PRIVILEGIA NE IRROGANTO di Mauro
Novelli
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JOHN MILTON
IL PARADISO
PERDUTO
Traduzione di LAZZARO
PAPI
LIBRO PRIMO
In questo primo libro si propone in
breve il soggetto del poema, cioè la disubbidienza dell’uomo e la
perdita del paradiso in cui egli era stato collocato; e si accenna la prima
cagione di sua caduta, cioè il serpente, o piuttosto Satáno nascosto
entro il serpente, che già ribellandosi a Dio, e traendo alla sua parte
molte legioni d’Angeli, fu per divino comando scacciato dal cielo con tutta la
sua torma nel gran Profondo. Dopo ciò il poeta entra nel soggetto e
rappresenta Satáno e gli angeli suoi in mezzo all’inferno, ch’è posto
non già nel centro del mondo (poiché il cielo e la terra ancora non erano),
ma in un luogo di tenebre esteriori, più acconciamente chiamato Caos.
Là Satáno, giacente sul lago di fuoco co’ suoi Angeli, fulminato e
stordito, ripiglia spirito e tien parole con Belzebù, il primo dopo di
lui in potenza e dignità. Parlano eglino insieme della loro infelice
caduta: Satáno risveglia le sue regioni che si alzano dalle fiamme. Loro
numero, ordine di battaglia, e principali Capi sotto i nomi degl’idoli
conosciuti di poi in Canaan e nelle vicine contrade. Il principe di Demonj
rivolge loro il discorso, gli conforta con la speranza di racquistare il cielo,
e loro parla infine d’un nuovo mondo, e d’una nuova creatura che doveva un
giorno essere creata secondo un’antica profezia o racconto sparso in cielo,
giacchè parecchi antichi Padri credono gli Angeli esser creati molto
tempo innanzi a questo mondo visibile. Propone Satáno di esaminare in pieno
consiglio il senso di quella profezia, e decidere quel che si possa in
conseguenza tentare. Il Pandemonio, palagio di Satáno, sorge, fabbricato ad un
tratto, fuori dal Profondo. gli spiriti infernali vi si raccolgono per
deliberare.
Dell'uom la prima colpa e del vietato
Arbor ferale il malgustato frutto,
Che l'Eden ci rapì, che fu di morte
E d'ogni male apportator nel mondo,
Finchè un Uomo divin l'alto racquisto
Fa del seggio beato e a noi lo rende,
Canta, o Musa del ciel; tu che del Sina
dell'Orebbe in sul romito giogo
Inspirasti il pastor che primo instrusse
La stirpe eletta come i cieli e come
La terra in pria fuor del Caosse usciro;
se più di Sión t'aggrada il colle,
il rio di Siloè che al tempio augusto
Di Dio scorrea vicino, indi tua fida
Aita imploro all'animoso canto
Che d'innalzarsi a nobil volo aspira
Oltre l'Aonio monte, e a dir imprende
Cose ancor non tentate in prosa o rima.
E pria tu Divo Spirto, a cui più grato
È d'ogni tempo un retto core e puro,
Sii, tu che sai, maestro mio: presente
Dal principio tu fosti, e con distese
Ali robuste, di colomba in guisa,
Stesti covante sopra il vasto abisso,
E di virtù feconda il sen n'empiesti.
Tu quanto è oscuro in me rischiara, e quanto
È basso e infermo, in alto leva e reggi,
Onde sorgendo a par del tema eccelso,
Svelare all'uom la Provvidenza eterna
Io possa, e scioglier d'ogni dubbio gli alti
Di Dio consigli e le ragioni arcane.
Narra tu prima (poichè nulla il cielo,
Nulla l'inferno agli occhi tuoi nasconde),
Narra qual mai cagion gli antichi nostri
Padri, sì cari al cielo e in sì felice
Stato locati, a ribellarsi mosse
Da lui che gli creò. Mentre signori
Eran del mondo, un suo leggier divieto
Come romper fur osi? Al turpe eccesso
Chi sedusse gl'ingrati? Il Serpe reo
D'inferno fu. Mastro di frodi e punto
Da livore e vendetta egli l'antica
Nostra madre ingannò, quando l'insano
Orgoglio suo dal ciel cacciato l'ebbe
Con tutta l'oste de' rubelli Spirti.
Su lor coll'armi loro alto a levarsi
Ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio
Pensò, se a Dio si fosse opposto. Il folle
Pensier superbo rivolgendo in mente,
Incontro al soglio del Monarca eterno
Mosse empia guerra e a temeraria pugna
Venne, ma invan. L'onnipossente braccio
Tra incendio immenso e orribile ruina
Fuor lo scagliò dalle superne sedi
Giù capovolto e divampante in nero,
Privo di fondo disperato abisso;
Ove in catene d'adamante stretto
A starsi fu dannato e in fiamme ultrici
Qual tracotato sfidator di Dio,
E già lo spazio che fra noi misura
La notte e 'l dì, nove fiate scorse,
Che con l'orrida ciurma avvolto ei stava
Nell'igneo golfo, tutto sbigottito
Benchè immortal. Pur lo serbava ancora
A maggior pena il suo decreto. Intanto
L'aspro pensiero del perduto bene,
E del futuro interminabil danno
Il cruccia alternamente. Intorno ei gira
Le bieche luci una profonda ambascia
Spiranti e un cupo abbattimento misto
D'odio tenace e d'indurato orgoglio:
Ed in un punto, quanto lungi il guardo
D'un Angelo si stende, ei l'occhio manda
Su quell'atroce, aspro, diserto sito;
Carcere orrendo, simile a fiammante
Fornace immensa; ma non già da quelle
Tetre fiamme esce luce; un torbo e nero
Baglior tramandan solo, onde si scorge
La tenebrosa avviluppata massa
E feri aspetti e luride ombre e campi
D'ambascia e duol, dove non pace mai,
Non mai posa si trova, e la speranza
Che per tutto penétra, unqua non scende.
Quivi è tormento senza fin, che ognora
Incalza più, quivi si spande eterno
Un diluvio di foco, ognor nudrito
Da sempre acceso e inconsumabil solfo.
Tal la Giustizia eterna a quei ribelli
Aveva apparecchiata orrenda chiostra
D'esterno tenebror, remota tanto
Dalla luce del ciel quant'è tre volte
Lontan dal centro della terra il polo
Dell'Universo. Oh dalla stanza prima
Stanza diversa! Egli i compagni quivi
Di sua caduta scerne urtati, avvolti
Fra i turbinosi vortici, fra i gorghi
Del tempestoso foco, ed al suo fianco
Voltolantesi quei che gli era in cielo
In potere e 'n delitto il più vicino,
E noto poscia e Belzebù nomato
Fu in Palestina. Ad esso il gran Nemico
(Satáno è detto in ciel) si volse, e in queste
Parole audaci il fier silenzio ruppe:
Se quel tu sei... (Ma qual ti miro, e quanto
Cangiato da colui che ne' beati
Regni di luce tante schiere e tante
Di Spirti fulgidissimi vincevi
Tutto vestito di fulgór!). Se quegli
Tu se' che nell'ardita illustre impresa
I conformi pensier, le stesse voglie,
Egual speranza ed egual rischio meco
Strinsero in salda lega e che or congiunge
Un crudo egual destin, da quale altezza
Vedi in qual ruinammo orribil fondo!
Tanto la folgor sua colui più forte
Rese di noi: fatale atroce telo!
Chi pria d'allor ne conoscea la possa?
Ma non io per quell'arme, e non per quanto
L'ira del vincitor su me s'aggravi,
Non io mi pento o cangio: invan son io
Di fuor cangiato, il cor lo stesso è sempre;
Del mio spregiato merto ivi entro impressa
Altamente ho l'ingiuria, hovvi confitto
Il fero sdegno che a lottar mi spinse
Con quel Possente. E che! Potei pur trarre
Contr'esso in campo innumerabil'oste
Di congiurati valorosi Spirti
Che il regno suo dannavano, che a lui
Me preferìan, che di virtù, d'ardire
Diero alte prove memorande incontro
Gli estremi sforzi suoi, che sugl'immensi
Lassù celesti campi in dubbia lance
Tenner vittoria e gli crollaro il trono!
Perduto è il campo, e sia: perduto il tutto
Dunque sarà? Quell'invincibil, fermo
Voler ci resta ancor, quel di vendetta
Fero desìo, quell'immortal rancore
E quel coraggio che non mai s'abbatte,
Che mai non si sommette. E che altro è mai
L'essere invitto ed invincibil? Questo
Vanto la rabbia sua, la sua possanza
No, non avrà da me. Ch'io grazia chieda?
Ch'io mi prostri al suo piè? che qual mio Nume,
Qual mio Signor lui riconosca e onori,
Lui che il terror di questo braccio mise
Testè del regno in forse? Ah! questa invero
Fora viltà, fora ignominia ed onta
Peggior della caduta. Or poichè 'l Fato
Tai ci formò che il vigor nostro e questa
Celestïal sustanza unqua non ponno
Venirci men, poichè la fresca prova
Di tanto evento noi peggiori in arme
Punto non rese, e il preveder ci accrebbe,
Con speranza miglior, nuova ostinata
Guerra eterna moviamgli, e forza e frode
S'impieghi contro lui ch'ebbro d'orgoglio
Ora gioisce ai nostri mali, e solo
Da tiranno nel ciel trionfa e regna.
Così Satán, nel tormentato fondo
Del cor premendo un disperar feroce,
Imbaldanziva favellando, e a lui
Tal diè risposta il suo compagno audace:
Prence di tanti Eroi, sovrano Duce
Di tanti Duci, che al tuo cenno intenti
De' Serafini le ordinate squadre
Condussero al conflitto, e sempre in ogni
Più duro scontro impavidi e tremendi
Poser l'Eterno in rischio, e prova fèro
S'ei per forza o per caso o per destino
Lassù tenesse il primo seggio, e come
Vuoi ch'io non vegga il lacrimabil caso
Che il ciel ne ha tolto, e sì grand'oste ha tutta
Spinta in ruina orribile, per quanto
Posson perir celesti Essenze e Numi?
Ah troppo il veggo, ah troppo il sento! È vero
Che sebben spenta sia la gloria nostra,
E quel primier felice stato assorto
In eterna miseria, un'alma in noi
Invincibil rimane, e al core, e al braccio
Il perduto vigor pronto ritorna;
Ma che valer ci può, qual pro che il nostro
Onnipossente vincitor (m'è forza
Ora crederlo tal, chè tal se in vero
Egli non fosse, soggiogar tentato
Un poter pari al nostro avrebbe invano),
Qual pro che questa forza e questo spirto
Ci lasci integri? Non vuol ei capaci
Così farci d'un duol che fin non abbia
Per pascer senza fin quel suo feroce
Di vendetta inesplebile talento?
Ah! che quai schiavi per ragion di guerra
A qualunque pensier gli sorga in mente
Egli ci serba; ad opre indegne e dure
Forse ei qui ci destina in mezzo al foco,
O messaggeri suoi pel tenebroso
Imo baràtro. Il non scemato adunque
Nostro vigor, la nostra essenza eterna
Altro fruttar ci può che eterna pena?
Caduto Cherubino (a lui risponde
Vivamente Satáno), alma che langue,
Nell'oprar, nel soffrir, misera è sempre.
Tu certo intanto sii che nostra impresa
Il ben non fia mai più. Nel male ognora,
Nel mal che opposto è per natura all'alto
Voler di quei cui facciam guerra, il sommo
Dobiam cercar nostro diletto e vanto.
Studi egli pur con provvido consiglio
Volgere in bene il male; ogni nostr'arte
Quel suo disegno a distornar si volga,
E fuor del seno ancor del bene stesso
Per nostre oblique trame il mal germogli.
Ciò può spesso avvenirci, e, s'io non erro.
Forse ei vedrà dolente i suoi più chiusi
Pensieri ir lungi dal proposto segno.
Ma vedi tu? Quel vincitore irato
Alle porte del cielo i suoi ministri
D'inseguimento e di vendetta indietro
Ha richiamati. Quel sulfureo nembo,
Quella rovente impetuosa folta
Grandine ond'ei nel precipizio nostro
Ci flagellava, dileguossi omai;
E 'l tuon dell'ali sue di rabbia e foco
Scarichi tutti e logri alfin gli strali
Ha forse, e cessa di mugghiar pel vasto
Abisso interminato. Afferriam pronti
L'occasion che, sia dispregio o sia
Sazio furore, or ci abbandona il nostro
Crudo nemico. Vedi tu quell'ermo
Lugubre piano, inospite, coverto
Di folta tenebrìa, tranne quel raggio
Che spaventoso e lurido vi getta
Di queste vampe il livido barlume?
Lungi colà dal tempestar di queste
Onde focose indirizziamci, ed ivi
Posiam, se posa esser vi puote alcuna;
E raccogliendo le disperse schiere,
Cerchiam qual via ci resti, onde al nemico
Più grave danno in avvenir s'arrechi;
Cerchiam qual sia della sconfitta nostra
Il riparo miglior, come sì cruda
Sciagura superar, qual dalla speme
Forza ritrarre, o, in fin, qual dar ci possa
La disperazïon consiglio estremo.
Così al compagno suo dicea Satáno
Colla testa alta fuor dell'onde, e fuori
Degli occhi folgorando orribil lume:
Prono su i flutti e galleggiante il resto
Delle immani sue membra un ampio e lungo
Spazio di molti iugeri coprìa.
Tali in lor mole della terra i figli
La favolosa Grecia a noi dipinse
Che osâr Giove assalir, quel Briaréo
O quel Tifóne, cui di Tarso antica
Il grand'antro accogliea. Tal è fors'anco
Quel mostro enorme, a cui null'altro eguale,
Fra quanti l'ampio mar rompon col nuoto,
Creonne Iddio. Sulle Norvegie spume
(Se la fama col falso il ver non mesce)
Ove in lui steso per dormir s'abbatta
Il pallido nocchier di picciol legno
In buia notte a naufragar vicino,
Spesso un'isola il crede, in sua scagliosa
Scorza l'áncora gitta e a lui s'afferra,
Finchè la notte il mar ricopre, e tarda
La sospirata aurora. Incatenato
Su quell'ardente pelago giacea
Così vasto e disteso il gran nemico;
Nè alzata mai, nè scossa pur l'altera
Cervice avrìa di là, se il ciel che tutto
Regge e governa, non lasciava appieno
Ai disegni di lui libero il corso;
Ond'egli colpe accumulando a colpe
E l'altrui mal cercando, anco sul capo
Dell'ira eterna s'accrescesse il peso,
E furibondo al fin non altro frutto
Fuor dell'arti sue prave uscir vedesse
Che infinita bontà, grazia, mercede
Sull'uom da lui sedotto, e piover doppio
Scorno sopra di sè, furor, vendetta.
Repente egli erge dal bollente gorgo
Sua vasta mole; d'ambo i lati spinte
Torcon le fiamme le appuntate cime
E raggirate in grosse onde nel mezzo
Lascian orrida valle. Alto egli spande
L'ali e dirizza il vol per l'aria fosca
Che stride al peso inusitato, e sovra
L'arida terra approda alfin, se terra
Quella pur è che di massiccio foco
Tutt'arde ognor, siccome il lago ardea
Di foco alliquidito; e tal rassembra
Qual di rabbiosi sotterranei fiati
Per la gran forza da Peloro svelto
E via scagliato alpestre masso; o quale
Di Mongibello il fracassato fianco,
Quando le gorgoglianti ime fornaci
Di solfo pregne e d'irritati venti
Fuore sbocca tonando e al guardo scopre
Tutte di fumo e di fetor ravvolte
Le arroventate orribili caverne.
Sopra sì fatto suol, dal suo compagno
Seguìto ognor, le maledette piante
Satáno arresta, e baldanzosi entrambi
Vantansi dalla Stigia accesa lama
Per la lor propria ricovrata forza,
Quai Dei, scampati, e che il gran Re del Tutto
Così permise, immaginar non sanno.
Quest'è la regïon, la terra è questa,
Disse Satáno allor, quest'è la sede
Che abitar ci convien del cielo invece?
Questo lugubre orror per quella viva
Serena luce? Or sia; poichè colui
Ch'adesso è Re, così dispone e assesta
Il retto e 'l giusto al suo piacer sovrano.
Sì, miglior sempre il più lontano albergo
Sarà da quegli, cui Ragione agli altri
Agguaglia, e Forza sopra gli altri innalza.
Addio, felici campi; addio, soggiorno
D'eterna gioia. Salve, o Mondo inferno,
Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso,
Il tuo novello possessore accogli;
Accogli quei che in petto un'alma serra
Per loco o tempo non mutabil mai.
L'alma in se stessa alberga, e in sè trasforma
Nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo:
Che importa ov'io mi sia, se ognor lo stesso,
E qual deggio, son io? se tutto io sono,
Fuorchè minor di lui che il fulmin solo
Fe' più grande di me? Liberi almeno,
Qui liberi sarem: questo soggiorno
Egli non fece onde lo invidii, e quindi
Sbandirci non vorrà: regnar sicuri
Qui noi possiamo, e, al parer mio, quaggiuso
Anco è bello il regnar; sì, miglior sempre
Che in ciel servaggio, è nell'inferno un regno.
Ma perchè i nostri sventurati e fidi
Compagni e amici, istupiditi, avvolti
Lasciam colà sul fero lago, e a parte
Non gl'invitiam con noi di nostra sorte?
Sì, consultiam, veggiam ciò che, raccolte
Nostr'armi, in cielo racquistar si possa,
O se a perder quaggiuso altro ci resta.
Così Satán parlava, e in questi accenti
Rispose Belzebù: Duce di quelle
Raggianti schiere, cui sconfigger solo
Potea chi tutto può, se ancora il suono
Di tua voce elle udran, di quella voce
Che, quando più ostinata, incerta, orrenda
La pugna inferocía, di loro speme
Fu il pegno animator, fu in ogni assalto
Il più sicuro ed ubbidito segno,
Se ancor la udran, nuovo coraggio in esse
Vedrai rinascer tosto e nuova vita.
Or se, qual noi testè, sull'igneo lago
Trambasciate si stan, stordite, inerti,
Meraviglia non è dopo cotanto
Spaventevol caduta. Aveva appena
Di dir cessato Belzebù che l'altro
Vèr la spiaggia movea. Dietro le spalle
Ei si gittò lo scudo, eterea tempra,
Ponderoso, massiccio, ampio, rotondo:
Il largo cerchio a tergo gli pendea
Simile a luna, quando a sera il grande
Toscan Maestro con suoi vetri industri
Dal Fiesolano colle o di Valdarno
La sta mirando a discoprir novelle
Terre e nuove montagne e nuovi fiumi
Nel maculato globo. All'asta sua
Se il più gran pin delle Norvegie selve
Troncato a farne smisurata antenna
Di regal nave, agguagli, è verga lieve
Nella sua man: con essa ei regge e ferma
Sulla rovente sabbia i passi, oh quanto
Da quei diversi che sul piano azzurro
Dell'Empireo movea! La torrid'aura,
Che sul suo capo l'ignea volta manda,
Forte anco il fiede e abbronza; ei nulla cura
Per tanto ed oltre va, finchè sul margo
Di quel mare infiammato il piede arresta.
Alza il grido colà verso le sue
Prostese innumerabili falangi
Che ammucchiate giacean qual sotto gli alti
Archi de' boschi opachi in Vallombrosa
S'ammassano e ricoprono i suggetti
Rivi in autunno le cadute foglie:
E forse è folta men l'alga ondeggiante
Quando Orión di feri venti armato
Tutto dall'imo fondo alza e sconvolge
Quel mar famoso, entro i cui flutti vide
Il perseguìto Ebreo dal salvo lido
Busiri andar con l'oste sua sommerso,
E galleggiar tra rotti carri i morti
Cavalli e cavalieri e fanti avvolti.
Così densa coprìa quel vasto gorgo
La perduta oste rea, che più se stessa
Per lo stupor del cangiamento strano
Non conosceva: alto ei chiamolla, e tutti
Rintronàr dell'inferno i cupi seni
A quella voce: O Potentati, o Prenci,
Guerrieri che del ciel l'onor già foste,
Del ciel già vostro, ed ora, oimè! perduto,
Se un letargo simìl voi, Spirti eterni,
Puote ingombrar così: questa dimora
Sceglieste forse a ristorar la stanca
Vostra virtù dopo la pugna? è questo,
Come lassù del ciel le amene valli,
Il loco adatto ai vostri sonni? o in tale
Postura abietta d'adorar giuraste
Il vincitor? Ch'ei dal suo trono or miri
Le vostre insegne, le vostr'armi sparte,
E voi medesimi in questo mar convolti,
Nulla curate? Ma che parlo? Forse
State attendendo che, il vantaggio scorto,
Quel suo veloce inseguitor drappello
Dalle soglie del ciel scenda a calcarci
Giù col piede le languide cervici,
O co' fulminei catenati strali
Di questo golfo ci conficchi al fondo?
Scuotetevi, sorgete, o eternamente
Siate perduti. Eglino udir, vergogna
Gli punse, e l'ali dibattendo, a un tratto
Tutti s'alzaro. Quasi talor sull'armi
Dal capitan temuto a dormir colte
Le sentinelle, non ben deste ancora
Rizzansi e mostra fan d'ardite e franche,
Tai sembravan coloro. Il crudo stato
Senton ben essi e le lor pene acerbe:
Ma pur del Duce al grido in un istante
Obbedisce ciascun; tutto all'intorno
Si scuote, tutto freme e tutto ondeggia.
Così al brandir della possente verga
Del figliuol d'Amràm vide l'Egitto
Inorridito in quel feral suo giorno,
Curva sull'Euro comparir repente
Caliginosa mormorante nube
Di voraci locuste, e, come notte,
Dell'empio Faraòn pender sul regno
E coprirlo di tenebre. Tal era
L'innumerabil numero di quelle
Malvagie squadre che laggiù d'inferno
Sotto la vôlta, tra le basse ed alte
E d'ogni lato circolanti vampe,
Stavan sospese sugli aperti vanni;
Finchè, qual segno, l'aggirata in alto
Asta del magno Imperador diresse
Il corso lor. Sulle librate penne
A quella vôlta giù tosto si calano
Sovra quel fermo solfo e 'l vasto piano
Ingombran tutto; immensa torma, a cui
Una simil non mai versò da' suoi
Ghiacciati fianchi il popoloso Norte,
Quando, varcata la Danoia e 'l Reno,
Come un diluvio, i barbari suoi figli
Cadder sull'Austro e passâr Calpe, e tutte
Le Libiche inondaro aduste sabbie.
Repente fuor d'ogni squadrone uscendo
I condottier colà s'affrettan dove
Stava il gran Duce lor; divine, eccelse
Sembianze e forme, ogni beltà terrena
Superanti d'assai; Principi e Regi
Ch'eran nel ciel poc'anzi assisi in trono.
Ogni memoria de' lor nomi spenta
Or è lassuso, cancellati e rasi
Per la lor fellonía da' libri eterni
Di vita eternamente, e nuovi nomi
D'Eva tra i figli non aveano ancora.
Iddio provar l'uom volle e lor permise
D'ir la terra scorrendo, e sì potero
La più gran parte dell'uman lignaggio
Togliere al culto del verace Dio
Con lor menzogne e loro inganni, ond'essa
Lui glorioso, onnipossente, eterno,
Non comprensibil, non visibil, spesso
Coll'insensata imagine d'un bruto
Tutta di pompe e d'ôr cinta e coperta
Scambiò miseramente, e, come Numi,
I Démoni adorò. Diversi allora
Ebber costoro in terra idoli e nomi.
Di', Musa, dunque i nomi lor; chi prima
Surse, chi poi da quel bollente letto,
Da quel letargo, e, dietro a sè lasciando
De' minori guerrier la turba immensa,
Solo avvïossi ove il gran Duce alzava
Su quella spiaggia orribile e deserta
La rampognante imperïosa voce.
Capi eran quei che dal profondo abisso,
Lungo tempo dipoi, di preda in traccia
All'aure usciti, di locar vicine
Alla sede di Dio lor sedi osaro
E l'are lor presso alla sua; che gli empi
Voti usurpar de' popoli e gl'incensi.
Di Iéova stesso in trono assiso e cinto
Da' Cherubini suoi lo sguardo e 'l braccio
Fulminator non spaventolli, e spesso
Dentro Sionne ancor, dentro il medesmo
Santuario di lui gli abbominandi
Lor simulacri spinsero, le auguste
Pompe e i riti ineffabili e tremendi
Profanar s'attentaro, e l'empie loro
Tenebre opporre all'immortal sua luce.
Primo è Molocco, orrido Re, che bebbe
L'umano sangue ed i materni pianti
Sugli altari crudeli, ove le strida
Delle vittime sue tra 'l foco avvolte
Soffocava un frastuono alto, incessante
Di tamburi e taballi. A lui prostrossi
L'Ammoníta entro Rabba; e nelle sue
Pianure acquose ed in Basanne e Argobbe
Fin dell'Arnonne alle rimote sponde:
Nè pago ancora di cotanto audace
Sua vicinanza, il saggio cor sedusse
Di Salomone fabbricargli un tempio
In faccia al divin tempio, in cima a quella
Montagna obbrobriosa, e suo boschetto
Fece d'Innòm la dilettosa valle
Ch'ebbe indi il nome di Toféto e d'atra
Géenna, dell'inferno orrida imago.
L'altro è Chemosse, di Moabbo a' figli
Spavento osceno da Aroarre a Nebo
Fin d'Abarimme alle remote australi
Erme contrade. In Esebòna ancora
Stese l'impero e in Oronài, reame
Di Seòne, e di Sibma oltre la valle
Di liete vigne e fior tutta ridente,
E corse audace in Eleal perfino
All'Asfaltico stagno. Ei di Peorre
Il nome ancor portò, quando Israello,
Mentre fuggìa dalle Niliache sponde,
Colà in Sittimme ai suoi lascivi riti
Fu sedotto da lui, riti che furo
Di tanti mali la fatal sorgente.
Ei distese di là sovra quel colle
D'infamia eterna, che sorgea vicino
Del fier Molocco alla cruenta selva,
L'orgie impudiche, e mescolò col sangue
Le libidini sue, finchè d'entrambi
A terra il buon Giosía gli altari sparse
E nell'inferno gli rispinse. Appresso
A questi due venìan quei Spirti impuri
Che dalle sponde del vicino Eufrate
Al rio che dall'Egitto Assiria parte,
Di Baalimmi e di Astarotte i nomi
Comuni avean tra numeroso stuolo;
Dei quelli, e Dive queste. A lor talento
Or l'uno or l'altro sesso ed ambi insieme
Prendon gli Spirti ancor: pieghevol tanto
È lor pura sustanza, e lieve e molle;
Tanto ella vince la mortal struttura
Che di polpe e di nervi e d'ossa insieme
È contesta ed ingombra. In ogni forma
Oscura o luminosa, o densa o rara,
Qual più lor giova, or d'odio, ora d'amore
Possono i rei disegni in opra porre.
Per essi i figli d'Israello infidi,
Al sommo Dio, lor viva forza, spesso
Volsero il tergo, e infrequentata e muta
Lasciando l'ara sua, curvâr le fronti
Dianzi a brutali Numi, onde quell'empie
Cervici lor di tanta colpa carche
Poscia in campo mietè vil ferro imbelle.
Venìa con lor quell'Astaréte in schiera,
Che da' Fenici poi fu detta Astarte,
Del ciel notturna regnatrice, ornata
Delle crescenti luminose corna.
Alla corrusca imagin sua fur use
Per l'aer bruno offrir lor voti ed inni
Le Sidonie donzelle, e culto ed ara
In Sionne ebbe ancor sull'empio monte
Fondata da quel Re che il saggio core
Tra femminili amor corruppe, e spinto
Da sue belle idolatre, idoli immondi
Pur cadde ad incensar. Venìa Tammuzo
Poi, la cui piaga riaperta ogn'anno
Ogn'anno ancor rinnovellava il duolo
Delle Siriache vergini che in triste
Note d'amore al Libano d'intorno
Tutto un estivo dì stavan piangendo
L'acerbo fato suo, mentre vermiglie
Adoni al mar volgea le placid'onde
Dalla natía sua rupe, e a lor parea
Mostrar in esse di Tammuzo il sangue.
Di pari ardor quell'amorosa fola
Infettò di Sionne ancor le figlie;
E ben le turpi lor fiamme lascive
Fin dentro i sacri portici scoprío
Ezechïel quando girò sull'empie
Idolatrie del ribellato Giuda
L'occhio ripien della virtù superna.
Quegli poscia venìa che vivo duolo
Sentì nel cor quando la propria imago
Entro il suo tempio stesso a un tratto monca
Farsi dall'arca prigioniera ei vide,
E via le tronche mani e la spiccata
Testa balzarne rotolando al suolo,
De' suoi scornati adoratori al piede.
Dagón fu il nome suo, marino mostro,
Uom sopra e pesce in basso: alto sorgea
Il suo tempio in Azóto e i lidi tutti
Di Palestina ed Ascalona e Gata
Fin d'Accarón ai termini e di Gaza
Temean suo scettro. Lo seguìa Rimmone
Ch'ebbe nel bel Damasco ameno seggio
D'Abbana e di Farfarre in sulle vaghe
Fertili rive. Egli pur erse incontro
Alla magion di Dio l'audace fronte,
E se un lebbroso Duce ei vide un giorno
Abbandonar suo culto, un Re pur vide
Prestargli omaggio: Aazo ei fu, quel folle
Suo vincitor, che del verace Dio
Spregiò, rimosse l'ara, e un'altra a guisa
Delle Assirie n'eresse, ov'empi incensi
Arse agli Dei già da lui vinti e domi.
Folta appo questi una gran torma apparve
Che sotto i nomi celebrati antichi
D'Isi e d'Osiri e d'Oro, e de' tanti altri
Seguaci lor, con mostruose forme
E con vani prestigi il cieco Egitto
Sì schernir seppe e i sacerdoti suoi,
Che andaro ognor sotto ferino aspetto,
Anzichè umano, or qua or là cercando
I lor vaganti Dei. Da quella peste
Non fu immune Israél quando in Orebbe
L'oro accattato ei del vitello fuse
Nell'immago adorata. Empiezza eguale
Vider bentosto Bettelemme e Dana
Doppiarsi da quel Re che osò ribelle
Paragonare a bue che l'erba pasce,
Iéova che lo creò, Iéova che quando
Dall'Egitto ei fuggìa, con un sol colpo,
In una sola notte, ogni fanciullo
Primonato percosse, e a terra stese
Ogni muggente Nume. Ultimo venne
Quel Belial, di cui più laido Spirto
Dal ciel non cadde e più del vizio in preda
Sol per amor del vizio: a lui non tempio
Sorgea, nè altar fumava; eppur qual altro
Soggiornò più di lui fra templi ed are?
Ei là sovente d'ogni Dio l'idea
Nei sacerdoti cancellò, qual d'Eli
Ne' figli avvenne, che di Dio la casa
Di vïolenza e di lascivie empiero.
Ei pur le Corti e i gran palagi alberga,
E le ricche città passeggia altero,
Ove il fragor della licenza oscena,
Degli oltraggi e dell'onte, oltre le cime
Delle più eccelse torri ascende e suona;
E quando della notte il fosco velo
Le strade abbuia, allor vagando intorno
Escon di Belialle i sozzi figli
Ebbri di vino e oltracotanza. Troppo
Di Sodoma le vie sepperlo un giorno,
E Gabaa il seppe in quella notte impura
Che, a distornare un peggior ratto, aprissi
L'ospital soglia e una matrona espose.
In ordine e possanza eran costoro
Primi fra gli altri, di cui troppo fora
Lungo il ridir, benchè lontana suoni
La fama lor; di Iávana la stirpe,
Gli Dei di Ionia che pur Dei tenuti
Fur, sebben dopo Cielo e dopo Terra
Vantati padri lor, venuti al mondo;
Quel Titano di Ciel primiera prole
Coll'enorme sua schiatta, al qual fur tolti
Dal più giovin Saturno e dritti e regno,
E questi che a vicenda egual destino
Provò dal figlio che di Rea gli nacque
E che di forza il vinse. Ebbesi Giove
Usurpator così l'impero. In Creta
Da prima e in Ida essi fur noti, e quindi
Del freddo Olimpo sul nevoso giogo,
Dell'aere medio, lor più alto cielo,
Ebber governo, o soggiornar di Delfo
Sulla rupe, o in Dodona e pe' confini
Del Dorico terren. Sovr'Adria gli altri
Coll'antico Saturno il vol drizzaro
Ai campi Esperj e Celtici, e per tutte
Le remote vagaro isole estreme.
Tutti costoro ed altri molti innanzi
S'affollaro a Satán, con occhi pregni
Di pianto e chini al suol; ma pur di gioia
In essi un fosco raggio insiem traspare,
Mentre non anco di speranza uscito
Veggono il Duce loro, e sè medesmi
Non affatto perduti in mezzo a tanta
Spaventevol ruina: a lui non meno
Un incerto color rapidamente
Passò sul volto, ma l'usato orgoglio
Tosto ei riprende, e con parole altere,
Pompose sì, ma vane, a poco a poco
Ravviva in essi gli abbattuti spirti
E le speranze lor scuote e raccende.
Quindi impon tosto che al guerriero suono
Di trombe e d'oricalchi il gran vessillo
S'innalzi: n'ebbe il glorïoso incarco
Per suo dritto Azazél, d'alte e superbe
Sembianze un Cherubin: dalla raggiante
Asta egli tosto disviluppa e stende
L'insegna imperïal ch'alto nell'aura
Tremolando, qual lucida rifulse
Meteora in fosco ciel: splendeanvi in mezzo
D'oro e di gemme riccamente inteste
L'arme e i trofei Serafici. I sonori
Metalli intanto un marzïal clangore
Lunge spandeano, a cui sì forte un grido
Tutta l'oste mandò che dell'inferno
Scosse la vôlta e del Caosse e della
Vetusta Notte spaventò l'impero.
In un momento diecimila alzarsi
Bandiere fur per quell'orror vedute,
E nell'aura ondeggiar pinte de' vivi
Color del sol nascente: insiem levossi
Di lancie ampia foresta, e d'elmi e scudi
Conserta e folta un'ordinanza apparve
Profonda, immensurabile. S'avanza
In maestoso e fiero aspetto il campo
Di tibie e flauti al Dorico concento;
Dolce e grave armonia che degli antichi
Eroi presti a pugnar gli animi ergea
A somma altezza, e non furor, ma fermo
Valor deliberato in lor spirava
Che temea, più che morte, esser rispinto;
Alta armonia che con sublimi note
Dalle mortali ed immortali menti
Dubbio, paura, angoscia e affanno sgombra
O molce almeno. Tacita, secura
In sua virtude, in sua congiunta possa
Così movea quell'oste al dolce suono
Che del bruciante suol l'ardor temprava
Sotto i suoi passi dolorosi. In mostra
Ecco a un punto s'arresta; orrida fronte
Di terribil lunghezza e d'abbaglianti
Armi, ai prischi guerrier simile in parte
Con aste e scudi in ordinanza, e attenta
Stassi ad udir quale al possente Duce
Comando piaccia imporre. Egli l'esperto
Sguardo dardeggia per le file, e tutta
Da un punto all'altro la falange immensa
Ne trascorre veloce; il ben disposto
Ordine, i volti e le stature eccelse,
Solo proprie di Numi, osserva e squadra,
E alfin somma il lor numero. D'orgoglio
Or più gonfia il suo core e più s'indura;
Poichè dal giorno, in cui fu l'uomo creato,
Non mai si ragunò tal'oste e tanta
Che, di questa al paraggio, assai simile
Non fosse a stormo di pimmei pugnanti
Di strepitose gru contro uno stuolo.
Taccia Flegra i giganti, ed Ilio e Tebe
Quella stirpe d'Eroi che d'ambo i lati
Pugnò frammista ai parteggianti Numi;
Nè favola o romanzo il prode Arturo
Da' suoi Britanni o Armorici campioni
Intorno cinto osi membrar (chè troppo
Spregevol fora il paragon), nè quanti
In Aspramonte o Montalban giostraro,
In Damasco, in Marocco o in Trebisonda
Cristiani o Saracini invitti Eroi,
Nè quei che dalle Maure aduste arene
Mandò fra noi Biserta allorchè il Magno
Carlo con tutti i Paladini sui
In Fontarabia cadde. Incontro a questi
Del ciel rivali uman valor è nulla.
Pur se ne stanno riverenti al loro
Temuto Duce. Alteramente eccelso
Ei di persona, e portamento sopra
Tutti gli altri torreggia; ancor perduto
Non ha tutto il natìo fulgor celeste,
E conquiso com'è, pur sempre in lui
Un Arcangel si vede, un offuscato
Di gloria eccesso. Tale il sol nascente
Timidi getta e pallidi pel grave
Aere nebbioso i raggi, e tal ei sparge,
Se Cintia il vela coll'opposto dosso,
Sovra mezza la terra un torbo e mesto
Lume che pel timor d'aspre vicende
Tien palpitante de' tiranni il core.
Oscurato così, tanto splendea
Sopr'ogn'altro Satáno: ancor dell'alte
Cicatrici del folgore rovente
Solcata avea la faccia, ancor gli stava
La cura e 'l duol sulla scaduta guancia;
Ma sotto il ciglio l'indomabil core
E 'l ponderato orgoglio intento tutto
Alla vendetta trasparìa; feroce
Ardeva l'occhio suo, pur di rimorso
Segni gettava e di cordoglio: ei mira
Spiriti innumerabili, già visti
In sì diversa sorte, ora dal cielo
E da sua luce eterna eternamente
Per sua cagion sbanditi e in quegli abissi
Spinti e dannati; e suoi compagni furo,
Anzi seguaci suoi! pur fidi ancora
Quanto gli sono e nella lor sventura
Qual mostran fermo generoso core!
Così qualor la rovinosa fiamma
Del ciel piombò sulla foresta e gli alti
Pini e le querce noderose antiche
Percosse, diramò, pur coll'arsiccia
Sfrondata cima stan gli alteri tronchi
Sul divampato suol fissi ed immoti.
Egli a parlar s'accinge, onde si curva
Vèr lui del campo il destro corno e 'l manco,
E in semicerchio co' più degni Duci
Raccolto viene: ciascheduno è muto
Per desìo d'ascoltar: ei per tre volte
Tentò parlare e per tre volte, ad onta
Del proprio scorno, in lagrime proruppe,
Ma quali Angel le sparge; alfin mescendo
Co' sospir le parole, ei così disse:
O d'immortali Spirti immense schiere,
O Forti, o comparabili soltanto
Con lui che tutto può, certo d'onore
Priva non fu l'alta contesa nostra,
Benchè seguìta da un evento atroce
Siccome questo loco, ahi! troppo attesta,
E quest'orribil cangiamento, ond'io
Parlar non oso. Ma qual mai presaga
Mente sublime e dagli eventi instrutta
Temer potea che tal di Numi unito
Esercito, che forze a queste eguali,
Sì intrepide, sì ferme, esser disfatte
Potesser mai? Chi crederà che ancora
Abbattuto, com'è, stuol sì gagliardo,
Di cui l'esilio ha fatto vòto il cielo,
Col suo valor là risalir non debba
E i suoi riposseder perduti seggi?
Tutta l'oste del ciel ne chiamo in prova;
Se discordanza di consigli o rischio
Da me schivato le speranze nostre
Ha rovesciate. Ma colui ch'or regna
Lassù Monarca, infino allor sedea
Sul trono suo qual chi securo appieno
Per vecchia stima, uso o consenso il tiene,
E piena pompa del suo regio stato
Facendo, intanto il suo poter celava.
Questo a tentar c'indusse, e cagion questo
Fu di nostra ruina. Ormai sua possa
Noi conosciamo e nostra possa a un tempo,
Onde nè provocar guerra novella,
Nè provocati paventarla. Il meglio
Ci resta ancor: dove il poter non giunse,
L'arte vi giunga e 'l ben oprato inganno;
E apprenda ei pur da noi che sol da forza
Vinto nemico è per metà sol vinto.
Dello spazio nel grembo ermo ed immenso
Novelli mondi sorger ponno, e in cielo
Fama correa ch'egli in pensier volgesse
Crearne un altro in breve, ed una stirpe
Locare in esso a lui gradita e cara
Quanto del cielo i più diletti figli.
Uscirem noi, là forse o altrove ancora:
Chè in servitù no ritener non debbe
Chiusi quaggiù questa infernal vorago
Spirti celesti e l'Erebo coprirli
Delle tenebre sue. Ma in pien consiglio
Questi pensier matureransi: or fermo
Stia che vana è di pace ogni speranza
Per chi servir, sottomettersi non voglia;
E chi vorrallo? Aperta guerra dunque
O ascosa si risolva, e guerra eterna.
Disse, e quei detti ad approvar, dal fianco
De' forti Cherubini ecco ad un punto
Più milïon di sguainati brandi
L'aria fendèro e mandàr fiamme e lampi
Onde lontan rifulse il bujo regno
Per ogni intorno. Di furor, di rabbia
Tutti contro l'Eterno han gonfio il core,
E con bestemmie e grida verso il cielo
Lor disfide lanciando, i risonanti
Scudi percuoton colle spade e un cupo
Destan di guerra assordator fracasso.
Sorgea di là non lunge un piccol monte
Che dalla cima squallida eruttava
Rote di fumo e fiamme, e in tutto il resto
D'una lucente gromma era coverto:
Non dubbio segno che celato in grembo,
Per opera del zolfo, un ricco ei serba
Metallico tesoro. Ivi ad un tratto
Di loro un folto stuol distese il volo,
Quale d'asce e di marre armata schiera
Di guastatori intrepidi precorre,
Ad iscavar trinciera, a innalzar vallo,
Un esercito regio. Era lor Duce
Mammon, di cui Spirto più vil non cadde
Con lor dal cielo: anco lassuso ei sempre
Tenea gli sguardi ed i pensier confitti
Sul ricco pavimento, e più quell'oro
Da lor calcato gli rapiva il core
D'ogni bëante visïon celeste.
Ei fu che all'uom da pria spirò l'avara
Sete delle ricchezze, esso gli apprese
A squarciare e predar con empia mano
Della terra le viscere, ed in luce
Quei tesori a recar che meglio stati
Foran là dentro eternamente ascosi.
Tosto la torma sua larga ferita
Aprì nel monte, e d'ôr fulgidi brani
Ne trasse fuor. Niun meraviglia prenda
Che quel metallo nell'inferno abbondi;
A qual altro terren meglio conviensi
Il prezïoso tosco? Or qui chi vanta
Mortali cose, e di Babelle e Menfi
Meravigliando le grand'opre estolle,
Vegga quanto sia lieve ad empi Spirti
Solo in un'ora superar quegli alti
Per arte umana o per umana forza
Monumenti famosi, eretti appena
In lunghe età da innumerabil braccia
E da sudor perenne. Ivi d'appresso
Sul piano, in molte preparate celle
Che sotto avean di liquefatte fiamme
Rivi sgorganti dal bollente lago,
Una seconda affaccendata schiera
Con stupendo lavor distempra e scevra
La metallica massa, e ne dischiuma
Tutta l'impura feccia. Un terzo stuolo
Colla prestezza stessa entro il terreno
Varie forme compose e per arcani
Canali empiè delle bollenti celle
Le varie cavità. D'un'aura il soffio
Nell'organo così per molte file
Di canne scorre, e vario suon respira.
A guisa di vapor che in alto saglia,
Ecco repente dal terreno alzarsi,
Di tempio in forma, un edificio immenso,
Al suono di soavi sinfonie
E dolci canti. Doriche colonne,
D'aureo architrave sotto il peso, intorno
Splendono in ordin lungo: ornati i fregi
E le cornici con mirabil'arte
Son di sculture e di rilievi; è il tetto
Solid'oro intagliato. Unqua non vide
Magnificenza egual l'Eufrate e il Nilo,
Quando de' Regi loro e de' lor Numi
I palagi ed i templi ergeano a gara
Più eccelsi e vasti, e di ricchezza e lusso
Contendevan tra lor. Compiuta alfine
Sovra le salde basi immobil sorge
La maestosa mole; e l'énee porte
Repente spalancandosi, le interne
Splendide sale immense e il liscio e terso
Pavimento il sorpreso occhio discopre.
Dal curvo tetto per sottile incanto
Pendean stellati mille lampe e mille,
In cui Nafta ed Asfalto una sì viva
Luce nudrìan che un ciel pareva l'inferno.
Meravigliando entra la folla, e questi
Loda il lavor, quei l'architetto in cielo
Egli era illustre già per molte eccelse
Edificate moli, ove soggiorno
Scettrati Angeli fean che il Re supremo
Al governo esaltò degli ordin vari
Di sue celesti rifulgenti squadre.
Nè senza nome o senza onor divini
Andò per Grecia e per Ausonia, dove
Vulcan fu detto: ivi che Giove irato
Via lo scagliò dai cristallini merli
Favoleggiossi: dal nascente sole
Alla metà del dì, da questa infino
Alla rorida sera, un lungo estivo
Giorno durò precipitando, e allora
Che il sol cadea nell'onde, in Lenno, antica
Isola dell'Egeo, piombò simile
A divelta dal ciel corrusca stella.
Favole e sogni! Ei da gran tempo innanzi
Con questa cadde insiem ribelle turba,
Nè punto gli giovâr le alte nel cielo
Costrutte torri, nè sottile ingegno;
Chè capovolto con sua ciurma industre
Giù negli abissi a fabbricar fu spinto.
Al suon di trombe e con gran pompa intanto
Per comando sovran gli alati Araldi
Vanno per tutta l'oste alto gridando
Che in Pandemonio, la superba Reggia
Del gran Satáno e de' suoi Pari, in breve
Solenne s'aprirà Consesso augusto;
E colà tosto da ciascuna schiera,
Da ciascuna falange i più distinti
Per dignitade o per sovrana scelta
Sono appellati. Là traggon repente
Tutti costor da nobile seguìti
Corteggio innumerabile. Ogni via,
Ogni atrio capacissimo, ogni porta
Gran calca ingombra e stringe, e l'ampia sala
Tutta n'ondeggia e bolle, ancor che pari
A quei recinti ella in grandezza fosse,
Ove arditi campioni in sella armati
Presentarsi eran usi, e innanzi al seggio
Del Soldano appellare il fior de' prodi
Pagani Cavalieri a mortal zuffa
O a correr lancia. Della gente inferna
Coverto è il suol, l'aria n'è ingombra, e tutta
Stride divisa dai fischianti vanni.
Soglion così le pecchie, allor che il sole
Riede col Tauro, all'alveare intorno
Versar lor folta giovinetta prole
In densi gruppi, che su i freschi fiori
E le novelle erbette rugiadose
Van poi volando e rivolando, o sovra
Liscia e testè di lor ceroso visco
Spalmata panca che fuor sporge e quasi
Del paglieresco lor castello è il borgo,
S'aggiran premurose e l'alte cure
Conferiscono del regno. Era simile
Quivi di tanti Spirti il popol denso
A cui mancava il loco, allor che diessi
Un cotal segno, ed (oh stupor!) coloro
Che in lor mole testè vincean la vasta
Terrestre prole gigantéa, li vedi
De' più piccoli Nani a un tratto farsi
Più piccioletti ancora, e breve stanza
Chiuder stormo infinito. A lor somiglia
Quell'umil stirpe di Pimmei (se narra
La fama il vero), che dell'Indie estreme
Vive oltra i monti, o quei Folletti Spirti
Che in notturni tripudi o vede o sogna
Vedere appresso una foresta o un fonte
Il tardo peregrin, mentre sul capo
Dritto gli pende della luna il raggio
Che più vicino a noi ruota il bicorne
Pallido carro: a lor carole e feste
Stan quelli intenti: a lui molce l'orecchia
Dolce concento, e fra timore e gioia
Gli balza il cor. Così quei Spirti inferni
Strinser le membra immani in brevi forme,
E benchè tanti, in quella regia sala
Tutti capean, ma lunge a dentro i Prenci
De' Cherubini e Serafini, in guisa
Di mille Semidei, tuttor serbando
L'alte fattezze prime, in chiusa eletta
Parte e in frequente e pien Senato, assisi
Sovr'aurei seggi luminosi stanno.
Si fe' breve silenzio, e letto in pria
L'invito, aprissi il gran Concilio orrendo.
Cominciatasi la consulta, Satáno
discute se un’altra battaglia abbia a tentarsi per ricuperare il cielo. Alcuni
sono di questo avviso, altri vi si oppongono. Si conchiude di seguire il
pensiero di Satáno e ricercare la verità di quella profezia o tradizione
che correva in cielo intorno ad un altro mondo e ad un’altra specie di creature
poco inferiori agli Angeli, e che doveano essere create all’incirca in quel
tempo. Dubbj sopra chi dovrà mandarsi alla difficile scoperta. Satáno,
loro Capo, intraprende solo il viaggio, e ne riceve onori ed applausi. Sciolta
l’adunanza, gli Spiriti si dividono in varie schiere, e per recare qualche
sollievo ai loro mali, si danno a vari esercizj secondo le diverse loro
inclinazioni, aspettando il ritorno di Satáno. Egli arriva alle porte
dell’Inferno che trova chiuse e guardate da due mostri. Gli vengono finalmente
aperte. Scopre il gran golfo fra l’inferno e il cielo. Con quanta
difficoltà attraversa l’abisso. Il Caos, Sovrano di quel luogo,
gl’indica il cammino verso il nuovo mondo, di cui va in traccia.
In trono eccelso che più ricco assai
Splende d'Ormus, dell'Indo e del pomposo
Orïente colà dove più spande
Su i barbarici Re l'oro e le gemme,
Siede Satáno, a quell'altezza rea
Portato da' suoi merti, e dallo stesso
Disperar sollevato oltre ogni speme
Più alto aspira ognor: la vana e stolta
Guerra col cielo a proseguir lo spinge
Una superba irrequïeta brama,
E dagli eventi non istrutto ancora
Così dispiega i suoi disegni alteri:
O Principi, o Possanze, o Dei del cielo,
Poichè abisso non v'ha ch'entro i suoi golfi
Rattener possa un immortal vigore,
Benchè scaduto, e oppresso, il ciel non stimo
Perduto io già. Spirti superni e divi,
Dal lor cader sorgendo, assai più chiari
Mostreransi e tremendi, e contro un nuovo
Fato staranno in sè sicuri. Un giusto
Dritto e del ciel le fisse leggi in prima,
Quindi la vostra appien libera scelta
E quanto oprai col senno e colla mano
Non indegno di pregio, a me governo
Sopra di voi già diero; e in fin di questa
Perdita stessa i danni in parte almeno
Già da me riparati, oltre ogni tema,
Oltre ogn'invidia stabilito m'hanno
Su questo soglio, a cui concorde e intero
Il vostro assenso mi chiamò da pria.
Alto grado lassù nel bel soggiorno
Puote ai men alti esser d'invidia oggetto;
Ma qui chi un seggio agognerà che il renda
Ai colpi del Tonante il primo segno,
Lo schermo vostro, e a maggior parte il danni
Di dolor senza fine? Ov'è sbandito
Il ben, non entra ambizïosa gara.
Saravvi alcun che a maggioranza aspiri
In questo diro abisso? A chi sì scarsa
Pena toccò ch'altra cercar ne voglia,
Più alto onor bramando? In ferma lega
Congiunti dunque, in stabil pace e fede
Più che nel cielo esser mai possa, il nostro
A vendicar giusto retaggio antico
Or noi torniamo, e di felici eventi
Più certi siam che se propizia ognora
Ci fosse stata la Fortuna. Or quale
Sia miglior mezzo, aperta guerra, o frode,
Cercar si dee: chi a dar consiglio basta,
Apra, chè appien gli lice, il suo pensiero.
Disse; e Molocco alzossi, inclito Rege,
Il più feroce Spirito, il più forte
Che nel cielo pugnasse, ed or più fero
Fatto dal disperar. Ei coll'Eterno
Aver sperava d'egual possa il vanto,
E nulla sì, di lui minor non mai
Esser volea: con tal pensiero, tutti
I suoi timor perdeo; di Dio, d'inferno
O peggio ei nulla cura, e sì favella.
Aperta guerra è il voto mio; di frodi,
Men ch'altri in esse esperto, io non mi vanto:
Chi n'ha d'uopo, le ordisca, e quando è d'uopo:
Non ora. E che! Mentre qui lenti adunque
Van costoro macchinando arti ed inganni,
Dovrà un popolo intier coll'armi in pugno
Il segno sospirar di sua vendetta
E del suo scampo, e qui languendo starsi
Dal ciel sbandito, fuggitivo, in questa
Obbrobrïosa fossa, in questo nero
Carcer di quel tiranno, il qual per nostro
Indugio or regna sol? No, no: piuttosto
Di queste fiamme e di nostr'ire armati,
Scegliam di viva forza e tutti a un tempo
Del ciel sull'alte torri aprirci il varco.
Contro il tormentator canginsi questi
Nostri tormenti in orrid'armi: egli oda
L'infernal tuono rimugghiare incontro
L'onnipossente ordigno suo; rimiri
Di questo foco i sanguinosi lampi
Con egual furia sfolgorar sul volto
A sue schiere atterrite, e queste fiamme,
Quest'atre fiamme strane e questo zolfo
Tartareo, ond'ei medesmo è stato il fabro,
Tutto allagargli e avviluppargli il trono.
Ardua par forse e malagevol via
Con ali erette il sollevarsi incontro
Sovrastante nemico. E chi pensarlo
Può, se non quei che istupiditi ancora
Stan dal sorso sonnifero di quella
Obblivïosa lama? Invér la sede
Nostra nativa ci trasporta il nostro
Moto natìo: scender, cader, contrasta
A nostra essenza. E chi pur dianzi, allora
Che noi sconfitti perseguiva a tergo
Giù per l'immenso báratro il feroce
Nostro nemico con oltraggi e scherni,
Chi nol provò? Chi non sentì con quanto
Duro sforzo, con qual lena affannata
Profondammo quaggiù? L'ascender dunque
È agevole per noi. - Ma incerto è molto
Quel che avvenir ne può: se il più possente
Osiam di nuovo provocar, sua rabbia
Più fere guise di tormenti a nostro
Danno inventar saprà. - Ma che di peggio
Può in inferno temersi? Ov'è di questa
Più cruda stanza? D'ogni ben noi privi,
Scacciati di lassù, dannati in questo
Abborrito Profondo a estremi guai,
Ove ci dee d'inestinguibil foco
Lo strazio eterno esercitar, noi tristo
Bersaglio all'ira di colui, dal suo
Fischiante inesorabile flagello
E dalla tormentosa ora chiamati
A nuove pene ognor, che altro di peggio
Temer dobbiam? L'annientamento è quanto
Aspettarci potremmo. E perciò dunque
Temerem noi tutta affrontar quant'ira
Ei serra in cor? Stolto timore! O noi
Saremo allora annichilati e spenti
Dalla sua rabbia, e fia per noi migliore
Che in eterno dolor viver eterni;
O se divino è l'esser nostro e mai
Cessar non può, nulla perciò s'innaspra
La nostra somma inaccrescibil pena;
E per prova sentiam che forza è in noi
Bastante a disturbar quelle celesti
Sedi e infestargli con perenni assalti,
Ancor che inaccessibile, quel suo
Trono fatal. Se non è vincer questo,
Vendetta è almen. - Cessa, e da' torvi lumi
Tal di vendetta e guerra un foco avventa,
Che non ne sosterrìa l'atroce vista
Chiunque è men che Nume. In gentil atto
Dall'altro canto Belïalle alzossi.
Angel più vago da' celesti seggi
Di lui non ruinò: splendongli in volto
Grazia e decoro, ad alte imprese adatto
Ei par, ma tutto è in lui fallace e vano.
Mele sua lingua stilla, ottima sembra
Sulle sue labbra la ragion peggiore,
E i più saggi consigli involve e atterra:
Son bassi i suoi pensier, nel vizio è scaltro,
Ma all'opre illustri timoroso e lento;
Pur col dolce suo dir le orecchie incanta,
E sì comincia: Esser dovrei pur io,
Campioni illustri, per l'aperta guerra,
Io che, in odio, ad altrui punto non cedo;
Se la ragion, cui sovr'ogni altra estolle
Chi guerra senza indugio a noi consiglia,
Me più che ogni altra dall'audace avviso
Non ritraesse e sull'intero evento
Non gettasse un fatal presagio tristo.
Dunque chi più degli altri in armi vale,
Mal nell'armi fidando e male in quanto
Ei pur consiglia, il suo coraggio fonda
Sul disperar? Dunque all'estremo nostro
Disfacimento, al nostro fin son tutte
Vôlte le mire sue, purchè si compia
Qualche fiera vendetta? Ahi! qual vendetta?
Son le torri del ciel d'armate scolte
Ripiene, e chiusa n'è ogni via: sovente
In sulle rive del vicino abisso
Lor legïoni accampano, e sull'ali
Tacite e brune van con larghi giri
Qua e là scorrendo il regno della notte,
E di sorprese ridonsi. E se a viva
Forza potessim'anco aprirci il varco,
E dietro noi l'intero inferno a un tempo
Sorgesse inferocito a scagliar questa
Caligin tutta entro a quell'alma luce,
Pur sull'eterno incorruttibil trono
Il nostro gran nemico appien securo
E intatto sederìa. L'eterea tempra
Macchia temer non può di basso foco;
Chè tosto il vince e sperde, e come in pria,
D'un fulgòre purissimo sfavilla.
In questo crudo stato, estrema nostra
Speranza è il disperar: dobbiam, si dice,
L'onnipossente vincitore a tanto
Sdegno irritar, che la sua rabbia tutta
Su noi riversi, e ci consumi alfine:
Questo esser dee nostro disegno e cura;
Non esser più. Tristo disegno e cura!
E chi vorrà, benchè d'affanni colma,
Questa che intende e vuol, sublime essenza,
Questi d'eternità nel giro immenso
Spazïanti pensier lasciar per sempre,
E giuso d'ogni moto e senso privo
Piombar perduto, inabissato dentro
All'ampio sen dell'increata notte?
E sia pur questo un ben, chi sa se possa
Darloci il fier nemico, o il voglia mai?
Che il possa, è dubbio; ch'ei non voglia, è certo.
Ei saggio tanto, al suo furore il freno
Tutto sciorrà ad un tempo e vorrà, quasi
Mal avveduto, e mal di sè signore,
Far de' nemici suoi paghe le brame
E consumar nella sua rabbia quelli
Che la sua rabbia stessa ad infinito
Gastigo serbar vuol? - Perchè si cessa
(Dice chi vuol la guerra)? a noi che giova
Lo star timidi e lenti? A duolo eterno
Decretati, serbati, additti omai
Noi siam: checchè si faccia, altro possiamo
Soffrir di più, soffrir di peggio? - Adunque
Così seder, così tener consiglio,
Così lo starsi in armi è adunque il peggio?
E allor che fu, quando incalzati, quando
Da quell'atroce folgore percossi
Fuggivam ruinosi, e questo abisso
A ricovrarci imploravamo? Allora
Contro quelle ferite un dolce asilo
Qui ci parve trovare. E quando stemmo
Là catenati su quel lago ardente,
Peggio non era? E che sarìa se il soffio
Che quelle fiamme spaventose accese,
Destosi ancor, settemplice furore
Vi spirasse per entro e ad esse in fondo
C'immergesse dipoi? Se l'intermessa
Vendetta colassù quella rovente
Sua destra armasse ancor? Se quanto ei serba
Riposto, sprigionasse, e questa vôlta,
Questa vôlta infernal che tien sospeso
Sul nostro capo un igneo mar, crollando
S'aprisse un giorno, e gl'infocati fiumi
Per le tremende cateratte infrante
Su noi si rovesciassero? che fora,
Se mentre stiamo glorïosa guerra
Disegnando o esortando, orribil turbo
Di foco ognun di noi rotasse, e in cima
D'acuto scoglio lo lasciasse infitto,
In trastullo e balía d'atre bufére?
Oppur ricinto di catene e sotto
A quel bollente Oceano eternamente
Star dovesse sommerso in pianti e strida,
Senza pietà, riposo, o tregua mai
Al disperato interminabil duolo?
Questo inver fora il peggio! Aperta guerra
Quind'io sconsiglio al pari e guerra ascosa.
Che può forza con lui, che può l'inganno
Con chi tutte le cose a un punto vede?
Nostri vani disegni egli dall'alto
Del ciel mira e deride; ei non men forte
Contro il poter che incontro a frode accorto.
Ma che? vivremo in tal viltade e tanta
Noi dunque? Noi stirpe celeste e diva
Così sbanditi, calpestati e carchi
Qui sarem di catene e di tormenti?
Poichè il voler del vincitor, decreto
Onnipossente, inevitabil fato
Sì ne soggioga, assai miglior io stimo
Questo soffrir che incontrar peggio. All'opre,
Come alle pene, è nostra forza eguale:
Che val lagnarsi? Non ingiusta è quella
Legge che così vuol: così fu fisso,
Se noi saggi eravam, quando a contesa
Contro sì gran nemico in pria venimmo,
E così incerti dell'evento. Io rido,
Quando veggo taluni audaci e baldi
All'impugnar dell'asta, e quando poi
Essa lor falla, raggricchiar di tema
A quel che inevitabile pur sanno,
A esiglio, a infamia, a lacci, a pena, a quanto
Dannarli goda il vincitor superbo.
Tal'è per or la nostra sorte: un giorno,
Se soffrirla saprem, può forse il nostro
Alto nemico assai calmar suo sdegno;
Forse avverrà che assai contento alfine
Della presa vendetta, a noi sì lungi
Da lui nè più offensori, ei più non pensi;
E se nol desta il soffio suo, s'allenti
Questo rabido foco. Allor la nostra
Più pura essenza su quest'atre vampe
Fia che s'innalzi o non le senta, avvezza;
O alfin cangiata, e contemprata al loco
Riceverà quasi suo proprio, e scevro
Di pena, il fero ardor: per noi giocondo
Quest'orror diverrà, splendide e belle
Queste tenebre stesse. Infin, qual speme
Dar non ci dee l'interminabil corso
Dei dì futuri, il vario caso e qualche
D'un prudente indugiar degna vicenda?
Felice dunque, ancor che dura, questa
Sorte apparir ci dee, che, sia pur dura,
La peggior non è già, se addosso trarci
Più gravi danni non cerchiam noi stessi.
Sì con parole ch'han di ver sembianza,
Pace infingarda, ozio e torpor, non pace
Belìal consigliava; e appresso lui
Così parlò Mammon: O a tor di soglio
Il regnator del ciel tende la nostra
Guerra, se guerra è il meglio, o i nostri dritti
Perduti a racquistare. Allor balzarlo
Dal trono sol potrem sperar che al sempre
Volubil Caso il sempiterno Fato
Ceda, e il Caosse la contesa sciolga.
Vano è il primo sperar, vano il secondo
Quindi è pur anco: entro i confin del cielo
Qual sede aver possiam, se vinto in pria
Il Sovrano del ciel per noi non cade?
Pongasi pur che il suo furor ei calmi
E a tutti noi, sulla promessa nostra
Di vassallaggio nuovo, egli promulghi
Grazia e perdon, deh! con qual fronte mai,
Dite, potremo in sua presenza starci
Ad ogni cenno suo sommessi, umìli?
Al suo Nume innalzar forzate lodi?
Gorgheggiar inni a gloria sua, mentr'egli
Oggetto a noi d'amara invidia in soglio
Con ogni pompa signoril s'asside
Re nostro, e l'ara sua d'ambrosii odori,
D'ambrosii fior, nostre servili offerte,
Soave spira? Ecco qual fora in cielo
Nostro diletto sempre e nostra cura.
Rendere a chi si abborre eterni omaggi,
Qual trista eternità! Non cerchiam dunque
Quel che per forza cercheremmo invano,
E che in grazia ottenuto, ancor che in cielo,
Accettabil non fora, il vile stato
Di splendido servaggio: in noi medesmi
Cerchisi il nostro bene e sia nostr'opra:
Sì, viviamo a noi stessi, entro quest'ampia
Remota sede indipendenti e sciolti,
E dura libertade al facil giogo
Di servil pompa anteponghiam. Più chiara
Risplenderà nostra grandezza allora
Che da picciole cose uscir le grandi,
Il vantaggio dal danno, e dagli avversi.
Per noi vedransi i fortunati eventi;
E alfin, qualunque il nostro albergo sia,
Alla grave miseria, al duro stento
La costanza, il sudor, lo sforzo opporsi
Vittorïosi, e trionfar del Fato.
Questo in cupo buior ravvolto mondo
Paventiam noi? Ma, quanto spesso ei pure
L'alto del cielo regnator non sceglie
Sua sede in mezzo a folte oscure nubi
Senza che di sua gloria un raggio scemi?
Di maestoso tenebror non cinge
Egli il suo trono tutt'intorno, donde
Poscia profondo in suon di rabbia mugge
Il tuon sì che un inferno il ciel rassembra?
Com'ei le nostre tenebre, ancor noi
Imitar non possiam, quando ci aggrada,
La luce sua? Questo diserto suolo
Splendidi in sè vasti tesori asconde
Di gemme e d'oro; e di scïenza e d'arte
Noi non siam scarsi onde innalzar eccelse
Moli di Numi degne, emule al cielo.
Cangiar questi tormenti anco può il tempo
In elementi nostri, e queste fiamme
Quant'or son crude e penetranti, allora
(Fatta la nostra alla lor tempra eguale)
Allenirsi dovranno, ed ogni senso
Spegnersi del dolor. Tutto c'invita
A consigli di pace, e a fermi starci
Nell'ordine presente, onde possiamo
Cercare in sicurtade ai nostri mali
Il sollievo miglior, quai siam mirando
E dove siamo, ed ogni van pensiero
Lungi cacciando di rischiosa guerra.
Ecco il consiglio mio. - Finito appena
Egli avea di parlar che tutto intorno
Per quel consesso un mormorìo si sparse,
Come allor quando il suon de' feri venti
Che volser tutta notte il mar sossopra,
In cave rocce romoreggia ancora;
E i marinai ch'entro petroso seno,
Calmato il nembo, s'ancoraro a caso
Da lunga veglia e da fatica oppressi
Col rauco borbottar al sonno invita.
Tal fu l'applauso, il bisbigliar fu tale
Quand'ei finì: piacque il suo voto a tutti
Di pace consiglier; chè un'altra pugna
Temean più dell'inferno; a lor nel seno
Tanto tuttor del folgore, e del brando
Di Michele potea l'alto spavento,
E la brama non men di por laggiuso
Le basi a impero tal che poscia un giorno,
Da forti leggi sostenuto, sorga
Sì che n'abbia anco il cielo invidia e tema!
Tosto che Belzebù quei plausi udìo,
Belzebù, di cui niun (tranne Satáno)
Più sublime sedea, con grave aspetto
Surse, e di stato una colonna parve.
Pubblica cura, alti pensier maturi
Ha in fronte impressi, gli risplende in volto,
Nella ruina maestoso ancora,
Regal consiglio, e a sostener la mole
Dei più possenti imperi atto si mostra
Su gli omeri atlantèi. Qual cheta notte,
O l'aere immoto di meriggio estivo,
Profondamente taciti ed attenti
Tutti pendean dal labbro suo, quand'egli
Così comincia: O degli eterei seggi
Prenci, Possanze, Re, Figli del cielo,
Di questi eccelsi titoli il rifiuto
Dobbiam far dunque, e invece esser nomati
Prenci d'Abisso? A questo invero inchina
Il voto popolar: qui ferma sede
Stabilir vuolsi, qui fondare un vasto
Crescente impero: o cieche menti! o sogni
Torbidi e vani! E che? sicuro asilo
Dalla sua man fulminatrice è questo
Carcere adunque, a cui quel Dio possente
Ci condannò? Solo ei quaggiù ne spinse
Perchè viviam dall'alta sua ragione
Liberi e sciolti, e in nova lega uniti
Ci rivolgiam contro il suo trono? Adunque
Vero non è che in duro aspro servaggio
Dobbiam qui sempre starci, e benchè tanto
Lungi da lui, col freno in bocca ognora,
Folla di schiavi a' cenni suoi serbata?
Ah! ch'ei primiero, egli ultimo, nell'alte
Sedi e nelle profonde, a me credete,
Esser vuol solo regnator, nè mai
Perder del regno suo minima parte
Pel nostro ribellar. Ei sull'inferno,
Sopra di noi stender suo ferreo scettro
Vuol, come l'aureo suo lassuso in cielo
Sopra i Celesti. A che seggiam qui dunque
Pace e guerra librando? Il nostro fato
Già la guerra fermò, già ci percosse
D'irreparabil danno: e patto alcuno
Non fu di pace ancor concesso o cerco:
Poichè qual pace o patto aver possiamo
Dal duro vincitor noi schiavi omai,
Fuorchè catene e stretta guardia ed aspri
Flagelli e quali imporre e quante pene
Ad esso piaccia? E ch'altro aver da noi
In cambio ei può fuorchè ostinato, fero
Abborrimento e sempre accesa brama
D'una qualche vendetta, ancor che tarda,
Pur sempre intenta ad iscemargli il frutto
Di sue vittorie e quella gioia cruda
Ch'ei sente in aggravar le nostre pene?
Tempo più adatto a nostre mire, e un qualche
Destro non mancherà; nè mover l'armi
Dovrem con tanto rischio incontro al cielo
Di cui l'eccelse mura assalto, agguato
O assedio di quaggiù temer non ponno.
Che! qualch'altra per noi men dura impresa
Dunque non vi sarà? Sì; se l'antica
E profetica in ciel fama non erra,
Un loco v'è, v'è un altro mondo, in cui
Avrà felice sede un'altra nuova
Stirpe ch'Uomo dirassi. Ella creata
Intorno a questo tempo esser dovea,
Simile a noi, di noi però minore
In nobiltate e in possa, e pur a lui
Che lassù regna, più gradita e cara.
Tale il decreto fu che in mezzo ai Numi
Ei proferì, ch'ei confermò coll'alto
Suo giuramento, a cui del ciel l'immenso
Girò crollò. Là si rivolgan tutti
I pensier nostri, ivi s'apprenda quale
Schiatta v'abbia soggiorno, e di qual tempra,
Di qual natura; quai sue doti, e quale
Sia la sua possa, da qual parte meglio
Assalir si potrà, se forza o inganno
Più con lei vaglia. Benchè il ciel sia chiuso
E quel supremo Re segga sicuro
In sua possanza, tuttavia quel sito,
Confine estremo del suo regno, forse
Aperto stassi, e di chi 'l tien, lasciato
Alla difesa: qualche illustre prova
Compier colà con improvviso assalto
Forse potrem, quanto creovvi appieno
Con queste fiamme esterminare o il tutto
Far nostro, e come noi cacciati fummo,
Indi que' fiacchi abitatori e imbelli
Metter in bando, o a nostra parte trarli
Sì che il medesmo lor Fattor si cangi
In lor nimico, e con pentita mano
Il suo proprio lavor cancelli e strugga.
Non sarìa questa, no, vulgar vendetta,
Se di turbargli quel piacer ch'ei prende
Nel nostro scorno ci avvenisse: e quale
Fia nostra gioia in rimirar sua rabbia,
Quand'ei, quaggiù fra noi scagliati i cari
Suoi figli, udralli maledir la frale
Origin loro, il lor svanito bene,
E svanito sì tosto! Or voi librate
Se di noi degna è tale impresa, o meglio
Sia qui sedersi in quest'orror, sognando
E fabbricando imperj. - In cotal guisa
Espose Belzebù quel da Satáno
Già divisato e già proposto in parte
Infernale consiglio: e donde, fuori
Che dal solo Satán, dal sole autore
Di tutti i mali, sì profonda e nera
Nequizia uscir potea? d'infettar tutta
L'umana stirpe in sua radice e ad onta
Del Creator sovrano, inferno e terra
Mescer insiem? Ma far più bella solo
La gloria dell'Eterno, altro non puote
Il suo dispetto. Quel disegno audace
Piacque altamente all'infernal Consesso;
Gioia scintilla ne' lor occhi e a pieni
Voti l'assenso è dato. Allor ripiglia
Così a dir Belzebù: Saggio decreto,
Dopo lunga contesa, è il vostro alfine,
O Concilio di Numi, e di voi degne
Risolveste gran cose: in onta al Fato
Dal più cupo Profondo anco una volta
Appresso al nostro almo soggiorno antico
Noi leveremci ed alla vista forse
Di quei confini luminosi, donde,
Tempo cogliendo alle sorprese adatto
Colle propinque nostre forze, in cielo
Rïentrar potrem forse, o albergo e stanza
Trovar sicuri in qualche ameno sito
Ove del ciel si stenda il dolce lume,
Ed a quel puro sfavillante raggio
Terger da noi questa caligin atra.
Quella delizïosa aura soave,
Col soffio suo balsamico, le crude
Di questo foco e ancor non chiuse piaghe
Temprerà, salderà. Ma dite in prima:
A ricercar questo novello mondo
Chi di noi spedirem? Con piè rammingo
Il negro, immenso e senza fondo abisso
Chi tenterà? chi l'aspra, ignota via
Per quella troverà palpabil notte,
Ed il sublime sterminato volo
Fia che con ala infaticabil sopra
Al discosceso baratro distenda
Pria ch'alla fortunata isola arrive?
Qual sarà mai da tanto o forza od arte
Che salvo il meni per le caute scolte,
Pe' fitti posti d'Angeli veglianti
Per tutt'intorno? Egli avrà là ben d'uopo
D'ogni accortezza, e minor uopo or noi
Non ne abbiam nello scerlo: il peso in lui
Di tutto è posto e la final speranza.
Ciò detto, ei siede, e con sospesi sguardi
Rivolti in giro, se alcun sorga, attende,
Per oppugnar la perigliosa prova,
Per secondarla o imprenderla; ma tutti
Si stetter muti con pensier profondo
Librando il rischio, e l'un dell'altro in faccia,
La propria tema attonito leggea.
Niun fu tra quei della celeste guerra
Primi e scelti campioni audace tanto
Che a quel vïaggio spaventoso osasse
Offrirsi od accettarlo. Alfin Satáno
Che il proprio merto sente e va superbo
De' primi onori, con reale orgoglio
Surse intrepido, e disse: O empirei Troni,
O progenie del ciel, ben a ragione,
Ancorchè in noi l'usato ardir non manchi,
Profondamente taciti e sospesi
Stemmo finor: lungo è il cammino e duro
Dall'Erebo alla luce, e saldo invero
È questo nostro carcere: di foco
Orribil vallo nove volte intorno
N'accerchia e serra, e contro noi sbarrate
Roventi porte d'adamante stanno.
Varcate queste, se alcun mai le varca,
Ecco spalanca sue tremende gole
Il golfo della Notte, il Vôto immenso,
Muto regno del nulla, il qual minaccia
Spegnerlo e tranghiottirlo entro la sua
Sempiterna caligine profonda;
E se indi salvo in altro mondo o spiaggia
Ignota egli esce, nuovi rischi ignoti
Gli restan sempre, e non men arduo scampo.
Ma ben sarei di questo trono indegno
E di questo sovrano eccelso grado
Cinto di gloria e di possanza armato,
Se cosa qui proposta e al comun bene
Utile giudicata, unqua potesse
Sotto aspetto di rischio o di fatica
Me dalla prova spaventar. Se queste
Reali insegne io vesto e non ricuso
Di qui regnare, tanta parte ai rischi
Quanta agli onori io ricusar potrei?
L'una e l'altra a chi regna è al par dovuta;
E il periglio maggior dritto è che s'abbia
Quei che sugli altri più onorato siede.
Itene dunque, incliti Eroi, terrore
Del cielo ancor nella ruina vostra,
Itene, e quanto più soffribil possa
Render l'inferno, infin che nostro albergo
Esser pur dee questa città dolente,
Volgetevi a cercar; tentate il modo
Onde si disacerbi o inganni almeno
La nostra angoscia; vigilate attenti
Contro vigil nemico, infin ch'io fuori
Tutte le buie piagge andrò spïando
Della distruzïone e a tutti noi
Procacciando uno scampo. Addio: con meco
Niuno esser dee di questa impresa a parte.
Così dicendo, egli levossi, e ogni altro
Dal più parlar cauto prevenne. Ei teme
Ch'altri or commossi dall'esempio ardito
E certi d'un rifiuto, all'alto onore
S'offran d'un rischio sì temuto in pria,
E, quali emuli suoi, la gloria e 'l vanto,
Onde a sì gran cimento egli s'espone,
S'usurpin di leggier. Ma quei non meno
Il periglio temean che di sua voce
Il severo divieto, e in un s'alzaro.
Il rumor del lor sorgere parea
Tuon che da lungi s'oda. Umili ad esso
E riverenti inchinansi; qual Nume
Al sommo Nume egual l'esaltan tutti;
E 'l suo gran cor ch'ave la propria a vile
Per la comun salute, ognun estolle,
Ognun ammira: chè l'idea pur anco
Fra que' malvagi di virtù si serba;
Onde sue gesta glorïose apprenda
L'uomo superbo a vantar men, che figlie,
Sotto manto di zel, sono sovente
Di vana ambizïon, di cieco orgoglio.
Così quella dubbiosa atra consulta
Recaro a fine, baldanzosi e lieti
Pel forte loro incomparabil Duce.
Sì qualor dorme in sue spelonche Borea,
E da' gioghi de' monti atre sollevansi
Nubi che tutta la ridente faccia
Del ciel coprendo folta pioggia e grandine
Sovra la terra intenebrata spandono,
Se con un dolce addio stende il suo raggio
Il sol cadente, i campi si ravvivano,
Ai dolci canti gli augelletti tornano,
E coi belati la lor gioja mostrano,
Le mandre, ond'alto e monti e valli echeggiano.
O vitupèro de' mortali! Insieme
Quei Spirti rei mutua concordia annoda;
L'uom solo è all'uom nemico, ed osa poi
Del celeste favor nudrir la speme.
Dio la pace alto grida, e guerra e morte
Gridan di rabbia e di vendetta ciechi
I feroci mortali, e del lor sangue
Spargon la trista desolata terra;
Come se quell'inferna oste che intenta
Sta dì e notte a' lor danni, e l'ire folli
Compor dovrebbe in alma pace, assai
De' mali lor non aggravasse il peso.
Così fu sciolto il parlamento, e fuori
Del superbo edificio i Grandi tutti
In bell'ordine usciro. Ad essi in mezzo,
Con pompa augusta che del cielo in parte
La maestade imita, il Sir possente
Viene, e non men che imperador temuto
De' tenebrosi regni, ei solo appare
Gran rivale del Cielo: intorno il cinge
Con raggianti bandiere ed orrid'armi
D'ardenti Serafini un folto stuolo.
Quindi, che il fin di quel consesso e 'l grande
Evento si promulghi al regal suono
Di trombe, ordin fu dato: ai quattro venti
Quattro leggieri Cherubini a un punto,
Gli squillanti oricalchi a bocca posti,
Ne diero il segno, a cui seguì la voce
Degli Araldi solenne: il cavo abisso
Tutto rimbomba, e tutta l'oste inferna
Con alto plauso intronator risponde.
Quindi men triste in core, e da superba
Fallace speme sollevate alquanto,
Disbandansi le schiere, e ognun, siccome
Proprio talento o trista scelta il guida,
Là volge i passi erranti ove più spera
Ingannar l'ore dolorose e qualche
Tregua trovar alle inquïete cure,
Finchè rieda il gran Duce. Altri sul piano,
Altri per l'aere in sulle forti penne
Gareggiano fra loro al corso, al volo,
Qual già soleano degli Olimpj ludi
O de' Pizi i campioni. Ignei corsieri
Frenan taluni o schivano la meta
Colle rapide rote: altri dispone
Schiere e falangi ad ordinata pugna;
Come allor quando nei turbati campi
Dell'etra, ad ammonir città superbe,
Appar di guerra portentoso appresto,
E fra le nubi l'un dell'altro a fronte
Due minaccianti eserciti si stanno,
Vansi prima ad urtar con lancie in resta
Gli aerei cavalieri; indi s'avventa
L'un'oste all'altra in folta mischia e tutto
D'orrendi scontri, dall'un polo all'altro,
Il firmamento romoreggia e avvampa.
Con gigantéo furor altri più felli
Squarcian rupi e montagne, e van su i nembi
Quell'aër nero trascorrendo: tanto
Fragore appena il vasto abisso cape.
Così d'Ecalia vincitor tornando
Ercol sentì del feral manto il tosco,
E da rabbioso duol spinto divelse
Dell'Eta i pini e nell'Euboico mare
Lica scagliò dall'alta vetta. Alcuni
Ch'han men fero talento, aman raccolti
Entro riposta valle, in man di nuovo
Prender le cetre, e con divini accenti
Le lor proprie cantare eroiche gesta,
La gran battaglia e l'infelice evento;
E accusano il Destin che al giogo indegno
Della Fortuna e della Forza avvinca
Il coraggio e 'l valor. Eran lor versi
Superbi e vani, ma le dive note
(Tanta è la possa del celeste canto!)
Calman l'inferno, e l'affollata turba
Tengon assorta in estasi profonda.
Altri, d'un ermo colle in vetta assisi,
In sublimi colloquj assai più dolci
D'ogni armonìa (chè questa i sensi alletta,
Quelli scendono nel cor) consuman l'ore;
E con alto pensar le arcane vie
Cercan scoprir di Dio, l'ordine eterno,
La prescïenza sua, l'immobil fato,
Il libero voler: per ciechi errando
Laberinti così, tentano invano
Di sempre nuovi dubbj il groppo sciorre.
Di lungo argomentar scabro subietto
Lor porgon quindi la cagione oscura
Del ben, del mal, la misera, e beata
Eternità, dell'alma i ciechi moti,
La piena requie lor, la gloria, e l'onta;
Inutile saper, fumosa e vana
Filosofia delle superbe menti!
Pur tessere a lor pene un dolce inganno
Così potean, o in sen destar fallace
Speme, o di dura sofferenza armarlo
Qual di triplice smalto. In grosse schiere
Pel disperato mondo altri sen vanno
A spïar lunge intrepidi se qualche
Men duro clima e men dolente stanza
Ponno trovar. Per quattro vie diverse
Drizzano il corso lor lungo le ripe
De' quattro fiumi che nell'igneo lago
Sgorgan acque angosciose; il crudo Stige
Ch'odio esala; Acheronte atro e profondo
Che gonfi di dolore i flutti volve;
Cocito che di mezzo a' gorghi suoi
Manda gemiti e strida ond'ebbe il nome;
E Flegetonte che fremendo aggira
Di fiamma e foco rapidissim'onde
Rabbia spiranti. Il lento e cheto Lete
Lungi da questi in tortuosi giri
Move il torpido umor, del qual chi bee,
Ogni memoria de' trascorsi tempi
E di se stesso e gioie e affanni obblìa.
Diserto, oscuro un agghiacciato mondo
Giace al di là, da turbini sonanti
E da sassosa grandine percosso
Eternamente: sulla salda terra
Non si scioglie essa mai, ma in rupi ed alpi
S'alza ed ammonta che d'antiche moli
Rassembran le ruine: il resto è tutto
Di gelo e neve altissimo baràtro,
Simile a quello che fra 'l Casio antico
S'apre e Damiata, e che fu già d'intere
Osti la tomba. Ivi l'acuto ed aspro
Aere brucia agghiacciando, e il gel del foco
Ha un effetto medesmo: ivi, ad un certo
Rivolger d'anni, strascinata tutta
Da Furie ch'han d'arpie gli unghiuti piedi
È dei dannati l'empia folla, ed ivi
Dei feri Estremi la vicenda cruda
Che più feri gli fa, soffre sommersa.
Colà dai letti di rabbioso foco
Vanno a languir nello stridente ghiado,
Finchè ogni stilla di calor sia spenta,
Irti, confitti, assiderati, immoti;
E risospinti nelle vive fiamme
Indi son poi. Sulla Letéa palude,
Per maggior cruccio lor, tornano e vanno,
E si struggon, si sforzano passando
Giugner l'acqua bramata, e con un leve
Sorso ogni pena lor spegner repente;
Ansanti già sporgonvi il labbro; invano:
S'oppone il Fato, co' terrori suoi
Gorgone truculenta il guado cinge,
E d'esser tocca da vivente labbro
Disdegna, e fugge per se stessa l'onda
Come favoleggiâr profane Muse
Che da' Tantalei labbri un dì fuggisse.
Così rinfuse, in via smarrite, incerte
Van quelle torme errando, e di spavento
Tremanti, smorte, con travolte luci
Or per la prima volta appien l'orrore
Veggono di lor sorte: in parte alcuna
Non trovano riposo, e duol per tutto.
Per molte buie spaventose valli,
Per molti atroci regni elle passaro,
Per molte alpi gelate e molte ardenti,
E per rocce, antri, laghi e gorghi e tane
E ferali ombre; per un mondo intero
Di ruina e di morte, odio di Dio
Che sì reo lo creò con sua tremenda
Parola imprecatrice, adatta sede
Del mal soltanto, ove ogni vita more
E sol vive la morte, ove di quanto
Colà produce la natura stessa
Inorridisce: i mostri ivi son tutti,
Tutti i prodigi abbominandi, a cui
Fra di noi manca il nome, assai più orrendi
Di quante mai la favella o 'l terrore
Anguicrinite imaginò Gorgóni,
Settemplici Idre, e triplici Chimere.
Fervido il cor, pieno la mente intanto
De' suoi disegni audaci il gran nemico
Degli uomini e di Dio, Satán dispiega
Sulle rapide penne il vol solingo
Vêr le porte d'Inferno. Egli or la
manca
Scorre or la destra costa, or colle tese
Ali rade il Profondo, ora sublime
All'ignea vôlta s'erge. In simil guisa,
Là dove il sol le notti ai giorni agguaglia
E riconduce i regolari venti,
Ampio navilio, a cui gravò Bengala
O Ternate e Tidore il sen di ricche
Merci odorose, da lontan sul vasto
Etïopico mare invér l'estremo
Africo Capo veleggiar si scopre,
E par che dentro i gonfi immensi flutti
Or tutto s'innabissi, or d'essi in cima
Vada a toccar le nubi. Avea da lunge
Cotal sembianza il volator Nemico.
Alfine alzate dal profondo abisso
Fino all'orrida vôlta, ecco d'inferno
Appaiono le mura e le tre volte
Triplicate sue porte: eran di bronzo
Tre, tre di ferro e tre d'adamantino
Impenetrabil masso, e il foco eterno
Le fascia, le arroventa e nulla rode.
Stan due mostri terribili davanti
A ciascun lato delle porte: un d'essi
Infino al cinto vaga donna appare;
Ma poi con molte spire in vasto, immondo
A finir va scaglioso atro serpente
Di letal punta armato: al sen di lei
Intorno, intorno un ululo, un fracasso
Fan con cerberee spalancate gole
Inferni cani, alto, incessante; e dove
Sia quel gridar turbato, a voglia loro
Le s'acquattan nel ventre, ov'hanno il covo;
E là non visti i lor latrati ed urli
Seguon pur sempre. Erano assai men feri
Que' truci cani che di Scilla un giorno
Feron scempio in quel mar che dal sonante
Trinacrio lido la Calabria parte;
Nè più deformi mostri e più nefandi
Seguon giammai notturna Maga allora
Che in segreto chiamata e lunge il sangue
Fiutando de' fanciulli, in groppa assisa
Degli aerei cavalli a danzar vola
Fra le Lappone streghe, e a' loro incanti
La Luna intanto in ciel langue e s'oscura.
Quell'altra forma, se tal nome darsi
Pur puote a ciò che non ha forma alcuna
Distinta in membro od in giuntura, un cieco
Torbo Fantasma che sustanza ed ombra
A un tempo stesso rassomiglia, stava
Nera qual densa notte, a par di dieci
Furie crudel, come l'inferno orrenda,
E un fier dardo brandía: quel ch'esser fronte
In lei pareva, di regal corona
Avea sopra un'imago. Ad essa innanzi
Già sta Satán: quel mostro allor repente
Dal suo seggio vèr lui s'alza e si slancia
Con lunghi passi spaventosi: tutto
Tremò a que' passi l'Erebo. Satáno
Intrepido ammirò quel che ciò fosse,
Ammirò, non temè, Satán, cui nulla
(Tranne l'Eterno) è a spaventar bastante,
Ma a scherno prende ogni creata cosa;
E a lui con torvo lampeggiante sguardo
Sì prese a dir: Chi sei? Che vuoi? tremendo
Spettro ma non a me. Chi sei che innanzi
Osi a me farti e attraversarmi il passo
Di quelle porte? Io di varcarle intendo,
E a tuo dispetto varcherolle. Arrétrati,
Scostati, o questo braccio appien mostrarti
Saprà la tua follìa: vedrai per prova
Figlio d'inferno, se tu dèi con Spirti
Del cielo contrastar. E tu, di', chi sei?
(Feroce quello spettro a lui risponde).
Quell'Angelo fellon non se' tu forse
Che pace e fede invïolate in pria
Ruppe primo lassù? Quegli non sei
Che de' figli del ciel la terza parte
Cinta di ribellanti armi superbe
Teco traesti dall'Eterno a fronte,
Ond'ei te poscia e la tua torma rea
Dall'Empireo sbalzando, in questi abissi
Eterni giorni di miseria e duolo
A consumar dannovvi? e tu t'ascrivi
Fra gli Spirti del ciel, tu qui proscritto,
Traditor empio? tu minacce ed onte
Respiri ov'io do leggi, e dove io sono
Per tua rabbia maggior, tuo Rege e donno?
Va, disertor mendace, al tuo gastigo
Ritorna, ed ali alla tua fuga aggiungi,
O con flagello di aggroppati scorpi,
Se indugi ancor, t'incalzo, e strano orrore
Ti fo provar con questo dardo e ambasce
Non pria sentite. Così disse il truce
Irritato Fantasma, e sì parlando
E minacciando, dieci volte fessi
Più spaventoso e squallido. Satáno
Imperterrito stette e d'alto sdegno
Tutto avvampò: per l'iperboreo cielo
Arde men tetra un feral cometa
Che il vasto Ofiuco in sua lunghezza infiamma,
E dal sanguigno crin su gli atterriti
Mortali scuote pestilenza e guerra.
Ciascun di lor la fatal mira prende
Dell'altro al capo, e d'un secondo colpo
Non fan pensier: ne' tenebrosi e biechi
Sguardi rassembran due di lampi e tuoni
Gravide nubi che sul Caspio mare
S'avanzan negre, romorose e a fronte
Pendon l'una dell'altra infin che i venti.
Dien lor col soffio di cozzarsi il segno
A mezzo l'aere. A que' sembianti arcigni
Crebbe la notte dell'abisso: eguale
È il paragon, nè alcun di lor sì grande
Nemico incontra è per aver più mai,
Fuorchè sol uno, onde fien domi entrambi.
Già i lor gran colpi rintronato tutto
L'inferno avrìan, quando l'anguinea Maga
Che alla porta infernal sedeasi accanto
E custodíane la gran chiave, a un tratto
Surse, e fra lor con alto urlo lanciossi;
E, Padre, ella gridò, che tenti incontro
Quest'unica tua prole, e te, che germe
Se' d'ambo noi, qual furor cieco assale,
E quel dardo feral contro il paterno
Capo ti spinge ad avventar? Ah! sai,
Sai tu almeno per chi? Per lui che ride
Lassù nel cielo a' vostri sdegni intanto,
E destinato esecutore e servo
T'ha di quell'ira ch'ei giustizia appella,
Dell'ira sua per cui distrutti entrambi
Sarete un giorno. Ella sì disse, e 'l colpo
L'infernal peste a quel parlar rattenne.
Satán replica allor: Qual strano grido
E quai più strani detti or furo i tuoi?
Chi sei? rispondi (il mio furor sospendo),
Chi se' tu, strana doppia forma? E come
La prima volta ch'io t'incontro in questa
Valle d'abisso, me tuo padre appelli?
E com'è prole mia quella deforme
Larva? Io te non conosco, e d'ambo voi
Non vidi mai più abbominosi oggetti.
Dunque scordato m'hai così, soggiunse
Allor l'inferna Usciera, e agli occhi tuoi
Tanto deforme or sembro, io che sì bella
Comparvi in ciel? Recati a mente quando
Lassù nel mezzo alle falangi tutte
Che incontro a quel Sovrano in lega audace
S'unir con te, da fiero duol repente
Fosti assalito; in tenebre nuotaro
I foschi lumi tuoi, t'uscir di fronte
Dense e rapide fiamme, al manco lato
Quindi il tuo capo largamente aprissi,
E a te simil nel rifulgente aspetto,
Alma beltà celeste, armata Diva,
Io fuori ne balzai. Tutti stupiro,
Inorridiro a quella vista e indietro
Si trassero da pria, m'ebbero tutti
Qual portentoso segno, e tutti il nome
Mi dier di Colpa: a riguardarmi quindi
S'adusaron bentosto, e i vezzi miei
Fèr de' più schivi cor dolce rapina.
Più che ad altri, a te piacqui: e tu mirando
Sovente in me la tua medesma imago,
D'amor ardesti, e tal piacer di furto
Prendesti meco, che un crescente pondo
Il mio sen concepì. La guerra intanto
In ciel s'accese e si pugnò: restonne
(E ch'altro esser potea?) vittoria piena
Al nostro gran nemico e in fiera rotta
Tutti andarono i nostri, in questo fondo
Dal sommo ciel precipitati, e insieme
Io pur caddi cogli altri. In mano allora
Questa data mi fu possente chiave,
E di sempre tener guardate e chiuse
Queste porte fatali ebbi l'incarco,
Chè, s'io non le disserro, alcun non passa.
Pensosa e sola io qui sedea, nè lungo
Tempo sedei che il mio per te pregnante
Grembo in ampio volume omai cresciuto
Dentro sentissi portentosi moti
E acerbe doglie. Questa trista prole
Che vedi or qui, questo tuo germe, alfine
S'aperse il passo fuor per le squarciate
Viscere mie che duolo e orror distorse
Sì, che, qual miri, sfigurata tutta
Ne fu mia forma inferïor; ma questo
Innato mio nemico, uscito appena,
Lo struggitor brandì fatal suo dardo.
Spaventata io fuggii gridando, Morte!
Tremò tutto l'Inferno al nome orrendo,
E da tutte mandò le sue caverne
Gemiti ed ululati, e morte! morte!
Ripetè l'eco in ogni lato. Io fuggo,
Egli m'insegue, e di lascivia ardente
Par più che di furor: di me più ratto
M'aggiugne alfine e di sforzati amplessi
E laidi me sua sbigottita madre
Circonda e stringe: indi son nati questi
Urlanti mostri che mi stanno intorno,
Come or vedesti, con perpetuo grido,
Ognor concetti e riprodotti ognora
Con mio duolo infinito: entro quel seno
Ond'ebber vita, a grado lor di nuovo
Tornano, addoppian gli urli e pasto fanno
Delle viscere mie: riscoppian quindi
E con fredde paure e strazj alterni
Non cessano infierir sì, che un istante
Posa o tregua non ho. Quest'altro in faccia
Mostro arcigno mi sta, nemico a un tempo
E figlio mio, che me gli adizza incontro,
E per difetto d'altra preda, ad ora
Ad ora in me medesma anco la cupa
Sua fame volgería, ma sa che unito
È il mio destino al suo, che amaro pasto,
Se ciò tentasse, e suo veleno io fora,
E che del Fato è tal l'immobil legge.
Ma tu quel feral telo evita, o Padre,
(Io te n'avverto) e di codeste cinto,
Benchè temprate in cielo, armi lucenti,
Non sperarti securo: a' colpi suoi,
Tranne chi lassù regna, alcun non regge.
Scaltro Satán quel che di far gli è d'uopo
Ha scorto già, già l'ira ha spenta e dolce
Così risponde: Poichè me tuo padre,
O cara figlia, riconosci, e questa
Mia prole a me presenti, amato pegno
Di que' diletti che già teco io presi
Nel ciel, sì dolci allora, or tanto acerbi
A ricordarsi in quest'orribil nostro
Cangiamento impensato, io, qual nemico,
Sappi che qui non vengo. A trar da questo
Fero albergo d'angosce entrambi voi
E tutte insiem quelle celesti squadre
Che sursero coll'armi alla difesa
De' nostri giusti dritti e in questi abissi
Fur con noi spinte, io vengo. Io sol per loro
Calco quest'aspra via, solo per tutti
Spiando vo l'interminato abisso,
E per l'immenso Vôto un luogo io cerco
Che già predetto fu, che già creato
Esser dovrìa (se i concorrenti segni
Non son fallaci), fortunato albergo
Non lontano dal ciel, rotondo e vasto,
Ove di nuovi abitator locata
Una stirpe esser dee che forse un giorno
I nostri occuperà vacanti seggi.
Quel Dio che la creò, lungi per ora
La vuol da sè, forse temendo in cielo
Novelle trame, ov'ei lassù raccolga
Popol soverchio. Or questo siasi, od altro
Più ascoso, il suo consiglio, io là m'affretto
A scoprir meglio il tutto, indi qui riedo,
Ed ambo là vi scorgo ov'ampio e lieto
Soggiorno avrete e sulle tacit'ali
Quel puro scorrerete aere soave
Di grati odor sempre olezzante: appieno
Le vostre brame ivi fien sazie e tutto
Vostra preda sarà. Satán sì disse,
E udendo Morte che satolla fora
Sua lunga fame, con orribil ghigno
Digrignò le mascelle, e col rabbioso
Suo ventre s'allegrò serbato a tanta
Ventura alfin. Non men gioì la rea
Sua genitrice ed a Satán rispose:
Per dritto io serbo e per sovran comando
Del Re de' cieli onnipossente questa
Chiave infernale: è legge sua ch'io mai
Queste non schiuda adamantine porte,
E contro ogni poter sta Morte in pronto
Quel suo dardo a frappor che nulla teme
E tutta abbatte quanta forza vive.
Ma che mi stringe mai gli ordin superni
Di lui che m'odia ad eseguir, di lui
Che in questo mi gittò tartareo fondo,
Che a me del cielo abitatrice e nata
In ciel commise l'abborrito incarco
Di qui seder fra eterno duol, qui sempre
Cinta dagli urli e dai terror di questa
Mia prole stessa che di me si pasce?
Mio genitor tu sei, questa mia vita
Ell'è tuo dono: e chi obbedir, chi deggio
Seguire altri che te? Dietro i tuoi passi
Sarò lassù bentosto, in quel di luce
E di felicità novello mondo,
Fra que' beati Numi, ed ivi, come
Conviensi a tua diletta unica figlia,
Regnerò alla tua destra, e i giorni miei
Trapasserò d'eterna gioia in grembo.
In così dir, da lato ella si tolse
La fatal chiave, orribile strumento
D'ogni nostra sciagura, e vèr la porta,
L'atra divincolando anguinea coda,
Si strascinò. Senza niun sforzo ell'alza
La gran saracinesca, a tutte insieme
Le stigie braccia immobil pondo; spinge
Quindi e raggira la dentata chiave
Per gl'intricati ingegni, e le massicce
Sbarre di solidissimo adamante
Squassa e rimove: con discorde scroscio
Furïose balzâr le porte addietro
Spalancate, e scoppiò, ruggì sì forte
Dai cardini sonanti un tuon che tutto
Scosse il tartareo fondo. Ella le aperse,
Ma il riserrarle ogni sua forza eccede;
E spalancate si restaro. Un vasto
esercito per esse avrìa potuto
Passar di fronte con spiegate corna,
Cavalli e carri; e come dalla bocca
D'avvampante fornace, entro il gran Vano
Sgorgaro a un tratto vortici e torrenti
Di fumo e fiamme rosseggianti. Aperti
Or del Profondo antico ecco i segreti
Alla lor vista. Un Oceán si stende,
Per ogni parte, tenebroso, informe
Ch'ogni confine, ogni misura inghiotte,
Dove profondità, lunghezza, ampiezza
E tempo e loco s'inabissa e perde.
Ivi il Caosse e la vetusta Notte,
Della Natura antecessori, eterna
Mantengon la discordia, e d'incessanti
Guerre tra l'urto e lo scompiglio è posto
Il lor poter. Quattro Campion feroci,
L'Umido, il Secco, il Caldo, il Freddo insieme
Là contendon d'impero, ed alla pugna
Traggon gli atomi loro informi, erranti.
In varie torme a' lor vessilli intorno
S'aggiran questi, lisci, acuti, lievi,
Gravi, lenti, veloci, e in densi nembi
S'incalzano, si serrano, più spessi
Di quelle arene che per l'arse spiagge
Di Barca o di Cirene alzano i venti
In turbinose nuvole nemiche,
Onde librar lor troppo lievi penne,
Quando ad urtarsi vanno. Il Duce, a cui
Folla maggior d'atomi accorre, impera
In quel regno mutabile un istante;
Giudice il Caos siede e 'l gran contrasto
Per qual ei regna, co' decreti suoi
Raddoppia ognor. Tutto poi guida il Caso,
Grand'arbitro appo lui. Tal era il tetro
Sconvolto abisso, onde Natura emerse
E dove un dì fors'anco avrà la tomba.
Ivi terra non è, non mar, non foco,
Non aere, ma confusi insieme e misti
In lor pregnanti cause i germi oscuri
Combatton sempre, e fie la guerra eterna,
Se la Man creatrice un dì non svolge
La massa informe e nuovi mondi ordisce.
Colà sull'orlo dell'inferno alquanto
Satán ristassi, e gira intorno il guardo,
Ponderando il cammin; chè ancor non breve
Varco gli resta a superar. Un alto
Spaventoso fragor le orecchie a un tratto
Gli scuote e introna, a quel simil (se lice
A grandi assomigliar picciole cose)
Allor che Marte tempestoso tutte
Le fulminanti macchine rivolge
A crollare, a spiantar le mura e i tetti
Di superba città. Se il ciel medesmo
Infranto giù precipitasse e svelta
Dall'asse suo la stabil terra in polve
Per gli elementi ribellati andasse,
Fora men grande il suono. Alfine ei stende
L'ampie vele dell'ali, il suol percuote
Col piede, e dentro il gonfio ondante fumo
Si slancia e s'alza, e intrepido per lungo
Tratto poggiando va quasi portato
Sopra cocchio di nugoli, quand'ecco
Quel seggio gli vien meno, e un Vôto immenso
Incontra inaspettato: allor repente
In giù ben dieci e dieci mila braccia,
Precipitoso cadde come piombo,
L'ali invan dibattendo, e ancor cadrebbe,
Se per rea sorte l'improvvisa vampa
Di procellosa nube il sen ripiena
Di nitro e foco, un egual spazio in alto
Non l'avesse respinto. Alfin smorzossi
Tanta tempesta in paludosa sirte
Che non è mar nè fermo suol: con lena
Affannata, su i piè, sull'ali a un tempo.
Qual naviglio che remi e vele adopra,
Per quell'infida instabil lama innanzi
Ei pur sempre si spinge. In quella guisa
Che il cupido grifone, a cui di furto
Rapito ha l'oro l'Arimaspio astuto,
Per aspre rocce, erme boscaglie e cupe
Valli con forti infaticabil'ali
Insegue il predator, così per mille
Diverse vie quel rovinoso Spirto
Il suo cammin precipita a traverso
Stagni, rupi, erte balze e strette gole,
In aere or grave, ora leggier, coll'ali,
Co' piè, col capo, colle braccia, e or nuota
Or guada, ora s'attuffa, or striscia, or vola.
Universale altissimo fracasso
Alfin di strida e d'ululi tonanti
Che uscía dal vôto orror, con gran tempesta
Gli assal le orecchie. Ei là si volge audace
A rintracciar qual dell'estremo abisso
Poter, qual Spirto in quel rumor soggiorni,
Da cui ritrar dove del Buio giaccia
La costa ch'alla luce è più vicina.
A un tratto il soglio del Caosse innanzi
Gli s'appresenta ed ampiamente steso
Sulla vorago solitaria il nero
Suo padiglione. Atro-vestita in trono
Delle cose antichissima la Notte
Siede a parte con lui del regno immenso;
Stan l'Orco e l'Ade a lor dappresso e 'l truce
Demogorgóne, paventoso nome;
Indi il Rumore e 'l Caso ed il Tumulto
E la Confusïon, tutti in un gruppo,
E la Discordia con sue mille urlanti
Diverse bocche. Intrepido Satáno
A lor si volge e dice: O Voi, di questo
Ultimo abisso Regnatori e Dei,
Formidabil Caosse, antica Notte,
Del vostro impero io qui, de' vostri arcani
No, spïatore o sturbator non vengo.
Stretto a vagar per queste piagge oscure
In cerca di quel calle, onde per gli ampi
Vostri domíni alla superna luce
Uscir si può privo di scorta, solo,
Quasi smarrito, io di saper sol bramo
Il più breve sentier che là mi guidi
Ove co' vostri tenebrosi regni
Il ciel confina; o se l'etereo Rege
Qualch'altra parte ha di recente invaso
Di vostre regioni, io là son vôlto.
Deh! voi drizzate i passi miei; non lieve
Del beneficio ricompensa avrete:
Se al primo orror, se al vostro scettro quelle
Tolte provincie ricondur, se tutti
Gl'iniqui usurpator balzarne fuora
A me fia dato, e ripiantar le vostre
Nere insegne colà, sì, vostro appieno
Il frutto ne sarà, mia la vendetta.
Così parlò Satáno, e a lui con viso
Scomposto e rotti ed affoltati accenti
Il Signor del Disordine rispose:
Ti conosco, Stranier: tu quel possente
Angelo sei che al Re del ciel pur dianzi
Osò far fronte, ancor che invano. Io vidi
Abbastanza ed udii: nè giù per questo
Baratro spaventato oste sì grande
Fuggir poteva inosservato: in tanto
Viluppo traboccavano ravvolte
Le schiere sulle schiere, e le falangi
Sulle falangi, e sull'orror l'orrore;
E popol tanto le celesti porte
Versavan fuor che vincitor feroce
A tergo v'incalzava! Io qui soggiorno
Fo su questo confin, del regno mio
A conservar, se pur potrò, gli avanzi;
Chè troppo omai per vostre interne liti
È questo impero dell'antica Notte
Invaso e scemo: ampio, profondo sito
Sotto me si stendea che in carcer vostro,
In inferno cangiò quel Re supremo;
Ed or sovra il mio regno un altro mondo,
Cielo e terra, ei creò che là sospesi
Stan da catena d'ôr ver quella parte,
Donde tue schiere caddero. Se movi
Colà, lontano non ne sei, ma il risco
È tanto più vicino. Or va felice,
Disfà, depreda, semina ruine;
Quest'è 'l guadagno mio. Disse, e Satáno
Non fe' risposta, ma contento e lieto
Che omai di tanto mar s'appressi al lido,
Con nuovo ardor, con nuova forza s'erge,
Qual di foco piramide, pel vasto
Spazio deserto, ed apresi a traverso
Al fero urtar degli elementi in guerra
Che ovunque intorno romba, un varco alfine.
Con minor rischio e tra minori strette
Colà per mezzo al Bosforo sconvolto
E a' suoi cozzanti scogli, Argo trascorse;
E minacciato meno il destro Ulisse
Schivò Cariddi e rasentò l'urlante
Scilla vorace. Il duro, arduo tragitto
Satán così s'aprìa fra rischi e pene;
Arduo e duro per lui, ma dopo il fallo
Dell'uom bentosto, ahi cangiamento strano!
Con sforzo audace la satanic'orma
Colpa e Morte seguendo un ampio calle
E agevole costrussero (fu tale
Il celeste voler) sul negro abisso;
E il fiero golfo tempestoso un ponte
Di stupenda lunghezza a portar ebbe,
Che dall'inferno stendesi di questo
Misero mondo in fino all'orbe estremo.
Per esso a lor grand'agio or van scorrendo
Su e giù gl'iniqui Spirti e quei mortali
A sedurre o punir vengon che schermo
Non han di singolar grazia superna.
Ma il sacro influsso della luce alfine
Ecco apparir, che in sen del golfo orrore
Dalle rimote empiree torri scocca
Un tremolante albór. Quivi Natura
Ha del suo regno il più lontan confine,
E qual vinto nemico dagli estremi
Ripari suoi, cede e si volge addietro
Il Caosse, e le furie e 'l minaccioso
Fragore accheta. Con minore affanno,
E omai senza fatica, al fioco raggio
Tra l'onde or men crucciose oltre s'avanza
Lieto Satán, qual da feroci venti
Percossa nave che, sebben con rotte
Antenne e sarte, alfin il porto afferra.
Là di quel Vano tra i vapor men densi
Che d'aere hanno sembianza, egli si libra
Sulle robuste ali distese e 'l vasto
Giro de' cieli di lontan rimira
A suo grand'agio; ma confusa, incerta
La lor figura e nell'ampiezza assorta
Sfugge gli sguardi suoi: l'eccelse rocche
D'Opalo fulgidissimo e di vivo
Zaffiro ornati gli alti merli ei vede,
Già sua natìa dimora, e non più grande
Di stella piccolissima, dappresso
A lei che della notte il vel dirada,
Dalla catena d'ôr che al ciel lo lega
Pender questo Universo. Ivi spirante
Vendetta e rabbia, in maledetto punto
Affretta quel maligno i passi e 'l volo.
Salve, o del cielo primigenia figlia,
O dell'Eterno coeterno raggio,
Se tal nomarti senza biasmo io posso,
O sacra luce. E nol potrò se Iddio,
Iddio medesmo è luce, ed altro albergo,
Fin dall'eternitade egli non ebbe
Che il tuo fiammante inaccessibil grembo,
O d'increata rifulgente essenza
Fulgido effondimento? O se piuttosto
Ami esser detta un puro etereo rivo,
La tua sorgente chi dirà? Tu pria
Fosti del sol, tu pria de' cieli, e all'alta
Voce di Dio, come d'un manto, il mondo
Di te stessa avvolgesti allor che, tolto
All'infinito informe Vôto, ei fuora
Dalle negre sorgeva acque profonde.
Or con ali più ardite a te ritorno
Da' laghi Stigi alfin scampato, ov'io
Tante or medie or estreme a varcar ebbi
Tenebre nel mio volo, e ad altro suono
Che quel soave della Tracia lira,
Della Notte e del Cao gli orror cantai.
Dalla celeste Musa a entrar nell'ima
Buia discesa instrutto e ver le stelle
A risalir per via solinga e dura,
Salvo a te riedo, o bella Luce, e sento
L'alma tua lampa che di vita è fonte;
Ma tu questi occhi a visitar non torni
Però, che in cerca del tuo raggio invano
Rotansi, e albór non trovano: tal denso
Vel li ricopre, o lor pupille ha spente
Maligno umor! Ma non per questo io cesso
D'ir là vagando ov'ha più spesso in uso
Di far sua stanza delle Muse il coro,
Lungo un limpido fonte, o in colle aprico,
O in ombroso boschetto: un così forte
Amor de' sacri carmi il sen m'infiamma.
Ma te, Sionne, in prima, e i tuoi fioriti
Soavemente mormoranti rivi
Che il sacro piè ti bagnano, notturno
A visitar io vengo, e spesso in mente
Mi tornano que' duo ch'ebber con meco
Egual destino (egual così foss'io
A loro in fama almen!), Tamiri il cieco
E 'l cieco Omero, e di que' Vati antichi,
Tiresia e Fíneo, mi sovvien pur anco.
Allor mi vo di que' pensier nudrendo
Onde sgorgano poi spontanei e pronti
Armonïosi versi, e a quel somiglio
Vigile augel che sott'ombrosa chiostra
Nascoso intuona il suo notturno canto.
Le stagioni così riedon coll'anno,
Ma il giorno a me non riede: io più non veggo
Nè i dolci raggi del mattin che spunta,
Nè quei del sol che cade; io più non veggo
Di primavera i fior, nè rosa estiva,
Non più scherzosi armenti, non più mandre,
E non più volto d'uom, divina imago:
Ma folta nube invece e buio eterno
Mi cinge intorno e dai piacer che dolce
Fanno la vita, mi divide: invano
Del bel saper, delle grand'opre sue
Apre natura il libro; è per me tutto
Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa
M'è a Sapïenza una gran via per sempre.
Tanto più vivi dunque, o tu, celeste
Luce, i tuoi rai nella mia mente infondi
E ne illustra ogni parte, occhi migliori
Tu m'apri in essa e ne disgombra e tergi
Ogni bassa caligine terrena,
Onde scorgere io possa e altrui far conte
Negate a mortal guardo arcane cose.
Dal luminoso empireo, ov'egli siede
In alto soglio ch'ogni altezza avanza,
L'onnipossente Padre, in giù rivolse
Gli occhi a mirar le sue grand'opre e l'opre
Che uscivano da lor. Più che le stelle
Gli stanno innumerabili d'intorno
Gli eccelsi Cori che ineffabil gioia
Traggon della sua vista, ed ave a destra
Della sua gloria la raggiante imago,
L'unico Figlio: sulla terra i nostri
Due padri antichi, i soli due tuttora
Dell'umana progenie, ei mira in prima,
Che dell'almo giardin nella romita
Sede coglieano gl'immortali frutti
Di gioia e amor, di non turbata gioia,
D'amor senza rivali; indi l'inferno
E 'l golfo immenso che dal ciel lo parte,
Egli risguarda, e là Satán che il vallo
Del ciel costeggia ov'ha confin la notte,
Satán che in alto per quell'aer fosco
Con ali stanche e con bramoso piede
Piegava omai vèr l'erma esterna faccia
Di questo mondo che pareagli salda
Terra priva di cielo, e incerto egli era
Se aere o vasto Oceáno in sen l'abbracci.
Con quello sguardo, innanzi a cui s'aduna
Ogni passata, ogni presente ed ogni
Futura cosa, Iddio dall'alto il mira;
E 'l tutto antiveggendo, in questi accenti
Rivolto al figlio: Unico figlio, ei dice,
Vedi tu là d'atroce rabbia acceso
Il nostro fier nemico, a cui prescritti
Sono confini invan, cui non le sbarre,
Non le catene dell'inferno tutte
E non l'interminabile frapposto
Oceano ponno rattener? Vendetta,
Disperata vendetta ei sol respira
Che più pesante sull'altera testa
Pur gli dee ricader. Da tutti i suoi
Ritegni disfrenato, ei della luce
Entro i recinti, non lontan dal cielo
Or batte l'ali ed al testè creato
Mondo s'indrizza, onde tentar se possa
D'aperta forza incontro all'uom far uso,
O con danno maggior, gl'inganni oprando,
Dal dritto calle travïarlo, e fia
Ch'ei lo travolga. A sue lusinghe orecchio
Darà l'incauto e a sue menzogne, e il solo
Divieto mio, quel pegno sol ch'io volli
D'ubbidïenza ei romperà: ribelle
A me farassi, egli e sua stirpe infida.
Colpa di chi, se non di lui? L'ingrato
Quanto aver mai potea, da me tutt'ebbe:
Giusto e retto io lo fei, vigor bastante
A reggersi gli diedi, ancor che insieme
Libertade al cader. Tali io creai
Tutti gli eterei Spiriti diversi,
Quei che fedeli a me restaro e quelli
Che mi volsero il tergo. Ognun che stette,
Libero stette, e libero pur cadde
Ognun che cadde: e qual sincera prova
Di vera lealtà, di fè, d'amore
Darmi potean, da libertà divisi?
Quello così ch'eran d'oprar costretti
Sol fora apparso, e il lor voler non mai.
Se volontade, se ragion (chè questa
Pur nella scelta sta) senz'uso e vane,
Alla necessitade ivan soggette,
Qual dal loro ubbidir merito e lode
Potean essi raccorre, io qual diletto?
Come convenne, io li creai, nè ponno
La man che li formò, la loro essenza
Giustamente accusar, qual se catena
Alla lor volontà fosse un destino
In decreto immutabile e nell'alto
Mio preveder già fisso. Essi, non io,
Decretaro il lor fallo; e s'io 'l previdi,
La previdenza mia qual ebbe parte
Nella lor colpa? Se imprevista ell'era,
Sarìa stata men certa? In guisa alcuna
Il Fato dunque e l'antiscorger mio
Non li sforzò, non mosse; e fu lor opra
Il giudizio, la scelta e la ruina.
Liberi fur color, libero al pari
È l'uomo, e tal sarà, finchè nei turpi
Lacci per sè medesmo ei non s'avvolga.
Se no, cangiar la sua natura e quello
Eterno, irrevocabile, decreto
Dovrei per esso cancellare, ond'io
D'intera libertà gli feci il dono,
E per cui vuol cader ciascun che cade.
Figlia d'orgoglio reo, di scusa indegna
La colpa fu di que' celesti Spirti
Che depravâr, sedussero se stessi;
Ma gioco è l'uom di lor maligna frode;
Quindi ei trovi mercè, mercè non mai
Trovin color. Così la gloria mia
Per giustizia e pietà fia che risplenda
In terra e in ciel, ma di più vivo raggio
Prima ed estrema la pietà rifulga.
Mentre Dio sì parlò, d'ambrosia un'alma
Fragranza il cielo tutto intorno empieo,
E de' beati eletti Spirti in seno
Novello gaudio inenarrabil sparse.
Di gloria incomparabile fu visto
Splendere il divin Figlio; e tutto in lui
Mostrarsi espresso il sommo Padre: in volto
Pietà celeste, immenso amore, immensa
Grazia gli riluceano, e, Padre, ei disse,
Oh quanto dolce ne' tuoi detti estremi
Fu la parola che il perdon promette
All'uom caduto, onde tue laudi il Cielo
Farà sonare altissime e la terra
Con inni senza fine, e fia tuo nome
Benedetto in eterno! Alfin perduto
L'uom dunque andría per sempre, ei ch'è l'estrema
Opra delle tue mani e la più cara,
Egli che cade, è ver, ma tratto e spinto
Da iniqua frode al precipizio? Ah! Padre,
Sia da te lunge un tal rigor, sia lunge
Da te che sei d'ogni creata cosa
Il giustissimo giudice. Vorresti
L'empio disegno del nemico nostro
Far dunque lieto e vano il tuo? Fia paga
La sua malizia e tua bontà distrutta?
Dunque agli abissi suoi, benchè dannato
A maggior pena, ei tornería superbo
Della presa vendetta, e seco insieme
Nell'eterno dolor trarría l'intera
Da lui corrotta umana stirpe? Adunque
Tu l'opre tue strugger vorresti, e quello
Per lui disfar che per tua gloria festi?
Ah! che la tua bontà, la tua grandezza
Altro chieggon da te. Figlio, rispose
L'onnipossente Padre, o Figlio, in cui
La sua gioia maggior trova quest'alma,
Figlio di questo sen, che sei mio Verbo
E Sapïenza ed efficace Possa,
A' miei pensieri, a' miei decreti eterni
Ogni tuo detto appien consuona. Ogni uomo
Perduto non andrà; chi vuol, fia salvo;
Non già pel solo suo voler, ma retto
Da quella grazia ond'io farogli dono
Liberamente: io le languenti forze
In lui ravviverò ch'a impure e guaste
Voglie il peccar sommesse; anco una volta
Col mio sostegno il suo mortal nemico
Affronti in pari agon, ma vegga insieme
Quant'ei sia fral senza il sostegno mio,
E senta che il suo scampo a me si debbe,
A me sol, non ad altri. Io già fra tutti
Mi elessi alcuni e di mia grazia i doni
(Fu tale il mio voler) versai sovr'essi.
Gli altri sonarsi in core udran sovente
La voce mia che dalle torte vie
Richiameralli del fallir, l'offeso
Mio Nume ad implorar, finchè sia tempo
Di grazia e di perdon. Dai ciechi sensi,
Quanto lor basti, io la caligin densa
Disgombrerò: que' duri cori a' preghi,
Al pentimento, all'obbedir saranno
Ammolliti e piegati; e a' preghi loro,
Al pentimento, all'obbedir, se schiette
Saran lor brame e lor pensier, non sorda
Avrò l'orecchia mai, non chiusi i lumi.
Dentro il lor sen la Coscïenza, il mio
Incorruttibil giudice e sicura
Guida io porrò, cui se daranno ascolto,
Luce maggior da non spregiata luce
Otterran sempre, e, in lor proposto immoti,
Usciran salvi di lor corso a riva.
Ma chi di mia pietà disprezza i giorni
E 'l mio lungo soffrir, pietà non speri:
Alle tenebre sue tenebre aggiunte
Saran, durezza alla durezza, inciampo
A inciampo, e al suo cader cadute e morte.
Solo a costor la mia pietade è chiusa.
Ma tutto ancor questo non è: sleale
L'uom, col disubbidir, rompe ogni omaggio
Ed al suo Dio tenta agguagliarsi; ei tutto
Perde così, nè via gli resta alcuna
Ad espïar suo tradimento. A morte
Con tutti i figli suoi devoto e sacro
Egli è perciò; morir ei debbe, o debbe
Mia giustizia perir, se altra non s'offra
Vittima degna e volontaria il duro
A compier sacrificio, e morte accetti
Per l'altrui morte. Or dove fia che tanto
Amor si trovi? Chi di voi, celesti
Alte Possanze, esser vorrà mortale
A salvar l'uom dal suo mortal delitto?
Qual giusto andrà per un ingiusto a morte?
V'ha in tutto il ciel chi nudra un così bello
E sì sublime affetto? Ei disse, e niuno
Degli Spirti celesti il labbro mosse;
Alto silenzio in ciel si fe': dell'uomo
Niun difensore o intercessor comparve,
E meno ancor chi la mortale ammenda
E 'l gran riscatto di recare osasse
Sul proprio capo. Or la final sentenza
D'eterno danno sull'umana stirpe
Già si compieva; e già tenean lor preda
Morte ed inferno; ma il divino Figlio,
Che del divino amor tutti rinchiude
Gli ampi tesori in seno, ecco interponsi,
E sì favella: È proferita, o Padre,
La tua parola: sì, grazia e perdono
L'uom troverà. La grazia tua che tutte
S'apre le vie, che de' tuoi messi alati
È la più ratta, e le dimande, i preghi,
Le brame anco previen, dal corso usato
Or rimarrassi? Ah! che sarìa dell'uomo,
Se tal'ella non fosse? Ei nelle colpe
Morto e perduto, unqua cercar non puote
Il soccorso di lei, nè alcun restauro
A far per sè gli resta o degna offerta,
Di tutto debitor, di tutto privo.
Eccomi dunque, io per lui m'offro, io vita
Per vita do, sulla mia testa cada
Lo sdegno tuo, m'abbi qual uom, per lui
Il sen paterno io lasciar vo', partirmi
Dalla tua destra glorïosa, e pago
Son per lui di morire: in me rivolga
Morte sua rabbia e tutta in me la sfoghi.
Non rimarrò sotto il suo buio impero
A lungo io già; tu posseder mi desti
In me medesmo sempiterna vita:
Sì, per te vivo, ancor ch'io ceda a morte,
E quanto in me potrà perir, sia tutto
Di sua piena ragion; ma poichè reso
Quel tributo le avrò, tu me sua preda
Non lascerai, nè dell'immonda tomba
Entro gli orrori soffrirai che sempre
L'alma mia pura ed immortal soggiorni.
Sì, vincitore indi alzerommi, a Morte
Torrò sue spoglie, ed il suo dardo stesso
In lei torcendo, sotto i piè porrommi
L'altera vincitrice oppressa e vinta.
Del debellato e invan fremente inferno
Io le negre Possanze alto pe' vasti
Campi dell'etra al trïonfal mio carro
Trarrò in catene, e tu, contento, o Padre,
A me sorriderai dal soglio eterno
Per la mia man del tuo vigor ripiena
Veggendo spento ogni nemico, e Morte
Del suo scheletro stesso alfin la tomba
Empiere e disfamar. Così dal largo
Stuol de' redenti miei seguìto e cinto
Farò ritomo a queste sedi alfine,
E innanzi, o Padre, a te, sul cui sembiante,
Non più si mostrerà nube di sdegno,
Ma pien perdono, inalterabil pace
E amor e gioia splenderanno eterni.
Tacque, ciò detto, ma tuttor parlava
Anco tacendo il suo soave aspetto
Tutto spirante un immortale amore
Vèr l'uom mortale, amor che vinto in lui
Dall'alto ossequio filïal sol era.
Lieto di gire al sacrifizio, i cenni
Sol del gran Padre attende. Alto stupore
Tenea sospeso il ciel che i detti arcani
Non comprendea; ma senza indugio il sommo
Padre così soggiunse: O tu, che sei
Mio sol diletto, o tu, che in cielo e 'n terra
Resti al genere uman caduto in ira
Unica pace, unico asil, tu sai
Quanto a me l'opre mie tutte sian care;
E se l'uom, benchè estrema, ancor mi sia
Caro d'ogn'altra al par, mentr'io consento
Che tu dalla mia destra e dal mio seno
T'allontani per esso, onde un tal poco
Io te perdendo, la perduta intera
Sua stirpe salvi. A tua natura dunque
Quella di lor congiungi, i quai tu solo
Redimer puoi. Sovra la terra scendi,
Sii fra gli uomin laggiuso uomo tu stesso,
Con portentoso nascimento umana
Carne vestendo entro virgineo grembo,
Quando fia tempo; e dell'uman lignaggio
Capo e padre sii tu, d'Adamo invece,
Benchè figlio d'Adam. Com'essi a morte
Van tutti in lui, sì richiamati a vita,
Qual da nuova radice, in te saranno
Tutti color che otterran scampo, e niuno
L'otterrà senza te. Nel suo delitto,
D'infetto tronco infetti rami, involti
Son tutti i figli suoi; tuo merto quindi
Riparator sopra ciascun si stenda
Che l'opre ingiuste sue per te rifiuti,
Per te le giuste ancora; egli riceva,
Rigermogliando in te, vita novella,
Quasi in novello suol trasposta pianta.
Così ciò che l'uom dee, l'uom fia che paghi:
(Giusta ragion il vuole) a sua sentenza
Ei soggiaccia così, mora, risorga,
E, risorgendo, i suoi fratei che a prezzo
Di sua vita scampò, seco pur levi.
Sarà in tal guisa dal celeste amore
L'infernal odio vinto, ancor che troppo
Nobile e prezïosa ostia ripari
Quanto l'inferno per sì facil via
Distrusse e ancor distrugge in lor che sordi
Stan della Grazia all'amoroso invito.
Nè mentre tu dell'uom l'umil natura
In te rivesti, la tua propria e diva
Abbasserai perciò. Se lasci il trono,
Su cui tu siedi eguale a me, se lasci
Questa celeste gloria e questa eterna
Perfetta gioia, dagli estremi danni
Così tu salvi il condannato mondo;
E così, figlio mio, per proprio merto
Assai di più che per natío diritto
Ti mostrerai: la tua bontà sublime,
Più che la tua grandezza, al grado eccelso
Egual t'attesterà: maggior l'amore
Fu che la gloria in te; quindi fia teco,
Mercè tanta umiltà, la stessa ancora
Umanitade tua quassuso alzata,
Ed incarnato sederai su questo
Soglio medesmo, Uom Dio, prole divina
E umana insiem, Re universal dell'almo
Licore asperso della sacra oliva.
Ogni poter ti do, tuoi merti assumi,
Eterno impera, a te soggetti sono,
Come a supremo Sir, Principi e Troni,
Possanze e Regni. Quanto in cielo e 'n terra
E nel profondo tartaro soggiorna,
A te dinanzi incurverassi umìle;
E un giorno alfin verrà che intorno cinto
Di queste empiree squadre, in mezzo al cielo
Apparirai; di là tuoi messi alati
Dell'apprestato tribunal tremendo
Andran l'avviso ad arrecar: repente
I vivi tutti e tutti insiem gli estinti
D'ogni trascorsa età (tal suon dal lungo
Sonno fia che li scuota!) al tuo cospetto
La sovrana ad udir sentenza estrema
S'affretteran da tutti i punti a un tempo
Del costernato mondo. In mezzo all'ampio
Stuolo de' Santi tuoi gli Angeli rei
E i rei mortali il gran giudizio udranno
Che lanceralli entro l'abisso: allora
Sazio sarà l'inferno e le sue porte
Chiuse per sempre. Immense fiamme intanto
La terra, gli astri, ogni creata cosa
Alla tua voce struggeran, ma tosto
Dalle ceneri lor novella terra,
Novello cielo sorgeran più belli.
Ivi gli Eletti tuoi faran dimora,
E, dopo i lunghi tollerati affanni,
Aurei giorni vedran d'auree fecondi
Giustissim'opre e trïonfar tra loro
Amor e gioia e veritade e pace.
Tu allor porrai da canto il regio scettro;
Chè più non n'avrai d'uopo, e tutto in tutti
Iddio sarà. Voi, divi Spirti, intanto
Innanzi a lui che ad eseguir la grande
Impresa muor, prostratevi, ed onore
Eguale al genitor riceva il figlio.
Così dicea l'Onnipossente, e tutti
Gli Angeli allor d'un alto e dolce plauso,
Qual vien da immenso stuolo e da soavi
Beate voci, empiero il cielo, e lungi
Echeggiar fe' l'eterne sedi un lieto
Osanna glorïoso. Ai troni augusti
Profondamente ognun s'inchina e al suolo
Riverente ed umìl la sua depone
Aurea corona d'amaranto intesta,
D'amaranto immortal purpureo fiore
Che all'arbor della vita in Paradiso
Già cominciava a germogliar vicino;
Ma pel fallo dell'uom trasposto venne
In ciel ben presto ov'esso nacque in prima.
Ivi or cresce e s'infiora e della vita
Alto adombra la fonte e i campi, dove
Per mezzo al cielo il fiume della gioia
Più dell'elettro limpide e fragranti
L'onde sue placidissimo rivolge.
Di quei sempre vivaci eletti fiori
Si fan corona alle splendenti chiome
I divi Spirti, e ricoperto allora
Di tanti sparsi serti il suol celeste,
Simile a un mar di fulgido diaspro,
Ridea vermiglio e fiammeggiante intorno
Di quelle porporine eteree rose.
In fronte quindi si ripongon tutti
Le lor ghirlande, e l'arpe d'ôr lucenti
Che pendon loro quai faretre a lato,
Recansi in mano, arpe accordate ognora,
E discorrendo con maestre dita
Le corde in pria, preceder fanno al canto
Soave sinfonìa ch'erge a sublime
Estasi l'alme: indi dell'arpa al suono
Ciascun la voce accoppia, e non è voce
Che discordi lassù dove suprema
In tutto regna consonanza eterna.
Te in pria cantaro, onnipossente Padre,
Infinito, immutabile, immortale,
Eterno Re, te creator del tutto
Che se' fonte di luce e nell'immensa
Luce medesma che t'avvolge il soglio
Eccelso, inaccessibile, t'ascondi
Impenetrabilmente, e quando ancora
Con nube stesa intorno intorno, quasi
Tabernacol fiammante, adombri il pieno
Fulgór de' raggi tuoi, da' lembi estremi
Scintilli sì che tutto abbagli il cielo,
Nè da vicin può Serafino alcuno
Il lampo sostener che fuor ne sgorga,
Ma fa con ambe l'ali agli occhi un velo.
Indi a te, divin Figlio, a te, divina
Rassomiglianza, fu rivolto il canto,
A te che pria d'ogni creata cosa
Genito fosti, a te nel cui sembiante
Visibil fatto, senza nube splende
Il sommo Padre, in cui non può per altra
Guisa affisarsi occhio creato alcuno.
Dalla sua gloria in te l'ardente lume
Impresso sta, trasfuso in te riposa
L'ampio suo Spirto: egli de' cieli il cielo,
Egli per te le angeliche Possanze
Tutte creò, per te lo stolto orgoglio
Delle perverse ammutinate squadre
Traboccò negli abissi; in quel gran giorno
Di sue tremende folgori ministro
Fu il possente tuo braccio, e tu le vive
Del fero carro sfavillanti rote
Che l'eterna scuoteano empirea mole,
Sulle cervici a' rovesciati Spirti
Terribile aggirasti. Al tuo ritorno
Piene di gioia le fedeli schiere
Alto levár solenne plauso, e figlio
Te celebràr della paterna possa,
Te su i paterni perfidi nemici
Aspro vendicator; ma tal sull'uomo
No, non sarai. Di scellerato inganno
Vittima cade questi, onde tu, sommo
Padre di grazia e di mercè, temprasti
Coll'infelice il tuo rigor severo
E pendesti al perdon: ti scorse in volto
Di giustizia e pietà la gran contesa
L'unico tuo diletto Figlio e pronto
A finirla s'accinse. Ei dall'eterna
Gloria del ciel discende, ei s'offre a morte
Per l'umano fallir. Oh amor
sublime!
Oh amore incomparabile, che solo
Nel sen d'un Dio può ritrovarsi! Salve,
O gran Figlio di Dio, salve, del guasto
Genere uman riparator possente;
De' nostri canti ampio suggetto ognora
Sarà tuo nome, ognor sull'arpe nostre
Suoneranno tue laudi, e mai da quelle
Del Padre tuo non suoneran disgiunte.
Così ne' regni di eterna luce
Essi spendeano in gioia e in dolci canti
L'ore beate. Sulla salda intanto
Del rotondo Universo opaca vôlta
Ch'ogni altra inferïor lucente sfera
In sè rinchiude e del Caosse affrena
E delle antiche Tenebre gli assalti,
Satán scende e passeggia. Un picciol globo
A lui parea da lunge, or terra immensa
Gli sembra, oscura, desolata ed erma;
Severo ciel che sotto il torvo aspetto
Di notte senza stelle ognor si giace,
E del Caosse che d'intorno freme
Sempre esposto al furor. Solo in quel lato
Che del ciel guarda le lontane mura,
Per l'aere da' furenti orridi nembi
Meno percosso, un fioco lume ondeggia.
Quivi l'iniquo Spirto in largo campo
Spazia a grand'agio, ed avoltoio sembra
Che là cresciuto ove il nevoso Imao
L'argine oppon degli ammontati ghiacci
Al vago Scita, dalla trista terra
Scarsa di preda sloggia e via sen vola
Di pingui agnelli e di capretti in cerca
Su per li colli ove le greggie han pasco,
Ver le fonti del Gange o dell'Idaspe
Dirizzando il cammin, ma scende intanto,
Stanco dal lungo vol, sugli arenosi
Campi di Sericana, ove sì destro
Guida il Cinese i suoi di canna intesti
Leggieri carri con le vele e 'l vento,
Che scorrer sembra il mar. Così Satáno,
Sovra quel suol simíle a mar ventoso,
Tutto anelante alla sua preda e solo
Su e giù cammina. Tutto solo egli era;
Chè là vivente o inanimata cosa
Non si trovava ancor, ma poscia allora
Che l'opre de' mortali ebbe la Colpa
Piene di vanità, lassù volaro,
Come aerei vapori, in larga copia
Le cose di quaggiù fugaci e vane.
Quest'orbe tenebroso in suo passaggio
Il reo Spirto rinvenne e a lungo errando
Per esso andò, ma un fil di dubbia luce
Tremolando improvviso a sè gli stanchi
Suoi passi in fretta volse. Ei lungi scopre
Superba mole che alle mura ascende
Del ciel per gradi splendidi e infiniti:
Ad essa in cima qual di regio tetto
Un'ampia porta appar, ma ricca e vaga
Oltr'ogni paragon, con fronte adorna
D'oro e diamanti: folgorava tutto
D'orïentali folte gemme intesto
Il grand'arco che in terra ingegno alcuno
Nè in rilevate, nè in dipinte forme
Solo adombrar non mai potrìa. Simíli
Eran le scale rilucenti a quelle,
Per cui, fuggendo la fraterna rabbia,
Sotto il notturno aperto ciel disteso
Là nel campo di Luza il buon Giacobbe
Discendere e salir fulgidi stuoli
D'Angeli vide in sogno e nel destarsi,
Quest'è, gridò, quest'è del ciel la porta.
In ogni grado alto divin mistero
Si nascondea, nè stettero là sempre
Immoti già, ma tratti in ciel talora
Fur da invisibil mano. Un luminoso
Mar di liquide perle o di diaspro
Al di sotto scorrea, su cui gli Eletti
Che varcâr poi di terra ai seggi eterni,
Fêro in braccio degli Angioli tragitto,
O fur rapiti da corsier di foco
Oltre quell'onde in su volante carro.
Giù la gran scala era calata allora,
O perchè dall'agevole salita
Lo Spirto reo fosse tentato, o a fargli
Sentir più crudo il sempiterno esiglio
Dalle beate porte. Incontro ad esse
Aprivasi di sotto in ver la terra
Un ampio varco che al felice appunto
Sito dell'Eden rispondea, più largo
Varco di quello assai che sul Sionne
E la promessa terra a Dio sì cara
Fu schiuso poscia, e per lo qual sovente
Gli spediti quaggiù celesti messi
A visitar quelle tribù felici
Venir soleano e ritornare, e Dio
Di là dove il Giordan l'origin prende
Fin dell'Arabia e dell'Egitto ai lidi.
L'amoroso stendea vigile sguardo.
Sì largo era quel varco, ove fur fissi
I confini alle tenebre, siccome
Del mare all'onde. Ivi Satán s'arresta,
E dal grado più basso, onde alla soglia
Del ciel conduce l'aurea scala, il guardo
In giù volgendo, ad un sol punto scopre
L'intero mondo, e all'improvvisa vista
Attonito riman. Così guerriero
Esplorator che per deserte e buie
Vie tutta notte andò fra rischi errando,
Sul ciglio alfin d'un erto monte asceso
Allo spuntar del mattutino albôre
S'arresta e guata, e di repente amene
Straniere terre in lontananza scorge
Non prima viste, ampia città famosa,
E splendenti palagi e torri eccelse
Che del sorgente sole il raggio indora.
Con tal stupor, sebbene al cielo avvezzo,
Va contemplando quel maligno Spirto
Quest'Universo; ma più forte il punse
Invidia ancor quando sì bello il vide.
Tutto per ogni banda egli lo spia
(E bene il può di là dove sublime
Sovrasta al fosco spazïoso manto
Che la notte distende in vasto giro)
Dal punto Oriental di Libra infino
Al velloso Monton che lungi porta
Oltre orizzonte per le atlantich'onde
Andromeda lucente. Indi col guardo
L'ampiezza tutta dall'un polo all'altro
Ei ne misura, e vêr le prime piagge,
D'indugio impazïente, in giù si lancia
Con vol precipitoso. Obliquo ei torce
Pel candid'aere puro il facil corso
Fra globi innumerabili che stelle
Paion da lunge e davvicin son mondi,
Vasti mondi, o felici isole amene
Simili a quegli Esperidi giardini
Sì rinomati un dì, beati campi,
Lieti boschetti, dilettose valli
Di fior vestite, e ben tre volte e quattro
Isole fortunate. Ei via trascorre,
E quai ne sien gli abitator felici
Non s'arresta a cercar; ma l'aureo sole,
Che più del ciel l'immensa luce imita,
Sovra ad ogn'altra stella a sè richiama
Lo sguardo suo: colà rivolge il corso
Pel firmamento placido (se in alto,
Ovvero in basso, o presso il centro, o lungi,
Chi 'l potría dir?) dove la nobil lampa
Lungi dal folto popolo degli astri
Che in convenevol lontananza stanno
Dall'occhio suo sovran, loro dispensa
Il tesor de' suoi rai. Con ordin vario,
Ma immutabile ognor ne' varj moti,
Al suo rallegrator lume d'intorno
La mestosa lor veloce danza
Menano quelli, e i giorni, i mesi, gli anni
Misuran seco; e forse in giro mossi
Son de' suoi rai dall'attraente forza
Che dolce scalda l'Universo e dolce
Ogni lontana e più riposta parte
Penetra e scuote coll'arcano ed almo
Foco sottil: sito ammirabil tanto
Fu fisso all'orbe animator del mondo!
Colà Satáno approda, e macchia pari
A quella ond'egli il lucid'astro adombra,
Sguardo mortal d'ottici ingegni armato
Forse giammai non vi scoperse: il loco
Egli trovò sopra ogni dir lucente,
E molto più che non rifulge in terra
Terso metallo o gemma. Ogni sua parte
Non è simìl, ma sfolgorante e piena,
Come di foco è pien rovente ferro,
D'egual lume è ciascuna. Oro là sembra,
Qua purissimo argento: ivi il fulgóre
Del crisolito imíta, o del rubino,
O del topazio, o del carbonchio; o quello
Dei dodici gioielli, onde d'Aronne
Il sacro petto fiammeggiava adorno;
Nè il nostro immaginar pinge sì bella
Quella mirabil pietra, a cui rivolto
Fu de' creduli Sofi invan tuttora
Lo studio ed il sudor, sebben in ceppi
Il fuggevole Erméte a por sia giunta
La lor arte possente, e su traendo
Dal marin fondo il vecchio Proteo sciolto
In varie guise ognor, stringerlo sappia
A ripigliar per vitrea angusta doccia
La sua forma natìa. Mirabil cosa
A chi dunque sarà, che spirin quivi
Puro elisir le regïoni e i campi,
E volgan aurei flutti i fonti e i fiumi,
Quando col tocco del sovrano raggio
Che nel terrestre umor s'infonda e mesca,
Il sol da noi sì lunge, in queste basse
Tenebre può produr tante e sì rare
Cose ammirande, e trasformar l'impuro
Loto in raggianti prezïose gemme?
Nulla abbagliato da cotanta luce,
Quivi d'alto stupor spettacol novo
Trova il maligno Démone, e col guardo
Ch'ombra od intoppo non incontra, tutti
Signoreggia dell'aere i campi immensi.
Come dal sommo vertice del cielo,
Colà dove la notte al dì s'adegua,
In sul meriggio a noi diritti vibra
Quel pianeta i suoi rai, dritti lassuso
Così li manda ognor per vie disgombre
D'ogni opaco ritegno, e l'eter puro,
Qual non è altrove, di Satán gli sguardi
Aguzza e guida ai più lontani oggetti.
Un Angel glorïoso a un tratto ei scorge,
Quell'Angelo medesmo ivi dipoi
Da Giovanni veduto: egli a Satáno
Volgea le spalle, ma il celeste lume
Non cela già che lo riveste; intorno
Gli sfavilla alla fronte aurea tïara
Intesta de' più puri eletti raggi,
E mollemente sull'alate spalle
Gli ondeggia sparso il folgorante crine.
Fisso in pensier profondo, ad alto incarco
Intento egli parea. S'allegra allora
Lo Spirto reo che ritrovato alfine
Spera d'aver chi all'Eden drizzi il suo
Errante volo, alla felice sede
Dell'uom, che al lungo suo viaggio è meta,
E principio sarà de' nostri affanni.
Ma per fuggire indugio o rischio, in pria
Cangiar la propria in altra forma ei pensa;
E tosto un Cherubin leggiadro e vago,
Ma non dei primi, ei si dimostra: in volto
Fresca gli ride gioventù celeste,
E concorde si sparge in ogni membro
Grazia e decoro. Il menzogner sembiante
Nulla smentisce in lui; vezzoso serto
Gli orna le tempie, ed alle gote intorno
Gli scherzano ravvolti in vaghe anella
I biondetti capelli; ali ha sul tergo
Di sparse d'oro variopinte penne;
Succinto e lieve è il suo vestir, e innanzi
A' composti suoi passi argentea verga
Ei stringe in man. Pria
d'appressarsi, udito
Dall'Angel fu che il luminoso volto
Tosto a lui volse e manifesto apparve
L'Arcangelo Urïele, un di que' sette
Che, più vicini al solio dell'Eterno,
Stanno pronti a' suoi cenni, ed occhi suoi
Son quasi, che de' cieli e della terra
Le vaste piagge rapidi scorrendo,
Van sul suolo a portare, o van sull'onda
I suoi decreti. A lui Satán s'appressa
E così gli favella: O tu che sei
Uno, Urïele, di que' sette Spirti
Che vestiti di gloria innanzi al trono
Stan dell'Onnipossente, e per l'eccelse
Sfere interpetre sei, sei messaggiero
Di quell'alto voler che i figli suoi
Umili aspettan dal tuo labbro, e forse
Per supremo decreto egual onore
Or godi qui d'ir visitando attorno
Queste nuove da lui create cose,
A te ricorro. Ardente brama il petto
Di veder, di conoscere m'infiamma
Quest'opre sue stupende, e, più ch'ogni altra,
L'uomo, dell'amor suo, del suo favore
Oggetto singolar, l'uomo, per cui
In sì mirabil ordine ei dispose
Quest'Universo. Un tal desìo mi trasse
Così soletto a errar lungi dal coro
Degli altri Cherubini; ah! tu m'insegna,
Inclito Serafino, in qual di questi
Splendidi mondi stabilita all'uomo
Sia la dimora, o se dimora alcuna
Fissa ei non abbia ed in ciascuno scerre
La possa a grado suo. Fa ch'io trovarlo
Ed in segreto o apertamente io possa
Di lui goder la vista, a cui sì largo
Fu il sommo Creator di grazie tante
E liberale donator di mondi.
Così potrem nell'uom, come in ogn'altra
Cosa, esaltar quel Facitor sovrano
Che al fondo dell'inferno i suoi ribelli
Spinse a ragione, e a ripararne il danno
Questa nuova creò felice stirpe
Che più fedel gli fia. Sagge son tutte
L'opre e i disegni suoi. - Così quel falso
Angel parlò, nè il ben celato inganno
Urïel discoprì; chè dato ad uomo
O ad Angelo non è scorger la chiusa
Intenebrata Ipocrisia, quel solo
Mal che nascoso ad ogni sguardo, e chiaro
Soltanto a quel di Dio che andar lasciollo,
Della terra e del ciel le vie trascorre.
Così sovente la Prudenza ancora
Sta vigilante invan, spesso il Sospetto
Sulle soglie di lei s'acqueta e dorme,
E 'l proprio posto inavveduto cede
Alla semplicità che al mal non pensa
Dove niun male appar. Da sua bontade
Così il rettor del sol, quell'Urïele
Ch'ha sovr'ogn'altro Spirito del cielo
Acuto il guardo, nell'inganno è tratto;
E del suo schietto cor seguendo i moti,
Al frodolento infignitor maligno
Cotal risposta diede: Angel vezzoso,
Questa tua brama che a conoscer l'opre
È rivolta di Dio perchè s'esalti
Ognor più la sua gloria, anzi che biasmo,
Lode ben merta; e più di pregio è degno
Quanto più vivo è quello zel che spinto
T'ha sì lontan dal tuo celeste seggio
In questi lochi e così sol, co' tuoi
Occhi medesmi ad ammirar quel ch'altri
Forse d'udir per fama in ciel s'appaga.
Ah! degne inver d'altissimo stupore,
Degne che in lor sempre il pensier s'affissi,
Son l'opre di sua mano e viva fonte
Di puro soavissimo diletto.
Ma qual creata mente abbracciar puote
L'infinito lor numero o 'l profondo
Sapere investigar che fuor le tragge
Dal nulla e le alte lor cagioni asconde?
Presente io fui quando la massa informe
Della rude materia in groppo unita
Apparve; umile il Cao sua voce intese,
S'acchetò dell'abisso il fier muggito,
E Immensitade ebbe confini: il labbro
Egli di nuovo aperse e di repente
Fuggissi il buio, sfolgorò la luce,
E dal disordin fuor l'ordine surse.
L'acqua, la terra, l'aere, il foco allora
Ch'eran fra sè ravviluppati e misti,
Ai varj posti lor corser veloci;
E l'eterea del ciel sustanza pura,
Di varie forme impressa, in su volando
In giri si ravvolse, e gli astri, questo
D'ardenti faci innumerabil coro,
Venne a compor, qual vedi; e ognun suo loco,
Ognun suo corso ebbe prescritto. Il resto
In cerchio immenso la gran vôlta e 'l muro
Formò dell'Universo. Or gli occhi abbassa
A quel globo laggiù che a noi rimanda
Parte del lume che di qui gli piove
Sul lato incontro a noi; la terra è quella,
Dell'uom la sede, e quella luce è il giorno
Che la rischiara. Ora la notte abbuia
L'altro emisfero suo, ma la propinqua
Luna (così quell'altra stella ha nome)
Coll'improntato suo fulgor le presta
Opportuno soccorso, ed alternando
Il mensual suo giro, ora di luce
Empie ed or vôta il suo triforme aspetto;
E così della notte il fosco impero
Sopra la terra scema. Or gli occhi porgi
A quella macchia che colà t'addito:
Il soggiorno d'Adam, l'Eden è quello,
E quell'alte ombre il suo ritiro. Vanne;
Il tuo cammino errar non puoi: conviensi
A me seguire il mio. Ciò detto, altrove
L'Angelo si rivolse. A lui Satáno
Profondamente s'inchinò, qual suole
Spirto minore a maggior Spirto in cielo,
Ove dovuta riverenza e onore.
Niun mai trascura: indi affrettato e spinto
Dalla sua speme, in molte aeree ruote
In vêr la costa della bassa terra
Precipita il suo volo, e del Nifate
In sull'alpestre vetta alfin si cala.
Satáno, alla
vista dell’Eden e del luogo ove si propone di eseguire l’audace suo disegno
contro Dio e contro l’uomo è agitato da molti dubbj e da molte passioni,
dal timore, dall’invidia, dalla disperazione; ma alfine si conferma nel male e
si avanza verso il paradiso, del quale si descrive l’esterno prospetto e il
sito. Egli supera tutti gli ostacoli e si posa in forma di smergo sull’albero
della vita, il più alto di tutti per ispiare all’intorno. Descrizione del
giardino. Satáno vede per la prima volta Adamo ed Eva; riman preso da
maraviglia alla nobiltà delle loro sembianze ed alla felicità del
loro stato, ma persiste nella risoluzione di procurare la ruina loro; sta ad
ascoltare i lor discorsi, ne raccoglie ch’era loro vietato sotto pena di morte
il mangiare del frutto dell’albero della Scienza, e disegna di fondare sopra un
tale divieto la sua tentazione e sedurli alla disubbidienza. Differisce il suo
proponimento al fine di informarsi meglio del loro stato per qualche altro
mezzo. Intanto Uriele, scendendo sopra un raggio del sole, avverte Gabriello, a
cui era affidata la guardia delle porte del paradiso, che qualche malvagio
Spirito erasi fuggito dall’abisso, ch’egli era passato verso l’ora del
mezzodì per la sua sfera sotto le forme d’un Angelo beato; che di
là era disceso verso il paradiso, e che i suoi gesti furiosi sul monte
lo avevano scoperto. Gabriello promette di trovarlo prima del nuovo giorno.
Adamo ed Eva trattengonsi parlando insieme, e alla fine del dì si
ritirano a riposo nel loro albergo. Descrizione di questo, e loro preghiera
della sera. Gabriello ordina di far la ronda agli Spiriti ch’eran di guardia, e
invia due Angeli verso l’albergo di Adamo per timor che il maligno Spirito non
tenti qualcosa contro i nostri primi padri mentre dormono. È trovato all’orecchia
d’Eva occupato a tentarla in un sogno, ed è condotto a Gabriello.
Risponde con orgoglio e ferocia e si prepara al combattimento, ma intimorito da
un segno che appare in cielo, se ne fugge dal paradiso.
Dove ah! dov'è quella pietosa e fera
Voce che l'Inspirato udìo di Patmo
Dal profondo del ciel tonare un giorno
«Guai della terra agli abitanti» allora
Che, di nuovo sconfitto, a far scendea
Furibondo il Dragon le sue vendette
Sopra l'umana stirpe? Oh! perchè avviso,
Finchè n'è tempo ancora, ella non porge
Ai nostri primi sventurati padri
Del lor vicin nemico, onde i mortali
Schivar agguati suoi potesser forse?
Di rabbia acceso ecco Satán discende,
Pria tentator e accusator dipoi,
La prima volta in terra, e 'l suo furore
Per la perduta pugna e per l'orrenda
Caduta sua vien a sfogar sul frale
Uomo innocente; ei vien, ma benchè tanto
Intrepido da lunge, or non ritrova
Pei vinti rischi e pel suo presto arrivo
D'allegrarsi ragion. L'atro disegno,
Presso a scoppiar, nello sconvolto petto
Gli si raggira e bolle e 'l proprio fabbro
Si ritorce a colpir, come guerriera
Macchina fulminante indietro balza,
Mentre dal seno il tuon scaglia e la morte.
Dubbio, terror tutti confonde e mesce
I suoi pensier: d'inferno uscito invano
Egli è, l'inferno ha in cor, l'inferno intorno
Pertutto egli ha, nè per cangiar di loco
Al circondante orror più che a sè stesso
Può un sol passo involarsi. Il già sopito
Suo disperar di coscïenza al fero
Grido or si sveglia, e la mordace idea
Di quel ch'ei fu, di quel ch'egli è, di quello
Che in avvenir sarà, delle più gravi
Pene che sempre a maggior colpe aggiugne
La giustizia infallibile del cielo,
L'ange e spaventa. I dolorosi sguardi
All'Eden che fiorito e fresco e vago
Gli s'appresenta, or ei rivolge, ed ora
Al cielo, e al sol che in cima arde e lampeggia
Dell'alta sua meridiana torre;
Quindi così del cor l'ambascia cupa
Esalò sospirando: O tu, che cinto
Di tanta gloria, spazïando vai
Solo Signor lassù, che sembri Nume
Di questo nuovo mondo, e in faccia a cui
La scema fronte ogn'altra stella asconde,
Mi volgo a te, ma non con voce amica
Io già mi volgo, ed il tuo nome aggiungo,
O sol, per dirti in qual dispetto io m'abbia
I raggi tuoi che mi rammentan quale
Fosse il grado ond'io caddi, e la tua spera
Quant'io di gloria e di splendor vincessi.
Oimè! da quale stato un cieco orgoglio
Precipitommi! Io contro il re del cielo,
Io contro lui che paragon non ave,
Osai levar lassù la fronte e l'armi?
E perchè mai? No, tal ricambio invero
Ei non mertò da me, da me che a tanta
Altezza avea creato, ei che i suoi doni
Non mai rimproverò, che lievi e dolci
Servigi sol chiedeva, animo grato
E sacre laudi. E qual men grave omaggio
E qual più giusto? Eppur maligno tosco
Furo al mio core i benefici suoi,
E sol dier di nequizia orrido frutto.
Innalzato cotanto, a sdegno io presi
Lo star suggetto; un sol varcato passo
Credei che fatto a lui m'avrebbe eguale,
E il pondo insofferibile di mia
Riconoscenza per le grazie, ond'egli
Ognor mi ricolmava, a un tratto scosso
Avrei così da me; nè seppi allora
Che un grato cor, mentre confessa il dono,
Più debitor non è. Qual era dunque
Il mio gravoso incarco? Ah! se locato
Egli m'avesse in men sublime seggio,
Felice ancor sarei, nè spinte avrebbe
Una sfrenata ambizïosa speme
Sì lungi le mie brame. E se qualch'altro
Al par di me possente Angelo osava
Tentar la stessa impresa e me con seco
A sua parte traea? Ma che! son forse
Cadute altre Possanze a me simili,
E ferme e fide non si serban contro
Ogn'inganno, ogni assalto? Al par di quelle
Libera volontà fors'io non ebbi
Ed ugual forza? Ah! sì. Di che mi lagno
Dunque? Chi dunque accuserò? Quel Dio
Che fu d'eguale amor, di doni eguali
Largo con tutti? Maledetto dunque
Quell'amor e quei doni, a me, del pari
Che il feroce odio suo, cagion fatale
D'interminabil duolo; anzi in eterno
Maledetto io medesmo, il cui volere,
Contro il voler di lui, libero scelse
Questa ch'or merto e provo acerba sorte.
Dove, misero me! dove sottrarmi
All'immensa ira sua? Dove allo stesso
Mio furor disperato? Ovunque io fugga,
Trovo l'inferno, anzi del core in fondo
Meco lo porto: ivi un più cupo abisso
Di quell'abisso atroce in cui m'ha spinto
Il mio delitto, si spalanca, e tanto
Lo supera in orror che bello e dolce
L'inferno stesso è al paragone. Ah! cedi,
Cedi, Satáno, alfin. Che! loco alcuno
Al pentimento ed al perdon non resta?
No, se sommesso in pria, se umìl... Che dico?
Umil, sommesso io mai? Qual onta! Ah! furo,
Fra quei Spirti laggiù da me sedotti,
Ben altro fur le mie promesse e i vanti.
Io che l'Eterno a rovesciar dal solio
Bastante m'affermai, potrei fra loro
Servo e di servitù nunzio tornarmi?
Oimè! ch'essi non san quanto una vana
Mi costi ombra di gloria! essi non sanno
Fra quali angosce internamente io gema,
Mentre da lor sull'infernal mio solio
Adorato m'assido! A me che giova
Scettro e corona, se più ch'altri appunto
Io ruino perciò nel cupo centro
Di tutte le miserie e son supremo
Sol negli affanni? O ambizïon, son queste
Le gioie tue? Ma se a
pentirmi ancora
Scender potessi, e col perdono il mio
Racquistar primo stato, i sensi alteri
In me rigermogliar quella grandezza
Non faría tosto, e tutto aver a sdegno
Quanto giurò mendace ossequio? I voti
Che duolo e forza mi svellea dal labbro,
Quai nulli e vani la cangiata sorte
Tutti terrebbe. No, rinascer vera
Amistade in quel cor non può giammai,
In cui d'odio mortal fur sì profonde
Ferite impresse. A più fatal caduta
Io sol risorgerei, la breve tregua
A prezzo d'addoppiati aspri tormenti
Solo comprata avrei. Ben sallo il mio
Sagace punitor che a darmi pace
Tanto avverso è perciò quant'io mi reco
A dispetto il cercarla! Or ecco, invece
Di noi cacciati in crudo esiglio indegno,
Ecco creato l'uom, tenero oggetto
Delle sue cure; ecco d'un mondo intero,
Liberal largitor, gli ha fatto il dono.
Fuggi dunque, o speranza, e tu con essa
Fuggi, o timor, da questo sen; fuggite,
Vani rimorsi miei; per me in eterno
È perduto ogni ben: tu solo, o male,
Sii mio sol bene omai; per te diviso
Col re del cielo almen tengo l'impero,
E più che la metà saprò fors'anco
Occuparne per te. Vedrai bentosto,
Uomo odïato, e tu, novello mondo,
La possa di Satán. - Mentr'ei sì parla,
Fera procella gli dibatte il core,
E un lurido pallor d'invidia e rabbia
E disperazïon gl'infosca il volto
A vicenda tre volte. Ad ogni sguardo
Le scompigliate sue mentite forme
Lo avrìen scoperto: chè sereni e sgombri
Da sì sconce tempeste il cor, la fronte
Hanno i Celesti ognor. Lo avvisa ei tosto,
E, artefice di fraude, appiana e copre
D'esterna calma ogni tumulto interno.
Egli il primiero fu che l'alma fella
D'aspra vendetta covatrice ascose
Sotto dolci sembianze. Esperto tanto
Non è però che ad Urïele accorto
Far possa inganno. In suo cammin coll'occhio
Egli seguillo, e sull'Assirio monte,
Più ch'a beato Spirto avvenga mai,
Disfigurato il vide. I gesti feri
Di lui che allora inosservato e solo
Colà credeasi, il torbid'occhio ardente
E 'l portamento furibondo e folle
L'Angel scôrse e notò. Così Satáno
Suo cammin segue e a' fortunati campi
Dell'Eden s'avvicina. Un verde giro
D'argine rustical cinge la vasta
Pianura stesa in cima ad erto monte,
Che di pungenti vepri e d'alti e densi
Rovi tra lor confusamente attorti
Ispidi ha i lati e d'ogni parte il varco
Impenetrabil fa. Gli abeti, i pini,
L'eccelso cedro e la ramosa palma
Torreggian sopra, e sull'agreste scena
Stendon lunghissim'ombra; e quanto il colle
Più si solleva, alte ognor più spargendo
L'ombre sull'ombre, un boschereccio, altero
Maestoso teatro offrono al guardo.
Ma più ancor di lor cime il verdeggiante
Muro del Paradiso in alto sorge,
E al nostro primo padre ampio prospetto
Dei sottoposti spazïosi regni
Presenta d'ogn'intorno. Oltre quel muro
Disposti in giro ergono al ciel le sempre
Chiomanti braccia i più fecondi e belli
Arbori carchi de' più dolci frutti.
Sul ramo stesso ivi matura e spunta
Insieme il frutto e 'l fior, ambi d'un vivo
Aureo colore, a cui del par lucenti
Si mescono mill'altri; e il sol più lieto
Co' ripercossi rai vi splende e scherza
Che in vaga nube a sera, o nell'acquosa
Iride bella quando ha sparsa Iddio
La pioggia sulla terra. Amabil tanto
È quel beato suol! Ride pertutto
Soave primavera, ognor più puro
Spira quell'aere a chi s'appressa, e tale
Un almo infonde avvivator conforto
Che può dal cor, se non uscì di speme,
Ogni affanno sgombrar. Gentili aurette
Le leggiere scotendo ali fragranti
Spandon pertutto i loro profumi, e sembra,
Che voglian dir coi lor susurri il loco
Donde involâr quelle odorose prede.
Come al Nocchier ch'oltre gli estremi Cafri
Veleggia, e Mozambico ha già varcato,
Il vento aquilonar dalle felici
Arabe spiagge odor Sabei tramanda,
Ond'egli preso da diletto allenta
Il suo cammino, e 'l vecchio Oceano stesso
Per ampio tratto si rallegra e ride:
Così allettato era il malvagio Spirto
Da quell'alme dolcezze, ei che venìa
Del suo veleno ad infettarle. A tardi
Passi e pensoso, di quell'erto colle
Giunto all'aspra salita egli era omai,
Quando per varcar oltre alcun sentiero
Più non appar; di così folti ed irti
Cespugli e dumi un'aggroppata selva
Impenetrabil s'opponea. Restava
Sola una porta dall'opposto lato
Vêr l'Orïente: videla il fellone,
Ma la sdegnò superbamente, e ratto
Oltre la ripid'erta e l'alto muro
Spiccò d'un salto e sovra i piè leggieri
Nel bel loco balzò. Qual lupo spinto
Da cupa fame a ricercar di preda
Novelle tracce, erra qua e là spiando
Ove i pastor nelle di vinchi inteste
Lor chiuse a sera di raccor son usi
Il sazio gregge, e con agevol lancio
Sopra la fratta, furibondo, ingordo
Nel recinto si scaglia; o qual notturno
Ladro che all'arca per molt'oro grave
D'un ricco cittadin le insidie ha volte,
Poichè assalto non temono le forti
Soglie e le ferree sbarre, ei s'apre il passo
Per le finestre, o sopra l'arduo tetto
Arrischievol s'arrampica; tal questo
Primo atroce ladrone entrò nel santo
Ovil di Dio. Quindi a vol s'erge e sopra
L'arbor di Vita, che l'altera cima
Nel mezzo al bel giardin sugli altri innalza,
Si posa in forma di rapace smergo:
Ivi della vital salubre pianta
L'alta virtude a meditar l'iniquo
Non stette già, ma sol tramò la morte
A color che vivean. Di quel sublime
Loco che a lui, se provvido era e saggio,
Stato saria d'immortal vita pegno,
Ei sol si fe' vedetta a stender lungi
L'indagator di preda avido sguardo.
Sì poco ognun (tranne sol Dio) conosce
Del bene il prezzo, ma strumento il rende
Spesso del male, o in usi indegni il torce.
Or con nuovo stupor mira Satáno
Sotto di sè, dentro non largo giro,
L'ampie ricchezze di natura accolte
A far pago dell'uomo ogni desìo;
Anzi gli par di rivedere il cielo
Sopra la terra. Quel felice suolo
D'Eden Iddio medesmo aveva eletto,
E sugli Eoi confini il bel giardino
Ei stesso vi piantò. Verso l'aurora
L'Eden si distendea da Auran fin dove
I greci Re dipoi le rocche altere
Di Seleucia innalzaro, o dove surse
Talata e dove in pria d'Eden i figli
Ebber soggiorno. In sì ridente terra
Più assai ridente il suo giardino adorno
Avea disposto Iddio. Gli arbori tutti
Più vaghi, più fragranti e più soavi
Cresceanvi rigogliosi, e ad essi in mezzo
Sublime, eccelso e germinante ognora
Di vegetabil oro ambrosie frutta
L'arbor sorgeva della Vita, e presso
Alla vita sorgea la nostra morte,
L'arbor della Scienza, arbor funesto
Che, il ben mostrando, al mal la strada aperse.
Per l'Eden verso l'austro un ampio fiume
Scorre, e d'un monte nel boscoso fianco,
Senza torcer suo corso, entra e s'ingolfa
Per sotterranee vie. Là posta avea
Di propria man quella montagna Iddio,
Qual sponda al suo giardino, alta sovresso
La rapida corrente: indi bevuta
Dalle segrete sitibonde vene
Del poroso terren sorgea gran parte
Di quell'acque in un chiaro, immenso fonte
Che dipartito in cento rivi e cento
Irrigava il giardin; quindi per l'erta
Balza, unito di nuovo, in giù cadea
La vasta piena a rincontrar che uscita
Alfin dal cupo varco al dì risale,
E con vario cammin, divisa in quattro
Maggiori fiumi, per lontane terre
Stende suo corso e per famosi regni.
Or qual arte giammai, qual alto e dolce
Stile ridir potrìa come da quella
Sorgente di zaffir scendon fuggendo
Sovr'aurea sabbia e orïentali perle
I ruscelletti garruli da lievi
Aure increspati? e come in mille e mille
Giri sorto le fresche ombre pendenti
Volgono il puro néttare dell'onde
A visitare ed a nudrir le piante
E i fiori tutti, di quel loco degni
Anzi del cielo? In brevi aiuole e gruppi
Non ordina colà difficil arte
Quelle piante e que' fior, ma in colle, in valle,
In pian con mano liberal gli spande
L'alma natura, e dove il sol percuote
Co' novelli suoi rai gli aperti campi,
E dove imbruna impenetrabil ombra
In sull'ore più calde i bei recessi.
Tal era e varia e maestosa e schietta
Del loco la beltà! Colà distilla
Gomme odorose e balsami il boschetto;
Qui aurate poma pendono ripiene
Di celeste sapor. Gli Esperid'orti
Favoleggiati poi, qui veri in prima,
Qui fur soltanto. Là ridenti prati,
Qua piagge amene, ove pascendo vanno
Le tener'erbe i fortunati armenti;
Qui coperto di palme un colle sorge,
Ed ivi s'apre il vario pinto grembo
D'irrigua valle, ove pomposa mostra
Fan tutti i fior più vaghi, e porporeggia
Senza spine la rosa. In altro lato
Vedi freschi ritiri, ombrose grotte,
Su cui lieta s'inerpica e distende
Lussureggiante le ritorte braccia
Gravi di biondi grappoli la vite.
Con grato mormorìo discendon l'acque
Dai colli aprici e van divise errando,
O uniscono i lor rivi in chiaro lago
Ch'offre il suo specchio cristallino al margo
Coronato di mirti. Odesi intorno
Almo d'augei concento, a cui le molli
Aurette carche di fragranti spoglie
Di campi e boschi accordano il susurro
Delle tremule fronde. Avria creduto
Forse la Grecia favolosa quivi
Veder danzanti Pan, le Grazie e l'Ore
E insiem guidar la primavera eterna.
Eran men belle assai l'Etnée campagne,
Dove involata fu dal fosco Dite,
De' fior ch'ella cogliea più vago fiore,
Proserpina gentil, per cui l'afflitta
Madre corse e cercò la terra intera.
Non quel di Dafne dilettoso bosco
Presso l'Oronte, di sì lieto suolo
Venga al confronto; non l'Aonie piagge
Cui l'onda sacra e inspiratrice irriga;
Non quella dal Triton bagnata e cinta
Isoletta Niséa, dove l'antico
Cam, che Libico Giove e Ammon nomato
Fu dai Gentili, il pargoletto Bacco
Ed Amaltea celava al vigil guardo
Della matrigna Rea; non l'erto monte
D'Amara, là del Nil presso alle fonti,
Che, di splendenti rocce intorno chiuso,
De' monarchi Abissini i bruni figli
Serba nel grembo, e i salitori stanca
Per un intero dì, montagna amena,
È ver, ma da talun creduta a torto
Del Paradiso la verace sede.
Volge Satán l'occhio geloso attorno,
E senza alcun diletto ogni diletto
Del bel giardino e l'infinita schiera
Delle viventi creature osserva;
Meraviglioso a lui spettacol novo.
D'assai più nobil forma, alte ed erette,
Erette in guisa di celesti Spirti,
Due là vestite di natìa bellezza
Nella lor nuda maestà, del Tutto
Sembran tenere, ed a ragion, l'impero.
Nei lor sembianti la divina imago
Del lor Fattore, verità, consiglio,
Pura ed austera santità risplende,
Austera sì, ma in filïal riposta
Libero ossequio, onde più bella e grande
Appar dell'uom la dignità sovrana.
Come diverso è il sesso lor, diversi
Son pur i pregi e diseguali: agli alti
Pensieri ed al valor formato è l'uno,
L'altra alle grazie e a' molli vezzi: è quegli
A Dio solo soggetto, a Dio soggetta
Ed allo sposo ell'è. Sovran signore
Allo sguardo sublime, all'ampia fronte
Ei si palesa: in crespe e folte ciocche
I giacintini suoi capei dall'alto
Cadon divisi in sulle larghe spalle,
Ma non più giù. Neglettamente sparse
Le trecce d'ôr fino allo snello fianco
Scendono a lei qual velo, e in vaghe anella
Rassomiglianti ai tenerelli germi
Onde s'aggrappa la pieghevol
vite
Al vicin olmo, ondeggiano, e son quasi
Di quell'appoggio, ond'ella ha d'uopo, il segno.
Gentil impero ei prende, ella gliel cede
In ritrosetto amabile sembiante,
E quel modesto orgoglio e quelle molli
Ripulse e quegl'indugi assai più dolce
Fanno il suo consentir. Nè delle membra
Veruna parte allor geloso ammanto
Copriva ancor, nè la vergogna rea
Nè questo infame onor ne' petti umani
Era entrato per anco. Onor! Pudore!
Figli di Colpa, di virtude infinita
Vane ombre e larve ingannatrici, ahi come
Tutto avete quaggiù turbato e guasto!
Come sbandiste dall'umana vita
Quant'ella avea di più vitale ed almo,
Schietto candore ed innocenza pura!
Nuda così le belle membra e senza
Temer lo sguardo d'Angelo o di Dio,
Tenendosi per man, tra l'erbe e i fiori
Sen giva errando quella coppia, in cui
Reo pensiero non cade; amabil coppia,
Fra quante in dolci maritali amplessi
Dipoi ne strinse amor, la più gentile;
Egli il più bel di tutti i figli suoi,
Di tutte le sue figlie ella più vaga.
Sotto un ombroso susurrante gruppo
Di arbori, in mezzo al verde smalto, e presso
D'un fresco fonte essi adagiârsi, e tanto
Sol d'opra speso al bel giardino intorno
Quanto più grate le aleggianti aurette,
Più soave il riposo a far bastasse
E de' cibi e del ber più vivo il senso,
Della lor cena a saporar si diero
L'ambrosie frutta che i curvati rami,
Lungo il molle sedil tutto vestito
Di tener'erba e di fioretti sparso,
Offrir pareano in volontario omaggio.
Ne spremean essi la soave polpa,
E nella cava scorza il colmo rio
Quindi attingean; nè lusinghier sorriso
Fra lor mancava o parolette accorte,
O cari vezzi, o giovanili scherzi,
Qual si conviene a bella coppia in dolce
Coniugal nodo avvinta e sola. Intorno
Festosamente givanle ruzzando
Quanti animai, dipoi feroci e crudi,
Fuggiro ad abitar erme foreste
E boschi e tane. In carezzevol atto
Fra le sue branche dondola il lione
Il tenero capretto; ed orsi e tigri
E linci e pardi insiem giulivi e mansi
Saltabellano intorno. Il lento e grave
Elefante fra loro ogni sua prova
A sollazzarli tenta, e attorce e snoda
In cento guise la volubil tromba.
L'astuto serpe in tortuose spire
Cheto e leggier s'avvolge, e di sue frodi
Dà inosservato segno. Altri sull'erba
Accovacciati stannosi, e satolli
Guatan con occhio immoto; altri a sdraiarsi
Lenti, lenti s'inviano e il preso cibo
Van ruminando. Ver l'occaso intanto
Bassato il sol precipitava il corso,
E messaggiere della sera omai
Nella lance del ciel sorgean le stelle,
Quando Satán tuttor, qual prima, immoto
Per lo stupor, ricoverando alfine
La smarrita favella, in questi accenti
Angoscioso proruppe: Oh inferno! Oh rabbia!
E fia ver quel ch'io miro? Appresso tanto
Innalzati a quel ben ch'era già nostro
Costor son dunque, di novella tempra
Strano lavor che della terra forse
Uscio? costor non Spirti al certo, eppure
Ai rifulgenti Spiriti del cielo
Somiglianti così? Quant'io dappresso
Più li vo riguardando, in me maggiore
Sorge la meraviglia, e a mio dispetto
Amarli anco potrei: tanta risplende
In lor celeste somiglianza, e tanta
Grazia e beltà nei lor sembianti ha sparso
La man che li creò! Coppia gentile,
Ah tu non sai quanto a cangiarsi è presso
La sorte tua! come dispersi andranno
Bentosto i tuoi diletti, e del dolore
Tant'aspro e amaro più, quant'or più dolce
È questo tuo gioir, preda sarai!
Tu sei felice, è ver, ma saldo schermo
Tu non avresti, onde durar felice:
No, qual doveasi, quest'eccelso ed almo
Soggiorno tuo non fu munito e cinto
Da ripari bastanti a tener lungi
Tal nemico ch'entrovvi. In te non tutto
Vôlto è l'odio però che il sen m'attosca,
E ancor pietà di te meschina avrei
Bench'io pietà non trovi. A stringer vengo
Scambievole amistà, scambievol lega
Forte così che in avvenir tu debba
Viver meco in eterno od io con teco.
Gradito al par di questo bel giardino
Forse a te non sarà quel mio soggiorno;
Ma pur, qualunque siasi, in esso accogli
L'opra del tuo Fattore: egli a me diella,
Io volentier te l'offro. A voi davante
L'ampie sue porte schiuderà l'inferno,
E con gran festa manderavvi incontro
Tutti i suoi re. Non somigliante a questi
Brevi confini, ma capace e vasto
Sarà quel loco, a ricettar bastante
Il grande stuol de' vostri figli tutti;
E se miglior non è la stanza, a lui
Grado n'abbiate che su voi mi sforza
Immeritata ad eseguir vendetta
Di quell'ingiurie, onde sol egli è reo.
Pietà mi desta l'innocenza vostra,
Ma la pubblica causa, i torti atroci
Ch'io deggio vendicar, di questo nuovo
Mondo la omai vicina ampia conquista,
L'onor, la gloria, mio malgrado ancora,
Spingonmi a quello, ond'io, sebben laggiuso
Dannato eternamente, orrore avrei.
Così parlava quel maligno, e i suoi
Infernali disegni iva scusando
Colla necessità, discolpa usata
Sul labbro de' tiranni. Indi dall'alta
Cima ov'egli posava, a vol si gitta
Fra lo stuol sollazzevole di tanti
Quadrupedi animali, ed or dell'uno,
Ora dell'altro, qual conviensi meglio
Al suo proposto, le sembianze prende.
Più da vicino rimirar sua preda
Ei può così, così spïarne i detti
E gli atti inosservato, e aver contezza
Di lei più certa. Or con fiammanti luci,
Fatto leone, le passeggia intorno,
Ed or qual tigre che scherzar sul prato
Ha scorto a' caso due cervetti e corre
Ad acquattarsi presso lor, poi s'alza
E sceglie il suo terren, cangia gli agguati,
Onde con slancio più securo entrambi
Nell'una e l'altra branca insiem gli afferri.
Con Eva intanto Adam favella, e quegli
Tutto vér loro si protende, e sembra
Che drizzi mille orecchie al suon novello.
O sola, Adam diceva, o sola in tanti
Piacer compagna mia, tu che più cara
Mi sei di tutti, ah! quel sovran Signore
Che noi fece e per noi quest'ampio mondo,
Infinità bontà certo congiunge
Ad infinita possa, e de' suoi doni
È liberal come infinito. Ei fuora
Della polve ci trasse, in questo ameno
Di gioia albergo egli ci pose; e quali
Fur seco i merti nostri, o che possiamo
In cambio offrirgli ond'uopo egli abbia? È solo
Per tante grazie sue tal ci richiede
Prova di servitù che in ver più lieve
Esser non può per noi. Fra tanti e tanti
Di dolcissime frutta arbori carchi,
L'arbor della Scïenza ei sol ci vieta;
Quel solo ei vieta che vicino sorge
All'arbor della Vita: appresso tanto
Sta la vita alla morte! E checchè sia
La morte, al certo spaventevol cosa
Ella esser dee; chè Dio, tu ben lo sai,
Dio minacciolla a chi gustare il frutto
Di quell'arbore osasse, unico pegno
Di nostra ubbidïenza in mezzo a tanti
Impressi in noi di signoria, d'impero
Splendidi segni sovra quante il suolo
E l'onda e l'aere creature alberga.
Un sì leggier divieto, Eva diletta,
Potrìa duro sembrarci allor che tanto
Ampia ed intera libertà concessa
N'è sovra ogni altra cosa, e di sì vari
Diletti abbiam la scelta? Ah! no: s'esalti
Dunque da noi con sempiterne lodi
Quell'infinita sua bontade, e il caro
Lavor che ci affidò, seguasi intanto
Di crescer questi fiori e tôrre il troppo
Rigoglio a queste piante. È dolce l'opra,
Ma se grave anco fosse, ognor mi fora
Gioconda e bella al fianco tuo. Sì disse
Adamo; ed Eva: O tu, per cui, rispose,
E di cui mi formò la man superna,
O mia guida e signor, carne primiera
Di questa carne mia, tu, senza cui
Un'opra vana e di disegno priva
Fora stato il crearmi, ah! sì, ben giusto
E verace è il tuo dir: a Dio dobbiamo
Eterne lodi, eterne grazie, ed io
Principalmente, io che il destin più bello
Godo in goder di te che tanto sei
Di me maggior, mentre compagna eguale
Tu a te medesmo ritrovar non puoi.
Spesso quel giorno mi ritorna a mente,
In ch'io riscossa da profondo sonno
La prima volta, in grembo ai fior distesa
Mi trovai sotto l'ombra, e dov'io fossi
E chi mi fossi e da qual loco e come
Ivi recata, attonita men giva
Ricercando fra me. Di là non lunge
Un mormorío da cava rupe uscìa
D'acque sgorganti che più giuso in chiaro
Liquido pian si distendeano, e immote
Stavano e pure come un ciel sereno.
Con pensiero inesperto io là m'invio,
Seggo sul verde margo, e al liscio e terso
Lago m'affaccio che pareami un altro
Lucido firmamento. I lumi appena
Io chino a riguardar che incontro appunto
Nell'acquoso chiarore ecco una forma
M'appar che inchina mi riguarda. Indietro
Io balzo, indietro ella pur balza: io lieta
Tosto colà ritorno, e lieta anch'essa
Tosto ritorna e a' guardi miei risponde
Con guardi vicendevoli, spiranti
Pari amor, pari brame. Ivi tuttora
Terrei fisi quest'occhi e in van desìo
Mi struggerei, se un'amorosa voce
Così non m'avvertìa: quel ch'ivi scorgi,
Creatura gentil, quel ch'ivi ammiri,
È il tuo sembiante stesso; ei teco viene,
Teco sen va. Ma seguimi, e tua scorta
Sarò là dove il tuo venir e i tuoi
Teneri amplessi non attende un'ombra,
Ma tal, di cui tu se' l'imago. In dolce
Inseparabil nodo a lui congiunta
Vivrai beata, un'infinita stirpe
Uscirà dal tuo fianco, e sarai detta
Dell'uman gener madre. Io tosto (e ch'altro
Potev'io far?) quell'invisibil guida,
Ove m'invita, seguo, e te discopro
Sotto l'ombra d'un platano, te bello
E maestoso in ver, ma pur men vago,
Vezzoso men, men lusinghiero e dolce
Di quell'ondosa imago. Indietro io torco
Alla tua vista il passo, il passo affretti
Tu allor vér me gridando: ah! perchè fuggi?
Ritorna, Eva gentil, t'arresta, o cara;
Ah! da me fuggi, e mia tu sei; tu sei
Mia carne ed ossa: io dal mio lato fuori,
Dal lato al cor più presso, a darti vita
Io la sostanza porsi, onde tu poscia
Il mio conforto e 'l mio diletto fossi,
Dal mio fianco indivisa: io te ricerco,
Parte dell'alma mia, te chiedo e voglio
Qual altra mia metà. Con gentil atto
Nella tua la mia man prendesti allora,
Ed io m'arresi, e da quel punto intendo
Quanto sia vinta femminil beltade
Da viril grazia e da saggezza, in cui
Sol sta vera beltà. Così dicendo,
La nostra madre universal, con occhi
Raggianti un puro ardor, tenera e dolce
Sopra del nostro genitor primiero,
Per metade abbracciandolo, appoggiossi;
E con metà del colmo ignudo seno,
Sol adombrato dalle sciolte trecce
Sotto l'oro ondeggiante, a incontrar venne
Il sen di lui. Da quelle grazie umíli
E da tanta bellezza Adam rapito,
Con amorosa maestà sorride
Alla sua sposa, e con soavi baci
Preme le caste labbra. In tale aspetto
Sorridente a Giunon dipinto è Giove,
Quand'ei le nubi che di maggio i fiori
Spargon sul suol, feconda. Il guardo altrove
Il rio Demon punto d'invidia torse;
Pur con gelosa rabbia indi tornolli
A sogguardar traverso, e il suo dolore
Esalò in questi detti: Oh tormentosa
Vista! Oh vista abborrita! In braccio dunque
L'un dell'altro costor, di gioia in gioia
Passan l'ore felici, ed io dannato
Son per sempre laggiù, donde i piaceri
E amore han bando eterno, e dove un crudo
Non appagato mai desìo bollente
Fra tanti altri martír ne cruccia e strugge?
Ma non s'obblii quel che dal loro incauto
Labbro raccolsi. In lor arbitrio il tutto
Qui non è dunque; un arbore fatale
Vietato è lor, che del Saper si noma.
Che! vietato il saper? Iniqua legge
Che gelosia dettò! Quel lor Signore
Perchè tal pregio ad essi invidia? E fia
Colpa il saper? pena la morte? solo
Ignoranza li regge e in essa è posta
La lor felicità? quest'è di loro
Ubbidïenza e di lor fè la prova?
Oh! quale scorgo agli artifizi miei
Ed alla lor ruina aperto campo!
Fervida del saper dunque s'accenda
In lor la brama, e gl'invidi comandi
Traggansi a disprezzar che il sol disegno
Di tener ligi quei che al par de' Numi
La scïenza ergerebbe, ha lor prescritto.
Spinti da tal desìo gustino il frutto
E con esso la morte. Esser diverso
L'evento ne potrìa? Ma tutto intorno
Questo giardin prima s'indaghi, e niuna
Più chiusa parte inosservata resti.
Forse condur colà potrammi il caso
Ove in qualche celeste errante Spirto
Che presso un fonte o all'ombra delle piante
Stia soletto, io m'avvenga e da lui tragga
Qualche miglior contezza. Or vivi, intanto
Che il puoi, felice coppia; in fin ch'io torni,
Affrettati a goder; di lunghi guai
Già s'avvicina inevitabil corso.
Disse, ed il piè di là sdegnoso, altero
Torse, ma gli occhi rivolgendo intorno
Sagaci, intenti, e selve e colli e valli
A cercar diessi. Per l'estreme vie
Là dove il ciel coll'oceán confina,
Lento scendeva intanto il sol cadente,
E co' suoi vespertini opposti raggi
Del Paradiso saettava appunto
La porta orïental. Fino alle nubi
Un'ardua rupe d'alabastro ell'era
Che fea di sè lontana mostra, e solo
Avea da terra un accessibil varco
Che salìa tortuoso all'erta cima.
Era il restante aspra, scoscesa balza
D'impossibil salita, e qual pria surse,
Spaventosa pendea. Del masso aperto
Fra i gran pilastri Gabrïello, il Duce
Delle angeliche guardie, assiso stava
Aspettando la notte. A eroici ludi
S'esercitava intorno a lui l'inerme
Gioventude del ciel, ma pronti all'uopo
Pendean là presso per gran gemme ed oro
Raggianti, eterei scudi e usberghi ed elmi
Ed aste e spade. Ivi Urïel, scorrendo
Sovra un raggio del sol per l'aria fatta
Già mezzo bruna, rapido discese;
Come in autunno, quando è carco il cielo
D'ignei vapori, spiccasi talora
E con lucido solco il sen dell'ombre
Fende una stella che al nocchiero, intento
Sovra l'indica pietra, il punto insegna
Onde più l'ira ei dee temer de' venti.
Sollecito Urïel così rivolge
A Gabrïello i detti: In sorte avesti,
O generoso Gabrïel, l'incarco
Di star di queste mura a guardia ed ogni
Insidia allontanarne. Or odi: un Spirto
Sul pien meriggio alla mia sfera è giunto
In questo dì, che di conoscer meglio
L'opere uscite dall'eterna mano
Studïoso mostrossi e sovra ogni altra
L'uom che è di Dio la più recente imago.
Tutt'ansio egli era di partir, lo instrussi
Del suo cammino, per l'aereo volo
Riguardando lo stetti, e là sul monte
Che quinci a Borea giace e dove in prima
Egli calossi, il suo sembiante io vidi
Fuor d'ogni uso celeste, in modi strani
Scomporsi e ottenebrarsi. Io d'inseguirlo
Coll'occhio non cessai, ma sotto l'ombre
Ei mi disparve alfin. Qualcuno, io temo,
Della sbandita ciurma, a tentar nuove
Trame, sbucò quassù dal cieco fondo.
Il rintracciarlo a te s'aspetta. Ei disse,
E l'altro a lui: Se dal raggiante cerchio
Dell'astro, ov'hai tua stanza, Angel sublime,
Sì lungi ed ampiamente il guardo stendi,
Stupor non è. Per questo varco poi
Niun passa inosservato, e niun che appieno
Qui non sia noto e che dal ciel non venga;
Nè alcun dopo il meriggio indi qui scese.
Ma se maligno insidïoso Spirto
Oltre slanciossi a queste mura, il sai,
A incorporea sostanza è fral ritegno
Argin corporeo. Se però nel giro
Di questo loco, in qualsivoglia forma
Colui s'appiatta, onde favelli, al nuovo
Albóre io lo saprò. Tanto ei promise,
Ed all'ufficio suo tornò Urïele
Sul raggio stesso, onde l'alzata punta
Obliquamente per declive calle
Lo riportò nel sol caduto omai
Sotto le Azorre; o sia che là nel suo
Diurno giro oltra ogni creder ratto
Fosse trascorso quel grand'orbe, o sia
Che con più breve rota invêr l'aurora
Questa terra volgendosi, il lasciasse
Là sul suo trono occidentale, ond'egli
Tutta de' suoi color sgorga la piena,
E di porpore e d'ôr pinge ed ammanta
Le circondanti officïose nubi.
Già la sera innoltrava, e 'l grigio incerto
Suo lume rivestìa tutte le cose
D'un languido colore: a lei d'appresso
Il silenzio venìa; chè augelli e belve,
Quelli a' lor nidi e queste al letto erboso,
Eransi tutti ricovrati. Il solo
Vigile rossignuol la notte intera
Al bosco, all'aura intorno i suoi d'amore,
Onde le taciturne ombre molcea,
Ripetè soavissimi lamenti.
Già di vivi zaffir tutta del cielo
Arde la volta, ed Espero guidante
L'esercito stellato, in luminosa
Pompa s'avanza, quando alfin degli astri
La notturna reina alto levando
In nubilosa maestà la fronte,
La sua discopre incomparabil luce
E dispiega sull'ombre il vel d'argento.
Ad Eva allor sì parla Adam: Quest'ora
Notturna, o cara mia compagna, e questa
Comune requie delle cose, a noi
Un simile riposo ancor consiglia.
Per decreto divin fatica e giorno,
Notte e riposo con vicenda alterna
Succedere si denno; e già del sonno
Vien la rugiada ad aggravar con dolce
Peso le nostre ciglia. Il giorno intero
Van tutte l'altre creature errando
Senza incarco o pensiero, e minor uopo
Han di posa perciò; ma il suo lavoro
Di membra o d'intelletto all'uom prescritto
È giornalmente, del suo grado eccelso
Non dubbia prova e del vegliante ognora
Sovra tutti i suoi passi occhio del cielo.
Pria che diman la fresca alba novella
Rosseggi in orïente, all'opre nostre
Sorger dobbiamo, all'opre usate e care.
Qui questi archi fioriti e là que' verdi
Vïali ombrosi, ove a diporto andiamo
In sul caldo meriggio, hann'uopo assai
Di nostre cure. I rami lor cresciuti
Son omai di soverchio e 'l troppo scarso
Nostro lavor deludono: più braccia
Si converriano a diradare il folto
Rigoglio lor. Quei gran rampolli ancora
E quelle gomme che, stillando al suolo,
Fan scabro mucchio ed alla vista ingrato,
Convien pure sgombrar, se tor vogliamo
Al piè gl'inciampi. A riposare intanto
Ci fa la notte e la natura invito.
Disse, ed a lui d'ogni bellezza adorna
Eva rispose: O di mia vita fonte,
Amato arbitro mio, dal tuo bel labbro
Sempre dipenderò: Dio così vuole;
Tua legge è Dio, la mia tu sei. Di donna
Il più bel vanto ed il saper migliore
È il non saper di più. Se teco io parlo,
Mi fuggon l'ore; ogni stagione ed ogni
Vicenda lor mi scordo, e tutto al paro
Teco m'aggrada. È del mattin soave
L'auretta; è dolce il rimirar l'aurora
Che sorge al canto de' già desti augelli;
È bello il sol nascente allor che inaura
Questo ameno giardin co' raggi primi,
L'erbe, le piante, i frutti e i fior lucenti
Di tremolanti rugiadose stille;
Fragrante è il suolo appo una molle pioggia,
È dilettoso di tranquilla sera
Il languido imbrunir, grata la notte
Co' suoi silenzj e 'l tenero gorgheggio
Di questo augel melodïoso; è vaga
L'argentea luna e queste fiammeggianti
Gemme del cielo che le fan corona.
Ma nè l'auretta del mattin, nè il canto
De' lieti augelli, nè il nascente sole,
Nè l'erbe, i tronchi, i frutti, i fior cospersi
Di tremolanti rugiadose stille,
Nè grato odor che dopo molle pioggia
Esali dal terren, nè della sera
Il languido imbrunir, nè della notte
Le tacit'ombre e il tenero concento
Di questo augel, nè della luna al raggio
Lenti passeggi, o scintillar di stelle,
Nulla, ben mio, senza di te m'è caro.
Ma perchè, dimmi, tutta notte splende
Di questi astri la luce? e per chi fatto
È spettacol sì bello allor che il sonno
D'ogni vivente ha chiusi i lumi? O cara,
Di Dio figlia e dell'uom, bellissim'Eva,
Le rispondeva il comun padre, intorno
A questa terra essi il prescritto corso
Dall'uno all'altro sol compiendo vanno,
E portano così di piaggia in piaggia
L'apparecchiata per le varie genti
Ancor non nate, necessaria luce.
Senz'essi sovra il negro intero mondo
Ripiglierebbe il suo dominio antico
La notte universale, e fora estinta
La vita in ogni cosa. Il lor benigno
Foco sottil per la natura tutta,
Come il lor lume, spandesi, ne' vari
Corpi con vario influsso egli s'interna
E fomenta e riscalda e tempra e nudre
E abbella il mondo, e quanto in terra cresce
Prepara a sentir meglio i rai più forti
Del sol che tutto poi matura e affina.
Benchè null'occhio li rimiri, invano
Non splendon gli astri dunque, e, senza noi,
Non creder già che spettatori al cielo
Mancassero ed omaggi ed inni a Dio.
Mentre dormiam, mentre siam desti, errando
Spiriti innumerabili sen vanno
Per ogni dove, al nostro sguardo ascosi,
E notte e dì con incessanti lodi
Contemplan l'opre sue. Quanto sovente
Dal folto de' boschetti o dalle cime
Degli echeggianti colli, in mezzo all'alto
Silenzio angusto di tranquille notti,
Non abbiam noi celesti voci udite,
O sole o alterne, al Creator supremo
Cantar inni devoti? e quanto spesso
Intere squadre di quei Spirti, o mentre
Stanno a lor guardie o van scorrendo in ronda,
Alle soavi note in pieno coro
Unendo il suon di lor celesti lire
Si dividon la notte, e dolcemente
Levan di terra al ciel nostro intelletto!
Così parlando, se ne gían soletti,
Tenendosi per man, verso il felice
Albergo lor che Dio medesmo avea
Scelto e piantato allor che in prima all'uso
E al diletto dell'uom tutto dispose.
Strettamente intrecciati allori e mirti
E qual più cresce altr'arbore di salde,
Ampie e fragranti foglie il denso ombroso
Tetto ne feano; e il flessuoso acanto
Con ogni arbusto più odoroso e folto
Ne tessean quinci e quindi i verdi muri.
L'iri, la rosa, il gelsomino ed ogni
Più vago fiore ergean le fresche e liete
Cime e pingeano le pareti intorno
De' più leggiadri fregi: il suol smaltava
La violetta, il croco ed il giacinto
De' più vivaci e gai color che al guardo
Offrisse mai per ingegnosa mano
Di varie e vaghe pietre insiem contesto
Splendido pavimento. In sì bel loco
Penetrar non osava augello o belva
O insetto alcun: tal riverenza allora
Tutti aveano per l'uom! Non mai più sacro
Solingo, dilettevole boschetto
Pane o Silvano o Fauno o Ninfa accolse
In favolosi canti. Eva, novella
Sposa, di molli ed odorose erbette,
Di fiori e di ghirlande ornò la prima
Il nuzïal suo letto, e dalle sfere
Intuonâr l'imeneo celesti Cori
Nel fortunato dì che al primo padre
Guidolla il pronub'Angelo più adorna
In sua nuda beltade e più vezzosa
Di quella un dì favoleggiata e colma
De' doni degli Dei fatal Pandora
(Troppo ad Eva simíl nel tristo evento)
Quando da Erméte al malaccorto figlio
Di Giapéto condotta, ella i mortali
Allacciò co' suoi vezzi e fe' vendetta
Dell'involato al ciel foco primiero.
Giunti all'ombrosa chiostra, ambo fermârsi,
Ambo dier volta, e sotto aperto cielo
Adoraron quel Dio che il ciel, la terra
E l'aere e 'l firmamento e della luna
Il lucid'orbe e le stellanti rote
Trasse dal nulla. E tu la notte ancora
Festi, o supremo Fabro, e festi il die
Ch'or nell'opra commessa abbiam fornito,
Nell'aïta scambievole felici,
Felici appieno in questo mutuo amore,
Che tu medesmo c'imponesti e tutti
I tuoi favor corona. A te pur anco
Questa dobbiam delizïosa sede
Troppo ampia per noi soli, e dove i doni
In sì gran copia da te sparsi hann'uopo
Di chi nosco li goda e al suolo intanto
Caggion non colti; ma dal nostro dolce
Nodo, tu il promettesti, immensa debbe
Uscir progenie a popolar la terra
Che il tuo poter, la tua bontade esalti
Insiem con noi quando il nascente sole
All'opre ci richiami, e quando al sonno,
Soave dono tuo, facciano invito,
Com'ora, le cadenti ombre notturne.
Così dicean concordi, ed altro rito
Non seguitando che i devoti e puri
Sensi del core, a Dio più ch'altri accetti,
Ambo per mano, al bel segreto albergo
Si miser dentro, e dall'impaccio scevri
Di questi nostri abbigliamenti, a lato
L'un dell'altro si giacquero, nè volse
Le spalle Adamo alla gentil sua sposa,
Se ben m'avviso, nè gli arcani riti
Eva sdegnò del coniugale amore.
Salve, almo nodo coniugal, divina
Mistica legge, salve, o nobil fonte
Dell'umana progenie e solo bene
Che proprio fosti in paradiso e in mezzo
All'altre cose tutte in pria comuni.
Dagli uomini per te fra i bruti errando
Il cieco andò libidinoso ardore;
Strette per te, per te in ragion fondate
Le care parentele in prima furo,
E di padre e di figlio e di fratello
Uditi i dolci affettuosi nomi.
Sempre il mio labbro e la mia penna sempre
Tue lodi innalzeran, viva sorgente
Di sincere domestiche dolcezze
E santa e pura anco fra noi, qual fosti
Ne' prischi dì fra i Patriarchi e i Santi,
Salve, almo nodo coniugal; tu sei
Segno agli aurei d'amor più scelti strali;
Ei sol per te la sua durevol face
Accende, ei sopra te lieto s'aggira
Sulle purpuree penne; ei teco regna,
Teco gioisce; non di Taidi e Frini
Nel compro riso e nei bugiardi vezzi,
Non fra l'orgie e le maschere procaci,
Non fra 'l tumulto di notturne danze,
Non nelle infette Corti o nei dolenti
Versi che della luna al freddo raggio
L'assiderato amante all'aura sparge
Per la bella tiranna, assai più degna
D'abbandono e di scherno. - Al dolce canto
De' rossignuoli, l'un dell'altro in braccio
S'addormentâr gli sposi, e sulle ignude
Lor membra intanto dal fiorito tetto
Una pioggia scendea di molli rose
Che rinnovò l'alba vegnente. Oh! dormi,
Dormi, coppia beata, appien felice,
Se più felice esser non cerchi, e apprendi
A non saper di più! Ma già la notte
Della celeste vôlta ascesa al mezzo,
L'ombre spargea dall'alto, e fuori usciti
Per le notturne guardie all'ora usata
I Cherubini sull'eburnea porta
In bell'ordin guerrier stavano armati,
Quando a lui ch'appo sè là tien l'impero,
Gabrïel così disse: Esci, Uzzïello,
Colla metà di questi, e attento e destro
Costeggia l'austro: l'aquilon percorra
L'altra metade, e all'occidente entrambe
Si raffrontino poi. Ratta qual fiamma,
Si divide la schiera, altri allo scudo,
Altri all'asta girando. Indi a due prodi
Sagaci Spirti che gli stanno appresso,
Ei sì comoda: Iturïel, Zefóne,
Le preste ali spiegate, e niuna sfugga
Di questo loco più segreta parte
Alle ricerche vostre; e là più ancora
Spïate attenti ov'or del sonno in braccio
Quelle due vaghe creature stanno
Sciolte d'ogni timor. Celeste messo,
Qui giunto a sera, d'aver visto narra
Un de' rei Spirti che le sbarre infrante
Chi 'l crederia? d'inferno, a questa volta
Con qualche a lui commesso empio disegno
Se ne venía: costui cercate e preso
Qui lo traete. Disse, e le raggianti
Squadre che oscuran col fulgór dell'armi
Il fulgór della luna, ei mosse. Andaro
Dritti al boschetto i due campioni, ed ivi
Di lurido in sembianza immondo rospo
Acquattato trovaro il fier nemico
D'Eva all'orecchio. Con diabolic'arte
Ei della mobil fantasia procaccia
Gli organi penetrarle, e a suo talento
Destarvi immagin strane e larve e sogni,
O con alito infetto i tenuti spirti
Che, qual da chiaro rio sottili aurette,
Sorgon dal puro sangue, irle spargendo
D'atro veneno, e generar scontenti
Egri pensier così, speranze vane,
Vani disegni e stemperate brame
D'un cieco superbir tumide e calde.
Lui tutto intento all'opra rea coll'asta
Iturïello leggiermente punse;
E, poichè al tocco di celeste tempra
Sparisce ogn'arte ed ogni inganno, e riede
Tosto ogni cosa al suo verace aspetto,
In sua forma infernal s'alza repente
Sovrappreso Satán. Così se vola
Sul negro acervo di sulfurea polve
Che pronta sta per minacciata guerra,
Una lieve scintilla, in aere a un tratto
Scoppia converso in vasta orribil fiamma.
Da stupor côlti all'improvvisa vista
Del truce Re balzâr gli Angeli addietro;
Ma il serran tosto intrepidi, e: Chi sei
Tu di quegli empi nell'abisso spinti?
(Lo richiedon crucciosi), e come osasti
Sottrarti al carcer tuo? Che fai? Che tenti
Qui trasformato e vigile all'orecchio
Di chi tranquillo dorme? A voi son io,
Satán ripiglia dispettoso, a voi
Dunque ignoto son io? Lo credo: innanzi
A me che tanto sopra voi sedea,
Mai non aveste d'apparir l'onore.
Il non mi ravvisar secura prova
È che di quello stuol voi ciurma siete.
Ma se lassù del Signor vostro in Corte
Voi mi vedeste un giorno, a che la vana
Dimanda vostra? A lui Zefón con scherno
Ribattendo lo scherno: E che! risponde,
Le stesse ancor le tue sembianze credi,
Spirto ribelle? E quel fulgór che in cielo
Te puro e fido circondava, ancora
Ti pensi aver? No: quella gloria insieme
Perì colla tua fè; del tuo delitto
E del carcere tuo l'orrore in fronte
Or soltanto ti sta. Ma vieni, a lui,
Che invïolati di serbar c'impose
Questi bei lochi e questa coppia illesa,
Debita renderai ragion severa,
Disse, e in quel suo rimproverar feroce
Il vago scintillò giovin sembiante
Di grazia insuperabile. Smarrissi
Satáno, e quanto la bontà tremenda
E augusta sia, sentì; vide in sua forma
Quanto è amabil virtù; videlo, e tristo
Di sua perdita fu, ma più l'afflisse
Il ritrovarsi agli occhi altrui sì scemo
Dell'antico splendore. Audace e baldo
Pur tuttavia si mostra, e: Teco, dice,
Eccomi pronto; al Duce tuo si vada.
Se qui pugnar si dee, con lui che manda,
Col messaggier non già, col Duce io Duce
Deggio affrontarmi, o con voi tutti insieme:
Così più gloria acquisterò vincendo,
O men ne perderò, se vinto io sono.
Il tuo timor, Zefón replica ardito,
Or qui vieta il provar quanto di noi
Anco un minimo e solo, a fronte possa
Di te malvagio, e debil quindi. Invaso
D'alta rabbia Satán più non risponde,
Ma qual fero corsier che il duro morso
Rode, superbo s'incammina: ei stima
Il fuggire o 'l pugnar vano del pari:
Tale un terror superno agghiaccia e doma
Quel cor ch'altro non teme. Omai son presso
Al punto occidental dove, trascorso
Il mezzo giro lor, giungeano appunto
I due drappelli, e in densa squadra uniti
Attendean nuovi cenni. Ad essi grida
Gabrïello da fronte: Ascolto, amici,
Vêr noi di piede un calpestìo frequente,
E già Zefóne e Iturïel discerno
Pel dubbio lume fra quell'ombre. Un terzo
Con lor s'avanza di real presenza,
Ma di scemo splendor, che agli atti, al truce
Sembiante par d'inferno il Prence: altrove
Ei non vorrà di qui torcere il passo
Senza contesa, e torve e arcigne io scorgo
Sue ciglia già: voi saldi state. Appena
Egli finì che i due colà fur giunti,
E in brevi detti chi traeano, e dove,
In qual opra, in qual atto, in qual sembiante
Da lor fu colto, raccontaro. A lui
Con fero sguardo Gabrïel sì disse:
Perchè il confine al tuo fallir prescritto,
Satán, rompesti, e qui nel loro incarco
Vieni quelli a turbar che fidi stanno
Contro il tuo fello esempio? A noi s'aspetta
Aver di tanta audacia or qui ragione,
E delle insidie che tramando stavi
A quella coppia in dolce sonno immersa,
E che in questo felice almo soggiorno
Locata ha Dio. Con dispettoso ciglio
Risponde a lui Satán: Di saggio in cielo
Tu stima avevi, o Gabrïello, e tale
Io già ti tenni pur, ma quel ch'or chiedi,
Dubitar me ne fa. Dov'è colui
Ch'ami le pene sue? Chi non vorrebbe,
Trovandone la via, scampar d'Averno,
Ancorchè là dannato? E tu, tu stesso
Romper non cercheresti i lacci tuoi
E audacemente avventurarti ovunque
Fossi più lungi dalla pena, e dove
Di scambiar col riposo i tuoi tormenti,
E col gioir più pronto il duol passato
Ricompensar sperassi? Ecco quel ch'io
Qui ricercai. Ma forse a te che solo
Conosci il ben nè mai provasti il male,
Or parlo invan: la volontade in fine
Di quei che là ci confinò, m'opponi:
Ebben; munisca di più salde sbarre,
Se in quell'atra prigion guardarci intende,
Le sue porte di ferro. A tue dimande,
Ecco le mie risposte: il resto è vero;
Ov'essi han detto, mi trovâr; ma quindi
Vorresti tu di vïolenza o trame
Dunque accusarmi? Con amaro scherno
Ei sì parlava, e l'Angelo guerriero
Sdegnosamente sorridendo: Oh! disse,
Qual danno in ciel, dacchè Satán ne cadde,
Satán, l'esperto estimator di saggi,
Eppur di là per sua follia sbalzato!
Ei dal suo carcer fugge, e in dubbio stassi
Or gravemente se sia saggio o folle
Chi dell'audacia sua ragion gli chiede
E degl'infranti suoi limiti inferni!
Cotanto savia cosa ei stima al suo
Dolor sottrarsi, al suo gastigo! e poi
D'accrescerli non cura! Or resta, iniquo
Spirto superbo, in tuo pensier fintanto
Che di fiamma settemplice avvampando
L'ira superna, alla tua fuga in mezzo
Non ti raggiunga, e negli abissi al suono
Del suo flagel terribil non ripinga
Quest'alto senno tuo, che ancor non seppe
Come pena non avvi che all'acceso
D'un infinito Dio furor s'adegui.
Ma perchè qui tu sol? perchè non venne
Tutto con te lo scatenato inferno?
Men aspro è il duol pe' tuoi compagni, o meno
Atto al soffrir se' tu? Valente Duce
Primo a fuggir dal duol, se alle tue schiere
Cotal ragion di fuga avessi addotta,
Qui senza fallo il disertor tu solo
Or non saresti. - Con un torvo sguardo
Gli risponde Satáno: Al par d'ogni altro
Io soffrir so, nè sbigottisco al duolo,
Angelo insultatore, e ben per prova
Sai se fero lassù m'avesti incontra,
Allorchè in tuo favor la ruïnosa
Folgore velocissima discese,
E all'imbelle asta tua soccorse all'uopo.
Ma i tuoi pur sempre vaneggianti detti
Móstranti ignaro assai di ciò ch'a esperto
E fido capitan dopo le dure
Passate prove e disastrosi eventi
Far si convenga, onde a perigli ignoti
La somma delle cose ei non esponga.
Quindi d'abisso a valicar gl'immensi
Deserti io solo, io sol m'accinsi e questo
Nuovo mondo a spïar, di cui non tace
Anco laggiù la fama. Io dar qui spero
Miglior albergo in terra o in aere a' miei
Infelici compagni, ancor ch'io deggia
In tal conquisto far novella prova
Di ciò che tu, di ciò che ardiscan queste,
Incontro a me, tue leggiadrette schiere;
Di cui più facil fora e degno incarco
Servir lassuso al lor Signor, cantargli
Inni devoti intorno al trono, e starsi
Fra prescritte distanze umili e inchini
Che trattar l'asta e 'l brando. - A lui risponde
Tosto l'Angel guerrier: Dire e disdirsi,
Saggio vantarsi sfuggitor di pene,
Quindi un abbietto esplorator, conviensi,
A Duce, dimmi, o di menzogne e frodi
Ad un maligno artefice? E di fede
Tu favellar potesti? O sacro nome
Di fede profanato. E a cui tu fido?
A quella iniqua abbominevol, vile
Tua ciurma di ribelli, adatto corpo
Di capo tale? Oh! rara fede è quella
Fra voi giurata appunto allor che al vostro
Supremo re da voi rompeasi fede,
Ed apparir di libertà campione,
Mostro d'ipocrisia, vorresti adesso
Tu che sì basso il guardo, umil la fronte,
Più che alcun altro, alla presenza augusta
Del Re del ciel portavi? E perchè, dimmi,
Se non per torgli il trono e por te stesso
In vece sua? Ma quel ch'io dico, or nota
Va, là rifuggi onde fuggisti; se osi
Più in questi comparir sacri confini,
Con mille giri di catene avvinto
Giù ti strascino al tuo baràtro, ed ivi
Ti conficco così che a scherno poscia
Non avrai più di quelle porte mai
Le troppo lievi sbarre. - Ei sì minaccia;
Ma di minacce il fier Satán non cura,
E di più rabbia acceso. - Allor, soggiunge,
O gran custode di confini e porte
Altero Cherubin, parla di ceppi
Quand'io sia tuo prigion. Benchè sì spesso
Codeste alate spalle tue cavalchi
Il Re del cielo, e 'l trionfal suo carro
Cogli altri tuoi compagni al giogo avvezzi,
Per quelle vie d'astri smaltate, in giro
Tu strascini lassù, ben altro peso
Da questo braccio poderoso adesso
Aspettati a sentir. - Mentr'ei dicea,
Il rifulgente angelico squadrone
Più che fiamma si fe' corrusco e rosso,
Ed in sembianza di crescente luna
Aguzzate le corna, intorno il prende
Ad accerchiar coll'aste in resta. In ricco
Campo folta così torce la messe
L'irte crestute cime ove le spinge
Gagliardo vento, e 'l buon bifolco intanto
Riguarda e teme che sol triste paglie
Lascin sull'aia poi le vôte spiche.
Nel gran rischio Satán, tutta raccolta
L'estrema possa sua, grande ed immoto
Sta qual Atlante o Teneriffe; agli astri
Giunge sua mole, e in sulle nere penne
Del gran cimiero lo spavento ondeggia;
Nè di lancia la man, di scudo il braccio
Sforniti son. Terribile conflitto
Già fra lor cominciava, e all'urto orrendo
L'Eden non sol, ma la siderea vôlta
Forse del ciel crollato avrebbe, o tutti
Di questo mondo gli elementi almeno,
Naufraghi e sciolti, nel disordin primo
Saríen tornati, se repente in cielo
Non sospendea l'onnipossente destra
Quell'aurea lance ch'ivi ancor fiammeggia
Fra lo Scorpio ed Astrea. L'Eterno in essa
Librò da prima ogni creata cosa
E le sfere e la terra e l'aria e 'l mare,
E in essa libra ancor battaglie e regni
Ed ogni evento di quaggiù. Due pondi
Or su v'impose, un di battaglia segno,
L'altro di fuga e a Gabrïel n'ascrisse
L'uno, l'altro a Satán: rapido alzossi
Questo e l'asta toccò. Ciò mira e dice
L'Angelo all'empio Spirto: Io la tua possa,
Satán, conosco, e tu la mia, non nostre,
Ma sol di lui che le ci diè; che giova
L'armi tentar, se quanto sol permette
Il ciel, vale il tuo braccio e vale il mio,
In cui dall'alto ora cotal s'infonde
Doppio vigor ch'io sotto i piè qual fango
Calpestarti potrei? Solleva in prova
Colassù gli occhi a quel celeste segno,
E vedi quanto debole e leggiero
Tu sei, se a me resister osi. - Il guardo
Leva Satáno e vede alto balzata
La lance sua; nè più, ma via sen vola
Rabbiosamente mormorando, e seco
Si dileguano insiem l'ombre notturne.
Allo spuntar del giorno Eva racconta ad
Adamo un sogno che l’ha turbata nella scorsa notte. Egli, benché lo ascolti con
dispiacere, pur la consola; e quindi escono ambedue a prender cura del
giardino. Loro cantico mattutino sulla soglia dell’albergo. Dio per tôrre
all’uomo ogni scusa, manda Rafaello ad ammonirlo di non partirsi
dall’ubbidienza, di far buon uso della sua libertà e di stare in guardia
contro il suo nimico; a scoprirgli in fine quanto può essergli utile di
sapere. Rafaelo scende nel paradiso. Sua comparsa. Adamo lo scorge di lontano,
gli va incontro e lo conduce alla sua dimora, ove lo invita al suo pranzo.
Rafaelo eseguisce gli ordini avuti, avverte Adamo del suo stato e del suo
nemico e gli espone chi questi sia: gli narra il principio e la cagione della
guerra avvenuta in cielo e come Satáno strascinò seco le sue regioni
verso la parte Aquilonare e le spinse a ribellarsi, eccettuato il solo
Abdiello, zelante Serafino che disputa contro di lui e lo abbandona.
I rosei passi per le piagge Eoe
Inoltrava l'Aurora, e 'l verde grembo
Alla terra spargea d'indiche perle
Quando col giorno uso a levarsi Adamo
Si risvegliò. Dell'aere al par leggiero
Era il suo sonno, da temprati e puri
Cibi nudrito, e sol bastava a sciorlo
De' fumanti ruscelli il mormorìo,
Il tremolar degli arboscelli scossi
Dall'aura mattutina e 'l garrir lieto
De' vispi augei che d'ogni ramo uscìa.
Non desta ancor con maraviglia ei mira
Eva, scomposta il crin, le gote accesa,
Argomento di torbido riposo;
E appoggiato sul cubito, con guardi
D'amore ardenti sovra lei pendea
Fiso in quella beltà che, vegli o dorma,
Spira ognor nuove grazie. Indi la mano
Mollemente prendendole, con voce
Soave, qual di Zefiro è il susurro,
Sul sen di Flora, bisbigliolle: Sorgi,
Sposa, amor mio, mio bene, ultimo dono
E 'l più caro del ciel; svegliati, o sempre
Nuovo diletto mio: splende il mattino,
C'invita il fresco campo, e l'ora destra
Noi perdiam d'osservar come le piante
Da noi culte germoglino, e s'ingemmi
Quel boschetto vaghissimo de' cedri;
Come la mirra e 'l balsamo distilli,
Di quai color la terra e 'l ciel si pinga,
E come l'ape su pe' fior novelli
Si posi e sugga il liquido tesoro.
A que' bisbigli ella destossi, e vôlti
In Adam gli occhi paurosi, al seno
Lo strinse e disse: O solo in cui riposo
Trovano i miei pensier, mia gloria e mia
Felicità, con qual piacer riveggo
Il tuo sembiante e la risorta aurora!
Chè questa notte (ah! simil notte unquanco
Non trascorsi finor) sognai, se pure
Un sogno fu, non già, qual spesso io soglio,
Di te, dell'opre del passato giorno,
O di quelle che andiam pel nuovo sole
Divisando fra noi, ma un torbo e tetro
Sogno fu il mio, qual non s'offerse prima
Al mio spirto giammai. Presso l'orecchio
Una voce gentil (la tua mi parve)
Fuori a diporto m'invitò: Tu dormi,
Eva? diceami quella voce; ah! vieni:
Piacevol, fresca, taciturna è l'ora,
Se non che il vigil gorgheggiante augello
Rompe il silenzio della notte e sparge
Più dolci all'aure i suoi sospir d'amore.
Più chiaro il lume suo versa dal pieno
Orbe la luna e vagamente ombreggia
La faccia delle cose. A che sì bella
Vista, se alcun non la riguarda? Il cielo
Con tutti gli occhi suoi perchè si veglia
Se non per mirar te, che l'amor sei
Della natura tutta, e ovunque volgi
L'almo degli occhi tuoi fulgór sereno,
Desìo, diletto e maraviglia inspiri?
Ratta io mi levo a quella voce, come
Fosse la tua, ma te non trovo, e i passi
Volgendo a ricercarti, mi parea
Soletta e dubitosa andar per vie
Che d'improvviso guidanmi alla pianta
Del vietato Saper; bella appariva
All'avvinto pensier, più bella assai
Che non m'appar nel dì: mentre mirando
La sto meravigliata, ecco mi sembra
Veder a lei vicino un che all'aspetto
Color somiglia ed alle gemin'ali
Che noi veggiam dal ciel venir qui spesso.
D'ambrosia le sue chiome eran stillanti,
E su quell'arbor fise anch'ei tenendo
Le desïose luci: O vaga pianta,
Dicea, di frutti sovraccarca, or come
D'alleggerirti il peso alcun non degna,
Non Dio, non uomo, e l'alma tua dolcezza
Assaporar? Così spregiato e vile
Dunqu'è il Saper? qual mai divieto è questo
Se non quel dell'invidia? Eh, lo divieti
Chiunque vuolsi; il sommo ben che m'offri,
Arbor gentile, alcun non fia che a lungo
Più mi ritardi. E perchè qui locato
Saresti tu? Ciò detto, ei non ristassi,
Stende l'ardita mano, il frutto spicca,
L'ammira, il gusta. A quel parlar audace
Cui l'atto reo succede, un freddo orrore
Tutte mi ricercò le vene e l'ossa;
Ma quei gioioso ed esultante: Oh! disse,
Frutto divin, per te medesmo dolce,
Ma così colto ancor più dolce e solo
Vietato, come appar, perchè di Numi
Se' proprio cibo, e perchè insiem possente
Gli uomini in Numi a trasmutar tu sei!
E perchè dato agli uomini non fora
Divenir Dei? Quant'è più sparso il bene,
Tant'ei più cresce e più d'onor n'acquista,
Senz'alcun danno, l'amor suo. Deh! vieni,
Eva leggiadra, angelica Eva, a parte
Vienne tu pur: la tua felice sorte
Più felice esser può, benchè più degna
Esser tu non ne possa; il frutto gusta
E sii fra' Dei Diva tu ancor: la terra,
No, tuo confin non sia: qual dato è a noi,
Per gli eterei sentier tu pur ti leva,
Ascendi al ciel, com'è tuo merto, e vedi
Qual vita colassù vivon gli Dei,
E quella vivi. In così dir, dappresso
Ei mi si fece e presentommi parte
Del frutto ch'avea côlto; infino al labbro
Ei me lo sporse: quell'odor soave
Di tal vivo desìo tutta m'accese
Che del gustarlo (mi parea) non seppi
Più rattenermi. Sulle nubi a volo
Seco allor m'alzo immantenente, e stesa
Veggo sotto di me l'immensa terra,
Spettacol grande e vario! Io di sì strano
Mio cangiamento, di cotant'altezza
Ove mi trovo, attonita, confusa
Rimango; a un tratto la mia guida perdo,
E giù traboccar sembrami, ed in braccio
Cado del sonno. Or ch'io son desta, oh quanta
È la mia gioia in ritrovar che tutto
Fu vano sogno! - Eva sì disse, e mesto
Adam le rispondeva: - O di me stesso
Immagine miglior, metà più cara,
Tal sogno agitator del tuo riposo
Non minor turbamento in me pur desta;
Strano m'appar, non può piacermi, e temo
Che sia figlio del mal. Ma no: che dissi?
E d'onde il male? in te creata pura
Niun male albergar può. M'ascolta: in noi
Molte minori facoltà che serve
Sono della Ragion quasi reina,
Il Creatore ha posto, ed è primiera
La Fantasia fra queste: ella di quanto
Nei cinque si ritrae vigili sensi,
Imagini raccoglie, aeree forme
Che la Ragion dipoi congiunge o scevra,
Onde quanto da noi s'afferma o niega,
Quanto si crede o sa, l'origin prende.
Quando posa natura, in sua privata
Cella ricovra la Ragione, e allora
L'imitatrice Fantasia sovente
A contraffarla destasi, ma insieme
Le antiche e nuove idee mal accoppiando,
Vane chimere crea, prodigi e mostri.
Di quanto noi nella trascorsa sera
Insiem parlammo, in questo sogno parmi
Le simiglianze rintracciar, ma invero
Molto di strano evvi commisto ancora.
Non t'attristar però: chè i rei pensieri
Possono per le umane e dive menti
Riprovati passar, nè macchia o biasmo
Lasciarsi dietro: quel che tu dormendo
Abborristi sognar, non mai, lo spero,
Non mai tu desta acconsentir vorrai
Di porre in opra. Dal tuo sen sbandisci
Quindi ogni tema, ed ogni nube sgombra
Da que' begli occhi che sereni e lieti
Esser solean più del mattin che spunta,
Ed alla terra e al ciel sorride. Or vieni;
Torniamo all'opra, fra i boschetti, i fonti
E i freschi fior che dall'aperto seno
Or t'offrono i più rari eletti odori,
Di cui fer serbo nella notte. - Adamo
Così conforta la leggiadra sposa
Che si rincora, è ver, ma due vezzose
Lagrimette cader lascia dagli occhi
Tacitamente e le rasciuga tosto
Co' bei capelli: altre due care stille
Che tremolanti le pendean dal ciglio,
A suggere co' baci ei tosto corse,
Quai d'un cor puro grazïosi segni,
Di bel rimorso e pio terror sublime,
Così rasserenati il core e 'l volto
S'inviano entrambi al prato, e dell'ombroso
Arboreo tetto sulla soglia in pria
L'aurora e 'l sole ammirano che sopra
La fiammante quadriga, ancor a mezzo
Nell'onde immersa i rugiadosi rai
Vibrava a fior della terrestre faccia,
E tutta l'ampia orïental pianura
Di quel terren felice in vaga mostra
Presentava allo sguardo. Indi, sul suolo
Genuflessi ed umìli, al gran Fattore
L'usato lor di mattutine preci
E laudi offron tributo in vario stile;
Stil, che senz'arte, immeditato e caldo
Sol de' voti del cor, pronto discorre
Dalle lor labbra, or in faconda prosa,
Or in sonanti armonïosi carmi,
E non ha d'uopo di leùto o d'arpa
Che gli accresca dolcezza. O grande, o eccelso,
O fonte d'ogni bene, eterno Padre,
(Eglino incominciaro) opre son queste
Tutte della tua destra, è tuo lavoro
Questa dell'universo immensa mole
Mirabilmente bella. Oh! quanto dunque
Più mirabil di lei sarai tu stesso,
Tu sommo, tu ineffabile che siedi
Tant'oltre a quelle sfere ove non giunge
Il nostro infermo sguardo, e solo in queste
Opre tue di quaggiù, quasi per nebbia,
Trasparir lasci testimone un raggio
Della suprema tua possa e bontade
Ch'ogni confine, ogni pensier sorpassa!
Di lui parlate, o voi figlie di luce,
Voi, che meglio il potete, alate schiere
D'eterei Spirti, a cui mirarlo è dato,
Voi che lassù nel sempiterno giorno
Gli alzate attorno al solio in lieto coro
Inni di gioia e cantici d'amore.
Unitevi, del cielo e della terra,
Voi, creature tutte, e lui cantate
D'ogni cosa principio e centro e fine.
E tu dell'altre più lucente e vaga
Stella che chiudi l'aureo stuol di tante
Notturne faci e alla ridente aurora
Di luminoso cerchio il crin coroni,
Esaltalo in tua sfera or che rinasce
Questo lieto del dì tenero albòre.
O sol, che l'alma insieme e l'occhio sei
Di questo vasto mondo, umile adora
Lui che i raggi ti diede, e lui confessa
Tuo Fattor, tuo Signor: di sua grandezza
Quella ch'ei t'assegnò carriera eterna
Suoni ovunque le glorie e quando spunti,
E quando in mezzo al ciel t'ergi sublime,
E quando in seno all'océan t'ascondi.
Luna, che incontro al sol nascente or vai,
Ed or ten scosti colle fisse stelle,
Fisse nel lor veloce orbe rotante;
E voi, cinque altri erranti astri sereni,
Che non senz'armonia movete intorno
Mistica danza, risonar le lodi
Fate di lui che l'aurea luce fuori
Chiamò dal sen della profonda notte.
Aria, elementi, voi che prima prole
Foste della natura, e nel perenne
Vostro giro moltiplice mescete
Tutto e nudrite, a lui gli omaggi ancora
Nel cangiar vostro rinnovate sempre.
E voi, nebbie e vapor, che grigi e foschi
Dai monti uscite e dai fumanti laghi
Finchè i villosi margini dipinti
Non v'ha con l'oro de' suoi raggi il sole,
Voi pur rendete al sommo Fabro onore;
E mentre il ciel di multiformi nubi
V'alzate ad abbellir, mentre, disciolti
In fresche piogge, gli assetati campi
Scendete ad irrigare a lui porgete
Nel sorger, nel cader le vostre lodi.
Voi, venti, a cui dell'aere il vasto impero
Egli divise, or ne' soavi fiati,
Or nei gagliardi, il santo nome sempre
Risonate di lui. D'ossequio in segno
Piegate le ondeggianti altere cime,
O cedri, o pini: e voi, fontane, e voi,
Limpidi mormorevoli ruscelli,
Nel vostro dolce gorgogliar perenne
Ripetete sue glorie. O tutte voi,
Alme viventi, a celebrarlo unite
Le vostre voci; e voi, canori augelli,
Che il vol stendete alle celesti porte,
Sulle vostr'ali e ne' cocenti vostri
Per ogni spiaggia ite a portarne il nome,
Voi che guizzate in mar, voi che la terra
Strisciate umíli o passeggiate alteri,
Fatemi fè se nel mattin, se a sera
D'iterar le sue lodi io cesso mai
Ai monti ed alle valli, ai boschi e all'acque
Che ripeterle meco omai pur sanno.
Salve, o Signor del tutto. A noi deh! sempre
Sii largo de' tuoi beni: e se la notte
Celato avesse e intorno a noi raccolto
Alcun danno, alcun mal, com'or dilegua
L'ombre il sorgente dì, tu lo disperdi.
Così pregâr quegl'innocenti, e in core
Tosto rinacque lor l'usata calma:
Al campestre lavoro s'affrettan quindi
Fra dolci rugiadette e freschi fiori,
E dove piene di soverchio umore
Stendon le piante e gli arboscelli i troppo
Vaganti rami ad infecondi amplessi,
Volgon la mano emendatrice, o all'olmo
Sposan la vite che lo cinge intorno
Colle nubili braccia ed i soavi
Biondi grappoli suoi gli reca in dote,
Ond'ei s'adorna le frondose chiome.
In tai cure occupati, il Re del cielo
Con pietà li riguarda; indi a sè chiama
Rafaello, gentile, affabil Spirto,
Quel desso ch'a Tobia si fe' compagno
E con securo nodo unillo a Sara,
Vergine insieme e vedova di sette
Nel dì delle lor nozze estinti sposi.
- Già udisti, Rafael (l'Eterno disse),
Che, fuggito d'Averno, il fier Satáno
Pel tenebroso golfo in sulla terra
Alfin è giunto, e in questa notte stessa
Nel mezzo al Paradiso insidie e danni
Contro quella tramò coppia innocente;
E sai che in lei l'umana stirpe tutta
Perder a un tempo il perfido disegna.
Va dunque, e con Adam, qual suole amico
Con altro amico, in compagnia trapassa
Di questo giorno la metà là dove
Fuggendo del meriggio i caldi rai
Egli ricovra al rezzo, e si ristora
Col cibo o col riposo. A lui favella
Del ben che gode; i ricevuti doni
Tu gli rammenta, e che riposta è in lui,
Nel suo voler la sua felice sorte;
Che il suo voler libero è appieno, e quindi
Anco esposto a cangiarsi; ond'ei, fidando
Troppo in se stesso, dal diritto calle
L'orme non torca. Il suo periglio infine
Non gli tacer, nè chi lo trama; digli
Qual inimico, che testè dal cielo
Cacciato fu, va macchinando come
Altri con seco in simile ruina
Da un lieto stato simile pur tragga,
Per forza no (chè fia da me respinta),
Ma per menzogna e inganno. Ei questo sappia
Onde, se poscia volontario egli erra,
In sua discolpa d'arrecar non pensi,
Che fu sorpreso e inavvertito cadde. -
Sì Dio parlò, sì di giustizia tutte
Compiè le parti. Le ordinate
cose
Udite appena il messaggier, dal loco
Dov'ei tra mille ardor celesti e mille
Velato stava di stellanti vanni,
Ratto e leggier spiccasi a vol: per tutto
Ripartite le angeliche falangi.
L'empirea via gli disgombraro: ei giugne
Alla porta del ciel, che per sè stessa
Sovra i cardini d'ôr rapida gira
E innanzi a lui spalancasi; con tanto
Magistero formolla il Fabro eterno!
Colà non astro si frappone o nube
Alla sua vista, ed il terrestre globo,
Per quanto picciol sia, discerne a tanti
Lucenti globi non disforme, e in esso
Coronato di cedri alto levarsi
Il bel giardin di Dio sovra ogni monte.
Del gran Tosco così gl'industri vetri
Mostran, ma certe men, le terre e i mari
Nell'orbe della luna; e tal su i piani
Liquidi dell'Egéo scorge il nocchiero
Delo o Samo apparir qual nebulosa
Lontana macchia. Indi all'ingiù si lancia
L'Angel con volo rapido le vaste
Onde äeree fendendo, e mondi e mondi
Lasciasi addietro. Or colle ferme penne
Striscia librato su i polari venti,
Or del cedevol etra i campi sferza
Col veloce remeggio. Alfin là giunto
Dove sulle robuste ali s'innalza
L'aquila altera, alle pennute torme
Sembrar potea quel rinascente e solo
Arabo augel, quando a locar nel tempio
Luminoso del sol gli avanzi suoi
Vola all'egizia Tebe. In sulla balza
Orïental del paradiso calasi
L'Angelo, ed in sua forma ivi si mostra.
Vela ed ammanta le celesti membra
Triplice coppia d'ali: esce la prima
Dall'ampie spalle e gli ricopre il petto
Con regal fregio d'ostro e d'oro: a' fianchi
Gli forma l'altra una stellata fascia
Di molle aurea lanugine che splende
Di superni color: sporge la terza
D'ambo i talloni, e d'un'eterea azzurra
Grana dipinta con piumosa maglia
I piè gli adombra. Al favoloso figlio
Di Maia ei stette somigliante, e scosse
Le penne ch'esalaro un'ampia intorno
Celestïal fragranza. Ogni drappello
Degli Angeli che a guardia eran là posti,
Tosto lo riconobbe, e al grado, all'alto
Messaggio suo (chè apportator lo avvisa
Di qualche alto messaggio) in piè si leva
Di riverenza in segno. Egli trapassa
Le fulgide lor tende e 'l piede inoltra
Nel suol felice fra selvette amene
Un odor soavissimo spiranti
Di balsamo, di nardo e cassia e mirra;
Larga, profusa ridondanza d'ogni
Don della terra: chè ripiena e calda
Di vigoría, di spirti ivi Natura
Libere e sciolte d'ogni legge e modo
Sue giovinette fantasie dispiega,
Ed è nel suo disordine più bella.
Venir per l'odorifera foresta
Da lunge il vide Adam, che stava assiso
Sulla soglia del suo fresco boschetto,
Mentre a scaldare il più riposto grembo
Della terra già il sole alto vibrava
Dritti i suoi raggi, e più gagliardi e vivi
Che Adam non avea d'uopo. Eva nel fondo
Pel loro pranzo saporose frutta
Apprestando sen gìa sull'ora usata,
A sano gusto ed a verace voglia
Soavi frutta che non fan men dolci
Le nettaree bevande a lor frammiste
Di grappoli, di bacche e latteo rivo.
Adam la chiama e dice: - Eva, t'affretta,
Vieni, vedi colà vêr l'Orïente
Qual degno de' tuoi sguardi illustre oggetto
Fra quelle piante inverso noi s'avanza.
Ei sembra un'altra scintillante aurora
Che sul meriggio sorga: un qualche Grande
Ci arreca, s'io non erro, ordin del cielo,
E forse in questo dì vuol farci degni
D'esser ospite nostro. Or vanne tosto,
Arreca fuor quanto riposto serbi
Ed abbondanza spargi, onde s'onori
Il sublime stranier. Noi ben possiamo
Lor doni ai donator rendere in parte,
E largamente dar quel che concesso
N'è così largamente. Il suo fecondo
Sen qui schiude Natura, e quanto i suoi
Tesor più spande, vie più ricca e bella
Mostrasi, e largità così c'insegna.
O Adamo (Eva risponde), o eletta parte
Di sacra terra, in cui spirò l'Eterno
Il soffio animatore, aver non giova
Qui molto in serbo, u' di mature frutta
Sempre da' rami sì gran copia pende.
Io sol quelle riposi, a cui più grata
E ferma polpa aggiugne il tempo e toglie
Il soperchio d'umor. Ma ratta or vado
E da ogni pianta ed arbuscello io voglio
Tal'eletta raccor d'ogni più vago,
Più saporoso e succulento pomo
Ch'oggi in mirar tanta ricchezza il grande
Nostr'ospite confessi aver Iddio
Sparse qui sulla terra al par che in cielo
Le grazie sue. - Così dicendo, il guardo
Volge intorno sollecito e sen parte;
E tutta intenta alle ospitali cure,
Va fra sè divisando a qual s'appigli
Scelta ed ordin migliore onde non sieno
Mal misti e mal graditi i sapor varj,
Ma più soave e dilicato all'uno
L'altro succeda. Diligente scorre
Per mezzo a tante piante, e ciò che l'alma
Terra, feconda madre, entro le rive
D'ambe l'Indie produce, o là nel Ponto,
O sul punico lido, o dove un giorno
Alcinöo regnò, tutto crescente
In quel ricco giardin, ella raduna,
Frutta d'ogni maniera, in liscia e molle,
In scabra e dura scorza, e tutto quindi
Con larga mano in sulla mensa ammonta.
Uve odorate spreme e bacche elette,
E bevande ne tempera e prepara
Di soave sapore; un almo latte
Dalle mandorle elice, e pure tazze
Non le mancano all'uopo; indi la terra
Sparge di rose e di squisiti odori
Tolti a' freschi arboscelli. Intanto il nostro
Primo gran padre ad incontrar se n'esce
L'ospite suo divin, nè d'altro è cinto
Che de' sommi suoi pregi: in lui medesmo
La sua grandezza è tutta, assai diversa
Dal vano fasto che circonda i regi,
Quando di palafreni e servil turba
Il gran corteggio oro-listato abbaglia
Lo stolto vulgo e a bocca aperta il tiene.
Senza timore alcun, ma pieno a un tempo
Di riverenza, all'Angelo s'appressa
Il primo padre, e, qual si debbe ad alma,
Superïor natura, a lui s'inchina
Profondamente in dolce aspetto e dice:
- Celeste abitator (chè sol dal cielo
Ponno venir sì nobili sembianze),
Poichè lasciar quelle beate sedi
Ti sei degnato e onorar queste, i tuoi
Favori ah! compi ancor; con noi che soli
Qui siamo e in don dal Creatore avemmo
Questo largo terren, piacciati, assiso
Di quel boschetto alla fresc'ombra lieta,
Prender riposo e insiem gustar di quanto
Più scelto a noi questo giardin comparte,
Finchè dechini il sole e non sì vivi
Spanda i suoi rai. - Sì, qui perciò ne venni
(Amorevole e dolce a lui risponde
L'Angelo allora), e tal creato, Adamo,
Non fosti tu, nè tal soggiorno è questo
Che possano i Celesti avere a sdegno
Di visitarvi spesso. Or sotto l'ombre
Del tuo boschetto andiamne pur, chè fino
All'imbrunir del dì teco mi lice
E giova dimorar. - Così dicendo,
Nella silvestre loggia entrâr che tutta,
Qual di Pomona pingesi l'albergo,
Ridea vestita d'olezzanti fiori.
Ignuda e sol di sè medesma adorna,
Amabilmente grazïosa e vaga
Più che silvestre ninfa e più di quella
Favoleggiata Dea che in Ida vinse
Le altre due di beltade e 'l pomo ottenne,
Eva ad accôr l'ospite suo celeste
In piè tosto levossi; uopo di velo
Non ha; virtù la copre, e le sue gote
Pensier non è che di rossore asperga.
- Ave (le disse Rafael, divino
Saluto ch'assai dopo udì pur anco
Maria, riparatrice Eva seconda),
Ave, o gran madre dell'uman lignaggio,
Del cui fecondo grembo uscir dee prole
Più numerosa mille volte e mille
Delle soavi frutta onde sì carca
Han questa mensa gli arbori di Dio. -
Sorgea d'erbose zolle il largo desco
Cinto all'intorno di muscosi seggi,
E sovr'esso raccolta era d'autunno
Ogni dovizia, ancor che là perenni
Il ricco autunno e la stagion de' fiori
Si tengano per man. Parlando in pria
Si stetter essi alquanto, e 'l primo nostro
Padre sì cominciò: - Stranier celeste,
Deh! questi doni di gustar ti piaccia.
Quegli da cui discende ogni perfetto,
Ogn'infinito ben, fuor della terra
Per alimento e per diletto nostro
Sorger li fe': delle celesti essenze
Son forse cibo insipido; ma questo
Soltanto io so che comun padre a tutti
È quei che li dispensa. Ingrato cibo
(L'Angelo a lui risponde) esser non puote
A puro Spirto quel ch'all'uomo, in parte
Incorporeo pur anche, ei diede in dono,
Ei le cui lodi sien cantate sempre.
Il tuo corpo ebbe un'alma, e i nostri spirti
Fur di sensi dotati; e se l'uom pensa
Ed intende e ragiona e tanto s'erge
Sull'incarco terren, l'Angelo ancora
Scende a nudirsi. Ei vista e udito e tatto
E gusto ha pur, siccome l'altro, e volge
In sua propria sustanza il preso cibo,
Quel ch'è corporeo in incorporeo: e sappi
Che quanto fu creato ha d'uopo ancora
Di sostegno e riparo. Il guardo gira