TITO LUCREZIO CARO
DELLA NATURA DELLE COSE
LIBRI SEI
TRADOTTI DA ALESSANDRO MARCHETTI
AGGIUNTIVI
GLI ARGOMENTI DEL BLANCHET
LA SCIENZA DI LUCREZIO PER CONSTANT MARTHA
E LE NOTIZIE
INTORNO ALL'AUTORE E AL TRADUTTORE
e guerra con Vincenzo Viviani.
Alfredo Tennyson, lo squisito poeta,
ideò e scrisse un monologo di Lucrezio innanzi al suicidio. Egli
accettò la tradizione che desse in accessi di demenza per un filtro
portogli da una donna che si credeva meno amata, non badando egli alle carezze
di lei.
. . . . . For-his
mind
Haif buried in
some weightier argument,
Or fancy-borne
perhaps upon the rise
And long roll of
the Hexameter-he past
To turn and ponder
those three hundred scrolls
Left by the
Teacher whom he held divine.
Questa tradizione non si fonda che sopra
l'autorità di San Gerolamo, il quale scrisse più di tre secoli
dopo Lucrezio. Questi era della gran famiglia Lucrezia e cavalier romano.
Nacque l'anno 95 avanti Cristo. È probabile che visitasse la Grecia e
udisse Zenone, che in quel torno era capo della setta epicurea. Egli e Cesare
sono i due soli grandi scrittori che Roma abbia prodotti. La sua vita corse tra
i principj di Silla e la morte di Clodio. Secondo la tradizione, egli si
sarebbe ucciso di 44 anni, morendo lo stesso giorno in cui Virgilio prese la
toga virile.
C. Memmio Gemello, al quale è
intitolato il poema, era d'illustre famiglia, figlio e nipote di chiari
oratori. Ebbe presto onori ed uficj. Nominato al governo della Bitinia,
condusse seco Curzio Nicia e il poeta Catullo. Tornato che fu, toccò
un'accusa da Cesare, dalla quale si difese con violenza. Nel difendersi
trascorse a raffacciargli i suoi diffamati costumi. Dicitore facondo; se non
che, a detta di Cicerone, fuggiva la fatica non solo di parlare, ma ancora di
pensare. Accusò parecchi; tra gli altri, L. Lucullo, vincitore di
Mitridate, volendo impedirgli il trionfo. Di che, avendo egli tirato alle sue
voglie la moglie del fratello di lui, M. Lucullo, Cicerone disse argutamente
che si era levato contro Agamennone non che contro Menelao. Tentò
sedurre, ma invano, anche la figlia di Cesare moglie di Pompeo. Dopo la
questura e pretura aspirò al consolato, gareggiando veementemente con
altri tre pretendenti. Fu insieme ad essi accusato di broglio e condannato all'esilio.
Tornò in Atene, dove da giovane avea studiato, e v'ebbe lite con la
setta di Epicuro per essersi fatto cedere dall'Areopago una parte dei Giardini,
ove quella aveva sua stanza. La famiglia Memmia aveva un culto particolare per
Venere, e il Martha crede che anche questo riflesso abbia indotto Lucrezio alla
sua splendida Invocazione.
Dai trecento volumi lasciati dal maestro,
ch'egli reputava divino, secondo dice il Tennyson, Lucrezio trasse la dottrina
esposta nel suo poema. Il Martha la ha considerata assai bene rispetto alla
religione, alla morale ed alla scienza. Egli ha dimostrato che Epicuro e il suo
poeta combattevano piuttosto il paganesimo che lo spiritualismo, intendendo a
liberare l'uomo dai terrori delle false religioni, e a svolgerlo dai riti
feroci onde pretendevano deprecar l'ira od impetrare il favore delle loro
deità. Furono in questo i precursori dei controversisti cristiani; se
non che, non avendo altro lume, esautorando gli Dei, abolirono la Provvidenza.
Ma per tutto il poema spira il sentimento del divino, che, nella pienezza dei
tempi, dovea poi avverarsi nelle più pure credenze; restando quasi armi
imbelli gli argomenti dell'ateismo, che di secolo in secolo alcune sette di
filosofanti riprendono e riforbiscono, ma inutilmente, contro la coscienza del
genere umano. Rispetto alla morale, il Martha fa vedere che la dottrina della
voluttà si riduce ad un quietismo, favorito ai tempi di Epicuro
dallo scadimento e dal servaggio indeclinabile della Grecia, e ai tempi di
Lucrezio fatto desiderabile dagli orrori delle guerre civili. Della scienza
parla il Martha egregiamente in un capitolo che diamo tradotto in fondo a
questo volume, facendo vedere come a puerili fallacie si mescolino intuiti di
veri sublimi accettati ai dì nostri[1].
Del merito poetico di Lucrezio, toccato in
una frase dubbia di Cicerone, passato in silenzio da Virgilio ed Orazio, che
taciti lo imitavano, celebrato altamente da Ovidio e da Stazio, parla il suo
libro, e son piene le storie letterarie e i trattati di estetica. Egli ha
bellezze sì sfolgoranti e sì universalmente ammirate che non
occorre additarle. Il suo ateismo non faceva paura nemmeno al buon Cesari, il
quale per quel suo squisito sentimento del bello e della naturale sublimità,
amava i versi di lui forse non meno che quelli dell'Alighieri.
Alessandro Marchetti nacque nella sua
villa di Pontormo il dì 17 marzo 1632 di Angelo e di Luisa Bonaventuri,
figlia a Filippo celebre professore di ragion civile nell'Università di
Pisa e assai benemerito, per le sue fatiche, della lingua toscana. Aveva appena
di sette giorni oltrepassato i nove mesi di vita, che perdè il padre e
rimase con quattro fratelli sotto la tutela della madre, la quale, rimpatriando,
provvide in Firenze alla loro educazione.
Destinato alla mercatura, già vi si
era introdotto; senonchè, un giorno di minore applicazione, cantando
egli sottovoce il lamento di Armida e dicendogli rampognando il direttore del
negozio: «Voglion esser calcoli, non versi,» egli rispose che nella tregua
delle faccende non sapeva spender meglio il tempo che a ruminare gli aurei
versi del Tasso divino e lasciando il negozio fu posto a studiare l'Instituta
sotto un valente dottore. Nè della legge si appagò gran fatto,
come quella che non gli dava campo di pensar a suo modo e di specolare
liberamente. Ne allentò lo studio e si dette alla lettura dei poeti
latini e toscani[2]. Scrisse allora alcun bel sonetto, e cominciò a tradurre
l'Eneide in ottava rima — parendogli, come scrisse poi al Magliabechi; che quel
sovrano poeta da niuno fosse stato tradotto nel volgar nostro con quella
dignità ch'e' meritava, ma non andò più in là del
quinto libro.
Ottenuto un luogo di scolaro nello studio
di Pisa dal Principe Cardinal Leopoldo, udì i filosofi peripatetici che
v'insegnavano; ma recatosi a noia quella servile filosofia, si sfogò
contro in un capitolo bernesco. Si strinse allora d'amistà con un
giovane dei Galilei[3], ch'era altresì in Sapienza e dando insieme opera allo
studio dei Classici, talvolta per più ricreare lo spirito apersero al
pubblico scena inaspettatamente e talvolta sulla cetra che ciascuno di loro
sapeva maestrevolmente toccare, all'improvviso cantarono versi tali che ne
stupirono gli ascoltanti. Ora abbattutosi a sentirli il gran matematico Gian
Alfonso Borelli, ammirando l'ingegno del nostro Alessandro, s'invaghì
d'introdurlo allo studio delle matematiche e della filosofia esperimentale;
nelle quali discipline fece sì gran progresso, che prima anche di
dottorarsi ebbe la lettura straordinaria di filosofia e nel 1659, anno del suo
dottorato in filosofia e medicina, ebbe una lettura di Logica in
quell'Università. Il Borelli fattoselo commensale, lo diè per
ripetitore ai propri scolari, tra' quali era Lorenzo Bellini[4]. Ebbe la cattedra di filosofia straordinaria che ritenne per anni
otto, ed allora nelle lezioni, nelle dispute, nei circoli, e nei colloqui
promosse lo studio della filosofia sperimentale, e il Malpighi gli scriveva di
Bologna il 4 gennaio 1661: «Dal signor Borelli già intesi che con suo
onore e sommo applauso frammetteva cose nuove nel leggere, e spero che a poco a
poco si potranno addomesticare queste bestie selvaggie.» Partito da Pisa il
Borelli, fu il suo successore nella cattedra di matematiche e la ritenne a
tutta sua vita.
Di 39 anni sposò Anna Lucrezia dei
Cancellieri di Pistoia, bella e saggia, che visse fino a 91 anno. Di lei ebbe
undici figli, sette maschi e quattro femmine. Il maggiore Angelo riuscì
assai bene nelle matematiche e si fece conoscere con le Conclusioni
stampate in Firenze nel 1688 in difesa del padre, bersaglio dei geometri
italiani, con l'opera Della proporzione e proporzionalità, con l'Euclide
riformato, con la sua Introduzione alla Cosmografia e Nautica,
ecc.
Dei letterati della sua età
amò assai il Magliabechi e gli fu caro, e sparsasi la voce della sua
morte scrisse versi affettuosi in compianto. Pianse altresì in versi la
morte del Redi e del Magalotti, due dei più grandi intelletti che la
Toscana avesse prodotto nella sua vecchiaia, vecchiaia di Sara, poco feconda,
ma di Patriarchi delle lettere e delle scienze. Era anch'egli, come tutti i
gentili spiriti di Toscana, amico all'inviato dell'Inghilterra, Neri Newton, e
dettò versi al suo partire. Notevole è come gl'Inglesi ci
tramutassero il loro Hawkwood che amava troppo le nostre terre e le nostre ricchezze
nel Milton, che adorò la nostra lingua e poesia, e in tanti coltissimi
inviati, che favoriscono i nostri studj. La tradizione vive fino al di d'oggi;
e la terra di Toscana che gl'Inglesi predilessero sopra tutte raccolse lo
spirito e copre le ossa di alcuni famosi loro scrittori.
Era giunto all'anno 78 senza che pur
provasse in parte gl'incomodi dell'avanzata vecchiezza, se si eccettui che poco
tempo innanzi aveva cominciato a patire di stillicidio o stranguria, effetto di
pietra.
«Entrato nell'anno ottantadue,
cominciò a provar daddovero gl'incomodi della vecchiezza, in particolare
per lo tormentoso dolore cagionatogli dalla pietra, che non lo lasciava
nè dormire, nè prendere riposo se non brevissimo; dal qual dolore
dopo essersi unto coi miracoloso liquore di San Nicolò di Bari, vescovo
di Mira, o che il santo gli intercedesse la grazia, come a buona ragione creder
si può, se specialmente si considera la devozione da esso avuta per
detto santo, al vivo espressa in varie composizioni da Alessandro composte in
lode del medesimo, o che la pietra prendesse positura tale da non più
impedirgli il passaggio delle orine, l'effetto fu che dopo l'additata unzione,
mai più nei cinque mesi che di poi visse la pietra nessun dolore gli
cagionò.» Colto d'apoplessia morì con tutti i Sacramenti il 6
settembre 1714 d'anni 82, mesi cinque e giorni venti.
Fu Alessandro, continua il figlio
Francesco, di giusta statura, bianco e rosso di carnagione, di capel biondo,
d'occhi assai cilestri, ma vivaci e sì perfetti che mai non ricorse agli
occhiali. Ebbe proporzionatissime tutte le parti del corpo, di volto allegro e
gioviale, dolce e chiara la voce e di complessione gracile anzi che no.
Parrà forse effetto di debolezza
senile e dell'infermità il ricorso del Marchetti al liquore di San
Niccolò di Bari: ma è un fatto che accarezzando del continuo la
sua versione di Lucrezio, dava poi in accessi di devozione e forse non finta. —
Valga di prova il seguente sonetto all'Eccellenza del Sig. Bernardo Trevisani
per la sua opera dell'Immortalità dell'anima.
Taccia Epicuro: entro gli
umani petti
Vive spirto celeste, aura vitale
De' folli ad onta e temerari detti,
Ond'ei tentò provarla inferma e
frale.
I dardi ch'ei
scoccò di morte infetti,
Dall'arco di sua lingua empia e brutale,
Mercè del tuo valor giaccion
negletti,
Mio gran Bernardo, e spennacchiate han
l'ale —
Tu, sovrano dell'Adria
onore e lume,
Dell'eccelsa tua mente erger potesti
Da terra al ciel le non mai stanche piume.
Chiaro ivi le nostr'alme
esser vedesti
Eterne e dive e in nobile volume
Quanto a te fu palese, a noi sponesti[5].
Altra prova è la sua Ode
sopra San Ranieri Pisano, il quale dopo esser vissuto molto lietamente,
perdette gli occhi per piangere i suoi peccati e dopo miracolosamente gli
ricuperò. Fu stimato ipocrita, così l'argomento, e per ciò
invidiosamente perseguitato in Pisa e Gerusalemme; risuscitò una
fanciulla; dopo la sua morte tutte le campane di Pisa da loro stesse sonarono a
festa. Onde il Poeta chiude il componimento così:
Ma qual di
santità segno maggiore
Se il suo terrestre, il suo caduco velo,
Poichè l'anima eletta ascese al
cielo,
L'aria cosparse di soave odore:
E se per additar l'alta
vittoria
Ch'ei contro il rio Satan morendo ottenne
Gli sacrar con miracolo solenne
Fin gl'incensati bronzi inni di gloria?
Prova meno curiosa è un'altra sua
poesia di cui basta citare il titolo. «Liberata Vienna dall'assedio de' Turchi
e riprese loro molte città dall'armi imperiali, polacche e venete,
cacciati di Francia gli Ugonotti e riconosciuto da Giacomo secondo re
d'Inghilterra per capo del Cristianesimo il Romano Pontefice, l'autore, come
principe dell'Accademia dei Disuniti di Pisa, radunatala per celebrare i
trionfi della fede cattolica in pace e in guerra, fece la presente
introduzione.»
Tra l'altre cose dice all'autore della
revoca dell'Editto di Nantes:
E tu gallico Giove...
Tu, tu d'ogni perverso orrido mostro
Che l'empi dogmi il tuo bel regno infette
Fai sí con memorabili vendette,
Che non cede all'erculeo il secol nostro.
Notiamo a suggello che il traduttore di Lucrezio
scrisse in versi sciolti un poemetto sopra il Paradiso, ch'egli descrive punto
per punto, quasi l'avesse veduto con gli occhi del corpo, come Ferondo nel
Boccaccio vide il Purgatorio.
Con miglior consiglio aveva preso a
dettare un poema filosofico in verso sciolto, intitolandolo a Luigi XIV. Il
Giornale dei Letterati[6] ne pubblicò il principio. Il Menzini al quale lo aveva
mandato egli stesso, gli scriveva: «Ho veduto il principio del suo poema,
cioè la sommità della fronte di una bellissima statua;» ma non
andò molto innanzi, e ormava troppo Lucrezio. — Intonava così:
O dell'Eterno Padre, o
dell'Eterno
Figlio, Eterno, ineffabile, infinito,
Vicendevole Amor, Amor fecondo,
Santo Amor, vero Amor, unico Amore,
Unico Amor, che da principio il cielo
Creasti, e l'aureo Sol cinto di raggi,
E delle Stelle erranti a lui d'intorno
Librasti i globi in guisa tal, che puote
Di luce ornarle, e raggirarle in cerchio,
E sì dolce, e sì tremulo, e
sì vivo
Fulgor desti alle fisse, ond'è
trapunto
L'umido manto dell'oscura notte
Che cede appena di bellezza al giorno:
Unico Amor, che a' primi semi infondi
Virtù: che l'aria di canori
augelli,
Di muti pesci le sals'onde, e tutta
D'animai d'ogni specie orni la terra,
Che per sè fôra un vasto orror
solingo,
Qualor deposto il freddo ispido manto
L'anno ringiovenisce e lieto in vista
Zeffiro torna, e 'l bel tempo rimena,
Tu Dio, tu sei, che sugli Alpini monti
Sciogli in tiepido umor le nevi, e 'l
ghiaccio
Che quindi scorre a dar tributo a' fiumi:
Tu di borea il furor, tu del crudele
Austro gli sdegni, e tu di noto, e d'euro
Gl'insani impeti orrendi affreni, e molci,
E i turbini sonori, e le procelle
Scacci, e dai bando alle bufere, a i
nembi,
E tu col ciglio le tempeste acqueti:
Tu di frondi novelle, e di virgulti
Le selve adorni: e le campagne e i prati,
E le rive, e le piagge, e i colli ameni
Fai d'erbette e di fior lieti e ridenti.
Dal tiro divino ardor commosso l'uomo
Desia la donna, e in dolce nodo eterno
Di fede marital con lei si lega.
Squassa l'altera fronte, e guerra indice
Per la grassa giovenca al suo rivale
L'innamorato tauro; il gelo istesso
D'acque infinite ad ammorzar bastante
Non è l'interna fiamma, onde il
delfino
Sovente, e l'orca in mezzo al mare
avvampa.
Lucrezio era un autore in odio alla
Chiesa; tanto più è da tener conto di un letterato che in Roma,
nell'accademia degli Incitati, ne parlò spassionatamente.
Girolamo Frachetta da Rovigo morto in Napoli nel 1620, essendo provigionato dal
re di Spagtra, scrisse, e stampò nel 1581, non compito il 21 anno, un
Dialogo del Furore poetico, ov'egli entra a ragionare con tre giovani,
tutti allora studenti nell'Università di Padova. Nel 1589
pubblicò in Venezia presso i Gioliti la sposizione della tanto vessata Canzone
d'amore di Guido Cavalcanti. Nel 1589 pubblicò pure in Venezia
appresso Pietro Paganini la sua Breve Sposizione di tutta l’opera di
Lucrezio distesa in sei lezioni nella quale si disamina la dottrina di Epicuro,
e si mostra in che sia conforme col vero e con gli insegnamenti di Aristotile e
in che differente, con alcuni discorsi distesi in sette lezioni sopra
l'Invocazione di detta opera. È intitolata con lettera in data di Rovigo
1 Gennaro 1588, al cardinale Scipione Gonzaga, al quale dice tra l'altre cose:
«Lucrezio così grave scrittore, non doveva a partito niuno rimanere
senza sposizione; imperocchè, oltre l'essere oscuro e contenere molte
cose buone, che sono state frantese, ne contiene anco molte di ree, le quali fa
di mestiero, acciocchè altri non vi s'inganni, in iscambio togliendole,
rifiutare; et è un ravvivatore della dottrina, di già per poco
dimenticata, del grande Epicuro, a cui sono apposte a torto molte bugie.»
Il Marchetti si mise a tradurlo. Voleva
dedicarlo a Cosimo III[7], ma non fu accettata la dedica nè gradita la
pubblicazione; onde la versione girò buona pezza inedita, ma dopo
l'invenzione della stampa, dice il figlio Francesco, non vi fu libro che tante
volte si copiasse; e il curioso si è che Cardinali e gran prelati eran
quelli che più desideravano leggerlo.
Constant Martha che
ha tentato la versione poetica di alcuni passi di Lucrezio, dice assai bene: Nous
croyons avoir fait une tentative nouvelle, celle de conserver le mouvement
logique, la trame serrée d'un poète philosophe qui raisonne toujours
même quand il peint. C'est une infidelité que d'offrir la poésie de
Lucréce en images brillantes, mais brisées. L'exactitude consiste ici à
respecter avant tout la suite des pensées; le reste est un agréable surcroît,
qu'il faut donner si l'on peut. E questo
è il pregio del Marchetti; mentre prodiga gli ornamenti poetici, rende
benissimo l'andamento dell'originale.
Come Angelo Firenzuola traducendo l'Asino
d'oro d'Apuleio vi annestò, quasi fosse egli l'autore, alcune
memorie di sè, così fece il Marchetti introducendo nel suo
Lucrezio le lodi del suo maestro Borelli e del Gassendi, grande rinnovatore
della filosofia di Epicuro nel secolo XVII. Del Borelli si veda ai versi
955-960 del I Libro ove l'aggiustò ad Archimede, perciò avevano
comune la patria o la Sicilia, essendo l'uno nato in Messina l'altro in
Siracusa. Del Gassendi si veda ai versi 525-532 del Libro V. Ed altresì,
dolendosi Lucrezio della povertà ed insufficienza della lingua latina a
trattare materie filosofiche, il Marchetti che si valeva della lingua toscana
non meno flessibile della greca e ricca di modi e partiti da esprimere ogni
più astrusa idea, nei versi 181-283 si lodò del felice istromento
che aveva sortito.
Tradusse con garbo Anacreonte, sebbene,
nel gittare gli occhi sul libro e trovando un primo verso che suona:
Unischiam le rose tenere,
ci pare che ne cada di capo la corona e di mano il bicchiere. Se
non che bisogna non isgomentarsi per queste leziosaggini, e continuare,
chè n'avremo in compenso vaghezza di lingua e soavità d'armonia,
pregi sempre vivaci della Toscana e che si riscontrarono fino in un anatomico,
nel Bellini; e il Magalotti, quella gran mente, nelle sue canzoncine e nel Sidro,
non è egli vaghissimo e delizioso?
A questa versione si addirebbero meglio le
lodi che Giuseppe Maria Quirini gli dava pel Lucrezio. «In somma, il
Marchetti, egli scriveva, maneggia il poema della Natura delle cose,
come se fosse un argomento amoroso, ricolmandolo per ogni dove di tutte le
delizie dello stile, di tutti i vezzi della poesia, finalmente di tutte le
lascivie del parlar toscano.» Il che in parte è vero e l'incanto si
ravvalora per le reminiscenze dei nostri poeti classici, che a quando a quando,
come quel purpureo nastro dell'Ariosto, partono la tela d'argento dell'industre
testore.
G. B. Clemente Nelli, l'erede delle ire di
Vincenzo Viviani contro il Marchetti dice: «Non molta pompa crederei doversi
fare di questa benchè per altro bella traduzione, ed in ottimo genere di
verso sciolto condotta... poichè oltre l'essere stata criticata dal
Lazzarini come mal tradotta, è stata censurata dalla Sacra Congregazione
e reputata opera perniziosa al Cristianesimo per le male conseguenze ed effetti
da essa prodotti....
L'Emin. Cantelmo, arcivescovo di Napoli,
per essersi scoperto nella predetta città che Gio. Andrea de Magistris e
Carlo Rosito speziale di medicina insegnavano l'ateismo, prima della pubblica e
solenne abiura degli errori da costoro professati, fece nella sua Chiesa
cattedrale il dì 15 Febbraio 1693 un sermone, in cui tra le altre cose
disse:.... ora si rendono palesi quelle mani sacrileghe, le quali con irritare
l'indignazione divina hanno posto fuoco alle mine de' terremoti scoppiati pochi
giorni sono con tanto spavento ed hanno più recentemente provocato il
flagello della peste estinto miracolosamente per esser prevaluto il merito de'
buoni alla malizia de' cattivi... Seguitò inculcando la necessità
indispensabile di fuggire come mostri velenosi i libri infetti d'eresia, e
dell'infame ateismo e specialmente l'empio Lucrezio traslatato per arte del
Demonio in metro italiano pur troppo applaudito....
Il dì 16 novembre 1718, segue il
Nelli, fu fatto dalla Congregazione dell'Indice in Roma il decreto di
proibizione del Lucrezio tradotto dal Marchetti o manoscritto o stampato, che
egli si fosse, a motivo che alcuni fratelli del casato dei Legni, essendo stati
processati dal tribunale dell'Inquisizione confessarono di essere divenuti atei
per aver soltanto letto il Lucrezio dal signor Alessandro Marchetti tradotto.
Gli proibirono anche la versione di
Anacreonte.
Mentre alcuni volevano bandire dal regno
delle lettere la versione di Lucrezio come empia e pervertitrice, Domenico
Lazzarini di Morro, secondo accenna il Nelli, lettone un quattrocento versi e
non più, con dodici osservazioni tentò di annullarne il pregio e
proscriverla come inesatta, e dimostrante poca conoscenza del sistema di
Epicuro, scusando poi ipocritamente l'autore che l'avesse fatta mentre era
assai giovane, nè maturo voluto poi rivederla per non render perfetta
un'opera si perniziosa. L'erudito marchigiano, dimostrato sottilmente i difetti
de' luoghi presi ad esaminare li rifece egli in versi e qui gli cadde l'ago;
perchè poco rniglior saggio di sè avrebbe dato l'Algarotti, se,
dopo le sue critiche del Caro, avesse preso a rifarlo. E sì ch'era uno
dei più famosi versiscioltai del suo tempo. Ora si senta come il
Lazzarini rifece il Sacrifizio di Aulide:
Come già un tempo
in Aulide gli Altari
Della vergine Dea lordar col sangue
D'Ifianassa bruttamente i capi
Dell'Esercito Danao e gli eroi primi.
La qual, mentre che a lei l'infula intorno
Agli ornamenti verginali avvolta
Con le bende ugualmente ricoperse
E l'una gota e l'altra e vide il padre
Starsene e dritto e mesto innanzi l'Ara;
E a lui vicino far misteri e pompa
D'un coltello i ministri; e vide infine
I cittadini suoi guatarla e piangere:
Che di religion piena e di tema
Neppure osando di parlar, chinava
Divotarnente le ginocchia in terra.
Nè all'infelice in quel malvagio
tempo
Poteo punto giovar ch'essa la prima
Al re di padre il nome avesse dato.
Perchè da quegli eroi tolta di
terra
Fu condotta all'altar tremando tutta:
Non perchè terminata la solenne
E pompa e riti, ella potesse poi
Esser seguita dal suo chiaro sposo;
Ma perchè al tempo stesso delle
nozze
Promesse, col dolor d'esser dal suo
Padre scannata, ella a cader venisse
D'un sacrificio impuro ostia innocente.
Qui avrebbe luogo l'Hélas o
piuttosto l'Holà di Boileau a Corneille.
A quel passo:
Non perchè terminato il sacrificio
Fosse legata col soave nodo
D'un illustre Imeneo;
il Lazzarini fa l'arguto e dice: «Le prometto io che dopo che
fosse stata sacrificata, sarebbe stata la bella sposa. Ma Lucrezio di queste
non ne dice. Egli dice non perchè terminato, non il sacrificio,
ma more sacrorum il rito, e quelle cerimonie che si fanno avanti i
sacrificj, dopo le quali poteva ben essere facilmente sposa. Ma dopo che fosse
stata scannata, non credo che senza difficoltà grande avrebbe potuto
essere:» cavillo bello e buono, perchè il traduttore, astraendosi dalla
qualità e dal fine degli apparecchi, non ha l'animo che alla giovane, la
quale già si figurava di esser condotta all'altare per altro e finita la
cerimonia nuziale esser sposa ad Achille.
Paolo Rolli che fu il primo editore del
poema di Lucrezio tradotto dal Marchetti (Londra 1717), lo mette terzo tra l'Eneide
del Caro e le Metamorfosi d'Ovidio dell'Anguillara. Eccede dall'un lato
come il Baretti dall'altro, quando assevera, ch'egli era non solamente
null'affatto poeta, ma verseggiatore molto mediocre, perchè non
c'è pagina nella sua traduzione che non contenga alquanti versi molto
flosci e zoppi. Il Tiraboschi la dichiarò elegantissima e della critica
del Lazzarini dice, che, da qualunque ragione ella movesse, non ha avuto
effetto e nulla ha scemato la stima di cui quella ha sempre goduto. Invano,
ripete altrove, ha preteso di combattere il comun sentimento de' dotti. Il
sommo Leibniz dovendo riferire nella sua Teodicea un passo del secondo libro
ove si descrive il movimento spontaneo attribuito agli atomi da Epicuro, si
vale della versione del Marchetti anzi che dell'originale.
Prenderò dal Martha un tratto
sull'amore, che mostrerà meglio che il rifacimento del Lazzarini con
quale libertà il Marchetti trattasse Lucrezio.
Ces tourments de
l'amour usent le corps et l’âme;
Ta vie est suspendue
au geste d'une femme,
Ton bien croule,
l'usure envahit ta maison,
Dans l'oubli des
devoirs s'évanouit ton nom,
Oui, pour qu'un
brodequin venu de Sicyone,
Rie a des pieds
mignons, qu'à de beaux doigts rayonne
Un grand rubis dans
l'or, que les plus fins tissus
S'abreuvent chaque
jour des sueurs de Venus.
Ton bien, 1'antique
fruit des vertus paternelles,
Flotte en mitre, en
rubans sur la tête des belles,
Traîne sur les pavés
en robes, en manteaux
Teints des molles
couleurs d'Alindie et de Chíos.
Puis le vin coule
à flots; aux festins que tu donnes,
Il faut encor
parfums, tapis moelleux, couronnes.
Vain effort du
plaisir! du fond de ces douceurs
Monte un dégôut amer
qui tue au sein des fleurs.
Soit qu'un remords secret
avertisse ton âme
Qua tu perds tes
beaux ans dans un repos infâme,
Soit que par ta
maîtresse un mot dit au hasard
Ait planté dans ton
cœur un soupçon, comme un dard,
Qui s'y fixe, y
descend, creuse une plaie ardente,
Soit que ton œil
jaloux, épiant sur l'amante
Quelque regard
furtif, surprenne avec effroi
La trace d'un souris
qui ne fut pas pour toi.
Qui veramente il Marchetti traducendo:
O perchè troppo
ha cupidi e vaganti
Gli occhi e troppo gli volge al suo rivale
E con lui troppo parla e troppo ride,
ha guastato la finezza di quel in vultuque
videt vestigia risus, nots, dice benissimo il Martha, qui peignent avec
une si heureuse hardiesse la jalousie dont la perspicacité dèmêle
sur un visage impassible non pas seulement un sourire, mais les traces d'un
sourire infidèle.
Ora sentiamo come il Molière lo
scolare del Gassendi, che s'era provato alla versione di Lucrezio, ne
trasportasse un tratto nel suo Misantropo[8]:
L'amour pour
l'ordinaire est peu fait à ces loís,
Et l'on voit les
amants vanter toujours leur choix,
Jamais leur passion
n'y voit rien de blâmable
Et, dans l'objet
aimé, tout leur devient aimable;
Ils comptent les
défauts pour des perfections
Et savent y donner de
favorables noms.
La pâle est au jasmin
en blancheur comparable;
La noire à
faire peur une brune adorable;
La maigre a de la
taille et de la liberté;
La grasse, est, dans
son port, pleine de majesté
La malpropre sur soi,
de peu d'attraits chargée,
Est mise sous le nom
de beauté négligée;
La géante paraît une
déesse aux yeux;
La naine un abrégé
des merveilles des cieux.
L'orgueilleuse a le
coeur digne d'une couronne;
La fourbe a de
l'esprit; la sotte est toute bonne;
La trop grande
parleuse est d'agréable humeur;
Et la muette garde
une honnête pudeur.
C'est ainsi qu'un
amant dont l'ardeur est extrême
Aíme jusqu'aux
défauts des personnes qu'il aime.
Nella vita scrittane dal suo figlio
Francesco e nel Saggio del Nelli[9] si posson vedere i lavori geometrici del Marchetti e le
controversie che ne nacquero. Il suo libro De resistentia solidorum pareva
al Nelli da principio un buon libro, ma diceva esser erba del Borelli. Poi,
ricreduto per gli errori trovativi dal P. Guido Grandi, lo ridonò al
Marchetti. Il libro in cui il Marchetti volle risolvere alcuni problemi
proposti da un matematico oltramontano parve altresì erroneo.
Michelangelo Ricci, scolare del
Torricelli, scrivea a Vincenzo Viviani da Frascati, 11 giugno 1675: «aver
consigliato al Marchetti, che gli avea mandato quel suo libricciuolo, di
sopprimerlo e non dar materia di ridersi di noi italiani a molti virtuosi
oltramontani emuli rostri.»
Il Viviani scriveva al Marchetti: «Io non
ho voluto pubblicare l'esamina del suo libretto, intorno al quale avevo che
dire pure assai dal principio sino all'ultimo, sì per non mettere alla
berlina la reputazione di V. S., la quale io amo forse più di quello che
ella non si crede, come ancora per non avvilire quella di noi altri Toscani
perchè po' poi finalmente il Castello di Pontormo e pure in Toscana,
quanto vi sia la nobilissima Firenze sua metropoli e patria mia... Ella non
contenta di professare la filosofia, facoltà, che non ha mai chi gli
riveda il conto per la minuta, presumendosi molto più del dovere in
Geometria, si è lasciata portare dal desiderio e dalla soverchia ambizione
di giugnere a qualche palio prima degli altri; come ha creduto e ha goduto in
sè stesso, instigatone anche da chi non è nè amico suo
nè d'uomo che viva (intende del Borelli) di avere usato ogni sforzo di
far comparire d'improvviso alle viste altrui la battaglia, la vittoria e il
trionfo di un'impresa stimata da lei più ardua e più gloriosa di
quella di M. Marcello, quando espugnò Siracusa. Ma, signor dottor mio da
bene, la geometria speculativa non è già quella
Trattabile e benigna disciplina
Che va per tutto i versi e segue franca
Dov'anche l'ignoranza la declina,
e la quale voi chiamate filosofia.» Finisce col dirgli che s'era
fatto scorgere e da diritto e da rovescio e con altre pungentissime beffe.
Il Marchetti all'incontro scriveva al Magliabechi
del livido Geometra e toccando de' suoi sigillamenti (o dell'aver
fatto sigillare le sue Soluzioni dei Problemi detti dal Cardinale
Leopoldo de' Medici) e delle sue cabale... aggiungeva:
«Che il Padre Fabbri lo chiami Apollonio
redivivo e del veramente dottissimo Borelli mio maestro parli, come ella dice,
come se avesse a parlar d'un guattero, non me ne maraviglio, perchè
cotestui non fa altro che sfacciatissimamente adulare i Gesuiti e
particolarmente il medesimo Padre Fabbri; ed il Borelli che all'incontro non
è adulatore, ma filosofo, gli rivede di modo il pelo, che appresso tutti
gl'intendenti lo fa conoscere per quel che egli è. Ma se il padre Fabbri
parla del sig. Borelli, come d'un guattero, non così ne parlano infiniti
altri letterati, che studiano senza livore o passione alcuna le sue dottissime
ed immortali opere. Nè così ne parla Roma, che per quanto a me
è stato scritto da persona degna di fede, con suo grande stupore lo va a
sentire ogni volta che egli discorre nell'Accademia della Regina (Cristina di
Svezia). Mi maraviglio bene infinitamente che codesto geometra sia sì
proclive in lodare i Gesuiti, e particolarmente il Padre Fabbri, mentre
essendo, come egli dice, il Beniamino del Galileo, cioè l'ultimo e
dilettissimo suo scolare, dovrebbe odiarli più della peste, come quelli,
che sono stati e, parlando generalmente, sono tuttavia asprissimi ed irreconciliabili
nemici del suo maestro. Ma in che scienza è egli mai stato il Galileo
maestro di cotestui? Forse in logica? no; perchè per la medesima sua
confessione ebbe in questa per maestro un frate. Forse in geometria? Nemmeno;
perchè, per quanto egli si vanta, glie ne insegnò non so che poca
un altro frate, e nel resto egli l'ha studiata tutta da sè, ed esorta di
più anco gli altri a fare il medesimo, benchè per Dio, se i
giovani pigliassero il suo consiglio, mi creda pure che se pochi geometri sono
al mondo, ce ne sarebbero molto manco. Forse in fisica, in metafisica, in
ottica, in meccanica, in astronomia, o in altra nobile professione? Ma quando
ha egli in alcuna di queste dato mai saggio al mondo di saper nulla? Resta
dunque ch'ei non fosse in nessun modo scolare del Galileo, ma al più al
più lo servisse per guida, quand'era cieco, o per scriverli qualche
lettera o per andare a farli qualche imbasciata.»
Il Nelli avi à ragione sul punto
dell'imperizia del Marchetti in geometria, avendo sì buoni mallevadori
come il Ricci ed il Viviani; ma ha torto nel premer tanto sulla condanna del
volgarizzamento del Lucrezio, e nel lodare la somma saviezza del Viviani, a far
la corte ai Gesuiti, nemici del Galileo, e d'ogni progresso delle scienze,
quando ne portan pericolo le loro dottrine. Il Marchetti mostra essere stato
uno spirito libero, e miglior seguace dell'indirizzo fondamentale della
filosofia del Galileo che il Viviani, il quale coltivava soltanto la parte
scientifica pura, e si peritava di toccar quella che diremo scientifico-morale,
ch'è po’ poi finalmente la più alta e importante, come quella che
tende a liberare da ogni ceppo teologico lo spirito, aprendogli tutta la
distesa de' cieli, e dandogli ali da scorrerli signorevolmente. Ora il
volgarizzamento del Lucrezio era l'ultima conseguenza della libertà di
filosofare propugnata e confessata col suo martirio dal Galileo; e se il
Marchetti non fu un geometra, fu per ventura buon poeta; se no diremmo ch'e'
fosse alla scuola del Galileo quel che il D'Holbach fu alla scuola dei
D'Alembert e dei Diderot.
Abbiamo seguito in questa nostra
l'edizione procurata in Firenze da Giosuè Carducci (Barbèra,
1864) anco a molto giovane, ma già maestro. Egli oltre la prima edizione
di Londra, riscontrò l'altra del 1779, che pregia sopra tutte. Nè
abbiamo tralasciate le Varianti notate da lui diffondendo così
gli studj di un critico valentissimo, non solo intendente, ma creatore di
ottime poesie. Abbiamo aggiunto i begli argomenti che il Blanchet premise alla
traduzione francese del Lagrange (Paris,1861), e il capitolo della Scienza di
Lucrezio di Constant Martha. Così abbiam provveduto alla chiarezza del
poema, e direm con le parole di Lucrezio al lettore:
Nè cieca notte ornai potrà
impedirti
L'incominciata via, che ti conduce
Di natura a mirar gl'intimi arcani:
Sì le cose alle cose accenderanno
Lume che mostri alla tua gente il vero.
Eugenio Camerini.
Argomento.
Il poeta comincia da una splendida
invocazione a Venere; seguono: 1. la dedica del poema a Memmio,
2. l'esposizione del subbietto, 3. l'elogio d'Epicuro, 4. la
confutazione delle obbiezioni generali che altri potrebbe fare contro la
dottrina del filosofo greco e contro l'ardimento del poeta latino che si
accinse a renderla nella sua lingua. Lucrezio entra poi in materia e
pone a primo principio che l'essere non può uscir dal nulla,
nè tornare al nulla. V'ha dunque corpuscoli primitivi, onde
constano tutti i corpi, e ne' quali questi si risolvono; sebbene invisibili,
è forza ammettere che esistano. Ma non potrebbero agire, muoversi e
neppure esistere senza il vuoto. L'universo pertanto resulta da queste due
cose: la materia e il vuoto. Tutto quello che non è
nè l'uno nè l'altro n'è proprietà o accidente
e non già una terza classe d'esseri che faccian parte da sè. I
corpi primi, essendo la base delle opere della natura, debbon essere
perfettamente solidi, indivisibili ed eterni. Onde ne viene che a torto Eraclito
dà ai corpi per principio il fuoco, altri filosofi l'acqua, l'aria o la
terra, ed Empedocle i quattro elementi. Nè per l'omeomeria
di Anassagora si spiega meglio la formazione degli esseri. Il gran tutto,
indistruttibile nei suoi principi, è infinito nella sua massa; non v'ha
dunque centro a cui tendano i corpi gravi; la dottrina degli Antipodi
è dunque una follia.
Alma figlia di Giove, inclita madre
Del gran
germe d'Enea, Venere bella,
Degli uomini
piacere e degli dèi:
Tu che sotto
i girevoli e lucenti
Segni del
cielo il mar profondo e tutta
D'animai
d'ogni specie orni la terra,
Che per
sè fôra un vasto orror solingo:
Te dea
fuggono i venti: al primo arrivo
Tuo
svaniscon le nubi: a te germoglia
Erbe e fiori
odorosi il suolo industre:
Tu rassereni
i giorni foschi, e rendi
Con dolce
sguardo il mar chiaro e tranquillo,
E splender
fai di maggior lume il cielo.
Qualor
deposto il freddo ispido manto
L'anno
ringiovanisce, e la soave
Aura feconda
di Favonio spira,
Tosto tra fronde
e fronde i vaghi augelli,
Feriti il
cor da' tuoi pungenti dardi,
Cantan
festosi il tuo ritorno, o diva;
Liete
scorron saltando i grassi paschi
Le fiere e
gonfi di nuov'acque i fiumi
Varcano a
nuoto e i rapidi torrenti:
Tal da'
teneri tuoi vezzi lascivi
Dolcemente
allettato ogni animale
Desïoso
ti segue ovunque il guidi.
Insomma tu
per mari e monti e fiumi,
Pe' boschi
ombrosi e per gli aperti campi,
Di piacevole
amore i petti accendi,
E
così fai che si conservi 'l mondo.
Or; se tu
sol della natura il freno
Reggi a tua
voglia, e senza te non vede
Del
dì la luce desïata e bella
Nè
lieta e amabil fassi alcuna cosa;
Te, dea, te
bramo per compagna all'opra,
In cui di
scriver tento in nuovi carmi
Di natura i
segreti e le cagioni
Al gran
Memmo Gemello a te sì caro
In ogni
tempo e d'ogni laude ornato.
Tu dunque, o
diva, ogni mio detto aspergi
D'eterna
grazia; e fa' cessare intanto
E per mare e
per terra il fiero Marte,
Tu che sola
puoi farlo. Egli sovente
D'amorosa
ferita il cuor trafitto
Umil si posa
nel divin tuo grembo.
Or; mentr'ei
pasce il desïoso sguardo
Di tua
beltà ch'ogni beltade avanza,
E che
l'anima sua da te sol pende;
Deh porgi a
lui, vezzosa dea, deh porgi
A lui soavi
preghi, e fa' ch'ei renda
Al popol suo
la desïata pace.
Chè
se la patria nostra è da nemiche
Armi
agitata, io più seguir non posso
Con animo
quïeto il preso stile,
Nè
può di Memmo il generoso figlio
Negar
sè stesso alla comun salute.
Tu, gran prole di Memmo, ora mi porgi
Grate ed
attente orecchie, e ti prepara,
Lungi da te
cacciando ogni altra cura,
Alle vere
ragioni, e non volere
I miei doni
sprezzar pria che gl'intenda.
Io
narrerotti in che maniera il cielo
Con moto
alterno ognor si volga e giri;
Degli
dèi la natura, e delle cose
Gli alti
principii; e come nasca il tutto,
Come poi si
nutrichi, e come cresca,
Ed in che
finalmente ei si risolva.
E ciò
da noi nell'avvenir dirassi
Primo corpo
o materia o primo seme
O corpo
genitale, essendo quello
Onde prima
si forma ogni altro corpo.
Chè
d'uopo è pur che 'n somma eterna pace
Vivan gli
dèi per lor natura e lungi
Stian dal
governo delle cose umane,
Scevri
d'ogni dolor d'ogni periglio,
Ricchi sol
di lor stessi, e di lor fuori
Di nulla
bisognosi, e che nè merto
Nostro gli
alletti o colpa accenda ad ira.
Giacea
l'umana vita oppressa e stanca
Sotto
religïon grave e severa,
Che
mostrando dal ciel l'altero capo
Spaventevole
in vista e minacciante
Ne
soprastava. Un uom d'Atene il primo
Fu, che
d'ergerle incontra ebbe ardimento
Gli occhi
ancor che mortali e le s'oppose
Questi non
paventò nè ciel tonante
Nè
tremoto che 'l mondo empia d'orrore
Nè
fama degli dèi nè fulmin torto:
Ma, qual
acciar su dura alpina cote
Quanto
s'agita più tanto più splende,
Tal
dell'animo suo mai sempre invitto
Nelle
difficoltà crebbe il desio
Di spezzar
pria d'ogni altro i saldi chiostri
E l'ampie
porte di natura aprirne.
Così
vins'egli, e con l'eccelsa mente
Varcando
oltre a' confin del nostro mondo
Fu bastante
a capir spazio infinito.
Quindi
sicuramente egli n'insegna
Ciò
che nasca o non nasca, ed in qual modo
Ciò
che racchiude l'universo in seno
Ha poter
limitato e termin certo.
E, la
religion co' piè calcata,
L'alta
vittoria sua c'erge alle stelle.
Nè
creder già che scelerate ed empie
Sian le cose
ch'io parlo; anzi sovente
L'altrui
religion ne' tempi antichi
Cose
produsse scelerate ed empie.
Questa il
fior degli eroi scelti per duci
Dell'oste
argiva in Aulide indusse
Di
Dïana a macchiar l'ara innocente
Col sangue
d'Ifigènia; allor che, cinto
Di bianca
fascia il bel virgineo crine,
Vid'ella a sè
davanti in mesto volto
Il padre, e
a lui vicini i sacerdoti
Celar
l'aspra bipenne, e 'l popol tutto
Stillar per
gli occhi in larga vena il pianto
Sol per
pietà di lei che muta e mesta
Teneva a
terra le ginocchia inchine.
Nè
giovò punto all'innocente e casta
Povera
verginella in tempo tale
Ch'a nome
della patria il prence avesse
All'esercito
greco un re donato:
Chè
tolta dalle man del suo consorte
Fu condotta
all'altar tutta tremante;
Non
perchè, terminato il sacrifizio,
Legata fosse
col soave nodo
D'un illustre
imeneo; ma per cadere
Nel tempo
stesso delle proprie nozze
A'
piè del genitore, ostia dolente
Per dar
felice e fortunato evento
All'armata
navale. Error sì grave
Persüader la
religion poteo.
Tu stesso, dall'orribili minacce
De' poeti
atterrito, ai detti nostri
Di negar
tenterai la fè dovuta.
Ed oh quanti
potrei fingerti anch'io
Sogni e
chimere, a sovvertir bastanti
Del viver
tuo la pace e col timore
Il sereno
turbar della tua mente.
Ed a ragion,
che se prescritto il fine
Vedesse
l'uomo alle miserie sue,
Ben resister
potrebbe alle minacce
Delle
religïoni e de' poeti:
Ma come mai
resister può, s'ei teme
Dopo la
morte aspri tormenti eterni,
Perchè
dell'alma è a lui l'essenza ignota?
S'ella sia
nata od a chi nasce infusa,
E se morendo
il corpo anch'ella muoia?
Se le
tenebre dense e se le vaste
Paludi vegga
del tremendo inferno,
O s'entri ad
informare altri animali
Per divino
voler? Siccome il nostro
Ennio
cantò, che pria d'ogn'altro colse
In riva
d'Elicona eterni allori,
Onde
intrecciossi una ghirlanda al crine
Fra
l'italiche genti illustre e chiara.
Bench'ei ne'
dotti versi affermi ancora
Che sulle
sponde d'Acheronte s'erge
Un tempio
sacro agl'infernali dèi,
Ove non
l'alme o i corpi nostri stanno
Ma certi
simulacri in ammirande
Guise
pallidi in volto; e quivi narra
D'aver visto
l'immagine d'Omero
piangere
amaramente e di natura
Raccontargli
i segreti e le cagioni.
Dunque non
pur de' più sublimi effetti
Cercar le
cause e dichiarar conviensi
Della luna e
del sole i movimenti,
Ma come
possan generarsi in terra
Tutte le
cose, e con ragion sagace
Principalmente
investigar dell'alma
E dell'animo
uman l'occulta essenza,
E ciò
che sia quel che, vegliando infermi
E sepolti
nel sonno, in guisa n'empie
D'alto
terror, che di veder presente
Parne e
d'udir chi già per morte in nude
Ossa
è converso e poca terra asconde.
E so ben io qual malagevol opra
Sia
l'illustrar de' Greci in tóschi carmi
L'oscure
invenzïoni; e quanto spesso
Nuove parole
converrammi usare,
Non per la
povertà della mia lingua
Ch'alla
greca non cede e più d'ogn'altra
Piena
è di proprie e di leggiadre voci.
Ma per la
novità di quei concetti
Ch'esprimer
tento e che null'altro espresse.
Pur nondimen
la tua virtude è tale
E lo sperato
mio dolce conforto
Della
nostr'amistà, ch'ognor mi sprona
A soffrir
volentieri ogni fatica
E m'induce a
vegliar le notti intere,
Sol per
veder con quai parole io possa
Portare
innanzi alla tua mente un lume
Ond'ella
vegga ogni cagione occulta.
Or sì vano terror, sì cieche tenebre
Schiarir
bisogna e via cacciar dall'animo
Non co' be'
rai del sol, non già co' lucidi
Dardi del
giorno a saettar poc'abili
Fuorchè
l'ombre notturne e i sogni pallidi,
Ma co 'l
mirar della natura e intendere
L'occulte
cause e la velata imagine.
Tu, se di
conseguir ciò brami, ascoltami.
Sappi che nulla per divin volere
Può
dal nulla crearsi: onde il timore
Che quindi
il cor d'ogni mortale ingombra
Vano
è del tutto: e, se tu vedi ognora
Formarsi
molte cose in terra e 'n cielo
Nè
d'esse intendi le cagioni, e pensi
Per
ciò che Dio le faccia, erri e deliri.
Sia dunque
mio principio il dimostrarti
Che nulla
mai si può crear dal nulla:
Quindi assai
meglio intenderemo il resto,
E come possa
generarsi il tutto
Senz'opra
degli dèi. Or, se dal nulla
Si creasser
le cose, esse di seme
Non avrian
d'uopo; e si vedrian produrre
Uomini ed
animai nel sen dell'acque,
Nel grembo
della terra uccelli e pesci.
E nel vano
dell'aria armenti e greggi:
Pe' luoghi
culti e per gl'inculti il parto
D'ogni fera
selvaggia incerto fôra;
Nè
sempre ne darian gl'istessi frutti
Gli alberi,
ma diversi, anzi ciascuno
D'ogni
specie a produrgli atto sarebbe
Poichè
come potrian da certa madre
Nascer le
cose, ove assegnati i propri
Semi non
fosser da natura a tutte?
Ma or,
perchè ciascuna è da principii
Certi
creata, indi ha il natale ed esce
Lieta a godere
i dolci rai del giorno
Ov'è
la sua materia e i corpi primi.
E quindi
nascer d'ogni cosa il tutto
Non
può, perchè fra loro alcune certe
Cose han
l'interna facoltà distinta.
In oltre:
ond'è che primavera adorna
Sempre
è d'erbe e di fior? che di mature
Biade
all'estiv'arsura ondeggia il campo?
E che sol,
quando Febo occupa i segni
O di libra o
di scorpio, allor la vite
Suda il
dolce liquor che inebria i sensi?
Se non
perchè a' lor tempi alcuni certi
Semi in un
concorrendo atti a produrre
Son
ciò che nasce, allor che le stagioni
Opportune il
richieggono, e la terra
Di vigor
genital piena e di succo
Puote
all'aure innalzar sicuramente
Le molli
erbette e l'altre cose tenere?
Che, se pur
generate esser dal nulla
Potessero,
apparir dovrian repente
In contrarie
stagioni e spazio incerto:
Non vi
essendo alcun seme che impedito
Dall'unïon
feconda esser potesse
O per
ghiaccio o per sol ne' tempi avversi.
Nè,
per crescer, le cose avrian mestiere
Di spazio
alcuno in cui si unisca il seme,
S'elle
fosser del nulla atte a nutrirsi:
Ma nati
appena i pargoletti infanti
Diverrebbero
adulti, e in un momento
Si vedrebber
le piante inverso il cielo
Erger da
terra le robuste braccia:
Il che mai
non succede; anzi ogni cosa
Cresce, come
conviensi, a poco a poco,
E crescendo
conserva e rende eterna
La propria
specie. Or tu confessa adunque
Che della
sua materia e del suo seme
Nasce, si
nutre e divien grande il tutto.
S'arroge a
ciò, che non daría la terra
Il dovuto
alimento ai lieti parti,
Se non
cadesse a fecondarle il seno
Dal ciel
l'umida pioggia, e senza cibo
Propagar non
potrebber gli animali
La propria
specie e conservar la vita.
Ond'è
ben verisimile che molte
Cose molti
fra lor corpi comuni
Abbian, come
le voci han gli elementi,
Anzi che sia
senza principio alcuna.
In somma: ond'è
che non formò natura
Uomini tanto
grandi e sì robusti,
Che potesser
co' piè del mar profondo
Varcar
l'acque sonanti e con la mano
Sveller
dall'imo lor l'alte montagne
E viver
molt'etadi e molti secoli?
Se non
perchè prescritta è la materia
Onde ogni cosa
si produce ed onde
Composto
è ciò che nasce? Or ecco dunque
Che nulla
mai si può crear dal nulla,
Mentre di
seme ha di mestiere il tutto
Per uscire a
goder l'aura vitale.
Al fin:
perchè veggiamo i culti luoghi
Degl'inculti
più fertili, e per l'opra
Di rozze
mani industrïose i loro
Frutti
produr molto più vaghi all'occhio,
Più
soavi al palato e di più sano
Nodrimento
allo stomaco; e' n'è pure
Chiaro che
d'ogni cosa in grembo i semi
Stanno alla
terra e che da noi promossi
Sono a nuovo
natal, mentre, rompendo
Col curvo
aratro e con la vanga il suolo,
Volghiam
sossopra le feconde zolle,
Domandole or
col rastro or con la marra:
Chè,
se questo non fosse, ogni fatica
Sarebbe
indarno sparsa, e per sè stesso
Produrrebbe
il terren cose migliori.
Sappi oltre a ciò che si risolve il tutto
Ne' suoi
principii, e che non può natura
Alcuna cosa
annichilar giammai.
Chè,
se affatto mortali e di caduchi
Semi fosser
conteste, all'improvviso
Tutte a gli
occhi involarnesi e perire
Dovrian le
cose, ove mestier di forza
Non fôra in
partorir discordia e lite
Fra le lor
parti e l'unïon disciorne.
Ma,
perchè seme eterno il tutto forma,
Quindi
è che nulla mai perir si vede
Pria che
forza il percuota e negl'interni
Vôti spazi
penètri e lo dissolva.
In oltre:
ciò che lunga età corrompe
Se
s'annichila in tutto, ond'è che Venere
Rimena della
vita al dolce lume
Generalmente
ogni animale? ed onde
Cibo gli
porge la 'ngegnosa terra
Onde si
nutra, si conservi e cresca?
Onde le
fonti, onde i torrenti e i fiumi
Portan
l'ampio tributo al vasto mare?
Onde alle
fisse, onde all'erranti stelle
Somministra
alimento il ciel profondo?
Poichè
già l'infinita età trascorsa
Ogni corpo
mortale a pien dovrebbe
Col vorace
suo dente aver distrutto.
Ma, se pur
fu nella trascorsa etade
Seme che
basti a riprodurre al mondo
Tutto
ciò che perisce, eterno è certo.
Nulla
può dunque mai ridursi al nulla.
In somma: a
dissipar sarìa bastante
Tutte le
cose una medesma forza,
Se materia
immortal non le tenesse
Più e
men collegate: un tocco solo
Bastevole
cagion della lor morte
Esser
potria, ch'ove d'eterno corpo
Nulla non
fosse, ogni più leve impulso
Sciôr ne
dovrebbe la testura in tutto.
Ma,
perchè vari de' principii sono
I nodi ed
è la lor materia eterna,
Salve restan
le cose infino a tanto
Che forza le
percuota atta a disciorre
Di ciascuna
di loro il proprio laccio.
Nulla
può dunque mai ridursi a nulla;
Ma ne' primi
suoi corpi il tutto riede.
Tosto che
finalmente il padre Giove
Versa nel
grembo alla gran madre Idea
L'umida
pioggia, essa perisce al certo:
Ma ne sorgon
le biade e se n'adorna
Ogni albero
di fior, di frondi e frutti.
Quindi si
pasce poi l'umano germe,
Quindi ogni
altro animale. E lieta quindi
Di vezzosi
fanciulli ogni cittade
Fiorir si
mira, e le fronzute selve
Piene di
nuovi innamorati augelli
Cantan soavi
armonïose note.
Quindi pe'
lieti paschi i grassi armenti
Posan le
membra affaticate e stanche,
E dalle
piene mamme in bianche stille
Gronda
sovente il nutritivo umore,
Onde i nuovi
lor parti ebri e lascivi
Con non ben
fermo piè scherzan per l'erbe.
Dunque affatto
non muor ciò che ne sembra
Morir
quaggiù, se la natura industre
Sempre
dell'un l'altro ristora; e mai
Nascer non
puote alcuna cosa al mondo,
Se non se
prima ne perisce un'altra.
Or; poi che chiaramente io t'ho dimostro
Che nulla
mai si può crear dal nulla
Nè
mai cosa creata annichilarsi,
Acciò
tu non pertanto i detti miei
Non creda
error, perchè non puoi cogli occhi
Delle cose
veder gli alti principii;
Pensa oltre
a ciò quant'altri corpi sono
Invisibili
al mondo, e pur deggiamo
Confessar
ch'e' vi sono a viva forza.
Pria: se vento gagliardo il mare sferza
Con
incredibil vïolenza ignota,
Le smisurate
navi urta e fracassa;
Or ne porta
sull'ali atre tempeste,
Or via le
scaccia e ne fa chiaro il giorno;
Talor pe'
campi infurïato scorre
Con turbo
orrendo, e le gran piante atterra;
Talor col
soffio impetuoso svelle
Le selve
annose in su gli eccelsi monti:
Così
gorgoglia l'Ocean cruccioso,
Geme, freme,
s'infuria e 'l ciel minaccia.
Son dunque i
venti un invisibil corpo,
Che la terra
che 'l mar che 'l ciel profondo
Trae seco a
forza e ne fa strage e scempio;
Nè in
altra guisa il suo furor distende,
Che suol
repente in ampio letto accolta
La molle
acqua cader gonfia e spumante,
Che non pur
delle selve i tronchi busti
Ma ne porta
sul dorso i boschi interi;
Nè
pôn soffrir i ben fondati ponti
La repentina
forza; il fiume abbatte
Ogni eccelso
edifizio e sotto l'acque
Gran sassi
avvolge, onde ruina a terra
Ciò
ch'al rapido corso ardisce opporsi.
Così
dunque del vento il soffio irato,
Se qual
torrente infurïato scorre
Verso
qualunque parte, innanzi caccia
Ciò
ch'egli incontra e lo diveglie e schianta;
Or con
vortice torto alto il rapisce,
E con rapido
turbo il ruota e porta.
È
dunque il vento un invisibil corpo,
Se nell'opre
e nel moto i fiumi imita
Che son
composti di visibil corpo.
Giùngonne
anco alle nari odor diversi,
Che tra via
nondimen l'occhio non vede:
Il caldo il
gelo il canto il suon le voci
Non pôn
mirarsi, e pur son corpo anch'elleno
Poichè
svegliano il senso e lo commuovono:
E null'altro
che il corpo è tocco o tocca.
Le vesti al
fin nel marin lido appese
Umide fansi,
e le medesme poi
Tornan
asciutte a' rai del sole esposte:
Ma nè
come l'umore ivi si fermi,
Nè
com'ei fugga dal calor cacciato
Alcun non
vede. Egli si sparge adunque
In tante e
tante parti e sì minute,
Ch'a poterle
mirare occhio non basta.
Anzi:
portate per molt'anni in dito
S'assottiglian
l'anella; a goccia a goccia
L'acqua
d'alto cadendo i sassi incava;
L'adunco
ferro del ritorto aratro
Rompendo i
campi occultamente scema;
Consuman per
le strade i piè del volgo
Le durissime
lastre; e, per lo spesso
Toccar di
chi saluta e di chi passa,
Le figure di
bronzo entro alle porte
De' templi
sculte la lor forma pèrdono.
E ben tai
cose sminuir veggiamo;
Ma di veder
ciò che ne caschi ogn'ora
La natura ne
toglie invidïosa.
In somma:
ciò che la natura e 'l tempo
Donano a
poco a poco a quel che cresce
Non possono
gli occhi rimirar contenti,
Nè
quel che per l'età langue o vien meno,
Nè
quel che rode con l'edace sale
Ogni momento
il mar dai duri scogli.
Dunque
è pur di mestier che la natura
D'invisibili
corpi il tutto formi.
Ma non creder però che l'universo
Sia pieno
affatto. In ogni cosa il vôto
Misto
è co' corpi. E questo in molte cose
D'util ti
fia; acciò tu meglio intenda
Tutto
ciò ch'io ragiono, e senza errore
E senza
dubbio interamente creda
Alle parole
mie fide e veraci.
Spazio è dunque nel mondo intatto e vôto
E privo
d'ogni corpo, e luogo ha nome
Poichè,
se ciò non fosse, eternamente
Starian
ferme le cose, essendo offizio
Di tutti i
corpi l'impedire il moto:
Muoversi
dunque mai nulla potrebbe,
Ove nulla
cedesse e desse luogo.
Ma noi
miriam co' gli occhi propri ognora
Nella terra
nel mar nel ciel sublime
Muoversi
molte cose in molti modi
Per molte
cause; che, se vôto alcuno
Spazio non
fosse, d'ogni moto prive
Sarìan
non sol ma nè pur nate al mondo;
Poichè
stivati i primi semi affatto
Goduto
avriano una perpetua quiete.
In oltre:
ancor che molte cose e molte
Sembrin dure
del tutto agli occhi nostri,
Son poi di
corpo assai poroso e raro.
Quindi
è che penetrar miri dall'acque
I tufi, i
sassi e le spelonche, e quindi
Piangon le
selci in copïose stille.
Per tutto il
corpo si diffonde il cibo
Degli
animai; crescon le piante e fanno
Nella
propria stagione il fiore e 'l frutto,
Sol
perchè preso il nutrimento loro
Sin dall'infime
barbe egli si sparge
Tutto per
tutto il tronco e tutti i rami.
Passan le
voci entro le chiuse mura:
E scorre
spesso un duro gel per l'ossa.
Il che non
avverrebbe in modo alcuno,
Se non
fosser nel mondo i vôti spazi
Ov'ogni
corpo penetrar potesse.
Al fine:
ond'è che di due cose eguali
Di mole una
sovente ha maggior pondo?
Che s'un
fiocco di lana in sè chiudesse
Tanto di
corpo quanto il piombo e l'oro,
Egli
altrettanto anco pesar dovrebbe;
Chè
proprio è sol di tutt'i corpi il premere
In
giù le cose, ed al contrario il vôto
Di sua
natura è senza peso alcuno.
Dunque, se
di due cose eguali in mole
L'una
più lieve fia, chiaro ne insegna
D'aver manco
di corpo e più di vôto:
Ma,
s'è più grave, pel contrario mostra
D'aver manco
di vôto e più di corpo.
Che sia
dunque fra' corpi il vôto sparso,
Benchè
mal noto a' nostri sensi infermi,
Per
l'addotte ragioni è chiaro e certo.
Nè qui vogl'io che devïar dal vero
Ti possa mai
quel che sognaro alcuni;
E
perciò quant'io parlo ascolta e nota.
Dicon che 'l
mare allo squammoso armento
Apre l'umide
vie, perch'egli a tergo
Spazio si
lascia ove concorran l'onde;
E che in
guisa simìle ogni altra cosa
Mover si
puote e cangiar sito e luogo.
Ma falso
è ciò: ch'ove potranno alfine
I pesci
andar, se non dà luogo il mare?
E dove al fin,
se non dan luogo i pesci,
Il mar
n'andrà, benchè cedente e molle?
Forz'è
dunque o privar di moto i corpi,
O fra le
cose mescolar il vôto
Che sia
cagion de' movimenti loro.
S'al fin due
piastre di lucente acciaio
Si
combaciano insieme, indi in un tratto
L'una
dall'altra si solleva, è d'uopo
Che vôto
resti l'interposto spazio:
Poichè,
quantunque d'ogn'intorno accorra
L'aere per
occuparlo, in un sol punto
Ciò
far non può, ma che riempia è forza
I luoghi
più vicini e poscia gli altri.
E, se per
avventura alcun pensasse
Che si
distinguan l'un dall'altro i corpi
Perchè
l'aere frapposto si condensi,
Erra;
chè il vôto il qual non era innanzi
Fassi per
certo e si riempie dopo
Benchè
velocemente, in qualche tempo;
Nè
l'aere in guisa tal può condensarsi,
Nè,
quand'anco potesse, ei non potrebbe
Sè
stesso in sè raccôrre e in un ridurre
Senz'alcun
vôto le disperse parti.
Dunque
indugia, se vuoi; forz'è ch'al fine
Esser
confessi tra le cose il vôto.
Posso oltre
a ciò molte ragioni addurti
Nulla men
concludenti, onde tu presti
Alle parole
mie fede maggiore:
Ma tanto
basti al tuo sottile ingegno,
Per ben
capir sicuramente il resto.
Chè,
se scopron sovente i bracchi al fiuto
Le lepri i
cervi e l'altre fere in caccia
Pe' covili
appiattate e pe' cespugli
Tosto c'han
di lor via vestigio certo,
Potrai ben
tu per te medesmo intendere
L'una cosa
dall'altra e penetrare
Per tutti i
ripostigli e trarne il vero.
Ma, se tu
pigro fossi o ti scostassi
Dal vero
alquanto, io ti prometto e giuro
Che
può la lingua in così larga vena
Dal ricco
petto mio spargerti, o Memmo,
Più
che mèl dolce d'eloquenza un fiume;
Ch'io temo
pria non la vecchiezza inferma
Per le
membra serpendo il chiostro n'apra
Di nostra
vita e ne disciolga i lacci,
Che mai tu
possa d'ogni cosa a pieno
Da' versi
nostri ogni argomento udire.
Ma tempo
è già di proseguir l'impresa.
Tutte le cose per sè stesse adunque
Consiston
solamente in due nature;
Cio è
nel corpo e nello spazio vôto
Ov'elle han
vari i movimenti e i siti.
Ch'esser
corpi nel mondo il comun senso
Per
sè ne mostra; a cui se fede nieghi,
Non fia
già mai che dell'occulte cose
Possa nulla
provar con la ragione.
E, se non
fosse alcuno spazio o luogo
Che sovente
da noi vôto si chiama,
Non
avrìan sito mai nè luogo i corpi,
Come
già poco innanzi io t'ho dimostro.
Nulla oltr'a
ciò può ritrovarsi mai,
Che tu dir
possa esser diviso affatto
E dal corpo
e dal vôto, onde si dia
Una quasi
fra lor terza natura.
Ch'è
pur qual cosa ciò ch'al mondo trovasi,
Sia di
picciola mole o sia di grande;
Poichè,
s'egli esser tocco o toccar puote,
Benchè
lieve e minuto, è corpo al certo;
Se no, vôto
si chiama o spazio o luogo.
In oltre:
ciò che per sè stesso fia,
O
farà qualche cosa o sarà fatto,
O fia
là dove i corpi han luogo e nascono:
Ma non
può far nè farsi altro che 'l corpo,
Nè
dar luogo alle cose altro che 'l vôto:
Dunque oltre
al vôto e 'l corpo in van si cerca
Una quasi
fra lor terza natura
Che per
sè cresca delle cose il novero,
Essendo il
tutto o d'ambedue congiunto
O loro
evento, ch'accidente io chiamo.
Tu stima poi, che sia congiunto quello
Che non
può senza morte esser disgiunto;
Com'il peso
alle pietre, il caldo al foco,
Ai corpi il
tatto, il non toccarsi al vôto.
Servitude
all'incontro e libertade,
Ricchezza e
povertà, concordia e guerra,
E tutto
ciò che, venga o resti o parta,
Lascia salve
le cose, io soglio poi
Accidente
chiamar, come conviensi.
Il tempo ancor non è per sè in natura:
Ma dalle
sole cose il senso cava
Il passato
il presente ed il futuro;
Nè
può capirsi separato il tempo
Dal moto
delle cose e dalla quiete.
Nè
dica alcun che la tindarea prole
Da Paride
rubata al duce argivo
E 'l superbo
Ilïone arso e consunto
Forse
parrà ch'a confessar ne sforzi
Che tai cose
per sè fossero al mondo;
Mentre
l'età trascorsa irrevocabile
I secoli di
quelli omai n'ha tolto,
Che ad
eventi sì rei furon soggetti.
Poichè,
di ciò che fassi, altro può dirsi
De' paesi
accidente, altro de' corpi
Chè,
se stato non fosse il seme e 'l luogo
Onde si
forma e dove ha vita il tutto,
Non avrebbe
giammai d'amore il foco
Per la rara
beltà d'Elena acceso
Nel frigio
petto suscitar potuto
Il chiaro
incendio di sì cruda guerra,
Nè il
gran destrier del traditor Sinone
Col notturno
suo parto avrìa distrutto
Della nobil
città le mura eccelse.
Onde
conoscer puoi che l'opre altrui
Non son per
sè conforme il corpo e 'l vôto,
Ma
più tosto a ragion debbon chiamarsi
O de' corpi
accidenti o de' paesi.
Sappi poi che de' corpi altri son primi,
Altri si fan
per l'unïon di questi.
Ma quei che
primi son da forza alcuna
Dissipar non
si ponno: ogni grand'urto
Frena la lor
sodezza, ancor che paia
Duro a
creder che nulla al mondo possa
Trovarsi mai
d'impenetrabil corpo.
Passa il
fulmin celeste, allor che Giove
Ver noi
l'avventa, entro le chiuse mura,
Com'i gridi
e le voci: il ferro stesso
S'arroventa
nel fuoco: entro il crudele
Bollor
fervidi al fin spezzansi i sassi:
Un soverchio
calor l'oro dissolve:
Del bronzo
il ghiaccio una gran fiamma strugge:
Penetra per
l'argento il caldo e 'l freddo;
Poi
ch'avvinchiando con la mano il nappo
E versandovi
dentro il dolce vino,
L'uno e
l'altro da noi tosto si sente.
Sì
par che tra le cose ancor che sode
Nulla sia
mai d'impenetrabil corpo.
Ma,
perchè la ragion della natura
Non pertanto
ne sforza, or tu m'ascolta:
Mentre ch'in
pochi versi esser ti mostro
Materia
impenetrabile ed eterna.
Pria: se varia del corpo è la natura
Dall'essenza
del luogo u' fassi il tutto,
Com'i nostri
argomenti han già convinto,
Forz'è
ch'ambe per sè siano ed immiste;
Poichè,
dove lo spazio intatto resta,
Ivi corpo
non è: ma dov'è corpo,
Ivi vôto non
è; son dunque i primi
Corpi
senz'alcun vôto impenetrabili.
In oltre:
essendo mescolato il vôto
Fra le cose
create, è d'uopo al certo
Ch'impenetrabil
corpo intorno il cinga:
Nè
mai posso provar che nulla celi
Per entro a
sè medesmo il vôto spazio,
Se per cosa
già nota io non suppongo
Che
impenetrabil sia quel che l'asconde:
Il che poi
certamente esser non puote
Se non de'
semi l'unïon concorde
Che stringer
possa entro a se stessa il vôto:
Può
dunque la materia esser eterna,
Benchè
sia frale ogni altra cosa al mondo;
Mentr'ella
è pur d'impenetrabil corpo.
Aggiungi
ancor; che se non fosse il vôto,
Pieno
sarebbe il tutto; e se non fossero
Gl'invisibili
corpi, il mondo affatto
Vôto
sarebbe: egli è composto adunque
Di due cose
fra lor molto diverse,
Cioè
de' corpi e dello spazio vôto;
Non essendo
nè vôto in ogni parte,
Nè
pel contrario in ogni parte pieno.
Gl'invisibili
corpi adunque sono,
E distinguon
dal pieno il vôto spazio.
Questi mai
non offende esterna forza:
Per
dissipare ogni percossa è vana
La loro
indissipabile sostanza:
Poichè
nulla che sia di vôto privo
Non par che
possa esser urtato in modo
Ch'e' si
spezzi in due parti e si divida,
Nè
dar luogo all'umore al freddo al caldo
Ond'ogni
cosa vien ridotta al fine;
Ma, quanto
più di vôto in se racchiude,
Tanto
più penetrato agevolmente
Dagli
esterni nemici è poi distrutto.
Dunque, se i
primi corpi impenetrabili
Sono e
senz'alcun vôto è forza al certo,
Com'io
già t'insegnai, ch'e' sieno eterni.
S'eterna in
oltre la materia prima
Stata non
fosse, al nulla omai ridotto
E dal nulla
rinato il tutto fôra:
Ma,
perchè chiaro io t'ho già mostro avanti
Che nulla
mai si può crear dal nulla
Nè
mai cosa creata annichilarsi,
Forza
è pur confessar che i primi semi
Sian di
corpo immortale, in cui si possa
Dissolver
finalmente ogni altro corpo,
Acciò
che sempre la materia in pronto
Sia per
rifar le già disfatte cose.
Per lor
simplicità dunque i principii
Son pieni
impenetrabili ed eterni:
Nè
ponno in altra guisa esser rifatte
Le cose mai
per infinito tempo.
Al fin: se la natura alcun prescritto
Termine non
avesse allo spezzarsi,
Sariano a
tal della materia i corpi
Ridotti omai
nella trascorsa etade,
Che non
avrebbe mai nessun composto
Da molto
tempo in qua passar potuto
Della sua
verde età l'ultimo fiore;
Poichè,
per quanto è manifesto al senso,
Muor più
presto ogni cosa e si dissolve
Che dopo non
rinasce e si restaura:
Onde, ancor
tuttavia spezzando il tempo
Ciò
che già mille volte avesse infranto
La lunga
anzi infinita età trascorsa,
Non potrebbe
giammai rifarlo appieno.
Or;
perchè ristorar vedesi il tutto
E da natura
aver prescritto il tempo,
Onde possa
toccar l'ultima mèta
Dell'età
sua; dunque prefisso è pure
Al romper
delle cose un certo fine.
S'arroge a
ciò: ch'essendo i corpi primi
Di dura anzi
infrangibile sostanza,
Può
non pertanto agevolmente farsi
Tenero e
molle il ciel la luce il foco
L'aria il
vento il vapor l'acqua e la terra
Sol col
mischiare entro alle cose il vôto:
Ma; se per
lo contrario i primi semi
Fosser
teneri e molli; onde potrebbe
Farsi il
ferro, il diaspro e l'adamante,
Mentre mancasse
alla natura affatto
D'ogni
durezza il fondamento primo?
Per lor
simplicità dunque i principii
Son pieni,
impenetrabili ed eterni;
E per loro
unïon posson le cose
Più e
più condensarsi e mostrar forza.
Perchè
in somma è prescritto un termin certo
A ciò
che cresce e si conserva in vita,
E ciò
che possa e che non possa oprare
Per naturale
invïolabil legge
Incommutabilmente
è stabilito,
In guisa tal
ch'ogni dipinto augello
Mostra nel
corpo suo le stesse macchie
Che ciascun
altro di sua specie mostra;
Fie pure
d'invarïabile sostanza
Il primo
seme suo: perchè, se i corpi
Della prima
materia in alcun modo
Si potesser
mutare, incerto ancora
Quel che
nasca o non nasca omai sarebbe
Ed in qual
guisa sia prescritto al tutto
Terminata
potenza e certo fine;
Nè
men potrian generalmente i secoli
Ricondur mai
de' genitori al mondo
La natura, i
costumi, il moto e 'l vitto.
In oltre
ancor: perchè l'estremo termine
Di
qualsivoglia corpo è pur qualcosa,
Benchè
più non soggiaccia ai sensi nostri;
Forz'è
che senza parti e indivisibile
Sia per
natura, e ch'e' non fosse mai
Separato da
sè, nè sia per essere
Mentr'egli
stesso è prima parte ed ultima,
Onde l'altre
e poi l'altre a lui simìli
Per ordine
disposte al corpo danno
La dovuta
grandezza; or, perchè queste
Star non
posson per sè, d'uopo han d'appoggio
Nè
diveglier si ponno in alcun modo.
Per lor
simplicità dunque i principii
Son pieni,
impenetrabili ed eterni
Ed han
l'indivisibili lor parti
Con forti
lacci collegate e strette;
Nè
già per l'unïon d'altri principii
Creati furo;
anzi piuttosto è d'uopo
Ch'eterna
sia la lor simplicitade:
Talchè
mai la natura non consente
Che nulla
sia di lor staccato, ond'essi
Scemin di
mole; conciossiachè i primi
Semi alle
cose dee serbare intatti.
In oltre: se
da noi non si concede
Il minimo fra'
corpi, egli è mestiero
Dir poi che
tutti d'infinite parti
Composti
sian, mentrechè sempre il mezzo
Il mezzo
avrà nè alcuna cosa mai
Porrà
loro alcun termine. Qual dunque
Differenza
addurrem fra l'universo
Intero e
qual si sia più picciol corpo?
Nïuna al
mio parer: poichè, quantunque
Sia
l'universo d'ogn'intorno immenso,
Pur quei
corpi eziandio, che per natura
Piccolissimi
son, di lui non meno
Sarian
composti d'infinite parti:
Il che poi
riclamando ogni verace
Ragion
com'incredibile rifiuta.
Sicchè
d'uopo fia pur, che vinto al fine
Tu confessi
che al mondo alcuni corpi
Trovansi che
di parti affatto privi
E per natura
lor minimi sono:
Ond'essendo
pur tali, è forza al certo
Che sian
pieni, infrangibili ed eterni.
Se la natura
alfin che il tutto crea
Non solesse
sforzare a dissiparsi
In parti
indivisibili le cose,
Già
non potria restaurar con esse
Nulla di
ciò che si dissolve e muore;
Poi che quel
che di parti onde s'accresca
Non è
composto aver giammai non puote
Ciò
ch'aver dènno i genitali corpi,
Cioè
vari fra lor legami e pesi
E percosse e
concorsi e movimenti,
Onde nasce
ogni cosa e divien grande.
Se fine in
somma allo spezzar de' corpi
Stabilito
non fosse; or come alcuni
Superando
ogn'intoppo avrian potuto
Per infinito
tempo omai trascorso
Fino alla
nostra età serbarsi intatti?
Chè
scorda molto il rimanere illeso
Ciò
c'ha frale natura, eterno tempo
Da colpi
innumerabili percosso.
Quindi, chi si pensò che delle cose
Fosse prima
materia il foco solo
Fu dal vero
discorso assai lontano.
Primo duce
di questi armato in campo
Eraclito si
mostra, ed è piuttosto
Per l'oscuro
parlar fra i vani illustre
Che tra chi
cerca il vero uom saggio e grave:
Ch'amare ed
ammirar soglion gli sciocchi
Più
quelle cose che nascoste trovano
Fra
più dubbie parole e più stravolte,
E sol
prestan credenza a quei concetti
Che titillan
l'orecchie e con sonora
E soave
armonia lisciati sono.
Ma se, di vero e puro foco il tutto
Creato
fosse, onde potrian al mondo
Nascer cose
giammai tanto diverse?
Poichè
nulla giovar dovria che 'l foco
Divenisse or
più denso ed or piu raro,
Se le parti
del foco avesser tutte
Di tutto il
foco la natura stessa;
Giacch'egli
unito avria l'ardor più intenso
E più
languido poi disperso e sparso.
Ma nulla in
oltre imaginar ti puoi
Che da causa
simìl possa formarsi,
Non che si
crein da foco denso e raro
Cose al
mondo fra lor sì varie e tante.
Oltre che;
se costoro il vôto spazio
Mescolasser
fra 'l pieno, il foco al certo
Potrebbe
rarefarsi e condensarsi:
Ma per non
gire a molti dubbi incontra,
Stanno
sospesi, e non s'arrischian punto
A conceder
fra 'l pieno il vôto spazio;
E, mentre
temon le contrarie cose,
Perdon la
via d'investigare il vero;
Nè
san che, tolto dalle cose il vôto,
D'uopo
è che tutte si condensin tosto,
E si formi
di tutte un corpo solo
Che nulla
mai rapidamente possa
Scacciar da
sè, come la fiamma accesa
Lo splendore
e l'ardor da sè discaccia:
Onde ognun
dee pur confessar che il foco
Non è
composto di stivate parti.
Che s'e'
credon ch'e' possa in qualche modo
Unito
dissiparsi e cangiar forma,
Non veggon poi
che, concedendo questo,
Forza
è che 'l foco si corrompa in nulla
Tutto e del
nulla anco rinasca il tutto:
Poichè,
qualunque corpo il termin passa
Da natura
prescritto all'esser suo,
Questo
è sua morte, e non è più quel desso:
Onde
è mestier che qualche parte intatta
Ne resti,
acciò che 'l tutto omai non torni
Al nulla e
poi del nulla anco rinasca.
Or dunque;
perchè sono alcuni corpi
Che serban
sempre una medesma essenza,
Per
l'entrata de' quai, per la partita
E per
l'ordin cangiato il tutto cangia
Natura e si
trasforma in nuove forme;
Sappi
ch'essi non ponno esser di foco:
Poichè
indarno partirsi ire e tornare
Potrìano
alcuni, altri venirne ed altri
Varïare
il primiero ordine e sito;
Giacchè,
se tutti per natura ardessero,
Tutto
ciò che si crea foco sarebbe.
Ma cosi va,
s'io non m'inganno: alcuni
Corpi sono
nel mondo, i cui concorsi,
Gli ordini i
moti le figure i siti
Far ponno il
foco, e l'ordin poi mutando
Mutan anco
natura, e più non sono
O foco o
fiamma od altro corpo ardente
Che vibri al
senso le sue parti e possa
Toccar con
l'accostarsi il nostro tatto.
Il dir poi ch'ogni cosa è foco puro
E che nulla
è di vero altro che 'l foco,
Com'Eraclito
volle, a me rassembra
Sogno
d'infermi o fola di romanzi:
Poich'al
senso repugna il senso stesso,
E quello
snerva ond'ogni creder pende
E onde egli
medesimo conobbe
Quel corpo
che da noi foco si chiama;
Già
ch'ei crede che 'l senso il foco solo
Veramente
conosca e poi null'altro
Di quel che
punto è non men chiaro al senso.
Il che falso
non pur, ma parmi ancora
Sogno
d'infermi o fola di romanzi.
Ch'ove
ricorrerem? qual cosa a noi
Fia
più certa giammai de' nostri sensi,
Onde il vero
dal falso si discerna?
In oltre:
ond'è che tu piuttosto ogni altra
Cosa tolga
dal mondo, e lasci solo
La natura
del caldo, il che poi neghi
Esser il
foco, e non pertanto ammetta
La somma
delle cose? a me par certo
Tanto l'un
quanto l'altro egual pazzia.
Quindi; chi si pensò che delle cose
Fosse il
foco materia e che di foco
Potesse al
mondo generarsi il tutto,
E chi fe
primo seme o l'aria o l'acqua
O pur la
terra per sè stessa e volle
Ch'una sol
cosa si trasformi in tutte,
Par che
lungi dal vero errando gisse.
Aggiungi ancor chi delle cose addoppia
Gli alti
principii e l'aria aggiunge al foco
O la terra
all'umore, e chi si pensa
Che di
quattro principii il tutto possa
Generarsi,
di fuoco, aria, acqua e terra.
De' quali il
primo Empedocle chiamossi,
Uom greco, e
che per patria ebbe Agrigento:
Città
ch'è posta entro il paese aprico
Dell'isola
triforme intorno cinta
Con ampii
anfrati dall'Ionio mare,
Ch'ondeggiando
continuo il lido asperge
D'acque
cerulee, e per angusta foce
Rapidissimo
scorre, e si divide
Dall'italiche
spiagge i suoi confini.
È qui
Scilla e Cariddi, e qui minaccia
Con orrendo
fragor l'etneo gigante
Di
risvegliar gli antichi sdegni e l'onte
E di nuovo
eruttar dall'ampie fauci
Contro il
nemico ciel folgori ardenti.
Oltr'a tai
meraviglie, il suol benigno
Di cortesia
di gentilezza ornata
Qui produce
la gente; e qui cotanto
D'uomini
illustri e d'ogni bene abbonda,
Che per cosa
mirabile s'addita.
Ma non
sembra però che qui nascesse
Cosa mai
più mirabil di costui,
Nè
più bella e gentil, più cara e santa.
Se non se
forse in Siracusa nacque
Il divino
Archimede, e nuovamente
Nella nobil
Messina il gran Borelli
Pien di
filosofia la lingua e 'l petto,
Pregio del
mondo e mio sommo e sovrano,
Mio maestro,
anzi padre, ah! più che padre.
Dell'eccelsa
sua mente i sacri versi
Cantansi
d'ogni intorno; e vi s'impara
Sì
dotte invenzïoni e sì preclare,
Che credibil
non par ch'egli d'umana
Progenie
fosse. Ei non pertanto, e gli altri
Che di sopra
io contai di lui minori
Molto in
molte lor parti; ancor che molti
Ottimi
insegnamenti, anzi divini
Dal profondo
del cuor quasi responsi
Dessero
altrui, molto più santi e certi
Di quei
ch'è fama che dal sagro lauro
Di Febo e
dalle pitie ampie cortine
Uscisser
già; pur, com'io dissi, erraro
Intorno a'
primi semi, e gravemente
Fecer quivi
inciampando alta caduta.
Pria: perchè, tolto dalle cose il vôto,
Muover le
fanno, e lascian rari e molli
Il cielo il
foco il sol l'acqua e la terra
Gli uomini
gli animai le piante e l'erbe
Senza
mischiar entro alle cose il vôto.
Poi:
perchè fan ch'allo spezzar de' corpi
Non sia
prescritto da natura un fine,
Nè
parte alcuna indivisibil danno:
E pur
veggiam che d'ogni cosa il termine
È quel
ch'al senso indivisibil sembra;
Onde tu
possa argomentar da questo
Anco quel
che mirar non puoi con gli occhi.
Cioè,
che, essendo circoscritte, è forza
Ch'abbian
l'indivisibile le cose.
S'arroge a
ciò; che la materia prima
Voglion che
molle sia: ma quel ch'è molle
Spesso stato
cangiando or nasce or muore:
Per la qual
cosa omai disfatto il tutto
Sariasi in
nulla mille volte e mille,
E mille e
mille volte anco rifatto:
Il che ben
sai quanto dal ver sia lungi
Per le
ragioni mie di sopra addotte.
Senza che;
son nemiche in molti modi
Fra lor le
cose molli e rio veleno
Esse a
sè stesse; onde o perir dovranno
Dopo fiera
battaglia o fuggir tosto,
Qual, allor
che tempesta in ciel si genera,
Fuggonsi i
venti e le bufere e i fulmini.
Al fin: se può di quattro corpi soli
Ogni cosa
crearsi, e poi di nuovo
In quegli
stessi dissiparsi il tutto;
Dimmi, per
qual cagione essi piuttosto
Debbonsi
nominar principii primi
D'ogni altra
cosa? ch'all'incontro ogni altra
Cosa
chiamarsi lor principio primo?
Giacch'essi
alternamente in ogni tempo
Puon
generarsi e varïar colore
E tutt'anco
fra lor l'interna essenza.
Ma se forse
dirai che possa il corpo
Della terra
e del foco unirsi in modo
Con l'aura
aerea e con l'umor dell'acque,
Che di
quattro principii alcun non cangi,
Per cotale unïon,
forma e natura;
Nulla di lor
potrà crearsi mai,
Non l'alme,
o ciò che senza mente ha vita,
Com'i bruti
e le piante e l'erbe e i fiori;
Conciossiachè
ciascuno in tal concorso
Della
propria sostanza apertamente
Mostrerà
la natura, ivi vedrassi
Starsi l'aria
e la terra, il foco e l'acqua
Mescolati
fra lor: ma i primi semi
Onde si
debbon generar le cose
Mestiero
è pur che di natura occulta
E cieca
siano, acciò nessun prevaglia
E lite agli
altri e cruda guerra muova;
Onde si
vieti poi che nulla possa
Mai propriamente
generarsi al mondo.
Anzi che questi infin dal cielo immenso
E dalle
fiamme sue chiamano il foco;
E voglion
pria ch'e' si trasformi in aria,
Quindi in
acqua si cangi e quindi in terra;
E poi di
nuovo, ritornando indietro
Fan produr
dalla terra ogni elemento,
L'acqua
pria, dopo l'aria e poscia il foco:
Nè,
che cessin giammai di trasmutarsi
Tai cose
insieme, alcun di lor concede;
Ma che
sempre dal ciel scendano in terra,
Ed ognor
dalla terra in ciel sormontino.
Il che far
non si debbe in guisa alcuna
Dalla prima
materia: anzi è pur d'uopo
Che qualche
cosa invarïabil resti,
Acciò
che affatto non s'annulli il tutto:
Poichè
qualunque corpo il termin passa
Da natura
prescritto all'esser suo,
Quest'è
sua morte, e non è più quel desso.
Or, se
l'aria e la terra il foco e l'acqua
Si trasmutan
fra lor, dunque non ponno
Primi semi
chiamarsi; anzi conviene
Che sian
d'altri principii incommutabili
Composti
anch'essi, acciocchè il tutto al nulla
Non torni in
un momento. Onde piuttosto
Pensa che
siano i genitali corpi
Di tal
natura, che, se forse il foco
Prodotto
avran, toltine alcuni ed altri
Aggiunti, e
varïando ordine e moto,
Possan
l'aria crear l'acqua e la terra,
E che nel
modo stesso ogni altra cosa
Perda la
propria essenza e si trasformi.
Ma forse mi dirai — Chiaro è che 'l tutto
Cresce da
terra in aria e vi si nutre:
E s'a'
debiti tempi ancor non scende
Pioggia che
irrighi alla gran madre il seno,
E se vita e
calor non gli comparte
Co' suoi
lucidi raggi il sol cortese,
Muoion le
biade gli animai le piante. —
Anzi gli
uomini stessi, affatto privi
D'arido pane
e d'umid'acqua o vino,
Perdono il
corpo; e con il corpo ancora
Tutta da
tutti i nervi e tutte l'ossa
Gli si
scioglie la vita e fugge l'alma.
Essi dunque
han ristoro e nutrimento
Da certo
cibo: e pur da certo cibo
Altri ed
altri animali ed altre cose
Similmente
han ristoro e nutrimento.
Che, essendo
molti primi semi e molti
Comuni in
molti modi a molti corpi
Mescolati
fra lor, forza è che 'l vitto
Da varie
cose varie cose prendano.
E spesso
anco oltre a ciò non poco importa
Con quai
sian misti, come posti, e quali
Movimenti
fra lor diano e ricevano:
Poichè
forman gli stessi il cielo, il mare;
Gli stessi
ancor la terra, i fiumi, il sole,
Gli uomini,
gli animai, l'erbe e le piante,
Mentre
mischiati in varie guise insieme
Si muovon
variamente. Anzi tu stesso
Poui sovente
veder ne' nostri versi
Esser comuni
a molte voci e molte
Molti
elementi; e non pertanto è d'uopo
Dir ch'abbia
ogni parola ed ogni verso
Vario
significato e vario suono;
Chè
tanto di possanza han gli elementi
Con la
mutazïon dell'ordin solo.
Ma credibil
è ben che i primi semi
Abbian
più cause onde crear si possa
Tutte le
cose di che 'l mondo è adorno.
Ma tempo è di pesar con giusta lance
D'Anassagora
ancor l'omeomería
Mentovata
da' Greci, e che non puossi
Da noi ridir
nella paterna lingua
Con un solo
vocabolo, ma pure
Facil
sarà che la si spieghi in molti.
Pensa egli
adunque che 'l principio primo,
Che da lui
vien chiamato omeomería,
Altro non
fosse ch'una confusione
Una massa un
mescuglio d'ogni corpo,
In guisa tal
che il generar le cose
Solamente
consista in separarle
Dal comun
caos ed accozzarle insieme;
E
così l'ossa di minute e piccole
Ossa si
creino, e di minute e piccole
Viscere anco
le viscere si formino,
Da
più gocce di sangue il sangue nasca,
Da
più bricioli d'òr l'oro si generi,
Cresca la
terra di minute terre,
Di foco il
foco, l'acqua d'acqua; e finge
Ch'ogn'altra
cosa in guisa tal si faccia;
Nè
concede fra 'l pieno il vôto spazio,
Nè
termin pone allo spezzar de' corpi.
Onde a me par, quand'io vi penso, ch'egli
E nell'uno e
nell'altro erri egualmente,
Come color
che poco avanti io dissi.
Aggiungi
ch'egli delle cose i semi
Troppo
deboli fa; se pure i semi
Per natura
fra lor sono uniformi
Anzi son pur
le stesse cose; et hanno
Egual
travaglio egual periglio, e nulla
Può
frenarli giammai nè proibirli
Che non
corrano a morte. E qual è d'essi
Che mille e
mille colpi, urti e percosse
A soffrir
basti, e finalmente anch'egli
Non muoia o
si dissolva? il foco o l'acqua
O l'aere?
qual di questi? il sangue o l'ossa?
Nessun,
cred'io, mentr'egualmente tutti
Sarian
mortali, in quella guisa appunto
Che l'altre
cose manifeste al senso
Son mortali
anche lor, poi che perire
Con gli
occhi stessi pur si veggon tutte
Da qualche
vïolenza oppresse e vinte.
Ma tu già
sai ch'annichilar non puossi
Nulla
nè nulla anco crear dal nulla.
In oltre:
perchè il cibo accresce e nutre
Il nostro
corpo, è da saper ch'abbiamo
E le vene ed
i nervi e 'l sangue e l'ossa
Miste e
composte di straniere parti.
E, se
diranno esser mischiati i cibi
Di
più sostanze e corpicciuoli avere
D'ossa e di
nervi e di vene e di sangue,
D'uopo
sarà che 'l secco cibo e 'l molle
Composto sia
di forestiere cose,
Anzi
null'altro sia ch'un guazzabuglio
D'ossa e di
sangue e di vene e di nervi.
In oltre:
tutto ciò che in terra nasce
S'egli quivi
si trova, è pur mestieri
Che sia la
terra di stranieri corpi
Anch'ella un
seminario: e con le stesse
Parole
appunto argomentar ne lice
D'ogni altra
cosa; onde, se 'l legno occulta
La cenere,
il carbon, la fiamma e 'l foco,
Di
forestiere parti il legno è fatto.
Or qui parmi che resti un solo scudo
Debile e mal
sicuro, onde schermirsi
Anassagora
tenta. Ei crede adunque
Che sia
mischiato in ogni cosa il tutto
E dentro vi
si celi; ma che quello
Un tal corpo
apparisca e non un altro,
In cui
più misti sono ed al di fuori
Più
collocati e nella prima fronte:
Il che pur
nondimen lungi è dal vero.
Chè
convenia che le minute biade
Sovente
ancor da duri sassi infrante
Desser segno
di sangue o d'altra cosa
Di cui si
nutra il nostro corpo, e sangue
Grondasse
dalle pietre allor che l'una
Si stritola
con l'altra: e l'erbe ancora
Per la
stessa ragione e l'acque insipide
Stillar
dovrian di bianco latte e dolce
Soavissime
gocce, appunto come
Stillan le
mamme dell'irsute pecore;
E della
terra le spezzate zolle
Mostrarne
erbe diverse e frondi e biade
Minutamente
per la terra sparse,
Prima
occulte a' nostr'occhi e poi palesi:
Sminuzzando
le legna anco vedremmo
Picciole
particelle ivi celarsi
E di fumo e
di cenere e di foco.
Le quali
tutte cose il senso stesso
Esser false
n'accerta: onde a me lice
Dedur che
misto in ogni cosa il tutto
Esser non
può, ma ben convien che i semi
Comuni a
molti corpi in molti corpi
Sian
mischiati ed occulti in molti modi.
Ma sento un
che mi dice — In su gli alpestri
Monti spesso
addivien che l'alte piante
Fregan
sì le vicine ultime cime
L'una con
l'altra, a ciò forzate e spinte
Dal
gagliardo soffiar d'austro e di coro,
Che foco
n'esce onde s'alluma il bosco. —
Or questo
è ver: ma non pertanto innato
Non è
l'ardor negli alberi; ma molti
Semi vi son
di foco, i quai per quello
Vïolento
fregar s'uniscon tosto
Ed accendon
le selve: chè, se tanta
Fiamma
nascosta entro alle piante fosse,
Non potrebbe
giammai celarsi il foco,
Ma serpendo
per tutto in un momento
Ogni selva
arderebbe ed ogni bosco.
Vedi tu
dunque per te stesso omai
Quel che
poc'anzi io dissi: importa molto
Come sian misti i primi semi e posti
E quai moti
fra lor diano e ricevano;
E puon gli
stessi varïati alquanto
Far le legna
e le fiamme, appunto come
Puon gli elementi
varïati alquanto
Formare et
arme et orme e rima e Roma.
Al fin: se ciò ch'è manifesto agli occhi
Credi che
non si possa in altra guisa
Crear che di
materia a lui simíle,
Perdi 'n tal
modo i primi semi affatto;
Poich'è
mestier che tremoli e lascivi
Si sganascin
di risa, e che di lagrime
Bagnino
amaramente ambe le guance.
Su dunque or odi, e viepiù chiaro intendi
Ciò
che da dir mi resta. E ben conosco
Quanto sia
malagevole ed oscuro:
Ma gran
speme di gloria il cor percosso
M'ha
già con sì pungente e saldo sprone,
Et insieme
ha svegliato entro al mio petto
Un
così dolce delle muse amore,
Ch'io
stimolato da furor divino
Più
di nulla non temo, anzi sicuro
Passeggio
delle nove alme sorelle
I luoghi
senza strada, e da nessuno
Mai
più calcati. A me diletta e giova
Gire a'
vergini fonti e inebrïarmi
D'onde non
tocche. A me diletta e giova
Coglier
novelli fiori, onde ghirlanda
Peregrina ed
illustre al crin m'intrecci,
Di cui fin
qui non adornâr le muse
Le tempie
mai d'alcun poeta tôsco.
Pria,
perchè grandi e gravi cose insegno,
E seguo a
liberar gli animi altrui
Dagli aspri
ceppi e da' tenaci lacci
Della
religïon; poi, perchè canto
Di cose
oscure in così chiari versi,
E di
nèttar febeo tutte le spargo.
Nè
questo è, come par, fuor di ragione:
Poichè;
qual, se fanciullo a morte langue,
Fisico
esperto alla sua cura intento
Suol
porgergli in bevanda assenzio tetro,
Ma pria di
biondo e dolce mèle asperge
L'orlo del
nappo, acciò gustandol poi
La
semplicetta età resti delusa
Dalle mal
caute labbra e beva intanto
Dell'erba a
lei salubre il succo amaro,
Nè si
trovi ingannata anzi piuttosto
Sol per suo
mezzo abbia salute e vita;
Tal appunto
or facc'io, perchè mi sembra
Che le cose
ch'io parlo a molti indòtti
Potrian
forse parer aspre e malvage,
E so che 'l
cieco e sciocco volgo abborre
Da mie
ragioni. Io perciò volsi, o Memmo,
Con soave
eloquenza il tutto espórti;
E quasi
asperso d'apollineo mèle
Te 'l porgo
innanzi, per veder s'io posso
In tal guisa
allettar l'animo tuo,
Mentre tu
vedi in questi versi miei
Quanto
dipinta sia l'alma natura
Vaga,
adorna, gentil, leggiadra e bella.
Ma; perch'io già mostrai che i primi corpi
Infrangibili
sono, e sempre invitti
Volano
eternamente; or su veggiamo
Se la somma
di tutti abbia prescritto
Termine o
no: e; perchè il vôto ancora,
O luogo o
spazio ove si forma il tutto,
Parimente
trovossi; esaminiamo
S'egli sia
circoscritto o pur s'estenda
Profondissimamente
in tratto immenso.
Il tutto adunque in infinito è sparso
Per ogni
banda: poich'aver dovrebbe
Qualche
termine estremo, il qual non puote
Aver nulla
giammai s'un'altra cosa
Non è
fuori di lui che lo circondi:
Ma,
perchè fuor del tutto esser non puote
Niente al
certo, ei non ha dunque alcuno
Termine o
fine o mèta: e non importa
In qual
parte tu sia; qualunque luogo
Che tu
possegga, d'ogni intorno lascia
Egualmente
altro spazio in infinito.
In oltre:
dato che finito fosse
Tutto
quant'è lo spazio, io ti domando:
S'alcun
giungesse all'ultimo confine
E fuor
vibrasse una saetta alata,
Che vuoi
piuttosto? ch'ella spinta innanzi
Dalla
robusta man volando gisse
Là
dove fosse indirizzata? o pensi
Che qualche
cosa le impedisse il moto?
Qui d'uopo
è pur che l'uno o l'altro accetti
E lo creda
per ver: ma l'un e l'altro
Ti racchiude
ogni scampo, anzi ti sforza
A confessar
l'immensità del mondo:
Poichè,
o venga impedita e le sia tolto
Il girne ove
fu spinta o fuor se 'n voli,
Esser non
può nell'ultimo confine
Dell'universo.
E nella stessa guisa
Seguirò
l'argomento incominciato,
E, dovunque
tu ponga il fine estremo,
Domanderotti
ciò che finalmente
Alla freccia
avverrà. Confessa dunque
Che
incircoscritto è 'l mondo e che non hai
Da sì
fatte ragioni onde schermirti.
In oltre ancor: se terminato fosse
D'ogni
intorno lo spazio ove la somma
Si genera
del tutto, i primi semi
Spinti dal
proprio peso all'imo fondo
Già
sarebber concorsi, e sotto il cielo
Nulla potria
formarsi; anzi non fôra
Più
nè cielo nè sole, ove giacesse
Confusa in
una massa ogni materia
Fin da tempo
infinito in giù caduta.
Ma or non
è concesso alcun riposo
A' corpi de'
principii, perchè l'imo
Centro
dell'universo in van si cerca
Ove
concorrer tutti, ove la sede
Possan
fermare; e con perpetuo moto
Si genera
ogni cosa in ogni parte,
E per tempo
infinito omai commossi
Della prima
materia i corpi eterni
Son sempre
in pronto in questo spazio immenso.
Finalmente abbiam posto innanzi agli occhi
Che l'un
corpo dall'altro è circoscritto:
L'aer
termina i colli, e l'aura i monti,
La terra il
mare, il mar la terra: e nulla
Non è
che fuor dell'universo estenda
I suoi
propri confini. È la natura
Del luogo
adunque e del profondo spazio
Tal, ch'i
fiumi più torbidi e più rapidi
Non
potrebber correndo eternamente
Giungerne al
fin giammai, nè far che meno
Da correr li
restasse. Or così grande
Copia di
luogo han d'ogn'intorno i corpi
Senza fin,
senza mèta e senza termine.
Che poi la somma delle cose un fine
A sè
medesma apparecchiar non possa
Ben provide
natura. Essa circonda
Sempre col
vôto il corpo, ed all'incontro
Col corpo il
vôto, e così rende immenso
L'uno e
l'altro di lor. Chè, s'un de' due
Fosse termin
dell'altro, egli fuor d'esso
Troppo si
stenderebbe; e non potria
Durar
nell'universo un sol momento,
Nè la
terra nè 'l mar nè i templi lucidi
Delle stelle
e del sol nè l'uman genere
Nè
degli dèi superni i santi corpi:
Conciossiachè,
scacciati i primi semi
Dalla propria
unïon, liberi e sciolti
Correr
dovrian per lo gran vano a volo;
O piuttosto
non mai sariansi uniti
Nè
generato alcuna cosa al mondo
Avrian;
poichè scagliati in mille parti
Non avrebber
potuto esser congiunti.
Chè
certo è ben ch'i genitali corpi
Con sagace
consiglio e scaltramente
Non
s'allogâr per ordine nè certo
Seppe
ciascun di lor che moti ei desse;
Ma,
perchè molti in molti modi e molti
Varïati
per tutto e già percossi
Da colpi
senza numero, ogni sorte
Di moto e
d'unïon provando, al fine
Giunsero ad accozzarsi
in quella forma
Che
già la somma delle cose mostra
E ch'ella
ancor per molti lunghi secoli
Ha
già serbato e serba: poichè, tosto
Ch'ell'ebbe
una sol volta i movimenti
Confacevoli
a lei, potette oprare
Sì,
che l'avido mar ritorni intero
Per l'onde
che da' fiumi in copia grande
Vi
concorrono ognora, e che la terra
Ristorata
dal sol rinnovi i parti,
Fertile il
suol d'ogni animal fiorisca,
E dell'etere
in somma ancor che labili
Vivan
l'auree fiammelle: il che per certo
Far non
potrian, se la materia prima
Non sorgesse
per tutto e ristorasse
Ciò
che nel mondo ad or ad or vien meno.
Poichè,
qual senza pasto ogni animale
Disperde in
varie parti il proprio corpo,
Tal appunto
dovrian tutte le cose,
Se gli
mancasse il consueto cibo
Della
materia, dissiparsi anch'elle.
Nè
colpo esterno vi sarebbe alcuno
Bastante a
conservarle. I corpi in vero,
Che l'urtan
d'ogni intorno, assai sovente
Ponno in
parte impedirle infin che giunga
Materia che
supplisca a ciò che manca:
Ma pur
talvolta ripercossi indietro
Saltano, e
insieme a' primi semi danno
Luogo e
tempo alla fuga, ond'ognun d'essi
Sciolto da'
lacci suoi ratto se 'n vola.
Dunqu'è
mestier che d'ogn'intorno germini
Molta prima
materia, anzi infinita,
Acciò
restauri il tutto e l'urti e 'l cinga.
Or sopra ogni altra cosa avverti, o Memmo,
Di non dar
fede a quel che dice alcuno;
Cioè,
ch'al centro della somma il tutto
D'andar si
sforza, e che in tal guisa il mondo
Privo
è di colpi esterni, e mai non ponno
Dissiparsi e
fuggirsi in altro luogo
I sommi
corpi e gl'imi, avendo tutti
Natia
propensïon di gire al centro
(Se credi
pur che qualche cosa possa
In sè
stessa fermarsi, e che quei pesi
Ch'or sono
in terra di poggiar si sforzino
Tutti per
aria e poi di nuovo in terra
Ricadendo
posarsi, appunto come
Veggiam far
delle cose ai simolacri
Per entro
alle chiar'onde e negli specchi):
E nella
stessa guisa ogni animale
Voglion che
vaghi in terra, e che non possa
Quindi
altramente sormontare in cielo
Nulla che
sia quaggiù, che i corpi nostri
Possan
leggieri e snelli a lor talento
Volarne
all'etra ed abitar le stelle;
Mentre
alcuni di noi mirano il sole,
Altri mirar
della trapunta notte
I lucidi
carbonchi, e le stagioni
Varie
dell'anno e i giorni lunghi e i brevi
Con moto
alterno esser fra noi divisi
Dal gran
pianeta che distingue l'ore.
Ma tutto questo abbia pur finto ad essi
Un vano
error, poi che balordi e ciechi
Per non
dritto sentier s'incamminaro.
Chè
centro alcuno esser non puote al certo
Ove immenso
è lo spazio; e, se pur centro
Vi fosse,
per tal causa ei non potrebbe
Ivi piuttosto
alcuna cosa starsi
Che in
qualsivoglia regïon lontana.
Poi ch'ogni
luogo ed ogni vôto spazio
E per lo
centro e fuor del centro deve
Egualmente
lasciar libero il passo
A peso
eguale ovunque il moto ei drizzi:
Nè
l'intero universo ha luogo alcuno
Ove giungendo
finalmente i corpi
Perdono il
peso e si ristian nel vôto:
Nè
ciò ch'è vôto resistenza farli
Potrà
giammai nè raffrenarli il corso,
Ovunque la
natura gli trasporti.
Dunque le
cose in guisa tale unite
Star non
potranno a ciò forzate e spinte
Dal nativo
desio di gire al centro.
In oltre: ancora essi non fan che tutte
Corrano al
centro, ma la terra e l'onde
Del mar de'
fiumi e delle fonti, e solo
Ciò
ch'è composto di terreno corpo.
Ma pel
contrario poi voglion che l'aria
Lungi se 'n
voli e similmente il foco:
E che per
questo d'ogn'intorno in cielo
Scintillino
le stelle e 'l sol fiammeggi,
Perchè
fuggendo dalla terra il caldo
Al ciel sen
poggi e vi raccolga il foco
(Poichè
pur della terra anco si pasce
Ogni cosa
mortal; nè mai potrebbero
Gli alberi
produr frutti o fiori o frondi,
Se a poco a
poco la gran madre il cibo
Non gli
porgesse). Ma di sopra poi
Credon che
un ampio ciel circondi e copra
Tutte le
cose; acciò d'augelli in guisa
I recinti di
fiamme in un baleno
Non fuggan
via per lo gran vano a volo,
E che nel
modo stesso ogni altra cosa
Si dissolva
in un tratto e del tonante
Cielo il
tempio superno in giù rovini,
E che di
sotto a' piè ratto s'involi
Il nostro
globo ascosamente, e tutti
Fra
precipizi in un confusi e misti
Della terra
e del cielo i propri corpi
Dissolvano
in più parti e corran tosto
Pel vôto
immenso; onde in un sol momento
Di tante
meraviglie altro non resti
Che lo
spazio deserto e i ciechi semi.
Poichè,
in qualunque luogo i corpi restino
Privi di
freno, in questo luogo appunto
Spalancata
una porta avran le cose
Per gire a
morte; ed ogni turba quindi
Della prima
materia in fuga andranne.
Or; se tu leggerai quest'operetta
Attentissimamente,
e tutto quello
Ben capirai
ch'io ci ragiono dentro;
L'una causa
dall'altra a te fia nota;
Nè
cieca notte omai potrà impedirti
L'incominciata
via, che ti conduce
Di natura a
mirar gl'intimi arcani:
Sì le
cose alle cose accenderanno
Lume che
mostri alla tua mente il vero.
Argomento
Il Poeta, dopo le lodi della filosofia, al
cui studio eccita Memmo, continua a trattare delle qualità degli atomi e
in ispecie del loro movimento. — I mutamenti continui a cui vanno sottoposti i
corpi non ci permettono di supporre che la materia sia immobile. Donde: 1. il
moto è essenziale agli atomi, perchè non v'ha centro ove possano
mai fermarsi; 2. questo moto è rapidissimo sopr'ogni altro,
perchè il suo teatro essendo il vôto, non ha alcun ostacolo che lo
trattenga; 3. la direzione di questo moto è dall'alto al basso, e se
alcuni corpi s'elevano come la fiamma, è uno stato forzato, contrario
alla loro tendenza propria e naturale; 4. tuttavia non dee credersi che la
caduta degli atomi sia rigorosamente perpendicolare; paralleli tra loro non
avrebbero mai potuto unirsi in massa: sottoposti ad una direzione necessaria,
non avrebbero potuto mai formare anime libere. Bisogna pertanto che si
allontanino un poco, ma il meno possibile dalla direzione perpendicolare. Tali
sono i moti che gli atomi ebbero sempre e sempre avranno, perchè la
quantità di moto è sempre la stessa nella natura. Ecco quanto la
ragione ci scopre; perchè i sensi non possono veder l'atomo, non che discernerne
i moti. La ragione altresì ci fa conoscere le figure degli atomi; essa
ne dice che i corpi i quali ci attorniano non potrebbero impressionare i nostri
sensi in tanti modi diversi, se i loro atomi non fossero diversamente
configurati. Ma al medesimo tratto essa c'insegna che, sebbene ci sia una
infinità di atomi in ogni classe di figure, il numero di queste classi
è limitato; non potrebbe essere infinito senza che l'atomo fosse
immenso, e le qualità sensibili dei corpi progressive all'infinito.
Questo numero poco considerevole di figure, combinato diversamente in tutti i
corpi, basta a mettere fra essi quella varietà che vi si scorge. La
solidità, l'indivisibilità, l'eternità, il moto e la
figura, sono le sole qualità che convengano a corpi semplici come son
gli atomi. Rispetto alle qualità che si riferiscono alla vista,
all'udito, al gusto e all'odorato, sono senza più il resultato
d'un'associazione; attribuirla agli atomi, è dare una base troppo
fragile alla natura. Pertanto gli atomi non sono neppure sensibili, e dalla
loro situazione e dai loro moti rispettivi dee ripetersi la sensibilità
che posseggono certi accozzamenti. Mercè di queste poche qualità
che il poeta assegna agli atomi, essi hanno, al parer suo, prodotto non solo il
nostro mondo, ma altresì un'infinità d'altri; perchè egli
non vuole che si limiti la potenza della natura. Pretende che potendo disporre
d'un numero infinito di atomi, quel ch'ella fa quaggiù per noi, lo fa
per altri in altre regioni dello spazio, e che il nostro mondo è senza
più un individuo particolare d'una classe numerosa, un grande animale,
sottoposto, come gli altri, alla nascita, all'incremento, alla declinazione e
alla morte.
Dolce è mirar da ben sicuro porto
L'altrui
fatiche all'ampio mare in mezzo,
Se turbo il
turba o tempestoso nembo;
Non
perchè sia nostro piacer giocondo
Il travaglio
d'alcun, ma perchè dolce
È se
contempli il mal di cui tu manchi:
Nè
men dolce è veder schierati in campo
Fanti e
cavalli e cavalieri armati
Far tra lor
sanguinose aspre battaglie.
Ma nulla mai
si può chiamar più dolce
Ch'abitar,
che tener ben custoditi
De' saggi i
sacri templi onde tu possa,
Quasi da
rôcca eccelsa ad umil piano,
Chinar tal
volta il guardo, e d'ogn'intorno
Mirar gli
altri inquïeti e vagabondi
Cercar la
via della lor vita, e sempre
Contender
tutti o per sublime ingegno
O per nobile
stirpe, e giorno e notte
Durare
intollerabili fatiche
Sol per
salir delle ricchezze al sommo
E potenza
acquistar, scettri e corone.
Povere umane
menti, animi privi
Del
più bel lume di ragione, oh quanta
Quant'ignoranza
è quella che vi offende!
Ed oh fra
quanti perigliosi affanni
Passate voi
questa volante etade
Che ch'ella
siasi! Or non vedete aperto
Che nulla
brama la natura e grida
Altro
già mai, se non che sano il corpo
Stia sempre
e che la mente ognor gioisca
De' piaceri
del senso e da sè lungi
Cacci ogni
noia ed ogni tema in bando?
Chiaro
dunque n'è pur che poco è 'l nostro
Bisogno,
onde la vita si conservi,
Onde dal
corpo ogni dolor si scacci.
Che s'entro
a regio albergo intagli aurati
Di vezzosi
fanciulli accese faci
Non tengon
nelle destre, ond'abbian lume
Le notturne
vivande emulo al giorno;
Se non
rifulge ampio palagio e splende
D'argento e
d'òr; se di soffitte aurate
Tempio non
s'orna e di canore cetre
Risonar non
si sente; ah che, distesi
Non lungi al
mormorar d'un picciol rio
Che 'l prato
irrighi, i pastorelli all'ombra
D'un platano
selvaggio, allegri danno
Il dovuto
ristoro al proprio corpo;
Massime
allor che la stagion novella
Gli arride e
l'erbe di be' fior cosperge.
Nè
più tosto già mai l'ardente febbre
Si dilegua
da te, se d'oro e d'ostro
E d'arazzi
superbi orni il tuo letto,
Che se in
veste plebea le membra involgi.
Onde, poscia
che nulla al corpo giova
Onor
ricchezza nobiltade o regno,
Creder anco
si dee che nulla importi
Il rimanente
all'animo: se forse,
Qualor di
guerra in simolacro armate
Miri le
squadre tue, non fugge allora
Ogni
religïon dalla tua mente
Da tal vista
atterrita, e non ti lascia
Il petto
allora il rio timor di morte
Libero e
sciolto e d'ogni cura scarco.
Che se tai
cose esser veggiam di riso
Degne e di
scherno, e che i pensier noiosi
Degli uomini
seguaci e le paure
Pallide e
macilenti il suon dell'armi
Temer non
sanno e delle frecce il rombo;
Se fra' regi
e potenti han sempre albergo
Audacemente,
e non apprezzan punto
Nè
dell'oro il fulgor nè delle vesti
Di porpora
imbevute i chiari lampi;
Qual dubbio
avrai che tutto questo avvenga
Sol per
mancanza di ragione, essendo
Massime
tutto quanto il viver nostro
Nell'ombra
involto di profonda notte?
Poichè,
siccome i fanciulletti al buio
Temon
fantasmi insussistenti e larve,
Sì
noi tal volta paventiamo al sole
Cose che
nulla più son da temersi
Di quelle
che future i fanciulletti
Soglion
fingersi al buio e spaventarsi.
Or sì
vano terror sì cieche tenebre
Schiarir
bisogna e via cacciar dall'animo,
Non co' be'
rai del sol, non già co' lucidi
Dardi del
giorno a saettar poc'abili
Fuor che
l'ombre notturne e i sogni pallidi,
Ma col mirar
della natura e intendere
L'occulte
cause e la velata imagine.
Su dunque: io prendo a raccontarti, o Memmo,
Come della
materia i primi corpi
Generin
varie cose, e, generate
Ch'e
l'hanno, le dissolvano, e da quale
Vïolenza
a far ciò forzati sieno,
E qual
abbiano ancor principio innato
Di muoversi
mai sempre e correr tutti
Or qua or
là per lo gran vano a volo.
Tu
ciò ch'io parlo attentamente ascolta.
Chè certo i primi semi esser non ponno
Tutti
insieme fra lor stivati affatto;
Veggendo noi
diminuirsi ogn'ora
E per
soverchia età languir le cose
E sottrar la
vecchiezza agli occhi nostri,
Mentre che
pur salva rimane in tanto
La somma;
con ciò sia che, da qualunque
Cosa il
corpo s'involi, ond'ei si parte
Toglie di
mole, e dov'ei viene accresce,
E fa che
questo invecchia e quel fiorisce,
Nè
punto vi si ferma. In cotal guisa
Il mondo si
rinnova, et a vicenda
Vivon sempre
fra lor tutti i mortali.
S'un popol
cresce, uno all'incontro scema;
E si cangian
l'etadi in breve spazio
Degli
animali, e della vita accese,
Quasi
cursori, han le facelle in mano.
Se credi poi che delle cose i semi
Possan
fermarsi e nuovi moti dare
In tal guisa
alle cose, erri assai lunge
Fuor della
dritta via della ragione.
Poi che,
vagando per lo spazio vôto
Tutti i
principii, è pur mestiero al certo
Che sian
portati o dal lor proprio peso
O forse
spinti dall'altrui percosse;
Poi che,
allor ch'e' s'incontrano e di sopra
S'urtan
veloci l'un con l'altro, avviene
Che vari in
varie parti si riflettono:
Nè
meraviglia è ciò, perchè durissimi
Son tutti e
nulla gl'impedisce a tergo.
Et
acciò che tu meglio anco comprenda
Che tutti
son della materia i corpi
Vibrati
eternamente, or ti rammenta
Che non ha
centro il mondo ove i principii
Possan
fermarsi, et è lo spazio vôto
D'ogn'intorno
disteso in ogni parte
Senza fin,
senza meta e senza termine,
Conforme
innanzi io t'ho mostrato a lungo
Con vive e
gagliardissime ragioni.
Il che pur
noto essendo, alcuna quiete
Per lo vano
profondo i corpi primi
Non han
già mai; ma, più e più commossi
Da forza interna
irrequïeta e varia,
Una parte di
lor s'urta e risalta
Per grande
spazio ripercossa e spinta,
Un'altra
ancor per piccoli intervalli
Vien per tal
colpo a raggrupparsi insieme,
E tutti quei
che, d'unïon più densa
Insieme
avviluppati ed impediti
Dall'intrigate
lor figure, ponno
Sol risaltar
per breve spazio indietro,
Formano i
cerri e le robuste querce
E del ferro
feroce i duri corpi
E i macigni
e i dïaspri e gli adamanti:
Quelli che
vagan poi pel vôto immenso
E saltan
lungi assai veloci e lungi
Corron per
grande spazio in varie parti,
Posson
l'aere crearne e l'aureo lume
Del sole e
delle stelle erranti e fisse.
Ne vanno
ancor per lo gran vano errando
Senz'unirsi
già mai, senza potere
Accompagnar
non ch'altro i propri moti.
Della qual
cosa un simulacro vivo
Sempre
innanzi a' nostri occhi esposto abbiamo:
Poscia che,
rimirando attento e fiso,
Allor che 'l
sol co' raggi suoi penétra
Per picciol
fôro in una buia stanza,
Vedrai
mischiarsi in luminosa riga
Molti minimi
corpi in molti modi,
E quasi a
schiere esercitar fra loro
Perpetue
guerre, or aggrupparsi ed ora
L'un
dall'altro fuggirsi e non dar sosta:
Onde ben
puoi congetturar da questo
Qual sia
l'esser vibrati eternamente
Per lo
spazio profondo i primi semi.
Sì le
picciole cose a noi dar ponno
Contezza
delle grandi e i lor vestigi
Quasi
additarne e la perfetta idea.
Tieni a
questo, oltr'a ciò, l'animo attento:
Ciò
è, che i corpi, che vagar tu miri
Entro a'
raggi del sol confusi e misti,
Mostrano
ancor che la materia prima
Ha moti
impercettibili ed occulti.
Chè
molti quivi ne vedrai sovente
Cangiar
viaggio, e risospinti indietro
Or qua or
là or su or giù tornare
E finalmente
in ogni parte. E questo
È sol
perchè i principii, i quai per sè
Muovonsi, e
quindi poi le cose piccole
E quasi
accosto alla virtù de' semi,
Dagli
occulti lor colpi urtate, anch'elleno,
Vengon
commosse, ed esse stesse poi
Non cessan
d'agitar l'altre più grandi.
Così
dai primi corpi il moto nasce,
E chiaro
fassi a poco a poco al senso;
Sì
che si muovon quelle cose al fine
Che noi per
entro a' rai del sol veggiamo,
Nè
per qual causa il fanno aperto appare.
Or che principio da natura i corpi
Della prima
materia abbian di moto
Quindi
imparar puoi brevemente, o Memmo.
Pria; quando
l'alba di novella luce
Orna la
terra e che per l'aer puro
Vari augelli
volando in dolci modi
D'armonïose
voci empion le selve,
Come ratto
allor soglia il sol nascente
Sparger suo
lume e rivestirne il mondo,
Veggiam
ch'è noto e manifesto a tutti:
Ma quel
vapor quello splendor sereno,
Ch'ei da
sè vibra, per lo spazio vôto
Non passa;
ond'è costretto a gir più tardo,
Quasi
dell'aere allor l'onde percuota:
Nè
van disgiunti i corpicelli suoi,
Ma stretti
ed ammassati; onde fra loro
Insieme si
ritirano, e di fuori
Han mille
intoppi, in guisa tal che pure
Vengon
forzati ad allentare il corso.
Non
così fanno i genitali corpi
Per lor
simplicitade impenetrabili:
Ma; quando
volan per lo spazio vôto,
Nè
fuor di loro impedimento alcuno
Trovan che
gli trattenga, e, dai lor luoghi
Tosto che
mossi son verso una sola
Verso una
sola parte il volo indrizzano;
Debbono
allor viepiù veloci e snelli
De' rai del
sol molto maggiore spazio
Passar di
luogo in quel medesmo tempo
Ch'i folgori
del sol passano il cielo;
Poscia che
da consiglio o da sagace
Ragione i
primi semi esser non ponno
Impediti
già mai nè ritardati,
Nè
vanno ad una ad una investigando
Le cose per
conoscere in che modo
Nell'universo
si produca il tutto.
Ma sono
alcuni che di questo ignari,
Si credon
che non possa la natura
Della
materia per se stessa e senza
Divin volere
in così fatta guisa
Con umane
ragioni e moderate
Mutare i
tempi e generar le biade,
Nè
far null'altro a cui di gire incontra
Persuade i
mortali e gli accompagna
Qual gran
piacer che della vita è guida,
Acciò
le cose i secoli propaghino
Con veneree
lusinghe e non perisca
L'umana
specie: onde, che fosse il tutto
Per opra
degli dèi fatto dal nulla,
Fingono. Ma,
per quanto a me rassembra
Essi in
tutte le cose han travïato
Molto dal
ver: poichè, quantunque ignoti
Mi sian
della materia i primi corpi,
Io non per
tanto d'affermare ardisco,
Per molte e
molte cause e per gli stessi
Movimenti
del ciel, che l'universo
Che tanto
è difettoso esser non puote
Da Dio
creato: e quant'io dico, o Memmo,
Dopo a suo
luogo narrerotti a lungo.
Or del moto
vo' dir quel che mi resta.
Qui, s'io non erro, di provarti è luogo
Che per se
stessa alcuna cosa mai
Non
può da terra sormontare in alto.
Nè
già vorrei che t'ingannasse il foco
Ch'all'insù
si produce e cibo prende.
E le nitide
biade e l'erbe e i fiori
E gli alberi
all'insù crescono anch'essi,
Benchè
per quanto s'appartiene a loro,
Tutti e
sempre all'ingiù caschino i pesi.
Nè
creder dêi che la vorace fiamma,
Allor che
furïosa in alto ascende
E dell'umili
case e de' superbi
Palagi i
tetti in un momento atterra,
Opri
ciò da sè stessa e senza esterna
Forza che
l'urti. Il che pur anco accade
Al nostro
sangue, se dal corpo spiccia
Per piccola
ferita e poggia in aria
E 'l suolo
asperge di vermiglie stille.
Forse non
vedi ancor con quanta forza
Risospinga
all'insù l'umor dell'acqua
Le travi e
gli altri legni? poichè, quanto
Più
altamente gli attuffiamo in essa
E con gran
vïolenza a pena uniti
Molti di noi
ve gli spingiam per dritto,
Ella tanto
più ratta e desïosa
Da sè
gli scaccia e gli rigetta in alto
In guisa
tal, che quasi fuori affatto
Sorgon
dall'onde ed all'insù risaltano:
Nè
per ciò dubitiamo, al parer mio,
Che per
sè stesse entro lo spazio vôto
Scendan le
travi e gli altri legni al basso.
Ponno dunque
in tal guisa anco le fiamme
Dall'aria
che le cinge in alto espresse
Girvi
quantunque per sè stessi i pesi
Si sforzin
sempre di tirarle al basso.
E non vedi
tu forse al caldo estivo
Le notturne
del ciel faci volanti
Correr
sublimi e menar seco un lungo
Tratto di
luce in qualsivoglia parte
Gli apra il
varco natura? Il sole ancora,
Quando al
più alto suo meriggio ascende,
L'ardor
diffonde d'ogn'intorno e sparge
Di lume il
suol: verso la terra adunque
Vien per
natura anco l'ardor del sole.
I fulmini
volar miri a traverso
Le
grandinose piogge: or quinci or quindi
Dalle nubi
squarciate i lampi strisciano,
E caggion
spesso anco le fiamme in terra.
Bramo, oltr'a ciò, che tu conosca, o Memmo,
Che, mentre
a volo i genitali corpi
Drittamente
all'ingiù vanno pel vôto,
D'uopo
è ch'in tempo incerto in luogo incerto
Sian
fermamente da' lor propri pesi
Tutti
sforzati a declinare alquanto
Dal lor
dritto vïaggio, onde tu possa
Solo
affermar che sia cangiato il nome,
Poichè,
se ciò non fosse, il tutto al certo
Per lo vano
profondo in giù cadrebbe
Quasi stille
di pioggia, e mai non fôra
Nato fra i
primi semi urto o percossa,
Onde nulla
già mai l'alma natura
Crear
potrebbe. Che se pure alcuno
Si pensa
forse ch'i più gravi corpi
Scendan
più ratti per lo retto spazio
E per di
sopra ne' più lievi inciampino,
Generando in
tal guisa urti e percosse
Che possan
dare i genitali moti;
Erra
senz'alcun dubbio, e fuor di strada
Dalla dritta
ragion molto si scosta.
Poscia che
ben ciò che per l'aria e l'acqua
Cade
all'ingiuso il suo cadere affretta
E de' pesi a
ragion ratto discende,
Perchè
il corpo dell'acqua e la natura
Tenue
dell'aria trattener non puote
Ogni cosa
egualmente e vie più presto
Convien che
vinta alle più gravi ceda:
Ma pel
contrario in alcun tempo il vôto
In parte
alcuna alcuna cosa mai
Non basta ad
impedire, ond'ella il corso
Non segua
ove natura la trasporta;
Onde tutte
le cose, ancor che mosse
Da pesi
disuguali, aver dovranno
Per lo vano
quïeto egual prestezza.
Non ponno
dunque ne' più lievi corpi
Inciampare i
più gravi e per di sopra
Colpi crear
per sè medesmi, i quali
Faccian moti
diversi, onde natura
Produca il
tutto: ed è pur forza al certo
Che
dechinino alquanto i primi semi,
Nè
più che quasi nulla; acciò non paia
Ch'io finga
adesso i movimenti obliqui
E che
ciò poi la verità rifiuti.
Poscia ch'a
tutti è manifesto e conto
Che mai non
ponno per sè stessi i pesi
Fare obliquo
viaggio, allor che d'alto
Veder gli
puoi precipitare al basso:
Ma che i
principii poi non torcan punto
Dalla lor
dritta via, chi veder puote?
Se finalmente ogni lor moto sempre
Insieme si
raggruppa e dall'antico
Sempre con
ordin certo il nuovo nasce,
Nè travïando
i primi semi fanno
Di moto un
tal principio, il qual poi rompa
I decreti
del fato, acciò non segua
L'una causa
dall'altra in infinito;
Onde nel
mondo gli animali han questa,
Onde han
questa, dich'io, dal fato sciolta
Libera
volontà, per cui ciascuno
Va dove
più gli aggrada? I moti ancora
Si dechinan
sovente, e non in certo
Tempo
nè certa regïon, ma solo
Quando e
dove comanda il nostro arbitrio;
Poichè
senz'alcun dubbio a queste cose
Dà
sol principio il voler proprio, e quindi
Van poi
scorrendo per le membra i moti.
Non vedi
ancor che i barbari cavalli
Allor che
disserrata in un sol punto
È la
prigion, non così tosto il corso
Prendon come
la mente avida brama?
Poichè
per tutto il corpo ogni materia
Atta a far
ciò dee sollevarsi e spinta
Scorrer per
ogni membro, acciò con essa
Della mente
il desio possa seguire.
Onde
conoscer puoi che 'l moto nasce
Dal cuore, e
che ciò pria dal voler nostro
Procede e
quindi poi per tutto il corpo
E per tutte
le membra si diffonde.
Nè
ciò avvien come quando a forza siamo
Cacciati
innanzi; poi che allora è noto
Ch'è
rapita dal corpo ogni materia
Ad onta
nostra in fin che per le membra
Un libero
voler possa frenarla.
Già
veder puoi come, quantunque molti
Da
vïolenza esterna a lor mal grado
Sian forzati
sovente a gire innanzi
E sospinti e
rapiti a precipizio,
Noi non per
tanto un non so che nel petto
Nostro
portiam che di pugnarle incontra
Ha possanza
e d'ostarle, al cui volere
Dalla stessa
materia anco la copia
Talor
forzata a scorrer per le membra
E cacciata
si frena e torna indietro.
Per la qual
cosa confessar t'è forza
Che questo
stesso a' primi semi accaggia,
E ch'oltre
a' pesi alle percosse agli urti
Abbian
qualch'altra causa i moti loro;
Onde poscia
è con noi questa possanza
Nata;
perchè già mai nulla del nulla
Non poter
generarsi è manifesto.
Chè
vieta il peso che per gli urti il tutto
Formato sia
quasi da forza esterna:
Ma, che la
mente poi d'uopo non abbia
Di parti
interïori ond'ella possa
Far poi
tutte le cose e vinta sia
A soffrire,
a patir quasi costretta,
Ciò
puote cagionar de' primi corpi
Il picciol
devïar dal moto retto
Nè
mica in luogo certo o certo tempo.
Nè fu già mai della materia prima
Più
stivata la copia o da maggiori
Spazi
divisa; poichè quindi nulla
S'accresce o
scema. Onde quel moto in cui
Son ora i
primi corpi in quel medesmo
Furono ancor
nella trascorsa etade
E fian nella
futura; e tutto quello
Che fin qui
s'è prodotto è per prodursi
Anco
nell'avvenire, e con le stesse
Condizïoni
e nella stessa guisa
Essere e
crescer debbe, e tanta possa
Avere in
sè medesmo a punto quanta
Per naturale
invarïabil legge
Gli fu
sempre concessa. Nè la somma
Varïar
delle cose alcuna forza
Non
può già mai; perchè, nè dove alcuna
Spezie di
semi a ricovrar se 'n vada
Lungi dal
tutto non si trova al mondo,
Nè
meno ond'altra vïolenza esterna
Crear si
possa e penetrar nel tutto
Impetuosamente
e la natura
Mutarne e
volger sottosopra i moti.
Non creder poi che maraviglia apporti
Che, essendo
tutti i primi semi in moto
La somma non
pertanto in somma quiete
Paia di
star, se non se fosse alcuno
Mostra del
proprio corpo i movimenti.
Poscia che
de' principii ogni natura
Lungi da'
nostri sensi occulta giace:
Onde, se
quelli mai veder non puoi,
Ti fien anco
nascosti i moti loro;
Massime
perchè spesso accader suole
Che quelle
cose che veder si ponno
Celan mirate
da lontana parte
Anch'elle i
propri moti agli occhi nostri.
Poichè
sovente in un bel colle aprico
Le pecore
lanute a passi lenti
Van bramose
tosando i lieti paschi,
Ciascuna ove
la chiama, ove l'invita
La di fresca
rugiada erba gemmante,
E vi
scherzan lascivi i grassi agnelli
Vezzosamente
saltellando a gara:
E pur tai
cose, se da lungi il guardo
Vi s'affissa
da noi, sembran confuse
E ferme,
quasi allor s'adorni e veli
Di bianca
sopravvesta il verde colle.
In oltre;
allor che poderose e grandi
Schiere di
guerra in simolacro armate
Van con
rapido corso i campi empiendo,
E su prodi
cavalli i cavalieri
Volan lungi
dagli altri e furibondi
Scuoton con
urto impetuoso il campo;
Quivi al
cielo il fulgor se stesso inalza,
Quivi
splende la terra, e l'aria intorno
Arde tutta e
lampeggia, e sotto i piedi
De' valorosi
eroi s'eccita un suono,
Che misto
con le strida e ripercosso
Dai monti in
un balen s'erge alle stelle:
E pur luogo
è ne' monti onde ci sembra
Starsi nel
campo un tal fulgore immoto.
Or via; da quinci innanzi intendi omai
Quali sian
delle cose i primi semi,
E quanto
l'un dall'altro abbian diverse
E difformi
le forme e le figure,
Non
perchè sian di poco simil forma
Molti di
lor, ma perchè tutti eguali
D'ogn'intorno
non han tutte le cose.
Nè maraviglia
è ciò; poscia che, essendo
Tanta la
copia lor che fine o somma,
Come
già dimostrammo, aver non puote,
Ben creder
deesi che non tutti in tutto
Possan tutte
le parti aver dotate
D'egual
profilo o di simil figura.
Oltr'a
ciò, l'uman germe e i muti armenti
Degli
squammosi pesci e i lieti arbusti
E le fere
selvagge e i vari augelli,
O vuoi quei
che dell'acque i luoghi ameni
Amano e
vansi spazïando intorno
Alle rive
de' fiumi ai fonti, ai laghi,
O quei che
delle selve abitatori
Volan di
ramo in ramo: or tu di questi
Segui pur a
pigliar qual più t'aggrada
Generalmente,
e troverai che tutti
Han figure
diverse e forme varie.
Nè
potrebbero i figli in altra guisa
Raffigurar
le madri nè le madri
Riconoscere
i figli: e pur veggiamo
Che
ciò far ponno e senza error, non meno
Che gli
uomini fra lor si raffigurano.
Poichè
sovente innanzi ai venerandi
Templi de'
sommi dèi cade il vitello
Presso a
fumante altar d'arabo incenso,
E dal petto
piagato un caldo fiume
Sparge di
sangue: ma l'afflitta ed orba
Madre pe'
boschi errando in terra lascia
Del
bipartito piede impresse l'orme;
Cerca con
gli occhi ogni riposto luogo
S'ella veder
pur una volta possa
Il perduto
suo parto, e ferma spesso
Di queruli
muggiti empie le selve,
E spesso
torna dal desio trafitta
Del caro
figlio a riveder la stalla:
Nè
rugiadose erbette o salci teneri,
Mormoranti
ruscelli o fiumi placidi
Non posson
dilettarla o svïar punto
L'animo suo
dalla noiosa cura,
Nè
degli altri giovenchi altrove trarla
Le mal note
bellezze, o i grassi paschi
Allevïarle
il duol che la tormenta:
Sì va
cercando un certo che di proprio
Ed a lei
manifesto. I tenerelli
Capretti
inoltre alle lor voci tremole
Et al rauco
belar gli agni lascivi
Riconoscono
pur l'irsute madri
E le lanose.
In cotal guisa ognuno,
Qual natura
richiede, il dolce latte
Delle
proprie sue mamme a sugger corre.
Di grano al
fin qualunque specie osserva;
E vedrai
nondimen ch'ei non ha tanta
Somiglianza
fra sè, ch'anco non abbia
Qualche
difformitade: e per la stessa
Ragion
vedrai che della terra il grembo
Dipingon le
conchiglie in varie guise
Là
dove bagna il mar con l'onde molli
Del curvo
lido l'assetata arena.
Onde
senz'alcun dubbio è pur mestiero
Che per la
stessa causa i primi corpi
Poscia che
son dalla natura anch'essi
E non per
opra manual formati,
Abbian varie
fra lor molte figure.
Già sciôr possiamo agevolmente il dubbio,
Per qual
cagione i fulmini cadenti
Molto
più penetrante abbiano il foco
Di quel che
nasce da terrestri faci:
Con
ciò sia che può dirsi che, il celeste
Ardor del
fulmin più sottile essendo,
Composto sia
di piccole figure,
Onde penétri
agevolmente i fóri
Che non
può penetrare il foco nostro
Generato da'
legni. In oltre; il lume
Passa pe 'l
corno, ma la pioggia indietro
Ne vien
rispinta; or per qual causa è questo,
Se non
perchè del lume assai minori
Gli atomi
son di quegli onde si forma
L'almo
liquor dell'acque? E perchè tosto
Vegghiam
colarsi il vino, ed il restio
Olio
all'incontro trattenersi un pezzo?
O
perchè gli ha maggiori i propri semi
O più
curvi e l'un l'altro in vari modi
A foggia d'ami
avviluppati insieme;
Ond'avvien
poi che non sì presto ponno
L'un
dall'altro strigarsi e penetrare
I fóri ad
uno ad uno e fuori uscirne.
S'arroge a ciò; che con soave e dolce
Senso gusta
la lingua il biondo mèle
E 'l bianco
latte; ed all'incontro il tetro
Amarissimo
assenzio e 'l fier centauro
Con orribil
sapor crucia il palato;
Ond'apprender
tu possa agevolmente
Che son
composti di rotondi e lisci
Corpi que'
cibi che da noi gustati
Posson
toccar soavemente il senso;
Ma quelle
cose poi ch'acerbe ed aspre
Ci sembrano
i lor semi hanno all'incontro
Vie
più adunchi e l'un l'altro a foggia d'ami
Strettamente
intrigati, onde le vie
Sogliono
risecar de' nostri sensi
E con
l'entrata dissiparne il corpo.
Al fin;
tutte le cose al senso grate
E l'ingrate
al toccar pugnan fra loro
Per le varie
figure onde son fatte:
Acciò
tu forse non pensassi, o Memmo,
Che l'aspro
orror della stridente sega
Formato
fosse di rotondi e lisci
Principii
anch'egli, in quella guisa stessa
Che la soave
melodia si forma
Da musico
gentile, allor che sveglia
Con dotta
man l'armonïose corde
Di canoro
strumento; e non pensassi
Che con la
stessa forma i primi corpi
Possano
penetrar nelle narici
Dell'uomo,
allor che i puzzolenti e tetri
Cadaveri
s'abbruciano ed allora
Che tutta
è sparsa di cilicio croco
La nuova
scena e di panchei profumi
Arde di
Giove il sacrosanto altare;
E non
credessi che i color leggiadri
E le nostre
pupille a pascer atti
Abbian
simíli i propri semi a quelli
Che pungon
gli occhi a lagrimar forzando
E paion
brutti e spaventosi in vista:
Poichè
ogni causa che diletta e molce
I sensi ha
lisci i suoi principii al certo;
Ma
ciò ch'è pel contrario aspro e molesto
Ha la
materia sua scabrosa e rozza.
Son poscia
alcuni corpi, i quali affatto
Non debbono
a ragion lisci stimarsi
Nè
con punte ritorte affatto adunchi;
Poi che
più tosto han gli angoletti loro
In fuori
alquanto, e che più tosto ponno
Solleticar
che lacerare il senso,
Qual
può dirsi la feccia ed i sapori
Dell'enula
campana. E finalmente
Che la
gelida brina e 'l caldo foco,
Dentati in
varie guise, in varie guise
Pungono il
senso, e l'un e l'altro tatto
Chiaro ne
porge e manifesto indizio.
Poscia che
'l tatto, il tatto, oh santi numi!,
Senso
è del corpo; o quando alcuna cosa
Esterna lo
penétra, o quando nuoce
A quel che
gli è nativo, o fuori uscendo
Ne dà
venereo genital diletto,
O quando
offesi entro lui stesso i semi
Ed insieme
commossi ed agitati
Turbano i
nostri sensi e gli confondono;
Come potrai
sperimentar tu stesso,
Se talor con
la man percuoti a caso
Del proprio
corpo qualsivoglia parte,
Ond'è
mestier che de' principii primi
Sian pur
molto fra lor varie le forme,
Che vari
sensi han di produr possanza.
Al fin; le cose che più dure e dense
Sembrano
agli occhi nostri è d'uopo al certo
Ch'abbiano
adunchi i propri semi e quasi
Ramosi e
l'un con l'altro uniti e stretti;
Tra le quai
senza dubbio il primo luogo
Hanno i
diamanti a disprezzare avvezzi
Ogni urto
esterno, e le robuste selci
E 'l duro
ferro e 'l bronzo il qual percosso
Suol
altamente rimbombar ne' chiostri.
Ma quel
ch'è poi di liquida sostanza
Convien che
fatto di rotondi e lisci
Principii
sia; poichè fra lor frenarsi
Non ponno i
suoi viluppi e verso il basso
Han volubile
il corso. In somma tutto
Ciò
che fuggirsi in un sol punto scorgi,
Com'il fumo
e la nebbia il foco e 'l vento,
Se men degli
altri hanno rotondi e lisci
I lor primi
principii, è forza al meno
Ch'e' non
gli abbian ritorti e strettamente
L'un con
l'altro congiunti, acciò sian atti
A punger gli
occhi e penetrar ne' sassi
Senza che
stiano avviticchiati insieme:
Il che vede
ciascuno esser concesso
Di conoscere
a' sensi, onde tu possa
Apprender
facilmente ch'e' non sono
Fatti
d'adunchi, ma d'acuti semi.
Ma che amari
tu vegga i corpi stessi
Che son
liquidi e molli, a punto come
È del
mare il sudor, non dèi per certo
Meraviglia
stimar: poichè, quantunque
Sia
ciò ch'è molle di rotondi e lisci
Semi
composto, nondimen fra loro
Doloriferi
corpi anco son misti:
Nè
per ciò fa mestier ch'e' siano adunchi
E l'un
l'altro intrigati, ma più tosto
Debbon,
benchè scabrosi, esser rotondi,
Acciò
che insieme agevolmente scorrere
Possano al
basso e lacerare i sensi.
Ma;
perchè tu più chiaramente intenda
Esser misti
co' lisci i rozzi e gli aspri
Principii,
onde ha Nettuno amaro il corpo;
Sappi che
dolce aver da noi si puote
L'acqua del
mar, pur che per lungo tratto
Sia di terra
colata e caggia a stille
In qualche
pozza e placida diventi;
Poscia che a
poco a poco ella depone
Del suo
tetro veleno i semi acerbi,
Come quelli
che ponno agevolmente,
Stante
l'asprezza lor, fermarsi in terra.
Or, ciò mostrato avendo, io vo' seguire
A congiunger
con questo un'altra cosa
Che quindi
acquista fede: ed è che i corpi
Della
materia varïar non ponno
Le lor
figure in infinite guise:
Chè,
se questo non fosse, alcuni semi
Già
dovrebbon di nuovo ai corpi misti
Apportar
infinito accrescimento.
Poichè
non in qualunque angusta mole
Si posson
molto varïare insieme
Le lor
figure: con ciò sia che fingi
Ch'e' sian
pur quanto vuoi minuti e piccoli
I primi
semi, indi di tre gli accresci
O di
poc'altri; e troverai per certo
Che, se tu
piglierai tutte le parti
Di qualche
corpo, e varïando i luoghi
Sommi con
gl'imi e co' sinistri i destri,
Dopo ch'in
ogni guisa avrai provato
Qual dia
specie di forme a tutto il corpo
Ciascun
ordine lor, nel rimanente,
Se tu forse
vorrai cangiar figure,
Anco altre
parti converratti aggiungere:
Quindi
avverrà che l'ordine ricerchi
Per la
stessa cagion nuove altre parti,
Se tu forme
cangiar vorrai di nuovo.
Dunque col
varïar delle figure
S'augumentano
i corpi: onde non dèi
Creder che i
semi abbian tra lor difformi
Le forme in
infinito, acciò non forzi
Ad esser
cose smisurate al mondo:
Il che
già falso io ti provai di sopra.
Già
le barbare vesti e le superbe
Lane di
Melibea tre volte intinte
Nel sangue
di tessaliche conchiglie,
E dell'aureo
pavon l'occhiute penne
Di ridente
lepor cosperse intorno,
Da novelli
colori oppresse e vinte
Giacerebbero
omai; nè della mirra
Sarìa
grato l'odor nè del soave
Mèle
il sapore; e l'armonia de' cigni
Ed i carmi
febei sposati al suono
Di cetra
tocca con dedalea mano
Fôran
già muti; con ciò sia che sempre
Nascer
potriano alcune cose al mondo
Più
dell'antiche prezïose e care,
Ed
alcun'altre più neglette e vili
Al palato
agli orecchi al naso agli occhi.
Il che falso
è per certo, ed ha la somma
E dell'une e
dell'altre un fin prescritto:
Ond'è
pur forza confessar che i semi
Forme
infinite varïar non ponno.
Dal caldo,
al fine, alle pruine algenti
È
finito passaggio, ed all'incontro
Per la
stessa ragion dal gelo al foco;
Poichè
finisce l'un e l'altro, e posti
Sono il tiepido
e 'l fresco a loro in mezzo,
Adempiendo
per ordine la somma.
Distanti
adunque le create cose
Per infinito
spazio esser non ponno,
Poscia c'han
d'ogni banda acute punte
Quinci
infeste alle fiamme e quindi al ghiaccio.
Il che mostrato avendo, io vo' seguire
A congiunger
con questa un'altra cosa
Che quindi
acquista fede: ed è che i semi
C'han da
natura una figura stessa
Sono
infiniti. Con ciò sia che, essendo
Finita delle
forme ogni distanza,
Forz'è
pur che le simili fra loro
Sian
infinite o sia finita almeno
La somma: il
che già falso esser provammo.
Or, poi che ciò t'è noto, io vo' mostrarti
In pochi, ma
soavi e dolci versi,
Che de'
primi principii i corpicciuoli
Sono
infiniti in qualsivoglia specie
Di forme, e
sol così posson la somma
Delle cose
occupar, continuando
D'ogn'intorno
il tenor delle percosse.
Poichè,
se ben tu vedi esser più rari
Certi
animali e men feconda in essi
La natura ti
par, ben puote un'altra
O terra o
luogo o regïon lontana
Esserne piu
ferace ed adempirne
In cotal
guisa il numero: sì come
Veggiam che
fra i quadrupedi succede
Spezialmente
agli anguimani elefanti;
De' quai
l'India è sì fertile che cinta
Sembra
d'eburneo impenetrabil vallo,
Tal di quei
bruti immani ivi è la copia;
Benchè
fra noi se ne rimiri a pena
Qualch'esempio
rarissimo. Ma; posto
Che fosse al
mondo per natura un corpo
Cotanto
singolar ch'a lui simíle
Null'altro
sia nell'universo intero;
Se non per
tanto de' principii suoi
Non fia la
moltitudine infinita,
Ond'egli
concepirsi e generarsi
Possa, non
potrà mai nascere al mondo
Nè,
benchè nato, alimentarsi e crescere.
Poichè
fingi con gli occhi che finiti
Semi d'una
sol cosa in varie parti
Vadan pel
vano immenso a volo errando:
Onde, dove,
in che guisa e con qual forza,
In
così vasto pelago e fra tanta
Moltitudine
altrui, potranno insieme
Accozzarsi
giammai? Per quanto io credo,
Ciò
non faranno in alcun modo al certo.
Ma; qual, se
nasce in mezzo all'onde insane
Qualche
grave naufragio, il mar cruccioso
Sparger
sovente in varie parti suole
Banchi,
antenne, timoni, alberi e sarte,
Poppe e
prore e trinchetti e remi a nuoto.
In guisa che
mirar puote ogni spiaggia
Delle navi
sommerse i fluttuanti
Arredi,
ch'avvertir dovrian ciascuno
Mortale ad
ischifar del mare infido
E l'insidie
e la forza e i tradimenti
Nè
mai fidarsi ancor che alletti e rida
L'ingannatrice
sua calma incostante:
Tal, se tu
fingi in qualche specie i semi
Da numero
compresi, essi dovranno
Per lo vano
profondo esser dispersi
In varie
parti da diversi flutti
Della prima
materia, in guisa tale
Ch'e' non
potran congiungersi o congiunti
Trattenersi
un sol punto in un sol gruppo
Nè
per nuovo concorso augumentarsi.
E pur, che
l'un e l'altro apertamente
Si faccia,
il fatto stesso a noi ben noto
Ne mostra, e
che formarsi e che formate
Posson
crescer le cose. È chiaro adunque
Che sono in
ogni specie innumerabili
Semi onde
vien somministrato il tutto.
Nè
superare eternamente ponno
I moti a lor
mortiferi nè meno
Seppellir la
salute eternamente,
Nè di
sempre serbar da morte intatte
Le cose una
sol volta al mondo nate
Gli accrescitivi
corpi hanno possanza.
Tal con pari
certame insieme fanno
Battaglia i
semi infra di lor contratta
Fin da tempo
infinito. Or quinci or quindi
Vince la
vita, ed all'incontro è vinta:
Mista al
rogo è la cuna, ed al vagito
De' nascenti
fanciulli il funerale:
Nè
mai notte seguío giorno nè giorno
Notte, che
non sentisse in un confusi
Col vagir di
chi nasce il pianto amaro
Della morte
compagno e del feretro.
Abbi in oltre per fermo e tieni a mente,
Che nulla al
mondo ritrovar si puote
Che d'un
genere sol di genitali
Corpi sia
generato e che non abbia
Misti
più semi entro a se stesso; e quanto
Più
varie forze e facoltà possiede,
Tanto in
sè stesso esser più specie insegna
D'atomi
differenti e varie forme.
Pria la terra contiene i corpi primi,
Onde con
moto assiduo il mare immenso
Si rinnovi
da' fonti i quai sossopra
Volgono i
fiumi; ha d'onde nasca il foco,
Poi
ch'acceso in più luoghi il suol terrestre
Arde, ma
più d'ogni altro è furibondo
L'incendio
d'Etna; ha poi donde le biade
E i lieti
arbusti erga per l'uomo, ed onde
Porga alle
fere per le selve erranti
E le tenere
frondi e i grassi paschi.
Ond'ella sol
fu degli dèi gran madre
Detta e
madre de' bruti e genitrice
De' nostri
corpi. E ne cantaro a prova
Degli
antichi poeti i più sovrani
Ch'Argo ne
desse; e finser che sublime
Sovr'un
carro a seder sempre agitasse
Due leon
domi ed accoppiati al giogo,
Affermando
oltr'a ciò che pende in aria
La gran
macchina sua, nè può la terra
Fermarsi in
terra; aggiunsero i leoni,
Sol per
mostrar ch'ogni più crudo germe
Dee, la natia
sua ferità deposta,
Rendersi a'
genitori obbedïente
Vinto da'
loro officii; al fin gli ornaro
La sacra
testa di mural corona,
Perch'ella
regge le città munite
Di luoghi
illustri. Or di sì fatta insegna
Cinta per le
gran terre orrevolmente
Si porta ognor
della divina madre
L'imagin
santa. Ella da genti varie
Per antico
costume è nominata
Ne'
sacrifici la gran madre Idea.
Le aggiungon
poscia le troiane turbe
Per sue fide
seguaci; essendo fama
Che pria da
quei confini incominciasse
A generarsi
a propagarsi il grano:
Le danno i
Galli, per mostrar che quegli
Ch'avranno
offeso di lor madre il nume
O sieno
ingrati a' genitor, non sono
Degni
d'esporre a' dolci rai del giorno
Delle
viscere lor prole vivente.
Dalle palme
percossi in suon terribile
Tuonan
timpani tesi e cavi cembali,
E con rauco
cantar corni minacciano,
E la concava
tibia in frigio numero
Suona e le
menti altrui risveglia e stimola.
E gli
portano innanzi orrendi fulmini
In segno di
furore, acciò bastevoli
Siano a
frenar con la paura gli animi
Ingrati
della plebe e i petti perfidi,
Di cotal
dèa la maestà mostrandoli.
Or, tosto
ch'ella entro le gran cittadi
Vien
portata, di tacita salute
Muta
arricchisce gli uomini mortali.
Spianan
tutte le vie d'argento e bronzo,
Dan larghe
offerte, e nevigando un nembo
Di rose
fanno alla gran madre ed anco
De' seguaci
alle turbe ombra cortese.
Qui di frigi
Coreti armata squadra
(Sì
gli chiamano i Greci) insieme a sorte
Suonan
catene, ed a tal suon concordi
Muovon
saltando i passi ebri di sangue;
E percotendo
con divina forza
De' lor elmi
i terribili cimieri
Rappresentan
di Creta i Coribanti,
Che, siccome
la fama al mondo suona,
Già
di Giove il vagito ivi celaro,
Allor
ch'intorno ad un fanciullo armato
Menâr gli
altri fanciulli in cerchio un ballo
Co' bronzi a
tempo percotendo i bronzi,
Acciò
dal proprio genitor sentito
Divorato non
fosse e trafiggesse
Con piaga
eterna della madre il petto.
Quindi
accompagnan la gran madre armati,
O forse per
mostrar che la n'avverte
A difender
col senno e con la spada
La patria
terra ed a portar mai sempre
E decoro e
presidio ai genitori.
Le quali
tutte cose, ancor che dette
Con ordin
vago a meraviglia e bello,
Son
però false senza dubbio alcuno.
Chè
d'uopo è pur che 'n somma eterna pace
Vivan gli
dèi per lor natura e lungi
Stian dal governo
delle cose umane,
D'ogni
dolor, d'ogni periglio esenti,
Ricchi sol
di sè stessi e di sè fuori
Di nulla
bisognosi, e che nè merto
Nostro gli
alletti o colpa accenda ad ira.
Ma la terra
di senso in ogni tempo
Manca
senz'alcun dubbio, e, perchè tiene
Di molte
cose entro al suo grembo i semi,
Molti ancor
ne produce in molti modi.
Qui; se
alcun vuol chiamar Nettuno il mare,
Cerere il
grano, et abusar più tosto
Di Bacco il
nome che la propria voce
Pronunzïar
del più salubre umore;
Concediamogli
pur ch'egli a sua voglia
Dica gran
madre degli dèi la terra;
Pur che
ciò sia veracemente falso.
Sovente adunque, ancor che pascan l'erba
D'un prato
stesso sotto un cielo stesso
E pecore
lanute e di cavalli
Prole
guerriera ed aratori armenti
E bevan
l'acqua d'un medesmo fiume,
Vivon
però sotto diversa specie,
E de' lor
genitori in sè ritengono
Generalmente
la natura e sanno
Imitarne i
costumi: or tanto vari
I corpi son
della materia prima
In ogni
specie d'erba in ogni fiume.
Anzi, oltre
a questo, ogni animal si forma
Di tutte
queste cose, umido sangue,
Ossa, vene,
calor, viscere e nervi,
Le quai son
pur fra lor diverse e nate
Da principii
difformi. E similmente
Ciò
ch'arde il foco, se null'altro, almeno
Sol di
sè stesso somministra i corpi
Che vibrar
il calor, sparger la luce,
Agitar le
scintille e largamente
Possono
intorno seminar le ceneri.
E se tu con
la mente in simil guisa
L'altre cose
contempli ad una ad una,
Senz'alcun
dubbio troverai che tutte
Celan nel
proprio corpo e vi han ristretto
Molti semi
diversi e varie forme.
Al fin: tu
vedi in molte cose unito
Con l'odore
il sapor: dunque è pur d'uopo
Che queste
abbian dissimili figure.
Poichè
l'odor penétra in quelle membra
Ove non
entra il succo, e similmente
Penetra i
sensi separato il succo
Dal sapor
delle cose; onde s'apprende
Ch'ei le
prime figure ha differenti:
Dunque forme
difformi in un sol gruppo
Certamente
s'uniscono e si forma
Di misto
seme il tutto. Anzi tu stesso
Puoi sovente
vedere ne' nostri versi
Esser comuni
a molte voci e molte
Molti
elementi, e non per tanto è d'uopo
Dir che
d'altri elementi altre parole
Sian pur
composte; non perchè comuni
Si trovin
poche lettere o non possano
Formarsi mai
delle medesme appunto
Due voci
varie, ma perchè non tutte
Hanno ogni
cosa in ogni parte eguale.
Or
similmente all'altre cose accade,
Che, se ben
molte hanno comuni i semi,
Possono
ancor di molto vario gruppo
Formarsi al
certo: ond'a ragion si dica
Che d'atomi
diversi ognor si creino
Gli augelli
i pesci gli animai le piante.
Nè creder dèi che non per tanto unirsi
Possan tutti
i principii in tutti i modi;
Perchè
nascer vedresti in ogni parte
Ognor nuovi
portenti; umane forme
Miste a
forme di fere, e rami altissimi
Spuntar tal
volta da vivente corpo,
E molte
membra d'animai terrestri
Con quelle
degli acquatici congiungersi,
E le chimere
con orribil bocca
Fiamme
spirando partorire al mondo
Il tutto e
pascer la natura a pieno.
Del che
nulla esser vero aperto appare,
Mentre
veggiam da genitrice certa
Nascer tutte
le cose e crescer poi
Da certi
semi e conservar la specie.
E d'uopo
è ben che tutto questo accaggia
Per non
dubbia ragion: Poichè a ciascuno
Scendon da
tutti i cibi entro alle membra
I propri
corpi, onde congiunti fanno
Convenevoli
moti; ed all'incontro
Veggiam gli
altrui dalla natura in terra
Ributtarsi
ben tosto, e molti ancora
Fuggon
cacciati da percosse occulte
Pe' meati
insensibili del corpo,
I quai
nè unirsi ad alcun membro o quivi
Produr moti
vitali ed animarsi
Non poteron
già mai. Ma, perchè forse
Tu non
credessi a queste leggi astretti
Solo i
viventi, una ragione stessa
Decide il
tutto: che, siccome in tutta
L'essenza
lor le generate cose
Son fra
sè varie, in cotal guisa appunto
Forz'è
che di dissimili figure
Abbiano i
semi lor; non perchè molte
Sian di
forma fra lor poco simili,
Ma sol
perchè non tutte in ogni parte
Hanno eguale
ogni cosa: or, vari essendo
I semi,
è di mestier che differenti
Sian le
percosse l'unïoni i pesi
I concorsi
le vie gli spazi i moti,
I quai non
pur degli animali i corpi
Disgiungon,
ma la terra e 'l mar profondo
E 'l cielo
immenso dal terrestre globo.
Or porgi in oltre a questi versi orecchio
Da me con
soavissima fatica
Composti,
acciò tu non pensassi, o Memmo,
Cbe nate
sian di candidi principii
Le bianche
cose e che di nero seme
Si producan
le nere, o pur che quelle
Che son
gialle o vermiglie, azzurre o perse
O rancie o
di qualunque altro colore,
Sol tali
sian perchè il color medesmo
Della prima
materia abbiano i corpi:
Poscia ch'i
primi semi affatto privi
Son di tutti
i colori, e non può dirsi
Ch'in
ciò le cose a' lor principii sieno
Simili
nè dissimili. E, se forse
Paresse a te
che l'animo non possa
Veder corpi
cotali, erri per certo
Lungi dal
ver: poichè, se i ciechi nati,
Che mai del
sol non rimirâr la luce,
Conoscon pur
sol per toccarli i corpi,
Benchè
fin da fanciulli alcun colore
Non abbian
visto, è da saper che ponno
Anco le
nostre menti aver notizia
De' corpi
affatto d'ogni liscio privi.
Al fin;
ciò che da noi nel buio oscuro
Si tocca al
senso dimostrar non puote
Colore
alcuno. Or, perch'io già convinco
Che
ciò succede, io vo' mostrarlo adesso.
Poscia
ch'ogni color del tutto in tutti
Si cangia:
il che per certo a patto alcuno
Far mai non
ponno i genitali corpi
Chè
forza è pur ch'invarïabil resti
Di chi muor
qualche parte, acciò le cose
Non tornin
tutte finalmente al nulla;
Poichè,
qualunque corpo il termin passa
Da natura
prescritto all'esser suo,
Quest'è
sua morte, e non è più quel desso:
Per la qual
cosa attribuir non dèi
Colore ai
semi, acciò per te non torni
Il tutto in
tutto finalmente al nulla.
Se in oltre i primi corpi alcun colore
Non hanno,
hanno però forme diverse
Atte a
produrli e varïarli tutti.
Con
ciò sia che, oltre a questo, importa molto
Come sian
misti i primi semi e posti;
Acciò
tu possa agevolmente addurre
Pronte
ragioni, ond'è che molti corpi
Che poc'anzi
eran neri in un momento
Di marmoreo
candor se stessi adornino,
Com'il mar,
se talvolta irato il turba
Vento che
spiri dall'arene maure,
Cangia in
bianco alabastro i suoi zaffiri.
Poscia che
dir potrai che spesso il nero,
Tosto
ch'internamente agita e mesce
La sua prima
materia, e varia alquanto
L'ordine de'
principii e ch'altri aggiunti
Corpi gli
sono, altri da lui sottratti,
Puote agli
occhi apparir candido e bianco.
Chè se dell'oceàn l'onde tranquille
Fosser
composte di cerulei semi,
Non
potrebber già mai cangiarsi in bianche:
Poichè,
comunque si commuova un corpo
Di ceruleo
color, non puote al certo
Di
candidezza alabastrina ornarsi.
Chè:
se dipinti di color diverso
Fossero i
semi onde si forma un solo
Puro e
chiaro nitor del sen di Teti,
Come sovente
di diverse forme
Fassi un
solo quadrato; era pur d'uopo
Che siccome
da noi veggonsi in questo
Forme
difformi, anco del mar tranquillo
Si vedesser
nell'onde od in qualunque
Altro puro
nitor vari colori.
Le figure,
oltr'a ciò, benchè diverse,
Non ponno
ostar che per di fuori il tutto
Quadro non
sia: ma posson bene i vari
Colori delle
cose oprar che nulla
D'un sol
chiaro nitor s'orni e risplenda.
Senza che,
ogni ragion ch'induce altrui
Ad assegnare
alla materia prima
Differenti
colori è vana affatto:
Poichè
di bianchi semi i bianchi corpi
Non si
veggon crear, nè men di neri
I neri, ma
di vari e differenti:
Con
ciò sia ch'è più facile a capirsi
E piu
agevole a farsi, che da seme
Privo d'ogni
color nascan le cose
Candide, che
da nero o da qualunque
Altro che
incontra gli combatta e gli osti.
Perchè, in oltre, i colori esser non ponno
Senza luce,
e la luce unqua non mostra
La materia
svelata agli occhi nostri;
Quindi lice
imparar ch'i primi semi
Non son
velati da nessun colore;
E qual
colore aver potrà già mai
Nelle
tenebre cieche, il qual si cangia
Nel lume
stesso se percosso splende
Con retta
luce o con obliqua o mista?
Come piuma
che 'l collo e la cervice
D'innocente
colomba orni e colori
Or d'acceso
rubin fiammeggia ed ora
Fra cerulei
smeraldi i verdi mesce,
E d'altero
pavon l'occhiuta coda,
Qualor
pomposo ei si vagheggia al sole,
Cangia
così mille colori anch'ella.
I quai
poscia che pur son generati
Solo allor
che la luce urta ne' corpi.
Non
dèi stimar che senza questo possa
Ciò
farsi. E perchè l'occhio in sè riceve
Una tal
sorta di percosse allora
Ch'ei vede
il bianco e senza dubbio un'altra
Da quella
assai diversa allor ch'ei mira
Il nero e
qualsivoglia altro colore,
Nè
quale abbian color punto rileva
I corpi che
si toccano, ma solo
Qual
più atta figura; indi ne lice
Saper che
nulla han di mestiere i semi
D'alcun
colore, e che producon solo
Con varie
forme toccamenti vari.
Perchè incerta, oltre a questo
è del colore
L'essenza e
pende da figure incerte,
E tutte
posson de' principii primi
In qualunque
chiarezza esser le forme;
Ond'è
che ciò che d'esse è poi formato
Anch'ei non
è nel modo stesso asperso
D'ogni sorte
color? dal che sovente
Nascer
potrà ch'anco i volanti corvi
Vantin con
bianche penne il color bianco,
E di nera
materia i cigni neri
Sian fatti o
di qualunque altro colore
O puro e
schietto o fra sè vario e misto.
Anzi che,
quanto in più minute parti
Si stritolan
le cose, allor succede
Che tu
meglio veder possa i colori
Svanir a
poco a poco ed annullarsi;
Qual se in
piccioli pezzi o l'oro o l'ostro
Si frange e
'l sovr'ogni altro illustre e chiaro
Color
cartaginese a filo a filo
Si straccia
e tutto si disperde in nulla:
Onde tu
possa argomentar che prima
Spiran le
parti sue tutto il colore,
Che scendan
delle cose ai primi semi.
Perchè, al fin, tu non credi ch'ogni corpo
Mandi alle
nari odor, voci all'orecchie,
Quindi
avvien poi che non assegni a tutti
Gli odori e
'l suono: or in tal guisa appunto,
Perchè
non tutte puoi veder con gli occhi
Le cose,
è da saper che sono alcune
Tanto d'ogni
color spogliate affatto
Quanto alcune
di suon prive e d'odore,
E che non
men può l'animo sagace
Intender
ciò, ch'ei l'altre cose intende
Prive
d'altri accidenti e note ai sensi.
Ma; perchè forse tu non creda ignudi
Sol di
colore i primi semi; avverti
Che son
disgiunti dal colore in tutto
E dal freddo
e dal tiepido vapore,
E sterili di
suon magri di succo
Corron per
lo gran vano, e non esalano
Dalla
propria sostanza odore alcuno,
Come suol
esalarne alle narici
Il soave
liquor dell'amaraco,
Della mirra
l'unguento e il fior del nardo.
E se tu
forse esperïenza brami,
Pria
convienti cercar, fin che ti lice
E che puoi
ritrovar, l'interna essenza
Dell'olio
inodorifero che alcuna
Alle nostre
narici aura non manda,
Acciò,
mischiando e digerendo in esso
Molti odori
diversi, egli non possa
Rendergli
poi del suo veleno infetti.
Per questo,
in somma, i genitali corpi
Nel generar
le cose il proprio odore
Non debbon
compatirli o 'l proprio suono,
Perchè
nulla da lor puote esalare;
Nè 'l
sapor finalmente o 'l freddo o 'l caldo,
Per la
stessa ragion, nè similmente
Il tiepido
vapor. E gli altri corpi;
Che son
mortali, e perciò tutti a questa
Legge
soggetti, che di molle i teneri,
Di rozza gli
aspri, et i porosi in somma
Sian di rara
sostanza, è d'uopo al certo
Che tutti
sian da' lor principii primi
Diversi; se
pur brami ad ogni cosa
Assegnar
fondamenti incorruttibili,
Ove possa
appoggiarsi ogni salute;
Acciò
per te tutte le cose al fine
Non sian
costrette a dissiparsi in nulla.
Or ciò che sente non di meno è d'uopo
Che di semi
insensibili formato
Si confessi da
te. Nè pugna il senso
Contro a
questo ch'io dico, anzi egli stesso
Quasi per
mano ad affermar ne guida
Che vero
è pur che gli animai non ponno
Se non se
d'insensibili principii
Nascer
già mai. Poichè veder ne lice
Sorger dal
tetro sterco i vermi vivi
Allor che
per tempeste intempestive
Umido il
suolo imputridisce, ed anco
Tutte le
cose trasmutar se stesse.
Si trasmutan
le frondi i paschi i fiumi
In gregge,
il gregge si trasmuta anch'egli
In uomini, e
degli uomini sovente
Dell'indomite
fere e de' pennuti
Cresce il
corpo e la forza: adunque i cibi
Tutti per
lor natura in vivi corpi
Si cangiano;
e di qui nasce ogni senso
Degli
animai, quasi nel modo stesso
Che spiega
il foco un secco legno in fiamma
E ciò
che tocca in cenere rivolta.
Vedi tu
dunque omai di qual momento
Sia l'ordine
de' semi e la mistura
E i moti che
fra lor danno e ricevono?
In oltre ancor; che cosa esser può quella
Che percuote
dell'uom l'animo e 'l muove
E lo sforza
a produr sensi diversi,
Se pur non
credi i sensitivi corpi
Di materia
insensibile formarsi?
Certamente
la terra i legni i sassi,
Ancor che
siano in un confusi e misti,
Non producon
però senso vitale.
Fia dicevole
dunque il rammentarsi
Di questa
lega de' principii primi;
Cio
è; che non di tutti in tutto a un tratto
Fassi 'l
corpo sensibile ed il senso;
Ma che molto
rileva in primo luogo
Quanto
piccioli sian, qual abbian forma
Ordini, moti
e positure al fine
Gli atomi
che crear denno il sensibile.
Delle quai
tutte cose alcun non vede
Nulla ne'
rotti legni e nell'infranto
Terreno: e pur,
se queste cose sono
Quasi per
pioggia putrefatte e guaste,
Generan
vermi, perchè, mossi essendo
Della
materia i corpi dall'antico
Ordine lor
per l'accidente nuovo,
S'uniscon
poscia in tal maniera insieme
Che d'uopo
è pur che gli animai si formino.
In somma;
allor che di sensibil seme
Dicon
crearsi il sensitivo, in vero
Dall'altre
cose a giudicare avvezzi
Fanno allor
molle la materia prima;
Perch'ogni
senso è certamente unito
Alle
viscere, ai nervi ed alle vene,
Che pur son
molli e di mortal sostanza
Tutte
create. Ma sia vero omai
Che possan
queste cose eternamente
Restare in
vita: non per tanto è forza
Ch'elle
abbian pure o come parti il senso,
O sian
simíli agli animali interi.
Ma non san
per sè stesse esser le parti
Non che
sentir, nè può la mano od altra
Parte del
corpo esser da lui divisa
E per
sè stessa conservare il senso,
Poichè
tosto ogni senso ella rifiuta
Dell'altre
membra. Onde riman che solo
Agl'intieri
animali abbian simile
L'essenza,
acciò che d'ogni intorno possano
Sentir con
vital senso. Or come adunque
Potran
chiamarsi genitali corpi
E la morte
fuggir, mentre pur sono
Animali
ancor essi e co' mortali
Viventi una
sol cosa? il che se pure
Esser
potesse, non farian giammai
Dall'unïon
divisi altro ch'un volgo
Ed una turba
d'animai nel mondo:
Come certo
non ponno alcuna cosa
Gli uomini
generar, le fere, i greggi,
Quando uniti
fra lor piglian sollazzo
Venereo,
altro che fere, uomini e greggi.
Che se
forse, del corpo il proprio senso
Perdendo,
altro ne acquistano, a che fine
Assegnar li
si dee ciò che gli è tolto?
In oltre
ancora; il che scansammo avanti;
Fin che
veggiam che de' crestati augelli
Si cangian
l'uova in animati polli,
E di
piccioli vermi il suol ribolle
Allor che
per tempeste intempestive
Divien
putrido e marcio, indi ne lice
Saper che
fassi di non senso il senso.
Ma; se forse dirai crearsi i sensi
Sol da non
sensi, pur che pria che nasca
Abbia di
moto un tal principio il parto;
Sol
basterà ch'io ti dimostri aperto,
Che mai
senza unïon dei corpi primi
Non si
genera il parto e non si muta
Nulla senza
lor gruppo innanzi fatto.
Poichè
per certo la materia sparsa
Per le
fiamme pe' fiumi in aria in terra,
Cose innanzi
create, e' non s'accozza
In
convenevol modo, onde comparta
Fra
sè moto vital, per cui s'accenda
Senso che
guardi 'l tutto, e gli animali
Difender
possa da' contrari insulti.
In oltre; ogni animal, se più gran colpo
Che la
natura sua soffrir non puote
Il fere, in
un momento anco l'atterra
E s'avaccia
a turbar tutti e scomporre
E del corpo
e dell'alma i sentimenti:
Poichè
si sciolgon de' principii primi
Le positure
ed impediti affatto
Sono i moti
vitali infino a tanto
Che
squassata e scommossa ogni materia
Per ogni
membro il vital nodo scioglie
Dell'anima
dal corpo e fuor dispersa
D'ogni
proprio ricetto alfin la scaccia.
Perchè
qual altra cosa oprar può mai
Negli
animali un vïolento colpo,
Se non
crollarli e dissiparne il tutto?
Succede
ancor che per minor percossa
Puon del
moto vital gli ultimi avanzi
Vincer
sovente; vincere, e del colpo
Acquietare i
grandissimi tumulti,
E di nuovo
chiamar ne' propri alberghi
Ciò
che partissi, e nell'afflitto corpo
Moti produr
signoreggianti omai
Di morte, e
dentro rivocarvi i sensi
Quasi
smarriti. Che per qual cagione
Posson
più tosto ripigliar vigore
E dallo
stesso limitar di morte
Tornare in
vita, che partirsi et ire
Là
dove è già quasi finito il corso?
Perchè il duolo, oltre a questo allor si genera
Che per le
membra e per le vive viscere
Da qualche
vïolenza i primi corpi
Vengono
stimolati e nelle proprie
Lor sedi
internamente si conturbano;
Ma, quando
poscia alla lor prima stanza
Tornano, il
lusinghevole piacere
Tosto si
crea; quindi saper ne lice
Che mai non
posson da dolore alcuno
Essere
afflitti i genitali corpi
Nè
pigliar per sè stessi alcun diletto;
Con
ciò sia che non son d'altri principii
Fatti, per
lo cui moto aver travaglio
Debbiano o
pur qualche soave frutto
Di dolcezza
gustar: non ponno adunque
Esser dotati
d'alcun senso i semi.
Se, 'n
somma, acciò che senta ogni animale,
Senso a'
principii suoi deve assegnarsi,
Dimmi che ne
avverrà? Fia d'uopo al certo
Che i semi
onde si crea l'umano germe
Si sganascin
di risa, e di stillanti
Lacrime
amare ambe le gote aspergano,
E ne sappian
ridir come sian miste
Le cose, e
possan domandar l'un l'altro
Le
qualità de' lor principii e l'essere:
Poscia che,
essendo assomigliati a tutti
I corpi
corruttibili, dovranno
D'altri
elementi esser formati anch'essi
E quindi
d'altri in infinito gli altri;
E
converrà che ciò che ride o parla
O sa, creato
sia d'altri principii
Che ridano
ancor lor parlino e sappiano.
Che se tai
cose esser delire e pazze
Ognun
confessa, e rider puote al certo
Chi fatto
è pur di non ridenti semi,
Et esser
saggio e nel parlar facondo
Chi nato
è pur di non facondi e saggi;
Dimmi, per
qual cagion ciò che si mira
Aver senso
vital non può formarsi
D'atomi
affatto d'ogni senso ignudi?
Al fin; ciascuno ha da celeste seme
L'origine
primiera; a tutti è padre
Quello
stesso onde, allor che in sè riceve
L'alma gran
madre terra il molle umore
Della
pioggia cadente, i lieti arbusti
Gravida
figlia il gran, le biade e gli uomini,
Ed ogni
specie d'animai selvaggi,
Mentr'ella a
tutti somministra i paschi
Onde
nutrirsi, onde menar tranquilla
Possan la
vita e propagar la prole;
Ond'a
ragione ebbe di madre il nome.
Similmente
ritorna indietro in terra
Ciò
che di terra fu creato innanzi;
E quel che
fu dalle celesti e belle
Regïoni
superne in giù mandato
Di nuovo
anch'egli riportato in cielo
Trova ne'
templi suoi dolce ricetto:
Nè
sì la morte uccider può le cose,
Che le
annichili affatto. Ella discioglie
Solo il gruppo
de' semi, e quindi un altro
D'altri poi
ne congiunge, e fa che tutte
Cangin forma
le cose, e acquistin senso
Tal volta ed
anco in un sol punto il perdano.
Onde
apprender si può che molto importa
Come sian
misti i primi semi e posti,
E quai moti
fra lor diano e ricevano;
Poichè
forman gli stessi il cielo il sole,
Gli stessi
ancor la terra i fiumi il mare
Gli augelli
i pesci gli animai le piante;
E, se non
tutti, una gran parte almeno
Son tai
corpi fra lor molto simíli,
E solo han
vario e differente il sito.
Tal, se
dentro alle cose in varie guise
Cangiansi
de' principii i colpi i pesi
I concorsi
le vie gli spazi i gruppi
Gli ordini i
moti le figure i siti,
Debbon le
cose varïarsi anch'elle.
Or, mentre il vero io ti ragiono, o Memmo,
Sta' con
l'animo attento ai detti nostri,
Perchè
nuovi concetti entro all'orecchie
Tentan di
penetrarti e nuove forme
Di cose agli
occhi tuoi se stesse svelano.
Ma nulla
è di sì facile credenza,
Che di molto
difficile non paia
Al primo
tratto; e similmente nulla
Per
sì grande e mirabile s'addita
Mai da
principio, che volgare e vile
A poco a
poco non diventi anch'egli.
Com'il
chiaro e purissimo colore
Del cielo, e
quel che le vaganti e fisse
Stelle in
sè stesse d'ogn'intorno accolgono.
E della luna
or mezza or piena or scema
L'argenteo
lume e i vivi rai del sole:
Che s'or
primieramente all'improvviso
Rifulgessero
a noi quasi ad un tratto
Posti
innanzi a' nostr'occhi, e qual potrebbe
Cosa mai
più mirabile chiamarsi
Di questa? o
che già mai la gente innanzi
Men di
credere osasse? quel ch'io stimo,
A nessun
più ch'a te parsa sarebbe
Degna di
maraviglia una tal vista:
E pur,
già sazio non che stanco ognuno
Dal
soverchio mirar, non degna ai templi
Risplendenti
del cielo alzar pur gli occhi.
Onde non
voler tu, solo atterrito
Dalla sua
novità, la mia ragione
Correr
veloce a disprezzar; ma prendi
Con
più fino giudizio a ponderarla:
E, se vera
ti par, consenti e taci:
Se no,
t'accingi a disputarle incontra.
Poichè
sol di ragion l'animo è pago;
Essendo fuor
di questo nostro mondo
Somma immensa
di spazio, egli ricerca
Ciò
che là sia, fin dove può la mente
Penetrare a
veder, dove lo stesso
Animo
può spiegar libero il volo.
Pria, se ben ti rammenta, in ogni parte,
A destra et
a sinistra, e sotto e sopra,
Per tutto
è sparso un infinito spazio,
Com'io
già t'insegnai, come vocifera
Per
sè medesmo il fatto, e manifesta
È del
profondo la natura a tutti.
Già
pensar non si debbe in guisa alcuna
Ch'essendo
in ogni banda un vano immenso
Per cui con
moto eterno in varie guise
Numero
innumerabile di semi
Per lo vano
profondo irrequïeti
Volâr mai
sempre ed a crear bastanti
Fûr
questa terra e questo ciel che miri,
Nulla fuori
di lui faccian que' tanti
Principii;
essendo massime anco questi
Fatto dalla
natura, e delle cose
Gli stessi
semi, in molti modi a caso
Urtandosi
l'un l'altro indarno uniti,
Avendo pur
fatto que' gruppi al fine,
Che,
repentinamente in varie parti
Lanciati,
fosser poi sempre principii
E di terra e
di mar, di ciel, di stelle,
D'uomini,
d'animai, d'erbe e di piante.
Onde voglia
o non voglia, è pur mestiero
Che tu
confessi esser da noi lontani
Molti altri
gruppi di materia prima;
Qual a punto
stim'io questo che stringe
L'etere con
tenace abbracciamento.
In oltre allor che la materia è pronta,
Il luogo
apparecchiato, e nulla manca,
Debbon le cose
generarsi al certo.
Or; se
dunque de' semi è tanto grande
La copia
quanto a numerar bastevole
Non è
degli animai l'etade intera,
E la forza
medesma e la natura
Ritengono i
principii atta a vibrarli
In tutti i
luoghi nella stessa guisa
Ch'e' fur
lanciati; in questo egli è pur d'uopo
Confessar
ch'altre terre in altre parti
Trovinsi, et
altre genti ed altre specie
D'uomini e
d'animai vivano in esse.
S'arroge a ciò, che non è cosa al mondo
Che si
generi sola e sola cresca:
Il che
principalmente in ogni specie
D'animai
può veder chïunque volge
La mente a
contemplarle ad una ad una;
Poscia che
sempre troverà che molte
Son simili
fra loro e d'una razza.
Così
veder potrai che son le fere
Che van pe'
monti e per le selve errando,
Così
l'umana prole, e finalmente
Così
de' pesci gli squammosi greggi
E tutti i
corpi de' rostrati augelli.
Ond'è
pur forza confessar che 'l cielo,
Per la
stessa ragion, la terra, il sole,
La luna, il
mare e tutte l'altre cose
Non sian
nell'universo uniche e sole
Ma
più tosto di numero infinito:
Poichè
tanto altamente è della vita
Il termine
prefisso a queste cose
E tanto ad
esse naturale il corpo,
Quant'ogni
altra sostanza ond'esse abbondano
Generalmente.
Il che se ben intendi,
Tosto libera
e sciolta e di superbi
Tiranni
priva e senza dèi parratti
La natura
per sè creare il tutto.
Con
ciò sia che, sia pur detto con pace
De' sommi
dèi che placidi e tranquilli
Vivon sempre
un'età chiara e serena,
Chi
dell'immenso regger può la somma?
Chi del
profondo moderare il freno?
Chi dare il
moto a tutti i cieli e tutte
Di fuochi
eterei riscaldar le terre?
E pronto in
ogni tempo in ogni luogo
Trovarsi,
ond'egli tenebrosi renda
D'atre
nuvole i giorni, e le serene
Regïoni
del ciel con tuono orrendo
Squassi e
vibri talor fulmini ardenti,
E spesso
atterri i propri templi e spesso
Contro i
deserti incrudelisca ed opri
Irato il
telo onde sovente illesi
Restano gli
empi e gl'innocenti oppressi?
In somma; allor che fu creato il mondo
Il mar la
terra e generato il sole,
Gli furo
esternamente intorno aggiunti
Molt'altri
primi corpi ivi lanciati
Dal tutto
immenso, onde la terra e 'l mondo
Crescer
potesse ed apparir lo spazio
Del gran
tempio del cielo e gli alti tetti
Erger lunge
da terra e nascer l'aria.
Poscia che
tutti i corpi ai propri luoghi
Concorron
d'ogni banda, e si ritira
Ciascuno
alla sua spezie, all'acqua l'acqua,
Alla terra
la terra, il foco al foco,
Il cielo al
ciel, finch'all'estremo termine
Di sua
perfezïon giunga ogni cosa,
Ciò
natura operando; a punto come
Suole allora
accader, che nulla omai
Più
di quel che spirando ognor se n'esce
Nelle vene
vitali entrar non puote:
Chè
debbe pur di queste cose allora
L'età
fermarsi e con le proprie forze
La natura
frenare ogni augumento.
Poichè
ciò che si mira a poco a poco
Farsi
più grande e dell'adulta etade
Tutti i
gradi salir, più corpi al certo
Piglia per
sè che fuor di sè non caccia;
Mentre che
per le vene agevolmente
Può
tutto il cibo dispensarsi, ed esse
Non son
diffuse in guisa tal che molto
Ne rimandino
indietro e sia maggiore
Dell'acquisto
la perdita. Chè certo
Forz'è
pur confessar che dalle cose
Spiran corpi
e si partono: ma denno
Corrervi in
maggior copia infin a tanto
Che le
possan toccar l'ultima meta
Del crescer
loro. Indi la forza adulta
Si snerva a
poco a poco e sempre in peggio
L'età
dechina: con ciò sia che, quanto
Una cosa
è più grande, essa per certo,
Toltone
l'augumento, ognor discaccia
Da sè
tanto più corpi; e per le vene
Sparger non
puossi in sì gran copia il cibo,
Che
quant'è d'uopo somministri al corpo
E ciò
ch'ad or ad or langue e vien meno
Sia per
natura a rinnovar bastante.
Dunque a
ragion ciascuna cosa in tutto
Perisce
allor che rarefatta scorre
E che
soggiace alle percosse esterne;
Poichè
per lunga etade il cibo al fine
Manca
senz'alcun dubbio, e mai non cessano
Di martellar
di tormentar le cose
Esternamente
i lor nemici corpi,
Fin ch'e'
non l'hanno dissipate affatto.
Così della gran macchina del mondo
Le mura
eccelse al fin crollate e scosse
Cadranno un
giorno imputridite e marcie;
Poscia che
il cibo dee rinnovellando
Reintegrar
tutte le cose indarno;
Poichè
nè sopportar posson le vene
Ciò
che d'uopo saria, nè la natura
Ciò
che d'uopo saria somministrarli.
E già
manca l'etade; e già la terra
Quasi del
tutto insterilita a pena
Genera
alcuni piccoli animali,
Ella ch'un
tempo generar poteo
Tutte le
specie e smisurati corpi
Dare alle
fiere. Poi che le mortali
Specie,
così cred'io, dal ciel superno
Per qualche
fune d'òr calate al certo
Non furo in
terra, e 'l mar le fonti e i fiumi
Non si creâr
da lagrimanti sassi;
Ma quel
terren, che gli nutrica e pasce
Or di
sè stesso, di sè stesso ancora
Generolli a
principio. Egli a' mortali
Fu bastante
a produrre il grano e l'uva;
Egli i
frutti soavi, egli i fecondi
Paschi ne
diè, ch'in questa etade a pena
Con fatica e
travaglio aver si ponno.
E;
benchè noi degli aratori armenti
Snerviam le
forze, e le robuste braccia
Affatichiam
de' contadini industri,
E ferree
zappe e vomeri e bidenti
Logoriam per
la terra; ella ne porge
A pena il
cibo necessario al vitto:
Talmente il
suolo a poco a poco scema
Di frutto e
sempre le fatiche accresce.
E già
l'afflitto agricoltor sospira
D'aver
più volte consumati indarno
I suoi gravi
travagli; e, quando insieme
I secoli
trascorsi e l'età nostra
Piglia a
paragonar, loda sovente
Le fortune
del padre; e s'ange e duole
Che gli uomini
primieri agevolmente
Fra gli
stretti confini, allor che molto
La misura
de' campi era minore,
Vivesser la
lor vita; e non sovviengli
Ch'a poco a
poco s'infiacchisce il tutto
E stanco al
fin per la soverchia etade
Va di morte
allo scoglio e vi si spezza.
Argomento.
Questo libro non tratta d'altro che
dell'anima umana; era l'obbietto essenziale della filosofia di Epicuro;
è quello altresì in cui pare che Lucrezio appunti tutti i suoi
sforzi. Dopo una specie d'invocazione a Epicuro, come al genio della filosofia,
il cui aiuto gli è specialmente necessario in questa parte del suo
poema, dimostra l'importanza del subbietto che prende a trattare,
inquantochè l'ignoranza degli uomini rispetto alla natura della loro
anima, è causa di quel loro timore della morte che al poeta pare l'unico
fonte di tutti i mali e di tutti i delitti. Entra poi in materia e si sforza di
provare: 1. che l'anima è una parte reale di noi stessi, e non
già un'affezione generale della macchina, un'armonia, come
vollero alcuni filosofi; 2. che l'anima forma una medesima sostanza
unitamente allo spirito, il quale risiede nel centro del petto, laddove
l'anima è sparsa in tutto il corpo; 3. che l'una e l'altro sono corporei,
sebbene constino dei più sottili atomi che siano in natura; 4. che son
tutt'altro che semplici, constando di quattro principj, lo spiro, l'aria,
il calorico, e un quarto (che a quanto pare non è altro che gli spiriti
animali), al quale il poeta non dà nome, e ch'egli considera come
l'anima della nostra anima; 5. che questi quattro principj son misti e
combinati, senza poter mai agire separatamente, non essendo, a dir così,
che proprietà differenti di una medesima sostanza, ma che possono
signoreggiare più o meno, e che di qua origina la differenza dei
caratteri; 6. Che l'anima e il corpo sono siffattamente uniti che non possono
sussistere l'uno senza l'altro; ma che tuttavia non si dee credere, come
opinò Democrito, che ad ogni elemento del corpo risponda un elemento
dell'anima. Esposte partitamente tutte queste cose, egli viene al suo scopo, e
s'industria di provare che l'anima nasce e muore contemporaneamente al corpo;
dogma empio, ch'egli fonda sopra trenta prove; donde conclude che la morte non
è da temere, e che gli uomini si disperano a torto d'uno stato che li
rende quel che erano prima di nascere.
O tu che in mezzo a così buie e dense
Tenebre
d'ignoranza erger potesti
D'alto saver
sì luminosa lampa,
Di nostra
vita i commodi illustrando,
Io seguo te,
te della greca gente
Onore, e de'
piè miei fissi i vestigi
Imprimo ove
tu già l'orme segnasti;
Non per
desio di gareggiar, ma solo
Per dolce
amore ond'imitarti agogno.
Chè
come può la rondinella a prova
Cantar co'
cigni del Caïstro? o come
Ponno
agguagliar le smisurate forze
De' leoni i
capretti, e con le membra
Molli ancor
per l'etade e vacillanti
Vincer nel
corso le veloci damme?
Tu di cose
inventor, tu padre sei,
Tu ne porgi
paterni insegnamenti:
E, qual
succhiar da tutti i fiori il mèle
Soglion le
pecchie entro le piagge apriche,
Tal io dalle
tue dotte inclite carte
Gli aurei
detti delibo ad uno ad uno,
Aurei e di
vita sempiterna degni.
Chè
non sì tosto a sparger cominciossi
Il tuo parer
che dagli dèi creata
Delle cose
non sia l'alma natura,
Che dalle
menti ogni timor si sgombra:
Fuggon del
mondo le muraglie; e veggio
Pel vôto
immenso generarsi il tutto;
De' sommi
dèi la maestà contemplo
E le sedi
quietissime, da' venti
Non commosse
già mai, nè mai coverte
Di fosche
nubi o d'atri nembi asperse,
Nè
vïolate da pruine o nevi
O gel, ma
sempre d'un diffuso e chiaro
E tranquillo
splendor liete e ridenti.
Natura in
oltre somministra all'uomo
Ciò
che gli è d'uopo, e la sua pace interna
Non turba in
alcun tempo alcuna cosa.
Nè
più si mira ai danni nostri aperto
L'inferno e
scritto di sua porta al sommo
— Uscite di
speranza, o voi ch'entrate: —
Nè
può la terra proibir che tutte
Non si mirin
le cose che pel vano
Ci si fan
sotto i piedi. Ond'io rapirmi
A te mi
sento da cotal divino
E diletto e
stupor, che la natura
Sol per tuo
mezzo in cotal guisa a tutti
D'ogni parte
svelata omai si mostri.
E
perchè innanzi abbiam provato a lungo
Quali sian
delle cose i primi semi
E con che
varie forme essi per sè
Vadan pel
vano errando, e sian commossi
Da moto
alterno irrequïeto e vario,
E come possa
da' lor gruppi al mondo
Crearsi il
tutto; omai par che dell'alma
Dichiarar la
natura e della mente
Ne' versi
miei si debba, e 'l rio timore
Delle
squallide rive d'Acheronte
Cacciarne
affatto; il qual dall'imo fondo
Turba
l'umana vita e la contrista,
E sparge il
tutto di pallor di morte,
Nè
prender lascia alcun diletto intero.
Poichè;
quantunque gli uomini sovente
Dican che
più son da temersi i morbi
Del corpo e
della vita il disonore
Che le
tartaree grotte, e che ben sanno
Che
l'essenza dell'animo consiste
Nel sangue,
e che non han bisogno alcuno
Di mie
ragioni; a te di quindi è lecito
Dedur che
molti per ventosa e vana
Ambizïon
di gloria ed a capriccio
Van di
ciò millantandosi che poi
Non approvan
per vero. Essi medesimi,
Esuli dalla
patria e dal commercio
Degli uomini
cacciati, e sozzi e laidi
Per falli
enormi, a tutte le disgrazie
Finalmente
soggetti, il viver bramano;
E, dovunque
infelici il piè rivolgano,
Fanno
esequie dolenti, e nere vittime
Ai numi
inferni del profondo Tartaro
Sol per
placarli in sacrifizio offriscono,
E sempre in
volto paurosi e pallidi
Ne' duri
casi lor nelle miserie
Alla
religïon l'animo affissano.
Ne' dubbiosi
perigli è d'uopo adunque
Agli uomini
por mente e nell'avverse
Fortune, chi
desia ch'i lor interni
Sensi gli
sian ben manifesti e conti;
Poi ch'allor
finalmente escon le vere
Voci
dall'imo petto, e via si toglie
La maschera
e scoperto il volto appare.
In somma;
l'avarizia e degli onori
L'ingorda
brama, che i mortali sciocchi
Sforza a
passar d'ogni giustizia il segno
E
d'ogn'empio misfatto anco tal volta
I compagni i
ministri, e notte e giorno
Durare
intollerabili fatiche
Sol per
salir delle ricchezze al sommo
E potenza
acquistar, scettri e corone;
Sì
fatte piaghe dell'umana vita
Dal timor
della morte hanno in gran parte
Vita e
sostegno. Chè la fama rea
E lo scherno
e 'l disprezzo e la pungente
E sconcia
povertà sembra che lungi
Sia dalla
dolce incommutabil vita
E che sol
della morte avanti all'uscio
Quasi omai
si trattenga: onde i mortali
Mentre da
cieco error forzati e spinti
Tentan
fuggirsi indarno, al civil sangue
Corrono, e
stragi accumulando a stragi
Raddoppian
le ricchezze, empi e crudeli
De' fratelli
e de' padri i funerali
Miran con
lieto ciglio, e de' congiunti
Di sangue
odian le mense e n'han sospetto.
Per lo
stesso timor, nel modo stesso,
L'aver
questi possente avanti agli occhi,
Quel da
tutti stimato e riverito,
D'invidia il
cor gli macera e v'imprime
Desio di
gloria immoderato ardente;
Pargli che
nelle tenebre e nel fango
Sian
convolti i lor nomi. Altri perisce
Di folle
aura di fama o d'insensate
Statue invaghito.
E l'odio della vita
E del sole e
del giorno appo i mortali
Col timor
della morte è misto in guisa,
Ch'ancidon
sè medesmi e dentro al petto
Se ne
dolgono intanto: e non sovviengli
Che sol
questa paura è delle noie
L'origine
primier, questa corrompe
Ogni onesto
pudor, questa i legami
Spezza
dell'amicizia, e questa in somma
Volge
sossopra la pietade e tosto
Dalle radici
la diveglie e schianta:
Con
ciò sia che già molti hanno tradito
E la patria
e' parenti e' genitori,
Sol per
desio di non veder gli orrendi
Templi
sacrati al torvo re dell'ombre.
Poichè,
siccome i fanciulletti al buio
Temon
fantasmi insussistenti e larve,
Sì
noi tal volta paventiamo al sole
Cose che
nulla più son da temersi
Di quelle
che future i fanciulletti
Soglion
fingersi al buio e spaventarsi.
Or sì
vano terror, sì cieche tenebre
Schiarir
bisogna e via cacciar dall'animo,
Non co' be'
rai del sol, non già co' lucidi
Dardi del
giorno a saettar poc'abili
Fuor che
l'ombre notturne e' sogni pallidi,
Ma col mirar
della natura e intendere
L'occulte
cause e la velata immagine.
L'animo adunque, entro del quale è posto
Della vita
il consiglio et il governo,
E che spesso
da noi mente si chiama,
Prima
dich'io che nulla meno è parte
Dell'uom che
sian l'orecchie, il naso e gli occhi
Parti d'ogni
animale: ancor che grande
Schiera di
saggi abbian creduto e scritto
Che
dell'animo il senso entr'una parte
Certa luogo
non abbia e solamente
Sia del
corpo un cert'abito vitale
Detto
armonia da' Greci, il qual ne faccia
Viver con
senso, benchè in parte alcuna
Non si trovi
la mente; e, quale a punto
Sovente
alcun sano vien detto, e pure
Non è
la sanità parte del corpo,
Tal
dell'animo nostro il senso interno
Non han
locato in una certa parte.
Nel che
parmi che molti abbian errato
Troppo
altamente. Poi che spesso accade
Che
nell'esterno il corpo egro e dolente
Ne sembra
allor che d'altra parte occulta
Pur
s'allegra e festeggia; et all'incontro
V'ha chi
d'animo è afflitto, e in tutto il corpo
Lieto pur
n'apparisce; in quella guisa
Che duol
talora a qualche infermo un piede,
Mentre la
testa alcun dolor non sente.
In oltre;
allor che per le membra serpe
La placida
quïete, e giace effuso
E privo
d'ogni senso il grave corpo;
È pur
in noi qualch'altra cosa intanto
Che s'agita
in più modi, e dentro a sè
Ricever
può d'ogni allegrezza i moti
E le noie
del cuor vane e fugaci.
Or; accio
che tu sappia anco che l'alma
Abita nelle
membra e che non puote
Dalla sola
armonia reggersi il corpo;
Pria
convienti osservar che spesso accade
Che gran
parte di corpo altrui vien tolta,
E pur dentro
alle membra ancor dimora
La vita e
l'alma; pel contrario, spesso
Non
sì tosto fuggirsi alcuni pochi
Corpi di
caldo ed esalò per bocca
Il chiuso
spirto, che le vene e l'ossa
Lascia prive
di sè l'alma e la vita:
Onde tu
possa argomentar da questo
Che non di
tutti i corpi in tutto eguali
Son le
minime parti e che non tutte
La salute
sostentano egualmente,
Ma che i
semi del tiepido vapore
E quei
dell'aura a conservar la vita
Vie
più son atti. Entro del corpo adunque
È lo
spirto vitale e 'l caldo innato,
Che lascia
al fin le moribonde membra
Rigide e
fredde e si dilegua e sfuma.
Onde,
poichè dell'animo e dell'anima
La natura
è dell'uom quasi una parte,
Di' pur che
'l nome d'armonia fu tratto
Dal canoro
Elicona o d'altro luogo
Ed a cosa
applicato che di propria
Voce avea
d'uopo. Or, che che sia di questo,
Tu no 'l
curar, ma gli altri detti ascolta.
L'anima dunque e l'animo congiunti
Son fra di
lor, ed una stessa essenza
Si forma
d'ambedue: ma quasi capo
È del
corpo il consiglio, il qual da noi
Vien detto
animo e mente. E questi in mezzo
Del cuore
è posto; poi che quindi esulta
Il sospetto
e 'l timor, qui l'allegrezza
Molce; qui
dunque ha pur l'animo il seggio.
L'altra
parte dell'anima è diffusa
Per tutto il
corpo, e della mente al moto
Si muove
anch'ella et obbedisce al cenno:
Ma sol per
sè piace a sè stesso e seco
Gode
l'animo, allor che nulla il corpo
Perturba o
l'alma. E; come gli occhi e 'l capo
Sovente in
noi lieve dolore offende,
Mentre che
l'altre membra angoscia alcuna
Non sentono;
in tal guisa anco alle volte
Lieta o
mesta è la mente, ancor che l'altra
Parte
dell'alma per le membra sparsa
Non provi
novità. Ma se commosso
L'animo
è poi da più gagliarda tema,
Veggiam che
tutta per le membra a parte
L'alma
è di ciò: tosto un sudor gelato,
Un esangue
pallor n'occupa il corpo;
Balbutisce
la lingua; e fioche e mozze
Dal petto
escon le voci; abbacinati
Gli occhi in
terra conficcansi; l'orecchie
Sentonsi
zufolar; sotto i ginocchi
Fiacche
treman le gambe e 'l piè vacilla.
Vedesi al
fin che per terror di mente
Spesso l'uom
s'avvilisce; onde ciascuno
Può
di quindi imparar ch'unita e stretta
È
l'anima con l'animo, e che, tosto
Che
l'è spinta da lui, sferza e commuove
Le membra: e
ciò senz'alcun dubbio insegna
Che
l'essenza dell'animo e dell'anima
Incorporea
non è. Ch'ove tu miri
Che la porge
alle membra impulso e moto,
Che nel
sonno le immerge, il volto muta,
E l'uom
tutto a sua voglia agita e volge;
Nè
senza tatto di tai cose alcuna
Far si
può mai nè senza corpo il tatto;
Mestiero
è pur che di corporea essenza
Si confessin
da noi l'alma e la mente.
L'animo, in
oltre, è sottoposto a tutti
Gli
accidenti del corpo, e dentro ad esso
Partecipa
con noi d'ogni suo danno:
Dunqu'è
mestier che per natura anch'egli
Corporeo
sia, mentre nel corpo immerso
Può
da corporei dardi esser piagato.
Or, che corpo sia l'animo e di quali
Semi
formato, in chiari detti esporti
Vo', se
attento m'ascolti. Io dico dunque
Pria ch'egli
è sottilissimo e composto
D'atomi
assai minuti. E, se tu forse
Come
ciò vero sia d'intender brami,
Quindi
intendere il puoi. Nulla più ratto
Far si vede
già mai di quelle cose
Che la mente
propone e ch'ella stessa
A far
comincia. Più veloce adunque
Corre per
sè medesima la mente
D'ogni altra
cosa che veder con gli occhi
Si possa. Ma
di semi assai rotondi
E minuti
convien che sia formato
Quel che
mobile è tanto, acciò che spinti
Da piccolo
momento abbiano il moto.
Che, se
l'acqua si muove e per tantino
Di momento
si mesce, ondeggia e scorre,
Ciò
fa perchè il suo corpo è per natura
D'atomi
molto piccoli e volubili
Contesto: ma
se l'olio o 'l visco o 'l mèle
Più
tenaci han le parti e men veloce
L'umido
innato e vie più tardo il corso,
Questo gli
avvien perchè la lor materia
Stretta
è fra sè con più gagliardo laccio,
Nè di
tanto sottili e sì rotondi
Atomi
è fatta e così lisci e mobili.
Con
ciò sia che sospesa aura leggiera
Può
di molle papavero un gran mucchio
Sforzar col
soffio a dissiparsi affatto,
Ma non
può già per lo contrario un monte
O di pietre
o di dardi. Adunque, quanto
I corpi son
più lievi e più minuti
O più
lisci o più tondi, essi altrettanto
Son
più facili a muoversi; ma, quanto
Son
più gravi all'incontro e più scabrosi,
Essi
altrettanto han più fermezza in loro.
Dunque,
perchè da noi già s'è provato
Che la mente
dell'uomo è mobilissima,
Mestier
sarà ch'i suoi principii primi
Molto
piccioli sian, lisci e rotondi.
Il che se
bene intenderai, saratti
D'utile non
mediocre, ed opportuno
Dar
potrà lume a molte cause occulte.
Ma di che
tenue e sottil seme ell'abbia
L'essenza
intesta e da che picciol luogo
Contenersi
dovria se in un sol gruppo
S'unisse, a
te palese anco da questo
Certamente
farassi: osserva l'uomo,
Tosto che
della morte acquista e gode
La sicura
quïete e che dell'alma
Si fuggío la
natura e della mente:
E nulla dal
suo corpo esser limato
Veder potrai
nella figura esterna,
Nulla nel
peso; ogni altra cosa intatta
Ne conserva
la morte, eccetto il senso
Vitale e 'l
vapor caldo. Adunque è forza
Che di semi
assai piccoli contesta
Sia tutta
l'alma per l'interne viscere,
Per le vene
e pe' muscoli e pe' nervi:
Poichè,
quantunqu'ella s'involi affatto
Dal corpo,
non per tanto illesa resta
D'intorno a
lui la superficie estrema,
Nè
pur gli manca del suo peso un pelo
Qual se dal
vino o dal soave unguento
Sfuma lo
spirto e si dissolve in aura
O d'altro
corpo si dilegua il succo,
Che non
sembra però punto minore
O di mole o
di peso; e ciò succede
Sol
perchè molti piccioli e minuti
Semi i
succhi compongono e l'odore
Comparton
delle cose a tutto il corpo.
Dunque,
voglia o non voglia, è pur mestiero
Che
l'essenza dell'animo e dell'anima
Si confessi
da te fatta di semi
Piccioli
assai, mentre in fuggir dal corpo
Della sua
gravità nulla non toglie.
Nè già creder si dee che tal natura
Semplice
sia: poich'un sottile spirto
Misto con
vapor caldo a' moribondi
Dal petto
esala, e 'l vapor caldo a forza
Trae seco
d'aria qualche parte, e mai
Non si trova
calor ch'in sè mischiato
Aere non
abbia; poichè, rara essendo
La sua
natura, è necessario al certo
Che fra gli
atomi suoi molti principii
D'aria siano
agitati. Or dunque omai
Della mente
e dell'alma abbiam trovato
Tre varie
essenze: e pur tre varie essenze
Non son
bastanti a generare il senso:
Con
ciò sia che capir nostro intelletto
Non
può già mai come di queste alcuna
Basti a
produrre i sensitivi moti
Ch'a
più cose applicar possan la mente.
D'uopo fia
dunque aggiungergli una quarta
Natura: e
questa totalmente è priva
Di nome,
nè di lei si trova al mondo
Più
mobil cosa o di più tenue e raro
Corpo e
ch'intesto sia di più minuti
O di
più lisci e più rotondi semi.
Questa pria
per le membra i sensitivi
Moti
distribuisce, e, perchè fatta
È
d'atomi assai piccioli, si muove
Pria d'ogni
altra natura: il caldo quindi,
Quindi
dell'aura l'invisibil forza
Riceve il
moto; e quindi l'aere e quindi
Si mobilita
il tutto. Il sangue scorre,
Senton tutte
le viscere, e concesso
È
finalmente all'ossa e alle midolle
Il diletto e
'l dolor. Nè questo o l'acre
Infirmità
può penetrarvi mai
Senza che 'l
tutto si perturbi, in guisa
Che luogo al
viver manchi e che dell'alma
Fugga ogni
parte pe' meati occulti
Del nostro
corpo; ancor che spesso accaggia
Che restino
interrotti i movimenti
Quasi al
sommo del corpo, e sia bastante
L'uomo in
tal caso a conservarsi in vita.
Or, mentr'io bramo di narrarti a pieno
Come sian
fra di lor queste nature
Mescolate
nel corpo et in qual modo
Abbian forza
e vigor, me ne ritragge
La
povertà della romana lingua:
Ma pur,
com'io potrò, sommariamente
Dirolti. Poi
che de' principii i corpi
Trascorron
l'un con l'altro uniti in guisa
Che alcun
non se ne sèpara, nè mai
Crear si
può per interposto spazio
Un diverso
poter, ma quasi molte
Potenze sono
in un sol gruppo unite.
E qual degli
animai l'interne viscere
Han tutte un
certo odore, un certo caldo
Et un certo
sapore, e pur veggiamo
Che di
queste tre cose una sol cosa
Non per
tanto si crea; tale il calore
E l'aere e
la virtù cieca del vento
Fan tra lor
misti una natura sola
Con questa
per sè mobile energia
Ch'i
movimenti gli comparte ed onde
Fin per
entro alle viscere si crea,
Prima che
altrove, il sensitivo moto.
Poscia che
tal natura affatto occulta
È
senza dubbio alcuno, e più riposta
Cosa di
questa immaginar non puossi
Da noi,
perch'ella stessa alma è dell'alma.
E; qual
dentro alle membra e 'n tutto il corpo
Stassi misto
ed occulto e della mente
E dell'alma
il vigor, perchè di semi
Tenui e
piccoli è fatto; in simil guisa
Questa tale
energia priva di nome
È di
corpi assai piccoli e sottili
Creata
anch'ella, e sta nel corpo ascosta
Alma di
tutta l'alma e signoreggia
In tutto il
corpo. Or in tal modo è d'uopo
Che l'aura e
l'aere e 'l vapor caldo insieme
Misti sian
per le membra e che altri ed altri
Stian
più sotto o più sopra, acciò che possa
Farsi di
tutti un sol composto, e 'l foco
Distintamente
e 'l caldo e l'energia
Dell'aere il
senso non ancida e sciolga.
È
nell'animo poi cert'altro caldo
Ch'ei piglia
nello sdegno allor che ferve,
E che per
gli occhi torvi incendio spira:
V'è
del freddo timor compagna eterna
Molt'aura
sparsa, atta a produr nel corpo
L'orror di
morte e concitar le membra:
Ed evvi
ancor quel placido e quïeto
Stato
dell'aria, che dall'uom si gode
Nel cuor
tranquillo e nel sereno volto.
Ma vie
più di calor si trova in quelli
Che di cor
son crudeli ed iracondi
D'animo e
facilmente ardon di sdegno:
Qual sovra
ogni altra cosa è la possanza
E 'l furor
degl'indomiti leoni,
Che gemendo
e mugghiando orribilmente
Squarcian
tal volta il petto e più non ponno
In lor capir
di sì grand'ira il flutto.
Ma le timide
cerve han più ventosa
E più
fredda la mente, e per le viscere
Concitan vie
più presto aure gelate
Che fan
sovente irrigidir le membra.
Ma d'aria al
fin più placida e tranquilla
Vive il
gregge arator; nè mai soverchio
Dell'ira il
turba la fumante face,
Di caligine
cieca ombre spargendo;
Nè
mai dal tèlo del timor trafitto
Gelido
torpe; ma nel mezzo è posto
Tra' paurosi
cervi e' leon fieri.
Tal anco
è l'uman germe: e, benchè molti
Siano
egualmente di dottrina adorni,
Restan
però nella natura impresse
Di
qualunqu'alma le vestigia prime.
Nè
già creder si dee che la virtude,
Siasi
quant'esser voglia eccelsa e grande,
Sveglier
possa già mai dalle radici
Dell'uomo i
vizi e proibir che questi
Più
facilmente non trascorra all'ira,
Quei dal
freddo timor più presto alquanto
Assalito non
venga, e più del giusto
Non sia quel
terzo placido e clemente.
Anzi
è mestier che in altre cose assai
Degli uomini
fra lor sian differenti
Le nature e
diversi anco i costumi
Che dependon
da quelle. E; s'io non posso
Di tai cose
esplicar le cause occulte,
Nè
tanti nomi di figure imporre
Quanti
d'uopo sariano a quei principii
Onde
sì gran diversità di cose
Nasce nel
mondo; io per me credo almeno
Di poter
affermar che i naturali
Primi
vestigi, che non puote affatto
Discacciar
la ragion, sì lievemente
Restino
impressi in noi, che nulla possa
Vietare
all'uom che placida e tranquilla
E degna
degli dèi vita non viva.
Così fatta natura è sparsa adunque
Pel corpo, e
'l custodisce e lo conserva:
Poichè
l'anima e 'l corpo han le radici
Sì
strettamente avviticchiate insieme,
Che
impossibil mi par che possan l'une
Dall'altre
esser divelte e che 'l composto
Ratto a
morte non corra. E, quale a punto
Mal si
può dall'incenso estrar l'odore
Senza ch'ei
pèra e si corrompa affatto,
Tal
dell'alma e dell'animo l'essenza
Mal
diveglier si può dal nostro corpo
Senza ch'ei
muoia e si dissolva il tutto.
Così
fin dall'origine primiero
Create son
d'avviluppati semi
Le predette
nature, ed han comune
Fra lor la
vita; nè capir si puote
Come nulla
sentir possano i corpi
Dalle menti
divisi o pur le menti
Separate da'
corpi: ond'è pur d'uopo
Che di moti
comuni e quinci e quindi
Per le
viscere a noi s'accenda il senso.
In oltre;
non si genera nè cresce
Mai per
sè stesso il corpo, e d'alma privo
Tosto
s'imputridisce e si corrompe.
Poichè;
quantunque il molle umor dell'acque
Perda spesso
il sapor che gli fu dato,
Nè
per ciò sia distrutto, anzi rimanga
Senz'alcun
danno; non per tanto i corpi
Non son
bastanti a sofferir che l'alma
Si parta e
gli abbandoni, ma convulsi
Muoion del
tutto e fansi esca de' vermi;
Poichè
fin da principio, anco riposti
Nelle membra
materne e dentro all'alvo,
Hanno i moti
vitali in guisa uniti
E
scambievoli i morbi il corpo e l'alma,
Che non
può l'un dall'altro esser diviso
Senza peste
comun: tu quindi adunque
Ben conoscer
potrai, che, se congiunta
La causa
è di salute, è d'uopo ancora
Che unita
sia la lor natura e l'essere.
Nel rimanente poi, s'alcun rifiuta
Che senta il
corpo e crede pur che l'alma
Sparsa per
ogni membro abbia quel moto
Che senso ha
nome, egli per certo impugna
Cose veraci
e manifeste al senso.
Chè,
chi mai potrà dire in che consista
Del corpo il
senso, altro che 'l senso istesso
Che sol
n'addita e ne fa noto il tutto?
Nè
qui sia chi risponda — Il corpo privo
D'anima,
resta anco di senso ignudo: —
Posciach'egli,
oltre a ciò, molt'altre cose
Perde
senz'alcun dubbio, allor che lunga
Età
l'opprime e lo converte in polve.
Ma, l'affermar
che gli occhi oggetto alcuno
Veder non
ponno e che la mente è quella
Che rimira
per lor come per due
Spalancate
finestre, a me per certo
Difficil
sembra e che 'l contrario a punto
Degli occhi
stessi ne dimostri il senso;
Massime
allor che per soverchia luce
Ne vien
tolto il veder de' rai del sole
L'aureo
fulgor, perchè da' lumi i lumi
Son tal
volta oscurati. Or ciò non puote
Alle porte
accader; chè gli usci aperti
D'onde noi
riguardiamo alcun travaglio
Non han
già mai. Ma se i nostr'occhi in oltre,
Ci servon
d'usci, ragionevol parmi
Che,
traendoli fuor, debba la mente
Meglio veder
senza le stesse imposte.
Nè
qui ricever dèi per cosa vera,
Ben che tal
la stimasse il gran Democrito,
Che del
corpo e dell'alma i primi semi
Posti l'un
presso all'altro alternamente
Varie
faccian le membra e si colleghino.
Poichè
non sol dell'anima i principii
Son di
quegli del corpo assai minori,
Ma gli cedon
di numero e più rari
Son dispersi
per esso: onde affermare
Questo solo
potrai, che tanti spazi
Denno
appunto occupar dell'alma i semi,
Quanti
bastano a noi per generare
I moti
sensitivi entro alle membra.
Poichè
tal volta non sentiam la polve
Nè la
creta aderente al nostro corpo,
Nè la
nebbia notturna, nè le tele
De' ragni
allor che nell'andarli incontro
Vi restiamo
irretiti, nè la spoglia
Degli stessi
animai quando sul capo
Ci casca,
nè le tele degli uccelli,
Nè
de' cardi spinosi i fior volanti,
Che per
soverchia leggerezza in giuso
Caggion
difficilmente: e non sentiamo
Il cheto
andar d'ogni animal che repa,
Nè
tutti ad uno ad uno i segni impressi
In noi dalle
zanzare. In cotal guisa
D'uopo
è che molti genitali corpi
Muovansi per
le membra ove son misti,
Pria che
dell'alma gli acquistati semi
Possan,
disgiunti per sì grande spazio,
Sentire e
martellando urtarsi, unirsi
E saltar a
vicenda in varie parti.
Ma vie più della vita i chiostri serra
L'animo a
noi che l'energia dell'alma,
E più
ne regge e signoreggia i sensi.
Con
ciò sia che dell'alma alcuna parte
Non
può per alcun tempo ancor che breve
Riseder
senza mente entro alle membra;
Ma compagna
la segue agevolmente,
E fuggendo
per l'aure il corpo lascia
Nel duro
freddo della morte involto.
Ma quegli a
cui la mente illesa resta
Vivo rimane,
ancor che d'ogni intorno
Abbia lacero
il corpo: il tronco busto,
Ben che
tolte gli sian l'alma e le membra,
Pur vive e
le vitali aure respira,
E, dell'alma
in gran parte orbo restando
Se non in
tutto, non pertanto in vita
Trattiensi e
si conserva; a punto come
L'occhio
ritien la facoltà visiva,
Quantunque
intorno cincischiato e lacero,
Fin che gli
resta la pupilla intatta,
Pur che tu
l'orbe suo tutto non guasti
Ma tagli
intorno al cristallino umore
E solo il
lasci; con ciò sia che farlo
Anco il
potrai senza timore alcuno
Dell'esterminio
suo; ma, se corrosa
Fia la
pupilla, ancor che sia dell'occhio
Una minima
parte, e tutto il resto,
Dell'orbe
illeso e splendido rimanga,
Tosto il
lume tramonta e buia notte
N'ingombra.
Or sempre una tal lega a punto
Tien
congiunti fra lor l'animo e l'alma.
Or via;
perchè tu, Memmo, intender possa
Che son
degli animai l'alme e le menti
Natie non
pur ma sottoposte a morte;
Io vo'
seguire ad ordinar condegni
Versi della
tua vita e da me cerchi
Lungo spazio
di tempo e ritrovati
Con soave
fatica. Or su, fra tanto
L'un di
questi due nomi all'altro accoppia;
E, quand'io,
verbigrazia, esser mortale
L'alma
t'insegno, a creder t'apparecchia
Che tale
anco è la mente; in quanto l'una
Fa congiunta
con l'altra un sol composto.
Pria:
perchè già la dimostrammo innanzi
Di corpi
sottilissimi e minuti
E fatta di
principii assai minori
Di quegli
onde si forma il molle corpo
Dell'acqua o
della nebbia o 'l fumo o 'l vento;
Poichè
nell'esser mobile d'assai
Vince tai
cose, e per cagion più lieve
È
sovente agitata; anzi tal volta
Commossa
è sol da simolacri ignudi
In lei
dall'acqua o dalla nebbia impressi
O dal fumo o
dal vento: il che succede
Qualor
sopiti in placida quïete
Veggiamo e
di caligine e di fumo
L'aere
intorno ingombrar sublimi altari,
Poscia che
tali imagini per certo
Formansi in
noi. Or; se tu vedi adunque
Che rotti i
vasi in ogni parte scorre
L'acqua e
via se ne fugge, e che la nebbia
E 'l fumo e
'l vento si dissolve in aura;
Ben creder
dèi che l'anima e la mente
Si distrugga
e perisca assai più presto,
E che in
tempo minore i suoi principii
Sian
dissipati, allor ch'una sol volta
Rapita dalle
membra si diparte.
Con
ciò sia che; se 'l corpo, il quale ad essa
Serve in
vece di vaso, o perchè rotto
Sia da
qualche percossa o rarefatto
Per mancanza
di sangue, omai bastante
A frenarla
non è; come potrai
Creder che
vaglia a ritenerla alcuno
Aere che la
circondi? Egli del nostro
Corpo
è più raro: e con più forte laccio
Stringer
potralla ed impedirle il corso?
In oltre; il senso ne dimostra aperto
Nascer la
mente in compagnia del corpo
E crescer
anco ed invecchiar con esso.
Poichè,
siccome i piccoli fanciulli
Han tenere
le membra e vacillante
Il
pargoletto piè, così veggiamo
Che
dell'animo lor debile e molle
È la
virtù: ma, se crescendo il corpo
S'augumenta
di forze, anco il consiglio
Maggior
diviene e della mente adulta
Più
robusto è 'l vigor: se al fin crollato
È
dagli urti del tempo e vecchio omai
Langue il
corpo e vien meno e se le membra
Perdon
l'usate forze, anco l'ingegno
Zoppica, e,
delirando in un sol punto
E la lingua
e la mente, il tutto manca.
Dunqu'è
mestier che tutta anco dell'alma
La natura si
dissipi, qual fumo
Per l'aure
aeree; poichè nasce e cresce
Col corpo, e
per l'etade al fin diventa,
Com'io
già t'insegnai, debile e fiacca.
S'arroge a ciò, che, se veggiamo il corpo
Soggetto a
duri morbi e a dure ed aspre
Battaglie,
anco la mente alle mordaci
Cure
è soggetta alle paure al pianto:
Per la qual
cosa esser del rogo a parte
Anco gli
è d'uopo. Anzi, sovente accade
Che, mentre
il nostro corpo infermo langue,
L'animo
vagabondo esce di strada;
Poichè
spesso vaneggia e di sè fuori
Parla cose
da pazzi, ed è tal volta
Da letargo
durissimo e mortale
Sommerso in
alto e grave sonno eterno;
Cade il
volto sul petto, e fissi in terra
Stan gli
occhi, ond'egli o le parole udire
O conoscer i
volti omai non puote
Di chi,
standogl'intorno e procurando
Di
richiamarlo in vita, afflitto e mesto
Bagna
d'amare lagrime le gote.
Ond'è
pur d'uopo il confessar che l'alma
Perisce
anch'ella, mentre in lei penétra
Il contagio
de' morbi, e 'l duolo e 'l morbo
Ambi del
rogo a noi sono architetti;
Come di
molti l'esterminio insegna.
In somma;
per qual causa, allor che l'atra
Vïolenza
del vino ha penetrato
Dell'uomo il
corpo e per le vene interne
È
diffuso l'ardor, tosto ne segue
Gravezza
nelle membra, il piè traballa,
Balbutisce
la lingua, ebra vaneggia
La mente,
nuotan gli occhi, e crescon tosto
E le grida e
i singhiozzi e le contese
E tutto
ciò che s'appartiene a questo?
Or
perchè ciò? se non perchè la forza
Vïolenta
del vino entro allo stesso
Corpo anco
l'alma ha di turbar costume?
Ma tutto
quel che da cagione esterna
Turbar si
puote et impedir, ne mostra
Che, s'egli
fia da più molesto incontro
Turbato,
perirà, restando affatto
Della futura
età privo in eterno.
Anzi:
sovente innanzi agli occhi nostri
Veggiamo
alcun da repentino morbo
Cader, quasi
da fulmine percosso:
Lordo ha il
volto di bava, e geme e trema,
Esce fuor di
sè stesso, i nervi stende,
E si crucia
ed anela, ed incostante
Dibatte e
stanca in varie guise il corpo;
Poichè
del morbo la possanza allora
Per le
membra distratta, agita e turba
L'alma e
spuma, qual onda in salso mare,
Se borea il
fiede impetuoso od austro,
Gorgoglia e
bolle. Il pianto indi s'esprime,
Sol
perchè punte dal dolor le membra
Fan che
scacciati delle voci i semi
Escon per
bocca avviluppati insieme:
Nasce il
delirio poi, perchè l'interna
Virtù
dell'alma e della mente allora
Si turba, e,
com'io dissi, in due divisa
Vien sovente
agitata, e quinci e quindi
Dallo stesso
velen sparsa e distratta.
Ma, se 'l
fiero accidente omai si placa
E l'atro
umor del già corrotto corpo
Ne'
ripostigli suoi fugge e s'asconde,
Prima allor
vacillando in piè si rizza,
E quindi in
tutti a poco a poco i sensi
Riede e
l'alma ripiglia. Or questa dunque,
Mentre
chiusa è nel corpo, avrà da tanti
Morbi
travaglio e fia distratta e sparsa
In
così varie e miserande guise,
E creder
vuoi ch'ella medesma possa
Priva
affatto del corpo all'aere aperto
Viver fra i
venti e le tempeste e i nembi?
Perchè,
in oltre, sanar con medic'arte
Si
può la mente com'il corpo infermo
E sedarne i
tumulti; anco da questo
Apprender
puoi che l'è soggetta a morte.
Poich'è
mestier ch'aggiunga parti a parti
E l'ordin
cangi o dall'intera somma
Qualche cosa
detragga ognun che piglia
A
varïar la mente o qualunqu'altra
Corporea
essenza trasmutar procura.
Ma possibil
non è che l'immortale
Cangi sito
di parti o nulla altronde
Riceva o
perda del suo proprio un iota:
Poichè,
qualunque corpo il termin passa
Da natura
prescritto all'esser suo,
Quest'è
sua morte, e non è più quel desso.
L'animo
adunque, o sia da morbo oppresso
O da medica
man restituito
Nel primiero
vigor, chiaro ne mostra,
Com'io
già t'insegnai, d'esser mortale.
Talmente par
ch'alla ragion fallace
S'opponga il
vero e gl'interchiuda affatto
Di refugio e
di scampo ogni speranza,
E con doppio
argomento il falso atterri.
Spesso, in somma, veggiam ch'a poco a poco
Perisce
l'uomo e perde il vital senso
A membro a
membro: pria l'ugna e le dita
Livide
fansi, i piè quindi e le gambe
Muoiono, e
scorre poi di tratto in tratto
Per l'altre
membra il duro gel di morte.
Or, se
dell'alma la natura adunque
Si divide in
più parti e nello stesso
Tempo non
è sincera, ella si debbe
Creder
mortale. E, se tu forse stimi
Ch'ella se
stessa in sè possa ritrarre
E le sue
parti in un sol gruppo accôrre
E che per
questo ad un ad un le membra
Perdano il
vital senso, erri e vaneggi:
Poichè,
ciò concedendo, il luogo almeno
In cui
s'unisce in sì gran copia l'alma
Avria senso
maggior; ma questo luogo
Non si vede
già mai; perchè stracciata,
Com'io
già dissi, e lacerata in molte
Parti fuor
si disperge, e però muore.
Anzi; se pur
ne piace omai supporre
Per vero il
falso e dir che possa insieme
L'alma
aggomitolarsi entro alle membra
Di quei che
moribondi a parte a parte
Pérdono il
senso; non per tanto è d'uopo
Che mortal
si confessi: e poco monta
Ch'ella per
l'aere si disperga o ch'ella,
Ritirando in
sè stessa ogni sua parte,
Stupida
resti e d'ogni moto priva;
Mentre
già tutto l'uomo il senso perde
Più e
più d'ogn'intorno, e d'ogn'intorno
Meno e meno
di vita omai gli avanza.
Aggiungi che dell'uomo una tal parte
Determinata
è l'animo et in luogo
Certo
risiede, in quella guisa appunto
Che fan gli
occhi e gli orecchi e gli altri sensi
Che governan
le membra; onde, siccome
E le mani e
gli orecchi e gli occhi e 'l naso
Separati da
noi sentir non ponno
Nè
lungo tempo conservarsi in vita;
Così
non può per sè medesma e priva
Del corpo
esser la mente e senza l'uomo,
Che gli
serve di vaso o di qualunque
Altra natura
immaginar tu possa
Più
congiunta con lei, perch'ella al corpo
Con forte
laccio è saldamente unita.
Finalmente:
e dell'animo e del corpo
Le vivaci
energie sane e robuste
Godon
congiunte i dolci rai del giorno:
Chè
priva delle membra e per sè sola
Non
può la mente esercitare i moti
Vitali, ed
all'incontro orbe dell'alma
Non
pòn le membra esercitare i sensi.
Ma, qual, se
tratto dalla testa un occhio
Lungi 'l
getti dal corpo, egli non vede
Nulla per
sè, tal separate ancora
Dall'uom
l'alma e la mente oprar non ponno
Nulla:
poichè mischiate e per le vene
E per l'ossa
e pe' nervi e per le viscere
Trovansi in
tutto il corpo, e i primi semi
Non ponno in
varie parti a lor talento
Lungi
saltare; onde ristretti insieme
Creano i
moti sensiferi, che poscia
Dopo morte a
crear non son bastanti
Poichè
più non gli frena il freno stesso;
Chè
corpo insieme ed animal sarebbe
L'aere per
certo, se frenar se stessa
L'anima vi
potesse e far quei moti
Che pria nel
corpo esercitar solea
Per opera
de' nervi. Ond'è pur forza
Che, poi che
risoluto ogni coperchio
Fia del
corpo dell'uomo e fuor cacciata
La dolce
aura vitale, anco dell'alma
E della
mente si dissolva il senso,
Mentre la
stessa causa a due fa guerra.
Se 'l corpo, in somma, tollerar non puote
Dell'anima
il partir senza che tosto
S'imputridisca
e d'ogn'intorno spanda
Alito
abominevole et orrendo,
Perchè
dubbiar che sin dall'imo fondo
Sradicata da
lui, ratta non fugga
Sparsa qual
fumo l'energia dell'alma,
Onde per
così putrida e sì grande
Ruina il
corpo varïato e guasto
Perisca
affatto? con ciò sia che mossi
Son da'
propri lor luoghi i fondamenti
Dell'alma, e
per le membra esalan fuori,
E per tutte
le vie curve del corpo
E per tutti
i meati; onde tu possa
Quind'imparar
che per le membra uscío
Divisa
l'alma in varie parti, e prima
Fu nel corpo
medesimo distratta
Essa da
sè che fuor di lui sospinta.
Anzi; mentre
che l'anima si spazia
Ne' confin
della vita, a noi sovente
Par nondimen
che la perisca oppressa
Per qualche
causa, e che dal corpo esangue
Si dissolvan
le membra, e quasi giunga
All'estremo
suo dì languido il volto:
Come suole
accader quando sovente
Cascan gli
uomini in terra, allor ch'ognuno
Trema
insieme e desia di ritenere
L'ultimo
laccio alle mancanti forze;
Poich'allor
della mente ogni vigore
Si squassa,
e seco ogni virtù dell'alma
Aspramente
si crolla, e con lo stesso
Corpo
ambedue s'indeboliscon tanto
Che
dissolverle affatto omai potrebbe
Causa poco
più grave. E nondimeno
Dubbiar
vorrai che, finalmente uscita
L'anima fuor
del corpo all'aria aperta
Debile e
stanca e di ritegno priva,
Non sol non
duri eternamente intatta,
Ma nè
pur si conservi un sol momento?
Con
ciò sia che non sembra ai moribondi
Di sentir
accostar l'anima illesa
Al petto
indi alla gola indi alle fauci;
Ma gli par
che perisca in un tal sito
A lei
prefisso, in quella guisa a punto
Che sa
ciascun di noi ch'ogni altro senso
Nella
propria sua parte si dissolve.
Chè
se pure immortal fosse la mente,
Essa
già mai non si dorria morendo
D'esser
disciolta dal mortal suo laccio,
Anzi di
volar via libera e snella
Goder
dovrebbe e di lasciar la veste,
Qual gode di
depor l'antica spoglia
L'angue
già vecchio e le sue corna il cervo.
In somma; perchè mai non si produce
Dell'animo
il consiglio o nella testa
O nel dorso
o ne' piedi o nelle mani,
Ma sempre
sta tenacemente affisso
In quel sito
medesmo in cui natura
Da prima il
collocò; se pur non sono
Prescritti i
luoghi ove ogni cosa possa
Nascere e
nata conservarsi in vita?
Chè
tutti i corpi han le lor sedi, e mai
Non suol per
entro alle pruine algenti
Nascer il
foco o tra le fiamme il ghiaccio.
In oltre; se dell'anima l'essenza
A morte non
soggiace e può sentire
Separata dal
corpo, a quel ch'io stimo,
Forza
sarà che la si creda ornata
De' cinque
sentimenti: e noi medesmi
In
null'altra maniera a noi proporre
Possiam che
l'alme per l'inferno errando
Vadano: onde
i pittori e de' poeti
I secoli
primieri in cotal guisa
L'alme
introdusser d'ogni senso ornate.
Ma non
posson per sè privi dell'alma
O le mani o
la lingua o 'l naso o gli occhi
O l'orecchie
goder vita nè senso;
Nè
per sè ponno i sensi, e senza mani
E senza
lingua e senza orecchie e senza
Occhi e
naso, goder senso nè vita.
E, perchè il senso esser ne mostra il senso
Comune a
tutto il corpo ed ognun vede
Ch'animale
è 'l composto, egli è pur d'uopo
Che, se
questo con subita percossa
Si ferisce
nel mezzo in guisa tale
Che restin
separate ambe le parti,
E divisa e
stracciato anco dell'alma
Sia col
corpo il vigore e quinci e quindi
Senza alcun
dubbio seminato e sparso.
Ma
ciò che si divide et in più d'una
Parte si
sparge, per sè stesso nega
D'esser
dotato di natura eterna.
Fama
è che pria nelle battaglie er'uso
L'oprar
carri falcati, e che da questi
Spesso di mista
uccisïon fumanti
Sì
repente solean l'umane membra
Tronche
restar che già cadute in terra
Tremar
parean benchè divise affatto
Dal restante
del corpo, ancor che l'animo
E dell'uom
l'energia nulla sentisse
Per la
prestezza di quel male il duolo:
Sol perchè
tutto allor l'animo intento
Era in un
con le membra al fiero Marte,
Alle morti
alle stragi, e di null'altro
Parea che
gli calesse, e non sapea
Che le ruote
e le falci aspre e rapaci
Gli avean
pel campo strascinato a forza
Già
con lo scudo la sinistra mano.
Nè
s'accorge talun, mentre in battaglia
Salta a
cavallo e furïoso corre,
D'aver perso
la destra. Un altro tenta
D'ergersi,
ancor che d'uno stinco affatto
Privo,
mentre nel suolo il piè morendo
Divincola le
dita. E 'l capo in terra
Tronco dal
caldo e vivo busto al vôlto
Mostra segni
vitali ed apre gli occhi,
Finchè
dell'alma ogni reliquia esali.
Anzi; se,
mentre il minaccevol serpe
Sta vibrando
tre lingue, a te piacesse
Di tagliar
con la spada in varie parti
La lunga
coda sua, veder potresti
Che ciascuna
per sè di fresco incisa
S'attorce e
sparge di veleno il suolo,
E con la
bocca sè medesma indietro
Cerca la
prima parte e 'l dente crudo
Vi ficca in
guisa che pel duolo acerbo
Crucïata
l'impiaga e con l'ardente
Morso
l'opprime. Or direm noi ch'in tutte
Quelle
minime parti un'alma intera
Si trovi? ma
da ciò segue che molte
Anime siano
in un sol corpo unite.
Dunque
divisa è pur quella che sola
Fu prima;
onde mortale e l'alma e 'l corpo
Stimar si
dee, giacchè ugualmente entrambi
Possono in
varie parti esser divisi.
Se l'alma, in oltre, è per natura eterna
E nel corpo
a chi nasce occultamente
Penetra; e
per qual causa altri non puote
Rammemorarsi
i secoli trascorsi,
Nè
delle cose da lei fatte alcuno
Vestigio
ritener? Poichè, se tanto
La
virtù della mente in noi si cangia
Che resti
affatto ogni memoria estinta
Delle cose
operate, al creder mio,
Ciò
dalla morte omai lungi non erra.
Sì
che d'uopo ti fia dir che perisce
L'alma di
prima, e ch'all'incontro quella
Ch'or nel
corpo dimora or si creasse.
Aggiungi che; s'in noi l'animo è chiuso,
Poi che 'l
corpo è perfetto, allor che nasce
L'uomo e che
pria ne' limitari il piede
Pon della
vita; in nessun modo al certo
Non convenia
ch'egli nel sangue immerso
Col corpo e
con le membra in simil guisa
Crescer
paresse; anzi per sè dovria
Viver solo a
sè stesso e quasi in gabbia.
Onde, voglia
o non voglia, è pur mestiero
Che si
credan da noi l'alme e le menti
Natíe non
pur ma sottoposte a morte.
Posciachè,
se di fuori insinuate
Fossero, non
potrian sì strettamente
Ai corpi
unirsi: il che pur mostra aperto
Il senso a
noi; mentre connesse in guisa
Per le vene,
pe' nervi e per le viscere
Sono e per
l'ossa, che gli stessi denti
Son di senso
partecipi, siccome
N'additano i
lor mali e lo stridore
Dell'acqua
fredda e le pietruzze infrante
Da noi con
essi in masticando il pane:
Nè,
sì conteste essendo, uscirne intatte
Potranno e
salve sè medesme sciôrre
E da' nervi
e dall'ossa e dagli articoli.
Chè
se tu forse penetrar ti credi
L'anima per
le membra insinuata
Di fuor in
noi, tanto più dee col corpo
Putrefatta
perir; poichè disfassi
Tutto
ciò che penètra, e però muore:
Con
ciò sia che divisa al fin si spande
Pe' meati
insensibili del corpo.
E qual, se
per le membra è compartito,
Tosto il
cibo perisce e di sè stesso
Porge
ristoro e nutrimento al corpo,
Tal
dell'alma e dell'animo l'essenza,
Benchè
novellamente entri nel corpo
Intera,
nondimen pur si dissolve
Mentre il
penètra e che pe' fóri occulti
Vengon
distribuite ad ogni membro
Le sue
minime parti, onde si forma
Quest'altra
essenza d'animo che poscia
Donna
è del corpo e che di nuovo è nata
Di quella
che perío distribuita
Già
per le membra. Onde non par che l'alma
Priva sia di
natal nè di ferètro.
In oltre; non rimangono i principii
Dell'anima
nel corpo ancor che morto?
Che se pur
vi rimangono e vi stanno,
Non par che
giustamente ella si possa
Giudicare
immortal, poichè libata
Fuor se ne
gío parte di sè lasciando:
Ma, s'ella
poi dalle sincere membra
Se 'n fugge
in guisa che nel corpo alcuna
Parte di
sè medesima non lascia,
Onde spirano
i vermi entro alle viscere
Già
rance de' cadaveri, e sì grande
Numero
d'animali affatto privi
D'ossa e di
sangue in ogni parte ondeggia
Per le
tumide membra e per gli articoli?
Chè
se tu forse insinuarsi a' vermi
L'anime
credi e per di fuori entrare
Ignude entro
i lor corpi, e non consideri
Come mill'e
mill'anime s'adunano
In quel
corpo medesmo ond'una sola
Già
si partío; ciò nondimeno è tale
Che sembra
pur che ricercar si debba
È
forte dubitar, che l'alme i semi
Si procaccin
de' vermi ad uno ad uno
E ne' luoghi
ove sono esse per sè
Si
fabbrichin le membra o pur di fuori
Sian ne'
corpi già fatti insinuate.
Ma,
nè come operar debbiano o come
Affaticarsi
l'anime, ridire
Non puossi:
con ciò sia che senza corpo
Inquïete
e sollecite non vanno
Qua e
là svolazzando a forza spinte
O dal male o
dal freddo o dalla fame;
Chè
per questi difetti ed a tal fine
Par che
più tosto s'affatichi il corpo,
E ch'entro a
lui del suo contagio infetto
L'animo a
molte infermità soggiaccia.
Ma concedasi
pur che giovi all'alme
Il
fabbricarsi i corpi in quello stesso
Tempo che vi
sottentrano: ma come
Debbian
ciò fare imaginar non puossi.
Esse dunque
per sè le proprie membra
Fabbricar
non potranno: e non per tanto
Giudicar non
si dee ch'insinuate
Sian ne'
corpi già fatti, imperciocchè
Non potrian
sottilmente esser connesse
Nè
sottoposte per consenso a' morbi.
Al fine: ond'è che vïolenta forza
De' superbi
leon sempre accompagna
La semenza
crudele? e che da' padri
Han le volpi
l'astuzia? e per natura
Fuggono i
cervi ov'il timor gli caccia?
E l'altre proprietà
simili a queste
Ond'è
che tutte per le membra innate
Sembrano in
noi? se non perch'una certa
Energia
della mente in un con tutto
Il corpo
cresce del suo seme e della
Propria
semenza? Che se fosse immune
Da morte e
corpo varïar solesse,
Permiste avrian
le qualità fra loro
Gli animali,
e potrebbe ircana tigre
Cani produr
che de' cornuti cervi
Paventasser
l'incontro, e lo sparviero
Gli assalti
fuggiria delle colombe
Per l'aure
aeree timido e tremante,
Pazzo ogni
uomo saria, saggia ogni fera.
Poichè
falso è che l'anima immortale,
Come alcun
dice, in varïando il corpo
Si cangi:
con ciò sia che si dissolve
Tutto
ciò che si cangia e però muore;
Giacchè
le parti sue l'ordin primiero
Mutano, onde
poter debbono ancora
Per le
membra dissolversi e perire
Finalmente
col corpo. E, se diranno
Che sempre
in corpi umani anime umane
Entrino, io
chiederògli ond'è che possa
Pazza di
saggia divenir la mente?
Nè
prudente già mai nessun fanciullo
Si trovi,
nè puledro adorno in guisa
Di
virtù militar che possa in guerra
Far prova di
sè stesso al par d'ogni altro
Bravo
destrier? se non perchè una certa
Energia
della mente in un col corpo
Cresce
eziandio del proprio seme e della
Propria
semenza, nè schifar si puote
Che ne'
teneri corpi anco la mente
Tenerella
non sia? Che se pur vero
Ciò
credi, omai che tu confessi è d'uopo
Che l'anima
è mortal, mentre si cangia
Sì
fattamente per le membra e perde
La primiera
sua vita e 'l proprio senso.
E come, in
oltre, in compagnia del corpo
Divenuta
robusta al fior bramato
Giunger
dell'età sua l'alma potrebbe,
Se del
primiero origine consorte
Non fosse? e
come delle vecchie membra
Desidera
d'uscir? forse paventa
Chiusa
restar nel puzzolente corpo?
O che
l'albergo suo già vacillante
Per la
soverchia età caggia e l'opprima?
Ma non
può l'immortale esser disfatto.
In somma,
assai ridicolo mi sembra
Il dir che
siano apparecchiate e pronte
Ne' venerei
diletti e delle fere
Ne' parti
l'alme, e che immortali essendo
Sian
costrette a guardar membra mortali
Menti
infinite e gareggiar fra loro
Qual prima o
dopo insinuarsi deggia;
Se non se
forse han pattuito insieme
Che quella
che volando arriva prima
Anco prima
s'insinui, e che di forze
L'una
all'altra già mai lite non muova.
Gli alberi finalmente esser nell'etere
Non ponno
nè le nubi entro all'oceano,
Nè
vivo il pesce dimorar ne' campi,
Nè da
legno spicciar tepido sangue,
Nè
mai succo stillar da pietra alpina:
Certo ed
acconcio è per natura il luogo
Ove cresca
ogni cosa, ove dimori.
Così
dunque per sè l'alma e la mente
Senza corpo
già mai nascer non puote
Nè
dal sangue vagar lungi e da' nervi:
Poichè,
se ciò potesse, ella potrebbe
Molto
più facilmente o nella testa
Vivere o
nelle spalle o ne' calcagni,
E nascer
anco in qualsivoglia parte
Del corpo, e
finalmente abitar sempre
Nell'uomo
stesso e nello stesso albergo
Onde;
poichè prefisso i corpi nostri
Han per
natura ed ordinato il luogo
Ove
distintamente e nasca e cresca
La natura
dell'animo e dell'anima,
Tanto men
ragionevole stimarsi
Dee che si
possa generare il tutto
Scevro dal
corpo e mantenersi in vita.
Onde, tosto
che 'l corpo a morte corre,
Mestier
sarà che tu confessi, o Memmo,
Anco l'alma
perciò distratta in esso.
Con
ciò sia che l'unire all'immortale
Il caduco e
pensar ch'ei possa insieme
Operare e
soffrir cose a vicenda,
È
solenne pazzia: poichè qual altra
Cosa mai
sì diversa e sì disgiunta
E fra
sè discrepante imaginarsi
Potria,
quanto l'unirsi all'immortale
E perenne il
caduco e fragil corpo
E soffrir
nel concilio aspre tempeste?
In oltre;
tutto quel che dura eterno
Conviene; o
che respinga ogni percossa,
Per esser
d'infrangibile sostanza,
Nè
soffra mai che lo penètri alcuna
Cosa che
disunir possa l'interne
Sue parti,
qual della materia a punto
Gli atomi
son la cui natura innanzi
Già
per noi s'è dimostra; o che immortale
Viva,
perchè dagli urti affatto esente
Sia, come il
vôto che non tócco dura
Nè
mai soggiace alle percosse un pelo:
O
perchè intorno a lui nessuno spazio
Non sia dove
partirsi e dissiparsi
Possa, come
la somma delle somme
Fuor di
sè non ha luogo ove si fugga
Nè
corpo che l'intoppi e con profonda
Piaga
l'ancida, e però dura eterna.
Ma
nè, come insegnammo esser contesta
L'anima
può d'impenetrabil corpo,
Chè
misto è sempre infra le cose il vôto;
Nè
però, come il vôto, intatta vive;
Poichè
corpi non mancano che sórti
Dall'infinito
ed agitati a caso
Possan
cozzar con vïolento turbine
Questa mole
di mente ed atterrarla
E farne in
altri modi orrido scempio,
Nè
del luogo l'essenza e dello spazio
Profondo
manca ove distrarsi e spargersi
L'anima
possa e per lo vano immenso
Spinta da
qualunqu'altra esterna forza
Finalmente
perir. Dunque non fia
Chiusa alla
mente del morir la porta.
Chè
se forse immortal credi più tosto
L'anima,
perchè sia ben custodita
Dalle cose
mortifere, o perchè
Tutto quel
che l'incontra in qualche modo
Pria che le
noccia risospinto a forza
Indietro si
ritiri, o perchè nulla
Che nemico
le sia possa incontrarla,
Erri lungi
dal ver; poich'ella al certo,
Oltr'al mal
che patisce allor ch'inferme
Giaccion le
membra, è macerata spesso
Dal pensare
al futuro, onde il timore
Nasce che la
maltratta e le noiose
Cure che la
travagliano, e rimorsa
È
dalle colpe in gioventù commesse.
Aggiungi in
oltre il proprio suo furore
E l'oblio
delle cose; aggiungi il nero
Torrente di
letargo in cui s'immerge.
Nulla dunque è la morte e nulla all'uomo
Appartenersi
può, poichè mortale
È
l'alma. E; come ne' trascorsi tempi
Nulla
afflitti sentimmo, allor che 'l fiero
Annibale
inondò d'armi e d'armati
Del Lazio i
campi, e che squassato il tutto
Da
così spaventevole tumulto
Di guerra
sotto l'alte aure dell'etere
Tremò
sovente, e fu più volte in dubbio
Sotto qual
de' due popoli dovesse
Cader
l'impero universal del mondo;
Tal a punto
sentir nulla potremo
Tosto che
fra di lor l'anima e 'l corpo,
Dall'unïon
de' quai l'uomo è formato,
Disuniti
saranno; a noi per certo,
Ch'allor
più non saremo, accader nulla
Più
non potrà; non se confuso e misto
Fia con la
terra il mar, col mare il cielo.
Senza che;
se distratta omai del nostro
Corpo la
mente e l'energia dell'alma
Sentir
potesse, non per tanto a noi
Ciò
nulla apparterria; poichè formati
Siam d'anima
e di corpo unitamente.
Nè;
se l'età future avranno i semi
Nostri
raccolto dopo morte ed anco
Di nuovo
allo stess'ordine ridotti
C'hanno al
presente, onde ne sia concesso
Nuovo lume
di vita; a noi per certo
Nulla questo
appartien, poi che interrotta
Fu la nostra
memoria una sol volta.
Et or nulla
di noi che fummo innanzi
Ne cal,
nè punto ne contrista ed ange
Il pensar a
color che della nostra
Materia in
altre età nascer dovranno.
Poichè,
se gli occhi della mente affissi
Del tempo
omai trascorso all'infinito
Spazio e
contempli quai pel vano immenso
I moti sian
della materia prima,
Agevolmente
crederai che i semi
Fossero in
quello stesso ordine e sito,
In cui son
or, molto sovente: e pure
Non
può di questo rammentarsi alcuno,
Poich'interposte
fûr pause alla vita
E sparsi i
moti errâr lungi da' sensi.
Poichè
quel ch'è per essere infelice
D'uop'è
che vivo sia nel tempo in cui
Possa a mal
soggiacere: or; se la morte
Da questo lo
difende, e proibisce
Che quegli
in cui ponno adunarsi i mali
Stessi che
noi fan miseri vivesse
Ne' secoli
trascorsi; omai ne lice
Senza dubbio
affermar che nella morte
Non è
di che temere, e che non puote
Esser mai
chi non vive egro e dolente,
Nè
punto differir da quei che nati
Unqua al
mondo non son quelli a cui tolta
Fu da morte
immortal vita mortale.
Onde: se vedi alcun che di sè stesso
Abbia
compassïon, perchè sepolto
Dopo morte
il suo corpo imputridirsi
Debbia, o da
fiamme ardenti esser consunto,
O
lanïato da rapaci augelli,
O da fiere
sbranato; indi ti lice
Saper che
non sincero il cor gli punge
Qualche
stimolo cieco; ancor ch'e' neghi
Di creder
che sentir dopo la morte
Si possa
alcuna cosa; onde non serba
Ciò
che promette largamente altrui,
Nè
dalla vita sè medesmo affatto
Stacca, ma,
nol sapendo, alcuna parte
Fa che resti
di sè. Chè, mentre vivo
L'uom pensa
che morendo o degli uccelli
Fia pasto il
proprio corpo o delle belve,
Tosto di
sè medesimo gl'incresce;
Sol
perchè non si libera a bastanza
Dal corpo
agli animai gettato in preda:
Ma quel si
finge, e del suo proprio senso
L'infetta; e
quindi, a lui stando presente,
D'esser nato
mortal sdegna; e non vede
Che nella
vera morte esser non puote
Nessun altro
sè stesso, il qual vivendo
Pianga
sè morto o lacerato od arso.
Con
ciò sia che, se mal fosse, morendo,
Che
dall'avido rostro o dall'ingorda
Bocca degli
animai si divorasse
Dell'uomo il
corpo, io non intendo il come
Duro non sia
l'esser nel fuoco ardente
Arrostite le
membra o soffocate
Nel
mèle o per lo freddo intirizzite
Poste a
giacer d'una gelata selce
Su
l'equabile cima o per disopra
Dal grave
peso della terra infrante.
— Ma nè l'albergo tuo vago et
adorno
Nè
l'amata consorte omai potranno
Accoglierti,
nè i dolci e cari figli
Correrti
incontro e con lusinghe e vezzi
Prevenirti
ne' baci e 'l core e l'alma
Di tacita
dolcezza inebrïarti.
Più
non potrai con l'onorate imprese
O di mano o
di senno o in pace o in guerra
Esser a te
nè a' tuoi d'aiuto alcuno.
Povero te,
povero te! gridando
Vanno: un
sol giorno una sol'ora un punto
Nemico a'
gusti tuoi potrà rapirti
Della vita
ogni premio. — E taccion solo,
— Nè
desiderio alcuno avrai di queste
Cose. — Il
che se con gli occhi della mente
Molto ben
guarderanno e seguitarlo
Vorran co'
detti, omai scioglier se stessi
Potranno e
dall'angoscie e dal timore,
Venti
contrari alla tranquilla vita.
- Tu, qual
da morte addormentato sei,
Tale al
certo sarai nella futura
Età
privo d'affanno e di cordoglio:
Ma noi
vicini al tuo sepolcro orrendo
Te
piangeremo insazïabilmente
Dal rogo in
poca cenere converso;
Nè
l'eterno dolor dal cuor profondo
Tolto mai ne
sarà. — Chiedere adunque
Deggiamo a
questi, onde sì tetro assenzio
Nasca allor
ch'una cosa omai ritorna
Al sonno,
alla quïete, e qual cagione
Abbia alcun
di dolersi e pianger sempre.
Sogliono ancor, mentre sedendo a mensa
Tengon gli
uomini in man coppe spumanti,
Di ghirlande
odorose ornati il crine,
Dirsi di
cuor l'un l'altro — È breve il frutto
Del bere, il
già godemmo, e nel futuro
Forse
più no 'l godrem; — quasi il maggiore
Mal che la
tomba a questi tali apporti
Sia l'esser
dalla sete arsi e consunti,
O dall'arida
terra o da qualunque
Altro desio
miseramente afflitti.
Ma nè
la vita sua nè sè non cerca
Alcun,
mentre di par giace sopito
In placida
quïete il corpo e l'alma:
Onde
apprender ben puoi ch'a noi conviene
Dormir sonno
perpetuo, e non ci punge
Di noi
medesmi desiderio alcuno:
E pur
dell'alma i primi semi allora
Non lungi
per le membra errando vanno
Ai sensiferi
moti, anzi si desta
L'uom per
sè stesso. Molto meno adunque
Creder si
dee ch'appartener si possa
La morte a
noi, se men del nulla è nulla:
Poichè
più dissipata è nel feretro
L'unïon
de' principii, e mai nessuno
Svegliossi
dopo che seguìo la fredda
Pausa della
sua vita una sol volta.
Al fin; se voci la natura stessa
Fuor
mandasse repente ed in tal guisa
Prendesse a
rampognarne — E qual sì grave
Causa, o
sciocco mortal, ti spinge al duolo?
Perchè
temi la morte, perchè piangi?
Perchè,
se dolce la primiera vita
Ti fu
nè tutti i comodi di quella
Scórser
quasi congesti in un forato
Vaso,
nè tutti trapassâr noiosi,
Perchè
di viver sazio omai non parti
Dal mio
convito e volentier non pigli
La sicura
quïete? E, se profuso
Svanì
ciò che godesti e se la vita
T'offende
omai, per qual cagione, o stolto,
Cerchi
d'aggiunger più quel che di nuovo
Dee
malamente dissiparsi e tutto
Perire a te
noioso? e non più tosto
Fine alla
vita ed al travaglio imponi?
Con
ciò sia che oggimai nulla mi resta
Che
macchinar per te, nè trovar posso
Cosa che
più ti piaccia. Il mondo è sempre
Lo stesso:
e, se per gli anni ancor non langue
Il corpo
tuo, se per vecchiezza estrema
Non hai le
membra affaticate e stanche,
Sappi che
nondimen ciò che ti resta
Sarà
sempre il medesmo, ancor che vivo
Stessi ben
mille e mill'etadi ed anco
Mai per
morir non fossi; — qual risposta
Dar potrem
noi, se non che la natura
Giusta lite
ne muove e 'l vero espone?
Ma chi
più del dover s'ange e lamenta
D'esser nato
mortal, dunque a ragione
Non fia
sgridato e rampognato in voce
Vie
più alta e severa? — Asciuga, o stolto,
Dagli occhi
il pianto, e le querele affrena. —
E, se per
troppa età vecchio e canuto
Altri si
duol — Tu pur godesti i premi
Che la vita
ne dà, pria che languissi.
Ma,
perchè sempre avidamente brami
D'aver quel
che ti manca ed all'incontro
Sprezzi qual
cosa vil ciò che possiedi,
Quindi
avvien che imperfetta e poco grata
Ti rassembra
la vita, e quindi, innanzi
Che tu possa
partir pieno e satollo
Delle cose
del mondo, all'improvviso
Ti sovrasta
la morte. Or lascia adunque
Ciò
che più tuo non è, benchè prodotto
Fosse al tuo
tempo; e volentier concedi
Ch'altri
possegga quel che indarno omai
Tenti di
posseder. — Giusta per certo
Sarebbe, al
creder mio, tal causa, e giusto
Un sì
fatto rimprovero: chè sempre
Cedon
l'antiche alle moderne cose
Da lor
cacciate a viva forza, e l'una
Si ristaura
dall'altra, e nulla cade
O nel
tartaro cieco o nel profondo
Baratro.
Acciò ne' secoli futuri
Gli uomini,
gli animai, l'erbe e le piante
Crescan, han
d'uopo di materia: e pure
Mestiero
è che ciò segua, allor che avrai
Compito
affatto di tua vita il corso.
Dunque non
men di te caddero innanzi
Tai cose, e
caderanno. In cotal guisa
Di nascer
l'un dall'altro unqua non resta;
Nè fu
dalla natura il viver dato
A nessuno in
mancipio, a tutti in uso.
Pon mente, in oltre, come, pria ch'al mondo
Fossimo
generati, alcun trascorso
Secolo
antico dell'eterno tempo
A noi nulla
appartenne. Or questo adunque
Specchio
natura innanzi agli occhi nostri
Pose,
acciò quivi un simolacro vero
Rimiriam
dell'età che finalmente
Dee seguir
dopo morte. Ivi apparisce
Nulla forse
o d'orribile o di mesto?
Forse non
d'ogni sonno alto e profondo
È piu
sicuro il tutto? In vita in vita
Si patisce
da noi ciascun tormento,
Che l'alme
crucïar nel basso inferno
Credon gli
sciocchi. Tantalo infelice
Non teme il
grave ed imminente sasso,
Come fama di
lui parla e ragiona:
Ma ben sono
i mortali in vita oppressi
Dal timor
degli dèi cieco e bugiardo,
E paventan
ognor quella caduta
Che la sorte
gli appresta. Erra chi pensa
Che Tizio
giaccia in Acheronte e sempre
Pasca del
proprio cor l'augel vorace:
Nè,
per cercar lo smisurato petto
Con somma
diligenza, unqua potrebbe
L'avoltoio
trovar cibo che fosse
Bastante a
sazïar l'avido rostro
Eternamente:
e, sia quantunque immane
Tizio, e non
pur con le distese membra
Occupi nove
iugeri, ma tutto
Il
grand'orbe terreno, ei non per tanto
Non
potrà sofferir perpetua doglia
Nè
porger del suo corpo eterno pasto.
Ma Tizio
è quei che, dal rapace artiglio
D'amor
ghermito, è lacerato e roso
Dal crudo
rostro d'ansïosa angoscia;
E quei che
per qualunque altro desio
Stracciano
ad or ad or noie e tormenti.
Sisifo, in
oltre, in questa vita abbiamo
Posto
innanzi a' nostr'occhi: e quello è desso
Che dal
popolo i fasci e le crudeli
Securi aver
desidera, e si trova
Sempre
ingannato, onde si crucia ed ange:
Perch'impero
bramar, ch'affatto è vano
Nè
mai può conseguirsi e sempre in esso
Durare
intollerabili fatiche,
Questo
è voler lo sdrucciolevol sasso
Portar sulla
più alta eccelsa cima
Del monte
alpestre, ond'egli poi si ruoti
Di nuovo e
caggia in precipizio al piano.
Il pascer,
oltr'a ciò, l'animo ingrato
Sempre de'
beni di natura, e mai
Non empier
nè saziar la brama ingorda;
Qual allor
che degli anni in sè rivolti
Tornano i
tempi e ne rimenan seco
Varie e
liete vaghezze e lieti parti,
E pur sazio
già mai l'uomo infelice
Non è
di tanti e così dolci frutti
Che la vita
gli porge; a quel ch'io stimo,
Altro questo
non è che radunare
Acqua in
vasi forati i quai non ponno
Empiersi
mai; come si dice a punto
Che a far
sian condannate in Acheronte
Dell'empio
re le giovanette figlie.
Cerbero,
fiera orribile e diversa
Che latra
con tre gole, e 'l cieco Tartaro
Che fiamme
erutta e spaventosi incendi,
E le furie
crinite di serpenti,
Ed Eaco e
Minosse e Radamanto
Non sono in
alcun luogo e senza dubbio
Esser non
ponno: ma la téma in vita
Delle pene
dovute ai gran misfatti
Gravemente
n'affligge e la severa
Penitenza
del fallo, e 'l carcer tetro
E del sasso
tarpeio l'orribil cima,
I flagelli,
i carnefici, la pece
E le piastre
infocate e le facelle,
E qual altro
supplicio unqua inventasse
Sicilia de'
tiranni antico nido;
I quai, ben
che dal corpo assai lontani
Forse ne
sian, pur di temer non resta
L'animo
consapevole a sè stesso
De' malvagi
suoi fatti; e 'l core e l'alma
Sì ne
sferza e ne stimola e n'affligge,
Che
nell'esser crudel Falari avanza;
Nè sa
veder qual d'ogni male il fine
Sarebbe e
d'ogni pena, anzi paventa
Che vie
più dopo morte aspre e noiose
Non sian le
sue miserie. Or quindi fassi
La vita
degli sciocchi un vivo inferno.
Tal volta ancor puoi fra te stesso dire
— Vide pur
Anco Marzio eterna notte,
Che di te,
scellerato, assai migliore
Era per
molte cause, e tanto avea
Dilatati i
confini al patrio regno.
Anzi a
molt'altri re, duci e signori
E capi di
gran popolo convenne
Pur morir
finalmente. E quello stesso
Che del
vasto oceàn sul molle dorso
Vie
lastricando passeggiò per l'alto
Con le sue legïoni,
e sovra l'onde
Delle salse
lagune a piede asciutto
Insegnò
cavalcare, e pria d'ogni altro
Spezzò
del mare il murmure tremendo,
Perduto il
vital giorno, al fin disperse
L'anima fuor
del moribondo corpo.
Polve
è già Scipïone, alto spavento
D'Africa e
chiaro fulmine di guerra,
Non
altrimenti ch'un vil servo fosse.
Aggiungi poi
delle dottrine i primi
Inventori e
dell'arti e delle grazie:
Aggiungi
delle nove alme sorelle
I divini
compagni. Un sol Omero
Fu principe
di tutti, e pur si giace
Sopito
anch'ei nella medesma quiete
Che si
giacciono gli altri. Al fin Democrito,
Poi
ch'imparò dalla vecchiezza estrema
Che
già languian della sua mente i moti,
Corse
incontro alla morte e 'l proprio capo
Volontario
le offerse. Anzi lo stesso
Epicuro
morío, che 'l germe umano
Superò
nell'ingegno, e d'ogni stella
Gli
splendori oscurò, nato fra noi
Qual sole
etereo ad illustrare il mondo.
E tu
tèmi 'l morire, e te ne sdegni?
Tu che vivo
e veggente hai quasi morta
La vita
omai? Tu che nel sonno involto
La maggior
parte dell'età consumi?
Tu che dormi
vegliando e mai non resti
Di veder
sogni, e di paura vana
Hai la mente
sollecita, e non trovi
Sovente il
mal che sì ti crucia ed ange,
Allor che
d'ogn'intorno ebro infelice
Sì
gravemente da noiose cure
Travagliato
ed oppresso e fra pensieri
Dubbioso
ondeggi in mille errori e mille? —
Ah! che, se gl'infelici uomini stolti
Drizzasser
gli occhi a rimirar quel peso
Che
sì gli opprime, e manifeste e conte
Gli fusser
le cagioni onde ciò nasca
Et onde
ognor tanta e sì grave alberghi
Quasi mole
di male entro a' lor petti,
Non
così viverían, come veggiamo
Viver molti
di lor, senza sapere
Nè
pur quel ch'e' si vogliano, nè sempre
Vorrian
luogo mutar, quasi potessero
Da tal peso
sgravarsi. Esce sovente
Un fuor di
casa, a cui rincresce omai
Lo starvi, e
quasi subito vi torna;
Come quello
che fuori esser non vede
Cosa che
più gli aggradi. A tutta briglia
Caccia
questi 'l cavallo e furïoso,
Quasi aiuto
portar deggia all'accese
Mura del suo
palagio, in villa corre:
Ma tócco a
pena il limitar bramato,
Sbadiglia e
dorme, e d'oblïar procura
Ciò
che tedio gli reca, e torna in fretta
Di nuovo
alla città. Fugge in tal guisa
se stesso
ognun: ma chi non può fuggirsi
Ne segue a
viva forza e ne tormenta,
Sol
perchè nota la cagion del morbo
All'infermo
non è: chè s'ei mirarla
Senza velo
potesse, ogni altra cura
Posta in non
cale, a contemplare omai
Di natura i
segreti e le cagioni
Tutto si
volgeria: chè non d'un'ora,
Ma
d'infiniti secoli in contesa
Si pon lo
stato in cui dopo la morte
Staranno in
ogni età tutti i mortali.
In somma; qual malvagia avida brama
Di vita a
paventar sì fattamente
Ne' dubbiosi
pericoli ne sforza?
Certo
è 'l fin della vita: ogni mortale
D'uop'è
che muoia. In un medesmo luogo
Sempre,
oltr'a ciò, dimorasi, e vivendo
Mai non si
gode alcun piacer che nuovo
Si possa
nominar: ma, se lontano
Sei da quel
che desideri, ti sembra
Che questo
ecceda ogni altra cosa; e, tosto
Che tu l'hai
conseguito, altro desio
Il cor ti
punge. Un'egual sete han sempre
Quei che
temon la morte, e mai non ponno
Saper che
sorte la futura etade
Gli
appresti, o ciò che porteragli il caso
O qual fin
gli sovrasti. Ed allungando
La vita non
per tanto alcun non puote
Scemar del
tempo della morte un pelo,
Nè
punto sminuir la lunga etade
In cui star
gli convien privo di vita.
Onde, ancor
che vivendo ogni uom godesse
Ben mille e
mille secoli futuri,
Non fia
nulla però men sempiterna
La morte che
l'aspetta: e senza dubbio
Nulla men
lungamente avrà perduto
L'esser
colui che terminò la vita
Questo
giorno medesimo, di quello
Che
già morío mill'e mill'anni innanzi.
Argomento.
Questo libro quarto non è altro che
una continuazione del terzo. Il poeta si studia di spiegare il modo onde gli
obbietti esterni agiscono sull'anima per via de' sensi. Le nostre sensazioni,
al parer suo, sono prodotte da corpuscoli invisibili, sparsi nell'atmosfera, i
quali, introducendosi nei diversi meati de' nostri corpi, affettano
diversamente le nostre anime; questi simulacri si dividono in differenti
classi. Gli uni sono trasmessi dai medesimi corpi, e sono emanazioni o della
superficie o dell'interno degli obbietti; gli altri si formano nell'aere; altri
non sono che un misto degli uni e degli altri, che il caso riunisce spesso
nell'atmosfera. Tutti questi simulacri sono d'una finezza e d'una sottigliezza
inconcepibili, e dotati per conseguenza di una grandissima velocità.
Giusta questa nozione preliminare de' simulacri, il poeta crede potere
spiegare in modo soddisfacente tutto il meccanismo delle sensazioni e
delle idee.
1. La visione è prodotta da simulacri
emanati dalla superficie stessa dei corpi, che ne fanno giudicare non solo del
colore, della grandezza e della figura degli obbietti, ma altresì della
loro distanza, del loro moto, ecc. È vero che spesse volte i giudizi che
noi profferiamo in conseguenza di queste percezioni sono falsi; ma l'errore non
procede mai dall'organo, il quale riferisce solo la sensazione precisa ch'esso
prova, ma dalla precipitazione dell'anima, che si affretta sempre di aggiungere
qualche cosa di suo al loro referto; donde egli conclude che i sensi sono guide
infallibili, soli giudici della verità.
2. La sensazione del suono è
eccitata dai corpuscoli staccati dai corpi, che vengono a percuotere l'organo
dell'udito; quando questi elementi sono acconci dalla lingua e dal palato,
formano parole; quando sono ripercossi da corpi solidi, come le rupi
ecc. formano echi.
3. Il sapore è prodotto dai
sughi che la triturazione esprime dagli alimenti, e che s'introducono nei pori
del palato: se gli stessi alimenti non producono le stesse sensazioni sopra
animali di specie differente; o sopra animali posti in circostanze diverse;
questa varietà dipende insieme dall'organizzazione stessa degli animali,
e dalla struttura delle molecole, dall'azione delle quali resultano i sapori.
4. Gli odori, che sono corpuscoli
emanati dall'interno dei corpi, e che hanno per conseguenza un andamento lento
e tardo, non sono neppur essi egualmente analoghi a tutti gli organi; si dica
lo stesso dei simulacri della vista e degli elementi del suono.
Solo queste quattro specie di sensazioni
sono eccitate da emanazioni; imperocchè il tatto è
prodotto dall'impressione immediata degli obbietti.
Rispetto alle idee dell'anima,
Lucrezio pretende che le riconosce dai simulacri, onde l'atmosfera è incessantemente
ripiena; simulacri, il cui tessuto è così delicato, che
s'insinuano in tutti i pori de' nostri corpi, e la cui successione e
combinazione è così rapida, ch'egli crede potere spiegare col
loro mezzo quella moltitudine d'idee, che assediano le nostre anime ad ogni
istante, quelle imagini chimeriche di Centauri, di Scille ecc., e
le altre illusioni di questo genere che c'illudono la notte ed il giorno.
Dopo questa teoria delle sensazioni
e delle idee, il poeta entra in alcuni particolari relativi a cotale dottrina.
1. Esso combatte le cause finali, sforzandosi di provare che i nostri
organi non sono stati fatti a contemplazione de' nostri bisogni, ma che gli
uomini se ne sono serviti perchè gli hanno trovati fatti; 2. egli spiega
perchè il bisogno di bere e mangiare è naturale a tutti gli
animali; 3. come l'anima, sostanza sì delicata, può muovere una
massa tanto pesante quanto sono i nostri corpi; 4. per quale meccanismo il
sonno riesce a intorpidire tutte le facoltà dell'anima e del corpo, e
donde vengono i sogni, de' quali è spesso accompagnato. Con l'occasione
de' sogni, tratta dell'amore, del quale, come Buffon, crede che la
voluttà fisica sia tutto quello che ha di buono; e avverte gli uomini di
preservarsene con le pitture eloquenti ch'egli fa della sventura degli amanti.
Finalmente termina questo tratto e tutto il libro con una specie di trattato
anatomico e fisico sopra la generazione.
Vo passeggiando dell'aonie dive
I luoghi
senza strada e da nessuno
Mai
più calcati. A me diletta e giova
Gir a'
vergini fonti e inebriarmi
D'onde non
tocche. A me diletta e giova
Coglier
novelli fiori onde ghirlanda
Peregrina ed
illustre al crin m'intrecci,
Di cui fin
qui non adornâr le muse
Le tempie
mai d'alcun poeta tósco;
Pria,
perchè grandi e gravi cose insegno
E seguo a
liberar gli animi altrui
Dagli aspri
ceppi e da' tenaci lacci
Della
religïon; poi, perchè canto
Di cose
oscure in così chiari versi,
E di
nêttar febeo tutte l'aspergo.
Nè
questo è, come par, fuor di ragione:
Poichè;
qual, se fanciullo a morte langue,
Fisico
esperto alla sua cura intento
Suol
porgergli in bevanda assenzio tetro
Ma pria di
biondo e dolce mèle asperge
L'orlo del
nappo, acciò gustandol poi
La
semplicetta età resti delusa
Dalle mal
caute labbra e beva intanto
Dell'erba a
lei salubre il succo amaro,
Nè si
trovi ingannata, anzi consegua
Solo per
mezzo suo vita e salute;
Tal a punto or facc'io. Perchè mi sembra
Che le cose
ch'io parlo a molti indótti
Potrian
forse parere aspre e malvage,
E so che 'l
cieco e sciocco volgo aborre
Da mie
ragioni; io per ciò volsi, o Memmo,
Con soave
eloquenza il tutto esporti,
E quasi
asperso d'apollineo mèle
Te 'l porgo
innanzi, per veder s'io posso
In tal guisa
allettar l'animo tuo;
Mentre
dipinta in questi versi miei
La natura
vagheggi, e ben conosci
Quanto l'utile
sia che la n'apporta.
Ma; perchè innanzi io t'ho provato a lungo
Quali sian
delle cose i primi semi,
E con che
varie forme essi nel vano
Per
sè vadano errando e sian commossi
Da moto
eterno; e come possa il tutto
Di lor
crearsi; e t'ho mostrato in oltre
La natura
dell'animo, insegnando
Ciò
ch'egli siasi e di quai semi intesto
Viva insieme
col corpo ed in qual modo
Torni
distratto ne' principii primi;
Tempo mi par
di ragionarti omai
Di quel che
molto in queste cose importa;
Cio
è, che quelle imagini che dette
Son da noi
simolacri altro non siano
Che certe
sottilissime membrane
Ch'ognor
staccate dalla buccia esterna
De' corpi or qua or là volin per
l'aure,
E che quelle
medesime, ch'incontro
Ci si fanno
vegliando e di spavento
Empion gli
animi nostri, anco dormendo
Ci si paran
davanti, allor che spesso
Veggiamo
ignudi simolacri et ombre
Sì
spaventose e d'ogni luce prive
Che ne
destan dal sonno orribilmente;
Acciò
che forse non si pensi alcuno
Che del
basso Acheronte uscendo l'alme
Volin tra'
vivi o che rimanga intatta
Qualche
parte di noi dopo la morte,
Quando, del
corpo e della mente insieme
Dissipata
l'essenza, il tutto omai
Avrà
ne' semi suoi fatto ritorno.
Su dunque: io dico che de' corpi ogn'ora
Le tenui
somiglianze e i simolacri
Vengon dal
sommo lor vibrati intorno.
Questi da
noi quasi membrane o bucce
Debbon
chiamarsi, con ciò sia che seco
Portin
sempre l'imagini il sembiante
E la forma
di quello ond'esse in prima
Staccansi e
per lo mezzo erran diffuse.
E ciò
quindi imparar, benchè alla grossa,
Lice a ciascun.
Pria; perchè molte cose
Vibran
palesemente alcuni corpi
Lungi da
sè; parte vaganti e sparsi,
Com'il fumo
le querci, e le faville
Il fuoco; e
parte più contesti insieme,
Come soglion
tal or l'antiche vesti
Spogliarsi
le cicale allor che Sirio
Di focosi
latrati il mondo avvampa,
O quale a
punto il tenero vitello
Lascia del
corpo la membrana esterna
Nel presepio
ove nasce, o qual depone
Lubrico
sdrucciolevole serpente
La spoglia
in fra le spine, onde le siepi
Delle lor
vesti svolazzanti adorne
Spesso veggiamo.
Or, se tai cose adunque
Si fanno,
è ben credibile che debba
Vibrar dal
sommo suo qualunque corpo
Di sè
medesmo una sottile imago.
Con
ciò sia che già mai ragione alcuna
Assegnar non
si può, perchè staccarsi
Debbiano
dalle cose i detti corpi
E non i
più minuti e più sottili;
Massime
essendo delle cose al sommo
Molti
piccoli semi, i quai vibrarsi
Ponno con lo
stess'ordine che prima
Ebbero e
conservar la stessa forma,
E ciò
tanto più ratti, quanto meno
Ponno i
pochi impedirsi e nella fronte
Prima hanno
luogo. Con ciò sia che sempre
Emergon
molte cose e son vibrate
Non pur dai
cupi penetrali interni,
Com'io
già dissi; ma sovente ancora
Il medesmo
color diffuso intorno
È dal
sommo de' corpi. E l'auree vele
E le
purpuree e le sanguigne spesso
Ciò
fanno allor che ne' teatri augusti
Son tese e
sventolando in su l'antenne
Ondeggian
fra le travi: ivi 'l consesso
Degli
ascoltanti, ivi la scena e tutte
L'imagini
de' padri e delle madri
E degli
dèi di color vari ornate
Veggionsi
fluttuare; e, quanto più
Han d'ogni
intorno le muraglie chiuse
Sì
che da' lati nel teatro alcuna
Luce non
passi, tanto più cosperse
Di grazia e
di lepor ridon le cose
Di dentro,
avendo in un balen concetta
L'alma luce
del dì. Se adunque il panno
Dall'esterne
sue parti il color vibra,
Mestiero
è pur che tutte l'altre cose
Vibrino il
tenue simolacro loro,
Poscia che
quello e questi è dall'esterne
Parti
scagliato. Omai son certi adunque
Delle forme
i vestigi, che per tutto
Volano e son
di sottil filo inteste
Nè
mai posson disgiunte ad una ad una
Esser viste
da noi. L'odore, in oltre,
Il fumo, il
vapor caldo e gli altri corpi
Simili errar
soglion diffusi e sparsi
Lungi da
quelle cose onde esalaro;
Perchè,
venendo dalle parti interne,
Nati dentro
di lor, per tortuose
Vie
camminando, son divisi, e curve
Trovan le
porte ond'eccitati al fine
Tentan
d'uscir: ma, pel contrario, allora
Che le tenui
membrane dall'estremo
Color de'
corpi son vibrate intorno,
Cosa non
è che dissipar le possa;
Perch'elle
in pronto sono e nella prima
Fronte
locate. Finalmente è d'uopo
Che ciascun
simolacro che apparisce
Negli
specchi, nell'acqua ed in qualunque
Forbita e
liscia superficie, avendo
La medesima
forma delle cose
Ch'egli
altrui rappresenta, anche consista
Nelle
scagliate imagini volanti:
Con
ciò sia che già mai ragione alcuna
Assegnar non
si può, perchè staccarsi
Debbono i
corpi che da molte cose
Son deposti
o lanciati apertamente
E non i
più minuti e i più sottili.
Son dunque
al mondo i tenui simolacri
E simili
alle forme delle cose,
I quai,
benchè vedersi ad uno ad uno
Non possan,
non per tanto, agli occhi nostri
Con urto
assiduo ripercossi e spinti
Dal piano
degli specchi, a noi visibili
Fannosi al
fin; nè par che in altra guisa
Deggiano
illesi conservarsi e tanto
A qualunque
figura assomigliarsi.
Or, quanto dell'imagini l'essenza
Sia tenue,
ascolta. E pria, perchè i principii
Son da'
sensi dell'uom tanto remoti
E minori de'
corpi che i nostr'occhi
Comincian
prima a non poter vedere,
Or non di
meno, acciò che meglio provi
Tutto quel
ch'io ragiono, ascolta, o Memmo,
Ne' brevi
detti miei quanto sottili
Sian d'ogni
cosa i genitali semi.
Pria: sono
al mondo sì fatti animali
Che la lor
terza parte in guisa alcuna
Veder non
puossi. Or qual di questi adunque
Creder si
debbe ogn'intestino? quale
Del cuore il
globo e gli occhi? e quai le membra,
Quai le
giunture? e quai dell'alma in somma
Gli atomi e
della mente? Or non conosci
Quanto
piccioli sian, quanto sottili?
In oltre:
ciò che dal suo corpo esala
Acuto odor,
la panacea, l'assenzio
E l'amaro
centauro e 'l grave abrótano,
Se fia mosso
da te, vedrai ben tosto
Molte
effigie vaganti in molti modi
Prive
affatto di forze e d'ogni senso;
Delle quai
quanto sia picciola parte
L'imagine,
uom non è che sia bastante
A dire
altrui nè con parole possa
Render di
cosa tal ragione alcuna.
Ma, perchè tu forse vagar non creda
Quelle
imagini sol che dalle cose
Vengon
lanciate, altre si creano ancora
Per
sè medesme in questo ciel che detto
Aere
è da noi. Queste, formate in vari
Modi, all'in
su van sormontando; e molli
Non cessan
mai di varïar sembianza;
E novi
Protei in qualsivoglia forma
Cangian
sè stesse; in quella guisa a punto
Che le nubi
talor miransi in alto
Facilmente
accozzarsi, e la serena
Faccia
turbar del mondo e 'l cielo intanto
Lenir col
moto; con ciò sia che spesso
Ne sembra di
veder per l'aere errando
Volar
giganti smisurati e l'ombra
Distender
largamente, e spesso ancora
Gran monti e
sassi da gran monti svelti,
Precorrere e
seguir del sole i raggi,
E belve
alfin di non ben noto aspetto
Trar seco e
generar nembi e tempeste.
Or, quanto agevolmente e come presto
Sian
generate e dalle cose esalino
Perpetuamente
e sdrucciolando cedano,
Tu quindi
apprendi. Poichè sempre in pronto
Ogni estremo
è de' corpi, onde si possa
Vibrare: e
quando all'altre cose arriva
E' le
penetra e passa; e ciò gli avviene
Principalmente
in quelle vesti urtando
Ch'inteste
son di sottil filo e raro:
E se ne'
rozzi sassi o nell'opaco
Legno
percuote, ivi si spezza in guisa
Che
simolacro alcun non puote agli occhi
Rappresentar.
Ma, se gli fiano opposti
Corpi lucidi
e densi, in quella guisa
Che
sovr'ogni altro di cristallo terso
E di forbito
acciar sono gli specchi,
Nulla accade
di ciò; poichè non puote
Come le
vesti penetrarli et oltre
Passar
nè dissiparsi in varie parti,
Già
che la liscia superficie intero
Ed intatto
il conserva e 'l ripercuote:
E quindi
avvien che son per noi formati
De' corpi i
simolacri, e che, ponendo,
Quando vuoi,
ciò che vuoi, quanto vuoi tosto,
Dirimpetto
allo specchio, appar l'imago.
Onde ben
puossi argomentar che sempre
Dal sommo
delle cose esalan fuori
Tenui
effigie e figure. In breve spazio
Dunque si
crean ben mille e mille imagini:
Ond'a ragion
l'origine di queste
Si
può dir velocissimo. E, siccome
Dee molti
raggi in breve spazio il sole
Vibrarsi
intorno acciò che sempre il cielo
Illustrato
ne sia, tal anco è d'uopo
Che molti
simolacri in molti modi
Sian dalle
cose in un medesmo instante
Certamente
scagliati in ogni parte;
Poichè,
rivolgi pur dove t'aggrada
Lo specchio,
ivi apparir vedrai le cose
Tra lor di
forma e di color simíli.
Mira, oltr'a
ciò, che, se tranquillo e chiaro
Di luce e di
seren l'aere fiammeggia,
Talor
sì sconciamente e così tosto
D'atra e
nera caligine s'ammanta,
Che ne par
che le tenebre profonde
Del cupo e
cieco abisso, abbandonando
Le lor sedi
natie tutte in un punto
E fuor
volando ad eclissar le stelle,
Ripiene
abbian del ciel l'ampie spelonche;
Tal
già sorta di nembi orrida notte,
Veggiam
d'atro timor compagne eterne
Spalancarsi
nel ciel fauci infiammate,
Eruttar
verso noi fulmini ardenti:
E pur,
quanto di ciò picciola parte
Sia l'imago,
uom non è che basti a pieno
A dire
altrui, nè con parole possa
Render di
cosa tal ragione alcuna.
Or via; quanto l'imagini nel corso
Celeri siano
e qual prontezza in loro,
Mentre
nuotan per l'aure, abbiano al moto,
Sì
ch'in brev'ora, ovunque il volo indrizzino,
Spinte da
vario impulso un lungo spazio
Passino; io
con soavi e dolci versi,
Più
che con molti, di narrarti intendo,
Qual
più grato è de' cigni il canto umíle
Del gridar
che le grue fan tra le nubi
Se i gran
campi dell'aria austro conturba.
Pria:
sovente veggiam ch'assai veloce
Movimento
han le cose i cui principii
Interni
atomi sian lisci e minuti.
Qual
è forza che sia la luce e quale
Il tiepido
vapor de' rai del sole;
Che, fatti
essendo di minuti semi,
Son quasi a
forza ogn'or vibrati, e nulla
Temono il
penetrar l'aereo spazio
Sempre da
nuovi colpi urtati e spinti;
Con
ciò sia che la luce è dalla luce
Somministrata
immantinente, et ave
Dal fulgore
il fulgor stimolo eterno.
Onde per la
medesima cagione
Mestiero
è che l'effigie in un momento
Sian per
immenso spazio a correr atte;
Pria,
perchè basta ogni leggiero impulso
Che l'urti a
tergo e le sospinga avanti;
Poi,
perchè son di così tenui e rari
Atomi
inteste, che lanciate intorno
Penetrano
ogni cosa agevolmente
E volan
quasi per l'aereo spazio.
In oltre; se
dal ciel vibransi in terra
Minimi
corpi, qual del sole a punto
È la
luce e 'l vapor, miri che questi,
Diffondendo
sè stessi, in un momento
Irrigan
tutto il ciel superno e tutta
L'aria,
l'acqua e la terra ove sì mobile
Leggerezza
gli spinge. Or che dirai?
Dunque le
cose che de' corpi al sommo
Sono al moto
sì pronte e che lanciate
Nulla
impedisce ir non dovran più ratte
E più
spazio passar nel tempo stesso,
Che la luce
e 'l vapor passano il cielo?
Ma di quanto
l'imagini de' corpi
Sian veloci
nel corso, io per me stimo
Esser
principalmente indicio vero
L'esporsi a
pena all'aria aperta un vaso
D'acqua,
che, essendo il ciel notturno e scarco
Di nubi, in
un balen gli astri lucenti
Vi si
specchian per entro. Or tu non vedi
Dunque omai
quanto sia minimo il tempo
In cui
dell'auree stelle i simolacri
Dall'eterea
magion scendono in terra?
Sì
che, voglia o non voglia, è pur mestiero
Che tu
confessi esser vibrati intorno
Questi
minimi corpi atti a ferirne
Gli occhi e
la vista penetrarne e sempre
Nascere ed
esalar da cose certe;
Qual dal
sole il calor, da' fiumi il freddo,
Dal mare il
flusso od il reflusso edace
Dell'antiche
muraglie ai lidi intorno:
Nè
cessan mai di gir per l'aria errando
Voci
diverse: e finalmente in bocca
Spesso di
sapor salso un succo scende,
Quando al
mar t'avvicini; ed all'incontro
Mescer
guardando i distemprati assenzi
Ne sentiam
l'amarezza. In così fatta
Guisa da
tutti i corpi il corpo esala,
E per l'aere
si sparge in ogni parte;
Nè
mora o requie in esalando alcuna
Gli è
concesso già mai mentre ne lice
Continuo il
senso esercitare e tutte
Veder sempre
le cose e sempre udire
Il suono ed
odorar ciò che n'aggrada.
Perchè poi si conosce esser la stessa
Quella
figura che palpata al buio
Fu con le
mani e che nell'aureo lume
Dopo si vede
e nel candor del giorno,
D'uop'è
che la medesima cagione
Ecciti in
noi la vista e 'l tatto. Or dunque,
Se palpiamo
un quadrato e questo il senso
La notte ne
commuove, e qual già mai
Cosa
potrassi alla sua forma aggiungere
Il dì
fuorchè la sua quadrata imagine?
Onde sol
nell'imagini consiste
La cagion
del vedere, e senza loro
Ciechi
affatto sarian tutti i viventi.
Or sappi che
l'effigie e i simolacri
Volano
d'ogn'intorno e son vibrati
E diffusi e
dispersi in ogni banda:
Ma,
perchè solo atti a veder son gli occhi,
Quindi
avvien che dovunque il vólto vòlti
Ivi sol
delle cose a noi visibili
La figura e
'l color ti s'appresenta.
E, quanto
sia da noi lungi ogni corpo,
Il simolacro
suo chiaro ne mostra:
Poichè,
allor ch'ei si vibra, in un istante
Quella parte
dell'aria urta e discaccia
Ch'è
fra sè posta e noi; questa in tal guisa
Sdrucciola
pe' nostri occhi, e quasi terge
L'una e
l'altra pupilla, e così passa:
Quindi
avvien che veggiamo agevolmente
La
lontananza delle cose, e, quanto
Più
d'aere è spinto innanzi e ne forbisce
E molce le
pupille aura più lunga,
Tanto a noi
più lontan sembra ogni corpo;
Ch'ambedue
queste cose in un baleno
Fannosi al
certo, e che si vegga insieme
Quai sian
gli oggetti e quanto a noi discosti.
Nè qui vogl'io che meraviglia alcuna
T'occupi
l'intelletto, ond'esser deggia
Che non
potendo i simolacri all'occhio
Tutti
rappresentarsi, ei pur bastante
A scorger
sia tutte le cose opposte.
Poichè
nel modo stesso aura gelata,
Che lieve
spiri e ne ferisca il corpo
Coi pungenti
suoi stimoli, non suole
Mai commover
le membra a parte a parte
Ma tutte
insieme; e le percosse e gli urti
Ricevuti da
lor quasi prodotti
Sembran da
cosa che ne sferzi o cacci
Fuor di
sè stessa unitamente il senso.
In oltre:
allor che tu maneggi un sasso,
Tocchi di
lui la superficie estrema
E l'estremo
color; ma già non puoi
Sentir
quella nè questo, anzi la sola
Durezza sua
ti si fa nota al tatto.
Or via, perchè l'imago oltre allo specchio
Si vegga,
intendi. Chè remota al certo
Apparisce
ogni effigie, in quella guisa
Che fan gli
oggetti i quai veracemente
Si miran
fuor di casa, allor che l'uscio
Libero per
sè stesso e aperto il varco
Concede al
guardar nostro e fa che molte
Cose lungi
da noi scorger si ponno.
Con
ciò sia che per doppio aere procede
Anco questa
veduta. Il primo è quello
Ch'è
dentro all'uscio, indi a sinistra e a destra
Seguon
l'impòste: indi la luce esterna
Gli occhi ne
terge e 'l second'aere e tutte
Le cose che
di fuor veracemente
Son da noi
viste. In cotal guisa adunque,
Tosto che
dello specchio il simolacro
Per lo mezzo
si lancia, allor ch'ei viene
Vér le
nostre pupille, agita e scaccia
Tutto l'aere
frapposto, e fa che prima
Veggiam lui
che lo specchio: indi si scorge
Lo specchio
stesso, e nel medesmo istante
Percuote in
lui la nostra effigie e tosto
Gli occhi
indietro reflessa a veder torna,
E,
cacciandos'innanzi e rivolgendo
Tutto l'aere
secondo, opra che prima
Veggiam
questo che lei: quindi l'imago
Dallo
specchio altrettanto appar lontana,
Quant'ei
dall'occhio situato è lungi.
Sappi,
oltr'a ciò, che delle nostre membra
Quella parte
ch'è destra, entro allo specchio
Sinistra
esser ne pare. E questo accade,
Perchè,
giungendo al piano suo l'imago,
L'urta, e da
lui non è reflessa intatta
Ma
drittamente ripercossa e infranta:
Qual, se una
molle maschera di créta
Battuta in
un pilastro o in una trave
Tal nella
fronte la primiera forma
Serbi
indietro volgendosi, che possa
Esprimer
sè medesma in un istante,
L'occhio che
fu sinistro allor farassi
Destro e
sinistro pel contrario il destro.
Ponno ancor
tramandarsi i simolacri
Di specchio
in specchio e generar tal ora
Cinque
imagini e sei. Poichè qualunque
Cosa, ancor
che remota e posta in parte
Occulta al
veder nostro, indi si puote
Trar con
più specchi in vari siti e certi
Locati
alternamente e far che giunga
D'essa per
torte vie l'effigie all'occhio.
Tant'è
ver che l'imagine traluce
Di specchio
in specchio, e, se l'è destra, riede
Sinistra, e
quindi ripercossa indietro
Pur di nuovo
si volge e torna a destra.
Anzi,
qualunque lato abbian gli specchi
Curvo a
foggia di fianco, a noi riflette
Dei destri
corpi i simolacri a destra;
O perch'ivi
l'imagine trapassa
Di specchio
in specchio, e quindi a noi se n' vola
Due volte
ripercossa; o perchè, mentre
Corre verso
i nostr'occhi, erra aggirata,
Spinta a
ciò far dalla figura esterna
Dello
specchio medesimo, ch'essendo
Curva fa che
ver noi tosto si volga.
Parne,
oltr'a ciò, ch'entri l'effigie ed esca
Nosco e che
'l piede fermi e i gesti imiti;
Poichè
da quella parte, onde ne piace
Partirne e
dallo specchio allontanarsi,
Tornar non ponno
i simolacri all'occhio
Nostro,
poich'incidenti e ripercossi
Sempre fan
con lo specchio angoli eguali.
Odian poi le pupille i luminosi
Oggetti e
schivan d'affissarsi in loro;
Anzi, se
troppo il guardi, il sol t'accieca,
Perchè
molto possente è l'energia
De' suoi
lucidi raggi, e son vibrati
D'alto per
l'aer puro i simolacri
Impetuosamente,
e fiedon gli occhi
Tutta
turbando e confondendo insieme
La lor
fabbrica interna. Inoltre; il lume,
Qual or
troppo è gagliardo, abbruciar suole
Spesso i
nostr'occhi; perchè in sè di fuoco
Molti semi
racchiude atti a produrre,
Mentre
passan per lor, noia e dolore.
Giallo, in
oltre, divien ciò che rimira
L'uom
ch'è da regia infirmitade oppresso;
Perchè
di giallo molti semi esalano
Dall'itteriche
membra i quali incontro
Vanno
all'effigie delle cose, e molti
Ne son misti
negli occhi e di pallore
Col lor
tetro velen tingon il tutto.
Dalle
tenebre poi scorger si ponno
Tutte le
cose a' rai del lume esposte;
Perchè,
quando ai nostri occhi arriva il primo
Aere vicin
caliginoso e fosco
Ed aperti
gl'ingombra, incontinente
Segue il
secondo lucido e sereno
Ch'ambi
quasi gli purga e l'ombra scaccia
Di
quell'aere primier, perchè di lui
È
più tenue, più snello e più possente:
Onde, non
così tosto empie di luce
I meati
degli occhi, e ciò che tenne
Chiuso pria
l'aer cieco apre e rischiara,
Che de'
corpi illustrati i simolacri
Seguon
senz'alcun velo ed a vederli
N'incitan la
pupilla. Il che non puossi
Far pel
contrario dalla luce al buio;
Perchè
l'aere secondo oscuro e grosso
Succede al
tenue e luminoso, e tutti
I meati
riempie, e cinge intorno
Le vie degli
occhi, ond'impedito affatto
Sia d'ogni
corpo a' simolacri il moto.
Succede
ancor che le quadrate torri
Riguardate
da lungi appaian tonde,
Sol
perchè di lontan gli angoli suoi
Molto ottusi
si veggono, o più tosto
Più
da noi non si veggono e svanisce
Affatto ogni
lor piaga e non ne giunge
Pur a
muoverne il senso un picciol urto:
Poichè,
mentre l'imagine per lungo
Tratto si
muove, è dagli stessi incontri
Dell'aere a
forza rintuzzata; e quindi,
Tosto che
tutti gli angoli a' nostr'occhi
Son resi
impercettibili, costrutta
Ci par di
sassi fabbricati al torno;
Ma non tali
però che differenza
Fra lor non
abbia e' veramente tondi
E da presso
veduti; anzi ne sembra
Che tutti
sian quasi adombrati e finti.
Parne,
oltr'a ciò, che al sol l'ombra si mova,
E segua i
nostri passi, e 'l gesto imíti;
Se pur credi
che l'aria, essendo priva
Di luce,
passeggiar debba e seguire
Dell'uomo i
gesti ed emularne i moti;
Chè
null'altro che aria orba di luce
Esser
può mai quel che da noi si suole
Ombra
chiamar. Ciò senza dubbio accade,
Perchè
resta per ordine la terra
Priva de'
rai del sol dovunque il passo
Da noi si
volga e le si pari il lume,
E quei
luoghi all'incontro onde partimmo
S'illustran
tutti ad uno ad uno. Or quindi
Pare a noi
che l'istessa ombra del corpo
Sempre ne
segua; con ciò sia che sempre
Nuovi raggi
di luce in ordin certo
Si diffondon
per l'aria, e quei di prima
Spariscon,
quasi lana arsa nel fuoco;
Onde resta
la terra agevolmente
Di luce
ignuda, e nella stessa guisa
Se n'adorna
e riveste, e scuote e purga
L'atra e
densa caligine dell'ombre.
Nè qui nulla di men gli occhi ingannati
Punto non
son: poichè, dovunque il lume
Si trovi o
l'ombra, il veder tocca a loro;
Ma, se i
raggi medesimi di luce
Camminano in
più luoghi e se la stessa
Ombra di qui
si parta e vada altrove
O pur, come
poc'anzi io ti diceva,
Segua tutto
il contrario, il ciò discernere
Opra
è della ragion, nè posson gli occhi
Mai delle
cose investigar l'essenza:
Onde non
voler tu questo difetto,
Che solo
è del consiglio, ingiustamente
Agli occhi
attribuir. Ferma ne sembra
La nave che
ci porta, anco che voli
Per l'alto a
piene vele. Ir giureresti
L'immobil
lido e verso poppa i colli
Fuggirsi e i
campi, allor che spinto innanzi
Dalle forze
del vento il curvo pino
Indietro se
gli lascia. Ogni astro immoto
Parne e
dell'etra alle caverne affisso:
E pure astro
non v'ha che irrequïeta-
mente non
giri; con ciò sia che tutti
Sorgendo i
lunghi cerchi a veder tornano,
Tosto che i
globi lor chiari e lucenti
Han misurato
il ciel. Nel modo stesso
Par che 'l
sol non si muova e che la luna
Stia ferma:
e pur chiaro ne mostra il fatto
Ch'ambi con
giro assiduo ognor passeggiano
I gran campi
dell'etra. E, se da lungi
Miri di
mezzo al mar monti sublimi
Disgiunti in
guisa ch'all'intere armate
Navali sia
fra lor l'esito aperto,
Nondimen ti
parrà che tutti insieme
Faccian una
sol'isola. A' fanciulli
Che
già cessato han di girare attorno
Par che
talmente e le colonne e gli atri
Girino
anch'essi, che a gran pena omai
Credon che
sopra lor l'ampio edifizio
Di cader non
minacci. E, quando in cielo
Già
con tremulo crin l'alba apparisce
E la
splendida giuba in alto estolle,
Quel monte,
a cui sì da vicino il sole
Par che
sovrasti e che da' rai lucenti
Del suo
fervido globo arso ti sembra,
Lungi a pena
è da noi due mila tratti
Di freccia,
anzi tal volta a pena è lungi
Sol
cinquecento: e pur fra 'l sole ed esso
Sai che
giaccion di mar pianure immense,
D'etere
inaccessibili campagne,
E gran
tratti di terra in cui son vari
Popoli e
d'animai specie diverse.
L'acqua,
oltr'a ciò, che nelle pozze accolta
Per le vie
lastricate in mezzo ai sassi
Ferma si
sta, benchè non sia d'un dito
Punto
più alta, nondimeno agli occhi
Lascia tanto
abbassar sotterra il guardo,
Quanto
l'ampie del ciel fauci profonde
S'apron
lungi da noi, sì che le nubi
Veder ti
sembra e l'auree stelle e 'l sole
Splender
sotterra in quel mirabil cielo
Tosto, al
fin, che si ferma in mezzo al fiume
Il veloce
cavallo e che si affissano
Gli occhi
nell'onde rapide e tranquille,
Parne che 'l
corpo suo quantunque immoto
Sia portato
a traverso, e che la propria
Forza il
fiume al contrario urti e respinga,
E, dovunque
da noi l'occhio si volga,
Girne sembra
ogni cosa ed a seconda
Notar
dell'acque. E finalmente i portici,
Ben che sian
d'egual tratto e da colonne
Non mai fra
lor dispàri abbian sostegno,
Pur
nondimen, se dalla somma all'ima
Parte son
riguardati, a poco a poco
Stringer
mostran sè stessi in cono angusto,
Più e
più sempre avvicinando il destro
Muro al
sinistro e 'l pavimento al tetto
Sin che di
cono in un oscuro acume
Vadano a
terminar. Sorto dall'acque
Ai naviganti
'l sol par che nell'acque
Anco
s'attuffi e vi nasconda il lume:
Ma quivi
altro mirar che cielo e mare
Non puossi.
E crederai sì di leggiero
Che sian
offesi d'ogn'intorno i sensi?
Zoppe, in
oltre, nel porto agl'imperiti
Esser paion
le navi e con infranti
Arredi
premer di Nettuno il dorso;
Poichè
quel che de' remi e del governo
Sovrasta al
salso flutto e fuor n'emerge
Dritto
senz'alcun dubbio agli occhi appare,
Ma non fanno
così l'altre lor parti
Ricoperte
dall'onde, anzi rifratte
Mostran
voltarsi e ritornar supine
Verso il
margine estremo e ripercosse
Quasi al
sommo dell'acque ir fluttuando.
E, s'in
tempo di notte a ciel sereno
Per lo vano
dell'aria il vento spinge
Nugole trasparenti,
allor ci sembra
Che gli
splendidi segni ai nembi incontro
Vadano in
regïon molto diversa
Dal loro
vero viaggio. E, se la mano
Supposta
all'un degli occhi il preme ed erge,
Doppio al
senso divien ciò che si mira,
Doppio delle
lucerne il lume ardente,
Doppio di
casa ogni ornamento, e doppie
Degli uomini
le facce e doppi i corpi.
Al fin,
quando sepolte in dolce sonno
Giaccion
tutte le membra e gode il corpo
Una somma
quïete, allor sovente
Parne esser
desti non per tanto e moverne,
E mirar
nella cieca ombra notturna
L'aureo lume
del giorno, e 'n chiuso luogo
Cielo e mari
passar fiumi e montagne,
E con libero
piè scorrer pe' campi,
E parole
ascoltar, mentre il severo
Silenzio
della notte il mondo ingombra,
E risponder
tacendo alle proposte.
Et, in somma,
guardando, ognor veggiamo
Molt'altre
cose simili, che tutte
Cercan di
vïolar quasi la fede
A ciascun
sentimento ancor che indarno:
Poichè
di queste una gran parte inganna
Per la
fallace opinïon dell'animo
Che si forma
da noi, mentre prendiamo
Per noto quel
che non è noto al senso.
Se finalmente alcun crede che nulla
Non si possa
saper, questi non sa,
Anco se la
cagion possa sapersi,
Ond'ei di
nulla non saper confessa.
Dunque il
più disputar contro a costui
Opra vana
saria, mentr'egli stesso
Col suo
proprio cervel corre all'indietro.
Ma, concesso
anco questo, nondimeno
Chiederògli
di nuovo in qual maniera,
Non
avend'egli conosciuto innanzi
Cosa che
vera sia, sappia al presente
Quel che 'l
sapere e 'l non saper significhi,
Onde il
falso dal ver, dal dubbio il certo
Discerna. E,
in somma, troverai che nacque
La notizia
del ver dai primi sensi:
Nè
ponno i sensi mai, se non a torto,
Ripudiarsi
da te; mentre è pur d'uopo
Che presti
ognun di noi fede maggiore
A quel che
può per sè medesmo il falso
Vincer col
vero. E qual di maggior fede
Cosa degna
sarà che 'l nostro senso?
Forse da
falso senso avendo origine
Potrà
mai la ragione esser bastevole
I sensi a
confutar? mentr'ell'è nata
Tutta da'
sensi, i quai se non son veri,
Mestiero
è ancor ch'ogni ragion sia falsa.
Forse potran
redarguir l'orecchie
Gli occhi? o
'l tatto l'orecchie? o della lingua
Confutare il
sapor l'udito o 'l tatto?
Forse il
riprenderan gli occhi o le nari?
Non per
certo il faran: poichè diviso
È de'
sensi il potere, et a ciascuno
La sua parte
ne tocca; e però deve
Quel
ch'è tenero o duro o freddo o caldo
Freddo o
caldo parer tenero o duro
Distintamente;
ed è mestier ch'i vari
Colori delle
cose, e tutto quello
Ch'è
congiunto ai color, distintamente
Si senta; e
della bocca ogni sapore
Ha distinta
virtù; nascon gli odori
Dal suon
distinti, e 'l suon distinto anch'egli
Finalment'è
prodotto: ond'è pur d'uopo
Che l'un
dall'altro senso esser ripreso
Non possa. E
molto men creder si debbe
Che pugni
alcun di lor contro sè stesso;
Con
ciò sia che prestargli egual credenza
Sempre
dovriasi e per sospetto averlo.
Dunqu'è
mestier, che ciò che appare al senso
In qual
tempo tu vuoi sia vero e certo.
E, se non
puoi con la ragione disciôrre
La causa per
che tondo appaia all'occhio
Da lungi
quel che da vicino è quadro,
Meglio
è però, se di ragion v'è d'uopo,
False cause
assegnar che con le proprie
Mani trar
via quel ch'è già noto e conto
E
vïolar la prima fede e tutti
Scuotere i
fondamenti ove la propria
Vita e
salute ogni mortale appoggia.
Poichè
non solo ogni ragione a terra
Cade, ma,
quel ch'è peggio, anco la vita
Tosto vien
men che tu non credi ai sensi,
Nè
schivar curi i ruinosi luoghi
Nè
l'altre cose simili che denno
Fuggirsi e
segui le contrarie ad esse.
In van
dunque ogni copia di parole
Fia contro i
sensi apparecchiata e pronta.
Al fin:
siccome, oprando un architetto
Nelle
fabbriche sue torta la riga
Falsa la
squadra e zoppo l'archipenzolo,
Mestiero
è che mal fatto e sconcio in vista
Curvo,
obliquo, inchinato e vacillante
Riesca ogni
edifizio e già minacci
Imminente
caduta, anzi sorgendo
Da bugiardi
ingannevoli giudìci
Ruini
affatto e torni eguale al suolo;
Così
d'uopo sarà ch'ogni ragione,
Che da sensi
fallaci origin ebbe,
Cieca si
stimi e mal fedele anch'ella.
Or, come ogni altro senso il proprio obietto
Senta per
sè medesmo, agevolmente
Può
capirsi da noi. Pria s'ode il suono
E s'intendon
le voci allor ch'entrando
Nell'orecchie
il lor corpo agita il senso.
Che corporea
per certo anco la voce
E 'l suon
d'uopo è che sia, mentre bastanti
Sono a
movere il senso e risvegliarlo.
Poichè
raschian sovente ambe le fauci
Le voci, e
nell'uscirsene le strida
Inaspriscon
vie più l'asper'arteria:
Con
ciò sia che, sorgendo in stretto luogo
Turba molto
maggior, tosto che i primi
Principii
delle voci han cominciato
A volarsene
fuori e che ripieni
Ne son tutti
i polmon, radon al fine
La troppo
angusta porta ond'hanno il passo.
Dubbio
adunque non è che le parole
Siano e le
voci di corporei semi
Create, con
ciò sia ch'offender ponno.
Nè
t'è nascosto ancor quanto detragga
Di corpo e
quanto sminuisca altrui
Di forza di
vigor di robustezza
Un continuo
parlar, che cominciando
Dal primo
albór della nascente aurora
Duri insino
alla cieca ombra notturna,
Massime se
gli è sparso in larga vena
Con
altissime strida. Egli è pur forza
Dunque ch'ogni
parola et ogni voce
Corporea
sia, poichè parlando l'uomo
Sempre del
corpo suo perde una parte.
Nè
con forma simíl possono i semi
Penetrar
nell'orecchie, allor che mugge
La tromba o
'l corno in murmure depresso,
Et allor che
morendo al canto snoda
La lingua il
bianco cigno e di soavi
Ben che
flebili voci empie le valli
Del canoro
Elicona ove già nacque.
Dunque da noi son certamente espresse
Le voci in
un col corpo e fuor mandate
Con dritta
bocca. La dedalea lingua
Variamente
movendosi gli accenti
Articola, e
la forma delle labbra
Dà
forma in parte alle parole anch'essa.
Dall'asprezza
de' semi è poi creata
L'asprezza
della voce e parimente
Il levor dal
levor. Chè, se per lungo
Spazio
correr non dee prima che possa
Penetrar
nell'orecchie, ogni parola
Si sente
articolata e si distingue
Dall'altre;
con ciò sia che 'n simil caso
Tutte
conservan la struttura prima:
Ma, se lungo
all'incontro è più del giusto
L'interposto
cammin, forza è che, mentre
Fendon le
voci il soverchio aere e vanno
Per l'aure a
volo, in un confuse e miste
Siano e
scomposte e dissipate in guisa,
Che ben
possan l'orecchie un indistinto
Suono
ascoltar, ma non però discernere
Punto qual
sia delle parole il senso:
Sì
confusa è la voce ed impedita.
In oltre,
allor che 'l banditore aduna
La gente, un
solo editto è da ciascuno
Inteso. In
mille e mille voci adunque
Qua e
là senza dubbio una sol voce
Si sparge in
un balen poichè diffusa
Ogni
orecchio penètra e quivi imprime
La forma e
'l chiaro suon delle parole.
Parte ancor
delle voci, oltre correndo
Senza alcuno
incontrar, perisce al fine
Per l'aure
aeree dissipata indarno:
Parte in
dense muraglie in antri cavi
In curve e
cupe valli urta e reflessa
Rende 'l
suono primiero, e spesso inganna
Con mentita
favella il creder nostro.
Il che bene
intendendo, agevolmente
Saper potrai
per qual cagione i sassi
Ti riflettan
per ordine l'intera
Forma delle
parole, allor che cerchi
Per selve
opache e per montagne alpestri
Gli smarriti
compagni e li richiami
Con grida
alte e sonore. E mi sovviene
Ch'una sola
tua voce or sei or sette
Volte
s'udío, tal reflettendo i colli
Ai colli
stessi le parole a gara
Iteravano i
detti. I convicini
Di questi
luoghi solitari han finto
Che Fauni e
Ninfe e Satiri e Silvani
Ne siano
abitatori; e che la notte
Con giochi e
scherzi e strepitosi balli
Rompan
dell'aer fosco i taciturni
Silenzi e
dalla piva e dalla cetra
Tocca da
dotta man spargano all'aure
Dolci
querele armonïosi pianti;
E che 'l
rozzo villan senta da lungi,
Qual or
squassando del biforme capo
La corona di
pino il dio de' boschi
Spesso con
labbro adunco in varie guise
Anima la
siringa e fa che dolce
Versin le
canne sue musa silvestre.
Altri han
finto eziandio mostri e portenti
Simili a'
sopraddetti, onde si creda
Che non sian
dagli dèi sole e diserte
Le lor selve
tenute; e però vanno
Millantando
miracoli; o son mossi
Da
qualch'altra cagion; chè troppo in vero
D'aver gente
che l'oda avido è l'uomo.
Or, quanto a quel che segue a maraviglia
Non
s'ascriva da te, che per gli stessi
Luoghi ove
penetrar gli occhi non ponno
Penetrin le parole
e sian bastanti
A commoverne
il senso; il che tal ora
Veggiam
parlando a porte chiuse insieme:
Con
ciò sia che trovar libero il varco
Posson per
torte vie le voci e 'l suono,
Ma non
l'effigie, che divise e guaste
Forz'è
che sian se per diritti fóri
Non li tocca
a passar, come son quelli
Del vetro
onde ogni specie oltre se n' vola.
S'arroge a
ciò che d'ogn'intorno il suono
Sè
medesmo propaga e d'una voce
Molte voci
si creano, in quella guisa
Ch'una sola
favilla in più faville
Tal or si
sparge: di parole adunque
Ogni luogo
vicin ben che nascosto
Empier si
può. Ma per diritte strade
Corre
ogn'imago: ond'a nessun fu dato
Il veder
sopra sè, ma bene a tutti
L'udir chi
ne favella. E, nondimeno
Questa voce
medesma, allor che passa
Per vie non
dritte, è dagli estremi intoppi
Più e
più rintuzzata; onde all'orecchie
Giunge
indistinta, e d'ascoltar ne sembra
Più
che note e parole un suon confuso.
Ma la lingua e 'l palato, in cui consiste
Del gusto il
senso, han di ragione e d'opra
Parte
alquanto maggior. Pria nella bocca
Si sentono i
sapori, allor che 'l cibo
Masticando
si spreme in quella guisa
Che si fa
d'una spugna. Il succo espresso
Quindi si
sparge pe' meati obliqui
Della rara
sostanza della lingua:
E del nostro
palato, e, se di lisci
Semi
è composto, dolcemente tocca
Gli
strumenti del gusto e dolcemente
Gli molce e
li solletica; ma, quanto
Son
più aspri all'incontro e più scabrosi
Gli atomi
suoi, tanto più punge e lacera
Del palato i
confin: ma giù caduto
Per le fauci
nel ventre, alcun diletto
Più
non ne dà, benchè si sparga in tutte
Le membra e
le ristori. E nulla monta
Di qual
sorte di cibo il corpo viva,
Pur che
distribuir possa alle membra
Concotto
ciò che pigli e dello stomaco
Sempre
intatto serbar l'umido innato.
Ma tempo è d'insegnarti onde proceda
Che vari han
vario cibo, ed in che modo
Quel che
sembra ad alcuni aspro ed amaro
Possa ad
altri parer dolce e soave.
Anzi
è tal differenza in queste cose
E tal
diversità, che quello stesso
Ch'ad altri
è nutrimento ad altri puote
Esser tetro
e mortifero veleno.
Poichè
spesso il serpente, a pena tócco
Dall'umana
saliva, in sè rivolge
Irato il
crudo morso onde s'uccide:
E spesso
anco le capre e le pernici
S'ingrassan
con elleboro, che pure
Senza dubbio
è per noi tósco mortale.
Or,
acciò che tu sappia in che maniera
Possa questo
accader, pria mi conviene
Ridurti a
mente quel ch'io dissi innanzi:
Cio
è, ch'i semi fra le cose in molti
Modi son
misti. Or; come gli animali
Che prendon
cibo son fra sè diversi
Nell'estrema
apparenza, et ogni specie
L'ambito
delle membra ha differente;
Così
nascono ancor di vari semi
E di forma
difformi. I semi vari
Fan poi
varie le vie, vari i meati
E vari
gl'intervalli in ogni membro
E nel palato
e nella lingua stessa.
Dunque
alcuni minori, altri maggiori
D'uopo
è che sian, altri quadrati ed altri
Triangolari,
altri rotondi ed altri
Scabrosi in
varie guise e di molt'angoli;
Poichè
tal differenza esser conviene
Tra le
figure de' meati estremi
E fra tutte
le vie de' nostri sensi,
Qual
richieggon degli atomi le forme,
I moti e le
testure. Or, quando un cibo
Che par
dolce ad alcuno ad altro amaro
Sembra, a
quei ch'e' par dolce i lisci semi
Debbon
soavemente entro i meati
Penetrar
della lingua, ed all'incontro
A quei ch'e'
sembra amaro i rozzi e gli aspri.
Quindi
intender potrassi agevolmente
Tutte le
cose appartenenti al gusto:
Poichè,
senz'alcun dubbio, allor che l'uomo
O per bile
eccedente o per qualunque
Altra cagion
langue da febbre oppresso,
Già
tutto è 'l corpo suo turbato, e tutti
Gli atomi
ond'è composto han vari e nuovi
Siti
acquistato: e da tal causa nasce,
Che quei
corpi medesimi ch'innanzi
S'adattaro
alle fauci or non s'adattino,
E sian gli
altri di sorte che produrre
Debbiano, in
penetrando acerbo senso:
Posciachè
gli uni e gli altri entro il sapore
Del miel son
mescolati; il che di sopra
Con
più ragione io t'ho dimostro a lungo.
Or via; come l'odor giunto alle nari
Le tocchi e
le solletichi, insegnarti
Vo',
s'attento m'ascolti. E prima è d'uopo
Suppor che
molte cose in terra sono,
Onde di
vario odor flutto diverso
Continuo
esala e per l'aereo spazio
Vola e
s'aggira: e ben credibil sembra
Che sia
vibrata d'ogn'intorno e sparsa
Qualche
specie d'odor; ma questa a questi
Animali
convien, quella a quegli altri
Per le forme
difformi. E quindi accade
Che del
mèle all'odor ben che lontano
Corran le
pecchie, e gli avvoltoi al lezzo
De' fracidi
cadaveri; e che l'ugna
Delle belve
fugaci, ovunque impressero
Le proprie
orme nel suol, tirin de' bracchi
Il robusto
odorato; e che da lungi
Possan
l'oche sentir l'umano sito
E difender
da' Galli il Campidoglio.
Tal vari han
vario odor, che gli conduce
Ne' paschi a
lor salubri e gli costringe
A fuggir dal
mortifero veleno;
E tal degli
animai duran le specie.
Dunque fra
questi odori alcuni ponno
Per lo mezzo
diffondersi e volare
Vie
più lungi degli altri; ancor che mai
Non possa
alcun di loro ir sì lontano
Quanto il
suono e la voce (io già tralascio
Di dir
quanto l'effigie e i simolacri
Che fiedon
gli occhi ed a veder m'incitano)
Poichè
tardo si muove e vagabondo,
E talvolta
perisce a poco a poco
Per l'aereo sentier
distratto e sparso
Pria che
giunga alle nari. E ciò succede
Principalmente,
perchè fuori esala
Dall'imo
centro delle cose a pena
(Che ben
dall'imo centro uscir gli odori
Mostra il
sempre olezzar più degl'interi
I corpi
infranti stritolati ed arsi);
Poi
perchè gli è di maggior semi intesto
Della voce e
del suon; come vedere
Lice a
ciascun, perchè la voce e 'l suono
Penetra per
le mura ove l'odore
Mai non
penétra. Ond'eziandio si vede
Che non
è così agevole il potere
Rintracciar
con le nari ove locati
Siano i
corpi odoriferi; chè sempre
Più
divien fredda ogni lor piaga e fiacca
Per l'aure
trattenendosi, e non giunge
Calda al
senso e robusta: e quindi spesso
Errano i
bracchi e in van cercan la traccia.
Nè però negli odori e ne' sapori
Ciò
solo avvien: ma similmente è certo
Che non
tutti i color, non delle cose
Tutte
l'effigie in guisa tal s'adattano
Di tutti al
senso, ch'a vedersi alcune
Non sian
dell'altre più pungenti ed aspre.
Anzi; qual
or l'ali battendo il gallo,
Quasi a
sè stesso applauda, agita e scaccia
Le cieche
ombre notturne e con sonora
Voce
risveglia ogni animale all'opre;
Non ponno
incontro a lui fermi e costanti
Trattenersi
un momento i leon rapidi
Nè
pur mirarlo di lontan, ma tosto
Precipitosamente
in fuga vanno:
E
ciò, perchè de' galli entro alle membra
Trovansi
alcuni semi, i quai negli occhi
De' leon
penetrando, ambe le luci
Gli pungono
in tal guisa e così aspro
Dolor gli
danno, che ristarli a petto
Non ponno
ancor che fieri ancor che indomiti:
E pur dagli
stess'atomi non hanno
Mai le nostre
pupille offesa alcuna,
O perch'essi
non v'entrano, o più tosto
Perch'entrandovi
han poi l'esito aperto
Per gli
stessi meati onde in tornando
Non ponno i
lumi in alcun modo offenderne.
Or su, quai cose a muoverne bastanti
Sian l'alma,
intendi, e 'n brevi detti ascolta
Onde possa
venir ciò che ne viene
In mente. E
prima sappi che vagando
Van molte
effigie d'ogn'intorno in molti
Modi, e son
così tenui e sì cedenti
Che ben
spesso, incontrandosi per l'aria,
Si
congiungono insieme agevolmente
Quasi tele
di ragni o foglie d'oro.
Poichè
queste eziandio vie più sottili
Son
dell'istesse imagini che ponno
Gli occhi
irrigare e concitar la vista:
Con
ciò sia che pel raro entran del corpo
E la tenue
natura a mover atte
Son della
mente e risvegliarne il senso.
Dunque e
centauri e scille e can trifauci
Veggiamo e
di color ombre ed imagini
Che
già morte ridusse in poca polve;
Posciachè
simolacri d'ogni genere,
Parte che
per sè stessi in aria nascono,
Parte che
nati son da cose varie,
Per lo vano
del cielo errando volano,
E di questi
e di quelli a caso unitisi
Nuove forme
sovente anco si creano.
Con
ciò sia che la specie di centauro
Certamente
non può dal vivo origine
Aver,
poichè nel mondo unqua non videsi
Un simile
animal: ma, se l'effigie
D'un uomo e
d'un cavallo a caso incontransi,
L'apparirne
un tal mostro è cosa agevole;
Già
che tosto ambedue forte congiungonsi
Per la
natura lor ch'è sottilissima.
Tutti gli
alti portenti a questo simili
Nel medesimo
modo anco si creano:
E, lievi
essendo sommamente, corrono
Vie
più del vento del balen del fulmine,
Come
già t'insegnammo. Ond'assai facile
Fia che in
un colpo sol possa commoverne
L'animo
qualsisia cedente imagine;
Già
che ben sai che per natura è tenue
La mente
anch'essa a maraviglia e mobile.
E che ciò ch'io ragiono altronde nascere
Non possa
che da quel ch'io ti rammemoro,
Ben dee
ciascuno agevolmente intendere;
Mentre ogni
spettro che da noi con l'animo
Vedesi a
quel che miran gli occhi è simile,
Et in simil
maniera anco si genera.
Dunque;
perchè già mai veder non puossi,
Verbigrazia,
un leone in altra guisa
Che per
l'imagin sua ch'entra negli occhi;
Quindi lice
imparar che nello stesso
Modo
senz'alcun dubbio anco la mente
Da varie
effigie di leoni è mossa
Da lei viste
egualmente e nulla meno
Di quel che
rimirar possano gli occhi,
Se non
ch'ella più tenui e più sottili
Specie
discerne. E certamente altronde
Esser non
può, che, quando il sonno ha sparse
Di dolce
onda letèa tutte le membra,
Della mente
il vigor stia vigilante,
Se non
perchè l'imagini medesme
Che
vegliando miriam gli animi nostri
Concítano in
tal guisa, che di certo
Ne sembra di
veder chi molto innanzi
Brev'ora
ancise e poca terra asconde.
E questo
avvien, perchè del corpo i sensi,
Tutti in un
con le membra avviluppati
In profonda
quïete, allor non ponno
Con le cose
veraci e manifeste
Convincer
l'ingannevoli, e sopita
Giace,
oltr'a questo, e langue ogni memoria,
Nè
basta a dissentir che già morisse
Quel che
vivo mirar crede la mente.
In somma;
che l'imagine passeggi,
Che mova
acconciamente ambe le braccia
E le mani e
la testa e tutto il corpo,
Meraviglia
non è: poichè sognando
Ne sembra di
veder che i simolacri
Possan far
ciò; perchè svanendo l'uno
E creandosi
l'altro in altro sito,
Pare a noi
che il medesimo di prima
Abbia in un
tratto varïato il gesto.
Chè
ben creder si dee che questo avvenga
Con somma ed
ammirabile prestezza:
Tanto mobili
son gli spettri, e tanta
È la
lor copia e così grande il numero
Delle minime
parti d'ogni tempo.
E qui di molte cose interrogarmi
Lice, e che
molte io ne dichiari è d'uopo,
Se di
spiegar perfettamente altrui
Di natura
desio gli ultimi arcani.
E pria
può domandarmisi, in che modo
L'animo
umano ove il desio lo sprona
Tosto volga
il pensier. Forse han riguardo
L'effigie al
voler nostro, e senza indugio
Qual or
n'aggrada, a noi vengono incontro?
Se la terra
se 'l mar se brami il cielo,
Se i ridotti
degli uomini o' conviti
O' solenni
apparati o le battaglie,
Forse ad un
cenno sol crea la natura
Spettri
sì vari e te li pone avanti?
Massime
allor che in un medesmo luogo
Fissa ogni
altro ha la mente ad altre cose.
Che poi?
quando legati in dolce sonno
Passar
veggiamo i simolacri e movere
Le
pieghevoli membra acconciamente,
Qual or
tutti a vicenda agili e snelli
Con le
braccia e co' piè scherzano in danza?
Forse
nell'arte del ballare esperti
Vagano i
simolacri, e però sanno
Menar,
dormendo noi, tresche notturne?
O più
tosto fia ver che in ogni tempo
Sensibil
molti tempi si nascondano
Che l'umana
ragion sola comprende?
E che quindi
l'effigie apparecchiate
Sian tutte
in tutti i tempi in tutti i luoghi?
Tanta
è la loro agilità nel moto,
Tanta la
copia! E, perchè tenui e rare
Son vie
più dell'imagini che gli occhi
Fiedono,
unqua mirarle acutamente
L'alma non
può, se non s'affissa in loro:
E per questo
ogni specie in un baleno
Sfuma, se
non se l'animo in tal guisa
Apparecchia
sè stesso; e ben sè stesso
In tal guisa
apparecchia, e brama e spera
Di veder
ciò che segue; e 'l vede in fatto.
Noto forse
non è che gli occhi nostri
Si preparano
anch'essi e le pupille
Fissano,
allor che tenui cose e rare
Hanno preso
a guardar? dunque non vedi
Che non pôn
senza questo acutamente
Nulla
mirare? E pur conosce ognuno
Che, se
l'animo nostro altrove è volto,
Le cose anco
vicine e manifeste
Ci sembran
lontanissime et oscure.
A che dunque
stimar dèi meraviglia,
Ch'ei non
possa altr'imagini vedere
Che quelle
in cui s'affissa? In oltre; ogni uomo
Da segni
piccolissimi conchiude
Tal or gran
cose, e nol pensando in mille
Frodi
s'avvolge e sè medesmo inganna.
Succede
ancor, che varïando effigie
Vadan gli
spettri, onde chi prima apparve
Femmina in
un balen maschio diventi,
E d'una in
altra etade e d'una in altra
Faccia si
muti; e che mirabil cosa
Ciò
non si stimi il sonno opra e l'oblio.
Or qui vorrei che tu schivassi in tutto
Quel vizio
in cui già molti hanno inciampato,
Cio
è, che non credessi in alcun modo
Che sian
degli occhi nostri i chiari lumi
Creati per
veder, nè che le gambe
Nascan atte
a piegarsi acciò che l'uomo
Or s'inchini
or si drizzi or muova il passo,
Nè
che le braccia nerborute e forti
Date ne sian dalla natura et ambe
Le man quasi
ministre onde si possa
Far
ciò ch'è d'uopo a conservar la vita,
Nè
l'altre cose simili che tutte
Son da loro
a rovescio interpretate.
Poichè
nulla già mai nacque nel corpo
Perchè
usar lo potessimo, ma quello
Ch'all'incontro
vi nacque ha fatto ogni uso.
Nè fu
prima il veder che le pupille
Si creasser
degli occhi; e non fu prima
L'arringar
che la lingua, anzi più tosto
Della lingua
l'origine precesse
Di gran
tratto il parlare; e molto innanzi
Fur prodotte
l'orecchie che sentite
Le voci e 'l
suono; e tutte al fin le membra
Fur pria
dell'uso lor: dunque per l'uso
Nate non
son. Ma l'azzuffarsi in guerra,
L'uccidersi,
il ferirsi e d'atro sangue
Bruttarsi il
corpo, pel contrario, innanzi
Fu che per
l'aria i dardi a volo andassero:
Pria natura
insegnò che da schivarsi
Eran le
piaghe; e poi l'arte maestra
Le corazze
inventò, gli elmi e gli scudi.
Et è
molto più antico il dar quïete
Alle membra
già stanche o su la dura
Terra o
sull'erbe molli all'aria aperta,
Che 'l
nutrirne a grand'agio in piume al rezzo:
E prima a
dissetar l'arsicce fauci
La man
concava usammo e l'onde fresche
Che le tazze
d'argento e 'l vin di Creta.
Dunqu'è
ben ragionevole che fatto
Per l'uso
sia ciò che dall'uso è nato:
Ma tal non
è quel che prodotto innanzi
Fu che
dell'util suo notizia desse,
Come
principalmente esser veggiamo
Le membra e'
sensi: ond'incredibil parmi
Che per
utile nostro unqua potesse
La natura
crear le membra e i sensi.
Similmente parer cosa ammiranda
Non dee che
cerchi ogni animale il proprio
Vitto e senz'esso
a poco a poco manchi.
Perch'io, se
ben sovvienti, ho già dimostro
Che da tutte
le cose ogn'or traspirano
Molti minimi
corpi in molti modi:
Ma
forz'è pur che in maggior copia assai
Li convenga
esalar dagli animali
Che son dal
moto affaticati e stanchi:
Senza che
molti per sudore espressi
Son
dall'interne parti, e molti sfumano
Dalle fauci
anelanti e sitibonde.
Or quindi il
corpo rarefassi, e tutta
La natura
vien men: quindi il dolore
Si crea;
quindi i viventi amano il cibo
Per ricrear
le forze e sostenere
Le membra e
per le vene e per le viscere
Sedar
l'ingorda fame. Il molle umore
Penetra
similmente in tutti i luoghi
Che d'umor
han bisogno; e dissipando
Molti caldi
vapor che radunati
Nello
stomaco nostro incendio apportano
Quasi fuoco,
e gli estingue e vieta intanto
Ch'e' non
ardano il corpo. In simil guisa
Dunque
s'ammorza l'anelante sete:
Tal si pasce
il desio delle vivande.
Or; come ognun di noi gire e fermarsi
Possa
ovunque gli aggrada e in varie guise
Mover le
membra, e da qual urto il grave
Pondo del
nostro corpo impulso e moto
Abbia; vo'
dir: tu quel ch'io dico ascolta.
Pria
l'effigie d'andar fassi alla mente
Incontro, e
la percuote: indi si crea
La
volontà: poichè nessun non piglia
Mai nulla a
far, se no 'l prevede e vuole
L'animo
pria; ma senza dubbio è d'uopo
Che di
ciò ch'ei prevede i simolacri
Gli sian
già noti e manifesti. Adunque,
Tosto che
dall'imagini è commossa
La mente in
guisa tal che stabilito
Abbia di
gir, fiede il vigor dell'alma
Ch'è
diviso e disperso in tutto il corpo
E pe' nervi
e pe' muscoli: nè questo
È
difficile a far, poichè congiunto
L'uno
è con l'altro: indi 'l vigor predetto
Ripercuote
le membra: e così tutta
Spinta
è la mole a poco a poco e mossa.
In oltre;
allor d'ogni animale il corpo
Divien molto
più raro; e, come deve,
L'aria che
sempre per natura è mobile
Largamente
vi penetra, e per tutte
Le sue
minime parti si diffonde:
E quindi
avvien che, qual navilio urtato
Dalle vele e
da' remi, il corpo nostro
Per due
cause congiunte al fin si move.
Nè
per cosa mirabile s'additi
Che
sì tenui corpuscoli sian atti
A girar
sì gran corpo e mover tutto
Il pondo
suo; mentre sì spesso il vento,
Che pur
anch'egli è di sottili e rari
Atomi
intesto, impetuosamente
Move un
vasto navilio, e un sol piloto
È
possente a fermarlo, ancor che voli
Furïoso
per l'alto a piene vele,
Pur che
tosto ove dee giri il governo;
Et un solo
architetto erge tal ora
Sol con
timpani e taglie immensi pesi.
Or, come 'l sonno per le membra irrighi
La sicura
quïete e della mente
Sciolga ogni
affanno, io con soavi carmi
Più
che con molti di narrarti intendo;
Qual
più grato è de' cigni il canto umíle
Del gridar
che le grue fan tra le nubi
Se i gran
campi dell'aria austro conturba.
Tu con acute
orecchie e con sagace
Mente
m'ascolta; acciò che poi non nieghi
Tutto quel ch'io
ti dico, e non disprezzi
Con animo
ostinato e repugnante
La mia vera
ragion pria che l'intenda.
Pria: si
genera il sonno, allor che l'alma
Per le
membra è distratta e fuori in parte
Cacciata
esala e in parte anco rispinta
Ne'
penetrali suoi fugge e s'asconde;
Con
ciò sia che languisce e quasi manca
Il corpo
allor. Ma non è dubbio alcuno
Che
dell'anima umana opra non sieno
Tutti i
sensi dell'uom: dunque, se il sonno
Ce li tiene
impediti, è pur mestiero
Che turbata
sia l'alma e fuor dispersa.
Ma non tutta
però; chè gelo eterno
Di morte
ingombreriane, ove nascosta
Dell'alma
alcuna parte entro alle membra
Non
rimanesse in quella guisa a punto
Che sotto a
molta cenere sepolto
S'asconde il
foco, onde repente il senso
Tal possa in
noi rinnovellarsi, quale
Può da
sepolto ardor sorger la fiamma.
Ma, di tal novità quai le cagioni
Siano e quai
cose ne conturbin l'alma
E faccian
tutto inlanguidirne il corpo,
Brevemente
dirò: tu non volere
Ch'io sparga
intanto ogni mio detto al vento.
Primieramente,
essendo il corpo nostro
Dall'aure
aeree d'ogn'intorno cinto,
D'uopo
è che sia, quanto alle parti esterne,
Dagli stessi
lor colpi urtato e pesto:
E per questa
cagion tutte le cose
Son coverte
da callo o da corteccia
O da cuoio o
da setole o da velli
O da spine o
da guscio o da conchiglie
O peli o
piume o lana o penne o squamme.
E
nell'interne ancor sedi penètra
L'aere
medesmo e le percuote e sferza,
Mentre da
noi si attragge e si respira.
Onde,
essendo le membra in varie guise
Quinci e
quindi agitate ed arrivando
Pe' fóri occulti
le percosse a' primi
Elementi del
corpo, a poco a poco
Nasce a noi
per lo tutto e per le parti
Una quasi
del senso alta ruina.
Poichè
turbansi in guisa i moti i siti
De'
principii dell'anima e del corpo,
Che di
quella una parte è fuor cacciata,
Un'altra
indietro si ritira e cela,
Et un'altra
ve n'ha cui per le membra
Sparsa e
distratta un vicendevol moto
Non lice
esercitar, poichè natura
I meati e le
vie chiuse gli tiene:
E quindi
è poi che, varïati i moti,
Sfuma
altamente e si dilegua il senso.
E, non
v'essendo allor cosa che possa
Quasi regger
le membra, il corpo langue,
Caggion le
braccia e le palpebre, e tosto
Ambe
s'inchinan le ginocchia a terra.
È dal
pasto, oltr'a ciò, creato il sonno;
Perchè
quel che fa l'aria agevolmente
Fanno anco i
cibi, allor che per le vene
Vengon
distribuiti. E più d'ogni altro
È
profondo il sopor che sazi e stanchi
N'assal;
perchè in tal caso una gran massa
D'atomi si
rimescola agitata
Da soverchia
fatica, e similmente
L'anima si
ritira e si nasconde
In
più cupi recessi, e fuor cacciata
Esala in
maggior copia, e fra sè stessa
Più
sparsa in somma e più distratta è dentro.
Onde il
più delle volte in sogno appare
O cosa a cui
per obbligo s'attende
O che gran
tempo esercitossi innanzi
O che molto
ci appaga. All'avvocato
Sembra di
litigare e pe' clienti
Citar leggi
e statuti: il capitano
Co' nemici
s'azzuffa, e sanguinose
Battaglie
indice: i naviganti fanno
Guerra co'
venti e con le sirti: ed io
Cerc'ognor
di spïar gli alti segreti
Di natura e
spiati acconciamente
Nella patria
favella esporli in carte:
Tal quasi
sempre ogni altro studio ed arte
Suol
dormendo occupar gli animi umani.
E, chiunque
più giorni intento e fiso
Stette a
mirar per ordine una festa,
Veggiam che
spesso, ancor che i sensi esterni
Lungi ne
sian, pur negl'interni aperte
Sono altre
strade onde venirgl'in mente
Possan gli
stessi simolacri: e quindi
Avvien che
lungo tempo avanti agli occhi
Gli stanno
in guisa, ch'eziandio vegliando
Pargli veder
chi balli e salti e mova
Le
pieghevoli membra acconciamente,
E sentir delle
cetre i dolci carmi
E de' nervi
loquaci il suon concorde,
E mirare il
medesimo consesso
E di varie
pitture e d'oro e d'ostro
Splender la
scena ed il teatro intorno.
Tanto il
voler, tanto lo studio importa,
Ed a quali
esercizi assuefatti
Non pur gli
uomini sian, ma tutti i bruti.
Con
ciò sia che sovente, ancor che dorma
Il feroce
destrier steso fra l'erbe,
Quasi a
nobil vittoria avido aspiri,
Sbuffa,
zappa, nitrisce, anela e suda
E per vincer
pugnando opra ogni forza.
E spesso
immersi in placida quïete
Corrono i
bracchi all'improvviso, e tutto
Empion di
grida e di latrati il cielo,
E, qual se
l'orme di nemiche fiere
Si vedessero
innanzi, aure frequenti
Spirano; e
spesso ancor, poi che son desti,
Seguon de'
cervi i simolacri vani
Quasi dati
alla fuga, in fin che, scosso
Ogn'inganno
primier, tornino in loro.
Ma le razze
sollecite de' cani
Delle mandre
custodi e degli alberghi,
Quasi abbian
visto di rapace lupo
L'odïata
presenza o di notturno
Ladro il
sembiante sconosciuto, spesso
S'affrettan
di cacciar dagli occhi i lievi
Lor sonni
incerti e di rizzarsi in piedi.
E, quanto
son di più scabrosi e rozzi
Atomi
intesti, tanto più commossi
D'uopo
è che siano e tormentati in sogno.
Quindi la
plebe de' minuti augelli
Suol repente
fuggirsi e paurosa
Turbar con
l'ali a ciel notturno i boschi
Sagri ai
rustici dèi, qual or sepolta
In piacevole
sonno a tergo avere
Par lor di
smerlo audace il rostro ingordo.
Ma che fan
poi negl'improvvisi e grandi
Moti gli
animi umani? Essi per certo
Fan sovente
gran cose. Espugnan regi,
Son presi,
attaccan guerre, alzan gridando
Le voci al
ciel quasi nemico acciaio
Vivi gli
scanni. Altri combatte, e sparge
Di pianto il
suol, di gemiti e sospiri
L'aria, e,
quasi pantera o tigre od orso
Digiun lo
sbrani, empie di strida il tutto.
Altr'in sogno
favella, e ne rivela
Tal or cose
importanti, e porge spesso
Degli
occulti misfatti indicio aperto.
Molti da
breve sonno a sonno eterno
Fan
passaggio crudel. Molti, assaliti
Da spavento
terribile improvviso,
Qual se
d'alta montagna in cupa valle
Fosser precipitati,
oppressi in guisa
Restan, che
quasi mentecatti e scemi,
Desti, a
gran pena, pel disturbo interno
Delle membra
agitate, in sè ritornano.
Siede poi
l'assetato o presso un fiume
O presso un
fonte o presso un rivo, e tutto
Quasi
l'ingoi' con l'anelanti fauci.
E spesso
anco i bambin dal sonno avvinti
Pensan
d'alzarsi i panni o sopra un lago
O sovra un
corto doglio e di deporvi
Il soverchio
liquor di tutto il corpo;
Mentre
intanto d'Olanda i prezïosi
Lini vanno
irrigando e le superbe
Coltri
tessute in Babilonia o in Menfi.
In oltre;
quei che dell'etade al primo
Bollor son
giunti e che maturo il seme
Hanno omai
per le membra, effigie e spettri
Veggono
intorno di color gentili
E di volto
leggiadri; indi eccitarsi
Sentono i
luoghi di soverchio seme
Gonfi, e,
quasi che allor compiuti in uno
Abbian tutti
i lor voti, un largo fiume
Spargon
sovente, ond'è men puro il letto.
Dunque il seme ch'io dissi entro alle membra
S'eccita
allor che per l'adulta etade
Comincia il
corpo a divenir robusto:
Chè
vari effetti han varie cause; e quindi
Sol
dell'uomo il vigor provoca e smuove
Nell'uom
l'umano seme, il quale, uscendo
Fuor de'
luoghi natii, da tutto il corpo
Si parte, e
per le membra e per gli articoli
Cade in
certe di nervi inteste sedi
A lui
convenïenti, e tosto irrita
Le parti
genitali: esse irritate
Gonfian per
troppo seme: e quindi nasce
Il desio di
vibrarlo ove comanda
La sfrenata
libidine, e la mente
Brama quel
corpo onde ferilla amore.
Così
dunque ciascun che saettato
Sia dallo
stral di Venere, o per donna
Che dagli
occhi leggiadri incendio spiri
O per vago
fanciul cui la vezzosa
Feminil
guancia ancor piuma non veli,
Quasi a
fermo bersaglio il pensier volge
Tosto
ond'uscío l'aspra sua piaga, e brama
D'unirsi a
chi l'offese e di lanciare
L'umor
tratto dal corpo entro il suo corpo,
Perch'il
molto desio piacer gli annunzia.
Quest'è Venere in noi: quindi fu tratto
D'amore il
nome; indi stillaro in prima
Le veneree
dolcezze, indi le fredde
Cure i petti
ingombrâr; poichè, se lungi
È
l'oggetto che s'ama, al men presenti
Ne stan
l'effigie e 'l desiato nome
Sempre
all'orecchie si raggira intorno.
Ma fuggir ne
convien l'esca d'amore
E l'imagini
sue, volgendo altrove
La mente, e
dal soverchio umor del corpo
Sgravarne
ovunque n'è concesso, e mai
Fissa non
ritener d'un solo oggetto
Nel cor la
brama e per noi stessi intanto
Nutrir cure
mordaci e certo duolo:
Con
ciò sia che la piaga ogn'or più viva
Diventa e
col nudrirla infistolisce,
Cresce il
furor di giorno in giorno e sempre
La miseria
del cor fassi più grave,
Se tu con dardi
nuovi i primi dardi
Prontamente
a cacciar non t'apparecchi
Come d'asse
si trae chiodo con chiodo.
E, con
vagante affetto or quello or questo
Dolce frutto
di Venere cogliendo,
Le fresche
piaghe non risani e volgi
Dell'alma
afflitta in altra parte i moti.
Nè da' frutti d'amor chi schiva amore
Mena lungi
la vita, anzi ne prende
Senza
travaglio alcun tutti i contenti:
Con
ciò sia che più certo e più sincero
Quinci
tragge il piacer chi mai non pose
Il cauto
piè su l'amorosa pania,
O tosto al
men senza invescarvi l'ale
Ne 'l
ritrasse e fuggío. Chè gli ostinati
Miseri
amanti, i quai nel tempo stesso
De'
godimenti lor van fluttuando
In un mar
d'incertezze e stanno in forse
Di qual
parte fruir gli occhi o le mani
Debbiano in
prima, il desïato corpo
Premon
sì stretto che dolore acerbo
Gli danno, e
spesso nell'amate labbra
Lascian de'
propri denti impressi i segni
E ne suggon
i baci avidamente;
Perch'impuro
è 'l diletto, e con occulti
Stimoli
pungentissimi gl'incita
Ad
oltraggiar, che ch'egli sia, quel desso
Che d'un
tanto furor produce i germi.
Ma Venere ogni pena in fra gli amori
Mitiga
dolcemente, e dolcemente
Frena i
morsi e l'offese il piacer misto;
Poichè
speran ch'un giorno anco attutarsi
Possa
l'incendio lor dal corpo stesso
Onde il
cieco desio surse e la vampa.
Il che nega
all'incontro apertamente
Natura:
anzichè questa è quella sola
Cosa, di cui
quanto più l'uom possiede,
Tanto arde
più di crudel brama il petto.
Poichè
'l cibo e l'umor dentro alle membra
Si piglia,
e, perch'ei puote alcune parti
Certe occupar,
quinci è mestier che resti
Del mangiare
e del ber sazio il desio:
Ma del volto
leggiadro e del soave
Color
dell'uomo altro non gode il corpo
Fuor che le
tenui imagini volanti,
Che porta il
vento d'infelice speme.
E; qual
dormendo un assetato infermo
Cerca di
liquor freddo o fonte o rio
Che 'l grave
incendio delle membra estingua.
Ma cerca
indarno, e de' gelati umori
Fuor che le
vane effigie altro non trova,
E di sete in
bevendo arde nell'onde;
Tal con
fallaci simolacri e spettri
Venere in
fra gli amor beffa gli amanti,
Che mai di
vagheggiar l'amato aspetto
Saziar non
ponno i desïosi lumi
Nè
detrar con le mani alcuna parte
Mentre per
tutto il corpo errano incerti.
In somma;
allor che vigorose e forti
Han
già le membra e dell'etade il fiore
Godono,
allor che presagisce il corpo
Gaudi non
più sentiti e che la stessa
Venere
attende a seminare i campi
Delle
giovani donne; avidamente
Congiungon
petto a petto e bocca a bocca,
E mordendosi
il volto ansano indarno;
Poichè
quindi limar nulla non ponno
Nè
penetrar con tutto il corpo il corpo;
Come par che
tal volta abbian talento;
Sì
desïosamente avviticchiati
Stan con
lacci venerei in fin che lassi
Per
soverchio piacer solvonsi i membri.
Al fin,
poichè l'ardor ne' nervi accolto
Fuor se
n'uscío, la vïolenta brama
Ha qualche
pausa: indi la rabbia stessa
Riede e 'l
furor; mentre toccar di nuovo
Cercan
l'amato corpo, e mai non ponno
Arte alcuna
trovar che gli risani
Dal mal che
gli ange e gli tormenta il core.
Tal per
cieca ferita incerti errando
Tabidi fansi
a poco a poco e mancano.
Aggiungi che 'l vigor scema e la forza,
Che
l'angoscie e i travagli ogn'or n'affliggono,
Che sotto il
cenno altrui l'età si logora,
La roba
intanto si disperde e fonde,
Dansi le
sicurtà, langue ogni uffizio,
E la gloria
e la fama egra vacilla.
Splende
d'unguenti 'l crin, ridono in piede
Sicionii
coturni, ornan le dita
Grossi
smeraldi in fino oro legati;
E di serico
manto adorno il corpo
Giornalmente
rifulge; e le ricchezze
Da' paterni
sudor ben acquistate
Divengon
fasce, ghirlandette e mitre,
E tal volta
in lascivi abiti molli
Cangiansi e
in vesti melitensi e cee;
E quel che
al vestir nobile ed al vitto
Servir
dovrebbe è dissipato in giuochi
In musiche
in conviti in giostre in danze
In profumi
in corone in rose in fiori.
Ma tutto in
van; poichè di mezzo al fonte
Dolce
d'amore un non so che d'amaro
Sorge, che
sin tra' fiori ange gli amanti;
O
perchè dagli stimoli trafitto
Della
propria coscienza in sè ritorna
L'animo, e
di menar forse gli duole
La vita
all'ozio ed alle piume in preda
E tra sozzi bordelli
indegnamente
Perire in
sen d'una bagascia infame;
O
perchè l'avrà detto una parola
D'ambiguo
senso, che nel core infusa
Qual foco
sotto cenere s'avviva;
O
perchè troppo ha cupidi e vaganti
Gli occhi, e
troppo gli volge al suo rivale,
E con lui
troppo parla e troppo ride.
E di mali sì gravi amore abbonda,
Allor che
favorevole e propizio
Si mostra
altrui quanto mostrar si puote:
Ma,
quand'egli all'incontro incrudelisce
Verso i
mendici suoi miseri servi,
N'ha tanti e
tanti che co' gli occhi stessi
Puoi vederne
infiniti. Onde assai meglio
Ti fia lo
star ben vigilante e desto,
Com'io
già t'insegnai, pria che la dolce
Esca
t'alletti in cui nascosto è l'amo:
Posciachè
lo schivar d'esser indótto
A cader
nella rete è molto meno
Malagevole a
far, che preso uscirne
E romper di
Cupido i forti nodi.
E pur
avvinto et irretito ancora
Sciôr ti
potrai, se tu medesmo a te
Non sei
d'impedimento e non dissimuli
Tutti i vizi
dell'animo e del corpo
Di colei che
tu ami e che desideri:
Poichè
'l più delle volte i folli amanti
Ciò
fanno, e spesso attribuiscon loro
False
prerogative. E quindi accade
Che molte,
ancor che brutte, in varie guise
Piacciono e
s'hanno in somm'onore e in pregio.
Ulivastra
è la mora: inculta ad arte
La sciatta e
sporca: Pallade somiglia
Chi gli
occhi ha tinti di color celeste:
Forte e
gagliarda è la nervosa e dura;
Piccoletta,
la nana, e delle Grazie
O sorella o
compagna e tutta sale:
Quella
ch'immane è di statura, altrui
Terrore
insieme e meraviglia apporta,
Piena d'onor
di maestà nel volto.
È
balba e quasi favellar non puote?
Fra
sè stessa borbotta. È muta affatto?
Un ingenuo
pudor fa che non parli.
È
ritrosa odïosa e linguacciuta?
Divien
lampada ardente. È tisicuzza
E co' denti
tien l'anima? vien detta
Gracile e
gentilina. È morta omai
Di tossa?
cagionevole s'appella.
È
paffuta, popputa e naticuta?
Sembra
Cerere stessa amica a Bacco.
Sime ha le
nari? è Satira o Silena.
Grosse ha le
labbra sue? bocca è da baci.
Ma lungo fia
s'io ti racconto il resto.
Ma pur; sia
quanto vuoi bella di faccia,
Paia a Venere
stessa in ogni membro
Di
leggiadria di venustà simile;
Ben
dell'altre ne son, ben senza questa
Vivemmo
innanzi; ben si sa che tutte
Fa le cose
medesime che fanno
Quelle che
son deformi, e che sovente
Di biacca
intride e di cinabro il volto,
Folle, e con
tetri odor se stessa ammorba,
Sì
che fin dalle serve avuta a schivo
È
fuggita, odïata e mostra a dito.
Ma di serti
e di fior l'escluso amante
Spesso
piangendo orna la fredda soglia,
E di soavi
unguenti unge l'impòste
Misero, e
baci al superb'uscio affigge.
Che poi se
dentro al limitare il piede
Ferma,
un'aura leggier che lo percuota
L'offende
sì, che di ritrarlo omai
Cerca oneste
cagioni: un punto solo
Rasciuga il
pianto di molt'anni e freno
Pone ai
lamenti: anzi sè stesso accusa
Di solenne
pazzia, chiaro veggendo
D'aver
più ad una femmina concesso
Che a mortal
cosa attribuir non lice.
Nè
ciò punto è nascosto alle moderne
Veneri
nostre, onde ogni industria ogni arte
Usan per
occultar ciò che in segreto
Fanno, allor
che tener gran tempo avvinti
Fra i legami
d'amor braman gli amanti.
Ma tutto in
van; chè, se mirar non puossi
Con gli
occhi della testa, al men con quelli
Dell'animo
si mira e si contempla.
E, se bella
è di mente e se ti porta
Vicendevol
amor, non vieteratti
Punto il dar
venia alle miserie umane.
Nè per infinto amor sempre sospira
La donna,
allor che nelle braccia accoglie
Dell'uomo il
corpo e lo si stringe al seno
E mirandolo
fiso avidi baci
Liba or
dagli occhi e dalle labbra or sugge:
Con
ciò sia che di cuore il fa sovente
Cercando il
comun gaudio, e s'affatica
Di giunger
tosto all'amorosa meta.
Nè
per altra cagione ai maschi loro
Sottopor si
potrian gli uccelli e i greggi
E gli
armenti e le fiere e le cavalle,
Se non
perch'ardon di lussuria e tutte
Di focoso
desio pregne e di seme
Van liete
incontro al genital diletto
De' lascivi
mariti, et a vicenda
Il
maneggiano anch'esse. Or tu non vedi
Forse come
color, che spesso avvinti
Furon da
vicendevole piacere,
Nella stessa
prigione e fra gli stessi
Lacci sian
tormentati? Anzi sovente
Per le
pubbliche vie sogliono i cani
Tentar di
separarsi ed ogni sforzo
Metter in
ciò, mentre legati intanto
Stan con
nodi venerei: il che per certo
Far non
potrian, se di scambievol gusto
Non
gioissero in prima ond'ingannati
Fossero e
strettamente insieme aggiunti.
Dunque,
voglia o non voglia, il gaudio loro
È
comun senza dubbio e vicendevole.
E, se per avventura il viril seme
Fia nel
carnal congiungimento attratto
E con subita
forza a sè rapito
Dal seme
femminil, nascono i figli
Simili allor
dal patrio seme al padre,
Dal materno
alla madre: e, se tal volta
Vedesi alcun
che d'ambidue l'effigie
Egualmente
ritenga e in un confonda
De' genitori
i volti, ei del paterno
Corpo
è cresciuto e del materno sangue,
Mentre,
eccitati per le membra i semi
Da
scambievole ardor, furo in tal guisa
Sbattuti
insieme e rimenati e misti,
Che
nè questo nè quel vinto o vincente
Dir si poteo
nell'amoroso incontro.
Posson anco
alle volte agli avi loro
Nascer
simili i figli e de' proavi
Rinovar le
sembianze: e ciò succede
Perchè
spesso mischiati in molti modi
Celano i
genitor molti principii
Nel proprio
corpo, che di mano in mano
Dalla stirpe
discesi i padri a' padri
Danno: e
quindi è che Venere produce
Con diversa
fortuna aspetti vari,
E de' nostri
antenati i volti imita
I moti, i
gesti, le parole e 'l pelo:
Poscia che
nulla meno è certo il seme
Onde nascon
in noi sì fatte cose
Di quello
onde si crean le facce, i corpi
E l'altre
umane membra: ed è prodotto
Dal patrio
sangue delle donne il sesso,
E l'uom
formato è del materno corpo.
Poichè
d'entrambi i semi in un commisti
Costa ogni
parto; e, qual de' genitori
È
più simile al figlio, ei nel suo corpo
Ha maggior
parte, o sia femmina o maschio.
Nè pôn gli dèi la genital semenza
Disturbare
ad alcun, sì ch'ei non vegga
Scherzar
vezzosamente a sè d'intorno
I figli e 'l
dolce nome oda di padre
E fra
sterili amplessi ed infecondi
L'età
consumi. Al che fede prestando
Molti, di
molto sangue afflitti e mesti
Cospergon
l'are, e prezïosi incensi
V'ardon, e
d'oro e d'ostro ornan gli altari;
Acciò
gravide poi di largo seme
Rendan le
mogli. Ma de' numi indarno
Affatican
l'orecchie, e dell'occulto
Fato i vani
decreti indarno stancano.
Con
ciò sia ch'infeconde il troppo crasso
Seme le
rende o 'l troppo tenue e liquido;
Questo,
perchè non puote a' genitali
Vasi
attaccarsi, onde vibrato a pena
Si dissolve
in più parti e fuor se n'esce;
Quello, o
perchè lanciandosi non vola
Tanto lungi
che basti, o perch'i luoghi
Debiti non
penètra, o, penetrati
Ch'e' gli
ha, non così bene in un si mesce
Col seme
femminil. Chè molto varie
Son l'armonie
di Venere: e da questi
Più
che da quei di molte donne il seno
Divien grave
e fecondo: e molte fûro
Sterili
innanzi a più mariti, e poscia
Non per
tanto trovâr chi di bramato
Parto
arricchille e di soavi figli:
E chi pria
varie mogli ebbe infeconde
Spesso
un'altra ne prese onde poteo
Munir di
figli la vecchiezza inferma.
Tanto,
acciò che si mesca il seme al seme
Generativamente
e che s'adatti
Il tenue al
crasso e 'l crasso al tenue, importa
A qual uom
sia la femmina congiunta
Nel diletto
venereo; e molto ancora
Monta di che
bevanda e di che cibo
L'un e
l'altro si nutra e si conservi,
Poichè
per altre cose entro alle membra
Si coagula
il seme ed all'incontro
Per altre
anco s'estenua e divien marcio.
E non poco,
oltr'a ciò, l'arte rileva,
Onde il blando
piacer che ne dà vita
Preso
è da noi: che delle fere in guisa
E degli
altri quadrupedi animali
Stimar si
dee che molto più sien atte
Le donne a
concepir; poich'in tal modo,
Stando i
lombi elevati e 'l petto chino,
Ponno i
debiti vasi il viril seme
Ricever
molto meglio. E non ha d'uopo
Di movimenti
effemminati e molli:
Anzi a
sè stessa il concepir contrasta
La donna,
allor che del consorte a gara
Il diletto
carnal lieta accompagna
Col moto
delle nàtiche, e bramosa
E di mora e
di requie impazïente
Con tutto il
petto disossato ondeggia;
Poichè
'l vomere allor dal cammin dritto
Del solco
genital caccia, e rimuove
Da' luoghi a
lui proporzionati il seme.
E per questa
cagion le meretrici
Costuman
d'agitarsi, acciò ch'insieme
Schifin lo
spesso ingravidare e dieno
Maggior
gusto a' lor drudi: il che non sembra
Che d'uopo
sia per le consorti nostre.
Nè creder mai che per divin volere
O per le
frecce di Cupido amata
Sia tal
volta una femmina deforme:
Con
ciò sia che tal or la donna stessa
Con l'azioni
piacevoli e co' modi
Avvenenti e
leggiadri e con lo schietto
Culto del
proprio corpo opra che l'uomo
S'avvezzi
agevolmente a viver seco.
Nel resto il
conversar genera amore;
Chè,
sia pur quanto vuol lieve ogni colpo,
Ciò
che spesso è percosso in lungo spazio
Pur cede e
cade: or tu non vedi adunque
Che fin
dell'acque le minute stille
Con
l'assiduo grondar fórano i sassi?
Argomento.
Dopo le lodi di Epicuro, che Lucrezio non
solo tiene per un Dio, ma pone ai disopra delle divinità, le cui
scoperte utili al genere umano hanno meritato loro l'apoteosi, egli espone, il
subbietto di questo canto, ch'egli spende nello spiegare la formazione del
nostro mondo per via del concorso fortuito degli atomi. Ma prima d'entrare in
materia, gli è forza porre in sodo contro certi filosofi, a capo de'
quali è Aristotile, che il mondo ha avuto un principio, e che
avrà una fine. A provare questa verità, comincia dal combattere
tre opinioni contrarie alla sua dottrina; la prima che i corpi celesti e la
stessa terra sono altrettante divinità; la seconda che il nostro mondo
essendo il soggiorno degli Dei, dev'essere indistruttibile; la terza che questo
stesso mondo dee sussistere eternamente, perchè è l'opera della
medesima divinità. Dopo avere così cercato di abbattere i sistemi
de' suoi avversari, si sforza di mettere in sodo il proprio; e di provare che
il nostro mondo ha avuto un principio ed avrà una fine: 1. perchè
la terra, l'acqua, il fuoco e l'aria, che comunemente si chiamano elementi,
sono sottoposti ad alterazioni e vicissitudini continue; 2. perchè i
corpi stessi che ci paiono i più solidi, s'esauriscono a lungo andare, e
cadono in rovina; 3. perchè v'ha un gran numero di cause, così
interne come esterne, che lavorano del continuo alla distruzione del mondo; 4.
perchè l'origine delle arti e delle scienze non data da tempo troppo
remoto; 5. finalmente, perchè la discordia che regna tra gli elementi
nemici, come il fuoco e l'acqua, non può aver termine che con la rovina
totale del mondo; gl'incendj, le inondazioni, i diluvj, i terremoti, sono, a
dir così, malattie del globo che ci avvertono che è mortale.
Posti così questi preliminari, il
poeta entra in materia, e spiega la formazione del mondo per mezzo del concorso
fortuito degli atomi. In origine i principj di tutti i corpi erano confusi in
una sola massa. Il caos si compose ad ordine insensibilmente: le molecole
eterogenee si svolsero le une dalle altre; le molecole omogenee si accostarono,
si riunirono, s'alzarono o si abbassarono secondo le loro diverse
gravità. La terra si collocò nel centro del nostro sistema;
l'aria al disopra della terra, e la materia eterea, co' suoi fuochi,
spiegò la sua vasta cinta intorno al mondo; la formazione del mare,
delle montagne e de' fiumi, tenne presto dietro a questo primo sviluppo. Gli
astri cominciarono a muoversi, e Lucrezio assegna parecchie cause a' loro moti,
secondo il metodo di Epicuro, suo maestro, che non adotta e non rigetta nessun
sistema, ma dà più arditamente sentenza sopra la causa che tien
la terra sospesa in mezzo all'aere, e sulla grandezza reale del sole, della
luna e delle stelle, ch'egli pretende sia eguale alla loro grandezza apparente,
quantunque questa piccolezza non impedisca, a suo detto, che il sole illumini e
scaldi il mondo. Torna dipoi al suo andamento scettico, ed espone storicamente
tutte le opinioni degli antichi filosofi sulle rivoluzioni annua e diurna del
sole sull'aumento e decremento successivo e periodico dei giorni e delle notti,
sulle differenti fasi della luna, e sugli eclissi solari e lunari.
Dopo queste particolarità
astronomiche, Lucrezio torna alla terra, di cui segue le diverse produzioni dal
primo istante della sua origine; essa fece crescere prima le piante, i fiori e
gli alberi; dipoi procreò gli animali e gli uomini stessi, mediante le
particole di fuoco e d'umido che riteneva ancora dal suo antico mescolamento
con gli altri elementi. In questi primi tempi furono animali mostruosi che
perirono, non potendo sussistere nè propagarsi, colpa del vizio della
loro conformazione; razze intere si spensero così, perchè non avevano
le qualità necessarie per vivere indipendenti, nè per meritare la
nostra protezione. Ma la terra non ha mai prodotto centauri, nè simili
animali, composti di due nature incompatibili; dopo aver procreato le prime
generazioni di ogni specie, e aver forniti gli animali di organi atti alla
propagazione, la terra, esausta, si riposò, e abbandonò
agl'individui la cura di riprodursi da sè e di seguire il primo impulso
ch'era stato lor dato.
Tuttavia gli uomini, figli della terra,
abitatori delle foreste, si nudrivano di ghiande e d'altri frutti selvatichi,
si dissetavano ai fonti e ai fiumi, facevan la guerra alle bestie feroci, e
sebbene spesso fosser pasto di esse, non morivano in maggior numero che al
dì d'oggi. Presto s'introdussero i matrimonj: si formarono delle piccole
società particolari, la cui unione fu resa ancor più stretta
dalla nascita del linguaggio, che secondo Lucrezio, è creato dalla
natura e dal bisogno, e non dal capriccio d'un legislatore, che di proprio moto
abbia distribuito i nomi agli obbietti. Ma la scoperta del fuoco, il quale fu o
portato sulla terra dal fulmine, o acceso nelle foreste per lo stropicciamento
degli alberi agitati dai venti, finì di dissipare la barbarie.
Soddisfatti i bisogni naturali, s'introdussero i fittizj; vi furono ambiziosi
che si fecero re e spartirono i campi. Ma gli uomini, che si rammentavano esser
tutti fratelli, tutti figli della stessa madre, uccisero i loro tiranni, e
vissero gran tempo nell'anarchia, della quale sentirono finalmente gli
svantaggi; si crearono dunque allora de' magistrati, si fecero delle leggi alle
quali fu convenuto di sottoporsi. Presto la religione venne anch'essa a
puntellare l'autorità; l'idea degli Dei, nasce, secondo Lucrezio, da
simulacri illusorj, che apparivano la notte, e a cui la paura diede essere
reale. Il rumore del tuono, gli effetti del fulmine, i terremoti, le
inondazioni gelarono di spavento tutti i cuori; si rizzarono altari; gli uomini
si prostrarono a terra; s'instituirono quelle cerimonie religiose che
sussistono ancora al dì d'oggi e che sussisteranno sempre.
Tuttavia le arti si arricchivano tutti i
giorni per nuove scoperte. Grandi incendj, eccitati nelle foreste, diedero
occasione alla fusione dei metalli, che l'uomo trovò nel grembo della terra,
e de' quali si fece instrumenti ed armi; le guerre diventarono allora
più sanguinose, e per sopraggiunta d'orrore si fecero combattere negli
eserciti gli animali più feroci. L'uomo si perfezionava così
nelle arti utili, come nelle arti di distruzione. I drappi sottentrarono alle
spoglie delle bestie: l'agricoltura divenne scienza; finalmente la musica,
l'astronomia, la navigazione, l'architettura, la giurisprudenza, la poesia, la
pittura, la scultura, furono i frutti d'un lavoro ostinato suggerito dal
bisogno e diretto dall'esperienza.
Chi mi darà la voce e le parole
Convenïenti
a sì nobil soggetto?
Chi l'ali al
verso impennerammi in guisa
Ch'ei giunga
al merto di colui che tali
Premi
acquistati col suo raro ingegno
Pria ne
lasciò sol per bearne a pieno?
Nessun,
cred'io, che di caduco e frale
Corpo
formato sia. Poichè, se pure
Dir debb'io
ciò ch'io sento e che del vero
La veneranda
maestà richiede,
Fu dio, dio
fu per certo, inclito Memmo,
Quel che
primo insegnò del viver nostro
La regola
infallibile e la dritta
Norma che
sapïenza or chiama il mondo,
E che fuor
di sì torbide procelle
E di notte
sì cieca in sì tranquillo
Stato
l'umana vita ed in sì chiara
Luce ripose.
E che ciò sia, confronta
Con le sue
le divine invenzïoni
Ch'a pro
dell'uman germe anticamente
Fûr
dagli altri trovate. E senza dubbio
Chiaro
vedrai che, se dall'alma Cerere,
Come fama
ragiona, il gran le biade
Date ne
fûro, e se dall'uve espresse
Bacco il
dolce liquore, obbligo in vero
Tener gli se
ne dee; ma pur la vita
Senza pan
senza vin nel modo stesso
Conservar si
potea che molti popoli
Fan, se 'l
grido è verace, anco al presente:
Ma
già non si potea lieti e felici
Viver mai
senz'un cor candido e schietto;
Onde tanto
più merta esser chiamato
Dio chi pria
della vita i non fallaci
Piacer trovò,
che per lo mondo sparsi
Soavemente
ancor gli animi allettano.
E, se
d'Ercole i fatti esser più illustri
Tu credessi
de' suoi, molto più lungi
Dal vero
ancor trascorreresti, o Memmo.
Poichè
qual nocumento or ne potrebbe
Apportar
quell'orribile cignale
Già
per le piaghe altrui dell'Erimanto
Sì
noto abitator? quale il nemeo
Spaventoso
leon? quale il cretense
Tauro o
l'idra di Lerna, orrida peste
Di cento
serpi velenose armata?
O qual
già mai la triplicata forza
Del
tergemino mostro? o quale, in somma,
Di Diomede i
destrier che per le nari
Spiravan
fuoco alle bistonie terre
Ed
all'Ismaro intorno? o per l'adunche
Lor ungna i
già tremendi arcadi augelli
Di Stinfalo
abitanti? o 'l sempre desto
Angue, di
forza e di statura immane,
Il qual con
ceffo irato e bieco sguardo
Negli orti
dell'esperidi donzelle
Fu custode
de' pomi aurei lucenti
Al tronco
stesso avviticchiato intorno?
Ed a chi
nocerebbe il mar vicino
All'Atlantico
lido od il severo
Pelago
immenso, ove de' nostri alcuno
Non giunse e
tanto il barbaro d'ardire
Non ha che
girvi osasse? ogni altro mostro
Simile ai
già narrati, a morte spinto
Dal forte
invitto e glorïoso Alcide,
Ben che
morto non fosse, e di che danno
Vivo al fin
ne saria? Di nullo al certo,
Se dritto
è 'l mio giudizio: in così fatta
Guisa di belve
ancor pregna è la terra,
E di gelido
orror colma e di téma
Per le selve
profonde e pe' gran monti:
Luoghi che
lo schivargli è in poter nostro.
Ma, se
l'alma non è purgata e monda
Dalle
fallaci opinïon del volgo,
Venti
contrari alla tranquilla vita,
Quai guerre
allor, mal nostro grado, e quanti
Ne
s'apprestan perigli? e quai pungenti
Cure
stracciano il petto a chi non frena
Gli sfrenati
appetiti? e chenti e quali
Ne
tormentano il cor vane paure
Che sorgon
quindi? e quali stragi e quante
Generan la
superbia e l'arroganza,
L'ira, la
fraude, la sozzura, il lusso,
La gola, il
sonno e l'ozïose piume?
Dunque,
colui che debellò primiero
Tali e tante
sciagure, e via cacciolle
Lungi da'
nostri petti e non con l'armi
Ma pur col
senno, un sì grand'uomo adunque
Convenevol
non fia che fra' celesti
Numi
s'ascriva, e che per dio s'adori?
Massime,
avendo de' medesmi dèi
Scritto
divinamente e delle cose
Tutta
svelata a noi l'interna essenza?
Di cui mentr'io le sacre orme calcando
Seguo lo
stile incominciato, e mostro
Nelle parole
mie con quai legami
D'amicizia e
d'amor tutte le cose
Create sian
dalla natura e quanto
Star ne
debbiano avvinte e come indarno
Procuran di
schivar del tempo edace
I decreti
immutabili ed eterni;
Qual
dell'animo uman principalmente
Già
si provò che di natia sostanza
Creata
è la natura e che non puote
Eternamente
conservarsi intatta,
Ma che
spesso ingannar soglion gli spettri
Le menti di
chi dorme allor che parne
Veder chi
morte in cenere converse;
Nel resto il
preso metodo mi tira
A
dovert'insegnar, che di mortale
Corpo
è il mondo e nativo, ed in quai modi
Il concorso
degli atomi fondasse
La terra, il
cielo, il mar, le stelle, il sole
E 'l globo
della luna, e quai viventi
Nascan dal
grembo dell'antica madre
E quali anco
all'incontro in alcun tempo
Nascer
già mai non ponno, e come gli uomini
Varïando
favella incominciassero
L'un l'altro
insieme a conversar per mezzo
De' nomi
delle cose, e com'entrasse
Il timor
degli dèi ne' petti nostri
Che sol qua
giù quasi beate e sante
Custodisce
le selve, i laghi, i templi,
Sacri a'
numi immortali e l'are e gl'idoli.
Del sole, in
oltre, e della luna il corso
Dirotti onde
proceda e con qual forza
Natura i
moti lor tempri e governi;
Acciò
tu forse non pensassi, o Memmo,
Che tai cose
per sè libere e sciolte
Vadano ogn'or
per lo gran vano errando
Spontaneamente
in fra la terra e 'l cielo
Per dar vita
alle piante al grano all'erbe
Agli uomini
alle fere, e non pensassi
Che nulla
mai ne si raggiri intorno
Per opra
degli dèi. Poichè; quantunque
Già
sappia alcun ch'imperturbabil sempre
E tranquilla
e sicura i santi numi
Menin
l'etade in ciel; se non di meno
Meraviglia e
stupor l'animo intanto
Gl'ingombra
onde ciò sia che possan tutte
Generarsi le
cose e spezialmente
Quelle che
sopra 'l capo altri vagheggia
Ne' gran
campi dell'etra; ei nell'antiche
Religïon
cade di nuovo, e piglia
Per
sè stesso a sè stesso aspri tiranni
Che 'l miser
crede onnipotenti, ignaro
Di
ciò che puote e che non puote al mondo
Prodursi e
come finalmente il tutto
Ha poter
limitato e termin certo.
Nel resto; acciò ch'io non ti tenga a bada
Pur fra
tante promesse; or via contempla
Primieramente
il mar la terra il cielo.
La loro
essenza triplicata, i loro
Tre corpi, o
Memmo, tre sì varie forme,
Tre
sì fatte testure, un giorno solo
Dissolverà;
nè, se mill'anni e mille
Si resse,
eterna durerà, ma tutta
La gran
macchina eccelsa al fin cadrà.
E so ben io
quant'impensata e nuova
Cosa e
stupenda è per parerti, o Memmo,
La futura
del mondo alta ruina,
E quanto il
ciò provar con argomenti
Sia
difficile impresa; a punto come
Succede
allor che inusitate e strane
Cose
appòrti all'orecchie, che negato
T'è
non per tanto il sottoporle al senso
Degli occhi
e delle mani, onde munita
S'apre il
varco la fede e può secure
Del cor
guidarle e della mente al tèmpio.
Ma io la pur
dirò: forse a' miei detti
Per
sè medesmo intera fede il fatto
Sforzeratti
a prestar: forse vedrai
L'ampia
terra agitata orribilmente
Squassarsi
in breve e dissiparsi il tutto.
Il che lungi
da noi volga fortuna,
E più
tosto il mio dir che 'l fatto stesso
N'induca a
confessar che debbe al fine
Dagli urti
dell'età percosso e vinto
Con orrendo
fragor cadere il mondo.
Del che pria ch'io gli oracoli futuri
Prenda a
svelar, molto più santi e certi
Di quei
ch'è fama che dal sacro lauro
Di Febo e
dalle pitie ampie cortine
Uscisser
già; se nol ricusi, io voglio
Porgerti in
brevi sì, ma però saggi
Detti un
lungo conforto: acciò che forse
Dalla
religïon tenuto a freno
A creder non
ti dia che 'l cielo, il mare,
La luna, il
sole, il terren globo e tutte
L'auree
stelle vaganti e gli astri immobili
Abbian corpo
immortal santo e divino,
E che giusto
però sia che coloro
Che del
mondo atterrar le mura eccelse
Con gli
argomenti lor bramano, e tanto
Osan che sin
d'Apollo i rai lucenti
Smorzar
vorriano ed oscurar notando
Con mortal
lingua gl'immortali e divi,
Qual nuovi
al ciel nemici empi giganti,
Del
temerario ardir paghino il fio.
Ma vadan pur
sì fatte cose in bando
Dalla divina
maestà sì lungi,
E si stimin
sì vili e tanto indegne
D'esser
ascritte in fra gli eterni dei,
Che
più tosto dagli uomini credute
Sian di moto
vital prive e di senso.
Posciachè
irragionevole per certo
Par che sia
l'affermar, che della mente
La natura e
'l consiglio unir si possa
A qualunque
materia; in quella stessa
Guisa che
per lo ciel nascer le piante
Non ponno, e
dentro il mar sorger le nubi,
Nè
spirto e vita aver ne' campi i pesci,
Nè da
legno spicciar tiepido sangue,
Nè
mai succo spillar da pietra alpina.
Certo ed
acconcio è per natura il luogo,
Ove crescan
le cose, ov'abbian vita.
Così
dunque per sè l'alma e la mente
Senza corpo
già mai nascer non puote
Nè
dal sangue vagar lungi e da' nervi.
Poichè,
se ciò potesse, ella potrebbe
Molto
più facilmente o nella testa
Vivere o
nelle spalle o ne' calcagni,
E nascer
anco in qualsivoglia parte
Del corpo, e
finalmente abitar sempre
Nell'uomo
stesso e nello stesso albergo.
Onde; poi
che prefisso i corpi nostri
Han da
natura ed ordinato il luogo
Ove
distintamente e nasca e cresca
La natura
dell'animo e dell'anima;
Tanto men
ragionevole stimarsi
Dee, che la
possa separata affatto
Dal corpo e
dalla forma d'animale
Nascer
già mai, nè mantenersi in vita
O del sol
nelle fiamme o della terra
Nelle
putride zolle o ne' sublimi
Campi
dell'etra o nel profondo abisso
Del mar.
Dunque, se d'anima e di vita
Son prive
affatto queste cose, or come
Goder pônno
immortal senso e divino?
Nè men creder si dee che in alcun luogo
Del mondo
aver possan gli dèi le sante
Lor sedi.
Con ciò sia che la sottile
Forma de'
numi eterni è sì remota
Da tutti i
nostri sensi che la sola
Mente
v'aggiunge col pensiero a pena;
E,
perch'ella ogni tatto ogni percossa
Schiva
dell'altrui man, toccar non deve
Nulla ch'al
tatto altrui sia sottoposto;
Che chi
tócco non è toccar non puote.
Sì
che d'uopo fia pur ch'assai difformi
Sian dalle
nostre degli dèi le sedi
E tenui e a'
corpi lor simili in tutto,
Sì
come altrove io proverotti a lungo.
Il dir poscia che dio per util nostro
Volesse il
mondo fabbricare, e quindi
Com'opra
commendabile e divina
Da noi
doversi commendare e crederlo
Eterno ed
immortal, nè convenirsi
Il tentar
con parole in alcun modo
Dal suo
seggio sturbarlo e fin dall'imo
Scuoterlo e
volger sottosopra il tutto;
Il finger,
dico, queste cose ed altre
Molte a lor
simiglianti è, s'io non erro,
Un'espressa
pazzia. Poichè qual utile
Può
mai la nostra grazia agl'immortali
E beati
apportar, ch'a muover gli abbia
Ad oprar
cosa alcuna a pro degli uomini?
E qual mai
novità tanto allettarli
Poteo, che
dopo una sì lunga quiete
Da lor
goduta per l'innanzi il primo
Stato
bramasser di cangiare in meglio?
Con
ciò sia che piacer le cose nuove
Debban solo
a color che dall'antiche
Han qualche
danno. Ma chi visse innanzi
Sempre lieto
e contento e mai soggetto
A travagli
non fu, come? e da cui?
Quando? e
perchè d'una tal brama acceso
Esser poteo?
Forse, mi credo, allora
In tenebre
la vita ed in tristezza
Si giacque,
in fin che delle cose il primo
Origine
rifulse. E qual avrebbe
Dato all'uom
nocumento il mai non essere
Uscito a
respirar l'aure vitali?
Posciachè
ben conviensi a ognun che nasce
Il procurar
di conservarsi in vita,
Fin che
gioie e diletti inebrian l'alma:
Ma chi mai
non gustò del viver nostro
L'amor,
nè fu del numero, qual danno
Dal non
esser creato unqua aver puote?
In oltre:
onde impiantate ai numi eterni
Fûr le
idee, fûr gli esempli, ond'essi in prima
Tolser
ciò che d'oprare ebber talento?
E come unqua
saper de' primi corpi
Potetter
l'energia? come vedere
Quant'essi
in varïando ordine e sito
Fosser atti
a produr, se dalla stessa
Natura col
crear non li fu dato
Vero indizio
di ciò? Poichè in tal guisa
Fûr
delle cose molti semi in molti
Modi
percossi eternamente e spinti,
E da' propri
lor pesi ebbero in sorte
D'esser
cacciati e trasportati in varie
Parti
dell'universo e d'accozzarsi
Fra loro in
varie guise e di tentare
Tutto
ciò che crear poteano, in modo
Che per cosa
mirabile additarsi
Non dee,
s'in tai dispositure al fine
Caddero e in
tali vie, quali or bastanti
Sono a
produr rinnovellando il tutto.
Chè se pur delle cose ignoti affatto
Mi fossero i
principii, io non per tanto
Ardirei
d'affermar sicuramente
Per molte e
molte cause e per le stesse
Proporzioni
del ciel, che l'universo
Che tanto
è difettoso esser non puote
Per opra
degli dèi fatto dal nulla.
E pria:
quanto del ciel copre e circonda
La volubile
forza; indi in gran parte
È da
monti occupato e da boscaglie,
Nidi di fere
e d'animai selvaggi,
E da rupi
scoscese e da paludi
Vaste
ingombrato e da profondi abissi
Di mar che
largamente apre e disgiunge
I confin
della terra; indi l'ardente
Zona e le
fredde a miseri mortali
Tolte han
quasi due parti. Or quel che resta
Di spine e
bronchi e triboli coperto
Già
fôra, se dell'uom non l'impedisse
L'industria
a gemer per la vita avvezza
Con
gagliardo bidente e con adunco
Aratro a
fender della terra il dorso.
Chè,
se volgendo le feconde zolle
Col vomere
sossopra e 'l suolo arando,
Fertil non
si rendesse, il gran le biade
Mai per
sè non potrian nell'aure molli
Sorger: e
nondimen, cerche sovente
Con
travaglio e fatica allor che tutte
Già
di fronde e di fiori ornano i campi,
O da' rai
troppo caldi arse del sole
Sono o da
pioggia repentina oppresse
O da gelida
brina intempestiva
Ancise o dal
soffiar d'austro e di coro
Con urto
impetüoso a terra sparse.
In oltre: ed
a qual fin nutre e feconda
Natura delle
belve in mare in terra
Il germe
orrendo all'uman germe infesto?
E
perchè le stagion varie dell'anno
N'adducon
tanti morbi? e perchè vaga
Immatura la
morte? Arrogi a questo,
Che 'l
misero fanciul, quasi dall'onde
Vomitato
nocchier, nudo ed infante
Giace sul
terren duro, e d'ogni aiuto
Vitale ha
d'uopo, allor ch'a' rai del giorno
Fuor
dell'alvo materno esponlo in prima
Con acerbo
dolor natura, e 'l tutto
Di lugubri
vagiti empie e di pianto;
Qual a punto
conviensi a chi nel breve
Corso di
nostra vita esser dee segno
Ad ogni
stral delle sventure umane.
Ma crescono
all'incontro armenti e greggi
E fiere
d'ogni sorte, e non han d'uopo
Di cembali,
di tresche o di nutrice
Che con
dolce e piacevole loquela
Senza punto
stancarsi in vari modi
Gli
vezzeggi, gli alletti e gli lusinghi,
Nè,
secondo che vario è 'l tempo e il cielo,
Cercan vesti
diverse, e finalmente
Non han
d'armi mestier, non d'alte mura
Con le quai
sè medesmi e le lor cose
Guardin;
mentre per sè porge feconda
Largamente
la terra e delle cose
La dedalea
natura il tutto a tutti.
Pria: perchè il terren duro e l'acque molli,
Dell'aure il
lieve spirto e 'l vapor caldo,
Dalla cui
mistïon sembra che 'l tutto
Si formi, ad
un ad un nativo il corpo
Hanno e
mortal; creder si dee che 'l mondo
Sia tutto
anch'ei della natura stessa.
Poichè
qualunque cosa ad una ad una
Le sue parti
ha native ed è di forme
Caduche,
esser da noi sempre si vede
Natia non
pur, ma sottoposta a morte.
Onde,
veggendo noi le principali
Membra del
mondo riprodursi estinte,
Quindi lice
imparar che in somigliante
Guisa il
cielo e la terra ebbero il primo
Giorno e
ch'a tempo suo l'estremo avranno.
Nè qui vorrei che tu credessi, o Memmo,
Ch'io fin or
corruttibile supposta
Abbia fuor
di ragion la terra e 'l foco
E l'aure
aeree e il mar profondo e detto
Che questi
stessi corpi anco di nuovo
Si rigeneran
tutti e si fan grandi.
Pria;
perchè parte della terra adusta
Dal sol
continuo e stritolata e infranta
Dalla forza
de' piè, sfuma di polve
Nebbie e
nubi volanti, che per tutto
L'aere da'
venti son disperse e sparse;
Parte ancor
delle glebe a forza è data
Dalle piogge
alla piena e rase e róse
Son da'
fiumi le rive anch'esse in parte.
In oltre;
sminuito è dal suo canto
Ciò
ch'altri nutre: e perchè dubbio alcuno
Non v'ha che
sia madre del tutto ed urna
Anco e
sepolcro universal del tutto,
Rasa
è dunque la terra e si rintégra.
Nel resto;
ch'i torrenti i fiumi il mare
Abbondin
sempre d'umor nuovo, e sempre
Stillin
chiaro liquor le vive fonti,
Mestier non
ha d'alcuna prova: a pieno
Certamente
il dimostra il lungo corso
Dell'acque;
E pria ciò che dall'acque in alto
Ergesi, e
brevemente opra che nulla
Cresca il
liquido umor più che non deve:
Parte,
perchè da' venti, allor ch'irati
Volgon
sossopra il mar, per l'aure è sparso
E dal sol
dissipato: e parte ancora,
Perch'egli a
tutti i sotterranei chiostri
Vien
largamente compartito, e quivi
Lascia il
salso veleno, e di nuov'anco
Sorge in
più luoghi, e tutto al fin s'aduna
De' fiumi al
capo e in bella schiera e dolce
Scorre sopra
'l terren per quella stessa
Via che per
sè medesma aprirsi in prima
Poteo col
molle piè l'onda stillante.
Or dell'aria
dich'io, che 'n tutto il corpo
Innumerabilmente
ogn'or si muta.
Poichè
ciò che dal mare e dalle cose
Terrestri
esala, entro il profondo e vasto
Pelago aereo
se ne vola e tutto
Si cangia in
aria: or, se da questa i corpi
Non fossero
all'incontro alle spiranti
Cose
restituiti, il tutto omai
Saria
disfatto e trasmutato in aria:
Dunque
l'aere già mai di generarsi
Non cessa
d'altre cose e in altre cose
Giornalmente
corrompersi; che tutte
Mancar
già noto e manifesto è a tutti.
Ma de'
liquidi raggi il largo fonte
Di recente
candor mai sempre irriga
Le stelle e
l'etra e gli elementi, e ratto
Ministra al
ciel con nuovo lume il lume.
Poichè
ciò che di lume, ovunque il vibri,
Ei perda,
indi imparar perfettamente
Si
può da noi, che non sì tosto al sole
Veggiam le
nubi sott'entrare e tutti
Quasi
interromper di sua luce i rai,
Che repente
di lor svanisce affatto
L'infima
parte, e 'l terren globo adombrasi
Ovunque i
foschi nembi il volo indrizzino:
Onde
conoscer puoi che sempre il tutto
D'uopo ha di
splendor nuovo, e che perisce
Ciò
che pria di fulgor si sparse intorno,
E che per
altra via vedersi i corpi
Non
potrebbero al sol, s'egli il principio
D'un
perpetuo fulgor non ministrasse.
Anzi i lumi
terrestri al buio accesi,
Le pendenti
lucerne e le corrusche
Di fumante
splendor pingui facelle,
Anch'esse
ardendo in cotal guisa avacciansi
Di sparger
nuova luce, ed istan sempre
Di
scintillar con tremole fiammelle;
Instano, e
luogo alcun quasi interrotto
Non lascia
il lume lor: con sì gran fretta
De' suoi
lucidi rai l'alta ruina
Col veloce
natal sostiene il foco.
Il sol
dunque, così, la luna e tutte
L'auree
immobili stelle e le vaganti
Creder
dèi che per altro ogn'ora ed altro
Successivo
natal vibrino intorno
Il lume e
perdan la primiera forma:
D'uopo
è pur dunque il confessar che queste
Cose,
com'altri pensa, esser non ponno
Di corpo
irresolubile ed eterno.
In somma:
dall'etade il bronzo il marmo
Vinto al fin
non si mira? e l'alte rôcche
Non rovinano
a terra? e il duro sasso
Non è
róso e marcisce? e l'are e i templi
De' numi
eterni e' simolacri e gl'idoli
Non vacillan
già lassi, e d'ogn'intorno
Mostrano
aperto il travagliato fianco?
Nè
può la santa maestà del fato
Debellare i
confin nè farsi incontra
Di natura
alle leggi e vïolarle.
Al fin non
veggiam noi d'ogni uomo illustre
Ceder l'alte
memorie ed invecchiarsi
Per subito
accidente? e le robuste
Selci da'
monti alpestri anco alle volte
Staccarsi e
rovinar, nè d'un finito
Tempo
soffrir le smisurate forze?
Con
ciò sia che staccarsi e 'n giù repente
Non
potrebber cader, se dell'etade
Fin da tempo
infinito ogni urto ogn'impeto
Prive d'ogni
fragor sofferto avessero.
Al fin: mira
oggi mai ciò che d'intorno
N'è
sopra e 'l terren globo abbraccia e stringe,
E, com'altri
han creduto, eternamente
Sol di
sè pasce e in sè riceve il tutto:
Tutto
è nativo e di mortal sostanza
Formato: con
ciò sia che ciò che nutre
Di sè
le cose e l'augumenta è d'uopo
Che scemi,
e, quando poscia in sè ricevele,
È
mestier che s'accresca e si restauri.
In oltre: se la terra e 'l ciel non ebbero
Alcun
principio genitale e sempre
Perpetui
fûro, e per qual causa innanzi
Alla guerra
tebana e d'Ilio al rogo
Non cantaro
altre cose altri poeti?
Ove di tanti
uomini illustri e tanti
Cadder le
gesta glorïose? e come
Non
fioriscon anc'oggi in luogo alcuno
Di fama
eterna alle memorie inserte?
Ma, sì come stim'io, nuova è la somma
Del tutto, e
nuovo è 'l mondo, e molto innanzi
Non ebbe il
nascimento: ond'alcune arti
Inventansi
anche adesso, et anco adesso
Pulisconsi
alcun'altre. Or molti arnesi
Fûro
aggiunti alle navi, or messi in uso
I sonori
concerti: e finalmente
Questa
stessa cagione e questa stessa
Natura delle
cose, ancor che molto
Sia che
già fu trovata, omai del tutto
Quasi
sepolta in sempiterno oblío,
Pur di
fresco è risorta, vie più vaga
E più
bella che mai, per le immortali
Opre del
gran Gassendo, onore e lume
Del bel
paese ove la Senna inonda.
Et io pur or
principalmente, io stesso
Fui trovato
fra tanti, ed ebbi in sorte
D'esporla
altrui nella paterna lingua
Pria d'ogni
altro toscan, come dettolla
Per entro ai
dotti suoi carmi robusti
Pria d'ogni
altro romano il gran Lucrezio.
Chè
se forse tu credi esserc'innanzi
State
più volte le medesme cose
Ch'al
presente ci son, ma che l'umana
Specie da
grave incendio arsa perisse,
E ruinasse
ogni città squassata
Da crudel
terremoto, o troppo gonfi
Per pioggia
assidua dal natio lor letto
Uscissero i
torrenti e d'ogn'intorno
Sommergesser
la terra et affogassero
Ogni uomo
ogni animal; tanto più vinto
T'è
d'uopo il confessar che debbe al fine
La terra e
'l ciel pur dissiparsi in tutto:
Che, ove da
tali e tanti morbi e tanti
E sì
fatti perigli il mondo fosse
Tentato, ivi
eziandio, se causa alcuna
Più
robusta l'urtasse, alte ruine
Mostreria di
sè stesso e strage orrenda.
Nè
per altra cagion d'esser mortali
Pur ne
sovvien, se non perchè soggetti
Siam tutti
a' mali stessi onde natura
Già
tolse ad un ad un gli altri di vita.
In oltre: tutto quel che dura eterno
Conviene; o
che respinga ogni percossa
Per esser
d'infrangibile sostanza,
Nè
soffra mai che lo penetri alcuna
Cosa che
disunir possa l'interne
Sue parti,
qual della materia a punto
Gli atomi
son, la cui natura innanzi
Già
per noi s'è dimostra; o ch'immortale
Viva,
perchè dagli urti affatto esente
Sia, come il
vôto il qual durando intatto
Mai non
soggiace alle percosse un pelo;
O
perch'intorno a lui nessuno spazio
Non sia dove
partirsi e dissiparsi
Possa, come
la somma delle somme
Fuor di
sè non ha luogo ove rifugga
Nè
corpo che l'intoppi e con profonda
Piaga
l'ancida e però vive eterna.
Ma
nè, come insegnammo, esser contesto
Il mondo
può d'impenetrabil corpo,
Chè
misto è sempre in fra le cose il vôto;
Nè
però com'il vôto intatto vive,
Poichè
corpi non mancano che sorti
Dall'infinito
ed agitati a caso
Possan
cozzar con vïolento turbine
Questa somma
di cose ed atterrarla,
O farne in
altri modi orrido scempio;
Nè
del luogo l'essenza e dello spazio
Profondo
manca, ove distrarsi e spargersi
Il mondo
possa e per lo vano immenso
Spinto da
qualunqu'altra esterna forza
Finalmente
perir. Dunque alla terra
Al mare al
cielo al sol mai del ferètro
Non è
chiusa la porta; anzi all'incontro
Sta sempre
aperta, e con profonda e vasta
Gola
minaccia d'inghiottirsi il tutto.
Sì
che d'uopo fia pur che tu confessi
Ch'egli
ancora è natio; poichè mortale
Essendo non
avrebbe omai potuto
Schermir
d'immensa età gli urti e la possa.
Al fin: poichè fra lor vedi le membra
Principali
del mondo in così fatta
Guisa pugnar
con empia orribil guerra,
Forz'è
pur che tu dica; una battaglia
Sì
lunga aver dee qualche fine, o quando
Del sole il
foco o qualunqu'altro ardente
Vapor,
succhiando e dissipando affatto
Il nutritivo
umor, vittoria avranne.
Il che far
tutta via tenta, ma pure
Non han per
anco i suoi gran sforzi effetto.
Tanto i
fiumi d'umor vanno all'incontro
Compartendo
alle cose, e dal più cupo
Gorgo
minaccian d'annegare il tutto;
In van,
poscia che i venti, allor che irati
Spazzan
soffiando il mar, scemano in parte
L'acque, e
l'etereo sol co' raggi anch'egli
Le scema in
parte e le disperge in aura,
E pria tutte
le cose arder confida
Che possa
unqua l'umor giungere al fine
Bramato dell'impresa.
In così fatta
Guisa fan
tutta via con posse eguali
Fra lor
cruda battaglia, e di gran cose
Muovon gran
lite, e per finirla a gara
Opran ogni
lor forza; avendo il foco
Vinto una
volta e dominato il mondo,
Come fama
ragiona, e 'l liquor molle
Regnato
un'altra pel contrario e tutto
Sommerso il
grembo dell'antica madre:
Che vinse il
foco e molte cose allora
Ardendo
incenerì, ch'Eto e Piróo
Di strada
usciti il temerario auriga
Mal frenati
da lui per ogni clima
Della terra
e del ciel trassero a forza:
Ma quel che
tutto può, padre e signore,
D'ira
infiammato allor, con vïolento
E repentino
fulmine gettollo
Dal cocchio
in terra; e 'l sol fattosi incontro
Al cadente
garzon, tosto riprese
La gran
lampa del mondo, e ricongiunse
I dispersi
cavalli e per l'usato
Calle gli
spinse ancor lassi e tremanti,
Quindi
reggendo il suo viaggio il tutto
Porse alle
cose il debito ristoro:
Qual de'
greci poeti anticamente
Cantâr
l'inclite trombe; in ciò bugiarde,
Poichè
vincer può il foco ove più corpi
Della
materia sua dall'infinito
Sórti
assalgon l'umor, quindi o le forze
Dal lor
contrario rintuzzate e dome
Caggiono o
dall'ardenti aure abbruciate
Muoion le
cose. E similmente è fama
Ch'un tempo
vincitor fosse a vicenda
L'umor del
foco, allor che i fiumi uscendo
Fuor dell'alvo
natio molte sommersero
Ampie terre
e città: ma poi ch'indietro
Il nemico
vigor dall'infinito
Sórto per
qualche causa il piè ritrasse,
Fûr le
piogge affrenate e in un represso
L'orgoglio e
'l corso impetüoso a' fiumi.
Ma io, come degli atomi il concorso
Fondasse il
cielo, il terren globo, il mare,
La luna e 'l
sol, racconterotti, o Memmo.
Chè
certo è ben ch'i genitali corpi
Con sagace
consiglio e scaltramente
Non
s'allogâr per ordine, nè certo
Seppe nessun
di lor che moti ei desse:
Ma;
perchè molti primi semi in molti
Modi
fûr già per infinito tempo
Da colpi
innumerabili percossi,
E da' propri
lor pesi ebbero in sorte
D'esser
commossi e trasportati in varie
Parti
dell'universo e d'accozzarsi
Fra loro in
ogni guisa e di tentare
Tutto
ciò che produr potean congiunti;
Quindi
avvien poi che, dissipati e sparsi
Per lo vano
infinito ed ogni sorte
Di moto e
d'unïon provando, al fine
Più
s'adattano insieme, e non sì tosto
Adattati si
son che di gran cose
Divengon
semi ed a produr son atti
La terra, il
mare e gli animali e 'l cielo.
Qui nè dell'aureo sol potea mirarsi
Il cocchio
luminoso errar per l'alto,
Nè
stelle o mare o ciel nè finalmente
Vedersi aria
nè terra o cosa alcuna
Simigliante
alle nostre. Indi una certa
Nuova
tempesta insorse et una massa
D'atomi che
svanir fe' dello spazio
Le parti; ed
a congiungersi i principii
Simili
incominciaro et ad aprirne
Il mondo e
le sue membra e le sue parti,
Disgiungerle,
ordinarle e d'ogni sorte
Di principii
arricchirle; i cui concorsi
Gli spazi i
pesi le percosse i moti
Le vie gli
accozzamenti alta discordia
Turbava, e
vi mescea risse e battaglie,
Per le varie
figure e per le forme
Difformi;
onde restar tutte in tal guisa
Congiunte
non potean, nè compartirsi
Convenevoli
moti. Or questo, o Memmo,
È
separar dal terren globo il cielo,
E far che
d'acque separate abbondi
Disgiunto il
mare, e similmente i puri
Fochi
dell'etra ardan divisi anch'essi.
Posciachè della terra i genitali
Corpi,
perch'eran gravi e l'un con l'altro
Tutti in
più modi avviluppati, univansi
Primieramente,
e nel più basso centro
Prendean lor
sedi; e quanto più connessi
Insieme
s'adunâr, tanto più lungi
Spresser
quei che produrre il mar le stelle
Doveano e 'l
sole e della luna il corno
Lucido e le
muraglie alte del mondo:
Con
ciò sia che tai cose e di più lisci
Corpi son
fatte e di più tondi e piccoli
Atomi che la
terra. E quindi accade
Che l'etra
in pria, per lo suo raro uscendo
Impetuosamente
e molte seco
Fiamme
traendo, sormontò leggiero:
Quale a
punto veggiam, quando per l'erbe
Di rugiada
ingemmate il mattutino
Aureo lume
del sol d'ostro si tinge,
Gli stagni e
i laghi esalar nebbia, e' fiumi
Perenni, e
'l terren molle anco tal volta
Fumar si
mira; or, poi ch'in alto ascesi
S'uniscon
questi corpi e in un sol gruppo
Compressi
intorno da rabbiosi venti
Corrono ad
accozzarsi, il ciel sereno
Copron di
nubi. In cotal guisa adunque
Il lieve
etere allor, che per natura
D'ogn'intorno
si sparge, in una massa
Sola ridotto
circondò se stesso
Da tutti i
lati, e, largamente sparso
Per lo vano
infinito, intorno chiuse
Di folta
siepe e d'ampie mura il resto.
Della luna e
del sol quindi i principii
Seguîr, che
nè la terra attribuirsi
Poteo
nè 'l vasto ciel: poichè nè gravi
Eran
sì, che, depressi e da' lor propri
Pesi spinti
all'in giù, nel basso centro
Fosser atti
a seder, nè lievi in guisa
Che scorrer
per l'altissime campagne
Potesser; ma
fra l'etra e 'l nostro globo
Han pur tal
sito, che girar due corpi
Ponno e di
tutto il mondo esser gran parte:
Qual
nell'uomo eziandio lice ad alcune
Membra ferme
posar, ben ch'altre ed altre
Sian mai
sempre agitate. Or, queste adunque
Cose accolte
in sè stesse, in un baleno
La terra,
ov'or dell'oceàn profondo
Vòlto
è 'l clima maggior, cadde depressa,
E
formò del suo grembo ampia caverna
Nel salso
gorgo. E quanto più dall'etere
E da' raggi
del sol di giorno in giorno
Verso gli
estremi limitari aperta
Sovra e da
tutti i lati era compressa
E con urti
continui a condensarsi
Forzata ed a
ristringersi ed unirsi
Nel centro
suo; tanto più spresso il salso
Sudore
usciane e dilatato i molli
Campi
intorno accrescea del mare ondoso,
E dell'aria
i principii e del vapore
Tanto
più n'esalavano e volando
Lungi da
terra i chiari eccelsi templi
Condensavan
del ciel. Scendeano in tanto
I campi, e
s'appianavano; e degli alti
Monti l'erto
salía; ch'i duri sassi
Non poteano
abbassarsi et egualmente
Ceder tutte
le parti. In cotal guisa
Dunque
formato di concreto corpo
Fu della
terra il pondo, e, quasi un fango
Di tutto il
resto, sdrucciolò nell'imo
Centro e
qual feccia si fermò nel fondo.
Quindi il
mar quindi l'aere e l'etra ignifero
Restâr
liquidi e molli e l'un dell'altro
Più
lieve; e liquidissimo e purissimo
L'etere e
leggerissimo all'aeree
Aure
sovrasta. E, ben che queste all'etere
Turbino il
molle corpo, ei non per tanto
Con lor non
si rimescola, ma lascia
Che tutte
queste cose ogn'or s'avvolgano
Fra
vïolenti turbini, e permette
Ch'elle sian
da procelle incerte e varie
Sempre
agitate: egli però con certi
Impeti i
fuochi suoi move scorrendo:
Chè
volgersi con ordine et avere
L'etere una
sol forza, aperto mostra
Un sì
vasto oceàn che, vada o torni,
Certo
è nel moto e un sol tenor conserva.
Or cantiamo onde i moti abbian le stelle.
Pria: se
l'ampio del cielo orbe s'aggira,
Creder si
dee che quinci e quindi il polo
Sia
dall'aria compresso e d'ambi i lati
Di fuor
chiuso e ristretto; indi ch'un altro
Aer sopra ne
scorra e 'l corso indrizzi
Là
've del mondo eterno a volger s'hanno
Le stelle
ardenti, e che di sotto un altro
Erga al
contrario il ciel; come tal ora
Miri i fiumi
aggirar le ruote e i plaustri.
Forse
immobile è l'orbe, ancor che tutti
Sian mossi i
chiari segni; o, perch'eterei
Rapidi
ondeggiamenti ivi racchiusi
Strada
cercando son portati in volta
E per gli
ampi del ciel templi sublimi
Si rivolgon
per tutto ignee procelle;
O pur scorre
d'altronde, e per di fuori
L'aer da
qualche parte agita e mesce
Gli eterei
fuochi; o ch'essi stessi pônno
Serper
là ove gli chiama ove gl'invita
D'ognuno il
proprio cibo, e, mentre a volo
Se ne van
per lo cielo, esca e ristoro
Porgono ai
vasti lor corpi fiammanti.
Posciachè
l'asserir qual delle addotte
Cause sia
vera in questo nostro mondo
È
difficile impresa: a me sol basta
Il dir
ciò ch'esser puote e che succede
Per
l'universo in vari mondi in varie
Guise
creati; e delle stelle ai moti
Piacemi
l'assegnar varie cagioni
Che
possibili sian per l'universo:
Delle quai
non pertanto una esser debbe
Quella
ch'agli aurei segni i movimenti
Porga: ma
l'affermar qual sia di queste
Opra non
è di chi cammina al buio.
Acciò poi che la terra entro il più cupo
Centro stia
ferma, è di mestier che sfumi
Il pondo o
manchi a poco a poco, e ch'abbia
Sotto
un'altra natura a sè congiunta
Fin da
principio e strettamente unita
Con le molli
del mondo aeree parti
Alle quai
vive inserta. E quindi all'aere
Non è
di peso, e non lo preme e calca:
Come nulla
aggravar posson le membra
Proprie
alcun uom nè d'alcun peso al collo
Esser la
testa, e qual ne' piedi al fine
Alcun pondo
del corpo unqua non senti;
Ma
qualunqu'altra mole esternamente
Posta sopra
di noi, ben che di peso
Di gran
lunga minor, spesso n'offende;
Tanto importa
a qual cosa e a cui s'appoggi.
Tal dunque
il terren globo incontinente
Trasportato
non fu quasi alïeno
D'altronde,
nè d'altronde all'aure imposto
Alïene
da lui; ma già con esse
Nacque fin
dall'origine primiero
Del mondo;
e, qual di noi paion le membra,
È
d'esso una tal parte. Accade in oltre
Ch'ella, da
grave tuon scossa repente,
Tutto
ciò ch'ell'ha sopra agita e scuote:
Il che far
non potria, se circondata
Non fosse
d'ogn'intorno e dall'aeree
Aure e
dall'ampio ciel; poichè comuni
Fin da
principio han le radici e stanno
Fra lor tai
corpi acconciamente uniti.
Forse non
vedi ancor quanto gran pondo
Di corpo in
tutti noi regga a sua voglia
Il vigor
tenuissimo dell'alma,
Sol
perch'ella è con lui sì acconciamente
Unita? e
qual virtude erger il corpo
Da terra ed
avvezzarlo agile e pronto
Al salto al
nuoto alla palestra al corso
Finalmente
potria, fuor che dell'alma
Il debile
vigor che il frena e regge?
Vedi tu
dunque omai quanto possente
Rïesca
un tenue corpo, allor che unito
Viene ad un
grave; in quella guisa a punto
Che son
l'aure alla terra e l'alma all'uomo.
Nè maggiore o minor molto è del sole
L'orbe e
l'ardor, di quel ch'appare al senso.
Chè,
sia pur quanto vuoi lungo lo spazio
Onde luce e
calor vibrano i fuochi,
Ei
però nulla toglie e nulla rade
Dal corpo
delle fiamme, e null'affatto
Stringer si
mira o raccorciarsi il fuoco.
Quindi,
perchè del sol la fiamma e 'l lume
Lanciato
arriva a' nostri sensi e puote
Tutta del
suo color tinger la terra,
Dee da terra
il suo globo anco apparirne
Tal che
veracemente alcun non possa
Crescerlo o
sminuirlo. Anco la luna,
O con luce
non sua vaghi e passeggi
Dell'etra i
campi o per se stessa il lume
Vibri, che
che ne sia, punto maggiore
Non è
di quel ch'ella si mostra all'occhio.
Poichè,
fissando di lontano il guardo
Per molto
aer frapposto, ogni altro corpo
Pria confuso
n'appar che scopra affatto
Gli ultimi
tratti: ond'è pur d'uopo ancora
Che,
poichè chiara e certa e come a punto
Dall'estremo
suo limbo è circoscritta
N'appar la
luna, ella di quinci in alto
Tanta a
punto quant'è da noi si scorga.
Al fin;
poich'ogni fiamma in terra accesa,
Mentre
chiara scintilla e 'l proprio ardore
Vibra, ben
che da lungi agli occhi nostri
D'assai poco
ingrandirsi o impiccolirsi
Mostra; ben
puossi argomentar da questo
Che le
fiamme che quinci arder nell'etra
Veggonsi
d'assai poco esser minori
Pônno o
maggior di quel ch'appare al senso.
Nè punto dee maravigliarsi alcuno,
Che
sì piccolo sol lume sì grande
Vibri, che
'l mare e 'l ciel tutto e la terra
Irrighi e
sparga di calore il tutto.
Poich'esser
può che quinci aperto un solo
Fonte di
tutto il mondo in larga vena
Sorga e da
tutti i mondi eternamente
Scaturisca
un sol fiume, ove in tal guisa
Del calor
della luce i genitali
Semi
concorran d'ogn'intorno, e dove
S'aduni il
gruppo in guisa tal, che n'esce,
Quasi da
proprio suo fonte perenne,
Questo lume
ed ardor. Forse non vedi
Quanto ancor
largamente i prati irrighi
D'acqua un
picciol ruscello e i campi allaghi?
Esser dunque
anco può che l'aer nostro,
Dal picciol
fuoco onde risplende il sole,
Di cocenti
fervori arda, se tanto
Per
sè stesso è disposto e così pronto
Che per
debili ardor possa infiammarsi:
Qual tal
volta le biade arder ne' campi
E la stoppa
veggiam, ben che una sola
Favilla
l'accendesse, e fumo e fiamma
D'ogn'intorno
eruttar. Forse anco il sole,
Splendendo
in ciel con la rosata lampa,
Molto di
fervor cieco a sè d'intorno
Fuoco
possiede; il qual non luce, e quindi
Può
de' lucidi rai tanto robuste
Render le
calorifiche percosse.
Nè chiara appar nè semplice nè certa
La cagione,
ond'il sol dall'orbe estivo
Giunga al
flesso brumal d'egocerote
E quinci
indietro ritornando il corso
Dal cancro
indrízzi al solstizial confine,
E come in un
sol mese il giro stesso
Compir
sembri la luna in cui si logora
Dal sole un
anno. Or la cagion di queste
Cose, torno
a ridirti, una nè certa
Assegnar non
si dee. Ch'esser ben puote,
Qual del
grande Abderita il saggio e santo
Parer
già fu, che, quanto più vicini
Son gli
astri a noi, tanto men ratti e mobili
Sian dal
turbo del ciel portati in volta:
Con
ciò sia che languisca e per di sotto
La
vïolenta sua rapida forza
Più e
più si dilegui; e quindi accaggia,
Che 'l sol
con l'altre stelle inferïori
Rimanga
indietro a poco a poco a' fervidi
Segni che
son da noi molto più lungi.
Ma del sol
più vicina anco alla terra
Certo
è la luna: e, quanto più dimessa
Giace
l'orbita sua lungi dal cielo
Et a noi
s'avvicina, il proprio corso
Tanto degli
altri segni anco ha più tardo;
E quanto al
fin con turbine men rapido
Al sole
inferïor gira per l'etere,
Tanto
più l'altre stelle aggiunger ponno
Il suo
lucido globo e trapassarlo:
E quindi
avvien che di tornar più ratta
A' segni
appar; poichè all'incontro i segni
Tornan
più ratti a lei. Fors'anco puote
Esser che da
traverso un'aria scorra
Dall'alterne
del mondo oblique parti
In un tempo
prefisso, e sia bastante
A spingere e
scacciar da' segni estivi
Il sole al
brumal punto ed al rigore
Aspro del
verno; e ch'un altr'aer tosto
Fin
dall'ombre gelate al calorifero
Flesso in
dietro il rispinga e a' segni fervidi:
E con pari
ragion la luna e l'altre
Stelle che
nel grand'orbe i lor grand'anni
Volgon
creder si dee ch'ire e tornare
Possan per
l'aere alterno atto a cacciarle.
Forse non
vedi ancor da vari venti
Spinte
scorrer le nubi in varie parti
E più
ratte dell'altre ir le piu basse?
Dunque chi può
negar che pei gran cerchi
Dell'etra
l'aer basti in così varie
Guise a
portar sì varie stelle in volta?
Ma con vasta caligine sorgendo
La notte
ingombra il terren globo; o quando
Già
scaccia il sol dopo il suo lungo corso
Del ciel
l'estime parti, e spira intorno
Languidi i
raggi omai debili e stanchi
Per lo
troppo vïaggio e dal soverchio
Aer
interposto conquassati e laceri;
O
perchè la medesima energia
Che pel ciel
sovra noi l'orbe sospinse
Sforzalo
anco a voltar sotterra il corso.
Ma del
vecchio Titon la bianca amica
Con la
fronte di rose e co' crin d'oro
Mena in
certa stagion l'alba vezzosa
Per l'eteree
campagne e n'apre il lume;
O
perchè di sotterra a noi tornando
Quel
medesimo sol co' rai precorre
Sè
stesso, e del lor foco il cielo accende;
O
perchè molte fiamme e molti semi
D'ardore in
stagion certa han per costume
D'unirsi, e
fan che sempre un lume nuovo
Di sol si
crei; come da' monti d'Ida
Fama
è che, mentre in orïente appare
L'aureo lume
del dì, miransi intorno
Varie fiamme
disperse, indi in un solo
Quasi globo
adunarsi e formar l'orbe.
Nè
dee con tutto ciò gran meraviglia
Parerti, o
Memmo, che in stagion sì certa
Questi semi
di fuoco atti ad unirsi
Sieno e del
sol rinnovellare il lume;
Poichè
molte da noi cose mirarsi
Posson,
ch'in ogni specie in tempo certo
Fannosi. In
certo tempo il bosco e 'l prato
Si veste, in
certo tempo anco si spoglia
Di fiori e
frondi; e nulla meno in certo
Tempo i
denti a cader sforza l'etade,
E di molle
lanugine a velarsi
Il
giovinetto corpo e le pulite
Guance di
molle barba; e finalmente
Le nebbie, i
venti, le tempeste e i fulmini.
Le nevi e i
ghiacci in non gran fatto in certi
Tempi si
crean. Poichè non prima i primi
Principii
delle cose in questa o in quella
Guisa
s'unir, che, qual prodotte al mondo
Fur dal caso
le cose in fin dal primo
Lor
nascimento, omai tal ne consegue
La natura di
tutte in ordin certo.
Crescer poi lice ai giorni et alle notti
Smagrirsi, e
divenir più brevi ai lumi
Qual or
l'ombre all'incontro hanno augumento:
O
perchè sotto terra e sopra terra
Il medesimo
sol con disuguali
Cerchi
correndo il ciel divide e l'orbe
Parte in non
giuste parti, e ciò che all'una
Tolse rende
all'opposta, in fin che al segno
Pervenga ove
dell'anno il nodo a punto
Alle tenebre
cieche il lume adegua;
Poich'a
mezzo il cammin del vïolento
Soffio di
borea e d'austro il ciel disgiunge
Quinci e
quindi egualmente ambe le mete,
E ciò
pel sito e positura obliqua
Dal
grand'orbe de' segni in cui serpendo
Il sol
logora un anno e con obliquo
Lume
circonda il terren globo e 'l cielo
(Qual a punto
osservâr quei che nell'etere
Tutto
osservâr di ben disposte imagini
L'orbe
trapunto): o perchè l'aere in certe
Parti
è più denso, onde sotterra il fuoco
Dubbio i
tremoli rai vibra e non puote
Sì
facilmente penetrarlo e sorgere
Sì
ratto in orïente; indi l'inverno
Duran le
lunghe notti in fin che giunga
L'alta
insegna del dì cinta di raggi:
O forse
ancor perchè dell'anno in varie
Stagioni
alternamente han per costume
D'unirsi
alcune fiamme e dissiparsi
Or
più presto or più tardi, e far che 'l sole
Cada e
risorga in vari luoghi e certi.
Splender poi può la luna, perchè i raggi
La percuotan
di Febo; ond'ella volga
Vèr
noi di giorno in giorno in apparenza
Lume tanto
maggior quanto dall'orbe
Suo
s'allontana, in fin ch'opposta e piena
Tutta
d'argentea luce ella rifulse
E l'esequie
del sol vide nascendo;
E quindi
ancor per lo contrario il lume
Tanto quasi
nasconda a poco a poco
Quanto a lui
più vicin gira il suo cerchio
Dall'altra
parte del zodiaco a punto:
Come parve a
color ch'ad una palla
Fingon che
la sia simile e che volga
Sotto l'orbe
del sole il proprio corso,
Ond'avvien
ch'affermar paiano il vero.
Fors'anco
può di propria luce ornata
Volgersi e
di splendor forme diverse
Agli occhi
appresentar; chè forse un altro
Corpo con
lei s'aggira e in varie guise
L'incontra e
l'impedisce, e non si vede,
Perchè
privo di luce il ciel trascorre.
E puote anco
il suo globo intorno a' poli
Propri
aggirarsi; in quella guisa a punto
Che potria
per metà tinta una palla
Di lucente
candor volta in sè stessa
Varie forme
mostrarne e vario lume,
In fin
ch'ella vèr noi tutta volgesse
La parte
luminosa e l'apparente
Suo sguardo,
e quindi a poco a poco indietro
Rivolgesse
il suo globo e n'occultasse
La sua
lucida faccia; in quella stessa
Guisa ch'i
babilonici dottori,
I caldei
confutando, incontro all'arte
Degli
astrologi lor tentan provarne;
Come
verificarsi ambi i pareri
Non possano,
o vi sian ferme ragioni
Onde quel
più che questo altri difenda.
Al fin:
perchè non può con ordin certo
Di figure e
di forme esser prodotta
Sempre una
nuova luna, et ogni giorno
Scemar da
quella parte ond'essa in prima
Creata fu
mentre dall'altra opposta
Va crescendo
altrettanto e si restaura?
Certo che 'l
dimostrar con evidente
Ragion che
ciò sia falso e con parole
Convincerlo
abbastanza, è dura et aspra
Impresa,
quand'ognun vede mill'altre
Cose con
ordin certo esser prodotte.
Torna la
vaga primavera e seco
Venere torna
e messaggier di Venere
Zeffiro
alato e l'orme sue precorre;