Spavento osceno da Aroarre a Nebo

Fin d'Abarimme alle remote australi

Erme contrade. In Esebòna ancora

Stese l'impero e in Oronài, reame

Di Seòne, e di Sibma oltre la valle

Di liete vigne e fior tutta ridente,

E corse audace in Eleal perfino

All'Asfaltico stagno. Ei di Peorre

Il nome ancor portò, quando Israello,

Mentre fuggìa dalle Niliache sponde,

Colà in Sittimme ai suoi lascivi riti

Fu sedotto da lui, riti che furo

Di tanti mali la fatal sorgente.

Ei distese di là sovra quel colle

D'infamia eterna, che sorgea vicino

Del fier Molocco alla cruenta selva,

L'orgie impudiche, e mescolò col sangue

Le libidini sue, finchè d'entrambi

A terra il buon Giosía gli altari sparse

E nell'inferno gli rispinse. Appresso

A questi due venìan quei Spirti impuri

Che dalle sponde del vicino Eufrate

Al rio che dall'Egitto Assiria parte,

Di Baalimmi e di Astarotte i nomi

Comuni avean tra numeroso stuolo;

Dei quelli, e Dive queste. A lor talento

Or l'uno or l'altro sesso ed ambi insieme

Prendon gli Spirti ancor: pieghevol tanto

È lor pura sustanza, e lieve e molle;

Tanto ella vince la mortal struttura

Che di polpe e di nervi e d'ossa insieme

È contesta ed ingombra. In ogni forma

Oscura o luminosa, o densa o rara,

Qual più lor giova, or d'odio, ora d'amore

Possono i rei disegni in opra porre.

Per essi i figli d'Israello infidi,

Al sommo Dio, lor viva forza, spesso

Volsero il tergo, e infrequentata e muta

Lasciando l'ara sua, curvâr le fronti

Dianzi a brutali Numi, onde quell'empie

Cervici lor di tanta colpa carche

Poscia in campo mietè vil ferro imbelle.

Venìa con lor quell'Astaréte in schiera,

Che da' Fenici poi fu detta Astarte,

Del ciel notturna regnatrice, ornata

Delle crescenti luminose corna.

Alla corrusca imagin sua fur use

Per l'aer bruno offrir lor voti ed inni

Le Sidonie donzelle, e culto ed ara

In Sionne ebbe ancor sull'empio monte

Fondata da quel Re che il saggio core

Tra femminili amor corruppe, e spinto

Da sue belle idolatre, idoli immondi

Pur cadde ad incensar. Venìa Tammuzo

Poi, la cui piaga riaperta ogn'anno

Ogn'anno ancor rinnovellava il duolo

Delle Siriache vergini che in triste

Note d'amore al Libano d'intorno

Tutto un estivo dì stavan piangendo

L'acerbo fato suo, mentre vermiglie

Adoni al mar volgea le placid'onde

Dalla natía sua rupe, e a lor parea

Mostrar in esse di Tammuzo il sangue.

Di pari ardor quell'amorosa fola

Infettò di Sionne ancor le figlie;

E ben le turpi lor fiamme lascive

Fin dentro i sacri portici scoprío

Ezechïel quando girò sull'empie

Idolatrie del ribellato Giuda

L'occhio ripien della virtù superna.

Quegli poscia venìa che vivo duolo

Sentì nel cor quando la propria imago

Entro il suo tempio stesso a un tratto monca

Farsi dall'arca prigioniera ei vide,

E via le tronche mani e la spiccata

Testa balzarne rotolando al suolo,

De' suoi scornati adoratori al piede.

Dagón fu il nome suo, marino mostro,

Uom sopra e pesce in basso: alto sorgea

Il suo tempio in Azóto e i lidi tutti

Di Palestina ed Ascalona e Gata

Fin d'Accarón ai termini e di Gaza

Temean suo scettro. Lo seguìa Rimmone

Ch'ebbe nel bel Damasco ameno seggio

D'Abbana e di Farfarre in sulle vaghe

Fertili rive. Egli pur erse incontro

Alla magion di Dio l'audace fronte,

E se un lebbroso Duce ei vide un giorno

Abbandonar suo culto, un Re pur vide

Prestargli omaggio: Aazo ei fu, quel folle

Suo vincitor, che del verace Dio

Spregiò, rimosse l'ara, e un'altra a guisa

Delle Assirie n'eresse, ov'empi incensi

Arse agli Dei già da lui vinti e domi.

Folta appo questi una gran torma apparve

Che sotto i nomi celebrati antichi

D'Isi e d'Osiri e d'Oro, e de' tanti altri

Seguaci lor, con mostruose forme

E con vani prestigi il cieco Egitto

Sì schernir seppe e i sacerdoti suoi,

Che andaro ognor sotto ferino aspetto,

Anzichè umano, or qua or là cercando

I lor vaganti Dei. Da quella peste

Non fu immune Israél quando in Orebbe

L'oro accattato ei del vitello fuse

Nell'immago adorata. Empiezza eguale

Vider bentosto Bettelemme e Dana

Doppiarsi da quel Re che osò ribelle

Paragonare a bue che l'erba pasce,

Iéova che lo creò, Iéova che quando

Dall'Egitto ei fuggìa, con un sol colpo,

In una sola notte, ogni fanciullo

Primonato percosse, e a terra stese

Ogni muggente Nume. Ultimo venne

Quel Belial, di cui più laido Spirto

Dal ciel non cadde e più del vizio in preda

Sol per amor del vizio: a lui non tempio

Sorgea, nè altar fumava; eppur qual altro

Soggiornò più di lui fra templi ed are?

Ei là sovente d'ogni Dio l'idea

Nei sacerdoti cancellò, qual d'Eli

Ne' figli avvenne, che di Dio la casa

Di vïolenza e di lascivie empiero.

Ei pur le Corti e i gran palagi alberga,

E le ricche città passeggia altero,

Ove il fragor della licenza oscena,

Degli oltraggi e dell'onte, oltre le cime

Delle più eccelse torri ascende e suona;

E quando della notte il fosco velo

Le strade abbuia, allor vagando intorno

Escon di Belialle i sozzi figli

Ebbri di vino e oltracotanza. Troppo

Di Sodoma le vie sepperlo un giorno,

E Gabaa il seppe in quella notte impura

Che, a distornare un peggior ratto, aprissi

L'ospital soglia e una matrona espose.

In ordine e possanza eran costoro

Primi fra gli altri, di cui troppo fora

Lungo il ridir, benchè lontana suoni

La fama lor; di Iávana la stirpe,

Gli Dei di Ionia che pur Dei tenuti

Fur, sebben dopo Cielo e dopo Terra

Vantati padri lor, venuti al mondo;

Quel Titano di Ciel primiera prole

Coll'enorme sua schiatta, al qual fur tolti

Dal più giovin Saturno e dritti e regno,

E questi che a vicenda egual destino

Provò dal figlio che di Rea gli nacque

E che di forza il vinse. Ebbesi Giove

Usurpator così l'impero. In Creta

Da prima e in Ida essi fur noti, e quindi

Del freddo Olimpo sul nevoso giogo,

Dell'aere medio, lor più alto cielo,

Ebber governo, o soggiornar di Delfo

Sulla rupe, o in Dodona e pe' confini

Del Dorico terren. Sovr'Adria gli altri

Coll'antico Saturno il vol drizzaro

Ai campi Esperj e Celtici, e per tutte

Le remote vagaro isole estreme.

Tutti costoro ed altri molti innanzi

S'affollaro a Satán, con occhi pregni

Di pianto e chini al suol; ma pur di gioia

In essi un fosco raggio insiem traspare,

Mentre non anco di speranza uscito

Veggono il Duce loro, e sè medesmi

Non affatto perduti in mezzo a tanta

Spaventevol ruina: a lui non meno

Un incerto color rapidamente

Passò sul volto, ma l'usato orgoglio

Tosto ei riprende, e con parole altere,

Pompose sì, ma vane, a poco a poco

Ravviva in essi gli abbattuti spirti

E le speranze lor scuote e raccende.

Quindi impon tosto che al guerriero suono

Di trombe e d'oricalchi il gran vessillo

S'innalzi: n'ebbe il glorïoso incarco

Per suo dritto Azazél, d'alte e superbe

Sembianze un Cherubin: dalla raggiante

Asta egli tosto disviluppa e stende

L'insegna imperïal ch'alto nell'aura

Tremolando, qual lucida rifulse

Meteora in fosco ciel: splendeanvi in mezzo

D'oro e di gemme riccamente inteste

L'arme e i trofei Serafici. I sonori

Metalli intanto un marzïal clangore

Lunge spandeano, a cui sì forte un grido

Tutta l'oste mandò che dell'inferno

Scosse la vôlta e del Caosse e della

Vetusta Notte spaventò l'impero.

In un momento diecimila alzarsi

Bandiere fur per quell'orror vedute,

E nell'aura ondeggiar pinte de' vivi

Color del sol nascente: insiem levossi

Di lancie ampia foresta, e d'elmi e scudi

Conserta e folta un'ordinanza apparve

Profonda, immensurabile. S'avanza

In maestoso e fiero aspetto il campo

Di tibie e flauti al Dorico concento;

Dolce e grave armonia che degli antichi

Eroi presti a pugnar gli animi ergea

A somma altezza, e non furor, ma fermo

Valor deliberato in lor spirava

Che temea, più che morte, esser rispinto;

Alta armonia che con sublimi note

Dalle mortali ed immortali menti

Dubbio, paura, angoscia e affanno sgombra

O molce almeno. Tacita, secura

In sua virtude, in sua congiunta possa

Così movea quell'oste al dolce suono

Che del bruciante suol l'ardor temprava

Sotto i suoi passi dolorosi. In mostra

Ecco a un punto s'arresta; orrida fronte

Di terribil lunghezza e d'abbaglianti

Armi, ai prischi guerrier simile in parte

Con aste e scudi in ordinanza, e attenta

Stassi ad udir quale al possente Duce

Comando piaccia imporre. Egli l'esperto

Sguardo dardeggia per le file, e tutta

Da un punto all'altro la falange immensa

Ne trascorre veloce; il ben disposto

Ordine, i volti e le stature eccelse,

Solo proprie di Numi, osserva e squadra,

E alfin somma il lor numero. D'orgoglio

Or più gonfia il suo core e più s'indura;

Poichè dal giorno, in cui fu l'uomo creato,

Non mai si ragunò tal'oste e tanta

Che, di questa al paraggio, assai simile

Non fosse a stormo di pimmei pugnanti

Di strepitose gru contro uno stuolo.

Taccia Flegra i giganti, ed Ilio e Tebe

Quella stirpe d'Eroi che d'ambo i lati

Pugnò frammista ai parteggianti Numi;

Nè favola o romanzo il prode Arturo

Da' suoi Britanni o Armorici campioni

Intorno cinto osi membrar (chè troppo

Spregevol fora il paragon), nè quanti

In Aspramonte o Montalban giostraro,

In Damasco, in Marocco o in Trebisonda

Cristiani o Saracini invitti Eroi,

Nè quei che dalle Maure aduste arene

Mandò fra noi Biserta allorchè il Magno

Carlo con tutti i Paladini sui

In Fontarabia cadde. Incontro a questi

Del ciel rivali uman valor è nulla.

Pur se ne stanno riverenti al loro

Temuto Duce. Alteramente eccelso

Ei di persona, e portamento sopra

Tutti gli altri torreggia; ancor perduto

Non ha tutto il natìo fulgor celeste,

E conquiso com'è, pur sempre in lui

Un Arcangel si vede, un offuscato

Di gloria eccesso. Tale il sol nascente

Timidi getta e pallidi pel grave

Aere nebbioso i raggi, e tal ei sparge,

Se Cintia il vela coll'opposto dosso,

Sovra mezza la terra un torbo e mesto

Lume che pel timor d'aspre vicende

Tien palpitante de' tiranni il core.

Oscurato così, tanto splendea

Sopr'ogn'altro Satáno: ancor dell'alte

Cicatrici del folgore rovente

Solcata avea la faccia, ancor gli stava

La cura e 'l duol sulla scaduta guancia;

Ma sotto il ciglio l'indomabil core

E 'l ponderato orgoglio intento tutto

Alla vendetta trasparìa; feroce

Ardeva l'occhio suo, pur di rimorso

Segni gettava e di cordoglio: ei mira

Spiriti innumerabili, già visti

In sì diversa sorte, ora dal cielo

E da sua luce eterna eternamente

Per sua cagion sbanditi e in quegli abissi

Spinti e dannati; e suoi compagni furo,

Anzi seguaci suoi! pur fidi ancora

Quanto gli sono e nella lor sventura

Qual mostran fermo generoso core!

Così qualor la rovinosa fiamma

Del ciel piombò sulla foresta e gli alti

Pini e le querce noderose antiche

Percosse, diramò, pur coll'arsiccia

Sfrondata cima stan gli alteri tronchi

Sul divampato suol fissi ed immoti.

Egli a parlar s'accinge, onde si curva

Vèr lui del campo il destro corno e 'l manco,

E in semicerchio co' più degni Duci

Raccolto viene: ciascheduno è muto

Per desìo d'ascoltar: ei per tre volte

Tentò parlare e per tre volte, ad onta

Del proprio scorno, in lagrime proruppe,

Ma quali Angel le sparge; alfin mescendo

Co' sospir le parole, ei così disse:

O d'immortali Spirti immense schiere,

O Forti, o comparabili soltanto

Con lui che tutto può, certo d'onore

Priva non fu l'alta contesa nostra,

Benchè seguìta da un evento atroce

Siccome questo loco, ahi! troppo attesta,

E quest'orribil cangiamento, ond'io

Parlar non oso. Ma qual mai presaga

Mente sublime e dagli eventi instrutta

Temer potea che tal di Numi unito

Esercito, che forze a queste eguali,

Sì intrepide, sì ferme, esser disfatte

Potesser mai? Chi crederà che ancora

Abbattuto, com'è, stuol sì gagliardo,

Di cui l'esilio ha fatto vòto il cielo,

Col suo valor là risalir non debba

E i suoi riposseder perduti seggi?

Tutta l'oste del ciel ne chiamo in prova;

Se discordanza di consigli o rischio

Da me schivato le speranze nostre

Ha rovesciate. Ma colui ch'or regna

Lassù Monarca, infino allor sedea

Sul trono suo qual chi securo appieno

Per vecchia stima, uso o consenso il tiene,

E piena pompa del suo regio stato

Facendo, intanto il suo poter celava.

Questo a tentar c'indusse, e cagion questo

Fu di nostra ruina. Ormai sua possa

Noi conosciamo e nostra possa a un tempo,

Onde nè provocar guerra novella,

Nè provocati paventarla. Il meglio

Ci resta ancor: dove il poter non giunse,

L'arte vi giunga e 'l ben oprato inganno;

E apprenda ei pur da noi che sol da forza

Vinto nemico è per metà sol vinto.

Dello spazio nel grembo ermo ed immenso

Novelli mondi sorger ponno, e in cielo

Fama correa ch'egli in pensier volgesse

Crearne un altro in breve, ed una stirpe

Locare in esso a lui gradita e cara

Quanto del cielo i più diletti figli.

Ivi a spïar, se non ad altro, in prima

Uscirem noi, là forse o altrove ancora:

Chè in servitù no ritener non debbe

Chiusi quaggiù questa infernal vorago

Spirti celesti e l'Erebo coprirli

Delle tenebre sue. Ma in pien consiglio

Questi pensier matureransi: or fermo

Stia che vana è di pace ogni speranza

Per chi servir, sottomettersi non voglia;

E chi vorrallo? Aperta guerra dunque

O ascosa si risolva, e guerra eterna.

Disse, e quei detti ad approvar, dal fianco

De' forti Cherubini ecco ad un punto

Più milïon di sguainati brandi

L'aria fendèro e mandàr fiamme e lampi

Onde lontan rifulse il bujo regno

Per ogni intorno. Di furor, di rabbia

Tutti contro l'Eterno han gonfio il core,

E con bestemmie e grida verso il cielo

Lor disfide lanciando, i risonanti

Scudi percuoton colle spade e un cupo

Destan di guerra assordator fracasso.

Sorgea di là non lunge un piccol monte

Che dalla cima squallida eruttava

Rote di fumo e fiamme, e in tutto il resto

D'una lucente gromma era coverto:

Non dubbio segno che celato in grembo,

Per opera del zolfo, un ricco ei serba

Metallico tesoro. Ivi ad un tratto

Di loro un folto stuol distese il volo,

Quale d'asce e di marre armata schiera

Di guastatori intrepidi precorre,

Ad iscavar trinciera, a innalzar vallo,

Un esercito regio. Era lor Duce

Mammon, di cui Spirto più vil non cadde

Con lor dal cielo: anco lassuso ei sempre

Tenea gli sguardi ed i pensier confitti

Sul ricco pavimento, e più quell'oro

Da lor calcato gli rapiva il core

D'ogni bëante visïon celeste.

Ei fu che all'uom da pria spirò l'avara

Sete delle ricchezze, esso gli apprese

A squarciare e predar con empia mano

Della terra le viscere, ed in luce

Quei tesori a recar che meglio stati

Foran là dentro eternamente ascosi.

Tosto la torma sua larga ferita

Aprì nel monte, e d'ôr fulgidi brani

Ne trasse fuor. Niun meraviglia prenda

Che quel metallo nell'inferno abbondi;

A qual altro terren meglio conviensi

Il prezïoso tosco? Or qui chi vanta

Mortali cose, e di Babelle e Menfi

Meravigliando le grand'opre estolle,

Vegga quanto sia lieve ad empi Spirti

Solo in un'ora superar quegli alti

Per arte umana o per umana forza

Monumenti famosi, eretti appena

In lunghe età da innumerabil braccia

E da sudor perenne. Ivi d'appresso

Sul piano, in molte preparate celle

Che sotto avean di liquefatte fiamme

Rivi sgorganti dal bollente lago,

Una seconda affaccendata schiera

Con stupendo lavor distempra e scevra

La metallica massa, e ne dischiuma

Tutta l'impura feccia. Un terzo stuolo

Colla prestezza stessa entro il terreno

Varie forme compose e per arcani

Canali empiè delle bollenti celle

Le varie cavità. D'un'aura il soffio

Nell'organo così per molte file

Di canne scorre, e vario suon respira.

A guisa di vapor che in alto saglia,

Ecco repente dal terreno alzarsi,

Di tempio in forma, un edificio immenso,

Al suono di soavi sinfonie

E dolci canti. Doriche colonne,

D'aureo architrave sotto il peso, intorno

Splendono in ordin lungo: ornati i fregi

E le cornici con mirabil'arte

Son di sculture e di rilievi; è il tetto

Solid'oro intagliato. Unqua non vide

Magnificenza egual l'Eufrate e il Nilo,

Quando de' Regi loro e de' lor Numi

I palagi ed i templi ergeano a gara

Più eccelsi e vasti, e di ricchezza e lusso

Contendevan tra lor. Compiuta alfine

Sovra le salde basi immobil sorge

La maestosa mole; e l'énee porte

Repente spalancandosi, le interne

Splendide sale immense e il liscio e terso

Pavimento il sorpreso occhio discopre.

Dal curvo tetto per sottile incanto

Pendean stellati mille lampe e mille,

In cui Nafta ed Asfalto una sì viva

Luce nudrìan che un ciel pareva l'inferno.

Meravigliando entra la folla, e questi

Loda il lavor, quei l'architetto in cielo

Egli era illustre già per molte eccelse

Edificate moli, ove soggiorno

Scettrati Angeli fean che il Re supremo

Al governo esaltò degli ordin vari

Di sue celesti rifulgenti squadre.

Nè senza nome o senza onor divini

Andò per Grecia e per Ausonia, dove

Vulcan fu detto: ivi che Giove irato

Via lo scagliò dai cristallini merli

Favoleggiossi: dal nascente sole

Alla metà del dì, da questa infino

Alla rorida sera, un lungo estivo

Giorno durò precipitando, e allora

Che il sol cadea nell'onde, in Lenno, antica

Isola dell'Egeo, piombò simile

A divelta dal ciel corrusca stella.

Favole e sogni! Ei da gran tempo innanzi

Con questa cadde insiem ribelle turba,

Nè punto gli giovâr le alte nel cielo

Costrutte torri, nè sottile ingegno;

Chè capovolto con sua ciurma industre

Giù negli abissi a fabbricar fu spinto.

Al suon di trombe e con gran pompa intanto

Per comando sovran gli alati Araldi

Vanno per tutta l'oste alto gridando

Che in Pandemonio, la superba Reggia

Del gran Satáno e de' suoi Pari, in breve

Solenne s'aprirà Consesso augusto;

E colà tosto da ciascuna schiera,

Da ciascuna falange i più distinti

Per dignitade o per sovrana scelta

Sono appellati. Là traggon repente

Tutti costor da nobile seguìti

Corteggio innumerabile. Ogni via,

Ogni atrio capacissimo, ogni porta

Gran calca ingombra e stringe, e l'ampia sala

Tutta n'ondeggia e bolle, ancor che pari

A quei recinti ella in grandezza fosse,

Ove arditi campioni in sella armati

Presentarsi eran usi, e innanzi al seggio

Del Soldano appellare il fior de' prodi

Pagani Cavalieri a mortal zuffa

O a correr lancia. Della gente inferna

Coverto è il suol, l'aria n'è ingombra, e tutta

Stride divisa dai fischianti vanni.

Soglion così le pecchie, allor che il sole

Riede col Tauro, all'alveare intorno

Versar lor folta giovinetta prole

In densi gruppi, che su i freschi fiori

E le novelle erbette rugiadose

Van poi volando e rivolando, o sovra

Liscia e testè di lor ceroso visco

Spalmata panca che fuor sporge e quasi

Del paglieresco lor castello è il borgo,

S'aggiran premurose e l'alte cure

Conferiscono del regno. Era simile

Quivi di tanti Spirti il popol denso

A cui mancava il loco, allor che diessi

Un cotal segno, ed (oh stupor!) coloro

Che in lor mole testè vincean la vasta

Terrestre prole gigantéa, li vedi

De' più piccoli Nani a un tratto farsi

Più piccioletti ancora, e breve stanza

Chiuder stormo infinito. A lor somiglia

Quell'umil stirpe di Pimmei (se narra

La fama il vero), che dell'Indie estreme

Vive oltra i monti, o quei Folletti Spirti

Che in notturni tripudi o vede o sogna

Vedere appresso una foresta o un fonte

Il tardo peregrin, mentre sul capo

Dritto gli pende della luna il raggio

Che più vicino a noi ruota il bicorne

Pallido carro: a lor carole e feste

Stan quelli intenti: a lui molce l'orecchia

Dolce concento, e fra timore e gioia

Gli balza il cor. Così quei Spirti inferni

Strinser le membra immani in brevi forme,

E benchè tanti, in quella regia sala

Tutti capean, ma lunge a dentro i Prenci

De' Cherubini e Serafini, in guisa

Di mille Semidei, tuttor serbando

L'alte fattezze prime, in chiusa eletta

Parte e in frequente e pien Senato, assisi

Sovr'aurei seggi luminosi stanno.

Si fe' breve silenzio, e letto in pria

L'invito, aprissi il gran Concilio orrendo.


LIBRO SECONDO

 

Cominciatasi la consulta, Satáno discute se un’altra battaglia abbia a tentarsi per ricuperare il cielo. Alcuni sono di questo avviso, altri vi si oppongono. Si conchiude di seguire il pensiero di Satáno e ricercare la verità di quella profezia o tradizione che correva in cielo intorno ad un altro mondo e ad un’altra specie di creature poco inferiori agli Angeli, e che doveano essere create all’incirca in quel tempo. Dubbj sopra chi dovrà mandarsi alla difficile scoperta. Satáno, loro Capo, intraprende solo il viaggio, e ne riceve onori ed applausi. Sciolta l’adunanza, gli Spiriti si dividono in varie schiere, e per recare qualche sollievo ai loro mali, si danno a vari esercizj secondo le diverse loro inclinazioni, aspettando il ritorno di Satáno. Egli arriva alle porte dell’Inferno che trova chiuse e guardate da due mostri. Gli vengono finalmente aperte. Scopre il gran golfo fra l’inferno e il cielo. Con quanta difficoltà attraversa l’abisso. Il Caos, Sovrano di quel luogo, gl’indica il cammino verso il nuovo mondo, di cui va in traccia.

 

 

 

 


In trono eccelso che più ricco assai

Splende d'Ormus, dell'Indo e del pomposo

Orïente colà dove più spande

Su i barbarici Re l'oro e le gemme,

Siede Satáno, a quell'altezza rea

Portato da' suoi merti, e dallo stesso

Disperar sollevato oltre ogni speme

Più alto aspira ognor: la vana e stolta

Guerra col cielo a proseguir lo spinge

Una superba irrequïeta brama,

E dagli eventi non istrutto ancora

Così dispiega i suoi disegni alteri:

O Principi, o Possanze, o Dei del cielo,

Poichè abisso non v'ha ch'entro i suoi golfi

Rattener possa un immortal vigore,

Benchè scaduto, e oppresso, il ciel non stimo

Perduto io già. Spirti superni e divi,

Dal lor cader sorgendo, assai più chiari

Mostreransi e tremendi, e contro un nuovo

Fato staranno in sè sicuri. Un giusto

Dritto e del ciel le fisse leggi in prima,

Quindi la vostra appien libera scelta

E quanto oprai col senno e colla mano

Non indegno di pregio, a me governo

Sopra di voi già diero; e in fin di questa

Perdita stessa i danni in parte almeno

Già da me riparati, oltre ogni tema,

Oltre ogn'invidia stabilito m'hanno

Su questo soglio, a cui concorde e intero

Il vostro assenso mi chiamò da pria.

Alto grado lassù nel bel soggiorno

Puote ai men alti esser d'invidia oggetto;

Ma qui chi un seggio agognerà che il renda

Ai colpi del Tonante il primo segno,

Lo schermo vostro, e a maggior parte il danni

Di dolor senza fine? Ov'è sbandito

Il ben, non entra ambizïosa gara.

Saravvi alcun che a maggioranza aspiri

In questo diro abisso? A chi sì scarsa

Pena toccò ch'altra cercar ne voglia,

Più alto onor bramando? In ferma lega

Congiunti dunque, in stabil pace e fede

Più che nel cielo esser mai possa, il nostro

A vendicar giusto retaggio antico

Or noi torniamo, e di felici eventi

Più certi siam che se propizia ognora

Ci fosse stata la Fortuna. Or quale

Sia miglior mezzo, aperta guerra, o frode,

Cercar si dee: chi a dar consiglio basta,

Apra, chè appien gli lice, il suo pensiero.

Disse; e Molocco alzossi, inclito Rege,

Il più feroce Spirito, il più forte

Che nel cielo pugnasse, ed or più fero

Fatto dal disperar. Ei coll'Eterno

Aver sperava d'egual possa il vanto,

E nulla sì, di lui minor non mai

Esser volea: con tal pensiero, tutti

I suoi timor perdeo; di Dio, d'inferno

O peggio ei nulla cura, e sì favella.

Aperta guerra è il voto mio; di frodi,

Men ch'altri in esse esperto, io non mi vanto:

Chi n'ha d'uopo, le ordisca, e quando è d'uopo:

Non ora. E che! Mentre qui lenti adunque

Van costoro macchinando arti ed inganni,

Dovrà un popolo intier coll'armi in pugno

Il segno sospirar di sua vendetta

E del suo scampo, e qui languendo starsi

Dal ciel sbandito, fuggitivo, in questa

Obbrobrïosa fossa, in questo nero

Carcer di quel tiranno, il qual per nostro

Indugio or regna sol? No, no: piuttosto

Di queste fiamme e di nostr'ire armati,

Scegliam di viva forza e tutti a un tempo

Del ciel sull'alte torri aprirci il varco.

Contro il tormentator canginsi questi

Nostri tormenti in orrid'armi: egli oda

L'infernal tuono rimugghiare incontro

L'onnipossente ordigno suo; rimiri

Di questo foco i sanguinosi lampi

Con egual furia sfolgorar sul volto

A sue schiere atterrite, e queste fiamme,

Quest'atre fiamme strane e questo zolfo

Tartareo, ond'ei medesmo è stato il fabro,

Tutto allagargli e avviluppargli il trono.

Ardua par forse e malagevol via

Con ali erette il sollevarsi incontro

Sovrastante nemico. E chi pensarlo

Può, se non quei che istupiditi ancora

Stan dal sorso sonnifero di quella

Obblivïosa lama? Invér la sede

Nostra nativa ci trasporta il nostro

Moto natìo: scender, cader, contrasta

A nostra essenza. E chi pur dianzi, allora

Che noi sconfitti perseguiva a tergo

Giù per l'immenso báratro il feroce

Nostro nemico con oltraggi e scherni,

Chi nol provò? Chi non sentì con quanto

Duro sforzo, con qual lena affannata

Profondammo quaggiù? L'ascender dunque

È agevole per noi. - Ma incerto è molto

Quel che avvenir ne può: se il più possente

Osiam di nuovo provocar, sua rabbia

Più fere guise di tormenti a nostro

Danno inventar saprà. - Ma che di peggio

Può in inferno temersi? Ov'è di questa

Più cruda stanza? D'ogni ben noi privi,

Scacciati di lassù, dannati in questo

Abborrito Profondo a estremi guai,

Ove ci dee d'inestinguibil foco

Lo strazio eterno esercitar, noi tristo

Bersaglio all'ira di colui, dal suo

Fischiante inesorabile flagello

E dalla tormentosa ora chiamati

A nuove pene ognor, che altro di peggio

Temer dobbiam? L'annientamento è quanto

Aspettarci potremmo. E perciò dunque

Temerem noi tutta affrontar quant'ira

Ei serra in cor? Stolto timore! O noi

Saremo allora annichilati e spenti

Dalla sua rabbia, e fia per noi migliore

Che in eterno dolor viver eterni;

O se divino è l'esser nostro e mai

Cessar non può, nulla perciò s'innaspra

La nostra somma inaccrescibil pena;

E per prova sentiam che forza è in noi

Bastante a disturbar quelle celesti

Sedi e infestargli con perenni assalti,

Ancor che inaccessibile, quel suo

Trono fatal. Se non è vincer questo,

Vendetta è almen. - Cessa, e da' torvi lumi

Tal di vendetta e guerra un foco avventa,

Che non ne sosterrìa l'atroce vista

Chiunque è men che Nume. In gentil atto

Dall'altro canto Belïalle alzossi.

Angel più vago da' celesti seggi

Di lui non ruinò: splendongli in volto

Grazia e decoro, ad alte imprese adatto

Ei par, ma tutto è in lui fallace e vano.

Mele sua lingua stilla, ottima sembra

Sulle sue labbra la ragion peggiore,

E i più saggi consigli involve e atterra:

Son bassi i suoi pensier, nel vizio è scaltro,

Ma all'opre illustri timoroso e lento;

Pur col dolce suo dir le orecchie incanta,

E sì comincia: Esser dovrei pur io,

Campioni illustri, per l'aperta guerra,

Io che, in odio, ad altrui punto non cedo;

Se la ragion, cui sovr'ogni altra estolle

Chi guerra senza indugio a noi consiglia,

Me più che ogni altra dall'audace avviso

Non ritraesse e sull'intero evento

Non gettasse un fatal presagio tristo.

Dunque chi più degli altri in armi vale,

Mal nell'armi fidando e male in quanto

Ei pur consiglia, il suo coraggio fonda

Sul disperar? Dunque all'estremo nostro

Disfacimento, al nostro fin son tutte

Vôlte le mire sue, purchè si compia

Qualche fiera vendetta? Ahi! qual vendetta?

Son le torri del ciel d'armate scolte

Ripiene, e chiusa n'è ogni via: sovente

In sulle rive del vicino abisso

Lor legïoni accampano, e sull'ali

Tacite e brune van con larghi giri

Qua e là scorrendo il regno della notte,

E di sorprese ridonsi. E se a viva

Forza potessim'anco aprirci il varco,

E dietro noi l'intero inferno a un tempo

Sorgesse inferocito a scagliar questa

Caligin tutta entro a quell'alma luce,

Pur sull'eterno incorruttibil trono

Il nostro gran nemico appien securo

E intatto sederìa. L'eterea tempra

Macchia temer non può di basso foco;

Chè tosto il vince e sperde, e come in pria,

D'un fulgòre purissimo sfavilla.

In questo crudo stato, estrema nostra

Speranza è il disperar: dobbiam, si dice,

L'onnipossente vincitore a tanto

Sdegno irritar, che la sua rabbia tutta

Su noi riversi, e ci consumi alfine:

Questo esser dee nostro disegno e cura;

Non esser più. Tristo disegno e cura!

E chi vorrà, benchè d'affanni colma,

Questa che intende e vuol, sublime essenza,

Questi d'eternità nel giro immenso

Spazïanti pensier lasciar per sempre,

E giuso d'ogni moto e senso privo

Piombar perduto, inabissato dentro

All'ampio sen dell'increata notte?

E sia pur questo un ben, chi sa se possa

Darloci il fier nemico, o il voglia mai?

Che il possa, è dubbio; ch'ei non voglia, è certo.

Ei saggio tanto, al suo furore il freno

Tutto sciorrà ad un tempo e vorrà, quasi

Mal avveduto, e mal di sè signore,

Far de' nemici suoi paghe le brame

E consumar nella sua rabbia quelli

Che la sua rabbia stessa ad infinito

Gastigo serbar vuol? - Perchè si cessa

(Dice chi vuol la guerra)? a noi che giova

Lo star timidi e lenti? A duolo eterno

Decretati, serbati, additti omai

Noi siam: checchè si faccia, altro possiamo

Soffrir di più, soffrir di peggio? - Adunque

Così seder, così tener consiglio,

Così lo starsi in armi è adunque il peggio?

E allor che fu, quando incalzati, quando

Da quell'atroce folgore percossi

Fuggivam ruinosi, e questo abisso

A ricovrarci imploravamo? Allora

Contro quelle ferite un dolce asilo

Qui ci parve trovare. E quando stemmo

Là catenati su quel lago ardente,

Peggio non era? E che sarìa se il soffio

Che quelle fiamme spaventose accese,

Destosi ancor, settemplice furore

Vi spirasse per entro e ad esse in fondo

C'immergesse dipoi? Se l'intermessa

Vendetta colassù quella rovente

Sua destra armasse ancor? Se quanto ei serba

Riposto, sprigionasse, e questa vôlta,

Questa vôlta infernal che tien sospeso

Sul nostro capo un igneo mar, crollando

S'aprisse un giorno, e gl'infocati fiumi

Per le tremende cateratte infrante

Su noi si rovesciassero? che fora,

Se mentre stiamo glorïosa guerra

Disegnando o esortando, orribil turbo

Di foco ognun di noi rotasse, e in cima

D'acuto scoglio lo lasciasse infitto,

In trastullo e balía d'atre bufére?

Oppur ricinto di catene e sotto

A quel bollente Oceano eternamente

Star dovesse sommerso in pianti e strida,

Senza pietà, riposo, o tregua mai

Al disperato interminabil duolo?

Questo inver fora il peggio! Aperta guerra

Quind'io sconsiglio al pari e guerra ascosa.

Che può forza con lui, che può l'inganno

Con chi tutte le cose a un punto vede?

Nostri vani disegni egli dall'alto

Del ciel mira e deride; ei non men forte

Contro il poter che incontro a frode accorto.

Ma che? vivremo in tal viltade e tanta

Noi dunque? Noi stirpe celeste e diva

Così sbanditi, calpestati e carchi

Qui sarem di catene e di tormenti?

Poichè il voler del vincitor, decreto

Onnipossente, inevitabil fato

Sì ne soggioga, assai miglior io stimo

Questo soffrir che incontrar peggio. All'opre,

Come alle pene, è nostra forza eguale:

Che val lagnarsi? Non ingiusta è quella

Legge che così vuol: così fu fisso,

Se noi saggi eravam, quando a contesa

Contro sì gran nemico in pria venimmo,

E così incerti dell'evento. Io rido,

Quando veggo taluni audaci e baldi

All'impugnar dell'asta, e quando poi

Essa lor falla, raggricchiar di tema

A quel che inevitabile pur sanno,

A esiglio, a infamia, a lacci, a pena, a quanto

Dannarli goda il vincitor superbo.

Tal'è per or la nostra sorte: un giorno,

Se soffrirla saprem, può forse il nostro

Alto nemico assai calmar suo sdegno;

Forse avverrà che assai contento alfine

Della presa vendetta, a noi sì lungi

Da lui nè più offensori, ei più non pensi;

E se nol desta il soffio suo, s'allenti

Questo rabido foco. Allor la nostra

Più pura essenza su quest'atre vampe

Fia che s'innalzi o non le senta, avvezza;

O alfin cangiata, e contemprata al loco

Riceverà quasi suo proprio, e scevro

Di pena, il fero ardor: per noi giocondo

Quest'orror diverrà, splendide e belle

Queste tenebre stesse. Infin, qual speme

Dar non ci dee l'interminabil corso

Dei dì futuri, il vario caso e qualche

D'un prudente indugiar degna vicenda?

Felice dunque, ancor che dura, questa

Sorte apparir ci dee, che, sia pur dura,

La peggior non è già, se addosso trarci

Più gravi danni non cerchiam noi stessi.

Sì con parole ch'han di ver sembianza,

Pace infingarda, ozio e torpor, non pace

Belìal consigliava; e appresso lui

Così parlò Mammon: O a tor di soglio

Il regnator del ciel tende la nostra

Guerra, se guerra è il meglio, o i nostri dritti

Perduti a racquistare. Allor balzarlo

Dal trono sol potrem sperar che al sempre

Volubil Caso il sempiterno Fato

Ceda, e il Caosse la contesa sciolga.

Vano è il primo sperar, vano il secondo

Quindi è pur anco: entro i confin del cielo

Qual sede aver possiam, se vinto in pria

Il Sovrano del ciel per noi non cade?

Pongasi pur che il suo furor ei calmi

E a tutti noi, sulla promessa nostra

Di vassallaggio nuovo, egli promulghi

Grazia e perdon, deh! con qual fronte mai,

Dite, potremo in sua presenza starci

Ad ogni cenno suo sommessi, umìli?

Al suo Nume innalzar forzate lodi?

Gorgheggiar inni a gloria sua, mentr'egli

Oggetto a noi d'amara invidia in soglio

Con ogni pompa signoril s'asside

Re nostro, e l'ara sua d'ambrosii odori,

D'ambrosii fior, nostre servili offerte,

Soave spira? Ecco qual fora in cielo

Nostro diletto sempre e nostra cura.

Rendere a chi si abborre eterni omaggi,

Qual trista eternità! Non cerchiam dunque

Quel che per forza cercheremmo invano,

E che in grazia ottenuto, ancor che in cielo,

Accettabil non fora, il vile stato

Di splendido servaggio: in noi medesmi

Cerchisi il nostro bene e sia nostr'opra:

Sì, viviamo a noi stessi, entro quest'ampia

Remota sede indipendenti e sciolti,

E dura libertade al facil giogo

Di servil pompa anteponghiam. Più chiara

Risplenderà nostra grandezza allora

Che da picciole cose uscir le grandi,

Il vantaggio dal danno, e dagli avversi.

Per noi vedransi i fortunati eventi;

E alfin, qualunque il nostro albergo sia,

Alla grave miseria, al duro stento

La costanza, il sudor, lo sforzo opporsi

Vittorïosi, e trionfar del Fato.

Questo in cupo buior ravvolto mondo

Paventiam noi? Ma, quanto spesso ei pure

L'alto del cielo regnator non sceglie

Sua sede in mezzo a folte oscure nubi

Senza che di sua gloria un raggio scemi?

Di maestoso tenebror non cinge

Egli il suo trono tutt'intorno, donde

Poscia profondo in suon di rabbia mugge

Il tuon sì che un inferno il ciel rassembra?

Com'ei le nostre tenebre, ancor noi

Imitar non possiam, quando ci aggrada,

La luce sua? Questo diserto suolo

Splendidi in sè vasti tesori asconde

Di gemme e d'oro; e di scïenza e d'arte

Noi non siam scarsi onde innalzar eccelse

Moli di Numi degne, emule al cielo.

Cangiar questi tormenti anco può il tempo

In elementi nostri, e queste fiamme

Quant'or son crude e penetranti, allora

(Fatta la nostra alla lor tempra eguale)

Allenirsi dovranno, ed ogni senso

Spegnersi del dolor. Tutto c'invita

A consigli di pace, e a fermi starci

Nell'ordine presente, onde possiamo

Cercare in sicurtade ai nostri mali

Il sollievo miglior, quai siam mirando

E dove siamo, ed ogni van pensiero

Lungi cacciando di rischiosa guerra.

Ecco il consiglio mio. - Finito appena

Egli avea di parlar che tutto intorno

Per quel consesso un mormorìo si sparse,

Come allor quando il suon de' feri venti

Che volser tutta notte il mar sossopra,

In cave rocce romoreggia ancora;

E i marinai ch'entro petroso seno,

Calmato il nembo, s'ancoraro a caso

Da lunga veglia e da fatica oppressi

Col rauco borbottar al sonno invita.

Tal fu l'applauso, il bisbigliar fu tale

Quand'ei finì: piacque il suo voto a tutti

Di pace consiglier; chè un'altra pugna

Temean più dell'inferno; a lor nel seno

Tanto tuttor del folgore, e del brando

Di Michele potea l'alto spavento,

E la brama non men di por laggiuso

Le basi a impero tal che poscia un giorno,

Da forti leggi sostenuto, sorga

Sì che n'abbia anco il cielo invidia e tema!

Tosto che Belzebù quei plausi udìo,

Belzebù, di cui niun (tranne Satáno)

Più sublime sedea, con grave aspetto

Surse, e di stato una colonna parve.

Pubblica cura, alti pensier maturi

Ha in fronte impressi, gli risplende in volto,

Nella ruina maestoso ancora,

Regal consiglio, e a sostener la mole

Dei più possenti imperi atto si mostra

Su gli omeri atlantèi. Qual cheta notte,

O l'aere immoto di meriggio estivo,

Profondamente taciti ed attenti

Tutti pendean dal labbro suo, quand'egli

Così comincia: O degli eterei seggi

Prenci, Possanze, Re, Figli del cielo,

Di questi eccelsi titoli il rifiuto

Dobbiam far dunque, e invece esser nomati

Prenci d'Abisso? A questo invero inchina

Il voto popolar: qui ferma sede

Stabilir vuolsi, qui fondare un vasto

Crescente impero: o cieche menti! o sogni

Torbidi e vani! E che? sicuro asilo

Dalla sua man fulminatrice è questo

Carcere adunque, a cui quel Dio possente

Ci condannò? Solo ei quaggiù ne spinse

Perchè viviam dall'alta sua ragione

Liberi e sciolti, e in nova lega uniti

Ci rivolgiam contro il suo trono? Adunque

Vero non è che in duro aspro servaggio

Dobbiam qui sempre starci, e benchè tanto

Lungi da lui, col freno in bocca ognora,

Folla di schiavi a' cenni suoi serbata?

Ah! ch'ei primiero, egli ultimo, nell'alte

Sedi e nelle profonde, a me credete,

Esser vuol solo regnator, nè mai

Perder del regno suo minima parte

Pel nostro ribellar. Ei sull'inferno,

Sopra di noi stender suo ferreo scettro

Vuol, come l'aureo suo lassuso in cielo

Sopra i Celesti. A che seggiam qui dunque

Pace e guerra librando? Il nostro fato

Già la guerra fermò, già ci percosse

D'irreparabil danno: e patto alcuno

Non fu di pace ancor concesso o cerco:

Poichè qual pace o patto aver possiamo

Dal duro vincitor noi schiavi omai,

Fuorchè catene e stretta guardia ed aspri

Flagelli e quali imporre e quante pene

Ad esso piaccia? E ch'altro aver da noi

In cambio ei può fuorchè ostinato, fero

Abborrimento e sempre accesa brama

D'una qualche vendetta, ancor che tarda,

Pur sempre intenta ad iscemargli il frutto

Di sue vittorie e quella gioia cruda

Ch'ei sente in aggravar le nostre pene?

Tempo più adatto a nostre mire, e un qualche

Destro non mancherà; nè mover l'armi

Dovrem con tanto rischio incontro al cielo

Di cui l'eccelse mura assalto, agguato

O assedio di quaggiù temer non ponno.

Che! qualch'altra per noi men dura impresa

Dunque non vi sarà? Sì; se l'antica

E profetica in ciel fama non erra,

Un loco v'è, v'è un altro mondo, in cui

Avrà felice sede un'altra nuova

Stirpe ch'Uomo dirassi. Ella creata

Intorno a questo tempo esser dovea,

Simile a noi, di noi però minore

In nobiltate e in possa, e pur a lui

Che lassù regna, più gradita e cara.

Tale il decreto fu che in mezzo ai Numi

Ei proferì, ch'ei confermò coll'alto

Suo giuramento, a cui del ciel l'immenso

Girò crollò. Là si rivolgan tutti

I pensier nostri, ivi s'apprenda quale

Schiatta v'abbia soggiorno, e di qual tempra,

Di qual natura; quai sue doti, e quale

Sia la sua possa, da qual parte meglio

Assalir si potrà, se forza o inganno

Più con lei vaglia. Benchè il ciel sia chiuso

E quel supremo Re segga sicuro

In sua possanza, tuttavia quel sito,

Confine estremo del suo regno, forse

Aperto stassi, e di chi 'l tien, lasciato

Alla difesa: qualche illustre prova

Compier colà con improvviso assalto

Forse potrem, quanto creovvi appieno

Con queste fiamme esterminare o il tutto

Far nostro, e come noi cacciati fummo,

Indi que' fiacchi abitatori e imbelli

Metter in bando, o a nostra parte trarli

Sì che il medesmo lor Fattor si cangi

In lor nimico, e con pentita mano

Il suo proprio lavor cancelli e strugga.

Non sarìa questa, no, vulgar vendetta,

Se di turbargli quel piacer ch'ei prende

Nel nostro scorno ci avvenisse: e quale

Fia nostra gioia in rimirar sua rabbia,

Quand'ei, quaggiù fra noi scagliati i cari

Suoi figli, udralli maledir la frale

Origin loro, il lor svanito bene,

E svanito sì tosto! Or voi librate

Se di noi degna è tale impresa, o meglio

Sia qui sedersi in quest'orror, sognando

E fabbricando imperj. - In cotal guisa

Espose Belzebù quel da Satáno

Già divisato e già proposto in parte

Infernale consiglio: e donde, fuori

Che dal solo Satán, dal sole autore

Di tutti i mali, sì profonda e nera

Nequizia uscir potea? d'infettar tutta

L'umana stirpe in sua radice e ad onta

Del Creator sovrano, inferno e terra

Mescer insiem? Ma far più bella solo

La gloria dell'Eterno, altro non puote

Il suo dispetto. Quel disegno audace

Piacque altamente all'infernal Consesso;

Gioia scintilla ne' lor occhi e a pieni

Voti l'assenso è dato. Allor ripiglia

Così a dir Belzebù: Saggio decreto,

Dopo lunga contesa, è il vostro alfine,

O Concilio di Numi, e di voi degne

Risolveste gran cose: in onta al Fato

Dal più cupo Profondo anco una volta

Appresso al nostro almo soggiorno antico

Noi leveremci ed alla vista forse

Di quei confini luminosi, donde,

Tempo cogliendo alle sorprese adatto

Colle propinque nostre forze, in cielo

Rïentrar potrem forse, o albergo e stanza

Trovar sicuri in qualche ameno sito

Ove del ciel si stenda il dolce lume,

Ed a quel puro sfavillante raggio

Terger da noi questa caligin atra.

Quella delizïosa aura soave,

Col soffio suo balsamico, le crude

Di questo foco e ancor non chiuse piaghe

Temprerà, salderà. Ma dite in prima:

A ricercar questo novello mondo

Chi di noi spedirem? Con piè rammingo

Il negro, immenso e senza fondo abisso

Chi tenterà? chi l'aspra, ignota via

Per quella troverà palpabil notte,

Ed il sublime sterminato volo

Fia che con ala infaticabil sopra

Al discosceso baratro distenda

Pria ch'alla fortunata isola arrive?

Qual sarà mai da tanto o forza od arte

Che salvo il meni per le caute scolte,

Pe' fitti posti d'Angeli veglianti

Per tutt'intorno? Egli avrà là ben d'uopo

D'ogni accortezza, e minor uopo or noi

Non ne abbiam nello scerlo: il peso in lui

Di tutto è posto e la final speranza.

Ciò detto, ei siede, e con sospesi sguardi

Rivolti in giro, se alcun sorga, attende,

Per oppugnar la perigliosa prova,

Per secondarla o imprenderla; ma tutti

Si stetter muti con pensier profondo

Librando il rischio, e l'un dell'altro in faccia,

La propria tema attonito leggea.

Niun fu tra quei della celeste guerra

Primi e scelti campioni audace tanto

Che a quel vïaggio spaventoso osasse

Offrirsi od accettarlo. Alfin Satáno

Che il proprio merto sente e va superbo

De' primi onori, con reale orgoglio

Surse intrepido, e disse: O empirei Troni,

O progenie del ciel, ben a ragione,

Ancorchè in noi l'usato ardir non manchi,

Profondamente taciti e sospesi

Stemmo finor: lungo è il cammino e duro

Dall'Erebo alla luce, e saldo invero

È questo nostro carcere: di foco

Orribil vallo nove volte intorno

N'accerchia e serra, e contro noi sbarrate

Roventi porte d'adamante stanno.

Varcate queste, se alcun mai le varca,

Ecco spalanca sue tremende gole

Il golfo della Notte, il Vôto immenso,

Muto regno del nulla, il qual minaccia

Spegnerlo e tranghiottirlo entro la sua

Sempiterna caligine profonda;

E se indi salvo in altro mondo o spiaggia

Ignota egli esce, nuovi rischi ignoti

Gli restan sempre, e non men arduo scampo.

Ma ben sarei di questo trono indegno

E di questo sovrano eccelso grado

Cinto di gloria e di possanza armato,

Se cosa qui proposta e al comun bene

Utile giudicata, unqua potesse

Sotto aspetto di rischio o di fatica

Me dalla prova spaventar. Se queste

Reali insegne io vesto e non ricuso

Di qui regnare, tanta parte ai rischi

Quanta agli onori io ricusar potrei?

L'una e l'altra a chi regna è al par dovuta;

E il periglio maggior dritto è che s'abbia

Quei che sugli altri più onorato siede.

Itene dunque, incliti Eroi, terrore

Del cielo ancor nella ruina vostra,

Itene, e quanto più soffribil possa

Render l'inferno, infin che nostro albergo

Esser pur dee questa città dolente,

Volgetevi a cercar; tentate il modo

Onde si disacerbi o inganni almeno

La nostra angoscia; vigilate attenti

Contro vigil nemico, infin ch'io fuori

Tutte le buie piagge andrò spïando

Della distruzïone e a tutti noi

Procacciando uno scampo. Addio: con meco

Niuno esser dee di questa impresa a parte.

Così dicendo, egli levossi, e ogni altro

Dal più parlar cauto prevenne. Ei teme

Ch'altri or commossi dall'esempio ardito

E certi d'un rifiuto, all'alto onore

S'offran d'un rischio sì temuto in pria,

E, quali emuli suoi, la gloria e 'l vanto,

Onde a sì gran cimento egli s'espone,

S'usurpin di leggier. Ma quei non meno

Il periglio temean che di sua voce

Il severo divieto, e in un s'alzaro.

Il rumor del lor sorgere parea

Tuon che da lungi s'oda. Umili ad esso

E riverenti inchinansi; qual Nume

Al sommo Nume egual l'esaltan tutti;

E 'l suo gran cor ch'ave la propria a vile

Per la comun salute, ognun estolle,

Ognun ammira: chè l'idea pur anco

Fra que' malvagi di virtù si serba;

Onde sue gesta glorïose apprenda

L'uomo superbo a vantar men, che figlie,

Sotto manto di zel, sono sovente

Di vana ambizïon, di cieco orgoglio.

Così quella dubbiosa atra consulta

Recaro a fine, baldanzosi e lieti

Pel forte loro incomparabil Duce.

Sì qualor dorme in sue spelonche Borea,

E da' gioghi de' monti atre sollevansi

Nubi che tutta la ridente faccia

Del ciel coprendo folta pioggia e grandine

Sovra la terra intenebrata spandono,

Se con un dolce addio stende il suo raggio

Il sol cadente, i campi si ravvivano,

Ai dolci canti gli augelletti tornano,

E coi belati la lor gioja mostrano,

Le mandre, ond'alto e monti e valli echeggiano.

O vitupèro de' mortali! Insieme

Quei Spirti rei mutua concordia annoda;

L'uom solo è all'uom nemico, ed osa poi

Del celeste favor nudrir la speme.

Dio la pace alto grida, e guerra e morte

Gridan di rabbia e di vendetta ciechi

I feroci mortali, e del lor sangue

Spargon la trista desolata terra;

Come se quell'inferna oste che intenta

Sta dì e notte a' lor danni, e l'ire folli

Compor dovrebbe in alma pace, assai

De' mali lor non aggravasse il peso.

Così fu sciolto il parlamento, e fuori

Del superbo edificio i Grandi tutti

In bell'ordine usciro. Ad essi in mezzo,

Con pompa augusta che del cielo in parte

La maestade imita, il Sir possente

Viene, e non men che imperador temuto

De' tenebrosi regni, ei solo appare

Gran rivale del Cielo: intorno il cinge

Con raggianti bandiere ed orrid'armi

D'ardenti Serafini un folto stuolo.

Quindi, che il fin di quel consesso e 'l grande

Evento si promulghi al regal suono

Di trombe, ordin fu dato: ai quattro venti

Quattro leggieri Cherubini a un punto,

Gli squillanti oricalchi a bocca posti,

Ne diero il segno, a cui seguì la voce

Degli Araldi solenne: il cavo abisso

Tutto rimbomba, e tutta l'oste inferna

Con alto plauso intronator risponde.

Quindi men triste in core, e da superba

Fallace speme sollevate alquanto,

Disbandansi le schiere, e ognun, siccome

Proprio talento o trista scelta il guida,

Là volge i passi erranti ove più spera

Ingannar l'ore dolorose e qualche

Tregua trovar alle inquïete cure,

Finchè rieda il gran Duce. Altri sul piano,

Altri per l'aere in sulle forti penne

Gareggiano fra loro al corso, al volo,

Qual già soleano degli Olimpj ludi

O de' Pizi i campioni. Ignei corsieri

Frenan taluni o schivano la meta

Colle rapide rote: altri dispone

Schiere e falangi ad ordinata pugna;

Come allor quando nei turbati campi

Dell'etra, ad ammonir città superbe,

Appar di guerra portentoso appresto,

E fra le nubi l'un dell'altro a fronte

Due minaccianti eserciti si stanno,

Vansi prima ad urtar con lancie in resta

Gli aerei cavalieri; indi s'avventa

L'un'oste all'altra in folta mischia e tutto

D'orrendi scontri, dall'un polo all'altro,

Il firmamento romoreggia e avvampa.

Con gigantéo furor altri più felli

Squarcian rupi e montagne, e van su i nembi

Quell'aër nero trascorrendo: tanto

Fragore appena il vasto abisso cape.

Così d'Ecalia vincitor tornando

Ercol sentì del feral manto il tosco,

E da rabbioso duol spinto divelse

Dell'Eta i pini e nell'Euboico mare

Lica scagliò dall'alta vetta. Alcuni

Ch'han men fero talento, aman raccolti

Entro riposta valle, in man di nuovo

Prender le cetre, e con divini accenti

Le lor proprie cantare eroiche gesta,

La gran battaglia e l'infelice evento;

E accusano il Destin che al giogo indegno

Della Fortuna e della Forza avvinca

Il coraggio e 'l valor. Eran lor versi

Superbi e vani, ma le dive note

(Tanta è la possa del celeste canto!)

Calman l'inferno, e l'affollata turba

Tengon assorta in estasi profonda.

Altri, d'un ermo colle in vetta assisi,

In sublimi colloquj assai più dolci

D'ogni armonìa (chè questa i sensi alletta,

Quelli scendono nel cor) consuman l'ore;

E con alto pensar le arcane vie

Cercan scoprir di Dio, l'ordine eterno,

La prescïenza sua, l'immobil fato,

Il libero voler: per ciechi errando

Laberinti così, tentano invano

Di sempre nuovi dubbj il groppo sciorre.

Di lungo argomentar scabro subietto

Lor porgon quindi la cagione oscura

Del ben, del mal, la misera, e beata

Eternità, dell'alma i ciechi moti,

La piena requie lor, la gloria, e l'onta;

Inutile saper, fumosa e vana

Filosofia delle superbe menti!

Pur tessere a lor pene un dolce inganno

Così potean, o in sen destar fallace

Speme, o di dura sofferenza armarlo

Qual di triplice smalto. In grosse schiere

Pel disperato mondo altri sen vanno

A spïar lunge intrepidi se qualche

Men duro clima e men dolente stanza

Ponno trovar. Per quattro vie diverse

Drizzano il corso lor lungo le ripe

De' quattro fiumi che nell'igneo lago

Sgorgan acque angosciose; il crudo Stige

Ch'odio esala; Acheronte atro e profondo

Che gonfi di dolore i flutti volve;

Cocito che di mezzo a' gorghi suoi

Manda gemiti e strida ond'ebbe il nome;

E Flegetonte che fremendo aggira

Di fiamma e foco rapidissim'onde

Rabbia spiranti. Il lento e cheto Lete

Lungi da questi in tortuosi giri

Move il torpido umor, del qual chi bee,

Ogni memoria de' trascorsi tempi

E di se stesso e gioie e affanni obblìa.

Diserto, oscuro un agghiacciato mondo

Giace al di là, da turbini sonanti

E da sassosa grandine percosso

Eternamente: sulla salda terra

Non si scioglie essa mai, ma in rupi ed alpi

S'alza ed ammonta che d'antiche moli

Rassembran le ruine: il resto è tutto

Di gelo e neve altissimo baràtro,

Simile a quello che fra 'l Casio antico

S'apre e Damiata, e che fu già d'intere

Osti la tomba. Ivi l'acuto ed aspro

Aere brucia agghiacciando, e il gel del foco

Ha un effetto medesmo: ivi, ad un certo

Rivolger d'anni, strascinata tutta

Da Furie ch'han d'arpie gli unghiuti piedi

È dei dannati l'empia folla, ed ivi

Dei feri Estremi la vicenda cruda

Che più feri gli fa, soffre sommersa.

Colà dai letti di rabbioso foco

Vanno a languir nello stridente ghiado,

Finchè ogni stilla di calor sia spenta,

Irti, confitti, assiderati, immoti;

E risospinti nelle vive fiamme

Indi son poi. Sulla Letéa palude,

Per maggior cruccio lor, tornano e vanno,

E si struggon, si sforzano passando

Giugner l'acqua bramata, e con un leve

Sorso ogni pena lor spegner repente;

Ansanti già sporgonvi il labbro; invano:

S'oppone il Fato, co' terrori suoi

Gorgone truculenta il guado cinge,

E d'esser tocca da vivente labbro

Disdegna, e fugge per se stessa l'onda

Come favoleggiâr profane Muse

Che da' Tantalei labbri un dì fuggisse.

Così rinfuse, in via smarrite, incerte

Van quelle torme errando, e di spavento

Tremanti, smorte, con travolte luci

Or per la prima volta appien l'orrore

Veggono di lor sorte: in parte alcuna

Non trovano riposo, e duol per tutto.

Per molte buie spaventose valli,

Per molti atroci regni elle passaro,

Per molte alpi gelate e molte ardenti,

E per rocce, antri, laghi e gorghi e tane

E ferali ombre; per un mondo intero

Di ruina e di morte, odio di Dio

Che sì reo lo creò con sua tremenda

Parola imprecatrice, adatta sede

Del mal soltanto, ove ogni vita more

E sol vive la morte, ove di quanto

Colà produce la natura stessa

Inorridisce: i mostri ivi son tutti,

Tutti i prodigi abbominandi, a cui

Fra di noi manca il nome, assai più orrendi

Di quante mai la favella o 'l terrore

Anguicrinite imaginò Gorgóni,

Settemplici Idre, e triplici Chimere.

Fervido il cor, pieno la mente intanto

De' suoi disegni audaci il gran nemico

Degli uomini e di Dio, Satán dispiega

Sulle rapide penne il vol solingo

Vêr le porte d'Inferno. Egli or la manca

Scorre or la destra costa, or colle tese

Ali rade il Profondo, ora sublime

All'ignea vôlta s'erge. In simil guisa,

Là dove il sol le notti ai giorni agguaglia

E riconduce i regolari venti,

Ampio navilio, a cui gravò Bengala

O Ternate e Tidore il sen di ricche

Merci odorose, da lontan sul vasto

Etïopico mare invér l'estremo

Africo Capo veleggiar si scopre,

E par che dentro i gonfi immensi flutti

Or tutto s'innabissi, or d'essi in cima

Vada a toccar le nubi. Avea da lunge

Cotal sembianza il volator Nemico.

Alfine alzate dal profondo abisso

Fino all'orrida vôlta, ecco d'inferno

Appaiono le mura e le tre volte

Triplicate sue porte: eran di bronzo

Tre, tre di ferro e tre d'adamantino

Impenetrabil masso, e il foco eterno

Le fascia, le arroventa e nulla rode.

Stan due mostri terribili davanti

A ciascun lato delle porte: un d'essi

Infino al cinto vaga donna appare;

Ma poi con molte spire in vasto, immondo

A finir va scaglioso atro serpente

Di letal punta armato: al sen di lei

Intorno, intorno un ululo, un fracasso

Fan con cerberee spalancate gole

Inferni cani, alto, incessante; e dove

Sia quel gridar turbato, a voglia loro

Le s'acquattan nel ventre, ov'hanno il covo;

E là non visti i lor latrati ed urli

Seguon pur sempre. Erano assai men feri

Que' truci cani che di Scilla un giorno

Feron scempio in quel mar che dal sonante

Trinacrio lido la Calabria parte;

Nè più deformi mostri e più nefandi

Seguon giammai notturna Maga allora

Che in segreto chiamata e lunge il sangue

Fiutando de' fanciulli, in groppa assisa

Degli aerei cavalli a danzar vola

Fra le Lappone streghe, e a' loro incanti

La Luna intanto in ciel langue e s'oscura.

Quell'altra forma, se tal nome darsi

Pur puote a ciò che non ha forma alcuna

Distinta in membro od in giuntura, un cieco

Torbo Fantasma che sustanza ed ombra

A un tempo stesso rassomiglia, stava

Nera qual densa notte, a par di dieci

Furie crudel, come l'inferno orrenda,

E un fier dardo brandía: quel ch'esser fronte

In lei pareva, di regal corona

Avea sopra un'imago. Ad essa innanzi

Già sta Satán: quel mostro allor repente

Dal suo seggio vèr lui s'alza e si slancia

Con lunghi passi spaventosi: tutto

Tremò a que' passi l'Erebo. Satáno

Intrepido ammirò quel che ciò fosse,

Ammirò, non temè, Satán, cui nulla

(Tranne l'Eterno) è a spaventar bastante,

Ma a scherno prende ogni creata cosa;

E a lui con torvo lampeggiante sguardo

Sì prese a dir: Chi sei? Che vuoi? tremendo

Spettro ma non a me. Chi sei che innanzi

Osi a me farti e attraversarmi il passo

Di quelle porte? Io di varcarle intendo,

E a tuo dispetto varcherolle. Arrétrati,

Scostati, o questo braccio appien mostrarti

Saprà la tua follìa: vedrai per prova

Figlio d'inferno, se tu dèi con Spirti

Del cielo contrastar. E tu, di', chi sei?

(Feroce quello spettro a lui risponde).

Quell'Angelo fellon non se' tu forse

Che pace e fede invïolate in pria

Ruppe primo lassù? Quegli non sei

Che de' figli del ciel la terza parte

Cinta di ribellanti armi superbe

Teco traesti dall'Eterno a fronte,

Ond'ei te poscia e la tua torma rea

Dall'Empireo sbalzando, in questi abissi

Eterni giorni di miseria e duolo

A consumar dannovvi? e tu t'ascrivi

Fra gli Spirti del ciel, tu qui proscritto,

Traditor empio? tu minacce ed onte

Respiri ov'io do leggi, e dove io sono

Per tua rabbia maggior, tuo Rege e donno?

Va, disertor mendace, al tuo gastigo

Ritorna, ed ali alla tua fuga aggiungi,

O con flagello di aggroppati scorpi,

Se indugi ancor, t'incalzo, e strano orrore

Ti fo provar con questo dardo e ambasce

Non pria sentite. Così disse il truce

Irritato Fantasma, e sì parlando

E minacciando, dieci volte fessi

Più spaventoso e squallido. Satáno

Imperterrito stette e d'alto sdegno

Tutto avvampò: per l'iperboreo cielo

Arde men tetra un feral cometa

Che il vasto Ofiuco in sua lunghezza infiamma,

E dal sanguigno crin su gli atterriti

Mortali scuote pestilenza e guerra.

Ciascun di lor la fatal mira prende

Dell'altro al capo, e d'un secondo colpo

Non fan pensier: ne' tenebrosi e biechi

Sguardi rassembran due di lampi e tuoni

Gravide nubi che sul Caspio mare

S'avanzan negre, romorose e a fronte

Pendon l'una dell'altra infin che i venti.

Dien lor col soffio di cozzarsi il segno

A mezzo l'aere. A que' sembianti arcigni

Crebbe la notte dell'abisso: eguale

È il paragon, nè alcun di lor sì grande

Nemico incontra è per aver più mai,

Fuorchè sol uno, onde fien domi entrambi.

Già i lor gran colpi rintronato tutto

L'inferno avrìan, quando l'anguinea Maga

Che alla porta infernal sedeasi accanto

E custodíane la gran chiave, a un tratto

Surse, e fra lor con alto urlo lanciossi;

E, Padre, ella gridò, che tenti incontro

Quest'unica tua prole, e te, che germe

Se' d'ambo noi, qual furor cieco assale,

E quel dardo feral contro il paterno

Capo ti spinge ad avventar? Ah! sai,

Sai tu almeno per chi? Per lui che ride

Lassù nel cielo a' vostri sdegni intanto,

E destinato esecutore e servo

T'ha di quell'ira ch'ei giustizia appella,

Dell'ira sua per cui distrutti entrambi

Sarete un giorno. Ella sì disse, e 'l colpo

L'infernal peste a quel parlar rattenne.

Satán replica allor: Qual strano grido

E quai più strani detti or furo i tuoi?

Chi sei? rispondi (il mio furor sospendo),

Chi se' tu, strana doppia forma? E come

La prima volta ch'io t'incontro in questa

Valle d'abisso, me tuo padre appelli?

E com'è prole mia quella deforme

Larva? Io te non conosco, e d'ambo voi

Non vidi mai più abbominosi oggetti.

Dunque scordato m'hai così, soggiunse

Allor l'inferna Usciera, e agli occhi tuoi

Tanto deforme or sembro, io che sì bella

Comparvi in ciel? Recati a mente quando

Lassù nel mezzo alle falangi tutte

Che incontro a quel Sovrano in lega audace

S'unir con te, da fiero duol repente

Fosti assalito; in tenebre nuotaro

I foschi lumi tuoi, t'uscir di fronte

Dense e rapide fiamme, al manco lato

Quindi il tuo capo largamente aprissi,

E a te simil nel rifulgente aspetto,

Alma beltà celeste, armata Diva,

Io fuori ne balzai. Tutti stupiro,

Inorridiro a quella vista e indietro

Si trassero da pria, m'ebbero tutti

Qual portentoso segno, e tutti il nome

Mi dier di Colpa: a riguardarmi quindi

S'adusaron bentosto, e i vezzi miei

Fèr de' più schivi cor dolce rapina.

Più che ad altri, a te piacqui: e tu mirando

Sovente in me la tua medesma imago,

D'amor ardesti, e tal piacer di furto

Prendesti meco, che un crescente pondo

Il mio sen concepì. La guerra intanto

In ciel s'accese e si pugnò: restonne

(E ch'altro esser potea?) vittoria piena

Al nostro gran nemico e in fiera rotta

Tutti andarono i nostri, in questo fondo

Dal sommo ciel precipitati, e insieme

Io pur caddi cogli altri. In mano allora

Questa data mi fu possente chiave,

E di sempre tener guardate e chiuse

Queste porte fatali ebbi l'incarco,

Chè, s'io non le disserro, alcun non passa.

Pensosa e sola io qui sedea, nè lungo

Tempo sedei che il mio per te pregnante

Grembo in ampio volume omai cresciuto

Dentro sentissi portentosi moti

E acerbe doglie. Questa trista prole

Che vedi or qui, questo tuo germe, alfine

S'aperse il passo fuor per le squarciate

Viscere mie che duolo e orror distorse

Sì, che, qual miri, sfigurata tutta

Ne fu mia forma inferïor; ma questo

Innato mio nemico, uscito appena,

Lo struggitor brandì fatal suo dardo.

Spaventata io fuggii gridando, Morte!

Tremò tutto l'Inferno al nome orrendo,

E da tutte mandò le sue caverne

Gemiti ed ululati, e morte! morte!

Ripetè l'eco in ogni lato. Io fuggo,

Egli m'insegue, e di lascivia ardente

Par più che di furor: di me più ratto

M'aggiugne alfine e di sforzati amplessi

E laidi me sua sbigottita madre

Circonda e stringe: indi son nati questi

Urlanti mostri che mi stanno intorno,

Come or vedesti, con perpetuo grido,

Ognor concetti e riprodotti ognora

Con mio duolo infinito: entro quel seno

Ond'ebber vita, a grado lor di nuovo

Tornano, addoppian gli urli e pasto fanno

Delle viscere mie: riscoppian quindi

E con fredde paure e strazj alterni

Non cessano infierir sì, che un istante

Posa o tregua non ho. Quest'altro in faccia

Mostro arcigno mi sta, nemico a un tempo

E figlio mio, che me gli adizza incontro,

E per difetto d'altra preda, ad ora

Ad ora in me medesma anco la cupa

Sua fame volgería, ma sa che unito

È il mio destino al suo, che amaro pasto,

Se ciò tentasse, e suo veleno io fora,

E che del Fato è tal l'immobil legge.

Ma tu quel feral telo evita, o Padre,

(Io te n'avverto) e di codeste cinto,

Benchè temprate in cielo, armi lucenti,

Non sperarti securo: a' colpi suoi,

Tranne chi lassù regna, alcun non regge.

Scaltro Satán quel che di far gli è d'uopo

Ha scorto già, già l'ira ha spenta e dolce

Così risponde: Poichè me tuo padre,

O cara figlia, riconosci, e questa

Mia prole a me presenti, amato pegno

Di que' diletti che già teco io presi

Nel ciel, sì dolci allora, or tanto acerbi

A ricordarsi in quest'orribil nostro

Cangiamento impensato, io, qual nemico,

Sappi che qui non vengo. A trar da questo

Fero albergo d'angosce entrambi voi

E tutte insiem quelle celesti squadre

Che sursero coll'armi alla difesa

De' nostri giusti dritti e in questi abissi

Fur con noi spinte, io vengo. Io sol per loro

Calco quest'aspra via, solo per tutti

Spiando vo l'interminato abisso,

E per l'immenso Vôto un luogo io cerco

Che già predetto fu, che già creato

Esser dovrìa (se i concorrenti segni

Non son fallaci), fortunato albergo

Non lontano dal ciel, rotondo e vasto,

Ove di nuovi abitator locata

Una stirpe esser dee che forse un giorno

I nostri occuperà vacanti seggi.

Quel Dio che la creò, lungi per ora

La vuol da sè, forse temendo in cielo

Novelle trame, ov'ei lassù raccolga

Popol soverchio. Or questo siasi, od altro

Più ascoso, il suo consiglio, io là m'affretto

A scoprir meglio il tutto, indi qui riedo,

Ed ambo là vi scorgo ov'ampio e lieto

Soggiorno avrete e sulle tacit'ali

Quel puro scorrerete aere soave

Di grati odor sempre olezzante: appieno

Le vostre brame ivi fien sazie e tutto

Vostra preda sarà. Satán sì disse,

E udendo Morte che satolla fora

Sua lunga fame, con orribil ghigno

Digrignò le mascelle, e col rabbioso

Suo ventre s'allegrò serbato a tanta

Ventura alfin. Non men gioì la rea

Sua genitrice ed a Satán rispose:

Per dritto io serbo e per sovran comando

Del Re de' cieli onnipossente questa

Chiave infernale: è legge sua ch'io mai

Queste non schiuda adamantine porte,

E contro ogni poter sta Morte in pronto

Quel suo dardo a frappor che nulla teme

E tutta abbatte quanta forza vive.

Ma che mi stringe mai gli ordin superni

Di lui che m'odia ad eseguir, di lui

Che in questo mi gittò tartareo fondo,

Che a me del cielo abitatrice e nata

In ciel commise l'abborrito incarco

Di qui seder fra eterno duol, qui sempre

Cinta dagli urli e dai terror di questa

Mia prole stessa che di me si pasce?

Mio genitor tu sei, questa mia vita

Ell'è tuo dono: e chi obbedir, chi deggio

Seguire altri che te? Dietro i tuoi passi

Sarò lassù bentosto, in quel di luce

E di felicità novello mondo,

Fra que' beati Numi, ed ivi, come

Conviensi a tua diletta unica figlia,

Regnerò alla tua destra, e i giorni miei

Trapasserò d'eterna gioia in grembo.

In così dir, da lato ella si tolse

La fatal chiave, orribile strumento

D'ogni nostra sciagura, e vèr la porta,

L'atra divincolando anguinea coda,

Si strascinò. Senza niun sforzo ell'alza

La gran saracinesca, a tutte insieme

Le stigie braccia immobil pondo; spinge

Quindi e raggira la dentata chiave

Per gl'intricati ingegni, e le massicce

Sbarre di solidissimo adamante

Squassa e rimove: con discorde scroscio

Furïose balzâr le porte addietro

Spalancate, e scoppiò, ruggì sì forte

Dai cardini sonanti un tuon che tutto

Scosse il tartareo fondo. Ella le aperse,

Ma il riserrarle ogni sua forza eccede;

E spalancate si restaro. Un vasto

esercito per esse avrìa potuto

Passar di fronte con spiegate corna,

Cavalli e carri; e come dalla bocca

D'avvampante fornace, entro il gran Vano

Sgorgaro a un tratto vortici e torrenti

Di fumo e fiamme rosseggianti. Aperti

Or del Profondo antico ecco i segreti

Alla lor vista. Un Oceán si stende,

Per ogni parte, tenebroso, informe

Ch'ogni confine, ogni misura inghiotte,

Dove profondità, lunghezza, ampiezza

E tempo e loco s'inabissa e perde.

Ivi il Caosse e la vetusta Notte,

Della Natura antecessori, eterna

Mantengon la discordia, e d'incessanti

Guerre tra l'urto e lo scompiglio è posto

Il lor poter. Quattro Campion feroci,

L'Umido, il Secco, il Caldo, il Freddo insieme

Là contendon d'impero, ed alla pugna

Traggon gli atomi loro informi, erranti.

In varie torme a' lor vessilli intorno

S'aggiran questi, lisci, acuti, lievi,

Gravi, lenti, veloci, e in densi nembi

S'incalzano, si serrano, più spessi

Di quelle arene che per l'arse spiagge

Di Barca o di Cirene alzano i venti

In turbinose nuvole nemiche,

Onde librar lor troppo lievi penne,

Quando ad urtarsi vanno. Il Duce, a cui

Folla maggior d'atomi accorre, impera

In quel regno mutabile un istante;

Giudice il Caos siede e 'l gran contrasto

Per qual ei regna, co' decreti suoi

Raddoppia ognor. Tutto poi guida il Caso,

Grand'arbitro appo lui. Tal era il tetro

Sconvolto abisso, onde Natura emerse

E dove un dì fors'anco avrà la tomba.

Ivi terra non è, non mar, non foco,

Non aere, ma confusi insieme e misti

In lor pregnanti cause i germi oscuri

Combatton sempre, e fie la guerra eterna,

Se la Man creatrice un dì non svolge

La massa informe e nuovi mondi ordisce.

Colà sull'orlo dell'inferno alquanto

Satán ristassi, e gira intorno il guardo,

Ponderando il cammin; chè ancor non breve

Varco gli resta a superar. Un alto

Spaventoso fragor le orecchie a un tratto

Gli scuote e introna, a quel simil (se lice

A grandi assomigliar picciole cose)

Allor che Marte tempestoso tutte

Le fulminanti macchine rivolge

A crollare, a spiantar le mura e i tetti

Di superba città. Se il ciel medesmo

Infranto giù precipitasse e svelta

Dall'asse suo la stabil terra in polve

Per gli elementi ribellati andasse,

Fora men grande il suono. Alfine ei stende

L'ampie vele dell'ali, il suol percuote

Col piede, e dentro il gonfio ondante fumo

Si slancia e s'alza, e intrepido per lungo

Tratto poggiando va quasi portato

Sopra cocchio di nugoli, quand'ecco

Quel seggio gli vien meno, e un Vôto immenso

Incontra inaspettato: allor repente

In giù ben dieci e dieci mila braccia,

Precipitoso cadde come piombo,

L'ali invan dibattendo, e ancor cadrebbe,

Se per rea sorte l'improvvisa vampa

Di procellosa nube il sen ripiena

Di nitro e foco, un egual spazio in alto

Non l'avesse respinto. Alfin smorzossi

Tanta tempesta in paludosa sirte

Che non è mar nè fermo suol: con lena

Affannata, su i piè, sull'ali a un tempo.

Qual naviglio che remi e vele adopra,

Per quell'infida instabil lama innanzi

Ei pur sempre si spinge. In quella guisa

Che il cupido grifone, a cui di furto

Rapito ha l'oro l'Arimaspio astuto,

Per aspre rocce, erme boscaglie e cupe

Valli con forti infaticabil'ali

Insegue il predator, così per mille

Diverse vie quel rovinoso Spirto

Il suo cammin precipita a traverso

Stagni, rupi, erte balze e strette gole,

In aere or grave, ora leggier, coll'ali,

Co' piè, col capo, colle braccia, e or nuota

Or guada, ora s'attuffa, or striscia, or vola.

Universale altissimo fracasso

Alfin di strida e d'ululi tonanti

Che uscía dal vôto orror, con gran tempesta

Gli assal le orecchie. Ei là si volge audace

A rintracciar qual dell'estremo abisso

Poter, qual Spirto in quel rumor soggiorni,

Da cui ritrar dove del Buio giaccia

La costa ch'alla luce è più vicina.

A un tratto il soglio del Caosse innanzi

Gli s'appresenta ed ampiamente steso

Sulla vorago solitaria il nero

Suo padiglione. Atro-vestita in trono

Delle cose antichissima la Notte

Siede a parte con lui del regno immenso;

Stan l'Orco e l'Ade a lor dappresso e 'l truce

Demogorgóne, paventoso nome;

Indi il Rumore e 'l Caso ed il Tumulto

E la Confusïon, tutti in un gruppo,

E la Discordia con sue mille urlanti

Diverse bocche. Intrepido Satáno

A lor si volge e dice: O Voi, di questo

Ultimo abisso Regnatori e Dei,

Formidabil Caosse, antica Notte,

Del vostro impero io qui, de' vostri arcani

No, spïatore o sturbator non vengo.

Stretto a vagar per queste piagge oscure

In cerca di quel calle, onde per gli ampi

Vostri domíni alla superna luce

Uscir si può privo di scorta, solo,

Quasi smarrito, io di saper sol bramo

Il più breve sentier che là mi guidi

Ove co' vostri tenebrosi regni

Il ciel confina; o se l'etereo Rege

Qualch'altra parte ha di recente invaso

Di vostre regioni, io là son vôlto.

Deh! voi drizzate i passi miei; non lieve

Del beneficio ricompensa avrete:

Se al primo orror, se al vostro scettro quelle

Tolte provincie ricondur, se tutti

Gl'iniqui usurpator balzarne fuora

A me fia dato, e ripiantar le vostre

Nere insegne colà, sì, vostro appieno

Il frutto ne sarà, mia la vendetta.

Così parlò Satáno, e a lui con viso

Scomposto e rotti ed affoltati accenti

Il Signor del Disordine rispose:

Ti conosco, Stranier: tu quel possente

Angelo sei che al Re del ciel pur dianzi

Osò far fronte, ancor che invano. Io vidi

Abbastanza ed udii: nè giù per questo

Baratro spaventato oste sì grande

Fuggir poteva inosservato: in tanto

Viluppo traboccavano ravvolte

Le schiere sulle schiere, e le falangi

Sulle falangi, e sull'orror l'orrore;

E popol tanto le celesti porte

Versavan fuor che vincitor feroce

A tergo v'incalzava! Io qui soggiorno

Fo su questo confin, del regno mio

A conservar, se pur potrò, gli avanzi;

Chè troppo omai per vostre interne liti

È questo impero dell'antica Notte

Invaso e scemo: ampio, profondo sito

Sotto me si stendea che in carcer vostro,

In inferno cangiò quel Re supremo;

Ed or sovra il mio regno un altro mondo,

Cielo e terra, ei creò che là sospesi

Stan da catena d'ôr ver quella parte,

Donde tue schiere caddero. Se movi

Colà, lontano non ne sei, ma il risco

È tanto più vicino. Or va felice,

Disfà, depreda, semina ruine;

Quest'è 'l guadagno mio. Disse, e Satáno

Non fe' risposta, ma contento e lieto

Che omai di tanto mar s'appressi al lido,

Con nuovo ardor, con nuova forza s'erge,

Qual di foco piramide, pel vasto

Spazio deserto, ed apresi a traverso

Al fero urtar degli elementi in guerra

Che ovunque intorno romba, un varco alfine.

Con minor rischio e tra minori strette

Colà per mezzo al Bosforo sconvolto

E a' suoi cozzanti scogli, Argo trascorse;

E minacciato meno il destro Ulisse

Schivò Cariddi e rasentò l'urlante

Scilla vorace. Il duro, arduo tragitto

Satán così s'aprìa fra rischi e pene;

Arduo e duro per lui, ma dopo il fallo

Dell'uom bentosto, ahi cangiamento strano!

Con sforzo audace la satanic'orma

Colpa e Morte seguendo un ampio calle

E agevole costrussero (fu tale

Il celeste voler) sul negro abisso;

E il fiero golfo tempestoso un ponte

Di stupenda lunghezza a portar ebbe,

Che dall'inferno stendesi di questo

Misero mondo in fino all'orbe estremo.

Per esso a lor grand'agio or van scorrendo

Su e giù gl'iniqui Spirti e quei mortali

A sedurre o punir vengon che schermo

Non han di singolar grazia superna.

Ma il sacro influsso della luce alfine

Ecco apparir, che in sen del golfo orrore

Dalle rimote empiree torri scocca

Un tremolante albór. Quivi Natura

Ha del suo regno il più lontan confine,

E qual vinto nemico dagli estremi

Ripari suoi, cede e si volge addietro

Il Caosse, e le furie e 'l minaccioso

Fragore accheta. Con minore affanno,

E omai senza fatica, al fioco raggio

Tra l'onde or men crucciose oltre s'avanza

Lieto Satán, qual da feroci venti

Percossa nave che, sebben con rotte

Antenne e sarte, alfin il porto afferra.

Là di quel Vano tra i vapor men densi

Che d'aere hanno sembianza, egli si libra

Sulle robuste ali distese e 'l vasto

Giro de' cieli di lontan rimira

A suo grand'agio; ma confusa, incerta

La lor figura e nell'ampiezza assorta

Sfugge gli sguardi suoi: l'eccelse rocche

D'Opalo fulgidissimo e di vivo

Zaffiro ornati gli alti merli ei vede,

Già sua natìa dimora, e non più grande

Di stella piccolissima, dappresso

A lei che della notte il vel dirada,

Dalla catena d'ôr che al ciel lo lega

Pender questo Universo. Ivi spirante

Vendetta e rabbia, in maledetto punto

Affretta quel maligno i passi e 'l volo.


LIBRO TERZO

 

Dio dall’alto del suo trono vede Satáno che vola verso questo mondo allora novellamente creato. Lo addita al Figlio assiso alla sua destra: predice che Satáno riuscirà nel pervertire l’uomo, e dimostra che, avendo egli creato libero e capace di resistere al Tentatore, la sua divina giustizia e sapienza non possono in verun modo accusarsi. Dichiara che questa sua divina giustizia e sapienza non possono in alcun modo accusarsi. Dichiara che questa giustizia divina vuole una soddisfazione, e che l’uomo dee morire con tutta la sua posterità, se qualcun atto ad espiare la offesa di lui non si sottomette alla pena che gli è dovuta. Il Figlio di Dio si offerisce volontario, il Padre accetta, consente alla sua incarnazione, comanda a tutti gli Angeli di adorarlo, e tutti i Cori, unendo le voci loro al suono delle arpe, celebrano la gloria del Padre e del Figlio. Satáno intanto scende sull’erma convessità del più estremo orbe di questo universo; di là fa passaggio nel sole, ove egli trova Uriele reggitore di quella sfera; ma prima si trasforma in un Angelo dell’ordine minore, e col pretesto che uno zelo ardente l’ha spinto a intraprendere quel viaggio per contemplare le cose novellamente create e l’uomo principalmente, si informa del luogo ove questi dimora. Saputo ciò, si parte e cala sul monte Nifate.

 

 

 

 


Salve, o del cielo primigenia figlia,

O dell'Eterno coeterno raggio,

Se tal nomarti senza biasmo io posso,

O sacra luce. E nol potrò se Iddio,

Iddio medesmo è luce, ed altro albergo,

Fin dall'eternitade egli non ebbe

Che il tuo fiammante inaccessibil grembo,

O d'increata rifulgente essenza

Fulgido effondimento? O se piuttosto

Ami esser detta un puro etereo rivo,

La tua sorgente chi dirà? Tu pria

Fosti del sol, tu pria de' cieli, e all'alta

Voce di Dio, come d'un manto, il mondo

Di te stessa avvolgesti allor che, tolto

All'infinito informe Vôto, ei fuora

Dalle negre sorgeva acque profonde.

Or con ali più ardite a te ritorno

Da' laghi Stigi alfin scampato, ov'io

Tante or medie or estreme a varcar ebbi

Tenebre nel mio volo, e ad altro suono

Che quel soave della Tracia lira,

Della Notte e del Cao gli orror cantai.

Dalla celeste Musa a entrar nell'ima

Buia discesa instrutto e ver le stelle

A risalir per via solinga e dura,

Salvo a te riedo, o bella Luce, e sento

L'alma tua lampa che di vita è fonte;

Ma tu questi occhi a visitar non torni

Però, che in cerca del tuo raggio invano

Rotansi, e albór non trovano: tal denso

Vel li ricopre, o lor pupille ha spente

Maligno umor! Ma non per questo io cesso

D'ir là vagando ov'ha più spesso in uso

Di far sua stanza delle Muse il coro,

Lungo un limpido fonte, o in colle aprico,

O in ombroso boschetto: un così forte

Amor de' sacri carmi il sen m'infiamma.

Ma te, Sionne, in prima, e i tuoi fioriti

Soavemente mormoranti rivi

Che il sacro piè ti bagnano, notturno

A visitar io vengo, e spesso in mente

Mi tornano que' duo ch'ebber con meco

Egual destino (egual così foss'io

A loro in fama almen!), Tamiri il cieco

E 'l cieco Omero, e di que' Vati antichi,

Tiresia e Fíneo, mi sovvien pur anco.

Allor mi vo di que' pensier nudrendo

Onde sgorgano poi spontanei e pronti

Armonïosi versi, e a quel somiglio

Vigile augel che sott'ombrosa chiostra

Nascoso intuona il suo notturno canto.

Le stagioni così riedon coll'anno,

Ma il giorno a me non riede: io più non veggo

Nè i dolci raggi del mattin che spunta,

Nè quei del sol che cade; io più non veggo

Di primavera i fior, nè rosa estiva,

Non più scherzosi armenti, non più mandre,

E non più volto d'uom, divina imago:

Ma folta nube invece e buio eterno

Mi cinge intorno e dai piacer che dolce

Fanno la vita, mi divide: invano

Del bel saper, delle grand'opre sue

Apre natura il libro; è per me tutto

Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa

M'è a Sapïenza una gran via per sempre.

Tanto più vivi dunque, o tu, celeste

Luce, i tuoi rai nella mia mente infondi

E ne illustra ogni parte, occhi migliori

Tu m'apri in essa e ne disgombra e tergi

Ogni bassa caligine terrena,

Onde scorgere io possa e altrui far conte

Negate a mortal guardo arcane cose.

Dal luminoso empireo, ov'egli siede

In alto soglio ch'ogni altezza avanza,

L'onnipossente Padre, in giù rivolse

Gli occhi a mirar le sue grand'opre e l'opre

Che uscivano da lor. Più che le stelle

Gli stanno innumerabili d'intorno

Gli eccelsi Cori che ineffabil gioia

Traggon della sua vista, ed ave a destra

Della sua gloria la raggiante imago,

L'unico Figlio: sulla terra i nostri

Due padri antichi, i soli due tuttora

Dell'umana progenie, ei mira in prima,

Che dell'almo giardin nella romita

Sede coglieano gl'immortali frutti

Di gioia e amor, di non turbata gioia,

D'amor senza rivali; indi l'inferno

E 'l golfo immenso che dal ciel lo parte,

Egli risguarda, e là Satán che il vallo

Del ciel costeggia ov'ha confin la notte,

Satán che in alto per quell'aer fosco

Con ali stanche e con bramoso piede

Piegava omai vèr l'erma esterna faccia

Di questo mondo che pareagli salda

Terra priva di cielo, e incerto egli era

Se aere o vasto Oceáno in sen l'abbracci.

Con quello sguardo, innanzi a cui s'aduna

Ogni passata, ogni presente ed ogni

Futura cosa, Iddio dall'alto il mira;

E 'l tutto antiveggendo, in questi accenti

Rivolto al figlio: Unico figlio, ei dice,

Vedi tu là d'atroce rabbia acceso

Il nostro fier nemico, a cui prescritti

Sono confini invan, cui non le sbarre,

Non le catene dell'inferno tutte

E non l'interminabile frapposto

Oceano ponno rattener? Vendetta,

Disperata vendetta ei sol respira

Che più pesante sull'altera testa

Pur gli dee ricader. Da tutti i suoi

Ritegni disfrenato, ei della luce

Entro i recinti, non lontan dal cielo

Or batte l'ali ed al testè creato

Mondo s'indrizza, onde tentar se possa

D'aperta forza incontro all'uom far uso,

O con danno maggior, gl'inganni oprando,

Dal dritto calle travïarlo, e fia

Ch'ei lo travolga. A sue lusinghe orecchio

Darà l'incauto e a sue menzogne, e il solo

Divieto mio, quel pegno sol ch'io volli

D'ubbidïenza ei romperà: ribelle

A me farassi, egli e sua stirpe infida.

Colpa di chi, se non di lui? L'ingrato

Quanto aver mai potea, da me tutt'ebbe:

Giusto e retto io lo fei, vigor bastante

A reggersi gli diedi, ancor che insieme

Libertade al cader. Tali io creai

Tutti gli eterei Spiriti diversi,

Quei che fedeli a me restaro e quelli

Che mi volsero il tergo. Ognun che stette,

Libero stette, e libero pur cadde

Ognun che cadde: e qual sincera prova

Di vera lealtà, di fè, d'amore

Darmi potean, da libertà divisi?

Quello così ch'eran d'oprar costretti

Sol fora apparso, e il lor voler non mai.

Se volontade, se ragion (chè questa

Pur nella scelta sta) senz'uso e vane,

Alla necessitade ivan soggette,

Qual dal loro ubbidir merito e lode

Potean essi raccorre, io qual diletto?

Come convenne, io li creai, nè ponno

La man che li formò, la loro essenza

Giustamente accusar, qual se catena

Alla lor volontà fosse un destino

In decreto immutabile e nell'alto

Mio preveder già fisso. Essi, non io,

Decretaro il lor fallo; e s'io 'l previdi,

La previdenza mia qual ebbe parte

Nella lor colpa? Se imprevista ell'era,

Sarìa stata men certa? In guisa alcuna

Il Fato dunque e l'antiscorger mio

Non li sforzò, non mosse; e fu lor opra

Il giudizio, la scelta e la ruina.

Liberi fur color, libero al pari

È l'uomo, e tal sarà, finchè nei turpi

Lacci per sè medesmo ei non s'avvolga.

Se no, cangiar la sua natura e quello

Eterno, irrevocabile, decreto

Dovrei per esso cancellare, ond'io

D'intera libertà gli feci il dono,

E per cui vuol cader ciascun che cade.

Figlia d'orgoglio reo, di scusa indegna

La colpa fu di que' celesti Spirti

Che depravâr, sedussero se stessi;

Ma gioco è l'uom di lor maligna frode;

Quindi ei trovi mercè, mercè non mai

Trovin color. Così la gloria mia

Per giustizia e pietà fia che risplenda

In terra e in ciel, ma di più vivo raggio

Prima ed estrema la pietà rifulga.

Mentre Dio sì parlò, d'ambrosia un'alma

Fragranza il cielo tutto intorno empieo,

E de' beati eletti Spirti in seno

Novello gaudio inenarrabil sparse.

Di gloria incomparabile fu visto

Splendere il divin Figlio; e tutto in lui

Mostrarsi espresso il sommo Padre: in volto

Pietà celeste, immenso amore, immensa

Grazia gli riluceano, e, Padre, ei disse,

Oh quanto dolce ne' tuoi detti estremi

Fu la parola che il perdon promette

All'uom caduto, onde tue laudi il Cielo

Farà sonare altissime e la terra

Con inni senza fine, e fia tuo nome

Benedetto in eterno! Alfin perduto

L'uom dunque andría per sempre, ei ch'è l'estrema

Opra delle tue mani e la più cara,

Egli che cade, è ver, ma tratto e spinto

Da iniqua frode al precipizio? Ah! Padre,

Sia da te lunge un tal rigor, sia lunge

Da te che sei d'ogni creata cosa

Il giustissimo giudice. Vorresti

L'empio disegno del nemico nostro

Far dunque lieto e vano il tuo? Fia paga

La sua malizia e tua bontà distrutta?

Dunque agli abissi suoi, benchè dannato

A maggior pena, ei tornería superbo

Della presa vendetta, e seco insieme

Nell'eterno dolor trarría l'intera

Da lui corrotta umana stirpe? Adunque

Tu l'opre tue strugger vorresti, e quello

Per lui disfar che per tua gloria festi?

Ah! che la tua bontà, la tua grandezza

Altro chieggon da te. Figlio, rispose

L'onnipossente Padre, o Figlio, in cui

La sua gioia maggior trova quest'alma,

Figlio di questo sen, che sei mio Verbo

E Sapïenza ed efficace Possa,

A' miei pensieri, a' miei decreti eterni

Ogni tuo detto appien consuona. Ogni uomo

Perduto non andrà; chi vuol, fia salvo;

Non già pel solo suo voler, ma retto

Da quella grazia ond'io farogli dono

Liberamente: io le languenti forze

In lui ravviverò ch'a impure e guaste

Voglie il peccar sommesse; anco una volta

Col mio sostegno il suo mortal nemico

Affronti in pari agon, ma vegga insieme

Quant'ei sia fral senza il sostegno mio,

E senta che il suo scampo a me si debbe,

A me sol, non ad altri. Io già fra tutti

Mi elessi alcuni e di mia grazia i doni

(Fu tale il mio voler) versai sovr'essi.

Gli altri sonarsi in core udran sovente

La voce mia che dalle torte vie

Richiameralli del fallir, l'offeso

Mio Nume ad implorar, finchè sia tempo

Di grazia e di perdon. Dai ciechi sensi,

Quanto lor basti, io la caligin densa

Disgombrerò: que' duri cori a' preghi,

Al pentimento, all'obbedir saranno

Ammolliti e piegati; e a' preghi loro,

Al pentimento, all'obbedir, se schiette

Saran lor brame e lor pensier, non sorda

Avrò l'orecchia mai, non chiusi i lumi.

Dentro il lor sen la Coscïenza, il mio

Incorruttibil giudice e sicura

Guida io porrò, cui se daranno ascolto,

Luce maggior da non spregiata luce

Otterran sempre, e, in lor proposto immoti,

Usciran salvi di lor corso a riva.

Ma chi di mia pietà disprezza i giorni

E 'l mio lungo soffrir, pietà non speri:

Alle tenebre sue tenebre aggiunte

Saran, durezza alla durezza, inciampo

A inciampo, e al suo cader cadute e morte.

Solo a costor la mia pietade è chiusa.

Ma tutto ancor questo non è: sleale

L'uom, col disubbidir, rompe ogni omaggio

Ed al suo Dio tenta agguagliarsi; ei tutto

Perde così, nè via gli resta alcuna

Ad espïar suo tradimento. A morte

Con tutti i figli suoi devoto e sacro

Egli è perciò; morir ei debbe, o debbe

Mia giustizia perir, se altra non s'offra

Vittima degna e volontaria il duro

A compier sacrificio, e morte accetti

Per l'altrui morte. Or dove fia che tanto

Amor si trovi? Chi di voi, celesti

Alte Possanze, esser vorrà mortale

A salvar l'uom dal suo mortal delitto?

Qual giusto andrà per un ingiusto a morte?

V'ha in tutto il ciel chi nudra un così bello

E sì sublime affetto? Ei disse, e niuno

Degli Spirti celesti il labbro mosse;

Alto silenzio in ciel si fe': dell'uomo

Niun difensore o intercessor comparve,

E meno ancor chi la mortale ammenda

E 'l gran riscatto di recare osasse

Sul proprio capo. Or la final sentenza

D'eterno danno sull'umana stirpe

Già si compieva; e già tenean lor preda

Morte ed inferno; ma il divino Figlio,

Che del divino amor tutti rinchiude

Gli ampi tesori in seno, ecco interponsi,

E sì favella: È proferita, o Padre,

La tua parola: sì, grazia e perdono

L'uom troverà. La grazia tua che tutte

S'apre le vie, che de' tuoi messi alati

È la più ratta, e le dimande, i preghi,

Le brame anco previen, dal corso usato

Or rimarrassi? Ah! che sarìa dell'uomo,

Se tal'ella non fosse? Ei nelle colpe

Morto e perduto, unqua cercar non puote

Il soccorso di lei, nè alcun restauro

A far per sè gli resta o degna offerta,

Di tutto debitor, di tutto privo.

Eccomi dunque, io per lui m'offro, io vita

Per vita do, sulla mia testa cada

Lo sdegno tuo, m'abbi qual uom, per lui

Il sen paterno io lasciar vo', partirmi

Dalla tua destra glorïosa, e pago

Son per lui di morire: in me rivolga

Morte sua rabbia e tutta in me la sfoghi.

Non rimarrò sotto il suo buio impero

A lungo io già; tu posseder mi desti

In me medesmo sempiterna vita:

Sì, per te vivo, ancor ch'io ceda a morte,

E quanto in me potrà perir, sia tutto

Di sua piena ragion; ma poichè reso

Quel tributo le avrò, tu me sua preda

Non lascerai, nè dell'immonda tomba

Entro gli orrori soffrirai che sempre

L'alma mia pura ed immortal soggiorni.

Sì, vincitore indi alzerommi, a Morte

Torrò sue spoglie, ed il suo dardo stesso

In lei torcendo, sotto i piè porrommi

L'altera vincitrice oppressa e vinta.

Del debellato e invan fremente inferno

Io le negre Possanze alto pe' vasti

Campi dell'etra al trïonfal mio carro

Trarrò in catene, e tu, contento, o Padre,

A me sorriderai dal soglio eterno

Per la mia man del tuo vigor ripiena

Veggendo spento ogni nemico, e Morte

Del suo scheletro stesso alfin la tomba

Empiere e disfamar. Così dal largo

Stuol de' redenti miei seguìto e cinto

Farò ritomo a queste sedi alfine,

E innanzi, o Padre, a te, sul cui sembiante,

Non più si mostrerà nube di sdegno,

Ma pien perdono, inalterabil pace

E amor e gioia splenderanno eterni.

Tacque, ciò detto, ma tuttor parlava

Anco tacendo il suo soave aspetto

Tutto spirante un immortale amore

Vèr l'uom mortale, amor che vinto in lui

Dall'alto ossequio filïal sol era.

Lieto di gire al sacrifizio, i cenni

Sol del gran Padre attende. Alto stupore

Tenea sospeso il ciel che i detti arcani

Non comprendea; ma senza indugio il sommo

Padre così soggiunse: O tu, che sei

Mio sol diletto, o tu, che in cielo e 'n terra

Resti al genere uman caduto in ira

Unica pace, unico asil, tu sai

Quanto a me l'opre mie tutte sian care;

E se l'uom, benchè estrema, ancor mi sia

Caro d'ogn'altra al par, mentr'io consento

Che tu dalla mia destra e dal mio seno

T'allontani per esso, onde un tal poco

Io te perdendo, la perduta intera

Sua stirpe salvi. A tua natura dunque

Quella di lor congiungi, i quai tu solo

Redimer puoi. Sovra la terra scendi,

Sii fra gli uomin laggiuso uomo tu stesso,

Con portentoso nascimento umana

Carne vestendo entro virgineo grembo,

Quando fia tempo; e dell'uman lignaggio

Capo e padre sii tu, d'Adamo invece,

Benchè figlio d'Adam. Com'essi a morte

Van tutti in lui, sì richiamati a vita,

Qual da nuova radice, in te saranno

Tutti color che otterran scampo, e niuno

L'otterrà senza te. Nel suo delitto,

D'infetto tronco infetti rami, involti

Son tutti i figli suoi; tuo merto quindi

Riparator sopra ciascun si stenda

Che l'opre ingiuste sue per te rifiuti,

Per te le giuste ancora; egli riceva,

Rigermogliando in te, vita novella,

Quasi in novello suol trasposta pianta.

Così ciò che l'uom dee, l'uom fia che paghi:

(Giusta ragion il vuole) a sua sentenza

Ei soggiaccia così, mora, risorga,

E, risorgendo, i suoi fratei che a prezzo

Di sua vita scampò, seco pur levi.

Sarà in tal guisa dal celeste amore

L'infernal odio vinto, ancor che troppo

Nobile e prezïosa ostia ripari

Quanto l'inferno per sì facil via

Distrusse e ancor distrugge in lor che sordi

Stan della Grazia all'amoroso invito.

Nè mentre tu dell'uom l'umil natura

In te rivesti, la tua propria e diva

Abbasserai perciò. Se lasci il trono,

Su cui tu siedi eguale a me, se lasci

Questa celeste gloria e questa eterna

Perfetta gioia, dagli estremi danni

Così tu salvi il condannato mondo;

E così, figlio mio, per proprio merto

Assai di più che per natío diritto

Ti mostrerai: la tua bontà sublime,

Più che la tua grandezza, al grado eccelso

Egual t'attesterà: maggior l'amore

Fu che la gloria in te; quindi fia teco,

Mercè tanta umiltà, la stessa ancora

Umanitade tua quassuso alzata,

Ed incarnato sederai su questo

Soglio medesmo, Uom Dio, prole divina

E umana insiem, Re universal dell'almo

Licore asperso della sacra oliva.

Ogni poter ti do, tuoi merti assumi,

Eterno impera, a te soggetti sono,

Come a supremo Sir, Principi e Troni,

Possanze e Regni. Quanto in cielo e 'n terra

E nel profondo tartaro soggiorna,

A te dinanzi incurverassi umìle;

E un giorno alfin verrà che intorno cinto

Di queste empiree squadre, in mezzo al cielo

Apparirai; di là tuoi messi alati

Dell'apprestato tribunal tremendo

Andran l'avviso ad arrecar: repente

I vivi tutti e tutti insiem gli estinti

D'ogni trascorsa età (tal suon dal lungo

Sonno fia che li scuota!) al tuo cospetto

La sovrana ad udir sentenza estrema

S'affretteran da tutti i punti a un tempo

Del costernato mondo. In mezzo all'ampio

Stuolo de' Santi tuoi gli Angeli rei

E i rei mortali il gran giudizio udranno

Che lanceralli entro l'abisso: allora

Sazio sarà l'inferno e le sue porte

Chiuse per sempre. Immense fiamme intanto

La terra, gli astri, ogni creata cosa

Alla tua voce struggeran, ma tosto

Dalle ceneri lor novella terra,

Novello cielo sorgeran più belli.

Ivi gli Eletti tuoi faran dimora,

E, dopo i lunghi tollerati affanni,

Aurei giorni vedran d'auree fecondi

Giustissim'opre e trïonfar tra loro

Amor e gioia e veritade e pace.

Tu allor porrai da canto il regio scettro;

Chè più non n'avrai d'uopo, e tutto in tutti

Iddio sarà. Voi, divi Spirti, intanto

Innanzi a lui che ad eseguir la grande

Impresa muor, prostratevi, ed onore

Eguale al genitor riceva il figlio.

Così dicea l'Onnipossente, e tutti

Gli Angeli allor d'un alto e dolce plauso,

Qual vien da immenso stuolo e da soavi

Beate voci, empiero il cielo, e lungi

Echeggiar fe' l'eterne sedi un lieto

Osanna glorïoso. Ai troni augusti

Profondamente ognun s'inchina e al suolo

Riverente ed umìl la sua depone

Aurea corona d'amaranto intesta,

D'amaranto immortal purpureo fiore

Che all'arbor della vita in Paradiso

Già cominciava a germogliar vicino;

Ma pel fallo dell'uom trasposto venne

In ciel ben presto ov'esso nacque in prima.

Ivi or cresce e s'infiora e della vita

Alto adombra la fonte e i campi, dove

Per mezzo al cielo il fiume della gioia

Più dell'elettro limpide e fragranti

L'onde sue placidissimo rivolge.

Di quei sempre vivaci eletti fiori

Si fan corona alle splendenti chiome

I divi Spirti, e ricoperto allora

Di tanti sparsi serti il suol celeste,

Simile a un mar di fulgido diaspro,

Ridea vermiglio e fiammeggiante intorno

Di quelle porporine eteree rose.

In fronte quindi si ripongon tutti

Le lor ghirlande, e l'arpe d'ôr lucenti

Che pendon loro quai faretre a lato,

Recansi in mano, arpe accordate ognora,

E discorrendo con maestre dita

Le corde in pria, preceder fanno al canto

Soave sinfonìa ch'erge a sublime

Estasi l'alme: indi dell'arpa al suono

Ciascun la voce accoppia, e non è voce

Che discordi lassù dove suprema

In tutto regna consonanza eterna.

Te in pria cantaro, onnipossente Padre,

Infinito, immutabile, immortale,

Eterno Re, te creator del tutto

Che se' fonte di luce e nell'immensa

Luce medesma che t'avvolge il soglio

Eccelso, inaccessibile, t'ascondi

Impenetrabilmente, e quando ancora

Con nube stesa intorno intorno, quasi

Tabernacol fiammante, adombri il pieno

Fulgór de' raggi tuoi, da' lembi estremi

Scintilli sì che tutto abbagli il cielo,

Nè da vicin può Serafino alcuno

Il lampo sostener che fuor ne sgorga,

Ma fa con ambe l'ali agli occhi un velo.

Indi a te, divin Figlio, a te, divina

Rassomiglianza, fu rivolto il canto,

A te che pria d'ogni creata cosa

Genito fosti, a te nel cui sembiante

Visibil fatto, senza nube splende

Il sommo Padre, in cui non può per altra

Guisa affisarsi occhio creato alcuno.

Dalla sua gloria in te l'ardente lume

Impresso sta, trasfuso in te riposa

L'ampio suo Spirto: egli de' cieli il cielo,

Egli per te le angeliche Possanze

Tutte creò, per te lo stolto orgoglio

Delle perverse ammutinate squadre

Traboccò negli abissi; in quel gran giorno

Di sue tremende folgori ministro

Fu il possente tuo braccio, e tu le vive

Del fero carro sfavillanti rote

Che l'eterna scuoteano empirea mole,

Sulle cervici a' rovesciati Spirti

Terribile aggirasti. Al tuo ritorno

Piene di gioia le fedeli schiere

Alto levár solenne plauso, e figlio

Te celebràr della paterna possa,

Te su i paterni perfidi nemici

Aspro vendicator; ma tal sull'uomo

No, non sarai. Di scellerato inganno

Vittima cade questi, onde tu, sommo

Padre di grazia e di mercè, temprasti

Coll'infelice il tuo rigor severo

E pendesti al perdon: ti scorse in volto

Di giustizia e pietà la gran contesa

L'unico tuo diletto Figlio e pronto

A finirla s'accinse. Ei dall'eterna

Gloria del ciel discende, ei s'offre a morte

Per l'umano fallir. Oh amor sublime!

Oh amore incomparabile, che solo

Nel sen d'un Dio può ritrovarsi! Salve,

O gran Figlio di Dio, salve, del guasto

Genere uman riparator possente;

De' nostri canti ampio suggetto ognora

Sarà tuo nome, ognor sull'arpe nostre

Suoneranno tue laudi, e mai da quelle

Del Padre tuo non suoneran disgiunte.

Così ne' regni di eterna luce

Essi spendeano in gioia e in dolci canti

L'ore beate. Sulla salda intanto

Del rotondo Universo opaca vôlta

Ch'ogni altra inferïor lucente sfera

In sè rinchiude e del Caosse affrena

E delle antiche Tenebre gli assalti,

Satán scende e passeggia. Un picciol globo

A lui parea da lunge, or terra immensa

Gli sembra, oscura, desolata ed erma;

Severo ciel che sotto il torvo aspetto

Di notte senza stelle ognor si giace,

E del Caosse che d'intorno freme

Sempre esposto al furor. Solo in quel lato

Che del ciel guarda le lontane mura,

Per l'aere da' furenti orridi nembi

Meno percosso, un fioco lume ondeggia.

Quivi l'iniquo Spirto in largo campo

Spazia a grand'agio, ed avoltoio sembra

Che là cresciuto ove il nevoso Imao

L'argine oppon degli ammontati ghiacci

Al vago Scita, dalla trista terra

Scarsa di preda sloggia e via sen vola

Di pingui agnelli e di capretti in cerca

Su per li colli ove le greggie han pasco,

Ver le fonti del Gange o dell'Idaspe

Dirizzando il cammin, ma scende intanto,

Stanco dal lungo vol, sugli arenosi

Campi di Sericana, ove sì destro

Guida il Cinese i suoi di canna intesti

Leggieri carri con le vele e 'l vento,

Che scorrer sembra il mar. Così Satáno,

Sovra quel suol simíle a mar ventoso,

Tutto anelante alla sua preda e solo

Su e giù cammina. Tutto solo egli era;

Chè là vivente o inanimata cosa

Non si trovava ancor, ma poscia allora

Che l'opre de' mortali ebbe la Colpa

Piene di vanità, lassù volaro,

Come aerei vapori, in larga copia

Le cose di quaggiù fugaci e vane.

Quest'orbe tenebroso in suo passaggio

Il reo Spirto rinvenne e a lungo errando

Per esso andò, ma un fil di dubbia luce

Tremolando improvviso a sè gli stanchi

Suoi passi in fretta volse. Ei lungi scopre

Superba mole che alle mura ascende

Del ciel per gradi splendidi e infiniti:

Ad essa in cima qual di regio tetto

Un'ampia porta appar, ma ricca e vaga

Oltr'ogni paragon, con fronte adorna

D'oro e diamanti: folgorava tutto

D'orïentali folte gemme intesto

Il grand'arco che in terra ingegno alcuno

Nè in rilevate, nè in dipinte forme

Solo adombrar non mai potrìa. Simíli

Eran le scale rilucenti a quelle,

Per cui, fuggendo la fraterna rabbia,

Sotto il notturno aperto ciel disteso

Là nel campo di Luza il buon Giacobbe

Discendere e salir fulgidi stuoli

D'Angeli vide in sogno e nel destarsi,

Quest'è, gridò, quest'è del ciel la porta.

In ogni grado alto divin mistero

Si nascondea, nè stettero là sempre

Immoti già, ma tratti in ciel talora

Fur da invisibil mano. Un luminoso

Mar di liquide perle o di diaspro

Al di sotto scorrea, su cui gli Eletti

Che varcâr poi di terra ai seggi eterni,

Fêro in braccio degli Angioli tragitto,

O fur rapiti da corsier di foco

Oltre quell'onde in su volante carro.

Giù la gran scala era calata allora,

O perchè dall'agevole salita

Lo Spirto reo fosse tentato, o a fargli

Sentir più crudo il sempiterno esiglio

Dalle beate porte. Incontro ad esse

Aprivasi di sotto in ver la terra

Un ampio varco che al felice appunto

Sito dell'Eden rispondea, più largo

Varco di quello assai che sul Sionne

E la promessa terra a Dio sì cara

Fu schiuso poscia, e per lo qual sovente

Gli spediti quaggiù celesti messi

A visitar quelle tribù felici

Venir soleano e ritornare, e Dio

Di là dove il Giordan l'origin prende

Fin dell'Arabia e dell'Egitto ai lidi.

L'amoroso stendea vigile sguardo.

Sì largo era quel varco, ove fur fissi

I confini alle tenebre, siccome

Del mare all'onde. Ivi Satán s'arresta,

E dal grado più basso, onde alla soglia

Del ciel conduce l'aurea scala, il guardo

In giù volgendo, ad un sol punto scopre

L'intero mondo, e all'improvvisa vista

Attonito riman. Così guerriero

Esplorator che per deserte e buie

Vie tutta notte andò fra rischi errando,

Sul ciglio alfin d'un erto monte asceso

Allo spuntar del mattutino albôre

S'arresta e guata, e di repente amene

Straniere terre in lontananza scorge

Non prima viste, ampia città famosa,

E splendenti palagi e torri eccelse

Che del sorgente sole il raggio indora.

Con tal stupor, sebbene al cielo avvezzo,

Va contemplando quel maligno Spirto

Quest'Universo; ma più forte il punse

Invidia ancor quando sì bello il vide.

Tutto per ogni banda egli lo spia

(E bene il può di là dove sublime

Sovrasta al fosco spazïoso manto

Che la notte distende in vasto giro)

Dal punto Oriental di Libra infino

Al velloso Monton che lungi porta

Oltre orizzonte per le atlantich'onde

Andromeda lucente. Indi col guardo

L'ampiezza tutta dall'un polo all'altro

Ei ne misura, e vêr le prime piagge,

D'indugio impazïente, in giù si lancia

Con vol precipitoso. Obliquo ei torce

Pel candid'aere puro il facil corso

Fra globi innumerabili che stelle

Paion da lunge e davvicin son mondi,

Vasti mondi, o felici isole amene

Simili a quegli Esperidi giardini

Sì rinomati un dì, beati campi,

Lieti boschetti, dilettose valli

Di fior vestite, e ben tre volte e quattro

Isole fortunate. Ei via trascorre,

E quai ne sien gli abitator felici

Non s'arresta a cercar; ma l'aureo sole,

Che più del ciel l'immensa luce imita,

Sovra ad ogn'altra stella a sè richiama

Lo sguardo suo: colà rivolge il corso

Pel firmamento placido (se in alto,

Ovvero in basso, o presso il centro, o lungi,

Chi 'l potría dir?) dove la nobil lampa

Lungi dal folto popolo degli astri

Che in convenevol lontananza stanno

Dall'occhio suo sovran, loro dispensa

Il tesor de' suoi rai. Con ordin vario,

Ma immutabile ognor ne' varj moti,

Al suo rallegrator lume d'intorno

La mestosa lor veloce danza

Menano quelli, e i giorni, i mesi, gli anni

Misuran seco; e forse in giro mossi

Son de' suoi rai dall'attraente forza

Che dolce scalda l'Universo e dolce

Ogni lontana e più riposta parte

Penetra e scuote coll'arcano ed almo

Foco sottil: sito ammirabil tanto

Fu fisso all'orbe animator del mondo!

Colà Satáno approda, e macchia pari

A quella ond'egli il lucid'astro adombra,

Sguardo mortal d'ottici ingegni armato

Forse giammai non vi scoperse: il loco

Egli trovò sopra ogni dir lucente,

E molto più che non rifulge in terra

Terso metallo o gemma. Ogni sua parte

Non è simìl, ma sfolgorante e piena,

Come di foco è pien rovente ferro,

D'egual lume è ciascuna. Oro là sembra,

Qua purissimo argento: ivi il fulgóre

Del crisolito imíta, o del rubino,

O del topazio, o del carbonchio; o quello

Dei dodici gioielli, onde d'Aronne

Il sacro petto fiammeggiava adorno;

Nè il nostro immaginar pinge sì bella

Quella mirabil pietra, a cui rivolto

Fu de' creduli Sofi invan tuttora

Lo studio ed il sudor, sebben in ceppi

Il fuggevole Erméte a por sia giunta

La lor arte possente, e su traendo

Dal marin fondo il vecchio Proteo sciolto

In varie guise ognor, stringerlo sappia

A ripigliar per vitrea angusta doccia

La sua forma natìa. Mirabil cosa

A chi dunque sarà, che spirin quivi

Puro elisir le regïoni e i campi,

E volgan aurei flutti i fonti e i fiumi,

Quando col tocco del sovrano raggio

Che nel terrestre umor s'infonda e mesca,

Il sol da noi sì lunge, in queste basse

Tenebre può produr tante e sì rare

Cose ammirande, e trasformar l'impuro

Loto in raggianti prezïose gemme?

Nulla abbagliato da cotanta luce,

Quivi d'alto stupor spettacol novo

Trova il maligno Démone, e col guardo

Ch'ombra od intoppo non incontra, tutti

Signoreggia dell'aere i campi immensi.

Come dal sommo vertice del cielo,

Colà dove la notte al dì s'adegua,

In sul meriggio a noi diritti vibra

Quel pianeta i suoi rai, dritti lassuso

Così li manda ognor per vie disgombre

D'ogni opaco ritegno, e l'eter puro,

Qual non è altrove, di Satán gli sguardi

Aguzza e guida ai più lontani oggetti.

Un Angel glorïoso a un tratto ei scorge,

Quell'Angelo medesmo ivi dipoi

Da Giovanni veduto: egli a Satáno

Volgea le spalle, ma il celeste lume

Non cela già che lo riveste; intorno

Gli sfavilla alla fronte aurea tïara

Intesta de' più puri eletti raggi,

E mollemente sull'alate spalle

Gli ondeggia sparso il folgorante crine.

Fisso in pensier profondo, ad alto incarco

Intento egli parea. S'allegra allora

Lo Spirto reo che ritrovato alfine

Spera d'aver chi all'Eden drizzi il suo

Errante volo, alla felice sede

Dell'uom, che al lungo suo viaggio è meta,

E principio sarà de' nostri affanni.

Ma per fuggire indugio o rischio, in pria

Cangiar la propria in altra forma ei pensa;

E tosto un Cherubin leggiadro e vago,

Ma non dei primi, ei si dimostra: in volto

Fresca gli ride gioventù celeste,

E concorde si sparge in ogni membro

Grazia e decoro. Il menzogner sembiante

Nulla smentisce in lui; vezzoso serto

Gli orna le tempie, ed alle gote intorno

Gli scherzano ravvolti in vaghe anella

I biondetti capelli; ali ha sul tergo

Di sparse d'oro variopinte penne;

Succinto e lieve è il suo vestir, e innanzi

A' composti suoi passi argentea verga

Ei stringe in man. Pria d'appressarsi, udito

Dall'Angel fu che il luminoso volto

Tosto a lui volse e manifesto apparve

L'Arcangelo Urïele, un di que' sette

Che, più vicini al solio dell'Eterno,

Stanno pronti a' suoi cenni, ed occhi suoi

Son quasi, che de' cieli e della terra

Le vaste piagge rapidi scorrendo,

Van sul suolo a portare, o van sull'onda

I suoi decreti. A lui Satán s'appressa

E così gli favella: O tu che sei

Uno, Urïele, di que' sette Spirti

Che vestiti di gloria innanzi al trono

Stan dell'Onnipossente, e per l'eccelse

Sfere interpetre sei, sei messaggiero

Di quell'alto voler che i figli suoi

Umili aspettan dal tuo labbro, e forse

Per supremo decreto egual onore

Or godi qui d'ir visitando attorno

Queste nuove da lui create cose,

A te ricorro. Ardente brama il petto

Di veder, di conoscere m'infiamma

Quest'opre sue stupende, e, più ch'ogni altra,

L'uomo, dell'amor suo, del suo favore

Oggetto singolar, l'uomo, per cui

In sì mirabil ordine ei dispose

Quest'Universo. Un tal desìo mi trasse

Così soletto a errar lungi dal coro

Degli altri Cherubini; ah! tu m'insegna,

Inclito Serafino, in qual di questi

Splendidi mondi stabilita all'uomo

Sia la dimora, o se dimora alcuna

Fissa ei non abbia ed in ciascuno scerre

La possa a grado suo. Fa ch'io trovarlo

Ed in segreto o apertamente io possa

Di lui goder la vista, a cui sì largo

Fu il sommo Creator di grazie tante

E liberale donator di mondi.

Così potrem nell'uom, come in ogn'altra

Cosa, esaltar quel Facitor sovrano

Che al fondo dell'inferno i suoi ribelli

Spinse a ragione, e a ripararne il danno

Questa nuova creò felice stirpe

Che più fedel gli fia. Sagge son tutte

L'opre e i disegni suoi. - Così quel falso

Angel parlò, nè il ben celato inganno

Urïel discoprì; chè dato ad uomo

O ad Angelo non è scorger la chiusa

Intenebrata Ipocrisia, quel solo

Mal che nascoso ad ogni sguardo, e chiaro

Soltanto a quel di Dio che andar lasciollo,

Della terra e del ciel le vie trascorre.

Così sovente la Prudenza ancora

Sta vigilante invan, spesso il Sospetto

Sulle soglie di lei s'acqueta e dorme,

E 'l proprio posto inavveduto cede

Alla semplicità che al mal non pensa

Dove niun male appar. Da sua bontade

Così il rettor del sol, quell'Urïele

Ch'ha sovr'ogn'altro Spirito del cielo

Acuto il guardo, nell'inganno è tratto;

E del suo schietto cor seguendo i moti,

Al frodolento infignitor maligno

Cotal risposta diede: Angel vezzoso,

Questa tua brama che a conoscer l'opre

È rivolta di Dio perchè s'esalti

Ognor più la sua gloria, anzi che biasmo,

Lode ben merta; e più di pregio è degno

Quanto più vivo è quello zel che spinto

T'ha sì lontan dal tuo celeste seggio

In questi lochi e così sol, co' tuoi

Occhi medesmi ad ammirar quel ch'altri

Forse d'udir per fama in ciel s'appaga.

Ah! degne inver d'altissimo stupore,

Degne che in lor sempre il pensier s'affissi,

Son l'opre di sua mano e viva fonte

Di puro soavissimo diletto.

Ma qual creata mente abbracciar puote

L'infinito lor numero o 'l profondo

Sapere investigar che fuor le tragge

Dal nulla e le alte lor cagioni asconde?

Presente io fui quando la massa informe

Della rude materia in groppo unita

Apparve; umile il Cao sua voce intese,

S'acchetò dell'abisso il fier muggito,

E Immensitade ebbe confini: il labbro

Egli di nuovo aperse e di repente

Fuggissi il buio, sfolgorò la luce,

E dal disordin fuor l'ordine surse.

L'acqua, la terra, l'aere, il foco allora

Ch'eran fra sè ravviluppati e misti,

Ai varj posti lor corser veloci;

E l'eterea del ciel sustanza pura,

Di varie forme impressa, in su volando

In giri si ravvolse, e gli astri, questo

D'ardenti faci innumerabil coro,

Venne a compor, qual vedi; e ognun suo loco,

Ognun suo corso ebbe prescritto. Il resto

In cerchio immenso la gran vôlta e 'l muro

Formò dell'Universo. Or gli occhi abbassa

A quel globo laggiù che a noi rimanda

Parte del lume che di qui gli piove

Sul lato incontro a noi; la terra è quella,

Dell'uom la sede, e quella luce è il giorno

Che la rischiara. Ora la notte abbuia

L'altro emisfero suo, ma la propinqua

Luna (così quell'altra stella ha nome)

Coll'improntato suo fulgor le presta

Opportuno soccorso, ed alternando

Il mensual suo giro, ora di luce

Empie ed or vôta il suo triforme aspetto;

E così della notte il fosco impero

Sopra la terra scema. Or gli occhi porgi

A quella macchia che colà t'addito:

Il soggiorno d'Adam, l'Eden è quello,

E quell'alte ombre il suo ritiro. Vanne;

Il tuo cammino errar non puoi: conviensi

A me seguire il mio. Ciò detto, altrove

L'Angelo si rivolse. A lui Satáno

Profondamente s'inchinò, qual suole

Spirto minore a maggior Spirto in cielo,

Ove dovuta riverenza e onore.

Niun mai trascura: indi affrettato e spinto

Dalla sua speme, in molte aeree ruote

In vêr la costa della bassa terra

Precipita il suo volo, e del Nifate

In sull'alpestre vetta alfin si cala.


LIBRO QUARTO

 

Satáno, alla vista dell’Eden e del luogo ove si propone di eseguire l’audace suo disegno contro Dio e contro l’uomo è agitato da molti dubbj e da molte passioni, dal timore, dall’invidia, dalla disperazione; ma alfine si conferma nel male e si avanza verso il paradiso, del quale si descrive l’esterno prospetto e il sito. Egli supera tutti gli ostacoli e si posa in forma di smergo sull’albero della vita, il più alto di tutti per ispiare all’intorno. Descrizione del giardino. Satáno vede per la prima volta Adamo ed Eva; riman preso da maraviglia alla nobiltà delle loro sembianze ed alla felicità del loro stato, ma persiste nella risoluzione di procurare la ruina loro; sta ad ascoltare i lor discorsi, ne raccoglie ch’era loro vietato sotto pena di morte il mangiare del frutto dell’albero della Scienza, e disegna di fondare sopra un tale divieto la sua tentazione e sedurli alla disubbidienza. Differisce il suo proponimento al fine di informarsi meglio del loro stato per qualche altro mezzo. Intanto Uriele, scendendo sopra un raggio del sole, avverte Gabriello, a cui era affidata la guardia delle porte del paradiso, che qualche malvagio Spirito erasi fuggito dall’abisso, ch’egli era passato verso l’ora del mezzodì per la sua sfera sotto le forme d’un Angelo beato; che di là era disceso verso il paradiso, e che i suoi gesti furiosi sul monte lo avevano scoperto. Gabriello promette di trovarlo prima del nuovo giorno. Adamo ed Eva trattengonsi parlando insieme, e alla fine del dì si ritirano a riposo nel loro albergo. Descrizione di questo, e loro preghiera della sera. Gabriello ordina di far la ronda agli Spiriti ch’eran di guardia, e invia due Angeli verso l’albergo di Adamo per timor che il maligno Spirito non tenti qualcosa contro i nostri primi padri mentre dormono. È trovato all’orecchia d’Eva occupato a tentarla in un sogno, ed è condotto a Gabriello. Risponde con orgoglio e ferocia e si prepara al combattimento, ma intimorito da un segno che appare in cielo, se ne fugge dal paradiso.

 

 

 

 


Dove ah! dov'è quella pietosa e fera

Voce che l'Inspirato udìo di Patmo

Dal profondo del ciel tonare un giorno

«Guai della terra agli abitanti» allora

Che, di nuovo sconfitto, a far scendea

Furibondo il Dragon le sue vendette

Sopra l'umana stirpe? Oh! perchè avviso,

Finchè n'è tempo ancora, ella non porge

Ai nostri primi sventurati padri

Del lor vicin nemico, onde i mortali

Schivar agguati suoi potesser forse?

Di rabbia acceso ecco Satán discende,

Pria tentator e accusator dipoi,

La prima volta in terra, e 'l suo furore

Per la perduta pugna e per l'orrenda

Caduta sua vien a sfogar sul frale

Uomo innocente; ei vien, ma benchè tanto

Intrepido da lunge, or non ritrova

Pei vinti rischi e pel suo presto arrivo

D'allegrarsi ragion. L'atro disegno,

Presso a scoppiar, nello sconvolto petto

Gli si raggira e bolle e 'l proprio fabbro

Si ritorce a colpir, come guerriera

Macchina fulminante indietro balza,

Mentre dal seno il tuon scaglia e la morte.

Dubbio, terror tutti confonde e mesce

I suoi pensier: d'inferno uscito invano

Egli è, l'inferno ha in cor, l'inferno intorno

Pertutto egli ha, nè per cangiar di loco

Al circondante orror più che a sè stesso

Può un sol passo involarsi. Il già sopito

Suo disperar di coscïenza al fero

Grido or si sveglia, e la mordace idea

Di quel ch'ei fu, di quel ch'egli è, di quello

Che in avvenir sarà, delle più gravi

Pene che sempre a maggior colpe aggiugne

La giustizia infallibile del cielo,

L'ange e spaventa. I dolorosi sguardi

All'Eden che fiorito e fresco e vago

Gli s'appresenta, or ei rivolge, ed ora

Al cielo, e al sol che in cima arde e lampeggia

Dell'alta sua meridiana torre;

Quindi così del cor l'ambascia cupa

Esalò sospirando: O tu, che cinto

Di tanta gloria, spazïando vai

Solo Signor lassù, che sembri Nume

Di questo nuovo mondo, e in faccia a cui

La scema fronte ogn'altra stella asconde,

Mi volgo a te, ma non con voce amica

Io già mi volgo, ed il tuo nome aggiungo,

O sol, per dirti in qual dispetto io m'abbia

I raggi tuoi che mi rammentan quale

Fosse il grado ond'io caddi, e la tua spera

Quant'io di gloria e di splendor vincessi.

Oimè! da quale stato un cieco orgoglio

Precipitommi! Io contro il re del cielo,

Io contro lui che paragon non ave,

Osai levar lassù la fronte e l'armi?

E perchè mai? No, tal ricambio invero

Ei non mertò da me, da me che a tanta

Altezza avea creato, ei che i suoi doni

Non mai rimproverò, che lievi e dolci

Servigi sol chiedeva, animo grato

E sacre laudi. E qual men grave omaggio

E qual più giusto? Eppur maligno tosco

Furo al mio core i benefici suoi,

E sol dier di nequizia orrido frutto.

Innalzato cotanto, a sdegno io presi

Lo star suggetto; un sol varcato passo

Credei che fatto a lui m'avrebbe eguale,

E il pondo insofferibile di mia

Riconoscenza per le grazie, ond'egli

Ognor mi ricolmava, a un tratto scosso

Avrei così da me; nè seppi allora

Che un grato cor, mentre confessa il dono,

Più debitor non è. Qual era dunque

Il mio gravoso incarco? Ah! se locato

Egli m'avesse in men sublime seggio,

Felice ancor sarei, nè spinte avrebbe

Una sfrenata ambizïosa speme

Sì lungi le mie brame. E se qualch'altro

Al par di me possente Angelo osava

Tentar la stessa impresa e me con seco

A sua parte traea? Ma che! son forse

Cadute altre Possanze a me simili,

E ferme e fide non si serban contro

Ogn'inganno, ogni assalto? Al par di quelle

Libera volontà fors'io non ebbi

Ed ugual forza? Ah! sì. Di che mi lagno

Dunque? Chi dunque accuserò? Quel Dio

Che fu d'eguale amor, di doni eguali

Largo con tutti? Maledetto dunque

Quell'amor e quei doni, a me, del pari

Che il feroce odio suo, cagion fatale

D'interminabil duolo; anzi in eterno

Maledetto io medesmo, il cui volere,

Contro il voler di lui, libero scelse

Questa ch'or merto e provo acerba sorte.

Dove, misero me! dove sottrarmi

All'immensa ira sua? Dove allo stesso

Mio furor disperato? Ovunque io fugga,

Trovo l'inferno, anzi del core in fondo

Meco lo porto: ivi un più cupo abisso

Di quell'abisso atroce in cui m'ha spinto

Il mio delitto, si spalanca, e tanto

Lo supera in orror che bello e dolce

L'inferno stesso è al paragone. Ah! cedi,

Cedi, Satáno, alfin. Che! loco alcuno

Al pentimento ed al perdon non resta?

No, se sommesso in pria, se umìl... Che dico?

Umil, sommesso io mai? Qual onta! Ah! furo,

Fra quei Spirti laggiù da me sedotti,

Ben altro fur le mie promesse e i vanti.

Io che l'Eterno a rovesciar dal solio

Bastante m'affermai, potrei fra loro

Servo e di servitù nunzio tornarmi?

Oimè! ch'essi non san quanto una vana

Mi costi ombra di gloria! essi non sanno

Fra quali angosce internamente io gema,

Mentre da lor sull'infernal mio solio

Adorato m'assido! A me che giova

Scettro e corona, se più ch'altri appunto

Io ruino perciò nel cupo centro

Di tutte le miserie e son supremo

Sol negli affanni? O ambizïon, son queste

Le gioie tue? Ma se a pentirmi ancora

Scender potessi, e col perdono il mio

Racquistar primo stato, i sensi alteri

In me rigermogliar quella grandezza

Non faría tosto, e tutto aver a sdegno

Quanto giurò mendace ossequio? I voti

Che duolo e forza mi svellea dal labbro,

Quai nulli e vani la cangiata sorte

Tutti terrebbe. No, rinascer vera

Amistade in quel cor non può giammai,

In cui d'odio mortal fur sì profonde

Ferite impresse. A più fatal caduta

Io sol risorgerei, la breve tregua

A prezzo d'addoppiati aspri tormenti

Solo comprata avrei. Ben sallo il mio

Sagace punitor che a darmi pace

Tanto avverso è perciò quant'io mi reco

A dispetto il cercarla! Or ecco, invece

Di noi cacciati in crudo esiglio indegno,

Ecco creato l'uom, tenero oggetto

Delle sue cure; ecco d'un mondo intero,

Liberal largitor, gli ha fatto il dono.

Fuggi dunque, o speranza, e tu con essa

Fuggi, o timor, da questo sen; fuggite,

Vani rimorsi miei; per me in eterno

È perduto ogni ben: tu solo, o male,

Sii mio sol bene omai; per te diviso

Col re del cielo almen tengo l'impero,

E più che la metà saprò fors'anco

Occuparne per te. Vedrai bentosto,

Uomo odïato, e tu, novello mondo,

La possa di Satán. - Mentr'ei sì parla,

Fera procella gli dibatte il core,

E un lurido pallor d'invidia e rabbia

E disperazïon gl'infosca il volto

A vicenda tre volte. Ad ogni sguardo

Le scompigliate sue mentite forme

Lo avrìen scoperto: chè sereni e sgombri

Da sì sconce tempeste il cor, la fronte

Hanno i Celesti ognor. Lo avvisa ei tosto,

E, artefice di fraude, appiana e copre

D'esterna calma ogni tumulto interno.

Egli il primiero fu che l'alma fella

D'aspra vendetta covatrice ascose

Sotto dolci sembianze. Esperto tanto

Non è però che ad Urïele accorto

Far possa inganno. In suo cammin coll'occhio

Egli seguillo, e sull'Assirio monte,

Più ch'a beato Spirto avvenga mai,

Disfigurato il vide. I gesti feri

Di lui che allora inosservato e solo

Colà credeasi, il torbid'occhio ardente

E 'l portamento furibondo e folle

L'Angel scôrse e notò. Così Satáno

Suo cammin segue e a' fortunati campi

Dell'Eden s'avvicina. Un verde giro

D'argine rustical cinge la vasta

Pianura stesa in cima ad erto monte,

Che di pungenti vepri e d'alti e densi

Rovi tra lor confusamente attorti

Ispidi ha i lati e d'ogni parte il varco

Impenetrabil fa. Gli abeti, i pini,

L'eccelso cedro e la ramosa palma

Torreggian sopra, e sull'agreste scena

Stendon lunghissim'ombra; e quanto il colle

Più si solleva, alte ognor più spargendo

L'ombre sull'ombre, un boschereccio, altero

Maestoso teatro offrono al guardo.

Ma più ancor di lor cime il verdeggiante

Muro del Paradiso in alto sorge,

E al nostro primo padre ampio prospetto

Dei sottoposti spazïosi regni

Presenta d'ogn'intorno. Oltre quel muro

Disposti in giro ergono al ciel le sempre

Chiomanti braccia i più fecondi e belli

Arbori carchi de' più dolci frutti.

Sul ramo stesso ivi matura e spunta

Insieme il frutto e 'l fior, ambi d'un vivo

Aureo colore, a cui del par lucenti

Si mescono mill'altri; e il sol più lieto

Co' ripercossi rai vi splende e scherza

Che in vaga nube a sera, o nell'acquosa

Iride bella quando ha sparsa Iddio

La pioggia sulla terra. Amabil tanto

È quel beato suol! Ride pertutto

Soave primavera, ognor più puro

Spira quell'aere a chi s'appressa, e tale

Un almo infonde avvivator conforto

Che può dal cor, se non uscì di speme,

Ogni affanno sgombrar. Gentili aurette

Le leggiere scotendo ali fragranti

Spandon pertutto i loro profumi, e sembra,

Che voglian dir coi lor susurri il loco

Donde involâr quelle odorose prede.

Come al Nocchier ch'oltre gli estremi Cafri

Veleggia, e Mozambico ha già varcato,

Il vento aquilonar dalle felici

Arabe spiagge odor Sabei tramanda,

Ond'egli preso da diletto allenta

Il suo cammino, e 'l vecchio Oceano stesso

Per ampio tratto si rallegra e ride:

Così allettato era il malvagio Spirto

Da quell'alme dolcezze, ei che venìa

Del suo veleno ad infettarle. A tardi

Passi e pensoso, di quell'erto colle

Giunto all'aspra salita egli era omai,

Quando per varcar oltre alcun sentiero

Più non appar; di così folti ed irti

Cespugli e dumi un'aggroppata selva

Impenetrabil s'opponea. Restava

Sola una porta dall'opposto lato

Vêr l'Orïente: videla il fellone,

Ma la sdegnò superbamente, e ratto

Oltre la ripid'erta e l'alto muro

Spiccò d'un salto e sovra i piè leggieri

Nel bel loco balzò. Qual lupo spinto

Da cupa fame a ricercar di preda

Novelle tracce, erra qua e là spiando

Ove i pastor nelle di vinchi inteste

Lor chiuse a sera di raccor son usi

Il sazio gregge, e con agevol lancio

Sopra la fratta, furibondo, ingordo

Nel recinto si scaglia; o qual notturno

Ladro che all'arca per molt'oro grave

D'un ricco cittadin le insidie ha volte,

Poichè assalto non temono le forti

Soglie e le ferree sbarre, ei s'apre il passo

Per le finestre, o sopra l'arduo tetto

Arrischievol s'arrampica; tal questo

Primo atroce ladrone entrò nel santo

Ovil di Dio. Quindi a vol s'erge e sopra

L'arbor di Vita, che l'altera cima

Nel mezzo al bel giardin sugli altri innalza,

Si posa in forma di rapace smergo:

Ivi della vital salubre pianta

L'alta virtude a meditar l'iniquo

Non stette già, ma sol tramò la morte

A color che vivean. Di quel sublime

Loco che a lui, se provvido era e saggio,

Stato saria d'immortal vita pegno,

Ei sol si fe' vedetta a stender lungi

L'indagator di preda avido sguardo.

Sì poco ognun (tranne sol Dio) conosce

Del bene il prezzo, ma strumento il rende

Spesso del male, o in usi indegni il torce.

Or con nuovo stupor mira Satáno

Sotto di sè, dentro non largo giro,

L'ampie ricchezze di natura accolte

A far pago dell'uomo ogni desìo;

Anzi gli par di rivedere il cielo

Sopra la terra. Quel felice suolo

D'Eden Iddio medesmo aveva eletto,

E sugli Eoi confini il bel giardino

Ei stesso vi piantò. Verso l'aurora

L'Eden si distendea da Auran fin dove

I greci Re dipoi le rocche altere

Di Seleucia innalzaro, o dove surse

Talata e dove in pria d'Eden i figli

Ebber soggiorno. In sì ridente terra

Più assai ridente il suo giardino adorno

Avea disposto Iddio. Gli arbori tutti

Più vaghi, più fragranti e più soavi

Cresceanvi rigogliosi, e ad essi in mezzo

Sublime, eccelso e germinante ognora

Di vegetabil oro ambrosie frutta

L'arbor sorgeva della Vita, e presso

Alla vita sorgea la nostra morte,

L'arbor della Scienza, arbor funesto

Che, il ben mostrando, al mal la strada aperse.

Per l'Eden verso l'austro un ampio fiume

Scorre, e d'un monte nel boscoso fianco,

Senza torcer suo corso, entra e s'ingolfa

Per sotterranee vie. Là posta avea

Di propria man quella montagna Iddio,

Qual sponda al suo giardino, alta sovresso

La rapida corrente: indi bevuta

Dalle segrete sitibonde vene

Del poroso terren sorgea gran parte

Di quell'acque in un chiaro, immenso fonte

Che dipartito in cento rivi e cento

Irrigava il giardin; quindi per l'erta

Balza, unito di nuovo, in giù cadea

La vasta piena a rincontrar che uscita

Alfin dal cupo varco al dì risale,

E con vario cammin, divisa in quattro

Maggiori fiumi, per lontane terre

Stende suo corso e per famosi regni.

Or qual arte giammai, qual alto e dolce

Stile ridir potrìa come da quella

Sorgente di zaffir scendon fuggendo

Sovr'aurea sabbia e orïentali perle

I ruscelletti garruli da lievi

Aure increspati? e come in mille e mille

Giri sorto le fresche ombre pendenti

Volgono il puro néttare dell'onde

A visitare ed a nudrir le piante

E i fiori tutti, di quel loco degni

Anzi del cielo? In brevi aiuole e gruppi

Non ordina colà difficil arte

Quelle piante e que' fior, ma in colle, in valle,

In pian con mano liberal gli spande

L'alma natura, e dove il sol percuote

Co' novelli suoi rai gli aperti campi,

E dove imbruna impenetrabil ombra

In sull'ore più calde i bei recessi.

Tal era e varia e maestosa e schietta

Del loco la beltà! Colà distilla

Gomme odorose e balsami il boschetto;

Qui aurate poma pendono ripiene

Di celeste sapor. Gli Esperid'orti

Favoleggiati poi, qui veri in prima,

Qui fur soltanto. Là ridenti prati,

Qua piagge amene, ove pascendo vanno

Le tener'erbe i fortunati armenti;

Qui coperto di palme un colle sorge,

Ed ivi s'apre il vario pinto grembo

D'irrigua valle, ove pomposa mostra

Fan tutti i fior più vaghi, e porporeggia

Senza spine la rosa. In altro lato

Vedi freschi ritiri, ombrose grotte,

Su cui lieta s'inerpica e distende

Lussureggiante le ritorte braccia

Gravi di biondi grappoli la vite.

Con grato mormorìo discendon l'acque

Dai colli aprici e van divise errando,

O uniscono i lor rivi in chiaro lago

Ch'offre il suo specchio cristallino al margo

Coronato di mirti. Odesi intorno

Almo d'augei concento, a cui le molli

Aurette carche di fragranti spoglie

Di campi e boschi accordano il susurro

Delle tremule fronde. Avria creduto

Forse la Grecia favolosa quivi

Veder danzanti Pan, le Grazie e l'Ore

E insiem guidar la primavera eterna.

Eran men belle assai l'Etnée campagne,

Dove involata fu dal fosco Dite,

De' fior ch'ella cogliea più vago fiore,

Proserpina gentil, per cui l'afflitta

Madre corse e cercò la terra intera.

Non quel di Dafne dilettoso bosco

Presso l'Oronte, di sì lieto suolo

Venga al confronto; non l'Aonie piagge

Cui l'onda sacra e inspiratrice irriga;

Non quella dal Triton bagnata e cinta

Isoletta Niséa, dove l'antico

Cam, che Libico Giove e Ammon nomato

Fu dai Gentili, il pargoletto Bacco

Ed Amaltea celava al vigil guardo

Della matrigna Rea; non l'erto monte

D'Amara, là del Nil presso alle fonti,

Che, di splendenti rocce intorno chiuso,

De' monarchi Abissini i bruni figli

Serba nel grembo, e i salitori stanca

Per un intero dì, montagna amena,

È ver, ma da talun creduta a torto

Del Paradiso la verace sede.

Volge Satán l'occhio geloso attorno,

E senza alcun diletto ogni diletto

Del bel giardino e l'infinita schiera

Delle viventi creature osserva;

Meraviglioso a lui spettacol novo.

D'assai più nobil forma, alte ed erette,

Erette in guisa di celesti Spirti,

Due là vestite di natìa bellezza

Nella lor nuda maestà, del Tutto

Sembran tenere, ed a ragion, l'impero.

Nei lor sembianti la divina imago

Del lor Fattore, verità, consiglio,

Pura ed austera santità risplende,

Austera sì, ma in filïal riposta

Libero ossequio, onde più bella e grande

Appar dell'uom la dignità sovrana.

Come diverso è il sesso lor, diversi

Son pur i pregi e diseguali: agli alti

Pensieri ed al valor formato è l'uno,

L'altra alle grazie e a' molli vezzi: è quegli

A Dio solo soggetto, a Dio soggetta

Ed allo sposo ell'è. Sovran signore

Allo sguardo sublime, all'ampia fronte

Ei si palesa: in crespe e folte ciocche

I giacintini suoi capei dall'alto

Cadon divisi in sulle larghe spalle,

Ma non più giù. Neglettamente sparse

Le trecce d'ôr fino allo snello fianco

Scendono a lei qual velo, e in vaghe anella

Rassomiglianti ai tenerelli germi

Onde s'aggrappa la pieghevol vite

Al vicin olmo, ondeggiano, e son quasi

Di quell'appoggio, ond'ella ha d'uopo, il segno.

Gentil impero ei prende, ella gliel cede

In ritrosetto amabile sembiante,

E quel modesto orgoglio e quelle molli

Ripulse e quegl'indugi assai più dolce

Fanno il suo consentir. Nè delle membra

Veruna parte allor geloso ammanto

Copriva ancor, nè la vergogna rea

Nè questo infame onor ne' petti umani

Era entrato per anco. Onor! Pudore!

Figli di Colpa, di virtude infinita

Vane ombre e larve ingannatrici, ahi come

Tutto avete quaggiù turbato e guasto!

Come sbandiste dall'umana vita

Quant'ella avea di più vitale ed almo,

Schietto candore ed innocenza pura!

Nuda così le belle membra e senza

Temer lo sguardo d'Angelo o di Dio,

Tenendosi per man, tra l'erbe e i fiori

Sen giva errando quella coppia, in cui

Reo pensiero non cade; amabil coppia,

Fra quante in dolci maritali amplessi

Dipoi ne strinse amor, la più gentile;

Egli il più bel di tutti i figli suoi,

Di tutte le sue figlie ella più vaga.

Sotto un ombroso susurrante gruppo

Di arbori, in mezzo al verde smalto, e presso

D'un fresco fonte essi adagiârsi, e tanto

Sol d'opra speso al bel giardino intorno

Quanto più grate le aleggianti aurette,

Più soave il riposo a far bastasse

E de' cibi e del ber più vivo il senso,

Della lor cena a saporar si diero

L'ambrosie frutta che i curvati rami,

Lungo il molle sedil tutto vestito

Di tener'erba e di fioretti sparso,

Offrir pareano in volontario omaggio.

Ne spremean essi la soave polpa,

E nella cava scorza il colmo rio

Quindi attingean; nè lusinghier sorriso

Fra lor mancava o parolette accorte,

O cari vezzi, o giovanili scherzi,

Qual si conviene a bella coppia in dolce

Coniugal nodo avvinta e sola. Intorno

Festosamente givanle ruzzando

Quanti animai, dipoi feroci e crudi,

Fuggiro ad abitar erme foreste

E boschi e tane. In carezzevol atto

Fra le sue branche dondola il lione

Il tenero capretto; ed orsi e tigri

E linci e pardi insiem giulivi e mansi

Saltabellano intorno. Il lento e grave

Elefante fra loro ogni sua prova

A sollazzarli tenta, e attorce e snoda

In cento guise la volubil tromba.

L'astuto serpe in tortuose spire

Cheto e leggier s'avvolge, e di sue frodi

Dà inosservato segno. Altri sull'erba

Accovacciati stannosi, e satolli

Guatan con occhio immoto; altri a sdraiarsi

Lenti, lenti s'inviano e il preso cibo

Van ruminando. Ver l'occaso intanto

Bassato il sol precipitava il corso,

E messaggiere della sera omai

Nella lance del ciel sorgean le stelle,

Quando Satán tuttor, qual prima, immoto

Per lo stupor, ricoverando alfine

La smarrita favella, in questi accenti

Angoscioso proruppe: Oh inferno! Oh rabbia!

E fia ver quel ch'io miro? Appresso tanto

Innalzati a quel ben ch'era già nostro

Costor son dunque, di novella tempra

Strano lavor che della terra forse

Uscio? costor non Spirti al certo, eppure

Ai rifulgenti Spiriti del cielo

Somiglianti così? Quant'io dappresso

Più li vo riguardando, in me maggiore

Sorge la meraviglia, e a mio dispetto

Amarli anco potrei: tanta risplende

In lor celeste somiglianza, e tanta

Grazia e beltà nei lor sembianti ha sparso

La man che li creò! Coppia gentile,

Ah tu non sai quanto a cangiarsi è presso

La sorte tua! come dispersi andranno

Bentosto i tuoi diletti, e del dolore

Tant'aspro e amaro più, quant'or più dolce

È questo tuo gioir, preda sarai!

Tu sei felice, è ver, ma saldo schermo

Tu non avresti, onde durar felice:

No, qual doveasi, quest'eccelso ed almo

Soggiorno tuo non fu munito e cinto

Da ripari bastanti a tener lungi

Tal nemico ch'entrovvi. In te non tutto

Vôlto è l'odio però che il sen m'attosca,

E ancor pietà di te meschina avrei

Bench'io pietà non trovi. A stringer vengo

Scambievole amistà, scambievol lega

Forte così che in avvenir tu debba

Viver meco in eterno od io con teco.

Gradito al par di questo bel giardino

Forse a te non sarà quel mio soggiorno;

Ma pur, qualunque siasi, in esso accogli

L'opra del tuo Fattore: egli a me diella,

Io volentier te l'offro. A voi davante

L'ampie sue porte schiuderà l'inferno,

E con gran festa manderavvi incontro

Tutti i suoi re. Non somigliante a questi

Brevi confini, ma capace e vasto

Sarà quel loco, a ricettar bastante

Il grande stuol de' vostri figli tutti;

E se miglior non è la stanza, a lui

Grado n'abbiate che su voi mi sforza

Immeritata ad eseguir vendetta

Di quell'ingiurie, onde sol egli è reo.

Pietà mi desta l'innocenza vostra,

Ma la pubblica causa, i torti atroci

Ch'io deggio vendicar, di questo nuovo

Mondo la omai vicina ampia conquista,

L'onor, la gloria, mio malgrado ancora,

Spingonmi a quello, ond'io, sebben laggiuso

Dannato eternamente, orrore avrei.

Così parlava quel maligno, e i suoi

Infernali disegni iva scusando

Colla necessità, discolpa usata

Sul labbro de' tiranni. Indi dall'alta

Cima ov'egli posava, a vol si gitta

Fra lo stuol sollazzevole di tanti

Quadrupedi animali, ed or dell'uno,

Ora dell'altro, qual conviensi meglio

Al suo proposto, le sembianze prende.

Più da vicino rimirar sua preda

Ei può così, così spïarne i detti

E gli atti inosservato, e aver contezza

Di lei più certa. Or con fiammanti luci,

Fatto leone, le passeggia intorno,

Ed or qual tigre che scherzar sul prato

Ha scorto a' caso due cervetti e corre

Ad acquattarsi presso lor, poi s'alza

E sceglie il suo terren, cangia gli agguati,

Onde con slancio più securo entrambi

Nell'una e l'altra branca insiem gli afferri.

Con Eva intanto Adam favella, e quegli

Tutto vér loro si protende, e sembra

Che drizzi mille orecchie al suon novello.

O sola, Adam diceva, o sola in tanti

Piacer compagna mia, tu che più cara

Mi sei di tutti, ah! quel sovran Signore

Che noi fece e per noi quest'ampio mondo,

Infinità bontà certo congiunge

Ad infinita possa, e de' suoi doni

È liberal come infinito. Ei fuora

Della polve ci trasse, in questo ameno

Di gioia albergo egli ci pose; e quali

Fur seco i merti nostri, o che possiamo

In cambio offrirgli ond'uopo egli abbia? È solo

Per tante grazie sue tal ci richiede

Prova di servitù che in ver più lieve

Esser non può per noi. Fra tanti e tanti

Di dolcissime frutta arbori carchi,

L'arbor della Scïenza ei sol ci vieta;

Quel solo ei vieta che vicino sorge

All'arbor della Vita: appresso tanto

Sta la vita alla morte! E checchè sia

La morte, al certo spaventevol cosa

Ella esser dee; chè Dio, tu ben lo sai,

Dio minacciolla a chi gustare il frutto

Di quell'arbore osasse, unico pegno

Di nostra ubbidïenza in mezzo a tanti

Impressi in noi di signoria, d'impero

Splendidi segni sovra quante il suolo

E l'onda e l'aere creature alberga.

Un sì leggier divieto, Eva diletta,

Potrìa duro sembrarci allor che tanto

Ampia ed intera libertà concessa

N'è sovra ogni altra cosa, e di sì vari

Diletti abbiam la scelta? Ah! no: s'esalti

Dunque da noi con sempiterne lodi

Quell'infinita sua bontade, e il caro

Lavor che ci affidò, seguasi intanto

Di crescer questi fiori e tôrre il troppo

Rigoglio a queste piante. È dolce l'opra,

Ma se grave anco fosse, ognor mi fora

Gioconda e bella al fianco tuo. Sì disse

Adamo; ed Eva: O tu, per cui, rispose,

E di cui mi formò la man superna,

O mia guida e signor, carne primiera

Di questa carne mia, tu, senza cui

Un'opra vana e di disegno priva

Fora stato il crearmi, ah! sì, ben giusto

E verace è il tuo dir: a Dio dobbiamo

Eterne lodi, eterne grazie, ed io

Principalmente, io che il destin più bello

Godo in goder di te che tanto sei

Di me maggior, mentre compagna eguale

Tu a te medesmo ritrovar non puoi.

Spesso quel giorno mi ritorna a mente,

In ch'io riscossa da profondo sonno

La prima volta, in grembo ai fior distesa

Mi trovai sotto l'ombra, e dov'io fossi

E chi mi fossi e da qual loco e come

Ivi recata, attonita men giva

Ricercando fra me. Di là non lunge

Un mormorío da cava rupe uscìa

D'acque sgorganti che più giuso in chiaro

Liquido pian si distendeano, e immote

Stavano e pure come un ciel sereno.

Con pensiero inesperto io là m'invio,

Seggo sul verde margo, e al liscio e terso

Lago m'affaccio che pareami un altro

Lucido firmamento. I lumi appena

Io chino a riguardar che incontro appunto

Nell'acquoso chiarore ecco una forma

M'appar che inchina mi riguarda. Indietro

Io balzo, indietro ella pur balza: io lieta

Tosto colà ritorno, e lieta anch'essa

Tosto ritorna e a' guardi miei risponde

Con guardi vicendevoli, spiranti

Pari amor, pari brame. Ivi tuttora

Terrei fisi quest'occhi e in van desìo

Mi struggerei, se un'amorosa voce

Così non m'avvertìa: quel ch'ivi scorgi,

Creatura gentil, quel ch'ivi ammiri,

È il tuo sembiante stesso; ei teco viene,

Teco sen va. Ma seguimi, e tua scorta

Sarò là dove il tuo venir e i tuoi

Teneri amplessi non attende un'ombra,

Ma tal, di cui tu se' l'imago. In dolce

Inseparabil nodo a lui congiunta

Vivrai beata, un'infinita stirpe

Uscirà dal tuo fianco, e sarai detta

Dell'uman gener madre. Io tosto (e ch'altro

Potev'io far?) quell'invisibil guida,

Ove m'invita, seguo, e te discopro

Sotto l'ombra d'un platano, te bello

E maestoso in ver, ma pur men vago,

Vezzoso men, men lusinghiero e dolce

Di quell'ondosa imago. Indietro io torco

Alla tua vista il passo, il passo affretti

Tu allor vér me gridando: ah! perchè fuggi?

Ritorna, Eva gentil, t'arresta, o cara;

Ah! da me fuggi, e mia tu sei; tu sei

Mia carne ed ossa: io dal mio lato fuori,

Dal lato al cor più presso, a darti vita

Io la sostanza porsi, onde tu poscia

Il mio conforto e 'l mio diletto fossi,

Dal mio fianco indivisa: io te ricerco,

Parte dell'alma mia, te chiedo e voglio

Qual altra mia metà. Con gentil atto

Nella tua la mia man prendesti allora,

Ed io m'arresi, e da quel punto intendo

Quanto sia vinta femminil beltade

Da viril grazia e da saggezza, in cui

Sol sta vera beltà. Così dicendo,

La nostra madre universal, con occhi

Raggianti un puro ardor, tenera e dolce

Sopra del nostro genitor primiero,

Per metade abbracciandolo, appoggiossi;

E con metà del colmo ignudo seno,

Sol adombrato dalle sciolte trecce

Sotto l'oro ondeggiante, a incontrar venne

Il sen di lui. Da quelle grazie umíli

E da tanta bellezza Adam rapito,

Con amorosa maestà sorride

Alla sua sposa, e con soavi baci

Preme le caste labbra. In tale aspetto

Sorridente a Giunon dipinto è Giove,

Quand'ei le nubi che di maggio i fiori

Spargon sul suol, feconda. Il guardo altrove

Il rio Demon punto d'invidia torse;

Pur con gelosa rabbia indi tornolli

A sogguardar traverso, e il suo dolore

Esalò in questi detti: Oh tormentosa

Vista! Oh vista abborrita! In braccio dunque

L'un dell'altro costor, di gioia in gioia

Passan l'ore felici, ed io dannato

Son per sempre laggiù, donde i piaceri

E amore han bando eterno, e dove un crudo

Non appagato mai desìo bollente

Fra tanti altri martír ne cruccia e strugge?

Ma non s'obblii quel che dal loro incauto

Labbro raccolsi. In lor arbitrio il tutto

Qui non è dunque; un arbore fatale

Vietato è lor, che del Saper si noma.

Che! vietato il saper? Iniqua legge

Che gelosia dettò! Quel lor Signore

Perchè tal pregio ad essi invidia? E fia

Colpa il saper? pena la morte? solo

Ignoranza li regge e in essa è posta

La lor felicità? quest'è di loro

Ubbidïenza e di lor fè la prova?

Oh! quale scorgo agli artifizi miei

Ed alla lor ruina aperto campo!

Fervida del saper dunque s'accenda

In lor la brama, e gl'invidi comandi

Traggansi a disprezzar che il sol disegno

Di tener ligi quei che al par de' Numi

La scïenza ergerebbe, ha lor prescritto.

Spinti da tal desìo gustino il frutto

E con esso la morte. Esser diverso

L'evento ne potrìa? Ma tutto intorno

Questo giardin prima s'indaghi, e niuna

Più chiusa parte inosservata resti.

Forse condur colà potrammi il caso

Ove in qualche celeste errante Spirto

Che presso un fonte o all'ombra delle piante

Stia soletto, io m'avvenga e da lui tragga

Qualche miglior contezza. Or vivi, intanto

Che il puoi, felice coppia; in fin ch'io torni,

Affrettati a goder; di lunghi guai

Già s'avvicina inevitabil corso.

Disse, ed il piè di là sdegnoso, altero

Torse, ma gli occhi rivolgendo intorno

Sagaci, intenti, e selve e colli e valli

A cercar diessi. Per l'estreme vie

Là dove il ciel coll'oceán confina,

Lento scendeva intanto il sol cadente,

E co' suoi vespertini opposti raggi

Del Paradiso saettava appunto

La porta orïental. Fino alle nubi

Un'ardua rupe d'alabastro ell'era

Che fea di sè lontana mostra, e solo

Avea da terra un accessibil varco

Che salìa tortuoso all'erta cima.

Era il restante aspra, scoscesa balza

D'impossibil salita, e qual pria surse,

Spaventosa pendea. Del masso aperto

Fra i gran pilastri Gabrïello, il Duce

Delle angeliche guardie, assiso stava

Aspettando la notte. A eroici ludi

S'esercitava intorno a lui l'inerme

Gioventude del ciel, ma pronti all'uopo

Pendean là presso per gran gemme ed oro

Raggianti, eterei scudi e usberghi ed elmi

Ed aste e spade. Ivi Urïel, scorrendo

Sovra un raggio del sol per l'aria fatta

Già mezzo bruna, rapido discese;

Come in autunno, quando è carco il cielo

D'ignei vapori, spiccasi talora

E con lucido solco il sen dell'ombre

Fende una stella che al nocchiero, intento

Sovra l'indica pietra, il punto insegna

Onde più l'ira ei dee temer de' venti.

Sollecito Urïel così rivolge

A Gabrïello i detti: In sorte avesti,

O generoso Gabrïel, l'incarco

Di star di queste mura a guardia ed ogni

Insidia allontanarne. Or odi: un Spirto

Sul pien meriggio alla mia sfera è giunto

In questo dì, che di conoscer meglio

L'opere uscite dall'eterna mano

Studïoso mostrossi e sovra ogni altra

L'uom che è di Dio la più recente imago.

Tutt'ansio egli era di partir, lo instrussi

Del suo cammino, per l'aereo volo

Riguardando lo stetti, e là sul monte

Che quinci a Borea giace e dove in prima

Egli calossi, il suo sembiante io vidi

Fuor d'ogni uso celeste, in modi strani

Scomporsi e ottenebrarsi. Io d'inseguirlo

Coll'occhio non cessai, ma sotto l'ombre

Ei mi disparve alfin. Qualcuno, io temo,

Della sbandita ciurma, a tentar nuove

Trame, sbucò quassù dal cieco fondo.

Il rintracciarlo a te s'aspetta. Ei disse,

E l'altro a lui: Se dal raggiante cerchio

Dell'astro, ov'hai tua stanza, Angel sublime,

Sì lungi ed ampiamente il guardo stendi,

Stupor non è. Per questo varco poi

Niun passa inosservato, e niun che appieno

Qui non sia noto e che dal ciel non venga;

Nè alcun dopo il meriggio indi qui scese.

Ma se maligno insidïoso Spirto

Oltre slanciossi a queste mura, il sai,

A incorporea sostanza è fral ritegno

Argin corporeo. Se però nel giro

Di questo loco, in qualsivoglia forma

Colui s'appiatta, onde favelli, al nuovo

Albóre io lo saprò. Tanto ei promise,

Ed all'ufficio suo tornò Urïele

Sul raggio stesso, onde l'alzata punta

Obliquamente per declive calle

Lo riportò nel sol caduto omai

Sotto le Azorre; o sia che là nel suo

Diurno giro oltra ogni creder ratto

Fosse trascorso quel grand'orbe, o sia

Che con più breve rota invêr l'aurora

Questa terra volgendosi, il lasciasse

Là sul suo trono occidentale, ond'egli

Tutta de' suoi color sgorga la piena,

E di porpore e d'ôr pinge ed ammanta

Le circondanti officïose nubi.

Già la sera innoltrava, e 'l grigio incerto

Suo lume rivestìa tutte le cose

D'un languido colore: a lei d'appresso

Il silenzio venìa; chè augelli e belve,

Quelli a' lor nidi e queste al letto erboso,

Eransi tutti ricovrati. Il solo

Vigile rossignuol la notte intera

Al bosco, all'aura intorno i suoi d'amore,

Onde le taciturne ombre molcea,

Ripetè soavissimi lamenti.

Già di vivi zaffir tutta del cielo

Arde la volta, ed Espero guidante

L'esercito stellato, in luminosa

Pompa s'avanza, quando alfin degli astri

La notturna reina alto levando

In nubilosa maestà la fronte,

La sua discopre incomparabil luce

E dispiega sull'ombre il vel d'argento.

Ad Eva allor sì parla Adam: Quest'ora

Notturna, o cara mia compagna, e questa

Comune requie delle cose, a noi

Un simile riposo ancor consiglia.

Per decreto divin fatica e giorno,

Notte e riposo con vicenda alterna

Succedere si denno; e già del sonno

Vien la rugiada ad aggravar con dolce

Peso le nostre ciglia. Il giorno intero

Van tutte l'altre creature errando

Senza incarco o pensiero, e minor uopo

Han di posa perciò; ma il suo lavoro

Di membra o d'intelletto all'uom prescritto

È giornalmente, del suo grado eccelso

Non dubbia prova e del vegliante ognora

Sovra tutti i suoi passi occhio del cielo.

Pria che diman la fresca alba novella

Rosseggi in orïente, all'opre nostre

Sorger dobbiamo, all'opre usate e care.

Qui questi archi fioriti e là que' verdi

Vïali ombrosi, ove a diporto andiamo

In sul caldo meriggio, hann'uopo assai

Di nostre cure. I rami lor cresciuti

Son omai di soverchio e 'l troppo scarso

Nostro lavor deludono: più braccia

Si converriano a diradare il folto

Rigoglio lor. Quei gran rampolli ancora

E quelle gomme che, stillando al suolo,

Fan scabro mucchio ed alla vista ingrato,

Convien pure sgombrar, se tor vogliamo

Al piè gl'inciampi. A riposare intanto

Ci fa la notte e la natura invito.

Disse, ed a lui d'ogni bellezza adorna

Eva rispose: O di mia vita fonte,

Amato arbitro mio, dal tuo bel labbro

Sempre dipenderò: Dio così vuole;

Tua legge è Dio, la mia tu sei. Di donna

Il più bel vanto ed il saper migliore

È il non saper di più. Se teco io parlo,

Mi fuggon l'ore; ogni stagione ed ogni

Vicenda lor mi scordo, e tutto al paro

Teco m'aggrada. È del mattin soave

L'auretta; è dolce il rimirar l'aurora

Che sorge al canto de' già desti augelli;

È bello il sol nascente allor che inaura

Questo ameno giardin co' raggi primi,

L'erbe, le piante, i frutti e i fior lucenti

Di tremolanti rugiadose stille;

Fragrante è il suolo appo una molle pioggia,

È dilettoso di tranquilla sera

Il languido imbrunir, grata la notte

Co' suoi silenzj e 'l tenero gorgheggio

Di questo augel melodïoso; è vaga

L'argentea luna e queste fiammeggianti

Gemme del cielo che le fan corona.

Ma nè l'auretta del mattin, nè il canto

De' lieti augelli, nè il nascente sole,

Nè l'erbe, i tronchi, i frutti, i fior cospersi

Di tremolanti rugiadose stille,

Nè grato odor che dopo molle pioggia

Esali dal terren, nè della sera

Il languido imbrunir, nè della notte

Le tacit'ombre e il tenero concento

Di questo augel, nè della luna al raggio

Lenti passeggi, o scintillar di stelle,

Nulla, ben mio, senza di te m'è caro.

Ma perchè, dimmi, tutta notte splende

Di questi astri la luce? e per chi fatto

È spettacol sì bello allor che il sonno

D'ogni vivente ha chiusi i lumi? O cara,

Di Dio figlia e dell'uom, bellissim'Eva,

Le rispondeva il comun padre, intorno

A questa terra essi il prescritto corso

Dall'uno all'altro sol compiendo vanno,

E portano così di piaggia in piaggia

L'apparecchiata per le varie genti

Ancor non nate, necessaria luce.

Senz'essi sovra il negro intero mondo

Ripiglierebbe il suo dominio antico

La notte universale, e fora estinta

La vita in ogni cosa. Il lor benigno

Foco sottil per la natura tutta,

Come il lor lume, spandesi, ne' vari

Corpi con vario influsso egli s'interna

E fomenta e riscalda e tempra e nudre

E abbella il mondo, e quanto in terra cresce

Prepara a sentir meglio i rai più forti

Del sol che tutto poi matura e affina.

Benchè null'occhio li rimiri, invano

Non splendon gli astri dunque, e, senza noi,

Non creder già che spettatori al cielo

Mancassero ed omaggi ed inni a Dio.

Mentre dormiam, mentre siam desti, errando

Spiriti innumerabili sen vanno

Per ogni dove, al nostro sguardo ascosi,

E notte e dì con incessanti lodi

Contemplan l'opre sue. Quanto sovente

Dal folto de' boschetti o dalle cime

Degli echeggianti colli, in mezzo all'alto

Silenzio angusto di tranquille notti,

Non abbiam noi celesti voci udite,

O sole o alterne, al Creator supremo

Cantar inni devoti? e quanto spesso

Intere squadre di quei Spirti, o mentre

Stanno a lor guardie o van scorrendo in ronda,

Alle soavi note in pieno coro

Unendo il suon di lor celesti lire

Si dividon la notte, e dolcemente

Levan di terra al ciel nostro intelletto!

Così parlando, se ne gían soletti,

Tenendosi per man, verso il felice

Albergo lor che Dio medesmo avea

Scelto e piantato allor che in prima all'uso

E al diletto dell'uom tutto dispose.

Strettamente intrecciati allori e mirti

E qual più cresce altr'arbore di salde,

Ampie e fragranti foglie il denso ombroso

Tetto ne feano; e il flessuoso acanto

Con ogni arbusto più odoroso e folto

Ne tessean quinci e quindi i verdi muri.

L'iri, la rosa, il gelsomino ed ogni

Più vago fiore ergean le fresche e liete

Cime e pingeano le pareti intorno

De' più leggiadri fregi: il suol smaltava

La violetta, il croco ed il giacinto

De' più vivaci e gai color che al guardo

Offrisse mai per ingegnosa mano

Di varie e vaghe pietre insiem contesto

Splendido pavimento. In sì bel loco

Penetrar non osava augello o belva

O insetto alcun: tal riverenza allora

Tutti aveano per l'uom! Non mai più sacro

Solingo, dilettevole boschetto

Pane o Silvano o Fauno o Ninfa accolse

In favolosi canti. Eva, novella

Sposa, di molli ed odorose erbette,

Di fiori e di ghirlande ornò la prima

Il nuzïal suo letto, e dalle sfere

Intuonâr l'imeneo celesti Cori

Nel fortunato dì che al primo padre

Guidolla il pronub'Angelo più adorna

In sua nuda beltade e più vezzosa

Di quella un dì favoleggiata e colma

De' doni degli Dei fatal Pandora

(Troppo ad Eva simíl nel tristo evento)

Quando da Erméte al malaccorto figlio

Di Giapéto condotta, ella i mortali

Allacciò co' suoi vezzi e fe' vendetta

Dell'involato al ciel foco primiero.

Giunti all'ombrosa chiostra, ambo fermârsi,

Ambo dier volta, e sotto aperto cielo

Adoraron quel Dio che il ciel, la terra

E l'aere e 'l firmamento e della luna

Il lucid'orbe e le stellanti rote

Trasse dal nulla. E tu la notte ancora

Festi, o supremo Fabro, e festi il die

Ch'or nell'opra commessa abbiam fornito,

Nell'aïta scambievole felici,

Felici appieno in questo mutuo amore,

Che tu medesmo c'imponesti e tutti

I tuoi favor corona. A te pur anco

Questa dobbiam delizïosa sede

Troppo ampia per noi soli, e dove i doni

In sì gran copia da te sparsi hann'uopo

Di chi nosco li goda e al suolo intanto

Caggion non colti; ma dal nostro dolce

Nodo, tu il promettesti, immensa debbe

Uscir progenie a popolar la terra

Che il tuo poter, la tua bontade esalti

Insiem con noi quando il nascente sole

All'opre ci richiami, e quando al sonno,

Soave dono tuo, facciano invito,

Com'ora, le cadenti ombre notturne.

Così dicean concordi, ed altro rito

Non seguitando che i devoti e puri

Sensi del core, a Dio più ch'altri accetti,

Ambo per mano, al bel segreto albergo

Si miser dentro, e dall'impaccio scevri

Di questi nostri abbigliamenti, a lato

L'un dell'altro si giacquero, nè volse

Le spalle Adamo alla gentil sua sposa,

Se ben m'avviso, nè gli arcani riti

Eva sdegnò del coniugale amore.

Salve, almo nodo coniugal, divina

Mistica legge, salve, o nobil fonte

Dell'umana progenie e solo bene

Che proprio fosti in paradiso e in mezzo

All'altre cose tutte in pria comuni.

Dagli uomini per te fra i bruti errando

Il cieco andò libidinoso ardore;

Strette per te, per te in ragion fondate

Le care parentele in prima furo,

E di padre e di figlio e di fratello

Uditi i dolci affettuosi nomi.

Sempre il mio labbro e la mia penna sempre

Tue lodi innalzeran, viva sorgente

Di sincere domestiche dolcezze

E santa e pura anco fra noi, qual fosti

Ne' prischi dì fra i Patriarchi e i Santi,

Salve, almo nodo coniugal; tu sei

Segno agli aurei d'amor più scelti strali;

Ei sol per te la sua durevol face

Accende, ei sopra te lieto s'aggira

Sulle purpuree penne; ei teco regna,

Teco gioisce; non di Taidi e Frini

Nel compro riso e nei bugiardi vezzi,

Non fra l'orgie e le maschere procaci,

Non fra 'l tumulto di notturne danze,

Non nelle infette Corti o nei dolenti

Versi che della luna al freddo raggio

L'assiderato amante all'aura sparge

Per la bella tiranna, assai più degna

D'abbandono e di scherno. - Al dolce canto

De' rossignuoli, l'un dell'altro in braccio

S'addormentâr gli sposi, e sulle ignude

Lor membra intanto dal fiorito tetto

Una pioggia scendea di molli rose

Che rinnovò l'alba vegnente. Oh! dormi,

Dormi, coppia beata, appien felice,

Se più felice esser non cerchi, e apprendi

A non saper di più! Ma già la notte

Della celeste vôlta ascesa al mezzo,

L'ombre spargea dall'alto, e fuori usciti

Per le notturne guardie all'ora usata

I Cherubini sull'eburnea porta

In bell'ordin guerrier stavano armati,

Quando a lui ch'appo sè là tien l'impero,

Gabrïel così disse: Esci, Uzzïello,

Colla metà di questi, e attento e destro

Costeggia l'austro: l'aquilon percorra

L'altra metade, e all'occidente entrambe

Si raffrontino poi. Ratta qual fiamma,

Si divide la schiera, altri allo scudo,

Altri all'asta girando. Indi a due prodi

Sagaci Spirti che gli stanno appresso,

Ei sì comoda: Iturïel, Zefóne,

Le preste ali spiegate, e niuna sfugga

Di questo loco più segreta parte

Alle ricerche vostre; e là più ancora

Spïate attenti ov'or del sonno in braccio

Quelle due vaghe creature stanno

Sciolte d'ogni timor. Celeste messo,

Qui giunto a sera, d'aver visto narra

Un de' rei Spirti che le sbarre infrante

Chi 'l crederia? d'inferno, a questa volta

Con qualche a lui commesso empio disegno

Se ne venía: costui cercate e preso

Qui lo traete. Disse, e le raggianti

Squadre che oscuran col fulgór dell'armi

Il fulgór della luna, ei mosse. Andaro

Dritti al boschetto i due campioni, ed ivi

Di lurido in sembianza immondo rospo

Acquattato trovaro il fier nemico

D'Eva all'orecchio. Con diabolic'arte

Ei della mobil fantasia procaccia

Gli organi penetrarle, e a suo talento

Destarvi immagin strane e larve e sogni,

O con alito infetto i tenuti spirti

Che, qual da chiaro rio sottili aurette,

Sorgon dal puro sangue, irle spargendo

D'atro veneno, e generar scontenti

Egri pensier così, speranze vane,

Vani disegni e stemperate brame

D'un cieco superbir tumide e calde.

Lui tutto intento all'opra rea coll'asta

Iturïello leggiermente punse;

E, poichè al tocco di celeste tempra

Sparisce ogn'arte ed ogni inganno, e riede

Tosto ogni cosa al suo verace aspetto,

In sua forma infernal s'alza repente

Sovrappreso Satán. Così se vola

Sul negro acervo di sulfurea polve

Che pronta sta per minacciata guerra,

Una lieve scintilla, in aere a un tratto

Scoppia converso in vasta orribil fiamma.

Da stupor côlti all'improvvisa vista

Del truce Re balzâr gli Angeli addietro;

Ma il serran tosto intrepidi, e: Chi sei

Tu di quegli empi nell'abisso spinti?

(Lo richiedon crucciosi), e come osasti

Sottrarti al carcer tuo? Che fai? Che tenti

Qui trasformato e vigile all'orecchio

Di chi tranquillo dorme? A voi son io,

Satán ripiglia dispettoso, a voi

Dunque ignoto son io? Lo credo: innanzi

A me che tanto sopra voi sedea,

Mai non aveste d'apparir l'onore.

Il non mi ravvisar secura prova

È che di quello stuol voi ciurma siete.

Ma se lassù del Signor vostro in Corte

Voi mi vedeste un giorno, a che la vana

Dimanda vostra? A lui Zefón con scherno

Ribattendo lo scherno: E che! risponde,

Le stesse ancor le tue sembianze credi,

Spirto ribelle? E quel fulgór che in cielo

Te puro e fido circondava, ancora

Ti pensi aver? No: quella gloria insieme

Perì colla tua fè; del tuo delitto

E del carcere tuo l'orrore in fronte

Or soltanto ti sta. Ma vieni, a lui,

Che invïolati di serbar c'impose

Questi bei lochi e questa coppia illesa,

Debita renderai ragion severa,

Disse, e in quel suo rimproverar feroce

Il vago scintillò giovin sembiante

Di grazia insuperabile. Smarrissi

Satáno, e quanto la bontà tremenda

E augusta sia, sentì; vide in sua forma

Quanto è amabil virtù; videlo, e tristo

Di sua perdita fu, ma più l'afflisse

Il ritrovarsi agli occhi altrui sì scemo

Dell'antico splendore. Audace e baldo

Pur tuttavia si mostra, e: Teco, dice,

Eccomi pronto; al Duce tuo si vada.

Se qui pugnar si dee, con lui che manda,

Col messaggier non già, col Duce io Duce

Deggio affrontarmi, o con voi tutti insieme:

Così più gloria acquisterò vincendo,

O men ne perderò, se vinto io sono.

Il tuo timor, Zefón replica ardito,

Or qui vieta il provar quanto di noi

Anco un minimo e solo, a fronte possa

Di te malvagio, e debil quindi. Invaso

D'alta rabbia Satán più non risponde,

Ma qual fero corsier che il duro morso

Rode, superbo s'incammina: ei stima

Il fuggire o 'l pugnar vano del pari:

Tale un terror superno agghiaccia e doma

Quel cor ch'altro non teme. Omai son presso

Al punto occidental dove, trascorso

Il mezzo giro lor, giungeano appunto

I due drappelli, e in densa squadra uniti

Attendean nuovi cenni. Ad essi grida

Gabrïello da fronte: Ascolto, amici,

Vêr noi di piede un calpestìo frequente,

E già Zefóne e Iturïel discerno

Pel dubbio lume fra quell'ombre. Un terzo

Con lor s'avanza di real presenza,

Ma di scemo splendor, che agli atti, al truce

Sembiante par d'inferno il Prence: altrove

Ei non vorrà di qui torcere il passo

Senza contesa, e torve e arcigne io scorgo

Sue ciglia già: voi saldi state. Appena

Egli finì che i due colà fur giunti,

E in brevi detti chi traeano, e dove,

In qual opra, in qual atto, in qual sembiante

Da lor fu colto, raccontaro. A lui

Con fero sguardo Gabrïel sì disse:

Perchè il confine al tuo fallir prescritto,

Satán, rompesti, e qui nel loro incarco

Vieni quelli a turbar che fidi stanno

Contro il tuo fello esempio? A noi s'aspetta

Aver di tanta audacia or qui ragione,

E delle insidie che tramando stavi

A quella coppia in dolce sonno immersa,

E che in questo felice almo soggiorno

Locata ha Dio. Con dispettoso ciglio

Risponde a lui Satán: Di saggio in cielo

Tu stima avevi, o Gabrïello, e tale

Io già ti tenni pur, ma quel ch'or chiedi,

Dubitar me ne fa. Dov'è colui

Ch'ami le pene sue? Chi non vorrebbe,

Trovandone la via, scampar d'Averno,

Ancorchè là dannato? E tu, tu stesso

Romper non cercheresti i lacci tuoi

E audacemente avventurarti ovunque

Fossi più lungi dalla pena, e dove

Di scambiar col riposo i tuoi tormenti,

E col gioir più pronto il duol passato

Ricompensar sperassi? Ecco quel ch'io

Qui ricercai. Ma forse a te che solo

Conosci il ben nè mai provasti il male,

Or parlo invan: la volontade in fine

Di quei che là ci confinò, m'opponi:

Ebben; munisca di più salde sbarre,

Se in quell'atra prigion guardarci intende,

Le sue porte di ferro. A tue dimande,

Ecco le mie risposte: il resto è vero;

Ov'essi han detto, mi trovâr; ma quindi

Vorresti tu di vïolenza o trame

Dunque accusarmi? Con amaro scherno

Ei sì parlava, e l'Angelo guerriero

Sdegnosamente sorridendo: Oh! disse,

Qual danno in ciel, dacchè Satán ne cadde,

Satán, l'esperto estimator di saggi,

Eppur di là per sua follia sbalzato!

Ei dal suo carcer fugge, e in dubbio stassi

Or gravemente se sia saggio o folle

Chi dell'audacia sua ragion gli chiede

E degl'infranti suoi limiti inferni!

Cotanto savia cosa ei stima al suo

Dolor sottrarsi, al suo gastigo! e poi

D'accrescerli non cura! Or resta, iniquo

Spirto superbo, in tuo pensier fintanto

Che di fiamma settemplice avvampando

L'ira superna, alla tua fuga in mezzo

Non ti raggiunga, e negli abissi al suono

Del suo flagel terribil non ripinga

Quest'alto senno tuo, che ancor non seppe

Come pena non avvi che all'acceso

D'un infinito Dio furor s'adegui.

Ma perchè qui tu sol? perchè non venne

Tutto con te lo scatenato inferno?

Men aspro è il duol pe' tuoi compagni, o meno

Atto al soffrir se' tu? Valente Duce

Primo a fuggir dal duol, se alle tue schiere

Cotal ragion di fuga avessi addotta,

Qui senza fallo il disertor tu solo

Or non saresti. - Con un torvo sguardo

Gli risponde Satáno: Al par d'ogni altro

Io soffrir so, nè sbigottisco al duolo,

Angelo insultatore, e ben per prova

Sai se fero lassù m'avesti incontra,

Allorchè in tuo favor la ruïnosa

Folgore velocissima discese,

E all'imbelle asta tua soccorse all'uopo.

Ma i tuoi pur sempre vaneggianti detti

Móstranti ignaro assai di ciò ch'a esperto

E fido capitan dopo le dure

Passate prove e disastrosi eventi

Far si convenga, onde a perigli ignoti

La somma delle cose ei non esponga.

Quindi d'abisso a valicar gl'immensi

Deserti io solo, io sol m'accinsi e questo

Nuovo mondo a spïar, di cui non tace

Anco laggiù la fama. Io dar qui spero

Miglior albergo in terra o in aere a' miei

Infelici compagni, ancor ch'io deggia

In tal conquisto far novella prova

Di ciò che tu, di ciò che ardiscan queste,

Incontro a me, tue leggiadrette schiere;

Di cui più facil fora e degno incarco

Servir lassuso al lor Signor, cantargli

Inni devoti intorno al trono, e starsi

Fra prescritte distanze umili e inchini

Che trattar l'asta e 'l brando. - A lui risponde

Tosto l'Angel guerrier: Dire e disdirsi,

Saggio vantarsi sfuggitor di pene,

Quindi un abbietto esplorator, conviensi,

A Duce, dimmi, o di menzogne e frodi

Ad un maligno artefice? E di fede

Tu favellar potesti? O sacro nome

Di fede profanato. E a cui tu fido?

A quella iniqua abbominevol, vile

Tua ciurma di ribelli, adatto corpo

Di capo tale? Oh! rara fede è quella

Fra voi giurata appunto allor che al vostro

Supremo re da voi rompeasi fede,

Ed apparir di libertà campione,

Mostro d'ipocrisia, vorresti adesso

Tu che sì basso il guardo, umil la fronte,

Più che alcun altro, alla presenza augusta

Del Re del ciel portavi? E perchè, dimmi,

Se non per torgli il trono e por te stesso

In vece sua? Ma quel ch'io dico, or nota

Va, là rifuggi onde fuggisti; se osi

Più in questi comparir sacri confini,

Con mille giri di catene avvinto

Giù ti strascino al tuo baràtro, ed ivi

Ti conficco così che a scherno poscia

Non avrai più di quelle porte mai

Le troppo lievi sbarre. - Ei sì minaccia;

Ma di minacce il fier Satán non cura,

E di più rabbia acceso. - Allor, soggiunge,

O gran custode di confini e porte

Altero Cherubin, parla di ceppi

Quand'io sia tuo prigion. Benchè sì spesso

Codeste alate spalle tue cavalchi

Il Re del cielo, e 'l trionfal suo carro

Cogli altri tuoi compagni al giogo avvezzi,

Per quelle vie d'astri smaltate, in giro

Tu strascini lassù, ben altro peso

Da questo braccio poderoso adesso

Aspettati a sentir. - Mentr'ei dicea,

Il rifulgente angelico squadrone

Più che fiamma si fe' corrusco e rosso,

Ed in sembianza di crescente luna

Aguzzate le corna, intorno il prende

Ad accerchiar coll'aste in resta. In ricco

Campo folta così torce la messe

L'irte crestute cime ove le spinge

Gagliardo vento, e 'l buon bifolco intanto

Riguarda e teme che sol triste paglie

Lascin sull'aia poi le vôte spiche.

Nel gran rischio Satán, tutta raccolta

L'estrema possa sua, grande ed immoto

Sta qual Atlante o Teneriffe; agli astri

Giunge sua mole, e in sulle nere penne

Del gran cimiero lo spavento ondeggia;

Nè di lancia la man, di scudo il braccio

Sforniti son. Terribile conflitto

Già fra lor cominciava, e all'urto orrendo

L'Eden non sol, ma la siderea vôlta

Forse del ciel crollato avrebbe, o tutti

Di questo mondo gli elementi almeno,

Naufraghi e sciolti, nel disordin primo

Saríen tornati, se repente in cielo

Non sospendea l'onnipossente destra

Quell'aurea lance ch'ivi ancor fiammeggia

Fra lo Scorpio ed Astrea. L'Eterno in essa

Librò da prima ogni creata cosa

E le sfere e la terra e l'aria e 'l mare,

E in essa libra ancor battaglie e regni

Ed ogni evento di quaggiù. Due pondi

Or su v'impose, un di battaglia segno,

L'altro di fuga e a Gabrïel n'ascrisse

L'uno, l'altro a Satán: rapido alzossi

Questo e l'asta toccò. Ciò mira e dice

L'Angelo all'empio Spirto: Io la tua possa,

Satán, conosco, e tu la mia, non nostre,

Ma sol di lui che le ci diè; che giova

L'armi tentar, se quanto sol permette

Il ciel, vale il tuo braccio e vale il mio,

In cui dall'alto ora cotal s'infonde

Doppio vigor ch'io sotto i piè qual fango

Calpestarti potrei? Solleva in prova

Colassù gli occhi a quel celeste segno,

E vedi quanto debole e leggiero

Tu sei, se a me resister osi. - Il guardo

Leva Satáno e vede alto balzata

La lance sua; nè più, ma via sen vola

Rabbiosamente mormorando, e seco

Si dileguano insiem l'ombre notturne.


LIBRO QUINTO

 

Allo spuntar del giorno Eva racconta ad Adamo un sogno che l’ha turbata nella scorsa notte. Egli, benché lo ascolti con dispiacere, pur la consola; e quindi escono ambedue a prender cura del giardino. Loro cantico mattutino sulla soglia dell’albergo. Dio per tôrre all’uomo ogni scusa, manda Rafaello ad ammonirlo di non partirsi dall’ubbidienza, di far buon uso della sua libertà e di stare in guardia contro il suo nimico; a scoprirgli in fine quanto può essergli utile di sapere. Rafaelo scende nel paradiso. Sua comparsa. Adamo lo scorge di lontano, gli va incontro e lo conduce alla sua dimora, ove lo invita al suo pranzo. Rafaelo eseguisce gli ordini avuti, avverte Adamo del suo stato e del suo nemico e gli espone chi questi sia: gli narra il principio e la cagione della guerra avvenuta in cielo e come Satáno strascinò seco le sue regioni verso la parte Aquilonare e le spinse a ribellarsi, eccettuato il solo Abdiello, zelante Serafino che disputa contro di lui e lo abbandona.

 

 

 

 


I rosei passi per le piagge Eoe

Inoltrava l'Aurora, e 'l verde grembo

Alla terra spargea d'indiche perle

Quando col giorno uso a levarsi Adamo

Si risvegliò. Dell'aere al par leggiero

Era il suo sonno, da temprati e puri

Cibi nudrito, e sol bastava a sciorlo

De' fumanti ruscelli il mormorìo,

Il tremolar degli arboscelli scossi

Dall'aura mattutina e 'l garrir lieto

De' vispi augei che d'ogni ramo uscìa.

Non desta ancor con maraviglia ei mira

Eva, scomposta il crin, le gote accesa,

Argomento di torbido riposo;

E appoggiato sul cubito, con guardi

D'amore ardenti sovra lei pendea

Fiso in quella beltà che, vegli o dorma,

Spira ognor nuove grazie. Indi la mano

Mollemente prendendole, con voce

Soave, qual di Zefiro è il susurro,

Sul sen di Flora, bisbigliolle: Sorgi,

Sposa, amor mio, mio bene, ultimo dono

E 'l più caro del ciel; svegliati, o sempre

Nuovo diletto mio: splende il mattino,

C'invita il fresco campo, e l'ora destra

Noi perdiam d'osservar come le piante

Da noi culte germoglino, e s'ingemmi

Quel boschetto vaghissimo de' cedri;

Come la mirra e 'l balsamo distilli,

Di quai color la terra e 'l ciel si pinga,

E come l'ape su pe' fior novelli

Si posi e sugga il liquido tesoro.

A que' bisbigli ella destossi, e vôlti

In Adam gli occhi paurosi, al seno

Lo strinse e disse: O solo in cui riposo

Trovano i miei pensier, mia gloria e mia

Felicità, con qual piacer riveggo

Il tuo sembiante e la risorta aurora!

Chè questa notte (ah! simil notte unquanco

Non trascorsi finor) sognai, se pure

Un sogno fu, non già, qual spesso io soglio,

Di te, dell'opre del passato giorno,

O di quelle che andiam pel nuovo sole

Divisando fra noi, ma un torbo e tetro

Sogno fu il mio, qual non s'offerse prima

Al mio spirto giammai. Presso l'orecchio

Una voce gentil (la tua mi parve)

Fuori a diporto m'invitò: Tu dormi,

Eva? diceami quella voce; ah! vieni:

Piacevol, fresca, taciturna è l'ora,

Se non che il vigil gorgheggiante augello

Rompe il silenzio della notte e sparge

Più dolci all'aure i suoi sospir d'amore.

Più chiaro il lume suo versa dal pieno

Orbe la luna e vagamente ombreggia

La faccia delle cose. A che sì bella

Vista, se alcun non la riguarda? Il cielo

Con tutti gli occhi suoi perchè si veglia

Se non per mirar te, che l'amor sei

Della natura tutta, e ovunque volgi

L'almo degli occhi tuoi fulgór sereno,

Desìo, diletto e maraviglia inspiri?

Ratta io mi levo a quella voce, come

Fosse la tua, ma te non trovo, e i passi

Volgendo a ricercarti, mi parea

Soletta e dubitosa andar per vie

Che d'improvviso guidanmi alla pianta

Del vietato Saper; bella appariva

All'avvinto pensier, più bella assai

Che non m'appar nel dì: mentre mirando

La sto meravigliata, ecco mi sembra

Veder a lei vicino un che all'aspetto

Color somiglia ed alle gemin'ali

Che noi veggiam dal ciel venir qui spesso.

D'ambrosia le sue chiome eran stillanti,

E su quell'arbor fise anch'ei tenendo

Le desïose luci: O vaga pianta,

Dicea, di frutti sovraccarca, or come

D'alleggerirti il peso alcun non degna,

Non Dio, non uomo, e l'alma tua dolcezza

Assaporar? Così spregiato e vile

Dunqu'è il Saper? qual mai divieto è questo

Se non quel dell'invidia? Eh, lo divieti

Chiunque vuolsi; il sommo ben che m'offri,

Arbor gentile, alcun non fia che a lungo

Più mi ritardi. E perchè qui locato

Saresti tu? Ciò detto, ei non ristassi,

Stende l'ardita mano, il frutto spicca,

L'ammira, il gusta. A quel parlar audace

Cui l'atto reo succede, un freddo orrore

Tutte mi ricercò le vene e l'ossa;

Ma quei gioioso ed esultante: Oh! disse,

Frutto divin, per te medesmo dolce,

Ma così colto ancor più dolce e solo

Vietato, come appar, perchè di Numi

Se' proprio cibo, e perchè insiem possente

Gli uomini in Numi a trasmutar tu sei!

E perchè dato agli uomini non fora

Divenir Dei? Quant'è più sparso il bene,

Tant'ei più cresce e più d'onor n'acquista,

Senz'alcun danno, l'amor suo. Deh! vieni,

Eva leggiadra, angelica Eva, a parte

Vienne tu pur: la tua felice sorte

Più felice esser può, benchè più degna

Esser tu non ne possa; il frutto gusta

E sii fra' Dei Diva tu ancor: la terra,

No, tuo confin non sia: qual dato è a noi,

Per gli eterei sentier tu pur ti leva,

Ascendi al ciel, com'è tuo merto, e vedi

Qual vita colassù vivon gli Dei,

E quella vivi. In così dir, dappresso

Ei mi si fece e presentommi parte

Del frutto ch'avea côlto; infino al labbro

Ei me lo sporse: quell'odor soave

Di tal vivo desìo tutta m'accese

Che del gustarlo (mi parea) non seppi

Più rattenermi. Sulle nubi a volo

Seco allor m'alzo immantenente, e stesa

Veggo sotto di me l'immensa terra,

Spettacol grande e vario! Io di sì strano

Mio cangiamento, di cotant'altezza

Ove mi trovo, attonita, confusa

Rimango; a un tratto la mia guida perdo,

E giù traboccar sembrami, ed in braccio

Cado del sonno. Or ch'io son desta, oh quanta

È la mia gioia in ritrovar che tutto

Fu vano sogno! - Eva sì disse, e mesto

Adam le rispondeva: - O di me stesso

Immagine miglior, metà più cara,

Tal sogno agitator del tuo riposo

Non minor turbamento in me pur desta;

Strano m'appar, non può piacermi, e temo

Che sia figlio del mal. Ma no: che dissi?

E d'onde il male? in te creata pura

Niun male albergar può. M'ascolta: in noi

Molte minori facoltà che serve

Sono della Ragion quasi reina,

Il Creatore ha posto, ed è primiera

La Fantasia fra queste: ella di quanto

Nei cinque si ritrae vigili sensi,

Imagini raccoglie, aeree forme

Che la Ragion dipoi congiunge o scevra,

Onde quanto da noi s'afferma o niega,

Quanto si crede o sa, l'origin prende.

Quando posa natura, in sua privata

Cella ricovra la Ragione, e allora

L'imitatrice Fantasia sovente

A contraffarla destasi, ma insieme

Le antiche e nuove idee mal accoppiando,

Vane chimere crea, prodigi e mostri.

Di quanto noi nella trascorsa sera

Insiem parlammo, in questo sogno parmi

Le simiglianze rintracciar, ma invero

Molto di strano evvi commisto ancora.

Non t'attristar però: chè i rei pensieri

Possono per le umane e dive menti

Riprovati passar, nè macchia o biasmo

Lasciarsi dietro: quel che tu dormendo

Abborristi sognar, non mai, lo spero,

Non mai tu desta acconsentir vorrai

Di porre in opra. Dal tuo sen sbandisci

Quindi ogni tema, ed ogni nube sgombra

Da que' begli occhi che sereni e lieti

Esser solean più del mattin che spunta,

Ed alla terra e al ciel sorride. Or vieni;

Torniamo all'opra, fra i boschetti, i fonti

E i freschi fior che dall'aperto seno

Or t'offrono i più rari eletti odori,

Di cui fer serbo nella notte. - Adamo

Così conforta la leggiadra sposa

Che si rincora, è ver, ma due vezzose

Lagrimette cader lascia dagli occhi

Tacitamente e le rasciuga tosto

Co' bei capelli: altre due care stille

Che tremolanti le pendean dal ciglio,

A suggere co' baci ei tosto corse,

Quai d'un cor puro grazïosi segni,

Di bel rimorso e pio terror sublime,

Così rasserenati il core e 'l volto

S'inviano entrambi al prato, e dell'ombroso

Arboreo tetto sulla soglia in pria

L'aurora e 'l sole ammirano che sopra

La fiammante quadriga, ancor a mezzo

Nell'onde immersa i rugiadosi rai

Vibrava a fior della terrestre faccia,

E tutta l'ampia orïental pianura

Di quel terren felice in vaga mostra

Presentava allo sguardo. Indi, sul suolo

Genuflessi ed umìli, al gran Fattore

L'usato lor di mattutine preci

E laudi offron tributo in vario stile;

Stil, che senz'arte, immeditato e caldo

Sol de' voti del cor, pronto discorre

Dalle lor labbra, or in faconda prosa,

Or in sonanti armonïosi carmi,

E non ha d'uopo di leùto o d'arpa

Che gli accresca dolcezza. O grande, o eccelso,

O fonte d'ogni bene, eterno Padre,

(Eglino incominciaro) opre son queste

Tutte della tua destra, è tuo lavoro

Questa dell'universo immensa mole

Mirabilmente bella. Oh! quanto dunque

Più mirabil di lei sarai tu stesso,

Tu sommo, tu ineffabile che siedi

Tant'oltre a quelle sfere ove non giunge

Il nostro infermo sguardo, e solo in queste

Opre tue di quaggiù, quasi per nebbia,

Trasparir lasci testimone un raggio

Della suprema tua possa e bontade

Ch'ogni confine, ogni pensier sorpassa!

Di lui parlate, o voi figlie di luce,

Voi, che meglio il potete, alate schiere

D'eterei Spirti, a cui mirarlo è dato,

Voi che lassù nel sempiterno giorno

Gli alzate attorno al solio in lieto coro

Inni di gioia e cantici d'amore.

Unitevi, del cielo e della terra,

Voi, creature tutte, e lui cantate

D'ogni cosa principio e centro e fine.

E tu dell'altre più lucente e vaga

Stella che chiudi l'aureo stuol di tante

Notturne faci e alla ridente aurora

Di luminoso cerchio il crin coroni,

Esaltalo in tua sfera or che rinasce

Questo lieto del dì tenero albòre.

O sol, che l'alma insieme e l'occhio sei

Di questo vasto mondo, umile adora

Lui che i raggi ti diede, e lui confessa

Tuo Fattor, tuo Signor: di sua grandezza

Quella ch'ei t'assegnò carriera eterna

Suoni ovunque le glorie e quando spunti,

E quando in mezzo al ciel t'ergi sublime,

E quando in seno all'océan t'ascondi.

Luna, che incontro al sol nascente or vai,

Ed or ten scosti colle fisse stelle,

Fisse nel lor veloce orbe rotante;

E voi, cinque altri erranti astri sereni,

Che non senz'armonia movete intorno

Mistica danza, risonar le lodi

Fate di lui che l'aurea luce fuori

Chiamò dal sen della profonda notte.

Aria, elementi, voi che prima prole

Foste della natura, e nel perenne

Vostro giro moltiplice mescete

Tutto e nudrite, a lui gli omaggi ancora

Nel cangiar vostro rinnovate sempre.

E voi, nebbie e vapor, che grigi e foschi

Dai monti uscite e dai fumanti laghi

Finchè i villosi margini dipinti

Non v'ha con l'oro de' suoi raggi il sole,

Voi pur rendete al sommo Fabro onore;

E mentre il ciel di multiformi nubi

V'alzate ad abbellir, mentre, disciolti

In fresche piogge, gli assetati campi

Scendete ad irrigare a lui porgete

Nel sorger, nel cader le vostre lodi.

Voi, venti, a cui dell'aere il vasto impero

Egli divise, or ne' soavi fiati,

Or nei gagliardi, il santo nome sempre

Risonate di lui. D'ossequio in segno

Piegate le ondeggianti altere cime,

O cedri, o pini: e voi, fontane, e voi,

Limpidi mormorevoli ruscelli,

Nel vostro dolce gorgogliar perenne

Ripetete sue glorie. O tutte voi,

Alme viventi, a celebrarlo unite

Le vostre voci; e voi, canori augelli,

Che il vol stendete alle celesti porte,

Sulle vostr'ali e ne' cocenti vostri

Per ogni spiaggia ite a portarne il nome,

Voi che guizzate in mar, voi che la terra

Strisciate umíli o passeggiate alteri,

Fatemi fè se nel mattin, se a sera

D'iterar le sue lodi io cesso mai

Ai monti ed alle valli, ai boschi e all'acque

Che ripeterle meco omai pur sanno.

Salve, o Signor del tutto. A noi deh! sempre

Sii largo de' tuoi beni: e se la notte

Celato avesse e intorno a noi raccolto

Alcun danno, alcun mal, com'or dilegua

L'ombre il sorgente dì, tu lo disperdi.

Così pregâr quegl'innocenti, e in core

Tosto rinacque lor l'usata calma:

Al campestre lavoro s'affrettan quindi

Fra dolci rugiadette e freschi fiori,

E dove piene di soverchio umore

Stendon le piante e gli arboscelli i troppo

Vaganti rami ad infecondi amplessi,

Volgon la mano emendatrice, o all'olmo

Sposan la vite che lo cinge intorno

Colle nubili braccia ed i soavi

Biondi grappoli suoi gli reca in dote,

Ond'ei s'adorna le frondose chiome.

In tai cure occupati, il Re del cielo

Con pietà li riguarda; indi a sè chiama

Rafaello, gentile, affabil Spirto,

Quel desso ch'a Tobia si fe' compagno

E con securo nodo unillo a Sara,

Vergine insieme e vedova di sette

Nel dì delle lor nozze estinti sposi.

- Già udisti, Rafael (l'Eterno disse),

Che, fuggito d'Averno, il fier Satáno

Pel tenebroso golfo in sulla terra

Alfin è giunto, e in questa notte stessa

Nel mezzo al Paradiso insidie e danni

Contro quella tramò coppia innocente;

E sai che in lei l'umana stirpe tutta

Perder a un tempo il perfido disegna.

Va dunque, e con Adam, qual suole amico

Con altro amico, in compagnia trapassa

Di questo giorno la metà là dove

Fuggendo del meriggio i caldi rai

Egli ricovra al rezzo, e si ristora

Col cibo o col riposo. A lui favella

Del ben che gode; i ricevuti doni

Tu gli rammenta, e che riposta è in lui,

Nel suo voler la sua felice sorte;

Che il suo voler libero è appieno, e quindi

Anco esposto a cangiarsi; ond'ei, fidando

Troppo in se stesso, dal diritto calle

L'orme non torca. Il suo periglio infine

Non gli tacer, nè chi lo trama; digli

Qual inimico, che testè dal cielo

Cacciato fu, va macchinando come

Altri con seco in simile ruina

Da un lieto stato simile pur tragga,

Per forza no (chè fia da me respinta),

Ma per menzogna e inganno. Ei questo sappia

Onde, se poscia volontario egli erra,

In sua discolpa d'arrecar non pensi,

Che fu sorpreso e inavvertito cadde. -

Sì Dio parlò, sì di giustizia tutte

Compiè le parti. Le ordinate cose

Udite appena il messaggier, dal loco

Dov'ei tra mille ardor celesti e mille

Velato stava di stellanti vanni,

Ratto e leggier spiccasi a vol: per tutto

Ripartite le angeliche falangi.

L'empirea via gli disgombraro: ei giugne

Alla porta del ciel, che per sè stessa

Sovra i cardini d'ôr rapida gira

E innanzi a lui spalancasi; con tanto

Magistero formolla il Fabro eterno!

Colà non astro si frappone o nube

Alla sua vista, ed il terrestre globo,

Per quanto picciol sia, discerne a tanti

Lucenti globi non disforme, e in esso

Coronato di cedri alto levarsi

Il bel giardin di Dio sovra ogni monte.

Del gran Tosco così gl'industri vetri

Mostran, ma certe men, le terre e i mari

Nell'orbe della luna; e tal su i piani

Liquidi dell'Egéo scorge il nocchiero

Delo o Samo apparir qual nebulosa

Lontana macchia. Indi all'ingiù si lancia

L'Angel con volo rapido le vaste

Onde äeree fendendo, e mondi e mondi

Lasciasi addietro. Or colle ferme penne

Striscia librato su i polari venti,

Or del cedevol etra i campi sferza

Col veloce remeggio. Alfin là giunto

Dove sulle robuste ali s'innalza

L'aquila altera, alle pennute torme

Sembrar potea quel rinascente e solo

Arabo augel, quando a locar nel tempio

Luminoso del sol gli avanzi suoi

Vola all'egizia Tebe. In sulla balza

Orïental del paradiso calasi

L'Angelo, ed in sua forma ivi si mostra.

Vela ed ammanta le celesti membra

Triplice coppia d'ali: esce la prima

Dall'ampie spalle e gli ricopre il petto

Con regal fregio d'ostro e d'oro: a' fianchi

Gli forma l'altra una stellata fascia

Di molle aurea lanugine che splende

Di superni color: sporge la terza

D'ambo i talloni, e d'un'eterea azzurra

Grana dipinta con piumosa maglia

I piè gli adombra. Al favoloso figlio

Di Maia ei stette somigliante, e scosse

Le penne ch'esalaro un'ampia intorno

Celestïal fragranza. Ogni drappello

Degli Angeli che a guardia eran là posti,

Tosto lo riconobbe, e al grado, all'alto

Messaggio suo (chè apportator lo avvisa

Di qualche alto messaggio) in piè si leva

Di riverenza in segno. Egli trapassa

Le fulgide lor tende e 'l piede inoltra

Nel suol felice fra selvette amene

Un odor soavissimo spiranti

Di balsamo, di nardo e cassia e mirra;

Larga, profusa ridondanza d'ogni

Don della terra: chè ripiena e calda

Di vigoría, di spirti ivi Natura

Libere e sciolte d'ogni legge e modo

Sue giovinette fantasie dispiega,

Ed è nel suo disordine più bella.

Venir per l'odorifera foresta

Da lunge il vide Adam, che stava assiso

Sulla soglia del suo fresco boschetto,

Mentre a scaldare il più riposto grembo

Della terra già il sole alto vibrava

Dritti i suoi raggi, e più gagliardi e vivi

Che Adam non avea d'uopo. Eva nel fondo

Pel loro pranzo saporose frutta

Apprestando sen gìa sull'ora usata,

A sano gusto ed a verace voglia

Soavi frutta che non fan men dolci

Le nettaree bevande a lor frammiste

Di grappoli, di bacche e latteo rivo.

Adam la chiama e dice: - Eva, t'affretta,

Vieni, vedi colà vêr l'Orïente

Qual degno de' tuoi sguardi illustre oggetto

Fra quelle piante inverso noi s'avanza.

Ei sembra un'altra scintillante aurora

Che sul meriggio sorga: un qualche Grande

Ci arreca, s'io non erro, ordin del cielo,

E forse in questo dì vuol farci degni

D'esser ospite nostro. Or vanne tosto,

Arreca fuor quanto riposto serbi

Ed abbondanza spargi, onde s'onori

Il sublime stranier. Noi ben possiamo

Lor doni ai donator rendere in parte,

E largamente dar quel che concesso

N'è così largamente. Il suo fecondo

Sen qui schiude Natura, e quanto i suoi

Tesor più spande, vie più ricca e bella

Mostrasi, e largità così c'insegna.

O Adamo (Eva risponde), o eletta parte

Di sacra terra, in cui spirò l'Eterno

Il soffio animatore, aver non giova

Qui molto in serbo, u' di mature frutta

Sempre da' rami sì gran copia pende.

Io sol quelle riposi, a cui più grata

E ferma polpa aggiugne il tempo e toglie

Il soperchio d'umor. Ma ratta or vado

E da ogni pianta ed arbuscello io voglio

Tal'eletta raccor d'ogni più vago,

Più saporoso e succulento pomo

Ch'oggi in mirar tanta ricchezza il grande

Nostr'ospite confessi aver Iddio

Sparse qui sulla terra al par che in cielo

Le grazie sue. - Così dicendo, il guardo

Volge intorno sollecito e sen parte;

E tutta intenta alle ospitali cure,

Va fra sè divisando a qual s'appigli

Scelta ed ordin migliore onde non sieno

Mal misti e mal graditi i sapor varj,

Ma più soave e dilicato all'uno

L'altro succeda. Diligente scorre

Per mezzo a tante piante, e ciò che l'alma

Terra, feconda madre, entro le rive

D'ambe l'Indie produce, o là nel Ponto,

O sul punico lido, o dove un giorno

Alcinöo regnò, tutto crescente

In quel ricco giardin, ella raduna,

Frutta d'ogni maniera, in liscia e molle,

In scabra e dura scorza, e tutto quindi

Con larga mano in sulla mensa ammonta.

Uve odorate spreme e bacche elette,

E bevande ne tempera e prepara

Di soave sapore; un almo latte

Dalle mandorle elice, e pure tazze

Non le mancano all'uopo; indi la terra

Sparge di rose e di squisiti odori

Tolti a' freschi arboscelli. Intanto il nostro

Primo gran padre ad incontrar se n'esce

L'ospite suo divin, nè d'altro è cinto

Che de' sommi suoi pregi: in lui medesmo

La sua grandezza è tutta, assai diversa

Dal vano fasto che circonda i regi,

Quando di palafreni e servil turba

Il gran corteggio oro-listato abbaglia

Lo stolto vulgo e a bocca aperta il tiene.

Senza timore alcun, ma pieno a un tempo

Di riverenza, all'Angelo s'appressa

Il primo padre, e, qual si debbe ad alma,

Superïor natura, a lui s'inchina

Profondamente in dolce aspetto e dice:

- Celeste abitator (chè sol dal cielo

Ponno venir sì nobili sembianze),

Poichè lasciar quelle beate sedi

Ti sei degnato e onorar queste, i tuoi

Favori ah! compi ancor; con noi che soli

Qui siamo e in don dal Creatore avemmo

Questo largo terren, piacciati, assiso

Di quel boschetto alla fresc'ombra lieta,

Prender riposo e insiem gustar di quanto

Più scelto a noi questo giardin comparte,

Finchè dechini il sole e non sì vivi

Spanda i suoi rai. - Sì, qui perciò ne venni

(Amorevole e dolce a lui risponde

L'Angelo allora), e tal creato, Adamo,

Non fosti tu, nè tal soggiorno è questo

Che possano i Celesti avere a sdegno

Di visitarvi spesso. Or sotto l'ombre

Del tuo boschetto andiamne pur, chè fino

All'imbrunir del dì teco mi lice

E giova dimorar. - Così dicendo,

Nella silvestre loggia entrâr che tutta,

Qual di Pomona pingesi l'albergo,

Ridea vestita d'olezzanti fiori.

Ignuda e sol di sè medesma adorna,

Amabilmente grazïosa e vaga

Più che silvestre ninfa e più di quella

Favoleggiata Dea che in Ida vinse

Le altre due di beltade e 'l pomo ottenne,

Eva ad accôr l'ospite suo celeste

In piè tosto levossi; uopo di velo

Non ha; virtù la copre, e le sue gote

Pensier non è che di rossore asperga.

- Ave (le disse Rafael, divino

Saluto ch'assai dopo udì pur anco

Maria, riparatrice Eva seconda),

Ave, o gran madre dell'uman lignaggio,

Del cui fecondo grembo uscir dee prole

Più numerosa mille volte e mille

Delle soavi frutta onde sì carca

Han questa mensa gli arbori di Dio. -

Sorgea d'erbose zolle il largo desco

Cinto all'intorno di muscosi seggi,

E sovr'esso raccolta era d'autunno

Ogni dovizia, ancor che là perenni

Il ricco autunno e la stagion de' fiori

Si tengano per man. Parlando in pria

Si stetter essi alquanto, e 'l primo nostro

Padre sì cominciò: - Stranier celeste,

Deh! questi doni di gustar ti piaccia.

Quegli da cui discende ogni perfetto,

Ogn'infinito ben, fuor della terra

Per alimento e per diletto nostro

Sorger li fe': delle celesti essenze

Son forse cibo insipido; ma questo

Soltanto io so che comun padre a tutti

È quei che li dispensa. Ingrato cibo

(L'Angelo a lui risponde) esser non puote

A puro Spirto quel ch'all'uomo, in parte

Incorporeo pur anche, ei diede in dono,

Ei le cui lodi sien cantate sempre.

Il tuo corpo ebbe un'alma, e i nostri spirti

Fur di sensi dotati; e se l'uom pensa

Ed intende e ragiona e tanto s'erge

Sull'incarco terren, l'Angelo ancora

Scende a nudirsi. Ei vista e udito e tatto

E gusto ha pur, siccome l'altro, e volge

In sua propria sustanza il preso cibo,

Quel ch'è corporeo in incorporeo: e sappi

Che quanto fu creato ha d'uopo ancora

Di sostegno e riparo. Il guardo gira