HOME        PRIVILEGIA NE IRROGANTO        di Mauro Novelli        BIBLIOTECA


 

 

Mastro Titta, il boia di Roma

 

Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

 

 


 

INDICE

 

I. 5 Le prime opere. 5

II. 10 L’assassinio di un prete. 10

III. 12 Un bargello e due guardie assassini. 12

IV. 14 La grassazione della Principessa. 14

V. 18 Lo stupro d’una vergine. 18

VI. 19 La vendetta di un marito oltraggiato. 19

VII. 22  L’assassinio di un Giudìo — Parricidio. 22

VIII. 24 Due donne impiccate — Infanticidio e assassinio d’un marito. 24

IX. 27 L’assassinio di un frate cappuccino. 27

X. 29 La storia di un Eremita. 29

XI. 32 La capanna dell’Eremita. 32

XII. 35 L’attentato e la morte. 35

XIII. 38 Amori clandestini. 38

XIV. 40 La fuga e il delitto. 40

XV. 42 Indagini infruttuose. 42

XVI. 43 La confessione e la morte. 43

XVII. 44 Violazione di una promessa sposa. 44

XVIII. 46 La bella — L’abbacchiaro di Campo de’ Fiori. 46

XIX. 48 La colpa e il castigo. 48

XX. 49Il Corriere del Papa. 49

XXI. 52L’aggressione del Corriere del Papa. 52

XXII. 55Scoperta, processo, condanna ed esecuzione. 55

XXIII. 57L’assassinio del compare. 57

XXIV. 59Un masnadiero di buon cuore. 59

XXV. 63L’assassinio del cognato. 63

XXVI. 65Grassatori vili.  — Un patto nefando. 65

XXVII. 68La scoperta del macellaio. 68

XXVIII. 73L’inesorabile vendetta. 73

XXIX. 77Omicidio brutale. 77

XXX. 78Un assassinio di notte. 78

XXXI. 80La seduzione. 80

XXXII. 83Estasi d’amore — Rivelazione — Fuga. 83

XXXIII. 85La vendetta del fratello. 85

XXXIV. 87Ultime parole di un condannato. 87

XXXV. 88Una esecuzione difficile. 88

XXXVI. 89L’osteria di campagna — I due cacciatori. 89

XXXVII. 92Doppio omicidio — Il delirio del terrore. 92

XXXVIII.   93Cinque impiccati e squartati in una mattina a piazza del Popolo. 93

XXXIX. 95I briganti della Faiola. 95

XL. 96Cuor d’amante e cuor di madre. 96

XLI. 97Un orrendo rogo. 97

XLII. 101La bella contessa — Tentazione. 101

XLIII. 103Amori sfrenati — Inclinazione al delitto. 103

XLIV. 104L’assassinio. 104

XLV. 105Il processo — La condanna. 105

XLVI. 108Un cameriere zelante. 108

XLVII. 110Le distrazioni di don Asdrubale. 110

XLVIII. 112Carità pelosa. 112

XLIX. 114Concupiscenza punita. 114

L. 116La scoperta del delitto. 116

LI. 117L’assassinio di tre fanciulli — Viltà del delinquente. 117

LII. 118Grassazioni — Omicidi — Parricidi. 118

LIII. 121Due opposti temperamenti. 121

LIV. 122L’avvelenamento. 122

LV. 124Un domestico e un maestro di musica. 124

LVI. 126Le lezioni di piano e canto. 126

LVII. 128Trattative di matrimonio. 128

LVIII. 130Gli effetti del rifiuto — Fuga progettata. 130

LIX. 131Il dolce nido — Dubbiezze. 131

LX. 132L’ingrata sorpresa — Il delitto. 132

LXI. 136Un gruppo di esecuzioni. 136

LXII. 137 La bella loretana. 137

LXIII. 139Una vendetta. 139

LXIV. 141Una cena in tre. 141

LXV. 143Auri sacra fames. 143

LXVI. 145L’assassinio e l’espiazione. 145

LXVII. 147L’attentato al cardinale Rivarola — Quattro impiccati. 147Chi per la patria muore  148

LXVIII. 149Una forosetta eccentrica. 149

LXIX. 150I misteri romantici della macchia. 150

LXX. 153Un’orgia d’amore. 153

LXXI. 155Matrimonio per ripiego. 155

LXXII. 156Incontro inaspettato. 156

LXXIII. 158L’appuntamento — Da capo. 158

LXXIV. 159L’ultima notte del marito. 159

LXXV. 160Gli ultimi amplessi coll’amante dopo l’assassinio. 160

LXXVI. 163Amore e ribrezzo. 163

LXXVII. 164La confessione e la punizione. 164

LXXVIII. 166Le prime armi in galanteria. 166

LXXIX. 168Un colpo a fondo. 168

LXXX. 169Si continua a tutto vapore. 169

LXXXI. 172A qual punto porta la dissolutezza. 172

LXXXII. 173Un triste Don Giovanni. 173

LXXXIII. 176Un dramma d’amore in carrozza. 176

LXXXIV. 177Il dissoluto si fa prete. 177

LXXXV. 179Le gesta del prete. 179

LXXXVI. 181Un’orgia nel palazzo del Cardinale nepote. 181

LXXXVII. 184L’ultimo misfatto — La punizione. 184

LXXXVIII. 185Grassatori pentiti e impenitenti — Un bell’incontro. 185

LXXXIX. 187Il complotto — Capriccio erotico. 187

XC. 188Il misfatto — La scoperta — La civetteria della morte. 188

XCI. 189Un matrimonio mal assortito. 189

XCII. 190Colpo fallito e colpo riuscito. 190

XCIII. 193Buona occasione di matrimonio. 193

XCIV. 195La Denunzia — La Confessione — Conseguenze. 195

XCV. 197Propositi di vendetta fra moglie e marito. 197

XCVI. 199Mutue confidenze ed espansioni. 199

XCVII. 201Il fuoco vicino al pagliaio. 201

XCVIII. 203Patria e senso. 203

XCIX. 205L’avventura di Angelo Isola. 205

 

Le giustizie a Roma  208

I. 208L’Amico e segretario di Mastro Titta. 208

II. 210Variazioni intorno alla Giustizia papale. 210

III. 211Il supplizio dei Carafisti. 211

IV. 212Il supplizio della Marchesa Anguillara e di Margani. 212

V. 213Le liberazioni dei prigionieri. 213

VI. 215L’Abate Rivarola. 215

VII. 216Un’impiccagione colle maschere. 216

VIII. 218Don Gaetano Volpini. 218

IX. 220La gamma del delitto. 220

X. 221La donna carnefice — Una impiccagione modello. 221

XI. 224Barbari sistemi di giustizia. 224

XII. 225La tortura: Corda e Veglia. 225

XIII. 227La ghigliottina. 227

XIV. 231Atrocità moderne: un’esecuzione elettrica. 231

 

ANNOTAZIONI 235

Governo Pontificio. 241

 

DECAPITAZIONI 256

eseguite da Vincenzo Calducci 256

 


 

 

I.  

Le prime opere.  

 

Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati.

Giunto a Foligno incominciai a conoscere le prime difficoltà del mestiere: non trovai alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca e dovetti andar la notte a sfondare la porta d’un magazzino per provvedermelo.  Ma non per questo mi scoraggiai e in quattr’ore di lavoro assiduo ebbi preparata la brava forca e le quattro scale che mi servivano.

Nicola Gentilucci frattanto, a due ore di notte, dopo avergli rasata la barba e datogli a vestire una candida camicia di bucato e un paio di calzoni nuovi, venne condotto coi polsi stretti da leggere manette, nella gran sala comunale, poiché volevasi dare la massima solennità all’esecuzione, stante la gravità del suo delitto, superiore a qualsiasi altro, trattandosi dell’uccisione di un curato e di due frati.

La compagnia dei Penitenti Bianchi in abito di cerimonia, col cappuccio calato sul volto, schierata in due file, dalla porta all’estremità opposta l’attendeva.  In faccia alla porta era stato collocato un grande crocifisso con due confrati ai lati, e una schiera di religiosi, invitati a confortare il paziente.

Il bargello e gli sbirri che lo conducevano, giunti alla porta della sala, bussarono e questa venne aperta.  Quella scena commosse vivamente il Gentilucci, nondimeno entrò.  Non appena ebbe fatti pochi passi il balio, aiutante del cancelliere, che ne porta gli emblemi, gli presentò una carta dicendogli:

— Nicola Gentilucci, io ti cito a morte per domattina.  

Il complimento poco gentile impressionò il condannato per modo che si lasciò sfuggire di mano la carta, e sarebbe caduto egli stesso svenuto, se non lo avessero sorretto il confessore e i confortatori, i quali lo condussero poi in una sala vicina, dove, sdraiato su di un materasso posto per terra, lo lasciarono dormire.

Due ore innanzi lo spuntare del giorno susseguente lo svegliarono per fargli ascoltare la messa: il confessore gli parlò e gli impartì l’assoluzione e l’indulgenza in articulo mortis che il papa soleva concedere in tali circostanze.  Confessato e comunicato, i confortatori gli apprestarono l’asciolvere.  Gentilucci mangiò, bevve e si trovò alquanto rinfrancato d’animo.

Nondimeno il confessore lo confortò ancora, assicurandolo che egli stava per avviarsi al cielo.  Il condannato avrebbe forse desiderato di differire d’un altro mezzo secolo il viaggio, ma assicurato che non avrebbe che differita la sua felicità, si preparò a farlo allegramente.

Mi presentai in quel mentre e togliendomi il cappello ossequiosamente offersi una moneta al Gentilucci, come di rito, perché facesse celebrare una messa per la sua anima.  Quindi, ricopertomi il capo, gli legai le mani e le braccia in modo che non potesse fare alcun movimento tenendone i capi nelle mie mani per di dietro.

La Confraternita della Morte aperse il corteo.  I confrati indossavano il loro saio ed avevano il viso coperto.  Essi salmodiavano in tetro tono il Miserere.  Venivano poi i Penitenti Azzurri, ultimi i Penitenti Bianchi ai quali era serbato il posto d’onore: cantavano pur essi nel medesimo tono il salmo stesso, seguendo gli uni agli altri, per non interrompersi, di guisa che quando gli uni cantavano gli altri tacevano.

Dopo le confraternite v’erano i bargelli delle città vicine e gli sbirri in grande uniforme, e a questi teneva dietro il paziente, condotto pei capi della fune da me stesso, - umile ma pur raggiante in tanta gloria - circondato dai confortatori e dal confessore.

Giunto sulla spianata ove doveva aver luogo l’esecuzione, Nicola Gentilucci fu fatto avvicinare ad un piccolo altare eretto di fronte alla forca e quivi recitò un’ultima preghiera.

Poi, rialzatosi, lo condussi verso il patibolo a reni volte, perché non lo vedesse e fatto salire su una delle scale, mentre io ascendevo per un’altra vicinissima.

Giunto alla richiesta altezza, passai intorno al collo del paziente due corde, già previamente attaccate alla forca, una più grossa e più lenta, detta la corda di soccorso, la quale doveva servire se mai s’avesse a rompere la più piccola, detta mortale, perché è questa che effettivamente strozza il delinquente.  Il confessore e i confortatori intanto, saliti sulle due scale laterali, gli prodigavano le loro consolanti parole.  Gli altri confortatori in ginocchio recitavano ad alta voce il Pater noster e l’Ave Maria e il Gentilucci rispondeva.  Ma appena ebbe pronunziato l’ultimo Amen, con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle, strangolandolo perfettamente e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette.

La folla restò ammirata dal contegno severo, coraggioso e forte di Nicola Gentilucci, non meno che della veramente straordinaria destrezza con cui avevo compiuto quella prima esecuzione.

Staccato il cadavere, gli spiccai innanzitutto la testa dal busto e infilzata sulla punta d’una lancia la rizzai sulla sommità del patibolo.  Quindi con un accetta gli spaccai il petto e l’addome, divisi il corpo in quattro parti, con franchezza e precisione, come avrebbe potuto fare il più esperto macellaio, li appesi in mostra intorno al patibolo, dando prova così di un sangue freddo veramente eccezionale e quale si richiedeva a un esecutore, perché le sue giustizie riuscissero per davvero esemplari.

Avevo allora diciassette anni compiti, e l’animo mio non provò emozione alcuna.  Ho sempre creduto che chi pecca deve espiare; e mi è sempre sembrato conforme ai dettami della ragione ed ai criteri della giustizia, che chi uccide debba essere ucciso.

Un delinquente è un membro guasto della società, la quale andrebbe corrompendosi man mano se non lo sopprimesse.  Se abbiamo un piede od una mano piagata e che non si può guarire, per impedire che la cancrena si propaghi per tutto il corpo, non l’amputiamo? Così mi pare s’abbia a fare de’ rei.  E benché innanzi nell’età e ormai vicino a rendere la mia vita al Creatore ed a comparire al suo supremo tribunale, non provo alcuna tema per ciò che ho fatto: se il bisogno lo richiedesse e le forze me lo con sentissero, tornerei da capo senza esitanza, perché mi considero come il braccio esecutore della volontà di Dio, emanata dai suoi rappresentanti in terra.

Trascorsi due mesi, meno otto giorni, dovetti ripetere l’ufficio mio e il 14 gennaio 1797 impiccai in Amelia, Sabatino Caramina che aveva commesso un omicidio per bestiale furore e dopo settantaquattro giorni, il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità.

Stavano radunati in casa, quando si accese il litigio.  Le due vittime cercarono di persuadere l’assassino dell’erroneità dei suoi calcoli e della irragionevolezza delle sue pretese.  Ma il Rossi non volle ascoltar ragioni e d’un tratto afferrata una scure, spaccò la testa allo zio, poi ripetè l’azione contro il cugino, che gli cadeva ai piedi estinto, spruzzandolo col suo sangue.  Rinsavito, ebbe orrore del proprio delitto e andò a consegnarsi al bargello.  Gli fu eretto subito il processo e, condannato, mi venne consegnato per la esecuzione, che subì rassegnatamente, chiedendo perdono a Dio ed agli uomini del suo misfatto.

Il giorno sette agosto 1797 fu uno de’ segnalati nella mia vita e lunga carriera.  Ebbi l’onore di eseguire le mie funzioni per la prima volta in Roma, a piazza del Popolo, al cospetto de’ più eccelsi magistrati ecclesiastici, di insigni personaggi della Corte Pontificia, di ambasciatori, ministri, patrizi e dame del più alto ligniaggio, impiccando Giacomo Dell’Ascensione.  Era costui un pericolosissimo scassatore di botteghe, che dedicandosi a tal pericoloso mestiere, aveva saputo sottrarsi sempre alle indagini della punitiva giustizia e menar vita allegra, gioconda, lietissima.  Ma dàlli e dàlli finì col cadere in una trappola tesagli con arte sottilissima.  Colto quasi in flagrante, tentò sulle prime di far resistenza, ma poi mise senno, si lasciò arrestare e condurre alle carceri, ove confessò tutti i suoi delitti.  Condannato, non voleva saperne di subir la pena.  Diceva che i suoi delitti non erano passibili di morte, che la sentenza era un abbominio.  E ci volle del bello e del buono per metterlo legato sulla carretta.  Mentre stavo per farlo salire sulla scala, mi diede un così terribile spintone che per poco non vacillai.  Ma questo tratto villano mi inasprì e senza ulteriori complimenti, passatagli la corda al collo, lo mandai all’altro mondo, dove avrà portate le sue lagnanze contro la giustizia di Roma.

Dopo quattro mesi d’inazione fui inviato a Iesi per impiccarvi, come di fatto impiccai, il 30 ottobre 1797, Pacifico Santinelli di quella città, il quale essendo detenuto nelle prigioni aveva ucciso il carceriere e sua moglie.  Era il Pacifico Santinelli l’antitesi personificata del suo nome.  Altro che Pacifico! Pareva il demonio! Alto e tarchiato, dotato di una forza erculea, aveva esercitato tutti i mestieri confessabili e non confessabili.  Era in voce di grassatore, ma nessuno aveva mai potuto provarlo.  Messo dentro in seguito ad un tafferuglio avvenuto una notte in piazza, nel quale non aveva preso, per dire la verità, alcuna parte attiva, si cercò di trattenerlo più che fosse possibile, al fine di praticare indagini sul suo conto e venire a capo delle accuse che gli si movevano.  Si sperava che la sua detenzione avrebbe incoraggiato i testi a deporre contro di lui.  Ma, o non avesse realmente commesso i delitti che gli si imputavano, o fosse realmente tale il timore che incuteva da paralizzar la lingua di chi avrebbe potuto comprometterlo, tornarono tutti i tentativi a vuoto.

Pacifico Santinelli intanto si impazientiva orribilmente e andava dicendo al suo carceriere che se non gli si apriva la porta un giorno o l’altro l’avrebbe strozzato colle proprie mani.

E, purtroppo, tenne la parola.

Il povero carceriere entrato una mattina nella sua cella, lo trovò di molto agitato.  Aveva passato una notte insonne mulinando i più sinistri propositi.

— Pacifico, gli disse scherzando il carceriere, credendo d’amicarselo, non intendi dunque di rappacificarti colla giustizia?

— La giustizia la strozzerei, come strozzerò te, suo rappresentante e ministro, se non m’apri la porta.

— Sei in vena di ridere, Santinelli?

— Punto.

— Eppure a sentir certe proposizioni lo si crederebbe.

— Quali?

— Non hai detto che vuoi uscire oggi?

— L’ho detto e lo farò.  

— Chi t’aprirà la porta?

— Le chiavi.

— Sono troppo ben collocate — riprese il carceriere, agitando il mazzo delle chiavi che portava sospese alla cintola.

— Lo credi? — gli domandò il Santinelli sempre più torvo e minaccioso, con accento strano.

— Ne sono sicuro.

— Vediamo.

Così dicendo il prigioniero, con un balzo di pantera fu addosso al carceriere e afferratolo alla gola, lo rovesciò sul pavimento.  Tentò il carceriere di rialzarsi, con un brusco moto, ma Pacifico gli pose un ginocchio sul petto e strinse viemaggiormente il cerchio delle sue mani che gli serravano il collo.

Le vene del paziente si gonfiavano orribilmente; il viso s’era fatto paonazzo, poi quasi nero; gli occhi gli schizzavano dall’orbita; la lingua gli usciva per tre quarti dello bocca.  E non pertanto resisteva ancora.

Ma in quel mentre s’udì un rumore di fuori e Pacifico Santinelli con una sforzo supremo riuscì a strangolare il disgraziato carceriere, il quale quand’egli aprì il cerchio delle mani, aveva resa l’anima a Dio.

Il rumore esterno che aveva affrettato la catastrofe, proveniva dai passi della moglie del carceriere, la quale, inquieta per la prolungata assenza del marito e per le minacce che aveva udito pronunciare dal carcerato, moveva incontro a lui.

Non appena fece capolino nella cella, Pacifico l’afferrò e rovesciatala brutalmente sul cadavere del marito la condusse alla stessa fine di lui, strozzandola e schiacciandole il petto con le ginocchia.

Quindi staccate le chiavi dalla cintola del carceriere, fuggì tirandosi dietro la porta della cella.  Sperava potersi appiattare in qualche buio angolo finché giungesse il momento opportuno per la fuga.  Ma fatti pochi passi s’incontrò in un manipolo di birri che scortavano un altro carcerato: fu subito riconosciuto ed arrestato.  Scoperto il delitto si eresse il giudizio e contro le palmari prove non resistettero a lungo i dinieghi del reo.  Condannato all’impiccagione e affidato alle mie mani la subì coraggiosamente, confessando di meritarla aggiungendo: «Forse le mie vittime pregheranno in Cielo per me, la vendetta e i risentimenti non varcano i confini del regno dello morte».

 

 

II.

L’assassinio di un prete.

 

Non meno arduo affare fu per me l’esecuzione degli uccisori del sacerdote don Giovanni Lupini, che mi toccò fare il 6 maggio 1800, la quale destò in Roma a quell’epoca grandissimo rumore.

Don Giovanni abitava con una servente ed una nipote in una elegante casina a mezza costa della collina di Monte Mario.  Era uomo assai danaroso, amava il vino generoso e la buona cucina.  Le male lingue sussurravano che non fosse insensibile anche alle seduzioni del bel sesso e lo argomentavano forse dal fatto che Tota, la sua fantesca, era un pezzo di ragazza forte e sanguigna, assai appetitosa.  Ma dal momento che si teneva in casa la nipote, parmi si dovesse rimuovere ogni sospetto.  

Celebrava la prima messa nella Chiesa di Monte Mario e di pratiche religiose non se ne occupava più; tanto meno di uffici ecclesiastici.  E questo contribuiva ad alienargli le simpatie della Curia, la quale lo aveva parecchie volte richiamato alla stretta osservanza del Concilio Tridentino, che prescrive ai preti di non tenersi in casa donne in età minore di quarant’anni.

— Diciannove ne ha la mia nipote, Bettina, ventuno la mia serva Tota, e fra tutte due sommano appunto quarant’anni: sono nella legge.  Così ragionava il bravo prete.

Don Giovanni avea già più volte osservato dei brutti ceffi che si aggiravano nei dintorni della sua casina; ma non avea fatto caso.

La sua villetta era ben munita di solide imposte: aveva un alano che latrava da far spavento, al menomo rumore; possedeva delle buone armi; e vicino ad essa sorgeva un fabbricato rustico, abitato da due famiglie di contadini alle sue dipendenze, delle quali facevan parte alcuni robusti giovanotti.  Credeva quindi di non aver a temere sorpresa alcuna.

Or avvenne che, essendosi ammalata in città una sua sorella, vecchia zitellona, dalla quale sperava ereditare, le mandò per ingraziarsela a prestarle cure la nipote e la serva.  Quest’ultima veramente l’avrebbe trattenuta volentieri presso di sé.  Ma trattandosi alla fin fine di pochi giorni si rassegnò a privarsene.

La notte susseguente alla partenza delle due donne, don Giovanni Lupini, dopo aver lautamente cenato, servito a tavola da una delle sue contadine, e copiosamente libato il frizzante vinello delle sue vigne di Monte Mario, si coricò.

Era ancora immerso nel primo sonno, pesante e duro, quando si sentì serrare alla gola da due mani poderose: tentò gridare, ma la parola gli morì nella strozza e dati due o tre sussulti, giacque cadavere irrigidito nel suo letto.

E così lo trovarono la mattina dopo i suoi contadini, i quali veduta aperta la porta entrarono, credendo fossero ritornate le donne, per dar loro il buongiorno.  Ma non appena furono penetrati nel cortile e videro l’alano steso esamine al suolo, furono presi da sinistri sospetti e s’affrettarono alla camera del padrone.

Tutta la casa era stata messa a soqquadro: forzati gli armadi, i canterani e la cassa dove don Giovanni soleva riporre i suoi danari.  Svaligiata la dispensa e sulla tavola di cucina gli avanzi miserrimi di un pasto pantagruelico che i ladri avevano fatto.

Che più? Dalla cantina saliva su un odore di vino assai acuto.  Scesi, trovarono che prima d’andarsene i malfattori avevano aperte le botti e lasciato che il contenuto colasse al suolo, disperdendo così quella grazia di Dio, che non avevan potuto portar via.

Dato avviso all’autorità, la casina fu tosto diligentemente visitata da’ suoi messi, i quali si saranno probabilmente preso quello che i ladri avevan dimenticato.

Quindi incominciarono le indagini.

Si venne a sapere che un pizzicarolo di Borgo aveva acquistato dei caciocavalli e de’ prosciutti che dovevano essere di compendio del furto.  Dietro questa traccia, vennero arrestati: Gioacchino Lucarelli, Luigi De Angelis, Lorenzo Robotti, Giovanni Rocchi e Antonio Mauro, i quali vennero trovati in possesso di troppo maggior copia di danaro, che non comportasse la loro posizione e del quale non seppero giustificare la provenienza.

I tormenti aprirono la bocca del Lucarelli, il quale confessò d’esser penetrato, durante il giorno, dal muro di cinta del giardino, d’aver gettata una polpetta avvelenata all’alano, sul far della sera, che lo spense, e quando il prete si fu coricato, d’aver introdotto nella casa i suoi compagni.

La matassa del delitto, venne così in breve dipannata.  I rei vennero tutti condannati alla forca, quindi al taglio della testa e delle braccia, da esporsi, per esempio, sulla porta Angelica, e il Lucarelli e il De Angelis ad essere, per giunta, bruciati.

L’esecuzione ebbe luogo a Ponte e non offrì nessuno incidente notevole.  Parevano proprio nati per il patibolo.  Vi si avviarono colla massima indifferenza.  Mentre io ne impiccavo uno gli altri assistevano quali spettatori senza batter ciglio.  Si sarebbe detto che non fosse cosa che li riguardasse.  Quando li ebbi strangolati tutti, dovetti, coll’aiuto del solo mio garzone, distaccarli tutti dalle forche.  Quindi incominciò la carneficina.  Il palco sembrava trasformato in una bottega da macellaro.  Terminata anche questa operazione e deposte le teste e le braccia nella canestra, accendemmo la pira all’uopo innalzata e vi bruciammo i resti sanguinolenti del Lucarelli e del De Angelis.  I vapori che si sviluppavano da quel carname in combustione si sollevavano biancastri e diffondevano una puzza nauseabonda.

A rizzare le teste e le braccia su porta Angelica, però dovemmo aspettar la notte, perché l’autorità pensava essere troppo pericoloso il farlo presente la folla.

All’albeggiare del giorno seguente i burrini che entravano da Porta Angelica, vedendo il truce spettacolo di quelle teste recise ed infisse alla sommità, livide e contratte, erano presi da un senso di terrore, e molti tornavano indietro fuggendo, quasi avessero paura di dover fare la fine medesima.

Risaputasi invece la cosa in città, fu un accorrere di gente infinita.  In breve tutte le bettole dei dintorni riboccavano di curiosi, che vi traevano ilari, giocondi e contenti, come se si trattasse di assistere ad una festa.  La forte fibra romana non si smentiva.  Tutti erano convinti che la condanna era stata giusta e non credendo che malfattori di tale specie meritassero pietà veruna, mostravansi soddisfatti della giustizia eseguita e la festeggiavano.

Vuolsi però aggiungere che la splendida giornata primaverile aggiungeva esca a quella gita, quasi processionale.

Quanto a me, monsignor Fiscale, volle attestarmi il suo compiacimento per la quintuplice esecuzione così ben eseguita e mi largì una gratificazione straordinaria.

Credo, dopo tutto, d’essermela ben meritata.

Ma non era ancora finito.

Per segreta rivelazione venne il tribunale in cognizione che l’organizzatore del delitto e quello che aveva raccolto il maggior frutto, era stato un tal Bernardino Bernardi, perché i delinquenti non avevano avuto il tempo di spartirsi tutto il bottino, deposto in una sua casa fuori la porta San Sebastiano.

Non appena informata di ciò, l’autorità fece arrestare il Bernardino Bernardi e perquisire la sua casa, ove si trovò la maggior parte dei valori rubati a Don Giovanni Lupini.  Si istruì procedimento anche contro di lui, il quale di fronte alle prove irrefutabili che lo accusavano si rese confesso, e lo si condannò alla forca ed allo squartamento, ch’io operai due mesi più tardi, esponendo la testa spiccata dal busto e le braccia alla porta San Sebastiano.  Ma l’interesse era già esaurito dall’antecedente esecuzione e questa passò quasi inosservata.  

 

 

III.

Un bargello e due guardie assassini.

 

L’anno 1801 fu per me fecondo di lavoro fin dal suo esordire, giacché incominciai coll’impiccarne e squartarne tre il 19 gennaio ed otto giorni dopo dovetti ripetere l’operazione medesima sopra quattro delinquenti.  Procediamo per ordine.

Da parecchio tempo le aggressioni di pubbliche corriere e di vetture private sulle strade conducenti a Roma, s’erano fatte frequentissime e sempre più ardite.  Ma per quante indagini si facessero non si riusciva mai a scoprirne gli autori né ad averne le traccie.

Si supponeva l’esistenza di una banda di masnadieri, la quale si riunisse per compiere i misfatti, quindi si sciogliesse tornando i suoi componenti agli usati lavori dei campi o ad altre funzioni.  I più esperti esploratori erano stati inviati nelle campagne e nei paesi circonvicini; ma per quanto battessero quelle e cercassero di raccogliere notizie in questi, non venivano a capo di nulla.

Un bel mattino giunse a Roma la notizia di una grassazione patita sulla strada da Baccano a Calcata, da un colonnello napoletano, il quale recavasi ad Ancona, per affari diplomatici, munito di credenziali del suo Sovrano, e accompagnato da suo fratello e da un servitore.

Il fatto era avvenuto così.

Ad un miglio circa dell’Osteria del Pavone, presso Baccano, al sopraggiungere della carrozza di viaggio, che portava il colonnello ed i suoi, sbucarono da una siepe tre individui.  Quello che pareva il capo fermò i cavalli ed ordinò al vetturino di scendere da cassetta.  Nel frattempo altri due giovanotti imberbi si presentarono agli sportelli del legno e spianando i fucili intimarono ai viaggiatori di consegnare i denari e gli oggetti preziosi che avevano.

Il colonnello che si teneva in petto una discreta somma in argento e desiderava salvarla, rivoltosi ai masnadieri, disse loro:

— Io non ho denaro sopra di me, frugate nel cassetto della carrozza e ne troverete.  I masnadieri così fecero e presero cinque o sei scudi di rame; ma poi si accorsero che il colonnello teneva una mano sul petto e che questo era rigonfio.

— Datemi quel denaro che cercate di nascondere in seno o vi ammazzo — gli intimò il capo-banda spianandogli contro il pistone di cui era armato.

Il colonnello allora impaurito trasse dalla tasca in petto dell’abito una cinquantina di scudi che teneva e li consegnò ai grassatori, i quali gli tolsero pure il cappello a tre punte gallonato d’oro, con una nappina dello stesso metallo, sulla quale era la sigla F.  R.  (Ferdinando Re).

Al fratello tolsero poche monete, le fibbie delle scarpe e una sottoveste di seta che portava.

Al vetturale che guidava la carrozza tolsero pure i pochi spiccioli che possedeva.  Il domestico invece fu lasciato in pace.  Probabilmente avevano preveduto che non possedeva il becco d’un quattrino.

Quindi vennero lasciati proseguire il viaggio.

Giunti a Baccano, il colonnello mandò subito un rapporto del fatto al governatore di Monte Rosi e questi lo trasmise al governo centrale in Roma, il quale ordinò ad un bargello di partire con alcuni birri di campagna pel teatro del delitto, il che fu subito fatto.

Giunto il bargello a Calcata, si seppe che la notte stessa, erano state commesse, evidentemente dalla medesima banda due altre aggressioni.  La prima contro il conduttore della corriera postale fra Roma e Guarcino, cui erano stati presi pochi paoli; la seconda contro alcuni mulattieri, ai quali erano stati tolti i ferraioli e le robe che avevano nelle bisaccia, i pochi denari; e a uno d’essi i bottoncini d’oro che portava all’orecchie, a un altro le scarpe nuove.

Assunte alcune informazioni il bargello co’ suoi birri andò subito ad arrestare in Calcata il suo collega, bargello del paese, che godeva pessima fama ed era indiziato di aver rubato di notte al farmacista di Calcata un mulo, mandato poi a vendere in piazza Montanara a Roma da’ suoi complici.  E col bargello di Calcata, Giuseppe Zuccherini, arrestò due guardie da lui dipendenti, Giuseppe Sfreddi, romano, già contumace per altri reati, e Giacomo D’Andrea, veneto, già fornaio disoccupato, e come l’altro assunto in servizio dallo Zuccherini.

Il bargello di campagna, trovò i summenzionati in possesso di una bisaccia, contenente tutta quanta la re furtiva.  Ma nell’interrogatorio che gli arrestati subirono in Calcata, dissero che quella bisaccia l’avevano tolta la notte stessa a tre malandrini, sorpresi sulla strada, coi quali s’erano colluttati, e che erano poi fuggiti lasciando la bisaccia sul terreno.  Quanto alle scarpe nuove del mulattiere, che il D’Andrea s’era messe, questi si scusò dicendo, che non potendo camminare colle proprie, tanto eran rotte e malconcia, aveva prese provvisoriamente quelle dalla bisaccia.

Tradotti a Roma e sottoposti a nuovi interrogatori, il D’Andrea, giovane ventenne appena, confessò tutto: gli altri negarono recisamente.  Ma fu vana opera.  Convinti del reato, vennero condannati alla forca ed allo squartamento, anco per dare una soddisfazione al re di Napoli, Ferdinando di Borbone, che strepitava per averla.

È impossibile descrivere la densità della folla, che s’era agglomerata in piazza del Popolo la mattina del 19 gennaio 1801, quando eseguii la sentenza.  Scesi dalla carretta coi confortatori, la gente ci circondò d’ogni parte e a stento i soldati poterono aprirci il varco per salire sulla piattaforma del palco.  Ma i condannati erano solidamente legati colle mani dietro le reni: i cappuccini stavano loro intorno e sarebbe riuscito vano qualsiasi tentativo di fuga.  

Sarebbe inutile ripetere i particolari dell’esecuzione, che non offrì nessuna varietà.  Morirono coraggiosamente e cristianamente, dopo aver chiesto perdono dei loro delitti.  E questo, come sempre accade, conciliò loro le simpatie della folla, ammirata dal franco portamento.

— Che peccato — mormoravano specialmente le donne — così giovani!

I loro resti rimasero appesi al palco tutta la giornata.  Solo nella notte vennero ritirati e il patibolo fu disfatto.

 

 

IV.

La grassazione della Principessa.

 

La seconda giustizia che mi fu commessa in quel mese di gennaio 1801, seguì il giorno 27, a Camerino, sopra quattro persone, come avvertii, cioè Luigi Puerio, Ermenegildo Scani, Gaetano Lideri e Leonardo Ferranti.

Trattavasi d’un’altra grassazione.

Avevano costoro formata una banda e scorazzavano nei dintorni di Camerino, aggredendo vetture pubbliche e private, poveri viandanti e perfino le corriere postali.  La notte della befana, dopo aver già compiute due grassazioncelle di poco conto, togliendo pochi scudi ad alcuni carrettieri e un piccolo carico di cibarie ad un mulattiere, si ritiravano nella macchia, col proposito di far perdere le loro traccie, se per avventura i derubati, infischiandosi delle loro intimazioni e minaccie di morte, li denunziassero; quando udirono sulla strada maestra i campanelli tintinnanti dei cavalli di una sedia di posta.  Tornarono subito sul ciglio della macchia, e videro venire di gran trotto una elegante carrozza da viaggio, tirata da quattro cavalli, montati da due postiglioni in uniforme di gala e due domestici dietro in alta livrea gallonata d’oro.

Si consultarono sul da farsi e in due minuti furono d’accordo.  La partita era forte e pericolosa, ma prometteva di riuscire molto proficua e decisero di giocarla.

S’appostarono sulla strada e non appena la vettura giunse le scaricarono contro i pistoni, dei quali erano armati.  Il legno si fermò di botto, perché i due cavalli di volata erano stati feriti e caddero, tirandosi sotto il primo postiglione ferito pur esso.  L’altro balzò tosto a terra e tentò di tagliare i finimenti della prima pariglia, per liberare la seconda, nella lusinga di poter con essa fuggire.  Ma i banditi gli furono sopra di balzo lo legarono saldamente e lo buttarono da un lato della strada.

Dall’interno della carrozza uscivano intanto strazianti grida femminili.  I due domestici paralizzati erano rimasti immobili.

— Fateli scendere e legateli — disse il capo, Luigi Puerio, a Leonardo Ferranti e Gaetano Lideri — e tu, Scani, assicurati dell’altro postiglione.

Questi, per far presto, gli spaccò il cranio, con una pistola d’arcione, che portava alla cintola.

— Imbecille! — gli gridò il Puerio volgendosi alla detonazione, mentre s’avvicinava allo sportello.

Ermenegildo Scani alzò con noncuranza le spalle e si fece a frugare il postiglione morto, mentre Lideri e Ferranti facevano altrettanto con quello legato e coi due domestici che avevano addossati ad una grossa pianta e avvinti al tronco della medesima.

— Sciocchi! Non vi perdete in bazzecole — tonò di nuovo il capo banda.  — Staccate le valigie dietro la carrozza e perquisitele.

Dal legno non s’udiva più nulla.

Puerio s’accostò allo sportello, l’aperse e vi scorse una bella ed elegante signora svenuta.

Questo gli permise di lavorare a suo bell’agio, togliendole gli orecchini di brillanti, e i ricchi monili che portava.  Poi la levò di peso sulle proprie braccia e la portò sul limitare della macchia, adagiandola colla maggior delicatezza possibile sopra un morbido tappeto di vellutello, che pareva fatto apposta per attenuare l’asprezza del suolo.

La bella signora portava al collo una sottile catena d’oro di Venezia i cui capi andavano a celarsi nel busto, sorreggendo forse qualche medaglione.

Puerio, che era giovane e di civile condizione, volle mostrarsi garbato e piegato un ginocchio a terra si accinse a slacciarle la veste.  Ma, man mano che l’operazione procedeva egli sentiva accendersi i sensi, e ben altre idee che quelle del furto gli frullavano per il capo.  Gl’inebbrianti profumi che si sprigionavano dal busto della dama gli davano le vertigini, e quando il candido seno, sciolto da suoi involucri, proruppe torreggiante ed aulente, fra la spuma dei merletti che le adornavano la camicia, si chinò sopra di lei e vi depose un bacio, ebbro di passione e di desiderio.  Al contatto di quelle labbra ardenti come braci, la signora rinvenne e guardandosi attorno, come si svegliasse da un sogno, s’accorse della terribile posizione in cui si trovava.

— Che volete da me? — chiese con marcato accento forestiero al brigante.

— Nulla — rispose a fior di labbro il Puerio, cogli occhi fiammeggianti.

— Mi avete dunque già preso tutto?

— Nulla — ripetè il brigante, con voce resa tremula dal delirio sensuale onde era in preda.

— Lasciatemi dunque! — ripigliò la signora, la quale avendo ricuperato il pieno esercizio delle sue facoltà, intravedeva le intenzioni del bandito.

— Nulla. . .  fuorché amore! — le sibilò all’orecchio il Puerio, bruciandolo quasi coll’alito ardente.

— Amore! — esclamò la donna con sarcasmo così profondo che il masnadiero si sentì rimescolare il sangue —.  Sanno dunque i pari vostri che sia?

Le ultime vestigia del carattere cavalleresco d’un tempo scomparvero a quel sinistro accento dal Puerio, e tornò ad un tempo brigante e belva, irritata da una irrefrenabile voglia di godimento.

— Se lo sappiamo vedrai — mormorò con voce rauca, cingendole la vita, rovesciandola sul muschio, dal quale s’era rialzata a mezza vita, cercando di insinuarle un ginocchio fra le gambe e di baciarla sulla bocca.

A tale oltraggio brutale, la signora che aveva forse per un istante subito il fascino di quella passione frenetica, e l’influenza dell’ora, del luogo, della situazione, ricuperò di un tratto tutta la sua freddezza, la sua energia, la sua alterigia sdegnosa e mentre il masnadiero tentava di appoggiare le proprie labbra alle sue gli lanciò uno sputo, che colpì Luigi Puerio in pieno viso.

Il bandito si rizzò di scatto, brandì un pugnaletto che portava al fianco e lo immerse nella gola della disgraziata signora, la quale ricadde sul suolo immersa nel sangue che le sgorgava a fiotti dalla ferita.  La lama dello stile le aveva reciso di netto la carotide.

Luigi Puerio, tirò un sospiro di soddisfazione dall’imo del petto.  La sua vendetta dell’atroce offesa era stata così rapida, così fulminea, che ne provava una gioia ineffabile.  Se avesse conseguito, ciò che pochi istanti prima anelava più d’ogni altra cosa al mondo, l’amplesso di quella donna, non avrebbe potuto essere più felice.  Subitamente si immobilizzò e parve tendere l’orecchio ad un rumore lontano: non potendo spiegarselo si buttò a terra sulla strada e poggiò l’orecchio stesso al suolo e dopo pochi secondi si rialzò e chiamando i compagni, gridò loro:

— Presto, presto! S’ode uno scalpitio di cavalli, cinque almeno: è una pattuglia che non tarderà dieci minuti ad esser qui.

I briganti si affrettarono a cacciare entro larghe bisaccie onde erano muniti, la roba involata dalla carrozza e si gettarono col loro capo nel folto della selva.

Disgraziatamente per loro la donna assassinata era una principessa spagnuola, sposa di un addetto all’ambasciata di Sua Maestà Cattolica presso la Santa Sede.

Il governo avvisato sguinzagliò per le macchie di tutti i dintorni un nugolo di birri e di agenti, i quali stringendo man mano il cerchio in cui erano stati disposti, finirono coll’impossessarsi dei quattro grassatori, poco lontano dal teatro delle loro ultime gesta.

Il processo si svolse a Camerino.  Le deposizioni dei due domestici e del postiglione ricostruirono il fatto nelle sue entità e nei suoi minuti particolari, talché i complici finirono per rendersi tutti confessi.  Il solo Puerio persistette nelle negative.  Ma alla perfine dovette arrendersi dinanzi alle prove schiaccianti e fu come i compagni suoi condannato alla forca ed allo squartamento.

Chiamato all’esecuzione, potei compierla non senza difficoltà, perché, come sempre avviene in provincia non mi si voleva dare il materiale per rizzare il palco e le quattro forche occorrenti.  Dovetti andarlo a prendere di viva forza, scortato dai birri, di notte in un magazzino di legname.

Sull’albeggiare del 27 gennaio però tutto era pronto.  Mi recai alle carceri ove mi vennero consegnati i condannati, che feci salire nella carretta, ben ammanettati e legati due per due.

Luigi Puerio respinse i confortatori e salì sul palco con passo intrepido e morì bene, senza codardia e senza smancerie.  I suoi complici invece erano addirittura disfatti.

Più della corda li spense lo spavento del patibolo.  Però mi condussi in modo che il pubblico non si avvedesse, perciocché per antichissima tradizione è convenuto che non si debbano giustiziare né morti, né moribondi, né infermi di qualsiasi maniera.

Assistettero a questa mia giustizia l’ambasciatore di Spagna e una quantità di diplomatici d’altre nazioni, perché la principessa era assai conosciuta e benevisa, e le circostanze in cui era seguito il suo assassinio, avevano dato corso ad una infinità di commenti.  Insieme ai diplomatici ed all’ambasciatore di Spagna erano pur giunti a Camerino una quantità di signori e grandi personaggi romani, fra i quali Sua Eminenza il Cardinale, Segretario di Stato.

Fu questa una delle più solenni mie esecuzioni.

 

 

V.

Lo stupro d’una vergine.

 

Il fatto del Puerio mi richiama alla mente un altro delitto, nel quale la foia erotica, la libidine dei godimenti sensuali ebbe parte precipua e che condusse il reo nelle mie mani.  E poiché la memoria in questo momento mi soccorre meravigliosamente, tanto da ricordarmi i più minuti particolari, interrompo l’ordine cronologico delle mie esecuzioni per narrarlo qui e descriverlo.

Viveva in città di Castello, nei primi anni del secolo un tal Francesco Conti, giovinotto aitante della persona, appartenente a famiglia d’agricoltori dei dintorni agiata, ma non ricca, che mandava a vendere in città i prodotti delle sue coltivazioni, erbaggi, frutta, derrate di vario genere.

Francesco che aveva abitudini dissipate e amava poco la vita campagnuola, ottenne dai suoi di trasferirvisi e di aprire un negozio per lo spaccio delle loro merci.  E quivi cominciò a darsi alle gozzoviglie ed a contrarre relazioni con facinorosi e farabutti d’ogni specie.

Fra le pratiche del negozio del Conti, era una leggiadrissima giovinetta, orfana di madre, alla quale il genitore lasciava la gestione dell’azienda domestica, di nome Elvira Fontana.  Costei si recava ogni giorno a far la spesa, accompagnata da una fantesca, e si tratteneva spesso a discorrere col Conti, ch’era un bel giovanotto dalle forme erculee, dal colore olivastro pallido, dagli occhi neri fiammeggianti, dalle labbra carnose e sensuali, fra le quali intravedevansi, quando sorrideva, denti piccoli e bianchi.

L’umor faceto, le gaie proposizioni e i modi cortesi del bottegaio piacevano alla giovinetta; ma era dessa ben lontana dal supporre quali strani pensieri egli mulinasse nel cervello, quando posava gli sguardi avidi sopra di lei, e fu ben sorpresa, quando dai complimenti usuali, Francesco passò ad espressioni molto più esplicite e dirette.

Un giorno mentre la fantesca era uscita dal negozio per un bisogno accidentale, il Conti trasse l’Elvira con un pretesto in fondo al negozio e, cingendole la vita con ambe le braccia, la baciò e ribaciò freneticamente sulle labbra, dicendole:

— T’amo! T’amo, e devi esser mia a qualunque costo.

La servente tornò in tempo e non s’accorse, o non volle accorgersi, del rossore che avvampava le gote della fanciulla.

Elvira all’indomani mutò l’ortolano, né più tornò da Francesco Conti; ma si guardò bene di raccontare l’accaduto a chicchessia.

L’ardito giovanotto tentò di riavvicinarla; ma non essendovi riuscito, pose il cuore in pace e s’ingolfò sempre più nella sua vita sconsigliata.  In breve giunse a tale che si associò a una compagnia di ladri, coi quali scassinava di notte case e botteghe.

Una notte s’introdusse in un palazzotto signorile, con altri cinque amici, ove gli era stato detto che c’era buon bottino a fare.  Girando al buio per gli appartamenti, videro attraverso le commessure d’una porta filtrare un filo di luce.  Entrarono.  Era la camera da letto, ove dormiva discinta Elvira Fontana.  Francesco Conti alla vista di quella formosissima creatura fu preso da una specie di delirio erotico, che gli tolse ogni lume di ragione.  Dimenticando i compagni e la causa che li aveva condotti in quella casa, non pensò che a far sua la fanciulla vincendone la coraggiosa resistenza.

Alle grida della infelice, che indarno il Conti cercava reprimere, accorsero il padre e un vecchio servo; ma nulla poterono fare in sua difesa, perché gli altri banditi li trattennero finché l’orribile misfatto fu consumato.  Né basta: i cinque compagni del Conti vollero pur essi possedere la disgraziata giovinetta, che fu così ludibrio di tutti quanti sotto gli occhi del genitore.

Incominciava ad albeggiare, quando l’oscena masnada lasciò la preda: non c’era tempo da perdere: legarono il padre ed il domestico, e frugando alla lesta, poiché il tempo incalzava, non riuscirono a trovare che una trentina di scudi, coi quali fuggirono dal teatro delle loro turpi gesta.

Francesco Conti tornò, come se nulla di nulla avesse fatto, al suo negozio, dove dietro denuncia del Fontana, fu sull’imbrunire arrestato.

Sottoposto a processo tentò sulle prime di negare; ma la testimonianza dell’Elvira lo schiacciava e incominciò col confessare lo stupro della fanciulla, dicendo però di non aver fatto parte della banda, che abusò poi di lei e rubò i trenta scudi.  E in questo proposito fu irremovibile.  Tutti i tentativi per fargli declinare i nomi dei complici riuscirono frustranei.

Fu nondimeno condannato alla forca, senza altro inasprimento di pena e io lo impiccai a Città di Castello, la mattina del 26 aprile 1803, dopo che fu ben confessato e confortato religiosamente, essendosi mostrato pentito del suo delitto.  Morì coraggiosamente e la sua salma venne tosto distaccata dai parenti e portata al paese, ove le diedero onorata sepoltura.

 

 

VI.

La vendetta di un marito oltraggiato.

 

Dopo i quattro di Camerino che avevano grassato e assassinato la principessa spagnuola il 9 febbraio 1801, compii la mia 28ma giustizia impiccando e squartando in piazza del Popolo Teodoro Cacciona, condannato per aver rubato a un carrettiere un ferraiuolo, un paio di stivali e dodici scudi.  Cinque giorni dopo dovetti trasferirmi in Albano, dove il 14 febbraio 1801 ebbi a mazzolare e squartare un tal Fabio Valeri il quale aveva grassato il pizzicagnolo dell’Ariccia.  La settimana appresso, mi recai a Viterbo, dove il 21 febbraio 1801 dovetti impiccare e squartare Francesco Pretolani, il quale aveva grassato ed ucciso un oste e sua moglie.  Dopo un riposo di quattro mesi, il 6 giugno 1801 ho impiccato, a piazza del Popolo a Roma, Giovanni Fabrini, il quale aveva commesso un omicidio per vendetta, alla Pace.  Nessun particolare è degno di nota né per i delitti, né per le esecuzioni, di tutti costoro.  Volgari malfattori, perendo per mia mano, ricevevano il giusto guiderdone delle loro opere malvagie, e se ne andavano all’altro mondo, persuasi essi medesimi di dover saldare il conto colla giustizia, senza troppo disperarsi e rassegnandosi al proprio destino.  Tanto valeva per loro morir sul patibolo che in letto.

Molto interessante ed eminentemente drammatico fu invece il processo di Domenico Treca, che, in seguito a sentenza del tribunale che lo condannava alla forca, fui chiamato ad impiccare in Subiaco, come di fatto lo impiccai la mattina del 4 luglio 1801.

Domenico Treca era un giovinotto che si guadagnava la vita facendo il merciaio ambulante, girando per villaggi e frequentando i mercati e le fiere.  Lucrava discretamente, e tutti i suoi denari li spendeva intorno alla moglie, che amava svisceratamente, e che ben meritava d’essere amata per l’incomparabile sua bellezza.

Si chiamava costei Felicita ed era dotata di un personale molto appariscente: densa di forme, ma aggraziata, col petto torreggiante, le anche poderose, ben tornite e candide le braccia e pingui i lacerti.  La testa avvenentissima, impiantata sopra un collo taurino, di niveo splendore, aveva movenze seducentissime.  Ricca, prolissa e naturalmente ondeggiata la bruna e lucida capigliatura.  La bocca sempre sorridente.  Le gote pienotte e rosee, gli occhi pieni di un fascino irresistibile.  Le orecchie piccole, diafane, ben disegnate, che invitavano a sussurrarvi dolci parole d’amore.

Quando Domenico era fuori, stava in casa con Felicita una vecchia parente.  L’aveva voluto ella stessa, per allontanare qualsiasi sospetto da parte del marito, il quale valutava adeguatamente i suoi pregi, e benché la sapesse onesta, ne era naturalmente geloso.

Molti fra i più bei giovani di Subiaco avevano tentato di avvicinarsi a Felicita, ma da brava ed onesta moglie ella li aveva sdegnosamente respinti.

— È proprio la perla delle spose, dicevano tutti, uomini e donne, non senza una punta di gelosia.

Se nonché Felicita era pia e devota: frequentava la chiesa; ascoltava messa tutti i giorni, tutte le settimane si confessava e comunicava, ed era il curato stesso che aveva presa la sua direzione spirituale.

Quando una donna è giovane e bella è di leggieri sospettata.  Le pettegole, che non potevano soffrire la superiorità fisica e morale di Felicita incominciarono a notare l’assiduità di lei alla chiesa, e commentarla e malignarne.  Si diedero a spiare i suoi passi e la sua casa, e giunsero a sapere che il curato la visitava e si intratteneva con lei lungamente.

— C’è in casa la parente, obbiettavano coloro che volevano assumerne le difese.

— Le farà da mezzana, ripetevano le male lingue.

E così, in breve, di bocca in bocca, si diffuse la notizia che Felicita era l’amante del curato.

Domenico, come sempre accade, fu l’ultimo ad essere informato delle voci che correvano in paese intorno sua moglie.  Quando glie ne giunse contezza provò uno schianto al cuore: egli comprese che tutto era finito per lui; non più felicità, né pace, non più avvenire, poiché felicità, pace, avvenire per lui si compendiavano nella donna adorata e infedele.  Meditò la vendetta.  Ma prima di compierla volle sincerarsi delle cose per filo e per segno.  Il castigo doveva scendere inesorabile su tutti i colpevoli.  La sua vita era infranta? Avrebbe infrante pur quelle de’ suoi traditori tutti.

Con una forza di dissimulazione della quale soltanto l’odio più acerrimo potea renderlo capace, chiuse il suo segreto negli imi penetrali della sua anima piagata.  Non uno sguardo, non un gesto, non una parola rivelò in lui, né alla moglie, né ad altri, la terribile cognizione della sua rovina morale, cagionatagli dal tradimento.  Attese.  Attese finché gli fu dato di raccogliere tutti i particolari della sua sventura.

Un giorno partì come di consueto colla carrozzella che gli serviva per il trasporto delle sue merci, annunziando che recavasi ad una fiera, la quale doveva durare otto giorni.  Ma la notte medesima tornò pedestre, ad insaputa di tutti, a Subiaco, penetrò nella sua casa e si nascose in una stanza vicina alla camera da letto.

Vide giungere il curato ed entrarvi: vide tutti gli apprestamenti di una baldoria fatti da sua moglie e dalla parente di lei e non si mosse; udì il tintinnio dei bicchieri cozzanti e i lieti evviva e i propositi fescennini che uscivano dalla bocca del curato mezzo ebbro, e non si mosse; assisté al trasporto dei resti della cena e alla preparazione del nido d’amore e non si mosse.

Solo quando ebbe la materiale certezza che il curato si trovava nelle braccia di sua moglie, uscì dal nascondiglio e armato di un lungo pugnale, si avviò nel buio, alla camera nuziale.  In quel mentre tornava la parente con un lume: il terrore le tolse la parola.  Non poté mandare un grido, ma si gettò attraverso la porta per contenderne l’accesso all’oltraggiato marito.

Domenico Treca non disse verbo: gli infisse il pugnale nel cuore fino all’elsa e lo ritrasse fumante di sangue; quindi, con un balzo di pantera fu addosso al prete, che era sceso dal letto, al rumore prodotto dalla caduta della parente, e pur d’un colpo lo spense.

— Menico! Pietà! Pietà! — urlò Felicita levandosi a sedere seminuda sul letto maritale contaminato — protendendogli le bellissime braccia, quasi in atto d’invitarlo ad un amplesso.

Treca stette un momento a guardarla.  Forse la lasciva donna, satura di fluido magnetico, esercitò un fascino erotico sopra i suoi sensi e gli fece balenare il pensiero orribile di godersi ancora una volta l’amore di quella femmina, intriso del sangue che per lei aveva versato.  Ma lo respinse tosto, perché colla passione si risvegliò subito in lui il furore geloso.

— No! No! — esclamò, con un rantolo di morte che gli serrava la gola.  No!

E precipitandosi su Felicita gli piantò il pugnale nel petto, sfiorandole prima il braccio col quale la disgraziata aveva tentato di farsi schermo.  Ma, per quanto fiero, il colpo non la uccise tosto, e con quella fittizia energia che dà la disperazione tentò la lotta contro l’assassino.

Ma il contatto di quelle carni che egli avrebbe voluto coprir di baci, accendeva viemaggiormente la rabbia del tradito.

Treca non era più un uomo, era una belva inferocita.

Continuò a straziare quel corpo bellissimo coprendolo di ferite.  Il sangue spillando con violenza gli aveva soffuso il viso e bagnate le labbra.  Treca ne gustava il sapore e se ne ubbriacava.

Il delirio omicida gli durò finché non cadde estenuato e privo di sensi al suolo.

Rinvenuto dopo parecchio tempo, gli parve svegliarsi da un sogno: si alzò, si guardò attorno e tutta la tremenda verità gli apparve dinanzi agli occhi.  Un senso di ribrezzo l’invase; volle fuggire, inciampò nel cadavere del curato e cadde; si rialzò, mosse alcun frettoloso passo ed inciampò ancora nel cadavere della parente.  Si rialzò un’altra volta e barcollante giunse sulla via, sempre col pugnale stretto nella destra.

Albeggiava e la luce smorta piovendogli sul volto contraffatto da convulsioni spasmodiche dei muscoli visuali, lo rendeva cadaverico.  Pareva un colpito da mala morte, che uscisse dal sepolcro.  Il sangue che gli grondava dai vestiti, cosparsi di grossi grumi, compiva il quadro scellerato.

Alcune donne che lo videro prime in quello stato fuggirono gridando spaventate e facendosi il segno di croce; alcuni uomini che pur lo scorsero non ebbero il coraggio di accostarsegli e andarono in traccia dei birri, i quali giunsero di corsa e mentre lo ammanettavano e legavano solidamente, gli chiesero:

— Che avete fatto?

Quella fredda domanda parve ridargli la conoscenza dell’esser suo.

— Mi sono vendicato — rispose e non aggiunse verbo.

Tratto in carcere dormì parecchie ore d’un sonno affannoso.  Solo quando si svegliò, dopo il riposo, ebbe il beneficio delle lagrime, che salvò la sua ragione vacillante.

Proruppe in dirotto pianto e chiese instantemente di essere subito giustiziato.

— Mi pesa troppo la vita! mormorava.

Ma dovette attendere che le formalità del processo si esaurissero.  Non durarono però molto, essendo confesso, e il 4 luglio 1801 lo impiccai a Subiaco, con immenso concorso di gente colà convenuta da tutte le parti, perché il rumore sollevato dal misfatto, aveva destato l’universale curiosità.

Domenico Treca era caduto parecchi giorni prima della sua impiccagione in uno stato di completa apatia.  Si confessò e ricevette i conforti della religione, e salendo il patibolo non era più un uomo, era un automa.

 

 

VII.

L’assassinio di un Giudìo — Parricidio.

 

Le prime esecuzioni dell’anno 1802 furono in persona di grassatori.  Il primo, Domenico De Cesare, lo impiccai sulla piazza di Ponte Sant’Angelo, il giorno 8 febbraio.  E se vi fu mai uno che meritasse d’andarsene al diavolo colla fune intorno al collo, era lui.  Aveva grassato un povero spazzino per togliergli i pochi baiocchi, coi quali doveva comprare il pane a’ suoi figliuoli.  Arrestato, confessò il delitto cinicamente, senza mostrarsene menomamente pentito.  Respinse il primo confortatore che gli si presentò, sputandogli in volto, e mentre io gli legavo le braccia, dissemi:

— Attento Mastro Titta, perché se non mi tieni saldamente, scappo e vengo a farti una visita di notte a Borgo Sant’Angelo.

Parimenti a Ponte, dodici giorni dopo, cioè il 20 febbraio 1802, impiccai e squartai Ascenzo Rocchi e Giovanni Battista Limiti, che avevano aggredito sulla strada di Bracciano alcuni carrettieri, tolti loro i denari, i ferraioli, e perfino due copelle di vino che portavano per il proprio consumo.  Uno dei carrettieri aveva tentato di difendersi e gli diedero un colpo di bastone sulla testa che la mandò tramortito al suolo.

Sorpresi dai birri fuggirono, ma furono agguantati non guari dopo, processati, condannati e giustiziati.  Morirono muniti dei religiosi conforti e sinceramente pentiti, mostrandosi coraggiosi anche in faccia al patibolo.

Più ardua bisogna fu quella che mi toccò il 15 marzo del 1802, nel qual giorno ebbi a mazzolare, scannare e squartare, sempre a Ponte Sant’Angelo, Giovanni Francesco Pace di Venanzio che aveva grassato ed ucciso un ebreo.

L’affare era andato così:

Il Pace, oriundo napoletano, aveva messo bottega di sartore a San Carlo ’a Catinari e prendeva la roba a credito da un mercante giudìo di nome Abramo, in Ghetto.  Non venendogli fatto di strappargli i denari, il mercante lo costrinse un giorno a firmargli delle obbligazioni a lunga scadenza.  Una sera rincasando il Pace incontrò Abramo al ponte Quattro Capi: una triste idea lo assale.  Si guarda attorno e non vede anima viva; faceva freddo, un fitto nevischio cadeva e nessuno usciva di casa.  L’idea del sartore era di farsi restituire le obbligazioni.  Non appena concepita volle tradurla in atto, e afferrandolo subitaneamente per il collo gli intimò:

— Fuori le carte.

— Non le ho — rispose atterrito, colla voce nella strozza il giudìo.

— Fuori le carte — ripete il Pace.

E l’altro pur sotto quella potente stretta si serra le mani al petto, per impedire all’aggressore di frugargli addosso.  Questo allora trae di tasca le forbici che portava sempre con sé e ne inferisce più colpi alla gola del giudìo.

Abramo cade, intriso del sangue che gli sgorgava dalle ferite, e muore colle braccia sempre conserte al petto e irrigidite.

Pace si china allora sopra di lui e gli toglie dal pastrano un portafogli pieno di valori fiduciari e una borsa con alcune monete.  Quindi se ne va tranquillamente a casa a dormire.

Le aggressioni anche in città erano allora all’ordine del giorno, o più precisamente all’ordine della notte e non destavano gran rumore.  Trattandosi poi d’un israelita la cosa pareva quasi naturale.  Si fece qualche indagine dall’autorità e non essendosi potuto scoprire nulla non se ne parlò più.

Incoraggiato dall’impunità il Pace, dopo aver spese le monete, pensò di servirsi dei valori ed andò ad offrirli ad un cambiavalute al Corso.  Questi insospettitosi avvertì il fiscale che fece una perquisizione alla bottega del sartore, gli trovò il portafogli con delle carte che ne indicavano il legittimo proprietario.  Pace fu tratto in arresto e mandato alle carceri.  Sulle prime negò sfrontatamente e disse che il portafogli lo aveva trovato per terra in via Rua.  Ma messo alle strette finì per confessare ed ebbe come dissi, la ricompensa degna del suo misfatto.  Il 3 aprile 1802, recatomi a Fermo, mazzolai e squartai Domenico Zeri, il quale aveva ucciso il proprio padre, in seguito ad un litigio insorto per la divisione di un piccolo fondo venuto loro in retaggio per la morte di un lontano parente.

Stavano entrambi cenando in cucina e accalorandosi ne’ discorsi avevano bevuto di molto vino cotto, che dà al capo ed abbrutisce bestialmente.  Da una parola acerba ad un’altra il padre minacciò Domenico Zeri di privarlo anco di quel poco che gli avrebbe dovuto lasciare alla sua morte.

— Voi non lo farete! — esclamò d’un tratto rizzandosi minaccioso, e cogli occhi iniettati di sangue Domenico Zeri.

— E perché no? — gli chiese il padre alzandosi pure lui, quasi in atto di sfida.

— Perché non ve ne lascerò il tempo — rispose allontanandosi qualche passo dalla tavola, accostandosi all’ampio camino, e stendendo la mano dietro di sé, per cercare qualche cosa.

Il vecchio sempre più irritato afferrò il boccale di terraglia ormai vuoto, che si trovava sul desco e lo scagliò al figlio ferendolo alla fronte.  Sentendosi il volto irrigato di sangue questi perdette il lume della ragione e afferrata la pala del fuoco ne assestò un terribile colpo sulla testa al padre, che cadde boccheggiante al suolo.  A quel truce spettacolo, Domenico Zeri fuggì; errò parecchi giorni per le campagne e finì coll’essere arrestato dai birri a Recanati.

Ricondotto a Fermo più morto che vivo per la paura e lo strazio del rimorso, confessò subito il suo misfatto e manco tentò difendersi.  I giorni trascorsi fra la condanna e l’esecuzione furono per lui una continua agonia, lenta e crudele.  Delirava giorno e notte in preda a violentissima febbre, refrattaria ai più potenti antipiretici.  Convenne affrettare l’esecuzione della sentenza, per tema che se ne andasse all’altro mondo defraudando l’umana giustizia.  Agli ultimi momenti confortato dai cappuccini parve riaversi alquanto e s’avviò al patibolo recitando preghiere e raccomandazioni alla pietà dei fedeli.  Ma era una vita, dirò così, fittizia la sua; quando gli bendai gli occhi era diaccio, e giurerei che non ha sentito il colpo della mazzola.

Squartato, i suoi resti rimasero esposti sul palco per tutta la giornata, appesi ai ganci infissi nella travatura.

Durante la notte furono distaccati ed ebbero sepoltura, per opera de’ cappuccini stessi, in un appezzato di terreno vicino al cimitero, non potendo essere in questo inumato.

 

 

VIII.

Due donne impiccate — Infanticidio e assassinio d’un marito.

 

Confesso candidamente che di tutte le mie esecuzioni quelle che mi sono andate meno a versi sono le esecuzioni sopra le donne.  E questo non per un manifesto spirito di pietà morbosa, o perché mi lasciassi in qualsiasi modo dominare dalle attrattive muliebri.  Gli è che io ho sempre considerato la donna come un essere intellettualmente e fisicamente inferiore all’uomo e mi disgustava di dover esercitare la mia azione sopra tale inferiorità.  Ma devo pur constatare che la donna, che è pure sì gentile e graziosa creatura, talvolta eccede in ferocia l’uomo stesso, segnatamente quando è invasa dalla passione.

In sull’esordire di maggio dell’anno 1802 fui chiamato ad Orvieto per l’impiccagione di Agostina Paglialonga, condannata all’estremo supplizio per aver barbaramente trucidato tre figli.

Era l’Agostina rimasta vedova con tre bambini, una appena svezzato dal latte, il secondo di due anni e mezzo, il terzo maggiore di undici mesi a questo.  Bella e appariscente nelle forme, simpatica di fisionomia e sufficientemente agiata, ebbe presto molti corteggiatori, alcuni per semplice vaghezza di godimenti, altri animati dall’onesto intendimento di farle deporre le gramaglie vedovili, riconducendola all’altare.  Fra questi era un giovane macellaio, una specie di Ercole, gagliardo e promettitore di eccellenti risultamenti per una donna inclinata ai rapporti sessuali.  Naturalmente costui ottenne la preferenza dall’Agostina: ma quando ebbe raggiunto l’intento di possederla, incominciò a lungheggiare sul proposito del matrimonio.

Messo finalmente dalla Paglialonga fra l’uscio e il muro, si scusò dicendo che non si sentiva di sposare una donna con tre figli, non suoi.

— È questo l’ostacolo unico? gli chiese una sera l’Agostina

— Questo soltanto.

— Senza figli. . .

— Ti sposerei anco domani.

La donna non insisté con altre domande.  Passate tre ore in frenetici amplessi il macellaro se ne andò, dimenticando sul tavolo un’ascia, di quelle che si adoperano per spezzare le ossa, che aveva portato ad arruotare.

Rimasta sola, la Paglialonga, prese in mano l’ascia: un terribile pensiero le balenò alla mente e in breve l’invase in modo tale da soggiogarla.

Afferrò l’ascia ed entrata nella camera dove dormivano i suoi bambini li tolse uno per uno dal letticciuolo e li assassinò, spaccando loro il petto ed il cranio coll’arma fatale e buttandoli estinti uno sopra l’altro come tanti abbacchi macellati.  Poi li fece a pezzi, li portò in cucina e li mise a bollire nella caldaia, colla quale soleva fare il ranno per il bucato.  Coll’acqua stessa levò le macchie di sangue del pavimento e ripulì l’ascia in modo da renderla tersa, e rilucente come nuova.

Compiuto l’orribile misfatto trasse le carni cotte dalla caldaia e andò a disperderle pei campi, affinché servissero di pasto ai cani ed alle altre bestie vaganti, e sopravvenuto il mattino riportò l’ascia al macellaio, annunziandogli che i suoi bambini era venuto a prenderli un fratello del defunto marito, il quale li aveva condotti seco in un lontano villaggio delle provincie meridionali.  E tale notizia ripeté a quanti le chiedevano conto dei suoi figliuoletti.

Ma Dio non volle lasciare impunita quella scellerata mano: un grosso cane entrato in Orvieto con un osso in bocca richiamò l’attenzione di un medico, che riconobbe in quell’osso la tibia di un bambino.  Si fecero delle ricerche e si trovarono altri resti.  La voce pubblica incominciò ad accusare la Paglialonga dell’eccidio dei suoi bambini e venne arrestata.

Arrestata confessò cinicamente il delitto.  Venne condannata e la mattina del 5 maggio 1802, io l’ebbi ad impiccare.  La fama del delitto aveva chiamato ad Orvieto una folle enorme dai paesi circonvicini.

Quando uscimmo colla carretta dalle carceri per recarci alla piazza dove doveva compiersi l’esecuzione, temetti per un momento che ad onta della scorta, mi togliessero di mano la delinquente, tant’era il furore onde erano invasi gli spettatori e segnatamente le donne.  Ciò nullameno Agostina Paglialonga non impallidì, salì sul patibolo accompagnata dal confessore, con fermo passo e morì coraggiosamente.

Un’altra donna, pur bella di sembianze e di forme mi toccò d’impiccare a Todi il 6 luglio 1808, Rosa Ruggeri, insieme ai fratelli Angelo e Paolo Caratelli ed Antonio Scarinei, dai quali aveva fatto assassinare il proprio marito.

Antonio Scarinei era suo amante e la Rosa n’era pazza: lo voleva per sé, tutto per sé, senza che avesse a staccarsi un momento dal suo fianco.  Egli le propose di fuggire con lui; ma la donna, dopo averci lungamente pensato e calcolato tutte le conseguenze, rifiutò.

— Dunque non mi ami? le disse Scarinei.

— Sbarazzami di mio marito e sposiamoci.

— Vuoi?

— Senza dubbio.

Combinarono di simulare un’aggressione in casa.  La Rosa fece nascondere l’amante e i suoi complici nella propria casa e quando vide il marito ben addormentato li chiamò.  Scarinei uscì di sotto il letto ove s’era nascosto e inferse al disgraziato il primo colpo che lo fece cadere al suolo; sopraggiunti alle sue grida i complici coi coltelli impugnati, lo finirono mentre i due amanti orribile a dirsi, si gettarono uno nelle braccia dell’altra sul talamo stesso.

I due Caratelli fecero poi bottino del bello e del buono e se ne andarono, lasciando la Rosa e Scarinei in preda al loro delirio amoroso.  Ma sorpresi dai birri col bottino, e interrogati a parte lì per lì, si confusero, si contraddissero ed ispirarono dei sospetti al funzionario innanzi al quale erano stati portati.  Messi alle strette, col miraggio dell’impunità confessarono il fatto nei più minuti particolari, di modo che la Rosa Ruggeri e l’Antonio Scarinei, furono sorpresi nel letto, appié del quale giaceva ancora il cadavere del marito assassinato.

Furono tutti condannati all’impiccagione, la quale dovetti eseguire in quest’ordine: prima Angiolo, poi Paolo Caratelli, terzo Antonio Scarinei, ultima la Rosa Ruggeri, affinché lo spettacolo della morte de’ complici inasprisse gradualmente la pena.  Gli uomini morirono con sufficiente coraggio, assistiti dai confortatori, ai quali s’erano cristianamente confessati.  La donna diede in ismanie terribili e pur col capestro al collo, urlava come una dannata.  Ma non durò a lungo: in un fiat la spedii a raggiungere i suoi compagni.

 

 

IX.

L’assassinio di un frate cappuccino.

 

Il giorno 8 maggio 1802 compii la mia quarantatreesima esecuzione, mazzolando ed impiccando, ne’ modi di pratica, a Perugia un tale Antonio Nucci, condannato a tal pena per aver assassinato e derubato un frate cappuccino, priore del convento di quella città.

Era il Nucci un giovane caposcarico, assai noto per la sua giovialità e per le pazzie burlesche che commetteva, ogniqualvolta se gliene presentava l’occasione.

Il cappuccino era in fama di libidinoso e dedito a piaceri contro natura.  Veduto il Nucci e ammirate le sue forme belle e tondeggianti si lasciò cogliere dalla tentazione di trarne godimento.

Gli si mise attorno col pretesto di ricondurlo a miglior vita e di avviarlo sul sentiero della virtù.  Nucci prendeva la cosa in ischerzo e fingeva di assecondare il frate, che finì col persuaderlo a recarsi da lui per confessare e fare ammenda de’ suoi peccati.  Ma quando il giovane si fu accostato al tribunale di penitenza, il priore pare gli tenesse dei propositi osceni e gli desse convegno per la sera fuori della città, in una piccola osteria sulle rive del Trasimeno, ove solevano convenire di consueto i pescatori del lago.

Non mancò il Nucci all’appuntamento: mangiarono allegramente, abbandonandosi a copiose libagioni, poiché l’osteria a quell’ora era deserta, non essendo ancora giunti i soliti frequentatori.

Sull’imbrunire lasciarono l’osteria e per un sentiero traversale risalirono il colle.

Così deposero concordemente in giudizio parecchi testi, che li avevano veduti insieme, l’oste per il primo.  Ma da quel momento in poi non si può riposare che sulle asserzioni del Nucci, il quale aveva troppe buone ragioni per raccontar le cose a suo modo.

Udiamolo:

— Che cosa avete fatto, gli domandò il giudice, quando avete lasciato la strada maestra per prendere la stradicciuola montana?

— Ci siamo inoltrati nella macchia; il priore era bevuto parecchio e tornava sulle proposte che mi aveva fatte al confessionale.

— Avevate voi aderito a quelle proposte?

— Sì, ma per celia.  Volevo burlarmi del frate sozzone.

— Come avete risposto in quel momento alle nuove insistenze del priore?

— Risposi obbiettando che il luogo non era opportuno e che avremmo potuto esser sorpresi.

— E il cappuccino?

— Tirò innanzi fino ad una piccola spianata, cinta d’alberi fronzuti, e là mi disse: Riposiamo un po’ qui.

— E voi?

— Acconsentii.

— Dunque eravate ben disposto?

— Tutt’altro.

— Almeno vi fingevate tale?

— Io non dicevo nulla.  Lui mi raccontava delle storielle lubriche, che diceva accadute in convento; io ascoltavo e ridevo.

— In quale posizione vi trovavate?

— Sdraiati sull’erba, sopra un piccolo pendio, costeggiante lo spianato, dove più fitta era l’alberata.

— Continuate.

— Sentendomi assalito da un bisogno, chiesi perdono al priore, il quale mi disse: «Fa pure il comodo tuo».  Ma mentre mi accingevo a farlo, mi sentii afferrare a tergo per le braccia dal frate, che con un colpo di ginocchio mi fece cader supino.

— Perché non vi svincolaste subito, se non eravate annuente?

— Tentai, ma le sue braccia erano più vigorose delle mie.

— Dovevate chiamare aiuto.

— Avrei buttato il mio fiato: in quell’ora non si trova mai nessuno nella macchia.

— Breve: come finì?

— Cacciai il coltello che tenevo nelle tasche dei calzoni.

— Per uccidere il cappuccino?

— No: solo per fargli paura.

— E per fargli paura semplicemente lo avete ammazzato?

— Vedendo che il priore ci si metteva per davvero, gli tirai un colpo, perché mi lasciasse.

— Un piccolo colpo che gli spaccò il cuore.

— Non è colpa mia.

— Eravate sempre supino?

— Sì.

— La perizia medica esclude la vostra asserzione, perché la ferita parte dall’alto al basso.  Quello che voi narrate, non è che un’oscena favola colla quale sperate indarno di ingannare la giustizia.  Voi avete tratto il disgraziato priore, chissà con quale pretesto, per quel sentiero deserto, nel fitto del bosco e quando vi siete ritenuto al sicuro, approfittando di un momento in cui egli si era chinato, gli avete vibrato la coltellata che lo freddò.

— La favola è questa, non la mia.

— La tabacchiera d’oro che apparteneva al cappuccino, che vi fu trovata, all’atto del vostro arresto, prova esuberantemente che lo avete assassinato per depredarlo.

— L’ho veduta luccicare per terra e la raccolsi; forse gli sarà uscita dallo sparato della tonaca nella colluttazione.

— E il danaro che gli avete tolto?

— Io non gli ho tolto denaro di sorta.

— I testi sono concordi nel dichiarare che il priore usciva sempre con una borsa di pelle ben fornita, per fare le spese della comunità.  E ne’ primi giorni dopo il delitto foste veduto scialarla sprecando denari in gozzoviglie più del consueto e più che non comportassero le vostre finanze.

Antonio Nucci tentò schermirsi, ma le testimonianze erano schiaccianti per lui.  La mancanza del priore fu tosto constata al convento, ma il suo cadavere non venne trovato nella macchia che dopo otto giorni, da alcuni boscaiuoli.  La voce pubblica tosto accusò il Nucci, col quale il frate era stato veduto.  Il Nucci fu arrestato e sottoposto al processo.  Ma non si trovò che la tabacchiera.  Forse il denaro lo aveva seppellito, per andarlo poi a prendere di mano in mano quando gli serviva.  Condannato, accettò i conforti religiosi e subì il supplizio senza viltà.

Durante l’esecuzione però avvenne un fatto curioso.  Due garzoni, tratti dal carcere per aiutarmi nella costruzione del palco, vennero a litigio dietro il medesimo e si azzuffarono.  Dovettero essere separati dai birri.

Questo fatto ne ricorda uno congenere accaduto a Palermo più tardi, del quale corse la fama per tutto il mondo.

Mentre sul palco il giustiziere ghigliottinava un marito che aveva ucciso la moglie per motivo di gelosia, due rivali, amanti entrambi dell’assassinata, che erano riusciti, per diversa via, a penetrare sotto il palco medesimo, per meglio assistere all’esecuzione, accesi di subito furore, si avventarono uno sull’altro armati di coltello, impegnando un terribile duello, dal quale uno dei due uscì morto; l’altro, gravemente ferito, di poco gli sopravvisse.

 

 

X.

La storia di un Eremita.

 

Inaugurai il 7 luglio 1802 la seconda cinquantina del primo centenario, impiccando a Collevecchio Felice Rovina, condannato alla forca per avere strozzato un Eremita, chiamato fra Pasquale, benché non fosse punto frate e meno Pasquale.  La sua storia merita d’essere qui narrata.

Fra Pasquale apparteneva alla piccola nobiltà di provincia; aveva ingegno fecondo e bel personale, appetiti smodati e un coraggio a tutta prova.  Se la sua famiglia fosse stata più ricca e avesse potuto fornirgli denaro quanto esigevano le sue dissipazioni forse avrebbe avuto miglior ventura.  Messo invece dalle sue passioni alle prese col bisogno, scartò dalla via retta e precipitò giù per la china del vizio, che mena al delitto.  E se non lo avesse sorretto l’acutissimo ingegno e una furberia di primo ordine, sarebbe finito nelle mie mani, invece del suo assassino.

Dopo una sequela di bricconerie e di violenze, fra Pasquale, avendo ucciso un rivale in amore, di gran casato, dovette buttarsi alla macchia e dedicarsi alla vita del bandito.  Ce n’erano di molti a quell’epoca e accadeva spesso che si mettevano in lotta fra loro, con gran compiacimento del governo, al quale non pareva vero che i masnadieri si ammazzassero da sé, risparmiandogli la spesa e l’incomodo di farlo esso.

Fra Pasquale batté la campagna per molti anni, sfuggendo a tutte le trame, messe su per pigliarlo.  I birri stessi lo aiutavano un po’ per paura, un po’ per simpatia, un po’ ancora per avidità di lucro, imperocché, soleva distribuire anche a loro una parte dei suoi bottini.

Era così giunto a quell’età, in cui anco gli uomini più robusti, incominciano a sentire il bisogno del riposo, e andava mulinando nella testa come avrebbe potuto procurarselo, quando seppe che era stata messa un enorme taglia sulla testa di un altro bandito, contro il quale si erano spiegate tutte le maggiori energie, e le più grandi sottigliezze per agguantarlo.

La taglia — ripeto, enorme a quei tempi — era di tremila scudi.  Ma nessuno aveva abboccato: c’erano troppi pericoli da affrontare per conseguirla.

Fra Pasquale — continuiamo a chiamarlo così, benché tal nome non avesse ancora assunto, — ebbe un’idea luminosa e tosto s’accinse a tradurla in atto.

Una sera, mentre Monsignor Fiscale aveva appena finito di cenare e stava facendo il suo chilo, con un fiasco di vino accanto e la tavola tuttora imbandita, gli fu annunziata la venuta di uno sconosciuto, che chiedeva di parlargli.

Monsignore, che era di buon umore e sapeva d’altronde di essere ben custodito, ordinò che lo facessero passare.

Entrò un uomo sulla cinquantina, coi capelli spioventi sulle spalle, e la lunga barba, brizzolati e questa e quelli, vestito alla cacciatora, con una certa eleganza.

— Chi siete? — gli domandò il Fiscale, ostentando il piglio brusco, d’un uomo disturbato ed annoiato.

— Non vi servirebbe a nulla il mio nome per il momento, s’anco lo declinassi.

— Che volete?

— Desidererei da V.  S.  reverendissima degli schiarimenti.

— Sopra quale argomento?

— Sulla taglia imposta per la presa del bandito Lucarini.

— Vi sentireste in grado di guadagnarla?

— Perché no?

— Sapete che sono ormai tre mesi che si è pubblicata e nessuno si è lasciato sedurre dalla medesima?

— Lo so.

— E voi vorreste tentare?

— Vorrei riuscire.

Monsignor Fiscale si tolse gli occhiali e ne pulì con un lembo del tovagliolo le lenti, quindi se li ripose e guardò fissamente il nuovo venuto.

Questi sostenne lo sguardo e non si mosse.

Il giudizio del Fiscale parve favorevole, perché la sua fronte corrugata si spianò e sclamò:

— Benissimo: mi sembrate uomo più che di parole, di fatti.

— Purtroppo!

— Purtroppo? — ripeté il Fiscale aggrottando le ciglia, — Perché?

— Perché i fatti mettono spesso gli uomini in brutti impicci.

— Ho capito.  Avete qualche conto da rendere alla giustizia.

— Può essere.

— Vi avverto che non mi piacciono le locuzioni ambigue — Monsignore pronunziò queste parole in tono severo, e quasi duro, guardandosi attorno come cercasse qualche cosa o qualcuno.  Fra Pasquale non se ne diede per inteso e continuò:

— Chi vi portasse la testa di Lucarini. . .

— Avrebbe la taglia promessa in tanti scudi di zecca, fiammanti uno sopra l’altro.

— E se avesse de’ conti da rendere alla giustizia, come monsignore diceva poc’anzi?

— Non gli verrebbero domandati in quel momento.

— E se volesse l’assicurazione dell’impunità?

— Bisognerebbe esaminare prima la cosa.

— Se si trattasse d’un traviato desideroso di ritornare sulla buona via e di emendare i suoi errori, rendendo dei servigi al governo?

— Potrebbe ottenerla per tacito consentimento.

— Vale a dire?

— Mutando nome e non offrendo colla sua condotta nuove cagioni di perturbazione, si ignorerebbe chi fosse realmente e si dimenticherebbero i suoi antecedenti.  Suppongo però che non siate venuto da me per farmi subire un interrogatorio.  Non ho l’abitudine di lasciarmi invertire le parti.  Come vi chiamate?

— Francesco Perilli.

— Dei conti di Casana?

— Per l’appunto.

— Una testa val l’altra.  Vi garantisco che la vostra rimarrà al suo posto, se mi portate quella del Lucarini. . .  Fra quanto?

— Fra otto giorni.

— E sia.  Ma badate: tentando d’ingannarmi voi non uscireste di qui che per andar alle carceri, e dalle carceri che per andare alla forca.

— Alla mannaia! Monsignore, alla mannaia.

— È vero; siete di stirpe nobile; me ne dimenticavo.  Ma questa è una questione di forma, che non muta la sostanza.  Liberamente siete venuto, e liberamente ve ne andate.  Siate però certo che se non tornate, saprò cogliervi.

Perilli si inchinò ed uscì.

Otto giorni dopo all’ora stessa, il medesimo personaggio tornava a presentarsi al Palazzo del Fiscale e venne da Monsignore ricevuto immediatamente.

Perilli vestiva ancora da cacciatore, e portava un canestro sotto il braccio.

— Mi recate la cacciagione? — chiese giocondamente il Fiscale, allontanando un po’ la sedia dalla tavola, tuttora imbandita, e coi resti del dessert.

— Sì, Monsignore.  E precisamente il capo. . .  di selvaggina che mi avete domandato.

— Vediamo, vediamo.

Il cacciatore, con rapidità fulminea, tolto dalla mensa un gran piatto d’argento cesellato, trasse dal canestro la testa del Lucarini e depostala sul piatto la presentò al Fiscale, come fu presentata ad Erodiade la testa del Battista.

Monsignore volle mostrarsi forte, ma un lieve pallore si diffuse sul suo volto, denunziando la emozione disgustosa che gli suscitava tal vista in quel momento.

— Riponetela, mormorò poi, volgendo da altra parte lo sguardo.

E Perilli acciuffatala per i capelli, la ripose nel canestro, quindi la coprì con una salvietta tolta dalla tavola, nella quale si era pulita la mano lorda di sangue raggrumato.

— Monsignore, disse tranquillamente, ho mantenuto il mio impegno, posso contare sul vostro?

— Ne avete la mia parola.  Il mio maestro di casa vi passerà i tremila scudi.  Che contate di fare?

— Indosserò l’abito del mio protettore S.  Francesco, se me ne dà licenza Monsignore.

— Volete entrare in un chiostro?

— No, non me ne sento degno.

Il Fiscale si accorse dell’ironia che era nel fondo, di queste parole e sorrise.  Perilli continuò:

— Mi ritirerò in campagna, in un piccolo eremo, che mi servì già d’asilo, in una valletta amena e silenziosa, come quella ove sorgeva la Casa del Sonno, cantata da Messer Ludovico.

— Mi darete contezza di voi?

— Non mancherò, Monsignore.

— Ne avrete congrua ricompensa.

— Grazie.

Con profondo inchino il bandito si accomiatò dal Fiscale e recossi dal Maestro di casa a riscuotere la taglia.

 

 

XI.

La capanna dell’Eremita.

 

Erano trascorsi pochi anni.

Perilli aveva scrupolosamente seguito il suo programma, per quanto concerne la metamorfosi.  Mutato in frate francescano, s’era stabilito in una capanna, nel fondo di una piccola valle, addossata al versante di un colle, che aveva acquistata, con poche rubbie di terreno intorno, da un pastore.

Meschinissimo era l’aspetto esteriore: curioso l’interno diviso in due scompartimenti.  Il primo era una specie di laboratorio, con un fornello, il cui fumo usciva da un comignolo eretto sul tetto; e sul fornello, storte, lambicchi, fiale e fiaschi d’ogni genere.  Nel secondo c’era un piccolo desco di legno, rozzamente lavorato e sovr’esso un boccale di terra per l’acqua; un sedile a tre piedi, sul quale posava un teschio umano e una lampada di bronzo a tre lucignoli; distesa per terra una stuoia di corteccie intrecciate, serviva per letto e un Cristo appeso alla parete, indicava il capo.

In fondo uno sportello chiudeva una specie d’armadio, scavato nel muro, ingombro di involti, nei quali erano le raccolte d’erbe medicinali, che l’eremita soleva fare, per distribuirle ai contadini che gliele venivano a chiedere.

Ma quell’armadio dissimulava una porta, che girava sui cardini, insieme alle tavole traversali, sulle quali stavano gli involti delle erbe, e dava accesso ad un terzo compartimento segreto, molto più ampio dei due antecedenti presi insieme, che si internava nella collina, e faceva capo ad una grotta naturale, chiusa da una porta, coperta da un alto specchio di Venezia, con larga cornice intagliata e dorata.

La grotta serviva all’eremita di deposito delle sue dovizie e per un lungo corridoio, scavato nel tufo calcareo, si giungeva ad un’altra uscita, difesa da una porta sprangata di ferro, che si apriva dall’interno ed era al di fuori mascherata da grandi massi, rivestiti di verde musco.  Questa uscita metteva nel folto della macchia, che si estendeva su tutto il versante dell’aspra collina.

Il compartimento segreto della capanna era riccamente arredato e munito di tutti i conforti della vita: un ampio letto a colonne con cortinaggi di velluto e di trina, che lo chiudevano come un santuario; vasti armadi di legno dipinto e intarsiato, con fregi e dorature, una tavola rotonda col pedale di bronzo dorato e il piano di mosaico; sedie e divani coperti di velluto e di cuoio di Cordova impresso in oro, ne costituivano il mobilio sontuoso ed elegante ad un tempo, e chiarivano come fra Pasquale doveva aver passato i suoi primi anni nel lusso ed avervi affinato il suo gusto.

Era quello scompartimento il suo piccolo paradiso; un paradiso che non aveva delle Urì come quello di Maometto, ma al quale non mancava di quando in quando il sorriso della donna.

La fama dell’Eremita si era diffusa a parecchia distanza; dai paesi circonvicini non solo, ma ben anco da lontani, gli giungevano clienti in cerca di semplici e di composti.  Fra Pasquale non vendeva soltanto le medicine che manipolava co’ suoi lambicchi, e le erbe salutari, colte fra i boschi e fra gli sterpi del torrentello spumeggiante, che bagnava la valletta, dove aveva stabilito il suo domicilio: componeva altresì dei filtri portentosi che avevano la proprietà di far amar le persone tra loro e di disinnamorarle, di rendere più vigorosi od inetti all’azione genetica, e, quel che è peggio, di togliere alle donne, ed alle fanciulle in ispecie, l’incomodo della maternità, dissolvendo embrioni e feti ed espellendoli anzi tempo dall’alvo, perché non giungessero a maturità.  Volevano anche taluni che più d’una vedova dovesse a’ suoi farmaci le anticipate, agognate gramaglie.  Ma forse erano voci maligne e nulla più.  Certo è vero che aveva nome di stregone: più di una vecchierella, scorgendo da lungi il tetto della sua capanna, o il sottile pennacchio di fumo che ne usciva, si faceva il segno di santa croce.  I preti incontrandolo mormoravano: ite diabulis, ite ad inferi.  I birri di campagna, per converso, non sdegnavano di soffermarsi sulla soglia del suo laboratorio, di chiedergli un boccale d’acqua fresca, e di accettare magari un boccale di vino, nonché di attingere da lui informazioni, intorno alla gente che batteva la campagna.  Informazioni ch’egli era sollecito di fornir loro, studiando intanto di carpirne altre sul soggetto delle missioni ond’erano incaricati.

Avevano luogo fra loro dei dialoghi come questo:

— Fra Pasquale, s’è vista nessuna persona sospetta scorazzare per questi dintorni?

— Non mi pare.  Però un povero ammalato che venne da me per soccorso, mi disse d’’aver incontrato una comitiva di uomini, che tenevano i pistoni nascosti, sotto i ferraioli, i quali lo fermarono, gli fecero delle interrogazioni, poi lo lasciarono senza molestia.

— Da quale parte provenivano?

— Da Collevecchio.

— Ed erano diretti?

— Piegarono a manca, costeggiando la macchia.

— Era di notte?

— Di mattina verso l’alba.  E dovevano aver fatto buon bottino, perché erano allegri e portavano delle bisaccie rigonfie.  Il mio malato lo fermarono più per curiosità che per altro.  Credo anzi gli regalassero qualche baiocco.

— Dovrebbero esser loro.

— Siete sulle traccia di qualche banda di grassatori?

— È stata assalita una vettura padronale di viaggiatori, che portavano di molto valsente.  Dovrebbe essere la masnada del famoso Caciotaro.

— Non vorrei essere ne’ suoi panni.

— Perché?

— Perché non tarderà a cadervi nelle mani.

— Speriamolo.

— Siete soli?

— Abbiamo combinato un appostamento, col bargello di Collevecchio e le sue guardie, proprio nella macchia, costeggiata dalla vostra comitiva.  C’è a scommettere che è quella del Caciotaro.

— Buona fortuna!

I birri se ne andavano, lieti e felici delle notizie avute da fra Pasquale.  E fra Pasquale, che era in rapporti d’affari col Caciotaro, chiudeva la sua capanna e per la grotta si recava nella macchia, dove trovava tosto un messo da inviargli, per porlo sull’avviso; onde non avesse a cadere nell’agguato tesogli dal bargello.

Al Caciotaro e ad altri capi di banditi d’alta levatura, fra Pasquale porgeva eziandio informazioni sui viandanti, i corrieri e i viaggiatori di gran conto, che passavano, o dovevano passare, nei luoghi ove era agevole il grassarli.  E su questi percepiva un quinto del bottino.

D’altra parte però, se qualche disgraziato, si buttava da novellino nella macchia, o spinto dal bisogno, o per aver commesso qualche delitto, per il quale era ricercato dalla giustizia, fra Pasquale non ritardava a saperlo: estendeva quanto più poteva le sue indagini, e ne faceva giungere notizie al Fiscale di Roma, che così gli conservava la sua protezione e non mancava di rimunerarlo lautamente.

Così l’astuto eremita, faceva un doppio giuoco, ritraendone largo profitto ed assicurandosi l’impunità.

La sua clientela abituale era composta in gran parte di giovani sposi e di fanciulle innamorate ed a queste, specialmente se erano leggiadre, soleva imporre un tributo carnale.  Le brine che l’età aveva deposte sul suo capo, non avevano spenta la sua foia, non avevano saziata la sua sete di femminei godimenti.  Egli soleva attrarle con arte finissima nelle sue reti e una volta che vi erano incappate non gli sfuggivano di leggeri.  Alcune cedevano riluttanti per tema di peggio; altre subivano la violenza, ma tacevano, un po’ per vergogna, un po’ per paura.  Ed altre finalmente s’acconciavano con piacere, e queste erano ammesse alla sua intimità, nel terzo compartimento, passando pure qualche notte in orgie sfrenate, inebbriate dai vini generosi e dagli amplessi frenetici dell’eremita.  E talora gli servivano eziandio da mezzane, inviandogli incaute giovinette, bisognose dei suoi molteplici ministeri, le quali, prima d’essere esaudite, dovevano subire l’oltraggio delle sue carezze e de’ suoi baci.

 

 

XII.

L’attentato e la morte.

 

Una bella mattina di maggio, fra Pasquale, stando nel suo laboratorio, vide scendere per la china che conduceva nella piccola valle, una formosa fanciulla trilustre, precocemente sviluppata.  Il turgido seno le torreggiava sotto la bianca camiciuola, la vita agile e sottile, stretta dal busto sovrapposto, faceva spiccare maggiormente le sue anche poderose, ondeggianti nell’incedere; il breve gonnellino lasciava scorgere il profilo di una gamba nervosa e ben modellata.

Fra Pasquale ne fu colpito; i suoi occhi mandavano fiamme; il sangue gli martellava le tempie; le sue labbra fremevano di desideri voluttuosi.

— Ov’è diretta, quella gallinella? — chiese a se stesso osservandola — Venisse da me?

E per non darle soggezione non si mosse, e cessò dal guardarla fissamente, come dapprima aveva fatto.

La fanciulla continuava a scendere pian piano pel sentiero serpeggiante; ma ad ogni tratto si fermava, ora volgendo gli occhi in alto dalla parte donde era calata, ora al basso della valletta, ove era diretta.  Si vedeva dalle sue esitanze che aveva ancora degli scrupoli a superare.

Forse il suo angelo custode a destra le mormorava all’orecchio: «Torna indietro. » Allora rimaneva per un istante sul pendio col pie’ sospeso.  Ma il diavolo da mancina era pronto ad incoraggiarla e le diceva: «Che temi, sciocca? Vuoi o non vuoi esser certa che Felicino ti ama e che ti sposerà? Tira innanzi».  E allora la fanciulla moveva parecchi passi affrettati giù per la china.

Ma ad un certo punto parve che il suo buon angelo avesse ripreso il sopravvento.  Era ormai giunta a tre quarti della discesa: vedeva distintamente l’interno della capanna e fra Pasquale, che fingendosi intento alle faccende del suo laboratorio, non tralasciava di sorvegliarla.  D’un tratto si voltò e riprese a risalire per la stradicciuola con gran furia.  Evidentemente non voleva lasciar tempo al suo cattivo consigliere di sospingerla alla meta peccaminosa.

Disgraziatamente pose un piede in fallo, incespicò in un sasso sporgente ed acuminato che la ferì alla clavicola e cadde rotoloni per buon tratto di strada, finché le sue vesti impigliatesi ne’ pruni la sostennero.

Fra Pasquale accorse tosto in suo aiuto.

Quando le fu vicino s’accorse che era svenuta e si fermò ad ammirare le stupende forme, dalle carni rosee e vellutate, che rimanevano scoperte, essendosene il guarnellino rimboccato, per effetto delle spine che lo trattenevano.

Invaso dal furore erotico, il lubrico eremita, stava per approfittare brutalmente di quella innocente creatura, nella stessa posizione in cui si trovava.  Ma un barlume di ragione ne lo trattenne.

Staccò pian piano le vesti della fanciulla dai pruni, quindi recatasela sulle braccia, la trasportò nella capanna, e la depose sullo splendido letto a baldacchino del compartimento segreto.

La giovinetta era in preda ad un deliquio, cagionatole dallo spavento della caduta e dal dolore acuto prodottole dalla ferita, che aveva fatto sangue.

Fra Pasquale le tolse innanzitutto gli stivaletti e le calze, le lavò le ferite coll’acqua di fonte, le applicò dell’arnica fresca, che andò a cogliere a pochi passi dalla capanna, ove la coltivava, trapiantata.

Quindi le levò il candido pannolino che le copriva il capo: la ricca capigliatura, sciolta così da ogni ceppo le cadde lungo le spalle incorniciandole il bellissimo volto ovale, pallido, ma pur sempre fiorente di giovinezza.

La fanciulla non si svegliava: fra Pasquale prima di spruzzarle il volto, o di darle ad odorare dei sali, che l’avrebbero richiamata in sensi, volle svestirla completamente: le slacciò il busto, con ansia febbrile, e le strappò i bottoni della bianca camiciuola la quale cadde, offrendo alla vista del libertino eremita i tesori d’un bel seno virginale.  Liberata così dall’oppressione, che il busto le cagionava, la respirazione della giovinetta diventò regolare e poco a poco le sue labbruzze ripresero il bel colore corallino e le gote le si rifecero vermiglie.

Fra Pasquale la contemplava estatico.

Nulla di più leggiadro si era mai offerto a’ suoi avidi sguardi.

Egli tratteneva il respiro, per tema di destarla, e mentre le sue pupille rutilanti la dardeggiavano, colle nari dilatate assorbiva le fraganze soavi, emanate da quel corpo di Psiche.

La fanciulla sollevò lentamente, dopo breve istante le lunghe ciglia, quindi le palpebre, de’ suoi grand’occhi morati, e così stette per un momento immobile e silenziosa.  Non aveva per anco ricuperato il pieno esercizio delle facoltà mentali: il deliquio le incombeva ancora sul cervello.

Ma fu un affare di pochi secondi.

D’un tratto gettò un acutissimo grido dalla bocca socchiusa e si alzò a sedere sul letto, incrociando le braccia sul seno per sottrarlo pudicamente agli sguardi dell’eremita, che la bruciavano.

— Dove sono, mio Dio, dove sono? — domandò piangendo.

— Non temere, fanciulla, le rispose fra Pasquale, sei in casa tua: qui sei padrona e regina.

— No, no.  Lasciatemi — gridò la giovinetta invasa dallo sgomento, e tentò di balzare dal letto. .

Ma il frate la trattenne avvincendola solidamente fra le sue braccia.

Allora incominciò una lotta formidabile, fra la fragile creatura che difendeva il suo pudore, con energia disperata, e l’osceno eremita, che dominato dalla passione bestiale, non aveva più nulla d’umano, neppure il volto velloso e reso adusto dal sole.

Vinse il pudore.

Discinta, coi capelli sciolti sul capo e sul petto, col viso madido di sudore e di lagrime, la giovinetta, riuscita a svincolarsi, s’era messa a ginocchioni ed abbracciava le gambe dell’eremita, supplicando:

— Lasciatemi, padre, lasciatemi, o ne morrò.

E veramente il suo parossismo era giunto a tale, che faceva temere, non foss’altro, per la sua ragione.

Fra Pasquale comprese, che quella fanciulla ridotta in così disperate condizioni d’animo, non le avrebbe procurato alcun godimento, e, siccome non intendeva di rinunciarvi, mutò tattica.

Si finse dolente dell’accaduto, pentito del suo eccesso e ne chiese scusa alla giovinetta colle più dolci, più insinuanti, più umili parole.  Era stato un delirio momentaneo.  Aveva voluto farla rinvenire e guarirla.  La vista di tanta bellezza l’aveva reso dissennato.  Se non otteneva il suo perdono sarebbe morto dannato.  Tutto quel tanto di vita che gli rimaneva, non sarebbe bastato, pur infliggendosi patimenti d’ogni genere, ad espiare.

La fanciulla rialzata, ricoperta co’ suoi vestiti, man mano si rinfrancò e, ingenua com’era, credette alla mendace parola dell’astuto eremita, il quale spinse l’ipocrisia fino a farla inginocchiare al suo fianco sulla stuoia, dell’altro compartimento, innanzi al crocifisso e a dichiarare che gli perdonava di cuore il suo trasporto.

Ricuperata la fiducia, la fanciulla non esitò a confessare il motivo che l’aveva guidata colà.  Aveva un amante che la doveva sposare.  Era partito da parecchio e ancora non le aveva dato nuova di lui.  Desiderava di sapere che cosa era accaduto; se il suo Felicino le volesse sempre bene, se sarebbe tornato, se l’avrebbe sposata per davvero.  Le avevano detto che quivi si trovava un eremita, un sant’uomo che avrebbe potuto farle conoscere tutto ciò, ed aiutarla, pure, a conseguire ciò che ardentemente bramava.  Perciò era venuta.

Ma mentre scendeva dalla china una voce le diceva di non farlo: aveva voluto tornare sopra i suoi passi, era caduta e da quel momento non sapeva più nulla.

Fra Pasquale la confortò.  Finse di consultare certi vecchi libri che teneva nel laboratorio; poi trasse una boccia, la riempì d’acqua e lasciandovi cadere goccia a goccia da una fialetta un liquore verdastro che formava delle spire opaline e si scioglieva lentamente, le palesò ciò che diceva aver tratto da’ suoi esperimenti.

Il suo amante l’avrebbe sposata, l’amava ancora, ma un’altra donna voleva rapirle il suo affetto: era necessario neutralizzare gli sforzi di quella donna.

— Mio Dio, come fare? chiedeva la povera creatura, torcendosi le mani, addolorata e piangente.

— Rasserenati e confortati, bimba mia.  Io ti darò un filtro, bevendo il quale, il tuo amante prenderà in orrore la tua rivale.

— Costerà di molto? — domandò l’ingenua giovinetta, portandosi le mani alle orecchie, per togliersi gli anelloni d’oro che le adornavano.

— Costa di molto sicuramente — rispose l’eremita; ma io te l’offro, senza spesa, in espiazione del mio fallo.

E tratta una boccetta, che teneva riposta, ne bevve una metà e ne porse il resto alla fanciulla che, così rassicurata, la tracannò d’un fiato; era un sonnifero potente, misto ad un afrodisiaco non meno gagliardo.  Poi la congedò, conducendola fin sul limitare della capanna.  La fanciulla attraversò la valletta, lesta come una gazzella, e s’inerpicò sul sentiero fatale, d’ond’era caduta.

Intanto Fra Pasquale rientrato nel laboratorio s’affrettava a prendere per antidoto del sonnifero alcune cucchiaiate di caffeina.  Quanto all’afrodisiaco, pensò che gli avrebbe giovato anzicché nociuto.  Quindi si avviò dietro alla giovinetta.

La trovò adagiata alla sommità della discesa, sopra un tappeto di musco, e presala sulle bracia un’altra volta, senza che desse un segno di vita, la riportò sul letto, dove aveva tentato poco prima di violentarla.

La fanciulla non uscì dalla capanna che all’indomani mattina.  Era irriconoscibile.  Pareva disfatta.  Una rosa divelta dallo stelo dall’imperversare della bufera, e calpestata, avrebbe solo potuto dar un’idea di lei.

Era trascorso un mese circa dal misfatto compiuto da Fra Pasquale, quando una mattina capitò alla capanna un giovanotto sui venticinque, vestito alla campagnuola e mostrando uno scudo, chiese all’eremita una medicina per guarire sua madre, da una forte colica che l’aveva presa.

Fra Pasquale pose a bollire alcune fronde secche, tolte dall’erborario, in una ampolla di vetro.  Ma, mentre soffiava sulle braci per ravvivare il fuoco, si sentì afferrato per il collo e rovesciato al suolo.

Non ebbe campo di porsi sulle difese, perché sempre serrandolo con una mano alla gola, il giovanotto, gli saltò sul petto con un balzo da gatto selvatico, e premendoglielo colle ginocchia, per tenerlo fermo, lo strozzò.

Compiuto l’assassinio, il giovanotto andò a consegnarsi al bargello di Collevecchio.  Confessò il suo delitto.  Eretto il processo fu condannato e, come dissi, il 7 luglio io l’impiccai.

Era Felice Rovina, l’amante della fanciulla stuprata, la quale al suo ritorno l’aveva reso edotto dell’onta subita.

Informato della cosa, poco dopo l’arresto del Rovina, Monsignor Fiscale, mandò da Roma a perquisire la capanna di fra Pasquale e per tal modo giunse a cognizione di tutto, e colle dovizie trovatesi si pagò ad usura e della taglia pagata pel Perilli e delle susseguenti elargizioni.

 

 

XIII.

Amori clandestini.

 

Continuo il corso cronologico delle mie «operazioni» colla 56ma, che eseguii in Viterbo il 18 dicembre 1802, mediante la forca, in persona di Domenico Guidi, al quale fu intimata la sentenza di morte alle 22 per le 23, rarissimo esempio nella storia della giustizia papale, che soleva lasciar sempre al reo il tempo per pentirsi e provvedere alla salvezza dell’anima sua.

Era costui un giovinotto di venticinque anni pazzamente innamorato di una fanciulla benestante, appena quadrilustre.

I suoi amori erano stati sempre contrastati dai parenti della ragazza; ma questa gli voleva un bene dell’anima e non c’era stato verso di distoglierla dal suo divisamento di sposarsi il Guidi, volendo o non volendo i suoi genitori.

Si vedevano di notte in una stalla, in casa della fanciulla, nascostamente di tutti, dove l’amante s’introduceva di soppiatto e restando per ore ed ore in attesa.

La relazione fra i due continuava da parecchio con reciproca soddisfazione.  Ma un giorno Pepita, tale il nome della donzella, fu avvertita dalla madre che suo padre l’aveva promessa in isposa a un campagnuolo, ricco ed anziano, ma fornito di molti beni immobili e di denaro.

— Siete matti? — gridò spaventata la giovinetta — io non isposerò il vostro burrino quattrinaio, nemmeno se m’aveste ad ammazzare.

— Perché? — le domandò dolcemente la madre.

— Perché. . .  perché. . .  perché non voglio sposare.  Voglio restar zitella.

— Pepita, bada: tuo padre non ischerza.  Vuole questo matrimonio assolutamente: se ti opponi t’incoglierà male.

La fanciulla non aggiunse verbo: non si mostrò né assenziente, né dissenziente.  Per cui la madre la giudicò non lontana dall’arrendersi alla volontà paterna, e disse al marito: «Lasciamola stare per qualche giorno.  Combatte le ultime ripugnanze».

Pepita alla sera si trovò al solito convegno coll’amante e le prime parole che gli rivolse furono queste:

— Portami via.

— Perché? — chiese stupefatto Domenico Guidi.

— Portami via, se no mi uccido.

— Ma dimmi almeno in nome di Dio che cos’è avvenuto per determinarti a questa rischiosa proposta.  Fummo scoperti?

— No.

— Dunque?

— Dunque, mio padre vuol maritarmi a tutti i costi.  E quando s’è fitta in testa una cosa non è uomo da lasciarsi rimuovere dal proposito.

— Tua madre?

— È troppo debole per resistergli.

— Tuo fratello?

— È avido di danaro quanto e più di mio padre: lo sposo è ricco.

— Fanno conto di spogliarlo?

— No.  Ma tu capirai che dove ce n’è ne gronda.

— Perfettamente.  Ma dove ti devo condurre? Se restiamo a Viterbo saremo subito scoperti. .

— Bell’affare.

— E d’altra parte, lasciando il paese, dove ti condurrò, come troverò da mangiare per me e per te?

— Lavoreremo.

— Non sarà la voglia che mi mancherà.  Ma ci vorrà del tempo prima di trovar da occuparci.  E intanto?

— Ci penserò io.  Ho dei gioielli, ho della roba, ho pure qualche scudo da parte.

— Quand’è così, decidi tu.  Io son pronto.

— Bisogna far presto.

— Questa sera, no, credo?

— Domani.

— E sia.

Per quella notte amore fu lasciato in disparte.  I due giovani s’accomiatarono tosto.  Pepita tornò su in casa, Domenico uscì, ma nell’uscire gli parve di aver veduta un’ombra fuggire sulla muraglia illuminata dalla luna.  Ne fu un po’ scosso e stette qualche minuto in ascolto.  Non vedendo nulla, mormorò:

— Mi sarò ingannato.

E uscì lesto dallo sportello del portone chiuso.

 

 

XIV.

La fuga e il delitto.

 

La sera susseguente, Domenico giunse più sollecito del consueto all’appuntamento, e vi trovò Pepita già pronta con due enormi involti di roba. .

— Dove vuoi portarli? — le domandò il Guidi, evidentemente imbarazzato.

— Con noi.

— Ma se incontriamo dei birri, saremo presi per ladri, ci interrogheranno, dovremo declinare i nostri nomi e allora, addio fuga.

— Pure è necessario, se abbiamo a campare.

Il giovanotto si rassegnò, per amor della sua ragazza, a correre l’alea d’un arresto.

Prese i due involti fra le braccia e si avviò all’uscita.  Ma mentre stava per entrare nel vestibolo della porta si sentì afferrare pel collarino e una mano armata di coltello si levò sopra di lui e cadde replicatamente per ferirlo.  Fortunatamente gli involti gli paravano i colpi e non ebbe a toccare che una lievissima quasi impercettibile scalfittura al collo.

Però vedendo che l’incognito assalitore gli attraversava la via di scampo e non pareva disposto a lasciarlo, trasse di tasca il coltello e fatta scattare la molla, per assicurare la lama, si pose sulle difese.  I due involti intanto erano caduti al suolo.

Le due lame s’incontrarono; quella di Domenico Guidi, deviata con abile e pronto movimento quella dell’avversario, entrò nel collo a questi fino al manico.

Guidi si sentì uno spruzzo di sangue caldo bagnargli il volto e intanto vide il corpo del suo antagonista, prima barcollare, poi cadere.

Pepita s’era trattenuta nella stalla per lasciare il tempo all’amante d’uscire cogli involti.  Dopo pochi minuti attraversò il cortile dirigendosi verso alla porta.

Il cielo era annuvolato ed era buio.  Ma un raggio di luna fendendo le nubi in quell’istante, illuminò la scena sanguinosa.

— Sciagurato — esclamò l’infelice reprimendo la voce — hai ucciso mio fratello!

Indi chinatasi, raccolse i due involti e con essi scomparve nella stalla.

Guidi si passò la mano sulla fronte, quasi volesse cacciare un sogno molesto.  L’umidiccio del sangue, ond’era soffuso, lo richiamò subito alla realtà delle cose e si diede a fuggire disperatamente, senza meta.

D’un tratto si sentì afferrato da quattro robuste braccia e una voce brusca ed imperiosa, gli domandò:

— Siete ferito.  Dove vi siete accoltellati?

Nessuna risposta egli diede.

Allora i due birri che lo avevano arrestato, gli tolsero il coltello di mano, tuttora fumante di sangue, gli legarono strettamente i polsi e lo portarono alle carceri di città.

Il suo spirito avea frattanto ricuperato un po’ di calma, e così potè architettare il suo sistema di difesa.

Sottoposto dal bargello ad un primo interrogatorio dichiarò che s’era imbattuto per via in un ubbriaco, il quale, stava per cascargli addosso.  Egli lo redarguì e quello gli si fece sopra col coltello aperto, per menargli.  Aveva dovuto difendersi.  S’era sentito spruzzare sul volto il sangue dello sconosciuto ed era fuggito.  Dell’altro non sapeva che fosse accaduto.

Invitato a precisare il luogo dello scontro titubò alquanto e così suscitò dei dubbi al bargello sulla veridicità del suo racconto.

Il bargello lo fece chiudere nella cella più sicura, quindi andò egli stesso con due carcerieri in giro per la città, ad assumere informazioni.

Essendo di notte, nulla poté raccogliere e dovettero tornarsene alle carceri, senza aver nulla scoperto.

Pepita, affranta dal dolore, s’era frattanto ritirata nella sua camera e disfatti gli involti aveva riposto ogni cosa, e curato che sparisse ogni traccia della sua tentata fuga.

Fu una notte terribile per lei.  Avrebbe voluto trovar modo di scendere per soccorrere il fratello, se fosse ancor vivo, ma temeva di destar sospetti, dai quali sarebbe forse scaturita la verità del delitto e la persona del delinquente.

Ad ogni tratto tendeva le orecchie per udire se qualche rumore le giungesse, dal quale le fosse dato arguire se il ferimento del fratello fosse stato scoperto.

Ma il silenzio più profondo regnava nella casa, ed estenuata moralmente e fisicamente, finì coll’addormentarsi sull’albeggiare.  Poco dopo un gran fracasso la svegliò.  Tutta la casa era sossopra: si udivano voci confuse e imprecazioni e lai.  Un famiglio aveva trovato nell’androne della porta il cadavere già irrigidito del figlio del padrone ed era corso a darne avviso al padre.  La triste nuova si era diffusa in un baleno per ogni dove, e d’ogni dove accorrevano i curiosi per «vedere il morto» e per saper qualche cosa dell’omicidio.

La giustizia informata intervenne pure e mandò a raccogliere i particolari del fatto.  I giudici associarono tosto il delitto al nome di Domenico Guidi, arrestato appunto verso quell’ora in cui doveva essere seguito il delitto.  E questi fu portato al cospetto della salma.  Ma egli sostenne imperturbabilmente quella vista: non un muscolo del suo volto subì una contrazione; il suo polso accuratamente tastato, non diede un battito di più.

 

 

XV.

Indagini infruttuose.

 

Si fecero delle indagini per scoprire se qualche rapporto fosse interceduto fra l’ucciso ed il supposto uccisore e ne risultò nemmanco che si fossero conosciuti.  La tresca fra la ragazza ed il Guidi era stata così abilmente condotta, che non ne era trapelato nulla.  E a nessuno passò manco per la mente che vi potesse essere qualche punto di contatto fra Pepita e l’assassino di suo fratello.  In una parola mancò alla giustizia il filo conduttore che la portasse alla scoperta dell’autore del misfatto.

L’ucciso era un bel giovane, aitante della persona, ben proporzionato e piacevole.  Aveva anco fama di fortunato in amore.  Si venne alla conclusione che il delitto doveva essere il portato di una vendetta personale.  Qualche marito oltraggiato, aveva fatto il colpo, colla massima cautela, per rifarsi dell’onta patita.  Il processo rimase aperto.  Pepita intanto, accasciata dall’angoscia, aveva voluto entrare in un chiostro di clausura, per fare il suo noviziato e invano tentarono d’opporsi il padre e la madre.  La perdita del fratello in così atroce modo avvenuta giustificava la sua determinazione.  L’autorità non le rifiutò il suo appoggio.

E per tal modo la fanciulla addolorata poté sottrarsi ad ogni pericolo e ad ogni seccatura.

Domenico Guidi restava in prigione.

La giustizia non aveva potuto in verun modo assodare che esistesse una correlazione fra il misterioso assassinio e la sua fuga per le vie di Viterbo, nella stessa notte, insanguinato e armato di coltello.  Ma nell’animo del giudice inquirente era radicato il convincimento che siffatta correlazione doveva esistere, e però decise di trattenerlo in carcere, finché il caso, o un accidente purchessia, fosse venuto a porgere un indizio, mediante il quale fosse dato riprendere l’istruzione del processo e dipanare l’arruffata matassa.

Gli erano stati dati per compagni di cella degli spioni abilissimi, col mandato di estorcergli qualche confessione, qualche mezza confidenza, qualche imprudente rivelazione, sull’esser suo, sulle sue gesta, sui rapporti con terzi, e toccavia.  Ma Domenico Guidi, o lo sapesse, o lo sospettasse, rimase ermeticamente chiuso in se stesso.  Fu tormentato con improvvisi interrogatori di giorno e di notte, nella cella e fuori.  Si adoperarono suggestioni d’ogni maniera e riuscirono frustate.

L’inquirente aveva tenuto calcolo dei più minimi particolari e studiato tutti i versi per edificare un dramma, il cui epilogo fosse l’assassinio per opera del Guidi, e la sua fantasia si era esaurita senza raggiungere il suo intento.

Quand’ecco un giorno giungergli la notizia che Pepita, chiusa nel chiostro delle Clarisse, era stata riconosciuta gravida.  Senza por tempo in mezzo, si reca al convento, ottiene di parlare alla superiora, e la interroga se credesse possibile che lo scandalo fosse avvenuto nel monastero.  Ma questo venne assolutamente escluso.  La vita claustrale era mantenuta con tale rigidità, che nessun trasporto, né estraneo, né interno, potevano aver le novizie e le monache con persone d’altro sesso.

Doveva dunque essere avvenuto prima della sua entrata.

Il giudice assunse altre informazioni in casa di Pepita e la madre della fanciulla accasciata dalla notizia dello stato in cui si trovava sua figlia, gli narrò il progetto del matrimonio fatto da suo marito per Pepita e le ripulse della fanciulla quando glie lo comunicò.

Questo fu un raggio di luce per l’inquirente.

Tornato al proprio ufficio e chiuso nella solitudine del suo gabinetto, con lunga e profonda meditazione riuscì a ricomporre la trama del delitto.

 

 

XVI.

La confessione e la morte.

 

A notte alta si fa condurre innanzi Domenico Guidi e, rimasto solo con lui, così l’abborda:

— Ho una notizia a darvi: Pepita la vostra amante è stata riconosciuta gestante.

La lampada posta sullo scrittoio dell’inquirente proiettava sopra di lui la luce; il giudice invece, coperto da un paralume di seta verde, restava all’ombra e studiava attentamente sul volto dell’imputato l’effetto delle sue parole.  A quell’uscita il colore del Guidi s’era fatto cadaverico.

— Persisterete a negare — riprese il giudice collo stesso tono di voce aspro e secco — d’aver ucciso il fratello della vostra ragazza?

Guidi non rispose.

— Ben più consigliata di voi, Pepita ha confessato tutta la verità, nulla occultando alla giustizia, né della vostra tresca, né del progetto di matrimonio, concepito da suo padre e comunicatole dalla madre e da lei respinto, né delle conseguenze che ne scaturirono.

L’imputato pareva fulminato: le sue forze morali erano paralizzate e le fisiche del pari.  Credeva tutto scoperto e si sentiva morire.

— Domenico Guidi — continuò il giudice, dando alla sua voce un’inflessione meno severa e parlandogli in modo quasi paterno — la sincerità solo può migliorare la vostra sorte, attenuare la gravità del delitto.

L’imputato cadde nel laccio e, sperando di sfuggire al patibolo, del quale gli pareva rizzarsi l’immagine innanzi a lui, balbettò:

— Fu per legittima difesa.

— Lo so.  Foste sorpreso. . .

— E replicatamente colpito.  Se non erano i due involti di Pepita nei quali si affondò la lama del suo coltello l’ucciso sarei stato io.

Quella rivelazione dei due involti aprì la mente del giudice.  Li aveva dati all’amante Pepita.  Che cosa potevano contenere? Certamente i suoi effetti.  A quale scopo? Per portarli con sé.  Era dunque a una fuga che si erano preparati.  L’assassinato aveva colpito il Guidi? La sorpresa risultava evidente.

— Dove intendevate di portar Pepita, dopo la fuga? — domandò il giudice a bruciapelo.

— Non lo so.  La cosa era stata così improvvisa, che non avevo avuto tempo di pensare a nulla.  Si voleva andar via da Viterbo.  Saremmo usciti di città per andar poi lontano.

— Col fardello della roba che Pepita portava con sé, non è vero?

— Io non possedevo mezzi.  Fu lei che lo volle.  Mi disse che avrebbe portato con sé la sua roba.  Null’altro che la sua roba.

L’idea di esser ritenuto complice di un furto domestico, per parte della ragazza, ripugnava al Guidi più dello stesso delitto di sangue che aveva commesso.

Man mano, l’abilissimo inquirente, sempre fingendosi già informato di tutto, dalle supposte rivelazioni di Pepita, trasse di bocca al prigioniero tutti i più minuti particolari del fatto, dall’inizio delle sue relazioni colla fanciulla, fino alla sua fuga disperata, dopo aver assassinato il fratello.  Emerse così chiaro che questi aveva avuto cognizione della tresca della sorella e che la vigilava, per modo, che non potesse andar a monte il progettato di lei matrimonio.

Ottenuto un così grande, quanto insperato successo, l’inquirente licenziò il Guidi, esortandolo a confermare al domani innanzi al consesso giudicante, le sue confessioni e facendogli intravedere la possibilità di una mite condanna e della grazia fors’anco.

Il giorno seguente il reo ripetè la sua confessione ampia: quindi fu fatto ricondurre in carcere.  Il tribunale, per evitare uno scandalo, trattandosi di una fanciulla chiusa in un chiostro, sorvolò nella motivazione della sentenza ai fatti antecedenti e condannò il Guidi alla forca per omicidio.

E la condanna ebbe subito corso, come avvertii.

Quando Guidi, giunse ai piedi del patibolo, era più morto che vivo.  L’intimazione della sentenza lo aveva siffattamente colpito, mentre era così lontano dall’aspettarla, che non proferì più verbo.  Aveva perduta la favella.

Dovetti portarlo su di viva forza per la scala, mentre il mio aiutante lo sorreggeva per le gambe.

 

 

XVII.

Violazione di una promessa sposa.

 

Il 30 marzo del 1805 dovetti recarmi a Fermo, l’antica capitale delle Marche, per impiccarvi un giovane di buona famiglia che aveva commesso un assassinio ed uno stupro: l’assassinio in persona del padre dell’ex sua promessa sposa, lo stupro in persona di lei medesima.  Luigi Masi era il suo nome.

Di carattere estremamente violento, si era innamorato di Elvira Placenti, figlia di un merciaio che teneva negozio in piazza di Fermo, e dopo averla per parecchio tempo corteggiata le chiese in isposa al padre, il quale acconsentì, a patto che prima del matrimonio si procurasse una posizione stabile.  La fanciulla era esperta quanto leggiadra, e avrebbe potuto benissimo, dopo la sua morte, condurre da sé il negozio.  Voleva quindi che il marito avesse un’altra occupazione.

Luigi, apparteneva, come dissi, ad agiata, ma numerosa famiglia e non poteva fare assegnamento sul solo asse paterno per vivere.  D’altronde aveva fama di dissipato e gozzovigliatore.  Il tempo e la moglie l’avrebbero emendato, e di farlo egli solennemente prometteva.  Ma il padre d’Elvira, che era vedovo, ed aveva quell’unica figlia voleva assicurarle la felicità, perché l’amava come la pupilla degli occhi suoi.

Il Masi, innamorato, promise tutto quello che vollero l’Elvira ed il suo genitore; ma si guardò bene dal fare quello che aveva promesso.  Però siccome anche la fanciulla era innamorata di lui, su questo capitolo si sarebbero accordati.

Luigi le prodigava tenerezze infinite e le dava prove continue di verace affetto.  Però, soffriva di gelosia.  E questa a poco a poco diventò un tormento pei due promessi.  Stando in negozio, bella com’era, aveva naturalmente degli adoratori, ai quali non corrispondeva punto, ma che non poteva cacciar fuori di bottega quando v’entravano col pretesto di fare degli acquisti.

Di qui una quantità di litigi per parte del Masi, col futuro suocero, colla promessa sposa e cogli avventori, ch’egli aveva presa la mala abitudine di provocare.  Il padre diceva quindi ad Elena:

— Figliuola mia, Masi non fa per te, bisogna licenziarlo, se no un giorno o l’altro, va a finir male.

La povera fanciulla ne soffriva; comprendeva la ragionevolezza delle opposizioni del padre, ma voleva bene al suo Luigi e non sapeva decidersi a staccarsi da lui.  E ripeteva al padre:

— Lo vorrei sposare: una volta che saremo moglie e marito si cheterà.

Ma il padre non voleva saperne.

Risaputo un giorno che un giovane del paese aitante della persona, simpatico, intraprendente, mentre egli era andato a caccia, s’era trattenuto lungamente nel negozio della sua promessa, Luigi andò a farle una scena terribile e nel bollore dell’ira alzò le mani sopra di lei e sopra del padre, gridando:

— Sciagurati! Se credete d’ingannarmi v’ammazzo tutt’e due.

Quindi uscì dal negozio, innanzi al quale s’era addensata la folla, chiamata dal chiasso, andò direttamente dal giovane per provocarlo.  Quegli cercò sulle prime di schermirsi e di dissipare i dubbi gelosi, sorti nella mente del Masi; ma questi avendolo apostrofato col titolo di vigliacco, reagì.

Trassero entrambi i coltelli e si fecero un sopra l’altro.  Erano entrambi vigorosi e d’animo invitto e la scena sarebbe finita male, se per buona sorte, alcuni amici coraggiosi, non si fossero frapposti in tempo per evitare una catastrofe, mentre i due contendenti non erano riusciti che a prodursi delle lievi scalfitture.

Ma lo scandalo destò un’eco profonda in tutto il paese.  Il principe arcivescovo, mandò a chiamare il padre di Elvira, e lo ammonì perché facesse in modo di troncare la relazione fra la sua figliuola e il Masi.  Entrambi, del resto, s’erano già decisi ed il promesso venne licenziato definitivamente.

Tentò il Masi più volte di far la pace e di riaccostarsi all’Elvira, anco all’insaputa del padre.  Ma non vi riuscì, perché la fanciulla s’era disgustata e forse già pullulavano nel suo cuore i germi di un novello amore.  Luigi seppe infatti che il giovanotto col quale aveva tentato di fare a coltellate, frequentava di soppiatto la casa di Elvira.  E allora decise di vendicarsi non di lui, ma dell’ex promessa e di suo padre.

Una sera, sull’imbrunire, Elvira e il Placenti ritornavano da Porto, ove avevano passata metà della giornata, a Fermo, salendo la costa che vi conduce.  Giunsero a mezza via che era notte fatta, essendosi di soverchio indugiati.  Il silenzio regnava profondo di ogni intorno.  Ad uno svolto della strada, videro un’ombra appostata che al loro avvicinarsi si alzò e all’incerto luccicare delle poche stelle, riconobbero Luigi Masi.  Il cuore presago avvertì il padre che un pericolo era imminente e spinto dall’affetto mosse innanzi alcun passo per far schermo alla diletta figliuola.

All’infuori dei tre non v’era anima viva.

Masi si gettò fulmineo sul vecchio e colpendolo replicatamente, col coltello al petto lo stese morto al suolo.  Quindi con pari rapidità afferrata l’impaurita fanciulla la ferì due volte o tre volte, lievemente perché la mano gli tremava, commosso com’era dalla passione d’amore.

— Giggi mio, lasciami la vita — gridava l’infelice Elvira.

La sua voce toccante, mutò il corso delle idee del forsennato.  Volle possedere quella fanciulla adorata e abbracciandola a mezza vita, ad onta delle di lei energiche resistenze, l’addossò alla rupe, nella quale è tagliata la strada e violentemente l’ebbe.

Arrestato la notte stessa, Luigi Masi confessò il suo delitto, cercando di giustificarlo coll’accecamento della passione.  Ma per quante influenze ponesse in giuoco la sua famiglia, non potè sottrarlo al supplizio della forca alla quale fu condannato.

Morì pentito e munito dei conforti religiosi, ma non senza coraggio.

 

 

XVIII.

La bella — L’abbacchiaro di Campo de’ Fiori.

 

Questo processo singolare me ne rammenta un altro che ebbe luogo in Roma pochi mesi appresso, del quale dirò brevemente, dopo aver menzionate le esecuzioni che operai fra l’uno e l’altro.

Avvertii già come l’imperversare del malandrinaggio alle porte di Roma inducesse l’autorità ad una sorveglianza molto più attiva.  Vennero infatti colti sullo scorcio di maggio dai birri di campagna fuori di Porta Angelica, nei pressi di Monte Mario, i due grassatori Filippo Mazzocchi e Giuseppe Guglia, che io impiccai a Ponte Sant’Angelo e squartai il 10 giugno; Nicola Alicolis, che impiccai e squartai io stesso il 1° ottobre alla Merluzza e Santino Moretti, parimenti condannato alla forca, poi allo squartamento.  Questa esecuzione l’operò il giorno medesimo il mio aiutante al Ponticello, fuori di Porta San Paolo, essendo io occupato alla Merluzza.  Nel frattempo io ero stato il 4 settembre a Iesi per impiccarvi il fratricida Sebastiano Spadoni e il 23 pur di settembre a Civitavecchia, per impiccarvi Luigi Giovansanti, un forzato che aveva ucciso nel bagno un altro forzato.

Il giorno 9 ottobre compii, dunque, un’altra esecuzione, che destò grandissimo rumore per il movente del delitto, l’amore e la gelosia, come per il Masi di Fermo, e per l’autore del misfatto, Gioacchino quondam Bernardino Rinaldi, abbacchiaro ne’ pressi di Campo de’ Fiori.  E appunto a Campo de’ Fiori, per esemplarità maggiore, ebbe luogo il supplizio.

Gioacchino Rinaldi era uomo sulla quarantina, piuttosto inoltrata.  Rozzo della persona, della fisonomia e delle maniere, ma molto ben provveduto di roba e quattrini, aveva condotto in moglie una bellissima ragazza di Trastevere, di nome Giacinta, la quale aveva ceduto alla volontà de’ parenti, più che alla sua inclinazione, sposandolo.

Giacinta non sentiva una decisa avversione pel marito, lo tollerava, ad onta della sua bruttezza e gli si mostrava grata per le finezze che le prodigava: abiti costosissimi, gioielli preziosi, e quanto al trattamento alimentare: bocca che cosa vuoi? Ad onta della provetta sua età Gioacchino era ancora robusto e fervente nelle lotte genetiche.  Tanto che la sposa gli era uscita quasi subito gravida.  Una donna che avesse avuto soltanto degli appetiti materiali, avrebbe potuto appagarsi ed essere felice con lui.

Disgraziatamente Giacinta sapeva d’essere bella, poiché glie l’avevano detto mille volte i più simpatici, garbati e galanti giovanotti di Trastevere.

I suoi occhi mori, tagliati a mandorla a volte languidi e irrorati, stillanti di voluttà, a volte fosforescenti e saettanti di passione; la sua piccola bocca rossa, sanguigna, fra le cui labbra spiccavano denti candidi, aguzzi come quelli di un sorcetto, fatti per dar baci e morsi, dolci del pari; il suo bel viso ovale, dalla pelle bruno-dorata, più morbida del velluto; il suo collo rotondo e grassottello; la sua testa vezzosa, dai capelli neri e ricciuti; le sue piccole orecchie rosee e diafane, incitanti a sussurrarle soavi parole d’amore; la sua superba persona, slanciata, snella e pur densa e pasciuta, dal petto torreggiante, dalle anche poderose ed ondeggianti nell’incedere; le sue mani bianche e levigate; i suoi piedi arcuati e duttili, avevano già suscitati desideri cocenti e provocate delle dichiarazioni alle quali non era rimasta sempre insensibile.  Molti minenti e molti paini le avevano fatto una corte assidua esaltando il suo spirito, già per natura mobile e fantasioso.

 

 

XIX.

La colpa e il castigo.

 

Anche nella bottega del marito non le mancavano gli adoratori.  Ma forse non sarebbe venuta meno ai suoi doveri di moglie se il Rinaldi non avesse commesso l’errore di metterle accanto per garzone un giovinetto biondo, roseo, dagli occhi cerulei; una specie di cherubino in grembiale bianco, spesso chiazzato di sangue e sparso di penne di polli e di gallinacci.  Questi incominciò a farle lo spasimante.  Giacinta ne rise sulle prime.  Ma poi, nelle lunghe ore in cui restava sola con lui, mentre il marito andava fuori per le compere, incominciò ad ascoltarlo per rompere la noia, e, travolta dalla passione, finì per darglisi, là nel negozio stesso, colle imposte socchiuse, nelle ore calde del giorno, e alla sera, mentre attendeva il ritorno di Gioacchino.  Amore è imprudente di sua natura e in breve la tresca della bella abbacchiara col garzone, fu nota non solo ai bottegai, ma ben anco a tutte le serve, che frequentavano Campo de’ Fiori.  Solo ad ignorarla era il marito.

Ma ci fu chi si prese il triste incarico di avvertirlo, con una lettera anonima, nella quale gli si fornivano tutte le indicazioni particolari per sorprenderla.

L’abbacchiaro che non aveva mai avuto neppure il più piccolo sintomo di gelosia e che attendeva con ansia il giorno in cui la Giacinta gli avrebbe dato un figlio, fu terribilmente colpito dall’annunzio fatale.  Tutta la sua felicità era distrutta: l’avvenire non esisteva più per lui.  Il frutto che la sua donna portava in seno forse non era suo.  Nella sua casa, se non l’avvertivano, sarebbe entrato un bastardo.  E se era suo, chi gli avrebbe potuto togliere il dubbio straziante? Bisognava finirla.  Uccidere l’amante, la moglie e il suo portato.

Uscì, dicendo che sarebbe tornato a sera tarda.  Invece sull’imbrunire s’appostò in luogo dove poteva vedere ciò che succedeva in negozio.

Quando la gente incominciò a diradarsi sulla piazza e nella sua bottega fu acceso il lume, vide Giacinta e il garzone che si scambiavano delle moine e delle tenerezze.  Poi il garzone s’avanzò sul limitare del negozio, diede un’occhiata di fuori e chiuse le imposte, lasciando aperto uno spiraglio, d’onde filtrava un filo di luce.

Gioacchino frenò la propria impazienza, e attese altri cinque minuti, che gli parvero, nell’angoscia disperata in cui versava, cinque secoli.  Poi attraversò la strada e irruppe nel negozio come una bomba.

I due amanti erano là, nel fondo, abbracciati, deliranti.  Il Rinaldi non aveva pensato a munirsi del coltello, ma ne trovò uno sul banco: l’afferrò, e avanti che potessero rinvenire dalla sorpresa terribile, sgozzò prima il garzone, come un abbacchio, recidendogli quasi la testa, poi l’immerse reiteramente nel petto e nel ventre della sua donna, perché voleva distruggere lei ed il feto.  E i feti erano due! Alle grida dei morenti, accorsero i passanti, quindi le guardie, le quali arrestarono il Rinaldi, che pazzo di furore continuava a menar coltellate nel ventre alla moglie, come l’amante, già estinta.

Eretto il processo, Rinaldi confessò tutto, non mostrandosi punto pentito del suo misfatto, anzi affermando d’essere felicissimo di aver ucciso la moglie e i due bastardi che portava nel ventre.  Condannato alla mazzolatura ed allo squarto, non volle conforti religiosi e morì stoicamente.

 

 

XX.

Il Corriere del Papa.

 

Una mattina di dicembre, fredda ma bella, entrava in una osteria di Porto Recanati un uomo sui trentacinque, dalle forme atletiche, con lunga barba castano rossiccia fluente sul petto e lunghi capelli spioventi sulle spalle naturalmente inanellati; vestiva di velluto marrone alla cacciatora, con grandi stivali di pelle che gli salivano sin oltre il ginocchio; una larga cinta pure di pelle gli cingeva la persona e un fazzoletto di seta rosso il collo.  Un cappello molle ad ampia tesa, gli ombreggiava il volto maschio ma bello, e sotto le folte sopracciglia dardeggiavano due occhi di falco, neri a volte, a volte gialli e iridescenti.

Portava il fucile sulle spalle; ma non avea cani con sé.  Dopo aver data una rapida occhiata nel primo ambiente del locale, passò nel secondo, e fece altrettanto, quando uscì dalla porta posteriore che dava sopra una stradicciuola deserta, un rezde-chaussée, come dicono i francesi, e guardò nella via.

Finalmente rientrò, soddisfatto del suo esame, a quanto parve, poiché battendo sulla spalla dell’oste, che aveva seguito un dietro l’altro i suoi passi, gli battè famigliarmente sulla spalla dicendogli:

— Oste di Satanasso, avrai bene da darmi da mangiare: ho una fame da arrabiato e ti assicuro che mangerei ancora la tua carcassa, se non m’avesse l’aria d’essere tigliosa, come quella di un vecchio caprone.

L’oste sorrise beatamente.  Forse aveva in serbo qualche cadavere quattordicenne di animale più o meno domestico e pensava essere venuta la buona occasione per disfarsene, traendone lauto compenso.

— Bada però, ripigliò l’incognito, che la fame non esclude il gusto, che se mai avessi qualche vecchio gatto scorticato e ti promettessi di ammannirmelo, avresti sbagliato i tuoi calcoli.

L’oste ne fu sgomento.

— Che sia proprio il diavolo in persona costui? — si chiese mentalmente — ha indovinato il mio pensiero.

L’esitanza dell’oste persuadeva sempre più il cacciatore, che questi aveva delle perfide intenzioni a suo riguardo.  Lo prese quindi delicatamente per un orecchio e gli intimò:

— Portami in cucina.

— A quest’ora non c’è nulla di pronto ancora — balbettò l’infelice — ma posso servirvi da principe se avete un po’ di pazienza.

E si diede a chiamare a squarcia gola:

— Marianna! — Marianna!

Marianna era la rispettabile sua metà, una specie di bomba, che si rotolava sul suolo, poiché non sembrava che camminasse.  Giunse frettolosa alla chiamata del marito, miagolando con flebil voce:

— Menicuccio mio, che vuoi?

— Il signore vuol mangiare e mangiare bene — mormorò l’oste, sottolineando le parole.

— Così mi piace! — esclamò l’incognito sogguardandoli entrambi.

— Le farò un brodetto.

— Benissimo, purché il pesce sia fresco.

— Altro che fresco! Menicuccio vallo a pigliare da Petronio, che è arrivato stamani colla paranzella.

L’oste se ne andò via, ben felice di sottrarsi allo sguardo indagatore del forestiero.

— Poi, continuò Marianna, le darò un pollo alla cacciatora.

— Morto da quanti mesi?

— Mi meraviglio.  Lo prenderò dalla stia e se vostra Eccellenza vuol ammazzarlo con una fucilata, lo troverà più frollo e saporito.

— Accettato.  Intanto?

— Intanto le affetterò un salame di Fabriano che fa la goccia.  Me lo manda mio fratello, che provvede per la cucina di Sua Santità e di parecchi Cardinali.

— Ottimamente! esclamò il cacciatore, facendo scoppiettar la lingua in bocca, quasi ne pregustasse il sapore.

In un batter d’occhio la rotonda ostessa apparecchiò, stendendo una candida tovaglia sul rozzo desco e sovrapponendovi delle stoviglie grossolane, ma pulite e quasi luccicanti.

Quindi recò del pane tolto di fresco dal forno e ancora caldo, un boccale di vino e un piatto di salame.

— È cotto questo vino? domandò l’incognito versandone nel bicchiere.

— Mi meraviglio.  È Sangiovese di Romagna e del migliore.

Il forestiero tracannò il bicchiere e facendo scoppiettar la lingua, disse:

— Eccellente! Farete bene a preparar per due, perché aspetto un amico, il quale mi ha dato convegno qui.

— Segno che ci conosce.  Non faccio per dire, ma come al Caval Marino non si mangia, non si beve e non si alloggia in tutte le Marche.

— Avete camere d’alloggio?

— Con dei letti, nei quali potrebbero dormirvi degli sposi.  Se vuol vedere. . .

— Dopo, dopo.

— Dunque, tiro il collo al pollo, o vuol ammazzarlo col fucile?

— Il rumore del colpo chiamerà gente.

— Manco per sogno: qui non c’è nessuno.

— Allora vediamo.

— Stia pronto che glielo mando.  Badi a non fallire: se no la povera bestia si spaventa, gli vien la febbre e la carne perde il sapore.

— Non dubitate.

L’ostessa passò in cucina e aprì la stia: due giovani polli scapparono fuori e s’avviarono alla camera vicina.  S’intesero subito due colpi e Marianna accorsa, li trovò entrambi stesi al suolo col capo fracassato.

Il viaggiatore stava ancora colle due pistole in mano, che si era tolto dalla cinta.

— Come! Li avete ammazzati colle pistole? domandò la donna, sbarrando gli occhi esterefatti.

— Credo bene.

In quel mentre rientrava Menicuccio con un canestrello piatto, coperto di fronde.

— Ecco il pesce: è ancora vivo, disse sorridendo e guardando il viaggiatore.  E col pesce vi porto un amico.

Seguiva infatti l’oste un uomo sulla cinquantina, basso tarchiato, panciuto, col naso rotondo, gli occhietti piccoli, vivi e mobilissimi, la bocca larga, con piccole basette brizzolate, come le ciocche dei capelli inanellati, che gli coprivano le tempie, uscendo di sotto il cappello di feltro nero, duro, a larga tesa, che completava il suo vestito da agente campagnuolo.

Egli mosse difilato al forestiere e gli sporse la mano, dicendogli: — Sapevo che eri già venuto.

— Te ne avvertì l’Oste? Scommetto che fra un’ora ne saranno informati tutti coloro che si trovano nel perimetro di dieci miglia.  Ha la lingua lunga quell’oste.

— Non temere, Paolo.

— Ho forse avuto paura mai, io?

— Non inquietarti, insomma.  Sei più sicuro qui che sull’altare di S.  Pietro in Roma.  Di Menicuccio rispondo io.

— Mangiamo, allora.  Ho una fame maledetta.

— A tavola si concludono meglio gli affari.

Menicuccio aveva già recata la posata e il piatto.  Il campagnuolo si assise di fronte all’incognito e incominciarono a far sparire il salame.

— Sarà dunque per stanotte senza fallo, disse sommessamente il nuovo venuto.  Sei pronto?

— Prontissimo.

— I tuoi?

— Fa assegnamento sopra di me.

— Non hanno scorta.  Ma sono gente deliberata e fors’anco ben armata.

Il cacciatore sbozzò un sorriso di scherno.

— Della somma si faranno tre parti.

— Due per me.

— Per te solo?

— Per me e pe’ miei, l’altra per te.

— E le gioie e i valori personali che potranno avere con sé?

— Incerti del mestiere.

— Voglio parteciparvi.

— Ed è giusto.  Ma se per avventura qualcuno di noi avesse a finire nelle mani di Mastro Titta, avrai pure la tua parte di corda.

— Vi rinunzio.

— Hai torto; porta fortuna.

— Porta al Diavolo.

— Un giorno o l’altro ci si deve andare.

— Più tardi che sia possibile.

Menicuccio aveva intanto servito; prima il brodetto, poi i polli e riempito tre volte il boccale.  Il benessere e col benessere la giocondità incominciava a diffondersi sul volto dell’onesto campagnuolo.

— Mandaci Marianna, che vogliamo fare un brindisi alla sua salute, dissegli questi.  Cucina in modo ammirabile.

Marianna comparve, umile in tanta gloria, e partecipò al brindisi in suo onore.

Il campagnuolo le disse poi:

— Ora ci condurrete di sopra e ci darete due buoni letti.

E così fu fatto.

 

 

XXI.

L’aggressione del Corriere del Papa.

 

Sull’imbrunire si fermava alla porta dell’Albergo del Caval Marino una sedia di posta, tirata da due buoni cavalli romani, nella quale si trovavano due persone.  Il cocchiere fece schioccar la frusta e tosto accorse Menicuccio, col berretto in mano.

Uno dei due viaggiatori sporse il capo e gli ordinò:

— Recaci da bere una bottiglia.

— Subito, Eccellenza, rispose l’oste e s’avviò verso l’interno del negozio, d’onde ritornò poco dopo con due bicchieri di cristallo, sopra un bel vassoio d’argento e una bottiglia, che versò con religiosa attenzione.

Il viaggiatore che l’aveva ordinata passò il vassoio all’altro con rispettosa deferenza; quegli bevve, quindi mormorò:

— A voi.

Il viaggiatore vuotò il suo bicchiere, quindi ordinò a Menicuccio di dare il rimanente al cocchiere, e gli porse uno scudo, dicendogli:

— Da parte di questo signore che ha trovato buono il vostro vino.

— Mille grazie! esclamò l’oste inchinandosi fino a terra, mentre la carrozza partiva di buon trotto.

Due spettatori avevano assistito alla scena dalla finestra socchiusa, nascosti dietro le griglie: il cacciatore ed il campagnuolo.  Questi esclamò:

— Maledizione! Hanno anticipato di tre ore.  Un bel colpo fallito.

— Nulla di perduto, rispose l’altro.  Fra mezz’ora io li avrò sorpassati.  La salita per la strada maestra è lunga, per i giri che fa la strada ed erta in modo che i cavalli non possono che andare al passo.

— E i compagni?

— Non ci pensare.  Li troverò io.

Il buio si era fatto intanto profondo e Menicuccio lieto della sua giornata, aveva chiuso l’albergo, ben certo che a quell’ora nessun altro avventore sarebbe capitato.

Il cacciatore, fatto sicuro di non essere veduto, aperse la finestra, che distava pochi metri dal suolo e colla lestezza e agilità del dardo, discese nella via, tenendo il suo fucile ad armacollo.

Toccato il suolo, a passo celere raggiunse una stradicciuola traversale che menava alla montagna.

Il campagnuolo, dopo averlo salutato, richiuse la finestra e si coricò, stropicciandosi le mani e mormorando:

— Dio lo salvi e il diavolo lo protegga.

La notte era buia, senza luna e senza stelle.  I fanali della sedia di posta proiettavano dai due lati della strada la loro luce rossiccia.  Gli alberi parevano gigantesche figure umane tendenti le braccia.

Nel legno i due personaggi sonnecchiavano; ma non erano pienamente tranquilli; un’inquietudine vaga, indefinibile li agitava.  Quando s’addormentavano sognavano malandrini, aggressioni e morti e si destavano di soprassalto e portavano le mani alle armi, che tenevano nelle tasche de’ pastrani.

La strada fra Porto Recanati e Macerata, dopo aver percorso un tratto nel piano, incomincia a salire ed a serpeggiare lungo la montagna, cingendole i fianchi, come un largo nastro bianco.

Il cacciatore aveva tenuto la promessa fatta al suo amico campagnolo, che lo attendeva a Caval Marino: inerpicandosi per scoscesi sentieri, attraverso le macchie, e marciando sempre di buon passo, aveva da lungo tratto sorpassata la sedia di posta e l’attendeva al varco, dietro un burrone, in uno dei punti più difficili della strada.

Di quando in quando si buttava a terra e accostava l’orecchio al suolo, per distinguere i rumori lontani.

— Eccoli — disse ad un tratto — fra dieci minuti saranno qui.

E si rizzò tosto per prendere posizione.

Non appena i cavalli della vettura giunsero innanzi al burrone, ove stava celato, il cacciatore uscì fuori, tenendo nella destra il pistone e ingiungendo colla manca protesa al cocchiere di fermarsi.  E il vetturino cedendo alla paura che gli ispirava la persona atletica del masnadiero, la sua estrema sicurezza, il suo sangue freddo, ubbidì.

— Frusta i cavalli, codardo — tonò una voce dall’interno della carrozza e contemporaneamente un colpo d’arma da fuoco rintronò nell’aria.

Era diretto contro l’assalitore e colpì invece alla testa uno dei cavalli, il quale stramazzò.

— Mal diretto! esclamò forte il malandrino.  Se sciupate così la vostra polvere, non ve ne resterà per farvi saltare le cervella, se per avventura sdegnassimo noi di farlo.

Due altri colpi da fuoco scoppiarono contemporaneamente.  L’uno forò il cappello del vetturino, l’altro sfiorò una spalla del brigante, senza che questi mostrasse avvedersene.

— Scendi disgraziato — gli disse l’aggressore — se no quei signori finiranno coll’ammazzarti.

Il cocchiere, non se lo fece dire due volte, scese in un salto da cassetta, tenendo ravvolte in mano le guide.

— Legale al cassetto, fatti consegnare le pistole da que’ signori e portamele: ai cavalli bado io.

Il vetturino si presentò allo sportello di sinistra e il viaggiatore che si trovava dalla sua parte, gli consegnò tosto le sue armi.

Contemporaneamente s’apriva lo sportello di destra e un signore su trentacinque balzò fuori, dirigendosi coraggiosamente verso il brigante colle pistole spianate.

— Signor conte di Lavello — disse questi — non facciamo ragazzate.  E contemporaneamente col calcio del pistone gli faceva saltar di mano una delle due pistole, che descritto un semicerchio in aria, cadde al suolo, lasciando uscire il colpo.

— L’altra è scarica — riprese a dire beffardamente il bandito — farete bene a seguire l’esempio del Corriere di Sua Santità e consegnarmela.

Il viaggiatore che era stato qualificato per Corriere di Sua Santità, si era intanto rannicchiato nel fondo della carrozza, pronto a rendersi a discrezione, anziché correr l’alea di una pistonata, che gli squarciasse il petto onusto di decorazioni.

Ma il conte di Lavello non pareva punto disposto ad imitarlo.  Si lanciò puntando contro il masnadiero, facendo atto di afferrargli l’arma: ma un improvviso, fulmineo scarto di fianco dell’avversario, lo fece cadere supino al suolo.  E per il dolore cagionatogli dallo aver battuto il petto ed il volto nei ciottoli, svenne.

— Mi siete testimoni, che avrei potuto ammazzarlo e che gli faccio grazia, per rispetto alla Santità di Nostro Signore, che ne affidò i preziosi giorni al suo Corriere, — disse, sempre col suo piglio canzonatorio il bandito, mentre tratta dalla cacciatora che portava una funicella sottile, ma solidissima lo legava colle mani rovesciate dietro le reni, e ai piedi, dopo averlo trasportato sul ciglio della strada.

Compiuta l’operazione, tornò alla sedia di posta e intimò al Corriere del Papa di scendere.  Questi non si fece pregare, e fu legato pur lui.  L’ultimo a subire siffatta operazione fu il cocchiere.

— È una formalità, sai, — gli diceva intanto il bandito, una semplice formalità.

Incominciò quindi la perquisizione della carrozza, che durò parecchio tempo.  Terminata questa, passò il bandito alle persone de’ viaggiatori; i quali non poterono salvare nulla di nulla dalle sue mani rapaci.

Stava il masnadiero gettando in una bisaccia tutto il bello ed il buono che aveva preso, quando gli parve distinguere un galoppo di cavalli.  Buttossi quindi sulle spalle il sacco del bottino e s’internò nella macchia, non senza lanciar l’ultimo sarcasma a’ suoi svaligiati:

— Avevo intenzione — disse di liberarvi io stesso e di porvi in condizione di continuare il vostro viaggio, ma pare che stiano per giungere de’ vostri amici e non voglio toglier loro questo piacere.

 

 

XXII.

Scoperta, processo, condanna ed esecuzione.

 

Il malandrino non si era ingannato; pochi momenti dopo giungeva sul teatro della grassazione una pattuglia di birri a cavallo, i quali sciolsero i tre legati e domandarono loro i particolari del fatto.

Il Corriere del Papa e il Conte di Lavello esposero agli agenti della legge ciò che era accaduto, asserendo che doveva trattarsi di una grossa banda, capitanata dall’audace e temerario aggressore del quale erano rimasti vittima.

Solo la corrispondenza di cui era latore era stata salvata dall’accorto Corriere, il quale se n’era cacciato il piego nel fondo de’ calzoni, mentre il Conte lottava col brigante.

L’interrogatorio del cocchiere riuscì molto più interessante,

— Siete pratico del paese? — gli domandò il bargello di Macerata, che era venuto coi birri.

— Perfettamente.

— Avreste qualche indizio a fornire?

— Ne ho più d’uno.

— Conoscete forse il capobanda?

— Come conosco voi.

— Ed è?

— Paolo Salvati.

— La paura vi ha posto le traveggole.  Paolo Salvati, incalzato da tutte le parti ha sciolto la sua banda ed è passato nel regno di Napoli.

— Non dubito delle vostre affermazioni signor bargello, ma io sono sicuro che ci ha aggredito Paolo Salvati.

— In tal caso non poteva che essere solo; se avesse riordinato la sua compagnia brigantesca, se ne avrebbe avuto già sentore.

— L’avevo già riconosciuto a Porto Recanati, mentre ci siamo soffermati a Caval Marino per berne una bottiglia, lo vidi dietro le griglie della finestra superiore.

— E perché non ne avete dato avviso all’Autorità?

— Contavo di farlo non appena giunto a Macerata.

— E come mai non avete prese delle cautele prima di partire?

— Come potevo immaginare, con due cavalli di quella fatta, che egli sarebbe riuscito a superarci? Io lo supponevo diretto verso Ancona.

— Sta bene.  Ma, ad ogni buon conto, io ti dichiaro in istato d’arresto.  Monsignor Fiscale disporrà di te.

Seguendo gli ordini del Bargello, i birri staccarono il cavallo ucciso dalla sedia di posta, e vi sostituirono uno dei loro.  Quindi fatti salire i due viaggiatori nel legno, uno dei birri si collocò a cassetta, allato del cocchiere, rimasto affidato alla sua custodia, e la sedia partì.

— Bisogna andar subito a Porto Recanati, disse poi il Bargello ai birri rimastigli.  Scommetto che Salvati ci è tornato.  Deve aver avute delle informazioni precise per tentare un simile colpo.  Forse riusciremo a sorprenderlo coi complici.

Ben s’appose l’astuto Bargello.

Paolo Salvati, compiuta l’aggressione tornò a Porto Recanati: con un leggero sibilo chiamò il campagnuolo, che altri non era se non uno dei più famosi manutengoli, e in men che non dicasi il masnadiero e la bisaccia del bottino, avevano preso il loro posto nella camera dell’albergo del Caval Marino.  Inutile dire che la bisaccia aveva subito una notevole diminuzione, perché Salvati aveva già riposta la propria parte e quella dei suoi supposti compagni in luogo sicuro.

Il brigante s’era cacciato fra le coltri e dormiva profondamente, riposando delle sue onorate fatiche, quando il Bargello e i suoi birri, ingrossati di numero, da quelli raccolti in Recanati, giunsero all’albergo del Caval Marino e ne prendevano in custodia gli accessi.

Menicuccio che apriva allora il negozio, fu molto sorpreso della loro comparsa, e al Bargello che lo interrogava rispondeva, non esservi nella sua locanda, che due onesti viaggiatori, giunti il giorno innanzi.

Il Bargello salì alla camera superiore e trovatala aperta entrò pian piano.  Ma invece di due viaggiatori ne trovò un solo: Paolo Salvati dormente nel suo letto.  L’altro letto era disfatto.

Indispettito si gettò sul dormente e cercò di allacciarlo; ma il Salvati svegliato di sorpresa, riuscì a mettersi sulla difesa e impegnò una lotta accanita.  Vedendosi sopraffatto, il bargello chiamò aiuto.  Allora Salvati presi i suoi panni si gettò giù dalla finestra e prese a fuggire tentando di guadagnare la via dei campi.  Ma fu presto raggiunto dai birri appostati e dal Bargello, che prontamente riavuto, non voleva lasciarsi scappare la preda.

Il manutengolo se n’era già andato prima, mentre Salvati dormiva, colla valigia, temendo di doverne ripartire il prodotto.

Paolo Salvati portava ad un dito un anello con brillante solitario, tolto al conte di Lavello e questa fu una prova schiacciante del delitto, la quale aggiunta alla testimonianza del cocchiere gli procurò una sentenza di impiccagione.

L’esecuzione fu una delle più famose che io abbia operate.  Accorsero per assistervi una folla immensa da tutti i paesi delle Marche, non solo, ma anco da Roma, attratti dalla fama del brigante, dai particolari dell’audacissima grassazione e dal fatto che ne era stato vittima un Corriere del papa, il quale accompagnava un personaggio di qualità e d’importanza, come il conte di Lavello.

Esortato a pentirsi dei suoi misfatti e regolare i suoi conti colla eterna giustizia, Paolo Salvati rispose:

— Mi pento d’esser caduto nella tagliola come un leprotto.

E respinse confessore e confortatori.

Conducendolo al supplizio, la sua alta figura torreggiava sulla carretta.  Giunto al palco, girò uno sguardo schernitore sulla folla, poi porse da sé il collo al capestro.

Lo squartamento mi riuscì bene, ma non ebbi a faticar poco: pareva ch’avesse muscoli d’acciaio.

Vent’otto giorni dopo dovetti recarmi in Amelia, per impiccarvi e squartarvi un altro grassatore.  E fu il 20 maggio 1806.  Pasquale Rostelli era il suo nome, le sue gesta comunissime.  Volgarissimo ladro da strada, soleva aggredire carrettieri, contadini, gente insomma da pochissimo conto e sovente gli veniva fatto di ammazzare un uomo per togliergli pochi baiocchi.

Sorpreso dai birri, si gettò piangente ai loro piedi, invocando pietà; lui che non ne aveva mai avuta per nessuno! Ammanettato e legato colle mani dietro le reni, venne tradotto in Amelia e sottoposto a procedimento.

Confessò gli innumerevoli suoi delitti, e gli assassinii commessi spesso per un semplice tozzo di pane, che avrebbe potuto chiedere per carità.

Annunziatagli la sentenza di morte, cadde in una specie di letargo, per trarlo dal quale bisognò ricorrere ai più poderosi eccitanti e giunse al patibolo più morto che vivo.  Morì ignobilmente, come ignobilmente aveva vissuto.

 

 

XXIII.

L’assassinio del compare.

 

Il 9 giugno 1806 dovetti recarmi a Rieti, per eseguire una sentenza in persona di Bernardino Salvati pure condannato alla forca.

Non era costui un malfattore nel vero senso della parola, bensì un disgraziato che in un trasporto d’ira, causato dalla gelosia e giustificato dal fatto, aveva ucciso un suo compare.

Ecco com’era andata la cosa:

Salvati aveva una bella moglie e teneramente l’amava.  Uscita incinta dopo parecchi anni di matrimonio, la gioia di Bernardino, che ardentemente desiderava di aver un figlio, non ebbe confini.  Pareva diventato pazzo: tutte le sue preoccupazioni erano per il nascituro: fece spese enormi per il suo piccolo corredo e si preparò a celebrare la nascita con grandi feste.

— E se fosse una femmina? — gli domandava taluno.

— Sarà la ben venuta del pari.  Eppoi una volta incominciato non c’è ragione di smettere.  Checca mia saprebbe farmi poi anche il maschio.

Quando Dio volle il giorno auspicato venne e la moglie di Bernardino Salvati diede alla luce un amore di bimbo, che mandò in sollucchero il fortunato padre.

Gli apprestamenti già fatti gli parvero pochi e volle aumentarli.  Il giorno del battesimo la casa dei Salvati pareva volesse gareggiare con casa Torlonia.

La sacra cerimonia venne celebrata con la massima pompa e quattro carrozze a due cavalli trasportavano al tempio il neonato, la levatrice, il compare e una folla di testimoni e d’invitati.

Il compare era un intimo amico di Bernardino.

Intanto a casa si era preparato un pranzo fastoso, come nessun altro mai.

La tavola era imbandita in un ampio locale, vicino alla camera da letto, affinché la puerpera, benché tuttora degente potesse partecipare al tripudio.

Bernardino correva innanzi, indietro dalla cucina alla sala da pranzo, da questa alla stanza di sua moglie, impartiva ordini, e provvedeva da sé medesimo a tutto ciò che gli pareva mancasse.

D’ogni parte gli rivolgevano complimenti, congratulazioni, augurii.

Il pranzo riuscì giocondo quanto copioso e ben servito.  Il vino generoso aveva dato la stura all’allegria.  Chi parlava, chi rideva, chi gridava.  Di tratto in tratto qualche invitato si recava dalla puerpera per offrirle, o dolci, o vino, o frutti.

Bernardino ritornando dalla cucina, dove era andato per ordinare qualche cosa, volle vedere il suo marmocchio ed entrò nella camera nuziale, senza passare da quella da pranzo.

Appena v’ebbe messo piede si fermò stupefatto, intontito.

Il compare era vicino al letto di sua moglie, la quale gli aveva gettate le braccia al collo e baciandolo fervidamente, gli mormorava:

— Com’è bello tuo figlio, ti rassomiglia tanto, che sembra una mela spaccata con te, lo amerai non è vero?

Bernardino Salvati provò come uno schianto al cuore; il sangue gli affluì al cervello e fu un miracolo se non cadde fulminato.

Lo sostenne il terribile spettacolo della realtà che gli si affacciava, tornò in cucina barcollando.  Vedeva tutto rosso intorno a sé.  Aveva il delirio del sangue.  Afferrò un marraccio e ripiombò nella camera da letto.

La Checca si teneva tuttora abbracciato il compare; né lei, né lui s’accorsero della venuta del marito.  Questi si slanciò sull’amico traditore della sua fede, dell’onor suo e gli inferse per ben quattro volte il marraccio nelle reni, quindi fuggì a precipizio nella via, col coltello grondante di sangue caldo e fumante.

Il compare, trapassato a parte a parte fin dal primo colpo, non aveva profferito un accento; abbandonato dalle braccia della Checca, che lo avvincevano, cadde bocconi al suolo, sul quale si formò subito un’enorme pozza di sangue.  La Checca mandò un acuto grido di suprema, disperata angoscia e svenne.

A questo grido accorsero gli invitati in massa e tosto fu chiarita la causa della tremenda scena.

— Potevasi prevedere, diceva una donna, Checca è sempre stata imprudente.

— Era cosa che si sapeva da tutti — mormorava un’altra, Bernardino ero forse il solo che la ignorasse.

Intanto i birri avevano arrestato il Salvati e portatolo innanzi al bargello, confessò tutto e diede le più ampie spiegazioni intorno al fatto.

Istituito il processo, Bernardino Salvati ripeté innanzi ai giudici le sue confessioni, non cercando minimamente di attenuare la propria responsabilità.  Era in preda alla più completa apatia.  Si vedeva in lui un uomo che non si curava più della vita; peggio, gli riusciva di peso e avrebbe voluto sbarazzarsene al più presto possibile.

Condannato alla forca, come dissi, fece le sue devozioni senza riluttanza e senza entusiasmo.  Io l’appiccai la mattina del 12 luglio, senza che desse segno di alcuna emozione, né traversando la città stipata di gente sulle strade del percorso, né salendo il patibolo.

La moglie lo seguì poche ore dopo, essendo stata sorpresa da violentissima febbre puerperale.

 

 

XXIV.

Un masnadiero di buon cuore.

 

Il giorno 13 agosto del medesimo anno 1806, dovetti trasferirmi a Terracina per giustiziare due grassatori, Giuseppe Pistillo detto Fatino, e Giuseppe Chiappa, condannati all’impiccagione e successivo squartamento.

Pistillo, godeva di una grande popolarità, perché era uno di que’ tipi di masnadieri simpatici, dei quali si sono create le leggende.  Egli non incrudeliva mai contro le persone; se non vi era costretto da necessità di difesa non faceva mai uso delle armi.  È vero che possedeva una forza erculea e due mani più salde e più stringenti d’una morsa.  Se afferrava uno per il collo, quel disgraziato era tanto sicuro di rimanervi, quanto fosse capitato nelle mie mani, per essere trasmesso all’altro mondo.  Non molestava mai i poveri viandanti, né i carrettieri.  Egli si riservava soltanto gli affari grossi.  Aveva un debole per le carrozze da viaggio signorili e per le corriere di posta.  Quando capitava in qualche casa, o capanna contadinesca e chiedeva ricovero o vitto, era sicuro d’essere servito come un principe, perché pagava lautamente, se non al momento, alla prima occasione che gli fosse data di ritornarvi, ben provveduto di quattrini.

Largheggiava anche in elemosine ai poveri.  Si narrano di lui una quantità di aneddoti che fanno onore al suo cuore e tratteggiano magnificamente il suo carattere.  Ne raccolgo uno dei più commoventi.

Pistillo soleva capitar di frequente in una tenuta principesca affittata ad un padre di numerosa famiglia, che ritraeva onesto guadagno lavorandolo e facendola lavorare dai coloni.  Il suo arrivo alla tenuta era sempre salutato con gioia, perché portava regalucci alle donne ed ai bimbi e faceva compagnia al capo di casa ed agli uomini, ai quali porgeva altresì saggi consigli sulle coltivazioni e sul momento, più o meno opportuno, di procurarsi ciò di cui abbisognavano e di vendere i loro prodotti.

Assente da oltre un anno, perché le molestie dell’autorità lo avevano indotto a mutar paese, una notte Pistillo arriva alla tenuta e vi è come di consueto affabilmente accolto.  Gli servono da cena e l’affittaiolo gli tiene compagnia, mentre gli altri tutti se ne vanno a dormire.

Pistillo s’accorge però che qualche cosa di straordinario e di non lieto dev’essere accaduto in quella casa.  Per quanto si sforzi non riesce al padrone di mostrarsi ilare e contento.  Beve, ma il vino gli resta nella strozza e depone il bicchiere vuoto solo a metà.

D’un tratto Pistillo si ferma con in pugno il coltello, col quale andava tagliando un pezzo di cacio, e guardando fissamente il campagnolo, gli dice in tono secco e severo.

— Paolone tu m’inganni.

— Mi credete capace? — risponde tosto il campagnolo evidentemente corrucciato.

— Tu non hai più confidenza in me — prosegue il masnadiero — tu mi celi qualche cosa.

— Che vi ho mai da nascondere? — chiede con un profondo sospiro Paolone.

— Non lo so; se lo sapessi non te lo chiederei.  Qualche affanno, qualche segreto dispiacere ti ha mutato.  Paolone, non facciamo ciarle inutili: che cosa t’affligge?

— Forse non ci vedremo più.

— Perché?

— Perché domani verranno gli uscieri a scacciarmi di qui.  Sono rovinato.  Non ho pagato l’affitto, perché l’annata è andata a male e l’amministratore del Principe mi ha intimato lo sfratto.

La fronte di Pistillo si corrugò.  Le tempie gli martellavano.  Le vene della fronte s’ingrossavano.  I suoi occhi si iniettavano di sangue.  Le sue labbra erano frementi.  Ma non articolava parola.  Finalmente mormorò, quasi discorresse con se stesso:

— Si sfratta un uomo colla sua famiglia perché non può pagare qualche migliaio di lire, lo si mette sulla strada, si strappa il pane di bocca a lui ed a’ suoi figli!. . .  È una indegnità.  E chiamano me brigante!

Paolone udiva e non fiatava.  L’ira che trasudava da tutti i pori del Pistillo lo commoveva.

— Non c’è modo di aggiustare le cose?

— Un solo, ha detto l’amministratore, dal quale mi sono recato ieri ad implorar pietà.

— Quale?

— Pagare.  Capite? Pagare sei mila scudi, quando non ne ho cento in cassa; quando mancano le provviste per l’annata; quando si sono fatti tutti i sacrifici per tirare innanzi, sprovvedendosi di tutto il superfluo.

— Pagare eh? ha detto l’amministratore.

— Pagare o andarsene.

— Ebbene pagherai.

— Scherzate?

— Giuseppe Pistillo non ischerza mai, quando è in gioco la vita d’una famiglia.  Pagherai.

— E chi mi darà i denari?

— Io, te li darò.

— Ma io ve li potrei rendere chissà poi quando.  Ci vorranno almeno dieci anni buoni per risparmiare tal somma.

— Non curarti di questo.  Ci penserò io compensarmi.

— La mia vita è vostra.

— No, è della tua famiglia.  Per che ora ti servono i sei mila scudi?

— L’amministratore m’ha detto che verrà domani dopo pranzo cogli uscieri.

— Sta bene: andiamo a dormire.

Sul far dell’alba Giuseppe Pistillo lasciava la fattoria.

La povera famiglia di Paolone, passò una giornata in ambascie inenarrabili.  Il campagnolo s’era chiuso in un impenetrabile silenzio.  Solo di tratto in tratto domandava che ora fosse.

In punto a mezzogiorno fu annunziato l’arrivo di un cavallaro che chiedeva del padrone.

Paolone gli mosse incontro sfavillante di speranza e di gioia.

Pistillo aveva mantenuto la sua parola.  Il cavallaro rimise al campagnolo un grosso involto, dicendogli:

— Da parte di chi sapete.

Quindi, voltato il cavallo, scomparve.

Paolone salì coll’involto nella sua camera e chiusosi dentro l’aperse.

C’erano tremila zecchini d’oro.

Il povero campagnolo, cadde ginocchioni e piangendo come un fanciullo, ringraziò la divina provvidenza.

Si trovava ancora in quello atteggiamento, quando venne bussato alla porta.

L’affittaiolo aperse e si trovò faccia a faccia colla moglie, che lagrimando gli annunziò la venuta dell’amministratore, di un usciere e due testimoni.

— Siamo perduti! Siamo perduti! esclamava la disgraziata donna — Poveri figli miei!

— Siamo salvi — disse Paolone — mostrandole l’oro, cacciando le mani nel quale trovò un biglietto manoscritto che diceva:

«Trattieni l’amministratore e i suoi quanto più ti è possibile. »

Paolone rinchiuse gli zecchini nel suo scrigno e discese colla moglie incontro ai nuovi venuti.

— Ebbene? — domandò con piglio sciolto e un po’ motteggiatore l’amministratore, strizzando l’occhio — Come va?

— Come Dio vuole — rispose l’affittaiolo.  Ma loro signori staranno non meglio di me, dopo sì lunga strada.

— Abbiamo il legno nella vostra rimessa, e i cavalli nella vostra stalla.

— Impartirò gli ordini opportuni, perché siano ben trattati.  Quanto a loro spero, vorranno farci l’onore di pranzare in compagnia.

— Purché non ci facciate morir di fame; sogghignando rispose l’amministratore.

— Non siamo ancora a tale.

La massaia volò in cucina e in breve parecchi polli passarono dalla stia alle pentole ed alle casseruole, per ingrossare il pranzo.

Intanto venne imbandita la tavola e si servirono i principi.  Il pasto fu abbondante, squisito e inaffiato di ottimo vino.  L’amministratore e i suoi fecero onore, mangiando e bevendo senza risparmio.

— Peccato che non si possa pranzar da voi tutti i giorni! esclamò l’amministratore, sempre con piglio canzonatorio.  Ma così mi spiego le difficoltà. . .

— Difficoltà — interruppe con piglio quasi altero Paolone possono presentarsi a tutti.  L’abilità di un uomo è di saperle superare.

— Parlate come un libro stampato.  E voi sareste di quegli uomini.

— A seconda dei casi.  Che cosa desiderate ora, a cagione d’esempio?

— Oh! una cosa da nulla, una miseria, una bazzecola, che non valeva quasi la pena d’incomodarsi: sei mila scudi, somma rotonda.

— È appunto quella che vi ho preparata.

— Eh? Dite?

— Dico che i sei mila scudi sono a vostra disposizione.

— E dove li prenderete!

— Dalla mia cassa, con vostro permesso.

— Giusto, regolare, perfetto! Non c’è che dire.

— In tal caso, se permettete, farò venire qualche altra bottiglia.

— Ma padronissimo, sor Paolone.  Già io l’ho sempre detto, pagherà, pagherà.  Che diamine! È sempre stato puntuale.  Non può mancare: Eh! si sa, la tenuta frutta bene: non volevate tirar fuori i vecchi risparmi.  Vi compatisco.  Stando io al vostro posto avrei forse fatto altrettanto. . .  Ma al mio, dovevo fare il mio dovere.  Alla vostra salute, Paolone!

Così concluse il suo discorso l’amministratore.  L’affittaiolo andò a prendere gli zecchini e porgendoli all’amministratore, con un foglio di carta, la penna ed il calamaio, gli disse:

— Favorite rilasciarmi ricevuta di pieno saldo, controfirmata da questi signori, per maggior regolarità.

— Ben volentieri.

I denari furono riscontrati la ricevuta stesa e firmata.

Ma prima di lasciarli partire Paolone tirò fuori altre bottiglie, alle quali l’amministratore e i suoi fecero le migliori accoglienze.

Quando si risolsero ad andarsene incominciava ad imbrunire.  Il sacco de’ zecchini venne deposto nella cassetta sotto il sedile posteriore del legno, in cui entrarono l’amministratore, l’usciere ed uno de’ testi; l’altro passò a guidare il cavallo.  Poco dopo quei dell’interno dormivano saporitamente, il cocchiere improvvisato sonnecchiava e l’animale ne approfittava per allargare e allentare sempre più il trotto.

Furono destati di soprassalto dal Pistillo, che in compagnia di quattro amici, li attendeva al varco, e mise tosto loro le mani addosso per ridurli all’impotenza.  L’amministratore tentò di salvare gli zecchini, offrendo tutto quello che aveva indosso.  Ma gli aggressori erano troppo ben informati; e siccome, dopo tutto, non era roba loro, si lasciarono depredare senza troppa mala grazia.

Così il generoso masnadiero ricuperò i suoi tremila zecchini e all’indomani mandò a Paolone la ricevuta di saldo.

Ma ad onta delle sue buone opere Giuseppe Pistillo doveva finir male la sua carriera.  Incalzato dalla forza pubblica si nascose con tre amici in una fattoria.  Assaliti, resistettero e due caddero morti; Pistillo e Giuseppe Agnone furono dopo accanita lotta arrestati, condotti a Terracina, processati, condannati e giustiziati, come avvertii, il 13 agosto.  Non vollero saperne di religiosi conforti e morirono come due stoici antichi, destando l’ammirazione della folla immensa che si accalcava sulla piazza per assistere al supplizio, convenutavi da tutti i paesi circonvicini, chiamata dalla grande notorietà del Pistillo.

 

 

XXV.

L’assassinio del cognato.

 

Tommaso Grassi, sensale di bestiame, aveva per cognato un macellaro di Trastevere assai facoltoso.  Aveva costui sposato sua sorella, una delle più leggiadre minenti di quel rione, per amore, benché non avesse il becco d’un quattrino e la trattava come una principessa.  Ma questo invece di far piacere al cognato, lo irritava perché era di animo perverso ed invido.  Avrebbe forse voluto che il macellaro se lo pigliasse con sé, lo mettesse a parte dei suoi affari e ne dividesse gli utili.  Ma così non l’intendeva l’altro.

Pur agevolando al cognato l’esercizio del suo mestiere di mediatore e rimunerandolo largamente delle sue prestazioni, l’accorto macellaro lo teneva a debita distanza e quindi ne suscitava le bizze.

Un giorno Tommaso Grassi si recò al negozio di sua sorella e trovatala sola, un po’ colle buone, un po’ colle minaccie le estorse duecento scudi.

Risaputolo il marito abbordò il Grassi e gli disse seriamente:

— Senti, Maso, quando hai bisogno di quattrini, rivolgiti a me e non a tua sorella.  Non amo che le donne si impiccino in queste cose.  I duecento scudi te li regalo.  Fa di non chiedermene altri per un pezzo, se puoi.

— Io me ne infischio dei due duecento scudi, — rispose arrogantemente il Grassi.

— Perché li hai dunque domandati a prestito?

— Non li ho cercati a te.  Credevo bene che mia sorella potesse disporre di tale miseria.

— Una miseria che t’ha fatto comodo però.

— Ora che so che sono tuoi, non appena avrò riscosso te li schiafferò in faccia.

— Maso, bada a misurar le parole, perché non sono avvezzo a tollerare né prepotenze, né insolenze.

Il tono di voce del macellaro non era tale da ammetter repliche e tanto meno provocazioni nuove.

Tommaso Grassi gli volse le spalle e se ne andò pe’ fatti suoi, covando in cuore la vendetta.

Passò circa un mese.

Il macellaro non aveva più riveduto il cognato, né sua moglie il fratello, quando sul far del mezzogiorno del 2 aprile, Tommaso Grassi capitò nel negozio, come se nulla fosse accaduto.

— Guarda chi si vede — esclamò il macellaro, che era un buon diavolo ed aveva dimenticato l’alterco.

— Giungi in punto, Maso, per mangiare un boccone con noi.

— No, grazie: son venuto per affari — rispose il Grassi.

— Ne discorreremo pranzando.

— Non ho fame.

— E allora fa come vuoi.

— Ci sarebbero delle vaccine da vendere ad un cascinale fuori di porta Cavalleggeri, che dovrebbero fare per te.

— Possiamo vederle domani.

— Perché no, oggi? È un figlio di famiglia, al quale è morto il padre di fresco e ha bisogno di far quattrini.  Se perdiamo tempo qualcun altro ci porterà via il dolce.

— Allora andiamoci stasera.  Le hai vedute tu le bestie?

— Sì.

— Come sono?

— Bellissime.  Roba di provenienza perugina.

— Non resta dunque che conchiudere il contratto.

— Se ti fidi di me. . .

— E perché non dovrei fidarmi.  Forse sei diventato un forestiero?

— Allora siamo intesi.  Verso le sei vengo qui con l’amico che mi ha proposto l’affare.

— Montiamo sul carrettino e ce ne andiamo, per tornare a cena.  Stasera avrai fame, credo?

— Speriamolo.

Così pattuito, Tommaso Grassi se ne andò.  La sorella, visto che il fratello non aveva nemmeno portato alle labbra, per compiacenza, il bicchiere di vino offertogli dal marito, ne fu impensierita, ebbe una specie di vago presagio sinistro, e gli disse:

— Non ci andare.

— Perché?

— Non so.  Di notte ci son sempre dei pericoli.

— Siamo in tre e non c’è a temere.

La bella trasteverina tacque, ma la sera quando vide il marito salir nel carrettino col fratello e il suo compagno, provò una stretta al cuore.  Così depose in giudizio.

Tommaso Grassi e l’amico occupavano i due lati del sedile, il macellaio nel mezzo guidava e chiacchierava allegramente.

Ma ad un tratto la voce gli morì nella strozza: due coltellate una in un fianco che gli entrò in cavità, l’altra terribile nel collo, che gli recise la carotide, l’avevano colpito.

Non ebbe il tempo di proferire una parola.

I due assassini lo accomodarono bene sul fondo del carrettino e gli legarono le guide del cavallo intorno al braccio destro, quindi rivoltatolo verso la città, con due frustate lo sospinsero a disperata corsa.

Il carrettino non fu fermato che a porta Cavalleggeri, dove si accorsero del delitto.

Tommaso Grassi e il suo complice si erano, impossessati del denaro che il macellaio aveva portato con sé per pagare le vaccine e speravano di poter uscire dallo Stato.  Ma la pronta denunzia della moglie dell’ucciso, sventò i loro progetti e vennero arrestati in Roma stessa dove erano rientrati per altra porta.

Eretto il processo Tommaso Grassi confessò cinicamente il delitto, asserendo d’averlo commesso per vendetta.  Il complice negò assolutamente d’aver partecipato e fu in questo sostenuto anco dal principale accusato.  Disse che le coltellate le aveva date al macellaio il Grassi all’improvviso, e senza ch’egli potesse pensare a difenderlo; e per tal modo poté salvare la sua pelle, essendo stato condannato il Grassi all’impiccagione e lui a star sotto la forca durante l’esecuzione.

Eseguii la sentenza la mattina del 15 aprile 1807, sulla piazza di Ponte Sant’Angelo con enorme concorso di gente, perché l’atrocità del misfatto e la notorietà delle persone, avevano suscitata una impressione profonda in città.

Tommaso Grassi provvide alla salvezza dell’anima sua, confessandosi e parve negli ultimi momenti veramente pentito.  Fu condotto in carretta insieme al suo complice, circondato da uno stuolo di confortatori.

Giunto al palco, scese prima il compagno, che fu assicurato con ferri allo sgabello dal quale doveva assistere alla impiccagione del Grassi.

Questi salì un po’ vacillante e sorretto la scala, ma prima di essere lanciato nell’eternità, mentre aveva già il laccio al collo, disse addio al suo complice, il quale rimase impassibile, come se avesse assistito non ad una impiccagione, ma agli esercizi di qualche funambolo.

Era proprio uno spirito forte.

 

 

XXVI.

Grassatori vili.  — Un patto nefando.

 

Il 2 maggio 1807 ebbi ad impiccare e squartare a Campo Vaccino Cesare di Giulio e Bernardino Troiani due grassatori dei dintorni di Roma, che avevano dato molto da fare ai birri.  Ma le loro gesta non meritano punto di essere rammentate, perché non uscirono mai dalla più ignobile volgarità.  Purtroppo anche il delitto ha un’aristocrazia propria.  Si rivelano in esso, come in tutte le cose, la maggior elevatezza dell’ingegno e del coraggio, il carattere più nobile del delinquente e la forza d’animo più intensa.

Questi due malfattori, che dopo aver fatto strage di poveri viandanti e dimostrata una efferatezza straordinaria contro gente infelice, al cospetto della morte tremavano come foglie — si raccomandavano alla pietà universale e piangevano come fanciulli, o come donne, — destavano un senso di ripulsione nella folla accorsa per assistere alla esecuzione, non molto densa però.  Non appena furon staccati dalla forca gli spettatori si diradarono.  Pareva che il pubblico non volesse conceder loro l’onore di vederli fare a pezzi.

I loro quarti restarono appesi al palco fino a notte, perché la compagnia di San Giovanni tardò a recarsi a prenderli per dar loro sepoltura.  E quando lo fece si trovò che due quarti erano scomparsi, e corse la voce per Roma, che erano stati rubati per venderli.  Pare cosa impossibile.  Ma per quante indagini siano state fatte, non si giunse a sapere chi l’aveva portati via.

Molto più interessante riuscì, invece un’altra doppia esecuzione ch’ebbi a fare il 6 luglio a Gubbio, in persona di Giuseppe Brunelli e Agostino Paoletti.

Conviveva il primo da parecchi anni con Margherita Cruciani, formosissima donna, che aveva già avuto diversi amanti quando si diede al Brunelli.  Alta e grossa della persona, densa di forme, rosea di volto, con begli occhi neri, folte sopracciglia e prolissa capigliatura della stesso colore, doveva necessariamente piacere e piacque a molti.

Il Brunelli se ne incapricciò a morte e tanto fece e tanto disse che la persuase a mettersi con lui.  Ma le sue risorse erano scarse assai: esercitava la professione di sensale di bestiame a que’ tempi non molto proficua.  In breve, per mantenerla in uno stato d’agiatezza superiore alle sue forze economiche, egli diede fondo a tutti i suoi risparmi e si trovò a dover vivere col solo frutto delle sue mediazioni.

Il povero Brunelli si assoggettava ad ogni maniera di privazioni.  Ma con tutto ciò non riusciva a mantener Margherita come per l’addietro, ed egli prevedeva che un giorno o l’altro ella lo avrebbe abbandonato.

Vivere senza di lei gli sarebbe tornato impossibile.  L’amava troppo e ne era anche ricambiato con sufficiente intensità, perché robusto e forte nelle lotte genetiche.  Un bel giorno, anzi un triste giorno, Margherita e Giuseppe si trovarono senza mangiare, alla lettera, senza mangiare.

Dopo aver a lungo meditato, tutto chiuso in se stesso, Brunelli trasse un profondo sospiro dal petto e accostandosi alla sua donna, le disse così:

— Senti, Margherita: io non ho core di farti più a lungo soffrire.  Tu sei ancor giovane e bella e non ti mancheranno prontamente altri amanti, che provvederanno largamente ai tuoi bisogni.

— Vuoi dunque lasciarmi? — gli rispose la donna, mostrandosi un po’ corrucciata.

— È necessario.

— Eppure mi hai detto e ripetuto le mille volte che non avresti saputo menare innanzi l’esistenza lontano da me.

— Ed è vero: strettamente vero, adesso come allora.

— Non ti comprendo più.  Che cosa vuoi fare?

— Una cosa molto semplice: senza di te non posso vivere, con te non posso vivere.  La vita mi è dunque impossibile in tutti i modi e ho deciso di ammazzarmi.

Margherita che conosceva benissimo il carattere del suo uomo e sapeva che non era tale da far ciarle inutili, gli gettò atterrita le braccia al collo e tirandosi la sua testa sul seno, lo baciò sulla bocca passionatamente, dicendogli:

— E credi tu che io resterei al mondo senza di te?

— Margherita è necessario; io non voglio, io non posso vederti soffrire.  Vedi la miseria ci ha assaliti appunto perché le preoccupazioni mi tolgono dal dedicarmi con maggiore alacrità agli affari.

— Ebbene, lo vuoi? Moriamo insieme.

— Manco per sogno.

— Mi credi incapace? Piuttosto che perderti farei tutto.

— Tutto?

— Sì, tutto — replicò la donna con intenzione.  — Come sono disposta a gettar la vita per te e con te, lo sarei a. . .

— Continua, — febbrilmente agitato le disse il Brunelli continua.

— Impossibile, se mi guardi con quegli occhi di fuoco: mi fai paura.

E tornò ad avvinghiarlo colle sue belle e rotonde braccia, dalle quali si era tolto, stringendoselo con forza maggiore, e inebbriandolo di baci e di carezze.

Nel delirio della passione Beppe perdette il senno della propria dignità, e avendo in parte indovinato ciò che Margherita voleva proporgli, le mormorò con fioca voce, quasiché non volesse che udissero le orecchie le parole pronunziate dal suo labbro:

— Prosegui, Margherita, t’ascolto.  Ormai puoi tutto dire.

— Potrai sempre respingere la mia profferta, riprese la donna rinfrancata, e mi troverai sempre pronta a seguire il tuo esempio, uccidendomi.

— Parla.

— Se un altro si incaricasse delle nostre spese? — susurrò, più che non disse Margherita.

Beppe sentì un fiotto di sangue salirgli alla testa; un accesso di gelosia lo colse e tonò:

— Hai un altro amante, dunque?

— No.  Te lo giuro — riprese prontamente la donna — altro amante non ho e non avrò mai, perché io sarò sempre per te, per te solo.  Mi capisci?

— Sì e no.  Spiegati.

— Non ho e non avrò mai un amante.  Ma potrei, volendolo tu, avere un protettore, un uomo facoltoso che ci aiutasse.

— Possedendoti?

— Accordandogli ciò che posso concedergli, il corpo, null’altro.

Giuseppe Brunelli si passò la mano sulla fronte madida di sudore.  Il sangue gli martellava le tempie.  Una voce gli diceva: «Uccidi questa vipera che ti avvelena, che ti conduce all’infamia. » Ed era la voce della coscienza, la voce del dovere.  E un’altra voce gli diceva: «Consenti: in fin de’ conti, non è tua moglie; il tuo onore non ne soffre.  Potrai sempre staccartene, se ti ispirerà disgusto. » Ed era la voce della passione brutale.

Margherita, con quella perspicacia profonda che è tutta della donna innamorata, comprese di primo acchito la lotta che si combatteva nell’animo di Beppe.  E nuovamente abbracciandolo con tutto il trasporto, gli mormorò:

— Se non vuoi, moriamo.  Moriamo subito.

Poi correggendosi:

— Subito no.  Godiamo un’altra notte d’amore, prima.

La ragione di Brunelli vacillava in quegli amplessi.  La coscienza perdeva ad ogni istante terreno: e la foia erotica lo guadagnava.

Perdere una donna che lo amava così? Rinunziare a quelle ineffabili ebbrezze? Affrontare l’ignoto? Perché? Per un pregiudizio.  Che gli caleva, se un altr’uomo gioisse di lei, quando era certo che ella non ne avrebbe divisi i godimenti?

— Se acconsentissi, — mormorò — tu mi sprezzeresti?

— Ti adorerei, se è possibile, più di quanto ti adoro, perché il sacrificio che faresti, mi sarebbe una prova del tuo affetto.

— E quest’uomo?

— C’è.

— Ti sei già data a lui?

— Mai.

— Ti ha fatto delle proposte?

— Mille volte.

— E le hai respinte?

— Sempre.

— Giuralo per la memoria di tua madre, di tuo padre, per quanto hai di più sacro.

— Lo giuro.

— Ed è?

— Agostino Paoletti.

— Il macellaro?

— Lui per l’appunto.

— Un anziano.

— Ti duole? — domandò scherzando Margherita a Peppe baciandolo un’altra volta sulla bocca, con uno di quei baci, che danno le vertigini anco all’uomo di più freddo temperamento.

— Sia come vuoi.

— Grazie.

— Dunque lo desideravi?

— Per te.

— Io dovrò ignorar tutto?

— Al contrario; vuole il tuo pieno consenso, la tua formale adesione.

— Ma è un mercato adunque che vuol stringere?

— No: vuol essere sicuro del fatto suo: ha paura.

— Lo credo.  Se vi avessi sorpresi sarebbe stata la morte per tutti.

Seguì al colloquio una notte, che fu per Margherita e Beppe, un’orgia d’amore.

 

 

XXVII.

La scoperta del macellaio.

 

Agostino Paoletti era un uomo sulla cinquantina dalla larghe spalle, dall’ampio torace, dalla testa grossa, munito d’un naso formidabile e d’una larga bocca, le cui grosse labbra davano chiaro indizio di una sensualità molto pronunciata.  Giovialone, amico del buon bicchiere e della pappatoria, come della femmina e delle sue dolcezze, s’installò con Giuseppe Brunelli e la Margherita, senza che la gente di Gubbio se ne formalizzasse troppo.  Non aveva famiglia ed era quindi naturale che giunto sul declivio dell’età, ne cercasse un’altra nella quale potesse adagiarsi e trovar quelle cure e quelle attenzioni che sono indispensabili agli uomini anziani, vissuti sempre nel celibato.

Aveva nella casa del Brunelli una bella camera, ben arredata, e con un ampio letto, che gli permetteva di fare tutti i suoi comodi, senza violare quello del suo ospite.  Mangiavano insieme, uscivano insieme, si divertivano insieme.  Era insomma un vero matrimonio a tre, nell’intimità delle domestiche pareti, una relazione sulla quale non c’era nulla da dire nelle esteriorità.

Certamente non saranno mancate le male lingue, che, specialmente ricordando il passato di Margherita, avranno fatto delle supposizioni maligne.  Ma chi si curava di loro?

Coll’appoggio del compare, così Beppe e Margherita solevano chiamare il macellaro, gli affari del Brunelli prosperavano.  Da semplice sensale era salito al grado di mercante di bestiame.  Aveva una stalla propria, e si assentava spesso per far degli acquisti nei paesi vicini, trattenendosi fuori anche più giorni.  E così coi quattrini cresceva la sua rispettabilità.  D’altra parte il contegno del Paoletti non poteva essere più riguardoso.  Mai una parola, un atto, uno sguardo gli sfuggiva che potesse eccitare la suscettività del marito posticcio.

Il benessere, l’agiatezza, appesantivano però di molto il Brunelli e gli toglievano quegli ardori, che gli avevano procacciato l’amore di Margherita, la quale se ne risentiva e incominciava a concepire una certa repulsione per il suo Beppe.  Sulle prime la manifestò, ma le accoglienze che ebbero le sue manifestazioni da parte d’ambo quegli uomini ai quali prodigava se stessa, la persuasero che quella non era una buona strada per lei.  Cosa fatta capo ha, diceva Mosca Lamberti, e diceva bene.  Non fu difficile a Margherita capacitarsene.

E pensò a procacciarsi d’altra parte quelle ebbrezze che non trovava più fra le braccia di Brunelli, e non aveva mai trovato in quelle del Paoletti.

Ritornando una notte da una delle solite sue escursioni, Beppe trovò il macellaro sul portone di casa.

— Ti aspettavo, gli disse Agostino.  Ho da parlarti.

— Andiamo su, compare, e chiacchiereremo finché vi pare.

— No, di sopra, no.  Son cose che dobbiamo sbrigarle fra noi: le donne non vanno poste di mezzo.

Parve strana la proposta del macellaro a Beppe; tanto più avendo notato nel suo accento una emozione che tentava indarno di dissimulare.  Tuttavia non fece vista d’avvedersene e disse tranquillamente:

— Verrò domattina al negozio, se vi piace compare.

— Vieni a mezzodì.  Andremo a mangiare un boccone in campagna.  Dirai a Margherita che dobbiamo recarci fuori per affari.

— Come vi piace.

Si strinsero la mano e salirono insieme, senza dare a vedere la menoma preoccupazione.

All’indomani all’ora stabilita, Beppe si recava al negozio di Agostino.  Questi aveva già socchiusa la bottega e stava ad aspettarlo.  Quando lo vide comparire, serrò del tutto il negozio e disse:

— Andiamo, Beppe.

Traversarono la città in silenzio e giunti innanzi ad una osteria suburbana, il macellaro entrò, comandò il pranzo in una camera superiore, e vi condusse il compare.

Pranzarono non parlando che di cose insignificanti e con evidente imbarazzo d’entrambi.  Beppe non sapeva spiegarsi, per quanto ruminasse in testa, la cagione di quel convegno, il soggetto del discorso che il compare doveva tenergli e che non gli teneva.  Il Paoletti non sapeva come attaccare l’argomento disgustoso e spinoso.

Quand’ebbero mangiato, il Brunelli, comprendendo che le esitanze del compare dovevano derivare dal timore, risolse d’incoraggiarlo, prendendo lui la parola e gli disse:

— Beviamo sempre alla vostra salute!

— Grazie! E alla vostra.

— Grazie! a mia volta.  Ma se, non abbiamo altre persone alle quali brindare, sarà bene che ci spicciamo.  Margherita starà inquieta, forse.

— Hai fatto bene a dir «forse. »

— Non credete, compare, che possa esserlo?

Ormai la botta era partita, non c’era più da indietreggiare.  Agostino Paoletti lo comprese e rispose:

— Credo che possa avere chi la conforti, quando è sola.

Beppe scattò in piedi, posò i pugni sulla tavola e calmo pur nell’ira che gli bolliva in petto, disse lentamente:

— Compare voi dite una cosa ben grave.  Fose v’è sfuggita, senza rifletterci?

— Non ho l’abitudine di avventurar parole senza fondamento.

Una nube di sangue passò innanzi agli occhi del Brunelli.  Due opposti sentimenti lottavano in lui.  Per un lato, sentiva rinascere i furori gelosi dei primi giorni del suo amore con Margherita.  Per l’altro, temeva che la sua condotta alienasse il Paoletti dal loro consorzio.  Si era abituato a quella felicità grassa, ed a quella beatitudine materiale, e gli pareva di non potersene staccare, se non lasciandovi un brano della sua carne.

— Voi credete dunque fermamente che ci inganni? — domandò con voce cupa ad Agostino.

Era la prima volta che alludeva a quella promiscuità nei godimenti della donna che avevano stabilito.  Ma il Paoletti non morse all’amo e replicò non senza sottolineare il pronome:

— Ho la certezza materiale, purtroppo, che Margherita ti tradisce.

Quel pronome così sottosegnato dalla voce del compare era una pugnalata per il cuore di Beppe.  Lo riteneva come una offesa personale, perché Paoletti con ciò mostrava chiaramente di non desiderare la solidarietà della vergogna.  Pure dissimulò, ricacciandosi in fondo all’anima l’amarezza che gli aveva prodotto.  E assecondando il compare nel suo intendimento di voler sciogliere il vincolo morale che li legava, riprese:

— Vi ringrazio d’avermi posto sull’avviso.

— Era mio stretto dovere d’amico.

— Un dovere che raramente si compie.

— Non tutti coloro che lo dicono sono amici, come io di te, per la vita e per la morte.

— Che mi consigliate voi di fare?

— Prima coglierla sul fatto.

— Poi?

— Se hai bisogno d’una mano che ti aiuti, ecco qui la mia — così disse lanciando un lampo d’odio dagli occhi, e brandendo un coltello.

— Sarà fatto! — rispose Beppe Brunelli stendendo la destra al Paoletti, che fortemente gliela strinse.

— Bravo.  Così parlano e così agiscono gli uomini.

— Ecco intanto una esistenza infranta, una felicità distrutta, una amicizia. . .

— Cementata, resa inscindibile, Beppe.  Ricordati Beppe delle parole che ho pronunziato poc’anzi e che ora ti ripeto: per la vita e per la morte.

— Per la vita e per la morte — replicò il sensale stringendo fortemente la mano che per la seconda volta il macellaio gli porgeva.

— Ma è tempo ti narri come avvenne la scoperta — ripigliò il Paoletti.  Perciò appunto qui ti condussi.

— Parlate.  Vi ascolto.

— Una notte, mentre tu eri fuori, rientrando tardi nella mia camera udii del rumore nella tua.  Supposi che tu fossi rientrato improvvisamente e mi avvicinai per aprirla; era chiusa.  Udendo all’interno un bisbiglio, mi persuasi sempre più che Margherita era con te, certo sola non si trovava, bussai, e ribussai, ma nessuna risposta ottenni.

— Brutta conocchia! — esclamò Beppe.

— Allora ebbi un’idea, vaga, un sospetto quasi impercettibile, ma che andava prendendo man mano forma e colore.  Ero ancora vestito: ridiscesi pian piano per non farmi udire; giunto alla porta, che avevo, trovata aperta entrando e aperta lasciata, la rinchiusi dietro di me, e andai a collocarmi nel vano della casa dirimpetto, donde potevo vedere, ma non essere veduto, perché protetto dall’ombra densa.  Dopo pochi minuti vidi il lume attraverso la mezzaluna che sta sopra la porta, ma questa non s’aprì.

— Il maiale credeva di trovarla ancora aperta e aveva dovuto risalire per farsi dare la chiave.  È evidente.

— Infatti, passati pochi momenti, rividi il lume attraverso la mezza luna, la porta si dischiuse e ne uscì un giovinastro.  Ma dietro a lui v’era un’ombra bianca.

— La sgualdrina.

— Margherita, discinta, che prima di lasciarlo partire gli gettò le braccia ignude al collo, lo tirò a sé e lo baciò un’altra volta.

— Perché non ero ne’ vostri panni? Li avrei ammazzati entrambi, come cani.

— Perché entrambi? Lui, lui solo doveva, deve morire.

— E lei, la prostituta? — domandò il Brunelli, al quale il racconto del compare aveva riacceso le furibonde ire gelose.

— Lei sarà abbastanza punita colla morte del ganzo.  E le servirà di lezione per l’avvenire.

Queste parole del Paoletti produssero al sensale l’effetto di una doccia fredda.  La febbre che lo aveva per un istante assalito, scomparve.  Egli lesse, allora soltanto, chiaro nella mente del macellaro, le intenzioni di lui.  Voleva ucciso l’amante, che turbava la sua domestica intimità, ma salvata la donna, agli amplessi della quale non sapeva, non voleva rinunziare.  Per lui, Beppe, la vendetta non era completa.  Gli bastava per quanto concerneva gli interessi, ma non appagava la sua gelosia, non lavava abbastanza l’affronto subito.  Margherita gli aveva giurato che ogni suo affetto sarebbe riposto in lui.  Poteva dare il suo corpo ad altri, senza cessare d’essere esclusivamente sua.  Invece lo aveva soppiantato un altro.  Egli non era più che un secondo compare, che divideva a perfetta metà col primo i godimenti mercenari di quella donna.

Uccidere l’amante le avrebbe cagionato dolore.  Ma un dolore troppo tenue a confronto del suo.  E poi se ne sarebbe consolata con un altro.  Doveva tornar da capo? Anche se gli venisse fatto d’ammazzare impunemente tutti i drudi che Margherita si sarebbe dato, un dopo l’altro, non si sarebbe soddisfatto, perché in quel momento, risorgeva impetuosa e prepotente la passione che gli aveva ispirato.  Ad onta di questa battaglia che si combatteva nell’animo suo, Beppe si mantenne esternamente impassibile.  La sua decisione era presa: avrebbe ucciso l’amante ed eseguito poi contro la donna una vendetta lenta, lunga, inesorabile, inestinguibile, come il suo dolore.

Paoletti attribuiva il breve silenzio del Brunelli, ai calcoli che andasse facendo per compiere la decisa uccisione dell’amante di Margherita, e volle tosto informarlo dei particolari ulteriori della sua scoperta, affinché gli servissero di norma.

— Lasciai il tempo — riprese a dire il macellaro — a Margherita di risalire e di ricoricarsi, poi andai a letto anch’io.  All’indomani mattina la rividi, ma né lei parlò a me della notte, né io ne feci cenno a lei.  Per due o tre notti vigilai attentamente; ma l’amante non venne più.

— Si saran dato convegno fuori.

— È appunto quello che pensai.  Mi posi sull’avviso e mi accorsi tosto che Margherita usciva di buonissim’ora e restava fuori per mezza giornata.  L’altra mattina mi appostati e quando la vidi uscire la seguii non veduto alla lontana.  Alla porta s’incontrò con l’amante, li seguii ancora e vennero qui.

— Qui? — chiese esterefatto per la sorpresa Beppe.

— Qui.  Li lasciai entrare, quindi entrai io pure.  Presi lingua dall’oste, che è un mio conoscente e seppi che i due colombi vengono qui ogni mattina a tubare per due o tre ore.  Domandai all’amico che mi desse una camera vicina, d’onde potessi vedere senza esser veduto, e udire all’occorrenza, ed ebbi questa.  Guarda un po’ da quella porta.

Il sensale s’alzò e andò a guardare fra le commessure dell’uscio dirimpetto alla tavola sulla quale sedevano.  Si vedeva il letto ancora disfatto.

— Dunque son venuti anco stamani? — gridò, sorpreso ancora da uno de’ suoi accessi di gelosia.

— E verranno ancora domani, rispose il compare, marcando le parole con intenzione.

— Risparmieremo all’oste l’incomodo di rifare il letto.

Paoletti rise sinceramente di questo frizzo di mediocre gusto, quindi disse:

— Bisognerà che fingiamo di assentarci.

— No: sarebbe un errore.  Certa di poterla fare impunemente sarebbe capace di riportarsi a casa il drudo.  Partirò io solo: voi continuerete come di consueto.

— Ci troveremo fuori di porta all’alba.

— E così sia.

Il macellaro e il sensale discesero, pagarono il conto all’oste e tornarono in città, tranquilli e soddisfatti, come se avessero combinato una partita di piacere.

 

 

XXVIII.

L’inesorabile vendetta.

 

Era una fresca mattina di primavera: il sole levante spargeva una luce blanda e quasi rosea sulla verzura della campagna; gli uccelletti gorgheggiavano sulle piante, dalle fronde tuttora irrorate di rugiada, il saluto al dì nascente.  Una lieve brezza montana agitava i fiorellini sui loro gracili steli e saturava l’aere di aromi silvestri.  C’era una pace d’amore nella natura che incantava e avrebbe reso poeta anche me, Giovanni Bugatti detto Mastro Titta, che in fatto di versi conosco solo il rantolo de’ miei impiccati e i queruli lamenti dei giustiziandi paurosi.

Margherita e il suo drudo, levatisi sul far dell’alba, s’erano incontrati al solito luogo di convegno e si avviavano verso la porta della città, allegramente cianciando:

— Dunque il tuo uomo?. . .

— Se ne è andato ieri per certe compere di vaccine e starà fuori una settimana buona.

— E il vecchio?

— Il vecchio mi tiene il broncio.  Da quella notte che venne a bussare e non gli aprii, non mi ha più importunato.

— Gli fosse nato qualche sospetto?

— Non c’è pericolo.  D’altronde che vuol egli? Lo tollero, è anche troppo.  Non ti pare?

— Altro che parere! Per parte mia vorrei che gli pigliasse un accidente dove si trova.

— A letto, poveraccio.

— Tanto meglio: così non avrebbe a soffrire.

— E chi ci farebbe poi le spese?

— Deve aver del denaro quel macellaro.

— Ne ha di certo.  Ma ciò che è suo, non è mio.

— Dovrebbe però diventarlo.

— Così fosse.

— Che faresti?

— Prima di tutto manderei a farsi ammazzare Beppe.

— E se non volesse andare?

— Te ne incaricheresti tu?

Questa domanda lanciata così a bruciapelo dalla formosissima donna fece correre un brivido per fossa al giovane.  Ma eran giunti in quel punto alla porta ed era naturale che il drudo non rispondesse.

Precedettero in silenzio per parecchi minuti, finché giunsero all’aperta campagna.  La strada era deserta.  Soltanto giù per i colli si vedeva qualche contadino intento ai lavori agrari.

— E poi? — chiese finalmente il giovinotto, nelle vene del quale ricominciava a fermentare il sangue.

— Poi? Sarei tua, tutta tua, esclusivamente tua.

Il giovane inebbriato da queste parole cinse col braccio sinistro la vita di Margherita e passatole il destro intorno al collo l’attirò dolcemente a sé e la baciò con fervore.

La donna corrispose con pari ardore al bacio ed all’amplesso.

E così continuarono per buon tratto di strada, folleggiando, cogliendo fiori, abbracciandosi e ripetendosi giuramenti d’amore e rincorrendosi l’un l’altro, come giovanetti innamorati.

— Oh! se potessimo passar la vita eternamente così — esclamò in un momento d’ebbrezza la donna, mentre l’amante presala improvvisamente fra le braccia a tergo le premeva, il turgido seno e la baciava sulla bocca, avendo ella rovesciata indietro la testa.

— Sempre così? dipende da te.

— Da me? E come mai? — domandò Margherita fermandosi di botto.

— Incomincia a sbarazzarti del vecchio.

— Vorresti?

— Perché no? Conosco una strega che compone filtri amorosi.

— Ebbene?

— Propinandogliene ogni giorno in dose abbondante. . .

— Mi annoierebbe anco più del solito — interruppe la donna, alzando le spalle, come se dalle parole dell’amante avesse tratta una delusione.

Il giovane si era fermato anche lui.  La strada in quel punto faceva gomito e il fianco coperto d’arbusti, formava una specie di chiosco aperto sul davanti, chiuso dietro, con una banchina naturale nel mezzo.

— Vieni qui al mio fianco, ascoltami: — riprese l’amante andando a sedersi sulla banchina e traendosi dietro Margherita per una mano.

— Continua pure.  Ma mi pare una grande pazzia quella che tu pensi.

— È il mezzo più sicuro per togliersi dai piedi un uomo innanzi negli anni, senza aver poi impicci.  Il filtro amoroso agisce, tu l’assecondi con quanto maggior ardore ti è dato.  Nel delirio della passione, fra un trasporto amoroso e l’altro, ottieni da lui tutto ciò che ti piace e in brevi giorni il vecchio, disfatto, se ne va.

— E tu vorresti?. . .

— Voglio averti mia, tutta mia, esclusivamente mia, come dicevi poc’anzi, mormorò il giovanotto cingendola di bel nuovo colle braccia, e suggellandole la bocca colle proprie labbra.

Ma in quel mentre s’udì un fruscio di fronde dietro il chiosco e i due amanti balzarono in piedi spaventati.

— Che c’è? — domandò Margherita sgomenta; e l’altro per chetarla, prontamente rispose:

— Nulla, qualche lepre, od altro selvatico. . .

Non terminò la frase, perché due uomini sbucati dietro la fratta si gettarono sopra di lui e lo buttarono a terra, prima che potesse rinvenire dalla sorpresa e porsi sulla difensiva.

Il più accanito era il più anziano.  Non aveva quasi più aspetto umano, tanto l’odio che gli gonfiava il petto lo aveva trasfigurato.

Inginocchiato sopra il giovane lo teneva colla sinistra afferrato per il collo, e colla destra gli vibrava coltellate su coltellate.  L’altro assalitore, pur ansioso di colpirlo, teneva il coltello sollevato sopra l’infelice e studiava il posto in cui ferirlo.  La donna si cacciava disperata le mani nelle chiome, non sapendo decidersi, né a far cessare quella carneficina, né a fuggire.

Aveva riconosciuto Beppe e il macellaro e sopraffatta dallo spavento, pareva attendesse a sua volta la morte, conscia d’averla meritata.

I due assassini non tardarono molto a rialzarsi.  Sfogata la libidine del sangue, saziata la sete di vendetta, essi compresero che dovevano provvedere alla loro salvezza.

Beppe le si avvicinò, e presala per una mano, mentre essa faceva con ambedue schermo alla vista, la trascinò innanzi al cadavere dell’ucciso amante, e gli disse:

— Bada bene! Questa fine faranno tutti gli amanti che arrischiassi di prendere.  Quanto a te, ben altro ti aspetta, se osassi fiatare su quanto hai visto.

Il macellaro s’era frattanto recato il cadavere sulle spalle e disse a Beppe:

— Andiamo a seppellirlo.

— Vattene! — intimò il Brunelli a Margherita — e se qualcuno ti interrogasse, mozzati la lingua coi denti, piuttosto che parlare! Soffriresti meno.

Margherita si mosse automaticamente, quasi obbedisse a tutt’altra volontà che la sua.  Pareva in istato di sonnambulismo.  Pallida come una morta, cogli occhi spenti e cerchiati di nero, le labbra livide e cascanti agli angoli, rifece quella strada che pochi momenti prima aveva percorso, inebbriata d’amore, gaia, festosa, ansiosa di piaceri e di godimenti.

Brunelli smosse co’ piedi la terra inzuppata di sangue e ne fece scomparire le traccie; quindi s’avviò dietro il Paoletti, che si era messo per una stradicciuola traversale.  Camminarono per un quarto d’ora, Beppe aveva chiesto al macellaro:

— Volete che vi aiuti? Il fardello dev’essere pesante.

— Non occorre, aveagli risposto il Paoletti, lo porterei volentieri in capo al mondo: è un piccolo servigio che gli rendo.

La stradicciuola menava ad una spianata ov’erano parecchi pozzi di calce.

— Adesso dammi una mano, disse il macellaio.

Beppe si fece innanzi e prese per i piedi il cadavere, che l’altro aveva deposto a terra, il macellaro lo afferrò per le spalle e, dopo averlo bilanciato un po’, lo gittarono nel pozzo più ampio.

— Terminato! esclamò, emettendo un sospiro di soddisfazione, Agostino Paoletti.

— Ed ora? domandò il Brunelli.

— Ora è meglio che tu te ne vada pe’ tuoi affari e resti fuori per una settimana ancora, come avevi annunziato.  Eccoti del denaro, se ti serve.  E porse una borsa al sensale, il quale se la pose tranquillamente in tasca, dopo averla per un istante palleggiata in mano.

— Io, continuò il macellaro, torno a Gubbio.  Non istare in pensieri.  Se ci saranno novità te ne farò avvertito.

Così i due complici si lasciarono.

Rientrando in casa la sera il Paoletti, trovò Margherita seduta su di una scranna, silenziosa, immobile.  Le si accostò e parve ch’ella non lo riconoscesse.  La scosse con una mano e non mostrò avvertirlo.

Tutti gli sforzi fatti per richiamarla in sentore furono frustrati.  Il macellaro pensò bene di andarsene a letto, sperando che durante la notte, o si sarebbe scossa da sé, o un’idea sarebbe venuta a lui.  Ma all’indomani mattina, la trovò tuttora immobile, silenziosa e cogli occhi sbarrati sempre allo stesso posto.

Convenne chiamare un medico il quale la dichiarò alienata di mente e la fece trasportare all’Ospedale, non potendosi lasciarla abbandonata a se stessa.

Due giorni dopo venne trovato nel pozzo della calce il cadavere dell’assassinato: ad onta delle bruciature sofferte si riconobbero sul suo corpo le ferite infertegli dai coltelli di Paoletti e di Brunelli e tosto la voce pubblica accusò costui del delitto.

Il fiscale ne ordinò la ricerca e l’arresto che venne prontamente eseguito.  Tradotto in Gubbio dai sbirri fu tosto posto a confronto della ganza; la quale alla sua vista fu assalita da una crisi nervosa, susseguita da un deliquio quasi mortale.

La prova era assai grave, ma non definitiva e il Brunelli negava ostinatamente, dicendo di non saperne nulla.  Continuarono le indagini.  Si trovò l’oste, dal quale Margherita si recava coll’amante, e questi abilmente interrogato finì per confessare che il macellaio era stato da lui e aveva voluto una camera vicino a quella in cui si trovavano i due amanti, che vi era pur tornato col sensale e che nella medesima camera avevano pranzato insieme.

Posto a confronto anche con costui, Beppe Brunelli negò tutto e trattò l’oste da pazzo.  Intanto era stato arrestato anche Agostino Paoletti, perché dalle investigazioni fatte risultò che egli aveva una tresca con Margherita, della quale il Brunelli doveva essere informato e consenziente.  Così l’istruttoria pervenne a ricostruire il dramma.  Anche il macellaio fu condotto innanzi alla pazza e questa appena lo vide si rizzò a sedere sul letto, sul quale si trovava, e fulminandolo collo sguardo, che aveva ripreso in quel momento tutti i suoi bagliori, gridò:

— Assassino! Assassino!

Quindi ricadde riversa sul letto.

Ma le prove indiziarie per quanto schiaccianti non bastavano, né poteva valere l’asserzione di una demente.

Si dovette ricorrere ad uno stratagemma.  Si fece credere al Brunelli che il macellaro aveva tutto confessato.  E siccome l’istruzione aveva assodato i fatti, il colpo riuscì magistralmente.  Beppe dopo lunghe tergiversazioni, finì per fare una confessione ampia del delitto, precisandone i particolari.  E alla sua tenne dietro quella del Paoletti.

Fu un trionfo per i giudici che avevano condotto innanzi il processo.  E la condanna alla forca per entrambi, non si fece aspettare.  Io la eseguii, come dissi, la mattina del 6 luglio, con grandissimo concorso di gente, che restò ammirata dal contegno dei due delinquenti, i quali chiesero ed ebbero i religiosi conforti e morirono da buoni cristiani, senza spavalderia e senza viltà.  L’eco del processo si ripercosse da un capo all’altro d’Italia.

 

 

XXIX.

Omicidio brutale.

 

Il giorno 12 dicembre 1807 chiusi le mie operazioni di quell’anno impiccando a Narni Giuseppe Romiti, al quale toccò l’onore di iniziare il secondo centinaio delle mie esecuzioni di giustizia, nello Stato Pontificio.

Il delitto commesso dal Romiti è per i suoi particolari, uno dei più feroci, dei più barbari e dei più strani che nel lungo corso della mia esistenza io abbia avuto incarico di punire colla morte.  Era Giuseppe Romiti un vignarolo dei dintorni di Narni.  Avaro, egoista, crudele, egli era odiato, quanto temuto.  Viveva solo come bestia, senza un amico, senza porsi mai nel consorzio dell’altra gente.  Si assoggettava a privazioni di ogni maniera per accumular danaro.  Aveva moglie, ma il suo matrimonio non era stato benedetto dalla prole.  Convivevano con lui due sorelle e non aveva voluto maritarle mai, per non sborsare un soldo di dote.  Aveva pure un fratello minore, che aveva condotta in sposa una onesta e laboriosa fanciulla, che lo aveva reso padre di due bambini, ma per questi pure non aveva un sorriso mai, sebbene fossero i soli in casa, ai quali usasse qualche riguardo e non limitasse il vitto.  Egli avrebbe voluto educarli tristi, come lui e soleva dire che quando si sarebbero fatti grandicelli, li avrebbe tolti ai loro genitori, perché non crescessero disutili com’essi.

Fra tante cattiverie aveva solo un sentimento buono ed era quello di voler continuata e ricca la sua famiglia.

Da qualche tempo Giuseppe Romiti si era accorto che si commettevano dei piccoli furti agresti nel suo poderetto.  Ma per quanta vigilanza esercitasse, non era mai riuscito a cogliere i ladri.

— Se mi vien fatto di pigliarli, ripeteva ad ogni tratto, giuro d’impiccarli colle mie mani.

Nel podere aveva un frutteto, coltivato con grande cura, ed amava i superbi alberi ai quali dedicava di giorno le sue fatiche, di notte i suoi pensieri.  Fra questi alberi primeggiava un magnifico pero, carico di frutti, che il sole autunnale andava indorando e che formava la sua delizia e il suo orgoglio.  Aveva calcolato, che raccogliendo i frutti ben maturi ne avrebbe ricavata una somma per lui non indifferente e il buon tempo lo faceva indugiare all’opera.

Un bel mattino levatosi più presto del consueto e recatosi ad esaminare il suo piccolo tesoro, lo trovò completamente spogliato.  I ladri non avevano lasciate sulla pianta che le poche pere danneggiate ed immature.

La sua rabbia salì all’altezza del furor bianco.  Non disse verbo tutto il giorno.  Non chiese notizie a nessuno.  L’ira gli dava una specie di chiaroveggenza.  Gli era entrata nell’animo la persuasione che avrebbe colto i ladri e che avrebbe potuto finalmente vendicarsi di tutti i furti patiti.

Calata la sera, finse d’andarsene a letto e ci si buttò infatti, ma vestito.  E quando il silenzio profondo che regnava nella casa lo avvertì che tutti erano andati a dormire, scese pian piano nell’orto e andò a rimpiattarsi in un vivaio d’alberi nani.  Aspettò lunghe ore, senza fare un movimento.  Aspettò colla certezza nel cuore che i ladri sarebbero venuti e con essi il momento di sfogare il livore che aveva nell’animo.

Incominciavano le stelle a impallidire e la tinta del cielo a farsi un po’ più chiara, quando udì uno stormir di foglie, dal lato della siepe, che divideva il frutteto dalla strada.  Tese l’orecchio e sentì il rumore di passi, benché lievissimi.  Il rumore si avvicinava.  Alzò la testa e vide un giovinetto a pochi passi da lui, con un canestro sotto il braccio, che si avvicinava ad un albero di pere, meno bello di quello spogliato, ma pur promettente.

Non si mosse.  Volle che il furto avesse un principio d’esecuzione.  Non attese molto: il giovane scalzo, abbracciato il tronco dell’albero, vi si arrampicava.  Aveva già afferrato un grosso ramo e stava per prendere lo slancio e salirvi sopra, quando Giuseppe Romiti balzò fuori del suo nascondiglio.

Rizzarsi, afferrare il disgraziato ladro per le gambe, tirarlo a terra e montargli colle ginocchia sul petto, fu un affare di pochi secondi.

— Pietà, padron Beppe, pietà di me e della mia povera mamma — mormorava supplicando l’infelice.

Il Romiti non udiva, o almeno non rispondeva: stette un momento in forse, pensando qual morte dovesse fagli fare.  Una truce idea gli balenò alla mente: lo denudò, quindi legatogli i polsi e i piedi, salì lesto, come uno scoiattolo, sopra l’albero, passò il capo della corda attraverso due grossi rami, le cui cime colla forza poderosa delle sue braccia riuscì a riunire: quindi sciolto il nodo che gli avvinceva le gambe, legò i due piedi ognuno ad uno dei capi dei rami.  Questi abbandonati a se stessi si staccarono e il corpo dell’infelice fu spaccato come quello di un agnello, appeso ai ganci da un macellaro e tagliato a mezzo.

Compiuta l’orribile vendetta, Giuseppe Romiti, scese dall’albero.  Passava in quel momento suo fratello che recavasi al lavoro; egli lo chiamò e gli offrì la vista di quel tremendo spettacolo.

Poche ore dopo si consegnava da se stesso al bargello di Narni.  Eretto il processo fu condannato all’impiccagione per «barbaro omicidio», ed io la eseguii.  Morì impenitente, coraggiosamente e soddisfatto dell’opera propria.

 

 

XXX.

Un assassinio di notte.